GRICE ITALO A-Z L LI
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lia: la memoria conversazionale – filosofia napoletana –
scuola di Castrovillari – filosofia cosenze – filosofia calabrese – filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library
(Castrovillari). Abstract. Grice: “When I applied Locke’s
mnemonic theory to Gallie’s ‘Someone is hearing a noise,’ I was somewhat anware
that the Italians had built careers on the idea of ‘memory,’ L. being my
favourite!” Filosofo. Filosofo italiano. Castrovillari, Cosenza, Calabria.
Frate minorita. Nato a Castrovillari da Amostante L. e una Gesualdo,
assunse il cognome materno in quanto di più antico e nobile
casato. Entrato ad appena dieci anni come oblato nel convento cittadino di
San Francesco, ret- to dai frati minoriti, fu ammesso al noviziato. I
Minoriti si presero cura della sua formazione, mandandolo a studiare a
Roma, Treviso e Padova. In quest’ultima città Gesualdo prese gli ordini
sacerdotali egli venne affidato un lettorato presso lo studium. La sua
attività didattica si protrasse per un ventennio in vari collegi
dell’ordine e il capitolo generale gli conferì il titolo di Maestro.
Venne eletto ministro generale dell’Ordine, di cui perseguì una radicale
riforma. Il generalato del Gesualdo è dunque volto al rinnovamento dei
voti di povertà e di vita comune, spesso disattesi dagli stessi frati.
Tra l’agosto e il settembre dello stesso anno, egli fissò i Decreta de
casuum reservatione, con i quali venivano abolite tutte le deroghe ai
voti, s’introduceva l’obbligo di rendicontazione e conservazione dei documenti
amministrativi e, infine, veniva isti- tuita l’obbligatorietà dei
seminari per i novizi. La carica a Generale venne riconfermata per altre
due volte, grazie all’appoggio di Clemente. E vescovo di Cariati e
Cerenzia. Muore a Cariati. Su di lui e la sua opera si veda Busolini; Russo;
Keller-Dall’Asta; Cipani. Iofepbus Tamplorut. PJJ
>. PLVTOSOFIA di FILIPPO GESVALDO MINOR CON. Nella
quale, fi (piega l'Arte, della Memoria con altre cole notabili
pertinenti, 24. ì> . 31.. ‘ ... i r, } /T'4 T"V
t'f - ì -A S. ^ v-« 'w->' X i ' li A \h ' IJ A
V 23 f "7 ? J r T iù i -a X o 3 ;. o A 1 t/i
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>«r 'v-.'vr^ v r :x’ J \ i-ì à • : * oliif ! oì)o:r*q
A «Violai a: 7 * 4. a Ai .XXXV.v^ *&$gij,x. 41 ALLILLVSTRISS ET
REVERENDISS. SIGNOR arnolpho vchanskii, CONTE DI SLVZEVVO j {
*1 ABBATE DI SVLEOVIA. Signor mio Colendisfimo. cn
> o Divotissimo servo r : > 3 j 'Z\nii*r-Pi s Paolo
Meietti. ALLA GLORIOSISSIMA HABITATRICE DEL
CIELO CATERINA VERDINE ILLVMINATRICE, ET PROTETTRICE DI
S^TlEJ^Tl&c. I € H E gli antichi fapienti appende nano in Sa
c/e Colonnt le compite Opere .loro, egli Moderni qlii nomi dì Fa mòfi et
lllujlr tifimi Trencipi cort e crar le fogliano : però battendo io dato fine
hoggi all utilis fimo Compendio della memoria artificiale, quale
per esser tesoro e ricihc^a d'ogni bimana fapienza, mi parue intitolarlo
con parole greche plutosofia, hò no luto raccomandarlo alh MeJJaggieri
angelici, che colonne fono del Cielo, e confecrarlo al nome di te che
feiuna delle più care Spofe di Chrifìo, et una delle più fauorite
Tren cipejje del' Taradifo t Serenisftma per fangue, Illuflrisfima
per lapidila, purisftma per virginità, Santisfima per gratia t Con
ftantisjima flantìsfìma per Martìrio, felicìsfima per gloria . JE fe
tate non è il dono, quale ric ercar ebbe t importane del foggetto
t e meritarebbe la dignità dello tuo fiato ; è perà tale quale fi
può da me pre/entare, in qucHa fua prima delineatura. Ideila quale t fe
ui è co fa di lode, lariconofco dalle tue gratic, col le quali ni impetra (li
gratta apprefjo il tuo e mio Signo re di formarla . E fe cofa ui è di
biafimo ( coni io {limo di certo ) ante s' attribuita, che
tmperfettis/imo mi ricono fco. Spero che accettando tu il dono, et
aggradendo per tua pietà il Donatore ; ti digneraì ancora ( di che uiuamente
tiprie • go ) ottenere à me lume, ch'io pojja col tempo illufìrarla
di quella chiarella e perfettione, che con la prima mano non Jho
laputo e potuto darle ; et à quelli che la leggeranno, gratia
dinteUigen'^a,fi che poffano arricchirli felicemente in quello foblime
The loro di Memoria Ex fi come io tenacemente ten go fcolpito il tuo gran
T^ome nella mia Memoria, E femprc uiuol tuo culto fra gli diuotipcufieri
della mia Mente ; coti ti fupplico che mi tengbi uiuo, tra le tue
uiuaci et efficaci Intercesso, inaila. ghriofa prefenT^a del Tadre delle
mifericordte Dio, c •j diOieùi tuo Spofo,& dilla M«drc
ielle gratie Mar (adergine, 1 ' J XX ., alli quali con profonda
fima humiltà 1, di CH&rt
t ‘ C- a X-L per me%p tuo faccio riueren^a. Dì
Palermo ÌV, Tuo Diuotixfimo Sento Fra Filippo Cefualdi Minor'
Conuentoale. TAVOLA delle colè notabili contenute nella Plutofofia.
Innumeri moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima et il b.
moftrala feconda facciata :uu 1 I. . 1. Memoria
è Teforo et Erario. Necessità dealermo ÌV, '. Tuo
Diuotixfimo Sento Fra Filippo Cefualdi Minor'
Conuentoale. TAVOLA delle cose notabili contenute nella Plutosofia. Innumeri
moftrano li fogli, la Intera a. moftra la prima et il b. moftrala feconda
facciata* :uu 1 I. . 1. Memoria è Teforo et
Erario. Necessità della Memoria. Titolo di qutft Opera, i^c 9.
Guide allukezza delle Mule* Encomij della Memoria • Memoria
diumità Humana. Memoria nona Sfera Cclcttc et angelica No«e ordini Angelici
nell’Huomo. Memoria perche nuda nell’Origine. Memoria come fi
uefte. Memoria prima parte dell'Oratore Memoria rara e
difficile. Pcrfonc illuftrisfime nella Memoria. Pci/onc infelici di
Memoria . LETTIGHE. SIGNIFICATI della Memoria. ^Se nell
Huomo fia Memoria intellettiua. Se nella parte lènfitiua ui fia
Memoria. Se li Bruti hanno Memoria. In che qualità confitte la
Memoria. Tre forti d'ingegni. Caggione della tenacità della Memoria. Co'i
e fi caggionano li fimolacri perla Memoria. Detti fimolacri imaginati .
LETTIGHE. III. A Tto di Memoria qual fia. Due atti di
Memoria. Differenza tra Memoria e Reminiscenza. Come posfiamo
ricordarci di colà dimenticata • Documenti per facilitar U
Memoria. Muodi di facilitar la Memoria C me fi aiuta la Memoria
otturale Rimedi j per la Memoria J t.u i. b;
a.a. 14 . a a. a. ai а. bu j. a.
j.b. j.b. 4 4 «a.
4 .b» a ff Accora /Aceorgùncntr per aiuto della
Memoria Dcirefftrrcitio. neceflario alla Memoria. Nome Hebraico della
Memoria mifteriofb • Dell’Arte della Memoria. Inuentore
dell’Arte della Memoria. Auttori c Scrittori dell’Arte della
M emoria» Muodo d’infegnar queft'Arte. L ETT I 0 7^E.
ITi C He colà fia Memoria artificiale • Nomee titolo di
queftfArtc. Soggetto di qucft’Arte.. Parti tionc di
qucft’Arte. Delli Luoghi perla Memoria.’» Dclli luoghi imaginati (è
fumo per l’Arte. Deili luoghi Naturali fepofiono ulàrfi Delli
luoghi Artificiali ottimi Conditioni perla formatione di luoghi Del
Doue, prima conditionc del luogo Del Sen/àto, feconda conditone
LETT l V * A D Ella formatione di luochi til Dell’ufo
di luochi ai . s ini jqt: E. V.
iDb uxa/ vM ti cruoiiE j
CU adì E VU l / . f.X Della 10.
a. 10. a.b. iò.a. xo.b. 11. a» 1 IUU
x i.a» X i.b, n.b. ri.bt 1 1.b»
ia,b. a>.a. Ijb* l£.b. ì^b.
X 15. su I/Jéb.. lòa. 16.
b» 1 7.8» J7.b. i8.a. 18. b. ip.b»
ao.a. ao.b. ao.b. ai. a. ai.b. 11.
a. Detta Perfona (labile neìluocM LETTfO'KE lEtti
taoCirinmiTc raTr Vili . a 6 . a. 26 ai » 7 »a* D
Lh* Detti lunchiperckittwiayaf Detti luochi alternati
Luochi (opra la perfona humana Q T* E IX, L Voghi
perprogreflfo rigreffo et alternati a8. 29- 30, Luoghi perla
Circolatione limoli' jt. D Elle Imagini per
l’Arte Due muodi di collocar imaginiDel collocar mediato in due
muodi Del collocar Concetti Del collocar le parole Della
collocatone di uerbi Della collocatone delle cole L E T T 1 0 ìi
É /^Ottocatione dette cofe figurate formabili Collocatone delle
cofe naturali eccedenti Collocat one delle perfone. MetHt do
dì collocar cofe no figurate» Collocar per limili longilinea tio
ne. L ETTI 0 ^ E X T T, C ^Oilocarper Mmiimiùmeui
vu^ A “ X A tv
lUHVf m Collocar per aggiungimento. Cotto
Collocar per il nuolgimento . rTT
" r_rT 7 L h x — 1 j u e X 1
71. C ollocare pei ta uaiiabonc Collocar per bittitci
Collo la com linone Collocar
perla diuilione Alfabeti per la diuiuon E X J V. nocar pe ma di
uppoin Collocar perii uolontario Mcto che quello fi può intendere da
tre cole, Complesfione, Età, et alteradone. quanto al primo, eh 'c
la Complcfììone,dico fecondo lifìlofofi, che dalle due qualità
humidità,etficcità,fi argomentano e concludono l’apprcn fiua,c la
retétiua-.poiche 1 numido è atto all’app renderceli fèc "co al
ritenere. Colsi fi uedel Acqua, che facilmente appréde, malamente
ritiene;il Salso difficilmente apprende, tenacisfimamente ritiene; l’Acqua per
l'humidità, il Salso per la licci* tà.Parimentc l’apprenfiua in noi
confille nella qualità humi* dada retentiua nella qualità lecca del
ceruello . £ fi trouano tre lord d’ingegni, alcuni nel predominio de?
lécco, c quelli difficilmente apprendono; ma tenacemente ritengono,
com’il Saffo. Altri nel predominio delThumido, e quelli prontilfimamentc
apprendono; ma puoco ritengono, à guila dell’Acqua. Altri confiflono in una
mediocre qualità d humido, et lecco, e
quelli mediocremente apprendono, e mediocremen te ritengono.La caggione
dunque della cattiua Memoria, è il flulftì, et il fouerchio humido del
ceruello . Quanto al fccó do dell'Età dico, che dall’Età fi
uedel'augmento et il mancamento negli organi fènficiui; l’augmento nclli
Fanciulli nelli quali ui c l’alteratione del nutrimento che lèmpre
crelcc: fi co me nelli vecchi ui è il mancamerto; per la quale alteratione,
li fimolacri fenfibilifonoimpcdid,e periicono ; àguilà, che la forma del
uolto,che fi uede ftapataaiell’Acqua penice, per l'alterationc, c
mouimento dell' Acqua. Di piu dall’iflcfaEtà li uede, cheli Fanciulli fon
teneri et numidi ; li Vecchi duri c fecchi: per lo che, quelli
facilmente,nceueno li fimolacri ;et in quelli ; per la durezza e
ficcittàdc gli organi intcriori, difficilmentc .,7 film erteli
Gmolacri trapassano: tome fi nedc,c'hel lume trapala per l’Aria, thè ha del
fottile è puro ; non però trapala pef il Marmo, che ha del grò (so,
duro,c, fecco. Quanto al ter 20 dico, che l'alteratione può naScere, ò da
pasfionc di timo re,ò d’infermità, ò d’imbriachezza ; perle quali
alterationi per turbati gli organi, non riceuono ; ò Se riceuono, non
ritengo noli fimolacri Sòmmiftillrati da Senfi, E Semi dirai che li
Fan ciulli hanno tenace Memoria; poiché creSciuti in età fi ricordano
delle prime co/è, che appre/èro : e parimente li Vecchi fi ricordano di
molte colè antiche. Rispondo quanto alli Fan ciulli, che per due raggioni
hanno quella tenace Memoria.La prima Secondo Arinotele et Auerroe; perche
alli fanciulli, le prime cole ch’apprendono sono nuouec mirabile però
con attentionc apprendendole, tenacemente le ritengono. La onde li
fanciulli meglio fi racordano d’una semplice favola, che pargoletti
intcScro dalla nutrice; che di cento altre ch’esfi medesimi huomini fatti
leggano ne i Poeti. Veggiamo eSfer ciò cònaturalc à noi, che lecoSenuouc
prime, e rare ci appor tano marauiglia;la marauiglia porta Sèco gagliarda
attentionc nellapprendente, ilqualc inten/àmente attendendo, tenacemente
ritiene. L’ifteSlo ci rroftra l’eSperienza, che più ci ricor damo d’vna
Cometa apparta, che de mille Stelle cadenti nel notturno Cielo; più d
vn’Eccli/Te del Sole, che di dieci della Luna; come che la Stella
crinitica, ò il Sole Eccli Sfato hanno men del frequente, c piu del nuouo
e raro ; e per confequcnza piò marauiglia apportano. La feconda ragione è
d'Auiccn na, ilquale dice che li Fanciulli tenacemente ritengono
quel che apprendono nella fanciullezza; perche in quell’età Sono
alieni da penfieri, cure, affanni, c trauagli : perlochc, come fgombrati
da ogni impedimento fbn’attisfimi à riceuere,per ritener tenacemente le prim’apprenfioni.
E quella ragione d’Auicenna, è rifiutata dal Sig.Porta,nel fuo trattato
della Me moria nel capitolo vndecimo. Mà perche la ragione di
AriSlo tele mira I oggetto mouentc;e la ragione d‘ Auiccna mira il
fo* getto riccucntc : lolodola prima ragione mirante la dtfpofitione
oggettiua; e non rifiuto la lèconda ragione, laquale ma rala difpolìtione
del riceuenteipoiche la nouità dell’oggetto, Ja purità del Soggetto, fanno
ch’il Fanciullo tenacemente ritenga; rìtenga;oue per cagione
di qualità complesfionale non potrei be tenacemente ritenere. Al fecondo
dubbio delti vecchi fi ri Iponde, chè quella facilità di Memoria nafee,
per la moltiplfcatione delle meditationi, Se eflercitio, Se vfo
dell'intenderej Però dice Arillotele nel fecondo capo del fuo libretto della
Memoria, e Remini feenza, che Meditationes Mcmoriam confer uant
reminijeendo. E quello, perche l’Intelletto viene ad habi tuarfi colla
frequente meditatone; è queflhabito poi,viene à facilitare l'atto del
ricordare . £ quello balli quanto al primo lignificato della Memoria,chc
è la potentia memoratiua. E • paflfando al fecondo lignificato della
Memoria, che c il fimolacro dirò due cofe; prima, comcfi fà in noi quella
Memoria; fecondo fe oltre latro del Senio, fi polla in noi far Memo ria.
Al primo dico, che il fimolacro in noi fi caggiona prin cipalmente da
Senfi, li quali riceuono lifimolacri Icnfibili, e per quelli Senfi, come
per tante Finellre, e Porte, paflàno al le llanze interiori Senio comune
e Memoria, doue fi ftabiliIcono e fermano : li quali fimolacri fono da le
potenti muoue re la potentia cognitiua,per l’atto del conofcere . E
quelli fimolacri, idee, Se imagini fono da Filofofi chiamati fantalmi, li
quali depurati poi per l’intelletto agente diuentano fimolacri, e fpccie
intelligibili. E quelli limolacri intelligibili fi ri ceueno
neU’Intelletto posfibile; poiché come diceuamo l’Anima lepacata, pure ritiene
li fimolacri conofoibili ; il che non irebbe, fe fidamente nella Memoria
finfitiua li fimolacri fi ri ceucfTero. Al fecondo dico, che
la Memoria, non fidamente riceue li fimolacri, li quali intieramente fumo
nei Sentì; rnà ctiandio li fimolacri imaginati formati dalla nofira
Cogitatiua, la qua lehauendo li primi fimolacri nella Memoria
contemplandoli, puolc congiongcrc uno fimolacro con 1 altro;ò uero racco
gliere dalTifiefio fimolacro nuoue imagini, e quelli fimolacri et imagini
poi fi riceuono nella Memoria. Per clcmpio nella Memoria ui è il
fimolacro del Sole, Se il fimolacro del verde villi dal Senfo;
prefentandofi quell» due fimolacri al a Cogitatiu ;li congionge, è dice, il
Sole verde, Se nidi la Memoria riceue quello fimolactodel Sole verde. È
parimente fi fa de gli altri imaginati fimolacrij come del monte
d’0.o,ckll’B*p ‘pocctuc. p© cerno, e della Chimera. Forma
ancora delle prime figure, et idée, ò arguitiuamente, ò per ragione di
fbmiglianza altri nuoui fimolacri; li quali fi chiameranno imaginati;
perche non comprcfìda fenfi. Liquali fimolacri imaginati fono necef
fari j all’Arte della Memoria: nella quale ci {bruiremo, non fòllmente de gli
fimolacri hauuti da gli Senfi ; ma ancora degli raccolti dalla Memoria,c
Cogitatiua. E quello balli perla cognitione del fecondo lignificato della
Memoria,& anco per quella Lettione. Douendo raggionare del Terzo
lignificato delia Memo ria,ch*è l'attoal recordatione, quando attoalmente
ci ra cordamo, ( il qual’atto propriamente fi chiama ricordare, fi
ben’ anco li chiama con nome generale, Memoria ) diremo tre colè. Prima,
come fi fa quelt'atto.Secondo in quanti muo di fi fa auefl'atto.Tcrzo in
che modo fi può facilitar quell- . atto, al che mira l'Arte della Memoria,
della quale noi trattando. Quanto al primo dico, che quell’atto fi
fa, quando la potè za cognitiua fiumana drizzata al Tesoro della Memoria,
fé li offerifeano fpeditamente,e prefentano li fimolacri, con li
quali ò contemplai raggiona,ò infegna,ò predica, fecondo l’ufo
delle forze interpretatiue. Quanto al fecondo dico, che l’atto
della Memoria paragonato all’impedimento antecedente, prende due nomi,
l’uno chiamato ripigliamento di memoria^’ altro Rcminifccnza. Il
primo quando fi frapone interrompimcnto di tempo.ll fèco do, quando fi
framette interrompi mento d’obliuione, e dime ticanza. E che quelli due
atti fiano differenti, appare per due ragioni Arifloteliche. La prima
dall’attitudine, La feconda i dai fòggetto.Quantoalla prima chi è pronto
ad apprendere^ capire, e ueloceadimpararc;è pronto, e uelocealla
reminifeenza.E chi è tardo ad imparare et apprendere; è pronto alla ri
membranza « Quanto alla feconda, la rimembranza o ricordarsi; è atto dt molti
Animali: mila reminileenza ddTHuotr» lolamente,comc dirò piu inanzi . £
per darui vn cflcmpio di quelli due atti, prendo qucll’auttorità,
Sapientiam fine fi filone* 0 didici, et fine inuidia communico,& bone
fìat era illitts nonabfcon do . Haueudo hoggi riporto nella Memoria quell
’auttorità, e domani volendo recitarle, le inticramctela Memoria me la
ra prefenrarà, quell’atto di Memoria li chiama ripigliamcnto di
Memoria: perche tra l’atto d'hieri, c quello d’hoggi fidamente ci ètrapollo
interromptmento di tempo. Mi fcdelvcrfb che hieri m’albergai in Memoria,
hoggi io mi ricordo la prima, e la feconda parola, e non mi ficordcrò la terza,
ò quarta; e pcnlàndo, eripenlàfldo, dopò quella obliuione,è dimen ticanza
mi lòuiene la parola dimenticata; qncfl’atto di ricordarmi colà /cordata, li
chiama atto di reminileenza ; perche vi fi c trapolla dimenticanza et
obliuione.Sichela reminilceiT aa none ogni atto di Memoria, dopo qual fi
uoglia interrom pimento; mà lolamcntc l'atto di Memoria dopò
l'interrompimento di obliuione. £ quelli due atti fecondo Ariflotile fono
coli differenti, che >1 primo è communc à gli Huomini et alti
Giomenti; mà il fecondo, che di reminileenza conuiene lolamcnte à gli Huomini:
perche la reminileenza c vna reflesfio f ne dell'Intelletto difcorrcnte,
per ricordarli la colà dimenticata; fiche la reminileenza è atto dell
intelletto, ò della Cogita ciua lènfitiua,congionta
all'Intelletto. Quanto al terzo principale, in ch$ muodo fi può
facilitar l’atto della Memoria, dico che ò pariamo dell’atto della
reminileenza, ò del repigliamento della Memoria. Se del primo atto, racoglicndo
da quel che dice Arillotcienel libretto della Me moria c reminileenza,
dico che in tre muodi noi postiamo ri cordarci di colà dimenticata. Primo
hauendo l’occhio all'ordine delle colè; Secondo al tempo; Terzo al luogo .
Quanto al primo, dico che dobbiamo mirare alle cole antecedenti, ò
iòflequenti alla colà che noi ci fiamo /cordati ; che coli ci Ibuenirà la colà
mezzana; ilche fi vede per elperienza di quelli p che làpendo molti
uerfi, e /cordandoti del terzo, ò quarto; recitando il primo, e fecondo,
li louiene il terzo, et il quarto. Da quello nalcc dice il filosofo, che alle
volte ci ricordiamo d’vna colà pafiàta d’?n gran tempo ; et una cola
del riftcflfo gjornojA d’vn’altro innanzi fatta, non «i
G>uiene:per» che quella cofa fouucnutaci nouamente,hà qualche
collegaza et ordine có quella cofa, che noi prefcntialmcnte
penfàuamo. Et il procreilo in quella colliganza fi fa in tre maniere,
come dice Ariliotilc; dal limile; dal contrario : dal propinquo.
Dal Amile, come le mi ricorderò di Socrate; ricordandomi di Platone,
ìlquale c limile à quello nella fapienza. Dal contrario, come fe mi
ricorderò di AchiIIc;facendo mentionedel fuo au uerfario Hettore. Dal
propinquo, fe mi ricorderò del Padrementre fò rimembranza del Figlio. Il
fecondo muodo è mira re al tempo;perche volendoci ricordare d’vna colà
paflàta,diftinguendoli tempi, e conAdcrando d’hora in hora potremo
ricordarci della colà dimenticata. Il terzo muodo, è mirare al luogo:
perche conAdcrando diparte, in parte, i luoghi ne’qua li habbiamo fatto
dimora et operato, potrà louuenirci il fatto che vogliamo . Quelli tre muodi di
ageuolare la reminiIcenza, lon fondate nell’ordine, ilqualc è ottima guida per
la facilita ancora del recordare. Indi A traggono d’Arillotilc a.
documenti per facilitar la Memoria, e la reminilcenza. Il primo, chele cofe da
collocare in Mcmoria, Aano ben ordinate, diftinte, e ridotte in capi :
perlochelc colè malamente ordinate, tardamente ci lbucngono.Il lècondo, che le
gli porga vna gagliarda attentione di mente: perlochc alle uolte ci
ricordamo piu d’vna cosa villa una sol volta ; che un’altra villa piu,
volte. Il terzo che frequentemente Aano meditate, et repetite con ordine.
11 quarto che nel volerli ricordare colà dimentica . ta, li Riabbia 1
occhio al principio della colà, ilqualc è atto atra her a fe il nello,
per la colligaza et ordinejcome A tira vn luco filo, da chi prende il
capo. Se pariamo del ripigliamcnto della Memoria, et vmuerfalmentcd ogni atto
di Memoria dico chem tre muodi posAamo haucr faciltà in quell’atti;
primo per natura; fecondo per clfercitio; terzo per arte. Della natu
ra noi non posAamo farci maeftri; poiché c dono di Dio, ilqualc dono l’habbiamo
An da forigine; et cflendonenoi dotati eccellentemente, dobbiamo renderne lode
a l’auttor della natura ; et eAèndonc bifognoA, dobbiamo ricorrere a fua
diurna MaeAa per aiuto: poiché ìnitium omnù Sapienti, timor Domini e/t .
E ben vero, che la Memoria naturale puoi elfer C aiutata
aiutata dalli Medicamenti, dairE{Tcrcitio, e dall’Arte. Dell’Arte, e
dell’Effcrcitio diremo poi. Quanto alli Medicamenti, no reiterò di dire*,
che per lo più fogliono riufcire perigliofi, e par ticolarmcntc le
vntioni, che li fogliono tare alla poppa del cerucllo ( chiamata
l’occiput ) per ingagliardire la Memoria. Lequali vntioni fogliono effer
di qualità calida,c fecca; e per che il caldo accende li fpiritidel
cerucllo, e quelli (piriti aceli et infiammati alterano, muouono,
perturbano, dilordinano li fimolacri; ne fiegue che quelli liquali vfano
imprudentemé te limili vntioni bene fpelfo diuentano frenetici, e pazzi.
E fè pure non incorrcfiero in quello danno ; non polìono fuggire
qucll’altro: perche fi sa bene, che l’ingagliardimento d’vn còtrario,rende
debole la forza dell’altro contrario; à guifà, che il calor che fubentra
nell’Acqua, quanto più prende forza, tan to più fi feema e, và mancando
il freddo ; c perche l’ingegno e l’acutezza dcllapprenfiua confitte nell
humido; la tenacità della Memoria confitte nel fccco ; però li
Medicamenti calidi, è fecchi; mentre ditteccano la Memoria, chiaro è che
ingagliardendo la retentiua, debilitano l'apprenfiua . Laonde quefti tali
mentre cercano d’hauer felice retentiua, diuentano roz' zi, (tolti, c
tardi, nell’apprenfiuaj intanto, che non fon’attimè da fe fare
inuentioni; nè ben faper’ imitar l’altrui; habili folamente à leggere l’altrui
fcritti, e quelli parolatamente riporli alla Memoria, Ne per quello
intendo negar affatto tali Medicamenti: mà concedo bene poter effer vfati,col
configlio d’vn efpertisfimo Medico, ilqualc conofccndo la qualità e forza
par ticolare del medicamento, la qualità, la complesfione, l’età,
il bifogno delmcdicato,potràopportunamenteordinare,& indi con
ficurczza vfarfi l’ordinato medicamento. Fra gliremedij vniuerfali,fi
recitano, Il moto, Il lauare; La tenebra, e la mediocre attcntione. La onde fi
formano quelli quattro quefiti. Il primo perche caufa quelli, che fi
vogliono ricordare muouono il Capo. 11 fecondo, perche caufa il lauare del Capo
gi.o ua alla buona Memoria. Il Terzo, perche meglio ci ricordiamo nella
tenebra, che nella luce.ll Quarto, perche fapendo noi recitar vna cefi,
udendo darci molta diligenza, et attcntione; ci feordiamo di quella. Al
primo rifpódo,che alle volte nell’organo della potéza Mcmoratiua,vi è qualche
oppilatione, laqua IO le impedifceil libero paflaggio dell» 1
(piriti fenfitiui: e mouédoì noi il capo, s’apre quell’impedimento, et
aperto pa/Tano li Spiriti, c ci ricordiamo. Al fecondo dico, che per tal
lauamen to s’aprono li pori della Tcfta, perii quali cleono fuora li fu
mi, che ingombrauano il ceruello, et impediuano illuogo co fèruatiuo
dclli fimolacri; la onde ufciti quelli fumi,reftando libero l’organo,
facilmente ci ricordatilo. Al terzo ri/pondo, . che ne. la luce li
moti de l’oggetti lenfibili efteriori, come piu gagliardi, impediuano il
moto delli fimolacri interiori, che fò no men gagliardi. Per lo che fi da
regola, che l’huomo per ricordai fi, e per collocar in Memoria, li può feruire
dellatenebra,ò naturale, ò uolontariamaturalc del luogo o/curo;uoloa
taria, chiudendo gli occhi nella luce. Al quarto dico, che la fi>
uerchia diligenza^ attcntionc,preci/àmcntenclli fimolacri bc ne
habituati, perturba li /piriti, c muouc gagliardamente li fimolacri riporti
nelforgani ; c quefta pcrturbatione ecommo uimcnto alterando, dilfordinando,
e confondendo li fimolacri, impedi/ce l’atto perfetto della Memoria- Ma ponendo
mediocre attentione,e diligenza : non ne fiegue quefta perturba tionc,e
di/ordinationeje però li fimolacri meglio fi ripigliano. Quanto all
c/sercitio dico, che ottimo rimedio, per facilitar l’atto della Memoria,
è l’clcrcitio mentale, e uocalejpcr Io che fi riferilee di quel Filo/òfo
lettore, il quale più e più uolte ri chiefto da’Difcepoli,chc
uoleflelor’infegnare l’Arte della Me moria : dopò molte preghiere, all’vltimo
con Metafore di Me tonomia figurando l’e/èrcitio difse,chc fi riccucflc
Scarpa fa na,c Scanno confumato.Volendo inferire, che lo Scolaro,
per far buona Memoria, fuggendo li fuiamenti; debbe /edere, c
uigilando /Indiar molti Libri, E chi non sà,chc fedendo affai lo Sc-nno,
ouc fi fiede fi confuma ;ele Scarpe, perii ripo/ò rimangono lanc.E qudfto
forfè, uolfe dire il Filo/ofo in quel fuo detto fedendo, e
ejuiefcendo,Jinimns fit prudens. Indi credo, che Adamo /àpientemente impor endo
li nomi alle co/c, chiama/Tc la Memoria con parola hebrea, Zecher. Il
qual nome, c comporto di trelettre; Zain,che c Interpretata oliua.
Caph,chc interpretata,curuati funt: Res, ch’e interpretata Caput. Volendo
dire, chelaMemoria confifte nel Capo curilo^ per Io cheuolendoci noi ricordare
d’una cosa dimenticata, curuamo et inarcamo il Capo; perche ri fedendo la
Memoria nella parte deretana del ceruello, chinando noi il Capo al Petto,
con quello moto s’aprc l’organo, e fasfi più atto, e fa cile alla fua
operatione. E di più la Memoria dice Capocuruo; perche dobbiamo curuar il Capo
à lludiar li libri ; e da qui nalce poi(come dice il filosofo)cheli
Studenti per lo più, hanno qualche poco di Gobba ; perche non piegano
pigri il Capo alle (palle fopral'otiofe piume; mà diligenti I'incuruano
al petto, fopra gli aperti Libri . E di più il nome della Memoria
contiene l'Oliua, dalla quale fi fa foglio, udendoci moftrare,che l'uomo
per acquillar buona Memoria, debbe uigilare, non folamente con la luce
diurna del Sole ; màcon la notturna dcll’oglio.Oltra che il lume
dell’oglio,è più atto di quello del Seuo,ò graffo, il quale col noiofo
fumo, e feto re appanna gli occhi, c difturba affai il cerudlo. Auertendo
per fine di ciò,che in quello capo curuo non fi prenda fred do
nell’occiputjmà fi mantenga col fuo calor naturale, non ec ceduto, nè
alterato da calor eitrinleco : acciò il calor’acciden tale, non perturbi
l’ordine de’fimolacri :& il freddo nonag giacci,& induri
l’humidojfi che fi rendano poi l’organi tardi, pigri, e difficili
all’operatfone.Disfi dell’efercitio uocale, inté dendo di quelli li quali
ripongono in Memoria, per recitare leggendo, predicando, od orando;
perche lappiamo, che non folamente l’Intelletto è habituabile; mà ancora
la Mano, eia Lingua; quella à fcriuere, quella al recitarejpcr
chchauendo noi imparato uinti,ò trenta uerfi,& affoefacendoci in
recitar li molti, è molti giorni, la Lingua uiene ad habituarfi, intanto,
chefenza penlarci ò darci mente recita, e feorre diuerfo in uerfo ottimamente.Dunque,
perche la Lingua è cosfi habituabile,e porge aiuto alla Memoria in recitare;è
molto ben fatto alloggando nella Memoriale colè, e repetendoleper
Ha bilirle in quella, fare che ancorla Lingua le reciti,
el’efplichi con uocc quanto più fi può intelligibile ; e quello fi
uederì con elperienza,'chc apporterà grandiflimo giouamento alla
Memoria. Quanto aTArte da facilitar l’atto della Memoria ;
quella farà la parte, che s’ha da trattare diffufamentedanoi .
Della quale, come uoglionocommunementcli periti de quell’ Arte
e P 1 1 e precifàmente CICERONE (vedasi), e Quintiliano, nc fu
primo inuento re Simonide Melico Poeta Lirico, il quale hauendo uifto
mol ti fedenti in unconuito,& efsendo poi caduta la ftanzadelcó
uiuio;& vccifi, c dislìpati li cóu tati di maniera, che nó poteua no
elTerconofciuti diflintamcte dalli parenti et amici, che vole uano farli
gli honori funerali, Simonidc Poeta fbp radette, hauS do per prima
riporti nella Memoria licóuitati, fecondo l’ordine de’luoghi oue fedeuano;
diftintamente vno p vno li rico?- nobbe . Metrodoro feeptio fece perfetta
qucft’Arte, Cicer: adHercnnio ne trattò efquifìtamente, cort Quintiliano,
Sene c a, Petrarca, Rauenna ne fa un trattato ih titolato la
Fenice. Fra Lorenzo Guglielmo debordine minor conuentuale, pienamente ne
tratta nella fua Rhettorica. Fra Cofma Rortellio dell’ordine
dc’Predicatori, ne fà un libro intitolato, Thesàurus memoria: artificiose . E
prima di lui ne trattò pienamente F.Gio. Romberch, Iacopo Publitio,
Matheolo Perugino, Francefco Monleo et altri nelle opre della Retorica.il
Sig.Dolce in forma di Dialogo, uolgarizò il Trac tato del Romberch. E
finalmente il Sig.Gio:Battifta la PORTA (vedasi), n’hà fatto un bellissimo
trattato, Io mi sforzerò, et imitando inuentando; ridur queft’Arte, àquel
compito Metodo, che fi potrà maggiorc.Notando, che due colè iidefiderano
in qucft’Arte; primo, Il ucro Methodo della Dottrina; fecondo la
Voce uiua di chi bene l’infègni.Per difetto del primo, mol tireftanopriui
di queft’Arte; per difetto del Secondo Tariffi mi ne riefeono; perche
queft’Arte, à mio giuditio,è limile alla Mathematica,c Notomia ; le quali,
mentre fi fpiegano, bifo gna ch’il Mathcmatico habbi la fua tauoletta
ingefsata, fbprà la quale difegni, e moftri le Figure Mathematiche: et il
Noto mifta habbi dinanzi a gli occhi, e /òtto le Mani, e tagli di
Prattici, il Corpo humanojfòpra il quale infegnando con la Lingua; moftri con
il Dito di parte in parte, tutte le membra hu manc.Cofiì il Lettore d»
que/l'Arte,bifogna che feelga uinti,ò trenta luoghi, e quelli uifti dalli
Scolari, c ben polli in Me moria, come preamboli; fiuadipoidi parte, in
parte, esplicando il contenuto dell’arte. D Alle cofc fopradette raccolgo,
c concludo quattro colè; la diffinitionc della Memoria Artificiale, il
titolo dell'Art, il foggetto, la partitione. Del primo dico, che la Memoria
Artificiale^ vna forza acquiftatacon arteficio ingeniofo, perlaquale
tenacemente li fimolacri di cofe ò di parole fi ritengono, c viuacemcnte
alla virtù contemplatiua, cnarratiua fi rapprefentano. Dclfecon do
dico, che queft’Arte fi chiama, Arte di Memoria ; e chi la volcfle
chiamare Arte di Memoria vdita, non errarebbe ; poiché è vn’Artc, che
conuienc,non folamentc efler iftudiata nel li Libri; ma vdita ancora da
voce viua ; nella guifà che forfè Ariftotele (fecondo alcuni) intitulò li
primi Libri della Fdofòfia,de Phifico auditu . Indi credo, che tra gli
Ieroglifichi, l’Orecchia fi troua confccrataalla Memoria . E fi bene
dottamente Porta, intitulò queft’Arte, l’Arte del ricordare : poiché la
Memoria Artificiale mira, et attende à facilitar l’atto della Memoria, che è il
ricordare; non però ne ficgue, che il titolo antico, e communc
diqueft’Arte debbia edere rifiutato; poiché e da Filofofi, e daThcologi, tanto
la potenza della Memoria; quanto il fuo fimolacro, c l’atto, son chiamati
memoria. E fe ben affermo, che queft’Arte mira anco la
reminifccnzajquando ne i limola cri albergati, foccedeffe obliuione:
nondimeno conuenientemcnte fù chiamata da gli antichi Rettorici, Arte di
Memoria; non fedamente dal fine, come dice il Sig. Porta: poiché il
tutto fi fa per accrefcere la Memoria; ma perche ogni atto di ricor
dare, e chiamato Memoria, com’io disfi. Del Terzo dico, che il foggetto
di queft’Arte, c il Luogo ideato per ricordarci;inté dendoper l’Idea il
fimolacro,la fimilitudine,I’imagine, la quale fi colloca nel Luogo ftabile:
acciò viuacemcnte ci raprefèn ti la co(à,ò parola della quale vogliamo
ricordarci.E da que» fto foggetto, io prendo la partitione dell'Arte,
laqualc è diuifa,in Luoghi, et Imagini.E fèbene il Signor Porta
aggiongala Perfona,tra il Luogo, e l’Imaginc j nondimeno diremo al
fuo luogo,fe quefta Perfona, fi deue ammettere in queft’Arte .
Et ammettendofqla redurremoal Luogo, ò allTmaginctfi che re
ftafofficientela partitione,in Luoghi et Imagini.il luogo è come Materia;
l'imagine come Forma; Il Luogo ca guifa del la carta nella quale li
fcriuc: L knaginec à guifa della (cattura che fi (tende (òpra la carta, e come
dice Quintiliano con CICERONE (si veda) il Luogo c come tauoletta
incerata, l'imagine, come lettera. Si che il Luogo, è quella parte materiale,
(labile, diftinta, e proportionata, laquale c bafe della Imagine,
Figura, è fimilitudme della cofa,ò parofa,come vn’Angolo d’vna Cella.
L’imagine c la Forma,!* Figura, la Similitudine, ó Segno di quella cofa,ò
parola, che noi vogliamo ricordarci, come la forma d’vn’Huomo, ò d’vn
Leone, quale con la noftra Mente, noi collocamo nel Luogo.Del qual Luogo, e poi
dell’Imaginctrattarcmo. Delli Luoghi. Dirò
ordinatamente tre colè delli Luoghi, ’la Partitiotie, le Conditioni, ò
Regole, et il muodo da formarli nella Memoria . Quanto alla
Paninone, ò diuifionede i Luoghi, dico che il Luogo c di tre (orti ^
Imaginato. rti, il primo Reale, il j. imiginato. Il pri roo e
quello, che nel Luogo ucde il Senio,comc nel primo Luogo ci troua la
Porta, nel fecondo l’Angolo,nel terzo la Fi ncllra. Iinagmato c quello,
che ut formala Mente; per clfempio le da Angolo ad Angolo di una danza ui foffe
uno fpatio troppo grande per un luogo, ecapacedt due Luoghi, c‘ che
non ci foffe in tale fpatio niunodidintiuo ; io pollo formarcene uno, con la
mente, collocandoci una Pcrlona, una Fi gura, un colore, un’altro limile
fegno ;ò pure le uoi hauede commodtcà, farebbe bene farci un fegno reale,
come làrebbeà dire prender un Banco ò Caffa,ò altro artificiato, e por
10 in quello fpatio per fegno ; ò pure appendere nel Muro qualche
colà con un chiodo, come un Quadro, una Figura, ò ergerui un’Altare, fè
pure non uiuolede (bruire del Muro per carta di pazzi, dipingendoci un
legno col carbone, o altro co lorante. Equedi fegnifian uidi, reuidi,e
maneggiati; c poi fermati,e repetiti nell.; Memoria. E fc bene fi
rimouinoqucl 11 fegni da i luoghi, fi ritengano però fempre nella
Memoria, come la prima uolta ui fi uiddcro.Auucrtendo (opra il
tutto, che il fegno del didintiuo, non fia troppo piccolo; perche
nó darebbe quella uiuezza che fi dcfidcra . Seftò, Del
Numero. Il numero di Luoghi, mira il bilogno di chi li forma; perche chi
uuole Luoghi per li Concetti, un mediocre numero li bada; chili uuole ufare
anco per le parole di molto numero n’ha-btfogno, fi come colui,che
fcriucpoco, di poca carta hàbtfogno; mà chi Icriue molto, di molta è
bifrgnolbr J 6 Il Raaenna fi uanta d’hauerne formati cento diece mila
. Il Rolfellio ftima, che il gran numero offende alla Memoria .
Cicerone ftimò,che fidamente cento luochi baftalfcro. S.TomafTo con Teglia ad
hauerne molti. Il Petrarca, il Rauéna,Gio: di Michiele, Matheo Veronefèò
Perugino, ìsibuto, e Chirio, et con quelli il Romberch fi dilungano da
Cicerone. Voi formatencne prima cento, per rclfcrcitio j e poi di mano in marno
formatene dell’altri, hor collocando vnaChiefa,hor un Palazzo, hor un’altra
Chiclà, finche haueretc la lèmma d’un mille luoghi. E le quelli non ui
baftalTero, potrete formarne, de gli altri; purché non pasfiatc à formar
li Luoghi della feconda Chiefa, ò Palaggio;fe prima non haurete molto bene
Ila biliti nella Memoria li luoghi formati nella prima Chiefà ò
Palazzo, ch’altrimente facendo, offendcrelle la Memoria, e con la confu
fione, e con la fatica. Settimo, Della Diuerfìtà. Non è colà
doue fi ricerca tanta uarietà,c diuerfità, quan toin queft’Artc; per lo
che l’uniformità, ò Gmilitudine delle colè, c diametralmente opposta alla
Memoria di Luoghi. Però in un Clauftro,doue fi ueggono Archi, e Colonne
tutte limili, non fi polTono formar Luoghi;!! come nc meno nelle
Celle di Dormitori; di Rcligiofi, parlo di quelle che tutte ha no le
porte, e diftanze fimili. Si ben’ alcuni uolcndofi feruire di tali Luoghi
fimili, diano Regola delli Diftintiui imaginati; come legnarcon la mente
le Colonne, una con una Croce, un’altra con una Mano, vna Cella con un Santo,
l’altra con un’altra Figura;non dimeno quello mi pare uano c
fuperfluo, si perla difficoltà, che s’aggiongealla Memoria, come per
ha ucr noi ampia commodità da poter cIegger’aItrfLuoghi,qua li per
la dilfomiglianza,c diftintiui reali fon più atti, e facili al la Memoria,
lènza lottomcttcrci Se à quella nuoua fatica, et à tal pericolo di
uacillarnclli fimili. E ben uero, che le noi nel formar di Luoghi,
doùesfimo palTar da Luogo Commune ad altro Luogo Commune, come palfarda
una Cielàad una Sacreftia; e per congiongcr quelli due Luoghi Communi,
ci conuenilfe palTar, per un Clauftro colonnato, e che le Colon
ne fu nefuflero poche in numero, come tre,ò quattro ; non negarei
il palTat per quelle, e diftinguerle con qualche legno reale pofto ad
tempus^com’io disfi nel Capo quinto del Diftintiuo, ò collocandoci
perfone familiari, fecondo le regole che fi di ranno delle perfone
ftabili, ò almeno diftinguerle con fegni imaginati. Delle Celle fimih di
Dormitori, s’auerta,che ce ne potiamo lèruirc,ò palpando, ò entrando; le
palTando,e tut te le Porte, e le dirtanzc,tra Porta, e Portalono uguali,
e fimi li: è difficoltà a i oprarle, àchi non le li
fàprattiche,diltinguc dole per diftintiui efficaci, c particolarmente per
Peritane che ui habitano, quando lon molto ben conolciute dal
Formato . re. Se entrando è gran commodità ; perche col diftintiuo
ef ficace ritrouata la Cella, fi portono dentro di quella ordinatamente
formare alcuni Luoghi, et ufeendo da una paflarc per lo fpatio tra mezzo
alla lequente Cella. Ocrauo Dell* Lumi, DErche forniamo
fi Luoghi,per collocarci l’Imagini, e talmé *•' teli raprelentano alla
Mente l’Imagini, quafi l’hauesfimo dinanzi à gli occhi: però bilogna,che
il Luoco fia illuminato; acciò Mangine fi posfimortrareallofguardo. La
onde il Luo go oleuro, non catto per queft’ Arte; perche fèpelifce,
uela,& acceca Tlmagine.E fi come l’Imagine porta in aperto
Luogo, perii fouercnio lume fi rende all’occhio fbuerchiamentefplc
dente, d’occhio irtelso s'offulca in mirarla, ne può diurnamente, e commodamente
contemplarla; cofi la Mente non ef fìcacemente apprende, nè uiuacemente
la Memoria csfibilce qucll'Imagine, cheda foucrchto lumeè illuftrata . E
però le Strade aperte; le Piazze, le Muraglie, che fono dalla parte
di fuori dell’Edificii, non fono troppo atti per quert’Arte. E qua
to aH’ofcurità,il Sauona dice,cheil Luogo oleuro, fi può far luminolo: le
fi confiderà, efi forma con un lume di Lucerna, e Tempre fi mantenga
nella Memoria cosfi illurtrato,come fu uifto con il lume quella prima
uolta.Ma quello io l'ammetto, quando quel Luogo oleuro forte neccrtario
all’ordine di Luo ghi, per non interromperli; fi che per continuarli
bilognaflc palfar per un Luogo oleuro. Il limile dico dclli Luoghi
aper ti, che per cotinuar Luogo Còmfflune, al Luogo Comma
ne, mi bi/bgnaffc pattar per vn'Andito, ò per vna Strada,ò per vn
Cortile': potrei in tali Luoghi aperti, formar i Luoghi diftinti.E quando
fodero /ouerchiamenie luminofi :fitormino i Luoghi in tempo nuuololojò
nell’hore, quando s’itn bruna il giorno la /era, ò quando fi chiarifce la
mattina. E nel modo che furo vidi la prima volta che fi formaro ;
così fiano Tempre ramcntatt. Et auertail Formatore, di non eflcr
troppo fcrupoloio intorno alli Luoghi aperti; perche cttendo aperti uerio il
Cielo, e per il progretto, nondimeno fono chiufi a faccia, con mura et
habitationi non troppo dittanti» come /bgliono ctter le ftrade per le
Città;e s’ofl'crui quelche fi dirà della folitudinc,e fic detto di lumi,
di formar i luoghi in certe hofe del giorno, quando e men frequentati, e
men luminofi fi veggono; non c dubbio che permisfibili fono alfArtè. Nono
Della Quantità. m P Erche ne gli Luoghi fi collocano l’Imagini corporali,
diftefe per larghezza, et altezza;però bifogna, che li Luoghi habbino la
loro debbita grandezza. Et perche il Luogo trop po piccolo, non potrebbe
capir l'Imaginc ; e fe fotte troppo grande fuiarebbe lo /guardo, et
confequentemente la Mente # laquale ila attenta alla Memoria, che è fondata nel
fenfo: però fi attegna la larghezza di otto ò noue palmi,
òpiedi;per che in tanta larghezza, fi può à braccia aperte, e
fpiegatediftender vn’Huomo.Nó meno, acciò nello fpiegar delle brac
ciad’vna perfona,noningombratteilLuogointanto: che nò reftatte fpatio per
l’altra Per/ona, quando per occorrenza del l'Imaginc bifbgnatte
fimilmcnte fpiegar le braccia.Non più» perche noi uogliamo feruirfi delti
Luoghi, non /blamente per li Concetti: ma anco per le Parole. E fi come
malamente leggiamo le parole, quando le lettre, fillabe, ò le parole an
Cora /on'troppo dittanti l’vna dall’altra: così tardamente /om minittra
la memoria, quando li simolacri non hanno tra loro vna cofiueniente vicinità»
come diremo nelfeguente Capo della Dittanza. E Decimo Della
Diftantia.' CICERONE (vedasi) vuole, che un Luogo Ila dittante dall’altro
trenta Piedi, ilchc lìcgue ilMonlco. Il Rottcllio vuole, che 30 .
Piedi, s’intenda del Luogo ampio; ma del particolare, quindici ò vndici Piedi.
Il Sig. Porta dice, che Cicerone vlàua i Luoghi per li Concetti
giudicali, douebifognaua hauer fpa tio grande, per depingcrci gran fatto:
ma per le noftre Regole batta la diftanzadi otto palmi . Alche fottoferiuo io
di ccndo y col detto Sig.Portarche le per calò ogni otto palmi* non
s’ihcontrafle Angolo^Porta^ Fineftra, ò dtftintiuo nel Muro ; mà il
dittintiuo fotte puoco amati, 11 che bifognal^ fc dittender’il Luogo
altri due palmi, non importa che la didimi Ila di dieci palmi . Si come
incontrando il dittintiuo nel lètti mo palmo, e nelfottauo non ci fette ;
non farebbe er rorc, il fermarfì nel dittintiuo.E la dittanza s’intende,
dal cétro,e dal mezzo del Luogo, al centro dell’altro Luogo : lì che ne
fìegue,che li Luoghi habbino ad etter fbccesfiui, e contigui . Il Rauenna
adegua la dittanza di cinque ò Tei piedi : il che le ben potette
pattare,nondimcno è più lìcuro darli la Iar ghezza d'vn huomo,con le
braccia (piegate e diftefejaccio occorrendo farli Ipiegar le braccia non
s’ingombrino le Per ione tra loro.URomber eh oltre che (lima ottimala
Regola dclRauenna,aflegna ancora la dittanza di due piedi quando
l’Angolo,ò altra cola lègnalata,abbracciafle i luochi.Ilche le s’i mende
da centro à cétro, forfè pattarebbe, per la collocano ne immcdiata:ma non
è congruo perla cJlocatione mediata, la quale ricerca Pcrlone Se Imagini, lequali
dovendosi spiegare per larghezza, non li ballano due piedi; le pure per piedi,
non intendefle due moti, e pasfi. Ma s’egli intende della di flanza,tra
il fìne di vn Luogo, et il principio del feguente : fe la necessitaci
conftringe à far quello* c permetto com’io dif fi con Porta.-,
Icttioiic La soccessione di Luoghi, ò s'intende tra Luogo Comma ne,e
Commune:ò tra Particolare, è Particolare . Quanto alla prima foccesfione,
(irebbe bene in vna Città, hauendo più Luochi Communi:chc il Formatore (ì
sforza (Te ordinar li, conforme al (ito ideilo che fi trouano;paflàndo da
Luogo Comtnune al Luogo Commune ordinatamente:cioc da un Luogo
Commune, li pas(i all'altro Luogo Commune più ui cinoje co(i poi al
terzo, c poi al quartoje girando, ò caminaa do per dritto ordinatamente,
pauarall altri foccesfìuamente. E non potendoli ciò fare di tutti; (i
faccino in due ò tre par* tite.Et perpaflar da vn Luogo Commune, ad
vn’altro Com mune, coinè da vna Chieli ad vn Palazzo, da quedo ad vn
altra Chicli: (irà ben’incatenar quedi Luoghi Communi, con alcuni Luoghi
Particolari;purche il uiaggio da brcue,cli Luo ghi fi posfino formare
commodamcnte, come disli nell’otta uo.capodelli Lumi, e nel (èttimo della
Diucrfità. E queda (òcceslìone tra Luoghi Communi c vtile: perche
collocando voi vna T*redica,od Oratione, e li Luoghi Particolari
d’vna Chieli, non ui badalsero, perlochc ui bilognalse paflar ad
vn’altro Luogo Commune:gioua il paflirci,per un mezo con
tiguatojaltrimente la Memoria fuariarcbbc.È notate, che que fio paflagio
li fà in due modi nel recitare, primo conpaulà, fecondo lenza paufa.Con
paula c poli, per elfempio hauendo finito il Prohemio, il dicitore prende
fiato, epoi ripiglia la Narratiua:in queda polita, può il dicitore far
paesaggio da Luogo Scontiguato,ad un Luogo Dilcontiguato ; c non
(blamente da Luogo Commune, ad vn’altro Commune, che lia in unaidefsa
Città:tna ad un’altro Luogo Commune, che fia in vn’altra Città.Pcr
efempio, hauerò collocato il Prohemio, nclli Luoghi della Chiefa di San
Francefcodi Palermo; polso collocar la prima Parte della Predica, nclli
Luoghi di San Domenico di Palcrmojò nelli Luoghi della Minerua di
£ a Roma, e la feconda parte, in vn’altrà Chicli . E così, non è
inconucniente pattar da Luogo feontiguato,à Luogo feontiguato;& ctiamdio
lontano, quando li prende fiato . Mal nel fecondo muodo,tjuando bifogna
farpaiTaggio lènza paulà, e fenzapofata: è pericolofo,il pattar da Luogo
Commune, à Luogo Commune, lènza qualche mezo. Per eflempio,la prima
parte d’vna Predicabile va fcguita lènza pofata ; bilbr gna collocarla in
un Luogo Commune. E fé un Luogo Com munc non baftaflè ? Dico che
collocandola tu ledeui daraitergo in un Luogo Commune, che fiacapace:e così
fuggiti pericolo.E le per mancamento di Luoghi, ò per inauertenza
te la troui collocata in un Luogo Commune, e poi fei forzato pattar ad vn’altro
Luogo Communc:dico chedeui pattare advn’altro Commune vicino, quale però
fia contiguato per Luoghi Particola ri, co m’io diceua. E le quello non
fofic có modo difarfi? Dico che bifogna adoprarl’allutia, fingendo
qualche coliche ti dia tanto di Paulà; quanto commodamc te la Memoria,
con la Mente uoliiio al principio dell’altro Luogo Commune, e trouato il
principio lèguir la Narratiua. Per efsempio predicando, quando
farògiutoal finedelli Luo ghi Particolari d'vna Chiela,c douédo pafsar ad
vn’altraChie falontana;fingerò che mi venghi vnatofse, ò cheti Compagno
michiama;c mentre ltarò,ò à tosfire e purgarmi, ò uoltandomi parlar, ò
attenderai Compagno; pafserò con la Me moria, e con la Mente, al
principio dell’altro Luogo Comma ne, e trouatolo e ben polsedcndolo,
ripiglio il ragionamento, e così con l’Arte, e con l’allutia cuopro il
difetto . E quello fia detto della lòccesfione de’ Luoghi Communi, che
della lòccesfione di Luoghi Particolari, non occorre dir altro: poi
che quella li conchiude dalle due Regole antecedenti, Quanti •tà, e
Dillanza, alle quali necefiariamente ficguc la contiguationc,e
lòccesfione. L’Ordine del Moto, s’intende dell’ordine che li de
tenere dilcorrcndo per li luochi : fe fi deue cominciare da man
delira, c campando finire nella man finillra; ò difeorrere al v - --
contrario.il Raucnna parche cominci dalla delira. Si bené il Rombcrch r
duca il Rauenna al mot* perla deftra;ma cominciaudo dalla liniftra.il Roffcllio
vuole, che lì cominci da man finiftraj (è bene non rifiuta il contrario. Il
Porta lodai’* rn’è l’altro;purchc li fèguiti l'ordine, che cominciando
dallyna,fi Unifica all’altra.Che dalla delira fi de cominciare, cc Ioperfuade
il Filofofo diccnte, ch'il moto comincia dalla parte delira. Che dalla
liniftra lo proua il Rofcelho: perche queft*Arte,è poco differente dall Arte di
Icriuerc, come dice Cicero ne:e perche noi lcriuendo,e
leggcndo;fcriuemo,è lcggemo,Co minciaudo dalla f!niftra,e cammamoalla
dcftra;però li de ca minar. per i luoghi dalla Anidra alla delira. Alcuni
ftimano, che quelli che ucggono bene col l’occhio deliro, come lon’io; e
poco e niente coll’occhio lìniftro, Icofrefsero dalla delira alla finiftra;
quelli che vgualmente ueggono, con ambedue gli occhi, pofsono indifferentemente
di /correre dall’ vna, e dall’altra parte. Nódimeno l’elperienza moftra,
che ècosì facile cominciar da vna parte, e finir nell’altra : come cominciar
dall’altra, e finir nell’vna.EIa raggione,non è, nè l’vna,nèl’altra asfignata
dal Rofsellio : perche l’vna, efclude l’altra. Che fe fofse,pcr il moto dello
fcriuere: non farebbe facile vgualméte il leggerete i Luoghi al rouerlo, come
l’efperienzaci moftra. Se fofseil mote, che comincia dal deliro : ci
farebbe difficile il cominciar da man manca,ilchenon c vero: fi che ne
l’vna nel altra raggione, elattamente,& elquifitamé te ci quieta.La
ondeùn quello fatto ftimo, che ò pariamo de la collocatone dell’Imagini :
ò della formatone di Luoghi. Quanto alli Luoghi, vgualmente è facile
rallentarli, per vn verlo;comc per l'altro . Quanto airimagini,ò fono
Imagini intere e Iole, di concetti, ò di parole intiere i E così, perche
ogni Luogo hi la fua intiera Imagine; parimente è così facile i
difeorrere per un uerfo,come peri altro.Mà fel'Imagini fof lerodi parole,
et Imagini fpezzatc, cbilògni leggerle, nel muo do è uerfo,che fi leggono
le fìllabe al dritto non al riucrlb : così è più facile difcorrer’à quel
verfo,chc fon collocate. Per elsempio,nel primo Luogo ci metto quelle
parole, te Ibl’ado ro. per T. ci metto vna pei fona chiamata Tiberio,
alqualc dò in mano un Tridente, colquale fora una fòlad’oro . e
così da da Tiberio, hòilT.dal Tridente l'E,e dalla
fclàdioro,que* Ile due parole fol’adoro,e tutte tre quelle figure
fanno,te fol* adoro.Qucde tre figure le pofso collocare in due
muodi,pri mo all’vfo hebreo, che legge dalla delira alla fmiftra, fecondo
all’ vfo greco, ò latino, che fcriue,e legge dalla fin idra alla dedra.Se
io le colloco al primo muodo, 'più facile farà proce der poi, dalla dedra
alla finidrarperchccon quclVordinc io tengo albcrgatcncllaMcmoria.Se le
colloco al fecondo muo do;più facilmente procederò, dalla lìmdra alla
dedra parte . Mà feillmagincc intiera d’vna fola figura, come fe nel
j^ri- ’ ino Luogo ci metterò queda parola Geronimo, 1 eper quedft
parola ci colloco l’Imagine di vn San Geronimo, colpetto ignudo, e col
fallo alla dedra mano : pollo ugualmente ben ricordarmi queda parola, ò
dalla dedra, ò dallj linidra parte, ch’io cominci.E la raggionc, perche la
nodra Memoria, et al dedro,&
all’oppodo muodo vgualmcntc esfibifee, credo che fia: perche non mira
l’ordine del moto di nodripiedi;ma l'ordine che ritroua nelle colè uide
dall’occhio. E perche nel le cole uide, non /blamente ui c l'ordine dal
primo al fecondo, e daquedo al terzo,ecofi loccesfiuamentc fin’ull’vltimo
j ma vi è parimente l’ordine dall’infimo focccsfiuamente fino al
primo:pcrò ordinati ncU’idelTò muodo li fimolacrì, puole la Memoria fondata nel
lenfo,&al dritto,& al rouerfo esfi birh fenza difficoltà
alcunaifi come l’occhio con l’ide/fa faci lità,che mira gli oggetti dalla
dedra alla finidraj puolc mirar li dalla finidra alla dedra. Della
Solitudine. Non parlo di quella solitudine, chefinfe Cicerone della Città
da formarsi da noi cò l’imaginationein vn De (èrto, per darli tutte le
conditionidi Luoghijperchc di queda ne raggionaiyquando disfi delli
Luoghi imaginati : ma intendo dclìi Luoghi artificiali reali, liquali fecondo 1
ide/To Cice fonedeuono efler eletti, in Luoghi folitarii, non
frequenta» da gcnte;pcrche la frequentia.il pa/feggio,lo drepito delle
gé ti,didurba, e debilita li fegni delFlm?gini, che all’incontro
la sòlitudinc conlerua integre llmagioìdi fimolacri.il
Rauenni dima ftinuuana ropinione della fblitudine, ciocche non fi
eleggano Luoghi,d >uec frequenta di gente, come le piazze publi che,
le ftradc della Città frequentate: perche balla hauer uifti quelli Luoghi
qualche uolta lolita rii, e lènza gente. loftimo che quel che dice il
Raucnna fia uero delle Chielè,e Tempii, liquali in certe horelòn uacue,e
lènza gente: et inqucll’bore noi poslìamo formar li Luoghi;!! che balla la
prima uolt.i haucruilli tali Luoghi uacui. Ma delle piazze, e llrade
frequentate d’ognihoradiurna, non so come le poslìamo ueder folitdrie,e
uacuejeccétto che lèm’empilTe l’orccchiedi bombacc,ò cottone,pcr non lèntir’il
tumultojc con 1-occhi facef fi un’eftàfe mctaphilìcale, e non attendere
ad altro con gli oc chi Cc non à ucdcr’e formar i Luoghi; ò pure formar
iXuoghi, nella prima hora del giorno, quando tali Luoghi fogliono elfer quafi
igombri di gentc,com'io disfi nel cap.8. à propofito di lumi. Et in quella
maniera, potresfimo ancora formar Luoghi in tali Luoghi frequentati; Ma potendo
hauer* altri Luoghi più com modi, io non mi metterei à quella im«
prelà faticofa, e periglio là. Dell’Altezza. I L RauennauuoIe,
che li Luoghi non fiano alti:ma coli iti lpofti,che mettedoci l’Imagine
dcll’Huomo, tocchi il Luo go dcfignato.& à mio giudicio, poiché
haueteintelo della Iar ghezza del Luogo, douete anco hauer Regola dell’
Altezza, che mira la !ommità,ela baie del Luogo. La lommità,e bafe,
ftabilitcla con l'altezza d'una perlbna humaua:fiche il piedcye balè del
Luogo, fia il tcrreno,ò l’aftricatOjò il mattonato, ò folaroda fommità
fia. (òpra il capo, tanto quanto può gionger col braccio dirtelo insù, e toccar
conia fommità della ma no.E quello,pcrche occorrerà alle uolte,dar gefto
alla pérlo na di braccio alzato uerlb il ciclo, ò darli qualche colà in
mano, quale per fila conditti one ricerca TAltezza;comelè tenef. fè una
bandicra.Et il piede l intendo in Luogo, che l'occhio poflà mirar tutta
la perfona albergata . E fe nel Luogo ui fia banco, poggio, ò grado, fi
potrà ftabilir la perlbna, con li pie- * di fopra di quellijsforzandofi
però per quanto più fi potrà. che li Luoghi fiano pari, e di
fimile altezza, quando la {labili tà di Luochi,non ricerchi far’altrimcnte,
come nelle fcalc, nel li afcenfi Src.Epcr la parità di Luoghi, che da
cofc mobili fuf fè impedita: fi potrebbe, o ad tenipus,o con 1
imaginatione fi muoucrc quelle cofe,& formar nella Memoria li Luoghi
pa Dei Sito. ; • Z N On balla hauer il Luogo particolare:
mabifogna conofeer la parte del Luogo, douc s’ha da fituare rimagi ne;e
quella parte deuc cller’il mezzo del Luogo particolare. E (ebene il
Roflcllio dubita, e difputa fiele Figure fi debbono colle care ne gli Angoli, ò
nelTlnterflitii tra Angoli, Se Aa go!i; non dimeno noi hauendo asfignata
la quantità, e la diilanza de’ Luoghi particolari, con la mifiira della
larghezza . d’vn’Huomoj confequcntementc concludiamo la Figura, e
l’Imagine doucr effer fituate, nel centro; difendendole poi dal l*vna, e
l'ajtra banda, delira e finiftra, tanto quanto ricercherà la grandezza et
quantità delle Figure, et Itnagini. E fé in un Luogo occorrerà collocar
più Figure: fi potranno collocare proportionataipentc compartendoli
Luogo, fi che ciafcuna Figura habbi il filo didimo, e conueniente Sito.il
Romberch non loda gli Angolitperche la ftrettezza,che farebbero le
col locate Imagini,&l’ombra et ofeurità, impedirebbero la didin
tione,& chiara uifta. Nondimeno quello impedimento fi toglievo! giuditiodel
collocante; mentre non ingombrerà fo4i erchiatnente il Luogo; ma in tal mifura,
che le Imagini fi modrino all’occhio lueidee didime. Della
Signatione Numerica. V Volc Cicerone, che per ogni quinto Luogo
particola re; fi ponga un fegno numerale. Per efiempio, al quinto
Luogo mettere una Mano d’oro, che con le cinque dita moftra un cinque, e così
(occcsfiuamente . Il Signor Porta (lima quella Regola di CICERONE (si
veda) /uperflitiofà, e difiutile.
Ermippo, come dice Iacopo Supplitio,uuole che ciafcun Luoco è SEGNATO col
numero. Alberto, che ogni decimo Luoco habbi U j ~ ' fuo t ir
Tuo mimero, Qulntiliatio con CICERONE (si veda) .chc ogni quinto.
Que flinumeriòli pongono per dirtimiui, ò per recitartele per
diftintiui fon fuperflui: poiché cialcun Luoco hi il fuodt(lintiuo, fenza far
quella terza fatica. Se per recitarli, il numero è parte d lmagine,c pero
mobile, non immobile ; poiché nè à tutti li Luochi fcrue, ne in ogni occafione
. L per le occafioni, bada ad hauer li Luochi numerali dclli quali
dirò poi. E quella Regola Ciceroniana – CICERONE (si veda) -- fia da me
riferita, più torto, per non lafciar cofa intatta, per la intiera notitia
di que {l’Arte; che ci habbia* o à lèruir di quella. E perche molti
Scrittori quali Dilcepoli Pitagorici, feguendo chi prima fcrif fe c
dille, empiono le loroprc di dottrine fuperflue, mutili, et alle volte
nociue, con poco profitto di chi le Icgqe;laonde per auertirui rtn
conftrctto alle volte trattar di cofe à fuga, non a lèquela. Comc anco
firn sforzato dirui di quella rego ia'che dà il Roinberch, che li Luoghi
non liano circolari : perche il Circolo non hà principio, ne mezzo, ne
fine. Nulla è quella Regola; perche parlando noi dclli Luoghi perii quali
li dilcorre; le ben c’incontramo in vna danza Circolare, cffendoci la parte per
la quale s’entra; bilogna, che ci fia la faccia dcringrello, &. indi
la parte delira, e limftra ; e dalle parti dell’ingrediente, c caminante
lòcccsliuamente, li formano li Luoghi con li fuoidirtintiui. Della
Proporcione' . I L RolTcllio affegna quella condittione nelli Luoghi,
che habbmo proportione con le cole Iocate;perchc volendo ra contar
Panni di Sacrcrtia,più colimene collocarli in Sacreftia; clic in Cantina, ò in
Cocina. Io rtiinarei quella Regola efler bona, quando com meda mente
fipotefle lare: perche le racconterò molte cofe,c l’albergarò in vn
Palazzo;c gtongcn dpal mezzo, non conuiene, douendo idear colà Sacra,
lenza paula lalcia r li Luoghi locccsliui, per entrar* in Sacrertia
; ma fi deue continouar nelli Luoghi cominciati ; perche col lalto
ad altro Luogo communc, non loccesliuo, fuariarebbe, e li perderebbe la Memoria
. Oltra che la cola in lolita, F apporta apporta con
la nouità maggior atttntione: Uche fuppli&e, » quel che manca della
proportionc. Letti one VII P Ropofi la Partitione,e le
Condittioni di Luoghi, et an co laformationc di quelli} hauédo à baftanza
detto del primo c del fecondo ; reità che breuemente tratti del terzo, e
poi dica dcU’vfo di Luoghi, c delle Perfòne, coni io prumilì • • i t
>* i r .1 . > ;)} Della Formationo di Luoghi . H Auendovoi ben
iftudiateli foprapofti d ieci fette capi, an darete alli Luoghi
communi;& iui conforme alle Conditioni,e Regole aslignate, formarete i
Luoghi. Laqualformationc, nura tre cole, IlDengnare,U Colli care, et il Rcpc
tere Primo, con l’occhio ben mirate, e rimirate il Luogo » col foo
diftintiuo; edifcgnato il primo Luogo particolare, defignate il fecondo,
e coli focccsfiuamente procedendo, finche giongerctc al fine del Luogo
communc. E fatto que Ito al dritto, ritornerete àriuedcrli alrouerfo, e
tante uolte ciò fate, finche habbiate perfettamente il difegno di
Luochi. Secondo, ben difegnatilt Luoghi, con le regole fopradette
in mano,cominciarcte a collocarli in Memoria, uno per vnc; collocandone
una uolta dieci, poi altri dicci, e così di uolta in uolta in più giorni
collocaretc tutti. Terzo li repctirete, più e più uolte, dt à dritto, et
à rouerfo; fin tanto, che fenza alcun’impedimento, c difficoltà, da per
uoi lontano dalli Luoghi, li fàprctc così ben recitarejcome felhauefte
attoalmente dinanzi à gli occhi. E non ci rincre(ca(dice il Signor Porta)
recitarli trenta è cinquanta uolte il giorno ; poiché quello c il
fondamento dell opera. E come diccilRauenna, quelli Luochi coli formati,
li repetano,tre,o quattro uolte il Mele: perche la repctitione di Luoghi,
non è prezzo che Rimar la nosft . che le dimoftrino, e faccino
parere; dunquegran facilità farà à tutti quefti bifogni, il
ritrouar ne i Luoghi le Perfone . La quarta perche con grande allegrezza^
chiarezza li viene al Luogo,oue fu una Persona, la- quale dii porga
merauigl!a,ò II apporti diletto. La onde le tn Muronud >ò altra
Pcr(oua>nt, n così circonlìantionata, ci fa ricordare vna fola parola;
quella ci porgerà vn veri© m tiero,come chfcfe ci preferita chiara»
lumino!*, desiderata, amata, diletteuole,"e : lrabilita.E le bene
per vn numero con ucnicnte e mediocre di Luoghi, comedi cento, ò ducano,
lì potrebbe far quella diligenza delle pecione inondimene in un
numero grande di cinqueccnt, e mille, e più Luoghi, lì tratta co fa molto
difficile il vler aggeauar la Memoria di quella doppia fatica. Gkrachc
farebbe vn’empir i Luoghi di perfbnc communi, lcquali non farebbono ni
una gagliarda motionc, come le foprapolle,e però a colui, che ha nume ro
grande di Luoghi, ne li reftano molti nudi. Olirachc in certe
occafioni*fon più atti li nudi, che li pfònati;come in ro ler recitare
vinti, ò trenta Santi, ò eflemptgò Auttomà lóro* et effondo note à noi
lelor figure ; più facile ci farà albergar ne i Luoghi nudi, quelle
figure grandi proportionate,e quali Ttue,che il uolcr addattar la
perlòna,chc fìanel Lu' go,chc prenda figura di quel Santo: perche in
collocar quel Santo, nò lolo letica d: colVcarlo;mà far che la Pcrlona
del Luogo, me lo rapprclcnti,hò due fatiche, la pr.ma di fpogliarmi della fila
qualità, è pervadermi, che lia un’altro, e poi datali quella figura, a
llocarla nella Memoria; fi che con l’cIpcricnza, riefee più facile il primo
muodo . Il limile dico, in uolcr recitare molti nomi di
Pcrfoneconofciute;chepiù facile mi làrà,fubbito nel Luogo nudo collocar
la Pcrfòna cóno!ciuta,che m ler con l'imaginationc, formar’ altra
Ima gine,ò Figura nella Perfona (labile del Luogo. li fimilc dico di
molte Imagini, che lì formano dalla conuenicnza del la lcrittura,ò
pronuntia, come diremo al fuoLuogo;lc quali imagini, più fpeditamenre et
cfijuifitamente fon raprefenta te.ptfrle proprie imagini delle Pcrfonc,
che dalle aliene. • InoItrc,fc uorremo ufarc I Alfabeto perlonalc del
Rauea. na, che ogni lettera hà la fua Perfona,come A Antonio B
Bifliano C Carlo ecc., fàrà un metter Perii ma nella perfo-na,fe il Luogo none
ignudo da altra Perlòna.Oltra cheuofendo noi effigiare la Pcrlona flante,non
Icmpre conucrrà à lei l’effigie dcliderata : che te uorrò l’effigie
d’Androtnc Ja,ò di Lucrerò)» trouado nel Luogo un‘huomo uecchio,'
molto ben da.mé coup Aiuto, come lo fatò Donna, fenza «he gran repugnanza
mi fi dia, e nel Collocai la, e nel ramentarla-ln olircela Perfona,per la Aia
friabilità, è inetta à rollar Tempre col luoco; perche à quella Perlòna,che fi
trou collocata, puole Tuccedere alla giornata cafo di morte, e di
morte orwbde,ilcheal formatore, come amico, apporterà difgufto et borrorp,e
difturbo graude ogni uolta, che Te li tara incontro rimembrando, llqual
difturbo, quanta fu nociuo all’ufo della memoria; la elperienza
l’infegni. Per quefte caggioni dunque c per lelpericnza iftefla
conclu do, che non conuiene,haucr tutti li Luoghi perfonati.E le d’alcuni
lo concedo, non oftaranno leraggioni, che fi po£ fono addurre in
contrario, Non ofta primieramente eh? gli Antichi, non deflero quello
Mctodo:perche l’Arti col tf po fon crefciute, migliorate, augmenrate,c
fatte lèmprepii); perfette, con le nuoue raggioni, inuentioni,
Scelperienze, Nc olla fecondo, che il Metodi della Perfona, aggionge
fa ne;poiche l’efperienza, laquale r uerace maeftra delle cole c*
infegna,che quelle Perfone apportano all Arce merautgliofogiouamento, et
inelphcabiJc ageu dezza, c facilità alla Memoria, e chi noi crede, ne
facci lc(pcricnza,e poi parli. E quello balli delle Perfone. Per
compimento della coguitlone di Luoghi, voglio m quella Lcttionc
raggionaredi alcuni metbodi Angolari degni da saperli, il primo di
Numeri, il fecondo dell» Luoghi per dritto, e per riuerfo, il terzo 'per ogni
verfo dal capo, dal piede, dal mezzo, quinci, e quindi, il quarto Luogo
per la circjlationc color rettoria? («li..; Dclli Luoghi Numerali t
..d -’-O* J • *>- ‘fj ... fi* * i Essempio. r,
-mi)! •un
ijl *5 ESSEMPIO .’*> Parole che s’han da collocare
làran XX. Videlicec. 0 *i L L ( 9, Morte. ’UI CliO'
io. Porta. li. Inferno. i2.Cie'o. iflitfD •: 1
3. Sole. u sA iy -iì 14. Luna. ; HHli'l
if.Orizonte. ' o ( ina3i iil j O .5
ip.Marc. • oq «fati ao.Tempio. 1
&i>Oili 0. ./od i\ »OT 3 t 5 ;i ;, -
>• b " • ’J • l«- i* /(. li 1. 1 L pftiarri (.1
f|o r j 0 i> ; .V .1k /.'Vc-mb ù Riti -sxapaiibnu
tlkuaiaiip tlciSOlU T -il 3.1 . Modo di Collocarle. 1 11 1 1Tr'mo le finità e Decine, I.
Rota. io.Porta. ao.Tempio. Secondo per le Cinquine, 5.
Luce. ij.Orizonte. fi Terzo per li Tari a. Pena. 4 Pane 6 Vita
8 Verità 12 Cielo 14 Luna 16 Raggio 18 F»gho, >1 t
e P tt 1 tO’j-Ó lì XtJDii starno? 1*1 noa
oiu' xi « • t ' * . .u / ;>q ìm si
sr » * 4 £. Pietra. 7 -V^ 5.
Morte. ^ >,oìtìi. 1 li. Interno. etnico >1 IJ.Solc.,.
n, jp.Marc. G Oltre « .1 Oltre di ciò nel collocarle
parole, bifogna collocarle immediatamente fenza imagincima folamente fiano
quelli numeri come la carta neHa quale Hanno ferine leproprieparo le,
fenza Imagini.E s’aucrra che collocando à memoriali nu n eri con le
parole, non fi fermino ò dabililcono in Luoghi ò nella carta:perche
v’apportarebbe confusone col ricorrere à duebande,& alli Luoghi imaginati,
et al luogo ou’cra fermo il numero, e la parola. Ma folamente prendete il
lem plice nome ò parola col fuo numero, e collocateli in memoria. Et di
più nel recitar bilogna non (blamente recitar le pa role, malinameri
congiouti con le paiole, perche hauendo noi familiari li numeri, dicendo
il numero lubito ci rapprefenra la parola collocata nel numero, e con esplicar
il numero si prende tempo tra pareli, e parola, fiche lì può commodamente e
pensare, e pigliare la paro a fcguente.E per far quello bifogna al
principio proporre tutt’il numerò intiero dclli titoli, ò nomi,ò cofe da
recitarle, e cofi propofte poi condì numeri ordinali recitarti, per
eflempio dirò. SanMat theo che (criue la Genclogia di Chrido con.
quarantadue perlonaggi, il pnmo è Abramo, il fecondo Ilàac, il terzo
la cob, il quarto Giuda, il quinto Pharcs, e così Seguiterai fino al 42.
e poi volendo dir concetti, ò fpiegar vno per vno, ù coimnci dal 42.
retrocèdendo linai primo.E quello badi quanto alli Numeri, per Luoghi
numerali, quali àmerielco no facili per il cotid ano edcrcitio che ci ho
latto.Ma perche noi non lodainolt luoghi imaginati potendo haucr li
reali; però potrete fcruiruid’vn’altro modo numeralc,ilqualcèdi
neceslità che fi facci in queft'arte, cioè che lì habbi uno, ò due Luòghi
communi, chchabbino cento, ò ducente Luoghi, e quelli tutti lianb
ordinatamente fegnati con li numeri.1.2. $ .4. c così procedendo, c
quelli Luoghi liano podi in memo ru con li fuoi numeri, fiche lappiate
recitarli al dritto, et al riucr(o,e làppiatbàll'tmprouilopigliar qual lì
uoglia numero contenuto ndccmo, o nclli ducento . Le note numerali £ di
riino nel trattato dcllìmagini.E quando vorrete recitar molte cole
numerate, collocarne le parole con l'imagini in detti Luoghi, e
potretc-lermrui di quelli ad ogni verlb. mio w Peni Dclli
Luoghi per dritto, e riucr fo . .* n. r.: • ., . (} (r I L
recitare al dritto>& al riuerfo fi può Far in due modi, ò con le
parole fole,ò con le parole e numeri, del primo le io Uoglio recitar
lènza numero, li patri della Gcntlogu dirò, Mactheo racconta (antenati di
Chrifto,ehe fon quelli, Abra mo,I/aac, Giactb, Giuda, Fares,&c.
quelli nomi li collocale rò per-via d’Imagini nelli Luoghi ftabih
nudi,ècon l’ifteffa facilita li diro al dritto che al, riuerfo . Del foco
n do le io voglio non folamentc dir quelli nomi; ma h numeri ordinali
dicendo Abramo il primo,il fecondo Ifaac, il terzo Giacob» il quarto
Fares, Sic. per quello recitare io mi fornirò dclli Luoghi numerali,
quali fon neccllarij in quell’arte, e quelli lou di due forti come diifi
nel palfato capo, li Luoghi di nu meri foli,ò luoghi {labili fognati con
li numeri, l’vm, e l’altri poflono foruir à quello effetto, li ben li fecondi
fon mU ghori. Dclli Luoghi Alternati. '»L recitare non
fidamente à dritto, et al riuerfo, ma ancora f dal capo e dal fine
alternata méte, per effempiod1rel142.no mi della Genclogia di Chrilto
cominciando d’Àbramo fino a Chnllq,ficondo far regreffo cominciando da
Chrillo e ri tornando fino ad Abramo, Terzo prendere Abramo, e Chri
do, Ifaac eh e il focoudo,& il penultimo, e cosìalternatamé te
pigliando vno al dritto, Se vn’altroal riuerlb,uno dal pria cipio,
l'altro dal fine: fi può fare in tre modi, primo con li Luoghi d’vna perfona
humana, fecondo con li Luoghi dabili fucceslìui, terzo co li Luoghi dabtli che
danno à faccia . Quanto al prun> della pcriòna humana fi uede
l'effehi pio apprefio, doue fono numerati 4 Luoghi . Il primo alla punta
del piede, tl ai calcagnoli £. al ptfoione della gam ba,il 4. al
«inocchio, e così il 5. alle cofoie, alla Centura il 6 . al fegato il
/.all’afoella 1 8. Al gomito il 9. alla giuntura della mano il x. al dito
auncularc l’i i* al duo anolarc il 1 a. al 4i G x to to mezzano il i
$. al dito indice i! 14. al dito police il r y. allofTo tra la mano, e’1
gomito il 16. nelloflo tra il gomito, C la fpalliil ^.nclla altezza della
fpalla il i8.nella gola il ijfc Yiell’orccebia il 20. nelli capelli il
21.& altri tanti aU’aliro lato procedendo di maniera, che li Luoghi
liano fegnati l’vno di 1 impetro all’ altro nelli lati, come lì vede,
l’orecchio con 1 al tro orecchio. £ praticati nella voftra ifteifa
perlona quelli Luoghi, volendo collocare li nomi, partiteli per
metà,& Vna parte méttete da vn lato, e l’altra metà dall’altro lato,
comm ciaiido à cóllocar dal capo difendendo al ballo finche ui (a
ranno nomi, e poi prender 1 altri dall altro lato fin al capotac ciò il
primo nome li rincontri e llta di rimperto coll'vltimo, et il fecondo col
penultimo, et in quella guifa potrete reci tarli al dritto, al riucrfb, c
d'ambe 1? parti alternatamente. Notando che quelle parole si pongono lènza
Imagine, et im mediatamente à guifa che fanno le parole fritte fopra
la Carta. E di quella perfona cosi difpofla,vi potrete anco fruire nelle
parole con li numeri ordinali, udendoli recitare per ogni ucrfo,e col
proceflò alternato. •idsnflitn lt ^ ; ^*i:l>i 0 o r,. .
.1 .ili* 7*4} 'HO n taf 040! 7
Gratia 13 18 Piena 1 4 1 . Nel quale esscmpio
appare come è cofàfacilisfima far quelli progresli,e regredii, et
alternati; Te ben all auditii te appare gran cofa quel uaj-iare, come
quello che non sà l’Arte: che yòi dicendo al nucrfo, e prendendo in qua,
et in li le parole, tutte nondimeno le recitate per la drittura, è
foccesfioue ord nata di Luoghi. Anzi dico di più, che po« trete. far n iT
medclimo; eoo xij. Luoghi, che /ararono un terzp manco, e faranno
èflfcttojdixviij. Luoghi, c quello fi fi, collocando l’vlti ma parola
njcl primo Luogo, e nel fèllo ui', fia la prima, enelli figucriti vi.
Luoghi collocateci le parole alternate # e recitando cominciate dal fèllo Luogo
i ritornando al primo: poi ripigliate il primo Luogo, c fegu ite
fia' al xij. e così ha ll. r o : il uerctc
dette le 6. parole tre uolte, peti dritto, per riucrfo,&
after^ natamente, eme appare inqueflo et l I i i - il } I
io. DI n •a ' Fi
i r»-i r vi /Si, . - 1.. j> j
sn*M j t r • ^ììgj'^ìc va l :,1 -4
stv>n 1 «» ! I ; £,; I
1 LVOCHI x. lanieri di Luoghi, che in tutto fono
XII. »!> ' LVOCM 1 1 4 .li . Tcctlljl
0 lfr! » i Dominus 5 ?
ii|' • Piena 4 Progteflo
OJP jS 4 -,n Grada 3 il
-ri: 5 Maria i i Auc
i 7 Aue ( -a 8
• Tecum os 1 1 0 o
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rt II Piena 4 H RegrefTo /?\
Vanto al muodo delti Luoghi {labili,' che danno à fap eia. Dico che
quello fi potrà fare, quando il forma* tore potelfe incontrarle in vna
corfia di Luoghi, ò camere dentro Camere, che habbino quelle Conditioni.
Siano i Luoghi dalle Bande l’vn contra Palerò. I Luochi di quà, c di là,
non funo troppo dittante; e fe folfc* ro diftanti o'jò, ò diesci piedi,
làrebbono ottimi. Da no li Luoghi particolari àiuerfi, 6 che per la
fimihtudìne, non fu.irij la. Memoria. Perq le camere dentro camere,
quando le porte danno nej mezzo, e Tvna di rimpetto all'altra, fon atte,
sì perla dmerlità J come ancp perche fi Ipoflonq formar Luoghi l’f n
contro l'altro, per 1 Angoli, Se. i Interdici). Quar^oifiano dedgnàti li
Lqo^ ghi particolari, t che l’vri dia dirimpetto' all’altro; fiche
dando tu in mezzo, pof tr
riveder li y j Luoghi, fenza troppo giro doc^ chi. Comcapparc nel
te- r guentc edempio . „ [tz «IjVÙ) CI 1 i
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oj ait uno-ld^Jog ii> ;> y s.ic I iì ‘-> *•>
11 >, * 3 (* i *4, .che è delle imagini . ob.'*; :
l . Q S 1 orr.tiu !. CI v! a ù ut I O t Ill^> ; étagenus,Sul
tri pi iciter 1 intédo, dalle tre dita della ma Zioalzate.il fccódo
muodo, ponedo la prima parola fola, p laquale il recitate hi legno di
tutte le parole fequcti ( p elle po)p raccordarmi quella femeza. Specie»
eft qu* predica tui,3ic. porrò nel Luogo fola mente la parola Ipec.e», dando in
mano d'vna perfora un ncartocc-o, o un tacchetto di fpetie,ò pure una
piperà. Auertcndo per co p mcio di tut to quefto,ci.equando nelle parole,
li vainueft gaiidoffcUi fi troua attionc; nò loio intendo 1 attuane
immediata éte ftgnifì cata per la parola; ma anco 1 anione, clic (i j
otti, e med atamente rurarc dalla parola . Dell’ Attiene immediata fu
queflo esempio. Voglio metter quella fcntcnza, Sede e cft verbum
infinitum . La parola federe immediatamente può cfTer’ideata,pcrvno che
licda m vno Scanro: mà fe dirò, Aue giatia piena, Se benedilla, quell Aneli
può ridurre all'attione d’vno che faluu vn'altro;e coli la parola bened
Figurate, j p cr Volontà. Per Ingegno. Le cofe figurate per
Natura, ò sono uomini, ò altre co I i fc fotto fc fottocelefti . Per
Arte lecolc materiali formate dell’Arte. Per Volontà come gl’Angeli, e ii
Demoni j, che in certe oo cafioni piendono forma Humana; e le Diurne
perfone che vna lì vede d Humanità, che fù il Figlio che fi riè huomo
in tempo, lo spirito santo appare in forma di colomba, e il padre
ancora ci vien dipinto in forma Maieftofa d’un vecchio sedente nel trono reale.
Per ingegno come fono le £» magini figurate, e fìnte di tanti Dei, con li
loro Pegni, et im> prelè, Giquc con li fulmini, Saturno con la falce,
MARTE con LA LANCIA, Venere col fuo Cupido, Amore arcicro, Dia naia Fonte,
Mercurio con l’Alce’! Caduceo, Apolline col Parrò, e cofi de gli altri .
Così anco le Imagini, delle virtù Morali, e Theologali, delle fcicnze, et
Art» hberali, delle Muie, della Morte, della Vita, e filmili. Delle figurale
per ingegno, e per volontà, dò unacoirmune Regola, chcoccorren dori
fintili cofc, le potiamo collocare con le loro Imagini, nel muodo, cheli
formatore 1 ha utile, depinte; e conforme a quel che bà letto, le
fonnacon la imaginatione talmente, quafi che rhaueffe dinanzi à gli occhi
Delle colè Artificiali fi dice il medefimo, eccetto fe fodero eccedenti, che in
ta^ calò bifogna ricorrer’ al limile ritratto ; conte fi dirà poi
in altro propofito,che farà delle cofe Eccedenti, nel lèguen ie.
Delle cofe Nariuali > et eccèdenti. Le cose naturai, o son
uomini, o no. Trattamo delle seconde, quali ò fon proportionate al Luogo ;
ò sono improportionate, ed eccedenti. Se nel primo modo, quelle
iftelfe colè fi poffono collocare. Se fuflcro eccedenti, bisogna ò con la forza
della mente invaginarle piccole c propor nottate; ò attender alla
foitanza della colà, lènza far troppo penficro della grandezza; ò uero (
ilche meglio mi pare, e più fccuro) collocar nel luogo la imagine di
qualche figura artificiale dipinta, o scolpita di quella cola
Pcreflempio, mi bifogna collocar una Città, un monte una gran
torre, una naue, una Chicfa, un palaggio, una lèlua, una uigna, una
quer qticrcia'& altre cote fimi!! naturali et artificiali. 11
collocar nel luogo cofe tali, è una improportione grande ; peròbi»
fógna ricorrer’ alle tre regole adegnate, cioè ò {limandole piccole, ò
non attendendo fé non alla fi>llanza,ò feruendofi delli ritratti loro, Il
che lèrue ancora, per le cote cclefticor forali; et per qual fi uoglia
alrra coti troppo eccedente, E te quello non bafta,ò non piace; fi
ricorra alle ^regole del le parole non figurate. Nel collocar le
persone ne 1 luoghi ; io miro à tre colè, al proprio, aH'Imaginc,al
limile. Chiamo proprio la j>erlona propria tale dame mila, e
conolciuta facialmente, E quello farà il primo muodo di collocar
Ieperlóne ; quan do ci metterò le proprie perfone,perloro diede. Per
eflem piouorrò dire il papa, il re, 1’mperadore; porrò nel luo go
l'i(let(ì, Papa Rè, &. Imperadore da me uilli ecopolèiutl 11 fecondo
muodo è, quando la perfona io non l’ho uill* facialmente; ma fi bene per
ritratto, e pitturalo fcultura, c quello muodo lèrue, per collocar li
Santi, li Profeti, li Patr j archi, e tutte quelle perfone, le quali ci
fon note per piuu «,ò fcultura II terzo muodo è dal limile, che
mancandomi 1 Imagini delle perlonc uilte facialmente, ò per ritratto 1 di
pittura, ò fcultura ; io ricorro al fimilc( per elfempio) udendo dir Papa
Sifta, collocherq.un papa da me uifio, che per habito papale, mi
rapprelenta il prefèntc Papa, i Coft uolendo metter quelli tre nomi,
Pietro, Martino e Francesco; io metterò alii luoghi tre perfone, che hanno
fimile nome, e fon da me conol’ciute. Le quali fc bene non fono. Ti delle
perfone, delle quali fi raggiona; fono nondimeno fintili di nome. Enel collocar
delle perlóne bi fogna sforzar fi, per quanto p ù fi potrà, collocar
delle perfone più note, e conofciute; perche più efficacemente
mucuono.Nemi Icor. do delle perfone, quali dieesfimo douer eflèr’ in
alcuoàLuoghi ; non mobili, mà immobili ; che eflèndoui tali perloue immobili,
bifjgnarcbbe dar à loro il tutto, e trasformar ', ~ "
l«>per D fc, per p«rcp.«rcl fi nomi che noi uoghW * ben l «e
rnre che nel particolare di nomi nefea piu fac.Ie,& cfped»
«b,il metter Ie P propne,d dipinte, à fintili p(one,delchcinl rimetto
all’efpertenza, e quello baRi per hora. Delle Cofe non figurato.
Jsfi abattanza delle parole di anioni, e delle cofe fìgtl -Jratc*
refta trattar della difficd.siima parte delle Im agirla qulle confitte intorno
alle cose non figurate E prefupponco una diftintione.chc le cofe non figurate
lono in due modi.Le prime non figurate dallocchio, le feconde no
figurate da mun fenfo, Le prme fondi oggetti dell. quac. tro fenfi,
vd.to.gutto, odorato e tatto;come.l duro, A gol le, il caldo, .1 freddo,
l'amaro, il dolce, 1 odore, il fuono.Q^c fte colereali, e perccpute dagl,
alm leni», non pcio fon^ fte da gl. occhi, li chenepasfi Idea perla
Memoria at tttic.a le. Come dunque collocaremo no. .1 do ce, tamaro, 1
odore, il fuono, e limili > R.fpondo che b. fogna ricorrere alle
Caufe,airelfet. ice, alla materiale, et all, getticeli,ftesl. fenfi.
Primieramente b.fogna uederc,dachi natte, e procede, “ fa; c così fi
porrà l’efficiente F cr 1 effetto; cosi la can pana, per il fuono, li
cantanti per la uoce. fecondo mirateti oggetto, e la materia in cui f. troua
quella colmici f ggeto ponete, per la cofa Aggettata; e cosi porrete ^^co
per.l caldo, la neue per il freddo, .1 P ;,mo per 1 odore,.l fatto
per ilduro, l’acqua per il molle, il fauo per .1 dolce, I per
l'amaro, e così d. fimili, sforzandofi di Pender .l fogget to in cui
eccesfiuamcntc fi troui quella qual.tà fcnfibile.l er 20 mirate li getti
di fenfi patienti, e così il capo piegato coir Parecchie erfe, moftrail
fuono; le nari ritratte col pomo in, nanzi, moftrano 1 odore, &c. E
fe mi d.ra. come (. formerà Immagine del tuono Celefte, ò del Lampo ?
R.fpondo dh .1 Tuono lo formo, con poner un Arteghana dinanzi a
Gio-, ue, ilquale con la Saetta llda fdocd je così hauerete Lan
po; Fulgore, et fracalTo del Tuono. Quello fi* detto delle co
ft, che non hanno Irnagme daU’occhio; fe bene dall altri tta fu Dell’altré
co Teglie da neflun fenfola Memoria Artific/a le prende le Tue
Imagini,dirò eoa quella .maggior facilità, c Mcthodo> che làrà
posfibile. Quelle Imagini fi formano io In Significa- i.Ina
rei J tione. * » : "4i il Si- i a.In Vo primo quando auuiene
che la uqcc tutta intiera lignifica cola, disfunilem colà, limile in noce
• Per cflempio, incontrandomi in quella parola auuerbiule. Àncora,
metterò nel Luogo l i nagincd'un’Ancora di Nauc; poiché quello nomee quell
auueib.o han limile fcsétttt.* r i fa, Te ben son dissimili ih
SIGNIFICATO, e accento. Cosi ìncoii tran domi in quella parola “porrò”
(cf. Grice, ConTENT) : metterò nel Luogo in ma no d’yna persona vn
“porro” (cf. Grice, CONTent). E fe la parola tutta ioticra'non c Amile ad
un'altra parola, che SIGNIFICA cosa figurata; bisogna ricorrere al secondo
muodo della similitudine in voce, fecondo alcuna parte, e quello com'io
proposi si fa in varij muodi. DcU’Aggiongimento. Per ritrouar
rimagine in parola Amile in parte, conuicne alterarla con aggiungerli
qualche fillaba o lettera. Perciò fèmpio, uolcndo collocar quella parola
Per. ui aggiungo un'A. nel principio, e fi forma la parola Aper, laquale
figni fica colà Figurata, e cosi pongo nel luogo un Porco lèluaggio,e mi
raprefenta il Per. E quello aggiungimcnto fifa in tre muodi, nel
principio, nel mezzo, e nel fine . Liquali tre muodi, fon le tre Figure
allignate da Grammatici, e Poeti, la Protefi, laquale aggiunge nel
principio . L'Epentefi, Che aggiunge nel mezzo. LaParagoge, che
aggiungenel fine. Si che hauendo parola di cofa Infigurata, fi dilcorra
perle lette re, e per le fiUabc, aggiungendo nel principio, poinel
mezzo, poi nel fine: è riufeendo parola che fignifìchi colà
figurata, quella fi collochi nel Luogho . Della prima figura
alTegno quattro elTempi,il primo elfempio del per, 3t Aper, detto dì
/opra. 11 fecondo elfempio del Che, alla quale parola aggiun gendo
un’o,farà la parola oche. Laonde mettendo in mano d’uua perfona due oche,
mi rapprelènterà il che. Il terzo e£ /èmpio di quella parola, Scire, ui
metterò il Sarto col fuo cufure; perche allo (ciré aggiungendo la fillaba
cu, fà cucire. 11 quarto elTempio di quella parola Amo, allaquale aggiungendo
la lettera h, fà la parola hamo di pefeatore . Della feconda figura, che
aggiunge al mezzo, fia il primo ef /èmpio, quella parola, pena, allaquale
aggiungendo la lette ra n, fi fila parola penna di fcr;uerc,ò altra. Il
fecondo c£ fempio ila quella parola, Alium, allaquale aggiungendo
un 1, fi fa la parola Album, fiche dando una penna, ò Aglio in
K mano mano d’una perfòna, mi rapprefenterà la parola pena,©
ali u m. Interzo eflempio di quella parola, forme, aggiungen do'oci
linaio la Intera A, fila parola, foramejficbe la perfò na inoltrante il
forame dun muro, mi rapprcfenter4 quella pacala forme . Della.terza
Figura,cheaggiimgenel fine, fia. per eflempio quella parola, ò articolo,
uolgarejAH», à cui aggiungo la lìHaba um, e farà album. II fecondo eflèmp : o
diquetta parola Vcl, allaquale giungi un’o,e-farà Velo. Il terzo di
quella parola, Vdut,aggiungafi un’o,c fifaràla parola Veluto . Mà bi
fogna hauerla Regola della coltoca* none delle parole, cosi figurate
coll’aggiongimento, et è, •che fi ponga legno aila.cofa, perequale fi
conofca, clic bifogna tome qualche colà dal principio,© dal mezzo, ò dal
fi ne. £ lidie per lane fi farà, con la nudità: nelle bcftié, con
li fccwtitdtura, ò troncatura di membra ; nelle piante, con la
fcorticatura, ò inedionc; ncU’attioni, col mancamento nclliilrumenti,ò coliègno
nelle perfonej nelle cofc tenute dalle perfone,con uelami,ò fógni nella
perfona tenente. E quelli fegnidi faccino ordinatamente ; fiche per la
prima figura, xhc aggiunge al principio, fi facci il legno al capo, ò
princi pio della colà, per la feconda al mezzo, et per la terza al
fine? Per eflempio alfApcr, li tronco, ò fcorticoilcapo, che mi
moflra douerfi torre la prima Intera, e fillaba; alloche pari mente le
‘faccio moflrare lenza Telta;al cufcire fnudo il brac ciò al Sarto. Alla
penna la'nigrcggio nel mezzo, all’Aglio lo fò tenere e coprire Con la
mano nel mezzo; e così la penna, dirà pena; c l’allium, alium. Al uclo,
farò che uno lo tagli dal piede, e co ì dal uelo, haurò uel. Marni dirai,
ieoccorreficychc il nome hauefle quattro, ò cinque fillabc: comefa rò à
conofccr fc dal mezzo deuo lcuar la terzi, ò la quarta Ti rifpondo, che quello
fi può fare, con dillinguerla perfò na in lette parti, capo, petto,
Ucntre, uelo, colcie, gambe, piedi,
et in.quelle parti ordinar le lillabe, la prima al capo, la fècóda
al petto, la j. al neutre, la 4. al uelo, la j.alle cofcie,la d.Jallc ga
’ be,la 7 .àib picdi;(ìcbe perla prima fiaséprealcapo,el’ultinia
fillaba all* piedi. (è la parola è di tre fillabe,la fècóda al petto, le
c di quattro, la terza al uentre. le è di cinque la quarta al uel 0,' c
coti lcguendo>L douc fi fàl’aggiuntione, là fi pon ^ il'lègno.E
le quello fi FI nd T eBefliV, fi “diifidalà bdH* •infette parti, in capo,
pcttó con piedi d’innanzMj-feen tre, groppa con piedi di dietro, Coda,
Es’olferui! iftéflò òfrdinc,che della perlona. E quello dico ddle Bcftie di
debita et atta grandezza; perche nelle Hdlie ò inette, ò ptecòlc;i legni li
faranno nella perlona. 11 che fi oflèrui nellipt ante, tir altre cole,
che commodamente non pòflono ricelie 're tale dillintione. PerelTempio
uogliodiré fante, e prendo • un’elefante; lo trouo col capo tronro,c
collo (corticato* 8c ho légno, che leggendo lafcio le due prime fillabe,
e profèrifeo fante; Se uorrò dire l’amaro, darò in mano della pcrfona,un
caIamiro,c farò comparire la perlona,;con la tèda e barba ra(à,il che mi
fegna,ché fi debbe tor la prima fil laba. Volendo dir polue, pongo in
mano della perlona un poluerino,e li fnudo il uentre con tutto ilreftòin
giu, e cò sì leggendo ; leggo le due prime fillabe, e trouando
Tallire parti nude,m’arrcfto . E (opra I tutto la facilità di qneftì
fegni,nafce dall’atcentione della mente deftgnatricc di eslr; là quale
hauendo dcfignaro,coH >cato nella Memoria, e ftabilftò il tutto con la
repetitione,fenza intoppo riefee nella con templatione,ò narratone,
precifamcnte «eirAggiurigimcnto delle lettere. Del Mancamento . C
OrrilponJe il Mancamento al filo òppofto aggiungimi? tò*fi che
camina con l’iltclsc reg le ; perche nòh’rìufcé da di ritrouar, parola
figurata per raggiungi tódntóy ricorre mo al mancamente), togliendo dal
principio, ò dal mezzo, ò dal fine. Indi le tre figuri
dd'm'ahcànìcrtto,chramaté, Afe4‘ relì > Sìneopa,& Apocope,
la'prifrfa* che tòglie dal principiò,!! 1' feconda dal mezzora terza del
fine. Del primo hò da coi-, locar questa parola, malignojtolgo uia la
prima lìllaba,emì' reità hgno, et un legno colloco in fpalia ad una
perlona. CoìÌ di quella parola, doue; li tolgo la prima lettera,
creila oue. Coli di quella parola, dementa, li tolgo eie, e rella
mé ta; e da quella paioli contingi t,leuo uia il con, e rella tin K
a gir, git, petli quali ponendo rimagm!, il legno mi darà maligno,
la menta dementa) un cedo d’oue il doue, un tintore .che tinge il panno
mi dara il contingit.E (èmi domandi, co me li conoscerà che il legno uuol
dire maligno, la menta eIementaPci rifpondo che lo conofccrai in tre modiche ti
fèr ueranno per Regole, la prima per la prefìssone della tua mente,
che così ttabili, del che tu ti ricordi . fecondo per quel clic manca, tu
puoi collocar lettere, ò altre figure ; onde per dir maligno, ui colloco una
pcrlona chiamata Antonio, che mi rapprefental’A, per la Intera MJi dò nella
man delira un tridente, colquale percuote un legno che flà al la to
iìniftro. fé ben quello muodo partienc piu rollo alla diuilìcne,che al
mancamento.terzo per quel che manca, li può dar un fegno alh luoghi
afsegnati già di fopra, nella perfona,ò corpi di beftie; come al tintore dare
in fronte un tumore,© una gonfiagione. per le quali fi conofce, che bilògna
aggiungere. Della feconda figura y quando fi toglie dal mezzo, per
elfempio udendo dire caulà, ui metto una cala, per conolcie cdcie;&
il légno del mancamento fi può formare conforme alle tre regole, aflegnate di sopra
nel mancamento dal principio. Della terza figura che toglie dal fine, volendo
collocar principiti, ui métterò principi, per fblemo Iole, pcrcanit due
cani. E peraflegnar li SEGNI GRICE SIGNIFY da conoféer il mancamento, el’aggiungimento,
che fi de’fare; fi ofTeruino le tre regole di sopra, uar>ando 1’ordine
j perche nella prima figura, pella terza regola, li SEGNI si danno nel
capo, nella seconda nel mezzo, e nella terza ideili piedi. Il tintore
hà'l tumore nella fronte; chi indirà la cafa l'hà nel petto, h cani nelli
piedi, per liquali légni al tingit dico contingit, a cafa caulà, a cani
canit ; alli principi li darò le podagre Belli piedi, per li quali
intendo, che ci bilògna aggiunger qualche colà . E quello badi dell
aggiungimelo, e mancamento . Et fiano ben notate le Regole aflegnate, per
intrichi, aflegnati d'alcuni in quelli proponti. Del Riuolgimento . S E
bene ogni tralponimento irebbe al proposto; nondimeno della fola Riuolutione,
hò fatta mcntione; Rimati do quella tra gli altri e flcr men difficile.
Io tre muodi fi può trafporre ma parola, ò riuolgendola dal fine al
principio» come Amor, Roma, fecondo cangiando fito delle fillabe,co
me core, reco. Tento variando fito delle lettere, come alto, lato . Siche
per il primo muodo,in luoco di Roma, porrò Amore.pcr il fecondo per reco,
porrò rn core.E cóforme al terzo.per alto, porrò lato. La regola
delriuolgimento è, che la colà fi ponga al riuerlò ; accio fi conofca che
al riuerfo li proferifee la parola, cosi per Roma ponendo Amore, porrò
Cupido col capo in giù, e con li piedi in sù.E quella Re gola del riuoIg!tnento,non
è trpppo familiare, nell'ufo dellArte. La variazione, è quando la parola
lèrbando rifleflo ordì ne delle parole, fe li caogia qualche
lettcrajcomeper que Ila parola, mente, cangiando 1 m. in u. dico uentre,
et per mentre colloco nel luogo un uentre. E quelle parole fi tro
uano,col difeorfo delle lettere dell’Alfabeto, rimouendo le confonanti,
et in uece di quelle ponendo dell’altre, ò nella r ima,ò nella
feconda.ò in altra fillaba, finche riefea paro- . che lignifichi
cofa atta da poter cller collocata. Per cficm pio dirò mentre, poi
rimofso l’m. comincio à decorrere per le lettere confonanti, bentre,
centre> dentre, fentre, genttc, ientre, »entre, uentre, pentre, rentre,
fentre, tentre, uentrc. Ecco che fri tutte quefte paro le, non
ritrouo altre, che centtc * CU£n trc, fiche ò ui pongo un uentre, ò molte
Centre, fe io intendo quello uocabolo di centre, per quelli chiodct
ti piccoli chiamiti, «iure, A centrcBc.o tacce.o uccietw. E re timone,
>do la prima Confonante non, mi fufte nuli., ta parola lignificante,
haurci rimolfo I n. e fatto 1 iftcflo dl tHHVu
L’agnominazioné, e Bifticcio,i!qnale è uno fchcrzo/di parole, per
uariationc di Lettcrejè regola molto al prò polito per formar l'imagini.
Li bifticci fono per elk mpio; ponnoj panno; benché, banca; palla, perla
; lagg'a» menica, manico; ora, ara; pena, pane; loco, luto, e limili.
Siche, per pena, porro pane, per faggio icgg'a» P cr benché ba che, per
parla, perla, per ponnò, panno, o penna. Pcr liqua li Bifticci li notino
tre cofc, primo come li formino, fecon do 1 vfodi quelli, p la memoria,
terzo il fogno, che 'e li dà per nò cófoivkrf, nel ramétarli Quanto al
pruno, vedete, li mici Methodi di moltiplicar i Cócetti; doucio a degno
il n-.uo o db fori ar li B.fticci.E qùì balli fapere, che tale
formaturne,!» fa fcccrédo.ple 5 .vocali;p cficpio m’incótro in qiicfta
parp h>póno,difcorro per le quattro uocah, panno, penna, pinna,
puuuo;duedi quelli nomi fon' al propofito, cioè peqna, p panno; poiché
lignificano cole figurate, et atte pcr cfler fol locate. Quanto al
fecondo dico che in i qucft'A myion fola mente fi riceuono bifticci
regolati, ma anco di quelli che fon goffi; anzi piu goffi, e feonfer ati
fono, purché habbinòi la fomiglianza della uoce) maggiormente muouono
.come fece colui éhe per l’Ariosto pone un pezzo d'Arrofto. Quanto al
terzo dico, che nelle cofe collocate, ùi fi può tot mar fegno;còme fi
formang, nclli Age.pnglmènti «i df fa . prà, ponendo il lègBÒ ; àl'lùógo-doiie
e latta lùlictàtione, o nella primari nella lecouda lillaba. La
composizione congiunge le parole, che li douerebbo t no diuidcre, e
questo non folamente fi fà delle parole intiere;mà delle litiabe. Per
elTempio,quefte fon due parole, qui, es, componendole faralfc la parola,
quies, e coli per quelle due parole, metterò vn che fi
ripofa, E Erto rcifta. E fi, U. ; ' r *1 !
F Fabro F Fondcchiero G Gouernatore G Geometra
H Hofle H Hisloriografia I Imbiancatore P Poct*.
3 Q Quo «aio. (£ R JL-’. ;1 R
Ricamatore S Spedale S Sartore T Trombettiere
T Tcslitorc V Vcfcouo V Vaiato X X rrj'.-Arf
J z Zeccatore z Zoccolaro. M A à quelle perfonc,bi
fogna darli vn fcgno:acciò non fi prenda il nome della pcrfona, in vece
del nome deilane, dell'officio, ò della dignità . Quanto al Terzo
Alfabetto fia per elfempio K Aquila A Agnello B Bue.
y B Bufalo C Cane C Cerno D Drago
D Delfino E Elefante. E F Falcone. ' 'r
F Fagiano G Gallo G Gatto H Harpia H
1 Iftrice . I L Leone L Lupo M Montone
M Moietta N Nottola N Nibbio O Oca O
Orlò. PpjCO p Porco P Pallone.
CL, Quaglia. i R Rinocerote, Ródmclla
R Regolo s Simia S Satiro T Tigre T Toro.
ì V Volpe. ‘ i V Vacca X X .i y yj
z, rii • z iof/.-. ibi.uirt s Idbntniii r
z * ' . . J * u E Perche le medefime co fir, fi
potrebbono prendere anco ra per Imagi ni: però bi(ogna chc’l
Formatore,dia uh (e gno à quella colà, che fi determina per lettera, come
il Leo ne con vn monticai collo, fia per Lettera; lenza monile, fia
per Imagine. Quanto al Quarto Alfabeto . Q Vefto Alfabeto,
non fi prende dalle Lettere delle paro ^ le, come li tre precedenti ; mà
dalla forma, e figura della cofa, laquale é limile alla figurac carattere
della lettera; per lochc ridee più facile di tutti li altri, come che
alla prima occhiataci rapprefenta quella figura di lettera, quale fia mo
vii di veder con l’occhio legendo. Delquale Alfabeto no ftro latino, fi
reggono le figure nel Rombcrch, nel Dolce, e nei Rottdho, le ben da altri
anco lono ferirti. Et io nc fa rò qua vna feelta delti più noti . •
t/l Vn Archipendolo di Muratori . Vn comparto grande di legno, con li
ferri in terra, quale vlino i Legnaiuoli . B Vn Liuto col manico
verfo il Cielo, e conlecorde alla finiftra. Vn Acciaiuoleò focile da gittar
fuoco. C Vna Comma di Pottighom. Vn ferro di Cauallo.Vnà •
Luna piccola, quale fi mira di fette giorni. D Vna mezza Luna. Vna
tetta di Toro, con vn còrno in terra, c col mulo alta delira . Vna tetta
di fanciullo, col nafi> alla delira». Vn t$?zzo circolo, con l’arco alla
L a dcftia. i delira. M £ Vn pettine caualliiio di
denti larghi dritto.Vna metta rota, col rotto a man delira. Vna lega
dritta, con li tre legni alia man delira. F Vua falce di mòrte, col
ferro in sù . Vna fcfmitatra f con la. punta in terra, e col pendente del
manico à man delira. G Vnacornamufa, ò ciramella e Piua di
pallore .Vna falce col piede in terra, e col taglio à man delira.
H Due colonne larghe, e con un trauerlo che li lega f e llringenel
mezzo, come li uede l’Imprclàdel Plus 'ultra. J Vna Colonna, Vna torre,
Vn campanile, tali quali li ueggono dipinti. Vna uerga. Vna,
candela. I Vna accetta grande, col ferro in terra, e manico in
sù, Vna Zappa nel medefimo muodo . Vn capo fuoco. ' Vn tre
piedi di caldaia . Vn tridente di Nettuno. Vn paro di forche, cól
fuotrauerfo. Vn paro di mol lette di fuoco. Vn paro diBilancic. 0
Vnallrolabio circolare. Vn cerch o di tauerna . Vna Corona. Vna Girlanda.
Vna medaglia. 2» Vn Palio rale di Vefcoui. Vn uentagho.Vn manico
di forbice di Cimbatore. Vn pozonctto,ò padella col manico in
giù,& alquan to pendente ; ò un ramaiolo nel medefimo muodo.
R Vn paro di Tenaglie. . S Vna Tromba torta. T Vn Martello.
Vn Succhiello,© triuclla grande di Le gnaiuoli. V Vn rafolo mezzo aperto
in sù. Vn compaflo aperto in sù. X Vnacroce. VnaSeggia. Z Vna
Zappa col ferro in sù uolto à man finiftra,&alqua to ripiegata.
Le figure di quello Alfabeto fi ueggono nel RolTclUo, c con
miglior intaglio nel Sopplitip, nel Romberch, et nel
Dolce. Doler. Se bene alcuni ih cambio di quelle
figure,adoprst no l’iflesfi caratteri di Lettere, invaginandoli grandi,
come li capitoni ò maiufcole.E farebbe anco bene formarli la pri ma
uolta di cartone, e tali quali fi uiddero, collocaro, c re* pctiro la
prima uolta le invagini di quelli caratteri ; tali rollino lempre nella
memoria. Quelli quattro Alfabeti fatti familiari dal formatore, le
he fornirà nelle parole non figurate, auertendo prima che è beneiluariar
le lettere et Alfabeti, ordinandole con giudi ciò, fi che habbino
corrifpondenza infieme, e particolarme te ordinandole con le perfòne .
Per efiempio uorrò dire. Anima, prendo dal terzo Alfabeto l’Agnello, dal
fecondo il Notaro,dal quarto una uerga. E per ordinarle infieme, pó
go il Notaro,chc con una fune tirai’ Agnello, nell’altra mano tien la uerga, c
dinanzi à lui ci fia Antonio, che con un tridente ribatte
ilNotaro.Dall'AgnelIo hò l'A. dal Notaro IN. dalla verga IT. d’Antonio, hòl’A.e
dal tridente l’m.E Umilmente fi faccino l’altrc figure da collocarli,
per uia di Lettere. Auertail formatore, che il primo et fecondo
Alfabeto, fc li potrà formare anco di nomi Latini, fecondo li ucrrà più
commodo: purché fimoflri la lettera, per cui flabilifce la perfona’. Il
terzo Alfabeto Io può formare, ò dell’ Animali podi per effempio da me, ò
di altri qyali più aggradiranno ad efTo; purché fiano noti,&atti
fecondo l'ar te. E parimente il quarto Alfabeto, fclo potrà formare
ò delle figure polle da noi, ò di altrcjpurche uiuamentc Iirap
prefentano il defiderato Carattere. E fè occorrerà fcriucre in
greco, in hebreo, ò in altri idiomi,che uariafTero caratteri e figure, il
formatore fi formi le figure conforme all’Idioma. :iij u 'ìojafti uy ovint**-f . D lfsi che fi
formano l’imagini dalli firodi, e dalli diflimi Iij se hauédo detto à
ballaza delli limili, retta che breuemente diciamo delli diliìmih,e primo
dcUVppofiti. Non ftarò à riferirui la molciplicita dell oppofiuonc :
poiché mi pare fuperfluo in quello luogo* non douendo noi adoprare, (e
non alcune cole in certe uolte, quando ci mancatici perfetta notitia
dello ppofiti. Et à mio giudicio,ci posfiano f ruire delli relatiui,come porre
il feruo per il patrone, quando quello mi fufè noe* »e quello m c ignoto
; porre il Dtlcepolo peni Maftro, il Figho per il Padre, quando
quel li mi fuJlero noti,e quelli ignoti. Màbilogna darli legno, per
ilquale s’intenda, che non eslì per fc ftesfij mà per rapprefen Urei
altri, in quel luogo lon collocati . Del Volontario . Q
Velia Regola fu molto commendata dagli antichi Greci; fc ben CICERONE (si veda)
par che la rifiuti. Il modo uolon torio è far una leelta di cento, ò
ducento parole, che più lon frequentate nella profeslione del formatore, c
parole che nò hanno lignificato figurato, come le coniuntiorii, le disiuntio
ni, h fincatego remati, li articoli, aduerbij, e fintili, e pcrciafeuna di
quelle parole a (legnarli vna cofa materiale, et occorrendo poi la parola,
ripor fubito nel luogo quella cola . Per elTempto, quelle parole. Et. Àn.
Vel. In. Quia. Ad. Per A, pongo vn melone; per An, vna Zucca; per Vel, un
Cedro; per In, pongo un Granato; per Quia, vna Noce; per Ad, vn Cocomero,
c così de gli altri. Quello modo vfato nelle poo. parole infigurate
prendo ducento colè materiali, che ftanno fempre per quel le parole, io
diuento pouero dlmagini; perche le perla pa rola vcl, tengo vn Cedro, e
per vn’Et, vn Melone; fo m’occorrcllc fcruirmi del Melo ne, e del Cedro per
altra Imagine, che per le dae parole Et, e Vel; io fon priuo di quelle colè
à poterle collocare. E (è pur le uorrò collocare, mi confonderò, mentre il
Cedro nou (blamente è imagine del Cedro; mà del Vcl Se ben per torre
quella confulìone, potresfimo fegnar la figura con vn fogno diftinguenre la
parola dall’Imaginè; noivdimciio io à quefto effetto mi forno delle per
iòne, perche (bruendomi fempre di cento, ò ducento perfo ne, (blamente i
quefto effetto, io non m'impoucrifto d’ima ' gim, non mancand-uni d'altre
perfonc da ftru’nni in altri btfogni.N.- miti genera confufione, poiché
quelle pfone nò mi (eruono ad altroché |> tal’effetto.Dunq; li
olferuino que Ile Regole, per riufeirehonoratamente in quefto modo
uoló tar o. Pruno, fi cófideri, in che arte, ò jpfesfione,ò
eifercitio,vi uorrcte fornire del modo uolontario,fo in latino fo inuolga
re,fo in Logica, fo in Grammatica, foin Filofofia,fo in Theo logia, fom
predicare die: e da quella profestione et eflercitio,(ì prendano le parole più
ufitate e manco figurate. Secondo, quelle parole lì formano in un libretto
ordinatami te; c dirimpetto àciafouna parola,!! fcriua la perfona .
Terzo, fiano collocate con frequentato elfcrcnio nella memoria, in tanto che
indire ò incontrarli leggendo, ò in udir imparando quella parola, Tubilo ui fi
raprefonn la perfona. Per cllempio nella Grammatica, prendo quelle
parole,dan dolile Tue Pcrfone dirimpetto. Et Antonio.
n; • ?;i o/licp orto In Vincenzo. N.
i» nifi vilkitnoq Ad Tornado. N. un ti -di
Sur» Ab Piero. N. ì.litorali zìi: ni
:-5 Quia Paolo. N. ir. Jirioa t!
'lijj’.UI Cuna Francelco. N. •rmioil-i ìwi De
Sempronio ' N. .snclvjq
^tab Ex Natalitio. N. -•conrjph clqrvq
Propter Lorenzo. -N. D Ol pioT. ql?!
Per Filippo. N., E così dell’altre parole, facendo il'fimile
in altra prorcslìo-* re et eflercitio. Ne fi Igomcntila pcrlona al primo
incontro, quafi il far quello lìa fatica grande: poiché è cola mira
bilisiimamcnte utile e gioueuole, et una fatiga fola di otto giorni, in
pratticar qucfte parole e pcrfone, dura in eterno^ e con apportar
mcrauigliofii facilità alla ipemoria,iog le la fatiga grande, che fi ha
informar l’imagini^ alle parole infigu rate; poiché in fentirquclla
parola, ò trouàdola, fubbito col loco la perlona, quale mi rapprelenta
uiuamente la parola. Quello modo lerueacoljro,che udendo lettione, ò
predica, ò altro, collocano con merauigliofa preftezza . Et quelli che
fanno profesfione di fcriucre ad uerbum, fotto lauiua uoce di Lettori,
Oratori,ò predicatori; li termino con 1 iflelTo modo tre cento, ò cinque cento
parole, ò più o meno delle più ufitate in queUcflercitio ; et a quelle
dianoli luoi fègni, ecarattcriuolontarii,liquali fatti tamiliari allo
fenttore,làrà men ueloce i' dicitore à recitare, che lo fermare à
fcriuere. E chi uolelfe far quella profesfione, olTerui l infra Icritte Rcgole.Pri
no fi fcriua in un libretto le parole piu ufitate in quella facoltà, et
eflercitio . Secondo, lormi li legni, ecaratteri dillinti per cialcuna
perlona.Tcrzo,licaratte rifiano breui,edi pochi tratti di penne; accio
nonuadi piu tempo a Icriucre il carattere, che la parola. Alle parrole
breui e piccole, si diano li caratteri più piccoli; alle parole più grandi, si
potranno dare li caratteri maggiori, man co grandi però, che fi potrà.
Laonde fc non faranno futficienti li caratteri d’vn Ibi tratto di penna,
bifognando leruirfi di Caratteri formati di più tratti di penna, quelli lì
dia no fio allupatole maggiori. Li caratteri potranno
clfere lettere di Alfabeti, latino, greco, ebraico; caratteri di nutnèri,
tratti Geometrici et altri legni volontarij ad arbitrio del formatore. Sello,
potrà formar caratteri dalle prime lettere delle parole; auertendo pecche vn
carattere nq fia fimile all’altro. Settimo, lipotran formar caratteri,
per abbreuiaturc, Icquali lon familiari alli Greci,& anco all» La
tini, Logici, c Filoli-fi. Ilriufcirin quello particola re è cofa
diffìcile, per la gran fatica che bifogna à farli fami Ilari li
caratteri; nondimeno, perche è vna profesfione particolare, allaqualc alcuni
totalmente lì dedic .no; pcròlcirer citio grande li farà facile il tutto.
E lederemo fi facci con pi gliar (critturc, Latine, e Volgari, et quelle
traferiuendo per Caratteri elfercitarfi ; intendendo che li caratteri
liano non di tutte le parole, mà delle più frequentate comedislì. Con
quello Methodo flimo fulìe notata tutta la oratione, che hebbe Catone in
Senato, contro i Congiurati di Catilina, e contra il voto di Cesare, come
racconta Plutarco . £ Tuo Vcfpafiano, comeriferifce SVETONIO »
raccoglieua velocisti*» mameute le altrui parole. Del ConnefTo. I L
terrò modo propollo delli disltmili» c il ConnefTo»ilqtu ic riduco à fei
capi. i, Ugello. 1 i. L’Etimologia . M j. Il legno. w; - l- ’ q..
L’inlegna, et imprelà. >•' ( J j.L’inllromento. e quelli
teruono per formar 1 Imagini delle Arti,, et Ariette» di qual li
soglia forte; onde per il Zappatore fi ponga la «appi, perii Notaro la
penna, per il Soldato la Spata, e l’Elmo, per lAr* tore l’aratro con li
buoi. Il folito di dire c vn contingente, che mira qualche perfona,
laqualc frequentemente dice o una parola, o una sentenza [cf. UTTERER’S
MEANING, UTTERANCE-MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING]; laonde incon
randomi poi in quella parola ò fentenza da collocarvi metto quella
perfooa, laquale c lolita dir quella parola ò fentenza . Indi per- il
Quamquam, pongo una perfona, che lèmpre comincia il fuo parlare, con il
Quamquam. Per quella sententia, Auaritia «Il Idoloru n feruuus; pongo vna
perfona, che in tutti li prò pofitil'hà in bocca, ccofì li intenda dell*
altre Umili parole, o fèntcnze.É quello balli delti Conncsfi,3c inficine
di tutto il Methodo di formar l’Imagini, ilqualc con ellrema
fatica, c molte vigilie, e flato da me inucntato,e prolequito; fe
bea quanto al fatto, in qualche parte fi ritroui dottrina diciò ap
predo h Scrittori di quell’Arte. Retta mò,chepasfiamoaUc Regole
deU’Imagini. Regola per rimaglili. pRopofi di trature delle Regole
dcll’itnagini, per compii JL mento dell’Arte della memoria Artificialejlc
quali Rcgo le io le ridurrò ad alcuni capi, quali confiderà» c ponderati,
daranno compiu notitia di quanto fi defidera fopr» Ciò, in Collocar
le persone, fi habbi auertenza di dar li quelle attioni, che conuengono
alla fua qualitàjpcrchc no Corni iene ad un muritore darli atto di
predicare, ne ad un predicatore darli atto di murare, quando fi poffono
haue* re le perfine appropriate; e parlo dcUi luoghi nudi, lènza
perfone immob.li. li. L’imaginehabbia qualche moto, e (è fufTc cola
immo bile, fi ponghi nel luogo perfona, che la rapprefenti . E
per colà immobile s’inreude colà, che non è animale. Le imagini non
filano odo fé; perche non moucreb bono con uiuezza; pcrò,clTendoui
nel luogo un Cauallo» fate che con la zampa zappi il terreno, ò tiri di
calci ; il lupo, che dcuori pecora; il pallore, che minacci l'Agntllo .Et
eflcndo imagini congiunte con altre cofc; con qucllliftelTe facciano li
atti c gedi. Se la cola è animata, mà c piccola, comeFormica Mofca,
zenzala,pulice; bilogna metterai pcrfona, cheli mo dri. Mà come li farà,
per uederlc? Dico che lì ucdrà primo perla prefissone delia mente.
Secondo perle cofeannefi» le àtali animali; come, fe fbpra un piatto di
mele la pcrlo na (tenderà un paramediche, lì cnnolceranno le Molche;
et come le formiche, nel mucchio di
Grano. Terzo perii appropriati di alcune perfone; come fece il Raucnna, che
hauendo uifto uno die ftropicciaua un puhee, lo chiamaua e colloca ua per
pulice. Così fi potrebbe far degli altri. Mà fe uorrò dire Formica,e non
Formiche; come farò, (e tante e non una fi mette nel luogo? Rifpondo, che la
perlona nuda,moltrail (ingoiare; 1; cpme ucllita, il plurale, come
fi dirà poi al fuo luòco. Se molte Imagini fi collocano in uno delio
luogo, ò pure perla continuationc della parola didima in piuluo chi
c ben fatto per quanto più fi può, darle continuatone di attionefra loro.
Per efiempio, udendo collocar per lettere queda parola, Deus, pongo nel luogo
Dominico, i! quale con un pettine, pettina un uitello, tenuto da
Siluia. Da Dominico hò il D. dal peuine l’E dal vitello I V. da
Silula l.S. L’Imagini liano proportionate al luogo non ecce-denti; e c fodero
eccedenti, già disfi che modo s’hà da tene re. Il che s’hauede
confiderato il Monlco, non harebbe riprefo il Supphcio, il quale nell’Alfabeto
d’artificiati, pofè per 1. una torre, c per X. una naue; poiché le colè
eccedenti, ò per liinaginanone,ò per le figure, fi rendono proporticna:c,come
disfi. Vii. Le perlonc che fi collocano nclli luoghi habbino
del grande, del uiuo, dell efficace quanto più fi può ; perche più
efficacemente muouono. La Figura et imagine,non (la /olita à (tare in
quel luogo dòuè fi colloca; perche eflendoui /olita, non muoué
efficacemente ; attento che giungendo nel luogo, crederai che tal cofa
non fia indagine; mà parte ordinaria di quel lùo go, E per ouiarc à
quello inconueniente, olferua la regola di uariar quella cofa con
l’imaginatione, dandoli qualche ua riatione inlolita; per eflempio
giungendo ad un luogo doue fia una feggia,e uorrò in quello luogo porre per indagine
una feggia, io metterò quella feggia trauerfatain terra, per lo qual
fegno efficacemente conofcerò,che la feggia nò fi troua nel luogo, come
cola ordinaria; ma come Cola for mata per imagine. Nel collocar
all'improuifo, bada metter una ima" gine per luogo; ;icl collocar
pofatamente le cofe che fi ftu diano à bel agio, non è inconueniente,
porre molte imagini in un luogojpurche fiano didime, c commodamcnte
fiucg ghinoc rapprefentino. Vogliono comunemente li profclfori di
qucft’Arte, che le imagini fiano collocate in atti fporchi, laidi, c
ridicelo fi ; perche quanto più fi uederanno goffe e fporche, tanto
maggiormente meucranno . Il che potendofi Tare lènza fcrupolo di
mouimento indegno nel formatore; nuderebbe molto utile all’Arte . Per lo che
non laudo la dishoneftà delle imagini. Dottamente difeorre Cicerone
intorno alla viuezza delle imagini ; perche quelle cofe, che noi per
efperiqhza co nolciamo, che ci muouono à conofccrle attentamente fc
à ucderle anfiamentc, quelle lon’al propofito di moucr cffica
cernente e uiuamcnte la noftra Memoria, in ricordarli. Però le cofe nuoue,lc
cofe merauigliofe,le cofe rare, le cofe di letteuoli,le cofe brutte,
fporche, e ridicolofe, le cod horribih e fpaucntcuolijlc cod di gran uarictà,
le cod eccesfiue in bellezze, eccesfiue in brutezze, come una faccia
tagliata, vn nafo grande, vna gobba monftruolà. Così le cofe eccclfiuc in
degniti, come vn Rè, vn Impcradorc,vn lommo Pon tcfice; e limili; le colè
eccesfiue mpouertà è mendicità, come un pouerello ftracciato ccncioIofo,e
fimili oggetti, (cmattislìim alla viuezza deil’Imagiai. Et à fimili accidenti
deuc hauer » li uadi (èmprè ri . perendo; per elfcmpio
polla la prima figura fi pasfi alla feconda, e poi fi ripigli la prima
recitando, c contcplando, c porta la terza fi ripeta di nuouo c la
feconda, e la primate portala quarta fi repctano l’antecedenti, e porta
la x.fi repe tano le antecedenti per folto, la prima, la fèptitna.
lanona.la Tetta la quarta, per le fpari per le pari, al dritto al
riuerfo,chc cofi tenacemente fi (colpirono le Imagini nella
Memoria. Sehoggi hauete collocato per imaginc una cofa ; auertite
dimani, non collocarla per'Imagine d vii altra cofa diuerfo. Come le
hoggi per quefta parola Agnus, hauete porto vn Agnello, dimani non porrete
l’Agnello per l’inno cenza; perche vi potrebbe apportar confuhonc, mentre
ui rapprefenta due parole; le pur non fufte dimenticati della prima
fignificationc,ò pure forte variata 1 Imaginc con legni, ò bene rtabilità con
li dirtintiui della mente, c con la prefisfione della ripetitione.
Quando fi ha da collocar à memoria vna oratione, ò periodo,parolatamentc;
prima fi legghi due e tre volte pia namente,e diftintamente,come vuole
Cicerone, ilchc appor (a non poca vtilità. Collocando le parole, fi dia
proportione al Genere col fèllo; perche fe uoglio dir ricchezza, eh e di
Genere feminino, meglio è collocarci vna donna ricca, chevnhuomo
ricco. Se vorrete collocar periodi intieri ò parole, et occorrendo di
ritrouar otto, ò dieci, o piu, ò meno parole, quali noi fiprece molto ben
recitare, fcnz’akra collocatiohe; non occorre far fatica d’Imagini interno alle
parole che voi fopetej mi balla collocarne una principale, quale
ricordata u apporta cohfequcntcmente tutte l’altre. Et quello intendo, nelle
coltocationi delle panie, lcquali recitate, noa curamo chccì reftino à
memoriamo ne delle Orationi, Prc diche, Comedie, ecc. Le Figure, e
Imagini habbino proportionata altezza, fiche l’occhio. 'non habbi fatica d
alzarli troppo, pc® vederle; nè all'incontro abballarli ioucrchiamcnte
per contem- fuuer l'occhio il formator di quefl’Artè Nel collocar le
Figure, et Imagini lem piarle. Indi fiate cauti nelTordirfàtione,
che fa il Roi»: berch dellìmagroi l ena fopra l’altra, peiche hauendo
noi luoghi commodi da far progreffo per la.go, non occorre
aggrauarla memoria, laquale memorando procede con lo ftabdimento
del fenfo. Formando rimagini, non fiate prefittoli m rubilo collocarle, quando
agiatamente potete formarle e collocarle* pche occorrendoui poi vna Imagine piu
atta,& elquifita della prima ui irebbe difficile in collocar la feconda,
ha uendo collocatala prima; ò vi farebbe graue tralasciar la fe
concia, elTcndo miglior dcllaprima. Dunque peniate, e ripense prima, fe altra
miglior u occorre, e poi collocate le Imagini formate. Sopra il
tutto fate, chele Itnagmi fiano di cote ja *oi note, è notisfime;e però
ui douete attenere dalle imagini finte, potendo hauer le reali » e dalle ignote
hauendo le note, e dalle men note haueodo le piu mahifcftc. Si come nuoce
la fotniglianza tra li luoghi, nella for mattone di luoghi; cosi la
fomigltanza tra le figure, nelp formationc delle imagini. Però ui
sforzerete di farle, quando più fi potrà diuerfe e di filmili; accio non
u’ingannatc ntf la fomigltanza di elle; perloche hauendo à dire tre
Franccfchi, dtllingueteli perle Cicatrici, ò per gli atti,e gelti, un
gobbo, un monoculo, un fenzanafo,e cò altri limili accidcn ti
Eccesfiui. # . . VT . Siate cauti nelti sinonimi ed equivoci. Nell’equivoci,
accio ponendo il cane, per IL CAN CELESTE. Non diciate cane, che rode
l’olio. E nelli sinonomi, come pietra faflo^ accio una ftcflfa cosa
hauendo piu nomi non li dichi 1 un
nome per l’altro, il che fi può diitingucre, per l’attentione della
mente, nel collocarle e ripeterle, piuiiolte; o pure co qualche altro
diftintiuo, pollo neUa cofa, o di lettera o d’- »le picolc,e quello per
non ingombrar tanto il luogo, e per (farlo più capace Onde ne fiegue, che
minor numero di luoghi farari neceflarn ; c li così picm. per la
diversità, rie* /cono più efficaci. Per cflempio per quella parola
ffauentc, pongo nel luogo un’uomo chiamato Nicola, il quale nella man
delira tiene Un piatto di faue, che lo porge ad un fuo Figliolino che li
Uà alla delira, e nella man finiflra tenga un Martelli, cól quale minacci
e fcacci una fanciulla chiamata Emilia . E così legerete dal piatto Fauc.
Dalla persona. Nicola, N. Dal Martello, T. Da Emilia, E. e da tutti
l'intiera parola faucnte. Laonde larà benfatto, tra gl’alfabeti di perlòne,
hauerdue Alfabeti, vno di Fanciulli, l'altro di Fanciulle, oltre li due
di Huomini, e di Donne. Nel collocare, prendendo le parole ò concetti
dalla carta,e riponendo nelli Luoghi, non fi facci memoria nel la carta e
parti fue; Mà (blamente nelli luoghi; perche làrebbe doppia fatica in
ricordarti è delti luoghi, e della carta. Oltra che apporta gran
confusione, perche la mente uedea do, e. nella carta, e nclli luoghi
uacilla, e fi confonde ; mentre a due parti fuggelo (guardo,e quella Regola li noti
molto bene. Nel collocarc,e ripetere l’Imagini, fi auertifca, di non
far’altri geflr, chc quelli che fi ricercano opportunaméte fecondo l'Arte
della pronuntia nel Recitatore. E-fi guardi il Formatore dinonappKarfi, ò
collocado, ò ripetendo ; à qualche geflo intcnlàmcntc fuor dell’Arte,
come il contar con ledita^ener il capo faldo et erto, mirar in sù,piegar
fi in giù; ma indifferentemente redi libero d’ogni intenfa applìcatione di fi
nifi atti; perche alrrirrt^nte facendo, il recitatore recitando farà poi
l’iftcsfi gclli inconvenienti, c periglio li j inconucnicntij per che
concro l’arte; periglioli, perche le in qualche accidente muta gesto li
fuiarcbbe la memoria, e fuariarebbe la mente. Per mancamento di quella regola,
hò uillo alcuni recitanti, Ila re come che hau elferoin giyctita una
fpada, inflasfibili Hi erti; c con gli occhi fitti al ìjjuro, che Ila lor
dirimpfctto, quali che fuiferò fiatar.la /quii Uò.fanon (blamente difdicc
aitili; ma fciiopre l’arte, il che èflifettuo(b, làpCndo elfer principal
dell'Arte, il làp'ec celar l'Arte, intanto che quel che l 'Intorno fi per
Arte,coiU ’ libqrfa dd’li gclli, e' domiiniò de gli atti, moliti che lo
facci per f.TI I W M M per felicità di
natura. £ quello piace affai, e giuramento de piacere, e dilettare ;
poiché nell’Arte fi fcuopre l’ingegno notro, e nelli doni della natura la bontà
influente del 1 Auttor della natura. E conuieneohe piu. ci aggradi
l'opra di Dio, chela notraje che la prima laude, honorc, e gloria fia di
Dio, non della creatura, laquals fc per Arte, ò per ingegno fa, ò sà, ò
può cofa, il tutto ultimamente de riferire à fua Diurna Maeftà. R
icerca queft’Arte della Memoria per fila compita perfettione,chc hauendoui
trattato delle fueprencipi par ti, Luogo, et Imaginc; tratti alcune cole
particolari, vtili, e neceflarie da làperlì. E tralalciando l'altreal
giudicio, ingc gno,e fatica del Formatore; tratterò preedàmente, delmodo
di collocar li Libri, li Numeri, li Generi, li Tempi, li Cali, li Punti,
li Argomentale Quotationi. Dirò poi delle Dittature, della Libraria,e
dell vfo della Memoria, e fògillaro alla fine il tutto, con l’Arte
dcll'Oblmione Della Collocatione di Libri. Occorrendo collocar Libri di
qual li voglia profesfione, è di necesfijp haucr l’Imagini formate di
cialcun di loro. Laonde cftrtcuno fi potrà formar l'Imagini dclli Tuoi Libri,
intorno a quali vcrlà;comelo Scrtttorale formi immagini dclli Libri della Sacra
Bibia, Il Thcologo delti Scolatici, IL FILOSOFO DELLA FILOSOFIA, il Medico
della Medicina, Il Canonifta di Canoni, Il Giunta delle Leggi, il Logico
della Logica, ecoii faccino tutti gli altri. E nel formar l’Imagini olferui
quete Regole . Primo fi fcriua in vn foglio tutti li Libri, intorno a
quali uerla il Formatore . Secondo formi, l’Imagine da vn fatto principale di
quel Libro, ò dal titolo, ò dall’agente, ò dalla prima parola del Libro, ò di
qual’ altro capo fi yoglia;purche Ila reprefentatiuo del nome del
N Libro* Libro.Terzo queft’Imagìnc ò la ponga (opra vn
Libro, ò la ponga nel luogo col Libro» ò vi metta la perfona che
rap prefènci il nome del Libro . Quarto nel collocar li Libri » può
il formatore. Icruirli dcirAuttore di quel Libro, come fe in citar Paolo,
vi metterò S. Paolo col Libro in mano, e per faper qual libro Ha, vi
metterò la fua Imagine,come le fard illibrodi Corinti, ui metterò vnCore
. Coli le uorrò collocar l’auttorità dell'Euangelio, vi porrò
l’Euangcltrta, col libro, e fua figura, Giouanni con l’Aquila, Mattheo
con FHuomo alato, Marco col Leone, Luca col Vitello . E le
vu’Auttorc hi comporto più labri, vi pongo i fegni per di ftingncrli, per
dTempio, Giouanni hàfcritto l’Euangclo, l’Epiftola» l'ApocahlIc; per l'Euangclo
lo pongo ledente, predicante, per l’Epiftola lo pongo Icriuente,
pcrl'ApocalilTe lo pongo con gli occhi merauigliofi alzati al Cielo, come in
atto d; ueder colèi aulita te e noue. San Luca che ha. fcritto rEuangcto,
egli atti Apoftolici ; per l’Euangelo lo pongo con Chrilio, per gli Atti
lo pongo con gli Aportoli. Mole che hà comporto, e le ritto il
Pentateuco, Geneti, Efo* do, Leuitìco, Numeri, Deutoronomio ;nel primo lo
pongo con Adamo, Se Eua, nel fecondo con Faraone, nel terza col
Sacerdote, nel quarto con gl’Elìcrciti, nel quinto con le Tauole della
Legge. E pattando à gli altri Libri, li Libri di Reggi li formarctecon li
Reggi, il primo con Saul, et Da uid Fanciullo, iUècondo con altri; ò pure
balia hauer libro c Rè, e poi li numeri porli per caratteri nu.i erali,
come fi dirà poi. Coli il L bro di Giofuc con Gi^lue, di Giud ci
con Sanlbnc, di Ruth con Ruthapprcflb i mietatori, Efter col Rè Alfuero,
Giudit con Oloferne, li Profeti con loro medelimi, Efiua con la Slega,
Geremia ch’è porto nel Lago, Daniele fra Leoni, Ezechiele fra Rote,8c
animali alati, Giona nella bocca della Balena, e h libri di Machabei con Giuda
Machabco, di Solomone con elfo in fedia Regale giudi cante,& il.
limile degli almLibri fi facci in qual li uogUafcic za e profesiìone
. Per numeri, altri adoprano caratteri formati da varij inftromenti.
Altri adoprano perfone, dando loro li nume ri. Altri. adoprano cofe
Materiali,allequali volontariamente attribuirono li numeri, come che il Melone
lia vno,il Ce druolo due, la Zucca tre, il Cedro quattro. Quello
modo l’hà.per mirabile il Monleo,il fecondo lo fieguc il Rauennaj
il primo mi pare piu atto di tutti. Oppone il Monleo al primo modo dicendo, che
li caratteri non fi muouono. Alche Rilpondo,chc tali caratteri fi pongono
in pcrlona morente, come fi dirà poi: per loche Reità che fiano attisfimi
tali ca ratteri. Il modo delle perfone c bello; ma è alquanto
diffici Ic,& intrigato. Il terzo mi pare che apporta poucrtà c
con-fufione al formatore; poiché fc li tolgono le cole materiali delle
quali potrebbe liberamente fcruirli, per imagini. Ne è il fimilcdelli
caratteri noflfri ; poiché noi ci feruimo loiamente di noue cole, dou’egli nc
prende cento. Il modo e fecondo, c terzo lòn belli, e chi li vuol leguire
ved i li lopradetti Auttori; à me balla darui le Regole, per lèruiruidcl
primo modo. Si prendono dunque noue colè materiali, c quelle lèruino per
l’vnità, e per gli otto'primi numeri, per cllcmpio I. Vn Spiedo, ò vn
Pugnale a. Vn paro di Forbici. 3. VnTriangolo. ' •
4. Vn Quadrangolo, j. Vn Serpe ritorto. 6, Vna Lumaca,
ò chiocciola grande marina col capo fuor del gufeio. Vna Squadra di
Muratori. Vna Zucca a fialco, che ha due ventri lWn lopra l’altro. 9.
Vn’Alciadi Legnaiuolo. Quelle Figure noue, ò altre noue che parranno al
formatore, lèruono per tutti numeri occorrenti’, olTeruando
l’infrafcrittc Regole. Primo per fuggirla confu (ione di que N a fte
ite Soue co fé, perche potrebbonò eflcr prefe tal uolta per Imagine;
Ciano diftintc ; per elTempio Io Spiedo che fta per cola fu con carne,
quando (là per numero dia con vcello; il pugnale quando c cola lia nudo,
quando numero lia fodra to; li forbici percola fiano con panno, per
numero lènza; il triangolo per colà lia di legno, per numero lia di ferro
; cofi il quatrangolo ; il lerpe per numero lia nero, per colà fia
pinto; la chiocciola per colà habbi il capo ritirato, per numero lo
Sporga in fuora;la Squadrali vari jjcon legno e fer re; la Zucca fi vari;
in figura, ^perche non mandano delle Zucche, e tonde, e larghe da poter
feruire per colà;l'A(cia fi vari} con manico ligneo, e ferreo, e cofi fi
friggerà la confusione. Secondo perche li numeri altri (on d’vnità, altri
di decine, altri di ccntenaia, altri di migliaia; l'ifteftè figure
icr uiranno per tutti li numeri, con quell’ordine, che quando la
figura, è nella man finiftra, dice vnità; quando nella Spalla finiftra,
dice decine; quando nella fpalla delira, dice ccntenaia; quando nella man
delira f dice migliaia- Per elf^mpio vorrò dire “1345,” “1.345” pongo
alla delira mano della pcrlonalo Spiedo, che infilzi il triangolo che Uà
alla Ipalla delira, e paf Ando per fiotto il mento infilza il quadrato,
che Uà alla Ipal la finiltra, e co la punta trapallà il Serpe che Ila
alla man finiflra. Terzo quelle figure filano polle con la perlòna,
laquale S uanto più farà posfib ile, habbi e facci qualche
attione,còle ette figure, come ho mollrato có lo Spiedo, triàgolo
quadra to, e lèrpe. Quarto le li numeri limili fi moltiplicano,
Ciano anco moltiplicate le figui e limili, come fie uorrò dire
“1551” porrò due pugnali; uno alla man delira, e l'altro alla. man
finiftra, e due Sèrpi uno alla fpalla delira, e l'altro alla Spalla
finiftra della perlòna, la quale con pugnali impugnati, e co braccia
curue ferole Sèrpi. Bisognando moltiplicar le migliaia per decine, e
centenaia; bisogna per le decine por le figure alla Centura delira, per
li centinaia allo Ginocchio deliro. Onde udendo dire “182659”, “182.679”:
“cento ottanta due mila sei cento cinquanta nove”; porrò nella cintura delira
d’un Eremita la fialchetta, et al Ginocchio un Fanciullino, che con
uq pugnale ò Spiedo, fora la fialca ; e nella man delira della perfiona
un paro di forbici colliquali tronca le corna alla
alla lumaca, quale ftl alla /paHa delira'; é con l'A/cia dell» man Anidra
percote il Serpe, che ila alla /palla fmiftra . £ Infognando moltiplicar
per migliaia, fi ponghino le figu. te alla piedi; onde «olendo
dire,518265 aggiungo fra li piedi dell’Eremita, che portailfiafco, unferpe,chcuà
amor der’il fanciullo il quale fora con lo Ipiedo il fufco . E bisognando
aggiungere altri numeri (i ponghino ordinatamente nel poggio, c fcabello della
per/ona del luogo ; ò uero fi ponghino nel luogo antecedente, nell’altra
pcrlòna. Eque ilo badi quanto ahi Numeri aritmetica!!, che quanto alti
numeri grammaticali /ingoiare e plurale^ dira nel capo dell»
Cafi. J J f d ili
| .r ' M Dclli Generi k s poiché li generi fi nominano con li nomi
di/esfi, perii genere ma Tedino farete che la perfòna fia mafchiaje
per il genere feminino fia donna. E per didinguer IL MASCOLINO e feminino
dal neutro, quando occorreflc, per quelli generi MASCOLINO e feminino,
Alcuni fanno che le persone habbino fuelati li uafi GENITALI; e perii neutro
l'habbino uelatij/c ben io li didinguerei col variar vela e, dando per
l'unoe l’altro fedo le mutande ò codiali, e perii neutro il velo
aggroppato. Delli Tempi, habbiamo da fàpere il modo di collocare
l'Annijli Mefi, liGiorni, rHore, il prelente, spallato, il futuro. Per l’anni
si collochi un fcrpente, che fi morda la co da, al modo che faceano gli
Egitti; significando che l'Anno fi rincuruae ripiega in le defiò, mentre
fi congiunge il fine, al principio. Li Meli fi podono figurare in
tre modi . Primo per li fogni ò caratteri delti dodici legni del Zodiaco,
ponendole figure idede, un Montone per Marzo, Toro per aprile, gemi
su tu per Maggio, ò li Caratteri ufati la man delira il Geniti
no, la fimltra il Dattilo,]! petto l’Acculàtiuo, il piede e gara ba
delira il Vocatiuo,il fimftro l’Ablatiuo.Si che, fc la parola è in calo
nominatiuo, fi ponga in telta; le ablatiuo fi ponghi al piede fimftro.E
per faper anco li numeri s’oflerui,chc la parte nuda rnoftra il numero
(ingoiare; la parte ucllita mollra II numero plurate. Per esempio uorrò
dire, Ego fum panis. Porrò un cello di pane in capo alla per fona, e che
il capo lìa (nudato ; il capo mi mollra il noinimtiuo, c la nudità mollra il
numero (ingoiare. E le l'ima gineè perlòna,li puòconolcereil cafo,ò per
la parte, ò per il Pegno, per la parte > Te Francclco hauendo tutto il
redo uellito, (blamente mi mollra la manfiniftra nuda, intendo il dativo.
per il legno, fètutta la perfona è nuda, che midi il (ingoiarmi rnoftra
la man finiftra ferita, al qual legno intendo il caso
dativo. Conuiene che le parole habbino i Ior PUNTI, per non ap
portar contusone al legente [JOYCE], come li punti finali, pcr fine del
periodo, li mezzi ponti per prender fiato; così conviencchc anco in quella
collocatione della scrittura della Memoria ui fiano le diftanze debite,
non (blamente tra leu tenza e Temenza, n.à anco tra parola c parola:
accio le lettere duna,non paslìno alla compofitione dell’altra parola E
quello oltra che fila, da una certa diftanzache fi de da realleimagini,
nfulta ancora dalla repetitione del Formatore, il quale collocando prefigge con
la mente, douefi comincia, e doue fi fini Ice. E fecondo, quello lì può Tare
con alcuni geftì, per ellempio, nel PUNTO FINALE [il clistico di R. M.
Hare – H. P. Grice], fare che la perlo na ultima del periodo dia di
fianco, con la faccia rivolta al rocchio del legente. Enel mezzo punto fare,
che feafid con le spalle al luogo, riuolti fidamente la faccia alla
delira, yerfol’occbio dellegentp. Nella diftintione delle parole fi può
fare, che la perlona donde cominciala parola, facci qualche gcflo, contro
la perfona dell’ antecedente parola, e quella perfona fi ririti in un certo
modo, dandoli quella ò con un pugno, ò con vn calcio, ò con altro fecondo
che occorrerà, per l'opportunità dell’magine, e dell’annesti* -!iJ
L’argomenti, che si fanno universalmcnte, si riducono alli sillogismi, e alle
consequenze d’entimeme, delli quali balla qui dire della formatione
dell’imagini, e del modo di collocarli. Quanto alla formatione si tenghi
il methodo universale, o formando immagini per li concetti, ò per le parole, e
fi sforzi il formatore formar 1 In aginc del mezzo termine. Quanto al modo di
collocar l’argomenti, o son syllogismi, o entimeme. Li Sillogismi, che hanno
tre propositioni, la maggiore si colloca alta man delira, la minore alla
man siniftra, la conclulìone al capo. Se bisogna provar la maggiore, le
prove fiano collocate al lato deliro ordinatamele. Seia minore, fiano
collocate le prove nel lato fini(lro,e feoc corre fare un prosìllogismo
dalla conclufionc, che enei ca-, pórli tiri la minore nel petto, la
conclufione nel ventre. Se l’argomento ha in confequcza; l’antecedentc
llia nella ma de fera, il cófequcte nella finiftra. E se bisogna provar
consequenza, si collochino le prove alla faccia, petto, e ventre. E
felatcce détcs’ ha da ^puare, si collochino le prove al lato suo deliro,
e quelche bilògnafle per ile conseguente, si collochi nel lato fini(lro,
haucndo memoria delti luoghi, ch'io formai ordinatimente nell! lati della
pedona fiumana, e quello Modo balla per fiatelligenti, à quale
fofficicnte in tal propofito collocar Immediatamente, mà ehi uoleflfe collocar
ogni colà mediatamente per imaginipotrà (cruiriì dclli luoghi {labili
ordinatamente. Per citationi intendo quel riferire che si fà delli
Libri, delli Numeri de Libri, ò di capitoli, ò di titoli, e di
limili. Lequali si uariano, secondo la uarietà delle profeslìoni;
onde il Theologo cota dift. par. ar. memb. Il Filosofo tex. com. Il
Lcgillaìeg. glof. tit. $. confil. Il Canonista quell, can.&c. c tutte
le Cotationi, io le riduco a tre capi, Libro, Nome di Libro, et Aggiunto,
dclli quali dirò didimamente. Della Cotationc di Libri, c Nomi di libri,
mi riferifeo à quel ch'io disfi, nella Lctt. 1 5. della collocatone di
Libri; aggiungendo, che li Nomi di libri, ò titoli di libri, si pollono
ideare con l’iflcsfi libri; quali noi vlàmo gornalmcnte,c di quali damo
polfcfibri. Laonde fc uorrò citare Ai ili. nella Metafilica, io pongo nel
luogo, in mano d'Arifiotcle il mio libro della Mctafifica . E le vorrò
citare il Macllro delle fentenze, vi pongo l'iflcflo mio libro delle
fentenze del Mae ftro. E cosi fi può far de gli altri libri, in qual fi
voglia prò fesfionc. E di più, fe li nomi di libri d’vna profesfionc
tufi, {èro pochi, come tre ò quattro, fi potrebbono diftingucre con
li colori, vn nero, vn bianco, vn rollò, vn giallo, &c. co me San
Giouanni che ha fcrittotre libri, Evangelo, Apocalisse, et Epillola,
diftinguerò quelli tre libri con tre colori rofTo,ncro,uerde, per
l'Euangelo colloco il libro rollo, in mano di San Giouanni, per
l’ApocalilTe il nero, per FIEpiflolu il verde. Con fimil muodo facci il
Filosofo, il Legilla, c qual fi uoglia profefiorc. Dclli Aggiunti
della Cotationo. S ’Aggiunge al Libro, c Nome del libro, il capitolo, il
nu* meiOjò limili. Quello aggiunto alle volte precede il nome del libro,
alle volte fosfieguè ; precede quando l’Autto rehà comporti molti libri
in vn medefimo (oggetto, come fe diccfte, Agoft. lib. 1 2. de ciuitate
Dei, all'Auttore dò il Libro, fieguc il numero, quale precede il nome
dell’opera e libro. Alle volte lòsliegue,& è di due (òrti, immediato,
mediato. L'aggiunto immediato c la particolar cotatione di ca pitoli, di
dift. di terti,e limili, come s’io dicelle, Aug. de Ciuitate Dei quella parola
cap. è aggiunto im mediato, fi come il numero 4. c l’aggiunto mediato.
Eque rto aggiunto mediato, alle uolte fi fa per numero; come nel
J'addutto elfempio . Alle uolte fi fà per parola, come vfa il Legifta,c
Canonifta, che adduce la prima parola della legge, Pan. in c.tua nos. e
con l'ifteftb progrefi'o, ò di numeri, ò di parole, fi fanno molce
Cotationi mediate, fecondo ladiuer fità delle profesfioni . Per le cotationi
di numeri s’auer a, primo, difarle ordinate, il numero del libro fi ponga
alia parte del libro, et il numero del capitolo ail’altra parte ; accio
il formatore non fi confonda, per elfempio dicendo Au- { ;uft. Iibr.a.de
Ciuitate Dei cap.7. nella man delira li dò il ibro, e con fiftelTamano li
fò moftrare due dita fpiegate, che mi moftrano li due, e nell’altra mano
li dò lo sguadro » colquale tocca U capo; e coli hò dal capo il capitolo,
e dallo sguadro il 7. Si noti fecondo, che quelli numeri fi poP fono
formare, con l’irtelfe dita della perlina ; e quando il numero trapalfa
il cinque, fi pongano l’imagini di nume ri alle parti del corpo della
pcrlona, conforme alle Regoli date di numeri. La Cotatione della parola,
del capitolo, del titolo, ò della legge, tkc. fi formi con le Regole
deljlmagini delle parole figurate, ò non figurate. Laonde per la parola
de vfu ns, quel formatore poneua vn Hebreovfuraro. De gli aggiunti
di capitoli,.di tedi, com. gioii leg. $. e limili, fi pollino formare in
tre modi; primo, per Imagini, conforme al Methodo allignato della
formatione dell’Imagini. Secondo, dipingendo, ò (colpendo nel libro, in
lettere maiufcole quelle Cotationi; o ponendoli caratteri del quarto
Alfabeto nella perlina . Terzo, per via Notariaca dal nome, che principia
con la prima lettera della della Cotationè, fcruendol! ùell’irteffa
perfoha j Laonde! >er cap. coiti, can. conf. tocchi il cappello, o’I capo,
o’I col o, ol cigl o ; per tit. tex. tocchi la tempia j Per dirti
Dub, tocchi li denti; per legg. Iett. tocchi la lingua, ò le labbia
; per Glof. la guancia; per num. tocchi il nafo. In fimil modo fi formino
laltre, con li nomi ò volgari, ò Latini della perfona humana . Mi lì
guardi ilfoamatore di non feruirli d’vn’iftelfa parte humana, per due
Cotationi, quando nell'ufo l’occorra l’una, c l'altra Cotatione;perche
l’apportarebbe confu (ione, fe pure non la dirtingueilecon qualche legno, come
fe il labbro corallino dica Legge, il lmido c nero dica Lettione ; il capo
biondo dica cap. il nero com. il bianco confi e coli de gli altri.
Delle Dittature. Per dittature intendo lo rtupcndo dittare d'alcuni
profeffori di queft’Arte, hquali in vn medefìmo tempo han dittato à
cinque, ò dieci e più acrittori, con dire dieci parole di dieci (oggetti
ordinatamente, e poi fèguitare le tralafciate di mano in mano, fenza errar un
iota dal propofito foggetto di ciafcuno. Il far quello perdono sopra naturale
(GRICE: NATURA) c sopra nostro humano, non cade sotto le regole dell'arte
(GRICE: ARTE). Mà il farlo per arte, in quanto poslìamo noiafeendere, mi pare
(i facci in qucfto modo cioè . Che il dittatore formati h (oggetti diuerfi, ò
di Lettioni,òdi Prediche, ò di lettere milione, ò di qual (ì voglia altro
(oggetto, e difpofte le parole in tanti fogli, quanti fon li soggetti ; prenda
ordinatamente le parole alternatiuamcnte da ciafcun fogl o, He le
alberghi nelli luoghi. Per essempio, la prima parola del primo foglio nel
primo luogo, la prima del secondo foglio nel secondo luogo, la prima del terzo
foglio nel terzo luogo, e coli di mano in mano finche faran collocate
tutte le prime parole delli dieci fogli. Poi si ricominci, e la seconda
parola del primo foglio, sìa collocata nell’undecimo luogo, la seconda del secondo
foglio nel duodecimo luogo, e eoli sequendo. E finite le seconde, siano
con l'illesso ordine collocate le terze, poi le quarte, poi le quinte,
finche fitran finite tutte le parole. E udendo dittare facci distributione
delli soggetti alli scrittori, secondo l’ordine delli fogli scritti, già
collocati. E facendo scriuere una parola per uno ordinatamente, alla fine
ciascuno scrittore ritroverà il suo soggetto compito. E quell’ordine che si
tiene delle parole, si può tare ancora delli concetti, o delle sentenze – GRICE
UTTERER’S MEANING, SENTENCE-MEANING, WORD-MEANING; se bene il primo delle
parole pare più stupendo. E chi volesse dittare per ogni verso, primo dal
primo all’ultimo, poi dall’ultimo al principio, potrà con simil modo
collocar le parole, che giungendo all’ultimo non si ricominci dal primo, ma
dall’uItimo. E chi di quello modo si servisse per raggionare, sarebbe un modo
di raggionare allo spropofito; se ben’ordinate poi le parole, ciascuna al suo
soggetto, ri ufeirebbono al proposito li raggionamenti, come j appare
in quello essempio di quattro dittata- E-tv, Per quello verso si collocano, e
dittano. Ci i-i i
Aue Benedid Ti Nunc Magnificat 'o pp
0 o ' Gratia Deus I Scruum Mea c rp
-i Piena 4 Ifrael s Tuum DominCi u> n
ciT c • o
•no Dominus Quia Donnine Et £0 •*t 0
o 2 I Tecum Vifitauit Secudum Exultauit, Li numeri
mostrano li luoghi successivi. V'. i .Quello (la detto del dittare 1 molti per
Arte; lafctamfo di qqcl che si possa per felicità d ingegno, come credo
facesse Giulio Cesare, Uguale ditta à quat o, et egli per qutn. to scrive
altro suggeto, come credo, anco lacelle Origene Adamantio (non però lenza superior
dpno) il quale di continouo ditta à lètte scrittori; pello che non e incredibi
Icy ch'egli compone dei milia volumi, qluli tellifica hauct Midi San
Geronimo. Della Libreria della memoria. E tanta la forza di quello ricco tesoro
della memoria, che divenca anco biblioteca o Libreria, e con
maggior felicità e facilità delle librerie, nelle quali si gloriano
communemente gl’uornini studiosi. Non attendendo che 1 ha ucr libreria,
non è perfezione per leità; ma imperfetta, che sopplilce all’imperfetto degl’uomini.AIli
quali mancando la memoria feconda piena ed adorna, colla tenacità
e permaenza perpetua dei simolacri, (bn conllretti tener copia
dij'bri dalli quali posfmo riccucr i primi CONCETTI delle cose, e nuocar li
dimenticati. Per lo che Iddio, ch’è perfettissimo, non ha quella che da
noi è chiamata pcrlettiotiej poichc neH’illeira essenza sua, come in terlislimo
specchio vede e contempla ogni cosa. Gl’angeli ancora non han bisogno di
libreria; poiché pella cognizione vespertina, che è delle creature nelli lor
proprij generi, hanno la memoria perfetta, fin dalla lor creazione, quando
è'or data ogni pienezza di simolacri, così tenacemente impressi,
che tempo non può scancellarli. Simile dono è fatto a primi nostri
primi pro-genitori; la onde non averebbono avuto bisogno di libreria, poiché
nella lor memoria per dono gratuito albergano tutti li simolacri. E perche
il peccato, quali ladro ei spogha, e tra gl’altri beni ci lolle ancora
què Ho dono, ed introdulTc per peggio nostro l’ignoranza. erim hebecillita;
pell’ignoranza ciascuno nasce colla memoria no. da, come ingelfata parete;
e pella imbecillità alle fatiche dell’acquillati simolacri bene fpeito
foccede oblivione. In- 1 di per fouenir’ He all’ignoranza ed all’oblivione; l’arte
hi. introdotto l’aiuto delli libri. Li quali ancora soppliscono a
due imperfetzoni, distanza, e morte; perche non essendo presente la voce
dell’auttore o maestro, sopplisce la scrittura del suo libro; ed essendo egli
morto, vive nella scrittura del libro, pello che li Rudenti mentre studiano,
come si dice per proverbio, parlano con li morti. Se bene dunque li libri sono
utili, e neceirarii al nostro stato imperfetto; non dimeno studiati che si
sono una volta, meglio è aver la memoria per libreria, che 14 libreria di carte
e scritture; poi che la libreria è fatta, per sopplimento della memoria.
C se così è, meglio è aver la memoria, che è il principale che la libreria
che è il sopplimento; si come meglio è aver la gamba e piede di carne e d’ossa,
che di legno. In oh ire quella libreria apporta fatica, spesa, peso,
travaglio; que (sa non è d'altra fatica, che di ufiria. Di più la libreria
è in uno o alcuni luoghi 1, non in tutti senza grandissima incorri modi
ci; quella l’avete dove vi trovate, e senza pagar altro nolo che della vostra
persona la portate vo seo dove vo lete. Quella conviene (blamente à
ricchi, ed à chi abbonda in denari; quella è commune anco à poveri. £ se
quella vi fa uomini, quella vi fa simili all’angeli, ed a Dio, li
quali ogni seientia hanno sempre feco. Echi non sà che le cose quanto
più s’avvicinano al perpetuo e necessario, tanto più son perfette ? l'universile,
come che aftrahe da tempo e luogo e più astratto, e consequentemente più
perfetto del singoiare, il quale è immerso nel tempo e luogho; la
memoria ha ptù dell’asratto che la libreria; poiché li libri coll’uso e
tempo s’invecchiano e consumano, la memoria coll’ulb e tempo si perpetua;
quelli periscono, quella sempre resta; nè sì puole commodamente aver per
ogni luogo quella biblioteca come quella, che vive e dimora sempre col
formatore. L’oracoli parlano a voce presentialmente, e oracoli sono (limati
quei sapienti, li quali all'improviso, senza girar l’occhio ai libri, rispondono
elquiiitamente ad ogni proposto della lor profesfione; Come fi fa quello
Te noti coll’aiuto della libreria della memoria, la quale toglie
quel rinconuemente, che dille una uolta UN FILOSOFO di quel Me dico
equivoco EQUIVOCO GRICE, il quale refpexit librum, et mortuus est aigrotus. E se
ben io ammiro l’industtra di Gordiano imperatore, il quale lìima camole lettere
eie scienze, che più atte (èall’acquillo di libri, che al tesoro
d’argenti, d’ori, e di gemme. La onde li legge, che raccolte nella sua libreria
tef tenta due india volumi. Lodo la diligenza di 1
irannione Grammatico, che uilTeà tempi di POMPEO magno, il quale liebbe
in suo possesio tre milia libri. Stupifco delle pergamene librerie, le quali,
come riferifee Plutarco, aucano ducento milia volumi. Ofieruo grandemente
Tolomeo Filadelfo, il quale per compir la sua libreria, quale ordina in
Alelssandria, ottenne dalli Gerofolimitam tettanta delli più teuii ed esperti
nelle l'acre lettere, e pr «felibri dcllVn’e l’altro Idoma, acciò li
traducelfero la bibia (aera d’ebreo in greco. Mi più ammiro, lodo, celebro, ed
oflervo la libreria della memoria, che hvbbe Lsdra, il quale come
riferitee Eulèbio, avendo li reggi caldei prelì li libri tecri di Mose,
egli tutti ad verbum h recita, e dal suo recitare furno dittati in quella
maniera, che poi la sinagoga l’adopra. E perche non me chia&o, se quella libreria
di Etedra, folte artificiale, mi balìa amteporui I’essempio di Ravenna, il quale
tanto fi gloria di quella libreria della eemoria che dice, Cum patriam
relinquo, ut peregrinus urbes Italia? uideam, dicere possum, Omnia mea mecum
porto. E perche non mancheranno di quell’che uoranno formarli quella
perfetta libreria; però allignera alcuni capi, dalli quali potrete
raccogliere il modo. È di necessità aver m’gliarac migliara di luoghi,
quali si potranno formare alla giornata, secondo che col1’occasione dello
(India. re, creile il bisogno del formatore. Quel tanto ch’il formatore
alla giornata ordinatamente, secondo l’ordine della Scicntiaò Artc, studia
della sua profesfione; gtornalmente collochi il tutto nell 1 formati luoghi,
non tralafciando cosa che Ila necessaria. Quelli luoghi pieni firn pre
rellano piente per aver la fermezza e tenacità della Memo- M€nàona,
cbe 6 dcfidcra eotitrtl’óbliul olle > tH« e il Urlo e. la poluè, che
rode e dftirugge quella libreria; bisogna rivederla coll’uso della ripetizione.E
quello si può fare con pigliar un giorno di vacanza della settimana, e ripetere
quel che novamente si è collocato in quella settimana, 3c in un'al
trhora ripetere una parte cominciando dal principio, e forzandoti che sia tal
notate compartita la ripetitiope, che per ciafeun Mefc fia npetita e
rcuifta tutta la libreria. Pella qual ripetizione ancora si potrà dare
quell’ora, eh il forma torc si trova disoccupato dall’essercitij diurni,
ne i giorni fc ftiui. Sicomc nelle librerie fogliono alcuni tener quadri
dipinti, con ritratti d’auttori, di sapienti, o potenti, di se medesimi, o
d’alcun'altre pitture bene spesso vane, e lascive – GRICE THE SWIMMING POOL
LIBRARY – WHAT BOOKS DO YOU KEEP THERE? -- ; il formatore di quella libreria vi
ponga quadri di San»tif eleggendoti un certo numero di prencipi del paradilb, angeli,
ed uomini, e quelli si constituisca per protettori di quella bella impresa,
raccomandando à cialcuno di loro un libro, o una sentenza, o una materia, secondo
che meglio pare al divoto formatore, ed a quei santi il formatore
oiicri Ica, voti, digiuni, orazioni, secondo la sua divozione, ecc. La libreria
come scrive VITRUVIO (si veda) deve esser fatta di rimpetto all’oriente, poiché
l'vlo di libri ricerca il lume mannaie; e perche la libreria della memoria
adopra lume interno, però io aucrtilco il formatore, che li sforzi d ha
ucr r. oriente spirituale che è christo, chiamato oriente d’un profeta, Ecce
vir oriens nomen eius. Anzi Christo è il sole, come di ife un’altro profeta,
Orietur vobis timcntibus. nomen meum SOL iustitiat. E 1’oriente di quello sole,
quanto alla deità è il padre eterno, e l’oriente quanto alla temporale umanità
è Maria Vergine. Di rimpetto à quelli oric ti c lumi deve il formatore
drizzai la sua libreria; sforzandoli di fuggirli peccati, e conseruarsi nella
grazia di Dio, poiche, Imtium Sapientia: eli timor Domini. Sello, sicome
nelle librerie li libri (on possi con ordine, fiche in una parte son ripossi
quelli della logica, in un’altra quelli della filosofia, in queiraltro canto
quelli della geometria, ecc. coti bisogna ordinarli LUOGHI COMMUNI, che
trà P loro i toro siano distinti. Per esemplo, neHI luoghi
tTvft* Ciftà -cojloco la logica, ed in quelli d’vo’aitraJi Filofofia, in
quelli della terza la theologia, ed in un luogo comniune della seconda città
ei colloco il primo della fisica, nel secondo il secondo, e cosi
procedendo nell» fequenti libri della FILOSOFIA. E quest’ordine è necessario,
per poter subito ri tcoaara li libri, e li soggetti, che A desiderano. E se
mi dirai che quella biblioteca ha del fa ti còlo affai. Pare che la memoria,
non porta soffrire tanto peso. Pare un chaos di confttAonfc» Ache l’uomo
non puole à Aia voglia ritrovare le materie e soggetti. Come A farà, in voler
formare un raggionamento da questa libraria. Se occorrere all» giornata
aggiungere alli soggetri albergatrnuo ui concetti j' non A potrà far
quello senza confusione delle prime imagini. Sedo, come A potrà
contemplare in questa libreria. Come porrà il formatore servirsi di luoghi
va coi. Se conviene a padri di famiglia £ar che, IL Figli studiosi Aano
arricchiti di questa libreria. Rispondo didimamente a quefti otto capi,
per compimento di questa libreria. Come il pefeatore non pup aven pefei senza
bagnarA, nè l'auido trovar The Airi senza romper Terra e làsli; coli non può
l’uomo far’acquifto di quc-t ft'inclphcabile vtdità, senza gran fatica.
La quale pare grande, perch’è insolita e non possa in uso. Ma cominci il
forma torè con le due guide, diligenza, e patienza, a farne
dpcrien 2 a, e conofeeri che, mi dithcile volenti. Fingono li poeti, che
Giasone con fatato di Medea acquista il vello d’oro; mi non però senza
vincer e domar Tori, arar terra, feminar denti, armarse contrafchierearmate, superar
draghi « Medea c 1 arte della memoria, Giasone il formatore,
Tori Draghi, dicroti son le fatiche, li pudori, le vigilie, l’impcdimenti,
li patimenti, che s’offerifeono alle frontiere di questa impresa, quali però dcuono
esser soffriti, e vinti da colui, che aspira alla palina e corona d’una
tanta felicità. Al secondo, dico che la memoria, quando con
bel’agio, ed à poco à poco vien’alla giornata ripiena, non sente pelb e
disturbo, anzi diletto e follcuamento; poiché col riccuer nuovi nàoui
simolacri. Jr, che coll’esperienzartegionano -dr quella utilissima e
ne diària ptofesilone. Nc chiami inutile ingombro, e fatico» fo impacciò,
il teloro utilissimo, elucidissimo di simolacri. Poiché li luoghi ed imagini
sono come penne ciuanni, che aggiungendo pelo all’uccello, rapportano
facilità ed agilità, inerauigliola al aolojcosi mentre s'accolla la memoria
luoghi, 8t imaginiycon qacfti come con due ali vola con facilità stupenda pell’altezza
della contemplatione, ed attione interpetrativa JE J se quelli mezzi son
difficili; fegoo à che il fi N ie è di gran preggio -E chi mira l’asprezza del
mezzo follmente non l’agcuola colla dolcezza del fine, e incauto ed impcudenccv
poichc fauio, e prudente è colui che contrape’ findoiljialore &: il
preggio del ficee dell’acquisto, dispone con prudenza, intende con sapicnza j abbraccia
cori' rorezza, lìegue con patienza li debiti mezzi. E non peflo fi 1 non
maravigliarmi d’Ippoino, il quale biafima l’arte della memoria, e pur fenc scrive;
perche si non è cieco, quand’egli collocai un’gratnone a memoria, non fa egli memoria
locale, nelli fogli delfi carta feri nailon de prende le parole o
concetti, elic gli colloca ?e fibene questa memoria locale, non cl’ arte spiegata,
è nondimeno arte confa magini, delle tpia li diccsfm.o; ìSc ii> parte averli
pofiono, da quel che sìegue. Per utilissimo documento, hab >i il
formatore qualche parti coiar divozione, pelli luoghi, pella collocazione dell’imagini,
e pel recitare. Pei luoghi formandosi abbia l’occhio se vi trova figure di santi,
altari, crocifissò imagine di Maria Vergine, e per ogni luogo commufcc fi
a-, legga tre, quattro, o cinque, più ò meno, secondo la copia di
luoghi, e secondo la divozione del formatore, di quelle finte figure, ed
alli lor figurati, con effetto pio raccoman- x dela tutela della memoria,
sforzandoli che il primo e l’ultimo luogo siano figurati. E quando ripetendo i
luoghi uipalla Culi la mente, li facci il formatore riverenza, con
qual chfc divota orazione. Il simile facci prima cbenelli luoghi; collochi
l’imaginij C prima che recitile collocate; diodo un S, ro 6i
giro con ti mente, per quelle designate figure sante, è eia-' leuna
offerendo calda orazione, o mentale o vocale. Averca il formatore di non esser
fcru polo fo intorno al veder lume prima ch egli vadi à recitare;
perche quantunque; sia ben fatto dimorar in tenebre, ed in luogo
rictirato, e solitario, e lontano d’ogni strepito, mentre ripone l’imagini
a memoria, e cosi in quel tempo che è immediato il recitare. Non dimeno star sempre
cosi, e non veder mai lume, senò quello ch'egli vede quando recita, è colla perighofà;
perche i’insolito apporta dirturbo e confusione. Però stimo ch'il f
amatore dove una volta a luce aperta ripeter le Tue cote. Ripeter fra
strepiti e fragori giova: perche assicura la memoria intanto, che per qual fi
voglia strepito ò caso che avenghi poi fra’l recitare, non fi (marritee IL
DICITORE. Indi è da esser notato, ed imitato l'essercitio di Demostene, il quale
per telleuarsi d’alcuni difetti di natura, come r.fe ri tee VALERIO
MASSIMO (si veda), combattendo colla natura, la vince con i'artificial essercitio.
Imperochc essendo egli Bacco di fianchi, e debole di lcna, e perciò IMPOTENTE
AL DIRE, s’ingagltardì colla fuica, ed essercitio; auczzandofi à recitar molti
ucrii ad un stato, e pronunciando mentre con ncloci paf fi (àliua per
uiefaticolc, ed erte. Ora dirimpetto alli fra gori marini che pcrcoteuano
li (coglie li lidi; si per fortificar la lena, come anco, acciò afluefatte
l’orccchie a quel rumore e strepito del ripercotimento del mare,
potettero patientemente al rumore della ragunata moltitudine perfeucrarc,
non sgomentandoli nel (ènte, nè vacillando colla memoria. E per aver LA
LINGUA piu spedita e fciolta alla loquela, ulàua pariarea lungo, con te
pictruzze in bocca; accio uacoa folte poi più pronta, ed espedita. Ed avendo la
voce tettile e molto aspra, e noiofa all’AUDIENTI; col continuo effermio, e
grande industria, la ridusse al maturo, grave, e grato suono. E perche nel
principio della sua gioventù, quali fu linguato, non poteva ben esprimere
la lettera che noi chia marno R. la qualo principia il nomò dell'arte rettorica, che
egli imparbua; usa tanta diligenza che muno di poi la PROFERIVA meglio di
lui. Bisogna rifuegliar le tepitc, e Ranche forze deli i> Q^. te
I le potenze, quando fi ua 1 recitare, con raiutl spirituali e
corporali. Li primi d’oratzoni a Dio, ed a santi, li secondi con alcuni ristorativi,
come nell’estate rifrescarsi il volto, e mani, nell’inverno prender
un’alito di fuoco, odorar cole grate, purché non fiano dieccessiva
qualità; toccarsi le narici e polli, con odorifero vino, e simili, secondo il
coniglio del perito medico.Abbi l’occhio il formatore di lenirli della memoria,
non come fine ultimato, mà come fine ordinato ad altro fine, cioè seruirsi
di quella all’ultimo fine dell’orare, eh e il persuadere, e ricordili che
non li trova la maggior per ucrfità, che pervertir l’ordine, e seruirsi
del mezzo per fine; Il che accenna Agostino in quel detto, Summa perversitas est
frui utendis. Le parti oratorie sono fini, mà però ordinati all’ULTIMO FINE DEL
PERSUADERE [GRICE INFLUENCING AND BEING INFLUENCED BY OTHERS]; però non conviene
affettar tanto quelle parti, che all'ultimo L’AUDIENTE lodi quella ò
qwe fi altra parte, senza che relli vinto, prcfo, e MOSSO DELLA
PERSUAZIONE INTENTA. Dedalo vola per mezzo, nè col gelo baffo soggiaccia,
nè col calor soprano si liqueface; mà ICARO INCAUTO, il quale invaghito delle
nuove, ed inlohte penne, affetta con troppo alto eccelso il volo; sapete
che ruinoso cade nell’onde falle. Cosi quelli ch’allontanandosi dalla
prudente mediocrità, pongono tutta la lor mira nell’eccelso di memoria;
cadono pell'imprudenza, perche non mirano il fine che dev’esser fine ultimato; e
perche mirano il proprio onore, ed una vana pompa, non l'onor e gloria di Dio,
di quali può ben dire il falmeggiante Davide. In fecuri, ed
Afciade iecerunt eam. Parla il profeta di quelli, che dislìpano la Chiesa,
COL PAROLARE, e memorare, che sono parti di chi raggiona. La secure e LA LINGUA
O PAROLA, pello che Dimolline fi> lea dire che il suo aversario ORATORE
Fedone è una fecurre; perche con breve mà acuta orazione molto li refifieva, e
contradiceva. L’Afcia come fi dilfe mollra la memoria, per lochenci sepolcri
gl’antichi scriveno quell’elogio. Sub JVfciam dedi vetuit. Con quelle
armi; gl’eretici cercano dissipar la chiesa, e li vani oratori poco frutto
l'apportano, mentre s’aggregano al numero di quei maestri; di quali predille
Paolo. Ad sua desideria coaceruabunt magillros prurientcs auribus.
Dilettano l’orecchio, con puoco frutto J del 6 % détto
rptrito: vogliono parer stupendi, còito felicità di memoria, 6t AFFETTAZIONE DI
PAROLE, nè curano d’esser fruttuosi à convertir gl’animi à Dio. Dunque constituifcasi
l’oratore per fine quel che dee esser fine cioè, l’ACQUISTO DELL’AUDIENTE S
ual’è feopo, per cui è ordinato il suo officio; e per quello ne poi; senza
affetiatione, fa lecito adopr.tr come mezzi le nobilislime parti della memoria. Verte
in dubbio tra gli formatori, (è è meglio ripor a memoria LE PAROLE O LI
CONCETTI – GRICE GELLNER WORDS AND THINGS -- nell’uso dell’orare, predicare, e raggionare,
in diverse professioni. Collocar parole e quando li scrivono cento o ducento
parole in un foglio, e coli scritte si ripongono in memoria, e le iflesse
collocate e scrittc poi si recitano. Collocar concetti è quando il formatore si
forma il concetto, ed cfphcandolo poi COLLA LINGUA non s’obliga a PREMEDITARE
PAROLE; m^ lo spiega con quella FAVELLA, che all’irpproviso la maestra
natura gli somministra. Chi ha tempo da farlo, e senza dubbio meglio ripor LE
PAROLE: perche l’oratore humano o ecclesiastico non direbbe cosa e PAROLA se
non PREMEDITAT, secondo il detto dì David, che dcscritle le parole del signore
essèr premeditate cfà minate, e raffinate sette volte. Eloquia domini,
eloquia carta, argentum igne examinatum, probatum terrac,
purgati septuplum. E come premeditate farebbero proprie, fcclte, ORNATE
D’ELOQUENZA, abbellite di COLORI RETTORICI; non uaneggurebbe IL DICITORE fuor
di termini designati, non discorrore con digressioni lunghe, e noiose,
ollcruarebbc L’AMATA BREVITÀ, AGGIUNGE DI PARTE IN PARTE AL DIRE SUTILI
GESTI DEL CORPO, E TUONI DELLA VOCE, che richiede un'esquisita PRONUNCIA. Mà
perche non tutti li soggetti ricercano quert’OBLLIGO PAROLATO; nè tempre à ciò
fare il tempo è commodo c (officiente; t brache in alcune occasioni, fom-
Kninirtrando lo spirito celerte nuovi pensieri e nuovi colori in premeditati,
non deve il dicitore farli reftrtenza, oporsi impedimento: però il collocar
concetti ancora non è, da esser biasmato. Nel collocare e prccifàmente i
concetti, per facilitar la memoria ALL’USO DEL PARLARE,!! sforzi il dicitore
d’m ftttitfef efquifuamenre IL CONCETTO, e diffonderlo anco in carta; e
prima cheto spieghi in publico x 1 esplichi da se solo, ì z
uocc noce quanto più li puu intelligibile: perche possedendo bene il
fatto, con facilità e abile a narrarlo. E scrivendo, e recitando
uien‘ada(Tuefarf), ed abilitarsi maggiormente; e affuefaccndosi, s’apre la
firada alla CHIAREZZA maggiore del soggetto, ALLA QUAL CHIAREZZA SEGUE POI
PRONTEZZA E VIVACITA maggiore NEL DIRE. Larto di fcordarfc/. \rA
i‘ ;i:> .) i il ii. t atti _>t Se bene, oppositorum
eadem disciplina, ir. tanto che ha vendo noi detto a badanza della
memoria, potrebbe eia feuno da se (ledo intender che cosa sia il suo
opposto eh’ è l’oblivione. Non dimeno perche dall’oblivione lì
prendono alcune utilità in qued’arte, è bene a trattarne, non inquanto e
disruttiva, ma in quanto per certa consequenza accidentale è perfettiva della
rimembranza. Perche avendo fcoggi RECITATA UN’ORAZIONE, e udendo din ani scruirmi
del rdleslì luoghi, trovandoli in gorobrati dalle precedenti
ima ginij come me ne potrò io servire, senza grandissima difficoltà e
confufione? Dirò tre cose, primo a che cosa serve qued’oblivionc. Secondo,
a chi è facile per natura. Terzo, se per arte si può far dimenticanza.
Qiiant’al primo dico che noi collocamo della memoria tre sorti di cose, le
prime delle quali vogliamo sempre ricordarci. Le seconde delle quali vorressimo,
se potessimo sempre ricordarci. Le terze delle quali vorressimo subito
fcordarccne. Le prime sono i luoghi dabili, e quell’imagini di dottrina, quali
noi collocamo, acciò sempre diano vive nella memoria, pella felicità del sapere,
come fa Ravenna che tutto quello che auea dudiato, lo colloca nelli luoghi
intanto, che non avea bisogno d’adoprar libri, e per chiarezza di ciò, noi
abdaino dato il modo di far la libreria della memoria. E rispetto a queda
memoria, noi non vogliamo oblivionfc 9 dimenticanza; e se pur se ne
tratta, l’intento è di trattarne come fà il medico dei veneni, il grammatico dell’incongruo –
My neighbour’s three year old is an adult -- o il logico del falso, per
fuggirli, non per feqnirli. Le seconde cose sono quelle delle quali fe fu
lfe possibile vorreffimo sempre ricordarci, come sono le prediche o le
partì principali di quelle, le quali aueresfimo molto caro che
ci feftafleno sempre nella memoria, mentre dura l’essercitio del
predicare; accio dovendo farle, e recitarle altre volte, senza ugual nova
fatica di collocarle, ci reftalfero tenaci, e urne nella memoria. Mi
perche quello è difficile, però fatte e recitate una volta, non curandoci che sian
sepolte nell’oblivione, desiderando li luoghi vacuoi – GRICE VACUOUS NAMES
TRUTH VALUE GAPS -- , desideramo metodo da poterci dimenticare di quelle, e a
quello scruel’arte dell’oblivione. Le terze cose sono quelle che le collocamo
alla memoria per fcruircenc una volta sola, e poi delide raresfimo che subito
ct ufciflcro di mente; come sono le comedie, ed altre cose simili
collocate da recitatori. A questo anco serve l’arte del’oblivione; si che non e
inutile il trattarne, accio non abbiate a lamentarui, come fa Temistocle con
Simonide, che più torto desidera l’arte di dimenticarli che del
ricordarli. E sìa sempre lodato GIULIO (si veda) Cesare, che così facilmente
fifeorda dcl fingiurie riceuute; ove nel reftantchauea felieissima memoria, la
qual arte è più torto cristiana che pagana; pello che dicca. Nulla laudabile
oblivio nisi iniuriarum. Quanto al secondo, dalle cose dette nelle prime
lcttoni della memoria naturale, in qual temperamento e qualità e fondata, lì
trahe pep consequenza, che quelli liquali sono felici nell’apprensiva pell’umido,
facilmente all’equiscono l’effetto di quest’arte; ma con molta difficoltà
quelli che sono pella complefrfione secca tenaci et aridi. Quanto al terzo dico
che l’arte giova aliai, per farci feordare; se bene nefee più
difficile che il ricordarci, e quello per mancamento del tempo,
il quale e padre dell’oblivione. La doue volendo noi in un subito, e senza
lunghezza di tempo dimenticarci, si tratta via estraordinaria, e potenza
maggiore si ricerca, per ottener l’intento. Oltra che essendo la memoria
perfezione della natura, l’oblivione imperfettione; più inten fan ente è
quelli riccuuta, e più caramente ritenuta. Ma quale sìa quello modo di far
l’oblivione non e facile di mostrare. Li poeti ci mandarebbero à ber
l’acqua di Lethe fiume dcU’Abifio, del s cui cui fiumare gufando fS
dimenticare tutte le cose paflàtcj onde e detto Lethe da lithis, che vuol
dire oblivione. Li cosmografi ci manderebbono o nell’ilbla di Zca, o apprelTo
Cli 1 tone città d’Arcadia, douc son’acque delle quali chiane
bc- ucdiuenta smemorato; ò pure vi condurrebono in Boetia, ove son
due fonti, l’un de quali fa buona memoria e Tal tra fa scordare ogni cosà.
Rombercli dice, il professore di quest’arte abbi molti luoghi: accio possa
uanargior-, nalmente, fi.che palTa col tempo la memoria dell’imaginni. Mà
quello scordare non e per arte, essendo per via del tempo, il quale per il corso
naturale apporta oblivione. Il Mó lco rifiutando molti mod'jftimache balli
il tralalciar il pea fiero dell’imagini; perche così vanno in oblivione.
Mi, chi non s'accorge che quello eaiuto piu tolto di natura, per via
del tempo; che regola d'arte PIo tralafciando quelli aiuti nali, che sono
manifelli: fa raccolta d’alcuni aiuti artificiali, li quali congiunti
insieme, porgeràno facilità all’oblivione. Li quali aiuti e modi, lon
nftretti nell’ifralcritti Capiò Regole, Primo, avendo recitate, e udendo
mandar in oblivione l’imagini; òdi giorno con gl’occhi chiusi, ò di notte
fra le tenebre, lì uadi colla mente girando per tutti li luoghi ideati con
invaginarci un’olcurisfuna tenebra notturna, che cuopra tutti i luoghi, e
cosi procedendo, e retrocedendo piu volte colla mente, e non vedendoci
imagini facilmente suamfee ogni figura. Secondo, si vadi correndo per
tutti li luoghi colla mente, dritto, à roverso, e si contemplino vacuoi e
nudi, tali quali la prima volta senza alcuna imagine turno formati, e quello
di? Icorlò fi facci più volte. Se le peritine tacili luoghi sono
llabili, si riucggtó no colla mente per ogni verlo più volte, e si
contemplino nel modo come prima ui furo llabiIite, col capochino, colle
braccia pendenti, e senza imagini aggiunte. Si come il pittore ingclfa e
di di bianco alle pitture, per cancellarle; così noi con colori polli sopra l’imigini
possiamo cancellarle. E quelli colori, o sia il bianco o’l verde, o’l
nero; imaginando sopra li luoghi, tende biantche, o lenzuoli verdi, o panni
neri, condiscorrer più uolc«, per li luoghi, con tal velo di colori. E lì
poflono ancora imaginare gtnare li fuòchi, pieni, che virtute u po fu
e re Dii fudore parandam. Alla qual arte le voi con patienza uigilia e timor di
Dio atttenderete; avendo per metodo quello mio trattato, mi rendo certo, che voi
nufciretc pierauigliofi nell’uso StclTercirto della memoria, col
favor del divino nostro signore, alli cui piedi, e della sua Clvefi santa
catholica e apostolica romana gitto me'ltellb, e lòttopongo ogni mio detco e
scritto, ora e sempre. Nome compiuto: Filippo Gesualdo di Lia. Keywords:
implicature. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lia.” Lia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Libanio: la ragione conversazionale e la setta di
Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When Oxford insittuted the 39
articles as part of the matriculation, I opposed on the grounds that a
teen-ager cannot possibly understand them! In this respect, the Romans had it
easier. The Roman religion is very easy to conceive: Jupiter and the top and
the rest follows. This explains why L. found the Roman ‘pagan’ philosophy –
with Jupiter at the top – as ‘not so extravagantly different from’ those who
conceved of a jew – Jesus Christ – as the son of Jehova!” -- Filosofo italiano.
Supports Giuliano in his attempt to revive paganism (a charming letter
survives) – “but he is also a friend and teacher of many Christians, can you
believe it?” – Loeb. Libanio. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Libanio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; Grice e Liberale: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. Grice:
“At Oxford, unlike Cambridge, philosophy is a sub-faculty – therefore anything
classical is second nature to us!” -- Filosofo italiano. Not to be confused
with Liberace, he is staying at Lyons (Lugdunum) at the time it was destroyed
by fire. A dear friend of Seneca. L. follows the Porch. In his eulogy, Seneca
declaims: “While he is accustomed to dealing with everyday difficulties, a
catastrophe, unexpected, and of such magnitude,
is more than he could handle.” Nome
compiuto: Ebuzio Liberale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liberale.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Liberatore:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’ULIVO DELLA
PACE filosofia campanese – scuola di Salerno -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Salerno). Abstract. Grice: “I would call L. a proto-Griceian,
but he probably would not!” -- Grice: “In my talk on meaning to the Oxford
philosophical society, I made fun of Italians using ‘senno,’ a corruption of
‘signum’ but then I realized that they were translating Aristotle’s semein, to
signify!” -- Kewyords: senno. Filosofo italiano. Salerno, Campania. Grice: “One
could write a whole dissertation – especially in Italy: their erudition has no
bounds – about Liberatore’s choice of the sign being conventional, ‘ramo
d’olivo’ = pace. It’s so obscure! Aeneas held one, against the Phyrgians – but
did the Phyrgians know? And if Mars is often represented wearing an olive
wreath, one would not think there is a ‘patto’ between Aeneas and the Phyrgian
commander about that!” Grice: “I like
Liberatore – a systematic philosopher, as I am! His logic has the expected
discussion on ‘sign.’ A conventional sign he says is a branch of olive
‘signifying’ peace – as opposed to smoke naturally meaning fire – As a
footnote, one should note that in Noah’s days, the signification of the dove
was ALSO natural – although not strictly ‘factive’ – but then not ALL smoke (e.
g. dry ice smoke) signifies fire, as every actor knows!” “Ma
il difetto molto comune degl’economisti è il mancare di giuste idee
filosofiche, e con ciò non ostante voler sovente filosofare.” Entra nel collegio
dei gesuiti di Napoli e chiede di far parte della Compagnia di Gesù. Insegna
filosofia. Fonda a Napoli “La Scienza e la Fede” con lo scopo di criticare le
nuove idee del razionalismo, dell'idealismo e del liberalismo, dalle pagine del
quale venne sostenuta una strenua battaglia in favore del brigantaggio,
interpretato come movimento politico contrario all'unità d'Italia, ovvero:
"La cagione del brigantaggio è politica, cioè l'odio al nuovo
governo". Fonda “La Civiltà” per diffondere AQUINO. Uno degl’estensori
dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Studia Aquino. Pubblica “Corso di
filosofia”. Membro dell'Accademia Romana,. Combatté il razionalismo e
l'ontologismo, così come le idee di SERBATI. Sostenne che il brigantaggio e
la legittima resistenza di un popolo a una conquista non solo territoriale, ma
soprattutto ideologica. Difensore dei diritti della chiesa e studioso dei
problemi della vita cristiana, delle relazioni tra chiesa e stato, tra la
morale e la vita sociale. I filosofi della sua scuola mettono in evidenza
a acutezza dei giudizi, la forza degli argomenti, la sequenza logica del
pensiero, la stretta osservazione dei fatti, la conoscenza dell'uomo e del
mondo, la semplicità ed eleganza dello stile. All'inizio professore e
giudicato da molti nella Chiesa cattolica il più grande filosofo dei suoi
tempi. Si ritenene che vive santamente, e si scorge in lui un profondo spirito
religioso. Considerato uno dei precursori del personalismo economico.
Altri saggi: “Logica, metafisica, etica e diritto naturale, e in
particolare: “Dialoghi filosofici” (Napoli); “Institutiones logicae et metaphysicae”
(Napoli);“Theses ex metaphysica selectae quas suscipit propugnandas Franciscus
Pirenzio in collegio neapolitano S. J. ab. divi Sebastiani Quinto” (Napoli); “Dialogo
sopra l'origine delle idee” (Napoli); “Il panteismo trascendentale: dialogo” (Napoli);
“Il Progresso: dialogo filosofico” (Genova); “Ethicae et juris naturae elementa”
(Napoli); “Elementi di filosofia” (Napoli); “Institutiones philosophicae” (Napoli);
“Della conoscenza intellettuale” (Napoli); “Compendium logicae et metaphysicae”
(Roma); “Sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale dei corpi” (Roma);
“Risposta ad una lettera sopra la teoria scolastica della composizione sostanziale
dei corpi” (Roma); “Dell'uomo” (Roma); “La Filosofia di ALIGHIERI”; In Omaggio
a Aligh. dei Cattolici ital. (Roma); “Ethica et ius naturae” (Roma, Typis
civilitatis catholicae); “Lo stato italiano” (Napoli, Real tipografia Giannini);
“Della composizione sostanziale dei corpi” (Napoli, Giannini); “L'auto-crazia dell'ente”
(Napoli); “Degl’universali -- confutazione della filosofia di Serbati” (Roma);
“Principii di economia politica” (Roma, Befani); “La proposta dell'imperatore
germanico di un accordo internazionale in favore degl’operai”; “Le associazioni
operaie”; “Dell'intervenzione governativa nel regolamento del lavoro”; “L'Enciclica
Rerum Novarum di Leone XIII”; “De conditione opificium”; “La civiltà cattolica
spiega nei dettagli il clima di "difesa" in cui la chiesa si sente. Il
ritorno ad Aquino dov’essere orientato alle sue dottrine originarie. Convinto
che dopo di lui ben poco di nuovo ha prodotto il pensiero umano. Brigantaggio. Legittima difesa del Sud. Gli
articoli della "Civiltà Cattolica" introduzione di Turco (Napoli, Giglio); “Per
l'atteggiamento arroccato in difesa della Chiesa vedi ad esempio Sillabo # La
"cupa scia" del Sillabo
Nardini, Manca di verità e si oppone ad AQUINO la soluzione di un alto
problema metafisico abbracciata da L.” (Roma, Pallotta); “Lettere edificanti
della provincia napoletana della Compagnia di Gesù, in La Civiltà cattolica, Civiltà
cattolica:, antologia Rosa, [ma San Giovanni Valdarno] ad ind.; G.
Mellinato, Carteggio inedito L. Cornoldi in lotta per la filosofia di Aquino (Roma,
Volpe, I gesuiti nel Napoletano, Napoli, Dezza, Alle origini del tomismo,
Milano, Devizzi, La critica all'ontologismo, Rivista di filosofia neo-scolastica,
Mirabella, Il pensiero politico di ed il suo contributo ai rapporti tra Chiesa
e Stato, Milano, Scaduto, Il pensiero politico ed il contributo ai rapporti tra
la Chiesa e lo Stato, in Archivum historicum Societatis Iesu, Serbati, Roma G. Rosa,
Storia del movimento cattolico in Italia, Bari ad ind.; Lombardi, La Civiltà
cattolica e la stesura della "Rerum novarum". Nuovi documenti sul
contributo, La Civiltà cattolica, Dante, Storia della "Civiltà cattolica",
Roma Nomenclator literarius theologiae catholicae, Grande antologia filosofica, Milano, C. Curci,
Compagnia di Gesù La Civiltà Cattolica Rerum Novarum Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana., presentazione del libro su La Civiltà Cattolica e
il brigantaggio. Segno – SENNO -- è generalmente tutto ciò che, alla potenza
conoscitiva, ra-ppresenta alcuna cosa da se distinta. Perciò tal denominazione
ben si addice al concetto il quale esprime al vivo e ra-ppresenta alla mente
l'obbietto intorno a cui si aggira. Ma il concetto è interno all'animo e per
pale sarsi di fuora ha bisogno di un segno SENNO esterno. Questo segno SEENO
esterno consiste ne' voicaboli, i quali tra tutti i segni ottennero la
preminenza iq.ordine alla manifestazione delle cose, che internamente
concepiamo. Così il termine mentale, cio è il concetto, e d il termine ora le
cioè il vocabolo, convengono tra loro nella generica ragione di segno o SENNO. Ma
si differenziano grandemente nella ragione specifica. Imperocchè, primieramente
il concetto è segno naturale; il vocabolo è segno – O SENNO -- convenzionale. Dicesi
segno naturale quello che di per sè e per sua natura mena alla cognizione di
un'altra cosa -- come il fumo, per esempio, rispetto al fuoco, e generalmente
ogni effetto, riguardo alla CAUSA. Dicesi segno convenzionale quello, che
ARBITRARIAMENTE o PER PATTO vien
destinato a di-notare alcuna cosa; come il ramo d'olivo si ad opera per il termine
orale, benchè prossimamente significhi (E SENNO DI) il concetto, non dimeno
mediante il concetto significa (E SENNO DI) lo stesso oggetto. Anzi, poi chè da
chi parla è ad operato per di-notare il concetto non subbiettivamente ma
obbiettivamente, cioè in quanto è espressione della cosa percepita. Ne segue
che, quanto alla significazione (SENNO), esso si confonde quasi col concetto, dicuiè
come la veste e l'esterna apparizione. E però la logica a buon diritto tratta
per ora ni un vocabolo è di sua natura connesso con un determinato concetto;
e però tanta varietà di loquela si scorge presso le diverse nazioni. Al
contrario, il concetto di per sè e necessariamente rappresenta l'obbietto, essendo
ne una natural rassomiglianza; e però il discorso mentale è lo stesso appo
tutti. Inoltre il concetto è segno formale; il vocabolo è segno (SENNO) istrumentale.
Ad intendere questa differenza, è necessario osservare, che il vocabolo
permenarci alla conoscenza della cosa significata, ha mestieri d'esser prima dạ
noi compreso. E pero appartiene a quel genere di segni (SENNO), a a cui può
applicarsi la seguente definizione. Segno (SENNO) è ciò che, conosciuto, adduce
alla conoscenza di un'altra cosa. Ma del concetto non è così: giacchè esso, senza
bisogno d'esser prima conosciuto, col solo attuare la mente, ci mena alla
conoscenza del l'obbietto, sicchè questo appunto sia il primo ad essere diretta
mente percepito. Ciò di leggieri apparisce, tanto solo che si consideri che il concetto
non può percepirsi, se non per cognizione riflessa e pel ritorno della mente
sopra sè stessa. Laonde quello che si percepisce per prima e diretta
cognizione, non può essere esso concetto, ma necessariamente è una qualche cosa
diversa dal medesimo. A di-notare per tanto una tal differenza, venne
introdotta la distinzione del segno (SENNO) formale e del segno (SENNO) istrumentale.
Viene l'abuso del linguaggio che è il mezzo dato all'uomo per esternare ad
altrui gl’interni concepimenti dell'animo. L'analisi de’ vocaboli è
ordinariamente un grande aiuto allo spirito per rischiarare le idee, merce chè
essi sovente tengon chiusi sotto la loro spoglia. Ma accade altresì che si
arroghino più di quello che loro di ragion si compele, e tentino non di essere
esaminali e giudicali dall'intelletto, ma manciparselo e deltargli legge a capriccio.
Per diverse maniere principalmente i vocaboli introducono falsi concetti
nell'animo. Per la loro ambiguità e confusione, imperocchè ci ha delle voci
d'incerto significato, le quali han bisogno d'esser determinale nel senso in
cui si tolgono, altrimenti ingenerano concetto vago e mal fermo da cui procedon
poi fallaci giudizii. Tale è a cagion d'esempio la voce natura, la quale suol
prender sia d’esprimere or l'essenza di una cosa, or il mondo sensibile; or
l'autore dell'universo, or tull'altro a talento di co foi che l'usa. Parimente
le idee significate pe' vocaboli sovente sono assai complesse e complicate; e
pero ove non bene si risolvano per via d'analisi ne’loro elementi, son cagione che
si formiun assai confuse ed informe concetto. Secondo, tal volta i vocaboli
vengono ad operati a significar mere negazioni o prodotti arbitrarii della
immaginativa, o semplici ASTRAZIONI ell'animo; come la voce “cecità”, “fortuna”,
“centauro”, “località”, e somiglianti. Oravviene che per difetto di debita considerazione
si cada nella credenza ch'esse esprimano cose positive e reali si nell'essere
che nel modo onde sou concepite. I vocaboli delle cose immateriali son formati
d'ordinario per analogia presa dagli obbietti materiali, e quindi avviene che
talora si confondano le une cogl’altri. Ne'nomi derivati sebbene spesso
l'origine e l'etimologia del vocabolo coincide col senso in che comunemente si
prende, tuttavia non rade volte se ne dilunga. Nel qual caso per mancanza di attenzione
può avvenire che l'una coll'altro si scambi. A queste cause può aggiugnersi la novità
de’ vocaboli di che taluni stranamente si piacciono, e l'uso incostante che
fanno di quelli stessi che fuor di ragione introduceno. La filosofia per quanto
può nell'ad operare il linguaggio non deve scostarsi dall’uso comune, nè
cambiare a capriccio il senso delle voci ricevute o da sè stessa una volta
determinate. Una indebita applicazione de’ mezzi di conoscenza è radice mal nal
ad'errore. Accadecia in prima dal non bene distinguere con quali facoltà dove
l'oggetto concepirsi; come a cagion d'esempio in chi con la fantasia vuole comprender
ciò che allrimenti non si può che con l'intelletto. Dippiù si bada talora più
alla vivacità e felicità della RAPPRESENTANZA, che alla fermezza del motivo che
spinge all'assenso. E così le cose che vivacemente e prestamente feriscono
l'animo più di leggieri si ammettono che allre non fornite di questa dote, ma
più salde per forza di argomenti. Inoltre si procede temerariamente a giudizii
senza prima considerare se l'obbietto è debitamente proposto giusta le leggi e
le condizioni volute dalla natura. Quinci le fallacie de’ sensi, lo scambiarsi
per i principii proposizioni arbitrarie, il formare assiomi illegittimi, il dedurre
conseguenze erronee da sofistici ragionamenti. E perciocchè lo schivar questi mali
richiede la conoscenza del dritto cammino che deve tener la mente per le
vie del vero, passiamo a trattar diligentemente questa materia, alla quale
premettiamo il seguente articolo, che ad essa valga come
d'introduzione. Cum animi nostri sensus cogitationesque animo ipso
lateant, nec per sese ceteris patefiant; homo, qui ad societatem cum aliis
coëundam e nascitur, idoneis mediis a provido naturae Auctore instructus est,
ut ideas suas aliis, quibuscum vivit, manifestet. Haec media SIGNA (SENNI) quaedam
sunt. Sic enim nominantur quaecumque ad res alias innuendas sive natura sive VOLVNTATE
sunt INSTITUTA. Omnibus vere signis, quibus conceptus nostros et affectus animi
patefacimus, maximopere vocabula praestant. Etsi enim suspiria, gemitus, nutus,
sensa animi nostri significent; minime tamen id efficiunt eadem facilitate,
perspicuitate, distinctione ac varietate, quae vocabulorum propria est. Quam
quam non diffitear gestuum loquelam, si vivax sit, vehementius commovere,
propterea quod imaginationem vividius feriat, et rem veluti ponat ob oculos.
Vocabulum definiri potest: vox articulate prolata ad ideam aliquam
significandam. Ex quo intelligitur, ope vocabulorum proxime et immediate
conceptus, vi autem conceptuum ipsa obiecta significari. Ad originem sermonis quod
spectat, nemini dubium est quin, etsi vis loquendi ingenit a nobis sit, verborum
tamen determinatio ab arbitrio generatim pendeat. Secus si quodlibet
determinatum verbum determinatam rem natura sua innueret; qui fieri posset ut
verbum idem apud diversas gentes, quibus certe eadem natura inest, non idem
exprimat? De hoc nulla est controversia; at quaestio in eo est utrum absolutae
necessitatis fuerit ut sermo aliquis primis hominibus a Deo communicaretur, an
homo sermocinandi tantum virtute ornatus sermonem ipse repererit vel saltem
reperire potuerit. Qua de re in contrarias sententias FILOSOFI distrahuntur. Non
nulli enim non modo possibilitatem, sed factum etiam tuentur, atque hominem
sermone destitutum sermonis auctorem fuisse autumant. Alii id neutiquam evenire
potuisse arbitrantur, cum sermo sine usu intelligentiae. efforinari nequeat, et
ad usum intelligentiae sermonem necessarium esse putent. Equidem sic existimo: ad
absolutam possibilitatem quod at tinet, hominem per se potuisse ex insita
propensione et facultate loquendi, quam accepit, determinatum sensum vocibus
quibus dam tribuere, et sic sponte sua efformare sermonem. Quid enim
repugnasset ut homo rem sensibus occurrentem nutu aliquo com mopstraret aliis,
atque ex innata vi loquendi sonum syllabis quibusdam distinctum proferret et ad
commonstratam rem significandam libere determinaret. Expressis autem rebus
sensibilibus, ad insensibiles significandas gradatim pervenire impossibile sane
non erat; cum ad has exprimendas nomina quaedam ex rebus materialibus,
propter analogiam, quam homo inter utrasque per spicit, transferri facile potuissent.
At si non de
absoluta et abstracta possibilitate, sed de facto loquimur, rem aliter
contigisse certum est. Nam ex sacris
litteris indubie colligimus elementa sermonis primo homini a Deo tributa esse,
quantum saltem sufficeret ad domesticam societatem, in qua ille conditus est,
retinendam. Cuius rei congruentia vel inde patet, quod si, ut supra dictum est,
ad divinam pertinuit providentiam opportuna scientia instruere protoparen tem;
hoc multo magis de usu sermonis dicendum sit,cuius longe maior necessitas
imminebat. An sapienter cogitari poterit totius generis humani parens et
magister, qui quasi principium et fun damentum constituebatur futurae
societatis civilis et sacrae, sine actuali copia illorum mediorum, quae ad
munus hoc adimplen dum tantopere requirebantur. Accedit, quod eruditorum
vestigationes, qui de origine linguarum tractarunt, huc tandem concludendo
devenerunt, ut omnes linguae tamquam dialecti linguae cuiusdam primitivae, quae
perierit, habendae sint. At si sermo inventio esset humana, singulae familiae,
quae diversis populis originem dederunt, linguam sibi omnino propriam atque ab
aliis radicitus discrepantem creavissent. De utilitate vero, quam ex sermone
pro rerum intelligentia mens capit, permulta fabulati sunt FILOSOFI quidam, in
primisque Condillachius. Putarunt enim illum esse necessarium ad analysim et
synthesim idearum habendam, nec sine ipso ideas generales efformari posse. Quin
etiam eo progressi sunt, ut dicerent ipsam intelligentiam non nisi ex usu
loquelae progigni. At enim haec esse ridicula optimus quisque iudicabit, modo
cogitet non posse loquendi usum concipi nisi iam antea intelligentia sub audiatur.
Non enim quia loquimur intelligimus, sed viceversa quia intelligimus loquimur.
Unde bruta, quia intelligentia carent, id circo loquendi facultate privantur.
Quod si intelligentia e sermone non pendet, poterit illa quidem suis uti
viribus ad ideas sive dividendas sive componendas sive etiam abstrahendas, quin
id circo sermo velut causa aut instrumentum adhibeatur. Sed de hac refusius
erit in Metaphysica disputandum. Vera igitur emolumenta sermonis his
continentur. Prae terquam quod ad ideas communicandas inserviat, ac proinde ve
luti vinculum sit societatis; intellectui subvenit, quatenus loco phantasmatum
verba ut signa sensibilia in imaginatione substituit. Memoriae opitulatur ad
ideas semel habitas revocandas. Mentis attentionem figit detinetque in obiecto,
quod exprimit, quae secus ad alia contemplanda statim raperetur. Mentis
opificia conservat, efficitque, ut illa postquam contemplationis suae partus
vocabulis scriptura exaratis ad retinen dum tradiderit, soluta curis ad nova
speculanda impune progredi possit. Hae potissimum utilitates e sermone in
hominem proficiscuntur; ceterae, quae a nonnullis nimium exaggerantur, sine
fundamento ponuntur, et animo humano sunt dedecori. Denique ad dotes loquendi
quod attinet, sermo sit perspicuus, usitatus, brevis; non ea tamen brevitate, qua
obscurior sententia fiat; sed ea, quam rite descripsit Tullius CICERONE, ubi
inquit brevitatem appellanda messe cum verbum nullum redundat, velcum tantum
verborum est, quantum necesse est 1. ANTICHITÀ PER L'INTELLIGENZA
DELL'ISTORIA ROMANA E DEI FILOSOFI LATINI DELL'ABATE DECLAUSTRE Wwwna IN
VENEZIA CO'TORCHI DI GIUSEPPE MOLINARI MITOLOGICHE SLIEHE HE KOS
WIEN HOFBIBLION KA 1 eeeeeeeeexe
erele cele ; egli Ateniesi lee ressero delle statue. Ella fu ancora più celebra
ta presso i romani, i quali le innalzarono il più grande ed il più m a goifico tempioche
fosse in Roma. Questo tempia, le cui rovine ed anche una parte delle volte
restano ancora io piedi, fu cominciato da Agrippina, e poscia compiuto da
Vespasiano. Scrive Giuseppe, che gl'imperadori VESPASIANO e Tito deposero nel
tempio della pace le ricche spoglie, che aveano levate al tempio di
Gerusalemme. In questa tempio della Pace si adunavano quelli che professavano
le belle arti per disputervi sopra le loro prerogative, acciocchè alla presenza
della dea restasse bandita qualsi voglia asprezza pelle loro dispute. Questotem.
pio fu rovinato da un incendio al tempo dell'imperator COMMODO. Presso i greci la
Pace veniva rappresentata in questa maniera. Una dono aportava sulla mano il dio
Pluto fanciullo. Presso I Romani poi si trova per ordinari o rappresentata la Pace
con un ramo di ulivo PACIFERA. In una Medaglia di Marco Aurelio, Minerva viene
chiamata “pacifera”; e in una di Massimino si legge Marte puciferus, qmegli, o
quella che porta la pace, PACTIA.Suddito dei Persiani, al riferire d'Erodoto,
essendosi ricoperato a Cuma città greca, i Persiani non mancarono di mandare a
di mandarlo, acciocchè loro fosse consegnato nelle mani. I Cumeifo . dea
P Pace. I Greci e di Romani onoravano la Pace come una gran qualche volta colle
ali, tenendo un caduceo, e con un serpente ai piedi, Le danno ancora il cornucopia,
el'ulivo è il simbolo della Pace, e il caduceo è il simbolo del Mercurio Negoziatore,
per additare la negoziazione, da cui n'è seguita la Pace. In una medaglia di
Antonino Pio tiene in una mano un ramo di ulivo, e colla sinistra dà fuoco ad
alcu di scudi,e corazze, j PALAMEDE . Figliuolo di Nauplio re
dell'isola d'Eubea, coman daya gli Eubei nell'assedio di Troja. Vi si fece
molto stimare per la sua prudenza, pel suo coraggio, e de sperienza nell'arte
militare; e dicono che insegnasse ai Greci il formare i battagliopi, e lo
schierarsi. Gli attribuiscono l'invenzione di dar la parola delle sentipeļle, quel
la di molti giuochi, come dei dadi e degli scacchi, per servire di trat
tenimento ugualmente all'ufficiale e al soldato nella noja di up lungo
assedio. ΡΑ1CHE tott an que 9 be 8Q CO 32 ti 8 $1 AL sto fu çerp ip contapepte
ricercare l'oracolo de’ Branchidi, per sapere come doveano contenersi; el'oracolo
rispose, che lo consegnassero. Aristodico, uno dei principali della città, il quale
non era di questo parere, ottenne col suo credito, che si mandasse un' altra
volta ad interrogare l'oracolo, ed egli stesso si fece mettere nel numero dei deputati.
L'oracolo non diede altra risposta, che quella avea data prima. Poco sod
disfatto Aristodico, penso nel passeggi. The branch of ‘ulivo’ is represented
in the reverse of a coin of Antonius Pius --. Matteo Liberatore. “Segno e cio
che, conosciuto, adduce alla conosence di un’altra cosa” – cf. Eco’s tesi su
Aquino. Nome compiuto: Liberatore. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Liberatore” – The Swimming-Pool Library. Liberatore.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Licenzio: la ragione conversazionale e il filosofo poeta
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Agostino was not an Italian, but an
African – his friends, however, like Licenzio, were Italian thoroughbreds – and
he discussed philosophy with them quite often! – except when he was
meditating!’ Filosofo italiano. – A pupil of Agostino. L. achieves a reputation
of a poet. Licenzio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Licenzio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO! GRICE LIGURE!; ossia, Grice e Liceti: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale – filosofia ligure – l scuola di Rapallo --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Rapallo). Abstract. Grice:
“We don’t have anything like Liceti and Oxford, but I wouldn’t be surprised if
some English – and indeed Oxonian – philosopher found his philosophy
inspiring!” Fortunio Liceti was a prominent Italian philosopher known for his
wide-ranging publications. It is HIGHLY probable that his writings reached
England and were available at Oxford during the 17th century. The
Bodleian library was a significant reporisitory of knowledge, attracting
scholars from across Europe. During the 17th century, it receivd
numerous gifts of books and mnuscripts, including from individuals like the
Earl of Pembroke, Sir Kenelm Digby, and Archbihop William Laud. This suggests a
welcoming environment for acquiring foreign scholarly orks. Wile Liceti isn’t
explicitly mentioned in the context of the Ashmole collection – focused on
English political-theological controversy and the history of science – Licet’s
works on topics like anatomy, monstruous births, and light, could have easily
found a place in the general library collection or in the personal libraies of
Oxford scholars interested in those subjects. Liceti’s s research spanned
various fields, from genetics and reproduction to gems and animals. This broad
appeal could have made his works interesting to a wide range of academics at
Oxford. A catalog record from the British Museum library, referring to Licet’s
‘De Lucernis antiquorum recondites libb. sex’ indicates his writings were
present in at least one significant English library. While the provided snippets
do not offer definite proof of L’s writing being explicitly listed in Oxford
library cataloues during the 17th century, the context of the
Bodleian library’s collection growth and the intellectual environment of the
time make it highly probably. The presence of at least one of his works in
another major British library further strengthens this likelihood. To
definitely confirm the presence of Liceti’s works at Oxford, a detailed
examination of the Bodleian library’s acquisitions records and the library
catalogues of ndividual Oxford collleges from the 17th centry would
be necessary.” Filosofo italiano. Rapallo, Liguria. Grice: “Liceti is a
fascinating philosopher; must say my favourite of his oeuvre is “Geroglifici,”
which as he knows it’s a coded message – the old Egyptian priests kept this
‘figurata’ away from the plebs!” – Grice: “Alice once wondered what the good of
a piece of philosophy is without ‘illustrations;’ surely Liceti’s beats them
all!” Allievo ed erede di CREMONINI (si veda).
Nacque prematuro (6 mesi), venendo alla luce su una nave presa da tempesta
lungo le coste tra Recco e Rapallo. Sempre secondo la tradizione orale suo
padre, un medicoo, lo mise in una scatola di cotone dentro un forno, come si fa
per far schiudere le uova, inventando così il prototipo della moderna
incubatrice. Dopo aver compiuto i primi studi letterari a Rapallo, venne
inviato a Bologna per compiere e approfondire gli studi legati alla FILOSOFIA.
Insegna a Pisa. Padova, e Bologna. Ascritto ai “Ricovrati” (oggi i galileii – degl’Accademia Galileiana
di scienze, lettere ed arti. Quando
comparve in cielo una cometa, si riaccese una controversia analoga a quella
suscitata dalla stella nova ma questa
volta le difese della teoria aristotelica furono assunte da L. ed il compito di
attaccarla, partito ormai GALILEI (si veda), e assunto dal suo successore sulla
cattedra di matematica, GLORIOSI, che se la prese appunto con L.. Questi
risponde pubblicando un suo De novis astris et cometis, in cui, oltre a
difendere il LIZIO, critica scienziati, tra i quali anche GALILEI, ma con
espressioni molto rispettose e lusinghiere. A questo saggio GALILEI fa
rispondere dal suo amico GIUDICCI col Discorso sulle comete. Srive saggi di
filosofia, tra le quali “De monstruorum causis, natura et differentiis”, (Padova), con aggiunte di Blaes, nei quali
riprese le soluzioni del LIZIO sul problema delle anomalie genetiche, e “De
spontaneo viventium ortu” nei quali sostenne la generazione spontanea degl’animali
inferiori. Altri saggi importanti per la
ricerca sono “De lucernis antiquorum reconditis” apprezzato da Berigardo, e la
“Silloge Hieroglyphica, sive antiqua schemata gemmarum anularium.” Tratta
inoltre la questione dell'anima delle bestie nel “De feriis altricis animae
nemeseticae disputationes.” I suoi saggi sono chiaramente ispirate al LIZIO, in
particolare gli studi sul problema della generazione vivente e sul cosmo,
entrando talvolta in contrasto con GALILEI, specialmente per quanto riguarda la
struttura dei cieli e della Luna, che L. considera una sfera perfetta e
trasparente la cui luminosità non e un riflesso della luce solare, ma veniva
generata al suo interno. Al centro di questo dissenso cosmologico, c'e,
infatti, il tentativo di spiegare il fenomeno luminescente della pietra di Bologna,
che L. considera un frammento di materia lunare. Alcuni saggi di L. rimasero
inediti a causa delle ampie discussioni riportate sulle novità astronomiche.
Nella congerie immensa dei suoi saggi e commenti va notata la difesa della
pietas d'Aristotele; quella pietas così vivacemente messa in forse alcuni anni
più tardi dal platonicissimo cappuccino Valeriano Magno, che taccia d'a-teismo
il sistema dello Stagirita. L. invece disserta «de gradu pietatis Aristotelis
erga Deum et homines», e nel saggio sua «Philosophi sententiae plurimae,
fidelium auditui durae, salubribus explicationibus emollitae, ad pias aures
accommodantur, illaeso genuino sensu Aristotelis». E ad epigrafe dell'opera sua
si compiace del distico Vulgus Aristotelem gravat impietate, L. Doctorem
purgat. Numquid uterque pius? La città di Padova ed Spinola di Roccaforte
rendeno omaggio al filosofo facendo erigere una statua in marmo scolpita da
Rizzi. A Rapallo vi è dedicata una via. Gli è stato dedicato il cratere “L.”
sulla Luna. Altri saggi: “De centro et
circumferentia”’ “De regulari motu minimaque parallaxi cometarum caelestium
disputationes”Vtini, Nicola Schiratti, Vicetiae, Amadio, Bolzetta,
Encyclopaedia ad aram mysticam Nonarii Terrigenae, Patavii, Crivellari“
Allegoria peripatetica de generatione, amicitia, et privatione in aristotelicum
aenigma elia lelia crispis. Ad aram lemniam Dosiadae, poëtae vetustissimi et
obscurissimi, encyclopaedia, Paris, Cottard; Ad Syringam publilianam
encyclopaedia, Patauii, Pasquato, Bortolo, “Ad Epei Securim Encyclopaedia
Genuensis FILOSOFI ac medici, Bononiae, Monti, “De centro et circumferentia,
Vtini, Schiratti, “De luminis natura et efficientia, Vtini, Schiratti,
“Litheosphorus, siue De lapide Bononiensi lucem in se conceptam ab ambiente
claro mox in tenebris mire conservante, Vtini,
Schiratti, “Ad alas amoris divini a Simmia Rhodio compactas, Patavii,
Crivellari,“De lucidis in sublimi ingenuarum exercitationum liber, Patauii,
Crivellari “De Lunae Sub-obscura Luce prope coniunctiones, “Hieroglyphica”,
Patavii, Sebastiano Sardi, “Hydrologiae peripateticae disputationes”,
Vtini, Schiratti, Ad syringam a
Syracusio compactam et inflatam Encyclopaedia, Vtini, Schiratti, Baldassarri,
La pietra di Bologna da Descartes a Spallanzani. Sviluppo di un modello scientifico
tra curiosità, metodo, analogia, esempio e prova empirica, Nel nome di Lazzaro.
Saggi di storia della scienza e delle istituzioni scientifiche, Garin, La
filosofia, Milano, Vallardi, Questo testo proviene in parte dalla relativa voce
del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto
Museo di Storia della Scienza di Firenze, Bartholin, Institutiones anatomicae,
Lugduni Batavorum, Riolan, Opuscula anatomica nova, in Id., Opera anatomica, L
Pombaiae Parisiorum, Bartholin, Epistolarum medicinalium centuria Hafniae
(lettere); Vesling, Observationes anatomicae et epistolae, Hafniae, lettere a
L.; Dallari, I rotuli dei lettori legisti e artisti dello STUDIO BOLOGNESE,
Bologna ad ind.; Edizione delle opere di Galilei, Firenze ad indices; Acta nationis Germanicae
artistarum, Rossetti, Padova, ad ind.; Rossetti, A Gamba, Padova, ad ind.;
Giornale della gloriosissima Accademia Ricovrata, A: verbali delle adunanze,
Gamba, Rossetti, Trieste ad ind.;
Salomoni, Urbis Patavinae inscriptions, Patavii Facciolati, FASTI GYMNASII
PATAVINI, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Modena, Renan,
Averroès et l'averroïsme, Paris Taruffi, “Storia della teratologia” Bologna,
Favaro, Amici e corrispondenti di Galilei, Gloriosi, in Atti del R. Istituto
veneto di scienze, lettere ed arti, Favaro, Saggio di dello Studio di Padova, Venezia, Ducceschi,
L'epistolario di Severino, Rivista di storia delle scienze mediche e naturali,
Castiglioni, Storia della medicina, Milano, Ducceschi, Un epistolario inedito
di dotti padovani in Atti e memorie della R. Accademia di scienze lettere ed
arti in Padova, Alberti, La prima incubatrice per prematuri, Minerva medica
varia, Boffito, Battaglia di marche tipografiche di Bella e l'ultima memoria scientifica dettata
da Galilei, in La Bibliofilia, Pesce, La iconografia di L., in Genova. Rivista
del Comune, Geymonat, Galilei, Torino, Rossetti, L'opera di L. in un
manoscritto inedito della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, in
Studia Patavina, Bertolaso, Ricerche d'archivio su alcuni aspetti
dell'insegnamento medico presso Padova, in Acta medicae historiae Patavinae,
Ongaro, Contributi alla biografia di Alpini, Tomba, Gli originali di Galileo in
Physis, Ongaro, L'opera di L., in Atti del Congresso di storia della medicina,
Roma, Ongaro, La generazione e il moto del sangue in Liceti, in Castalia,
Rizza, Peiresc e l'Italia, Torino Simili, Una dedica autografa di Galilei a L.
e il clima delle loro concezioni scientifiche e relazioni epistolari, in Galileo
nella storia e nella filosofia della scienza. Atti del Symposium
internazionale, Firenze-Pisa, Firenze Mirandola, Naudé a Padova. Contributo
allo studio del mito italiano, in Lettere italiane, Castellani, Marangio, I
problemi della scienza nel carteggio con Galilei, Bollettino di storia della
filosofia dell'Università degli studi di Lecce, Marilena Marangio, La disputa
sul centro dell'universo nel "De Terra" di L., Soppelsa, Genesi del
metodo galileiano e tramonto dell'aristotelismo nella Scuola di Padova, Padova,
Agosto et al., Rapallo, Berti, Galileo e l'aristotelismo patavino del suo
tempo, in Studia Patavina, Ongaro, Atomismo e aristotelismo nel pensiero
medico-biologico di L., in Scienza e cultura, Galilei e Morgagni, Padova.
Brizzolara, Per una storia degli studi antiquari in Studi e memorie per la
storia dell'Bologna, nZanca, L. e la scienza dei mostri in Europa, in Atti del
Congresso della Società italiana di storia della medicina, Padova, Trieste,
Padova Re, "De lucernis antiquorum reconditis": il capolavoro
calcografico di Schiratti, in Ce fastu? Lohr, Latin Aristotle commentaries,
Firenze, Basso, erudito ed antiquario, con particolare riguardo agli studi di
sfragistica, in Forum Iulii, Basso, "Fortasse licebit". La marca
tipografica di Schiratti e l'impresa accademica di L., in Quaderni Artisti
Cattolici Ellero, Ongaro, La scoperta del condotto pancreatico, in Scienza e
cultura, Poppi, Il "De caelesti substantia" di Ferchio fra tradizione
e innovazione, in Galileo e la cultura padovana, Santinello, Padova,
Kristeller, Iter Italicum, ad indices. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. sapere, De Agostini, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Ruff. L.. Beerbohm: “Send me a letter; I live in Rapallo.” “How should I
address it.” “Beerbohm, Rapallo” “Do not worry, there is only one Rapallo.” “Vico L., Rapallo” – “Statua a L. da Rizzi, Spinelli
Roccaforte, Padova.xstril. minnstiii UAiTiO Stjftdsb iupon Ratfatia in IV
libros De his, quidiuvi- P uunt fine alimento. P1?- 1 in quo
eaptobatissimisautonbus afferuntur obferuationes eorum, qui vitra biduu . ab
omni obo potuque abftmuere. Abstinentiae vana: intra fepumam diem conclu-
.ffaec. Abfimenu, a iepfmo ad decimum diem extenfj. Abftmentixi decimo ad
vigefiraumdiera protc- fe.cap.£. Abstinentii ad mensem produAfe. Abstinentiae a
primo ad tertium mensem produ-. Ax. c Iehmium populorum Lucomonae ad quinque me
des quotannis mire productum. Abstinentia Oftimeftns in muliete Patavina.
Abstinentia pueli Tufer ad feitumdec unum- Spiritus non aliaere. Aerem in mitto
vivente non ali aere intrinlecus quoraodocunqucattra Ao.lenem in mitto non
abfumerc acrcm. Partes animalis 4 przdommio aereas non ali aere inspirato. nui
Aerem hunc, quem inffiramus, non efle alendo et creari c 'i t. fpintus. Ad
nutricationem metaphoricam non semper cd- sequi veram Rondelctij difficilis
alfertio. Soluuntur argumenta quibus nititur pnor opinio, mensem protradla.
Abstinentix ad II annos produAx. Ablhncntix ad III annos protenf. Historia puellæ
Spirenfis quadriennium abftinen- . tiscap.it. Abftinentt a quarto ad duodecimum
annum de- duAx. Abstinenn vitra duodecim annos longissime pro duA varia
exempla. Abstinenti $ diuturnae incerto temporis spatio adi' mentr.
Difficultatem negotii nos retrahere non debere a proposito. Curante omnia
oporteatnos aliorum dogmata de Chatnxleontcm, ac Viperas non ahaere propol i t
c tpeudere. inqua omnesaliorum opiniones examinand breui catalogo numerantur.
tn quo examinantur sapientum virorum opiniones de natura et caudis tam diu-
turni lciumj. Opinio Argenteoj et aliorum exiftimantiu abstmcntcs nomos nutriri
aere inlpirato. Cancmlcucm et Manucodiatam apud Indos non alucrc.Secunda opmio
Medici Clariflimt ex Augento, Si . M a nardo contendentis abstinentt ncftrosalf
odoribus, fle exhala tione aerem obfidente car Examinatur propofita fcntenua,
&: primum often diturnon elfe in topi acre vaporem, ac cxhalationcm.cap.a».
Exhalationem infpiratam vi calori? humant non pofle cogi in fanguincm.St^
alimentum. Exhalationem non alere 1eiunantcs. Expenditurallata opinio
demonttrando primum Non omne fapidu111 alere. caloris aAionein humorem non elle
conti- nuam ;caqueiugi, nonidco affiduam clfc debe- re nutricationem, cap.i.
intus in animali aereos non efltjfcd igneos. C. J. aimores proprie non
ali.Spmtus in viuenni corpore r,ou nutriri.Odores non alere,quia non funt
miftorum fpccits, prima ratio Arifiotchs aduerfus PITAGORICI c1phcatur.cap.2d.
Secunda ratio Anftotclis LIZIO demonttrans odores n6 alere, quia per coAioncm a
calore non podint ex odoribus excrementa lcgrcgan. Omne genera sed vnicum
ottcnditurj nec ali omnia qiuecu que diffluunt in viufnteA^" reftauritionc
indigent. Acrem ml piratum pon efle miftum, nec adeo ut fit alendo corpori.
Explicantur allata dogmata Galeni de eo quod ctt ipiritus aere nutriri, J.
Alexandri, Nicolai, CICERONE, ac Thcophraflirii- fla confiderantur.de eo, qupd
eft att:m alerem fpiritus,& calorem; et ad A rittotclis, ac Hippo- cratis
ccnfuram rediguntur.tf. Hippocratis afiettio dc triplici alimento illuftra-
tlir Olimpiodori. ic Platonicorum dogma 'de horni mbus acre, ac radijs
folartbus enutritis expendi tur.cap.primo noridari trianutrinientorum trrfs T
Omnealimentum, feuexternum, feuinternumco coqui deberc, coftioneque
aberctementispur- Odorem n aloris ita concoqui non poffe, vcab excrementis
dicatur expurgari quia limplicem, l'eu nutriendo corpori omnino diflimilcm
naturam obtineat, Ab odore vi caloris concoqnenris nec tenue, nec craflum
fegregari excrementum.cap.j». Tertia ratio Arillotelisoftcndcns odorem nonale
requiacoftionea calorenonincraffatur.cajt Quarta ratio, qua Ariftotcles probae
odorem non Ci£,& quandopropemare ambulantes falfura. re fenrianr, et alsarum
faporem quos prope ab- finthii fuccus agitatur. Tertia opimo doitiilimi Co/lii
prxeeptoris exiftf m.mns abflinente» nofttos aqua enutrita» primumofle- Propoli
ta sententia confideratnr, ac Ari ditur ex autorita te Platonis
^Haiqpupoacmrantoins a,lere, ftotehs, Galeni, &Auicennp cap Aquamvi
calorisnoncraflefcere,ideoqu-everH ahftinentemalerc. Pvrauftas non ali
exhalatione illi connmili cremento arugmeri fine ten^ imminutione, o. Plantae
non Canemleucm non ali rore, Manucodiatain rore non pafc1. Argumentum duci non
polle a brutomm alimen- to ad nutrimentum hominis. Quo fcnfu verum fit Quod
ftpit nutrit, Exhalationem acri permiftam efle fapidl t Exhalationem non efle odoriferam, et Allomos
noneffe, quiod oribusnutriantur, quicqurdFici nusfenfcnt. Democritum, Homerum
odonbus vitam libi prorogafle ceu medicamentis, non vt alimentis. Animo
delinquentes odotibus recrearr non ut ali- mentis,fcd vt medicamentis
Hippocratis dogma vulgatum de ctlcir nutncatio Aqua nihil inefle lcntiatur,nec
epota ne per odoratum lUuitratur non poffc in alendi fubflantiam.
effealendocorpori, quianonferaturadmem- Aquam coflione non fienfimile malendo
corpobra nutrimentis dicau. Quinto confirmat Ariftotcles odorem non alere, quia
nonnifi per accidens fertur w fontem ali- menti. Odor effe medicamentum, non
alimentum texta ratione probatur, Ccnfurare fponfionum dcraonftratiombus Antro
telicisab Argcntcnoallatarum. Respondetur ad argumenta, quibbs nititur fenten
fupenor, ac primum oftendirur exhalatione de terra Turgentem non ubique pntfto
fuiffe abftinentibus, nec effe milium, cap.jd. Bxhalationetn odore tciro
afferam efle, lapidam ri,vt decet alimentum cap.do. effe Aquam non effe tale
mtftom/juale oportet ali roentum.capdr. Aquam effe vehiculum alimenti,
alimenniracap.dx. Satisfit rationibus quibus nititut et propterea non aliquot
primoque decernitur cur ablhnentium hu- aquam potarent;
quoniarmadpiocualbeihc,afpm^c3- mido inftauretur huraidum Aqua nec plantas
ali,nec aquatdia. campf.t Arfu.mcnto, Vium non feruartccaalloroirse
pvarbualnoi:mc*alorem vtcon- humorem non efleaquammec aqueum. Aqua non reftmn
quod aqueume corporibus ef- fluxerit.cap.dd. alimento, &cauf carnem, 5tlac;
quxpluatpoftca. AquaexAnflotelcquomodofit obigratia,fi noneffe.Exhalationem a
calore non condenlan. Exhalationem in acre cogi non poffc infanguine Qua
ratione potuerit animalia pluere,ac fpeciatim vitulum, pifces,ranas,atque
lemmer. Hippocratis dogma illuftratur de cxhalatrone ve Solis attrafta ex
animalium corporibus. Rorem non effe vaporem vi caloris c6crctum,ncc alimentum
cicadarum.Mannam non fieri ex vapore vi caloris dentato in aere,nec folam alere
poffc ad Hxbraic mannas difcnmcn.Mei non effe purum rorem concretum, nec tale
quid fine alio nutrimento diu pofle hominem fa ftcrilitatis,& pilobus
affumatur non vere alit adeo ex igno,
Animatu quomodo conftituantnuurtriantur aqua et aqua,vt moucanlur nigonee,ft
vere alimentum. Hippocrati; cui aqua cap. femper ex morbo intermitti funiiiones
vitx: quxue operationis lilio morbum fequatur. cVigelimaquinta opinion
Qucrcetanireferendsab- ilinenttx caudam in petrificationcm partium . ventrisimi,
& nutricatumaliarumexaere,ac odoribus.Expenditurallata lentenda offendendo
longum ieiunium haud ortum ede a pctnficatione par- tium naturahum,& a
nutricatu aliarum cx aere in vlkiabdinente. Soluuntur allatx rationes hanc
opinionem robo- rantes, de dilcriminc inter Ecdafim,ac fom-
num;VinterEcdafimgrauem, acleuema- gcntes.cap.aoo. viralianonaerenutrita,
necalijsvitamcommu- Vigcfimapriraa opinio Podhij afferentis homines diu ab
alrmemo abdincre, anima illorum pec cataphoram,& intendorem fomnum vacante
a proprijsofficijs. cap.ioi. Examinatur, et improbatur opinio decernes ab-
ftincntiam diuturnam abalto,&t_ profundiori fomno prodirc. Refpondctur ad
argumenta de (omni differen- dis, et de longum tempus dormientibus,
Vigefimalecunda opinio Benedilti, Montui, & Mercuriales dicendum caudam
longi iciunij ede condri&ionem cutis, pororumque occlu- fionem quidquain
ecorpore diffluere non per- uri ttentem.cap.2a4. Expenditur allata lententia
demondrando vfum, ac necelficatem alimentorum non ede abfolute indaurationcm
deperditi, fcd m alium finem : nec ita meatus omnes occludi pode,vt nihil ef-
fluat ccorpore.Soluuntur Beucdifli, et Montui radones, oflendendo cur cxlum
alimends non egear; et quo- modo corpora, c quibus nihil effluat, ali vanicade.
Vigefimafcxta opinio decernens abdinantes no- ftrosdiufinecibo,
potuqueviuercviherbx, ac medicamendcuiuldamfamem,fiumquepellen tu. Expenditur
allata fentenda offendendo abdinentesnodros nullius hcrbx, autmcdicamenu vir-
tute adeo longum pruduxideiciumum. Occurntur argumentis allatam fentenuam
corfir- manubus, confiderando naturam herbarum,& pharmacorum fitmem dumque
pellentium Vigclimaicptima opinio ex Valeriola referens caudam
aiuturnxabdinendxin puram confue tudmcm.Expenditur propofita fentenda,
offendendo contuet udinem non patere tam longam abffinentiatrc r. Satisfit rationibus viri Clariffimi,
offendendo qua rarione medicamenta, &venenanonagantin.
aduetos;&quomodofc habeat confuctudo ad cibum, et potum, cap.aaa. Soluuntur
argumenta Quercetani odendendo ab (linentis vilcera naturalia non fuide
petnficata; libri Capita centum Prifatio, inqua& difla dicendis attexuntur,
tam mitti Diftnbuitur viucnrium genus m fuas fpccies fupre Ariftotcli mus.cap.r.
minem Quomodo fe habeant ad alimenta propofira vi- ucntiura fpecies vniucrfim.
cap.z. Semen animalium St in vtero, extra vtrmm . femper viuere fine alimento,
In animalium mortalium genere aurelias, 8r nym phas appellatas nunquam vllo
alimento vri: co. paraturque generatio infefli ex verme cum ge- LIZIO in tex-
pofle Ariflo neratione hominis. Semen plantarum non tota fui vita, fed tamen
fine alimento viuere.Oua diu fine alimento viuere, quamuis non diu peratione
viuere ex definitionibus nflotcle promulgatis, Deducitur hoc ipfum cx tngefimo
De anima. o- animae ab A- fexto fecundi vitam fine alimento viuant. cap.tf
Ligna,fcu ramos,&arboresextra humum totam diu fine Adijcittir his definitio
vira in Tamis exarata propofitam iniermiflionem nis adftruens. naturalibus
nutricatio- alimento viuere. Stirpes terra infixas diu, ac fpeciarim tota fine
alimento viuere pofle. cap.8. Brutorum imperfeftioris naturi plurimas hieme
Ariftotclihocidemplacuiflcin Moralium, primo Magnorum diu fine ali mento viuere
pofle: ac fpeciarim icuinio, &ortu brutorum viucnrium intra ioli- diflimos,
imperuiofquc lapides copertorum.c. Aues quampluresdiu abftmere incolumes, c.ro.
Pifces diuturnam tolerareabftincnriam. cap. Tcrrcftrium brutorum perferorum
plurima tumumagere ieiunium. cap.r Homines diu a cibo,potuque abftincrc
pofle.c.r Quotuplex,quique caufla dc propofito nobis inquirenda fit.
Quotuplex,quiquefitcommunisidea vniuerfa-, lilque forma diuturni abfhncntra. y.
E quibufnam fontibus hauriantur argumenta caufla efficiens urqs abftinentes non
ali confirmantia, Homines in diuturno ieiunio nutriendi Quid.dr' quomodo radicalis
humoris a calore nanem intermittere pofle ratione aninra. Nos diuabftinctes
pofle a nutricatione toto co tf- penitus prohibere peffit. ponstraiiuociari
corporis habita rarione. De differentia originis xt 8. citra
vitfdifpendiuhabitaquoqj ratione caloris.c. jr. iqualitatum mifli, deque
Homines diu pofle nutriendi munere priuari ongtne radicalis humoris.
Differentia cflentu tnum squalitatum eflcntia natiui calonsfliumidique dicalis
explicatur. Pofle diuturnam nos agere vitam citra nutrica- tumex ratione vira,
fcu viuentis totius, quod ex anima et corpore mediante calore conftitui. tur.
Diu intermini pofle nutricationem abhomine ra- propofi- tioneipfiusmct
nutricationis. Diu pofle intermitti funrtionem alendi ratione peramentorum,
miflorumaqualium tcfcunt; a quibus feiungirur aequalitas humoris primigeni;,
Differentia promulgatarum ipecierum hu,, om- natiui mons
quicalorifubditusefledicitur nino ratione fpirituum. Confirmatur diu fine opera
nutneatus viuerepoffe homines dc lententia principium autorum, ac pnmum
Hippocratis, Nutricatione diu intermitti ex decreto Ocian diu nos pofle 3
nutriendi munere penes durationcm. cap Qui fitiqualitas impediens confumptionem
Celfi.c.14, ad aures Galeni ex illuftn fentcnria m opere it lotis ait hu-
natiui, SC humidi radicalis reperiri pofle. . et humoris naturalia Quomo-
ffir.- caloris, I tvi dicendorum ratio, naturaque proponitur. Liber Tertius,
inquoexrei natura difquiruntur caufisephyficx tara longum ieiunium confti-
tuentes, efficientes, conferuantes, terminantes, ac diftinguetcs cum generarim,
tum fpeciarim. fpecies Hominem diutius nutricatione intermittere pof- no- 1 6.
funflio- diutunra huius abftinentii. ' Aequalitatem virium in homine diu
fcruari pofle. de lc de mente LIZIO in
y. problemate prtmit 1 j. diu-
frOionis.aif.j6. LIZIO fuppofuifle,ac potius exprefle 3. Laurentio
nutricationem vira ncceflariam non fe.cap.3p. ef- Idipfum confirmatur ex eodem
Galeno Corrtcli/ fententiam approbante, propofi- Confirmaturhomincmfine aflione
alendi ftercpofle conii- diu de mete Galeni excorni 1 feOionis. t.a'phor.
Operationem virtutis nutririuse in atrophia ex Auicemra fententia. quoque
pnuatum aflionc nutriendi viuere pofle intextuij.hb.i.dc Confirmatur id ipfum
ex eodem tu -e1ufdcmoperis. Nutricationem inviuente intermitti ho- anima.
teleautorein yltimo problemate dteimtt fOiorir. Confirmatur hominem
pofleabfquenuiricndi dccreuif- fe viuentia funflionem alendi poffeintcruutte-
re, quod ena notauit Auerroes s.dcan. Marcello nutricationem in viucntibus
pofle. intermica Colligitur forma, 8 idea vniuerfaJit abftincnrra noftrum
iciunantium. Quptuplex,qu*qile fit vniuerialis riuo confumpeionem. Quotuplex
efle pofllt qualitas in mifto. ?. tarum; ra Difcrimen trium earundem
xqualitatum ratione leuradicah. squalitas quantitatis diferera; vnde mnumcry
fpecies moris radicalis a calore nanuo. Æqualitatem caloris quoad virtutis in
homine inter- teinno- caloris Quomodo aequalitas virium caloris natiui, er fe
fitim procreent Vt allinentis per fe non refrigeretur vlla ratione-, calor nauuus.Anflotclis
difficilis locus explicatur de refrigerio calor.s ab alimento.Galeno nem
alimentum non refrigerare calortm natiumn, nili per accidens, fed per fcilluin
au- gere. Vtalimentis augeatur caloris innati gradus, feu
qualitas;nonfolamateriacalida exercitatio ; cumdortilfimo Fcrnelio. do. Vt
alimentis non pofiit caloris virtus mtfdi abfq; Vt verne melerei de ventrtenld,
inteftinis f» gant alimentum non expertato fine cortioms. Vt folia, ttores,
frurtus, et femina plantarum pars tes vere non fint, fed excrementa
potius, Vt cx co, ouod oua,& femina
citra nutricatum vi uant,colligere polfimus perferta quoque anima lia vitam
polle traducere ablquc alimentorum vfu. co quod fubicrta calori materia
augeatur. Vt anima nutriens artum habeat immediatum, et Curnonfintfrequentioresnofiri
abfiinentes, fed proprium, in quo edendo no v tat ur organo cor» porco. Calorem
natiuum in nobis,quin etiam ignis riam- tnamapudnos, non indigerencccllario
humoris,quo vcluti pabulo nutriatur, Cur calor humorem in milio, et in viuentc
prxfertim d:palcatur,& intentum procuret, exercita- tio cum liibtililfiino
Scaligcro. Vttn Ecllali ceffct anima nutriens ab alcndimu- nei4.Vt Ecftafis non
Iit priuatio munerum animi intcl ligeutis, exercitatio cu virodortiliiino, ex
Sca- ligero.dd. Vehementi fiupore^hjsque plurimis de caudis de 1.
Jertabanimopolle omnes nouones, et habitus, c Vtalimentivfusnon
fitadrefiaurationemde per- di ti,fcd ad auocandum calorem a cita conlum- tione
humons: exercitatio cum Magno Al- crto.cCur femen maris in vtero femina:
concipientis no alatur.Vt IcmcnnonIit parsanimati, inquoeff.Vt
ou»iubutntancaliat ammata. Digil qt fit
mK cuerti naturae lr| Calor, definiendo^ non^UfrAr.Vt calor iniitus
igneo pro| iCrefpondcnscoi cum femetipfo coUlgaturitluod
vcgcticficak.re,&hieme tiamehushabeant. aa,.:j) mi Ha.t.gMUlCi fsklJlli
l"v'i fcwnq..4,..V«m .t {}.{ioli 1. :S utrori'' 1 1 ) r tluf. tvi. 11 . 5
. un. l M-k 'V' t -'iiklia^. Ohtvn.i, i!,» lRttift j 1? ' m. .j.j.il r.cvt .1
r4 .1 a» c ii t.ojSjva nm.iinhijjafc. Btiftt remtr.il buUma ttiu^ bi' iV. min vituentCe fiuniftionecs UDt inirn^»
marica Mntehumorem abfumert.dicatur. BnOoniidoaw» rf.u.
bkrAt^natnitii\«i>.tthtij . t .1 Sei.t e«10»rilrurfvht 1 ? 9* i >v fp
wuiMe''•{! a.l8-t. aavttt '»wj.iW'i'i :.!.wtvers qiRt . J.vrf>u.*-c tiVa
humorem \ .s-u.-ue. K.,i .1 i/.XIA'VtrQ\i,' "i'l 9\a.1r’.av.iii.pi iA.ivr1
As.ftla,i),at;yi juajm.ih. i1riumdicaviipfuiacunfuaitre Yalcat.0^.1^Awimtar UiAnti«naV.v,?y..«ri*a:
Trium Cupidinum; Voluptuofum tyranni demin Animæ facultas, concupiscibilisvtin
anima vin Amotescur Alatifingantur. Cur Amores Nudifingantur. De
Amoristergemini pulchritudine. Amor curnoncæcus inSchemate fidus. sa,
gercnsincacumine volucrem, et caueam De fructuarboris sapientiæ, nostroinSchema
Inter.viros altafapientiaprestantes, efequi nonvocedocerefintapts, fedtantum,
Schema Gemme. Sapientium,sciendi cupidos edocere valentium,
tresesseclasses.Coruicumviro fapientiæ scriptore detegitur analogia. Schematis
Amorumtrium explicatio Medica. Devolumine Mufices, invnguibus Coruimy ab
Alciato, consideracur. Schema Gemma. Explicatio viri eruditi de Amore nocturnas
Amoris origo mirabilis; a Platone polica,de Defrondibus Aoribus
hwnanæsapientiæ. claratur. Amor voluptuolus veergabellicum, et litera Amor
fapiêtiæcúrnuduse fictus. Decer gemina significatione ftellæ prælucen. Amor
sapientiæ curalatus, et quænam finteius cisin Schemate poni caput
viripsallentis. Alæ. Quomodo fapientiæsymbolumsitarboranno Amoris
Emblemanoftroperfimile, propofitum voce tantumodo docere valeant. Schema primç
Gemma. De arboris in Schemate piata coinparatione 16 busomnibus, modo fcriptis.
geminos Amoresprobaspassomexercere, çatirascibilem, et rationalem, Amor cur a
veteribus Diuinitatc donatus, Explicatio Schematis ab incerto propolica
consideratur. Yeiundas. Depriscis Anularium Gemmarum Sche maribus cxplicandis.
Amor sapientiæcur, præteralas,adhibearetiam brachiamanusque geminas,
quibusfuniculo riuin impcriolam tyrannidem exerceat. Sapientiam apprehendi ab
Animo Doctrinę Humanus animus crga sapientiam cur se habeat sermone vocali
discendi cupidos crudi. ente :primumque de biformis inferoa parte
fticicanentis, repræsentat (1.. Inter viros dostos inueniri, qui non fcriptis
Amor sapientiæ cureffictusingemma puellus Supremamonftriparshunana declaratur.
Vt Amor pusio,corporepusilo imocens, arq;moribusfimplex gallum referente.
Pientia comparatur. ad arborem scientiæ boni et malı, dudum a De fru&u
arboris scientiæ boni et mali, primæ uæ in Paradiso cantilenas ad amicam
personante perpen duplicisecollarinaltum. Responsio de Veterum Gemmarum ex-
Demagnoconatu, ingentiquelabore, quofa plicationcadcunda. Amoris differentiæ
tres cxplicatæ. Cur Amores ætate pueri fingantur a veteri sedulalectione,
acintenta Aufcultatione. Schema Gemme. ditur. Propria proponitur explicatiode
viro fapien. Amor fapientiæ curingem mafi Ausefteffigie DeBarbito,
seulyradigitishumanispulfara pusionis,acinfantis. Deo in Paradiso creatam .
cedelincatæ. Pror Proposito Schemati
comparauraliud Fabij Septentiam Viricl. hocsensusunprám, nocon cundiatoris,
exterminatione confiftere, Schema Gemmę. uenire Schematis imaginibus,
oftendirur. Propria Schematis explicatio prior eft, de Amico veromọitain Amaci
et defunctime. De Armış offendentibus, Heroico Amoribel licodatis in Schema re.
De Cun&ationebellicaper Amoremftantem Proponiturexpofitiopropriadeamorę Ca.
indicata, tofis: cap.xlvi. postulan. Amicum verum inaduerfitate dignofces, cile
fót: vél Tetbydis, aut Veneris Amores:vel Ægyptusludens ditur. Prima cxplicatio
noftra moralis, de formola Peleum, velVencris ad Anchisen delatione,
formofitas, do oscaffo, Şecunda Schematis explicatio, de Amico Pulchra mulier,
permarevitavagarsadare De Amoris bel lici clypeo hieroglyphicum, Cur Amor
istebellicus Pedes,non Equesef, Super incrementa Nili. Amici de funéti memoria
femper in corde confer. raptaproponitur, &adhistoricamfidemrc digitur,
Amoris bellici, ro, qui dignoscitur in aduersa fortuna, Schema Gemma, exarmati,
pendicur. indignacionem.cap.liv. Coniugalis Amor armis offendentibus expolia.
Proprja sententiaproponitur,quæ’est,obocu losooni Schemate noftro proprietares
Amoris irascibilis, fiuemilitaris: primumque de Schema . Gemme. Index
Titulorum, De Amoris bellicivultufæuo, seuero, actan. Explicatio
Schematisacl.Viropropolita, de cumnontoruo,minaçique. De propria significatione
Galeæ incapito dicitiam Matriş-familias. Schema Gemm &. De Amore civili,
qui vocatur Amicitia, vt a tri muliere,quæ nimium extra domum vagans ad
arbitrium,vel eft,vel euadit impudica, yanda;& Amantem non
redamatum,indi- Propria explicatio Gemmæ
proponitur, de gnabundum extinguerequam affectionem, Schema Gemmx .
Triconepulchram Nympham marinam yo, Aliena Viri cl.explicatio,de Amore monftran
lentematq; lubentemcomplecterte, perqs maria ferentc. redamato, syum Amorem
extinguente per Amorem Heroi cummilitiamagisin conferuatio Secundus eruditi
viri sensus explicatur, et ne Ducis, et Exercitus oportune celeris, et cunctantis,
quaminhoftium expenditur, moriam eonseruante, Opinio, dicenshocese
hieroglyphicum Amo Secunda Şchematis explicatio, de Amantenon ris
concupiscibilis per visam negociofam corpore milicis generatim. De Amoris belli
ciceleritace, perAlaşindica- CupidineindigneferenteSibifpiculanegari a
Venere,proponitur et expenditur, filius in Schemate noftræ Gemmulæ, IN
SchemąGemma Smithi anaexplicatiode Nereideper falum Amicus vs que ad Aram Amico
illicila busantea declaratis, Concupiscibili, Ra. Secunda explication fabulofa,
vel Tethydisadrionali, et irascibili contradistinguitur. Opinio ponons hoc esse
symbolum Amorisvo- Terrinexplicatio physicade Ægyprolafciui luptuosi,
expenditur, entesuperincrementa Nilio Rapina puellas dealiasrespulchras exponit
Propria declaratio prima de Amico vsque ad Aras., Fur et pudica Maire-
familias. piugali, exarmatospiculisoffensjonisperpu bitrium, velimpudicaeft,
velimpudicafa. equo marinoveda, proponitur, et cxpene Sententia virieruditide
puella vere a Tritong tccun&ashumanasr esessevanas, proponi- Secunda
cxplicatio,deTijroneraptāpuellam tur, et explicatur primosensu
noftratélubvndasasportāte, Tertia Capicum Operis. Tertia moralis eft
explicatio, depiratis,acpræ- Deoratione Mentalisubhieroglyphiconudæ mortali.
Propria Schematisexplicatio, declarans spe tem et faciem interga versa in,cumligneum scipionem.
cDe forma templi Delphici in Schemate. De consulentis Delphicum oraculum baculo, Mundi Systema,
partesquevniuerfuminte. grantes, explicantur. ASTV'S DEV DITVR ASTV. In cogniti
viri explicatio indicata ex senis datotibus, aliisquemaritimaclasserapienti-
mulierisgenuflexæ,sedentis, et vicumque busresalicnas. Sententia C l . viri, de primo quadrigarum inuentore
proponitur ac expenditur. Oraculorum Diuinorum propriumest, homini,
deEricthonioaPallade, ceu filiofpurio, et tanquam presentes. Schema Gemma. De
Papauere, simulachrosomni,aquoprima De rupe templo Delphico subiect:. Propria fententia proponitur primumquecal
sumitexordia et inquodimidiumsuædura
giliapatratarum, perenneinin conftantiam. Proprialententiaproponitur, et confirmatur,
impuro proicãobus euentus futuros demonftrare Schema Gemme. Aliena
declaratioproponitur,& explicatur. ciarim arborem in lacus propeod ntem,&
hominis cõsulentisoraculum cumpailijpar De Papilionc, significante breuitatem
humanæ vitæ. De Simulachro in templo Delphico. De Canopo, Deo Aepytiorum,
superante Iouis figura vesitaptum Terræ hieroglyphicũ. OratioVocalisatque
Mentalisvnacon pirantes Pallas nuda ve fignct ignis Elementun . Deum
flectunt,ob efficaciterexorant. Schema xiv, Gemma. De Mercurij ligno, Elementum
Aeris repræ de Detribus orandi modis antiquis: ftatario,ad Beneficij,
velabrutisaccepsi,Deumefegratum remuneratorem geniculato et sedentario. decoreftantis, ambabusmanibus Deocor
offerentis. Deque antiquo more tenendi Pallijmotus in terga declaratur. Explicatio
noftrade Mundi Syftemate,parti tumAquæ.cap.xci. uariælymbolummedium
explicaturdevita Dc Rota,lignantehumanarum actionum, invi. Schema Genoma.
Tionis habet humana vita. De Vrna sepulchrali, ad quam terminantur a&iones
omnes humanæ vitæ mortalis. Schema Gemme. Deum Chaldæorum Ignem, viâorem omnium
aliorum Numinum Gentilitatis. buiqueintegrantibus, proponitur; primum que
Zodiaci declaratur imago, pro toto Cælo.D e oraçione Mentali vereres profanos
egisse. Facici mira versio in tergus explicata. Schema Gemma, corroboratur.
Voca- De Nepturo, repræsentantetotum Elemen D e viribus et proprietatibus
orationis lis, atque Mentalis, Deo
Accendo p orrigen . sentante, Poeta HEROV M FILII NOX £ . autoribus proponitur
et Humana vita eft morsvndique miserysobfella. expenditur. De oratione Vocali,
fignata per mulieremic. miamittam, quædexteralacinian tenet,fini- Schema Gemma,
Explicatio Viri Cl. re&taproponitur, et latius ftraserpentem porrigit. Aras
ab orantibus. Poetabonus, ad Lgraincanerenescius: vel Propria Schemaris explicatio proponitur, de
canere nescio. Secunda Schematis
explicatio depromitur ex pium natura generica, Proserpinæ Schema Schema Gemm
&. ponendis apre
facilequedislidijstum ánimo rum dilceptantium, tum corporca violen:. Noftra
explicatiode Ducisexercituumeripli- Sacrilegus Brenus ad Altaresempli Delphici
ciproprietate. Tertia declaratio nultra de Amoris genitabilis fcibilis et
Rationalis, explicari Schemare. Produnturin Schemate. mortem fibi metipfi
sponte conscisceredebuis, Auroranettens Atheraterris,prouchit oria diem .
Schema Gemma. Aurora diejnuncia, celeriterorbem terrarum circuit. .
tiabelligerantur, setranfuerberat. absolute, frustra laboráns. Hesiodo poeta
bono carmita sua ad lyram adagio veçusto
de viro fruftra laborante. PRINCIPATVS ANIMALIVM, Ducis exercituum
proprietates: Amorisgenitalisimperiosapotestas, G Amoris tres differentia,
Elementa vitalia. imperiosapotestate.
vel Ampli il regna benegubernantur, Explicatio viri Cl. de Principatu
animalium. altronomo Lunæ, liderumque seruante, phasesob- De Ajace semetipsum
interficiente, gladiodu dum ab He&ore sibi donato terramcum
Plutoneraptoremanente,totie dem supracerráapudmatremdegente,my. Num
Sahemapossitintelligi.dam fra&tam supplente,affertur,& expen ditur,
Schema Gemma. De Cererisfilia Proserpina,sexmenses intra Amoris
tresdifferentias,Irascibilis,Concupi Elementa viuentium fcracia,& altricia,
terna Anonymisententiade Decio proponitur et
cxpenditur,obferuatoris hieroglyphicum. Schema Gemme, numpoflicimago
Schematis interprecari.Explicatio fabulosa, seu poetica viri do &i de Schema
Gemme. De Mercurio Canicipite, Regnum Acgyptium optimegubernante, Schema
Gemench. De viribus Sapientiæ, ac Eloquentiæincom. Ajaxfurens, ob Achillis
armfaibi negata, Schema Gemma. De Catone Veicense, semetipfum cõfodiente,
Proponitur explicatio propria,de Brenno, Proditoremnunquamplacereviroforti,
etiam cui sot vtilis prodirio nesati hoftis, Schema Gemm. Explicatiovirido
&ideCicada, citharæchor Pulchra fæcunditas, a terracalore rapta, fex
menfeslater intra terra viscera, totidem. que fupra terram in aere degit, C.
Sapientia, don Eloquentia litigantes, atque pugnantesanimos apsefaciley,
componit. Aftrorum Lunariummotuum et phasium Endymione a Diana ad amato.
Propria Schematis explicari o proponitur d e Gallorum Duce facrilego, qui
semetipsum confecerit ad Aram Apollinis in templo Index Titulorum, thologia
cómunis explicata. Propria explicatio de vegetabilium, feu stir te,
fabulisquerepræsentata, Sapientia, et fortitudine,fagaciqueprudentia De Bruto,
separiter pugione confodiente, Delphico Schema Gemme. De off Au Cæsaris
accipientis caput Pompeij Magni a proditore, qui virum interfecerat, Schema Gemma. Larma. fiueperfona Dramaticum
Poctamoftendit. Sue prijci sacrificabantvbigfingulisfere Dijs
vitaprecellentibus, ta vetusta. AftNo .
Schema Gemma, Schema Gemma. Virtute fortunamsuperari. Dc Qliadrigain
Anulosignatorio PlinijSca cundilunioris,& Rana fignatoria Mecæna eis.
tasmaximoperedecet. Schema Gemme. cultatibusin columem. Martiales virimulierumraptor
esprimi, par: Centauri cuerentis, et fagitcantis tergeminum novelfatuplenum, et
excrinsecusoleolisi. Generofasindoles educaridebereab Heroibus ujoueperundum.
Lætarin eminemo porterefraude; quum et ipse consimili capi valeat. cPropriæ
fententiæ declaratio, devitæconcemAmpli Dominij splendor non ofuseatsidera viro
Virumingenio, probitate, fortitudineque polen? thiuminbono Principe, Magnoque
Mini, Stro,quem taciturnitas atque celeri. sememergeredefawienrisfortunediffi
Gerimis Anulorum insculpiconsucuisse vultus gemina, fugax, dprocax,
mysticerepre. Jenialacalefti Sagittario. Insignium virorum, adillorummemoriam,
cultum, et imitationem. De Hominisin Alinumtransformationeper maleficā libidine
abutentem myfteriumexplicatur,primumquedeScr monishumanidifferentia,&
velocitace. Veterumsaltatio Iudicrasupervtresplenos, et
extrinfecusvnitosexplicaia. Eodem Hieroglyphico denotari humanæ vitæ naturam
fugacem, geminaquc differentia De vererum ludicra (alcationesuper vtrem vi.
Schema Gemms. Personam non attribui PoetæLyrico,vel Epi- Chiron Centaurus,
vtviruina&uofæfimul& contemplatiuæ vitæperitumindicet
adomnia:jeaprecipue Veneriadpuritatem coniugý; dfæcunduarem prolisinNuprijs. Schema Gemma. Furum ex rapto viuentium antiquitus
condi Schema Genome, De SacrificioSuisapudantiquos. Fraudulenti pari
fraudecapiuniør: do Vitecontemplatricisverumacgenuinum hieroglyphicum. Schema
Gemma. Gandium& Mæror viciffomfibifuccedunt. Schema Gemme. Anonymi
sententia perpendicur de Psyche Pyralidisalasbabente, ansit Animesymbo
fomquediffamati. Humani Sermonis ; do bumana vite natura in actuos apariter et incontemplatrice
Schema Gemmt. Furacisrapacitatistypus,& inftrumen. Virorum infignium
imagines Anulis in sculpifo: litas,adeorum memoriam, culium,
Mulierumraptoresprimos,& paffim fuissevi ros bellicolos. imitationem.
Libidinis atque Magia prauapoteftasingens, Schema Gemma, virtutis, et vitijdistinctam,maximeque
libi. dinosam. Cole delle proprium symbolum Dramatici. aprum cducaregenerosa
indolis adolcicencs. De Marlya geminatæ tibiæinucntorc fabula menio
latjusexplicato. Schema Gemme. Schema Gemma. tionesexplicatæ. lum absolute.
Platricisintimis attributis. Atuosa vita prima species Bigisinludorum Alia
Panos explicatio devniuerfo proponitur. Circensium Schemare currentibus
hieroglyphice interpretata. Aftuofa vita secunda species, Moralis&Actiua
lufta Zelotypamulieris indignatio, familjema eft: nuncupata, Quadrigarum
fpectaculomy. ftice representata. Schema Gemme de Equo
Troianoproposita,&expensa: Propria Schematis explicatio primumque Darctis
Phrygij deNaturalicu narratio. piditatesciendi. Virorum Heroica virtute
preftantium vultus Potentiorum præde opulenti: Telluris occupatio apud antiquos
merorieac imitationis ergo Dilly's Cretensis Ephemeridum inuentio communis
receptio. veterum, Achillisi mago qualis, et curin Schemace. vltionem, Bigarum
cursus in stadio ve indicet Artificum vitam effe&ricem. comprehendere
fatagientis. Responsio LICETI denneac formasuisymboli Schema Gemmik.
Sophiftaperimitindocius, adoctisinterficitur in literario mundo. Quadrigarum
cursu signariviram Adiuam, Naturalis cupido sciendiqu. erielatentesrerum
præcipueque Milicarem. que Aduerfus hoftesinbelloiusto,dolis Schema Gemma,
expenduntur. cap.cxli. paratur, ac de singulis tribus censura pro mulgatur.
interitus, Schema xlvij. Gemma. pafjem effigiatos. haberi. a fortioribus:
Agraria Legis occafio, do ego Amicitia cogens ad iustam
PerfeisimulacrocurfignaueritAlexander, cur vsiveteresin Numis. Multiplexænigmatis explicatio:
et primade potentioribus diripientibus aliorum opes. De Anulis, quos
adsignandum habebat Magnus Alexander. Secunda Schematis explicatio nostra est,de
robustioribus,terræ dominium, acpofsef Panos Hieroglyphica, deSermone, deque
Vniuerfo declarata. Tertia explicatio
politica noftra Schematis, de terræ distributionem ilitibusvi&toribus, per
Schema Gemma Platonica Panos explicatio, de conditionibus, Legem Agrariam,
affertur. Quarta Schematis explicatio noftrae ftphysi. Auctarium. Schema
Gemima. ca, de typo Agriculturæ. Hostium donfau fpecta fempereffedebere.nam.
Poetarum et historicorum communisopinio, Veriores fententiæ deSphinge
proponuntur exalijs,cap.cxlij. Tertia sententia PLINIO, Pausaniæque de Troia
Equo proponitur, et allatisanteacom Arcana Numinis, et edifta Principumnonime
telligentem, acnonobferuantemmanet Schemaxlij. Gemme. vis: Agriculturetypus:
Ægyptus: Schema xlvii. Gemma, et PROPIA NATURA SERMONIS HUMANI proponitur.
QuintanoftriSchematis explicacio, de regione fionem fibi occupantibus.
licerarij. inuentis ingenia macerat. Schema Gemme. aqueacviribusvtendum . Aliorum
opiniones de Sphingereferuntur, et Propria Schematis explicatio proponitur de
Troiano Equo secundum senfa poetarum Principum,& nonintelligentesoracula.
Index Titulorum, De Schemate noftri Mercurij Pana fugientem caufas, quibus
inuentiscellat, non Sphinx curinterimat non obseruantesedi et a Ægypti. Postres
i Poftreina Schematis explicatioest, de Amici- . Crucifixi Predicatores,
Pifcatoreshominum: ciæ, ad vindictam injuriarum cxcrcitum. co. Chiorumantiquain
Homerum obseruanti apu Explicatio prima Smethiæ Gemmæ de Crucie c Explicatio
primæ Gemmæ Rhodianæ, rife, Propria Schematis explicario de Mula Thalia rentis
obseruatores cæleftium luminumn proponitur et comprobatur. Curanti quis acerdotes
offerrentali quando la Secunda explicatio Gemmæ, dehomineforcu crificia
Numinisedentes, licibello Cælaris Augusti nata, Belisarja. Afferturgenuina
declaratio Numi Comitis11 Comica lafcime gaudet fermone Thalia: vel Sccunda
nostra Schematis affertur explicatio dia gentium comparari. Salute patratum natomarehumanævitænauigante ventose
chariftie Sacramento.Schema Gemme. ad veritatis imaginem. Felicishominis,feu
formuaritypus, Nawigans cum ventis in V'tre conclusis. culo. gentis,
hieroglyphico, c UniuersalisIudicijtypus: Mirabileconuiuium in Deserto; Viros
fapientes publicismonumentisefe colendos Schema. Numifmatis, Schemą liv, Gemm.
De Smithiana gemma.cap.clxii, Animo pacato sacrificandum et fupplicandum,
Fructuum atque frugum vbertatem concors Schema Gemma. Concordia, et fidedata,
feruataquçmirificam Miles atrocibella fuper ftes in ærum nofam incidit inopiam
fæpiffime duobus piscibus mirifice, Quarta explication Gemmæ, de
Sacrofan&oEu Schema Gemma. cundoadarbitrium,fincracionis guberna blica.cli,
Comparantur Numismati de-Lazara duo ali Numiab Augustino propositi. rá curba in
deserto quinque panibus et explication viri eruditi de Venere, loco, et Cupidi
neproponitur, cap.clv. Schema Gemma, De Amore fơecundante criainferaelementa.
apud homines promoucri bonorum ome niumybercarem, Schemalvý, Gemma Belisarij et
Horatij [ORAZIO] poetæ paupertas, exinfc Fortiondinis audar facinus, pro patrie
næ calamitatisfere çoinpar exprimitur. Digreffiode Cicuræ medicamentis,
&veneno. Mutij Sczuolæ Romani grande facinus et inli- Responsio
deCicutæviribus: et pri mum, cus non habeat vim ex purgandi cor et eucharistia
symbolum. Fixi prædicatoribus hominum piscatoribus. Schema Gemmila luftriss,
loannisde Lazara, De sepulchrorum differentiis et Homericu. Secunda explicatio
Gemmæ, finale iudiciuin mulo, cap,cliii. Poeta Comici, Lyrici uelafciuiori
sactus, Gemma celestium obferuationivacandum animo curis vacuo, quies centeque
corporeprorsus Expendunturalları Schematis imagines, &
sensaViricl.cap.clvi, Aftronomio blernaca, et Aftrologiludicia, vc
exarretieridebcant. cap.clxvii. myftice referentis.Tertia explication Gemmæ,
desaturatainnume de Poerafcu Comico, feulyricolafciua fupidoMaria,Terras
doAeremfæcundans: carmina pangente, cap.clviii, gnis erga Patriam Pictas atquc
fortitudo detegiturinGemma cap.clxi.
pora çiçuræplanta: deque duplici genere Cicutarum, Sale. beat molliendi.
etiamproba, plerumque multum nocet sibi, dum viro coniugi, Cupido au olans a
Psyche fibi non morigera, Amaritudomunuscælitus datumhumanænaty. Ra ad
procreandas multasbonasactiones. Schema lix. Gemma. Quatuor Nouissimorum
explicatio in gemma de mortis memoria, per anulum schematis De
secundonouiffimo, quodeftludicium Dei poftobitum hominum, perperdentis corum
post ludicium luendis a vita de f u n et is per perenni poft obitum, aut
purgationem in cælis possidenda, per Stellam, lunam et cicadam hieroglyphice
signata. Per oratio totius Operis,Caputvlcim
n quo agitur de Monftris generatim. CJ Onflri varia ftgnijicatio 5 (02
propria efi, ac noflri inflituti^. deteoitHr, Monjlri etymologia vulgaris,
quaft res eventnras monjiret^confiitatidr; vem (^ propria proponttur»
DeMonjlroriim Hnmanorum reali existentia, Realts extftentta Monjlrornm
irrationalium naturam non eoredientium patefit, OBenditur in fiirpibus etiam
revera MonBra contingere, De Mon''hor Hmcauffis generatim ijtiot ^qu^ecjue
fint, Monflrorum caujfa Hnalis generatim (jtiQtupLex^qucec^He fit.
DeMonflrorumcattffaformaligeneratim, quotuplex quaquefit, De Moniirorum caufia
ejfetirice generatim, quotaplex, qu& quefit De MonflrorHm caiifia
effeflrice generatimtquotuple Xiqucequefit, Propria Alonfiriffeneratim accepti
definitio investigator. Inventa Monfiri definitioexplicatur.CMonfridivifioin
fuas fpeciesfupremasmtiltiplexaffertur, fedaptior eltgitur In quo fpeciatim
agitur de Monftris
tjumanis.Attexensdi6iisdicenda^&dkendorumordinempromulgans.ORige canjfd
Mon^f OYPimh manorumcomm Hmsqti<e^ "wplexejfe valeat. Monftrorum in
humana f^ecie mutilorum realis exiftentia ex Uifloricis elicitur, Origo, (
prima caujfa monBri uniformis mutili educitur ex propria materits defeu.
Secunda caujjfa^ C=f orfgo MonHri mutili oHenditurejfe ex dehilitate, ac
defe^uvirtutis formatricis, Tertia causa, ( origo
MonBrimutilijlatuiturinangufiiauteri, acloci f(stum continentis, uarta mutili
Monjlricaujfa^(origoadmateriaineptitudinem redigitUY. Quinta Mon(iri
mutiLicaujja^ (£ origo eft ex parente itidem trunco. Sexta causa 3 origo
Monflri mutili admorhumfoetus attinere dicitur, Monflra muttlaex imaginationis
parentum viexoririnonpojfc Monjiri uniformis excedentis redis exifientia ex
hiHoricis item compro- batur, (tajia, Monjiriexcedentisnatura, G?caujfa. prima
elicitor ex parentum phan- Secunda causa, (^ origo Monjlri excedentis in materics
nimio excejfu ejje perhibetur. Non omnia A^fonjlra excedentia ex
materi^srednndantia ex oririiJed aliquaexcedeniiumfuicaajfamtertio locoin una
materiae penuria obtinere. ^jiarta canfa, (^ oriuo Monjlri excedentis infk
perfcetattone collocatur, .^inta caujja, origo Monjlri excedentis rejolvitur in
iteratam ejfu^ Jionem maternifeminis in uterum citrafispeYfQ^tattonem.
Sextacauffa, £? origo Monjtri excedemis pertinet ad anguHiam uteri Septima
caujfi, c^ origo Adonftri excedentis ex parentibus monjirofts elicitur. OUava
origo, ^ caujfa Monftri excedentis in vitio nutricationis confiftcre
perhibetur„ Nona ratto, (^ canfja Monftri excedentis monftratnr in
animipajfionibus parentes aJJicientibHS : ex^rciiatio cum Cavdano, (^ Parxo.,
Decima causa origo MonjiriexcedentisinviolentafKaternicorpo^ ns concnljione
reponimr, .U/idecimacmjpi, ^origo Mon riexcedentisrefertnradmorhnm fœtus,
Monjlrorum ancipitis natur^efHbfillentia realis demonflratnr, Jldonftrianctpitisorigo, Causa. Communis
injtntiaturj ermturque prima. ex ?nateriet diverfce dcfe^H, ac excejja. Secmda
Alondrfancipitisorigo, caujjaextiteriangufiia, (de" feSiu
virtuttsformatricis explicatur Tertia Monjtnancipitis origo, cau^ainmorhofmtm,
^ffiperfce' tatiom deteqitur^ ^iarta Mon^ri ancipitis origo, caujsa refertur in
materi<e ineptitudinem, iteratammaterntjeminis,
(fanguinisejjluxtoftemaduterum, citra fiper fostationsm,
intaMonjlriancipitisorigo, causa de promitur ex parentum corpore Monjlrojb.
Sexta Monjlriancipitisorigoy Ccaujfaex vehemenii parentum imaginationei vitio
nutricationis in faetu enucleator Mofiflri ancipitis origo, Cscaujja feptima
reponitur in arte, peccata JSfatura imitante, ac nonfine ai^ilio Naturiz
operante. Mon^ridijformisexi Bentiaexhi Horicispromalgatur. De Monjlri
dijformis natura, caujfis; primaque illius origo refoU vitur in malam uteri
conformationem Secunda Monjlridijformisorigo, &caujfaJpe5lat ad malumjitum
placenta nuncupatas: cujus ufns explicatur, Tertia dijformisMonfhicaujfa,
(^origoexmoladepromitur. arta Monjiridiffhrmisorigo,
(canjfaofienditurexmotu, inta Monjlri
dijformis origOj (caujfa flatuitur imhecillitas fa- cuttatis difcretricis, yi.
Sexta origo, (caujfa Monjiri dijformis ad nimiam materiie vifet- ditatem
rediaitur, f^lI. Monflra informia, dehitam memhrorum figuram non retinentia
reipfa inveniri. Cde Ad onflrovuminformiumorigine,&caujfa; qu^primlmde
ducitur ex imbecillitatefacultatis formatricis. Secunda Monfirtinformisorigo,
(^caujfj,exanguliiautericolli" gitur. Tertia informium monfirorum caujfa,
(origo in motu inordinato repO nltur„. arta informis Monflri origoi caufpi
d(?prmiturifi mola (fLicema, tumore utm^concuTYmie virtHtisform^trkn
imhcilliime, acmatem tertceweptimdifie,inta informis Monflri orlgo j ($'
C(^0jj4 ex imMgimtio^e parmtum vehementiexi^ltcatHr» Cap, Sexiatn formis
Monftricauffa origo innsonflrofo parentedete* gttMY, Septimainformis
Monjlriorig QcaajfnrefertmadmenflrmYHm fliixum tempore conceptus,
Monjirienormisexi Hentiapatefit, Monjlra enormia et omnino monfira mn ejfe
infantcs candidos e fareKtibus JEihioipibws ortos necviciffm iEthiopum
moremgros e cmdidis: (^decolore Aadromeds.
Monflri enormis origo, caujfa prima ejje in imaginatione paren»
tHmperhibetur: ^miiltadeaureocri^re Pythagorse confiderantHr, Secunda
Monfirienormisaureofemorecaujfa, origo reponitur tn
exhalationeigneadecorporeviveniis efliMente, Tertia Monfirie normisameofemore
caufia, origorefblvitHYin morbum regium, ana Monfiri enormiter pilofi caujfa i
(origo ex craffitiei (fuligi num copia extruditptr; ubiplura de cordepilofo
Ariftomenis, inta Manflri enormiterpilofi origo, causa ex parentepariterpih» Jo
petenda eft. Sexta Monflri enormiter Upi defcentis origo et causa ex
intempefiei tic materiae ineptttudine dedudtur Mon^rimuiltt
formtsineademfpeciefnbf Mentiapatefit; ubidecapi-'le ytrtli mulieris corpori
ajfixo de Hermapbrodttts mira quadam explaviantur. Monfirimultiformisin eadem
fpecie^muUerisnempevirite caput habenits origo, ej" cauffa prima ex
hetero^e»ea feminis natura educitur j
defemi» nis' Vulgo tnwiafculosmutatts; Qfdemn fculisefieminatis,
Secund.canfia ejufdem moftlhi multiformis ( ori<To excutitur ex de jtdu
fminis m^fcpilei Tenia Monjiri multiformis in eadsmfpecie origo (£
cauJfarefertHf i,id pdrentumimairin Mionem..t^ariuorigo,
(^cauffaMonfirimuliiformisin eademfpecieadpa rent^s conjimilem natnram attinef,
monfira mnltiformia ^diverfas animulium species in ecdem genere proxmoreferemta
fnonefie figmsnta ^jed in rernmnatura reperiri J^donjlYt midti formis diverfas
animali Hmfpecies in eodem geneYepYO^ ximo referentiSy canjfa c origo frima
depromitur ex apparentia. Secunda causa, G? origo Jkfanflri, mtiltiplicis
fpeciei animalia referen' tts, ex imbecillitate generantis pendere
demon(lrattir, Tertia canjfa, Cs* origo
Adonflri multiformi animalium fpecie elicitur ex deirenerata fsminis anima in
nattiram alienam.arta Aionflri mnltiformis varias animaliam species referentis
origo causa ermtm ex materialifostus principio, jtinta Monflri lotimani
hrntalem effigiem habentis orioo scattjfa ex virtnt is alentis vitio elicitptr,
Ssxta hominis monflroseferinaspartes habentisoritroj caujfain altmentaris
materiis vitio reperitar, Septimacanjfa,(^origo Monflrihitmaniferinam effigiem
habentisex morboelicitur. O avacauffa, origo Monflrihnmaniybrtitorumejfl
gieminmem' bris habentiSfjx imaginatione parentum defttmitHr Nona caufja,
corigo Alonflri varias animalitim effigies habentis agnofcitnr ex parentzbfis
monflrofs, Decima causa origo Monflri partes habentisbrtitorum membra (hnmana
referentes, explicatur exfeminum miHione, ac nefaria venere. Dttbitafiones
propofltam theoriam. urgentes diluuntur (prima edn a ex ARISTOTELE, alicubi
n^gante monjlrtim fieri ex animalibus diverfs fpeciei. AlteradubitatiQ
Maniliana, G Lucretiana diluitur, negans qtiiA ejfe nobis commune cum feris,
plantis ad invicem {nam Caftronianam ver^ bistemer efttffttltam, non
autemrationibusinnixam, latedif cujfimusinopett de Feriis Aitricis Anim3?,
difputat. Tertia dubitatio viri eximii negantis ex variis fpeciebus poffe ejuid
uni tantum parenti congeneum nafci. Exercitatio cum acutiffimo Delrio. Di in le
magis explicatur origo humani monflri ex fera nafcentis,Vndecima causa et origo
Monfiri y varics speciei anirmliumi partes habentis, ex cacodamonis opera
elicitur, Monflra muhiformia fuijfe conflruUa ex partibus referentibus animantia
diversl generis, Monflrihttmani membravHiorumanimalium habentis origo caujfa
prima in apparentiam refertur. Secunda
Monfira diverp generis origo S cauffa ex imbeciUitatsj vtrtutis generamis
colligitur. Tertia Monflridmffigemi origo, emffain Milifate fcrma- tricis
repomtnr artacmujfa c origo Monflrimnln gemie cimbecillitatcviv
tmisfeparatricis dedHcttm. inta causa,
erigo Monflri multigenei referturad femims degeneranoncm. Sexta caujfa
Monflri poligenii materice ineptitudo ejfe offenditur. Septima causa origo
Monflri multigeneidejumitur ex debilitate virtmis alentisfoetum, Octava causa origo Monflri diverft genii ex
inepto partium alimento educitur, Nona
cauffa, origo Monflri multigenii ex morbofostus adducitur, Decima caujfa, G?
origo Monflri multtgenii ex parentum imagi' natione hauritur. Vndecima cauflaj
Gf origo Monflri diverft generis adparentes
mon Yofosrefertur, Duodecima causa y origo Monflripoligenii habetur
infemitium permifiione, Decima tertia causa originis Medufaei tapitis in
ovogallin s...Decima quarta caujfa origo Monjirimultigeniiadvim mali Diemonis
refertur, Monftricacodamonis origo
explicatur ex causis prius adducis.
Vewv&tio totius operis. Licetus. Nome compiuto: Fortunio Liceti.
Liceti. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Liceti” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Licone: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: “Cuoco calls
Pythagoras, a non-Italian, the father of Italian (or Magna-Graecia) philosophy,
just because after his school in Crotona was vandalised by the vulgus they all moved
and rebuilt their secret heterodoxies in Taranto and evirons!” -- Filosofo
italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according
to Giamblico di Calcide. Licone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Licone.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Licoforonte: all’isola -- la scuola siciliana – Roma – filosofia
siciliana – scuola di Leonzio -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Abstract: Grice: “Oxford has this stupid tendency to
think they can teach ‘Greek philosophy’ – it’s evern worse at Cambridge! – The
thing is, most of the so-called ‘Greek’, or ‘Ancient Greek philosophers’ were as
Greek in the same way as we can say that William James – the Americo-Irish –
was English! My favourite example is Leonzio, from Leonzio – as Occam was from
Occam – and especially his pupil, Licofronte. We have to remember that this was
before Oxford, or Bologna, so that the idea of a ‘scolaro,’ or pupil, or
disciple – was to be taken, as the Italians say, with a ‘pinch of salt.’ At
Oxford we repudiate discipleship – even though Austin was once heard as saying,
‘If they don’t follow me who are they going to follow?’” -- Filosofo italiano. Leonzio, Sicilia. A pupil of GORGIA (si veda) di
Leonzio. Primarily a
sophist, he takes positions on philosophical matters. For example, he declares
that being from a noble family is worthless in itself, as its value depends
solely on the esteem in which the family is held. Licofronte. Licofronte. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Licofronte.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Liguori:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura
critica – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “At Oxford, we had a common ground –
we university lecturerrs would only teach what other mmbers of the faculty
would understand, since we don’t’ grade our pupils – the board of exminaers
does --. On the other hand, in Italy, there is L., who teaches what he feels
like!” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Personally, my favourite of
Liguori’s metaphors is ‘the abyss of reason,’ since Speranza has elaborated on
this: it’s Gide’s ‘mise-en-abyme’ no less, which breaks my principle of
‘conversational perspicuity’ – a mise-en-abyme text is just untextable!” -- Grice:
“Liguori has studied the metamorphosis
of language in one of his philosophical noble ancestors!” “I like Liguori: he has the gift of the gab for
metaphor: ‘i baratri della ragione,” “la fucina del filosofo,” “l’alambicco
dell’anima,” “la condizione del senso” ‘il razionale dello irrazionale” o “le
ragione dell’irrazionale” “le ambiguita della ragione,” “Trasimaco ha ragione”
“Giustizia e carita” Ritratto. Frequenta il liceo classico dell’Istituto
Massimo di Roma. Studia alla Sapienza. “Scherzi della memoria.” Si laurea con
la tesi “La scesi giuridica.” Insegna a Lecce ed Ostuni. Si dedica alla storia
della filosofia. Insegna a Bari, Urbino, Ferrara, Trento, Salento, Torino,
Firenze, Lecce, Cassino, Napoli, e Noceto. Con “E il vero baratro della ragione
umana” – cf. H. P. Grice, “Mise-en-abyme conversazionale” -- viene riconosciuto come uno studioso di Kant,
Graf, LEOPARDI (si veda), e Cartesio. Tratta Positivismo di Sergi, Lombroso, Morselli e Vignoli; della scesi di RENSI
(si veda) ponendolo in critica relazione tra LEOPARDI (si veda) e PIRANDELLO
(si veda). Scrive di de' Liguori e di Benedictis, detto l'Aletino. Collabora con
l'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. Tenne rapporti epistolari
con GARIN, BOBBIO, Augias, Binni, Donini, Ferrarotti e Timpanaro. Fonda ad
Ostuni il Circolo Culturale “Sic et Non”, cui aderiscono e collaborano
note personalità della politica e della cultura quali Donini, Fiore, Radice, matematico e fondatore e direttore di
“Riforma della scuola” e docenti delle Bari, Roma e Lecce. “Sic et Non” si
impegna in complesse battaglie civili come quella per un dialogo tra marxisti e
cattolici, ed altre incombenti questioni sociali come la campagna per il
divorzio. Stringe intese, oltre che con moti uomini politici e studiosi di
chiara fama, con il gruppo dei cattolici del Gallo di Genova e coi fiorentini
seguaci di Giorgio La Pira, i quali si riunivano intorno alla rivista “Testimonianze”
diretta da Balducci e Zolo, nonché con i ragazzi della Scuola di Barbiana,
diretta da Don Lorenzo Milani. Manifesto editoriale del "Sic et Non"
è la rivista Presenza, da lui diretta, che testimonia questa attività politica
allora pionieristica per una piccola provincia del Sud Italia. I sette numeri
pubblicati della rivista Presenza, e altra documentazione di tale impegno
politico, sono attualmente depositati presso la Biblioteca di Ostuni intitolata
a Trinchera e comunque ampiamente documentati nell'unico saggio autobiografico
dello stesso autore. Critica e commenti sull'opera di L. Carteggio con
illustri studiosi Bobbio: Il saggio mi pare di grande interesse, per l’ampiezza
e la serietà della ricerca su un tema, se non sbaglio, mai scandagliato a
fondo, eppure importante nell'ambito più vasto della storia della filosofia
positiva, della critica letteraria e della cultura torinese (argomento a me
particolarmente caro). Sono convinto che si tratta di un lavoro di prim'ordine,
che rende giustizia a uno studioso e a uno scrittore (e poeta) che è stato sì,
ricordato più volte dai suoi discepoli, ma è stato poi dimenticato dagli
storici. Credo che questo libro sia un effettivo contributo alla migliore di
quel periodo della nostra storia che la cultura idealistica aveva disdegnato:
un contributo di cui soprattutto noi piemontesi dobbiamo essere grati».
Sebastiano Timpanaro: «Mi sembra, e non lo dico per adulazione, ma con piena
sincerità, un'opera di livello davvero eccezionalmente alto, per la
caratterizzazione del protagonista e di tutto il suo ambiente, per tutto ciò
che finora ignoto essa porta alla luce. E’ venuto fuori cosi un lavoro che
molto di rado accade di leggere». Donini: “Mi pare, ad un primo esame,
fondamentale per la conoscenza del periodo ancora poco conosciuto. Apprezzo
moltissimo tale metodo di indagine e la serietà della documentazione. Uno
studio di questo genere è certamente costato decenni di intensa documentazione.
Oldrini: ho letto subito il volume su
Graf così ricco e con non poco profitto. Quando l’autore, in un punto se la
prende con gli storici della filosofia italiana che trascurano Graf, anzi noni
menzionano affatto, mi sento in colpa; e tanto più in quanto io, studioso della
cultura napoletana, mi son lasciato sfuggire quei nessi di Graf con Napoli che
il volume di L. illustra con tanta passione». Contorbia: “poche volte accade di
fare i conti con un libro così fatto, stratificato, totalizzante; ad apertura
di pagina si avverte l’impegno, il grado di coinvolgimento appassionato con cui
lei ha condotto avanti negli anni una così impegnativa ricerca peculiare, quasi
il centro della sua esistenza intellettuale, il punto di arrivo (e a un tempo
di partenza) di un confronto che è culturale ma anche morale e politico.La
qualità di un tale lavoro, mi pare, fuori dell’ordinario». Valli: «L’autore ha
consegnato alla critica e alla conoscenza uno studio così complesso da poter
essere considerato un esaustivo panorama della cultura del secondo Ottocento
italiano e non solo italiano]». Recensioni di illustri studiosi Rossi, “L'autore…
ha fatto emergere un quadro ricco e articolato dove accanto alle ombre brillano
alcune luci importanti». Recensione sulla rivista «Panorama» riguardante
il di de Liguori Materialismo inquieto,
edito da Laterza. Cosmacini, «Il lavoro di L. è largamente meritorio oltreché
ampiamente documentato». Recensione uscita su «Il Corriere della sera»
riguardante il di L. Materialismo
inquieto, edito da Laterza. Marti::Dalle appassionate e diuturne indagini
dell’autore su Graf e il suo tempo è venuto fuori il ponderoso, massiccio
volume, che ho ricevuto come caro e preziosissimo dono. Davvero lusinghiera la
“presentazione” di un grande Maestro come Garin, e accattivante e simpatica
l’”Avvertenza”. Tutto il resto è da leggere». Recensione al volume di L. su
Graf, Giornale storico della letteratura italiana. Augias: «Quella di De
Liguori è infatti una storia meridionale che parte da una finzione narrativa di
gusto classico ma così classico da poterla ritrovare in alcuni capolavori tanto
celebri che non vale nemmeno la pena di citarli. Saggi: “Trasimaco ha ragione” (La
Rassegna pugliese); “Giustizia e carità” “fra filosofia e vita” Ivi “Lo scetticismo
giuridico di Rensi” (Rivista di Filosofia del diritto); “Una moderna
enciclopedia del sapere, Rassegna pugliese, II“Efirov e la filosofia italiana,
«Problemi», “Un Leopardi anti-progressivo” (Dimensioni); In tema di materialismo
comunista, Ivi, “Gioberti e la filosofia leopardiana -- momenti del conflitto
tra l’ideologia cattolico borghese e la protesta leopardiana” (Problemi); “Un
episodio di solitudine. Rassegna di studi su Graf,” Ivi “Leopardi e i gesuiti
-- appunti per la storia della censura leopardiana, Rassegna della Letteratura
italiana, Quel povero “Diavolo” di Graf, «Giornale critico della Filosofia
italiana», Le «Scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Graf Ivi, Scetticismo
e religiosità in una rivista militante: «Pietre» in, La filosofia italiana
attraverso le riviste, A. Verri, Micella, Lecce, “La condizione del senso”; “Per una
riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi” «La Rassegna della Lett.
It.», Il mito e la storia” – “Le ragioni dell’irrazionale in Graf, «Problemi»,
Quella «dubitante religiosità». Graf e il modernismo, «Giornale cr. della fil.
It.», Doria tra platonismo e riformismo, «GCFI», Il sodalizio Labriola-Graf negli
anni della loro formazione «Studi Piemontesi»,
Un anti-cartesiano di Terra d’Otranto: Benedictis, in, Miscellanea di
Storia Ligure, Genova); “Materialismo e positivism -- questioni di metodo” (Facoltà
di Filosofia, Bari); “Aletino e le polemiche anti-cartesiane a Napoli” (Rivista
di storia della filosofia); “L’araba fenice: ossia la filosofia nella
secondaria, «Idee», “E il vero baratro della ragione umana” – “Graf e la
cultura” Prefazione diGarin, Lacaita, Manduria,
“Le ambiguità della ragione” – cf. Grice: ‘the equi-vocality of ‘reason’
Grice: “Liguori has a taste for unnecessary plurals: the abysses – the
ambiguities -- ” -- «Idee», “Per la storia della psico-fisica in Italia”; “Il
materialismo psico-fisico e il dibattito sulle teorie parallelistiche in Italia
-- Masci e Faggi «Teorie e modelli», “Di una rinnovata attenzione al
materialism” (Idee); “Mito e scienza nell’antropologia e nella storiografia del
positivismo italiano”; “La filosofia tra tecnica e mito, Atti del Convegno della
SFI, Assisi, Porziuncola); Dimensioni»,
Livorno, Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del
positivism” (Laterza Bari); “Tommasi e la filosofia zoologica di Siciliani,
Rileggere Siciliani, G. Invitto e N. Paparella, Capone, LecceI Presupposti
epistemologici e immagine della scienza in Morselli e Graf, Filosofia e
politica a Genova nell’età del positivismo, Atti del Conv. dell’Associazione
filosofica Ligure-- Cofrancesco, Compagnia dei Librai, Genova, pMaterialismo e
scienze dell’uomo; Kant e la religiosità filosofica di Martinetti, iA partire
da Kant; L’eredità della “Critica della ragion pura”, A. Fabris e L. Baccelli.
Introduzione di Marcucci, Angeli, Milano, Materialismo e scienze dell’uomo -- Il
dibattito su scienze e filosofia, Lacaita, Manduria, La fondazione razionale
della fede in Martinetti, Dimensioni, Livorno, Darwinismo e teorie
dell’evoluzione nella prospettiva monistica di Morselli, Il nucleo filosofico della scienza, Cimino,
Congedo, Galatina, L’immagine della
donna nel paradigma positivistico della degenerazione, Morelli. Emancipazione e
democrazia, G. Conti Odorisio, Scientif. Ital., Napoli, La cultura filosofica in
Torino, Rivista di filosofia», Presupposti torinesi della singolarità
filosofica di Martinetti, «Studi Piemontesi»,
E’ possibile la storia dello scetticismo?, “Segni e comprensione»”; “
filosofi delle bancarelle». Per la critica della storiografia filosofica, «Lavoro critico», Il sentiero dei perplessi -- scetticismo, nichilismo
e critica della religione in Italia da Nietzsche a Pirandello, La città del
Sole, Napoli, La reazione a Cartesio in Napoli, Giovambattista De Benedictis, «GCFI»,
La revisione della storiografia sul mezzogiorno, «Segni e comprensione», Positivismo
e letteratura. Antologia di testi, con Introd. e note, Graphis Bari, La lezione
scettica di Rensi, Critica liberale,- La psicofisica in Italia, La psicologia in Italia, a cura di Cimino e Dazzi,
Led, Milano, Vignoli e la psicologia animale e comparata, Ivi, Pensatori
dell’area torinese --Percorsi», Quaderni del Centro Frassati, Torino, Il
ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo leopardiano, in
Biscuso e Gallo, Leopardi anti-italiano, Manifesto libri, Roma, Kant e le
scienze della natura -- in margine alle lezioni kantiane di Geografia fisica,
in Filosofia, Lecce, Lacaita Manduria, Cattaneo, Psicologia delle menti
associate, G. de L., Riuniti, Roma, Antropologia, psicologia comparata e
scienze naturali in Vignoli, «Teorie e modelli», Geymonat, Treccani. Antropologia e tassonomia
in Kant. Da Blumembach a Buffon, Atti del Convegno sulla Geo-fisica kantiana,
Congedo Lecce, Antropologia, psicologia comparata e scienze naturali in Vignoli,
«Teorie e modelli», Cronache di
filosofia del diritto in Italia. Sforza e i suoi corrispondenti, in «Quaderni
di Storia dell’Torino», Per Mucciarelli:
positivismo psicologia e storia, «Segni e comprensione», Geymonat e il
“materialismo verso il basso”, GCFI, Il materialismo di Timpanaro, «Critica
liberale», Lettere di Timpanaro a Liguori,
in Il Ponte, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Leopardi,
«Quaderni materialisti», Labriola e Graf -- Principio e fine di un sodalizio di
vita e di pensiero, in Labriola e la sua università. Mostra documentaria per
settecento anni della “Sapienza” Aracne, Roma, A. Graf, Memorie, Introduzione,
commento e cura, “Gli Arsilli”, Edizioni dell’Orso, Alessandria Un catalogo per
Labriola, «Critica Sociologica», Utilità dell’inutile. Dalla elaborazione
concettuale alla programmazione e alla costruzione di un catalogo, «Itinerari»,
I Gesuiti. Le polemiche sui riti confuciani tra l’Aletino e i missionari
domenicani, «Studi filosofici»,Le «imbrogliate bestemmie germaniche». Moleschott
e la medicina materialistica, «Physis», La fucina del filosofo. «Segni e
comprensione», Filosofia teologia e fisica di Cartesio nella Difesa della Terza
lettera apologetica dell’Aletino, «Il Cannocchiale», Liguori e la filosofia del
suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, Rivista di Storia della Filosofia, “Libido
Sciendi”. Immagini dell’empietà nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento
(da Magalotti a Valsecchi), GCFI, Scherzi della memoria. Mappa di un itinerario
non turistico tra politica e cultura in una provincia del Sud, Prefazione di Ferrarotti;
Postafazione di Cumis, Salvatore Sciascia, Medicina e filosofia in Italia tra
evoluzionismo e scientismo. Da Tommasi a Morse, «Il cannocchiale»,, L’ ”il lambicco dell’anima”.
Note sul Mind body problem in Italia nell’età del positivismo, in Anima, mente
e cervello. Alle origini del problema mente-corpo, P. Quintili, Unicopoli, L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e
del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant, Le Monnier
/Università, Le sorelle Vadalà. Quattro storie più una, Romanzo con pefazione
di C. Augias Movimedia, Lecce, Pensatori dell’area torinese tra i due secoli,
in Quaderni Noce, Marco, Lungro di Cosenza, Ateismo e filosofia.
Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e sul rapporto tra
fede e ragione, «Il Cannocchiale», Le metamorfosi del linguaggio nella
controversistica e nella pratica missionaria, Le metamorfosi dei linguaggi, Borghero
e Loretelli, Edizioni di Storia e
letteratura, Roma, Dannazione e redenzione dell'Eros. Soggetti e figure
dell'emarginazione: la donna come oggetto determinante nella invenzione
cattolica del peccato di lussuria in «Bollettino della Società filosofica
italiana», Le cose che non sono, in
«Critica Liberale», Prefazione di E. Garin, Manduria (TA), Bari,
Roma, Lacaita, Gemoynat Treccani, Le Carteggio privato (corrispondenza
autografa) tra L. e i singoli autori citati
Rossi, Viaggio nel Positivismo, in Panorama, Arnoldo Mondadori, L.,
Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del
positivism, Bari, Roma, Laterza, Giorgio Cosmacini, Povero medico condannato al
materialismo, in Corriere della Sera, Marti,
Recensione a I baratri della ragione in
Giornale storico della letteratura italiana, Le sorelle Vadalà. Quattro storie
più una, [Romanzo], Prefazione di Augias, Lecce, Movimedia. Dannazione e
redenzione dell’eros. Soggetti e figure dell’emarginazione: la donna come
oggetto determinante nell’invenzione cattolica del “peccato” di lussuria di L. Il
Cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto vario e
molteplice nei modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si
riproducono e a cui gli antichi avevano preposta una della maggiori fra le
divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e
turpe e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura
d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non
altro in teoria, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il
coniugio e la continenza è virtù che va tra le maggiori. A. Graf1. L. examines the
story of Eros, from ancient Greece to the age of Enlightenment, and tries to
underline relevant connections with other events of thought and religious
traditions as well as European popular customs. The ideological conflict with
Christian ethics and Catholic church is particularly highlighted thanks to a
specific textu- al analysis, particularly during 17th and 18th centuries.
Keywords: Subjects and Figures of Marginalization, Woman Condi- tion, Ethics
and Christianity, St. Alphonsus M. de’ Liguori. 1 A. Graf, Il Diavolo, Treves, cur. Perrone,
introduzione di Firpo, Salerno, Roma. Avverto l’eventuale lettore che il saggio
che segue ha natura meramente divulgativa e di mera indicazione didattica nei
confronti dei docenti di discipline storico-filosofiche. Nasce
dall’assemblaggio di appunti per il canovaccio di uno spettacolo tenutosi a
Parma al Teatro del Vicolo, dal titolo Eros e Poesia. M’è d’obbligo infine
rimandare sull’argomento che qui espongo, agli interventi di alta e corretta
divulgazione, curati per Rai Educational, di Argentieri, Curi e Moravia, in
Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. Raccolta e catalogazione
dei materiali Non partiamo dalla consueta e abusata presunzione ontologica; non
diciamo che le cose sono, piuttosto ci limitiamo, cartesianamente, a scoprire
in noi il pensiero e, col pensiero il corpo e la sua capacità di rapportarci ad
altri corpi attraverso quelli che chiamiamo i sensi. Ci hanno preceduto i
sensi sti: nulla è dentro la nostra mente che non ci viene fornito dai
sensi. E così la fantasia, la logica, la ragione, la fede altro non sono che
gli strumenti più raffinati di un corpo tra i corpi (materia) che, come
l’infima creatura che emette pseudopodi, procede dal coacervato all’ameba e
arriva all’uo- mo, cuspide di presunzione, anelito più che sensata pregnanza di
vita.. Non lasciamoci impressionare dai prodotti di questo strumentario
intellettuale: arti, religioni, presenze invisibili, futurologie improbabili,
paradisi perduti o escatologici disegni, virtualità effimere come sogni,
denunciate già dal fol- le di Danimarca una volta per tutte. Sono sirene
lusingatrici di contro al cui canto ammaliante hanno ancora buona validità i
tappi di cera nelle orecchie usati da Odisseo, navigante curioso, per escludere
i suoi compagni2. Qualcuno sostiene che le cose non sono se non create. Qui noi
non soste- niamo l’inesistenza delle cose: in tal caso dovremmo postulare e
ammettere la trascendenza, laddove noi riteniamo l’oltre una autonoma creazione
(se vogliamo mantenere il termine) del nostro pensiero. Abbiamo raggiunto (a
livello di pensiero puro, non certo di pensiero soggettivo) un tale grado di
evoluzione da creare dal niente, come aveva, in termini tutti romanti- ci,
spiegato Fichte enunciando i tre celebri principi della sua dottrina della
scienza! Ma gli sviluppi delle neuroscienze, in particolare, hanno reso sterili
tali tentativi di esplicazione del reale. Idealismo e religione fanno a gara a
rincorrersi nella loro foga di raggiungere la verità eterna! Meglio perciò
rinchiudere i filosofi nel trittico che si sono costruiti con secolare pazienza
della Metafisica, Teodicea e Ontologia. Che farnetichino in eterno sull’ori-
gine dell’anima, sul rapporto col corpo e sul destino futuro della umanità. Si
potrà, una volta sgombrato il terreno dalla zavorra, procedere in modo più
lineare, ordinato ed onesto alla diagnosi del male di vivere: del nascere e
morire. Tolta di mezzo la pretesa razionalità e la scientificità teologica (e
teleologica) con la sua saccenteria, gli strumenti dei sensi come la fantasia,
la fede, la ragione potranno riprendere legittimamente la loro funzione di
guida o di orientamento. Se partiamo dalla nostra “condizione umana” (senza
scomodare Mal- reau) vera e concreta, viene prepotente in ballo, la nostra
sensualità, prima ancora che la nostra sensitività. Avvertiti da Freud, che va
ascoltato con la 2 Vedi quanto scrive, Berto, L’esistenza non è logica. Dal
quadrato rotondo ai mondi impossibili, Laterza, Roma. 30 dovuta prudenza
filosofica, ci accorgiamo facilmente che è l’eros la molla privilegiata delle
nostre azioni o inazioni. Tanto è vero che sul terreno della storia è con
l’eros che il Cristianesimo ha ingaggiato fin dalle sue prime origini la sua
battaglia aperta, dagli erotici furori degli anacoreti fino ai ra- ziocinanti
dogmatismi teologici dei nostri giorni. Conviene delinearne un breve profilo.
Profilo storico dell’Eros in Occidente. Dal mito di Venere a Maria Vergine È
proprio nel mondo romano, e in quella che gli storici designano come età
tardo-antica, che si compie una storica metamorfosi della mitologia pa- gana:
il suo graduale trasferimento da religione delle classi colte e dominanti a
religione dei campi (pagi = pagani), della plebe rurale. Indicativo tra tutti
il passaggio di Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fecondità, da un
canto, a quella di Demonio, Lucifero (portatore di luce), stella del mattino,
per i suoi referenti legati alla sessualità, e, dall’altro, a quella della
Vergine Maria, madre di Gesù Bisogna ricordare che mentre avanza il
Cristianesimo, il mito di Roma non solo permane ma, sotto mutate spoglie,
cresce e si svolge fino ai nostri giorni. Perde la sua valenza politica, la sua
forza sugli eventi immediati ma guadagna nell’immaginario. Entra a far parte
del grande patrimonio del- la memoria collettiva. Ma in tale processo, se perde
i suoi caratteri storici, obbiettivi, acquista una rinnovata immagine
fantastica, rispondente alle esigenze delle masse. Soprattutto il Medioevo
trasforma Roma, i suoi dei, la sua cultura in nuova mitologia sincretica, mista
di elementi tradiziona- li e di apporti nuovi conferiti dalle differenti
popolazioni d’Europa, attinti soprattutto alla nuova fede cristiana che diventa
l’amalgama di germane- simo, usanze barbariche, romanità, orientalismi, ecc.
Roma continuava ad avere un suo primato nell’immaginario o mondo incantato dei
miti e delle leggende3, come l’aveva avuto in quello, storico, politico
culturale e civile. Ricordiamo l’accorato rimpianto di Rutilio Namaziano Fecisti
patriam diversis gentibus unam. Urbem fecisti quae prius orbis erat Nella
cultura illuministica, tra Settecento e Ottocento, il mito di Roma si veste di
forme neo classiche. Goethe, Winkelmann, e Byron che 3 Cfr. F. Denis, Le monde
enchanté,. Cosmographie et histoire naturelle fantastiques du Moyen Âge,
richiamato da Graf, Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, 2 voll., Loe-
scher, Torino. Ma vedi, dello stesso, Roma nella memoria e nelle immaginazioni
del Medio evo, 2 voll., Loescher, Torino
ne fa la patria ideale delle genti Oh Rome! My country! City of the soul!
The orphans of th heart must turne to thee, Lon mother of dead impires! Tale trasformazione della mitologia classica, porta
con sé naturalmente un radicale cambiamento della maniera di concepire l’amore
e di vivere l’e- ros. L’amore tra uomo e donna acquista differenti valenze e si
prepara quella teorizzazione dell’amore tutto spirituale che verrà dommatizzato
e praticato per tutto il Medioevo e, nella forma più angelicata e sublime, da Dante
al Petrarca, ...quel dolce di Calliope labbro che amore nudo in Grecia e nudo
in Roma, d’un velo candidissimo adornando, rendeva in grembo a Venere celeste.
Dilagheranno per tutta Europa fenomeni di sessuofobia completamente ignoti alla
società greca e latina, quale ad es. il fenomeno dell’ascetismo. Sorgerà la
figura, del tutto nuova e inconcepibile per il mondo classico, dell’anacoreta
e, d’altro canto, l’immagine del peccato prenderà aspetto dia- bolico
orripilante, venendo a popolare tutta una nuova mitologia di presen- ze
infernali che accompagnano e turbano la vita degli uomini del Medioevo. Molte e
varie le rappresentazioni tipiche della diabolicità mostruosa, frutto, in
particolare, del peccato di lussuria, quali il mosaico nel Battistero di Fi- renze,
opera popolaresca di Coppo di Marcovaldo che tanto impressionò Dante fanciullo,
il poema predantesco di Bonvesin della Riva, Il libro delle tre scritture o il
De Babilonia di Giacomino da Verona e i vari “precursori” di Dante, fino alle
allucinate raffigurazioni de il Giardino delle delizie di Bosch al Museo del
Prado4. Ma che accadeva? Venere, scacciata, veniva ugualmente a tentare gli
sciagurati che volevano sfuggirle, quali monaci ed asceti; e, come ci ricorda
sempre Graf, «invadeva le loro celle ugualmente, immagine vagheggiata e
detestata a un tempo». Siamo nell’epoca delle tentazioni. Ecco l’autorevolis-
sima testimonianza di San Girolamo, il grande dottore della Chiesa, autore
indiscutibile della Volgata, l’edizione ufficiale della Sacra Scrittura, in una
sua lettera alla vergine Eustochia: Si ricordi, Villari, Alcune leggende e
tradizioni che illustrano la Divina Commedia, «Annali delle Univ. Toscane»,
Pisa. Soprattutto, A. D’Ancona, I precursori di Dante, Sansoni, Firenze. Per
ulteriori e dettagliati riferimenti, cfr. il mio, I baratri della ragione. Graf
e la cultura del secondo Ottocento, prefazione di Garin, Lacaita, Manduria. Oh
quante volte, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole,
che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginavo d’essere tra le delizie di
Roma! Sedeva solo, piena l’anima d’amarezza, vestito di turpe sacco e fatto
nelle carni simile a un Etiope. Non passava giorno, senza lagrime, senza gemiti
e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m’era letto la nuda terra. E
quell’io, che per timor dell’inferno m’era dannato a tal vita e a non avere
altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m’im- maginava d’essere in
mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai
digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva di desideri e nell’uomo, quanto
alla carne già morto, divampavano gli incendi della libidine. E qui
l’iconografia sacra ha lavorato sul santo, riempiendo di San Girolami,
atteggiati in guise diverse, tele, altari, absidi, pale, trittici per tutto il
medioevo e il Rinascimento. Da Dürer a Caravaggio, da Cima da Conegliano a
Masolino, da Masaccio a Tiziano, dalle tentazioni di Giovanni Girolamo Savoldo
al Perugino, fino alla compostezza gotico-geometrica di Antonello, ecc.Si
assiste ad una evoluzione storica dell’eros, che si arricchisce, per così dire,
dell’idea stessa del peccato. Simboleggiato dal frutto proibito, l’atto carnale
tra Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre viene stigmatizzato come peccato
originale, una sorta di marchio che da quel momento in poi mac- chierà ogni
creatura. Homo vulneratus est naturaliter, sanziona definitiva- mente San
Paolo! Anche se la dottrina della chiesa troverà il modo di recu- perare in
positivo quella ferita, quella malattia costituzionale, con il concet- to
dell’agape, nel quale l’eros si diluisce in amicizia includente la mediazione
del Cristo. Ma la cosa più sorprendente è che Venere, simbolo dell’amore
carnale, cantata da Lucrezio, poeta epicureo, come colei che presiede alla bellezza
della fecondazione sia di piante che di animali, e perciò come voluttà d’uo-
mini e di dei, subisce nel corso della storia differenti e impensabili metamor-
fosi. Da un canto, come quasi tutte le divinità pagane, trapassa a popolare la
mitologia cristiana di nuove figure positive e negative, arrivando a iden-
tificarsi dapprima con il Demonio in persona, poi con la stella portatrice di
luce, (Lucifero, angelo caduto e stella del mattino); infine, fattasi mite e
mise- ricordiosa, gradualmente perdendo i suoi più accesi caratteri erotici di
beltà voluttuosa, assurge addirittura al ruolo di Maria Vergine, concepita
senza peccato, Madre di Gesù, figlio unigenito di Dio! Siamo di fronte a un
fenomeno storico noto agli storici e agli antropologi come sincretismo
religioso 5 Trad. fedele di Graf da Gerolamo, Epistolae, in Patrologia latina,
cur. Migne, Parigi. Cfr. Graf, Il Diavolo, cit.,per cui le divinità pagane
continuano una loro vita, si direbbe più dimessa e quasi nascosta, nei pagi,
nelle campagne tra la povera gente, trasformandosi, e sovente confondendosi,
coi santi e le divinità della nuova religione ebraica e cristiana. Ne è un
esempio la favola di Tanhäuser, il cavaliere francone di cui la dea Venere si
innamora. È nel mondo romano in sfacelo che gli dei di Roma – GIOVE CAPITOLINO
-- si avviano alla loro metamorfosi -- quello che non e accaduto agli dei
ellenici. Da un canto si rintanano nei pagi, nei campi, tra la povera gente di
campagna e ne continuano a propiziare raccolti, a combattere carestie ad
aiutare la gente misera nelle quotidiane disgrazie che affliggevano gl’umili e
gl’indifesi. Dall’altro lato, in questa storica trasformazione, raccolgono in
loro tutto il male esecrabile del mondo antico: il turpe, il diabolico,
l’illecito, il peccaminoso del mondo romano. Soprattutto l’osceno -- ciò che è
dietro alla scena e, pertanto, non è visibile -- e il sensuale nei rapporti
amorosi. Gli dei di ROMA si trasformano così in demoni. Si passa dalla
celebrazione dell’amore fisico, cantato dai poeti, da OVIDIO (si veda), Catullo
(i neoteroi) a LUCREZIO (si veda), che lo inserisce nel fluire e divenire dei
fenomeni naturali, alla definitiva divaricazione della sessualità dall’amore
spirituale, come aspetti di una passionalità di differente e contrapposta
natura. Si ricordi l’inno a Venere di LUCREZIO: AENEADVM GENITRIX HOMINVM
DIVOMQVAE VOLVPTAS ALMA VENUS CAELI SVBTER LABENTIA SIGNA QUAE MARE NAVIGERVM
QVAE TERRAS FRUGIFERENTES CONCELEBRAS PER TE QUONIAN GENVS OMNE ANIMANTVM
CONCIPITVR VISITQVAE EXORTVM LVMINA SOLIS. Ma ecco come espone Graf, storico
dei miti romani, la sottile trasformazione degli dei di Roma -- quelli stessi
che VIRGILIO, guida d’ALIGHIERI, chiama falsi e bugiardi -- in divinità o potenze demoniache. I numi
che hanno altari e templi non muoiono, non dileguano. Si trasformano in demoni,
perdendo alcuni l’antica formosità seduttrice, serbando tutti la gravità
antica, accrescendola. GIOVE DEL CAMPIDOGLIO, Giunone, Diana, Apollo, MERCURIO,
Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri sopravvivono al culto che loro e
reso, ricompaiono fra le tenebre dell’inferno, ingombrano di strani terrori le
menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio
meridiano, invade i disaccorti troppo obliosi di lor salute, e la notte, pei
silenzi dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le [6 G. Paris, Legendes du
Moyen Age, Hachette, Paris, dove esamina la storia e la diffusione della
leggenda (La légende de Tanuhäuser). Fonte delle varianti della stessa leggenda
resta Guglielmo di Malmesbury. Vedi Graf, Il Diavolo] squadre delle maliarde, istruite da lei.
Venere sempre accesa d’amore, non meno bella demonio che dea, usa negli uomini
l’arti antiche, inspira ardori inestinguibili, usurpa il letto alle spose, si
trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio,
non più curante di Cristo, avido di dannazione. Scienza, filosofia e fantasia:
il pensiero femminile e la ”teoria e pratica della dimenticanza”. Il rapporto
latente tra il sapere e il credere. Ogni proposta gnoseologica parte
opportunamente da quelle ben note premesse che GALILEI (si veda) autorevolmente
chiama la sensata esperienza, anche se le pone in relazione con la certa
dimostrazione. Così, prudentemente procedendo, ogni teoria della conoscenza,
pur restando legata alla dimensione esperienziale, per così dire, non esclude
né puo escludere l’elaborazione successiva di ipotesi con l’ausilio della
fantasia, della fede, dell’intuizione oltre che della facoltà razionale con la
quale da sempre la mente umana prova ad elaborare i portati sensoriali, di
volta in volta vari e complicati. Proviamo a valutare, ad esempio, non le
nostre idee, o i nostri elaborati razionali ma alcuni particolari sentimenti o
pulsioni come l’amore, l’erotismo, o, addirittura, la poesia con cui ci
accostiamo ad una persona o ad uno scenario naturale quale, che so? la volta
celeste di kantiana memoria. Gl’eroi greci per comprendere una verità nascosta,
scendevano nell’Ade, entrano nel regno imperscrutabile delle ombre. Da altra
prospettiva, sub specie feminae, da quel che oggi chiamiamo pensiero femminile,
ci viene incontro, spalancandoci una diversa rinnovata visuale, un modo
solitamen-te desueto di scrutare l’imperscrutabile. Abbiamo davanti un
continente dissepolto, il nostro Ade, tutto da esplorare. È così che – s’è
detto e sostenuto da parte delle donne – le poesie vivono delle voci narranti
che, appassionatamente, riflettono su un passato da abbandonare. Quel che
sembra finito e nascosto entro i luoghi del cuore. Da tale prospettiva, per
giungere a tanto bisogna scendere all’Ade, come fa il viaggiatore Odisseo:
provare i dolori più cupi e le delusioni più cocenti a cui seguono le
esperienze. S’entra così nell’universo del senso fantastico senza ripudiare la
possibilità razionale di elaborare non [Graf, Il Diavolo. Utilizzo in questo
paragrafo, frammettendone brani a mie riflessioni e commenti, il testo
originale inedito, cortesemente messo a mia disposizione, dalla filosofa della
mente Bussolati, Teoria e pratica della dimenticanza.] più ciò che è nei sensi
ma quanto ribolle nella fantasia. Un esempio potrebbe fornircelo LEOPARDI
dell’infinito laddove dalla esperienza sensibile -- la siepe, il vento, lo
stormir delle foglie -- che non si lascia elaborare razionalmente, sale, quasi
spinozianamente, ad un sapere più complesso: una sorta d’amor dei
intellectualis che s’apre al mistero sia della poesia che dell’amore. E come il
vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio e questa voce
vo comparando e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e
il suon di lei. E, ancora, entrando nel campo intricato del male di vivere,
addirittura nelle patologie del comportamento, delle ossessioni, delle
schizofrenie, laddove ci siamo chiesti, con l’angoscia nel cuore, se questo è
un uomo, proviamo a proporre la teoria e pratica della dimenticanza:
l’obliviologia. È certo come un lavoro di scavo; ma non abbiamo da riportare al
celeste raggio nessuna sepolta Pompei. Non procediamo, in senso freudiano, a
rimestare nella memoria, nel sogno, recuperando oggetti rimossi, tutt’altro.
L’oggetto è diventato uno scheletro che va dimenticato, ritenuto per non posto:
mai esistito. La dimenticanza è dapprima una sola pratica; quasi l’abitudine a
dimenticare le chiavi di casa. Poi assurge a tecnica e, infine a teoria e
pratica dell’oblio. Corre, in un certo senso, parallela alla terapia
farmacologica del sonno, indotto da dosi opportune di psicofarmaci. Si tratta
di togliere le fissazioni tramite la dimenticanza: di riportare il conosciuto
agl’elementi puri ma allo scopo di favorire un intervento di maggior forza
ectoplasmica sugli oggetti e sugli eventi esterni, e per eliminare il noto
processo di invecchiamento e, infine, di morte mentale. Scendendo al piano
sperimentale, abbiamo cancellato i sovraccarichi delle impressioni
mnemonizzatrici e fatto sparire le figure retoriche fantasmatiche, i “mostri” o
“giganti” che si fissano e si ripetono continuamente, oberando la mente
affralita. Dimenticare diventa così l’ausilio migliore del vivere senza alcun
sforzo il presente. Non è la panacea, non si raggiunge il Nirvana; non si
recuperano paradi- si perduti. Si vive riconquistando un più corretto rapporto
col corpo, i sensi, la natura. La memoria deve servirci, non turbarci. Se è una
soffitta ingombra rischia di confonderci nel suo disordine; dobbiamo far
pulizia perché la vita va vissuta non sopportata E arriviamo infine a una
considerazione alquanto complessa ma di facile comprensione. Quella stessa
nostra propensione che chiamiamo fede altro non è, finanche nella sua forma più
umile, che sempre e soltanto costruzio- 36 ne della ragione, in quanto
ogni fede presuppone sempre un giudizio della ragione. Da tale considerazione
deriva la plateale conseguenza che la fede non è altro, alla fin fine, che la
nostra visione più o meno razionale della realtà; pertanto quella fede nel
numinoso e nel fantastico che è la fede re- ligiosa dei fedeli e che alla
nostra razionalità più sofisticata ripugna, è solo un puro e semplice equivoco
EQUIVOCO GRICE, imposto dall’educazione, dalle convenzioni e mai può derivare
dalla nostra libera scelta intelligente che in tal modo si contraddirebbe9.
Credere, altro non è che atto razionale; in quanto, rigoro- samente, non c’è
fede senza il sostegno della ragione. Ma, ci si chiede, fino a che punto? Il
limite è il sano buon senso. Oltre c’è la follia e l’assurdo; ma follia, sempre
ed esclusivamente della ragione stessa, unico vero soggetto di quanto chiamiamo
fede! 4. Emarginazione femminile e non. La donna da oggetto a soggetto di
pensiero Da differente angolatura l’oggetto del mistero che chiamano la verità,
si svela gradatamente, di sotto il velame delli versi strani. Del resto, a ben
pensare, quando penso, penso al maschile, ho sempre pensato al maschile. La
storia, la civiltà tutta, occidentale e orientale, hanno pensato soltanto al
maschile. Non solo: per secoli, il vero, il bene, il bello sono stati visti, si
al maschile, ma ancora nella implicita insignificanza oltre che della donna, di
altre figure sociali di grande rilevanza: del bambino, del disadattato o del
diseredato o escluso dalla comunità, dell’alienato o del demente. Interi uni-
versi come continenti inesplorati si sono schiusi appena abbiamo provato a
visitarli. Erano emersi, nella dannazione dell’inferno dantesco, nei mosaici e
negli affreschi allucinati di Coppo, nei battisteri, nelle chiese medioevali,
nelle allucinazioni di raffiguratori fantasiosi fino al paradosso come in Bosch
o in Goja, nei racconti favolosi delle mitiche origini di intere popolazio- 9
Cfr. Martinetti, Scritti di metafisica e di filosofia della religione, a cura
di Agazzi, Ed. di Comunità, Milano, dove tra l’altro si legge: «Anche LA
FILOSOFIA è sotto certi rispetti una fede; in quanto essa è uno sforzo verso
l’unità sistematica che in ogni grado raggiunto si pone come una visione
definitiva della realtà; ciò che non può fare che trasformandosi in una fede
razionale; la fede nella dottrina kantiana. D’altra parte la fede comune non è
assolutamente irrazionale; è una razionalità adatta alla mente comune, ma è una
forma di razionalità; non v’è sistema di dogmi così assurdo che non tenti
subito una razionalizzazione. Ogni esposizione d’un sistema di filosofia è,
sotto questo riguardo, l’esposizione di una fede. Non ha quindi ragion d’essere
la contrapposizione della ragione e della fede (come qualcosa di irrazionale):
la fede è l’espressione stessa di una formazione razionale; ogni grado della
vita razionale in quanto si esprime, si fissa e diventa una realtà operante, è
una fede». Più analitica esposizione della questione si trova nel mio, Ateismo
e filosofia. Considerazioni sull’ateismo latente nel pensiero moderno e
contempora- neo e sul conflitto tra la fede e la ragione, Il Cannocchiale, ni, tramandate oralmente nei miti e nelle
leggende che correvano per l’Eu- ropa come fiumi carsici, uscendo di tanto in
tanto al “celeste raggio”, dove l’oblio di secoli li aveva segregati....Soltanto
oggi cominciamo a prenderne consapevolezza, filosofica e scientifica: scopriamo
un nuovo continente speculativo, il pensiero al femminile come rinnovato modo
di guardare la vita, la storia, la natura. Proviamo a riandare di qualche
secolo addietro. Le cosiddette scienze umane ci si erano accostate per via di
quel loro par- ticolare porsi dalla prospettiva del diverso, ma solo
l’assurgere di quell’og- getto alla dignità di soggetto pensante e determinante
trasforma del tutto la prospettiva. La partecipazione del femminile come quella
del diverso, del disadattato alla ricerca della verità completa veramente il
mondo storico della cultura portandolo al suo stadio più alto, fuori da ogni
gilepposo pa- ternalismo o indulgente concessione caritatevole. Del tutto
trascurati o stipati alla rinfusa nella soffitta anodina della eru- dizione,
alcuni sprazzi di consapevole disponibilità al diverso erano emersi già nel
passato, in ambito borghese progressista, presso spiriti particolar- mente
sensibili. Ma restava un fatto isolato che non ha vissuto significanza o
storicità. Sentite questa: siamo: E dei disadattati all’ambiente non è giusto
parlar con tanto disprezzo. Ol- trecché esercitano alcune funzioni non
esercitate dagli altri, essi sono un lievito sociale utile e necessario; tengon
viva nell’organismo collettivo un’inquietezza nemica delle stagnazioni
prolungate, e non avvien mutazio- ne alla quale in qualche maniera non
cooperino che se i geni fossero pazzi davvero bisognerebbe riconoscereche i più
disadattati fra i disadattati, quali son per l’appunto i pazzi, resero alla
misera umanità più di un buon servigio. Da altra banda è da considerare che un
perfetto adattamento all’ambiente farebbe gli uomini supinamente contenti e
tranquilli e porte- rebbe fine al moto della storia, per la ragione potentissima
che chi sta bene non si muove. Lo direi il vademecum per l’onest’uomo del
nostro tempo! Ma molto an- cora resta da fare: e questa è la vergogna del
nostro tempo. La chiesa cat- tolica ad es., che ha chiesto, solo di recente,
con un pontefice tormentato e disponibile al dialogo, perdono al mondo
islamico, ha ancora da chiedere scusa alle donne, ai bambini, alle coppie di
fatto, agli omosessuali, agli atei, agli agnostici, agli scienziati onesti e
laici che dalle dottrine e dai dogmi della chiesa vengono quotidianamente
offesi, respinti e vilipesi. I libri proibiti e il rapporto sessuale come
“peccato” contro il sesto precetto del Decalogo Tra i compiti primari che si
assunsero al loro tempo gli apologisti catto- lici e i controversisti, figura
subito in primo piano quello della lotta ai libri proibiti, che è come dire a
tutta la prodizione libraria moderna. Prendo an- cora ad es. emblematico il
santo teologo moralista e dottore autorevole della Chiesa: L. Ne La vera sposa
di Gesù Cristo10, a dimostrazio- ne di quanto possa essere pericolosa la
lettura in genere, sconsiglia alle Mo- nache addirittura lo studio sia della
Teologia Morale che di quella Mistica. Parimenti libri inutili ordinariamente
sono, ed alle volte anche nocivi per le Religiose, i libri di Teologia Morale,
poiché ivi facilmente possono inquietarsi con la coscienza oppure apprendere
ciò che lor giova non sapere. An- che nociva può essere a taluna la lettura dei
libri di Teologia Mistica, giacché può essere che ella si invogli dell’orazion
soprannaturale, e così lascerà la via ordinaria della sua orazione solita, in
meditare e fare affetti, e così resterà digiuna dell’una e dell’altra. Vige,
come una sentenza inappellabile, il motto lapidario di San Paolo: Sapienza
carnis inimica est Deo. L’amore del sapere viene paragonato ad un vizio, alla
libidine sessuale: libido sciendi11. Circa i classici del pensiero che pur
contengono delle verità, si domanda con San Girolamo: Che bisogno hai di andar cercando
un poco d’oro in mezzo a tanto fango, quando puoi leggere i libri devoti, dove
troverai tutt’o- ro senza fango?». La lettura è importante, fondamentale anche
alla via della salute, ma ha dei rigorosi limiti. Quanto è nociva la lettura
de’libri cattivi, altrettanto è profittevole quella de’buoni. Il primo autore
de’libri devoti è lo Spirito di Dio; ma de’li- bri perniciosi l’autore n’è lo
spirito del Demonio, il quale spesso usa l’arte con alcune persone di
nascondere il veleno, che v’è in tali suoi libri, sotto il pretesto di
apprendersi ivi il modo di ben parlare, e la scienza delle cose del mondo per
ben governarsi, o almeno di passare il tempo senza tedio. Con determinate
categorie di persone, l’esclusione si fa radicale. Alle suore scrive così: Ma
che danno fanno i romanzi e le poesie profane, dove non sono parole 10 Cito
dall’ed. Remondini, Bassano, Vedi l’uso di tale espressione nella denuncia
controversistica cattolica (aristotelica) della filosofia cartesiana e moderna
nel saggio di chi scrive, «Libido sciendi». Immagini dell’empietà
nell’apologetica cattolica tra Sei e Settecento (Da Magalotti al padre
Valsecchi), Giornale critico della filosofia italiana, immodeste? Che danno voi dite? Eccolo: ivi si
accende la concupiscenza de’ sensi, si svegliano specialmente le passioni, e
queste poi facilmente si gua- dagnano la volontà, o almeno la rendono così
debole, che venendo appresso l’occasione di qualche affezione non pura verso
qualche persona, il Demonio trova l’anima già disposta per farla precipitare12.
Contro il risveglio delle passioni e contro la concupiscenza dei sensi, i
controversisti scagliano i loro dardi infuocati e avviano le loro sottili
disqui- zioni teologiche su quanto vada considerato peccato mortale. Ed è
questo un fardello che la chiesa si porta dietro così come uno ster- corale si
rotola la sua palla di escrementi. L’ossessione del sesso: la cura me- ticolosa
con cui si prova da secoli a disciplinarlo, legittimarlo, canalizzarlo,
evirandolo della sua essenza: la ricerca del piacere e costringendolo alla sola
funzione riproduttiva. Ci serviremo non di un semplice scrittore di opere di
pietà ma di un autorevole moralista della chiesa cattolica, santo per giunta,
dottore della chiesa, uomo di grande pietà e d’erudizione: che CROCE define il
più santo dei napoletani, il più napoletano dei santi. Ecco cosa scrive il
nostro moralista sul sesto precetto del Decalogo e in che modo espone le sue
precauzioni con cui anticipa una minuziosa tratta- zione di quanto potremo
chiamare la fattispecie del peccato mortale. Il peccato contro questo precetto
è la materia più ordinaria delle Confessioni, ed è quel vizio che riempie
d’Anime l’Inferno; onde su questo precetto parleremo delle cose più
minutamente; e le diremo in latino, affinché non si leggano facilmente da altri
che dai confessori, o da quei sacerdoti che in- tendano abilitarsi a prendere
la Confessione; e preghiamo costoro a non leg- gere né in questo né in altro
libro di quella materia (che colla sola lezione o discorso infetta la mente) se
non dopo tutti gli altri trattati e quando ormai sono prossimi ad amministrare
il Sacramento della Penitenza. Affronta perciò subito lo scabroso tema della
fornicazione, e dei rapporti carnali con l’altro sesso con minuta casistica
sessuofobica: de tactibus, de muliebre permittente se tangere, an puella
oppressa teneatur clamare, an possit unquam permittere sua violationem, de
aspectis, de verbis, de audientibus verba turpie, ecc. Ma non manca di
precisare: Ante omnia advertendum, quod in materia luxuriae (quidquid alii
dicant de levi attrectatione manus foeminae, vel de in torsione digiti) non
datur par- vitas materiae; ita uti omnis delectaio carnalis, cum plena
advertentia, et consensu capta, mortale peccatum est. La vera Sposa di G.C., L.,
Istruzione e pratica per li Confessori, Giuseppe Di Domenico, Napoli, e sgg.,
anche per le citaz. successive. 40 Il pio moralista, scaltrito nella
casistica giuridica, sa che bisogna scende- re nei minimi particolari per
trovare la situazione peccaminosa: se grave o lieve o poco rilevante o,
addirittura, del tutto inesistente; perciò distingue gli atti sessuali compiuti
nel matrimonio o extra matrimonium. In situazio- ne extra coniugale, tutti i
toccamenti, oscula et amplexus ob delectatione, mortale sunt. Vi sono numerosi
casi dubbi da esplicitare: ne va di mezzo la salute delle anime, calate in
situazioni mondane sempre diverse e comunque sempre a stretto contatto con le
tentazioni della carne. Ad es., la donna o il fanciullo non peccano se si fanno
toccare secondo la consueta pudicizia dettata dalla simpatia o dalla buona
affettuosa disposizione; peccano invece se non si op- pongono a contatti
impudichi, o a baci insistenti (morosis) e furtivi. E anco- ra: la fanciulla
aggredita allo scopo di usarne violenza è tenuta a urlare ad se liberandam a
turpitudine? Nel caso non invocasse aiuto con la dovuta forza e insistenza lo
stupro si cambierebbe facilmente in consenso peccaminoso. Ma la questione resta
controversa se debba ritenersi consenso il non aver gridato o invocato aiuto,
secondo un’antica sentenza per la quale, praesume- batur puella non clamans
consentiente. Perviene infine a definizioni accurate degli atti turpi,
differenziando quelli compiuti naturalmente da quelli innaturalmente. Ecco la
definizione di fornicazione e di concubinaggio, quali peccati mortali:
Fornicatio est coitus intersolutos ex mutuo consensu. Concubinatus autem non
est aliud quam continuata fornicatio, habita uxorio modo in eadem vel alia
domo; [e quella di stupro, come:] defloratio virginis ipsa invita, et ideo
praeter fornicationis malitiam habet etiam injustitiae. Attraverso una
minuziosa casistica quasi boccaccesca, buona – si direbbe - ad arricchire la
documentazione erotica di un romanziere libertino, il moralista passa in
rassegna le svariate forme di rapporti sessuali, da quelle legittime a quelle
addirittura più strane e peregrine, come l’accoppiarsi in luogo sacro, quali
una chiesa, il cimitero, l’oratorio, il monastero, ecc. Pone addirittura
questioni dubbie sulle maniere e le condizioni in cui tale rap- porto potrebbe
verificarsi. Pur ammettendosi il peccato, sorge la questio se si tratti o meno
di sacrilegio. Ad es. «an copula maritalis, aut occulta abita in Ecclesia, sit
sacrilegium?» Vi si potrebbero emanare tre sentenze differenti: una che ritiene
irrilevante la condizione di coniugi, un’altra la situazione occulta (che
l’abbiano fatto di nascosto) e una terza che ritiene essere sacri- lego l’atto
in ogni caso. Addirittura se si tratta di marito e moglie, secondo alcuni teologi,
l’atto consumato in chiesa potrebbe essere scusato, si ipsi sint in morali
necessitate coeundi, puta si ipsi in pericolo continentitiae, vel si diu in
Ecclesia permanere debeant. Il lettore ne trae l’impressione che l’autore (più
che dietro suggerimenti letterari coevi) vada ad estirpare direttamente dalla
vita, dalle lussuriose esperienze dei peccatori, dalle situazione più
impensabili, apprese nelle lun- ghe ore passate al confessionale ad ascoltare
ed a sollecitare le confessioni più intime dei fedeli, tutte le forme, i modi
che la secolare ricerca del piacere ha suggerito di epoca in epoca all’uomo,
dalle più rozze e volgari maniere di accoppiamento fino alle più raffinate arti
di amare e trarre godimento che proprio I LIBERTINI andano perfezionando e
praticando in forme sempre più sofisticate. La stessa lingua latina – ma qui
dovrebbe- ro dirla i linguisti – si fa molto particolare fino all’uso di
neologismi non presenti nei classici. Parlando della sodomia distingue quella
propriamente detta da quella impropria ed eterosessuale coitum viri in vase
praepostero mulieris esse sodomiam imperfectam, specie distinctam a perfecta.
Si quis autem se pollueret inter crura aut brachia mu- lieres, duo peccata
diversa committeret, unum fornicationis inchoatae, alterum contra naturam. An
pollutio in ore fit diverse speciei? Affirmant aliqui, vocantque hoc peccatum
irrumantionem, dicentes quod sempre ac sit pollutio in alio vase quan naturali,
speciem mutat. Sed probabilius sentiunt quod si pollutio viri sit in ore maris
est sodomia; si in ore feminae, sit fornicatio inchoata, et in super peccatum
contra naturam ut mox diximus... Arriva addirittura ad ipotizzare il coito cum
femina morta, che non rien- trerebbe nella fattispecie dei rapporti bestiali ma
nella polluzione e in quella che Alfonso chiama fornicatio affective. Dalla
sessuofobia all’erotismo peccaminoso: Cortigiane poetesse e libertini filosofi.
L’Eros redento Prendiamo due secoli di storia molto emblematici. Dall’Italia
delle corti signorili alla Francia della grande rivoluzione. Due secoli in cui
l’eros vive una sua storia illustre, tra cortigiane raffinate poetesse e abati
filosofi e libertini. A dirla franca alla sua maniera sull’eros e a dargli
veste poetica disinibita, ci pensa subito Pietro Aretino: ma sempre da una
angolatura tutta maschile. Nonostante si salvi la dignità della partner che qui
giuoca un ruolo attivo di co-protagonista del rapporto amoroso, in cui l’atto
sessuale si trasforma in una sticomitia drammatica non priva di poetica
oscenità. Soltanto nel petrarcheggiare delle cortigiane, come la soave Franco
che riceve sotto le sue lenzuola di tela d’Olanda finanche Enrico III di
Valois, la donna trova finalmente il suo primo vero riscatto sul maschio, con
un suo modo raffinato (di alto erotismo) di 42 pilotare la barca
dell’Amorosa Dea; ad esse, tra principi, sovrani, alti prela- ti, pontefici
gaudenti, spetta il compito di riscattare dall’eterna dannazione l’Eros e
fargli recuperare il valore perduto colla tradizione ebraica-cristiana. Un recupero,
tutto al femminile, del paradiso perduto. Così canta il suo ufficio amoroso,
guidato da Apollo, la dolce Veronica. Febo che serve a l’ amorosa Dea E in
dolce guiderdon da lei ottiene Quel che via più che l’esser Dio il bea, A
rilevar nel mio pensier ne viene Quei modi che con lui Venere adopra Mentre in
soavi abbracciamenti il tiene. Ond’io instrutta a questi so dar opra, Si ben
nel letto, che d’Apollo all’arte Questa ne va d’assai spazio di sopra E il mio
cantar e ‘l mio scrivere in carte S’oblia in chi mi prova in quella guisa Ch’a
suoi seguaci Venere comparte. Nel Settecento, cui ora vogliam far cenno, sia
pur per sommi capi, le cose stavano in modo ben differente da come ce le hanno
rappresentate quando a scuola ci hanno spiegato quel periodo. I libri del
Marchese de Sade rap- presentano, ad es., una nuova filosofia morale e non sono
la pura e semplice invenzione di tecniche erotiche pervertite, come comunemente
si crede. I recenti studi hanno sfatato quella immagine del divin marchese. “La
filo- sofia deve dire tutto”, egli ha affermato: tutto senza ipocrisie e
fingimenti. Egli non fu né il primo né il solo a sostenere i diritti della
carne, che grida la sua legittima soddisfazione contro le assurde costrizioni
della cosiddetta civiltà. Il celeberrimo sadismo: ricerca del piacere
attraverso il godimento per la sofferenza del partner, ha ben altre origini che
le sole discendenze da Sade. Bisognerebbe intanto rifarsi alle meticolese
ricerche di Skipp, di Leeds, che ha schedato tutti i testi erotici inglesi scoprendovi
come l’uso educativo della frusta e le sculacciate a pelle nuda sui ragazzi,
era praticato dai gesuiti in chiave educativa e correttiva, ma finiva per
confinare molto spesso con l’erotismo portando addirittura all’orgasmo vero e
proprio. Nacque un termine: “orbinolismo” che vuol dire “smania di frustare”
(Cfr. Rodez, Memorie storiche sull’orbinolismo). Né si dimentichi, oltre la
pratica, anche l’elogio cattolico, presso non solo l’ordine dei gesuiti ma
anche di Scolopi e Salesiani, fatto in termini pedagogici della frusta e della
sua frequente pratica a scopi educativi e correttivi: virga tua et baculus tuus
salus mea fuerunt!.... A tali osservazioni sul costume del secolo va aggiunto
che la proverbia- le sporcizia che caratterizzava il ménage domestico
dell’epoca anche tra le famiglie nobili e abbienti, non era poi così
generalizzata. Soprattutto le donne avevano introdotto l’uso davvero innovativo
dell’erotico bidet (che ha la forma di violino e, al tempo stesso, quella dei
fianchi femminili) che permetteva loro di mantenere igiene e pulizia in quelle
parti del corpo che ne avevano più bisogno. A tal proposito restano molto
istruttive le pagine dei romanzi erotici e libertini, tra i quali spicca Restif
de La Breton con il suo Anti Justine dove si nota l’uso frequente e
generalizzato di tale strumento da toilette, prima e dopo gli incontri
amorosi.. Perciò, una volta sfatata l’immagine stereotipata del Settecento
illumi- nistico, astrattamente razionalista, irreligioso e dai costumi depravati,
pro- viamo a riguardare sotto diversa luce e angolatura, libere da pregiudizi e
remore moralistiche e confessionali, la letteratura erotica e d’amore di quel
secolo che, oltre tutto, fu di Mozart, di Kant, di Bach, oltre che di Voltaire,
di Rousseau e di Goethe e ci lasciò in eredità non soltanto la grande
rivoluzione dell’89 ma anche quella che fu la più colossale e universale summa
di sapere moderno: l’Enciclopedia, ovverosia dizionario ragionato di tutte le
scienze, le arti e i mestieri contro la quale pullularono subito una serie di
Anti-Enciclo- pedie anche da noi in Italia per porre un argine all’avanzata di
quelle idee di libertà e di progresso civile. Il ricordare LEOPARDI è qui
d’obbligo: Così ti spiacque il vero, dell’aspra sorte e del depresso loco che
natura ci diè, per questo il tergo vigliaccamente rivolgesti al lume che il fe
palese... Insomma lo zelo sessuofobico, la guerra dichiarata all’istinto
sessuale porta il sacerdote, il ministro del culto cattolico, il confessore a
scendere nei particolari della vita sessuale singola e della coppia, sia entro
che fuori del matrimonio: a scoprire i più segreti momenti dell’intimità delle
coppie fino a scrutare e distinguere, entro le fantasie erotiche più raffinate,
i comporta- menti più o meno peccaminosi, cioè conformi a canoni tutti da
verificare di volta in volta (casistica). Una sorta di filo invisibile lega
pertanto il pio cen- sore al libertino e al peccatore o la peccatrice (lo
denuncia la stessa corrente espressione possessiva: il” mio” confessore!) tanto
da diventare complemen- tari, avvincersi in un legame indissolubile fino a non
poter più fare a meno l’uno dell’altro14. Ma il legame tra religiosità e
libertinismo, così come tra l’erotismo e la religione cattolica in particolare,
si fa sempre più stretto fino a dipendere l’uno dall’altro: come, in regime
capitalistico, domanda e offerta. Il cattoli- 14 Cfr., infine, “L’Asino” di
Podrecca a Galantara e le critiche positivistiche e anticlericali alla morale
alfonsiana, Feltrinelli, Milano] cesimo deve disciplinare a suo modo il sesso
e, in genere, tutta l’attività e la fantasia umane; l’eros deve trovare entro
una nuova coscienza storica la sua rinnovata voluttà. Ecco allora il piacere
stesso trovar vie differenti rispetto al piacere degli antichi, allor quando
quella ricerca non veniva combattuta, non era un tabù, anzi era apprezzata come
uno dei più ambiti doni della na- tura. Vengono a far parte del piacere anche i
marchingegni e i sotterfugi per eludere le prescrizioni correnti e i limiti che
le norme religiose impongono dall’esterno. Finanche i pregiudizi siano di
ispirazione cattolica o meno - diventano materia di raffinato erotismo.
L’esecrabile peccato della lussu- ria, prodotto tipico del Cristianesimo,
diventa perciò stesso fonte di piacere (la Jouissance illuministica), proprio
perché vietato e esecrato: soprattutto quando l’atto viene compiuto di
nascosto, cogliendo quello che è diventato, dopo la mitica cacciata dal
Paradiso terrestre, il frutto proibito, il godimen- to raggiunto di soppiatto e
contro la legge o la morale corrente perciò più seducente e ricercato per la
sua illegtittimità! La letteratura è piena zeppa di esempi e finisce per
produrre un genere di scrittura narrativa particolare che chiamiamo “erotica” o
“pornografica”: di libri che s’han «da leggere con una mano sola», un genere
che non si spiegherebbe prima del cristianesimo e della dannazione dell’eros e
del piacere e che va dai canti carnascialeschi al Decamerone, al Ruzante, all’ARETINO,
ai poeti dialettali: da BAFFO, veneziano, al grandissimo BELLI, romanesco, al
dimenticato TEMPIO, siciliano, nato a Catania, per arrivare alla letteratura
erotica del romanzo libertino francese in cui confluiscono le innumerevoli
forme e modi di estraniazione, di sogno, di fuga dalla realtà che delineano
l’universo fantastico che sarà la base della letteratura romantica europea e
soprattutto del romanzo e della grande narrativa ottocentesca e contemporanea,
da Balzac a Flaubert, a Hugo a Dumas, dal romanzo russo al nostro MANZONI, a
Zola, a VERGA alla miriade dei narratori dei nostri giorni. In conclusio-ne, ma
in una maniera tutta nuova, possiamo ritenere avesse davvero visto giusto il
grande saggio napoletano CROCE quando affermò che non possiamo non dirci cristiani.
Se persino l’erotismo è stato, malgré lui, influenzato e raffinato dal
cristianesimo. Se ne stanno accorgendo anche in Francia dove nasce la
letteratura libertina e la illuminata filosofia del piacere: dal materialista
La Mettrie all’esecrato marchese De Sade16. 15 Emblematico, per quanto qui si
va rilevando, il romanzo libertino, non ancora tradot- to, D.A.F. de SADE,
Alina et Valcour, ovvero il romanzo filosofico. Cfr., la Mostra: BNF, L’Enfer
de la Biblioteque Nazionale. Eros au secret, Paris, 2 Ricco di titoli, è venuto
alla luce un significativo numero di opere e autori soltanto ad opera di specialisti che li vanno
pubblicando e illustrando. Intanto segnalo l’originale antologia da Mettrie e
Diderot, curata da Quintili, L’Arte di godere. Testi dei filosofi libertini,
Manifesto libri, Roma. Nome compiuto: Alfonso di Liguori. Girolamo de Liguori.
Liguori. Keyword: “Associazione Filosofica Ligure” – Keywords: implicature
critica, ‘… is the true abyss of human reason” – “il baratro della ragione
conversazionale” – l’anima distilata – il lambicco dell’anima”, redenzione
dell’eros, la lussuria, la degenerazione, la metamorfosi dei linguaggi – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lilla: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Vico – la scuola di
Francavilla Fontana -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Francavilla Fontana). Abstract. Grice: “We don’t take Vico too seriously at
Oxford – unless you are Stuart Hampshire, who has a penchant to take seriously
any philosopher who the rest of us Oxonian philoosphers do NOT take seriously!”
On the other hand, some Italian philosophers have based their philosophical
career and reputation on re-vindicating Vico, such as Lilla!” -- Filosofo
italiano. Francavilla Fontana, Brindisi, Puglia. Grice: “I like Lilla; for one,
he ‘revindicated,’ as he puts it, the philosophy of Vico, which, in Italy, is
like at Oxford ‘revinidcare’ Locke!” Formatosi
nelle scuole dei Padri Scolopi aderì alle idee cattolico liberali divulgate dai
filosofi della prima metà dell'Ottocento: Gioberti, Minghetti, Balbo e SERBATI
al quale dedicherà molteplici studi subendone una marcata influenza. Lascia
Francavilla per l'ostentata contrarietà di tutto il clero alle sue idee patriottiche d'ispirazione
giobertiana, manifestate apertamente nel "Programma d'insegnamento
filosofico" pubblicato sul giornale il "Cittadino leccese",
decise di trasferirsi a Napoli ove ebbe modo di confrontarsi con le idee di Sanctis,
Spaventa, Settembrini, Tari e Vera. Si laurea e insegna a Napoli. Durante
questi anni videro la luce "La provvidenza e la libertà considerate nella
civiltà", "Dio e il mondo", e "La personalità originaria e
la personalità derivata" (Nappoli, Rocco), nei quali getta le premesse
degli studi filosofici e giuridici in cui si cimenterà per tutta la vita: la
storia della filosofia, la filosofia teoretica e la filosofia del diritto;
sviluppando altresì e precorrendo una moderna concezione del rapporto tra
"diritti umani e progresso scientifico" sin da “La scienza e la vita”
(Torino, Borgarelli) -- titolo paradigmatico del suo saggio – cf. Grice,
“Philosophical biology,” “Philosophy of Life” Insegna a Messina. Furono quelli
gli anni più fecondi della produzione scientifica volta a perfezionare la sua
concezione dello Stato, approfondire le fonti rosminiane, confrontarsi con le
teorie evoluzionistiche di Spencer e contemporaneamente intrattenere contatti
epistolari con alcuni fra i maggiori filosofi, giuristi, patrioti e storici
dell'epoca quali: Jhering, Bluntschli,
Roy, Tommaseo, Capponi e molti altri. Altri saggi: “Kant e SERBATI” (Borgarelli,
Torino); “AQUINO” (Torino, Borgarelli); “Filosofia del diritto,”“Critica della
dottrina utilitarista liberale empirica etico-giuridica di Mill”“Le supreme
dottrine filosofiche e giuridiche di Vico ri-vendicate” -- “La pretesa persona
giuridica e le funzioni personali degl’enti morali” (L. Gargiulo); “Della
Riforma civile di Spedalieri” (Messina, Amico); “Le fonti del sistema
filosofico di Serbati-Rosmini” (L.F. Cogliati); “Due meravigliose scoperte di
Rosmin-Serbatii: l'essere possibile e l'unità della storia dei sistemi
ideologici, Cogliati, Il Canonico Annibale Maria Di Francia e la sua Pia Opera
di beneficenza, Messina, San Giuseppe, Manuale di filosofia del diritto,
Milano, Società editrice, Pagine estratte. Martucci, Il concetto dello
stato Antonio Tarantino, Diritti umani e
progresso scientifico: Polacco, La "Filosofia del diritto” (Randi);
“Filosofia” (Milano, Giuffré); Tarantino, “La filosofia della giustizia sociale,
Milano” (Giuffré) – cfr. H. P. Grice, “Social justice” in “The H. P. Grice
Papers,” Bancroft, MS. In occasione del conferimento della "Cittadinanza
onoraria (di Messina) alla memoria, su nettuno press.Tarantino, Diritti umani e
progresso scientifico: emeroteca. provincia. brindisi. Martucci, Il concetto
dello stato, su emeroteca.provincia. brindisi. Treccani, su treccani. Lettere a
Jhering. non accordabile col supremo principio della Scienza Nuova Ilmiolavoro
Vico rivendicato» meritòl'onoredi essere preso in considerazione dai due più
competenti degli stu dii vichiani, ed al giudizio dei competenti bisogna dare
gran peso, perchè effetto di conoscenza bene approfondita sopra un determinato
autore, specialmente se si mira ricostruire la mente di Vico. Questi scrittori
sono Ferri e Fornari i quali si trovarono in pienissimo accordo, tanto da far
supporro che fosse effetto di un concetto prestabilito. L'accordo fu pie
nissimo nella prima parte del lavoro di carattere puramente critico e
riconobbero che la rivendicazione delle dottrine filoso fiche e giuridiche da
tutte le fallaci interpetrazioni fatte in Europa Rivista Italiana di Filosofia.
Quando gli opuscoli hanno un valore così notevole come quello qui sopra
indicato del prof. Lilla, è giusto segnalarli all'attenzione degli studiosi
piuttosto che i volumi di gran molo o di poca sostanza. Questo lavoro dice
molto in poche pagine e il suo intento è questo: rivedere i giu dizi che sulle
dottrine del Vico sono stati portati in Italia, in Germania e in Francia
particolarmente, ricostruire dietro indagino esatta il concetto di questa
dottrina e questo intento ci pare raggiunto. Il Vico non è sem plicemente un
ontologista platonico, come parrebbe dal giudizio del Gioberti, nè un
razionalista kantiano, o piuttosto un precursore del Kant, come sembra a Spaventa,
nè un positivista como fu rappresentato da altri. Questi apprezzamenti risultarono
dall'interpetrazione parzialeesoggetti va di qualche parte dei pensieri
filosofici del Vico che nelle sue opero non sono esposti in ordine sistematico,
e che l'autore di questo lavoro con grande dili genza raccoglie e combina
riferendo le formole e le parole proprie dell'autore della scienza nuova sparse
nei moltiplici suoi scritti. » era esauriente e condotta con
criterii elevati. La mia interpretazione sulla vera mente di Vico fu
riconosciuta vera ed adeguata tanto che il Fornarì mostrò vivissimo desiderio
di veder fecondare quelle supreme linee con svolgimenti ed appli cazioni.
Dominato da tale pensiero concepii il disegno di scrivere un lavoro di lena,
mirante ad un triplice scopo di rivendicare, illustrare, ed integrare la mente
dell'autore della « Scienza Nuova» A tale scopo indirizza i tutte le mie ricerche
attingendo sempre maggiori lumi dalle sue opere edite ed inedito e fin anche
dai manoscritti che si conservano gelosamente nella bi· blioteca Nazionale di
Napoli. I grandi genii, e segnatamente il Vico che, come non ha guari, fu
appellato da un poderoso intelletto di una delle più famose Università il più
grande filosofo del mondo, muovono da una idea madre fecondissima ed alla quale
rannodava tutte le idee secondarie e particolari. Uvità ed armonia cioè
perfetto organismo è la nota caratteristica del lavoro dei sommi.Ed io vado
riunendo non poche idee per ricostruire su solide basi quest'opera di
architettura gigante e le mie indagini non ric scono infruttuose, e ne è prova
evidentissima questo frammento inedito dal titolo « Pratica della Scienza nuova
. » Non poche censure mosse la turba dei filosofanti al Vico perchè s'ispirava
a concezioni idealistiche negligentando la pra tica della vita. Tale critica
presenta apparenze di verità tanto che VICO stesso no rimase impressionato,ma
raffrontando dottrine a dottrine si coglie il genuino e loro vero significato.
La grand o idealità diquestamassima la storia ideale eterna delle nazioni. L.
ha liberato la dottrina del VICO da tutte le fallaci inter petrazioni. La sua
dottrina che mi pare giusta, merita di essere più larga mente svolta. » Nel
volume delle Onoranze; è una vera esagerazione, e chi si addentra nella parte
riposta del sistema Vichiano si accorgerà che non si possa ascrivere ad essa
une perfetta interpetrazione astratta e specialmente raffrottandola colla
psicologia sociale che sta a base del processo del filosofo napoletano. Bisogna
por mente innanzi tutto alle tre fasi che percorre l'umanità nella sua storica
evoluzione; età del senso, della fantasia, e della ragiono. E molto più alla
dottrina del corso e ricorso delle nazioni, cioè al loro periodo d'infanzia, di
giovinezza e di vecchiaia. Valga ciò a smentire l'assoluto idealismo del VICO
il quale è puramente immaginario. Tutta la seconda Scienza nuova è derivata
dalla psicologia sociale evoli tiva e tutti i diritti, i costumi, le religioni,
le costituzioni plitiche degli stati sono emanazionidiquesto principio. Nelprimo
stadio tutto è divino, gli uomini inselvatichiti hanno un diritto divino, tuttoprocededagli
Dei; il Governo teocraticorappresen ato dagli oracoli, la lingua divina per
atti muti di religiose cerimonie. In Giove e Giunone si personifica ciò che si
riferisce agli auspicii ed alle nozzo: la Giurisprudenza è scienza d'intendere
i misteri della divinazione; il giudizio divino, cio è che nei templi
divini,tutte le azioni sovo invocazioni agli Dei :ogni dritto è divino,ogni
pena è sacrificio, ogni guerra assume carat tere religioso ed ha giudici gli
Dei: od il giudizio di Dio si riduce a duello ed alle rappressaglie : tali
categorie sono sim boleggiate dal lituo, dall'acqua e fuoco sopra un altare.
Seguo poi un ordine di fatti eroici da cui deriva la natura eroica, o dei nati
sotto gli auspicii di Giove, il costumo eroico como quello di Achille, il
governo civico o aristocratico o dei for tissimi, la lingua eroica o delle armi
gentilizie o stemmi. I caratteri eroici come Achille ed Ulisse, che
personificano tutte le grandezze e i savii consigli. La giurisprudenza eroica,
che stà nella solennità delle formule della legge, la ragione di
stato conosciuta dai pochi provetti del governo, il giudizio eroico che
consiste nell'esatta osservanza delle formule e precipua mente deriva il feudo
dalla proprietà dei forti. Infine c'è un or dine di fatti umani, cui
corrisponde la natura umana intelligente e perciò benigna,modesta, che
riconosce per legge lacoscienza, la ragione, il dovere, e poi il costume
officiale, indi il diritto umano fondato dalla ragione, il governo umano
dettato dalla ragione, la lingua umana, Abbiamo motivo di credere che VICO
impressionato dalle obiezioni dei contemporanei vollo dichiarare il supremo
princi pio della Scienza Nuova, cioè la storia eterna ed ideale delle nazioni
con questo frammento e senza addarsene disconobbe l'efficacia positiva della
Scienza nuova. Egli dotato di mente speculativa, pratica e progressiva,
non si poteva mai acconciare a vivere di formule astratte e di umana, il
parlare articolato, i caratteri in telligibili, che la mente umana rivelò dai
generi fantastici se parando le forme e le proprietà dai subietti. La
giurisprudenza umana che mira non al certo, ma alvero delle leggi. L'auto rità
umuna che nasce dalla rinomanza di persone capaci e sa pienti nelle agibili ed
intelligibili cose, la ragione umana o ragione naturale che divide a tutte le
uguali utilità. Il giu dizio umano velato di pudore naturale e mallevadore
della buona fode che ai fatti applica benignamente le leggi temperandone il rigore.
E questi fatti hanno ancheiloro simboli nellabilanciache rappresenta le qualità
civili nelle repubbliche popolari, perchè la natura ragionevole è uguale in
tutti gli uomini. Questi tre ordinidifatti riposanointreprincipii,
chesono:iltimore, l'amore, il dolore, simboleggiati dallo altare, dalla pace e
dal l'urnacineraria,ecosì sifondarono loreligioni, imatrimoni e l'immortalità
dell'anima.In questi concetti siriassume tutta la seconda Scienza nuova.
Rispettaro tutto quanto i nostri maggiori operarono di grande è la disposizione
più favorevole a quest'opera di conciliazione, ma perchè il ri spettonon portia
delle idee esclusive e non soffochi la libertà dei nostri giudizi verso lo
scopo ultimo della scienza, avvicinata a questo scopo la pro duzione più
perfetta dell'uomo, ci rivela la sua imperfezione, in questo modo è riconosciuta
la necessità dell'Ideale, perchè fossecriticatoemiglio rato il presente. puri concetti metafisici, poichè il processo
inquisitivo che egli seguiva aveva un fondamento storico e dava origine ad un temperato
e ragionevole positivismo, pel quale non si poteva disgiungere la scienza dalla
vita.Egli ben vedeva che la scienza fuori la vita era una vana supellettile
intellettuale, un giuoco dialettico del pensiero e non punto proficua al
beninteso pro gresso delle nazioni. Esiste un ideale di perfettibilità, supe
riore, ma non indipendente dalla vita, verità questa intuita dall'antesignano
della scuola storica tedesca, da Savignys, ilquale era ammiratore passionato
delle istituzioni giuridiche romane nelle quali vedeva la più alta
manifestazione del progresso giu ridico. Ma fatto maturo di anni e di senno
confessò apertamente che per quanto possono sembrare perfette le istituzioni
romane, pure comparate all'idealità mostrano la loro incompiutezza. VICO gittò
le basi di una vasta costruzione scientifica fondata nel processostorico–
filosofico. E dàbiasimo al divorzio fraquesti due processi metodici, in questa
memoranda sentenza Peccarono per metà i filosofi perchè non accertarono le loro
idee coll’autorità dei filogici; peccarono per metà i filologi perchè non
inverarono la propria conoscenza coll'autorità dei filosofi». La storia ci
rivela il certo, l'origine, le fasi o gl'incrementi degl'istituti politici,
sociali giuridici, e la filosofia rivela l'ele mento razionale e addita le
perfezioni ideali, cui si possono inalzare; veritá questa intuita da Bacone da Verulamin.
I filosofi, dic'egli, scoprono molte cose belle a contemplarsi, ma impossi bile
ad essere attuate, ed i giuristi ragionanı) come prigionieri nelle catene. Alla
mente di VICO si affaccia, un dubbio che poteva presentare questo supremo
principio della scienza studiossi ripararvi con questo frammento inedito. Tutla
quesť opera è stata ragionata come una scienza puramente spe culativa intorno
alla comune natura dello nazioni. Però sembra per quest’istesso mancare di
soccorrere alla prudenza umana, ond'ella si adoperi perchè le nazioni, le quali
vanno a cadere o non ruinino affatto, o non s'affrettino alla loro ruina ed in
conseguenza mancare nella pratica, qual dev'essere di tutte le scienze, che si
ravvalgono d'intorno a materie, le quali dipendano dall'umano arbitrio, che
tutte si chiamano attive. Anche nella coscienza dei grandi vi sono delle oscil
lazioni sulle loro concezioni. VICO nel fram . citato, dice che la scienza
pratica non si possa dare dai FILOSOFI, ma i filosofi civili e i reggitori
degli stati possono creare costituzioni politiche e leggi, e richiamare le
nazioni al loro stato di perfe zione. Niente di più vero: le nazioni e tutto il
mondo moralo creato dall'arbitrio umano non può ridursi a categorie logiche,
non può essere sottoposto alla legge ferrea della necessità, e quindi la
scienza puramente contemplativa o ideale non può contenere nella sua orbita le
leggi relative dei fatti umani. Se quest'ordine è indipendente dalla necessità
logica, può essere [Qui do legibus scripserunt, omnes vel tanquam PHILOSOPHI,
vel tan quam Jureconsulti, argumentum illud tractaverunt. Atque Philosophi
proponunt multa dictu pulcra, sed ab uso remoto. Jureconsulti autem, suae
quisque patria legum, vel etiam Romanorum, aut Pontificiarum placctis
abnoxüetad dicti, judicio sincero non utuntur,sedtanquam evincolis
sermocinantur. Tractatus de dignite et augmentis scientiarum ; solo regolato o
disciplinato dalle scienze pratiche ed attive e non dall'ordine puramente
scientifico. Nel capitolo VIII della seconda Scienza nuova pare che VICO
incorra in un'incoe renza, in quanto si propone di trattare di una storia
eterna sulla quale corre di tempo la storia di tutte le nazioni con certo
originiecerteperpetuità,e poidico chelescienze pratiche possono regolare la vita.
Ma come si può parlare d'una storia eterna, sulla quale sono modellate le
storie di tutte le nazioni se il mondo morale, con tutti i suoi fattori,
procede dall'arbitrio umano ? Questo ardito disegno del filosofo napoletano
racchiude un pen siero riposto. Questa Storia eterna delle nazioni,
modellatrice, esemplatrice di tutte le storie delle nazioni è uno dei più
grandi problemi della Scienza Nuova, che è assai bisognoso di com menti
illustrativi ed esplicativi. In questo capitolo si nasconde una speculazione
alta, e, dirò meglio, vertiginosa. Qui il Vico si rivela come idealista, o
meglio tale appare, poichè nello stabilire un ideale comune a tutte le nazioni
pare che proceda con un metodo astratto e formale, cioè como un ideale fanta
stico di pura creazione del cervello. Parvenza vana inganna trice! Ad un
pensatore meditativo apparisce,com'è infatti, una dottrina a fondo realistico.
Essa non è generata ma è ricavata da uno studio coscienzioso ed accurato dei
fatti. Il diritto naturale delle genti è reale quanto la natura umana, ed è la
fonte di questa dottrina. Secondo la mente di VICO non si potrà revocare in
dubbio l'esistenza d'un dritto naturale, comune a tutti i popoli. Cotal
diritto, comune a tutte le nazioni, ricavasi dalla psicologia sociale, la quale
ci attesta la natura comune sociale dei popoli. Questo argomento
comparativo trova la sua conferma nel fatto irrecusabile che questo diritto
comune, patrimonio di tutto le genti, non poteva essere stato trasferito o
comunicato da popolo a popolo, perchè fra loro non vi era, nè era possibile nes
suna comunanza di relazione. Ponendo mente all'esistenza di un diritto naturale
identico a tutti, o perciò universale e necessario, non si può negare un sicuro
fondamento all'esistenza d'una sto ria eterna nella quale corrono di tempo in
tempo le storie di tutte le nazioni. Il diritto é uno, come uno è il tipo
umano. Nella varietà dei costumi dei popoli vi è qualche cosa che non va ria nè
si trasforma. Dunque uno è il diritto, ed una è la storia ideale delle nazioni,
la quale è fondata sull'unità del diritto. Dunque dalla medesimezza del costume,
sigenera ildirittona turale,e da ciò nasce ildisegno di una storia eterna delle
na zioni Concetto ardito e profondo, poichè in tanto è possibile una storia
eterna ed ideale, in quanto vi è un tipo unico nel di ritto e nel costume. I
grandi genii hanno il presentimento di certe verità che poscia approfondite
dalle venture generazioni acquistano piena coscienza. Questa divinazione del VICO
oggi è rifermata dalla analisi comparativa degli istituti giuridici e politici,
e questa scienza divinata dal Vico è una delle più belle glorie dei nostri
tempi, a cui un forte ingegno siciliano addisse il suo ingegno e ne abbozzò il
primo disegno. E qui si adombrano le prime lince di un metodo armonico fra il
vero e il fatto, fra LA FILOSOFIA e la Storia La Storia dei costumi deve
emanare da due cause coefficienti: dall'ordine reale e dell'ordine ideale,e
così si avvera il gran principio di VICO, verum et factum reciprocantur. Ma
l'ordine ideale per non essere una chimera deve Ideo uniformi nate appo interi
popoli fra essi loro non conosciuti, debbono avere un motivo comune di vero.
Scienza nuova, Dignitá. avere un'origine per quanto rimota,ma sempre
realistica, non è fantasmagorico, ma ricavato,o meglio osservato nell'elemento
comune che presenta il costume dei popoli,e perciò non è in fecondo e
sterile,ma proficuo alla vita. (1Questo brano è tolto dal capitolo Incoerenze
di Vico del mio saggio: La mente del VICO rivendicata, illustrata e integrata.
A riassumere la dottrina giuridica di Vico è indispensabile
determinare i principi fondamentali dell» scuola storico-filosofica da
Ini splendidamente rappresentata. La Scienza Nuova è lu
riprova più sicura della lenominazione apposta ; iu quel lavoro di
architettura gigante si vede adombrato il disegno dell’armonia fra i principii
razionali e il fatto storico. La psicologia sociale è il substratum delle
leggi, delle religioni, delle lingue e di tutti gli altri elementi della
civiltà. In quella filosofia della storia contenuta in germe LA FILOSOFIA
DEL DIRITTO POSITIVO, perchè le costituzioni civili, sociali e politiche
sono conseguenza necessaria della vita, della cultura e dei costumi
delle varie nazioni. Egli divide in tre grandi periodi la storia
civile delle nazioni, cioè l’età del senso, della fantasia e della
ragione, e tutti i fattori dell’incivilimeiito, dalla religione alla
lingua, da questa alla giurisprudenza c infine alla politica rispecchiano
fedelmente le immagini e i caratteri di quei tre grandi avvenimenti
'‘tarici. Anche nell’opera, De universi iurte et prtnùfno et fine uno le
ricerche del DIRITTO FILOSOFICO sono accompagnate dall’indagine storica e
innumerevoli applicazioni fa al diritto romano, da cui poi si eleva
ai supremi principii giuridici. Questo sapiente indirizzo trova la ragion
di essere in quel supremo pronunziato del De antiquissima Italorum sapiential, che
« verum et factum reeiprocantur. Il fatto adunque deve procedere di
conserva col vero, altrimenti si cade o nel formalismo astratto o
nell’imperiamo gretto. E con questo criterio VICO dà biasimo ai FILOSOFI ed
ai filologi; mancarono per metà I FILOSOFI perché non accertarono le loro
idee con l’autorità dei filologi, e mancarono per meta i filologi perchè
non avverarono le loro idee con l’autorità dei filosofi. Il vero e
il fatto sono due termini convertibili, e, perchè convertibili,
l’indagine storica trova la sua vera integrazione nei principii di
ragione, e questi hanno il loro fondamento nell’ordine dei fatti
bene accertati. Storia e Ragione sono adunque i due fattori
del diritto filosofico e, quando si scinde il fatto dal vero, si
avrà del diritto un’idea esclusiva, incompiuta, o fallace. Il
diritto, secondo VICO, è un’idea umana, vale a dire un principio ideale e
storico, o meglio un principio ideale che si attua nella storia; e
tanto è vero ciò che mette radice nell’ordine eterno dell’eterna ragione
o dell’eterna volontà in quanto prescrive alia volontà umana l’equo
bono. Secondo questa dottrina il diritto deriva da due cause
coefficienti, cioè: l’utile e l’eterna ragione. L’una dà la forma e l’altra la
materia. Utilità» fiiit occasio iuris, honestas causa. Tutto ciò risponde
esattamente allo spirito del sistema vichiano. Infatti la plebe, insorgendo
contro il patriziato, conquistava i propri diritti, eppure era mossa
dalla molla dell’interesse. Sicché il progresso morale e civile
delle nazioni era occasionato dalle passioni, lagli interessi, i quali
contribuivano a far riconoscere i principii razionali. Quao vis veri sen
liumann ratio virtus est quantuin cum cupiditate pugnat. Quantum utilitates
diligit et exquat, quao nnum universi iuris principium unusque iincs. L’utile
non è per sè stesso né onesto nè turpe, ma pnò divenire l’uno o l’altro
quando è o confonne o disforme alla giustizia. Ecco dunque come il diritto
ha l’anima e il corpo, la materia e la forma, ed lia un contenuto etico,
che applica nell’utile. E da ciò segue la definizione del
diritto: Igitur ius est in natura utile a eterno, coniincusu acquale. I
punti salienti nei quali si rias mine la teorica del Vico sono i seguenti
: l’indagine storica, base della ricerca razionale, convertibilità. del vero
col fatto; insidenza del diritto nel bene, incarnata nella formula
dell’equo buono : inerenza dell’equo buono nell’ordine eterno; futilità
in quanto è regolata dalla ria veri; l’utile è materia; e la ragione forma
del diritto. Nome compiuto: Vincenzo Lilla. Lilla. Keywords: implicature, Vico,
Vico ri-vendicato, Vico ri-vendicate, Luigi Speranza, “Grice e Lilla: la
semiotica di Vico” – The Swimming-Pool Library. “Il Vico di Lilla” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Limenanti – l’ebreo italiano -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “I would call Limentani an Italian
philosopher, but Mussolini would not!” -- Grice: “Oxford had Ayer – Italy had
Limetani!” – Keywords: ebreo Italiano, Gentile, storia della logica. Filosofo italiano. La dialettica come materia di
studio trapassa DA ROMA a BOLOGNA nel Medio Evo. Gli scritti tratteggiati di
Marciano Capella, di BOEZIO (si veda), di Cassiodoro, e in parte anche di
Agostino e del Pseudo-Agostino, son le fonti esclusive che offrirono allora il
materiale per lo studio della logica a BOLOGNA, la prima scuola d’Europa. Li
tutt’i luoghi dove, in connessione con il (Rifondersi del Cristianesimo, o
sorsero numerosi centri di cultura del tutto nuovi, o anche fu talvolta
possibile riattaccarsi ad istituti antichi, troviamo comunemente adottato il
corso di studi, più o meno compiuto, del TRIVIO – grammatica filosofica,
dialettica, e retorica -e del Quadrivio – arimmetica,
geometria, astronomia, e musica. E sebbene il quadrivio non e coltivato
dovunque alla stessa maniera, regna tuttavia per lo più una certa uniformità
nello studio del trivio, in quanto che non c’e scuola dove queste tre arti
mancano. Non è frase o esagerazione il giudizio che pronunziamo relativamente
alla dialettica, che cioè l’intiera ITALIA, per tutta la estensione in cui in
generale la filosofia nella sua graduale diffusione è venuta a contatto con
esso, è stato addottrinato dalla tradizione dei filosofi, testé nominati, della
tarda ROMANITÀ, che cioè in ITALIA si venne effettivamente a conoscenza di un
certo materiale di teorie logiche, e anzi soltanto, in modo esclusivo, sul
fondamento di quella tradizione. Appunto per questo riguardo, tuttavia, sembra
che la storia della dialettica non deve già esorbitare dal campo che le spetta.
Si dà cioè il caso che da notizie isolate sopra istituzioni scolastiche, o da
cataloghi di biblioteche, e via dicendo, non risulti assolutamente nient’altro,
se non che in questo o quel luogo o era semplicemente conservato, o in una
qualunque scuola claustrale era anche soltanto letto uno saggio di dialettica,
opera di Marciano Capella o di BOEZIO (si veda) ecc., ovvero che c’ è stato chi
si è coltivato la mente con questa lettura, o l’ha raccomandata ad altri, e
così via. Orbene, queste notizie, per quanto preziose ci possano apparire,
proprio a cagione della loro sporadicità, noi dobbiamo lasciarle alla storia
generale della filosofia o alla storia della universita di BOLOGNA; poiché per
la storia della dialettica basta in generale il fatto di un diffuso esercizio
delle sette così dette arti liberali, quale generico fondamento per entrar a
parlare del Medio Evo, e su questa base dobbiamo poi andare qui in traccia di
ciò che e prodotto da ima personale, per quanto ristretta, attività, di singoli
filosofi, e che perciò presenta elementi, i quali hanno contribuito al
progresso della filosofia nel corso della sua storia. Inoltre, simili dati,
anche se per essi non si oltrepassi la cerchia del materiale apparentemente
insignificante, conterranno poi bene in sè a lor volta qualche elemento, che
permetta di trarre induzioni relativamente a ciò che dicevamo dianzi, che cioè
accanto all’attività individuale isolata, ha da esserci stata una operosità
collettiva, rimasta attaccata semplicemente al testo della tradizione dei libri
scolastici. Si diffonde nelle scuole la dialettica della tarda LATINITÀ. Ma ima
osservazione sola, riguardo a questo materiale scolastico, bisogna premetterla
subito qui, in tutto il suo rigore e in tutta la sua estensione. Dobbiamo cioè
fin dal principio tener fisso lo sguardo sopra l’assoluta esclusività del
materiale stesso, cioè in primo luogo sopra il fatto che questi prodotti
filosofici LATINI sono incondizionatamente i soli che si trovassero in
circolazione, e che pertanto l’ITALIA non conosce nè poteva adoperare in
generale, per la dialettica, nessun’ altra fonte, all’ infuori da Marciano
Capella, BOEZIO (si veda), Cassiodoro e l’autentico o lo spurio Agostino. A
questo periodo del Medio Evo e possibile, intorno alle opere che stanno a
fondamento della dialettica, solamente quella conoscenza di seconda mano, che
puo esser attinta appunto a questi filosofi; e particolarmente gli scritti del
LIZIO (anzi in generale addirittura anche il nome soltanto di Aristotele) sono
conosciuti esclusivamente in quella sola forma, in cui li aveva trasmessi
BOEZIO. Quando in documenti si trovano menzionati saggi del LIZIO, non si può pensare
a nient’altro assolutamente, se non appunto a queste traduzioni di BOEZIO. Così
p. es., quando ') Per Tintento presente debbo pertanto lasciar da parte un
materiale di fonti, non scarso e che sono riuscito a raccogliere non senza
fatica, un materiale che o si gonfierebbe sino a formare una storia di BOLOGNA,
oppure, anche a volersi limitare (cosa del resto non facile a farsi), a una
scelta di passi, strappati dal contesto e solo attinenti alla dialettica
filosofica, comprenderebbe pur sempre soltanto la documentazione di un fatto,
anche senza di ciò universalmente noto, che cioè il contenuto della scienza
scolastica e formato da quelli filosofi nominati più sopra.] tra i libri della
Biblioteca di York viene nominato anche un « aoer ArisBobeles » 2 ), o quando
troviamo ricordate a Tegemsee le Categorie di Aristotele. Certamente, che
simili passi sieno tutti da spiegare soltanto a questa maniera, e perfettamente
chiarito al lettore, grazie, per così dire, alla sua personale esperienza,
soltanto da ciò che si dirà appresso, come pure dal trapasso a quel periodo, in
cui venne a conoscenza del Medio Evo il testo del LIZIO. Ma si è ritenuto non
superfluo delimitare esattamente fin da questo momento il campo visivo.
Naturalmente una eccezione soltanto apparente è data dalla tradizione di un
Bulgaro, un certo Simone, che avrebbe studiato a Costantinopoli la sillogistica
di Aristotele. Poiché, che nell’IMPERO ROMANO di Oriente i greci si occupassero
di tale materia, si è ba[La biblioteca fondata a York da Alberto è descritta
dallo scolaro di lui, Alcuino, nel suo poema De Pontificibus et Sanctis
ecclesiae Eborucensis, Aixuini Opera, ed. Frobenius. Ivi si legge, [Fersus de
Sanctis Euboricensis Ecclesiae: cfr. MGH, Poetile latini nevi Carolini, ed.
Dùmmler]: Qiute Victor inus script ere BOEZIO alque, Historici velerei,
Pompeius, PLINIO, ipse Acer Aristoteles, rhetor quoque TuUius CICERONE ingens
[P!L]) Un monaco di Tegernsee scrive in una lettera (riferita dal Pez,
Thesaurus Anecdotorum Novissimus, [Codex diplomaticohistorico-epistolaris di
Pez e Hueber): stultam fecit Deus sapientiam mundi huius (queste son parole di
S. Paolo, ad Corinth.), poslquam exsiccayit fluvios Ethan. Prae dulcitudine
enim decem chordurum Davidis.... paene oblitus sum totidem culegoriarum Aristotelis.Posso
qui rinviare fino da ora per il momento al noto eccellente lavoro di Jourdain,
Recherches critiques sur Page et l’origine des traductions latines (TAristote,
Parigi, sia pure riservandomi di doverlo in più luoghi correggere e integrare.
Liutprandi Antapodosis Pertz, MGH: hunc etenim Simeonem emiargon, id est
semigraecum, esse idebunt, eo quod a puericiu Bizantii Demostenis rhetoricam
Aristotelisque silogismos didicerit [PL]. Ma c’ è una notizia isolata, e una
soltanto, che potrebbe sembrare in contraddizione con il giudizio da noi
pronunziato. Cioè, Papa Paolo I manda a Pipino il Breve, vari scritti, citando
egli stesso tra questi, nella lettera relativa, anche libri del LIZIO; tuttavia
il documento, se è genuino, e della sua autenticità non sembra esserci ragione
di dubitare, parla assai più a favore che non contro la nostra tesi, poiché
manifestamente questo esemplare, unico allora in quella regione, di mi testo
del LIZIO, rimane sepolto presso la corte di Francia, oppure anda perduto, non
riscontrandosi almeno in alcun luogo la minima traccia di uso che ne sia stato
fatto. Inoltre, per quei paesi, la prima sicura notizia di traduzioni dal
LIZIO, cade anzi in generale soltanto all epoca di Carlo Magno, e appresso
verniero ancora i lavori dello Scoto Eriugena (traduzione del Pseudo-Dionigi.
La lettera è stampata da Cajetanus Cenni, Monumenta dominationis pontificiae,
si ve Codex Carolinus (Roma), dove figura il passo. Direximus edam excellentiae
vestrae et libros, quantos reperire potuimus, id est, Antiphonale, et
Responsale, in simul artem grammaticam, Aristotelis, Dionysii Ariopagitae
libros (nel Cenni si legge, senza segno di divisione, artem Grammaticam
Aristotelis), Geomelricam, Orthographiam, Grammaticam, omnes Graeco eloquio
scriptores. La frase “graeco eloquio’, il cui significato nel linguaggio
dell’epoca è fissato con piena sicurezza, si rifere certo esclusivamente ai
libri su nominati, soltanto a incominciare da Aristotele, perchè 1’ Antiphonale
e il Responsale sono naturalmente in latino, e così pure probabilmente la prima
grammatica, mentre la seconda e in greco. Del resto non si trova questa notizia
utilizzata in Jourdain. P. es. nel Chronieon Saxoniae et vicini orbis Arcloj di
David Chttraeus (Lipsia [ed. di Rostock): Instiluit autem Carolus Osnabrugae,
ut in collegio [BOLOGNA] assidui lectores Latinae linguae essent. Vidi enim
cxerulli um literarum fundationis, ut vocant, quas ecclesiae Osnabrugensi
Carolus dedit. E così in molti luoghi, ma sempre con riferimento alla nota
ambasceria della Imperatrice Irene e alle relazioni diplomatiche, che ne furono
determinate. La tradizione della dialettica scolastica, nei riguardi delle
traduzioni di BOEZIO, è limitata e s’ignorano le principali opere logiche di
Aristotele. In secondo luogo, tuttavia, anche quel materiale di fonti IN LATINO
è, a sua volta, proprio nella parte essenziale, limitato. Mentre cioè gli
scritti del LIZIO avrebbero potuto esser letti tutti quanti nelle traduzioni di
BOEZIO, che sono per tale oggetto LA UNICA FONTE, proprio qui si presenta ima
rigorosa delimitazione; poiché della su citata produzione letteraria di BOEZIO,
si adoperano in modo esclusivo soltanto quelle traduzioni, eli egli stesso
illustra con commenti e apprestate per uso scolastico A BOLOGNA, cioè, oltre
alla doppia ri-elaborazione dell’ “Isagoge” di Porfirio, soltanto la traduzione
delle Categorie e le due edizioni del libro de interpretatione [cf. “the only
two things on which I lectured with J. L. Austin at Oxford” – H. P. Grice], a
cui si aggiungono poi a poco a poco ancora i compendi che son opera dello
stesso BOEZIO. All’ incontro, le versioni dei due Analitici, come poire della
Topica aristotelica e dei Sophistici elenchi, tutte opere che BOEZIO lascia
LATINIZZATA si senza commento, rimaneno, appunto per questo motivo, escluse
dalla considerazione, e si sottrassero pertanto alla conoscenza, a tal punto
che per lungo tempo non si sa in generale nemmeno più che esistesno. Sicché,
quando a poco a poco incominciarono a rendersi note quelle opere principali del
LIZIO, e questo un momento decisivo per lo sviluppo della dialettica. E mentre
L, ritene fallaci tutt’ i tentativi di dividere in periodi, per motivi interni,
la così detta « filosofia » medievale, mi sembra resa possibile per 1 intiero
Medio Evo una partizione in singoli periodi, esclusivamente dal punto di vista
della quantità del materiale, di volta in volta esistente o novamente
apportato. Così potrei anche nettamente qualificare la differenza, rilevando
elle prevale qui una conoscenza frammentaria di BOEZIO, mentre nella Sezione
prossima si manifesta un influsso chiaramente visibile, così della conoscenza,
che a poco a poco si acquista, DELL’INTIERO BOEZIO, come pure dell’
apprestamento di traduzioni nuove delle opere non utilizzate finora; a ciò si aggiungono
in sèguito per le Sezioni successive analoghi arricchimenti di materiale. La
dimostrazione di queste 1 mie idee e presentata, come ben s’intende, qui
appresso. In poche parole, dunque per ripetere la delimitazione così
recisamente e chiaramente quant’ è possibile , il materiale tradizionale della
dialettica, per questa prima sezione del Medio Evo, è costituito esclusivamente
da quanto segue: Marciano Capella, Agostino, pseudoAgostino. Cassiodoro, e
BOEZIO. E, precisamente, di BOEZIO: ad Porphyrium a VITTORINO translatum, ad
Porphy rium a se translatum, ad Aristotelis Categorias, ad Aristotelis DE
INTERPRETATIONE, ad CICERONE Topica, Introductio ad categoricos syllogismos, De
syllogismo categorico, De syllogismo hypothetico. De divisione, De defninone,
De differentiis topicis. Manca invece in questo primo periodo la conoscenza dei
due Analitici, della Topica e dei Sophistici elenchi di Aristotele. E
limitandosi lo studio della filosofia in modo esclusivo alla DIALETTICA, mentre
altri rami, come ■s p. es. la PSCIOLOGIA RAZIONALE e l’ETICA, sono
sistematicamente intrecciati con la teologia morale, anche per la filosofia in
generale i suddetti filosofi formano il materiale quasi esclusivo; poiché vi si
aggiunge ancora solamente, riguardo alla COSMOLOGIA, la traduzione del Timeo
piatonico, opera di Calcidio: come pure, d’altra parte, per la così detta
questione della teodicea, un materiale spesso sfruttato era fornito dal De
consolatione philosophiae di Boezio. Ma duplice e l’attività personale,
esercitata da insegnanti o da filosofi di tutto questo periodo, sopra siffatto
materiale esclusivo della tradizione scolastica. Vale a dire, o si tratta di
aggiustare compendi, per lo più dominati da un affastellamento di svariate
fonti, accozzate a casaccio (in maniera del tutto simile a quel che abbiamo
dovuto rilevare particolarmente a proposito dello scritto di Cassiodoro [De
artibus ac disciplinis liberalium littcrarum ]), oppure ci si occupa di un più
o meno minuto COMMENTO dei libri già in uso, tra i quali si fanno avanti in
prima linea la Isagoge e le Categorie nella redazione (traduzione e commento)
di BOEZIO. Ma inoltre, alla discussione dei problemi della dialettica
s’intrecciavano questioni di teologia GIUDEO-CRITSTIANA – non romana --, come
pure le controversie della logica fanno risentire il loro possente influsso
sopra le contese della dommatica, e anzi in generale domina da principio, per
questo riguardo, una situazione molto caratteristica, che non si può lasciar
esclusa dalla nostra considerazione. Atteggiamento della ortodossia rispetto
alla logica. La dottrina GIUDEO-CRISTIANA, cioè, in se stessa fatta del tutto
astrazione dal processo di formazione delle idee GIUDEO-CRISTIANE in generale e
in verità, nel suo primo manifestarsi, informata ad assoluta semplicità e
immediatezza, e parla all’ animo suscettibile di emozione religiosa. Ma nello
stesso tempo si trova determinata, nel corso della sua ulteriore propagazione,
a operare su di una popolazione, la quale in parte possede una cultura, formata
per opera delle scuole che funzionavano nella tarda antichità, e che puo cosi
cougiungere al contenuto nuovo di dottrma giudeo-cristiana e di Anta cristiana,
un aspetto formale del mondo antico. Come da questa mescolanza d’immediatezza
religiosa e di addottrinata capacità didattica, si svolgesse rapidamente
l’antitesi fra LAICATO e clero, si formasse cioè una ecclesia docens, e come la
Chiesa, per il fatto eh era docens, affatto naturalmente ponesse le mani sopra
le istituzioni scolastiche, e così facendo si appoggiasse, formalmente, a quel
che già esiste, sou cose che non c’interessano punto qui, nè più nè meno che le
lotte, condotte con le armi della dialettica, e attraverso le quali si veniva
compiendo la formazione del dogma. Invece è di grande interesse per noi la
circostanza, che venne a manifestarsi da un lato una valutazione positiva, e
dall’altro lato un disdegno della logica, come già si è appunto veduto per due
eminenti rappresentanti della teologia giudeo-cristiana, cioè Girolamo e
Agostino, che abbiamo dovuti ricordare più sopra, e dei quali particolarmente
il secondo mostra molto chiaramente il presentarsi di quelle due tendenze, una
accanto all altra. Ma quanto più energicamente e accentuato in tale contrasto
il punto di vista specificamente giudeo-cristiano, tanto maggior importanza
dove essere riconosciuta a quella intima immediatezza, che Agostino denomina
lux interior: e non soltanto è cosa che si spiega facilmente, ma addirittura
risponde a una esigenza teorica, che proprio i più rigidi fra i primi teologi
giudeo-cristiani, mentre conduceno la polemica obbligatoria contro il contenuto
dell’antica filosofia, hanno un atteggiamento molto riservato anche verso le
forme di quella filosofia, da'l quale la fede non soltanto non può essere
sostituita, ma resta anche sovente turbata. Fatto sta che così si forma
anzitutto un’avversione sistematica contro la logica o dialettica, e se
riflettiamo che nelle lotte per la formazione dei dogmi, proprio gl’Ariani e i
Pelagiani hanno una effettiva superiorità per cultura e ABILITA DIALETTICA, ci
riesce facile spiegarci come quell’avversione si sia sviluppata sino a
diventare animosa ostilità. Non soltanto da Ireneo e Tertulliano, ma
particolarmente nell’epoca culminante della contesa intorno ai dogmi, da
Basilio il Grande, Gregorio Nazianzeno, Epifanio, Hieronymue Presbyter
[Stridonensis: S. Girolamo], Faustino, Mansueto, Eusebio, Socrate, Teodoreto e
altri, può citarsi una stragrande quantità di passi, nei quali LA DIALETTICA è
tacciata di superfluità, o è denominata un ozioso operare, che distrugge se
medesimo, e un’artificiosa filastrocca senza scopo, la quale per il suo
carattere mondanamente versipelle non può profittare alla semplice pura verità,
e in generale è ANTI-cri[Basilo Magni adversus Eunomium (Opp ., ed. di Parigi):
ij xòrv \ApioxoxéXo'JS 5vxwj xal Xpoaduioo auXÀoY'.sp&v éìei rcpòp xà
|iaOetv Sxi 6 iYÉvvrjxo; où YSY^vrjxat ; [PG « mira vere Aristotelis aut
Chrysippi syllogismis opus nobis erat, ut disccrcmus eum qui ingenitus est,
(neque a seipso, neque ab altero) genitum fuisse. Tertulliani de praescriptione
haereticorum, Opp., ed. di Venezia): Miserum Aristotelem! qui illis dialecticam
instituit, artificem struendi et destruendi, versipellem in sententiis, coaclam
in coniecturis, duram in argumentis, operariam contentionum, molestarli etiam
sibi ipsi, omnia relractantem, ne quid omnino tractaverit [PL], Grixohii
Nazi.anzeni Oratio 26 (Opera, ed. di Colonia): oOx ol5s Xóy“ v o-potfà(, faas
xe ooyibv xa l atviy|iaxa, xal xà; nóppcovo? ivaxàosig, f; è:pééeij, f)
àvxiO-éosif, xal xù>v Xpualintou auXXoYiaptùv xàp éiaXùast?, ■?, xiòv
'ApioxoxéÀoog xsxvùv x^v xaxoxexvlav. Oratio: yaipovxsg xalj pspVjXoi;
xsvo^òiviatf, xal àvxtOéaect xfjg (tsuìiovòpou Y v( ',aso) f’ xa i? eig oòSèv
xpL ( at|iov cpepoùaaij XoY 0 l ia X^ al » [PG: Oratio nec verborura flexus et
captiones novit, nec sapientoni dieta et aenigmata, nec Pyrrhonis instantias,
aut assensus retentiones, aut oppositiones, nec syllogismoruin Chrysippi
solutiones, aut pravorn artium Aristotelis artificiuin. PG Oratio quique
inanibus verbis, et contentionibus falso nominatae seientiae, ac disputationum
pugnis, quae nullam utilitatcm afferunt, obleetantur Epiphanii adversus
haereses Opera, ed. Petavius, Colonia): Ssivóxrjxt gàXXov iaoxoùg
ÈxSsStiixaaiv, èvSuaà|ievot ’ApiaxoxsXrjv xs xal xoòj SXXoog xoO xóo|iou
StaXexxixoùs, iùv xal xo'jf xaprcoùg iiexlaat, |n;8Éva xapnòv 8ixaiooóvi){
eiSóxsf. lbid.. Ili, praef. (p. 809): èx ouXXoYiapffiv y àp xal ’Apiaxo-]
-stiana. Epperò tutta la sillogistica, come deve venir meno dinanzi alle
semplici parole degli Apostoli, serve dal canto suo ancor mia volta soltanto a
contraxsXixcòv xal Y Et0 ]iSTptxà>v xòv S-sòv Ttaptoxàv jìoóXovxaiIbid.,
Ili, 76, 20 (p. 964): xaòxa Ss dxpatpstxai itàaav ooD xùv Xóyiov ouXXoyumxijv
nuÀoXoytav. Kal oì)x èv&èxt'tat ^{*^6 rcpoipé^aatf-ai jiath^ràs
Yevéa&ai ’Apia'coxéXoos toD ao5 éicioxdtou»... Où Y a «° * v Xif(p
aoXXoYtaxixip r/ [ìaa'.Xs'.a xcòv o&pavù>v, xal èv Xó^iji X 0 |iJta:mx,
àXX" èv Suvct|isi xal àXYiO-stqc (v. nota 20). Ibid., 76, 24 (p. 9il):
xpooèXaps xò 0-stov, ibg xaxà xòv aiv Xoyov, si; xr ( v auxoO xiaxiv xijv
ouXXoYiaxtx^v xaùxnjv aou x^v xsxvoXoyiav. 1PG, calliditatem potius amplexi
sunt, seque et ad Aristotelem ac caeteros mundi huius DIALECTICOS accommodare
maluerunt: quorum fructus ita consectantur, nullam ut justitiae frugem
proferant. PCI, quippe syllogismis quibusdam Aristotelicis ac geometrici Dei
naturato explicare studeut. PG atque haec omnia tuam illam argumentorum fabulam
circumscribunt. Neque id hortatione ulla pcrficere potes, ut Aristotelis
praeceptoris lui discipuli esse velimus. Non enim in syllogismis argumentisve
regnum cadeste positura est, neque IN ARROGANTI INFLATOQUE SERMONE, sed in
virtute ac ventate ». PG, Deus, ut asse rere videris, tuum illud DIALECTICAE SVBTILITATIS
ARTIFICIVM, velut quandam lidei euae accessioncm adjecit. Inoltre proprio in
Epifanio si presenta con la massima frequenza affermazioni di questo genere.
Cfr. Hieronvmi de perpetua virginitale B. Mariae adversus Helvidium (i Opp ed.
di Parigi: Non campimi rhetorici desideramus eloquii, non dialecticorum
tendiculus nec Aristotelis spineto conquirimus: ipsa Scripturarum verbo ponendo
sunt [PL. Faustini de Trinitate adversus site de Fide contrai Arianos,
Bibliolheca Veterum Patrum, cura Andreae Gallando, Venezia, VIE. Noli injelix
adversus Christum Dominimi tolius creuturae, Aristotelis artificiosa argomenta
colligere, qui te Christiunum qualitercumque profileris, quasi ex disciplina
terrenae supputationis circumscriptor advenias [P.L. Theodoreti sermo de natura
hominis (Opp., ed. Sirmond, Parigi) [ed. Festa] : fjpslg 8è aòxffiv xf ( v
ipjtXrjgiav òXo^upò|isi>a 8xi 8»; ópùvxsg gapfapocpwvoog àvOpuixoug xtjv
'EXXtjvtxTgv eÒYXtoxxlav vevixrjxóxag, xal xoòg xsxop'jis’Jiiévo'Jg pùS-ODg
xavxÉX&g ijsXtjXapivous, xal xoùg àXiEuxixoog ooXoixp opob? xoùg ’Axxixoùg
xaxaXeXoxóxag E'jXXoyi3|ioù? [PG Graecarum affectionum curatio ): trad. Festa:
Ma noi compiangiamo la stupidità dei derisori. Vedono' pure che uomini di
barbara favella hanno vinta la facondia ellenica, hanno spazzato via. le loro
ben composte favole, vedono che i solecismi dei pescatori hanno dissolto i
sillogismi attici. Quest’allusione alla semplice parlata dei pescatori si trova
pure altrove ancora piuttosto di frequente.] stare e falsificare la fede, come
in particolare si vede nel caso degl’ariani, e così via dicendo. Ma se per tal
modo LA DIALETTICA, della quale per lo pj£i g]*£} latto responsabile
Aristotele, e precisamente in particolare a cagion della sofistica contenuta
nelle Categorie, era quasi diventata oggetto di orrore, insorge tuttavia in
pari tempo da se stesso il senso della necessità di potersi difendere ad armi
uguali contro i nemici della dottrina ortodossa, ed è naturale che finisce con
il prevalere questo motivo, che cioè LA DIALETTICA è UTILE per la lotta contro
gli eretici. Quel che ora importa, e dunque lo spirito e la intenzione, con cui
si coltiva lo studio della DIALETTICA, e a questa maniera si [Irenaei adversus
contro haereses, Opp., ed. di Venezia): minutiloquium miteni et sublimitatem
circa quaestiones, cum sit Aristotelicum, injerre fidei collant II r [cfr. PO,
Eusf.bii historia ecclesiastica, Opp., ed. di Parigi: Christum ignorarli, sed
quaenam syllogismi figura ad suoni impietalem confimiaridaiti reperilur,
studiose indagarunt; quod si quisquam forte illis aliquod divini eloquii
testimonium pròjerat, quaerunt, ulriim CONIVNCTAM VN DISIVNCTAM syllogismi
figuram possit efficere sollerti impiorum astutia et subtilitate simplicem ac
sinceroni divinarum scripturarum fidem adulterant [cfr. PC, e Griechische
Chrisùiche Schriftsteller traduzione latina di Rufinus, Hieronymi. adversus
[Diulogus contrai Luciferianos, Ariana haeresis magis cum sapientiu seculi
facit, et argumentationum rivos de Arislotelis fontibus mutuatur [PL) Socratis
Historia ecclesiastica, ed. Valesii, Torino: siiOòc o&v èjjsvo?cóva:
(intendi Aezio) xoòg èvxUYXàvovxag. ToOxo 8è Ijxoìei, ta:j
xaxrjYOpEcus’ApiaxoxéXoos zioxsóiov gtjìXEov Ss oilxojf ixxlv èmYSYpa|i|isvov a
5 x(j> ig aòxàìv xs SiaXsYÓpsvog [xal] iauxijì allaga 7xotv ’ApioxoxéXoos.]
puo persino menar vanto delle proprie conoscenze in materia di DIALETTICA ; ma
con ciò puo benissimo rimaner legata la idea, che proprio soltanto per ragioni
estrinseche la teologia dommatica ha, servendosi della dialettica, messo il
piede nel campo di un verbalismo affatto esteriore, e pertanto non ci fa
meraviglia trovare più oltre ripetutamente un’aperta ostilità contro qualunque
dialettica in generale. La Isagoge di Porfirio. Ma in ogni caso, come si è
detto, la ecclesia docens e per questa via, pervenuta ad accogliere nell’ambito
della propria attività una certa somma di teorie logiche, e una volta che, per
uso dei chierici, sono adottati compendi quali si vogliano, se pure con le
debite riserve per quel che riguardava lo spirito informatore e la intenzione
-, puo e dove bene presentarsi inevitaouXÀoytO|ix é>S àXy,9-eiav
èxrtaiSeùovxa, àXX’oif; gjtXa x-ij« àXr^slaj xaxà xoù 4>eó8oo£ Y‘T vé l 1 ®
va 82 > 1189 ‘ Aristotelis syllogismos, et Platonis facundiam aurium
adjumentis e cieco didicit Didymus, non quasi veritatem ista doceant, sed quod
arma sin! veritatis contra mendacium. Cyrilli Alexandrini Thesaurus de
Trinitate, 11 ( Opp, ed. Auberl, Parigi: Ex pa8-vjpàxtov r,|nv
xiòv'ApiaxoxéXoug ipiuópevot, xal xj Seivóxr ( xt xi)£ Ev x6o|i(p aotplag
àTioxsxpxinivoi, xxóxoug èystpcuat ^'rjp.àxtov XEVtòv, oòx e18óxs£ 8 xi xal
tipEg xaóxtjv àpaiHB? 8/ovxej èXsYX s ' 1 Ì 30VTal ' S-aupiaai 5 vxwj
àxiXooS-ov. 6 xi 8V) xàv iispl xoa |isi^ovo£ xal xoO EXàxxovog Esexàsovxsf
Xéyov, i-l xòv Ttspl xoO 6|ic£o’J xal àvopolou |iexar:sTCX(óxaotv, oOx eISóxe;
6 xt, xaxà xr/V ’ApiaxoxéXouj xiyyrp, 4 tp* % pàXiaxa |iEYaXo:ppovEtv Etónlaaiv
aòxol, oùx et; xaùxòv xaxaxàxxExat. Y* V °S 33 1:5 6 l i0l0v xal xè àvópoiov.
ó)( xal xò pst^ov xal xò IXaxxov [PG. Ea Aristotelica disciplina nobis
insultantes, et mundanae sapientiae fastu turgidi, inanes verborum crepitus
excitant, parum sibi persuadente se Aristotelicae disciplinae ignaros ostendi
posse. Mirandum enim est quod, rum rationeni majoris et minoris excutiant, ad
sermonem de simili et dissimili prolabantur, nescientes, juxta Aristotelis
placita quo ipsi plurimum sese jactitant, simile et dissimile non in eodem
genere collocari, in quo maius et minus.] bilmente anche il caso di filosofi
isolati, i quali, di quel materiale che dove altrimenti servire quale mezzo
ordinato al fine, fanno oggetto speciale e indipendente del loro studio. E
furono, per questo riguardo, prima di tutto le Categorie, che, in dipendenza
dalla tradizione scolastica della tarda età classica, trovarono largo impiego
nelle fondamentali questioni teologiche non pagane ma giudeo-cristiane, e
soprattutto, precisamente, proprio in Agostino (relativamente alla Trinità e ai
così detti attributi del divino. Anzi è persino possibile che già abbastanza
anticamente si ritene autentico lo scritto pseudo-agostiniano sopra le
Categorie, e ci si sente così francheggiati, nello studio di quest’oggetto,
dall’AUTORITA dello stesso Agostino. Ma se le Categorie avevano in ogni caso un
valore rilevante per la teologia pagana o romana e giudeo-cristiana, si ha in
verità nello scritto di Porfirio, cioè nelle Quinque voces – genus, species,
proprium, accidens, differentia -una introduzione alle Categorie, ritenuta
indispensabile nella scuola, e ben e’ intende come, sia per l’insegnamento sia
per lo studio, si prende sempre principio dall’ “Isagoge”, che da uno dei
commentatori e stata anzi persino indicata come condizione preliminare della
beatitudine eterna. Ma tutti due, sia cioè il libro delle Categorie sia anche
lo scrittarello di Porfirio, sono accessibili, per la Chiesa latina, nella
traduzione di BOEZIO, e inoltre corredati anche di note illustrative, e così
diventarono i principali testi scolastici medievali di dialettica. [Miseria del
pensiero medievale]. Il corso della storia ci mostra come, esclusivamente dallo
stu[L’argomentazione e di questo tenore. Chi non studia l’ “Isagoge”, non
intende le Categorie, e chi non intende le Categorie, non intende il resto
dell’Organon. Ma chi non intende l’Organon, non sa pensare rettamente, e chi
non pensa rettamente, non sa AGIRE rettamente. Ma a un tale uomo non può
toccare la beatitudine eterna.] -dio ininterrotto di Porfirio e di BOEZIO
prende origine quella contesa intorno al valore dei così detti ‘universali’,
che, secondo si è finora comunemente ammesso, si presenta come antitesi di due
termini soltanto, realismo e NOMINALISMO, ma in verità fa venire in luce una
variopinta moltitudine di opinioni, caratteristiche di altrettanti
numerosissimi indirizzi. Queste battaglie sul terreno della dialettica non sono
già suscitate da una filosofia personale, segnato della impronta di una
individualità autonoma, di mi uomo eminente. E bensì una materia tradizionale,
sono pensieri ereditariamente trasmessi per via scolastica dall’antichità, e
ora non si fa che prenderli a poco a poco in considerazione alquanto più
rigorosamente, nè altra che questa e la occasione al formarsi di determinati
atteggiamenti, caratteristici delle varie tendenze, e le cui radici sono di già
riposte nella tradizione stessa. Di creazione, intimamente indipendente, di un
motivo nuovo, non è il caso di parlare, nemmeno nello Scoto Eriugena, e neanche
in Abelardo. E im’epoca che sta ancora attaccata tutta quanta nel modo più
assoluto alla pura tradizione, e così puo tutt’al più, con uno studio assiduo,
pieno di abnegazione, forse anche minuzioso, appesantirsi più ostinatamente,
entro gl’angusti limiti che le sono dati, sopra singoli punti, ma non mai
dominare liberamente la materia. Giustamente colpisce gli scolastici non la
taccia di confidente avventatezza o di tumida vacuità, che li porta forse a
scaraventare nel mondo sistemi belli e fatti, nè ci fan rabbia con la loro
verbosità. Ma ben piuttosto ci prende un senso di compassione, quando vediamo,
con un campo visivo estremamente ristretto, sfruttate fedelissimamente sino
all’esaurimento, con una solerzia senz’ombra di genialità, le vedute
unilaterali possibili entro quel campo 6 tesso, o quando a questa maniera si
sprecano secoli intieri nel vano sforzo d’introdurre metodo nella insensatezza.
Simili pensieri malinconici sopra tanto tempo perduto, si destano in noi per lo
più proprio là dove con maggior violenza si fan guerra, relativamente
agl’universali, le diverse opinioni, svolte sino alle ultime conseguenze,
mentre il primo sorgere della contesa ci può pur sempre apparire in parte come
principio di un’azione fecondatrice e stimolatrice. Per il progresso di quella
scienza che si denomina propriamente filosofia, bisogna considerare questo
periodo come un millennio assolutamente perduto, poiché ci si dove, per mezzo
del Rinascimento, riattaccare proprio a quel punto, a cui ci si e trovati. [La
questione degli universali determina un CONTRASTO DI TENDENZE NEL CAMPO DELLA
DIALETTICA: PREVALENZA DI UN REALISMO platonico]. Se riflettiamo che la
“Isagoge” di Porfirio e il testo scolastico più universalmente diffuso, il
quale e ritenuto condizione preliminare per aver adito allo studio della
dialettica, certamente si riesce a spiegare che in tutte le scuole il filosofo
della materia, nell’interesse suo e de’ suoi scolari, dovesse indugiarsi
alquanto più a lungo sovra UN PASSO d’importanza decisiva, che si trova subito
in principio del libriccino (si sa bene che da principio si va avanti
volentieri più minuziosamente e più lentamente), cioè sopra quel passo, che
nella traduzione di BOEZIO è di questo tenore: essere cioè prima quaestio se
gl’universali hnno realtà obbiettiva come esseri IN-CORPOREI, o sieno solamente
finzioni nella sfera dell’intelletto umano. E se ora la risposta più precisa a
questa domanda, che riguarda nel modo più chiaro l’antitesi di platonismo e
aristotelismo, viene evitata da Porfirio-BOEZIO, perchè altioris ne gotti,
proprio da ciò i filosofi piu provetti sono determinati a decidersi per uno o
l'altro dei due indirizzi. Vero è ora che il neo-platonico Porfirio dice
espressamente in quel luogo, che egli si attene alla tesi della natura
obbiettiva degl’universali. Ma in pari tempo ha aggiunto eh’ egli ha svolto la
propria trattazione, per lo più secondo l’indirizzo del LIZIO anche BOEZIO, dal
canto suo, dichiara, nella forma più sbrigativa, che gl’universali esistono in
verità, e vengono appresi consideratione animi. Cosi da questo passo, di
decisiva importanza, del testo di scuola, e bensì reso possibile che molti con
tutta ingenuità credreno fosse loro dato di seguire insieme un modo di pensare
platonico dell’ACCADEMIA e uno aristotelico del LIZIO. Cf. H. P. Grice, A. Dodd,
IZZING and Hazzing, platonism. Ma
proprio per quelli che vuole pensarci su con alquanto maggior precisione, si
tratta di un aut aut, e rispetto a quest’ alternativa, dal punto di vista
teologico romano e giudeo-cristiano, la risoluzione e propriamente presa di già
in antecipo a favore di un realismo platonico. Poiché, quando la dialettica e
considerata tutta quanta un vuoto formale strimpellamento verbale, quei che si
occupano purtuttavia di questa materia, doveno necessariamente industriarsi di
dare a tutto il complesso un fondamento reale, e precisamente, come ben s’intende,
non puo in ciò esercitare decisivo influsso alcun’altra realtà, all’infuori da
quella che si trova nelle idee giudeo-cristiane. Ed è pur anche possibile che,
come per altri riguardi, così anche relativa[V. Col'SIN, Ouvrages inédits
d'Abélard, Parigi: riprodotto con alcune correzioni e aggiunte nei Fragnients
de philosophie du moyen-àge, Parigi, ha il grande merito di essere stato il
primo a mostrare questa vera fonte del nominalismo e del realismo, e in base
alle indicazioni di lui, Havréau, De la philosophie scolastique, Parigi, Hist.
de la phil. scol., Parigi, ha tratto dai manoscritti ancora vario materiale
prezioso.] -mente alla dialettica, hanno cooperato qual autorità perentoria,
sentenze che si trovano nell’epistole paoline. Per lo meno vediamo enunciata da
Teodoro Raitliuensis, con riferimento diretto a Paolo, la opinione che si trovi
in contraddizione con l’apostolo chi designi lo studio delle Categorie come un
eminentissimo pregio del teologo, e così porta la pia disposizione d’animo del
giudeo-cristiano a non consister d’altro che di parole o suoni [FLATVS] di
parole. E sebbene non vogliamo citare questo passo addirittura come la prima e
più antica manifestazione dell’anti-tesi fra nominalismo e realismo, è comunque
tanto chiaro tuttavia, che, dalla parte della teologia romana e
giudeo-cristiana, dev’esserci, in dialettica, una corrente prevalente, nel
senso del platonismo dell’ACCADEMIA, e non del nominalismo o concettualismo del
LIZIO. La sostanza indi[Per es.: ud Corinth., I, 1, 17 : s'ia-;~;s'/JX!i^ba.'.
oòx èv ao?!a [evangelizare: non in sapientia verbi]: xal 6 Xóyos poo xal xò
xV/pUYPà poi» oòx Iv nsiOotc aocflaj Xifo i?, àXX' èv àjtoSelgs'. nvsùpaxos xal
Suvà|isioj, iva Jtlaxif 6p(3v pf/ ^ èv aotplqt àvOptóittov 4XX' èv Sovàpei
O-soO [et sermo meus, et praedicatio mea non in persuasibilibus humanae
sapientiae verbis, sed in ostensione spiritns, et virtutis: ut fides vestra non
sit in sapientia hominuni, sed in virtute Dei] ; ad ThessaL. I, 1, 5: xó
«flaYYèXiov ^ptòv oOx è^sv^a-ig 5tpò? 5pàs èv Xóyip póvov, àXXà xai èv Sovdpei
xal èv nveùpaxi Stylqt Evangelium nostrum non fuit ad vos in sermone tantum,
sed et in virtute, et in Spiritu sancto »] ; ad Timoth., I, 6, 3-4: et xtj
éxspoSiSaaxaXsì..., xsxù?(oxai, pr|5èv émaxàpevog, àXXà voacòv itspi ^TjxVjasts
xal Xoyopaxiap Si quis aliter docet superbus est, nihil sciens, sed languens
circa quaestiones, et pugnas verborum. Theodori Presbìteri Raithuensis
Praeparatio de incarnatione ( Bibl. Patr. Galland.): i-ziiy, 5è 4 Heuijpog
cJiiXat; jtpoxaOé^Exai cpfflvalj. èv fr/paoi xs póvotp xal ij/oip T1 ì v
sùaéjistav 0noxi8-exaf xalxoiYE xoD àrcoaxóXou XéYOvxop „oò Y“P èv Xiyip ij
gaoiXeta xoS 6so0, dcXX’ èv 5ovàps: xal àXvjOsl:?,, (ad Corinth., I, 4, 20).
o5xos 5è xap* a&x(j> Seotjptp xpolxiaxog S-sÌXoyos y vwpijsxat. tì)g àv
xàf xaxrjYopiaj 'AptoxoxéXooj. xal xà Xouxà xiòv S?o) cpiXoaó;pci>v xoptjià
Jjaxrjpévop toyX ) Orig. II, 23 (p. 29a)
[Lindsay]. In his quippe tribù» generibus Philosophiue etium eloquio divina
consistunt. Nam aut de natura disputare solent, ut in Genesi et in Ecclesiaste:
aut de moribus, ut in Proverbiis et in omnibus sparsim libris: AVT DE LOGICA
[DIALETTICA], prò qua nostri Theoreticam [ma Prantl legge tlteologiorni sibi
vindicant, ut in Cantico canlicorum, et Evangeliis [PL. Per lo meno, quanto al senso, la distinzione coincide
perfettamente con quel che si legge nella introduzione allo saggio di VITTORINO
da noi conservato, Expositio in CICERONE Rhetoricam (ed. Capperonicr ed. Halm,
RHETORES LATINI Minores: Q. Faro Laurentii VITTORINO Explaruitionum in Rhet. M.
T. CICERONE, Orig.: Inter arlem et disciplimim Plato non soltanto e possibile
tenere staccati come due rami separati il dominio della retorica e quello della
speculazione, ma era anche consentito a quest’ultimo di trovare, dal suo lato
estrinseco e tecnico, una particolare maniera di trattazione. Compendio di
dialettica nelle Origines. Così Isidoro divide tutta la sfera della logica o
dialettica, anche tenuto conto della dictio e del sermo, in grammatica,
dialettica, e retorica – il trivio, e a quel modo che, rispetto alla
distinzione adottata nelle scuole tra questa e quella, si attiene parola per
parola a Cassiodoro, così in generale proprio il mostruoso compendio di quest’
ultimo, già da noi più sopra tratteggiato, è quel che Isidoro trasmette, con
alcune varianti o aggiunte. Dopo avere cioè compiuto il passaggio dalla
PARTIZIONE DELLA FILOSOFIA – psicologia razionale, grammatica razionale -alla
Isagoge in et Aristoteles hanc difjerentiam esse tolueruiit, dicetiles artem
esse in his quae se et aliler habere possunt. Disciplina vero est, quae de liis
agii quae uliter evenire non possunt. Nam quando veris disputationibus aliquid
disseritur, disciplina erit. Quando uliquid verisimile atque opinabile
tractatur, nomen artis habebit [PL], e differ. spir. Nunc partes logices exsequamur.
Constai autem ex dialectica et rhetorica. DIALECTICA est ratio sive regala
disputatali, intellectum mentis acuens, veraque a falsis distinguens. Rhetorica
est RATIO DICENDI, jurisperitorum scientia [cf. Grice, the devil of scientism],
quam oratores sequuntur. Hac, ut quidam ait, sicut jerrum veneno, sententia
armalur eloquio [PL Orig.]: Logicam, quae rationalis vocatur, Plato
subiimxitdividens eam in DIALECTICAM et Rlictoricam. Dieta autem Logica, i. e. RATIONALIS
Aóyoj cnim apud Graecos et SERMONEM significai et rationem [PL Logici quia in
natura et in moribus rationem adiungunt. RATIO
enim Graece Xifog dicitur [PL. Dialectica est disciplina ad disserendas rerum
causas inventa. Ipsa est FILOSOFIA species, quae Logica dicitur, i. e.
rationalis definiendi, quaerendi et disserendi potens. Aristoteles ad regidas
quusdam huius doclrinae argumenta perduxit, et Dialecticam nuncupavit, prò eo
quod in ea de dictis disputatile. I\'um Xextdv dictio dicitur Ideo autem post
Rheloricam disciplinam DIALETTICA sequitur, quia in multis utraque communio
existunt [PL] quella «tessa maniera secca, che abbiamo veduta iu Cassiodoro),
egli presenta una enumerazione e illustrazione delle quinque voces – genus,
species, differentia, proprium, accidens - dove prende occasione di far
risaltare i meriti di Porfirio, di fronte ad Aristotele e CICERONE), e
manifestamente non ha fatto che attingere alla traduzione di VITTORINO,
commentata da BOEZIO, al quale VITTORINO anzi rinvia egli medesimo).
Particolare a lui è, a tal proposito, la pensata sommamente scolastica, di
esprimere a mo' d’esempio le cinque voci – genus, species, differentia,
proprium, contingents -in una proposizione. Appresso viene, relativamente alle
categorie, una notizia che in principio e in chiusa è ricavata letteralmente da
Cassiodoro), ma nella parte centrale è più estesa, e particolarmente più ricca
di esempi. Dopo di ciò viene naturalmente de interpr., una Sezione che qui per
la prima volta incontriamo con la barbarica – NON-LATINA -intestazione De
Perihermeniis [ Aristoteli s] Le parole introduttive e il nu[Orig. Cuius
disciplinae definitionem plenum existimaverunt Aristoteles et Tulliiis CICERONE
ex genere et differentiis consistere. Quidam postea pleniores in docendo eius
perfectam substantialem definitionem in quinque V partihus. veluti membris
suis, dividerunt [PL]. Boezio, ad Porph. [a Vict. fransi., ed. Brandt [Opp.],
ed. di Basilea [PL]: Isagogas aulem ex Crucco in Latinum transtulil VITTORINO
orator, commentumque eius quinque libris BOEZIO edidit [PL]: et est ex omnibus
his quinque partihus oratio plenae sententiae, ita, “Homo est animai ralionale,
mortale, risibile, boni malique capax” [PL.]. Anche le parole della chiusa del
testo d’Isidoro, eh’è guasta, son da leggere secondo il tenore del luogo
corrispondente di Cassiodoro. Si ravvisava cioè in Perihermeneias inspi ip
|iv)vsia?!. SCRITTO IN UNA SOLA PAROLA, un accusativo plurale, e s’imaginava un
corripondente nominativo, “Perihermeneiue”. Invero troviamo nella Storia di S.
Gallo di Ii-defons v. Arx, I, p. 262, “die Periemerien » di Aristotele”.] eleo
centrale vero e proprio -la definizione di nomen, verbum, ORATIO (indicativa o
enunciativa, imperativa), nuwtiatù, affirmatio, negatio, contradictio) sono copiate
parola per parola da Cassiodoro, ma in mezzo ci sono alcune osservazioni più
generali, che son prese da BOEZIO, e che, concernendo la relazione tra
linguaggio e la psicologia RAZIONALE, vennero ad assumere grande importanza; ma
le parole di chiusa segnano il passaggio alla SILLOGISTICA in ima maniera più
tollerabile che non sia quella tenuta da Cassiodoro. Segue ora LA SILLOGISTICA
stessa, che, dopo un monito introduttivo a guardarsi dall’abuso sofistico, è
presa con la più letterale fedeltà da Cassiodoro. Appresso viene la teoria
della definizione, che Isidoro copia da VITTORINO, ragion per cui abbiamo
dovuto riferirne il contenuto. Ma dalla definizione si passa alla TOPICA con le
stesse parole di Cassiodoro, e anche nella enumerazione dei loci è utilizzato
solamente quest’ultimo. Ma anzitutto rimangono qui affatto escluse quelle
interpola[[Isidoro riproducel anche il motto su Aristotele: Omnis quippc res,
quae una est et uno si^nìficiitur sermone, aut per nomen significatur, aut per
verbum: quae dune partes orutionis interpretanlur totum, quidquid conceperit
mens ad loquendum. Omnis enim elocutio CONCEPTAE rei mentis interpres est [PL],
Particolarmente dobbiamo a questo proposito mettere in rilievo la locuzione
concipere, concepito. \Utililas~\ Perihermeniarum haec est, quod ex his
INTERPRETAMENTIS syllogismi fumi. Vnde et analytica pertructantur: plurimum
lectorem adiuvat ad veritatem investigandam tantum, ut absit ille error
decipiendi adversarium per sophismata falsarum conclusionum [PL).] -zioni estranee),
e inoltre, omessi i loci retorici, vengono, di quelli dialettici, accolti
integralmente soltanto di CICERONE, e tre inoltre di quelli di Temistio.
Finalmente la chiusa è data da ima speciale Sezione De opposilis, che senza
dubbio qui non sta nella solita connessione con la teoria delle categorie, ma
si riattacca ancora al materiale della topica, coni’ è anche di fatto estratta
dal commento di BOEZIO alla Topica di CICERONE. Altri spunti di teorie logiche.
Ma, oltre a questo compendio di dialettica, c’ è in Isidoro qualche cos’ altro
ancora, che, grazie all’ autorità da lui goduta esercita influsso sopra la
storia. Da un lato cioè si trovano frammenti isolati di teorie logiche in altre
sezioni della sua opera enciclopedica. Così, p. es., oltre a ripetere la solita
definizione degli omonimi ecc. (nella Sezione intorno alle categorie), Isidoro
viene anche nella Grammatica razionale a parlare di quest’oggetto, ma qui egli
fa uso delle forme verbali greche. Inoltre, della retorica, è da ri[fra i loci
ivi riferiti di Temistio, troviamo qui soltanto: a loto, a partibiis [PL
Invece, in altra forma: Primum genita est contrariorum, quod iuxta CICERONE
diversum (leggi AD-versum) vocutur. Secundum genita est relalivorum. Tertium
genus est oppositorum -si osservi la terminologia inesatta -habitus vel
orbatio. Quod genus Cicero privationem vocat. Quartum vero genus ex
confirmutione et negatione opponilur. Quod genus quartum apud Dialecticos
multimi liabet conflictum, et appellatur ab eis calde oppositum [PL. La fonte di questo vedila in BOEZIO, ad. CICERONE
Top. [PL]; il luogo relativo di Cicerone e citato. Orig. : Synonyma, hoc est
PLVRINOMIA. Homonyma [AEQUI-VOX]. hoc est VNINOMIA PL]] cordare in particolare
la Sezione De syLlogismis, perchè, da un lato, fa riconoscere, per
l’argomentazioue, un’alto valore all’entimema O IMPLICATURA o raggionamento
implicito --, e perchè, dall’altro lato, contiene una, per quanto meschina,
notizia della esistenza della IN-duzione. II contenuto di questa teoria del
sillogismo non offre, coni’ è naturale, assolutamente NULLA DI NUOVO, bensì è
preso da VITTORINO, e attraverso VITTORINO rinvia «ino a CICERONE e ivi
particolarmente il passo relativo, concernente 1 ’ cnthymemd. D’ altra parte,
infine, con alquanti semplici accenni a punti particolari, che in se stessi
stanno FUORI DAL CAMPO DELLA LOGICA – ma la prammatica di Grice -Isidoro quasi
direi senza volere da occasione a quelli che son venuti dopo, di sollevare
questioni, delle quali noi dovremo citare appresso le soluzioni, come elementi
del corso della storia. Una delle cose sopra le quali a tal proposito fermiamo
l’occhio, è la determinazione di mia DIFFERENZA TRA RAZIONALE E RAGIONABILE
[cf. GRICE], che, evidentemente fondata sopra un passo del commento di BOEZIO
alla Isagoge, può aver [ Orig.: Syllogismus Graece, Latine ARGVMENTATIO –
RATIONAMENTVM -appellatur. Syllogismorum apud rhetores principulia genera duo
sunt: inductio et RATIOCINATIO [PL. Sebbene dunque possa far maraviglia al
lettore che di tali cose io faccia menzione qui, risulteranno più sotto
sufficentemente i motivi, per cui è bisognato che, dello straricco tesoro di
scienza scolastica isidorea, io facessi risaltare proprio questi, e anzi
esclusivamente questi due elementi particolari. Si tratta in generale di rendersi
conto dell’assoluta intima MANCANZA D’INDEPENDENZA dei ‘filosofi’ di questo
periodo. De difjer. spirit.,
[PL] GRICE: INTER RATIONABILE ET RATIONALE hoc interesse sapiens quidam
[Agostino, De ordine, PL, dixit RATIONALE est, quod rationis utitur intellectu
– ut: “homo.” RATIONABILE vero, quod ratione dicium vel
factum est. Lo stesso, quasi alla lettera,’ Differ. PL. Porfirio aveva cioè,
nell’indicare quel eh’è comune al yivoc e alla Staqsopà, adoperato come esempio
il Xoy ixóv, in un passo che nella traduzione di BOEZIO (p. 95 [In Porph. a se
avuto per conseguenza che in seguito si facessero oggetto di ancor più accurata
ponderazione le parole del passo. Invece l’altra cosa consiste nell’
affermazione, connessa alla creazione dal nulla, che LE TENEBRE *NON* sono
sostanza, e di ciò non tarderemo a trovare appresso ima conseguenza ulteriore.
Alcuino: sua compilazione di un compendio di dialettica. Lo stesso punto di
vista d’Isidoro, così riguardo al valore della dialettica, come anche nella
bislacca compilazione di un compendio, prevale pure in Alcuino: coni’è noto,
dell’insegnamento, da lui impartito, della logica allora in voga, profitta lo
stesso Carlo Magno. Non soltanto troviamo in Alcuino la partizione delle
scienze secondo transl.: ed. Brandt, suona cosi: Cumque sit differentia
RATIONALIS praedicatur de ea ut differentia id quod est ratione ufi, non solum
aulem de eo quod est RATIONALE, sed etiam de his qttae sunt sub rationali
speciebus praedicabitur ratione uti [PL]. Ora nel commento di queste parole BOEZIO
dice (p. 96 [ ittici ., ed. Brandt): de RATIONALI duae differentiae dicuntur.
Quod enini RATIONALE est, utitur ratione nel habet rationem. Aliud est aulem.
uti ratione, aliud habere rationem.... ergo ipsius RATIONABILITATIS quaedam
differentia est ratione uti, sed sub RATIONABILITATE homo positus est [PL,
Sentent. : Materia ex qua coelum terraque formata est, ideo informis vocata
est, quia nondum ea formata erant, quae formari restabant, verum ipsa materia
ex nihilo facta erat: Non ex hoc substantiam habere credetulae sunt TENEBRAE,
quia dicit dominus per prophetam. Ego Dominus formans lucem, et creans tenebras
[Eisa.] ; sed quia angelica natura, quae non est praevaricata, lux dicitur.
Illa autern quae praevaricata est, tenebrarum nomine nuncupatur [PL) Einhahdi
Vita Karoli lmperatoris [Pertz, MOH: audivit in discendis caeteris disciplinis
Albinum cognomento Alcoinum apud quem et rethoricae et dialecticae ediscendae
plurimum et temporis et laboris impertivit [PL. Poeta Saxo, Annalium de gestis
Caroli Magni Imperatoris, nel Pertz, MGIT, I, p. 271: Artis rethoricae, seu cui
diulectica nomen. Sumpsit ab Alquini dogmute noticium [PL]] uno schema che si
conforma a quello d’Isidoro, ma egli inoltre ripete letteralmente, attingendo a
quest’ultimo, la su riferita concezione teologica romana o giudeo-cristiana
della logica. Nello svolgere questi pensieri, mostra dappertutto di apprezzare
altamente LA FILOSOFIA, non la TEOLOGIA, e mentre spesso a tale apprezzamento
associa lamentele per la ignoranza largamente diffusa, si leva a sentenziare
che le arti liberali son le sette colonne della sapienza, e così, nelle
principali questioni teologiche romane e giudeo-cristiane sopra il concetto del
divino fa largo uso, rimandando ad Agostino, della tradizionale filosofìa scolastica,
cioè della teoria delle categorie. Ma che lo stesso Alcuino scrive intorno a
tutte sette le arti, è ima credenza già da gran tempo confutata, essendo stato
dimostrato che passa per essere opera di Alcuino mi compendio del De artibus di
Cassiodoro, molto letto. È bensì vero invece eh’ egli coltivò la grammatica, la
retorica e la dialettica, e che inoltre accompagnò 1’ invio a Carlo Magno del
libro pseudo-agostiniano sopra le Categorie con mi prologo metrico dove nel
modo d’in[Ai.cuini Operu, ed. Frobenius, Ratisbona PL e Dialectìca, P. cs., E
pisi. Epist. 68 (p. 94), E piu. ed. Diinimler, MGH, Epist. Grammatica PL:
Sapicntia liberalium litlerurum septem columnis confirmatur; nec alitar ad
perfectam quemlibet deducit scienliarn, itisi bis septem columnis vel etiam
grndibus exaltetur. De Fide S. Trinitatis ed Epistola nuneupatorio: ed.
Diinimler, Epist.], Quaestiones de Trin., Epist., Epist. ed. Dummler, Epist.
Dal Frobenius, nella Praef., PL Tale prologo è del seguente tenore ed. Dummler,
MGH Continet iste decem naturile verbo libellus, Quae iam verbo tenenl remm
ratìone stupenda Omne quod in nostrum poterit decurrere sensum. Qui legit
ingenium veterum mirabile laudet, Atque suum studeat tali exercere labore,
Exomans titulis vitae data tempora honestis. Rune Augustino placuit transferre
matender le categorie è implicito il punto di vista di BOEZIO. Lo stesso
compendio di dialettica, che reca parimente in cima mi simile INSIGNIFICANTE
prologo, è scritto in forma dialogica. LE DOMANDE SONO SEMPRE FATTE DA CARLO
MAGNO. Ma Alcuino dà le risposte. In questo compendio, da principio TUTTO E
LETTERALMENTE preso da Isidoro, anche la divisione della logica in retorica e
dialettica. Ma al contenuto vero e proprio si passa con una partizione, in
sommo grado scolastica, della dialettica in cinque specie, La prima Sezione,
cioè, coni’ è naturale, la Isagoge, è COPIATA PAROLA PER PAROLA da Isidoro, e
neanche manca quell’unica proposizione esemplificativa. Fa seguito una
minuziosa notizia, intorno alle categorie, che è interamente estratta dal
compendio pseudo-agostiniano, con trascrizione BARBARICA delle parole greche
che vi s’incontrano. Di nuovo c’è aggiunta una cosa soltanto, che cioè anche
per le categorie viene ora formala qui una frase unica, presentata come esempio
[Ma mentre nel pseudo-Agoslino dopo la decima categoria dell’habere viene la
solita trattazione degli opgislro De veterum guzis Graecorum clave latino. Quem
libi rex, magnus sophiae sectator, umator, Munere qui tali gaudes, modo mitto
legendum [PL, K. Quot sunt species dilecticae? A. Quinque principales; isagoge,
categoriae, syllogismorum. formulae, diffinitiones, topica, periermeniae. In
veri là una disposizione mostruosa, che mal si accorda inoltre con il numero di
cinque, che si chiude con le seguenti parole: tlaec commentario sermone de
isagogis Porphyrii dieta sufficiant. Pinne ardo postulat ad Aristotelis
categorias nos transire. K. Ex his omnibus decerti praedicamentis unam mihi
conjunge orationem. A. Piena enim oratio de his ita conjungi potesti Augustinus
magnus orator, filius illius, stans in tempio, hodie infulatus, disputando
fatigatur.] posti, per tale argomento Alcuino disdegna questa fonte,
limitandosi a COPIARE ORA PAROLA PER PAROLA, con la intestazione De contrariis
vel oppositis, la Sezione corrispondente in Isidoro. Invece immediatamente
dopo, per i così detti Postpraedicamenta (prius e simul), fa ancora un salto
per ritornare al Pseudo-Agostino, omettendo tuttavia affatto, di quest’ultimo
testo, il cap. sull’immutatio. Viene poi, con la intestazione De argumentis,
prima di tutto un riassunto estremamente sommario di quell’ estratto della
teoria del giudizio, che BOEZIO incorpora al suo scritto De differentiis
topicis, e poi, in quanto che proprio lì si viene a parlare anche
dell’argomentazione, ima meschina scelta di alcuni esempi di sillogismi
ipotetici, svolti da BOEZIO in quello stesso scritto. Ma a ciò si attaccano
ancora subito i quattro primi modi dei sillogismi categorici, che son tratti da
Isidoro. La teoria della [Con la sola differenza che negl’esempi i nomi propri
o il contenuto degli esempi stessi sono trasportati ■iella sfera
morale-teologica romana e giudeo-cristiana. Nè al principio di questi
postpraedicamenta nè in chiusa, è stato segnato un qualsiasi trapasso, che li
riconnettesse alle trattazioni precedenti. Dopo ch ! è stato determinato che
cosa sia urgumentum (rei dubiae affirmatio) e che cosa sia oralio (veruni Dial.
Particolarmente si trova anche fatta qui novamente menzione di concetti
imaginari, p. es.: HIRCOCERVVS quod graece trngelaphus dicitur. PL. K. Num et
Ulne aline species quatuor (non enunciativa, ma, cioè interrogativa,
imperativa, deprecativa, e vocativa) ad dialecticos non pertinenl? A. Non
pertinenl ad dialecticos sed ad grammaticos.] zione, ma adduce inoltre alquanti
esempi attinenti alla sfera delle fallacie sofistiche, servendogli qui da fonte
Aulo GELLIO (si veda)[ Fredegiso da Tours]. Se questi due compendi che abbiamo
sinora considerati, ci presentano esclusivamente la forma di opere a centone,
nella compilazione delle quali non si fa neanche sentire più il bisogno
astrattamente logico di un qualsiasi ordine di successione che tenesse unito il
complesso, certamente, al paragone di tali prodotti scolastici, ravvisiamo già
un progresso, quando vediamo questo o quello filosofo sentirsi per lo meno
stimolato, dal materiale divenuto tradizionale, a proporre questioni, alle
quali tenta di dar tale o talaltra risposta. Ma non possiamo pretendere gran
che da siffatti primi tentativi: e nient’ altro che un documento di assoluta
mancanza di chiarezza, in quelle questioni che non tarderanno a determinare
dissidi di tendenze, ci è dato dalla maniera in cui Fredegiso, scolaro di
Alcuino, abate di Tours, in una Epistola de nihilo et tenebris, indirizzata ai
teologi della corte di Carlo Magno, viene alle prese con i concetti di « nulla
» e di « tenebre », dei Dialogus de Rhetorica et Virtutibus PL: Si dicis, non
idem ego et tu; et ego homo, consequens est, ut tu homo non sis. Sed quot syllabas habet homo?
Duas. Nunquid tu dune itine syllubae es? Nequaquam.
Sed quorsum ista? Ut sophislicam intelligas versutiam. Cfr. La [Stampata nella
Steph. Baluzii Miscellanea, ed. Dom. Mansi, Lucca, e di là riprodotta nella PL:
ma la edizione migliore, fondata sopra una nuova comparazione dei manoscritti,
si trova curata da Ahner, Fredegis von fours, Lipsia. Le parole introduttive
son di questo tenore. Omnibus fidelibus et domini nostri serenissimi principis
mjt ' J acro eius F tdntio consistentibus Fredegysus Diaconus [IL, quali,
secoudo la maniera usata, vuol parlare così ratione, cioè logicamente, come
anche auctoritate, cioè conforme alla teologia ortodossa, romana e
giudeo-cristiana. La occasione a tutto il dibattito è data certamente, in
generale, dal passo già citato di Isidoro, ma il modo d’intendere le questioni,
a prescindere dal generale punto di vista teologico romano e giudeo-cristiano,
è, per riguardo alla dialettica, cosi rozzo o così ingenuo, che di fatto non
troviamo un termine per qualificarlo. Poiché, dove non si presenta neanche la
più tenue traccia di riflessione sopra i così detti ‘universali’, ci è
impossibile parlare di realismo o di nominalismo. Insomma si tratta di ima
mostruosità tale, da non potersi neanche designarla come un primo passo verso
idee venute fuori in epoca più tarda. Non soltanto cioè si afferma, in termini
secchi, che, insieme con l’ESPRESSIONE (EXPLICATVRA) verbale, noi intendiamo
immediatamente la cosa, ma vengono inoltre assunte senz’altro come identiche la
signi[Chl j. m,ue Studichi senza prevenzione, consentirà che questo dualismo di
ratio e auctoritas. il quale si manifesta dappertutto rondo li • nd,e de ' le
Par ° 1 ! '' * Fredegiso. Queste, sei rondo la piu antica lezione riportata dal
Baluze i suonano come segue: huic responsioni oblia,uhm est primari'. Ubet’
sedrZT ‘‘"'T' rfe,We betoniate, non q ua., ’ r "',0 ’,r ‘ dumtaxat,
quae sola auctoritas est salame immola " f 7 urd / NeS6Uno infaUi si
Presterà ad accreditare derZi^ ). Ma poi, anche nello scritto De institutione
clericorum, Hrabano viene a parlare delle sette arti liberali: e dopo che ivi
egli lia già in generale ammonito i teologi a guardarsi dall’abuso dell’arte di
disputare, questo atteggiamento circospetto è quel che predomina in lui, anche
là dove, seguendo l’ordine solito di successione, viene propriamente a trattare
de DIALETTICA dopo avere parlato della grammatica filosofica e della retorica.
Ripete cioè, per prima cosa. Opera, ed. Colvener, Colonia) Hrabani Mauri) De
universo: Logica autem dividitur in duus species, hoc est DIALECTICAM et
Rhetoricam. De instit. cler.: Sed disputationis disciplina ad omnia genera
quaestionum. quae in litteris sanciis sant penetranda et dissolvendo, plurimum
valet; tantum ibi colenda est Pl 'ioTTo I ^ PUenl ' S e I’815 "or 10 fra
r887 « r890) abbia esercitato in . en era e Ti r r ” rì,,i “ ) ’ “,,ra « t::
1,: è noto; ma può darsi che a noi ~z:: e t abbia T imes ° qn6to s. decisiv °
-*• °° ICa > ^iche, relativamente al punto il 122» voT ddla Patralógii
TeWiomtP-"-,«/; F, t0SS ’ e toTm * ferisco qui nelle citazioni. Ma a
nurlli J"*' 18j ? ’ al qua,e n,i ri ‘ opera dell’ Hauréau il Commentairede
le % 3ggl £ n . t0 '"Cora,,, r lionus Cupella (nelle Nolices et Extraitì T
^ Ér,gène sur Mar. 2, Parigi 1862 [p. 1 ss.]) Extraits dea Manuscrits, non
r’imér^no r qui*'ì!’a 1 nno ' ^ròv^to un rifl'’ 8 *" 0 C °" lo Soot °
letteratura, avendo Nicola Mofli ™T,nten f° anche "ella und seme
Irrthiimer OC S F,• tLEB preso posizione (J. S. E tro Fr. Am. Staudr™*™ U sT
1844) con Ze« 1«G. S. E. e la sci. nl,,,1 1 . • dle Wissenschuft seiner te
1834), e contro il Saint-Rtné TaiTi.andifr I>1, Gotha 1860), nè da V Kin. '
m"” C dottrina System des J. S E r« TI Jl. » Naulicm (Dos speculatil e,
negli Atti 3,'ll ó è ™ s Peeulativo di G. S. E » IP™!), nè da Gio v. Hubeh (/.
slVf ili vista logico, che lo Scoto si trova ad avere assunto, non sembra
comunque essersi pronunziato ancora un giudizio esauriente, quando ci si limita
a qualificarlo come realismo, o magari anche come realismo stravagante. Vero è
invece che con l’atteggiamento realistico, che in generale è fondato sopra la
concezione biblico-teologica romana e giudeo-cristiana, e che naturalmente a
nessuno può passare per il capo di negare allo Scoto, si unisce qui, in maniera
sommamente caratteristica, un motivo dialettico, al quale ci sembra di dover
attribuire somma importanza, perchè in esso ravvisiamo i primi lineamenti del
nominalismo scolastico. La prima cosa che certo si manifesta con la massima
evidenza a qualsiasi lettore dello Scoto, è la forma rigorosamente
sillogistica, nella quale si volge questo filosofo, mettendo con ciò in mostra
nello stesso tempo, per così dire, le sue conoscenze scolastiche di logica. È
questa ima cosa, della quale per se stessa non faremmo già particolare
menzione, non essendo qui compito nostro di registrare per avventura tutti
quanti gli scritti di tutti quanti i Padri della Chiesa o filosofi medievali,
nei quali si riveli un addestramento logico. Tuttavia nel caso presente
sussiste, a quanto ci pare, una stretta connessione fra tale cultura scolastica
estrinseca e l’intima struttura dell’ordine d’idee professato dal filosofo. Lo
Scoto Eriugena manifestamente, nella persuasione che la sillogistica, proprio
nella sua forma rigorosamente scolastica, abbia un valore filosofico, trae
partito da tutte le cose consimili. Così ne’ suoi scritti, a prescindere dalla
frequente larga trattazione delle categorie in senso teologico romano o
giudeo-cristiano, si presenta, p. es., della teoria del giudizio, la divi[Des
]. E. Stellung zur mittelalterlichen Scholastik und Mystik f« La posizione di
G. E. rispetto alla scolastica e alla mistica medievale], Rostock), nè da Lod.
Noack (Weber Leben und Schriften des ] J. S. E.: [die Wissenschaft und Bildung
seiner Zeit, Della vita e degli scritti di G. S. E.: la scienza c la cultura
del tempo suo »), Lipsia.] aione in giudizi affermativi e giudizi negativi, e
anzi con fa terminologia affirmativus e abdicativus, o la indicazione delle
varie specie di opposti, tra i quali inoltre viene sovente messo in particolare
rilievo il cosi detto opposto CONTRADITTORIO: come pure viene fatta menzione
delle relazioni anti-tetiche sussistenti fra il possibile e 1 impossibile. Si
trova anche presa in considevolia ilio Scoto (de dlctóone a^°I'^ 1 p una Cap.
delle Categorie pseudo-azostini»,,» r W3j 111 C0 P‘ are *1 10° sario, -“j! ch è
neces ' de div. nat., I, 14, p. 462: Et hoc Ir i • i’ ^“ 8nto a * giudizio, v.
p. es. ^soXoyla iKo^onix-rj del Pseudo Dioniei ° r£ “ ; xaxcreaTtxrj e la damus
exempio. Essentia tZaZf A reopag,ta) brevi conci,,. coda : « supe’ressetZTLT **
^ terminologia che ricorre ancor più volte nelIoVom 6 * 0 ''""' alla
confusione che abbiamo trovata di eb n r ’ Va r / 1 f 0n ® chiaro dalla
spieoare Pian, ad duplum... ; am per negat’ionZ Z Z SÌnt ’ ut s, ' m ‘ propter)
qualitates naturales per abZntiam’m°h “*\ °“*^ (, leggi AVT SECVNDVM
PRIVATIONEM, ut mors etvUaL n tenebrae sanitas et imbecillitas. Su questo numi
„ s, u contrarl “m, ut desuma fonte che Isidoro (v. sopri la „mwn? aU ' n, °
alla, ne ' cavato malamente dalle parole di 11 *.. : s °hanto che ha rie
absentia. 1 ' BOEZIO ° una distinzione tra PRIVATIO [De praedestinatione, 5, 8
n ì"». i,„,, i oluntate posset simul dici « libera est iihe quomodo de
eadem CONTRADICTORIE dicuna,r, quia simul fieri n “ l>; haec enim nat.:
comradictoZnJZ r p0ssunt ~ De divis. erit veruni, alterimi falsimi Non !«'
9'"a fient, et necessario unum ”r l htsa calidario ZloaZ 7e sZZ versahter
sint, sive particulariter fi, : subjecto eodem, sive unidelia terminologia di
BOEZIO (clntradZ ** Vede ’ C è '"escolanza nota 113) con quella di
M^ianoTl n ). Copella (proloquium) De divis. nat., II, 29 n 597Pn*.n,ir in
numero rerum computi impossibile dicet.... De quibus quisquis alene T .
pl,lloso P lum tium coniraOwi-E, hi JZ’Z,u,‘Z,ZZ": hoc p Z£L~ illt razione
la solita enumerazione delle varie specie di definizione. Ma principalmente
sono messe in rilievo dallo Scoto, tanto frequentemente, proprio dal punto di
vista formale, le forme dell’argomentazione: e non soltanto troviamo in lui, in
molti luoghi, intrecciati nel testo, sillogismi formulati assolutamente secondo
la regola delle scuole, bensì ancora egli molto si compiace di menzionare, con
i loro nomi tecnici, sillogismi appartenenti alla topica. Ma appunto per quest’
ultimo riguardo ha grande importanza per noi, che lo Scoto accuratamente
distingua il procedimento dialettico propriamente detto, cioè il sillogismo in
generale, dalla rimanente sfera puramente retorica, e per la dimostrazione dia
importanza decisiva alla sopito dispulutum est. È ben facile capire cbe questo
è tutto preso da BOEZIO. Quamvisque multae definitionum species quibusdam esse
videuntur, sola ac vera ipsa dicenda est definitio, quae a Graecis oòaubSr jj,
a nostris vero essentialis rocari consuevit. Aline siquidem aut connumerationes
intelligibilium partium oùatag, ai il argumentationes quaedam extrinsecus per
accidentiu, aut qualiscunque sententiarum species sunt. Sola vero oòauóSrjs id solum recipit ad definiendum,
quod perjectionem nuturue, quam definit, complet ac perjicit. Questo può essere
ricavato da Alcuino o da Isidoro (v. sopra le note 38 s.) o da BOEZIO. Tali
passi non si discostano da quella terminologia ch’è usuale in Boezio; così, p.
es., affirmativus, negativus, termini, diulectica proposito, jormula syllogismi
condilionulis, e così pure connexio (v. la Sez. XII, nota 141), e persino
tropus; inoltre troviamo ancora collectio e reflexio, che son termini propri di
Apuleio (v. la Sez. X, note 15 e 19). 81 ) Così, p. es., de praedest., 14, 3, p. 410; ibid.,
16, 4, p. 420. De div. nat., I, 49, p. 491 ; v. anche qui appresso le note 94
ss. 92 ) P. es., de div. nat., I, 27, p. 474: sunt loci diidectici u genere, a
specie, a nomine, ab antecedenlibus, u consequeiuibus, a contrariis, ceterique
hujusmodi, de quibus nunc disserere longum est. De praedest.: argumentum, quod ub effectibus ad
causam sumitur, locus a contrario e locus a similitudine, e similmente più
volte. Anche nel Comment. ad Muri. Gap. tres purles syllogismorum, i. e. ab
antecedentibusi, a consequentibus, a repugnantibus. Ma la conoscenza di tutti
questi loci lo Scoto la poteva ricavare esclusivamente de Cassiodoro. 'orma
logica soltanto. Anzitutto cioè viene da lui attribuito già il più eminente
valore a quèlla formulazione del sillogismo disgiuntivo, che, da CICERONE in
poi, si e conservata nella tradizione come enthymema, e che per tal via aveva
avuto accoglimento anche nella Enciclopedia d Isidoro (e ripetuta la stessa
cosa, a proposito di Alenino: ed effettivamente Scoto in questa forma del
sillogismo ravvisa il punto culminante di tutti gl’argomenta, i quali invero
sono ancora pur sempre considerati congiuntamente ai signa i r ra in: anzi la
forma dell’entimema ha potere d’in•'«rio a qualificare l’entimema stesso
senz’altro come syllogismus: e in verità in un altro passo, dove dice
espressamente di volersi servire deIl’*ico8«i*Tix* le dimostrazioni che
seguono, sono appunto presentate esclusivamente in quella forma disgiuntiva; ma
nello stesso tempo egli assegna tuttavia decisamente alle forme del cosidetto
sillogismo categorico un posto ancor più eievato, appun to perchè queste non
appartengono al meccasumuntur. Qribm tanta ’rii inll [ R Stu " t
contrarietatis loco excellcntwe suae merito a ('rimri^'è'h""'' qt ‘°
(ìam privilegio conceptiones rLZ sicJZZ e,,lhymemnt “ dicantur. hoc est, munì
est illud, nuoci sumitur * '‘ rsu . met },orum omnium forlissicalium aptissimum
est. quo d ducitur "ab end" ° mnU,m . si S"°rum volhid.. m, 1 n
193 . „ \ tU, et >dem conlranetatts loco. Diulècticisac RhètorZiseZnt"”
^ediyimus. a xaTavTC'fpaat .5 IW 4vtt*p«oi ^ TestZmTi’uZ grnmmaticis ver °
gnorumque verbalium nobilissima v loT^T ar ^ n -n'orum stiri fine, e cfr. poi
la nota 189 * qm appresso la nota 96 > concluditur, quodsemperesTn coni nulo
°c" "" '',,r * umento (ora segue un sillogismo della l'orma Non
eZnVn'B* 4 ° “** ergo B non est: v. la Se? Vili t.n i l 1 „ et A est. Idem
quoque syllogismiis hnr 'm 1 ' p a • XII, note 13 e 69 ).... cibici. 4 3 n T?J
w connectitur (id. c. *.). àitoS.txxtx^ utamur, primufnfadversus ZT"e
uTl^’ * C *f" r sillogismi della forma ricordata or ,U f ann,° S, '* U1| °
due parole, da uomo consapevole della vitro* P °A S ‘ con queste Via igitur
regia gradiZdtm, r, ?''' C °
ncIllsum est igitur.... vcrtendum, etc. ’ ° " d d^ternm, nec ad sinislram
dinismo dell’argomentazione retorica, apparentemente più efficace Bli ). Ma che
questa preponderanza della forma sillogistica sia stata anche subito sentita
come tale dai lettori dello Scoto, ci è confermato dalla ineccepibile
testimonianza di un anonimo del IX secolo, il quale dice che Scoto fa
consistere la dialettica in un continuo incalzarsi e cacciarsi (fuga et
insecutio) delle proposizioni. Scoto, del resto, la conoscenza delle forme
sillogistiche da lui usate, la poteva ricavare esclusivamente da 8l! ) Vale a
dire, in occasione di una dimostrazione piuttosto lunga, relativa alla
immaterialità della sostanza ( de div. nat., I, 47 ss.), troviamo anzitutto,
dopo le parole introduttive hus inique paucas de pluribus dialecticas
collectiones considera, due sillogismi categorici secondo il primo modo della
prima figura, c appresso segue un'argomentazione in forma dilemmatica; ma dopo
questa si trova la seguente transizione: l’t uulem piane cognoscus,... hunc
argumentalionis accipe speciem. [Discipulus] Acci piani ; sed prius quondam
formulalii praedictae argumentationis fieri necessarium video. Nam praedicta
ratiocinatio plus argumentum u contrario videtur esse, quam dialectici syllogismi
imago. [Magisteri Fiat igilur maxima propositio sic: e ora seguono quattro
sillogismi secondo il modo 2° della 1* figura, con le parole conchiusive: huec
formula idonea est; ma immediatamente appresso: [D.] Hoc etiam certa dialettica
formula imaginari volo. | M. | Fiat itaque fornuda syllogismi conditionalis ;
il che si verifica nella forma : Si A est, lì est, A vero est; e dopo tutto
questo si trova, per chiudere in maniera energica, ancora un entimema: Si autem
èvtì-upijiiaTOf. hoc est, conceptionis communis animi syllogismum, qui omnium
conclusionum principatum oblinet, quia ex his, quae simili esse non possimi,
assumitur, audire desideras, accipe hujusmodi formulam. Riferita da V. Cousin,
Ouvr. inéd. d’Abél: Secundum vero Joannem Scottum, est dyalectica quaedam fuga
et insecutio, ut cum quis dicit « omnis honestus est », et insequitur alius
dicendo omnis honestus non est, talis haec disputatio fugae et insecutioni
videtur esse consimilis. Se del resto già l’abate Benedetto da Aniane [Francia
Merid.], si lamenta di un syllogismus deltisionis iipud modernos scholasticos,
maxime apiid Scotos (Baluzii Misceli., ed. Mansi), non è leeito già inferire da
ciò, che lo Scoto abbia potuto ricavare la propria abilità dialettica da studi
di logica che fossero con larga diffusione coltivati nelle scuole della Scozia:
bensì quel lamento si riferisce esclusivamente a un singolo contrasto dommatico
(riguardo alla Trinità), il quale può esser denominato syllogismus nella sua
formulazione, nè più nè meno che cento altri simili Isidoro o da Marciano
Capella, e non c’èun solo passo che ci costringa ad ammettere eh egli abbia mai
conosciuto anche gli Analitici di Aristotele, nella traduzione di BOEZIO os ).
[b) posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica Ma proprio questi elementi,
che per così dire appartengono alla prassi logica dello Scoto, ci apron la via
per passar a considerare anche la posizione teoretica di lui, nei rispetti
della dialettica. Nelle arti liberali in generale, egli ravvisa i prodotti di
una naturale attitudine dell amma umana, e pertanto un suo ornamento B8a ), in
quanto che esse sono le compagne e le investigatrici della sapienza "); ma
nello stesso tempo riconosce che quel che importa qui è la disposizione di
spirito, trovando hi particolare la dialettica, della quale è facile abusare,
il proprio compito essenziale nella lotta contro gli eretici 10 °). ) 1 oicliè
questo punto avrà ancora più volte importanza ner noi ho dovuto di proposito
fin qua richiamare còsi n inutàumnte rat’tenzione sopra le fonti della logica
dello Scoto. )G ommenl. ad Mari. Cup. [Artes libe:tZ ] n, 0la iPSa amma P erci
P' umur ’ nec uliunde assi,n,untar sed nalurahier in anima mieli,gannir ; p.
30: Liberales disciplinar ’natu r ali ter insunl in anima, ut aliunde venire non
intelligunUir ■ et ideo TCTTìI ~, Cfr q,,i appresso la noia l78 (cioè ri.-’ fi
• ’’ ’• P430: ^ rrorem saevissimum eorum (cioè de suoi avversari dommaUci)
....e* utilium discinlinarum alias, psa sapienti a suas comites
investigatricesque fie^voluTTdr S ira la notai 50), ignorantia credtdenm
sumpsisse primordio In un A ìSi " 4 "'“ » aZerS denTk 77™ Gotes
UerumSez. XII note 84 J ST: Tt ^zrZiiri uctìones ’ sensui subjacet: cirro nnnm
... . • P nr, ‘ l ' s _>'st, nulhque corporeo versuntur. Al si illa
incorporea est^nuTtìb' Ziter'vìd t omnia, quae ani ei adhaerent, au, in P «
subsistoZ, ' non possimi, incorporea sint 9 ‘slum, et sine ea esse se
immutabiles puro mentis contuitn „ t f r ! ale f* Q h*er res per ' rontl
‘“" perspiaenlur in sua simplicisce anche il concetto di genere in maniera
del tutto realistica 115a ), anzi ripete minutamente la dimostrazione, ricavata
dal Pseudo-Dionigi, che essentia e corpus sono totalmente diversi e non possono
essere mai scambialino. In una parola, è un avversario sistematico della
sostanza individuale (del xóSe ti) di Aristotele. [e) ontologia e dialettica],
Ma dobbiamo riflettere che, per lo Scoto, tutta quanta la sfera del molteplice
(dimque infine anche la pluralità delle categorie stesse) viene a cadere in
quello stadio in cui la sussistenza concreta è propriamente qualche cosa che
non dev’ essere, perchè la pluralità è provenuta per via di divisione dalla
unità, e ha essenzialmente per funzione di essere di nuovo risolta nella unità,
e in tale processo proprio il punto mediano dev’ essere quello di massima
lontananza, sia dalla unità originaria sia dalla unità finale. Così la
formazione delle cose infinitamente molteplici del mondo sensibile è la prima
parte del processo, come dire una scissione della Divinità: e Scoto spiega, in
accordo con Gregorio da Nissa, il manifestarsi concreto delle cose sensibili e
in tute, aliler senati corporeo in ali quii materia ex concursu earum facto
compositae. Omnia erìim, quae intellectus in rulione universaliter considerai,
particulariter per sensum in rerum omnium discretas cognitiones definitionesque
partilur (dunque rSpiattxóv delle definizioni speciali viene già a esser più
pertinente alla sfera sensibile. Il passo di BOEZIO).,ls ‘) Comm. ad Alari.
Cap„ Genus est multarum formarum substantialis unitas.... Est enim quaedam essentia quae
comprehendit omnem naturam, cujus participatione consistit omne quod est. Substantia generalis est multorum individuorum
substantialis unitas. De div. nat. Sed adversus eoa, qui non aliud esse corpus,
et aliud corporis essentiam putant, in tantum seducli, ut ipsam substantiam
corpoream esse, visibilemque et traclabilem non dubilent, quaedam breviter
dicendo esse arbitrar: f t autem firmius cognoscas, oòalav id est essentiam,
incorruptibilem esse, lege librum sancti Dionysii Areopagilae de divinis
Nominibus eie.: e a ciò fa seguito la dimostrazione estesa. generale la origine
della materia, con il fatto che alcune categorie vengono a trovarsi insieme,
per modo da poter essere apprese dai sensi) : e nello stesso tempo, in questo
generarsi, analogamente che per i filosofi precristiani, opera poi il fuoco,
come quello che dà la forma alle cose sensibili. Ma poiché ora, secondo lo
Scoto, non in altro che in questa molteplicità del mondo deve, per opera della
filosofia, essere scomposta (5iaipruxVj) la unità divina, e da quella deve da
capo partire la via da percorrere per il ritorno alla unità (àvaXtmxrj), quel
grado intermedio della pluralità acquista una speciale importanza anche per la
dialettica, poiché proprio in quella stessa pluralità del sensibile si viene a
contessere la favella umana, come mezzo di espressione. A quel modo perciò che
nelle cose sensibili le categorie, incorporee in se stesse, sono alla fine
diventate corporee (per quanto m maniera enimmatica e mistica), così anche il
linguaggio, in quanto è sensibile, afferrerà le categorie soltanto nella forma
verbale sensibile-corporea (per quanto parimente con un intrecciarsi di motivi
mistici), e appunto lo stadio intermedio della dialettica, vale a dire **? rh '
d ' 34 ’ Quantitàs vero, qualitasque. situs, et habifT \ nte \r COeu ’ ltes
mater iem.... jungunt, corporeo sensu per Wcl nU alluTT GregoriusN y s ^-orti*
raHonibu, ita esse ahud dicens matenam esse, nisi aecidentium quondam compositi
0, nem ex mvis.lnlibus causi® ad visibile® materica, pròcedentem [Lo Scoto cita
il Sermo « De Imagine» del NiTsen” ma forse parafrasa I cap^XXHHV del libro «
De hominis opificio *] interni 2 ’ 5' 494 S : Formarum al,l ‘e in oùoia. aline
in qualitate uVc" r; j ^ '"°' iOÌa « "‘bstantùdes speciel
generis ti^ 'seu mLtn* 8 ’ °, ‘"Tatque P° XÌ,Ì onem naturali um par “7
" Ì r r r «d quahtatem referri, formatnque proprie vomembra e [ l ",T
dl ? ìtt . am 1 en ‘ e « forma, bensì all’armonia delle membra e bellezza del
colorito] ex qualitate ignea, quae est color FXfrDe i rr tur Et h r n vocatur a
form °’ h ° r si rai ' d (v! 1 estus [De I erborimi significata ed. Lindsay, p.
73] s v forma) Udum Sa rii diffinitione non dissential.... (PL 9 lj,y oj. ):
Aristoteli genus, speciem, difjerentiam. propnum et accidens, subsistere
denegava (se. Minerva), quae Platani subsistentia persuasa. Aristoteli an
Plotoni magis credendum pulatis. Magna est utriusque aucloritas, quatenus rix audeat quis
allerum alteri dignitate praeferre [PL]. Cui
rei Aristoteles in libro Peri Ermenias congrua bis verbis: Sunt ergo ea quae
sunt in voce, earum quae sunt. Altre notizie ancora, appartenenti alla seconda
metà o alla fine del secolo X, possiamo citarle soltanto come documento del
perpetuarsi della tradizione scolastica; tal è il caso, quando vien riferito
che il vescovo \ olia n g o a Ratisbona in una disputa teologica trovò maniera
di applicare le varie specie in cui può esser diviso Yaccidens (a tal proposito
c degno tuttavia di nota, che il metodo dialettico viene denominato carnali^
antidotus), o quando vengono menzionati gli studi di logica, di lAbbone da
Orléans, che studia a Fleury e ivi successivamente insegna, e del vescovo
Bernward a Hilin anima passionimi nolae [cfr. BOEZIO, p. 216 e 297; Prima cditio,
I 1 ed. Meiser, Pars Prior, p. 36; Secunda edilio, I, 1, ed. Meiser, Pars
Posi.; PL, 64, 297 e 410], Omnis nota aUcujus rei nota est. Prius ergo res est
quam nota. Res ergo prius ponderando est, quum nota».... Boetius tir
eruditissimus in libro Peri Ermenias secundae editionis [p. 450; VI, 13, ed.
Meiser, Pars Post., p. 4a), Spira pret.. Analitici e Topica, e a proposito di
quest’ ultima, d’accordo con BOEZIO (de diff. top.), riconosca che i due campi,
dialettico e retorico, sono a contatto uno con l’altro, per accennare da ultimo
a Cicerone, rappresentante della retorica vera e propria, in quanto questa non
venga a ricadere nella sfera dialettica 206 ). [§ 22. Gerberto, figura
ASSOLUTAMENTE INSIGNIFICANTE: a) materiale degli studi di logica al tempo suo].
J "*) Il 1° Libro (ibid., p. 35) s'intitola: Primus libeUus de
studiopoetae, qui et scholasticus, e dopo aver trattato della poesia, fa
seguire la filosofìa: Inde ubi maiorum tetigit nos cura ciborum, Porphyrius
claras nobis reseravit Athenas, Qua multi indigente librabunt verba sophistae.
Cernere erat quondam vidtu pallente puellam. Pructica cui limbum pinxitque
theorica peplum, Et licet effigiem macularet parva (leggi: prava) vetustas,
Ipsa tamen ternas suspendit ab ubere natas (v. ibid. la tripartizione della
sfera teoretica). Praeslitit haec nobis summi subsellia ledi. Et postquam
strato licuit discumbere cocco. Proceduta senae turba comitante SORORES (cioè
dialettica, retorica, ritmica, matematica, musica, astronomia). Ingenui vultus
non absque gravedine gestus Adducit famulas praestanti corpore quinas (cioè le
cinque parti che vengono subito appresso) Omnia sub gemino claudens Dialectica
puncto (il duplice punto di vista è invenlio e io dicium, v. la Sez. XII,
ibid.). Prima quidem (la Isagoge) miles generali nomine pollens Insignita
tribus (cioè genus, species, difjerentia) unum selegit amictum. Hanc vice
continua sequitur gradiente secunda (le Categorie). Tertia (la teoria del
giudizio) discredi quidquid primaeva coegit, Dans operam sane cirros crispare
secundae, Quos quartae (sillogistica, cioè Analitici) solido collegit fibula
nodo. Inslabilem fucum lulit ultima (la Topica) quinque sororum Dodo quibus
geminas decernens Graecia jormas (cioè loci dialettici e retorici) Pinxit «
quale » tribus, « quid sit » reperendo duabus (cioè il Quale consiste in
persona, tempus, circumstanliae , e invece il Quid in definitio e descriptio),
Ut reboant nobis deliramentu Platonis (questo non riesco a spiegarlo). Inde
suam stipai comilem pressura sodalem Rhetoricam duplicis vestitam flore
coloris, Quuc iaciens varias nervo pulsante sagittas Monstrat hypothetici nobis
spedaicula ludi. Et ioni cornuta surgens ad sidera fronte Causarum rivos putido
profudit ab ore. Sed postquam illatas pepulit conclusilo lites Ipsaque gravigenas
conipegit pace sophistas. Omnibus asseculum veniente porismate laetis Sub
pedibus Eogicae recubabat nexa coaevae, Commissura tibi reliquie rum munia,
Tulli. A ciò fanno seguito la ritmica e le altre discipline nominate più sopra.
Anche del famoso Gerberto (Papa Silvestro II) dobbiamo anzi affermare la stessa
cosa, che cioè egli, senza originalità, rimase assolutamente irretito nella
tradizione scolastica: purtuttavia c’è d’ uopo bitrattenerci sopra di lui
alquanto più a lungo, appunto perchè a lui e al suo comparire si riconnettono
notizie preziosissime riguardo ai limiti ristretti, entro i quali era contenuta
in quell’epoca la trattazione della logica). Ci racconta cioè anzitutto un
contemporaneo di Gerberto, come questi in gioventù fosse iniziato alla logica
da un chierico eminente (probabilmente Giselberto) a Reims, dove poi incominciò
subito la sua operosità di maestro delle solite discipline scolastiche). Ma,
come colui che riferisce la notizia enumera a tal proposito distesamente e
compiutamente anche tutto m ) Per notizie sul conto di lui in generale, v. M.
Buedincer, Gerbert’s U’issenschaftliche und politische Stellung («Posizione
scientifica e politica di G. »), Cassel, e K. Werner, Gerbert !’• Aurillac, die
Kirche und Wissenscfiaft seiner Zeit (« G. da A., la Chiesa c la scienza del
tempo suo»), Vienna [2* ed.,J. a ®) Richeri Historiarum (Pertz, :MGH, V, p.
617): luvenis igitur apud pupam relictus, ab eo regi (cioè Ottoni) oblatus est.
Qui (vale a dire Gerberto) de urte, sua interrogatus, in mathesi se satis
posse, logicae vero scientiam se addiscere velie respondit.... Quo tempore G.
Remensium archidiaconus in logica clarissimus habebalur. Qui etium a I.othario
Francoricm rege eadem tempestate Ottoni regi Italiae legatus directus est (un arcidiacono
di Reims in quel tempo, con il nome incominciante per G, sarebbe Giselberto,
presente al Concilio d’ingelhcim: v. Marlot, Metropolis Remensis historia.
Lilla; il Buedincer e 1 Olleris; v. [per la precisa citaz. delPoperg;, ai quali
si unisce il Werner, pensano a Garamnus, menzionato [dal Mabillon] negli Acta
Sanctorum Ordinis S. Benedicti : Saec. [dove precisamente trovo ricordato il «
Signum.... Geranni Archidiaconii »]. Cuius adventu iuvenis exhilaralus, regem
adiit, atque ut G.... o committeretur obtinuit. E G.o per aliquot tempora
haesit, Remosque ab eo deductus est. A quo etiam logicae scientiam accipiens,
in brevi admodum profecit, G....S vero cum mathesi operam daret, artis
difficultate iictus, a musica reiectus est. Gerbertus interea studiorum
nobilitate praedicto metropolitano commendatus, eius gratium prue omnibus
promeruit. linde et ab eo rogatus, discipidorum turmas artibus instruendas et
adhibuiI [PL il repertorio di scritti di logica, di cui si serviva Gerberto
nell’ insegnamento, così veniamo in possesso di un documento tanto importante
quanto decisivo, per provare che pur alla fine del secolo X restava ancora
sempre sconosciuta la traduzione, dovuta a Boezio, degli Analitici e della
Topica di Aristotele: perchè proprio di questi manca la menzione, mentre
vengono citate in fila tutte le altre traduzioni e i lavori originali di Boezio
(v. la Sez. XII, note 72 s.); ed è altresi degno di nota che Gerberto facesse
venire l’insegnamento della retorica soltanto di seguito a quello della dialettica,
come pure che il cronista nel suo racconto assegnasse ancora la retorica alla
logica, trovandosi pertanto a considerarle da quel punto di vista, che abbiamo
veduto proprio d’Isidoro, Alcuiuo e Hrabano (note 27, 54 e 79 di questa
Sezione) 209 ). Ma ci viene riferito inoltre che Gerberto si occupava di
delineare una figura, nella quale fosse rappresentata in una Tabula logica la
distribuzione di tutte le cose; venne tuttavia su questo punto a contesa con
Otrico, e con ciò va messa in relazione una disputa filosofica che si svolse =l
*l Ibill, (in continuazione) L4-6-8J : Dialecticum ergo ordine librorum
percurrens, dilucidis senlentiarum verbis enodavit. In primis enim l’orphyrii
ysagogas id est introductiones secunduin Pictorini rhethoris trunslationem,
inde etinm easdem secunduin Mani inni explanavit, Cathegoriarum id est
pruedieamenlorum librino Aristotelis consequenter enucleans. Periermenius vero,
id est de interpretatione librimi, cuius luboris sit, aplissime monstravit.
Inde edam topica, id est argumentorum sedes, a Tullio de Graeco in Latinum
translata et u Manlio constile sex commenlariorum libris dilucidala, suis
auditoribus intimavi!. Necnon et quatuor de topicis differentiis libros, de sillogismis
cathegoricis duos, de ypotheticis tres, diffinitionumque librum unum,
divisionum aeque unum, utililer legil et expressit. Post quorum laborem cum ad
rhethoricam suos provehere velici, id sibi suspectum erat, quoti sine
locutiontim modis, qui in poelis discendi sunt, ad oratoriam arlem ante
perveniri non queat. Poelas igitur adhibuit quibus ussuefactos, locutioniunque
niodis composilos, ad rhethoricam trunsduxit. Qua instructis sophistum
adhibuit: apud quem in controversiis exercerentur, ac sic ex urte agerent, ut
praeter arlem agere viderentur, quod oratoris maximum videtur. Sed haec de logica. In mathesi vero. etc. [PL a
Ravenna, al cospetto di Ottone II, allora quindicenne 21 °). Un’ altra più
minuziosa narrazione concernente questo colloquio, ci fa chiaramente
riconoscere, che sopra l’argomento i contendenti sapevano semplicemente a
memoria quel che aveva detto Boezio (nel commento alla Isagoge), e su tal
fondamento dibattevano la controversia, se cioè il concetto di RAZIONALE sia
più ristretto che quello di Mortale, o non piuttosto, viceversa, si dimostri
più ristretto quest’ ultimo Z11 ). Huconis monachi Virdunensis, abballa
Flaviniacensis, Chronicon (P'ertz, MGH) : Quo tempore Otrieus apud Saxones
insigni* habebatur.... Adalbero Romam cum Gerberto petebat, et Ticini Augustum
(cioè Ottonem) cum Ottico reperit, a quo.... duo tus.... Ravennani, et quia
anno superiore Otrieus Gerberti se veprehensorem in quudam figura cum
mulliplici diversarum rerum distribuitone (presa da Boezio, p. 25 (in l’orph. a
Vict. transl.: ed. Brandt; PL) monstraverut, iussu Augusti omnes pnlatii
sapientes intra pululium colletti sunt, tirchie piscopus quoque cum Adsone
abbate Dervensi et scolasticorum numerus non parvus; et coeptu disputatone, cum
iam pitene lotum diem consumpsissent. Augusti nulu finis impositus est. È
inconcepibile che il Werner, abbia potuto, con accento di biasimo, rinfacciarmi
di aver antccipato la data della disputa, riportandola all'anno 870, perchè
nella prima ediz. di questo volume (pag. 54) si poteva pur leggere chiaramente
il numero 970; senza poi contare che non è lecno ritenermi capace di far
partecipare a un dibattito nell' 870, un uomo che io stesso dò come morto nel
1003. "“) Richerj op. cit., e. 60 e 65, p. 620 s.: Otrieus.... a il:
«Quoniam pliilosophiae partes uliquol hreviter uttigisti, ad plenum oportet ut
et dividas, et divisionem enodes...... Tunc quoque Gerbertus: 4 ....secundum
Vitruvii (leggi Victorini ) atque Boctii divisionem dicere non pigebit. Est
enim philosophia genus; cuius species sunt. predice, et theorelice: praclices
vero species dico, dispensativam, distribulivam, civilem. Sub theoretice vero
non incongrue intelligunlur, phisica naturalis, mathematica intelligibilis, or
theologia intvllectbilis. La fonte è BOEZIO. Tunc vehementius Otrieus admirans
I versa circa la distinzione tra l’octu.s necessaria, l'actus non necessanus,
il quale ultimo ha origine a palesiate ovvero a subsistendo. e analmente la
pura e semplice potenzialità. Gerberto mette questa partizione in forma di
tabella: ma in ciò può ben ravvisarsi soltanto un modesto titolo di merito,
poiché, ch’egli non abbia neanche un solo pensiero suo personale. Io
dimostriamo, qui come apP m?’/ IC ? 1 no\emotiva di Monaco (C.od. lui. 14272),
contiene questa lettera. tuisce l’oggetto di giocherelli sillogistici: dopo
averla rappresentata cioè in modo assoluto come una disutilaccia, a Adalberone
viene in mente di saggiare logicamente la validità universale di questo
giudizio riprovativo, e procede ora a una disquisizione in forma dialogica, per
sostenere che il giudizio è singolare, che c’è un opposto contraddittorio del
giudizio stesso, e via dicendo: viene appresso l’invito a fornire a regola d’
arte la dimostrazione della inutilità di quell’animale 2S0 ) ; ciò si fa
percorrendo nel dialogo, in forma antitetica, l’intiero elenco dei giudizi
ipotetici 233 ), e a ciò si trovano anche fram-, hc riempie una pagina e mezzo
in folio (fol. 182 tO. Pare elle il titolo riferito più sopra sia stato
semplicemente combinato dal Pez. FUilco). Denique haec mula.... non esset
universaliter, seri polius aut particulariler aut indefinite, quae paene unum
suiti, inutilis proponendo.... Igitur quae particulariter quoquo modo utilis est,
omnimodis universaliter inutilis non est. A(dalbero). Si hanc iauliiem atque inhonestam
indefinite vituperarem, veruni a falso non diseernerem, nam huius mulae
inutilitas, si universaliter esset dedicatila. particulariler esset abdicatila
(cioè sarebbero allora predicati nello stesso tempo concetti contraddittori). Sed haec viluperatio ncque
universaliter ncque particulariter est determinata.... igitur quia singularis
est, neutrum horum est. F. Singulare
dedicativum nonne suum hubet abdicativum?... Putasne, universale propositio
universali, purticularis particolari, indefinita indefinitae sicut siaglilares
contrudictorie opponuntur? A. Piane opponuntur: si substantia fuerit, erit
praedicativa, sive sit sive non sit. F. Putasne. si accidens? A. Eodem modo
opponuntur, si illud fuit inseparabile. F. Omne inseparabile contrudictorie
opponitur? A. Non. _F. Illud tanlummodo cui aliquid possit uccidere, et illud
dicitur substuntiale. Sed nunc ex arte, non de arte, nostris affirmalionibus
cum luis repugnantiis hanc mulani esse inulilem atque inhonestam onci nei
profiteberis. Qui sono mescolate insieme la teoria di Boezio (fin Ar. de interpr..
ed. seconda, II, 7 e III, 10: ed. Meiser, p. 117 ss. e 255 ss.; PL, e la
terminologia di Alareiano Capella (ibid.. nota 66). 31 ) A. Mula haec si
claudicai, male ambulai; atqui claudicai : igitur male ambulai. F. Mula haec si
claudicai, mule ambulai: utqiii non claudicai; igitur non male ambulai . A.
Mula haec non. si claudicai, male non ambulai; atqui claudicat: igitur male
ambulai. F. Mula haec non. si non male ambidat, claudicai : atqui non male
ambulai; igitur non claudicat. A. Si valida non est. debilis est; atqui valida
non est; igitur debilis est, e via dicendo. 106 mischiate enunciazioni di
regole logiche) ma l’insieme, clf è preso tutto quanto da BOEZIO, si chiude con
l’accenno a lma causalità demoniaca della inutilità della mula, una spiegazione,
questa, che dovrebbe, a quel che sembra, sodisfare ambedue le parti
contendenti. Scolaro di Gerberto e panmente Fulberto, vescovo di Chartres (dove
nel 990 aveva aperto una scuola, e vi resse la sede vescovile dal 100/ [o 1006]
sino alla morte,che godette di grande reputazione come conoscitore della
dialettica 234 ), sì che persino gli f u conferito il soprannome di Socrate dei
Franchi). Ma, mentre assolutamente nulla di preciso ci è noto, in ordine alla
sua teoria F e' A ' et negalio semper est in pruediculis nota 119) adhibetur,
vind/cat sibi vini contradictionis et modus in1 A Hon et eodZTn em P
°"" P, r “ cA ' c ""' s Sminati» subiectis. 4 7>liL f'i
nominali appresso da Tritenuo, sono d. contenuto puramente teologico). erio
iì““S . Ji Bereiim’SLST logica 23B ), dobbiamo in ogni caso tenerlo in gran
conto quale maestro di Berengario da Tours, sebbene sia lecito argomentare che
da Fulberto le conoscenze e l'abilità, relative alla dialettica, erano ancora
tenute del tutto lontane dal campo teologieo-dogmatico, poiché per quest’ultimo
riguardo egli esortava i suoi scolari alla più rigorosa ortodossia 237 ). Ma
possiamo, in generale, scorgere un segno di più intensa operosità,
relativamente alle condizioni di quell’epoca, già nel fatto che di nuovo si procedeva
ad apprestare compendi o si elaborava con commenti continuativi il materiale
esistente a uso delle scuole, poiché, quantunque in ciò non donimi ancora una
energia creativa ùltimamente personale, purtuttavia si torna a ravvisare nella
conservazione o nell’ incremento del sapere logico il vero e proprio fine:
l’attività si volge cioè alla teoria come tale, sebbene senza originalità.
[Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e delle Categorie: colorito
nominalistico]. Cosi un A il o n i ni o Ila rifuso in esametri la Isagoge e le
Categorie), per imprimersi nella memoria, con questo primo suo lavoro, come
dice egli stesso nella introduzione in prosa, indirizzata a un certo Belinone,
il contenuto di quei libri 239 ). Inco3, l La notizia, che Fulberto abbia
mandato la Isagoge allo « scholaslicus » di un chiostro (v. Fui.berti Opera,
ed. Villiers, Parigi 1608, Ep. 79, fol. 76 b [PL: Ep.) è priva d'importanza. I
Adelmanno, loc. cit., p. 3 [§ 6-8): obtestans per secreta ilio....
[colloquiai..., et obsecrans per lacrymas,... ut illue omni studio properemus,
viam regioni directim gradientes, sunctorum Patrum vestigiis obsenantissime
inhaerentes, ut nullum prorsus in diverticulum. milioni in novam et fallacem
semitoni desiliamus etc. f PL. loc. cit. or ora, nella nota 2351. Il lavoro è
riprodotto a stampa, di su un codice di St. Germain (n. 1095), dal Cousin,
Ouvr. inéd. d’Abél., p. 657-669. ) Chi sia stato o dove sia vissuto quel tal
Bennone, non può mincia con il prendere da Boezio la divisione (Sex. XII, nota
77) dell’ Organon aristotelico, e pensa a tal proposito che la faccenda sia
andata cosi: che cioè Aristotele abbia incominciato con lo scrivere i primi
Analitici, e poi, siccome questi erano riusciti incomprensibili, abbia scritto
appresso gli Analitici secondi, ai quali per lo stesso motivo ha dovuto far
seguito la Topica, come pure poscia il De interpr., e quindi ancora le
Categorie; ma non avendo voluto Aristotele scendere, per farsi capire, a un
livello ancor più basso, e avendo perciò passato sotto silenzio le quinque
voces, è intervenuta qui per fortuna, a compier V opera, l’attività di
Porfirio. II contenuto della Isagoge viene poi spicciato molto sommariamente
con la semplice indicazione della definizione delle quinque voces 241 ), e indi
fanno seguito le Categoricavarsi dalla introduzione, che si tiene affatto sulle
generali. Del no stesso lavoro dice ivi l'Autore: Quoniam complurium mci
ordinis scholusticorum, praesul venerande, oblatus tibi litteras omni gradarum
idacritate saepius te audio suscepisse,... tuue confisus.... pietati uliqua et
ego offerre litterarum jocularia praesumo tliae maiestati. Feri animus, Dei
aspirante grada, quum puueissimis oratione metrica absolvere, quod Porphyrii
Isagoge et Aristotelis Calegoriae videntur in se continere. Quod batic ob
causam maxime decreta agere, ut, quae illi latius difjudere, breviter collecta
per me tenaci diligentius crederem memoriae. Nomina quoque grueca quaedoni
interposui, ubi lege metri constrictus latina non potili.... Id mihi ne duculur
litio, primum abs te, pater piissime, cui hoc litterarum munere ingenii mei
primitias immolo, deinde ab omnibus veniam /tostalo. ) lbid„ p. 658: Doctor
Aristoliles, cui nomen ipsa dedit res, Ingenio pollens miro praecelluit omnes. Hic, natis post se diulectica ne
latuisset, Primos componens Analilicos studiose. De syllogismis ratio
perpenditur in quis, Credidit ut sapiens hos planos omnibus esse. Sed cum
nullus eis intellectu capiendis Sufficeret, rursus tentai prof erre secundos :
Quos ncque posse capi cum sensit. Topica scripsit ; Hinc Perihermenias,
postremo Cathegorias : Post quas finitas. descendere noluit infra. Hic genus ac
speciem, proprium, distantia, stritigens, Simbebicos edam quid sint omnino
tacebat. Porphyrius tandem cernens, nisi cognita quinque Haec sint, bis quinus
nesciri cathegorias, Cuique smini finem signavit convenientem. (Cfr. anche
Bokzio, p. 113 rio Ar. prued.. I;
PL, 64, 160 s.] ; Sez. XII, nota 841. t Jbid. Dopo la definizione delle cinque
voces, si legge: Ni nimis est longutn. communio dicier horuni (vale a dire ciò
di cui rie. Dice espressamente l’autore, a proposito di queste, sin dal
principio, che si tratta lì non già delle cose per se stesse, ma soltanto delle
voces signativae delle cose 242 1, si che troviamo qui una ripetizione di quel
punto di vista nominalistico, considerato più sopra (note 149 ss. e 159); ma hi
ciò consiste anche tutto quel che di più importante dobbiamo rilevare in questo
compendio; poiché nel rimanente esso si tiene cosi strettamente attaccato allo
scritto pseudo-agostiniano intorno alle categorie (Sez. Xll, note 43-50), che
di l'atto lo si può denominare, in una parola, una versificazione dello scritto
stesso; tutfai più si può osservare inoltre, che i numerosi termini greci, i
quali vi figurano barbaramente trascritti, derivano ugualmente da quella
medesima fonte, dove pure si trovano abbastanza spesso intercalati, restando
con ciò molto semplicemente eliminata ogni ipotesi che eventualmente sorgesse,
relativamente a studi che fin d’allora si facessero sopra l’originale greco 243
). appreso viene a trattare Porfirio: v. la Sez. XI, note 49 ss.), Non nos
barrerei : sed malumus ergo lucere. Ne generelur in his libi nausea
discutiendis. :l: ) lbid., p. 658 s. : Post haec, bis quinus pandamus
cuthegorias. In quis rir doclus
non ex ipsis quasi rebus, Sed signativis de rerum vocibus orans. SuiniI ab omonymis tractandi synonymisque Principium
eie. ***) Poiché tutto questo scrino è semplicemente una ripetizione metrica di
quello del Pseudo-Agostino, appare superfluo fare citazioni particolari. Ma per
quel che riguarda i termini greci, spiegati per lo più in latino con glosse
interlineari, può ricordarsi: usya, simbebicos e simbebicota, enarithnui
(àvdpiitpa : Sez. XII, nota 43), epiphania (a proposito della quantità) T6601,
poi, a proposito delia relazione, Pesametro 1662): Thesin, diuthesin,
episthemin, estesili, exin (cioè èiuaxrjprjv, aloDijoiv, IJ'.v e similmente [
il). | Dicilum ornile quod est, rei eneria dinamite (cioè évspysJa e Suvàpzi),
come pure, a proposito della qualità 16631: Exis, diathesis, phisices dittamis
poelesque (rcoiÓTrjg Passibilis, potius seu pathos, scemala morphue (axtipaTa
popcff,c), nella Sezione che tratta degli opposti 1667 \habitus sleresisque
atépr,oi;, e, a proposito del postpraedicamentum del moto [668-9] : Auxesis,
megesis, genesis, florus, aliusis. Et Itala ton joras, metabeles associato
(cioè aB(;l}Olg, |ia£o)atg, YÉvEatg, àXÀoùasig, xatà xòv tónov, pexagoXtJ). no
[§26. Intensa attività della Scuola di S. Gallo. Notker Labeo: a) un Tractatus
insignificante ].Ma principalmente a S. Gallo noi troviamo, intorno a
quell’epoca, una più estesa rielaborazione del materiale logico in uso nelle
scuole, e per tale riguardo spetta in ogni caso al famoso NotkerLabeo il merito
di aver dato P impulso e diretto la esecuzione, sebbene non tutt’ i lavori dei
quali qui si tratta, sieno venuti fuori proprio dalle sue mani 24 *). Non c’è
dubbio che qui pure il fondamento è dato solamente dal materiale tradizionale,
e non c’ è da aspettarsi propriamente novità 245 ): ma questo materiale
tradizionalmente trasmesso è in parte trattato tuttavia in maniera più libera,
mostrandosi in ogni caso un interesse, che si volge con abbandono all’ oggetto
della trattazione per se medesimo. J4 *) Mentre cioè J. Gbimm («Gott. Gel. Anz.
», 1835, N. 921 è (li opinionr che Notker sia l'autore unico di tutti quegli
scritti, e a questa opinione aderisce incondizionatamente anche H. Hattemer
iDenkmiiler des Mitteltdters « Monumenti del M. Evo », III [S. Gallo, p. 3
ss.), ci sembra invece più giusto, tenuto conto della diversità intrinseca di
quei lavori, ammettere con W. WackerNACEL I Orse il ichte dir deulschen
Lilteralur «Storia della letteratura tedesca », p. 80 s. 12* ed., Basilea 18791
: v. di lui anche la orazione accademica sopra le benemerenze degli Svizzeri
verso la letteratura tedesca, Basilea 1833) che le opere recanti il nome di
Notker sieno state composte da vari autori, semplicemente sotto la direzione di
lui: rfr. inoltre appresso la nota 262. FI1 Franti non cita Die Schriften
Natkers und seiner Scinde (« (ili scritti di Notker e della sua scuola») editi
da P. Piper, Voi. I (Scritti di argomento filosofico). Frihurgo-Tubinga, 1882],
' 45 l Cose straordinarie si posson leggere invero nella Geschiehte Din St.
Gallai («Storia di S. Gallo») di Ild. v. Arx. Nella Dialettica, ch’essi
dividevano in Logica, Peripatetica, Stoica e Sofica [sic/l, furono loro maestri
Aristotele, Platone, Porfirio e BOEZIO: eran loro ben note le dieci categorie e
le Periemerie del primo tra essi, le cinque Isagogi di Porfirio e il metodo
d’insegnamento di Socrate. Ma nientr’ è facile scorgere subito che tutta questa
notizia può fondarsi solamente sopra la più crassa ignoranza dell'autore, si
dovrebbe supporre tuttavia ch’esso abbia ricavato da mi qualche manoscritto la
informazione che dà, relativamente alla partizione della dialettica; tuttavia
anche su questo punto sono -tato messo tranquillo dal mio amico e collega
Hofmann, il (piale, in occasione di sue ricerche personali, fece a S. Gallo Tra
questi scritti il più insignificante è un « Tractatus inter magistrum et
discipulum de artìbus »: l’autore infatti si è limitato qui a riassumere il
Compendio di Alenino (v. sopra le note 48 ss.), conservandone la forma
dialogica, e ha inoltre utilizzato in compendio anche BOEZIO, ma epiest ultimo
soltanto da principio, cioè a proposito della Isagoge e della categoria della
quantità 24 °). [§ b) rifacimento delle Categorie]. Invece un più diligente
studio delle opere di BOEZIO e una rielaborazione alquanto più libera del
materiale che vi si trova, sono manifesti in altri due scritti, notoriamente di
somma importanza anche per la storia della lingua tedesca, cioè nel rifacimento
delle KaTTjyopi'at, e nel rifacimento del libro IlepUppTjvelas 247 ). Il primo
di questi scritti si attiene in complesso rigorosamente, quanto al testo, alla
anche nel mio interesse una verifica relativamente alle opere di logica, ma non
potè trovare assolutamente nient’altro, all’ infuori da quali t’è stato di già
pubblicato, o per lo meno accennato dal (iraff. dal Wackernagel e dallo
Hattemer; v. anche appresso nota 271. ’ / bsisle manoscritto alla Biblioteca
Governativa di Monaco (Coti. lat..), di dove lo Hattemer ( Denkm. d.
Mitlelalt.. [già Cil.l, III, p. 532 ss.) trasse per pubblicarle le sole
intestazioni dei capitoli. La partizione della filosofia e della logica è quasi
letteralmente presa da Alcuino, ma dove si tratta delle quinque voces, la '
numerazione delle diverse loro sottospecie e gli esempi illustrativi -ono
ricavali da Boezio; la Sezione che tratta delle categorie è da principio un
riassunto da Alcuino, con omissione degli homonyni" ecc.; e dopo che di
nuovo è stato utilizzato Boezio, solamente riguardo alla categoria della
quantità, si viene in seguito a parlaridelie rimanenti categorie, attingendo
parola per parola ad Alenino, ma soltanto fino alla categoria dell’/iufiere: e
da quell" unica proposizione esemplificativa (v. qui sopra la nota 57) si
passa subito, con la intestazione Quid su,il formulile syllogismorum, alle
notizie !" -Alcuino intorno all argomentazione, le quali sono altrettanto
'"eraunente riassunte, quanto le seguenti che riguardano Biffi niil( *\
topica e Periermertine. .. 1 F ;^ P 7 Ìo 24S ). ma frammezzo al testo, periodo
traduzione di Boezio t n te per periodo, vi è intrecciata una spiegazione,
contendi, S ua volta la parte più importante del commento dello «Z Boezio, e a
BOEZIO una volta Fautore espressaniente si richiama: molto spesso la
dimostrazione queste spiegazioni viene articolata ne suoi e 1 maniera perspicua,
mediante cenni sommari del conte unto o altre intestazioni, anzi anche con la
indicazione Propositi io, Asmmptio, Conclusi o«): e gh esempi esplicativi sono
in alcuni luoghi personalmente escogitati da Notker; si può osservare ancora
che Fautore, con manifesta predilezione per la geometria, s indugia piu a lungo
e con maggiore originalità su quei passi, che contengono un accenno a tale
disciplina • re) rifacimento del De mlerpretalione). Il rif"'" menlo
del II.pt nlliene «« 1»"• a 1 ™r«n «tesso della storia della logica, lo ho
prealcun influsso nel torso, zwe i altesten Compendien srwfttiSX* gj d r p,l
l8™“,b ‘ di logica in tedesco»), Monaco,, ^ aria ’ zion ;. ta,l V olta sono
abbrevT.zSi od Soni ^ * dere, e via dicendo. a pedo mule [el disposino ist PÌP
-; €o S t 4 p. lC eTaT4 a n9 le s Quesfulti.na terminologia è presa da Hoizio.
de syll. hyp.\ v. la nota a • intu itiva «) A questa maniera non soltanto lp.
WZ ss. « u5 mediante disegni "jò^l'^niTesaurita la trattazione della *„
.... diseano diverso che in Roezio. to al testo, parola per parola alla
traduzione di BOEZIO, e i commenti che si trovano alla stessa maniera
intrecciati anche qui, si fondano parimente sopra il commento di Boezio, del
quale l’autore, come accenna egli stesso, ha utilizzato ambedue l’edizioni
***). Ma ha importanza la introduzione, eh’ è premessa all’ insieme, in quanto
che novamente c’ imbattiamo qui pure nel punto di vista nominalistico, che
ravvisa nel significato delle parole l'oggetto delle Categorie; ivi inoltre, notizie,
ed espressioni tecniche, tratte da Marciano Capella, vengono intrecciate in
maniera caratteristica con quelle osservazioni die riguardano l’ordine ili
successione dei libri dell’ Organon, e che sono ricavate da BOEZIO: e appunto
rispetto a queste ultime notizie, ci è consentito ancora di ricavare dagl’
ingenui equivoci dell’autore la conchiusione sicura eh’ egli conosceva gli
Analitici e la Topica di Aristotele, proprio soltanto per sentito dire, da quel
passo di BOEZIO, Hattemer, p. 474 a [ ed. Piper, p. 511: rifacimento del De
interpr., Lili. I, 111: Est hoc \tractare 1 nlterius negotii. Taz isl anders
uuur zelerenne, samoso er chade, lis mine metaphisicu (v. BOEZIO, p. 230 [ in
de interpr., Prima editio: ediz. Meiser, I, 5, p. 74; PL, 64, 3151), dar lero
ili tih iz. Ahere boetius saget iz fure in, in secunda editione etc. (cioè
Boezio, p. 326 I ih., Seeunda editio: ediz. Meiser, II, 5, p. 101; PL. [Est hoc
alterius negolii. Ciò dev’essere insegnato in altro luogo; così disse egli:
«leggi la mia Metafisica; li te lo insegno». Ma BOEZIO lo dice apertamente in
secunda editione ete. (Della traduzione, di questo, come dei segg. passi di N.
L., debbo esser grato alla dottrina, tanto cortese quanto sicura, del rh.mo
collega BATTISTI (si veda). Neanche mancano qui quelle figure, con le quali
BOEZIO rende intuitiva la teorica del giudizio, e anzi per esse l’autore
rinunzia a servirsi del tedesco. “’) ìhid.. p. 465: Aristotiles sreib
cathegorias, chunl zcluenne, uutiz einluzziu uuori pezeichenen (cfr. più sopra
le. note 149 ss., 159 c 242, e subito appresso la nota 256); nu lutile er samo
chunt ketuon in periermeniis, uuaz zesumine gelogitiu bezeichenen, an dien
veruni linde falsum fernomen uuirdet; tiu latine heizent proloquia; an dien
aher neuueder uernomen neuuirdet, tilt eloquio heizent (la fonte di questa
terminologia, vedila in Marciano Capella, Sez. XII, nota 51, e in Agostino,
ibid., nota 33); tero uersuiget er an disamo buoclie. I nandù ouh proloquia
geskeiden sint, unde einiu heizent 8. il «De parlibue loicae»; nominalismo]. Un
altro scrittarello, intitolato « D e partibus loicae»™) si presenta come una
compilazione compendiosa per uso delle scuole, essendovi anzitutto enumerate le
sei parti* della logica, compresa la prima, che fu aggiunta da Porfirio alle
cinque aristoteliche) : alla enumerazione fa poi Simplicio, dar eia uerbum ist,
ut homo uiuit, andenu duplicia, dar zuei ucrba sint, ut homo si uiuit spirat,
so leret er hier simplicia, in topicis leret er duplicia. Fone simplicibus
uuerdent predicatoli syllogismi, jone duplicibus uuerdent conditionules
syllogismi (la fonte di questa distinzione, in BOEZIO: A ah periermeniis sol
man lesen prima analitica, tur er beidero syllogismorum kemeina regida
syllogislicam heizet: taranah sol man leseti secunda analitica, lar er sull
Arrigo leret predicutinos syllogismos, tie er heizet upodiclicam (anche chi
avesse dato appena una occhiata superficiale agli Analitici stessi, non si
potrebb esprimere a questa maniera); zc iungisl sol man lesen topica, un diener
oidi sunderigo leret conditionales, tie er heizet dialecticam. Jiu purtes
heizenl samenl logica. Nu uernim uuio er dih ielle zuo dien proloquiis (anche
nel commento stesso, accanto alla terminologia di BOEZIO, vediamo sovente
figurare proloquium). [Aristotele scrive le Categorie, per indicare che cosa
significhino le parole isolate. Invece nelle Periermeniae egli stesso
dichiarerà quello che significano le combinazioni di parole, con cui viene
enunciato il verum e il falsimi, e che in latino soli dette proloquia ; se
invece non viene enunciata nessuna delle due cose, «on dette eloquio. Ala su
ciò egli tace in questo libro. Inoltre anche nei proloquia si può fare una
distinzione, e taluni, p. es. « homo viviti, in cui c è un verbo solo, vengon
detti « simplicia », altri, in cui ci sono due verbi, p. es. « homo si vivit
spirat», vengon detti « duplicia». Dei simplicia egli ragiona qui, dei duplicia
nei Topica. Dai proloquia semplici si fanno i predicativi syllogismi. dai
duplici i conditionales syllogismi. Dopo le Periermeniae, si leggeranno i primi
Analitici, dove si chiama sillogistica la regola comune agli uni e agli altri
sillogismi; dopo di che si leggeranno i secondi Analitici, dov’egli insegna
separatamente i sillogismi predicativi, la cui regola chiama apodittica; per
ultimo si leggeranno i Topica, dove insegna separatamente i sillogismi
condizionali, la cui regola egli chiama dialettica. Queste parti
complessivamente portano il nome di logica. Ed ora apprendi coni’ egli ti guida
ai proloquia (ed. Piper, p. 499, op. ull. cit., « Praefatiuncula »)]. 251 )
Edito, di su un manoscritto zurighese, dal XX ackernacel negli Altdeiilsche
Bliitter (« Fogli Altotedeschi ») di FIaupt e Hoffmann, II, p. 133 ss., e dallo
Hattemer, op. cit., p. 537-540. *“) Hattemer, p. 537: Quot sunt partes logicue?
Quinque secundum Aristolelem, sextum partem addidit aristotelicus Porphirius;
quae sunt: isagoge, calhegoriae, periermeniae, prima analitica, secunda
analitica, topica. seguito una più o meno lunga indicazione del contenuto delle
parti stesse. Dopo che cioè della Isagoge sono state citate soltanto, nella
traduzione di Boezio, le definizioni delle quinque voces, viene brevemente
illustrata mia sola delle categorie, la sostanza, senza che sieno neanche
nominate le altre nove, ma in tale occasione viene enunciata 2o6 ) la
concezione nominalistica, ancor più nettamente di quel che s’è veduto or ora,
alla nota 253; segue poi, riguardo ai giudizi, la semplice enumerazione delle
quattro specie (universale affermativo, universale negativo, particolare
affermativo, particolare negativo), tratta da Marciano Capella e con la
terminologia di lui 2r ‘ 7 ). Ma ciò che viene detto poi intorno agli Analitici
primi e secondi, ha ugualmente per fondamento quello stesso passo di Boezio,
dove questi espone 1’ ordine delle parti dell’ Organon, e certo neanche qui è
fatto uso della traduzione da lui curata degli Analitici 23S ). Infine si
tratta minutamente della Topica, e anzi in piena conformità con Isidoro (v.
sopra la nota 39), aggiungendo qui 1* autore proverbi tedeschi come esempi dei
singoli loci 259 ). fe) scritto De syllogismis, e sua importanza ]. Ma il più
importante fra tutti questi scritti, provenuti da : “ 8 ) Ibid., p. 538 a: Quid
tractutiir in cathegoriis? Prima rerum significano et quid singulae dictiones
significent, utrum substantiam an accidens etc. sn )Ibid.: Quid narratile in
periermeniis ? Quid consideratile in primis analiticis? SILLOGISTICA quae est
communis regula omnium sillogismorum, necessariorum et probabilium,
cathegoricorum et ippolhelicorum, item praedicativorum et condilionalium
(raddoppiamento insulso, risultante daH’aver tirato dentro la terminologia di
Marciano Capella. Quid traclatur in secundis analiticis? Apodictica id est
demonslraliva quae demonstral veritatem, id est necessarios siilogismos. w ) È
parimente copiato da Isidoro (nota 27) quanto lo Hattemer (ibid., p. 530 s.)
riporta, da un altro luogo dello stesso manoscritto, intorno alla differenza
tra dialettica e retorica. S. Gallo, è la monografia De syllogismis 2G0 ) ;
poiché, sebbene si fondi parimente ancli’essa sopra una compilazione di
materiale svariato, il suo autore, con un maggior corredo di letture, mette
mano qui anche sopra cose, per cui non bastava una conoscenza puramente
superficiale dei compendi scolastici d’Isidoro o di Alcuino; inoltre egli
conserva una notevole indipendenza, in quanto che mostra la tendenza verso una
interna, unitaria finalità della logica: con la esposizione di tale finalità si
chiude la monografia. Prima viene enunciata ) la definizione del SILLOGISMO,
presa da Marciano Capella, con l’aggiunta di alcune parole della Retorica d
Isidoro, e qui già un considerevole numero di esempi in tedesco serve a
chiarire la trattazione: poscia 1 autore, facendo uso di una terminologia
mista, presa sia da Marciano sia da Boezio, adduce la divisione dei sillogismi
in categorici e ipotetici 2 ' 12 ); presenta quindi, attingendo a Marciano
(Sez. XII, note 63 e 67), le parti costitutive del sillogismo categorico e del
giudizio categorico), per far poi seguire a ciò la esposizione integrale dei
diciannove modi del sillogismo, la quale è tratta da Apuleio (Sez. X, 1
Integralmente riprodotto a stampa nello IIattf.mer; in forma di estratti, nel
Deutsches Lesebuch [« Antologia tedesca»] di Gucl. Wackfrnacel, I, p. Ili ss. )
C. 1, ibid., p. 541 a: Quid sii syllogismus. Syllogismus graece, lutine dicitur
ratiocinatio.... quuedam
indissolubilis oralio .... quae~ dam orutionis catena et inficia ratio. Et ex
iis videntur quidam esse qui latine dicuntur praedicativi, alii autem qui
dicuntur conditionales.... (p. >12 b) Constai autem omnis syllogismus
proloquiis i. e. proposilionibus. Dalle
parole che vengono appresso proloquia dicumus cruezeda, similiter proposiliones
cruezeda [ incroci, combinazioni di voci CI, itera proposiliones pietunga O
Bietungen », offerte, trad. lett. di proposiliones 3, alii diami pemeinunga [«
Bemeinungen », enunciazioni) risulta altresì che in ogni caso erano in parecchi
a occuparsi di simili rifacimenti della logica Od. Piper: r r hti minori,
attinenti a Boezio, lì : «/le Syllogismis », 1], Cioè sumpta, illatio,
subiectivum, declaralivum.n-ote 18 ss.), e chiarita con esempi tedeschi, che
son opera dello stesso compilatore 2M ). Si passa quindi ai sillogismi
ipotetici, e anzi per prima cosa viene presentato, alquanto liberamente
elaborato e con intercalati termini di Boezio, quel che su tale argomento si
ritrova in Marciano: solamente appresso trova posto la indicazione compiuta dei
sette modi sillogistici enumerati da Cicerone (Sez. Vili, nota 60), e
illustrati qui con una minuta spiegazione, che l’autore trae dal commento di
BOEZIO alla Topica di CICERONE, e correda parimente di esempi in tedesco 20 °).
Ma ora c’ era pur iuoltre in Isidoro un syllogismus rhelorum (v. sopra la nota
43), e in connessione con quanto da lui era stato detto, viene colta qui la
occasione di passar a considerare più minutamente la teoria retorica,
illustrandosi, con esplicito rinvio a CICERONE (de Inventione, v. la Sez. Vili,
nota 59), l’argomentazione retorica, e facendosi uso perciò di un esempio che
si trova in Cicerone stesso 2B7 ). Ma subito 1’ autore s’industria di
ricondurre al sillogismo categorico tale specie di sillogismo, in quanto che
questo è adeguato all’ esigenze formali della riprova della verità, accennando
di nuovo sulle orme di Boezio agli elementi semplici dei sillogismi in generale
2B8 ), e a ciò unendo spiegazioni reC. 3-8, p. 543-47. ) C. 912, p. 548 s.
L’espressioni usate «la Marciano vengono qui intese come specifica
terminologia, cioè: pro/Htsitio, assumptio, conclusio. **) C. 13, p. 55(4553.
Qui LA FONTE è BOEZIO, ad CICERONE Top., V, p. 831 [PL, 64, 1142] ss. I C. 14, p. 553 a: Transeunt
vero syllogismi et nd rlietores iam latiores et diffusiores factì.... Ilorum esempla sunt upud Ciceronem in libri*
Rhetoricorum. L’esempio ciceroniano del governo delI universo (de Invcntione,
I, 34, 59), elle del resto figura anche in BOEZIO, de cons. phil., I, p. 958
[PL,, viene poi svolto parimente in tedesco. l Ibid., p. 554 a: Praedicntivus
est ille syllogismus nut condi lative al giudizio 269 ). E dopo che a ciò hanno
fatto seguito disquisizioni etimologiche sopra alcuni concetti, affini per
significato al syllogismus disquisizioni che sono tratte o direttamente da
Isidoro, o dal così detto Glossario di Salomone (v. sopra la nota 185), e in
parte anche da BOEZIO 27 °) vien approfondita, in base alla Topica ciceroniana,
la differenza tra dialettica e apodittica 2T1 ) ; tale differenza coincide con
quella tra sillogismi ipotetici e categorici, ma proprio per questo, nel fine
unico della scoperta del vero, si risolve in ima superiore unità, poiché con il
magistero del ragionare si apprende ogni verità umana, mentre il divino
trascendente s’intende senza tale arte 272 ). tionulis?.... Piane ergo
praedicativus est.... nam et omnes purtes syllogismorum, sire propositio sive
approbalio sive sumptum sive illatio sive conclusio sive ut alii dìcunt
complexio (v. la Sez. Vili, nota 59) aut confectio, communi nomine enuntialio
vocantur (v. ibid. la nota 45). La fonte di questa riduzione alla proposizione
semplice è Boezio, ad Cic. Top., V, p. 823 [PL, 64, 1129]: cfr. anche la Sez.
XII, note 131 e 140. "’) lbid.: Est autem enuntialio oratio verum aut
falsum significans.... huius species sunl affirmatio et negatio (Sez. XII, nota
111): successivamente si vien a trattare, in lingua tedesca, di assumptio,
illatio, conclusio. OT ) C. 15, p. 555 a: Cioè sopra ratiocinari, disputare,
iudicare, experimentum ; e inoltre: argumentum dicitur, ut BOEZIO (ad CICERONE
Top., I, p. 763 [PL, 64, 1048]) placet, quod rem arguii i. e. probat. '”) C.
16, p. 556 a: Quuerendum autem magnopere est, quare CICERONE dialecticam in
ypolhelicis tantum conslituerit syllogismis.... Est enim medius inter
Arislolelem et Stoicos (forse che quella tale notizia, accennata più sopra,
nota 245, I. v. Arx l’ha attinta di qua?).... Proplerea Boetius Arislolilem in
thopicis dialecticam et in secundis analiticis apodicticam docuisse testalur,
cioè il complesso è preso da BOEZIO, ad Cic. Top., I, p. 760 LPL, 64, 1045] g.,
dove si trova uno svolgimento ulteriore del punto di vista ricordato. De
potentia disputandi, i. e. Fone dero muhte des uuissprachonis. Si ergo satis
intellectum est, omnem apodicticam constare in decem et novem modis
syllogismorum et dialecticam in septem modis syllogismorum, non sit dubitandum,
totam earum utilitatem esse in invenienda veritate. Ube niunzen sloz
apodicticae unde sibeitiii dialccticae muda gelirnet sin, so uuizin man
dormite, duz sie nuzze sint, alla uuarheit mit in zeeruarenne [Quando si sono
bene appresi i 19 sillogismi apodittici e i 7 dialettici, con ciò Così
l’autore, la cui concezione già con questo ci rammenta, in maniera tanto chiara
quanto consolante, 10 Scoto Eriugena (note 111-120), può, per la sfera della
umana aspirazione alla verità nel mondo di qua, enunciare una definizione
unitaria della logica, nella quale ha la propria essenza la dialettica «ovvero»
apodittica: e quel ch’egli trovava detto già da Boezio (Sez. XII, nota 76),
prende da lui mia espressione più precisa ed energica, là dove dice,
analogamente allo Scoto, che la logica è la scienza del giudicare o disputare
273 ) : perchè 11 potere della forma, che si manifesta nei sillogismi di
qualunque specie, è per lui quel che decide, è il termine, nel quale vengono a
confluire tutte le differenze che si manifestano entro la sfera della logica
274 ); la retostesso apprendiamo che essi giovano a riconoscere ogni sorta di
veritàl. Omnia enim his Constant, quae in humanam cadunt rationem. Al daz
menniskin irratin mugin, taz uuirdit hinnan guuissot [Quanto gli uomini
arrivano a intendere, tutto viene saputo con questo mezzo]. Divina excedunt
humanam rationem, intcllectu enim capiunlur. Tiu gotelichin ding uuerdent
keistlicho uernomen ane disa meistrrskaft ILe cose divine vengono apprese con
l’intelletto, senza questa maestria (nel ragionare) (ed. Piper. Quid sit
dialectica vel apodictica. Ergo diffinienda est dialectica sire apodictica,
possunt enim unam et eandem suscipere diffinitionem in hunc modum.. Dialectica
est sive apodictica iudicandi peritia vel ut olii dicunt disputandi scientia
(proprio questo già si trova anche nello Scoto, v. sopra la nota 112).
Meisterskafl chiesennes linde rachonnis, taz ist dialectica, taz ist ouh
apodictica [La maestria nel giudicare e nel disputare, è la dialettica o
l'apodittica (ed. Piper, ed. Piper,
ibid.] : l'rius diximus. quia ratio est quae ostendit rem. Reda skeinit uuaz iz ist. Pi
dero redo sol man chiesen. ube iz uusen nuige.... Taranah mag er [Il discorso dimostra quel che una
cosa è; con questo discorso si ricercherà se una cossa possa sussistere. In
seguito egli potrà] rachon i. disputare, ioh [e anche] uuarrachon. i.
ratiocinari.... Ter uuarrachot. ter mit redo sterchit. linde ze uuare bringel.
taz er chosot. Reda errihtet unsih allis tes man stritet. Ter dia chan uinden.
(p. 621) der ist [Ragiona colui che con il suo discorso rafforza e dimostra
quanto ha ricercato.... Il discorso c’istruisce in tutto ciò su cui si viene a
contesa. Chi può trovare questo, è un] index, ter ist raliocinator. ter ist
disputator. Ter ist argumentator. ter ist dialecticus. der ist apodicticus et
sillogisticus. rica invece, la quale serve soltanto alla verisimigliauza ma non
già alla verità, è perciò situata su di un altro campo, mentre quel che c’è di
comune e di più veramente omnicomprensivo è la espressione verbale (verbum),
nella quale deve spaziare così il sermo filosofico come anche la diclio
retorica. Ma proprio per questa ragione il punto di vista che è per l’autore
assolutamente ovvio e naturale, è quel punto di vista nominalistico, che
abbiamo trovato nello Scoto, poiché la differenza tra vero e falso, cioè
l’oggetto di ogni atto giudicativo o di ogni disputa nella sfera della logica,
può manifestarsi solamente nella forma di giudizi umani, e anche i
praedicamenta non sono appunto nient’altro che enunciazioni 276 ). Comunque, è
una cosa che ci fa veramente piacere, esserci qui imbattuti in un autore, che
sa quel che si vuole, e per noi questo scritto è infinitamente superiore ai
giocherelli pedanteschi e senza costrutto di un Gerberto o di un Anseimo; è
anche ben difficile imaginare che si sarebbe venuti a presentar le « prove
della esi) C. 19, p. 558 b [ed. Piper]: Nec panini hoc altendendum est. quantum
intellectu quaedam distata, quae simili modo solent interpretati, ut sunti
verbum, sermo, dictio.... Qiuie si unum significatela, nequaquam sermo daretur
philosophis, dictio vero rhetoribus; ut auctores docenl (cioè Isidoro: v. sopra
la nota 27); nani et Aristotiles dialecticum, quae interprelatur de dictione,
ad rhetores traxil et voluit eam esse in argumentìs rhetoricis, i.
probabilibus, quae ille iudicavit esse (nel manoscritto: rum esse) discernenda
a necessariis argumentìs, de quibus fiunt ypothetici syllogismi et tota
dialecticu, ut Cicero docuit (v. Boezio, cit. nella prered. nota 271).... Dignior est namque sermo et
gravior, ut sapientes decet, dictio humilior est et plus communis data
rheloribus. Verbutn autem omnium est. ■ ''> IbidEt in interpretando proprie
sermo (cfr. la nota 321[?]) saga diritur. sic et enuntinlio, quae similiter
philosophis tradita est. et disputantibus necessaria est. quia inest ei semper
veruni aut fcdsum.... Praedicare autem
est, inquit Doetius To non forse 124? ad Ar. pracd., I; PL, 64, 1761), aliquid
de aliquo dicere, i. eteuuaz sagen fone etcuuiu. linde et praedicnmenlum
dicitur et praedicatio, einis tingis kesprocheni fone demo undermo [Tesser una
rosa detta di un’altra cosa]. stenza di Dio », se in generale si fosse
conservata quell’avvedutezza, di esercitare cioè belisi in tutte le direzioni
la maestria deH’argoinentare, iiell’ànibito della realtà da noi percettibile,
ma di lasciare invece al pio sentimento dei credenti la rivelazione del Divino
nella sua immediatezza. Del resto, dobbiamo pure qui far ugualmente rilevare
che l’autore di questa monografia non può aver conosciuto la traduzione
degl’analitici curata da BOEZIO, perchè altrimenti, se gli fosse stata
accessibile la sillogistica stessa di Aristotele, egli, che pur mostra in
generale un corredo di letture maggiore di quello degli altri, non sarebbe
certamente andato già a prendere i diciannove modi da Apuleio, nè, con la sua
aspirazione alla unità interiore della logica, si sarebbe riattaccato
esclusivamente a quegli stessi passi, che a ciascuno erano noti, dalle
traduzioni e dai commenti più diffusi di BOEZIO. Ma in quello studio esteso
della logica, quale ci si presenta a quest’epoca in S. Gallo, potremmo ben
anche ravvisare un fenomeno piuttosto isolato, sempre che non sia determinato
solamente da mancanza di notizie il giudizio che pronunciamo, quando diciamo
che nella prima metà del secolo XI in generale ha prevalso una mancanza di
attività, per quel che concerne il dibattito delle questioni di logica, o
persino la *") In siffatti casi sembra che l'argumentum ex silentio sia
assolutamente calzante, e elle pertanto si aggiunga, come una convalidazione
mollo precisa, alla circostanza generale, vale a dire non esserci, in tutta
questa letteratura, un solo indizio positivo che sia stato fatto uso di quegli
scritti aristotelici. TSoggiugerò qui che lo scritto del Prantl. da lui citato
più sopra, comparso negli Atti della Regia Accademia Bavarese delle Scienze
(Classe I, voi. "Vili, Scz. I), riguarda non gli scritti logici di Notker
L., bensì due compendi dovuti uno a Ortholph Fuchsperger, l’altro a Volfango
Biitner, e rispettivamente stampati ad Augusta e a Lipsia. compilazione di
compendi. Nel corso della nostra indagine, dobbiamo invero a ogni passo tener
presente la possibilità clic una parte del materiale die esisteva, sia stata
sottratta totalmente alla nostra conoscenza, sebbene si sia portati ad
ammettere che difficilmente le manifestazioni di una certa importanza sarebbero
dileguate senza lasciar alcuna traccia, e che un silenzio assoluto di tutte le
fonti non sarebbe pensabile, se realmente lo studio della logica fosse stato
più largamente diffuso. [Altri documenti relativi allo studio DELLA LOGICA NEL
SECOLO XI: FrANCONE A LlEGI, OtLOH a Ratisbona, Pier Damiani], Dalla metà circa
del secolo XI ci giunge la notizia che un tal Francone, scholasticus a Liegi
(intorno al 1047), compose, sopra la quadratura del circolo (v. le note 191 e
251 di questa Sezione), ima monografia che si riattacca al relativo passo di
Boezio 278 ) : e forse della stessa epoca possiamo citare almeno l’espressioni,
con le quali un monaco di St. Emmeram, Otloh, morto a Ratisbona [dove appunto
sorgeva il chiostro di St. Emmeram], vien a riconoscere che ci sono alcuni
dialectici ita simplices, che applicano il canone dialettico a tutte le parole
della Sacra Scrittura, e credono a Boezio più che alla Bibbia stessa 278 ). Ma
da quest’ultima doglianza bisogna con*") Sicebekti Gemblancensis Chronica
ad unnum 1047 (Pertz, MiGH, : Franco scolaslicus Leodicensium et scìentia
litterarum et morum probitate claret; qui ad Herimannum archiepiscopum scripsit
librum de quadratura circuii, de qua re Arislolelcs (com’è riferito da Boezio I
in Ar. praed., II; PL, 64, 230], p. 165) ait: Circuii quadratura, si est
scibile, scìentia quidem non est, illud vero scibile est |PL, 160, 209]. ”°)
Oti.ohni Dialogus de tribus Quaestionibus (riprodotto dal Pez, Thesaur.
Anecdot., HI, 2, p. 143 ss.), p. 144-5: Peritos autem dico magis illos, qui in
Sacra Scriptura, quarti qui in Dialectica sunt instructi. Nani dialecticos
quosdam ita simplices inveni, ut chiudere che il su riferito monito di Fulberto
(nota 237) non fu disdegnato solamente da un Berengario, ma che da varie parti
fu designata la dialettica come pietra di paragone in questioni
teoretico-dommatiche ). La maggioranza invece, com’è ben facile intendere,
rimaneva fedele al punto di vista originario del Medio Evo cristiano, e può
perciò, poiché stiamo ormai per entrare in un’epoca di contese, ricordarsi
soltanto a mo’ d’esempio come Pier Damiani, assegnasse alla dialettica il
compito di starsene quale pia ancella al servizio della Chiesa, e di tener
dietro umilmente pedisequa alla sua padrona 2S1 ), senza che in verità la
divota anima del Damiani abbia ancora il minimo presentimento che anche questa
domestica possa licenziarsi e fondarsi un proprio focolare. omnia Sacrae
Scriplurue dieta juxta dialecticae auctoritatem constringendo esse decernerent:
mugisque Boèlio quam Sanctis Scriptoribus in plurimis dictis crederent. Linde
et eundern Boètium secuti, me reprehendebant, quod personae nomen, (dicui, nisi
substimtiae rationali, adscriberem etc. [PL], W. Scheber, Leben VTilliram’s
Ables von Ebersberg [« Vita «li Williram, abate di Ebersberg »] (nei Rendiconti
dell’Accademia imperiale, Classe filosoficostorica, voi. 53, Vienna, 1866), p.
289, riferisce queste allusioni a scolari di Lanfranco; cfr. appresso la nota
299. '*') Poiché, a prescindere dal fatto che nei vari scritti teologici di
Otloli non si parla in maniera particolare della questione della Santa Cena, e pertanto
è difficile che la sua polemica contro i dialettici si riferisca a Berengario,
nel passo sopra citato si tratta proprio di casi personali, che Otloh designa
come conseguenza di un indirizzo generale dell’epoca. *“) Petri Damiani Opera,
ed. Cajetano, Parigi,De. divina omnipolentia, V; PL, 145, 603]: Haec piane,
quae ex dialecticorum vel rhetorum prodeunt argumentis, non facile
divinaivirtutis sunl optando mysteriis; et quae ad hoc inventa sunt, ut in
syllogismorum instrumenta proficiant, vel clausulas dictionum, absit ut sacris
legibus se pertinaciter inferant et divinae virluti conclusiotiis suae
necessitates opponant. Quae tamen artis humanae peritia, si quando tractandis
sacris eloquiis adhibetur, non debet jus magisterii sibimet arroganler arripere;
sed velut ancilla dominue quodam famulatus obsequio subservire, ne, si
praecedit, oberrel eie. Movimento più vivace nella seconda metà del SECOLO XI:
la scienza giuridica. Ma proprio nella seconda metà del secolo XI si manifestò
nella storia della cultura l’azione di fattori, i quali portarono, entro la
tradizione della logica delle scuole che si conservava uguale a se medesima, un
movimento più vivace, e anche un violento rinnovarsi di vecchi contrasti fra le
varie tendenze. Da due lati diversi si risente un influsso sopra la logica, ma
in varia maniera e in molto vario grado, perchè di questi lati uno possiamo
scorgerlo qui dapprima soltanto in tenui inizi, per poi novamente riattaccarci
a questo punto, quando lo stesso fattore si manifesterà più tardi con maggiore
intensità, mentre l'altro lato sùbito si leva su con tutta la sua forza, e per
molto tempo determina le condizioni in cui la evoluzione compie il suo corso.
Ma questi due lati corrispondono alla giurisprudenza e alla teologia
dominatica. Se cioè l’amministrazione della giustizia già per se stessa in
generale implica un richiamo alla prassi dialettico-retorica, è facile spiegare
come, in un’epoca in cui in Italia s’iniziava un rinnovamento della scienza
giuridica e incominciavano a sorgere scuole di diritto), si desse ora maggior
peso alla logica pratica, cioè a ima logica, la quale veramente mal si
distingue dalla retorica, ma nella teorica dell’argomentazione e nella topica
rimane pure conforme al solito materiale ch’era in uso nelle scuole di logica.
Come noi stessi per il nostro presente intento abbiamo potuto già da prima
(Sez. Vili, note 52 e 68) trovare la nostra fonte in passi che prendevamo dalle
Pandette, così sembra d’altra parte fL ) Vedi Savigny,GESCHICHTE DER ROMISCHEN
RECHTS IN MITTELALTER Geschichte dea Ròmischen Rcchts im MiUelalter [Storia del
diritto romano nel Medio Evo],. [trad. it., Torino, J, e Giesebrecht, De lìti, attui, ap.
Itiilos, Berlino, 1845, in -4° [ir. it. Pascal, già cit.]. che IN ITALIA lo
studio della grammatica filosofica e della retorica abbia conservato una
connessione ininterrotta con le materie giuridiche del DIRITTO ROMANO ) : e
sebbene noi preferiamo lasciar da parte l’aneddoto letterario, secondo il quale
tutto quanto lo studio del DIRITTO ROMANO a BOLOGNA avrebbe preso principio da
una spiegazione grammaticale della parola « As » 2S ) Ibid., Aristotelica
didicimus disciplina duarurn specierum commistione lertiam gigni minime. Rerum
etiam naturam puli nomino non posse, duo contraria simili in eodem esse vel,
quod trovava nel commento (li Hoezio alle C-utegorioo. Ma questa medesima
questione fu anche oggetto di una disputa che Anseimo sostenne a Magonza, e
della quale diede minuta relazione in una lettera al suo maestro Droone. Ecco
il nòcciolo della questione: Quando sussiste un’alternativa (p. es. tra lode e
biasimo), si può creder di cogliere il giusto mezzo, non facendo nè una cosa nè
l’altra; ma si obbietta in contrario, die il giusto mezzo è la unione degli
opposti (come p. es. il rosso è la unione di nero e bianco), dunque bisogna
pure scegliere per conseguenza una delle due cose, qualora non si voglia farle
tutte due al tempo stesso. Ma a ciò da capo si obbietta che il mezzo è
propriamente la negazione dei due opposti (dunque p. es. è impossibilius, eandem
essentium procreare. Quod veruni sit necne, quaerimus f Hbetorim., iib. I]. M °
c ) Laudare enim vel vituperare necesse est. «Non laudabo, inquid, nec
vituperabo, cuoi medium faciam, quod nec laus est nec viluperatio. Est igilur
possibile utrum non lucere, ubi aliquod neutrum est invenire. Si medium,
inquam, ut dicitis, fecerilis, lune et utrumque. Constai enim medium ex utrisque,
ut ex albo et nigro rubrum, et ideo medium. Sicque in faciendo neutrum facietis utrumque. Utrum
ergo facere necesse est, quoniam in utro vel ulroque utrum non lacere possibile
non est». « Medium, inquid, ut dicitis, non ex utrisque, sed ex nega!ione
confìcitur utrorumque, ut non quod et album et nigrum illud rubrum, set quod
est neutrum, illud dicimus rubrum, sicque omne medium. Utrum ergo lacere
necesse non est, quia in meo neutro utrum vel utrumque possibile non est ». «
Si ex negatione utrorumque. medium confectum est, quod, ut dicitis, neutrum
est, non magis utrorumque quarti omnium rerum neutrum est. Quod bene perspectum
nichil est. Non enim magis ex albi et nigri negatione confìcitur rubrum, quam
cucii et lerrae ceterarumque rerum. Quia sicut est veritas ut, quod nec album
nec nigrum est, illud rubrum existat, sic quod nec caelum nec terra nec celerà,
illud esse rubrum a veritale non [58] discrepat, Quod aulem omnibus rebus
negatis nichil illarum est, illud res praedicari inpossibile est. Rcs vero,
quod non est illud, nichil esse necessario consequens est. Sicque in faciendo
(diquid facietis nichil. Utrum ergo facere necesse est, utrumque enim vel
neutrum impossibile vel nichil est. Epistola Anseimi ad Droconem (sic)
mugistrum et condiscipulos de logica disputatione in Gallia habitat. rosso,
quel che non è nè bianco nè nero); ma questa obiezione viene respinta, perchè
una tale negazione va di là dall’alternativa data (perchè allora si potrebbe
dire altrettanto bene, che è rosso, quel che non è nè cielo nè terra), e
metterebbe capo infine a una negazione di tutti gli opposti, cioè dunque a un
nulla. Il risultato è, per conseguenza, che nella presente alternativa bisogna
pure scegliere proprio un solo dei due termini. Abbiamo una prova ulteriore di
come la scienza del diritto entrasse in giuoco nello sviluppo della logica,
quando in due uommi eminenti di quell’epoca, Lanfranco e Irnerio, vediamo
presentarcisi, per così dire, ima unione personale di quei domìni. È infatti
incontestabile che Lanfranco dedica ampiamente e con buon successo la prima
metà della sua operosità, prima che scoppiasse la contesa intorno alla Santa
Cena, principalmente allo studio del diritto 291 ), sebbene non si possa, per
ragioni cronologiche, pensare a una relazione diretta, quale persino gli è
stata attribuita con lo stesso Imerio); ma in ogni modo, come risulta dalle
testimo"9 Milonis Crispini Vita Beati Lanfranci, c. 11, riprodotta dal
Mabillon, Acia Bened. [Sacc. VI, P. II], Tom. IX, p. 639 [PL, Ab annis
puerilibus eruditus est in scholis liberalium nrtium, et legum saecidarium ad
siate morern patriae. Adolescens orulor veteranos adversantes in uctionibus
causarum frequentar revicit, torrente facundine accurate dicendo. In ipsa
aetale sententias depromere sapuit, quas gratnnter Jurisperiti aul Judices vel
Praetores civitatis acceptabanl. Meminit horum Papiu (cioè PAVIA sua patria).
At cum in exsilio philosopharetur, accendit animum ejus divinai ignis, et
illuxit cordi ejus amor venie sapientiae. Notizie varie, specificamente
giuridiche, vedile nel Merkel, op. cit., p. 14 e 46 s. [12 s. e 35 ss. della
cit. trad. it.??J. 5 ") Roderti De Monte Auctarium ad chronicam Sigeberti
Gemblacensis ad anntan 1032 (Pertz, MGII): Lanfrancai Papiensis et Garnerius
socius eius, repertis upud APVD BONONIAM LEGIBVS ROMANIS quas Iustinianus....
emendaverat, Itis, inquarn, repertis, 9.
C. Prantl, Storia della logica in Occidente, II, manze, quella medesima
abilità dialettica, della quale fanno fede le battaglie da lui più tardi
sostenute contro i suoi avversari teologici, lo ha assistito di già fin
d’allora. Ma Imerio, e cbe con la sua comparsa segnò, com’è noto, per LA SCUOLA
O LO STUDIO DI BOLOGNA, il passaggio dal pruno’ periodo embrionale a una più
ricca espansione, viene, nelle glosse di Odofredo, designato espressamente come
«logico»; e la circostanza ch’egli sia stato antecedentemente maestro delle
arti liberali, spiega quella esagerata sottigliezza cb’è venuta a trovarsi
nelle sue glosse-’ Avendo d'altra parte lrnerio composto anche un Formularium,
a questo fatto dobbiamo connettere una osservazione preliminare, essersi cioè
venuta a creare una particolare ed estesa letteratura, la quale serviva
all’arte e alla prassi del notariato, e che valse a mantener viva per
l’avvenire la relazione tra la retorica in uso nelle scuole, e la materia del
diritto. Questi « F o r m u operam dederant eas legere et aliis exponere; sed
Garncrius in hoc « vero disciplinas liberales et litteras divi, tuis m Galli,s
multo* edoccns, tandem Beccum verni, et ibi mona, ehm facili* est [PL], Forse
tuttavia la obiezione croTologira sollevata dal Savigny [p. 25-6 della trad. it
|) e m generale fuor di luogo, se, dove si dice « socius », non pensiamo a
relazione personale, ma piuttosto a un comune atteggiaspirituale nei riguardi
della concezione del diritto. minorameli Uge 1 ldtima de in "tegrum
resti,utione "l", . 2, 22); Or, segnar,, plura non essent dicendo
super lege ista Dom.nus lumen } rnenus, quia loicus fui,, et mogister fui. In c
rifate istu in arti bus, antequum docerel in legibm, fecit imam g ssam
sopitisticun ?, quae est obscurior, quam sii textus. E (CoÌi% l, n /r^ miCa M,and. Urstis, Francoforte, 1585, p. 433
[Pebtz, >MGH, XX, 376]): l’etrus iste (se. Abailardus).... habuit.... primo
praeceptorem Rozelinum quondam, qui
primus noslris temporibus in logica sententi am vocum instiluil, et post
ad gravissimos viros Anshelmum Laudunenscm, GwUhelmum Campellensem Catalauni
episcopum migrans, ipsorumque dictorum pondus, tanquam sublilitatis acumine
vacuum iudieans, non diu sustinuit. Inde magistrum induens Furisius venit (v.
la Sez. seguente, nota 258). "') [Johannes Turmair detto] Aventinus,
Atinales Ducum Boiariae, VI, 3 (ed. Riezler. Hisee quoque temporibus fuisse
reperto Rucelinum Brilanum, magistrum Petri A belar di, novi lycaei conditorem,
qui primus scienliam (leggi sententinm) vocum sive dictionum insliluit, novam
philosophandi ciani invertii. Eo namque authore duo Arislolelicorum,
Peripateticorumque genera esse coeperunt, unum illud vetus, locuples in rebus
procreandis, quod scientiam rerum sibi vendicai, qttamobrem reales vocantur,
allerum noviim, quod eam distrahit, nominales ideo nuncupali, quod avari rerum,
prodigi nominum atque notionum, verborum videntar esse adsertores.
"") Joannis Saresbehiensis Metalogicon, (Opera, ed. Gilè?, V, p. 00
[ed. Webh. Naturata lamen tmiversalium hic omnes expediunt, et allissimum
negotium et maioris inquisitio-[Le notizie sul conto di Roscelino rivelano
Vastio degli avversari]. Ma poiché
Anselmo 31B ), che nella sua ortodossomania, inventò la squisita espressione di
« eretici della dialettica » e la usò a carico di Roscelino, dice, per cieca
passionalità o maligna esagerazione, che secondo quella opinione le sostanze
universali non sono nient’altro che un flatus vocis, sarà bene che noi accogliamo non senza
cautela anche le altre notizie comunicate da quello zelatore del realismo, tanto più che, come vedremo, se si sta ai
prodotti originali della sua dialettica, non si può ritener che fosse capace di
giudicare sopra questioni di logica; così pure egli non fa invero che dar
espressione al più intransigente odio partigiano, quando rampogna i seguaci di
Roscelino, perchè danno nis contro menlern auctoris esplicare nituntur. Alius
ergo consistit in vocibus; licei haec opinio curii Rocelino suo fere omnino iam
evanuerit. Alius sermones (v. sotto la noia 324) inluetur et ad illos detorquet
quicquid alicubi de universalibus meminit scriptum; in bue autem opinione
deprehensus est Peripateticus Palalinus Abaelardus noster, qui multos reliquit
et adhuc quidem aliquos habet professioni huius sectatores.... [iPL, 199,
874], Così anche nel Polycruticus (Opp.,
IV, p. 127 [ed. Webb, U, p. 142; PL, 199, 6651): Fuerunt et qui voces ipsus
genera dicerenl esse et species ; sed eorum inni explosa sententia est et
facile cum auclore suo evanuil (v. la nota 325). "*) Ansfxmi de fide
Trin., c. 2 (ed. Gerberon, p. 42 s. [PL, 158, 265J): llli utique nostri tempori
dialeclici (imo dialeclicae haeretici, qui non nii flatum voci putant esse
universales substantias, et qui colorem non aliud queunt inielligere quam
corpus, nec sapienliam hominis aliud quam animami prorsus a spiritualium
quaestionum disputatione sunt exsufflandi. In eorum quippe animabus ratio, quae
et princeps et judex omnium debel esse quae sunt in /tornine, sic est in
imaginationibus corporulibus obvoluta, ut ex eis se non possit evolvere, nec ab
ipsis ea, quae ipsa sola et pura contemplari debel, valcat discernere. Qui enim
nondum intei ligit, quomodo plures homines in specie sint uniis homo, qualiter
in illa secretissima et altissima natura comprehendet, quomodo plures
personae.... sint uiius Deus? Et
cujus meris obscura est ad discemendum inter equum sinim et colorem ejus,
qualiter discernet inter unum Deum et plures relationes ejus? Denique qui non
potest intelligere aliquid esse hominem, nisi individuum, nullalenus intelliget
hominem, nisi humanam personam. Omnis enim individuus homo, persona est. Quomodo ergo iste intelliget hominem assumptum esse a
Verbo eie. la ragione in balia corporalibus imaginationibus : e in verità è
lecito sperare, tutt’al contrario, che proprio nulla ci faccia assurgere così
alto al disopra dell accidentalità sensibile, come il penetrare a fondo nell
universale contenuto concettuale delle parole, e che soltanto a questa maniera
ci sia aperta la via a un sapere effettivo, conquistato da noi stessi, mentre a
una ontologia soprannaturalistica è spesso indispensabile ima imaginazione
irretita nella sensibilità. E possiamo lasciar stare il rimprovero ridicolo,
mosso a Roscelino, ossia di non intendere come la pluralità degl’individui nel
concetto della specie sia una unità poiché anzi proprio questo è riuscito
invece a intendere Roscelino, che cioè la unità risiede nella parola
enimciatrice del concetto. Dovremo ora piuttosto rimettere, come si conviene,
le questioni nei loro veri termini, per quanto concerne le altre osservazioni
mosse contro Roscelino: vale a dire ch’egli fa confusione tra il colore di una
cosa e la cosa stessa, e tra le proprietà e i loro substrati, e parimente
ch’egli non si rende conto, come altro sia « Uomo », e altro il singolo uomo.
Infatti la prima osservazione può significare solamente che, secondo la
opinione di Roscelino, il concetto di una qualità, in quanto concetto, contiene
altrettanta universalità quanta ne contiene il concetto di una sostanza, in
quanto concetto. L’altra osservazione poi comprende, se la sfrondiamo di quella
interpetrazione odiosa che le dà il relatore, il semplice principio
fondamentale del nominalismo, che cioè obbiettivamente, nell’essere concreto,
esiste dappertutto soltanto l’individuale, mentre i concetti della specie e del
genere si trovano soltanto subbiettivamente nelle parole dell’uomo, che insomma
obbiettivamente gli universali non hanno esistenza separata dall’individuale.
Che per conseguenza la Trinità, come obbiettiva essenza di Dio, debba parimente
consistere di tre individui), è implicito in una tale veduta logica,
coerentemente svolta: e così fu che, analogamente a quanto era accaduto con
Berengario, la teologia venne a essere coinvolta nella lotta fra le tendenze
che si dividevano il campo della logica. Ma sembra che Roscelino in generale
abbia molto conseguentemente svolto sino in fondo da tutt i lati il suo punto
di vista, perchè altrimenti sarebbe difficile spiegare, come mai nelle scarse
informazioni che ci sono pervenute sul conto di lui, ci sia ancora una volta un
certo punto isolato, che ci rhuanda in pieno a quel medesimo principio: si
tratta cioè del concetto di parte, che Boezio aveva preso a considerare in vari
luoghi, e riguardo al quale, così per Roscelino come per l’Anonimo già
ricordato (nota 171 g), il momento subbiettivo è ugualmente il momento
decisivo; poiché la notizia, relativa al punto in questione 321 ), va intesa
nel senso seguente: Se p. es. il tetto dev’essere considerato come parte della
casa, si ha da riflettere che obbiettivamente, in “>) Ibid., Epist. n, 41,
p. 357 [PL quia Roscelinus clericus dicil, in Deo tres personas esse tres ab
invicem separatns, sicut sunt tres angeli, ita tamen ut una sit voluntas et
poteslas: aut Pulrem et Spiritum sanctum esse incarnatum, et tres deos vere
posse dici, si usus admilteret. *») Abaelardi [Dialectica, P. V*. liber]
divisionum et defin., p. 471 (ed. Cousin): Fuit aulem, memini, magislri nostri
Roscellim tam insana sentenlia, ut nullam rem purtibus constare velici, sed
sicut solis vocibus species, ila et partes adscribebat. Si quis aulem rem
illam, quae domus est, rebus aliis, pariele scilicet et fondamento, constare
diceret (è questo il solito esempio di divisione del tutto in parti, usato da
Boezio, p. es. a p. 52 s. [in Porph. a se trami., I, 8; ed. Brandt, p. 154, 156;
PL, 64, 80 s.] e a p. 646 [de divisione ; PL, 64, 888]), tali ipsum
urgumentatione impugnabili: si res illa quae est puries, rei illius quae domus
est, pars sit, cum ipsa domus nihil aliud sit quam ipse paries et tectum et
fundamentum, profecto paries sui ipsius et caeterorum pars erit. At vero
quomodo sui ipsius pars fuerit? Amplius, omnis [pars] naturaliter prior est
loto suo : quomodo aulem paries prior se et aliis dicelur, cum se nullo modo
prior sit? quanto è una cosa, il tetto è una entità perfettamente indipendente,
poiché, nel riguardo della obbiettività o dell’essere reale, quel che ci può
essere, è appunto soltanto un tetto di ca6a, e parimente soltanto una casa
fornita di tetto (dato cioè che debba essere realmente una casa); perciò, se il
tetto fosse oggettivamente una parte della casa, verrebbe a essere ima parte di
quella che è ima totalità obbiettivamente indivisibile, e pertanto, in seguito
a tale indivisibilità, finirebbe con l’essere anche una parte di se stesso:
vale a dire che il concetto di parte, dal punto di vista obbiettivo o
dell’essere reale, conduce a contraddizioni, e la couchiusione giusta è che il
tetto viene caratterizzato come parte esclusivamente dalle nostre parole,
racchiudenti in sé i concetti, sicché dunque il concetto di parte, come tale,
si trova essere di spettanza della espressione verbale subbiettiva. Lo stesso
può ripetersi, anche relativamente alla priorità della parte di fronte al
tutto, poiché dal punto di vista obbiettivo, in quanto è cosa, non è possibile
che il tetto sia antecedente alla unione obbiettivamente inscindibile di se
stesso con qualche cos’altro, poiché allora alla stessa maniera, a cagione
della inscindibilità, risulterebbe che il tetto sarebbe prima di se medesimo :
sicché bisogna conchiudere che anche la priorità del concetto di parte ha luogo
solamente nel pensiero subbiettivo. Ma, come anche questa idea di Roscelino fu
malignamente deformata da’ suoi avversari), così egli stesso l’applicò
spiritosamente contro il ra ) Abaelardi Epist. (Opera, ed. Amboes. [ed. Cousin;
PL (Epist., Hic sicut pseudo-Dialecticus, ita et pseudo-Christianus, cum in
Dialeclica sua nullam rem, sed solam vocem partes habere astruat, ita divinam
paginam impudenter perverlit, ut eo loco quo dicitur Dominus parlem piscis assi
comedisse, partem huius vocis, quae est piscis assi, non purtem rei intelligere
cogatur. Che questa lettera [indirizzata a Gilberto vescovo di Parigi] sia
stata scritta da Abelardo, o, com’è opinione del Du Boulay, da un altro intorno
al 1095, è, per quel che ri-mutilato Abelardo, da ciò prendendo occasione per
assegnare, coerentemente, all’atto intellettuale subiettivo anche il concetto
di totalità, poiché, modificandosi la consistenza obbiettiva di una unione
inscindibile, deve essere subito sostituita con una denominazione diversa la
denominazione che si conformava al suo concetto, e che allora non è più in
grado di tener saldo il pensiero soggettivo di una totalità" ')[c)
conchiusione sopra Roscelino ]. Che del
resto il punto di vista di Roscelino non fosse, in sostanza, affatto nuovo,
risulta manifesto dal confronto con quel che siamo venuti dicendo più sopra;
soltanto che, dopo la comparsa di Berengario, la idea che, nella questione
degli universali e della formazion dei concetti, si tratti solamente di parole,
e dell’uso che ne fa l’uomo, aveva pròvocato ima maggiore circospezione e una
più aspra ostilità per parte della ortodossia. C è invece un punto solamente, e
forse anzi il più importante, che, in seguito alla mancanza di fonti, ci rimane
assolutamente oscuro; nel passo sopraccitato di Giovanni da Salisbury, è fatta
cioè una netta distinzione tra coloro che riponevano gli universali nella « vox
», e quelli che li riferivano ai « sermones », e si soggiunge che Abelardo era
di questi ultimi. Ora, tenuto conto del valore gramguarda questo passo,
indifferente; del resto quanto è stato detto più sopra, nota 314, sembra
avvalorarne l’attribuzione [oggi infatti non contestata] ad Abelardo). [Il
passo citato, in Lue., XXIV, 421. ra ) Roscelini Epist. [ed. Remerà, p. ol I.
S,,J forte Petrum te appellavi posse ex consuetudine mentiens. Certus sum
aulem, quod masculini generis nomea, si a suo genere deciderit, rem solitam
significare recusabit Solent emm nomina propriam signìficationem ami tte r e,
cum eorum significata contigerit a sua perfeclione recedere. /Veglie emm ablalo
tecto vel pariete domus, sed imperfecla domus vocabilur. Sublata igitur parte
quae hominem facit, non Petrus, sed imperfectus Petrus appellandus es. maticale
delle parole vox e serrno, e antecipatamente riferendoci a quel che prenderemo
a considerare più sotto (Sez. seguente, note 308 ss.) a proposito di Abelardo,
dobbiamo senz’alcun dubbio congetturare che Roscelino, con veduta unilaterale,
abbia tenuto presente soltanto il concetto isolato, e pertanto, senz’avere
riguardo alla connessione della proposizione, abbia considerato le parole come
concetti compiuti 324 ); ma non sappiamo invece determinare se la teoria del
giudizio sia stata da lui semplicemente trascurala, o se forse egli non abbia
contestato anche direttamente il valore del giudizio, o quale procedimento
abbia seguito, nel portare così il nominalismo alle ultime sue conseguenze).
Raimberto a Lilla, e la logica « vecchia » di Ottone da CambraiJ. Ma proprio
per l’epoca, nella quale aveva fatto la sua comparsa Roscelino, possediamo una
notizia sommamente caratteristica, relativamente alla lotta delle tendenze sul
terreno della lo***) [Cfr., su questo punto, Ueberwec-Gf.yer]. Tra i più vecchi
nominalisti potrebbero pertanto essere riawicinati a Roscelino, per aver dato
un più unilaterale rilievo alla vox, quel tale Pseudo-Hrabano, Jcpa, l’Anonimo,
l’Anonimo del Cousin (nota 242), e l’Anonimo di S. Gallo, che ha rifuso il
libro De interpr., come pure in parte anche lo Scoto Eriugena; sarebbero invece
più affini ad Abelardo, per aver tenuto eonto del serrno e del rapporto
predicativo, Erico, l’Anonimo di S. Gallo, autore della monografia De
syllogismis, e Berengario. Sarebbe possibile, qualora Roseclino avesse re alm
ente avvalorato con argomenti questa orientazione unilaterale del nominalismo,
prender alla lettera la succitata espressione di Ottone (primus.... sententiam
vocum instituit ); ma risulta comunque da Giovanni da Salisbury, che i seguaci
del nominalismo non tardarono ad abbandonare questo punto di vista angusto;
soltanto non ci si può, come ha pur fatto già qualcheduno, esprimer nel senso
che Giovanni da Salisbury abbia dichiarato il nominalismo in generale ormai
spento; v. la Sez. seguente, note 76 ss. 150
gica 326 ). C’era cioè a Lilla un certo Raiinberto, che insegnava la
dialettica, al pari di « moltissimi altri », se**) Hekmajvni Narratio
Heslaurulionis Abbuliae Sancii Martini Tornacensis, riferita dal D’Acheby, Spicilegium,
ed. De la Barre, PL, 180, 41 ss.; MGH, XTV, p. 274-5]: Iam vero, si scolae
appropiares, cernercs magistrum Odonem nunc quidem Feripulelicorum more cura
discipulis dovendo deambulanlem, nunc vero Stoicorum instar residentem, et
diversus quaestiones solventem.... Sed cum omnium septem libcruliurn artium esset
peritus, praecipue tamen in dialeclicu eminebat, et prò ipsa maxime clericorum
frequenlia eum expetebat. Scripsit etiam de ea duos libellos, quorum priorem,
ad cognoscendu devitandaque sophismala valde utilem, inlitulavit « Sopliistem
», alterum vero appellavit libruiti « Complexionum »; tcrcium quoque «De re et
ente » composuit; in quo sol vii, si unum idemque sit res et ens. In his tribus
libellis.... non se Odonem, sed, sicut lune ab omnibus vocabatur, nominubat
Odardum. Sciendum tamen de eodem magistro, quod eandem dialecticam non juxta
quondam modernos (è questo, qualora non si vogliano per caso invocare le parole
citate il testo più antico dove si trovano designati i nominalisti come
moderni) in voce, sed more Boetii antiquorumque doctorum in re discipulis
legebat (dunque, in opposizione alla pretesa innovazione, Boezio e Porfirio, in
quanto realisti, vengon chiamati antiqui. Unde et magister Baimbertus, qui
eodem tempore in oppido Insulensi dialecticam clericis suis in voce legebat,
sed et alii quam plures magistri ei non parum invidebant, et delrahebanl,
suasque lectiones ipsius meliores esse dicebant; quam ob rem nonnulli. ex
clericis conturbali, cui magis crederent, haesitabant, quoniam et magistrum
Odardum ub antiquorum doctrina non discrepare videbant, et tamen aliqui ex eis,
more Alheniensium aut discere aut audire aliquid novi semper humana curiositate
studentes, alios potius laudabant, maxime quia eorum lectiones ad exercilium
disputandi, vel eloquentiae, immo loquacilatis et facundiae, plus valere
dicebant (Alcuni dunque desideravano di poter congiungere tuttavia
all’ortodosso realismo il virtuosismo formale dei loici propriamente detti,
cioè dei nominalisti). Unus itaque ex eiusdem ecclesiae canonicis, nomine
Gualberlus.... tanta sentenliarum errantiumque clericorum varietate permolus,
quendam pbitonicum (cioè un indovino rpyt/ion/cum]), surdum et mutum, sed in
eadem urbe divinandi famosissimum, secreto adiit, et, cui magistrorum magis
esset credendum, digilorum signis et nutibus inquirere coepit. Protinus ille
(mirabile dictu!) quaestionem illius intellexit, dexteramque manum per
sinistrae pulmam instar aratri terram scindentis perlrahens, digitumque versus
magistri Odonis scholam protendens, signifkabat, doctrinam eius esse
rectissimam ; rursus vero digìlum contro Insulense oppidum protendens, manuque
ori admota exsufflans, innuebat, magistri Raimberti lectionem nonnisi ventosam
esse loquacitatem. Haec dixerim, non quo pbitonicos consulendos....
arbitrer..., sed ad redarguendum quorundam superborum nimiam coudo le « moderne
» idee nominalistiche (in voce), e costoro, insieme con i loro seguaci,
apertamente si atteggiavano ad accanita rivalità contro Oddone, vescovo di
Camhrai, il quale aveva ricostituito il chiostro di S. Martino a i ournai, e ivi
insegnava logica secondo lo stile « vecchio », cioè secondo l’indirizzo
realistico (in re). Ora, poiché ci sono diversi che dal fascino della novità si
sentivano attratti verso Raimberto, ma poiché nello stesso tempo, bilanciando
tra loro i pregi delle due scuole, non sembrava si potesse ottenere im
risultato ben determinato, uno dei canonici di Touruai si rivolse a un indovino
che godeva allora di gran fama. Questi, SEBBENE SORDOMUTO, intese subito la
questione che gli era rivolta, e con il linguaggio dei gesti si pronunciò
incondizionatamente nè altro ci si
poteva aspettare nel senso di
riconoscere come giusta ed eccellente la tendenza rappresentata dalla scuola
realistica di Oddone. Se del resto chi ci riferisce questa storia (l’abate
Ermanno, vivente a Tournai nella prima metà del secolo XII), il quale del pari,
da buon ortodosso, si professa naturalmente nemico della ventosa loquacità del
nominalismo, ricorda nello stesso tempo scritti di logica, composti da Oddone,
dobbiam certo deplorare ch’essi sieno andati perduti; puramente si può
congetturare che forse il « Liber complexionum » fosse semplicemente tolto di
peso da Boezio (de syll. categ.: v. la Sez. XII, note 131 ss.), e così pure che
il « Sophistes » sia stato putacaso in relazione più stretta con le polemiche
teologiche, o che, com’è possibile, si limitasse anche a ripetere le nozioni
esposte da Cassiodoro (Sez. XII, nota 182); praesumptionem, qui nihil aliud
quarentes nisi ut dicantur sapientes, in 1‘orphirii Aristolelisque libris magis
volimi legi suarn adinventitiam novitatem, quam Boetii caetcrorumque antiquorum
exposilionem. maggiore importanza può invece aver avuta lo ecritto « De re et
ente », poiché la questione, se res ed ens sien lo stesso, era ivi risolta
certamente in senso realistico, quantunque sia da presumere come la cosa più verisimile che tutto il complesso semplicemente si
limitasse a richiamarsi a un passo isolato di Boezio (Sez. XII, note 89 s.). Comunque, si potrebbe ammettere tuttavia che
il nominalismo rosceliniano di allora sia stato rappresentato in un numero di
scritti, più considerevole di quel che le nostre fonti non ci diano a divedere;
poiché, per siffatte notizie letterarie occasionali, siamo invero quasi
esclusivamente rimandati ad autori teologici, mal disposti sin da principio,
quali avversari di una minoranza ch’era loro sospetta, a parlare lungamente di
questa, e invece più propensi ad accordarsi con un Fulberto (nota 237) o un
Lanfranco (nota 309) nella condanna della dialettica in generale. Anselmo d’AOSTA
(si veda): a) Vargomento ontologico Se pertanto ci volgiamo a considerare) F
inventore del concetto di haerelicus dialecticae e dunque il rappresentante
attendibile di una logica correttamente ortodossa, cioè Anseimo [d’AOSTA,
arcivescovo] di Canterbury, per prima cosa c’interessa soprattutto quel così
detto argomento ontologico, al quale egli deve la sua •") Così dice p. es.
Ildeberto da Lavardin, arcivescovo di Tours, Sermo (Opera, ed. Beaugendre [PL
Quidum enim in philosophicis jacultatibus qiumulam subtilitalem inutilem vel
inutilitatem subtilem quaerentes, quibusdam minutiis verborum in cavillatione
respondenles utunlur, quibus in disputatione uli, ossa Christi est
incinerare.... Ktsi enim deus convertii nos, arlium liberalium phanlusmatibus
uli, si in hac Scriptum voluerimus similiter sophistice incedere, odibiles Deo
erimus, strepitum ranarum Aegypti in terram Gessen traducere molientes. ra )
Quel che nella prima edizione costituiva il contenuto delle note 328-333, è
stato qui soppresso. pretesa gloria imperitura 33i ), e che, quanto al suo
contenuto teologico o speculativo, viene a cader fuori dai limiti che qui ci
sono imposti, dovendo fermarsi la nostra attenzione puramente sopra il suo
aspetto formale. Che in generale l’assunto di voler dimostrare la esistenza
obbiettiva di Dio, sia tutto quanto una pazzia (perciò anche lo Hegel, proprio
solamente nella sua qualità di neoplatonico ha ripreso per suo conto
l’argomento ontologico), è cosa ammessa da chiunque non sia filosoficamente già
prevenuto, a quel modo stesso che sicuramente si riterrebbe un controsenso
l’assunto di dimostrare per sillogismi la esistenza di un mondo obbiettivo; ma
che in quell’epoca antifilosofica e senza idee chiare potesse venir fuori un
tale tentativo, si spiega benissimo, soprattutto perchè c’era allora, come
sostitutivo della filosofia, solamente ima sfera culturale, limitata alla
teologia dommatica e ad un’abilità tradizionale nella logica delle scuole;
tostochè, per effetto delle controversie teologiche, ci si era dunque fatta
l’abitudine di unire tra loro questi due elementi, in tal maniera che si
tentava di dare un fondamento logico anche a singole frammentarie parti del
domma (v. sopra la nota 303), era semplicemente questione di coerenza, che a
tale formulazione si procedesse, incominciando subito da quello che, nella
professione di fede obbiettivamente dommatica, è il punto supremo. Ma era
perciò naturalmente da porre, quale condizione essenziale, che la posizione
dell’Autore si presentasse come un realismo logico, poiché a un nominalista,
che avesse informato il [La esposizione esaurientemente particolareggiata che
del pensiero di Anselmo è stata pubblicata da Hasse ( Anselm von Canterbury,
Lipsia), è informata a una costante sopravvalutazione della importanza di lui.
Cfr. del resto anche G. Runze, Der ontologische Gottesbeweis, kritische
Darstellung seiner Geschichte [« La prova ontologica della esistenza di Dio:
esposizione critica della 6ua storia»]. Halle.
proprio pensiero a una certa coerenza, non sarebbe venuto mai in niente
di dimostrare con parole subbicttivamente umane la esistenza obbiettiva di Dio
(abbiamo veduto più sopra, nota 272, per questo rispetto, un esempio molto
onorevole di circospezione); e questa connessione con il modo di vedere
realistico, è anche il solo motivo, che c’induce a menzionare questi tentativi
di dimostrazione, al loro primo comparire (cfr. anche la Sez. seguente, nota 94
a); perciò siamo anche ben contenti di rinunziare per tutt’i successivi sviluppi, nei quali
vien meno il punto di vista della logica formale, con la relativa distinzione
di contrastanti tendenze a ricordar le
diverse trasformazioni, per le quali è passato l’argomento ontologico (p. es.
nella filosofìa di Cartesio, Leibniz, Wolff, Mendelssolm, ilaumgarten, Kant).
Anseimo si atteneva, nè altro c’è da aspettarsi da un discepolo di Lanfranco,
al punto di vista, secondo il quale il sapere ha, nella fede cristiana, la
propria condizione e il proprio limite) ; per conseguenza, egli trova, di
fronte al pensiero, una realtà incondizionatamente obbiettiva, nel riguardo
intellettuale già bell’e compiuta, sì che a questa realtà obbiettiva il
pensiero può semplicemente o partecipare o non partecipare: Anseimo, cioè,
com’è di per sè chiaro, in logica è un realista. E il singolare desiderio di
costringere irrevocabilmente il nostro pensiero a questa partecipazione in
senso obbiettivo, cioè d’imporre per forza di dimostrazione il punto di vista
realistico al pensiero umano, è il motivo fondamentale dell’argomento
ontologico 336 ) : ar’“) Epist., Il, 41 (Opera, cd. Gcrberon, Parigi, 1675), p.
357: Chrisliunus per fidem debet ad intellectum proficere, non per intelleclum
ad fulem accedere, aul, si intelligere non valel, a fide recedere. Sed cum ad
intellectum valel perlingere, deleclalur, cum vero nequit, quod capere non
potest, veneralur [PL], ”*) Broslogion, c. 2, p. 30 [te6to curato dal Daniels:
Beitrage del Baumker, voi. "Vili, fase. I-IIJ : Convincitur ergo etiam
insipiens gomento clie ci offre lo spettacolo della massima contraddittorietà,
dovendo invero per esso 1 obbietlivismo sistematico più rigoroso, ricevere,
come tale, proprio un fondamento subbiettivo. il controsenso di questa
intrapresa consiste dunque nel proposito stesso del realista, il quale, mentre
a priori riconosce l'ideale solamente come obbiettivo, vuole dimostrarne la
esistenza obbiettiva ancor soltanto con mezzi subbiettivi; ora un tale
controsenso fu scorto cou perfetta esattezza da G a unilone (monaco
nell’abbazia di Marmoutier [Tours]), come dimostra la sua aff ermazione che
l’argomento varrebbe altrettanto bene anche per provare la esistenza di
un’isola incondizionatamente perfetta 337 ), poiché, di fatto, con la medesima
formula il realismo avrebbe poesie vel in inlellectu aliquid quo nihil maius
cogitari palesi, quia hoc, cum audii, intelligil; et quicquid inlelligitur, in
inlellectu est. Et certe id quo maius cogitari nequit non palesi esse in solo
inteileclu. Si enim vel in solo inlellectu est, potest cogitari esse et in re,
quod maius est. Si ergo id quo maius cogitari non potest est in solo
inlelleclu, id ipsum quo maius cogitari non potest est quo maius cogitari
potest. Sed certe hoc esse non potest. Existit ergo procul dubio aliquid, quo
maius cogitari non valet, et in intellectu et in re [PL, 158, 228J. Liber apologeticus contro Gaunilonem [testo
c. s.J : Ego dico: si vel cogitari potest esse, necesse est illud esse. Nani
quo maius cogitari nequit, non potest cogitari esse nisi sine initio. Quicquid
uutem potest cogitari esse et non est, per initium potest cogitari esse. Non ergo quo maius cogitari
nequit, cogitari potest esse et non est. Si
ergo cogitari potest esse, ex necessitate est, e via dicendo, con grossolana
continua confusione tra cogitari ed esse [PL, 158, 2491. U! ) Liber prò
insipiente, c. 6 (Anselmi Opp., p. 36 [testo c. s.]): aiunt quidam ulicubi
oceani esse insulam, quam ex difficultale vel potius impossibilitate inveniendi
quod non est cognominanl aliqui perditam, quamquam jabulanlur.... universis
aliis.... usquequaque praestare. Hoc ita esse dicat mihi quispiam.... At si
lune vel ut consequenter adiungat ac dicat: non potes ultra dubitare insulam
illam lerris omnibus praestantiorem vere esse alicubì in re, quam et in
intellectu tuo non ambigis esse, et quia praestantius est, non in intellectu
solo sed eliarn esse in re, ideo sic eam necesse est esse, quia nisi fuerit,
quaecunque alia in re est terra, praeslantior illa erit; ac sic ipsa iam a le
praestantior intellecta praestantior non erit , si inquam per hacc ille mihi
velil astruere de insula illa, quod vere sit, etc, etc. [PL]. Più minute notizie sopra Gaunilone son date
da B. Hauréau, Singularités historiques et littéraires, Parigi tuto dimostrare
anche la esistenza reale di tutte quante le idee platoniche. Ma quando a ciò
Anseimo replica ch’egli non ha parlato già della esistenza del concreto, bensì
ha parlato proprio soltanto dell’ Incondizionato 338 ), si lascia
necessariamente prendere al suo stesso laccio; poiché si trova costretto a
ricorrer ora tuttavia a un’ascesa per gradi successivi, onde soltanto a poco a
poco ci eleviamo dal minore condizionato, mentalmente, sino al pensiero del
superlativo incondizionato 339 ) ; per conseguenza, come essere reale, questo
Incondizionato non può naturalmente avere se non una realtà che sia posta dal
pensiero; ma, da capo, con questa conchiusione molto male si armonizza invece
quel che dice d’altra parte lo stesso Anseimo, quando in ciascun pensiero, e
anzi espressamente anche nel pensiero drizzato verso cose concrete, distingue
mi aspetto puramente nominale (vox signìfìcans) e un intendere reale (id
ipsiirn quod res est), in maniera tale, che in quest’ultimo sia già implicita
la esistenza, ma nel primo sia possibile ogni assurdità 340 ); e infatti,
stando così le cose, non c’è *“) Apoi. c. Gaun., c. 3, p. 38: Sed tale est,
inquis, ac si aliquis insulam oceani etc . Fidens loquor; quia si quis
invenerit mihi [ aliquid] aut re ipsa aut sola cogitatione existens praeter
quo[d] maius cogitari non possit, cui optare valeat connexionem huius meae
argumenlationis, inveniam et dabo illi perditam insulam amplius non perdendam
[PL]. “*) Ibid., c. 8, p. 39: Quoniam namque omne minus bonum in tantum est
simile maiori bono in quantum est bonum, patel cuilibel rationabili menti quia
de bonis minoribus ad maiora conscendendo ex bis quibus aliquid maius cogitari
potest multum possumus conicere illud quo nihil potest maius cogituri,... Est igitur linde possit conici
quo maius cogitari nequeat | PL. M0 ) Prosi., c. 4, p. 31: Aliter enim
cogitatur res cum vox eam significans cogitatur, aliter cum id ipsum quod res
est intelligitur. Ilio ilaque modo potest cogitari Deus non
esse, isto vero minime. [Nella ed. Gerberon: Nullus quippe intelligens id quod
sunt ignis et aqua palesi cogitare ignem esse aquam secundum rem ; licet hoc
possit secundum voces, ita igitur nemo intelligens id quod Deus est....]
IS'ullus quippe intelligens id quod Deus est potest cogitare quia Deus non est,
licet haec verbo dicat in corde aut sine ulta aut cum aliqun estranea
significatione [PL bisogno, in generale, nè di ima prova della esistenza, nè di
un’ascesa all’Incondizionato, bensì non c è allora nient’altro da fare, che
pensare appunto ciascuna cosa dal suo lato obbiettivo reale. Con molta
accortezza perciò Anseimo non si addentra con una sola parola neanche nella più
calzante obiezione di Gaunilone; quest’ultimo rappresenta un nominalismo molto
ragionevole, quando dice eh è bensì vero che la vox da sola, come semplice vox,
cioè puramente come suono di lettere (dell’alfabeto), non contiene verità di
sorta, ma che nella Bfera della esperienza, dove il significato intelligibile
della parola viene connesso con cose note e commisurato a queste, si pensa
effettivamente nelle parole l’essere obbiettivamente reale, dovendosi dunque,
per quella sfera che trascende ogni esperienza, star contenti alla significano
perccptae vocis, che non implica in sè la esistenza obbiettivamente reale della
cosa significata 341 ). Dice cioè Gaunilone: nelle no*“) L. prò insip., c. 4,
p. 36[testo c. s.] : Neque enim aut rem ipsam [girne deus est] novi aut ex alia
possum conicere simili, quandoquidem et tu talcm asseris illam ut esse non
possil simile quicquam. Nam si de homine aliquo mihi prorsus ignoto, quem etiam
esse nescirem, dici lamen aliquid audirem, per illam specialem generalemve
notiliam, qua quid sit homo vel homines novi, de ilio quoque secundum rem ipsam
quae est homo cogitare possem. Et tamen fieri posset ut, mentiente ilio qui
diccret, ipse quem cogitarem homo non esset; cum tamen ego de ilio secundum
veram nihilominus rem, non quae esset ille homo sed quae est homo quilibet,
cogitarem. Nec sic igitur ut haberem fulsum istud in cogitatione vel in
intellectu, habere possum istud, cum audio dici « Deus » aut « aliquid omnibus
maius », cum, quando illud (cioè quell'uomo) secundum rem veram mihique notum
cogitare possem, istud (cioè Dio) omnino nequeam nisi tantum secundum vocem,
secundum quam solam aut vix aut nunquam potesl ullum cogitaci verum. Siquidem
cum ila cogitatur, non tam vox ipsa quae res est utique vera, hoc est
litterarum sonus vel syllabarum, quam vocis auditae significatio cogilelur, sed
non ita ut ab ilio qui novit quid ea soleat voce significavi, a quo scilicet
cogitatur secundum rem vel in sola cogilatione veram : verum ut ab eo qui illud
non novit et solummodo cogitat secundum animi molum illius auditu vocis
effeclum significationemque perceptae vocis conanlem effingere sibi. Quod
miruin est si unquam rei peritate potuerit. Ita ergo. stre parole abbiamo la
esperienza concreta convertita in concetti, e nelle parole possediamo anche la
forza di trascender la immediata realtà; ma tostochè questo accada, ci troviamo
esclusivamente nella sfera del pensiero, ed è fatica sprecata voler fare venir
fuori da questo, in quanto puramente subbiettivo, la esistenza obbiettiva del
pensato, perchè, proprio quando ci si volge al cogitavi, si rende manifesto che
esse e non esse appartengono alla sfera obbiettiva, sicché la prova ontologica
non prova niente, perchè va di là dal proprio campo, e così prova troppo. [b) realismo
anselmino, privo di fondamento scientifico, nel Dialogus de veritate]. Se dunque l’argomento ontologico è nato
solamente perchè Anseimo non era riuscito a venire logicamente in chiaro
neanche del suo proprio punto di vista realistico, questa medesima debolezza si
mostra anche in quella professione di fede realistica, cli’è contenuta nel «
Dialogus de veritale s >. Già più sopra (nota 319), nel passo indirizzato
contro Roscelino, abbiamo veduto la espressione schiettamente realistica
«substantiae universales » ; ma proprio un tal modo d’intendere impedisce
naturalmente ad Anseimo qualsiasi comprensione di quel che significhi la forma
del giudizio logico: poiché, potendo egli sin dal principio considerare la
enuntiatio solamente come ricalcata sopra l’essere o il non-essere obbiettivo,
nemmeno in tale forma assegna alla enuntiatio stessa la verità, ma questa
trasferisce in modo esclusivo nella sfera obbiettiva, la quale, lungi
dall’esser vera nel suo presentarsi come oggetto del giudizio, contiene invece solamente
la nec prorsus al iter. adirne in intellectu nuo constai illud haberi, cum
audio intelligoque dicentem esse aliquid maius omnibus quae valeanl
cogitari. Haec de eo quod somma illa
natura iam esse dicitur in intellectu meo [PL]. causa della verità del giudizio
342 ) ; Anselmo auzi espressamente irride alla forma del giudizio: questo
infatti com'egli si esprime anche quando è in contraddizione con lo stato
di fatto oggettivo, continua pur sempre a essere un giudizio giusto, per quanto
si attiene puramente all’enunciare e al significare, mentre la vera giustezza,
cioè la stessa verità, risiede appimto solamente in quella obbiettività, a
raggiunger la quale, in senso obbiettivo, s’ha da tender con uno sforzo, ch’è
designato quasi come dovere morale 343 ) : poiché, dato che tutte le cose
ricevono Tesser loro solamente dalla suprema Verità 344 ), Tessere stesso
prende infine la forma di un *°) Dialogus de ventate, Magister. Quando est numi
intuì vera? Discipulus. Quando est, quod
enuntiat si ve affermando sive negando; dico enim esse quod enuntiat, eliam
quando negai esse quod tuta est; quia sic enuntiat, quemadmodum res est. An
ergo libi videtur, quod res enunliata sit veritas enunlialionis? Non. Quare? Quia nihil est veruni, itisi
participando verilatem: et ideo veri veritas in ipso vero est; res vero
enunliata non est in enuntialione vera, unde non ejus veritas, sed causa
veritatis ejus dicendo est [PL. "*’) Ibid., p. 110: XI. Ergo non est illi
[se. enuntiationi\ aliud veritas [?], quam reclitudo. Video quod dicis: sed doce me,
quid respotulere possim, si quis dicat, quod ctiam cum [ojratio significai esse
quod non est, significai quod dehet: ttariler namque accepit significare esse
et quod est et quod non est. Nam
si non accepisset significare esse eliam quod non est, non id significarci.
Quare eliam cum significai esse quod non est, significai quod debet. Al si,
quod debet significando, recto et vera est, sicut ostendisti, vera est oralio,
edam cum enuntiat esse quod non est. XI.
Vera quidem non solet dici, cum significai esse quod non est; veritatem tamen
et rectitudinem habet, quia jacil quod debet. Sed cum significai esse quod
est, dupliciter jacil quod debet: quoniam significai et quod accepit
significare, et [adì quod facta est. Sed secundum hanc rectitudinem et
veritatem, qua significai esse quod est, usu recto et vera dicitur enuntiatio,
non secundum illam, qua significai esse eliam quod non est.... Alia igitur est
rectitudo et veritas enuntiationis, quia significai ad quod significandurn facta
est: alia vero quia significai quod accepit significare. Quippe ista
immutabilis est ipsi oralioni: illa vero, mutabilis [ PL, p. 111-2: An putas
aliquid esse aliquando, autalicubi, quod non sit in stimma ventate, et quod
inde non accepcril quod est inquantum est: aut quod possil aliud esse, quam
quod ibi est? [PL], Dovere S4B ). Per conseguenza
risulta sì un fondamento unitario, semplicemente obbiettivo, della verità 346
), ma con quanto maggior energia vien dato rilievo all’ apprendimento
esclusivamente spiritualistico di quello), tanto meno si riesce a capire, come
mai rimanga ancora una qualsiasi funzione di principio alla forma logica del
giudizio. [c) punto di vista compassionevolmente basso, nel Dialogus de
grammatico]. Ma quanto poco accuratamente elaborata sia stata in generale
nell’opera di Anseimo la concezione della logica, appare manifesto con la
massima chiarezza dallo scritto intitolato « Dialogus de grammatico » 34S ). È
vero che si tratta semplicemente *“) : In rerum quoque exislemia, est simililer
vera vel falsa significano ; quoniam eo ipso quia est, dicil se debere esse
[PL], Con quest’affermazione è connessa anche la totale identilicazione che
Anseimo stabilisce tra il Non-essere reale, ovvero il Nulla che è, da una
parte, e, dall’altra, il Male ( Epist., II, 8, p. 343 s. [PL), onde,
confrontato con lo Scoto Eriugena (note 133 ss.), egli fa una più risoluta
professione di realismo platonico. '“) Ibid., c. 13, p. 115: Si recliludo non
est in rebus illis, quae debent rectiludinem, nisi cum sunt secundum quod
debenl, et hoc solum est illis rectas esse, manifestum est, earum omnium unam
solam esse rectiludinem.... Quoniam illa (se. veritasj non in ipsis rebus, aut
ex ipsis, aul per ipsas, in quibus esse dicitur, habet suum esse; sed cum res ipsae
secundum illam sunt, quae semper praesto est his, quae sunt sicut debent, tunc
dicitur hujus vel illius rei veritas IPL,Nempe nec plus nec minus continet isla
diffinitio veritatis, quam expediat, quoniam nomen reclitudinis dividii eam ab
ornili re, quae rectitudo non vocatur. Quod vero sola mente percipi dicitur,
sepurat eam a reclitudine visibili [PL]. **) Dice lo stesso Anseimo (Prologus
ad dial. de ver., p. 109 [PL): [edidi tractatum ] non inulilem, ut puto,
inlroducendis ad dialecticam, cujus initium est « De grammatico»: e da un passo
di SiciBKftTO da Gsmbloux (de scriptoribus ecclesiaslicis, c. 168), dov’è
ripetuta questa notizia (vedilo riprodotto dal Fabricius nella Dibl. eccl., p.
114 [PL, 160, 586] : scripsit.... alium librum inlroducendis ad dialecticam
admodum utilem, cujus initium est « De grammatico »), ha avuto origine la
opinione erronea, ch’egli abbia scritto una particolare « Introducilo in
dialecticam ».di un esercizio scolastico, composto da Anseimo, come dice egli
stesso, soltanto in considerazione delle solite numerose trattazioni analoghe 3
'* 9 ) ; ma mentre ci è ignoto se quegli altri scritti consimili sieno mai
stati migliori, scorgiamo in ogni caso che questo di Anseimo si tiene a un
punto di vista compassionevolmente basso. Poiché è un continuo insulso giocare
con proposizioni ricavate da Boezio, e apprese macchinalmente, senza trarsi
fuori dalla tediosa fatica di scovare in un primo tempo difficoltà, là dove un
uomo ragionevole non ne saprebbe trovare, e poi da capo presentarne la
soluzione adeguata; insomma è il
prodotto di una erudizione scolastica estremamente limitata, tanto meschino
quanto lo scritto ricordato più sopra di Gerberto; e di un qualche impulso che
sia da esso derivato allo studio della dialettica, si può tanto meno parlare,
in quanto che, persino relativamente alla questione che divideva il campo della
logica in contrarie tendenze, si presenta estremamente ottuso e scolorito.
Tutta la trattazione si volge intorno alla questione, se « grammaticus » sia
sostanza o sia qualità, dato che ima e l’altra alternativa debbano entrambe
esser ammesse, ma non sia possibile che sieno in pari tempo tutt’e due vere 35
°). Ma alla risposta ragionevole, che **) Diulogus de grammatico, Tamen quoniam
scis, quantum noslris temporibus diulectici certent de quaestione a te
proposila, nolo le sic his quae diximus inhaerere, ut ea perlinaciter teneas,
si quis validioribus argumentis haec destruere et diversa valuerit astruere:
quod si conti gerii, saltem ad exercitationem disputandi nobis haec profecisse
non negabis [PL, . B °) lbid., c. 1, p. 143: De grammatico peto ut me cerlum
jacias, utrum sit substantia an qualitas, ut, hoc cognito, quid de aliis quae
similiier denominative dicuntur, sentire debeam, agnoscam. La questione ha la propria
fonte in Boezio (p. 121 [in Ar. praed., I; PL, 64, 171-2]), il quale, dove
nelle Categorie vien citato grammaticus come denominalivum da grammatica,
nomina nel commento Aristarco quale esempio di grammaticus, e inoltre, nel trattare della categoria della
sostanza (p 134 [ibid.; PL, 64, 189]), espressamente riconduce grammaticus su
su ad animai, mentre è da agli. cioè son pur vere tutte due le alternative, ci
si arriva per via indiretta nel modo più artificioso 351 ). Alla opinione di
chi ammette che « grammaticus » è sostanza, perchè invero il grammatico è un
uomo, ma l’uomo è sostanza, si contrappone cioè anzitutto un sillogismo
deforme, il quale ha per conchiusione che nessun grammatico è uomo 352 ) :
conchiusione, che per prima cosa viene confutata con l’argomento, che alla
stessa maniera potrebbe anche dimostrarsi che nessun uomo è un essere vivente
353 ) ; ora soltanto a tale argomento vien disgiungere che (p. 185 s. [i6., HI;
PL, 64, 256-7J) per la categoria delia qualità, grammuticus era diventato l’esempio
stereotipato. Perciò Anselmo pone ora una accanto all'altra come reciprocamente
contraddittorie le seguenti espressioni: Ut quidem grammaticus prò betur esse
substantia, sufficit quia omnis grammaticus homo, et omnis homo substantia
(cfr. Boezio [ad Porph. a se fransi.], p. 63 s. [probabilmente si deve leggere
36 6.: lib. H, c. 11; ed. Brandt, p. 103-4; PL, 64, 57]).... Quod vero
grammaticus sit qualitas, aperte jatentur philosophi, qui de hoc re
tructaverunt, quorum aucloritalem de his rebus est impudenlia improbare. Item quoniam necesse est, ut
grammaticus sit aut substantia aul qualitas.... Cum ergo alterum horum verum
sit, alterum jalsum, rogo ut julsìtatem detegens, aperius mihi veritatem [PL,
158, 561]. K1 ) Ibid„ c. 2: Argumenla, quae ex
utraque parte posuisti, necessaria sunt; nisi quod dicis, si alterum est,
alterum esse non posse. Quare non debes a me exigere, ut alteram partem esse
falsam ostendam, quod ab ulto fieri non potesti sed quomodo sibi invicem non
repugnent, aperiam, si a me fieri polest. Sed vellem ego prius a te ipso
audire, quid his probalionibus tuis oblici posse opineris \ib., 561-2]. K ‘)
Ibid.: Ulani quidem propositionem quae dicit, grammaticum esse hominem, hoc
modo repelli existimo : quia nullus grommati• cus potest intelligi sine
grammatica, et omnis homo polest intelligi sine grammatica. Item, omnis
grammaticus suscipit magis et minus (questo è ricavato da BOEZIO, p. 186 [in
Ar. Praed., Ili; PL, 64,
257]), et nullus homo suscipit magis et minus: ex qua utraque contextione
binarum propositionum conficitur una conclusio, id est, nullus grammaticus est
homo [PL, 158, 562]. * sl ) C3, p. 143 s. : Non sequitur.... Contexe igitur tu
ipse quatuor.... propositiones.... in duos syllogismos:... « Orane animai
polest intelligi praeler rationalitatem; nullus vero homo potest intelligi
praeter rationalitatem>. Item: que multipliciter appellatur.... Et communis
est multiplex appellatio, edam in his nominibus, quae veluti genera de
speciebus dicuntur;e (p. 183 [ibid., PL): Grammatici enim a Grammatica
nomìnantur, atque hoc est in pluribus, ut posilo nomine, si quid secundum ipsas
qualitales, quale dicilur, ex his ipsis qualilatibus appellatio derivetur. Etc . distinctis qualitatum vocabulis appellantur....
Così neanche Anseimo oltrepassa dunque assolutamente la limitata sfera delle
fonti sin qui note, e se si fosse già fin d’allora conosciuta la traduzione
degli Analitici, è da credere che in generale tali disquisizioni sarebbero
state impossibili. Anseimo tuttavia non ci consente ancora di gustare subito la
sua concezione realistica, bensì ancora per qualche tempo ci mena strascicando
attraverso uno sciocco gingillar con le parole. Se cioè si obietta che «
grammatico » e « uomo » vengono per conseguenza a essere ugualmente predicati
significativi, e che pertanto il primo abbraccia del pari in una unità reale il
concetto di uomo e il concetto di grammatica
tale obiezione dev’essere ora confutata con la considerazione, che
allora « grammatica » non sarebbe accidente, ma differenza sostanziale, il che
dovrebb’essere altrettanto vero di tutte le qualità simili: e così pure ne
risulterebbe la illazione che un non-uomo, il quale fosse grammatico, dovrebbe
allora proprio perciò essere nello stesso tempo uomo 364 ) ; inoltre bisogna
ben riflettere appunto sopra la forma di aggettivo che ha la parola
grammaticus, poiché se « uomo » fosse già per sè contenuto in « grammatico »,
potrebbe darsi che, con la sostituzione, si dovesse continuar a ripetere
all’infinito la parola « uomo », e in generale si sconvolgerebbe il punto di
vista proprio degli appellativi derivati, perchè allora p. es. anche hodiemus
dovrebb’essere un verbo 363 ). J C. 13, p. 14 ì: Sicut enim homo constai ex
ammali et rationalitate et morlalitale, et idcirco homo significai liaec trio,
ila grammatici^ constai ex homine et grammatica; et ideo nomen hoc significai
utrumque.... M. Si ergo itti est, ut tu
dicis, diffinitio et esse grammatici est « homo sciens grammalicam ».... Non
est igitur grammatica accidens, sed substantialis differentia; et homo est
genus, et grammaticus species: nec dissimilis est ratio de albedine, et
similibus accidentibus: quod falsum esse totius artis traclatus ostendit
((BOEZIO fin Porph. a se transl., IV, 1: ed. Brandi, p. 239 ss.; PL, 64, 115
ss.], p. 79 ss.).... Ponamus, quod sit animai aliquod rationale, non tamen
homo, quod ita sciai grammalicam sicut homo ... Est igitur aliquis non homo
sciens grammaticam.... At omne sciens grammalicam est grammaticum.... Est
igitur quidam non homo grammaticus.... Sed tu dicis in grammatico intelligi
hominem.... Quidam ergo non homo est homo quod falsum est [PL, 158, 571-2], )
Jbid. : Si homo est in grammatico, non praedicatur cum eo simul de aliquo...;
non enim apte dicitur, quod Socrates est homo animai (Boezio [loc. ult. cit.,
II, 6: ed. Brandt, p. 192; PL Dopo che si dà così
per dimostrato che grammatica* non chiude in sè unitariamente la sostanzialità
dell’uomo, bensì vale soltanto quale significazione adeguata della grammatica,
deve adesso chiarirsi ancora tuttavia in qual modo grammaticus sia puramente un
appellativo mediato dell’uomo; e ciò si fa, con il più balordo scambio di
concetti attributivi, mediante questo esempio, che cioè, se ci sono, uno
accanto all’altro, un cavallo bianco e un bove nero, dicendosi senz’altro S, qUoJ 7. homo solus, i. e. sine grammatica,
est gromma auinno f b ‘ m °' l,S,ntell W POtest: uno vero, altero falso. Homo
quippe (questo e il verni modus) solus, i. e. absque grammatica est qiTnecToh
Ter habe ^ ^ m maticam: grammatica namque, nec sola nec cum honune. habet
grammaticum. Sed homo so irammn ' grammat,ca ««* grammatici; quia, absente
grammatica, nullus esse grammatici potest (il falsus modus consi alerebbe cioè
ne 1 intender quella proposizione nel senso che non per^ r „a n n e ted a n>
^amniotica alla sostanza 7 ». stante dell uomo): sicut qui praecedendo ducit
alium, et so . 1 praevius, quia qui sequitur non est praevius,... et solus non
lvL pr i5T l 5m l, !cr n T f qui T‘ evius esse non P° test la prima delle due
alternative viene utilizzata per la professione di fede realistica, e qui
Anselmo aderisce, con l’accento di chi si rassegna di mala voglia, alle idee
dei dialettici aristotelici, per salvare almeno quel che poteva essere salvato,
poiché, visto che le Categorie godevan pure di ima così grande autorità, da non
poter essere del tutto rigettate, bisognava far il tentativo d’interpetrarle in
senso realistico. Dice Anselmo cioè, che designare il grammatico esclusivamente
come qualità, è giusto soltanto dal punto di vista delle Categorie
aristoteliche, poiché in quest’opera si tratta in verità non dell’essere reale
delle cose stesse, e neanche della designazione puramente appellativa mediante
parole, bensì delle voces significativae (v. sopra la nota 363), in quanto che
queste significano immediatamente l’essere sostanziale in se stesso: e perciò è
giusto che tra i dialettici sia rimasto in uso di tenersi puramente nell’orbita
di questa significazione sostanziale, cioè di servirsi del grammatico, soltanto
com’esempio di qualità 3T0 ) ; peroc”“) C. 16: Cum vero dicitur, quod
grammaticus est qualilas, non recte, nisi secundum tractatum Aristotelis de
categoriis, dicitur. C. 17: D. An aliud habet ille tractatus quam « omne quod est, aut est
substantia, aut quantitas, aut qualilas, etc. » (BOEZIO [in Ar. Praed., I;
PL).... M. Non tamen fuit principalis
intentio Aristotelis, hoc in ilio libro ostendere, sed quoniam omne nomen vel
verbum atiquid horum significai; non enim intendebal ostendere, quid sint
singulae res, nec qiiarum rerum sint appellalivae singulae voces, sed quorum
significativae sint. Sed quoniam roces non significant nisi res, dicendo quid
sit quod voces significant, necesse fuit dicere quid sint res.... De qua
significatione videtur libi dicere, de illa qua per se significant ipsae voces,
et quae illis est subslantiulis, an de altera, quae per aliud est, et
accidentalis? D. Non nisi de ipsa, quam
idem ipse eisdem vocibus esse, diffiniendo nomen et verbum (Boezio [in de
interpr., ed. Becunda, I, 1: rdiz. Meiser, Pare Post.,
p. 13 ss. ; PL, 64, 398-9], p. 293 s.), assignuvil, quae per se
significant. M. An pulas.... aliquem eorum,
qui eum sequentes de dialectica scripserunt, aliter sentire voluisse de hac re,
quam sentii ipse? D. Nullo modo eorum scripta hoc aliquem opinari
permilliinl: quia nusquam invenitur aliquis eorum posuisse aliquam vocem ad
ostendendum aliquid quod significet per aliud, sed semper ad hoc quod per se
significai [PL, chè, in questo senso realistico, il grammatico, per rispetto
alle categorie, è, parimente dal punto di vista del linguaggio come nella
realtà, una qualità laddove, fatta
astrazione da questa considerazione dialettica, la quale tuttavia deve pertanto
contenere Tessere essenzialmente sostanziale, ciò che rimane è solamente il
campo della comune maniera di parlare appellativa, nella quale il grammatico è
chiamato «uomo»: non diversamente p. es., nel considerare le forme
grammaticali, è giusto chiamare maschile il sasso, mentre, nell’uso comune del
linguaggio, non c’è nessuno che designi il sasso come mi essere mascolino 3n ).
Dunque Anseimo scorge bensì nelle categorie un pòtere formale, ma lo riferisce
esclusivamente alla Tabula logica, già obbiettivamente data, dell’Essere
sostanziale. Ma quanto rozzamente ciò da lui sia stato inteso, appare manifesto
dalla concliiusione dello scritto, dove si discute ancora la questione, se una
sola cosa possa cadere sotto più categorie; poiché, quando p. es. si dice c ìe
armatus può anche rientrare nella categoria della sostanza, perchè l’armato ha
in sè una sostanza, vale a In C ' 18, U s .: Si crgo proposila divisione
oraefata (cioè L!X n 7 e ;' leCÌ categorie), quaero a te, q uid sii grammaticm
secundum hanc divisionem, et secundum eos. qui illuni scribendo D P™lT2Z
qUUn,Ur t: qU,d QUaer0 ’ ° Ut QUÌd mihi rospondebi? _ -A " ÌUC P ° test
quaeri ’ nisi de voce aut de re quam significati quare, qu ia constai
grammaticum non significare respondebo^i '"'“'"'T hominem sed
grammaticum, Incuneiamo Tve^oauàerlde de V ° Ce ' quu ) vox significans quali totem,
si vero quaens de re, q uia est q ualitas.... Quare si ve quaeralur de yZZlil
Ve J e,lf’ CUm quuer,tur quid sit gr animai-ras secundum A ristoici s tractatum
et secundum sequaces ejus. recte respóndZr -Mila' "t t * men s f cundum
oppellationem vere est subslanliu. scribuntd emm V Vere " OS debet ' quod
d ulectici ahler utùmur InLc J bUt S0C ‘,ndum quod sunt significativae,,diter
eis dèi Idi //T '" secun dum qiwd sunt appellativae: si et grommatic ahud
dietim secundum formam vocum. aliud secundum reium naturam. Dicunt quippe
lapidem esse mascolini generis.... cum tu rno dicat lapidem esse masculum [PL,
dire le armi, cou ciò si tocca veramente il colmo della incomprensione della
logica; e a noi piace chiudere con la sentenza che Anselmo pronuncia su tale
argomento, essere difficile cioè ( poiché non vuole affermare neanche questo
con assoluta certezza ) che una cosa, la quale eia un tutto uno, possa cadere
sotto più categorie, laddove invece una parola, includente più significati, può
ben essere considerata, come non unitaria, dal punto di vista di più categorie:
tal è p. es. il caso di albus, ch’e di pertinenza così della categoria della
qualità, come anche di quella dell’avere. Cosi quest’ottuso realismo
s’inviluppava, per la sua propria impotenza, in difficoltà, che in generale,
per chi consideri le questioni secondo un criterio realmente logico, sono
inesistenti, e tutto l’atteggiamento di Anseimo ci appare soltanto come un
documento di una congenita disgraziata disposizione, dalla quale è affetto, in
ordine alle questioni di logica, l’oggettivismo realistico. [§ 35. Grado ancor basso di sviluppo del contrasto
FRA LE TENDENZE. ONORIO DA AUTUN. Ma ili generale sembra in quel tempo, cioè al
limite fra l’XI e il XII secolo, essersi manifestato, quale risultato di più
Nam, si grammaticus est qualilus, quia significai qualitatem, non video cur
armalus non sit substantia,... quia significai habentem substantiam, i. e.
arma:... sic grammaticus significai habere, quia significai habentem disciplinam. M. Nullalenus.... negare possum, aut armatum
esse substantiam aut grommaticum [esse] habere.... Rem quidem unam et eamdem
non puto sub diversis apiari posse praedicamentis, licet in quibusdam dubitari
possit: quod majori et altiori disputationi indigere existimo (saremmo stati in
verità smaniosi (li leggerla, questa altior disputatio).... Unam aulem vocem
plura significamela non ut unum, non video quid prohibeat pluribus uliqucndo
supponi praedicamentis, ut si albus dicitur qualitas, et habere [PL],
Successivamente si prende ancor in esame il concetto di albus, per sostenere
ch’esso non è unitario, ma risulta appunto da qualitas e habere appiccicati
insieme. e meno recenti controversie logiche e teologiche, un contrasto, ancora
dichiaratosi in maniera anzichenò grossolana, tra nominalisti e realisti: si
era cioè incapaci, all’infuori da questi due punti di vista, di prenderne in’
considerazione alcun altro, come pure si enunciava ciascuno di quei due
unilateralmente, ancora in forma estrema e per così dire grezza. Uno
svolgimento di gran lunga più ricco e meglio disciplinato, ce lo presenteranno
di già subito i prossimi decenni, e più che mai 1 epoca ulteriore, che per il
momento preferiamo tuttavia passar del tutto sotto silenzio. La usata logica
delle scuole poteva anzi esser allora intesa da alcuni singoli scrittori in
maniera tale, che rimanesse ancor affatto immune da qualsiasi influsso del
contrasto fra le tendenze, e qual esempio di assoluta ingenuità, così per
questo rispetto come relativamente alla logica in generale, possiamo, per
chiudere questa Sezione, citare ancora, del principio del secolo XII, alcune
amene osservazioni di Onorio da Autun, il quale rappresenta le sette arti
liberali come altrettante sedi dell’anima: ed ecco tutto ciò che, a tal
proposito, egli sa metter avanti, relativamente alla dialettica: per cinque
porte (le quinquc voces) si entra nella vera e propria fortezza (cioè le dieci
categorie), dove stan pronti due campioni, vale a dire il sillogismo categorico
© quello ipotetico, che Aristotele ha armati nella Topica e ha portati poi, nel
libro de interpr., sul campo di battaglia, sicché ci si può qui metodicamente
addestrare nella lotta contro gli eretici S7S ). TO ) Honorii Aucustodunensis
de Animae Exsilio et Patria, c. 4, riprod. dal Pez, Thesaur. Tenia civilus est
Dialettica, multis quaestionum propugnando munita.... Uaec per quinque portas
adventantes recipit, scilicet per genus, per species, per differens, per
proprium, per accidens; unde et Isagogae introductiones dicuntur, quia per has
repatriantes introducuntur. Arx hujus urbis est substantia; turres
circumslantes novem sunt accidentia. In hoc duo pugiles sunt et litigantes
certa ratione dirimunt: Calhegorico et hypothetico Syllogismo quasi praeclaris
armis viantes muniunt. Quos Aristoteles
in Topica recipit, argumenlis instruit, in Perihermeniis ad lalum campum
syllogismorum educit. In hac urbe
docentur itineranles haereticis, et aliis hostibus armis rationis resistere
eie. [PL PROGRESSO GRADUALE VERSO LA CONOSCENZA COMPIUTA DELLA LOGICA
ARISTOTELICA Si colmano le lacune del materiale degli STUDI DI LOGICA, CON LA
CONOSCENZA DEI DUE ANALITICI e della Topica, oltre che degli Elenchi
Sofistici]. Dopo aver detto più sopra che c’è un solo motivo di dividere in
periodi la storia della logica medievale, motivo che consiste per me nella
misura estrinseca della conoscenza, più limitata o più estesa, che si aveva
degli scritti aristotelici, e che la differenza di contenuto fra la precedente
e la presente Sezione si riduce in ultima analisi al fatto che sino al principio
del sec. XII non erano noti nè utilizzati i due Analitici e la Topica, insieme
con gli Elenchi Sofistici, mentre in seguito, a poco a poco, anche questi libri
furon tratti entro la sfera dei dibattiti sopra le questioni di logica, m’incombe ora qui per prima cosa il dovere di
fissare anzitutto precisamente quei dati di storia letteraria, che stanno a
fondamento della separazione. Per tutta questa Sezione, con la quale entriamo
nell’agitata epoca di Abelardo e procediamo sino al termine del XII secolo,
bisogna cioè in primo luogo metter sott’occliio l’àmbito del materiale di cui
disponevano gli studiosi di logica, e dal quale scaturirono le numerose
controversie di questo periodo, vale a dire bisogna mostrare che, e in qual
modo, a poco a poco, per un verso si pervenne alla conoscenza di tutta quanta
la produzione letteraria di Boezio, che aveva appunto tradotto l’Organon per
intiero, e per l’altro verso si apprestarono traduzioni nuove dei libri
suddetti: perchè, solamente dopo fatto ciò, potremo riferire quale attività si
sia svolta nel frattempo sopra questo terreno gradatamente ampliato. Che quella
suindicata limitazione sia effettivamente sussistita fino al principio del
secolo XII, si può forse darlo ora per dimostrato, sia dalle notizie positive,
addotte nella Sezione precedente, sia anche dall’assoluta mancanza di qualsiasi
accenno in contrario. Ma appunto, quanto più per questo periodo antecedente
invochiamo in nostro favore la forza dell 'argumentum ex silentio ’), tanto più
diligentemente abbiamo preso in considerazione anche le tracce isolate e per
così dire cancellate, di manifestazioni, dalle quali quel silenzio viene rotto,
a partire da un dato momento. Il punto critico si ha cioè, quando viene presa
conoscenza degli Analitici e della Topica, oltre che degli Elenchi Sofistici*),
e per quanto ciò sia accaduto soltanto insensiCerto non deve perciò negarsi la
possibilità di nuove scoperte in qualche Biblioteca, dalle quali vengano messe
in luce notizie, contrastanti con questa nostra veduta; ma tuttavia si
tratterebbe sempre soltanto di casi isolati, senz’alcun indosso sopra lo
svolgimento generale della logica in quel tempo, perchè a riconoscere
l’andamento della logica in generale, sembrano sufficienti le fonti sinora
accessibili, ") Jourdain nelle sue Rechcrches critiques si era invero
proposto solamente il compito di ricercare le traduzioni nuove, venute fuori
nel Medio Evo, e poteva escludere dunque dalla propria considerazione questa
rivoluzione, in quanto essa concerne la conoscenza di Boezio: ma gli sono
sfuggiti testi d'importanza decisiva anche per quel suo intento particolare
bilmente e a poco a poco, ci si può bene aspettare che una conoscenza, sia pur
ancora frammentaria, di queste principali opere aristoteliche non sarà senza
connessione con lo studio della logica, fattosi ora più ricco e variato.
Giacomo da VENEZIA (si veda). Già una notizia che c del seguente tenore: un
tale Giacomo da Venezia [SI VEDA] tradusse dal greco i due Analitici, la Topica
e gli Elenchi Sofistici, e nello stesso tempo li corredò di un commento,
sebbene degli stessi libri ci sia stata una traduzione più antica » *), riguarda, come si vede, proprio quelle opere,
che il periodo precedente non aveva nè conosciute nè utilizzate: e, com’è da
rilevare da un lato, che l’informatore, appartenente egli pure al secolo XII,
era edotto della esistenza della traduzione, curata da BOEZIO, di quei
libri, poiché dove si parla di una
traduzione « più antica », non può alludersi se non a quella , è parimente
chiaro, d’altra parte, che quel tale Giacomo di VENEZIA (si veda) ignorava che
la traduzione stessa esistesse, e proprio da ciò era stato indotto a curar egli
stesso la sua propria versione di quei libri. Ma il paese, al quale siffatte
circostanze vanno ambedue riferite, è L’ITALIA. Prima ancora che si disponga
del testo DEI LIBRI ARISTOTELICI SU RICORDATI, TRAPELANO D’ALTRA FONTE NOTIZIE
SPORADICHE. Si DIMOSTRA CIÒ CON ARGO*) In nota a un passo di Roberto da
Mont-St.-Michel (Roberti de Monte Cronica, riprod. dal Pertz, MGH, Vili, p.
489), un continuatore (cioè « alia manus », ma, come afferma il Pertz [rectiiu:
L. C. Bethmann]) osserva quanto segue: Iacobus Clericus de VENEZIA (si veda)
transtulit de Graeco in Latinum quosdam libros Aristolilis, et commentatili
est; scilicet Topica, Anal. priores et posteriores, et Elencos; quamvis
anliquior translatio super eosdem libros haberetur fPIL MENTI TRATTI dagli
scritti di AbelardoJ. Questa importante notizia, la quale contiene dunque
elementi relativi alla conoscenza di quelle opere, e inoltre nello stesso tempo
elementi relativi alla non-conoscenza delle opere stesse, non sta tuttavia così
isolata, come si eredeva 4). Una conoscenza di quei libri sembrerebbe cioè, ben
è vero, rimaner esclusa a prima vista da dichiarazioni di Abelardo, affatto
categoriche e di amplissima portata. Fatta astrazione dal lamento ch’egli leva,
e che qui non c’interessa, per la mancanza di una traduzione della Fisica e
della Metafisica di Aristotele 5 )
Abelardo c’indica egli stesso espressamente le fonti della sua logica, e
dice che la letteratura in lingua latina, riguardante la logica, ha per
fondamento sette scritti, ripartiti fra tre autori: di Aristotele cioè si
conoscono soltanto le Categorie e il de interpr., di Porfirio la Isagoge, ma di
BOEZIO sono in uso i trattati de divisione, de differenti™ topicis, de
syllogismo categ., de syllogismo hypoth. b ); inoltre, anche una osservazione,
tratta dagli, ora ’ ®“P ra Giacomo da V., anche Ueberwec-Geyer, p. 146] .11I
Cousin (Ouvr. inédits d’Abélard, p. L ss, e anche Fragni. de pini, du moyen àge
Parigi) è assolutamente in errore, e dai passi di Abelardo che dovremo citare
subito appresso, trae conchiusioni, solamente in base al tenore delle parole,
estrinsecamente considerate, senza por mente al contenuto delle dispute intorno
ai problemi della logica. . “I Abaelardi Dialectica, negli Ouvr. inéd. (ed.
Cousin), p. 200: in l hysicis [et].... in his libris, quos Metaphysica vocat,
exequitur (se. Aristoteles). Quae quidem opera ipsius nullus adhuc translator
latinae linguue aptavit. Confido.... non pauciora vel minora me praestiturum
cloquentiae peripateticae munimenta, quam illi praestiterunt, quos latinorum
celebrat studiosa doclrina.... Sunt autem tres, quorum septem codicibus omnis
in hac arte eloquenza latina armalur. Aristotelis enim duos tantum,
Praedicamentorum scilicel et l J eri ermenias libros usus adhuc latinorum
cognovil; Porphyrii vero unum, qui videlicet de Quinque vocibus conscriptus,
genere scilicet, specie, differentia, proprio et accidente, introductionem ad
ipsa praeparal praedicamenta; BOEZIO autem qualuor in consuetudinem duximus
libros, videlicet Divisionum et [2291 Topicorum cum Syllogismis tam Categoricis
quam Hypotheticis. Quorum omnium summam noElenchi Sofistici, Abelardo la cita
una volta, soltanto di seconda mano, espressamente riferendosi a BOEZIO, come a
propria fonte 7 ). Mentre dunque Abelardo, com’è di per sè chiaro, da quei
passi di BOEZIO già più volte menzionati, doveva aver appreso esattamente quali
sieno i libri scritti da Aristotele, si direbbe ch’egli riconosca con le parole
ora riferite, in modo assolutamente inequivocabile, che non gli era possibile
far "uso delle traduzioni degli Analitici, della Topica e degli Elenchi
Sofistici. Ma tutto quel che ci è lecito conchiudere anche da questo
riconoscimento, si è che Abelardo non aveva a disposizione quelle opere
principali di Aristotele, perchè queste in generale non si trovavano tra gli
scritti entrati nell’uso (si ponga mente all’espressioni « usus.... cognovit »
e «in consuetudinem duximus »); vediamo cioè che allora in Francia, in tutti
quei luoghi, per i quali Abelardo si andò aggirando o dove in generale ci si
occupava di logica, non si possedeva un esemplare del testo genuino di quei
libri; poiché 6e se ne fosse posseduti, con l’ardore per gli studi di logica,
caratteristico di quell’estrae dialecticae textus pienissime concludet etc. Che
per Topica qui non sia da intendere nient’altro che lo scritto de diff. top., è
dimostrato, oltre che dalla esposizione che di questo ramo della dialettica si
trova nello stesso Abelardo, anche da una quantità di passi, dov’egli cita
punti singoli 'del de di/}, top. come « Topica» di BOEZIO, tout court: così, p.
es., lntrod. ad thcol. [ed. Amboes.], II, 12, p. 1078 [ed. Cousin, II, 93; PL,
178, 1065] (si riferisce al de diff. top., I, p. 858 s. [corrisponde a PL),
Theol. Christ. [ed. Martène], IU, p. 1281 [ed. Cousin, II, p. 488: PL] (si
riferisce c. s.). Sic et Non, c. 9, p. 41 della ediz. Henke e LindenkohI [PL
(de diff. top., II, p. 866 [PL, ]), ibid., c. 43, p. 105 [PL, 178, 1405] (de
diff. top., III, p. 873 [PL, 64, 1197]), ibid.. c. 144, p. 397 [PL] (de diff.
top., II, p. 867 [PL]). ') Dialect., ed. Cousin, p. 258: Sex autem sophismatum
genera Aristotelem in Sophisticis Elenchis suis posuisse, Boethius in secando
editione Peri ermenias commemorai (BOEZIO, p. 337 s. [in de inlerpr., Secunda
editio, II, 6: ed. Meiser, Pars Post., p. 133-4; PL, 64, 460 s.]). poca, li si
sarebbe certamente messi in piena luce. Non rimane invece esclusa in tali
circostanze la possibilità che qualche elemento di quegli scritti sia tuttavia
venuto altrimenti a conoscenza del pubblico dei dotti: e sol che si trovasse
anche una unica notizia soltanto, della quale si riuscisse a dimostrare che non
possa essere stata ricavata da uessun’altra fonte se non da uno di quei libri,
sarebbe fornita la prova che in qualche maniera, da qualche altra parte, dati
isolati ricavati dagli Analitici e dalla Topica sono filtrati nell’atmosfera
degli studiosi francesi di logica. Ma dimostrare per opera di quali uomini e in
quale maniera ciò sia accaduto, non è compito da assegnare a noi; è impossibile
fornir tale prova, anzi nemmeno possiamo designare la fonte locale. Che cioè al
tempo di Abelardo si fosse venuti a conoscenza di elementi staccati, tratti da
quegli scritti aristotelici che fin allora non erano ancora stati messi a
profitto, è cosa della quale possiamo trarre le prove precisamente da Abelardo
stesso, e anzi riferendoci non a un pimto soltanto, ma a parecchi. Abelardo osserva
una volta, a proposito della definizione del genus 8 ), che in determinate
circostanze anche l’individuo può fare da predicato, come p. es. nella
proposizione « hoc album est Socrates», oppure «/tic veniens est Socrates » : una considerazione questa, che sarebbe vano
ricercare in tutta la serie dei commenti di BOEZIO, ma che si trova bensì negli
Analitici Primi, con letterale coincidenza di quelle proposizioni
esemplificative; e proprio di là questa notizia dev’essere venuta anche a
cono[Glossae in Porph., ibid., p. 560: videtur esse falsum, quod individua de
uno solo praedicenlur, cum hoc individuum Socrates de pluribus habeat
praedicari, ut « hoc album est Socrates », « hic veniens est Socrates». Il
luogo aristotelico corrispondente si trova negli Anal. pr., I, 27 (nella
traduzione di BOEZIO PL. scenza di vari altri cultori della logica 9 ).
Abelardo riferisce inoltre che ci son « molti » che traspongono la essenza
della definizione esclusivamente nella indicazione delle qualità 10 ) : e non
sarebbe il caso di dire che questa opinione è soltanto una conseguenza estrema
ricavata da un passo [delle Categorie] già da gran tempo conosciuto [nella
traduzione di Boezio] ll ), perchè un contemporaneo di Abelardo formula quella
opinione stessa in termini tali da ricondurci alla vera sua fonte, che troviamo
soltanto nella Topica di Aristotele 12 ). Abelardo poi, a proposito della
controversia intorno agli universali, usa inoltre una maniera di esprimersi
(cioè universalia « appellant in se »), spiegabile soltanto ove si ammetta che
la idea fondamentale di quei passi degli Analitici secondi, dove Aristotele
tratta di xaxà •) Che la cosa abbia dato occasione a una controversia di moda
nelle scuole, ai desume da Joh. Saresb., Metalog., II, 20 (p. 110, ed. Giles d.
Webb; PL]) : Hoc enim ex opinione quoTundam sensisse visus est Aristotiles in
Ancdeticis dicens (segue quel passo medesimo [cit. nella nota precedente]). ’”)
Dialect., p. 492: Unde multi, cum significationem substantiae hitjus nominis
quod est « homo » agnoscant, nec qualitates ipsius satis ex ipso percipiant,
tantum propter qualitatum demonstrationem diffinitionem requirunt. “)
Abistotele, Cut., 5 ; in BOEZIO, PL. L’autore dello scritto De generibus et
speciebus, dal Cousin attribuito a torto ad Abelardo (v. sotto le note 49 e
148), dice a p. 541 9.: Concedunt omnes, species ex differentiis constare....
Dicunl, omnes differentias esse in qualitate etc. In tale forma accentuata,
quest’ultima affermazione poteva esser ricavata solamente da Aristotele. Top.
(cioè dalla trattazione, che ivi si trova, della definizione, con la quale si
accordano poi altri passi), e ha dovuto in tal maniera appartenere al novero di
quelle notizie sporadiche, che ora contribuivano a moltiplicare, le
controversie scolastiche; l’autore del De gen. et spec. fa poi sforzatamente
risalire la idea ora citata a un altro passo di BOEZIO, p. 62 (ad Porph. [a se
transl., II, 5: cd. Brandt, p. 186; PL, 64, 93-4]), e dunque è certo che
possedeva come fonti solamente i testi universalmente diffusi. Invece Joh.
Saresb., loc. cit., p. 100 [edL Webb, p. 103; PL, 199, 880] mette già in
connessione con tale questione anche Sopii. El., 22, 178 b 36. 7tavTÓ£ e di xn
pr,ma d °° Magalo! bi >]U,S cairn
istas concedei ; « nllLl, Secunda figura coni,agii m > oni oe justum
possibile est ! lum Possibile est esse bo zs‘?r, • *» : ìt . ’z *• vZ’-£z
iz"tr;«,ur Zssrzzzr 6 “ *5 (ibid., nota 5721 _ E-.-, . 41 jnstani esse». Sic et ..._ 6u veraciter
componi. ÉZpus enT n Td Syllog,smi
Ibid., c. 27, p. 183 [ed. Webb, p. 193; PL]: Ceterum conira eos qui
veterum favore potiores AristotiUs libros excludunt Boetio fere solo contenti,
possent plurima allcgari. ed. Webb,
p. 170-1; PL, 199, 919-20]: rosteriorum vero Analeticorum subtilis quidem
scientia est et paucis Ma come da questa lamentanza risulta naturalmente
manifesto che quei libri eran conosciuti, così d’altra parte viene riferito
ancora che la Topica aristotelica, da gran tempo trascurata, proprio allora è
stata, per così dire, richiamata da morte a vita 2S ) : e alla informazione,
secondo la quale questa idea di tirar fuori la Topica ha anche trovato a sua
volta i suoi oppositori, si collega anche l’altra notizia, concernente un certo
D r o g o n e, che non ci è ulteriormente noto, e che a Troyes manifestamente
lavorò attorno alla topica, secondo il modello di quella di Aristotele 2B ). [|
7. Nuove traduzioni dell’Organon, nella
Bassa Italia e nell’Impero Bizantino].
Ma per quanto concerne ora in particolare il venire in luce di
traduzioni nuove, si ricava in verità assai poco da una lettera di Giovanni,
che da Costanza richiede copie ingeniis pervia.... Deinde huec ulenlium
raritate iam fere in desuetudinem abiil, eo quod demonstralionis usus vix apud
solos malhemalicos est.... Ad haec, liber quo demonslrativa trudilur disciplina
(cfr. la nota 25), ceteris longe lurbutior est, et transposilione sermonum,
traiectione litterarum, desuetudine exemplorum, quae a diversis disciplinìs
mutuata sunt, et postremo, quod non conlingil auctorem, adeo scriplorum
depravatiti est vitio, ut fere quot capita, tot obstacula hubeul. Et bene
quidem ubi non sunt obstacula capitibus pluru. Unde a plerisque in interpretem
difficultalis culpa rejunditur, asserenti bus librum ad nos non vede translulum
| pervenisse]. A qual traduttore si fa qui allusione, a Boezio o a un altro? B
) Ibid., Ili, 5, p. 135 [ed. Webb, p. 140] : Cum itaque tam evidens sii
utilitas Topicorum, miror quare cum aliis a maioribus tam diu intermissus sit
Aristotilis liber, ut omnino aul fere in desuetudinem abierit, quando aetate
nostra, diligentis ingenii pulsante studio, quasi a morte vel a somno excitalus
est, ut revocarvi errante* et i iam veritalis quaerenlibus aperiret [PL]. “)
Ibid., IV, 24, p. 181 [ed. Webb, p. 191: e v. ivi la nota]: Salis ergo mirari
non possum quid mentis habeant (si quid tamen hubent) qui haec Aristotilis
opera carpunt.... Magisler Theodoricus, ut memini. Topica non Aristotilis, sed
Trecasini Drogonis irridebat; eadem tamen quandoque docuil. Quidam auditores
magistri Rodberti de Meliduno (v. appresso le note 453 e.) librum hunc fere
inutilem esse calumnianlur [PL I di Jibn aristotelici in generale, e prega
inoltre che vengano anche aggiunte annotazioni, data la possibilità che non ci
sia da fidarsi del traduttore 3 °). È invece di grande importanza veder da lui
citato un medesimo passo, sia nella traduzione di Boezio, sia anche, e
contemporaneamente, nella versione « nuova >«); e come quest’ultima si
distingue per essere più letterale, così in generale Giovanni si era fatta una
opinione abbastanza precisa in latto di traduzioni (soltanto cioè quando queste
aderìscono, quanto strettamente è possibile, secondo una regola rigorosa,
all’originale, è dato ottenere una con,prensione, garentita contro qualsiasi
pericolo di unilateralna da una « ratio indifferentiae »); egli dice che una
tale opinione ha trovato allora conferma e appoggio in un Greco da Severinum
(cioè da Szoreny in Ungliena), versato in entrambe le lingue 32 ). Ora quella I
Epist. 211 (II, p. 54 s ed. Giles 1PL 19Q oacn ri. > stotehs, quos habelis,
mihi facialis exscribi ) \. M,ro . s Ar " supplicatione, quatinus in
operibus Aristoteìis ubiZitr 'T "7"“ haaonetn: cicadàtionès enimJùntJ
-IL ^ rPL 199 io A m ct ' 11 .’ Sl sunt > menu ad rutionem Sei HI° IT ^
ÌPÌat ° n T dÌ ArÌS, °, • A’sitcaftratio indifferentiae per se stessa non
c’interessa per il momento qui, bensì la si vedrà intrecciarsi alla nostra
esposizione della logica di Giovanni da Salisbury (note 574 ss.); ma è ben cosa
che c’interessa lino da ora, che, in connessione con quella, egli ricordi
inoltre anche un secondo traduttore (parimente, è vero, senza riferirne il
nome), del quale aveva l'atto la conoscenza nelle Puglie 33 ). Ma se, coni’ è
attestato da questi importanti passi, il comparire di traduzioni nuove, ebbe
impulso nell’ Impero tuzantino, e, per opera di Greci, nell’ Italia
meridionale, e se di ciò ebbero notizia gli studiosi di logica a Parigi o in
Inghilterra, si avrebbe qui una prima traccia, sebbene passeggierà, di un
influsso dell’epoca di Anna Comncna (v. qui appresso le note 219 e 370, come
pure altre notizie nella prossima Sezione, note 1-5 ss.). Finalmente può ricordarsi ancora, per così
dire ad abundantiam, che negli scritti di Giovanni, accanto a citazioni
coincidenti in modo assolutamente letterale con la traduzione di Boezio, se ne
trovano anche di quelle, che bisogna chiamare per lo meno inesatte, semprechè
non sieno state originariamente attinte ad altra fonte 34 ). manga, aU’infuori
da quel Severinum che si trova in Ungheria [Webb: / orsan e civitate Sanctae
Severinae in Calabria (Santa Severina, prov. di Catanzaro)]. ") Ibid., I,
15, p. 40 [ed. Webb, p. 37; PL, 199, 843] : non pigebit re/erre, nec forte
audire displicebit quod a Graeco interprete et qui Latinum linguam commode
noverai, durn in Apulia morarer, accepi eie. M ) Tra le prime vanno annoverate:
Metal., II, 15, p. 86 [ed. Webb, p. 88; PL, 199, 872] (Top., I, 11: nella
traduzione di Boezio, p. 667 [I, 9: PL, 64, 916]) e II, 20, p. 110 [ed. Webb. p. 113; PL, 199,
887] (Anal. pr., I, 27: p. 490 della traduzione di Boezio [I, 28: PL, 64,
669]). Tra le seconde vanno annoverate:
Metal., II, 9, p. 76 [ed. Webb, p. 75-6; PL, 199, 866] (Top., I, 11: p. 667
della traduzione di Boezio |I, 9; PL, 64, 917]) - II, 20, p. 100 [ed. Webb, p.
103; PL, 199, 880] (De sophisticis Elenchis, cap. 22: nella traduzione di
Boezio, p. 750 [II, 3; PL, 64, 1032])
III, 3, p. 126 [ed. Webb, p. 131; PL, 199, 897] (Top., I, 9: p. 666
della traduzione di Boezio [I, 7; PL, 64, 915. Invece lo Webb rinvia a Cat., 4,
1 b 25 ss.]). CARLO PRANTL f§ S’iIVTENSIFlCA LO STimm np,, . A LOGICA C„„ la
" tT Cm ' BEL Pseudo-BoezioJ. Ora
ch’è f, Tr filate strato a sufficienza come antece 1, C °“ C1 ° dÌmo "
letteraria di Abelardo ^ “ f 1 ^ 6 aI1 ’ atti vità studio della logica fos’se
stataT^à arrfccWt^ T ^ sovra punti particolari e „ P arricchita, abneno piersi
a poco a dopo 1, ^ Ve “ Uta P OÌ a c °®Jisbury (di questo sr T°i 3 temP ° ^
Giovanni da Saranno ancora “ ale « ; 0m P Ìme «‘o « si presenteci è reso noto
cosìVfattor T’* ?8 ’ 219 allora derivare un birre T t™™: ^ qUale doveva
nell’attività svolti 1 • "V™ ° ' lntensità e di estensione si SDie^a t
rapporto scambievole die ben SJ spiega, una forza cooperante era do, . . .
dalla teologia donunatica: e ciò nere! ' “ a f Uardo ' die Sia di fronte allo
Scoto EringLt a ortodossia,,„„l le ta Materi, * * " ' “ «“'»«. ’• stata
all’erta così • . q e tloni mgJche, era resse, ora che la diale1 1 ^'^ ViSta
dtd n,e(lesin '° intesi» «.loro. z:::~ * r**r « lotte, si tiraron fuori a Ài *
propria vita d intime incularlo teologico affinclo" ordeea>
dall’armaeon,tastanti J '* Sci. era 'L SS ““ •“'« 1o»n« eliic’ mischiati anche
elementi di ^ ^,rapassassero fra mfera dogmatica p ri » L :,tr;i%r P a a'rr;“ ì
r te: valere, ma ora inZiT' . T *°' P Ur
fatta mettersi in più inten ^ d " C ^ pOSltlvamente a nitrologica messa in
condizioTeTdot ““ !" 8t ° rÌa deUa ~ no'opera di grazie a una certa
formulazione di principii logico-ontologici, potè esercitare azione
cooperatrice nelle controversie dei dialettici. Si tratta del de Trinitene del
Peeudo • B o e z i o, e a tal proposito non mancò naturalmente di manifestar il
proprio influsso il fatto che fosse ritenuto suo autore proprio Boezio, il
rappresentante di tutta la logica S5 ). Appunto in quell’epoca cioè, ossia a K
) Da Fr. Nitzsch (Dos System des Boethius und die ihm zugeschriebenen
theologischen Schrijten [«Il sistema di Boezio, e gli scritti teologici a lui
attribuiti »]), Berlino, 1860, furono svolte le più valide ragioni elle si
oppongono alla tesi [oggi invece generalmente accettata] che sia Boezio
l’autore dei trattati teologici a lui attribuiti. E se poi Hermann Usener,
Anecdoton Holderi [ : ein BeiIrug zur Geschichte Roms in Ostgotischer Zeit («
Testo inedito comunicato all’Usener da Alfred Holder: contributo alla storia di
Roma nel periodo ostrogotico »). Festschrift zur Begriissung dcr XXXII.
Versammlung deutscher Philologen und Schulmiinner in Wiesbaden], Lipsia
[rectius : Bonn] ha pubblicato di su un manoscritto di Reichenau del secolo X
un passo di un sunto di uno scritto di Cassiodoro finora sconosciuto ( il passo
Tp. 4] suona così: « Boethius dignitatibus summit excelluit. ulraque lingua
peritissima orator fuit.... scripsit librimi de sanciti trinitate et capita
quaedam dogmatica et librum contro Nestorium. condidit et carmen bucalicum. sed
in opere artis logicae id est dialecticae transferendo ac mathematicis
disciplinis talis fuit ut antiquos auctores aut uequiperaret aut vinceret » ) e
a ciò è unito un tentativo di dimostrazione dell’autenticità di quei trattati, non direi che gli sia
riuscitoconciòdiconfutareffettivamente la opinione, rappresentata dal Nitzsch e
ripetutamente suffragata dai competenti specialisti. Poiché rimane senza
soluzione la contraddizione innegabile, che cioè un uomo, il quale si mantiene
assolutamente entro la sfera della filosofia della tarda antichità e non fa mai
il nome di Cristo, nè dice mai una parola intorno alla consolazione della idea
cristiana dell’opera di redenzione, si sia occupato minutamente di sottili
questioni di doinmatica cristiana. Se l’Usener (p. 50) dice che si devono
appunto tener separate le due personalità, dell’uomo e dello scrittore
appartenente alla storia della letteratura, questa è cosa che non sembra
possibile in tal maniera per l’autore della Consolatio philosophiae, il quale
anzi si trova direttamente in presenza della questione della teodicea,
questione appartenente all’orbita della religione. Ma poiché in quel
manoscritto di Reichenau neanrhe abbiamo un testo che sia dovuto allo stesso
Cassiodoro, bensì solamente l’opera di un epitomatore, che, come ammette
l’Usener (p. 28), riassume tutto il lavoro originale frettolosamente, e
attribuisce a Boezio fra l’altro anche un Carmen bucolicurn, rimane comunque
possibile che l’epitomatore stesso, stando sul terreno della tradizione ch'era
in circolazione dal tempo di Alcuino, abbia fatto partir da Abelardo 36 ), si
accumulano le citazioni tratte da quei quattro libri intorno alla Trinità, e
Gilbert de la Porrée li accompagnò con un ampio commento, sì che non era più
possibile lasciarli da parte, nel trattar delle questioni relative.,. Ma ’ 111
ordine a un influsso esercitato sopra la logica, c interessano qui
essenzialmente quegli assiomi, che l’Autore in principio del 3» Libro [cioè del
libro «Quomodo substantia, in eo quod sint, bonae sint, cum non sint smistanti
alia bona »] mette in testa a tutto, per poi ri arsi da essi, quando costruisce
nel corso ulteriore deiopera l’edifizio delle sue prove. Premessa una
definizione della communis conceptio, gli assiomi stessi”) si riferiscono alla
differenza, invalsa nella teologia, tra essenza Oòcfa) ed esistenza
(òrtóaraai?), in quanto che a quest ultima deve ancora aggiungersi la forma
dell’Essere, e per essa lia pertanto luogo una partecipazione, come pure
risulta la possibilità di un avere-in-sc, il che poi conduce alla distinzione
di sostanza e accidente, e serve di fondamento a distinguere due modi di essere
di quella partecipazione; ma, a tale proposito, viene ato rilievo anche alla
unità, in cui sono congiunte negli esseri semplici, a differenza dai composti,
la essenza e la es.stenza, e da ultimo viene messa in vista mia naturale
affinità di essenza in seno alla diversità esplicata. “Tp* * di Parigi, traua
r]af uth ’ ’ !•’ P ' ? 039 ’ Amho ™[ed. di d’Anjboisel W.Co^II.mTpI.iS
10Mr,Ser,,ti ^ Fra " S ° ÌS ZtaontZb no,a tìSu/ti£'Za rÌ39Ue etiam d “
ci,jlinis:Pr ° pOSUÌ «EQuesti prineipii, dei quali non ci concerne qui 1 uso
che se ne faccia nel campo teologieo-dommatico, non tardarono a essere citati,
anche da cultori della dialettica, come « regulae », insieme con altre «
auctoritates », e e da ritenere che vari studiosi di logica sin da principio,
su questioni ontologiche, si guardassero daH’andar contro questi assiomi,
perchè poteva inoltre esserci la minaccia di conseguenze pericolose,
relativamente alla Trinità. Così ne venne, che si ebbe qui non già soltanto una
più larga applicazione della logica alla teologia, ma anche un diretto influsso
di elementi dominatici sopra il movimento di elaborazione della logica nel suo
aspetto ontologico. [§ 9. Contrasto fra
logica e dogma]. Senza dubbio, con
questa mescolanza viene a verificarsi una situazione caratteristica, ed è cosa
notevole che in quell’epoca, naturalmente incapace di una chiara e meditata
separazione dei due campi (nel senso in cui 1 hanno intesa p. es. Cristiano
Thomasius o Pietro Bayle), venga enunciata tuttavia la incommensurabilità delle
due verità, teologica e logica, mentre si continuava a svolgere nello stesso
tempo i due punti di vista inconciliabili. Anzi proprio Abelardo stesso, il
Peripateticus Pwlatinus, ne dà la più eloquente testimonianza, quando 2)
Diversum est esse, et id quod est. Ipsum enim esse nondum est. At vero quod est, accepta
essendi forma, est alque consistit. 3)
Quod est, participare aliquo potest. Sed ipsum esse nullo modo aliquo
participat.... 4) Id quod est. Iutiere aliquid praeterquam quod ipsum est,
potest, ipsum vero esse nihil aliud praeler se, habet admistum. 5) Diversum est.... esse
aliquid, et esse aliquid in eo quod est: illic enim uccidens, hic substantia
significalur. 6) Omne quod est, parlicipat eo quo est esse, ut sit, ulio vero
participat, ut aliquid sit.... 7) Omne simplex esse suum, et id quod est. unum
habet. 8) Omni composito aliud est esse, aliud
ipsum est. 9) Omnis diversitas est discors, similitudo vero quaedam appetendo
est. Et quod appetii aliud, tale ipsum esse naluraliter ostenditur, quale est
illud ipsum, quod appetit fFL, dice che ai cultori della logica, ovvero
Peripatetici, Dio rimane ignoto, perchè da quelli tutto viene sussunto a una o
l’altra delle dieci categorie, laddove Dio non può cadere sotto alcuna di
queste 38 ) : e mentre ciò potrebb’eseere ancora interpetrato come il punto di
vista generale, venuto in uso fra i teologi da Agosthio in poi (efr. lo Scoto
Eriugena, Sez. precedente, note 120 s.), Abelardo, proprio relativamente alla
dottrina della Trinità, si pronuncia con la massima chiarezza, nel senso che
quella ha i suoi nemici più pericolosi nei dialettici o peripatetici 39 ),
argomentando costoro, dal punto di vista della logica, la unità individuale
dalla unità di essenza delle tre Persone, e, viceversa, dalla diversità delle
tre Persone la diversità della loro essenza 40 ). E non ténTI D B nRANn D VP
e0/ ' Chrht " V1271 (ne,la di Martene e Uuram) Thesaurus novus
Anccdotorum, Parigi, 1717, voi V) edt-ousin, II, p. 478]: Quod autem illi
quoque doctore's nostri UT intendimi Logieae. ill„ m summam majestatem, quam in
n . L eUm eSSe ',rofì "; nt ", r omnino ausi non sunt attingere, aut
Cum e Z oZ ? COm P rehender *’ ex ipsorum scriptis liquidum est. Cum erum omnem
rem aut substantiae aut alieni aliorum generalissimorum sub],ciani: inique et
Deum, si inter res ipsum eomdZnnZT ’ aut ? ubstantiis ’ quanti tali bus, aut
ceterorum pruedicamentorum rebus connumerarent, quod nihil omnino esse ex ipsis
convmcitur (p. 1273) [480].... qui tamen omnem rem aut siibstantiae aut alieni
aliorum praedicamenlorum applicanti palei leni 1’ ruCU,lu h .enpalelicorum
illuni summam [481] majeslatem omnino esse exclusam [PL], ' Christi'^tion / C 1
’, P ‘ 1242 C44, 8] j S " Pr " univers °> s autem inimicos
sani-lue TriniZZZ*’ J,,daeo \ sive Oenliles, subtilius fide,,, essores d el
Perquuunt. e, ucutius arguendo contendimi pròfessores dialecticae, seu
import,mitas sophistarum. quos verborum agrume atque sermoni,m inundatione
bentos esse Plato irridendo apZtzl mm T dem ’ ° ^ nane dZeZeos [PL^l 78, ]2 lT™
UUaS ^ maXlmM haere *es.... esse repressas eie. eillinl "'Z'f 'I' P ' 1266
r472,: in loco Kravissimae et difficili,mae Dialecticorum quaestiones
occurrunt. Hi quippe ex unitale duZsTtn, n ",tuU ' m Pecsonarum impugnanti
ac cursus ex [473] rìnZn, Pf ‘ rSO " an,m ldentlt !' u ‘ m essentiae
oppugnare laborant. rPL T?8 A C, TH Z'T"r P onamus ' r>°'« a
dissolvamus di A . r '° A, "dfd fa ora seguire una enumerazione, ' f P t
nl, . tre *, ‘•«""•o 'a Trinità, ricavate dalla logica, per
confutarle poi teologicamente. 1 è
facile (lifatti metter d’accordo il concetto aristotelico della sostanza
individuale con il domina della Trinità, sicché a rigore tutt’i cultori della
logica, che seguivano Aristotele, si trovavano inevitabilmente esposti alla
taccia di eresia. [ § io. Pietro
Lombardo. Bernardo da Ciiiaravalle]. Così
si riesce a spiegare come Pietro Lombardo (morto nel 1164 [1160.'']), mentre
sta ad attestare la connessione tra la controversia intorno alla Trinità, e la
scissione delle tendenze sul terreno della logica, respinga nello stesso tempo
qualsiasi applicazione della logica a quella fondamentale questione della
teologia 41 ). Anzi egli stesso è esclusivamente puro teologo in così alto
grado, che per lui la questione degli universali in generale non è neanche
oggetto di contesa; e mentre più tardi (particolarmente nella Sez. XIX) avremo
a sazietà occasione di ravvisare nei numerosi commenti ai « Sententiarum libri
quatuor » del Lombardo (ch’eran divenuti, com’è noto, il fondamento di tutta
quanta la letteratura teologica) un principale teatro della guerra intorno agli
universali, il Lombardo “) Petri Lomhardi Sententiarum 1, 19, 9 (/. 27, ed. dl
Ira, 1516 fdi Quaracclii: S. Bonaventurae Opera omnia l,p. ifUj): Videlur tamen
mihi ita posse accipi. Cum alt (seAugustinusJ « substantia est commune, et
hypostasis est particulare » ; non ita haec accepit, cum de Pro dicantur, ut
aecipiuntur m phtlosophtca disciplina, sed per similitudinem eorum quae a
philosophis dicuntur. locutus est; ut sicu/ ibi commune vel universale dicitur
quod praedicatur de pluribus. particulare vero vel individuimi quod d uno solo;
ita hic essentia divina dieta est universale, quia de omnibus personis simili
et de singulis separutim dicitur, particulare vero singula quaelibet
personarum, quia nec de alus hoc de aliqua aliarum singulariler praedicatur. I
ropter similitudinem ergo pruedicalionis substantiam Pei dixit universale, et
P^ s °nas particularia vel individua.... (e. 101 Dicuntur enim ^ d^erre numero,
quando ita difjerunt. ut hoc non sit tUud.... dl b ferunt Socrates et Pialo et
huiusmodi, quae apud philosophos dicuntur individua vel particularia; iuxta
quemi modum non possunt dici tres personae differre numero. Etc. [PI-, 192, 57
1 (I, 1, 14 e 1 )]. non si è in alcun luogo immischiato egli medesimo in questa
controversia, bensì solamente, con l’uso di determinate innocenti parole, ha
offerto a’ suoi conunentatori motivo occasionale di dare, nella lotta già
divanipata, libero corso al loro infiammato zelo. E come ciò si è verificato
nella più larga misura per le parole testé mentovate del Lombardo, così il
lettore delle « Sente*tiae » non può, a proposito di moltissimi luoghi, avere
neanche il piu lontano sentore della caterva di discus«oni, attinenti a,
problemi logici, che vi si sarebbe più tardi riattaccata la). De] resto ^ p.^
riproducono anche le sofistiche quistioni, più sopra (Sez. precedente, nota
303) citate, dibattute dalla teologia medievale « ■»). Nello stesso senso può
ricordarsi che anche un altro celebre contemporaneo, cioè Bernardo da Chi ara
valle (nato nel 1091, morto nel 53) apertamente si professa nemico della
dialettica «). simplex, i. e.'indivisibìlh et inmateliaÙs^pluna’ Es " cn,
j a restie! f r ia ’ te r de •h 1-2)1. O similmente L^L^ T-'T^ Qua «u,r'rÌ’ V
49 ’ r 61 ‘ 5 f?) ’ n, 17, i m ; ’ 19 ’ 1 fed ' logia trovò e aÌche°i dd
in -Ha teotenga esclusivamente alla
letteratura tcXrir° 0013 478) ’ appar " libro di Fr. Protois Pierri* tomi
ì .° 0f!ter m veniendam necescst logica causa elLuenZZ N P™ Slma «»'*•» omnium
inventa disciplinas investigarmi et ’unireM Tert'’ ^ prn ! !tl ' ct, as
Principales tractare, et disserro de UlZc Zà veracl ™’ honestius dlas cius per
dialecticum, honestius ner rhoZ ** ^ (,mmati c«m, veracundiae rectitudinem
veritatem heU, rtcam. Logica namque fa^asi testualmente nel mZZ’X"‘TZ ad ^
nitt ^ U s,esso 809]); cfr. ibid.. I r „ ) ì 2 Vn 7 m’ TI ; P 39 fPL > 17 6,
745, 752, 765], P ' ’ 2 (l >7); III, 1 (p . i 5) tPL> 176 . 1 Lhdasc., I,
12 (Opp., HI, p . fj) mj j 7fi 7 . q| . repertae fuerant; sed necesse luitloZ ’
* . ' • Ceterae pnus nemo de rebus con veniente J PljZ quoque invemn ; quoniam
quandi rationem agnoverii. / 6,u"vi
TmÓ' iqf IpZZZm ^ Istae tres usu prirnae lucrimi to/ i * * 176, 8091: venta est
logica Ouae cum dt i p ? stca P r °Pter eloquentiam indebet in doctrina Fr, J
‘, -''"'T' Ul " ma ' prima tamen Excerpt. pnor., loc. ciL, c. 23: In
designa la logica come « sermocionalis », perché tratta « de vocibus » 47 ), e
la divide ora in una maniera che ci ricorda molto da vicino lo Scoto Eriugena
(Sez. precedente, nota 105), dimodoché, appartenendo alla logica, secondo la
più vasta accezione della parola Àóyoc, ogni manifestazione della facoltà di
parlare, la logica stessa si divide così in grammatica e logica rarìonalis:
quest’ultima, corrispondente all’accezione più ristretta della parola Àóyo;,
viene poi ulteriormente suddivisa nella maniera ordinaria, tenuti presenti i
passi ovunque divulgati di BOEZIO. Movimento più intenso: grande estensione, E
IN PARI TEMPO CARATTERE UNILATERALE, DELLA LETTERATURA ATTINENTE ALLA
LOGICA]. Ben è vero che sarebbe stato
certo più comodo lasciare sin da principio legendis urtibus talis est orda
servandus. Prima omnium comparando est eloquentia, et ideo expetenda logica,
deinde etc. [PL], ) Didasc., II, 2 (p. 7) [PL Philosophia dividitur in
theoricam, practicam, mechanicam, et logicum. Hae quatuor omnem continenl
scientiam.... Logica sennotionalis, quia de vocibus tractat.... Hanc divisionem
Boetius fucit uliis verbis.... (segue il passo citato più sopra, Sez. XII, nota
76). *) Ibid., I, 12 (p. 6): Logica dicitur a Graeco vocabulo Àóyog, quod nomen
geminam habet interpretationem. Dicitur enim Xiyog sermo sive ratio (v.
Isidoro, Sez. precedente, nota 27): et inde logica sermotionalis sive
rationalis scientia dici polesl. Logica ralionalis, quae discretiva dicitur,
continet dialecticam et rhetoricam. Logica sermotionulis genus est ad grammaticum,
dialecticam atque rhetoricam: et continet sub se disertivam. Et haec est logica
sermotionalis, quam quartam post theoricam, practicam et mechanicam annumerami^
[PL, 176, 749-501. Excerpt. prior. TI1,
c. 22 (p. 339): Logica dividitur in grammaticum, et rationem disserendi. Ratio
disserendi dividitur in probabilem, necessariam. et sophisticam. Probabilis
dividitur in dialecticam et rhetoricam. Necessaria pertinet ad philosophos,
sophistica ad sophistas (v. BOEZIO). Grammatica filosofica est scientia RECTO
loquendi. Dialeclica dispulalio acuta, verum a falso distinguens. Rhelorica est
disciplina ad persuudendum quaeque idonea [PL, 177, 201-21. Didasc., Il, 29 (p. 14): Logica dividitur in
grammaticam. et in rationem disserendi. Grammatica razionale,... est litteralis
scientia.... Ratio disserendi agii de vocibus secundum intellectus fPL, 176,
7631. Ibid-, 31 (p. 15): Ratio
disserendi esaurirsi tutta quauta la logica in un simile cliché tradizionale, e
a questo modo anche le idee platonico-cristiane, del pari che la dommatica
teologica, avrebbero potuto continuare, senz’essere turbate nella loro
ingenuità, la innaturale loro alleanza con avanzi di aristotelismo atrofici e
contorti. Tuttavia l’intimo impulso ch’è peculiare alla dialettica, era pur
anche rimasto vivo, già fino a questo momento, in seno alla stessa ecclesia
docens, e poiché ora, come s’è visto, da due lati si faceva strada una più
energica spinta (da due lati: vale a dire, da un lato, proprio per effetto
della controversia dommatica intorno alla Trinità, e dall’altro, per effetto
della conoscenza sporadica, la quale gradualmente veniva compiendosi, dei libri
aristotelici fin allora ignoti), si levò ora, nel tempo stesso, sul terreno
della logica, accanto alla scuola di S. Vittore, con tutto il suo misticismo,
un ricco movimento, diviso in molteplici diramazioni : e qui la stona della
logica, dovendosi stare alle fonti esistenti, entra in un periodo di difficoltà
estrema. La difficoltà consiste cioè per prima cosa in questa circostanza, che
le informazioni a noi accessibili discendono bensì con abbondanza di notizie
sino al minuto particolare, ma intanto, con la loro forma semplicemente
frammentaria, ci lasciano all’oscuro, riguardo a tutt’i fili di collegamento: a
ciò si aggiunge ancora il carattere indeterminato della usuale espressione «
quidam » ch’era in uso [per designare i rappresentanti di una data tendenza], o
della integrale partes habet, inventionem et judicium (v. più sopra Boe:
divisivas vero demonstrationem, probabilem, sopluslicam. Demonstratio est in necessariis
argnmentis, et pertinet ail philosophos. Probubilis pertinet ad dialecticos et
ad rhetores. Sophistica ad sopliistas et caviliutores. Probubilis dividitur in
dialecticam et rhetoricam, quorum utraque integrales partes habet invenhonem et
judicium [PL, 176, 764], Parimente ibid.. Ili, 1 • i i * k’ 176, 765], Le stesse notizie
ritornano in una € Epitome iti philosophiam » «li Ugo, edita dall’ Hauréau
(Hugues de Saint-Victor: nouvel examen de l’èdition de ses oeuvres, Parigi
indicazione del nome di im cultore della logica, con la semplice lettera
iniziale; e così in generale (particolarmente p. es. riguardo a quel frammento,
al quale il Cousin diede il titolo « De generibus et speciebus ») 4 "), la
ricerca, che comunque sarebbe di già malagevole, viene attraversata inoltre da
molteplici difficoltà letterarie; per di più fra i relatori ce n’è parecchi che
in se medesimi son poco degni di fede, e c’imbattiamo in contraddizioni, che
non possiamo, per mancanza di altre fonti, risolvere in maniera adeguata. Ma se
poi si domanda ancora come questo materiale slegato e lacunoso debba venir
elaborato per la presente esposizione, ecco quel che debbo limitarmi a
rispondere: data la impossibilità di svolgere il pensiero dei singoli autori (per
la maggior parte non meglio conosciuti) secondo Cordine della successione
storica, io sono riuscito a trovare, dopo molta riflessione, soltanto
l’espediente di presentare l’epoca di Abelardo in blocco, e precisamente in tal
modo che, analogamente a quel che ho fatto nella Sezione XI, vengano messe
sott’occbio le numerose controversie, secondo l’ordine di successione di quei
gruppi che, negli studi di logica di quell’epoca, prevalgono per importanza,
quanto al contenuto; a tal riguardo è da notare che le varie opinioni intorno
alla Isagoge, cioè la disputa intorno agli Uni«) Non poteva non esser «ausa di
grave confusione, l’errore degli eruditi francesi, i quali con il Cousin hanno
ritenuto che questo frammento sia opera di Abelardo; sopra tale punto ha più
rettamente giudicato H. Ritter (sebbene non sia per noi accetta» bile la sua
congettura, riguardo l’autore di quello scritto: v. appresso la nota 146);
invece a prescindere dal Rousselot, che
non poteva ancora avere sott* occhio, quando compose la sua opera [Études sur
la philosophie dans le Moyen a Parigi, 1840-21, il VII 0 volume del Ritter anche il RÉMUSAT e persino I’Haureau han
fatto le. viste di non conoscer affatto la opinione del Ritter,. e, aderendo al
Cousin, si sono fondati sopra quello scritto per costruire argomentazioni, che
dovevano nuocere alla esatta esposizione della controversia intorno agli
universali. CABLO PRANTL versali, offrono un materiale più vasto che non i
dibattiti sopra le rimanenti parti della logica. Ma mentre degli autori più
eminenti e meglio conosciuti si viene così a parlare, in connessione con questi
motivi attinenti al contenuto, bisognava senza dubbio che io facessi una
eccezione, proprio per Abelardo: le vedute di lui intorno agli universali
potranno pine a loro volta esser fatte oggetto di sufficiente disamina
solamente più tardi, quando si tratterà di esporre la caratteristica di tutta
quanta la sua Dialettica, poiché egli è invero il solo, del quale possediamo
uno scritto, che abbracci quasi intiera la sfera della logica. Tuttavia mi è
sembrato che un tale smembramento della esposizione delle controversie, per
quanto si riferiscono agli universali, fosse qui proprio il minore
degl’inevitabili inconvenienti. Ad Abelardo potremo poi far seguire, allo
stesso modo, principalmente Gilbert de la Porrée e Giovanni da Salisbury. Per
effetto delle ragioni suindicate, lo studio della logica, a prescinder dalla
sua universale diffusione in tutt’i paesi, decisamente progredì, quanto alla
intensità, in rigore e precisione, e per quanta era la estensione del materiale
allora accessibile ai cultori della logica, ci si abituò, con la maggior
esattezza possibile, a ponderar e lumeggiare da vari lati tutte le particolari
tesi o controversie: certo con questo lavoro, mancando in modo assoluto una
base propriamente filosofica, poteva venir fuori soltanto una sottigliezza
contraddistinta da unilaterale formalismo, e die per un verso doveva condurre
al massimo sminuzzamento nella formazione di contrastanti indirizzi, mentre per
l’altro verso fu, a sua volta, parimente alimentata e rafforzata da quello: e
il numero dei magiatri, che in tal maniera, per lo più risolvendo polemicamente
i contrasti di opinioni, esplorarono con cura tutto il campo della logica, non
può forse, nella sola Francia, essere rimasto molto al di sotto del centinaio.
Non farà meraviglia che in un tale movimento quelli che non avevano a priori,
per ragioni teologiche, un sacro orrore della logica, si trovassero spesso
imbrogliati, al primo momento che ne intraprendevano lo studio 50 ) ; anche a
noi vengon pure quasi le vertigini, quando dai particolari frammentari
risaliamo a una conchiusione concernente quella totalità, alla quale essi
avevano appartenuto. È una grande illusione, a proposito del movimento di
quell’epoca nel campo della logica, creder di potersela cavare con i due
termini di « nominalismo » e « realismo », tutt’al più aggiungendone ancora un
terzo, cioè « concettualismo », poiché in primo luogo, come apparirà manifesto,
la divisione in tendenze contrastanti è ben più molteplice, e questa, in
secondo luogo, costituisce soltanto una parte dell’attività complessiva
spiegata nello studio della logica. Le
vicende dello studio della logica, NEL RACCONTO CIIE NE FA GIOVANNI DA SALISBURY.
Se ci possiamo interamente fidare di Giovanni da Sali-sbury, il quale spesso in
verità si è limitato a metter giù impressioni generiche, e in buona parte
puramente a memoria (v. appresso la nota 536), in quei decenni il corso seguito
dalla logica nel suo svolgimento, in quanto essa fu rielaborata in compendi
(artes) o in commenti o semplicemente in glosse 51 ), sarebbe 6tato in
complesso il seguente. Giovanni parla cioè di un awerM ) Abael. Dialect., ediz.
Cousin, p. 436: Sed quia labor hujus doclrinae diuturna*.... jatigat Icctores,
et multorum studia et aelates sublilitas nimia inaniter consumit, multi.... de
ea diffidentes, ad ejus angustissimas fores non audenl accedere; plurimi vero
ejus subtilitate confusi, ab ipso aditu pedem referunt. 51 ) Joh. Sakesb.
Metal., ITI, Prol., p. 113 (ed. Giles, voi. V [ed. Wclib, p. 117; PL): Nec in
transitu vel semel dialecti- corum attigi scripta, quae vel in arlibus vel in
commentariis aul glosematibus scienliam pariunt aut retinent aut reformanl. II
sario della sua concezione della logica, da lui simbolicamente denominato
Cornificio (v. appresso le note 528 se.), e in tale occasione dice 52 ) che
quel modo di fare, venuto in voga, di chi, senza uno studio metodico e
faticoso, vuol diventare filosofo, ma riesce in realtà a diventare solamente un
sofista e a addestrare gli altri nella pura sofistica, proviene da quella
scuola, nella quale ) Ibid., I, 1, p. 13 [ed. Webb, p. 8]: Cornificius non ter,
stu- diorum eloquenliae imperilus et improbus impugnatoti. (2, p. 14 [ed. Webb,
p. 9]): populum qui sibi credat habet; et.... ei.... turba insipientiurn
adquiescit. lllorum tnmen maxime, qui.... videri quam esse appelunt
sapientes.... 3, p. 15 ss. 110J: sine arlis beneficio.... faciet eloquentes et
tramite compendioso sine labore philosophos.... Eo autem tempore ista
Cornificius didicit quae nunc docenda reservut,... quando in liberalibus
disciplinis Intera nichil erat et ubique spiritus quuerebutur, qui (ut aiunt)
latet in littera. Ylum esse ab Hercule, validum scilicel argurncnlum a forti et
robusto argumentutore..., et in hunc modum docere omnia, sludium illius aetatis
erat. Insolubilis in illa philosophantiurn scola lune temporis quaestio
habebatur, an porcus, qui ad renalicium agilur, ab homine an a funiculo
teneatur. Item, an capucium
emerit qui cuppam integram comparava. Inconveniens prorsus erat oratio, in qua
haec verbo, «conveniens » et « inconveniens », « argumentum » et « ratio» non
perslrepebant, multiplicatis particulis negativis, et traiectis per « esse » et
« non esse », ita ut calculo opus esset, quotiens fuerat disputandum.
Sufficiebat ad victorium verbosus clamor; et qui undecumque aliquid inferebat,
ad propositi perveniebat metam. Eoetae, liisloriographi habebanliir infames, et
si quis incumbebat labori bus anliquorum (cioè degli autori dell’antichità,
Porfirio, Boezio), .... omnibus erat in risum. Suis enirn atit magistri sui
quisque incumbebat inventis. l\ec hoc tamen diu licitum, curn ipsi
auditores.... urgerentur, ut et ipsi, spretis bis quae a doctoribus suis
audierant, cuderent et conderent novas scctas. Fiebant ergo summi repente
philosophi; nani qui illiteratus accesserat, fere non morabatur in scolis
ulterius quam eo curriculo temporis, quo avium pulii plumescunl. Jtaque
recentes magistri e scholis ... pari tempore.... avolabanl. Bcce nova fiebant
omnia; innovabatur gramalica, immutabatur dialectica, contemnebatur rethorica;
et novas totius quadruvii vias, evacuatis priorum regulis, de ipsis
philosophiae aditis proferebant. Solam « convenientiam » sive « rationem »
loquebantur, « argumentum » sonabat in ore omnium, et.... nominare.... aliquid
opertim naturar instar criminis erat aut ineptum nimis aut rude et a philosopho
alienum. Impossibile credebatur « convenienter »
et ad rationis » normam dicere quicquam, aut facere, nisi « convenientis» et «
rationist mentio cxpressim esset inserta. Sed nec argumentum fieri licitum,
nisi praemisso nomine argumenti [PL ci si voleva mostrar geniali di suo, con
l’occuparsi, senz’altro fondamento che l’attitudine logica innata, di
controversie del genere più balordo (p. es., se un maiale, portato al mercato,
è tenuto dalla fune o dall’uomo, e simili), sempre tuttavia sputando con
arrogante albagìa alquanti termini tecnici della logica, un indirizzo, questo, tanto intollerante nei
riguardi di qualsiasi altra scienza e studio, quanto destinato, con la sua
mania del nuovo e il rapido trapasso dall’apprendere all’insegnare, a
frantumarsi subito nella più confusa varietà di vedute individuali. Questo
anfanare senza ima direzione, ha avuto ora per conseguenza 53 ), che ialini,
persuasi della vanità di siffatte cose, in preda a un pessimismo universale, si
son rifugiati nei monasteri, altri han posto mano, a Salerno e a Montpellier,
allo studio della medicina, per coltivare ora questa scienza con lo stesso
spirito cavilloso che prima mettevano nello studio della logica : ma altri a
lor volta cercavano di campare alle corti dei ricchi e dei potenti, e altri
infine, a nulla pensando fuorché a guadagnare quattrini, si son dedicati alle
sfere più basse di attività (v. appresso la nota 530): insomma, con tutta
questa genia, la logica e la scienza in generale son cadute nel massimo
dispregio. In seguito tuttavia continua
Giovanni ) per opera ") Ibid., c.
4, p. 18 ss. [ini. Webb, p. 12; PL, Alii
namque monuchorum aul clericorum claustrum ingressi sunt.... deprehendentes in se et aliis
praedicantes quia quicquid didicerant vanitus vanitatum est. Alii autem....
Salernum vel ad Montem Pessulanum projecli, facti sunt clientuli medicorum, et
repente, quales fuerant pliilosophi, tales in momento medici eruperunt...Alii....
se nugis curiulibus mancipaverunt ut, magnorum virorum patrocinio jreli,
possent ad divitias aspirare.... Alii autem.... ad vulgi profession.es easque
profanas relapsi sunt; parum curante* quid philosophia doceat.... dummodo rem
faciant f 11 » 6 > P138 [ed. Webb, p.
143; PL, 199, 904]: Non... inanem reputem operam modernorum, qui equidem
nascentes et convalescentes ab Aristotile, inventis eius nudlas adiciunt
rationes et regalas prioribus aeque firmas..Habemus graliam.... Peripatetico
Palatino, et alus praeceptoribus nostris, qui nobis proficere studuerunt vel in
explanatìone veterum vel in inventione novorum. ) Epist. 181 (voi. I, p. 298,
ed. Giles) [PL, 199, 179]: Sludiis tuis cangratulor, quem agnosco ex signis
perspicuis in urbe garrula et ventosa, ut pace scholarium dictum sit, non tam
inutilium argumentationum locos inquirere, quam virlutum. Tuttavia è anche possibile, poiché non sappiamo
nient’allro sul conto del Maestro Ra«E*» N,CER ' destinatario dt questa
lettera, che per urbs ventosa debba intendersi Avignone, essendo passato in
proverbio: « Avenio ventosa, stne vento venenosa, cum vento fastidiosa » fluiva
col non sapere nemmeno più quale fosse la opinione sua propria S8 ) : e intanto
poi, per amor di gloria personale, si disprezzavano anche gli autori antichi, e
si metteva da parte quell’ordine, al quale la logica scolastica si soleva
attenere 5B ). E infine vien fatta ora inoltre espressamente la osservazione,
che questo enorme e stupido dispendio di tempo e di energie aveva per suo
principale obbietto la Isagoge, e che questa veniva commentata, assumendosi a
compito esclusivo e supremo la contesa intorno agli universali 60 ), sicché da
ultimo nella *') Melai., II, 6, p. 72 [od. Webb, p. 71]: Indignantur....
puri philosophi et qui omnia praeter logicam dedignantur, aeque grammaticae ut
phisicae experles et ethicae.... c. 7, p. 73 [72] : qui damant in compilis et
in triviis docent, et in ea, quam solam profitentUT, non decennium aut
vicennium, sed lolam consumpserunt aelatem.... Fiunt itaque in pile rili bus
Achadcmici senes, omnem dictorum aut scriplorum excutiunt sillabam, immo et
litleram; dubilanles ad omnia, quaerentes semper, sed numquam ad scientiam
pervenientes; et tandem convertuntur ad [73] vaniloquium, nesciente* quid
loquantur aut de quibus asserant, errores condunt novos, et antiquorum (cioè
degli autori dell’antichità, come più sopra, nota 52) aut nesciunt aut
dedignantur sententias imitari. Compilant omnium opiniones, et ea quae eliam a
vilissimis dieta vel scripta sunt, ab inopia iudicii scribunt et referunl....
Tanta est opinionum oppositionumque congeries, ut vix suo nota esse possit
auctori [PL], lbid-, c. 18, p. 93 [96;
PL] : De magistris ani nullus aut rarus est qui doctoris sui velit inhaerere
vesligiis. Ut sibi faeiat nomea, quisque proprium cudit errorem. Polycr., VII, 12, p. 126 [cd. Webb, li, p.
141] : Veterem.... quaestionem in qua loborans mundus iam senuit, in qua plus
temporis consumptum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio
consumpserit Coesarea domus.... Haec enim tam diu multos tenuit ut, cum hoc
unum in tota vita quaererent, tandem nec istud nec aliud invenirent [PL, 199,
664]. V. inoltre appresso, nota 540. “1 Enthetìcus, v. 41 ss.: Si sapis
auctores, veterum si scripta recenses, Ut staluas, si quid forte probare velis,
Undique clamabunt « i ctus hic quo tendit asellus? Cur veterum nobis dieta vel
acta refert? A nobis sapimus, docuit se nostra juventus, Non recipit veterum
dogmata nostra cohors. Non onus accipimus, ut eorum verbo sequamur, Quos habet
auctores Graecia, ROMA colit.... » (v.
59) « Temporibus pioniere suis veterum bene dieta. Temporibus nostris jam nova
sola placent ».... Haec schola non curat, quid sit modus, ordove quid sit, Quam
teneanl doctor discipulusque viam [PL Metal., II, 16, p. 89 [ed Webb, p. 901:
Sed quia ad hunc elementarem librum (cioè le Categorie) magis elementarem
quodamSTORIA DELLA LOGICA IN OCCIDENTE disamina dello scritto di Porfirio si
finiva con il cacciar dentro tutta la filosofia, offrendosi in tal modo un
campo alla sodisfazione della vanità personale, e ugualmente recandosi danno
all’insegnamento La polemica intorno agli universali: si PUÒ DIMOSTRARE CHE
ALMENO TREDICI ERANO LE CORRENTI, NELLE QUALI SI DIVIDEVANO LE OPINIONI SU
QUESTO PROBLEMA. Così le notizie, di carattere più generale, trasmesseci da
Giovanni da Salisbury, ci portano naturalmente a prender in esame le
controversie intorno agli universali, e da quel che abbiamo veduto sinora, ci è
lecito concliiudere legittimamente, che la contesa divampò, in quella maniera
unilaterale e sofistica, nei primi decenni del secolo XII, sicché qui si
presenta manifesta la connessione storica con la comparsa di Roscelino e con le
lotte insorgenti in quell’epoca (v. la Sez. precedente, note 312 ss., e
particolarmente 326). Ci sono anzi ragioni interne, militanti a favore della
opimodo scripsit Porphirius, eum ante Aristotilem esse credidit antiquilas
praelegendum. Recte quidem, si
recte doceatur; id est ut tenebras non inducat [91] erudiendis nec consumat
aetatem.... c. 17, p. 90: Naturam tamen universtdium hic omnes expediunt, et
altissimunì negotium et maioris ìnquisitionis contro menlem auctoris explicare
[92] nituntur. Ibid., Ili, 5, p. 136 [141]: qui in Porphirio aut
Categoria explanandis singuli volumina multa et magna conscribunt [PL, 199:
873-4, 903]. Ciò trova conferma in una espressione di Abelardo: v. appresso la
nota 104. I Ibid., I], 20, p. 113 [ed. Webb] : Nec fideliter cum / or ph trio
nec utiliter cum introducendis versantur qui omnium de generibus et speciebus
recensent opiniones, omnibus obviant, ut tandem suae inientionis erigant
titulum. Ibid., Ili, 1, p. 117 [ c d.
Webb, p. 121]: Austerus nimis et durus magister cst'lollens quod positura non
est et metens quod non est seminatum, qui Porphirium cogit solvere quod omnes
pbilosophi acceperunt; cui salisjactum non est, nisi libellus [122] doceat
quicquid alicubi scriptum invenitur.
Polycr., VII, 12, p. 129 [ed. Webb, II, p. 144]: Qui ergo Porpniriolum
omnibus philosophiae partibus replent, introducendorum obtundunt ingenia,
memoriam lurbant | PL, 199: 888, 891, 666], Vedi inoltre il passo di Guglielmo
da Conches, che si troverà citato appresso, ne, secondo la quale, a partir da
quel momento, nelle controversie concernenti gli universali, sarebbe stata
piuttosto prevalente, in un primo tempo, la concezione nominalistica : non
soltanto infatti è indizio di una tale prevalenza la circostanza, che quei
cultori della logica, a quanto riferisce Giovanni, assumevano un contegno
esclusivistico e intollerante contro qualsiasi scienza reale (note 52 e 58), ma
riesce anche facile argomentare che gli scrittori citati da Giovanni, come
benemeriti del risveglio degli studi di logica, tutti quanti alieni da un
nominalismo estremo, o anche in parte avanzati sino ai limiti estremi del
realismo, hanno provocato o promosso in ogni caso una rivoluzione, la quale
determinò il passaggio dai principii nominalistici verso differenti cammini. Ma
da una più esatta e approfondita ispezione delle fonti a noi accessibili,
risulta chiaro che, per tale riguardo, come abbiamo già detto, il dissidio
delle opinioni non si aggirava soltanto entro i limiti di un contrasto
dicotomico o tricotomico, bensì si manifestava distinto in una serie di
graduazioni più numerose. La più precisa notizia ce la dà ancor una volta
Giovanni da Salisbury, e, stando a quella, la diversità di opinioni
relativamente agli universali, ha preso la forma seguente: 1) la opinione di
Roscelino, che gli universali sieno voces 6J ) : v. le note 76 ss. di questa Sezione; 2)
quella di Abelardo e de’ suoi seguaci, che cioè gli universali vadano ridotti a
sermones, non potendo K ) Metal., Il, 17, p. 90 [ed. Webb, p. 92; PL, 199,
874], dove alle parole testé citate (nota 60) fa seguito immediatamente quel
passo intorno a Roscelino, che abbiamo veduto alla nota 318 della Sezione
precedente. mai il predicato di una cosa esser esso stesso una cosa 03 ): v. appresso le note 283 ss.; 3) la tesi, che
intellectus o nono, nel senso attribuito a questi termini da Cicerone (cioè
dagli Stoici), sia ciò che si chiama « universale » M ) : v. appresso le note 581 se. Da costoro
Giovanni distingue poi quelli che si tengono attaccati alle cose ( « rebus
inhaerent »), ma a lor volta si scindono in varie tendenze, e dunque: 4) la
opinione che fu poi subito ancora abbandonata, di Gualtiero da Mortagne,
secondo la quale gli unie! ) lbid.: Alius sermones intuetur et ad illos
detorquel quicquid alicubi de universalibus meminil scriptum ; in hoc attieni
opinione deprehensus est Peripateticus Palatinus Abaelardus nosler, qui multos
reliquit et adhuc quidem aliquos habet professionis huius sedatores et testes.
Amici mei sunt ; licet ita plerumque captivatam detorqueant litleram ut vel
durior animus miseratione illius movetur. Rem de re praedicari monslrum
dicunt; licet Aristotiles monstruositatis huius auctor sit, et rem de re
saepissime asseral praedicari; quod palam est, nisi dissimulent, familiaribus
eius. **) lbid. (in continuazione): Alius versatur in intellectibus, et eos
dumtaxat genera dicit esse et species. Sumunt enim occasionem a Cicerone et
Boetio, qui Aristotilem laudani auclorem, quod haec credi et dici dcbeant
noliones. « Est autem », ut aiunt, « notio ex ante
perceplu forma cuiusque rei cognitio enodatione indigens » (cosi effettivamente
Cicerone, nel passo citato alla nota 37 della Sez. Vili, passo che mostra
tuttavia nello stesso tempo com’egli si riferisse non già ad Aristotele, bensì
a « Graeci », cioè agli Stoici). Et alibi; « Nodo est quidam intellectus et
simplex animi concepito » (così Boezio, ad Cic. top. [Ili], p. 805 [PL, 64,
1106], dove si commenta quel passo di Cicerone: solo [che in Boezio si legge r,
" ltUr ea in Versoi r "“°" e singularibus specialissima genelerce
1 aque ™nstuml. Sunt qui more mathematicorum « fornuis » 142] rifinì AW'/
1 lddquid de univLalibus lert.l.,,1
referunl. Alu discutiunt «
tntellectus » (3) et eos uniiZ “ U uomimbus censeri confirmanl. Fuerunt et qui
«voces» (lt ìm*h. UùJZ U L S "'“ *•-»» «M,,c qui r l JVella ediz. Cousin
degli Outr. inéd. d’Abélard p 513n P genertbus et speciebus diversi diversa
sentiunt. Alii namqul voces rebus Zo a n?hil P ho PS «dngularcs esse affirmant,
in rebus vero mìni horum assignant. Alti
vero res generales et speciales universales et singulares esse dicunt; sed et
ipsi interne cieTe» 0 *, ' ntlUnt P'"d« m enim dicunt singularia individua
esse species et genera subalterna et generalissima, alio et alio modo alterna
mento la distinzione tra coloro che qualificano gli universali come vox
[voces], e quelli che li considerano come res, ma della posizione di questi
ultimi vengono nominate soltanto due sottospecie, cioè 10) la così detta ratio
indifferentiae (v. appresso le note 132 ss.) e 11) il punto di vista di
Guglielmo da Champeaux, v. le note 102
ss. Di queste varietà di opinioni parla inoltre una volta anche Abelardo 7S ),
ricordando, in seno al realismo, pri(lo stesso autore indica questa opinione
come « sentendo de indif- ferendo »: v. appresso la nota 133). Atti vero
quasdam essendas universales fingimi, quas in singulis individuis totas
essentialiter esse credunt (che qucst'ultima sia la opinione di Guglielmo,
risulterà chiaramente appresso). ™) iE cioè nelle Glossulae super Porphyrium,
già più sopra (nota 13) ricordate, e riferite dal Rémusat, op. cit., p. 96
(neanche qui purtroppo ci vicn fatto conoscere il testo originale): La grande
queslion que PorphyTe indique en débutant.... arrète Abélard, et il est
presque obligé de la traiter seulement pour la poser. Toules les opinions sur
les universaux se prévalent, diuil, de grundes auto- rités [testo originale,
ed. Geyer: «De generibus et s peci eh us quaestiones enodarc compeUiinur, quas
(nec ipse Por- pkyrius ausus est solvere, cum cas tamen tangendo ad earum
inquisitionem accenda! lectorem ». E,
dopo aver accennato alla varietà delle soluzioni proposte : «tamen unusquisque
lue- tur se aurtorilate i u d i c e » (p. 512)] (già qui la traduzione del
Rémusat è sbagliata, poiché nella nota egli riproduce le parole dell'originale,
« unus quisque se tuetur auctoritale iudice », e queste voglion dire che
ciascuno avvalora la propria opinione con l’autorità tradizionale, cioè
Aristotele).... p. 97 : Le premier syslème est celiti de l’existence des choses
universelles. lì est plusieurs manie- res de Vétablir. Suivant l’une eie. [Geyer, p.
515: .... primam (se. sententiam de universalihus) quae de rebus est, primi-
tus exequamur. De qua etiam sunt plurcs opiniones, cum alii aliter res
universales esse affirmant. Nominili
cnim....] (ora viene la opinione di Guglielmo da Champeaux: v. appresso la nota
105)... p. 99: «La seconde manière» ecc. [Geyer, ma di tutto le due tesi dottrinali anche
testé ricordate, ma poi 12) una concezione, secondo la quale la differenza ra
genere e individuo risiede soltanto in un modo par- ticolare (propalasi) di
esistere, in quanto che 1W versale può presentarsi così in parecchie cose
insieme come anche in esseri singoli. Invece nel De intellectibus del
Pseudo-Ahelardo (v appresso le note 416 ss.) si trova soltanto espressa, in
amerà ^determinata e generica, la distinzione tra rea- sii, nominalisti, e
opinione di Abelardo u ). l'ZL'mZp mTtó, appreso pou r soutenir que les
universali sonldesdoses VoulZT "T^ la communauté, l’on dii ai,'entri- l„
Voulant expliquer singtdière est une diffide TlrtruTl et l * cho.se a etre
universelle, la proprietà ani Inni' ",> . ropne, ' i ( l ul consiste
mal, le corps est nniZZl et Zel " ? ^ • bt ****- L'ani- et quelque corps ;
mais dire un étre qui aliter re,
universales esse videninV affi “ " n® r, u m a 1 i i, nitatem assignnntes
dicunt rem .,t;„ • ®,rniare * Hj re bns comrmi- id est alterins proprietatis
(il C uru . ver . 6a ^ em > aliam singularem, inéd., p. 522 IDe Zen et s Jc
\ « V “ CoVSIN ’ Ou.tr esse ex hoc quod est onivTsai et ^ V ” EAV ’ V, 313)
Iaris. Ut animai est
universale et mm!!""* h ° C q ” od est sin SB- vel aliquod corpus.
Tale est enini ^ ’ j CC t ? men al| quod animai mal esse universale, ne si
dieatnr- ni. Undum,lanc sen tentiam ani- animal est, et tale est hoc animai
" a s “ nl quorum unumquodque dieatnr: una sola rea«J°hoc d T, 8ol °» ac -
espressa in forma indeterminata la r „ n l . na]ment ^ (P- 106) segue, voces
[cfr. Geyer, p. 522 - 31 . ’
oncezione degli universali come ^à-VtoZ^ 63 : Philosophie sco - Quidam enim
volimi omnZloZ f * diversa -^ntiunt. dam nullas ^ro folti snnt (mane. Il lo,.,
”ha "“(til T :zh r p- * T„,-irr rato vel albo Zane cana l VOCabul °'
!" ^pus ipsum a colo-altri invece, e certamente i più sconsiderati e più
radicali, come p. es. un tal magister « \ . si appigliavano unicamente al «
significare », sì che per e6si in ciascuno dei predicati assegnati a una cosa
qualunque, si trova insieme già significata la cosa stessa: e degno di nota è
che costoro si appoggino per tal riguardo alla grammatica, secondo la quale
ogni nome significa così una sostanza, come anche, al tempo stesso, una qualità
83 ). Dovevan essere nominalisti di quest’ultima specie anche coloro che, forse
seguendo in maniera unilaterale le vedute di Rosceliuo (Sez. precedente, nota
321), si spinsero sino ad affermare che la semplice dictio (vale a dire la
parola singola, in opposizione con il giudizio) non porta in generale affatto
in sè parti dell’atto intellettivo, vale a dire neanche parti simultanee, bensì
come un punto, comprende in uniLà indifferenziata tutto quel che cade entro
l’accezione della parola 84 ). Alcune
particolari conseguenze del nominalismo, in ordme alla teoria delle categorie,
vedile appresso, alle note 196 s. e 199. M J lbid.: ....Hi vero, qui onirtem
vocum impositionem in significutionem deducunt, auctorilatem protendimi, ut eu
quoque significati dicant a voce, quibuscumque ipsa est imposila, ut ipsum
quoque hominem ab animali, t ei Socratem ab homine, vel subjectum corpus ab
albo vel colorato; nec solum ex arte, verum edam ex auctoritate grammalicae
id conantur ostendere. Cum enim tradat
grammatica, omne nomen substantium cum qualitate significare, album quoque,
quod subjcctam nominat substantium, et qualitqlem determinai circa eam,
utrumque dicitur significare (dunque, secondo il Cousin, questo dovrebb’essere
il modo di vedere proprio del realista Guglielmo da Cbampeaux!). M )
Pseudo-Auael. de ititeli-, loc. cit-, p. 472: Sunt iluque inteilectus
conjunctarum ve! divisatimi rerum, dictionum tantum; cotijungentes vero vel
dividentes intellectus, oralionum tantum sunt. liti quippp simplices sunt, isti
compositi (Tale la opinione del1 Autore). Sunt plerique fortassis (cioè
nominalisti), qui intellectus simplices nullas ninnino purtes habere concedant,
ncque scilicet per sticcessionem nequc simili (vale a dire parti
non-simultanee, o successive, ne ba in generale soltanto il giudizio, ma non
mai la parola singola). Qui enim, inquilini, plura simul intelligit, una
simplici actione omnia simul attendit [Arali.. Opera, ed. Cousin, La teoria che
gli universali sono « maneries » : Ucuccione].
Ma era certo una ramificazione del nominalismo la tesi sostenuta
relativamente alla « manerics » (v. sopra la nota 69); poiché è vero che
Giovanni da Salisbury l’annovera tra le opinioni realistiche; ma, d’altra
parte, non soltanto suscita in noi gravi dubbi quel passo di lui, riferito più
sopra (nota 70), dov’egli già finisce con il qualificare tutto quanto come realismo,
bensì dobbiamo anche tener conto di un’altra fonte d’informazioni: infatti,
secondo quel che viene altrove perentoriamente riferito, erano i nominalisti
che, a sostegno della loro opinione, secondo la quale generi e specie sono
soltanto le parole, piu universali o più particolari, enunciate nel soggetto o
nel predicato, senz’altro denominavano, nei rispettivi passi di Boezio e di
Aristotele, la « res » « vox » e il « gemisi « maneries » *>). La parola «
maneries » per "se stessa non e, parimente, nè così mostruosa nè così
rara, come Giovanni mostra di ritenere nella notizia più sopra’ riferita: non
soltanto infatti la s’incontra, con accezione generica, in Bernardo da
Cliiaravalle 8S ), ma, addirittura in senso specificamente logico, in un altro
au) De gen et spec., loc. cit., p. 522: Ntmc illam sementiam quue toces solas
genera et species unìversales et partici,lares praesubjectas asserii et non
res, insistamus.... ( p 523 ) Boethius, ira commentano super Categorias ([L.
I], p . 114 rp[, 64 162n dici « quoniam rerum decem genera sunt prima,
necessefuUdSem suhilrH i eSS \ S,m f. llces voces > dune de simplicibus fin
Boeziosubtectis J rebus d,perenti,r ». Hi tamen exponunt: « genera id est
Z"Z1* S L r : 0 r dam ™ Aerili 1 S f 7 Jm rme p aS,raduzi0ne di BOEZIO
[Prima Ldino, 1, 7. ed. Meiser, Pars Pnor, p. 82; PL, 64, 318], p 233)«rerum
alme sani unìversales, aline sunt singulares». Hi tamen rUatibic Lo r onTì;,d T
° C " m HU "“ tem tnm «PertM auctomentili aut e n‘ l ir"*
",lentes ’ aut di ™nt «udori,a,es TncTdunt. P labor «utes, quia excoriare
nesciunt, pellem . Epi y402 S° pera ’, d Martène, Venezia, 1765, 1, p.
156)m"614] 1 wn ' s pro *,f!lll ° sU dilla ad mommi non erat [PL, tore dei
primi del Duecento, cioè nel canonista Uguccione (morto nel 1212), il quale nel
suo scritto lessicale definisce « species » come « rerum maneries » 87 ). E a
quel modo che questa parola (il francese « manière »), se stiamo alla sua
precisa etimologia, ci riporla da ultimo al significato di « maneggio » o «
modo di trattare » [« Behandlungsweise » da « Hand », come «maneries » da «
manus »] S8 ), cosi, nel suo uso logico, ha dovuto anzitutto significare il
modo d’intendere subbiettivo, e pertanto raccostarsi alla concezione
nominalistica, o a quel tale « colligere » che abbiamo veduto alla nota 68;
invece, soltanto allorché «maneries» dall’accezione « maniera, guisa », a poco
a poco fu volta a significare una « sorta », fu possibile prenderla, come
termine della logica, in senso oggettivo, per tal modo che potè entrare in
giuoco la questione dello « status » (nota 65), sebbene, anche trattandosi di «
sorta », venisse ancor fatto abbastanza facilmente di pensare all’ « assor¬tire
» (cioè colligere). I Platonici: a)
Bernardo da Cliartres Gli avversari unilaterali degli unilaterali nominalisti
furono comunque i veri e propri platonici, tra i quali ci si presenta per
primo, come principale rappresentante, Bernardo da Cbartres, soprannomi*0
Uguccione, autore di una Stimma Decrelorum e di altri scritti canonistici (sul
conto di lui, notizie più precise nel Sarti, de clarissimis Arcbigymnasii
tìononiensis projessoribus, I, p. 296 ss., c nella Prefazione del Du Cange al
suo Glossario,Ugutionis vocabularium »]), aveva scritto un vocabolario (liber
derivationum), ricavato in parte da quello su ricordato (Sez. precedente, note
286 ss.) di Papias, e conservatoci in numerosi manoscritti. Da esso il Du Cange
j. v . «Maneries » riferisce le seguenti parole: Species dicitur rerum
Maneries, secundum quod dicitur « Herba huius speciei, id est, Maneriei,
crescit in borio meo ». “) Vedi Diez, Etymtdogisches Wórlerbuch der romanischen
Sprachen, p. 216 [s. v. «Maniero», p. 203 della 5" ediz.j. Parola del
tutto diversa è maneria, derivante da maneo e affine a mansio, con il
significato di « soggiorno » (v. il Du Cance, s. v. « Maneria »).nato Sìlvester
(viveva intorno al 1160). [Oggi dai P,U . 81 r,t, ° '' dell, pera idea
platonica, laddove il “tLÀTSH”' fica iniziarsi della mescolanza co „
"*”>la olitolo l’aggettivo {album) è ritenuto e, •’ m °“ lre
contaminazione insanabile della idea coó 1 T"' '* orna Pertanto ci didicUe
del".;.7b ‘ “"T sieno state rese ne.» . «eptorare che non ci * i
.™.,r,:;LT H ~ ri,e nere)], _ PmtaLtt',2ri tu’in 893hVr"“ a o f C 2;;.™* idem 120 [ed i
Wcbb ’ 124; PL AÌebai a R et q “ Ìbus
dominamtur den °a ~r, 2 ?»SSS. tn ffi emm il/ud, ‘ x culiàs^ l qùod^vJ r b 1
ui^ l lg > ',t ^ nem,/ >v. nelle Opere del Venerabile Beda (ediz. di
Colonia, 1688, li. p. 206 ss. [PL, 90, 1127 ss.]). Ma proprio questa medesima
parte della Philosophia detta minor la si ritrova da capo, non soltanto
ristampata nella Maxima Bibliotheca Patrum [di Lione], voi. XX, p. 995 [PL,
172, 40 ss.], dov’è indicato come suo autore Onorio da Autun (Sez. precedente,
nota 373) [Honorii Augustodunensis De Philosophia Mundi 11 IVI. bensì ancora in
un libro che sta a sè, con il titolo: Philosophicarum et astronomicarum
institutionum Guilei mi, Hirsaugiensis olim abbatis, libri tres, Basilea, 1531,
in -4°. (Questo abate Guglielmo da Hirschau, nato nel 1026, morì nel 1091: v.
Pertz, MGH, VII, p. 281; XII, p. 54 e p. 64 ss.; XIV, p. 209 ss.). Se ora 1’
Hauréau ( Singularilés hist. et litlér., p. 240) a favore dell’attribuzione di
quello scritto a Guglielmo da Conches può richiamarsi a un manoscritto di
Parigi, e nello stesso tempo allega la testimonianza di Guglielmo da S.
Thierry, un avversario contemporanco, io ritengo senza dubbio questi argomenti
conte decisivi, ma è da richiamare in ogni caso l’attenzione sopra il fatto che
nella stampa nominata per ultima (fatta astrazione da frequenti piccole
modificazioni della espressione letterale) è menzionato in più luoghi per nome
l’autore arabo Costantino Cartaginese, e del pari è nominato una volta anche
Johannitius, cioè Hunain Ibn Tshàk, mentre nelle altre edizioni a stampa, in
luogo di questi nomi figurano soltanto le espressioni indeterminate «
philosophus » o « philosophì », sicché questa variante richiede forse ancora
una ricerca più approfondita. Le glosse di Guglielmo da Conche* al De consol.
phil. di Boezio ei sono state fatte conoscere da Ch. JourDAIN (nelle Notices et
Extraìls des manose., voi. XX, p. 21. Ma
se, come vuole 1’ Hauréau ( op. ull. cit ., p. 242 s.ì sia da attribuirai al
nostro Guglielmo anche il commento al Timeo, che il Cousin (Ouvr. inéd.
d’Abél., p. 644 ss. r648-157]) ha pubblicato in estratti, attribuendolo a
Onorio da Autun, sarebbe cosa da lasciar in dubbio. Senza contestazione sono
invece di Guglielmo quei frammenti [della secunda e tertia philosophia
(Antropologia e Cosmologia)], che il Cousin ha pubblicati ibid.. p. 669 ss.
r670-7. 1,’Ott AVMNO ha curato la
pubblieaz. di Un brano inedito della « Philosophia » di G. di C., Napoli, 1935,
illustrando nella Prefazione lo stato attuale delle questioni relative].
glielmo »^) svolge, secondo I ‘ P l8tIca ~ che G u . grafìa, psicologia e
fisica 9 ‘ c ). ben sì ^p 21 ™ 16 di co »niof, oens! ci limiteremo a quel Bcda,
p. 207 r (PL. e 9o" 112820l per
mundi ère,,iohoc foctus est aLmT ** ° ngel,,s “-/"'deus \ f To nnifice ;
(irlif(, x mundutn creanti )T°’ r,i ^
v„i. 75 ( 'i873! R ;.1;rs. dc,rArcatlt ' mi; d 'Vie.;: poco clic c’è ila rammentare, in ordine alle
questioni di logica vere e proprie. Guglielmo, che sul terreno della
gnoseologia si pone dal punto di vista platonico, di un idealismo che procede
verso l’alto er ’), e anche espressamente sentenzia che tra i filosofi pagani
egli dà la palma a Platone " 6 ), distingue si una quadruplice maniera di
considerare tutte quante le cose, cioè dialettica, sofìstica, retorica,
filosofica 87 ), ma relativamente alle prime due (quanto alle due ultime, è per
lui cosa che già s’intende da sè) si schiera risolutamente dalla parte dei
realisti, combattendo coloro che volevano escludere qualsiasi realtà, o infine
da ultimo neanche volevano ammettere più i nomi delle cose, bensì, in generale,
alquante parole solamente (che sarebbero poi le quinque voces) 9S ). Ma,
analogamente allo Scoto Eriugena, egli almeno riconosce tuttavia, richiamandosi
a Boezio, che appartiene allo spirito umano la funzione d’imporre alle cose che
hanno “) V. i frammenti riprodotti dal Cousin, op. cit., c specialmente p. 673
s. M ) Nella edizione già ricordata del Gratarolus, p. 13: Si gentili*
adducenda est opinio, malo Plalonis quam alterius inducalur; plus numque cum
nostra fide concordai. ”) Ibid., p. 4: De eodem numque dialectice, sophistice,
rhelorìce, vel philosophice disserere possumus. Considerare numque de ali quo,
an sit singultire un universale, est dialeclicum; probare, ipsum esse quod non
est vel non esse quoti est, sophisticum est: probure, ipsum esse dignum proemio
vel poena, rhetoricum: sed de natura ipsiusque moribus et officiis disserere,
est pbilosophicum. Dialecticus ergo, sophistn, oralor, philosophus, de eudem re
diversa considerunles et intendentes disputare possimi. ”) Ibid., p. 5: Quod
intelligentes quidam res omnes a dialeclica et sophisticu di sputulione exter
minar erunt, nomina lamen earum receperunt, eaque sola esse universalia vel
singulttria praedicaverunt; deinde supervenit stultior aetas, quue et res et
earum nomina exclusit alque omnium disputationem ad qualuor fere nomina
reduxit; ulraqiie tamen seda, quia non erat ex deo, per se defecit. Quei qualuor nomina non posson essere altro elle le
quinque voces, escluso forse il proprium : in antitesi ron una siffatta
riduzione di numero, incontreremo in compenso anche sex voces: v. la nota 278.
mulo franti. ^r^roi 1 zj,,on'» Se Be 'ZlTcZ, “‘“T* O»»]. 8rao platonico,
princiml mamfe8tava J ano realilenm affermazioni idealistiche"' 6 .
e8prÌBlendo8Ì con soficanti, era in ogni caso imn ° 3 am P lificazi om edit0ria
*”**• d i prender oranti JT ° ^ meri * relazione debba pensarsi che L,]i “
8lderare “ quale esistenti, stiano con gl’individuf.U1 "r erSah> come
eose c7° C ° nSÌ8te Ia ^portanza 2*^J, * ten * C h ani P e a ux (morto nel 119
!) ; U ^ llel «o da ! ma lo 8Ìeo, nel realismo di hii n ’ U pnnto * Imea,
rispetto al pimto di ’ P “” ancora m seconda varsi tuttavia, fin da principio i
^ De ™ rileGuglielmo da Champeaux siàm^l "‘T" 0 * Ue idee di C081
minutamente informati, ^,lmgi dall’essere 8in ; di ahri,. pe re h è rir; r r^ ioj,e
dei c assolutamente andar oltre il n na non Possiamo notizie, a noi
accessibili, che,mnT° * ^ ghw ono le a equivoci «»*). “ lascino per nulla adito
w ) Ibid., p. 29 o, • i Hit 12’un°A OCUlÌS muìlT 1 constituto tr :~«4 ^.rr
»" stolrfe in prìmam T? “‘T"' sub °P™£ dicati?’s "’ m istn
Stendi . aliai,,,,,,} * secun dam dividitur ali,, ‘H*’ un et e "b Ari \ T
° P° S! "*sio. ’ allf P‘»ndo ... actus b . 199, 8321 ’ SARESB I, s, p . 2,
S li r . led ^cbl», p. 16-7; PL Della produzione letteraria di Guglielmo, non
abbiamo sotto mano nulla, cbe riguardi oggetti di pertinenza della logica 103 )
: siamo così ridotti a servirci principalmente di una notizia di Abelardo, il
quale mena vanto di avere combattuto con felice successo le idee di Guglielmo
intorno agli universali, di guisa che quest’ultimo le modificò in misura
notevole: ma con questo il suo insegnamento ci scapitò, per autorità e per
concorso di uditori, a tal punto che finirono con il passare forglielmo da
Champeaux tutte quante quelle abbreviazioni (« magister V. », « magister noster
V. ») che si trovano nel manoscritto, nè più nè meno che quei passi, dove si
trova « If illelmus » ; anzi ha persino fatto lo stesso in un certo luogo, dove
(de gerì, et spec., p. 509) con le parole « Vel uliter secundum magistrum G. »,
è indicata in modo abbastanza chiaro una posizione antitetica a quella del
mngister Willclmus antecedentemente (p. 507) nominalo, E come ora è francamente
segno di leggerezza trovare ugualmente in quel magister G. un'allusione al
nostro Guglielmo, cosi non è detto cbe in compenso abbiamo un punto di appoggio
nell’abbreviatura € V. », tanto più che questa lettera stessa parla in senso
contrario. Poiché Abelardo, prima di recarsi presso Guglielmo da Cliampeaux,
aveva cercato d’istruirsi presso tutti i dialettici eminenti ( Epist ., I, c.
I, p. 4, Amboes. Ted. Quercetanus di Parigi 16161, [ed. Cousin, I, p. 4; PL,
178, 115]: Proinde diversas disputando perambulans provincias, ubicunque huius
arlis vigere studium audieram, peripaielicorum uemulalor fuctus sum), come «
magister noster » egli può indicare una quantità di uomini, dei quali ci è
ignoto il nome, c dobbiamo guardarci daU’argomentare, senza sufficiente
ponderazione, che si alluda a persone determinate, per evitar di andare fuor di
strada (v. per es. più sopra la nota 82 ). Ma alle deduzioni del Cousin
aderirono il Rousselot, l’Hauréau, e anche H. Rittcr. lra ) L’Hauréau (De la
phil. scoi., I, p. 223 [cfr. Ili ut. de la phil. scol^, I, 322]) riferisce che
il Ravaisson ha trovato, nella Biblioteca di Troyes, 42 frammenti di Guglielmo;
e con la pubblicazione di questi frammenti, E. Michaud, nel suo scritto
Guillaume de Champeaux et les écoles de Paris au Xll.e siede (2’ ediz., Parigi,
1868), si sarebbe potuto acquistare una benemerenza. In base a quel ch’è stato
detto più sopra (nota precedente), non si può argomentare che Guglielmo da
Champeaux abbia scritto «Glossulae super Periermeneias », perchè il passo
relativo nella Dialectica di Abelardo (p. 225) attribuisce uno scritto così
intitolato semplicemente a un « magister noster V. ». [Ma ora son da vedere i
47 frammenti « Guillelmi Campellensis Sententiae vel Quaestiones XLVII » puhbl.
da G. Lefèvrk. Les variations de
Guillaume de Champeaux et la question des Universaux, Lilla, 1898, pp. 19 ss.].
malmente tutti alla opinione di Abelardo
104 ). Guglielmo cioè avrebbe affermato ili primo luogo che gli universali, in
quanto sono, nella loro unità, cose uguali, ineriscono nello stesso tempo
essentialiter, in indivisa totalità, a tutti cpianti gl’individui che cadono
nella loro estensione, e pertanto fra gl’individui non sussiste differenza di
essenza, bensì le differenze hanno fondamento soltanto nella molteplicità di
determinazioni accidentali. E come ciò trova letterale conferma nel passo del
De gen. et spec., citato più sopra (nota 72), ivi appunto ci viene data una
spiegazione più precisa-la quale persino ci riporta a un passo, affatto
isolato, di Boezio, e ci dà così maniera di veder bene addentro come il daffare
che si davano a quel tempo con le controversie tra opposti indirizzi, avesse
fondamento in minuzzaglie di erudizione scolastica, piuttosto che in contrasti
intimi fra modi di vedere teoretici. IM ) Abaf.l. Epist., 1, c. 2, p. 4 [ed.
Consinl : Perveni tandem ransius, uh, jam maxime disciplina liaec florere
consueverat, ad \rUiUclmum scilicet Campellensem praeceptorem meum in hoc lune
magisleno re et fama pruecipuum: cum quo aliquanlulum moratus primo et
acceptus, poslmodum gravissimiis extiti, cum nonnuttas scuicet ejus sententias
refellere conarer, et ratiocinari conira eum saepius aggrederer, et nonnunquam
superior in disputando viderer tp. a) lum ego ad eum reversus, ut ab ipso
rhetoricam audirem. mler caetera disputationum nostrarum conamina, antiquam
ejus de uni versali bus sententiam patentissimis argiimentorum dispulationihus
ipstim commutare, imo destruere compiili. Erat autem in ea senlenlia de
commentiate universalium, ut eamdem essentialiter rem imam simul smgulis suis
inesse astenerci individuisi quorum quidem nulla esset m essenti!, diversitas,
sed sola multitudine accidentium vanetas. ile autem tstam lune suam correxil
sententiam, ut deinceps rem eamdem non essentialiter. sed individualiter (la
variante « indilferenter » [accolta dal Comuni, che la ed. d’Ambois segna in
margme Si trovava anche in vari manoscritti; vedi I’Hauréau, op. cit, 1, p. 236
( H,st. de la ph. scoi., I. p. 3381), dicere,. Et.... quum hanc "le
correxisset, imo coactus dimisisset sententiam, in tanlam lectio ejus devoluta
est negligentiam, ut jam ad dialecticae lectionem vix admitteretur: quasi in
huc scilicet de universalibus senlenlia tota hiijiis artis consisterei summit
(cfr. la nota 60). Ilinc tantum roboris et auctontatis nostra suscepit
disciplina, ut ii, qui antea vehemenj nogutro tilt nostro adhaerebant. et
maxime nostram infestabant aoctnnam. ad nostras convolarent scholas fPL
Affermava cioè Guglielmo che in quel quid di accidentalmente superaddito
(adveniens) son da ravvisare le forme individuali, le quali improntano la
materia, consistente nel concetto del genere (malcriam informarli), in tal
maniera, che con ciò la essenza universale ne risente una individualizzazione
secundum totam sitarti quanlitatem : e lo stesso può ripetersi poi, a questa
maniera, per tutta quanta la scala, dal genere, attraverso la specie, sin giù
giù airindividuo 103 ). Inoltre, come riferisce altrove Ahelardo, Guglielmo,
incominciando dalle dieci categorie, svolgeva a fondo questo processo
d'informazione giù giù sino agl’individui, e poteva allora, poiché quelle
stesse forme più individuali differenzianti rimandano da capo agli universali,
spiegare la predicahilità degli universali con il fatto che questi spettano
agl'individui, o essenzialmente o adiettivamente iadjacenter) 10 °). Ma proprio
in ciò consiste decisamente Ite gen. et sper., p. 513 s. : Uomo quaedam species
est, res una essenti ali ter, cui adveniunt forntae quaedam et efficiunt
Socralem: Ulani eamdetn essentiuliter eodem modo informata formae facientes
Platonern et caetera indiridua hominis ; nec aliquìd est in Socrate, praeler
illas jormas informanles il latti malcriam ad fuciendum Socratem, quia iìlud
idem eodem tempore in Platone informatimi sit formis Plalonis. Et hoc intelligunt de singulis
spcciebus ad individua et de generi bus ad species.... Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est,
secundum totani suoni quantitatem informatus Socratitate (riguardo al concetto
di Socratitas, v. la concezione corrispondente di I orfirio e Boezio: Sez. XI,
nota 43). Quicquid enim res universalis suscipit, tota sui quantitate
retinet.... Quicquid suscipit, tota sui quotifilale suscipit. Ma anche questo'
è proprio ricavato da Boezio, che dice, a proposito della differenza {ad Porph.
a se transl., p. 87 tEd. Brandt, IV, 9, p. 263; PL, 64, 1261): Aeque enim sicnt
in corpore soler. esse alia pars alba, alia nigra, ita fieri in genere potcst;
getius enim per se consideratimi partes non habet, itisi ad species referalur.
Quicquid igitur habet, non purtibus, sed tota sui magnitudine retinebit. Cosi,
dove si tratta di storia della filosofia medievale, spesso 1 apparenza [della
originalità, o della novità! viene a ridursi | grazie alla indicazione delle
fonti antiche] a quella ch’è la vera sua portata: “ r H U ' a PP r re riprod.
XTTe": dÌ ( ?* differentiam et
secundum IdZtiZ^eZd^^' ^ Secundum intUfferentiam l>, e J ll *dem prorsus
essentiae. n hZ£ s : adem -=£t2; nrtlSTò
ifhix Sfe isrF"’ SS ff *7 rs s »;s£*Atas pure appartiene infine alla
tradizione la notizia isolata, che, riguardo alla topica, egli portava la
essenza della inventio a consistere nella scoperta di un termine medio 110 ).
[§ 21. Le difficoltà e i gradi del
realismo]. È probabile che proprio le
difficoltà, alle quali si trova esposta la opinione di Guglielmo da Champeaux,
abbiano dato ai realisti mentre in
generale essi potevano approvare il punto di vista di lui motivo di scindersi essi medesimi a lor volta
fra loro, a forza di tentativi di correggere quella opinione, o di darle nuovo
fondamento: si è così formata una quantità d’indirizzi divergenti, ai
quali anche passando affatto sotto
silenzio il nome dei loro rappresentanti
non ci è più possibile tener dietro, considerando minutamente il
determinarsi delle loro particolari differenze. A parte le difficoltà
teologiche die si sollevavano, sia che si assumessero gli universali quali
prodotti di una creazione, sia che li si assumesse quali entità eterne, tanto
più che alcuni effettivamente designavano per tal modo come « cose » tutt’i
singoli attributi di Dio nl ),
positìonem ejusdem parti* sequatur pars illius. Sequitur enim
bipunctalem lineam pars ejus, i. e. punclum., non tamen ad punctum pars ejus
sequitur, quia indiani habet. u ") Joh. Saresb. Metal. Ili, 9, p. 115 [ed.
Webb, p. 152] : Versatur in his (se. in Topici*) incentionis muteria, quam
hilaris memoriae fVillelmus de Cam pelli*.... diffinivil, etsi non perfecte,
esse scienliam reperiendi medium terminimi et inde eliciendi argumentum [PL,
199, 9091. m ) De gen. et spec., p. 517 : Genera et species aut creator sunt
aut creatura. Si creatura sunt, ante juit suus creator quam ipsa creatura. Ila
ante juit Deus quam justitia et jortitudo.... Itaque ante juit Deus quam esset
justus vel fortis. Sunt auleta qui.... illam divisio- nem.... sic jaciendam esse dicunt:
quicquid est, aut genitum est aut ingenitum. Universalia autem ingenita
dicuntur et ideo coaeterna, et sic secundum eos qui hoc dicunt,... [noni Deus
aliquorum jactor est. Abael. Inlrod. ud theol., II, 8, p. 1067 ( Amboes.
[ed. Cousin, II, p. 85; PL, 178, 1057]): Terlius vero praediclorum (se.
magistro- rum divinae paginae, cioè un magister in pago Andegavensi ) non so-
ciò che dal punto di vista ontologico si voleva evitare era proprio quel
vicendevole invilupparsi di tutti eli universali. 6 Perciò alcuni si
appigliarono all’espediente, certo grossolano di assumere quel
«sovraggiungersi» (che abbiamo veduto piu sopra, alla nota 105) delle
differenze specifiche, come qualche cosa di puramente passeggierò, per salvare
così la indipendenza del genere »*) Altri invece tiraron fuori un modo di
vedere, ch’era proprio di Aristotele, considerando il genere come la materia
che nella sua essenza rimane identica, e che viene diversamente formata nelle
specie: ma, proprio per quella identità di essenza, vennero a trovarsi in con-
lutto con la teoria degli opposti 11S ). Onde a ccadde, da un lato, che,
relativamente a questo «i™ isssrwtsar ir-" -s™ ~~~ hujusmodi, quae iuxta
fiumani * erlcor( i‘,im, tram et caelera gnificantur, res quasdam et amil i
lonls, c ? nsuetu di nem in Deo si- t ig jfer res diversas conslituat. '
aicumur, tot in Deo dicunt quidam, quia differentiÌe "quldmn m "J° rU
. slm P l icitatis, quod genere non fondanti* U%kVt generi ’ sed in subjectum.
per se d,c,tur e- sia inasprita, e ahL ia n* 1 « a anZ * C ^ C c * uesta
diffìcile controversia si « gran somaro », non essendo C cT alu U " C
" t0 ^ r Z ° sco,astico del passo del De gen. et spec u ( man,era . dl
comprendere il quod scilicet incoteMens eduttl „ ° PPOSlta - «*• in codem,
sententiam tenenl perchè non *" • n { >oss n nt > qui grandis asini
:±,rr"° év-J quale n.n fl 1ZS
processo, con il quale alla materia si dà la forma, venne fuori da capo
la questione, se cioè la differenza specifica sia solamente il mezzo per
formare le specie, o se essa invece, insieme con il genere, trapassi nello
stesso tempo nella essenza della specie medesima, e alcuni (evidentemente tenendosi più vicini
a Guglielmo da Champeaux) si son pure effettivamente decisi a favore della
seconda soluzione 114 ) : e così, d’altra parte, per i concetti di genere e di
specie, veniva in luce una difficoltà, anche per il fatto degli opposti che
(almeno nella loro esistenza individualizzata) si trovano in imo e medesimo
soggetto: ciò ha per conseguenza che, qualora un uomo sia bensì casto ma in
pari tempo sia avaro, dovrebbe in lui coincidere l’universale del bene con
quello del male; ora, taluni se la cavavano con una distinzione tra i generi
superiori da un lato, e dall’altro lato le specie degli opposti, nella loro
specializzazione, escludendo almeno queste ultime dalla possibilità d’incontrarsi
[in un medesimo soggetto], laddove altri estendevano persino ad esse la
pericolosa concessione 115 ). 1H ) Abael. Dial., p. 477 : RATIONALITAS enim et
mortalitas, adve- niente* subtantiae animulis, eam in speciem creunt. quae est
homo. Nec cum ipsae generis substuntium in speciem reddunt, ipsae quoque in
essentiam speciei simul transeunt, sed sola genera vel subjecta
specificantur.... non quidem cum differentiis, sed per differentias.... Si enim
differentiae in speciem transferrentur cum genere,.... sicul quorumdam
sententia tenet,... profecto cogeremur jateri, et dijjeren- tias ipsas cum
genere aeque in essentia speciei convenire ; linde et ipsas de substanlia rei
esse, et in partem maleriae venire contingcrel. m ) Ihid.. p. 390: Sunt uutem
quidam qui contraria genera in eodem esse non abhorrent, sed contrarias species
in eodem esse impossibile confitentur. Dicunt enim quod cum omnia accidenlia
per individua in subjecta veniant, et ipsa contraria genera per individua sua
subjeclis contingunt . ut virtus et vitium, quae in hoc homine per hanc
castitatem et hanc avaritiam recipiunliir, quae individua sunt caslitatis et
avaritiae, quae invicem species non sunt contrarine.... Verum species
contrarias esse in eodem per aliquu sua individua, illud prohibet, quod nec
ipsarum individua in eodem possunt esse, quorum sunt tota substantia ea quae
sunt contraria, utpote species.... Sunt autem et qui species contrarias in
eodem posse consistere non denegant. adol e, T ^ C1 " aUrÌ 3UCOra «
indotti a adottare 1 esperte radicale, di affermare cioè che la .uizmne della
differenza specifica in generale ha luogo tu ta quanta solamente nella
categoria della sostanza laddove, quando si tratta delle qualità, le così dette
sue’ eie o sottospecie son propriamente da considerare sen z altro come
formazione d’individui, sicché n es h' e nero sarebbero due essenze diverse a
cuci 1 h che son tali due individui umani ”)’ " ^ 816880 farina, non c’è
nane », . 3,10n c e * c e pane », dovendo prima la ~7 n p, *“’ ” c,,e “ cb
'»a»c»„r;.jr,o " awo cì **•£ [§ 22. Controversie intorno alla
definizioneINTORNO al CONCETTO DI PARTE | E cakie»j. M a controversie ) De gerì, et spec. d ?4i. c
tmnsubnantiae differentiis haberTdilZTe?™ Solum P^edicamentn duas proximas
species. dicunt illaT'nn l cllm . J ff uaht ^ dividati,r aliquas differenti,:
»ed et in micas converti tur linde nèn • sc, i,c el furinam esse deserit non
sit, panis desit. Eie. equicquam concedila ut, si farina di questo genere, che
venivano per lo più agitate, con grande sfoggio di passi di Boezio, sfiorando
già, come si vede, il confine della stupidità, venivano altresì dibattute,
secondo il modello della logica in uso nelle scuole, anche nell arringo affine
della teoria della divisione (v. sopra la nota 75) e della definizione. Ben è
vero che i realisti si trovavano tutti d’accordo nel preferire, in armonia con
il modo di pensare di Boezio (Sez. XII, nota 98), o piuttosto di Porfirio (Sez.
XI, note 41 ss.: cfr. la Sez. Ili, note 78 ss.), il procedimento platonico di
ima continua dicotomia 118 ); ma subito a proposito della divisione del genere,
necessaria per la definizione, doveva già ripresentarsi la questione del come
vadan le cose con le parti della essenza, distinguibili nel concetto del
genere: e mentre da taluni si affermava che tali parti sono unite per
mescolanza, press’a poco a quel modo che anche dalla mescolanza di bianco e
nero si genera un terzo colore differente 119 ), altri facevano osservare che
tutte le parti della essenza del genere posson pure, anche singolarmente, esser
enunciate come predicati degl’individui, appartenenti al genere stesso 120 );
per con) Ibid., p. 458: Si aulem genus seni per nel in proximas species t ei in
proximas differenlias dìvideretur, omnis divisio generis, sicut Boethio (de
divis p. 643 [PL, 64, 8831) placuit, bimembris essel.,.. Hoc autem ad eam
philosophicam sententiam respicil, girne res ipsus, non tantum voces, genera et
species esse confitetur. ) Oilberti 1 orretae in l. 1 . Boethii de S .
Trinitele commenta • ria_ (Bokth. Opera, eri. [costantemente cit. dal Franti]
di Basilea, 1570), p. 1144 [PL, 64, 12721 : Butani quidam imperiti.... quod non sit vera dictio. si
quis dical « homo est corpus », non addens et anima »: uut si dicat « homo est
anima », non addens c et corpus ». Opi nantes quod, ex quo diversa, ut unum
componant, conjuncta sunt. esse utriusque adeo sit ex illa conjunctione
confusimi, ut sicut cum album et nigrum permìscentur, quod ex illis fit, nec
album nec nigrum dicilur, sed ciijusdam alterius coloris ex illa permixtione
provenienti».... 1 Ibid., p. 1143:.... corporalitàs, non
modo de hominis illa parte I qua e corpus e.st], verum etiarn de homine
praedicetur. Et....
rationalitas.... non modo de hominis illa parte, quae spiritus est, sed etiam
de homine praedicatur.... (p.
1144).... quicquid de parte nuturaliter, idem et de composito affirmandum [PL,
64, 1272-3]. irò, anche questo fu da capo contestato da alcuni, perche quelle
parti della essenza sono predicati, soltanto in quanto sono concetti più
generali, fatta cioè astrazione dalla loro connessione con altre note
essenziali; dellW mo, p. es„ viene affermata cioè, come predicato, non -dà la
corporeità specificamente umana, ma proprio in gèneraie la corporeità nella sua
accezione universale, e tosi parimente anche la spiritualità 121 ). Un’altra
controversia manifestamente comiessa con quel che precede, concerneva la
seguente questione se ' fr J “ dMÌ *"• ^ il 7o,Z f dilTereuza -pacifica si
riferisca «oltau.o alla .peci. O anche, nello stesso tempo, al genere che st r,
’ mento della specie 122 ! Y, 3 fonda ia specie ). Via via che si separava più
net. amente a t ìlferenza dal genere (note 112, 114) g j po z::i re p t n r pit
° lbid., p . H44 f PL 6,,, 'illuni
rationalitatem guani Uhm quuè est A,"” al ‘ qU ‘ d ‘ cere 8esti unl, d‘ci.
et simUiter scienti,, a liam et alUmr ‘ T™"*' de homine human, corporis
est. ’ 1 sparai,totem quam quae notila. PaSS °
re,atÌV ° è ri P r « d »« integralmente più sopra> • ^ Abael. Dialect. n 402
• \f 1 * * noe hujus nominis quod est « homo » 'nen™ s,gn, fi cat ‘t»iem
substans, at ±' f* x P so percipiant, tantum nronlèr nT 7?’ nec ^ ualitat ^
ipsius diffinitionem requirunt. P P r qualitatum demonstrntionem il suo
significalo concettuale, fosse stata accolta, in senso realistico, quest’ultima
soluzione, sicché la proprietà sarebbe definita come un quid, formato da un
universale (p. es. [il «bianco» è un] formatum albedine), si poteva da capo
domandare se questa sia la definizione della proprietà stessa ( albedo ), o del
sostrato qualificato (album); e se poi ci si atteneva alla seconda alternativa,
dato che la prima conduce a mia reduplicazione priva di senso, sorgeva il
dubbio, se con ciò sia definito ciascun singolo di siffatti sostrati, o non
forse invece tutti quanti insieme: e necessariamente ambedue le ipotesi si
mostravan da capo insostenibili, poiché da un lato non si tratta di definire le
cose stesse, bensì soltanto ima proprietà, nè d’altra parte le cose, per una
sola proprietà che abbian comune, sono identiche nella loro essenza 121 ). Ma a
quel modo che tutta questa discussione si atIbid., p. 495: Ai vero in fiis
diffinitionibus quae sumplorum (con questo termine Abelardo suole indicar gli
aggettivi: v. appresso la nota 321) sunl vocabulorum, magna, memini, quaestio
solet esse ub his, qui in rebus universalia primo loco ponunt....; duplex enim
horum nominum quae sumpta sunt, significatio dicitur, altera.... principalis,
quae est de forma, altera vero secundaria, quae est de formalo. Sic enim «
album », et albedinem, quam circa corpus subjectum determinai, primo loco
significare dicitur, et secundo ipsius subjectum, quod nominai. Cum ilaque
album hoc modo diffinimus « formatum albedine », quueri solet. ulrum haec
diffinitio sii tantum hujus vocis, quae est « album », an alicujus siine significationis.
Al vero cum vocem non secundum essenliam suam, sed significulionem diffiniamus,
videlur haec diffinitio recte ac primo loco illius esse. Restat ergo quaerere, sive
illius significationis sit, quae prima est, i. e. albedinis, sit e cjus, quae seconda
est. quae est « subjectum idbedinis ». At vero si haec diffinitio albedinis
sit, praedicalur de ipsa, et de quocumque albedo dicitur, et ipsa diffinitio
prucdicatur. At vero quis vel albedinem vel hanc albedinem formuri albedine
concedei?... Si vero diffinitio supraposita ejus rei,
quam « album » nominani, esse dicatur,... quaerilur, utrum uniuscujusque sit
per se, quod albedinem susci pi unt.... | il Cousin corregge: suscipiat], sive
omnium simul acceptorum. Quod si uniuscujusque sit illa diffinitio, utique et
margaritae. Vnde de quocumque illa diffinitio dicitur, et margarita
praedicatur, quod omnino falsum est. Si vero omnium simul acceptorum esse
concedatur, oporlebit ut, de quocumque diffinitio illa enuntiatur, omnia simid
praedicenlur. quod iterum falsum est. tiene ancora di regola a quello stesso
basso punto di vista, che abbiamo trovato più sopra (Se*, precedente, note 350
ss.), dove si trattava del realista Anseimo, cosi anche le dispute sopra il
secondo metodo di divisione, cioè sopra la partizione della o alita ne suoi
elementi, recano in sè una ben grave unilateraLta. I oiche la questione di
stabilire che cosa s’intenda per parte originaria (pars principalis), fu
forzata a prendere la forma di un’alternativa, in quanto che cioè gli uni denonimavano
originarie quelle parti le quali, mentre costituiscono la essenza della
totalità, non sono piu a lor volta parti di una parte (p. es„ nell’uomo, anima
e corpo), e invece gli altri consideravano come origmane quelle parti
costitutive ultime, distrutte le quali viene distrutto il tutto (p. es. la
testa o il cuore) -»)• ma a questa maniera, in seguito al realismo ontologico,
adotandosi la prima soluzione, tutto questo punto di vista della divisione
rimaneva falsato, e surrettiziamente scambiato con il terreno proprio della
definizione, laddove, se »! adottava la seconda soluzione, sconsideratamente «
trasponeva la funzione subiettiva dell’intelletto urna“’ !• q S ° la . Crea ÌJ
COncetto di P«le, nella realtà ZTl ì C0MCeZ1One "«usa, della quale già si
era linoi ^ 9 ! “T m ° r ° 8CelÌniauo (Sez. precedente, note 321 s.). Mentre
gli uni intendevano la divisione ab «finito come obbiettivamente materiale, ed
escludeno cosi dalla considerazione l’attività formale [die gècundarias'^àrtès
ZocaH^TnTat^alf 0 ’ ocrates. destructa ungula, remanet Socrates et ila quod
prius non erat Socrates, fìt Socrates. O, similmente, ibid., p. 512: Haec....
sen-La teoria dello « status », come tentativo di conciliazione: Gualtiero da
Mortacne]. Se a questa maniera il
realismo offriva in realtà molteplici documenti di quella cattiva sorte, che
nelle questioni di logica propriamente dette, deve rimanere insepara. . Je da
esso ’ non fa maraviglia che da vari lati si sieno battute vie nuove per
rendersi conto degli universali, r csidcrandosi co 8I di sfuggire alle
difficoltà del realiamo non meno che alla unilateralità del nominalismo. mbra
doversi interpetrare quale forma di passaggio prima di tutto quella concezione,
che potrebbe, dal suo termine tecnico caratteristico, denominarsi «teoria e lo
status »: e parimente sembra (cfr. la nota “ e *f a 813 8tata originata dalle
obiezioni sorte contro le affermazioni di Guglielmo da Champeaux. Se cioè la
essenza universale del genere deve, per tutta quanta la sua estensione, venire
specializzata mediante lorme individuali (v. sopra la nota 105), è difficile
veder bene addentro, come stiano le cose, riguardo a quelle «proprietà
superaddite » (advenicntia), che, in seno a IimiT’ ° T Ìan ° ° 80U0 S ° lamente
P asse ggiere. Ora alctmi si appigliarmi qui all’espediente di ammettere che !
universale e bensì modificato da siffatte qualità, ma non tuttavia proprio in
quanto è un universale: e una faeffe 1 ir e a arriVatÌ dn ° 3 qUeSt ° P unto ’
8i rendeva acile la effettiva trasformazione degli miiversali, i quali dai
realisti erano stati tenuti b, conto di cose (res) in daT >: i CÌOè ° ra ne
»a serie graduale che va dal genere all individuo, non fu più tenuto conto del1
Universale, bensì dello .status universali*»: ima concezione questa, che era
così abbastanza facilmente suggerita dal motivo usuale di ma Tabula logica,
come anlentia medium digiti naturam unam esse nonni, creaturam esse merito
dubitat. Aut er J Zò, 'che poteva, dal canto suo, trovare parimente appoggio in
un passo di Boezio 129 ). Un rappresentante di questo modo di vedere fu
Gualtiero da Mortagne [de Mauretania] (insegnante a Parigi al tempo di
Abelardo, e morto, vescovo di Laon, nel 1174) : egli dedicò, è vero, con
preponderante ardore, la propria attività alle controversie dommaticlie ), ma
fece sentire, per incidenza, il suo influsso anche nel campo della dialettica.
Cercò cioè di conciliare la unità numerale deH’universale con la connessione
essenziale, in cui esso sta con le cose singole. > Ibid., p. 514 s.: Amplius
sanitas et lunguor in corpore animahs fundalur; albedo et nigredo simpliciter
in corpore. (Juod si animai totum existens in Socrate languore afficilur, et
totum, quia quicquid suscipit. Iota sui quantitale suscipit, eodem et momento
nusquam est sine lang[u)ore; est autem in Platone totum illud idem; ergo edam
ibi languerel; sed ibi non languet. Idem de albedine et nigredine circa corpus.
Ad haec enim non rejugiant, ut dicani etc.... Addurli: animai universale
languet, sed non in quantum est universale. L tinum se videant !... Si ad
status se transfer ani, di centes I animai in quantum est universale non
languet in universali statu », respondcant, de quo velint agere per has voces $
in stata universali ». Ma di questo concetto di « status universalis »
scorgeremo a buon diritto la fonte in Boezio, là dov’egli dice, a proposito
della qualità (ad Ar. praed. [I. 11IJ, p. 180 |PL, 64. 250J): Nihil impedit,
secundum aliam scilicet ulque aliam causam, unam eamdemque rem gemino generi
spedai suae supponere, ut Socrates in eo quod pater est, ad aliquid dicitur, in
eo quod homo, substantia est, sic in calore atque frigore, in eo quod quis
secundum ea videtur esse dispositus, in disposinone numerula sunt, perchè quel
rhc qui deride, è lu espressione « in eo quod » : e rosi pure in un altro passo
ancor più chiaro (ibid., p. 189 [PL, 64, 2611): Si secundum aliam atque aliam
rem duobus generibus eadem res.... supponutur, nihil inconveniens cadit. Ita
quoque et habitudines, in eo quod alicuius rei habitudines sunt, in relutione
ponuntur, in eo quod secundum eas quales aliqui dicuntur, in quotitele
numerantur. Quare nihil est inconveniens, unam atque eamdem rem, secundum
dnersas naturae suae potenlias (proprio questo son gli universali),... pluribus
adnumerare generibus. Le euc lettere (stampate nello Spicil. del D’Achery, ed.
De la Barre, Parigi, 1723, III, p. 520 ss.) sono soltanto di contenuto
dommatico, e non hanno menomamente rhe fare con la storia della filosofia. [Ora
è da vedere il trattato sopra la teoria della indifferenza, attribuito a
Gualtiero da Mortagne e pubblicato dall’Haurcau (1892), poi dal Willner
procedendo a questa maniera, vale a dire con il distinguere nell’individuo, uno
per uno, come status differenti, la individualità, e il concetto della specie,
e così pure il concetto del genere, fino su su al sommo genere 1SI ). Comunque,
sebbene ci manchino del tutto notizie più precise sopra un tal modo di vedere,
c’è questo di notevole in esso, che cioè da un lato l’universale è raccostato
alle cose singole, e dall’altro lato, per quel tenere distinti i diversi «
stati », la operazione intellettuale subbiettiva si fa più avanti nel primo
piano. Perciò neanche appare indegna di fede quella notizia (v. sopra la nota
69), secondo la quale sembra che taluni, dalla tesi nominalistica della «
maneries » sieno passati alla questione dello status (v. la nota 88). [§
24. La teoria dell’iindifferenza. Ma la
evoluzione interna degli studi di logica ci conduce con ciò spontaneamente alla
teoria della indifferenza, la quale in particolare occupa ima posizione di
mediatrice tra le varie tendenze. A suo fondamento sta il principio, che una
medesima cosa è, nello stesso tempo, universale e singolare, nel senso non già
che si dia un universale essenzialmente inerente alle cose, bensì semplicemente
che in queste, in quanto sieno più cose e simili per natura, si presenti
alcunché, che esse hanno indifferenziatamente ( indiff&renter ) in comune;
per conseguenza, ciò che più cose hanno d’indifferente o intrinsecamente simile
(indifferens o consimile), è dunque indicato nella definizione come « genere »,
e, per l’universale così inteso, è salva la possibilità della predicazione
(praedicari de pluribus ), laddove il realismo ha sempre corso pericolo di
dover, di una cosa, predicare ima cosa (v. appr. la nota 287): e quest’ultimo
aspetto suhbiettivamente logico poteva ora caso mai venir pure M1 ) Il passo in
appoggio, vedilo più sopra, alla noia
unilo anche con il concetto di status, di modo die ciascuna cosa avrebbe
in sè uno « stato » d’individualità e nello stesso tempo uno « stato » di
universalità 132 ); ma si tratta nonpertanto di un punto di vista, tutto
diverso da quello di Gualtiero. Mentre là, cioè, si tiene ancor ferma la
esistenza delu ‘) Abael. Glossulae sup. l’orph., riferite dal Rémusat (v. le note
13 e 73), p. 99 s. : La seconde manière de soutenir l’universalilé des choses,
c’est de prétendre que la ménte chose est universelle et particulière; ce n’est
plus essentiellement, mais indifféremment que la chose commune est en
divers.... Ce qui est dans Platon et dans Socrate, c’est un indifférent, un
semblablc, « indifferens vel consimile ». Il est de certaines choses qui
conviennenl ou s’accordent entre elles, c esl-à-dire qui sont scmblables en
nature, par exemple en tanl que corps, en lant qu’animaux ; elles sont aitisi
universelles et particulières, universelles en ce qu’elles sont plusieurs en
conimunaulé d attributs essenliels, particulières, en ce que chacune est
disimele des autres. La définition du genre (« praedicari de piuribus »....) ne
s’applique alors aux choses qu’elle concerne qu’en tanl qu’elles sont
semblables, et non pus en lant qu’elles sont individuelles. Ainsi les mèmes
choses ont deux états, leur étal de genre, leur état d’individus, et, suivant
leur étal, elles comportenl ou ne comportenl pas une définition differente.
[Vedasi ora il testo originale, ediz. Geyer, p. 518: Sunt a lii in rebus
unii-er salitatela assignantes, qui eandem rem universalem et parlicularem esse
astruunl. Hi namque eandem rem in diversis in
differente r, non essentialiter inferioribus affirmunt. Veluti cum dicunt idem
esse in Socrate et Plutone, « idem » prò indifferenti, idest consimili,
intelligunt. Et cum dicunt idem de pluribus praedicari vel inesse aliquibus,
tale est, ac si aperte diceretur: quaedam in aliqua convenire natura, idest
similiu esse, ut in eo quod corpora sunt vel ammalia. Et iuxta hanc....
senlentium eandem rem universalem et particularem esse concedunt, diversis
tamen respeclibus; universalem quidem in eo quod cum pluribus communitutem
habet, particularem secundum hoc quod a ceteris rebus diversa est. Dicunt enim
singulas substunlius ita in propriae suae essentiae discretione diversas esse,
ut nullo modo haec substantia sii eadem cum illa, etiamsi substantiae materia
penitus formis carerei, quod tale secundum illos praedicari de pluribus, ac si
dicatur: aliquis status est, participatione ctiius multae sunt convenientes,
praedicari de uno solo, uc si dicatur: aliquis status est, parlici patione
cuius multae sunt non convenientes 1 . Se il Rémusat abbia effettivamente
trovato qui [come (v. s.) effettivamente ha trovato] nel manoscritto il termine
« status » cosi almeno sembra che
sia o se si tratti di un’aggiunta,
fondata solamente sopra il suo personale modo di vedere, io non lo so. l’universale,
e proprio a quest’ultimo vengono atmbu «stati» differenti, per i sostenitori
della tesi della indifferenza viene avanti in prima linea, con tutto il suo
rigore, la idea, appartenente al nominalismo (note 77 ».), vale a dire che in
generale null’altro esiste, all infuori dai soli individui, e apprendendosi il
pensiero a questi, come a’ suoi propri oggetti, gli universali si generano
soltanto per la diversità dell’apprendimento (aliter et aliter attentum),
sicché status o natura dell’essere individuo o dell’essere specie e via
dicendo, sono da considerare soltanto come modi di vedere soggettivi: e a tal
proposito è prima di tutto da considerare il carattere, per così dire, negativo
del procedimento che conduce dall’individuo all’universale, in quanto che
Ymtellectus gradualmente lascia da parte (non concipit), intenzionalmente
dimentica ( oblitus ), posterga e abbandona ( postponit, relinquit) le
differenze individuali, per prògredire nell’apprendimento dell’indifferenziato,
sino al grado supremo, cioè alla sostanza 1 ). Pertanto anche questo modo di
vedere, analogamente «*) De geli, et spec., p. 518: Nane itaque >Uam, quae
de indifferentia est. sententi,im perquiramus Cujus *«£«**£**£ JJJJ ninnino est
nraeter individuimi; sed et illud aliter et aliter atten tum specie* et genus
et genertdissimum est (ugualmente nel pas.o ' ùo già opra! nota 72). Itaque
Sacrate* in ea natura (m ponga mente al termine « natura », in luogo del quale
subno dopo « de Socrate, quod nota, idemj homo » -^CmfPponat ZioaagsH’S z zzi:
zzi::‘oli.. „ . .» «» bocr “ m quod notul « substantia », generulissimttm est.
agli altri, può richiamarsi a passi isolati di Boezio, quando si tratta di
affermare che l’individuo, considerato come individuo, non reca in sè nulla d
indifferenziato, ch’egli abbia in comune con altri individui, bensì, per così
dire, egli è la differenza stessa, laddove, quanto più si considera questo
medesimo individuo come specie o come genere, tanto in maggior numero si
scoprono in lui momenti indifferenziati comuni, e allora si abbraccia, come
concetto del genere o della specie, tutto quel che c’è di elemento comune 134 )
: cosicché con ciò, poiché infine ogni manifestarsi d’individui si può
prenderlo anche dal lato (status) del suo genere più universale, ci sono in verità
tanti generi universalissimi, quanti sono gl’individui: ora questi generi
supremi si raggruppano a lor volta in dieci classi (categorie), soltanto
mediante la considerazione di quel che d’indifferenziato hanno in comune, ma
d’altra parte tutt’insieme vengono a formare da capo una unità universalissima,
consistente m ) Ibid. : Socrates, in quantum est Socrutes, nidlum prorsus
indifferens habet, quod in alio inveniatur; sed in quantum est homo, plura
habet indifferentia, quae in Platone et in aliis inveniuntur. Nam et Plato similiter homo est,
ut Socrates, quamvis non sit idem homo essentialiter, qui est Socrates. Idem de animali et substantia. Ma per ricondurre
questo testo alla sua fonte, bastano i seguenti passi di Boezio, ad Porph. a se
trunsl., I, 11, p. 56 [ed. Brandt, p. 166; PL, 61, 85J : Cogitantur vero
univcrsalia, nihilque aliud species esse putanda est, nisi cogilatio collecta
ex individuorum, dissimilium numero, substantiali similitudine: genus vero
cogitano collecta ex spoderimi similitudine. Sed haec similitudo cum in
singularibus est, fit sensibilis: cum in universalibus, fit intelligibilis ;
inoltre ibid.. Ili, 9, p. 76 [ed. Brandt, p. 228; PL, 64, 111]: Individuorurn
quidem simililudinem species colligunl, specierum vero genera. Similitudo autem nihil est
aliud, nisi quaedam unitas qual itati s ; c ibid., TU, 11, p. 78 [ed. Brandt,
p. 235; PL, 64, 114]: ea enim sola dividuntur, quae pluribus communio sunt; his
enim unum quodque dividitur, quorum est commune, quorumque naturam ac simililudinem
continel. llla vero, in quibus commune dividitur, communi natura parteciparti,
proprietasque communis rei his, quibus communis est, convenit. Al vero individuorurn proprietas nulli communis est.
Qui cioè è abbastanza chiaramente preannunriato così il simile o commune, come
anche il colligere (nota 136). 17. C.
Pbantl, Storia della logica in Occidente, II.CARCO prantl ili ciò che son
proprio essi 1 elemento comune e indifferenziato 135 ). Nella stessa maniera si
configura poi anche la relazione predicativa, poiché, mentre l'individuo è
sempre soltanto il suo proprio predicato, quell’aspetto suo, che viene inteso
come specie o come genere, può recare con sè un riferimento reciproco ad altri
individui: cioè, p. es., Tesser uomo, di Socrate, è predicato (inhaeret) anche
per Platone, e viceversa: e questo esser genere, dell’individuo, è concetto
collettivo (colligitur), cosi per questo stesso individuo come anche per gli
altri della medesima specie 13 °) insomma il rapporto dell’universale e del
singolare si riduce a un « in quntum », e, non essendoci nè un puro universale
nè un puro individuale, dipende dalla diversità del punto di vista (diversus
respectus), che l’universale venga considerato come singplare, e il singolare
come universale 13T ). [Adelardo da Bath: intonazione platonica DA LUI DATA
ALLA TEORIA DELLA INDIFFERENZA]. Ora U5 ) Jbid., p. 519: Solvunt.... illi
dicentes: generalissima quidem infinita esse essenlialiter, sed per
indifferentiam decem tantum ; quot enim individua substanliae, tot et sunt
generulissimae substantiae. Omnia lamen illa generalissima generalissimum unum
dicuntur, quia indifferentia sunt. Socrates enim in eo quod est substantia,
indifjerens est cum qualibel substantia in eo statu, quod substantia est. ”“)
Ibid.: Sed et hi dicunt: Socrates in nullo slatti aliati inhaeret nisi sibi
essenlialiter; sed in statu hominis pluribus dicitur inhaerere, quia olii sibi
indifferentes inhaerent; eodem modo in statu animalis.... (p. 520) Dicunt ita:
Socrates, in quantum est homo, de se colligitur (si ponga mente a questa
espressione) et de Platone caelerisque; unumquodque individuimi, in quantum est
homo, de se colligitur. ls, > Ibid., p. 521: Itti tamen non quiescunt, sed
dicunt: nullum singulare, in quantum est singulare, est universale, et e
converso; et cum universale est, singulare est universale, et e converso. Ibid., p. 520: Negant hanc consequenliam € si
est universale, non est singulare». Nam imposilione suae sententiae habelur:
omne universale est singulare, et omne singulare est universale diversis
respcctibus. questa dottrina dell’ indifferenza viene tuttavia a sua volta ad
armonizzare infine con il principio « Singultire senti tur, universale
intelligitur », sicché le era dato di trovare un appoggio anche in Boezio (Sez.
XII, nota 91), e comunque si poteva ammettere che per noi quaggiù, in questa
valle di lacrime, gli universali soltanto come individui hanno una esistenza
percettibile, mentre va riconosciuta a essi in verità una realtà intelligibile:
stando così le cose, anche i Platonici, particolarmente per via di quella
tendenza dell’ individuale a deviare all’insù, « lasciando » [relinquere] le
sue caratteristiche singolarità, potevano prender gusto alla teoria della
indifferenza, mentre nello stesso tempo gli Aristotelici erano inclini a por
mente in essa alla relazione scambievole tra universale e particolare, come
anche al conto in cui quella tiene la operazione suhbiettiva dell’intelletto
(di quest’ultimo modo di vedere troveremo un esempio appresso, note 432 s., in
imo scolaro di Abelardo). S’intende pertanto come Adelardo da Bat li, il quale
compose intorno al 1115 [tra il 1105 e il 1116] imo scritto De eodem et
diverso, che aveva per fondamento il platonismo 138 ), credesse di potere,
proprio con la dottrina della indifferenza, comporre il contrasto fra Platone e
Aristotele. Si lamenta Adelardo dell’aspro contrasto fra opposte tendenze, nel
campo della logica, come pure della mania d’innovazioni dominante al tempo suo
13,) ), ma è d’opinione che, lss ) V. sul conto suo maggiori particolari nelle
Recherches critiques dello Jourdain (2* ed. 1843, p. 26-7, 97-9 e 258-277),
dove si riproducono tradotti, di su un manoscritto parigino, notevoli frammenti
di questo libro. [Ma ora del trattato di Adelardo è stato pubblicato integralmente
il testo originale, a cura di H. Willner, nei Beitriige del Baunikcr, IV, 1,
Miinster, 1903, p. 3-34]. “”) Ibid., p. 262: L'un prétend qu’on doit partir dcs
choses sensibles, l'autre commence par les choses non sensibles. Celui-là
soutient que la Science n'est que dans les premières, cclui-ci qu’elle est.
hors des dernières; ils s’inquiètent aitisi mutuellement, à fin qu’aucun d’eux
ne s’altire la confiunce.... (p.
263) A qui donc faul-il con il venir bene in chiaro di quel che concerne gli
universali, si potrebbe appianare la contesa 140 ). Intorno ai concetti di
specie e di genere, egli si esprime qui in perfetto accordo con la teoria della
indifferenza, anzi facendo pereino uso quasi degli stessi termini (p. es.
diversus respectus, oblivisci, non attendere ecc.), sicché può ritenersi che il
nostro informatore su citato [v. s. la nota 133] avesse sottocchio lo scritto
di Adelardo, non essendoci altra variante, se non che qui non è messo in campo
il concetto di status, ed è forse dato un certo maggior peso alla denominazione
141 ). Ma croire d'entre
ceux qui tourmenle.nl nos oreilles de leurs innovations journalières, qui
cheque jour naisscnt pour nous, nouveaux Aristotes et nouveaux Piatomi, qui
prometterà également et les choses qu’ils savent, et celles qu’ils ignorent? Ili testo originale, ediz. Willner, p. 6, suona così:
« Alius enim a sensibilibus invesligundas (se. res) esse censuil, alter ab
insensibilibus incepit; alius eus in sensibilibus tantum esse arguii, alter
praeter sensibilia etiam. esse divinavit. Sic dum uterque alterum inquietat,
neuter fidem adipiscitur.... (p. 7) Cui tandem eorum credendum est, qui
cotidianis novitatibus aures vexant.” Et assidue quidem etiam nunc cotidie
Platones, Aristoleles novi nobis nascuntur, qui aeque ea, quae nc sciant, ut et
ea, quae scianl, sine frontis iacluru promittant.... » |. M “> Ibid., p. 267: L’un
d’eux (cioè Platone e Aristotele), transporté par l’élévation de son esprit et
les uiles qu’il semble s’ètre créés par ses efforts, a entrepris de connuilre
les choses par les principes eux-mémes ; a esprime ce qu’ils élaient avant
qu’ils ne se reproduisissent dans les corps, et a definì les formes archétypes
des choses. L’autre, au conlraire, a commencè par les choses sensibles et
composées ; et puisqu’ils se rencontrent dans leur route, doit-on les dire
opposés? Si l’un a dit que la Science étuit hors des choses sensibles, et
l’autre, qu'elle était dans ces mémes choses, voici conimela il jaul les
interpréter. [Ed. Willner, p. 11: « Unus eorum merilis altitudine clatus
pennisque, quas sibi indui obnixe nisus, ab ipsis iniliis res cognoscere
aggressus est, et quid essent, antequam in corpora prodirent, expressit,
archelypas rerum formas, dum sihi loquilur, definiens. Alter autem.... a
sensibilibus et compositis orsus est. Dumque sibi eodem in itinere obviant,
contrarii dicendi non sunt.... Quod autem unus ea extra sensibilia, alter in
sensibilibus tantum existere dixit, sic accipiendum est. »1. «*) Delle parole ohe ora fanno immediatamente seguito
(p. 267-8 del Jourdain), FHauréau (De la philos. scol., I, p. 255 IHistoire de
la phil. scol.) riproduce il testo latino originale [che qui si riferisce
secondo la ediz. Willner] : Genus et species
de his enim senno est etiam rerum
subiectarum nomina sunt. fan poi seguito, secondo lo spirito del platonismo,
espressioni di lamento, perchè agli uomini runiversale si presenta oscurato
dalla indispensabile percezione sensibile, mentre gli universali, nella loro
pura semplicità, esistevano originariamente soltanto nel No0{ divino 11); e*a
questo si connette subito la strana affermazione, che proprio perciò hanno
ragione tutti due, così Aristotele, il quale ha trasportato gli universali in
quella sfera, cli’è la sola dove sieno a noi accessibili, come anche Platone,
che li confina là dov’essi hanno la vera loro realtà, che insomma entrambi,
mentre nella maniera di esprimersi sembra si contraddicano, nel merito si
trovan d’accordo 143 ). Per arrivare a questa conciliazione, AdeNam si res
consideres, eidem essentiae et generis et speciei et individui nomina imposita
sunt, sed respectu diverso. V olcntes etenim philosophi de rebus agere
secundurn Itoc quod sensibus subiectae sunt, secundurn quod a vocibus
singularibus notantur et numeraliter diversae sunt, individua vocarunt, se. Socratem,
Platonem et celeros. Eosdem autem altius intuente s, videlicet non secundurn
quod sensualiter diversi sunt, sed in eo quod notantur ab liac voce « homo »,
speciem vocavertuti. Eosdem item in hoc tantum, quod ab hac voce « animai »
notantur, considerantes genus vocaverunt. Nec tamen in consideratione speciali
jormas individuales tollunt, sed obliviscuntur, cum a speciali nomine non
ponantur, nec in generali speciales oblatas inielligunt, sed incsse non
attendunt, vocis genendis significatione contenti. Vox enim haec « animai » in
re illa notai substantiam cum animatione et sensibililate ; haec autem « homo »
totum illud et insuper cum ralionulitale et mortalitate: « Socrates » vero
illud idem addila insuper numerali accidentium discrelione [ed. Willner, :
Assueti enim rebus . cum speciem intueri nituntur, eisdem quodammodo
caliginibus implicantur nec ipsam simplicem notam.... contemplari nec [350] ad
simplicem specialis vocis positionem ascendere queunl. Inde quidam, cum de
universalibus ageretur, sursum inhians « Quis locum earum [se. vocimi] mihi
ostendet? », inquit. Adeo rationem imaginatio perturbai.... Sed id apud
mortales. Divinae enim menti.... praesto est muteriam sine formis et jormas
sine aliis, immo et omnia cum aliis.... distincte cognoscere. Nani et antequam
coniuncta essent, universa quae vide?in ipsa noy simplicia erant [ed. Willner,
p. 12]. lbid.: Nunc autem ad propositum redeamus. Quonium igitur illud idem,
quod vides, et genus et species et individuimi sit, merito ea Aristoteles non nisi
in sensibilibus esse proposuit. Sunt etenim ipsa sensibilia, quamvis acutius
considerata. Quoniam vero ea, inlardo non deve davvero essersi molto stillato
il cervello 144 ). [§ 26. Gauslenus o
Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere ]. Un modo di vedere analogo al principio della
teoria della indifferenza, sebbene il metodo seguito fo9«e alquanto diverso,
potrebbe ravvisarsi nella opinione di Gauslenus o Joscelli¬ nus da Soissons
(dove fu vescovo dal 1125 [1122] al 1151), il quale ritiene cioè che gli
universali non si trovano già negl’individui presi per se stessi, bensì com¬
petono a questi, solamente in quanto l’individuale viene raccolto in una unità
(in unum collectis ) 145 ) ; poiché questa è ima tesi che sarebbe perfettamente
in armo¬ nia con il principio su riferito (nota 133), vale a dire che esistono
esclusivamente individui; soltanto che il formarsi degli universali nel
pensiero umano sarebbe ottenuto qui non già con mi lasciar da parte
[(re/inquere ) le differenze individuali], bensì fin da principio con un metter
assieme ( colligere ), del quale infine non poteva pur fare a meno neanche la
teoria della indiffe¬ renza (nota 136). Ma sopra la opinione di Gauslenus non
sappiamo assolutamente nulla di più preciso 14e ) : quantum dicuntur genera et
species, nemo sine imaginatione presse pureque intuetur (qua pertanto troviamo
veramente «li già la « ignota cosa in sé»), Plato extra sensibilia, scilicet in
niente divina, et concipi et existere dixit. Sic viri illi, licet verbis
contrarii videantur, re lamen idem senserunt [ed. Willner, p. 12], Tanto più
che poteva ben essergli accessibile, almeno attra¬ verso Agostino (de civ. Dei,
Vili, 6 f?j), il noto passo ciceroniano dello stesso tenore ( Acad. Prior., I,
6 Tv. anche ih., 41, relativa¬ mente ad Antioco [d'Ascalonal). Abbiamo veduto
più sopra (nota 66) come anche Bernardo da Chartres si sforzasse di conciliare
Pla¬ tone e Aristotele. ’“) Vedi la fonte più sopra, nota 68. “*) Poiché, se H.
Bitter, che sopra Gualtiero da Mortagne, Adelardo da Balli ecc. ci dà notizie,
in parte prive della necessaria precisione, in parte addirittura erronee, vuole
senz’altro riven¬ dicare a Gauslenus lo scritto De generibus et speciebas, per
indurci e mentre da un lato già molto
avanti abbiamo veduto (Sez. prec., nota 175) cbe anche il realista Ottone da
Cluny si serviva di una espressione analoga, e anzi an¬ che Giovanni da
Salisbury sembra riconoscere in Gaueleno un realista (il che tuttavia non ha
forse grande importanza: v. sopra le note 70 e 85), d’altro lato può darsi che
soltanto la separazione degli universali da¬ gl’individui singoli sia per noi
il principale motivo che c’induce a raccostare la tesi di Gausleno alla teoria
della indifferenza: e a conferma di ciò potrebbe fors’anche valere il fatto, ch’egli
ha promosso il passaggio alla teo¬ ria nominalistica della « mancries » (v.
sopra la nota 68). Allora avremmo qui una ripetizione di quel che fu già
affermato, a proposito dei primi inizi di una formazione di contrastanti
tendenze dalla parte dell’indirizzo nomi¬ nalistico liT )Lo scritto anonimo de
generibus et speciebus: punto di vista del suo autore: a) critiche ad altre
soluzioni del problema degli universali],
Ma se, relativamente agli universali, l’ordine al quale dobbiamo dar la
preferenza (v. sopra la p. 208), ci porta a prender in esame le vedute di
AEelardo, come pure di Gilbert de la Porrée e di Giovanni da Salisbury,
solamente qui appresso, in connessione cioè con la totalità della loro
dottrina, per il momento ci rimane da
conati ammettere quest’attribuzione non basterebbero le poche parole di quel
l'unica fonte che possediamo intorno a Gauslenus, neanche qualora esse fossero
in armonia con le vedute dell’autore dello scritto Do gen. et spec. Ma che un
tale accordo sia molto dubbio, può risultare da quanto dovremo ora subito dire,
a proposito di quello scritto anonimo [che invece oggi si tende ad attribuire
appunto a Gauslenus o a un discepolo di lui. Del Ritter v. la 3“ parte della
già cit. St. d. fil. cristiana, p. 381-6 (Allei, da Bath) e 397401 (Gualt. da
Mortagne)]. Cioè il Pseudo-Rabano (Sez. precedente, nota 153) e quel co,i detto
Jepa (ibid., nota 170) si sono espressi, intorno al concetto di genere, in
maniera affatto simile. CABLO PRANTL siderare un unico scrittore ancora, e
questi è l’autore sconosciuto dello scritto «De generibus et speciebus» liS ),
il quale ci mostrerà taluni punti di contatto o di affinità con parecchie delle
opinioni menzionate «inora. In origine il lavoro, nel suo complesso, si
presentava certo come ima monografia «De divisione » (cfr. le note 118-128),
assolutamente alla stessa maniera dello scritto omonimo di Abelardo (v.
appresso le note 277 e 353 ss.), e, come in principio del testo da noi
conservato si tratta ancora della questione delle parti originarie di ima
totalità, così anche qui l’Autore, altrettanto colto quanto acuto, ha poi preso
occasione, dalla discussione intorno alla divisione del genere, per intervenire
nella disputa intorno agli universali, e lumeggiando criticamente le opinioni
degli altri, e ancora esponendo le ragioni delle sue proprie vedute 149 ). Per
prima cosa combatte alla spiccia il nominalismo, con l’argomento che le parole
in generale non hanno un essere, poiché ciò che si genera soltanto per
successione temporale, non può costituire un tutto unitario: ima osservazione,
questa, che è volta appunto, per 14 “) Del libro, edito dal Cousin ( Ouvrages
inédits d'Abélard, p. 507-550) di su un manoscritto di St. Gerniain, manca il
principio; e il titolo, che è invenzione dello «tesso Cousin, si può forse
continuare a adottarlo, ma certamente fatta eccezione per l’aggiunta «Petti
Abelardi » ; poiché, che nel suo complesso non sia un’opera di Abelardo (v.
sopra la nota 49), se ne sarebbe dovuto accorgere anche il Cousin; la cosa
appare manifesta non soltanto da particolarità stilistiche (p. es. Fespressioni
« Attende » o « Solutio », intercalate dove si tratta di risolvere obiezioni, o
ancora, il caratteristico termine « rationabile ingenium », clic l’Autore
mostra di prediligere, ecc.), ma anche da intrinseche divergenze che modificano
la teoria stessa, e si acuiscono persino in forma polemica. Sopra questo punto,
a scanso di ripetizioni, mi limito a rinviare alle note seguenti, 150, 167,
168, e particolarmente 171, dove si vedrà addirittura designata come « ridicola
» una opinione che è di Abelardo. ’*) Con lo studio accurato di questo scritto,
potrebbero forse venir meno del tutto le censure enunciate a suo carico da H.
Rrr- ter (VII, p. 363), che lo giudica malcostrutto e oscuro. quanto in essa si
attiene alla funzione del pensiero nel giudizio, anche contro le idee di
Abelardo (v. appresso la nota 315) 15 °); ma poi la relazione tra materia e
forma, dominante nel passaggio dal genere alla specie, neanche sarebbe già
assolutamente possibile esprimerla con parole, poiché mai ima parola è materia
di un altra parola 151 ). D’altra parte, l’Autore combatte anche il realismo di
Guglielmo da Champeaux, poiché se l’universale, in tutto quanto il suo
contenuto, viene individualizzato nell’individuo (nota 105), non soltanto
questo medesimo contenuto dovrebbe pur trovarsi da capo nello stesso tempo
tutto quanto in un altro individuo 152 ), ma dovrebbero altresì spettare a
tutti gl’individui anche le proprietà varianti o transitorie 153 ), e nioltre
nel concetto del genere si troverebbero poi simultaneamente anche gli opposti
154 ). E ugualmente egli assume più oltre un atteggiamento m ) Cousin, loc.
cit., p. 523: ltem voces nec genera sunt nec species nec universales nec
singulares nec praedicatae nec subjectae, quia omnino non sunt. Nani ex his,
quae per successionem fiunt, nullum omnino totum constare, ipsi qui hanc
sententiam tenent, nobiscum credunt. Quemadmodum statua constai ex aere
materia, forma autem figura, sic species ex genere materia, forma au- tem
differentia (v. la nota 160 s.), quod assignare in vocibus impossibile est. Nam
cum animul genus sit hominis, vox vocis nullo modo est altera alterius materia.
m ) p. 514: Quod si ita est, quis polest solvere, quin Socrates eodem tempore
Romae sii et Athenis? Ubi enim Socrates est, et homo universalis ibi est, secundum totani suam
quantitatem infor- matus Socratitate.... Si ergo res universalis, tota
Socratitate affecta, eodem tempore et Romae est in Plutone tota, impossibile
est, quin ibi etiam eodem tempore sii Socratitas, quae totani Ulani essentiam
conlinebat. Ubicumque autem Socratitas est in homine, ibi Socrates est:
Socrates enim homo Socraticus est. Ibid.
Il passo si trova citato già più sopra, n. 129. ”*) p. 515: Quam statim enim
rationalitas illam naluram tangit, se. animai, tam statim species efficitur, et
in ea rationalitas fundatur. llla ergo totum informat animai.... Sed eodem modo
irrationalilas totum animai informat eodem tempore. Ita duo opposita sunt in
eodem secundum idem. polemico contro la teoria della indifferenza, cosi
attaccandola nel suo principio, cioè in quel tale concetto del « comune » (nota
134) 155 ), come anche contraddicendo sia la opinione, che i sostenitori di
quella teoria professano, relativamente al concetto collettivo (collidere, nota
136) 15 “), sia del pari la conseguenza, che si ricava, e che consiste
nelTobliterarsi della differenza tra universale e particolare 157 ). [b)
soluzione da lui stesso proposta ]. La
sua propria opinione traspare già, in primo luogo, dov’egli tratta della
divisione all’infinito (note 126 s.), e riconosce che una totalità può ancora
continuar a sussistere, quand’anche una sua parte perda la propria forma e
subisca, quanto alla materia, ima diminuzione 158 ), e cosi pure particolarmente, in secondo
luogo, dov’egli esprime la idea, che due punti non vengono ancora a formare una
linea, se non c’è la cooperazione di una energia creatrice unitaria (una
creatura ) 15B ). Anche nella p. 519: Ncque enim Socrnles aliquam naturarti,
quarti habeat, fiatoni communicut, quia neque homo qui Socrales est neque
animai, in aliquo extra Socratem est. !M ) p. 520: Socrates.... lumen nullo modo de pluribus
colligitur, quia in pluribus non est. Già
questo dovrebbe renderci circospetti, nell attribuzione di tale scritto a
Gausleno: ma v. appresso la nota 162. 15t ) P521: Al vero nec particuluritas nec universalitas
in se transenni. Namque universalitas potest praedicari de particularitate, ut
animai de Socrate vel Platone, et particularitas suscipit praedicalionem
universalitatis ; sed non ut universalitas sit particularitas, nec quod
particolare est, universalitas fiat. [Queste
parole fan parte di una eitaz. da Boezio, ad Ar. Praed., I, p. 120; PL, 64,
170]. P510: Non sequitur « si hic asser est, et medietas hujus asseris est»;
posset enim destrui medietas,.... non quanlum ad totani ejus massam, sed
quanlum ad formam, et tamen remanentibus ejus aliquibus particulis non
destrueretur hic asser, quoniam medietatis ejus materia, forma tantum pereunte,
tota non periret. P511 : Si quuelibet duo puncta proxime juncla faciunt
bìpunctalem lineam, quue sit una creatura, tunc habebit unum fundamentum; sed
una atomits non erit ejus fundamentum; jam
polemica contro un emendamento [proposto per sfuggire alle difficoltà]
del realismo, egli risolutamente si attiene alla similitudine derivata da
Porfirio (Sez. XI, nota 44), e indi passata nelle teorie di Boezio (Sez. xn,
nota 97) : la similitudine, cioè, dell’opera d’arte, sicché per lui il genere è
la materia e la differenza è la forma, ma il prodotto stesso, cioè la specie,
nella quale la materia è il sostrato della forma (formarti sustinet ), viene
considerato come una unione permanente, e designato anche con il termine «
materiatum » 160 ) ; in luogo di questo termine, d’altro canto, trovasi pure,
ferma restando rigorosamente la idea di parte, la caratteristica espressione «
diffinitivum totum » J01 ). Ma un più preciso fondamento a questa sua opinione
egli lo dà nella maniera seguente: Nell’individuo una certa «essentia», cli’è la
materia, porta in sè ( sustinet ) la forma della individualità, ed è composta
con essa, dal che appunto si genera la diversità degl’individui singoli; ora,
proprio questa essenza, in quanto la si trova non soltanto in uno o nell’altro
individuo, ma nello stesso tempo anche, come materia, in tutti quanti insieme,
è la specie, la quale pertanto, per molte che sieno le essenze singole (
essenrìaliter multa), viene tuttavia designata come concetto collettivo (
collectio) con le enim esset bipunctaliter linentum.... p. 513 : postarlius
dicere quod ipsa bipunctaìis linea fundutur in illis duabus alomis ut in
subjeclis, non in subjecto. ’*’) p. 516: Sed dico: facta est species ex genere
et substanliali differentia, et sicut in statua aes est materia, forma autem
figura, similiter genus est materia speciei, forma autem differentia. Materia
est, quae suscipit formam. Ita genus in ipsa specie constituta formimi
sustinet. Nani et postquum constituta est, ex materia et forma constai, i. e.
ex genere et differentia.... p. 517: ontne materiatum sufficienter constituitur
ex sua materia et forma. ’") p. 522: Speciem ex genere et substanliali
differentia constare, ut statua ex aere et figura, alidore Porphyrio (in
Boezio, ad Porph. a se trinisi., IV, 11, p. 88 fed. Brandt, p. 268; PL]), constat.
Itaque pars est speciei materia et similiter differentia. Ipsa vero species est totum diffinitivum eorum.
parole « un universale », ovvero « una natura », press a poco come anche il
concetto di «popolo» abbraccia molti individui 162 ); non già viene cioè
individualizzata in ciascun individuo singolo la specie tutta quanta, bensì
solamente una sua parte, cioè appunto una sola siffatta essenza, la quale non è
già identica alla totalità che costituisce la specie (concollectio), ma ha con
essa in comune soltanto la simile composizione o la simile energia creatrice
(similis compositio, similis creatio ): onde neanche la similitudine con il
popolo o con un esercicito calza perfettamente, sussistendo tra l’essenze
smgole e la loro totalità, data quella somiglianza nella produzione, una
maggiore identità di essenza che non tra un soldato e l’esercito; tutta questa
relazione si presta invece meglio a esser paragonata con il caso di una massa
di metallo piuttosto grande, la quale in una delle sue parti può esser lavorata
in forma di coltello, e nello stesso tempo, in un’altra sua parte, in forma di
stile. Quid nobis polius lenendum rideatur de his, Deo annuente, amodo
ostendemus. Unumquodque individuimi . ex materia et forma compositum est, ut Socrates
ex homine materia et Socratitate forma; sic Plato ex simili materia, se.
homine, et forma diversa, se. Platonitale, componitur; sic et singuli homines.
Et sicut Socratilas, quae formaliler constituit Socratem, nusquam est extra
Socralem, sic illa hominis essentia, quae Socralitatem sustinet in Socrate,
nusquam est nisi in Socrate. Ita de singulis. Speciem igitur dico esse non
illam esscntiam hominis solum, quae est in Socrate, vel quae est in aliquo alio
individuorum, sed tolam illam collectionem ex singulis tdiis [5251 hujus
naturae conjunc.tam. Quae tota colleclio, quamvis essentialiter multa sit, ab
auctoritatibus (cioè da Porfirio e Boezio) tamen una species, unum universale,
una natura appellarne, sicut populus (v. la Sez. precedente, nota 153), quamvis
ex multis personis collectus sit, unus dicitur. Speciem esse dicimus
multitudinem essentiarum inter se similium. ut hominem.... lllud tantum
humanitatis informatur Socratitate. quod in Socrate est. Ipsum autem species
non est, sed illud quod ex ipsa et caeteris similibus essentns conficttur.
Attende. Materia est omnis species sui individui et ejus formam suscipit, non
ita scilicet, quod singulae essentiae illius speciei informentur illa forma sed
una tantum, quae tamen.... similis est compositioms, prorsùs cum omnibus aliis
ejusdem naturae essenliis.... Neque....
diversum judicaverunt [se. auctores] unam essenJiam illius con[Ora questa
medesima relazioue si ripete per il concetto di genere, essendo ciascuna delle
esscntiae, appartenenti alla totalità di una specie, composta a sua volta di
una materia e di una forma, con questa sola differenza, che cioè la forma qui
non è più esclusivamente quella sola della individualità, ma involge essa
medesima in sè la pluralità delle differenze specifiche, cioè sostanziali; ma
quella materia come tale appare indifferenziata ( indifferens ) in quelle
essenze singole, che, come materia, stanno a fondamento della formazione della
specie, e si chiama ora genere la multitudo dell’essenze, che possono far da
sostrato (sustinere, recipere) alle differenze specifiche 164 ). E lo stesso
può infine ripetersi anche relativamenteal « primo principio », perchè le
essentiae appartenenti a un genere, consistono a lor volta di materia e forma,
e sono, quanto alla materia, parimente indifferenziate colleclionis a tota
collectione, sed idem, non quod hoc esset illud, sed quia similis creationis in
materia et forma hoc eral cum ilio.... Massam aliquam ferream, de qua fuciendi
suiti cultellus et Stylus, videntes, dicimus: hoc fulurum materia cultelli et
styli, cum tàmen nunquam tota suscipiut formam alterulrius, sed pars styli,
pars cultelli.... (p. 527) Major.... identitas alicujus essentiae illius
collectionis ad totum, quarti alicujus personue ad cxercitum; illud enim idem
est cum suo tato, hoc vero diversum.
Inoltre p. 535: Hoc enim habet nostra sententia, quod animai illud genus
in parte sui suscipit rationalilalem et in parte irrationalitalem. 1M ) p. 525
: Item unaquaeque essentia hujus collectionis, quae humanitas appellalur, ex muteria
et forma constai, se. ex animali materia, forma autem non una, sed pluribus,
rationalitate et mortalitate et bipedalitate, et si quae sunt ei aliue
substantiales. Et sicut de homine
dictum est, se. quod illud hominis, quod sustinet Socrutitalem, illud
essentialiter non sustinet Platonitatem, ita de animali. Nam illud animai, quod
formas [Cousin corregge: formami huma. nilatis, quae in me est, sustinet, illud
essentialiter alibi non est, sed illi indifferens est in singulis materiis
singulorum individuorum animalis. Hanc itaque mullitudincm essentiarum
animalis, quae singularum specierum animalis formas sustinet, genus appellandum
esse dico: quae in hoc diversa est ab illa multitudine, quae speciem facit.
Illa enim ex solis illis essentiis, quae individuorum formas sustinent,
collecta est; ista vero, quae genus est, ex his, [quae] diversurum specierum
substantiales differentias recipiunt. C
(indiff erentes ), mentre recano in sè, come loro forma, le differenze del
genere, e così ancor una volta si arriva a una multiludo di essenze, come al
generalissimum, del quale infine può ancora dirsi soltanto, che la sua materia
è la « mera essentia » o la sostanza stessa, mentre la sua forma è la
susceptibilitas contrariorum 165 ). Così l’Autore, con il suo caratteristico
potenziamento o incastramenti della essenza, si accosta tuttavia ancora molto
dappresso a Guglielmo da Cliampeaux; pertanto non si può in verità dire di lui
che, come Gauelenus, abbia staccato l’universale dalPiudividilo (v. le note 145
s.), ma nello stesso tempo, mediante i concetti di collectio e d’indifferens,
egli viene a contatto con la teoria della indifferenza, mentre quei concetti
stessi, hanno certamente per lui, in grado di gran lunga maggiore, una validità
obbiettiva. [c) dottrina del giudizio ]. Ma tanto più caratteristica è perciò
la forma che deve qui assumere la concezione della funzione logica subbiettiva,
cioè del giudicare, nei riguardi degli universali, mentre d’altra parte,
soltanto con la enunciazione del modo di vedere dell’Au’*) Ibid.: Item, ut
usque ad primum principium perducalur, sciendum est, quod singulae essentiae
illius multitudinis, quue animai genus dicitur, ex materia aliqua essendo
corporis et formis substantialibus, animatione et sensibililale, constat, quae,
sicut de animali diclum est, nusquam alibi essentialiler sunt; sed illae
indifferentes jormas susdnent omnium specierum corporis. Et haec taliurn
corporis essentiarum multiludo genus dicitur illius naturae, quam ex
moltitudine essentiarum animalis confectam diximus. Et singulae corporis, quod genus
est, essentiae ex materia, se. aliqua essentia substandae, et forma,
corporeitate Constant. Quibus
indifferentes essentiae incorporeitalem, quae forma est, species, sustinent ;
et illa taliurn essentiarum multiludo substantia generalissimum dicitur, quae
tamen nondum est simplex, sed ex materia mera essentia, ut ita [526] dicam, et
susceptìbilitate contrariorum forma constattore sopra questo punto, le idee di
lui trovano la loro esplicazione compiuta. Egli si lamenta della mancanza di
una definizione della relazione predicativa; poiché intenderla senz’altro come
inerenza obbiettiva, è un uso non giustificato, a prescinder dal fatto che la
inerenza stessa la si può prendere soltanto nel senso sumdicato di divisione: e
come ci si deve guardare dalle conseguenze della teoria della indifferenza, è
in generale da respingere la identificazione di praedicari e di esse, dal punto
di vista del contenuto definitorio della specie: mia osservazione, questa, che
certamente è rivolta contro Abelardo (v. appresso la nota 318), e più che mai
assume il carattere di una espressione specificamente polemica, allorquando,
prendendosi posizione, come non si può disconoscere, contro una teoria di
Abelardo (relativamente ai « sumpta»: v. appresso la nota 321), si afferma che
tutte quante le denominazioni universali, sieno aggettivi eieno sostantivi, si
riferiscono indirettamente a forme obbiettive 166 ). Insomma, il giudizio ) p.
526: Audi et attende; praedicari quidem inhaerere diclini. Usus quidem hoc
habet; sed ex auctoritate non imeni con cedo tamen; inhaerere autem dico
humanitatem Socrati, non quod tota consumatiliin Socrate, sed una tantum ejus
pars Socratitate mformatur (v. la nota 163). p. 531: Nasse debes quod nusquam,
quid sii praedicari, piane dicit auctoritas. Nani quod solet dici quod
praedicari est inhaerere, usus est ex nulla auctoritate procedens., p ; 21 '
ltem «pec'es in quid praedicatur de individuo (quest abbreviazione «praedicari
in quid» la incontriamo qui per la prima volta efr. la nota 282: cioè nella
traduzione di Boezio [in p. 527 8.: Sed,
dicuril^.. « ralionale » alterius nomen est, prò impositione scilicet animalis,
et aliud est quod principaliter significai, se. rationalitas, quam praedicat et
subjicit; t homo non asserisce mai che quel dato soggetto e quel dato
predicato, bensì asserisce solamente che il soggetto va annoverato fra quell’
essenze, che o son costituite da una determinata materia, o sottostanno a una
determinata forma 168 )! pertanto (e ad avvalorar le sue parole 1 Autore può
persino richiamarsi qui a un passo isolato di Boezio) il nome che significa una
specie, viene dato appunto soltanto ai rispettivi individui singoli, ma non mai
alla specie stessa 170 ); e per tal riguardo si distinguono i sostantivi e gli
aggettivi, in quanto che quelli si riferiscono alla materia e questi alla
forma, sicché chi parlasse di un accidentale, cioè di un « adiacens » ma è proprio ancora Abelardo che fa così : v.
appresso le note 283 s. , commetterebbe il più grande degli errori m ) ; ma se
così stanno le cose per quel che concerne il significato originario dei
termini, modi di dire, come p. es. « Uomo è un concetto di specie », sono
soltanto espressioni traslate, imposte dalla necessità 17 ). vero nihil aliud
vel nominai vel significai, quam illam speciem. Absit hoc; imo, sicut «
Tallonale » et « homo», sic et quodlibet aliud universale substantivum alterius
nomen est, per impositionem quidem ejus, quod principaliter significai. V. g.:
rationale vel album imposi timi luit Socrati vel alicui sensilium ad nommundum
propler formas, i. e. rationalitalem et albedmem, quas principaliter
significant. . . . ’*) p. 528 : Itaque cimi dicitur « Socrates est homo », lue
est sensus «Socrates est unus de materialiter constitulis ab homine».... Sicut
cum dicitur « Socrates est ralionalis », non iste est sensus « res subjecta est
res praedicata », seti « Socrates est unus de subjectis huic jormae, qvae est
rationalitas ». ... "») Ibid.: Quod aulem « homo » impositum sit lus, quae
materialiter consliluiinlur ab homine, i. e. individuis, et non speciei, dicit
Boethius, in commentario super Calegonas, his verbis etc. (v. BOEZIO liti ir.
praed.. II. p. 129); cfr. la Se-/., precedente, nota 121. m ) Ibid.: Nomina
illa tantum dicunlur substantiva, quae imponuntur ad nominandum aliquem propter
ejus malenam.... vel.... expressam essentiam .; adjectiva
vero Ma dicuntur, quae,mponuntur alicui propler formam, quam principaliter
significai.... I\a quod dici solet, adjectivum esse, quod significai accidens,
secundum quod adjacet, et substantivum, quod significai essentiam, ut
essentiam, ridiculum est vel sine inlellectu. '”) p. 529: Sciendum est ergo:
vocabula, quae imposita sunl [d)
propensione al platonismo ]. Già da ciò
è manifesto che l’Autore (in antitesi con Abelardo) disconosce il valore
effettivo della sintesi che ha luogo nel giudizio, e, secondo lo spirito del
platonismo, isola le parole tutte quante, come imagini subbiettive di esemplari
obbiettivi: pensiero che non potrebb’enunciarsi con maggior chiarezza di quel
ch’egli stesso fa, quando p. es. dice : « razionale » non è il nome di ciò che,
come soggetto, sottostà al predicato della razionalità, bensi è il nome di una
entità, che vien costituita dalla « razionalità » 17S ) ; anzi, a questa maniera,
bisogna ch’egli concepisca il rapporto predicativo in guisa così
indeterminatamente generica, ch’esso si trovi in generale a coincidere con il
prodursi del termine « significante », ed essendo quest’ultimo momento, per il
soggetto e per il predicato, il medesimo, la differenza tra uno e l’altro si
riduce a essere puramente esteriore e accidentale; ma, a tal proposito,
l’Autore si appoggia a un passo di Prisciano, dove, in base alla terminologia
generalmente adottata dagli Stoici (v. la Sez. VI, note 112 ss.), le particelle
vengono denominate « syncategoreumata », dal che si può argomentare che allora
tutte le altre parole sono appunto categoreumata, cioè predicati 174 ). rebus
propter aliud significandum principaliter circa eas, quandoque transjerunlUT ad
agendum de principali signi ficatione ; ut cum.... translative .... dicilur «
rationale est differentia » et « album est species coloris i, nihil aliud
intclligo quam « ralionalitas » et « albedo ». Sic.... cum dicilur « homo est
species ».... Concedimus itaque, hanc translationem necessitate fieri. *”) p.
547: Rationale enim non est nomen subjecti rationalitatis, sed rei quae a
rulionalitale constiluitur, quae non est ipsum animai. m ) p. 531: Mihi autem
videlur, quod praedicari est principaliter signi ficari per vocem praedicatam;
subjici vero, significavi principaliter per vocem subjectam, et hoc quodammodo
videor habere a Prisciano, quod in tractatu orulionis, unte nomen (cioè nel
capitolo che precede la trattazione del Nomen), dicit praepositiones et conjunetiones
« syncategoreumata », i. e. consignificantia. Scimus autem « syn » apud graecos
« cum » praepositionem [532] significare, « categorare » autem « praedicuri » ;
unde « categoriae » « prne1S. Questi syncategoreumaia die, presi dalla grainma. tica,
son qui messi in campo di passata, e che noi in questa Sezione incontreremo
ancora qualche volta, esercitarono più tardi, a partire da Psello (Sez.
seguente, note 9 e 92) e da Pietro Ispano (Sez. XVII, nota 256), un influsso
estremamente esteso: ma questo è im argomento che, com’è ben naturale, dobbiamo
riserbare al seguito della presente esposizione. Invece la conseguenza che da
ciò ricava qui il nostro anonimo Autore, conduce a un platonismo, che deve
farci ricordare da vicino lo Scoto Eriugena. Se cioè « praedicari », a questa
maniera, è la stessa cosa che « significari principaliter », la funzione
dell’intelletto umano trapassa in quelle forme e maniere di essere obbiettive,
che stanno a fondamento degl’individui, poiché il concetto si genera (intellectus
consti tuitur, generante) per mezzo della parola, in vista dell’universale
obbiettivo 1 ”), e anche la inerenza, se con essa si vuole, secondo l’abitudme
tradizionale, identibeare la relazione predicativa, ha tuttavia appunto
esclusivamente mi valore obbiettivo nel processo del divenire delle cose ”•).
Insomma si tratta soltanto delle irifcantLl d,"" ur S .' td . em est
«eategoreumata» quoti «sifótér» Til n d0m p « praedicari » quoti « significar,
principavol i, S41 s „,n SCUN ',°> II, 15 [ed. Hertz, voi I p. 54] suona
così: Partes ignur orationis sunt secundum dudecticos dune, uomo,, et verbum,
quia hae solae eliam per Te coniunctae plenum facium ortUionem, alias attieni
partes « syncategoremata », hoc est consignificantia, appellabant). WiJJV
i" 1 erl * « praedicari. » quoti « si.gnificari principali ’ q i SO r‘ m
s, Z m J ìc ationem recepit Aristoteles, juxta iUud albani mi significai, msi
qualilatem (Cai., 5: v. la Sezione IV nota 476; cosi si storceva qualsiasi
testo a favore del proprio perso’ " • m °'!° dl V e dere) : n Cu m enim
album «subjectum albedinis » nominando significa, illuni solam significationem
notaviI. Aristole- les m qua mtellectus constituitur per vocem.... Sicut ensis
et g/a- diuseumdem generant mlcllcelum, ita ilio duo nomina jacerent. ) p.
53.1: Quod si «praedicari» quidem prò « inhaerere » ac- liPl ì q “° d ?* c °
ncedl ™us, ncque enim bonum usimi abo- e lolumus sic dicendum est: omms natura,
quae pluribus inolierei indivulins materuiliter, species est. nature »
unitarie, che stanno a fondamento delle cose: e, quando il concetto di natura
viene ridotto alla similis creatio (v. sopra la nota 163) o rispettivamente,
per mantener la separazione da altre formazioni, alla dissimilis creatio m ), a
ciò si connette una teoria platonico-mistica della Creazione, la quale qui non
c’interessa 17S ). Ma è da considerare, a questo proposito, che, da un lato,
secondo è stato detto più sopra, vien a essere posta massimamente in rilievo,
per la predicazione, la distinzione tra essentia materialis ed essendo forma-
lis 17 °), come pure, dall’altro lato, che nel rispetto ontologico viene
attribuita una efficienza alla forma soltanto 1S0 ) ; per tali ragioni va
combattuta quella opinione la quale del
resto appartiene del pari ad Abelardo (v. appresso la nota 306) secondo la quale il sommo genere ( genus
generalissimom) sarebbe la materia stessa, e pertanto le forme sarebbero le sue
specie prossime 181 ); OT ) 1 Ititi. : Hic aulem tantum agitur de naturis. Si
uutem quae- ras, quid appellem naturimi, exaudi: naturam dico, quicquid
dissimilis crealionis est ab omnibus, quae non sunt vel illud vel de ilio, sive
una essentia sii sive plures, ut Socrutes dissimilis crea- tionis ab omnibus,
quae non sunt Socrates. Similiter et homo spe- cies est dissimilis creationis ab omnibus rebus,
quae non sunt illa species vel aliqua essentia illius speciei. Anche la obiezione relativa alla f enice, la quale
esiste soltanto in esemplare unico (v. la Sez. XII, nota 87), viene presa in
ronsiderazionc, ma la si rimuove, con la osservazione che la opposizione tra
materia e materiatum (v. sopra la nota 160) dev’essere tuttavia mantenuta nella
sua universalità. ™> p. 538-540. *'") P- 548 s. : Concedo,
rationulilatem praedicari de homine in substantia, ut animai, sed illud ut formalem
essenliam, aliud [Cou- sin corregge: animali vero ut materialem. Vere attieni
assero, imi- Inni simpUcem jormam de alio praedicari substanlialiter, quam de
his, quae formaliter constiluit. P- 549: Non est diversus effectus materiarum,
imo forma- rum.... Apparvi, quod ille effectus sequitur formas, et non maleriam. m ) p. 546:
.... ne concedere cogamur, et muteriam substantiae generalissimum esse genus,
et susceptibilitatem contrariorum, et quaslibet simpliccs formas esse
species.... Respondendum est, quod in diffinitione
generis intelligcndum est, id quod genus est debere 276 e questo perchè, come
s’è veduto (nota 165), già nel sommo genere stesso l’Autore ravvisa un prodotto
di materia e forma, e perciò per queU’ultima materia suprema, cioè per la «
mera essenza », altro predicato non gli rimane all’infuori dal puro essere,
vale a dire « est » 182 ) ; precisamente alla stessa maniera che anche (v. la
nota 170) quella essenza, la quale, come materia, sta a fondamento
degl’individui, non ha di già essa stessa un nome che sia dato a lei quale
predicalo, perchè invece mi tale nome collettivo viene predicato solamente dei
rispettivi individui 183 ). Ma quest’ultima considerazione viene ora estesa
anche alle forme, cioè alle differenze specifiche; in un lungo dibattito,
d’intonazione polemica estremamente accentuata, contro la tesi usuale (Sez. XI,
nota 44, e Sez. XII, nota 87), si dimostra cioè la impossibilità che la
differenza specifica venga a cadere sotto la categoria della qualità, perchè
allora la qualità dovrebbe scomporsi in due specie supreme, ciò sono la
differenza e la qualità residua, ma ciascuna di esse a sua volta potreb-
b’essere costituita solamente mediante mia differenza specifica, e quest’ultima
d’altra parte dovrebbe pure venir a cadere parimenti sotto la categoria delle
qualità, il che non le è possibile in nessuna maniera, cioè nè come genere nè
come specie o sottospecie; e così anche, nemmeno in un’altra categoria ci può
essere poi ima dif- praedicari de pluribus speciebus proxime sibi supposids,
quod, quia deest illi maleriae [Cousin corregge: materia], idcirco non est
genus. *) Ibid.: Possumus edam dicere, quia illa mera essendo ad interrogadonem
factum per quid convenienler non respondetur.... Si ergo quaeritur «quid est
[547] substantia », respondeamus «est». Neque enirn potest responderi per nomen
« sub stantia »; namque non est nomen nisi materialorum a substantia, vel
ipsiits substan- dae. Per transladonem supervacue responderi manifestum est.
“’) p- 534: Opponetur: illa essendo hominis, quae in me est, aliquid est aut
nihil.... Respondemus, tali essentiae nullum nomen esse dalum, nec per
imposidonem nec per transladonem.ferenza specifica, poiché ciascuna specie
della qualità (e a queste la differenza stessa dovrebbe ben appartenere)
potrebb’essere soltanto una differenza specifica nell’àmbito della qualità
stessa 18, II, p. 98; PL, 199, 640]: Sunt autem dubitubilia sapienti quae....
suis m ulramque parlem nituntur firmamenti. Talia.... sunt, quae quaerunlur....
de materia et motu et principiis corporum. de progressu multttudims et
magnitudini sectione an terminos omnino non habeanl (v. sopra le noie 125 ss.).
de tempore et loco de numero et mattone, de codoni et diverso, in quo plurima
attrilio est, de dividilo et individuo, de substanlia et forma vocis, de statu
universalium, de usu et fine orluque virlulum eie. logica, la tendenza propria
di quell’epoca; con ciò diremmo di poter in pari tempo rendere compiuta la
conoscenza del terreno, sul quale si esercita la operosità tal proposito,
anzitutto le Categorie, di fronte alle quali alcuni che ne hanno trattato,
hanno assunto invero di Abelardo. [a) sopra le Categorie]. Per quel che riguarda, a un atteggiamento
svalutativo 18 “), già quei concetti preliminari di aequivocum ÆQVIVOCVM GRICE,
univocum e denominativum (v. sopra la nota 93) hanno dato motivo a discrepanze
™°). Ma poi la contrapposizione di sostanza e accidente (Sez. XII, nota 90) fu
da taluni contestata, da altri invece o giustificata, limitatamente alle cose
naturali concrete, o riferita alla mera relazione predicativa (cfr. la nota
186), o anche, con uno scambio tra forma e accidente, trasportata nel concetto
di totalità costituita da parti m ). *'"l Lo stesso, Metal., IV, 2-1 ( Opp
., V), p. 181 [ed. Velili, p. 191J: Alti detrattimi Catliegoriis IPL, 199,
930J. *) lbid-, III, 2, p. 120 [ed. Wehb, p. 124; PL, 199, 893]: Ex opinione
plurima idem principtditer significala denominativa et ca a quibus denominuntur
(un’affermazione come questa, può essere stata fatta esclusivamente da segnaci
dell'indirizzo realistico). Arali. .
Dialecl., p. 481 : Alee aequivoca ex sola debent praedU catione judicari ; sed
nec unìvoca propler eamdem communionis causarti.... Sani autem nonnulli,
qui.... non ad ca, quibus est impositurn vocabulum acquivocum et de quibus
enuntiatur, respiciunt; imo ad ea, ex quibus est imposilum ; ut « amplector »,
cum ad eamdem personam, amplectenlem simul et umplexam. acquivocum dicatur,
secundum diversarum proprietatum diffinitioncs, uclionis scilicet et passionis,
non ad personam commune dicatur, sed ad pròprietales, quas aeque designat. M
Pseudo-Abael. De inlell. (riferito dal CousiN, Fragments pitilosophiques,
Parigi, 1840, p. 493 [Abael. Opera, II, p. 753]): Quaeritur, un linee divisin,
leonini qttae sunt, aliud est substantia, uUud est accidens », sit sufficicns. Quod si concedatur, tunc, cum
Tulionulitas sit, opnrtet esse substantiam vel accidens. Si autem accidens
fuerit, potesl adesse et abesse....; quod falsum est.... Quidam dicunt, quod de
quocumque veruni est dicere « istud est una res», de eodem veruni est dicere,
esse substantiam vel accidens. Hi
tamen non conceduti/, rem imam debere dici, quod per opus hominum liabet
exislentium, ut domus, nec quod habet pnrtcs disgregalas, sicut popuAnche la
disamina delle singole categorie diede parecchia materia a controversie, le
quali non varcarono tuttavia il limite di quel che si trovava negli scritti di
Boezio. Così, per quel che riguarda la relazione, la divergenza, che già si era
manifestata fra Platone e Aristotele, rispetto al modo d’intendere questa
categoria, si era trasmessa, attraverso i commentatori (Sez. Ili, nota 49; IX,
nota 31; XI, nota 71), sino a farsi sentire anche nella discussione che
s’incontra in Boezio (Sez. XII, nota 93), e pertanto questo punto controverso
torna a comparire anche qui I92 ). Si disputava altresì, se i concetti di
somiglianza o di uguaglianza non sieno da ascrivere alla qualità, piuttosto che
alla relazione, a quel modo che studiosi isolati assegnavano alla qualità
persino la categoria della situazione ( situs) 193 ). Ovvero si metteva hi
dubbio che fosse giusto considerare ubi e quando come categorie, dato che son
ricavati dai concetti di spazio e di tempo, i quali appartengono alla quantità,
e lus.... Alti vero duobus modis dicunl [754] divisionem sufficiente ni esse:
praedicatione scilicet, et continentia secundum naluram. Predicanone quidem....
v. g.: animalium aliud est rationale, aliud irrattonale ; haec divisto est
sufficiens praedicatione, quia de quocumque poterit dici: «istud est animai»,
de eodem statim consequelur, esse vel rationale vel irrutionale.
Continentia.... ut tale sit exemplum: « domus alia pars paries, alia tectum,
alia fundamentum Accidens tamen ibi large accipitur prò forma. ) Abael,
Dialect., p. 201 s.: Quae quidem [ diffinitio ] ab alia in eo maxime diversa
creditur, quod itane Aristoteles secundum rerumnaluram protulil, illam vero
Plato secundum conslruclionein nominum dedit.... Sunt autem qui quemadmodum
Platonicam diffinilionem nirnis laxum vituperata, ila et Aristolelicam nimis
strictam uppellant. ' (kid., p. 204: Sunt tamen, qui « acqualis et inaequalis, simihs et
dissimilis » inter qualitates contrarias recipianl. p.
208: Hi vero, qui similitudinem potius inter qualitates enumerant, ut Magislro
nostro V. (v. la nota 102) piacili t. (La fonte di questa controversia è
Boezio, messa a confronto con p. 187 \in Ar Praed., II e III: PL, 64, 219 e
259]). Ibid., p. 201: Unus, memini,
Magisler noster erat, qui positionis nomea ad qualitates quasdam aequivoce
detorqueret. sono pertanto in perfetto parallelismo, p. es., con l’avverbio
interrogativo « qualiter » 104 ). O, ancor una volta, si domandava quale fosse
la corretta subordinazione dei concetti di « morte », o di « sonno », e simili
1B5 ). Oppure si discuteva sul come vada inteso il magis vel minus che compare
sovente nelle Categorie, se cioè la graduazione concerna puramente il sostrato,
o puramente la proprietà, o uno e l’altra al tempo stesso 106 ). Li tali
occasioni poteva anche venir fuori la distinzione tra i diversi indirizzi sopra
la questione di principio, in quanto che i nominalisti, p. es., designavano il
concetto di « ieri » come un Non-essere 1B7 ), o facevan valere il proprio lw )
Ibid., p. 199: Videntur autem nec generalissima esse « Ubi » vel « Quando », eo
quod prima principia non videantur. Quae enim ex alio nascuntur, prima non
videntur principia, sed ipsa quoque principia habenl; Ubi autem ex loco. Quando
autem ex tempore..,, originem ducimi.... Solel autem a multis in admiratione[m]
ac quaesi ione [ ni ! deduci, cur magis ex loci vel temporis udjaccntia
praedicamenta innascantur, quum ex adhaerenlia aliarum specierum sire generum.
Tarn enim bene « Qualiter » unius nomiti generalissimi videtur, sicut « Ubi »
vel « Quando », cujus quidem species bene vel male dicerentur [Cousin: bona vel
mala dicereturl, sicut « Quando » heri vel nudiustertius, vel « Ubi » Romae vel
Antiochiae [200] esse. La fonte di questa controversia, oltre che la Sezione riguardante la quantità,
e nella quale anzi locus e tempus hanno avuto una speciale trattazione
(Bof.zio, p. 146 [in Ar. praed.. Il: PL, 64, 205]), è in particolare il commento dello stesso
Boezio, p. 190: « quando» et «ubi» esse non polesl, nisi locus ac tempus fuerit
[in Ar. praed.. Ili: PL, 64, 262], ”“) Ibid., p. 402: Solel autem de morte et
vita quaeri, utrum in privalionem et habilum, un potius in contraria
recipiuntur. p. 406: Si.... f in
dormiente ], inquiunt, visio esset..., ridere eum oporleret. Si vero caecitas
inesset, nunqunm amplius ipsum ridere contingeret. “*) Gilb. Porret. de sex
princ., 8 (puhhl. nella ediz. lat. delle Opere di Aristotele, Venezia, 1552, I,
f.34) : Dicitur autem « magis et minus suscipere » tripliciter. Aiunt enim
quidam secundum erementum vel diminutionem eorum, quae suscipiunt, subiectorum.
Aliter autem et olii, ipsa quidem, quae suscipiuntur, in suscipiente diminuì et
crescere, annuntiant. Alii autem secundum ulrumque, amborum diminutionem et
augmentationem [cfr. PL, 188, 1268. e la nota 21 di questa Sez.]. w ) Abael.
Dinlect., p. 196: Cum.... « Iteri » rei existentis designativum non
videatur.... Sed fortasse hi, qui magis in speciebus 282 CABLO PRANTL punto di
vista, anche in ordine alla relazione e agli op. posti, mentre allo stesso modo
operava, dal canto suo, la corrente realistica 19S ). Ma sembra che, più spesso
di tutto, si sia parlato della categoria della quantità, già per il fatto che
questa offriva la opportunità di passare di nuovo alle questioni concernenti il
concetto di parte (note 125 ss.). Mentre i nominalisti intendevano i concetti
numerali in modo perfettamente analogo a tutto il resto [ intendi : dei
concetti], e perciò designavano i singoli numeri come specie, il cui genere è
il concetto stesso di Numero I99 ), ciò era negato dai loro avversari; secondo
costoro infatti, mancava nei numeri quella essenziale unità di natura, eh e
necessaria per il concetto di specie o di genere, e per conseguenza i numeri
vanno semplicemente qualificati come espressioni aggettivali di un procedimento
collettivo; quest’ultimo poi si applicava altresì a tutti quanti i momenti
della quantità, in quanto che a ima realtà sostanziale posson pretendere
soltanto i fondamenti semplici della quantità, vale a dire i concetti di rerum
naturimi quarn vocabulorum impositionem attendimi, per * ^ Qunmduiji praesentem
(idjacenliam designari volunt. ) lbid., p. 392: Quod qitidem multos in hanc
sententiam induxtt, ut contrarium nomen tantum universalium, non eliam
sitiglilarium confiterentur, albedinis quidem et nigredinis, non hujus albedmis
vel hujus nigredinis. Sic quoque et relutivum et « privalio et habitus » nomina tantum
universalium diclini. Relativa quidem.... tantum universalìa dicebanl ex
relatione construclionis. « Habitus» quoque et « prie alio » universalium
tantum nomina diclini, eo quod in individuis non possimi servaci. lbid..
p. 398: Quidam talem eum (se. Boethium ) divisionali invilisse dicunl, quod
contraria alia siint genera, alia specialissima. Specialissima vero sic
subdividuniur, ut cornili alia sub eodem genere, alia sub diversis contrariis
ponantur. ' ') lbid., p. 190: Hi vero, quibus videtur. in speciulibus uut
generalibus vocabulis non solimi ea contineri, quae una sunt naturaliter, sed
magis ea, quae substantialiter ab ipsis nominantur, possimi forlasse et istu
(rior i singoli ronrrtli numerali) species appellare, quum videlicel magis
logicum in impositione vocimi sequuntur, quam physicam in natura rerum
investigando. punto, unità, istante,
lettera [dell’alfabeto, come suono elementare], luogo, ma tutto il resto si
riduce a pure espressioni collettive 200 ); fu altresì da alcuni fatto cenno
della differenza che sussiste, rispetto alla divisibilità, fra il concetto di
tempo e quant’altre quantità ci sono, divisibili e continue 201 ). [b) sopra la
teoria del giudizio in generale]. Nella
teoria del giudizio sembra essere stato spesso compendiato tutto quanto il
contenuto essenziale della logica, entro i limiti in cui di questo si faceva
uso, semplicemente per la istruzione degli scolari più giovani; imperocché si
riduceva il libro De interpretatione in forma di compendi, di « Introductiones
» o di « sumrna artis », ”») Ibid., p. 188 Numentm autem colleclionem unilatum
determinimi....’ I ndo maxime Magistri nostri sementiti, membri, confirmabut,
binarium, ternarium, caeterosque numeros spectes numeri non esse, nec numerimi
genus oorum, cujus videlicet res una natur,diter non esset. Hae namquc dime
unitates in hoc homine liomae habitante, et in ilio qui est Antiochiae
consistimi, atque lume binariunì componimi. Quomodo una res in natura
diceretur, aut quomodo ipsae spatio tanto disluntes imam simili specialem seti
generalem naturam reci pieni? Linde potius numeri nomen et binarli et ternani
et caeterorum a collectionibus imitatimi sumpta dicebant [così il codice: ma il
C. legge « (Magister noster) dicebal»].
Ibid., p. 179 s.: Ilarum autem (se. qu.mtilalum) aline sunl simplices,
alme compositae. Simplices vero quinque dicunt: punctum scilicet. unitotem,
instans quod est indivisibile lemporis momentam, dementimi quoti est vox
individua, simplicem locum.... Ilas autem tantum, quae simplices sunt, Magistri
nostri sementili speciales appellabili naturas, eo videlicet quod sint unite
nuturaliter, quae partibus careni, quae vero e* bis sunt compositae, composita
individua dicebat, nec una naturaliter esse....; mugisque eurum nomina....
sumpta esse a collectionibus quibusdam.... ™) Ibid., p. 186: Cimi autem res
singulae sua habeant tempora in se ipsis jundata, sua scilicet momento, suas
horus, silos dies, rei menses, vel annos, omnes lumen dies simul existentes,
vel menses, vel anni prò uno accipiuntur.... (p. 187) In ttliis.... lotis,
lotum positum ponil partem, et pars desimela perimit totum.... In tempore vero e converso est, velati in die. Si
enim prima est, dies esse dicitur, sed non convertitur.... Al vero si dies non
est, prima non est. sed non convertitur.... In his itaque totis, quae per unum
tantum partem semper existunt, iUud, quod de inferenlia totius et partis
Boethms (de difj. top.. TI, p. 867 [PL, 64, 1188]) docet, non admittunt. e si mettevano assieme regole sopra le parti
e le forme del giudizio, la quantità, qualità ed equipollenza, il contrano e il
contraddittorio, la verità e la falsità, la con versione e la modalità dei giudizi
ecc., cercandosi a que sta maniera di meglio conformare, per così dire, il li.
bro aristotelico all’uso scolastico, e di apportarvi in vari mod! compimenti o
ampliamenti 202 ). Ma, per quest’ultimo riguardo, nessuna più precisa notizia
ci è stata tramandata: che a tale lavoro si collegassero da capo altre
controversie sovra punti particolari, ci risulta invece ani le t a e ristrette
fonti, a noi accessibili. Furon così solevale subito difficoltà, già riguardo
al concetto di vox significativa (Se*. XII, nota 109), e tali difficoltà,
relativamente alla propagazione del suono, arrivarono a un tale colmo di
astruseria, che alcuni finirono con il de«ignare addirittura l’aria, come ciò
che ha la funzione di « significare » *). Non vale molto di più la questione,
QuiZ^n 135]: manifestiti* poteril nuilihet, mterpr.), compendiosius et excepla
reverenti vZborZL fn ZT’ T° d " quas Introduciiones foconi Vix est
Jn," l ‘ b "r rudintentìs > non doceat, adirai* aUis non
mtnTn^LlrS^a qmd nomea, ql,id verbum, quid oratio none Urrunt,taque quae vires
enuntiationom 1 orano, qU ae spectes eius, tate, q U ae determinate verae sunt
auUahà^ SOrtÌant “ T aut ( i,lnlU team, quae consentiant sibi quae dissentine? 11 ™ qu,bus, l ?qu>pol
visim, coniunctim praedicenlur alt con? " ’ 9 “ ae P raed,ca ‘“ dU quae
sii natura modalium et auae si et quae non >' il em n ni 11171 . /> • *
Quae smgularium contradìctio _ Pcriermeniis docet?"o'uis^'liimd? *** quae
vel Aristotile* in cairn totius artìs sumZm Zfc, C ° nq “ lslta l « dicit? Omnes Cfr ! qUÌaPP^’la noU 366. /aC ‘ 7,7 "“
fra, „ b „ n j~ sollevata a proposito della unità della significano, se cioè
una parola possa « significare » anche le lettere da cui è costituita 204 ).
Poteva invece esercitare più profondo influsso,
sebbene non ci sia stata tramandata notizia di ulteriori conseguenze ,
la netta delimitazione che si segnò, a proposito del nomea, tra significare e
nominare, in quanto che di quello è oggetto la universalità, e di questo il
singolare 205 ). E così pure, prima di tutto,
in occasione della controversia, se le preposizioni e le congiunzioni
sieno parimente parole « significanti », o non possano invece assolutamente
esser annoverate tra le parti del discorso
grande importanza potè avere il contatto che si venne a determinare tra
i dialettici e i grammatici: di questi ultimi, taluni si decisero, da un punto
di vista unilaterale, per la seconda alternativa, ma altri tennero conto anche
degl’interessi della logica, rendendo con ciò effettuabile una conciliazione,
in base alla quale si potè almeno preparare a quelle parti del discorso
aeres..., ipsis etiam, quos reverberat, consimilem soni formam attribuita
illeque fortasse aliis, qui ad aures diversorum perveniunt. Nostri tamen,
mcmini, sententia Magislri ipsum tantum aèrem proprie audiri ac sonare ac
significare volebat. Cfr. qui appresso la nota 499. ) lbid., p. 488: Totum
constai ex suis parli bus, vox ex suis non conslituitur significationibus. Et
fil quìdem divisio totius in partes, vocis vero [non] in significationes. Nam
etsi hoc in quibusdam vocibus contingat, ut scilicet ex suis jungantur
significationibus. ut hoc vocabulum quod est xens» ex littcris suis, quas etiam
significai, non tamen id ad naturam vocis, sed totius referendum est; in eo
enim quod ex eis constai, totum est earum, non eas significans. Est etiam et
alia quorumdam solutio, ut scilicet concedant, nullam vocem conjungi ex signi
ficationibus diversis, ad quas videlicet diversas impositiones secundum
aequivocationem habeal. Ncque enim « eris » ad quaelibet plora dicunt
aequivocum ÆQVIVOCVM GRICE, sed tantum ad divcrsorum subslantias
praedicamenlorum. linde de lilleris, quae in eodem clauduntur praedicamento.
aequivoce non dicilur. *“> J°«Saresb. Metal., II, 20, p. 100 [ed. Webb, p.
104; PL, 199, 881] : Quod fere in omnium ore celebre est, aliud scilicet esse
quod appellativa significant et aliud esse quod nominant. Nominante singularia,
sed universalia significantur. (analogamente, si direbbe, al modo tenuto
dall’autore del De gen. et spec.: v. «opra la nota 174) il successivo loro
ingresso nella logica 20 °). Può essere ugualmente attribuita a im influsso
della grammatica (ed è possibile sia stato per opera di Bernardo da Cliartres:
v. la preced. nota d9) la introduzione di una terminologia, per la quale
giudizi, come ad es. «Uomo è un sostantivo», furon denominati « materialiter im
posila», ovvero giudizi « de significante et significato» 207 ). Ma nei dibat¬
titi sopra la questione della essenza deiraffermazione e della negazione,
poteva ricomparire il contrasto fra opposti indirizzi, attenendosi alcuni alla
forma gramma¬ ticale, altri ai concetti, altri ancora alla realtà obbiet¬ tiva
208 ). ) Abael. Dialect., p. 216: Praepositiones et conjunctiones de rebus
corion, quibus apponuntur, quosdum inlellectus facere videntur, alque in hoc
impericela canon significalo dicilur, quod... ipsu quoque res, de qua
inlellectus habetur, in hujusmodi dictionibus non tenelur stetti in nominibus
et eerbis, qtute simul et res demonstrant ac..... I nde certu apud grammaticos
de praepositionibus sementili exlitit, ut res quoque eorum, quorum vocabulis
apponuntur, ipsae destgnarent.... Vnde illa quorumdam dialecticorum setitentia
potior yidetur, qttam grammaticorum opinio, quae omnino a parlibus orationis
hujusmodi voces, quas signifieativas esse per se non judicavit, divisti, uc
magis ea quucdarn supplemento ac colligamenta (v. la Sezione XII, note 43, 60 e
111) partirne orationis esse aicit.... (p. 217) soni etiam nominili, qui omnino
a significativi hujusmodi dictiones remorisse diulecticos adstruant. Cfr.
appresso le note 349 Reggi: 348] e 620. 1Q0 1J?"1 S . AK T B MetaL ’ jfl,.
5, P137 [ed. Webb, p. 142; PL, JU4J. Interdum tamen dictionem rem esse
contingit, cimi idem sermo ad agendum de se assumitur, ut in his quae
jtraeceptores nostri materialiter dicebant imposi la et dicibilia; quale est:
«Uomo est nomea », «CurriI est verbum ».
Abael. Dial... p 248IJitidam tamen trnnsitivam grummaticam in quibusdam
propositiom US esse volimi; qui quidem propositionum alias de consignificantibus
vocibus ulias vero de significante et significato fieri diclini, ut soni dlae,
quae de ipsis vocibus nomina sua enunciant hoc modo « homo est nomea vcl vox
vel disyUabum ». Cfr. la nota 618. ) Abaei.. Dialect., p. 404: Quidam aiitem
per « jacere sub affirmatioae et negatione » finitum et infinitum vocabulum
accipiunl.[c) sopra questioni particolari, attinenti alla teoria del
giudizio]. Anche a proposito di vari
punti parti¬ colari, che si trovavano dibattuti nel commento di Boe¬ zio, ci si
decise senz’altro iu senso contrario all’autorità di lui: così, p. os.,
riguardo alla unità del giudizio 2UB ), o relativamente alla scomposizione del
verbo in due ele¬ menti, la copula e un participio 210 ), o a proposito di
cpiei giudizi, nei quali 1 « est » non implica la esistenza effettiva del
soggetto 211 ), o a proposito della questione del rapporto quantitativo tra
soggetto e predicato 212 ), ut « sedet, non sedetti quidam vero intellectus ab
affirmalione et negatione generalos (v. la nota 175): sed nos polius va, quae
ab affirmatione et negatione dicunlur, aceipimus, essentias scilicel rerum, de
quibus per affirmulionem et negationem agitar. Ma non si riesce a intender bene
Joh. Saie Metal., 11, 11, p. 81 Led. Webb, p. 83; IL, 199, 869]: expedit [
dialeclicu J quaestiones...; quale est: An affirmare sit enuntiare (viceversa,
se si potesse leggere « an titillitiare sit affirmare », ci sarebbe qualche
maggiore possibilità di congetturare un significato), et: An simili exture
possit contradictio. •“) Abael. L)ial., p. 298: Sunt aulem, qui udslruanl, diversa
accidentia unam enuntiationem lucere, cum tulio sumuntur, quae ad diversa
referuntur, veluti si dicatur : «/ionio citliaroedus bonus» (v. Boezio, p. 419
[in de interpr., ed. secunda, V, 11; cdiz. Meiser, Pars Post., p. 363: PL,
64, 573J). '") lbid., p. 219: Idem dicit « homo ambulata, quunlum prò-
ponit «homo est ambulatisi) (Boezio [ ib., V, 12; p. 390: PL, 64, 586], p.
429). Sed ad hoc, memini, magister nosler V. opponete so' let: si, inquit,
verbum proprium significationem inhuerere dicit, ve¬ runi autem sii, cam
inhuerere, projeclo ipsum verum dicit, ac sen- sum propositionis perfidi. ‘ )
Ibidem, p. 223 s.: Unde quidem, cum dicitur, Homero quo¬ que defuncto, «Homerus
est poiitu » (Boezio [//>., V, il; p. 3734: PL, 64, 578], p. 423).... «esse»
quoque, quoil inlerponilur, in desi- gnatione non existentium vqlunt accipi....
Nostri vero sementili Ma- Bistri non secundum verbum accidentalem dicebat
praedicationem, sed secundum tolius construclionis significaturam, atque impro-
priam loculionem.... Sed quaero in
ilJu significativa locutione, « Ho¬ merus est poeta», cujus nomea « Homerus»
aul « poeta» acci- piatur. At vero, si hominis, falsa est enunciutio, co
defuncto ', si vero poemutis.... est.... nova vocis aequivocalio. ' ) lbid., p.
247: In liis autem quae secundum accidens praedi- cunlur nec totani subjecti
substantium continent, sed in parte tan¬ tum subjectum attingunt (Boezio [in de
interpr., ed. prima, II, 11; ed. Meiser, Pars Prior, p. 159: PL, 64, 358], p.
263).... non est necesse, praedicatum vel majits esse subjecto vel aequale,
veluti cum dicitur « animai est homo », vel « quiddam animai est homo alla
quale questione potevan riattaccarsi pure sottigliezze grammaticali 213 ). Anzi
le opinioni furono divise, anche in ordine a quei cenni intorno al « giudizio
indefinito », con i quali Boezio aveva dato il compimento che ci voleva allo
scritto aristotelico De interpretatione (Sez. XII, nota 115), essendo stato
tale compimento da taluni giustificato, ma da altri respinto, e fra questi ultimi ci vien fatta menzione di
un Magister « V. », autore di « Glossulae super Periermenias » 214 ). Riguardo
ai giudizi modali v. la Sez. XII, nota
119: il termine tecnico « modalis » appare ora pienamente invalso •, si deve
ravvisare veramente un modo di vedere individuale nell’ atteggiamento di
alcuni, i quali deducevano i giudizi stessi dai giudizi non-modali, in tal
maniera che dalle parole « possibilmente » o « necessariamente » rimanesse
modificato non il contenuto di fatto, ma il senso della enunciazione, ovvero nell’atteggiamento di altri, i quali
dicevano che in tali giu- (cfr. Boezio ( iniroiì. ad cuthegoricos Syll.: PL,
64, 768], p. 562). Quamvis tamen et hic quidam concedunt, animai quod subjicitur non esse
majus homine. Diclini cnim, quia animai, quod homo est, ibi subjicitur, quod
non est majus homine. “> J° H - Saresb. Metal., n, 20, p. 101 [ed. Webb, p.
105; PL, 199, 881]:.... quia « omnis homo diligit se». Quod si ex relativae
dictionis proprietate discutias, incongrue dictum forte causabaris et falsum; siquidem....
sive collcclive sire distributive accipialur quod dicium est « omnis »,
pronomen relativum « se », quod subiun- gitur, nec universitati singulorum nec
alicui omnium veraciter el necesse est, So- cralem non esse equum, possibile
est vel necesse esse non equum.... In....
universali bus.... non ita concedunt, ut videlicet tantumdem va- leat « non »
ad «esse» praepositum, quantum id [Cousin: ei], quod « esse » copulai
compositum. "i Ibid., p. 442: Sunt lamen quidam, qui nec discretionem ul-
lam inler categoricam et hypotheticam in disjunclione compositas habenl. sed
idem dicunt proponi, cum dicitur « Socrates est vel sanile vel aeger », et cum
dicitur « aut Socrates est sanus aut aeger »; ut scilicet omnis enunliatio,
quae disjunctas recipit conjunctiones, hypothetica credatur. Volunt itaque
semper in hujus modi categorici s. quae disjuncliones recipiunl, hypotheticae
sensurn intelligi. veduti cum dicitur «Socrales est sanus vel aeger », tale est
ac si dicatur « aut Socrates est sanus aut Socrates est aeger. [d) sopra
difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo ]. Dalla sfera della sillogistica non possiamo a
tutta prima aspettarci ima così fatta letteratura sovra punti controversi,
perchè, mentre da un lato i relativi compendi di Boezio, essendo, per così
dire, puri formulari scolastici, non porgono occasione a divergenze di
opinioni, dall’altro lato, come abbiamo veduto (qui sopra, note 8-34),
solamente a poco a poco si venne, appunto in quell’epoca, a conoscenza degli
Analitici aristotelici, i quali inoltre mancavano anche allora di mi apparato
esegetico, quale da gran tempo erasi avuto per le rimanenti parti della Logica.
Si trova tuttavia, almeno in Giovanni da Salisbury, una notizia, dalla quale
sembra potersi argomentare che sia stato preso particolarmente in
considerazione quel tal passo estrema- mente difficile degli Analitici Primi,
concernente la conversione dei giudizi modali (Sez. IV, nota 546), in quanto
che si trovò necessaria una particolare terminologia ( materia naturalis, contingens,
remota), per significare i concetti, che ivi s’incontrano, di quel eh’ è
naturalmente determinato [tte^’jxcs], del possibile, e del non-aver-luogo 219
). Dalla medesima fonte apprendiamo altresì, che dei sillogismi, già noti ad
Abelardo ") Joh. Sar. Metal., IV, 4, p. 160 [ed. Webb, p. 168; PL, 199,
918], dove in un sommario del contenuto degli Analitici Primi si legge anche
quanto segue: quid in loto esse aul non esse, quas prò positiones ad usum
sillogisandi converti contingat et quas non; quidve optinent in his quae
modcrnorum (v. la nota 55) usti dicuntur esse de naturali materia aut
contingenti aul remota. Quibtis praemissis, trium figurarum subneclit rationes
etc. La eennata tripartizione poteva essere ricavata da Boezio (Sez. XII, nota
119), il quale dal canto suo aveva attinto ad Ammonio (Sez. XI, nota 157); la
terminologia di quest’ultimo passò nel Compendio di Psello (Sez. XV, nota 14),
dove il passo corrispondente presenta, nelle traduzioni latine, le tre
espressioni testé ricordate (Sez. XVII, note 38 e 155). Ci troviamo pertanto,
anche qui, dinanzi alla possibilità che verso la fine delI’XI secolo si sieno
fatti strada nell’Occidente latino sparsi frammenti della letteratura
scolastica bizantina. (nota 17), formati
da giudizi modali, fu ora fatto uso frequente, così per parte dei teologi, come
pure nelle scuole di dialettica 220 ). Un’argomentazione insidiosa,
occasionalmente menzionata ima volta, e relativa alla possibilità del futuro, è
d’imitazione ciceroniana 221 ). [e) sopra questioni di Topica ]. Invece la Topica ebbe a godere ancor una
volta di una più vasta e varia attività di studiosi; e ciò risulta già in
generale dall’opera di Abelardo, il quale, a proposito dei singoli loci, si
esprime in tal modo da indurci a ritenere ch’egli abbia trovato dappertutto già
pronto un numero determinato di « regole » formulate, le quali rappresentavano
la redazione, fatta nelle scuole, delle notizie riferite da Boezio nel suo
scritto De diff. top. 222 ); inoltre, a partire dal tempo in cui fu tratta fuori
novamente la Topica aristotelica (v. sopra le note 28 s.), ci furono
effettivamente alcuni, che tentarono di arricchire questo ramo della dialettica
con la invenzione di nuovi loci e di nuove « regole » 223 ), Ibid. : Deinde
habila modalium rutione transit ad commixtiones qitae de necessario sunt aut
contingenti rum bis quae sunt de inesse.... Expositores vero divinar paginae
rationem modornm pernecessariam esse diclini.... [169] Est enim modus, ut
aiunt, quasi quidam medius habitus terminorum (ofr. la Sez. XII, nota 150). Et
prafecto, licei nullus modos omnes, linde modales dicuntur, singultitivi
enumerare sufficiat, quod quidem nec ars exigit (v. ibid., noia 163), lumen
mugistri scolarum inde commodissime disputant, Cfr. appresso la nota 623. Lo
stesso, Polvcr.. II, 23. p. 125 [ed. Webb. I, p. 132; PL, 199. 455] : Restai libi illius Stoici
lui quaestio.... Quaerebat.... enim.... an posses aliquid facete eorum quae
minime faclurus es etc. Cfr. la Sez. VI, note 136 e 164. '“) Abael. Dialect.,
p. es. p. 334 (sunt igitur quatuor hujus inferentiae regnine), p. 353 (regulae
antecedentis et consequentis), p. 375 (regidae ab interpretatìone), p. 376
(tres autem regidas a genere in usum duximus), e cosi via pereorrendo tutta la
Topica. ’l Joh. Sar. Metal., Ili, 9, p. 145 [152]: Non omnes tamen locos buie
operi (cioè BOEZIO, de diff. top.) insertos arbitror, quia nec potuerunt, cum
et a modernis, huiiis praeeunte benefìcio, aeque necessarios evidentius cotidie
docerì conspiciam. lbid., 6, p. 138 [1431: ma potè nello stesso tempo
diffondersi altresì una idea giusta del posto e della importanza della
dialettica ). Trasparivano tuttavia anche qui le differenze di ordine generale
tra punti di vista, quando da taluni erano posti unilateralmente in maggior
rilievo i concetti isolati, fatta astrazione dalla espressione verbale 225 ),
da altri invece s’insisteva solamente sopra la necessità interna dell’ordine di
successione nell’argomentazione 22 “), mentre altri ancora, al contrario, ci
tenevano a veder presa in considerazione proprio la probabilità subbiettiva. Ma
c’erano poi varie controversie, che si collegavano anche a singoli loci o a
regole particolari 22S ). Non tamen huic operi (cioè alla Topica aristotelica)
tantum tribuo, ut inanem reputem operam modernorum, qui equidem nascentes et
convnlescentes ab Aristotile, inventis eius multas adiciunt rationes et regulas
prioribus aeque jirmus | PL, 199, 909 e 9011. V. appresso la nota 413 a. “)
Ibid., 5, p. 134 [ed. Webb, p. 139; PL, 199, 9021:... scienti Topicorum.... ex
opinione multorum dialeclico et oratori principuliter faciat. ™) Abael.
Dialect., p. 426: Dieunlur in argumentis ea, quae a propositionibus ipsis
significanti^, ipsi quidem intellectus, ut quibusdam plucet, quorum conceptio,
sine eliam vocis prolulione, ad concessionem alterius ipsum cogit dubitanlem.
**•) Ibid-, p427: Sunt autem, meniini, qui, verbis auctoritatis nimis
adhaerentes, ornile necessarium argumentum in se ipso necessarium dici velini.
**) Ibid., p. 335: Sunt autem quidam, qui non solum necessarias consecutiones,
sed quaslibel quoque probabiles verus esse fateanlur. Dicunl enirn, verilatem
hypotheticue proposilionis modo in necessitale, modo in sola probabilitale
consistere; in qua quidem sentenliu Magistrum etiam nostrum deprehensum
dolco.... (p. 336) Dicunl tamen, quia omne quod probabile est, verum est,
saltem secundum eum, cui est probabile. *“) Così taluni volevano che tra le
maximae propositiones (Sez. XII, nota 165) fossero annoverate anche le regole
principali del giudizio categorico (Abael. Dial., p. 339 s.), e c’eran altri
che volevano estenderle anche di più (ibid., p. 366): oppure si trasferivano l
'antecedere e il consequens nei [intendi: «si allargava l'applicazione delle
regulae antecedenti et conseguenti, fino a comprendere anche le relazioni tra i
»] singoli termini del sillogismo (ibid., p. 353 s.), o si restringeva il locus
a praedicalo puramente a giudizi categorico-ipotetici (p. 381), mentre da altri
lo si faceva valere soltanto come principio di prova del locus a genere (p. 384); 293 U 29 . Negli studi di logica, la qualità
continua A RIMANER MOLTO AL DISOTTO DELLA QUANTITÀ]. Ma riflettiamo ora come
quasi tutta la materia, che avevamo da presentar sino a questo punto, si sia
dovuto ricavarla da due scrittori soltanto, vale a dire Abelardo e Giovanni da
Salisbury, dei quali per caso ci sono conservate opere di più lunga lena,
cosicché ci sarebbe comunque da imparar ancora ben di più, qualora si
disponesse di fonti più abbondanti: e riflettiamo così pure, inoltre, che
ciascuna delle opinioni sopra citate, relative a punti particolari, ci permette
di argomentare, per parte dello scrittore che se ne fa sostenitore,
un’operosità di studioso, estesa a tutta quanta la sfera della logica di
quell’epoca; se terremo presenti queste considerazioni, ci sarà difficile andar
tropp’oltre, nell’ imaginarei la estensione dell’attività, svolta in quel
tempo, soprattutto in Francia, nel campo della logica. Ben è vero che, ad
avvalorare, per così dire, una impressione generale ben nota, può darsi che,
quanto a intensità, le cose andassero diversamente, perchè in nessuna parte
abbiamo trovato, non che una concezione filosofica, neanche segni di effettiva
originalità. Come in generale il Medio Evo era e rimase dipendente dal
materiale di una tradizione, imposto dal difuori, così anche le numerose
controversie attinenti alla logica, non prendevano principio da un intimo
impulso, bensì si fondano sopra uno stimolo esterno, dato dal materiale della
tradizione scolastica, e bisognava, a così dire, che aspettassero questo
stimolo, per avere in generale occasione di inoltre, anche sopra questo stesso
ultimo /ocus, si dibatteron da rapo varie controversie, disputandosi cioè se
esso abbia validità incondizionata (p. 378), o sia da intendere soltanto in
senso causale (p. 386): e controversie analoghe concernevano il locus ab
efficiente. con partecipazione anche di motivi teologici (p. 413), o il locus
ab interpretatione, trattandosi di decidere fino a qual punto coincida con la
etymologia. manifestarci. Così anche i
rappresentanti delle più importanti opinioni, caratteristiche dei vari
indirizzi, abbiamo pur dovuto spogliarli della gloria di essersi aperti da sè
la loro strada; poiché certi passi isolati di Boezio, strappali dal contesto, e
che sono stati appunto oggetto di studio appassionato, ci si sono rivelati
(note 105, 129, 134, 170) come i punti di partenza, in base ai quali, a forza
di stiracchiare, è stato poi messo insieme il resto, E se in mani nostre
neanche Abelardo si sottrae forse a un simile destino (nota 286), non ne
abbiamo colpa noi, ma la ragione ne va rintracciata nella verità storica come
tale. [§ 30 . Abei.ardo : a) suo
ingegno: caratteristica generale], Proprio la considerazione ora esposta, che
cioè in quell’epoca, da un lato, una grande moltitudine di maestri si
occupavano, discendendo sino ai più minuti particolari, del materiale di studi
di logica, quale veniva tramandato, e che, dall’altro lato, per l’appunto nella
letteratura tradizionale tutto questo genere di produzione veniva a trovare le
proprie condizioni, derivandone il suo proprio indirizzo ci doveva già da principio indurre a
procedere con circospezione nel nostro giudizio sul conto di Abelardo (nato nel
1079, morto nel 1142): e di fatto, a prender in esame più da presso l’opera sua
in connessione con quella dei contemporanei, ci troveremo anche messi in
guardia contro ogni esagerazione nell’apprezzamento di lui 22B ). Mentre “) In
particolare gli studiosi francesi sembrano propensi a sopravvalutare il loro
connazionale, e in ciò, fra i tedeschi, va per lo meno a pari con loro
[Federico Cristoforo] Schlossf.r [in un libro del 1807, su Ab. e fra Dolcino].
La vasta opera di Charles de Rémusat, Abélard, Parigi, 1845, in due voli., è,
per la parte biografica, quanto di meglio possediamo, nella letteratura
moderna, sul conto di Abelardo: aH’inoontro, nella esposizione della dottrina,
i presupposti storici, consistenti nei movimenti spirituali generali, propri di
quell’epoca, son forse lasciati troppo nell’ombra, in concioè, riguardo all’etica,
ci compiacciamo di ravvisare e riconoscere in Abelardo un eretico del tempo
suo, e delle sue benemerenze di teologo 22Ba ) dobbiamo lasciare invece che si
occupi la storia della teologia, ci apparirà chiaro come, nel campo della
logica, egli non abbia esplicato un’attività più originale di forse cento altri
suoi contemporanei 23 °). È innegabile la sua grande vivacità d’intelletto, e
prima di tutto la sua straordinaria abilità nella forma retorica di
esposizione: anche alla dialettica, come a tutto ciò su cui metteva le mani, si
slanciò sopra con appassionato fervore, e si manifestò subito come maestro
estremamente suggestivo; la sua attenzione era qui essenzialmente volta
all’intento di fronto con le benemerenze personali di Abelardo : a ciò si aggiunge
ancora, riguardo alla dialettica, l’inconveniente già più sopra (nota 49, e
cfr. la nota 148) rilevato con espressioni di biasimo. w ‘) Su questo
argomento, v. la vasta opera di S. Maht. Deutsch, Peter Abàlard: ein kritischer
Theologe des 12. Jahrhunderts [P. A.: un teologo critico del XII secolo],
Lipsia, 1883. a ") Non s’insisterà mai abbastanza nel ricordare che la
nostra indagine si svolge tutta quanta entro i limili segnati esclusivamente
dal quantitativo del nostro materiale di fonti. E tra Abelardo c gli altri
dialettici dell’epoca sua sussiste qui una differenza soltanto, che cioè di
quello ci sono conservati casualmente moltissimi scritti, si che di lui, per
conseguenza, siamo in grado di riconoscere e pienamente svolgere le idee
fondamentali, più largamente ricostruite nel loro ordine sistematico, mentre
per gli altri non ci è possibile fare altrettanto. Ma dobbiamo guardarci dal
convertire in una obbiettiva superiorità di Abelardo, questa circostanza
favorevole, che torna a vantaggio della nostra esposizione. m ) Ch’egli sia
stato scolaro di Roscelino, ma anche di Guglielmo da Champeaux, e che inoltre
abbia cercato e trovato ispirazione in tutti gli altri eminenti maestri, si
vede dalla nota 314 della Sezione precedente, c dalle note 102 e 104 di questa.
Del suo presentarsi come maestro fa il racconto egli stesso, Epist., I, c. 2,
p. 4 (Amboes.) [ed. Cousin, I, p. 4 c 6] : Perverti tandem Parisius... Factum
tandem est ut supra vires aetatis meae de ingenio meo praesumens, ad scholarum
regimen adolescentulus aspirarem, et locum, in quo id agerem, providerem ;
insigne videlicet tunc temporis Meliduni castrum, et sedem regiurn.... (p. 5)
Ab hoc autern scholarum noslrarum lyrocinio [Amboes .: exordio] ita in arte
dialeclica nomea meum dilatori coepit, ut non solum condiscipulorum meorum,
verum etiam ipsius magistri (cioè Guilelmi Campellensis) fama farsi capire
facilmente, adattandosi egli, anche nella scelta del materiale, all’esigenze
della scolaresca ), ed è naturale che fosse perciò invitato sovente a
esercitare a profitto di altri il suo talento di maestro di logica **). Ma il
nomignolo di « Peripateticus Palatimis » [nativo di Palet o Palais] egli lo
deve soltanto a questo suo virtuosismo formale, perchè, da un lato, per i suoi
contemporanei « peripatetico » e « cullor della logica » eran espressioni
sinonime, nulla conoscendosi in generale di Aristotele aH’infuori dall’Organon,
e con quella espressione volevasi soltanto significare uno che si occupasse
molto estesamente o con particolar efficacia di questi scritti aristotelici 2S4
), senza che con ciò si pensasse già a un pieno esauriente svolgimento del
principio aristotelico; ma, d’altro lato, lo stesso Abelardo ha avuto pure
contrada paulatim extinguerelur.... (p. 6) [6] 1 unc ego Melidunum reversus, scholas ibi
nostras, sicut antea, constitui.... Meliduno
l'arisius redii . extra civilatem in monte S. Genovejae, scholarum noslrarum
castra positi [PL) Joh. Saresb. Metal., Ili, 1, p. 116 (ed. Giles [cd. Webb, p.
120]): Sic omnem librimi legi oportet, ut quam facillime potasi eorum quae
scribuntur hubeatur cognitio. Non enim occasio quaerenda est ingerendue
difficultatis, sed ubiqiie facilitas generando. Qttem morem secutum recolo
Peripateticum Palatinum. Inde est, ut opinor, quod se ad puerilem de generibus
et spedebus, ut pace suorum loquar, inclinavit opinionem: malens instruere et
promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum esse obscurior.
Faciebat enim studiosissime quod in omnibus praecipit fieri Augustinus, i. e.,
rerum intellecltii serviebut I PL, 199, 890-1J. at ) Abael. Introd. ad llteol.,
I, Pro!., p. 974 (Amboes. [ed. Confiti, II, 31): Ad has itaque dissolvendas
controversias cum me sufficere arbitrarentur, quem quasi ab ipsis eunubitlis
[Cousin: inainabulis] in Philosophiae studiis ac praecipue Dialecticue, quae
omnium mugislra ralionum videtur, conversatimi sciant, atque experimento, ut
aiunt, didicerint, unanimiter postulane, ne talenlum miht a Domino commissum
multiplicare differam. Ep. 1, c. 2, p. 5
[51 : Non multo aiitem interjecto tempore, ex immoderata studii affliclione
correptus infirmitate, coactus sum repatriare, et per unnos atiquot a Francia
quasi remolus. quaerebar ardentius ab iis, quos dialectica sollicitabat doctrina
[PL]. =“) Joh. Saresb., loc. cit., I, 5, p. 21 [171 : Peripateticus Pulatinus,
qui logicue opinionem praeripuit omnibus coetuneis suis, adeo ut solus
Aristotilis crederetur usits colloquio [PL una felice idea, a tenor della quale
poteva, rifacendosi da un unico passo che si trova in Boezio [v. appr. nota
2861, «connettere ad esso il riconoscimento della giu"tozza della teoria
aristotelica del giudizio; ma invece e;>/., p. 226, Abelardo dice, nel
passare da questa prima parte principale alla seconda: Hactenus quidem,
Dagoberte frater, de partibus orationis, quas dictiones appeUamus, sermonem
texuimus. Quorum tractatum tribus vóluminibus comprehendimus. Primarn namque
partcm libri Partium ante Praedicamenta posuimus ; dehinc autem Praedicamenta
submisimus, denique vero Postpraedicamenta novissime adjecimus, in quibus
Partium textum complevimus. Come vengano intesi gli Antepraedicamenta, apparirà
chiaro appresso; ma intanto nel procedere dai Praedicamenta ai
Postpraedicamenta, si dice (p. 209): Evolutus superius textus ad discretionem
significanonis nominum et rerum natura s, quae vocibus designantur, diligenter
secundum distinctionem decem praedicamentorum aperuit. Nunc autem ad voces
significativas recurrenles, quae solae doctrinae deserviunt, quol sint modi
significanti studiose perquiramus ( similmente alla p. 245: Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina): e
pertanto, alle p. 209226, segue non già, come fa ritenere il titolo,
arbitrariamente imposto dal Cousin, la Sezione de intcrpretationc, bensì
solamente una trattazione delle parti della proposizione. Con questa
denominazione e suddivisione della prima parte principale si accordano poi
anche le citazioni che Abelardo fa di se stesso, sia che rinvìi alla Sezione
complessiva, denominandola Liber partium (p. 377 : sicut in libro Partium
docuimus, e p. 477: sicut in libro Partium, tractatu speciei, disseruimus ),
sia che ricorra proprio a quella denominazione nel menzionar pure le
suddivisioni (p. 174: sicut secundus anle-praedicamentorum de differentia
continet; p. 249: Nam« homo mortuus»
....compositura nomen est.... sicut in primo Posl-praedicamentorum ostendimus :
e questa citazione, al pari delle due altre dello stesso tenore, alle pagine
296 e 299, si riferisce alla p. 214; negli altri due rinvìip. 204: sicut in
Libro Partium ostendimus, e p. 205: in Libro Partium requi rantur va certamente letto primo, anziché libro).
Dei resto, con tutto questo sistematico rilievo dato alle « parti del discorso
», riusciamo ora a spiegarci come Abelardo potesse effettivamente denominare «
Grammatica » un rifacimento delle Categorie (v. qui sopra la nota 241). 273 )
p. 227: Susta et debita serie textus exigente, post tractatum singularum
dictionum occurrit comparano orationum .... Non autem quarumlibet orationum
construclionem (anche questa e una esptesquesta Sezione Abelardo diede il nome
di « Libcr calegoricorum » 274 )Ma quando ha poi da far sèguito la teoria del
giudizio ipotetico, Abelardo, anche a ciò determinato da Boezio (de diff. top.:
v. la Sez. XII, nota 167), fa che la validità di queste forme di giudizio sia
condizionata dai loci (v. la nota 269), e pertanto premette il « Liber
topicorum », così che soltanto dopo di esso vengono lo stesso giudizio
ipotetico e i sillogismi fondati sopra di questo 275 ) : a quest'ultima Sezione
dà il nome di « Liber hypotheticorum » 27e ). Così Abelardo, secondo il suo
modo d’ intendere, ha compiutamente svolto la teoria deirargomentazione,
procedendo dal semplice, cioè dagli elementi, al complesso: quanto al « Liber
divisionum », designato dal Cousin come quinta parte della dialettica, non ha
alcun nesso sione di Prisciano; v. sopra la noia 263) exequimur, sed in his
tantum opera consumenda est, quae verilatem seu falsitatem continent, in quorum
inquisitione dialecticam maxime desudare meminimus. Undc cum inter
propositiones quaedam earum simplices sinl et natura priores, ut categoricae,
quaedam vero compositae ac posteriores, ut quae ex categorici jungunlur
hypotheticae, has quidem quae simplices sunt prius esse tractandas...., unaque earum
syllogismos ex ipsis componendos esse apparet. 274 ) È vero che il manoscritto
reca qui il titolo (p. 227) « Abaelardi.... Analyticorum priorum primus», ma
non soltanto si corregge da se stesso nella seconda suddivisione di questa
Sezione, dove a p. 253 si legge questo titolo: « Explicit primus; incipit
secundus eorundem, hoc est categoricorum », bensì ancora dallo stesso Abelardo
questa Sezione è citata come Liber categoricorum (p. 395: Sed de hoc quidem
uberius in libro Categoricorum egirnus). 275 ) p. 437 : Congruo.... ordine,
post categoricorum syllogismorum traditionem, hypotheticorum quoque, tradamus
constitulionem. Sed sicut ante ipsorum categoricorum complexiones categoricas
propositiones oportuit tractari, ex quibus ipsi materiam pariter et nomea
ceperunt, sic et hypotheticorum tractatus prius est in hypotheticis
proposìtionibus eadem causa consumendus, de quorum quidem locis ac veritate
inferentiae, quia in Topicis satis, ut arbitror, disseruimus, non est hic in
eisdem immorandum. Sed satis earum divisiones exequi. 27e ) Anche qui si
verifica la medesima singolare circostanza, che cioè il manoscritto reca da
prima (p. 434) il titolo « Abaelardi.... Analyticorum posteriorum primus », ma
poi nel passaggio dalla prima alla seconda suddivisione, la indicazione esatta
(p. 446): Explicit primus hypotheticorum, incipit secundus. con quel che
precede 2 "), ma è ima monografia che sta a sé, concernendo lo stesso
oggetto che lo scritto De getter, et spec.; in questa monografia Abelardo unì
immediatamente uno all’altro gli scritti di Boezio, de divisione e de
definitione, cosicché, a chi consideri 1’ intima diversità fra questi due (Sez.
XII, nota 103), appare con tutta chiarezza, come in Abelardo l’interesse per la
logica si converta in interesse per la retorica. Seguendo noi ora perciò, per
la nostra esposizione, il suindicato motivo, dominante nella divisione della
materia secondo Abelardo, ci atterremo interamente all’ordine già tenuto per
Boezio, e inseriremo, ancor prima della teoria del giudizio, quel che sarà
necessario dire della Sezione de divisione, la quale si riattacca alla teoria
del concetto. [li) esposizione della Isagoge (Antepraedicamenta), quale risulta
dalle Glossae, e soprattutto dalle Glossulae, super Porphyrium: atteggiamenti
polemici sopra la questione degli universali].
Quanto alla prima Sezione della prima parte principale, cioè la Isagoge
o i così detti Antepraedicamenta, la grave lacuna già ricordata dobbiamo cercar
di colmarla attingendo ad altra fonte, e precisamente, in special modo, ai
testi riferiti dal Rémusat (nota 238) : ma inoltre ricorreremo anche a tutti
quegli altri luoghi, che possano aiutarci a comprendere, con maggior vigore o
maggior ampiezza, la posizione di Abelardo nel contrasto fra i diversi
indirizzi, sicché già qui si ha da chiarire, quante possibile compiutamente, le
questioni essenziali e di principio, e da ottenere mia conoscenza esatta e
approfondita della logica di Abelardo in generale: resterà poi, relativamente
alle altre parti della dialettica, da addurre ancora, su tale ) Neanche si
trova, in alcun punto del libro, fatto cenno a un ricollegamento con altre
parti della dialettica. fondamento, soltanto i testi relativi a punti più
particolari. Ha in sè qualche cosa di sorprendente il fatto che Abelardo, nelle
glosse alla Isagoge, non soltanto parla di « sei parole », aggiungendo alle
solite cinque anche « individuum », ma osserva altresì che si tratta, oltre che
di queste parole stesse, anche di ciò ch’esse significano significala eorum 27S ); tuttavia la prima circostanza si
spiega in parte con quel passo di Boezio ch’è la fonte, a cui Abelardo attinge
2T9 ), e in parte con la espressa osservazione [fatta dallo stesso Abelardo],
che cioè Porfirio non ha avuto bisogno di comprendere, subito da principio, nel
novero delle voces il concetto d’individuo, perchè già 1’ individuo vien
comunque a rientrare sotto le altre cinque parole, e in se stesso è una
denominazione predicativa di un oggetto, nè più nè meno che i generi e le
specie 28 °). Ma se ora proprio questo rilievo che 27s ) Glossae in Porph.,
riferite dal Cousin, p. 553: Intendo Porphyrii est in hoc opere tractare de sex
vocibus, i. e. de genere, e! de specie, et de dijjerentia, el de proprio, et de
accidenti, et de individuo et de signijìcatis eorum.... Considerare, nullas
voces magis esse necessarias ad Categorias quam istas sex voces, quoniam ex
istis sex vocibus con stituunlur praedicamenta, ideo perelegit tractare de
istis sex vocibus. Hujus operis sunt materia istae sex voces el earum significata,
finis ipse catcgoriae (il Cousin. con le sue modificazioni e con la
interpunzione, ha guastato il giusto significato del manoscritto). Scicntiae
inveniendi supponitur iste traclatus ([passo già più sopra cit.,] nota 268),
quia hic docemur invenire rationcs sufficienles ad probandas quaslibet
quaestiones Jactas de istis sex vocibus et de signijìcatis earum. Cfr. appresso
la nota 603. 27 *) Questo numero di sei non ha cioè niente che fare, come si
capisce da sè, con quel passo, che si è avuto da citare, ricavandolo dai
commentatori greci (Sez. XI, nota 134). ma ha per fondamento il contenuto di
quelle notizie, date da Porfirio (ibid., nota 43), che son riferite come segue
da Boezio, p. 15 [ad Porph. a Vict. transl. I, 16; ed. Brandt, p. 44: PL, 64,
28]: Eorum, quae. dicuntur, alia ad unitatem dicuntur, sicut sunt omnia
individua, ut est Socrates et hic et illud, alia quae ad mulliludinem, ut sunt
genera (et) species et differentiae et propria et accidentia. 280 ) p. 553: Et cum intendat
tractare de istis sex vocibus et omne (leggi omnes) tractat, lamen non proponit
nisi [Cousin: vocibus, et omne tractare tamen non proponit, nisi....] de quibusdam tantum ; ideo Abelardo dà alla relazione predicativa, torna
a coincider pure con il secondo punto, cioè con la presa in considerazione
anche di « quel ck’è significato dalle sei parole », d’altra parte Abelardo
sopra tale questione fondamentale non presenta qui spiegazioni più precise:
bensì, persino a proposito di quel passo
di essenziale importanza (prima quaestio), al quale da gran tempo abbiamo
veduto riattaccarsi tutta la questione, che dividea tra loro le tendenze
contrastanti egli presenta
esclusivamente una sottile distinzione, insignificante nei riguardi degli
universali, tra solus intellectus, nudus intellectus e purus intellectus 2S1 )
: e anche nel rimanente della esposizione, si tiene aderente al testo della
Isagoge, prevalentemente limitandosi a dare spiegazione delle parole 282 ).
Invece proprio sopra questo punto che ci rimane qui ancora oscuro, gettano la
più vivida luce le altre così dette glosse minori alla Isagoge. Ivi cioè
Abelardo, alle notizie che dà sopra le opinioni altrui (e per questo ci è
servito più sopra egli stesso quale fonte) collega in primo luogo osservazioni
polemiche, per poi svolgere la sua personale concezione degli universali.
Contro Gunon ponit de individuo, quia individuum continetur sub unoquoque, et
in significatione et in praedicamentali ordine : nam quemadmodum genera et
species proprie ponuntur in praedicamento, eodem modo individua ipsorum. Anche
questo si trovava nel commento di Boezio al passo citato dove (p. 16 s. [loc. ult. cit., p. 49: PL,
64, 30]) si legge: Ita individua, quae ad unitatem dicunlur, cunctis
superioribus (cioè quinque vocibus) supposita sunt.... Individua vero.... ad
nihil aliud praedicantur nisi ad se ipsa, quae singula atque una sunt.
Atque.... « ad unitatem dicunlur». Abelardo cioè ne ricavò che le denominazioni
individuali vengono purtuttavia predicate
dicunlur, praedicantur. 2S1 ) p. 555: Illa dicimus poni in solis
intellectibus, quae tantum intelliguntur et non sunt.... Illa dicimus poni in
nudis intellectibus. quae, cum sint, aliter intelliguntur esse, quam sirtt....
Illa dicimus poni in puris inlelleclibus, quae intelliguntur simpliciler ut
sunt. a82 ) Si può osservare che anche qui la locuzione abbreviata, ricordata
già più sopra (nota 167) „praedicari in quid “ o ., praedicari in quale “ è
comunemente adottata nel senso di „ praedicari in eo quod quid “ o,, praedicari
in eo quod quale". glielmo da Champeaux osserva (v. sopra la noia 106)
che, se si ammette una così poco stretta connessione tra le forme
individualizzanti e le sostanze universali, tutte le sostanze _non eccettuata
neanche la Fenice, che esiste esclusivamente mia volta sola appunto come sostanze, dehhon finir con
l’essere uguali e identiche fra loro, e neanche possono per conseguenza
distinguersi dalla sostanza di Dio : e parimente osserva che questa identità di
essenza di tutte le sostanze, o la loro indifferenza rispetto a qualsiasi forma
individuale che vengan a prendere, conduce a dover ammettere anche la
coincidenza degli opposti in ima stessa sostanza Glossulae s. l’orph .,
riferite dal Rémusat, toc. cit., II, p. 97-99: Ce SYStème exige que les jormes
aient si peu de rapport avec la malière qui leur seri de sujet, que dès
qu'elles disparaissenl, la malière ne diffère plus d'une aulre malière sous
aucun rapport, et que tous les sùjets individuels se réduisent n l'unité et à
l'identité. Une grave hérésie
est au bout de cotte doctrine ; car avec elle, la substance divine, qui est
reconnue pour n'admettre aucune forme, est nécessairement identique à toute
substance quelconque ou à la substance en generai.... Et non seulement la
substance de Dieu, mais la substance du Phénix (v. la Sez. XII, nota 87), qui
est unique, n'est dans ce système que la substance pure et simple, sans
accident, sans propriélé, qui, partoul la méme, est ainsi la substance
universelle. C'est la mème substance qui est raisonnable et sans raison,
absolumenl camme la mème substance est à la Jois bianche et assise ; car étre
blanc et ótre assis ne soni que des jormes opposées, comme la rationnalité et
son contraire, et puisque les deux premières Jormes peuvent notoirement se
trouver dans le méme sujet, pourquoi Ics deux secondes ne s'y
trouveraient-elles pas égalemenl ? Est-ce parce que la rationnalité et
Virrationnalité soni contraires ? Ellcs ne le sont point par l'essence, car
elles sont toutes deux de Vessence de qualité ; elles ne le sont.... per
adjacentia, car elles sont, par la supposilion, adjacentes à un sujet
identique. Du moment que la mème substance convient à toutes les Jormes, la
contradiction peut se réaliser dans un seul et mème ótre [ed. Geycr del testo
originale, p. 515:... « Quibus hoc obicimus: quod si hanc sententiain concedi
convenit, quippe si formas contingeret a subiecta materia discedere, ita
scilicct quod subiecta bis penitus rarerent, in nullo pcnitus hir et ille
differrent, sed iste et ille omnino idem efiicerentur. Ex quo scilicet pessimain
haeresim incurrunt, si hoc ponatur, clini scilicet divinam substantiam, quae ab
omnibus formis aliena estidem prorsus oporteat esse cum substantia. Nec
(propter) deum solum verum est, sed etiam propter alias substantias fortasse,
ut est phoenix. Oportet igilur secundum praedictam Contro la dottrina
della indifferenza, egli oppone (v. la nota 132) per prima cosa la definizione
del concetto di genere ( genus est, quod praedicatur de pluribus ), dalla quale
rimane escluso che ima e medesima cosa possa essere mai al tempo stesso genere
e individuo: e poi le oppone anche la relazione predicativa in generale, stando
alla quale bisogna mantenere la distinzione tra individui e concetti specifici,
e deH’universale stesso è impossibile predicare la individualità, laddove, se si prende l’individuo già nello
stesso tempo come specie o come genere, il concetto di genere, in quanto vieu
predicato, resta privato del proprio soggetto, o, quando si tratta di qualità
(cioè di adiacentia ), non può appunto essere più un predicato, valido per
diversi soggetti [cfr. il testo originale, ed. Geyer, p. 520: « .... non omni
generi convenit, eum omne genus non habeat praedicari in adiacentia »] 2Si ).
sententiam substantiam divinam idem esse cubi qualibet substantia, quam constat
esse veram et simplicem et ab ni nni proprietate irnmuncm. Praeterea si cadem
substantia essentialiter sit in omnibus, ita scilicet (ut) ea quae informata
est ralionalitate, sit irrationalitate occupata, quomodo negari potest, quin
substantia rationalis sit substantia irrationalis ? Quibus obiectis nidlatenus
refragari queunt, cum eadem substantia penitus omnibus f'ormis informari
ostendatur. Quis enim cum eandem substantiam albedine et nigredine et sessione
occupatam viderit, ncgabit substantiam albani esse sedentem ? Si quis vero dicat insistens rationale esse
irrationale, veluti substantia alba est substantia sedens, cum hae oppositae
formac contrarrne sint, illae vero non, fallitur, quia nec in essentia magis
sunt oppositae istae quam illae, cum eadem essentia qualitatis sit penitus, nec
in adiacentia, cum eidem substantiae penitus adiaceant. Sed si quis dicit formas istas
oppositionem habere ex oppositis formis quibus informantur, fallitur, cum eadem
ratione non possit assignare, onde illae oppositionem trahant »]. 2S1 ) Ibid.,
p. 100: Muis c’est là ce qui n'esl pus soutenable. La défirtition qui veul que
le gerire soit ce qui est attribuable à plusieurs, a été donnée à l'exclusion
de Vindividu. Ce qu’elle définit ne peut en soi étre à aucun titre, en aucun
état, individu. Dire qu'une méme chose tour à tour comporle et ne comporte pas
la définition du genre, c'est dire que cette chose est, comme genre,
attribuable à plusieurs, mais que, comme genre aussi, elle ne Vest pas, car un
individu qui serait attribuable ò plusieurs serait un genre ; par conséquent
Vassertion est con[Finalmente, anche contro quella tesi, a noi non meglio nota,
che concerne una proprietas delle cose (v nota 73), rivolge ripetutamente la
stessa obiezione tratta dalla definizione del concetto di genere, e denota in
generale come la cosa più pericolosa e insostenibile. tradicloire, ou plutòt
elle n’a aucun gens. Les auteurs
disent que celle nroposition : L’homme se promène, vraie dans le particulier,
est fausse de l’espèce (qui tuttavia il Réniusat deve o aver avuto sottocchio
un testo scorretto, o aver inteso scorrettamente il testo corretto, poiché lu
dottrina ripetutamente enunciata da BOEZIO, a p. 15 [in Porph. a Vici, transl.,
I, 16: ed. Brandt, p. 45; PL, 64, 27], p. 36 [i6.. II, 10 (Cicero sedet, homo
sedei): cd. Brandt, p. 103; PL, 64, 57], ecc., facendo uso dello stesso esempio
Cicero ambulai, homo ambulai è espressa
naturalmente nel senso, che l’accidente è predicato, primitivamente dell’ individuo
e derivativamente della specie, ma non che questa seconda predicazione sia
falsa). Commenl maintenir
cotte dislinction, si une ménte chose est espèce et individu ? (p. 101) V
individuai ile résultant de formes accidentelles ne saurait èlre l'attribut
essentiel d’une substance susceptible d'universalité ; ccpendant certe
substance, en tant que particulière, distincte de ses somblables, est
esscntiellement individueUe, violation manifeste de la règie de logique qui
porte que „dans un mème, Vaffirmalion de l'opposé exclut Vaffirmation de l’autre
oppose’'’. Lorsqu'on dit que le genre est atlribuable à plusieurs, on parie ou
d'attribution essentielle (praedicari in quid), ou de toute autre ; s’il s’agit
d'attribution essentielle, camme on le nie aprìs Vavoir affirmé, elle cesse
d’ètre essentielle, ou elle emporte avec elle son sujet ; s'il s’agit
d’attribution accidentelle (in adjaceutia), la définition n’est plus exacte,
elle ne convient plus à tout genre [ed. Geyer Huic autem sentcntiae o p p o
nani u s . . . . In primis inquirendum iudico, quomodo Porphyrius dicit
praedicari de pluribus ad cxclusioncm individuorum, cum illa scilicet
praedicentur de pluribus secundum illos. Sed dicunt mihi, quod cum dicitur
genus de pluribus praedicari, tale est, ac si dicatur: genus in quantum est
genus, praedicatur de pluribus. quod constare non potest. Amplius cum
diffinitio generis sit, quod praedicatur etc., oportet eum concedere quod
individuimi ex stalli individui sit genus, quia ex ilio quod praedicatur de
pluribus, [quod] est animai. Propterea quomodo dicunt « praedicari de pluribus
», quod generi convenit, genus ab individuo removcrc, cum idem prorsus
individuo conveniat ?... Amplius
quomodo dicit B o e t h iu s super Peri ermenias [Boezio, in libr. de
interprete ed. seconda, L. II, c. 6 (ed. Meiser, Pars Post., p. 133: PL, 64,
461), p. 337] quod haec propositio « homo ambulat » de speciali falsa est, de
particolari vero vera est ? Numquid et de universali similiter vera est, cum idem sit
universale et particulare ? Sed fortassis inquies, quod ab hoc universali
ambulatio prorsus removeri potest, a particulari vero non, hoc modo: nullum
universale ex statu universali ambulat. Sed
similiter dici potest, quod nullum particulare ex statu particuqualsiasi
scambio o confusione tra individuo e universale. [i) soluzione proposta da
Abelardo : il senno praedicabilis]. Ma
secondo il suo personale modo di vedere, egli credeva di aver trovato la via
giusta per poter alfine comporre, com’è sua opinione, il contrasto fra Platone
e Aristotele, vale a dire appigliandosi a quell’unico passo del libro De
interpr., dove l’universale è designato come ciò, ch’è « naturalmente fatto per
essere predicato laris anilnilationcm habeat. Haec quippe enuntiatio: « in co
quod est universale, non ambulata, duobus modÌ9 potest intelligi, sive
interpositum sive praepositum. Interpoeituin sic: in eo quod universale, non
ambulat, ac si diceretur: proprictas universalis non patitur ambulationem, quod
omnino falsum est, eum eidem subiecto universalitas et particularitas et
ambulatio adiaceant. Quod si praeponilur, intelligitur boc modo: non in eo quod
est universale, ambulat, sicut est illud: non in eo quod animai est, habet
caput, hoc est: non exigit proprietas universalis, ut ambulet, sicut non exigit
natura animalis, quod habeat caput. Sed eodem modo verum crii de particulari, orai proprietas
particularis non exigat ambulationem ». Ecc. ecc., sino alla p. 521], 286 )
Ibid., p. 102: La difficulté est toujours de faire cadrer ce système avec la
définition du genre. Il faut que la propriété d'ètre attribuable à plusieurs
séparé Vuniversel de l'individuel ; or, on vieni de dire que de plusieurs
choses chacune est individuellement animai ; le nom indiriduel d'animal
seraitil donc le nom de plusieurs ? V indie Uhi serait-il attribuable à
plusieurs ? Cela ne se peut. Mais comme animai ne peut plus se dire de
plusieurs, mais de chacun, il n’y a plus de genre, ou plutòt tout est renversé,
c'est l’individu ou le non-universel qui prend la place de Vuniversel, c'est ce
qui ne peut s'ajfirmer de plusieurs qui s'affirme de plusieurs. et c'est une
pluralité où chacun s'affirme de plusieurs que l'on appelle Vindividu [ed.
Geyer, p. 521-22 : « Primum quaerendum est.... quomodo secundum hanc sententiam
individuimi ab universali differat per praedicari de pluribus, cum individuimi
habeat praedicari de pluribus, id est plura sunt, quorum unumquodque est
individuimi. Sed fortasse inquies, quod recte praedicari de pluribus in
diffinitione universalis ponitur ad exclusionem individuorum, cum omne
universale praedicari de pluribus habeat, nullum autem individuimi de pluribus
praedicetur. Sed eodem modo inter universale et animai differentia potcrit
assignari, cum omne universale de pluribus et nullum animai de pluribus...
Praeterea secundum banc sententiam concedere oportet, quod non-universale sit
universale et res quae non praedicatur de pluribus, praedicetur de pluribus et
multos quorum unumquodque de pluribus praedicatur, concedat individuimi
appellali»]. di più cose» (quod natura est de pluribus praedicari
); poteva Abelardo con questo, nella maniera già più sopra ricordata (nota 254
1, far procedere insieme la genesi delle cose qual è data obbiettivamente in
natura, e quella produzione subbiettivamente umana che è la denominazione, e
anzi esprimere questa relazione, persino ricorrendo alla similitudine della
statua, la quale è costituita dalla pietra, che lia esistenza obbiettiva, e
dalla forma, ch’è aggiunta dalla mano dell’uomo 286 ). Ma su ciò si fonda ora
il vero e proprio sciboleth, che contraddistingue la posizione di Abelardo nel
con2BC ) liuti., p. 104 s. : Aristote, au dire d'Abélard, parati l'insinuer
clairement, qunnd il définit l'universel ce qui est né altribuable à plu~
sieurs, quod de pluribus natum est praedicari. Cest une propriété uree
laqtielle il est né, qu’il a d’origine, a nativitate sua. Ór, quelle est la
nativité, l'origine des discours ou des noms ? Vinstitution humaine, tandis que
l’origine des choses est la création de leurs natures. Celle différence
d’origine peut se rencontrer là méme où il s’agit d’une mème essence. Ainsi
dans cel exemple : cette pierre et cette statue ne font qu’un, l'étal de pierre
ne peut ótre donné à la pierre que par la puissance divine, l’état de statue
lui peut ótre donné par la main des hommes. [ed. Geycr, p. 522: «Est alia de
universalibus sententi a rationi vieinior, quae nec rebus nec vocibus
communitatem attribuit; sed serinones sivc singulares sive universales esse
disserunt. Quod etiain Aristoteles ... . aperte insinuat, cuin ait: «
Universale est, quod est natum praedicari de pluribus », idest a nativitate sua
hoc contrahit, ex institutione scilicet.... Hoc enim quod est n o m e u sive s
c r m o, ex hominum institutione eontrahit. Vocis vero sive rei nativitas quid
aliud est, quam naturar creatio, e uni proprium esse rei sive vocis sola
operatione nalurae consistat ? Itaquc
nativitas vocis et sennonis diversitas, etsi penitus in essentia identitas.
Quod diligentius exemplo declarari potest. Cum idem penitus sit hic lapis et
haec imago, alterius tamen opus est iste lapis et a[terius haec imago. Constat enim a divina substantia statura lapidis
solummodo posse conferri, statum vero imaginis hominum comparatione posse
formari»]. Nella traduzione di Boezio, p. 338 [ed. secunda, II, 7: ediz.
Meiser. Pars Post., p. 135; PL, 64, 462], il passo aristotelico citato nella
Sez. IV. nota 197, è cioè del seguente tenore: Quoniam autem sani haec quidem
rerum universalia, illa vero singillatim ; dico autem universale, quod in
pluribus natum est praedicari, gingillare vero, quod non, etc. Qui dunque
Abelardo poteva appoggiarsi, per la tesi realistica, alla parola « natum », e
al tempo stesso, per la tesi nominalistica, alla parola « praedicari ». Così in
quell’epoca, ch’era incapace di assurgere alla visione dei principii, ma si limitava
allo studio « tra ' Van mdirizzi;
««Perocché, una volta che il predicato venga r, conosciuto come naturalmente
determi nato, ne consegue che nè le cose come tali, nè le paroJ ' come tali
sono 1 universale, bensì la universalità è ri posta soltanto nello stesso
praedicari, e dunque in' quella maniera di esprimersi ch’è il giudizio, insomma
el « sermo » : con questo si evita ora la opinione sba ghata e insostenibile,
che cioè di una cosa possa ori carsi una cosa, sì che, a questa maniera, mia co
a f ugual r e in più e una cm., ma « per r.ppnnto „„ preJica | 0 ' E, mettendo
„ ra Abelardo in eo„„e„i„„ e eon ' conseguenza 1, definizione già riferita del
genere ne ‘ espressamente che nega mo)
sia di • universale il predicato (ser” 3 3ll ° ra ‘“tersale anche la parola in
quanto paro a poiché alla stessa maniera si potrebbe d mLT U Cl,e è “• «. 'ce
dell alfabet o; „ deve rnvece, in,„eli„ definir .. tener rizzi sano
statesenz^tmcozUuIt^o^^* 1 !, 0 he dei J ' vcra ' 'odilati diversi da uno
all’altro scrittore 77'l f°? dame ? to di passi isolai/ Ctteratura in uso nelle
scuole Cfr -Y* !u testi e l‘e formavano ^)Ibid aPPre S .° k DOta 293 -‘ P1U S °
Pra n ° tC I05 ’ 129 ’ buatte à plufieurs, ni ìefchòses'n'i fet* 1 umversel Pst
d'origine altri c p n est paste mot. la voix. mais le dilriu, T" Car stori
du mot, qui est attribuable à divers C e ? t ~ d ~ dire l ' p *prcsdis mots, ce
ne sont pas les mots mais Ù . 9 lw, g “ P ' Ù S ° Pra (nota 63 > "tato,
di GiovauTda Salisb^ “ PaSS °’ fisso l’occhio sopra l’oggetto da essa definito,
cioè sopra lo stesso genere, e con ciò si rende manifesto che nella parola
singola non è già contenuto il genere stesso nella sua totalità, bensì invece
la parola ch’esprime il genere, viene, in un giudizio, predicata di diverse
cose, insomma che proprio il giudizio è predicabile, « sermo est prue dicabilis » , perchè il
pensiero dispone per ordine le parole, in vista della descrizione delle cose
2SS ). Se per conseguenza la parola è predicata, non secondo la esteriorità del
suo effettivo suono, bensì secondo il suo intimo significato, e è dunque il suo
significato che ne fa un uni) Ibid., p. 107 s.: Mais Abelard se faii des
objeclions. Comment l oraison
peni-elle elre un,vergelle, et non pas la voix, quand la descriplion du genre
convieni aussi bien à l’une qu'à Vautre ? Le genre est ce qui se dii de
plusieurs qui diffèrent par Vespèce ; ainsi le décrit PorphyTe. Or, la
descnption et le décrit doivenl convenir à tout suiel quelconque ; c est une
règie de logique, la règie De quocumque, et camme le discours et Ics mots ont
le ménte sujet, ce qui est dit du discours est dii des mots. Vane, comme le
discours, la voix est le genre. Celle pròposti,on est incongrue, non congruit;
car la lettre étant dans le mot et par consequent s attribuant à plusieurs
comme lui, il s'ensuivrait que la lettre est le genre. Cesi que, pour que la
description ou définition du genre so,t appi,cable il faut qu'on Vapplique à
quelque ckose qui uit en so, la realite du défim, rem definiti; c'est la
condilion de l'applicatwn de la regie De quocumque, et ici catte condition
n'existe pus Le mot ne contieni pas tout le défini, il n'en a pas laute la
compréhens,on et,1 n est atlnbue a plusieurs, affirmé de plusieurs, pracdicatum
de pluniras. qU e parce que le discours est prédicable. est sermo pracdicabibs,
c est-a-d,re parce que la pensée dispose des [si direbbe che Franti intenda
come « fosse scritto « Ics »] mots pour décrire toutes choses [ed. Geyer. p.
522-23: «Cui sementine opponitur. 1 rimimi enun quaeritur, cur sermones et non
voces esse universale? astmant cum descriptio generis tam vocibus quam
sermombus conveniate De quocumque enim praedicatur descriptio, et descriptum;
sed descriptio generis praedicatur de voce, cum vox sit ifiud quod praedicatur
de pluribus differentibus specie etc.; vox «ritur est genus. Quod
sic s o 1 v i t u r: Huic argumentationi; Cst ', ., '',j US ' ^ mUd q "° d
praedicatur ' ( iuia est sermo PaANTL, Storia detta logia, in Occidente,
II.versale 289 ), ben può dirsi a questa maniera che il genere e la specie sono
una parola (vox), ma non già, viceversa, che la parola è la specie o il genere,
perchè la essenza individuale, che è la parola, non può essere predicata di più
cose, mentre si può, con una tale concezione, ammettere invece, senza difficoltà,
un essere obbiettivamente reale, corrispondente ai generi e alle specie 2D0 ). Generi e 2#s ) Ibid.. p. 108: On
peut dotte dire que le discours étanl un gente, et le discours étant un mot, un
mot est le genre. Seulement il faul ajouter que c'est ce mot uvee le sens qu’on
a entendu lui donner. Ce n'est pus l essence du mot, en tant que mot, qui peut
ètre attribuée à plusieurs ; le son vocal qui constitue le mot est toujours
actuel et particulier à chaque fois qu’on le prononce, et non pas universel ; mais
c'est la signification qu'on y attaché qui est générale [cd. Geyer, p. 523-4:«
Cum haec vox sit hic sermo et hic sermo sit genus, quomodo ratiouab iliter
negari poterit, quin haec vox sit genus ? Quod sic solvitur: Cum dicimus « hic
sermo est genus», tale est ac si dicamus: sermo huius institutionis est genus.
Sed cum dicimus « haec vox est genus », tale est ac si dicamus: haec essentia
vocis est praedicabilis ctc., quod falsum est.... Concedimus itaque has esse veras: Hoc nomen
est genus, hoc nomen est universale. Similiter: Hic sermo « animai» est genus,
hoc vocalndum « animai » est genus et universale, et similiter omnes in quihus
subicitur vox innuens institi! tionem, non simpliciter essentiam vel
prolationem, sed signifìcationem et praedicans eommunitatem, sicut est: genus,
universale, sermo, vocabulum, dictio, oratio.... »]. *®°) Ibid., p. 108-9:
Abélard.... permei qu'on dise que le genre ou l'esp'ece est un mot, est vox, et
il rejette les propositions converses ; car si l on disait que le mot est genre,
espèce, universel, on attribuerait une essence individuelle, celle du mot, à
plusieurs, ce qui ne se peut. C'est de mème qu'on peul dire: cet animai ( hic
status animai) est cette matière, la socratité est Socrate, l’un et l’aulre de
ces deux est quelque chose, quoique ces propositions ne puissent ètre
renversées [ed. Geyer, p. 524: « Nota tamen, quod haec propositio vera est:
genus est vox et species est vox. Tale est enim ac si dicatur: generale
vocabulum est vox vel speciale. Convcrsae harum, scilieet: vox est genus vel
vox est species, non sunt concedendae, cum per illas communitas essentiae
ostendatur, quae similiter in omnibus reperitur. Concedimus exiirn
propositiones: hic status animai est, haec materia Socratis est Socrates,
utrumque istorum est aliquid; conversas vero istarum negamus omnino, scilieet:
homo est hic status animai, Socrates est materia Socratis, aliquid ast utrumque
istorum»), Dialect., p. 480: in
significationibus suis vocabula saepe nominantur, ut cum ea quoque vel genera
vel species vel universalia vel singularia rei substantias vel accidentia
nominamus. Nomen autem.... hoc loco accipiendum est
quaelibet vox significativa simplex, qua rebus praeposita vocabula praedicamus.
specie, cioè, in quanto sono da noi pensati, si riferiscono bensì a qualche
cosa che esiste, e questa cosa afferrano, ina soltanto in senso figurato poteva
dirsi che essi esistono quali universali pensati da noi, poiché il senso
proprio di tale espressione è solanieute questo, che esiste cioè qualche cosa
che dà luogo a questi universali 291 ). 2tfl ) Ibid., p. 109 10: Il décide que.
bien que ces concepts (ma chi sa se nell’originale latino ri leggerà in questo
punto « conceptus » ? io eongetturo piuttosto che vi si dica « intellectus » :
v. appresso le note 313 ss.) ne donneiti pas les choses camme discrètes, L, 64,
121-2], p. 84: rfr. la Sez XI, nota 44), secundum quas ipsa genera, quae ab
ipsis divisa sii nt. specificantur.... Nec cum ipsae generis subslantiam in
spederà reildunt, ipsae quoque in essentiam speciei simul transcunt, sed sola
"enera vel subjecta specificantur, non qmdem separata a difierentiis. sed,
nisi ei differentiae adveniunt, ipsa sola non etiam differentiae species
efficitur, non quidem cum differentiis, sed per differentias, sicut in libro
Partium, tractatu speciei, disseruimus (v la nota 272). Si enim differentiae in
speciem transferrentur cum lenere . ipsas de substantia rei esse, et in partem
malenae venire rontineeret.... (p. 478) Nihil.... aliud materia jam fannie
aclual,ter contunda quam ipsum materiatum, ut nihil aliud est hic annulus
aureus quam aurum in rotundilalem duetum.... Stalline.... compostilo, quem
Boethius (p. 88) ponit . species non riddar, cum nec materia sit unum, sed
operatione hominum, nec substantiae nomen, sed accidentis cum statua videtur et
a quadam compositione sumptum. z»«) Introd. ad t/no/.. II, 13, p. 1083 [98]:
Cum autem species ex genere creaci seti gigni dicantur, non lanieri ideo ri
eresse est,genus speries suas tempore, vel per existentiam precedere, ut videlicet
ipsum prius esse contigeril quam Mas. Numquam eternai genus nifi per aliquam
speciem suam esse contingit, vel ullatenus animai juit, antequam calumale vel
irrationale fuerit : et ita quaedam species cum suis generibus simul
naturaliter existunt, ut dMlatenus genus sino illis, sicut nec ipsae sine
genere esse‘pomerint [PI., 178, lOtuj. praedicatio, la quale può riferirsi ora
alla forma, ora alla cosa formata da questa, e via dicendo 29? ). Ma dovendosi,
a proposito di questo generarsi delle specie dai generi, toglier di mezzo
quella più difficile questione riguardante gli opposti (v. sopra le note 113 e
ilo s.), ecco qual è su questo punto il modo di vedere di Abelardo: La
diversità delle specie può essere determinata soltanto dal fatto che sussiste
ima diversità delle sostanze; ma questa è un prodotto della differenza
specifica la quale si chiama sostanziale, proprio perchè realizza entro la
sostanza ima separazione di gruppi, e con ciò, al tempo stesso, una unità dei
gruppi così separati, eiascuno dei quali ha una comune natura 888 ); e a quel
modo che, per conseguenza, la materia, ch’è il genere, non si presenta più, hi
identità di essenza, in tutte quante le specie, cosi dalla differenza specifica
vengono esclusivamente prodotte soltanto le specie della sostanza stessa; se
perciò tutte le altre specie, che non procedono dalla sostanza, si debbono
generare senza l’azione esercitata da una differenza sostanziale e debbono
pertanto aver il pròpno fondamento nella sola materia, la unità di quest’ultnna
va intesa come somiglianza di essenza (consimilitudo), dalla quale per es„
nonostante la comune essenza ipslls^nriti^t ^ P> 1277 f183]: ^oprie,as
ilaque n,aterine ZZ, v/,, secundum quam ex ea materialitcr al,quid fieri habe'.
Materiati vero proprietàs est ipsa e converso postcrioritas Pro prietates
itaque ipsae impermixtae sunt per praedicMionem licei iosa proprietà....
permixtim de eodem praedicentur. Aliud quippe est prue Ì7{/~\^]. f ° rma,Um
ÌPSUm ' h e iP sam Jormae subjec“ ) Dialect., p. 418: Diversitas itaque
subslantiae diversitatem quae natura substantiae divina univit operatio. (lell'esser colori, non rimane esclusa la
opposizione contraria del bianco e del nero 2 "). Così Abelardo tiene
distinte, da un lato, quelle forme, che son, esse medesime, essenze, e che
bisogna pur che entrino nella materia, la quale sta a loro fondamento (
subiectum ), per far di questa qualche cosa, che senza quelle non sarebbe, e, dall’altro lato, quelle forme, che per se
stesse non sono essenze, ma son di già contenute nella materia del genere 300 )
; naturahnente nelle prime c’è la differenza specifica vera e propria, a quel
modo che nelle seconde c’è la così detta nota casuale di differenze
accidentali, cioè queU’adiacerma (nota 284), cli’è oggetto della predicazione
non-sostanziale 301 ). Ma, con ciò, gli opposti, nelle forme sostanziali, sono
derivati soltanto ! ") Uh/., p. 400, dove al passo citato più sopra (nota
113) fa sèguito: Si enim omnium specierum est eadem in essentia materia, tunc
albedinis et nigredinis et caeterorum contrariorum, quae omnia.... ejusdem
generis species esse necesse est.... Nostra quoque sententi a te net, solas
substantiae species differentiis confici, caeterasque species per solam
subsistere materiam, sicut in libro Partium ostendimus. Si ergo eadem prorsus
est materia, quae est in ipsis diversitas ? Sed eadem (cioè diversitas in ipsis
est), quae est in consimilitudine substantiae, non indeterminatae essentine.
Ncque enim ea qualitas, quae est essentia albedinis, essentia est nigredinis,
essel enim albedo nigredo, sed consimilis in natura generis superioris.
Consimilitudo autcm vel substantiae vel jormae contrarietatem non impedit.
Riguardo alla consimilitudo, e£r. qui appresso la nota 307. 30 °) Pseudo-Abael.
de intell., edito dal Cousin, Fragm. phil. (1840), p. 495 s. [Opera, II, p.
755]: Alii autem, qui quasdam formas essentias esse, quasdam minime,
perìiibenl. sicut Abaelardus et sui, qui artem dialecticam non obfuscando sed
diligentissime perscrutando dilucidante nullas formas essentias esse approbant,
nisi quasdam qualitates, quae sic insunt in subjecto, quod subjectum ad esse
earum non sufficit, sicut ad esse quantitatum ipsum subjectum sufficit... et ad
esse sessionis necessaria est dispositio partium... Nullam enim formam
essentiam esse asserunt, cui... poterit assignari... subjectum ad esse illius
sujfficere. Theol. Christ., Ili, p. 1280 [487]: sire illa forma sii communis
differentia, h. e. separabile accidens. ut nasi curvitas, si ve magis propria
differentia, i. e. substantialis, sicut est rationalitas, quae sci licet
substantialis differentia non solum facit alterum, i. e. quoquo modo diversum,
verum etiam aliud, h. e. substanlialiter atque specie diversum [PL, 178, 1251].
Qui la fonte è Porfirio (Sez. XI, nota 44), cioè Boezio [ad Porph. a se
transl., lib. IV], p. 79 ss. dall'attività della differenza specifica e sono
senz'altro separati, mentre, trattandosi delle forme non-sostanziali, ci si
presentano nella materia del genere, quali possibilità’' 2 ): e Abelardo, dato
che per lui a base di tutte quante le opposizioni puramente qualitative non
c’era un substratum sostanziale, mentre un tale substratum andava riconosciuto
esclusivamente per quelle opposizioni che vengono a costituir delle specie,
poteva molto facilmente, con il mantenere la non-unificabilità degli opposti,
sottrarsi a quella difficoltà che più sopra (nota 115) abbiamo veduta 303 ). '
Ma mentre a questo modo quel processo di creazione, nel quale la differenza
specifica opera separando, e le specie cosi separate si raccolgono in
raggruppamenti unitari (nota 298), si estende, in progrediente graduazione,
sino all individuo singolo, il quale è, come tale, essentialiter o entialitcr
(non tuttavia secondo la sua sostanza) separato dal suo simile 3 °fre (B0tZI0 ’
P™ nox7Lì h -md ÌS lil l P Ì80 3 r487F-T ^ già, più s °P ra ' aUa mero sun,
difierenlia. q uae loia JL,.,L. Z^ZTentt disTctsum sire solo numero ab inviami
disteni, ut Socrate* e, i>LT ’ mente come im nome generale equivoco EQUIVOCO
GRICE 305 ), ma invece la « subsiantia
», in quanto è questo il concetto del genus generalissimum, dev'essere
consideratacome quella suprema ultima materia, sulla quale incomincia a
esercitarsi Fattività della differenza specifica 308 ). Così Abelardo, in
quanto è platonico, insegna mia ontologia obbiettiva degli universali, la quale
da un lato vantaggiosamente si distingue, per la maggior cura con cui si giova
di Boezio, dal più grossolano realismo di Guglielmo da Cbampeaux, ma al tempo
stesso, mediante il concetto già sopra menzionato (nota 299) di consimilitulio,
viene, d’altra parte, in certo modo, a mettersi in contatto con l’autore dello
scritto De gen. et spec. (note 163 e 177) o con la teoria (nota 132) della
indifferenza 807 ). [mi ma dallo stesso principio Abelardo trae insieme partito
secondo il punto di vista aristotelico ].
Ma ora, quanto a quell’altro modo di vedere di Abelardo, die si 305 )
Glossae ad Porph. (riferite dal Cousin), p. 568: Ens est aequivocimi.... [569]
videlicet illam definilionem, quam habel ens in praedicamento substantiae,
nunquam habebit in praedicamento quantitàtis.... Ens non habet unam substantialem
diffinitionem, cum qua praedicalur de omnibus generalissimis, cum hac
diffinitione praedicatur ens de substantia : substantia est ens, quod ncque est
qualitas nec quantitas etc. V. la Sez.
XII, nota 89. 30li ) Ibid.. p. 565: Substantia est generalissimum, quia est
solum genus.... (p. 566) quemadmodum
substantia est genus generalissimum, cum suprema sii, eo quod nullum genus
supra eam sit, etc. Inoltre il passo citato più sopra, nota 298, e
Dialect., p. 485: Genus omne naturaliter prius est suis speciebus.... genus
[est materia] specierum. 307 ) In una maniera consimile, che ricorda quelle
teorie, si esprime Abelardo, Theol. Christ., Ili, p. 1261 [468]: Sed nec Socrates,
cum sit a Platone numero diversus, li. e. ex discretione propriae essentiae ab
ipso alius, litio modo ideo ab ipso aliud dicitur. h. e. substantialiier
differens, cum ambo sinl ejus[dem ] naturae secundum ejusdem speciei
convenientiam, in eo scilicet [1262] quod uterque ipsorum homo est. Ibid., p. 1279 [486]: Idem vero similitudine
dicuntur quaelibet discreta essentialiler, quae in aliquo invicem similia sunl,
ut specics idem sunt in genere vel individua idem in specie [PL]. accorda con
il punto di vista logico di Aristotele, bisogna che tentiamo di metter in
chiaro, in qual maniera dovesse, secondo lui, intendersi il concetto già
ricordato (note 286 ss.) di « sermo », e com’egli ne determinasse minutamente
il fondamento: e qui fin da principio sembra esser degno di nota ch’egli,
rimanendo assolutamente fedele al punto di partenza da cui lì aveva preso le
mosse, si attiene a passi contenuti nel libroDe interpr. Se cioè deve tenersi
fermo il principio dianzi enunciato, vale a dire che il praedicari è degli
universali, quali sono naturalmente determinati, si ha anzi tutto una semplice
parafrasi dello stesso principio, quando si afferma che la predicazione (sermo)
è in rapporto di originaria affinità con le cose 308 ) : tuttavia, com’è
naturale, ciò va inteso nel senso che la denominazione (vocum impositio ),
venendo dopo, è condizionata e dipendente dalle cose obbiettive che essa
significa ( res significala) 30S ), anzi che, in questo senso, anche la
significano della parola è ancora quel primum, dal quale soltanto dipende la
parola come parola 310 ). Vero è poi che a questa maniera i generi e le specie
non sono nient’altro che ciò che da queste parole è significato 3n ), ma quel
che da esse è significato. 3 " 8 ) Introd. ad theol., II, 10, p. 1074
[90]: Conslat quìppe, juxta Boethium ac Platonem, cognatos de quibus loquuntur
rebus oportere [91] esse semiortes [PL, 178, 1062]. V. Boezio, ad Ar. de interpr. [ed. seconda,
II, 4: ediz. Meiser, Pars Post., p. 93; PL, 64, 440-11, p. 323. J 30 °)
Dialect., p. 487: vocem secundum imposilionis suae originem re significata
posteriorem liquet esse. Ibid., p. 350:
Si nòminis hujus. quod est « homo », propriam impositionem tenueril, secundum
id scilicet, quod substantiae hominis ut existenti ex animali etrationalitote
et mortalitate datum est, ratam omnino conseculionem viderit. Inoltre il passo ricordato più sopra, nota
255. 31 °) Dialect ., p. 345: neque enim nomina ncque verbo sunt, suis non
existentibus significationibus. Ibid..
p. 482: [propria significatio. illa ] scilicet. de qua inlelleclum proprie vox
queal generare. 3iI ) Glossae in Porph.. p. 567: genera et species. id est ipsa
significata harum vocum, come pure nel passo riferito più sopra (nota 278) si
dice sempre: sex voces et significata eorum. in altro non può consistere, a sua
volta, se non nei prodotti (li quel processo di creazione, onde dal genere si
scende giù giù sino all’individuo: e avendo i generi e le specie una esistenza
concreta soltanto negl’individui, nella proposizione « Socrate è un uomo » noi
parliamo per esempio soltanto di quel che significato da queste parole, ina non
già delle parole stesse, in quanto parole 312 ). Ma proprio poiché i generi e
le specie non sono ciò ch’esiste concretamente, l’antico motto « singultire
sentilur, universale intelligitur » conserva il proprio valore: ed essendo, dal
concetto intellettivo ( intellectus ), afferrato ciò che non cade sotto i sensi
3113 ), bisogna che poiché
quell’universale che non cade sotto i sensi, è ciò ch'è destinato a esser
predicato 1 esso concetto
necessa¬riamente contenga in sé il principio onde si genera la predicazione, e
venga alla coscienza, attraverso qualsiasi predicato, come principio del
generarsi di questo, ovverossia: sermo generalur ab intellectu et generar
infelicetum 314 ). Così il « predicare » (sermo) è il terreno degli 312) Diale
et., p. 204: Neque enim substantia specierum diversa est ab essentia
individuorum, sicul in Libro (leggi primo: v. la nota 272) rartium ostendimus,
nec res ita sicut vocabolo diversas esse contingit. Sunt namque diversae
vocabulorum in se essentiae specialium et singularium, ut « homo » et «
Socrates sed non ita rerum diversae sunt essentiae. Unde Ulani rem, quae est
Socrates. Ulani rem. quae homo est, esse dicimus ; sed non illud vocabulum,
quod est « Socrates », illud, quod est « homo», linde quod in re speciali
contingit, et in ipsius individuis necesse est contingere, cum videlicet nec
ipsae species habeanl nisi per individua subsislere, nec in ea, quae informant
et ad invicem jaciunt respicere, nisi per individua, venire (cfr. la nota 296).
313) Introd. ad theol., li, 3, p. 1061: Proprie.... de invisibilibus
intellectus dicitur, secundum quod quidem intellectuales et risibiles naturar
dislinguuntur [PL, 178. 1052: e cfr. PL, 76, 1202], 3U ) Theol. Christ.. I, 4,
p. 1162 a. [365]: Licei etiam ipsum nostrae mentis conceptum ipsius sermonis
lan i effemini quam causam ponere, in proferente quidem causam. in audiente
effeclum, quia et sermo ipse loquenlis ab ejus intellectu proficiscens generalur,
ut cum (leni rursus in auditore generel intellectum. Pro hac itaque maxima
sermonum et intellectuum cognatione non indecenler in eorum nominibus mutuas
fieri licei translationes : quod in rebus quoque et nominibus propter
adjunctionem significationis frequenter contingit [PL, 178, 1130]. alcunché di
predicato), bensì soltanto nel fn) ispirazione aristote/im al giudizio
(praedicari) I _ jù a m dato ceintellettivo lin e" ^ 1“' “nnon cade,,1,,,;
e "p *» »“» lenivo. Con Jè U 00 “ en “ U Intelpovalità (cfv. la nota 252)
Tv '7 ’ m mon,e n‘o di tem. M»v enunciato, richiede „„ cèrio i'.'mm,!!"
per "'ente significante, * non dopo che tnt.e k,T ' '“'i .teno successi va
mente fatte innanzi- e r, ' r„ alicujus exist.it.... fìuod intei cativam
dicere, quod unum P de hU*eó"""l ."™‘ 9u, ' ml,bel ’ta
signifi-,V U !,a f,,nte è Boezio (ad Ar de ituern l ? tellectus ooncipiatur. Meiser p ars Post ^ ss • PI T, P
‘ Ynf 1 ' 1 seeu “ da - I. 1; ed. Sez.
XII, nota 110. - 64 ’ 402 S -L P- 296 s.; V. Ja
siste nella unità di quel pensiero, che esso fa nasce- -re sl8 )- Ma
proprio perciò il giudizio, al pari della parola, in quanto
questaèelementodelgiudiziostesso, ha essenzialmente due lati a un tempo, uno
dei quali consiste nelle cose, delle («de») quali il giudizio tratta {significai
io reali*), mentre l’altro riguarda il pensiero, che esso giudizio contiene e
genera, ma del quale non tratta (significatio intellectualis ): e c’è pertanto
parallelismo tra essere e non-essere, nella realtà obbiettiva, ed esser vero e
falso, rispetto al giudizio 317 ). Ben è vero, cioè, 316 ) Ibid., p. 297:
....ut multiplìcem illam dictionem dicamus, quae pluribus imposila est, ex
quibus non fit unum, li. e. plura in sentenlia tenet non secundum id, quod ex
eis unus procedal intellectus. Sic autem e converso omnis illa una est diclio,
quae plurium significativa est. secundum id, quod ex eis unus intellectus
procedal. V. Boezio, p. 335 [o non forse 328? Loc. ult. cit. II. 6. p. 106 ss.:
PL, 64, 447-8] (cioè Aristotele: v. la Scz. IV, note 185 ss.). 317 ) Ibid., p.
238: Sunt igitur veruni ac falsum nomina intel- lectuum, voluti cum dicimus
„intellectus verus et falsus “, h. e. habitus de eo, quod in re est vel non
est, quos quulem intellectus in animo audientis prolata propositio generai....
Sunt cursus vertim ac falsum nomina proposti 1 onum, ut cum dicimus,,propositio
vera vel falsa" i. e. veruni vel falsum intellectum generane. Significant propositiones idem,
quod in re est, vel quod in re non est. Sicut enim nominum et verborum duplex
ad rem et ad intellectum significatio. ita etiam propositiones, quae ex ipsis
componuntur, duplicem ex ipsis significationem contrahunt, unam quidem de
intelleclibus, aliam vero de rebus.... Patet insuper adco, per propositiones de
rebus ipsis. non de intellectibus nos agere.
p. 240 s.: Restat itaque, ut de solis rebus, ut dictum est,
propositiones agant, sive idem de rebus, quod in re est, enuncient, ut „homo
est animai, homo non est lapis “, sive id, quod in re non est, proponant, ut
„homo non est animai, homo est lapis “, ut etiam de significatione reali
propositionis, non tantum de intellectuali, suprapositae [Prautl corregge:
supraposita] propositionis diffinitio (Boezio, p. 291 [? Corrisponde a loc.
ult. cit., Prooem., p. 7 ss.: PL, 64, 395-6]) possit exponi sic significane
veruni vel falsum, i. e. dicens illud, quod est in re vel quod non est in re“,
et in hac quidem significatione veruni et falsum nomina sunt earum
exislentiarum rerum, quas ipsae propositiones loquuntur. Cum autem eamdem
dijfinilionem et de intellectibus ipsis hoc modo exponimus „significanles
[Prantl: significane] verum vel falsum, h. e. generane secundum inventionem
suam de rebus, de quibus agitur. verum vel falsum intellectum “, lune quidem
ipsos nomi- nani [Prantl: nominai] intellectus. Nota autem, sive de intellectibus sive de rerum
existentiis exponamus, orationis praemissionem necce-che la parola « praedicari
» ha tre significati: vale a dire,ni primo luogo la si usa, in modo affatto
estrinseco, per significare la semplice collocazione di un soggetto e di un
predicato, imo di seguito all’altro, fatta astrazione da qualsiasi contenuto
reale; ma poi quella stessa parola concerne, in doppio senso, la relazione,
qual è data effettivamente nella realtà obbiettiva, in quanto che, riguardo a
quel tale processo di creazione (note 294 ss. e 312), il praedicari mette in
rapporto con la materia del genere o il formato ( materiatum ) o la forma ;
tuttavia, com’è naturale, soltanto tale relazione, espressa dal termine
praedicari in queste due ultime sue accezioni, è ciò di cui («de quo») tratta
il giudizio: e in tale significalo praedicari vai quanto esse, sicché, in quanto non possiamo enunciare giudizi, se
non con parole che im giudizio sia
affermativo, o un altro negativo, e via dicendo, queste son distinzioni che
ricadon nell’orbita della modalità della espressione 318 ). Inoltre c’è pur
coincidenza tra quel duplice riferimento che può esser contenuto nei giudizi, e
l’antica distinzione tra « de subie- soriani esse. Qui la fonte si trova in
Boezio, p. 321 [corrisponde a tm iM ' V/ 7 64 ’ 437 ~ 8] -~ Cf "- anche la
347 - ) Unii., p. 366-7 : Tnbus autem modis „praedicari “ sumilur : uno quidem
secundum enuntiationem vocabulorum ad se invicem in conslructione ; duobus vero
secundum rerum ad se inhaerentiam, aut cum videlicel in essentia cohaeret sicut
materia materiato, aut cum alterum alteri secundum adjacentiam adhaeret, ut
forma materiae. Ac secundum
quidemenuntiationem omnis enunliatio.... praedicatum et sub- jectum li a bere
dicitur.... Sed non de his in propositione aeitur.
sed de predicanone tantum rerum, illa scilicet solum. quae in essentia, quae
verbo subs,antico expnmitur. consista!.... Tantum itaque ..praedican illud
accipimus, quantum si „hoc Mud esse 1 * diceremus. tantum per,,removeri'\ quantum
per,,non esse 1 *.... Cum itaque per ..praedicari, „esse accipiamus, superflue
rei „rere“ vel .. affermative “ apponitur: Quod emm est aliquid, vere est
illud, affirmative autem enuntiatioms est determinano, quia tantum in vocibus
consisti/ affirmatio sicul et modi vel determinationis oppositio [leggi con il
Pronti appositio). Modus emm vel determinano (v. la Sez. XII, nota 119) tantum
vocum sunt designatila, quae solae moderanmr vel determinata [Prantl:
determinantur] in enuntiatione positae.
c/o» e « in subiccto » (v. la Sez. XII, nota 92), e la h>x
praedicamenti ha la propria sfera d’influenza proprio in quelle due accezioni
reali del giudizio 31 °). Con ciò ci è resa ora soltanto interamente perspicua
la su riferita partizione della dialettica (note 272 ss.) secondo Abelardo.
Tutto sta nel sermo, cioè nel giudizio. Ma è anche vero che gli universali sono
i predicati che son nati, che sono stati generati nel processo della creazione,
e il pensiero li aff erra, secondo la dottrina di Platone, e, secondo la logica
di Aristotele, li enuncia, come universali, nel giudizio: e anzi perciò
Abelardo, accanto alle solite quinque voces, ne annoverò ancora mia sesta, cioè
anche l’individuo (note 278 ss.), poiché l’individuo, quale prima substantia
(Sez. XII, nota 91), ovvero, come qui anche lo si denomina, quale principalis
substantia, viene designato appunto con quella parola (vox), che corrisponde
all’ultimo grado del processo della creazione 3l2 °). Ma poi, giacché Abelardo
considerava la differenza specifica esclusivamente come forza efficiente, e non
come tale che passi essa medesima nella materia del genere (nota 295), egli si
trovava a dover prendere qui il nome della differenza non quale sostantivo,
come aveva fatto Guglielmo da Champeaux) Glossae in Categ . omnia.... aut dicuntur de princi ’palibus
substantiis sibi subjectis.... servata lege praedicamenti.... aut sani in eis subjectis. Un diverso modo di
esprimersi, in luogo di questo, si ha (ibid ., p. 585 s.) nella distinzione tra
praedicari sub stantialiter e praedicari accidentaliter (Boezio, p. 131 \i.n 4r
Praed I; PL, 64, 189]): cfr. la nota 322. m> ) Ibid., p. 584: species, in
quibus conlinentur principales subslamine.... genera et species ordinata post
principales substantias sola.... dicuntur secundac substantiae (e ripetutamente
a questa stessa mamera). p. 591 : Vere primae substantiae significanl aliquid
hoc individuale, quia illud, qund significatur a prima substnnlia, scilicet
quae tox est sicut et consimilia (così si deve leggere secondo il manoscritto,
con una piccola modificazione; la lezione del Cousin dà un controsenso), est
individuum et unum numero, i. e. parificalum numerali descriptione, i. e.
significatur ab hac voce, quae est individuum et unum numero., bensì alle
obiezioni che su questo punto furono sollevate anche da altri (nota 122),
poteva sottrarsi con l’interpetrare la parola che designa la differenza, come
un aggettivo derivato da questa (sump-, um » ,) ss)). Ma a quei predicati nati
seguono poi nelle Categorie le cose stesse, in quanto vengono designate con
parole « naturae, quae vocibus
designatitur » e per conseguenza le
categorie contengono le cose a22 ), mentre appresso vengono prima di tutto
considerate le parole, in quanto esse sono ciò che designa, e costituiscono il
passaggio al giudizio (sermo) stesso, che è composto da quelle. [o) anche il
preteso intellettualismo di Abelardo deriva dal suo aristotelismo]. Ma allora il giudizio non contiene già le
cose, bensì contiene il pensiero ( intelleetus), e invece tratta intorno alle
cose, ma non 321) Dialect., p. 456 : De nominibus dififerentiarum sciendum est,
ut non quidem substantiva, sed sumpta a dififierentiis sumantur, posita lumen
loco specierum. Oportet eitim in eadem significai ione vocabula dijjerentiarum
sumi in divisione generis, in qua significatione ipsa in dijfinitione speciei
ponuntur, cum scilicel nomini generali adjacent.... (p. 457) sicut in nostra
fixum est senlentia, nullo modo inter accidentia dififerentias admiltamus (v.
sopra le note 300 s.). Quod autem Porphyrius per dififerentias genus in species
dividi dixit, secundum eam dictum est sentenliam. qua naturam generalem in
species redigi atque distribuì per susceptionem dififereniiarum realiter voluit
; aut potius per dififerentias genus in species dividi voluit, cum earum
vocabula adjuncla nomini generis speciem designant, atque diffinìtionem speciei
componunt. hoc modo „animai aliud ralionale, aliud irrationale animai .‘ Ihid, p. 189: In sumplis enim non ea, quae ab
ipsis nominantur, comparantur, sed tantum fiormae, quae per iosa circa subjccta
determinane tur ; alioquin et subslantias ipsas comparaci contingeret, quae
saepe a sumptis nominibus nominantur, ut ab eo quod est album.... 322 ) lbid..
p. 209 e 245, cioè due passi, che sono stati citati di già più sopra, nota 272.
Ma vedi inoltre a p. 220: Subiectarum vero rerum diversitas secundum decem
Praedicamentorum discretionem superius est ostensa, qua [Cousin: quae]
principale ac quasi substantialis nomini significano detur. Caeterae vero
significationes, quae secundum modos significando accipiuntur, quaedam
posteriores atque accidentale* dicuntur. già ili quanto le significhi, bensì in
quanto contiene la connessione, afferrata dal pensiero, tra le cose e il
processo di creazione. Laddove per conseguenza il predicare Tessere (nel
giudizio) non è esso medesimo un essere, nel predicare si tratta di uno stato
di cose reale, cioè della connessione obbiettivamente reale tra ciò ch’è
significato dal soggetto, e ciò cli'è significato dal predicalo 323 ). Questa
distmzione fra « contenere » e « trattare » forma l’intimo nòcciolo della
concezione del giudizio secondo Abelardo 324 ). È ben vero, cioè, che il
predicato ha un suo aspetto grammaticale, e che, designando noi nel giudizio
una sola e medesima cosa con varie denominazioni (come per esempio quando
chiamiamo Socrate ora uomo, ora corpo, ora sostanza), appunto in ciò consiste
una differenza tra la espressione verbale e la realtà (efr. la nota 312); ma
mentre la praedicatio per eè sola, avulsa dalla obbiettiva rerum inhaerentia,
non è assolutamente nulla, precisamente la logica ha il compito di studiare il
giudizio, in questo senso, dal lato della espressione verbale S2S ). Anzi quel
che più importa è pro32S ) lbid., p. 241: Digrumi miteni inquisitione censemus,
utrum Mae existentiae rerum. quas propositiones loquiintur, sint aliquae de
rebus existentibus. Clanim ilaqiie ex suprapositis arbitrar esse, res aliquas non esse ea, quae
a propositionibus dicuniur.... Palei insuper, ea quae propositiones dieunt
nullas res esse, cum videlicet nulli rei praedicatio eorum apiari possit ; de
quibus enim dici putest, quod ipsa sint ..Socrates est lapis “ vel ..Socrates
non est lapis"?. ...Esse
autem rernaliquam vel non esse, nulla est omnino rerum essentia. Non itaque
propositiones res aliquas designant simpliciter quemadmodum nomina. Imo
qualiter sese ad invicem habeant, utrum scilicel sibi conveniant annon,
proponunt ; quae idcirco verae sunt, cum ita est in re sicut enunciant, lune
autem falsae, cum non est in re ita. Et est projecto ita in re, sicut dicit
vera propositio, sed non est res aliqua, quod dicit. linde quasi quidam rerum
modus habendi se per proposiliones exprimitur, non res aliquae designantur. s24
) Soltanto dall’avere disconosciuto questa differenza è derivato, che il
Cousin, e con lui l’Hauréau e il Rémusat, abbiano ravvisato nella dottrina di
Abelardo un intellettualismo o concettualismo. 3 “) Dialecl., p. 247 s.: Si
quis itaque secundum rerum inhaeren tiam rcalem acceperit praedicationem ac
subjectionem, secundum id prio ciò, di cui il giudizio « tratta »; ma ciò non è
nè la parola nè il pensiero (intellectus), poiché non può dirsi che dalla
esistenza di tuia data parola venga posta la esigenza che esista un’altra
parola, e neanche sussiste, tra i pensieri, che i giudizi « contengono », una
reciproca affinità che li leghi a forza: poiché in ciascun giudizio abbiamo
pure un unico pensiero soltanto, e ad ammettere che ne abbiamo parecchi
insieme, si arriverebbe alla conseguenza che avremmo al tempo stesso un numero infinito
di pensieri, essendo obbiettivamente, di fatto, contenuti in ciascuno stato
elementi infiniti in serie continua: invece solamente in ciò, di cui il
giudizio « tratta », deve trovarsi o fissarsi la connessione reale, ovvero
quell’obbiettiva relazione reciproca: e perciò anche la modalità della
espressione, sia cioè affermazione o negazione o via dicendo (v. la scilicet,
quod unaquaeque res in se recipit ac subsistit, sicut nihil esse eam viderel
praeter ipsam, ita eam nihil esse per se ipsam invenerit. Al vero magis
praedicationem secundum verbo proposiiionis, quam sedi ndum rei exislenliam,
nostrum est attendere, qui logicae deservimus, secundum quod quidem de eodem
diversas facimus enuntialiones hoc modo Socrates est Socrates vel homo vel
corpus vel substantia. Aliud enim in nomine Sacratis quam in nomine hominis vel
caeteris intelligitur ; sed non est alia res unius nominis, quod Socrati
inhaeret, quam altcrius. V. inoltre il passo citato più sopra, nota 255. 328 )
lbid., p. 352 s.: Neque enim veram Itane consequenliam „si est homo, est animai
“ de vocibus agentem possumus accipere, sive diclionibus sive propositionibus. Falsum est enim, ut, si haec vox
..homo" existat, haec quoque sit quae est,.animai “ ; ac similiter de
cnuntiationibus sive earum intellectibus. Ncque enim necesse est, ut qui
intellectum praecedenti propositione generatum habet, habeal quoque intellectum
ex consequenti conceptum. Nulli enim diversi intellectus ita sunt affines, ut
ulterum cum altero necesse sit haberi, imo nullos simul intellectus diversos
animam retinere, ex propria quisque discretione convicerit, sed totani singulis
intellectibus, dum eos habet. vacare invenerit. Quod si quis essentiam
intellecluum ad se sequi sicut essentiam rerum, ex quibus habentur intellectus,
concesserit, profecto quemlibet intelligentem infinilos intellectus habere
concederei, secundum id scilicei, quod quaelibet propositìo innumerabilia
consequentia habet.... Ut igitur
verilatem consecutionis teneamus, de rebus tantum eam agere concedamus, et in
rerum natura regulas anteccdentis ac consequentis accipiamus. nota 318), non
risiede nè nelle parole nè nei pensieri, bensì è da ricondurre soltanto al loro
fondamento obbiettivamente reale 32r ). [p) ma in Abelardo, vero spirito
aristotelico non c’è: il suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di
Boezio e dello stoicismo, alla teoria retorica dell'argomentazione}. Ma se a questa maniera, secondo Abelardo, nel
giudizio si ha clic fare non con il pensiero ( intellectus ), ma con la
inerenza di fatto nella sfera della oggettività, si capisce ora altresì perchè
egli (e il motivo al quale in ciò si conforma, è dato dal giuoco di combinare
assieme elementi stoici con elementi boeziani) tratti il giudizio categorico
solamente come un grado preparatorio al giudizio ipotetico, nel quale ultimo
s’inserisce la topica, come base della sua validità. Il giudizio ipotetico, in
quanto è complesso, ha anzi la funzione di servire come espressione adeguata
della connessione, e questa viene resa manifesta nel procedimento
dell'argomentazione, mediante ragionamenti, nella ipotesi che le premesse
abbiano, per chi ascolta, un valore di enunciazione espressiva. Quel, cioè, che
l’uomo pensante afferra con la mente, nella maniera rivelata da Platone, ed
enuncia con il giudizio, nella maniera fissata da Aristotele, deve ora esser
utilizzato per l’argomentazione, nella maniera propria della tradizione
retorico-ciceroni alia. Vale a dire che anche neH’argomentazione come viene osservato con tono polemico contro
altri studiosi: v. la nota 225 non si
tratta già dei pensieri ( intellectus ), bensì di quel medesimo oggetto del
quale trattano i giudizi, che costituiscono rargomentazione stessa, con questa
sola differenza, che cioè qui la necessaria connessione (necessitas) che ci si
presenta nello stato di fatto obbiettivo, è nel RAGIONARE espressa precisamente
dalla sussunzione (inferentia): ne ad Abelardo sembra d’insistere mai
abbastanza nel rilevare che la relazione di dipendenza tra antecedens e
CONSEQUENS non è data nel pensiero, ma, come esclusivamente obbiettiva,
sussiste già da se stessa nella natura creata, e nel fondamento reale di tutt i
giudizi 329 ). L perciò, anche a quel1 altro modo di vedere unilaterale, che
abbiamo incontrato più sopra (nota 215), egli nettamente contrappone la idea,
che alla modalità dei giudizi, anche relativamente ai concetti di possibile e
di necessario (del pari che più sopra, nota 327), sia da metter a fondamento
una modificazione obbiettiva dell’essere. Dicunlur in argumentis ea. quae a
propositionibus ipsis significantur. ipsi quidem inlcllectus, ut quibusdam
placet, quorum conceptio, SINE ETIAM VOCIS PROLATIONE, ad concessionem alterius
ipsum cogit dubitantem. XJnde et bene rationis nomea in praemissa diffinitione
(cioè in quella di Cicerone [intendi la definizione di CICERONE di ARGVMENTVM ;
Top., cap. 2, § 8]: vedila, riprodotta in BOEZIO, neljla Sez. XII, nota 165)
dicunt apponi ; ratio enim nomen est intcllcclus. qui in anima est. Sed, si
divisioni verbo altendamus, potius argumentum accipiendum erit in designatane
eorum, quae a propositionibus dicunlur, quam eorum intellecluum, qui ab ipsis
" enerantur.... Neque enim in propositione quidquam de intellectu dicilur.
sed, cum de rebus agitur, per ipsam intcllectus generatur, qui neque in sua essentia
necessilatem tenet, neque in/erentiam ad alterum ... linde potius de bis, quae
propositiones ipsae dicunt, supraposita diffinitio ....est accipienda. 3 “ 9 )
Introd. ad theól III. 7, p. 1134 [141] : Ex quo apparet, quarti veruni sit,...
in illa.... philosophorum regula, cujus possibile est ante cedens, et
consequens, eos ad creaturarum tantum nomea accommodare [IL. 178, 1112]. Dialect. Ex his itaque manifeslum est, in
consequentiis per propositiones de earum inlelleclibus agendum non esse, sed
magis de essentia rerum.... Et in hoc quidem significalione eorum, quae
propositiones loquuntur, una tamen exponitur regula, quae ait, posito
antecedenti, poni quodlibet consequens ejus ipsitts, h. e.: existente aliqua
antecedenti rerum essentia, necesse est existere quamlibet rerum existentiam
consequentem ad ipsam. Ibid., p. 351: Si
quis itaque vocum impositionem recte pensaverit, enunliationum quarumlibet
veritatem facilius deliberaverit, et rerum consecutionis necessitatali velocius
animadverterit. Parimente alle p. 343 s.
e 382. 33 °) Dialect. Unde oportet, ut rcctae sint modales, ut etiam de rebus,
sicut simplices. agant ; et tunc quidem de possibili et impossibili et
necessario ; quod quidem tam in his, quae singultire subjectum hdbenl, quam in
his, quae universale, licei inspicere. Con quel che siamo venuti dicendo
intorno alla essenza, al principio e allo svolgimento della dialettica di
Abelardo, crediamo di esser giunti a farcene ima idea giusta e approfondita,
che, ove ce ne fosse bisogno, potremmo noi stessi avvalorare con un documento
estrinseco, servendoci di un epitafio) composto in onore di Abelardo, da un suo
contemporaneo. In questa dialettica, non è certamente spirito aristotelico quel
che ci alita in fronte, bensì di gran lunga più manifesto vi risentiamo
l’influsso ammorbante dello stoicismo (v. la Sez. VI, note 47-56), che s’era
fatto strada negli scritti di Boezio; poiché quell’associazione di mi rozzo
empirismo con un motivo formale, dato dal progresso verso mia sempre più
complessa composizione, e con l’interesse retorico delFargomentazione,
prende proprio là, dove Abelardo
sacrifica dappertutto i motivi logici, per considerare lo stato di fatto
obbiettivo il posto di una sillogistica
che torni veramente a profitto del sapere definitorio: e a chi tenga presente
la logica di Abelardo nel suo nucleo centrale, egli appare come un retore che
fa la teoria dell’argomentazione, piuttosto che come un platonico o un aristotelico.
Tuttavia egli è ampiamente giustificabile, perchè delle opere principali di
Aristotele, conosceva, semplicemente per sentito dire, soltanto alcuni
particolari frammentari (note 8-18), e in special modo perchè, dato, per un
verso, 1 ordine irrazionale in cui erano disposte le parti dell’Organon, come
pure date, 881) Citato, attingendo al Rawlinson, dal Rémusat, II. p. 101: Hic
docuit voces cum rebus significare, Et docuit voces res significando notare;
Errores gencrum correxit, ita specierum. Hic genus et species in sola voce locavit, Et genus et
species sermones esse notavit . Sigili*
ficativum quid sit (questo, cioè, è il giudizio: v. la nota 315), quid
significatami Significans quid sit (questa è la parola singola), prudens
diversificar il. Hic quid res essenti quid voces significar enti Luci dius
reliquis palefiecit in arte perilis. Sic animai nullumque animai genus esse
probalur. Sic et homo et \sed?] nullus homo species vocitatur [PL, 178, 104],
per 1 altro verso, le idee che Boezio aveva prese da Porfirio, era inevitabile
che traesse origine da ciò mia concezione contorta e contraddittoria. In
Abelardo, e forse in tutti i suoi contemporanei, si compie la vendetta del
fatto che, da un lato la Isagoge e le Categorie [delle quali, come sappiamo, il
Franti contesta l’autenticità: v. la Sez. IV, nota 5] si tengono più vicine al
platonismo, e che d’altro canto, al tempo stesso, nei libri successivi si trova
contenuto l’aristotelismo; e inoltre può darsi che Abelardo dal suo medesimo
personale talento fosse portato a non curarsi d’intendere più profondamente
queste antitesi, e trascinato ad assumere Patteggiamento del retore. Si direbbe
ch’egli, se fosse vissuto in quei secoli più vicini a noi, sarebbe stato
certamente un seguace di Pietro Ramo. [ql continua l'analisi del contenuto
della Dialettica: le Categorie]. Ma
adesso ci rimane il compito di seguire, anche attraverso le singole parti della
dialettica. Io svolgimento che questa ha avuto da Abelardo, il quale ci si
presenta sulla stessa linea degli altri autori di cui sopra, che hanno promosso
le particolari controversie già ricordate, e dei quali ci è ignoto il nome.
Seguendo la partizione dello stesso Abelardo (note 2,2 ss.), dobbiamo supporre
colmata la lacuna del testo qual è a noi giunto, dovuta alla mancanza degli
Antepraedicarnenta, e pensar di essere già stati condotti così a trattare le
questioni più generali, e che più propriamente si posson dire questioni di
principio. Agli Ante praedicament a tien ora dietro la seconda Sezione della
prima parte principale, cioè i Praedicamenta, dove, come ben s’intende, è preso
a fondamento Boezio, che viene ormeggiato a passo a passo. I concetti di
univocum, e simili, conforme a quanto abbiamo detto più sopra, sono
naturalmente di spettanza dell [a teoria della predicazione, in quanto
quest’ultima ha anche un] aspetto grammaticale 332 ). La categoria della
substantia, che altrove, d’accordo con il de Trin. del Pseudo-Boezio, viene
intesa anche come subsistentia 333 ), è l’atta qui oggetto di una trattazione,
che in tutto e per tutto si mantiene nel più pieno accordo con Boezio 334 ).
Più minutamente è presa in esame la quantità, sebbene qui Abelardo si dovesse
appoggiare a quel che n’era stato detto da altri, perchè, com’egli medesimo
confessa, era ignorante di aritmetica M5 ) ; egli consente con coloro Icfr. le
note 109 e 127), i quali eran di opinione che la linea consista di punti 33 °),
e, riguardo al concetto di numero, si attiene al principio della unità
naturale, condizionata dal processo della creazione (nota 304) : per
conseguenza, in contrasto con le su riferite opinioni di altri (note 199 s.),
qui il fondamento realistico è formato dal singolo, in quanto è particolare,
cosicché da un lato il « numero in generale » include già la pluralità e ha lo
stesso significato che « [le] unità », e d’altra parte i diversi numeri determinati
sono, come sostantivi, le denominazioni di diverse unità collettive superiori,
in maniera comparabile con il procedimento collettivo, onde, secondo diversi
punti di vista, raccogliamo 332 ) Così, occasionalmente, Dialect., p. 480: Hoc
ituque nomea, quoti est aequivocum ÆQVIVOCVM GRICE sive univocum, ex vocabulis
tantum in rebus contingit. 333 ) Introd. ad theol., II, 10. p. 1071 [88]: Unde et
subslanliae quasi subsistentiae esse dictae sunt, et cactcris rebus, quae ei
assistunt, [ci] non per se subsistunt. naturaliter priores sunt [PL, 178,
1060], 334 ) Dialect., p. 173178. (Il
testo del manoscritto incomincia propriamente soltanto a mezzo della categoria
substantia, cioè in corrispondenza con Boezio [in Ar. praed., I: PL, 64,
187-8], p. 133). 333 ) Ibid., p. 182:
Etsi multas ab arithmeticis solutiones audierim, nullam tamen a me praeferendam
judico, quia ejus artis ignarum omnino me cognosco. 336 ) Ibid. : Talem autem, memini, rationem Magistri
nostri sententia praetendebat, ut ex punctis lineam constare
convinccretur.... (p. 183) Alioquin
supraposita Magistri sententia, cui et nostra consentii, etc. le cose ili
specie, o sottospecie, o altrimente ili gruppi 337 ). In quanto che nello
stesso luogo si deve trattare anche del discorso umano inteso come alcunché di
quantitativo, Abelardo combatte il modo di vedere unilaterale, che abbiamo
trovato più sopra, onde si ritenne che fosse l’aria a adempiere l’ufficio di
«significante»: e, assegnando egli invece al suono questa funzione di «
significare », va in cerca di autorità che suffraghino tale sua opinione 338 ).
Ma, immediatamente dopo la quantità, fa posto alle categorie ubi e quando, come
a quelle che per natura sono collegate, nella loro origine, con i concetti di
luogo e di tempo, presi hi esame nella trattazione della quantità 339 ), e
mentre così intende quelle due categorie in 337 ) P186: [numerus] semper.... in
natura discretionem habct, qui solam unitatis parlicularilatem requiril.... cum
nomea numeri plurale simpliciter videatur atque idem cum co, quod est unitates.
Unde opportunius nobis videtur, ut, sicut supra tetigimus, numeri nomea
substantivum tantum sii ac particulare unitatis, atque idem in significai ione
quod unitates. Binarius vero vel ternarius cacteraque nu merorum nomina
in/eriora sunt ipsius pluralis, sicut homines vel equi ad animalia, aut albi
homines et nigri, vel tres vel quinque homines ad homines. Et fonasse quoniam
omnia substantiva numerorum nomina in unitalibus ipsis pluraliter accipiuntur,
omnia ejusdem singularis pluralia poterunt dici, secundum hoc scilicet, quod
diversas unitatum collecliones demonstranl (c£r. la nota 307). Numerus quidem
simplex metialur plurale, alia vero secundum certas collectiones determinala. A
ciò fa poi seguito il passo citato più sopra, nota 199. Cfr. anche alla p. 421: Haec
enim unitas hominis Parisiis habitanlis et illa hominis Romae manentis, lume f
aduni binarium. Unde sola unilatum pluralitas numerimi
perfidi. Così pure a p. 486. ) P* 190:
Nos autem ipsum proprie sonum audiri ae significare concedimus: unde et
Priscianus ( Inst. gramm., I, 1 [ed. Hertz, p. 5]) ait, voccm ipsam tangere
aurem, dum auditur, ac cursus ipse Boethius (deMusica [cap. XIV: PL,63, 1177],
p. 1071 [della ediz. delle Opere di Boezio, Basilea 1546, cit. dal Cousin: p.
1379 della ediz. di Basilea 1570, alla quale, come s’è visto, suol riferirsi il
Prantl]) totam vocem.... ad aures diversorum simul venire perhibet, dopo di che
ci si richiama ancora, con le seguenti espressioni, di forma singolare, ad
Agostino e a Boezio (p. 193): Ipsum etiam Augustinum in Categoriis suis
asserunt dixisse..., e etiam Boethius dicitur in libro musicae artis.... [194]
adhibuisse. 33 °) P195: Hactenus de quantitale disputationem habuimus. Nunc ad
tractalum pracdicamentorum reliquorum operam transferamus, eaqtie geuso
realistico, includendovi anche p. es. il concetto di « ieri » * * 3 '* 0 ),
arriva, per via dell’« essere nel luogo » e delT« essere nel tempo », a
considerare i vari significati di « messe » 341 ), ma cerca, in contrasto con
obiezioni di altri, riferite più sopra (nota 194), le quali mettevano in campo
l’analogia con l’avverbio interrogativo qualiter, di assegnare
quell’espressioni concernenti l’inesse, all’uso del linguaggio secondo la
grammatica 342 ), e di giustificar invece quelle due categorie, come tali, con
la considerazione che in quelle è possibile una comparazione, e che pertanto
non è il caso di ricondurle alla quantità, la quale esclude ima comparazione
343 ) : a ciò del resto si lega ancora il lamento che Aristotele sia stato in
generale così parsimonioso nella trattazione delle ultime sei categorie 344 ).
posi quantitatem exequamur, quae ei naturalitcr adjuncta videntur ac quodam
modo ex ea originem ducere ac nasci. Ilaec aulem ., quando *" ei
..ubi." nominibus Aristoteles designai. Quorum quidem alterum ex tempore,
alterum ex loco duxit exordium. ***) p. 196: v. sopra la nota 196 [reclius
197J. 3)l ) p. 197 : Quum aulem et ..quando" in tempore esse et
..ubi" in loco esse determinamus, non incommodo hoc loco demonstrabimus,
quot modis ..esse in aliquo" accipimus ; Boelliius autem in edilione prima
[198] super Categorias novem computai (dei quali modi segue qui la
enumerazione, ricavata da Boezio [in Ar. praed., I; PL, 64. 172], p. 121: v.
Sez. XII, nota 92; Cousin si scandalizza, per non aver trovato questo passo di
Boezio!). 3 «) p. 200: Si quis autem „qualità “ dica! nihil aliud quam
qualitatem demonstrare, et ..ubi"' dicemus nihil aliud quam locurn
designare, vel „ quando “ nihil aliud quam lempus. Unde et carlini definitiones
recte vel „in loco esse “ vel „in tempore [esse]" dicimus, quae, si
grammaticae proprietatem insistamus, nihil aliud a loco vel tempore diversum
ostendunt.... Videntur itaque magis prò nominibus accipienda esse ..esse in
loco “ vel ..esse in tempore", quam prò definitionibus. M3 ) Ibid .: Haec
autem generalissima ipsa, ut arbitror, comparationis necessitas meditari
compulit. Cum enim quantitates non comparaci constarci (Boezio [in Ar. praed..
II; PL, 64, 215], p. 154), non poteramus comparalionem,,diu “ vel „diuturni “
vel ..extra" ad tempus vel locum reducere: indeque maxime inveniri pracdicamentu
arbitror, ad quae illa reducantur. 3M ) Ibid. : Ac de his quidern
praedicamenlis difficile est pertractare, quorum doctrinam ex auctoritate non
habemus, sed numerum tantum. Ipse enim Aristoteles, in tota praedìcamentorum
serie, sui studii operam Nella controversia intorno alla categoria della
relazione (v. sopra la nota 192), Abelardo finisce con il decidersi a favore
dell’autorità della definizione aristotelica 3, * n ), e così pure la questione
del posto da assegnare ai concetti di simile e di uguale (nota 193) è da lui
risolta nel senso che essi appartengano alla qualità 346 ). [r) i
PostpraedicamentaJ. I Postpracdicamenta
poi, che costituiscono la terza Sezione del Liber partium, contengono, come si
è veduto (nota 272), la trattazione del nome e del verbo, in quanto questi sono
i modi di significare le cose, e vengono considerati quali parti, da cui il
giudizio, come totalità, è costituito. La opinione di Abelardo, riguardo al
concetto di significavi o SIGNIFICATIO (cf. Grice, “Meaning”), da noi
precedentemente messa in chiaro, lo porta qui a dichiararsi d’accordo con quel
Garinondo (nota 82), ch’era un nominalista moderato, e ìwn nisi qualuor
praedicamerUis ndhibuit, Substanliae scilicct. Quantitali, ad Aliquid,
Qualitati ; de Facere autem vel Pati nihil aliud docuit, nisi quod
contrarietatem ac comparalionem susciperent.... De reliquis autem qualuor.
Quando scilicet. Ubi, Situ, Ilabere, eo quod manifesta sunt, nihil praeter
exempla posuit.... De Ubi quidem ac Quando, ipso quoque attestante Boethio (p.
190 [in .-Ir. praed., HI; PL. 64, 262 s.].), in Physicis, de omnibusque altius
subtiliusque in his libris, quos Metaphysica vocat, exequilur. Quae quidem
opera ipsius nullus adirne translator lalinac linguae aplavit ; ideoque minus
natura horum nobis est cognita. Cfr.
più sopra la nota 18, dove abbiamo dovuto accennare di già alla integrazione,
portata più tardi da Gilbert de la Porrée: v. appresso le note 488 ss. Ms ) p.
204: Aristoteles de imperfcelione restrictionis sicut Plato de acceptatione
nimiae largilatis culpabilis videlur ; uterque enim modum excesserit, alque hic
quasi prodigus, ille tanquam avarus redarguendus. Sed et si Aristotelem
Peripateticorum principem culpare praesumamus, quem amplius in hac arte
recipiemus ? Dicamus itaque, omni ac soli relationi ejus diffìnitionem
convenire eie. 346 ) p. 208: At vero, cum similitudo relationibus aggregetur
(Boezio [in Ar. praed., II; PL, 64. 219], p. 157),.... non videtur secundum
solas qualitates simile dici.... His autem. qui simile ac dissimile inter
qualitatcs computant (Boezio [in Ar. praed., Ili; PL, 64, 259], p. 187),
monstrari potcst, res quaslibct in eo, quod dissimiles sunt, esse similes....
At fortasse non impedit, si in eo, quod dissimilitudinem participanl, similes
inveniantur (si attiene cioè al passo ult. cit. di BOEZIO. pertanto scorgeva la
essenza della significazione non nella parola come tale, bensì nel contenuto
concettuale della parola stessa: un modo di vedere, questo, che Abelardo trova
confermato da passi di Boezio,7 ). Nella disputa intorno alla questione, se le
preposizioni e le congiunzioni sieno da considerarsi come parti del discorso (
nota 206), cerca di conciliare i punti di vista imilaterali dei grammatici e
dei dialettici, attribuendo bensì a quelle parti del discorso la capacità di
significare, ma riconducendo questa capacità, alla stessa maniera che la
modalità della predicazione (note 327 e 330), a una modificazione obbiettiva
348 ); onde, come si vede, anche secondo la opinione di Abelardo, i così detti
byncategoreumata (cfr. le note 174 e 206) dovrebbero coerentemente trovar posto
in una o nell’altra parte della logica. . Ma in tutto il resto egli si tiene
strettamente vicino a Boezio, e cerca di confutare obiezioni, sollevate da
altri 349 ), cogliendo la occasione che di ciò gli era offerta. sn\ 210, dove
alle parole già citate (nota 82) fa seguito immediatamente: linde manifestimi
est, eos velie vocabula non omnia illa significare, quae nominimi (che p. es.
animai non « significhi » •ria senz’altro homo), sed ea tantum, quae definite
designata, ut animai se, Hat animai sensibile, aut album albedinem, quae semper
m ipsis denotanlur. Quorum scntentiam ipse commendare Boethius (p. bij ['«'
divisione: PL, 64, 877]) videlur, cum ait in divisione vocis „vocis attieni in
proprias significationes divisto fit etc .(p. ZÌI) Oiiamen sanificare"
proprie ac secundum rectam et propnam ejus dijjinilionen, signamus, non alias
res significare dicemus, msi quae per vocem concipiuntur. Cfr. la nota 317. 348 ) p. 217: llla ergo
mihi sententia praelucere videtur, ut grammatici consentientes, qui eliam
logicae deserviunt, has quoque per se sisnificativas esse confiteamur, sed in
eo significatwnem earum esse dicamus, quoti quasdam proprietates circa res
forum vocabulorum, quibus apponi,ntur praepositiones, quodam modo
determinerà.... t.onjunctiones quoque, dum quidem rerum
demonstrantconjiinctionem, quamdam circa eas determinant proprietatem. Cfr. la nota 620. ;n ») p eg219, dove di
fronte alla obiezione ricordata piu sopra (nòta 210), si osserva: Veruni ipse
verbo deceptus erat, ac prave id ceperat, verbum dicere rem suam inhaerere.
così relativamente a quei giudizi (nota 211) che non implicano la esistenza
effettiva del proprio soggetto 35 ), e questo nesso, che consiste in quella
rispondenza, onde i due concetti son riferiti uno all’altro, è ciò per cui si
distingue esso giudizio dal giudizio categorico: questo cioè enuncia la
semplice esistenza, mentre l’ipotetico c valido con assoluta necessità, fatta
astrazione dalla esistenza delle cose, ma appunto per questo ricorre all'aiuto
dei loci, relativamente a ciò che non può desumersi dalla semplice realtà 396
). In questo senso ex loco firmitalcm halent. Cujus quidem loci proprietas hacc
est : vim inferentiae ex habiludine, quarti habet ad terminum illatum, conferre
consequentiae, ut ibi tantum, ubi imperjecta est inferentia, locum valere
confiteamur.... Hoc ergo, quod ad
per]eclionem inferentiae deest, loci supplet assignatio. La deno mutazione « inferentia » è derivata dal
termine boeziano « inferre » : e così parimente anche la idea che la
consecuzione abbia a fondamento il nesso della necessità, è presa da Boezio: v.
la Sez. XII, note 153 s. 301 ) p. 330 s.: Quae enim in ea ponuntur vocabula,
essentiae tantum, non habitudinis, sunt designativa, ut « homo » et « animai »
et « lapis». Qui itaque dicuut «
si est homo, est animai, si est homo, non est lapis», nullo modo de
habitudinibus rerum, sed de essentiis agunt, ila.... ut, si aliquid sit
essentia hominis, et essenlia animalis esse concedatur, et lapidis subslanlia
esse denegelur. 39S ) p. 336: Quod autem veritas
hypotheticae propositionis in necessitate consistat, tam ex auctoritate quam ex
ralione tenemus. Questa maniera d’intendere il giudizio ipotetico sembra essere
stata, in modo speciale, peculiare di Abelardo. (Jon. Saresb. Polycr. II, 22,
p. 122 [ed. Webb, I, p. 129]): Solebai nostri temporis Peripateticus Palalinus
omnibus his conditionibus obviare, ubi non sequentis inteileclum anlecedentis
conceptio claudit, aut non antecedentis contrarium conseqitentis destructoria
ponit, eo quod omnes necessariam tenere consequentiam velint. Dello stesso, Metalog.: Miror tamen quare
Peripateticus Palatinus in ipoteticarum iudicio tam artam praescripseril legem....
Siquidem.... ipotelicas respuebat, nisi manifesta necessitate urgente [PL, 199,
453 e 904]). 39 °) p. 343: Categoricarum autem propositionum veritas, quae
rerum aclum circa earum existentiam proponil, simul cum illis incipit et
desinit. Hypotheticarum vero sententia nec finem novit nec princi pertanto,
nelle discussioni dialettiche la concessione fatta daH’mterlocutore va intesa,
fatta astrazione dalla sua esatta corrispondenza alla realtà, come una tale
necessità 3B7 ), e nel giudizio ipotetico non si tratta già, come taluni
ritengono (nota 228), de’ suoi singoli membri, bensì proprio di tutto quanto il
nesso tra antecedens e consequens 3BS ) ; inoltre, per la medesima ragione, nel
giudizio disgiuntivo, come già è stato mostrato da Boezio (v. la Sezione XII,
nota 141), è semplicemente da ravvisarsi un’altra forma di enunciazione del
giudizio ipotetico 3BB ). Li base a tale fondamento si parla poi, d’accordo con
Boezio, delle cosi dette « maxitnae proposi tiones » (v. ibid., nota 165), le
quali, in polemica con le idee di altri (v. sopra la nota 228), vengono
ristrette alla forma del giudizio ipotetico 1B0 ). Indi fan seguito pium. Ulule
el antequam homo et animai creata Juerint, vel postquam cliam omnino perierint,
aeque in veritate consisti! id, qupd haec consequentia proponit « si est homo
animai ralionale mortale, est animai. Quia vero calegoricae enuntiationes actum
rerum proponunt quuntum ad enuntiationes inhaerentiae praedicati. actus vero
rerum ex ipsarum rerum praesentia manifestila est, necessitas autem inferentiae
ex aclu rerum perpendi non potest, quae acque, ut dictum est, et rebus
existcntibus et non existentibus. permanet, arbitror. hinc. locum tantum in
hypotheticis propositionibus requiri ; cum de vi inferentiae rerum earum
dubitatur, quae ex actu rerum convinci non possimi. 3BT ) p. 342: Ncque mirri
dialecticus curai, sive vera sit sive falsa inferentia proposilae
consequenliae, ilummodo prò vera eam recipiat ille, cum quo sermo
conseritur.,.. Seti liaec.... concessio vcrae inferentiae in necessitate
recipienda est. >W) p. 353: Quidam lamen has regulas non solum in tota
anteccilenlis et consequcntis enuntiatione, veruni ctiam in terminis eorum
assignaiUes.... Sed.... regulae
sunt accipiendae in his, quae tota propositionum enuntiatione dicuntur. Quoti
autem antecedens et consequens in disjunctis quoque lloethius accipit, non ad
renna essentias, sed ad enuntiationum constitutionem respexit ....Quod ex
resolutione disjunctae di e nosci tur ; ex qua etiam resolutione. hypothelicae,
i. e. condilionales, disjunctivae quoque sunt appellatae. 40 °) p. 359 s.:
Maximarum.... proposilionum proprielales inspiciamiis, quibus quitlem
singularum veritas consequenliarum exprimitur, quaeque ultimam et perfeclam
omnium consecutionum probationem tcnent.... Cum itaque diximus, eas conseculionis sensum habere,
categoricas enuntiationes exclusimus. i singoli loci, e qui Abelardo, esclusi
quelli retorici, vuole metter in campo solamente i dialettici 401 ); l’ordine
di successione in cui son disposti, trova fondamento in Boezio, che, trattando
di questo argomento, cerca (de dijf. top . : v. la Sez. XII, nota 168) di
accordare i loci di Temistio (Sez. XI, nota 96) con quelli ciceroniani
‘"'); ma la conchiusione è costituita da osservazioni sopra
^argomentazione in generale, e sopra la importanza che han per la retorica la
induzione e l’entimema 40S ). Come già più sopra (nota 222) è stato rilevato,
la dichiarazione dei singoli loci consiste nella indicazione ed enumerazione di
« regole », fissate secondo l’uso delle scuole: e anche nella esposizione dello
stesso Abelardo si fa manifesto, hi connessione con quel che 401 ) p. 334 :
Illud praesciendum est, nos, qui haec ad doctrinam artìs dialecticae scribimus,
eos solum laens exsequi, quibus ars ista consuevit uti. 102 ) In confronto con
quell’ordine di successione [seguito da Cassiodoro], del quale abbiamo dato
notizia nel 1° voi. (Sez. XII, nota 184), la materia si dispone qui nella forma
seguente: Anche qui (p. 368) si presentan da principio i loci tratti dalia
sostanza stessa, cioè a diffinitionc, a descriptione, a nominis inter pretal
ione ; ma appresso vengono, in una scelta risultante da una combinazione di
elementi derivali da Temistio c da Cicerone, i loci che son tratti dalle
conseguenze della sostanza (p. 375), cioè a genere, a toto, a partibus divisivis,
a partibus constilulivis, a pari, a praedicato, ab antecedenti, a consequenli ;
a questi fan seguito (p. 386), come loci presi extrinsecus, solamente le
sottospecie del locus ab oppositis, cioè a relatione (inclusi simul e prius), a
contrariis, a privatione et habitu, ab ajfirmatione et negatione (in questa
trattazione delle quattro specie di opposizione vien tirata dentro quasi per
intiero la corrispondente Sezione delle Categorie); poi, come loci medii,
seguono a relativi^, a divisione et parlitione, a conlingenlibiis, e sono
quindi indicati inoltre a compimento
come quelli che vengono raramente in uso (p. 409 : sunt autem alii,
quibus diabetici raro ac nunquam fere utuntur, quos tameri Boethius.,.. non
praetermisit) tra i « loci» ex
consequentibus substantiam, quelli a causa, a materie, a forma, a fine, a motu.
Del resto in tutta questa Sezione il Cousin si è spesso limitato ad accennare
con intestazioni di titoli l’ordine della successione, senza pubblicare il
contenuto stesso. 4 " 3 ) p. 430 ss. I passi ai quali attinge qui
Abelardo, son presi da Boezio, de dijf. top., su cui si fondano queste notizie:
v. la Sez. XII, note 82 e 137. »i è visto più sopra (nota 228), a quanto
muneroso conLvorsic generale abbi. 1. ..pi» tonato nelle svuole l’argomento e
la occasione 404 )r z) i sillogismi ipotetici. Giudizio conclusivo sopra
l'opera di Abelardo]. Infine nel Liber hypo, h e ticorum, cioè nella teoria dei
gtudtzi e 8 dlo gismi ipotetici, viene ora riprodotto per urti ero d con tenuto
dello scritto di Boezio de syll. hypoth Attui trendo a tale scritto, Abelardo
incomincia con lo syol aere per prima cosa 406 ) la partizione del gmdmo ipo
tetico (v. la Sez. XII, note 139 ss.), e, relativamente ai giudizi che
s’iniziano con la congiunzione « cum »
n( . h,, intorno alla causa efficiente e a motu (p. 41.5 ss.) si e g .
376 8B .) causalità divina del creatore de mondo H locas « ge ^ Crca . porla a
prender in coimderazione il processo Stendere il locus a ..one e così comdde
cernii m iUimit;, ta,nenie universale praedicato (p. 484), i fi incontriamo qui
la ter(p. 381). A proposito del Incus °*>opP 4fl7 . comp lexa autem
miuologia « complexa » c « in P ^ ^ cod em contraria cnuncontraria eas dicimus
proposilionc, 7 acgerrt). e così pure tiant hoc SS* immediata inferra«
constantia » (p. 408 [nassunto ue ' imme diMa smt ; qiiam linai habeant,
adjietendumesse..ag»J p hrdus]) _ Abelardo ìss'ù.w ù. >. (v. le note 18 e
344). 405) p. 437-439. tici 406 );
inoltre combatte la opinione già ricordala (nota 218) di altri, relativamente
alla posizione del « vel.... vel » nei giudizi disgiuntivi 407 ). Ma è poi
notevole quel che vien detto appresso, circa la conversione dei giudizi
ipotetici; questi cioè, quando sono in forma disgiuntiva, potrebbero esser
convertiti simpliciter (scambiandosi di posto i termini della disgiunzione!), e
lo stesso potrebbe pure ripetersi del giudizio, che contenga [la enunciazione
di] una [relazione di] contemporaneità, e che incominci con «cum»; invece,
quando si tratti del giudizio propriamente ipotetico, fondato sopra il nesso
della necessità naturale, il principio fondamentale, a tutti noto, della
consequenlia (vedilo in Boezio, Sez. XII, nota 145) sarebbe da prendere [cfr.
ibid., nota 130] nel senso che qui si dia un caso di conversiti per contrapositionem
40S ). Ma se questo preteso compimento della teoria tradiziosed ad conceptus
tummodo leritatem Aeque cairn unus est intellectus ..lapis ratio,lamultos
intellectus ' *“"iplicem l’ero intellrctum dicimus muuos intellectus ab
invicem dissolutos, ut si dicam animai" pauluhim quiescens, addam
„rationale'\ ’ Cfr iuvece ' 4 ?» C " Abc,:!r US Wmim P erso ' lalem discreti,m,m attendimi, h. e.
simpliciter hominem excogilo,,n eo scilicel tantum, quod homo est i e animai
rat tonale mortale, non edam in co, quod esVhic ho moti file ri!!ru rSale h “ J
iu ‘ c ", s “hslraho individui s. SU itaque abstractio superna r‘ l
"feTtor, lbus : «“ scilicet universalium ab individui per praedicationem
subjecds, sme Jarmari,m a materiis per fundationem no/, Subtrac "° f ero e
con, rario dici potest,... cum alìquis subjeclae naturam essenti,,,absque omn,
forma nidtur speculari. Uterque autem mtellectus, tam abstrahens scilicel quam subtrahens, aliter
quam res se habet concipere V, detur.... p. 482: Nusquam enim ita pure subsistit
S smt“Pl T C ° n rP llUr 'E *. m,ìla esl na •) a: Non vidctur ergo transferenda
conversatio dialeclicorum ad huiusmodi propter inconvenientia.... 33,
p. 91 b: Quod ergo dica Johannes Damasceni is (v. la Scz. XI. nota 170), non
ita accipiendum, ut universalia et individua ita accipiantur sicut in
philosophicis disciplinis.... Si quaeratur, an hoc praedicabile,.deus“ sii
universale rei CARLO PRANTL tavia in molte delle sue trattazioni al De
Trinitate del Pseudo-Boezio (v. le note 35 ss.), e anzi con la comica
osservazione che quello scritto è fdosofico (!) più che teologico, e che perciò
non si deve lasciarsene sviare 451 ) ; inoltre la distinzione della sostanza
come soggetto e della sostanza come forma, del pari che la distinzione della
forma sostanziale come produttrice dell’individuo e come suscitatrice delle
specie e dei generi, ci fan soltanto vedere il realismo platonico-teologico
nella sua forma più rozza 452 ). Parimente nel suo contemporaneo Roberto da M e
1 u n [m. 1167], molto celebrato per la sua superficiale abilità nella
dialettica 453 ), si trova nient'altro che il solito realismo ontologico, il
quale teoreticamente è tanto ottuso da non poter in generale interessarsi ai
momenti individuimi, neutrum hic admittendum [PI,, 211 922 e 921], E tuttavia
fu anche lui accusato di eresia : v. lu nota 478. 451 ) Ibid., I, 4, p. 8 b:
Ideo imponitur Boelio, quod illam diffmitionem (cioèfdi persona ) magis posuit
ut philosophus, quam ut thcoloP" s
32, p. 93 b. : Sed nostri thcologi plerique non habent illam
diffinitionem prò aulhentica, quia magis Juit philosophus quam theo^^923 I {t
mag * S “) Ibid,, 1,6, p. 12 a:
Subslantia a subslando dicitur ipsum subjectum, quod substat Jormis, sive sit
corpus sive alia res. Substantia a subsistendo dicitur forma, quae adveniens subjecto illud
subsistit, i. e. sub se et aliis Jormis sistit, i. e. substare sibi et aliis
Jacit, sìcut imago sigilli ceram.... Sed substantialis forma duplex est, vel
quae facit „quis“, et lalis est omnis individualis proprielas, i, e. individuo
et proprio nomine, ut Platonitas, cujus parlicipatione Plato est quis ; vel
quae facit „quid“. ut speciale vel generale, i. e. quae speciali vel generali
nomine significatur, ut humanitas, animalitas, cujus participatione Plato est
..quid", non vero „quis“ [806-7], 4M ) Joh. Saresb. Metal.. II, 10, p. 78
s. (ed. Giles [e Webb]): Sic ferme loto biennio conversatus in monte (cioè
Sanctae Genovefae), artis huius praeceploribus usus sum Alberico (v. sotto la
nota 521) et magistro Rodberto Meludensi (ut cognomine designetur quod meruil
in scolarum regimine, natione siquidem Angligena est); quorum alter.... Alter
aulem (cioè Roberto), in responsione promptissimus, subterfugii causa
propositum numquam declinavit articulum, quia alteram contradictionis partem
eligeret ani determinata multiplicitate sermonis doceret unam non esse
responsionem.... In responsis perspicax, brovis et
commodus [PL logici, oppure, dove s’interessa, si mostra appunto in tutta la
sua debolezza, come p. es. quando si polemizza contro chi riconosce carattere
unitario al significato che è racchiuso in « est », e a quello ch’è racchiuso
in « ens » 154 ). Ma per conseguenza non fa maraviglia che gli scolari di
questo Roberto vilipendessero la Topica aristotelica, giudicandola un libro
inutile (v. sopra la nota 29). [§ 35.
Gilbert de la porrée: a) il commento al De Trinitate del Pseudo-Boezio :
posizione teoretica ingenua e contraddittoria].
Invece LnGilbert de la Porrée (nato a Poitiers, e perciò detto anche
Pietàviensis, morto nel 1154) l’alterco dei teologi intorno alla Trinità ha
dato occasione a una concezione logica, nettamente determinata, riguardo agli
universali, e bisogna pertanto che ci teniamo presente più da vicino, oltre
allo scritto De sex principila, reputato di grande importanza nei secoli
successivi, anche il commento dello stesso Gilberto al De Trinitate del
Pseudo-Boezio 45 °). Che Gilberto conoscesse di già gli Analitici di
Aristotele, è stato ricordato già più sopra (nota 21); tuttavia, fatta
astrazione da quella citazione, egli in realtà non trae ulteriormente 1M )
Oltre alle notizie che si trovano nel De Bollai', Hist. Universitatis Paris.,
II. p. 264 [ivi, p. 585628, testi di R. da M.], I’IIauréaU, de la phil.
scolasi., I, p. 333 ss. [Hist. de la ph. scol., I, p. 491ss.], ha riprodotto
ancora vari tratti da manoscritti ; di quel ch’egli riferisce, poiché tutto il
resto non ha che fare con il nostro presente intento, può citarsi, riguardo a
un punto di logica, il passo seguente (p. 333 [492]): Has verovoces „esl“ et „ens**
ejusdem esse significationis, omnes philosophicae clamitanl scriplurae. In
istis ergo locutiotlibus,,tiiundiis est ens**, ..mundus esf”, terminis
oppositis idem significatile; sed nullus tanta amentia ignorantiac excaecatus
est, qui aliquam harum vocum „essentia, est, ens** in illa significalione
retenta, in qua creaturis convenit, Deuni vcl essenliam divinam significati
praesumut, e via dicendo [Su Rob. da Melun, v. ora Uebervveg-Geyer, p. 272 e
276-8], «*) Riprodotto a stampa nel voi. delle Opere di Boezio, ed. di BasUea
1570, p. 1128-1273 [PL, partito da una conoscenza intrinseca dei principii ivi
contenuti, bensì si limita ad aggirarsi entro l’orbita, più ristretta, della
logica scolastica generalmente in uso 4S0 ). Mentre anch’egli ci mostra il
singolare spettacolo della contraddizione, onde da un lato si fa sfoggio di
tutto l’acume logico nella discussione sopra la Trinità (v. tuttavia la nota
478), e intanto, dall’altro lato, si mantiene ima separazione assoluta di Dio e
del mondo della natura, semiira in
verità che, sul compito e la posizione della logica, egli non sia stato in se
stesso del tutto chiaro. Nè si può in Gilberto, neanche allo stesso modo che in
Abelardo, distinguere le sfere della ontologia e della logica, ma, a mal grado
di tutto il suo fondamentale tono realistico, egli accetta con piena ingenuità
e senza incertezze il principio della funzione della espressione linguistica
umana; poiché l’eccitazione della intelligenza egli la fa dipendere affatto
ugualmente, ripetendo un detto di Boezio, dalla proprietà delle cose,
altrettanto che dal significato costituito delle parole 45 . 7 ): e se alla
stessa maniera trova la qualità del giudizio nella successione delle cose e
delle parole, o nella modalità della espressione, ciò che potrebbe rammentarci Abelardo : v. le
note 318, 327, 330 , e con questo richiama energicamente l’attenzione sopra la
forma verbale 458 ), egli torna da capo
156 ) Così p. es. a p. 1185 [1315] egli ricorda la differenza tra sillogismo ed
entiinena, a p. 1187 [1317] la« dialecticorum omnibus nota topica generalis, »,
a p. 1225 [1361] la «regula dialeclicorum [de conversione] », ap. 1187 [1317]
la «concepito communis », a p. 122 1 [1360] il « conceptus non entis [rectius :
ejus quod non esl] » (p. es. i Centauri), a p. 1226 [1362] il nihil come nomea
infinitum. e via dicendo: c anche la menzione che fa de’ sei sofismi (p. 1130
[1258]) può averla attinta alla stessa fonte che Abelardo (v. sopra la nota 7).
457 ) Cum in aliis inlelligenliam excilel rei certa proprietas, aul certa vocis
positio, ctc. Trio quippe sunt.
res, et intellectus, et sermo. Res intellectu concipitur, sermone significatur
(Boezio, p. 296 [toc. tilt. cit. (alla
nota 436), p.20:PL, 64, 402]: v. la Sez. XII, nota 110). 45s ) p. 1130 [1258]:
Qualitas autem orandi vel in rerum atque dietionum consequentia. vel in
earumdem tropis attenditur. logica in occidente a collocare il contenuto
filosofico, che 6 considerazione approfondita della proprietàs rerum,
immediatamente accanto alle loqttendi rationes, che son di competenza della
logica, e in pari tempo accanto a, momenti grammaticali, e a quelli sofistici,
e a quelli retorici • ). fb) concetto di sostanza. Teoria delle formae
nativae]. Pertanto Gilberto, nelle questioni riguardanti la relazione della
obbiettività ontologica con la subbie»,vita logica, è persino ancor più ingenuo
che non fosse stato lo Scoto Eringena: ma invece, dal primo di tal, punti d,
vista, cioè dal lato obbiettivo-ontologico, il concetto, ond eg i prende
posizione tra gl’indirizzi che si contrastavano nella contesa intorno agli
universali, è il concetto d, sostanza; e se la sua posizione ci mostra punti d,
contatto essenziali con altre correnti, questa è appunto una prova novella
dell’incrociarsi delle opposte tendenze in vari punti nodali. . Nel concetto di
sostanza che, in maniera omnicomprensiva, va considerato come genere supremo d,
tutti gli esseri, così corporei come incorporei, Gilberto distingue cioè,
conforme al punto di vista della terminologia teologica (ossia dtel Pseudo-Boezio),
due aspetti, onde m un essere viene designata quale g ua sostanza così que
ch’esso è (quod est subsistens), come anche ciò, per cui esso è quel che è {quo
est subsistenUa) ). Ma ora, m # [1406]: Quia omnis dictio diversa significa,,
quid e, de quo diligens “ u,U X 1246 113831: Ne ergo lectorem decipere possit
aliqua dictio, «Hfndat ; ^ locis am siderans, de tot signifiirSX’lSto pertinet,
convenientium illi rationum admtnÌC ‘t i'X 2 [1281]: Hoc nomea, quod est
..substa,aia“ non a pe_-\ d. 1145 112741: Subsistentia causa est, ut id, quod
per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum. p. 1175 [1305]: Quoties enim subsistens ex
subsistentibus conjunctum est. necesse est, ejus totum esse, i. e. Ulani qua
ipsum perfectum est subsistentiam, ex omnium parlium suarum omnibus
subsistenlus esse conjunctam. concetti ili genere e di specie hanno un altro
essere da quel delle cose stesse; poiché i primi hanno appunto solamente
l’essere della sussistenza, e invece le seconde hanno l’essere, come soggetti e
sostrati degli attributi unificati nella sussistenza 4 ' 0 ). E così il
pensiero intende i concetti generici e specifici, come gli universali di fronte
alle cose particolari, argomentando, con un atto di metter assieme (colligere),
dagli oggetti particolari concretamente esistenti, ai quali ineriscono gli
attributi, l’essere della sussistenza 471 ); e da tale punto di vista poi le
cose naturali, rispetto alla sussistenza del genere e della specie, alla quale
[sussistenza] partecipano, come le cose singole partecipano all’essere
sostanziale, vengono significate con i nomi di specie e di genere, del pari che
gli attributi vengono enunciati come predicati, e, anche denominativamente, la
sussistenza stessa viene chiamata soggetto 472 ). Ma, come il concetto del
metter assieme ( collectio ), for47,) ) Genera et species, i. e. generales et
speciales subsistentiae, subsistunt tantum, non substanl vere.Ncque enim
accidenlia generibus speciebusve contingunt. Ut quod sunt, accidentibus debea
ni (il concetto di accidens, qui come dappertutto, è preso in tal senso da
comprendere, di fronte alla sostanza, tutte nove le altre categorie)....
Individua vero subsistunt quidem vere.... Informata enim sunt jam propriis et
specificis differentiis, per quas subsistunt. Non modo autem subsistunt, veruni
etiam substanl individua, quoniam et accidentibus, ut esse possitit, ministrant
: dum sunt scilicel subjecta.... accidentibus. 471 ) p. 1238 [ 13715] :
Essentiae in universalibus sunt, in partimilaribus substant . Subsistentiae
[così il Prantl, ma nelle ediz. cit. : substantiae] in universalibus sunt, in
parlicularibus capiunt substantiam, i. e. substant.... Universalia, quae
intellectus ex parlicularibus colligit, sunt, quoniam particularium illud esse
dicuntur, quo ipsa particularia aliquid sunt. Particularia vero non modo sunt,
quod utique ex hujusmodi suo esse sunt, veruni etiam substant. 472 ) p. 1137
[1265]: Ad generales quoque et speciales subsistcn tias, quae subsistentium, in
quibus sunt. esse dicuntur, eo quodeis, ut sint aliquid, conferunt, ejusdem
nominis, i. e. matcriae, alia fil denominatio.
p. 1140 [1269]:
Essentia est illa res, quae est ipsum esse, i. e. quae non ab alio lume mutuai
dictionem, et ex qua est esse, i. e. quae caeteris omnibus eamdem quadam
extrinseca participatione communicat .... Namque et in naturalibus omne subsislenmaluiente
usato da Gilberto per dar una definizione del genere 473 ), lo abbiamo di già
incontrato più sopra nella teoria della indifferenza (nota 136), in Gausleno
(nota 146) e nell’autore dello scritto De gen. et spec. (nota 162), così Gilberto associa a questo concetto,
ispirandosi a vedute realistiche, una concezione, da lui designata con le
espressioni « substantialis similitudo » o « conjormantes subsistentiae », ma
di preferenza con il termine, che ricorre in lui così frequentemente, di«
conjortnilas», anche esteso ai nomi delle cose 471 ); nè può qui disconoscersi
tinnì esse ex forma est, i. e. de quocunque subsistcnte dicitur « est »,
formar, quam in se habet, participatione dicitur. p. 1141 [ 1270J : Omnia de subsistente
dicuntur : ut de aliquo homi/ie tota forma substanliae, qua ipse est perfectus
homo, et omne genus omnisque differcntia, ex quibus est ipsa composita, ut
corporalitas et animatio, ...et denique omnia, quae vel loti illi formae
adsunt, ut humanitati risibilitas, vel aliquibus partibus ejus. p. 1145 [1274]: Quoniam... subsistentia causa
est, ut id quod per eam est aliquid, suis propriis sit subjectum, ipsa quoque
per denomi nalionem eisdcm subjecta dicitur, et eorunUkm materia.... (p. 1146 [rectius : 1142
(1270)]): et ideo gerteraliter cum qualitalibus qualitas ....dicitur, et cum
solis albedinibus specialiter albedo. Atque
adeo multa sunt. quae de. istis dicuntur : ut saepe etiam efficiendi ralione a
coaccidentibus ad ea, quibus coaccidunt, denominativa transsumptio fiat. Ut «
linea est longa, albedo est clara». p.
1199 [1329]: Hoc igitur, quod* habet a sua substantia, nomea, ad ea, quae ex
ipso [il Pranll legge: ipsa] fluxerunt, denominative transsumptum est. 473 ) p.
1252 [1389]: Genus vero nihil alimi putandum est, nisi subsistentiarum secundum
totam eorum proprietatem, ex rebus secundum species suas differentibus,
similitudine comparata collectio. 174 ) p. 1135 [1263] :,l)iversae,...
subsistentiae, ex quartini aliis homines, et ex aliis equi, sunt ammalia, non
imitationis vel imaginaria, sed substantiali similitudine ipsos, qui secundum
eas subsistunt, facilini esse conformes.
p. 1136 [1263 s.] : Dicuntur etiam multa subsistentia unum et idem, non
naturar unius singularilate, sed multarum, quae ralione similitudinis fit,
unione ....Ilio, quae divcrsarum nnlurarum adunai conformitas, genere vel
specie unum dicuntur .... Tres homines.... neque genere ncque specie, i. e.
nulla subsistentiarum dissimilitudine, sed suis accidenlibus dissimilitudinis
distant . Sunt conformantium ipsos subsistentiarum numero plures. p. 1175 [1305]: Conformitate aliqua....
plures homines dicuntur unus homo. p.
1192 [1322]: Secundum proposìtae naturar plenitudinem.... dicitur substantialis
similitudo : qualiter album albo simile est, et homo homini. p. 1194 [1324]: Tales sunt omnes differentiae
illae, quae[cunque] rei huic generalissimo proxime cum ipso quaedam
contrae-l’affinità con la« similia creatio» del libro De gen. et spec. (nota
163), e particolarmente con la « consimilitudo » di Abelardo (nota 299) ; ma è
degno di nota che il termine « indìfierentia », che pur doveva offrirglisi
affatto spontaneamente, Gilberto lo usi esclusivamente a proposito di discussioni
teologiche intorno alla Trinità « 5 ), e che pur si serva invece, così per
sostanze come per attributi, del termine « identitas» 47B ). In generale egli
intende questa virtù formativa degli universali in senso realistico, a tal
punto, che, p. es., non solamente la bianchezza, ma anche la unità appare a lui
come una tale forma, la quale deve, qualunque sia il predicato, cooperare per
far del soggetto di esso una cosa 477 ): e, mentre con ciò si trova esposto
alla obiezione sopra citata (nota 438) : ed è possibile che fosse diretta
proprio contro Gilberto), arriva qui a stabilire una distinzione, utilizzabile
per la questione della Trinità, ma poi da capo violentemente combattuta da
altri, fra la unità e 1’ Uno, o in generale tra gli aggettivi numerali e le
forme ideali che stanno loro a fondamento
in quanto che quelli posson essere predicati soltanto delle fiorii
similitudinis consumimi genera, quae a logica.... subalterna vocanlur ■ vel
subalterna similiter adhaerentes, quamlibet siib ipsa Subsistentiam specialem
componuntp. 1231 [Ì370]: ffomo subsistentia spedala, quae est hujus nomina
qualità» una uulan conformilate, sed plures essenliae singulantate, de singola
honunibus.... Parimente p. 1251 [?}» 1262 [1399], ecc. |9Q0) in ) Così, p. es.,
p. 1134, 1152 e 1169 [1262, 1280 e 1-99]. 4tg\ p H 69 [1299]: Identitate
unionis.... homo idem quod nomo est. Nam'piato et Cicero unione speciei sunt
idem homo. .. auae ex proprietate est unitatis |Prantl legge: propnetata est
unitale ], q “ra,ion P ale P idem quod rationate est, eduli anima hommu, et,pse
homo, non unione speciei, sed unitale propnetata, sunt unum ra donale. [ 1309
]: Vnilas omnium.... praedicamentorum Comes est. Narri de quocunque aliquid
praedicatur, idpraticato ?“**'” «* hoc, quod nomine ab eodem sibi indilo, et
verbi iubifonm'i compos.tione ... esse significata, sed unitale,psi cooccidenfe
esf um m ul album albedine quiden, album est, sed un,late cocce,dente albedim,
unum, et simul albedine et ejus comite annate est album unum. cose concrete,
che appunto sottostanno all’azione formativa degli universali ideali 478 ). Ma
poi al concetto di conjormitas si associa inoltre anche un modo d’ intendere,
secondo il quale nell’ individuo tutte le determinazioni possibili sono
unificate per tal maniera, che esso, nella totalità della sua sussistenza (cfr.
la nota 462), non è conforme a nessun altro essere, e pertanto la individualità
consiste in questa dissimiglianza di essenza, mentre all’ incontro tutto quel
che c’è di nonindividuale si fonda sopra una somiglianza, e può pertanto venire
compartito ne’ suoi modi di manifestarsi, individuali e concreti, che in esso
sono simili, ma tra loro son dissimili: concezione questa, che Gilberto
carat47S ) p. 1148 [1277]: Quod est unum, res est unitali subjecta, cui
scilicet vel ipsa unilas inest, ut albo : rei adest, ut albedini. Unitas vero
est id, quo ipsum, cui inest, et ipsum, cui adest, dicimus unum: ut album unum,
albedo una. liursus ea, quae dicimus esse duo, in rebus sunt, i. e. res sunt
dualitati similiter subjcctae, quae dune sunl.... ldeoque non unitas ipsa, sed
quod ei subjeclum est, unum est ; nec dualitas ipsa, sed quod ei subjectum est,
recle dicitur duo . Nani vere omnis
numerus non numeri ipsius, sed rerum sibi suppositarum est numeriti. Ma che in
generale persino questo sforzo, ispirato alla più stretta ortodossia, abbia
raccolto poca gratitudine dalla parte di vari altri teologi, lo desumiamo dal
fatto che, come riferisce il Du Houlay, Il istoria Universitatis Parisiensis,
I, p. 404 [rectius : p. 402 ss.: y. inoltri ibid. p. 741, e particolarmente p.
200], il Priore Gualtiero di S. V ittore compose egli stesso uno scritto contro
i« quattro labirinti di trancia» [Contro qualtuor labyrinthos Franciae : lo
scritto si suol citare appunto con questo titolo], cioè contro Pietro Lombardo
(v. sopra le note 41 ss.), Abelardo, Pietro da Poitiers e Gilberto; da
manoscritti di tale opera (conservati nella Biblioteca di S. Vittore) il
Launoi, de varia Aristot. in Acad. Paris. Jori., c. 3. p. 29 [p. 189 della
ediz. di Vittemberga, 1720], comunica il passo seguente: Quisquis hoc legerit,
non dubitabit, qualuor Labyrinthos Franciae, i. e. Abaelardum et Lombardum,
Pelrum. Pictavinum et Gilbertum Porretanum. uno spiritu Aristotelico afflalos,
dum ineffabilia Trinitatis et Incarnationis scholastica levitate tractarent,
multas haereses olim vomuisse, et adhuc errores pullulare [Cfr. UEBERtYEG
Geyer, p. 271]. Maggiori particolari sopra questo alterco fra teologi sono
stati riferiti dall’UsENER nei Jahrbiicher fiir protestantische rheologie, voi.
V (1879), p. 183 ss. [« Gislcbert de la Porrée» è il titolo della nota,
riprodotta nel IV voi. della raccolta delle Kleine Schriflen dell’Usener,
Lipsia terizza scegliendo, per i così detti nomina appellativa, il termine «
dividila », che troviamo qui per la prima volta, e, per i così detti nomina
propria, il termine « individua » 479 )Per la logica, una maniera di trarre
partito da questo realismo ontologico consiste nell’andar su e giù per la
Tabula logica, come si fa, secondo il procedimento di Boezio, nella definizione
e nella divisione 48 °) : consiste pertanto nella funzione predicativa,
inquantochè quel che dal predicato si predica, relativamente alle cose
concrete, non è mai l’essere concreto per se stesso, ma solamente la essenza,
cioè la sussistenza e gli attributi essenziali 481 ): vale a dire che il
realismo di Gilberto trova la propria espressione in ciò, ch’egli considera
tutte le categorie come le causalità reali del loro manifestarsi nelle cose
concrete, e le designa pertanto come sommi generi non dei 47 9\ y 1164* 112941:
Si enim dividuum facit similitudo, consequens est ut individuimi dissimilando.
p. 1236 11372]: Homo et sol a Grammatici appellativa nomina, a Dialeclicis vero
dividila vocantiir Plato vero et eius singularis albedo, ab eisdem Grammatica
propria, a Dia lecticis vero individua. Sed horum homo tam aclu quam natura
appella tivum vel dividuum est; sol vero natura tantum, non aclu. Multi nam que non modo natura,
verum etiam actu, et fuerunt, et sunt, et sant, subslanliali similitudine
similes hommes. Pestai igitur, ut illa tantum sint individua, quae ex omnibus
composita. nullis aliis in loto possimi esse conformia, ut ex omnibus, quae et
actu et natura fuerunt vel sunt vel futura sunt, Platoms collecta Hatomtas. 112g jj 255 j. Sia* in diffinitiva demonstratione
specie» aenere, sic in divisiva genus specie declaratur. Nulla species de suo
genere praedicatur» in diffimtionum genere verum est; itero « orarti* species
de suo genere praedicatur » in divistonum genere verum est., 48 i\ p. 1244
[1381]: Nunquam enim id, quod est, praedicatut % sea. esse et quod illi adest,
praedicabile est, et sine tropo, non msi de eo, quod est. (Se Gilberto con
queste parole designava ì giudizi puramente esistenziali come inconcludenti, si
metteva con ciò da capo in contrasto con certi teologi: v. Otto Frisino, de
gest. Fnd.. I, 52 n. 437, ed. Urstis [MGH, XX, p. 379-80]: Erat quippe
quorunda'm in logica sententia, [quod.] cum quis diceret, Socratem esse, nihil
diceret. Quos praefatus episcopus [intendi appunto 1 episcopus (i tctaviensis)
Gisilbertus ] seclans, talem dicti usuro haud premeditate „d theologiam
verterà!). predicati ma degli oggetti,
si che per conseguenza la jacultas logica contiene semplicemente un ricalco
della realtà 482 ). Ma, su questo punto, non si limita a distinguere le
categorie, alla solita maniera, onde quella della sostanza si contrappone a
tutte le altre nove, bensì queste ultime si dividono a lor volta, secondo che
appartengono all’ intima essenza, o han per contenuto solamente una relazione
estrinseca 483 ) ; cioè, qualità e quantità, che appartengono alla « natura»
(nota 461) o alla sussistenza, servono perciò ancora a predicare il vere esse,
laddove le altre sette categorie,
inclusa dunque pur quella della relazione , esclusivamente ricadono
nella sfera degli status e delle loro esterne mutevoli circostanze (status :
cfr. circumstantia in Boezio, Sez. XII, nota 166) «“). 4S2 ) p. 1173 [1303]:
Ilorum nominum illa significata, quae diversis rationibus Grammatici
qualilates, Dialectici cathegorias, i. e. praedicamenla, vocant, praedicantur
substantialiter, p. 1153 11281-2]:
Qualilas ....omnium qualitatum gcneralissimum est, et quantilas omnium
quantilatum.... Ideoque qualitas est qualitas genere cujuslibet qualitatis,
quale vero est quale qualitate cujuslibet generis.... Sirniliter nullum, quod
est ad aliquid, relatio est. et nulla relatio est ad aliquid. Sed.... id, de
quo ijJsa dicilur, est ad aliquid.... Ubi quoque, et quando, et habere, et
situm esse, et Jacere, et pati, rwmina sunt generalissima, non eorum quae
praedicantur, sed eorum de quibus praedicantur.... Ilaec igitur praedicamenta
talia sunt relationibus logicae jacullatis, qualia illa subjecta, de quibus ea
convenit dici, permiserint. p. 1146
[1274]: Caeteras, quae in corporibus sunt, vocantes formas, hoc nomine
abutimur, dum non ideae, sed idcarum sint eìxóveq, i. e. imagines, quod ulique
nomen eis melius convenit. Assimilantur enim.... quadam extra substantiam
imitatione his formìs, quae non sunt in materia constitutae, sinceris) p. 1153
[1282]: Quidquid hoc est subsistentium esse; eorundcm substantia dicilur. Quod
ulique sunt omnium subsistentium speciales subsistentiae, et omnes ex quibus
hae compositac sunt, scilicet, eorumdem subsistentium, per quas ipsa sibi
conformia sunt, generales, et omnes, per quas ipsa dissimilia sunt,
dijjerentiales.... Accidenlia vero de illis quidem substantiis, quae ex esse
sunt, aliquid dicuntur, sive in eis creata, sive extrinsecus affixa sint, sed
eis tantum, quae esse sunt, accidunt. 484 ) p. 1156 [1285]: Ilare quidem, i. e.
subslantiae, qualitates, quantitates, sunt talia, quibus vere sunt, quaecunque
his esse proponuntur, ideoque recte de ipsis praedicari dicuntur. Reliqua vero
sep[d) lo scritto De sex principiis: un'abborracciatura]. Ma proprio quest’ultimo argomento ci porta a
prender in esame lo scritto di Gilberto De sex principiis, un pasticcio
veramente pietoso, che fu già commentato da Lamberto da Auxerre (v. la Sez.
XVII, nota 116), e poi, in conseguenza dell’autorità goduta da Alberto Magno
(ibid., note 439 s.), venne a essere tenuto in così grande conto da essere
formalmente incorporato aH’Organon 485 ). ivi c’ imbattiamo novamente (cfr. la
nota 461) nel concetto di essere sostanziale, nel quale risiede la forma di un
intrecciarsi degli elementi della essenza 486 ) : e a tale proposito si fa la
osservazione, la quale, come più sopra (nota 464), resta senza motivazione, che
cioè dalla singolarità delle cose concrete il pensiero trae fuori e intende
quell’elemento, cb’è, nella sua unità, commune e universale 487 ). Ma poi si
passa a considerar le categorie. lem generai» accidentia.... [non] vera essendi
rationc praedicantur. Narri.... extrinsecis scilicet eircumfusus et
determinatili minime praedicaretur, si non prius suis esset per se propri
elalibus informatili. p. 1160 [1290]:
Sic ergo praedicatio alia est, qua vere inhaerens inhaerere praedicatur ; alia,
quae quamvis forma inhaerentium fiat, tamen ila exterioribus datur, ut ea nihil
alieni inhaerere inlelligatur. Caetera vero (cfr. la nota 461). quae de ipso
noturaliter dicuntur, quidam ejus status vocantur, eo quod nunc sic, nunc vero
aliler, rctinens has. quibus aliquid est, mensuras et qualitalcs et maxime
subsistentias, statuatur.... Situ, vel loco, vel Inibita, vel relatione, vel
tempore, vel actione, vel passione slatuitur. Cori, quanto alla categoria della
relazione, vien detto inoltre, nella forma più esplicita, a a p. 1163: relativa
praedicatio ....consislil.... non in eo, quod est esse. 485 ) In conseguenza
del suo accoglimento neH’Organon, è stato stampato in quasi tutte le più
antiche traduzioni latine di Aristotele; io cito dal voi. I delle Opere di
Aristotele in versione latina, Venezia 1552, in fnl. [Qui s’includono tra
parentesi quadre i riferimenti al testo accolto nella PL: cfr. più sopra la
nota 21]. 4S “) Cap. 1, f. 31, v. A: Forma est compositioni contingens,
simplici et invariabili essentia consistens.... Substanliale vero est, quod
conferì esse ex quadam composilione compositioni, ut in pluribus, quod
impossibile est deesse ei [PL, 188, 12589]. 487 ) f. 31, v. B: Sicut ex plurium
partium coniunclionc constitutio quaedam primorum excedens quantitatem
ejfìcilur, sic ex singularium discretione unum quoddam intelligilur. eorum
excedens praedicationem. Così anche
[Cap. 2], f. 32, r. B: omnes quidem homines eius hominis. qui communis est, et
universale con quella stessa dicotomia (note 483 ss.) di categorie intrinseche
ed estrinseche, ma con questa differenza tuttavia, che cioè qui la categoria
della relazione non viene ora più annoverata fra le categorie estrinseche,
bensì questo gruppo viene a esser costituito dalle ultime sei categorie
soltanto (actio, passio, ubi, quando, situs, habere) : e poiché delle prime
quattro categorie ha di già parlato a sufficienza Aristotele, Gilberto vuole
trattare ora più compiutamente appunto di queste altre sei 488 ). Sodisfa cosi
un bisogno, che abbiamo veduto di già manifestato piu sopra (note 18 e 344): e
qualificando Gilberto, con la sua mania realistica, anche queste categorie come
« principia» (cfr. le note 477 e 482), tale suo scritto, privo di senso comune,
venne ad assumere più tardi, anche in considerazione del suo titolo, una cosi
grande importanza, da esser accolto per cosi dire nelFOrganon come sua parte
integrante. [e) i sei « principii»: actio, passio, quando, ubi, situs,
habitus]. Per prima cosa vien definita l
'actio, e, con il più netto dualismo tra azione corporea e azione psichica, la
si qualifica come legata da relazione di reciprocità con il concetto di
movimento 489 ) : a ciò fa seguito la osservazione che la particolarità
delazione ha per 4#8 ) [Cap. 2], f. 32, r. A: Eorum vero, quae contingunt
exislenti, singultirli aul extrinsecus advenit, aul intra subslanliam
consideratur simpliciler : ut linea, superficics, corpus. Ea vero, quae
extrinsecus contingunt, aut actus, aut pati, aul dispositio, aut esse alicubi,
aul in mora, aut habere necessario erutti. Sed de his, quae subsistunt, et quae
non solum in quo existunt exigunl, in eo qui « de Categoriis» libro
inscribilur, disputatimi est: de reliquis vero continuo aeamus [1260], * 4S “)
Cap. 2, ibid. : Actio vero est, secundum quam in id, quoti subiicitur, agere
dicimur.... Differunt autem, quoniam ea, quae corporis est, rnovens est
necessario illud, in quo est,.... actio autem animae non id movet, in quo est,
sed coniunclum : anima enim, dum agii, immobile est.... Omnis ergo actio in
mota est : omnisque motus in actione firmabitur sua proprietà (li produrre la
passio, e che pertanto l'actio è il « principio » primordiale 49 °): a questo
punto il concetto di « jacere » viene applicato anche a tutte le rimanenti
categorie in ima serie di affermazioni che son delle più aride e peggio fondate
491 ) : e secondo il modello delle quattro prime categorie si fa vedere, anche
nel jacere e nel pati, il rapporto di contrarietà e la graduazione di più o
meno 492 ). Ma poi viene, ciononostante, in secondo luogo la passio, dandosi
per essa rilievo alla varietà di accezioni di questo termine 493 ). Viene
appresso presentata, in terzo luogo, la categoria del quando, la quale è bensì
afline al tempus, ma pur se ne distingue, in quanto che i tre tempi, passato e
presente e futuro, non son già un quando, ma sono solamente un effetto e una
proprietà, conforme a cui qualche cosa viene denominata come passata e via
dicendo (v. alcunché di simile alla precedente nota 194); inoltre nulla può
misurarsi secondo il quando, ma secondo il tempo sì 494 ). 49 °) f. 32, r. B: Naturqlis
vero actionis propnetas est, passionem ex se in id, quod subiicitur, inferre :
omnis enim aclio passionis est effectiva.... Et sic actus quidem est
primordiale principiata [1261]. 491 ) Ibid.: Facere vero id, quod quale est, ex
se gignit.... Quantitatum vero particularium positio effectrix est, et
qunlilatum universa enim liaec a situ substantiam et generalionem kabent.... Situs autem, agere et pati : in dispositionis nonuple
compositione quaedam generalio simplicium fil, quam in motiva actione
consistere necesse est. Quando vero tempus. Ubi vero locus. Habere autem corpus
: ea enim, quae circa corpus sunt, habere dicuntur [1261], 492 ) Ibid.: Recipit
autem facere et pati contrarielalem, et magis et minus : secare enim ad
plantare contrarium est....: et calefieri magis et minus dicilur [1261-2]. 493 ) C. 3, f. 32, v. A: Passio
est effectus illatioque actionis.... Est autem pati eorum, quae multipliciter
dicuntur : animae enim actionum unaquaeque passio dicitur.... Dicilur quoque passio, quod in naturam agii : ut
morbus.... Ea vero, quae nunc relinquuntur, in eo qui est « de Generatione»
libro tractanlur (questa citazione è presa da Boezio [in Ar. praed.. Ili: PL,
64, 262], p. 190). 494 ) C. 4, ibid. : Quando vero est, quod ex adiacentia
(cfr. la nota 504) temporis reliquitur. Tempus vero quando non est, utriusque
autem ratio coniuncta est, ut tempus quidem praeteritum quando non est, A ciò
fa seguito, come il colmo della stupidità, la indicazione di una differenza tra
quando e ubi, in quanto che il quando del presente, in pari tempo che l’istante
stesso, è in eodem, ciò che non si verifica per Vubi 49S ), e cosi pure ima
divisione del quando e del tempus in semplici e in composti 496 ), e infine la
notizia che la relazione di contrarietà, e di più o meno, non ha luogo nel
quando 497 ). Quarto viene ora ubi, e qui si presenta la distinzione analoga
tra ubi e locus 498 ): e alla impossibilità che due cose sieno in uno stesso
luogo o una stessa cosa in diversi luoghi, si collega anche la controversia
sopraccennata (nota 203) circa la propagazione del suono); anche Vubi vien
distinto in semplice e in complesso, e si esclude che, rispetto ad esso, abbia
luogo la relazione di più efeclus autemcius, et affectio, secundum quarti
dicilur aliquid fuisse, quando est. Instans autem quando non est, sed secundum
quod aliquid aequale, tei inacquale est: eius autem affectio, secundum quam
aliquid dicilur in instanti esse, quando est. Futurum similiter tempus quando
non est. — f. 32, v. B: Distai autem et tempus ab eo, quod quando: quoniarn
secundum tempus aliquid est mensurabile : ut motus animus.... Al vero secundum quando ri ih il mensuratur, sed
aliquando dicilur esse [1262]. 4 96 ) f. 32, V. B : Differì enim quando ab eo,
quod est ubi : quoniarn in quocunque, tempus est vel fuitvcl erit, in eo quidem
quando, est vel fuit vel erit, quod secundum idem tempus dicilur: quando enim,
quod exislenti est, curn ipso instanti est, et simili in eodern sunt.... Ubi
vero et locus, a quo est, vel fit, nunquam simili in eodem : ubi enim in
circumscriptione est: locus autem in compicciente [1263], 19a ) Ibid. : Quando
....sicut autem et tempus, aliud quidem compositum est, aliud vero simplex. Est
autem compositum, quod in composita anione consista: simplex vero, quod cum
simplici procedit [1263], 497 ) Ibid.: Inest autem quando, non suscipere magis
et minus.... Amplius quando nihil est contrarium) C. 5, f. 33, r. A: Ubi vero
est circumscriptio corporis, a circumscriptione loci proveniens. Locus autem in
eo, quod capii, est, et circumscribit.... Non est autem in eodem locus et ubi:
locus enim in eo, quod capii, ubi vero in eo, quod circumscribitur et
complectitur [1264]. 4 ") Ibid, : Nequaquam igitur duo in eodem loco esse
simul possunt, nec idem unum in diversis.... Movet autem quis quaestionem f
orlasse, idem in diversis et pluribus concludens ; etenim vox in auribus
diversorum est.... Confiteli oportel omnino, urtarti particulam aeris ad aures
diversorum pervenire.... Relinquitur igitur, diversum sensum esse
imaginabiliter se generanlium, et similiter [1264-5]. o ili meno, e così pure
quella di contrarietà, a proposito della quale l’Autore persino espressamente
si riferisce ai concetti di sopra e di sotto 50 °). Quinto segue situs, ovvero
la categoria, come la chiama Gilberto, della positio, intesa secondo il
realismo più rozzo possibile, sicché tutte le particolari manifestazioni di
questa categoria, nel cui novero vengono compresi, p. es., anche lo scabro e il
levigato (cfr. la nota 193), sono considerate soltanto come espressioni
derivate 501 ); si contesta che questa categoria comporti opposizione
contraria, e ciò perchè i contrari appartengono soltanto a un medesimo genere,
e invece lo star seduti e il giacere vanno assegnati a generi differenti, in
quanto che soltanto esseri ragionevoli possono star seduti, laddove gli altri
stanno a giacere 502 ); e mentre qui è inammissibile anche la relazione di più
o di meno, questa categoria va messa nella più stretta connessione con quella
della sostanza, proprio in essa trovando le sostanze il loro ordinamento 503 ).
Ml °) f. 33. r. B: Ubi autem. aliud quidem simplex, aliud vero composilum.
Simplex quidem, quod a simplici loco procedit : composilum autem, quod ex
composito.... C.arct autem libi inlenlione et remissione : non enim dicitur
alterum altero magis in loco esse vel minus.... Inesl autem ubi, nihil esse
contrarium.... Sursuni enim et deorsum esse contraria pluribus videntur....
Conlingit autem contraria in eodem esse.... Si enim sursum esse et inferius
esse contraria sunt, cum idem sursum et deorsum sit, colligitur, idem sibimet
contrarium fieri [1265]. 601 ) C. 6, f. 33, v. A: Positio est quidam parlium
situs, et generati onis ordinatio, secundum quam dicuntur stantia vel
sedentia.... Sedere autem et lacere positiones non sunt, sed denominative ab
his dieta sunt. Solet autem quaestio induci de curvo et recto, aspero et
leni.... Non sunt autem positiones ea, quae dieta sunt omnia, sed qualia circa
situm existentia [1265-6]. 60S ) Ibid. : Suscipere autem videtur situs
contrarietates : nam sedere ad id quod stare contrarium esse videtur....
Ponentibus autem nobis, haec contraria esse, inconvenientia recipere cogimur,
hoc, quod unum sit contrarium plurium.... Amplius autem conlrariorum quidem
ratio est, circa idem natura existere. : sedere enim et iacere non circa idem
natura sunt seiuncta : est enim sedere proprie circa ralionalia, iacere vero et
accumbere circa diversa) f. 3, V. B.: Proprium autem positionis, ncque magis
neque minus dici.... Magis autem
proprium videtur esse positionis, substantiae Riinane poi ancora in sesto luogo
Vhabitus, categoria identificata con il concetto di adiacentia, già familiare a
noi, che conosciamo Abelardo (nota 284) 504 ); quando poi si legge che per
habere la relazione di più o di meno è, di regola, ammissibile, ma talora,
come, p. es., nel caso dell’« esser vestito », è inammissibile, e che in questa
categoria non sussiste contrarietà, perchè esser armato ed esser calzalo non
sono opposti 505 ), — anche ciò rende sufficiente testimonianza del talento
logico dell’Autore; come particolarità di questa categoria, viene indicato il
fatto che essa rimanda sempre a una pluralità, il che può, soltanto per certi
rispetti, ripetersi anche per le categorie della quantità e della relazione 508
); finalmente vengono citate ancora cinque accezioni differenti del termine
habere 507 ). [f) la controversia intorno al magis e al minus]. — Ma venuta poi
a una conchiusione questa disamina dei « principi » 508 ), fa ancor seguito una
trattazione speciale del proxime assistere, omnibus qiiidem aliis/ormis
suppositis. Posilio autem nihil aliati est. quatti naturalis ipsius subslantiae
ordinatio [1260]. S04 ) C. 7, f. 33, v. B: Habitus est corporum, et eorum quae
circa corpus suoi, adiacentia : secundum quam hoc quidem habere, illa vero
dicunlur halteri. Haec autem non
secundum totum dicunlur, sed secanti uni particularem divisionem, ut armatum
esse [1267], s01i ) f. 34, r. A: Suscipit autem habitus magis et minus :
armatior enim est eques pedite.... In quibusdam autem non videtur, quoti rum
magis et minuspraedicentur : ut vestitum esse, et similia. IIabitui quoque
nihil est conlrarium : elenim armatio calceationi non est contraria [1267], 60
°) Ibid. : Proprium quidem habitus est, in pluribus existere.... In paucis
autem aliis principiis huiusmodi invenies : in quantilate enim solum, et in his
quae ad aliquid sunt, similia reperies.... Habitus autem omnis in pluribus
necessario existit, ut in corpore. et in his quae circa corpus sunl) Ibid. :
Dicilur autem habere multis modis : habere enim dicitur alterationem.... Dicilur etiam ras aliquid habere.... Habere quoque in
membro dicimur,... Dicitui vir uxorem habere, et recipere uxor virum.... Quare
modi habendi, qui dici consueverunt, quinario numero terminanlur [1267-8], 50s
) Ibid. : Et quidem de principiis haec dieta sufficiant : reliqua vero in eo,
quod de Analylicis est. quaerantur volumine magis et minus ; e qui Gilberto
taglia il nodo della controversia ricordata più sopra (nota 196), non potendo
l’ordine delle graduazioni risieder già nella sostanza stessa, poiché questo
urta contro il concetto di sostanza, ma d’altra parte nemmeno negli accidenti,
perchè allora il grado superiore, p. es., di bianchezza dovrebbe consistere
nell’ampiezza della superficie (!) : donde consegue che il più o il meno
neanche ha la propria sede nell’ima e negli altri insieme, cioè nella sostanza
e ne’ suoi accidenti 509 ). Ma la soluzione positiva, che dà ora Gilberto, ha
questo fondamento, che cioè il magis vel minus consiste nel grado in cui lo
stato di fatto reale sta più vicino o più lontano dall’accezione del termine
che designa la qualità, una graduazione questa che non si manifesta, dove si
tratta di sostanze, per la ragione che la denominazione delle sostanze stesse
rimane compresa entro saldi confini (in terminis) : tuttavia a tal proposito
viene a confessare egli stesso quali assurdità sieno queste che presenta,
quando deve aggiungere che una tale saldezza si ritrova tuttavia anche nella
denominazione di talune qualità 51 °). In60 “) C. 8, f. 34, r. B: Non ergo
secundum suscipicntium ipsorum Crementum vel decremenlum, cum „magis vel minus
“ aliqua dicuntur. Nulla cnim ratio obviarel dicenti, hominem et animai et
substantiam et caetcra consimilia cum „magis et minus" dici.... Mons eliam
alio monte maior dicitur, cum neuler crescat vel decrescat.... Amplius autem
ncque secundum ea, quae inficiunt. Si enim, secundum magnitudinem albedinis vel
alicuius caelerorum, dicitur aliquid albius aliquo, vel, secundum parvitatem,
minus album, vel quomodolihet aliter, utique et magis albus equus vel homo, vel
quodlibet aliud albius margarita dicetur : etenim maior albedinis quantitas
equo accidit quam margaritae.... f. 34, v. A: l’atet itaque, nihil
secundum,.magis et minus“ praedicari, ncque secundum suhiecti solum augmentum
vel diminutionem, neque secundum accidentis ; quare ncque secundum utrunaue
[1268-9], ^ 61 °) 6 34, v. A: Oportet igilur ab alio ea invenire, quae cum
„magis et minus" dicantur. Huiusmodi vero sunt ea, quae. sunt in voce
eorum, quae adveniunt, et non secundum subiecti vel mobilis cremenlum vel
diminutionem, sed quoniam eorum, quae sunt in voce, impositioni propinquiora
sunt, sive ab eadem remotiora sunt : de his etenim cum „ magis" dicuntur,
quae proximiora sunt ei, quae in ipsa voce est, impositioni, cum „minus"
autem de his, quae remotiora consistunt.... Quanto igitur tìne la faccenda
mette pur capo anche alla tesi essenziale, che cioè nella pluralità della
realtà materiale in generale, hanno loro proprio luogo il divenire e la
relatività 511 ), e F illogico realista assume poi a criterio per questo campo
la espressione verbale, mentre, per Forbita del vero essere, possiede nella
parola solamente il ricalco di una idea. Così lo scritto di Gilberto intorno
alle categorie ci porge un documento veramente miserevole, per provare come
quell’epoca non fosse per nulla meno goffa e inetta dei secoli precorsi,
tostochè sol si tentasse mai, senza le dande della tradizione, di muover un
passo indipendente, anche senza uscir dall’ambito delle cose più semplici. [§
36. — Ottone da Freising, seguace di Gilberto. Lo scritto pseudo—boeziano De
imitate et uno]. — Ma quale seguace di Gilberto, riguardo alla concezione degli
universali, ci si presenta Ottone da Frei8 i'n g (nato nel 1109 [rectius : nel
1114 o 1115], morto nel 1158), che alle sue opere storiche intreccia talvolta
disgressioni formali di contenuto filosofico, manifestando in esse, con i modi
consueti di espressione, il suo rispetto di teologo verso Platone, e in pari
tempo il conto in cui ad vocis impositionem accedens puriori inficitur
alitarne, tanto et candidior assignabitur.... Dubitabit autcni aliquis, quarc
haec quidem cum ..magis et minus LL dicantur, substantiae vero minime : hoc
autem contingit. quoniam subslantiarum impositio quidem in termino est, ultra
quem transgredi impossibile est. Additur autem et de accidenlibus quibusdam,
quae sine ..magis et minus “ dicuntur : ut quadrangulus, et triangulus, et
similia [1269], 6U ) f. 34, v. B: In subiecto enim duo sunt. quorum haec quidem
estjorma secundum rationem, haec autem secundum materiam ; quando igitur in his
duobus est transmutatio, generatio et corruptio crii simpliciter secundum
veritatem.... Est autem materia
maxime quidem subieclum gencrationis et corruptionis proprie susccptibile....
Haec autem hoc aliquid significant et substantiam, haec autem quale, haec autem
quantum. Quaecunque igitur non substantiam
significant, non dicuntur simpliciter, sed secundum aliquid generari tiene la
logica aristotelica 512 ). Come Ottone occasionalmente aderisce una volta alla
tesi, che gli esseri concretamente esistenti formano il contenuto e l’oggetto
dei predicati dichiarativi, laddove i concetti di specie e di genere vengono
predicati, avuto riguardo alla causalità delle cose che ha in essi fondamento
513 ), — così un’altra volta egli si pronunzia più distesamente sopra questa
relazione, in tutto e per tutto ripetendo la opinione di Gilberto, con il quale
si accorda anche nella espressione letterale ( nativum, natura, Jorma,
con.jorm.is, coadunatio, — « omne esse ex Jorma est» —) 514 ). Nello stesso
senso, 612 ) Chron. II, 8, p. 27, cri. Urstis [MGH, XX, p. 147]: Sacrale*....
educaviI Platonem et Aristotilem, quorum alter de potentia. sapientia, bonilate
creatoris ac genitura mundi creationevc hominis tam luculenter, lam sapienter,
tam vicine verilati disputai.... alter vero dialecticae [libros] arti* vel primus
edidisse, tei in melius correxisse, aculissimeque ac disertissime iride
disputasse invenilur [cfr. il testo della ediz. Wilmans (M G II), e ivi
l’apparato critico], 61a ) De gest. Frid. Prolog., p. 405, cd. Urstis [MGH, XX,
p. 352]: Sicut enim iuxta quorundam in logica nolorum positionem, cum non
formarum, sed subsistentium proprium sii praedicari seu declarari. genera tamen
et species praedicamento transsumpto ad causam praedicari dicuntur. Vel, ut
communiori utar exemplo, sicut albedo clara, mors pullida, eo quod claritatis
altera, palloris altera causa sit, appellatur, etc. (La espressione
transsumptio, come pure lo stesso esempio albedo clara, si trovano in Gilberto,
p. 1142 [1270] : v. la nota 472). M4 ) De gest. Frid. I, 5, p. 408 [354]: Nativum
velut natimi aut gemtum, descendens a genuino (v. la nota 464).... In nalivis
igitur omnem naturata seu formam, quac integrata esse subsistentis sii, vel
adii et natura, vel natura sallem conformem habere necesse est.... Partes aulem
hic vaco eas formas (nota 468), quae ad componendarn speciem aut in capite
ponuntur, ut generales, aut aggregante, ut differentiales, aut eas comitantur,
ut accidentales.... [355] Potei.... humanitatem Socratis secundum omnes partes
et omnimodum effectum humanitali Plutoni* conformem esse, ac secundum hoc
Socratem et Platonem eundem et unum in universali dici solere (nota 474),...
Concretìo etiam in naturaiibus non solum coadunatione formae et subsistentis.
sed ex moltitudine accidentium, quae substanliale esse comilantur, consideravi
potest (note 464 e 471).... Sunl aliae formae subiectum integrum informante*,
quae naluram tantum conformem habenl. Esse quippe soli*, etsi non aclu, natura
conformem habere noscitur. Quare, quamvis plures soles non sint, sine repugnanlia
tamen naturae plures esse possunt (nota 479).... (p. 410) Omne namque esse ex
forma est.... Tantum de co, quae a philosophis genitura, a nobis faclura seu
creatura dici solet, disputai inumi inslituimus. Sed notandum, quod compositio alia forébìin altro
luogo (con. intonazione polemica contro Guglielmo da Champeaux) qualifica
l’universale come« quasi in unum versale», e a ciò unisce una giustificazione
etimologica dei termini e dei concetti di dividuum e individiium 515 )',
inoltre condivide con Gilberto l’ingenuo raccostamento delle cose e delle
parole 516 ), come pure ricorda altresì ima volta quell’esercizio ginnastico,
che vien fatto nello studio della logica, sull’albero di cuccagna della Tabula
logica 517 ). Appartiene allo stesso gruppo anche uno scrittarello anonimo
[oggi è riconosciuto esser opera di Domenico Gundissalino] «De unitate et uno»,
che manifestamente è una produzione determinata dalle polemiche di quel tempo
intorno alla Trinità, ma che, al pari di quella più antica opera De Trinitate
[oggi, come abbiamo veduto, attribuita appunto a Boezio], fu ritenuta marum,
alia est subsistentium.formarum ex formis, subsistenlium ex subsistentibus..,.
[356] Formarum autem aliae compositae, aline simplices ; simplices, ut albedo,
compositae, ut humanitas.... Ulule Boetius in oclava rcgula libri llebdomade
„omni composito aliud est esse, aliud ipsum est“ (v. la noia 37). 61S ) Ibid.,
53, p. 437 [380] : Universalem..., dico, non ex eo, quod una in plurilius sii,
quod est impossibile (noia 105), sed ex Iwc, quod plura in similitudine vivendo
[rectius : uniendo] ab assimilamii unione univcrsalis. quasi in unum versalis
dicalur.... Ex quo palei . quare.... singularem, individualem vel parlicularem
dixerim proprietatem, eam nimirum, qttae suum subiectum non assimilai aliis. ut
humanitas, sed ab aliis dividii, discernit, partitur. ut ea, quam fido nomine
solemus dicere,,Platonitas “, a dividendo individua, a parliendo particularis,
a dissimilando singularis dieta. Nec opponas, quod potius a dividendo dividuam,
quam individuam dici oporteat. Nam cum suum subiectum non solum ab aliis
dividat vel dissimilet. sed etiam in sua individualitale et dissimilitudine tam
firmiter manere faciat, ut nec sii nec fuerit neo futurum sit aliud subiectum,
quod secundum eiusmodi proprietalem illi assimUari queat, melme individuum
privando, quam dividuum ponendo vocalur, eiusque oppositum, quod dividendo
pluribus communical, et communicando dividii, rectius dividuum dici debet (noia
479). “ 1G ) Ibid., p. 438 [ifc.] : Cum enim omne esse ex forma sii, quodlibet
subsistens rem et nomea a sua capit forma (note 458, 174, 482). s17 ) Ibid..
60, p. 444 [386] : iuxta logicorum enim regulam methodus a genere ad
destruendum, a specie valet ad aslruendum (nota 480). fattura di Boezio (v.
sopra la nota 35) «»). Domina nella questione della unità, che anche Gilherto
era stato tratto a discutere (note 477 s.), quello stesso realismo di Gilberto
o di Ottone 519 ), e forse possiamo tutt’al più ricordare che qui si trova una
singolare enumerazione di accezioni varie del termine « unum» Alberico (da
Reims ?), a Parigi. WilliRAM DA SoiSSONS. VARI ALTRI AUTORI, MENZIONATI DA
Mapes]. Ma nello stesso tempo, cioè press’a poco tra il 1140 e il 1170, viene a
cadere anche la comparsa di alcuni altri autori, dei quali conosciamo quasi
esclusivamente i nomi, e a ogni passo della nostra indagme torna a imporsi la
considerazione, che cioè le fonti a noi accessibili ci consentono pur sempre
soltanto una conoscenza frammentaria. Si dovrà anzi designare come casuale la
notizia dataci da Giovanni da Salisbury, quando, raccontando il corso de’ suoi
studi, fa il nome di un certo Alberico, che, morto Abelardo, insegnò aS.te
Geneviève in Parigi, e imprese energicamente la „ Q M^n. tampata °P cre di
Boezio, ediz. di Basilea 1570, p. 1274 l'òleslpaTJTwTìMiT l * 3 bibli0thè 1 ue
* *.s dipar,ements de . ’ 1 ungi 1841, p. 169) trovo m un manoscritto di St
-Michel Hd/nf t0 an0nmM p rh e T nd ° aUe righe “ iziali d “ lui citate, c
identico a questo Pseudo-Boezio. ".*> p -.,. 1274 t PL ’ „ 63 1075]:
Omne enim esse ex forma est, in unita* r f ' S> ' " ullum eSSC ex f°
rma nini cum forma maleriae unita est. Esse xgitur est nonnisi ex eoniunctione
formae cum materia j.m autem forma matenae unitur, ex eoniunctione utriusque
necessario al,quid unum consti,ni,ur.... Uni,io autcm non fi, nisi un.tatZ Zmam
autcm non tene, uni,am cum materia nisi unitasi ideo materia egei untiate ad
umendum se.... et de natura sua habet multiplicari Uni,as vero retine,, umt e,
colligi,. Ac per hoc ne materia divida,ur et spargami -, necesse est, ut ab
unitale retineatur ecc. [testo cit. se0nd ° a ed £C r ™ (Beitràge del Baumker,
I, 1, p. 3 5 )]. ) p. 12/6 fPL, 63, 1077-8]: Unum enim aliud est essentiae
Simpl,Citate.... Ahud simplicium eoniunctione.... Aliud.... continuitate....
Ahud... compositione.... Alia dicuntur unum aggrega,ione Alta....
proportione.... Alia.... accidente.... Alia.... numerai Alia ZZI'"' Al,a
":;. natura . unum ’ ut participatione speciei plures hommes unus.
Alia.... natwne.... Alia.... more [testo c. s„ p. 9-10]. STORIA DELLA LOCICA IN
OCCIDENTE lotta contro i nominalisti, nella quale pare lo abbia sostenuto un
considerevole talento per le distinzioni 521 ). Riferisce inoltre Giovanni,
ch’egli stesso ha impartito 1’ insegnamento della logica a tale W i 1 1 i r a m
[Guglielmo ?] da Soissons, il quale, da lui presentato poscia a Adamo dal
Petit-Pont (note 440 ss.), ha ideato in seguito una speciale machina contro i
seguaci della vecchia logica (antiqui, logicae vetustas: v. sopra le note 55
ss.) 522 ). Giovanni menziona poi un’altra volta, oltre 621 ) Jou. Saresb.
Metal., II, 10, p. 78 s. (ed. Giles [e Wcbbj): Contali me ad Peripateticum
Palatinum qui. Iurte in monte Sanctae Genoue/ae clarus doclor et admirabilis
omnibus praesidebat. Ibi ad pedes eius prima artis huius rudimento accepi....
Deinde post discessum eius, qui michi praeproperus visus est, adhaesi magistro
Alberico, qui inter ceteros opinalissimus dialeclicus enitebal et erat revera
norninalis sectae acerrimus impugnator. Sic ferme tota biennio conversatus in
monte, artis huius praeceptoribus usus sum Alberico et magistro Rodberto
Meludensi (v. sopra la nota 453)....; quorum alter (cioè Alberico), ad omnia
scrupulosus, locum quaestionis inveniebal ubique, ut quamvis polita planilies
ojjvndiculo non carerei et, ut aiunl, ei [sjcirpus non esset enodis. Nam et ibi
monstrahat quid oporleal enodari ....Apud hos, toto exercilatus biennio, sic
locis assignandis assuevi et regulis et aliis rudimentorum elementis, quibus
pueriles animi imbitumar, et in quibus praejati doctores potentissimi crani et
expeditissimi, ut etc. [PL, 199, 867-8). Menzione di questo Alberico si trova
fatta da Giovanni anche nell’ Enthelicus, v. 55 s. : Iste loquax dicaxque parum
redolel Melidunum, Creditur Albrico doctior iste suo [PL, 199. 966). Ma di
quale Alberico si trattasse, fra i parecchi con questo nome, menzionati in
quell’epoca, non è possibile determinare con sicurezza; la indicazione
cronologica su riferita rende probabile che fosse Alberico da Reims,
soprannominato de Porta Veneris, il quale fece più tardi accoglienza ospitale a
Giovanni da Salibury e all’arcivescovo Tommaso [Becket], quando furon esuli in
Italia. V. Du Boulay, Hist.
Univ. Par.. II, p. 724. e la Ilistoire littér. de la France, XII, p. [72-6, e
particolarmente] 75. 522 ) Ibid., p. 80 [81]: linde ad magistrum Adam....
familiarilalem contraxi ulteriorem.... Interim Willelmiim Suessionensem, qui ad
expugnandam, ut aiunt sui, logicae vetustatem et consequentias inopinabiles
construendas et antiquorum sentcntias diruendas rnachinam postmodum fedi, prima
logices docili dementa et tandem iam dieta praeceplori appositi. Ibi forte
didicit idem esse ex contradictione, cum Aristotiles obloquatur, quia « idem
cum sit et non sit, non necesse est idem esse » (queste parole si trovano negli
Anni, pr., II, 4, 57 b 3: v. la Sez. TV, nota 614), et item, cum aliquid sit,
non necesse est idem esse et non esse. Nichil enim ex contradictione [82]
evenit et conlradictionem impossibile est ex aliquo evenire. Unde nec amici machina ima quel suo avversario,
denominato da lui Cornificio (v. subito appresso), il rappresentante di un
altro indirizzo, a quanto sembra, esagerato e astruso, nello studio della
logica, e lo designa con il nome imaginario di Sertor i u s 523 ). Ma a ciò si
aggiunge, oltre a notizie mal verificate circa un tal Davide, a ITirschau, e un
Giovanni Serio, a A ork r ’ 24 ), un’altra informazione ancora, che dobbiamo a
un autore della fine del secolo XII», cioè a Walter M a p e s, il quale nelle
sue poesie occasionalmente dimostra conoscenza delle personalità e delle
tendenze dominanti nelle scuole; costui menziona (con la osservazione, che il
maggior numero di seguaci lo ha Abelardo), oltre a Bernardo da Chartres, Pietro
da Poitiers e Adamo dal Petit—Pont, anche un certo Regina I d o, uno
straordinario sbraitone, che criticava tutti pellente urgeri potili ut credam
ex uno impossibili omnia impossibitia provenire [PI,, 199, 868], Anche a
prescindere dalla questione di determinare in che cosa inai potesse consistere
questa misteriosa machina, tutto il passo, del quale può anche ben darsi che il
testo sia guasto, mi è rimasto assolutamente incomprensibile; tutto quel che
risulta da un altro passo (v. appresso la nota 624), è che si tentav f di
riattaccare a quelle parole di Aristotele i sillogismi ipotetici. ) Enthet.,\.
116 ss. |PL, 199, 967-8]: Si i/uis credatur logicus, hoc satis est ; Insanire
putes potius. quam philosophari, Seria sani etemm cuncta molesta nimis.
Dulcescunt nugae, vultum sapientis abhorrent, lormenti geritts est saepe videre
librum. Ablactans nimium tencros Sertorius olim Discipulos Jerlur sic docuissc
suos ; Doctor mini juvrnum prelio compulsila et aere Pro magno docuit munere
scire nihil. tuo ), 1THKMI1 Ann ? liì Uirsaugienses, ann. 1137 (ediz. di S. Gallo.
1690, I, p. 403): David.... monachicum habitum suscepil.... Scripsil quaedam
non spernendae lectionis opuscolo.... de grammatica L. 1, in Perihermenias
Aristotelis libros duos. Che tuttavia le notizie di Tritemio abbiano scarso
valore, lo sanno tutt’ i competenti; d’altra parte è noto che le cose vanno di
gran lunga anche peggio per il 1 ITSEUS [John Pits, 1560-1616], il quale
spesso, quando non copiava il Lei and [John Leland (Leyland, Laylonde),
antiquario inglese m. 1552], inventava semplicemente menzogne, sicché forse
neanche vai la pena di ricordare quel ch’egli dice. De illustribus Anghae
scriptoribus. p. 223 s. (ad ann. 1160): Joannes Serio dictus magister Serio....
ex Eboracensi canonico Jactus est.... Fontanus Abbas.... Scripsit.... de aequivocis
diclionibus librum unum, de univocis dictionibus librum unum. e appiccò
Porfirio alla l'orca (laqueo suspendit), sicché potremmo forse ravvisare in lui
quel Comifìcio di cui parla Giovanni da Salisbury [e da altri diversamente
identificato; cfr. la nota del Webb alla p. 8 della sua ediz. del Metalogicus]
; menziona inoltre, insieme con Robertus Pullus, un Manerius, estremamente
sottile, mi arguto Bartolomeo e un Roberto Amici a s 525 ). Si può anche
ricordare che la poesia finisce con la cacciata dei monaci dalle scuole dei
filosofi 528 ): e c’è del pari un’altra poesia, che appartiene press’a poco
alla stessa epoca, e rappresenta con molto spirito il contrasto fra il pretume,
dedito ai piaceri del senso, e la fine cultura logica 527 ). 5 “) The latin poems
commonty attributcd to Walter Mapes, collected and edited by TnOMAS Wrigiit
(Londra, 1841-4), dove uella Introduzione è anche esposto quel che di più
preciso risulta sul conto di Walter Mapes. In una delle poesie, Metamorph.
Goliae, v. 189 ss. (p. 28), si trova il passo seguente: Ibi doctor cernitur
ille Carnotensis, Cujus lingua vehemens truncat vclut ensis ; Et hic praesul
praesulum stai Pictaviensis, Prius et nubenlium [studenlium ?] miles et
castrensis (seguono i versi cit. più sopra, nota 442).... [v. 199 ss.)
....Celebrem theologum vidimus Lumbardum ; Cum Yvone, Helyam Petrum (entrambi
grammatici), el Bernardino [p. 29], Quorum opobalsamum, spiralo*, el riardimi. Et professi plurimi sunt
Abaielardimi. Reginaldus monachus dumose contendit. Et obliqui s singulos verbi
s comprehendit ; Hos et hos redarguii, nec in se descendit. Qui nostrum
Porphyrium laqueo suspendit. Roberlus theologus corde vivens mando Adest, el
Manerius quem nullis secando ; Alto loquens spiritii el ore profundo. Quo
quidem subtilior nullus est in rnundo. Hinc et Bartholomaeus faciem acutus.
Retar, dialecticus. sermone astutus, Et Robertus Amiclas simile secutus, Cum
hiis quos praetereo, populus minutus. 5 -’) Ibid., v. 233 (p. 30): Quidquid
tantae curiae sanctione datur. Non
ceda t in irritum, ratuni habealur ; Cucullatus igitur grex vilE pendatur. Et a
philosophicis scolis expellatur. — Amen. 5 “') De presbytero et logico
(parimente edito dal Wrigiit, op. cit., p. 251 ss.) in 216 versi, dove a dire
il vero non si trova alcun contributo d’ informazione storica per il nostro
intento. Il contrasto degl indirizzi ha p. es. la sua espressione nei versi 29
ss.: Logicus: «Fallis. fallis, presbvter, coelum Christianum, Abusive loqueris.
laedis Priscianum; Te probo falsidicum, te probo vesanum»; ....Presbyter. «
Tace, tace, logice ; tace, tir fallator; Tace, (lux insaniae, legis vanne lator
;....» Log. — « Peccasti, sed gravius adjicis peccare. Legem hanc adjiciens
vanam nominare; Sanum est, dissercre nel gramC. Prantl, »S 'torio, della logica
in Occidente, H. [§ 38. — Il così detto
Cornificio, oggetto della polemica di Giov. da Salisbury]. — Ai già nominati si
unisce finalmente ancora tutto quell’ indirizzo, che Giovanni da Salisbury,
volendo combattere non contro la persona, ma esclusivamente contro la cosa,
qualifica con il nome simbolico di Cornificio 528 ). I numerosi passi dov’egli
rammenta questo suo avversario o i seguaci di lui, coincidono in un punto, che
è questo: c’erano cioè parecchi, i quali a priori respingevano come inutile
ogni tecnica della parola nudrita di pensiero (eloquentia o logica), perchè
tutto ha fondamento nella disposizione naturale, e pertanto, chi possieda
questa, senza punta tecnica, tocca da se medesimo il segno, e invece chi non ha
talento, non fa progressi neanche in grazia della teoria 629 ). E quando si
soggiunge che questi « filosofi di mutilare, — Si insanum reputai, velim dicas
quare». Prcsb. — « Dco est udibile vestrum argumentum ; Ibi nulla veritas,
toturn estfigmentum ;», o p. es. ai versi 129 ss.: Log. —« Audi, inter phialas
quid philosopharis ; follus, non philosophus, bine esse probaris ; Stulto sunt
similia singola quac faris, [parte tua caream quarti ibi lucraris ]. Epicure lubrice, dux ingluviei,
Cujus Deus venter est, dum sic servis ei etc. ». 62S ) J OH. Saresb. Metal., I,
2, p. 14 [ed. Webb, p. 8|: Utique par est sine derogatione personae sententiam
impugnari ; nichilque lurpius quam cum sententia displicet aut opinio, rodere
nomea aucloris.... [9] Celerum opinioni reluclor, quae multos perdidit, eo quod
populum qui sibi credat habet ; et licei antiquo novus Cornificius ineptior
sii, ei tamen turba i nsipienlium adquiescit. — Polycr., I, Prol., p. 15 [16]:
Aemulus non quiescit, quonium et ego meum Cornificium habeo.... Quis ipse sit, nisi ab iniuriis temperet, dicam....
Procedat tamen et publicet, arguat meum ralione vel auctoritate mendacium [PL,
199, 828 e 388], Dal modo di esprimersi dello scrittore in questi due ultimi
passi, risulta come Giovanni non abbia fatto che trasportare simbolicamente il
nome di Cornificius da un personaggio del1 antichità al suo proprio nemico, e
può ammettersi con certezza che a ciò gli abbiano dato occasione le notizie di
Donato (Pila Virgilii, c. 17 s. : vedi le Opere di VIRGILIO, ed. Wagner, I, p.
XCIX s.), riguardo a un tale Cornificio, avversario di Virgilio « ob perversam
naturami> [cfr., nella ediz. Brummcr delle Vitae Vergilianae, il « Plenus
apparatus ad vitam Vergilii Donatianam», p. 31], 529 ) Ib., Metal., I, 1, p. 12
[ed. Webb, p. 6]: Miror ilaque.... quid sibi vull, qui eloquentiae negat esse
studendum.... p. 13 [8[: Cornificius noster, studiorum eloquentiae imperitus et
improbus impugnalor. — C. 3, p. 15 [10]: Fabellis tamen et nugis suos pascit
interim auditesta propria », avendo a disdegno F intiero trivio e quadrivio. si
son gettati sopra forme di attività pratica e sovra profitti pecuniari ;>3
°), sarebbe in ciò da riscontrare un indizio significativo, in quanto si
direbbe che tale corrente, non prendendo ispirazione da vedute clericali o
dommatiche bensì per effetto di un impulso pratico, si sarebbe mostrata avversa
al farraginoso viluppo della scienza scolastica, e avrebbe richiamato
l’attenzione sopra il valore immediato del talento individuale. Così potremmo
intendere tali manifestazioni come un preludio di tendenze svoltesi più tardi.
Qualora ci fosse lecito riferire al così detto Cornificio anche la notizia, che
taluni rigettarono le Categorie e la Isagoge come inutili libri elementari 531
), potremmo forse ritenere che il già tores quos sine artis beneficio, si vera
sunt quae promittit, fa ci et eloquentes et tramite compendioso sine labore
philosophos. — C. 5-6, p. 23 [20]: Neque erti rii. ut Cornificius, meipsum
docui.... Non est ergo ex eius sententia.... sludendum praeceplis eloquentiae ;
quoniam eam cunctis natura ministrai aut negai. Si ultra ministrai aut spante,
opera superflua et diligentia ; si vero negai, inefficax est et inanis. — C. 9,
p. 29 [26]: Eo itaque opinionis vergit intentio, ut non omnes mutos faciat.
quod nec fieri potcst nec expedit, sed ut de medio logicam tollal. — Ibid.. II,
Praef., p. 62 [60]: Logica, quam. etsi mutilus sit et amplius mutUandus,
Cornificius, parielem solidum eccoti more palpans, impudenter attemptat et
impudenlius criminatur. — Ibid., IV, 25, p. 181 [192]: Sed Cornificius nosler,
logicar criminator, philosophantium scorra, non immerito contemnetur. —
Enthel., v. 61 ss. « Quum sit ab ingenio totum, non sit libi curae. Quid prius
addiscas posteriusve legas ». Ilare schola non curai, quid sit modus ordove
quid sit. Quam teneant doctor discipulusve viam [l’L, 199: 827, 828, 833 837,
857, 931, 966], 530) j \Jctal. I, 4, p. 20 [15]: Alii autem Cornificio similes
ad vulgi professiones easque prophanas relapsi sunt; parum curantes quid
philosophia doceat, quid appetendum fugiendumve denuntiet ; dummodo rem
faciant, si possunt, recte ; si non, quocumque modo rem (Hor. Ep. 1, 1,
65[-6])....Evadebant illi repentini philosophi et cum Cornificio non modo
trivii nostri sed totius quadruvii contemptores IPL, 199. 831], 531 ) Ibid.,
III, 3, p. 123 [128]: Sunt qui librum islurn (cioè le Categoriae), quoniam
elementarius est, inutilem fere dicunt, et satis esse putant ad persuadendum se
in diabetica disciplina et apodictica esse perfectos, si contempserinl vel
ignoraverint illa, quae in primo commento super Porphirium anlequam artis
aliquid attingatur docel Boelius praelegenda [PL nominato Reginaldo fosse per
lo meno un rappresentante di questa tendenza 532 ), se non apparisse inutile,
con tante lacune nella conoscenza delle fonti, presentare semplici congetture.
Ma quale idea si fosse fatta lo stesso Giovanni della origine di siffatta
opposizione alla logica scolastica, è stato già più sopra indicato, alle note
52 s. [§ 39. — Giovanni da Salisbury: a) i suoi studi: il « Metalogicus»]. — Ma
così è venuto il momento di occuparci proprio di quello stesso autore, che già
tante volte abbiamo finora dovuto usare quale fonte, cioè di Giovanni da
Salisbury). Costui (morto nel 1180) aveva intrapreso lo studio della logica
alla scuola di Abelardo, lo aveva proseguito presso il già ricordato Alberico,
Roberto da Melun e Guglielmo da Conches, M2 ) È possibile che nella espressione
sopra citala « laquco suspendi!» (nota 525) si celi anche un’altra volta un
giuoco di parole con Cornificius e carni/ex. V. upprcsso, nota 545, un altro
giuoco di parole con cornicari. 693 ) Approfondite ricerche sopra Giovanni da
Salisbury, dal punto di vista della storia letteraria, sono state presentate da
Cristiano I’ETERSEN nella sua edizione dell’Uref/ietieus (Amburgo, 1843). La
monografia, nella quale Ermanno Reuter (Johann von Salisbury : Zur Geschichte
der christlichen Wissenschaft im 12. Jnhrhundcrl [G. da S. : Per la storia
della scienza cristiana nel 12° Secolo], Berlino, 18 12) ha tentato di svolgere
la dottrina di Giovanni, generalmente si risente dell’orientamento proprio
dell’Autore, e che è tanto sbagliato quanto estremamente insufficiente. Una
ricca esposizione della dottrina stessa la dobbiamo a C. ScHAARSCHMIDT, Joh.
Saresberiensis nach Leben und Studiai, Schriften und Philosophie [G. da S. ueda
vitu e negli studi, negli scritti e nella filosofia] (Lipsia, 1862): ma le
osservazioni ch’egli muove in questo suo libro (p. 303 ss.) contro il mio modo
di vedere, non in’ inducono per nulla a modificare la mia opinione, che trova
appoggio nelle fonti. — Le citazioni son fatte sulla base della edizione
complessiva di A. Giles (Oxford 1848, in 8°, 5 voli., dei quali il 3° e il 4°
comprendono il Policraticus, mentre il Metalogicus si trova nel 5°), sebbene
tale edizione non sia adatto compiuta con diligenza, e sia particolarmente da
rilevare conte essa, con la più assurda interpunzione, renda spesso difficile
l’intelligenza del testo (le necessarie modificazioni ce le introduco
tacitamente). [Qui sono aggiunti, per il Policraticus e per il Melalogicon, i
rinvii alle più recenti ediz., curate dal Webb. e seguite in massima nella
riproduzione dei testi]. poi entrò in relazioni scientifiche con Adamo' dal
PetitPont, ascoltò di nuovo lezioni di dialettica presso Gillierto de la
Porrée, di teologia presso Roberto Pulleyn [e Simon Pexiacensis], indi ritornò
agli Abelardiani, che nel corso di quei vent’anni nulla avevano appreso e nulla
dimenticato 534 ), e compose intorno al 1160 535 ) il suo Metalogicus, dove
principalmente espose le sue vedute relativamente alla logica. Giovanni ha
scritto, come dice egli medesimo, quest’opera sua soltanto a memoria,
frettolosamente e in breve tempo, dopo che da molti anni aveva interrotto i
suoi studi di logica, e fu suo intento non già di comporre un commento che
servisse a insegnare o a imparare, bensì essenzialmente di dimostrare la
utilità della logica, contro gli attacchi che le erano stati mossi, e così
difenderla 636 ). 534 ) Metal., II, 10, dove al passo citato più sopra (n. 521)
fa seguito (p. 79) [79]: Deinde.... [80] me ad gramaticum de Concilia
transtuli, ipsumque triennio docentem audivi. Viene appresso il contenuto della
precedente nota 522, e poi [82]: Reversus itaque.... repperi magistrum Gileberlum.
ipsumque audivi in logicis et divinis ; sed nimis cito subtractus est. Successa
Rodbertus Pullus, quem vita pariter et scienlia commendabanl. Deinde me excepit Simon Pexiacensis [J’issiacensis.
Pisciacensis, cioè da Poissy: è lecito congetturare eon lo Wcbb che si tratti
dello stesso Simone, di cui v. qui sopra. nota 54].... Sed hos duos in solis
theologicis habui praeceptores.... locundum itaque visum est veteres quos
reliqueram et quos adhuc diabetica detinebat in monte recisero socios, conferve
cum eis super ambiguilatibus pristinis, ut nostrum invicem ex collatione mutua
commeliremur profectum. Inventi suiti qui fuerant et ubi ; neque enim ad palmam
visi sunt processisse. Ad quaesliones pristinas dirimendas neque
propositiunculam unam adiecerant. — Ibid., Ili, 3, p. 129 [134]: Habui enim
hominem (cioè Adamo dal Petit — Pont: v. la nota 441) familiarem assiduitate
colloquii et communicatione librorum et cotidiano fere exercitio super
emergentibus articulis conferendi ; sed nec una die discipulus eius fui. Et
lamen Italico gratias, quod eo docente plura cognovi, plura ipsius.... ipso
arbitro reprobavi [PL, 199, 868-9 e 899]. Cfr. inoltre la nota 54. 53ó) V.
Petersen, loc. cit., p. VI e 73 ss. 63B ) Metal.. Prol., p. 8 [2]: Siquidem cum
opera logicorum vehementius tanquam inulilis rideretur, et me indignanlem et
renitenlem aemulus cotidianis fere iurgiis provocare!, tandem litem excepi et
ad.... cnlumnias.... studiti responderc.... [3] Placiti! itaque sociis ut hoc
ipsum tumultuario sermone dictarem ; cum nec ad sententias subtiliter . [b)
punto di vista utilitaristico, alla maniera di Cicerone. La divisione del
sapere ]. — Per lui il punto di vista decisivo è quello della utilità, e per
conseguenza dobbiamo già aspettarci di trovar in lui un eclettico, che procede
assolutamente senza scorta di principii 537 ). Dominato com’è anche lui dalla
pratica tendenza utilitaria, si distingue dal suo avversario Cornifichi,
soltanto perchè non rigetta, come costui, la dottrina delle scuole, bensì vuole
render pratica questa dottrina stessa; ma egli è filosofo tanto poco quanto
Cicerone, con il quale si trova in intimo accordo. Anzi fa anche espressamente
professione di aderire alla dottrina probabilistica di quella setta degli
Accademici, ch’era caldeggiata da Cicerone 63S ), e per conseguenza trova nella
utilità pratica il fine unico di ogni scienza 539 ). In tal senso si esprime
circa il peexaminandas nec ad verbo expolienda studium supcresset aut otium....
(p. 9) Nam ingenium hebes est et memoria infidelior quarti ut antiquorum (v. le
note 55 ss.) subtilitates percipere aut quae aliquando percepta sunt diutius
valeam retinere.... Et quìa logicae suscepì patro cinium. Metalogicon inscriptus est liber. Praef. p. 113 [117]: Anni fere vigilili elapsi sunt
ex quo me ah officiai» et palaestra eorum qui logicam profitrntur rei
jamiliaris avulsit angustia.... Unde me excusaliorem habendum pillo in bis quae
obtusius et incultius a me dieta leclor internet. Ergo procedat oratio. et quae
anliquatae occurrent memoriae de adolescentiae sludiis, quoniam iocunda aetas
ad menlem reducilur ctc. — III, 10, p. 156 [164]: ....pròpositura est ;
scilicet, ut potius aemulo occurratur, quarti ut in artes, quits omnes docenl
aut discunt, commentarli scribantur a nobis TP!, 199: 824, 889-90, 916], 1 ’
537 ) Reuter s’inganna a partito, quando parla di un « superiore punto di vista
filosofico», che Giovanni avrebbe assunto, elevandosi al disopra degl’
indirizzi allora contrastanti. ) I olycr., I, Pro!., p. 15 [1. 17] :
[cum]....in phitosophicis academice disputane prò ralionis modulo quae
occurrebant probabilia sectatus sim. Nec Academicorum erubesco professionem.
qui in bis quae sunt dubilahilia sapienti, ab eorum vestigiis non recedo. Licei
enim seda haec tenebras rebus omnibus videalur inducere, nulla ventati
examinandae jidelior et, auctore Cicerone qui ad eam in senectute divertii,
nulla profectui familiarior est. — Metal., II, 20, p. 102 [106]: qui me in bis,
quae sunt dubitabilia sapienti, Academicum esse pridem pro/cssus sum [PL, 199:
388 e 882|. 63 ") Metal., Eroi., p. 9 [4]: De moribus vero nonnulla
scienter inserui ; ratus omnia quae legiintur aut scribunlur inutilia esse,
nisi dantesco verbalismo e la sottigliezza dei dialettici, facendo uso di
termini così energici, che il più sistematico nemico della logica in generale,
non potrebbe pronunziarsi con maggiore veemenza 54 °); anzi persino in quelle
discettazioni sopra le Categorie, alle quali il suo maestro Gilberto s’era
dedicato, egli trova, pur essendo per molti lati d’accordo con lui (v. appresso
le note 582 ss., 593 ss. e 606 ss.), da criticare tuttavia qualche cosa, che
possa cioè scapitarne la conoscenza morale di noi stessi 5U ) : e trascinato
dal suo zelo per la teologia morale, qualifica la logica aristotelica, che pur
vuole difender contro chi l’attacchi, con il termine aslutiae, che siamo
abituati a veder usato dai nemici fanatici della filosofìa 542 ). quatenus
afferunl nliquod adminiculum vilae. Est enirn quaelibet professi philosophandi inutili et
falsa, quae se ipsam in cultu virlulis et vitae exhibitione non aperit [PL,
199, 825]. MO) Polycr., VII, 9, p. 110 [II, 123]: Suspice ad moderatores
philosophoruni temporis nostri....; in regula una aut duobus aut pauculis
verbis invenies occupalos. aut ut mullum pauculas quaesliones aplas iurgiis
elegerunt, in quibus ingenium sutim exerceant et consumatit aetatem. Eas tamen
non sufficiunt etwdare, sed nodum et tolam ambiguitatem cum ititricntione sua
per auditores suos transmittunt posteris dissolvendum.... Latebras quacrunt,
variant faciem, nerba distorquenl,... si in eo perstiteris, ut quocumque verbo
defluant et volvantur. quid velit, intelligas et quid sentiat [II, 124] in
tanta varietale varborum, et tandem vincietur sensu suo et capielur in verbo
oris sui, si substantiam eorum quae dicunlur attigeris firmiterque tenueris. —
lbid., 12, p. 122 [II, 136]: Erranl ulique et impudenler errant qui
philosophiam in solis verbis consistere opinantur ; erranl qui virtutem verbo
putant.... Qui verbis inhaerent, malunt videri quam esse sapientes.... [II,
137] quaestiuneulas movent, intricala verbo ut suum et alienum obducant sensum,
paratiores ventilare quam examinare si quid difficultalis emersit [PL, 199, 654
e 662]. Inoltre, la precedente nota 58. 511 ) Jbid., Ili, 2, p. 164 [I, 174]:
Inde est forte quod illi, qui prima totius philosophiae elemento posteris
tradcre curaverunt, substantiam singulorum arbitrati sunl intuendam,
quantilatem, ad aliquid. qualitotem, situai esse, ubi, quando, habere, facete,
et pati, et suas in omnibus his proprietates, ari intcnsionem admittant, et
susceptibilia sint contrariorum, et ari eis ipsis aliquid invenialur adversum
(queste ultime son tutte questioni discusse appunto da Gilberto: v. le note
489-509 [507]). Provide quidem haec et diligenter, etsi in eo negligentiores
exstiterint. quod sui ipsius notitiam in tanta rerum luce non asseculi sunt
etc. [PL, 199, 479]. 5! -) Jbid., IV, 3, p.
227 [I, 243]: Astutias Aristolilis, Crisippi acuMa se cerchiamo quindi di
scoprire quale sia la posizione che Giovanni assegna alla logica, dal punto di
vista di un ordinamento sistematico, vediamo una volta, relativamente alla
divisione delle scienze, accennato da lui un tono fondamentale, che ci ricorda
molto da vicino Ugo da S. Vittore (note 45 s.), designandosi come forze
ancillari, sotto la sovranità della divina pagina, le discipline meccaniche,
teoriche e pratiche, e con esse la filosofia che erige il saldo baluardo 543 )
: e a tal proposito è degno di nota che anche da Ugo il compito della logica è
trasferito nel perfezionamento della espressione verbale. E quando un altra
volta, tenendosi attaccato, nella maniera più lampante, a Gilberto (nota 465),
Giovanni distingue ima triplice funzione della ratio, — in quanto che l’uso
concreto di questa (modus concretivus) è rivolto alla natura sensibilmente percettibile,
Tattivita astrattamente analitica ( resolvere ) conduce alla matematica, e la
comparazione riferente (conjerre et rejerre) è compito della logica 544 ), —
già da ciò desumiamo l’attitudine di Giovanni ad afferrare a capriccio opinioni
varie di altri, e a metterle ancora, ecletticamente, una accanto all’altra.
mina, omniumque philosophorum lendiculas resurgens mortuus confutabat. Metal.,
Ili, 8, p. 141 [147]: Pithagoras naluram exculit, Socrates morurn praescribit
normam, Plato de omnibus persuader, Aristotile* argutias procurai [PL, 199. 518
e 906], Cfr. la nota 560.,,J3 ) Enthet., v. 441 ss.: Ilaec scripturarum regina
vocalur, eandem Divinam dicunt.... Haec caput agnoscil Philosophia suum ; Huic
omnes artes famulae ; medianica quaeque Dogmala, quac variis usibus apio videi,
Quae jus non reprobai, sed publicus approbat usus, Iluic operas debent
militiamque suam ; Practicus buie servii servitque theoricus; arcem Imperli
sacri Philosophia dedii [PL, 199, 971-5]. Riguardò a Ugo, cfr. più oltre la nota
555. 64 ‘) Ibid., v. 659 ss.: Res triplici spedare modo ratio perhibetur, Nec
quartum poluit meni reperire modani ; Concretivus hic est, alius concreta
resolyit, Res rebus confert tertius atque refert ; Naluram primus, mathesim
medius comilatur, Vindical extremum logica sola sibi [c) punto di vista retorico, come in
Cicerone. Grammatica e dialettica ]. — Ma invero per la logica il punto di
vista propriamente eclettico è il punto di vista retorico, perchè questo si
libera di tutte le difficoltà che si possono presentare nelle questioni
filosofiche fondamentali: e così anche Giovanni è esonerato dalla fatica di
decidersi per ima data concezione filosofica, a preferenza delle altre. Senza
determinare più precisamente il posto della logica nel campo delle scienze, nè
discutere in base a una qualsiasi veduta, pur che fosse una e ben definita, la
relazione del pensiero subbiettivo con la obbiettività o con la forma della
espressione verbale, egli può qui accontentarsi di opporre ai nemici della
logica, sfoggiando una ricca colorita varietà di frasario, e traendo partito
dalla solita tradizione scolastica, il concetto e il valore della « eloquentia»
64S ). La maniera in cui il pensiero si atteggia rispetto alla espressione
verbale, è qualificata mercè un fioretto retorico, parlandosi di un « dolce e
fecondo connubio» della ragione e dell’eloquio 546 ), nè diverso valore ha
l’altra frase, che cioè le proprietà delle cose « ridondano» nelle parole: e
data l’affinità che sussiste fra le cose e ciò che di queste si dice
[.sermones] (lo stesso 5Ji ) Melai.. I, 7, p. 24 [21]: Cornicatur haec domus insulsa (suis
tamen verbis ) et quarti constai totius eloquii contempsisse praecepta.... [22]
Ait cairn : Superflua sunl praecepta eloquentia, quoniam ea naturaliler adest
aut abest (nota 529). Quid, inquarti, falsius ? Est enim. eloquentia facullas
dicendi commode quod sibi cult animus expediri.... (p. 25) Ergo cui facilitas
adest commode exprimendi verbo quidem quod sentii, eloquens est. Et hoc
faciendi jacultas rectissime eloquentia nominatur. Qua quid esse praeslantius
possit ad usum, compendiosius ad opes. fidelius ad gratinai, commodius ad
gloriam, non facile video [PL. 199. 834]. M6) lbid., I, 1, p. 13 [7]: Ratio,
sciattine virlutumque parens..., quae de verbo frequentius concipil et per
verbum numerosius et fructuosius parit, aut omtrino sterilis permanerei aut
quidem infecunda, si non conceptionis eius fructum, in lucem ederet usus
eloquii; et invicem quod sentii prudens agitano mentis hominibus publicaret.
Haec autem est illa dulcis et fructuosa coniugatio rationis et verbi, quae etc.
[PL si legge in Abelardo — cfr. la nota
308 —, e qualche cosa di simile in Gilberto — cfr. la nota 457), si tratterebbe
semplicemente di possedere in mente una quantità di cose, e in bocca una
quantità di parole 547 ). Insomma per Giovanni il punto di vista più essenziale
è rappresentato dalla consistenza dei mezzi, che s’abbiano una volta a
disposizione, appropriati per la manifestazione del pensiero con il discorso, e
pertanto la « logica nel significato più esteso» della parola, è da lui
definita in termini ciceroniani come ratio loquendi vel disserendi, onde è di
sua competenza l’addestramento all’uso del discorso (magisterimn sermonum): e
qui essa, mentre da un lato rivela la propria utilità, dall’altro lato tiene
anche il primo posto fra le arti liberali, poiché in quella più vasta accezione
comprende anche la sfera della grammatica 548 ). Ma mentre con ciò si
renderebbe tuttavia manifesta la esigenza di una più rigorosa determinazione,
in ordine a questa estesa definizione, della relazione reciproca tra grammatica
e logica (cfr. subito appresso la ) Ibid., 16, p. 42 [39]: Natura enìm copiosa
est et ubertatis suae pratiam Immotine mdigentiae facit. Inde ergo est, quod
[401 pròpnetas rerum redundat in voces, dum ratio offertat sermone, rebus de
quibus loquUur esse cognatos. — Polycr., VII, 12, p. 124 fll. 1391 A telili
cairn utilius, nichil ad gloriam aut rcs adquirendas com'modius inventati quam
eloquenza quae ex eo plurimum comparatile si rerum ln r re copia sit ver,l °
rum fPL, 199, 845 e 6631. etuTrìJ, 1 ': 10 ’ P ‘ w 8 [ 2 J ]: Est ita ^ e lo *
ica ' ). Ma poiché
ciascun’argomentazione o disputa consiste di espressioni verbali, si la ora la
distinzione — in maniera simile che in Abelardo (nota 271), e tenuto conto di
questa definizione più ristretta (cfr. invece la nota 548) — fra la grammatica,
che tratta soltanto della dictio, e la dialettica, che ha per oggetto e
contenuto i dieta : ma a tal proposito, con atteggiamento di puro indifferentismo,
si qualifica come irrilevante la questione se si tratti qui del profferire, o
di quello che vien profferito 556 ). E mentre Giovanni a ciò novamente
ricollega la parcisecundo super Porphirium asserii (p. 47 [PL, 64, 73; ed.
Brandt, 140]), est orlus logicai disciplinae. Oporluit enim esse scientiam quae
veruni a falso discerncret. et doceret quae ratiocinatio veram teneat similari
i disputarteli, quae verisimibm, et quae fida sit, et quae debeat esse suspecta
; alioquin veritas per ratiocinantis operam non poterai diveniri. — I, 15, p.
41 [39]: Diabetica autem id dumtaxalaccentai. quoti verum est aut verisimile,
et quicquid ab his longius dissidet ducil absurdum [PL. 199: 857, 858 e 844].
5M) ihid.. II, 3. p. 65 [64]: Profecta igitur hinc est et sic perfecta scientia
disserendi ; quae disputandi modos et rationes probationiim aperit...; aliis
philosophicis disciplinis posterior tempore, seti ordine prima (parimente Ugo
da S. Vittore, nota 46: e cfr. la nota 543). Inchoanlibus enim philosophiam
praelegenda est, eo quod vocum et intellectuum inlerpres est. sine quibus
nullus philosophiac articulus recte procedil in lucern [PL, 199, 859]. 5M )
lbid., 4. p. 67 [65] : Est autem diabetica, ut Angustino placet (v. la Sez.
XII, nota 30), bene disputandi scientia.... Est autem disputare, aliquid eorum,
quae dubia sunt aut in [66] contradictione posila aut quae sic rei sic
proponunlur catione supposita probare rei irnprobare ; quod quidem quisquis ex
arte probabiliter facit, ad dialectici pertingil metani. Hoc autem ei nomea
Aristotiles auctor suus impostili, eo quod in ipsa et per ipsam de diclis
disputatile : ut enim gramatica de diclionibus et in dictionibus. teste
Ilemigio (Sez. precedente, nota 172), sic ista de dictis et in diclis est. Ilio
verbo sensuum P rln ~ cipaliter : sed linee examinat sensus verborum ; nani
lecton [aev. .ov] graeco eloquio (sicut ait Isidorus) (Sez. precedente, nota
27) dietum appellalur. Sire autem
dicatur a Graeco lexis [>.£''.;], quod locutio interpretalur.... site a
lecton [)£Xt6v], quod dietum nuncupatur. non multum refert ; cum ex aminare
loculionis vim et eius quod dicitur veritalem et sensum. idem aut fere idem sit
; vis enim verbi sensus est. — III, 5, p. 137 [142]: Est autem res de quo
aliquid, dicibile quod de aliquo, dictio quo dicitur hoc de ilio : e a ciò fan
seguito le parole sopra citate, alla nota 207 [PL. zione delia logica, venuta
in voga nella scuola, da Boezio in poi 537 ), la conoscenza ch’egli ha di
Aristotele, lo porta in pari tempo a distinguere tra apodittica e dialettica:
in tale distinzione tuttavia, neanche la prima delle due reca in se stessa una
propria interna finalità, bensì rimane pur sempre come cosa essenziale la
utilità della logica, così divisa, nella sua totalità 558 ). [d) conoscenza
compiuta . 66 [64]: Pro co namquc logica dieta est. quod rationalis, i. e.
rationum ministraloria et examinalrix est. Divisti eam Plato in dialeclicam et
rethoricam ; sed qui efficaci am eius altius metiuntur, et pitica attribuunt.
Siquidem ci demonstrativa. probabilis et sopii'stira subicmntur, ecc., in piena
conformità con Boezio (v. in Sez. XH, nota 82). Così pure 5, p. 68 [67]:
Demonstrativa. probabilis, et sophistica, omnes quidcm consistimi in inventione
et iudicio, et itidem dividentes, diffinientes, et colligentes, domestici
rationibus utuntur : v. ibid. la nota 76 [PL, 199, 859 e 861], yotq Uiid.. II,
14, p. 85 [87]: Principia inique dialecticae probabilia sunt ; sicut
demonstralivae necessaria . — III, IO, p. 152 [160]: Sophisma est sillogismus
litigatorius ; philosofimn vero, demonstrativus ; argumentum aulem. sillogismus
dialecticus ; sed aporisma (v. la Scz. IV, nota 33), sillogismus dialecticus
contradictionis. Horum omnium necessaria estcognitio, et in facultatibus
singulis perutilis est exercilalio. — p. 154 [162]: Sic simrum instrumentorum
necessc est logicum expedilam habere faciillatem, ut scilicet principia
noverii. probabilibus habuntoo et inducendi omnes ad manum habeat rationcs [PL
iiosce più gli scritti logici parzialmente, e soltanto per sentito dire, è da
lui qualificato come vero duce (campiduc- tor) di tutti gli studiosi di logica,
e in ogni caso, sebbene con le riserve dovute all’autorità della fede cristiana
e della teologia morale, come maestro dell’arte di disputare 559 ): al
ciceroniano Giovanni, cioè, manca naturalmente il senso dell’ intimo valore
filosofico della logica aristotelica, nella quale scorge invece soltanto una
tecnica estrinseca: e perciò è anche sua opinione questo ci fa ricordare la espressione su
ricordata (nota 542) « astu- tiae» — che Aristotele mostri maggior vigore nella
polemica contro altri, che non nella costruzione positiva della sua propria
dottrina 58 °). Prese le mosse dalla tesi che la logica, come tecnica dei
discorsi ( sermones ), comprendendo inventio e iudicium (Sez. XII, nota 76), è
lo strumento di tutte le discipline, per la quale ragione appunto Aristotele si
è meritato di essere soprannominato « il Filosofo » 581 ), Giovanni con- 559 )
Ihid., Ili, 10, p. 147 [154]: Rei rationalis opifex et campi- doctor (Giles
legge campi doctor [PrantJ, campiductor ]) eorum qui lo- gicam profitentur.
Campidoctor (come sopru) itaque Peripateticae disciplinae, quae prae ceteris in
veritatis indaga- lione laboret, infelicem summam operis dedignatus, taluni
compqnil (allusione a Hor. Ars poet., v. 34); cerlus quoti cuiusque operis per-
fectio gloriam sui praeconalur aucloris. — IV, 23, p. 180 [] : Sicul optimus
campidoctor (qui anche il Giles dà la lezione corretta [ campiductor ]) hunc ad
infcrendam pugnimi, illum inslruit ad cau- telam. — 27, p. 183 : Nec tamen
Aristotilem ubique bene aut sensissc aut dixisse protestar, ut sacrosanctum sit
quicquid scripsit. Nam in pluribus [194], optinente ratione et auctoritatc
fidei, con- vincitur errasse . linde sic accipiendus est, ut ad promovendos iu-
vrnes ad gravioris philosophiae instituta doctor sit, non morum sed
disceptaiionum [PL, 199: 910, 915-6, 930, 932], 5 ““) Ibid., III, 8, p. 141
[147]: Aristotilem prue ceteris omnibus tam aliae disserendi ratiocinationes
quam diffiniendi titulus (cioè il contenuto del 6° Libro della Topica)
illustrarci, si tam patenter astrarrei propria quam potenter destruxil aliena
[PL, 199, 906], M1 ) Enlhel., v. 821 ss.: Magnus Arisloleles sermonum possidet
artes Et de virtutum culmine nomen habvt. Judicii libros componil et inve-
niendi Vera, facultales tres famulantur ei; Physicus est moresque docet, sed
logica servii Alidori semper officiosa suo ; Haec illi nomen proprium Jacit
esse, quod olim Donai amatori sacra Sophia suo ; Nam qui prae - sidera
l’intiero Organon in una maniera che perfettamente si accorda con il modo di
pensare di Abelardo (note 271 ss.); Aristotele cioè avrebbe ricevuto dalle mani
dei grammatici la semplice vox significativa, della quale avrebbe preso a
trattare nelle Categorie, in tal guisa che essa possa poi (De Interpretatione)
venire considerata come elemento della complessa struttura del giudizio, e a
ciò possa far seguito Io svolgimento di quanto si attiene alla inventio e al
iudicium ; la Isagoge compilata da Porfirio [per introdurre] alla prima di queste
parti principali, appartiene al tutto, proprio soltanto quale introduzione, e
non si deve, come si suole da molti (note 56 ss.), farne per così dire la cosa
principale 562 ). Così però si opera nell’Organon anche una nuova divisione in
due gruppi principali, in quanto che la Isagoge, le Categorie e il De interpr.
posson valere solamente da gradi preparatorii (praeparaticia artis), essendo
tali libri ad artem, piuttosto che de arte, laddove la tecnica vera e propria,
nella quale la inventio e il iudicium trovano la loro piena esplicazione, si
presenta nelle tre opere celiò, liluli communis honorem Vindicat. — Metal., II,
16. p. 88 [90]: fìrnnes se Aristotilis adorare vestigio gloriantur ; adeo
quidem, ut communi' omnium philosophorum nomea praeminentia quadam sihi
proprium fecerit. Nam et antonomasice, i. e. excellenter. Philo- sophus
appellatile [PL, 199: 983 c 873], 562) jVf e (a/., II, 16. p. 89 [90]: Ilic
ergo (cioè Aristotele) proba- bilium rationes redegit in artem et, quasi ab
dementis incipiens, usque ad propositi perfectionem evexit. Hoc autem pianura est his qui
scru- tantur et diseutiunt opera cius. Voces enim primo significativas. i. e.
sermones incomplexos, de gramolici menu accipiens, differentias et vires eorum
diligenler exposuit, ut ad complexionem enuntiationum et inveniendi
iudicandique scientiam facilius qccedant. Sed quia ad lume elementarem librum
magis elementarem quodammodo scripsit Por- phirius, eum ante Aristotilem esse
credidii antiquitas praelegendum. Recte quidem, si recte doceatur ; i, e. ut
tenebras non inducal [91] erudiendis nec consumai aetatem,,.. linde quoniam ad
aliu introduclorius est, nomine Ysagogarum inscribitur. Itaque inscriptioni
derogant qui sic versantur in hoc, ut locum principalibus non relinquant [PL,
principali: Topica, Analitici e Soph. Elenchi 563 ). Ma proprio per rispetto alla inventio e al iudicium,
risulta di nuovo un altro punto di vista da adottar quale principio della
partizione, in quanto che la Topica, insieme con i libri precedenti, riguarda
prevalentemente e fondamentalmente la inventio, laddove alla stessa maniera
Analitici e Soph. El. debbono servire al iudicium ; tuttavia neanche si
potrebbe daccapo mantenere rigorosamente questa partizione (della quale poi non
sappiamo davvero perchè in generale sia stata assunta come fondamentale),
perchè alla inventio contribuiscon pure gli Analitici e i Soph. El., e
viceversa anche la Topica giova al iudicium 564 ). D’altra parte, oltre a tutto
ciò, troviamo che Giovanni, per far intendere che cos’è l’Organon, utiM3 ) Dopo
che cioè nel lib. Ili, cap. I, del Metal, si è trattato della Isagoge, nei cap.
2 e 3, delle Categorie, c nel cap. 4, del De interpr., al principio del c. 5,
p. 134 si legge: Artis praeparalitia
praecesserunl, ad quam suus opifex et quasi legislator rudem omnino tironem
irreverenter el, ul dicisolet, illotis manibus non censuit admittendum....
Utilissima quidem sunt et, si non satis proprie dicantur esse de arte, satis
vere dicuntur esse ad artem : parum autem refert, si magis dicatur ari sic. Ipsum itaque quodammodo corpus
artis, deditctis praeparatiliis, principaliter consistit in tribus ; scilicet
Topicorum. Analeticorum. Elenchorumquc notitia; his enim perfecte cognitis, et
habitu eorum per usum et exercilium roboratis, inventionis et iudicii copia
suffragabitur in omni facultate tam demonstratori quam dialectico et sophistae
[PL, 199, 902]. M4 ) Ibid., IV. 1, p. 157 [165]: Unde cum inventionis
instrumenta procurasset et usum. quasi in conflatorio setlens, examinatorium
quoddam studuit cadere, quo diligentissima fieret examinatio rationum. Ilic
autem est Analeticorum liber, qui ad iudicium principaliter special, et lanieri
ad inventionem aliquatcnus proficit. Nani [166] disciplinarum omnium connexae
sunt rationes, et qucelibel sui perfectionem ah aliis mutuatur. — III. 5, p.
134 [139]: Scientia Topicorum. quae, etsi inventionem principaliter instruat,
iudiciis tamen non mediocriler sujjragatur.... Siquidem sibi invicem universa contribuunt. coque in
[140] proposito facultate quisque expeditior est, quo in vicina el cohaerente
instructior fueril. Ergo et tam Analetice quam Sophistica conferunt inventori,
et Topice itidem conducit indicanti ; facile tamen adquieverim singulas in suo
proposito dominari et accessorium esse beneficium cohaerentis. — IV, 8, p. 164
[173]: Licei ad iudicium maxime dicatur hacc scientia (se. demonstrativa)
pcrtinere, invenlioni tamen plurimum conferì [PL izza una similitudine, e
compiutamente la svolge, facendo corrispondere alle lettere dell’alfabeto le
Categorie, e alle sillabe il libro De interpr. 56S ); fa poi seguito la Topica,
che rappresenta la parola (dictio) e v’incliiude la colleclio degli elementi
566 ) : e ciò anzi in tal guisa, che, procedendo lo sviluppo nel senso di una
costante ascesa, a fondamento di tutta quanta la logica stia il primo libro
della Topica 567 ), e cosi poi il libro ottavo corrisponda alla connessione
della proposizione ( constructio, espressione di Prisciano — cfr. la nota 273),
ond’è proprio questo il libro, in cui si dà la scalata al punto culminante
della logica, ed esso, al paragone di tutta la letteratura moderna (dei moderni
: v. le note 55 ss.), dev’essere qualificato come lo scritto di gran lunga più
utile 588 ). Gli Ana5C5) Jbid., Ili, 4, p. 130 [135]: Libcr Pcriermeniarum, vel
potius Periermenias (v. la Sez. precedente, nota 33), ratione proporlionis
sillabicus est, sicul Praedicamenlorum elementarius ; nam dementa ralionum,
quae singulatim tradii in sermonibus incomplexis. iste colligil, et in modum
sillabae comprehensa producit ad veri falsiquc signijlattionern. Tantae quidem
subtilitatis est habitus ab antiquis, ut in praeconium eius celebralum ferat
Isidorus (v. ibid. la nota 34), quia Aristotiles, quando Periermenias
scriplilabat, calamum in mente tinguebat [PL, 199, 899]. _ 66r >) Ibid.. 6,
p. 137 s. [143]: Sicul autem elementarius est Praedicamentorum, Pcriermeniarum
vero sillabicus, ila et Topicorum liber quodammodo dictionalis est. Licei enim in
Periermeniis agatur de simplici enunliatione, quae ulique veri falsine dictio
est, nondum tornea ad vim colligendi pertingit, nec illud assequilur. in quo
dialecllces praecipua opera versalur. Ilic vero prirnus est in rationtbus ex piicandis,
doctrinamquc facit localium argumentationum, et sequcntium complexionum pandit
initia ]PL, 199, 904]. _ 567 ) Ibid., 5,
p. 135 [140]: Odo quidem voluminibus clauditur, fiuntquc semper novissima eius
potiora prioribus. Primus autem quasi materiam praeiacit omnium reliquorum
[141] et lolius logicae quaedam conslituit fundamenta [PL, 199, 903]. 56S )
Ibid., 10, p. 147 [154]: Arma lironum siiorum locami m arena, dum sermonum
simplicium significationem evolverei et ilem cnunliationum locorumque naturam
aperiret.... Ut autem praemissae similitudinis sequamur proporlionem,
quemadmodum Categoriarurn clcmentarius, Pcriermeniarum syllabicus, proemiasi
Topici dictwnnles libri sunt ; sic Topicorum octavus constructorius est
ralionum, quorum eiementa vel loca in praecedentibus monstrala sunt. Solus
itaque versatur in praeceptis, ex quibus ars compaginatur, et plus confort ad
scientiam litici Primi, che si
riattaccano a quel libro stesso, vengono, con l’aggiunta di una barbarica
interpretazione [etimologica] del titolo (cfr. la nota 23 e la Sez. precedente,
n. 288), lodati bensì parimente per la loro utilità, ma nello stesso tempo
criticati tuttavia per la sterile loro forma, poiché non soltanto si trova lo
stesso contenuto svolto altrove (cioè evidentemente in Boezio, de syll. cat. e
Introd. ad syll. cat.) in forma molto più facile e penetrante, ma ancora perchè
quell’opera, in generale, con il suo stile conjusus e inintelligibile, è poco
meno che inservibile per dare all’argomentazione il suo apparato esteriore (ad
phrasim instruendam) : e però ci si doveva limitare a imparar a memoria le
regole in essa contenute (dunque press’a poco alla stessa maniera che troviamo
in Boezio, loc. cit. [direi che si riferisca alla nota 77 della Sez. XII,
richiamata nella nota — o, più precisamente, al seguito del testo
corrispondente, dove si parla di Boezio, come del primo autore di una logica,
indirizzata all’unico intento di far entrare un certo numero di regole nelle
teste dei più stupidi]), ma il rimanente si poteva lasciarlo da parte, come
loppa o foglie secche 589 ). disserendi, si memoriter habeatur in corde...
.quam omnes fere libri dialecticae, quos moderni patres nostri in scnlis legere
consueverant ; nani sine eo non disputatile arte., sed casu [PI]. 60 °) Jbid.. IV, 2, p. 158 [166]:
Analeticorum quidem perutilis est scienlia, et sine qua quisquis logicam
profitetur, ridiculus est. Ut
vero ratio nominis exponatur, quam Graeci Analeticen diclini, nos possumus
Rcsolutoriam appellare (questo è un pensiero che Giovanni ha preso da Boezio :
v. la Sez. XII, nota 77), familiarius tamen assignabimus. si dixerimus aequam
locutionem; nam illi anu « acquale », lexim « locutionem » dicunl. Frequens
autem est, cum sermo parum est inlellectus, et eum in notiorem resolvi
desideremus aequivalenter ; unde et interpres meus (probabilmente uno o l’altro
di que’ due traduttori, che abbiamo trovati più sopra, note 32 s.), cum verbum
audirei ignotum, et maxime in compositi », dicebat « Analetiza hoc » quod
volebat aequivalenter exponi . Ceterum, licei necessaria sit dottrina, liber
non eatenus necessarius est ; quicquid enim continet, alibi faci lius et
fidelius traditur, sed certe verius aut forlius nusquam. Siquidem et ab invito
fidem extorquel.... Porro exemplorum confusione et traiectione litterarum quas
tuoi de industria, tum causa brevilatis, tum E se è opinione di Giovanni che
questa incomprensibilità si manifesti per es. particolarmente neU’ultimo
capitolo degli Analitici Primi (Sez. IV, note 649 s.) 57 °), lo stesso biasimo
è da lui rivolto anche contro tutti quanti gli Analitici Secondi, soltanto con
raggiunta, che una parte di colpa ce l’ha forse la traduzione 571 ). Invece il
ciceroniano Giovanni si trova ora di nuov o, da buon retore, nel suo elemento,
con i Soph. Elenchi, che pertanto, staccati dalla Topica, egli colloca alla
fine dell’Organon; dice che nessun altro libro è più utile di questo per la
gioventù, e com’esso porge il più grande ausilio per la retorica (ad phrasin),
così va preferito anche ai due Analitici, perchè promuove, in maniera più
facilmente intelligibile, la eloquentia, cioè la espressione del pensiero
mediante la parola). Ma dalla Topica ne falsitas alicubi cxemplorum argueretur,
interseruit, coleo confusus est, ut cum magno labore co perveniatur, quoti
faciliime tradì potest. Sicut autem regulae utiles sunt et necessariae ad
scientìam, sic liber fere inutilis est ad frasim instruendam, quam nos verbi
supellectilem possumus appellare.... Ergo scientia memoriter est firmando, et verbo pleraque
excerpenda sunt ; ....quac alio commode transferunlur et quorum potest esse
frequentior usus. Reliquae coaequantur foliis sine fructu, et oh hoc aut
calcantur aul sua relinquuntur in arbore. (Qui fa seguito il passo citato più
sopra, nota 20). — Ibid., HI, 4, p. 132 [137]: Sunt autem pleraque quae, si a
suis avellas sedibus, aut nichil aul minimum sapiunt auditori; qualia fere sunt
omnia Analelicorum exempla, ubi litterae ponunlur prò terminisi quae, sicut ad
doclrinam profìciunt.. sic tracia alias inutilia sunt. Regulae quoque ipsae,
sicut plurimum vigorie habent a veritate doclrinae, sic in commercio verbi
minimum possunt [PL, 199, 916-7 e 900-11. 67 °) Ibid., IV, 5, p. 162 [170]:
Postremo agii de cognitione naturarum. Grande quidem capitulum et quod, licei
aliqualenus proposito conferai, fidem tamen prom issi nequaquam irnpìet. Unum scio, me huius capituli beneficio neminem in
cognitione nalurarum vidisse perfectum [PL, 199, 919], Il passo è stato citato
di già più sopra (nota 27). E72 ) Metal., IV. 22, p. 178 s. [188]: Sophisticam
esse dicium est, quae falsa imagine tam dialecticam quam demonslralìvam
acmulatur, et speciem quam virtulem sapientiae magis affettai.... Opus quidem
dignum Aristotile et quo aliud magis expedire diventati non facile dixerim ....
Frustra sine hac se quisquam [189] gloriabitur esse philosophum; cum nequeat
cavere mendacium aut alium deprehendere menlientem.... Unde et ad frasim
eoncilìandum et totius philosophiae in[di Aristotele], che contiene proprio il
fondamento della logica, sono scaturiti i rispettivi scritti di Cicerone e di
Boezio, come pure il libro di quest’ultimo De divisione (su questo punto non c’è
dubbio che Giovanni ha perfettamente ragione), il quale tra le opere di Boezio
occupa un posto particolarmente eminente 573 ). [e) la « ratio indijjerentiae »
come indifferentismo scientifico]. — Con questo ci siamo ora perfettamente
orientati riguardo al punto di vista di Giovanni, e in esso ravvisiamo certo
con buon fondamento un’accentuazione di quella, che Abelardo aveva chiamata
(nota 267) eloquentia Peripatetica ; e se nel rispetto filosofico già in
Abelardo aveva prevalso una conciliazione inorganica di opinioni opposte, anche
questo può ripetersi in più alto grado per Giovanni. È in verità un
atteggiamento coerente il suo, quand’egli, stando con l’attenzione rivolta in
modo esclusivo alla eloquenza dell’argomentazione, va in cerca persino di una
formula determinata, con cui elevarsi a tutta prima al disopra di quante
difficoltà potrebbero esser riposte in una salda posizione filosofica, che
fosse assunta nel contrasto fra le tendenze. Questa formula è la sua« ratio
indijjerentiae », vale a dire il procedimento del perfetto indifferentismo.
Egli cioè anzitutto, trattandosi della conoscenza delle cose che posson essere
oggetto dei discorsi (rerum praedicamenlalium : v. appresso vesligationes
sophisticae exercitatio plurimum prodest ; ita tamen ut veritas, non
verbositas, sit huitis excrcilii fructus. In eo autem michi videntur (se.
Elenchi ) Analelicis praejerendi, quod non minus ad exercitium conferunt et
faciliori intellectu eloquenliam promovent [PL, 199, 929-30], 57a ) Ibid.. Ili,
9, p. 145 [152]: Qui vero librum hunc (cioè la Topica aristotelica) diligentius
perscrutatur, non modo Ciceronis et Boetii Topieos ab his septem voluminibus
(cioè dai primi sette libri) erulos deprehendet. sed librum Divisionum, qui
compendio verborum et eleganlia sensuum inter opera Boetii, quae ad logicam
spectant, singularcm gratiam nactus est [PL, e dei discorsi stessi (sermonum),
richiama l’attenzione sopra la molteplicità di significato a cui i discorsi si
prestano, e osserva che questi all’epoca di Aristotele potevano avere un
significato diverso, perchè invero, secondo la sentenza oraziana, le parole van
via scorrendo in continuo mutamento, e solamente 1’ uso le fissa a questo o
quel modo). E sebbene ora si conceda che, a parità di significato, la
terminologia degli antichi sia più degna di reverenza, che non quella dei
moderni), in linea di principio tuttavia l’uso è più potente che non sia lo
stesso Aristotele: e perciò, in quanto venga in questione la verità di fatto
nella sua obbiettività, e con essa il senso reale delle parole, ben possono
anche sacrificarsi l’espressioni verbali, mentre d’altra parte, fin che la cosa
sia soltanto ammissibile, si può conservar insieme, del1 antica dottrina, e la
lettera e l’intimo significato 576 ). S71 ) Ibid., 3, p. 128 [133]: Profecto
rerum praedicamentalium et sermonum pcrulilis est notitia.... Et quia
multiplicitas sermonum plerumque inlelligentiam claudit, quoliens dicatur
unumquodque docci (se. Aristotiles) esse quaerendum.... Conlingit autem tractu
temporis, et adquiescente utentium voluntate, multipticitalem sermonum nasci
itemque extingui.... (p. 129) [134: Esse in aliquo] multiplicius dicitur quam
Aristotelis tempore diceretur ; et quae lune verbo aliquam. nunc forte nullam
habenl significalionem ; siquidem « Multa renascentur quae iam recidere,
cadentque Quae nunc sunt in honore vocabuia, si volet usus, Quem penes
arbitrium est et ius et norma loquendi » (Hor. Ars poet., v. 70 ss.) [PL, 199,
898-9J. “"') Ibid., 4, p. 131 []: Praeterea reverentia exhibenda est
verbis auctorum, cum culla et assiduitale utendi ; tum quia quondam a ma gnis
nominibus antiquitatis praeferunt maiestalem, tum quia dispendiosius
ignorantur, cum ad urgendum aut resistendum potentissima sint.... Licei itaque modernorum et
veterum sii sensus idem, venerabilior est velustas [PL, 199, 900]. 6,r ') Patet
itaque quod usus Aristotile potentior est in derogando verbis vel abrogando
verbo ; sed veritatem rerum. quoniam eam homo non statuii, nec voluntas Humana
convellit. Itaque. si fieri polest, artium verba teneantur et sensus. Sin autem
minus, dum sensus maneat, excidant verbo ; quoniam artes scirc non est
scriptorum verbo revolvero, sed nasse vini earum atque senlentias. Enthel., v. 27 ss.: Qui sequitur sine mente sonum,
qui verbo capessit. Non sensum, judex integer esse nequit : Quum vim verborum
dicendi causa minislrel, Ilaec si nescilur, quid nisi ventus erunl? [PL Già di
qua si desume che tale principio deve condurre a una maniera estremamente
comoda di fare sparir tutte le difficoltà che vengono a galla, perchè in tutti
questi casi basterà dire che la espressione verbale nel corso del tempo è
venuta ad assumere un significato diverso, oppure che in generale essa non ha
importanza. Cosi dice appunto Giovanni stesso (a proposito di una opinione di
Bernardo da Cliartres) che non è per lui di nessun momento il prender una
parola alla lettera, e che non c’è punta necessità di metter in armonia con un
singolo passo, in tal senso, anche tutti gli altri passi). E di fatto a questa
maniera la ratio indijjerentiae, ch’egli ritiene il punto di vista giusto anche
ai fini del tradurre (nota 32), prende forma, dov’egli si richiama a essa, di
esplicito metodo di negazione dello spirito scientifico. Poiché certamente è somma
leggerezza non soltanto il considerare, com’egli fa, « significare-» e «
praedicare » quali perfetti sinonimi, mentre Abelardo si era pure sforzato di
arrivare a una rigorosa definizione (nota 318), — ma anche il denotare, a tal
proposito, come cosa assolutamente indifferente che p. es. con gli aggettivi si
voglia intendere la qualità, ovvero l’oggetto che n’è qualificato; e
rimettendosi egli su questo punto per ciascun singolo caso a una benigna
interpretatio, fa valere le Categorie come un fondamento essenziale ad
avvalorare il suo procedimento, proprio perchè in esse si tratta, ora delle
parole significanti, ora delle cose significate 578 ). Similmente ) Metal.,
dove al passo che abbiamo già citato qui sopra (nota 93) fa seguito: Habet haec
opinio sicut impugnatores, sic defensores suos. Michi prò minimo est ad nomea
in talibus disputare, cum intelligentiam dictorum sumendam noverim ex causis
dicendi. Nec sic memoratam Arislotilis aliorumve auctoritates interprelandas
arbitrar, ut trahalur istuc quicquid alicubi dictum reperitur [PL, 199, 893].
57S ) Ibid., p. 122 : Ex quo liquel quoniam « significare », sicut et «
praedicare », multipliciler dicitur ; sed quis modus familiarissimus sit,
discernere palam est. Inde est, quod iustus et similia si comporta Giovanni, a
proposito di un passo aristotelico, e viene su questo punto, conforme alla sua
indifferentia o ratio licentiae, al risultato, che 1’ individuo singolo,
percettibile per mezzo dei sensi, può essere tauto predicato quanto
soggetto”»). E se nella trattazione di tali questioni siamo con Giovanni al
punto dove la logica finisce, prima di esser in generale neanche incominciata,
non può farci maraviglia che, presentandosi difficoltà un poco più riposte,
egli enunci subito con tutta disinpassim apudauctores rame dicuntur iustum,
nunc iustitiam significare vel predicare.... J Tale est iUud Aristntilis :
Qualitalem significant, ut album; quantilatem, ut bicubitum (Cai., 4: v. la
Sez. IV. nota 303 [dove la citaz. si arresta avanti le esemplifieaz. : Sinr/u
Xsuxiv...]; in Boezio [ad Ar. praed., I; PL, 64, 180], ) .Sic ulique quia
dantur a quahtale vel quanlitate, ila et qualitalem praedicant, quam apposita
demonstrant inesse subieclis ; inlerdum dicuntur significare quatta, quomam
apposilione sua declarant quali,i sint subiecta. Sed haec a se, si sit benignus
inlerpres, non multum distaili, etsi andito albusintelhgatur in quo albedo ;
cum autem albedo (licitar, non mteUigiturin quo talis color ; sed polius color
jaciens tale. Illud vero quod nudità voce concipit iniellectus, ipsius
familiarissima significalio est. 3, p. 122 s.: Quia ergo aut acquivoce aul
univoco aut denominative, ut sequmtur indifferentiae rationem, singula
praedicanlur, ipsaque praedicatio quaedam ratiocinandi materia est.
praedicamenlorum praemissa sunt instrumenta.... Rationem vero indifferentuie,
LI—“J quarti semper approbamus, liber iste commendai prue cetens ; etsi ubique
dilìgenter inspicienti manifesta sit. Agii enim nunc de sigmficantibus, nunc de
significati, aliorumque doctrinam J acU n nomuitbus aliorum [PL, 199, 894-5], «
Ih>d " 2 ;?‘ P'., 110 Mine forte est illud in Analeticis Aristomenes
intclligibihs semper est; Aristomenes autem non semper . ( Ar l al pr .,, I,
33; in Boezio [PL], p. 445). Et hoc quidem est singulariter individuum, quod
salum quidam munì posse de al,quo praedicari.... Ego quidem opinionem hanc
vehementernec impugno, nec propugno; nec enim multum referre arbitror, ob hoc
quod illam amplector indifferentiam in vicissitudine sermonum, sino qua non
credo quempiam ad mentem auctorum fidehter pervenire. Itaque hic. sicut et alibi,
executus est quod decet libertdium artium pracceptorem, ugens, ut dici solet.
Minerva pinguion [Cic. de Amie., V, 19] ut intelligeretur.... Quid ergo
prohihcl,uxta hanc licentiae rationem ea quae sunt sensibilia vel praedicari
vel subici? Nec opinor auctores hanc vim imposuisse sermoni, ut alligatus sit
ad imam in iuncturis omnibus signìficationem, sed doctnnaliter sic esse
locutos, ut ubique servianl inlelleclui Ino c ° n ‘™ n f!' !i '! mus est el Q upm ‘bi haberi prue ceteris ratio
exigit [PL. 149, 886-/]. V. inoltre appresso [il seguito, nella] voltura il suo
punto di vista, come p. es. quando, riguardo al giudizio universale, prende per
equivalenti la inerenza obbiettiva e la predicazione subbiettiva, e tutt’al più
ravvisa qui ima modificazione di terminologia, presentatasi nel corso del tempo
580 ). [f) la Isagoge. Concezione deglia universalia in re»]. — Se dopo di ciò
seguiamo nei loro particolari l’espressioni di Giovanni relativamente alla
sfera propria della logica, tenendo dietro al filo della partizione da lui
stesso assunta come fondamentale per l'Organon, — incontriamo in lui anzitutto,
come ben s’intende, nell analisi della Isagoge, cioè nella questione degli
universali, 1 estremo sincretismo o eclettismo, cbe sfocia da ultimo in una concezione
stoico-ciceroniana. Non già al punto di vista di un filosofo cbe stia al
disopra della unilaterale contesa tra i contrastanti indirizzi, bensì a
mancanza di acume filosofico o a faciloneria da retore praticone, s’informa
l’atteggiamento di Giovanni, quando qualifica come infantile tutta la disputa
sui concetti di genere e di specie : e invero, a tal proposito, egli si limita
a tirarsi indietro, riferendosi a quella molteplicità di significati delle
parole, di cui più sopra (note 574 s.) abbiamo fatto cenno : imperocché genere
e specie possono significare cosi il principio della generazione, cioè la base
ontologica delle cose, come anche il predicabile, cioè il valore logico dei
concetti universali 58 ^). E a quel modo cbe su questo punto m°) JHd„ IH, 4, p.
132 [137]: Quod dicitur „in loto esse allerum alteri “ vel .. 'in loto non esse
", et „universaliler aliquid de aliquo prae dicari '“ vel „ab aliquo
removeriidem est (cfr. la nota 16); frequens tamen usus est alterius verbi, et
alterius fere inlercidit, nisi quatenus ex condicto inlerdum admittitur. Fuit
/orlasse tempore Aristotilisutriusque usus celebrior, sed nunc prae altero
viget alterum, quoniam ita vu lt usus. Sic et in co quod dicitur contingens.
aliquatenus derogatimi est ei quod apud Aristotilem optinebat [PL, 199, 901]
(cfr.la nota 216). 581 ) lbid., 1, p. 116 s. []:... sed ad puerilem de genenbus
et speciebus.... inclinavit opinionem (s’intende Abelardo); malens in Giovanni
si appoggia al commento boeziano della Isagoge di Porfirio, così insomma è
ancor una volta, come vedremo (nota 602), in un passo isolato di Boezio che ci
si offre concentrata la opinione di lui, sicché anche in lui ritroviamo di
nuovo un argomento per provare quanto strettamente tutto il movimento degli
studi di logica in quell’epoca si tenesse attaccato a sentenze frammentarie
degli autori tradizionalmente più autorevoli. Perfettamente analogo
all’atteggiamento di Abelardo, che si riattaccava a un solo unico passo [della
versione boeziana del De inlerpr.] per avvalorare la duplicità del suo modo di
vedere [nella questione degli universali] (nota 286), è l’atteggiamento
complessivo anche di Giovanni, in quanto ch’egli presta agli universali un
valore ontologico, e logico al tempo stesso; con la sola differenza, che in lui
la confusione dei punti di vista è non soltanto più complessa e stravagante, ma
anche ben più contraddittoria che non in Abelardo. Giovanni, cioè, non soltanto
parla occasionalmente, quale teologo, intorno ai concetti di sostanza e di
essenza, alla stessa maniera che si trovano trattati questi argomenti nel
Pseudo-Boezio de Trin. e in Gilberto 582 ), ma anche in quello scritto ch’è
dedislruere et promovere suos in puerilibus quam in gravitate philosophorum
esse obscurwr.... Itaque sic
Porphirius legendus est, ut sermonum de quibus agitar, significatici teneatur,
et ex ipsa superficie habeatur sensus verborum.... Sufficiai ergo introducendo nosse quia nomen generis
multiplex est et a prima instilutione significai generationis prìncipium....
Deinde hinc translatum est ad significandum id, quod de differentibus specie in
quid pratdicatur (sopra questa terminologia abbreviata, v. la nota 282). Item
et species multipliciter dicilur ; nam ab instilutione formam significai....
Hin autem sumptum est ad significationem eius quod in quid de differentibus
numero praedicalur. (lutto ciò ha fondamento in Boezio [ad Porph. a Vict tranci
I 22: ed. Brandt, p. 66; PL, 64. 38], p. 22, e [od Porph. a se fransi, lì, 2:
ed. Brandt, p 171 ss.; PL, 64, 87-8] 57 s.).... Quid ergo sibi volunt [Webb:
voi in qui.... quicquid aliud exeogitari potest, adiciunt ?.... Vocabulorum
simpliciter aperiantur significai ioncs, apprehendatur illa quae proposito
congruit per descriptiones certissimas etc. [PL]. oS ") Epici. Quicquid
autem subsistit, sine dubìo in genere vel in natura vel in substantia manet.
Quum ergo essentiam cato alla logica, espressamente manifesta il suo accordo
con Platone e con il suo realismo ontologico, secondo il quale il vero essere
appartiene all’ intelligibile, mentre le cose concrete neanche son degne del
verbo «esse» 083 ). E com’egli all’erma quale base reale dell’essere la natura
non peritura della sostanza e la persistente efficienza della forma,
attenendosi in ciò pedissequamente al motto, trasmesso per antica tradizione «
singultire sentitur, universale intelligitur » 6M ), così a lui Gilberto è
guida, anche relativamente alla definizione della natura, e alla forza
plasticadella differenza specifica 686 ): Giovanni anzi si serve persino del
termine « jorma nativa » (cfr. la nota 467); nè parimente manca in lui, come
non manca in alcuno tra i realisti, il concetto di partecipazione 586 ) ;
infine la dicimus significare naturam, vel genus rei suhstantiam. intelligimus
ejus rei, qua e in his omnibus semper esse subsistat.... Quod si apud Graecos
expressam habent dififerenliam lutee, quae Ilio totics inculcata sunt, essendo,
natura, genus, substantia, cam expediri omnium arbitror interesse quamplurimum
[PL, 199. 162-3]. i > 83 ) Metal., IV, 35, p. 193 [204]: Plato quoque eorurn
quae vere sunt et eorum quae non sunl sed esse videntur, dififerenliam docens,
intelligibilia vere esse asseruit.... Unde et eis post essenliam primam reale
competei esse; i. e. firmus certusque status, quem verbum, si proprie, ponilur,
[205] cxprirnil substantivum ; temporalia vero videntur quidem esse, co quod
intelligibilium praetendunt imaginem. Sed appellatione verbi substanlivi non
satis digna sunt quae rum tempore transeunt, ut nunquam in eodem statu
permansavi, sed ut fumus evane scant ; fugiunt enim, ut idem ail in Thimaeo (p.
49 E), noe expeetant uppellutionem .... p. 195 [206]: Ideam vero.... sicut
aelernam audebat dicere, sic coaeternam esse negabal [PI., 199, 938-9]. 6M)
Enthet. Nulla perire potasi substantia, formaque jormae Succedens prohihet,
quod movet, esse nihil. Solis corporeis sensus carnalis inhaeret, Res incorporcae
sub ratione jacent [PL. 199. 987 e 992]. m ) Metal., I, 8, p. 26 [23]: Est
autem natura, ut quibusdam placet (evidente allusione a Gilberto: v. la nota
461), ( licei eam sit dijfinire difiìcile,) vis quaedam genitiva, rebus omnibus
insita, ex qua /arare vel [24] pati pnssunt. Genitiva autem dicitur, eo quod
ipsam res quaeque controllai, a causa suae generalionis, et ab eo quod cuique
est principium existendi.... (p. 27) Sed et unamquamque rem injormans specifica
differenza, aut ab eo est, per quem facta sunt omnia. aut omnino nichil est.
Esto ergo ; sit potens et ejficax vis illa genitiva, indita rebus originaliter
[PL, 199, 835—6]. 686 ) Énthet.. v. 395 ss.: Est idea potens veri substantia,
quae rem stessa concezione della individualità assume una forma tale, che vi
riconosciamo la distinzione di Gilberto tra dividila e individua 587 ). [g)
grossolano eclettismo, nella questione degli universali]. Ma, dopo avere udito
Giovanni pronunziarsi in tal maniera, che non lascia adito a equivoco EQUIVOCO GRICE,
abbiamo ragione di maravigliarci che egli, per il fatto che l’intelligibile non
può esser universale, ma può soltanto esser concepito universalmente, dichiari
che quella intorno agli universali è una disputa priva di oggetto, nella quale
si cerca di acchiappare la sostanzialità di un’ombra o di una nube fuggevole
688 ). Vien ora anche, per quel che riguarda la logica, dato formalmente
congedo a Platone, oltre che ad Agostino e a tutt’ i Platonici, per far posto
ad Aristotele, sia pure con l’aggiunta, a mo’ di consolazione, che la dottrina
di quest’ultimo può ben darsi Quamlibet informat ut Jacit esse, quod est ; Omne
quoti est vcrum, convinci! forma vel actus, Necfalsum clubites, si quid utroque
caret. Forma suo generi quaevis addirla tcnelur Et peragil semper, quicquid
origo jubet; Ergo quod informa nativa constai agilve, Quod natura mancns in
ratione rnonet Esse sui generis, veruni quid dicilur idque Indicai effectus aut
sua forma probat. — Polycr.. Iniplet autem haecvita omnem creaturam, quia sine
ea nulla est substantia creaturae. Omne enim quod est, eius participatione est
id quod est [PL]. Metal. Ergo si genera et species a Deo non sunt, omnino
nichil sunt. Quod si unumquodque
eorum ab ipso est, unum piane et idem bonum est. Sì autem quid unum numero est,
protinus et singulare est. Nam quod quidam unum aliquid dicunt, non quod unum
in se. sed quod multa unial expressa plurium conformitate, articulo praesenti
non derogant.... Omnis namque substantia acciden tium pluralitate numero
subest. Accidens autem omne et forma quaelibet itidem numero subiacet, sed non
accidentium aut formarum participatione, sed singularitate subiecti [PL, 199,
884], Polycr., VII, 12, p. 127 [II, 141]: Sicut in umbra cuiuslibel carpari,
frustra solidilatis substantia quaeritur, sic in his quae intelligibilia sunt
dumtaxat et universaliter concipi nec tamen univcrsaliler esse queunt,
solidioris existentiae substantia nequaquam invenitur. In his aetatem terere nichil agentis et frustra
laborantis est ; nebulae siquidem sunt rerum fugacium et, cum quaeruntur
avidius, citius danese uni [PL che non sia per nulla più vera, ma è comunque
his disciplinis magis accommoda [tale (v. la nota 589) è la espressione di
Giovanni, resa dal Prantl con le parole « fiir die logischen Partien passender
»] sa9 ). Vengon ora pertanto criticati tutti coloro, che nella Isagoge voglion
metterci dentro un modo di vedere ispirato al platonismo, o che in altra
maniera si scostano da Aristotele: e, richiamandosi nel modo più risoluto alla
sentenza aristotelica, che cioè gli universali non hanno per se stessi
esistenza separata, Giovanni respinge a priori qualsiasi teoria che parli di un
essere degli universali stessi 590 ), combattendo così in particolare, da
questo punto di vista, anche la teoria dello status 591 ). Ma se siamo ora
effettivamente curiosi di vedere come si risolva cjuesta contraddizione con le
tesi prima enunciate, il nostro stupore crescerà forse ancora di passo in
passo. Giovanni cioè anzitutto mette pur in prima linea P intellectus, in tal maniera
che, accordandosi quasi 58 B ) Metal., II, 20, p. 112 [115]: Licei Plato cetum
philosophorum grandetti et lam Augustinum quatti alios plures nostrorum in
statuendis ideis habeat assertores, ipsius lanieri dogma in scrutinio
universalium nequaquam sequimur ; eo quoti hic Peripateticorum principem
Aristotilem dogmatis huius principem prafilemur. Ei qui Peri palei ieorutn
libros aggredilur, magis Aristotilis sentendo sequenda est ; forte non quia
verior, sed piane quia his disciplinis magis accommoda 'est [PL, 199, 888], 60
°) Ihitl.. 19, p. 94 : Quasi ab adverso
pectentes (cioè i commentatori della Isagoge), veniunt contro menlem auctoris
et, ut Aristoliles planior sit, Platonis sententiam docent aut erroneam
opinionem, quae aequo errore deviai a sententia. Aristotilis et Platonis;
siquidem omnes Aristotilem profilentur. 20, p. 94: Porro hic genera et species
non esse, sed intelligi tantum asseruit (Anni, post., I, 22 e 11: v. la Sez.
Ili, nota 66, e la Sez. IV, nota 373) ....(p. 95) Ergo si Aristotiles verus
est. qui eis esse tollit. inanis est opera praecedentis investigationis....
[98] Quare [oul] ab Aristotele recedendum est, concedendo ut universalia sint
[oul....] [PL], e via dicendo. B91 ) Ibid., 20, p. 102 s. [106]: Sed esto ut
statimi aliquem generalem appellativa significent,... status ille quid sit, in
quo singola uniuntur, et nichil singulorum est, etsi aliquo modo somniare
possim ; lamen quotando sententiae Aristotilis coaptetur. qui universalia non
esse conlendit, non perspicuum habeo [PL, parola per parola con l’autore dello
scritto De intellectibus, non soltanto dà rilievo all’ intellectus coniungens
et disiungens, e in priino luogo principalmente alla forza dell’astrazione (
intellectus absirahens: v. la nota 432), — ma, respingendo anche la obiezione
che 1 intellectus abstrahcus sia illegittimo ( cassus : v. la nota 429),
rivendica all’ intellectus la facoltà di considerar le cose, altrimenti da quel
che sono in concreto (v. le note 432 s.): e con ciò designa l’astrazione, quale
condizione fondamentale di tutta la tecnica dell’intelletto : a tal proposito,
mentre si trova d’accordo con Gilberto (abstractim attendere: v. la nota 464),
va facendo uso altresì di espressioni che abbiamo trovate adottate dai
rappresentanti della teoria della indifferenza ( generaliter intueri, diverso modo
attendere: v. [per una terminologia analoga] le note 133 e 13/), e nello stesso
tempo viene a trovarsi ancora d’accordo, nel concetto del raccogliere le
somiglianze (v. le note 162 s.), con l’autore dello scritto De genenbus et
speciebus: anzi, con la risèrva che si tratta qui soltanto della facoltà
intellettiva subbiettiva, e che obbiettivamente nella natura gli universali non
esistono, si serve persino di quello, ch’era il ter min e invalso nella teoria,
da lui combattuta, dello status (v la nota 132) S92 ). ’*-) limi., 20, p. 95
[98]: Nec verendum ut cassus sii intellectus, qui ea percepent scorsimi a
singularibus, cum lumen a singularibus seorsum esse non possint. Intellectus
enim quandoque rem simpliciter tntuetur, velut si hominem per se intucatur...;
quandoque gradalim suis inceda passibus, ut si hominem albore.... contemplelur.
Et hic quidem dicitur esse compositus. Porro simplex rem interdum inspicit ut
est, ut si Platonem attendai, interdum alio modo ; nunc enim componendo quae
non sunt composita, nunc abstrahendo quae non possunt esse distancta. Ceterum
componens, qui disiuncta coniungit (l’esempio è HIRCOCERVVS [oltre che
centaurus]), inanis est ; abstra hens vero fidelis, et quasi quaedam officina
omnium artium. Et quiocm rebus
existendi unus est modus, quem scilicel natura conlulil, sed easdem
intelligendi aut significatali non unus est modus. Licet enim esse nequeat homo qui non sit iste vel
alias homo, intelligi tamen potest et significari. Ergo ad significationem
incomplexorum per abstra -Se così, in una variata scelta di motivi, ricavati
dalle opinioni di altri autori, si vedon convergere diversi fili, a formar la
concezione della operazione subbiettiva delT intelletto, deve ora riuscirci
inaspettato che a ciò si ricolleghi da capo il realismo di Gilberto: la
dottrina, cioè, secondo la quale la incorporeità qualifica gli universali
soltanto negativamente, laddove, rispetto al loro fondamento positivo, questi
debbono, come in generale tutte le cose, esser messi in relazione di dipendenza
da Dio; ma Dio ha creato la materia formata, vale a dire che tutte quante le
forme, sicno sostanziali sieno accidentali (v. questo punto in Gilberto, alle
precedenti note 461 s.), hanno da Dio il loro essere e la loro efficienza, e
così nell'atto onde sono state espresse le cose, ha predominato un riguardo ai
concetti delle specie, concetti che pertanto il cultore della logica non può
tener separati da Dio, ma in virtù dei quali « le cose son venute fuori [ma
Prantl rende « prodierunt » con « eingiengen»] dapprima nella loro propria
essenza, e appresso nell’intelletto umano» 593 ). In seguito a tale cauhentem
inteUectum genera concipianlur el species ; qaae tamen, si quis in rerum natura
dùigentius a sensibilibus remota quaerat, nichil aget et frustra laborabil; nichil
cnim tale natura peperit. Ratio autem ea deprehendil, substantialem
simililudinem rerum differentium perirnetans apud se. — Polycr., [I, 103]: InteUectus.... nunc quidem res ut
sunt, nunc aliter imudar, nunc simpliciter, nunc composite, mine disiuncta
coniungit, nunc coniuncta distroihil et disiungii. Si abstrahentem tuleris
inteUectum, liberalium arliurn officina peribit.... Sic hominem intellectus
attingit, ut ad neminem hominem aspectus illius descendat, generaliter intuens,
quod non nisi singulariter esse potest. Dum itaque rerum similitudines et dissimilitudines
colligit, dum differentium convenientias el convenientium dijfcrentias altius
perscrutata, multos apud se rerum invenit status, alios quidem universales,
alias singulares [PL]. Metal.: Sed et nomina, quae proemisi,,.incorporeum“ et
insensibile “, universalibus convenire, privativa in eis dumtaxat sunt, nec
proprietates aliquas, quibus natura universalium discernatur, illis attribuunt
; siquidem nichil incorporeum aut insensibile universale est.... Quid est autem
incorporeum quod non sit substantia creata a Deo vel ipsi concretum ? Valeanl
autem, immo salita mistica di quella clic Gilberto aveva chiamata forma
sostanziale, Giovanni ora può dire che la sostanzialità degli universali è
vera, soltanto riguardo alla causa cognitionis, e in pari tempo riguardo al
generarsi delle cose (natura), perchè ciascun ente, secondo ch’è situato a un
grado più basso nella Tabula logica, ha bisogno, per il suo proprio essere ed
essere pensato, di un altro ente, che si trovi rispettivamente a un grado più
alto; ma d’altra parte gli universali non hanno un essere, nè come corpi, nè
come spiriti, nè come individui). Cosi dunque Giovanni, mentre segue Gilberto,
crede di poter in pari tempo essere un aristotelico, e come ritiene di sfuggire
a quella non necessaria duplicazione di sostanze, ch’è una conseguenza della
concezione platonica), cosi dice nella maniera dispereant univcrsalia, si ei
obnoxia non sunt. Omnia per ipsum farla sunl, inique lam subiecta formarum quam
formae subiectorum.... Formae quoque, tam substantiales quam accidentales, habenl ab ipso ut sinl
et ut suos subiectis operentur effectus. Quod itaque ei obnoxium non est,
omnino nichil est. Ut enim ait Auguslinus, formatam creavit Deus materinm....
Eo spectat illud fìoetii in primo de Trinitate,.omne esse ex forma esl“ CuiUbet
ergo esse quod est, aul quale aut quantum est, a forma est. fundamenta iecit
Deus; et in ipsa expressione rerum habita est mentio specierum. Non illarum dico, quas logici fìngunt non obnoxias
creatori ; sed formarum in quibus res pròdierunl primo in essentiam suam, et in
liumanum deinde intelleclum. Nam hoc ipsum quod aliquid coelum aut terra
dicitur, formae. effectus est [PL]. Quod autern univcrsalia dicuntur esse
substantialia singularibus, ad causam cognitionis referendum est singulariumque
naturam (analogamente lo Scoto Eriugcna aveva, riferendosi agli universali,
fatto uso dell’espressioni causaliter ed effectualiler); hoc enim in singulis
patet. siquidem inferiora sine superioribus nec esse nec intelligi possunt....
Quia ergo tale exigit tale, et non exigitur a tali, tam ad essentiam quam ad
notitiam, ideo hoc illi substantiale dicitur esse. Idem est in individuis, quae
exigunt species et genera, sed nequaquam exiguntur ab eis.... Universalia tamen
et res dicuntur esse, et plerumque simpliciter esse ; sed non ob hoc aut moles
corporum aut subtilitas spirituum aut singularium discreta essentia in eis
attendendo est [PL]: Itaque detur ut sint univcrsalia, aut etiam ut res sint,
si hoc pertinacibus placet ; non tamen ob hoc rerum erit più esplicita che gli
universali — i quali stanno a fondamento delle cose, non diversamente dal modo
in cui il piano detrazione, che è incorporeo, sta a fondamento delle azioni,
che sono invece sensibilmente percettibili, — li troviamo appunto,
esclusivamente, soltanto nelle cose singole, le quali ultime si presentano
visibilmente come ex empia, in cui gli stessi universali si fanno manifesti:
Giovanni cioè risolutamente rappresenta — e su questo punto è il primo, ad
assumere tale atteggiamento — la concezione degli « universalia in re», e
persino combatte la dottrina platonica degli « universalia ante rem », perchè
fuori dal singolo non c’è universale 596 ). Ma poiché, in questa sua posizione,
gli sta sempre dinanzi il concetto che ha Gilberto della forma sostanziale, è
naturale che si attenga a quei passi di Aristotele, dove il concetto di genere
e il concetto di specie vengono designati come qualche cosa di qualitativo ). rerum numerum aligeri vel minai prò eo,
quoti iuta non sunl in numero' rerum [PL], C ' J6 ) Ihid. : Nirli il au tem
universale est, nisi quoti in singularibus invenitur.... Nec moveat quoti
singularia et corporea exempla sunl universalium et incorporalium ; cttm omnis
ratio gerendi... incorporea sit et insensibile, illud tamen quoti geritur, et
actus quo geritur, plerumqite sensibilis sit (anche ciò fa tornare a mente il
significato che lo Scolo Eriugena ripone nel termine,,agcre“. Habita tamen
ratione aequivocationis. qua ens vel esse distinguitur prò diversilate
subiectorum, species et genera utrumqite non sine ratione esse dicuntur.
Persuadet enitn ratio ut ea dicantur esse, quorum exempla conspiciuntur in
singularibus, quae nullus ambigli esse. Non autem sic dicuntur genera et
species exemplaria sitigli lorttm, ut. iuxta Platonicidogmalis sensum, formae
sint exemplares, quae in mente divina intelligibiliter constiterint, antequam
prodirent in corporei (questo è il passo di Prisciano. già cit. nella nota
263); sed quotiiam, si quis eius quod communiter concipitur, audito hoc nomine
..homo", aut quod dijjinitur, cttm dicitur ..homo esse animai rationale
mortale l % quaerat exemplum, slalim ei Plato aliusve hominum singulorum
oslenditur. ut communiter significantis aut dìffinientis ratio solidelur [l’L,
199, 879 e 885-6]. ia, ) : /lem Aristotiles : Genera, inquit, et species circa
substantiam qualitatem determinanl (Cai.).... Item in Elenchis (in Boezio [PL],
con una traduzione che alquanto si scosta dal testo: v. soIn queste forme
qualificanti scorge la « mano [dell’Artefice] della natura», che ha dato alle
cose la veste delle forme, perchè l’uomo le possa più facilmente comprendere: e
perciò si presenta ora con il più spiccato rilievo la prima substantia di
Aristotele, cioè l’individuo, movendo dal quale l’intelletto da sè solo si
eleva, in linea ascendente — per mezzo della uguaglianza di forma che accomuna
i singoli ( conjormitas : v. questo concetto in Gilberto) sino alla universalità dei concetti di specie
e di genere): e come Giovanni si ritrova su questo punto ancora in accordo con
la teoria della indifferenza, così adopera anche a tal riguardo persino la
espressione» conjormis status» ). A pra
la nota 34):,,/Jomo et omne commune non hoc aliquid, sed quale quid, (rei) ad
aliquid vel aliquo modo vel huiusmodi quid significai". Et post paura :
„Manifestum quoniam non dandum hoc aliquid esse quod communiter praedicalur de
omnibus, sed aut quale aut ad aliquid aut quantum aut talium quid
significare". Profecto quod non est hoc aliquid, significatione espressa
non potest explanari quid sii [PL]. 69S ) Polycr., II, 18, p. 98 [I]: Et primo
substantiam, quae omnibus subest, acutius intuetur (se. intellectus), in qua
manus naturae probalur artificis, dum cam variis proprietatibus et formis quasi
suis quibusdam vestibus induit et suis sensuum perceplibilibus informat, quo
possit aptius humano ingenio comprehendi. Quod igitur sensus percipit,
formisque subiectum est, singularis et prima substantia est. Id vero sine quo
illa nec esse nec inlclligi potest, ei substantiale est, et plerumque secunda
substantia nominatur.... Universale, si, licei non natura, conformitate tamen
sii commune multorum. Quod forte facilius in intellectu quam in natura rerum
poterit inveniri, in quo genera et species, dijferenlias, propria et
accidentia, quae universaliter dicuntur, planum est invenire, cum in actu rerum
subsistentiam universalium quaerere exiguus fructus sii et labor infinitus, in
mente vero Militar et faciliime reperiuntur. Si cnim rerum solo numero differen'.ium substantialem
similitudinem quis mente pertractet, speciem tenel; si vero etiam specie
differentium convenientia menti occurrat, generis lalitudo mente diffunditur.
Denique dum rerum, quas natura substanlialiter vel accidenlaliter assimilavit,
conformitatem percipit intellectus, in universalium comprehensionc movetur. Numquid
abstrahens intellectus, dum haec agit, otiosus est aut inutilis, per quem
animus honestarum artium gradibus ad thronum consummatae philosophiae
consccndit? [PL]. Enthet. Est individuum, quicquid natura creavit, Conformisque
status est ralionis opus : Si quis Arislotelem primum questo modo la
uguaglianza delle cose tra loro, riguardo alla forma, viene messa in
connessione immediata con la inlellectus communitas (communiter intelligi) ),
ma gli universali stessi vengono, come tali, trasferiti puramente nel modus
intelligendi (e ciò è in armonia anche con la teoria della maneries), sì
ch’essi vengono denominati parole « figurali», e appartenenti esclusivamente
alla « dottrina » (di figura locutionis avevano parlato anche i nominalisti: v.
la nota), o, in una parola, « jigmenta », che, con le cose singole, si trovano
nella relazione scambievole di mostrare e di essere mostrati, e però han potuto
da Aristotele esser acconciamente denominati « monstra » (monstrare) concetto
indeterminato di notio. Ma questo modo di considerare gli universali è ora in
verità così elastico, che nel concetto di« figmentum» Giovanni ci può
trasportare anche l’apprendimento, per parte dell’ intelletto, non censet
liabendum, Non reddit merilis proemia digita sttis [PL], Melai. Ergo quod mcns communiter
inteìligil et od qingularia multa aeque perlinet, quod vox communiter
significai et acque de mullis ve rum est, indubitanter universale est. Secundum
intellectum illuni deliberari palesi de re subiecta, i. e. actualiter
exemplificari, ob inlellectus communitatem ; res, quae sic intelligi potest,
etsi a nullo intclligalur, dicitur esse communis ; res enim conjormes sibi
sunt, ipsamque conjormilatem deducta rerum cogitatione perpendit inlellectus
[PL]. Ergo dumlaxat intelligunlur, secundum Aristotilem, universalia ; sed in
actu rerum nichil est quod sii universale. A modo enim intelligendi figuralia haec, licenter
quidem et doctrinaliter. nomina indila sunt. Ergo ex sententia Aristotilis
genera et spccies non omnino quid sunt sed quale quid quodammodo concipiuntur ;
et quasi quaedam sunt figmenla rationis, seipsnm in rerum inquisilione et
doctrina suhtilius exercentis.... Possunt et monstra dici (si riferisce al noto
passo antiplatonico di Aristotele: vedilo qui più sopra, nota 31), quoniam
invicem res singulas mon.siranf, et monstrantur ab eis. Ea vero quae
intelligunlur a singularibus abstracta,.... animi figmenla sunt.... quae ex
conformitale singularium intellectu non casso concipiuntur [PL]. dei modelli
originari (exempiano), che misticamente esercitano il loro influsso, dalle cose
(exempla), sopra l’anima: a tal proposito enuncia con sufficiente chiarezza il
suo sincretismo eclettico, qualificando,
oltre che far uso di quell’espressioni d’intonazione nominalistica —,
gli universali come prodotti psicologici (phantasiae, termine che ricorda lo
Scoto Eriugena: v. appresso la nota 613 [per altre reminiscenze delle dottrine
doU’Eriugena]), ma a ciò collegando nel medesimo tempo la concezione
stoicociceroniana, secondo la quale gli universali stessi sono concetti
subbiettivi (svvoiou, notiones); e inoltre egli passa ancora, in modo molto
manifesto, rasente al platonismo, o per lo meno va d’accordo con Gilberto, in
quanto che anche da lui gli universali son tenuti in conto d’ imagini di una
originaria purezza ideale, tralucenti dalle somiglianze delle cose singole: con
ciò si trova infine ancora commisto l’aristotelismo, poiché queste figurazioni
fantastiche non possiedono già una esistenza separata dalle cose singole,
bensì, quando si volesse così afferrarle, si dileguano come ombre o come
imagini di sogno). Se ora sembra che non sia effettivamente possibile
accumulare, una sull’altra. 602) lbid.. II, 20, p. 96 [99]: Sunt itaque genera
et species nor. quidem res a singularibus aclu et naturaliter alienae, sei!
quaedam nottiralium et aclualium phantasiae (anche questo termine si trova
parimente — cfr. [per la concezione di Giovanni degli universalia in re, nella
sua relazione con quella dello Scoto Eriugena] le note 594 c 596 — nello
Scoto.Eriugena: v. la Sez. XIII, nota 125) renitentes in intellectum, de
similitudine aclualium. tamquam in speculo, nativae puritatis ipsius animar,
quas Gracci ennoyas [evvoia;] sire yconayfanas [elxovo22 ) Policr.: Sic et
geometrae primo petinones quasdam quasi totius artis iaciunt fondamento, deinde
commanes animi conceptiones adiciunl et sic quasi acie ordinala ad ea quae stb,
sunt demonstranda procedunt [PL ch’è stata colmata dagli studiosi venuti più
tardi, ma anche riguardo ai sillogismi consistenti in combinazioni di giudizi
categorici con giudizi di necessità e di possibilità (Sez. IV, note 558 ss.),
dice che essi non sono esposti da Aristotele in maniera esauriente: e pertanto
rimane qui ancora aperto ad altri il campo a un’attività, la quale tuttavia,
sussistendo il bisogno pratico di così fatte forme di ragionamento, dovrà
fornire. per sodisfarlo, mezzi che sieno, dal punto di vista pratico, più
convenienti) e queste sono ehiaccbieie, per le quali, anche dal canto suo, egli
stesso sembra dover pretendere quella benigna interpretatio, di cui s’è fatto
cenno più sopra. Similmente Giovanni si pronunzia circa i sillogismi ipotetici,
da Aristotele lasciati forse intenzionalmente da parte, a causa della loro
difficoltà; tuttavia, oltre a un accenno a questi sillogismi, che si trova già
nella Topica, è stato in particolare un certo passo degli Analitici. che ha
determinato Boezio e altri a colmare la lacuna, sebbene neanche per opera loro
sia stata ancora raggiunta la vera compiutezza 624 ). Che Giovanni anche 623)
Metnl.. IV, 4, p. 160 [168]: Trium figurarum subnectil rationes (se.
Aristotiles) et qui modi in singulis figuri* ex complexione extremitatum
provenirmi docci : data quidem semente rationis eorum quos, sicul Boetius
asserii (il passo è stato citato più sopra, Sez. V, nota 46), Theofrastus et
Eudcmus addiderunt. Deinde habita modalium ratione transil ad commixtiones quae
de necessario sunl aul contingenti cum his quae sunl de inesse.... A ec tamen
dico ipsum Aristotilem alicubi, quod legerim, nisi forte quod ad propositum, de
modalibus sujficienler egisse ; sed procedendi de omnibus fidelissimam
scientiam trudidit. Exposilores vero divinae paghine rationem modorum
pernecessariam esse dicunt. Et prof celo licei nullus modos omnes, unde modale
s dicuntur, singulatim enumerare sufficiat. quod quidem ncc ars exigit, tamen
magistri scolarum inde commodissime disputali t. et, ut pace multitudinis
loquar, Aristotile ipso commodius [PL] Dialecticam et apodicticam.... prue
cedentia docent ; in his tamen de ipoteticis syllogismis nichil aut parum est
actitatum, Seminarium tamen datum est ab Aristotile, ut et istuc per industriam
aliorum possit esse processus. Cum cairn tam probabilium quam necessariorum
loci monstrati siili, ostensum est quid ex quo sequilur probabiliter aut
necessario. Quod quidem ad vpoteticarum negli Analitici avesse dinanzi agli
ocelli soltanto lo scopo pratico dell’argomentazione, è manifesto dove fa
menzione così della pelino principii B2S ), come pure di alcuni altri momenti
della tecnica, tra cui il procedimento della controprova, per il quale sceglie
il termine « catasyllogismus » «»). Dagli Analitici secondi lia potuto attingere
la conoscenza dei così detti quattro principii aristotelici 6 “'), e aneli egli
è stato inoltre portato a entrare nelle questioni di teoria della conoscenza,
che tuttavia discute assai peggio che non l’autore dello scritto De
intellectibus (note 418 ss.), perchè a un esordio, d’intonazione ancora
abbastanza aristotelica, concernente la percezione sensibile, la fantasia e la
opinione, fa seimUcinm maxime special.... Praeterea Boetius (De syll.
hypothetico ( 1. IL, 01 . 836]) hoc prò seminio inveniendorum dicit acceptum
quod Aristotile$ ait in Analeticis (v. sopra la nota 522): ..Idem cum su et non
SI', non neresse est idem esse." Ergo ipse et olii (v. la Sez. XII nota
139) aliquatenus suppleverunt imperfectum Aristotilis in line . parte; seti
quidem, ut michi visum est, imperjecte (sino a qual punto ‘,‘Zn r:r oss I er ':
azione sia v. Md., note 155 e imi [188],Sea forte ab Aristotile de industria
relictus est hic lahor. co quòd plus difficultatis quam utilUatis videtur
habere libcr illius qui dilLenttssime scnpsit. Prof ceto si hunc Aristotiles
more suo exequerelur, vensimile est tantae difficultatis fare librum ut praeter
Sibillam inlelligat nomo. Nec tamen hic de ypotelicis satis arbitrar expeditum,
sudP ien ^ nia vero scolorimi perutilia et necessaria sunt [PI,. 199 928-01
nota 62BW 5 ' P | 161 t 1 . 7 ?] 1, Adicit (-inai. pr.. II, 16: v. la Sez. IV\
nota 628) et regulampetitwnis principii, quae speculatio tam demonstraton quam
diabetico satis accommodata est ; licei hic probabilitale gaiiaeat* tue
verUatem aumtaxat amplectatur. PL. Segui tur de causa falsae conclusioni, et
catasillogismi (cosi è anche intitolato effettivamente nella traduzione di
Boezio, p. 516 [cap. XX „De falsa ratiocinalione. catasyllogismo iZlZTu l Z l
'° ne ì e l e ' en rt° : PL 64 ’ 7 ° 51 ’ 11 ri8 P««ivo capitolo AnaL pr II,
19. v. la Sez. IV, nota 631) et elenchi et de fallacia secundum opinionem
(ibid. : nota s.) et de conver sione
medi! et extremerum (ibid., nota 636 s.), cuius tamen tota utili tas longe
commodius tradi potest [PL], w ') Enthct., v. 375 ss. [PL. 199, 973]: Quatuor
ista solerei laudem praeslare creatis : Subjectum, species, artificisque manus.
Finis item cunclis qui nomina rebus adaptat. Arist. Anal. post., II, 11: v la’
Sez. IV, nota 696. Era pertanto affatto inutile che si mettesse in librila SS U
" a COnOSCenZa ’ P" ài Giovanni, dei guito subito il concetto
ciceroniano di prudenza pratica, al quale viene appresso la concezione
platonica della rado i, per metter capo infine alla sapientia, intesa in senso
teologico, come ultima meta 628 ). Parimente, come tratto dalla conoscenza dei
Sopii. Elenchi, posti da Giovanni a conchiusione dell’Organon aristotelico,
potrebbe tutt’al più essere degno di ricordo il termine « reluclatorius
[eluctatorius : v. la nota] syllogismus), e così pure, come ricavata dairàmbito
degli scritti di Boezio, la menzione delle quindici specie di definizione (v.
la Sez. XII, nota 107); e qui la lettura superficiale del libro di Boezio ha
indotto Giovanni a ritenere che Cicerone abbia composto anche lui uno scritto
De definidone 63 °). 6as ) Melai.: Cum sensus secundum Aristotilem ( Anal. post.) sit naturalis
potenlia indicativa rerum, aut omnino non est aut vix est cognitio, deficiente
sensu.... p. 166: Aristotiles autem sensum potius vim animae asserii quarti
corporis passioncm. Imaginatio itaque a radice sensi!um per memoria’ fomitem
oritur. Primum enim iudicium viget in sensu.... Secundum vero imaginationis
est; ut cum aliquid perceptorum. relenta imagine, tale vel tale asserii, de
fiuturo iudicans vel remoto. Hoc
autem alterutrius iudicium opinio appellalur (così in Boezio si trova tradotto
il termine Só^a: v. sopra la nota 19; invece per existimatio v. la nota 423). —
12, p. 169: Prudentia autem pst, ut ait Cicero, virtus animae, quae in
inquisitione et perspicientia sollertiaque veri versatur. Inde est quod maiores
prudentiam vel scientiam ad temporalium et sensibilium notiliam retulerint : ad
spiritualium vero, intellectum vel sapienliam. Nam de humanis scientia, de
divinis sapienlia dici solet. Ergo et potenlia et potentine motus ratio
appellatur. Ilunc autem motum asserii Plato in
Politia vim esse deliberativam animae ctc. Sapendo vero sequitur intellectum,
co quod divina de his rebus quas ratio discutit, intellectus excerpsit, suavem
habenl gusta ni et in amorem suum animas intelligentes accendunt [PL, 199:
921-3, 925, 927], 629 ) Ibid., IV, 23, p. 180 [ed. Webb]: Sicut enim
dialecticus elencho, quem nos eluctalorium dicimus sillogismum, eo quod
contradiclionis est,.... utitur ctc. [PL, 199, 930]. — Cfr. Polycr., II, 27, p.
145 [ed. Webb, I, p. 153; PL, 199, 467], dove, sotto il nome [di syllogismus]
„cornutus“, viene messo in opera un dilemma. oso) Vietai., Ili, 8, p. 141
[147]: Sumpserunt hinc (cioè da Arist., Top. VI) doctrinae suae primardio
Marius Victorinus et Boelius cum Cicerone, qui singuli libros dififinitionum
cdiderunt. Illi quidem difi . — Alano da Lilla], Mostra qualche affinità con Giovanni da
Salisbury, nei riguardi della ontologia teologica. Alano da Lilla [ab Insulis],
scrittore tanto scipito quanto affettato (morto intorno al 1200 [circa nel
1203]), a entrambi servendo da comune punto di partenza, circa tali questioni,
la concezione di Gilbert de la Porrée. Alano tuttavia non ba trovato che
valesse la pena di prender in considerazione, neanche a quella maniera che ci
si fa manifesta in Gilberto o magari anche in Giovanni, il valore di questa
ontologia dal punto di vista della logica, dovendo, in ordine a quella,
rimanere riservato ai teologi il compito di giudicare o apprezzare: bensì ba
assunto, nell’ampolloso suo poema « A/iticlaiidianus », rispetto alla logica,
il punto di vista della dottrina scolastica piu volgarmente ordinaria, che ancb
egli ha in buon conto, solamente come mezzo di argomentazione per la battaglia
contro gli eretici). Facendo comparire, analogamente a Marciano Capella, le
sette arti quali figure simboliche, egli, dopo che per prima è stata introdotta
la grammatica, rappresenta, in secondo luogo, la logica come una vergine
estremamente industriosa e solerte, nel cui volto scolorito si scorgono
solamente pelle e ossa, sicché vi si riconoscono le conseguenze delle veglie
trascorse nell’applicazione allo studio 63 -); enumera poi i suoi doni, ch’essa
reca con sé finicndi nomen usque ad quindecim species dilataverunl, describcndi
modns dijfinitionis vocabulo subponentes ; hiiic vero de substanliali praecipue
cura est fPL, 199, 906] (v. la fonte di questo errore alla Sez. XII. note 103 c
106). Anticlaud. (Alani Opp., ed. C. de Visch, Anversa [PL]: Succedit Logicae
virlus arguta, Haec docet argutum JMartem ralionis mire, Adversae parti
concludere, frangere vires Oppositas, parlenupie su ani ratione Uteri :
Eestigare fugarti veri, falsumque fugare, Schismaticos logicce, falsosque
retundere fratres. Et pseudologicos et denudare sophislas [testo cit. secondo
la ediz Wright: Dist. VII, eap. VI, 1 ss.]. 6 ‘-) [PL]: Latius inquirens,
sollers, studiosa, laborans. Virgo secando starlet, intrat penetralia mentis,
Sollicitatque manum, mentem manus excitat, urget Ingenium.... Et decor nella
battaglia per la verità, e tra essi precisamente nomina anzitutto la topica,
con le sue maximae propositiones, a questa intrecciando la sillogistica, come
pure la induzione e Vexemplum: seguono poi la definizione, con inclusa la
descrizione, e la divisione del genere nelle specie, come pure del lutto nelle
parti, e inoltre il ricostituirsi della connessione tra i membri così
differenziati: tutte funzioni, queste, con le quali la logica agisce quale
strumento o chiave della verità, come pure quale arma per tutte le altre arti).
Finalmente Alano, enumerando gli scrittori di logica, esalta Porfirio come un
secondo Edipo, critica Aristotele, per la confusione di parole che ha
introdotta, onde la logica è stata novamente oscurata e velata : ma dopo di lui
è venuto Boezio a riportare nel tutto, luce e ordine). e t species afilasset
virginia arlus, Sicul praesignis membrorum disseril orda. Ni facies quadam macie, respersa
iacerel. Vallai eam macies, macie vallata profunde Su lisi del. et nudis culis
ossibus arida nubit. Ilaec habitu . gesta, macie, pallore, figurai Insomnes
animi motus, vigilemque Minervam Praedicat, et secum vigiles vigilasse lucernas
[Dist.]. [PL]: Monslrat elenchorum pugnas, logicaeque duellum : Qualiter
ancipiti gladii mucrone coruscans Vis logicae veri facie tunicata recidit
Falsa, negane falsum veri latitare sub umbra.... Quid locus in logica dicalur
quidve localis Congruitas, quid causa loci, quid maxima, quid sitVis argumenli,
mattana a fonte locali, C.ur argumentum firmeI locus, armet elenchum Maxima,
quae vires proprias largitur elencho. Cur ligel extremos medius mediator eorum
Terminus, et firmo confibulel omnia nexu...., Qualiter usurpans vires et robur
elenchi Singula percurrit inductio, colligit omne.... Qualiter excmplum de se
paril.... Quomodo diffinit, parlitur, colligit, unii Singula, quaegremio
complectitur illa capaci. Quomodo res pingens descriptio claudit easdem, Nec
sinit in varios descriptio currere vultus. Quid genus in species divisum
separai, aut quid Dividit in partes totum, rursusque renodal, Quae sunt sparsa
prius, divisaque cogil in unum. Qualiter
urs logicae tanquam via, janua, clavis, Ostendil, reserat, aperii secreta
sophiae. Qualiter arma gerii, et in omni militai arte [PL]: Auctores logicae,
quos donai fama perenni Vita, recole.ns defu nctos suscitai orbi. [Illic
Porphyrius directo tramite pontem Dirigit, et monstrat callem quo lector
abyssum latrai Aristotilis, penetrane penetralia libri.] Illic Porphyrius
arcana Passaggio alla letteratura]. Eccoci giunti così al limite del XII 0 e
del XIII° secolo, limite caratterizzato anche dal fatto, che proprio in quel
momento da varie parti è stato recato all’Occidente latino materiale nuovo : la
considerazione di questo deve formare l'oggetto delle due prossime Sezioni,
perchè sia poi possibile distesamente illustrare i vasti effetti di questo
materiale nuovo che ha da sopraggiungere. Per quanto si attiene al progresso
della storia della civiltà, è un fatto che la nostra ricerca, sino al punto a
cui Pabbiamo condotta, non ci ha davvero presentato punti di vista, i quali ci
dian motivo a rallegrarci. Ci siamo sì fatti passare dinanzi multa, ma
certamente non multum. Anzi, persino la conoscenza che un poco per volta si
ridesta, delle principali opere aristoteliche, non è stata feconda di frutti
che meritino di essere ricordati: e al posto di un modo veramente filosofico d’
intendere la logica, quale avrebbe potuto essere determinato dallo studio di
Aristotele, sembrò infine volersi ancora far valere, più che mai di gusto, P
impulso alla retorica pratica. E anche le Sezioni che seguiranno più tardi, ci
faranno, pure in un’epoca in cui uno spirito nuovo spezza le catene della
tradizione e dell’autorità esteriore, assistere, nel campo della logica,
solamente a una ripetizione intensificata di questo giuoco della storia, onde
la logica, frammezzo a molte diverse concezioni, continua sempre a esser di
nuovo cacciata via da una base intimamente filosofica. resolvit, ut alter
Aedipodes nostri solvens aenigmata sphingos, Verborum turbator adest, et
turbine multos Turbai Aristotiles noster gaudelque Intere. Sic logica tractat,
ut non tractasse videtur ; Non quod oberret in hoc, scd quod velamine verbi
Omnia sic velai, Quod vix labor ista revelet.... In lucem tenebrosa rejert,
nova ducit in usum, Exusalque 1 rapo s, in normam schema reducit, Exerit
ambiguum Severinus ; quo duce linquens Natalem linguam nostri, peregrinai in
usum Sermonis logicar virlus, ditatque Latinum. Abbone da Orléans Abelardo
abstractio Adalberone Adamo dal Petit-Pont Adelardo da Balli udjticcnler,
adjacentia aequi pollentia Alano da Lilla Alberico Alberico da Monle Cassino
Alcuino Anonimo, De gener. et specieb. De intellectibus De interprete De unii, et uno San gali.
De p<irt. Loicae SangaU. De
syllog., 115 Anselmo d’AOSTA (si veda) Anseimo il Peripatetico
Anlepraedicamenta antiqui antiqui e moderni Aristotele (nuove traduzioni di)
Arnolfo da Laon Asino (Prova dell’) Bartolomeo Berengario Questo Elenco è
mantenuto ei eli'erano stati segnati dai Franti (N. Bernardo da Chartres
Bernardo da Chiaravalle Bernhard da Hildesbeim, 93. Borgognone da PISA (si
veda) calasyllogismus Categorie colligere concepito conceptus communes
conformilas consimilitudo contingens c possibile copida Cornifieio Costantino
Cartaginese [note] Damiani Davide da Hirsebau Definizione Differenza, v.
Porfirio Diritto (Scienza del), v. Giurisprudenza dividenlia dividuum Drogone
da Troyes eloquentiu eloquentia peripatetica Erico da Auxerre forma
subslantialis formae nativae Formularii ìtro gli stessi limiti, molto ristretti
(I. J'.) Francone da Liegi Fredegiso Fulberto da Charlrcs Gannendo Caunilone
Gauslenus da Soissons Genere (Concetto di), v. Universali Gerberto Giacomo da
Venezia Gilbert de la Porrée Giovanili da Gorze Giovanni da Saiisbury Giovanni
Scoto Eriugena Giovanni Serio Giselberto da Reims Giudizio Giurisprudenza
Gualtiero Mapes, v. Mapes Gualtiero da Mortagne Gualtiero da S. Vittore [nota]
Gualtiero da Spira Guglielmo da Champeaux Guglielmo da Conches Guglielmo da
llirscliau Gunzone ITALO (si veda) Uraliano Mauro identitas Jepa indifferentia
Indifferenza (Dottrina della) individualiter inesse informare Intellettualismo
inlelleclus intellcclus conceptus intellectus coniungens e dividens Josccllinus
da Soissons, v. Gauslcnus Irnerio Isidoro da Siviglia Lanfranco Logica, vecchia
e nuova, v. antiqui c moderni maneries Manerius Mapes malerialite.r imposila
materialum modulis moderni moderni e antiqui, v. antiqui e moderni monstra,
Nominalismo Nominalismo e realismo nominaliter notio Notker Labeone Oddone do
Candirai Onorio da Autun Otloli da Ratisbona Ottone da Cluny Ottone da Freising
Papia Parte (Concetto di) perihermeniae Pietro LOMBARDO (si veda) Pietro da
Poitiers Plutonici Poppone Porfirio (Isagoge di) possibile e conlingens, v.
contingens e possibile postpraedicamenta praedicamentalis praedicari praedicari
in quid [nota] proprium, v. Universali Pscudo-Abclardo Pseudo-Boczio, De Trin.
Pseudo-Boezio, De unii, et uno Pseudo-Erico Pseudo-Hrabano Rainibcrto da Lilla
rntionale Realismo Realismo e nominalismo, v. Nominalismo e realismo Reginaldo
Reinhard da Wiirzburg Remigio da Auxerre res de re non praedicalur Rhahano
Mauro, v. Hrahano Roberto Amiclas Roberto da Melun Roberto da Parigi Roberto
Pulleyn Roscelino Salomone (Glossario di) S. Gallo Scoto Eriugcna, v. Giovanni
S. E. Sensismo aerino sermocinalis Sertoriu9 sex principia significatimi
Sillogismi' (Teoria dei) Sillogismi ipotetici Silvestro li, v. Gerberto Simeone
speries, v. Universali status sumplum syllogismi imperfccti syncalegoreumata Tendenze
contrastanti Teologia Topica Ugo di S. Vittore Ugucrione universale
intelligitur, singultire sentitur Universali (Disputa intorno agli), v.
Tendenze contrastanti Universali in re vcrbaliter, v. nominaliter vocalis voce»
signativae vocis flatus vocum impositìo Volfango da Ratisbona Williram da
Soissons Finito di stampare, in 1500 esemplari numerati, nella Tipografia
Fratelli Stianti in Sancasclano Fai di Pesa Esemplare N. IL PENSIERO STORICO SOTTO
GLI AUSPICI DELL’ENTE NAZIONALE DI CULTURA. CONOSCENZA INCOMPIUTA DELLA LOGICA
LIZIO Delimitazione dell’oggetto e dell’intento della presente ricerca. Si
diffonde nelle scuole lu logica della lorda latinità .La tradizione della
logica scolastica, nei riguardi delle traduzioni di Boezio, è limitata: e
s’ignorutto le principali opere logiche di Aristotele. Atteggiamento della
ortodossiarispettoallalogica L’Isagoge di Porfirio, Miseria del pensiero
medievale. La questione degl’universali determina un contrasto di tendenze nel
campo della logica: prevalenza di un realismo platonico .Pensiero e linguaggio
. Isidoro da Siviglia: Logica e Teologia Compendio di dialettica nelle «
Origine, Altri spunti di teorie logiche . Alenino: sua compilazione di un
compendio di dialettica INDICE DELIE MATERIE Fredegiso da Tours . Pag. 35
Hrabuno Mauro: suoi scritti di sicura autenticità. Il « De TrinUate » del
Pseudo-Boezio, Giovanni Scoto Eriugenu, Sua abilità nella logicu formale
.Posizione dello Scoto, rispetto alla dialettica, Realismo teologico dello
Scoto, il quale tuttavia fu unche mollo conto della Sterilità: tenui tracce di
studio della logica: Poppone a Fulda, Reinhard a W'iirzburg, Giovanni da Garze,
Canzone Italo ( prende cosci mitemente posizione nel contrasto delle tendenze),
Wol fungo a Ratisbona, Abbone du Orléans, Bernward a llildesheim, Gualtiero da
Spira, Gerberto, figura assolutamente insignificante: Materiale degli studi di
storia di logica altemposuo. Lo scritto
«De rationale et ratione uti Adalberone di Laon . Fulberto di Chartres .
Anonimo rifacimento metrico della Isagoge e INDICE DELLE MATERIE XV delle
Categorie, del secolo XI: colorito nominalistico .Intensa attività della scuola
di Sun Gallo. Notker Labeo: Un trattato insignificante Rifacimento delle Categorie
. Rifacimento del «De interpretatione Il «De partibus loicae»: nominalismo.
Scritto anonimo De syllogismis, e sua importanza . » Conclusione . Altri
documrnti relativi allo studio della logica nel secolo XI: Francane u Liegi,
Otloh a Ratisbona, Pier Damiani .Movimento più vivace, la scienza giuridica
l’apia. Anseimo il Peripatetico, Lanfranco, Irnerio; i Formulari . Movimento
più vivace, la teologia. Nominalismo di Berengario nella questione della Santa
Cena, e atteggiamento Movimento più
intenso: grande estensione, e in pari tempo carattere imilaterale, della
letteratura attinente alla logica. Le vicende dello studio della logica, nel
racconto che ne fece Giovanni da Salisbury
Contrasto caratteristico fra logica «vecchia» e «nuova» . La polemica
intorno agli tuiiversuli : si può dimostrare che almeno tredici erano le
correnti. xvn nelle quali si dividevano le opinioni su questo problema.
Nominalismo che rasenta il sensismo Grudi vari di questo nominalismo (Garmondo)
La teoria che gli universali sono « maneries »: Uguccione / Platonici: . a) Bernardo da Chartres .
Guglielmo da Conches (e Costantino Cartaginese. Il realismo di Guglielmo da
Champeaux .Le difficoltà e i gradi del realismo Controversie intorno alla
definizione e intorno al concetto di « parte La teoria dello «status», come
tentativo di conciliazione. Gualtiero da Mortagne La teoria della «
indifferenza Adelardo da Balli : intonazione platonica da lui data alla teoria
della « indifferenza Gauslenus o Joscellinus da Soissons: sua idea del colligere.
Lo scritto anonimo « de generibus et speciebus »: punto di vista del suo
autore: Critiche ad altre soluzioni del problema degli universali. Soluzione da
lui stesso proposta . Dottrina del giudizio . Propensione al platonismo .
Controversie sovra punti speciali. Sopra le « Categorie Sopra la teoria del
giudizio in generale Sopra cpiestioni particolari, attinenti alla teoria del
giudizio. Sopra difficoltà inerenti alla teoria del sillogismo . e) Sopra
questioni di Topica .Negli studi di logica, la qualità continua a rimaner molto
al disotto della quantità Abelardo : a) Suo ingegno: caratteristica generale
Scritti di logica . Dialettica e teologia: intimo dissidio della dottrina di
Abelardo) Abelardo aristotelico. Ma il « Peripatetieus Palalinus è al tempo
stesso anche platonico, Nè aristotelico, nè platonico, infine: bensì, retore, La
« Dialettica » è la principale tra le. opere logiche di Abelardo: disposizione
della materia . Esposizione dell’Isagoge
o Antepraedicamenta », quale risulta dalle « Glossae », e soprattutto
dalle « Glossulae », « super Porphyrium»: atteggiamenti polemici sopra la
questione degli universali, Soluzione proposta da Ahelardo: il « sermo
praedicabilis) L’universale inteso come « quoti natum est de pluribus
praedicari »: uso di questo principio, secondo lo spirito del platonismo, Ma
dallo stesso principio Ahelardo trae insieme partito, secondo il punto di vista
aristotelico . » 331 n) Ispirazione aristotelica, nel maggior rilievo dato al
giudizio (« praedicari »)) Anche il preteso intellettuulismo di Abelurdo deriva
dal suo aristotelismo) Ma in Abelardo, vero spirito aristotelico non c’è: il
suo interesse centrale è volto, sotto l’impulso di Boezio e dello stoicismo,
alla teoria retorica dell’argomentazione .Continua l’analisi del contenuto
della « Dialettica»: le « Categorie La
topica . zi l sillogismi ipotetici. Giudizio conclusivo sopra l’opera di
Ahelardo Accentuazione dell’ aspetto aristotelico della «Dialettica» di
Abelardo: .l Ja B371 In un commento anonimo del De interpretatione. Nell’acuto
untore dello scritto pseiulo-abelurdiano De intelleclibus, Punto di vista
aristotelico, Dottrina del « sermo In Adamo dal Petit-Ponl prevale la teoriu
del giudizio Scetticismo logico di Roberto Pulleyn: e reazione teologica di
Pietro da Poitiers e di Roberto da Melun Gilberto de tu Porrée: . Il commento
al « De Trinitate » del PseudoBoezio: posizione teoretica ingenua e
contraddittoria, Concetto di sostanza. Teoria delle « formae nativae ».
Realismo di Gilberto .I.o scritto « De sex principiis * : un’abborracciatura .
> e) I sei « principii » : « actio, passio, quando, ubi, situs, habitus » »
/) La controversia intorno al « magi» » e al « minus Ottone da Freising,
seguuce di Gilberto. Lo scritto pseudo-boeziano « De unilate et uno Alberico
(da Reims?), a Parigi. WUliram de Soissons. Vari altri autori, menzionati da
Walter Mapes . Il cosi detto Cornijìcius, oggetto della polemica di Giovanni da
Salisbury . Giovanni da Salisbury: a) I suoi studi: il « Metalogicus Punto di
vista utilitaristico, alla muniera di Cicerone. La divisione del sapere. Punto di vista retorico, come in Cicerone.
Grammatica e dialettica. Conoscenza compilila dell « Organon ». Punti di
contatto con Abelardo, soprattutto nel modo di intendere e giudicare l’opera
logica di Aristotele . Pag. 430 e) La « ratio indifferentiae » come
indifferentismo antiscientifico, L’Isagoge, Concezione degl’universalia in re, Grossolano
eclettismo, nella questione degli universali, Concetto indeterminato di « notio,
Le Categorie, Teoria del. Giudizio, Topica, sillogistica, teoria dei sofismi
Uno scritto insignificante di Alano da Lilla, Passaggio al XIII secolo. LA LOGICA MEDIEVALE CONOSCENZA INCOMPIUTA
DELLA LOGICA ARISTOTELICA NEL PRIMO MEDIO EVO Delimitazione dell’oggetto e
dell’intento della presente ricerca]. Saggio su PRANTL, STORIA DELLA LOGICA IN
OCCIDENTE NELL’ETÀ MEDIEVALE. LA NUOVA ITALIA FIRENZE. La Geschichte der Logik
ini Abendlande, di Prantl, curata da Fock a Lipsia, è divisa in parti. La prima
ha por oggetto lo svolgimento della Logica nell’Antichità. Gli fecero sèguito
una seconda parte dedicata alla Logica nel Medio Evo. In una Collezione, che ha
per suo programma di rendere largamente accessibili ai filosofi italiani quello
grande saggio di esplorazione e ricostruzione della storia della filosofia, che
sono imperitura gloria della cultura, doveva esser fatto luogo a un classico
trattato qual è questo del Prantl. Per ragioni editoriali l’ordine di
apparizione dei volumi della traduzione italiana non corrisponde all’ordine di
successione del saggio originale: e si è dovuto dare la precedenza al Medio
Evo, la quale forma un tutto unico e continuo, dotato di una certa autonomia.
Alla traduzione del primo volume che vedrà successivamente la luce, diviso in
due o tre tomi, sarà premesso un discorso introduttivo intorno all’Autore, e
alla importanza e. vitalità della sua opera: bastino qui brevi cenni, a
giustificare il lavoro e a render ragione dei criteri adottati dal Traduttore.
Il disegno di Storia della Logica Medievale presentato dal Franti non è stato
sostituito da opere più recenti: il suo intento, di risparmiare, almeno per
lungo volger (Tanni, agli studiosi venturi, la immane fatica di riprender ex
novo l'argomento, rifacendosi direttamente dalle fonti, è stato raggiunto: e il
trattato è ancor oggi cosa viva, sì che nessuno studioso, mettendosi, con un
suo particolare obbietta, a lavorar attorno a questa materia, può far a meno di
ricorrere e di ricollegarsi a quello: è, a giudizio di CROCE, il solo, tra i
libri special, recanti il titolo di Storia della Logica, che, fondato sopra
lunghe ricerche, sia veramente insigne per dottrina e per lucida e animata
esposizione. Animata, vorrei soggiungere, ancor più che lucida: non di rado, in
venta, la espressione è negletta e contorta, e la perspicuità e sacrificata
alla rapidità e alla efficacia: lettura dunque, non tutta agevole, ma tale da
far desiderare una versione che, se non sembri troppo ambizioso il proposito,
elimini almeno in parte, pur attenendosi con scrupolosa cura di fedeltà
all'originale, quelle cause che non possono non render ostica a noi Italiani la
greve prosa * f-CXC SC Q, Dei progressi che gli studi son venuti facendo in
questi cinquant anni si doveva naturalmente tener conto, ma senz alcuna
intenzione di metter assieme un Prantl nuovo, in luogo di ri presentare nella
sua integrità il I rantl vecchio: e la questione era soltanto del modo piu
opportuno di far posto a quel pochissimo ch'è del traduttore, nella poderosa
costruzione innalzata dall Autore. i\on era dunque il caso di contrapporre
all'atteggiamento che il Pronti assunse, con icastiche espressioni di
disprezzo, di fronte al pensiero medievale, un giudizio valutativo diverso o
per lo meno più temperato: anche se nessuno si sentirebbe disposto a ripetere
senza riserve che una filosofia medievale non c'è stata, intensificandosi anzi
da molte parti lo sforzo di rintracciare nel Medio hyo anticipazioni e presagi
del pensiero moderno, il giudizio del Prantl va conservato in tutta la sua
crudezza, per lo meno quale documento significativo di un momento importante
nella storia della cultura: d'altra parte, in antitesi con la corrente che,
sempre tendenziosamente talvolta nostalgicamente, porterebbe ad abohre la
differenza tra Medio Evo ed età moderna, o a sopravvalutare quello, a tutto
danno di questa, può avere virtù correttiva, od operare come reazione salutare,
la ricomparsa dell'opera di un eminente ricercatore., il quale, proprio
studiando lo sviluppo di quella disciplina filosofica che fu più largamente e
appassionatamente coltivata nella età di mezzo, ne trasse occasiime a rivelare
lo spirito medievale nel suo aspetto deteriore: quasi si direbbe ch’egli si
fosse accinto all’ardua impresa di esporre classificare giudicare i cultori
illustri e oscuri della logica nel Medio Evo, con la persuasione di vedersi
dispiegare dinanzi agli occhi un panorama tanto interessante quanto poco
conosciuto, e tale comunque da compensare il travaglio della indagine: e nei
giudizi recisamente svalutativi da lui pronuziati nei riguardi di quasi tutti
gli autori che ha studiati, diresti di sentire la eco di un’amara delusione o
un movimento di dispetto, se non addirittura l’accento scorato di chi è tratto
ad esclamare: «et oleum et operata perdi di » ! Rimaneggiare l'opera di Prantl,
conservando immutate quelle sole parti che han conservato oggi tutto il loro
valore, e sostituendo integrando rifacendo quelle che appaiono antiquate o
inadeguate, sarebbe stato in contrasto con l’indirizzo al quale, come s’è
accennato, la Collezione si attiene: il rispetto dovuto alle opere in essa
incluse, ne esige la riproduzione compiuta, senza modificazioni o mutilazioni,
che han sempre l’aria di manomissioni arbitrarie. Primo dovere era quello di
rivedere l’ingente materiale accumulato nelle numerosissime note, che
prevalgono per ampiezza sopra il testo del Prantl: poderosa raccolta di testi
accortamente scelti, della quale riconoscono l'incomparabile valore anche i
meno disposti a seguire. l’Autore ne’ suoi apprezzamenti e nelle sue
interpetrazioni. È Prantl uno studioso di esemplare diligenza, e fa veramente,
maraviglia che, con lina smisurata mole di lavoro, egli sia soltanto
eccezionalmente incorso in errori di trascrizione, sviste nella correzione
delle bozze, inesattezze nelle citazioni e nei rimandi. Ma alcune mende s’è pur
dovuto rilevare, che, com’era inevitabile. sono state naturalmente travasate
tutte quante nel « Manuldruck. In una traduzione, invece, bisognava procurare
di eliminarle, e riscontrar le citazioni, una per una, con i testi, per ottener
la massima possibile correttezza, evitando altresì che, come pure in alcuni
luoghi è accaduto all Autore, la trascrizione frammentaria possa alterare o non
render intiero il pensiero dello scrittore: si direbbe che il Franti qualche
volta prendesse frettolosamente le sue note dai testi da citare, e poi le
trascrivesse per la stampa, senza più darsi pensiero di collazionarle con l
originale. Inoltre, era suo costume di servirsi a caso di una o altra edizione
che trovava, per ciascun autore, consert ata nelle Biblioteche di Monaco,
rendendo così a noi, molto spesso, difficile il riscontro delle sue citazioni
con i testi originali da lui usati: era dunque necessario non solamente
emendare e aggiornare le citazioni, ricorrendo, ogni qual volta fosse possibile,
a edizioni moderne criticamente condotte, ma inoltre sodisfare una esigenza di
uniformità e di unificazione, aggiungendo a ciascun passo il riferimento al
luogo corrispondente di un grande repertorio, largamente diffuso e facilmente
accessibile, qual è la Patrologia, Greca e Latina, del Migne (designata nelle
note, tra parentesi quadre, con la sigla PC o PL, seguita in cifre arabiche
dalla indicazione del volume, poi della colonna o delle colonne
corrispondenti). Testi che il Franti aveva potuto conoscere solamente di
seconda mano, riferendoli secondo le parafrasi di benemeriti studiosi francesi,
son oggi editi, e dovevano naturalmente venir citati anche nella forma
originale, così rendendosi manifesti i progressirealizzatinella conoscenza di
scrittori, quali Adelardo e Abelardo. Successivamente alla comparsa del secondo
volume (seconda edizione) della Storia del Pronti, la letteratura concernente
gli Autori da lui studiati si è venuta accrescendo in misura molto rilevante: e
non c’è forse un solo scrittore o argomento, per il quale non si rendano
necessarie allo studioso informazioni bibliografiche supplementari: ma si è
voluto evitar di gonfiare la mole della traduzione, introducendovi dati che
ciascuno può facilmente trovare raccolti in opere di uso comune, universalmente
apprezzale per ricchezza ed esattezza d’indicazioni, qual è, per citare la più
nota, il Manuale d’Ueberweg, nelle più recenti edizioni curate dal Paumgartner
e dal Geyer. Questioni che si giudicano definitivamente risolte, in senso
contrario alle tesi sostenute dal Pronti — quelle, per esempio, che riguardano
l’autenticità degli scritti teologici di Boezio, o le relazioni tra le Summulae
» di Pietro Ispano e la Sinossi di
Psello — non potevano venir qui dibattute: e al lettore basterà veder accennato
il presente stato delle questioni stesse. I volumi del Pronti son tipici
esemplari dell arte tipografica tedesca, intorno alla metà del secolo scorso:
pagine massicce, caratteri minuti, scarsità di capoversi: tutto
quelchecivuole,perdisvogliaredalla lettura, o per renderla più che mai
fastidiosa. Ben diverso è l’aspetto delle pagine della traduzione: la necessità
di conformarla al tipo prescelto per i. volumi precedenti della Collezione,
portava di necessità a un considerevole aumento di mole, in confronto con
l’originale: e s è dovuto ripartire in tre volumi la materia compresa dal
Pronti nel secondo e nel terzo volume: effettivamente le due ultime Sezioni del
secondo volume del testo, la XV a («Influsso dei Bizantini») e la XVI a
(«Influsso degli Arabi»), trovano il loro posto più adatto, meglio che nel
presente volume, in quello che gli farà sèguito: non servono di conchiusione.
alla Storia della Logica, ma d’introduzione alla Storia della Logica nel XIII 0
secolo: e formeranno dunque opportunamente, insieme con l’amplissima Sezione
XVIP, il contenuto del prossimo successivo volume. Ho avuto cura di render
sensibile al lettore come si compartisca e articoli la trattazione del Prantl,
moltiplicando i « da capo », e soprattutto dividendo e suddividendo in
paragrafi le varie Sezioni, ciascuna delle quali forma nel testo un tutto
compatto: una modificazione, questa, che osiamo sperare sarà apprezzata
segnatamente dagli studiosi, quando ricorreranno al libro per consultazioni e
ricerche particolari. I titoli dei paragrafi e sottoparagrafi corrispondono
inpartealleindicazioni che il Prantl ha raccolte nell’ Indice delle Materie, e
anche riprodotte in capo alle pagine, in parte sono state aggiunte dal
Traduttore, il quale ha cercato di tener distinta, compilando l’Indice stesso,
una dall’altra parte, mediante l’uso di tipi differenti. Di regola, e nel corso
dell’intiero lavoro, ha incluso tra parentesi quadre tutto ciò ch’è aggiunta
sua, dichiarativa o emendativa o integrativa, evitando tuttavia di esporsi alla
taccia di pedanteria con una frappo minuta registrazione delle varianti:
solamente il raffronto fra i testi quali sono riferiti nell'originale e nella
versione potrebbe, a chi volesse, fornire la misura della pazienza che ha
richiesta la revisione dell’estesissimo prezioso materiale. Il traduttore non
s’illude di esser riuscito a evitare errori e sviste nel lavoro di versione,
trascrizione, rettificazione: ma ha coscienza di aver fatto tutto quello che
stava in lui, per ridurli al minimo: è grato a quanti gli hanno agevolato le
ricerche, condotte per lungo periodo di tempo, presso Biblioteche italiane e
straniere: in particolare ringrazia l'insigne collega Mons. Geyer della
Università di Bonn, che gli ha liberalmente offerto ospitalità nella sede dell’Albertus
Magnus Institut di Colonia. Nell’attendereaquestanuova edizione riveduta, era
mio primo dovere, come ben s*intende, di adeguarla alla presente condizione
degli studi: e sebbene non sieno stati molto numerosi i contributi, recati
negli ultimi ventiquattr’anni allu storia della logica medievale, bisognava
certamente trarne profitto con la massiina accuratezza. Ma la nostra conoscenza
attuale della letteratura logica di quell’epoca presentando pur sempre, sovra
punti particolari, varie lacune, sarei lieto di dare rinnovellato impulso alla
pubblicazione di testi supplementari, quali appaion desiderabili, tratti dai
preziosi fondi manoscritti delle Biblioteche. Questo augurio vale ancor oggi
segnatamente nei riguardi della questione pselliana [sopra la quale son da
vedere le Sezioni XV e XVII, nel volume successivo di questa versione], clic io
sono bensì convinto di avere oramai risolta in linea di principio, ma che debbo
tuttavia qualificare come una questione aperta, in quanto che presentemente ci
manca tuttora la conoscenza degli anelli intermedi, che si erano avuti
antecedentemente su terreno bizantino. Pbantl. Monaco di Baviera.Relativamente
al Medio Evo si trattava ancora di studiare criticamente tutto quanto il'
materiale accessibile, come pure di rintracciare la linea effettivamente
seguita dal corso della storia. E, per quest’ultimo rispetto, si rese subito
manifesto che proprio la storia della logica può aver il compito di correggere
o di compiere la conoscenza della così detta filosofia del Medio Evo. A quel
modo cioè che, in ordine alla controversia intorno agli universali, è venuta in
luce una varietà di tendenze contrastanti. della quale finora non si aveva la
idea, — così si .è potuto in compenso non soltanto delimitare esattamente, in
quale misura fosse, in quei secoli, conosciuta la letteratura logica, ma anche
fornire la dimostrazione incontestabile, che nell’intiero Medio Evo, senza
eccezione di sorta, non c’è stato un solo autore che abbia cavalo fuori dalla
propria testa un pensiero che fosse suo: bensì la letteratura di quell’epoca
era tutta dipendente e condizionata dalla estensione di un materiale
preesistente, trasmesso per tradizione. Soltanto sobbarcandomi alla fatica
indicibile di sollevare e di risolvere, quasi direi frase per frase, la
questione della fonte dalla quale la frase! fosse stata ricavata, sono riuscito
a esporre in maniera obbiettivamente esatta il corso della evoluzione; e anche
quella sola volta che (cioè a proposito di Escilo) non sono stalo più in grado
di dar una risposta a quella domanda « Di dove? », non è già che su questo
punto resti da ciò alterata la giustezza della mia tesi generale, ma in quel
caso speciale semplicemente manca alla ricerca il materiale necessario. Se del
resto io per principio mi sono limitata a quella produzione letteraria, che
abbiamo a nostra disposizione in pubblicazioni a stampa, sono tuttavia contento
di ammettere la possibilità che da varie Biblioteche, utilizzandosi materiale
manoscritto, vengano tratti alla luce elementi per rettificare o integrare la
mia ricerca, e anzi in più luoghi ho espressamente formulato l’augurio che ciò
awengà. Purtuttavia in un caso soltanto ho derogato a quel mio principio: da
manoscritti parigini, additati dall’ Hauréau, ho potuto cioè desumere con gioia
ch’era mio dovere addurre il materiale che ivi si trova; poiché n’è derivata
luce, non meno nuova che interessante, sopra la relazione di Psello con Pietro
Ispano, o piuttosto con i predecessori e contemporanei di quest’ultimo: un
risultato, al quale non si sarebbe mai potuti pervenire, con la letteratura a
stampa. | Il l J rantl allude qui munì lestamente a scritti inediti di
Guglielmo da Shyreswood e di Lamberto da Auxerre, dei quali tuttavia egli si è
giocato non per il 2”, ma per il 3" volume di questa sua Storia. Si veda,
nel volume successivo della presente traduzione italiana, la Sezione XVII J. Se
i passi delle fonti, copiosamente riportati nelle Note, sembrano spesso
(particolarmente nella Sezione [la XVI': vedi il voi. successivo della traduzione
] che tratta degli Arabi) contenere più ancora di quel che ho esposto nel
testo, il lettore vorrà scusarmene, considerando che io mi sono sempre sforzalo
di attenermi alla massima possibile brevità, e che pertanto mi son provato a
presentare nel testo non una semplice traduzione e neanche un riassunto, bensì
la intima essenza dei passi originali. Al medesimo intento di brevità servono
anche i numerosi reciproci rinvii, nei quali il lettore vorrà ravvisare non un
ozioso abbellimento, o imbruttimento, ma un mezzo compendioso di tener dinanzi
agli occhi in molti casi una più ampia connessione. Monaco di Baviera. Le difficoltà che
s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’ italiano dipendono, in primo
luogo, dall’incerto significato del nome stesso, onde puo essere ugualmente
designate come POSITIVA, filosofia -della quale sembra più interessante mettere
in luce le caratteristiche differenziali che non i tratti comuni. I positivisti
non si definiscono come tali per la concorde adesione a una rigida dottrina, o
per la collaborazione consapevole alla costruzione di un sistema ben
determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo metodico, di una forma mentale
che impronta di sè non solamente la ricerca filosofica propriamente detta, ma
l’intiero mondo della cultura. Il positivismo ripone e ricerca la verità nel
fatto, intende la conoscenza come relativa, la esperienza come unica fonte del
sapere e ultimo criterio della certezza, ritiene che la cognizione filosofica
non sia diversa per natura dalla scientifica, e anche non possa se non
prepararla e integrarla, assume di fronte ai problemi della metafisica un
atteggiamento agnostico o semplicemente negativo, concepisce la natura come
universale meccanismo, escludendone la teleologia e, pure affermando la
irreducibile diversità della materia dallo spirito, non crede che da ciò
rimanga spezzata la unità e interrotta la continuità del reale, interpetra il
mondo dei valori come prodotto della evoluzione psicologica, e dei valori
stessi domanda la spiegazione e la giustificazione alle leggi della psicologia.
Ma l’accordo — che può anche essere parziale — sopra questi principii non
esclude la possibilità di svolgimenti molteplici e autonomi, perchè i principii
stessi valgon piuttosto a dirigere nella selezione e nella discussione dei
problemi, che non ad anteciparne in concreto la soluzione: onde, chi voglia
essere cronista esatto del vasto e vario movimento, si trova di necessità a
ravvicinare pensatori che si sono reciprocamente ignorati e che proverebbero
senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi insieme: particolarmente in
Italia il positivismo è affermazione perenne della libertà filosofica, sì che
sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una formula, e si manifesta la
necessità di determinarne la fisionomia, considerando in modo distinto la
operosità de’ suoi seguaci. E tale necessità risulta ancora dal fatto che nella
maggior parte dei positivisti italiani, sopra il gusto delle costruzioni
sistematiche, ha prevalso la tendenza a esplorare determinati campi della
indagine: e però limitarsi a registrare le concezioni generali del mondo e
della vita, trascurando i contributi recati da più modesti studiosi alle
scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del movimento una idea
affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno tra le
fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro intendimento del
loro più profondo significato, consentire anche quegli scienziati che sono
affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si decorasse del nome
di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche volta, per dirla con
Bruno, la loro filasofia, cioè una metafisica grossolana, ingenua sino alla
inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di quella metafisica contro la quale
il positivismo era sceso in campo: positivismo non può infatti essere ignoranza
della tradizione metafisica e incapacità d’intenderne le ragioni, bensì
dev’esspre revisione critica dei postulati assunti e dei metodi tenuti dalla
metafisica stessa. Eppure in un quadro sommario che aspiri a riuscire completo,
anche queste manifestazioni di pensiero più povere di critica hanno il loro
significato e debbono trovare il loro posto. D’altra parte, in Italia, in
questi ultimi anni, le fortune della filosofia idealistica, soprattutto nella
sua forma attualistica, indussero i dissenzienti a costituire una fronte unica
contro una dottrina che romanticamente presentava la filosofia, piuttosto come
opera di fantasia e prodotto di subbiettiva ispirazione, che non come
sistemazione di conoscenze vere: e il comune, se pur tutt’altro che uguale,
atteggiamento di opposizione e di reazione, ebbe come conseguenza che
tendessero a obliterarsi i caratteri differenziali del positivismo da altri
indirizzi. A far la rassegna dei filosofi che pròfessano oggi di essere
positivisti, si sarebbe indotti a conchitidere che i « quadri » non sono stati
mai poveri come adesso : eppure mai come in questo momento è apparsa chiara la
influenza del positivismo sopra la educazione mentale e la posizione dottrinale
di quei pensatori che non si sono ralliés alla filosofia di moda. Il periodo
storico che qui si considera, coincide con il cinquantennio dell’attività
filosofica di R. Ardigò; questi, nato a Casteldidone, pubblica La psicologia
come scienza positiva », segnandovi le linee fondamentali della sua dottrina,
già preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete, nella
commemorazione di Pomponazzi — e morì a Mantova, avendo atteso fin quasi
all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione del sistema
ardighiano erano precorse in Italia altre manifestazioni di pensiero
positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si lega in
Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i
maravigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come
delle scoperte, il fervore degli studi storici, la reazione contro le
intemperanze del pensiero metafisico, il disgusto dei sistemi dogmatici. Le
origini prossime del movimento positivista sono da ricercare nella scuola di
Romagnosi, dalla quale uscirono Ferrari e Cattaneo. Ma Ferrari, rappresentante
di un fenomenismo estremo che reca le tracce d’influenze discordi e tende a
sboccar nello scetticismo, non orientò il suo pensiero verso il positivismo
così decisamente come il Cattaneo: questi è comunemente riconosciuto come
l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace banditore della dottrina. Nel
Cattaneo, patriotta insigne, cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente
poliedrica, si manifesta l’interesse per la glottologia, la storia e la
politica, la demografia, la economia e la organizzazione tecnica della
industria e dell’agricoltura: ne’suoi scritti filosofici, non ammette
conoscenza che non sia di fatti, e attribuisce alla filosofia una funzione
sintetica rispetto alle altre scienze: raccogliendo la eredità del Vico, pone
come fondamentale il pro-^ bleina deH’incivilimento: la civiltà è opera
dell’uomo; ma l’Uomo dei metafisici è una finzione mentale, che non può
adeguarsi alla varietà e alla concretezza del mondo umano; la psicologia
individuale deve integrarsi nella psicologia sociale, o psicologia delle menti
associate; mente non si dà, nè funziona e si forma se non in un giuoco di
azioni e reazioni, che, poiché i conviventi operano uno sopra l’altro e ogni
generazione scomparsa sopra le successive.] è a un tempo il fondamento della
unità sociale e della continuità storica. La dottrina del Cattaneo s'intona al
positivismo del Comte e all’umanismo del Feuerbach, sebbene si sia costituita
in perfetta indipendenza dall'uno e dall’altro, e contiene germi che dovranno
maturare nella filosofia dell’Ardigò (« Opere edite e inedite di Cattaneo).
Maestro acclamato e autorevolissimo nelle scienze storiche, Villari, che aveva
mostrato, nel « Saggio sull’origine e sul progresso della Filosofia della
Storia, di risentir la influenza di Comte e Mill, illustrò e favori («La
Filosofia positiva e il metodo storico) l’indirizzo storico già prevalente
nelle scienze morali, sostenendo che queste non avrebbero potuto fiorire come
le scienze naturali, se non ne avessero fatto proprio il metodo, positivo o
sperimentale. La influenza esercitata dalla divulgazione della dottrina
darwiniana, che apriva nuovi orizzonti agli studi biologici ed ebbe fra noi il
suo apostolo più fervido in Canestrini ( « Antropologia » La teoria dell’evoluzione esposta ne’ suoi
fondamenti La teoria di Darwin), è manifesta negli scritti di Tommasi, medico
insigne che promosse il progresso delle scienze biologiche dallo stato
metafisico allo stato positivo, e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai
problemi della natura, con l’animo sgombro da ogni apriorismo dottrinale e
metodico. Il suo naturalismo è concezione della filosofia come organamento del
sapere scientifico, è realismo rigoroso, che tende a identificarsi con il
materialismo, e non meno rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè
ogni teleologia («Il naturalismo moderno, Il rinnovamento della medicina in
Italia). Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore
nella clinica di Napoli. Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina d’Ardigò
e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più
rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filosofiche rispecchiano
il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede inconcussa nel Vero
e il culto operoso dell’ideale etico, celebrato nella esemplare austerità della
vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato impari, se pur non affatto
insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa era sodisfatta, in modo
positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che rappresenta ancora una entità
ontologica, onde si mantiene l’antitesi di sostanza e di fenomeno, e il
fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e trova alla soglia di questo il
proprio limite: il sistema dell'A. si forma fuori da ogni diretta influenza di
queste dottrine, per la rivoluzione che lo studio delle scienze naturali opera
nella sua mente, resa, da lunga consuetudine, familiare con i classici della
teologia e della metafisica: il distacco dalle vecchie credenze non è
definitivo, fin ch’egli non ha trovato la soluzione del problema gnoseologico,
e non ha inteso come si possa spiegare la origine delle idee, senza ricorrere
alla trascendente facoltà dell’intelletto. La posizione centrale assegnata alla
teoria della conoscenza è la caratteristica più significativa del sistema
dell’A. « Non è senza significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al
suo apparire coll’A., fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando
subito il problema dell’infinito cosmico e traducendone la visione in una
concezione organica dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore
ed obiettiva non si acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sintetica
dell’uiiità della coscienza, e invece che tener separata la questione
gnoseologica dalla cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo concetto
si della natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si separano
se non per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di Comte, nè
quello di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il naturalismo
del Rinascimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono umani: ma il
fatto primo e assolutamente certo, per la consapevolezza immediata che ne
abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a
fondamento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza
trascorrere dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il monismo
dell’A. che elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così
la contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione dell’oggetto
nel soggetto; e sfugge al pregiudizio del realismo ingenuo senza incorrere nei
sofismi del soggettivismo radicale. La contrapposizione è fra termini di
pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa
assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la
sensazione, e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due
mondi, per il doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato
la sintesi delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’altro, la sintesi
delle sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se
stesse nè interne nè esterne, ma il differenziamento si opera, per la
specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e
costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale,
è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione
delle sensazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro
incommensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in
percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico
della percezione). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto in se
stessa, in quanto conoscenza assoluta o posizione di se medesima, ma anche come
percezione, o conoscenza relativa e posizione della propria causa: si definisce
cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di risolvere il
soggetto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè abbia il suo
termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e figuri come
possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto
d’irreducibilità che il pensiero stesso pone fra i propri termini sensibili, e
che, come tale, è noto («L’Inconoscibile di Spencer e il positivismo). La
materia non farà mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia: ma la
trascendenza così intesa, in senso affatto diverso dal tradizionale, non
esclude la fondamentale unità, che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me e
Non-Me) che vi si costituiscono, collegandosi in un organismo logico unico.
«L’unità dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la
continuità del processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale)
caratterizzano la concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una
formazione naturale la psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega
l’essere e ne domina lo sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si
specifica la realtà: la preminenza e la priorità del problema gnoseologico
rispetto a tutti gli altri problemi filosofici si esprimono nel fatto che
appunto dallo studio del fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il
concetto della natura come indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita
virtualità di successivi che si realizza nella infinità dei coesistenti. Il
processo dall’indistinto al distinto è governato dalla legge del ritmo, la
quale spiega come ogni formazione naturale debba sempre essere un ordine,
malgrado le accidentalità proprie di ogni ordine dato, che è sempre
l’effettuazione di uno tra infiniti altri possibili. Per la universale
ritmicità si ha infatti nella natura non il caso, ma la cosa e il fatto, il
tipo e la legge, l’impero, dunque, della causalità; ma causalità non è forma a
priori dello spirito, nè semplice successione che generi per abitudine l’attesa
del riprodursi del passato; l’idea di causa è una formazione naturale
endogenetica per l’esperienza subita dal mondo esterno, onde avvertendo
costantemente una determinata successione, siamo costretti ad ammettere che il
fatto precedente ha in sè una condizione e ragione di causare: ogni fatto,
dunque, emerge in modo necessario dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra
parte, la necessità non esclude il caso, perchè l’ordine si attua in seno
all’universo che è infinito: onde il fatto può a un tempo dirsi, per la sua
intrinseca necessità, equazione del determinato, e, per la imprevedibilità
della sua determinazione necessaria, equazione dell’infinito: poiché
l’indistinto non è un sistema chiuso, il distinguersi di uno o dell’altro
ordine è casuale. Il determinismo non elimina dunque la casualità, nè
semplicemente l’ammette come espressione della nostra ignoranza: ma la
riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto della realtà, non
meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per necessità naturale da
una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi non assegnabile, o
non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del suo principio, non
solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche negli elementi
costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione naturale nel
fatto del sistema solare; la trilogia: « Il Vero» «La Ragione» L’Unità della Coscienza). E’ una
formazione naturale anche la filosofia, che non soltanto ha funzione
coordinatrice e sintetica rispetto alle scienze, ma è la matrice perennemente
feconda del sapere scientifico e dei problemi che alla scienza appartiene di
risolvere. Come l’indistinto si specifica, per un processo di ascendenza
dinamica, nei sistemi ritmici, corrispondenti a gradi sempre più alti di
autonomia, cosi la filosofia si viene differenziando nelle discipline speciali
che in essa si unificano e di essa risentono l’azione propulsiva (« Lo studio
della Storia della filosofia Il compito della filosofia e la sua perennità).
Sopra i contributi recati dall’A. alle distinte scienze filosofiche non posso
intrattenermi qui: basti ricordare come il suo realismo psicofisico e il
prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano portato alla costruzione di un
sistema di psicologia, dove la unità della coscienza figura come idea
direttrice, e la critica del vecchio associazionismo prepara la teoria della
confluenza mentale — come inoltre sovra basi fisiopsicologiche si eriga una
concezione della vita morale, nella quale la impulsività della sensazione è
assunta a spiegare la imperatività della idealità sociale antiegoistica (« La
Morale dei positivisti) — come, ancora, la morale s’integri in una sociologia
che è piuttosto una filosofia del diritto, o lo studio della formazione
naturale della Giustizia, intesa come forza specifica della società
(Sociologia) — come infine le dottrine fondamentali si coordinino e sbocchino
in ima pedagogia, che pone l’esercizio a fondamento cosi della educazione
intellettuale come della educazione morale (La Scienza dell’educazione).
Ardigo, prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi
discepoli vogliono essere ricordati in primo luogo Marchesini, Dandolo,
Tarozzi, Ranzoli, Troilo. MARCHESINI (vedasi), prof, di ped. a Padova,
fondatore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e scienze affini,
illustrò la figura del Maestro e ne propagò la dottrina, elevandosi dalla
esposizione acuta e fedele alla originale ricostruzione e rielaborazione (« La
vita e il pensiero di Ardigo; Ardigo, L’uomo e l’umanista. Il M. ha definito il
positivismo d’Ardigò come naturalismo umanistico e questa denominazione designa
la duplice direzione nella quale egli stesso ha svolto la propria attività di
scrittore, integrando felicemente il sistema, che rivela così nella varietà e
la novità degli sviluppi la propria feconda vitalità. Il naturalismo del M. si
fonda sopratutto sul principio dell’unità come sintesi universale: egli
concepisce la unità come continuità dinamica dei fatti fisico, biologico,
psichico, postulando il « fatto minimo », come idea-limite, in armonia con lo
stesso concetto della continuità nella eterogeneità, e spiegando con la
impossibilità di depotenziarci la presunta inintelligibilità del trapasso, alla
quale si devono le due estreme concezioni, idealistica e materialistica. La
conoscenza, in quanto è determinata dal reale, in ordine al principio della
continuità stessa ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già puramente
simbolico (« La crisi del positivismo e il problema filosofico, Il simbolismo
nella conoscenza e nella morale). Umanistico è detto dal Marchesini il
naturalismo dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla celebrazione della
persona umana e dà fondamento razionale e positivo all’idealismo etico e alla
dottrina dell’autonomia; negli ultimi libri del M., e non soltanto in quelli
che hanno più diretta attinenza con la pedagogia (« L’educazione morale» I
probi, fond. dell’ed., Disegno stor. delle dottr. ped.), si manifesta più che
mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche per il M. la
continuità non esclude, ma comprova l’autonomia del soggetto umano, come
formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il diritto a
un orgoglio umano razionale come vera e propria virtù etica (« Il dominio dello
spirito, ossia il problema della personalità eildiritto all’orgoglio). Sulla
stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza come rispetto della
personalità nella sua costituzione specifica (« L’intolleranza e i suoi
presupposti). L’ideale è relativo alla personalità, ma pensato come assoluto
acquista da ciò uha particolare potenza utilizzabile pedagogicamente (Le
finzioni dell’anima). In esso, e nelle sue singole specie, si reintegrano le
inclinazioni umane fondamentali, all’infuori d’ogni trascendenza metafisica,
ch’è puramente simbolica («La dottrina positiva delle idealità). Nella teoria
del M. si ravvisa antecipata in alcuni de’ suoi elementi più caratteristici e
significativi la filosofia del « come se », che ha avuto in questi ultimi anni
singolare fortuna e grande diffusione. Dandolo, prof, di fil. teor. a Messina,
concepì il problema gnoseologico come problema psicologico, e lo fece oggetto
d’indagine accurata e penetrante, rivelando rare attitudini all’analisi e alla
rappresentazione della vita mentale. Tra fatti psichici e fatti fisiologici
corre un rapporto unitario di correlazione: il fatto psichico non è il
riverbero di un evento fisiologico, ma ha la sua specie caratteristica nella
coscienza, che è autonoma, è un distinto che si pone assolutamente e del quale
è artificioso e vano ricercare il perchè. I limiti dell’esperienza
edelconoscerecoincidono; e continuo è il processo dal senso all’intelletto, se
pur non sia possibile risolvere senza residuo la conoscenza nella sensazione;
ciò che è necessità di origine si conserva come necessità di sviluppo: la pura
sensazione, unità indistinta, s’integra nella percezione, come l’appetito
s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè la ragione nella volontà.
Contro il realismo ingenuo e l’idealismo dogmatico il D. afferma la relatività
reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in generale, mentre si pone come
fatto di coscienza, accenna alla necessità di un eterogeneo, d’un termine
correlativo esteriore, distinto e in pari tempo inseparabile dal pensiero.
Questo incontra nella esperienza un limite alla propria libertà: nella
oggettività della percezione ha fondamento la oggettività della causa, della
legge, della scienza. Contro la dottrina della scienza sostenuta dal Mach, il
D., mentre riconosce la incommensurabilità della spiegazione scientifica con i
fenomeni naturali, sostiene che fra questi e quella intercede un vincolo, che è
un adattamento speciale della intelligenza alle cose: il vero è adattamento
conquistato dal pensiero sulla realtà naturale (« Le integrazioni psichiche e
la percezione esterna, Le integrazioni psichiche e la volontà, La causa e la
legge nell’interpretazione dell’universo, Intorno al valore della scienza, Studi
di psicologia gnoseologica, oltre a numerosi altri saggi, soprattutto di psic.
e di st. della psic.). TAOROZZI (vedasi), prof, di fii. a BOLOGNA, occupa in
Italia, rispetto alla tradizione storica del positivismo sistematico, una
posizione spiccatamente personale: è stato, e si è professato sempre, discepolo
delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il metodo e alcuni fondamentali
postulati: la filosofia è anche ricerca, perennemente promossa dai risultati
della scienza e dallo sviluppo dei pensiero comune; scienza e filosofia si
differenziano non per il metodo bensì per l’oggetto, e insieme tendono a un
fine comune cioè alla obbiettività, la quale può essere raggiunta dallo spirito
umano solo entro l'ambito della categoria quantitativa, onde ha grande valore
filosofico lo sforzo di esprimere il qualitativo in termini quantitativi; la
esperienza non è di atti ma di fatti; non è concreto se non ciò che è
sicuramente determinabile nel tempo e nello spazio. Ma la originalità del T. si
è rivelata anzitutto nelle critiche alle quali egli sottopose il determinismo,
ravvisando in questo un residuo metafisico e un elemento estraneo allo spirito
del positivismo. il suo indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del
Bergson, del Mach, congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità
del fatto singolo, senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo («
Della necessità nel fatto naturale e umano). Con l’indeterminismo si collega il
realismo gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza
» consente una soluzione esauriente della questione relativa alla
determinazione qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar
fondamento alla persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è contingente,
e però presuppone il reale come altro da se stessa, e implica l’idea della
esistenza come incondizionalità dell’essere rispetto alla conoscenza; da ciò
s’inferisce un reale, di cui tutte le determinazioni appartengono alla
esperienza, tranne una, cioè la esistenza, che le si sottrae. Il reale così
inteso sfugge a quella determinazione del finito che è propria della conoscenza
razionale : e però è l’infinita varietà, che come tale non può essere se non
dinamica: infinito dev’essere dunque il principio dinamico dell’infinitamente
vario in ciascun essere che l’esperienza ci presenta come determinato e finito.
La contingenza della conoscenza, da un lato, giustifica la distinzione della
conoscenza pura dalla conoscenza empirica e quindi il riconoscimento di leggi
proprie del pensiero, dall’altro, ha in tale distinzione e nella esistenza di
queste leggi la propria riprova. Nella conoscenza pura, intesa come conoscenza
deH’autonomia dello spirito, consiste il fondamento gnoseologico e logico,
dell’idealismo etico. Caratteri dell’idealismo etico sono la coscienza della
libertà dello spirito, la responsabilità, l’impero effettivo dell’ideale. La
libertà dello spirito, come rivelazione dell’infinito nella coscienza, e
capacità che ha l’uomo di creare il regno della sua umanità morale, non esclude
ma implica la obbligazione, l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste
fra necessario e infinito, in quanto quello pone un limite che questo esclude,
vien meno, infatti, nella necessità morale, e in essa soltanto, perchè in essa
l’infinito si limita non negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità, in
quanto è correlativa alla obbligazione, è responsabilità non soltanto del male,
ma anche del bene, in quanto è indipendente dalla obbligazione, trascende i limiti
dell’attività del soggetto, onde questi tende ad assumere sopra di sè il carico
del male della umanità intiera. Effettivo è l’impero dell’ideale, perchè esso
come autonomia dello spirito, è, per natura sua, un fine: ma non può essere
fine a se stesso, bensì presuppone un reale ateleologico che si offre come
oggetto e materia al teleologismo in cui esso ideale si esplica; presuppone
dunque, nell’ordine degli oggetti, la natura indifferente, nell’ordine dei
valori, l’utile, il regno dell’interesse egoistico, in cui l’uomo a questa
natura indifferente obbedisce. Moralità è spiritualità, e spiritualità è
successiva trascendenza di fini gli uni rispetto agli altri. Con il sentimento
dell’infinito ha affinità profonda il sentimento estetico: l’estetica non determina
una distinta regione dello spirito, ma si afferma sovrana, come espressione
sintetica della humanitas. La pedagogia idealistica che risolve la educazione
nell’autoeducazione, ripugna al senso comune: la educazione dev’essere
spiritualistica, perchè promuovere negli educandi il loro valore propriamente
umano, significa avviarli a pensare come vera vita la loro vita interiore.
Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina del T. appartiene alla
storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido, aperto a interessi
molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte, bensì è portato a
rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente meglio
coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori umani; ma
egli non ha mai dubitato che quella rivendicazione morale dell’energia dello
spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale (Gentile), non sia
appunto il programma che il positivismo propone a se stesso e ha virtù di
realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo sistematico tutte le
idee qui accennate, vedi: « La coltura intellettuale contemporanea, Ricerche
intorno ai fond. della certezza raz. » Menti e caratteri » «La virtù
contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del bene Il contenuto mor. della
libertà del n. Tempo L’educazione e la scuola Note di estetica sul Par. di
Dante. Anche Troilo, prof, di fil. a Padova, operoso cultore della st. della
fil. (« La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant, Telesio » La
fil. di Bruno Figure e studii di st. della fil.), manifesta, nella esposizione
delle sue vedute teoretiche, il travaglio perenne di uno spirito che si cerca:
tutta la sua feconda attività di scrittore è infusa di pathos profondo. Egli
riferisce a un’antitetica che si rivela fondamentale nell’attività dello
spirito, il perenne avvicendarsi dei due indirizzi, positivistico e
idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che superando la unilateralità
delle contrastanti vedute, integri il positivismo con una sua propria
costruzione teoretica (Idee e ideali del Pos.
Il Pos. e i diritti dello spirito). Il suo atteggiamento di calda
simpatia per il sistema d’ARDIGÒ non gli vieta di criticarne il concetto
dell’Indistinto psicofisico, nel quale ravvisa una pericolosa concessione al
dualismo; d’altra parte, il fenomenismo puro riesce a una finale
identificazione con il soggettivismo idealistico: a questi indirizzi egli
oppone lo schietto Monismo ontologico, la necessità dell’Essere come Dato primo
assoluto, assolutamente autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte,
dualismo gnoseologico: nell'Essere, includente in sè quella forma della Realtà
ch’è lo Spirito, la legge è l’Unità: nel Conoscere, il quale altro non è che
funzione, la legge è la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e
Trascendenza, spoglie di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come
espressione integrale teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale,
pedagogia dello spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non
deve limitarsi a interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia («
Filosofia, vita, modernità, La conflagrazione). Il positivismo del Trailo si
determina come Realismo Assoluto: e un Realismo assoluto è anche la dottrina di
RANZOLI (vedasi), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto della conoscenza non è
nè una imagine dell’oggetto esterno, nè una creazione del soggetto, bensi lo
stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi, .si pone come identico a
sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto, come spirito e come
natura (L’idealismo e la fil.). Porsi come natura significa rappresentarsi e «
distendersi » in quei rapporti spaziali e temporali che risultando dalla mutua
irreducibilità degli elementi della conoscenza, e quindi del reale, si possono
definire come la visione panoramica che il reale ha di se stesso («Teoria del
tempo e dello spazio). Lo spirito costituisce il ritmo supremo dell’esistenza,
ossia il limite di quel processo d’individuazione che rappresenta la legge
fondamentale della realtà : legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma
esprime al contrario la fusione del caso con la causalità (« Il caso nel
pensiero e nella vita). Queste idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è
sovente un modello di stile filosofico: anche di lui può dirsi, come di DANDOLO
(vedasi), che la natura sobria dell'ingegno si riflette nella composizione
nitida e organica delle dottrine, ma non vieta di avvivarne efficacemente la
espressione con imagini colorite e vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra
« La fortuna di Spencer in Italia, ha dimostrato che il positivismo nostro
mosse i suoi primi passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è
staccato ben presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana,
che meglio si accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre
tradizioni filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del
Rinascimento, ma anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che
si continua ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo
dello Spencer, meglio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare
se stesso: l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo
hegelismo: fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana,
dalla quale uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari,
Angiulli) annovera anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che,
rimanendo sul terreno dello hegelismo, riconobbero, nei limiti della filosofia
della natura, il valore del principio della evoluzione. E il positivismo
italiano fu, per molta parte, evoluzionistico: il fascino esercitato sopra le
menti dalla idea di evoluzione trae il sacerdote giobertiano Trezza, bene a ciò
preparato dagli studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una
intuizione naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il
filosofo: le sue idee si organizzarono (La critica moderna) intorno ai due
concetti, della relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli
appaiono come una serie di trasformazioni perenni — e. della immanenza delle
leggi cosmiche che sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio
delle volontà trascendenti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo consenso
fra gli scienziati: minor favore incontrò la dottrina dell’Inconoscibile,
combattuta, per opposte ragioni, da hegeliani e da neo-criticisti, da
spiritualisti e da positivisti; ma è manifesta la influenza dello Spencer sopra
quel movimento di pensiero che ebbe per organo la Rivista di filosofia scientifica,
fondata e diretta da MORSELLI, prof, di psichiatria a Genova. L’opera di lui è
soprattutto notevole per lo sforzo assiduo di richiamare i filosofi alla
scienza e gli scienziati alla filosofia, combattendo la metafisica
antiintellettualistica, e reagendo contro io spirito antifilosofico,
manifestato o anche ostentato da molti scienziati puri. Il M. rappresentò
autorevolmente una filosofia monistica ed evoluzionistica, consapevole della
propria funzione sintetica e non ignara delle proprie intime difficoltà, ma da
ciò indotta non a cedervi bensì a superarle e una psicologia che si rende conto
dei limiti, ma anche del valore del metodo introspettivo («La fil. mon. in
Italia» Id. id.» L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà, Il
darwinismo e l’evoluzionismo La psic. scient. o pos. e la reaz. neo-ideal.
» ecc.). Classiche sono le ricerche
biopsicosociologiche del M. sul suicidio. Anche a dire del M. («C. L. e la fil.
scient.), LOMBROSO (vedasi), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un
filosofo: la sua Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua
psicologia è puro somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle
indagini ch’egli compì o promosse, alla conoscenza delle manifestazioni
psicologiche anormali o supernormali; se si considera quante idee, accolte,
quand'egli le mise in circolazione, come scandalose o ridicole, sono diventate,
quasi insensibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra
la costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla
influenza che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso
determinismo bio sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la
legislazione penale è debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di
lui e de’ suoi discepoli, con il movimento
della filosofia scientifica («L’uomo delinquente» L’anthrop. crim.
L’uomo di genio, «Nuovi studi sul genio). Alla negazione del libero arbitrio e
alla fondazione .di una dottrina della imputabilità penale non costituita sopra
la responsabilità morale, diede opera, con altri, FERRI (vedasi), fondando
quella scuola del diritto penale, o piuttosto della criminologia, che fu detta
positiva, e che propugnò lo studio e la considerazione non del delitto, ma del
delinquente. Il Lombroso diffuse in Italia, La circolazione della vita » di
Moleschott. Questo saggio, nel MOLESCHOTT, prof, a Torino, sostenne le proprie
vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella ispirazione della dottrina
lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno inclinarono molti fra i
cultori delle scienze biologiche: e un tale indirizzo è manifesto nelle
ricerche psico-fisiologiche di Schiff, prof, di fisiologia a Firenze («Sulla
misura della sensaz. e del movimento»
«La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, Herzen (Fisiol. e
psicol., La condizione fisica della coscienza » « Della nat. dell’attività
psich. » «Il moto psich. e la coscienza) che nell’« Analisi fisiologica del
libero arbitrio umano illustrò il doppio determinismo, organico e sociologico,
delle azioni umane; e dell’antropologo Sergi, già prof, a Roma (« Elem. di
psic. L’origine dei fenomeni psichici), studioso anche di problemi pedagogici
(« Per l’educazione del carattere » Educazione e istruzione). Le vedute di
SERGI (vedasi) sono impugnate da REGALIA (vedasi), sostenitore della tesi che
il dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari,
cinque raccolti nel voi. « Dolore e azione). Un altro antropologo, Vignoli,
coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica (« Peregrinazioni
psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella spiegazione delle
malattie mentali e le ragioni filosofiche che sono poste a suo fondamento
furono combattuti dal grande clinico MURRI (vedasi) (Nosologia e psicologia.
Non si staccò dall’indirizzo materialistico BUCCOLA (vedasi), il quale a Reggio
Emilia — dpve sotto la direzione di TAMBURINI (vedasi), e più recentemente di
Guiceiardi (vedasi), ebbero grande impulso la psicopatologia e la freniatria —
avvia ricerche psicometriche che ebbero larga eco anche all’estero («La legge
del tempo nei fenomeni del pensiero). Ma scarso è il contributo direttamente
recato dai filosofi positivisti alla psicologia con ricerche sperimentali, alle
quali attesero prevalentemente seguaci di altri indirizzi o studiosi estranei
alla milizia filosofica. Allo studio sperimentale delle emozioni contribuì
poderosamente MOSSO (vedasi), prof, di fisiologia a Torino (La paura, La
fatica), studioso anche di problemi educativi, il quale aderì alla teoria
Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al lombrosiano PATRIZI (vedasi)–
no il da Dazia --, prof, di fisiologia a Modena) è dovuto il primo impulso alle
ricerche di psicologia applicata ai problemi sociali e del lavoro
(psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a tentativi
d’interpretazione delle opere d’arte con il sussidio della psicologia positiva
(«Saggio psico antropol. su 0. Leopardi, Il Caravaggio e la nuova crit. d’arte.
Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per es. con studi
sopra le relazioni fra emozioni e lavoro muscolare) e particolarmente coltivò
le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia tecnica scolastica,
portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al problema della
valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di psicologia e pedagogia
dei deficienti («Educazione dei deficienti)si dedica Sanctis, prof, di psicol.
a Roma), autore anche di apprezzate ricerche sopra i sogni. Benemerito della
pedagogia correttiva è Ferrari, direttore dal 1905 della Rivista di Psicologia.
BROFFERIO (vedasi), prof, di st. della fil. a Milano (La filosofia delle
Upanishadas », postumo), esercitò la propria attività nella sistemazione della
psicologia e, sopra saldo fondamento psicologico, della gnoseologia
positivistica : si propose il problema della classificazione delle specie della
cognizione, come propedeutico rispetto al problema dell’origine, razionale o
sperimentale, della cognizione, e ridusse le intuizioni, per le quali la
esperienza è resa possibile, alla intuizione fondamentale del numero (unità e
molteplicità), la quale s’integra in quelle della quantità (intensità) e della
qualità; ma di quella intuizione egli illustrò la natura sperimentale. Scarso è
il contributo recato dai positivisti, alla estetica. Oltre a Mantegazza,
professore a Firenze (Epicuro), autore anche di molto fortunati studi sulle
emozioni, si può appena ricordare Pilo («Estetica Psicologia musicale) e BARATONO
(vedasi) («Sociol. estetica»). Quest’ultimo, autore anche di lodati Fondamenti
di psicologia sperimentale ha coltivato poi di preferenza la pedagogia, con
indirizzo criticistico. il preteso a priori non è se non la esperienza
accumulata della razza. Il positivismo affermando, in contrasto con il
materialismo degli scienziati, la relatività della cognizione e precludendosi
la via alla ricerca della realtà assoluta, lascia la possibilità di fondare
sovra prove morali la credenza nella esistenza di Dio e di appagare la
invincibile aspirazione alla immortalità. Il B. ravvisò poi nelle esperienze
spiritiche la verificazione sperimentale di quelle ipotesi che aveva da prima
accolte per volontà di credere («Le specie dell’esperienza » Man. di psic., Per
lo spiritismo). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone a fondamento della
filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del conoscere è il
sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le leggi
dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire secondo una legge dinamica
universale si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di sensazioni
anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del pensiero. La
realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal sentire nascono
così l’io come il nonio. E il sentire è anche base della morale. La vita, la
quale per conservarsi e integrarsi suggerisce agli uomini la collaborazione e
la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi agli effetti pratici
vien postulato come fine delle azioni. E al dovere s’informa anche la
educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita (Nel regno del conoscere
e del ragionare» «Alle radici della morale» «Nel dominio dell’io, Alle soglie
della metafisica. Dell’attività esplicata dall’Ardigò, da Marchesini, dal
Tarozzi come pedagogisti, già si è fatto cenno. L’indirizzo positivistico ebbe,
in generale, grande influenza sopra la scienza della educazione: e si onora
anzitutto del nome di GABELLI (vedasi), che professa un positivismo agnostico,
combattendo le degenerazioni materialistiche; ma più che ai problemi
speculativi, volse la mente ai problemi della pratica: propugnò l’applicazione
del metodo sperimentale alle scienze morali, e delineò un’etica utilitaria,
fondata sopra l’amor di sè, distinto daH’amor proprio (« L’uomo e le scienze
morali » 1869). Esplicò la sua missione socratica (Credaro) con la diagnosi
severa — condotta da un punto di vista rigidamente conservatore — dei mali
morali del popolo italiano e con la indicazione del rimedio, che doveva consistere
in una educazione diretta a formare le teste, a bandire l’artifizio, il
verbalismo, la retorica, ad assumere come elementi integranti del carattere
idee chiare verificate al paragone della esperienza: il miglioramento morale è
indissolubilmente legato al progresso intellettuale: non sussiste
contraddizione tra il fine umanistico e l’indirizzo realistico della educazione
(«Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari d'Italia Riordinamento
dell’istruzione elementare. Relazione, Istruzioni e programmi» L’istruzione in
Italia). Angiulli, prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante
hegelismo con un sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale
della scienza positiva, .che è legata con la filosofia da un vincolo
d’interdipendenza: ripudia l’Inconoscibile e ammette la possibilità, per la
virtualità dell’astrazione, di una metafisica critica e scientifica,
evoluzionistica e relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa
di sè anche la morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra
con la cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette
negl’individui anche il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza
se non nella e per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle condizioni
esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi sociali
s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente con
la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico,
praticamente con l’attuazione sua negli ordini della scuola e della vita.
Liberale in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere,
d’impartire la educazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica.
L’incremento della cultura femminile deve render possibile che si armonizzino,
nella scienza, la educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica
deve in tutti i suoi gradi essere animata da spirito filosofico («La Filosofia
e la ricerca positiva, La Ped., lo Stato e la Famiglia, La Fil. e la Scuola). SICILIANI
(vedasi), prof, di ped. a BOLOGNA, aspira a una sistemazione del positivismo
italiano, sulla traccia di Galileo e di Vico e in armonia con l’evoluzionismo
(«Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia). La sua pedagogia ha a fondamento
la storia della educazione e ne ricava i due principii della dignità intrinseca
della «santa» personalità umana, e dell’autodidattica (La Scienza nell’Educ.
Rivoluzione e Ped. moderna). FORNELLI (vedasi), prof, di ped. a Napoli,
contribuì a diffondere in Italia la dottrina herbartiana (Studi herbartiani),
la quale tuttavia dovette la sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi
Credaro (« La Ped. di Herbart): ebbe vivo il senso della importanza del
problema pedagogico nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che
deve trovare nella scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si
pongono sopra il fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della
sua costituzione psicologica, ma della finalità civile della educazione. La volontà
è determinata, ma tra i fattori che la determinano è compresa anche la
individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu
sostenitore, nella istruzione secondaria, di un temperato classicismo
(«Educazione moderna» «L’Insegnamento
pubblico ai tempi nostri» 1881 «L'adattamento nell’educazione). DOMINICIS
(vedasi), già prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii
dell’evoluzionismo e del darwinismo («La dottrina dell’evoluzione); ha
determinato, in base alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le
leggi, i fini della educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia,
acutamente analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della
Educ.), e ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem.) sopra la
formazione dei maestri. Colozza, prof, di ped. a Palermo, concepisce non
diversamente dal suo maestro Angiulli la scienza della educazione nel sistema
della filosofia scientifica ed evoluzionistica («Saggio di Ped. comparata» La
Ped. nei suoi rapporti con la Psic. e le Se. Soc.): ma ha temprato il forte e
indipendente ingegno nell’analisi psicologica, nella ricerca del fondamento
psicologico della pedagogia, nello studio di problemi educativi e didattici,
nella revisione di concetti comunemente accolti senza discernimento critico:
dal ripensamento originale della dottrina del Rousseau ha tratto conforto alla
fede nella virtù del metodo attivo; ha risposto negativamente al quesito se
esista la educazione dei sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped., Del potere
d’inibizione, La meditazione, Questioni di Ped. «Il metodo attivo nell 'Emilio.
Ripensando l ’Emilio » La matematica nell’opera educativa). VALLE, prof, di
ped. a Napoli, studiò la formazione dell’autocoscienza, nel riguardo della
forma e del contenuto (« La Psicogenesi della coscienza): ma prevale nell’opera
sua il gusto delle vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine
sperimentale del lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine
speculativa del Valore (che è sempre un fine,): donde due dottrine pure
(Psicoenergetica, Axiologia) e due dottrine applicate (Psicotecnica,
Teleologia). Il D. V. può dirsi positivista, quando ricava « Le Leggi del
lavoro mentale » per induzione da esperienze, anche originali, e ravvisa nella
pedagogia sperimentale un capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un
capitolo della teleologia). Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal
positivismo. I Valori (esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono
rivelati ma non contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sintesi a
priori ; possono esser creduti, ma non dimostrati; sono assoluti, trascendenti,
cioè indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non
intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà
assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta.
L’educazione consiste nella creazione e acquisizione delle varie classi di
valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.: Le
premesse dell’Axiol. pura»).Montessori ha coltivato l’« Antropologia
pedagogica, ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei bambini, che
hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il principio di
spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met. della ped.
scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 « L’autoeduc.
nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient.). Tauro, lib. doc. a Roma,
autore di un lodato profilo del Pestalozzi, ha propugnato il metodo positivo ed
evoluzionistico nella ped., scient. e filosofica, della quale ha delineato un
piano sistematico (« Introd. alla ped. gen.): ha studiato « Il probi, delia
coltura nelle sue attinenze con la scienza e con la scuola, ha affrontato
questioni di ped. applicata, relative alla educaz. intellettuale (« L’unità
mentale e la concentraz. della istruz.) e alla formazione del maestro (« La
preparaz. degl’insegnanti elem. e lo studio della ped.), ha, infine, assunto il
silenzio a oggetto di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate,
fermandosi a considerare il silenzio interiore come mezzo e processo
dell’autoeducazione («Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito). Per Resta,
lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso in
balia delle contingenze (attualità,ed eterogenesi dei fini), ma la conformità
dei risultati complessivi a un piano di svolgimenti progressivi (persistenza, e
omogenesi dei fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo) una forma o norma
di vita, per la progressiva riduzione dell’ordine naturale e attuale dello
sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una tale forma o
legge delle realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un lato,
inerente al vivere umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica cioè
distinta e originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè come
il farsi maestro e far da maestro, mediante una progressiva azione di
corrispondenza delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine attuale)
alle finalità della vita (ordine finale). La educazione è dunque attività di
sforzi perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che si
trasformano in abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini
della vita: suo modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica
(l’autonomia) nella migliore realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) «
L’anima del fanciullo e la ped., I probi, fond. della ped. » Trattato di Ped. 1
» L’educaz. del geografo. 11 carattere umanistico della morale dei positivisti
è stato già rilevato. Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito
dell’etica greca, defini come umanismo la sua filosofia : umanismo critico e
integrale, distinto dall’umanismo pragmatistico, perchè tien separate le
categorie gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e
appreziativo del mondo: tutto da lui prende luce e si predica, tutto da lui
prende senso e si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno spirito
individuale, che è l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito
collettivo una metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze collettive e
storiche, e tendenze universali: individualismo e universalismo sono aspetti
inseparabili deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente
eteronoma e dogmatica: la concezione subbiettivistica dei valori porta a
costruire la morale sopra fondamento psicologico. Centro della vita psichica,
organo dei valori finali, regolatore supremo della vita è il sentimento, che è il
Iato subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione
immediata dello stato del soggetto: fondamento di una morale autonoma è il
sentimento non come dolore (tendenza) o piacere (fruizione), bensì come
sentimento di calma che rivela lo stato di tregua per la sodisfazione avvenuta
e l’armonia di tutte le tendenze: all’edonismo va sostituito l’alipismo: il
senso di tutto il mondo dello spirito umano è spirito, sospiro o conato di
pace, di liberazione dal dolore. L’umanismo pedagogico assume a fine della
educazione la perfetta formazione degli organi individuali dei valori umani,
informandoli al sistema storico della coltura: la educazione deve tendere a
sostituire i valori religiosi con valori spirituali più alti, vincendo la
superstizione del divino con la celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I »
« Ricerche sistematiche per una fil. del costume. I » «La fi!, mor. e i suoi
probi, fond. » 1902 « Le basi dell’umanismo, L’umanismo ped.). L’umanismo etico
di CESCA (vedasi), prof, di st. della fil. e di ped. a Messina, è fondato sul
fenomenismo gnoseologico ed esclude da sè il trascendentalismo, ma culmina
nella concezione di una religione morale e umanitaria (« La religione morale
dell’umanità» La Fil. della vita» La Fil. dell’az.). La religione identificata
con la forza della idealità continuamente aspirante al meglio, viene anche a
identificarsi con la educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento,
deve rivolgersi all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod.). Il C.
costruisce la pedagogia generale sopra fondamento evoluzionistico: il suo
pluralismo critico tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali della
educazione» (1896) nella concezione della educazione stessa come processo
unitario, realizzantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In JUVALTA
(vedasi), prof, di fil. mor. a Torino, è particolarmente viva la consapevolezza
della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli scritti suoi («
Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su la possibilità e
i limiti della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il nuovo problema della
morale » I limiti del razionalismo
etico) son tutti il frutto di meditazione severa, promossa da un irresistibile
bisogno di chiarezza che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le
soluzioni dei problemi etici che sono state proposte nel corso della storia, ma
anche i termini e la posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine
morale sono fondamentali e decisive nella posizione e nella soluzione dei
problemi di ordine metafisico; e direttamente o indirettamente ne dipendono
anche le questioni filosofiche, che a primo aspetto si presentano come
d’interesse prevalentemente teoretico. È dunque, nonché opportuno, necessario
affrontare i problemi morali indipendentemente da presupposti di qualsiasi
indirizzo filosofico, implicanti una particolare soluzione dei problemi della
realtà e della conoscenza. Nella scelta fra le diverse intuizioni religiose, o
fra i diversi sistemi filosofici, prevale l’atteggiamento personale della
coscienza morale. JUVALTA crede alla possibilità di una scienza normativa
etica, ma la fa consistere in un sistema di relazioni e di leggi, le quali non
hanno valore di norme da seguire, se non nella ipotesi che sia assunto come
fine quell’effetto o quell’ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le
condizioni e i fattori. Una tale scienza differisce dalle altre scienze
precettive soltanto perchè suppone che al fine suo sia riconosciuto un valore
di universale preferibilità e precedenza sopra ogni altro fine. Perchè la
determinazione delle norme etiche possa dirsi scientifica, si richiede che il
fine sia umanamente possibile, cioè in relazione di dipendenza da una certa
forma di condotta collettiva o individuale (e particolarmente per questa
maniera d’intendere il carattere scientifico della morale, il punto di vista
dello J. si differenzia da quello che ha prevalso tra i positivisti). Perchè le
norme sieno norme etiche, si richiede che sia ammesso come postulato che il riconoscere
al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza rispetto a
qualsiasi altro fine umanamente possibile, è una esigenza morale. L’esigenza
caratteristica di una norma morale (esigenza giustificativa, diversa dalla
esigenza esecutiva, che è relativa ai mezzi di assicurare la osservanza della
norma stessa) è quella di una universale giustizia; e il fine che sodisfa a
questa esigenza è una forma di società umana tale, che tutti i socii trovino
nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente possibilità
esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di qualsivoglia dei beni
ai quali la convivenza e cooperazione sociale è mezzo. Allo studio del
conflitto fra i criteri fondamentali di valutazione morale, lo J. ha recato, e
ancora promette, notevoli contributi. ORESTANO, prof, di st. della fil. a
Palermo, ha coltivato la storia della filosofia e della pedagogia («Der
Tugendbegriff bei Kant» 1901 «Le idee fondam. di F. Nietzsche» «L’originalità di Kant» Comenio » Angiulli »
Rosmini» L. da Vinci) e la filosofia morale (« I Valori umani» 1907 «La scienza
del bene e del male» Gravia Levia» Prolegomeni alla scienza del bene e del male,
Pensieri’). Meglio che fra i positivisti, va annoverato fra i seguaci
dell’indirizzo critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa
uscire dalla descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela
insufficiente di fronte alle questioni più essenziali che la mente umana può
proporsi di fronte alla realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita
una soluzione : la esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non
rivela al pensiero la totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è
nell’esperienza. 11 progresso dello spirito è segnato dall’accrescimento dei
problemi. D’altra parte ORESTANO ha finora soprattutto inteso a costruire sul
terreno della esperienza una scienza del bene e del male, che si limita alla
descrizione più economica, cioè più semplice e più completa, dei rapporti
funzionali elementari (espressi possibilmente nella forma del calcolo) dei
fenomeni morali; e ha portato nn ricco geniale contributo al problema del
valore e della valutazione, considerato cosi in generale come dal punto di
vista etico. Ogni sistema di vita morale consiste infatti in un complesso di
valutazioni, tendenti a obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un
sistema di principii e di leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per
questo se ne assume come sufficiente la spiegazione psicologica: la coscienza
non è che una piccola sezione della personalità: e quest’ultima è coestensiva
col sistema della vita, il quale presenta, nell’aspetto organico psicologico
sociale, una composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale
dell’io è un mito che non spiega nulla. La valutazione è una funzione
dell’interesse (che è reazione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno
stato d’interesse riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore
non può essere fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il
concetto del valore come un principio formale di sintesi dell’esperienza morale
senza obbedire ad alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione
morale è pertanto il riferimento di un oggetto particolare d’interesse al
concetto fondamentale che si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi:
questo concetto è il vero fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento
relativo, ma che una volta fissato, agisce come principio assoluto. Tale
definizione s’integra nella definizione del fatto morale come impiego
effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione di un tale concetto
unitario, esplicito o implicito, di essa: è la vita che pensa e vuole se
stessa, che sceglie da sè i suoi propri modi di essere: il mondo morale è una
teleologia in azione. Ma la vita non può pensarsi nè volersi che socialmente:
la personalità sociale è il soggetto della esperienza etica, la quale presenta
cosi due aspetti, sociale e personale. L’O. riconduce tutte le valutazioni a un
comune denominatore, la vita, che è la massima misura umana della realtà e del
valore: il valore della vita, poi, è una funzione dipendente del valqre supremo
idealmente concepito: per VALLI (vedasi), lib. doc. a Roma, Il Valore Supremo
s’identifica con la vita stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo
di una corrente d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce
la legge di proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori
stessi una meta fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte
consapevole di ogni processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della
morale, che devono via via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti
gli altri sono valori relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò
supremo, nel quale e per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori
conoscitivi che sono anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa
Rivista, il V. ha presentato modificata in senso antiintellettualistico, la
teoria della religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della
religione). ZINI (vedasi), lib. doc. a
Torino, aderisce, sul terreno della gnoseologia, al realismo critico: afferma
l’intima unità o mutua compenetrazione dello spazio e del tempo, e svolge una
teoria dinamica dello spazio, concepito come emanazione del tempo: la nostra
sensibilità, cioè ia nostra vera vita spirituale in quanto è formata di
rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione e di volontà, è soggetta alla
legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma le condizioni per cui nella
realtà soggettiva sorgono queste forme fondamentali, esistono nella realtà
oggettiva, nella natura (« La doppia maschera dell’universo). Nel campo della
morale, Z. haprofessato sempre la insufficienza dell’empirismo e si è venuto
sempre più accostando (La morale al bivio) alla posizione criticistica, in
antitesi con il naturalismo etico e il determinismo: ma può essere annoverato
qui per l’opera data alla costruzione di una morale logica, la quale sia
l’applicazione alla condotta dei sistemi di cognizioni formulati dalla scienza.
ZINI ha vigorosamente criticato la morale religiosa, emotiva ed eteronoma,
tutta volta alla espiazione del passato e alla redenzione dai peccato, e,
svelandone il meccanismo psicologico, l’ha presentata come impedimento alla
formazione della personalità libera e responsabile (« Il pentimento e la morale
ascetica): egli ha ricostruito la storia psicologica del sentimento e della
idea di « Giustizia, e studiato il problema sociale come problema che è anche
morale e che trova la sua soluzione non nella socializzazione della proprietà,
ma nella partecipazione di tutti alle condizioni di una civiltà superiore («
Proprietà individuale o proprietà collettiva?). Scolaro d’ARDIGÒ e di
MARCHESINI (vedasi), LIMENTANI, prof, di fil. inor. a Firenze, ha sostenuto che
un’etica indipendente dalla metafisica deve abbandonare ogni pretesa normativa
o deontologica: il valore morale si specifica come rapporto formale fra la
coscienza del dovere la quale si spiega
con la costituzione pluralistica della personalità e della società e la condotta effettivamente praticata:
misura del valore morale è lo sforzo, ed è però competente a giudicarne, in più
eminente grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione morale strido
sensu vanno distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra le quali
caratteristiche son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta del
soggetto e le aspettazioni dei socii (« I presupposti formali della indagine
etica » «La morale della simpatia
«Moralità e normalità» «L’onore e la vita morale). Salvadori, lib. doc. a Roma,
contribuì efficacemente alla diffusione della dottrina evoluzionistica, con
traduzioni di opere dello Spencer e monografie illustrative (Spencer e l’opera
sua, La scienza economica e la teoria dell’evoluzione. Saggio sulle teorie
econ.-soc. di Spencer, L’etica evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di Spencer);
combattè gli errori del trasformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità)
ed ebbe a guida l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale
dei sentimenti morali alle spiegazioni metafisica e puramente empirica,
rivelatesi insufficienti (Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.),
come nel fondare sopra la conciliazione dell’antitesi essere-divenire, un
concetto positivo del diritto naturale (Das Naturrecht und der
Entwicklungsgedanke. Il positivismo italiano già nel suo fondatore, CATTANEO
(vedasi), è, sulle orme del Vico, storicismo: MARSELLI (vedasi), scolaro di SANCTIS
(vedasi), dopo avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica,
ormeggiato lo Hegel, prova poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani
avevano fatto della Idea astratta e della scienza a priori, e concepì la storia
come la più alta tra le scienze di osservazione, che con lo stesso metodo
adottato dalle scienze naturali, deve rivelarci le manifestazioni della natura
umana e le sue leggi. Il positivismo del M. è una metafisica monistica, che non
oppone lo spirito alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega con la
legge di evoluzione il progresso da una all’altro («La scienza dellastoria» Le
leggi storiche dell’incivilimento», postumo). P. R. TROIANO (vedasi) da opera
alla costituzione de La storia come scienza sociale, combattendo il concetto dellastoria
come opera d’arte. Da apprezzate ricerche d’etnologia preistorica e
protostorica (L’origine degli Indoeuropei), condotte sulla traccia luminosa
d’intuizioni del Cattaneo, MICHELIS (vedasi) procede ad approfondire il
problema della conoscenza storica. Le scienze di leggi dalla matematica alla
sociologia e la storia lato sensu,
rispondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei
rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono
la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del
reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che
vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il
contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o
fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali
viene pensato il reale come natura, e sovra persistenti vedute astrattistiche e
sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se
la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni
progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle
scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale,
neanche la storia potrebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle
scienze storiche). BERTAZZI (vedasi), prof, di st. della fil. a Catania,
fecondo studioso del pensiero antico, medievale e moderno, ha avviato ampie
ricerche sovra «I presupposti fondamentali della storia della filosofia.
Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considera i problemi morali dal punto di
vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice associazionismo, offre il
modo di conciliare il naturale egoismo con l’ideale del disinteresse («Saggi di
fil. mor.): si adoperò sopratutto a sistemare la sociologia mediante la
classificazione e seriazione dei fatti sociali: approfondì la dottrina del
metodo delle scienze morali e la dottrina della classificazione delle scienze (
« La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte). Ma della vastissima
letteratura sociologica che dilagò per l’Italia sul finire dello scorso secolo
e nel primo decennio del presente, non è il caso di far parola: sopra quella
emergono per l’austera serietà degli intendimenti e la rigorosa fedeltà al
metodo positivo gli « Elementi di scienza politica di MOSCA (vedasi), prof, di
diritto costituzionale a Roma, e il «Trattato di sociologia generale di PARETO:
questi scrittori, se pure non fecero professione di filosofia, con il loro
pensiero robusto e originale esercitarono grandissima influenza sopra la
formazione delle giovani generazioni. Scolaro d’ARDIGÒ, LORIA (vedasi), prof,
di economia politica a Torino, sociologo ed economista dei più eminenti,
ricercò un principio che lo guidasse alla spiegazione organica della vita
sociale: non si propose la soluzione di problemi speculativi, ma intese il
materialismo storico come un ferreo determinismo economico e ne trasse nel modo
più intransigente estreme illazioni (Le basi economiche della costituzione
sociale). Diffuse con parola lucida colorita efficace la conoscenza del
movimento sociologico contemporaneo («La sociologia, il suo compito, le sue
scuole, i suoi recenti progressi Verso la giustizia sociale). La concezione della
storia come divenire automatico e fatale dei processi economici, e la
interpretazione del materialismo storico come applicazione della filosofia
materialistica alla storia, sono state vigorosamente combattute da MONDOLFO
(vedasi), prof, di st. della fi!, a BOLOGNA. LABRIOLA (vedasi), prof, di fil.
mor. a Roma, aveva sostenuto che il materialismo storico deve fondarsi sopra
una dottrina di attività, sopra la marxista filosofia della praxis: l’uomo non
è un essere passivo e inerte, docile all’azione delle condizioni esistenti:
queste, mentre limitano e ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi
contro di esse per reagirvi e trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha
create sono da lui, nel processo della lotta fra le classi, superate e
trasformate. Il marximo del L., contro ogni teoria dei fattori storici,
artificiosamente separati ed entificati, rivendica il principio della unità
della vita e della storia («Saggi intorno alla concez. mater. della st. » ).
Anche MONDOLFO, autore di pregevoli saggi di psicologia (Studi sui tipi
rappresentativi) e di storia della filosofia (Condillac, La morale di Hobbes, Le
teorie mor. e poi. di Helvétius, Il dubbio metodico e la st. della fil., Il
pensiero di Ardigò» «La fil. di Bruno nella interpretaz. di F. Tocco» Rousseau
nella formaz. della cose, mod., Acri e il suo pensiero) e studioso di problemi
pedagogici e culturali («Libertà della scuola), interpreta il materialismo
storico come intuizione volontaristica della vita e concezione critico-pratica
della storia (Il materialismo stor. di F. Engels, Sulle orme di Marx). A
fondamento della ricostruzione della dottrina sta lo stesso criterio, per cui
la dialettica reale del Marx si opponeva alla dialettica hegeliana della idea,
ossia il principio, derivato dall’umanismo del Feuerbach, che restituisce
all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella vita, affermando di fronte alla
realtà dello spirito la realtà della natura. La conoscenza e la storia umana si
sviluppano in un rapporto dialettico fra soggetto (bisogni, aspirazioni,
volontà degli uomini) e oggetto (condizioni naturali e storiche): questo si
pone come limite, ostacolo e perciò stimolo progressivo all’attività umana e
alle conquiste e creazioni, ch’essa compie nella diuturna sua lotta, e che si
convertono nelle condizioni nuove, alle quali nuovamente spetterà la funzione
di limite e perciò d’impulso a nuovi sforzi di superamento. In questo
volontarismo concreto, che riconosce fra i bisogni umani la preminente
impellenza del bisogno economico, è l’essenza del processo storico e, insieme,
la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi efficacemente nella storia.
Alla conoscenza della dottrina e dell’attività politica degli estremi partiti
rivoluzionari ha contribuito validamente ZOCCOLI (vedasi) (« L’anarchia Gii
agitatori Le idee I fatti), autore anche di saggi sopra la filosofia dello
Schopenhauer e del Nietzsche e già prof, di fil. mor. a Catania. Largo
contributo recarono i positivisti agli studi di filosofia giuridica, nei quali
aveva già stampato un’orma profonda ARDIGÒ (vedasi) con la sua Sociologia. Uno
sforzo di conciliazione fra le dottrine positivistiche e il criticismo si
ravvisa nei tre volumi delle Opere di VANNI (vedasi), prof, di f. d. d.° a
Roma, che assegna alla fil. del dir. il triplice problema gnoseologico,
fenomenologico, deontologico: mette in luce la esigenza gnoseologica implicita
nello stesso positivismo comtiano e illustra la dottrina etico-giuridica di
Spencer: segna le linee fondamentali di un programma critico di sociologia,
riconoscendo la caratteristica della vita sociale nella «storicità-. Le sue
Lezioni ebbero grande efficacia sulla educazione mentale di parecchi giuristi.
Piuttosto eclettica che propriamente positivistica è la dottrina di Carle,
prof, di f. d. d.° a Torino (« La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita
soc.» «La F. d. d°. nello Stato mod.),
ispirata ai principii dello storicismo. La necessità di una larga concezione
sociologica e storicistica del diritto fu sostenuta da BRUGI (vedasi), prof,
d’istituz. di d° civ. a Pisa ( Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc.
4 , seguace e propugnatore dei principii della scuola storica, il quale accolse
e illustrò la dottrina d’ARDIGÒA; da DALLARI (vedasi) (La esigenza del posit.
crit. per lo studio fil. del dir. » Il pensiero fil. di Spencer, Il nuovo
contrattualismo nella fil. soc. e giur.. F. d. d.° e scienza storica
dell’incivilimento); e da SOLARI (vdasi) (La scuola del diritto naturale nelle
dottrine etico-giuridiche, «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» li
probi, mor.), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista è
FRAGAPANE (vedasi), prof, di f. d. d°. a BOLOGNA, che sostenne contro il
contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del fatto,
della coscienza e della società (Contrattualismo e sociol. contemp.), applica
al campo della filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo (Il probi,
delle origini del dir.) e combattè l’eclettismo di VANNI (vedasi), negando il
compito deontologico della f. d. d.° Obbiettò e limiti della f. d. d.° .
Scolaro di FRAGAPANE e illustratore dell’opera di VANNI è FALCHI (vedasi),
prof, di f. d. d.° a Parma («L’opera di I. Vanni» Sulla differenziaz. del
diritto dalla mor. » «Le mod. dottrine
teocratiche» I fini dello Stato e la funz. del Potere »), che negò la
legittimità della esigenza metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione
all’aspetto psicologico della fenomenologia giuridica presta MICELI (vedasi),
prof, di f. d. d.° a Pisa, che sostenne la riduzione della f. d. d.° per la
parte speculativa alla filosofia morale, e per la parte tecnica alla dottrina
generale del diritto (« Le fonti del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » Principii
di F. d. d.° »). Considerarono la vita del diritto da un punto di vista
evoluzionistico e antropologico SCHIATTARELLA (vedasi), AGUANNO (vedasi), e PAPALE
(vedasi),prof, di f. d. d.° rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla
scuola dell’Ardigò sono usciti Alessandro Grappali e Alessandro Levi: il primo
(n. 1874), prof, di f. d. d.° a Modena, contribuì alla critica della Sociologia
del Maestro dal punto di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del
fenomeno scientifico), fece conoscere in Italia le principali correnti del
pensiero sociologico straniero (« Saggi di sociologia » I fondamenti giu.el
solidarismo) e assegna alla sociologia la triplice funzione critica, sintetica
e teleologica («Sociologia e psicologia). LEVI (vedasi), prof, di f. d. d.°a
Catania, assegna alla filosofia il compito di discutere il problema
gnoseologico, e conseguentemente intende la f. d. d.°come logica o gnoseologia
del diritto, differenziato dalla economia e dall’etica come una distinta forma
logica o guisa dello spirito umano; assume come concetto fondamentale
dell’ordinamento giuridico, quello di rapporto giuridico, individuazione della
forma logica del diritto, che è l’apprezzamento delle attività nel loro profilo
intersoggettivo: «ubi societas, ibi ius». («Contributi ad una teoria fil.
dell’ordine giur.» F. d. d.°e tecnicismo giuridico Saggi di teoria del d.° » « La Fil. poi. di Mazzini). BARTOLOMEI
(vedasi), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un saggidiscusse, alla stregua di una
metafisica monistica e apprezzò con equanimità e acume « I principii fondam.
dell’etica di ARDIGÒ e le dottrine della fi], scientifica, ma il suo ulteriore
pensiero si svolse in direzione piuttosto criticistica che non positivistica. DONATI
(vedasi), prof, di f. d. d.° a Macerata, porta contributi allo studio del
diritto come fenomeno, e si è poi rivolto specialmente alle ricerche storiche,
rendendosi benemerito degli studi vichiani («Interesse e attività giuridica» 11
socialismo giur. e la riforma del d.° » Il rispetto della legge dinanzi al
principio di autorità. Critica alla Fil. civ. di Hobbes » «Autografi e documenti vichiani inediti o
dispersi » Essenza e finalità della scienza del d°). VACCA (vedasi) traccia le
linee di un programma di f. d. d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.°
sperimentale. Il positivismo è portato naturalmente a contribuire a quel
movimento che può definirsi di filosofia della scienza. Positivistico è
l'atteggiamento assunto nel suo libro «Scienza e opinioni» da VARISCO (vedasi),
prof, di fil. a Roma, il quale non potrebbe esser annoverato oggi più tra i
positivisti, dopo la revisione e le integrazioni alle quali è stato indotto dal
suo indomito spirito di ricerca. Il V. distingue assolutamente pensiero e
realtà. Questa si compone d’infiniti corpuscoli, estesi ma fisicamente
indivisibili, dotati di proprietà psico-fisiche. Fisicamente, i corpuscoli si
muovono e all’occasione si urtano; e, quantunque duri, negli urti si comportano
come se fossero elastici. La fisica del V. si riduce integralmente a una
meccanica, sul genere di quella di SECCHI (vedasi): l’accadere fisico è quello
che ha luogo tra i corpuscoli, mentre l’accadere psichico è provocato, In ogni
corpuscolo, degli urli a cui va soggetto. Non esistono mentalità indipendenti
dal fatto del nostro pensare (il V. mantiene anche oggi questo suo concetto,
che per altro ha reso più coerente). L’esigenza del nostro pensiero non è se
non l’esigenza causale dei fatti psichici che lo costituiscono, Ciascun fatto
psichico (separatamente preso) è insieme una forza, e un conoscere affatto
embrionale, ma certo assolutamente. Quello che è vero va distinto da quello che
consta. P. es.: consta che C è conseguenza necessaria di P; consta che il remo
nell’acqua si vede spezzato. Ma C non è vera che sotto condizione; e che il
remo sia spezzato, non è puntovero. Quello che consta non è dunque vero, in
generale, che relativamente; peraltro è un vero noto e certo. Al di là di
quello che consta c’è un vero assoluto (p. es., la dipendenza necessaria di C
da P è assolutamente vera), che può essere in parte ignoto, o non conosciuto
con certezza. Per giungere alla cognizione del vero assoluto, è necessario che
ci fondiamo su quello che consta. E a ciò si riduce quello, che dal V. fu
chiamato il suo positivismo: constano soltanto le conclusioni delle scienze
positive (dimostrative, secondo GALILEI BUONAUTI, il quale riteneva opinabili
tutte le altre dottrine). Fine della
filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò molto le sue opinioni, è la
discussione del problema, se oltre alla natura psico-fisica ci sia o non ci sia
un soprannaturale, cioè se la religione sia o non sia giustificata. Ed egli
rispondeva allora che alla riflessione il soprannaturale non può constare; il
sentimento del soprannaturale, qualunque ne sia il valore oggettivo, non può
essere tradotto in cognizione distinta, non può servire di fondamento alla
costruzione del sapere. 1 nomi di ENRIQUES e di RIGNANO si trovano associati
nell’impresa di promuovere con la rivista Scientia (fondata e tuttora fiorente
sotto la direzione del R.) la coordinazione del lavoro scientifico, la critica
dei metodi e delle teorie, e di affermare un apprezzamento più largo dei problemi
della scienza. «Problemi della scienza» s’intitola il saggio con il quale l’E.
, matematico di fama già mondiale, si annunziò come rappresentante di un
positivismo che può dirsi critico, dominato come tale, dalla consapevolezza
della esigenza gnoseologica. La teoria della conoscenza, sostenuta dall’E.,
deriva dall’esame della scienza, non accettata dogmaticamente ma investigata
nelle sue origini e nel suo significato: ed è ben giustificata la definizione
della sua costruzione come positivismo critico: l’E. infatti elimina il
dualismo di assoluto e relativo, sostanza e fenomeno rappresenta il lavoro
scientifico come un progresso senza fine, perchè sono senza fine i rapporti che
legano fra loro le cose, e il concatenamento delle cause naturali: e questo
progresso concepisce come procedimento di approssimazioni successive, dove
dalle deduzioni parzialmente verificate e dalle contraddizioni eliminanti
l’errore delle ipotesi implicite, sorgono nuove induzioni più precise, più
probabili, più estese ricerca la origine empirica delle concezioni metafisiche,
alle quali può attribuirsi soltanto il valore d’ipotesi, capaci talora di preparare
scoperte e teorie scientifiche fa oggetto di studio il fondamento psicologico e
il contenuto sperimentale delle supreme categorie logiche opera una revisione
delle stesse dottrine positivistiche, con il fine di escluderne i residui
metafisici assume come criterio della verità la esperienza, la quale dimostra
se sussista o meno l’accordo fra l’elemento subiettivo della previsione e
l’elemento obbiettivo della realtà riconosce come dati immediati della realtà
non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra sensazioni e volizioni che
condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono gl’invarianti elementari
riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa di reale suppone un
insieme di sensazioni che invariabilmente susseguono a certe condizioni
volontariamente disposte riesce con la definizione del reale come invariante
della corrispondenza fra volizioni e sensazioni a unificare, contro le teorie
della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la comprensione del «fatto
bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera dell’E. è ispirata alla
fede razionale nel valore della scienza e al principio della continuità e
interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione del contrasto
razionalismo-storicismo il pensiero dell’E. va sempre più evolvendosi nel senso
del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con l’empirismo da un lato
e con lo storicismo dall’altro («Scienza è razionalismo» «Per la storia della logica). RIGNANO
(vedasi), lib. doc. a Pavia, ha coltivato gli studi sociologici biologici
psicologici: ha esposto criticamente la sociologia comtiana, soprattutto dal
punto di vista metodologico («Là sociol. nel Corso di Fil. pos. di A. C. ): ha
spiegato il meccanismo di trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti con
una ipotesi ontogenetica, che rende conto dei fatti recati a favore così del
preforniismo come della epigenesi. L’altra ipotesi sussidiaria
suH’accutnulazione specifica, che sarebbe la proprietà fondamentale ed
esclusiva della energia nervosa, base della vita, spiega i fenomeni mnemonici
propriamente detti e la proprietà mnemonica della sostanza vivente in generale.
Così la ipotesi centroepigenetica rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è
fornito un modello energetico, capace di dare una idea della natura intima
della vita (Sulla trasmissibilità dei caratteri acquisiti). Hanno origine e
natura mnemonica anche le tendenze affettive (« Essais de synthèse
scientifique). L’analisi del ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti
psichici, porta a studiare gli altri fatti, sempre meno complessi, che lo
costituiscono, fino ai due più elementari, che dànno luogo a tutti gli altri:
da un lato, cioè, sensazioni ed evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze
affettive (« Psicologia del ragionamento). Così la sola proprietà mnemonica
spiega e unifica tutte le manifestazioni finalistiche della vita, dalla
ontogenesi e dal preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino
agl’istinti più complessi e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La
memoria biologica). I nomi di Varisco, d’Enriques e di Rignano mostrano come il
pensiero italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di revisione
critica della scienza, che è una delle caratteristiche più notevoli del
pensiero contemporaneo. Ma non debbo dimenticare pur vedendomi costretto, per non esorbitare
dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo insufficiente l’opera di Peano (Calcolo geometrico, 1
principii di Geometria logicamente esposti) e de’ suoi discepoli Pieri, Padoa,
Forti, la quale tanto ha contribuito a dare alla matematica una rigorosa
sistemazione logico-deduttiva, con tendenza nominalistica, escludendo qualsiasi
appello all'intuizione. E vuol essere anche ricordato il valore logico e
filosofico che, partendo dagl’insegnamenti di PEANO (vedasi) e di GARBASSO
(vedasi) (Fisica d’oggi. Filosofia di domani), PASTORE (vedasi), prof, di fil.
teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica e alla teoria dei modelli
meccanici (Sopra una teoria della scienza Logica formale dedotta dalla
consideraz. di modelli meccanici » «Del
nuovo aspetto della scienza e della fil.»
«Sillogismo e proporzione» «Il
pensiero puro» «Il problema della
causalità). Il calcolo logico, secondo il P., non è che uno degl’infiniti
modelli con cui si può rappresentare l’ordine dei fenomeni e prevederli; e
tutti sono immagini o simboli equivalenti dell’infinita verità. Ma nelle sue
ultime opere PASTORE (vedasi), superando la posizione di questo suo iniziale
nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di panlogismo. Al positivismo
anzi al positivismo più rigoroso ed estremo va pure ascritta la « filosofia
scettica » di RENSI (vedasi), prof, di fil. mor. a Genova, pensatore fervido,
scritore suggestivo, polemista animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri
principali una vivace battaglia contro l’idealismo assoluto, negando
radicalmente ogni assolutezza delle forme o attività spirituali, e sostenendo
che nell’ambito della sfera della pura ragione (in quanto cioè la pura ragione,
o lo spirito, costruisca cavando esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e
si concepisca non come determinata dal fatto, dal dato, ma come generante essa
l’oggetto) impera sovrana e invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma,
quindi, certezza v’è solo nella constatazione sensibile del fenomeno come tale,
e a questa certezza è parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti.
Comincia il regno dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia
(e perciò in un certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la
constatazione del fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la
constatazione del fenomeno, ed è positivismo e scienza; o è l'interpretazione
di esso, ed è mera espressione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista
del sapere, scetticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » ). Di conseguenza,
anche nel campo pratico, morale e diritto non sono costruzioni razionali che lo
spirito cavi con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati,
qua e là variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo
sofistico e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia
dell’Autorità» «Introduzione alla scepsi
etica). Anche l’estetica è, come forma a priori dello spirito, nient’altro che
scepsi estetica (« La scepsi estetica) e come «bello» non può valere se non la
valutazione di fatto che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi
suoi scritti (L'irrazionale, il lavoro, l’amore, Interiora Rerum, Realismo) RENSI
(vedasi) accentua i caratteri realistici e nello stesso tempo pessimistici del
suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui
ricordato LEVI (vedasi), prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della
st. d. fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi probi,
dell’essere e del divenire nella fil. gr. sino a Platone» « Id. nella fil. di Platone» «Sulle interpretaz.
immanentistiche della fil. di PI.»), mod. («La fil. di Berkeley) e conteinp. («
L’indeterminismo nella fil. frane, contemp. »
ecc.). Il L. («Sceptiea) rappresenta un radicale scetticismo che
eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla consueta accusa d’intima
contraddizione. Tutte le metafisiche, compreso l’idealismo assoluto, si fondano
sopra una concezione realistica, che, in quanto voglia rispondere a esigenze
non pratiche ma puramente teoretiche, è senza giustificazione, anzi in contrasto
con il presupposto fondamentale del conoscere (costituito dal mio io pensante):
tuttedico — fuorché una, il solipsismo, che da questo presupposto direttamente
deriva, e che, sebbene criticabile perchè includente innegabili irrazionalità,
è fra tutte la più plausibile. Contro il positivismo, il solipsismo sostiene
che il dato dell’esperienza esige una interpretazione del pensiero, e però non
ha valore per sè. L’estetica del L. («La fantasia estetica) si riassume nella
tesi che « l’opera d’arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili
completamente ed esaurientemente e suscita in chi la contempla uno stato
particolarissimo, irreducibile e non del tutto definibile ». In SICILIA (non
Italia) il positivismo si presenta con aspetti caratteristici nella filosofia
dell’identità di CORLEO (vedasi), prof, di fil. mor. a Palermo, e nel radicale
empirismo di GUASTELLA (vedasi), prof, di fil. teor. a Palermo. In CORLEO.,
positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma egli con la pura
osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere alla metafisica
e a conclusioni eminentemente razionalistiche. Non vi è qualità la quale non si
riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito della scienza, rende
possibile la costruzione di una filosofia che adegui la esattezza della
matematica. CORLEO ha una concezione atomistica della vita psicologica: dalle
percezioni che sono gli atti primordiali del pensiero, e, presentandosi come in
parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono tutte complessi,
identici con la somma delle parti risultano l’analisi e la sintesi spontanee,
che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili di queste si
presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si separano
naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo stesso
fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della esperienza,
emergente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale dato che
consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che
identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è
per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua
psicologia è piuttosto una schematizzazione matematica di esperienze
psicologiche, anche logica e gnoseologia. La esperienza si eleva al grado di
concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti
della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e
norma degli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette e
riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li riproduce: qui è
la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano tutti
sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità
parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del
principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e
procede a rettificare e giustificare, contro i positivisti, le idee della
metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure
fondamento positivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi
dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil.
univ. Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’identità). GUASTELLA
procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il pensiero di lui a
maggior coerenza, e professa un assoluto nominalismo. Il suo sistema
nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est percipi) e,
nell’aspetto logico, psicologico e gnoseologico, un non meno radicale
empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè come
conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico, intendendosi per
mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o che s’inferiscono
da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti costanti osservati fra
di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa esperienza. Empirismo, cioè
una dottrina sul criterio della verità, che tra i motivi delle nostre
affermazioni di quelle che non sono semplici atti di memoria o comparazione non
ammette come legittimo che la induzione, e respinge come illegittimi l’evidenza
intrinseca (non confermata dall’induzione) e l’influenza della passione e della
volontà. Il pensiero ha natura sensibile, e non è costituito se non da imagini
concrete e particolari: non esistono giudizi a priori : tutte le nostre
proposizioni sono affermazione o negazione della esistenza di certi fatti
particolari. Anche le nozioni di causa (notevole la critica dissolvente del
concetto di causa efficiente) e di sostanza derivano daglielementi del senso.
Non si può affermare altra esistenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni
o subbiettivi nei quali si risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che
si risolvono in sensazioni reali o possibili: non vi è altra scienza possibile
che quella delle uniformità di successione, coesistenza, somiglianza tra i
fenomeni. E il fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in
quanto se ne ha esperienza: ma questa conoscenza fenomenica è completa e
assoluta. Anche la credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento
nella esperienza, che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato
della corrispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come
obbiettivamente valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi implicito in
ogni prova, e non si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del
pensiero: rientra, in sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver
fiducia nelle nostre facoltà. La parte più originale della dottrina di
GUASTELLA è la Filosofia della Metafisica, cioè la ricerca del fondamento
psicologico delle costruzioni metafisiche e la dimostrazione del loro carattere
illusorio. Quel fatto che è la metafisica, richiede di essere spiegato: come
nasce la tendenza irresistibile a trascendere la esperienza, e come si
determinano le varie forme sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei
fenomeni? Tale tendenza è tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i
fenomeni e tutte le idee che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee
sui fenomeni, che ci sono più familiari: particolarmente ai fenomeni
dell’azione della volontà sul nostro corpo donde la filosofia volizionale — e
del movimento per urto — donde la filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi
sulla teoria della con. I. Sui limiti e l’ogg. della con. a priori. II. Fil.
della Metafisica» «Le ragioni del fenomenism). Non e il compito di L.
considerare le relazioni del positivismo italiano con le filosofie ch’esso
trova già vigoreggianti al suo primo manifestarsi, e con le altre correnti che
successivamente, in antitesi o in continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato
fortuna tra noi. La precedente rassegna analitica basta a dimostrare la
profondità, l’ampiezza, la fecondità di un movimento che scaturisce da una
necessità, immanente allo spirito umano. Fin dal suo apparire il positivismo fu
accompagnato in Malia con i segni aperti di una ostilità che non ha disarmato
mai : è leggenda tanto più insistentemente ripetuta quanto più esaurientemente
sfatata ch’esso abbia mai ottenuto il predominio nell’insegnamento superiore o
aspirato a esercitarvi una tirannica dittatura. Ha tenacemente resi¬ stito
all’imperversare di polemiche, le quali hanno sovente trasceso i limiti segnati
alla critica onesta e serena, mossa unicamente da zelo di verità. Seguendo la
traccia d’ARDIGÒ, e trovando in sè la virtù di reagire contro la tendenza al
semplicismo e al rozzo empirismo, è venuto progressivamente interiorizzandosi e
affinando in sè il senso della esigenza storica e critica: inflessi- bile nel
rivendicare alla filosofia la stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha
tenuto fede al patto di alleanza con la scienza, stretto sul fondamento della
unità di metodo : e non è certamente questa la sua minore benemerenza verso la
cultura nazionale. Firenze, R. Università. Nome compiuto: Ludovico Limentani. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Limentani”.
Limentani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Limone: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della simbolica del potere – la scuola d’Atella -- filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Atella). Abstract.
Grice: “When I decided to educate my pupils on Peirce, I avoided his ramblings
on ‘simbolo,’ since it fits less nicely than his other categories of ‘sign’ in
my over-all proposal of getting rid of his latinate prose and reduce all to
‘mean,’ which the Italians have, but only derivatively – mentire and the
post-formation, ment-are!” Filosofo
italiano. Atella, Potenza, Basilicata. Grice: “I like Limone; like me, he has
explored the idea of value in terms of catastrophe – I didn’t. He has explored
the poetics of philosophy – and he has investigated on a concept that Strawson
and I always found fascinating, that of a person!” -- “Che cosa è, nel mondo
umano, la persona?” “Tutto.”
“Che cosa è, nel mondo contemporaneo, la persona?”” Nulla.” Persona e memoria,
Rubbettino. La sua ricerca filosofica si inserisce nel solco del personalismo
comunitario. Si laurea a Napoli e il
Roma. Studia a Parigi e a Châtenay-Malabry, sede dell'Association des
amis de Mounier, presso la Comunità dei muri bianchi, cui appartenevano
Fraisse, Ricœur, Mounier, Domenach. Insegna a Napoli. I suoi interessi di
ricerca abbracciano aspetti epistemologici, etici, filosofico-pratici e simbolici.
Al centro della sua attenzione teoretica è “la persona”. Fonda la rivista
"Persona” e "Symbolicum" sulla simbolica. SIMBOLO. Sonda in
profondità l’idea di persona. Là dove la persona non è né la semplice
nobilitazione dell’essere umano in generale, né una singola unità seriale.
Della persona si può dare idea, non “concetto”, perché l’idea è aperta come la
vita, mentre il concetto è chiuso. L’idea di persona, però, non è l’idea di un
quid ma di un “QVIS” perché la persona è un “chi” (“Someone is hearing a
noise”) non un “che” (“Something is hearing a noise”)– That’s why it’s very
wrong to call “the chair is red” as third-PERSON seeing that the chair is
hardly a person!” è l’idea di un’essenza che non può essere separata dalla
concreta singola esistenza, originalissima e dotata di dignità. In quanto idea
di un “quis”, la persona si presenta come l’altro versante del teorema
d’incompletezza di Gödel. Il significato della persona si delinea all’interno
di una costellazione in cui essa: -è realtà singolare e la sua idea; -è
prospettiva ontologica sussistente e la sua verità; -è la parte di un tutto che
solo parzialmente è parte, perché per altro verso si presenta come un tutto, in
quanto è irriducibile al tutto e indivisibile in sé; -è l’eccezione istituente
una regola che riesce, e non riesce, a farsene istituire; -è l’idea di qualcosa
che resiste alla possibilità di essere ricondotto a un’idea; -è l’idea di un
appartenere che resiste all’idea di appartenere. L’essere della persona
richiama, a suo modo, il problema delle antinomie di Russell. Un tale
arcipelago di paradossi costituisce, però, una forza virtuosa che interroga
ogni sistema. La persona si configura come invenzione teorica, paradosso logico
e misura epistemologica, e rappresenta il punto strutturale di base che istituisce
la visione del gius-personalismo. Altri saggi: “Tempo della persona e sapienza
del possibile: Valori, politica, diritto (ESI, Napoli); “Tempo della persona e
sapienza del possibile: Per una teoretica, una critica e una metaforica del
personalismo (ESI, Napoli); La catastrofe come orizzonte del valore, Monduzzi,
Milano. Bellezza e persona, su “Aisthema” “La macchina delle regole, la verità
della vita. Appunti sul fondamentalismo macchinico nell’era contemporanea, in
La macchina delle regole, la verità della vita (Angeli, Milano); Che cos’è il
gius-personalismo? Il diritto di esistere come fondamento dell’esistere del
diritto, Monduzzi, Milano. Ars boni et aequi. Ovvero i paralipòmeni della
scienza giuridica. Il diritto fra scienza, arte, equità e tecnica (Angeli,
Milano), Filosofia e poesia come passioni dell’anima civile. La persona fra potere
e memoria in Persona, Artetetra, Capua. Persona e memoria – cf. Grice,
“Personal identity” -- “Oltre la maschera” il compito del pensare come diritto
alla filosofia, Rubbettino, Soveria Mannelli. Poesia Polifonia d’un vento
(Salerno-Roma). Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma). Ore d’acqua
(Salerno-Roma). Incontrando il possibile re (Salerno-Roma). “Notte di fine
millennio” (Bari). Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma). L'angelo
sulle città, in onore del figlio (Roma ). Le ceneri di Pasolini (Pasturana, Alessandria).
Aforismi di un impiccato felice (Salerno). Aforismi del passato duemila:
distruzioni per l'uso (Salerno). Ossi di limone. Aforismi di uno scostumato
(Vatolla). Sierra Limone. Dai taccuini fenici di Er Limonèro (Vatolla). NV.
Melchiorre, Essere persona, Fondazione A. e G. Boroli, Milano Fondazione roberto
farina. Nome compiuto: Giuseppe Limone. Limone. Keywords: simbolo, simbolismo,
la dimensione del simbolo, ventennio,
fascismo, simbolica del potere, mistica fascista, damnatio memoriae, la
composita, la simbolica, simbolo, composito. Strawson, “The concept of a
person” – Ayer: “The concept of a person” – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Limone: la composita” --. Luigi
Speranza, “Grice e Limone: umano e persona” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisi: la ragione conversazionale e la
diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Abstract.
Grice: “Cuoco calls Pythagoras the father of Italian philosophy – strictly, the
father of philosophy in Magna Graecia – as Cicero refers to this uncivilized
area of the peninsula!” -- Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean.
When the Pythagoreans were being persecuted in Italy, L. escapes and makes his
way to Teba. There he becomes the tutor of Epaminonda, the city’s military
leader. He writes a letter to
Ipparco. Lisi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lisi”.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisiade: all’isola – la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia siciliana – scuola di Catania. filosofia italiana –
Luigi Speranza (Catania). Abstract.
Grice: “Cuoco calls Pythagoras the father of Italian philosophy – he could just
as well have said, ‘and Sicilian philosophy, too!’ -- Filosofo italiano. Catania, Sicilia. A Pythagorean
according to Giamblico di Calcide. Lisiade. Refs. Luigi Speranza, “Grice e
Lisiade.”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisibio: la ragione conversazionale e la
diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto). Abstract: Grice: “Pythagoras was not an Italian, but he
became an Italian by adoption – at Crotona – and his son was Italian enough,
having been born there. But upon the destruction of the headquarters of his
sect in that seaside village, his teachings spread all over: Taranto,
Meloponto, Sibari, and the rest! His doctrines have made a nationalist
philosopher such as Cuoco to refer to Pythagoras as the father of Italian
philosophy!” -- Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean according to Giamblico di
Calcide. Lisibio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lisibio.”
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lisimaco: la ragione conversazionale al
portico romano -- Roma – filosofia
toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Firenze). Abstract.
Grice: “Philosophers can be sneaky – and allowed to be so! Consider the funny
names that some -isms have in classical philosophy: stoicismus – try to define
it essentially! The idea of the porticus is such an accident to this -ism that
it never ceases to irritate me when someone calls himself a ‘stoic’!” -- Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. He belonged to The Porch. The tutor of Amelio
Gentiliano. Since Amelio comes from Firenze, that may be taken as having been
the home of L. as well. Lisimaco.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lisimaco.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del consenso sociale
– la scuola di Prato -- filosofia toscana -- filosofia italiana – l’aporia: se
cristiano, non filosofo. Luigi Speranza (Prato). Abstract. Grice:
“There is a word we don’t use at Oxford much, although perhaps we should. I
gave many seminars with Warnock on SENSING, but few on CO-SENSING. The Italians
have a word for this, consenso – and they build a whole philosophy around it!” Filosofo
italiano. Prato, Toscana. Grice: “Livi is one of the few Italian philosophers
who have taken Moore’s ‘common-sense’ seriously!” – Grice: “The way Livi
justifies common-sense, not unlike Moore, is via a principle of ‘coherence’”
Allievo di Gilson, collabora con Fabro, Noce edAgazzi. Inizia la scuola filosofica del senso comune,
rappresentata dalla Common-Sense Association, che ha come organo ufficiale la
rivista "SENSVS COMMVNIS” – cf. Grice on Malcolm, Moore -- . Alethic
Logic". Tra i suoi numerosi discepoli o estimatori vi sono Renzi, autore
di importanti saggi di Storia della Metafisica, Bettetini, Arecchi,
Spatola, Covino ed Arzillo. Fondatore di
Vinci, membro associato della Accademia d’AQUINO, decano e professore emerito della
Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. Firma con
Giovanni Paolo II alcune parti dell'enciclica Fides et ratio. «Senso
comune» è il termine utilizzato da Livi – apres Malcolm, Moore e Grice -- in
chiave anti-cartesiana per individuare le certezze naturali e incontrovertibili
possedute da ogni uomo. Non si tratta di una facoltà o di strutture cognitive a
priori, ma di un sistema organico di certezze universali e necessarie che
derivano dall'esperienza immediata e sono la condizione di possibilità di ogni
ulteriore certezza. – cf. Grice, “Common Sense” --. Grice, “Common Sense and
Ordinary Language,” “Common Sense and Scepticism” --. Ha per primo precisato quali siano queste certezze e
ha provato con il metodo della presupposizione che esse sono in effetti il
fondamento della conoscenza umana. Il senso comune comprende dunque l'evidenza
dell'esistenza del mondo come insieme di enti in movimento; l'evidenza dell'io,
come soggetto che si coglie nell'atto di conoscere il mondo; l'evidenza di
altri come propri simili; l'evidenza di una legge morale che regola i rapporti
di libertà e responsabilità tra i soggetti; l'evidenza di Dio come fondamento
razionale della realtà, prima causa e ultimo fine, conosciuto nella sua
esistenza indubitabile grazie a una inferenza immediata e spontanea, la quale
lascia però inattingibile il mistero della sua essenza, che è la Trascendenza
in senso proprio. Queste certezze sono a fondamento di un sistema di logica
aletica su base olistica. Tra gli studi recenti sul sistema della logica
aletica elaborato da lui vanno ricordati i saggi di AGAZZI, "Valori e
limiti del senso comune" (Angeli, Milano), Ottonello ("L.", in
"Profili", Marsilio, Venezia ), Vassallo ("La riabilitazione del
SENSO COMUNE", in "Memoria e progresso", Fede et Cultura,
Verona), di Arzillo, “Il fondamento del giudizio -- una proposta teoretica a
partire dalla filosofia del SENSO COMUNE (Vinci, Roma ); Renzi, La logica
aletica e la sua funzione critica -- analisi della proposta di L. (Vinci,
Roma). Hanno scritto su L. anche Andolfo, storico della filosofia antica,
Sacchi, Cottier, Fisichella, Galeazzi, Pangallo e Possenti. Da Gilson, Fabro ed
Agazzi ha appreso ad affrontare i problemi essenziali della speculazione
metafisica in dialogo con grandi filosofi antichi (Platone, Aristotele, la
Scesi, Agostino), del Medioevo (Anselmo, Aquino, Scoto) e dell'età moderna
(VICO, Kierkegaard, Rosmini-Serbati). Convinto assertore del metodo realistico
di interpretazione dell'esperienza, ne ha difeso le ragioni utilizzando sistematicamente
gli strumenti dialettici offerti dai filosofi della scuola analitica. Suoi
critici più intransigenti sono stati, da una parte, l’idealista Severino, e
dall'altra il caposcuola del pensiero debole, Vattimo. Altri saggi: “Cistiano e
filosofo -- il problema (L'Aquila:
Japadre); “Cristiano e comunista” (Torre del Benaco: Colibrì);
“Filosofia del SENSO COMUNE -- Logica della scienza (Milano: Ares); “IL SENSO
COMUNE tra razionalismo e la scesi in VICO” (Milano: Massimo); “Lessico
filosofico latino” (Milano: Ares); “Il principio di coerenza – SENSO COMUNE e
logica epistemica” (Roma: Armando); “Aquino: filosofo” (Milano: Mondadori); “La
filosofia in eta antica” (Roma: Alighieri); “Dizionario storico della
filosofia, Roma: Alighieri); “La ricerca della verità” (Roma, Vinci, Verità del
pensiero (Fondamenti di logica aletica) Roma: Laterano); “Razionalità della
fede nella Rivelazione -- Un'analisi filosofica alla luce della logica aletica”
(Roma: Vinci); “La ricerca della verità -- Dal SENSO COMUNE alla dialettica”
(Roma: Vinci); L'epistemologia d’AQUINO e le sue fonti” (Napoli: Comunicazioni
); “SENSO COMUNE e logica aletica” (Roma: Vinci); “Perché interessa la
filosofia e perché se ne studia la storia” (Roma: Vinci); “Storia sociale della
filosofia in eta antica: aspetti sociali”, La filosofia antica e
medioevale; moderna; contemporanea, L'Ottocento; Il Novecento,
Roma: Alighieri); “Logica della testimonianza - quando credere è ragionevole”
(Roma: Lateran); “SENSO COMUNE e metafisica -- sullo statuto epistemologico
della filosofia prima” (Roma: Vinci); “Nuovo Dizionario storico della
filosofia” (Roma, Alighieri); “Premesse razionali della fede. Filosofi e
teologi a confronto sui praeambula fidei” (Roma: Lateran); “Etica
dell'imprenditore. Le decisioni aziendali, i criteri di valutazione e la
dottirna sociale della chiesa” (Roma: Vinci); Dizionario critico della
filosofia, Roma: Alighieri); “Teologia come braccio della metafisica speziale”
(Bologna: Edizioni Studio Domenicano); “IL SENSO COMUNE al vaglio della critica”
(Roma: Vinci); “Filosofia del SENSO COMUNE. Logica della scienza e della fede”
(Roma: Vinci); “Vera e falsa teologia. Come distinguere l'autentica scienza
della fede da un'equivoca "filosofia religiosa" (Roma: Vinci);
“L'istanza critica, Roma: Vinci); “La certezza della verità. Il sistema della
logica aletica e il procedimento della giustificazione epistemica” (Roma:
Vinci); “Dogma e pastorale. L'ermeneutica del Magistero, dal Vaticano II al
Sinodo sulla famiglia, Roma:Vinci,. Le leggi del pensiero. Come la verità viene
al soggetto” (Roma: Vinci,. Teologia e Magistero” (Roma: Vinci); “Vera e falsa
teologia. Come distinguere l'autentica scienza della fede da un'equivoca
"filosofia religiosa", su Gli
equivoci della teologia morale dopo l’amoris Laetitia” (Roma: Vinci); “Aquino filosofo” in Piolanti, AQUINO nella
storia della filosofia” (Roma: Vaticana); “La filosofia di Gilson", in Piolanti, Gilson, filosofo, Roma:
Vaticana, "L'unità dell'ESPERIENZA
nella gnoseologia in AQUINO", in Piolanti "Noetica, critica e
metafisica in chiave tomistica", Roma: Vaticana); “SENSO COMUNE e unità
delle scienze"[cf. Grice, Einhiet Wissenschaft] in Martinez "Unità e autonomia del
sapere: il dibattito", Rome: Armando, Ledda, In memoriam: Corrispondenza
Romana, antoniolivi.Vinci, su editriceleonardo
ISCA Commonsense Association ca-news; fidesetratio. Ilgiudiziocattolico. Antonio
Livi. Keywords: ‘il senso commune in Vico” – Grice develops a sceptical defence
in his early “Common sense and scepticism,” “mainly motivated by what he sees
as a ‘cavalier attitude’ to the sceptic by, of all people, Malcolm.” – Grice:
“I’m not sure Livi would agree with my idea, but I think he would – certainly
Vico took the sceptic challenge possibly most seriously than anyone and Livi is
an expert on Vico. Vico’s line of defense lies on the connection, conceptual he
thinks, between ‘common sense’ and ‘consenso’: therefore, Malcolm and I have to
reach a consensus that we are going to use ‘know’ for things like ‘I know that
s is p,’ say, there is cheese on the table, there is a mermaid on the table.
Etc. And that “if I’m not dreaming” may not always be a conversationally
appropriate defeater!” – Nome compiuto: Livi. Keywords: consenso sociale, amoris laetitia, Letizia
dell’amore -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Livi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Livio: la ragione conversazionale e la
storia romana come fonte della morale romana – etica togata -- Roma – filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Abstract.
Grice: “I give only ONE example from the History of England in my seminars:
“Decapitation willed Charles I’s death” – On the other hand, there’s Livio – a
philosopher who sprinkled his philosopjhical treatises with such an abundance
of historical references that the vulgus knows him as a historian, rather!” Filosofo italiano. Padova, Veneto. Disambiguazione
– "Livio" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Livio
(disambigua). (latino) «Neque indignetur sibi Herodotus aequari Titum Livium»
(italiano) «Che Erodoto non s'indigni che gli venga eguagliato Tito Livio»
(Quintiliano, Institutio oratoria, X, 1, 101) Busto di Tito Livio, opera di
Lorenzo Larese Moretti (1858-1867) Tito Livio (in latino Titus Livius[1];
Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore degli
Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di
Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. È considerato uno dei maggiori storici
dell'Antica Roma, assieme a Tacito.[2] Biografia Ritratto di Livio Secondo
Girolamo, il quale a sua volta si rifà al De historicis di Svetonio, nacque nel
59 a.C.[3] a Padova.[4] Quintiliano ha tramandato la notizia secondo la quale
l'oratore Asinio Pollione rilevava in Livio una certa patavinitas
("padovanità" o peculiarità padovana), da intendersi come patina
linguistica rivelatrice della sua origine,[5] mentre il celebre epigrammista
Valerio Marziale ricorda l'accentuato moralismo della sua terra,[6] tipico del
carattere di Livio, tanto quanto le sue tendenze politiche conservatrici.[7] Lo
stesso Livio, citando Antenore, mitico fondatore di Padova, all'inizio della
sua monumentale opera, conferma indirettamente le proprie origini patavine.[8]
Per tutta la sua vita, ha dimostrato sempre un amore sfrenato per la sua città
natale.[senza fonte] I Livii erano di origine plebea, ma la famiglia poteva
fregiarsi di antenati illustri in linea materna: nella Vita di Tiberio Svetonio
ricorda che la Liviorum familia «era stata onorata da otto consolati, due
censure, tre trionfi e persino da una dittatura e da un magistero della
cavalleria».[9] Verosimilmente, Tito Livio fu educato nella città natale,
istruito prima da un grammatico, con cui apprese a scrivere in un buon latino e
imparò altresì il greco, e poi da un retore, che lo avvicinò «all'eloquenza
politica e giudiziaria».[10] Uno degli avvenimenti più importanti della sua
vita fu il trasferimento a Roma per completare gli studi; fu qui che entrò in
stretti rapporti con Augusto, il quale, secondo Tacito,[11] lo chiamava
"pompeiano", ossia filo-repubblicano; questo fatto non compromise la
loro amicizia, tanto che godette sempre della stima e dell'ospitalità
dell'imperatore, e per suo consiglio il nipote e futuro imperatore Claudio
compose un'opera storica.[12] Non ebbe tuttavia incarichi pubblici, ma si
dedicò alla redazione degli Ab Urbe condita libri per celebrare Roma e il suo
imperatore, e si impose ben presto come uno dei più grandi storici del suo
tempo. Fu anche autore di scritti di carattere filosofico e retorico andati
perduti.[13] Ebbe un figlio, che egli esortò a leggere Demostene e
Cicerone,[14] autore di un'opera di carattere geografico, e una figlia, che
sposò il retore Lucio Magio.[15] Non si sa quando sia tornato a Padova, ma è
certo che qui vi morì nel 17 d.C., secondo Girolamo: «T. Livius historiographus
Patavii moritur».[16] Opere Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della
letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Gli Ab Urbe condita libri Lo stesso
argomento in dettaglio: Ab Urbe condita libri. Voce da controllare Questa voce
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sull'uso delle fonti. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Una
stampa cinquecentesca delle Historiae di Livio Ab Urbe condita, 1715 Iniziata
nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che
narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di
Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l'opera si dovesse
concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla
morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C.[senza fonte] I libri furono
successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto
coincidere con determinati periodi storici. Dell'intera opera ci è pervenuta
solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall'I al X e
dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della
quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti
("Periochae"). I libri che si sono conservati descrivono in
particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293
a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista
della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell'Asia
Minore. L'ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di
Lucio Emilio Paolo a Pidna. Già il titolo dell'opera dà l'idea della grandezza
dei propositi dello storico. Livio utilizzò il metodo storiografico che alterna
la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il racconto per
annunciare l'elezione di un nuovo console, dato che questo era il sistema
utilizzato dai Romani per tener conto degli anni. Nell'opera, Livio denuncia
inoltre la decadenza dei costumi ed esalta al contrario i valori che hanno
fatto la Roma eterna. Lo stesso Livio affermò inoltre che la mancanza di dati e
fonti certe precedenti al sacco di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.C., aveva
reso il suo compito assai difficile. A rendere più arduo il compito dello
storiografo fu il fatto che non poteva accedere, come privato cittadino, agli
archivi e dovette accontentarsi di fonti secondarie (documenti e materiali già
elaborati da altri storici). Allo stesso modo, molti storici moderni ritengono
che, per la mancanza di fonti puntuali e precise, Livio abbia presentato per le
stesse vicende sia una versione mitica sia una versione "storica",
senza privilegiare nessuna delle due versioni, ma lasciando alla discrezione
del lettore la decisione su quale sia la più verosimile. Nella prefazione è
l'autore a spiegare che «quanto agli eventi relativi alla fondazione di Roma o
anteriori, non cerco né di confermarli né di smentirli: il loro fascino è
dovuto più all'immaginazione dei poeti che alla serietà dell'informazione» (ne
è un esempio la presenza nell'opera del mito dell'ascensione al cielo di Romolo
e di un racconto secondo il quale lo stesso Romolo sarebbe stato ucciso). Il
suo talento non va tuttavia ricercato nell'attendibilità scientifica e storica
del lavoro quanto nel suo valore letterario (il metodo con cui impiega le fonti
è criticabile poiché non risale ai documenti originali, qualora ve ne siano, ma
utilizza quasi esclusivamente fonti letterarie). Livio scrisse larga parte
della sua opera durante l'impero di Augusto; nonostante ciò, la sua opera è
stata spesso identificata come legata ai valori repubblicani e al desiderio di
una restaurazione della repubblica. In ogni modo, non vi sono certezze riguardo
alle convinzioni politiche dell'autore, dal momento che i libri sulla fine
della repubblica e sull'ascesa di Augusto sono andati perduti. Certamente Livio
fu critico nei confronti di alcuni dei valori incarnati dal nuovo regime, ma è
probabile che il suo punto di vista fosse più complesso di una mera contrapposizione
repubblica/impero. D'altro canto, Augusto non fu affatto disturbato dagli
scritti di Livio, e anzi lo incaricò dell'educazione di suo nipote, il futuro
imperatore Claudio. Nella Ab Urbe condita (libro IX, capp. 17–19) si trova la
prima ucronia conosciuta, quando Livio immagina le sorti del mondo se
Alessandro il Grande fosse partito per la conquista dell'occidente anziché
dell'oriente. Lo storico si dice convinto che, in tal caso, Alessandro sarebbe
stato sconfitto dalla maggiore organizzazione dell'esercito e dello Stato
romano. Stile "Titus Livius historicus" in un'illustrazione delle
Cronache di Norimberga. Livio fu sempre accusato di patavinitas
("padovanità"); ancora oggi non si è riusciti a capire quale sia il
significato preciso del termine: la maggior parte dei critici rileva in ciò una
critica nei confronti dello stile "provinciale" dello storico (ma di
suddetta provincialità non si rilevano tracce negli scritti a noi pervenuti)
mentre altri, come il Syme, ritengono che il termine riguardi più la sfera
morale e ideologica. Questa critica è stata mossa inizialmente da Asinio
Pollione, politico e letterato romano. Quintiliano definì il suo stile come una
lactea ubertas (letteralmente "abbondanza di latte"), per indicare
che la prosa di Livio è scorrevole e allo stesso tempo dolce e piacevole per il
lettore. Lo stile di Livio è caratterizzato da architetture ben studiate e da
un periodare fluente. A Livio interessa comporre un'opera dilettevole sulla
storia di Roma, non facendolo scientificamente (come faceva Tucidide in
Grecia), ma raccogliendo semplicemente le notizie dando così piacevolezza
all'opera. Ciò lo allontana dallo stile secco e chiuso tipico di Polibio e fa
sì che la sua narrazione venga caratterizzata da sfumature definibili "drammatiche",
senza eccessi. La storia per lui è "Magistra Vitae" dal punto di
vista morale, vivendo infatti in un periodo difficile per la società romana
riteneva che il modello da seguire per tornare la grande potenza di un tempo
sarebbe stato quello degli antichi romani, per primo quello di Romolo. Livio
era un grande nostalgico del passato soprattutto riguardo alla morale e ai
valori che avevano reso grande Roma, che in quel periodo erano in grande
declino. Livio attribuisce ai vari personaggi che pone sotto analisi dei
caratteri quasi assoluti, facendoli diventare dei paradigmi di passioni (tipi).
Un altro elemento tipico della drammatizzazione è quello di mettere in bocca ai
personaggi dei discorsi, sia in forma diretta che indiretta, informazioni utili
ai fini della narrazione, soprattutto per quanto riguarda la parte
"dilettevole" del suo intento. I discorsi sono infatti costruiti in
maniera fantasiosa, e di fatto non sono da prendere come verità storiche
oggettive ma come esigenze di stampo narrativo e psicologico. Spesso lo storico
padovano rileva come una situazione stia precipitando, quando all'ultimo
istante si ha un ribaltamento di fronte inatteso, il tipico procedimento
teatrale greco del "deus ex machina". Dal punto di vista prettamente
stilistico Livio procede sulle orme di Erodoto (più fiabesco) e segue il
modello di Isocrate, con la sua eloquenza piacevolmente narrativa. Fama di Tito
Livio tra i posteri L'opera di Livio fu un esempio di stile e di rigore
storiografico durante l'epoca dell'Impero, venendo copiata nelle biblioteche
imperiali. Successivamente, nel Medioevo, il testo fu copiato anche nelle
abbazie cristiane. Livio ebbe famosi ammiratori, tra cui Dante Alighieri, che
nel XXVIII canto dell'Inferno della Divina Commedia cita un episodio cruento
della Battaglia di Canne, preso da Livio, ed elogia lo storico: «come Livio
scrive, che non erra» (XXVIII, 12). Anche Niccolò Machiavelli lo stimava e
scrisse i famosi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Note ^ Titus è il
praenomen, cioè il nome personale; Livius è il nomen, cioè il nome gentilizio,
che significa "appartenente alla gens Livia". Dunque, Tito Livio non
aveva il cognomen, il terzo nome, quello di famiglia, cosa peraltro non
insolita in epoca repubblicana. In ciò le fonti classiche sono concordi: Seneca
(Ep., 100,9), Tacito (Ann., IV,34,4), Plinio il Giovane (Ep., II,3,8) e
Svetonio (Claud., 41,1) lo chiamano Titus Livius; Quintiliano lo chiama Titus
Livius (Inst. Or., VIII,1,3; VIII,2,18; X,1,101) o semplicemente Livius (Inst.
Or., I,5,56; X,1,39). Nell'epigrafe sepolcrale di Patavium, che con tutta
probabilità lo riguarda, è chiamato, con l'aggiunta del patronimico, T(itus)
Livius C(ai) f(ilius) (CIL V, 2975). ^ Tommaso Gnoli, Livio, Tito, in
Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2006. ^
Chronicon, anno Abrami 1958 (= 59 a.C.): «Messala Corvinus orator nascitur et
T. Livius Patavinus scriptor historicus». Tuttavia Messalla Corvino nasce nel
64 a.C. Probabilmente l'errore è dovuto alla somiglianza dei nomi dei consoli
dei due anni, Cesare e Figulo e Cesare e Bibulo. Il luogo di nascita è
confermato anche da Asconio Pediano, Pro Cornelio, Simmaco, Epistulae, IV, 18,
e Sidonio Apollinare, Carmina, II, 189, oltre che da Asinio Pollione.
Quintiliano, Institutio oratoria Pollio deprehendit in L. Patavinitatem e: «in
Tito L. mirae facundiae viro putat inesse Pollio Asinius quamdam Patavinitatem.
Marziale, Epigrammaton: Tu quoque nequitias nostri lususque libelli Uda,
puella, leges, sis Patavina licet. Ricordate da Cicerone, Philippica durante la
guerra civile: Patavini eiecerunt missos ab Antonio, pecunia, militibus et,
quod maxime deerat, armis nostros duces adiuverunt. Ab Urbe condita libri.
Svetonio, Tiberius: Quae familia, quamquam plebeia, tamen et ipsa admodum
floruit octo consulatibus, censuris duabus, triumphis tribus, dictatura etiam
ac magisterio equitum honorata. Solinas, Introduzione a Tito Livio, Storia di
Roma, Milano, Mondadori. In Annales, Tacito fa dire a Cremuzio Cordo: L.,
eloquentiae ac fidei praeclarus in primis, Cn. Pompeium tantis laudibus tulit,
ut Pompeianum eum Augustus appellaret; neque id amicitiae eorum offecit.
Svetonio, Claudius, Seneca, Epistulae: scripsit enim et dialogos, quos non
magis philosophiae adnumerare possis quam historiae, et ex professo
philosophiam continentis libros. Quintiliano, Institutio oratoria: apud L. in
epistula ad filium scripta, legendos Demosthenem atque Ciceronem, tum ita ut
quisque esset Demostheni et Ciceroni simillimus». Solinas, cit., p. XIII; all'opera
del figlio di Livio accenna Plinio il Vecchio. Chronicon, anno Abrami 2033 (=
17 d.C.). Bibliografia Ab Urbe condita libri, edizione del XV secolo Tito L.,
Storia di Roma dalla Sua Fondazione, edizioni BUR, Testo Latino a fronte. Trad.
e Note di Michela Mariotti (Si riferisce al Volume 13, edizione della seconda
ristampa 2008) Angelo Roncoroni, Roberto Gazich, Elio Marinoni, Elena Sada,
Studia Humanitatis vol. 3 La formazione dell'Impero L., Storia di Roma, Newton
Compton, Milano, 1997 (6 volumi) traduzione di Gian Domenico Mazzocato Opera di
Giovanna Garbarino Storie Sansoni, 1918, commenti di Carolina Lanzani Tito
Livio, Ab urbe condita, Stampate nella inclita cittade di Venetia, per Zovane
Vercellense ad istancia del nobile ser Luca Antonio Zonta fiorentino. L., Ab
Urbe condita. Libri 6.-23., Venetiis, apud Carolum Bonarrigum, 1714. (LA) Tito
L., Ab Urbe condita. Libri, Venetiis, apud Carolum Bonarrigum. Manfredi, Codici
di Tito Livio nella Biblioteca di Niccolò V, in Italia medioevale e umanistica,
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a.C.Romani del I secoloNati nel 59 a.C.Morti nel 17Nati a PadovaMorti a
PadovaPersonaggi citati nella Divina Commedia (Inferno)Tito Livio[altre] Storico
latino (n. Padova 59 a. C. - m. 17 d. C.), autore di una storia di Roma dalla
fondazione della città (ab Urbe condita libri) alla morte di Druso (9 a. C.).
Di questa vasta trattazione in forma annalistica sono giunti a noi i libri I-X
(dal 754-53 al 293 a. C.) e XXI-XLV (dal 218 al 167 a. C.) oltre a numerosi
frammenti (come quello del libro XCI, su Sertorio, conservato in un palinsesto,
e quelli del libro CXX, sulla morte e la figura di Cicerone, conservati da
Seneca il Vecchio), cioè circa un quarto dell'opera che, come ci informano i
sommarî (periochae) compilati nei secc. 3°-4° d. C., era costituita di 142
libri. Per la stesura di quest'opera, che cominciò tra il 27 e il 25 a. C. e
cui attese per tutto il resto della vita, L. si giovò di fonti storiografiche
di svariato valore (rarissimo è l'uso diretto di fonti documentarie): per l'età
più antica, degli annalisti romani, particolarmente dei più recenti come
Valerio Anziate, Licinio Macro, Elio Tuberone, dei quali tuttavia non gli
sfuggiva la sostanziale mancanza di attendibilità; per l'età delle guerre
puniche e in particolare di quelle macedoniche (libri XXI-XLV), soprattutto di
Polibio. Ma il problema della scelta delle fonti non è per L. d'importanza
preminente, come mostra assai spesso di fronte a versioni diverse di un
medesimo avvenimento. Poco rilievo hanno in L. i problemi sociali, economici,
costituzionali; scarsa è la sua precisione nel narrare avvenimenti militari,
quando non abbia la guida dell'esperto Polibio, ineguale interesse prova per i
popoli italici che furono soggiogati dai Romani (Sabini, Volsci, Sanniti,
Etruschi, ecc.), che pure avevano espresso civiltà e forme di vita
notevolissime. Centro ideale della sua storia è il popolo romano, il cui
formarsi e progredire L. segue appassionatamente, senza quel relativo distacco
che è proprio, per esempio, dei maggiori storici greci (Tucidide e Polibio),
sino alle vicende dei suoi giorni, in cui Roma comincia a soffrire della sua
stessa grandezza. Appunto perché L. intese scrivere l'epopea del popolo romano,
con intenti sostanzialmente non diversi da quelli che spinsero, in pari tempo,
Virgilio alla stesura dell'Eneide, si comprendono le deficienze di cui s'è
detto e di cui, dato l'assunto, L. non si curava; per questo le poetiche leggende
delle origini, delle quali L. stesso non ignorava la falsità, sono accolte
nella sua storia in quanto rispondenti allo spirito della romanità e tali da
avvolgere i primordî del popolo romano in un'aura di veneranda grandezza. Lo
spirito tradizionalista di L. soffriva del rivolgimento subìto dallo stato
romano e il narrare la storia di Roma rievocandone le singolari doti religiose,
morali e patriottiche, era per lui un isolarsi dai mali del presente. Questo si
avverte anche nelle sue predilezioni stilistiche. L. si prefisse nella sua
prosa il modello ciceroniano e se non sappiamo bene in che consistesse la
patavinitas (una specie di provincialismo linguistico di cui lo accusò Asinio
Pollione), riscontriamo nel suo periodare una ricchezza e scioltezza di espressione
(detta da Quintiliano lactea ubertas) che si vale dei coloriti poetici
specialmente nei primi libri, e acquista poi maggior fascino dal senso
drammatico che spira dalla sua narrazione. L'imparzialità e la nobiltà d'animo
di L., riconosciuta da Tacito e Seneca il Vecchio, ci fa maggiormente
rimpiangere la perdita di quella sezione dell'opera ove L. trattava dell'età
delle guerre civili, a proposito delle quali, come risulta dagli scarsi
frammenti pervenutici, lo storico non esitava a dare giudizî, quali quelli
famosi su Cicerone e Cesare, che potevano anche dispiacere ad Augusto, il quale
tuttavia protesse e altamente stimò Livio. ▭ L'abitudine di ripubblicare la
storia di L. a parti staccate ("deche"), e in riassunti, facilitò la
perdita quasi totale dell'opera. Al sec. 4° d. C. risale il più antico
manoscritto liviano (libri III-VI); ma al principio del Medioevo si conosceva
di L. meno di quanto noi possediamo, dato che il libro XXIII fu scoperto nel
1651 e i libri XLI-XLV nel 1527. La parte perduta dell'opera può, in minima
parte, essere ricostruita dalle cosiddette periochae (sommarî) dei 142 libri,
cui si aggiungono, ma di assai maggior valore, le periochae di alcuni libri
(XXXVII-XL; XLVIII-LV; LXXXVII-LXXXVIII) scoperte a Ossirinco nel 1903. Molti
epitomatori (v. epitome) di storia romana attinsero largamente, e talora
esclusivamente, a L.: Floro, Eutropio, Granio Liciniano, Rufio Festo, Giustino,
Giulio Paride, Gennaro Nepoziano: la prima di queste epitomi risale alla fine
del 1° sec. d. C. Altri attinsero larghissimamente a L. per opere particolari:
Orosio, per i libri 4°-6° delle Historiae adversus paganos; Giulio Ossequente,
per il suo Liber prodigiorum; Valerio Massimo, per buona parte dei suoi
Factorum ac dictorum memorabilium libri IX. Grande il culto di L. nel Medioevo:
Dante (Inf. XXVIII, 12), alludendo alle spoglie dei Romani prese dai
Cartaginesi nella battaglia di Canne, dice "come Livïo scrive che non
erra". Non minore fu la sua fama nell'Umanesimo e nel Rinascimento, a cui
le storie di L. offrivano illustri esempî di virtù umane, quali artefici di
alti destini. Petrarca si ispirò a Livio in larghe parti dell'Africa e del De
viris e intervenne nella tradizione manoscritta, riunendo i libri della 1ª, 3ª
e 4ª decade in un solo codice, che servì di base alle prime traduzioni in volgare,
e sul quale Valla condusse le sue Emendationes in Livium. Sono noti di N.
Machiavelli i Discorsi sopra la prima deca di T. Livio. La drammaticità del
racconto liviano ispirò tragici d'ogni epoca, da Trissino a Corneille, ad
Alfieri. La critica del sec. 19° ha demolito il mito dell'esattezza di L., ma
nulla ha tolto alla nobiltà dei suoi ideali e alla sua potenza artistica.Although
famous as one of the great Roman historians, he is also a philosopher, who
popularises the genre of the ‘dialogo filosofico.’ Pre-testo. DISCORSI SOPRA LA
PRIMA DECA DI L. di MACHIAVELLI, FIRENZE, G. BARBÈRA, EDITORE. MACHIAVELLI A
ZANOBI BUONDELMONTI E COSIMO RUCELLÀI SALUTE. o vi mando un presente, il quale
se non corrisponde agl’obblighi clic io ho con voi, è tale senza dubbio, quale
ha potuto Machiavelli mandarvi maggiore. Perchè in quello io ho espresso quanto
io so, quanto io ho imparato per una lunga pratica e continova lezione delle
cose del mondo. E non porlendo nè voi nè altri disiderare da me più, non vi
potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può incrcsccre della povertà
dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia
del giudizio, quando io in molte parli, discorrendo, m'inganni. Il che essendo,
won so quale di noi si abbia ad esser meno obbligato all’altro; o io a voi, che
mi avete forzalo a scrivere quello ch’io mai per me medesimo non arci scritto;
o voi a me, quando scrivendo non abbi soddisfatto. Pigliate, adunque, questo in
quello modo che si pigliano tulle le cose degli amici: dove si considera più
sempre l’intenzione di chi manda, che le qualità della cosa che è mandata. E
crediate che in questo io ho una salisfazione, quando io penso che, sebbene io
mi fussi ingannato in molle sue circostanze, in questa sola so eh io non ho
preso errore, di avere delti voi, ai quali sopra tutti gli altri questi miei
Discorsi indirizzi: sì perché, facendo questo, ini pnre aver mostro qualche
gratitudine de benefizii ricevuti: si perchè e mi pare esser uscito fuora
dell’uso comune di coloro che scrivono, i quali sogliono sempre le loro opere a
qualche principe indirizzare; e, accecati dall’ambizione c dall’avarizia,
laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando di ogni vituperevole
parte doverrebbono biasimarlo. Onde io, per non incorrere in questo errore, ho
eletti non quelli che sono Principi, ma quelli che per le infinite buone parti
loro meriterebbono di essere; nè quelli che polrebbono di gradi, di onori e di
ricchezze riempiermi, ma quelli che, non polendo, vorrebbono farlo. Perchè
gl’uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non
quelli che possono esser liberali; e così quelli che sanno, non quelli che,
senza sapere, possono governare un regno. E gli scrittori laudano più Icronc
Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re:
perchè a Icronc a esser principe non manca altro che il principato; quell’altro
non avera parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto quel bene
o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore,
che queste mie oppinioni vi siano grate, non mancherò di seguire il resto della
istoria, secondo che nel principio vi promisi. Valete Ancouaciiè, per la invida
natura degl’uomini, sia sempre stato pericoloso il ritrovare modi ed ordini
nuovi, quanto il cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti
a biasimare che a laudare le azioni d’altri; nondimeno, spinto da quel naturale
desiderio che fu sempre in me di operare, senza alcun rispetto, quelle cose che
io creda rechino comune benefìzio a ciascuno, ho deliberato entrare per una
via, la quale, non essendo stata per ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà
fastidio e diffìcultù, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che
umanamente di queste mie fatiche considerassero. E se T ingegno povero, la poco
esperienza delle cose presenti, la debole notizia delle antiche, faranno questo
mio conato difettivo e di non molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno,
che con più virtù, più discorso e giudizio, potrà a questa mia intenzione
satisfare: il che se non mi arrecherà laude, non mi dovrebbe partorire biasimo.
E quando io considero quantoonore si attribuisca all’antichità, c comemolte
volte, lasciando andare moltialtri esempi, un frammento d’una antica statua sia
stato comperato granprezzo, per averlo appresso di sè, onorarne la sua casa,
poterlo fare imitare da coloro che di quella arte si dilettano; e come quelli
poi con ogni industria si sforzano in tutte le loro opererappresentarlo: e
vcggendo, dall’altrocanto, le virtuosissime operazioni che le istorie ci
mostrano, che sono state operate da regni cda repubbliche auliche, dai re,
capitani, cittadini, datori di leggi, ed ultri che si sono per la loro
atfaticati, esser più presto ammirate che imitate; au/i in tanto da ciascuno
inogni parte fuggite, che di quella antica virtù non ci è rimaso alcun seguo:
posso fare che insieme non me nelavigli e dolga; e tanto più, quanto veggio
nelle differenze che intra iladini civilmente nascono, o nelle inalattie nelle
quali gl’uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli giudiciio a quelli
rimedi che dagl’antichi sono stati giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili
non sono altro che sentenzio date dagli antichi iurcconsulti, le quali, ridotte
in ordine, a’presenti nostri iureconsulti giudicare insegnano; nè ancora la
medicina è altro che cspcrienzia fatta dagli antichi medici, sopra la quale
fondano i medici presenti li loro giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le
repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel govcrnai e i regni, nell’ordinare la
milizia ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi, nell’accrescere
l’imperio, non si trova uè principi, nè repubbliche, nè capitani, nè cittadini
che agl’esempi degl’antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca non tanto
dalla debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il mondo, o da
quel male che uno ambizioso ozio ha fatto a molte provincie c città cristiane,
quanto dal nou avere vera cognizione delle istorie, per non trarne, leggendole,
quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè. Donde nasce che
infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà dell’accidenti
che in esse si contengono, senza pensare altrimeute d’imitarle, giudicando
l’imitazione non solo difficile ma impossibile: come se il cielo, il sole,
gl’elementi, gl’uomini fossero variati di moto, d’ordine e di potenza, da quello
eli’egli erano anticamente. Volendo, pertanto, trarre gl’uomini di questo
errore, ho giudicalo necessario scrivere sopra tutti quelli libri di L. che
dalla malignità dei tempi non ci sono stati interrotti, quello che io, secondo
l’antiche e modern cose, giudico esser necessario per maggiore intelligenzia
d'essi; acciocché coloro che questi miei discorsi leggeranno, possino trarne
quella utilità pella quale si debbe ricercare la cognizione della istoria. G
benché questa impresa sia difficile, nondimeno, aiutato da coloro che mi hanno
ad entrare, sotto aquesto peso confortato, credo portarlo in modo che ad un
altro reste breve cammino a condurlo al luogo destinato. Quali siano stati
universalmente i principit’di qualunque città, c quale fosse quello di ROMA.
Coloro che leggeranno qual principio fosse quello della città di ROMA, e da
quali legislatori e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si
sia per più secoli mantenuta in quella città; e che di poi ne sia nato
quell’imperio, al quale quella repubblica aggiunse. E volendo discorrere prima
il nascimento suo, dico che tutte le città sono edificate o dagl’uomini natii
del luogo dove le s’edificano, o dai forestieri. Il primo caso occorre quando
agl’abitatori dispersi in molte e piccole parli non par vivere sicuri, non
potendo ciascuna per sè, e per il sito e per il piccol numero, resistere
all’impeto di chi l’assalta; e ad unirsi per loro difensione, venendo il
nemico, non sono a tempo; o quando fossero, converrebbe loro lnsciare
abbandonati molti de’loro ridotti, e cosi verrebbero ad esser sùbita preda dei
loro nemici: talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi o da loro
medesimi, o d’alcuno che sia infra di loro di maggior autorità, si ristringono
ad abitar insieme in luogo eletto da loro, più comodo a vivere e più facile a
difendere. Di queste, infra molle altre, sono state Atene e Vincaia. La prima,
sotto l’autorità di Teseo, fu per simili cagioni dall’abitatori dispersi
edificata; l’altra, sendosi molti popoli ridotti in certe isolette che erano
nella punta del mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni dì, per lo
avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dell’imperio romano,
nascevano in ITALIA, cominciano infra loro, senza altro principe particolare
clic gli ordinassi, a vivere sotto quelle leggi che parvono loro più atte a
mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio che il sito
dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli popoli che
affliggevano ITALIA, navigi da poterli infestare: talché ogni picciolo
principio li potò fare venire a quella grandezza nella quale sono. Il secondo
caso, quando da genti forestiere è edificata una città, nasce o da uomini
liberi, o che dipendano d’altri come sono le colonie mandate o da una
repubblica o d’un principe, per Sgravare le loro terre d’abitatori, o per
difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono sicuramente e senzas
pesa mantenersi; delle quali città IL POPOLO ROMANO ne edifica assai, e per
tutto l’imperio suo: ovvero le sono edificate d’un principe, non per abitarvi,
nia per sua gloria; come la città d’Alessandria d’Alessandro. E per non avere
queste cittadl la loro origine libera, rade volte occorre che le facciano
progressi grandi, e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a queste
fu l’edificazione di FIRENZE, perchè (fi edificata da’soldati di SILLA, o, a
caso, dagl’abitatori dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga
pace che sotto OTTAVIANO nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel piano
sopra Arno) si edifica sotto l’imperio romano; nè potette, ne’principii suoi,
fare altri augumentiche quelli che per cortesia del principe li erano concessi.
Sono liberi l’edificatori delle cittadi quando alcuni popoli, o sotto un
principe o da per sé, sono costretti, o per morbo o per fame o per guerra, od
abbandonare il paese potrio, e cercarsi nuova sede: questi tali, oegli abitano
le cittadi elle e’ trovano nei paesi eli’ egli acquistano, come fa Moisè; o ne
edificano di nuovo, come fa ENEA. In questo caso è dove si conosce la virtù
dello edificatore, e la fortuna dell’edificato: la quale è più o meno
meravigliosa secondo che più o menoè virtuoso colui che ne è stato principio.
La virtù del quale si conosce in duoi modi: il primo è nell’elezione del sito;
F altro nella ordinazione delle leggi. Eperchè gli uomini operano o per
necessità o per elezione; e perchè si vede quivi esser maggiore virtù dove
l’elezione ha meno autorità; è da considerare se sarebbe meglio eleggere, per
la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gl’uomini, costretti
ad indùstriarsi, meno occupati dall’ozio, vivessino più uniti, avendo, pellla
povertà del sito, minore cagione di discordie; come intervenne in Raugia, e in
molte altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale elezione sarebbe senza
dubbio più savia e più utile quando gli uomini fossero contenti a vivere
delloro, e non volcssino cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo
gl’uomini assicurarsi se non colla potenza, è necessario fuggire questa
sterilità del pnese, e porsi in luoghi fertilissimi; dove, potendo pell’ubertà
del sito ampliare, possa e difendersi da chi l’assalta, e opprimere qualunque
alla grandezza sua si opponesse. G quanto a quell’ozio che l’arrecasse il sito,
si debbe ordinare che a quelle necessitadi le leggi la costringhino che’l sito
non la costringesse; ed imitare quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in
paesi amenissimi e fertilissimi, c alti a pròdurre uomini oziosi ed inabili ad
ogni virtuoso esercizio: chè, per ovviare aquelli danni i quali l’amenità del
paese, mediante l’ozio, arebbero causati, hanno posto una necessità d’esercizio
a quelliche avevano a essere soldati: di qualità che, per tale ordine, vi sono
diventat imigliori soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati
aspri e sterili Intra i quali fu il regno degl’Egizi, che non ostante che il
paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità ordinata dalle leggi, che
vi nacquero uomini eccellentissimi; e se li nomi loro non fussino dalla
antichità spenti, si vedrebbe come meriterebbero più laude che Alessandro
Magno, c molti altri dei quali ancora è la memoria fresca. E chi avesse
considerato il regno del Soldano, e l’ordine de’Mammaluchi e di quella loro
milizia, avanti che da Sali, Gran Turco, fusse stata spenta; arebbe veduto ili
quello molti esercizi circa i soldati, ed arebbe in fatto conosciuto quanto
essi temevano quell’ozio a che la benignità del paese gli poteva condurre, se
non v’avessino con leggi fortissime ovviato. Dico, adunque, essere più prudente
elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilità con le leggi infra’
debili termini si restringe. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città
per sua gloria, venne Dinoerate architetto, e gli mostra come ei la poteva fare
sopra il monte Albo; il quale luogo, oltre allo esser forte, potrebbe ridursi
in modo che a quella città si darebbe forma umana; il che sarebbe cosa
meravigliosa e raro, e degna della sua grandezza: e domandandolo Alessandro di
quello che quell’abitatori viverebbono, rispose, non ci averepensato: di che
quello si rise, e lasciatostare quel monte, edifica Alessandria, dove
gl’abitatori avessero a stare volentieri pella grassezza del paese, e pella
comodità del mare e del Nilo. Chi esaminerò, adunque, l’edificazione di Roma,
se si prende Enea per suo primo progenitore, sarà di quelle citladi edificate
da’forestieri; se Romolo, di quelle edificate dagl’uomini natii del luogo; ed
in qualunciic modo, la Vedrà avere principio libero, senza depcndere d’alcuno:
vedrà ancora a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gl’altri,
la costringessino; talmente clic la fertilità del sito, la comodità del mare,
le spesse vittorie, la grandezza dell'imperio, non la poterono per molti secoli
corrompere, e Ir» » mantennero piena di tante virtù, djp^quante mai fusse
alcun’altra repubblica ornata. E perchè le cose operate da lejj, ^e che sono da
L. celebrate, sono seguite o per pubblico o per privato consiglio, o dentro o
fuori della cittade, io comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro,
e per consiglio pubblico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò,
aggiungendovi tutto quello che da loro dependessi: coni quali Discorsi questo
primo libro, ovvero Questa prima parte, si terminerà. Di quante spezie sono le
repnbbtiche, e di quale fu la Repubblica Romana. Io voglio porre da parte il
ragionare di quelle cittadi clic hanno avuto il loro principio sottoposto ad
altri; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio 'ontano do ogni servitù
esterna, nia si ; j sono subito governate per loro arbitrio, o come repubbliche
o come principato: U quali hanno avuto, come diversi principi, diverse leggi ed
ordini. Perchè ad alcune, o nel principio d’esse, o dopo non molto tempo, sono
state date d’un solo le leggi, e ad un tratto; come quelle che furono date da
Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in più volte, e secondo
l’accidenti, come Roma. Talché, felice si può chiamare quella repubblica, la
quale sortisce uno uomo sì prudente, che le dia leggi ordinate in modo, che
senza avere bisogno di correggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si
vede che Sparta le osservò più che ottocento anni senza corromperle, o senza
alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d’infelicità
quella città, che, non si sendo abbattuta ad uno ordinatore prudente, è
necessitata da sè medesima riordinarsi: e di queste ancora è più infelice
quella che è più discosto dall’ordine; e quella è più discosto, con suoi ordini
è al tutto fuori del dritto cammino, che la possi condurre al perfetto e vero
fine: perchè quelle clic sono iu questo grado, è quasi impossibile che per
qualche accidente si rassettino. Quel le altre che, se le non hanno l’ordine
perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a diventare migliori, possono
pell’occorrenza dell’accidenti diventare perfette. Ma fia ben vero questo, mai
non s’ordineranno senza pericolo perchè l’assai uomini non s’accordano mai ad
una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine nella città, se non è mostro loro
d’una necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità senza
pericolo, è facil cosa che quella repubblica rovini, avanti che la si sia
condotta a una perfezione d’ordine. Di che ne fa fede appieno la repubblica di
Firenze, la quale fu dallo accidente d’Arezzo, nel 11, riordinata, e da quel di
Prato, nel XII, disordinata.Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini
della città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero) dico,
come alcuui che hanno scritto delle repubbliche, dicono essere in quelle uno
de'tre stati, chiamati da loro Principato, d’Ottimati e Popolare; e come coloro
che ordinano una città, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro
più a proposito. Alcuni altri, e secondo l’oppinione di molti più savi, hanno
oppinione che siano di sei ragioni governi; delti quali tre ne siano pessimi;
tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì focili a corrompersi, che vengono
ancora essi ad essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono i soprascritti
tre: quelli clic sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dependono; c
ciascuno d’essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente
saltano dall’uno all’altro: perchè il Principato facilmente diventa tirannico;
li Ottimati con facilità diventano stato di pochi; il Popolare senza diflìcultà
in licenzioso si converte. Talmente che, se uno ordinatore di repubblica ordina
in una città uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perchè
nessuno rimedio può farvi, a far che non sdruccioli nel suo contrario, pella
similitudine che ha in questo caso la virtù ed il vizio. Nacquono queste
variazioni di governi a caso intra li uomini: perchè nel principio del mondo,
sendo l’abitatori rari, vissono un tempo dispersi, a similitudine delle bestie;
di poi, multiplicando la generazione, si ragunorno insieme, e, per potersi
meglio difendere, cominciorno a riguardare fra loro quello che fusse più
robusto c di maggiore cuore, c fecionlo come capo, e lo obedivano. Da questo
nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e
ree: perchè, veggendo che se uno noceva al suo benefattore, ne veniva odio e
compassione intra gl’uomini, biasimando li ingrati ed onorando quelli che
fusscro grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano esser
fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, ordinare
punizioni a chi contea facesse: donde venne la cognizione della giustizia. La
qual cosa fa che avendo di poi ad eleggere un principe, non andano dietro al
più gagliardo, ma a quello che fussi più prudente c più giusto. Ala come di poi
si comincia a fare il principe per successione, e non pei’ elezione, subito
cominciorno li eredi a degenerare dai loro antichi; e lasciando 1’opere
virtuose, pensano che i principi non avessero a fare altro clic superare
l’altri di sontuosità e di lascivia c d’ogni altra' qualità deliziosa: in modo
che, cominciando il principe ad essere odialo, e per tale odio a temere, e
passando tosto dal timore all’offese, ne nasce presto una tirannide. Da questo
nacquero appresso i principi» delle rovine, c delle conspirazioni e congiure
contea i principi; non fatte da coloro clic fussero o timidi o deboli, ma da
coloro che per genei'osità, grandezza d’animo, ricchezza e nobiltà, avanzavano
gl’altri; i quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel principe. La
moltitudine, adunque, seguendo l’autorità di questi potenti, s’arma contra al
principe, c quello spento, ubbidiva loro come a suoi liberatori. E quelli,
avendo in odio il nome d’uno solo capo, constituivano di loro medesimi un
governo; e nel piincipio, avendo rispetto alla passata tiratinide, si
governavano secondo le leggi ordinate da loro, posponendo ogni loro comodo alla
comune utilità; e le cose private e le pubbliche con somma diligenzia governano
c conservavano. Venuta di poi questa amministrazione ai loro figliuoli, i
quali, non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo mai provato il
male, e non volendo stare contenti alla civile equalità, ma rivoltisi
all’avarizia, all’ambizione, all’usurpazione delle donne, feciono clic d’uno
governo d’Ottimati diventassi un governo di pochi, senza avere rispetto ad
alcuna civiltà: tal che in breve tempo intervenne loro come al tiranno; perchè
infastidita da’loro governi la moltitudine, si fe ministra di qualunque
disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e cosi si levò presto
alcuno che, colI’aiuto della moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca
la memoria del principe e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo
Stato de’pochi e non volendo rifare quell del principe, si volsero allo Stato
popolare; c quello ordinarono in modo, che nè i pochi potenti, nè uno principe
v’avesse alcuna autorità. E perchè tutti gli Stali nel principio hanno qualche
reverenza, si mantenne questo Stato popolare un poco, ma non molto, massime
spenta che fu quella generazione che l’aveva ordinato; perchè subito si venne
alla licenzia, dove non si temeno nè li uomini privati nè i pubblici; di
qualità che, vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni di mille ingiurie:
talché, costretti per necessità, o per suggestione d’alcuno buono uomo, o per
fuggire tale licenzia, si ritorna di nuovo al principato; e da quello, di grado
in grado, si riviene verso la licenzia, nei modi e pelle cagioni dette. E
questo è il cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate, e
si governano: ina rade volte ritornano nei governi medesimi; perchè quasi
nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molle volte per
queste mutazioni, c rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel travagliare,
una repubblica, mancandoli sempre consiglio e forze, diventa suddita d'uno
Stato propinquo, clic sia meglio ordinato di lei: ina dato che questo non
fusse, sarebbe atta una repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi
governi. Dico, adunque, che lutti i detti modi sono pestiferi, pella brevità
della vita che è ne’ tre buoni, e pella malignità che è ne’ tre rei. Talché,
avendo quelli che prudentemente ordinano leggi conosciuto questo difetto, fuggendo
ciascuno di questi modi per se stesso, n’elessero uno che partieipasse di
lutti, giudicandolo più fermo e più stabile; perchè l’uno guarda l’altro, scudo
in una medesima città il Principato, li Ottimati ed il Governo Popolare. Infra
quelli che hanno per simili constituzioni meritato più laude, è Licurgo; il
quale ordina in modo le sue leggi in Sparta che dando le parti sue ai He, agli
Ottimali e al Popolo, fa uno Stato che durò più che ottocento anni, con somma
laude sua, e quiete di quella città. Al contrario intervenne a Solone, il quale
ordina le leggi in Atene che per ordinarvi solo lo Stato popolare lo fa di sì
breve vita che avanti morisse vi vide nata la tirannide di Pisistrato: e benché
di poi anni quaranta ne fusscro cacciati gli suoi eredi, c ritornasse Atene in
libertà, perchè la riprese lo Stato popolare, secondo gl’ordini di Solone; non
lo tenne più cliccento anni, ancora che per mantenerlo facesse molte
constituzioni, pelle quali si reprime la iusolenzia grandi c la licenzia
dell’universale, le quali non furou da Solone considerate nientedimeno, perchè
la non le mescola colla potenzia del Principato e con quella dclli Ottimali,
visse Atene, spetto di Sparta, brevissimo tempo. Ria vegniamo a ROMA; la quale
nonostante che non ha uno Licurgo che la ordinasse in modo, ilei principio, che
la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno sono tanti gl’accidenti che in
quella nacquero, pella disunione che era intra la Plebe ed il Senato che quello
che non fa uno ordinatore lo fa il caso. Perchè, se ROMA non sortì la prima
fortuna, sortì la seconda; perchè i primi ordini se sono defettivi, nondimeno
non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perchè
ROMOLO e tutti gl’altri re fanno molte e buone leggi, conformi ancora al vivere
libero: ma perchè il fine loro fu fondare un regno e non una repubblica, quando
quella città rimane libera, vi mancano molte cose che era necessario ordinare
in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate. E
avvengachè quelli suoi re perdessero l’imperio pelle cagioni e modi discorsi;
nondimeno quelli clic li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che
stessino nel luogo del re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà
regia: talché, essendo in quella Repubblica i Consoli ed il Senato, veniva solo
ad esser mista di due qualità delle tre soprascritte: cioè di Principato e di
Ottimali. Restavali solo a dare luogo al Governo Popolare: onde, essendo
diventata la Nobiltà romana insolente, si leva il Popolo contro di quella;
talché, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua
parte; e, dall’altra parte, il Senato e i Consoli restassino con tanta
autorità, che potcssino tenere in quella Repubblica il grado loro. E cosi
nacque la creazione de’Tribuni della plebe; dopo la quale creazione venne a
essere più stabilito lo stato di quella Repubblica, avendovi tutte le tre
qualità di governo la parte sua. E tanto li fu favorevole la fortuna, che
benché si passa dal governo de’Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli
medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse:
nondimeno non si tolse mai, per dare autorità alli Ottimati, tutta l’autorità
alle qualità regie; nè si diminuì l’autorità in tutto all’Ottimati, per darla
al Popolo; ina rimanendo mista, fa una repubblica perfetta: alla quale
perfezione venne pella disunione della Plebe e del Senato. Quali accidenti
facessino creare in Roma i Tribuni della plebe; il che fa la Repubblica più
perfetta. Come dimostrano lutti coloro che ragionano del vivere civile, e come
ne è piena d’esempi ogni istoria, è necessario a chi dispone una repubblica, ed
ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini essere cattivi, e clic li
abbinosempre od usure la malignità dell’animo loro, qualunchc volta ne abbino
libera occasione: e quando alcuna malignità sta occulta un tempo, procede d’una
occulta cagione, ebe, per non si essere veduta esperienza del contrario, non si
conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre d’ogni verità.
Pare clic fusse in Roma intra la Plebe cd il Senato, cacciati I Tarquiili, una
unione grandissima; e che i Nobili, avessino deposta quella loro superbia, c
russino diventati d'animo popolare, c sopportabili da qualuncbc, ancora ebe
infimo. Stette nascoso questo inganno, nè se ne vide la cagione, infino ebe i
Tarquini vissono; de’quali temendo la Nobiltà, ed avendo paura che la Plebe mal
trattata non s’accostasse loro, si porta umanamente con quella: ma come prima
furono morti I Tarquini, e die a’ Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a
sputare contro Olla Plebe quel veleno che s’avevàno tenuto nel petto, ed in
tutti i modi che potevano la offendevano: la qual cosa fa testimonianza a
quello che di sopra ho detto, che gl’uomini non operano mai nulla bene, se non
per necessità; ma dove la elezione abbonda, e che vi si può usare licenzia, si
riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine. Però si dice che la fame
e la povertà fu gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una
cosa per sè medesima senza la legge opera bene, non è necessaria la legge; ma
quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però,
mancati i Tarqnini, che con la paura di loro tenevano la Nobiltà a freno,
convenne pensare a uno nuovo ordine ehe facessi quel medesimo effetto che
facevano i Tarquini quando erano vivi. E però, dopo molte confusioni, romori e
pericoli di scandali, che nacquero intra la Plebe c la Nobiltà, sivenne per
sicurtà della Plebe alla creazionc ile’ Tribuni; e quelli ordinarono con laute
preminenze e tanta riputazione, che potcssino essere sempre di poi mezzi intra
la Plebe e il Senato, eovviare alla insolenzia de’Nobili. Che la disunione
della Plebe c del Senato romano fece libera e polente quella Repubblica. H0U
njt fil ùi òVvil tf,; il "iit’ lo non voglio mancare di discorrere sopra
questi tumulti che furono in Roma dalla morte de’Tarquini alla creazione
de’Tribuni; e di poi alcune cose contro la oppinionc di molti clic dicono. Roma
esser stata una repubblica tumultuaria, e piena di tanta confusione, clicse la
buona fortuna c la virtù militare non avesse supplito a’loro difetti, sarebbe
stata inferiore ad ogni altra repubblica. Io non posso negare che la fortuna e
la milizia non fussero cagioni dell’imperio romano; ma e’ mi pare bene, che
costoro non s’avvegghino, clic dove è buona milizia, conviene clic sia buono
ordine, e rade volte anco occorre clic non vi sia buona fortuna. Ma vegniamo
all i altri particolari di quella città. Io dico clic coloro clic dannano I
tumulti intra i Nobili c la Plebe, mi pare clic biasimino quelle cose che
furono prima cagione di tenere libera Roma; c clic considerino più a’romori ed
alle grida clic di tali tumulti nascevano, che a’buoni effetti clic quelli
partorivano: e che non considerino come ei sono in ogni repubblica duoi umori
diversi, quello del popolo, c quello dei grandi; c come tutte le leggi che si
fanno in favore delia libertà, nascono dalla disunione loro, come facilmente si
può vedere essere seguito in Roma: perchè da’Tarquini ai Gracchi, che furono
più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio,
radissime sangue. Nè si possono, per tanto, giudicare questi tumulti nocivi, nè
una repubblica divisa, che in tanto tempo pelle sue differenze non mondò in
esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti
ancora condennò in danari. Nè si può chiamare in alcun modo, con ragione, una
repubblica inordinata, dove siano tanti esempi di virtù; perchè li buoni esempi
nascono dalla buona educazione; la buona educazione dalle buone leggi; e le
buone leggi da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perchè chi
esaminerò bene il fine d’essi, non troverà ch’egliabbino partorito alcuno
esilio o violenza in disfavore del comune bene, ma leggi ed ordini in benefizio
della pubblica libertà. E se alcuno dicesse: i modi erano straordinari, e quasi
efferati, vedere il Popolo insieme gridare contro il Senato, il Senato contra
il Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi
tutta la Plebe di Roma le quali tutte cose spaventano, nonclic altro, chi
legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi, con i quali il popolo
possa sfogare l’ambizione sua, e massime quelle ciltadi che uelle cose
importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali la città di Roma aveva
questo modo, che quando quel Popolo voleva ottenere una legge, o e’faceva
alcuna delle predette cose, o e’non voleva dare il nome per andare alla guerra,
tanto che a placarlo bisogna in qualche parte satisfargli. E i desiderò
de’popoli liberi, rade volle sono perniziosi alla libertà, perchè e’na seono o
da essere oppressi, o da suspizionc di avere a essere oppressi. E quando queste
oppinioni fussero false, e’vi è il rimedio delle concioni, che sorga qualche uomo
da bene, che, orando, dimostri loro come c’ s’ ingannano: e li popoli, come
dice CICERONE, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente
cedono, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero. Debbesi, adunque,
più parcamente biasimare il governo romano, e considerare che tanti buoni
effetti quanti uscivano di quella repubblica, non erano causati se non da
ottime cagioni. E se i tumulti furono cagione della creazione dei Tribuni,
meritano somma laude; perchè, oltre al dare la parte sua all’amministrazione
popolare, furono constituiti per guardia della libertà romana. Dove più
sccurnmentc si ponga la guardia della libertà, o nel Popolo o ne’Grandi; c
c/uali hanno maggior cagione di tumultuare, o chi vuole acquistare o chi vuole
mantenere. Quelli clic prudentemente hanno constituita una repubblica, intra le
più necessarie cose ordinate da loro, è stato constituire una guardia alla
liberta: e secondo che questa è bene collocala, dura più o meno quel vivere
libero. Eperché in ogni repubblica sono uomin grandi e popolari, si è dubitato
nelle mani di quali sia meglio collocata detta guardia. Ed appresso i
Lacedemoni, c,ne’nostri tempi, appresso de’Viniziani, la è stata messa nelle
mani de’Nobili; ma appresso de’Romani fu messa nelle mani della Plebe. Per
tanto, è necessario esaminare quale di queste repubbliche avesse migliore
elezione. E se siandassi dietro alle ragioni, ci è che dire da ogni pajte: ma
se si esaminassiil fine loro, si piglierebbe la parte de’Nobili, per aver avuta
la libertà di Sparla c di Vinegia più lunga vita che quella di Roma. E venendo
alle ragioni, dico, pigliando prima la parte de’Romani, come e’si debbe mettere
in guardia coloro d’una cosa, che hanno menoappetito d’usurparla. E senza
dubbio, se si considera il fine de’nobili e deili ignobili, si vedrà in quelli
desiderio grande di dominare, cd in questi solo desiderio di non essere
dominati; e, per conseguente, maggiore volontà di vivere liberi, potendo meno
sperare d’usurparla che non possono li granili: talché, essendo i popolani
preposti a guardia d’una libertà, ò ragionevole ne abbino più cura: e non la
putendo occupare loro, non permettino clic altri la occupi. Dall’altra parte,
chi difende l’ordine sparlano e veneto, dice clic coloro che mettono la guardia
in inano de’potenti, fanno due opere buone: I’una, che satisfanno più
all’ambizione di coloro che avendo più parte nella repubblica, per avere questo
bastone in mano, hanno cagione di contentarsi più; I’altra, clic bevano una
qualità di autorità dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d’infinite
dissensioni escandali in una repubblica, e alta a ridurre la nobiltà a qualche
disperazione, che col tempo faccia cattivi eliciti. E ne danno per esempio la
medesima Roma, che per avere i Tribuni della plebe questa autorità nelle mani,
non bastò loro aver un Consolo plcbeio, che gli vollono avere ambe due. Da
questo, c’voltano la Censura, il Pretore, e tuttili altri gradi dell’imperio
della città: nè bastò loro questo, chè, menati dal medesimo furore, cominciorno
poi, col tempo, a adorare quelli uomini che vedevano atti a battere la Nobiltà;
donde nacque la potenza di Alarlo, e la rovina di Roma. E veramente, chi
discorressebene I’una cosa c l’altra, potrebbestare dubbio, quale da lui fusse
eletto per guardia tale di libertà, non sapendo quale qualità d’uomini sia più
nociva in una repubblica, o quella ohe desidera acquistare quello che non ha,‘
o quella che desidera mantenere l’onore già acquistato. Ed in fine, chi
sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa conclusione: o tu ragioni d’una
repubblica che vogli fare uno imperio, come Roma; o d’una che li basti
mantenersi. Nel primo caso, gli è necessario fare ogni cosa come Roma; nel
secondo, può imitare Yinegia e Sparta per quelle cagioni. Ma, per tornare a
discorrere quali uomini siano in una repubblica piu nocivi, o quelli clic
desiderano d’acquistare, o quelli clic temono di perdere lo acquistato;
dicodie, scudo fatto Marco Meiiennio dittatore, e Marco Fulvio maestro
de’cavalli, tutti duoi plebei, per ricercare certe congiure clic s’erano falle
in Capovaconlro a Roma, fu dato ancora loro autorità dal Popolo di poter
ricercare chiin Roma per ambizione e modi straordinari s’ingegnasse di venire
al consolato, ed agli altri onori della città. Eparendo alla Nobiltà, che tale
autorità fusse data al Dittatore contro a lei, sparsero per Roma, clic non i
nobilierano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi straordinari,
ma gl’ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virtù loro,
cercavano pervie straordinarie venire a quelli gradi; e particolarmente
accusano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa, che Mencnnio, fatta
una conclone c dolutosi deite calunnie dategli da’Nobili depose la dittatura, e
sottomessesi ai giudizio che di lui fussi fatto dal Popolo; c di poi, agitala
la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso, o
quel che vuolemantenere o quel che vuole acquistare; perchè facilmente 1’uno e
l’altro appetito può essere cagione di tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il
più delle volte sono causali da chi possiede, perchè la paura del perdere
genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano acquistare;
perchè non pare agli uomini possedere sicuramente quello clic l’uomo ha, se non
si acquista di nuovo dell’altro. E di più vi è, che possedendo molto, possono
con maggior potenzia c maggiore moto fare alterazione. Ed ancora vi è di più,
che li loro scorretti e ambiziosi portamenti accendono ne’petti di chi non
possiede voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro spogliandoli, o
per potere ancora loro entrare in quella ricchezza c in quelli onori clic
veggono essere male usati dagli altri. Se in 1 ionia si poteva ordinare uno
stalo che togliesse via le inimicizie intra il Popolo ed il Senato. Noi abbiamo
discorsi di sopra gli effetti che facevano le controversie intra il Popolo ed
il Senato. Ora, sendo quelle seguitate in fino al tempo de’Gracchi, dove furono
cagione della rovina del vivere libero, potrebbe alcuno desiderare che Roma
avesse fatti gl’effetti grandi che la fece, senza che in quella fussino tali
inimicizie. Però mi è parso cosa degna di considerazione, vedere se in Roma si
poteva ordinare uno stato che togliesse via dette controversie. Ed a volere
esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle repubbliche le quali senza
tante inimicizie c tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato
era il loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esempio tra lì antichi ci è
Sparta, tra i moderni Yinegia, state da me di sopra uominate. Sparla fece uno
Re, con un picciolo Senato, che la governasse. Vinegia non ha diviso il governo
con i nomi; ma, sotto una appellazione, lutti quelli che possono avere
amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo dette il caso, più
che la prudenza di elùdette loro le leggi: perchè, sendosi ridotti in su quegli
scogli dove è ora quella città, pelle cagioni dette di sopra, molti abitatori;
come furon cresciuti in tanto numero, che a volere vivere insieme bisogna loro
far leggi, ordinorono una forma di governo; c convenendo spesso insieme
ne’consigli a deliberare della città, quando parve loro essere tanti che
fussero a sufficienza ad un vivere politico, chiusono la via a tutti quelli
altri che vi venissino ad abitare di nuovo, di potere convenire ne’loro
governi: e, col tempo, trovandosi in quel luogo assai abitatori fuori del
governo, per dare riputazione a quelli clic governavano, gli chiamarono
Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo modo nascere e mantenersi
senza tumulto, perchè quando e’nacque, qualunque allora abita in Vinegia fu
fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che di poi vi
vennero ad abitare, trovando lo Stato fermo c terminato, non avevano cagione nè
comodità di fare tumulto. La cagione non y’era, perchè non era stato loro tolto
cosa alcuna: la comodità non v’era, perché chi regge gli teneva in freno, c non
gl’adopera in cose dove e’ potessino pigliare autorità. Oltre di questo, quelli
che di poi vennono ad abitare Vinegia, non sono stali molli, c di tanto numero,
che vi sia disproporzione da chi gli governa a loro che sono governati; perchè
il numero de’Gentiluomini o egli è eguale a loro, o egli è superiore: sicché,
per queste cagioni, Vinegia potette ordinare quello Stalo, e mantenerlo unito.
Sparta, come ho detto, essendo governata da un Re c da una stretto Senato,
potette mantenersi così lungo tempo, perchè essendo in Sparta pochi abitatori,
ed avendo tolta la via n chi vi venisse ad abitare, ed avendo prese le leggi di
Licurgo con reputazione, le quali osservando, levano via tutte le cagioni
de’tumulti, poterono vivere uniti lungo tempo: perchè Licurgo colle sue leggi
fece in Sparta più cqualità di sustanze, e meno equalità di grado; perchè quivi
era una eguale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perchè i gradi della
città si distendevano in pochi cittadini, ed erano tenuti discosto dalla plebe,
uè gli nobili col trattargli male dettero mai loro desiderio di avergli. Questo
nacque dai Re spartani, i quali essendo collocati in quel principato e posti in
mezzo di quella nobiltà, non avevano maggiore rimedio a tenere fermo la loro
degnità, ehc tenere la plebe difesa da ogni ingiuria: il che fa che la plebe
non temeva, c non desiderava imperio; e non avendo imperio nè temendo, era levatavia
la gara che la potessi avere con !unobiltà, c la cagione de’tumulti; e poterono
vivere uniti lungo tempo. Ma due cose principali causarono questa unione: T una
esser pochi gli abitatori di Sparta, e per questo poterono esser governati da
pochi; l’altra, che non accettando forestieri nella loro repubblica, non
avevano occasione nè di corrompersi, nè dicrescere in tanto che la fusse
insopportabile a quelli pochi che la governavano. Considerando, adunque, tutte
queste cose, si vede come a’ legislatori di Roma era necessario fare una delle
due cose, a volere che Roma stessi quieta come le sopraddette repubbliche: o
non adoperare la plebe in guerra, corne i Viniziani; o non aprire la via
a’forestieri, come gli Spartani. E loro feceno 1’una e l’altra; il che dette
alla plebe forza ed augumento, ed infinite occasioni di tumultuare. E se lo
stato romano veniva ad essere più quieto, ne seguiva questo inconveniente,
ch’egli era anco più debile, perchè gli si tronca la via di potere venire a
quella grandezza dove ei pervenne: in modo che volendo Roma levare le cagioni
de’tumulti, leva ancole cagioni dello ampliare. Ed in tutte le cose umane si
vede questo, chi le esaminerà bene: che non si può mai cancellare uno
inconveniente, che non ne surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare un popolo
numeroso ed armato per potere fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu
non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantienio piccolo o disarmato
per potere maneggiarlo, se egli acquista dominio, non lo puoi tenere, o diventa
sì vile, che tu sei preda di quaiunche ti assalta. E però, in ogni nostra
deliberazione si debbe considerare dove sono meno inconvenienti, c pigliare
quello per migliore partito: perchè tutto netto, tutto senza sospetto non si
trova mai. Poteva, adunque, Roma a similitudine di Sparta fare un Principe a
vita, fare un Senato piccolo; ma non poteva, come quella, non crescere il
numero de’cittadini suoi, volendo fare un grande imperio; il che fa che il Re a
vita ed il picciol numero del Senato, quanto alla unione, glisarebbe giovato
poco. Se alcuno volesse, per tanto, ordinare una repubblica dinuovo, arebbe a
esaminare se volesse ch’ella ampliasse, come Roma, di dominio e di potenza,
ovvero ch’ella stesse dentro a brevi termini. Nel primo caso, è necessario
ordinarla come Roma, edare luogo a’tumulti e alle dissensioni universali, il
meglio che si può; perchè senza gran numero di uomini, e bene armati, non mai
una repubblica potrà crescere, o se la crescerà, mantenersi. Nel secondo caso,
la puoi ordinare come Sparta c come Yinegia: ma perchè l’anipitale è il veleno
di simili repubbliche, tlebbc, in tutti quelli modi che si può, citi le ordina
proibire loro lo acquistare; perchè tali acquisti fondati sopra una repubblica
debole, sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a Sparta ed a Yinegia:
delle quali la prima avendosi sottomessa quasi tutta la Grecia, mostra in su
uno minimo accidente il debole fondamento suo; perchè, seguita la ribellione di
Tebe, causata da Pelopitia, ribellandosi l’altre cittadi, rovinò al tutto
quella repubblica. Similmente Yinegia, avendo occupato gran parte d’Italia, e
la maggior parte non con guerra ma con danari e con astuzia, come la ebbe a
fare prova delle forze sue, perde in una giornata ogni cosa. Crederei bene, che
a fare una repubblica che dura lungo tempo, fussi il miglior modo ordinarla
dentro come Sparla o come Yinegia; porla in luogo forte, e di tale potenza, che
nessuno credesse poterla subito opprimere; e dall’altra parte, non fussi si
grande, che la fussi formidabile a’vicini: c così potrebbe lungamente godersi
il suo stato. Perchè, per due cagioni si fa guerra ad una repubblica: Cuna per
diventarne signore, l’altra per paura ch’ella non ti occupi. Queste due cagioni
il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via; perchè, se la è difficile ad
espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa, rade volte
accadere, o non mai, che uno possa fare disegno d’acquistarla. Se la si starà
intra i termini suoi, e veggasi per esperienza, che in lei non sia ambizione,
non occorrerà mai che uno per paura di sè gli faccia guerra: e tanto più
sarebbe questo, se e’fusse in lei constituzione o legge che le proibisse
l’ampliare. E senza dubbio credo, clic polendosi tenere la cosa bilanciata in
questo modo, che e’sarebbe il vero vivere politico, e la vera quiete d’una
città. Ma scudo tutte le cose degli uomini in moto, c non potendo stare salde,
conviene che le saglino o clic le scendino; e a molte cose che la ragione non
t' induce, t’induce lo necessità: talmente che, avendo ordinata una repubblica
atta a mantenersi non ampliando, e la necessità la conducesse ad ampliare, si
verrebbe a torre via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare più presto. Così,
dall’altra parte, quando il Cielo le fusse si benigno, che la non avesse a fare
guerra, ne nascerebbe che l’olio la farebbe o effeminata o divisa; le quali due
cose insieme, o ciascuna per sè, sorebbono cagione della sua rovina. Pertanto,
non si potendo, come io credo, bilanciare questa cosa, nò mantenere questa via
del mezzo a punto; bisogna, nell’ordinare la repubblica, pensare alla parte più
onorevole; ed ordinaria in modo, che quando pure la necessità la inducesse ad
ampliare, ella potesse quello ch’ella avesse occupato, conservare. E, per
tornare al primo ragionamento, credo che sia necessario seguire l'ordine
romano, e non quello dell’altre repubbliche; perchè trovare un modo, mezzo
infra l’uno e l’altro, non credosi possa: e quelle inimicizie che intra il
popolo ed il senato nascessino, tollerarle, pigliandole per uno inconveniente
necessario a pervenire alla romana grandezza. Perchè, oltre all’altre ragioni
allegate dove si dimostra Y autorità tribun zia essere stata necessaria per la
guardia della libertà, si può facilmente considerare il benefizio che fa nelle
repubbliche l’autorità dello accusare, la quale era intra gl’altri commessa
a’Tribuni. Quanto siano necessarie in una repubblica le accuse per mantenere la
libertà. A coloro che in una città sono preposti per guardia della sua libertà,
non si può dare autorità più utile e necessaria, quanto è quella di potere
accasare i cittadini ai popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando
che pcccassino in alcuna cosa contea allo stato libero. Questo ordine fa duoi
effetti utilissimi ad una repubblica. Il primo è che i cittadini, per paura di
non essere accusati, non tentano cose contro allo Stato: e tentandole, sono
incontinente e senza rispetto oppressi. 1/ altro è che si dà via onde sfogare a
quelli umori che crescono nelle citladi, in qualunque modo, contea a qualunque
cittadino: e quando questi umori non hanno onde sfogarsi ordinariamente,
ricorrono a’modi straordinari, che fanno rovinare in tutto una repubblica. G
non è cosa che faccia tanto stabile e ferma una repubblica, quanto ordinare
quella in modo, che l’alterazione di questi umori che l’agitano, abbia una via
da sfogarsi ordinata dalie leggi. Il che si può per molti esempi dimostrare, e
massime per quello che adduce L. di CORIOLANO, dove ei dice, che essendo
irritala contro alla Plebe la Nobiltà romana, per parerle che l Plebe avesse
troppa autorità mediante la creazione de’Tribuni che la difendevano; ed essendo
Roma, come avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il
Senato mandato per grani in Sicilia; Coriolano, nimico alla fazione popolare, consiglia
come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torte quella
autorità die ella si aveva acquistata c in pregiudizio della nobiltà presa,
tenendola affamata, c non li distribuendo il frumento; la qual sentenza sendo
venuta alii orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a Coriolano,
che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni
non 1’avessero citato a comparire a difendere la causa sua. Sopra il quale
accidente, si nota quello che di sopra si è detto, #quanto sia utile e
necessario che le repubbliche, con le leggi loro, diano onde sfogarsi oli’ira
clic concepc l’universalità contra a uno cittadino; perchè quando questi modi
ordinari non vi siano, si ricorre agli estraordinari; c senza dubbio questi
fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli. Perchè, se ordinariamente
uno cittadino è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne seguita o poco o
nessuno disordine in la repubblica: perchè l’esecuzione si fa senza forze
private, e senza forze forestiere, che sono quelle che rovinano il vivere
libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro
particolari, nè trascendono a cosa che rovini la repubblica. E quanto a
corroborare questa oppinione con gli esempi, voglio che degli antichi mi basti
questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri, quanto male saria
resultato alla repubblica romana, se tumultuariamente ci fussi stato morto;
perchè ne nasceva offesa ila privati a privati, la quale offesa genera paura;
la paura cerca difesa; pella difesa si procacciano i partigiani; dai partigiani
nascono le parti nelle cittadi; dalle parti la rovina di quelle. Ma sendosi
governata la cosa mediante chi ne aveva autorità, si vennero a tór via tutti
quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata. Noi
avemo visto ne’nostri tempi, quale novità ha fatto alla repubblica di Firenze
non potere la moltitudine sfogare l’ nniino suo ordinariamente contra a un suo
cittadino; come accadde nel tempo di VALORI, clic era come principe della
città: il quale essendo giudicalo ambizioso da molti, e uomo che volesse con la
sua audacia e animosità trascendere il vivere civile; e non essendo nella
repubblica via a poterli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne
nacque che non avendo paura quello, se non di modi straordinari, si comincia a
fare fautori che lo difendessino; dall’altra parte, quelli clic lo oppugnano
non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie:
intanto che si venne alle armi. E dove, quando pell’ordinario si fusse potuto
opporseli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo; avendosi a
spegnere pello straordinario, seguì con danno non solamente suo, ma di molti
altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, a fortificazione della
soprascritta conclusione, l’accidente seguito pur in Firenze sopra SODERINI; il
quale al tutto segui per non essere in quella Repubblica alcuno modo d’accuse
contra alla ambizione de’potenti cittadini: perchè l’accusare un potente a otto
giudici in una repubblica, non basta: bisogna che i giudici siano assai, perchè
pochi sempre fanno a modo de’pochi. Tanfo che, se tali modi vi fussono stati, o
i cittadini lo arebbono accusato, vivendo egli male; e per tal mezzo, senza far
venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato l’animo loro: o non vivendo male,
non arebbono avuto ardire operarli contra, per paura di non essere accusati
essi: e cosi sarebbe da ogni parte cessato quello appetito che fu cagione di
scandalo. Tanto che si può concludere questo, che qualunque volta si vede che
le forze esterne siano chiamate da una parte d’uomini che vivono in una città,
si può credere nasca da’cattivi ordini di quella, per non esser dentro a quello
cerchio, ordine da potere senza modi islraordinari sfogare i maligni umori che
nascono nelli uomini: a che si provvede al tutto con ordinarvi le accuse alii
assai giudici, e dare riputazione a quelle. Li quali modi furono in Roma sì
bene ordinati, che in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il
Senato o la Plebe o alcuno particolare cittadino non disegnò valersi di forze
esterne; perche avendo il rimedio in casa, non erano necessitati andare per
quello fuori. E benché gl’esempi soprascritti siano assai sufficienti a
provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da L. nella sua
istoria: il quale riferisce come, scudo stato in Chiusi, città in quelli tempi
nobilissima in TOSCANA, da uno Lucumone violata una sorella d’Aruntc, c non
potendo Arunte vendicarsi pella potenia del violatore, se n'andò a trovare i
Franciosi, che allora regnano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e
quelli confortò a venire con annata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro
utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse
veduto potersi vendicare con i modi della città, non arebbe cerco le forre
barbare. Ma come queste accuse sono utili in una repubblica, così sono inutili
e dannose le calunnie. Quanto le accuse sono utili alle repubbliche, tanto sono
perniziose le calunnie. Non ostante che la virtù di Cnmmillo, poi ch’egli ebbe
libera Roma dall’oppressione de’Franciosi, avesse fatto che tutti i cittadini
romani, parer loro tòrsi reputazione o cedevano a quello; nondimeno MAULIO
Capitolino non poteva sopportare chegli fusse attribuito tanto onore e tanta
gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato il
Campidoglio, aver meritato quanto CAMMILLO; c quanto all’altre belliche laudi,
non essere inferiore a lui. Di modo che, carico d’invidia, non potendo
quietarsi pella gloria di quello, c veggendo non potere seminare discordia
infra i Padri, si volse alla Plebe, seminando varie oppinioni sinistre intra
quelfb. E intra V altre cose che dice, era come il tesoro il quale si era
adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi non dato loro, era stato usurpalo
da privati cittadini; e quando si riavesse, si poteva convertirlo in pubblica
utilità, alleggerendo la Plebe da’tributi, o da qualche privato debito. Queste
parole poterono assai nella Plebe; talché comincia avere concorso, ed a fare u
sua posta tumulti assai nella città: la qual cosa dispiacendo al Senato, e
parendogli di momento e pericolosa, crea uno Dittatore, perchè ei riconoscesse
questo caso, e frenasse lo impeto di MANLIO. Onde che subito il Dittatore lo fa
citare, e eondussonsi in pubblico all’incontro l’uno dell’altro; il Dittatore
in mezzo de’Nobili, e MANLIO in mezzo della Plebe. Fu domandato Manlio che dove
dire, appresso a chi fusse questo tesoro che ei dice, perchè ne era cosi
desideroso il Senato d’intenderlo come la Plebe: a che MANLIO non risponde
particularmenfe; ma, andando fuggendo, dice come non era necessario dire loro
quello die e’si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere. È
da notare per questo testo, quanto siano nelle città libere, ed in ogni altro
modo di vivere, detestabili le calunnie; e come per reprimerle, si debbe non
perdonare a ordine alcuno che vi faccia a proposito. Nè può essere migliore
ordine a torle via, che aprire assai luoghi alle accuse; perchè quanto le
accuse giovano alle repubbliche, tanto le calunnie nuocono: e dall’altra parte
è questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno di testimone, nè
d’alcuno altro particulare riscontro a provarle, in modo che ciascuno da
ciascuno può essere calunniato; ma non può già essere accusato, avendo le
accuse bisogno di riscontri veri, e di circostanze, che mostrino la verità
dell’accusa. Accusatisi gl’uomini a’magistrati, a’popoli, a’consigli;
calunniatisi pelle piazze è per le logge. Usasi più questa calunnia dove si usa
meno 1’accusa, c dove le città sono meno ordinate a riceverle. Però, uno
ordinatore d’una repubblica debbe ordinare che si possa in quella accusare ogni
cittadino, senza alcuna paura o senza alcuno sospetto; e fatto questo e bene
osservato, debbe punire aeremente i calunniatori: i quali non si possono dolere
quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli
avesse per le logge calunniato. E dove non è bene ordinata questa parte,
seguitano sempre disordini grandi:perchè le calunnie irritano, c non castigano
i cittadini; e gli irritali pensano di valersi, odiando più presto, che temendo
le cose che si dicono contea a loro. Questa parte, come è detto, era bene
ordinata in Roma; ed è stata sempre male ordinala nella nostra città di FIRENZE.
E come a Roma questo ordine fa molto bene, a FIRENZE questo disordine fa molto
male. E chi legge le istorie di questa città, vedrà quante calunnie sono state
in ogni tempo date a’suoi cittadini che si sono adoperati nelle cose importanti
di quella. Dell’uno dicevano ch’egli aveva rubati danari al comune; dell altro,
che non aveva vinto una impresa per essere stato corrotto; e che quell’altro
per sua ambizione aveva fatto il tale e tale inconveniente. Del che ne nasceva
che da ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva alla divisione; dalla
divisione alle sètte; dalle sètte alla rovina. Che se fusse stato in Firenze
ordine d’accusare i cittadini, c punire i calunniatori, non seguivano infiniti
scandali che sono seguiti: perchè quelli cittadini, o condennati o assoluti che
russino, non arebbono potuto nuocere alla città; e sarebbono stati accusati
meno assai clic non ne erano calunniali, non si potendo, come ho detto,
accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l’altre cose di clic si è valuto
alcuno citadino per ventre alla grandezza sua, sono state queste calunnie: le
quali venendo conira a’cittadini potenti che allo appetito suo si opponevano,
facevano assai per quello; perchè, pigliando la parte del Popolo, e
confirmandolo nella mala oppiatone eh’egli aveva di loro, se lo fece amico. E
benché se ne potesse addurre assai esempi, voglio essere contento solo d’uno.
Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato da GUICCIARDINI (si
veda), commissario di quello. Vollono o i cattivi suoi governi, o la cattiva
sua fortuna, che Ja espugnazione di quella città non seguisse. Pur, comunque il
caso stesse, ne fu incolpato inesser Giovanni, dicendo com’egli era stato
corrotto da’Lucchesi: la quale calunnia sendo favorita da’nimici suoi, condusse
messer Giovanni quasi in ultima disperazione. E benché, per giustificarsi, ei
si volessi mettere nelle mani del Capitano; nondimeno non si potette mai
giustificare, per non essere modi in quella repubblica da poterlo fare. Di che
ne nacque assai sdegno intra li amici di messer Giovanni, che erano la maggior
parte delli uomini Grandi, ed infra coloro che desideravano fare novità in
Firenze. La qual cosa, e per queste e per altre simili cagioni, tanto crebbe,
che ne seguì la rovina di quella repubblica. Era dunque MANLIO Capitolino
calunniatore, e non accusatore, ed i Romani mostrarono in questo caso appunto,
come i calunniatori si debbono punire. Perchè si debbe fargli diventare
accusatori; e quando 1’accusa si riscon tri vera, o premiarli, o non punirli:
ma quando la non si riscontri vera Uf»5 Come egli è necessario esser solo a
volere ordinare una repubblica di nuovo, o al lutto fuori delti antichi suoi
ordini riformarla. E’porrà forse ad alcuno, che io sia troppo trascorso dentro
nella istoria romana, non avendo fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori
di quella Repubblica, nè di quelli ordini che o alla religione o alla milizia
riguardassero. E però, non volendo tenere più sospesi gli animi di coloro che
sopra questu parte volessino intendere alcune cose; dico, come molti per
avventura giudicheranno di cattivo esempio, che uno fondatore d’un vivere
civile, quale è ROMOLO, abbia prima morto un suo fratello, di poi consentito
alla morte di Tito TAZIO Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando
per questo, che gli suoi cittadini potessero coll’autorità del loro principe,
per ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che alla loro autorità
s’opponessino. La quale oppinionc sarebbe vera, quando non si considerasse che
line l’avesse indotto a fare lai OMICIDIO. E debbesi pigliare questo per una
regola generale: clic non mai o di rado occorre che alcuna repubblica o regno
sia da principio ordinato bene, o al tutto di nuovo fuori delti ordini vecchi
riformato, se non è ordinato d’uno; anzi è necessario che uno solo sia quello
clic dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione. Però,
uno prudente ordinatore d’una repubblica, e che abbia questo animo di volere
giovare non a sé ma al BENE COMUNE, non alla sua propria successione ma alla comune
patria, debbe ingegnarsi d’avere l’autorità solo; nè mai uno ingegno savio
riprende alcuno d’alcuna azione istraordinaria, che per ordinare un regno o
constituire una repubblica usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fallo, lo
effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di ROMOLO, sempre lo scuserà:
perchè colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si
debbe riprendere. Debbe bene in tanto esser prudente e virtuoso, che quella
autorità che si ha presa, non la lasci ereditaria ad un altro: perchè, essendo
gl’uomini più proni al male che al bene, potrebbe il suo successore usare
ambiziosamente quello che da lui virtuosamente fusse stato usato. Oltre di
questo, se uno è atto ad ordinare, uoti è la cosa ordinata per durare molto,
quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma si bene, quando la rimane alla cura
di molti, e che a molti stia il mantenerla. Perchè, cosi come molti non sono
atti ad ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle
diverse oppinioni che sono fra loro; cosi conosciuto che lo hanno, non si
accordano a lasciarlo. E che ROMOLO fusse di quelli che NELLA MORTE DEL
FRATELLO e del compagno meritasse scusa; e che quello che fece, fusse per IL
BENE COMUNE, e non per ambizione propria; lo dimostra lo avere quello subito
ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e secondo l’oppinione del
quale deliberasse. E chi considera bene P autorità che ROMOLO si riserbò, vedrà
non se ne essere riserbata alcun’altra che comandare alli eserciti quando s’era
deliberata la guerra, e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando Roma
divenne libera per la cacciata de’Tarquini; dove da’Romani non fu innovato
alcun ordine dello antico, se non che in luogo d’uno Re perpetuo, fussero duoi
Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di quella città
essere stati più conformi ad uno vivere civile e libero, che ad uno assoluto e
tirannico. Polrebbesi dare in corroborazione delle cose sopraddette infiniti
esempi; come Licurgo, Solonc, ed nitri fondatori di regni e di repubbliche, i
quali poterono, per aversi attribuito un’autorità, formare leggi a proposito
del bene comune; ma gli voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne
solamente uno, non si celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassero
essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che desiderando Agide re di
Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le leggi di Mcurgo gli
avessero rinchiusi, parendoli che per esserne in parte deviati, la sua città
avesse perduto assai di quella antica virtù, e, per conseguente, di forze e
d’imperio; fu ne'suoi primi principii ammazzato dalli Efori spartani, come uomo
che volesse occupare la tirannide. Ma succedendo dopo lui nel regno Cleomene c
nascendogli il medesimo desiderio per gli ricordi e scritti eh’egli aveva
trovati di Agide, dove si vede quale era la mente ed intenzione sua, conobbe
non potere fare questo bene alla sua patria se non diventa solo di autorità;
parendogli, pell’ arabizione degli uomini, non potere fare utile a molti contra
alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fa ammazzare tutti
gl’Efori, e qualunque altro gli potesse contrastare; di poi rinnova in tutto le
leggi di Licurgo. La quale deliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e
dare a Clcomcne quella reputazione che ebbe Licurgo, se non fussc stato la
potenza de’Macedoni e la debolezza dell’altre repubbliche greche. Perchè,
essendo dopo tale ordine assaltato da’Macedoni, e trovandosi per sè stesso
inferiore di forze, c non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo
disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto. Considerato adunque tutte
queste cose, conchiudo, come a ordinare una repubblica è necessario essere
solo; c ROMOLO per LA MORTE DI REMO E DI TAZIO meritare iscusa, e non biasmo.
Quanto sono laudabili i fondatori d’una repubblica o dJ uno regno, tanto quelli
dJ una tirannide sono vituperabili. Intra tutti gli uomini laudati, sono i
laudatissimi quelli die sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso
dipoi, quelli che hanno fondato o repubbliche o regni. Dopo costoro, sono
celebri quelli che, preposti alti esercìti, hanno ampliato o il regno loro, o
quello della patria. A questi si aggiungono gli uomini iilterati; e perchè
questi sono di più ragioni, sono celebrati ciascuno d’essi secondo il grado
suo. A qualunque altro uomo, il numero de’quali è infinito, s’attribuisce quut’
che parte di laude, la quale gli arreca l’arte e l’esercizio suo. Sono, pello
contrario, infumi e detestabili gli uomini destruttori delle religioni,
dissipatori de’regni e delie repubbliche, inimici delle virtù, delle lettere, e
d'ogni altra arte che arrechi utilità ed onore alla umana generazione; come
sono gli empii e violenti, gl’ignoranti, gl’oziosi, i vili, e i dappochi. E
nessuno sarà mai sì pazzo o si savio, si tristo o si buono, che, propostogli la
elezione delle due qualità d’uomini, non laudi quella che è da laudare, e
Biasini quella che è da biasmare: nientedimeno, di poi, quasi tutti, ingannati
da un falso bene e da una falsa gloria, si lasciano andare, o voluntariamente o
ignorantemente, ne’gradi di coloro che meritano più biasimo che laude; c
potendo fare, con perpetuo loro onore, o una repubblica o un regno, si volgono
alla tirannide: nè si avveggono per questo partito quanta fama, quanta gloria,
quanto onore, sicurtà, quiete, con satisfazione d’animo, e’fuggono; e in quanta
infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine incorrono. Ed è
impossibile che quelli che in stato privato vivono in una repubblica, o che per
fortuna o virtù ne diventano principi, se leggcssino l’istorie, e delle memorie
delle antiche cose facessino capitale, che non volessero quelli tali privati,
vivere nella loro patria piuttosto Soipioni che Cesari; e quelli che sono
principi, piuttosto Agesilai, Timolconi e Dioni, clic Nabidi, Falari e Dionisi:
perchè vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli eccessivamente
laudati. Vedrebbono ancora come Timoleone e gli altri non ebbero nella patria
loro meno autorità che si avessiuo Dionisio e Falari; ma vedrebbono di lungo
avervi avuto più sicurtà. Nè sia alcuno che si inganni pella gloria di Cesare,
sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perchè questi che lo laudano,
sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza dello imperio, il
quale reggendosi sotto quel nome, non permette che gli scrittori parlassero
liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne
direbbono, vegga quello che dicono di CATILINA. E tanto è più detestabile
GIULIO (si veda) CESARE, quanto più è da biasimare quello che ha fatto, che
quello che ha voluto fare un inule. Vegga ancora con quante laudi celebrano
BRUTO (si veda); talché, non potendo biasimare quello pella sua potenza,
e’celebrano il nemico suo. Consideri ancora quello eh’ è diventato principe in
una repubblica, quante laudi, poiché ROMA fu diventata imperio, meritarono più
quelli imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli
che vissero al contrario: e vedrà come a Tito, Nerva, Traiano, ADRIANO,
Antonino e Marco, non erano necessari i soldati pretoriani nè la moltitudine
delle legioni a difenderli, perchè i costumi L loro, la benivolenza del Popolo,
l’amore i del Senato gli difende. Vedrà ancora come a Caligola, Nerone,
Vitellio, ed a tanti altri scellerati imperadori, non bastarono gl’eserciti
orientali ed occidenItili a salvarli conira a quelli nemici, che li loro rei
costumi, la loro malvagia vita aveva loro generati. E se la istoria di costoro
fusse ben considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque priucipe, a
mostrargli la via della gloria o del biasmo, e della sicurtà o del timore suo.
Perchè, di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimiuo, sedici ne
furono ammazzati, dicci morirono ordinariamente; c se di quelli che furono
morti ve ne fu alcuno buono, come Galba e Pertinace, fu morto da quella
corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nc’soldati. E se tra quelli
che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scellerato, nome Severo, nacque
d’una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose pochi uomini
accompagnano. Vedrà ancora, pella lezione di questa istoria, come si può
ordinare un regno buono: perchè tutti gl'imperadori che succederono all’imperio
per eredità, eccetto Tito, furono cattivi; quelli che per adozione, furono
tutti buoni, come furono quei cinque da Nervo a Marco: e come P imperio cadde
negli eredi, ei ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe
i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e
che furono poi; edipoi elegga in quali volesse essere nato,o a quali volesse
essere preposto. Perchè in quelli governali da’buoni, vedràun principe sicuro
in mezzo de’suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo:
vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati con i suoi onori; godersi i
cittadini ricchi le loro ricchezze; la nobiltà c la virtù esaltata: vedrà ogni
quiete ed ogni bene; e, dall’altra parte, ogni rancore, ogni licenza,
corruzione e ambizione spenta: vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e
difendere quella oppinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo;
pienodi riverenza e di gloria il principe, d’amore e di sveurilà i popoli. Se
considererà, di poi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà
atroci per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra
crudeli: tanti principi morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne; P
Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e saccheggiate le città
di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da’suoi cittadini disfatto, desolati
gl’antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà
il mare pieno di esilii, gli scoglipieni di sangue. Vedrà in Roma seguire
innumerabili crudeltadi; e la nobiltà, le ricchezze, gli onori, e sopra tutto
ia virtù essere imputata a peccato capitale. Vedrà premiare li accusatori,
essere corrotti i sèrvi contro al signore, i liberi contro al padrone; e quelli
a chi fusscro mancati i nemici, essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora
benissimo quanti obblighi Roma, Italia, e il mondo abbia con Cesare. E senza,
dubbio, se e’ sarà nato d’uomo, si sbigottirà I da ogni imitazione dei tempi
cattivi, c accenderassi d’uno immenso desiderio di seguire i buoni. E
veramente, cercando un principe la gloria del mondo, doverrebbe desiderare di
possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per
riordinarla come lloinolo. E veramente i cieli non possono dare all i uomini
maggiore occasione di gloria, nè li uomini la possono maggiore desiderare. E
se, a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità n dcporrc il
principato, meriterebbe quello clic non la ordinasse, per non cadere di quel
grado, qualche scusa: ma potendosi tenere il principato ed ordinarla, non si
merita scusa alcuna. E in somma, considerino quelli a chi i cieli danno tale
occasione, come sono loro proposte due vie: 1’una che gli fa vivere sicuri, e
dopo la morte gli rende gloriosi; I’altra gli fa vivere in continove angustie,
e dopo la morte lasciare di sè una sempiterna infamia. Delta religione
de’Romani. Ancora che Roma avesse il primo suo ordinatore ROMOLO, e che da
quello abbia riconoscere come figliuola il nascimento e la educazione sua;
nondimeno, giudicando i cieli che gli ordini di ROMOLO non bastano a tanto
imperio, niessono nel petto del Senato romano di eleggere NUMA (si veda)
Pompilio per SUCCESSORE A ROMOLO, acciocché quelle cose che da lui fossero
state lasciate indietro, fossero da Numa ordinate. II quale trovando un popolo
ferocissimo, e volendolo ridurre nelle ubbidienze civili con le arti della
pace, si volse alla religione, come oosa al tutto necessaria a volere mantenere
una civiltà; e la costituì in modo, che per più secoli non fu mai tanto timore
di Dio quanto in quella Repubblica: il che facilitò qualunque impresa che il
Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare. E ehi discorrerà
infinite azioni, e del popolo di Roma lutto insieme, e di molli de’Romani di
per sé, vedrà come quelli cittadini temevano più assai rompere il giuramento
che le leggi; come coloro clic stimavano più la potenza di Dio, che quella
degli uomini: come si vede manifestamente per gli esempi di SCIPIONE e di
MANLIO TORQUATO. Perchè, dopo la rotta che Annibale aveva dato a’Romani a
Canne, molti cittadini si erano adunati insieme, c sbigottiti e paurosi si
erano convenuti abbandonare l’ITALIA, e girsene in Sicilia: il che sentendo
SCIPIONE, gli andò a trovare, e col ferro ignudo in mano gli costrinse a
giurare di non abbandonare la patria. LUCIO MANLIO, padre di TITO MANLIO, che
fu di poi chiamato Torquato, era stato accusato da MARCO POMPONIO, Tribuno
della plebe; ed innanzi che venissi il di del giudizio, Tito andò a trovare
Marco, e minacciando d’ammazzarlo se non giura di levare l’accusa al padre, lo
costrinse al giuramento; e quello, per timore avendo giurato, gli levò
t'accusa. E cosi quelli cittadini i quali l'amore della patria e le leggi di
quella non ritenevano in ITALIA, vi furon ritenuti da un giuramento che furono
forzati a pigliare; e quel Tribuno pose da parte l'odio che egli aveva col
padre, la ingiuria che gli aveva fatta il figliuolo, c i’onore suo, per
ubbidire al giuramento preso: il che non nacque da altro, che da quella
religione che Numa aveva introdotta in quella città. E vedesi, chi considera
bene le istorie romane, quanto serviva la religione a comandare agli eserciti,
a riunire la plebe, a mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare li tristi.
Talché, se si avesse a disputare a quale principe Roma fusse più obbligata, o a
ROMOLO o a Numa, credo più tosto Numa otterrebbe il primo grado: perchè dove è
religione, facilmente si possono introdurre l’armi; e dove sono l’armi e non
religione, con diflìcultà si può introdurre quella. E si vede che a ROMOLO per
ordinare il Senato, e per fare altri ordini civili e militari, non gli fu
necessario dell’ autorità di Dio; ma fu bene necessario a Numa, il quale simulò
di avere congresso con una Ninfa, la quale lo consiglia di quello ch’egli
avesse a consigliare il popolo: e tutto nasce perchè voleva mettere ordini
nuovi ed inusitati in quella città, e dubita che la sua autorità non basta. G
veramente, mai non fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo,
che non ricorresse a Dio; perchè altrimenlc non sarebbero accettate: perchè
sono molli beni conosciuti da uno prudente, i quali non hanno in sè ragioni
evidenti da potergli persuadere ad altri. Però gli uomini savi, che vogliono
torre questa diflìcultà, ricorrono a Dio. Cosi fece Licurgo, cosi Solone, cosi
molti altri che hanno avuto il medesimo fine di loro. Ammirando, adunque, il
popolo romano la bontà e la prudenza sua, cede ad ogni sua deliIterazione, Ben
è vero che l’essere quelli tempi pieni di religione, e quelli uomini, con i
quali egli aveva a travagliare, grossi, gli detlono facilità grande a
conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro facilmente qualunche nuova
forma. E senza dubbio, ehi volesse ne’presenti tempi fare una repubblica, più
facilità troverebbe negli uomini montanari, dove non è alcuna civilità, che in
quelli che sono usi a vivere nelle città, dove la civilità è corrotta: ed uno
scultore trarrà più facilmente una bella statua d’uno marmo rozzo, che d’uno
male abbozzato d’altrui. Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione
introdotta da Piuma fu intra le prime cagioni della felicità di quella città:
perchè quella causò buoni ordini; i buoni ordini fanno buona fortuna; e dalla
buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza
del culto divino è cagione delia grandezza delle repubbliche, cosi il dispregio
di quella è cagione della rovina d’esse. Perchè, dove manca il timore di Dio,
conviene che o quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore d’un principe
che supplisca a’difetti della religione. E perchè i principi sono di corta
vita, conviene che quel regno manchi presto, secondo che manca la virtù d’esso.
Donde nasce che i regni i quali dependono solo dalla virtù d’uno uomo, sono
poco durabili, perchè quella virtù manca colla vita di quello; e rade volte
accade che la sia rinfrescata colla successione, come prudentemente ALIGHIERI
(si veda) dice: tt Rade volte risurge per li ramiL'umana probitade: e questo
vuolo Quel che la dà, perchè da lui si chiami. „Non è, adunque, la salute di
una repubblica o d’uno regno avere uno principe che prudentemente governi
mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, clic, morendo ancora, la si mantenga.
E benché agli uomini rozzi più facilmente si persuade uno ordine o una
oppinione nuova, non è per questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili,
e che si presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non pare essere nè
ignorante nè rozzo: nondimeno da Savonarola fu persuaso che parla con Dio. lo
non voglio giudicare s’egli era vero o no, perchè d’un tanto uomo se ne debbe
parlare con reverenza: ma io dico bene, che infiniti lo credevano, senza avere
visto cosa nessuna istraordinaria da farlo loro credere; perchè la vita sua, la
dottrina, il soggetto che prese, erano sufhzienti a fargli prestare fede. Non
sia, pertanto, nessuno che si sbigottisca di non potere conseguire quello che è
stato conseguito da altri; perchè gli uomini, come nella Prefazione nostra si
disse, nacquero, vissero e morirono sempre con un medesimo ordine. Di quanta
importanza sia tenere conto della religione j e come la Italia per esserne
mancata mediante la Chiesa romana y è rovinata. Quelli principi, o quelle
repubbliche, le quali si vogliono manienere incorrotte, hanno sopra ogni altra
cosa a mantenere incorrotte le cerimonie della religione, e tenerle sempre nella
loro venerazione; perchè nissuno maggiore indizio si puote avere della rovina
d’una provincia, che vedere dispregiato il culto divino. Questo è facile a
intendere, conosciuto che si è in su che sia fondata la religione dove l’uomo è
nato; perchè ogni religione ha il fondamento della vita sua in su qualche
principale ordine suo. La vita della religione gentile era fondata sopra i
responsi delti oracoli e sopra la setta delli aridi e delli aruspici: tutte le
altre loro cerimonie, sacrifìcii, riti, dependevano da questi; perchè loro
facilmente credevano che quello Dio che ti poteva predire il tuo futuro bene o
il tuo futuro male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i tempii,
di qui i sacrifici!, di qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli:
perchè l’oracolo di Deio, il tempio di GIOVE Aminone, ed altri celebri oracoli,
tenevano il mondo in ammirazione, e devoto. Come costoro cominciarono dipoi a
parlare n modo de’potenti, e questa falsità si fu scoperta ne’popoli, divennero
gli uomini increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque,
i Principi d’uria repubblica o d’un regno, i fondamenti della religione che
loro tengono, mantenerli; e fatto questo, sarà loro facil cosa a mantenere la
loro repubblica religiosa, e, per conseguente, buona ed unita. C debbono, tutte
le cose che nascono in favore di quella, come che le giudicassino false,
favorirle ed accrescerle; e tanto più Io debbonofare, quanto più prudenti sono,
e quanto più conoscitori delle cose naturali. E perchè questo modo c stato
osservato dagli uomini savi, ne è nata l’oppinione dei miracoli, che si
celebrano nelle religioni eziandio false: perchè i prudenti gli aumentano, da
qualunche principio e’si nascano; e l’autorità loro dà poi a quelli fede
appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma assai; e intra gli altri
fu, che saccheggiando i soldati romani la città de’Veienti, alcuni di loro
entrarono nel tempio di Giunone, ed accostandosi alla immagine di quella, e
dicendole vis venire Romani, parve od alcuno vedere che la accennasse; ad alcun
altro, che ella dicesse di si. Perchè, sendo quelli uomini ripieni di religione
(il che dimostra L. perchè nell’entrare nel tempio, vi entrarono senza tumulto,
tutti devoti e pieni di reverenza), parve loro udire quella risposta che alla
domanda loro per avventura si avevano presupposta: la quale oppiuione e
credulità, da Cammillo e dagli altri principi della città fu ni tutto favorita
ed accresciuta. La quale religione se ne’ Principi della repubblica cristiana si
fusse mantenuta, secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli
stati e le repubbliche cristiane più unite e più felici assai ch’elle non sono.
Nè si può fare altra maggiore conieltura della declinazione d’essa, quanto è
vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della
religione nostra, hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e
vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser
propinquo, senza dubbio, o la rovina o il flagello. E perchè sono alcuni
d’oppinione, che’l ben essere delle cose d’Italia dipende dalla Chiesa di Roma,
voglio contro ad essa discorrere quelle ragioni che mi occorrono: e ne
allegherò due potentissime, le quali, secondo me, non hanno repugnanza. La, prima
è, che per gli esempi rei di quella i corte, questa provincia ha perduto oguI
divozione ed ogni religione: il clic si i lira dietro infiniti inconvenienti e
infiniti disordini; perchè, così come religione si presuppone ogni bene, dove
ella manca si presuppone il contrario. Abbiamo, adunque, colla Chiesa e con i
preti noi Italiani questo primo obbligo, d’essere diventati senza religione c
cattivi: ma ne abbiamo ancora un maggiore, il quale è cagione della rovina
nostra. Questo è die la Chiesa ha tenuto e tiene questa nostra provincia
divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non
viene tutta alla obedienza d’una repubblica o d’uno principe, come è avvenuto
alla Francia. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, nè
abbia aneli’ella o una repubblica o uno principe che la governi, è solamente la
Chiesa; perchè, avendovi abitalo e tenuto imperio temponile, non è stata sì
potente nè dì tal virtù, che l'abbia potuto occupare il restante d’Italia, e
farsene principe; e non è stata, dall’altra parte, si debile, che, per paura di
non perder il dominio delie cose temporali, la non abbi potuto convocare uno
potente che la difenda contra a quello che in Italia fusse diventato troppo
potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante
Carlo Magno la ne cacciò i Lombardi, eh’ era no già quasi re di tutta Italia; e
quando ne’ tempi nostri ella tolse la potenza a’Veneziani con l’aiuto di
Francia; di poi ne cacciò i Franciosi eoa l’aiuto de’ Svizzeri. Non essendo,
dunque, stata la Chiesa potente da potere occupare l’Italia, nè avendo permesso
che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto un
capo; ma è stata sotto più principi e signori, da’quali è nata tanta disunione
e tanta debolezza, che la si è condotta ad essere stata preda, non solamelile
di barbari polenti, ma di qualunque I’ assalta. Di clic noi altri Italiani
abbiamo obbligo colla Chiesa, c non con altri. E chi ne volesse per esperienza
certa vedere più pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta potenza, che
mandasse ad abitare la corte romana, coll’autorità che l’ha in Italia, in le
terre de’Svizzeri; i quali oggi sono quelli soli popoli che vivono, e quanto
alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe
che in poco tempo furebbero più disordine in quella provincia i costumi tristi
di quella corte, che qualunchc altro accidente clic in qualunche tempo vi
potessi surgere. Come t Romani si servirono della religione per ordinare la
città, e per seguire le loro imprese e fermare i tumulti. Ei non mi pare fuor
di proposito addurre alcuno esempio dove i Romani si servirono della religione
per riordinare la cillà, e per seguire l’imprese loro; e quantunque in L. ne
siano molti, nondimeno voglio essere contento a questi. Avendo creato il Popolo
romano i Tribuni, di potestà consolare, e, fuorché uno, tutti plebei; ed
essendo occorso quello anno peste c fame, e venuti certi prodigii; usorono
questa occasione i Nobili nella nuova creazione de’Tribuni, dicendo che li Dii
erano adirati per aver Roma male usata la maestà del suo imperio, e che non era
altro rimedio a placare gli Dii, che ridurre la elezione de’Tribuni nel luogo
suo: di che nacque che la Plebe, sbigottita da questa religione, creò i Tribuni
tutti nobili. Vedesi ancora nella espugnazione della città de’Ycienti, come i
capitani degli eserciti si valeno della religione per tenergli disposti ad una
impresa: ehè essendo il lago Albano, quello anno, cresciuto mirabilmente, ed
essendo i soldati romani in fastiditi pella lunga ossidione, e volendo
tornarsene a Roma, trovarono i Romani, come Apollo e certi altri responsi
dicevano che quell’anno si espugnerebbe la città de’Veienti, che si deriva il
Ingo Albano: la qual cosa fece ai soldati sopportare i fastidi della guerra e
della ossidione, presi da questa speranza d’espugnare la terra; e stettono
contenti a seguire la impresa, tanto che Cammillo fatto Dittatore espugna detta
città, dopo dieci anni che l’era stala assediata. E cosi la religione, usata
bene, giovò e pella espugnazione di quella città, e pella restituzione dei
Tribuni nella Nobiltà: chè senza detto mezzo difficilmente si sarebbe condotto
e l’uno e l’altro. Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro
esempio. Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di Terentillo Tribuno,
volendo lui promulgare certa legge, per le cagioni che di sotto nel suo luogo
si diranno; e tra i primi rimedi che vi usò la Nobiltà, fu la religione: della
quale si servirono i duo modi. Nel primo fecero vedere i libri Sibillini, e
rispondere, come alla città, mediante la civile sedizione, soprastavano quello
anno pericoli di non perdere la libertà: la qual cosa, ancora che fusse
scoperta da’ Tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne’petti della plebe, che
la raffreddò nel seguirli. L’altro modo fu, che avendo uno APPIO ERDONIO, con
una moltitudine di sbanditi e di servi, in numero di quattromila uomini,
occupato di notte il Campidoglio, in tanto che si poteva temere, che se gli
Equi ed i Volsci, perpetui nemici al nome romano, ne fossero venuti a Roma, la
arebbono espugnata; e non cessando i Tribuni per questo d’insistere nella
pertinacia loro di promulgare la legge Terentilla, dicendo che quello in sulto
era fittizio c non vero: uscì fuori del Senato uno Publio Rubezio, cittadino
grave e di autorità, con parole parte amorevoli, parte minacciatiti,
mostrandoli i pericoli della città, e l’intempestiva domanda loro; tanto che
e’constrinse la Plebe a giurare di non si partire dalla voglia del Consolo:
onde che la Plebe obediente, per forza ricupera il Campidoglio. Ma essendo in
tale espugnazione morto Publio Valerio consolo, subito fu rifatto consolo Tito
Quinzio; il quale per non lasciare riposare la Plebe, nè darle spazio a
ripensare alla legge Terentilla, le comanda s’uscissi di Roma per andare contra
a’Volsci, dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il
Consolo, era obbligata a seguirlo: a che i Tribuni s’opponevano, dicendo come
quel giuramento s’era dato al Consolo MORTO, e non a lui. Nondimeno L. mostra,
come la Plebe per paura della religione volle più presto obedire al Consolo,
che credere a’ Tribuni; dicendo in favore della antica religione queste parole:
Nondum htiDPj quce nunc tenet sceculum, negligcntict Dcùm venerai, nec interpretando
sibi quisque jasjurandum et legcs aplas a La ‘faciebal. Per la qual cosa
dubitando i Tribuni di non perdere allora tutta la lor degnila, s’accordarono
col Consolo di stare all’obedienza di quello; e che per uno anno non si
ragionasse della legge Terentilla, ed i Consoli per uno anno non potessero
trarre fuori la Plebe alla guerra. E cosi la religione fa al Senato vincere
quella diffìcultà, che senza essa mai non arebbe vinto. I Romani interpretano
gli auspicii secondo la necessità, con la prudenza mostravano d’osservare la
religione j quando forzali non l’osservavano; c se alcuno (emwariamente la
dispregia, lo punivano. Non solamente gl’auguri! erano il fondamento in buona
parte dell'antica religione de’Gentili, ma ancora erano quelli che erano cagione
del bene essere della Repubblica romana. Donde i Romani ne uvevano più cura che
d’alcuno altro ordine di quella; ed usavangli ne’comizi consolari, nel
principiare l’imprese, nel trai’ fuori gl’eserciti, nel fare le giornate, ed in
ogni azione loro importante, o civile o militare; nè maisarebbono iti ad una
espedizionc, che non avessino persuaso ai soldati che gli Dei promettevano loro
la vittoria. Ed infra gli altri nuspicii, avevano negli eserciti certi ordini
di aruspici, che e’chiamavano Pollarii: e qualunque volta eglino ordinavano di
fare la giornata col nemico, volevano che i Pollarii fucessino i loro auspicii;
e beccando i polli, combattevano con buono augurio: non beccando, si astenevano
dalla zuffa. Nondimeno, quando la ragione mostra loro una cosa doversi fare,
non ostante che gli auspicii fossero avversi, la fannp in ogni modo; ma
rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non pare che la fucessino
con dispregio dello religione: il quale termine fu usato da Papirio consolo in
una zuffa clic fece importantissima coi Sanniti, dopo la quale restorno in
lutto deboli ed afflitti. Perchè sendo Papirio in su’campi rincontro ai
Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la vittoria certa, e volendo per questo
fare la giornata, comandò ai Pollarii che fucessino i loro auspicii; ma non
beccando i polli, e veggendo il principe de’Pollarii la gran disposizione dello
esercito di combattere, e la oppinione che era nei capitano cd in tutti i
soldati di vincere, per non torre occasione di bene operare a quello esercito,
riferi al Consolo come gli auspicii procedevano bene: talché Papirio ordinando
le squadre, ed essendo d’alcuni de' Pollarii detto a certi soldati, i polli non
aver beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nipote del Consolo; e quello
riferendolo al Consolo, rispose subito, eh’ egli attendesse a fare l’oflìzto
suo bene, e che quanto a lui ed allo esercito gli auspicii erano rolli; e se il
Pollarlo aveva detto le bugie, ritornerebbono in pregiudicio suo. E perchè lo
effetto corrispondesse al pronostico, comandò ni legati clic constituìssino i
Pollarii nella primo fronte della zuffa. Onde nacque che, andando contra ai
nemici, sendo da un soldato romano tratto uno dardo, a caso ammazzò il principe
de’Pollarii; la qual cosa udita il Console, disse come ogni cosa procede bene,
e col favore degli Dii; perchè lo esercito colla morte di quel bugiardo si era
purgato da ogni colpa, e da ogni ira che quelli avessino preso contra di lui. E
cosi, col sapere bene accomodare t disegni suoi agli auspicii, prese partito di
azzuffarsi, senza clic quello esercito s’avvedesse che in alcuna parte quello
avesse negletti gl’ordini della loro religione. Al contrario fece APPIO Pillerò
in Sicilia, nella prima guerra punica: che volendo azzuffarsi con l’esercito cartaginese,
fa fare gli auspicii a’Pollarii; e referendogli quelli, come i polli non
beccavano, disse: veggiamo se volessero bere; e gli fece giUare in mare. Donde
che, azzuffandosi, perdette la giornata: di che egli ne fu a Roma condennato, e
Papirio onorato; non tanto per aver l’uno vinto e l’altro perduto, quanto per
aver 1’uno fatto contra agli auspicii prudentemente e l’altro temerariamente.
Nè ad altro line tende questo modo dello aruspicare, che di fare i soldati
confidentemente ire alla zuffa; dalla quale confidenza quasi sempre uasce la
vittoria. La qual cosa fu non solamente usala dai Romani, ma dalli esterni: di
che mi pare d’addurre uno esempio. Come i Sanniti, per estremo rimedio alle
cose loro afflitte, ricorsono alla religione. Avendo i Sanniti avute più rotte
dai Romani, ed essendo stati per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro
eserciti e gli loro capitani; ed essendo stali vinti i loro compagni, come
Toscani, Franciosi ed Umbri; ncc suis, nec extcrnis viribus jam slare polcrant:
t amen bello non abstinebantj adeo ne infeliciler quidem defensae libcrtatis
tcedcbalj et vinci quarti non tentare victorianij malebant. Onde deliberarono
far ultima prova: e perché ei sapevano che a voler vincere era necessario
indurre ostinazione negli animi de’soldati, c che a indurla non v’era miglior
mezzo che la religione; pensarono di ripetere uno antico loro sacrifìcio,
mediante Ovio Faccio, loro sacerdote. Il quale ordinarono in questa forma: che,
fatto il sacrificio solenne, e fatto intra le vittime morte e gli altari accesi
giurare lutti i capi dello esercito, di non abbandonare mai la zuffa, citarono
i soldati ad uno ad uno; ed intra quelli altari, nel mezzo di più centurionicon
le spade nude in mano, gli facevano prima giurare che non ridirebbono cosa che
vedessino o sentissino; di poi, con parole esecrabili e versi pieni di
spavento, gli facevano giurare e promettereagli Dii, d’essere presti dove gli
imperadori gli comandassino, c di non si fuggire mai dalla zuffa, e
d’ammazzarequalunque vedessino che si fuggisse: la qual cosa non osservata,
torna sopra il capo della sua famiglia e della su stirpe. Ed essendo sbigottiti
alcuni diloro, non volendo giurare, subito da’ loro centurioni erano morti;
talché gli altriche succedevano poi, impauriti dalla ferocità dello spettacolo,
giurarono tutti.E per fare questo loro assembramento più magnifico, sendo
quarantamila uomini, ne vestirono la metà di pannibianchi, con creste e
pennacchi sopra lecelate; e così ordinati si posero presso ad Aquilonia. Contra
a costoro venne Papirio; il quale, nel confortare i suoi soldati, disse: Non
enim crislas vulnerafacere, et pietà alque aurata scuta transirc ttomanum
pileum. E per debilitarela oppinione clic avevano i suoi soldatide’ nemici per
i) giuramento. preso, disse che quello era per essere loro a timore, non a
fortezza; perchè in quel medesimo tempo avevano uvere paura de’cittadini, degli
Dii, c de’nemici. E venuti al conflitto, furono superati i Sanniti; perchè la
virtù romana, ed il timore conccputo pelle passate rotte, superò qualunque
ostinazione ei potessino avere presa per virtù della religione e per il
giuramento preso. Nondimeno si vede come a lóro non parve potere avere altro
rifugio, nè tentare altro rimedio a poter pigliare speranza di ricuperare la
perduta virtù. Il che testifica appieno, quanta confidcnzia si possa avere
mediante la religione bene usata. E benché questa parte piuttosto, per
avventura, sirichiederebbe esser posta intra le cose estrinseche; nondimeno,
dependendo d’uno ordine de’più importanti della Repubblica di Roma, mi è parso
da commetterlo in questo luogo, per non dividere questa materia, cd averci
aritornare più volte. Un popolo uso a vìvere sotto un principe, se per qualche
accidente diventa libero, con difficultà mantiene la libertà. Quanta difficultà
sia ad uno popolo uso a vivere sotto un principe, preservare di poi la libertà,
se per alcuno accidente l’acquista, come l’acquistò Roma dopo la cacciala
de’Tarquini; io dimostrano infiniti esempi che si leggono nelle memorie delle
antiche istorie. E tale difficultà è ragionevole; perchè quel popolo è non
altrimenti che uno animale bruto, il quale, ancora che di feroce natura e
silvestre, sia stato nudrito sempre in carcere ed in servitù, che di poi
lasciato a sorte in una campagna libero, non essendo uso a pascersi, nè
sappiendo le latebre dove siabbia a rifuggire, diventa preda del primo che
cerca rincatenarlo. Questo medesimo interviene ad uno popolo, il quale setido
uso a vivere sotto i governi d’altri, non snppiendo ragionare nè delledifese o
offese pubbliche, non cognoscendo i principi nè essendo conosciutoila loro,
ritorna presto sotto un giogo, il quale il più delle volte è più grave che
quello che per poco innanzi si avevalevato d’in su’1 collo: e trovasi in queste
difficullà, ancora che la materia non sia in tutto corrotta; perchè in uno
popolo dove in lutto è entrata la corruzione, non può, non che picciol tempo,
ma punto vivere libero: e però i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove
la corruzione non sia ampliata assai, c dove sia più del buono che del guasto.
Aggiungesi alla soprascritta, un’altra difficultò; la quale è che lo Stato che
diventa libero si fa partigiani nemici, e non partigiani amici. Partigiani
nemici gli diventano tutti coloro che dello Stalo tino dei dìscorsi Tannico si
prevalevano, pascendosi delle ricchezze del principe; a’quali sendo tolta la
facoltà del valersi, non posso vivere contenti, e sono forzati ciascuno di
tentare di riassumere la tirannide, per ritornare nell’autorità loro. Non si
acquista partigiani amici; perchè il vivere libero propone onori e premii,
mediami alcune oneste e determinate cagioni, e fuori di quelle non premia nè
onora alcuno; e quando unoha quelli onori e quelli utili che gli paremeritare,
non confessa avere obbligo concoloro che lo rimunerano. Oltre a questo, quella
comune utilità che del viverelibero si trae, non è da alcuno, mentreche ella si
possiede, conosciuta: la qualeè di potere godere liberamente le cosesue senza
alcuno sospetto, non dubitaredell’onore delle donne, di quel de’figliuoli, non
temere di sè; perchè nissuno confesserà mai aver obbligo conuno che non
1’offenda. Però, come disopra si dice, viene ad avere lo Statolibero c che «li
nuovo surge, partigianinon partigiani amici. E vonemicilendo rimediare a questi
inconvenienti,c a quegli disordini che le soprascritte diflìculta si
arrecherebbono seco, non ciè più potente rimedio, nè più valido, nè più sano,
nè più necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come l’istoria
mostra, non furono indotti, insieme con altri gioveni romani,n congiurare
contra alla patria per altro, se non perchè non si potevano valere
straordinariamente sotto i Consoli, come sotto i Re; in modo che la libertà di
quel popolo par che fusse diventata la loro servitù. E chi prende a governare
una moltitudine, o per via„ di libertà o per via di principato, e non si
assicura di coloro che a quell’ordine nuovo sono nemici, fa uno Stato di poca
vita. Vero è ch’io giudico infelici quelli principi, che per assicurare lo
Stato loro hanno a tenere vie straordinarie, avendo per nemici la moltitudine:
perchè quello che ha per nemici i pochi, facilmente e senza molti scandali, si
assicura; ma chi ha per nemico 1’universale, non si assicura mai; e quanta più
crudeltà usa, tanto diventa più debole il suo principalo. Talché il maggior
rimedio che si abbia, è cercare di farsi il popolo amico. E benché questo
discorso sia disformo dal soprascritto, parlando qui d’un principe e quivi
d’una repubblica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa materia,
ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, un principe guadagnarsi un
popolo che gli fusse nemico, parlando di quelli principi che sono diventati
della loro patria tiranni; dico eh’ci debbe esaminare prima quello che il
popolo desidera, e troverà sempre ch’ei desidera due cose; Y una vendicarsi
contro a coloro che sono cagione che sia servo; l’altra di riavere la sua
libertà. Al primo desiderio il principe può satisfare in tutto, al secondo in
parte. Quanto al primo, ce n’è lo csempio appunto. Clearco, tiranno d’Eraelea,
scudo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il popolo e gli
ottimati d’Eraclea, veggendosi gl’ottimati inferiori, si volsono a favorire
Clearco, c congiuratisi seco lo missono, contea alla disposizione popolare, in
Eraclea, c toisono la libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra
l’insolenzia degl’ottimati, i quali non poteva in alcun modo nè contentare nè
correggere, c la rabbia de’popolari, che non potevano sopportare l’avere
perduta la libertà, deliberò ad un tratto liberarsi dal fastidio de’grondi, c
guadagnarsi il popolo. E presa sopra questo conveniente occasione, tagliò a
pezzi tutti gli ottimali, con una estrema satisfazione de’popolari. E così egli
per questa via satisfece ad una delle voglie che hanno i popoli, cioè di
vendicarsi. Ma quanto all’altro popolare desiderio di riavere la sua libertà,
non potendo il principe satisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle
che gli fanno desiderare d’essere liberi; e troverà che una piccola parte di loro
desidera d’essere libera per comandare; ma tutti gli altri, che sono infiniti,
desiderano la libertà per vivere securi. Perchè in tutte le repubbliche, in
qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono mai quaranta o
cinquanta cittadini: e perchè questo è piccolo numero, è facil cosa
assicurarsene, o con levargli via o con far lor parte di tanti onori, che
secondo le condizioni loro essi abbino in buona parte a contentarsi. Quelli
altri, ai quali basta vivere securi, si satisfanno facilmente, facendo ordini e
leggi, dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E
quando uno principe faccia questo, e che il popolo vegga che per accidente
nessuno ei non rompa tali leggi, comincerà in breve tempo a vivere sccuro e contento.
In esempio ci è il regno di Francia, il quale non vive securo per altro, che
per essersi quelli Re obbligati ad infinite leggi, nelle quali si comprende la
securtn di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello Stato, volle che quelli Re,
dell’arme e del danaio facessino a loro modo, ma che d’ogni altra cosa non ne
potessino altrimenti disporre che le leggi si ordinassino. Quello principe,
adunque, o quella repubblica che non si assicura nel principio dello stato suo,
conviene che si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi
lascia passare quella, si pente tardi di non aver fatto quello che dove fare.
Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto quando ci recuperò la
libertà, potette mantenerla, morti i figliuoli di BRUTO e spenti i Tarquini,
con tutti quelli rimedi ed ordini che altra volta si sono discorsi. Ma se fussc
stato quel popolo corrotto, nè in Roma nè altrove si trovano rimedi validi a
mantenerla. Uno popolo coitoIIo, venuto in libertà, si può con difficullà
(grandissima mantenere libera. lo giudico che gli era necessario, o die i Re si
estinguessino in Roma, o che Roma in brevissimo tempo divenissi debole, e di
nessuno valore: perchè, considerando a quanta corruzione erano venuti quelli
Re, se l'ussero seguitati così due o tre successioni, e che quella corruzione
che era in loro, si fossi cominciata a distendere per le membra; come le membra
fussino state corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il capo
quando il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi cd
ordinati. E debbesi presupporre per cosa verissima, che una città corrotta che
vive sotto un principe, ancora che quel principe con tutta la sua stirpe si
spenga, inai non si può ridurre libera; anzi conviene che Putì principe spenga
l’allro; e senza creazione d’un nuovo signore non si posa mai, se già la bontà
d’uno, insieme con la virtù, non la tenessi libera; ma durerà tanto quella
libertà, quanto durerà la vita di quello: come intervenne a Siracusa di Dione e
di Timoleone, la virtù de’quali in diversi tempi, mentre vissero, tenne libera
quella città; morti clic furono, si ritornò nell'antica tirannide. Ma non si
vede il più forte esempio che quello di Roma; la quale cacciati i Tarquini,
potette subito prendere e mantenere quella libertà: ma morto Cesare, morto
Caligula, morto Nerone, spenta tutta la stirpe cesarea, non potette inai, non
solamente mantenere, ma pure dare principio alla libertà. Nè tanta diversità di
evento in una medesima città nacqueda altro, se non da non essere ne’ tempi
de’Tarquini il popolo romano ancora corrotto; ed in questi ultimi tempi essere
corrottissimo. Perchè allora, a mantenerlo saldo e disposto a fuggire i Re,
bastò solo furio giurare che non eon sentirebbe mai che a Roma alcuno regnasse;
e negli altri tempi, non bastò T autorità e severità di BRUTO, con tutte le
legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella libertà che
esso, a similitudine del primo BRUTO, gli aveva rendutu. Il che nacque da
quella corruzione che le parli mariane avevano messa nel popolo; delle quali
essendo capo Cesare potette accecare quella moltitudine, eh’ella non conobbe il
giogo che da sè medesima si mette in sul collo. E benché questo esempio di Roma
sia da preporre a qualunque altro esempio, nondimeno voglio a questo proposito
addurre innanzi popoli conosciuti ne’nostri tempi. Pertanto dico, che nessuno
accidente, benché grave e violento, potrebbe redurre mai Milano o Napoli
libere, per essere quelle membra tutte corrotte. H che si vide dopo la morte di
VISCONTI; che volendosi ridurre Milano alia libertà, non potette e non seppe
mantenerla. Però, fu felicità grande quella di Koma, che questi Re diventassero
corrotti presto, acciò ne fussino cacciati, cd innanzi che la loro corruzione
fosse passata nelle viscere di quella città: la quale incorruzione fu cagione
che gl’infiniti tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il fine buono,
non nocerouo, anzi giovarono alla Repubblica. E si può fare questa conclusione,
che dove la materia non è corrotta, i tumulti cd altri scandali non nuòcono:
dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se già le non son mosse
da uno che con una estrema forza le facci osservare, tanto che la materia
diventi buona. Il che non so se sie mai intervenuto, o se fusse possibile ch’egli
intervenisse: perchè c’si vede, come poco di sopra dissi, che una città venuta
in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si levi,
occorre per la virtù d’uno uomo eh’è vivo allora, non per la virtù dello
universale clic sostengo gli ordini buoni; c subito che quei tale è morto, la
si ritorna nei suo pristino abito; come intervenne a Tebe, la quale per la
virtù di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di repubblica e di
imperio; ma morto quello, la si ritornò ne’primi disordini suoi. La cagione è,
che non può essere un uomo di tanta vita, che’l tempo basti ad avvezzare bene
una città lungo tempo male avvezza. E se unod’una lunghissima vita, o due
successioni virtuose conlinove non la dispongono; come una manca di loro, come
di sopra è detto, subito rovina, se già con molti pericoli c molto sangue c’
non la facesse rinascere. Perchè tale corruzione e poca attitudine olla vita
libera, nasce da una inequulità che è in quella città: e volendola ridurre
equale, è necessario usare grandissimi estraordinari; i quali pochi sanno o
vogliono usare, come in altro luogo più particolarmente si dirà. In che modo
«ci.c; mi corrotte si potesse mantenere tino stalo liòerOj essendovi; o non
essendovi, ordinartelo. Io credo clic non sia fuori di proposito, nè disformo
dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può
mantenere lo stato libero, scndovi; o quando e’non vi fosse, se vi si può
ordinare. Sopra la qual cosa dico, come gli è mollo difficile fare o l’uno o l'altro:
e benché sia quasi impossibile darne regola, perchè sarebbe necessario
procedere secondo i gradi della corruzione; nondimnneo, essendo bene ragionare
d’ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro. E presuppongo una città
corrottissima, donde verrò ad accrescere più tale difficoltà; perché non si
trovano nè leggi nè ordini che bastino a frenare una universale corruzione.
Perchè, così come gli buoni costumf, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi;
cosi le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’buoni costumi. Oltre di questo,
gli ordini e le leggi fatte in una repubblica nel nascimento suo, quando erano
gli uomini buoni, non sono di poi più a proposito, divenuti che sono tristi. E
se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, 0 rade
volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perchè gli
ordini, che stanno saldi, le corrompono. E per dare ad intendere meglio questa
parte, dico come in Roma era l’ordine del governo, o vero dello Stato; c le
leggi di poi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello Stato
era l’autorità del Popolo, del Senato, dei Tribuni, dei Consoli, il modo di
chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini
poco o nulla variarono nelii accidenti. Variarono le leggi che frenavano 1
cittadini; come fu la legge degli adulferi!, la suntuaria, quella della
ambizione, e molte altre; secondo clic di mano in mano i cittadini diventavano
corrotti. Ma lenendo fermi gli ordini dello Stato, che nella corruzione non
erano più buoni, quelle leggi che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli
uomini buoni; ma sarebbonn bene giovate, se con la innovazione delle leggi si
fussero rimutati gli ordini. G che sia il vero che tali ordini nella città
corrotta non fossero buoni, e’si vede espresso in due capi principali. Quanto
al creare i magistrati e le leggi, non dava il Popolo romano il consolato, e
gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo dimandavano. Questo
ordine fu nel principio buono, perchè e’non gli domandavano se non quelli
cittadini che se ne giudicavano degni, ed averne la repulsa era ignominioso; si
che, per esserne giudicati degni, ciascuno opera bene. Diventò questo modo,
poi, nella città corrotta perniziosissiiuo; perchè non quelli che avevano più
virtù, ma quelli che avevano più potenza, domandavano i magistrali; e
gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandargli per paura.
Vcnnesi a questo inconveniente, non ad un tratto, ma per i mezzi, come si cade
in tutti gli altri iuconveiiienti: perchè avendo i Romani domata l’Affrica e
l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ohidienza, erano divenuti sicuri
della libertà loro, nè pare loro avere più nimici che dovessero fare loro
paura. Questa securtà e questa debolezza de’nemici fece che il Popolo romano,
nel dare il consolato, non riguarda più la virtù, ma la grazia; tirando a quel
grado quelli che meglio sapevano iutrattenere gli uomini, non quelli che
sapevano meglio vincere i nemici: di poi, da quelli che avevano più grazia,
discesero a dargli a quelli che avevano più potenza;talché i buoni, per difetto
di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno Tribuno, e qualunque
altro cittadino, proporre al Popolo una legge; sopra la quale ogni cittadino
poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse. Era
questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perche sempre fu bene, che
ciascuno clic intende uno bene per il pubblico, lo possa proporre; ed è bene
che ciascuno sopra quello possa dire l’oppinione sua, acciocché il Popolo,
inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini
cattivi, diventò tale ordine pessimo, perchè solo i potenti proponevano leggi,
non per la comune libertà, ina perla potenza loro;ccontra a quelle non poteva
parlare alcuno per paura di quelli: talché il Popolo veniva o ingannato o
sforzato a deliberare la sua rovina. Ero necessario, pertanto, a volere che
Roma nella corruzione si mantenesse libera, che, cosi come aveva nel processo
del vivere suo fatte nuove leggi, l’avesse fatti nuovi ordini: per«thè altri
ordini e modi di vivere si debbe ordinare in un soggetto cattivo, che in un
buono; nè può essere la forma simile in una materia al tutto contraria. Ma
perchè questi ordini, o e’si hanno a rinnovare tutti ad un tratto, scoperti che
sono non esser più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschiuo per
ciascuno; dico che 1’una e l’altra di queste due cose è quasi impossibile.
Perchè, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno
prudente, che veggio questo inconveniente assai discosto, e quando e’nasce. Di
questi tali è facilissima cosa che in una città non ne surga mai nessuno: e
quando pure ve ne surgesse, non potrebbe persuadere mai ad altrui quello che
egli proprio intendesse; perchè gli uomini usi a vivere in un modo, non lo
vogliono variare; e tanto più non veggiendo il male in viso, ma avendo ad
essere loro mostro per con letture. Quando ad innovare questi ordini ad un
(ratio, quando ciascuno conosce clic non sono buoni, dico che questa inutilità,
clic facilmente si conosce, è diffìcile a ricorreggerla: perchè a fare questo,
non basta usare termini ordinari, essendo i modi ordinari cattivi; ma è
necessario venire allo istraordinario, come è alla violenza ed all’armi, e
diventare innanzi ad ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a
suo modo. E perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone uno
uomo buono, ed il diventare per violenza principe di una repubblica presuppone
un uomo cattivo; per questo si troverà che radis sime volte accaggia, che uno
uomo buono voglia diventare principe per vie cattive, ancoraché il fine suo
fusse buono; e che uno reo divenuto principe, voglia operare bene, e che gli
caggia mai nell’animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata.
Da tutte le soprascritte cose nasce la diffìcultà, o impossibilità, che è nelle
città corrotte, a mantenervi una repubblica, o a crearvela di nuovo. E quando
pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla più
verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocché quelli uomini i
quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti, lusserò
da una podestà quasi regia in qualche modo frenati. Ed a volergli fare per
altra via diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa, o al tutto
impossibile; come io dissi di sopra che fece Cleomene; il quale se, per essere
solo, ammazzò gli Efori; e se ROMOLO, per le medesime cagioni, AMMAZZO IL
FRATELLO E TITO TAZIO SABINO, e d ipoi usarono bene quella loro autorità;
nondimeno si debbe avvertire che V uno e T altro di costoro non avevano il
soggetto di quella corruzione macchiato della quale in questo capitolo
ragioniamo, e però poterono volere e, volendo, colorire il disegno loro. Dopo uno
eccellente principio si può mantenere un principe debole; ma dopo un debole,
non si può con un (diro debole mantenere alcun regno. Considerato la virtù ed
il modo del procedere di ROMOLO, NUMA e TULIO, I PRIMI TRE RE ROMANI, si vede
come Roma sortì una FORTUNA GRANDISSIMA, AVENDO IL PRIMO RE FEROCISSIMO E
BELLICOSO, 1’altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocia a Romolo, e
più amatore della guerra che della pace. Perchè in Roma era necessario che
surgesse ne’primi principii suoi un ordinatore «lei vivere civile, ina era bene
poi necessario che gli altri Re ripigliassero LA VIRTU DI ROMOLO; ALTRIMENTI
QUELLA CITTA SAREBBE DIVENTATA EFFEMINATA, e preda de’suoi vicini. Donde si può
notare che uno successore non di tanta virtù quanto il primo può mantenere uno
Stato per la virtù di colui che PImretto innanzi, e si può godere te sue
fatiche: ma s’egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un
altro che ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno a rovinare.
Cosi, per il contrario, se due, 1’uno dopo P altro, sono di gran virtù, si vede
spess che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la fama in fino al cielo.
Davit, senza dubbio, fu un uomo per arme, per dottrina, per giudizio
eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti ed abbattuti tutti
i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo un regno pacifico: quale egli si
potette con le arti «Iella pace, e non della guerra, conservare; e si potette
godere felicemente la virtù di suo padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboan
suo figliuolo; il quale non essendo per virtù simile allo avolo, nè per fortuna
simile al padre, rimase con fatica erede della sesta parte del rt'guo. Baisit,
sultan de’Turchi, ancora die fusse più amatore della pace che della guerra, potette
godersi le fatiche di Maumelto suo padre; il quale avendo, come Davit, battuti
i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e da poterlo con F arte della pace
facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo Salì, presente signore, fusse
stalo simile al padre, c non all’avolo, quel regno rovinava: ma e’si vede
costui essere per superare la gloria dell'avolo. Dico pertanto con questi
esempi, clic dopo uno eccellente principe si può mantenere un principe debole;
ma dopo un debole non si può con un altro debole mantenere alcun regno, se già
e’non fusse come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo
mantenessero: e quelli principi sono deboli, che non stanno in su la guerra.
Couchiudo pertanto con questo discorso, clic LA VIRTU DI ROMOLO E TANTA che la potette
dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con 1’arte della pace reggere
Roma: ma dopo lui successe Tulio, il quale pei’la sua ferocia riprese la
reputazione di ROMOLO: dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato,
che poteva usare la pace, e sopportare la guerra. E prima si dirizzò a volere
tenere la via della pace: ma subito conobbe come i vicini, giudicandolo
effeminato, lo stimavano poco: talmente che pensò che, a voler mantenere Roma,
bisogna volgersi alla guerra, e somigliare Romolo, e non Numa. Da questo
piglino esempio tutti i principi che tengono stato, che chi somiglierà Numa, lo
terrà o non terrà, secondo ehe i tempi o la fortuna gli girerà sotto: ma chi
somiglierà Romolo, e lui come esso armato di prudenza e d’armi, lo terrà in
ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto. K certamente
si può stimare che se Roma sortiva per terzo suo Re un uomo che non sapesse
colle armi renderle la sua reputazione, non arebbe mai poi, o con grandissima
dilTìcultà, potuto pigliare piede, nè fare quelli effetti ch’ella fece. E così,
in mentre eh’ ella visse sotto i Re, la portò questi pericoli di rovinare sotto
un Re o debole o tristo. Due continove successioni di principi virtuosi fanno
grandi effetti: c come le repubbliche bene ordinate hanno di necessità virtuose
successioni: c però gli acquisti ctl auQumcnli loro sono grandi. Poi che Roma
ebbe cacciati i Re, mancò di quelli pericoli i quali di sopradetti che la
porta, succedendo in lei uno Re o debole o tristo. Perchè la somma dello
imperio si ridusse nc’ Consoli, i quali non per eredità o per inganni o per
ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed erano
sempre uomini eccellentissimi: de’quali godendosi Roma la virtù e la fortuna di
tempo in tempo, potette venire a quella sua ultima grandezza in altrettanti
unni, che la era stata sotto i Re. Perchè si vede, come due coutinove
successioni di principi virtuosi sono suffìzienti ad acquistare il mondo: come
furono Filippo di Macedonia ed Alessandro Magno, il clic tanto più debbe fare
una repubblica, avendo il modo dello eleggere non solamente due successioni, ma
infiniti principi virtuosissimi, che sono l’uno dell'altro successori: la quale
virtuosa successione fia sempre in ogni repubblica bene ordinata. Quanto
biasimo meriti quel principe e quella repubblica che manca d'armi proprie.
Debbono i presenti principi c le moderne repubbliche, le quali circa le difese
ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime j e pensare,
con lo esempio di Tulio, tale difetto essere non per mancamento d’uomini alti
alla milizia, ma per colpa loro, che non hanno saputo fare i loro uomini
militari. Perchè Tulio, scudo stata Roma in pace quaranta anni, non trovò,
succedendo lui nel regno, uomo che fussc stato mai alla guerra: nondimeno,
disegnando lui fare guerra, non pensò di valersi nè di Sanniti, nè di Toscani,
nè di altri che fussero consueti stare nell'armi; ma deliberò, come uomo
prudentissimo, di valersi de’ suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto
il suo governo gli potè fare soldati eccellentissimi. Ed è più vero che alcuna
altra verità, che se dove sono uomini non sono soldati, nasce per difetto del
principe, e non per altro difetto o di sito o di natura: di che ce n’è uno
esempio freschissimo. Perchè ognuno sa, come ne’ prossimi tempi il re
d’Inghilterra assaltò il regno di Francia, nè prese altri soldati clic i popoli
suoi; e per essere stato quel regno più clic trenta anni senza far guerra, non
aveva nè soldato nè capitano che avesse mai militato: nondimeno, ei non dubitò
con quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali
erano stati continovamcnte sotto l'armi nelle guerre d’Italia. Tutto nacque da
essere quel re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo
della pace non intermette gli ordini della guerra. Pelopida ed Epaminonda
tebani, poiché gli ebbero libera Tebe, e trattola dalla servitù dello imperio
spartano; trovandosi in una città usa a servire, ed in mezzo di popoli
effeminati; non dubitarono, tanta era la virtù loro ! di ridurgli sotto Parrai,
e con quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli:
e chi he scrive, dice come questi due in breve tempo mostrarono, che non
solamente in bacedemonia nascevano gli uomini di guerra, ma in ogni altra parte
dove nascessino uomini, pur che si trovasse chi li sapesse indirizzare alla
milizia, come si vede che Tulio seppe indirizzare i Romani. E VIRGILIO non
potrebbe meglio esprimere questa oppinione, nè con altre parole mostrare
d’aderirsi a quella, dove dice: u Desidesque movebit Tullus in arma viros.
Quello che sia da notare nel caso dei tre Orazi romani, e dei Tulio, re di
Roma, e Mezio, re di Alba, convennero che quel popolo fusse signore dell’altro,
di cui i soprascritti tre uomini vincessero. Furono MORTI TUTTI I CURIAZI
albani, restò vivo uno degli Orazi romani; e per questo, restò Mezio, re
albaiio, con il suo popolo, suggello ai Romani. E tornando quello ORAZIO
VINCITORI IN ROMA e scontrando una sua sorella, che era ad uno de’tre Curiazi
morti maritata, clic PIANGEVA LA MORTE DEL MARITO, L’AMMAZZO. Donde quello
Orazio per questo fallo fu messo'in giudizio, e dopo molte dispute fu libero,
più per li prìeglii del padre, clic per li suoi meriti. Dove sono da notare Ire
cose: una, che mai non si debbe con parte delle sue forze arrischiare tutta la
sua fortuna; l’altra, che non mai in una città bene ordinata li devmeriti con
li ineriti si ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti savi, dove si
debba o possa dubitare della inosservanza. Perchè, gl’importa tanto a una città
lo essere serva, che mai non si doveva credere che alcuno di quelli Re o di
quelli Popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli avessino sottomessi;
come si vide che volle fare Mezio: il quale, benché subito dopo la vittoria
de’Romani si confessassi vinto, e promettessi la obedienza a Tulio; nondimeno
nella prima espedizione che egli ebbono a convenire contra i Veienli, si vide
come ci cercò d’ingannarlo; come quello che tardi s’era avveduto della temerità
del partito preso da lui. E perchè di questo terzo notabile se n’’è pnr luto
assai, parleremo solo degli altri due ne’seguenti duoi capitoli. Che non si
debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; c per questo j
spesso il guardare i passi è dannoso. Non fu mai giudicato partito savio
mettere a pericolo tutta la fortuna tua, e non tutte le forze. Questo si fu in
più modi. L’uno è facendo come Tulio e Mezio, quando e’ commissouo la fortuna
tutta della patria loro, e la virtù di tanti uomini quanti avea l’uno e l’altro
di costoro negli eserciti suoi, alla virtù e fortuna di tre de’loro cittadini,
clic veniva ad essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro. Nè si
avvidono, come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro
antecessori nell’ordinare la repubblica, per farla vivere lungamente libera e
per fare i suoi cittadini difensori della loro libertà, era quasi che suta
vana, stando nella potenza di sì pochi a perderla. La qual cosa da quelli Re non
potè esser peggio considerata. Cadesi ancora in questo inconveniente quasi
sempre per coloro, che, venendo il nemico, disegnano di tenere i luoghi
diffìcili, e guardare i passi: perchè quasi sempre questa deliberazione sarà
dannosa, se giù in quello luogo diffìcile comodamente tu non potessi tenere
tutte le forze tue. In questo caso tuie partito è da prendere; ma scndo il
luogo aspro, e non vi potendo tenere tutte le forze tue, il partito è dannoso.
Questo mi fa giudicare cosi lo esempio di coloro che, essendo assaltati da un
nemico potente, ed essendo il paese loro circondato da’monti e luoghi alpestri,
noti hanno mai tentato di combattere il nemico in su’passi e in su’monti, ma
sono iti ad incontrarlo di là da essi: o, quando non hanno voluto far questo,
lo hanno aspettato dentro a essi monti, in luoghi benigni e non alpestri. E la
cugioite ne è suta la preallegata: perchè, non si polendo condurre alla guardia
de’luoghi alpestri molli uomini, sì per non vi potere vivere lungo tempo, si
per essere i luoghi stretti e capaci di pochi; non è possibile sostenere un
nemico clic venga grosso ad urtarti: ed al nemico è facile il venire grosso,
perchè la intenzione sua è passare, e non fermarsi; ed a chi l’aspetta è
impossibile aspettarlo grosso, avendo ad alloggiarsi per più tempo, non sapendo
quando il nemico voglia passare in luoghi, com’io ho detto, stretti e sterili.
Perdendo, adunque, quel passo che tu ti avevi presupposto tenere, e nel quale i
tuoi popoli e lo esercito tuo confidava, entra il più delle volte ne’popoli e
nel residuo delle genti tue tanto terrore, che senza potere esperimentare la
virtù di esse, rimani perdente; c così vieni ad avere perduta tutta la tua
fortuna con parte delle tue forze. Ciascuno sa con quanta diftìcultà Annibaie
passasse r Alpi che dividono la Lombardia dalia Francia, e con quanta
difficoltà passasse quelle che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i
Romani l’aspettarono prima in sul Tesino, e di poi uel piano d’Arezzo; e vollon
più tosto, che il loro esercito fusse consumato dal nemico nelli luoghi dove
poteva vincere, che condurlo su per l’Alpi ad esser destrutto dalla malignità
del sito. E chi leggerà sensatamente tutte le istorie, troverà pochissimi
virtuosi capitani over tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette,
e perchè e'non si possono chiudere tutti; sendo i monti come campagne, ed
avendo non solamente le vie consuete e frequentate, ma molte altre, le quali se
non sono note a’forestieri, sono note a’paesani; con l’aiuto de’quali sempre
sarai condotto in qualunque luogo, contra alla voglia di citi ti si oppone. Di
che se ne può addurre uno freschissimo esempio, nel T 51 5 . Quando Francesco
re di Francia disegna passare in Italia per lu recuperatone dello Stalo di
Lombardia, il maggiore fondamento clic facevano coloro eli’erano alla sua
impresa contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono a’passi in su’monti. E,
come per esperienza poi si vide, quel loro fondamento restò vano: perché,
lasciato quel re da parte due o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per
un’altra via incognita; e fu prima in Italia, e loro appresso, che lo avessino
presentilo. Talché loro isbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli
di Lombardia si aderiron alle genti franciose; sendo mancali di quella
oppinione avevano, che i Franciosi dovessino essere tenuti su’ monti. Le
repubbliche bene ordinate costituiscono premii c pene aJ loro cittadini; ne
compensano mai r uno con l’altro. Erano stati I MERITI D’ORAZIO GRANDISSIMI,
avendo con la sua virtù VINTI I CURIAZIl. Era stato il fallo suo atroce, avendo
MORTO LA SORELLA: nondimeno dispiacque tanto tale omicidio ai Romani, che io
condussero a disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero
tanto grandi c sì freschi. La qual cosa a chi superficialmente la considerasse,
parrebbe uno esempio d’ingratitudine popolare: nondimeno chi la esaminerà
meglio, e con migliore considerazione ricercherà quali debbono essere gli
ordini delle repubbliche, biasimerà quel popolo più tosto per averlo assoluto,
che per averlo voluto condeunare. E la ragione è questa, che nessuna repubblica
bene ordinata, non mai cancellò i demeriti con gli meriti de’suoi cittadini; ma
avendo ordinati i preraii ad una buona opera e le pene ad una cattiva, ed
avendo premiato uno per aver bene operato, se quel medesimo opera di poi male,
lo gastica, senza avere riguardo alcuno alle sue buone opere. E quando questi
ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo; altrimenti,
sempre rovinerà presto. Perchè, se ad un cittadino che abbia fatto qualche
egregia opera per la città, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa
gli arreca, una audacia e confidenza di potere, senza temer pena, fare qualche
opera non buona; diventerà in brievc tempo tanto insolente, che si risolverà
ogni civilità. È ben necessario, volendo clic sia temuta la pena per le triste
opere, osservare i premii per le buone; come si vede che fece Roma. C benché
una repubblica sia povera, e possa dare poco, debbe di quel poco non astenersi;
perchè sempre ogni piccolo dono, dato ad alcuno per ricompenso di bene ancora
che grande, sarà stimato, da chi lo riceve, onorevole e grandissimo. È
notissima la istoria di ORAZIO CODE e quella di MUZIO SCEVOLA: come V uno
sostenne i nemici sopra un ponte, tanto che si tagliasse: l’altro si arse la
mano, avendo errato, volendo ammazzare Porscna, re delli Toscani. A costoro per
queste due opere tanto egregie, fu donato dal pubblico due staiora di terra per
ciascuno. È nota ancora la istoria di MANLIO Capitolino. A costui, per aver
salvato il Campidoglio da' Galli che vi erano a campo, fu dato da quelli che
insieme eon lui vi erano assediati dentro, una piccola misura di farina, il
quale premio, secondo la fortuna che allora corre in Roma, fu grande; e di
qualità che, mosso poi Manlio, o da invidia o dalla sua cattiva natura, a far
nascere sedizione in Roma, e cercando guadagnarsi il popolo, fu, senza rispetto
alcuno de’suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio ch’egli prima,
cou tanta sua gloria, aveva salvo. Chi vuole riformare uno stalo antico in una
città libera, ritenga almeno l’ombra desmodi antichi. Colui che desidera o clic
vuole riformare uno stato d’una città, a volere elle sia accetto, e poterlo con
satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco
de’modi antichi, acciò che a’popoli non paia avere mutato ordine, ancora che in
fatto gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perchè lo
universale degli uomini si pasce così di quel che pare, come di quello che è;
anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono, che per quelle clic
sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere
libero questa necessità, avendo in cambio d’un Re creali duoi Consoli, non
vollono ch’egli avessino più clic dodici littori, per non passare il numero di
quelli che ministravano ai Re. Olirà di questo, facendosi in Roma uno
sacrifizio anniversario, il quale non poteva esser fatto se non dalla persona
del Re; e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la
assenzia degli Re alcuna cosa dell’antiche j, creorono un capo di detto
sacrifìcio, il quale loro chiamorono Re Sacrifìcolo, e lo sottomessono al sommo
Sacerdote: talmentechè quel popolo per questa via venne a satisfarsi di quel
sacrifizio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di desiderare la
tornata dei Re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono
scancellare uno antico vivere in una città, e ridurla ad uno vivere nuovo c
libero. Perchè alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi
ingegnare che quelle alterazioni ritenghino più delr antico sia possibile; e se
i magistrati variano e di numero e d'autorità e di tempo dagli antichi, che
almeno ritengliino il nome. E questo debbe osservare colui che vuole ordinare
una potenza assoluta, o per via di repubblica o di regno: ma quello che vuol
fare una potestà assoluta, quale dagli autori è chiamala tirannide, debbe
rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirò. Un principe nuovo, in
i ima città o provincia presa da lui, 1 debbe fare ogni cosa nuova. Qualunque
diventa principe o d’unacittà o d’uno Stato, e tanto più quando i fondamenti
suoi lussino deboli, c non si volga o per via di regno o di repubblica alla
vita civile; il mcgliore rimedio che egli abbia a tenere quel principato, è,
sendo egli nuovo principe, fare ogni cosa di nuovo in quello Stalo: come è,
nelle città fare nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi
uomini; fare i poveri ricchi, fece Davil quando ei diventò Re: qui csuricnles
implevil bonis, et divites dimirti inanes; edificare oltra di questo nuove
città, disfare delie fatte, cambiare gli abitatori da un luogo ad un altro; ed
in somma, non lasciare cosa niuna intatta in quella provincia, e che non vi sia
nè grado, nè ordine, nè stato, uè ricchezza, che chi la tiene non la riconosca
da te; c pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di Alessandro, il
quale con questi modi, di piccolo Re, diventò principe di Grecia. E chi scrive
di lui, dice che tramutava gl uomini di provincia in provincia, come i
mandriani tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi, e nemici
d’ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunche uomo
fuggire, c volere piuttosto vivere privato, che Re con tanta rovina degli
uomini: nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene,
quando si voglia mantenere, convien die entri in questo male. >la gli uomini
pigliano certe vie del mezzo, clic sono dannosissime; perchè non sanno essere
nè tutti buoni nè tutti cattivi: come ne seguente capitolo, per esempio, si
mostrerà. Sanno rarissime volle gli uomini essere al lutto tristi o al fulto
buoni. Papa Giulio secondo, andando na Bologna per cacciare di quello Stato la
casa de’Bentivogli, la quale aveva tenuto il principato di quella città cento
anni, voleva ancora trarre Giovampagoto Buglioni di Perugia, della quale era
tiranno, come quello che aveva congiurato contro a tutti gli tiranni che
occupavano le terre della Chiesa. E pervenuto presso a Perugia con questo animo
e deliberazione nota a ciascuno, non aspettò di entrare in quella città con lo
esercito suo che lo guardasse, mn % entrò disarmato, non ostante vi fusse
dentro Giovampagolo con genti assai, quali per difesa di sè aveva ragunate.
Sicché, portato da quel furore con il quale governa tutte le cose, colla
semplice sua guardia si rimesse nelle mani del nemico; il quale d ipoi ne menò
seco, lasciando un governadore in quella citta, che rendesse ragione pella
Chiesa. Fu notala dagli uomini prudenti che col papa erano, la temerità del
papa e la viltà di Giovampagolo; uè potevano stimare donde si venisse che
quello noti avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un tratto il nemico suo,
e sè arricchito di preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le lor
delizie. Nè si poteva credere si fusse astenuto o per bontà, o per conscienza
che lo ritenesse; perchè in un petto d’un uomo facinoroso, che si tene la
sorella, che aveva morti i cugini cd i nepoti per regnare, non poteva scendere
alcuno pietoso rispetto: ina si conchiuse, che gli uomini no sanno essere
onorevolmente tristi, o perfettamente buoni; e come una tristizia ha in sè
grandezza, o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Cosi
Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non
seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendon giusta occasione, fare una impresa,
dove ciascuno avesse ammirato l’animo suo, e avesse di sè lasciato memoria
eterna; sendo il primo che avesse dimostro ai prelati, quanto sia da stimar
poco chi vive c regna come loro; ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza
avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, clic da quella potesse depeudere.
Per qual cagione i Romani furono meno ingrati agli loro cittadini che gli
Ateniesi. Qualunque legge le cose fatte dalle repubbliche, troverà in tutte
qualche spezie di ingratitudine contro a’suoi citladini; ma ne troverà meno in
Roma che in Atene e per avventura in qualunque altra repubblica. E ricercando
la cagione di questo, parlando di Roma c di Atene, credo accadesse perchè i
Romani avevano meno cagione di sospettare de’suoi cittadini, che gli Ateniesi.
Perchè a Roma, ragionando di lei dalla cacciata dei Re intino a Siila e Mario,
non fu mai tolta la libertà da alcuno suo cittadino: in modo che in lei non era
grande cagione di sospettare di loro, e, per conseguente, di offendergli
inconsideratamente intervenne bene ad Atene il contrario: perché, sendole tolta
la libertà da Pisistrato nel suo più florido tempo, e sotto uno inganno di
bontà; come prima la diventò poi libera, ricordandosi delle ingiurie ricevute e
della passata servitù, diventò acerrima vendicatrice non solamente degli
errori, ma delP ombra degli errori de' suoi cittadini. Di qui nacque l’esilio e
la morte di tanti eccellenti uomini; di qui Pordine dello ostracismo, ed ogni
altra violenza che contra i suoi ottimati in vari tempi da quella città fu
fatta. Ed è verissimo quello che dicono questi scrittori della civiltà: che i
popoli mordono più fieramente poi ch’egli hanno recuperala la libertà, che poi
che l’hanno conservala. Chi considerrà adunque, quanto è detto, non biasimerà
in questo Atene, nè lauderà Roma; ma ne accuserà solo la necessità, per la
diversità degli accidenti che in queste città nacquero. Perchè si vedrà, chi
considererà le cose sottilmente, che se a Roma fusse siila tolta la libertà
come a Atene, non sarebbe stata Roma più pia verso i suoi cittadini, che si
fusse quella. Di che si può fare verissima conieltura per quello che occorse,
dopo la cacciata dei Re, contra a Collatino ed a Publio Valerio: de’quali il
primo, ancora elicsi trovasse a liberare Roma, E MANDATO IN ESILIO NON PER
ALTRA CAGIONE CHE PER TENERE IL NOME DE’ TARQUINI; P altro, avendo sol «lato di
sè sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per essere
fatto esule. Talché si può stimare, veduto quanto Roma fu in questi due
sospettosa e severa, che Farebbe usata la ingratitudine come Atene, se da’suoi
cittadini, come quella ne’primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fosse
stata ingiuriata. G per non avere a tornare più sopra questa materia della
ingratitudine, ne dirò quello ne occorrerà nel seguente capitolo. Quale sia più
ingrato, o un popolo j o un principe. Egli mi pare, a proposito della
soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempi questa ingratitudine,
0 un popolo, o un principe. E per disputare meglio questa parte, dico, come
questo vizio della ingratitudine nasce o dalla avarizia, o dal sospetto.
Perchè, quando o un popolo o un priacipe ha mandato fuori un suo capitano in
una cspedizione importante, dove quel capitano, vincendola, ne abbia acquistata
assai gloria; quel principe o quel popolo è tenuto allo incontro a premiarlo: e
se, in cambio di premio, o ei lo disonora o ei T offende, mosso dalla avarizia,
non volendo, ritenuto da questa cupidità, satisfarli; fa uno errore che non ha
scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna. Pure si trovano molti principi
che ci peccano. E Cornelio TACITO dice, con questa sentenzia, la cagione:
Proclivius est inj ur ite, quarti beneficio vicem cxsolvcre, quia grafia oneri,
ultio in questu fiabe tur. Ma quando ei non lo premia, o, a dir meglio,
l’offende, non mosso da avarizia, ma da sospetto; allora merita, e il popolo e
il principe, qualche scusa. E di queste ingratitudini usate per tal cagione, se
ne legge assai: perchè quello capitano il quale virtuosamente ha acquistato uno
imperio al suo signore, superando i nemici, e riempiendo sè di gloria e gli
suoi soldati di ricchezze; di necessità, e con i soldati suoi, e con i nemici,
e coi sudditi propri di quel principe acquista tanta reputazione, che quella
vittoria non può sapere di buono a quel signore che lo ha mandato. G perchè la
natura degli uomini è ambiziosa e sospettosa, e non sa porre modo a ntssuna sua
fortuna, è impossibile che quel sospetto che subito nasce nel principe dopo la
vittoria di quel suo capitano, non sia da quel medesimo accresciuto per qualche
suo modo o termine usato insolentemente. Talché il principe non può peusare ad
altro che assicurarsene; e per fare questo, pensa o di farlo morire, o di
torgli la reputazione che egli si ha guadagnala nel suo esercito e ne’suoi
popoli: e con ogni industria mostrare che quella vittoria è nata non per la
virtù di quello, ma per fortuna, o per viltà dei nemici, o per prudenza degli
altri capitani clic sono stati seco in tale l’azione. Poiché Vespasiano, sendo
in Giudea fu dichiarato dal suo esercito imperadore; Antonio Primo, che si
trova con un altro esercito in llliria, prese le parti sue, e ne venne in
Italia contea a Vitellio il quale regna a Roma, e virluosissimamente ruppe due
eserciti Vitelliani, c occupò Roma; talché Muziano, mandato da Vespasiano,
trova per la virtù d’Antonio acquistato il tutto, e vinta ogni diffìcultà. Il
premio che Autonio ne riportò, fu che Muziano gli tolse subito l’ubidienza
dell’esercito, e a poco a poco io riduce in Roma senza alcuna autorità: talché
Antonio ne andò a trovare Vespasiano, il quale era ancora in Asia; dal quale fu
in modo ricevuto, che, in breve tempo, ridotto in nessun grado, quasi disperato
morì. E di questi esempi ne sono piene le istorie. Ne’nostri tempi, ciascuno
che al presente vive, sa con quanta industria e virtù Ferrante, militando nel
regno di Napoli contra a’ Franciosi per Ferrando Re di Ragona, conquistasse e
vince quel regno; e come, per premio di vittoria, ne riportò che Ferrando si
parti da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli levò la obedienza delle genti
d’arme, c di poi gli tolse le fortezze, ed appresso lo menò seco in Spagna;
dove poco tempo poi, inonorato, mori. È tanto, dunque, naturale questo sospetto
ne’principi, che non se ne possono difendere; ed è impossibile ch’egli usino
gratitudine a quelli che con vittoria hanno fatto sotto le insegne loro grandi
acquisti. E da quello che non si difende un principe, non è miracolo, nè cosa
degna di maggior considerazione, s.e un popolo non se ne difende. Perchè,
avendo una città che vive libera, duoi fini, V uno lo acquistare, l’altro il
mantenersi libera; conviene che nell’una cosa e nell’altra per troppo amore
erri. Quanto agli errori nello acquistare, se ne dirà nel luogo suo. Quanto
agli errori per mantenersi libera, sono, intra gli altri, questi: di offendere
quei cittadini elicla doverrebbe premiare; aver sospetto di quelli in cui si
doverrebbe confidare. E benché questi modi in una repubblica venuta alla
corruzione siano cagione di grandi mali, c che molle volte piuttosto la viene
alla tirannide, come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello
che la ingratitudine gli negava; nondimeno in una repubblica non corrotta sono
cagione di gran beni, e fanno che la ne vi\e libera più, mantenendosi per paura
ili punizione gli uomini migliori, e meno ambiziosi. Vero è che infra tutti i
popoli che mai ebbero imperio, per le cagioni di sopra discorse, Roma fu la
meno ingrata: perchè della sua ingratitudine si può dire che non ci sia altro
esempio che quello di Scipione; perchè Coriolano c Cammillo fumo fatti esuli
per ingiuria che l’uno e l’altro aveva fatto alla Plebe. Ma all’uno non fu
perdonato, per aversi sempre riserbato contea al Popolo l’animo nemico; Paiteo
non solamente fu richiamato, ma per tutto il tempo della sua vita adorato come
principe. Ma la ingratitudine usata a Scipione, nacque d’un sospetto che i
cittadini cominciorno avere di lui, che degli altri non s’era avuto: il quale
nacque dalla grandezza del nemico che Scipione aveva vinto; dalla reputazione
che gli aveva data la vittoria di sì lunga e pericolosa guerra; dalla celerità
di essa; dai favori che la gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili
virtuti gli acquistavano. Le quali cose furono tante, che, non che altro, i
magistrati di Roma temevano della sua autorità: la qual cosa spiaceva
agl’uomini savi, come cosa inconsueta in Roma. E parve tanto straordinario il
vivere suo, che CATONE PRISCO, riputato santo, fu IL PRIMO a fargli contra; e a
dire che una città non si poteva chiamare libera, dove era un cittadino che
fusse temuto dai magistrati. Talché, se il popolo di Roma 1 seguì in questo
caso L’OPINIONE DI CATONE, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare
quelli popoli e quelli principi che per sospetto sono ingrati. Conchiudendo
adunque questo discorso, dico, che usandosi questo vizio della ingratitudine o
per avarizia o per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per T avarizia la
usorno, e per sospetto assai i manco che i principi, avendo meno cagione di
sospettare: come di sotto si dirà. Quali modi debbo usare un principe o una
repubblica per fuggire questo vizio della ingratitudine: c quali quel capitano
o quel cittadino per non essere oppresso da quella. Un principe, per fuggire
questa necessità di avere a vivere con sospetto, o esser ingrato, debbe
personalmente andare nelle espedizioni; come facevano nel principio quelli
imperadori romani, come fu ne’tempi nostri il Turco, c come hanno fatto e fanno
quelli che sono virtuosi. Perchè, vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto
loro; e quando non vi sono, sendo la gloria d’altrui, non pare loro potere
usare quello acquisto, s’ei non spengono in altrui quella gloria che loro non
hanno saputo guadagnarsi, e diventare ingrati ed ingiusti: e senza dubbio, è
maggiore la loro perdita, che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per
poca prudenza, e’si rimangono a casa oziosi, c mandano un capitano; io non ho
che precetto dar loro altro, che quello che per lor medesimi si sanno. Ma dico
bene a quel capitano, giudicando io che non possa fuggire i morsi della
ingratitudine, che faccia una delle due cose: o subito dopo la vittoria lasci
lo esercito c rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi da ogni atto
insolente o ambizioso; acciocché quello, spogliato d’ogni sospetto, abbia
cagione o di premiarlo o di non lo offendere: o, quando questo non gli paia di
fare, prenda animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li
quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non del principe suo,
facendosi benivoli i soldati ed i sudditi; e faccia nuove amicizie coi vicini,
occupi con li suoi uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e
di quelli che non può corrompere s’assicuri; e per questi modi cerchi di punire
il suo signore di quella ingratitudine che esso gli userebbe. Altre vie non ci
sono: ma, come di sopra si disse, gli uomini non sanno essere nè al tutto
tristi, nè al tutto buoni: e sempre interviene che, subito dopo la vittoria,
lasciare lo esercito non vogliono, portarsi modestamente non possono, usare
termini violenti e che abbino in sè Tonorevole, non sanno; talché, stando
ambigui, intra quella loro dimora ed ambiguità, sono oppressi. Quanto ad una
repubblica, volendo fuggire questo vizi dello ingrato, non si può dare il
medesimo rimedio che al principe; cioè che vadia, e non mandi, nelle
cspedizioni sue, sendo necessitate a mandare un suo cittadino. Conviene,
pertanto, che pei rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la
repubblica romana, ad esser meno ingrata che l’altre: il che nacque dai modi
del suo governo. Perchè, adoperandosi tutta la città, e gli nobili e gli
ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età tanti uomini
virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il popolo non avea cagione di
dubitare di alcuno di loro, sendo assai, c guardando P uuo Patirò. E in tanto
si mantenevano interi, e respettivi di non dare, ombra di alcuna ambizione, uè
cagione al popolo, come ambiziosi, d’offendergli; che venendo alla dittatura,
quello maggior gloria ne riporta, che più tosto la depone. E cosi, non potendo
simili modi generare sospetto, non generavano ingratitudine. In modo che, una
repubblica che nott voglia avere cagione d’essere ingrata, si debbo governare
come Roma; c uno cittadino che voglia fuggire quelli suoi morsi, debbc
osservare i termini osservati dai cittadini romani. Che » capitani romani per
errore commesso ?io« furono mai istraordinariamcnlc puniti; nè furono mai
ancora puniti quando, pella ignoranza loro o tristi partiti presi da loro, ne
fissino seguiti danni alla repubblica. 1 Romani, non solamente, come di sopra
avemo discorso, furono manco ingrati die V altre repubbliche, ma furono ancora
più pii e più respctlivi nella punizione de’loro capitani degli eserciti, che
alcune altre. Perchè, se il loro errore fussc stato per malizia, e’lo
gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissino, e’ lo
premiavano ed onoravauo. Questo modo del procedere era bene considerato da
loro: perchè e' giudicavano che fusse di tanta importanza a quelli che
governavano gl’eserciti loro, lo avere l’animo libero ed espedito, e senza
altri estrinsechi rispetti nel pigliare i parliti, che non volevano aggiugnere
ad una cosa per sè stessa difficile e pericolosa, nuove difficultà c pericoli;
pensando che aggiugttendovcli, nessuno potesse essere che operasse mai
virtuosamente. Verbigrazia, e’mandavano uno esercito in Grecia contra a Filippo
di Macedonia, o in Italia contra ad Annibale, o contro a quelli popoli che
vinsono prima. Era questo cupitano clic era preposto a tale espedizione,
angustiato da tutte quelle cure che s’arrecavano dietro quelle faccende, le
quali sono gravi e importantissime. Ora, se a tali cure si fus»sino aggiunti
più esempi di Romani ch’eglino avessino crucifissi o altrimenti morti quelli
che avessino perdute le giornale, egli era impossibile che quello capitano
intra tanti sospetti potesse deliberare strenuamente. Però, giudicando essi che
a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere perduto, non gli
vollono con altra maggior pena sbigottire. Uno esempio ci è, quanto allo errore
commesso non per ignoranza. Erono Sergio e Virginio a campo a Veio, ciascuno
preposti ad una parte dello esercito; de’quali Sergio era all’incontro donde
potevano venire i Toscani, c Virginio dall’altra parte. Occorse che sendo
assaltato Sergio dai Falisci e da altri popoli, sopportò d’essere rotto c
fugato prima che mandare per aiuto a Virginio. E dall’altra parte, Virginio aspettando
che si umiliasse, volle piuttosto vedere, il disonore della patria sua, e la
rovina di quello esercito, clic soccorrerlo. Caso veramente esemplare e tristo,
c da fare non buona coniettura della Repubblica romana, se 1’uno c l’altro non
fusscro stati gasligali. Vero è che, dove un’altra repubblica gli a r ebbe
puniti di pena capitale, quella gli punì in danari. II che nacque non perchè i
peccali loro non meritassino maggior punizione, ma perchè gli Romani voiiono in
questo caso, per le ragioni già dette, mantenere gli antichi costumi loro. E
quanto agii errori per ignoranza, non ci è il più bello esempio che quello di
VARRRONE (si veda): per la temerità del quale sendo rotti i Romani a Canne
d’Annibaie, dove quella Repubblica porta pericolo della sua libertà; nondimeno,
perchè vi fu ignoranza e non malizia, non solamente non lo gastigorno ma lo
onororno, e gl’anda incontro nella tornata sua in Roma tutto l’Ordine
senatorio; e non lo potendo ringraziare della zuffa, Io ringraziarono eh’ egli
era tornato in Roma, c non si era disperato delle cose romane. Quando Papirio
Cursore volevu fare morire Fabio, per avere contea al suo comandamento
combattuto coi Sanniti; intra le altre ragioni che dal patire di Fabio erano
assegnale conira alla ostinazione del Dittatore, era che il Popolo romano in
alcuna perdita de’suoi Capitani non aveva fatto mai quello che Papirio nella
vittoria voleva fare. Una repubblica o uno principe non e sia conira ad una
consuetudine antica della città, è scandalosissimo. Egli è sentenza degli
antichi scrittori, come gli uomini sogliono affliggersi nel male c stuccarsi
nel benej e come dul1’una e dall’altra di queste due passioni nascono i
medesimi effetti. Perchè, qualunque volta è tolto agli uomini il combattere per
necessità, combattono per ambizione: la quale è tanto potente ne’petti umani,
che mai, a qualunque grado si salgano, gl’abbandona. La cagione è, perchè la
natura ha creati gl’uomini in modo, che possono desiderare ogni cosa, e non
possono conseguire ogni cosa: talché, essendo sempre maggiore il desiderio che
la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che si
possiede, e la poca satisfazionc di esso. Da questo nasce il variare della
fortuna loro: perchè desiderando gli uomini, parte d’avere più, parte temendo
di non perdere lo acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla
quale nasce la rovina di quella provincia, e la esaltazione di quel1’altra.
Questo discorso ho fatto perchè alla Plebe romana non bastò assicurarsi de’
Nobili per la creazione de’Tribuni, al quale desiderio fu constretta per
necessità; che lei subito, ottenuto quello, comincia a combattere per
ambizione, e volere con la Nobiltà dividere gli onori e le sustanze, come cosa
stimata più dagli uomini. Da questo nacque il morbo che partorì la contenzione
della legge agraria, ed in (ine fu causa della distruzione della Repubblica
romana. E perchè le repubbliche bene ordinate hanno a tenere ricco il pubblico,
e li loro cittadini poveri; convenne che fusse nella città di Roma difetto in
questa legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che la non si
avesse ogni di a ritrattare; o che la si differisse tanto in farla, che fusse
scandotoso il riguardarsi indietro; o sendo ordinata bene da prima, era stata
poi dall’uso corrotta; talché, in qualunque modo si fusse, mai non si parlò di
questa legge in Roma, che quella città non anda sottosopra. Aveva questa legge
duoi capi principali. Ter l’uno si dispone clic non si potesse possedere per
alcun cittadino più che tanti iugeri di terra; per V altro, che i campi di che
si privavano i nimici, si dividessino intra il popolo romano. Veniva pertanto a
fare di duoi sorte offese ai Nobili: perchè quelli che possedevano più beni non
permetteva la legge (quali erano la maggior parte de’Nobili), ne avevano ad
esser privi; e dividendosi intra la Plebe i beni de’nimici, si toglieva a
quelli la via dello arricchire. Sicché, venendo ad essere queste offese contra
ad uomini potenti, e che pare loro, contrastandola, difendere il pubblico;
qualunque volta, com’è detto, si ricorda, anda sottosopra quella città: ed i
Nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano, o con trac fuora un
esercito, o che a quel Tribuno che la propone s’opponesse uno altro Tribuno; o
talvolta cederne parte; ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse
a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, pel quale surgendo questa
disputa della legge, si mandò in quel luogo una colonia traila di Roma, alla
quale si consegnasse detto contado. Dove L. usa un termine notabile, dicendo
clic con ditTìcultà si trovò in Roma eli i desse il nome per ire in detta
colonia: tanto era quella Plebe più pronta a volere desiderare le cose in Homa,
che a possederle in Anzio ! Andò questo umore di questa legge così
travagliandosi un tempo, tanto che i Romani cominciarono a condurre le loro
armi nell’estreme parti d’Italia, o fuori di Italia; dopo al qual tempo parve
che la restasse. Il che nacque perchè i campi che possedevano i nimici di Roma
essendo discosti dagli occhi della Plebe, cd in luogo dove non gli era facile
il coltivargli, veniva meno ad esserne desiderosa: ed ancora i Romani erano
meno punitori tic’ loro nemici in siinil modo; e quando pure spogliavano alcuna
terra del suo contado, vi distribuivano colonia. Tanto che per tali cagioni
questa legge stette come addormentata inOno a’Gracchi: da’quali essendo poi
svegliata, rovinò al tutto la libertà romana; perchè la trovò raddoppiata la
potenza de’suoi avversari, e si accese per questo tante odio intra la Plebe ed
il Senato, che si venne all’armi ed al sangue, fuor d’ogni modo e costume
civile. Talché, non potendo i pubblici magistrati rimediarvi, nè sperando più
alcuna delle fazioni in quelli, si ricorse a’rimedi privati, e ciascuna delle
parti pensò di farsi uno capo che la difendesse. Pervenne in questo scandalo e
disordine la Plebe, e volse la sua riputazione a Mario, tanto che la lo fece
quattro volte Consolo; ed in tanto continuò con pochi intervalli il suo
consolato, che si potette per sè stesso far Consolo tre altre volte. Contra
alla qual peste non avendo la Nobiltà alcuno rimedio, si volse a favorir Siila;
e fatto quello capo della parte sua, vennero alle guerre civili e dopo molto
sangue e variar di fortuna, rimase superiore la Nobiltà. Risuscitorono poi
questi umori a tempo di Cesare c di Pompeo; perchè, fattosi Cesare capo della
parte di Mario, c Pompeo di quella di Siila, venendo alle mani rimase supcriore
GIULIO CESARE: IL QUALE E IL PRIMO TIRANNO IN ROMA, TALCHE MAI E POI LIBERA
QUELLA CITTA. Tale, adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E benché
noi mostrassimo altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato c la Plebe
mantenessero libera Roma, per nascerne da quelle leggi in favore della libertà;
e per questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria;
dico come, per questo, io non mi rimuovo da tale oppinionc: perchè egli è tanta
P ambizione de’grandi, che se per varie vie ed in vari modi la non ò in una
città sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua. In modo che, se la
contenzione della legge agraria penò trecento anni a fare Roma serva, si
sarebbe condotta, per avventura, molto più tosto iti servitù, quando la Plebe,
e con questa legge c con altri suoi appetiti, non avesse sempre frenato la
ambizione de’Nobili. Vedasi per questo ancora, quanto gli uomini stimano più la
roba che gli onori. Perchè la Nobiltà romana sempre negli onori eedè senza
scandali istraordinari alla Plebe; ma come si venne alla roba, fu tanta la
ostinazione sua nel difenderla, che la Plebe ricorse, per Sfogare 1’appetito
suo, a quelli istraordinari che di sopra si discorrono. Del quale disordine
furono motori i Gracchi; de’quali si dcbbe laudare più la intenzione che la
prudenza. Perchè, a voler levar via uno disordine cresciuto in una repubblica,
e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male
considerato; e, come di sopra largamente si discorse, non si fa altro che
accelerare quel male a che quel disordine ti conduce: ma temporeggiandolo, o il
male viene più tardo, o per sè medesimo col tempo, avanti che venga al fine
suo, si spegne. Le repubbliche deboli sono male risolute, e non si sanno
deliberare; c se le pigliano mai alcuno partito j nasce più da necessità che da
elezione. Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per questo agli
Volaci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressar Roma; fatti
questi due popoli uno grossissimo esercito, assalirono gli Latini e gli Ernici,
e guastando il loro paese, furono constretti gli Latini c gli Ernici farlo intendere
a Roma, c pregare che fussero difesi da' Romani: ai quali, sendo i Romani
gravati dal morbo, risposero che pigliassero partito di difendersi da loro
medesimi e con le loro armi, perchè essi non li potevano difendere. Dove si
conosce la generosità e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni fortuna
volle essere quello che fusse principe delle deliberazioni che avessero a
pigliare i suoi; nè si vergognò mai deliberare una cosa che fusse contraria al
suo modo di vivere o ad altre deliberazioni fatte da lui, quando la necessità
gliene comanda. Questo dico perchè altre volte il medesimo Senato aveva vietato
ai detti popoli l’armarsi e difendersi; talché ad uno Senato meno prudente di
questo, sarebbe parso cadere del grado suo a concedere loro tale difensione. Ma
quello sempre giudicò le cose come si debbono giudicare, e sempre prese il meno
reo partilo per migliore; perchè male gli sapeva non potere difendere i suoi
sudditi; male gli sapeva che si armassino senza loro, per le ragioni dette, e
per molte altre che si intendono: nondimeno, conoscendo che si sarebbono
armati, per necessità, a ogni modo, avendo il nimico addosso; prese la parte
onorevole, e volle che quello clic gli avevano a fare, lo facessino con
licenzia sua, acciocché avendo disubbidito per necessità, non si avvezzassino a
disubbidire per elezione. E benché questo paia partito che da ciascuna
repubblica dove esser preso; nientedimeno le repubbliche deboli e male
consigliate non gli sanno pigliare, nè si sanno onorare di simili necessità.
Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi.
Dipoi, volendosene tornare a Roma per la Toscana, mandò in Firenze uno suo uomo
a domandare il passo per sé e per il suo esercito. Consultossi in Firenze come
si avesse a governare questa cosa, nè fu mai consigliato per alcuno di
concedergliene. In che non si seguì il modo romano: perchè, sendo il Duca
armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati che non gli potevano vietare il
passare, era molto piu onore loro, che paresse che passasse con permissione di
quelli, che a forza; perchè, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe
stato in parie minore quando I’avessero governata altrimenti. Ma la più cattiva
parte che abbino le repubbliche deboli, è essere irresolute; in modo che lutti
i partili che le pigliano, gli pigliano per forza; e se vieti loro fatto alcuno
bene, lo fanno forzato, c non per prudenza loro. Io voglio dare di questo duoi
altri esempi, occorsi ne’tempi nostri nello stato della nostra città, nel mille
cinquecento. Ripreso che il re Luigi XII di Francia ebbe Milauo, desideroso di
rendergli Pisa, per aver cinquanta mila ducati che gli erano stati promessi da’
Fiorentini dopo tale restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa,
capitanati da monsignor Beaumonte; benché francese, nondiraanco uomo in cui i
Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo esercito e questo capitano
intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando alcuno
giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennero oratori Pisani a Beaumonte, e
gli offerirono di dare la città allo esercito francese con questi patti: che,
sotto la fede del re, promettesse non la mettere in mano de’Fiorentini, prima
che dopo quattro mesi. Il qual partito fu dai Fiorentini al tutto rifiutato, in
modo che si seguì nello andarvi a campo, e partissene con vergogna. Nè fu
rifiutato il partito per altra cagione, che per diffidare della fede del re;
come quelli che per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani
sue: e dall’altra parte, non se ne fidavano, nè vedevano quanto era meglio che
il re potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e non la rendendo scoprire P
animo suo, che non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati
comperare quelle promesse. Talché molto più utilmente arebbono fatto a
consentire che Beaumonlc V avesse, sotto qualunque pròmessa, presa: come se ne
vide la espcrienza di poi, die essendosi ribellato Arezzo, venne a’soccorsi
de’Fiorentini mandato dal re di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il
qual giunto propinquo ad Arezzo, dopo poco tempo cominciò a praticare accordo
con gli Aretini, i quali sotto certa fede volevano dare la terra, a
similitudine de’Pisani. Fu rifiutato in Firenze tale partito; il che veggendo
monsignor Imbalt, e parendogli come i Fiorentini se ne inlendessino poco,
comincia a tenere le pratiche dell’accordo da se, senza participazione
de’Commessaci: tanto che e’io conchiuse a suo modo, e sotto quello colle sue
genti se ne entra in Arezzo, facendo intendere a’Fiorentini come egli erano
matti, e non s’intendevano delle cose del mondo: che se volevano Arezzo, lo
fucessino intendere al re, il quale lo poteva dar loro molto meglio, avendo le
sue genti in quella città, che fuori. Non si resta in Firenze di lacerare e
biasimare detto Imbalt; nè si resta mai, infino a tanto che si conobbe che se
Beaumonte fusse stato simile a Imbalt, si sarebbe avuto Pisa come Arezzo. E
cosi, per tornare a proposito, le repubbliche irresolute non pigliano mai
partiti buoni, se non per forza, perchè la debolezza loro non le lascia mai
deliberare dove è alcuno dubbio; e se quel dubbio non è cancellalo da una
violenza, che le sospinga, stanno sempre mai sospese. In diversi popoli si
veggono spesso i medesimi accidenti. E’si conosce facilmente per chi considera
le cose presenti e l’antiche, come in tutte le città ed in tutti i popoli sono
quelli medesimi desiderii e quelli medesimi umori, e come vi furono sempre: in
modo che gli è facil cosa a chi esamina con diligenza le cose passate,
prevedere in ogni repubblica le future, c farvi quelli rimedi che dagli antichi
sono stati usati; o non ne trovando degli usati, pensarne de’nuovi, pella
similitudine degl’accidenti. Ma perchè queste considerazioni sono neglette, o
non intese da chi legge; o se le sono intese, non sono conosciute da chi
governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandali in ogni tempo. Avendo
la città di Firenze perduto parte dell’imperio suo, come Pisa ed altre terre,
fu necessitata a fare guerra a coloro che l’occupano. E perchè chi l’occupa era
potente, ne seguiva che si spende assai nella guerra, senza alcun frutto; dallo
spendere assai ne risulta assai gravezze; dalle gravezze, infinite querele del
popolo; e perchè questa guerra era amministrata d’uno magistrato di dieci
cittadini che si chiamano i Dieci della guerra, 1’universale comincia a
recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione della guerra e delle spese
d’essa; e corniliciò a persuadersi che tolto via detto magistrato, fusse tolto
via la guerra: tanto che avendosi a rifare, non se gli fecero gli scambi; e
lasciatosi spirare, si commisero le azioni sue alla Signoria. La qual
deliberazione fu tanto perniziosa che non solamente non leva la guerra come
l’universale si persuade; ma tolto via quelli uomini che con prudenza l’amministravano,
ne seguì tanto disordine, die, oltre a Pisa, si perde Arezzo e molti altri
luoghi: in modo che, ravvedutosi il popolo dell’errore suo, e come la cagione
del male era la febbre e non il medico, rifece il magistrato de’Dieci. Questo
medesimo umore si leva in Roma conira al nome de’Consoli: perchè, veggendo
quello Popolo nascere 1’una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove
e'dovevano pensare che la nascesse dalla ambizione de’vicini che gli volevano
opprimere; pensano nascesse dall’ambizione dei Nobili, che non potendo dentro
in Roma gastigar la Plebe difesa dalla potestà tribunizia, la volevano condurre
fuori di Roma sotto i Consoli, per opprimerla dove non aveva aiuto alcuno. E
pensarono per questo, che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in
modo la loro potestà, che e’non avessino autorità sopra il popolo, nè fuori nè
in casa. Il primo che tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale
propone che si dovessero creare cinque uomini che dovessino considerare la
potenza de’Consoli, e limitarla. II che altera assai la Nobiltà, parendoli che
la maiestà dell’imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobiltà non
restasse più alcuno grado in quella Repubblica. Fu nondimeno tanta
l’ostinazione dei Tribuni, che il nome consolare si spense; e furono in fine
contenti, dopo qualche altro ordine, piuttosto creare Tribuni con potestà
consolare, che i Consoli: tanto avevano più in odio il nome che le autorità
loro. E cosi seguitorno lungo tempo, infino che conosciuto io errore loro, còme
i Fiorentini ritornorno ai Dieci, così loro ricreorno i Consoli. La creazione
del DECEMVIRATO in Roma, e quello che in essa è da notare: dove si considera,
intra molte altre cose, come si può salvare per simile accidente, o oppressore
una repubblica. Volendo discorrere particolarmente sopra gl’accidenti che
nacquero in Roma pella creazione del decemvirato, non mi pare soperchio narrare
prima tutto quello che segui per simile creazione, e dipoi disputare quelle
porti che sono in esse azioni notabili: le quali sono molte, e di grande
considerazione, cosi per coloro che vogliono mantenere una repubblica libera,
come per quelli che disegnassino sommetterla. Perchè in tale discorso si
vedranno molti errori fatti dal Senato e dalla Plebe in disfavore della
libertà; e molli errori fatti d’APPIO, capo del decemvirato; in disfavore di
quella tirannide ch’egli s’aveva presupposto stabilire in Roma. Dopo molte
deputazioni c contenzioni seguite intra il Popolo e la Nobiltà per fermare
nuove leggi in Roma, pelle quali e’si stabilisse più la libertà di quello
stato; mandarono, d’accordo, Spurio Postumio con duoi altri cittadini ad Atene
pegl’essenti di quelle leggi che Solone da a quella città, acciocché sopra
quelle potessero fondare le leggi romane. Andati e tornati costoro, si venne
alla creazione degl’uomini eh’avessino ad esaminare e fermare de.tte leggi; e
ercorno dieci cittadini per un anno, tra i quali fu creato APPIO CLAUDIO, il
primo filosofo romano, uomo sagace ed inquieto. E perchè e'potessimo senza
alcuno rispetto creare tali leggi, si levarono di Roma tutti gli altri
magistrati, ed in particolare i Tribuni e i Consoli, e levossi lo appello al
Popolo; in modo che tale magistrato veniva ad essere al tulio principe di Roma.
Appresso ad APPIO si ridusse tutta 1’autorità degli altri suoi compagni, per
gli favori clic gli fa la Plebe: perché egli s’era fatto in modo popolare colle
dimostrazioni, che pare meraviglia eh’egli avesse preso sì presto una nuova
natura c uno nuovo ingegno, essendo stato tenuto innanzi a questo tempo un
crudele persecutore della Plebe. Governaronsi questi Dieci assai civilmente,
non tenendo più che dodici littori, i quali andavano davanti a quello ch’era
infra loro preposto. E bench’egli avessino 1’autorità assoluta, nondimeno avendosi
a punire un cittadino romano per omicidio, lo citorno nel conspelto del Popolo,
e da quello lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi in dicci tavole, ed
avanti che le confirmassero, le messono in pubblico, acciocché ciascuno le
potesse leggere c disputarle; acciocché si conoscesse se vi era alcuno difetto,
per poterle binanti alla confirmazionc loro emendare. Fece, in su questo, Appio
nascere un rornorc per Bomn, che se a queste dieci tavole se n’ aggiungcssiuo
due altre, si darebbe a quelle la loro perfezione; talché questa oppinionc
dette occasione al Popolo di rifare i Dieci per uno altro anno: a che il Popolo
s’accorda volentieri; si perchè i Consoli non si rifacessino; sì perchè
speravano loro potere stare senza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come
di sopra si disse. Preso, adunque, partito di rifargli, tutta la Nobiltà si
mosse a cercare questi onori, ed intra i primi era Appio; ed usa tanta umanità
verso la Plebe nel domandarla, che la comincia ad essere sospetta a suoi
compagni: credebant cnim liaud gratuitam in lanla superbia comilatcmfore. E
dubitando d’opporsegli apertamente, diliberarono farlo con arte; e benché
e’fusse minore di tempo di tutti, dettono a lui autorità di proporre i futuri
Dieci al popolo, credendo eh’egli osservasse i termini degl’altri di non
proporre sè medesimo, sendo cosa inusitata e ignominiosa in Roma, Me vero
imprdimentum prò occasione arripuit; e nominò sè intra i primi, con meraviglia
e dispiacere di tutti i Nobili: nominò poi nove altri al suo proposito. La qual
nuova creazione fatta per uu altro anno, cominciò a mostrare al Popolo cd alla
Nobiltà lo error suo. Perchè subito Appio: finem fedi ferenda aliena persona; e
comincia a mostrare la innata sua superbia, ed in pochi dì riempiè di suoi
costumi i suoi compagni. E per Sbigottire il Popolo ed il Senato, in scambio di
dodici littori, ne feciono cento venti. Stette la paura eguale qualche giorno;
ma cominciarono poi ad intrattenere il Senato, e battere la Plebe: e s’alcuno
battuto dall’uno, appella ali’altro, era peggio trattalo nell’appeltagione che
nella prima causa. In modo che la Plebe, conosciuto l’errore suo, comincia
piena d’afflizione a riguardare in viso i Nobili; et inde libcrtatis captare a
urani, linde servitutem tiinendoj in cum s taluni rempublicam adduxerant. E
alla Nobiltà era grata questa loro afflizione, ut ipsij teedio prcesenliunij
Consules desiderar ent. Vennero i di clic terminavano l’anno: le due tavole
delle leggi erano fatte, ma non pubblicate. Da questo i Dicci presono occasione
di continovare nel magistrato, c cominciorono a tenere con violenza lo Stato, e
farsi satelliti della gioventù nobile, alla quale davano i beni di quelli che
loro condannavano. Quibus donis Juventus coirumpebatur, et malebat liccnliam
suoni, i quatn omnium liberlatcm. Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i
Volsci mossero guerra a’Romani: in su la qual paura cominciarono i Dieci a
vedere la debolezza dello Stato loro; perchè senza il Senato non potevano
ordinare la guerra, e ragunando il Senato pare loro perdere lo Stato. Pure,
necessitati, presono questo ultimo partito: e ragunali i Senatori insieme,
molti de’Senatori parlorono contro alla superbia de’Dieci, ed in particolare
Valerio ed Orazio: e l’autorità loro si sarebbe al tutto spenta, se non che il Senato,
per invidia della Plebe, non volle mostrare l’autorità sua, pensando che se i
Dieci deponevano il magistrato voluntarii, che potesse essere che i Tribuni
della plebe non si rifacessero. Dcliberossi adunque la guerra; uscissi fuori
con due eserciti guidati da parte di detti Dieci; APPIO rimase a governare la
città. Donde nacque che s’innamora di Virginia, e che volendola torre per
forza, il padre VIRGINIO, PER LIBERARLA, L’AMMAZZO: donde seguirono i tumulti
di Roma e degl’eserciti; i quali ridottisi insieme col rimanente della Plebe
romana, se n’andarono nel Monte Sacro, dove stettero tanto clic i Dieci
deposono il magistrato, e che furono creali i Tribuni ed i Consolide ridotta
Roma nella forma dell’antica sua libertà. Notasi, adunque, per questo testo, in
prima esser nato in Roma questo inconveniente di creare questa tirannide, per
quelle medesime cagioni che nascono la maggiore parte delie tirannidi nelle
città: e questo è da troppo desiderio del popolo d’esser libero, e da troppo
desiderio de’nobili di comandare. E quando c’non convengono a fare una legge in
favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a favorire uno, allora è
che subito la tirannide surge. Convennono il Popolo ed i Nobili di Poma a
creare i Dieci, e crearli con tanta autorità, per desiderio che ciascuna delle
parti aveva, 1’una di spegnere il nome consolare, l’altra il tribunizio. Creati
che furono, parendo alla Plebe che Appio fusse diventato popolare c battesse la
Nobiltà, si volse il Popolo a favorirlo. E quando un popolo si conduce a far
questo errore di dare riputazione ad uno perchè balta quelli che egli ha in
odio, e che quello uno sia savio, sempre interverrà che diventerà tiranno di
quella città. Perchè egli attende, insieme con il favore del popolo, a spegnere
la nobiltà; e non si volterà inai all’oppressione del popolo, se non quando ei
V arà spenta; nel qual tempo conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove
rifuggire. Questo modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannidi in
le repubbliche: c se questo modo avesse tenuto APPIO, quella sua tironnide
arebbe preso più vita, e non sarebbe mancata si presto. Ma ei fece tutto il
contrario, nè si potette governare più imprudentemente; cliè per tenere la
tirannide, c’si fece inimico di coloro che glie T avevano data c che gliene
potevano mantenere, ed amico di quelli che non erano concorsi a dargliene e che
non gliene arebbono potuta mantenere; e perdèssi coloro che gl’erano amici, e
cerca d’avere amici quelli che non gli potevano essere amici. Perchè, ancora
che i nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della nobiltà che si truova
fuori della tirannide, è sempre inimica al tiranno; nè quello se la può mai
guadagnare tutta, pell’ambizione grande e grande avarizia che è in lei, non
polendo il tiranno avere nè tante ricchezze nè tanti onori che a tutta
satisfaccia. E così Appio, lasciando il Popolo ed accostandosi a’Nobili, fa uno
errore evidentissimo, e pelle ragioni dette di sopra, e perchè a volere con
violenza tenere una cosa, bisogna che sia più potente chi sforza, che chi è
sforzato. Donde nasce che quelli tiranni che hanno amico l’universale ed mimici
i grandi, sono più sicuri; per essere la loro violenza sostenuta da maggior
forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo ed amica la nobiltà.
Perchè con quello favore bastano a conservarsi le forze intrinseche; come
bastorno a Nabide tiranno di Sparta, quando tutta Grecia ed il popolo romano
l’assalta: il quale assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il popolo, con
quello si difese; il che non arebbe potuto fare avendolo inimico. In quello
nitro grado per aver pochi amici dentro, non bastano le forze intrinseche, ma
gli conviene cercare di fuora. Ed hanno ad essere di tre sorti: 1’una satelliti
forestieri, die li guardino la persona; l’altra armare il contado, che faccia
quell’oflìzio che arebbe a fare la plebe; la terza aderirsi co’vicini potenti,
che li difendino. Chi tiene questi modi e gli osserva bene, ancora ch’egli
avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma APPIO non
poteva far questo di guadagnarsi il contado, scudo una medesima cosa il contado
e Roma; c quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò nc’ primi
principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del
decemvirato errori grandissimi: perchè ancora che di sopra si dica, in quel
discorso che si fa del Dittatore, che quelli magistrati che si fanno da per
loro, non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il
popolo debbe, quando egli ordina i magistrali, fargli in modo che gl’abbino
avere qualche rispetto a diventare tristi. E dove e’si debbe proporre loro
guardia per mantenergli buoni, i Romani la levorono, facendolo solo magistrato
in Roma, ed annullando tutti gli altri, pell’eccessiva voglia che il Senato aveva
di spegnere i Tribuni, e la Plebe di spegnere i Consoli; la quale gli acceca in
modo che concorsono in tale disordine. Perchè gl’uomini, come dice il re
Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne’quali è tanto
desiderio di conseguire la loro preda a che la natura gl’incita che non sentono
un altro maggior uccello che sia loro sopra per ammazzargli. Conoscesi,
adunque, per questo discorso, come nel principio proposi, l’errore del Popolo
romano, volendo salvare la libertà; e gl’errori d’APPIO, volendo occupare la
tirannide. Sahare dall’umilila alla superbia j dalla pietà alta crudeltà senza
debiti mezzij è cosa imprudente ed inutile. Oltre agli altri termini male usati
da APPIO per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo
presto d’una qualità ad un’altra. Perchè l’astuzia sua nello ingannare la
Plebe, simulando d’essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene
usati i termini che tenue perchè i Dieci s’avessino a rifare; fu ancora bene
usata quella audacia di creare sè stesso contra all’oppinione della Nobiltà; fu
bene usato creare colleghi a suo proposito: ma non fu già bene usato, come egli
ebbe fatto questo, secondo che di sopra dico, mutare in un subito natura; e
d’amico, mostrarsi nimico alla Plebe; d’umano, superbo; di facile, difficile; e
farlo tanto presto, che senza scusa veruna ogni uomo avesse a conoscer la
fallacia dell’animo suo. Perchè chi è paruto buono un tempo, e vuole a suo
proposito diventar tristo, io debbe fare per gli debiti mezzi; ed in modo
condurvisi colle occasioni, che innanzi che la diversa natura ti tolga
de’favori vecchi, la te ne ubbia dati tanti degli nuovi, che tu non venga a
diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e senza amici,
rovini. Quanto gl’uomini facilmente si possono corrompere. Notasi ancora in
questa materia del decemvirato, quanto facilmente gl’uomini si corrompono, e
fatinosi diventare di contraria natura, ancora che buoni e bene educati;
considerando quanto quella gioventù ch’Appio si aveva eletta intorno, comincia
ad essere amica della tirannide per uno poco d’utilità che gliene conseguiva; e
come Quinto Fabio, uno del numero de’secondi Dieci, sendo uomo oliimo, accecalo
da un poco di ambizione, e persuas dulia malignità d’APPIO, muta i suoi buoni
costumi in pessimi, e diventò simile a lui. Il che esaminato bene, fa tanto più
pronti i legislatori delle repubbliche o de’regni a frenare gl’appetiti umani,
c torre loro ogni speranza di potere impune errare. Quelli che combattono pella
gloria propria, sono buoni e fedeli soldati. Considerasi ancora pel
soprascritto trattato, quanta differenza è d’uno esercito contento e che
combatte pella gloria sua, a quello che è male disposto e che combatte
pell’ambizione d’altri. Perchè, dove gl’eserciti romani solevano sempre essere
vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono. Da questo
essempio si può conoscere parte delle cagioni dell’inutilità de’soldati
mercenurii; i quali non hanno altra cagione clic li tenga fermi, che un poco di
stipendio che tu dai loro. La qual cagione non è nè può essere bastante a
fargli fedeli, nè tanto tuoi amici, che voglino morire per le. Perchè in quelli
eserciti che non è una affezione verso di quello per chi e’combattono, che gli
facci diventare suoi partigiani, non mai vi potrà essere tanta virtù che basta
a resistere ad uno nimico un poco virtuoso. G perchè questo amore non può
nascere, nè questa gara, d’altro che da’sudditi tuoi; è necessario a volere
tenere uno stato, a volere mantenere una repubblica o uno regno, armarsi
de’sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli che con gl’eserciti
hanno fatti grandi progressi. Avevano gl’eserciti romani sotto i Dieci quella
medesima virtù; ma perchè in loro non era quella medesima disposizione, non
facevano gl’usilati loro effetti. Ma com prima il magistrato de’Dieci fu
spento, e che loro come liberi cominciorno amilitare, ritorna in loro il
medesimo animo; e per conscguente, le loro imprese avevano il loro fine felice,
secondo l’antica consuetudine loro. Una moltitudine senza capo è inutile: e non
si debbo minacciare prima, c poi chiedere l'autorità. Era la Plebe romana pello
accidente di Virginia ridotta armata nel Monte Sacro. Manda il Senato suoi
ambasciadori a dimandare con quale autorità egli avevano abbandonati i loro
capitani, e ridottisi nel Monte. E tanta era stimata l’autorità del Senato che
non avendo la Plebe intra loro capi, ninno si ardiva a rispondere. E L. dice,
ohe e’non manca loro materia a rispondere, ma manca loro chi fa la risposta. La
qual cosa dimonstra appunto l’inutilità d’una moltitudine senza capo. Il qual
disordinefu conosciuto da Virginio, e per suo ordine si cre venti Tribuni
militari, che fussero loro capo a rispondere e convenire col Senato. Ed avendo
chiesto che si manda loro Valerio ed Orazio, ai quali loro direbbono la voglia
loro, non vi volsono andare se prima i Dieci non deponevano il magistrato: ed
arrivati sopra il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che
volevano che si creassero i Tribuni della plebe, e che s’avesse ad appellare al
Popolo d’ogni magistrato, e che si dessino loro tutti i Dieci, chè gli volevano
ardere vivi. Laudarono Valerio cd Orazio le prime loro domande; biasimorono
l’ultima come impia, dicendo: Crude litatcm dannatisj in crudclitaiem ruitis; e
consigliamogli che dovessino lasciare il fare menzione de’Dieci, e ch’egli
attendessino a pigliare l’autorità e potestà loro: di poi non mancherebbe loro
modo a satisfarsi. Dove apertamente si conosce quanta stultizia c poca prudenza
è domandare una cosa, e dire prima: io voglio far male con essa; perchè non si
debbo mostrare l’animo suo, ma vuoisi cercare d’ottenere quel suo desiderio in
ogni modo. Perchè e’ basta a dimandare a uno le armi, senza dire: io ti voglio
ammazzare con esse; potendo poi che tu bai l’arme in mano, satisfare allo
appetito tuo. E cosa di malo esempio | non osservare una legge falla, c massime
dallo autore d'essa: e rinfre scare ogni di nuove ingiurie in una t città, è a
chi la governa dannosisi simo. Seguito lo accordo, e ridotta Roma in l’antica
sua forma, Virginio citò Appio innanzi al Popolo a difendere la sua causa.
Quello comparse accompagnato da molti Nobili. Virginio comandò che fussc messo
in prigione. Cominciò Appio a gridare, ed appellare al Popolo. Virginio diceva
che non era degno di avere quella nppellagionc che egli aveva distrutta, ed
avere per difensore quel Popolo che egli aveva offeso. Appio replica, come
e’non aveano a violare quella appellagionc ch'egli avevano con tanto desiderio
ordinata. Pertanto egli fu INCARCERATO ED AVANTI AL DI DEL GIUDIZIO AMMAZZO SE
STESSO. E benché la scellerata vita d’Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno
fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta allora.
Perchè io non credo che sia cosa di più cattivo esempio in una repubblica, che
fare una legge e non l’osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi
l’ha falla. Essendo Firenze stala riordinala nel suo stato con l'aiuto di frate
Savonarola, gli scritti del quale mostrano la dottrina, la prudenza, la virtù
dello animo suo; ed avendo intra P altre conslituzioni per assicurare i
cittadini, fatto fare una legge, che si potesse appellare al popolo dalle
sentenze che, per caso di Stato, gli Otto c la Signoria dessino; la qual legge
persuase più tempo, e con difficoltà grandissima ottenne: occorse che, poco
dopo la confirmazicne d’essa, furono condcunati a morte dalla Signoria per
conto di Stato cinque cittadini; e volendo quelli appellare, non furono
lasciati, e non fu osservata la legge. Il che tolse più riputazione a quel
frate, che nessun altro accidente: perchè, se quella appellagione era utile, ei
doveva farla osservare; s’ella non era utile, non doveva farla vincere. E tanto
più fu notato questo accidente, quanto che il frate in tante predicazioni che
fece poi clic fu rotta questa legge, non mai o dannò chi P aveva rotta, o lo
scusò; come quello che dannare non voleva, come cosa che gli torna a proposito;
e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto l’animo suo ambizioso e
paitigiano, gii tolse riputazione, e dettegli assai carico. Offende ancora uno
Stato assai, rinfrescare ogni dì nello animo de’tuoi cittadini nuovi umori, per
nuove ingiurie ebe a questo e quello si fucciano: come intervenne a Roma dopo
il decemvirato. Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini, in diversi tempi
furono accusati e condannati: in modo che gli era uno spavento grandissimo in
tutta la Nobiltà, giudicando che e’non si avesse mai a porre fine a simili
condennagioni, fino a tanto che tutta la Nobiltà non fusse distrutta. Ed arebbe
generato in quella città grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non
vi fusse stato provveduto; il qual fece uno editto, che per uno anno non fusse
lecito ad alcuno citare o accusare alcuno cittadino contano: il che rassicurò
tutta la Nobiltà. Dove si vede quanto sia dannoso ad una repubblica o ad un
principe, tenere con le continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi
dei sudditi. E senza dubbio, non si può tenere il più pernicioso ordine: perchè
gli uomini che cominciano a dubitare di avere a capitar male, in ogni modo
s’assicurano ne’pericoli, e diventano più audaci, e meno rispettivi a tentare
cose nuove. Però è necessario, o non offendere mai alcuno, o fare le offese ad
un tratto; e dipoi rassicurare gl’uomini, e dare loro cagione di quietare e
fermare l’animo. Gl’uomini salgono da una ambizione ad unJ altra; c prima si
cerca non essere offeso t dipoi d’offendere altrui. Avendo il Popolo romano
ricuperala la libertà, ritornato nel suo primo grado, ed in tanto maggiore, quanto
si erano fatte dimolte leggi nuove In corroborazione della sua potenza; pare
ragionevole che Roma qualche volta quictasse. Nondimeno, per esperienza si vide
il contrario; perchè ogni di vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie. E
perchè L. prudentissimamente rende la ragione donde questo nasce, non mi pare
se non a proposito riferire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il
Popolo o la Nobiltà insuperbiva, quanto l’altro s’umiliava; e stando la Plebe
quieta intra i termini suoi, cominciarono i giovani nobili ad ingiuriarla; ed i
Tribuni vi potevano fare pochi rimedi, perchè ancora loro erano violati. La
Nobiltà, dall’altra parte, ancora che gli pare che la sua gioventù fusse troppo
feroce, nondimeno aveva a caro ch’avendosi a trapassare il modo, lo
trapassassino i suoi, e non la Plebe. E cosi il desiderio di difendere la
libertà fa che ciascuno tanto si prevaleva, eh’egli oppressava l’altro. E V
ordine di questi accidenti è, che mentre clic gli uomini cercano di non temere,
cominciano a far temere altrui; e quell ingiuria ch’egli scacciano da loro, la
pongono sopra un altro: come se fussc necessario offendere, o essere offeso.
Vedesi, per questo, in quale modo, fra gl’altri, le repubbliche si risolvono; e
in che modo gl’uomini salgono d’una ambizione ad un’altra; e come quella
sentenza di SALUSTIO posta in bocca di GIULIO Cesare, è verissima: quod omnia
mala exempla bonis mitiis orla sunt. Cercano quelli cittadini clie
ambiziosamente vivono in una repubblica, la prima cosa di non potere essere offesi,
non solamente dai privati, ma eziam da’magistrali: cercano, per potere fare
questo, amicizie; e quelle acquistano per vie in apparenza oneste, o con
sovvenire di danari, o con difendergli da’potenti: e perchè questo pare
virtuoso, s’inganna facilmente ciascuno, c per questo non vi si pone rimedio;
intanto che egli senza ostacolo perseverando, diventa di qualità, che i privati
cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto. E quando egli è
saJito a questo grado, c non si sia prima ovvialo alla sua grandezza, viene od
essere in termine, che volerlo urtare è pericolosissimo, pelle ragioni che io
dissi di sopra del pericolo che è nello urtare uno inconveniente che abbi di
già fatto augumento in una città: tanto che la cosa si riduce in termine, che
bisogna o cercare di spegnerlo con pericolo d’una subita rovina j o lasciandolo
fare, entrare in una servitù manifesta, se morte o qualche accidente non te ne
libera. Perchè, venuto a’soprascrilti termini, che i cittadini ed i magistrati
abbino paura ad offender lui e gli amici suoi, non dura di poi molta fatica a
fare che giudichino ed offendino a suo modo. Donde una repubblica intra
gl’ordini suoi debbe avere questo, di vegghiarc che i suoi cittadini sotto
ombra di bene non possino far male; e di’egli abbino quella riputazione che
giovi, e non nuoca, alla libertà. Gli nomini j ancora clic si ingannino ncJ
generali j nei particolari non si ingannano. Essendosi il Popolo romano recato
a noia il nome consolare, e volendo che potessiao esser fatti Consoli uomini
plebei, o che fusse limitata la loro autorità; la Nobiltà, per non deonestare
l’autorità consolare nè coll’una nè coll’altra cosa, prese una via di mezzo, e
fu contenta che si creassino quattro Tribuni con potestà consolare, i quali
potcssino essere cosi plebei come nobili. Fu contenta a questo la Plebe,
parendogli spegnere il consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua.
Nacquene di questo un caso notabile: che venendosi alla creazione di questi
Tribuni, e potendosi creare tutti plebei, sono dal Popolo romano creati tutti
fiobiii. Onde L. dice queste parole: Quorum comitiorum eoenlus docuit, alias
animo sin contcntione libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina
in incorrupto judicio esse. Ed esaminando donde possa procedere questo, credo
proceda che gii uomini nelle cose generali s’ingannano assai, nelle particolari
non tanto. Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare il consolato, per
avere più parte in la città, per portare più pericolo nelle guerre, per esser
quella che colle braccia sue mantene Roma libera, e la fa potente. E parendogli
questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorità in ogni modo.
Ma come la ebbe a fare giudizio degli uomini suoi particolarmente, conobbe la
debolezza di quelli, e giudica che nessuno di loro merita quello che tutta
insieme gli pare meritare. Talché vergognatasi di loro, ricorse a quelli che Io
meritano. Della quale deliberazione meravigliandosi meritamente L., dice queste
parole: /lane modestiam, aquila IcmquCj et allitudinem animi, ubi moie in uno
inveneris, qua: lune populi universi fuit? In corroborazione di questo, se ne
può addurre un altro notabile essempio, seguito in Capova da poi che Annibaie
ebbe rotti i Romani a Canne; pella qual rotta sendo tutta sollevata Italia,
Capova sta ancora per tumultuare, pell’odio eli’ era intra il Popolo ed il
Senato; e trovandosi in quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e
conoscendo il pericolo che porta quella città di tumultuare, disegna con suo
grado riconciliare la Plebe con la Nobiltà; e fatto questo pensiero, fece
ragunare il Senato, c narrò loro Podio che M popolo aveva contra di loro, ed i
pericoli che portano d’essere ammazzati da quello, e data la città ad Annibaie,
sendo le cose de’Romani afflitte: di poi soggiunse, che se volevano lasciare
governare questa cosa a lui, farebbe in modo che s’unirebbono insieme; ma gli
voleva serrare dentro al palazzo, e co fare potestà al popolo di potergli
gastigare, salvargli. Cederono a questa sua oppinione i Senatori, e quello
chiamò il Popolo a coocione, avendo rinchiuso in palazzo il Senato; e disse
com’egli era venuto il tempo di potere domare la superbia della Nobiltà, e
vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto
la sua custodia: ma perchè crede che loro non volessino che la loro città
rimanesse senza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi,
crearne de’nuovi. E per tanto aveva messo tutti gli nomi degli Senatori in una
borsa, e comincierebbe a trargli in loro presenza j ed egli farebbe i tratti di
mano in mano morire, come prima loro avessino trovato il successore. E
cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato un rumore grandissimo,
chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Paeuvio che facessino
lo scambio, si racchetò tutta la conclone; c dopo alquanto spazio, fu nominato
uno della plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a ridere, chi
a dirne male in uno modo, e chi in un altro: o così seguitando di mano in mano,
tutti quelli che furono nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio.
In modo che Pacuvio, presa sopra questo occasione, disse: Poiché voi giudicate
che qucslu città stia male senza Senato, ed a fare gii scambi a’Senatori vecchi
non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate insieme; perchè
questa paura in la quale i Senatori sono stati, gli arà fatti in modo
raumiliare, che quella umanità che voi cercavate altrove, troverete in loro. Ed
accordatisi a questo, ne segui l’unione di questo ordine; e quello inganno in
che egli erano si scoperse, come e’furono constretti venire a’particolari.
Ingannansi, olirà di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli
accidenti di esse j le quali di poi si conoscono particolamento, si avveggono di
tale inganno. Sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non vi
essendo alcuno governo ordinato, ma piuttosto una certa licenza ambiziosa, ed
andando le cose pubbliche di inale in peggio; molti popolari veggiendo la
rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la
ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per poter fare uno Stato
a suo proposito, c torre loro la libertà: c stavano questi tali per le logge c
per le piazze, dicendo male di molti cittadini, e minacciandoli che se mai si
trovassero de’Signori, scoprirebbono questo loro inganno, e gli gastigarebbono.
Occorre spesso che de’simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli
era salilo in quel luogo, e che e’vedeva le i cose più dappresso, conosce i
disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficoltà del
rimecitarvi. C veduto come i tempi, e no gli uomini, causano il disordine,
diventa subito d’un altro animo, c di un’altra fatta; perché la cognizione
delle cose particolari gli toglieva via quello inganno che nel considerare
generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano prima,
quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato
stare quieto, credevano che nascesse, non per più vera cognizione delle cose,
ma perchè fusse stalo aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a
molti uomini c molte volte, ne nacque tra loro un proverbio, che dice: Costoro
hanno uno animo in piazza, cd uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto quello
si è discorso, si vede come e’si può fare tosto aprire gl’occhi a’popoli,
trovando modo, veggendo che uno generale gl’inganna, ch’egli abbino a
descenderc ai particolari; come fa Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma.
Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debbe
fuggire il giudizio popolare nelle eo9e particolari, circa le distribuzioni
de'gradi e delle dignità: perchè solo in questo il popolo non s’inganna; e se
s’inganna qualche volta, Ha sì raro, che s’inganneranno più volte i pochi
uomini che avessino a fare simili distribuzioni. Nè mi pare superfluo mostrare
l’ordine che teneva il Senato per isgannare il popolo nelle distribuzioni sue.
Chi vuole che uno magistrato non sia dato ad un vile o ad un tristo j lo facci
domandare o ad un troppo vile e troppo tristo, o ad uno troppo nobile c troppo
buono. Quando il Senato dubita che i Tribuni con potestà consolare non fussino
fatti d’uomini plebei, tene uno de’duoi modi: o egli fa domandare ai più
riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompe qualche
plebcio sordido ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di miglior
qualità, pell’ordinario lo domandano, anche loro lo domandassino. Questo ultimo
modo fa che la Plebe si vergogna a darlo; quel primo fa che la si vergogna a
torlo, li che tutto torna a proposito del precedente discorso, dove si mostra
che il popolo se s’inganna de’generali, de’particolari non s’inganna. Se quelle
città che hanno avuto il principio libcrOj come Romaj hanno diffìcultà a
trovare leggi che le mantenghino; quelle che lo hanno immediate servo, ne hanno
quasi una impossibilità. Quanto sia difficile, nell’ordinare una repubblica,
provvedere a tutte quelle leggi che la mantenghino libera, lo dimostra assai
bene il processo della Repubblica romana: dove non ostante che fussino ordinate
di molte leggi da ROMOLO prima, di poi da Nuraa, da Tulio Ostilio e Servio, ed
ultimamente dai dieci cittadini creali a simile opera; nondimeno sempre nel
maneggiare quella città si scoprivano nuove necessità, ed era necessario creare
nuovi ordini: come intervenne quando crearono i Censori, i quali furono uno di
quelli provvedimenti che aiutarono tenere Roma libera, quel tempo che la visse
in libertà. Perchè, diventati arbitri de’costumi di Roma, furono cagione
potissima che i Romani diflerissino più a corrompersi. Feciono bene nel
principio della creazione di tal magistrato uno errore, creando quello per
cinque anni; ma, di poi non molto tempo, fu corretto dalla prudenza di Mamereo
dittatore, il qual per nuova legge ridusse detto magistrato a diciolto mesi. Il
che i Censori che vegghiavano, ebbono tanto per male, che privorno Mamcrco del
senato: la qual cosa e dalla Plebe c dai Padri fu assai biasimata. perchè la
istoria non inostra che Mamerco se ne potesse difendere, conviene o che lo
istorico sia difettivo, o gl’ordini di Roma in questa parte non buoni: perchè
non è bene che una repubblica sia in modo ordinata, ebe un cittadino per
promulgare una legge conforme al vivere libero, ne possa essere senza alcuno
rimedio offeso. Ma tornando al principio di questo discorso, dico che si dehbe,
per la creazione di questo magistrato, considerare, che se quelle città che
hanno avuto il principio loro libero, e che per se medesimo si è retto, come
Roma, hanno difHcultà grande a trovar leggi buone per mantenerle libere; non è
meraviglia che quelle città che hanno avuto il principio loro immediate servo,
abbino, non che dilfìcultà, ma impossibilità ad ordinarsi mai in modo che le
possino vivere civilmente e quietamente. Comesi vede che è intervenuto alla
città di Firenze; la quale, per avere avuto il principio suo sottoposto
all’imperio romano, ed essendo vivuta sempre sotto governo d’altri, stette un
tempo soggetta, e senza pensare a sè medesima: di poi, venuta l’occasione di
respirare, comincia a fare suoi ordini; i quali sendo mescolati cogl’antichi,
che erano tristi, non poterono essere buoni: e così è ita maneggiandosi per
dugento anni che si lia di vera memoria, senza avere mai avuto stato pel quale
ella possa veramente essere chiamata repubblica. E queste diflicultà che sono
state in lei sono state sempre in tutte quelle città che hanno avuto i
principii simili a lei. E benché molte volte, per suffragi pubblici e liberi,
si sia dato ampia autorità a pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto
mai l’hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a proposito della parte loro:
il che ha fatto non ordine, ma maggiore disordine in quella città. E per venire
a qualche essempio particolare, dico come intra le altre cose che si hanno a
considerare d’uno ordinatore d’una repubblica, è esaminare nelle mani di quali
uomini ci ponga 1’autorità del sangue coutra de’suoi cittadini. Questo era bene
ordinato in Roma, perchè e’si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se
pure fussc occorsa cosa importante, dove il differire l’esecuzione mediante la
appellagione fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale
eseguiva immediate; al qual rimedio non rifuggivano mai, se non per necessità.
Ma Firenze, c Y altre città nate nel modo di lei, sendo serve, avevano questa
autorità collocata in un forestiero, il quale mandato dal principe fa tale
uffizio. Quando di poi vennono in libertà, mantennero questa autorità in un
forestiero, il quale chiamano Capitano: il che, per potere essere facilmente
corrotto da’cittadini potenti, era cosa perniciosissima. Ma di poi, murandosi
per la mutazione degli Stati questo ordine, creorno otto cittadini che
facessino l’uffizio di quel Capitano. Il quale ordine, di cattivo, diventò pessimo,
per le cagioni che altre volte sono dette: che i pochi furono sempre ministri
dc’poehi, e de’più potenti. Da che si è guardata la città di Vinegia; la quale
ha dieci cittadini, che senza appello possono punire ogni cittadino. E perchè
e’non basterebbono a punire i potenti, ancora die ne nvessino autorità, vi
hanno constituito le Quarnntie: c di più, hanno voluto che il Consiglio
de’Pregai, elicè il Consiglio maggiore, possa gastigargli; In modo che non vi
mancando l’accusatore, non vi manca il giudice a tener gl’uomini potenti a
freno. Non è dunque meraviglia, reggendo come in Roma, ordinata da sè medesima
e da tanti uomini prudenti, surgevano ogni di nuove cagioni pelle quali s’aveva
a fare nuovi ordini in favore del viver libero j se nelle altre città che hanno
più disordinalo principio, vi surgono tuli difficoltà, che le non si possino
riordinar mai. iVon dcbbc uno consiglio o uno magistrato potere fermare le
azioni della città. tirano consoli in Roma Tito Quinzio Cincinnato c Gneo
Giulio Mento, i quali sendo disuniti, avevano ferme tutte le azioni di quella
Repubblica. Il che veggcndo il Senato, gli conforta a creare il Dittatore, per
fare quello che pelle discordie loro non poteva fare. Ma i Consoli discordando
in ogni altra cosa, solo in questo erano d’accordo, di non voler creare il
Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo altro rimedio, ricorse allo aiuto
de’Tribuni; i quali, con l’autorità del Senato, sforzarono i Consoli ad
ubbidire. Dove si ba a notare, in prima, la utilità del tribunato; il quale non
era solo utile a frenare l’ambizione che i potenti usano contra alla Plebe, ma
quella ancora ch’egli usano infra loro: 1’altra, che mai si debba ordinare in
una città, che i pochi possino tenere alcuna deliberazione di quelle che
ordinariamente sono necessarie a mantenere la repubblica. Yerbigrazia, se tu
dai una autorità nd uno consiglio di fare una distribuzione di onori c di
utile, o ad uno magistrato di amministrare una faccenda; conviene o imporgli
una necessità perchè ei l’abbia a fare in ogni modo; o ordinare, quando non la
voglia fare egli, che la possa e debba fare un altro: altrimenti, questo ordine
sarebbe difettivo e pericoloso; come si vede che era in Roma, se alla
ostinazione di quelli Consoli non si poteva opporre l’autorità de’Tribuni.
Nella Repubblica veneziana il Consiglio grande distribuisce gl’onori e
gl’utili. Occorre alle volte che l’universalità, per isdegno o per qualche
falsa suggestione, non crea i successori ai magistrati della città, ed a quelli
che fuori amministravano lo imperio loro. Il che era disordine grandissimo:
perchè in un tratto, e le terre suddite e la città propria mancavano de’suoi
legittimi giudici; nè si poteva ottenere cosa alcuna, se quella universalità di
quel Consiglio non si satisfaceva, o non s’ingannava. Ed avrebbe ridotta questo
inconveniente quella città a mal termine, se dagli cittadini prudenti non vi si
fusse provveduto: i quali, presa occasione conveniente, fecero una legge, che
tutti i magistrati che sono o fussino dentro e fuori della città, mai
vacassero, se non quando fussino fatti gli scambi e i successori loro. E cosi
si tolse la comodità a quel Consiglio di potere, con pericolo della repubblica,
fermare le azioni pubbliche. Una repubblica o uno principe debbe mostrare di
fare per liberalità quello a che la necessità lo consiringe. Gl’uomini prudenti
si fanno grado sempre delle cose, in ogni loro azione, ancora che la necessità
gli constringesse a farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal
Senato romano, quando ei deliberò che si desse lo stipendio del pubblico agli
uomini che militavano, essendo consueti militare del loro proprio.Ma veggendo
il Senato come in quel modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo
non potendo nè assediare terre, uè condurre gl’eserciti discosto; e giudicando
essere necessario potere fare 1’uno e 1’altro; delibera che si dessino detti
stipendi; ina lo feciono in modo, che si fecero grado di quello a che la
necessità gli constringeva; e fu tanto accetto alla Plebe questo presente, che
Roma anda «sottosopra pella allegrezza, parendole uno benefizio grande, quale
mai speravano di avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E benché
i Tribuni s’ingegnassero di cancellare questo grado, mostrando come ella era
cosa che aggrava, non alleggeriva, la Plebe, scodo necessario porre i tributi
per pagare questo stipendio; nientedimeno non potevano fare tanto che la Plebe
non lo avesse accetto: il che fu ancora augumentalo dal Senato pel modo che
distribuivano i tributi; perchè i più gravi ed i maggiori furono quelli
chVposono alla Nobiltà, e gli primi che furono pagati. A reprimere la insolenza
d’uno che surga in una repubblica potente, non vi c più securo e meno
scandaloso modo, che preoccuparli quelle vie pelle quali e’viene a quella
potenza. Yedesi per il soprascritto discorso, quanto credito acquistasse la
Nobiltà colla Plebe pelle dimostrazioni fatte in benefizio suo, sì del
stipendio ordinato, s’ancora del modo del porre i tributi. Nel quale ordine se
la Nobiltà si fosse mantenuta, si sarebbe levato via ogni tumulto in quella
città, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che egli avevano colla Plebe,
e, per conseguente, quella autorità. E veramente, non si può in una repubblica,
e massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno scandaloso e più
facile, opporsi all’ambizione d’alcuno cittadino, che preoccuparli quelle vie,
pelle quali si vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna, li qual
modo se fusse stalo usato contra Cosimo de’Medici, sarebbe stato miglior
partito assai per gli suoi avversari, che cacciarlo da Firenze: perchè, se
quelli cittadini che gareggiavano seco, avessino preso lo stile suo di favorire
il popolo, gli venivano senza tumulto e senza violenza a trarre di mano quelle
arme di che egli si valeva più. SODERINI s’aveva fatto riputazione nella città
di Firenze con questo solo, di favorire l’universale: il che nello universale
gli da riputazione, come amatore della libertà della città. E veramente, a
quelli cittadini che portavano invidia alla grandezza sua, era molto più facile
ed era cosa molto più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa pella repubblica,
preoccupargli quelle vie colle quali si fa grande, che volere contrapporsegli,
acciocché colla rovina sua rovinasse tutto il resto della repubblica: perchè,
se gli avessero levate di mano quelle armi colle quali si fa gagliardo (il che
potevano fare facilmente), arebbono potuto in lutti i consigli, e in tutte le
deliberazioni pubbliche, opporsegli senza sospetto, e senza rispetto alcuno. E
se alcuno replica, che se i cittadini che odiavano Piero, feciono errore a non
gli preoccupare le vie colle quali ei si guadagna riputazione nel popolo, Piero
ancora venne a fare errore, a non preoccupare quelle vie pelle quali quelli
suoi avversari lo facevano temere; di’che Piero merita scusa, si perchè gli era
difficile il farlo, sì perchè le non erano oneste a lui: imperocché le vie
colle quali era offeso, ciano il favorire i Medici; con li quali favori essi io
battevano, e alla fine !o rovinorno. Non poteva, pertanto, Piero onestamente
pigliare questa parte, per non potere distruggere con buona fama quella libertà
alla quale egli era stato preposto a guardia: di poi, non potendo questi favori
farsi segreti e ad uno tratto, erano per Piero pericolosissimi; perchè comunelle
ei si fusse scoperto amico de’Medici, sarebbe diventato sospetto ed odioso al
popolo; donde ai nimici suoi nasce molto più comodità di opprimerlo, che non
avevano prima. Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito considerare i
difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando vi sia più del
pericoloso che dell’utile; nonostante che ne fusse stata data sentenza conforme
alla deliberazion loro. Perchè, facendo altrimenti, in questo caso
interverrebbe a quelli come intervenne a Tullio; il quale volendo torre i
favori a Marc’Antonio, gliene accrebbe. Perchè, sondo Marc’Antonio stato
giudicalo inimico del Senato, ed avendo quello grande esercito insieme adunato,
in buona parte, dei soldati che avevano seguitato la parte di Cesare; Tullio,
per torgli questi soldati, confortò il Senato a dare riputazione ad Ottaviano,
e mandarlo con lo esercito e con i Consoli contra a Marc' Antonio: allegando,
che subito che i soldati che seguitavano Marc’Antonio, scntissino il nome
d’Ottaviano nipote di Cesare, e che si fa chiamar Cesare, lascerebbono quello,
c si aceosterebbono a costui; e così restato Marc’Antouio ignudo di favori,
sarebbe facile lo opprimerlo. La qual cosa riuscì tutta al contrario; perchè
Marc’Antonio si guadagnò Ottaviano; e lasciato Tullio ed il Senato, si accostò
a lui. La qual cosa fu al tutto la destruzione della parte degl’Ottimati. Il
che era facile a conietturare: nè si dove credere quel che si persuase Tullio,
ma tener sempre conto di quel nome che con tanto gloria aveva spenti i nimici suoi,
ed acquistatosi il principato in Roma; nè si dovea credere mai potere, o da
suoi eredi o da suoi fautori, avere cosa che fusse conforme al nome libero. Il
popolo molte volte desidera la rovina sua j ingannato da una falsa spezie di
bene: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono.
Espugnata che fu la città de’Veienti, entrò nel Popolo romano una oppinione,
che fusse cosa utile per la città di Roma, che la metà de’Romani andasse ad
abitare a Veio; argomentando che, per essere quella città ricca di contado,
piena di edifizii e propinqua a Roma, si poteva arricchire la metà de’cittadini
romani, e non turbare per la propinquità del sito nessuna azione civile. La
qual cosa parve al Senato ed a’più savi Romani tanto inutile e tanto dannosa,
che liberamente dicevano, essere piuttosto per patire la morte, che consentire
ad una tale deliberazione. In modo che, venendo questa cosa in disputa,
s’accese tanto la Plebe contra al Senato, che si sarebbe venuto alle armi cd al
sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni vecchi e stimati
cittadini; la riverenza dc’quali frenò la Plebe, che la non procede più avanti
colla sua insolenza. Qui si hanno a notare due cose. La prima, che’l popolo
molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene, desidera la rovina sua; e
se non gli è fatto capace, come quello sia male, e quale sia il bene, d’alcuno
in chi esso abbia fede, si pone in le repubbliche infiniti pericoli c danni. E
quando la sorte fu che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta
occorre, sendo stato ingannato per l’addietro o dalle cose o dagli’uomini; si
viene alla rovina di necessità. Ed ALIGHIERI (si veda) dice a questo proposito,
nel discorso suo che fa De Monarchia che il popolo molte volte grida viva la
sua morie j C muoia la sua vita. Da questa incredulità nasce, che qualche volta
in le repubbliche i buoni partiti non si pigliano: come di sopra si disse
de’Veneziani, quando assaltati da tanti inimici non poterono prendere partito
di guadagnarsene alcuno colla restituzione delle cose tolte ad altri (pelle
quali era mosso loro la 'guerra, e fatta la congiura de’principi loro contro),
avanti che la rovina venisse. Pertanto, considerando quello che è facile o
quello che è diffìcile persuadere ad un popolo, si può fare questa distinzione:
o quel che tu hai a persuadere rappresenta in prima fronte guadagno, o perdita;
o veramente pare partito animoso, o vile: e quando nelle cose che si mettono
innanzi ai popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia nascosto sotto perdila;
e quando e’paia animoso, ancora che vi sia nascosto sotto la rovina della
repubblica, sempre sarà facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre
difficile persuadere quelli partiti dove apparisce o viltà o perdita, ancoraché
vi fusse nascosto sotto salute e guadagno. Questo che io ho detto, si conferma
con infiniti esempi, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perchè da questo
nacque la malvagia opinione che surse in Roma di Fabio Massimo, il quale non
poteva persuadere al Popolo romano, che fusse utile a quella Repubblica
procedere lentamente in quella guerra, e sostenere senza azzuffarsi l’impeto
d’Annibaie; perchè quel Popolo giudica questo partito vile, c non vi vede
dentro quella utilità vi era; nè Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla
loro: c tanto sono i popoli accecati in queste oppinioni gagliarde, che benché
il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare autorità al Maestro
de’cavalli di Fabio di potersi azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che
per tale autorità il campo romano fusse per esser rotto, se Fabio colla sua
prudenza non vi rimedia; non gli basta questa esperienza, che fa di poi consolo
VARRONE (si veda), non per altri suoi meriti che per avere, per tutte le piazze
e tutti i luoghi pubblici di Roma, promesso di rompere Annibaie, qualunque
volta gliene fusse data autorità. Di che ne nacque la zuffa e rotta di Canne, e
presso che la rovina di Roma. Io voglio addurre a questo proposito ancora uno
altro essempio romano. Era stato Annibaie in Italia otto o dieci anni, aveva
ripieno di occhione de’Romani tutta questa provincia, quando venne in Senato
Marco Centenio Penula, uomo vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche grado
nella milizia), ed offersegli, che se gli davano autorità di potere fare
esercito d’uomini volutitari in qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe
loro, in brevissimo tempo, preso o morto Annibaie. Al Senato parve la domanda
di costui temeraria; nondimeno ei pensando che s’ella se gli negasse, e nel
popolo si fusse di poi sapula la sua chiesta, che non ne nascesse qualche
tumulto, invidia e mal grado contro all’ordine senatorio, gliene concessono:
volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo seguitassino, che fare
surgere nuovi sdegni nel Popolo; sappiendo quanto simile partito fusse per
essere accetto, e quanto fusse difficile il dissuaderlo. Anda, adunque, costui
con una moltitudine inordinata ed incomposita a trovare Annibaie; e non gli fu
prima giunto all’incontro, che fu con tutti quelli che lo seguitavano rotto e
morto. In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia, uomo gravissimo
e prudentissimo, persuadere a quel popolo, che non fusse bene andare ad
assaltare Sicilia: talché, presa quella deliberazione contra alla voglia
de’savi, ne segue al tutto la rovina d’Atene. Scipione quando fu fatto consolo,
e che desidera la provincia d’Affrica, promettendo al tutto la rovina di
Cartagine; a che non s’accordando il Senato pella sentenza di Fabio Massimo,
minaccia di proporla nel Popolo, come quello clic conosce benissimo quanto
simili deliberazioni piaccino a’popoli. Potrebbesi a questo proposito dare
esempi della nostra città: come fu quando messere Ercole Bentivogli,
governadore delle genti fiorentine, insieme con Giacomini, poiché ebbono rotto
llartolommeo d’Alviano a San Vincenti, andano a campo a Pisa; la qual impresa
fu deliberata dal popolo in su le promesse gagliarde di messcr Ercole, ancora
che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi ebbero rimedio,
spinti da quella universale volutila, la qual era fondata in su le promesse
gagliarde del governadore. Dico, adunque, come non è la più facile via a fare
rovinare una repubblica dove il popolo abbia autorità, che metterla' in imprese
gagliarde: perchè, dove il popolo sia d’alcuno momento, sempre fieno accettale;
nè vi arà, chi sarà d’altra oppinione, alcuno rimedio. Ma se di questo nasce la
rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso, la rovina particolare
de’cittadini che sono preposti a simili imprese: perchè, avendosi il popolo
presupposto la vittoria, eomee’vienc la perdita, non ne accusa nè la fortuna,
nè la impotenza di chi ha governato, ma la tristizia e l’ignoranza sua; e
quello il più delle volte o ammazza, o imprigiona, o confina: come intervenne a
infiniti capitani Cartaginesi, ed a molti Ateniesi. Nè giova loro alcuna
vittoria che pello addietro avessino avuta, perchè tutto la presente perdita
cancella: come intervenne a Giacomini nostro, il quale non avendo espugnata
Pisa, come il popolo aveva presupposto ed egli promesso, venne in tanta disgrazia
popolare, che non ostante infinite sue buone opere passate, visse più per
umanità di coloro che n’avevano autorità, che per alcun’altra cagione che nel
popolo lo difendesse. Quanta autorità abbia uno uomo grande a frenare una
moltitudine concitata. Il secondo notabile sopra il testo nel superiore
capitolo allegato, è, che veruna cosa è tanto atta a frenare una moltitudine
concitata, quanto è la riverenza di qualche uomo grave e d’autorità, che se le
faccia incontro j nè senza cagione dice VIRGILIO (si veda): “Tutn vietate
graverà ac meritis si forte virum Conspexere, sileni, arrectisque aur^®n^ci Per
tanto, quello che è proposto a uno esercito, o quello che si trova in una
città, dove nasce tumulto, debbe rappresentarsi in su quello con maggior grazia
e piu onorevolmente che può, mettendosi intorno l’insegne di quel grado che
tiene, per farsi più reverendo. Era, pochi anni sono, Firenze diviso in due
fazioni, Fratesche ed Arrabbiate, che cosi si chiamano; e venendo ali’arme, ed
essendo superati i Frateschi, intra i quali era Soderini, assai in quelli tempi
riputato cittadino; cd andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per
saccheggiarla; suo fratello, allora vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si
trova a sorte in casa: il quale, subito sentito il romore e veduta la turba,
messosi i più onorevoli panni indosso, e di sopra il rocchetto episcopale, si
fa incontro a quelli armati, e colla persona e COLLA PAROLA GLI FERMA; la qual
cosa fu per tutta la città per molti giorni notata e celebrata. Conchiudo,
adunque, come e’non è il più fermo nè il più necessario rimedio a frenare una
moltitudine concitata che la presenza d’uno uomo che per presenza paia e sia
reverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato testo, con quanta
ostinazione la Plebe romana accetta quel partito d’andare a Yeio, perchè Io
giudica utile, nè vi conosce sotto il danno vi era ? e come nascendone assai
tumulti, ne sarebbero nati scandali, se il Senato con uomini gravi e pieni di
riverenza non avesse frenato il loro furore. Quanto facilmente si conduellino
le cose in quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che dove è e
qualità, non si può fare principato / e dove la non èj non si può far
repubblica. Ancora clie di sopra si sia discorso assai quello sia da temere o
sperare delle città corrotte; nondimeno non mi pare fuori di proposito
considerare una deliberazione del Senato circa il voto ehe Cammillo fa di dare
la decima parte ad Apolline della preda de’Veienti: la qual preda sendo venuta
nelle mani della Plebe romana, nè se ne potendo altrimenti riveder conto, fa il
Senato uno editto, che ciascuno dove rappresentare al pubblico la decima parte
di quello gl’aveva predalo. E benché tale deliberazione non ha luogo, avendo di
poi il Senato preso altro modo, c per altra via satisfatto ad Àpolliue in
satisfazione della Plebe; nondimeno si vede per tali deliberazioni quanto quel
Senato confidasse nella bontà di quella, e come e’giudica che nessuno fusse per
non rappresentare appunto tutto quello che per tale editto gl’era comandato. E
dall’altra parte si vede, come la Plebe non pensa di fraudare in alcuna parte
l’editto con il dare meno che non dove, ma di liberarsi da quello con il
mostrarne aperte indignazioni. Questo essempio, con molti altri che di sopra si
sono addotti, mostrano quanta bontà e quanta religione fusse in quel Popolo, e
quanto bene fusse da sperare di lui. E veramente, dove non è questa bontà, non
si può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle provincic che in
questi tempi si veggono corrotte: come è la Italia sopra tutte le altre; ed
ancora la Francia di tale corruzione ritengono parte. E se in quelle provincie
non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni di, deriva non tanto
dalla bontà de'popoli, la quale ìh buona parte è mancata; quanto dallo avere
uno re che gli mantiene uniti, non solamente pella virtù sua ma pell’ordine di
quelli regni che ancora non sono guasti. Vedesi bene nella provincia della
Magna, questa bontà e questa religione ancora in quelli popoli esser grande; la
qual fa che molte repubbliche vi vivono libere, ed in modo osservano le loro
leggi, che nessuno di fuori nè di dentro ardisce occuparle. E che sia vero che
in loro regni buona parte di quella antica bontà, io nc voglio dare uno
essempio simile a questo detto di sopra del Senato e della Plebe romana. Usano
quelle repubbliche, quando gli occorre loro bisogno d’avere a spendere alcuna
quantità di danari per conto pubblico, che quelli magistrati o consigli che ne
hanno autorità, ponghino a tutti gli abitanti della città uno per cento, o dua,
di quello che ciascuno ha di valsente. E fatta tale deliberazione secondo
1’ordine della terra, si rappresenta ciascuno dinanzi agli esecutori di tale
imposta; e, preso prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in
una cassa a ciò deputata quello clic secondo la conscienza sua gli pare dover
pagare: del qual pagamento non è testimonio alcuno, se non quello che paga.
Donde si può conictturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quelli
uomini. E debbesi stimare che ciascuno paghi la vera somma: perchè, quando la
non si pagasse, non pitterebbe la imposizione quella quantità che loro
disegnassero secondo le antiche che fussino usitate riscuotersi; e non
gitlando, si conoscerebbe la fraude; e conoscendosi, arebbon preso altro modo
che questo. La quale bontà è tanto più d’ammirare in questi tempi quanto ella è
più rara: anzi si vede essere rimasa sola in quella provincia. Il che nasce da
due cose: Y una, non avere avuti commerzi grandi co’vicini; perchè nè quelli
sono ili a casa loro, nè essi sono iti a casa altrui; perchè sono stati
eontenli di quelli beni, e vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane che dà
il paese: d’onde è stata tolta via LA CAGIONE D’OGNI CONVERSAZIONE, ed il
principio d’ogni corruttela; perchè non hanno possuto pigliare i costumi nè
franciosi nè spagnuoli nè italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la
corruttela del mondo. L’altra cagione è, che quelle repubbliche dove s’è
mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportano che alcuno loro
cittadino nè sia nè viva ad uso di gentiluomo: anzi mantengono infra loro una
pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini che sono in quella provincia,
sono inimicissimi; c se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come priacipi
di corruttela e cagione d’ogni scandalo, gl’ammazzano. E' per chiarire questo
nome di gentiluomini quale e’sia dico che gentiluomini sono chiamali quelli che
ociosi vivono de’proventi delle loro possessioni abbondantemente, senza avere
alcuna cura o di coltivare, o di alcuna altra necessaria fatica a vivere.
Questi tali sono perniciosi in ogni repubblica ed in ogni provincia; ma più
perniciosi sono quelli che, oltre alle predette fortune, comandano a castella,
ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti d’uomini ne sono
pieni il regno di Napoli, terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui
nasce che in quelle provincie non è mai stata alcuna repubblica, nè alcuno
vivere politico; perchè tali generazioni d’uomini sono al tutto nemici d’ogni
civiltà. Ed a volere in provincie fatte in simil modo introdurre una
repubblica, non e possibile: ma a volerle ri-ordinare, s’alcuno ne fusse
arbitro, non arebbe altra via che farvi un regno. La ragione è questa, che dove
è tanto la materia corrotta che le leggi non bastino a frenarla, vi bisogna
ordinare insieme con quelle maggior forza; la quale è una mano regia, che colla
potenza assoluta ed eccessiva pone freno alla eccessiva ambizione e corruttela
de’potenti. Verificasi questa ragione coll’esempio di Toscana: dove si vede in
poco spazio di terreno stale longamente tre repubbliche, Firenze, Siena e
Lucca; e le altre città di quella provincia essere in modo serve, che,
coll’animo e coll’ordine, si vede o che le mantengono, o che le vorrebbono
mantenere la loro libertà. Tutto è nato per non essere in quella provincia
alcun signore di castella, c nessuno o pochissimi gentiluomini; ma esservi
tanta equalità, che facilmente da uno uomo prudente, e che delle antiche
civilità avesse cognizione, vi si introdurrebbe un viver civile. Ma lo
infortunio suo è stato tanto grande, che infino a questi tempi non ha sortito
alcuno uomo che lo abbia potuto o saputo fare. Trassi adunque di questo
discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini
una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e che colui che
dove è assai EQUALITA vuole fare uno regno o uno principato, non lo potrà mai
fare se non trae di quella equalità molti d’animo ambizioso ed inquieto, e
quelli fa gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella e
possessioni, c dando loro favore di sustanze e d’uomini; acciocché, posto in
mezzo di loro, mediante quelli mantenga la sua potenza; cd essi, mediante
quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti n sopportare quel giogo
che la forza, e non altro mai, può far sopportare loro. Ed essendo per questa
via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno fermi gl’uomini ciascuno
nell’ordine loro. E perchè il fare d’una provincia atta ad essere regno una
repubblica, c d’una atta ad essere repubblica farne un regno, è materia da uno
uomo che per cervello e per autorità sia raro; sono stati molti che Io hanno
voluto fare, e pochi che lo abbino saputo condurre. Perchè la grandezza della
cosa parte sbigottisce gl’uomini, parte in modo gli’mpedisce, che ne’primi
principii mancano. Credo che a questa mia oppiatone, che dove sono gentiluomini
non si possa ordinare repubblica, pare contraria la esperienza della repubblica
veneziana, nella quale non usano avere alcuno grado se non coloro che sono
gentiluomini. A che si risponde, come questo essempio non ci fa alcuna
oppugnazione, perchè i gentiluomini in quella repubblica sono piu in nome che
in fatto; perchè loro non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro
ricchezze grandi fondate in sulla MERCANZIA e cose mobili; e di più, nessuno di
loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gl’uomini: ma quel nome di
gentiluomo in loro è nome di degnila e di riputazione, senza essere fondato
sopra alcuna di quelle cose che fa che nell’altre città si chiamano i
gentiluomini. E come l’altre repubbliche hanno tutte le loro divisioni sotto
vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari; e vogliono che
quelli abbino, ovvero possino avere, tutti gl’onori; quelli altri ne sieno al
tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra. Gonstituisca, adunque,
una repubblica colui dove è, o è fatta una grande egualità; ed all’incontro
ordini un principato dove è grande inequalità: altrimenti fa cosa senza
propprzione, e poco durabile. Innanzi che segnino i grandi accidenti in una
città o in una provincia, vengono segni che gli pròìioslicanOj o uomini che gli
predicono. Donde e’si nasca io non so, ina si vede pei’gli antichi e per gli
moderni essempi, che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in una
provincia, che non sia stato, o d’indovini o da revelazioni o da prodigi, o
d’altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da casa nei provare
questo, saciascuno quanto da Savonarola fusse predetta innanzi la venuta del re
Carlo di Francia in Italia; e come, olirà di questo, per tutta Toscana si disse
esser sentite in aria e vedute genti d’arme, sopra Arezzo, che s’azzuffavano
insieme. Sa ciascuno olirà di questo, come avanti la morte di Lorenzo de’Medici
vecchio fu percosso il duomo nella sua più alta parte con una saetta celeste,
con l'ovina grandissima di quello edilìzio. Sa ciascuno ancora, come poco
innanzi che Soderini, quale era stato fatto gonfaloniere a vita dal popolo fiorentino,
fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente d’un fulgore
percosso. Potrcbbesi, olirà di questo, addurre più essempi, i quali per fuggire
il tedio lascerò. Narrerò solo quello che L., innanzi alla venuta de’Franciosi
in Roma: cioè, come uno Marco Cedizio plebeio, riferì al senato avere udito di
mezza notte, passando pella Via Nuova, una voce maggiore ch’umana, la quale
l’ammoniva che riferisse ai magistrati, come i Franciosi venivano a Roma. La
cagione di questo credo sia d’essere discorsa ed interpretata d’uomo che abbia
notizia delle cose naturali e soprannaturali: il che non abbiamo noi. Pure,
potrebbe essere che, sendo questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno
d’intelligenze; le quali per naturale virtù prevedendo le cose future, ed
avendo compassione agl’uomini, acciò si possino preparare alle difese,
gl’avvertiscono con simili segni. Pure, comunelle si sia, si vede cosi essere
la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose istraordinarie e
nuove alle provincie. La plebe insieme è gagliarda; di per se è debole. Erano
molti Romani, scudo seguita pella passata de’Franciosi la rovina della lor
patria, andati ad abitare a Yeio, contea alla constituzione ed ordine del
senato: il quale, per rimediare a questo disordine, comanda per i suoi editti
pubblici che ciascuno, infra certo tempo e sotto certe pene, torna ad abitare a
Roma. De’quali editti, da prima per coloro contea a chi e’venivano, si fu fatto
beffe; di poi, quando s’appressò il tempo dell’ubbidire, tutti ubbidirono. E L.
dice queste parole: Ex fcrocibus universtSj singtili metti suo obedienfes
fuere. E veramente, non si può mostrare meglio la natura d’una moltitudine in
questa parte che si dimostra in questo testo. Perchè la moltitudine è audace
nel parlare molte volte contra alle deliberazioni del loro principe; di poi,
come veggono la pena in viso, non si fidando l’uno dell’altro, corrono ad
ubbidire. Talché si vede certo, che di quel che si dica uno popolo circa la
mala o buona disposizion sua, si debbe tenere non gran conto, quando tu sia
ordinato in modo da poterlo mantenere, s’egli è ben disposto; s’egli è mal
disposto, da poter provvedere che non t’offenda. Questo s’intende per quelle
male disposizioni che hanno i popoli, nate da qualunque altra cagione, che o
per avere perduto la libertà, o il loro principe stato amato da loro, e che
ancora sia vivo; perchè le male disposizioni che nascono da queste cagioni,
sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno bisogno di grandi rimedi a
frenarle:1'altre sue indisposizioni fieno facili, quando ci non abbia capi a
chi rifuggire. Perchè non ci è cosa, dall’un canto, più formidabile ch’una
moltitudine sciolta e senza capo; e, dall’altra parte, non è cosa più debole:
perchè, quantunque ella abbi 1’armi in mano, fia facile ridurla, purché tu abbi
ridotto da potere fuggire il primo impeto; perchè quando gl’animi sono un poco
raffreddi, e che ciascuno vede d’aversi a tornare a casa sua, cominciano a
dubitare di loro medesimi, e pensare alla salute loro, o con fuggirsi o
coll’accordarsi. Però una moltitudine così concitata, volendo fuggire questi
pericoli, ha subito a fare infra sè medesima un capo che la corregga, tenghila
unita e pensi alla sua difesa; come fa la Plebe romana, quando dopo la morte di
Virginia si partì da Roma, e per salvarsi feciono infra loro venti Tribuni: e
non facendo questo, interviene loro scmj)re quel che dice L. nelle soprascritte
parole, che tutti insieme sono gagliardi; e quando ciascuno poi comincia a
pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole. La moltitudine è più savia
e più costante che un principe. Nessuna cosa essere più vana e più inconstante
che la moltitudine: cosi L. nostro, come tutti gli altri filosofi affermano.
Perchè spesso occorre, nel narrare l’azioni degl’uomini, vedere la moltitudine
avere condannato alcuno a morte, e quel medesimo di poi pianto e sommamente
desiderato: come si vede avere fatto il Popolo romano di Manlio Capitolino, il
quale avendo CONDENNATO A MORTE, sommamente di poi desidera. E le parole
dell’autore son queste: Populum brevi, posteaquam ab co periculum nullum eral,
desiderium rjus tenuit. Ed altrove, quando mostra gl’accidenti che nacquero in
Siracusa dopo la morte di Girolamo nipote di Ierone, dice: Hcec natura
mulliludinis est : aut umiliter servii, aut superbe domi natur. Io non so se io
mi prenderò una provincia dura, e piena di tanta difficoltà, che mi convenga o
abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una cosa,
la quale da tutti gli scrittori è accusata. Ma, comunehc si sia, io non giudico
nè giudicherò mai essere difetto difendere alcune oppinioni colle ragioni,
senza volervi usare o la autorità o la forza. Dico adunque, come di quello
difetto di che accusano i filosofi la moltitudine, se ne possono accusare tutti
gl’uomini particolarmente, e massime i principi; perchè ciascuno che non sia
regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine
sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perchè e’sono c sono stati assai
principi, e de’buoni e de’savi ne sono stati pochi; io dico de’principi che
hanno potuto rompere quel freno che gli può correggere; intra i quali non sono
quegli re che nascevano in Egitto, quando in quella antichissima antichità si
governa quella provincia colle leggi; nè quelli che nascevano in Sparta; nè
quelli che a’nostri tempi nascono in Francia: il quale regno è moderato più
dalle leggi, che alcuno altro regno di che ne’nostri tempi si abbi notizia. E
questi re che nascono sotto tali constituzioni, non sono da mettere in quel numero,
donde si abbia a considerare la natura di ciascuno uomo per sè, e vedere se
egli è simile alla moltitudine: perchè a rincontro loro si debbe porre una
moltitudine medesimamente regolata dalle leggi come sono loro; e si trova in
lei essere quella medesima bontà che noi veggiamo essere in quelli, e vedrassi
quella nè superbamente dominare nè umilmente servire: come era il Popolo
romano, il quale mentre durò la Repubblica incorrotta, non servì mai umilmente
nè mai dominò superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati tenne il grado
suo onorevolmente. E quando era necessario insurgerc contra a uno potente, lo
fa; come si vede in Manlio, ne’Dieci, ed in altri che cercorno opprimerla: e
quando era necessario ubbidire a’Dittatori ed a’Consoli per la salute pubblica,
lo fa. E se il Popolo romano desidera Manlio Capitolino morto, non è
meraviglia; perchè e’desidera le sue virtù, le quali erano state tali, che la
memoria d’esse reca compassione a ciascuno; cd arebbono avuto forza di fare
quel medesimo effetto in un principe, perchè 1’è sentenza di tutti i filoofi,
come la virtù si lauda e s’ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, infra
tanto desiderio, fusse risuscitato, il Popolo di Roma arebbe dato di lui il
medesimo giudizio, come ei fa, tratto che l’ebbe di prigione, che poco di poi
lo condenna a morte; nonostante die si vegga di principi tenuti savi, i quali
hanno fatto morire qualche persona, e poi sommamente desideratala: come
Alessandro, Clito ed altri suoi amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo
istorico nostro dice della natura della moltitudine, non dice di quella che è
regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la
siracusana: la quale fa quelli errori che fanno gl’uomini infuriati e sciolti,
come fa Alessandro magno, ed Erode, ne’casi detti. Però non è più d’incolpare
la natura della moltitudine che de’principi, perchè tutti egualmente errano,
quando tutti senza rispetto possono errare. Di che, oltre a quello che ho
detto, ci sono assai essempi, ed intra gl’imperadori romani, ed intra gli altri
tiranni e, principi; dove si vede tanta incostanza e tanta variazione di vita,
quanta mai non si trova in alcuna moltitudine. Conchiudo, adunque, contea olla
comune oppimene, la qual dice come i popoli, quando sono principi, sono vari,
mutabili, ingrati; affermando che in loro non sono altrimente questi peccati
che si siano ne’principi particolari. Ed accusando alcuni i popoli ed i
principi insieme, potrebbe dire il vero; ma traendone i principi, s’inganna;
perchè un popolo che comanda e sia bene ordinato, sarà stabile, prudente e
grato non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio
stimato savio: e dall’altra parte, un priucipe sciolto dalle leggi, sarà
ingrato, vario ed imprudente più che uno popolo. E che la variazione del
procedere loro nasce non dalla natura diversa, perchè in tutti è ad un modo: e
se vi è vantaggio di bene, è nei popolo; ma dallo avere più o meno rispetto
alle leggi, dentro alle quali l’uno e l’altro vive. E chi considerrà il Popolo
romano, lo vede essere stato per quattrocento anni iuimico del nome regio, ed
amatore della gloria e del bene comune della sua patria: vedrà tanti essempi
usati da lui, clic testiiuoniauo 1’una cosa e l’altra. £ se alcuno m’allega
l’ingratitudine eh7 egli usa centra a Scipione, rispondo quello die di sopra
lungamente si discorse in questa materia, dove si mostrò i popoli essere meno
iugraii de’principi. Ma quanto alla prudenza ed alla stabilità, dico, come uno
popolo è più prudente, più stabile e di miglior giudicio che un principe. E uon
senza cagione si assomiglia la voce d7 un popolo a quella di Dio; perchè si
vede una oppinioue universale fare effetti meravigliosi ne’pronostichi suoi:
talché pare che per occulta virtù e’prevegga il suo male ed il suo bene. Quanto
al giudicare le cose, si vede rarissime volte, quando egli ode due concionanti
che tendino in diverse parti, quando e’sono di egual virtù, che non pigli’ia
oppinione migliore, e che non sia capace di quella verità ch’egli ode £ se
nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra;
molte volte erra ancora uri principe nelle sue proprie passioni, le quali sono
molle più che quelle de’popoli. Yedesi ancora, nelle sue elezioni ai
magistrati, fare di lunga migliore elezione che uno principe; nè mai si
persuaderà ad un popolo, che sia bene tirare alla degnila uno uomo infame e di
corrotti costumi: il che facilmente e per mille vie si persuade ad un principe.
Yedesi un popolo cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli stare
in quella oppinione: il che non si vede in uno principe. E dell’una e
dell’altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il Popolo romano:
il quale, in tante centinaia d’anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni,
non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe tanto in
odio il nome regio che nessuno obbligo di alcuno suo cittadino che tenta quel
nome, potette fargli fuggire le debite pene. Yedesi, oltra di questo, le città
dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e
molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto un principe ! come fa
Roma dopo la cacciata de’re, ed Atene da poi che la si liberò da Pisistrato. Il
che non può nascere d’altro, se non che sono migliori governi quelli de’popoli
che quelli de’principi. Nè voglio che s’opponga a questa mia oppinione tutto
quello che lo istorico nostro ne dice nel preallcgato testo, ed in qualunque
altro; perchè, se si discorreranno tutti i disordini de’popoli, tutti i
disordini de’principi, tutte le glorie de’popoli, tutte quelle de’principi, si
vede il popolo di bontà e di gloria essere di lunga supcriore. E se i principi
sono superiori a’popoli nell’ordinare leggi, formare vite civili, ordinare
statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose
ordinate, eh’egli aggiungono senza dubbio alla gloria di coloro che l’ordinano.
Ed in somma, per epilegare questa materia, dico come hanno durato assai gli
stati de’principi, hanno durato assai gli stati delle repubbliche, el’uno e
l’altro ha avuto bisogno d’essere regolato dalle leggi: perchè un principe che
può fare ciò che vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole, non è
savio. Se, adunque, si ragionerà d'un principe obbligato alle leggi, ed’un
popolo incatenalo da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se
si ragionerà dell’uno e dell’altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che
nei principe; e quelli minori, ed aranno maggiori rimedi. Perchè ad un popolo
licenzioso e tumultuario, gli può da un uomo buono esser parlato, e facilmente
può essere ridotto nella via buona: ad un principe cattivo non è alcuno che
possa parlare, nè vi è altro rimedio che il ferro. Da che si può far coniettura
della importanza della malattia dell’uno e dell’altro: chè se a curare la
malattia del popolo bastano le parole, ed a quella del principe bisogna il
ferro, non sarà mai alcuno che non giudichi, che dove bisogna maggior cura,
siano maggiori errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temono le pazzie
che quello fa, nè si ha paura del mal presente, ma di quello che ne può
nascere, potendo nascere infra tanta confusione un tiranno. Ma ne’principi
tristi interviene il contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si
spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita possa far surgere una
libertà. Sì che vedete la differenza dell’uno e dell’altro, la quale è quanto
dalle cose che sono, a quelle che hanno ad essere. Le crudeltà della
moltitudine sono contra a chi ei temono clic occupi il ben comune: quelle d’un
principe sono contro a chi ci temono che occupi il bene proprio. Ma la oppiti
ione contro ai popoli nasce perchè de’popoli ciascuno dice male senza paura e
liberamente, ancora mentre che regnano: de’principi si parla sempre con mille
paure e mille rispetti. Nè mi pare fuor di proposito, poiché questa materia mi
vi tira, disputare di quali confederazioni altri si possa più fidare, o di
quelle falle con una repubblica, o di quelle fatte con ui> principe. Di
quali confederazioni, o lega, altri si può più fidare; o di quella fatta con
una repubblica, o di quella fatta con uno principe. Perchè ciascuno dì occorre
che P uno principe con l’altro, o V una repubblica con l’altra, fanno lega ed
amicizia insieme; ed ancora similmente si contrae confederazione ed accordo
intra una repubblica ed uno principe mi pare d’esaminare qual fede è più
stabile, e di quale si debba tenere più conto, o di quella d’una repubblica, o
di quella d’uno principe, lo, esaminando tutto, credo che in molti casi e’siano
simili.ed in alcuni vi sia qualche disformità. Credo per tanto, che gli accordi
fatti per forza non ti saranno nè da un principe nè da una repubblica
osservali; credo che quando la paura dello stato venga, l'uno e l'altro, per
non lo perdere, ti romperà la fede, e ti userà ingratiludine. Demetrio, quel
che fu chiamato espugnatore delle cittadi, fa agl’Ateniesi infiniti benefici!:
occorse di poi, che sendo rotto da’suoi inimici, e rifuggendosi in Atene, come
in città amica ed a lui obbligata, non fu ricevuto da quella: il che gli dolse
assai più che non aveva fatto la perdita delle genti e dell’esercito suo.
Pompeio, rotto che fu da Cesare in Tessaglia, si rifuggia in Egitto a Tolomeo,
il quale era pello addietro da lui stato rimesso nel regno; e fu da lui morto.
Le quali cose si vede che ebbero le medesime cagioni; nondimeno fu più umanità
usata e meno ingiuria dalla repubblica che dal principe. Dove è, pertanto, la
paura, si trova in fallo la medesima fede. E se si trova o una repubblica o uno
principe, che per osservarti la fede aspetti di rovinare, può nascere questo
ancora da simili cagioni. E quanto al principe, può molto bene occorrere che
egli sia amico d’un principe potente, che se bene non ha occasione allora di
difenderlo, ei può sperare che col tempo e lo restituisca nel principato suo; o
veramente che, avendolo seguito come partigiano, ei non creda trovare nè fede
nè accordi con il nimico di quello. Di questa sorte sono stati quelli principi
del reame di Napoli che hanno seguite le parti franciose. E quanto alle
repubbliche, fu di questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspettò la rovina per
seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire le parti franciose. E
credo, computata ogni cosa, che in questi casi, dove è il pericolo urgente, si
trova qualche stabilità più nelle repubbliche, che ne’principi. Perche, sebbene
le repubbliche avessino quel medesimo animo e quella medesima voglia che un
principe, lo avere il moto loro tardo, fa che le porranno sempre più a
risolversi che il principe, e per questo porranno più a rompere la fede di lui.
Romponsi le confederazioni per lo utile. In questo le repubbliche sono di lunga
più osservanti degli accordi che i principi. E potrebbesi addurre essempi, dove
uno miuinio utile ha fatto rompere la fede ad uno principe, e dove una grande
utilità non ha fatto rompere la fede ad una repubblica: come fu quello partito
che propose Temistocle agl'ateniesi, a’quali nella conclone disse che aveva uno
consiglio da fare alla loro patria grande utilità; ma non lo poteva dire per non
lo scoprire, perchè scoprendolo si toglieva l’occasione del farlo. Onde il
popolo d’Atene elesse Aristide, al quale si comunic la cosa, e secondo dipoi
che paresse a lui se ne deliberasse: al quale Temistode mostrò come I’armata di
tutta Grecia, ancora che stesse sotto la fede loro, era in lato che facilmente
si poteva guadagnare o distruggere; il che fa gl’Ateniesi al tutto arbitri di
quella provincia. Donde Aristide riferì ai popolo, il partito di Temistocle
essere utilissimo, ma disonestissimo: per la qual cosa il popolo al tutto lo
ricusa. II che non arebbe fatto Filippo Macedone, e gl’altri principi che più
utile hanno cerco e più guadagnato col rompere la fede, che con verun altro
modo. Quanto a rompere i patti per qualche cagione d’inosservanza, di questo io
non parlo come di cosa ordinaria; ma parlo dì quelli che si rompono per cagioni
istrasordinarie: dove io credo, per le cose (lette, che il popolo facci minori
errori che il principe, e per questo si possa Fidar più di lui che del
principe. Come il consolato e qualungue altro magistrato in Roma si (lava senza
rispetto di età. E’si vede pell’ordine della istoria, come la Repubblica
romana, poiché’i consolato venne nella Plebe, concesse quello ai suoi cittadini
senza rispetto d’età o di sangue; ancora cbe il rispetto dell’età mai non fusse
in Roma, ma sempre s’anda a trovare la virtù, o in giovane o in vecchio cbe la
fusse. Il che si vede per il testimone di Valerio Corvino, che fu fatto Consolo
nell! Ventitré anni: e Valerio detto, parlando ai suoi soldati, disse come il
consolato crai prcetnium virfulisj, non sanguinis. La qual cosa se fu bene
considerata, o no, sarebbe da disputare assai. E quanto al sangue, fu concesso
questo per necessità; e quella necessità che fu in Roma, sarebbe in ogni città
che volesse fare gli effetti che fece Roma, come altra volta si è detto: per i!
chè e’non si può dare agl’uomini disagio senza premio, nè si può torre la
SPERANZA di conseguire il premio senza pericolo. E però a buona ora convenne
che la Plebe avesse speranza di avere il consolato; e di questa SPERANZA si
nutrì un tempo senza averlo. Di poi non bastò la speranza, che e’convenne che
si venisse allo effetto. Ma la città che non adopera la sua plebe ad alcuna
cosa gloriosa, la può trattare a suo modo, come altrove si disputa: ma quella
elle vuole fare quel che fe Roma, non ha a fare questa distinzione. E dato che
così sia, quella del tempo non ha replica; anzi è necessaria: perchè nello
eleggere uno giovane in uno grado che abbi bisogno d’una prudenza di vecchio, conviene,
avendovelo ad eleggere la moltitudine, che a quel grado lo facci pervenire
qualche sua nobilissima azione. E quando un giovane è di tanta virtù, che si
sia fatto in qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima che la
città non se «e potesse valere allora, e che la avesse ad aspettare che fusse
invecchiato con lui quel vigore deir animo, quella prontezza, della quale in
quella età la patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio
Corvino, di Scipione, di Pompeio e di molti altri che trionfarono giovanissimi.
Laudano sempre gli uomini, ma noti sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e
gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non
solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, pella memoria che ne
hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo già
vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro
oppinionc sia falsa, come il più delle volte è, mi persuado varie essere le
cagioni he a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose
antiche non s’intenda al tutto lu verità; e che di quelle il più delle vollesi
nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre
che possono partorire loro gloria, si remlino magnifiche ed amplissime. Però
che i più dei filosofi in modo alla fortuna de’vincitori ubbidiscono, che per
fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescono quello che da loro è
virtuosamente operato, ma ancora le azioni de’nimici in modo illustrano, che
qualunque nasce di poi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o
nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quelli uomini e di quelli tempi, ed
è forzato sommamente laudargli ed amargli. Olirà di questo, odiando gli uomini
le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime
cagioni dell’odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti
dando cagione d’invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si
maneggiano e veggono; le quali, pei l’intera cognizione di esse, non t’essendo
in alcuna parte nascoste e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre
cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori,
ancora che in verità le presenti molto più di quelle di gloria e di fama
meritassero: ragionando non delie cose pertinenti alle arti, le quali hanno
tanta chiarezza in sè, che i tempi possono torre o dar loro poco più gloria che
per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle pertinenti alla vita e
costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni.
Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare
soprascritta; ma non essere già sempre vero che si erri nel farlo. Perchè
qualche volta è necessario che giudichino la verità; perchè essendo le cose
umane sempre in molo, o le salgono, o lescendono. E vedesi una città o una
provincia essere ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente; ed, un
tempo, pella virtù di quello ordinatore, andare sempre in augumento verso il
meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più li antichi tempi che i
moderni, s’inganna; ed è ausato il suo inganno da quelle cose che di sopra si
sono dette. Ma coloro che nascono di poi, in quella città o provincia, che gli
è venuto il tempo che la scende verso la parte più rea, allora non s’ingannano.
E pensando io come queste cose procedino, giudico il mondo sempre essere stalo
ad un medesimo modo, ed in quello esser stato tanto di buono quanto di tristo;
ma variare questo tristo e questo buono di provincia in provincia: come si vede
per quello si ha notizia di quelli regni antichi che variavano dall’uno
all’altro pella variazione de’costumi; ma il mondo resta quel medesimo. Solo vi
era questa differenza, che dove quello aveva prima collocata la sua virtù in
Assiria, la colloca in Media, di poi in Persia, tanto che la ne venne in Italia
ed a Roma: e se dopo l’imperio romano non è seguito imperio che sia durato, nè
dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme; si vede nondimeno essere
sparsa in di molte nazioni dove si vive virtuosamente; come era il regno
de’Franchi, il regno de’Turchi, quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna;
e prima quella setta Saracina che fa tante gran cose, ed occupa tanto mondo,
poiché la distrusse l’imperio romano orientale. In tutte queste provincie,
adunque, poiché i Romani rovinorono, ed in tutte queste sètte è stata quella
virtù, ed è ancora in alcuna parte d’esse, che si desidera, e che con vera
laude si lauda. E chi nasce in quelle, e lauda i tempi passati più che i
presenti, si potrebbe ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia
divenuto o in Italia oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i
tempi suoi, e laudare gli altri: perchè in quelli vi sono assai cose, che gli
fanno meravigliosi; in questi non è cosa alcuna che gli ricomperi d’ogni
estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è osservanza di religione, non
di leggi, non di milizia; ma sono maculati d’ogni ragione bruttura. E tanto sono
questi vizi più detestabili quanto ei sono più in coloro che seggono prò
tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere adorati. Ha tornando al
ragionamento nostro, dico che se il giudicio degl’uomini è corrotto in
giudicare quale sia migliore, o il secolo presente o l’antico, in quelle cose
dove pell’antichità ei non ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha
de’suoi tempi; non doverrebbe corrompersi ne’vecchi nel giudicare i lempi della
gioventù e vecchiezza loro, avendo quelli e questi egualmente conosciuti e
visti. La qual cosa sarebbe vera, se gl’uomini per tutti i tempi della lor vita
l'ussero del medesimo giudizio, ed avessero quelli medesimi appetiti: ma
variando quelli, ancora che i tempi nou variino, non possono parere agl’uomini
quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni
nella vecchiezza, che nella gioventù. Perchè, mancando gl’uomini quando li
invecchiano di forze, e crescendo di giudizio e di prudenza; è necessario che
quelle cose che in gioventù pareno loro sopportabili e buone, ineschino poi
invecchiando insopportabili e cattive; e dove quelli ne doverrebbono accusare
il giudicio loro, n’accusano i tempi. Sendo ultra di questo, gl’appetiti umani
insaziabili, perchè hanno dalla natura di potere e voler desiderare ogni cosa,
e dalla fortuna di potere conseguirne poche; ne risulta continuamente una mala
contentezza nelle menti umane, ed un fastidio delle cose che si posseggono: il
che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e desiderare i futuri;
ancora che a fare questo non fussino mossi d’alcuna ragionevole cagione. Non
so, adunque, se io meriterò d’essere numerato tra quelli che si ingannano, se
in questi mia discorsi io lauderò troppo i tempi degli antichi Romani, e
biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora regna, ed il vizio che
ora regna, non fussino più chiari che il sole, andrei col parlare più
rattenuto, dubitando non incorrere in quello inganno di che io accuso alcuni.
Ma essendo la cosa si manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire
manifestamente quello che intenderò di quelli e di questi tempi; acciocché
gl’animi de’giovani che questi mia scritti leggeranno, possino fuggire questi,
e prepararsi ad imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro
occasione. Perchè gl’è offizio di uomo buono, quel bene che pella malignità
de’tempi e della fortuna tu non hai potuto operare insegnarlo nd altri,
acciocché sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa
operarlo. Ed avendo ne’discorsi del superior libro parlato delle deliberazioni
fatte da’Romani pertinenti al di dentro della città, in questo parleremo di
quelle che’l Popolo romano fa pertinenti all’augumento dell’imperio suo. Quale
fu più cagione dell’imperio ch’acquistarono i Romani, o la virtùj o la fortuna.
Molti hanno avuta oppinione, intra i quali è Plutarco, gravissimo filosofo,
che’1 Popolo romano nell’acquistare lo imperio e più favorito dalla fortuna che
dalla virtù. Ed intra l’altre ragioni che n’adduce, dice che per confessione di
quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue
vittorie, avendo quello edificati più templi alla fortuna ch’ad alcuna altra
divinitai. E pare che a questa oppinione si accosti L.; perchè rade volte è che
facci parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non
v’aggiunga la fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcun modo, nè
credo ancora si possa sostenere. Perchè, se non s’è trovato mai repubblica che
abbi fatti i progressi che Roma, è nato che non si è trovata mai repubblica che
sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perchè la virtù degl’eserciti
gli feciono acquistare I’imperio; e l’ordine del procedere, ed il modo suo
proprio, e trovato dal suo primo legislatore, gli fa mantenere l’acquistato.
Dicono costoro, che non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno
medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del popolo romano; perchè e’non ebbero
guerra con i Latini se non quando egli ebbero non tanto battuti i Sanniti,
quanto che la guerra fu da’Romani fatta in difensione di quelli; non
combatterono con i Toscani se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed enervati
colle spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di queste potenze
intere si fussero, quando erano fresche, accozzate insieme, senza dubbio si può
facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana
Repubblica. Ma, comunelle questa cosa nasce, mai non intervenne ch’eglino
avessino due potentissime guerre in un medesimo tempo: anzi parve sempre, o nel
nascere dell’ una, l’altra si spegnesse; o nel spegnersi dell’una, l’altra
nasce. Il che si può facilmente vedere pell’ordine delle guerre fatte da loro:
perchè, lasciando stare quelle che feciono prima che Roma fusse presa dai
Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gl’Equi e con i Volsci, mai,
mentre questi popoli sono potenti, non si levarono contro di lor uitre genti.
Domi costoro, nasce la guerra contea ai Sanniti; e benché innanzi che finisse
tal guerra i popoli latini si ribellassero da’Romani, nondimeno quando tale
ribellione segui, i Sanniti erano in lega con Roma, e con il loro esercito
aiutorono i Romani domare l’insolenza latina. I quali domi, risurse la guerra
di Sannio. Battute per molte rotte date a’Sanniti le loro forze, nacque la
guerra de’Toscani; la qual composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti pella
passata di Pirro in ITALIA. Il quale come fu ribattuto e rimandatoin Grecia
appiccarono la guerra con i Cartaginesi: nè {ìrima fu tal guerra finita che
tutti i Franciosi, e di là e di qua dall’Alpi, congiurarono conti ai Romani;
tanto che intra Popolonia e Pisa, dove è oggi la torre a San Vincenti, furono
con massima strage superati. Finita questa guerra, per ispazio di venti anni
ebbero guerra di non molta importanza; perchè non eombatterono con altri che
con I LIGURI, e con quel rimanente de’Franciosi che era in Lombardia. E così
stettero tanto che nacque la guerra cartaginese, la qual per sedici anni tenne
occupata Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica;
la quale tìnita, venne quella d’Antioco e d’Asia. Dopo la qual vittoria, non
restò in tutto il mondo nè principe nè repubblica che, di per sè, o tutti
insieme, si potessero opporre alle forze romane. Ma innanzi a quella ultima
vittoria, chi considerrà l’ordine di queste guerre, ed il modo del procedere
loro, vedrà dentro mescolate colla fortuna una virtù e prudenza grandissima.
Talché, chi esaminasse la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe facilmente:
perchè gli è cosa certissima, che come un principe e un popolo viene in tanta
riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino abbia di per sè paura ad
assaltarlo, e ne tema, sempre interverrà che ciascuno d’essi mai lo assalterà,
se non necessitato; in modo che e’sarà quasi come nell’elezione di quel polente,
far guerra con quale di quelli suoi vicini gli parrà, e gii altri colla sua
industria quietare. I quali, parte rispetto alla potenza suo, parte ingannati
da quei modi che egli terrà per nddormentargli, si quietano facilmente; e gli
altri potenti che sono discosto, e che non hanno coinmerzio seco, curano la
cosa come cosa longinqua, e che non appartenga loro. Nel quale errore stanno
tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non hanno rimedio
a spegnerlo se non colle forze proprie; le quali di poi non bastano, sendo
colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare, come i Sanniti
stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Yolsci e gli Equi; e per non
essere troppo prolisso, mi farò da’Cartaginesi: i quali erano di gran potenza c
di grande estimazione quando i Romani combattevano con i Sanniti e con i
Toscani; perchè tii già tenevano tutta 1’Affrica, tenevano ia Stintigna e la
Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale polenza loro, insieme
coll’esser discosto ne’confini dal Popolo romano, fa che non pensarono mai
d’assaltare quello, nè di soccorrere i Sanniti e Toscani: anzi fecero come si
fa nelle cose che crescono, più tosto in lor favore collegandosi con quelli, e
cercando l’amicizia loro. Nè s’avviddono prima dell’errore fatto che i Romani,
domi tutti i popoli mezzi infra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a
combattere insieme dell’imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo
medesimo a’Franciosi che a’ Cartaginesi, e cosi a Filippo re de’Macedoni, e ad
Antioco; e ciascuno di loro crede, mentre che il Popolo romano era occupato
coll’altro, che quell’altro lo supera, ed essere a tempo, o con pace o con
guerra, difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbono in
questa parte i Romani, 1’arebbono tutti quelli principl che procedessero come i
Romani, c fussero di quella medesima virtù che loro. Sarebbeci da mostrare a
questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie
d’altri, se nei nostro trattato de’principati non ne avessimo parlato a lungo;
perchè in quello questa materia è diffusamente disputata. Dirò solo questo
brevemente, come sempre s’ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico
che fusse scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede
che pel mezzo de’Capovani entrarono in Sannio, de’Camertini in Toscana,
de’Mamertini in Sicilia, de’Saguntini in Spagna, di Massinissa iti Affrica,
degl’Eloli in Grecia, d’Eumene ed altri principi in Asia, de’Massiliensi e
dell’Edui in Francia. E così non mancarono mai di simili appoggi, per potere
facilitare l’imprese loro, e nel’acquistare le provincie e nel tenerle. Il che
quelli popoli ch’osserveranno, vedranno avere meno bisogno della fortuna che
quelli che ne saranno non buoni osservatori. E perchè ciascuno possa meglio
conoscere quanto potè più la virtù che la fortuna loro ad acquistare quello
imperio; noi discorreremo di che qualità furono quelli popoli con i quali egli
ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro libertà. Con
quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come ostinatamente quelli
difendevano la loro libertà. Nessuna cosa fece più faticoso a’Romani superare i
popoli d’intorno, c parte delle provincie discosto, quanto l’amore che in
quelli tempi molti popoli avevano alla libertà; la quale tanto ostinatamente
difendevano che mai se non da una eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati.
Perchè, per molti essempi si conosce a quali pericoli si mettessino per
mantenere o ricuperare quella; quali vendette e’ facessino contra a coloro che
l’avessino loro occupata. Conoscesi ancora nelle lezioni delle istorie, quali
danni i popoli e le città riccvino pella servitù. E dove in questi tempi ci è
solo una provincia la quale si possa dire che abbia in sè città libere, ne’tempi
antichi in tutte le provincie erano assai popoli liberissimi. Vedesi come in
quelli tempi de’quali noi parliamo al presente, in Italia, dall’Alpi che
dividono ora la Toscana dalla Lombardia, insino alla punta d’Italia, erano
molti popoli liberi; com’erano i Toscani, i Romani, i Sanniti, e molti altri
popoli che in quel resto d’Italia abitano. Nè si ragiona mai che vi fusse
alcuno re, fuora di quelli che regnano in Roma, e Porsena re di Toscaua; la
stirpe del quale come s’estinguesse, non ne parla la istoria. Ma si vede bene
come in quelli tempi che i Romani andarono a campo a Veio, la Toscana era
libera: e tanto si godea della sua libertà, e tanto odia il nome del principe,
che avendo fatto i Veienti per loro difensione un re in Veio, e domandando
aiuto a' Toscani contra ai Romani; quelli, dopo molte consulte fatte,
deliberarono di non dare aiuto a’Veienti, infino a tanto che vivessino sotto’1
re; giudicando non esser bene difendere la patria di coloro che l’avevano di
già sottomessa ad altrui. E facil cosa è conoscere donde nasca ne’popoli questa
affezione del vivere libero; perchè si vede per esperienza, le cittadi non
avere mai ampliato nè di domiuio nè di ricchezza, se non mentre sono state in
libertà. E veramente meravigliosa cosa è a considerare, a quanta grandezza
venne Atene per ispazio di cento anni, poiché la si liberò dalla tirannide di
Pisistrato. Ma sopra tutto meravigliosissima cosa è a considerare, a quanta
grandezza venne Roma, poiché la si liberò da’suoi Re. La cagione è facile ad
intendere; perchè non il bene particolare, ma il bene comune è quello che fa
grandi le città. E senza dubbio, questo bene comune non è osservato se non
nelle repubbliche; perchè lutto quello che fa a proposito suo, s’eseguisce; e
quantunque e’torni in danno di questo o di quello privato, e’sono tanti quelli
per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contra alla disposizione
di quelli pochi che ne fussino oppressi. Al contrario interviene quando vi è
uno principe; dove il più delle volte quello che fa per lui, offende la città;
e quello che fa pella città, offende lui. Dimodoché, subito che nasce una
tirannide sopra un viver libero, il manco male che ne resulti a quelle città, è
non andare più innanzi, nè crescere più in potenza o in ricchezze; ma il più
delle volte, anzi sempre, interviene loro, che le tornano indietro. E se la
sorte facesse che vi surgesse un tiranno virtuoso, il quale, per animo e per
virtù d’arme ampliasse il dominio suo, non ne risulterebbe alcuna utilità a
quella repubblica, ma a lui proprio: perchè e’non può onorare nessuno di quelli
cittadini che siano valenti c buoni, che egli tiranneggia, non volendo avere ad
avere sospetto di loro. Non può ancora le città che egli acquista,
sottometterle o farle tributarie a quella città di che egli è tiranno: perchè
il farla potente non fa per lui; ma per lui fa tenere lo Stato disgiunto, e che
ciascuna terra e ciascuna provincia riconosca lui. Talché di suoi acquisti,
solo egli ne profitta, e non la sua patria. E chi volesse confermare questa oppinione
con infinite altre ragioni, legga Senofonte nel suo trattato che fa De
Tirannide. Non è meraviglia adunque che gl’antichi popoli con tanto odio
perseguitassino i tiranni, ed nmassiiio il vivere libero, e che il nome della
libertà fusse tanto stimato da loro: come intervenne quando Girolamo nipote di
lerone siracusano fu morto in Siracusa, che venendo le novelle della sua morte
in nel suo esercito, che non era molto lontano da Siracusa, cominciò prima a
tumultuare, e pigliare 1’armi contro agli ucciditori di quello; ma come ei
sentì che in Siracusa si gridava libertà, allettato da quel nome, si quietò
tutto, pose giti l’ira contra a’tirannicidi, e pensò come iti quella città si
potesse ordinare un viver libero. Non è meraviglia ancora che i popoli faccino
vendette istraordinaric contra a quelli che gli hanno occupata la libertà. Di
che ci sono stali assai esempi, de’quali n’intendo referire solo uno, seguilo
in Coreica, città di Grecia, ne’tempi della guerra peloponnesiaca; «love sendo
divisa quella provincia in due fazioni, delle quali 1’una seguita gl’Ateniesi,
l’altra gli Spartani, ne nasce che di molte città, che erano infra loro divise,
l’una parte segue l’amicizia di Sparta, l’altra d’Atene: ed essendo occorso
clic nella detta città prcvalessino i nobili, e togliessino la libertà al
popolo, i popolari per mezzo degl’Ateniesi ripresero le forze, e posto le mani
addosso a tutta la nobiltà, gli rinchiusero in una prigione capace di tutti
loro; donde gli traevano ad otto o dieci per volta, sotto titolo di mandargli
in esilio iti diverse parli, e quelli con molti crudeli essempi fanno morire.
Di che sendosi quelli che restano accorti, deliberano, in quanto era a loro
possibile, fuggire quella morte ignominiosa; ed armatisi di quello potevano,
combattendo con quelli vi volevano entrare, l’entrata della prigione
difendevano; di modo che il popolo, a questo romore fatto concorso, scoperse la
parte superiore di quel luogo, e quelli con quelle rovine sufìbeorno. Seguirono
ancora in delta provincia molti altri simili casi orrendi e notabili: talché si
vede esser vero, che con maggiore impeto si vendica una libertà che ti è suta
tolta che quella che li è voluta torre. Pensando dunque donde possa nascere,
che in quelli tempi antichi, i popoli fussero più amatori della libertà che in
questi; credo nasca da quella medesima cagione che fa ora gl’uomini manco
forti: la quale credo sia la diversità dell’educazione nostra dalla antica,
fondata nella diversità della religione nostra dall’antica. Perchè avendoci la
nostra religione mostra la verità e la vera via, ci fa stimare meno l’onore del
mondo: onde i Gentili stimandolo assai, ed avendo posto in quello il sommo
bene, erano nelle azioni loro più feroci. Il che si può considerare da molte
loro constituzioni, cominciandosi dalla magnificenza de’sacrificii loro,
all’umilila de’nostri; dove è qualche pompa più dilicata che magnifica, ma
nessuna azione feroce o gagliarda. Quivi non manca la pompa nè la magnificenza
delle cerimonie, ma vi s’aggiunge 1’azione del sacrificio pieno di sangue e di
ferocia, ammazzandovisi moltitudine d’animali: il quale aspetto sendo
terribile, rende gl’uomini simili a lui. La religione antica, oltre di questo,
non beatifica se non gl’uomini pieni di mondana gloria: come erano capitani
d’eserciti e principi di repubbliche. La nostra religione glorifica più
gl’uomini umili e contemplativi che gl’attivi. Ha di poi posto il sommo bene
nell’umilila, abiezione, nello dispregio delle cose umane: quell’altra lo pone
nella grandezza dell’animo, nella fortezza del corpo, ed in tutte l’altre cose
atte a fare gl’uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che abbi in
te fortezza, vuole che tu sia atto a patire più che a fare una cosa forte.
Questo modo di vivere, adunque, pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo
in preda agl’uomini scellerati; i quali sicuramente lo possono maneggiare,
veggendo come l’università degl’uomini, per andare in paradiso, pensa più a
sopportare le sue battiture che a vendicarle. E benché paia che si sia
effeminato il mondo, e disarmato il cielo, nasce più senza dubbio dalla viltà
degl’uomini che hanno interpretato la nostra religione secondo l’ozio, e non
secondo la virtù. Perchè se considerassino come la permette l’esultazione e la
difesa della patria, vedrebbono come la vuole che noi l’amiaino ed onoriamo, e
prepariamoci ad esser tali che noi la possiamo difendere. Fanno adunque queste
educazioni, e si false interpretazioni, che nel mondo non si vede tante
repubbliche quante si vedeva aulicamente; nè, per conscguente, si vede
ne’popoli tanto amore alla libertà quanto allora: ancora che io creda piuttosto
essere cagione di questo, che l’imperio romano colle sue arme e sua grandezza
spende tutte le repubbliche e lutti i viveri civili E benché poi tal imperio si
sia risoluto, non si sono potute le città ancora rimettere insieme nè
riordinare alla vita civile, se non in pochissimi luoghi di quello imperio.
Pure, comunelle si fusse, i Romani in ogni minima parte del mondo trovano una
congiura di repubbliche armatissime, ed ostinatissime atia difesa della libertà
loro. Il che mostra che'1 Popolo romano senza una rara ed estrema virtù mai non
l’arebbe potute superare. E per darne esseinpio di qualche membro, voglio mi
basti l’essempio de’Sanniti:i quali pare cosa mirabile, e L. lo confessa, che
fussero sì potenti, e 1’arme loro si valide che potessero infino al tempo di
Papirio Cursore consolo, figliuolo del primo Papirio, resistere a’Romani (che
fu uno spazio di XLVI anni), dopo tante rotte, rovine di terre, e tante stragi
ricevute nel paese loro; massime veduto ora quel paese dove erano tante cittadi
e tanti uomini, esser quasi che disabitato: ed allora vi era tanto ordine, e
tanta forza, eh’egli era insuperabile, se da una virtù romana non fusse stato
assaltato. E facil cosa è considerare donde nasce quello ordine, c donde
proceda questo disordine; perchè tutto viene dal viver libero allora, ed ora
dal viver servo. Perchè tutte le terre e le provincie che vivono libere in ogni
parte, come di sopra dissi, fanno i progressi grandissimi. Perchè quivi si vede
maggiori popoli, per essere i matrimoni più liberi, e più desiderabili
dagl’uomini: perchè ciascuno procrea volentieri quelli figliuoli che crede
potere nutrire, non dubitando che il patrimonio gli sia tolto; thè eT conosce
non solamente che nascono liberi e non schiavi, ma che possono mediante la
virtù loro diventare principi. Veggonvisi le ricchezze multiplicare in maggiore
numero, e quelle che vengono dalla cultura, e quelle che vengono dall’arti.
Perchè ciascuno volentieri multiplica in quella cosa, e cerca d’acquistare quei
beni, che crede acquistati potersi godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara
pensano ai privati ed a’pubblici comodi; e l’uno e l’altro viene
meravigliosamente a crescere. II contrario di tutte queste cosesegue in quelli
paesi che vivono scivi; c tanto più mancano del consueto bene, quanto è più
dura la servitù. E di tutte le servitù dure, quella è durissima cheli
sottomette ad una repubblica: E una, perchè la è più durabile, e manco si può
sperare d’uscirne; Y altra, perchè il fine della repubblica è enervare ed
indebolire per accrescere il corpo suo, tutti gli altri corpi. Il che non la un
principe che ti sottometta, quando quel principe non sia qualche principe
barbaro, destruttore de’paesi, e dissipatore di tutte le civilità degli uomini,
come sono i principi orientali. Ma s’egli ha in sè ordini umani ed ordinari, il
più delle volte ama le città sue soggette egualmente, ed a loro lascia l’arti
tutte, e quasi lutti gl’ordini antichi. Talché, se le non possono crescere come
libere, elle non rovinano anche come serve; intendendosi della servitù in quale
vengono le città servendo ad un forestiero, perchè di quella d’uno loro
cittadino ne parlai di sopra. Chi considerrù, adunque, tutto quello che si è
detto, non si meraviglierà della potenza che i Sanniti avevano sendo liberi, e
della debolezza in che e’vennero poi servendo: e L. ne fa fede in più luoghi, e
massime nella guerra d’Annibaie, dove ei mostra che essendo i Sanniti oppressi
d’una legione d’uomini ch’era in Nola, mandano oratori ad Annibale a pregarlo
che gli soccorresse; i quali nel parlar loro dissono, che avevano per cento
anni combattuto con i Romani con i propri loro soldati e propri loro capitani,
e molte volte avevano sostenuto duoi eserciti consolari e duoi consoli; e che
allora a tanta bassezza erano venuti, che non si potevano a pena difendere da
una piccola legione romana che era. Roma divenne grande città rovinando le
città circonvicine, e ricevendo i forestieri facilmente aJ suoi onori. Crescit inlerea
Roma Albce ruinis. Quelli che disegnano che una città faccia grande imperio, si
debbono con ogni industria ingegnare di farla piena d’abitatori; perchè senza
questa abbondanza di uomini, mai non riuscirà di fare grande una città. Questo
si fa in duoi modi; per amore, e per forza. Per amore, tenendo le vie aperte e
secure a’forestieri che disegnassero venire ad abitare in quella, acciocché
ciascuno vi abiti volentieri: per forza, disfacendo le città vicine, e mandando
gl’abitatori di quelle ad abitare nella tua città. Il che fu tanto osservato in
Roma che nel tempo del sesto Re in Roma abitano ottantamila uomini da portare
armi. Perchè i Romani vollono fare ad uso del buono cultivatore; il quale,
perche una pianta ingrossi, e possa pròdurre e maturare i fruiti suoi, gli
taglia i primi rami che la mette, acciocché, rimasa quella virtù nel piede di
quella pianta, possino col tempo nascervi più verdi e più fruttiferi. E che
questo modo tenuto per ampliare e fare imperio, fusse necessario e buono, lo dimostra
I’essempio di Sparta e d’Atene: le quali essendo due repubbliche armatissime,
ed ordinate d’ottime leggi, nondimeno non si condussono alla grandezza
dell’imperio romano; e Roma pare più tumultuaria, e non tanto bene ordinata
quanto quelle. Di che non se ne può addurre altra cagione che la preallegata:
perchè Roma, per avere ingrossato per quelle due vie il corpo della sua città,
potette di già mettere in arme dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non
passano mai ventimila per ciascuna. Il che nacque, non d’essere il sito di Roma
più benigno che quello di coloro, ma solamente da diverso modo di procedere.
Perché Licurgo, fondatore della repubblica spartana, considerando nessuna cosa
potere più facilmente risolvere le sue leggi che la commistione di nuovi
abitatori, fa ogni cosa perchè i forestieri non avessino a conversarvi: ed,
oltre al non gli ricevere ne’matrimoni, alla civiltà, ed alle altre
conversazioni che fanno convenire gl’uomini insieme, ordina che in quella sua
repubblica si spende monete di cuoio, per tor via a ciascuno il desiderio di
venirvi per portarvi mercanzie, o portarvi alcuna arte; di qualità che quella
città non potette mai ingrossare di abitatori. E perchè tutte l’azioni nostre
imitano la natura, non è possibile nè naturale che uno pedale sottile sostenga
un ramo grosso. Però una repubblica piccola non può occupare città nè regni che
siano più validi nè più grossi di lei; e se pure gl’occupa, gP interviene come
a quello albero che avesse più grosso il ramo che’l piede, che sostenendolo con
fatica, ogni piccolo vento lo fiacca: come si vede che intervenne a Sparla, la
quale avendo occupate tutte le città di Grecia, non prima se gli ribellò Tebe,
che tutte l’altre cittadi se gli ribellarono, e rimase i! pedale solo senza
rami. Il che non potette intervenire a Roma, avendo il piè si grosso, che
qualunque ramo poteva facilmente sostenere. Questo modo adunque di procedere,
insieme con gl’altri che di sotto si diranno, fa Roma grande e potentissima. Il
che dimostra L. in due parole, quando disse: Crcscit intcrea Roma Albce ruinis.
Le repubbliche hanno tentili tre modi circa l’ampliare. Chi ha osservato
l’antiche istorie, Iruova come le repubbliche hanno tre modi circa l’ampliare.
L’uno è stato quello ch’osservorono i Toscani antichi, d’essere una lega di più
repubbliche insieme, dove non sia alcuna che avanzi l’altra nè di autorità nè
di grado; e nello acquistare, farsi 1’altre città compagne, in simil modo come
in questo tempo fanno i Svizzeri, e come nei tempi antichi feciono in Grecia gl’Achei
e gl’Etoli. E perchè gli Romani feciono assai guerra con i Toscani, per mostrar
meglio la qualità di questo primo modo, ini distenderò in dare notizia di loro
particolarmente. In Italia, innanzi all’imperio romano, furono i Toscani per
mare e per terra potentissimi: e benché delle cose loro non ce ne sia
particolare istoria, pure c’è qualche poco di memoria, e qualche segno della
grandezza loro; e si sa come e’mandarono una colonia in su’l mare di sopra, la
quale chiamarono Adria, che fu si nobile, che la dette nome a quel mare
ch’ancora i Latini chiamano Adriatico. Intendesi ancora, come le loro arme
furono ubbidite dal Tevere per infìno ai piè dell’Alpi, che ora cingono il
grosso d’Italia; non ostante che dugento anni innanzi che i Romani crescessino
in molte forze, detti Toscani perderono l’imperio di quel paese che oggi si
chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da’Franciosi: i quali mossi
o da necessità, o dalla dolcezza dei frutti, e massime del viuo, vennono in
Italia sotto Bellovcso loro duce; e rotti e cacciati i provinciali, si posono
in quel luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamano
GALLIA, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da’Romani
fussero domi. Vivevano, adunque, iToscani con quella equalità, e procedevano
nello ampliare in quel primo modo che di sopra si dice: e furono dodici città,
tra le quali era Chiusi, Yeio, Fiesole, Arezzo, Volterra, e simili: i quali per
via di lega governavano lo imperio loro; nè poterono uscir d’Italia
cogl’acquisti; e di quella ancora rimase intatta gran parte. L’altro modo è
farsi compagni j non tanto però che non ti rimanga il grado del comandare, la
sedia dell’imperio ed il titolo dell’imprese: il quale modo fu osservato
da’Romani. Il terzo modo è farsi immediate sudditi, e non compagni; come fecero
gli Spartani e gl’Ateniesi. De'quali tre modi, questo ultimo è al tutto
inutile; come c’si vide che fu nelle sopraddette due repubbliche: le quali non
rovinarono per altro, se non per avere acquistato quel dominio che le non
potevano tenere. Perchè, pigliar cura d’avere a governare città con violenza,
massime quelle che tassino consuete a viver libere, è una cosa diffìcile e
faticosa. E se tu non sei armato e grosso d’armi, non le puoi nè comandare nè
reggere. Ed a voler esser così fatto, è necessario farsi compagni che ti
aiutino ingrossare la tua città di popolo. E perchè queste due città non
feciono nè1l’uno nèll’altro, il modo del procedere loro fu inutile. E perché
Roma, la quale è nello esempio del secondo modo, fa l’uno e l’altro; però salse
a tanta eccessiva potenza. E perchè la è stata sola a vivere cosi, è stata
ancora sola a diventar tanto potente: perchè, avendosi ella fatti di molti
compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con eguali leggi vivevano
seco; e dall’altro canto come di sopra è detto, sendosi riservato sempre la
sedia dell’imperio ed il titolo del comandare; questi suoi compagni venivano,
che non se n’avvedevano, colle fatiche e col sangue loro a soggiogar sè stessi.
Perchè, come cominciorono a uscire con gl’eserciti d’Italia, e ridurre i regni
in provincie, e farsi soggetti coloro che per esser consueti a vivere sotto i
Re, non si curano d’esser soggetti; ed avendo governadori romani, ed essendo
stati vinti d’eserciti con ii titolo romano; non riconoscevano per superiore
altro che Roma. Di modo che quelli compagni di Roma ch’erano in Italia, si
trovano in un tratto cinti da’sudditi romani, cd oppressi d’una grossissima
città come era Roma; e quando e’si avviddono dello inganno sotto i! quale erano
vissuti, non furono a tempo a rimediarvi: tanta autorità aveva presa Roma colle
provincie esterne, e tanta forza si trova in seno, avendo la sua città
grossissima ed armatissima. E benché quelli suoi compagni, per vendicarsi delle
ingiurie, gli congiurassino contea, furono in poco tempo perditori della
guerra, peggiorando le loro condizioni; perchè di compagni, diventarono ancora
loro sudditi. Questo modo di procedere è stato solo osservato da’Romani: nè può
tenere altro modo una repubblica che voglia ampliare; perchè la esperienza non
te ne ha mostro nessuno più certo o più vero. Il modo preallegato delle leghe,
come viverono i Toscani, gl’Achei e gl’Etoli, e come oggi vivono i Svizzeri, è
dopo a quello de’Romani il miglior modo; perchè non si potendo con quello
ampliare assai, ne seguitano duoi beni: l’uno, che facilmente non ti tiri
guerra addosso; l’altro, che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La
cagione del non potere ampliare, è lo essere una repubblica disgiunta, e posta
in varie sedi: il che fa che difficilmente possono consultare e deliberare. Fa
ancora che non sono desiderosi di dominare: perchè essendo molte comunità
a’participarc di quel dominio, non istimano tanto tale acquisto, quanto fa una
repubblica sola, che spera di goderselo tutto. Governansi, oltra di questo, per
concilio, c conviene che siano più tardi ad ogni deliberazione che quelli che
abitano dentro ad un medesimo cerchio. Vedesi ancora per esperienza, che simile
modo di procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esempio che mostri che
si sia trapassato: e questo è di aggiugnere a dodici o quattordici comunità; di
poi non cercare di andare più avanti: percliè sendo giunti al grado che par
loro potersi difendere da ciascuno, non cercano maggiore dominio; sì perchè la
necessità non gli stringe di avere piò potenza; si per non conoscere utile
negli acquisti, pelle cagioni dette di sopra. Perchè gli arebbono a fare una
delle due cose; o seguitare di farsi compagni, e questa moltitudine farebbe confusione;
o gl’arebbono a farsi sudditi: e perchè e’veggono in questo difficultà, e non
molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto, quando e’sono venuti a
tanto numero che paia loro vivere sicuri, si voltano a due cose: P una a
ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; c per questi mezzi trarre da ogni
parte danari, i quali facilmente intra loro si possono distribuire: 1’altra è
militare per altrui, e pigliar stipendio da questo e da quello principe che per
sue imprese gli soldo; come si vede che fanno oggi i Svizzeri, e come si legge
che facevano i preallegati. Di che il’è testimone L., dove dice che, venendo a
parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flamminio, e ragionando
d'accordo alla presenza d’un pretore degl’Etoli; in venendo a parole detto
pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato l’avarizia e la infidelità,
dicendo che gl’Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi mandare loro
uomini ancora al servigio del nimico; talché molte volte intra dnoi contrari
eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto, come questo
modo di procedere per leghe, è stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti.
Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere
fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno passato il modo, essere
rovinati tosto. E se questo modo di fare sudditi è inutile nelle repubbliche
armate, in quelle che sono disarmate è inutilissimo: come sono state ne’nostri
tempi le repubbliche d’Italia. Conoseesi, pertanto, essere vero modo quello che
tennono i Romani 5 il quale è tanto più mirabile quanto e’non ee il’era innanzi
a Roma essempio, e dopo Roma non è stalo alcuno elio gli abbi imitati. E quanto
alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svevia che gli imita. E,
come nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati da Roma, così
pertinenti alle cose di dentro come a quelle di fuora, non sono ne’presenti
nostri tempi non solamente imitati, ma non n’è tenuto alcuno conto;
giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed
inutili: tanto che standoci con questa ignoranza, siamo preda di qualunque ha
voluto correre questa provincia. E quando la imitazione de’Romani paresse
difficile, non doverrebhe parere cosi quella degli antichi Toscani, massime
a’presenti Toscani. Perchè, se quelli non poterono fare uno imperio simile a
quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del
procedere concesse loro. Il che fu per un gran tempo securo, con somma gloria
d’imperio e d’arme, e massima laude di costumi e di religione. La qual potenza
e gloria fu prima diminuita da’Franciosi, di poi spenta da’Romani; e fu tanto
spenta che ancora che duemila anni fa la potenza de’Toscani fusse grande al
presente non ce n’è quasi memoria. La qual cosa m’ha fatto pensare donde nasca
questa oblivione delle cose. Che la variazione delle sèlle e delle lingue
insieme coll'accidente de' diluvi o delle pesti j spegno la memoria delle cose.
A quelli FILOSOFI che hanno voluto che’l mondo sia stato eterno, credo che si
potesse reificare, che se tanta antichità fusse vera, e’sarebbe ragionevole che
ci fusse memoria di più che cinque mila anni; quando e’non si vede come queste
memorie de’tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali parte vengono
dagli nomini, parte dal cielo. Quelle che vengono dagl’uomini, sono LE
VARIAZIONI DELLE SETTE E DELLE LINGUE. Perchè quando surge una setta nuova,
cioè una religione nuova, il primo studio suo è, per darsi reputazione,
estinguere la vecchia; e quando egli occorre che gl’ordinatori della nuova
setta sono di lingua diversa, la spengono facilmente. La qual cosa si conosce
considerando i modi che ha tenuti la religione cristiana contra alla SETTA
GENTILE; la quale ha cancellati tutti gl’ordini, tutte le ceremonie di quella,
e spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gl’è riuscito
spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagl’uomini eccellenti di quella:
il die è nato per AVERE QUELLA MANTENUTA LA LINGUA LATINA; il che fecero
forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perchè, se
l’avessino potuta scrivere con nuova lingua, considerato l’altre persecuzioni
gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E chi legge i
modi tenuti da san Gregorio e dagli altri capi della religione cristiana, vedrà
con quanta ostinazione e’perseguitarono tutte le memorie antiche, ardendo P
opere de’poeti e delli istorici, minando le immagini, e guastando ogni altra
cosa che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se a questa persecuzione
egli avessino aggiunto una nuova lingua, si sarebbe veduto in brevissimo tempo
ogni cosa dimenticare. È da credere, pertanto, che quello che ha voluto fare la
religione cristiana contra alla setta gentile, la gentile abbi fatto contra u quella
che era innanzi a lei. E perchè queste sètte in cinque o in seimila anni
variarono due o tre volle, si perdè in memoria delle cose fatte innanzi a quel
tempo. E se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è
prestato loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che benché
e’renda ragione di quaranta o cinquanta mila anni, nondimeno è riputata, come
io credo che sia, cosa mendace. Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono
quelle che spengono l’umana generazione, e riducono a pochi gl’abitatori di
parte del mondo. E questo viene o per peste o per fame o per una inondazione
d’acque: e la più importante è questa ultima, sì perchè la è più universale, sì
perchè quelli che si salvano sono uomini tutti montanari e rozzi, i quali non
avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare a’posteri. E se
infra loro si salvasse alcuno che n’avesse notizia, per farsi riputazione e
nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo a’successori
quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste inondazioni, pesti e
fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perchè ne sono piene tutte le
istorie, sì perchè si vede questo effetto della oblivione delle cose, sì perchè
e’pare ragionevole che sia: perchè la natura, come ne’corpi semplici, quando vi
è ragunato assai materia superflua, muove per sè medesima molte volte, e fa una
purgazione, la quale è salute di quel corpo; così interviene in questo corpo
misto della umana generazione, che quando tutte le provincie sono ripiene
d’abitatori, in modo che non possono vivere, nè possono andare altrove, per
esser occupati e pieni tutti i luoghi; e quando l’astuzia e malignità umana è
venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno
de’tre modi; acciocché gl’uomini essendo divenuti pochi e battuti, vivano più
comodamente, e diventino migliori. Era adunque già tu Toscana potente, piena di
religione e di virtù; aveva i suoi costumi e la sua LINGUA PATRIA: il che tutto
è stato spento dalla potenza romana. Talché di lei ne rimane solo la memoria
del nome. Come i Romani procedevano nel fare la guerra. Avendo discorso come i
Romani procedeno nell’ampliare, discorreremo ora come e’ procedeno nel fare la
guerra; ed in ogni loro azione si vede con quanta prudenza i diviano dal modo
universale degl’altri, per facilitarsi la via a venire a una suprema grandezza.
L’intenzione di chi fa guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare
e mantenere l’acquistato; e procedere in modo con esso, che I’arricchisca c non
impoverisca il paese e la patria sua. È necessario dunquc, e nell’acquistare e
nel mantenere, pensare di non spendere; anzi far ogni cosa con utilità del
pubblico suo. Chi vuol fare tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e modo
romano: il quale fu in prima di fare le guerre, come dicono i Franciosi, corte
e grosse; perchè, venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le guerre
eh’egli ebbono co’Latini, Sanniti e Toscani le espedirono in brevissimo tempo.
E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino
all’ossidione de’ Yeienti, tutte si vedranno espedite, quale in sei, quale in
dieci, quale in ventidi. Perchè l’uso loro era questo: subito che era scoperta
la guerra, egli uscivano fuori con gl’eserciti all’incontro del nimico, e
subito facevano la giornata. La quale vinta, i nimici, perchè non fussc guasto
loro il contado affatto, venivano alle condizioni; ed i Romani gli condennavano
in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati comodi, o gli
consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro,
veniva ad esser guardia de’confini romani, con utile di essi coloni, che
avevano quelli campi, e con utile del pubblico di Roma, che senza spesa teneva
quella guardia. Nè poteva questo modo esser più seeuro, o più forte, o piu
utile: perchè mentre che i nimici non erano in su i campi, quella guardia
basta: come e’fussino usciti fuori grossi per opprimere quella colonia, ancora
i Romani uscivano fuori grossi, e venivano a giornata con quelli; e fatta e
vinta la giornata, imponendo loro più gravi condizioni, si tornavano in casa.
Così venivano ad acquistare di mano in mano riputazione sopra di loro, e forze
in sè medesimi. E questo modo vennono tenendo infino che mutorno modo di procedere
in guerra: il che fu dopo l’ossidione de’Veienti; dove, pei’potere fare guerra
lungamente, gl’ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non essere
necessario, essendo le guerre brevi, non gli pagavano. E benché i Rotflani
dessino IL SOLDO, e che per virtù di questo ei potessino fare le guerre più
lunghe, e per farle più discosto la necessità gli tenesse più in su’campi;
nondimeno non variarono mai dal primo ordine di finirle presto, secondo il
luogo ed il tempo; nè variarono mai dal mandare le colonie. Perchè nel primo
ordine gli tenne, circa il fare le guerre brevi, olirà il loro naturale uso, T
ambizione de’Consoli; i quali avendo a stare un anno, e di quello anno sei mesi
alle stanze, volevano finire la guerra per trionfare. Nel mandare le colonie,
gli tenne 1’utile e la comodità grande che ne risulta. Variarono bene alquanto
circa le prede, delie quali non erano cosi liberali come erano stati prima; sì
perchè e non pare loro tanto necessario, avendo i soldati lo stipendio; sì
perchè essendo le prede maggiori, disegnano d’ingrassaie di quelle in modo il
pubblico, che non lussino constretti a fare le imprese con tributi della città
li quale ordine in poco tempo fece il loro erario ricchissimo. Questi duoi
modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e circa il mandar le colonie,
feciono che Roma arricchiva della guerra j dove gli altri principi e
repubbliche non savie ne impoveriscono. E ridusse la cosa in termine, che ad un
Consolo non pare poter trionfare, se non porta col suo trionfo assai oro ed
argento, e d’ogni altra sorte preda, nell’erario. Cosi i Romani con i
soprascritti termini, e coti il finire le guerre presto, sendo contenti con
lunghezza straccare i nemici, e con rotte e con le scorrerie e con accordi a
loro avvantaggi, diventarono sempre più ricchi e più potenti. Quanto terreno i
Romani danno per colono. Quanto terreno i Romani distribuiisino per colono,
credo sia molto diffìcile trovarne la verità. Perchè io credo ne dessino più o
manco, secondo i luoghi dove e mandano le colonie. E giudicasi che ad ogni modo
ed in ogni luogo la distribuzione fusse parca: prima, per poter mandare più
uomini, sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perchè vivendo
loro poveri a caso, non era ragionevole che volessino che I loro uomini abbondassino
troppo fuora. E L. dice, come preso Veio e’vi mandorno una colonia, e
distribuirono a ciascuno tre iugeri e sette once di terra; che sono al modo
nostro. Perchè, oltre alle cose soprascritte, e giudicavano che non lo assai
terreno, ma il bene coltivato bastasse. È necessario bene, che tutta la colonia
abbi campi pubblici dove ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove
prendere del legname per ardere; senza le quali cose non può una colonia
ordinarsi. La cagione perchè i popoli si partono da luoghi patriij cd inondano
il paese altrui. Poiché di sopra si è ragionato del modo nel procedere della
guerra osservato da’Romani, c come i Toscani furono assaltati da’Franciosi; non
mi pare alieno dalla materia discorrere, come e’si fanno di due generazioni
guerre. L’una è fatta per ambizione de’principi o delle repubbliche, che
cercano di propagare lo imperio; come furono le guerre che fece Alessandro
Magno, e quelle che feciono i Romani, e quelle che fanno ciascuno di, 1’una
potenza con F altra. Le quali guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto
gl’abitatori d’una provincia; perchè e’basta al vincitore solo la ubbidienza
de’popoli, e il più delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre
con le loro case, e ne’loro beni. L’altra generazione di guerra è, quando un
popolo intero con tutte le sue famiglie si beva d’uno luogo, necessitato o
dalla fame o dalla guerra, e va a cercare nuova sede e nuova provincia; non per
comandarla, come quelli di sopra, ma per possederla tutta particolarmente, e
cacciarne o ammazzare gli abitatori antichi di quella. Questa guerra è
crudelissima e paventosissima. E di queste guerre ragiona SALUSTIO nel fine
dell’Iugurtiuo, quando dice che vinto lugurta, si senti il moto de’Franciosi
che venivano in Italia: dove e’dice che’l Popolo romano con tutte le altre
genti combattè solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi si
combattè sempre per la salute di ciascuno. Perchè ad un principe o una
repubblica spegnere solo coloro che comandano; ma a queste popolazioni conviene
spegnere ciascuno, perchè vogliono vivere di quello che altri vive. I Romani
ebbero tre di queste guerre pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu
presa, la quale fu occupata da quei Franciosi che avevano tolto, come di sopra
si disse, la Lombardia a’Toscani, e fattone loro sedia; della quale L. ne
allega due cagioni: la prima, che furono allettati dalla dolcezza delle frutte,
c del vino di Italia, delle quali mancavano in Francia; la seconda che, essendo
quel regno francioso moltiplicato in tanto di uomini, che non vi si potevano
più nutrire, giudicarono i principi di quelli luoghi, che fusse necessario che
una parte di loro anda a cercare nuova terra; e fatta tale deliberazione,
elcssono per capitani di quelli che si avevano a partire, Belloveso e Sicoveso,
duoi re de’Franciosi: de’quali Belloveso venne in Italia, e Si» coveso passò in
Ispagna. Dalla passata del quale Belloveso, nacque l’occupazione di Lombardia,
c quindi la guerra che prima i Franciosi fecero a Roma. Dopo questa, fu quella
che fecero dopo la guerra cartaginese, quando tra Piombino e Pisa ammazzarono
più che dugentomila Franciosi. La terza è quando i Todeschi e Cimbri vennero in
Italia: i quali avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario.
Vinsero adunque i Romani queste tre guerre pericolosissime. Ne era necessario
minore virtù a vincerle; perchè si vede poi, come la virtù romana manca, e che
quelle arme perderono il loro antico valore, fu quello imperio distrutto da
simili popoli: i quali furono Goti, Vandali c simili, che occuparono tutto lo
imperio occidentale. Escono tali popoli de’paesi loro, rome di sopra si disse,
cacciati dalla necessitò: e la necessitò nasce o dalla fame, o da una guerra ed
oppressione clic ne’paesi propri è loro fatta; talché e’sono constretti cercare
nuove terre. E questi tali, o e’sono grande numero; ed allora con violenza
entrano ne' paesi altrui, ammazzano gl’abitatori, posseggono i loro beni, fanno
uno nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fa Moisè, e quelli popoli
che occuparono lo imperio romano. Perchè questi nomi nuovi che sono nella
Italia e nelle altre provincie, non nascono d’altro che d’essere state nomate
così da’nuovi occupatoci: come è la LA LOMBARDIA, CHE SI CHIAMAVA GALLIA
CISALPINA: LA FRANCIA SI CHIAMAVA GALLIA TRANSALPINA, ed ora è nominata
da’Franchi, chè cosi si chiamano quelli popoli che l’occuparono: la Schiavoniu
si chiamava ILLIRIA, l’Ungheria PANNONIA; l’Inghilterra BRITANNIA: c molte
altre provincie che hanno mutato nome, le quali è tedioso raccontare. Moisè
ancora chiama Giudea quella parte di SORIA occupata da lui. E perchè io ho
detto di sopra, che qualche volta tali popoli sono cacciati della propria sede
per guerra, donde sono constretti cercare nuove terre; ne voglio addurre lo essempio
de’Maurusii, popoli anticamente in Soria: i quali, sentendo venire i popoli
ebraici, e giudicando non poter loro resistere, pensarono essere meglio salvare
loro medesimi, t’ lasciare il paese proprio, che per volere salvare quello,
perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andano in Affrica,
dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in quelli luoghi
trovarono. G così quelli che non avevano potuto difendere il loro paese,
poterono occupare quello d’altrui. E PROCOPIO, che scrive la guerra che fece
Bellisario co’Vandali occupatori dell’Affrica, riferisce aver letto lettere
scritte in certe colonne ne’luoghi dove questi Maurusii abitano, le quali
diceno: S os Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii flava. Dove apparisce
In cagione della partita loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli
formidolosissimi, sendo cacciati d’una ultima necessità; e s’egli non
riscontrano buone armi, non saranno mai sostenuti. Ula quando quelli che sono
constretti abbandonare la loro patria non sono molti, non sono sì pericolosi
come quelli popoli di chi s’è ragionato; perchè non possono usare tanta
violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo, e, occupatolo,
mantenervisi per via d’amici e di confederali: come si vede che fa ENEA,
Didone, i Massiliesi e simili; i quali lutti, per consentimento de’vicini, dove
e’posorno, poterono mantenervisi. Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi
tutti de’paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai
uomini, cd il paese di qualità da non gli potere nutrire, sono forzati uscire,
avendo molte cose che gli cacciano, e nessuna che gli ritenga. E se da
cinquecento anni in qua, non è occorso che alcuni di questi popoli abbino
inondato alcuno paese, è nato per più cagioni. La prima, la grande evacuazione
che fece quel paese nella declinazione dello imperio; donde uscirono più di
trenta popolazioni. La seconda è che la Magna e1’Ungheria, donde ancora
uscivano di queste genti, hanno ora il loro paese bonificato in modo, che vi
possono vivere agiatamente; talché non sono necessitati di mutare luogo.
Dall’altra parte, sendo loro uomini bellicosissimi, sono come uno bastione a
tenere che gli Sciti, i quali con loro confinano, non presumino di potere
vincergli o passargli. E spesse volte occorrono movimenti grandissimi
da’Tartari, che sono di poi dagl’Ungheri e da quelli di Polonia sostenuti; e
spesso si gloriano, che se non fussino 1’arme loro, la Italia e la chiesa
arebbe molle volle sentito il peso degl’eserciti tartari. E questo voglio basti
quanto a’prefati popoli. Quali cagioni comunemente faccino nascere le guerre
intra i polenti. La cagione che fece nascere guerra intra i Romani ed i
Sanniti, che erano stati in lega gran tempo, è una cagione comune che nasce
infra tutti i principati potenti. La qual cagione o la viene a caso, o la è
fatta nascere da colui che desidera muovere la guerra. Quella che nacque intra
i Romani ed i Sanniti, fu a caso; perchè la intenzione de’Sanniti non fu,
muovendo guerra a’Sidicini, e di poi a’Campani, muoverla ai Romani. .\Ia sendo
i Campani oppressati, e ricorrendo a Roma fuora della oppinione de’Romani e
de’Sanniti, furono forzati, dandosi i Campani ai Romani, come cosa loro
difendergli, e pigliare quella guerra che a loro parve non potere colloro onore
fuggire. Perchè e’pare bene a’Romani ragionevole non potere difendere i Campani
come amici, eontra ai Sanuiti amici, ma pare ben loro vergogna non gli
difendere come sudditi, ovvero raccomandali; giudicando, quando e’non avessino
presa tal difesa, torre la via a tutti quelli che disegnassino venire sotto la
potestà loro. Ed avendo Roma per fine l’imperio e la gloria, e non la quiete,
non poteva ricusare questa impresa. Questa medesima cagione da principio alla
guerra conira a’Cartaginesi, per la difensione che i Romani presono
de’Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso. Ma non fu già a caso di poi
la guerra che nacque infra loro; perchè Annibaie capitano Cartaginese assalta i
Saguntini amici de’Romani in Ispagna, non per offendere quelli, ma per muovere
l’arme romane, ed avere occasione di combatterli, c passare in Italia. Questo
modo nello appiccare nuove guerre è stato sempre consueto intra i potenti, e
che si hanno e della fede, e d’altro, qualche rispetto. Perchè, se io voglio
fare guerra con uno principe, ed infra noi siano fermi capitoli per un gran
tempo oservati, con altra giustificazione e con altro colore assalterò io un
suo amico che lui proprio 5 sappiendo massime, che nello assaltare lo amico, o
ci si risentirà, ed io arò V intento mio di fargli guerra; o non si risentendo,
si scuoprirà la debolezza o la infidelità sua di non difendere un suo
raccomandato. E l’una e I'altra di queste due cose è per torgli riputazione, e
per fare più facili i disegni miei. Debbesi notare, adunque, e pella dedizione
de'Campani, circa il muovere guerra, quanto di sopra si è detto; e di più, qual
rimedio abbia una città che non si possa per sè stessa difendere, e voglisi
difendere in ogni modo da quel clic l'assalta: il quale è darsi Uberamente a
quello che tu disegni che ti difenda; come feciono i Capovani ai Romani, ed i
Fiorentini al ré Roberto di Napoli: il quale non gli volendo difendere come
amici, gli difese poi come sudditi contra alle forze di Castruceio da Lucca,
die gli opprimeva. I danari non sono il nervo della guerra j secondo che è la
comune oppi ninne. Perchè ciascuno può cominciare una guerra a sua posta, ma
non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una impresa, misurare le
forze sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere tanta prudenza, che
delle sue forze ei non s’inganni; ed ogni volta s’ingannerà, quando le misuri o
dai danari, o dal sito, o dalla benivoienza degli uomini, mancando dall’altra
parte d’arme proprie. Perchè le cose predette ti accrescono bene le forze, ma le
non te ne danno; e per sè medesime sono nulla; e non giovano alcuna cosa senza
l’arme fedeli. Perchè i danari assai, non ti bastano senza quelle; non ti giova
la fortezza de! paese; e la fede‘e benivoienza degli uomini non dura, perchè
questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni monte,
ogni lago, ogni luogo inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori
mancano. I danari ancora non solo non ti difendono, ina ti fanno predare più
presto. Nè può essere più falsa quella comune oppinione che dice che i danari
sono il nervo della guerra. La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella
guerra che fu intra A'ntipatro macedone c il re spartano: dove narra, che per
difetto di danari il re di Sparta fu necessitato azzuffarsi, e fu rotto; che se
ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la nuova in Grecia della morte
d’Alessandro, donde e sarebbe rimaso vincitore senza combattere. Ma mancandogli
i danari, e dubitando che lo esercito suo per difetto di quelli non Io
abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa: talché Quinto
Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra. La
qual sentenza è allegata ogni giorno, v da’principi non tanto prudenti che
basti, seguitata. Perchè, fondatisi sopra quella, credono che basti loro a
difendersi avere tesori assai, e non pensano che se’1 tesoro basta a vincere,
che Dario arebbe vinto Alessandro, i Greci nrebbon vinti i Romani; ne’nostri
tempi il duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono, il Papa ed i
Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere Francesco Maria,
nipote di papa Giulio II, nella guerra d’Urbino. Ma tutti i soprannominali
furono vinti da coloro che non il danaro, ma i buoni soldati stimano essere il
nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re di Lidia mostrò a Solone
ateniese, fu un tesoro innumerabile; c domandando quel che gli pare della
potenza sua, gli rispose Solone, che per quello non lo giudica più potente;
perchè la guerra si fa col ferro e non coll’oro, e che poteva venire uno che
avesse piu ferro di lui, e torgliene. Olir’a questo, quando, dopo la morte
d’Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in
Asia; e mandando i Franciosi oratori al re di Macedonia per trattare certo accordo;
quel re, per mostrare la potenza sua e per {sbigottirli, mostrò loro oro ed
argento assai: donde quelli Franciosi che di già avevano come ferma la pace, la
j uppono; tanto desiderio in loro crebbe di torgli quell’oro: e cosi fu quel re
spogliato per quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata. 1
Yeniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro pieno di tesoro,
perdeno tutto lo Stato, senza potere essere difesi da quello. Dico pertanto,
non l’oro, come grida la comune oppinione, essere il nervo della guerra, ma i
buoni soldati: perchè 1’oro non è suflìzienle a trovare i buoni soldati, ma i
buoni soldati son ben sutlìzienti a trovare l’oro. Ai Romani, s’egli avessero
voluto fare la guerra più con i danari che con ii ferro, non sarebbe bastato
avere tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che fcciono, e
le difficoltà che vi ebbono dentro. Ma facendo le loro guerre con il ferro, non
patirono mai carestia dell'oro; perchè da quelli che li temevano era portato
l’oro infino ne’campi. E se quel re spartano per carestia di danari ebbe a
tentare la fortuna della /uffa, intervenne a lui quello, per conto de’danari,
che molte volte è intervenuto per altre cagioni; perchè s’è veduto che,
mancando ad uno esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire di
fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre d’azzuffarsi, per essere più
onorevole, e dove la fortuna ti può in qualche modo favorire. Ancora è
intervenuto molte volte, che veggendo uno capitano al suo esercito nimico venire
soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello e tentare la fortuna della
zuffa; o aspettando eh’egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con
mille suoi disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne ad Asdrubale
quando nella Marca fu assaltato da Claudio Verone, insieme con l’altro consolo
romano), che un capitano che è necessitato o a fuggirsi o a combattere, come
sempre elegge il combattere; parendogli in questo partito, ancora che
dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro, avere a perdere in ogni
modo. Sono, adunque, molte necessitati che fanno a uno capitano fuor della sua
intenzione pigliare partito d’azzuffarsi; intra le quali qualche volta può
essere la carestia de’danari: nè per questo si debbono i danari giudicare
essere il nervo della guerra, più che le altre cose che inducono gli uomini n
simile necessità. Non è, adunque, replicandolo di nuovo. 1’oro il nervo della
guerra; ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo, ina è
una necessità che i soldati buoni per sè medesimi la vincono; perchè è
inipossibile che a’buoni soldati manchino i danari, come che i denari pei loro
medesimi truovino i buoni soldati. Mostra questo che noi diciamo essere vero,
ogni istoria in mille luoghi; non ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi
a fare guerra con tutto il Peloponneso, mostrando che e potevano vincere quella
guerra colla industria e colla forza del danaio. E benché in tale guerra
gl’ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perdeno; e valsoti più il
consiglio e gli buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio d’Atene.
Ma L. è di questa oppinione più vero testimone che alcuno altro, dove
discorrendo se Alessandro Magno fusse venuto in Italia, s’egli avesse vinto i
Romani, mostra esser tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni,
capitani prudenti, e buona fortuna: dove esaminando quali o i Romani o
Alessandro prevalessino in queste cose, fa di poi la sua conclusione senza
ricordare mai i danari. Doverono i Capovani, quando furono ricfiiesti
da’Sidicini che prendessino l’arme per loro contea ai Sanniti, misurare la
potenza loro dai danari, c non dai soldati: perchè, preso ch’egli ebbero
partito d’aiutarli, dopo due rotte furono constretti farsi tributari de’Romani,
se si vollono salvare. Non è partito prudente fare amicizia con un principe che
abbia più oppinionc che forze. Volendo L. mostrare l’errore de’Sidicini a
fidarsi dello aiuto de’Campani, e l’errore de’Campani a credere potergli
difendere, non lo potrebbe dire con più vive parole, dicendo: Campani magie
nomen in auxilium Sidicinorunij quam vires ad prcesidium atlulcrunl. Dove si
debbe notare che le leghe si fanno co’principi che non abbino o comodità
d’aiutarti pella distanzia del sito, o forze di farlo per suo disordine o altra
sua cagione, arrecano più fama che aiuto a coloro ehe se ne fidano: come
intervenne ne’dì nostri a’Fiorentini, quando il papa ed il re di Napoli
gl’assaltarono; che essendo amici del re di Francia, trassono di quella
amicizia magis nomcn, r/nam praesidium: come interverrebbe ancora a quel
principe, che confidatosi di Massimiliano imperatore, fa qualche impresa;
perchè questa è una di quelle amicizie che arrecherebbe a chi la fa magis nomcn
9 quam prassi ditinij come si dice in questo testo, che arrecò quella de’Capovani
ai Sidicini. Errarono, adunque, in questa parte i Capovani, per parere loro
avere più forze che non avevano. E così fa la poca prudenza delti uomini
qualche volta, che non sappiendo nè potendo difendere sè medesimi, vogliono
prendere imprese di difendere altrui: come fecero ancoro i Tarentini, i quali,
sendo gl’eserciti romani allo Incontro dell’esercito de’Sanniti, mandorono
ambasciadori al consolo romano, a fargli intendere come ci volevano pace intra
quelli duoi popoli, e come erano per fare guerra centra a quello che dalla pace
si discostasse, talché il consolo, ridendosi di questa proposta, alla presenza
di detti ambasciadori fa sonare a battaglia, ed al suo esercito comandò che
anda a trovare il nimico, mostrando ai Tarentini col1’opera e non colle parole
– GRICE A MAN OF WORDS AND NOT OF DEEDS IS LIKE A GARDEN FULL OF WEEDS -- di
che risposta essi erano degni. Ed avendo ragionato dei parliti che pigliano i
principi al contrario pella difesa d’altrui, voglio parlare di quelli che si
pigliano pella difesa propria. Scegli è meglio, temendo d’essere assaltalo o
inferire, o aspettare la guerra. lo lio sentito d’uomini assai pratichi nelle
cose della guerra qualche volta disputare, se sono duoi principi quasi d’eguali
forze, se quello più gagliardo abbi bandito la guerra contra a quello altro,
quale sia miglior partito per Poltro; o aspettare il nimico dentro ai confini
suoi, o andarlo a trovare in casa, ed assaltare lui: e ne fio sentito addurre
ragioni d’ogni parte. E chi difende l’andare assaltare altrui, n’allega il
consiglio che Creso da a Ciro, quando arrivato in su’confini de’Massageli per
fare lor guerra, la lor regina Tarniri gli manda a dire, ch’elegge quale
de'duoi partiti volesse; o entrare nel regno suo, dovè essa Ip aspetterebbe; o
volesse che ella venisse a trovar lui. E venuta la cosa in disputazionc, Creso,
contra all’oppinione degl’altri, dice che s’andasse a trovar lei; allegando che
s’egli la vince discosto al suo regno, che non gli torrebbe il regno, perchè
ella arebbe tempo a rifarsi; pia se la vince dentro a’suoi confini, potrebbe
seguirla in su la fuga, e non le dando spazio a rifarsi, torli io Stato.
Allegane ancora il consiglio che da Annibaie ad Antioco, quando quel re disegna
fare guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non si potevano vincere se
non in Italia, perchè quivi altri si poteva valere delle arme e delle ricchezze
e degl’amici loro; chi gli combatte fuora d’Italia, e lascia loro l’Italia
libera, lascia loro quella fonte, che mai li manca vita a somministrare forze
dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima torre Roma che
l’imperio; prima l’Italia che l’altre provincie. Allega ancora Agatocle che non
potendo sostenere la guerra di casa, assalta i Cartaginesi clic glieuc
facevano, e gli ridusse a domandare pace. Allega SCIPIONE che per levare la
guerra d’Italia, assalta l’Affrica. Chi parla al contrario dice, che chi vuole
fare capitare male uno nimico, lo discosti da casa. Allegane gl’Ateniesi, che
mentre che feciono la guerra comoda alla casa loro, restarono superiori; e come
si discostarono, ed andarono cogl’eserciti in Sicilia, perderono la libertà.
Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato da
Ercole Egizio, fu insuperabile mentre che Io aspettò dentro a’confini del suo
regno; ma come e’se ne discosto per astuzia di Ercole, perdè lo Stalo e la
vita. Onde è dato luogo alla favola di Anteo, che sendo in terra ripiglia le
forze da sua madre, che era la Terra; e che Ercole avvedutosi di questo, lo
leva in alto, e discostollo dalla terra. Allegane ancora i giudizi moderni.
Ciascuno sa come Ferrando re di Napoli fu ne’suoi tempi tenuto uno savissimo
principe: e venendo la fama, duoi anni avanti la sua morte, come il re di
Francia Carlo Vili voleva venire ad assaltarlo, avendo fatte assai
preparazioni, ammalò; e venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasciò ad
Alfonso suo figliuolo, fu che egli aspettasse il nimico dentro al regno; e per
cose del mondo non traesse forze fuori dello Stato suo, ma lo aspettasse dentro
aisuoi confini tutto intero; il che non fuosservato da quello; ma mandato uno
esercito in Romagna, senza combattere perdè quello c lo Stato. Le ragioni che,
oltre alle cose dette, da ogni parte si adducono, sono: che chi assalta viene
con maggiore animo che chi aspetta, il che fa più confidente lo esercito;
toglie, oltra di questo, molte comodità al nimico di potersi valere delle sue
cose, non si potendo valere di quei sudditi che sieno saccheggiati; e per avere
il nimico in casa, è constretto il signore avere più rispetto a trarre da loro
danari ed affaticargli: sicché e’viene a seccare quella fonte, come dice
Annibaie, che fa che colui può sostenere la guerra. Oltre di questo, i suoi
soldati, per trovarsi ne’paesi d’ altrui, sono più necessitati a combattere; e
quella nccessila fa virtù, come più volte abbiamo detto. Dall’altra parte si
dice; come aspettando il nimico, si aspetta con assai vantaggio, perchè senza
disagio alcuno tu puoi dare a quello molti disagi di vettovaglia, e d’ogni
altra cosa che abbia bisogno uno esercito: puoi meglio impedirli i disegni
suoi, per la notizia del paese cheta hai più di lui: puoi con più forze
incontrarlo, per poterle facilmente tutte unire, ma non potere già tutte
discostarle da casa: puoi sendo rotto rifarti facilmente; sì perchè del tuo
esercito se ne salverà assai, per avere i rifugi propinqui; si perchè il
supplemento non ha a venire discosto: tanto che tu vieni arrischiare tutte le
forze, e non tutta la fortuna; e discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e
non tutte le forze. Ed alcuni sono stati che per indebolire meglio il suo
nimico, Io lasciano entrare parecchie giornate in su il paese loro, e pigliare
assai terre; acciò che lasciando i presidii in tutte, indebolisca il suo
esercito, e possiulo dipoi combattere più facilmente. Ma, per dire ora io
quello che io ne intendo, io credo che si abbia a fare questa distinzione: o io
ho il mio paese armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri; o io l’ho
disarmato, come avevano i Cartaginesi, o come Y hanno i re di Francia e
gl’Italiani. In questo caso, si debbe tenere il nimico discosto a casa; perchè
scudo la tua virtù nel danaio e non negli uomini, qualunque volta ti è impedita
la via di quello, tu sei spacciato; nè cosa veruna te lo impedisce quanto la
guerra di casa. In essempi ci sono i Cartaginesi; i quali mentre che ebbero la
casa loro libera, poterono colle rendite fare guerra con i Romani; e quando la
avevano assaltata, non potevano resistere ad Agatoeie. I Fiorentini non avevano
rimedio ulcuuo con Castruccio signore di Lucca, perchè ci faceva loro la guerra
in casa; tanto che gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Roberto di
Napoli. Ma morto Castruccio, quelli medesimi Fiorentini ebbero animo di
assaltare il duca di Milano in casa, ed operare di torgli il regno: tanta virtù
monstrarono nelle guerre louginque, e tanta viltà nelle propinque. Ma quando i
regni sono armati, come era armata Roma e come sono i Svizzeri, sono più
difficili a vincere quanto più ti appressi loro: perchè questi corpi possono
unire più forze a resistere ad uno impeto, che non possono ad assaltare altrui.
Nè mi muove in questo caso I’autorità di Annibaie, perchè la passione e Y utile
suo gli faceva cosi dire ad Antioco. Perchè, se i Romani avessino avute in
tanto spazio di tempo quelle tre rotte in Francia ch’egli ebbero in Italia da
Annibaie, senza dubbio erano spacciati: perchè non si sarebbono valuti
de’residui degli eserciti, come si valsono in Italia; non arebbono avuto a
rifarsi quelle comodità; nè potevano con quelle forze resistere ai nimico, che
poterono. Non si trova che, per assaltare una provincia, loro mandassino mai
fuora eserciti clic passassino cinquantamila persone; ma per difendere la casa
ne misono in arme conira ai Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia
di migliaia. Nè arebbono potuto poi romper quelli in Lombardia, come gli
ruppono in Toscana; perchè contro a tanto numero di ninnici non arebbono potuto
condurre tante forze sì discosto, nè combattergli con quella comodità. I Cimbri
ruppono uno esercito romano in la Magna, nè vi ebbono i Romani rimedio. Ma come
egli arrivorono in Italia, e che poterono mettere tutte le loro forze insieme,
gli spacciarono. I Svizzeri è facile vincergli fuori di casa, dove e’non
possono mandare più che un trenta o quarantamila uomini; ma vincergli in casa,
dove e’ne possono raccozzare centomila, è difficilissimo. Conchiuggo adunque di
nuovo, che quel principe che ha i suoi popoli armati ed ordinali alla guerra,
aspetti sempre in casa una guerra potente e pericolosa, e non la vadia a
rincontrare: ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese inusitato
della guerra, se la discosti sempre da casa il più che può. E così r uno e
l’altro, ciascuno nel suo grado, si difenderà meglio. Che si viene di bassa a
gran fortuna più colla fraude che colla forza. Io stimo essere cosa verissima,
che rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a
gradi grandi, senza la forza e senza la fraude; purché quel grado al quale
altri è pervenuto, non ti sia o donalo, o lasciato per eredità. Xè credo si
truovi mai che la forza sola basti, ma si troverà bene che la fraude sola
basterà: còme chiaro vedrà colui che legge la vita di Filippo di Macedonia,
quella di Agatocle siciliano, e di molti altri simili, che d’infima ovvero di
bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o ad imperi grandissimi. Mostra
Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dell’ingannare; consideralo
che la prima ispedizione che fa fare a Ciro contea il re d’Armenia, è piena di
fraude, e come con inganno, e non con forza, gli fa occupare il suo regno; e
non conchiude altro per tale azione, se non che ad un principe che voglia fare
gran cose, è necessario imparare a ingannare. Fagli, olirà di questo, ingannare
Ciassare, re de’Medi, suo zio materno, in più modi; senza la quale fraude
mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Nè credo che
si truovi mai alcuno constiluito in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio
solo colla forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo colla fraude: come fa
Galeazzo per tor lo Stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E
quei che sono necessitati fare i principi ne’principi! degli augumenti loro,
sono ancora necessitate a fare le repubbliche, infimo che le sieno diventate
potenti, e che basti la forza sola. E perchè Roma tenne in ogni parte, o per
sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò
ancora di questo. Nè potè usare, nel principio, il maggiore inganno, che
pigliare il modo di sopra discorso da noi, di farsi compagni; perchè sotto
questo nome se li fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli
all’intorno. Perchè prima si valse dell’arme loro in domare i popoli convicini,
e pigliare la riputazione dello Stato: di poi, domatogli, venne in tanto
augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avviddono mai di
essere al tutto servi, se non poi che viddono dare due rotte ni Sanniti, e
costrettigli ad accordo. La (piale vittoria, come ella accrebbe gran
riputazione ai Romani eoi principi longinqui, clic mediante quella sentirono il
nome romano e non l’armi; così generò invidia e sospetto in quelli che vedevano
e sentivano l’armi, intra i quali furono i Latini. E tanto potè questa invidia
e questo timore, che non solo i Latini, ma le colonie che essi avevano in
Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanti difesi, congiurarono contra al
nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra,
che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma
difendendo i Sidicini contra ai Sanniti; a’quali i Sanniti facevano guerra con
licenza de’Romani. E che sia vero che i Latini si movessino per avere
conosciuto questo inganno, lo dimostra L. nello bocca di Annio Setiuo pretore
latino, il quale nel consiglio loro disse queste parole: Nam, si etìam mine sub
umbra feederis cequi servitutem pati possumus etc. Yedesi pertanto i Romani
ne’primi augumenti loro non essere mancati eziam della fraude; la quale fu
sempre necessaria ad usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi
gradi salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa
de’Romani. Ingannatisi molte volle gli uomini j credendo coll’umilila vincere
la superbia.Vedesi molle volte come l’umilila non solamente non giova, ma
nuoce, massimamente usandola cogl’uomini insolenti, che, o per invidia o per
altra cagione, hanno concetto odio teco. Di che ne fa fede lo istorico nostro
in questa cagione di guerra intra i Romani ed i Latini. Perchè, dolendosi i
Sanniti con i Romani, che i Latini gli avevano assaltati, i Romani non vollono
proibire ai Latini tal guerra, desiderando non gli irritare: il che non
solamente non gli irritò, ma gli fece diventare più animosi contro a loro, e si
scopersono più presto inimici. Di che ne fanno fede le parole usate dal prefato
Annio pretore latino nel medesimo concilio, dove dice: Tentaslis patientiam
negando mililem: (jais dubitai cxarsisse eos ? Pcrtulerunt (amen hunc dolorem.
Excrcitus nos parare adversus Snmnilcs feederatos suos audierunl, ncc mnverunt
se ab urbe. I
Inde hcec illis tanta modestia j, ni si a eonscienlia virium, et n os trarum,
et suarum? Conoscesi, pertanto,
chiarissimo per questo testo, quanto la pazienza de’Romani accrebbe l’arroganza
de’Latini. E però, mai uno principe debbe volere mancare del grado suo, e non
debbe mai lasciare alcuna cosa d’accordo, volendola lasciare onorevolmente, se
non quando e’la può, o e’si crede che la possa tenere: perchè gli è meglio
quasi sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non la possa lasciare
nel modo detto, lasciarsela torre colle forze che con la paura delle forze.
Perchè se tu la lasci con In paura, lo fai per levarli la guerra, ed il più
delle volte non te la lievi: perche colui a chi tu arai con una viltà scoperta
concesso quella, non starà saldo, rao ti vorrà torre delle altre cose, e si
accenderà più contra di te, stimandoti meno; e dall'altra parte, in tuo favore
troverai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o debole, o vile: ma
se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari le forze, ancoraché
le siano inferiori a lui quello ti comincia a stimare; stimanti più gli altri
principi allo intorno; ed a tale viene voglia di aiutarti, sendo in su P arme,
che abbandonandoti non ti aiuterebbe mai. Questo si intende quando tu abbia uno
inimico; ma quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi ad
al’euno di loro per riguadagnarselo, ancoraché fusse di già scoperta la guerra,
e per smembrarlo dagli altri confederati tuoi inimici, fia sempre partito
prudente. Gli Stati deboli sempre fieno ambigui nel risolversi: e sempre le
deliberazioni lente sono nocive.in questa medesima materia, ed in questi
medesimi principi! di guerra intra i Latini ed i Romani, si può notare come in
ogni consulta è bene venire allo individuo di quello die si ha a deliberare, e
non stare sempre in ambiguo, nè in su lo incerto della cosa. Il che si vede
manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando c’pensavano alienarsi
da’Romani. Perchè avendo presentito questo cattivo umore che ne’popoli latini
era entrato, i Romani, per eertificarsi della cosa, c per vedere se potevano
senza mettere mano all’arme riguadagnarsi quelli popoli, fecero loro intendere,
come e’mandassero a Roma otto cittadini, perchè avevano a consullare colloro. I
Latini, inteso questo ed avendo conscienza di molte cose fatte centra alla
voglia de’Romani, fcciono consiglio per ordinare chi dovesse ire a Roma, e
dargli commissione di quello ch’egli avesse a dire. Estando nel consiglio in
questa disputa, ANNIO loro pretore disse queste parole: Ad sumiuam veruni
nostrarum pertinerc arbitrar, ut vogilctis magis, quid agendum nobis, quam quid
loqucndum sii. Facile crii, cxphcatis consiliis j accommodarc rebus nerba.
Sono, senza dubbio, queste parole verissime, e debbono essere da ogni principe
e da ogni repubblica gustate: perchè nell’ambiguità e nell’incertitudine di
quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole; ma fermo una
volta 1’animo, e deliberalo quello sia da eseguire, è facil cosa trovarvi le
parole, lo ho notato questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte
conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle pubbliche azioni, con danno i’con
vergogna della repubblica nostra. E sempre mai avverrà, che ne’partiti ilubbii,
e dove bisogni animo a deliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbino ad
esser consigliati e deliberati d’uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le
deliberazioni lente e tarde, che ambigue; massime quelle che si hanno a
deliberare in favore di alcuno amico: perchè colla lentezza loro non si aiuta
persona, e nuocesi a sè mede simo. Queste deliberazioni così fatte procedono o
da debolezza d’animo e ili forze, o da malignità di coloro che hanno a
deliberare; i quali, mossi dalla passimi propria di volere rovinare lo Stato o
adempire qualche suo desiderio, non lasciano seguire la deliberazione, ma la
impediscono e l’attraversano. Perchè i buoni cittadini, ancora che vegghino una
foga popolare voltarsi alla parte perniciosa, mai impediranno il deliberare,
massime di quelle cose che non aspettano tempo. Morto che fu Girolamo liranno
in Siracusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono
i Siracusani in disputa se dovevano seguire l’amicizia romana o la cartaginese.
E tanto era l’ardore delle parti che la cosa sta ambigua, uè se ne prende
alcuno partito; insino a tanto che Apollonide, uno de’primi in Siracusa, con
una sua orazione piena di prudenza, mostrò come non era da biasmare chi teneva
E oppinione ili aderirsi ai Romani, nè quelli che volevano seguire la parte
cartaginese; ma era bene da detestare quell’ambiguità e tardità di pigliare il
partito, perchè vede al tutto in tale ambiguità la rovina della repubblica; ma
preso che si fusse il partito, qualunque e’si fosse, si poteva sperare qualche
bene. Nè potrebbe mostrare più L. che si faccia in questa parte, il danno che
si tira dietro lo stare sospeso. Dimostralo ancora in questo caso de’Latini:
perchè, sendo i Latini ricerchi da loro gli stessine neutrali, e che il re
venendo in Italia gli avesse a mantenere nello Stato e ricevere in proiezione:
e dette tempo un mese alla città a ratificarlo. Fu differita tale ratificazione
da chi per poca prudenza favoriva le cose di Lodovico: intantoehè, il re già
sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la
ratificazione accettata; come quello che conobbe i Fiorentini essere venuti
forzati, e non voluntari nella amicizia sua. Il che costò alla città di Firenze
assai danari, e fu per perdere lo Stato: come poi altra volta per simile causa
li intervenne. E tanto più fu dannabile quel partito, perchè non si servi
ancora il duca Lodovico; il quale se avesse vinto, arebbe mostri molti più
segni d’inimicizia conira ai Fiorentini, che non fece il re. E benché del male
che nasce alle repubbliche di questa debolezza se ne sia di sopra in uno altro
capitolo discorso; nondimeno, avendone di nuovo occasione per un nuovo
accidente, ho voluto replicarne, parendomi, massime, materia che debba esser
dalie repubbliche simili alla nostra notala. Quanto i soldati ne’nostri tempi
si disformino dall’anttcht ordini. ha più importante giornata che fu mai fatta
in alcuna guerra con alcuna nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece
con i popoli latini, nel consolato di Torquato e di Decio. Perchè ogni ragione
vuole, che cosi come i Latini per averla perduta diventarono servi, così
sarebbono stati servi i Romani, quando non l’avessino vinta. E di questa
oppinone è L.; perchè in ogni parte fa gl’eserciti pari d’ordine, di virtù,
d’ostinazione c di numero: solo vi fa differenza, che i capi dell’esercito
romano furono più irtuosi che quelli dell’esercito latino. Yedesi ancora come
nel maneggio di questa giornata nacquero duoi accidenti non prima nati, e che
di poi hanno rari esempi: che de’duoi Consoli, per tenere fermi gl’animi
de’soldati, ed ubbidienti al comandamento loro, e diliberati al combattere,
1’uno ammazzò sè stesso, e I’altro il figliuolo. La parità, che L. dice essere
in questi eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari
di lingua, d’ordine e d’arme: perchè nell’ordinare la zuffa tenevano uno modo
medesimo $ e gl’ordini ed i capi degl’ordini avevano medesimi nomi. Era dunque
necessario, sondo di pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa
istraordinaria, che fermasse e facesse più ostinati gl’animi dell’uno che
dell’altro: nella quale ostinazione consiste, come altre volte si è detto, la
vittoria; perchè, mentre che la dura ne’petti di quelli che combattono, mai non
danno volta gl’eserciti. E perchè la durasse più ne’petti de’Romani che
de’Latini, parte la sorte, parte la virtù de’Consoli fece nascere, che Torquato
ebbe ad ammazzare il figliuolo, e Decio sè stesso. Mostra L., nel mostrare
questa purililà di forze, tutto l’ordine che tenevano i Romani nell’eserciti e
nelle zuffe. Il quale esplicando egli largamente, non replicherò altrimenti; ma
solo discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che per essere
negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto negli eserciti e nelle
zuffe di molti disordini. Dico, adunque, che per il testo di Livio si
raccoglie, come lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali
toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la
seconda principi, la terza triarii: e ciascuna di queste aveva i suoi cavalli.
Nell’ordinare una zuffa, ei mettevano gl’astatiinnanzi; nel secondo luogo, per
diritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel
mede»imo filo, collocano i triadi. I cavalli di tulli questi ordini gli
ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le schiere de’quali
cavalli, dalla forma loro e dal luogo, si chiamavano alce, perchè parevano come
due alie di quel corpo. Ordinavano la prima schiera delli astati, che era nella
fronte, serrata in modo insieme che la potesse spignere e sostenere il nimico.
La seconda schiera de’principi, perchè non era la prima a combattere, ma bene
le conveniva soccorrere alla prima quando fusse battuta o urtata, non la
facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualità che la
potesse ricevere in sè senza disordinarsi la prima, qualunque volta, spinta dal
nimico, fusse necessitata ritirarsi. La terza schiera de’triadi aveva ancora
gl’ordini più radi che la seconda, per potere ricevere in sè, bisognando, le
due prime schiere de’principi e degli astati. Collocate, dunque, queste schiere
in questa forma, appiccavano la zuffa: e se gl’astati erano sforzati o vinti,
si ritiravano nella radila degl’ordini de’principi; e tuttiinsieme uniti, fatto
di due schiere un J corpo, rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano
ributtati e sforzati, si ritiravano tutti nella radila degl’ordini de’trioni; e
tutte tre le schiere diventate un corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo
superati, per non avere più da rifarsi, perdeno la giornata. E perchè ogni
volta che questa ultima schiera de’triarii si adopera, lo esercito era in
pericolo, ne nacque quel proverbio: Res redacta est ad triarios; che ad uso
toscano vuol dire: Noi abbiamo messo I’ultima posta. I capitani dei nostri
tempi, come egli hanno abbandonato tutti gli altri ordini, e della antica
disciplina ei non ne osservano parte alcuna, cosi hanno abbandonata questa
parte, la quale non è di poca importanza: perchè chi si ordina da potersi nelle
giornate rifare tre volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere
perdere, ed ha ad avere per riscontro una virtù che sia atta tre volte a
vincerlo. Ma chi non sta se non in su M primo urto, come stanno oggi gli
eserciti cristiani, può facilmente perdere; perchè ogni disordine, ogni mezzana
virtù gli può torre la vittoria. Quello che fa agli eserciti nostri mancare di
potersi rifare tre volte, è lo avere perduto il modo di ricevere I una schiera
uelP altra. Il che nasce perchè al presente sf ordinano le giornate con uno di
questi duoi disordini: o ei mettono le loro schiere a spalle P una delP altra,
e fanno la loro battaglia larga per traverso, e sottile per diritto; il che la
fa più debole, per aver poco dal petto alle schiene. E quando pure, per farla
più forte, ei riducono le schiere per il verso de’ Romani, se la prima fronte è
rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla seconda, s’ingarbugliano
insieme tutte, e rompono sè medesime: perché se quella dinanzi è spinta, ella
urta la seconda; se la seconda si vuol far innanzi, ella è impedita dalla
prima: donde che urlando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce
tanta confusione, che spesso uno minimo accidente rovina uno esercito. Gli
eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove mori monsignor de
Pois, capitano delle genti di Prandi (la quale fu, secondo i nostri tempi,
assai bene combattuta giornata) s’ordinarono con uno de’soprascritti modi; cioè
clic l’uno e1’altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in
modo che non venivano avere nè 1’uno nè 1’altro se non una fronte, ed erano
assai più per il traverso cìie per il diritto. E questo avviene loro sempre
dove egli hanno la campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché,
conoscendo il disordine che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo
fuggouo quando e’possono col fare la fronte larga, coni’ t detto; ma quando il
paese gli ristringe, si stanno nel disordine soprascritto, senza pensare il
rimedio. Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese inimico, o se
e’predano, o se e’ fanno altro maneggio di guerra. Ed a santo Regolo in quel di
Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani ne’tempi della
guerra che fu tra i Fiorentini e quella città, per la sua ribellione dopo la
passata di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tal rovina d’altronde,
clic dalla cavalleria amica; la quale sendo davanti e ributtata da’nimici,
percosse nella fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante
delle genti dierono volta: e messcr Ciriaco dal Borgo, capo antico delle
fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volle, non essere mai
stato rotto se non dalla cavalleria degli amici. 1 Svizzeri, che sono i maestri
delle moderne guerre, quando ei militano coi Franciosi, sopra tulle le cose
hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse ributtata,
non gli urti. E benché queste cose paiano facili ad intendere, e facilissime a
farsi; nondimeno non si è trovato ancora alcuuo de’nostri contemporanei
capitani, che gl’antichi ordini imiti, e gli moderni corregga. E benché
gl’abbino ancora loro tripartito l’esercito, chiamando 1’una parte antiguardo,
l’altra battaglia e l’altra retroguardo; non se ne servono ad altro che a
comandargli nelli alloggiamenti: ma nello adoperargli, rade volte è, come di
sopra è detto, che a tutti questi corpi non faccino correre una medesima
fortuna. E perchè molti, per scusare l’ignoranza loro, allegano che la violenza
dell’artiglierie non patisce che in questi tempi s’usino molti ordini
degl’antichi, voglio disputare questa materia, ed esaminare se l’artiglierie
impediscono che non si possa usare l’antica virtù. Quanto si debbino sii inave
dagl’eserciti ne'presenti tempi l’artiglierie; e se quella oppiatone che se ne
ha in universale j è vera. Considerando io, oltre alle cose soprascritte,
quante zuffe campali (chiamate ne’ nostri tempi, con vocabolo francioso,
giornate, e dagl’Italiani fatti d’arme) furono fatte dai Romani in diversi
tempi; mi è venuto in considerazione l’oppinione universale di molti, che vuole
che se in quelli tempi fussino state le artiglierie, non sarebbe stato lecito
a’Romani, nè sì facile, pigliare le provincie; farsi tributari i popoli, come
e’feciono; nè arebbono in alcuno modo fatti si gagliardi acquisti. Dicono
aiTcora, che mediante questi instrumenti de’fuochi, gli uomini non possono
usare nè mostrare la virtù loro, come e’ potevano anticamente. E soggiungono
una terza cosa: che si viene con piu diflìeultà alle giornale che non si veniva
allora, nè vi si può tenere dentro quegli ordini di quelli tempi; talché la
guerra si ridurrà col tempo in su le artiglierie. E giudicando non fuora di
proposito disputare se tali oppiuioui sono vere, e quanto l’artiglierie abbino
cresciuto o diminuito di forze agl’eserciti, e se le tolgano o danno occasione
ai buoni capitani d’operare virtuosamente; comiucerò a parlare quanto alla
prima loro oppinione: che gl’eserciti antichi romani non arebbono fatto
gl’acquisti che feciono, se l’artiglierie lussino state. Sopra che,
rispondendo, dico: come e’si fa guerra o per difendersi, o per offendere; donde
si ha prima ad esaminare a quale di questi duoi modi di guerra le faccino più
utile, o più danno. E benché sia che dire fla ogni parte, nondimeno io credo
che senza comparazione faccino più danno a chi si difende, che a chi offende.
La ragione che io ne dico è, che quel che si difende, o egli è dentro a una terra,
o egli è in su’campi dentro ad uno steccato. S’egli è dentro ad una terra, o
questa terra è piccola, come sono la maggior parte delle fortezze, o la è
grande. Nel primo caso, chi si difende è al tutto perduto, perchè l’impeto
delle artiglierie è tale che non trova muro, ancoraché grossissimo, che in
pochi giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni spazi da ritirarsi
e con fossi e con ripari, si perde. Nè può sostenere 1’impeto del nimico che
volesse di poi entrare pella rottura del muro, nè a questo gli giova
artiglieria ch’ha: perchè questa è una massima, che dove gl’uomini in frotta e
con impeto possono andare, l’artiglierie non gli sostengono. Però i furori
oltramontani nella difesa delle terre non sono sostenuti: son bene sostenuti
gl’assalti italiani, i quali non in frolla, ma spicciolati si conducono alle
battaglie, le quali loro, per nome mollo proprio, chiamano scaramuccio. E
qucsli che vanno con questo disordine e questa freddezza ad una rottura d’un
muro dove sia artiglierie, vanno ad una manifesta morte, c conira a loro
l’artiglierie vogliono: ma quelli clic in frotta condensati, e che l’uno spinge
l’altro, vengono ad una rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari,
entrano in ogni luogo, e l’artiglierie non gli tengono; e se ne muore qualcuno,
non possono essere tanti che gl’impedischino la vittoria. Questo esser vero, si
è conosciuto in molte espugnazioni fatte dagl’oltramontani IN ITALIA, e massime
in quella di BRESCIA: perchè, sendosi quella terra ribellata da’Franciosi, e
tenendosi ancora per il re della Gallia la fortezza, hanno I VENEZIANI, per
sostenere l’impeto che ila quella potesse venire nella terra, munita tutta la
strada d’artiglierie che dalla fortezza alla città scende, e postane a fronte e
ne’fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno. Delle quali monsignor di Fois non
fa alcuno conto; anzi quello con il suo squadrone, disceso a piede, passando
pel mezzo di quelle, occupa la città, nè per quelle si sentì eli’egli avesse
ricevuto alcuno memorabile danno. Talché, chi si difende in una terra piccola,
conte è detto, e trovisi le mura in terra, e non ha spazio di ritirarsi con i
ripari e con fossi, ed hasi a fidare in su l’artiglierie, si perde subito. Se
tu difendi tuta terra gronde, e che tu hai comodità di ritirarti, sono
nondiinanco senza comparazione più utili l’artiglierie a chi è di fuori, che a
chi è dentro. Prima, perchè a volere ch’una artiglieria nuoca a quelli che sono
di fuora, tu sei necessitato levarti con essa dal piano della terra; perchè,
stando in sul piano, ogni poco d’argine e di riparo che il nimico fa, rimane
sicuro, e tu non gli puoi nuocere. Tanto che avendoti ad alzare, e tirarti sul
corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri dietro
due difficoltà. La prima, che non puoi condurvi artiglieria della grossezza e
della potenza che può trarre colui di fuora, non si potendo ne’piccoli spazi
maneggiare le cose grandi. L’altra, che quando bene tu ve la potessi condurre,
tu non puoi fare quelli ripari fedeli e sicuri, per salvare detta artiglieria,
che possono fare quelli di fuora, essendo in su terreno, ed avendo quelle
comodità e quello spazio che loro medesimi vogliono: talmentechè, gli è
impossibile a chi difende una terra, tenere l’artiglierie ne’luoghi alti,
quando quelli che soli di fuora abbino assai artiglierie e polenti; e se egli
hanno a venire con essa ne’luoghi bassi, ella diventa in buona parte inutile.
Talché la difesa della città si ha a ridurre a difenderla colle braccia, come
anticamente si fa, e colla artiglieria minuta: di che se si trae un poco
d’utilità rispetto a quella artiglieria minuta, se ne cava incomodità che
contrappesa alia comodità della artiglieria; perchè, rispetto a quella, si
riducono le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne’fossi: talché,
com’e’si viene alle battaglie di mano, o per essere battute le mura o per
essere ripieni i fossi, ha chi è dentro molti più disavvantaggi che non ha
allora. E però si disse giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le
terre che a chi è campeggiato. Quanto alla cosa di ridursi in uno campo dentro
ad uno steccato per non fare giornata, se non a tua comodità o vantaggio. Dico
che in questa parte tu non hai più rimedio ordinariamente a difenderti di non
combattere, che s’avessino gl’antichi; e qualche volta, per conto
dell’artiglierie, hai maggiore disavvantaggio. Per chè, s’il nimico ti giunge
addosso, ed ha un poco di vantaggio del paese, come può facilmente intervenire;
e truovìsi più alto di te; o che nello arrivare alio tu non hai ancora fatti i
gini, e copertoli bene con que luto, e senza che tu hai alcun ti disalloggia, e
sei forzato usci fortezze tue, e venire alla zuffa intervenne agli Spagnuoli
nel nata di RAVENNA i quali essent nili tra il fiume del Ronco ed gine, per non
l’avere tirato U che bastasse, e per avere i Frai poco il vantaggio del
terreno, constretti dall’artiglierie usci fortezze loro, e venire alla zi dato,
come il più delle volte de sere, che il luogo che tu hai coll campo è più
eminenti altri all’incontro, e che gli ar; sino buoni e sicuri, tale che, r il
sito e 1’altre tue preparazio miro non ardisse d’assaltarti; in questo caso a
quelli modi c cainente si veniva, quando uno il suo esercito in lato da non pi
sere offeso: i quali sono, co paese, pigliare o campeggiare le terre tue
amiche, impedirti le vettovaglie; tanto che tu sarai forzato da qualche
necessità a disalloggiare, e venire a giornata; dove l’artiglierie non operano
molto. Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e
reggendo come ei feciono quasi tutte le lor guerre per offendere altrui, e non
per difender loro; si vedrà, quando sieno vere le cose dette di sopra, come
quelli arebbono avuto più vantaggio, e piu presto arebbono fatto i loro
acquisti, se le fussino state in quelli tempi. Quanto alla seconda cosa, che
gl’uomini non possono mostrare la virtù loro, come ei potevano anticamente,
mediante l’artiglieria; dico eh’egli è vero, che dove gl’uomini spicciolati si
hanno a mostrare, eh’e’portano più pericoli che allora, quando avessino a scalare
una terra, o fare simili assalti, dove gl’uomini non ristretti insieme, ma di
per sè 1’uno dall’altro avessiuo a comparire. E vero die gli capitoni e capi
degli stanno sottoposti più al perii! morte che allora, potendo esser con le
artiglierie in ogni lu giova loro lo essere nelle ultii «Ire, e muniti di
uomini fortissi dimeno si vede che l’uno c P questi duoi pericoli fanno ra
danni istraordinari: perchè munite bene non si scalano, i con assalti deboli ad
assaltarh volerle espugnare, si riduce la una ossidionc, come anticamen ceva.
Ed in quelle clic pure pe si espugnano, non sono molto i pericoli che allora:
perchè n cavano anche in quel tempo a fendeva le terre, cose da trarre se non
erano si furiose, facevam all’ammazzare gli uomini, *il s fello. Quanto alla
morte de’ci de’condottieri, ce ne sono, in v tro anni che sono state le guerre
simi tempi in Italia, meno esempi, che non era in dieci anni di tempo appresso
agii antichi. Perchè, dal conte Lodovico della Mirandola, che morì a Ferrara
quando i Veniziani pochi anni sono assaltarono quello Stato, ed il Duca di
Nemors, che muore alla Ciriguuola, in fuori; non è occorso che d’artiglierie ne
sia morto alcuno; percdiè monsignor di Pois a Ravenna mori di ferro, e non di
fuoco. Tanto che, se gli uomini non dimostrano particolarmente la loro virtù,
nasce non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini, e dalla debolezza degli
eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la possono dimostrare nella
parte. Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle
mani, fc che la guerra si condurrà tutta in su P artiglierie, dico questa
oppinione essere al tutto falsa; e così ila sempre tenuta da coloro che secondo
P antica virtù vorranno adoperare gli eserciti loro. Perchè, chi vuole fare uno
esercito buono, gli conviene, con eser più apertamente questo errore, mare più
i cavalli che le fantei uno altro essempio romano. E Romani a campo a Sora, ed
i usciti fuori della terra una tu cavalli per assaltare il campo, fece
all’incontro il Maestro de romano con la sua cavalleria, e di petto, la sorte
dette che nel scontro i capi dell’uno e dell’alticito morirono; e restali gli
alti’governo, e durando nondimeno I i Romani per superare più faclo inimico,
scesono a piede, e cc sono i cavalieri nimici, se si voi fendere, a fare il
simile: e co questo, i Romani ne riportarom toria. Non può esser questo eì
maggiore in dimostrare quanto virtù nelle fantericche ne’cavag che se nelle
altre fazioni i Con cevano discendere i cavalieri i era per soccorrere alle fanterie
i tivano, e che avevano bisogno ili aiuto; ma in questo luogo e’discesono, non
per soccorrere alle fanterie nè per eombattere con uomini a piè de’nimici, ma
combattendo a cavallo co’cavalli, giudicareno, non potendo superargli a
cavallo, potere scendendo più facilmente vincergli. Io voglio adunque
conchiudere, che una fanteria ordinata non possa senza grandissima diffìcultà
esser superata, se non da una altra fanteria. Crasso e Marc’Antonio romani
corsone per il dominio de’Parti molte giornate con pochissimi cavalli ed assai
fanteria, ed all’incontro avevano innumerabili cavalli de’Parti. Crasso vi
rimase con parte dello esercito morto. Marc’Antonio virtuosamente si salvò.
Nondimanco, in queste afflizioni romane si vede quanto le fanterie prevalevano
ai cavalli: perchè essendo in un paese largo, dove i monti son radi, ed i fiumi
radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni comodità; nondimanco
Marc’Antonio, al giudicio de’Parti medesimi, mente si salvò; nè mai ebbe tutta
la cavalleria pnrtica te ordini dello esercito suo. Se rimase, chi leggerà bene
le s vedrà come e’vi fu piuttosto che forzato: nè mai, in tutti sordini, i
Parti ardirono di uri sempre andando costeggiando pedendogli le vettovaglie,
prò gli e non gli osservando, lo et od una estrema miseria. Io avere a durare
più fatica in p quanto la virtù delle fanterie lente ebe quella de’cavalli,
fussino assai moderni essenv rendono testimonianza pieniss è veduto novemila
Svizzeri i da noi di sopra allegata, and frontale diecimila cavalli ed fanti, e
vincergli: perchè i cf li potevano offendere: i fanti, ] gente in buona parte
guascoi ordinata, stimavano poco. Yi ventiseimila Svizzeri andare a trovare
sopra Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila cavalli,
quarantamila fanti e cento carra d’artiglieria; e se non vinsono la giornata
come a Novara, combatterono due giorni virtuosamente; e dipoi, rotti che
furono, la metà di loro si salvarono. Presunse Marco Regolo Attilio, non solo
con la fanteria sua sostenere i cavalli, ma gli elefanti; e se il disegno non
gli riuscì, non fu però che la virtù della sua fanteria non fusse tanta, che ei
non confidasse tanto in lei che credesse superare quella difficoltà. Replico,
pertanto, che a voler superare i fanti ordinati, è necessario opporre loro
fanti meglio ordinati di quelli: altrimenti, si va ad una perdita manifesta.
Ne’tempi di FilippoVisconti, duca di Milano, scesouo ili Lombardia circa
sedicimila Svizzeri: donde il Duca avendo per capitano allora il Carmignuola,
lo manda con circa mille cavalli e pochi fanti allo incontro loro. Costui non
sappiendo combatter loro, n’anda ad inc nari o d’amici ei non può tenere
lungamente tale esercito, è matto al tuttose non tenta la fortuna innanzi che
tale esercito s’abbia a risolvere: perchèaspettando, ei perde al certo;
tentando, potrebbe vincere. Un’altra cosa ci è ancora da stimare assai: la
quale è, che si debbe, eziandio perdendo, volere acquistar gloria; e più gloria
si ha adesser vinto per forza, che per altro inconveniente che t’abbia fatto
perdere. Sì ch’Annibaie dove essere constretto la queste necessità. E dì
Scipione, quando Anuibaferita la giornata, e non stalo l’animo andarlo a tghi
forti, non pativa, pevinto Siface, e acquistate Affrica, che vi poteva sta
comodità come in Italia, terveniva ad Annibaie, ql’incontro di Fabio; nèciosi,
che erano all’inctzio. Tanto meno ancoragiornata colui che coll’il paese
altrui; perchè, trare nel paese del niiviene quando il nimico scontro,
azzuffarsi seco; er la più corta, e per vincere ogni di (Tic ulta nè dar tempo
al marchese a diliberarsi, ad un tratto mossele sue genti per quella via, cd al
marchese significa gli mandasse le chiavi diquel passo. Talché il marchese,
occupato da questa subita diliberazione, glimandò le chiavi: le quali mai gli
arebbemandate se Pois più lepidamente si fusscgovernato, essendo quel marchese
in legaeoi papa e coi Viniziani, ed avendo uusuo figliuolo nelle mani del papa;
le quali cose gli danno molte oneste scuse a negarle. Ma assaltato dal subito
partito, pelle cagioni che di sopra si dicono, le concesse. Cosi feciono i
Toscanie o i Sanniti, avendo pella presenza dell’esercito di Sannio preso
quelle arme che gli avevano negato per altri tempi pigliare. Qual sia miglior
partito nelle giornale, o sostenere lf impeto de’nimicij c sostenuto urtargli;
ovvero dapprima con furia assaltargli. Erano Decio e Fabio, consoli romani, con
due eserciti all’incontro degli eserciti dei Sanniti e dei Toscani; e
venendoalla zuffa ed alla giornata insieme, è danotare in tal fazione, quale di
due diversi modi di procedere tenuti dai dueConsoli sia migliore. Perchè Decio
conogni impeto e cor ogni suo sforzo assalta il nimico; Fabio solamente lo
sostenne, giudicando V assalto lento essere più utile, riserbando l'impeto
suonell’ultimo, quando il nimico avesse perduto il primo ardore del combattere,
e come noi diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della eosa, che
a Fabio riuscì molto meglio il disegno che a Decio: il quale si straccònei
primi impeti; in modo che, vedendo la banda sua piuttosto in volta
diealtrimenti, per acquistare con la morte quella gloria alla quale colla
vittorianon aveva potuto aggiungere, ad imitazione del padre sacrificò sè
stesso perle romane legioni. La qual cosa intesada Fabio, per non acquistare
manco onore vivendo, che s’avesse il suo collega acquistato morendo, spinse
innanzi tutte quelle forze che s’aveva a tale necessità riservate; donde ne
riportò una felicissima vittoria. Di qui si vede che’l modo del procedere di
Fubio è più sicuro e più imitabile. Donde nasce che una famìglia iìi una città
tiene un tempo imedesimi costumi. E’pare clic non solamente 1’una città
dall’altra abbi certi modi ed institutidiversi, e procrei uomini o più duri
opiù effeminati. Ma nella medesima città si vede tal differenza esser nelle fumiglie
l’una dall’altra. H che si riscontraessere vero in ogni città, e nella città di
Roma se ne leggono assai essempi:perché e’si vede i Manlii essere statiduri ed
ostinati, i Pubi icoli uomini benigni ed amatori del popolo, gli Appiiambiziosi
e nimici della Plebe: e cosimolte altre famiglie avere avute ciascunale qualità
sue spartite dall’altre. La qualcosa non può nascere solamente dal sangue,
perchè e’conviene eh’ei varii mediante la diversità dei matrimoni; ma è
necessario venga dalla diversa educazione che ha una famiglia dall’altra.
Perchè gl’importa assai che un giovanetto dai teneri anni cominci a sentirdire
bene o male di una cosa; perchè conviene che di necessità ne faccia
impressione, e da quella poi regoli il modo del procedere in tutti i tempi
della vita sua. E se questo non fosse, sarebbe impossibile che tutti gl’Appii
avessino avuta la medesima voglia, c Rissino statiagitati dalle medesime
passioni, come nota L. in molti di loro: e per ultimo, essendo uno di loro
fatto Censore, ed avendo il suo collega alla fine de’diciotto mesi, come ne
dispone la legge, deposto il magistrato, Àppio non lo volle deporre, dicendo
che lo poteva tenere cinque anni secondo la prima legge ordinata dai Censori. E
benchésopra questo se ne facessero assai concioni, e se ne generassino assai
tumulti, non pertanto ci'fu mai rimedio che volesse deporlo, conira alla
volontà delPopolo e della maggior parte del Senato. E chi leggerà l’orazione
che gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi noterà tutte l’insolenze
oppiane, e tulle le bontà ed umanità usale da infiniti cittadini per ubbidire
alle leggi e dagl’auspicii della loro patria. Che un buon cittadino per amore
della patria debbo dimenticare l’ingiurie’ private.Era Manlio consolo con
l’esercito conira ai Sanniti ed essendo stato in una zuffa ferito, e per questo
portando legenti sue pericolo, giudicò il Senato esser necessario mandarvi
Papirio Cursore dittatore, per sopplire ai difetti del Consolo. Ed essendo
necessario che’l Dittatore fusse nominato da Fabio, il quale era con gli
eserciti in Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che non volesse
nominarlo; gli mandarono i Senatori due ambasciadori a pregarlo, che,posti da
parte gli privati odii, dovesseper benefìzio pubblico nominarlo. Il che Fabio
fece, mosso dalla carità della patria; ancora che col tacere e con molti altri
modi facesse segno che tale nominazione gli premesse. Dal quale debbono
pigliare essempio tutti quelli, che cercano d’essere tenuti buoni cittadini.
Quando si vede fareuno errore grande ad un nimico, si debbe credere che vi sia
sono inganno. Essendo rintaso Fulvio Legato nello esercito che i Romani avevano
in Toscana, per esser ito il Consolo per alcune cerimonie a Roma; i Toscani,
per vedere se potevano avere quello alla tratta, posono un aguato propinquo ai
campi romani, e mandarono alcuni soldati con veste di pastori con assai
armento, e gli feciono venire alla vista dell’esercito romano: i quali così
travestiti s’accostarono allo steccato del campo; onde il Legato meravigliandosi
di questa loro presunzione, non gli patendo ragionevole, tenne modo
ch’egliscoperse la fraude; e cosi restò il diigno de Toscani rotto. Qui si può
comoramente notare, che un capitano dieserciti non debbe prestar fede ad uno
errore che evidentemente si vegga fare al nimico: perchè sempre vi sarà
sottofronde, non sendo ragionevole che gli uomini siano tanto incauti. Ma
spesso il disiderio del vincere acceca gl’animi degl’uomini, che non veggono
altro che quello pare facci per loro. I Franciosi avendo vinti i Romani ad
Allia, e venendo a Roma, e trovando le porte aperte e senza guardia, stettero
tutto quel giorno e la notte senza entrarvi, temendo di fraude, e non potendo
credere clic fusse tanta viltà c tanto poco consiglio ne’petti romani, che gli
nbbandonassino la patria. Quando nel 4508 s’andò per gli Fiorentini a Risa a
campo, Alfonso del Mutolo, cittadino pisano, si trova prigione dei Fiorentini,
e promise che s’egli era libero, darebbe una porta di Pisa all’esercito
fiorentino. Fu costui libero. Di poi, per praticare la cosa, venne molte volte
a parlare coi mandati dc’commissari; e veniva non di nascosto, ma scoperto, ed
accompagnato da’ Pisani; i quali lasciava da parte, quando parla eoi
Fiorentini. Talmentechè si poteva conietturare il suo animo doppio; perchè non
era ragionevole, se la pratica fussc stata fedele, eh’ egli 1’ avesse trattata
sì alla scoperta. Ma il disiderio che s’aveva d’aver Pisa, accecò in modo i
Fiorentini, che condottisi coll’ordine suo alla porta a Lucca, vi lasciarono
più loro capi ed altre genti con disonore loro, pel tradimento doppio che fece
detto Alfonso. Una repubblica, a volerla mantenere libera, ha ciascuno di
bisogno di nuovi provvedimenti; e per guali meriti Quinto Fabio fu chiamato
Massimo. E di necessità, come altre volte s’è letto, che ciascuno dì in una
città grande 'taschino' accidenti che abbino bisogno elei medico; e secondo che
gli importano più, conviene trovare il medico più savio. E se in alcune città
nacquero mai simili accidenti, nacquero in t\oma e strani ed insperati; come fu
quello quando e’parve cha tutte le donne romane avessino congiurato contra ai
loro mariti d’ammazzargli: tante se ne trovò clic gli avevano avvelenati, e
tante eh’ avevano preparato il veleno per avvelenargli. Come fu ancora quella congiura
de’baccanali, clic si scopri nel tempo dellaguerra macedonica, dove erano già
inviluppati molti migliaia d’uomini e di donne; e se la non si scopriva,
sarebbe stata pericolosa per quella città; o seppure i Romani non fussino stati
consueti a gasligare le muititudiui degl’uomini erranti: perchè, quando e’non
si vedesse per altri infiniti segni la grandezza di quella Repubblica, e la
potenza dell’esecuzioni sue, si vede per la qualità della pena che la impone a
chi erra. Nè dubita far morire per via di giustizia una legione intera per
volta, ed una città tutta; e di confinare ottoo diecimila uomini con condizioni
straordinarie, da non essere osservate da un solo, non che da tanti: come
intervennea quelli soldati che infelicement combatteno a Canne, i quali confina
in Sicilia, e impose loro che non alkergassino in terre, e che mangiassino
ritti. Ma di tutte 1’altre esecuzioni era terribile il decimare gl’eserciti,
dove a scorte da tutto uno esercito è morto d’ogni dieci uno. Nè si poteva, a
gasligare una multitudine, trovare più spaventevole punizione di questa. Perchè
quando una moltitudine erra, dove non sia 1’autore certo, tutti non si possono
gastigare, per esser troppi; punirne parte e parte lasciare impuniti, si
farebbe torto a quelli che si punissino, e gl’impuniti arebbono animo di errare
un’altra volta. Ma ammazzare la decima parte a sorte, quando tutti la meritano,
o, 1'è punito si duole della sorte; ehi non è punito, ha paura che un’altra
volta non tocchi alui, e guardasi di errare. Sono punite, adunque, le venefiche
e le baccanali secondo che meritano i peccali loro. K. benché questi morbi in
una repubblica faccino cattivi effetti, non sono a morte, perchè sempre quasi
s’ha tempo a correggerli: ma non s’ha già tempo in quelli che riguardano lo stato,
i quali se non sono da un prudente corretti, rovinano la città. Erano in Roma,
pella liberalità che i Romani usano di donare la civilità a’forestieri, nate
tante genti nuove, che le comincia avere tanta parte ne’suffragi, che’l governo
comincia a variare, e partivasi da quelle cose e da quelli uomini dove era
consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio che è censore, mette tutte
queste genti nuove da chi dipende questo disordine sotto quattro tribù,
acciocché non potessino, ridotte in si piccioli spazi, corrompere tutta Roma. È
questa cosa ben conosciuta da Fabio, e posto vi senza alterazione conveniente
rimedio; il quale è tanto accetto a quella civilità, che merita d’esser
chiamato Masssirno. Machiavelli a Zanobi Buondelmonti e Rucellai salute. Tito
Livio. Keywords: filosofia romana, Romolo, metafisica e storia, Grice,
Strawson, Pears – when history came o age. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Livio” – The SwmmingPool Library, Villa Speranza. For H. P. G. Grice’s Gruppo
di Gioco. Tito Livio. Refs.: “Luigi Speranza, “Grice e Livio”.
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