GRICE ITALO A-Z M MAG
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Magalotti:
l’implicatura conversazionale – di naturali esperienze – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Abstract. Grice:
“Sometimes, derivatives are a trick. The Romans had a wonderful concept of
NATVRA, a strict rendition of Greek PHYSIS – and yet, you find philosophers
using ‘nature’ only metaphorical – as when I refer to the irreverent talent
with which the sage Nature endowed me. Instead, a philosopher likes an
adjective, as when, now as I look back, I addressed the Oxford philosophical
society on the topic of ‘meaning’ – Borrowing from the adjectival uses of
‘naturalis’ and ‘artificialis’ as applied to ‘meaning,’ or ‘segno,’ I oblitated
Nature into the bargain!” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like
Magalotti – very philosophical” – Grice: “When a philosopher is a count, we
don’t say that he was a professional philosopher, but not an amateur
philosopher either – ‘philosopher’ does!” – Grice: “I like his ‘saggi’ on
‘natural experience’ – he is being Aristotelian: there is natural experience
and there is trans-natural experience – and there is supernatural experience!” Appartenente all’aristocrazia, figlio del prefetto
dei corriere pontifici. Studia a Roma e Pisa, dove e allievo di VIVIANI e
MALPIGHI. Segretario di Leopoldo de' Medici, segretario dell'Accademia del
Cimento, fondata da de’ Medici. Fa parte anche dell'Accademia della Crusca e
dell'Accademia dell'Arcadia, Dall'esperienza al Cimento nacque i “Saggi di
naturali esperienze, ossia le relazioni dell'attività dell'Accademia del
Cimento”. Passa al servizio di Cosimo III de' Medici iniziando così un'attività
che lo porta a una serie di viaggi per l'Europa (raccolse in diverse opere le
sue vivaci e brillanti relazioni di viaggio). Ottenne il titolo di conte e la
nomina ad ambasciatore a Vienna. Si ritira alla villa Magalotti, in Lonchio. Si
dedica alla filosofia, con particolare attenzione per la filosofia naturale di
Galilei Opere: “Canzonette anacreontiche di Lindoro Elateo, pastore arcade”
“Delle lettere familiari del conte M. e di altri insigni uomini a lui scritte,
Firenze, Diario di Francia, M.L. Doglio, Palermo, Sellerio. “La donna
immaginaria, canzoniere, con altre di lui leggiadrissime composizioni inedited”
(Lucca); “Lettere del conte M. gentiluomo fiorentino dedicate all'Ecc.mo e
Clar.mo Sig. Senatore Carlo Ginori Cav. dell'Ordine di S. Stefano, Segretario
delle Riformagioni e delle Tratte, Lucca. Lettere contro l'ateismo, Venezia.
Lettere odorose, E. Falqui, Milano. Lettere scientifiche. “Lettere” (Firenze).
“Saggi di naturali esperienze fatte nell'Accademia del cimento sotto la
protezione del Serenissimo Principe Leopoldo di Toscana e descritte dal
Segretario di essa Accademia, Milano. “Scritti di corte e di mondo” Enrico
Falqui, Roma. “Varie operette del conte Lorenzo Magalotti con giunta di otto
lettere su le terre odorose d'Europa e d'America dette volgarmente buccheri”
Roma.Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana.Saggi di naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento sotto la
protezione del serenissimo principe Leopoldo di Toscana e descritte dal
segretario di essa Accademia (Firenze: per Giuseppe Cocchini all'Insegna della
Stella); “La donna immaginaria canzoniere del celebre conte M. ora per la prima
volta dato alla luce e dedicato alle nobilissime dame italiane” (Firenze:
Bonducci); “Canzonette anacreontiche di Lindoro Elateo pastore arcade”
(Firenze: per Gio. Gaetano Tartini, e Santi Franchi); “Il sidro poema in due
canti di Filips tradotto dall'inglese in toscano dal celebre conte M. ora per
la prima volta stampato con altre traduzioni, e componimenti di vari autori”
(Firenze: appresso Andrea Bonducci); Charles de Marguetel de Saint-Denis de
Saint-Évremond, Opere slegate: precedute da un carteggio tra Magalotti e
Saint-Évremond, tradotte in toscano” (Roma: Edizioni dell'Ateneo). Scienza in
Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di
Firenze, Elogio storico nell'edizione de La donna immaginaria canzoniere del
conte M. con altre di lui leggiadrissime composizioni inedite, raccolte e
pubblicate da Gaetano Cambiagi, In Lucca: nella stamperia di Gio. Riccomini,
Dizionario critico della letteratura itLuialiana, Torino, POMBA, M., Relazioni
di viaggio in Inghilterra, Francia e Svezia” (Bari, G. Laterza). Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Crusca, Relazioni di viaggio in
Inghilterra, Francia e Svezia Lettere scientifiche ed erudite Comento sui primi
cinque canti dell'Inferno di Dante, e quattro lettere del conte M. Canzonette
anacreontiche di Lindoro Elateo pastore arcade Lettere scientifiche ed erudite
La donna immaginaria Novelle (il volume contiene anche opere di altri autori)
Gli amori innocenti di Sigismondo conte d'Arco con la Principessa Claudia
Felice d'Inspruch. DICE poldo di Toscana . Lettera III.
SopralaLuce.AlSignorVincenzo Vi Sopra ildetto del Galido, il Vino Signor Carlo
Dati. Lettera V. 111 P relazione 13 28 un composto d'umore e di luce. Al 48 394
refazione medesimo . Lettera II. . Fiore. Al Serenissimo Principe L e o .
Delveleno dellaVipera.AlSignorOt 78 ne d'osservar la Cometa l'anno 1664.
Leltera VII. Donde possa avvenire, che nel giu dicar degli odori cosi sovente
si prenda abbaglio. Al Signor Cavaliere Giovanni Battista d'Ambra. Lettera re
Giovanni Battista d'Ambra.Lette Descrizione della Villa di Lonchio.Al Strozzi.
Lettera X. Intorno all'Anima de'Bruti,Al Padre secondo. Al Padre Lettore Don
Angiolo Maria Quirini. Lettera. Sopra un effetto della vista in occasio Al
Sigoor Abate Oilavio Falconieri. . Sopra gli odori . Al Signor Cavalie Signor
Marchese Giovanni Battista Sopra un passo di Tertulliano.Al Pa Sopra un passo
del Concilio Niceno Sopra la lanugine di Beidelsar. A N. N. Lettera XIV. .
Monsignor Leone Strozzi . Lettera XVII.. . 170 252 ra IX. VIII, Іоо Letiore Don Angiolo Maria Quirini. Lettera XI. dre
Lettore Don Angiolo Maria Q u i rini.Lettera XI. Sopra la lanugine di
Beidelsar. A N. N. Lettera XV. 85 157 279 Sopra la lanugine di Beidelsar. A N.
N. Lettera XVI. 282 Sopra un intaglio in un diamante. A 289 300 7 Conte
Ferrante Capponi . Lettera XIX. Sopra la lettera B, e perchè ella s'a doperi
cosi spesso nel principio de 396 INDICE. Sopra un passo di S. Agostino.Al Si
gnor Abate Lorenzo Maria Gianni. Lettera XVIII . . Sopra il Cascii . Al Signor
Cavaliere Cognomi. Al Signor Tommaso Buo naventuri . Lettera X X . FINE.
SilAJilUsCEn il poeta per una lelva, per la quale tutta notte aggiratosi, la
mattina in su falba si trova a piè <l'uQa colliuciui. Kipoaatosi alquanto ^
•! per voler aalire f quando y fattuegli incontro una lonza, un leone e una
lupa, h costretto a rifuggirsi alla selva. In questo gli apparisce Fombra di
VIRGILIO, il cui ajuto è da esso caldamente implorato contro alla lupa, dalla
quale il maggior pencolo gli soprastava. Virgilio discorre lunga* mente della
pessima natura di quella 6era, onde cam« porne lo strazio, offerendogli sè per
guida | a tener altra a Canto via lo conforta. Dante accetta Tofferta di
Virgilio « e tenendogli dietro ti mette in cammino. V. I. Nel mezzo del cammin
tee. Keir età di 35 anni. Ciò non t'aTguìtee per congetture; ma provasi
manifestameute da un luogo del tuo Convivio, nella aposizione della canzone: Le
dolei rime eTamor, eh* io eolia; dove 9 dividendo il cono della vita umana in
quattro parti, che tutte (anno il numero d'anni 70 « resta, che la metà del suo
corso, secondo la mente del poeta, sia ne' 35 . Che poi questo primo verso
debba intendersi letteralmente, cioò del numero degli anni, e non
allegoricamente, come alcuni vogliono: si dimostra da un luogo deir Inferno,
caut. XV, nel quale domandato il poeta da Ser Bnmetto di sua venuta, esso gli
risponde, V. 49; Lassù di sopra in la vUa serena * JUrpos* io lui • mi smarrì
*n una valle, 1 Avanti (he Vetà mia fosse piena: riferendoli a questa selva»
nella quale racconta essersi smarrito nel mezzo del commin del suo vivere. V,
per una selva oscura. Forse questa selva ^ oltre al senso letterale, che fa
giuoco al poeta per 1* intraduzione del suo viaggio, ha sotto di s^ ((ualche
senso allegorico • dei quale sono arricchite molte parti di questo primo canto;
e vuol per avventura s guilicare la selva degli eiTori, per entro la quale
assai di leggieri si perde l' uomo nella sua FRIICO. a<h>1etccnu; e cìie
iia *1 vero nel topraccitato luogo del •uo CoFwivio ti leggono queite formali
parole; È adunque dà f opere, che y ticcome quello, che mai non fosse stato in
una città, non saprebbe tener le vie -, senza l' insegnamento di colui, che le
ha usate : ro/1 V adolescente » che entra nella teloa erronea di questa vita,
non saprebbe tenere il buon co/mmino y se da suoi maggiori non gli fosse
mostrato; nè il mostrar vatrebbe, se alli loro coaiafidamenti non fosse
obbediente, V. 8. Ma per trattar del ben ecc. Del frutto, il qual ti ritrae
dalla meditaiione di quel miserabile stato pieno di pene e di rimordiinenti,
mediante la quale s' arriva alla caDtemplaaione d' Iddio, che è la fine
propostasi dal poeta. V. 1 3. Ma po* eh* »* fui appiè ecc. Il colle è forse
inteso per la virtù, la qual si solleva dalla bassezza della selva. V. l6 vidi
le sue spalle VestUe già de* raggi del pianeta ecc. Il senso letterale è
aperto, volendo dire, che la cima del colle era di già illustrata da' raggi del
nascente sole. Ma forse, che sotto questo senso n' è chiuso un altro ^
pigliando il sole per la grazia illuminante, la quale all' usctr Dance dalla
selva degli errori cominciava a trapelare con qualche raggio nella sua mente.
V. ao. Che nel lago del cuor ecc. Por che voglia insinuare, nella passione
della paura commuoversi e fortemente agitarsi il sangue nelle due cavità del
cuore, dette volgarmente ventricoli; de' quali, 4 Canto prrò eh’ e' parla in
lingolare, pigliando la parte pel tutto, vuol forae dir principalmente del
destro, che del sinistro i maggiore. ALIGHIERI lo chiama lago, credendosi forse
che il sangue che v’ è, vi stagni, non essendo in que’ tempi alcun lume della
circolazione. Qui però cade molto a proposito il considerare un luogo
maraviglioso del Petrarca nella seconda canzone degli occhi, finora, che io
sappia, non avvertito da altri; nel quale dice cosa intorno alla circolazione
da far facilmente credere, eh* egli quasi quasi se l’indovinasse, arrivandola,
se non con l'esperienza, con la propria speculazione. Dice dunque così : Dunque
eh' i’ non mi sfaccia, Si frale oggetto a s\ possente fuoco Non i proprio
valor, che me ne scampi, Ma la paura un poco, Che 7 sangue vago per le vene
agghiaccia, insalda ’l cor, perchè più tempo avvampi. Non ha piti dubbio-, eh*
e’ si parrebbe forte appassionato del poeta, che volesse ostinarsi a dire, che
il sentimento di questi versi suppone necessariamente la notizia della
circolazione del sangue; la quale, a dir vero, so fosse stau immaginata, non
che ricooosciuu dal Petrarca, non ha del verisimile, eh’ ella si fosse morta
nella sua mente, ma, da lui conferita e discorsa con altri, per la grandezza
del trovato avrebbe mossa fio d' allora la curiosità de’ medici e de’ notomisti
a procacciarne i riscontri con resperienze. E ben degno di qualche maraviglia
il vedere, come, il poeta altro facendo, e forte altro intendendo di voler
dire, gli è venuto detto cosa, che spiega mirabilmeote quesu dottrina; poiché,
se ben si considera il lento de' lopraddetti Tersi, ^ tale : Ma il cuore
rìsalda un poco, cioè ritorna al suo esser di fluidezza il sangue, il quale nel
vagar per le vene s'agghiaccia dalla paura, e ciò a fine di farlo arder
miseramente più lungo tempo. Puoss' egli dilucidar più chiaramente Teffetto,
che opera nel sangue il ripassar cb* egli fa per la fornace del cuore, dove si
liquefi, s'allunga, s'assottiglia, e si stempera, caso che nel vagar per le
vene lontane o per paura, come in questo caso nel PETRARCA, o per qualsivoglia
altra cagione si fosse punto aggrumato e stretto; onde poi, novellamente fuso,
e corrente divenuto, potesse ripigliare il nuovo giro ed allungar la vita (la
qual tanto dura, quanto dura il sangue a muoversi), e si a render più luogo r
incendio amoroso del poeta? Ma ciò, per chiaio ch'ei sia ed aperto, ò tuttavia
assai oscuramente detto in paragone d'un luogo, del Davanzati nella sua Lezione
delle monete. Il luogo ò il seguente : Jl danojo è il nerbo della guerra, e
della repuhhlica, dicono di gravi autori, e di jolenni* Ma a me par egli più
acconciamente detto il secondo sangue; perchè, siccome il sangue, eh' è il rugo
e la sostanza dei cibo nel corpo naturale, correndo per le vene gì-osse nelle
minute, annaffia tutta la carne, ed ella il si Bee, com* arida terra bramata
pioggia, e rifà, e ristora, qucaUunque di tei per lo color naturale s'asciuga,
e svapora: così il danajo, eh* è sugo e sostanza ottima della terra, come
dicemmo, correndo per le borse grosse nelle minute, tutta la gente rineaneuina
di quel danajo, cheti spende, evaviacontlnuatnente nelle cose, che la vita
consuma, per le quali nelle medesime borse grosse rientra, e cos't rigirando
mantiene in vita il corpo civile delta repubblica. Quindi assai 6 Canto éi
leggler ti tomprende, eh* ogni ttato vuol una quantità di moneta, che rigiri^
come ogni corpo una quantità di sangue, che corra» Che dunque diremo di queit*
autore ? Nuli* altro ceiv tamente, te non che, dove i profeMori delle mediche
facoludi non giunsero, se non dopo un grandissimo guasto d* inomnerabili corpi,
egli senz'altro coltello che con la forza d'un perspicacissimo ingegno penetrò
nel segreto di questo aumiirabile ordigno, c tutto per filo e per segno ritrovò
raltisstmo magistero di quei movimenti, che noi vita appelliamo* V. 31 . £ qual
è quei, che con Una af annata ecc. MaravigUosa similitudine. V. 35. CoA /'animo
miò, eh* ancor fuggiva ecc. Rara maniera d'esprimere una paura infinita.
Bocc.*, Novella 77. Allora, quasi come se *l mondo sotto i piedi venuto le
foste meno, le fuggi Canitno, e vinta cadde ropaa '/ battuto della terre. V. 3
o* Si che 7 piè fermo ecc. Solamente camminandosi a piano : dicansì quel che
vogliono 1 commentatori, in ciò manifesraniente conviensi dalla dimostrazione e
dall' esperienza. £ vero, che il piè fermo retu sempre Ìl più basso. Onde
convien dire, che Dante non avesse ancor presa l'erta, il che si convince anche
più manifestamente da quel che segue: V. 3 i. £d ecco, quoti al cominriar dell’
erta» La voce quoti vuol significare ( e tanto più accompagnau con l'altra al
cominciar t che denota futuro), che PRIVO. 7 Verta era ben vicina, ma non
cominciata; c pure in fin allora avea camminato, adunque a piano. Nè li opponga
quello, ch’egli dice ne* veni innanzi, y. l3. Ma po’ eh’ i fui appii d" un
colle giunto; poiché appiè d'un colle li dice anche in qualche distanza; anzi
t' e’ doveva comodamente vedergli le spalle, v. l 6 . Guarda’ in alto e vidi le
sue spalle, tornava meglio eh’ e’ ne fosse alquanto lontano. Molto meno dà
dilEcoltà il seguente v. 6 l. Mentre eh’ i’ rovinava in basso loco; dicendo:
dunque se ora egli scende, mostra, che dianzi saliva. Saliva, ma dopo aver
prima fatto il piano, per lo qual camminando il pie fermo sempre era il più basso.
Del resto il leone e la lonza non poteron impedirgli il salire : solamente la
lupa gli fe’ perder la speranza dell’ altezza, cioè di condurti in cima del
colle. Di qui avvenne eh’ egli prete a rovinare in basso loco, V. 3a. Una lonza
ecc. Una pantera. Per essa, come animai sagacissimo, intende veritimilmente la
lussuria. V. 36. Ch’i’ fui, per ritornar, pUi volte, volto. Bisticcio. Tibullo
ti fe’ lecito anch’ egli per nn^ volta un simile scherzo, Ub. IV, corm. VI, v.
9 . Sic bene compones : ulli non ille puellat Seruire. 8 Canto £ Properzio te
ne volle aacor etto cavar la voglia, elcg. Xin, Ub. I, V. 5. Vum tiU Jecepiiì
augfiur fama puellis, CtTtus et in nuìlo quaeris amore moram. V. 39 quando V
amor divino Mone da prima quelle cose belle Direi, che per la motta di quelle
cose belle non intendette altro il poeta, che rattuazione dell* idee, o tì vero
lo tpartimento dell* idea primaria nell* idee tecondarie, che è il diramamento
dell* uno nel diverto tignificato nel triangolo platonico. In tomma la creazione
dell* univerto, allora quando formò il mondo temibile tutta a timile al mondo
archetipo o intelligibile creato ab eterno nella mente divina. £ non è
inveritimile, che ALIGHERI abbia voluto toccare quetta dottrina platonica,
nella quale, come appare maoifettamente da altri luoghi della tua Commedia, e
principalmente nell* XI del Paradito, egli era vertatittimo, donde ti raccoglie
e 1* intento amor delle lettere e la pertpicacia del tuo finittimo
intendimento, mentre in un aecolo coti barbaro pot^ aver notizia delle opinioni
platoniche, quando i principali autori di quella tcuola o non erano ancor
tradotti dal greco idioma, o t*egli erano, grandittima penuria vi aveva
de’codici tcritti a penna dove vederli e ttudiarli. Na t* io ben m'avvito, tal
dottrina Incavò egli a capello da BOEZIO, del qual aurore il poeta fu
ttudioiittimo, dicendo nel tuo Convivio queite formali parole : Tuttavia, dopo
alquanto tempo, la mia mente» che s'argomentava di tonare » provvide ( poi ne*l
ai/o, nè Taltrui consolare valeva ) ritornare al modo» che F ni u o. 9 alcuno
sconsolato avea tenuto a consolarsi; e ansimi ad allegare e leggere quello, non
conosciuto da molti, libro di Boezio ) ìlei quale » cattivo e discacciato,
consolato si aveva. Quivi adunque potè egli facilmente apprendere a intender
Puniverso aotto il nome di bello, e ti per la moMa delle cose belle intender la
mossa del mondo archetipo disegnato ab eterno nella mente d'iddio. 1 versi * di
BOEZIO sono i seguenti: lib. Ili de consol. etc.^ metro 1\. O qui perpetua
mundum radane guhemés» Terrarutn caeUque salar, qui te/apus ab aeuo Ire iuhes,
stabilisque nianeru das cuncta moueri; Quent non extemae pepulerunt fingere
caussae Materiae fluitantis opus uerum insita sutnmi Forma boni, liuore carens
: tu cuncta superno Ducis ab exeinplo : pulcrum pulcherrimus ipse Mundum mente
gerens, similiqtte imagine formans, Perfectasque iubens perfectum absoluere
partes. In numeris elemento ligas, ut frigora fiamtnis y Arida conueniant
liquidis : ne purinr ignis Fuolet, aut mersos deducane pondera terras. Tu
triplicU mediam naturae cuncta mouentem Connectens animam per consona membra
resoluis, etc. Che poi per la motta intenda l'attuazione delle idre mondiali,
ciò si convince apertamente da un luogo maraviglioso del suo canzoniere nella canzone
: Amor y che nella mente mi ragiona; dove parlando della sua donna dice cV ella
fu T idea, che Iddio si propose quando creò il uiondo sensibile, il qual atto
di creare vien quivi espresso con la voce mosse. IO Canto Però qual donna sente
sua beliate, Biasmar, per non parer queta ed umile ^ Miri costei, eh' esemplo è
d’umiltate» Questuò colei, che umilia ogni perverso. Costei pensò, chi mosse l*
universo. Altri forse intenderà (tutto che i comentatorì in questo luogo se la
passino assai leggìensente ) per la mussa di quelle cose belle, la mossa data
ai pianeti per gli orbi loro; ma trattandosi d"una mossa data dall"
amor divino, panni assai più degna opera la creazione dell'universo, che r
imprimere il moto a piccol numero di stelle. Dire dunque, che il sole nasceva
con quelle stelle, eh* eran con lui quando Iddio creò il mondo : cioè eh' egli
era in Ariete, nella qu^d costellazione fu creato secondo Vopiniooe di molti.
V. 41 * a bene sperar vera cagione. Di quella fera la gaietta pelle, L*ora del
tempo, e la dolce stagione. Può aver doppio significato : primo in questo modo,
cioè : 51 che Vara del tempo, e la dolce stagione tu erano cagione di bene
sperare la gaietta fera di quella pelle; cioè, Si che l'ora della mattina e la
stagione di prima^ vera (avendo detto che il sole era in ariete) mi davano buon
augurio a rincer l'incontro di quella fiera, e a riportarne la spoglia. £ in
quest' altro : Sì che aggiunto all' ora e alla bella stagione l' incontro di
quella fiera adorna di sì vaga pelle non poteva non isperar felici successi.
Così rincontro d'uno o d' un altro animale recavasi anticamente a buono o a
tristo augurio. . (I V. 45. Za vista, che m'apparve étun leone. Il leone è
preio dal poeta per limbolo della superbia. V. 4^. £d una lupa eco. L'ararizia.
V. Si. £ molte genti fe' già viver grame. Ciò si può intender di coloro, l'aver
de' quali è ingordamente assorbito ddl' avwo, e per gli avari medesimi, che ai
consumano in continui affanni per l'insaziabditi della lor cupidigia, onde
chiama la lupa bestia senza pace. V, 53 . Con la paura, eh’ uteia di sua vista.
Qui paura con bizzarra significazione vale spavento in significato attivo, ed è
forse l'unico esempio che se ne trovi. Cosi l'addiettiva pauroso è preso
attivamente, Infer. cant. 3, V. 8 H. Temer si dee di sole (fucile cote, eh’
hanno potenza di far altrui male, Deir altre no, che non son paurose. Cioè non
danno paura; ma questo non è tanto sin» gulare, quanto il sostantivo paura in
significato di terrore, e f.tcllmente se ne troveranno esenipj simili cosi
ne'Crecif come nei Latini. Uno al presente me ne sovviene, ed ò di Tibullo,
eleg. IV, lib. Il, v. q,
Stare uel insanis cautes obnoxia uentit, Naufraga quae uatii tunderet unda
maris ! V. 60 dove il sol tace. Verso l'onibra
della selva. Canto V. 63 . Chi per lungo silenzio parta fioro. Quriti è
Virgilio, «otto la periona del quale pare, che debba intendersi il lume della
ragion naturale risvegliato nella mente del poeta dalla teologia figurata per
ranima di Beatrice de* Portinan in vita amata da Dante. V. 63 parta fioco. Dal
sento delle parole par, che Dante •* accorgesse, che Virgilio era fioco dalla
semplice vista, ma a bea considerare non è così. Perchè allora eh' egli scrisse
questo verso avevaio già udito favellare, onde può ben dire qual era la sua
voce, oltre al dire eh* e* Paveva veduto. Che poi lo faccia fioco, ciò è furila
per tacciar la barbarie di quel secolo, in cui allorché Dante si pose a cercar
lo suo volume, cioè a leggere e studiar TEneide, nino altro era che la cercasse
o studiasse, onde poteva dirsi Virgilio starsene muto ed in silenzio perpetuo.
V. 70. Nacqui suh JuliOt ancorché fosse tardi. Dice esser nato sotto Giulio
Cesare ancorché fosse tordi, cioè ancorché esso Giulio Cesare rispetto al
nascer di Virgilio fosse tardi, cioè indugiasse qualche tempo ad aver Tassoluto
imperio di Roma, onde si potesse con verità dire che la geme nascesse sotto di
lui. £ veramente Virgilio nacque avanti a Cristo anui 70, agridi d'ottobre, e
per conseguenza avanti che Giulio Cesare fosse imperatore. V. 90. Ch" ella
mi fa tremar le vene e i polsi, piglia i polsi universalmente per Parterìe, le
quali eo\ loro strigoersi e dilatarsi con contraria corrispondenza alla sistole
e alla diastole del cuore continuamente R I li O. i 3 dibatt^nfti. E qui è da
notare ravvedutezza deì poet mentre dice, che gli tremavano le vene ancora,
come quegli che beni»iÌmo sapea, che per non andar mai diigiunte dall* arterie,
in una violente commozione di queite, non può far di meno che quelle ancora
tanto quanto non •'alterino. V. 91. A te convien tenere altro viario. Quasi
dica; ben li può luituria e tuperbia vincere, ma superare avarizia, ciò è all*
umane forze impossibile. V. 100. Molti son gii animali 1 a cui t’ammoglia.
Molti vizj veogon congiunti con Tavanzia. V. lOi. ... in finckè’l veltro ecc.
Questi è messer Cane della Scala veronese, onde la sua patria, dice Dante, che
sari tra Feltro e Feltro, perchè tra Monte Feltro dello Stato d' Urbino e
Feltro del Friuli si ritrova in mezzo Verona. Fu messer Cane uomo d'alto affare
in que' tempi, e d'animo grande e liberale; ed essendo desideroso, che la sua
generosità fosse per opera conosciuta, intraprese ad onorare e soccorrer tutti
coloro, che di gran saliere fosser dotati, fra quali ricoverò anche il nostro
poeta, allorch'e'fu di Faenze cacciato co* Chi~ bellini intorno all'anno i 3
oS. V. io 3 * terra, nè peltro» Peltro^ stagno raffinato con lega d’argento
vivo. Qui per metallo in genere, onde il scntimeaio è questo; V. io 3 . Questi
non ciberà terra, nè peltro, Questi non si ciberà, cioè non sarà signoreggiato
da ambizione di stato > uè da cupidigia d'avere. . V. ic 6 . Di queìF umile
Italia» Vinile y atteso il tuo miserabile stato in que* tempi per rintestioe
discordie, ond' ella era sempre infestata. V. 111. Là onde invidia prima ecc. O
sia la prima invidia di Lucifero contro Iddio in Ciclo, o contro l'uomo nel
paradiso terrestre, o pure: V. IH. Là onde invidia prima dipartiìla\ Là onde da
prima inridia la diparti, preso quel prima avverbialmente. V. iiS. Che la
seconda morte ciascun ^rida. Allude al desiderio, che hanno i dannati della
morte deir anime loro dopo quella de* corpi per sourarsi alla crudeltà de'
tormenti, onde S. Luca, cap. aa, io persona di quelli : Monies cadile super
noi, et colles operile nos. V. lai. Anima fia ecc. Beatrice de' Portinarì, la
quale, siccome à detto di sopra, fn io vita ardentissimamente amata dal poeta.
In questo, che segue nel primo canto, si consuma un giorno intero, eh' è il
primo del viaggio di Dante. Si fa dall’ ioTOcar le muae e l'ajuto della propria
mente. Dipoi acconta, com' egli peniando all' impreia di tal viaggio . cominciò
a •gomrntoraeoe, e a motirare a Virgilio eoo molte ragioni, di' e' non era
dovere, ch'ei ti mettewe ]>er niun conto a cimento >1 pericoloio. Dopo di
che narra, come Virgilio lo ripreie della tua viltà; e con dirgli, ch'egli
veniva in tuo aoccorto mandatovi da Beatrice, tutto di buon ardire lo iraarrito
animo gli rinfranca, ond'egli ti ditpone al tutto di volerlo teguitare. V. 4 .
ATapparetfhiava a sostemr la putirà, Si del cammino, e ti delta pittate. Il
Boti, il Vellutello, ed altri comentatori tpiegano qneito luogo coti;
M'apparecchiava a tiiperar le ilitEcultà del viaggio, e tollerar la noja della
pietà, di' eraii per farmi quei crudeliitimi tirar), ond’ era per veder
tormentare l’anmie de’ dannati. Io però ardirei proporrej6 Canto un* alfr.i
roiuMcrazionc, le a sorte Dante avesse piuttosto voluto dire, eh’ ci
•'apparecchiava a sostcoer la {guerra della pirtare, cioè a ftf forza al suo
animo per non prender pietà de’ peccatori, avvegnaché U crudeltà de’ «upplizj.
fosse per muovergli un certo naturai affetto di comjiafsione, al quale ciafcun
uomo fi seme ordinariamenTc incitare per la miseria altrui. £ veramente il
senso letterale pare, che favorisca mirabilmente questo sentimento; poiché,
s’ei s’apparecchiava a sostener la guerra della pietà, cioè la guerra, ch’era
per Wgli la pietà, segno è eh' e* non voleva lasciarsi vincer da quella, ma si
resistere e comb.ucere con la considerarione, che quegl' infelici erano puniti
giustamente, anzi, come dicono t teologi, citra meritumt mentre avendo offeso
una Maestà inBnita, e sì infinita venendo a esser la loro colpa, questa non può
con pene finite soddisfarsi. Dico finite quanto all' intensione, non quanto
all* estensione, la quale non ha dubbio, che durerà eternamente. E chi porrà
ben mence ad altri luoghi dell’Inferno, ne troverà di quelli, che armano di piu
salde conjetture il sentimento da me addotto in questo passo. Tale è quello
dell’Inferno, canto XIII, dove, dopo il primo ragionamento dì Pier delle Vigne,
Dante dice a Virgilio, eh* c’ seguiti a domandare all* anima del suddetto Piero
qualche altro dubbio, imperocché a lui non ne dà Tanimo, tanto si sente
strignere dalla pietà del suo infelice stato, v. OntV io a lui : dimandai tu
ancora Di quel, che credi ^ ch‘ a me soddisfaccia; eh* i non potrei: tanta
pietà in accora. E piià apertamente si vede questo star su la difesa, che fa
Dante contro l’ importuna pietà de* dannati, la qual tenta di vincerlo al canto
XXIX dell’ Inferno, quando arrivato in tu ruldina costa di Malebolge dice cosi,
v. 43^ Lamenti saeltaron me diversi, Che di pietà ferrati avean gli strali :
Ond" io gli orecchi con te man coperti. Il qual terzetto par, che esprima
troppo maravigliosamente un fierissimo assalto dato dalla pietà all’ animo del
porta, e la difesa di quello con turarsi gli orecchi. £ non solamente si
troverà difendersi dalla pietà, ma sovente incrudelire contro di essi, negando
loro conforto e compatimento. Così Inf. cant. XXXIII, richiesto da Branca
d’Oria, che gli distaccasse d' insieme le palpebre agghiacciate, non volle
farlo, v. 148. Ma distendi ora mai in guà la mano, Aprimi gli occhi I ed io non
gliele aperti, E cortesia fu lui tesser villarto. E Inf. XIV, vedendo Capaneo
disteso sotto la pioggia di fuoco, dice stargli il dovere, v. ^t. Ma, com' io
dissi lui, li tuoi dispetti Sono al suo petto assai debiti fregi. Io però
confesso di non aver per anche si fatta pratica SU questo poema, eh' e' mi
sovvengano così a un tratto tutti i luoghi, ov’ e' favella di pietà in questa
prima Cantica dell’ Inferno; e considero eh’ e’ mi se ne può addurre taluno ora
non pensato da me, il qual mostri così chiaro il contrario, eh’ e' metta a
terra tutto il presente ragionamento. E considero, che altri potrebbe
rispondermi, che il far dimandare da Virgilio Pier delle Vigne, e ’l coprirsi
gli orecchi con le mani posson i8 Canto ambedue etter effetti dell' cuer
Taiiimo del poeta troppo vinto dalla pietà, e non dall' eaier a lei repugnante;
ma io non piglio per aaiunto di provare, che egli si picchi di non calerti mai
piegato a pietà de' dannati, anzi che in molti luoghi confeita la aua caduta,
qual è quella, Inf. canto V, v. 70. Poscia eh' i' thhi il mio dottore udito
Nomar le donne antiche e cavalieri, Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. Nel
qnal luogo non meno ti pare la perdita del poeta, che il contratto antecedente;
mentre, te egli non ti fotte potto in animo di non latciarti andare alla
compattione, non avrebbe indugiato fin allora ad arrenderli, avendone avuta
occatione molto prima, cioè tubito eh' ei vide la miteria dei peccatori
carnali. Ivi, v. 3S. Or incomincian le dolenti note A [armisi sentire : or son
venuto, Xà dove molto pianto mi percuote. Ma egli Ita forte il più eh' el
potette : però, allora ch'egli ebbe riconoteiuto quivi tanti valoroti uomini, e
coti alte donne, piegò l'aaimo alla compattione; ond'egli dice, eh' ei fu quoti
smarrito, cioè ti perdè d' animo, vedendoti vinto il pretto. Per lo che
concludo, che, te bene da quetto e da muli' altri luoghi ti comprende la
vittoria della pietà, ciò non toglie il vigore alla ipotizinne del preiente
patto, potendo benitiimo ilare inlieme l'un e l'altro : cioè che Dante ti
ditponeiie a toitener la guerra della pietà, cioè a non compatire i dannati; e
poi, come di animo gentile ed umano, di quando in quando cedette. V. 8. O
mente, che scru/etti ciò eK io vidi ecc. Dopo ÌDTOcate le Muse, invoca la sua
memoria, chiamandola mente che tcriite ciò eh' egli vide; cioè, in cui a'
impretaero le tpecie degli oggetti vedati. V. IO. Io cominciai; Vi a’ intende a
favellar di qncato tenore, e queata è maniera uaitatiaaima di Dante per
iafuggir la proliaaità dell' introduaioni de' ragionamenti; coal ed io a lui ed
egli a me; cio^ diaai e diaac, ed infiniti altri aimili facilisaimi ad
intenderai. Y. l 3 . Tu dici, de di Silvie lo parente, CoirutlUile ancora, ad
immortale Secolo andò, e fu tentibilmente. Tu dici. Tu hai laaciato aerino
nella tna ENEIDE, che ENEA padre di Silvio, eaaendo ancora nel corrunibil
corpo, andò a aecolo immortale, cioè diaceae airinferno, e ciò non fu per aogno
o per eataai, ma aenaibilmente, cioè in carne e in oaaa. V. 16. Però se I
avversario d'agni male Cortese fu, pensando I alto effetto, Ch'uscir dovea di
lui, e ’l chi, e 'I guale L’avversario d* ogni male è Iddio, e ‘I chi, Romolo
fondator di Roma, e 'I quale, e le aue alte qualità; onde il aenao de' aeguenti
terzetti è tale : Se Iddio, penaando la aerie delle coac, che doveano farai per
Enea c la aua aucceaaione, conaentì l'andata e '1 ritotoo di lui dall'Iuferno :
ciò non parrà punto di atrano a qualunque abbia punto d'intendimento,
conaiderando eh' egli fu eletto per .vutore di Roma e del romano imperio. La
qual* e *l quale ecc. La qual Roma, e '1 qual imperio. V. 14. U* siedv il xuff<//or
del «o^ior Piero. Qui Piero per Pontefice, onde il maggior Piero viene a eMer
Cristo, e non S. Piero, come vogliono ì coni» mentatori; perchè s'e* parlaste
di S. Piero, non direbbe del maggiore y il qual ti dice solo comparativamente
ad altri minori; il che toma appunto bene, però eh* e* parla di Cristo, il
quale rispettivamente a $. Piero può vcrar mente chiamarti il maggiore* V. aS.
Per quest* andata, onde li dai tu vanto ecc. Onde cotanto T esalti fra gli
uomini per ralcissimo privilegio concedutogli. V. a6. Intese cose che furon
cagione Di sua vittoria, e del papale ammanto. Allude alla predizione fatta da
Anchise ad Enea nel sesto deir Eneide; per la quale egli intese la sua
vittoria, da cui dopo lunga serie di avvenimenti fu stabi** lito in Roma il papale
ammauto, cioè l'imperio sacro. V. a8. Andovvi poi lo Vas delezione ecc. S.
Paolo, quando fu rapito al terzo cielo. £ veramente ne recò conforto alla
nostra fede con l'oculata tettimoniaaza delle cose credute da essa. E notiti
che Dajite da principio di questo suo discorso, fatto qui a Virgilio, non si
ristrinse a dir solo di quelli, i quali ancor viventi pass;u*ono all* Inferno,
ma di ciascuno, il quale, sendo ancor corruttibile, andò a secolo immortale.
Laonde non solamente di Enea, ma del celeste viaggio di S, Paolo ancora
saggiamente piglia a ragionare. ai V. 34. Perchè se del venire C tn ahhanJono
ecc. M* abbandono oon vuol dire, d* io mi tgomento di ve« iiire, come spiegano
tutti i couieou, ma come chiosa il Rifiorito : Perchè s* ì mi lascio andare a
venire, assai dubito del ritorno, V. 37. E qual è quei che disvuoi ecc. Ci
mette con mirabil similitudine davanti agli occhi i contrasti d' un' anima, che
dal male al ben operar si rivolge. V. 41. Perchè» pensando consumai t impresa y
Che fu nel cominciar cotanto tosta. S'accorge Dante d'averla un po' corsa»
allora che nel primo canto, senza pensar nè che, nè come, s'impegnò ad andar
con Virgilio, dicendo, v. i 3 o. Poeta t i ti richieggio Per quello Iddio, che
tu non conoscesti, jicciò eh* i' fugga questo male e ptggio. Che tu mi meni là
dov* or dicesti, Si eh* i vegga la porta di S. Pietro, E color, che tu fai
cotanto mesti. Onde ora confessa, che, sbigottito dalle suddette con>
siderazioni, l'amor dell'impresa, da principio con sì lieto animo incominciata,
era per tali pensieri consumato e svanito. Se io ho ben la tua parola intesa,
Rispose del magnanimo quell ombra, Vanima tua è da viltate offesa. Rispose
Virgilio : Con queste tue riflesiioni, s' io 1 * ho ben'imesa, in loitanza tu
ba* paura* Cauto V. Ss. I* tra tra color elle son tospeti, Nel Limba, dove nè
godono, nè dolgonti ranìme. V. 53 . E donna mi chiamò beata e bella. Beatrice,
la quale, ticcome è detto nel IV canto, è poeta per la grazia perSciente o
consumante, secondo i teologi dicono, anzi per la stessa teologia; e ciò,
secondo nota il Cello nella Lezione duodecima topra F Inferno, per due cagioni
: Una, perchè, siccome non ci è scienza, la quale più alto ne levi nostro
mortale intendimento all’ altissima contemplazione d' Iddio e della teologia,
così non avea Dante, mentre eh’ e’ visse, trovato oggetto, che più gli facesse
scala all’ intelligenza delle celestiali cose, che, siccome scrive io più
luoghi, le sublimi virtù e l’altre doti esimie dell' anima di Beatrice. L'altra
cagione, per la quale sotto il nome di Beatrice intenda allegoricamente la
teologia, è per mantener la promessa, ch'egli avea fatta nella sua Vita Nuova;
dicendo, che, se Iddio gli avesse dato vita, avrebbe scritto di lei più
altamente, che aveste scritto altr' uomo di donna mortale. Il che veramente ha
egli molto bene osservato, avendola posta in così bella e maravigliosa opera
per la scienza maestra in divinità. V. 54. Tal che di comandar i la richiesiLa
richiesi. In pregai, ch'ella alcuna cosa mi comandasse. V. 55. Lucevan gli
occhi suoi più che la stella. Più che’l sole. V. 60. E durerà quanto 7 moto
lontana. Lontana, dal verbo lontanare. Quanto il molo lontana. Quanto il moto
s' allontana dal tempo presente : cioè la tua fama durerà quanto dura il tempo.
a3 Piglia moto per tempo ella peripatetica, definendo Ariatotile il tempo :
Tempus tJt aumenu mottu seoundwa prius et poiierUu. V. 6i. L’ amico mìo, e non
della ventura. Dante, il quale per aver amato di puriaaimo amore le bellezze
dell' anima mia, e non le doti eaterne, che la fortuna coraparte a' corpi
terreni e corruttibili, fu veramente amico di me, cio^ di quel eh' era mio, e
non {Iella ventura, e non della bellezza, per la quale altri di lui men faggio
m’ averà riputata felice e ben avventurata. V. 63. Nella diterta piaggia i
impedito Si nel cammin, che volto, e per paura. Impedito dalla lupa, e volto
indietro per paura di cita. V. 64. E temo eh' e' non ria già zi smarrito, Ch’
io mi sia tardi al soccorso levata. Dubito, che postano i vizj aver già preto
in lui tanto piede, che l'ajuto celeste non giunga in tempo. Or muovi ecc.
Muoviti, vanne : così il Petrarca : Or muovi, non smarrir t altre compagne. V.
71. Vegno di loco, ove tornar disio. Toma egualmente bene al senso letterale e
allegorico, cioà e a Beatrice e alla teologia, il desiderio di ritornare in
cielo; il che imitando per avventura il Petrarca nella canzone : Una donna più
bella asstù che ’l sole; disse della teologia : Cakto costei batte t ale Per
tornar all* antico suo ricetto. V. 72. Amor mi mosse ecc. É Vamor d* Iddio, pel
qual e' desidera che ciascun nomo ti salvi, e questo è il eeoso allegorico o
vero secondo la lettera; la mosse la dolce memoria di quell* aniur eh* eli*
avea portato nel mondo a Dante, ond* ella il chiamò, v. 61, L'amico mio. V. 73
dinanzi al Signor mio» Avanti a Dio. V. 74. Di te mi loderò sovente a lui. Gran
promessa, dicono alcuni, fa qui Beatrice a VirgUio 1 non intendendo questi tali
qual utile possa ritornare dair adempimento di essa a uu* anima divisa per
sempre dalla comunicazione della grazia e della beatitudine. Dice in contrario
il Vellutello, che Beatrice con tal promessa promette a Virgilio in premio
quello, che da lei dare, e da lui ricevere in quello stato si potea maggiore;
ma non dice poi, perchè, nè di ciò adduce alcuna prova. Na il Cello nella
Lezione sopraccitata spane, che anche all* anime perdute si può (come dicono t
teologi ) giovare con levar loro qualche parte di cagione di dolore, e in fra
gli altri mudi in questo, che sentendo elleno celebrar le lor memorie o esser
qualche compasiione di loro in altrui, elle pigliano alquanto di conforto ( »
ei però può chiamarsi tale ) di non si vedere abbandonate al tutto da ogn* uno,
e tiiassituonieuic quelle, le quali non son dannate per fallo alcimo enorme e
brutto, ma solo per non aver avuto cognizione della fede cmtiana, come
VIRGILIO. Diremo dunque « cYie non »ia ota d'ogni conaoUziune tal promeMa di
Beatrice. V. ^ 6 . O donna di virtù, sola, per cui L'umana spezie eccede ogni
contento Da quel Ciel, ch'ha minor li cerchi sui. Qui piglia itrettUaimamentc
Beatrice nel «eoso allegorico; e dice, che per ewa, cioè per la teologia, fuomo
supera, ed è più nobile di tutte le creature contenute dal ciel della luna;,
essendo, che sopra di quello si dà subito neir intelligenza movente Torbe
lunare, la qual •enza dubbio sì per pregio, si per eccellenza di chiarissimo
intendimento è alT uomo superiore. £ che Dante portasse opinione delT
intelligenze moventi secondo la dottrina d' Aristotile, è manifesto per quel
clT ei dice in altro luogo di esse. Par. cant. Vili, v. 37. r’oiy che intendendo
il terzo Ciel movete. Ciò potrebbe anche intendersi in quest* altro senso : O
scienza, per cui l'uomo eccede, cioè trasvola con T intelletto dalle sublunari
cose alle celestiali e divine. V. 80. Che Vuhhidir, se già fosse, m'à tardi.
Che se io Tavessi obbedito in questo punto stesso, che m'hai comandato, pure la
mia obbedienza mi parrebbe tarda: tale e sì fatto è il desiderio, che ho di
eseguire i tuoi cenni. Or venga qualunque si pare, e mi poni da altri poeti
forme così maravigliose e piene di si forte espressiva. Y. 91. Jo son fatta da
Dio, sua mercè» tale ^ Che la vostra miseria non mi tange, Nè fiamma cTesto
incendio non m* assale. l6 Canto Io lono, la Dio mercè, talmente fatata per
Tacque della gloria, che la vostra miseria, cioè die T infeliciti di voi altri
ioaprai, non mi tocca, nè fiamma deir incendio de' dannali non m' assale. E
notili, die quella dei aoapeai la chiama raiirria, non conaiaiendo in arnao
dolorifico, ma in pura afflizione di apirito per la diiperata viaion d' Iddio;
dove quella de' dannau la chiama fiamma, perchè tormenta poaitivamente il
aenao. V. 94. DoTina e gentil nel Ciel, che si compiange Di questo impedimento,
ov" io ti mando, Si che duro giudicio lassù frange. Quella donna, il cui
nome è taciuto dal poeta, è inteaa generalmente da' commentatori per la prima
grazia detta da' maeatrì in divinità grada data; la quale, perchè viene per
mera liberalità divina, è anche detta preveniente, dal prevenir di' dia fa il
merito dell' azioni umane. Queata dunque addirizzando la volontà del poeta nel
buon proponimento d'uacir della aelva del peccato, e di aalire il monte Bgurato
per la virtù e per la contemplazione, piega e rattempera il rigoroso giudicio
d'iddio; onde dice: che dal compiangerai di quella donna per l'itupedimento, che
trova della lupa, il buon voler del poeta, duro giudizio laaaù frange, cioè
muove Iddio a conipaaaione, vedendo, che gli manca più il potere, che il
volere; onde merita d'aver in ajuto la aeconda grazia deiu illuminante, la
quale ( ipongono i commentatori ) da Dante è chiamata Lucia, dalla luce, eh'
ella n'infonde nell'anima Questa seconda grazia chiama finalmente la terza,
detta perficiente o coniumante, espressa per Beatrice o per la teologia; dalla
quale vien condizionata la niente umana alla contem) dazione della divina
etienza : il che Ottimamente li conacguiice col mental TÌaggio dell* Inferno e
del Purgatorio, cioè a dire con la meditazione di quelle pene; •! come avviene
al noetro poeta, il qual per tal cammino li conduce alla fruizione del Paradiio,
e ai alla contemplazione d' Iddio. V. 97. Questa chiese Lucia in suo dimemdo, £
disse, Ora abbisogna il tuo fedele Di te, ed io a le lo raccoaiando. Lucia
nimica di ciascun crudele Si mosse, e venne al loco, dov V era : Che mi sedea
con l'antica Rachele. Questa donna, cioè la grazia preveniente, richieee con
tua dimanda Lucia, cioè la grazia illuminante, che ajutatte il tuo fedele, cioè
Dante; il quale in altro luogo dice di tè, eh* egli fu fedele a creder quella,
in che la grazia illuminante TammartlTava: e Lucia ti mette tubilo a chiamar
Beatrice, la qual ti sedea con l'antica Rachele; e ciò per tignificare, che la
teologia è indivitibil compagna della contemplazione, poiché Rachele (che in
verità fu moglie di Giacob ) nel vecchio teitamento ti piglia per la vita
contemplativa. V. Io 3 . Disse: Beatrice, loda di Dio vera. Che non soccorri
quei, che t'amò tanto, Ch' uscio per te della volgare schiera ? Disse, cioè
Lucia Disse. Loda di Dio vera. Chiama la teologia e la grazia vera lode d'
Iddio, forte perchè dalla prima comprende l'uomo gli ecceUi attributi di
quello, ond* avvien a intiniiarne conceui più adeguati di qualunque altra lode,
che privi del lume di lei tlamo capaci di udirne; e dalla teconda ti nvuùfctu
raltiiiiiuo pregio delle tue miaericordie. a8 Canto V. ic5. eh’ uscio per le
/iella volgare schiera. Per te toma bpne nel temo allegorico e nel letterale;
poiché Dante non t|nccò meno al tuo tempo per la profonda notitia della tacrata
teienza, che per le rime e per gli altri parti, a' quali tollerò il tuo
nobilittimo ingegno Tecceitivo amor di Beatrice. V. ic8. Su la fiumana, ove'l
mar non ha vanto ^ Qui il Fioretti, non rinvenendoti qual tia qiietta fiuDtana,
poitilla in queata forma : Che fiumana ? ieslia. Ma noi, per ora latciando il
Fioretti nella tua tfacciata ignoranza, terberemo ad altro luogo la tpotizionc
di quetto verto. V. 109. Al mondo non fur mai ecc. Dice Beatrice, che al mondo
non fu mai pertona coti aoUecita a cercare il tuo bene e fuggire il tuo male,
com' ella dopo tale avvito del grave pericolo di Dante fu pretta a venir laggiù
dalla tua tedia beata. V. 114. Ch'onora te, e quei, ch’udito V hanno. Perché le
poetie di Virgilio non tolamente onoran lui, che l’ha fatte, ma qualunque ne
diviene ttudioto; onde ditte di té medeiimo nel primo canto, T. 86. Tu se’ solo
colui, da cui io tolsi Lo hello stile, che m’ ha fatto onore. V. lao. Che del
bel monte il corto andar li tolse. Ti fe' ritornare indietro, quando poco di
viaggio ti rimaneva per condurti alla cima del bel monte, cioè al tommo della
virtù o della contemplaiione. V. i 39- Or va, eh" un tot volere è
efamendue. D’amendue noi; il tuo cT andare, il mio di venire. V. 143. Entrai
per lo cammino alto, e tilvettro. Spoogono i commentatori alto, cioè profondo.
Io però m'aRerrei al parere del Manetti nella tua ingegnoaa operetta circa il
silo, forma, e misura delf Inferno di Dante, dove intende alio nel ano proprio
tignificato, cioè d’elevato e aublime; con ciò aia coaa che egli pone Teotrata
deir Inferno in aur un monte aalvatico, per entro il cui aeno ruoli eh’ e’ ai
cominci immediatamente a acendere. Ma di ciò non fia mio intendimento al
preaente di favellare I potendo ciaacuno in queato ed in ogn’ altra
particolarità del aito e della forma della atupenda architettura di queato
Inferno aaaai ampiamente aoddiafarai con ana breve lettura del aoprammentovato
autore. ]\^0STiiA in qaetto terzo canto (*) c Tettersi condotto per lo canunino
alto e ailreitro alla porta dell* Inferno» la cui Menzione comincia ex abrupto
al principio del canto» come l'ei leggeue. Di poi, acendendo per J' interne vie
del monte, arrivato in quella concaviti o caverna della terra, che è quali come
un veitibolu dell' Inferno, ed è immediatamente sopra il primo cerchio, cioè
sopra il Limbo, vede quivi Tanime degli teiaurari, cioè di coloro, che mentre
vissero non furon buoni ni per aè, nè per altri, ninna buona o rea cosa
operando. Questi dice eh’ hanno per tormento il correr perpetuamente in giro
dietro un' insegna che tutti li guida, c (*> Dira qvslceia di riè che dir«
il CrlU con r«atorità dal iigliolo a dal nisota dì Dante, cha dal prima vcr.o
dal quinta canta comincia la narrationa dal paama. Calli, Uh. X..3a Cauto chr
in cotal cono ton punti e fieramente trafitti da tafani e da moaclie.
Attraversato quello spazio poi destinato alla girevoi carriera di quegf
infelici, dice essersi condotto al fiume d’ Acheronte, e quivi aver veduto
venir Caronte per l'anime de' dannati, e dopo, euer tramortito in su la riva di
quello. V. I. Per me si va ecc. Si finge, che parli essa porta. Ferme, il senso
it Per entro me. Y. 4 . Giustizia mosse ‘I mio aito fattore. Veramente il
motivo di fabbricar P Inferno venne dalla giustizia, la qual si dovi far di
Lucifero e degli angeli suoi seguaci. V. 5. Feeemi la divina potestafe. La
rowaui sapienza, e 'I primo Amore. La Santissima Trinità, della quale spiega le
persone per gli attributi: il Padre per la potenza, per la sapienza il
Figliuolo, per l’amore lo Spirito Santo. V. 7 . Dinanzi a me non far cose
create, Se non eterne ecc. Seguita a parlar la porta per esso Inferno; e dice,
che avanti a lui non fu altra specie di creature se non eterne. Per queste
intendono assai concordemente i commentatori la natura angelica; la quale,
siccome dovette esser punita per la sua ribellione, cosi par molto verisiiuile,
che il carcere d' Inferno fosse fabbricato dopo il peccato degli angeli; e sì
dopo la loro creazione. Che poi Dante se li chiami eterni, cioè in ritguardo
dell'eternità avvenire. p«r la qaal dureranno, onde i teologi U chiamano eterni
a pitrte post^ o, come ad altri dì essi è piaciuto di no« minarli, sempiterni,
a distinzione delT eterno a parte ante, il che si conviene solamente a Dio. Na
siami qui lecito il metter in campo una mia considerazione, la qual mi
dichiaro, eh' io non intendo di proferire altrimenti, che ne’ puri termini del
potrebb* essere, a fine di sottoporla al savio accorgimento di quello, al quale
è unicamente indirizzata questa mia deboi fatica. 10 discorro così : L’ Inferno
( secondo Dante ) fu creato col mondo, e ’l mondo fu creato in istante. V. la.
Perch* io : Maestro, il seruo lor m è duro. Onde io ( vi s’ intende, dissi ) :
O Maestro, il senso lor m* è duro. Duro, cioè aspro, e non, com* altri vo~
gliono, oscuro. Perchè leggendo Dante l’ immutabil decreto di non uscire della
porta d’ Inferno, a ragione di bel nuovo s’ intimorisce. V. i3. Ed egli a me,
tome persona accorta i Qui si convien lasciar ogni sospetto. Da questa risposta
di Virgilio si conferma il detto di sopra, che Dame non disse essergli duro,
cioè oscuro, 11 senso deir iscrizione dell’ Inferno, ma duro, cioè aspro,
spaventoso; perchè Virgilio non piglia ora a chiosargli la suddetta iscrizione,
ma lo conforta a francamente entrarvi. Così la Sibilla ad Enea nel VI, v. a6i.
Nunc aiwuis opus, Aenea ^ nane pectore firmo. Ma io di qui avanti non mi
fermerò a conciliare i luoglìi simili di questo canto col sesto delP Eneide,
come benissimo noti, a chi scrivo, le non dove m'occorra di 34 Canto fare
apiccare l'eccellenia di alcuna di queati col paragone di quelli. V.i8 il ien
étW intelletta. La viltà e la cognoicenaa d'iddio. V, ai. Quivi sospiri, pimti,
e ahi guai. Ne* tre arguenti terzetti par, che Dante abbia voglia di auperar
Virgilio nell' eipreaiione della niiieria de’ dannati. S'ei ae lo cavi o no,
giudichilo chi farà confronto di quello luogo con quello del VI dell’ Eneide,
v. SS^, Bine txauJiri gemi/us, et saeua sonare. V. iq. Sempre 'n queW aria,
sema tempo, tinta. I comineo latori apirgano eoa): Tinta senza tempo, eioh
lenza variazione di tempo al contraria dell' aria noatra, la qual ai tigne a
tempo come la notte, e ai riachiara da' raggi del aopravvegnrnte iole. La
Cruaea legge diagiuntamentr, Ària senza tempo, fintai onde il Rifiorito apiega
quel senza tempo, eterna, quaai che il aentimento aia tale, aria eterna, e
tinta. Coi) nel canto che aegue la chiama eterna, v. i6. JVon avea pianto, ma
che di sospiri. Che l'aura eterna facevan tremare, Cooiidero di pii), che
l'epiteto di eterna in quello luogo del terzo canto corria[>oude al perpetuo
aggirarli delle voci de' dannati, v. a8. Farevan un tumulto, il qual s'aggira
Sempre in quell' aria, senza tempo, tinta; poiclià, a’ e' a'aggira eternamente,
torna molto brne il dire, che eterna aia l'aria, nella quale s'aggira. £ poi nè
meno può dirti, che rana deir Inferno aia tìnta senza tempo, cioè ( come
tpongono i commentatori ) eternamente, perchè ancorché Dante dica di etta,
Inferno, cant. IV, r. io. Oscura, profonda era, t nebulosa ’ Tanto, che, per
ficcar lo viso al fondo, r non vi disccrnea alcuna cosa, Ciò non toglie, eh'
ella in alcuni luoghi non fotte di continuo illuminata dal fuoco, come nel
terto girone de’ violenti, ed in queito medetimo degli teiaurad, dove te non
altro vi balenava, v. i33 La terra lagrimota diede vento, Che balenò una luce
vermiglia. V. 3l. £d io, eh' avea d'errar la tetta tinta. Cinta d’errore,
adombrata dall'ignoranza di ciò ch’io ndiva. V. 35. Che visser sansca infamia,
e sanxa lodo. Che in queito mondo, nulla mai virtuoiamente operando, non
latciaron di tè alcuna memoria. V. 37 . Mischiate tono a quel cattivo coro
Degli jingeli, che non furon ribelli, Ni far fedeli a Dio, ma per te foro. £
opinione, che nel fatto di Lucifero fotte una terza Lizione d' angeli, la qual
nè t'accottaiie a Lucifero, nè ti dichiaraite per Iddio, ma ti teuetie neutrale.
Di queiti parla il poeta, e in pena della loro irreiolutezza li mette con gli
teiauratì. Canto V. 4 o> Cacciarla eie!, per non tster men belli: Nè lo
profondo Inferno gli riceve, Ck‘ alcuna gloria i rei avrebber d elli. n
tentimcnto ì tale; Pel Cielo ton troppo brutti, per rinferno aon troppo belli;
coti ti atanno in quel mezzo, ciof nel veaubolo di euo Inferno. Notiti ben, eh'
egli dice, V. 41. Nè lo profondo Inferno gli riceve; volendo dire per Io
profondo Inferno, coli, dove ti tormentano i rei > i quali avrebbono alcuna
gloria cT averli in lor compagnia. Non come dicono gli i|>otitori.' ti
glorierebbero per vederti puniti del pari con etti, che non commitero altro
peccato, che d’etterti indiflfereoti tenuti, ma alcuna gloria v'avrebbero,
perchè agli occhi loro la piccola macchia di tale indifferenza non varrebbe ad
appannare il lustro di loro eccella natura, dalla quale ritrarrebbe alcun
taggio della gloria, e ti della celette beatitudine. V. 47. E la lor cieca vita
è tanto batta, Che ’nvidioti ton i ogn altra torte. Non tolaniente di quella
de' beati, ma in un certo modo di quella de' peccatori. Tanto è riera, cioè
vile ed oscura la lor misera vita, onde dice, che misericordia e giustizia gli
sdegna, quella che di loro non è avuta, questa, che per cosi dir li disjirezza
con distinguerli sì di luogo, come di pene da’ peccatori. E credo, che P
intendimento del poeta sia J* inferire, che la maggior pena di costoro èia
vergogna di non esser almeno stati da tanto, poich’ a perder s’aveano, di
perdersi, come suol dirsi, per qualche cosa. Ond' egli arrabbuno e mordonsi le
lani di noo aver avnto tanto «pirito da irritar almmend la divina giuttisia, la
quale in « fatta guisa punendoli) par loro, eh* ella « per così dir y non gli
•cimi, e ai li Timproveri e facciasi beffe della lor dappocaggine. V. Sa 9Ìdi
un insegna y Che y girando, correva tanto ratta, Che d’ogni posa mi pareva
indegna* Mette costoro rutti sotto un* istessa bandiera a dinotare la
simigUanaa dell* indegna lor vita. Li fa correre per giustamente punir Tozio e
Taccidia del tempo, eh* e* vissero. V. S 4 . Che ^ogni cosa mi pareva indegna.
Spiega il Vellntello, eh* egli erano indegni d* alcun riposQ. Il Buti: Correva
quest* insegna t che mai non mi parca si dovesse posare, e forse meglio. Non
credo però, che nè Tuno, nè Taltro la colga. 11 Daniello e'I Bonanni •e la
passano senza dirne altro. In quanto a me direi : che la mence del poeta sia
stata di pigliar in questo luogo indegno per incapace, o altra cosa
equivalente; e nel resto io credo, che Dance abbia forse voluto dar da
strologare a* grammatici toscani; come fece Ennio a* Latini in quello indignas
turres, dove da Girolamo Colonna r indignas viene spiegato per magnaSy e dal
medesimo vien allegato in conformazione di ciò un luogo di Servio, il quale
spiegando quel verso di Virgilio nelP Egloga X indigno cum GaUus amore periret,
spone indignutn per magnum, e quell* altro pur di Virgilio nelle Ceiri: Verum
haec sic nobìs grauia atque indigna fuere. Nel quale Giulio Cesare Scaligero
spiega indigna y cioè inefiabile, e per trasUto, immensoCarto V. 59 - Guardai,
e vidi l’ombra di colui. Che fece per viltatt il gran rifiuto. Intende di Piero
d«l Murrone, che fu Papa Celestino V, il quale, tra per la tua sempliciti e
l'altrui sottigliezza, s* indusse a rinunziare il papato. Questi fu ne' tempi
di Dante, onde non debbe tacciarsi d' iinpietà il poeta, sapone nell’ Inferno
l'anima di colui, che non essendo per anche dal giudizio mai non errante di
Santa Chiesa annoverato tra' santi, come poi fu, poteva lecitamente credersi
soggetto ad errare, e si interpretarsi in sinistro i (ini delle sue per altro
santissime operazioni. V, 63. ji Dio spiacenti, ed a’ nemici sui. Corrisponde a
quel eh' ha detto di sopra, eh’ e' non eran nè di Dio, nè del Diavolo. * • V.
64 . che mai non fur vivi. Morde acutamente con questa forma di dire la perduta
loro vita. V. 65. Erano ignudi, e stimolati molto. Stimolati, risguarda anche
questo la lor pigrizia. V. yS per lo fioco lume. Traslazione mirabile di quel
eh* è proprio della voce, per esprimer con maggior forza quel che s' appartiene
alla vista. Similmente nel primo canto, v. 60, per significare l'ombra della
selva disse, dove'l sol tace: qui con non minor vaghezza un lume assai languido
lo chiama fioco. V. 83. Un vecchio bianco, per antico pelo. Forma assai rara e
nobilissima per esprimer la canizie del vecchio Caronte. Gridando : Guai a coi
anime prave : Non isperale mai veder lo cielo ecc. Coinime mirabilmente
otaervato, ioduceme mollo maggiore ipavento, l' imrodur Caronte minacciante
l'anime nell' atto d'accottarti alla riva, che introdurlo muto verao di eaae,
aiccome la Virgilio, il quale non lo fia parlar* ae non con Enea. V. 88 viva,
Partili da codesti, che son morti. Kon diaae da codette, che aon morte, perché
come anime eran vive; ma diaae, da codesti, cioè uomini, de’ quali ti potea
veramente dire, eh' e' foatcr morti. V. 91 . Disse; Per altre vie, per altri
porti Verrai a piaggia, non qui, per passare : Più lieve legno eonvien, che ti
porti. Intendono i commentatori,, che Caronte predica a Dante la tua
aalvazione, e che però gli dica, che egli arriverà • piaggia per altre vie, per
altri porti, intendendo del porto d' Oatia poato vicino alla foce del Tevere,
dove finge il Poeta, che l'anime imbarchino per l' itola del Purgatorio; e che
queato più lieve legno aia il vattello con cui vien Vangelo a caricarle, di cui
Furg. cani, n, V. 4 ^’ e quei s‘en venne a riva Con un vasello snelletto, e
leggiero, Tanto che t acqua nulla n inghiottiva. Il Rifiorito però aaviamente
contiderando (aecondo io pento ) quanto era cota impropria il porre in bocca
d'un Demonio coti fatto vaticinio, mi tpiega queato patto in 40 Canto diverto
lentimento. Prende egli altri porti in quetro luogo per altra condotta, cioè
per altri die ti portino, e per lo più lieve legno intende l'angelo, che pattò
Dante aJdormentato dall' altra riva, tenta che egli te n' accorgeue. Il che
toma aitai meglio al rihuto che fa di lui Caronte; mentre di lì a poco li vede
verificato quel eh’ egli dice, cioè che egli per altra via verrà a piaggia,
ticcome vedremo più a batto. V. 94. £ ‘I Duca a lui ecc. E Virgilio ditte luì.
V. 99 ave' di fiamme ruote. Ave' con Tapottrofo per avea, non ave terta pertona
del meno nel preiente del verbo avere, come hanno alcuni tetti. V. 104 e‘l teme
Di lor temenza, e di lor nasciiuenti. Gli avi e padri. Quelli tono il seme di
lor semenza, quelli di lor nascimenti, perchè da etti immediatamente nacquero.
Coti il Rifiorito. V. Ili qualunque s'adagia. Qualunque ti trattiene, non
qualunque » accomoda nella barca, come tpone il Daniello, che tarebbe alato
tpropotito. V, li». Come t Autunno si levan le foglie, L’una appretto delF
altra, infin che 'I rama Rende alla terra tutte le sue spoglie. Similitudine
tratu da Virgilio nel VI, v. 309. Quam multa in tyluit autwnni frigore prima
Lapta cadunt jolia etc.; ma adattata asiai meglio da Daate, nel cui InTerno
niuna deir anime era eacluia dall'imbarco, liccome niuna delle foglie riman tu
Palbero; al contrario di quel di Virgilio, nel quale tutti coloro, che non eran
sepolti, erano lasciati in terra. E poi elf i grwdemente nobilitata col
proseguimento di essa fino al restare spogliato del ramo, paragonato al restar
voto il lido j dove Virgilio la regge solamente nella prima parte del cader
delle foglie, e dell' imbarcarti fanime; passando poi subito a quella degli
uccelli, che passano oltramare. V. 1 18. Cori seis vanno tu per f onda bruna.
Bellissima ipotipoti, e che mette sotto agli occhi il camminar della nave. V.
lao. Anche di qua nuova tchiera t'aduna. Di quelli, che continuamente e per
ogni stante di tempo muojon dannati. V. laS. Che la divina giuttizia gli
tprona. Si che la tema ti volge in detto. Chiese innanzi Dante a Virgilio :
perché quell* anime paressero si volonterose di passare il fiume, v. qi. Maettro,
or mi concedi, Ch’ io tappia, quali tono, e qual cottume Le fa parer di
Irapattar ri pronte. Ora gliene rende la ragione, mantenendogli nello stesso
temp^ la promessa, che glien' avea fatta in quc* versi 76. le cote li fien
conte. Quando noi fermerem li nottri patti Su la tritta riviera d Acheronte. £
dice, che ciò accade, perché la divina giustizia le sprona ai, che la tema §i
volge in diblo. l*^eIU epoai/ione di queato paaao i coumieotatori a* aggirano
per diverae strade t non mancando di quelli, che ae la paaaano eoo la mera
apiegaaione allegorica, lo però, fìntanto che non trovi meglio da aoddiafarmi,
atarù nella mia npinionet la qual è : che Dante abbia preteao d'eaprimere un
terribile effetto delia diaperazion de' dannati, per la quale paja ior nuir
anni di precipitarai ne' tormenti, ed empier in ai fatto modo l'atrociià delia
divina giuatiziat la quale, secondo loro, è sì vaga della loro ultima uiìaeria.
Coai abbiamo veduto di quelli i che oda rabbia, oda gelosia, o da altra
violenta paaaione ai tono indotti a darai morte volontaria per un diadegnoao
guato di aaziare il fiero animo di donna o di principe contro di loro adegnato.
Cosi Inf. cant. i3. Pier delle Vigne, segretario dì Federigo imperatore, dice
essersi per un aioiile guato data la mone, v. L*anÌMO mio per disdrgnoso gusto,
Credendo col morir fuggir disdegno, Ingiusto fece we, contro me giusto^ Un
a’imil disperato affetto ai vede raramente eapreaio da Seneca nel coro dell'
atto primo drlT Edipo, dove parlando in persona de' Tebanì ridotti all* ultima
diaperaaione per quell' orribile peauleoza, fa dir loro cosi : v. 88. Prostrata
iacet turba per orai, Oratque mori : solum koc facilee Tribuere Dei. Delubro
petunt; Jlaud ut uoto nuinina placent, Sed iuuat ipsos satiare Deot.Ancora il
Boccaccio fa proromper la diaperata Fianimetta in una aiiuil bettemmUf
tacciando gli Dii dell* ingordigia, ch'egli hanno, di rovinar coloro, die da
esai aono inaggtormeote odiati. Fiam. lib. 1 . Ma gl* Iddìi a coloro, co*
cfuali essi sono adirati, benché della lor salme porgano segiu>, nondimeno
gli privano del conoscimento debito. E COSI ad un* ora mostrano di fare il lor
dovere « e saziano f ira loro» Quinci non passa mai anima buona» Tutte ranime,
che di qua pattano, aon dannate; però tu Dante puoi ben comprendere la ragione,
ond* egli ai motte a rigeuard dalla tua nave. V. i 3 o. Finito questo, la bufa
campagna TVemà forte, che dello spavento La mente di sudore ancor mi bagna. La
terra lagrimosa diede vento, Che balenò una luce vermiglia, La quai tu vinse
ciascun sentimento: E caddi, come Vuom, cui sonno piglia, Quetto luogo è a mio
credere oteurittitno, e tengo per fermo, che a volerne capire il vero tignificato,
aia necettario intenderlo affatto a roveteio di quel di' egli ò arato letto e
apiegato 6nora. Poiché dicono i commentatori, che la luce vermiglia fu
l'angelo, il qual venne, e addormentò Dante col terremoto, e coti addormentato
lo prete e lo pattò all' altra riva. Io qui non domanderò loro, com' e' tanno,
che Dante fotte pattato dall* angelo e non pintcotto da Virgilio o da qualche
demonio, potto che egli non ne dica da per tè nulla, dicendo tolaiueute nel
principio del IV canto, che, coin' e' fu desto, ti 44 Canto ♦roTÒ «Ter pasiato
i! fiume Acheronte. Tuttavia, perché di ciò ftimo, che §e ne potsa addurre
qualche probabi) conjettura, mi riitrignerò domandare : «e la luce vermi>
glia naace dal vento esalato dalla buja campagna nel auo tremare ( intendo
tempre di star tu la fona della lettera, che col tegreto dell' allegoria
benÌMÌmo ao guarirti di questi e d'altri maggiori inveritimili ), come ti può
mai intender per etta vermiglia luce un angelo venuto dal cielo ? E poi qual
nuova virtù hanno i tuoni e baleni di far addormentar le persone ? O qual
necessità v'era d'addormentar Dante ? E per averlo addormentato e pattato
dormendo, qual grande avvenimento ti cav' egli da questo tonno ? Il Vellutello
è stato a tocca e non tocca d* indovinarla, facendo nascere non il baleno dal
terremoto, ma il terremoto dal balenare; ma non ha poi •piegato come ciò post*
estere, stante il sentimento dei versi seguenti: i33. La terra lagrimota diede
vento ^ Che balenò una luce vermiglia* Spiega il Landini; Che, cioè il qual
vento balenò una luce vermiglia. Dunque se fu il vento, che balenò, non fu il
baleno, che fe' tremar la campagna e spirare il vento; e per conseguenza, se il
baleno fu parte dell' aria infernale, non ti può dire, eh' e' fosse l'angelo.
Io però credo, che con pochissimo la lezione del Vellutello si farebbe diventar
ottima, cioè con legger quel Che per Perchè, o Perciocché, o Conciossiacusachè;
si che il •enso fosse; La buja campagna tremò, la terra lagrimosa diede vento;
Perchè ? Ecco : Perchè balenò una luce vermiglia. Cosi toma quello, eh' io
diceva da principio, che a capire e a voler dar qualche sentimento aquetto
luogo era necenarìo intenderlo a roretcio di quello, eh' egli era inteso
universalmente; cioè dove gli altri intendevano il baleno per effetto del
terremoto e del vento, intender il vento ed il terremoto per effetto di esso
baleno. In tal modo non i più veritimile, anzi torna mirabilmente l'
interpretare il baleno per la venuta deir angelo; il quale, oltre a quello, che
n’accennò Caronte quando disse, v. 91. Per altre vie, per altri porti y errai a
piaggia, non qui, per passare, Più lieve legno convien, che ti porti. si rende
molto credibile, che foste più tosto egli, cioè l’angelo, che Virgilio, o un
demonio, il quale passasse Dante, si per la gloria della luce, che balenò agli
occhi del poeta, ti perchè estendo il passar Dante di là dal fiume opera
soprannaturale e miracolosa, molto maggior dignità è farla operar per un
angelo, che per un’anima o per uno spirito; e ti finalmente perchè altre volte,
quando è stata da superare qualche gran difficoltà, come alla porta della città
di Dite, dice espresso, che venne un angelo a farla aprire. Che poi alla venuta
dell’ angelo la buja campagna tremaste, è nobilissimo accidente, e
proporzionata corritpondenia alla grandezza dell’ avvenimento. Lo stesso
sappiamo esser avvenuto, quando v’arrivò Tanima di Cristo Signor nostro per
liberare i tanti del vecchio testamento; come ti legge in S. Mattea al cap.
XXVII e al cap. XXVIII più strettamente; dove, scrivendo la venuta d’un
grandissimo terremoto, ne dà per cagione la scesa iTun angelo; Et ecce
terraemotus factus est ntagnus; Angelus enim Domini descendiS de taelo. Dove
notisi, che quell' zaùn ha la stessa forza, che Canto io intendo dare a qnel
che, cioè di perchè o di percioc- ché, o di conciossiacotoché, arnia clic
interroghi, nè ciò aenia molti eaempj di prosa e di versi, come si può vedere
al Vocabolario, e più difltusamente appresso al Cinonio. Un simil costume si
vede anche osservato da' poeti gentili, come eh' e' lo conobbero benissimo
adattato alla dignità de’ celesti personaggi. Servio : Opinio est sub oduentu
Deorum moueri tempia. Seneca, nell’ Edipo, atto 1.*, scena prima, dove Creonte
ragguaglia lo stesso Edipo della risposta dell’ Oracolo, v, ao. Vt sacrata
tempia Phoehi supplici intraui pede, Et pias, nutnen precatus, rile summisi
manus; Gemina Parnassi niualis mrx trucem sonitum dedit, Imminens Phoeboea
laurus treiimie, et mouu doutuau E Virgilio, Eneide, lib. Ili, v. 90. Vix ea
fatus eram, tremere omnia uisa repente Limina, laurusque Dei, totusque moueri
Mons circum, et nugire adytis cortina reclusis. Precede questo alF Oracolo
d'Apollo; luogo imitato da Callimaco nel principio delf inno in lode della
stessa Deità, V. I. *Oso« S Ttt’nóAAswoc iaiiaaro Só^iroq ‘Ola, f ZXov TÒ
fiéXaipoo' enàf, inàif, Sant dXtSpót, Come s'e' egli mai scosso questo ramo £
alloro sacro ad Apolline; Come s' e’ scossa questa spelonca l Fuara profani:
fuora: Lo Scoliaste dice, che ciò avvetiiva per la venuta dello Dio. Le sue
parole sono : itetdfigovvTOt Tov dfov. Come t"e’ icotto quitto ramo, come
i e' scossa questa spelonca! Non, Quanto s' è scosso questo ramo ree.; come
traalata il traduttore di Callhnaco, lenza ponto avvertire, che Io Scolialte
greco l’ ha inteio in lenio di coinè e non di quanto: Olov 5 rà ’II^A.X«vo{ )
'Atri Toó o2at, Siro(. Or reggili le l’ interprete doveva mai tradurre otog
ovvero Sicmf per quantus; e pur era un lolenne tradut- tore, e che li piccava
iniioo di icrivere veni greci. Virgilio nel VI fa lervire un limile avvenimento
a no- bilitar la venuta della Sibilla nelf Inferno, v. iS5. Ecce autem primi
sub lumina solit, et ortut, Sub pedibus mugire solum, et juca coepta numeri
St/luarum, tùtaeque canet ululare per umbram, Aduentante Dea : Procul, o procul
ette profani. Coll Claudiano de Rap. Froterp., lib. 3, alla venuta di Plutone,
V. iSa. Ecce rrpens mugire fragor, confligere turres, Pronaque uibratis
radicibus oppida uerti. Che poi Dante non dica apertamente dell’ angelo, ciò è
fatto ( come awertiice il Boti nel Comento lopra il canto IV) con grandiiiimo
accorgimento i poichò egli non potea dire le non quel tanto, eh’ ei vide; e te
dice, che la luce vermiglia lo fe’ tramortire, vincendogli cia- •cun
tentimento, e che in questo fu panato di là dal fiume, sarebbe stato molto
improprio, eh* egli ci aveste dato conto di quel eh’ accade durante questo suo
sveni- mento. Dico svenimento, non sonno, al contrario di tutti gli tpositori,
i quali, mi maraviglio, come in cosa tanto manifesta abbiano preso un sì grosso
equivoco EQUIVOCO GRICE. Dice Dante, che la luce vermiglia gli vinse ciascun 48
Canto lentimento, cadde come Tuoma preio dal loono. Dunque, a' ei piglia la
limilicudme da colui, che cade addormen- tato, ^ troppo chiaro, ch'egli cadde
per altra cagione; che non li piglia mai il paragone dalla iteiia cola para-
gonata. Qual freddura larebbe mai queita ? Caddi addor- mentato, come cade
quegli, che l' addormenta’ Tramortito bensì; e ciò' intende molto bene, come
polla derivare dallo ipavento del terremoto, e dall’ abbagliamento della luce
vermiglia; ma non già il lonno, il quale è ami •cacciato, come vedremo nel
principio del leguente canto, e non luaingalo per un tuono. Un caio asiai
limile li legge in Daniele al cap. X, dove egli icrive di lè medesimo, che la
vennta deir angelo, che avea combattuto col re di Persia, avea ripieno di tale
spavento quelli eh' erano col profeta, che l'erano fuggiti; ond'egli, vinto in
ciascun sentimento e abbattuta ogni lua virtù, rimase solo a veder la visione;
yidi auttm ego Daniel solus uisionem. Porro uiri, jui erant mecwn non uiderunt,
ted terror nimiue irruit super eoe, et fugeruni in aiscondilum; ego autem
relictut solus nidi uisionem grandem lume, et non remansit in me fortitudo, ted
et species mea immutala est in me, et emareui, nec habui quiiquam uirium. E poi
diremo noi. Dante esser caduto morto, per quel eh' ei dice al canto V dell’
Inferno, v. 140. E caddi, come corpo morto cade ? Dunque con qual ragione or,
di' e' piglia la similitu- dine dal cadere d'uno, che l'addormenta, dir
vorremo, eh' egli si cadesse addormentato ? Nè meno volle Dante cavarci di
questo dubbio della venuta dell' angelo, fa- cendosela narrare a Virgilio,
siccome nel IX del Purga- torio li fa dir, che Lucia Io prese dormendo, v. Sa.
Dianzi ntìf alba i cKe precide il giorno, Quando f anima tua dentro dorniia,
Sopra li fiori, onde laggiuso è adorno, Venne uno donna, e ditte : /' ton
Lucia; Latcialemi pigliar cotlui, che dorme : Si t agevolerò per la tua via.
avendo fone in ciA mira non tanto alla varietà e alla bizzarria, quanto (come
avvertUce io Smarrito ) a lalvar la modeitia, per la quale non vuol coti pretto
farti bello d'un tì alto favore; riapetto, che manca poi nel Purgatorio, dove
la tua anima per la meditazione delr Inferno era divenuta piti monda, e ti pili
vicina a pervenire all' altittima contemplazione d' Iddio. Veduto del concetto
principale di quetto luogo, è ora contegnentemente da vedere con brevità
d'alcune cote, che rimangono, per aver una piena intelligenza anche de’ pai-ticolari
tentimenti. V. i3o. Finito quetto, la huja campagna Tremò ri forte, che dello
tpavenlo La mente di tudore ancor mi bagna. Qui mente per fantaiia; e 'I tento
à; La fantatia, rimembrando l'alto tpavento, ancor ancora muove tudore, il qual
bagna me, e non \a mente, come t'accordano con gran bontà a intendere il
Vellntello e 'I Daniello. Coti ancora vediamo quell' azione, liati dell' anima,
o degli tpiriti, che i' etprime con quetto vocabolo di fantatia, per allungare
al palato, e romper Pagrezza de’ frutti acerbi gagliardamente immaginati,
muover taliva. V. i33. La terra iagrimota diede vento ere. So Canto terzo.
Qurito è confuroie la volgare opioionei che crede il terremoto produrti da aria
terrata nelle vitcere della tetra; la qual opinione tappiamo ettere tlata
leguitata da Dante, come ti raccoglie da un luogo del XXI del Purgatorio; dove
in perenna di Staiio rende la ragione de' terremoti, che t'odono intorno alla
falda di quella montagna con quetti versi 55 e aeg. Trema forse quaggiù poco,
od assai ; Ma per venSo, che irs terra sì nasconda. Non h dunque gran fatto,
che, portando egli quetta credenza, dica, che nel terremoto della buja campagna
otc) vento di terra, volendo inferire di quell' ana, che nello tcotimento, e
forte nell' aprimento della suddetta campagna ti sprigionava. Raccolta, eom’ an
tuono Io f«ce ritornare in, e come trovò aver pattato il (ìamc Acheronte dalP
altra riva, la qual fa orlo al catino de!!' Inferno, chiamato da lui valle
dolorosa d'abiuc. Dice poi, d'eticre tcrio nel primo cerchio <^’ etto
Inferno, che è il Limbo. Dimanda a Virgilio della venuta di Critto in quel
luogo, ed ode la tua ritpotta. Quindi patta a veder 1' anime de* bambini
innocenti, e dopo quelle di coloro, che visterò secondo il lume delle virtò
morali ; e con la motta per discender nel secondo cerchio, termina il canto. V.
1 . Rufptmi t alto tonno nella lesta Un greve tuono, ti eh' i" mi
riscossi, Come persona, che per forza è desta. Statuì dio della similitudine
presa da chi dorme; onde chiama sonno quello, che in realtà era tmarrimento di
spiriti, e svenimento. Chiamalo alto, a differenza del Digitized by Google Sì
Canto «ODDO naturale: anzi, a fine d'eeprimerlo alùiiiraot dice, che un greve
tuono a gran pena lo ritcofte, rome ai rìacuote persona, che per forza è desta*
£d ecco retta la comparazioDe fin all' ultimo^ dopo averla fatta operar con
grandisiimo artifizio in tutte le «uè parti. Il tuono potrebbe a prima viata
parere non eaaere auto altro, che il rumore degli alilaaimi pianti, e delle
mìaere atrida de* danoati, chiamate da Dante poco pid abbaaao tuono. J tu la
proda a mi trovai Della valle d * abisso dolorosa, Che tuono accoglie d*
infiniti guai. Goal di aopra nel terzo canto, t. 3o, rasaomiglia i gemiti degli
aciauratì allo apìrar del turbo : qui, ove ai aeote il pieno del triato coro
dell' Inferno li rasaomiglia al tuono. Potrebbe forse anclie dirai, che questo
tuono venne dall' aria del terzo cerchio della piova, dove aon puniti i golosi
; non essendo punto fuor di ragione il credere, che insieme con la gragnuola
venisiero aoche de* tuoni, siccome veggiamo accadere nella noatr* aria, il che
nell* Inferno ajuu a far crescer la peoa e lo apa> vento de* peccatori.
Considero dall* altro canto, che in sì gran lontananza, qual è quella del terzo
cerchio, volev* essere un gran tuono per esser sentito da quei, eh* erano in su
la riva d* Acheronte. Ma bisogna ancora considerare, che quivi non tuona all*
aria aperta, come fa a noi, ma nel chiuso della valle ' d* abisso sotto la
volta della terra, che rintrona e rimbomba per ogni banda, e sì lo strepito
vien portato, come per cana> le, all* orecchie di Dante ; e a chi farà
rifiessione, a qual distaiza arrivi la voce d* uno, che parli aoche pianamente
per una canoa forata, forse non parrà tanto gUAKTo. 53 HiTerUtroile queito
pensiero. Senxa che delle campane alla campagna aperta, dov' elle abbiano il
vento in favore, •'odono dieci o dodici miglia lontano^ e rartiglierie tirate
alta marina di Livorno s'odono talvolta Hn di Firenze, che per retta linea aWà
ben cinquanta miglia di lonta* nanaa. Più coerentemente però al costume non
meno, che alla grandezza della fantasia di Dante, si dirà, che il tuono non fu
altro, che quello incominciato nel canto antecedente, di cui nel ritornare il
poeta in s^, udendo lo strascico, non rinvenendosi (come accade a chi dorme, e
molto meno a chi è svenuto) quanto tempo fosse stato fuori de* sensi, lo
credette ( stando assai bene io sul verisimile ) un altro tuono. E di vero, per
passare il fiume su l'ali d'una potenza soprannaturale, non vi volea cosi lungo
tempo, che giunto su l'altra riva non potesse ancora udire il rintuono di quel
tuono stesso, che scoppiò col baleno, allorché Dante si ritrovava al di là dal
fiume ; maravigliosa osservanza di costume. Si desta naturalmente, perchè già
il miracolo della sua trasmignv «ione era fornito, e udendo in quello tuonare,
mostra di credere d'essere stato desto dal tuono, come farebbe ognuno, che si
abbattesse a destarsi in quel eh* e' tuona. V, 1. Rupptmi tolto tonno ecc.
Questo luogo si vede imitato, o per meglio dire stemperato dal Bocc. Itb. I.
Fiam, Fù it grave la doglia del €uore t quella aspettante, thè tutto il corpo
dormente ritrosie, e ruppe il forte sonno. V. XI. Tanto che per ficcar lo viso
al fondo. Per invece di quantunque, ed opera graziosissimamence. Il senso è :
Tanto che, quantunque io ficcassi lo 54 C A H F o viso al fondo. Piglia ficcar
la viltà per Guare gli occhi ; maniera aliai biiiarra. V. i5. r tarò primo, e
tu sarai teconio. Queite parole di Virgilio aono aliai chiare quanto alla
lettera; ma vuol fon' anche lignificare euer egli nato il primo a entrar a
deicriver l' Inferno, lì come fece nel VI dell' Eneide, e Dante dover eiiere il
lecondo. A chi lia riuicito più felicemente queito viaggio, aitai leggiermente
ai può comprendere dal paragone. V. 15 . Ed egli a me; V angoscia delle genti.
Che son quaggiù, nel viso mi dipinge Quella pietà, che tu per tema tenti.
Spiega r effetto dell' impallidire per la lua cagione, che è il compatimento
de' mortali affanni de' peccatori : forma di dire veramente poetica, anzi
divina. V. ai che tu per tema tenti. Che tu interpreti per effetto di timore.
V. a3. Cosi ti mise, e coti mi fe' ‘ntrare Ne! primo cerchio, che V abisso
cigne. Qui incominciamo a icender dal piano dell' atrio dell' Inferno, cavato
lotto la volta della terra, dove abbiamo veduto eiier puniti gli iciaurati, e
corrervi il fiume Acheronte. Entran dunque nel primo cerchio, che è il Limbo.
V. a5. Quivi, secondo che per ascoltare, Non uvea pianto, ma che di sospiri. S*
intende nel primo verto : Secomlo che ti potea comprendere; cioè. Secondo che
per l'udito ti potea quakto. ss Mcrorre ; poiché gli occhi non icrvivano a
ditccrnerlo, mercé dell’ aria oicura, profonda, e nebuloia d' abliao. Ma che
vale eccetto, aalvo, fuorché, aolaniente, pid che. Forae da magit quatti de*
Latini; onde con tal particella vuol lignificare, che non v’ era maggior pianto
eh’ un leniplice lamentar di aoipiri, lecondo che l’anime del Limbo non erano
tormentate (dirò coli) nel corpo, ma lolamente nell’ animo, per la privazione
d’ Iddio. Queito viene apiegato mirabilmente nel verio arguente a 8 . E ciò
avvenia di duol senza martiri. V. 33 innanzi che più ondi. Andi leconda peraona
dell’indicativo preaente del verbo Ando diauaato, dalla railice uiata andare. •
V. 34 e t' egli hanno mercedi. Non basta, perch" e' non ebher batletmo;
Ch‘ e' porta della fede, che tu credi. Qui mercedi lo iteaao che meriti; nè
qurata è l’unica volta, che Dante l’ ha preao in tal lignificato. Farad.
Dunque, senza merci di /or costume, iMcate son, per gradi diferenti. Parla
dell’ anime, che in quello, che tono create, h.mno da Iddio, lenza lor merito o
demerito, maggiore o minor dote di grazia. Chiama il batteaimo porta della
Fede. Coll vien chiamato da’ maeitrì in diviniti lanua Sacramentoruia. E s' e’
fuTon dinanzi al Cristianesmo, Non adorar debitamente Iddio. Parla de* gentili
innocenti» cbe furono avanti alla venuta di Cristo ; i quali » ancorché non
peccaiiero, anzi adorassero la Divinili, non Tadoraron debitamente, cioè
secondo il verace concetto, che si dee aver d* Iddio, e secondo il legittimo
culto prescritto dalla Legge mosaica; ma lo riconobbero o nel Sole, o nella
Luna, o nelle Statue, e sì Tadororono con riti profani ed abbominevoU. V. 41 e
soi di tatuo efesi. Che senza speme vivemo in disio. Vi •* intende siamo. Cioè,
e soì di tento, o vero » e sol io CIÒ siamo efesi. Questa dice Virgilio esser
la sola pena di quei del Limbo, Ira* quali ha riposto sé ancora ; Aver vivo il
desiderio, e morta la speranza. V. 47* per ooler esser certo Di quella fede,
che vince ogni errore. Per aver un riscontro della verità della nostra fede. V.
49. Uscinne mai alcuno, 0 per suo merto, O per altrui, che poi foste beato ?
Credeva Dante ( che non v* é dubbio ) U liberazione degli antichi Padri operata
da Cristo nella sua resurrezione ; pure da eh* egli avea sì bell* occasione di
chiarirsi del vero, e con ottimo fine d* armarsi contro qualunque titubaziooe
gli potesse venire di così alto mistero, non si potè tenere di domandar
Virgilio, s* e* n* era uscito mai alcuno. E notisi, com* egli dissimula bene il
suo animo : domanda prima di quel che sa, che non è, e che nulla gl* importa il
sapere, cioè s* e* n* uscì alcuno per suo proprio merito, per farsi strada a
domandar» di quel, che gli preme aMaÌMÌmo Tesier fatto certo, lenza che
Virgilio potaa ombrarvi sopra od accorgersene. V. Sa. Rispose : I* era nuovo in
questo sfato, Quando ci vidi venire un possente, Con segno di vittoria
incoronato. Era di poco venuto Virgilio nel Limbo, quando ci vide venir Cristo
nostro Signore, che mori intorno a quarantott* anni dopo la morte di esso
Virgilio; il quale, perocché si non conobbe Cristo, però non lo nomina. Dice
solo, eh* ci ci vide venire un possente incoronato di palma. Possente dalle
maraviglie, che gli vide ope« rare in quel luogo, traendone sì gran novero d*
anime, ond* a ragione si persuadeva, quegli non poter esser altri, che un
grandissimo, e potentissimo principe. V, 6o. £ con Rachele, per cui tafito fe\
Vuol dire del lungo servizio di XIV anni reso a Laban padre della fanciulla,
per averla in isposa. V. 64. JVon lasciavam rondar, perch' e* dicessi. Ancorch*
e* favellasse, badavamo a ire. Lo stesso con« cetto lì ritrova replicato al
XXIV, v, i del Purgatorio, ma con dicitura così bizzarra, che ben duuostra la
ric« chezza della gran mente del poeta. . Nè 7 dir l'andar, nè l'andar lui più
lento Ratea { ma ragionando andavam forte* V. 66. La selva dico di spiriti
spessi. Qui selva per moltitudine : metafora assai f<untgliare Dante. Così
nel piiiuo di questa cantica selva chiamò 6 S8 Canto gli errori giovanili, per
entro la quale dice etieni egli amarrito, e più apertamente nella »opraccitata
apoiizione della canzone : Le dolci Time d amor, eh' io eolia, dice amarrirviii
l’uomo all' entrare della tua adolezcenza. Ancora nel primo libro, cap. XV
della tua Volgare Eloquenza, rispetto ai diversi idiomi, che si parlavano
allora in Italia, chiama quell’ opera Italica telva; e selva finalmente chiama
in primo luogo una moltitudine di spiriti. Così abbiamo nelle scritture : Secar
decurtus aquarum plantauU dominus uineam iuttorum. Qui molto giudiziosamente,
trattandosi d'anime dannate, piglia la metafora più ruvida di «/va. della
quale, avvegnaché si sia servito ancora S. Bernardo, è tuttavia da notare una
doppia limitazione. La prima, eh’ egli parla in quel luogo delle anime, o più
verisimilmenle delle diverse adunanze de’ nuovi cristiani, non già di quelli
della circoncisione, i quali erano toccati a S. Pietro, ma di quelli venuti
corì nudi e crudi dal paganesimo, onde oltre T esser forse tutti per ancora e
male istruiti nella fede, e peggio riformati ne’ costumi, ve ne potevano esser
molò de’ reprobi. La seconda, che in questo luogo selva è propriamente metafora
di metafora, non pigliando il santo per piante di questa selva le anime a
dirittura, ma più tosto le varie adunanze delle anime, velate prima tali
adunanze sotto l’altra metafora di vigne, per viti delle quali vengono a
intendersi le anime particolari, e di ciascheduna di queste vigne cosi numerose
ne forma, per dir cosi, le piante d’una vastissima selva, che è la metafora
secondaria, come si vede manifestamente dalle seguenti parole, che sono poco
dopo il mezzo del sermone XXX su U Cantica ; Merito et Paulo inter gentet tam
ingens tylua eredita ett uinearum. Anclir appresso gli Arabi si trova usata la
stessa figura, come si può vedere da quest* esempio d' Harireo Basrense nel suo
primo • Le sue parole sono le seguenti : dLJLsNwc jivervio io dunque penetrato
nelt interna densissima teha per saper la cagione di quei pianti. Nè altro
intende per sehat che una grandusima calca di gente, che s'affollava d'intorno
a un ceno romito per udirlo predicare. V« 67. Non era lungi ancor la nostra via
Di qua dal sommo; quancT 1 vidi un foco, CK ejairpm'o di tenebre vincia. Credo,
eh’ ei chiami sommo l'erta, per la quale d«l piano di sopra, dove corre
Acheronte, erano calati nel Limbo; e credo, eh' ei voglia dire, ch'egli erano
caiuminati ancor poco per la pianura di esso, quando ei vide un fuoco, che
illuminava un emisferio di tenebre. Questo fuoco non si rinviene molto
chiaraiuente, dov'egli fosse, e come ei si stesse; nè i commentatori si fermano
troppo a esplicarlo. Pure dal chiaiuarlo col nome di lumiera, e dal lume, eh*
aveva a rendere non meno fuori che dentro alle mura de) castello, m'induco
volentieri a credere, eh* ella fosse una (ìsunnia librata in alto nell* aria,
come vergiamo alle volte alcune meteore di fuoco, le quali durano a vedersi
nello stesso luogo, inhn tanto che dura la lor materia a ardere, e prestar
alimento alla bo C A K T O 6(unina, pfT cui •! rcndon vi«ibili. Nè è da star
attaccato alla fona delle parole, dicendo, che, te quetto fuoco illuacrava un
eniieferio di tenebre, bitognava, eh’ ei fotte in terra, poiché alando in aria
veniva ad lUuttrare una porzione maggiore della mezza tfera: poiché Dante in
quetto luogo debbe intenderti come poeta, e non come geometra; né è veritimile,
eh’ ei pigli itte allora le tette per miturare il giro dell’ aria illuminata.
V. 73. O tu, eh' onori tee. Parole di Dante a VIRGILIO. V, y(j V onrata
nominanza > Che di ior suona sii ne la tua vita, Grazia acquista nel ciel,
che gli avanza. La fama e ’l pregio, che riman di loro nella tua vita, cioè
nella vita mortale, la qual tu godi ancora, o Dante, impetra loro quetta grazia
dal Cielo. V. 81. L’ombra sua torna, eh' era dipartita. Partitti allora dal
Limbo Virgilio, quando a’ preghi di Beatrice andò a trovar Dante nella telva
oteura. V. 84. Sembianza avean né trista, né lieta; e però conlacevole al loro
alato nè di gioja, nè di tormento. Peroeehb eiaseun mero si eonviene Nel nome,
ehe sonò la voee sola; Tannami onore, e di ciò fanno bene. Mi fanno onore, e
fanno bene a farmelo ; perchè a tutt’ e quattro ti conviene il nome, che la
voce d’ un •olo diede a me» cio^ in quello di pòeta. In «ustanza: fanno bene a
onorarmi, perchè siamo tutti poeti, e f onore, che è fatto ad uno, toma sopra
tutti. Y. 94. Cast vidi adunar la bella scuola Di quel signor dell’ altissimo
canto, D' Omero, dal quale hanno cavato tanto i poeti, e in particolare i quattr(\
posti qui da Dante. V. 9y. Da eh’ ehber ragionato insieme alquanto, Volsersi a
me con salutevol cenno : £ ’l mio maestro sorrise di tanto. Qui non accade
strologar molto quello, che Virgilio a costoro dicesse, vedendosi
manifestamente ( tanto è artifizioso questo terzetto), eh' egli li ragguagliò
dell* esser di Dante, del suo poetico spirito, e della sua profondissima
scienza- Ciò si discuopre dalla cortesia del saluto, eh* essi gli fecero, e dal
sorrider, che ne fece Virgilio ; poiché quel sorrise di tanto altro sicuramente
non vuol signiBcare, che di questo, cioè di tcmto che fu fatto. Nè quei
grandissimi spiriti si sarebbero mossi a far tanto di onore a Dante, se da
Virgilio non ne fosse loro stata fatta un* assai onorevol testimonianza, della
quale essendo frutto il cenno salutevole, esso ne sorride per compiacenza di
vedere, quanto fossero «tate autorevoli le sue parole. V. ICO. E più d’onore
assai ancor mi fenno ; C/f ei si mi fecer della loro schiera, St eh’ V fui
sesto tra cotanto senno. Cosi n andammo insino alla lumiera, Parlando cose, che
’l tacere è bello, Si co/u era' i parlar, colà dop’ era. 6j Cauto A chi noD
aTCMC ancora Bnito d’ intendere quel, che VIRGILIO ditcorreHe con Omero, e con
gli altri tre, Dante con questi tenerti finiace di dichiararlo, volendoci in
austanza dire, che da quello, che diaae di ane lodi Virgilio, fu di comun
conaentiuiento giudicato degno d' eaaer nirsao nella prima riga, e ai
annoverato tra' maggiori poeti, eh* abbia avuto il mondo. Più dilhcile iin.
presa stimo, che sia I' indovinare quello, eh’ e’ discorressero in sesto,
poiché Dante si fu accoppiato con esso loro, non aprendosi egli ad altro, se
non di' e' parlaron cose, delle quali A bello il tacere, com' era bello il
parlare colà, dov' egli era. I commentatori hanno avuto in tal veocrazione
quest' arcano, eh' e' non si son pur anche ardili e spiarlo con l'
immaginazione. A me quadra molto un pensiero sovvenuto al sottibssimo ingegno
del Rifiorito. Stima egli, che tutto il discorso fosse in lodar Dante, e perchA
mostra, che ancor egli favellasse, mentre dice, v. io3. andammo infino alla
lumiera. Parlando cose, che ‘l tacer è hello. Il suo parlare non fu per
avventura altro, che recitare qualcuna delle sue canzoni, secondo che da que'
poeti ( siccome s' usa per atto di gentilezza ) ne fu richiesto. E ciò non
solamente torna bene al costume, ma ( che più si dee attendere ) al sentimento
de' versi ; essendo verissimo, che orala modestia fa diventar bello il tacere
quello, che allora bellissimo era a parlare. V. Ila. Centi v' eran, con occhi
tardi e gravi, Di grand' autorità ne’ lor sembianti : Parlttvan rado, e con
voci soavi. Quello tertetto paò lerrir di norma a qualunque pi> glia,
deicrtvendo, a rappreiencare il coitnme di gran perionaggio. V. il5. Traemmoei
co/l dalF un de' canti In luogo aperto, luminoso, ed alto ; Si che veder si
potén tutti quotili. Dal dire, eh' e' li trauero da un canto del caatello, ai
convince manifeicamente, eh' ei non era murato a tondo, come alcuni si
persuadono, e fra gli altri il Vellutello : tanto pid eh' e' non si può nè
anche dire, che il castello era tondo bensì, ma che v' erano diverse piazze o
strade, le quali venivano a formar degli angolii poiché non pare, che Dante
figuri questo castello per altro, che per un dilettevol prato intorniato di
mura ; e s' ei potè mettersi in luogo da poter veder tutti quanti, chiara cosa
è, eh' e' non vi doveva essere impedimento di mura, o di case, o d'altri
edifizj. A tal che questo canto, dond' e' si trassero Dante e Virgilio, mostra,
che la pianu delle mura non dovea esser circolare. Molto meno è veriiimile, eh'
elleno abbracciaiser il foro della valle, come è opinione cfalcuni, i quali si
lon falsamente immaginati, che tutto il piano dello scaglione del Limbo fosse
diviso, come in due armille concentriche, una esterna e maggiore, dove non
arrivasse il lustro della lumiera, e quivi stessero l' anime degl' innocenti
morti senza battesimo sospirando continuameote, onde dice, v. a6. ffon avea
pianto, ma che di sospiri, Che laura eterna facevan tremare. minore l'altra ed
interna, ed illustrata dalla lumiera, è questa facesse prato al castello de'
Savj e degli Eroi. £ 64 Canto invrrUimile I dico, tal optDÌone. Prima, perchè
in pro> porzione dell* altr* anime del Limbo y piccolisaimo è U numero di
quelle* che sono ammesse per tspecialissima grazia dentro al delizioso castello
; per lo che* rimanendo loro un luogo sì vasto, vi sarebbero seminate più rade
che per un deserto. Secondo* perchè in qualunque luogo del prato si fosser
tratti Dante e VIRGILIO posto die nel centro non potessero starvi per essere
sfondato * e terminar ivi la sboccatura del secondo cerchio * sarebbe •tato
impossibile discemer tutti quanti* a non supporre* eh* e* sì fosser ridotti
tutti in un mucchio vicino all* entrata * perchè da distanza assai minore, che
non è quella del solo semidiametro di questo prato * a farlo cale * qual se lo
figurano costoro, si smarrisce di vista un uomo dì statura ordinaria. Direi
dunque * che il castello fosse da una porle del piano o pavimento del Limbo * e
che per avventura nè meno arrivasse con le mura in su la sboccatura del secondo
cerchio- E che sia *1 vero* usciti eh* e’ ne furono*, dice Dante, eh* e*
tornarono nelf aura* che trema* cioè in quella, dove sospirano i padani
innocenti, che l'aura eterna farevan tremare. Che se per lo contrario il
castrilo fosse stato abbracciato dall* armilla esteriore* per discender nel
secondo cerchio, non occorreva, eh’ c* ritornassero in quella, dove l’aria
tremava. Kè vale il dire* che per aria tremante si può intender anche l'aria
del secondo cerchio; perchè la sua agitazione (si come vedremo nel seguente
canto) era altro che un semplice tremare, dicendo il poeta di questo cerchio,
v. a8. J* venni in lungo <t ogni luce muto, Che mugghiai come fa mar per
tempesta, S" e* da contrari venti è combattuto. Ecco dunque, che il
catCello era tutto dentro all* orlo del Limbo io su la mano, tu la qual
camminavano : e torna ottimamente allo scemarti la sesta compagnia in due,
essendo Omero, Orazio, Ovidio e Lucano rimasti dentro al castello, e Dante e
Virgilio essendone usciti o per altra porta, o per la medesima, ood* erano
entrati, ma voltando all* altra mano, e incamminandosi per altra via da quella,
ond' erano venuti. Così si condussero, dov' era il passo per discendere nel secondo
cerchio ; si come vedremo nel canto seguente. >eccato, che ii punisce in
questo secondo cerchio, è la lussuria, come il più compatibile all' umana
fragilità, c per avventura il meno grave. Fmge il poeta di trovare al primo
ingresso Flinos giudicante 1' anime. Di poi passa più oltre, e vede la pena de'
peccatori carnali, la qual dice essere un furiosissimo, e perpetuo nodo di
vento, il qual rapisce, e porta seco voltolando in giro queir anime. VIRGILIO
(vedasi) gliene dà a conoscere alcune, che erano già state al suo tempo, ma di
Francesca da Ravenna intende dalla sua propria bocca la cagione della sua
morte, e insieme di quella di Paolo suo cognato, con r ombra del quale si
raggirava per 1' aria del secondo cerchio. Cori discesi del cerchio primajo Giù
nel secondo, che men luogo cinghia, E Scatto più dolor, che pugne a guajo.
Discesi ; Io Dante diacesi. Men luogo cinghia ; si dimostra peripatetico f
ponendo il luogo, distinto dall* esteiH sione della cosa locata. Quindi è, eh*
ei dice il pavimento del secondo cerchio cignere, abbracciare, occupar minor
luogo, in sostanza girar meno del primo, secondo che per lo digradar della
valle gii\ verso il centro si discendeva. Così veggiamo ne* teatri dalla lor
sommità i gradi infmo all' iullmo venire, successivamente ordinati, sempre
risirignendo il cerchio loro. C ben vero, che quanto meno luogo cinghia,
contiene in sè altrettanto più di dolore, che non fa il primo. Poiché, dove
quello per esser solo dolor della mente, svapora in sospiri, questo, che
alFligge il senso, pugne a guajo, cioè arriva a trar guai, pianti e lamenti
dolorosissimi. Y. 4. 5 rauvs Afinos orriòilMente « e ringhia. Qui orribilmente
ha forza di esprimere P orrida residenza, il tribunale formidabile, la fiera
accompagnatura de* ministri, e forse il ferocissimo aspetto dell* infernal
giudice. Bocc. Fdoc. Kb. 6, 42. Quivi ancora si veggono tutti i nostri Iddìi
onorevolissimamente sopr ogn altra figura posti. Dove notisi, che per 1 *
avverbio onorevolis^ simamenie ci dà ad intendere la preminenza del luogo,
quanto la ricchezza degli ornamenti sacri, ed ogni altra nobile accompagnatura
pertinente al culto degli Dii suddetti. Ringhia: accresce lo spavento,
dicendosi il ringhiare de* cani, quando irritati, digrignando i denti « e quasi
brontolando, mostrano di voler mordere. V. 6. Giudica, e manda, secondo eh*
awvinghia. Qui avvinghiare per cignere. Ciò che Ninos ai cigneise, viene
spiegato appresso. Vede qu«l luogo Inferno è da essa. Da in luogo di Per, ed esprime
attitudine, proprietà, c convenevolezza. Cioè qual luogo d'infemoèprr essa, o
vero convenevole ad essa. Veggasi di ciò il Cinonio. V. li. Cignesi con la coda
tante volte ^ Quantunque gradi vuol ^ rAe sia messa. Conosce il poeta T
obbligo, ch'egli ha d* uscire il piti eh* ci può dall’ ordinario, rispetto al
luogo, e a* personaggi, eh’ egli ha alle mani. Quindi va trovando maniere
strane ed inusitate di significare ì loro concetti ; come in questo luogo fa,
che Minos si cinga tante volte la coda, quanti gradi hanno a collocarsi gid 1 *
anime condannate. Quantunque per quanto, nome indeclinabile. Bocc. introd. n.
i. Quantunque volte, graziosissime donne ^ meco pensando riguardo ecc. V. i3.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: Vanno ^ a vicenda y ciascun al giudizio:
Dicono, e odono, e poi son giù volte. In questi tre versi è compresa un*
esattissima e pun> tualissima forma di giudizio. V. a3. Vuoisi cosi colà »
dove si puote Ciò che si vuole ; e più non dimandare. Le stesse parole per
appunto furono usate da Virgilio a Caronte nel canto terze, v. 9 S. V. a 8 . t
venni in luogo d* ogni luce muto. Notisi, come stando sempre su la medesima
bizzarra traslazione d* attribuire il proprio della voce al proprio della
vista, va continuameDte crescendo» Nella selva, ~e Casto dove r oicurit.\ e T
ombra erano accidentali per l' impedimento de' rami e delle foglie, diwe
aolamcnte tacerai la luce, V. 6o. Mi ripigneva là, dove 'I sol tace. Nell*
atrio dell' Inferno dà al lume aggiunto di JSoco, accennando io tal guiaa, non
eaier ciò per accidente > tua per natura ; cauto HI, v. 75. Com’ io discerno
per lo fioco lume. Qui finalmente, dove a' ò innoltrato nel profondo della
valle, muto lo chiama; e vuol denotare, che le tenebre di queato cerchio non
aono accidentali, nè a tempo, nè aaaottigliate da qualche apruzaolo di
languidiaaima luce, ma apeaae, folte, oatiuate, ed eterne. V. 3l. Za bufera
infernal, che mai non retta. Mena gli spirti con la tua rapina: Voltando, e
percuotendo gli moietta. Il Buti definiace eoa! : Bufera è aggiramento di
venti, lo qual finge l’ autore, che sempre sia nel secondo cerchio dell"
Inferno. A chi pareaac queata voce o poco nobile, o troppo atrana, ricordiai,
che ai parla d' un vento infernale, e che merita maggior lode il cercar la
forza dell' eapreaaione, che 1'ornamento delle parole; ed è queata una pittura,
che non richiede vaghezza di colorito, ma forza; e tanto piti è bella, quanto è
meno liaciata ; estendo il naturale coti risentito, che non può bene imitarsi,
te non è fatto di colpi, e ricacciato gagliardo di sbattimenti. Questa bufera
adunque leva e mena gli spiriti con due movimenti. Con uno gli aggira secondo
il corto della tua corrente, che va turno torno al cerchio ; con F altro ( e
ciò fallo con la sua rapina, cioè col tuo grandissimo impeto ) li va voltolando
in lor medesimi. Cosi veggiamo la pillotta e '1 pallone, i quali, se vengono
spinti lentamente per Taria, son portati con un solo moto ^ che è secondo la
linea della direzione del lor viaggio, ma dove urtino in muro, od in legno, osi,
cadendo in terra, ribalzino mcontanente, ne concepiscono un altro, Bglio di
quel novello impeto, che gli aggira intorno ai proprio asse. V. 34. Quando
giungon dinanzi alla mina; Qmvi le strida t il compianto t e*l lamento'.
Bestemmian quivi la virtù divina. Qual sia questa rovina, i commentatori non lo
dicono, o se lo dicono, io confesso di non intendere quello che dicono.
Crederei, che per rovina intendesse l’autore il dirupamento della sponda, giù
per la quale egli era venuto ; e che questa fosse la foce, d' onde metteise il
vento, il quale foue cagione di maggiore sbatiimento a quelle pover* anime, che
vi passavano davanti. A similitudine d* un legno o d'altro corpo, cui la
corrente d'un fiume ne meni a galla, il quale, se s* abbatte a passare, dove sbocca
un torrente, o altra acqua, che caschi con impeto da grand'altezza, questa se
se lo coglie sotto ^ lo tuffa e rìtufia per molte fiate, e in qua e in lè con
mille avvolgimenti T aggira, e strabalza, in fin tanto eh' ei non è uscito di
quella dirittura, e non ha ritrovato il filo della nuova corrente. Di dove, e
come possa quivi nascer questo vento, vedremo allora, che si dirà della fiumana
dell' eterno pianto, di cui nel canto seeondo mi rìserbai a discorrere in altro
luogo. E (ome gli stornei ne portan F ali Nel freddo tempo a schiera larga e
piena ; Così quel fiato gli spiriti mali. Brllisùma iimiUtudlne, e cavata ( «ì
come la «cgitcnte poco appretto delle gru) con finitsimo accorgimento da
animali tenuti in niun pregio, e per ogni conto vilittimi. V. 43. Di qua, di
là, di giù, di tu gli mena : Nulla speranza gli conforta mai Non che di posa,
ma di minor pena. Eipretiione felicistima ed inarrivabile di quel tormento, e
che vince quati il vedere ttetto degli occhi. V. 48. Cori viiF io venir,
traendo guai, Ombre portate dalla detta briga. Qui briga vai lo ttetto che
noja, fattidio, travaglio; e briga preto nello ttetto significato d’ agitamento
di venti. Farad, can. Vili, v. 67. £ la bella Trinacria, che caliga Tra Pachimo
e Petoro sopra '/ golfo, Che riceve da Euro maggior briga. cioè sopra ’l golfo,
eh’ è più battuto dallo scirocco. V. Si. Genti, che faer nero ri gastiga^
Corrisponde al detto di sopra, v. 18. I' venni in luogo iT ogni luce muto. E
cerumente la pena de’ carnali è pena data loro dall’ aria, poiché l’aria col
solo agitarsi si li tormenta. V. 54. Pu Imperadrice di motte favelle. Ebbe
imperio sopra nazioni, che parlavano diversi idiomi. Modo usato altre volte da
Dante : distinguere, o denotare i paeii dalle lingue, che vi ai parlano.
Infer.. Ahi Pila, vituperio delle genti Del bel patte là, dove 'I ri tuona. V.
55 . A vizio di Lutturia fu ri rotta. Che ’l libito fe' licito in tua legge,
Per torre ’l biatmo, in che era eondoita. Aaaai è nota la legge della diioneatà
promulgata da Semiramide, per cui ella penaò di aottrarai all' infamia de’ suoi
vituperj. A vizio di Lutturia fu ri rotta. Forma di dire assai singolare. V.
60. Tenne la terra, che ’l Soldan corregge. Dice il Daniello, che Dante in
questo luogo piglia un equivoco EQUIVOCO GRICE ; e che abbia voluto dire,
Semiramide aver regnato in Egitto, ingannato dal nome di Babilonia, con cui nel
suo tempo chiamavasi volgarmente il Cairo, allora signoreggiato dal snidano,
non rinvenendosi dell' altra Babilonia fabbricata da Semiramide nell’ Astiria. Di
questo errore pretende scusarlo con fargli nome di licenza lecita a pigliarsi
da' poeti grandi, tra' quali gli dà per compagno Virgilio in un certo patto,
non so già quanto a proposito, e con quanta ragione. Se io avesti a esaminarmi
per la verità dell' intenzione, che io credo, che abbia avuto Dante ; direi
forte ancor io, come il Daniello : tanto più che in que' tempi non ti aveva
coti esatta notizia della geografia, che sia sacrilegio l'ammettere, che un
poeta anche grandissimo abbia preso un equivoco intorno a una città, nella
quale era facilittimo l’equivocare, 6 74 Cauto intrndendoii allora comuneniente
per Babilonia quella d'Egitto; ticcome oggi per Lione templicemente
('intenderebbe sempre quello di Francia, e per Vienna quella di Germania; e quanto
a questo, che Babilonia vi fosse in Egitto, e che fosse la stessa, che dagli
Europei si chiama oggi il Cairo, l' afferma Ortelio. Boccaccio nel Decamerone,
di tre volte, che nomina il Soldaoo, intende sempre quello d' Egitto ; e Dante
stesso nell' XI del Farad., t. loo. E poi cht per la sete del martiro Alla
presenza del Soldan superba, Predici) Cristo, e gli altri, che 7 seguirò. Farla
di S. Francesco, il quale i certo, che parla del Soldano d' Egitto, e non di
quello di Bagadet. Il Fetrarca dice anch' egli nel Sonetto; L'avara Babilonia
ecc. non so che di Soldano. 1 commenti l' intendono per quel d' Egitto ; e il
Gesualdo, se non erro, lo cava da una sua epistola, nella quale fa menzione
delle due Babilonie, d' Egitto e d' Assiria. Ma chi volesse anche sostenere,
che Dante non abbia errato, potrebbe farlo con dire, che per Soldano intese
quegli stesso, che nel suo tempo signoreggiava la vera Babilonia di Semiramide,
essendo la voce Soldano nome di dignità, e perciò convenevole ad ogni principe;
e da Cedreno si raccoglie essere stata comune ancora ai Coliifi di Soria,
particolarmente dove parla di uno di essi, che ebbe guerra con Alessio Comneno.
Siccome e converso il Soldano d' Egitto aveva titolo di Cohffa, prima che dal
Saladino fosse unito l'un, e l'altro titolo insieme, quando egli di semplice
Sultano, eh' egli era, diventò Fun e l'altro, avendo ucciso il ColilTa nell'
andar a pigliar da lui lecoudo il lolito l' ioicgne di Soldano. Fu anche
Soldano titolo d' ufTizio coinè ai cava da quoto luogo del Ponti 6 cale romano
citato dal Meunio ; Circa Pontifiiem, aliquando ante, aliquando poit, equilabat
Mareicallus, siile Soldanus Curiae. lila per vedere adeiao, con quanta poca
ragione il Daniello tacci Virgilio d’un timigliante equivoco, laiciaio di
riapondere a quello eh’ ei dice, che egli nel Sileno confondeaae la favola d*
lai e di Filomena, e nel terzo della Georgica acambiaaae Caatore da Polluce,
nel che vien Virgilio difeao molto giudiziosamente dalla Cerda, vediamo il
terzo equivoco notato dal aoprammentovato apositore di Dante ne’ seguenti versi
dell' Egloga del Sileno, T. 74 . Quid loquar? aut tcyllam Nisi? aut quamfama
secuta est. Candida surtinctam latrantihus inguina monstris, DutUhias ue rosse
rales, et gurgite in allo, Ah, timidos nautas canibus lacerasse marinis ? Qui
dice il Daniello, senza allegarne alcuna ragione, che Virgilio equivoca da
Scilla hgliuola di Forco e d'Ecate, o, cum’ altri vogliono, di Creteide, a
quella figliuola di Niso re di Megara. Io credo però di ritrovarla, e dubito
che si possa dir del Daniello nella sposizione di questo luogo di Virgilio,
quello che di Virgilio disse il Berni nell' imitazione di cpiell’ altro d’
Omero; Perch’ e' m hem detto, che Virgilio ha preso Un granciporro in quel
verso d Omero, Chi egli, con reverenza, non ha inteso. Noteremo dunque di
passaggio, come bisogna, che quest’ autore si sia cieduto, che Virgilio parli
d’ una loU Scilla, e che a queita attribuendo i moitri marini, e r ingordigia
degli altrui naufragi, liaii dato ad intendere, eh' egli abbia voluto dire di
quella di Forco 1 ond* egli nota r equivoco in quelle parole : Quid loquar ?
aux tcyllam Nisi ? Sapendo, che Scilla figliuola di Niao fu cangiata in
uccello, e fu, come altri vogliono, appiccata alla prora della nave dell’ amato
Minoi) e finalmente gettata in mare, e non mai trasformata, come quella di
Forco, in moitro marino. Ma la verità ai à, che Virgilio intese di parlare
dell' una e dell' altra Scilla; e, toccando di passaggio quella di Niso, si
ferma a discorrer più diffusamente dell' altra di Forco, come dalla lettura del
luogo è assai facile a comprendere ; ma forse il Daniello non s’ avvide di
questo passaggio, e trovandosi inaspettatamente nella favola di Scilla di
Forco, la credette vestita a quella di Niso, equivocando egli medesimo nell'
equivoco immaginato di Virgilio. V. 61. L'altra è colei, che e’ aneUe amorosa,
E ruppe fede al centr di Sicheo. Didone, seguendo in ciò anch' egli 1 '
orribile anacronismo, ed accreditando T infame calunnia d' impudiciaia datale
da VirgUio. Eneide IV, v. SSa. IVon servata fides eineri promissa SUhaeo. V.
64. Siena vidi, per cui tanto reo Tempo ti volse. Tocca di passaggio, e con
maniera nobilissima la guerra de’ Greci, e l' ultime calamità de’ Trojani, CK
amar di nostra vita dipartille. Della morte delle quali fu cagione Amore
illecitOi V. 7». i' cominciai; Poeta, volentieri Parlerei a que‘ duo, che
’nsieme vanno, E pajon st al vento esser leggieri. Gli accoppia ioaieme, perchè
iniieme avevano peccata. S’accorae, ch’egli erano leggieri al vento, dalla
facUitè, anzi dalla furia, con la quale il vento li portava; e ciò molto
convenientemente, atteao il loro gravitaimo peccato, eaaendo atati per affinità
al atrettamente congiunti, come più abbaaao udiremo. Per quell' amor, eh' ei
mena, t quei verratmo. Per quell' amore, eh' e' ai portarono, il qual fu
cagione di queato loro eterno infelice viaggio. Efficaciaaima preghiera, e
convenientiaaima a due amanti, acongiurarli per lo acambievole amore. Y. 80 O
anime afannate. Aggiunto di mirabil proprietà, e aenza dubbio il più proprio,
che dar mai ai poaaa ad anime tormentate da ai latta pena. Quali colombe dal
disio chiamale Con f ali aperte e ferme al dolce nido Volan per F aere dal
voler portale. Grazioiiaaima aimilitudine, e piena di tenero e compaaaionevole affetto.
Nè traendola Dante da coti gentili animali, quali anno le colombe, vien a
intaccar punto della lode, che le gli dette poc’ anzi, per aver paragonato gli
apiriti di queito cerchio agli atomelli e alle Cauto gru, 1’ una e l’altra
ignobile «pezie d'uccelli, poicliè in ciueato luogo ha maggior obbligo di far
calzar la similitudine all' andar di compagnia, che facevano i due amanti, il
che ottimamente si ha dalla comparazione delle colombe, che ad avvilire con un
paragone ignobile quegli spiriti in generale, come fece da principio. Del resto
gli ultimi due versi di questo terzetto posson aver due sentimenti, l’un e
l’altro bello. Il primo è: Con Vali aperte * ferme al dolce nido volan per
Vaere, cioè volan per l’aere con l’ali aperte o ferme, cioè diritte al dolce
nido; o vero volano al dolce nido con l’ali aperte e ferme, descrivendo in
cotal guisa il volo delle colombe, quando con l'ali tese volano
velocissimamenie senza punto dibatterle, e in questa maniera di volare par che
si ratbgiiri un certo non so che pid di voglia e di desiderio di giugnere. O
animai graziosa e benigno, Che visitando vai per V aer perso Noi, che
tignemmo'l mondo di sanguigno. Ninna cosa odono o parlano pid volontieri gli
annuiti che del loro amore. Quindi è, che quest’ anima chiama Dante grazioso e
benigno per atto di gentilezza usatole in darle campo, raccontando i suoi
avvenimenti, di dar alquanto di sfogo al dolore. Per V aer perso. Il perso è un
colore oscuro, di cui lo stesso Dante nel suo Convivio sopra la canzone Le
dolci rime ecc. dice esser composto di rosso e di nero, ma che vince il nero ;
e Inf. caut, VII, V. io3. L' acqua era buja molto più, che persa. Noi che
lignemmo il mondo di ttmguigno. Scherza in la contrarietà di queiti due colori
; Fai visitando per F aria di color perso noi, che, per eaiere arati ucciai in
pena del noatro Callo, tignemsno il mondo di color di aangue. V. 94. Uh Jttel,
che udire, e che parlar ti picKe : Noi udiremo, e parleremo a vui. Non ì gran
coaa (dice aaaai giudiiioaamente il Landino), che coatei a’ indovinaaae di
quello, che Dante deaiderava d' udire. Una, perché di niun' altra coaa, fuori
che de’ auoi avrenimenti, potea ragioneTolmente credere, eh* egli aveaae
curioaità di domandarla ; 1' altra, perché il coatume degli amanti é creder, che
tutti abbiano quella voglia, che hanno eaai d' udire e parlare de’ loro amori,
tanto che aenza forai molto pregare non fanno careatla di raccontarli anche a
chi non ai cura aiperli. Che riapondeaae la donna pid tosto che l’ uomo, ciò é
molto adattato al coatume della loro loquacità e leggerezza. V. 96. Mentre che
’/ vento, come fa, si tace. n ripoaarai del vento non é coaa impropria, anzi é
accidente confacevole alla natura di quello, dimoitrandoci r eaperienza, che
egli non aoffia con aibilo continuato, al come corrono i fiumi, ma a volta a
volta ricorre, come fanno Tonde marine. Oltre che non aarebbe inveriaimile il
dire, eh’ ei ai fermaaae per divina diapoaizione, acciocché Dante potesse
ammaestrarsi nella considerazione di quelle pene, e riportar frutto dal suo
prodigioso viaggio. Per questa ragione vediamo nel canto IX spedito un angelo a
fargli spalancar le porte della Canto cittì di Dite, e altrove molt’ altre
graxie tingolariuime, le quali la bontà divina gli concedè, per condurlo
finaluiente alla contemplazione della aua euenza. V. 97. Siede la terra, dove
nata fui, Su la marina, dove ‘I Pò diicende Per aver pace co' teguaci tui.
Bavenna ; poco lontano dalla quale il Po inette nelr Adriatico. Discende per
aver pace co’ sui seguaci. Maniera veramente poetica. Dicono alcuni, per aver
pace, cioè per trovar pace in mare della guerra, ch'egli ha nel auo letto da'
fiumi tuoi teguaci ; perocché, fecondo che quelli tgorgano in lui, lo
conturbano e P agitano, onde ti può dire, che gli facciano guerra. Ma te Dante
volette ttar tu l’allegoria di quella guerra, non li chiamerebbe legnaci ;
poiché, fintante che uno è teguace d’ un altro, non gli fa guerra, e,
facendogli guerra, non |i può chiamar più teguace. Diremo dunque, eh' ei voglia
dire, che il Po co' tuoi teguaci diiceode in mare per ripoiare dal lungo corto,
eh' ei fa, per giugnervi, a fine di unirai come parte al tuo tutto, eitendo
queita unione la lola pace, alla quale tutte le creature tono d.a inviiibil
mano guidate. Veduto della patria, è ora da vedere chi folte coitei, che
favella con Dante; per Io che è da taperii, che quetta è Francetea figliuola di
Guido da Polenta tignor di Ravenna ; la quale, eitendo ttata dal padre mariuta
a Lanciotto figliuolo di Malatctta da Rimici, uomo valoroto in vero, e nella
teienza e inaeitria dell’ armi eiercitatittimo, ma zoppo e deforme d' atpetto
troppo più che ad appajar la grazia e la delicatezza di conci non era
convenevole, fu cagione, che ella t' invaghiate di Paolo tuo cognato, il quale
non meno grazioio, e arvenente del corpo, che leggiadro dell’ animo e de'
coatumi, del di lei amore ferventiiiimamence era preao4 Ora arvenne che,
mentre, tcambievolmence amandosi, in gran piacere e tranquillità si Tiveano,
indistintamente usando, appostati un giorno da Lanciotto, furono da esso colti
sul fatto, e d'un sol colpo uccisi miseramente. VICO. jimor, eh’ al cor gejuU
ratto s' apprende. Prete costui della bella persona, Che mi fu tolta, e '/ modo
ancor m' offende. Platone nel Convivio, tra le lodi, che dà Agatone ad Amore,
dice eh’ egli i ancora delicatissimo, argumentandolo da questo, eh’ egli i
ancor più tenero e gentile della Dea Ati, cioè della calamità, la quale esser
mollissima a delicatissima / argomentò Omero dal vedere, che ella, schifando di
toccar co’ piè terra, si tiene per t ordinario in tu le lette degli uomini.
Iliad.Tvt pio 9 * ateahol sróStc iv fàp in' ovSit nlAra^as, <2 A A’ apa
f/j'S xai^ óvfpóv xpoara fiaùani. Ma amore non solamente non mette mai piede in
terra, o in tu le teste, le quali, a dire il vero, non sono molto toffei, ma di
tutto V uomo la parte più gentile calpesta, e sceglie per tua abitazione. Negli
animi dunque, e ne’ temperamenti degli uomini, e degli Dii pone il tuo trono
Amore ; nè ciò fa egli alla cieca, e senza veruna distinzione in ogni sorta
<t animo la sua tede locando, ma quelli solamente, che in fra tutti gli
altri p'ut gentili tono, e pieghevoli con delicatissimo gusto va ritcegliendo.
suStò 9 fizaiipii(;ipfits 6 pi^a tixpiipiusnpi *Epura Xtc araAòc óv qdp iirì
TÙt fiaivit, ovff tiri npavietr. 8a Cahto ( S, larn iravv fiaX«ut<i) cy roif
fMi^xararoig TS* S*T»T> KoÀ fiaivti Koì oisut' iw )'àf> v6$at KOÌ XM
àiiUpixfn rhf Sixqffiv iSpvxau,’ »ai oò» av f{>7( ir xóacui rati dXÀ,’ ^
riti iv vKXtipòv vio( i;^ot<rv >* ’^XP dxtp^^iToi' ^ 9’ àt ftoAouiùy,
oÌKÌ(ixcu. £'l Petrarca nel toaetto : Come't ccmdido piiecc., ricavando con
maniera più morbida lo ateaao originale, fini di copiarlo anche nella parte
tralasciata da Dante, che rijguarda 1' avversione, che Amore ha ordinariamente
agli animi rosai e dori, dicendo : Amor, che tolo i cuor leggiadri invesca, Nè
cura di mostrar sua forza altrove. E nella canaone; Amor, se vuoi, eh' io tomi
ecc., parlando con Amore, tocca leggiadramente in ogni sua parte il
sopraccitato luogo di Platone, dicendo dell’ impeWo, eh' egli ha non meno sopra
gli Dii, che sopra gli uomini, con questi versi : £ s’ egli è ver, che tua
potenza sia Nel Ciri s) grande, come si ragiona, E neir abisso ( perchè, qui
fra noi Quel che tu vali e puoi, Credo, ehe’l senta ogni gentil persona). V.
loi. Prese costui della bella persona che mi fu tolta. Lo prese del bellissimo
corpo che mi fu spogliato dalla morte, e ’l modo ancor m’ offende, perchè mi fu
' data violentemente, e mentre mi suva tra le braccia del caro amante. V. io3.
jimor, eh' a nullo amalo amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m' abbandona, Belliiiiina repetizione : Àmor, eh' al
cuor gentil ratto s' apprende, prese cosuù come gentile. Amor, eh' a nullo
amalo amar perdona, prese me come amata. Mi prese del costui piacer, del piacer
di costui. Costui nel secondo caso senza il suo segno si trova spesse volte
usato dagli autori. Veggansene gli esempi presso il Cinonio. Questo lungo può
aver doppio significato. Hi prese del piacer di costui, cioè del gusto, del
piacimento, della gioja d’amar costui. E mi prese del piacer di costui, cioè
del piacer che io faceva a costui, e questo corrisponde ottimamente al detto
poco innanzi : Autor, eh' a nullo amato amar perdona ; mostrando non tanto
essersi innamorata per genio, quanto per vaghezza d' accorgersi di piacere e
d’esser amata, e per cert’obbligo di gentil corrispondenza. V. io6. Amor
condusse noi ad una morte. Arroge forza con la terza replica, e con granditaim'
arte diminuisce il suo fallo, rovesciando sopra di amore tutta la colpa. Tib.
lib. l .° el. VII, v. aq. Non ego te laesi prudens : ignosce fatemi, lussi!
amor. Contro quis ferat arma Deos ? E'I Boccaccio, giornata IV, nov. I,
conducendo GuU scardo alla presenza del Principe Tancredi, non gli sa porre in
bocca nè altra, nè piò forte difesa per iscusar sè, che r incolpare amore, il
quale, cioè Tancredi, tome il vide quasi piangendo disse : Guiscardo, la mia
benignità verso te non uvea meritato l'oltraggio e la 84 Casto vtrgogna, la
quale nelle mie cose fatta m' hai; eiccome io oggi vidi con gli occhi miei. Al
quale Guiscardo niun altra cosa ditte te non questo. Amor può troppo più che nè
io ni voi pottiamo. V. IO/. Caina attende chi'n vita ci spente. Calila è la
g)iiaccia, dove nel canto vedremo euer paniti coloro, che bruttaron le mani col
sangue de’ lor congiunti. Dice dunque, che questa spera detta Caina sta
aspettando LANCIOTTO marito di lei, e fratello di PAOLO, che fu il loro
uccisore. Ila O latto, Quanti dolci pentier, quanto detto Menò costoro al
dolorato patto ! Tenerissima riflessione, e propria d* animo gentile, ma che
non s’ abbandona a soperchia vilU col dimostrar dolore. E qui notisi, come
Dante per ancora sta forte all’ assalto della pietA, la cui guerra si propose
di voler sostenere al principio del secondo canto, v. l. Lo giorno te n andava,
e f aer bruno Toglieva gli animai, che tono in terra dalle fatiche loro; ed io
sol uno m’apparecchiava a tottener la guerra fi del cammino, e sì della
pietose. £ che ciò sia’l vero, dopo eh’ ei non potò pid rattener le lagrime,
dice, che in questo pietoso oflìcio egli era insieme, v. 117, tristo e pio-,
dove mette in considerazione, se quel tristo si potesse in questo luogo
intendere per iscellerato, malvagio, empio, e non per malcontento, mesto, e
maninconoto, come vien preso universalmente, e (1 come io con gli altri
concorro a credere etier reritirailmeote alata l' intenzione del poeta. Pure
nel primo significato abbiamo nel Inf. triatitiimO) r. 9I. Tra qutJt’ iniqua e
trutitiima copia Correvan genti ignude e spaventate. E di vero tristo in
aendmento d’ empio (a un belliatimo contrapposto con pio, venendo a estere il
poeta in un medesimo tempo empio per compiagner la giusta e dovuta miseria de’
dannati, del cbe nel XX di questa cantica si fa riprender acremente da
Virgilio, e gli la dire, che è sciocchezza averne pietà, e somma scelleraggine
aver sentimenti contrarj al divino giudicio, che li punisce, V. a 5 . Certo V
piangea poggiato a un de' rocchi Del duro scoglio, zi che la mia scorta Mi disse
: Ancor se' tu degli altri sciocchi ? Qui vive la pietà-, quandi è ben morta.
Chi è più scellerato di colui, Ch' al giudicio divin passion porta ? Driaza la
letta, drizza ; e vedi, a cui ecc. E pio poteva dirsi il poeta, per non poter
vincere la naturai violenza di quell' affetto, che contro a tua voglia lo
cottrìgneva a lacrimare ; dove pigliando tristo in significato di metto, avendo
di già detto', eh' ei lacrimava, vi vien a esser superfluo ; e non solamente
tristo, ma pio ancora ; chiarissima cosa estendo, che chi piange r altrui
miseria, n' ha rammarico e compatimento. V. lao. Che conosceste i dubbiosi
desiri? Pubiioti per non esserti ancora l’ un F altro diKoperd. 86 Canto. I3I.
Ed ella a me; nerrun maggior dolore. Che ricordarsi del tempo felice nella
miseria, e dà sa il tuo dottore. Quella lentenaa h di Boezio nel lecondo libro
de Consol. proia IV, Le lue parole iodo : In omni aduer sitate fortuna»
infelùissimum genus inforlunii est, fuisse felieeiu. Tanto che questa volta per
il tuo dottore non debbo intendersi VIRGILIO, come, dal Daniello in fuora,
quasi tutti gli altri si sono ingannati a credere, ma lo stesso BOEZIO, la cui
sopraccitata opera Dante nel suo esilio aveva sempre tra mano, e leggeva
continuamente ; onde nel suo Convivio scrive queste formali parole. Tuttavia,
dopo alquanto tempo, la mia mente, che i argomenta di sanare, provvide ( poi nè
'I mio, I altrui consolare valeva ) ritornare al modo, che alcuno sconsolato
avea tenuto a consolarsi ; e misimi ad allegare e leggere quello, non conosciuto
da molti, libro di BOEZIO, nel quale, cattivo e discacciato, consolato si
aveva. V. ia4- Ho, s‘ a conoscer la prima radice Del nostro amor tu hai cotanto
affetto, farò, come colui, che piange, e dice. Sed si tantus amor casus
cognoscere nostros, Et breuiter Troiae supremum audire laborem. Quamquam animus
meminisse horret, luctuque refugit, Incipiam. £n. lib. Il, v. io e seg. V. i» 7
- Noi leggiavamo un giorno per diletto Di Lancillotto, come amor lo strinse.
Qui, prima di passar più avanti, giudico, che sia bene chiarir l’intelligenza
del rimanente di questo canto, con riportar la atoria di Lancellotto cavata da'
romanzi franzcsi dal libro di Lancilolto Du Lac, e riferita in quella
dottiatiuia acrittura di Lucantonio Bidol6, nella quale in un dialogo fìnto in
Lione tra Aleaaandro degli liberti e Claudio d’Erberé gentiluomo franzeae
apiega ingegnoaamente varj luoghi diSicili de' tre noatri autori Dante, il
Petrarca, e '1 Boccaccio. Farla Claudio Dovile dunque eapere > eome avendo
Galeaui figliuolo della iella Geanda acquitlalo per sua prodezza trenta reami,
s ave a posto in cuore di non voler <t essi coronarsi, se prima a quelli il
regno di Logres dal Re Arius posse- duto aggiunto non aveste ' £ per ciò,
avendolo egli man- dato a Sfidare, furono le genti deir uno e dell' altro più
volte alle mani. Dove Lancilolto avendo in favore di Artus futa maravigliose
pruove contro di Galeaui, e avuto un giorno fra gli altri l'onore della
battaglia, fu da esso Galealto pregato, che volesse andare quella sera alloggiar
seco; promettendogli, se ciò facesse, di dargli quel dono, che da lui
addomandato gli faste. Accetta Lancilolto con quel patto l’invito, e poi la
mattina seguente, partendoti per ritornare alla battaglia dichiarò il dono, che
da Ga- lealio desiderava : il quale fu di richiedere, e pregare esso Gale alto,
che quando egli combattendo fatte in quella gionuila alle gerui del re Artu
superiore, e certo d averne a riportare la vittoria, volesse allora andare a
chieder merci ad esso Re, e in lui liberamente rimetterti. La qual cosa avendo
Galeallo fatta, non solamente ne nacque tra Lancillotto e Galealto grandissima
dimestichezza e amistà, ma ne divenne ancora etto Galealto, per cosi cortese e
magnanimo alto, molto del Re Artu, e della Regina Gi- nevra tua moglie
familiare. Alla quale per tal pubblico PUI5T0 Amor, eh a null’amato amar
perdona, mi prese del costui piacer it forte, che, come vedi, ancor non
m’abbandona. Qui ribadisce : Questi, che mai da me non fia diviso. Nel che ti
ponga niente a quante volte e in quanti modi rioforra V espressioni d'un
ferventissimo ed ostinato amore, e con quant' arte s’ingegna d’attrar le
lacrime e sviscerar la pietà verso que luiserissimi amanti. V. i3y. Galeotto fu
il libro, e chi lo scrisse. Il libro ) e Tautor, che lo scrisse, fece tra Paolo
e Francesca la parte, che fece Galeotto tra Lancillotto e Ginevra; onde
l’Azzolino nella sua Satira contro la lussuria. In somma rime oscene, e versi
infami dell’altrui castità sono incantesimo, e all’onestade altrui lacciuoli ed
amU Tal eh* io ti dico, e replico il medesimo. Se stan cotali usanze immote e
fisse, la poesia diventa un ruSianesùno. E questo è quel, eh apertamente disse
il Principe satirico in quel verso. Galeotto “ il libro, e ehi lo scrisse. Qui
è da notare incidentemente, come alcuni hanno voluto dire, che il cognome di
Principe Galeotto, attri- buito al Centonovelle del Boccaccio, possa da questa
storia esser derivato; perchè, dicono essi, ragionandosi in codesto libro del
Boccaccio di cose per la maggior Cauto quinto. parte alle gii dette di Ginevra
e di Francesca simiglianti, pare che quel cognome di principe Galeotto
meritamente te gli convenga. In questa guisa inferir volendo, estere il
Decamerone il principal libro di tutti quelli, che contengono in loro cose attrattive
alla carnale concupiscenza; che tanto è a dire, quanto dargli titolo di Primo
Ruffiano, o vero di principe de' ruffiani. Na di ciò reggati più
particolarmente il Ridolfi nel soprammentovato dialogo, ove parlando assai
diffusamente di tal opinione ti sforza di mostrare, essere molto veru simile a
credere tal disonesto cognome, come anche quello di Decamerone estere stato
posto al Centonovelle più tosto d’altri, che dal BOCCACCIO; il quale nel
proemio della quarta giornata avere scritte le tue novelle senz’alcun titolo
apertamente si dichiara. Quel giorno più non vi leggemmo ovante. Aocenna con
nobil tratto di modestia l’ inferrompimento della lettura, ed in conseguenza il
passaggio da’ tremanti baci agli amorosi abbracciamenti. Nome compiuto: Il
conte Lorenzo Magalotti. Villa Magalotti. Magalotti. Keywords: di naturali
esperienze, ‘naturali esperienze’ --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Magalotti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Maggi:
l’implicatura conversazionale -- implicatura ridicola – la scuola di Pompiano
-- filosofia lombarda – filosofia bresciana – scuola di Brescia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pompiano).
Abstract. Grice: “I
don’t know why Cicero found Stoicism ridiculous – but I fear the word carried a
different implicature back in Ancient Rome!” The English word ‘ridiculous’ and
the Italian word ‘ridicolo’ both stem from the Latin verb ‘ridere, to laugh, or
to laugh at. Here’s the breakdown.Ridere (Latin verb) to laugh. Ridiculus,
Latin adjective: laughable, funny, amusing, absurd, ridiculous.This adjective
is derived from ‘ridere’ ‘ridiculosus (late Latin adjective) laughable – droll.
This word is the DIRECT source of the English word ‘ridiculous.’ Ridicolo
(Italian adjective) directly descended from the latin adjective ridiculus. In
essence, both words trace their roots bak to the Latin concept of laughter,
particularly that which excites amusement or derision.” Filosofo italiano.
Pompiano, Brescia, Lombardia. Grice:
“I like his portrait” – Grice: “My favourite of his essays is on the
ridiculous; but his most specifically philosophical stuff is the ‘lectiones
philosophicae’ and the ‘consilia philosophica.’” La famiglia aveva possedimenti e anche un negozio di
farmacia. Il padre Francesco, uomo di lettere, fu il suo primo maestro.
Studia a Padova con Bagolino e frequenta attivamente gli ambienti culturali
della città. Si laurea e insegna filosofia. Degl’Infiammati, strinse amicizia
con Barbaro, Lombardi, Piccolomini, Speroni, Tomitano, Varchi, entrò quindi a
far parte del circolo di Bembo, frequentando insigni filosofi come Paleario,
Lampridio e Emigli. Conobbe Pole, Vergerio, Flaminio e Priuli. Il dibattito
sulla questione della lingua e sui temi estetici legati soprattutto
all'interpretazione della Poetica aristotelica condusse alla preparazione di un
commento allo scritto di Aristotele che, iniziato da Lombardi, fu proseguito, concluso
e fatto pubblicare da M., con altra sua opera dedicata ad ORAZIO, a Venezia: le
“In Aristotelis librum de Poetica communes explanationes: Madii vero in eundem
librum propriae annotations”, dedicato a Madruzzo. Lascia Padova per
entrare al servizio del duca Ercole II d'Este come precettore del figlio
Alfonso e, insieme, per insegnare filosofia a Ferrara. Si conservano appunti
delle sue lezioni sulla Poetica. Anche della vita culturale della città estense
fu protagonista, divenendo principe dell'«Accademia dei Filareti», che
vanta membri come Bentivoglio, Calcagnini, Giraldi e Cinzio, oltre a essere
amico degli umanisti PIGNA, PORTO, e RICCI, che gli diede pubblicamente merito
di essere stato «il primo interprete della Poetica di Aristotele».
“Mulierum praeconium” o “De mulierum praestantia” e dedicata ad Anna d'Este, la
figlia di Ercole e di Renata di Francia, che nello stesso anno fu tradotta “Un
brieve trattato dell'eccellentia delle donne.” Comprende anche una Essortatione
a gli huomini perché non si lascino superar dalle donne, attribuita a Lando,
che si pone come corollario dell'orazione di M. Alla chiusura temporanea
dell'Università, ritorna a Brescia, partecipando alle riunioni dell'Accademia
di Rezzato, fondata da Chizzola. Abita nella quadra della cittadella vecchia,
in contrada Santo Spirito. Sposa Francesca, figlia del nobile Paris Rosa,.
A Brescia sede nel Consiglio Generale e fu incluso nell'elenco dei consiglieri
comunali della città destilla reggenza delle podestarie maggiori del
territorio. Fu destinato alla Podestaria di Orzinuovi, ma vi rinunciò, come
rinunciò anche alla podestaria di Salò, e partecipò alle sedute del Consiglio
Generale. Altre saggi “Un brieve trattato dell'eccellentia delle donne,
Brescia, Turlini “In Aristotelis librum de Poetica communes explanationes:
Madii vero in eundem librum propriae annotationes, Venetiis, Valgrisi; De
ridiculis, in Horatii librum de arte poetica interpretatio, Venetiis, Valgrisi,
“Lectiones philosophicae” Firenze, Biblioteca Riccardiana, ms. Expositio in libros de Coelo et Mundo, Milano,
Biblioteca Ambrosiana, ms, Expositio de
Coelo, de Anima, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Quaestio de visione, Milano,
Biblioteca Ambrosiana, Espositio super primo Coelo, Piacenza, Biblioteca Passerini-Landi,
ms Pollastrelli, Mulierum praeconium, Modena, Biblioteca Estense, ms Estensis latinus.
Oratio de cognitionis praestantia, Ferrariae, apud Franciscum Rubeum de
Valentia, Consilia philosophica, Vincentii Madii et Jo. Bap. Pignae in favorem
serenissimi Ferrariae ducis in ea praecedentia, Archivio di Stato, Casa e
Stato, Modena. Note In Sardi, Estensis latinus 88, Modena,
Biblioteca Estense. G. Bertoni,
«Giornale storico della letteratura italiana», C.. Fahy, Un trattato sulle
donne e un'opera sconosciuta di Lando, in «Giornale storico della letteratura
italiana», Bruni, Speroni e l'Accademia
degli Infiammati, in «Filologia e letteratura», XIWeinberg, Trattati di
retorica e poetica, III, Roma-Bari, Laterza, Bisanti,
interprete tridentino della Poetica di Aristotele, Brescia, Geroldi, Giorgio
Tortelli, “Quattro M. in cerca d'autore”, in «Quaderni del Lombardo-Veneto»,
Padova, Vincenzo Maggi, su Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vincenzo Maggi, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nome compiuto: Vincenzo
Maggi. Maggi. Kewyords: implicatura ridicola, Eco, il nome della rosa,
Cicerone, il tragico, filosofia tragica, pessimismo, l’eroe tragico, Nietzsche,
la tragedia per musica – I curiazi, catone in Utica – tragedia per musica --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Maggi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Magi:
l’implicatura conversazionale nell’uso delle parole – il mistico – I mistici –
la scuola di mistica fascista – il veintennio – la scuola di Pesaro -- filosofia
marchese -- filosofia italiana – filosofia fascista -- Luigi Speranza (Pesaro). Abstract. Grice: “When I arrived at Corpus with a
classics scholarship from Clifton, I knew I had to deal with THINGS, not words
– but soon enough, all I heard ‘so-called philosophers’ discussing was: words,
the use of words – in Italian: parole, l’uso delle parole – it reminded
instantaneously of Magi!” -- Filosofo italiano. Pesaro, Marche. Grice: “A
fascinating philosopher – “journey around the world in ten words,’ a gem!” -- Insegna a 'Urbino. Si dedica alla psicologia “trans-personale”. Fonda il
Centro di Filosofia Comparativa (cf. ‘implicatura comparativa’) e “Incognita” a
Pesaro, tesoreggiando ‘l’intelligenza del cuore’ e il principio
dell’interiorità. Scrisse “I 36 stratagemmi” (Il Punto d'Incontro; dal,
BestBUR). Il suo “Il Gioco dell'Eroe. Le porte della percezione per essere
straordinario in un mondo ordinario” vede un clamoroso successo. “I 64 Enigmi.
L'antica sapienza per vincere nel mondo”
(Sperling et Kupfer )è segnalato al
primo posto dei libri più attesi. Lo stato intermedio tratta l’argomento
rimosso dei nostri tempi: la morte, e abbraccia l'orizzonte ampio degli ambiti
cari agli autori: filosofia, mistica, psicologia transpersonale, esperienze ai
confini della morte. Esce un aggiornamento ampliato del Gioco dell'Eroe
con il sottotitolo “La porta dell'Immaginazione”. Vgetariano dichiarato., si
focalizza sui modelli mistici per approfondirne, oltre la portata metafisica e
auto-realizzativa, i concetti di efficacia ed efficienza: nel libro I 36
stratagemmi declina il taoismo nei suoi aspetti di strategia psicologica; nel
saggio "Le arti marziali della parola" in La nobile arte dell'insulto
(Einaudi) evidenzia come l'arte del combattimento diventi arte retorica e
dialettica. Nei saggi Il dito e la luna, La via dell'umorismo e Il tesoro
nascosto mostra il rilievo della comunicazione metaforica e umoristica. Elabora
e sviluppa la dimensione della psicologia trans-personale all'interno del Gioco
dell'Eroe, disciplina da lui creata e imperniata sulla capacità umana
dell'immaginazione. Altre saggi: “Il dharma del sacrificio del mondo”
(Panozzo); “La filosofia del linguaggio eterno” (cf. Grice: ‘timeless’ meaning,
versus ‘timeful’?). Urbino, “Quaderno indiano,” Scuola superiore di filosofia comparativa
di Rimini, “Il dito e la luna,” Il Punto d'Incontro); I 36 stratagemmi (Il
Punto d'Incontro, BestBur); Sanjiao. I tre pilastri della sapienza, Il Punto
d'Incontro, Einaudi, Uscite dal sogno della veglia. Viaggio attraverso la
filosofia della Liberazione, Scuola superiore di filosofia comparativa di
Rimini, La Via dell'umorismo (Il Punto
d'Incontro); La vita è uno stato mentale. Ovvero La conta dei frutti delle
azioni nel mondo evanescente, Bompiani, Kauṭilya, Il Codice del Potere (Arthaśāstra).
Arte della guerra e della strategia” (Il Punto d'Incontro, "Lo yoga
segreto del perfetto sovrano"; “Il gioco dell'eroe” (Il Punto d'Incontro);
“I 64 Enigmi, Sperling); Lo stato intermedio,, Arte di Essere,. Il tesoro
nascosto. 100 lezioni sufi, Sperling); Il gioco dell'eroe. La porta
dell'Immaginazione” (Il Punto d'Incontro, 101 burle spirituali, Sperling); Recitato
un cameo, nel ruolo di se stesso, nel film Niente è come sembra, di F. Battiato,
a fianco di Jodorowsky. Jodorowsky scrive in seguito la presentazione di La Via dell'umorismo.Blog. «Fondai a Rimini il Centro di Filosofia Comparativa”.
Per spaziare in temi altissimi con una narrazione transdisciplinare. Attraverso
immaginazione, religioni, filosofie, arti e scienze». Incognita. Advanced Creativity Il Secolo XIX
(Onofrio) " 'Incognita' di Pesaro. Diario di viaggio nell'Oltre,
un'immersione interiore al di là dello spazio-tempo"31 Il Secolo XIX
(R. Onofrio) "Advanced Creativity Mind School. Per capire l'entrata
nell'epoca del post-umano" Per il titolo del suo album Dieci stratagemmi,
Battiato si è ispirato a I 36 stratagemmi di M. Il sottotitolo,
"Attraversare il mare per ingannare il cielo" è il primo stratagemma
dei trentasei che compongono che il libro.
Stralcio della quinta puntata (youtube)
Modelli strategici. Corriere della Sera, (Camurri) wuz
Panorama (Mazzone) wuz Panorama (Allegri) Il Secolo XIX Onofrio) "Aprite le porte
all'Immaginazione, c'è un mondo oltre la quotidianità" M., I 64 Enigmi,
Sperling et Kupfer, Milano: «Diversi anni fa, in un’intervista, mi chiesero
perché sono vegetariano. La mia risposta fu molto sintetica (e la penso ancora
così): Non mangio animali. Non riesco a digerire l'agonia». La Repubblica (Michele Serra); Il Riformista
(Luca Mastrantonio); Il Venerdì di Repubblica (Schisa) Il Gioco dell'Eroe, Il Punto d'Incontro,.
Libro/CD con prefazione di Battiato Il
Gioco dell'Eroe Gianluca. Scena del film ove compaiono e A. Jodorowsky (yout ube) La Via dell'umorismo, Il Punto d'Incontro,
Vicenza, La Stampa (Il Premio è stato conferito dalle autorità della Repubblica
di San Marino con la motivazione: «Lo scrittore che ha costruito attraverso la
sua produzione e l'attività del Centro di Filosofia Comparativa di Rimini ponti
di comunicazione tra le antiche saggezze d'Oriente e d'Occidente,
attualizzandone, in teoria e in pratica, il loro messaggio filosofico,
psicologico e spirituale per l'uomo contemporaneo»). Gl’altri premi sono stati
conferiti a: Battiato (Musica), Jodorowsky (Teatro), F. Mussida (Arti visive),
S. Agosti (Cinema), M. Gramellini (Giornalismo), Gabriele La Porta
(Televisione). Sito ufficiale di
Gianluca Magi (in cinque lingue) Incognita ◦ Advanced Creativity
"Psicologia transpersonale. Che cos'è?" Video Lectio brevis riflessionisul Senso della vita su
riflessioni. Nome compiuto: Gianluca Magi. Magi. Keywords: l’uso delle parole,
il mistico, ‘implicatura comparativa’ mistico, scuola di mistica, l’uso di
‘scuola’ mistica -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Magi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Magli: il deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I was invited to explore on the
optimality of meaning at Brighton –of all places (I’d rather be surfing!) – I
said, slightly out of the blue: ‘convention? Surely language has nothing to do
with convention. I can invent a language, call it Deutero-Esperanto – that
nobody ever speaks! I wasn’t thinking
of Magli!” -- Filosofo italiano. Roma, Lazio. Anti-Babele – “Antibabele: la
vera lingua universale” (Roma, Zufli). Vikipedio Serĉi Anti-Babilona internacia planlingvo
proponita Lingvo Atenti Redakti Anti-Babilona aŭ Antibabele estas internacia
planlingvo proponita de Halien M. (eble plumnomo de M.), kun elementoj prenitaj
el aziaj, afrikaj kaj eŭropaj lingvoj. Ĝi uzas kiel alfabeton la arabajn nombrojn kun punktoj
supren aŭ malsupren la ciferoj. Geografiaj nomoj estas anstataŭigitaj per
koordenadojn kaj personaj nomoj per la dato de naskiĝo kaj morto. M. pensis ke estis inteligentaj vivantoj en
aliaj proksimaj planedoj, kiel Marto, kaj oni bezonus logike matematika
lingvaĵo por interkomunikigi al ili. Laŭ li, la nombro 365 signifus
interplanede Tero, ĉar la Tera jaro havas 365 tagojn, kaj 224 estus logike
Venuso. La aŭtoro konis la projekton
Lincos, kiu eble influis lin. Bibliografio redakti Antibabele "la vera lingua
universale.", M., Roma, Tip. A. G. I. [1952] Ĝermo pri planlingvo Ĉi tiu
artikolo ankoraŭ estas ĝermo pri planlingvo. Helpu al Vikipedio plilongigi ĝin.
Se jam ekzistas alilingva samtema artikolo pli disvolvita, traduku kaj aldonu
el ĝi (menciante la fonton). Laste redaktita antaŭ 1 jaro de CasteloBot RILATAJ
PAĜOJ Laŭbita logiko Pruvo per disputo Predikata logiko Vikipedio La enhavo
estas disponebla laŭ CC BY-SA 4.0, se ne estas alia indiko. Regularo pri
respekto de la privatecoUzkondiĉojLabortablo. Poeta visivo e performer
sperimentale, Paolo Albani è anche autore di vari saggi e repertori su ogni
tipo di "bizzarrie letterarie e non". Le ricerche (già praticate da
personaggi quali Raymond Queneau e Umberto Eco) su scritti e teorie strampalate
in ogni sfera dello scibile umano si concentrano in questo caso sui
"mattoidi" del Bel Paese, ovvero autori che pur sostenendo tesi del
tutto folli non hanno mai soggiornato in manicomio. Decine di informate schede
di taglio enciclopedico prendono in esame, suddivise per argomento, casi
relativi perlopiù al periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, in parte
attinti dall'archivio storico dell'antropologo Giuseppe Amadei. Troviamo quindi
linguisti utopici come il "brevista" Carlo Cetti, che s'ingegna nel
ridurre al minimo l'uso del vocabolario (riscrivendo a mo' d'esempio in
versione "smagrita" I promessi sposi), o come Gaj Magli, ideatore del
linguaggio numerico internazionale Antibabele. Tra i poeti e scrittori ci sono
autori di audaci imprese quali un remake della Divina Commedia, preservando le
rime dantesche ma con la guerra per l'indipendenza italiana come soggetto
(Bernardo Bellini), mentre tra i filosofi si distinguono il panteistico
Tu-sei-me-ismo di Antonio Cosentino e la Psicografia di Marco Wahlruch, esposta
per mezzo di bizzarre tavole verbo-visuali. Particolarmente inquietanti alcune
proposte di scienziati e medici, impegnati nel dimostrare la quadratura del
cerchio ma anche nel teorizzare mostruosi incroci uomo-animale o l'assorbimento
di fluido vitale da "animali sani espressamente uccisi" (nonché da
uova bevute con cannuccia direttamente dal sedere della gallina!...). Anziché
lasciarsi andare a facili commenti derisori, Albani redige le voci mantenendo
un distaccato e scientifico aplomb, rendendo così ancor più surreale e
"patafisica" la sconcertante carrellata sul risaputo genio italico. E
il pensiero va, inevitabilmente, al gran numero di visionari blogghisti,
fanatici cospirazionisti, politici ed economisti estemporanei (anche, ahinoi,
sui banchi del Parlamento) che ancor oggi popolano la nostra benamata Penisola.
Nome compiuto: Gaetano Magli. Gaj Magli. Magli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Magli”. Magli
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Magnani: l’implicatura conversazionale della linea e il punto –
la scuola di Sannazzaro de’Burgondi -- filosofia lombarda – scuola di Pavia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Sannazzaro de’ Burgondi). Abstract. Grice: “When I was invited
at a colloquium at Brighton – of all places (I’d rather be surfing) – to expand
on my optimal view of meaning, I use Plato’s example of the ‘circle’ – the
perfectly round geometrical circular line. No such thing in NATURA – yet we can
DEEM any imperfect circle we draw to CORRESPOND to this … er, ideal!” Filosofo
italiano. Sannazzaro de’ Burgondi, Pavia, Lombardia. Grice: “I like Magnani; he
has written about conceptual change, which I enjoyed!” -- Grice: “I like
Magnani; his treatise on the philosophy of geometry is brilliant!” -- essential Italian philosopher, not to be
confussed with Tenessee Williams’s favourite actress, Anna Magnani --. Insegna a 'Pavia, dove dirige il Computational
Philosophy Laboratory. Dedicatosi allo studio della storia e della
filosofia della geometriai, i suoi interessi si sono poi rivolti all'analisi
della tradizione neopositivista e post-positivista. Si è poi dedicato al tema
della scoperta scientifica e del ragionamento creativo. Studia tematiche
riguardanti il ragionamento diagnostico in medicina in collegamento con il
problema dell'abduzione, presto diventato fondamentale nella sua ricerca. La
sua attenzione si è anche indirizzata verso il cosiddetto model-based
reasoning. Fonda una serie di conferenze sul Model-Based Reasoning. Trattai
problemi di filosofia della tecnologia e di etica, rivolti anche al tema
trascurato in filosofia dell'analisi della violenza. I suoi interessi di
ricerca includono dunque la filosofia della scienza, la logica, le scienze
cognitive, l'intelligenza artificiale e la filosofia della medicina, nonché i rapporti
fra etica e tecnologia e tra etica e violenza. Ha contribuito a diffondere il
problema dell'abduzione. La sua ricerca storico-scientifica ha riguardato principalmente
la filosofia della geometria. Dirige la Collana di Libri SAPERE. Opere: “Conoscenza
come dovere. Moralità distribuita in un mondo tecnologico” “Filosofia della
violenza” “Rispetta gli altri come cose. Sviluppa una teoria filosofica dei
rapporti fra tecnologia ed etica in una prospettiva naturalistica e cognitiva. Note Web Page del Dipartimento di Studi
Umanistici Computational Philosophy
Laboratory Web Site [Cfr. le varie
pagine dedicate a questi convegni in//www-3.unipv/webphilos_lab/cpl/index.php
Computational Philosophy Laboratory], Dipartimento di Studi Umanistici, Sezione
di Filosofia, Pavia, Pavia (Italia)] Sun
Yat-sen Award Cerimonia Book Series SAPERElesacademies. org. Edizione cinese: Philosophy and Geometry Morality in a Technological WorldAcademic and
Professional Books Cambridge University Press
Abductive Cognition Understanding
Violence The Abductive Structure of
Scientific Creativity Author Web
Page Handbook of Model-Based
Science Logica e possibilità, su RAI
Filosofia, su filosofia.rai. Filosofia della violenza, su RAI Filosofia, su
filosofia.rai. Grice: “Philosophy of geometry, so mis-called – I call it the
theory of the line and the point – always amused me since Ayer misunderstood it
in 1936! Hoesle and Magnani prove that it’s less geometrical than you think!”
-- Nome compiuto: Lorenzo Magnani. Magnani. Refs. Luigi
Speranza, "Grice e Magnani," per il Club Anglo-Italiano -- The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Magni:
l’implicatura conversazionale – filosofia lombarda – scuola di Milano –
filosofia milanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice: “There are alternate ways of
describing what I call a conversational maxim. The imperative mode is not
imperative. An objective, a paeceptum, even an ‘axiom’ may play the role!” Filosofo
italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I love Magni – He has gems like ‘Petrus is
Petrus’ – I’m talking about his “Principia et specimen philosophiae” – The
titles for the chapters are amusing, and he refers to ‘ratio essendi’ – and
other stuff – *Very* amusing --.”Figlio dal conte Costantino Magni e da Ottavia
Carcassola, si trasferì a Praga. Entrò
nei cappuccini della provincia boema a Praga. Insegna filosofia entrando,
grazie al suo insegnamento, nelle grazie dell'imperatore. Presto fu eletto
Provinciale della Provincia austro-boema dell'ordine e divenne apprezzato
consigliere dell'imperatore e di altri principi europei. Il re Sigismondo III
gli affidò la missione cappuccina nel suo paese. Ferdinando II lo inviò in
missione diplomatica in Francia. Fu uno dei consiglieri del duca Massimiliano I
di iera. Dopo la battaglia della Montagna Bianca, sostenne l'arcivescovo di
Praga Ernesto Adalberto d'Harrach nella cattolicizzazione della popolazione e
nelle riforme diocesane. Prese parte in nome dell'imperatore ai negoziati con
il cardinale Richelieu sulla successione ereditaria al trono di Mantova. Divenne
consulente teologico nei negoziati per la pace di Praga e missionario
apostolico per l'elettorato di Sassonia, Assia, Brandeburgo e Danzica.
Riprodusse a Varsavia di fronte al re e alla corte l'esperimento di Torricelli
usando un tubo riempito di mercurio per produrre il vuoto. Riuscì a convertire
il conte Ernesto d'Assia-Rheinfels e sua moglie. Dopo che l'Praga venne
affidata ai Gesuiti, entrò in contrasto con i gesuiti, che lo fecero arrestare
a Vienna. Rilasciato dalla prigione per intervento dell'Imperatore e tornò a
Salisburgo, dove morì quello stesso anno. Frutto della sua polemica con i
protestanti è “De acatholicorum credendi regula judicium” in cui sostene che
senza l'autorità della Chiesa, la Bibbia da sola non era sufficiente come
regola di fede per i cristiani. Trata lo stesso argomento in “Judicium de
acatholicorum et catholicorum regula credenda”, le cui debolezze argomentative
scatenarono la contro-offensiva dei protestanti. Si occupa di metodologia,
logica, epistemologia, cosmologia, metafisica, matematica e scienze naturali.
Rifiuta i principi aristotelico-scolastici, ispirandosi alle dottrine di
Platone, Agostino e Bonaventura. Altre saggi: “Apologia contra imposturas
Jesuitarum,” “Christiana et catholica defensio adversus societatem Jesu,” “Opus
philosophicum,” “Commentarius de homine infami personato sub titulis Iocosi
Severi Medii,”:Concussio fundamentorum ecclesiae catholicae, iactata ab Herm.
Conringi, “Conringiana concussio sanctissimi in christo papae catholici
retorta,” “Echo Absurditatum Ulrici de Neufeld Blesa” “Epistola de responsione
H. Conringii” “Epistola de quaestione utrum Primatus Rom. Pontificis,
“Principia et specimen philosophiae, Acta disputationis habitae Rheinfelsae
apud S. Goarem, “Organum theologicum”; “Methodus convincendi et revocandi
haereticos”; “De luce mentium”; “Judicium de catholicorum ei acatholicorum
regula credendi, “De atheismo Aristotelis ad Mersennum, Demonstratio ocularis,
loci sine locato: corporis successiuè moti in vacuo, Bologna, Benatij. Vedi la
voce nella Enciclopedia Italiana. J. Cygan, “Vita prima”, operum recensio et
bibliographia, Romae, “Opera Valeriani Magni velut manuscripta tradita aut
typis impressa, «Collectanea Franciscana», A. Catalano, La Boemia e la
ri-conquista delle coscienze. Harrach e la Contro-Riforma, Roma, Storia, M.
Bucciantini, La discussione sul vuoto in Italia: Discussioni sul nulls, M.
Lenzi e A. Maierù, Firenze, Olschki, A. Napoli, La riforma ecclesiastica in Boemia
attraverso la corrispondenza della Congregazione de Propaganda Fide, Centro
Studi Cappuccini Lombardi, Biblioteca Francescana, Milano. Relatio veridica de
pio obitu R. P. Valeriani Magni, Lione, Ludwig von Pastor, Storia dei papi,
Roma, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Bihl, G. Leroy.
Ad universam Philosophiam. De Ordine &Jl)lo Dottrimt. Oftii Theophilc
nullum entium affitmiri de alio ente, fed fingula negari de singulis quae verd
affirmantur de entibus non lunt entia, sed habitudines, quae intercedunt entia.
Ego enim illa duntaxat nunc upaui entia, qu3e per al iquam potentiam pofluni
efTe, 6c intelligi, feorfum abomni alioente. Harum habitudiuum, ut docui,
aliae funtiden: itatise (Tentiae, ut, “Petrus est Petrus”. Alias identitatis
rationis, ut “Petrus est Paulo idem m ratione naturae humanae. Demum aliac funt
efle aut principium, aut ter- n)inumalicuius motus – vt: “Petrus generat”,
“Paulus generatur”. Ex quibus duntaxat potest demonstrari et existentia, et
natura entium.Verum non sunt negligendae reliquae: Ille,enim, qua: referent
identitatem essentiae sive affirmatam, sive negatam, inuoluunt Frequenter
niotum nostrae rationis a cognitione imperfecta, ad perfectionem: v.g huius
propositionis, “Homo est animal rationale”. Praedicatum licec sit identicum subiecto, ipsum tamen
explicat diftin&ius. Qux autem consistunt in identitate rationis, sive
affirmata, sive negata, coordinant cognoscimentum et praedicamenta, et in omni
di£lione, iudicio, ac ratiociatione praetendunt terminos, qui ab identitate
rationis, communi pluribus entibus, denominantur universales. Et licet eiusmodi
identitatesr ationis non inferantur syllogismo, sed cognoscantur sola
collatione, seu comparatione terminorum, cognitorum aut immediate aut mediante
illatione: tamen hae habitudines tum fubeunt illationem, cum ex identitate
rationis affirmata, aut negata de duobus principijsali cuius motus, infertur
proportionalis identitas rationis, inter terminus illorum motuum, v.g. Quae est
ratio entitatis inter Petrum et Paulum, ea eft mter filios Petri et Pauli.
Quoniam vero in primo libro de per se notis, per didboncm connexam ordinavi in
cognoscimento, et praedicamentis entia per se nota: coordinationem graduum
entitatis, nomino cognoscimentum, et A per iu* X 2 Vakriani M. per iudicium
conncxum exhibui in clau^diftin &asomnes entiurn per se notorum pra:cipuos
motus per se notos, quorumillos. quos quifquc confcit in se, ennarraui (atis
accurats, inlibro demeiconlcicntia: fupercft, ad complementum appararus
philosophici. exhibere illas propoauioncs. quarum veritasnon dependeat abentium
cxiftentiajeda rarionc a?tcrn^ > et incommutabili, cuius modi debent cffe
i!la?,qutfin syllogismo denominancuc maiores: Minores enimper se nota
propoliciones, exararaz in cra#atu de per se noris, habenc verit3tem,pendulam
ab exifteruia Ennum; v. g. Luna mouetur, qua?, fi corrumpatur,inducit
Falfiratem iliius propofitionis, Ac vero hxc: Id, quod mouctur, neceiIari6 movetur
ab alio : eft vera,tametfi corrumpancuromnia mouentia et mobilia. Harum vero
propofitionum incommutabilium funt innumera nequecft vllaclfYerentia motus,
quaenon sibi vendicetpropiias vericate'S mcommutabiles: puta has.Id, quod
Loco-movetur 5 neccessari6 Loco movetur ab alio: ld, quod alteratur, necelTari6
alteratur ab alio; U> qnod generatur, neceflano generatur ab alio. Veium hae
omnes deriuanc (ibi incommutabilitatem ab hac: Id quod mouetur, neccessariu
mouecur ab aho>oporcetergo congercre invnum craclacumillasimfnutabilium,quas
nulla ipccialis pars philosophiae pcrcra&ac, quatenuSjvbiv.g. ventum ficad
tra&a cum de generatione. Ha?c, fd, quod geiif ratur, neceflario generatur
ab alio demonftracurperhanc : id, <juod mouetur, necefl.ui6 mouetur abalioj
quae supponatur dcmon(trata m ipfo vestibulo Philosophia?,ica vc non fic opus
in vllo ratiocir nco repetere demonftiacionem fadtam. Hiccrgotra&atus
comple&iturhas propositiones ajternas, et ir>» commucabiles>in quas
neccirario refoluancur omnes lllacioncs. quas habebir,& habere poteft
vniucrfa philosophia: has nuncupaui Axiomata, et licniiTec denominarc Maximas,
veluc, quac influanc vim iliatiuam propofitionibus maioribus.
Exordioraucemtraclatum ab habitudinibus idcmitatis elTentiar, deinde profequar
illas,quac funt efle pi incipium et ccrminum motus, casvero, quae funt ex
idcncitareracionis, poftrcmo loco commemorabo.nimirum ilIas, quacafficiunc
motum: mocum, in quam, icalem cx quo duntaxar argumentor entium exiftencias et
nacuras. Scd veiitus, nemeusftylustibi vfquequao^ue probccur, voloprius
^cxcufareilla. qu^forcaflis exiftimabisnofacii congrua fini,mjcintcdo
Obijciturprimo loco oblcuritas, quxfuperec vulgarem conditionem, j4xiowata S
ncm rhilofophantiura. Respondeo, quod obscurafas obuenit vcl ab obie&o, ve! a ftylo
(cribentis. Meum stylum audafter dico tam darum quam
quicflepoifitnatioenimfcribendicum clarirate est mihi et rcopeccisfima, et
familiaris.cxcerum grarulor philosophiae obfcuriracem ab obie&o,quae aiceac
plerofque ab hoc ftudio, qui Reipublica: vnlius opera,& aecace impendent in
agro>in mechamcis^in bcllo et iimilibus Laudatur pasfim rraditio
do&rinae per quarftiones, quae rnouentuc de (uL,ie&o alicuius
fcicnciae>placecque numerata partino earum.Hanc methodum refolutiuam Ego non
adhibeo, fed compofiriuam : Haec enim exordicur a nonslimis et prarcendens
lucem eacenus partam, reuelat semper obfcuriora : qui verdmouec
quxftionem,obijcit tenebras,quas fubmoueac,(olucndo qua^ftionem propofiram.
Uli,qui per qusftiones cradunt lcientiam,ducunt argumenta ex omnibus locis
diale£ticis:Ego proiequor lineam mocus, tfnde dunraxac infero enrium
exiftencias,tSc nacuras,ijsargumcncis, quadola poflunt efle
dcmonftrariua,quarue,adnumerata Diale&icis, digniratem propriam peflundant
Memineris vero, Theophile, argumentum, quod inihi est demonstrativum, alicui
fortasfis vixerit probabile:(untenim plerique, quibus opus fu pharmaco magis
quam syllogismo. Quoniam vero motiu func fubordinati > demonltrationes
anrece- dentesnancifcuntur,maiorem certitudinem, et evidentiam a lubfeouentibus:fcilicer
> exiftencia,& natura primi mouentis confirmatur iecundis,alijfque
fubfequentibus. Hxc conditio ratiocinancis ex motu,e(t oppofita illi,quae
ducitur ex nacura Quanti difcreci f 6c continui, nam in Mathematicis vix aliqua
demonftrationum anteccdentium pendec a iubfequentibus.
Tibiver6,legentimeostra£htus, occurent frequenter nonnulla amcnegle&a, qiu?
tuo iudicio debuiflenc dici; ied fcuo mehorrere confufionera,vcl
minimam,mareriaium>quas fuis locis deftinaui rra£Undas;Ide6,Licet fciam mulcum
lucis acceflurum rci, quam expono.fi eo loci cognofcacur aliquid,alio loco
referuarum, ramen id fepono,& pra:ftoloL loco congruo do&rinam,qua: no
debec anticipari. Nil pono moieitius obueniet cibi m m ea Philofophia, quam
quod fcpono obiediones manifeftas,dn#as ab exiftencia reru contra
conclufionnsillacasa racionibusanernis,v.g.infero mouentem non pcfle quietcece
in termino trafeuntcqui fu fibi iCqualis in entitate.Cui coclufioni videcur
aduerfan expeucua omniu generaciu fibi fimile in na- A i wraj, - r"
ta....\....^x V zlcriam M. tttra^fed (tperpendasfolutiones eiufmodi
obiedlionurnj facile intelliges eas^fi anteuertantur, neceflai io (us deque
conuerfuras vmuerlam Philosophiam, fine quarlira evidentia. Ponofi vim
a.gumenti conclufionisillataealTequans facile inteliigcsrcrum exiftennas,
&naturas dependcrea rationeaetcrna.a.rumpra in
fyllogifmo.&fupponeslatere aliquid in entibus concretis,vndecaptas
occafionem errorrs. Confulcoabftineoa quamplurimis, quce alioqum magna
contentionecontrouertuncurintei Philofophos, fi tamenhzc ncghgentu non
detrahatfcientia^quamprxtendo : Commemoroadexempkira differentiam
interdiftin&iones formalem*rationis ratiocinat*e,&modalem.Eiufmodi enim
contenrione.splunbus feculis agirarae, non habent momentum ad veritatcm
quaefuam,quod pofcat dispucationern zuternam. Non infero ex conclusionibus
primo illatis, reliquas omnes, qur inferripoflunt ed illas duntaxatj quae cx
ponunt natura mcntis, quoi fub»jciturratiocinio : immopleraquc rranfilio,
quxexdcmonftrati non obfciueprodcuntinlucem. s :
DemumnouerismenondocererespervocabuIa,fed res, confueta oratione declaratas,
significo per vocabuU vfitata,fi Hippetant, vci adhibeo aha ad placitum meum.
Capvt ir. -dxiomata ex identiutt ejfentiali. Ursauternpr^miffisaggredior
habitudincs identitatfs eflenti». A Afeddebeopnusaflignarcrationem communem
omnibus cnti' bus quatenus hxc dodnna fit vniuetfal.ffima, Nofti Theophile.
fpecierum. quascognolcituri adhibcmus . jffiW eflc lenfib.les a . as
imag.nabiles.ali.. intelligib.tes/ enlib.lcs refeW aliquod lenfib.le.non lolum
quod aftu exiftat.fed et quod fi, p S n t.ffimum fent.ent.: At vero
imaginab.les. &,nrelh#b,lcs r-fe r ..m . J nutum, magmantis &intcllige.
Hisnonrolumentia ^uexiftem praefenua.fed abient, a,pr^erita,futura,poffib,), a,
ac dcmum ab ft ra Exphcaturuserg Rationem communem omnibusentibus eim
affignaredebeo. quxaffirmetur deentibuspr. sentibus affirmVk dc
pwtcri^affirmabitur defuturis, affirmaretur de poflibSus^f! Tcnirenc X
jixiomata S venirent ad a£tum,qu#ue affiimatur de his, qux inrelliguntur,
abftrahendoabimentione praeteritorum praefentiumjfuturorum^ ac poflibilium.
Dicoigitur Ensefleid, quod exerceta&um eflendi, vt v.g amans c(l id,quod
exercet adtum amandi: Ctrm cogito Theophilum, coguo id ; quod cxercet a&um
eflendi Theophilum. Leo exercet a&umelfendi Leonem et quodlibet entium
exercct a&urn eflendi feipfum,fecundum praecifam entitatem vniufcuiufque,
ita vt Ego, quinon fuin Theophilus, non poflim exercere a&um eflendi
Theophilum: nec Leo poteft exercereadtum eflendi hominem. Qnaproprer ratio,
communis omnibus entibus, abftrahit ab omni fpeciali exercitio entitatis : ita
vt nuila fit,aut poflit intelligi communis omnibuscntibus, quam quae nuuraliter
concipuur ab omnjbus, quaeue habetur in ipfo communi
vocabulo.£«i:nimirum.id.quodaaumeflendi autexercet, autexercuit,aut
exercebit,aut potelt exercere,concipitur vt Ens, quod aut eft, aut fuit,aut
ent,auc efle poteit. Seclufa (citra negadonem ) omni praecisa rationeentitatis
vllius. Itaque id, quod non exercet actum eflendi, non est ens. Pneterita non (unt.fed fuerunt entia. Futura non
sunt/ederuncemia. PofTibilianonlunt/ edpofluntefle entia, &confequentcmil
ho r»meflens. Ens vero abftraftum ab intentione praefentis, prarteriti, futuri,
&C posfibi!is,denotat praedicata cflentialia Entis,mter, quae nil
eflentialius ipfo exercitio eflendi. Porio Gntiopponicur Non Ens,quodeft
inintelligibile noncomteIle&o Ente: quienimdormiensnilomnium cogitat, non
ideointclligit Non-Ens,quia nil entitim intclligat. Qm autem, int?Heclo
Ente,intelligitnilcfletefidui,tiensccirecab aaueflendi, isdemum intclHgit,
feucogitatNon-Ens. Quaproptcr dico, Rationem, communem oronibus enubus, elie
Rationcm Non-Entis, fi, poiitiua intelleaione, intellicatur sublata: scilicet
Non Ens est ens coguatum, vt ceflauit ab a&ueflendt vel qua tenusnonvcnita4
aaumexiftcndi. VerumNon-ens habetfuasd.tfcrentias,& quidcm plures.has pcr
ordinem narrabo, exorfus a mimma Nonentitatcvfquead maximam. Lapis,
cxpeiscaloris,noneft calidus, arpotcftcalcre, fceatenusdi<icorcaiidiKin
pocentia. Eflcensin potcntia cft minimus gradum M. Nan-E ntitatis:nam id,dequo
negatur caIor,eftens,tametfi Non-ca* lor fit Non- Ens:non tamen lapidi cfl
mcrum Non-Ens, quandoquidem lapis potcft efie cahdus. Lapis non eft vifiuus
colorati,nec poteft efle vifiuus : Non eflr vifiuum.nccpofleefle vifiuum,eft
Non Ens:at verd h*c negatio pocen* i\x vifiua?, eft de lapide^qui eft pns;ita
vt, lapidem non efle vjfiuum, non fic mcrum Non-Ens. Socrates ccrto certius
generabit filium; quifilius eft Non-homo: non tameneftfic Non-homo.vtfunt Non
homines illi, qui nonerunt. Sed est homo futurus. At vero sunt alh,
qiuceflcpoflunt.ncc tamenerunc;quotfunt animantium,quotex hominibus,qui poflent
gcnerarcfilios. ncctaracngcncrabtint? Haccnon funtcntia fucuta, fed
denominantur posfibilia,qua: magis recedunt ab entitatc, quam quod sunt futura.
Entibus possibilibus proxime accedunt entia prastcrita : haec enim fic non
funt,vt nequeant efle ; nec tamen deficiunc ab omni encitatc, quandoquidem
fuerunt aliquando. Denique illa quae neqne (unt,ncque erunt ; neque fuerunt,
nec esse pofliint videntur esse mera non entia.-puta corpus re&ilincum
biangulareiid enim imposfibilc eft eflc, fuifle,aut fore. Non-cntium autem
quaedam intelliguntur oppofica negatiue alicui cnti prxcifo,ac fignato. Vnicum
vero Non-Ens incclligicur oppolitum negative omnibus entibus absolutc
confideratis Si ribi oppono ncgatiu Non-Ens,id Non entitatis,nuncupatur
Non-TheophiiusCuiulmodi fonr Non-Pcti us, Non-hic Leo, et a!ia innumcia. Non-
nsautcm oppofuuiuomnibusenribus.abfolutcconfidcratis nun cupatur nihil. Porro
intell.gereaut confiderare prxfata Non ! Entia cftcautelaamulnphcibus, grauis
fimifquecrroribus. proucnicoiibus ex confufa sub.eaione, et predicationc
huiulccmodi Non-Ennunv a quibus tibi caucbis haud d.fficulcer, f, nouucris
accurat8 . qu* (uh * lungo. iUU V.x est aliqua differentia non cnritntis,
qaamnon folcamus aut Lapis non est, fc J potcft eflc calidus,' d nuncupatut E W
in potcn cun L d U P m g Td. eft P 0 linsi posfibncfc. Anti Jlxionuts
Antichristus efl furuius, dicitur Ens fumrum. Filiusi ; em non cognituri
mulierem, dicitur ensposfibile. Abraham fuit homo dieitur Ens praereritum.
Corpus reiiilineum biangulare dicitut Ens abfolute imposfibile Non-Theoph:Ius
dicitur Negatio vniuscntis. Nihil, dicitur, Ncgario omnium entium. Porr6 nil
horum por eftcfFc< aut subjectum aut praedicatum reale, fi exciptas ens in
potentia, et ens imposfibile secundum quid:Iapis enim,
quiaftirmaturcaIidusinpotentia, quiue abfolute negaturviftuus. Eft ens. Cetctum nil cntis
eitquod fubijcias reliquis Non-entibus, quod per singular exempla demonstro.
Anti-Christus est futurus. Anti-Christus stat loco subiecti, qui in eadem
propofulone supponitur Non- ens,cum aiTeratur futurus. quocirca fubiedtum
illius propofitionisnon est ens. Eadem est conditio huius. Filius Petri, non
cognituri mulierem, est possibilis. Scilicet subjectum illius propofuionis non
est ens, sed poteftetfe ens, vt fupponitur, haec etiam Abraham fuit Homo: Habet
fubiectumj quod fuppomturnoncfie, fed fusse Ens : dc naum ifta: Corpus
reSiIineum biangulare eft imposfibile, non fu bijcit en<\ cum in ipfa
propositione afteratur non folum Non ens.led Sc cfie imposfibi)e,quod fu
cns:Cauebis crgo ubi a multiplici er rore,fi lupra didum confuetum modum
enuntiandi ndh:beas conlcius,ennumerata fubie&a di&arum propofitionum
non erte entis. His ergo eatenus explicaris, staruo primas propositiones
universalissimas formatascx Ente& Non ente, abftradasab omni
difterentiaentitatis. Vidcote'1 heophiIum,&tuaccuratcin fpecT:us enuntias
v.gde te ip(o,quodfis coloratus, quod fiscerta figura determinatus, quae
propositiones non sum illatae l et tamen dependent a te, ut a termino
simpliciterdiiao.quiaccurareinfpeaus de se enuntiar prasrata, et aha eiufmodi.
Verum hoc loco non ccnfidero habitndmcs, quarinterccdunr terminos realiter
diftinaos, sed eas duntaxat, quas nos comminifcimur inter ens, relatum ad lemet
ipsum, et ad non ens, cumcnim priroum, quod obiediue cadit in mentcrn nostram,
fitcns, ftlfl M. fit Ens, fiid simpliciter dictum, seu apprehensum, referarur
ad femet ipsum, fefe pertinacifiime enuntiat, acrepetit Ens. Unde habemus hanc
propositionem. “Ens est ens.” Qux est prima omnium per se notarum
incommutabilium, non solum quia non sit lllata sed etiam quia non sit
enuntiata, aut exarata abaho termino simpliciore, a nobis accurate in(pe&o.
Ex hac propositione habetur haec. “Non ens est non ens.” Quae est notisima,
citra ullam illationem: ignorarem tamen illam fi nelcirem hanc Ens eft ens.
Porro quod ensfit ens,^£quipollere videtur huic. Ens est se ipsum. Hinc vero
fubinfero alias propositiones:Vnam ex eo, quod ens est ensi in numeras ex eo,
quod ens sit se ipsum vfic ergo argumentor; Hoc, “Ens est ens.” Ens vero est
impossibile, fit Non-ens: Ergo hoc ens non est Non ens. Hoc Ens est se ipsum:
ld autem, quod est se ipsum, impossibile est sit ullum aliorum entiu. Ergo hoc
ens non est ullum aliorum entium, scilicet: Hoc: “Ens non est ens”, nunc upatum
A.nequc ens nunc upatum E, neque vJlum aliud, ex omnibus,quae exiftunt. Quoniam
vero enri, vniuerfalisfime confiderato, licet fubfumere quotquot funt entium
cxiftentium6c exindeformare propofitiones, et ilIanones, prasfatis analogas,
uno exemplo commonstro, ut ld fiat. “Theophilus est Thcophilus.” “Theophilus
est se ipsum.” Hmc fic argumentot “Theophilus est Theophilus” Id quod eft
Theophilus imposfibile eft. sit simul non Theophilus. Ergo Theophilus non est
simul non Theophilus.” “Theophilus est se ipsum.” Id, quod est se ipsumi
impossibilc est, sit vllum ahorum cntium. Ergo Theophilus non est vllum nlioium
cncium. Scilicet Theophilus non ctl Pctius; non hic Lco, non hic lapis, non
vllumaliorurn cntium. Quoddixidc Theophilo, idv erificatur de quocunquc
alioente, quo Axiomata quomodo libet confidermo. v.g. Ens ad tu est enfac5 Hi ;
est re ipsum. Ens m porcnua,cft cns in porcntia, elUe iplum. i. urrens elt
curtens, est se ipsum. Quin iramo aufim diceie Non ens eft non-ens.est se
ipsum. Sic enim argurnentor Non-Ens est non-ens At Non-ens est impossibile fu
Eus Ergo Non ens non est Ens. Non Theophilus est non Theophilus, At non
Theophilus est impossibilc quod sit non-ens, aliud anon Theophilo. Ergo
Non-Theophilus non est non-ens, aliud a non-Theophilo. Neque bexiftimes harum
propositionum luillum ef cvsum in Philosophuv. tu iple ex pericris freqnent!
flimum, £ximiumque solatium ex-cuidentiflima incommutabiluatehuiul modi
propohuonum: faepius enim infertur condufio tam recondita, tantique momenti in
PHILOSOPHIA, vt trepidi exhibeamus noftrum aflinfum. Verum conie&i incam
necessitatem qucc nos compellat, aut aflentiri illatfe conclusionem, aut negare
ens esse se ipsum, inttepidi aflentimur illatae conclufioai. Ni>
Haenimeftillatio, quae vimillatiuaranon fibi derivet ab hacptopofuione. “Ens
est ens.” Id uno syllogismo ostendo Luna loco
movetur Id, quod-loco mauetur, neceflari61oco-inoiieturabaHo: Ergo luna Loco
movetur ab alio. Quod Locob meueatur, cernisoculocorporali, quod vcro Ens
loco-motum incommutabiluer moueatur ab alio.cernis oculo mentali. lraque
pr^bueris assensum duabus illis prasmiflis, et tamen trepides affeiuui
conclusioni, cogeris praebere affcnfum, fi animaduertas, ex negata conclusione,
et conceflis premissis necessario sequi, Lunam simul moveri et non moveri. Quod
moveatur supponitur in minore: quod loco morum neceflario
moucaturabalio,concediiurin maiore. Ac impossibile est junam moueri Localiter, et non moueri
locabiliter, si non sit possubiIe, Ens simul esse ens, et Non-ens.id sctb est
impossibilccum ens necessario sit ens. Hoc confirmatio cuiuscunque illationis
dicitur a Philofophis probatio pet impossibile Itaqueens quod cunquc
simpliciter dictum fefc ex erit in propositionem hanc identicara. I o VtUrUni
Mtgni Ens est Ens; Ens est se ipsum Ex quibus citra illationem habemus has,
“Non ens est non ens.” Non-Hns.eft fe ipsum I:x quibus qualitcrcunqjtc ratiocinando
habcmus has, Ensnondt Non Ens Non Ens non eit ens Habes ergo Theophilo ex
rarione, comrauni omnibus entibus, unam primam, vniuet falisfimamque
propolirionem, incommutabilem, per se notam, ex qua ratiocinando intuli alias.
At vero nulla cearumillationumfunr reales, quandoquidemhabitudo, aut affirmata,
aut neg3ta, non est realis. Negata non est realis, quia non negatuc habitudo
vlla, sed ipsum Ensdealio ente: Habitudo autem non est affirmata non est
realis.-nam termininon sunt realiter distin- ens cthpraratae enim habitudines
affirmatae, funt habitudines identitatis, inquibusens, vt fubijcitur, non
diueifificatur afe, vt praedicatur. lllx enim propolirones, quas in Logica
denominavi identicas, non fuiil i eales, immo nec sunt propofuioncs, sed dnftiones.
Ut enira is, qui dicit, fecernit ens dictum a rdiquis entibus, fic qui statuit
lllud ipsum Ens clTe se ipsum et: non esTc ullum aliorum entium, concipic ens
catenus cognitum, velut sit indiuisum in fe,& d uifum ab alijs, jicl vero
nolTe de aliquo cnte, est dicere ens illud. Non tamen inuoluo dictioni mdicium,
fcdaio, iudicium de illis propositiombus non esse realcjecquidem icio eiufmodi
affirmationes et negationes elle notitias intellectuales entium,cognitorum
infra intelledioncm ed hanc distinctionem reieruo in alium locum. Grice e Grice, Grice ha Grice, Grice izz Grice, Grice
hazz Grice. Nome compiuto: Valeriano Magni. Magni. Keywords: implicatura. Luigi
Speranza, “Grice e Magni: ‘Paolo e Paolo: assiomi e principi metafisici” – The
Swimming-Pool Library.
Commenti
Posta un commento