GRICE ITALO A-Z L LA

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Labeone: botanica filosofica -- il diritto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “It has to be reminded that I would have never attended Oxford save for that scholarship I won as pupil at Clifton. It was a classical scholarship – since they never tested me for philosophy at Clifton (we were only boys!). In any case, to my surprise, under the Faculty of Lierae Humaniores, it had been instituted a sub-faculty of philosophy. I liked the idea, since I’m a subversive at heart!” -- Keywords: Filosofo italiano. Ha larga cultura filosofica uno dei maggiori giuristi dell'età d’OTTAVIANO. S’ignora se L. segue un indirizzo determinato. Giunse fino alla pretura, ma rifiuta il consolato offertogli d’Ottaviano perchè conseguito prima di lui da persona meno anziana. Appartenne al partito repubblicano. Scruve CCCC saggi di cui restano frammenti. Si ricordano fra gli altri: "De iure pontificio" -- in almeno XV libri, diversi "Commentarii giuridici", 7davd, "Responsae", in almeno XV libri, "Librì posteriores", in almeno XL libri. Come Grice, L. s’interessa anche di studi logico-grammaticali, o di botanica filosofica. Collezionista di botanica, artropodi, madama butterfly. Grice: “Logico-grammatical stuff is my thing, as was Labeone’s. My example is “Fido is shaggy,” Labeone’s was not!” – Nome compiuto: Marco Antistio Labeone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Labeone,” The H. P. Grice Papers, Bancroft.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Labriola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Cassino -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cassino). Abstract. Grice: “If Oxford had her pinko, Italy had her Labriola!”  Grice had a knack for good tags: ontological marxism: if x WORKS, x exists. Surely ‘lavoro’ is key to Marx. But, as Labriola points out, so is ‘comune. It would be reductionist to consider Labriola just a communist, seeing that he essayed on Socrates! Keywords: comunism, Grice, Labriola, il marxismo ontologico di Grice. Filosofo italiano. Casino, Frossinone, Lazio. Grice: “Labriola is good; he reminds me of pinko Oxford!” -- Essential Italian philosopher -- Con particolari interessi nel campo del marxismo. Nacque da Francesco Saverio, insegnante ginnasiale di lettere. Il padre, oriundo di Brienza, e nipote diretto di PAGANO.  Si iscrive alla facoltà di filosofia di Napoli, città nella quale la famiglia si e trasferita. Qui studia con VERA e SPAVENTA, il cui appoggio gli procura un posto di applicato di pubblica sicurezza nella segreteria del prefetto. Scrive Una risposta alla prolusione di Zeller, un saggio in cui osteggia il CRITICISMO contro ogni ipotesi di un ritorno a Kant. Rivendica l'attualità dell'hegelismo. Consegue il diploma di abilitazione e insegna nel ginnasio Principe Umberto di Napoli. Il suo saggio, premiato dall'Napoli, sull'”Origine e natura delle passioni”: una significativa presa di distanze dall'idealismo in favore del materialismo.  Scrive “La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele”,  premiata dalla Reale Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli. Consegue la libera docenza in filosofia e si mette in aspettativa in attesa di ottenere un incarico nell'università. Scrive la dissertazione “Esposizione critica della dottrina di VICO” e collabora con il "Basler Nachrichten", al quale invia corrispondenze politiche, al quotidiano napoletano "Il Piccolo", fondato e diretto da Zerbi, futuro deputato e leader dell'Unione liberale, un gruppo politico al quale L. aderisce. Entra anche nella redazione della "Gazzetta di Napoli" e dell'Unità Nazionale, diretta da Bonghi, al Monitore di Bologna e alla Nazione di Firenze, nella quale escono le sue X Lettere napoletane. Si dichiara herbartiano in psicologia e in morale, pubblicando a Napoli i saggi Della libertà morale, dedicata a Graf e Morale e religione.  Trasferitosi a Roma, supera  il concorso alla cattedra di filosofia a Roma. Pubblica il saggio Dell'insegnamento della storia.” Divienne direttore del Museo di istruzione e di educazione. Sono anni in cui L. mostra un particolare impegno verso il miglioramento del livello professionale degli insegnanti e la diffusione dell'istruzione di base della popolazione, inteso come primo passo per una maggiore democrazia del paese. A questo scopo s'informa sug’ordinamenti scolastici dei paesi europei. Pubblica gli Appunti sull'insegnamento secondario privato in altri stati e l'Ordinamento della scuola popolare in diversi paesi. Contemporaneamente L. abbandona le convinzioni politiche di moderato liberalismo per approdare a posizioni radicali. Oltre alla lotta all'analfabetismo, auspica l'intervento dello stato nell'economia, una politica sociale di assistenza ai poveri, il suffragio universale che permetta anche a candidati operai l'ingresso al parlamento. Ottiene la cattedra di filosofia a Roma e inizia un corso sul socialismo. A seguito di notizie che danno imminente la stipula del concordato con il Vaticano, L. tiene a Roma la conferenza Della Chiesa e dello stato a proposito della conciliazione, considerando una minaccia per la libertà di pensiero ogni accordo con la Chiesa, temendone l'ingerenza nella vita pubblica italiana. Il  quotidiano romano La Tribuna pubblica una sua lettera in cui, tra l'altro, scrive di essere teoricamente socialista ed avversario esplicito delle dottrine cattoliche e nella conferenza Della scuola popolare, auspica l'ABOLIZIONE DELL’INSEGNAMENTO RELIGIOSO. Sul giornale Il Messaggero, depreca l'uso della forza pubblica contro le manifestazioni. Tiene agl’operai di Terni un discorso su Le idee della democrazia e le presenti condizioni dell'Italia, in cui afferma di impegnarsi personalmente in politica e dichiara di desiderare un governo del popolo mediante il popolo stesso e la formazione di un grande partito popolare. Scrive che i parlamenti, come forma transitoria della vita democratica d'origine borghese, spariranno col trionfo del proletario e tiene nel Circolo operaio romano di studi sociali il discorso Del socialismo commemorando la comune di Parigi.  L. saluta il congresso della social-democrazia tedesca a Halle scrivendo che il proletariato militante procede sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed l'abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze. Entra in rapporto epistolare con Engels, che conosce a Zurigo, e con i maggiori dirigenti socialisti europei, Kautsky, Liebknecht, Bebel, Lafargue, mentre rimprove a TURATI, il più prestigioso leader socialista italiano e direttore della rivista Critica sociale, superficialità teorica e arrendevolezza nei confronti degl’avversari politici. Vuole che il partito socialista, che deve nascere ufficialmente con il congresso di Genova, sia un partito d’operai e non di intellettuali positivisti borghesi. Vede nei fasci siciliani un concreto esempio di socialismo popolare e rivoluzionario e lamenta che il marxismo non riesca a essere compreso in Italia (cf. GRICE, MARXISMO ONTOLOGICO).  Fa lezione sul manifesto di Marx ed Engels e scrive a quest'ultimo, di star facendo un corso sulla genesi del socialismo ma di non riuscire a risolversi a scriverne un saggio per l'ignoranza su tanti fatti, persone, teorie, etc, che sono tante fasi, tanti momenti né sentiti né conosciuti in Italia, come ribadisce a Adler che il marxismo non piglia piede in Italia. Su sollecitazione di Sorel, scrive In memoria del Manifesto dei comunisti, sulla concezione materialistica della storia, che esce sulla rivista del Sorel, Le Devenir social; lo spedisce a Engels, ricevendone le lodi. Anche CROCE che ne promuove la stampa in Italiane è influenzato tanto da attraversare il suo pur breve periodo di adesione al marxismo. Nei due anni successivi L. scrive altri due saggi, Del materialismo storico, dilucidazione preliminare e Discorrendo di socialismo e di FILOSOFIA. È sepolto presso il cimitero acattolico di Roma. Schematicamente, possiamo suddividere il percorso filosofico e politico di L. in tre diversi momenti: innanzitutto fu propugnatore dell'idealismo hegeliano, influenzato da SPAVENTA, del quale  e allievo a Napoli. Successivamente, possiamo distinguere una fase contrassegnata dal rifiuto dell'idealismo in nome del realismo herbartiano. Infine, il momento in cui aderisce pienamente al marxismo. L'approccio di L. al marxismo è influenzato da Hegel e Herbart, per cui è più aperto dell'approccio di marxisti ortodossi come Kautsky. Egli vide il marxismo non come una schematizzazione ideologica ed autonoma dalla storia, ma piuttosto come una filosofia auto-sufficiente per capire la struttura economica della società e le conseguenti relazioni umane. E necessario aderire alla realtà sociale del proprio tempo storico se il marxismo vuole considerare la complessità dei processi sociali e la varietà di forze operanti nella storia. Il marxismo dove essere inteso come una teoria critica, nel senso che esso non asserisce verità eterne ed immutabili ed è pronto ad interpretare le contraddizioni sociali secondo le diverse fasi storiche, avendo al centro della sua analisi il lavoro e le condizioni dei lavoratori e dunque la concreta e materiale prassi umana. La sua descrizione del marxismo come filosofia della prassi e ripresa nei Quaderni dal carcere di GRAMSCI.  In pedagogia L. avvertì l'esigenza collettiva dei tempi nuovi, il bisogno di una scuola popolare che servisse da reale tessuto connettivo dell'Italia post-unitaria, una lotta dunque per la civiltà, mezzo e fine dell'evoluzione morale e complessiva delle classi sub-alterne.  Nella monografia Dell'insegnamento della storia, dedicata alle più importanti questioni della pedagogia generale, L. aveva asserito la centralità dell'educazione alla socialità. Il metodo pedagogico dove essere quello della ricerca critica e di DIBATTITO e di sperimentazione, unica via capace di condurre alla padronanza del pensiero logico-razionale e in grado di formare personalità aperte alla ricerca e al confronto (non a caso i primi studi di L. Sono stati rivolti a Socrate e al metodo socratico. Traducendo in un linguaggio pedagogico moderno, per L. e necessaria un'attenzione maggiore ai pre-requisiti logici piuttosto che alla struttura interna disciplinare, che comunque va indagata attraverso quella che egli chiama un'epi-genesi analitica.  Celebre e una sua conferenza tenuta nell'Aula Magna dell'Roma, discorso sollecitato dalla stessa Società degli Insegnanti della capitale, che poi ne cura la pubblicazione in opuscolo. E necessario dare concretezza a piani di istituzioni scolastiche entro le quali le didattiche si sviluppassero non da una deduzione della teoria, ma come risultato di lotte politiche, di ideali sociali, di tradizioni storiche, di condizioni ambientali. Per L. proprio l'azione dell'ambiente storico sociale sugli uomini e la loro reazione ad esso costituiscono il tema dell'educazione. Per cui le idee non cascano dal cielo. Il metodo deve partire dalla prassi, dalla pratica e non dalle idee, dai principi astratti.  Il nucleo essenziale della pedagogia della prassi sta nella percezione della connessione dell'opera educativa con le condizioni dello sviluppo economico-sociale.  Trockij conosce con entusiasmo i saggi di Labriola, quando e detenuto nel carcere di Odessa. Egli scrive nelle sue memorie che come pochi scrittori latini, L. possede la dialettica materialistica, se non nella politica, dov'e impacciato, certo nel campo della FILOSOFIA della storia. Sotto quel dilettantismo brillante c'e vera profondità. L. liquida egregiamente la teoria dei fattori molteplici che popolano l'olimpo della storia guidando di lassù i nostri destini. Trockij aggiunge che dopo anni continua a rimanergli in mente il ritornello Le idee non cascano dal cielo. Altri saggi: Una risposta alla prolusione di Zeller, Origine e natura delle passioni secondo l’Etica di Spinoza, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Napoli, Stamperia della Regia Università,  Della libertà morale, Napoli, Ferrante-Strada, Morale e religione, Napoli, Ferrante, Dell'insegnamento della storia. Studio pedagogico, Roma, Loescher, L'ordinamento della scuola popolare in diversi paesi. Note, Roma, Tip. eredi Botta,  I problemi della filosofia della storia. Prelezione letta nella Roma, Roma, Loescher, 1Della scuola popolare. Conferenza tenuta nell'aula magna della Università, Roma, Fratelli Centenari, Al comitato per la commemorazione di BRUNO in Pisa. Lettera, Roma, Aldina, Del socialismo. Conferenza, Roma, Perino, Proletariato e radicali. Lettera a Socci a proposito del Congresso democratico, Roma, La CO-OPERATIVA; Saggi intorno alla concezione materialistica della storia I, In memoria del manifesto dei comunisti, Roma, Loescher, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, Roma, Loescher, Discorrendo di socialismo e di FILOSOFIA. Lettere a Sorel, Roma, Loescher, CROCE, Bari, Laterza,  Da un secolo all'altro. Considerazioni retrospettive e presagi, Bologna, Cappelli, L'università e la libertà della scienza, Napoli, Veraldi, A proposito della crisi del marxismo, "Rivista italiana di sociologia", Scritti varii editi e inediti di filosofia e politica, raccolti e pubblicati da Croce, Bari, Laterza, Socrate, Croce, Bari, Laterza, La concezione materialistica della storia, con un'aggiunta di Croce sulla critica del marxismo in Italia, Bari, Laterza, re prelezioni sulla storia e il materialismo storico; In memoria del Manifesto dei comunisti, Brescia, Studio Editoriale Vivi, Lettere a Engels, Roma, Rinascita, Democrazia e socialismo in Italia, Milano, Cooperativa del libro popolare, Opere, Pane, I, Scritti e appunti su Zeller e su Spinoza, Milano, Feltrinelli, La dottrina di Socrate secondo Senofonte, Platone ed Aristotele, Milano, Feltrinelli, Ricerche sul problema della libertà e altri scritti di filosofia, Milano, Feltrinelli, Scritti di pedagogia e di politica scolastica, Bertoni Jovine, Roma, Riuniti, Saggi sul materialismo storico, Gerratana e Guerra, Roma, Riuniti, introduzione e cura di Santucci, Il materialismo storico, antologia sistematica Poni, Firenze, Le Monnier, Pedagogia e società. Antologia degli scritti educativi, scelta e introduzioni di Marchi, Firenze, La nuova Italia, Scritti politici. Gerratana, Bari, Laterza, Opere, Sbarberi, Napoli, Rossi, Scritti filosofici e politici, Sbarberi, Torino, Einaudi, Lettere a Croce. Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, Dal secolo XIX al secolo XX. Dall'era della concorrenza al monopolio. Nascita e lotte del socialismo. IV saggio della concezione materialistica della storia, Lecce, Milella, Scritti liberali, Bari, De Donato, Scritti pedagogici, Siciliani De Cumis, Torino, POMBA, Epistolario Roma, Riuniti, Roma, Riuniti, Roma, Riuniti,  Lettere inedite. Roma, Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, La politica italiana Corrispondenze alle “Basler Nachrichten”, a cura e con introduzione di Miccolis, Napoli, Bibliopolis, Del materialismo storico e altri scritti, Milano, M&B Publishing, Del socialismo e altri scritti politici, Milano, UNICOPLI, Bruno. Scritti editi e inediti Napoli, Bibliopolis, Fra Dolcino, Pisa, Edizioni della Normale,.  Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell'educazione, Milano, Bompiani Il pensiero occidentale,. Edizione nazionale La casa editrice Bibliopolis ha in corso di pubblicazione l'edizione nazionale delle opere di L., istituita con decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Tra Hegel e Spinoza. Scritti, Savorelli e  Zanardo, Bibliopolis, I problemi della filosofia della storia e recensioni Cacciatore e Martirano, Bibliopolis, Da un secolo all'altro. Miccolis e Savorelli, Bibliopolis, archividifamiglia-sapienza.beniculturali. Trotzkij, La mia vita, Fiorilli, L. Ricordi  «Nuova Antologia», Berti, Per uno studio della vita e del pensiero di L., Roma, Ernesto Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani: Milano, Luigi Cortesi, La costituzione del Partito socialista italiano, Milano, Sergio Neri, Antonio Labriola educatore e pedagogista, Modena, 1968. Luigi Dal Pane, Antonio Labriola, la vita e il pensiero, Bologna, Demiro Marchi, La pedagogia di Antonio Labriola, Firenze, Luigi Dal Pane, Antonio Labriola nella politica e nella cultura italiana, Torino, Stefano Poggi, Antonio Labriola. Herbartismo e scienze dello spirito alle origini del marxismo italiano, Milano, Giuseppe Trebisacce, Marxismo e educazione in Antonio Labriola, Roma, Filippo Turati, Socialismo e riformismo nella storia d'Italia. Scritti politici, Milano, 1979. Nicola Siciliani de Cumis, Scritti liberali, Bari, Stefano Poggi, Introduzione a Labriola, Roma-Bari, Beatrice Centi, Antonio Labriola. Dalla filosofia di Herbart al materialismo storico, Bari, Livorsi, Turati. Cinquant'anni di socialismo italiano, Milano, Franco Sbarberi, Ordinamento politico e società nel marxismo di Antonio Labriola, Milano, Antonio Areddu, Sulle lettere di Antonio Labriola a Croce, Firenze, Renzo Martinelli, Antonio Labriola, Roma, Antonio Areddu, A. Labriola e B. Croce nelle vicende del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”,Antonio Areddu, L. e B. Croce nelle vicende del marxismo teorico italiano, in “Behemoth”, X, Luca Michelini, "Antonio Labriola e la scienza economica. Marxismo e marginalismo", in "Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale  M. Guidi e L. Michelini, Annali della Fondazione Feltrinelli, Milano, Alberto Burgio, Antonio Labriola nella storia e nella cultura della nuova Italia, Macerata, Antonio Areddu, Il pensiero di A. Labriola, "Il Cronista", L. e la sua Università. Mostra documentaria per i Settecento anni della “Sapienza” A cento anni dalla morte di Antonio Labriola, Nicola Siciliani de Cumis, Roma, Nicola D'Antuono, Saggio introduttivo e commento a A. Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, Bologna, Nicola Siciliani de Cumis, Antonio Labriola e «La Sapienza». Tra testi, contesti, pretesti, con la collaborazione di A. Sanzo e D. Scalzo, Roma, 2007. Stefano Miccolis, Antonio Labriola. Saggi per una biografia politica, Alessandro Savorelli e Stefania Miccolis, Milano,. Nicola Siciliani de Cumis, Labriola dopo Labriola. Tra nuove carte d'archivio, ricerche, didattica, Postfazione di G. Mastroianni, Pisa,. Alessandro Sanzo, Studi su Antonio Labriola e il Museo d'Istruzione e di educazione, Roma,,  Alessandro Sanzo, L'opera pedagogico-museale di Antonio Labriola. Carte d'archivio e prospettive euristiche, Roma, Pietro Mandré. Antonio Labriola, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Antonio Labriola, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.  Antonio Labriola, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Antonio Labriola, su Liber Liber.  Opere di L., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Antonio Labriola,. Opere di Antonio Labriola, su Progetto Gutenberg.  L'Archivio Antonio Labriola, su marxists.org. Alberto Burgio, Antonio Labriola, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Roma.  La personalità storica di Socrate Socrate o gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della coscienza di Socrate. Carattere di Socrate. Osservazioni su le fonti. Orizzonte delia coscienza socratica  Posizione di Socrate nella storia della religione. Elementi della coscienza di Socrate. Del valore filosofico di Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del formalismo logico. Limitazione del sapere umano. Socrate e i Solisti. Pretesa soggettività di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti storici e psicologici. Motivo e sviluppo del metodo socratico. Imprecisione formale del metodo socratico. Della differenza fra rappresentazione e concetto, e del principio d'identità. Dell' etica socratica in generale, e del concetto del bene. Conoscere e volere. Equazione fra volere c sapere (ptù&i cautdv). Fondamento della pedagogia socratica. Le forme concrete della vita elica È Socrale un riformatore? L’individuo e le sue relazioni domC5tiche.  L’ individuo e lo stato. Vili. Delle virtù. Generalità. Il concetto delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione della virtù e del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene, della felicità c del sapere.  Del bone. Della felicità. Del sapere. Del divino e dell’anima umana nell’orizzonte socratico. Il Concetto del divino. II concetto dell’ anima. Riepilogo e conclusione La personalità storica di Socrate. Socrate e gli Ateniesi. Educazione e sviluppo della coscienza  di Socrate. Carattere di  Socrate. Osservazioni su le  fonti. Orizzonte della coscienza socratica. Posizione di Socrate nella storia della  religione. Elementi  della coscienza di Socrate. Del valore filosofico di Socrate. Formalismo logico. Determinazione del valore del forma-  lismo logicoLimitazione del sapere umano. Socrate e i Sofisti. Pretesa soggettività di Socrate. Preteso misticismo di Socrate. Del metodo di Socrate. Presupposti storici e psicologici. Motivo e sviluppo del  metodo socratico. Imprecisione formale del  metodo socratico. Della  differenza fra rappresentazione e concetto, p^^-  e del principio d'identità. Dell'etica socratica i?i generale, e del   concetto del bene. Conoscere e volere. Equazione fra volere e sapere (yvttjtì-t.  aauxóv). Fondamento  della pedagogia socratica. Le forme concrete della vita etica . È Socrate un riformatore? L'individuo e le sue relazioni domestiche L'individuo e  lo Stato. Delle viriti. Generalità. Il concetto  delle virtù nell'orizzonte socratico. Identificazione della virtù e  del sapere. Ignoranza degli elementi naturali. Del bene, della felicità e del  sapere. Del bene. Della  felicità. Del sapere. Del divino e dell'anima umana nell'orizzonte socratico. Il Concetto del divino. Il concetto dell'anima. Formalismo logico. Senofonte e Platone mettono in bocca agl'interlocutori di Socrate questa notevole accusa, ch'egli solesse ripeter sempre le me- desime cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il libero corso all'esposizione dell'avversario. Socrate in fatti non sapea esprimere il suo pensiero in un discorso con- cepito in forma oratoria, alla maniera di Gor- gia e di Protagora suoi interlocutori, né potea vagare in tutto il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi alla maniera sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa innata sobrietà di spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che era divenuta natura, lo conteneano in certi limiti costanti, ai quali egli cercava ridurre i suoi uditori. Questo fare era monotono, ed avea l'aria di pedanteria: tanto più, perchè rinunziare al mezzo tanto potente della persuasione ora- Sen. Meni. Plat. Gorg.  E. Strùmpell fa rilevare molto vivamente la differenza che correa fra i Sofisti e Socrate, nell'uso del ragionamento formale. toria non potea non sembrar cosa strana in una democrazia, dove tutte le pubbliche fac- cende dipendeano dall'arte della parola. Ma tornava forse Socrate di continuo all'afferma- zione di questa o quella massima morale, per ripeterla ogni istante, ed improntarla nell'ani- mo degli uditori ? (') Era egli forse un mora- lista bello e compiuto, che catechizza e pre- dica; o tenea forse in serbo uno schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di qui- stioni ? Nulla di tutto ciò. Il suo discorso ca- dea sopra oggetti disparatissimi, e quali l'oc- casione prossima li venisse offrendo: nessuno studio nella scelta degli argomenti potea di- sporre il suo animo alla ripetizione monotona delle medesime cose, né dalla sua occupazione dialogica risultò mai un complesso di pronun- ziati, che prendessero forma di massime e di precetti. Le condizioni stesse della coltura etica ed artistica non consentiano, che a quel tempo si potesse apprendere, come avvenne Zeller ha molto bene criticata l'opinione or- dinaria, che fa di Socrate un moralista popolare; ma noi non ci accordiamo con lui nella determinazione del valore filosofico del dialogo socra- tico; la qual cosa abbiamo voluto dire qui recisamente, per evitare ogni ulteriore polemica.   più tardi, le relazioni morali nell'astratta uni- versalità della massima, o formulare netta- mente una esigenza logica; tanto è vero, che i discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero più a sviluppare, ciascuno per proprio conto, i pfermi che avean raccolto dalle acci- dentali conversazioni del maestro, che a di- scutere sul valore positivo di questo o quel principio. Quella monotonia notata dagli avversari non concerneva che l'esigenza della formale evidenza e certezza del discorso; ed era quindi l'intenzionale ritorno ai medesimi presuppo- sti, nel lato formale d'ogni quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come già isolato, e distinto dall'og- getto della ricerca, e come presente alla co- scienza del filosofo per sé ed obbiettivamente; perchè agisce solo come reale esigenza di [Vedi su questo punto Hermann: Gescìiichte ecc.; e lo stesso autore Ritler's Darstellung der sokratischeti Systeme, Heidelberg, Hegel è stato uno dei primi a riconoscere l'importanza delle scuole socratiche per la determinazione del prin- cipio filosofico di Socrate, e cfr. Biese: Die Philosophie des Aristoicles, colui, che ragionando avverte per la prima volta, che il ragionamento dev'essere conse- guente, fondato ed evidente. La maniera corretta e cosciente del ragio- nare è nella nostra coltura filosofica cosa troppo ovvia, e la nostra educazione ci fornisce ben presto dello schema logico della definizione, della pruova ecc., in guisa, che possiamo al tempo stesso indurre, dedurre, ed argomentare perfettamente, ed aver co- scienza della forma logica per sé stessa, e studiarla nei suoi caratteri e nel suo valore : ma tutto ciò era allora impossibile. In So- crate l'esigenza del sapere esatto e formal- mente corretto è ancora un semplice atto di personale energia, un bisogno intrinseco di certezza e di acquiescenza alla normalità di una opinione chiaramente concepita, un la- voro che si compie per la necessaria coeffi- cienza dei vari elementi etici della coltura e della tradizione, e non può ancora presen- tarsi allo spirito come un dato di estrinseca evidenza. Se noi ci sforziamo per poco di rappre- sentarci il mondo, secondo l'immagine, che la coscienza anche più colta dei contempo- ranei di Socrate ne avea espressa nella storia, nella poesia, nelle leggende, nelle mas- sime e nei detti dei sapienti; e se guardiamo poi quanta differenza corra da quella pienezza ed inconsapevolezza d' intuizione, alle aporie della ricerca, solo allora intendiamo quanta profondità filosofica fosse nelle ricerche di Socrate, e la parsimonia stessa dei mezzi da lui adoperati diverrà più degna di ammira- zione, perchè è pruova evidente della ener- gia, con la quale egli seppe avvertire la ne- cessità di correggere ad una stregua costante tutte le incertezze della conoscenza ordina- ria, e fermarsi poi ed insistere tutta la vita nel criterio acquistato. I presupposti logici, ai quali tutte le qui- stioni del dialogo socratico sono riducibili, consistono nella epagoge e nella definizione; e noi cercheremo in séguito di esporre il modo, come queste due funzioni si sono spie- gate in quell'orizzonte scientifico che Socrate s'era tracciato. Per ora basterà aver notato, come questa è la prima volta che nello spi- rito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di determinare la natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna acquistare una coscienza precisa ed inalterabile delle condi- zioni in cui deve trovarsi la conoscenza, per- Labriola — Socrate. !Hl<^3 che possa dirsi certa ed evidente. Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato come elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente di sceve- rare dalla natura immediata e dalle condi- zioni incerte e fluttuanti del soggetto pen- sante, apparisce nella sfera della ricerca so- cratica come qualcosa di affatto connaturato con le esigenze pratiche di colui che ricer- cava; e senza isolarsi dai motivi che l'aveano praticamente prodotto, acquistò un grado di sufficiente evidenza nella coscienza, tanto da rimanere, non solo principio efficace in So- crate, ma costante centro ed impulso di ogni posteriore attività scientifica ('). (i) Indem die Philosophie des Sokrates kein Zuriick- ziehen aus dem Dasein und der Gegenwart in die freien reinen Regionen des Gedankens, sondern aus einem Stucke mit seineni I-eben ist, so schreitet sie nicht zu einem Systeme fort etc. Hegel. Da questo e da altri luoghi può scorgersi, come Hegel avesse un concetto più schietto della filosofia socratica, di quello che hanno formulato molti scrittori posteriori, non escluso lo Zeller; il quale, sebbene dica di non volerlo, parla sempre in una maniera troppo astratta del principio del sapere, e ricade nell'errore di Schleier- macher e di Brandis.  Determinazione del valore del formalismo logico La caratteristica, che noi abbiamo data dell'attività filosofica di Socrate in generale, pare risponda a quello che già s'è detto da altri; e che non serva se non a rifermare un'opinione corrente, secondo la quale So- crate sarebbe stato il primo che avesse avuta una chiara coscienza del valore del sapere ('). Si è, infatti, detto più volte, che l'idea del sapere sia la scoverta di Socrate, e che ces- sando per opera sua la esclusiva ricerca del mondo naturale, la filosofia fosse divenuta la scienza dell'idea, del soggetto, dello spirito e così via (^). Senza la pretensione della novità, noi riteniamo per erronee una gran parte di quelle caratteristiche; e perchè at- tribuiscono a Socrate una consapevolezza maggiore di quella ch'egli s'avesse, e perchè devono poi fare molte congetture per spiegare ed intendere la natura dell'etica socratica. Ba- Per es. Schleiermacher. La forma più esagerata è quella del Ròtscher, il quale parla di Socrate come d'un filosofo moderno, op. cit., passim. sterà notare solo questo, che partendosi dalla supposizione, che Socrate avesse avuto co- scienza del sapere preso per sé stesso, come forma o attività in generale, non solo si cade nell'inconveniente di non poter trovare un solo luogo di Senofonte che confermi questa opi- nione, ma si è poi obbligati a fare una qui- stione oziosa su la natura empirica o a priori del sapere socratico, che non c'è motivo al mondo per proporsela; e, in ultimo, si è poi costretti a ritenere, che Socrate abbia in virtù di una scelta, e per certe ragioni teoretiche, limitato le sue ricerche all'etica; mentre la repugnanza contro le indagini naturali deve in lui ammettersi, non come un risultato dei criteri logici che applicava, ma invece come una prima e semplice esigenza delle sue con- vinzioni religiose. Abbiamo invero detto, che il valore filo- sofico di Socrate consiste nella esigenza di un sapere normale e certo; ma la forma li- mitativa, con la quale abbiamo espressa que- sta opinione, esclude di fatto tutte le caratte- ristiche alle quali può in apparenza sembrare (i) Vedi specialmente il Bòhringer, op. cit., p. 2 e seg. che ci avviciniamo. Che il sapere figuri allora per la prima volta come una potenza deter- minata, e serva a correggere l'opinione e la tradizione, ed a condurre come norma sicura la ricerca del filosofo in tutte le complica- zioni e le incertezze del dialogo, ciò non vuol dire, che il concetto del sapere abbia rag- giunta una tale importanza ed obbiettività, da segnare esso stesso il termine e lo scopo della ricerca. E quando in fine, dal confronto di Socrate coi precedenti tentativi filosofici si vuole arguire la consapevolezza che egli ha potuto raggiungere della sua posizione storica, si viene a confondere due ordini di criteri del tutto diversi perchè dal giudizio che noi riportiamo su la importanza di una personalità storica, non può indursi qual grado di consapevolezza quella persona stessa abbia raggiunto. Il valore filosofico di Socrate sta in rela- zióne diretta con l'orizzonte della sua co- (L'Alberti specialmente fa di Socrate un filosofo dotato di una piena coscienza del proprio valore sto- rico; e non potea evitare un simile errore, dal momento che s'era proposto di seguire il dialogo platonico come un documento biografico; scienza; nel quale noi abbiamo rinvenuti mo- tivi di natura più immediata, più complessa, e più personale di quelli che conducono esclu- sivamente alla conoscenza speculativa. Questa determinazione intrinseca della sua attività ci fornisce ora di mezzi sufficienti, per rifare indirettamente, e mediante la congettura, il processo genetico della sua coscienza filoso- fica, che è stato impossibile d'intendere su la semplice testimonianza delle fonti storiche. Socrate non occupa immediatamente un posto nella storia della filosofia, mercè l'ac- cettazione o la critica di una tradizione teo- retica; e per questa ragione stessa non arrivò all'affermazione astratta del principio logico della certezza, come regolativo della ricerca e correttivo del conoscere comune ed incon- sapevole. Le condizioni speciali del suo ca- rattere lo aveano predisposto a sentire prò-, fondamente il bisogno di una religione intima e depurata dalle esteriorità della tradizione; e di una certezza etica che lo tenesse libero dalle fluttuazioni dei momentanei interessi e delle opinioni correnti: e quella naturale pre-disposizione toccò il suo soddisfacimento in un concetto della divinità, che riconosceva insiememente la bellezza ed armonia del mondo, e la libertà umana come predeter- minata al bene. La costanza, la fermezza d'animo, il naturale sentimento del giusto, la morale certezza della inalterabilità della legge, la perpetua acquiescenza al corso delle cose perchè riconosciuto provvidenziale, — tutte queste tendenze sollecitarono la sua in- telligenza, predisposta alla riflessione, a cer- care una norma costante dei giudizi, e tro- vatala egli persistette ad applicarla come stregua alla condotta morale sua propria, e dei suoi concittadini. E scorgendo egli, che il materiale delle opinioni e dei giudizi etici, qual era raccolto nella lingua e nella tradi- zione ed espresso nella coscienza politica dei contemporanei, se a prima vista potea avere il suo fondamento nelle costanti con- dizioni della natura umana, non corrispondeva sempre a quel grado di consapevolezza, che le sue abitudini riflessive gli aveano reso connaturale, il bisogno di fare entrare nel- l'animo altrui l'intimità e lo spirito di con- seguenza lo fece divenire maestro di morale, ed educatore della gioventù. In questa nostra maniera d'intendere l'at- tività filosofica di Socrate trovano un posto na- turale alcune opinioni, che incontestabilmente gli appartengono, e che altrimenti non sa- rebbero spiegabili ; ed, oltre a ciò, molte quistioni, che si son sollevate su la dottrina socratica, rimansfono escluse di fatto. Tocche- remo alcuni di questi punti. Nel concetto che Socrate s'era fatto dello Stato apparisce, più vivamente che in qua- lunque altra delle sue definizioni, il contrasto Meni., II, 4, 6 e seg.; id., 6, 21-29.  Vedi il Jacobs, Vermischte Schrifteii: Jene Sitte enthalt ebeti so, wie die Liebe zum andern Geschlechte, alle Elèmente des Edelsten und des Nichtswiirdigsten, des Lasters, des Besten und des Schlechtesten in sich.   che correa fra la novità delle sue filosofiche esiorenze e la naturale tendenza alla conser- vazione delle sostanziali relazioni della vita etica, che in lui era sussidiata dal convinci- mento religioso e da una profonda abnega- zione. Il principio normativo della consape- volezza non gli consentiva di ammettere che la potenza, o il dritto ereditario, o la scelta del popolo mediante i voti potessero costi- tuire la capacità dell'individuo a trattare le faccende dello Stato ('). Solo la piena coscienza della propria capacità e la speciale cono- scenza delle faccende da trattare possono e devono invogliare l'individuo ad una legit- tima ambizione politica; e questa diviene per sé stessa un dovere, quando è sorretta dal fermo convincimento, che l'attitudine e la specifica intelligenza dell'individuo rispondono alle normali esigenze della vita politica. Al- l'attuazione pratica di questa massima solea Socrate disporre i suoi uditori, sviluppando nel loro animo il bisogno di acquistare una chiara e perfetta notizia degli obblighi spe- Mem., e Plat. Apol.  Mem.,.SOCRATE ciali che spettano a questo o a quello fra gli amministratori dello Stato, e riassumeva tutta la sua politica nel principio che solo chi sa deve e può fare, ossia che il potere sta nel sapere. L'importanza di questa massima in- novatrice ci fa apparire l'attività socratica in una manifesta opposizione con tutti i concetti tradizionali della politica greca, perchè, in virtù di essa, il dritto ereditario della monar- chia e dell'aristocrazia, ed il concetto demo- cratico della maoraioranza erano recisi nella loro radice e subordinati alla necessità di una generale rettificazione di tutte le forme sociali dal punto di vista della consapevolezza. Ma pur nondimeno la cosa non andava tant'oltre, e noi non sappiamo scorgere in tutto questo l'esigenza o il presentimento di una radicale riforma dello Stato, o, come altri ha detto, di una teoria sociale fondata sul principio della conoscenza esatta. Il sa- pere, di cui parlava Socrate, non era qualcosa di distinto dalla conoscenza empirica dei vari rami della pubblica amministrazione, e non era costituito in un insieme di teorie univer- sali e scientifiche. Egli non potea quindi, come più tardi fece Platone, ideare la costituzione di uno Stato, in cui la coordinazione e subordinazione delle sfere sociali fossero determi- nate dal concetto psicologico della gradazione della conoscenza. Il suo concetto non ha co- lorito e carattere esclusivo di una tendenza filosofica, che voglia imporsi alle pratiche esi- genze della vita per regolarle a sua posta; ma rimane subordinato alla varietà estrinseca delle sfere sociali, e non ne sconosce la ori- ginalità per farla rientrare nei confini di uno schema astratto. Di qui procede, che, mal- grado l'apparenza di una dichiarata riforma, Socrate riconobbe l'ubbidienza alle leggi come impreteribile; e, fedele all'antico principio ellenico della sostanzialità dello Stato, fece dipendere il bene dell'individuo da quello della comunità. E considerando la sua attività filosofica come parte integrale dei suoi doveri di cittadino morì nel rispetto alle leggi, e nel convincimento, che la condanna pronun- ziata contro di lui non fosse che una legittima manifestazione dell'attività dello Stato. L'opposizione fra il vecchio e il nuovo, fra il concetto sostanziale e l'esigenza di una per- [Mem., Mem., Mem.: Plat. Apol.; e Phaed.. sonale sodisfazione nello Stato, si chiarì mag- giormente nelle scuole socratiche; e specialmente in Platone, il cui ideale politico non deve essere inteso, né come ripristinazione dello Stato dorico, né come un segno precursore del Cristianesimo, ma conviene sia spiegato come un progresso teoretico del principio enunciato da Socrate, che il potere deve consistere nel sapere. Che i concetti da noi più sopra esposti non avessero una tendenza dichiaratamente riformatrice, apparisce ancora di più dal modo del tutto pratico come Senofonte introduce il suo eroe a discutere con questo o quello dell'esercizio speciale delle diverse arti, che conferiscono al pubblico bene o al manteni- mento delle sociali relazioni. Una sola è l'idea fondamentale di tutti quei dialoghi: rettificare mediante la definizione il concetto del fine cui l'attività è rivolta, per far convergere tutti gli sforzi dell' individuo all'acquisto di una norma costante, che ne regoli la pratica senza Come vuole Hermann. Come vuole Baur. Vedi su questa quistione lo Zeller, Der Plato7iische Staat, in seiner Bedeutung fiìr die Folgezeit, nei citati Vortràge ecc. incertezza e divagazioni. Sotto questo riguardo il calzolaio e lo scultore, il pastore e l'arconte, il marinaio ed il generale ecc., perquantovarie le loro occupazioni e diversi i finì cui sono rivolti, devono tutti convenire nella norma dell'esercizio metodico delle loro funzioni, e sostituire alla pratica istintiva, tradizionale ed incosciente la norma del sapere. Senza entrare nella specializzata esposizione di questo o quel dialogo, perchè in tutti gli svariati casi non rileveremmo che una sola con- clusione, basterà qui dire che Socrate è stato il primo, che abbia nettamente formulata l'esigenza di una tecnica speciale delle arti e ravvisata la necessità, che a capo di ogni pratica occupazione deve esser collocata la riflessione normativa: e, per le cose già espo- ste, non fa mestieri che chiariamo meglio questo pensiero, perchè altri non creda, che egli intendesse conciliare la pratica e la teo- ria, l'arte e la scienza. E qui cade in acconcio di osservare che la meraviglia, con la quale molti hanno ri- guardato il dialogo che Senofonte riferisce con la meretrice Teodota ('), non ha fonda- (i) Mem., Ili, cap. ii,  mento che nella natura delle nostre morali convinzioni. Quel dialogo, che non deve essere addotto a provare che la principale preoccupazione di Socrate fosse la ricerca dei concetti ('), né può essere inteso come interamente derisorio, perchè l'ironia è un momento ofenerale della conversazione socratica, mo- stra, a nostro parere, che il mestiere della meretrice potesse anch'esso nei suoi elementi affettivi venir subordinato al criterio socratico di un esercizio normale e riflesso. Quel- l'arte non destava allora gli scrupoli esage- rati, che noi moderni siamo soliti di provare contro ogni divagazione della natura dalla norma assoluta di una morale precettistica. Anzi, per le speciali condizioni della famiglia greca, sviluppava soventi nelle donne libere un grado di cultura superiore di gran lunga (i) Come fa Zeller. Questa è l'opinione di Brandis: Enhvickelungen ecc., Vedi su questo argomento Hermann: Privatalterthilmer, con tutte le autorità ivi addotte, e specialmente John : The Hellenes, the history of the mannei's of the ancient Greeks,  LE FORME CONCRETE DELLA VITA ETICA a quello della donna legalmente ritenuta nelle angustie del gineceo. E a terminare questo schizzo della coscienza politica e sociale di Socrate osser- veremo, che egli, col rilevare l' importanza dell'attività cosciente, nobilitò il concetto del lavoro, facendone uno degli elementi costitutivi dello stato e della famiglia. Questa veduta era allora qualcosa di nuovo, perchè diretta a reagire contro un pregiudizio, fon- dato nella costituzione sociale dell'antica Gre- cia e già da gran tempo invalso, che facea considerare come indegna dell'uomo libero la produzione ottenuta col lavoro manuale. Se Socrate abbia o no superato il particolarismo ellenico, e se ritenesse per giusta come vuole Senofonte, o per ingiusta come vuole Platone p), l'offesa arrecata al nemico, nella grande incertezza dei criteri seguiti dai vari espositori noi non sappiamo affermare. Ad ogni modo, l'autorità di Senofonte ci par- [V. Jacobs, “Vertnischte Schriften”. Meni. Crit., e Rep.. Questa è anche l'opinione dello Zeller.] rebbe da preferire, e la maniera arbitraria come si è voluto da alcuni interpetrarla ci pare infondata e priva di ogni verosomiglianza. Meiners: Geschichte der Wissenschaften, pone una distinzione arbitraria fra il male arrecato sensibilmente all'inimico, e quello che può toccare il suo benessere interno, negando che quest’ultimo sia incluso nel xaxcòj iioistv di Senofonte. Né meno infondata è la supposizione di Brandis, secondo la quale Senofonte non avrebbe espresso interamente il pensiero di Socrate. Strumpell tenta supplire Senofonte col Gorgia. Nome compiuto: Antonio Labriola. Labriola. Keywords: implicature, comunismo, socialismo, partito socialista italiano, il vico di Labriola, il Bruno di Labriola, Labriola su Herbart, Labriola su Zeller, comune, sociale, filosofia della storia, dialettica socratica, fra dulcino, carteggio con Croce, all’origine del socialismo comunismo materialista in Italia – l’avvento creative del comunismo in Italia, il marxismo ontologico di Grice. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Labriola," “Grice e il Vico di Labriola” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lacida: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Cuoco, an Italian nationalist philosopher, after reading Giamblico’s Vita di Pitagora, concludes by stating that Pythagoras, if not Giamblico, should be deemed – by the mere number of his disciples – the father of Italian philosophy!” Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lacrate: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Lugi Speranza (Metaponto).  Abstract. Grice: “Cuoco, an Italian nationalist philosopher, considers Pythagoras the father of Italian philosophy – which seeing that he (Pythagoras, not Cuoco) was born in Samos, would be like claiming that Cicero is the father of Oxford philosophical analysi!” Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lacrito: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Cuoco, an Italian nationalist philosopher, calls Pythagoras the FATHER of Italian philosopher – ‘even if we have to forgive him for himself NOT being an Italian’!” -- Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lafeonte: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Cuoco, an Italian nationalist, oddly calls Pythagoras, a notably NON-Italian philosopher, the father of, er, Italian philosophy!” Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean, according to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”).

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lagalla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazoinale della teoria geo-centrica – la terra al centro del universo – filosofia campanese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Padula). Abstract. Grice: “Austin was, like many of us, up to date in modern science, and would often criticize Donne for thinking that the Earth had four corners!” -- Filosofo italiano. Padula, Salerno, Campania. Grice: “I love Lagalla: the fact that he was an Aristotelian when everybody in Florence was a Platonist!” Figlio di un alto funzionario della burocrazia vice-reale. Studia filosofia. Perdette i genitori ed e affidato alla tutela di uno zio paterno, che lo avvia agli studi di filosofia. Volle trasferirsi a Napoli per proseguire nella sua formazione. Si iscrive ai corsi di filosofia dello Studio ed ebbe come maestri Stillabota, Vivoli e Longo. Affidato dal Collegio degli archiatri a Provenzale e Caro per un periodo di tirocinio, sembra vi si fosse condotto con una tale competenza da meritare i gradi accademici nulla pecuniarum solutione. Grazie a Longo, divenne l'ufficiale sanitario di una squadra navale pontificia di stanza a Napoli, con la quale si dirigge verso le coste laziali, per giungere poi a Roma. A Roma consegue una  laurea, in seguito alla quale entra al servizio di Santori, per il cui interessamento ottenne da Clemente VIII l'incarico di lettore di filosofia presso la Sapienza. Cura per Facciottola stampa di un commento ad Aristotele, “De immortalitate animae ex sententia Aristotelis VII”,  manifestazione di un interesse verso la questione dell'anima, intorno alla quale L. si interrogò per buona parte della sua vita intellettuale e che contribuì ad attirargli sospetti di eterodossia.  Altre saggi: “La circuncisione di Cristo”. Al problema dell'anima L. dedica corsi della lettura ordinaria di filosofia, che tenne alla Sapienza. Queste lezioni sono raccolte in  “De anima commentarii”. Allo stesso argomento è dedicato un saggio dato alle stampe da L., il “De immortalitate animorum ex Aristotelis sententia libri III” (Roma). L., pur riaffermando le posizioni della tradizione d’AQUINO sulla questione dell'anima umana, secondo le quali l'anima intellettiva è “forma informans” del corpo ed è molteplice, accetta quelle di Alessandro di Afrodisia a proposito dell'animazione dei cieli, ritenendo che non abbiano l'intelligenza come forma assistente che li muove eternamente, ma piuttosto come forma informante. Morto Santori,  s’avvicina ad Aldobrandini, entrando al suo servizio. Conosce Cesi, al quale e legato da una cordiale amicizia. Se questa non da luogo a un'ascrizione all'Accademia dei Lincei, malgrado una precisa richiesta da parte di L., e solo a causa della sua marcata professione aristotelica Cesi lo presenta comunque a GALILEI quando quest'ultimo si reca a Roma per sottoporre il suo telescopio e le scoperte con esso realizzate al giudizio degli autorevoli astronomi del collegio romano, nonché di influenti membri della Curia pontificia e dello stesso Paolo V. Ne derivarono alcuni incontri, durante i quali L., incuriosito dall'occhialino galileiano, lo sperimenta ed e intrattenuto da Galilei con l'esibizione delle pietre lucifere di Bologna. Da ciò che vide, trasse spunto per due saggi, pubblicati in De phoenomenis in orbe Lunae novi telescopii usu a d. GALILEI nunc iterum suscitatis physica disputatio nec non de luce et lumine altera disputatio (Venezia).  Atteso con impazienza da Galilei, che e costantemente informato da Cesi dei progressi nella composizione, il saggio delude l'ambiente linceo.  Nel primo dei due saggi, pur difendendo la verità ottica di ciò che mostra il telescopio, cerca di spiegare l'irregolare -- la scabrosità della superficie lunare, detta perfetta da Aristotele -- come prodotto del regolare, attraverso una sorta di estensione di un principio di regolarità -- invariabilità dei cieli e dei corpi e fenomeni inclusi in essi -- cui risponde l'intera fisica celeste aristotelica. Le asperità lunari dovevano dunque consistere in parti più dense d’etere, più opache alla luce, e in parti meno dense, più chiare. Nel secondo saggio L. racconta una discussione sulla natura della luce avuta con Galilei, Cesi, Misiani e Clementi: dopo aver ribadito che la luce non è una sostanza, ma un accidente o una qualità reale, tratta delle pietre lucifere e, contro l'interpretazione di Galilei, osserva che la luminescenza delle pietre non è una proprietà del minerale non trattato, ma una conseguenza del processo di calcificazione, che rende la pietra porosa e in grado di assorbire una certa quantità di fuoco e di luce, poi lentamente rilasciata. Con ciò esclude che possa essere il prodotto della riflessione della luce solare sulla terra da parte della luna.  A proposito del primo dei due saggi, Galilei medita di fornire una risposta pubblica, sollecitata dallo stesso L., di cui le note di lettura al volume in questione, sembrano essere il lavoro preparatorio. Tale risposta non arriva, ma i rapporti tra i due divennero più stretti, forse per effetto di un lento avvicinamento delle rispettive posizioni scientifiche. In occasione dell'osservazione di una cometa, scrive il Tractatus “de metheoro quod die nona novembris anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium” e poiché quest'opera pare, in alcuni punti, accogliere le posizioni di Galilei, e attaccato di scarso aristotelismo. Si convence così a chiedere a Galilei e a Cesi il sostegno per una lettura a Psa. Pur non mancando l'occasione (la morte di Papazzoni aveva reso vacante un posto), non se ne fa niente, ma anche in questo caso i rapporti tra i tre uomini rimasero saldi. Aumenta intanto la sua insofferenza verso gl’ambienti romani che lo guardavano con crescente sospetto. La sua “De coelo animato disputatio” e in Germania, per l'interessamento d’Allacci. Non rinuncia a coltivare la speranza di ottenere un adeguato incarico al di fuori della capitale pontificia, tanto da valutare con attenzione la proposta di trasferirsi alla corte di Sigismondo III. Le compromesse condizioni di salute (soffriva di una malattia urinaria, forse una ipertrofia prostatica con complicanze) e il timore che l'inclemente clima polacco potesse peggiorarle lo portarono a rifiutare.  Continua a praticare la filosofia, e segue il suo protettore Aldobrandini in diversi viaggi in vari luoghi d'Italia. Gli è stato dedicato il cratere L. sulla Luna. Altre saggi:  “De phaenomenis in orbe lunae novi telescopii usu nunc iterum suscitatis” (Venezia); “De metheoro quod die nona novembris anni presentisin urbe apparuit sopra collem Pincium”; “De luce et lumine altera disputatio”; “De immortalitate animorum ex Aristotelis Sententia”(Roma); Biblioteca apost. Vaticana, Barb. lat.; cfr. Kristeller; cfr. Edizione naz. delle opera, Firenze, Biblioteca, Galil., Favaro, nell'ed. naz. delle opere di Galilei, X indica una stampa apparentemente irreperibile, Roma; ma Heidelbergae. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giano Nicio Eritreo [Gian Vittorio Rossi], Pinacotheca imaginum illustrium doctrinae vel ingenii laude virorum, I, Coloniae Agrippina, Leone Allacci, Vita, Parigi, T. Alfani, Istoria degli anni santi” (Napoli); “Dizionario istorico” (Napoli); F.  Colangelo, Storia dei filosofi e dei matematici napolitani, Napoli Stefano Gradi, Leonis Allatii vita, in Novae patrum bibliothecae, A. Mai, Romae, E. Wohlwill, V. Spampanato, “Bruno” (Messina); G. Crescenzo, Dizionario storico-biografico degli illustri e benemeriti salernitani, Salerno); “I maestri della Sapienza di Roma, E. Conte, Roma, ad ind.; M. Bucciantini, Contro Galileo, Firenze, Italo Gallo, Figure e momenti della cultura salernitana dall'umanesimo ad oggi, Salerno,  Paul Oskar Kristeller, Iter Italicum, Lettere del Lagalla, o di altri con notizie su di lui, si trovano nell'Edizione nazionale delle opere diGalilei, a cura di A. Favaro, Firenze, ad indices, è pubblicato il “De phoenomenis in orbe Lunae” con postille di Galilei); G. Gabrieli, Carteggio linceo, Roma. CoMLOL, Grice: “The more I read secondary bibliography about this one qualifying as ‘napoletano’ – la ‘filosofia napoletana’ ‘il filosofo napoletano’ – the less I’m inclined to consider him Italian!” – Nome compiuto: Iulius Caesar Lagalla. Giulio Cesare Lagalla. “Un aristotelico che dialogava con Galilei”. Lagalla. Keywords: implicatura, the earth is flat; la terra e al centro dell’universo, la pietra di Bologna, la kryptonite, la luna, l’immortalita dell’anima, animo, spirare, peripatetici, licei, sublunary, lunary. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lagalla” – The Swimming-Pool Library.  Lagalla.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lamisco: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone – Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto – filosofia tarantina – scuola tarantina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: “We often think of Ancient philosophy as mainly Greek – but had it not been for Lamisco, Plato would hav remained a prisoner in Sicily, and it would all be, to Musolini’s pride, but ITALIAN philosophy!” Keywords. Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean and friend of Archita di Taranto. When Plato runs into trouble in Siracusa, Archita sent L. to rescue him – which takes him ‘two weeks and a half.’

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia Grice e Lamanna: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del risorgimento fiorentino filosofia basilicatese – la scuola di Matera -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Matera). Abstract. Grice: “When I have a lecture in Italy on Athenian dialectic versus Oxonian dialectic, I was criticized for having just overpassed what the Florentines call the Florentine dialettica, which flourished in, er, Florence!” Philosophers who appraoch Grice tend to pigeon-hole him as ‘member of the Oxford school of ordinary language philosophy’ – he hated that, but understood it. He spent most of his talks, however, talking about Aristotle, Plato, Leibniz – the inventor of the analytic-synthetic distinction --, Kant, Prichard, Stout, and making a point about the need to approach philosophy from the stand point of the unity she displays both latitudinally and longitudinally, in her history – making the ffort to introjedt into a past philosopher’s shoes! So much for Oxford parochialism! In Italy, Lamanna may be considered his counterpart or doppelgaenger. Keywords: unita longitudinale e unita latitudinale della filosofia. Filosofo italiano. Matera, Basilicata. Grice: “I like Lamanna – a very systematic philosopher especially interested in the longitudinal history of philosophy – he wrote on economics during controversial times, too!” Linceo. Fa i primi studi in seminario e poi nel Liceo classico della sua città. Si trasfere a Firenze, laureandosi con Sarlo. Insegna a Messina e Firenze. Pubblica un commento alla dottrina. Autore di un fortunato manuale di storia della filosofia. Membro dell'Accademia nazionale dei Lincei. Diresse la "Collana di Filosofia" delle Edizioni Morano di Napoli. Stabilito, per L., che la religiosità e un'esigenza naturale dello spirito umano, egli rileva le contraddizioni percepite dalla coscienza fra l'”essere” (“is”) e il dover essere (“ought”) -- fra l'esigenza di una realtà concepita come razionalità e ordine, e la percezione di una realtà che appare irrazionale e disordinata, così come fra la concezione dell'assolutezza dello spirito e la concreta limitatezza della realtà umana. Da queste contraddizioni deduce la necessità dell'esistenza di Dio. Analoga antinomia gli sembra esistere tra morale e politica che a suo avviso può essere risolta trasportando nell'attività pratica la riconosciuta razionalità dell'ordine trascendente e divino, che è di per sé bene assoluto. In questo modo l'operare umano si fa etico ossia, secondo L., realmente politico, realizzandosi concretamente nell'ordinamento giuridico e, così come nell'operare razionale si concreta la vita morale, da questa si raggiunge l'armonia in cui consiste la bellezza. Altri saggi: “Lo spirito – l’ispirante” (Firenze), Kant, Milano, “La polizia di Platone e gl’uomini”, Milano, “Filosofi italici d’eta antica” (Firenze); La filosofia, Firenze); “Il bene per il bene” (Firenze); “Il regno di fini” (Firenze); Scritti storici e pensieri sulla storia, Padova; Piovani (Torino); Piovani, Tra etica e storia, Napoli); Martano, L'esperienza speculative, in «Filosofia», Calò, Il pensiero, Napoli, Calò, Studi e testimonianze, Matera, Dizionario biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Grice: “Lamanna was concerned about the idea of the state, which is not an easy thing. More specifically, the concept of the ITALIAN state. In his history of philosophy for ‘i licei classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a ‘Sommario’. – The history goes smoothly up to Kant. The third volume is about MUSSOLINI. He is the only philosopher he cares to capitalize. He also capitalizes fascism into FASCISMO, which is odd seeing that his main source is Mussolini’s own entry for ‘fascismo’ in the Treccani which does not give it such a status. The third volume is ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and notably GENTILE to end with MUSSOLINI. The idea is presented by L. as a ‘riconstruzione dello stato’ – we are talking of the ‘stato moderno’ – il stato liberale borghese is in ruins – and although he plays with the ‘socialist state’ he does not consider it within the realm of the proper history of philosophy when he talks of French illuminism. So his concern is wht the idea of the state in the liberal party – the philosophy of the laissez-faire. It provides NEGATIVE freedom. Freedom from the other. And there is competition. Also, as he notes, liberalism lies in that the ‘condizioni iniziali’ are hardly ‘equal’ for every member of society, so that liberalism only pays lip service to ‘liberale’. With the socialist state, the problem is the opposite: the state becomes a gestore – and there is this idea of an endless dialectic among the classes. So how does Mussolini reconstruct all this. He calls it ‘stato fascista’ – Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel, the student would be more prepared! Mussolini’s idea of the state is Hegel’s – it is the NAZIONE-STATO. While Mussolini speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means the Italians (not the Jews, etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the sum of its individui. Individui come and go – but the state remains. The state becomes governo. Mussolini’s prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower down the rhetoric, but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen as proposing this new or novel idea of the state (after la rivoluzione fascista) with a Kantian approach. Since L. has only read Kant seriously, he applies Kantian categories here: Mussolini’s fascist state gives each individual POSITIVE freedom – to be a slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to command. L. quotes from CICERONE to the effect that it is obeying the law that makes us free. The emphasis is constantly on the azione or prassi, which is understandable since the pupils are supposed to learn about philosophy. So where is the dotttina? Mussolini is candid about this. When ‘I all started it’ I did not know where I was going. It was the ANTI-PARTY movement --. L. provides the editorial. During the ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF THE SPIRIT OF THE NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a government (polizia, politeia) established. But Mussolini accepts castes in society. Even the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be allowed to worthip the God of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it targets the male – virtu, andreia. Being commanded by one know knows is a privilege. Ths is interesting because this is conceived after the temporary successes in Africa – Mussolini romano e africano – and before the problems of the second world war. For the first time, Italians FEEL they are part of a NATION. The seeds are in the Risorgimento, but this got stuck with a liberal kind of state, which only provides negative freedom, anyway, and where the initial conditions are unequal. Lo stato fascista does not play with parlamentarism, so Congress is closed, and the only party is the national party. Jews are excluded from PUBLIC service -- even if some wrote panegirici for fascism, like Mondolfo. The philosophical foundations are found in Hegel. If Hegel concentrated all in the Kaiser of Prussia, Mussolini does so with himself. GENTILE did not really help, although he was the official voice of fascist philosophy --. The student of philosophy then is taught the lessons of history (philosophy is IDENTIFIED with its history) and indoctrinated in the final stages into a particular IDEOLOGY. The tone is catechistic, and there is no idea of dissent. L. however emphasises that the stato fascista still recognizes the indidivuality and the personality of each member – as the stato comunista or socialista would not!” IL REALISMO PSICOLOGISTICO NELLA FILOSOFIA ITALIANA. SARLO, Sarlo, nato in un paesello della Basilicata, San Chirico Raparo, venne alla filosofia dalla medicina filosofica. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si compiace di frequentare, colle lezioni della facoltà cui era iscritto, quelle di filosofia: ed è, tra l’altro, uditore di SPAVENTA negli ultimi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un volumetto di saggi su Darwin attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel campo delle scienze biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più consapevole durante gli anni che passa, come medico, nel manicomio di Reggio Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla psicologia e alla filosofia. In questo campo non ha maestri. È un autodidatta: dove cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed è naturale che la trova solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di positivismo, lo portano dapprima a seguire questo indirizzo di filosofia: e in uno degl’organi della filosofia positivistica, la rivista d’ANGIULLI (vedasi), SARLO fa le sue prime armi. Ma non tarda ad allontanarsi dal positivismo, a mano a mano che venne acquistando coscienza delle deficienze di quella dottrina cosi in ordine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in ordine alla fondazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che illustra poi in quelle Note sul positivismo in Italia, pubblicate in appendice ai saggi sulla filosofia, una delle critiche più penetranti e conclusive che della gnoseologia positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne formand. Concorsero a questa formazione lo studio di SERBATI, i rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui rappresentanti italiani dello spiritualismo e del criticismo, come FERRI (vedasi), MASCI (vedasi), e, in particolare, BONATELLI (vedasi), e, più specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative della filosofia, alcune delle quali egli per primo, o tra i primi, fa conoscere in Italia. E di questa sua attività sono frutto due saggi su SERBATI: La logica di SERBATI e i problemi della logica e Le basi della psicologia e della biologia secondo SERBATI, considerate in rapporto ai risultati della scienza, Roma, poi rifusi in altri lavori; volumi di Saggi filosofici, Torino, Clausen, posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi; studi su filosofi sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi, Firenze, La Cultura Filosofica; saggi di psicologia; il volume Metafisica, Scienza e Moralità, Roma, Balbi, e il volume già ricordato Studi sulla Filosofia : La filosofia scientifica, Roma, Loescher. L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi di SARLO (vedasi), è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale, come per il coronamento del sapere filosofico in un’interpretazione teistica della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come sistemazione e critica del sapere, riceve dalle scienze particolari continuo alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei motivi principali della filosofia di SARLO, anche quando, nel periodo di piena maturità della sua attività di studioso, tratta i principii del suo filosofare non più dal criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti sinora citati, ma dallo sperimentalismo, da Locke a Mill; dall’intuizionismo, specie per il rilievo costantemente dato agl’assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza e infine dal realismo dell’Herbart e del Lotze. Conseguita la libera docenza in filosofia a Roma, insegna questa disciplina nei licei di Benevento, di Torino, di Roma, quando ottenne per concorso la cattedra di filosofia teoretica a Firenze, cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di un maestro. Fonda un gabinetto di psicologia sperimentale, il primo del genere in Italia, e che è rimasto anche oggi il più ricco di apparecchi. Molte e importanti ricerche vi sono state compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la potenzialità scientificamente produttiva del gabinetto sia stata assai ridotta per le condizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è venuto a trovare. Sarlo diretto la Cultura Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei primi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di studioso ha dispiegato con assiduità e intensità instancabile nel campo della psicologia, dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi, ai quali specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione della sua filosofia. Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento ufficiale nel premio Reale per la filosofia, conferitogli nel 1920 dall’Accademia dei Lincei, della quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere principali del De Sarlo, escluse le prime già citate che poi sono state rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia morale. Roma, Balbi, , 1 voi. di circa 250 pagg. in 8: [Contiene: Il naturalismo Il telismo L’idealismo e la moralità Il socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. — Prolegomeni : La « Filosofia scientifica ». — Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo contemporaneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze, Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430 in-8. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze, Seeber, 1907, 1 voi. di pagg. in-16. Principii di Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica e al diritto. Palermo, Sandron, [1907], 2 voi. di circa pagg. 500 in-16 (in collaborazione con Q. Calò). II Pensiero Moderno. Palermo, Sandron, [1915], 1 voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi che possiamo dire introduttivi : La formazione della coscienza filosofica odierna — Uno sguardo alla filosofia. I compiti della filosofia. Altri tre studi che costituiscono come la parte centrale del volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per l’estensione che ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea. Lo psicologismo nelle sue principali forme. I diritti della metafisica, nel quale ultimo specialmente sono sottoposti a un rapido e vigoroso esame critico i principali indirizzi della filosofia. Altri studi su particolari problemi o correnti filosofiche. Il significato filosofico dell'evoluzione. Filosofia e scienza dei valori. Stillo spiritualismo. Filosofi. Firenze, La cultura filosofica. Contiene saggi su Paulsen, Hodgson, Ward, OXONIAN Bradley, Reitike, Hartmann, Zeller, e BONATELLI – l’uniico italiano. Psicologia e filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La cultura filosofica. Contiene: Alcuni saggi di filosofia generale, importantissimi pella comprensione della posizione di SARLO nel campo filosofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia: Psicologia. La psicologia e le scienze normative. L’esperienza psichica. L’individuo dal punto di vita psicologico. Il soggetto. La causalità psichica. Sensazione e coscienza. Ampi saggi di psicologia metafisica – o psicologia filosofica, come la chiama Grice: il concetto dell'anima nella psicologia. Idee metafisiche intorno all’anima. Saggi contenenti la materia per un organico trattato sulle funzioni psichiche. La classificazione dei fatti psichici. L’attività conoscitiva. L’attività immaginativa. Vita affettiva ed attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq saggio intorno alle determinazioni formali della vita psichica, e più particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni fisiologiche e psichiche. Appartengono a questo gruppo altri saggi. Sulla teoria somatica delle emozioni. Sullo studio dei sentimenti nella psicologia. Sulla percezione delle forme. Saggi di psicologia fisiologica e patologica. Cervello ed attività psichica. L’attività psichica incosciente, Sulla psicologia della suggestione. Le alterazioni della vita psichica. La psicologia degl’animali. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi scritti, dai più antichi ai più recenti. Ma, è da aggiungere subito, non è data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella concezione della filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il volume Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ragione che si esprime continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle esigenze morali più profonde della coscienza umana, sulla considerazione del valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua natura, e in cui possono essere inverate le particolari connessioni di frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero Moderno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicologia e Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche intorno a Dio e all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata qual condizione essenziale della comprensibilità di qualsiasi fatto particolare in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser concepita, se non come analoga alla sola causa vera a noi nota, che è la nostra stessa volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita se non come volere essa stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il concetto di sostanza: che è il concetto di essere che non è in altro nè per altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto di ogni altra determinazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E anche per questo rispetto esso non può venir concepito se non in analogia con quella che è per noi l’espressione più immediata e genuina della sostanzialità, ossia la coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente percepito come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in cui manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser considerate come pensieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per eccellenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che il termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipendente e sia fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S., esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori vengono realizzati. E poiché quell’ordinamento è eterno, anche delle anime può dirsi che esistono ab aeterno, come principi potenziali, i quali aspettano che i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti attuali, i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-, indistruttibili, appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono come sostanze: onde l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È innegabile, dunque, che del problema metafisico per eccellenza SARLO presenta costantemente una soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali, al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella trattazione di questo problema della realtà egli è sempre consapevole del carattere meramente congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli sembri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della realtà conoscibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si nasconde mai le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che pretende di dare della realtà ultima una definizione esauriente. E’ troppo persuaso dello scarso valore dimostrativo che possono avere le analogie in base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad altra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo convincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia talora alla sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si concilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto frammenti della razionalità in cui questo si rivela come immanente all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo, che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e la ragione stessa riconosca come irriducibili, anche se non riesca poi facile o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile possa esser ricondotta o comunque messa in relazione con quel principio reale di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo, secondo SARLO., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psichici come in atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico. Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume « Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono essere accomunate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra rubrica. Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè esistano quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va constatato, e non si può e non si deve spiegare; come vanno indagate, constatate e descritte le varie maniere di agire e reagire reciprocamente di questi vari esseri, ma non si può presumere di spiegare, nel vero senso della parola, come e perchè si stabilisca la connessione reciproca di tali esseri che sono esistenti per sè, sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire essi affermino e rivelino la loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza vivente e, più in particolare, la sostanza psichica esiste ed agisce in quanto si sviluppa. Ora uno dei saggi più penetranti del De S. (Il significato filosofico dell'evoluzione, nel volume Il Pensiero) è dedicato all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più significativi per dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si conciliino un temperato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di evoluzione, lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio esplicativo, e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha bisogno esso stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal concetto rivela la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non possono essere eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius della realtà, ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo evolutivo, mentre implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo; mentre vuol essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui arriva; si può leggere in esso, almeno post factum, la rispondenza a un ordine razionale, ma chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione implica dunque qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta il principio vero dell’evoluzione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui conduce l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere nuovi interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e finiti sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il processo evolutivo, come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attraverso lo sviluppo? Il che equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che si trovano con l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi non è possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla connessione del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per SARLO, quello di rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di questa parola. Prima della dialettica trascendentale e quindi prima della critica della ragion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una « Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant, a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un. procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica di SARLO ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal convincimento del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato necessario della critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga base empirica. Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre più radicando col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo fondamentale sempre più insistente del suo filosofare; sì che con questa designazione appunto di filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la sua dottrina e il suo metodo, in recisa opposizione alla speculazione idealistica dei neo hegeliani, che si è andata sempre più affermando in Italia. Si direbbe che il diffondersi di quell’antiempirismo dialettico ch’egli considera un vero « contagio » delle menti, l’abbia indotto ad accentuare sempre più la necessità di ricorrere a cautele immunizzatrici, in un contatto sempre più stretto, e più esclusivo, della filosofia col sapere empirico; di ricondurre la filosofia, come in rifugio sicuro, in quei confini entro i quali essa possa mantenere il carattere di scienza, essere, ai pari delle altre scienze, un prodotto dei processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione — mistica o lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità, ma non suscettibile d’una dimostrazione razionale — l’espressione, dicevo, di una coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà si rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano di filosofia a Firenze, giunse alle affermazioni estreme che le attuali condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo periodo di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico, quello metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina / problemi filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi con più sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa impostazione non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di essere oggetto dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è stato sacrificato proprio quello che è il carattere distintivo del sapere filosofico rispetto alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione della relazione dei distinti, il riferimento della molteplicità delle distinzioni a un principio unitario? SARLO risponde che la filosofia è aspirazione alla unità dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba trasformarsi in un allucinato dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei tentativi compiuti nella storia della filosofia per unificare i reali e-le conoscenze e per dedurre la complessità dei fatti da un unico principio, sta a dimostrare, secondo lui, che all’unificazione si giunge colmando con l’immaginazione le lacune della conoscenza certa e dimostrabile. Gli si può replicare con l’obiezione consueta, che la vanità di quei tentativi risulta dall’aver cercato la unità nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura (o in Dio, che è lo stesso) invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che anzi appunto attraverso quel riferimento degli oggetti al soggetto conoscente, appunto attraverso quella unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica, di tutto il reale nell’io — che è propria del sapere filosofico —, si rivela la irriducibilità, diremo, ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il De S., se da un lato la filosofia non può non scindersi in una molteplicità di discipline, fondate su principii irriducibili (essere e valere, p. es.), dall’altro lato queste hanno caratteri comuni, che valgano a fare di esse appunto un unico gruppo, quello delle disciplini; filosofiche. E questi caratteri comuni sono: I) determinazione dei concetti universali, attraverso i quali la realtà può essere razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà allo spirito del soggetto, in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si costituisce. Due caratteri, questi, che sono per il De S. strettamente uniti e come interdipendenti: perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche fondamentali — intanto assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano i mezzi di razionalizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della giustii.jata estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente appreso nella coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della riflessione sui modi in cui la realtà diviene intelligibile e acquista consistenza nella mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di riferimento di tutti gli elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una posizione centrale nel mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito, costituisce il terreno di incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è detto, la psicologia come scienza dello spirito : e di questa determinazione v’è bisogno per non cadere nei facili equivoci cui può dar luogo la parola psicologia o psicologismo. Già nei 1903, nel suo poderoso volume I dati dell'esperienza psichica, il De S. insisteva sulla profonda differenza esistente tra la psicologia come scienza empirica e la psicologia coinè scienza filosofica. La prima, quale si è venuta costituendo negli ultimi decenni, studia l’anima umana come un « obietto» tra gli altri obietti della natura, ha aspetto e procedimento di una scienza naturale e non mira che alla spiegazione causale dei fenomeni. Per essa la vita psichica è un complesso di « stati » di coscienza: i quali, sì, implicano tutti una certa coscienza dell’io (in maniera che per il De S. non è possibile una psicologia « senz’anima », anche se sia psicologia empirica): ma il soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia nella sua attività tendente a determinati scopi. Si tratta di una considerazione statico di dati, a cui il concetto di atto è necessariamente estraneo; di una considerazione che tende a fissare i rapporti condizionali dei vari ordini di stati psichici e a ridurre il complesso al semplice. La psicologia empirica deve quindi limitarsi all’«analisi morfologica» della coscienza, escludente qualunque funzionalità e quindi qualunque dinamismo. Ora « lo spirito — dice Sarlo — non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di rivelazione della realtà. Come tale lo spirito è universale: universalizza sè stesso nelle sue funzioni ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è rivolta la sua attività ». Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una posizione centrale rispetto a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia la psicologia come “ fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza filosofica. Nella considerazione funzionale dello spirito s’impone il concetto di valore e quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti oggettivano i dati e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che qualificano, sì, il soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò che è universalmente valido, a quelli che sono i valori oggettivi. La verità, il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto valori, distinti da ogni altro valore unicamente soggettivo per questo carattere, che sono forniti di una speciale necessità che è la necessitàdi diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati psichici. Quest’ultima denota soltanto che uno stato è inevitabilmente determinato, nella sua insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste siano date, cioè siano determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè che uno stato o un fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro. Ma è indifferente al valore di quello stesso stato o fatto, se per valore s’intende ciò che ha la ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato e assoluto, ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non sussistano e quindi la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità psicologica abbraccia indifferentemente nella sua spiegazione così il valore come il disvalore, così il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto, il male. Una tale distinzione di valore, come distinzione obiettiva e universale, non si può avere se non mediante il riferimento alle leggi costitutive delle funzioni originarie ed essenziali dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine che è costitutivo della loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro natura attraverso una forma di evidenza che è indizio della loro necessità e universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la natura del pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche quelle della fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il pensiero, il volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in tanto raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel senso indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra psicologia empirica, come scienza dell’anima — morfologica, naturalistica e la psicologia come scienza dello spirito — funzionale e filosofica, così nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare nettamente ed energicamente il suo psicologismo da quello naturalistico, che considera i valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche già operative in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni dell’attività psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere effetti necessari di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi mentali naturali, e non già dal rispondere a certi fini od esigenze valide anche se non mai realizzate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi Lo psicologismo nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »), Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La classificazione dei fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia »). Lo psicologismo di SARLO . non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo: offre anzi a lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma d’idealismo immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in considerazione delle prerogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste prerogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è direttamente percepito, anche in quelli che sono comunemente detti oggetti esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero fondamento per la constatazione di qualunque esistenza reale, e quindi di ogni sapere empirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo tramite attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia), l’essere in generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà traspare a sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente attraverso di esso. Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io stesso, e insieme, in un certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in qualche maniera esser presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si può chiamare funzione rappresentativa della mente. Ma proprio da questo carattere essenziale alla mente il De S. deriva la necessità di affermare la trascendenza dell’oggetto rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi, egli dice, arriviamo, è vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante la riflessione sull’atto di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in quanto è provocato da qualcosa di diverso da sè. La mente, non contenendo la realtà come tale, nè identificandosi con essa, non può giungervi se non attraverso qualcosa che rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le rappresentazioni mentali forniscono i segni in base a cui l’intelletto costituisce la realtà. La realtà, si può anche dire che sia « percipi « e « intelligi », purché con ciò non si voglia significare che l’essere si esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che non si ha modo di definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni nella coscienza individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce sempre ad altro. Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra l’obietto trascendente e la rappresentazione mentale — come grossolanamente si ritiene da molti critici di tale concezione —, quasi fosse ammissibile un’apprensione dell’oggetto qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1 idea- L affermazione della trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo significato e nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve con Jiò pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo rapporto metafisico non può essere identificato col rapporto gnoseologico tra obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in dimostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a proposito della natura del soggetto come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema gnoseologico non deve accogliersi come tale da contenere o assorbire in sè la soluzione del problema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pregiudicare la soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del fatto della conoscenza, la dualità di soggetto e oggetto. L’esperienza psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo, qualcosa che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora, secondo il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza psichica si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che può essere conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare al concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito, occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico corrispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si moltiplicano come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è attribuibile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provocare l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria. L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condizioni medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è inadeguata, e allora s’impone la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa essere attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no adeguazione dell’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra i due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra. L’esistenza è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla diretta esperienza che abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’esperienza psichica che è la sensibilità, il tramite di una realtà trascendente la coscienza, e fa delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà individuale che è l’io —, ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità sensoriali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di coscienza o creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta indipendentemente da qualsiasi rapporto con la coscienza individuale — ; e dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle condizioni subiettive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essenziali che in base ai principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un significato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato, concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema delle conoscenze organizzate intorno ai principii razionali, il pensiero medesimo è chiamato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere intorno all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero. Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti a fornire le coordinate per l’individuazione). L’intelligibile, distrigato dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pensiero in quanto giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili. Ma — e con ciò Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi » non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo, anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come oggetto di conoscenza, come pensabile o pensato, e il pensiero come attività d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o un’idea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il risultato di atti (riferimento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte non sono posti arbitrariamente; sono, più che suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono, invece, i rapporti considerati come espressione di una necessità intrinseca alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo; i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l! assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De S. t è che i rapporti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro fondamento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive. Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere convenientemente trattato se non quando si tenga presente che il soggetto a cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale; e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la distinzione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile. Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti. È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto (unità reale) senza riferirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità degli atti non corrisponde la variabilità dell’unità del soggetto. L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale, un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo; e la stessa potenzialità o capacità è concepibile soltanto come inerente a qualcosa di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la coscienza essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non può neppure, d’altra parte, — sostiene il De S., confutando in svariatissime occasioni la tesi idealistica —, non può neppure essere ridotta a una mera equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra conoscente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale; quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto, rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero. Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione derivante dal significato equivoco EQUIVOCO GRICE della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intellettuali, d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto, alla riduzione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato. L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli, l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome da ciò che è puramente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a ciò che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è possibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni, differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico, estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque ordine siano, tra la necessità psicologica e quella deontologica. Questa distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente VAttività pratica e la coscienza morate e i Principii di scienza etica). Per lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi principii valutativi che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale (e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre operativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni — per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi, afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua stessa natura a dare l’assentimento a principii superiori al suo io empirico. Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni altra forma di esperienza spirituale, scientifica, estetica, religiosa ecc. La specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato, come abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema etico il De S. mantiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più particolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale soltanto ci si rivela nella sua efficienza e nella pienezza del suo contenuto ciò è che universale e razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant scrisse all’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento, non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. Dalla scuola di Sarlo usce ALIOTA (vedasi) (n. a Palermo, ora già da alcuni anni professore di filosofia nell’Università di Napoli). Iniziò la sua attività di studioso con un volume, assai apprezzato anche all’estero, su la Misura in psicologia sperimentale, (Firenze, « Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori). Nel campo più specificamente filosofico si affermò, oltre che con lavori minori e con l’attivissima sua collaborazione alla «Cultura Filosofica» del De Sarlo, col libro: La reazione idealistica contro la scienza (Palermo, 1912), che è una bella battaglia in difesa del valore della scienza contro tutte le forme d’intuizionismo, di prammatismo e d’idealismo assoluto, che tendono a svalutare i concetti scientifici. Il motivo centrale di questa opera è che i concetti della scienza non sonò un impoverimento della realtà, ma un arricchimento del mondo dell’intuizione. Il concetto, infatti, non è nello schema convenzionale che serve a comunicarlo praticamente, e che per se stesso non ha certamente valore di realtà, ma nella sintesi di esperienze concrete che attraverso quello schema si realizza e nella quale l’intuizione si eleva ad una superiore potenza, inquadrandosi in un contesto più largo di relazioni, completandosi con altre intuizioni che sfuggono alla veduta dell’attimo fuggitivo e ai nostri sensi limitati. Questo modo d’intendere il concetto scientifico, come processo d’integrazione dell’esperienza, che non sostituisce l’intuizione e non può mettersi al suo posto, ma la completa ed arricchisce, già fin dal 1905, nelle sue prime discussioni col Croce, — ora raccolte nel volume L’estetica del Croce e la crisi dell’idealismo moderno, Napoli  — l’Aliotta aveva contrapposto alia teoria dello pseudoconcetto, con la quale il Croce innestava nel ne^hegelianismo la dottrina del Mach intorno al valore puramente pratico ed economico dei concetti- E questo motivo di rivendicazione del valore teoretico della scienza è il nucleo che è rimasto costante nel pensiero dell’Aliotta anche quando dal teismo delle sue prime Linee d’una concezione spiritualistica del mondo (« La Cultura filosofica) — comparse poi come conclusioni della traduzione inglese del suo libro La reazione idealistica contro la scienza (The Idealistic Reaclion against Science, London) — egli è passato attraverso la crisi della guerra mondiale a una concezione pluralistica del mondo. Questa seconda fase del suo pensiero, che comincia col libro La guerra eterna e il dramma dell’esistenza (Napoli) e si sviluppa e completa per la parte gnoseologica nei saggi La teoria di Einstein e le mutevoli prospettive del mondo (Palermo), Relativismo e Idealismo (Napoli), Il problema di Dio e il nuovo pluralismo (Città di Castello, 1924), è caratterizzata da un radicale sperimentalismo, il quale però sia per i principi! da cui muove e le conclusioni a cui arriva, sia specialmente per gli arditi procedimenti che segue, si allontana di parecchio dallo sperimentalismo del De Sarto, come sarà facile scorgere dalla breve esposizione che segue. La realtà, per l’A., è l’atto stesso di esperienza che ha due aspetti, distinti, ma sempre uniti, il soggettivo e l’oggettivo. Non posso aver coscienza di me senza distinguermi dal mondo e dalle altre persone: l’affermazione della mia individualità implica dunque l’affermazione degli altri individui e del mondo, da cui mi distinguo. Non ha senso parlare d’un soggetto in sè o d'un oggetto in sè, nè di soggetti come monadi solitarie fuori di questa relazione. L’io e il mondo e le varie anime non esistono che nella sintesi concreta dell’esperienza, come momenti, distinguibili, ma inseparabili, del suo processo. Questa sintesi è, per l’A., l’unicovivente modello a immagine del quale possiamo costruire le altre attività reali che non ci son date all’intuizione immediatamente. E l’atto di esperienza col suo processo di unificazione e distinzione del soggettivo e dell’oggettivo, come dell’individuo e delle altre persone, col suo ritmo di concreta durata e la sua intuizione dello spazio concreto, è l’unica forma a priori, soggettiva ed oggettiva insieme. Le forme della nostra conoscenza, dunque, non sono pure apparenze; bensì le forme stesse della realtà che si svolge, essendo questa appunto il concreto processo dell’esperienza. Questo processo, per l’A., è inesauribile; non ha nè principio, nè fine. Non ha senso domandarsi donde sia derivata la esperienza. Ed è originaria la forma della sua distinzione nella pluralità degli individui; pluralità che non esclude, come abbiamo già detto, la concreta unità dell’esperienza, perchè nell’atto stesso in cui si coglie la distinzione, si coglie insieme indissolubilmente l’unità dei termini distinti. I soggetti d’esperienza son dunque originarli e imperituri nella loro eterna correlazione. Possono da una forma oscura di vita elevarsi a una forma più consapevole e chiara, o dalla luce della coscienza discendere nella penombra, ma non si estinguono mai, non cessano di essere e di agire come spontanee energie motrici del processo della realtà. Queste attività non sono originariamente coordinate al raggiungimento d’un fine, allo svolgimento di un piano razionale che si at- turi nella storia del mondo. La materia corrisponde alla fase in cui esse si urtano disordinatamente in continui conflitti, dirigendosi a caso per la loro spontaneità in tutte le direzioni. Statisticamente ne risultano medie costanti di azioni complessive delle masse; onde l’apparente inerzia e uniformità della materia. La vita dalle sue forme più semplici alle più complesse è il coordinarsi di quella attività a un fine comune, che si raggiunge provando e riprovando attraverso secolari esperimenti nell’evoluzione biologica e sociale. E l’armonia del mondo non è mai completa, ma si va ancora realizzando attraverso le più alte funzioni dello spirito: l’arte, la scienza, la religione e la filosofia, che sono tutte forme diverse per le quali la vita dell’individuo si integra progressivamente con la vita degli altri. E le sintesi più alte si raggiungono sempre con l’esperimento: non c’è nessuna teoria e nessun sistema che possa pretendere una giustificazione a priori: la dialettica è arbitraria e infeconda. Agli abusi logici dei neo-hegeliani l’Aliotta contrappone l’assoluto sperimentalismo della sua dottrina della verità. Il vero non è nella corrispondenza a un modello oggettivo, sussistente in sè; ma non è neppure nel processo puramente dialettico del pensiero. Una teoria è vera se le azioni da essa suggerite riescono a realizzare un superiore accordo delle nostre attività umane e delle altre innumerevoli energie operanti nel mondo. E questo criterio non vale soltanto per le teorie scientifiche, ma anche per i sistemi religiosi e filosofici che debbono sottoporsi anch’essi all’esperimento storico. Non vi sono categorie immutabili e definitive, nè nel mondo della natura nè in quello dello spirito. Tutte le forme di sistemazione sono provvisorie e relative. Non c’è una verità assoluta, ma gradi diversi di verità e realtà, secondo che realizzano forme più complete e integrali di vita d’esperienza. L’errore, il falso non è quindi neppur esso tale in senso assoluto; ma è una visione parziale, frammentaria, unilaterale rispetto a una veduta più alta e più comprensiva. Tutte le intuizioni individuali, tutte le varie prospettive sono vere e reali, ciascuna dal suo punto di vista; ma è più vera e reale quella che riesce a coordinarle in una visione più completa da un punto di vista più alto. E questo non esclude e cancella i punti di vista inferiori, ma in sè li comprende integrandoli; dimodoché il progresso verso i più alti gradi di verità è insieme un elevarsi a una maggiore ricchezza di vita. Nel nostro pensiero è la realtà stessa che si tormenta nello sforzo di attingere una superiore armonia. Calò (n. a Francavilla Fontana, in prov. di Lecce) è professore di pedagogia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Rivolse la sua attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a quelli che più direttamente si connettono a problemi filosofici d’ordine generale e metafisico. Il suo primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al Problema della libertà nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che contiene un’analisi molto penetrante e un’ampia e sottile critica del contingentismo e del prammatismo e di altre correnti contemporanee come il neo-criticismo renouvieriano; e giunge all’affermazione del potere di libertà come attitudine propria dello spirito individuale, presupposto indispensabile della libertà etica; attitudine che si confonde con la stessa proprietà della coscienza di porsi come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e irreducibiie d’ordinamento della realtà psichica e insieme d’energia produttrice di fatti. Altri lavori ha dedicato il Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica moderna, come quello su l’ Individualismo etico nel sec. XIX, premiato dall’Accademia Reale di Napoli, un quadro vasto e vivace delle varie forme d’individualismo affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche nella letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma l’obiettività e universalità dei valori morali, riconosce insieme che questi non hanno esistenza concreta nè azione effettiva se non nella sintesi vivente della personalità, che è per ciò da porre come il valore etico supremo, come la sola realtà fornita d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati lavori, costituiscono la conclusione o i principii ispiratori dell’esame critico di svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e sistemate, in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume Principii di Scienza etica (Palermo, Sandron), preparato insieme col De Sarlo e scritto dal C. In esso si illustra la specificità e l’immediatezza dell’esperienza morale attraverso la quale si rivelano i principii etici fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a necessità d’altro genere — al che il C. ha dedicato anche altri scritti minori, tra cui notevole il saggio su L’in- terpretàzione psicologica dei concetti etici (in « Atti del V Congresso Internazionale di psicologia » Roma) — . Vi sono inoltre definiti nel loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività umana, il cui va- ìore intrinseco è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato infine particolare sviluppo all’evoluzione storica dei principii morali, la quale si fa consistere dal C. — come, l’abbiamo visto, dal De S. — nel successivo chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o paramorali; nella loro più rigorosa e coerente esplicazione, resa possibile dallo sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica, della cultura e del pensiero ; nella successiva soluzione dei conflitti nei quali essi a volte vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di armonizzarli in valutazioni sintetiche; nella estensione della loro applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di problemi etici, il C. non ha mancato di portare il suo contributo ad altri campi di discipline filosofiche (notevoli, p. es., i suoi studi sulla dottrina del Brentano intorno al giudizio tetico e intorno alla classificazione dei processi psichici, e parecchi saggi storici e critici sul Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia dell'attenzione in rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Cooperativa); Fatti e problemi del mondo educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema della coeducazione e altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra (Firenze, Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie di storia della pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai volumi di questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca pedagogica ch’egli dirige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera pedagogica del Calò furono rilevati, con giudizio non sospetto, dal Codignola, che nel 1916 affermò essere il Calò « il più serio avversario della pedagogia idealistica in Italia » (1). Invero, il C., mentre ammette una filosofia dell’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede peraltro, come l’idealismo sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca a filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo delle attività psichiche, sia in sè stesse sia in rapporto con quelle organiche, i quali non possono non essere ricavati direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue leggi, quali si offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme educative che si ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività umana, considerati in rapporto al progressivo potere d’attuazione del fanciullo; vi sono infine tipi e norme didattiche che si ricavano dall’esperienza storica e da necessità storiche. Per il C., perciò, la pedagogia non può trovare la sua sicura costituzione e la sua vera fecondità di vedute e di applicazioni che in una concezione la quale, correggendo e integrando, riprenda la posizione herbartiana e consideri le leggi psicologiche in funzione delle finalità etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto essenzialmente spirituale, che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o di perfezionamento in quanto vi collabora la libera attività del soggetto educando, e porta a un sempre più pieno uso della propria libertà e all’acquisto sempre più consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che il C. nega è che l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e sussista indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia svanisce ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del soggetto, si ha l’attività etica strettamente intesa, non più il processo educativo. Per la tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al C. come un processo di formazione nel quale le attività del soggetto e la forma valgono anche più dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere o dell’operare, e gl 'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si tratta di nutrire e di promuovere in Kant nella storia della pedagogia e dell'etica, Napoli. Nonostante ciò o forse appunto per ciò — il Codignola, facendo la storia della pedagogia italiana contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenze, p. 284), si è contentato di accennare al Calò ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un «indirizzo spiritualistico eclettico»; — e questo raccostamelo come questa caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta nel suo Disegno storico della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la personalità più viva e compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui diritti della cultura Jormale, senza peraltro porre nel nulla il valore degli acquisti concreti (conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo formalismo e subiettivismo pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva necessità e insostituibilità della cultura umana e storica e di quella realistica e scientifica. Ha rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa, elementare e aconfessionale prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale nella famiglia. Infine dalla legge della storicità come aspetto essenziale dell’anima umana, egli deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello spirito e quindi alla sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non essere nazionale, non può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità traggano dalla tradi zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo forma e colore che ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di vita, di coesione, di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto quel che abbia riflessi e importanza per questo fine, l’istruzione, l’educazione, la scuolà non possono non costituire ufficio e dovere dello Stato, che è coscienza suprema, organizzazione unitaria, garanzia conservatrice della vita della nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha discusso — e non soltanto in sede scientifica, ma anche in Parlamento, dove egli ha seduto per due legislature — problemi concreti, come quello dell’ordinamento della Scuola media, della preparazione magistrale, della riforma universitaria, dei rapporti tra scuola e famiglia, della coeducazione ecc., mostrando sempre lucidità e prontezza di visione dei termini essenziali di ogni problema e dei rapporti di esso con i principii dottrinari generali, calore vivace e penetrazione nelle proposte di soluzioni. Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleier- macher, del Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò un volume su La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica), nel quale, attraverso un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L. la religiosità è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali, particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della razionalità, la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della razionalità, e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà, questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento del valore e la morale criticistica (Firenze) e II fondamento morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori, Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel contrasto è conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione autonoma nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico il L.. prende occasione per affermare la necessità di un tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica dell’esperienza morale — anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’* anima bella» (Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti tra la funzione etica e quella estetica. 2) Illustra l’ordinamento giuridico come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e l’ostacolo — postoda altri individui — all’attuazione di un bene conforme a un principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). ENZO Bonaventura, libero docente e incaricato di psicologia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze e assistente del De Sarlo nel Laboratorio di psicologia sperimentale, dopo alcuni scritti minori di psicologia e di logica, pubblicò un grosso volume su Le qualità del mondo fisico: studi di filosofia naturale (Firenze, « Pubblicazioni del R. Ist. di St. Sup.), in cui i dati della fisica, della chimica, della fisiologia non dirò solo che siano largamente utilizzati, ma costituiscono addirittura la base per la soluzione del problema, se sia o no possibile spiegare le differenze qualitative tra le diverse energie fisiche riducendole ad un unico tipo di energia: problema che il B. risolve in modo negativo, dimostrando che la riduzione delle molteplicità qualitative delle energie fisiche ad un’unica forma nel senso del meccanismo e di taluni indirizzi energetici, è illusoria. Posteriormente egli ha volto la sua attività più in particolare agli studi e alle ricerche di psicologia, compiuti, nel laboratorio diretto dal De Sarlo, coi metodi rigorosi propri della psicologia moderna; ma la ricerca psicologica sebbene abbia anche, per lui, un valore in sè stessa, come ricerca scientifica, e un valore sociale, per le sue applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia dal suo pensiero, il punto di partenza e di appoggio per salire verso la filosofia. Tra i problemi psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo (come queile del valore dell’introspezione e- delle sue illusioni, a cui è dedicato il volume intitolato appunto Ricerche sperimentali sulle illusioni dell'introspezione, Firenze), quello che lo ha più attratto e su cui ha più lavorato, è il problema della percezione, concepita come elaborazione intellettuale dei dati sensoriali, e in ispecie della percezione dello spazio e del tempo: problema che da un lato connette la ricerca psicologica con concezioni d’importanza fondamentale per la fisica e per la matematica, dall’altra forma il punto centrale della teoria della conoscenza. Intorno a questo problema egli ha lavorato da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica tutto il lavoro sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso ricerche sperimentali per chiarire quei punti che ancora gli sembravano non abbastanza illuminati. Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del pensiero nella percezione tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce e i limiti entro i quali si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati spaziali tattili; le illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi spaziali visivi nella psicofisica) sono state già pubblicate in Riviste di psicologia italiane e straniere; ma la somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un grosso volume — già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico dello spazio e del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono trattati in tutti loro asp Lamanna (n. a Matera, in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha spiegato la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica, e della filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine religiose dello Schleier- macher, del Pfleiderer e delle scuole sociopsicologiche più recenti, pubblicò nel 1914 un volume su La religione nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica), nel quale, attraverso un ampio esame critico dei principali indirizzi di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di determinare quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa attraverso i secoli. Per il L. la religiosità è elemento essenziale e perenne della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza individuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin- cipii della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di qualcosa di relativo (elementi naturali, particolaristici e contingenti, nei quali l’universale e il necessario volta a volta si determina, ma sempre inadeguatamente). La natura stessa della razionalità, la quale o è tutto o è nulla, o è universale o è una fantasmagoria, determina nell’uomo l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito, e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana, il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev essere, qualcosa di anormale, di opposto alla razionalità. Da questa situazione tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte, la validità delle leggi ideali costitutive della razionalità, e garantisce, per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio, nell’affermazione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà, questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento del valore e la morale criticistica (Firenze) e II fondamento morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori, Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel contrasto è conseguenza necessaria del formalismo nella determinazione dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto, ipostatizzata la legislazione autonoma nella volontà in sè e nella respublica noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che inclinazioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni di carattere storico il L.. prende occasione per affermare la necessità di un tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova nella caratteristica funzione della valutazione morale, rivelante con evidenza immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni universali e necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come valore supremo la personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il succedersi delle generazioni è posta la possibilità del progresso morale e della unificazione spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di questo principio il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere —caratteristica dell’esperienza morale — anche quegli elementi che in opposizione al rigorismo kantiano son posti in rilievo nella concezione morale dell’anima bella» (Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio esame dei rapporti tra la funzione etica e quella estetica. 2) Illustra l’ordinamento giuridico come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di ridurre il diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea di bene morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di lecito scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e l’ostacolo — postoda altri individui — all’attuazione di un bene conforme a un principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione che se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto, la sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle quali l’amoralismo politico dà il massimo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come volontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). MATHIEU STORIA DELLA FILOSOFIA, MONNIER. La filosofia italiana: idealismo, anti-idealismo, spiritualismo, MONNIER, FIRENZE. Accettando di condurre a termine un'opera altrui, mi sono assunto una responsabilità assai grave. Non l'avrei fatto se la storia della filosofia di L. non è giunta già così innanzi da richiedere questo completamento come quasi indispensabile, e se le carte manoscritte, fatte trascrivere diligentemente dalla Signora Edvige, non mi avessero offerto una trattazione già perfetta di una parte considerevole del periodo scoperto. In una storia generale della filosofia, composta in Italia, lasciar fuori tutta la filosofia italiana sarebbe stata ima lacuna grave: basti pensare alle posizioni radicali di un Gentile o di un Carabellese, che non trovano riscontro in tutto l'arco restante del pensiero. Per di più il piano del lavoro, quale si era andato progressivamente definendo nella mente del L. durante una vita dedicata in gran parte alla ricerca storica, si allarga a mano a mano che si avvicina a noi. Infatti i capitoli già pronti, sull'eredità filosofica dell'Ottocento italiano, erano proporzionalmente i più, estesi di tutta l'opera. Ciò significa che la parte rimasta fuori sarebbe stata ancor più cospicua di quanto il paragone con le parti già stampate lascia pensare. Certo, riprendendo il filo interrotto, non potevo presumere di rimediare alla perdita che aveva rappresentato per gli studi la morte di Lamanna, ma potevo sperare di ridurre in qualche misura il danno. La trattazione già svolta non poteva, infatti, uscir monca; e, d'altro canto, sarebbe stato colpevole verso il pubblico lasciarla inedita, per l'impegno che lo storico vi aveva posto e per V esperienza viva e diretta degli autori e delle dottrine: un'esperienza che, per quel periodo, nessuno più, avrebbe potuto acquisire. Così gli ultimi due volumi di questa storia della filosofia, che, per la loro mole e per il loro argomento, possono fungere anche da trattazione autonoma, portano il mio nome accanto a quello di L. Ho cercato, per quanto potevo, di uniformarmi al tono delle parti già svolte, che, salvo un paio di aggiornamenti, non ho più toccate. Esse sono: nel volume I, le prime due sezioni, salvo 6, 8, 11-13, le prime due sezioni e la prima sezione del capitolo su Croce; nel volume II, il capitolo sull'Abbagnano. Di tutto il resto la responsabilità è mia. Avermela data è stata una grande prova di fiducia da parte dell'editore e dei due amici che si son presi cura delle Opere complete di L. presso Le Monnier: Pesce e Piovani, a cui son grato anche per l'aiuto e i consigli datimi. Mathieu. Nel quadro panoramico deUe correnti di pensiero che si delineano IN ITALIA negli anni di transizione dall'Otto al Novecento, fa spicco il movimento positivistico, sia per ampiezza dell'area di diffusione, sia per profondità di forza penetrativa. Questo movimento si caratterizza non per unità di Unità di procontenuto dottrinale, ma per programma di lavoro e metodo di ricerca: nel continuo contatto con l'esperienza concreta e nel riferimento ai fatti accertati o accertabili – GRICE AS AN EXPERIENTIALIST --, la filosofìa ha la sua ragione, e il suo alimento vitale nello stabilire una essenziale inscindibile connessione, con le scienze particolari, di cui è matrice costante e coronamento finale. E cioè la filosofia: da un lato si pone come principio La filosofia propromotore di quel processo di speciale spiritualizzazione del sapere a cui sono dovuti i meravigliosi progressi deUa conoscenza deUa natura, come graduale profilarsi entro un indistinto nebuloso di concetti problematici, ognuno dei quah, sempre più distinguendosi dagh altri, diventa nucleo di un particolare organarsi di un settore di ricerche; e, dall'altra parte si pone come organizzazione logica dei risultati dei vari settori del sapere. Positivismo e correnti affini Naturalismo. Soggetto e oggetto come insiemi di sensazioni. Per l'uno e per l'altro rispetto, la filosofia positivistica italiana rivendica la qualifica di filosofia scientifica. E Rivista di filosofia scientifica s'intitola quella che tra fu l'organo di questo movimento, fondato e diretto da Morselli, professore nell'Università di Torino, e a cui collaborarono, accanto a cultori di discipUne più specificamente filosofiche, scienziati che godevano di alta fama, particolarmente nei campi della fisica, della biologia e dell'antropologia. Tra essi emerge, universalmente riconosciuto da tutti duce e maestro, la figura di Ardigò. Proprio in quegli anni egli veniva compiendo la costruzione di un edificio speculativo nel quale il positivismo italiano trova l'espressione più fedele dei propri caratteri e l'indicazione più articolata dei propri compiti. La sua vuol essere una visione della realtà rigidamente naturalistica: non c'è nessuna forma d'essere che non sia originata dalla natura e non sussista nella natura, intesa semplicemente come la totaHtà infinita dei fatti d'esperienza. E il fatto d'esperienza fondamentale assolutamente originario è la sensazione. Questa è, sì, coscienza, ma di nient' altro coscienza che di sé, non implicante, quindi, una duahtà per cui essa sia contrapposta come soggettiva a qualcos'altro che sia l'oggetto: la sensazione come coscienza di sé stessa non é né soggetto, né oggetto. Certo la distinzione soggetto-oggetto trova posto nell'esperienza, ma non è un fatto primitivo rispetto all'atto della sensazione, non anteriore e trovata primitivamente in sé dalla coscienza, ma posteriore e costruita a poco a poco nella medesima per via dello stesso processo conoscitivo, Chi considera primitiva e originaria quella distinzione è portato a trasformarla in un duahsmo metafisico, per cui soggetto e oggetto implicano sostrati eterogenei, l'uno spirituale, l'altro materiale, e si contrappone l'io come sostanza spirituale alla cosa fisica, un mondo interiore a un mondo esterno, ciò che rende insolubile il problema della conoscenza come rapporto tra queste due entità eterogenee. Il fatto originario dell'esperienza, ripetiamo, é la sensazione: Il positivismo ardigoiano e la sua crisi e questa è indifferenziata, non è soggettiva più che oggettiva, o viceversa. Soggetto e oggetto non sono che aggruppamenti o sintesi di sensazioni – pirot obble GRICE --, differenziantisi secondo la specificazione degli organi di senso (sensi intemi e sensi estemi) e secondo la stabiHtà e costanza o la accidentahtà e intermittenza delle attività sensoriali. Si ha cosi l'auto-sintesi (io o mondo psichico – GRICE PERSONAL IDENTITY) e l'etero-sintesi (il non-io – GRICE NEGATION ITENTION AS DISPOSITION o mondo fisico): con che, in verità, la differenziazione che si intendeva spiegare, è semphcemente presupposta. Spirito e materia -- RYLE CATEGORY MISTAKE BEHAVIOURISM GRICE -- non sono opposte entità metafisiche, ma astrazioni significanti alcuni caratteri generali propri rispettivamente dei fenomeni interni e di quelli estemi. Il che non esclude, tuttavia, con scarsa coerenza che si possa parlare di un monismo psico-fisico – cf. GRICE PERSONAL IDENTITY PURE EGO BROAD GALLIE--, e che si ricada anche nell'ingenuo dogmatismo materiaUstico, che del fenomeno psichico pone come causa necessaria il fatto fisiologico della vibrazione nervosa e giunge, col Taine, a considerare l'intelligenza – GRICE HART HOLLOWAY LANGUAGE AND INTELLIGENCE BANFIELD MEANING -- come una funzione dell'organismo. Il principio ardigoiano dell'assoluta originarietà della Non c'è un sosensazione come fatto costitutivo dell'esperienza – GRICE OAKESHOTT --, ossia della realtà immediatamente vissuta nella coscienza, esprime in termini psicologici il principio metafisico che riduce il mondo a un processo di formazione naturale, ossia a una continua serie di cangiamenti, che non presuppone alcun sostrato permanente (antisostanziahsmo) ma consiste nello scaturire necessario di un nuovo stato o momento attuale dell'essere dagH stati o momenti anteriori – PIROTOLOGICAL PROGRESSION --, in virtù di forze insite in questi stati antecedenti. E la struttura di un tal processo universale del divenire si offre intuitivamente nel fatto fondamentale della sensazione: l'esperienza nella sua immediatezza si costituisce nel necessario passaggio daUa unità indifferenziata del sentire originario nella duaUtà soggetto oggetto OBBLE. Ebbene, il divenire della realtà risulta appunto come un processo nel quale la moltepHcità delle forme di essere che il pensiero apprende come distinte emergono continuamente da un indistinto nel quale quel moltepHce trova la sua unità e la sua condizione. Non che in questa inter prelazione della formazione naturale l'indistinto venga contrapposto al distinto in modo assoluto: l'indistinto è tale solo relativamente, cioè rispetto ai distinti che esso vale a spiegare; ma ognuno di questi distinti sollecita aUa sua volta ulteriori distinjzioni di cui esso figura come l'unione sintetica –GRICE THE ANALYTIC THE SYNTHETIC A PRIORI Sweaters which are red and green all over no stripes allowed --, e quindi come indistinta. Il processo di formazione naturale come emergenza dei distinti dall'indistinto, è infinito: se i distinti sono finiti, infinito è l'indistinto in seno al quale e ad opera del quale essi si generano. E per questo rispetto il naturalismo ardigoiano s'ispira a quello rinascimentale, rivela l'affinità del suo concetto d'indistinto con quello bruniano d'infinito e respinge ogni interpretazione trascendente del principio generatore – GRICE GENITOR – the betes noires of MECHANISM and NATURALISM -- e unificatore del reale, sia del tipo dell'inconoscibile spenceriano [l'indistinto è semplicemente r ignoto, ossia ciò che non è ancora conosciuto, appunto perchè ancora privo di quelle intrinseche distinzioni che rendono possibile il conoscere) sia del tipo del noumeno kantiano (l'unità sintetica del molteplice fenomenico è appunto l'indistinto immanente ai distinti e fenomenico al pari di questi). Universo infiIn questa tipica struttura – GRICE ON PHENOMENALISM AS SENSELESS WITHOUT NOUMENALISM -- di formazione naturale è concepito dall' Ardigò l'universo, come tutto infinito, le cui parti non sono entità semplici, elementi fissi, ma sono ritmi d'esperienza – GRICE ON NEGATION AND PERSONAL IDENTITY Locke empiricism--, ossia forme speciaU di regolarità nella successione dei fatti, costantemente ricorrenti e unificantisi in quel ritmo dei ritmi che è l'ordine razionale deUa natura. Quest'ordine presenta caratteri che possono apparire opposti e anche contraddittori, ma che nella riflessione filosofica dell' Ardigò tendono a conciMarsi, anche se non sempre il risultato risponde pienamente al proposito. Così, ad esempio, l'universale ritmicità comporta una rigida necessità causale in tutte le formazioni naturah, ma questa determinazione non esclude la casuahtà. L'universo comporta una infinità di ordini possibili: il verificarsi -- GRICE AYER -- effettivo di uno di essi e il determinarsi in seno ad esso di essenze causali necessarie, non ha nulla di necessario e predeterminato, è il prodotto di combinazioni la cui fortuita rende imprevedibile il corso nito. Il positivismo ardigoiano e la sua crisi degli eventi GRICE ACTIONS AND EVENTS CAUSE. Analogamente, la necessità che genera e domina l'ordine cosmico, è necessità rigidamente mnemonica, sì che ciò che di più meraviglioso essa presenta è per Ardigò il fatto che la diversità prodigiosa delle cose che compongono la natura e la varietà inesauribile delle forme che vi si vanno continuamente sostituendo è il risultato di un lavoro semphcemente meccanico, cioè di nuli' altro che certi impulsi, dati e ricevuti – GRICE: NO METIER. Ma nel tempo stesso l'ordine comporta anzi esige una spontaneità della forza per la quale il processo – alla WHITEHEAD -- di distinzione risulta un vero e proprio processo creativo – alla Bergson --, inconcihabile col meccanicismo puro, che vede nel divenire cosmico un complesso di trasformazioni dell'essere per sé stesso non suscettibile di creazione o distruzione. E Meccanicismo questa duplice faccia che nel positivismo ardigoiano pre« '^^t^deterimmsenta l'ordine cosmico, la faccia meccanicistica e quella antideterministica o contingentistica riappare nell'antitesi tra la tendenza a interpretare lo sviluppo cosmico come un semphce accrescimento quantitativo e a cercare il segreto delle forme più complesse e derivate in strutture più primitive e povere di determinazioni e la tendenza opposta a vedere nel divenire cosmico un processo dinamico di ascensione dell'essere in forme sempre più ricche di realtà, in sistemi ritmici forniti di un grado di autonomia sempre più elevato. Questo contrasto tra le due istanze appare in più cruda luce quando oggetto della riflessione filosofica è l'uomo e il mondo umano: esso s'inserisce nell'ordine cosmico senza romperne l'unità e continuità col mondo fisico: formazione naturale è la vita della coscienza, quale è indagata dalla psicologia come scienza positiva, come scienza di fatti dominati dal meccanismo psichico; formazione naturale è la società nella quale gh uomini formano sé stessi e costruiscono la propria storia; formazione naturale la coscienza delle ideaHtà superiori etiche, giuridiche, rehgiose, estetiche, scientifiche che regolano e promuovono l'operare umano. Ma queste formazioni naturah si presentano nel cosmo con connotazioni speciah che rendono esasperantemente problematica la inseribihtà dell'umano nel monismo naturalistico: problematica è la derivazione, per meccanismo psichico, dei poteri intellettuali dalla sensibilità e del volere dall'impulsività inerente alla sensazione; problematica la fondazione della libertà spirituale e dell'autonomia umana sulla necessità della natura, come coronamento di essa; problematica, l'identificazione dell'opposizione tra morale e immorale con quella tra socialità antiegoistica ed egoismo, pur essendo l'uno e l'altro formazione naturale. Fortuna delLa fortuna del positivismo ardigoiano presenta due fasi Ardigo. distinte: l'una, che riempie l'ultimo trentennio dell'Ottocento ed è compresa tra il discorso su Pomponazzi, che apre la rottura col mondo ecclesiastico in cui aveva fin allora militato, e la decadenza mentale della tarda vecchiaia: periodo di progressiva maturazione e articolazione del pensiero positivo e di crescente efficacia rinnovatrice cosi nella demolizione dei vecchi idoli della filosofia tradizionale, svuotata negh ultimi decenni di vera vitahtà, come nella costruzione della nuova Itaha uscita dal Risorgimento, laica e democratica: la seconda, che si estende oltre il primo trentennio del nostro secolo, in cui i discepoli di Ardigò, usciti dalla scuola di Padova, accolgono l'eredità del Maestro, e mentre se ne fanno apologisti e spesso agiografi, mentre esaltano la fecondità del suo positivismo inteso come metodo, sentono il bisogno di sottoporre a revisione critica i temi principaH della sua dottrina, sensibili alle difficoltà e contradizioni che vi si annidavano, messi in sempre più chiara luce dalla polemica incalzante di agguerriti avversari, militanti nelle file del risorgente spiritualismo e più particolarmente dell'ideahsmo d'ispirazione hegehana, che proprio in quel tomo di tempo si veniva costituendo e grandeggiava sempre più potente, fino a soppiantare il positivismo nel dominio della cultura itaHana. Questa seconda fase fu detta dagh stessi discepoli di Ardigò fase di crisi. È questa crisi del positivismo che si esprime specialmente nella dottrina del Marchesini, del Troilo e, con iimovazioni più radicali in tutto l'arco dei problemi filosofici, del Tarozzi. Marchesini Marchesini. Già nel 1898, quando Ardigò era ancora intento a completare il suo edificio speculativo, dal seno stesso della scuola ardigoiana usciva una denuncia di crisi del positivismo: La crisi del positivismo e il problema filosofico, di cui era autore Marchesini, uno dei discepoli più fedeli ed entusiasta divulgatore del pensiero del Maestro, per lunghi anni fino alla morte professore di filosofia morale nell'Università di Padova. Nella prima fase della sua produzione aveva accentuato contro Vidoiae applicato il principio capitale del positivismo, che non v'è conoscenza la quale non sia fondata esclusivamente su fatti sperimentati o sperimentabiH. Questo principio era da lui affermato con tanto piri intransigente rigore quanto più viva e urgente era la lotta che il positivismo conduceva contro la tradizione metafisica e rehgiosa. Ma col graduale ampharsi del campo delle sue esperienze culturaH e col maturarsi della sua riflessione critica, Marchesini si formò la convinzione, svolta appunto in quel suo libro, che proprio siffatta idolatria del fatto poneva in crisi il positivismo. Questo deve attenersi al fatto, ma il fatto vederlo alla luce della ragione, al di fuori della quale non è possibile nessuna conoscenza non che filosofica o scientifica, neppure comune. E per ragione Marchesini intende non solo i poteri intellettuaU, ma anche ambiguamente quegli atteggiamenti dell'anima umana che più spesso sono quahficati come irrazionaH o alogici, gh slanci del sentimento e deU'immaginazione, che Marchesini volentieri chiama romantici o mistici. Dopo Platone ed Hegel egli scrive dopo i trionfi delle rehgioni, delle metafisiche e dell'arte, è assurdo voler soffocare e sopprimere, per l'amore incomposto del fatto, il senso àeW! idealità razionale. Non è possibile isolare e circoscrivere il nostro pensiero entro una breve cerchia di fatti minuti e non risahre a principii superiori razionali La crisi del positivismo. Il positivismo è in crisi, ogni volta che limita il suo orizRitmicità. zonte mentale a fatti accertabili nella loro bruta oggettività, dissimulando per giunta la presenta e l'azione di quei principii razionali che costituiscono V imperativo dell'esperienza e rendono possibile la conoscenza scientifica pur di questo ordine di fatti, ossia la scoperta in esso d'una ritmicità, per la quale la scienza si trova innanzi non a un coacervo di dati empirici (i fatti minuti, di cui Marchesini parla nel passo or ora citato, ma innanzi a un mondo uno e continuo, il mondo della natura materiale, scandita con necessità meccanica, nei gradi della fisicità, della organicità biologica e della psichicità. Il positivismo è in crisi ogni volta che, presentandosi come naturalismo materialistico, ignora e si mostra incapace di spiegare la realtà di un regno dello spirito, incentrato nell'uomo, quale essere non riducibile a mera realtà bio-psichica, ma soggetto di ideaUtà capaci di rompere il meccanismo della natura materiale e d'instaurare, pur in seno ad essa, un mondo superiore, il mondo umano della storia, il mondo dell'incivihmento. Superiorità delNell'ordine biologico e nell'ordine psichico, l'uomo afVuomo. ferma risolutamente Marchesini ha una superiorità su tutti gh esseri, della quale è fattore essenziale la capacità sua a trarre appunto dal suo fondo fisio-psichico delle idealità, ossia principii di condotta accompagnati da coscienza del dovere, capaci di contrastare a inclinazioni sensoriali insite nella sua natura. L'ideale non è un lusso, perchè non è un lusso la civiltà, che dall'ideale trasse sempre aHmento e forza. È un prodotto umano, dovuto a leggi necessarie, di cui la ragione è il soggetto libero e eterno. Negare l'ideale morale, come fatto e come legge, come principio fondamentale della nostra esistenza, significa negare, con la nostra ragione e dignità, la nostra stessa natura: in una parola, significa dimenticare sé stessi. Il positivismo non è dunque contrario alla Morale, ma da esso la Morale sorge come scienza, spoglia da ogni preconcetto, forte e sicura. Il positivista non può arrestarsi a scoprire nell'uomo civile il selvaggio e il bruto, e trascurare quegli elementi di civiltà vera che sono Marchesini ii come le stratificazioni nuove, solidissime, sovrappostesi agli strati più antichi. Tutta la storia dell'uomo c'insegna che la nostra civiltà è la naturale continuazione e il dinamico sviluppo delle primitive tendenze; ma in questa continuità dinamica il positivista ritrova la legge del progresso civile, e soprattutto del progresso morale. È merito del Marchesini aver posto al centro del suo positivismo i problemi dell'uomo e della sua formazione nella storia e nell'educazione, conforme alla sua schietta vocazione di morahsta e di educatore. Secondo lui, la via per la quale il positivismo poteva superare la sua crisi era che esso diventasse positivismo idealistico, capace cioè di salvare la specifica funzione delle ideahtà umane nella realtà deUa natura, e di spiegare come in un mondo di fatti particolari e relativi possano formarsi ed essere operativi principii ideali che s'impongano alla coscienza con la pretesa dell'universahtà e imperatività assoluta. Egli tentò una costruzione sistematica di questo suo positivismo idealistico nell'opera che, anche cronologicamente, occupa il posto centrale nella sua trentennale produzione speculativa. La dottrina positiva delle idealità. In questo Hbro egU convoghò anche un nucleo di idee già ampiamente formulate nell'opera capitale Le finzioni dell'anima: e costantemente riprese e variamente appUcate negh anni successivi; nucleo d'idee per cui il positivismo ideahstico si configura come funzionalismo o etica e pedagogia del come se – GRICE VAHININGER SEMINARS ON AS IF --, o anche prammatismo razionale, che egli considerò come l'apporto più originale e significativo da lui recato all'esplorazione del mondo umano, ma che effettivamente è forse la parte più debole del suo pensiero, rivelante l'ambiguità d'impostazione e l'incertezza o addirittura la contraddittorietà di soluzione del suo problema. Il compito che Marchesini si propone è quello di mostrare L'etica come la idoneità e sufiicienza del metodo positivo a fondare una dottrina deUe ideahtà razionah, ossia a costituire l'etica come scienza. Un tal compito imphca una critica radicale di qualunque forma di etica metafisica ossia di qualunque dottrina scienza Analisi morale. Natura e ir, flusso sociale. la quale esiga riferimento a una sfera trascendente l'esperienza per spiegare dati rivelantisi nella esperienza morale: il produrre elementi metafìsici nello studio della moralità è un procedimento non conforme a ragione scientifica, consistendo esso nel proiettare nel mondo trascendentale e assoluto modi soggettivi ed empirici della nostra vita spirituale. La morale come scienza deve eliminare dalla concezione delle idealità siffatte trasfigurazioni e deformazioni del procedimento metafìsico per fissare i dati concreti dell'esperienza spirituale umana. Vale per l'Etica, non meno che per le altre scienze, il principio che ogni indagine scientifica presuppone una realtà data, la quale ne costituisce l'oggetto: l'Etica presuppone la realtà del fatto morale, realtà che va non soltanto constatata empiricamente ma determinata altresì nei caratteri e nelle leggi specifiche ad essa pertinenti. Siffatta determinazione si realizza mediante il procedimento deìl' analisi del fatto morale: si tratta di decomporre questo fatto nei suoi elementi costitutivi e vedere come esso sia il prodotto o la sintesi di coefficienti anche d'ordine inferiore. Riassumendo i risultati di questa analisi quale Marchesini la conduce, vediamo che le componenti del fatto morale sono: incUnazione naturale propria dell'individuo come essere biopsichico; fattori della socialità propria della vita umana; ideaUtà razionale ossia aspirazione a modi e forme di vita superiori alla realtà attuale – GRICE PERSONS OR US IN OUR BEST MOMENTS OF COURSE THAT IS --; tendenza a concepire e sentire l'ideale etico come la rivelazione dell'Assoluto. I primi due ordini di taU coefficienti sono omogenei in quanto esprimono i fattori costitutivi della struttura dell'individualità umana come soggetto morale. Il soggetto morale risulta anche dalle attitudini originarie dell'uomo, che si differenziano in ogni individuo per il vario contributo delle eredità biologica o bio-psichica; e risulta inoltre tra i rapporti sociali stendentesi nello spazio e nel tempo in cui la personalità è compresa, e che del pari si differenziano negli individui per il contributo di una determinata eredità sociale. Il soggetto morale si compie per l'integrazione di questi due ordini di coefficienti: né la natura bio-psichica dell'individuo, né l'influenza sociale bastano isolatamente a spiegarne, con le idealità, la vita morale. I due ordini di fattori per contrario si fondono, e ripercotendosi negH uni la efficienza degli altri, si modificano reciprocamente La dottrina positiva delle idealità. Siffatta unità organica di vita bio-psichica e vita sociale è la base reale per la formazione della personahtà morale, per la quale é necessario l'apporto di quello che noi abbiamo indicato come terzo ordine di coefficienti, cioè le ideahtà etiche. Queste sono caratterizzate, a dire del Marchesini, dall’obbligazione ossia dalla coscienza di una necessità ideale -- Grice: Return Jones the money Repay Jones -- a cui si deve sottostare, dalla coscienza che certi modi di condotta devono essere preferiti a certi altri – Grice: DULL EMPIRICIST versus ‘enough of a rationalists’ – MAXIMS SHOULD BE FOLLOWED and are not JUST FOLLOWED. The fundamental question. Ma proprio neUa illustrazione di questo concetto del dover essere specifico alla vita morale, il pensiero del Marchesini si presenta particolarmente oscuro. Da una parte sembra che egli insista sulla essenziale amoraUtà della vita sociale in quanto priva del valore derivante daUa idealità (vi sono forme di società animali affini alle associazioni umane ma prive di ogni carattere di morahtà – THE RELUCTANT CANNIBAL; dall'altra parte tende a identificare socialità e morahtà. Parte dalla giusta osservazione che la morahtà non sarebbe inteUigibile fuori dei rapporti sociali, delle tradizioni, del costume, delle istituzioni varie e dell'azione inter-individuale, e da questa affermazione inferisce che nel sentimento sociale è già l'essenza del sentimento morale in quanto il primo imphca per sua natura la coscienza dell'obbligazione di risentire e rispettare i vincoH compresi nei rapporti sociali -- ccoperativi, non strategici Grice, l’altro come persona e non cosa, e un bene comune --, imphca cioè la tendenza a restringere il proprio arbitrio, e a mantenersi in un certo accordo con i consociati: e in ultima anahsi adunque la tendenza sociale è una tendenza morale. Noi possiamo separare l'uno dall'altro sentimento per astrazione, e fissare neUe rispettive definizioni termini differenziah; ma tutto ciò è ben lungi dal distruggere la loro fondamentale unità psicologica... per ver essere. la quale le idealità sociali costituiscono il principio supremo della moralità,... e si comprende come si possano scambiare i due termini morale e sociale – as in Hitler – Grice’s criticism to Hart --, in quanto ha natura morale tutto ciò che è sociale, ed è sociale ogni morale – or Hegel revisited. Questa tendenza a unificare sul piano psicologico le ideaHtà morali con le esigenze sociaU – cf. Grice on social engineering and socal justice --, attuata fino in fondo, porterebbe a una dottrina etica risolventesi in pura socio// fatto e il dologia. Marchesini sembra restio ad accettare una posizione del genere, intuendo più o meno oscuramente la differenza radicale tra l'obbligazione o normatività sociale e l'obbhgazione o normatività morale – GRICE ON PRIORITY moral right legal right --, in quanto la prima si risolve in una pressione che di fatto la società – John Austin external reading --, nel costume – di Kant – Grice -- e nella legge esercita sulla coscienza individuale, e a una tale situazione di fatto l'individuo avrebbe sempre il diritto – NOT GEACH – GRICE -- di contrapporre un altro fatto costituito dalle sue esigenze egoistiche; viceversa l'ideaHtà morale sta ad indicare non una realtà storica o psicologica, bensì il diritto all'esistenza di qualcosa che non ha attualmente esistenza – ratio essendi, ratio cognoscendi Grice --: la normatività morale è un dover essere che s'impone indipendentemente da ogni condizione particolare ed è in forza di esso che si sente il valore imperativo – GRICE CHICAGO SECOND LECTURE -- dell'idealità sociale non solo, ma anche la necessità ideale di aspirare ad una costituzione sociale superiore – Grice Social Justice Grice Fairness AUNE --, nella quale siano superate le deficienze della vita sociale attuale. Ma, ripeto, questa distinzione è intuita da Marchesini solo oscuramente. Egli descrive la vita schiettamente morale in questi termini: si deve sentire e operare altruisticamente superando l'esclusivismo egoistico; si deve attenersi al dovere, qualunque sacrificio possano subirne i nostri desideri – Grice morality cashing on desire – BAKER akrasia – GRICE/BAKER --; ci si deve sottrarre alla servitù vile delle passioni ignobih e dei ciechi istinti brutali, e acquistare quella hbertà che ha nella virtù i propri simboli eterni. Ma quando si domanda quale è il fondamento di quel dovere che è l'anima della vita morale cosi caratterizzata, si risponde che questo fondamento è dato da quella che egli chiama natura morale essenziale all'uomo, ossia dalla potenzialità propria dell'uomo di costituirsi come soggetto Potenzialità morale. Il principio della naturale umanità morale significa che esistono nell'uomo in quanto tale tendenze naturali potenzialmente morali, destinate a svolgersi per l'esperienza della vita, questa non crea le tendenze in cui l'umanità consiste, ma interviene necessariamente a svilupparsi. Le idealità morali traducono in se medesime la nostra umanità morale, quale è e quale aspira a divenire. Non esiste uomo normale che nella coscienza del valore delle ideaUtà non affermi la coscienza del valore umano e proprio; che non riconosca insomma intimamente la necessità che il dovere e il diritto non l'arbitrio e la violenza -- o FORZA MACHT German Grice Habermas -- governino la condotta individuale della vita sociale. Dal che risulta che la umanità morale è illazione (ILLATUVM) tautologica daM'essere delle ideaUtà morali al loro poter essere e non può quindi offrire a queste un fondamento che esse non abbiano già in sé. La difficoltà nella visuale del Marchesini di distinguere Ricerca di una chiaramente l'obbhgazione morale da quella sociale risulta anche nella ricerca che egh fa di una norma delle valutazioni -- GRICE ASSIOLOGIA -- delle idealità etiche. Il regno dei valori – GRICE CONCEPTION OF VALUE, NOT JUST MORAL VALUE -- morah, egU dice, è l'io dell'uomo – GRICE PERSONAL IDENTITY, ossia essi sono soggettivi, creazioni del soggetto. Ma d'altra parte l'individuo stesso li sente come oggettivi -- GRICE SECOND CHICAGO LECTURE -- in quanto la creazione loro da parte del soggetto non è arbitraria – MA MOTIVATA, HA UNO RATIONALE -- e questa oggettività consiste nel riconoscimento che quelli sono valori sociali, storici, tradizionah; che in essi convengono i consociati – the conversational other --; che hanno una durata nel tempo, se non anche la perennità propria dei valori fondamentaU d'ogni consorzio umano; che si fissano perfino nello spazio mediante varie istituzioni, e nel costume. L'individuo perciò ne riconosce la sovrana potenza, superiore infinitamente al suo arbitrio; riconosce che non provengono dalla Ubertà creatrice dello spirito suo ma da ragioni obiettive concrete. Dunque la validità oggettiva delle idealità etiche si risolve nella normatività delle valutazioni dominanti nella società in una determinata epoca; non è una necessità del genere di quella formulata da Kant con l'imperativo categorico ma una necessità concreta, naturale, immediata, relativa alle condizioni specifiche della convivenza, ossia del modo e grado di sviluppo che in una determinata epoca e società venne raggiunto dalla comune umanità morale. La necessità delle norme della valutazione è, per Marchesini, razionale solo in quanto è naturale e storica e come tale si scosta dalla necessità pura immutabile concepita e propugnata dall'idealismo kantiano. La reintegrazioInfine uu tentativo di caratterizzare nella sua specificità "^l'obbUgazione morale è compiuta da Marchesini col riferire la formazione delle ideahtà etiche al processo che egli chiama di reintegrazione, per cui i motivi interiori, le inchnazioni naturali risultano gli elementi originari che si rifondono, persistendo, nelle formazioni superiori dello spirito. Come la sensazione persiste nell'idea, che non avrebbe senza di queUa né origine né contenuto, e tuttavia l'idea non si riduce alla sensazione (poiché si pone come un vero, cioè in relazione a una idealità logica, che l'individuo apprende per effetto di una speciale cultura), così persistono nelle ideahtà le tendenze varie, fondamentali della personalità, o insomma persiste quello che possiamo dire il suo interesse, ricostituendosi, reintegrandosi in forme nuove, a cui si attribuisce più propriamente il carattere di valori. Per Marchesini questo principio della reintegrazione abbraccia l'universa natura: questa procede per integrazioni, disintegrazioni e reintegrazioni; equivale cioè al principio evolutivo del passaggio dall'indistinto al distinto, della continuità tra mondo fisico, mondo biologico e mondo psichico. E entro il mondo biopsichico esso opera come passaggio dall'istinto animale e piii in generale dalle inclinazioni biopsichiche fondamentali alle formazioni superiori della umanità morale. Ma nella illustrazione di questo passaggio Marchesini insiste più sul concetto del persistere dei coefficenti inferiori nelle formazioni superiori, che sul concetto dell'originalità e novità di queste ultime e sulla specificità dei caratteri specifici che le distinguono l'una dall'altra. E così, a proposito lità della norma. Marchesini della formazione della nostra umanità morale non si accenna neppure alla distinzione in essa delle idealità sociali dalle idealità speciiìcamente etiche, limitandosi Marchesini ad affermare che gli elementi inferiori si reintegrano nelle formazioni superiori dello spirito, soprattutto per la provocazione e il materiale suggestivo di elaborazione che provengono dai rapporti sociah. E ad esempio, a proposito della ideahtà della Giustizia, si afferma che il processo reintegrativo in essa consiste nella trasformazione degl'impulsi biopsichici dell'individuo assommantisi nella tendenza a perseverare nel proprio essere in un senso di sohdarietà e simpatia che si traduce nelle istituzioni giuridiche, e sembra che in queste si esaurisca l'obbligazione morale, come dipendenza dell'individuo dalla volontà sociale. L'idealità della Relativa stabigiustizia al pari delle altre idealità etiche è legata alla mobilità dell'esperienza storica dell'umanità: e questa connessione su cui Marchesini giustamente insiste giustifica il principio metodologico che è da questa esperienza che noi dobbiamo ricavare i criteri di giudizio da appHcare ai nuovi dati dell'esperienza stessa. Il che significa che l'esperienza storica ci presenta elementi che hanno per noi valore normativo: e questi elementi sono quelli che nel mutamento del mondo dell'esperienza storica, risultano i più stabili e che, nei contrasti della vita sociale, raccolgono i consensi più larghi. Ma se questa stabihtà e questo consenso sono puramente elementi di fatto, bastano essi a costituire quella normatività o imperatività che è essenziale all'ideahtà etica? Lo stesso Marchesini sembra dubitarne: egH infatti in un passo importante parla non semplicemente di stabihtà o di consenso, ma di diritto alla stabihtà e al consenso sempre più generale. Ma non dice su che cosa si fonda e donde deriva un tale diritto. Nell'anahsi del fatto morale Marchesini rileva un altro coefficiente quello da noi designato come quarto e cioè un ordine d'impulsi, per i quali l'ideale etico è sentito come la rivelazione d'un mondo trascendente e insomma dell'Assoluto. Assoluto. Per Marchesini l'Assoluto si presenta alla coscienza umana: come la realtà suprema da cui ogni cosa dipende e in cui tutte le cose si unificano, oggetto d'un'idea metafisica; un ideale trascendente di perfezione, con cui la vita degli individui tende a identificarsi, contenuto d'un sentimento essenziale all'umanità morale. Ma pel Marchesini, la critica razionale del pensiero dell'Assoluto nell'una e nell'altra forma dimostra che esso appare fattore costitutivo del fatto morale non in quanto la trascendenza ad esso attribuita significhi un'esistenza esteriore in un mondo ultraempirico, in quanto cioè si ponga come verità oggettiva; bensì in quanto sia il simbolo di tutto ciò che di eccellente l'uomo sente immanente alla propria natura, esprima una verità soggettiva rispondente a un bisogno essenziale della coscienza. La visione dell'Assoluto nella coscienza morale emerge dal senso del mistero di cui le ideahtà si circonfondono. Il sentimento dell'Assoluto è essenzialmente mistico: e non risulta dall'idea metafisica, ma la precede e la suggerisce. La esistenza esteriore all'Assoluto è una finzione del pensiero, ma non è finzione il processo psicologico ond'esso è sentito nella sua spirituale potenza, e per cui il soggetto vince gU impulsi accidentali. Analogamente, la trascendenza metafisica dell'ideale assoluto di perfezione uno, universale, immutato è una. finzione, un'immagine puramente contemplabile ma priva di ogni efficacia pratica. Un ideale è necessario alla vita; fuori dell'ideale non c'è che meccanismo insulso: esso è degno pertanto dell'entusiasmo onde lo si esalta. Ma quando venisse posto fuori della natura umana e dell'esperienza, esso si ridurrebbe a una vuota forma pura, a una realtà che non è realtà, a un mero nome. Ci si può rappresentare l'ideale etico come uno, immutabile, trascendente, solo in quanto si faccia astrazione dalla realtà concreta, psicologica e storica, dai caratteri individuali e dai modi vari onde si compone nei singoli la coscienza morale; dalle tradizioni etiche, dal costume, dalle leggi, daUe istituzioni sociah e poUtiche; cioè da tutto ciò che dà un contenuto concreto e relativo all'ideale etico; ma sarebbe Marchesini assurdo ritenere che dopo ciò sussistesse tutt'ora l'ideale stesso. Perchè questo abbia quella funzione teleologica che gli è intrinseca è necessario che attecchisca nella personalità, assumendone il vigore razionale, affettivo, e pratico, ossia che diventi un suo interesse; che si fondi nella esperienza soggettiva perdendo la purezza astratta e nominale che l'idealismo metafìsico gh attribuisce; che diventi insomma una finzione dell'umanità morale dell'individuo, un bisogno interiore, un modo fondamentale della stessa vita Naturalismo e soggettiva, una legge naturale dell'esistenza. La sua consoggettivismo. cezione naturalistica o realistica importa necessariamente questo soggettivismo. La critica razionale tende a ridurre l'Assoluto al relativo, l'idea di perfezione quale entità oggettiva trascendente a esigenza biopsichica della coscienza individuale, a fattore immanente della soggettività umana. Così ad esempio l'ideale della giustizia, che dalla metafìsica è prospettata come trascendente la natura, in quanto sovrasta su tutte le accidentahtà e imperfezioni delle cose umane, incontaminata e perenne e come trascendente la storia, in quanto questa, nella sua perenne mutevolezza, lungi dal rilevare che cosa il Giusto sia, lo presuppone come un a priori, un primum stabile ed eterno, è per Marchesini una formazione naturale e un prodotto storico, emerge dalla natura umana in quanto questa è natura morale oltre che fìsica. La consistenza oggettiva chela metafìsica attribuisce Osservazioni alle idealità morah è da Marchesini interpretata come estra'^^neità ai voti della vita del soggetto; e perciò insiste nel concetto che la morahtà non possa essere attuata se non nella natura, che i principii ideali valgono in quanto hanno la funzione di investire e organizzare, non già negare, le tendenze naturali perchè il soggetto morale si formi nella sua concretezza vivente. Ed è, questo, un concetto giusto: ma non è necessariamente derivabile dalla premessa, discutibile, che la trascendenza sia per sua natura esclusiva di ogni forma di immanenza o interiorità al soggetto. Questo appare evidente nel concetto fondamentale di dovere o obbligazione specificamente morale. Marchesini riconosce che l'uomo avverte nella sua natura una necessità cui spetta un assoluto impero, e vi si sente legato pur se vi facciano contrasto altre inchnazioni: non v'è coscienza, di un valore senza la coscienza di un vincolo, d'una restrizione dell'arbitrio, d'una rinuncia. E giunge perfino ad affermare che l'azione della società sull'individuo, onde si distingue in lui la coscienza delle norme e dei valori moraU, è puramente provocatoria e suggestiva: l'obbligazione sociale è costrittiva, ossia vincolo esteriore, mentre l'obbligazione morale è interiore, è correlativa al riconoscimento da parte della coscienza del soggetto agente del valore inerente al fine proposto. Di siffatto valore, a cui è correlativa l'imperatività incondizionata, indipendente cioè dalle circostanze empiriche particolari in mezzo alle quali l'azione si svolge, il soggetto ricerca il fondamento ultimo, le ragioni impersonali e universaU, assolute. E crede di trovarle, queste ragioni, o neUa volontà legislatrice di Dio (morale teologica o religiosa), o in una sfera di realtà oggettiva superiore a tutti gli impulsi del soggetto, in un mondo (di valori) per sé stante (morale ontologica), o in una ragione pura impersonale che, identica in tutti gl'individui, detta a tutti un medesimo imperativo categorico come forma universale che investe a priori i contenuti più vari e mutevoli della condotta e indica quali tra i fini che l'esperienza dimostra desiderati o desiderabili, debbano essere desiderati (etica formale). A priori reiaMa pel Marchesini sono queste concezioni inaccettabili dal punto di vista positivo, poiché tutte ugualmente pongono il fondamento dell'obbligazione propria delle ideahtà moraU in qualcosa di trascendente che sfugge all'esperienza: implicano la proiezione delle idealità fuori della vita interiore del soggetto, e pertanto le presuppongono già formate nell'ambito di questa, nell'atto stesso che pretendono essere tale formazione dovuta all'azione estrinseca del trascendente; e quanto alla presunta ragione impersonale dell'etica iov tivo Marchesini male, essa non è che una forma fittizia della ragione personale consociata, e la necessità a priori del dovere è una necessità naturale. L'identità formale della ragione non esprime che l'identità psicologica dell'umanità morale: Nel dovere formale si traduce la nostra vita morale concreta, che ne acquista il carattere dell'universalità o dell'apparente incondizionaHtà. Accade cioè che la forma pura, assunta come essenza del dovere, abbia l'apparenza e la funzione della sintesi a priori; ma questa forma pura è in realtà nient'altro che l'indistinto degH elementi concreti della coscienza morale: è una sintesi di questi, ossia un a priori relativo e positivo, non già assoluto e metafisico. Il dovere, per dire con altre parole, è un impulso originario della nostra umanità morale, una legge della nostra vita, un fondamento della nostra esistenza come individui sociali, e in ciò consiste, se si vuole, il suo carattere a priori. È tale in relazione alla nostra successiva esperienza, rimanendo a questa anteriore non diversamente che la nostra stessa natura morale originaria, in cui s'innesta. In conclusione, per Marchesini, quelle concezioni etiche Le concezioni sono costruzioni fittizie, sono finzioni, sotto le quah la cri^^l" j T finzioni. tica razionale deUa scienza positiva non può riconoscere altra radice reale deUe ideahtà che la stessa natura umana nella sua struttura biopsichica, intesa come originaria potenziahtà morale indistinta, su cui la comunione sociale esercita infinite azioni stimolatrici di quei processi di attuazione da cui emergono le ideahtà stesse. E la dottrina positiva delle ideahtà ponendo il principio fondamentale dell'umanità morale, come germe (e indistinto) sempre fecondabile dell'evoluzione etica, ci lega alla natura, ma non alla natura bruta, bensì aUa natura umana, che non nega né asservisce lo spirito, ma è per sé medesima capace di autonomia morale. Questa soluzione del problema del fondamento deUe idealità, a dir vero, potrebbe essere sospettata di petizione di principio: le ideahtà morali, quali vengono sperimentate nell'interiorità della vita individuale e neUo sviluppo deUa storia, avrebbero la Positivismo e correnti affini loro base in una natura, che assume la qualifica di morale, solo in virtù e in conseguenza dell'esperienza di quelle idealità che pur si pretende siano da essa spiegate e giustificate. Comunque, tale dottrina positiva delle ideahtà escludente come irrazionale qualunque interpretazione che faccia appello a un fondamento trascendente la sfera empirica, ha come suo presupposto l'interpretazione naturalistica, della realtà, diciamo pure una metafisica sottostante all'empirismo, al materiahsmo che Marchesini qualifica come umanistico, in quanto riconosce i caratteri peculiari dell'umanità, ma sempre naturalismo: la fede nelle ideahtà è fede nella natura umana, in cui le ideahtà germinano. Rifiuto del trascendente. Trasfigurazione delle cose. Che il naturalismo etico delineato dal Marchesini, in quanto corollario del naturahsmo metafisico, lasci fuori nel tentativo di giustificare e fondare le idealità etiche, alcuni aspetti od elementi del contenuto di queste, e che quel concetto di natura umana che Marchesini ha costruite per imperniare su di esso una visione positiva della vita morale, positiva in quanto rifiuti come irrazionale ogni riferimento al trascendente e assoluto, sia così vago e indefinito da includere in se, contradditoriamente, proprio quel bisogno dell'assoluto a cui esso avrebbe dovuto apporre un'insormontabile barriera, è dimostrato dalla dottrina del finzionalismo che, come abbiamo ripetutamente accennato, a Marchesini sta tanto a cuore. Proprio nel paragrafo conclusivo dell'opera La dottrina positiva delle idealità (il paragrafo, intitolato L'Arte morale) Marchesini dice che è essenziale alla vita dello spirito r insoddisfazione egli dice anzi disgusto, per la realtà di fatto, e che questo disgusto provoca lo spirito a fare ogni sforzo per vincerlo, svolgendo le sue attività costruttive, ossia quel vigore artistico che gU è proprio. Quest'arte speculativa investe tutte le attività dello spirito, sia quelle del pensiero logico riflesso, il cui prodotto la scienza delle cose se è provocato ne Marchesini cessariamente dalle cose, è tuttavia una costruzione del soggetto, trasfiguratrice delle cose, a cui viene attribuita oggettività appunto in virtìi dell'arte speculativa, sia il sentimento e il volere con le mirabili sintesi ideali in cui si ripercuotono i moti etici e con i disegni d'azione in cui si congegnano gl'impulsi e le inibizioni. E le idealità stesse sono creazioni estetiche dello spirito (creazioni dell'arte speculativa, che si specifica come arte morale), in quanto riproducono in immagini sublimi e perfette, moti vaghi e tendenze multiformi della nostra natura sensibile e morale. Ma pur come tali esse rispondono a una necessità naturale dello spirito, e rappresentano inoltre il bisogno umano di adattamento dell'io alle ideahtà sociali. Nelle idealità, sentimento e ragione si armonizzano: la natura nostra, fonte originaria del mondo ideale, è in pari tempo affettiva e razionale, onde la ragione si spiega pure nel sentimento e il sentimento si modera nella ragione. Ora quest'attività costruttiva o arte speculativa, di cui sono creazione le idealità, è qualificata da Marchesini come potere di finzione, e le ideahtà etiche non hanno efficacia e valore nella vita morale se non in quanto vengono riconosciute come finzioni. E come abbiamo già accennato, questo concetto è l'idea direttiva dell'opera Le finzioni dell'anima. Il termine finzione è equivoco EQUIVOCO GRICE: Marchesini stesso distingue in esso due significati opposti: nel primo finzione è infingimento e ipocrisia, vera e propria menzogna per cui, mentre si cela agh occhi altrui il proprio essere e pensare, si tenta con atti e parole di farlo apparire diverso da quello che è, e ciò col proposito consapevole di raggiungere con l'inganno un qualsiasi utile egoistico. Nel secondo Equivocità dei significato, finzione è il risultato d'un atteggiamento della coscienza in cui l'immaginazione ha parte prevalente, per cui si costruiscono (fingere, etimologicamente, è appunto plasmare) parvenze d'essere o tipi ideali di condotta, che in sé non hanno realtà, ma s'inseriscono nella realtà, conformandola e adattandola a sé. All'inizio della sua trat Positivismo e correnti affini tazione, Marchesini precisa la definizione della finzione in questi termini: il fatto della finzione consiste nel creare enti che, mentre per sé sono irreaU, si assumono e si trattano come reaU. Esso consiste nel prevalere d'uno stato interno di coscienza per cui si dà corpo alle ombre, proiettando nel mondo reale un prodotto dell'immaginazione. È quell'artificio interiore, per cui si dà forma di obiettiva verità a credenze che sono dovute a un singolare disporsi dell'anima per effetto di intimi bisogni, di segrete tendenze, e che si stabiliscono e deducono senza che il soggetto penetri veramente l'essere e il modo del proprio spirito. Le finzioni dell'anima. E in questo quadro del concetto di finzione rientrano le massime pratiche nelle quali si traducono le ideahtà etiche: cerca il bene altrui come il tuo stesso bene (altruismo, come identificazione di sé con gh altri nella comune umanità); riponi la tua felicità esclusivamente nella virtìi (identificazione di virtri e felicità); fa'quel che devi esclusivamente per dovere (identificazione della volontà buona con la forma del dovere); senti la responsabihtà di tutte le tue azioni, quali manifestazioni della tua libertà assoluta (identificazione del volere con l'agire hbero) E la sintesi dei valori additati da taH MASSIME é simboleggiata nelVideale etico come modello di perfezione, assoluto e universale, trascendente tutte le singole personalità e uguale per tutti. E pertanto il principio morale supremo é formulabile così: adegua la tua personalità al modello di perfezione assoluta, imphcante il concetto dell'identificazione della volontà individuale con l'assolutezza dell'ideale etico Ragioni del finOra quaU sono le ragioni per le quaU, secondo Marchesini, queste ideahtà sulle quaU la morale si regge, sono finzioni? In breve, sono queste tre: esse sono in contrasto con la realtà: le identificazioni che l'anahsi discopre impHcite sono irreah, e perciò i concetti etici sono erronei. La impossibihtà d'una concihazione tra realtà e ideahtà in sede teoretica, non esclude la possibihtà d'una conciha ztontsmo. Marchesini zione in sede pratica, in quanto il fatto, accettabile nell'esperienza, che la vita etica con le sue idealità si realizza, pur in forme parziali e relative, giustifica il principio prammatistico che comanda di agire conformemente a quei valori, i cui concetti sono riconosciuti erronei, come se fossero veramente assoluti. Attraverso il prammatismo, l'errore, riconosciuto in sede teorica, dell'obiettività del valore assoluto, è superato in una superiore verità teorica, per cui non è contestabile la realtà della persona, quale si viene costituendo nella sua dignità attraverso l'azione ispirantesi ai valori assoluti: e in tal modo è salva l'unità della ragione pratica e della ragione teoretica – GRICE AEQUI-VOCALITY thesis. Lavorare è finzione se la si fa consistere nel pieno La perfezione possesso della idealità assoluta morale, o nella perfezione. Ciascuno è morale secondo la propria natura, e condizionatamente a questa, per i motivi che sono in essa, per le inclinazioni particolari ad essa consentanee, e nei modi cui comportano le innumerevoli e svariatissime combinazioni degli elementi del suo divenire psichico La perfezione, se fosse un concetto positivamente valutabile, sarebbe in ciascuno in quanto la sua coscienza morale risponde ^^'gnamente alle condizioni da cui è emersa e dalla quale è determinata. Invece la moraHtà di un uomo è sempre l'esponente delle accidentahtà del suo io; e se un grano di bontà morale è possibile, questo risulta necessariamente dalla hmitazione inerente al modo concreto dell'essere e del divenire intimo, personale {Le finzioni). Una conciliazione teorica tra la morale della realtà e quella che l'ideale etico assoluto rappresenta come modello unico, incondizionato, è dunque impossibile Ma a questa inconciliabihtà teorica non corrisponde Conciliabilità un'assoluta inconcihabiHtà pratica. La personalità che ha le sue proprie tendenze e i suoi propri ideah deve essere tuttavia dominata e diretta dall'ideale etico impersonale, obiettivo, assoluto; deve ricercarsi dunque una conciliazione tra le tendenze relative ai bisogni soggettivi, e l'impersonalità -- cf. Grice three levels of generality: impartiality – applicational, formal, and universalisability -- o assolutezza dell'imperativo morale – Grice’s IMMANUEL. E questa conciliazione dovrà necessariamente essere pratica. Questa conciliazione pratica si attua nel principio prammatistico del come se: i valori assoluti sono fittizi, ma noi dobbiamo agire come se fossero realtà. L'esistenza subiettiva è non meno reale che quella obiettiva, e se esiste nell'anima dell'individuo una credenza qualsiasi, fosse pure nell'assurdo, questa credenza, come modo di essere dello spirito, è una realtà. Reale è quindi nello spirito l'oggetto, il contenuto del credere, e ha necessariamente un'azione motrice o inibitrice, un potere di direzione nel concerto delle idee, dei sentimenti e delle azioni individuah. L'individuo, per l'eccitamento che a lui proviene dalla sua fede, opera dunque come se questa fosse pienamente giustificata; come se esistesse obiettivamente l'oggetto della sua credenza. Il processo di moralizzazione della vita ha due momenti: constatarsi secondo il proprio reale essere individuale, con la sua relatività, e trasfigurarsi fingendosi mighore: l'individuo constata in sé il difetto di bontà, di giustizia, di generosità quale gli apparisce dal sincero confronto di sé con le analoghe idealità, ed opera per queste idealità la catarsi del proprio io, l'incremento morale del proprio essere e poiché le ideahtà sono essenzialmente sociali, espressioni di una volontà, la volontà collettiva – l’imperativo conversazionale di Grice --, non soggettiva ma obiettiva, non arbitraria ma necessaria, io mi identifico con questa volontà sociale – self love other love benevolence -- e riconosco praticamente questa norma suprema: opera come se ciò che é vero socialmente, ed è socialmente imposto come assoluto, fosse vero e assoluto anche per te; questa formula esprime la rcLzionahtà della condotta morale, e per il suo valore pratico può dirsi prammatistica. Fecondità della La volontà morale è per sé stessa feconda, e può volontà morale, crearsi un mondo teoretico obiettivamente razionale – GRICE the objectivity of value. Non è da escludere a priori che un mondo teoretico razionale, obiettivo, possa costituirsi anche come mondo morale; non è da escludersi che sia conciliabile senza finzione la ragione pratica o volontà morale con la ragione teoretica o critica, Marchesini che possano mantenersi integri e rigogliosi i valori morali seguendo la scienza. Questo è l'edificio speculativo costruito da Marchesini ideale e valore. per la sua Morale della finzione e del come se. Dei tre punti nei quali, per amor di chiarezza, l'abbiamo articolato, il primo è quello che dimostra il grande equivoco su cui tutto l'edificio si regge. È l'equivoco EQUIVOCO GRICE per cui l'ideale etico della perfezione, e gii altri ideaH più speciaH in cui esso si determina, siano realtà in atto, esprimano l'esistenza per sé stante, obiettiva di un'Assoluto trascendente tutti i modi di essere relativi costituenti l'esperienza. E messa a raffronto con la realtà empirica, alla cui stregua noi misuriamo la verità o falsità delle nostre conoscenze, quell'altra realtà che è significata dall'ideale, risulta in netto contrasto, rivela una contraddizione insuperabile sul piano teoretico: e questa contraddizione spinge il pensiero critico a qualificare come fittizia la realtà attribuita all'ideale, a definire come nulla più che finzioni le idealità stesse e a riconoscere erronee tutte le credenze nell'obiettività di esse. Il vero si è, invece, che ideale non significa realtà, ma solo possibihtà e necessità di realizzazione, non esistenza, ma diritto all'esistenza per il valore intrinseco che essa presenta, e quindi dovere, per la volontà, di proporsele come fine della propria azione. E tra essere e dover essere non è possibile una contraddizione logica, appunto perchè essi non sono termini logicamente omogenei: per contro, l'essere, in un soggetto di morahtà, fa appello al dover essere per riceverne elevazione e incremento, e il dover essere fa riferimento all'essere di un soggetto per potersi incarnare nella realtà. Perciò l'idealità non ignora la realtà naturale ad essa opposta, ma la investe per impregnarla di sé, trasfigurandola: é trascendente e assoluta, ma solo nel senso che il suo valore è sovraordinato ad ogni realtà; e la sua imperatività é incondizionata. Se l'esperienza morale é in questi termini, che senso ha il trattare l'ideahtà come finzione? Finzione essa é nel significato etimologico, in quanto é costruzione della coscienza, in quanto Positivismo e correnti afini è prospettiva di uno stato da realizzare; ma non nel significato d'infingimento, di autoinganno, implicito nel principio prammatistico del come se –cf. H. P. GRICE, SEMINAR ON “AS IF” --, che, problematico dal punto di vista psicologico, è negativo dal punto di vista morale, segno d'insincerità. L'ideale di perfezione segna una mèta, che, posta a distanza infinita, può anche esser riguardata come irraggiungibile: ma non per questo è fittizia, perchè con la sua imperatività segna alla coscienza, che aspira a quella mèta una direttiva, nella quale è il criterio oggettivo per distinguere ciò che nella condotta è retto, ha valore positivo, e ciò che è deviazione, ha valore negativo. Apoditticità Certo, il pensiero speculativo trova aperta innanzi a del dovere. g^ jg^ metafisica, c inclina a fare dell'imperatività assoluta dell'ideale etico e della fecondità progressiva dell'azione che ad essa s'ispira, l'indice di una Realtà superiore (Perfezione assoluta, l'Essere divino, la sfera trascendente dei valori). Questo passaggio dal dover essere all'essere si attua in costruzioni problematiche: ma la problematicità delle deduzioni metafisiche non distrugge la certezza apodittica dell'assoluta imperatività di quei principii morali, da cui la metafisica trae le sue conclusioni sull'Essere assoluto. Alla morale, sia come scienza sia come pratica di vita, basta il possesso di quella certezza. Nell'ambito di essa, aggiungiamo, si pone la questione fondamentale della specificità dei valori morali e della radice della loro obbligazione assoluta. Marchesini, abbiamo visto, risponde riportando la morahtà alla sociahtà. Contro questa soluzione possono essere riprese le critiche ripetutamente mosse a ogni interpretazione esclusivamente sociologica della moralità. Ma non a questo si riferiscono i nostri rihevi finali, bensì al fiiizionalismo e agh equivoci da cui esso deriva. Troilo: dalla posizione positivistica al realismo assoluto DaUa scuola d’Ardigò usci anche Troilo, nato nel MoKse, professore di filosofia teoretica dapprima nell'Università di Palermo e Troilo: il che esprime la concezione universalistica dell etica, nella quale il soggetto che valuta pone sé stesso come un assoluto, senza tener conto delle circostanze particolari nelle quali la sua coscienza morale si è costituita quale è, e assume quella coscienza come infallibile principio di discriminazione tra il bene e il male. Il dovere, che è l'astrazione di un fatto psicologico ultimo, è di natura formale, e comporta pertanto ogni maniera di contenuti; e il bene morale non può farsi consistere in uno o altro di questi contenuti, bensì neU'atteggiarsi della condotta coerentemente al riconoscimento e al sentimento dell'obbUgazione. È assolutamente infondata l'esigenza di stabiUre quale è il contenuto in se e per sé buono, quali sono i principii che la coscienza dell'individuo particolare accogherà e riconoscerà. La psicologia della valutazione porta al riconoscimento di una pluraHtà di punti di vista, i quah con le loro armonie e con le loro antinomie le forniscano un proprio oggetto. Ciascuna delle moltephci direzioni costanti del nostro volere vanta diritti o accampa pretese sopra l'uomo tutto quanto, e in questo é il germe dei conflitti nei quali si esprime la problematica della nostra attività pratica. S'invoca un criterio alla stregua del quale siano conciliati i contrari e superate le contraddizioni. Poiché ciascuno è inclinato a pensare, qualora abbia risolto per proprio conto il problema, che quella soluzione da lui prescelta sia anche la soluzione adeguata e giusta, si spiega la tendenza ad assegnarle un valore universale, a esigere che universalmente venga approvata e fatta propria dagh altri. L. Limentani: pluralismo etico Questa concezione del Limentani solleva riserve, dubbi, gh intenti dei obiezioni, di cui faremo qualche cenno tra poco. Ma, al di là di tutte le critiche anche le più radicali che ad essa possano muoversi, è da riconoscere innanzi tutto che essa è tutta animata e sorretta da genuina e fervida preoccupazione di salvare i più elevati valori morali. Il concetto centrale che morahtà non è altro che fedeltà nella condotta effettiva all'idea liberamente assunta dal soggetto come il proprio dovere, come direttiva che la coscienza dell'obbhgo impone alla propria azione, significa affermazione del valore supremo della persona, quale operosa costruzione della propria realtà spirituale nello sforzo di sanare il dissidio interiore inehminabile dalla vita individuale, con l'assicurare l'effettiva supremazia di ciò che è sentito come doveroso sulle tendenze avverse: in quell'enunciazione dell'imperatività della coerenza dell'atto col sentimento del dovere, è l'eco della celebre affermazione kantiana che l'unico vero bene morale è la volontà buona e universale, nel suo carattere puramente formale questo valore della dignità umana consistente nella fedeltà pratica al proprio sentimento del dovere: nessuno di noi, certo, può penetrare il segreto della coscienza degli altri individui e dare un giudizio sulla moralità del loro operare, ma presumendo in tutti la sincera dedizione di ciascuno all'idea da lui sentita come doverosa, noi sentiamo negh altri individui, anche se la causa per cui combattono con sincerità sia diversa e perfino antitetica alla nostra, uno sforzo, identico al nostro, di costruire la propria personalità, comprendiamo il senso della loro azione e questa comprensione si trasforma in umana simpatia, che ci affrateUa anche ai nostri nemici nella partecipazione a uno stesso regno spirituale, E non manca infine nel Limentani, sebbene oscura e incerta, l'aspirazione a porre le basi per interpretare il mondo degli uomini come una società di spiriti che collaborano all'opera comune di costruzione dell'umanità non soltanto in ciascuno di noi ma anche in tutti gh altri consoci. NobiHssime aspirazioni e preoccupazioni, queste, che Osservazioni pervadono la costruzione speculativa del Limentani dando alle sue sottili e faticose analisi un afflato di schietta ed elevata eticità. Ma gli apparati teoretici che egli appresta per la soluzione dei problemi che l'esame della vita etica viene via via affrontando, sono adeguati all'appagamento di quelle aspirazioni e preoccupazioni? Qui appunto la critica solleva obiezioni così numerose e gravi, da giustificare o rendere almeno plausibile la conclusione che quella dottrina, piuttosto che convaUdare e fondare, rinneghi le esigenze etiche affermate, e porti al dissolvimento di ogni eticità. Cosi, all'esame dei concetti che pel Limentani esprimono i vari momenti o elementi costitutivi dell'atto fondamentale della costruzione del valore della propria personalità individuale, risulta che la coscienza dell'obbligo ossia l'attribuzione del carattere d'imperatività a uno dei molteplici e contrastanti fini verso cui ci spingono le tendenze e inclinazioni costituenti la nostra natura di esseri fisio-psichici e sociah, è per Limentani un dato di fatto, che potrà essere spiegato causalmente nella sua genesi; ma rifiuta qualunque tentativo di giustificazione che fondi la preferibilità assoluta del fine prescelto rispetto agli altri: io debbo agire così; perchè così son fatto, e, in forza di questa mia costituzione di fatto, così sento di dover agire: la coscienza dell'obbligatorietà non è che sentimento, e il sentimento è espressione della mia soggettività quale è di fatto, e si sottrae ad ogni esigenza giustificativa. Può questa determinazione del mio essere quale mi si rivela nel sentimento già costituito reggere il peso della prospettiva del mio dover essere ossia della mia opera morale come instaurazione d'un essere che è da costituire come una realtà nuova rispetto a quella che sentiamo al punto di partenza? D'altra parte, il sentimento mi rivela il mio essere individuale quale è costituito in questo momento, in questo punto attuale del processo di formazione della mia individualità: ma in ulteriori momenti questo mio essere, sotto l'azione dei moltepUci fattori che concorrono a costituirlo, potrà mutare, e il sentimento registrerà questi mutamenti e potrà portare all'assunzione di fini obbligatori diversi da quelli che attualmente s'impongono a me. Ora Limentani: pluralismo etico è lecito domandare se la possibilità di siffatta mutevolezza possa conciliarsi con la funzione che al fine assunto come obbligatorio si attribuisce, di bandiera sotto la quale io combatto la mia battaglia morale, di causa alla quale si debba nell'azione testimoniare la propria fedeltà; non implica tale funzione una costanza e continuità, che abbraccia anche i momenti futuri della mia esistenza e renda possibile l'unità e coerenza interiore della mia personaUtà? Ma nulla giustifica, nella dottrina del Limentani, la pretesa del mio fine attuale, ad estendere il proprio predominio al futuro: il cambiar bandiera, il sostituire alla mia causa di ieri un'altra causa, non altera quel rapporto formale di coerenza tra l'azione e il dovere, che è l'essenza della moralità e il tratto costitutivo della personahtà. Se il valore morale della mia personahtà sussiste immusì devono ritato pur nella diversità e antitesi dei fini che io posso assu^P programmi op mere come obbhgati in momenti diversi dal mio operare, è pressivi? chiaro che questo concetto formale della personalità può essere esteso anche agh altri individui: ma con questa conseguenza palesemente contraddittoria, che, mentre da un lato si afferma che ogni personahtà merita rispetto essendo assoluto il valore morale di essa, dall'altro lato deve essere non solo compresa ma giustificata, in questo o queU'individuo, la fedeltà a una causa che implichi il programma di oppressione o addirittura di soppressione violenta delle personahtà altrui. Non posso simpatizzare, in nome di una presunta comune umanità con un altro individuo il quale si arroga il diritto anzi come dovere di farsi persona attraverso l'osservanza di un principio che è negazione di una comune umanità, un principio di sopraffazione deUe personahtà altrui. Di comune a tutti i soggetti che intendono essere membri del regno dello spirito attuantesi nel mondo degli uomini è il diritto e dovere di essere coerenti con sé stessi: ma è un requisito questo che, nella sua formahtà, nella sua indifferenza per il contenuto del fine e della norma con cui l'individuo si sente obbhgato ad essere coerente, ha un'universahtà che non ehmina ma ribadisce la chiusura dell'individuo in sé stesso, in una radicale estraneità agh altri. Positivismo e correnti a fini Il positivismo Il sociologismo di Levi. Uno svicnhco cerca ti i^ppo autonomo del positivismo sociale troviamo in un altro senso dei fatti. scolaro dell'Ardigò, Levi che, dopo aver schizzato a vent'anni le vie fondamentali del proprio pensiero in Determinismo economico e psicologia sociale, si specializzò poi in iìlosofìa del diritto Per un programma di filosofia del diritto e insegnò tale discipHna in varie Università, da ultimo a Firenze. Classici sono rimasti i suoi Contributi ad una teoria filosofica dell'ordine giuridico e il saggio su Filosofia del diritto e tecnicismo giuridico, nonché la Teoria generale del diritto. Dopo la sua morte. Fassò curò la raccolta in due volumi degli Scritti minori di filosofia del diritto, coiTedandoli di una completa bibliografia. Politicamente Levi aveva simpatia per il sociaHsmo, espressa nei lavori suLa filosofia politica del Mazzini e II positivismo politico di Cattaneo; e nell'analisi concreta dei fatti sociali, pur restando fedele al modello di quello che egli chiamò positivismo critico, seppe fare i conti anche con le esigenze messe innanzi dall'idealismo storicistico. L'accertamento dei fatti, nella sfera dei fenomeni sociali, non può per lui andare disgiunto dalla penetrazione del senso dei fatti medesimi, in cui si manifesta la coscienza collettiva dei gruppi sociali. Questo tradursi della psiche umana collettiva nei fatti sociaU è oggetto di uno studio che può dirsi di fenomenologia positiva, e che rappresenta un'interessante risposta, da parte di un ricercatore formatosi in clima positivistico, al nuovo modo storicistico e non più naturahstico di intendere i fatti. Al di fuori dei quadri della scuola ardigoiana con i suoi sviluppi e le sue crisi, si delinearono in ItaUa nei primi decenni del secolo e. Guastella: il fenomenismo indirizzi filosofici d'ispirazione o orientamento più o meno schiettamente positivistico. L'assunzione dell'esperienza senL'esperienza sibile interpretata in senso naturalistico a fonte prima dei criteri di soluzione dei problemi del conoscere, della realtà, della moralità, l'avversione ad ogni forma d'apriorismo o di presupposti metafisici, un atteggiamento decisamente polemico verso l'idealismo assoluto che veniva prendendo n sopravvento nella cultura italiana, sono tratti comuni a taH indirizzi: tra questi i più rilevanti per la natura delle posizioni in cui sboccano, sono il fenomenismo del GuasteUa, il superrealismo dell' Orestano, lo scetticismo e relativismo del Rensi, del Levi e del Tilgher. Guastella professore di filosofia teoretica all'Università di Palermo, si era formato nel clima del positivismo italiano, ma, risalendo alle fonti lontane di esso, e più particolarmente al classico empirismo inglese, era giunto a formulare una dottrina sistematica sul pensiero e sull'essere, che è in sostanza una rimeditazione e rielaborazione delle tesi fondamentali di Mill, sviluppate fino alle estreme conseguenze. Espose le sue idee in opere ponderose {Saggi sulla teoria della conoscenza: Saggio primo: Sui limiti e l'oggetto della conoscenza a priori; Saggio secondo: Filosofia della Metafisica in 2 voli.; Le ragioni del Fenomenismo). Ma nonostante il rigore logico della sua trattazione e la fermezza intransigente con cui sostenne le sue idee, queste non ebbero larga ripercussione nel pensiero italiano, sia per l'indole sohtaria dell'Autore, sia per la scarsa novità dei motivi fondamentali, sia per l'avanzare vittorioso dell'ideaUsmo nella stessa scuola (per alcuni anni, nell'Università di Palermo, accanto al Guastella insegnò il Gentile). Non è possibile oltrepassare il mondo dell'esperienza: impossibilità fuori dell'esperienza non c'è nulla e non è pensabile nuUa. l'esperZma"^ Ed esperienza significa sensibilità: pensare è sentire, cioè presenza o avvertimento immediato di determinazioni qualitative concrete e particolari, senza che questo implichi Positivismo e correnti afini Problema dell'oggettività. Nominalismo. un ente distinto da esse a cui esse siano presenti o da cui siano avvertite: quel che si dice soggetto dell'esperienza o io non è esso stesso che un insieme di sensazioni anche se illanguidite o deboh nella forma di immagini o rappresentazioni. E d'altra parte quelli che diciamo oggetti reali, essendo un insieme di sensazioni, sussistono se e in quanto essi sono sentiti : esse est percipi. Se la conoscenza ha per oggetto la verità come accordo tra pensiero e essere, nessun'altra dottrina è, secondo Guastella, in grado di dare a quest'accordo che è la verità, un fondamento altrettanto sicuro quanto la sua, che considera essere e pensiero fatti della stessa stoffa, la sensazione. Ma su queste basi non si spiega la possibilità di un conoscere oggettivo, del sapere scientifico, le cui verità hanno la pretesa di valere universalmente, di essere leggi della realtà, soverchianti la provvisorietà e parziahtà e causaUtà delle immediate esperienze soggettive. Occon^e dunque, a questo scopo, ammettere principii ultrasensibiH? e attribuire al pensiero il potere di oltrepassare i limiti dell'esperienza e di procedere a priori alla conquista di verità oggettive? Guastella lo nega risolutamente, e per riaffermare il suo radicale empirismo sottopone a un esame critico la teoria del pensiero, nella tradizionale distinzione dei tre momenti di esso, il concetto, il giudizio, il ragionamento. Per quel che riguarda il concetto, di esso non può darsi che un'interpretazione nominahstica: esso cioè è im'entità puramente verbale, un nome che, riferito alla realtà, non designa un contenuto nuovo rispetto a quello sensibile i] cosiddetto intelligibile universale, ma sempUcemente una molteplicità di sensazioni concrete e particolari: è assurdo attribuire realtà alle astrazioni concettuah, perchè queste sono immagini generali, ed è impossibile ammettere che esista un reale, per esempio un uomo, che possegga i caratteri comuni all'umanità senza quei caratteri particolari che distinguono un uomo da un altro nella sua concreta particolarità. e. Guastella: il fenomenismo Quanto al giudizio, esso è affermazione di rapporti tra 11 giudizio come dati sensoriaU e tra immagini. Ora pel GuasteUa i rapporti \Z^f^'ZZu^' più generali tra le cose sono quelli di tempo e di spazio, sono sequenze o coesistenze: e questi non possono essere offerti che dall'esperienza effettiva delle cose, sono a posteriori: la presenza al pensiero della nozione o immagine di ciò che in una sequenza è l'antecedente, perchè in esso il pensiero stesso vi trovi il fondamento del passaggio al conseguente. Ma accanto ai rapporti di sequenza e coesistenza Guastella pone un'altra classe di rapporti, quella della somigHanza e dissomigHanza; la cui affermazione è il contenuto di quei giudizi ch'egH chiama comparativi. Ora per questi non è necessario il ricorso all'esperienza delle cose, basta la comparazione delle nozioni o idee di esse: non c'è bisogno di percepire due gruppi di due oggetti ciascuno da una parte e di un altro gruppo di quattro oggetti dall'altro, ma basta la comparazione dei concetti (immagini) di essi, per scorgerne l'uguaghanza (somigHanza), come basta la comparazione delle immagini di verde e di giallo per affermarne la differenza: e dunque la vaHdità di questi giudizi è a-priori, e solo successivamente è trasferibile nelle cose. La matematica è, secondo Guastella, costituita di giudizi di somigHanza, e perciò è scienza razionale a-priori. Ma appunto perchè i giudizi a priori non hanno riferimento aUa realtà, l'ammissione di essi, secondo GuasteUa, non incide menomamente sul valore del principio che solo l'esperienza sensibile consente la conoscenza deUa realtà: l'empirismo radicale non è intaccato. Solo i giudizi esistenziali concernono le cose, mentre, i rapporti di somigHanza non sono nuUa di oggettivo, non fanno parte del contenuto dei singoH termini, ma sono il risultato di una sintesi mentale. Pertanto le scienze fisiche come queUe storiche sono costituite di giudizi esistenziaH e sono scienze sperimentaH, mentre le matematiche sono costituite di giudizi comparativi e riguardano le idee. Con ciò, non è ancora risolto il problema deUa possi Possibilità delia biHtà deUa scienza come sapere oggettivo, come determi sctenza. Positivismo e correnti affini nazione di leggi universali dei fenomeni. I rapporti di sequenza e di coesistenza constatabili nell'esperienza sono particolari: il passaggio all'universale è compito di quel terzo momento del pensiero che è il ragionamento, di cui l'unica forma legittima per l'empirismo è l'induzione. Il fondamento dell'induzione è la costanza di certi rapporti di sequenza e di coesistenza constatata nell'esperienza passata. Ma questo non basta ancora per la trasformazione di un certo rapporto in legge: a ciò si esige che la costanza del rapporto constatata nell'esperienza passata sia estesa alla esperienza futura, esige cioè che il futuro sia conforme al passato. Ma la credenza nell'uniformità della natura è un postulato indipendente dall'esperienza. Qui non soccorre più l'empirismo. E si profila nella conclusione l'ombra dello scetticismo humiano. Uiiiusione meUn empirismo così radicale come quello del Guastella tafistca va spieesclude qualunque forma di conoscenza metafìsica. Eppure, egU riconosce come permanente e irresistibile la tendenza dello spirito umano a oltrepassare il mondo dell'esperienza e ad ammettere una realtà assoluta soprasensibile. Pertanto egh ritiene che compito del filosofo sia quello di mostrare insieme con l'illusorietà del sapere metafìsico la genesi psicologica del suo necessario formarsi. La dimostrazione della illusorietà della conoscenza metafìsica comprende i) la critica condotta sul modello dell'empirismo inglese, da Locke a Hume e al Mill dei due concetti fondamentali di causalità efficiente e di sostanza, intesi come arbitraria trasformazione d'una sequenza temporale attestata dall'esperienza in connessione necessaria tra antecedente e conseguente (produzione del secondo da parte del primo) per quel che riguarda la causa, e, per quel che riguarda la sostanza, d'un rapporto di coesistenza tra varie rappresentazioni quaUtative in un qualcosa di distinto da esse che ne costituisca come il sostrato permanente; l'arbitrarietà del procedimento psicologico da cui si origina l'aspirazione alla conoscenza di una realtà ultrasensibile, ossia della tendenza a estendere alla totahtà dei fenomeni a noi non famihari e. Guastella: il fenomenismo le spiegazioni o, meglio le presunte spiegazioni che dei fenomeni a noi più familiari si crede di poter dare mediante il concetto di causazione efficiente. In altri termini, si ritiene che al senso comune e all'intelletto che non ha fatto ancora la critica di sé e delle sue nozioni, sembra che l'esperienza a noi più familiare presenti due tipi di causazione efficente dei fenomeni, l'azione dello spirito sul corpo (cioè la produzione dei movimenti del nostro corpo da parte dello spirito) e l'urto di un corpo con un altro corpo come causa dei movimenti di questo. L'evidenza di questi due modelli di causazione autorizza ad estendere l'uno o l'altro di essi a tutti quanti i fenomeni e si hanno così le due classi di sistemi metafisici apparsi nella storia del pensiero, cioè i sistemi spirituaUstici (che antropomorficamente scorgono in tutta la realtà l'azione causale dello spirito) e quelli meccanicistici che considerano tutta la realtà come un complesso di urti reciproci dei corpi. Ma secondo Guastella questa tendenza psicologica a univerzalizzare rapporti che al più valgono per l'esperienza più famihare a noi uomini non è per nulla giustificata, e pertanto la filosofia della metafisica è dimostrazione deU'iUusorietà della metafisica stessa. La fallacia dei sistemi metafisici, dimostrata attraverso la critica empiristica del concetto di causahtà efficiente, è confermata dalla critica empiristica del concetto di sostanza. Il senso comune e l'intelletto non critico credono di Fallace concetscorgere nelle esperienze dei fenomeni esterni a noi più fa'° materiale o spi miUari permanenza o identità con sé stesso di qualcosa rituale. che si manifesta nel divenire, ossia nel sorgere e nello scomparire di qualità sensoriaU, ma non si esaurisce in esso, in quanto non nasce e non muore. E col sohto passaggio dal famihare al non famihare s'interpreta tutto il mondo esterno come una plurahtà di sostanze materiali immutabih, le cui diverse posizioni reciproche nello spazio determinerebbero le variazioni quahtative costituenti il divenire. Si formano così 1 sistemi metafisici materiahstici o meccanicistici, tra cui l'atomismo. Ma la critica scopre l'illusorietà del concetto. Positivismo e correnti affini di identità sostanziale delle cose, in quanto nell'esperienza non v'è nulla di permanente, e quindi nessun fondamento oggettivo hanno le interpretazioni metafisiche materialistiche e atomistiche. Analogamente è illusoria la credenza che l'esperienza interna ci riveU la permanenza e identità di una sostanza spirituale o anima, perchè questa non è altro che una collezione di stati di coscienza, e quindi infondate sono tutte le interpretazioni metafisiche di orientamento spirituahstico. Questa critica porta alla conclusione che la filosofia dell'esperienza deve limitarsi alla constatazione dell'esistenza di quaUtà sensoriali e di dati di coscienza, rifiutandosi di ammettere sostanze materiali o spirituali. È soltanto un pregiudizio del senso comune la credenza che il cosiddetto mondo esterno sia costituito da corpi che esistono per sé quah noi li percepiamo ma indipendentemente dal nostro percepirli: che siano percepiti o no, è indifferente per il loro essere. Su questo pregiudizio si basano tutte le forme di reahsmo, e da esso derivano le antinomie che le concezioni reahstiche presentano e sono per esse insuperabiH. Solo liberandoci da questo pregiudizio si ha una visione coerente della realtà, quale è data dal fenomenismo: esse est percipi. A questa confutazione del realismo e alla conseguente dimostrazione della tesi che non v'è altra realtà che quella degli stati di coscienza ossia quella della nostra esperienza, Guastella dedica la sua opera conclusiva, Le ragioni del fenomenismo. L'assiologia di Sacheli. Uno sviluppo originale in direzione della filosofia dei valori fu dato al fenomenismo del Guastella da Calogero SACHELI, scolaro, oltre che del Guastella, del pedagogista Colozza, e professore lui stesso di pedagogia a Messina. Il primo nucleo di scritti del Sacheli si colloca poco dopo la fine della prima guerra mondiale {Assiologia; Indagini etiche; Fenomenismo), e mira soprattutto a scalzare la pretesa di L'assiologia di Sacheli una struttura concettuale data, che offra una volta per tutte il quadro necessario dell'attività umana. In un secondo gruppo di scritti {Atto e valore e Ragion pratica), Sacheli mostra che riconoscere la concretezza dell'immediato non significa negare ma, al contrario, salvaguardare i valori dello spirito. Il proton pseudos, per Sacheli, è cercar n valore non è di ricondurre il valore all'essere: poiché allora il valore sarà concepito come qualcosa di già dato, vuoi come fatto, vuoi come forma, e perciò come qualcosa di inerte, di irrilevante, che cessa pertanto, non solo di essere valore, ma anche di essere comunque, per ridursi al nulla. L'essere va bensì cercato, ma muovendo dal dover essere, senza mai pretendere d'averlo trovato compiutamente: va cercato in una tensione continua. Per questo il reale concreto è sempre mobile, imprevedibile, problematico, caratterizzato da quella che Sacheli chiama axiofenomenicità: cioè fenomenicità costituentesi nella tensione verso un valore. In questo concetto dell'esistere si può notare un influsso, sia della critica del concreto di CarabeUese, sia dell'idealismo di Gentile, nel senso che entrambi stimolano la polemica del SacheU e quindi, in parte, lo condizionano. Contro il primo, SacheU sostiene infatti il vanificarsi di un ontologismo verso cui non ci si muova axiofenomenicamente; contro il secondo, la necessità di ammettere una plurahtà di soggetti, e non un soggetto unico e assoluto. L'esigenza dell'alterità è, anzi, il principio sintetico originario dell'esperienza, ciò per cui l'esperienza concreta si fa nell'io, in vista dell'unità con l'altro io. Ciascun io, nella sinteticità concreta che egli è, è chiamato a reaUzzare quel pieno sé stesso che non può veramente essere un me, un ego che distingue, separa ed oppone ma un io che per tale mezzo é, in ultima analisi, quell'unicità axiologica cui solo siamo necessariamente, interiormente orientati Ragion pratica. Non senza forzature e oscurità, Sacheh si sforza così di mettere in luce una vocazione intimamente axiologica nel fenomenismo, affacciatosi con Hume, e soffocato da Kant e dai postkantiani sotto strutture a priori. Positivismo e correnti affini Orestano: scienza etica e superrealismo Orestano, nato nel Palermitano, professore di FILOSOFIA MORALE e di storia della filosofia, lascia volontariamente la cattedra, dichiarando di voler dedicare tutta la sua attività all'esecuzione d'un programma speculativo molto ambizioso, o forse, più propriamente, presuntuoso: la costruzione di un Ricerca di sistcma, nel quale da un lato il problema etico e, più in ge^ifica'^^r^J-^' dei valori umani, dall'altro, il problema della realtà e della conoscenza, impostati su basi sperimentali, avessero una soluzione rigorosamente scientifica, e costituissero quindi (pur al di fuori dei quadri della scuola positivistica) una nuova filosofia positiva. E d'altra parte questa, a suo giudizio, si inseriva nella più genuina tradizione del pensiero italiano: si presta quindi ad essere strumento e appoggio nel campo culturale del nuovo regime politico instauratosi in Italia, a difesa e incremento dei nostri valori nazionali. Accademico d'Italia tra i primissimi nominati e quale presidente della Società Filosofica Italiana, abile orchestratore di congressi e convegni filosofico-politici, Orestano con una campagna ferocissima di poco edificanti polemiche svolse un'accanita concorrenza con l'ala gentiliana deU'ideaUsmo da lui boUata per le sue origini hegeliane come espressione deUo spirito germanico, in uno sforzo tenace di soppiantarla nella funzione di filosofia ufficiale del regime. I primi lavori teoretici concernono la fondazione di una nuova etica: e con essi egli carezza in segreto e più tardi lo dichiara apertamente l'idea di essere BONAIUTO Galilei o Newton deUa scienza del bene e del male, / valori umani, e i Prolegomeni alla scienza del bene e del male, sono le più importanti tra le sue opere. Orestano presenta un programma di innovazione nell'indagine dell'esperienza morale, perchè questa possa assumere carattere e valore di una vera e propria scienza quale esperienza pura, analogamente alla concezione che della scienza dei fatti naturah ha formulata Avenarius. La scienza Orestano: scienza, etica e superrealismo etica non può essere altro che la descrizione della vita moDescrizione di rale da cui risultino lepri esprimenti relazioni funzionali ^^! / 00 ir j ztonah costanti. costanti tra fenomeni e rappresentanti la massima economia concettuale rispetto alla varietà infinita dei fenomeni stessi, senza alcuna pretesa normativa. Si aggiunge che la scienza della morale, se vuol essere scienza veramente positiva e riuscire alla descrizione più completa e più semplice della realtà etica, deve rendere formali i propri concetti, senza dare alcuna definizione concreta del bene e del male, né difendere alcuna intuizione particolare della vita morale, sia egoistica o altruistica, sia individualistica o collettivistica, ecc., bensì applicando indistintamente i propri concetti a tutte le esperienze morali, dai gradi infimi ai supremi. E le relazioni funzionali costanti che si scoprono nel/ valori. l'esperienza morale sono i valori: l'atto di valutazione è quello che la scienza morale deve innanzitutto analizzare. Ogni valutazione è reazione di un oggetto alla soggettività: ma a proposito della natura di tale reazione, il pensiero dell'Orestano presenta oscillazioni e incertezze tra la persuasione che essa sia un atto di coscienza (reazione psicologica) e l'altra che essa comprenda elementi extra psicologici, inconsci e subconsci. La soggettività, che reagisce nella valutazione, è per Orestano un sistema di vita, che presenta una composizione multipla e pluricentrica: sotto l'aspetto psicologico è polipsichica nel senso che nello stesso individuo si trovano più centri di attività, fonte di processi sconnessi e discontinui; sotto l'aspetto organico è polizoico cioè costituito da una moltephcità di vite, e sotto l'aspetto sociale policoinotico. Questo sistema di vita di cui la coscienza non sarebbe che una piccola porzione accanto a quelle dell'inconscio e del subconscio è la fonte onde promanano tutte le determinazioni dei valori umani. Ulteriore chiarificazione della natura dell'atto valutativo sembra all'Orestano la riduzione del valore a uno stato di interesse, inteso non nel senso intellettualistico di curiosità, ma in senso bio-psichico, come reazione della personalità nella sua Positivismo e correnti affini totalità bio-psichica, riferita al suo oggetto determinato e indeterminato (il che, come si vede, non è certo una chiariII subconscio, ficazione). Ma per quanta importanza possa avere neUa vita della personalità il subconscio e l'inconscio e per quanta verità sia contenuta neUe lunghe anahsi che Orestano fa di queste zone, rimane indubitato che gli elementi inconsci e subconsci, intanto possono essere riguardati come fattori della mia personahtà, in quanto presentano un qualche rapporto e hanno una qualche ripercussione nella coscienza, e propriamente in quel centro di essa che costituisce l'unità di tutte le sue più diverse manifestazioni, e che appunto chiamiamo io. Un valore è valore solo in quanto vien sentito come tale dalla coscienza, qualunque siano le indicazioni che da questa esperienza cosciente possano trarsi in ordine aUa realtà extra-psichica, qualunque possano essere le condizioni obiettive di essa, tra le quali appunto rientrano i fattori subcoscienti e incoscienti. E questo è in ultima anahsi riconosciuto dallo stesso Orestano sia quando definisce la valutazione coscienza riflessa di uno stato di interesse, sia quando risolutamente afferma che la coscienza è la vera, l'unica sede della vita morale e quindi della attività valutativa in essa imphcita. Ma allora noi ci domandiamo, perchè dichiarare vano il tentativo di spiegare psicologicamente il fatto della valutazione e respingere la teoria deUa funzione valutatrice come specifica e irriducibile ad altro, quando la sua equazione valore-interesse è espressione diversa di questa stessa tesi e non denota elementi più semphci ai quali la nozione di valore sia riducibile? La soggettività NeU'equivoco EQUIVOCO GRICE e nel vago noi restiamo quando Orestano, loi possa immaginare. La vita è im complesso di funzioni e di attività, le quali si svolgono nelle direzioni più varie: è vita quella dell'idiota, come è vita quella di Socrate o di Gesù: a quale delle due debbono venir ragguagliati i diversi valori, perchè se ne possa stabilire una serie graduale? La vita è il campo in cui l'attività pratica si svolge, diciamo meglio è la materia che questa attività tende ad elaborare, a sistemare, a unificare; è chiaro che questa sistemazione ed unificazione non potrà esser fatta, se non alla stregua di criteri e principii di valutazione che non possono esser fatti dalla vita stessa ut sic. La vita può anche essere considerata, come vuole Orestano, il quantum d'energia qualunque questa sia di cui in ogni istante disponiamo per l'attuazione di questo o di quel fine; ma è chiaro che è la graduazione dei fini e dei valori, presupposta come già compiuta, quella che determina la misurazione del quantìim di energia da mettere al servizio di questo o quel fine, e non viceversa. E comunque può richiedersi tanta forza fisica, tanta intelhgenza, tanta energia vohtiva, tanto coraggio, ecc., per perpetrare un dehtto, quanta per compiere un atto di salvataggio. Nessun lume ci viene in proposito dal ricorso a una o altra delle metafore tratte dalla matematica, che per Orestano rappresentano come lo specimen del metodo di misurazione che nello studio dell'esperienza etica deve essere introdotto perchè questo studio sia veramente scientifico: {scire est mensurare). Nessun lume, dicevo, ci viene dalla possibihtà, affermata d’Orestano, di rappresentare i diversi valori come tante frazioni con numeratore vario e con comune denominatore la vita, quando a questo denominatore, espresso si con un unico simbolo, si dà volta a volta un valore e un contenuto diverso. In questa teoria della valutazione in generale l'Orestano Teoria delia vainquadra il problema del carattere differenziale che contro^«o^^distingue la valutazione morale dalle altre forme d'interesse. E ravvisa questo tratto caratteristico nel riferimento di un oggetto ad un concetto unitario della vita nella totalità dei Positivismo e correnti afini suoi scopi: il fatto morale è impiego effettivo, cosciente e volontario della vita in funzione di un concetto di essa, considerata nella totalità dei suoi aspetti e delle sue relazioni; l'esperienza morale è la vita che pensa e vuole sé stessa. Nei giudizi morali è tutta la vita in questione, non la vita puramente vissuta, ma la vita secondo un concetto o ideale che noi ci formiamo di essa e dei suoi scopi. Questo concetto o ideale è il vero fondamento di tutti i giudizi etici: fondamento relativo, perchè soggetto a mutazioni storiche e individuah; ma una volta fissato, agisce come principio assoluto nella determinazione dei valori dipendenti, e non c'è momento particolare della vita, che non si possa valutare sotto l'aspetto morale. Il centro di riferimento delle valutazioni morali è non necessariamente la vita neUe sue attuali modalità biologiche, ma il concetto di vita nella totalità dei suoi scopi, sia che questi scopi confermino o sia che tendano a modificare in qualsiasi modo la realtà biologica nel piìi largo senso di questa espressione. u ideale. Nella valutazione morale dunque, la nozione di vita che costituisce per Orestano il fulcro della dottrina dei valori umani, si comphca con l'introduzione di un nuovo elemento, il concetto o ideale di vita: e questo presenta nuove difficoltà e incertezze. Come si forma questo concetto unitario della vita, a cui devono essere riferiti tutti i valori, perchè assumano carattere morale? Se s'è detto che la vita è l'unità di misura di ogni valore e quindi anche del valore dell'ideale, come si può poi affermare che è l'ideale l'unità di misura? L'Orestano afferma che l'ideale impone la propria legge alla vita, e parla di coscienza di dovere, immanente in date valutazioni e determinazioni; parla, altresì, di un soggetto che ha capacità e diritto di promulgare ideaH di vita. Ma invano noi cerchiamo nella dottrina dell'Orestano un'analisi approfondita della nozione di dovere. Per lui la norma morale non è che lo schema astratto e costante di un'esperienza o di un gruppo di esperienze che tendono a stabiLLzzarsi nella ripetizione, e importa la proclamazione di volere e la coscienza di volere persistere in tutti i casi analoghi Orestano: scienza, etica e superrealismo nelle medesime disposizioni valutative e nell'attività corrispondente. Quando poi la norma è concepita e proclamata in termini universali non soltanto per un dato soggetto, ma per una moltitudine di soggetti appartenenti ad una data società (e tendenzialmente per la totalità dei soggetti possibili), quella norma si chiama legge; e le leggi morali sono norme e sistemi di norme che dispongono della vita umana nella totalità delle sue relazioni. Queste sono le conclusioni a cui l'OreStano giunge nella Morale econodescrizione della vita morale, e significano la pura e semplice ^If^ mora e constatazione del fatto che esistano date valutazioni piìi o meno durevoli, piii o meno intense, più o meno costanti. Ma quando è proposta la questione della legittimità della coscienza, dell'obbligatorietà e della almeno potenziale universalità delle norme e leggi morali che è poi la questione centrale dell'etica Orestano fa una distinzione importantissima, che minaccia di fallimento il programma stesso della fondazione di un'etica scientifica. E la distinzione è tra due morali, caratterizzate d’Orestano come morale economica e morale elettiva o morale dell'ideale. La prima è un insieme di norme e leggi che hanno una funzione protettiva della vita, di comandi proibitivi di tutto ciò che può nuocere alla vita, e costituiscono l'ordine etico giuridico avente per principio fondamentale il valore assoluto della vita biologicamente intesa (vita tanto di un individuo quanto di una specie). Questa morale fondata sulla economia della vita tende al mantenimento di un ordine sociale che tuteli ogni vita individuale contro qualunque fattore volontario di distruzione e assicuri a tutti il libero svolgimento della personalità. Alle leggi e norme della morale economica è riconosciuta come essenziale l'obbhgatorietà e universaHtà ma questa si risolve nel consenso sociale, ha la sua fonte nella autorità dello stato. La seconda morale invece si fonda non sul valore assoluto della vita ma sul valore assoluto dell'ideale, ossia del concetto di bene come costituente il contenuto spirituale positivo della vita. Questo problema comporta soluzioni varie sempre più libere per ciascuna personaUtà (e perciò è detta morale elettiva. Appunto perchè la personalità è, come s'è visto, una collettività pluricentrica e i vari centri di funzioni sono relativamente autonomi, ad un stesso individuo quel problema presenta conflitti incomponibili e ineliminabili antinomie. L'ideale di vita è assoluto m.a in rapporto all'individuo che lo formula e che vi si sottomette, anzi al momento di vita che egli attraversa. I contrasti alle antinomie fra i vari ideali di vita potrebbero portare ad uno scetticismo etico, potrebbero portare a credere che la vita si svolge a caso senza né ordine né legge. Ma Orestano arretra innanzi a questa conclusione negativa e si hmita a dubitare che l'esperienza morale e forse tutta l'esperienza umana non rivela al pensiero la totaUtà delle sue condizioni; che l'empiria esiga l'integrazione di un qualche elemento metempirico che è forse l'elemento essenziale, ma inafferrabile per la scienza, avvolto nel mistero. Mentre si voleva fondare sull'esperienza pura l'etica come fondazione scientifica e la distinzione fra bene e male, alla fine sembra inevitabile il ricorso alla metafisica come tentativo di svelamento del mistero. Orestano scrive esphcitamente, alla fine dei Prolegomeni: non tutta la realtà è nell'esperienza. Questo ci dice l'esame scientifico piiì accurato, esaurite le sue più rigorose indagini fra crescenti oscurità e contraddizioni, alla presenza di residui che ci sfuggono. Altra volta la scienza era invocata a far piena luce in tutto: oggi essa non fa che adunare prove intorno all'esistenza di un mistero inviolabile. V antinomia del Tra le antinomie scaturite dall'anafisi dell'etica impersacrtficto. niata nel concetto di vita, è rilevata d'Orestano in particolare quella relativa al dovere che l'etica elettiva impone del sacrificio assoluto dell'individuo per la causa ideale trascelta. È quello che Orestano chiama il paradosso della guerra: per l'economia della vita si distrugge la vita: l'ideale, funzione della vita, può pretendere di attuarsi a prezzo della vita. La vita è per il soggetto la sola vera misura che il soggetto possiede, della realtà e del valore: come può una funzione dipendente di essa, cioè l'ideale, inghiottire la variabile indipendente, cioè la vita? Questo paradosso non si risolve Orestano: scienza, etica e superrealismo col determinarne un certo rapporto di quantità: la vita è un valore assoluto che non può sottoporsi a misura quantitativa; le vite distrutte nella guerra non valgono meno, sol perchè meno numerose, delle vite protette: forse erano anzi le piìi valide, le più nobili, le piìi degne di vivere. La guerra è un tragico esperimento: il paradosso della guerra è comprensibile solo se si oltrepassa l'individuo mettendo un legame intrinseco tra esso e il tutto. Se l'individuo fosse veramente individuo, il suo sacrifìcio per la sua collettività sarebbe assurdo. Se egli s'immola all'idea del tutto, vuol dire, che questa vive in lui con una forza e un valore che trascendono ogni considerazione individuale. Quanto più anzi l'idea del tutto vive nei singoli ed è capace di assorbire e disciplinare tutte le altre valutazioni, tanto più il sacrifìcio individuale diviene facile e pronto. E quando si dice idea del tutto s'intende non la totalità della vita individuale, ma la totahtà dell'Essere. Siamo in piena metafìsica: alla via discendente della riflessione verso lo sviluppo formativo della scienza del bene e del male, qui Orestano sostituisce la via ascendente, per la quale il problema morale scientificamente trattato diventa tutto il problema umano: problema della verità e dell'errore, della certezza del dubbio, del pensabile e dell'impensabile, il problema della coscienza riflessa, del destino umano universale. Il passaggio è determinato La crisi delia dallo spettacolo tragico della guerra. Fu questo dichiara §"'^'^Orestano nella prefazione all'opera Nuovi principii ciò che lo indusse a una riforma del pensiero, per renderlo idoneo a quella più integrale comprensione della realtà e del divenire naturale e umano che egH chiama nuovo realismo o iperrealismo; al quale egli dedica, oltre l'opera ora ricordata dei Nuovi principii parecchi altri scritti successivi, tra cui il più importante è Verità dimostrate. Alla fine il volume di raccolta di saggi intitolato // nuovo realismo. Per Orestano il problema dei problemi della filosofia La realtà obietodierna è quello della realtà: si tratta di vedere, contro l'immanentismo prima dominante, se si possa ammettere l'esistenza e determinare la struttura d'una realtà obiettiva per sé stante, indipendente dal soggetto, Antimmanen È Sorprendente che, nel procedere alla dimostrazione tismo. della sua tesi realistica in senso anti-immanentistico, 'Orestano muova da premesse che sembra significhino l'accettazione in pieno deUa posizione immanentistica: oggi, egli dice, non è più lecito dubitare né deUa soggettività deUe esperienze, né della impossibilità di un sapere che pretenda uscir fuori dall'esperienza. Da un lato l'esperienza è necessariamente relativa alla struttura psico-fisica e logico-categoriale del soggetto dell'esperienza stessa; e, dall'altro lato, l'esperienza è invalicabile. Ma per Orestano questo duplice riconoscimento non basta a negare una realtà indipendente dal soggetto, ma anzi la postula a vera necessaria integrazione. Significa andare oltre quella premessa, dedurne che l'esperienza sia nulla più che indice d'una realtà soltanto soggettiva. Negare in nome dell'esperienza una realtà trascendente è già oltrepassare l'esperienza, e fare dell'ontologia: posizione arbitraria, questa, che contraddice le premesse. E questo va detto non solo delle esperienze particolari nelle loro concrete presentazioni, ma anche delle stesse forme a priori, che Kant proclamò soggettive e soltanto soggettive, mentre niente autorizza ad escludere che esse, oltre che forme a priori nel soggetto, siano anche schemi oggettivi dell'accadere, o abbiano quanto meno un analogo oggettivo. La subiettività, una volta stabihta, vieta di affermare, ma vieta anche di negare ogni e qualsiasi corrispondenza tra le nostre esperienze e una, sia pure ipotetica realtà transubbiettiva: chi lo nega viola il principio della subiettività quanto chi l'afferma. Pertanto, se ne desume come unica conseguenza legittima, non la soppressione di qualunque riferimento trascendentale della nostra esperienza a una realtà in sé, ma l'affermazione della problematicità della realtà in sé. Ogni esperienza nasce e si fissa con un suo riferimento ontologico, cioè con un senso vettoriale verso una sia pure ipotetica realtà in sé, assunta come il sustrato, lo sfondo, ragione F. Orestano: scienza, etica e superrealismo e misura della stessa esperienza. Ma la problematicità di questi riferimenti ne esige una continua verificazione, escludendone l'accettazione passiva e totale. La soluzione del problema della realtà in sé deve per Orestano essere in qualche modo positiva, ancorché parziale, approssimata, provvisoria, pena la vita; perchè noi viviamo effettivamente non mai tra soU fenomeni, ma tra noumeni, noumeni noi stessi. Come presupposto di tutta la trattazione del problema La dimensioontoloedco, Orestano ammette quella che egh chiama trascendentale dell'espe dimensione trascendentale dell'esperienza, come componente Henza. costante e insopprimibile di tutta l'esperienza nel suo complesso e di ciascuna esperienza particolarmente presa, che ne addita i riferimenti a una realtà in sé, a un ipotetico sfondo noumenico, trascendente tutti i dati componenti l'esperienza stessa. E un tale riferimento si manifesta in due direzioni: l'una verso un non-io (cose esteme, soggetti altri da noi, ecc.), e l'altra verso il nostro stesso io, come entità tanto nascosta e misteriosa e inaccessibile quanto ogni oggetto o non-io a noi estraneo. E in questa dupUce direzione, le rivelazioni della cosa in sé che riusciamo a coghere sono egofanie, se riferibili al nostro io trascendente, eterofanie se riferibih a un mondo in sé, a un non-io. Sulla dimensione trascendentale si fonda quella che Orestano chiama metafisica del fatto empirico. La dimensione trascendentale propone per ciascuna esperienza un'ipotesi di ordine ontologico e non soltanto fenomenico; ipotesi suscettibile di verificazioni sperimentaU soltanto parziaU e provvisorie, di correzioni, integrazioni, abbandoni e riprese. La dimensione trascendentale costituisce l'asse non solo di tutto il nostro pensare e conoscere, ma di tutto il nostro agire, in quanto ad essa noi ci appoggiamo nel trattare i fenomeni sia sul piano teoretico, sia sul piano tecnico e pratico. La questione fondamentale dell'ontologia, secondo Orestano, consiste nell'esaminare se è possibile uscire dalla problematicità ontologica delle esperienze, rimanendo con le esperienze e nella esperienza. Questo problema comporta una soluzione positiva solo a condizione che ammettiamo a priori di poter distinguere con criterii interni esperienze da esperienze, confrontare cioè le esperienze ontologicamente certe con le dubbie e con le ingannevoli, le obiettivamente condizionate dalle incondizionate, ecc. La scala ontoioCon questo intento e questo procedimento Orestano crede di poter ordinare i valori ontologici del nuovo realismo in una scala ontologica graduata in modo che i gradi superiori implichino tutti gli inferiori, ma li oltrepassino aggiungendo ai precedenti indici di accrescimento di potere e di valore umano. Questa scala è così costituita: i) ricerca e verificazione di costanti delle esperienze implicante la ripetizione delle esperienze, sia la ripetizione indipendente dalla nostra volontà (osservazione) sia ripetizione a volontà (esperimento): la scienza è tutta un'ansiosa ricerca di tali costanti; 2) verifica delle costanti teoriche scientificamente accertate, negazione integralmente considerata: l'uomo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, svolge un'azione la quale è come un interrogatorio a una realtà in sé, proposto con le nostre previsioni: i risultati dell'azione sono altrettante risposte; che danno sempre un valore positivo e negativo alle nostre incognite e costituiscono l'unico controllo che possediamo, sebbene e soltanto approssimativo e provvisorio, delle nostre verità e dei nostri errori in un piano non soltanto fenomenico ma ontologico; 3) gli atti di valutazione, con cui si trasfigura in senso umano la realtà obiettivamente data e vi si inseriscono realtà umane che la stessa natura ignora; 4) funzione creatrice di realtà tutte e soltanto umane, Creazione di la Creazione del mondo dei valori umani: creazione che ha luogo non soltanto nella sfera circoscritta di una personalità ma nelle costruzioni storico-collettive le quali danno indicazioni pregnanti e provanti il realismo, nel grado massimo consentito. Questa ontologia non è più confinata ai rilievi realtà umane. Orestano: scienza, etica e superrealismo di date costanti, pur utilizzandole tutte; essa va oltre tutto ciò che è già acquisito all'esperienza, non solo, ma che possa esservi empiricamente dato. Non è un'ontologia passiva e contemplativa, ma essenzialmente attiva, guerriera, in cui funzioni creatrici e rivelazioni trascendentali (egofanie ed eterofanie) si compenetrano oltre tutti i hmiti. Per essa il mondo non è più una quantità data; ma il soggetto s’immette in un mondo di possibilità sconosciute e sconfinate e marcia alla conquista di posizioni assolute. Nel mondo dei valori umani, edificato storicamente da intere collettività umane, i valori spiegano tanta piii potenza realizzatrice propria, quanto meno sono obiettivamente condizionati. Perciò si graduano essi pure in una scala dai più ai meno condizionati, e inversamente dai meno ai più elettivamente costituiti: valori economici, giuridici, politici, morali, poetici, religiosi. In questa gradazione interna del mondo dei valori umani si va da queUi che segnano un massimo di dipendenza o condizionalità obiettiva (i valori economici) a quelH (i valori rehgiosi) che segnano il massimo d'indipendenza o incondizionalità empirica e fondano realtà umane storicamente resistenti e universalmente dominanti. I valori rehgiosi trasformano l'asse ontologico di tutti i valori umani in un sistema metempirico: la categoria dell'Assoluto opera in tutta la sua estensione: la trascendenza involge e domina tutta l'immanenza e questa si potenzia e subhma nella trascendenza. Alle egofanie ed alle eterofanie sono congiunte le teofanie. Tutti i gradi di questa ontologia dalla prima ricerca delle costanti dell'esperienza al più alto ed efficiente sforzo costruttivo di un mondo umano in funzione del SoprannaAnelito ai soturale, sono pervasi dall'anelito a una realtà non illusoria. P''^Questo slancio di continuo superamento riesce a fondare sistemi di realtà spirituale trasumananti, a cui nessuna realtà fisica e naturale è confrontabile per potenza ordinatrice e per fecondità creativa. Era un errore di prospettiva della vecchia ontologia dare per veramente reale il regno della natura, e per reale no Positivismo e correnti affini il regno dell'uomo solo in quanto assimilato al primo. Per rOrestano è vero il contrario: non c'è nulla di cosi labile come il fenomeno fisico, e nulla di più resistente e fecondo di realtà del mondo dei valori umani, che la stessa natura è incapace di porre in essere e che l'uomo crea e propaga all'infuori di ogni dipendenza da modelli fisici e naturali. La scala ontologica, per essere umana, non è mai soltanto soggettiva, e per essere frutto di pensieri, sentimenti e volizioni dell'uomo non per questo presenta caratteri di realtà meno imponenti, anzi più, di qualsiasi più potente processo cosmico. E, poiché ciascun grado superiore non solo implica e convahda ma anche supera tutti i gradi inferiori, Orestano quahfica il suo reahsmo costruttivo come superrealismo. Secondo questo realismo costruttivo il processo della conoscenza non è mai sempHce adeguazione passiva a una realtà data, ma si alimenta di un attivismo, che concorre col fatto proprio a stabilire la consistenza e misura della realtà da noi conosciuta e vissuta. Le nostre categorie contro quel che pensa Kant non hanno impiego e significato, se non sono riferite alla realtà in sé. Esse sono gli schemi relativamente stabih, benché sempre ipotetici, alla cui stregua noi tentiamo di congetturare e organizzare l'accordo deUa nostra mente con una vera e non illusoria realtà. La loro funzione è quella di ipotesi trascendentale e più precisamente di ipotesi di lavoro. Le configurazioni che l'esperienza assume in esse e per esse sono certo simboliche, ma le risposte che noi otteniamo alla nostra inchiesta logico-categorica della realtà hanno sempre un significato. Le categorie, come ipotesi di lavoro, sono da conservare finché utili e da abbandonare, se sostituibiH con altre più feconde. // «superreaiiNel supcrrealismo dell' Orestano confluiscono: i) motivi del positivismo (invalicabilità dell'esperienza nella determinazione del reale, valore della scienza come attività formulatrice di costanti relazionali e funzionali dell'esperienza, rifiuto dell' a-priorità e fissità delle strutture categoriali del pensiero, da considerare invece come risultato provvisorio d'un processo di formazione sempre aperto, concezione dell'io smo. Orestano: scienza, etica e superrealismo i> ili non come realtà originaria e centro e sostegno dell'esperienza ma come una costruzione mentale); 2) motivi prammatistici {['azione come supremo criterio di verifica e di discriminazione tra vero e falso); 3) motivi spiritualistici (la spiritualità umana come potenza trasfiguratrice di tutta quanta la realtà alla luce e in forza di valori costitutivi dell'essenza stessa della spiritualità, e come potenza creatrice d'un mondo umano, grado supremo della realtà medesima, culminante nell'Assoluto divino). Questi motivi di cosi diversa provenienza e così eterogenei sono, nel nuovo realismo delrOrestano, piuttosto accostati e giustapposti che non fusi organicamente in una visione veramente unitaria, e gli sviluppi di essi lasciano tante oscurità e ambiguità, che essi spesso appaiono asserzioni gratuite piuttosto che, come Orestano pretende, verità dimostrate. Lo stesso concetto di dimensione trascendentale dell'esperienza, che è presentato d’Orestano come l'asse della sua ontologia, non è sorretto da ragioni che valgano a dissipare l'impressione che esso non si distingua sostanzialmente dall'esigenza, puramente psicologica, che è alla radice di ogni realismo ingenuo. L'ontologia del nuovo reaUsmo si presenta come la trascrizione in chiave trascendentlstica di quella rete di rapporti che l'immanentismo pone come prodotta dall'io e insidente nell'io. IO. Lo SCETTICISMO E IL MATERIALISMO FENOMENISTICO DI Rensi. Rensi dopo avere esercitato, per molti anni a Verona, sua città natale, e nel Canton Ticino, suo rifugio di profugo, l'avventura e n giornalismo pohtico, fu professore di filosofia nell'Istituto Superiore di Magistero a Firenze e poi nelle Università di Messina e di Genova, fino al 1934, anno in cui, avendo rifiutato il giuramento di fedeltà al fascismo, fu privato della cattedra. Dalla fine della prima guerra mondiale in poi egh, con una abbondante produzione filosofica, si fece banditore d'un radicale scetticismo, denunciando l'impotenza della ragione a stabihre principii che, oltre le moltepUci e 9. Positivismo e correnti affini contrastanti opinioni, permettano un qualsiasi accordo fra gli uomini nella ricerca del vero, nella pratica del bene, nella contemplazione del bello, nello sforzo di costruzione d'un ordine sociale e politico, nell'aspirazione al divino Scrittore popòcome fonte di fiducia e di speranza. E si conquistò una larga ^"^cerchia di lettori, anche al di fuori del mondo dei filosofi di professione. Questa quasi-popolarità fu favorita dalle innegabiU doti di scrittore vivace e immaginoso; dallo spirito polemico, pronto agli attacchi piìi violenti contro gl'idoli del giorno, a cui magari egli stesso aveva il giorno avanti bruciato qualche grano d'incenso (e il neo-idealismo di Croce e Gentile fu l'oggetto dei colpi più duri), pronto, altresì, alla difesa della causa dei vinti, all'abilità dialettica, spesso contaminata se non soverchiata da capziosità sofìstica, nel raccattare alle fonti piìi eterogenee e lontane e accozzare insieme argomenti a sostegno delle proprie tesi, con scarso senso della prospettiva storica, più per estrinseca giustapposizione che per intima rigorosa connessione logica; infine, dalla consonanza dei motivi fondamentali del suo speculare con lo stato di disorientamento e di angoscia dominante in un'Europa turbata e sconvolta dalla catastrofe della guerra mondiale, della rivoluzione russa, dal croUo di vecchi mondi, dalle convulsioni violente di lotte tra partiti e nazioni. Nella lunga prefazione al volume che può considerarsi come il Manifesto del suo scetticismo. Lineamenti di filosofia scettica, Rensi insiste nel tentativo di dimostrare la continuità del suo pensiero, quale è formulato in quest'opera, con le idee direttive di scritti antecedenti: e rileva, in particolare, i titoH significativi dei due hbri, Le antinomie dello Spirito, e Sic et non, oltre che l'orientamento Le antinomie generale dell'altro volume, La trascendenza, per modeiia ragione, strare chc in tutte e tre queste raccolte di saggi è chiaro l'intento di mettere in luce l'insuperabile e reciproco contrasto tra le posizioni che la ragione prende di fronte ai problemi fondamentah della morale e della rehgione [Lineamenti) . Ma è da notare che qui si tratta di un atteggiamento che è soltanto antidogmatico e critico, non ancora Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico propriamente scettico: la negazione non è definitiva, solo si esclude la possibilità di giungere attraverso l'esame comparativo di ipotesi anche opposte a una ricostruzione sintetica: positiva. È l'atteggiamento che esplicitamente viene affermato dal Rensi stesso nel dehneare, il programma della rivista Coenobium (di cui fu per parecchi anni magna pars), a cui pure fa riferimento la prefazione citata: Qualche millennio di svariate ipotesi metafisiche e un secolo di educazione strettamente scientifica hanno tolto al pensiero contemporaneo ogni rigidità dogmatica. Noi possiamo comprendere, e, quasi diremmo, accoghere nel più intimo del nostro spirito le ipotesi, le tendenze, le soluzioni più opposte.... tutte noi le comprendiamo ed amiamo, perchè di tutte scorge le ragioni profonde la nostra anima multipla. Comunque, è fuori dubbio che, in quel primo periodo della sua attività di pensiero, Rensi ebbe fede sincera oltre che nel sociahsmo, quale aspirazione a una più alta giustizia nell'idealismo, o almeno in un certo ideahsmo, al cui incremento, diede opera con la traduzione delle opere del Royce e di uno studio di Hibben sulla logica di Hegel. Egli dà, dell'idealismo hegeUano, un'interpretazione trascendentlstica, quale era richiesta da quella vena rehgioso-mistica che, come egli stesso dichiarò più tardi nella sua Autobiografia intellettuale, si mescolava in lui, in questa prima fase, con la vena scettica o antidogmatica. Contro la tendenza prevalente nel neo-ideahsmo itahano Contro l'imma contemporaneo, Rensi afferma che 1 immanenza non e lo stadio più alto del pensiero ideaUstico, ma è solo lo stadio intermedio tra una concezione meccanica del mondo e la concezione della divinità personale, immanente e trascendente a un tempo. Successivamente dichiara Rensi nella citata AutoPassaggio a un biografia intellettuale, quella vena reUgioso-idealisticomistica che prima era commista con quella scettica, s’estinse in lui e lasciò il posto a una visione della realtà e della vita decisamente scettico-pessimistica. Tra le ragioni di questa pessimismo ateistico. Positivismo e correnti afini scelta Rensi pone, in particolare, la guerra. La guerra ci pone impetuosamente sotto gli occhi la terribile e vissuta grandiosa messa in scena dell'inesistenza d'un'universalità e comunità di ragione. Non mi limito semplicemente a dire: qui non c'è verità perchè gli uomini la pensano diversamente e si contraddicono tra loro (contraddizioni esterne); ma dimostro anche: qui non c'è verità, perchè questo pensiero logicamente non si sorregge, non può condursi avanti senz'urti, erompono in esso invincibili contraddizioni interne. Se un concetto è interiormente e in sé stesso contraddittorio cioè contiene aspetti insolubilmente inconcOiabiU, non si ha che da riflettere che ciascuno di questi aspetti viene incorporato e fatto proprio dalla mente di un uomo o di un popolo, per scorgere come la contraddizione interna si traduca e rispecchi nella contraddizione estema del dissenso e della guerra [Lineamenti). La guerra. La guerra è un fatto pohtico, in cui si affida alla irra zionalità della forza la decisione delle controversie tra le opposte ragioni dei contendenti. E le lotte interne tra i partiti non sono di natura diversa: la democrazia e il liberalismo ahmentano la fiducia che la Ubera discussione porti a un accordo suUe questioni controverse, ma i fatti dimostrano che l'urto tra le idee diventa sempre più irriducibile; la ragione continua inesauribilmente a fornir ragioni a tutte le tesi. Un parere vale l'altro: e non c'è che una via per uscire dal contrasto, lasciare la decisione aUa forza, all'irrazionalità deUa violenza camuffata di legahtà: il principio degl'autorità costituisce l'unico fondamento della poUtica. Il volume La filosofia dell'autorità fu pubblicato da Rensi nel 1920, con largo successo di pubbUco, e forniva argomenti di propaganda al regime autoritario che si veniva preparando in ItaHa, e che pure Rensi combattè tenacemente e sinceramente, dando si direbbe una conferma personale alla teoria scettica della vanità della ragione. La guerra è la molla della storia umana, e appunto per questo la storia è senza senso, è un vagare cieco verso un fine che non esiste, offre il quadro sconsolante del passaggio Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico continuo da un'assurdità e sofferenza ad un'altra assurdità e sofferenza: lo scetticismo si fonde col pessimismo. Il presente è insopportabile, si vuole evaderne, si aspira a un futuro che sia altro dall'assurdità e dal male che è il presente: all'essere si contrappone un dover essere. E così si crea il tempo: nel presente che è, si sogna un futuro che deve essere: e quando il dover essere si fa essere, cade in quella stessa assurdità e male che è il presente. Il processo storico è avanzamento da errore a errore, da male a male: se si fosse nel bene e nel vero, non vi sarebbe ragione di uscire da esso, di far seguire z\ì! adesso un poi: ci sarebbe permanenza, non processo [Interiora rerum). In conclusione, il principio deU'ideahsmo è n reale è irrada, rovesciare: ciò che è reale, è irrazionale; ciò che è razionale è irreale. La razionalità è sogno, è fantasia che tenta di mascherare l'assurdità del reale, fìngendo un universale che invano tenta di sovrapporsi alla moltephcità incomponibile dell'individuale: non c'è una ragione una, vi sono tante ragioni quanti sono gH individui, anzi, i momenti delle vite individuah. La ragione sorge nell'uomo quando questi contrappone all'essere un dover essere, che gli permetta di farsi giudice del reale, distinguendo il vero dal falso, il bene dal male, il bello dal brutto. La critica scettica dimostra che il reale si ribella a questa pretesa deUa ragione, affermandosi costantemente come posto al di là del vero e del falso, al di là del bene e del male, al di là del bello e del brutto (e, accanto ai Lineamenti di filosofia scettica in generale, Rensi illustra La scepsi estetica, e La scepsi etica). La critica scettica dimostra, da una parte, che quella pretesa della ragione è una chimera, e, dall'altra, che nell'uomo il perseguimento di questa chimera è la radice deU'infehcità. Quale lo sbocco di questo scetticismo pessimistico? Il più ovvio sembra sia la rinuncia alla ragione a questo che è, insieme, privilegio e maledizione dell'uomo; rinuncia al suo chimerico dover essere e accettazione rassegnata e inerte del reale quale è di fatto. Ed è la via che il Rensi imbocca risolutamente, specialmente nelle opere dai titoli Positivismo e correnti affini significativi Realismo, Materialismo critico e Apologia dell'ateismo. Ma v'è anche un'altra via, opposta alla prima: ed è quella di riconoscere un valore positivo all'esperienza del male, nel senso che, nel cruccio pel trionfo del male, nella sofferenza per la sconfitta che il reale infligge alla nostra coscienza del dover essere, s’attua l'elemento piri nobile del nostro spirito, si ravviva l'aspirazione mistica al divino: e anche questa via percorre Rensi neUe sue ultime opere, quali Testamento filosofico e Lettere spiritiiali. Scetticismo reaRcaUsmo è la posizione nella quale sfocia lo scetticismo hstico. ^Qj^ 1^ g^g^ negazione radicale della ragione. Se col sorgere della ragione nasce nell'uomo la pretesa di giudicare la realtà, nell'illusione di possedere un saldo criterio per la valutazione dei fatti, di approvazione e disapprovazione, il ripudio della ragione significa rifiuto di attribuire alla realtà quelle qualifiche di irrazionale, assurdo, male che essa per sé non possiede, ma risultano da discriminazione operata in nome di un principio per cui qualcosa è ma non dovrebbe essere. Realismo significa constatare la realtà quale è di fatto, accettare quel che ci consta. E ciò che consta, sottratto ad ogni dubbio, è il mondo dei sensi, il mondo del positivismo ridotto al più rigoroso empirismo. Le sensazioni sono, non il tramite dell'apparire della realtà a una coscienza, bensì gli elementi che costituiscono senza residuo la realtà stessa. Le cose come Le cose souo aggregati di quahtà sensoriaH secondo aggregati di rapporti Spaziali e temporali e categoriah: le cose sono ciò che si palpa, si vede, si ode e così via. E lo stesso io non è altro che un fascio d'impressioni sensoriali. Il linguaggio comune chiama materia ciò che nella sua concretezza è oggetto del sentire, senza complicazioni di significati metafisici: in questo senso, per RENSI, il reahsmo è materialismo. E questo materialismo egli qualifica come fenomenistico o critico. Dando del criticismo kantiano un'interpretazione opposta a quella prevalsa nell'idealismo, egli afferma che la correlatività del reale al pensiero, che costituisce il prin Rensi: scetticismo e materialismo fenomenistico cipio fondamentale del criticismo, non può non essere raccolta dal realismo (il quale, appunto per questo, è qualificabile come realismo critico), ma va intesa nel senso che il Pensiero a cui il reale in sé (noumeno) deve essere riferito perchè sia soggetto conoscibile (fenomeno), non è un soggetto analogo all'io empirico, una Coscienza originaria a cui siano essenziaU le forme sensibili-intellettuali, (spazio, tempo, categorie), che vengano immesse nell'oggetto, ma è l'insieme di queste stesse forme come inerenti al mondo dei fenomeni, purificate da ogni elemento psicologico della soggettività, constituenti la pensahilità del fenomeno. Il fenomeno è indipendente da ogni soggettività, e s'identifica quindi con la cosa in sé: ma cosa in sé categorizzata, e quindi conoscibile. Il realismo non è che fenomenismo, materialismo fenomenistico. E questo, in rehgione, é ateismo. Se nulla è reale all'infuori di ciò che può essere percepito come fenomeno sensoriale, attribuire realtà a un essere che si sottrae ad ogni percezione, quale sarebbe Dio, é pel Rensi pura pazzia. Ma la negazione di Dio non significa irreligiosità: l'ateismo é anzi, per Rensi, la più alta e pura delle rehgioni. Insegnandoci a guardare alla realtà come sovranamente indifferente, esso bandisce dalla nostra \dta ogni egoismo: é la Uberazione dall'egoismo, la stoica fermezza di fronte alle vicende tormentose del mondo, é religiosità. Ma quest'atteggiamento non é permanente: in alcuni Ritorno di fede. degli scritti più tardi Rensi riafferma l'antico bisogno di credere: riscopre, al di là del mondo degli atomi e del vuoto, il divino in me; il regno di Dio riluce come un regno di valori atti a salvare il nostro spirito dal naufragio nel prevalere del male. La genuina rehgiosità consiste, per lui, nel non adagiarsi, sia nella pace della negazione, sia in quella dell'affermazione: il problema ci sta dinanzi come un problema che continua ad eccitarci e ad angosciarci. Tutta la produzione del Rensi, dalle prime opere a quelle della vecchiaia, é un perenne intrecciarsi e susseguirsi di motivi contrastanti: inflessioni d'una sensibihtà estrema Positivismo e correnti affini mente mobile e acuta, piuttosto che articolazioni di un pensiero vigile e rigoroso: lirica, piuttosto che filosofia. Lo SCETTICISMO SOLIPSISTICO DI LeVI Diversissimo, fuorché nel nome, da quello del Rensi lo scetticismo di Levi, elaborato attraverso un'indagine storica, intelligente e minuziosa, di tutte le posizioni filosofiche fondamentali. Nato a Modena da una famigha di Reggio Emilia Levi, precocemente incline agli studi ma ostacolato da una malferma salute, si licenzia al Liceo Spallanzani di Reggio, e, quando si iscrisse all'Università di Pisa, aveva già in cantiere la pubbhcazione di alcuni codici. Proseguì poi gli studi a Firenze, con Tocco e Sarlo, e a Roma, dove si laurea con Barzellotti. La tesi, su L' indeterminismo fu lodata da Bergson. Levi entrò nell'insegnamento secondario, che professò con grande scrupolo ed efficacia, ad Arezzo e a Torino. Ottenne la libera docenza, e più tardi la cattedra di storia della filosofia nell'Università di Pavia. La sua produzione storica, ripetutamente premiata dai Lincei e dall'Accademia delle Scienze di Torino, comprende ormai numerosi titoli, soprattutto di filosofia antica: da Le origini della scienza a Platone [Sulle interpretazioni immanentistiche della filosofia di Platone, Il concetto del tempo nei suoi rapporti coi problemi del divenire e dell'essere nella filosofia di Platone, che riprende l'identico tema trattato sulla / sofisti. Rivista di filosofia neoscolastica per il periodo anteriore a Platone. Più tardi Levi affrontò i sofisti, sceverando gli autentici dagli pseudosofisti, difendendoU dall'accusa di aver corrotto i costumi, e insistendo sul contenuto etico del loro insegnamento. I pregi filologici di questi studi (ripresi nella Storia della sofistica, a cura di Pesce, dimostrano come Levi avesse messo a frutto l'insegnan problema delmento di Vitelli. Seguì una serie di articoli su Verrore. ji p^^oblema dell'errore, dai presocratici a Windelband in varie riviste, e una serie di saggi su pensatori inglesi Levi: scetticismo solipsistico Bacone, Hobbes, Berkeley, Hume, messi a raffronto con Descartes e con Leibniz, allo scopo di sfatare la leggenda di una contrapposizione rigida tra empirismo e razionalismo da Cartesio a Kant. L'interesse teoretico che spinge Levi a queste ricerche non ne falsa, tuttavia, la prospettiva storica. Duro fu per Levi abbandonare l'insegnamento a causa delle leggi razziali. Si ritirò a Todi, nelle terre di famigha della moghe, poi a Roma, dove potè continuare a studiare nelle biblioteche pontifice. Alla fine della guerra fu reintegrato ma, sempre più debole di salute, non riprese a insegnare: continuò fino all'ultimo l'attività di ricerca preparando, in particolare, una Storia della filosofia romana. Il frutto speculativo che Levi trasse dalle sue ricerche L'estetica. storiche lo troviamo anzitutto nel volume La fantasia estetica, la cui conclusione, tutta problematica, è che l'opera d'arte nasce dal mistero, ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente, e suscita, in chi la contempla, uno stato particolarissimo, irriducibile e non del tutto definibile; e lo troviamo soprattutto, in Sceptica, ristampato da Ravà con aggiunte inedite. Questo hbro ebbe una risonanza notevole, in Itaha e fuori. Fu largamente letto. Ne parlarono Losacco e Varisco, dopo che Pastore aveva dedicato un intero volume alla sua confutazione Il solipsismo, Torino. Che il Hbro fosse notato anche in Inghilterra Mind non meraviglia: il suo andamento aporetico ricorda quello di Apparenza e realtà del Bradley. Tra noi, esso urtava inevitabilmente l'ortodossia gentihana, perchè accusa la teoria deUo spirito come atto puro di essere un soHpsismo trascendentale che avrebbe trovato la propria coerenza solo diventando soHpsismo empirico. Comprensibile, quindi, la reazione di Carlini Studi di filosofia, in AnnaH deU'istruzione media, a cui Levi rispose con il scritto Come si ricostruisce la storia Rivista Pedagogica. Il solipsismo. La tesi del Levi trovò per contro, buone accoglienze presso la scuola del Varisco. Castelli ZUBIENA, dopo averla ripresa in Idealismo e solipsismo Roma, dedicherà a II solipsismo, un intero volume del suo Archivio di filosofia che già aveva pubblicato Scetticismo e solipsismo del Levi medesimo. Anche Allenej giudica con benevolenza la filosofia di Levi sulr Archivio di storia delia filosofia. Muovendo da altro punto di vista, Piovani pubbHca nel Giornale critico della filosofia italiana un articolo. La conclusione del solipsismo, in cui dichiara fondamentale il contributo del Levi allo studio del sohpsismo, proprio perchè esperto dell'esperienza dell'idealismo: pur osservando che la soluzione raggiunta risulta assai fragile, nella sua pretesa di formulare un imperativo della coscienza senza sapere Fa ciò che devi, avvenga ciò che può. Infatti l'imperativo implica già, quanto meno un agire sapendo quale sia il dovere da farsi. Tale incertezza deriva dal fatto che la posizione del Levi non è attivistica, ma ancora legata, per taluni aspetti, allo scetticismo tradizionale, mentre il sohpsismo, secondo Piovani, non può essere, da ultimo, che attivistico. Non si sa se Lo Scetticismo del Levi non afferma che sia impossibile sapere: afferma però che è impossibile sapere se si sappia o no. È come il fuoco, che consuma le altre cose, ma anche sé stesso. Esso sfugge, così, all'accusa di interna contraddizione che colpisce lo scetticismo dogmatico [Sceptica, ed. a cura di Ravà, Firenze. E a una tal conclusione giunge muovendo da un'impostazione gnoseologistica, secondo cui tutto ciò che si dice dell'oggetto è condizionato dal pensiero, che pensa l'oggetto. La domanda è allora, anzitutto, se il pensiero sia uno strumento in sé stesso adatto al suo ufficio, o non includa qualche vizio di costruzione. Solo in seconda istanza, posto che il pensiero sia uno strumento adatto, potremo domandarci quale interpretazione debba darsi dell'oggetto pensato si sa. Levi: scetticismo solipsistico Un motivo fortissimo di diffidenza è dato dall'errore: da quel problema, cioè, che, appunto perciò, Levi anda studiando sotto un profilo storico. L'esperienza d'aver sbagliato una volta mi fa sospettare che sia possibile sbaghare sempre, e lo scetticismo nasce da questo sospetto. Acutamente Levi vede che, a questo problema, sfugge l'ideaHsmo attuale gentiliano, quando contrappone all'errore, come pensato, l'atto del pensare che, in quanto è attuale, non può non essere nel vero. EgU vede però anche che questo vantaggio è illusorio: ciò da cui si avrebbe interesse a tener lontano l'errore è, appunto, il pensato. Infatti che l'atto, in quanto atto puro, sia infaUibile, non mi dice nulla circa la validità di ciò che penso. Per poter fruire di un contenuto, occorre affidarsi all'evidenza del pensato: ma si può sempre temere di scambiare per evidenza una sempHce impressione soggettiva. Sollevato il dubbio sulla capacità di mediazione del Critica a reaiipensiero, Levi passa a domandarsi se, ciò posto, vi sia id^una metafisica plausibile, se non certa dell'oggetto pensato: e attacca, nell'ordine, il reaUsmo espHcito, il monismo, la filosofia dell'esperienza, il monadologismo, l'ideaHsmo attuale. Egli osserva che il reahsmo ingenuo, che identifica il reale con ciò che appare, è messo in crisi dall'esigenza di discernere che cosa vi sia di oggettivo in questo apparire; ma che, d'altra parte, il tentativo di rintracciare la realtà oggettiva in un insieme di elementi materiali, dotati di mere qualità primarie secondo i canoni del meccanicismo, fallisce, perchè non spiega quell'effettivo divenire sensibile del mondo, colorato, sonoro, ecc., che è, appunto, il concreto. Il meccanicismo altro non è se un tentativo di eHminare quell'offesa al principio di identità che è rappresentato dal divenire: la realtà vera, afferma infatti il meccanicismo, rimane immutata. Ma e qui si sente, nell'argomentare del Levi, l'influsso del Bergson e del Meyerson esso non può giustificare come mai questa immutabihtà sostanziale appaia, al soggetto, come un mutamento qualitativo. Come determinazioni dell'essere, il quale non esiste che in esse determinazioni, le singole coscienze si distinguono in quanto coscienze, s'accordano quanto al contenuto; ciascuna è un variare per conto suo, e insieme, per la stessa ragione, il variare di ciascuna si compie, ciascuna si svolge o si inviluppa, secondo le medesime leggi universah. L'assoluto, pertanto, viene a coincidere con l'universo. L'Essere come Nell'unità della sua forma, che imphca la necessità, ma, insieme, neUa moltepHcità deUa sua materia e delle sue forme secondarie: moltepHcità che impHca la accidentahtà. L'essere indeterminatissimo, di cui Varisco parla richiamandosi al Rosmini è, per un verso, l'orizzonte in cui ogni soggetto pensa impHcitamente l'universo; ma non è qualcosa che sussista indipendentemente dai fenomeni e da quelle loro unità secondarie che sono i soggetti. Ciò spiega, più esaurientemente di quanto non facessero / fnassimi problemi, perchè Varisco non si senta in grado, in questa fase del suo pensiero, di giustificare la trascendenza dell'assoluto a cui, pure, l'esigenza del permanere dei valori lo porterebbe a credere. Il soggetto dei soggetti. Dopo Conosci te stesso 11 soggetto diil Varisco lavorò per altri vent'anni al suo problema fondamentale, che rimase il problema del principio unitario, il problema di Dio. Qualche altro cauto passo è mosso verso il riconoscimento della trascendenza divina, e porta, da ultimo, a una concezione che a Varisco appare concihabile con una religione positiva quale il cristianesimo. Nelle Linee di filosofia critica, un hbretto di introduzione teorico-storica alla filosofia, esposto in forma piana e colloquiale, e che fu raccolto per iscritto da Castelli la parte conclusiva, più interessante, verte appunto su Dio, e prospetta la necessità di risalire a Dio muovendo dal problema della subcoscienza. Il soggetto è fatto in gran parte di subcoscienza: basti pensare ai ricordi che tornano di quando in quando, e in minima parte, alla mente. E ciò suscita il problema: come può il non conscio (o non più conscio) divenire conscio? La subcoscienza rende evidente che il soggetto che conosciamo è finito, cioè che ha qualcosa, per qualche aspetto, fuori di sé. Ma, d'altro canto, una realtà non riducentesi a pensiero pensato è un controsenso. Per superare le difficoltà rilevate, non c'è che un modo: riconoscerle relative soltanto al singolo; ammettendo, al di sopra d'ogni singolo, il soggetto universale. Il pensiero di questo soggetto universale dovrà essere: in primo luogo, tutto consapevole; in secondo luogo, creatore d'ogni realtà. Allora si potrà capire che, ciò che è subconscio nel singolo sussiste tuttavia come pienamente conscio nel soggetto universale, e che la realtà, irriducibile al pensiero del singolo, consiste tuttavia in un pensiero del soggetto universale. La creazione. Quella chc generalmente si dice creazione si può, allora, concepire così: il soggetto universale fa, di certi suoi pensieri, un gruppo connesso, e li dota di una coscienza e di una iniziativa autonome, di cui neppure il soggetto universale conosce in anticipo gli sviluppi. Ciò peraltro non limita il soggetto universale, se non nella misura in cui lui stesso vtwle questo indeterminismo, mantenuto all'interno di un controllo costante e consapevole. // teismo. Varisco formula, così, un teismo in cui Dio è, in certo modo, esterno ai singoh, ma non viceversa: perchè il soggetto singolo, essendo, anche in ordine alla propria iniziativa, interno al soggetto universale, nella coscienza del singolo non ci può essere nulla che non sia, ipso facto, anche nella coscienza del soggetto universale. // soggetto dei soggetti È quello che il volume Dall'uomo a Dio, chiamerà immanentismo relativo, o identicamente trascendentahsmo relativo, in contrapposto a trascendentahsmo e immanentismo assoluti: non senza citare San Paolo, negU Atti degli Apostoli, secondo cui gli uomini in generale, i soggetti vivono, si muovono ed esistono in Dio Dall'uomo a Dio. Frattanto Varisco aveva pubblicato in Logos un articolo su La prova ontologica, affermando che l'argomento di AOSTA non compie un salto ingiustificato dall'ordine del pensiero a quello dell'esistenza, perchè, quando si pensa un oggetto, non lo si pensa isolatamente, ma sempre in un sistema di relazioni; quindi, quando si pensa id quo maius cogitari nequit, si pensa qualcosa che effettivamente non si trova nella sola mente umana. Ma significa anche, ciò, che questo essere sia tutt'uno col Dio del cristianesimo? Cosi si chiede Dall'uomo a Dio; e risponde: si tratta, senza dubbio d'un pensiero (anzi di un pensare), senza, però, che se ne possa concludere nulla rispetto ad altri attributi, pur necessari al concetto cristiano di Dio. Dall'uomo a Dio rappresenta, per certi aspetti, un perDifficoltà. fezionamento del monadologismo varischiano, ma non toglie tutte le difficoltà. Non soddisfa l'esigenza, sentita da Varisco fin dal periodo positivistico, di ascendere al concetto di Dio attraverso una riflessione ben fondata, compatibile con quella della religione positiva. E, questo, perchè il Dio di Varisco è pur sempre un concetto gnoseologico-metafisico. Pili che di quel rapporto lo-Tu, in cui l'uomo rehgioso si sente rispetto a Dio, si tratta, insomma, del rapporto tra una monade infinita, leibnizianamente priva di rappresentazioni oscure e confuse, e, quindi, di materia e le innumerevoh monadi finite, che essa costituisce in sé, come espressione (non già parziale, ma prospettica) di particolari punti di vista. Tutto ciò che l'uomo presentemente pensa è, in ogni caso, pensiero divino presente: l'uomo non è staccabile dalla coscienza divina di cui è una formazione. L'uomo è tutto immanente in Dio, invece Dio non è tutto immanente in alcun uomo; essendoci necessariamente nel pensiero divino qualcosa che nessun singolo, né tutta insieme la moltitudine dei singoli, pensa con determinazione. Del resto, nonostante gli sforzi meritori della figlia, e poi, dopo la sua morte, di Castelli-ZUBIENA coadiuvato dal nipote del Varisco, Alliney, per riordinare i manoscritti inediti seguendo alcune sommarie indicazioni rinvenute in un libro di appunti. Dall'uomo a Dio risente della mancanza di una revisione definitiva da parte dell'autore, e le sue conclusioni rimangono, in parte, sospese. Interesse pra La filosofia del Varisco, pur nel suo '^mai abbandonato teoreticismo cioè nel suo intendere il problema della realtà essenzialmente come un problema di teoria della conoscenza è assai sensibile al problema morale, quando questo sia inteso nel suo senso piìi universale e profondo. Il pensiero infatti, che della realtà è il fondamento, consiste essenzialmente in un'attività, in un fare (sia pure non riducibile al fare poetico di chi plasma una materia preesistente; e il bene consiste neU'espandersi di questa attività, protesa su tutto l'universo. La sezione introduttiva del capitolo su I valori, nei Massimi problemi, afferma appunto: Il soggetto, per sua natura, ossia in virtù di quella legge a cui deve l'essere, tende insieme a intensificare sé stesso e ad espandersi, ad includere in sé l'universo: la soddisfazione o l'insoddisfazione di queste due tendenze (che, in sostanza, ne fanno una sola) sono essenzialmente, per il soggetto, un bene o un male. Questo espandersi mostra il suo vero valore solo quando non riguardi l'animale associato all'io, bensì l'io medesimo; e io vuol dire autocoscienza, ossia cognizione. // conoscere è Di Conseguenza, conoscere o non conoscere, o, peggio, errare, sono un bene e, rispettivamente, un male: do\Temmo anzi dire, il bene, il male. Ma questo, aggiunge Varisco, non vuol dire che bene e male si riducano a mo identico al bene. // valore menti di coscienza teoretica, perchè coscienza teoretica, attività e sentimento non sono tre cose, sono tre aspetti, o tre forme, d'mia stessa cosa. Ciò implica una particolare unità della coscienza in senso pratico con la coscienza in senso teoretico, in virtù di un originario principio di organizzazione universale necessario indicato comunemente col termine di a priori e che si riduce all'essenziale connessione della coscienza umana con la divina Dall'uomo a Dio. In questo senso Varisco può affermare che la coscienza, una, saldamente organizzata, essendo la radice dei valori, è il massimo valore. Questo particolare carattere attivo, e non soltanto contemplativo, del coscienziahsmo varischiano spiega l'interesse del Varisco per i problemi dello stato: di uno stato che deve essere fortissimamente organizzato: cosi organizzato come un uomo robusto, intelligente e di carattere che s'afferma, s'apre una via, sviluppa l'attività propria d'accordo con gh altri, se gli riesce: ma anche, se non gU riesce, contro chiunque gli impedisca di realizzare il suo diritto, che è la sua forza, ma che sta un poco anche nella sua forza. Questo l'ideale che accomuna gh scritti di La scuola per la vita con i Discorsi politici, da cui la citazione è tratta. Codesti discorsi si concludono con lo scritto introduttivo su L'idea dello stato, che indica la vera funzione deUo stato nel realizzare la prosperità, così del popolo in quanto moltitudine ordinata, come dello stato, cioè ancora del popolo, in quanto unità viva e spirituale. A uno stato che la compia, non si può domandare altro se non che seguiti a compierla, sviluppandola. Uno stato che non la compia non fa che disorganizzare sé stesso e il popolo. Neoclassicismo filosofico. In una età di ritorni romantici in filosofìa, la dottrina del Varisco rappresentò un esempio di filosofìa neoclassica, che dal romanticismo, tuttavia, è condizionata. Condizionata per la sua impostazione, costituendosi come una riflessione di secondo grado Monadismo teistico di Varisco sull'attività del soggetto, attraverso la quale si perviene a una conoscenza dell'oggetto, cioè della realtà unitaria, costituita dall'interferire di infiniti centri soggettivi. E condizionata nel suo esito: perchè tale conoscenza dell'oggetto a differenza che nei grandi classici della filosofia, a cui Varisco si ispira non riesce più a svilupparsi in una forma schiUerianamente ingenua, ma solo in una forma sentimentale. E, infatti, la cautela scientifica, che, pur trasformandosi, rimane il canone metodologico del Varisco, dà luogo, non già a una vera e propria inibizione speculativa perchè Varisco non esita a proporre un suo sistema ma, certo, a una speculazion e fatta più per discutere che per Eredità più di costruirc. Ciò che Varisco trasmise a una parte non trastimoh che di scurabile della filosofia italiana fu, quindi, un'eredità fatta contenuti. più di stimoli che di contenuti. All'estero, il suo pensiero ebbe qualche risonanza in Francia, e meglio che altrove fu capito in Inghilterra, grazie all'attenzione che gli dedicò Taylor. In effetti, se la forma mentis del Varisco ha qualcosa in comune con quella del Bradley, il suo monadologismo si lascia facilmente avvicinare a quello degli idealisti inglesi non monisti, e del McTaggart in particolare. La cosa può colpire, considerando che il Varisco ha fonti al di fuori delle italiane (Rosmini) soprattutto tedesche e francesi; ma, in realtà, si spiega facilmente: l'idealismo inglese non monistico e l'idealismo varischiano risalgono a una stessa radice comune, non sempre scoperta, ma assolutamente fondamentale: il pensiero del Lotze. Di qui Varisco trasse, oltre che i materiali più importanti della sua costruzione coscienzialistica, l'impulso (di origine lontanamente leibniziana) che gU permise di uscire dalla prospettiva del positivismo: il riconoscere, cioè, alla scienza la possibilità di afferrare l'intero reale, però sotto un suo aspetto soltanto. Ciò rende inevitabile, per giustificare l'oggetto stesso della scienza, il non rimanere chiusi nella sua prospettiva soltanto, bensì l'uscirne, pur con tutte le necessarie cautele metodologiche, verso una prospettiva specificamente filosofica. La formazione di CaraBELLESE ben corrisponde aUa difficoltà di collocare il suo pensiero in uno sviluppo organico della filosofia italiana. Dopo aver frequentato le scuole secondarie presso il Seminario di Molfetta (dove era nato), si iscrisse in Giurisprudenza a Napoli, e si laureò con una tesi, poi stampata, dal titolo Sulla vetta ierocratica del Papato, che rivela abbastanza scoperte ambizioni letterarie. Solo nel 1905 si laureò in filosofia a Roma, dove avvenne l'incontro col Varisco sotto il segno di un comune interesse per il Rosmini. La teoria della percezione intellettiva in Rosmini fu l'argomento della tesi, pubblicata , e recensita dallo stesso Varisco sulla Rivista di filosofia. Anche quando, dopo aver insegnato a lungo nelle scuole secondarie, CarabeUese salì in cattedra a Palermo, forte ormai di una concezione tutta sua, egli rimase devoto al Varisco come al massimo rappresentante di un ideahsmo non storicistico. E grazie a Varisco, che premeva su Giovanni Gentile, CarabeUese fu chiamato a Roma, di dove ebbe modo di esercitare una influenza quantitativamente meno vasta di quella di Gentile, ma assai profonda. Quando CarabeUese mori (a Genova) la sua attività speculativa, cominciata assai tardi, era an L'Ontologismo di Carahellese Soluzione originale di un problema comune. L'uovo di Colombo. Cora in pieno corso, sul binario su cui, da 25 anni, egli l'aveva avviata. Ma l'essenziale del suo pensiero, probabilmente, era ormai stato detto: difficilmente le applicazioni che egli anda definendo soprattutto attraverso una preparazione meditatissima dei suoi corsi di teoretica avrebbero dato un indirizzo nuovo alla sua riflessione, che aveva proposto, ormai, una sua soluzione personaUssima a una problematica tutta inserita nell'ambiente italiano di quegli anni. Se, infatti, la soluzione di Carabellese non è avvicinabile a nessun'altra, i problemi che egU affronta non sono sollevati da lui: gU sono posti, piuttosto, dalla filosofia di Gentile, e dalla interpretazione che Gentile dato dell'Ottocento tedesco, in relazione alla filosofia moderna. Gentile rappresenta, come si vedrà, il punto d'arrivo di un processo storico lunghissimo, cominciato con Platone, giunto al suo punto di rottura con Hegel, e portato da Gentile a un estremo che rovescia i termini stessi del problema; del problema di determinare il contenuto dell'idea. Colla teoria dell'atto puro, Gentile era giunto a un radicale ideahsmo senza le idee. Varisco, per contro, affonda le sue radici in un passato piìi recente: da Leibniz in poi; e propone in Italia (parallelamente a quanto fa l'idealismo personahstico in Inghilterra) temi dello spirituaUsmo tedesco non hegehano: in particolare, il tema del rapporto indispensabile, ma cosi difficile da configurare tra soggetto e oggetto del conoscere. Con un tratto di genio (uovo di Colombo, lo chiama la Critica del concreto), Carabellese si accorge che è possibile soddisfare alle esigenze del Gentile e del Varisco insieme, h'idea può essere considerata in una forma non assolutamente plurahzzabile, e tuttavia non come un atto come atto soggettivo bensì come oggetto puro. Il compito di attuare tale idea andrà invece affidato a soggetti plurimi, mai unificabili nel varischiano soggetto assoluto. Così i punti d'arrivo delle due distinte evoluzioni dell'idealismo assoluto e dell'idealismo personalistico vengono a coincidere in un punto solo, grazie a un riassestamento Il problema nel significato di certi termini tradizionali, che li rende compatibili in una forma nuova. Per certi aspetti, questo riassestamento è bensì un rovesciamento di Gentile, come sostiene Abbagnano sulla scorta di una osservazione dello stesso Carabellese: ma non certo un rovesciamento meccanico. Occorre un pensiero originale per arrivarci, sebbene, poi, i concetti così riassestati assumano tutta l'aria d’essere appunto qualcosa che le due Hnee idealistiche precedenti avrebbero voluto pensare, senza riuscirci. Ripensamento della filosofia moderna. Tratinteresse storitandosi, dunque, di riprendere originalmente problemi altrui, ^o-teorehco. si spiega che la filosofia del CarabeUese nasca da una continua discussione storico-critica dei sistemi che formavano la base della cultura filosofica del tempo: essenzialmente, da una reinterpretazione della filosofia moderna Da Cartesio a Rosmini, che, come dice il sottotitolo di questo volume, stampato da Carabellese, rappresenta la fondazione storica dell'ontologismo critico carabellesiano. D'altro canto la pretesa, che CarabeUese manifesta, di trovare, in questo medesimo materiale storico (e in particolare neUa tappa pili importante rappresentata da Kant), un significato speculativo tutto diverso da quello che s’era comunemente abituati a riconoscervi spiega perchè Carabellese, pur nel suo filosofare tutto appoggiato a una critica storica, assuma un atteggiamento che potremmo dire profetico: non nel senso di predire il futuro, s'intende, bensì di parlare in nome di altro, essendo questo altro una Verità con cui gl’uomini erano già prima a contatto, ma senza essere capaci di riconoscerla: come i dormienti di EracUto, che non si accorgono di quel logos con cui massimamente hanno a che fare (framm.). Atteggiamento profetico, al punto che CarabeUese giunse a pensare che fosse necessaria la sua sparizione come persona fisica perchè la verità da lui proclamata trionfasse. Questo presentarsi come uno che dice: Ora vi spiego io ciò che cercavate di pensare, senza riuscirci dava inevilabilmente fastidio a molti; e l'espressione piìi fuor dei denti di questo fastidio si trova probabilmente in un articolo d’Ottaviano: Pontifex Maximus locutus est (in «Sophia Ma, in fondo, Carabellese non ne poteva nulla se il suo filosofare era un ripensare creativo, e se il suo ripensamento dei problemi era una trasposizione, che da un senso nuovo a un materiale già apparentemente sfruttato fino in fondo. Interpretazione In che cosa consiste qucsta trasposizione, che trasforma del termine i^ogjj problema quasi con un colpo di bacchetta magica? Consiste in una interpretazione del termine oggetto, che per un verso rovescia ciò che con quella parola si è sohti pensare, ma per un altro porta in piena luce una esigenza che, pure, aveva guidato i filosofi nel parlare di oggettività. Oggetto è, comunemente, il determinato che sta contro alla facoltà di rappresentazione cosciente: il Gegen-stand, rispetto a cui una coscienza, in sé potenziale, si determina in guise particolari. Oggetto è il calamaio, la penna, il libro senza i quali la mia coscieriza sarebbe una tabula rasa, priva di segni che la determinino. Rasa non è detto che significhi inattiva: anzi, la mia facoltà rappresentativa non sarebbe tale se non fosse attività; ma, certo, questa attività rimarrebbe priva di contenuto, se non si riferisse a certi dati esterni particolari, che sarebbero gh oggetti. Questa impostazione realistica del problema dell'oggetto è, per Carabellese, il proton pseiidos della filosofia: il primo falso, e, in fondo, anche l'ultimo, perchè questo falso radicale ritorna, rovesciato, anche in quella dottrina che tradizionalmente s’oppone al realismo empiristico, l'idealismo. L'idealismo si era sforzato, con Platone, di porre oggetti (in questo caso sarebbe meglio dire: principii di determinazione) sovratemporaH, le idee, distinti dagli oggetti empirici. Molto più tardi, con Berkeley, aveva cercato di riportare all'attività di uno Spirito il principio di determinazione particolare delle coscienze, che le cose materiali, inattive, non potevano fornire. In seguito Fichte aveva cercato in una egoità pura quell'unità delle coscienze che, prima. Ripensamento della filosofia moderna si era soliti attribuire al fatto che le coscienze, per determinarsi, si riferirebbero ai medesimi oggetti. Infine, con Gentile, l'idealismo si era scrollato di dosso tutta questa problematica. Aveva interpretato quella moltepHcità di determinazioni, in cui si è soKti cercare il concreto, come un mèro salto in basso: come una caduta dall'atto puro, nell'astratto. Di fronte al soggetto, sempre identico a sé, la molteplicità delle determinazioni non è piri che l'astratto, sebbene, dialetticamente, sia contenuta nel soggetto medesimo. A questo punto era divenuto inutile fondare l'ideahsmo su un mondo di idee, vuoi eterne, vuoi prodotte volta per volta da uno Spirito divino. L'ideahsmo poteva liberarsi dal problema delle idee, al plurale, la pluralità non essendo altro che caduta nell'astratto, da cui l'ideahtà deve, appunto, riscattarci. Sembra così, al momento in cui Carabellese cerca la sua via, che il problema di una pluralità ideale fosse stato risolto definitivamente, cancellandone il concetto. Unicità dell'oggetto. Una linea diversa, di idea Non u soggetto hsmo pluralistico, oppone tuttavia al monismo l'irriduci^^^.J'° bihtà dei soggetti plurimi, eppure concreti. Una esigenza che era giusto far valere; ma essa aveva il torto di farla valere attraverso una contrapposizione estrinseca all'idealismo trascendentale: quindi di non poter spiegare a quest'ultimo, dall'interno, perchè, impostando il problema in quel modo, l'ideahsmo si rovesciasse, paradossalmente, in un idealismo senza le idee. Per contro, osserva Carabellese, basta chiarire una cosa semplicissima: quell'esigenza d’unità e unicità a cui l'ideahsmo gentiliano cerca di rispondere con il concetto di un soggetto unico come atto puro è invece precisamente l'esigenza espressa dal termine oggetto. Non è appunto l'oggetto ciò in cui tutti i soggetti s'incontrano, convengono, riconoscono un'unità? È dunque l'aspetto oggettivo quello che non si lascia plurahzzare, l'unico per tutti, e non l'aspetto soggettivo dell'esperienza. Converrà, dunque, cessare di parlare di oggetti, al plurale: sarebbe uno scambiare 1'oggetto colla cosa. unico. lato. E, dal momento che le cose non sono l'oggetto (sebbene abbiano, certamente, un'oggettività, non occorrerà piìi, come fa l'ideaHsmo tradizionale, andare in cerca di oggetti superiori alle cose, le idee, per superare l'empiricità. L'oggetto è inconfondibile coll'empiricità, per ciò stesso che è unico. In questo modo l'idealismo riesce a scalzare veramente il reahsmo, senza lasciarsene soggiogare. Per contro gli oggetti superiori alle cose, presi al plurale, come idee, sono in realtà concepiti ancora al modo di cose. E appunto per sfuggire a tale incongruenza l'ideaHsmo s’era visto costretto, da ultimo, a rifugiarsi in una egoità pura, e poi in un atto puro, di cui tutte le determinazioni particolari non sono che una caduta. Realismo deheiAppena si csclude dall'oggetto, in quanto oggetto, ogni pluralità, il realismo è debellato, perchè il modello empirico delle cose non vale piìi. Non per questo i soggetti saran costretti ad attribuire aUa mèra empiria (seguendo Gentile) il loro reciproco distinguersi l'uno dall'altro. Anzi, liberati dall'obbligo di fornire il principio di unificazione, i soggetti molteplici potranno, e dovranno, rivendicare come irriducibile la propria plurahtà, ben piìi fondatamente che nell'ideaKsmo personaHstico varischiano. Quest'ultimo, per spiegare l'incontro dei soggetti che costituisce una stessa esperienza oggettiva, doveva ricorrere a un Soggetto assoluto supremo, che tollererebbe in sé i punti di vista Umitati dei soggetti particolari. NeUa nuova situazione, invece, il concetto di un oggetto, assolutamente unico, come idea, non solo tollera, ma esige d’essere intrinseco, nella coscienza, a una pluralità di punti di vista soggettivi. Intrinsecità di soggetto e oggetto. Occorre dunque cessare di concepire l'oggetto come qualcosa che ci sta contro, secondo una relazione che, per ciò stesso, risulterà esterna. Ciò che ci sta contro non è l'oggetto come idea luogo d'incontro di tutti i soggetti bensì l'altro da me; cioè sempre l'edtro soggetto. Le cose, è vero, ci stanno contro: ma solo perchè nascono daU'interferire dei vari Intrinsecità di soggetto e oggetto soggetti, non perchè siano oggetto, o oggetti al plurale, a cui ci riferiamo. In altri termini, il rapporto, su cui tanto avevano insil« concretezza stito i vari idealismi spiritualistici dell'Ottocento, non nei rapporto tra i soggetti e l'og mtercorre tra 1 soggetti e 1 oggetto: il rapporto, legando getto. altro ad altro, è sempre tra i diversi soggetti; e aver concepito V intrinsecità di soggetto e oggetto come un rapporto (in conseguenza di un uso troppo generico, e perciò equivoco EQUIVOCO GRICE, delle parole rapporto e relazione) ha fatto fallire gli innumerevoh tentativi (conosciuti anche in Italia, soprattutto da Martinetti in poi), di costruire la concretezza dell'esperienza attraverso il rapporto tra soggetto e oggetto. Che il concreto non si trovi, né nell'oggetto per conto suo, né nel soggetto per conto suo, ma solo nel loro rapporto, era stato ripetuto in mille maniere da spiritualisti, psicologi, monisti, idealisti, neokantiani, ecc. : ciascuno cercando di utilizzare a modo suo il trascendentalismo di Kant. Ma nessuno aveva saputo liberarsi da quell'elemento falsificatore attraverso cui, malauguratamente, il trascendentahsmo kantiano era filtrato: la teoria della rappresentazione di Reinhold. Dire che il concreto non si trova né nel soggetto per conto suo, né nell'oggetto per conto suo, é vero, ma non implica che si trovi in un loro rapporto; e neppure nel semphce rapporto dei soggetti tra loro, come per il Varisco. Il concreto si trova neU'intrinsecità dei soggetti con l'oggetto, che non può dirsi rapporto perché non é un riferimento ad altro. CarabeUese chiama questa intrinsecità compattezza interpretando in questo modo il problema che l'Ottocento tedesco aveva ereditato da Kant, e poi trasmesso, irrisolto, al secolo successivo: l'inseparabilità del soggettivo e dell'oggettivo. Kant, osserva la Critica del concreto, ha dimostrato, con evidenza che finora nessuno é riuscito di oscurare, che quei due mondi formano una concreta compattezza Nella terza edizione, il testo sarà variato: che quei due mondi necessariamente formano o richiedono un mondo solo, che non é piìi mondo, ma é essere concreto deUa coscienza. L'aggancio a Questo Oggetto che è unità (non Rosmini, Gio-Qi^^dMìk di cose o di idee a immagine e somiglianza delle berti e Gentile. cose) è l'essere; l'essere in quanto oggettività pura: dunque, se si vuole, 1'essere oggettivo di Rosmini. Ciò spiega a sufficienza l'attenzione di Carabellese verso la dottrina del roveretano che attraverso Bonatelli e per ragioni tutte diverse era stata già una fonte anche del Varisco. In che modo, però, si potesse adoperare Rosmini per ovviare davvero (come Rosmini avrebbe voluto) all'errore gnoseologistico della filosofia moderna, non poteva risultare chiaro a CarabeUese ai tempi della laurea: occorre, in verità, che Gentile porta alle sue ultime conseguenze quell'errore. Questa è la ragione sostanziale per cui Carabellese, come filosofo, matura tardi. Dopo che Gentile ebbe pubblicato la sua Riforma della dialettica hegeliana, il pensiero di CarabeUese comincia a dehnearsi. Nel volume suLl’essere e il problema religioso. A proposito del Conosci te stesso di Bernardino Varisco si configura il tema di quello che sarà il suo ontologismo; e nel saggio sula coscienza morale, stampato a qualche settimana di distanza dal precedente, è già quasi esplicita (Critica del concreto) la scoperta della concretezza dell'essere, Venne, però, la guerra e la meditazione del Carabellese dovette interrompersi per cinque anni. Quando riprese (Gentile, frattanto, aveva pubbhcato le sue opere principali), le linee maestre del suo pensiero mostrano, ormai, queUo che sarà i] loro assetto definitivo, l'assetto della Critica del concreto. Rosmini è rimasto, ma l'essere oggettivo e indeterminato che, con la sua presenza alle menti, permette loro di pensare, non è più la mèra idea dell'essere, è l'essere. L'ontologismo di Gioberti, con la sua critica al mèro essere ideale, è ripreso, ma con un intento diverso e ben piti radicale: perchè l'essere non è più r ente e neppure è il concreto; è la pura ontologicità degh enti: pura idea, inseparabile dalla loro pluralizzazione soggettiva. In altri termini, l'essere è pensabile, ormai, solo L'Ontologismo in una assoluta immanenza: quell'immanenza che Gentile e, ancor più, i gentiliani andano spasmodicamente cercando, e che, paradossalmente, veniva trovata in un rovesciamento della posizione di Gentile. Unità di conoscere e fare, nel concreto. Il testo fondamentale per penetrare nell'ontologismo del La Critica dei Carabellese è, dunque, la Critica del concreto, che, uscita 'a Pistoia, fu dall'Autore rimaneggiata abbastanza profondamente pella seconda edizione romana, e meno profondamente pella terza, che usci a Firenze, in vista di una opera omnia poi non condotta alla fine. La Critica del concreto è lo strumento costante di meditazione e di espressione del Carabellese; e, nonostante che nella prefazione alla terza edizione egli insista molto sulla provvisorietà di questo sillabario concettuale delle successive ricerche, rimane il testo fondamentale. Del resto le successive ricerche, per Carabellese, erano più quelle che rimanevano da svolgere che quelle svolte: e, quindi, noi non possiamo sapere quali sarebbero state. Anche le opere storiche, per quel che si è detto, vanno capite muovendo da quella intuizione fondamentale, che a tratti illumina, senza dubbio, gU autori considerati, ma che essenzialmene si chiarisce attraverso di essi. Dopo gli scritti su Kant e sulla filosofia da Kant a Fichte, queste opere storiche si concretarono soprattutto nel primo periodo romano, in cui Carabellese occupa una cattedra di Storia della filosofìa, prima di passare sulla cattedra, a lui più congeniale, di teoretica. Esse erano infatti, in origine, corsi universitari usciti in dispense, e poi ristampati nei tre volumi delle Obiezioni al cartesianesimo e nel volume La fdosofia dell'esistenza in Kant (Bari). Del resto, non fu solo un interesse archeologico quello storiografia che spinse Carabellese a ritornare per due volte sulla Crispeculativa, tica, Hbro, bensì la coscienza che di lì si sviluppava tutta la sua filosofìa. Seguiremo dunque la Critica del concreto nella sua edizione definitiva, che differisce dalla originaria su punti non trascurabili (il termine esperienza, ad esempio, a partire dalla seconda edizione è spesso sostituito dal termine varischiano di coscienza. Teoria e praIl CarabcUese comincia col distinguere, nell'attività ttca non corneiu^^ana, i duc aspetti della teoria e della pratica che si rifiuta dono con cono scema e azione, di assimilare, comc si fa di solito, a conoscenza e azione. La teoria è l'aspetto universale di ogni attività, e la pratica ne è l'attuazione moltepUce: indispensabile anche quando si tratti di attività conoscitive. Del pari Carabellese mostra falsa l'identificazione del binomio pratico-teoretico col binomio astratto-concreto: Sia la teoria che la pratica, se prese ciascuna per sé, sono astratte; sono entrambe aspetti separati dell'attività spirituale, e quindi entrambe affette da una astrazione per cui dimezziamo l'atto, per fermarci a una parte di esso. Concreta è solo un'attività che attui, in forme particolari, una idea unica e universale, senza la quale idea non sarebbe presente nel nostro volere un dover fare che non è dovere etico soltanto, e quindi si cadrebbe in una inconsistente vanità delle azioni nella loro singolarità plurima. Per contro è evidente nel concreto volere la presenza della qualità universale di esso l'idea, quanto evidente nel concreto conoscere la presenza dei molti fatti conosciuti. L'individuazio7 QuestO ne deiv unico nei rifiuto di chiamare teoretico il conoscitivo soltanto vuol singoli essere una contestazione dei distinti crociani, ed evitare, al tempo stesso, il monismo gentiUano. Ma esso serve anche a ben piìi:a dirigere le menti verso la vera sintesi a priori dell'essere, e cioè l'individuazione dell'unico nei singoli; o, come diceva la seconda edizione, verso la concretezza e cioè la compattezza dei singoH nell'unico. La teoria è, dunque, l'orizzonte impersonale in cui i singoH si attuano personalmente. Essa serve, inoltre, a fondare ontologicamente la struttura dell'agire sulla struttura dell'essere. La temporalità dell'essere e il male Croce aveva fornito, dell'attività umana, una sistemazione che aveva avuto un successo perfino superiore aUe sue intenzioni. Ma il Carabellese, prima ancora che comparisse sull'orizzonte uno Heidegger, fornisce un sistema delle forme di coscienza la prima edizione diceva esperienza fondato ontologicamente sui momenti dell'essere, cioè sulla intrinseca temporalità deW essere come essere presente nella coscienza. Noi conosciamo ciò che fu, sentiamo ciò che è, vogliamo ciò che sarà. La conoscenza, è, infatti, una particolare forma di coscienza, che si rivolge al passato; l'intuizione è un sentire come coscienza, del presente; l'azione è coscienza dell'essere che sarà, coscienza del futuro. Momenti del tempo, che sono gh stessi momenti dell'essere, in corrispondenza dei quali troviamo, rispettivamente, nell'oggetto il vero, il hello, il buono. Il concreto importa, così, una valutazione ontologica // tempo. del tempo che, affacciatasi già in L'essere e il problema religioso, starà alla base del modo antistoricistico di concepire e salvare La storia, prospettato nel saggio con questo titolo uscito in Scritti in onore di Varisco. Nasce qui il concreto come compattezza o, come Carabellese preferirà dire piìi tardi, intrinsecità di oggetto e soggetto: Oggetto e soggetto, in quanto separati, sono astrazioni le stesse che si chiamano, rispettivamente, teoria e pratica mentre in concreto la coscienza è pratica dell'essere come l'essere è teoria della coscienza. Una appHcazione importante è fatta da Carabellese al L'errore di vaproblema dell'errore di volontà, o male, in cui Croce, 'distinguendo Tattività pratica in due gradi, e rendendo Ìl primo indipendente dal secondo, era rimasto invischiato. Nella moralità come tale, dice Carabellese (rovesciando, si può osservare, quello che per Croce vale dell'economia non c'è errore: la coscienza morale, come teoria della volontà, è infallibile. Ma, di per sé, la moralità non è ancora concreta: è solo la teoria del concreto volere, e di questa un mio atto (o io stesso tutto intero addirittura?) potrà essere un errore. Vi è, insomma, un'oggettività morale (e una estetica), e non soltanto un'oggettività conoscitiva. A tale oggettività, i soggetti tendono con un volere che non è pura facoltà del soggetto, ma è attività concreta, e perciò unità di teoria e di pratica, di oggettività e soggettività insieme. L'oggettività, in tutte le sue forme, è intrinseca ai soggetti, ma non certo identica ad essi: essa è infatti l'unità, di cui i soggetti sono il molteplice. I soggetti sentono, dunque, l'oggettività come una esigenza, come un bisogno; e ciò fa della filosofìa del Carabellese una tipica filosofìa del finito e della tensione del finito verso l'infinito. Filosofìa dinamica, ma non prassistica, essendo la prassi tesa verso la teoria, e la teoria accessibile solo attraverso la prassi. Idealismo assoE poichè l'cssere è l'oggetto, presente nei soggetti, la luto non soggetfilosofìa di Carabcllese si presenta come un idealismo asso tivtsttco. ^ luto, non però soggettivistico: perchè nell'idealismo soggettivistico l'oggetto è concepito ancora al modo del realismo, come un particolare, mentre per Carabellese l'oggetto ha da essere l'universale, il valere per tutti. La cosa particolare a cui mi riferisco in un mio atto (conoscitivo, intuitivo o pratico), ad esempio un ulivo che vedo dalla finestra, non è un oggetto in quanto sia un mèro particolare: è, tutto al contrario, qualità o atto soggettivo. Quello che esso ha di oggettivo è l'essere ulivo non solo per me, ma per tutti: cioè il rappresentare sia pure individuata in un atto particolare l'unicità dei soggetti. Se, allora, si conserva astrattamente questa unicità da sola, si ottiene 1'oggettività dei soggetti, che non è però l'oggettività dell'ulivo: cioè la particolarità, in quanto, tale si perde. L'ulivo in quanto universale vuol dire l'unicità (per quanto parziale, perchè si tratta soltanto di un ulivo) dei soggetti. E se l'universalità costituisce l'oggettività, questa unicità dei soggetti costituisce l'oggettività loro. Quell'ulivo, in fondo, costituisce una parte della oggettività naturale dei soggetti uomini. Nel realismo, o nel La temporalità dell'essere e il male l'idealismo soggettivistico che lo ricalca, i soggetti e gH oggetti si presentano, invece, come membri di una stessa comunità (in relazione tra loro): hanno un analogo modo d'essere, che impedisce a questi due aspetti del concreto di assumere la loro vera funzione. Questo è l'errore. L'essere, come puro oggetto, non è un insieme di cose: è piuttosto quella «coscienza normale » kantiana su cui tanto avevano insistito invano le fonti tedesche; quella normalità della coscienza, con cui CarabeUese giungerà presto a identificare il concetto kantiano di cosa in se. I soggetti, per contro, sono molteplici / soggetti come per definizione. Non enti-io, da porre accanto agU enti-cose: ^soiaredtco ., scienza. in quest'ultimo caso non si avrebbe modo di risolvere la vertenza tra il realismo ingenuo, che fa dei primi i soggetti passivi di una attività dei secondi, e l'idealismo parimenti ingenuo, che inverte semplicemicnte la relazione, ma non muta la natura dei suoi termini. I soggetti non sono neppure coscienza, in concreto, bensì il singolare di coscienza, così come l'oggetto è l'universale di coscienza; sono individuazione dell'essere, termini singolari della sua individuazione. Parlare di un soggetto unico è, dunque, il massimo dei Rifiuto dei sognon sensi: il soggettivizzarsi della coscienza è identico al ^ suo pluralizzarsi. Codesto pluralizzarsi non chiude, tuttavia, i soggetti in sé stessi: perchè l'io, che è il soggetto concreto, non è aw^ocoscienza, non è un riflettersi su sé stesso che porterebbe diritti al solipsismo, è l'aprirsi sull'unica oggettività dell'essere. Sicché, mentre le monadi varischiane s’aprivano l'una al guardare dell'altra, e producevano l'oggettività con il loro reciproco interferire, i soggetti carabeUesiani s’aprono pell'immanere in essi di un identico oggetto, in cui si è rovesciata la concezione gentihana dell'unico soggetto. Del Soggetto universale di Varisco non c'è, dunque, pili bisogno, anzi esso non è neppur concepibile. Se io penso Dio come un principio soggettivo, non ottengo altro che il personale Dio pagano, tutt'altro che unico; mentre se lo affermo come soggetto unico ne faccio un di là che, non dovendo constare per nulla nel di qua, non ha piìi per noi alcun significato: Affermare, dunque, la personalità di Dio è non affermare Dio; è negarlo. La trascendenza. Ciò non toglie che si possa e si debba dare un significato alla trascendenza. Trascendenza, dice l'edizione, significa che il concreto è sempre inadeguato alle sue condizioni trascendentali che, nella loro purezza, superano la coscienza concreta, non vengono da questa raggiunte interamente. Anziché di condizioni trascendentah, l'edizione definitiva parla di distinti, che la coscienza non attua interamente: probabilmente perchè la dizione condizioni trascendentah sembra imphcare un' antecedenza sul concreto, sia pure logica e non cronologica. Trascendenza La stessa Struttura del concreto porta quindi Cararehgiosa e traj^gjjgse ad ammettere le due forme tradizionah di trascen scendenza gnoseologica, denza: la trascendenza religiosa, per la quale si afferma l'esistenza separata e irrelativa dell'ente spirituale assoluto, e la trascendenza gnoseologica, più grossolana e primitiva, che afferma l'indipendenza e assolutezza dell'essere in sé. Ma egli riconduce entrambe queste forme alla inadeguabilità dell'intrinseco, cioè dell'essere oggettivo puro, che non è qualcosa di esterno, bensì qualcosa d'intrinseco, appunto, ai soggetti che trascende. Del resto Carabellese riconosce alla trascendenza religiosa il merito di rilevare, sia pure in modo imphcito soltanto, il valore della coscienza, e così di porsi veramente sul terreno dell'essere concreto. Infatti, anche se ad essa accade d’insistere sull'eternità di Dio, si deve tener presente che l'assolutezza divina ha sempre avuta una propria rappresentanza nell'essere concreto, almeno in coloro che l'affermavano. ,.tT..J7JAt^,l Riformulate così le due forme di trascendenza tradizionale, concreta. il Carabellese non le accetta, tuttavia, tali quali: sostituisce La trascendenza ad esse due forme di trascendenza concreta, la trascendenza relativa, cioè l'alterità reciproca di coscienza tra un soggetto e l'altro, e la trascendenza dell'unico assoluto di fronte ai singoli soggetti. Quest'ultima non è, al contrario della prima, relativa, perchè tra l'essere assoluto e i soggetti, come abbiamo visto, non intercorre una relazione. La trascendenza assoluta, in altre parole, non è simmetrica, perchè, mentre noi non riusciamo ad adeguare l'oggetto, questo non è mai trasceso da noi: Il principio non si trascende. Così, mentre la trascendenza gnoseologica, che si crede trascendenza dell'assoluto oggetto alla coscienza, si riconosce come irriducibihtà relativa di un soggetto concreto singolare all'altro, la trascendenza religiosa, che pare soltanto soggettiva, manifesta veramente la sua assolutezza in quanto inadeguabihtà dell'oggetto puro, immanente neUa coscienza dei soggetti. La trascendenza è dunque nella coscienza, e perciò non è il reaUstico di là da questa. L'esigenza della trascendenza è, invece, l'esigenza che il concreto ha di un principio, esigenza che è soddisfatta relativamente dalla reciprocità condizionata dei soggetti, e assolutamente dalla unicità universale dell'oggetto. A questo punto si in Il sacrificio del nesta la più sorprendente conclusione della Critica del concreto. coscienza. Abbiamo visto che, isolando le condizioni del concreto, si cade nell'astratto: ma allora perchè la coscienza cerca di cogliere detti distinti nel loro isolamento, perchè cerca di dissolvere la propria individua concretezza nell'uno o nell'altro suo distinto? In luogo di distinto l'edizione precedente diceva estremo. CarabeUese avvicina questo sacrificio che la coscienza fa della propria concretezza al dramma di Gesìi, che prega: Transeat a me caUx iste, pur sapendo che il sacrificio a cui va incontro è necessario alla redenzione. Il transire della ricerca del distinto come tale non può avvenire senza l'annullamento L'Ontologismo di Carahellese della stessa concretezza, come non poteva avvenire quello di Gesìi senza l'annullamento della redenzione. In altri termini, alla concretezza è necessaria anche la distinzione delle sue condizioni intrinseche (oggettiva e soggettiva): non già per una necessità di tipo dialettico, che faccia risultare il concreto dalle antitesi, bensì per una necessità immediata: Il credente muove dal bisogno di sapere la sua stessa essenza singolare, di sentirla distinta. D'altra parte, di fronte al credente, la coscienza rappresenta uno sforzo continuo che non giunge mai al termine per risolversi nel suo principio universale, e perciò essa è sempre inesausta e inesauribile problematicità e, quindi, filosofìa. Le attività traNel concrcto pcrciò, a cagione della sua polarità come scendentah: re chiamata, ad escmpio, in L'idealismo italiano (Napoli, hgione e filosofia), si costituiscono due attività trascendentali, rehgione e filosofìa che sono l'intrinseca trascendentahtà del concreto, non la concretezza stessa. Esse dovran tornare, dice Carabellese, dopo tutte le scaltrezze, alla loro esigenza ingenua. La concreta coscienza umana non segue, certo, solo la misteriosa fede del credente o la superba ansia dimostrativa del filosofo, ma nella sua attività è proprio sforzo che richiede riposo, riposo che prepara lo sforzo. In che misura il credente possa sentirsi soddisfatto dell'esigenza ingenua della religione, quale Carabellese ghela presenta, è dubbio: il credente ha generalmente bisogno di un Dio a cui rivolgersi come a un Tu, e non soltanto di genuflettersi dinnanzi all'universale mistero che lo trascende. Ma il filosofo può essere più soddisfatto. Egli può trovare nella trascendenza carabellesiana la ragione della prohlematicitcì della sua ricerca, che una mèra considerazione dell'oggettività come tale non avrebbe fatto supporre. In un immanentismo di tipo hegehano, in cui la filosofia è il prendere coscienza dell'Assoluto, la problematicità si risolve interamente nello sviluppo storico; in un immanentismo gentihano, in cui l'atto coincide eternamente con I due poli del concreto sé stesso, la problematicità scade nell'indifferenza verso la singolarità dei fatti. Per contro nell'immanentismo carabellesiano, in cui l'oggettività è una idea pura, universale e di per sé astratta, l'esigenza di una tale oggettività riesce invece, inevitabilmente, problematica e pluralisticamente attuata. Per questo l'analisi del concreto nelle sue condizioni, o nei suoi distinti di per sé astratti, é necessaria alla redenzione. Una redenzione che riscatta anche quello che abbiamo chiamato il profetismo di Carabellese. La profezia in nome dell'assoluto apre, infatti, e non chiude la ricerca. Rimane, senza dubbio, un problema gravissimo: con Quai è u crUequal criterio misurare se questa esigenza di oggettività sia ''^o deii'oggethpiù o meno soddisfatta? Il criterio non può essere dato, é chiaro, da una formula; l'oggettività carabellesiana non sarebbe tale se vi fosse una formula capace di definirla. Ciò rende difficile quasi altrettanto nella posizione di Carabellese quanto in quella di Gentile passare dalla sistemazione del valore in generale a una valutazione specifica, dei prodotti portatori di valore. Ma ciò dà altresì al problema della filosofìa una apertura che le posizioni di dialettiche, di stampo hegeliano, per contro gli negavano. Possibilità di un pluralismo filosofico. L'anno stesso della Critica del concreto, 1, il Carabellese pubbHca infatti, sulla Rivista di filosofìa un articolo fondamentale Che cos'è la filosofia? in cui riconosce la difficoltà della conciliazione dell'assoluta universalità della filosofia colla sua determinata concretezza (edizione in volume, con altri saggi); e non esita, dovendo scegliere, a lasciar cadere pittosto la concretezza, per conservare l'universafità. Ma, se si tien conto della attuazione e pratica della filosofia, ci si accorge che, rispetto a quella universahtà, il filosofo è esso il problema dell'individuazione. L'universaHtà ha bisogno di essere individuata per esistere, e quindi l'esplicazione dell'imphcito, che è il problema filosofico fondamentale, quando si consideri la filosofia nella sua attuahtà diviene il problema dell'individuazione dell'universale. Si parte dall'affermazione dell'essere nella sua universalità, e si arriva a una assoluta affermazione della individualità, che può parere dogmatica, intollerante, tirannica ed arbitraria solo a chi nulla sente di filosofia, e perciò scambi l'arbitrio del singolo, che deve farsi valere pur quando debba affermare non il suo proprio arbitrio, ma l'assoluto universale, con l'universale idea animatrice da quel singolo, toccata in un potente sforzo di sublimazione. In questo senso è riconquistato il concetto ingenuo della filosofia, che non è possesso ma sforzo. Il saggio del '21 sul concetto della filosofia fu ristampato come secondo volume dei Saggi: ma le postille e l'ultimo saggio, aggiunto, fanno in realtà, di questo volume l'espressione di una maturazione ulteriore del Carahellese, che presuppone tutto il lavoro di insegnamento universitario e di polemica. Infatti, Carabellese si dedica a verificare la propria concezione sulla storia della filosofia, soprattutto kantiana: su quello strano destino, cioè che aveva portato l'annunzio kantiano (mal formulato) della pura oggettività a rovesciarsi nella soggettività assoluta di Fichte. // problema della filosofia. Da Kant a Fichte è il problema interno della filosofia: quel problema che la filosofia soUeva a sé stessa quando si interroga suUa propria possibiUtà, e che va distinto accuratamente dal problema oggettivo che la filosofia vuol risolvere, che CarabeUese chiama problema teologico. Kant (e questo è il punto in cui l'esegesi del Carabellese si mostra più aderente ai problemi testuah) non chiarì mai in modo soddisfacente il rapporto tra critica propedeutica Il problema teoe metafisica filosofìa. Ciò portò i suoi successori a confonogtco. ^gj.g ^ problema interno della filosofia col problema oggettivo, e a pretendere di risolverh in un sol colpo, col concetto di autocoscienza. È la tesi che Carabellese espone nella prima parte di La filosofia di Kant. L'idea teologica (parte non più seguita dalla seconda e dalla terza, che avrebbero dovuto riguardare, rispettivamente, 1'idea psicologica e l’idea cosmologica. Carabellese contesta la legittimità Possibilità di un pluralismo filosofico di presentare come filosofia di Kant il criticismo, che voleva essere soltanto la via per arrivarci; ma non perchè segua l'indicazione espressa di Kant, secondo cui il contenuto effettivo deUa filosofia andrebbe cercato in una metafisica della natura e dei COSTUMI, contenente l'insieme delle condizioni a priori rispettivamente della scienza deUa natura in generale e della MORALITA. Carabellese cerca, al contrario di determinare, attraverso la dottrina metafisica che Kant tacitamente o esplicitamente professa, quella che la critica gli impone di professare. In che cosa consiste questa dottrina? Essa è la dottrina dell'idea come oggettività pura; dell'idea Dio come Carabellese ama dire, e LUidea dìo. non idea di Dio: secondo una precisazione che risale, effettivamente, a Kant àeWOpus poshimum, sebbene Carabellese conosce l'Opus postumum solo indirettamente. Carabellese riconosce che Kant non fu consapevole della scoperta che egh fa quando, di fronte al problema dell'esistenza di Dio, risponde che Dio è idea, e trasforma così l'argomento ontologico La filosofia di Kant. Riconosce, cioè, che la verità che egli attribuisce a Kant è, in fondo, la stessa verità scoperta da lui, Carabellese. Con tutto ciò il suo hbro, come tutto il resto delle sue ricerche storiche, pur nel carattere molto personale delle sue vedute, contiene spesso intuizioni illuminanti. Il problema teologico. Dopo questi saggi, non esaurienti ma condotti in profondità, su Kant e su Fichte, Carabellese poteva raccoghere la somma del proprio pensiero intorno al problema oggettivo e non piìi interno soltanto della filosofia, nel volume II problema teologico come filosofia, che, pur avendo una origine alquanto composita, costituisce una sintesi molto coerente. La filosofia trascendentale sbagHa quando fa della critica La critica DELLA RAGIONE CONVERSAZIONALE non è la scienza assoluta: ma non per questo ha ragione scienza suHegel che critica tale assunto di cercare la verità nel dialettismo. L'errore di Kant è di muovere dalla critica DELLA RAGIONE CONVERSAZIONALE della conoscenza soltanto, anziché della coscienza: che, allora, si scoprirebbe in essa l'immanenza dell'essere in sé, come puro oggetto, cioè come idea. La metafisica critica può, dunque, essere definita come l'attività teorica della trascendenza nella immanenza dell'assoluto. Ma poiché la trascendenza é sforzo verso l'assoluto e non l'assoluto medesimo, la filosofia si personalizza; e non capitalizza, come la religione, un patrimonio di fede, ma si consuma in sempre nuovo sforzo. Con ciò Carabellese rende esphcito e risoluto il suo schierarsi per una filosofia critica contro ogni filosofia normativa. La filosofia rinunzia ad essere, con le proprie norme, la guidatrice di ogni concreta attività spirituale, avendo natura di sforzo, e non di scienza. La filosofia deve dunque abbandonare la scientificità, per salvare, insieme con la propria oggettività, quella stessa dell'essere. Dio come asso Giustificate COSÌ le tesi della Critica del concreto e quelle luto oggetto ^j £j^^Q^ i^filosofia?, la nuova analisi del Carabellese viene puro. a trovarsi direttamente di fronte al problema di Dio. Dio, come assoluto oggetto puro, é ancora il problema del lontano volume, L'essere e il problema religioso, filtrato, tuttavia, attraverso tutta l'esperienza storiografica e speculativa di quegli anni. Al volume era stato obiettato che l'essere, che è il piìi astratto dei concetti, non può illuminare il problema religioso, che é tra i piìi concreti; e la meditazione carabellesiana di quegli anni era stata la risposta a tale obiezione: l'inserzione dell'essere nel concreto. Perciò Carabellese torna a dire che la filosofia, non solo non può evitare, ma ha per suo compito oggettivo specifico il parlare di Dio, e il correggerne la rappresentazione realistica che ne dà generalmente la religione; nonché il liberare Dio dai due presupposti, della esistenza e della soggettività, senza peraltro aver punto la pretesa di contestare l'atteggiamento dell'adorazione religiosa: anzi, offrendole il suo vero oggetto. Dio è, non esiDÌO, afferma Carabellese, è, non esiste. Era stato detto ^già da molti altri, in particolare da Vico, al termine della // problema teologico Prima risposta al Giornale dei letterati: Impropriamente esplica la sua pietà chi come Cartesio inferisce dalla propria esistenza l’esistenza di Dio, perchè Dio non esiste, ma è e ancora: Iddio non c'è, ma è. Il senso, tuttavia, in cui il CarabeUese riprende questa formula è originale: Se, infatti, Dio è essere in sé, e l'esistere invece è essere in relazione, dire che Dio come tale esiste, comunque si intenda l'esistere, è pronunciare verbalmente soltanto una contraddizione, ma non dire nulla: affermare l'esistenza di Dio è negare Dio. Affermare l'esistenza di Dio è negare Dio rendendo impossibile uno spirito che lo affermi. Anche l'argomento ontologico, che CarabeUese come L'argomento quasi tutti gh idealisti riprende e accogUe originalmente, °s^°adattandolo al proprio tipo di idealismo, è bensì inadatto egH dice a dimostrare l'esistenza di Dio, ma serve ad attestarne la pura inseità: la quale è solo di Dio, dato che tutto ciò che esiste non è in sé, perchè l'esistenza sta proprio nella reciprocità, che è alterità, e non inseità. L'essenza dell'argomento ontologico sta proprio nella negazione della singolarità e rappresentatività di Dio negazione della quale l'inconoscibilità kantiana non è lontana. Pensare, e non pensare Dio, è davvero impossibile, come osserva AOSTA: perché Dio è l'oggettività di ogni atto di pensiero. La manifestazione dell'essere. Tuttavia questo essere come puro oggetto del pensiero, pur essendo stato immesso nel concreto, rischia facilmente di apparire troppo povero di determinazioni per costituire il problema oggettivo della filosofia. E negH anni dell'insegnamento di teoretica a Roma CarabeUese si sforza di quaUficarlo maggiormente, servendosi deUe determinazioni del tempo, secondo la hnea già indicata daUa Critica del concreto. Queste meditazioni di CarabeUese furono raccolte in cinque volumi di dispense, preparate da lui prima dei rispettivi corsi. I titoli sono: L'essere e la sua manifestazione. La dialettica delle forme; L'essere. Io GRICE PERSONAL IDENTITY THE “I” -- ; L'attività spirituale umana. Linee di una logica dell'essere. Uessere quali L'essere qualitativo egli spiega nel primo di questi tahvo. volumi proprio perchè è il diverso, presenta la sua attività, che è attività prima e principio di ogni attività, sotto tre aspetti, che finora hanno costituito tre ordini di problemi separati gli uni dagli altri, e che, quindi, sono stati risolti indipendentemente e incoerentemente: dico i problemi dei valori delle categorie e degU atti dell'attività spirituale. Anche se l'essere è una pura potenziahtà eterna, gli atti si diversificano: il passato, inserendosi nel presente, vi costituisce il fatto e il futuro vi costituisce il fine: Il fine, come già il fatto, è un diverso atto in sé, e ha anch'esso una sua oggettività pura, perchè il sommo fine in sé non può essere uno dei tanti che sentono il fine, ma dev'essere, invece, proprio quel tale unico sentimento del bene che tutti noi abbiamo quando ci proponiamo dei fini . La bellezza. Auchc la bellezza ritorna, nell'esame di Cara bellese, come realtà in sé del sentimento fondamentale, e, quindi, non come prodotto dell'arte crocianamente, bensì all'inverso come suo presupposto: Dio come bellezza è l'ineliminabile presupposto dell'arte e degli artisti. Coerentemente con tutto il resto della sua posizione, Carabellese considera un grave errore il presupporre l'artista al bello, cioè il singolare all'universale. Nella seconda parte dell'opera, intitolata L'io, Carabellese ribadisce la sua concezione della coscienza concreta: Il consapere è il sapere che io, compatta unità plurima, ho di Dio, l'unico universale. Maggiori novità si trovano nella parte su L'attività spirituale umana, che obbedisce a questo canone generale: L'attività spirituale umana attui l'essere: canone specificantesi poi nell'imperativo di attuare l'essere in quanto bene e in quanto necessità. Su quest'ultimo punto si fonda la logica, come legge dell'attività umana consapevole, dato La manifestazione dell'essere che il logo si rivela come lo stesso essere in quanto presente nell'attiva coscienza umana. Sotto questa rubrica Carabellese estende ora la sua riLa società. cerca a un campo che poteva sembrare marginale, rispetto ai suoi interessi, la società: poiché la logica, come legge dell'attività umana, sotto il suo aspetto sentimentale, è logica della famigha, oltre che della poesia e dell'arte, e sotto il suo aspetto intellettivo è logica della nazione, della scuola e della storia. Infine, sotto il suo aspetto vohtivo, è logica del popolo, dello Stato, del costume. Per quanto affiancate, però, da un volumetto, L'idea politica d'Italia, queste riflessioni di Carabellese sui temi della società appaiono prive di sufficiente elaborazione. Del resto, questo non è un caso: risponde al rifiuto del Carabellese di sacrificare alla concretezza della filosofia la sua universalità. Abbiamo già incontrato questo rifiuto nell'articolo, e nel Problema teologico; e lo troviamo ribadito negli scritti Che cos'è la filosofia? Esso non è altro che un corollario del rifiuto di accettare l'idealistica riduzione dell'essere alla coscienza, la quale impedirebbe alla filosofia di continuare ad essere filosofia dell'essere, e quindi, in ultima analisi, annullerebbe la possibilità della filosofia medesima. Capire ciò osserva una postilla al saggio irriducibilità deve essere ben difficile, se i miei amici, certo di filosofia. pronto ingegno, come Spirito prima e Calogero dopo, non hanno visto che, con la loro aperta professione di riduzione della filosofia alle determinate scienze (Spirito), o a filosofia della prassi (Calogero) non hanno fatto altro che dotarmi di spirito profetico, in quanto avevo prearmunziato il necessario finire della filosofia neohegehana in genere, e attuahstica in specie, nell'uno o nell'altro dei detti estremi Che cos'è la filosofia? La stessa soluzione che Carabellese aveva proposta, peraltro, \'iene da lui criticata, perchè in essa il problema interno della possibihtà del filosofare non era visto nella sua connessione colla soluzione ontologica del problema oggettivo. Là si parla ancora, infatti, di una trascendenza della filosofia, mentre la filosofia come la religione non è trascendente essa stessa, bensì ricerca del trascendente, trascendentalità. Entrambe, filosofia e religione, se rivendicassero il concreto, dovrebbero perire insieme nel contendersi tutta l'attività spirituale concreta, o una determinata forma di questa. Ma che periscano è impossibile: bisogna dunque che rinunzino entrambe alla concretezza, per salvarsi entrambe, ciascuna col suo proprio valore. Eppure questa rinunzia è ancora soltanto una condizione negativa. Dopo di essa bisogna chiedersi, come fa il saggio conclusivo del volume: È possibile filosofare? Kant aveva dimostrato secondo CarabeUese che una filosofia come specifico sapere dell'essere è indispensabile. Ma i post-kantiani annullarono la dimostrazione kantiana, e con ciò la stessa filosofia, ridotta all'attività spirituale in genere. Solo la riflessione pura della coscienza ontologica ristabilisce la possibilità della filosofia, evitando di identificarla, sia col sapere concreto delle scienze, sia con lo stesso principio trascendente verso il quale è sforzo. Allora problema interno e problema oggettivo del filosofare si stringono saldamente tra loro, pur senza confondersi: perchè sia possibile filosofare devesi ammettere l'essere in sé, del quale la filosofia sia riflessione; perchè si ammetta l'essere in sé, bisogna che sia possibile la filosofia come speciale sapere o meglio, se si vuole, come quello speciale atteggiamento di coscienza che ricerca il trascendente assoluto, che é l'essere in sé. La filosofia e I4. DcttO CÌÒ, tuttavia, l'oggethvtia. gj vcdc aucora da che cosa il filosofo possa desumere ciò che ha da dire.Il filosofo non deve professare la filosofia che a lui personalmente piaccia, ma quella a cui l'oggettiva coscienza lo induca Che cos'è la filosofia? ma quale è quella filosofia a cui l'oggettiva coscienza lo induce? A questa domanda Carabellese non può ri co. Sovranità della filosofia spendere, se non con una perenne problematicità, che corrisponde, in qualche modo, a quella problematicità che Spirito trarrà dall' attuaUsmo. Egli dice che la problematicità del filosofo non parte affatto dal nulla, né dalla negazione: parte dalla coscienza concreta: ma con ciò non fa altro che reinserirsi, in sostanza, nella tradizione socratico-platonica (Carabellese ne cita come rappresentanti Aristotele e Agostino, qui d'accordo, secondo cui sapere è sempre sapere in modo piìi espUcito ciò che già si sapeva. Questo appello a un implicito da esphcitare si giustifica, tuttavia, forse meno nell'ontologismo critico che nelle filosofie tradizionali, platoniche e cristiane. Queste riserve non tolgono che Carabellese, con il suo spirito profetivolume sulla possibilità della filosofia scritto che può considerarsi come il suo testamento spirituale ponga il tema principale del dibattito filosofico in Italia per almeno un decennio: il tema della morte della metafisica. Anche se non tutti coloro che conducevano quel dibattito si ricordarono di lui, anche se i più tra quelli che pronunziarono una sentenza di morte per la metafisica non si accorsero della loro ignoratio elenchi rispetto alle tesi del Carabellese, noi non possiamo non riconoscere ancora una volta in Carabellese una sorta di spirito profetico e, questa volta, anche rispetto al futuro. Con lucidità impressionante, infatti, egli respinge, insieme col pregiudizio della normatività della filosofia, l'identificazione tra filosofia e politica pura, tra filosofia e pohtica determinata, tra filosofia e storia della filosofia nel senso che sarà sostenuto poi, tra gh altri, da Garin e, infine, tra filosofia e fede oltre che, come già si è visto, tra filosofia e scienza e tra filosofia e prassi. La capacità di prevedere e prevenire i nemici, in Carabellese, non aveva l'eguale. Il vedere neUa non hegeliana identificazione di filosofia e politica pura la esasperazione della hegehana eticità dello Stato; il riconoscere l'inutihtà del filosofare nelle determinate esigenze poUtiche, contro il sogno platonico dei filosofi reggitori di Stato; il sostenere l'inutilità del filosofare per la vita, come segno deUa sovranità della filosofia, sono una battaglia combattuta in anticipo contro nemici non ancora tutti schierati. E, se si dove guardare al suo esito pragmaticamente e storicisticamente, si dove anche dire: una battaglia perduta. Ma il senso del testamento spirituale di Carabellese è appunto il rifiuto di una considerazione pragmatica e storicistica della filosofia. Questo rimane, anche se la tendenza a sacrificare il concreto all'universalità toghe, a quel rifiuto, molte opportunità di proporsi come più positivamente costruttivo. CrOCE giunse assai tardi alla Tardivo appro fìlosofia. Benché la sua attività di studioso fosse precocissima (prima dei vent'anni egli aveva già pubblicato alcuni lavori) e si esplicasse fin dall'inizio con rara intensità, tuttavia essa non offrì stimoli efficaci al manifestarsi della sua vocazione filosofica, essendo dominata d’una curiosità d’erudito e di letterato che trova il suo pascolo nella ricerca d'archivio e di biblioteca, in collaborazione con altra onesta e buona e mite gente, uomini che non avevano l'abito del troppo pensare {Etica e Politica, Bari), come s’esprime Croce stesso; ne taU stimoU al pensare venivano offerti a Croce dai casi della vita e dalle influenze dei vari ambienti in cui tah casi si verificavano sotto forma di problemi spirituali d'indole etico-rehgiosa, o pratico-sociale, e simili (e son preziose per questo rispetto le confessioni del Croce medesimo nel suo Contributo alla critica di me stesso, ripubbhcato in appendice al volume Etica e Politica. Nato a Pescasseroh, paese montano degl'Abruzzi, l’amhiente da una ricca famiglia di proprietari terrieri, trova in questa esempi di severe virtii domestiche, austera laboriosità del padre nell'amministrazione del suo patrimonio, cura attenta e amorosa della casa da parte della madre, la quale serba altresì amore per i libri e soprattutto pella letteratura romantica di costume medievale oltre che pell'arte e per gl’antichi monumenti, amore che trasmise vivissimo fin dai primi anni d'infanzia al figlio, il quale come scrive si trova ad avere in tutta la sua fanciullezza come un cuore nel cuore, e questo cuore era la letteratura o piuttosto la storia. Ma manca in quell'ambiente familiare qualunque risonanza di vita pubblica e politica: il persistente segreto attaccamento ai Borboni, la sorda diffidenza pelle idee e il costume del nuovo stato piemontese, vietavano ogni partecipazione attiva al moto del risorgimento e all'opera di costruzione del nuovo stato nazionale. E le relazioni della famigha con i due fratelli SPAVENTA, cugini del padre, s’erano rotte: l'ex-prete Bertrando, allora professore di filosofia a Roma, era oggetto di scandalo per la sua apostasia; e Silvio, esponente autorevole del liberalismo trionfante, era sentito come l'incarnazione di quel mondo a cui i Croce erano intimamente estranei o avversi. Eguale sordità alle esigenze della nuova politica e del nuovo pensiero, Croce trova nel collegio tenuto d’ecclesiastici a Napoli, dove egli entra a circa io anni e dove compì i suoi studi secondari, che alimentarono le sue inclinazioni letterario-erudite, specialmente sotto l'influenza di SANCTIS e CARDUCCIC, da lui letti e riletti sui banchi del liceo, senza che tuttavia riuscisse a sentire, se non in modo superficiale l'alta ispirazione morale della loro opera critica. E si compì in quegli anni quella ch'egli chiama crisi religiosa, determinata non da profondo travaglio o inquietudine interiore, ma dal graduale spontaneo spegnersi dell'adesione a credenze da lui fino allora passivamente accolte e dall'abbandono delle pratiche esteriori. Gli studi. Al termine degli studi secondari, la sua vita fu sconvolta da una gravissima sciagura familiare, la perdita d’entrambi / casi della vita i genitori e dell'unica sorella nel terremoto di Casamicciola (nell'isola d'Ischia, dove la famiglia era a villeggiare), ed egli stesso rimase per molte ore seppellito sotto le macerie, uscendone colle ossa fracassate. Guarito daUe ferite, avendo lo zio Silvio Spaventa assunto la tutela dei due orfani sopravvissuti, egli si trasferi a Roma, in casa del tutore, e ci rimase tre anni. In questo periodo fece due esperienze nuove, che lasciarono tracce durevoli nel suo spirito: casa Spaventa era frequentata da gran numero di parlamentari e giornalisti ed esponenti deUa cultura universitaria, tra i quali si accendevano vivacissime discussioni sui fatti del giorno e sugh avvenimenti della vita politica, discussioni dominate da passioni e contrasti così importanti e violenti da turbare l'animo del giovanetto che vi assisteva, trasformando l'indifferenza pella politica, propria degli ambienti in cui fino allora era vissuto, in vera e propria avversione. D'altra parte, iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza, per essere avviato alla diplomazia, non trovò in quegU studi nulla che lo interessasse e valesse a placare le sue ansie per la vita avvenire, a sollevare il suo spirito dalla nera depressione nella quale la sciagura famihare lo aveva lasciato (fu pessimo scolaro, e non giunse mai alla laurea). Ma nella Facoltà di Lettere insegna allora Filosofia Morale un uomo di grande ingegno e di forti entusiasmi, Labriola, ch'egU aveva conosciuto e preso ad ammirare nelle conversazioni serali di casa Spaventa. Croce si diede a frequentare le lezioni universitarie del Labriola, e ne fu preso. Quelle lezioni scrive Croce nel suo Contributo Labriola, vennero incontro inaspettatamente al mio angoscioso bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri, avendo perso la guida della dottrina rehgiosa e sentendomi nel tempo stesso insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quah non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione della moraUtà stessa, risoluta in egoismo piìi o meno larvato. L'etica herbartiana del Labriola valse a restaurare nel mio animo la maestà dell'ideale, del L'idealismo storicistico di Croce dover essere contrapposto all'essere, e misterioso in quel suo contrapporsi, ma perciò stesso assoluto e intransigente. L'herbartismo del Labriola suscita in Croce reverenza per forme ideali eterne, platonicamente scisse dal reale e collocate nell'empireo, fornenti nella loro assolutezza un solido fondamento alla morale, e anda incontro alla sua istintiva avversione al naturalism.o positivistico, che sommerge nell'esperienza e abbassa a superstizione ogni culto dell'ideale.Piiì tardi Croce tornerà sull'herbartismo, e porrà ogni suo sforzo nell'intento di colmare quell'abisso tra ideale e reale, attribuendo alle idee calate dall'empireo nel mondo dell'esperienza il valore di principii direttivi o forme dell'operare umano, e riconoscendo le esigenze più profonde dell'aborrito positivismo. Ma per il momento l'herbartismo suscita in lui un fermentare d'idee sul rapporto tra dovere e piacere, sulla distinzione tra azioni ispirate al rispetto della pura idea morale e quelle scaturite da impulsi passionali. Indagini eruTomato a NapoH, dopo tre anni di soggiorno a Roma, lasciata la pohticante società romana acre di passioni, entrò in una società tutta composta di bibliotecari, archivisti, eruditi, curiosi e a quella società egli si adeguò pienamente e fu com'egli dice tutto versato nell'esterno, cioè nelle ricerche di erudizione. L'intensità e la foga di questo lavoro d'indagini nei campi angusti degli aneddoti e curiosità, finì col produrre in lui sazietà e disgusto per quelle esercitazioni esterne. E da questo scontento credette di poter uscire allargando l'orizzonte delle sue ricerche dall'ambito di vicende locali a quello della vita morale delle nazioni nei loro reciproci rapporti (ad esempio i rapporti italo-spagnoH nel Rinascimento). Ma di quello scontento egli intuì la più vera e profonda ragione nel fatto che, mentre da tanti anni fa o crede di fare storia, non sa che cosa fosse la storia, quale ne fosse la natura: e meditando su questo problema, con ampie letture (prendendo, tra l'altro, un primo contatto con La scienza nuova del Vico) s'accorse che la dite / casi della vita soluzione di esso impKca un radicale cangiamento di prospettiva, uno spostamento d'interesse da quello che è l'oggetto del conoscere storico, dai fatti costituenti il passato che s'intende ricostruire, alla mente dello storico che è il soggetto di quell'opera di ricostruzione, per ricercare in essa, nella coscienza dell'uomo, i tratti specifici di quella forma di conoscenza che è la conoscenza storica nelle sue connessioni con le altre forme di sapere di cui l'uomo è capace e con l'operare pratico costitutivo della vita dell'uomo. Era, // problema quello, un problema di logica della storia, concernente cioè '^*^il concetto della storia, era dunque un problema di filosofia, di filosofia sulla storia. Da queste meditazioni nacque il saggio La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte, che fu come dice Croce come una rivelazione di me a me stesso, come cosa che mi sta a cuore e mi usce dal cuore, e non come una più o meno frivola e indifferente scrittura di erudizione. Quel saggio suscita un gran fervore di polemiche che tennero impegnato Croce per vari mesi, e lo indussero a chiarire e sviluppare il suo pensiero in vari scritti, raccolti poi nel volume Saggi. Ma quando, gettata luce filosofica sul lavoro storico, egH crede di poter tornare a questo riprendendo le sue ricerche sui rapporti tra ItaUa e Spagna, una nuova spinta improvvisa e irresistibile lo ricacciò con rinnovato fervore nelle riflessioni sul problema della storia e fu un secondo incontro col suo maestro e amico Labriola, che, passato dall'herbartismo al marxismo, mise il suo amico a parte dell'opera, a cui egli si era accinto, di teorizzamento del socialismo e della dottrina del materiahsmo storico che ne costituiva l'ideologia. Il contatto col marxismo ingenerò nel Croce anche un 11 marxismo. appassionamento politico, la fede sociaHstica nella pahngenesi del genere umano redento dal lavoro, e nel lavoro: ma fu un appassionamento politico passeggero, che quella fede fu corrosa dalla critica ch'egU venne facendo dei concetti del marxismo, in una serie di saggi, da lui scritti, raccolti poi nel volume che porta il titolo Materialismo storico ed economia marxistica. Ma del tumulto di quegli anni mi rimase come buon frutto l'accresciuta esperienza dei problemi umani e il rinvigorito spirito filosofico Saggi, Bari. Croce si sente ormai maturo per dare una organica sistemazione alle idee sulla storia, scaturite primamente dalle riflessioni sulla connessione della storia con l'arte e ampliatesi poi e approfonditesi nell'esperienza marxistica. Quest'organica sistemazione costituirà quella che Croce chiamerà Filosofia dello Spirito, che si apre con l'Estetica e si conclude con la Teoria e storia della storiografia, occupando il quindicennio che precede la guerra mondiale. Politica attiva. Dopo la fine della guerra Croce, senatore, entrò a far parte del gabinetto Giolitti come ministro dell'Istruzione, e progettò una riforma scolastica che, tuttavia, non ebbe il tempo di far approvare dalle Camere, per la caduta del Ministero. Con l'avvento del fascismo non volle pili accettare incarichi di governo, ma lui stesso indica in Gentile l'uomo che avrebbe potuto portare a termine la riforma. Già in questo momento, tuttavia, i rapporti tra i due filosofi si andavno raffreddando: sia per ragioni teoriche (come vedremo), accentuate ancora dalle polemiche tra i rispettivi discepoli, sia per ragioni politiche. Dopo il delitto Matteotti, Croce, che aveva in un primo tempo accettato il fascismo come minor male, muta il suo voto favorevole, prudente e patriottico, in una decisa opposizione. Cessa quasi del tutto di frequentare il Senato, e pronunziò, e mise per scritto, severe condanne del fascismo. Salvo, tuttavia, un'invasione della sua casa napoletana da parte d’esagitati, che la moglie Adele contribuì a fermare, fu sempre lasciato tranquillo, e alla rivista che Croce fonda, La critica, fu lasciata una libertà, per quei tempi, eccezionale. Questa voce d'opposizione, per un verso, serviva da aUbi culturale al regime, ma per un altro servì a raccogliere intorno al crocianesimo tutto l'antifascismo rimasto nei / casi della vita confini italiani. Caduto il fascismo, tuttavia, non riuscì a Croce di trattenere se non in minima parte tale antifascismo nel quadro e nello spirito del ricostituito partito liberale, di cui Croce fu presidente. Membro della Costituente e ministro, Croce conclude definitivamente la sua vita politica, per proseguire senza soste i suoi studi, fino alla morte. Lasciò parte del suo palazzo napoletano e la ricchissima biblioteca all'Istituto per gli studi storici, da lui fondato, con lo scopo soprattutto d’indirizzare i filosofi verso quelle ricerche che più aveva amate. La storia come arte e come scienza. Avendo l'occhio alla futura costruzione del sistema della Filosofia dello Spirito, delineeremo brevemente come preparazione di essa le idee principah contenute così nella memoria su La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte e negh scritti ad essa collegati, come nella raccolta dei saggi sul Materialismo stanco. Nell'attività intellettuale di Croce, la ricerca La storia tra storico-erudita e quella storico-letteraria o critica della poesia erano costantemente affiancate e spesso (come ad esempio nell'esame della poesia popolare e delle leggende locali) s'intrecciavano tra loro, guidate, se non dal concetto, dall'intravvedimento d'un'affinità spirituale e d'una comune radice spirituale della storia e dell'arte. Si capisce quindi che, quando nella Memoria con cui Croce inizia la sua attività filosofica, prese ad esaminare di proposito nei suoi termini più generali il problema della natura della storia, egH avesse presente quel ravvicinamento della storia all'arte, da lui sperimentato negh anni precedenti. E partendo dal presupposto comunemente accettato, anche se non criticamente fondato che vi siano due e non più di due forme di conoscenza, quella sopraccennata dell'arte e quella della scienza, il problema deUa natura della conoscenza storica assume la forma del problema se la storia rientrasse nell'ambito dell'arte o in quello della scienza, e si risolve arte e scienza. con la tesi che la storia non si identificasse senz'altro con l'arte, ma fosse riducibile sotto il concetto generale dell'arte, come suona il titolo della Memoria. Occorre dunque innanzi tutto precisare i caratteri che differenziano l'arte dalla scienza. E in questa precisazione si conclude che la scienza è elaborazione della realtà in forma concettuale, per cui il particolare è inteso in quanto riportato all'universale; l'arte invece è elaborazione della realtà in forma rappresentativa, è conoscenza immediata o intuitiva dell'individuale. Vero è che Croce, all'inizio della sua Memoria, esaminando le varie definizioni dell'arte date dagli studiosi, ritiene come sola definizione accettabile quella che gH storici dell'Estetica attribuiscono ad Hegel, secondo la quale l'arte è manifestazione sensibile o ESPRESSIONE di qualcosa che per Hegel è l'idea. Sembra che con ciò Croce enunci un concetto dell'arte, nuovo rispetto a quello dell'arte come conoscenza dell'individuale. Ma in effetti Croce non dà al concetto d’ESPRESSIONE alcun rilievo particolare in questo senso, e in ogni caso non sarebbe pertinente al problema ch'egH discute, concernente la natura artistica della storia: per questo problema il concetto di arte-espressione è irrilevante, mentre s’accentua a questo scopo il concetto di arte come conoscenza rappresentativa, non concettuale. La storia come Da quauto SÌ è detto sui caratteri differenziali tra scienza e arte, risulta che la storia non è scienza, appunto perchè non elabora concetti, ma espone fatti nella loro concretezza individuale. Vero è che da varie parti si è tentato di considerare la storia come elaborazione di concetti. Da parte del positivismo la storia è presentata come scienza dello svolgimento degli uomini nella loro attività di esseri sociali, identificandola colla sociologia, che convertiva l'idea della vita storica nella monotona ripetizione di alcuni schemi poHtici, sociali e variamente istituzionah, e nell'azione di alcune leggi generali, e con tale conversione si menava vanto d' innalzare 1'ingenua storia degli storici a scienza positiva e naturale. E d'altra parte, arte La storia come arte e come scienza nel tempo stesso il positivismo abbassava l'arte a piacere dei sensi, piacere di associazioni psichiche, piacere di abitudini e disposizioni ereditarie non diverso da quello dell'utile e non mancavano coloro che la riportano addirittura all'istinto sessuale o alla preistoria animalesca e la descriveno come una sorta di Hbidine affinata e svaporata. Contro tali deformazioni del concetto di storia, miranti Polemiche canai caratterizzare la storia come scienza o elaborazione con^^0 le pseudostorte. cettuale, Croce assume un atteggiamento risolutamente polemico. Per quel che riguarda il positivismo, come contro il sensismo che considera l'arte torbida e oscura vibrazione del piacere e dell'utile, Croce riafferma che l'arte è conoscenza, così contro il sociologismo afferma che la storia non è conoscenza di ritmi generali della vita sociale, ma è, al pari dell'arte, conoscenza di fatti individuah; e agli evoluzionisti osserva che la storia non è scienza dello svolgimento, non determina che cosa lo svolgimento è (compito, questo, della filosofia indagatrice dei concetti che sono i principii dell'essere); la storia espone i fatti dello svolgimento umano. E con argomenti analoghi critica la filosofia della storia. Che la realtà storica sia attingibile all'esperienza e sia specificamente realtà umana, è concetto che si collega a un ordine di considerazioni con cui Croce fa un nuovo passo avanti sulla questione della natura della storia. Si, la storia s'è visto è riducibile sotto il concetto generale dell'arte, in quanto questa è conoscenza rappresentativa della realtà, intuizione immediata e irriflessa dell'individuale nella sua concretezza. Ma non per questo la storia s'identifica con l'arte: entro l'ambito della produzione estetica la storia occupa un suo posto speciale che si tratta di definire. La storia, rispetto alle altre produzioni dell'arte, si occupa non di ciò ch'è possibile, ma di ciò ch'è realmente accaduto. E sta al complesso della produzione dell'arte come la parte al tutto; Ora, nel senso corrente della parola, si chiama arte solo quell'attività, ch'è diretta a rappresentare il possibile (piìi propriamente l'arte in senso stretto è indifferente alla distinzione tra possibile e reale. In fondo, anche la rappresentazione del realmente accaduto la storia è processo essenzialmente artistico ed offre interesse simile a quello dell'arte. Costruire la Prima Condizione per avere una storia vera (e insieme narrazione. opera d'arte) è secondo Croce che sia possibile costruire una narrazione, cioè appurare la materia da esporre con lavori preparatore di ricerca critica e interpretazione dei documenti, i quali tuttavia solo di rado consentono una narrazione completa, ostacolata dal sorgere continuo di dubbi e riserve e discussioni. Ma a questo punto il problema della natura della storia cambia radicalmente d'aspetto e presenta gravi difficoltà: è conciliabile l'antico concetto di storia-arte col nuovo di storia-narrazione? Si può ancora mantenere la tesi che la storia sia rappresentazione immediata e irriflessa e intuitiva, escludente qualsiasi elaborazione concettuale, quando si afferma che la storia-narrazione ha il compito di ridurre i fatti alle loro cause, e questo compito implica un complesso e faticoso lavoro di preparazione che, per giunta, solo di rado porta allo scopo? Non occorre forse rinunziare a quella che era la tesi fondamentale della Memoria, che la storia dovendo essere ricondotta sotto il concetto dell'arte, resta esclusa dall'ambito della Scienza? Questi interrogativi si fanno sempre piìi assillanti, via via che procediamo nell'esame di considerazioni espHcative che Croce fa negli scrittarelli da lui pubblicati nei due anni successivi, e particolarmente in quelli sulla filosofia della storia e in quelli sulla classificazione dello scibile: considerazioni le quali, pur con oscillazioni derivanti dall'attaccamento alla vecchia tesi della storia-arte, accentuano il carattere scientifico del concetto di storia-narrazione. Distinzione tra Del resto è Opportuno sottolineare Croce stesso possibile e reale. ^Iq^^ìì anni dopo, quando aveva già percorso un lungo itinerario speculativo fino al punto di giungere alla sua tesi La storia come arte e come scienza fondamentale dell’identità della storia colla filosofia quale scienza dei concetti puri, raccogliendo in saggi gli scritti sopra esaminati, scrive nella prefazione ad esso, che quando compone quegli scritti, non scorge il problema che la concezione della storia come rappresentazione estetica del reale, gli pone innanzi: ossia, che una rappresentazione, nella quale il reale è dialetticamente distinto dal possibile, è più che semplice rappresentazione ed estetica intuizione, e s’attua proprio per virtù del concetto, filosoficamente inteso come unità d’universale e individuale. Il problema della storia negli studi marxistici. Dal travaglio di pensiero che s’esprime negli scritti crociani afiìora sempre più chiaro il convincimento che la storia, pur rimanendo saldata all'arte nelle sue radici, in quanto conoscenza rappresentativa, a-concettuale del reale nella sua concreta individualità, implichi altresì in quanto narrazione di fatti realmente accaduti un'elaborazione dei dati pella quale i fatti siano ricondotti alle loro cause, in una concezione generale della natura dell'uomo autore della storia tanto come individuo quanto come essere sociale: e in questa elaborazione la storia s’accosta alla scienza. Siffatto convincimento, che negli scritti sopra accennati volti alla dimostrazione della riducibilità della storia sotto il concetto generale dell'arte appare vacillante e marginale, si consolida e si pone al centro della riflessione speculativa di Croce, quando, attraverso i suoi rapporti con LABRIOLA, gli si venne scoprendo un mondo nuovo, a lui fino allora del tutto ignoto, raffigurato nella dottrina marxistica del materialismo storico, di cui LABRIOLA si rivela autorevolissimo interprete in saggi pubblicati a cura dello stesso Croce. Intanto io scrive Croce molti anni più tardi, Lo studio d’infiammato dalla lettura delle pagine di LABRIOLA, preso dal sentimento d’una rivelazione che s’apre al mio spirito Marx. ansioso, mi cacciai tutto nello studio di Marx e degl’economisti e dei comunisti moderni e antichi, studio che dovevo proseguire intensamente, per oltre due anni - Materialismo storico ed economia marxistica, Bari, Appendice. Frutto di questo studio fu una serie di saggi, raccolti nel volume dal titolo Materialismo storico ed economia marxistica. Ed è opportuno sottolineare subito il punto di vista dal quale per esplicita dichiarazione egli si propone d’esaminare la dottrina marxistica: questa gl’importa soprattutto al fine di quel che se ne potesse o no trarre per concepire in modo piti vivo e pieno la filosofia e intendere meglio la storia -- Appendice; il che significa che, nell'interpretazione del marxismo, nello sforzo di liberarne il nocciolo sano dalle sovrapposizioni accidentali introdottevi dallo stesso autore e dalle incaute deduzioni della scuola, erano presenti al Croce gli stessi problemi attorno a cui egli si travaglia fin dal periodo precedente, e cioè la natura gnoseologica della storia e la determinazione del posto che essa occupa nel quadro generale della vita spirituale, che è compito della filosofia delineare. Era un allargamento d'orizzonte e un arricchimento di materiale idoneo all'avviamento a soluzione, ma in una continuità di problematica. Il materialismo storico presenta due aspetti, che Croce nettamente distingue pur riconoscendo che nella dottrina sono strettamente connessi. Il materialismo Per un lato, esso vuol essere una teoria scientifica, che storico. mette in luce la struttura del divenire storico. Sostrato della storia è l'economia, cioè quel sistema nei rapporti tra l'uomo e le cose della natura e tra l'uomo e l'uomo, che si concreta nel LAVORO – GRICE ONTOLOGICAL MARXISM --, produttivo per un lato di beni materiali, il cui valore, s'identifica e si commisura colla quantità di lavoro necessario a produrli, e pell'altro lato di socialità e divisione di classi in un giuoco d'interessi contrastanti. Di questa Il problema della storia negli studi marxistici struttura reale della storia sono eco o riflesso (sovrastrutture) quelle manifestazioni della vita umana che si chiamano moralità e religione, diritto e politica, arte e scienza o filosofia, sistemi d'idee (ideologie) attraverso i quaU l'uomo acquista coscienza del suo proprio essere economico e del divenire d’esso nella storia. Pell'altro lato, il materialismo storico è un programma Il programma pratico-politico, che, appoggiandosi sulla previsione dell'avP^^o'^^arx. venire umano resa possibile dalla teoria, assegna all'azione degll’uomini una direttiva rivoluzionaria, tendente cioè non più a comprendere ma a cangiare la realtà storica, verso uno sbocco finale nel quale il dramma della storia abbia il suo scioglimento (rivoluzione comunista). La necessità immanente al divenire storico porta, nell'età moderna, alla strutturazione della società sulla base dell'economia capitalistica, caratterizzata dalla formazione di due classi in reciproca lotta radicale: l'una è quella dei detentori di tutti gli strumenti di produzione, minoranza privilegiata sempre pili ristretta, classe dominante; l'altra è la massa di coloro, che, per vivere, dispongono soltanto del lavoro delle proprie braccia che, in regime di sfrenata concorrenza, essi sono costretti a vendere ai dominatori a condizioni sempre più esose. La ripartizione della ricchezza prodotta si traduce in un sistema d’implacabile sfruttamento dei lavoratori da parte dei datori di lavoro. Quando lo sfruttamento avrà raggiunto il suo culmine, non potrà non determinarsi l'insorgere degli sfruttati contro gli sfruttatori, non potrà non determinarsi l'urto violento fra le due classi, la rivoluzione che spezzerà l'involucro capitalistico e porta all'espropriazione degl’espropriatori. I capitalisti abbandoneranno allora alle masse gli strumenti di produzione di cui si sono impossessati. Lo stato italiano diventa così l'unico imprenditore e datore di lavoro. E coll'abolizione della proprietà privata cessa anche la divisione della società in classi. A conclusione delle lunghe ricerche e meditazioni su questo mondo di pensiero rivelatogli da LABRIOLA, Croce L. storia della filosofia. ima espresse sul materialismo storico il suo giudizio che ulteriormente sarà sviluppato e articolato, ma non mutato nella sua sostanza in due saggi, uno intitolato Sulla forma scientifica del materialismo storico, e l'altro intitolato Pell’interpretazione e la critica d’alcuni concetti del marxismo, nel voi. cit. Materialismo storico. Critica del conE innanzitutto affronta la tesi che è al centro della dottrina, secondo la quale sostrato o struttura sottostante della Storia, sorreggente tutto il resto e principio di spiegazione, è l'Economia. In questa tesi egli rileva un'ambiguità fondamentale. Per un verso l'Economia è presentata come una entità trascendente la storia, materia, in quanto negazione della spiritualità o coscienza umana, dea ascosa della storia, quella che tira i fili dei personaggi e delle loro azioni, con un disegno preordinato, implicante uno stadio terminale e apocahttico, che segna il passaggio fatale dalla servitù al regno della libertà; forma o nome nuovo dell'antico Dio dei teologi o dell'Assoluto e dell'Idea dei metafisici. Ne deriva la conseguenza deUa tendenza metodologica a costruire la storia secondo leggi a priori, mettendo a tacere la voce genuina dei fatti; ne deriva altresì una scissione, nella vita storica, tra realtà e apparenza, noumeno e fenomeno, tra essere originario materiale non determinato dalla coscienza e coscienza determinata dell'essere, tra struttura economica e soprastrutture ideologiche. Per l'altro verso: il materialismo storico è una prospettiva di umanizzazione dell'economia, in quanto questa non è che un momento o aspetto dell'operosità umana, unica autrice della storia, inserita quindi in un processo immanente a un processo di vita cosciente o spirituale, che la salda a tutte le altre manifestazioni egualmente originarie, della coscienza. La dialettica dell'economia non è l'astratta dialettica dell'Idea, ma la dialettica dei bisogni ossia dell'effettiva operosità umana, quale si concreta e si svolge non in forme meccanicamente preordinate e prevedibili a priori, ma in fatti empiricamente accertabili; la storia è concepita come Il problema della storia negli studi marxistici un unico tutto, in cui è indistinguibile il nocciolo dalla corteccia; lo spirito, creatore della propria storia, non è lo spirito economico, cioè in una forma particolare e astratta, ma è lo spirito nella sua reale unità e totalità; si scioglie quindi il nesso arbitrario fra storia e problema socialista e in genere economico, e si annoda quello tra storia e vita, concependosi la vita nella totalità delle sue forme, a ogni momento nuova, e perciò anche come economia, ma non solo come economia. Questi due ordini di motivi sono frammisti e confusi. Filosofia delia cosi nell'esposizione dei due fondatori della dottrina Marx ^smrcHHcoT^' e Engels come nei seguaci della scuola. Per Croce si tratta di due orientamenti opposti, termini d'un'alternativa che impone una scelta: o la via vecchia delle filosofìe della storia, teologiche o metafìsiche che siano, o la via nuova d'un umanismo critico e realistico. Abbiamo veduto che Croce, anche prima di prender contatto col marxismo, aveva preso un atteggiamento di netta opposizione ad ogni forma di filosofìa della storia; si comprende quindi come, di fronte al materialismo storico, egli ribadisca il concetto che la reazione filosofica dello spirito critico ha colpito a morte e gettato a teiTa quelle costruzioni della storia, fantasiose e arbitrarie e anche tendenziose; e affermi risolutamente, per far valere quegli elementi in esso contenuti che costituiscono un contributo positivo e fecondo al rinnovamento della storiografìa e della filosofìa, che il materialismo storico non è una filosofìa della storia -- Materialismo storico ; e per la distinzione dei due opposti orientamenti del materialismo, l'opera di Croce, Storia della storiografia italiana, Bari, Laterza. Per quali ragioni il materialismo storico non ha validità come filosofìa della storia? E per quali ragioni gli autori e gl’interpreti d’esso gl’hanno dato questo orientamento fallace? Alla prima domanda Croce risponde: la possibilità d'una filosofìa della storia presuppone la possibilità d’una risoluzione concettuale del corso della storia, ossia, di ritrovare il concetto al quale si riducono i complessi fatti storici, di scoprire in una parola la legge della storia. Ora mentre è possibile ridurre concettualmente gl’elementi di realtà che appaiono nella storia (moralità, diritto, economia, arte, scienza) e anche le loro relazioni reciproche, non è possibile elaborare concettualmente il complesso individuato di questi elementi, ossia il fatto concreto, che è il corso storico Materialismo storico. La società è un dato scrive LABRIOLA, e CROCE vi aderisce, e la storia non è che storia della società. Il materialismo storico non è una teoria rigorosa. Li conclusione, per Croce nel materialismo storico non bisogna cercare una teoria da prendere in senso rigoroso e anzi esso non è punto quel che si dice propriamente una teoria. Il che non significa disconoscimento del valore delle feconde scoperte che sono dovute al materialismo storico per intendere la vita e la storia, l'affermazione della reciproca dipendenza di tutte le parti della vita, e della genesi d’esse dal sottosuolo economico: sicché è accettabile l'affermazione d’'Engels che le condizioni economiche formano il filo rosso che attraversa tutta la storia e ne guida l'intendimento. Rispetto alla storiografia, il materialismo storico si risolve in un ammonimento a tener presenti le osservazioni fatte da esso come nuovo sussidio a intendere la storia, fornisce allo storico un buon paio di occhiali, che permette al miope di vedere ben altrimenti e di dare contorni precisi a tante ombre incerte; ma sono formule non assolute, che sottintendono sempre un presso a poco e un all'incirca. Esso sorge dal bisogno di rendersi conto d’una determinata configurazione sociale, quella scaturita dalla Rivoluzione francese, non già dal proposito di ricercare i fattori della vita storica in generale, e si formò nella testa di politici e di rivoluzionari e non già di freddi e compassati scienziati di biblioteca. Per Croce, Marx era personalità di uomo pratico e rivoluzionario, impaziente di ricerche schiettamente storiche, preoccupato soprattutto di cercare nelle anahsi della società ti co. Il problema della storia negli studi marxistici attuale capitalistica le premesse per una società futura comunistica da realizzare con un'azione rivoluzionaria, a cui una teleologia storica, determinata a priori, assicurasse con una infallibile previsione dell'avvenire il pieno successo. Per lui tra la comprensione della realtà storica e l'azione Prevalere deivolta, a cangiare questa realtà v'è connessione, ma non «'•'^sse pf^nel senso che l'una costituisca il prius che condiziona l'altra, bensì nel senso che sia l'azione a crearsi quella forma di comprensione che si presti a fungere da strumento per lo scopo che essa persegue. Un tal predominio dell'interesse pratico-politico su quello teorico-scientifico Croce rileva anche in LABRIOLA, che pure, nella sua interpretazione del marxismo, da un riUevo all'aspetto umanistico d’esso, tale che alla sua posizione s’era inizialmente appoggiato Croce nella sua critica del marxismo quale filosofìa della storia. Egli, che pure ha così alto il rispetto della storia ed è così cauto di fronte ai fatti concreti, rimane impigliato nelle formule teoriche del materialismo storico, non riesce a liberarsi del tutto dal fardello delle teorie metafìsiche. In lui, che pure era uomo di scienza, predomina la fede nell'immancabile avvento del comunismo, e questa fede era sostenuta e illuminata dalla Weltanschauung metafìsica del materialismo storico, ultima e definitiva filosofìa della storia. Sicché per lui la posizione di Croce che, preso da tenace passione scientifica, accetta, sia pure con limitazioni e riserve, 1'economismo marxistico, ma rifiuta recisamente il socialismo significa rinuncia ad intendere sia l'uno che l'altro dei due termini; era posizione d' intellettuale indifferente alle lotte della vita, d’epicureo contemplante amatore solo dei dibattiti delle idee nei Hbri. Contro una tale connessione o anzi identificazione, operata da LABRIOLA, tra interpretazione materialistica della storia e sociaHsmo, Croce scrive: Spogliato il materialismo storico di ogni sopravvivenza di finalità e di disegni provvidenziali, esso non può dare appoggio né al socialismo né a qualsiasi altro indirizzo pratico della vita. Solamente nelle sue determinazioni storiche particolari, nell’osservazione che per mezzo d’esso sarà possibile fare, si potrà eventualmente trovare un legame tra materiahsmo storico e socialismo. L'osservazione sarà, per esempio, la seguente: la società è ora così conformata che la più adatta soluzione, che contiene in sé, è il socialismo. Osservazione la quale, per altro, non potrà diventare azione e fatto senza una serie di complementi, che sono motivi d’interesse economico non meno che etici e sentimentali, giudizi morali ed entusiasmi di fede. Per sé stessa, è fredda e impotente. Il rapporto tra È qui adombrato il problema del rapporto tra conoscere conoscere e agi^ agire, che sarà d'ora innanzi costantemente presente alla speculazione crociana e avrà la sua più articolata e ragionata formulazione nell'opera che porta appunto il titolo di La storia come pensiero e come azione. La critica crociana del materialismo storico quale teoria dell'interpretazione della storia ha mirato finora a liberare quella dottrina d’ogni concetto aprioristico sia che si trattasse d’eredità hegeliana, sia che si tratta di contagio di volgare evoluzionismo, sia che fosse richiesto dalla preoccupazione di dare fondamento saldo alle previsioni dell'avvenire contenute nel programma d'azione pratico politico proprio del socialismo. Compiuta quest'opera negativa, si ripropone la questione da cui essa ha preso le mosse: si salva dalla critica qualcosa per cui il materialismo storico possa essere utilizzato dalla storiografia? Che cosa può farsi di esso per un compiuto intendimento della storia? E si risponde: il materiahsmo storico è accettabile solo come canone d'interpretazione storica, che consiglia di rivolgere l'attenzione al cosiddetto sostrato economico delle società, per intendere meglio le loro configurazioni e vicende: canone che non importa nessuna anticipazione di risultati, ma solamente un aiuto a cercarli, e che é di uso affatto em.pirico. Il materialismo storico non può essere che questo: una somma di nuovi dati, di nuove esperienze, che entrano nella coscienza dello storico. Il problema della storia negli studi marxistici In questa formula crociana perchè se ne intenda il significato e la portata è da sottolineare il rilievo che in essa è dato al carattere d'interiorità, alla coscienza dello storico, del nuovo canone d'interpretazione. Non si tratta d’accrescimento quantitativo del materiale elaborato dallo storico, di aggiunta di fatti nuovi a quelli già considerati dall'antica storiografia nella loro esteriorità, e presunta oggettività; si tratta invece di dare alla coscienza storiografica una dimensione nuova, di arricchire con nuovi elementi l'interesse vivo dello storico, per penetrare nel passato, e comprenderlo in una sempre più articolata connessione dei fatti; opera quindi della mente dello storico. Ecco in che senso Croce ha utihzzato il materialismo 11 posto dei penstorico ai fini della soluzione dei problemi su cui la sua spe^o logico nei \ la storiografia. culazione si travagliava anche prima di entrare a contatto con la nuova dottrina. Ricordiamo che questi problemi si accentravano nello sforzo di determinare la natura della storia e la sua riducibilità sotto il concetto dell'arte. In questo sforzo si affermava sempre più chiara l'esigenza d'integrare e conciliare, nella storia, con l'elaborazione intuitiva dei fatti per la quale s'identifica con l'arte, un'elaborazione concettuale che la ravvicina alla scienza. Ora l'esame critico del materialismo storico, che scopriva nell'economismo della vita sociale un nuovo canone d'interpretazione storica, rafforza la convinzione della necessità d’avvicinare la storia aUa scienza. Il nuovo canone d'interpretazione, per un lato, apre un campo di nuove esperienze, che sono interne alla coscienza dello storico, e quindi non hanno consistenza che nell'attività spirituale esercitata dallo storico sui dati grezzi, attività per la quale dalla materialità dei frammenti di realtà storica offerta dai documenti nascono a poco a poco intuizioni di persone e situazioni e avvenimenti sempre meglio definite, affini alle forme create dalla fantasia dell'artista; ma, per l'altro verso, impone una connessione mentale dei fatti, costituita dai rapporti concettuali che la scienza economica fissa nella valore. realtà storica. E il socialismo marxistico ha la pretesa di essere socialismo scientifico appunto perchè fondato sulle leggi dell'economia quale scienza rigorosa. Valore e plus Ma era veramente giustificata la pretesa dell'economia marxistica di essere assunta alla dignità di scienza autonoma? Ed erano validi i concetti di VALORE e plus-valore – H. P. Grice, The conception of mehrwert --, posti al centro dell'economia marxistica, come pernio della teoria cosi del materialismo storico come della ideologia socialistica? È questo il nuovo campo nel quale s’esercitò largamente la critica crociana della dottrina di Marx. La critica del materialismo storico come teoria paneconomica della storia si conclude con l'affermazione che essa non è affatto teoria, ma in sostanza corollario d'un programma pratico-politico, il programma del socialismo, e ai fini della storiografia non poteva essere utilizzato che come un nuovo canone d'interpretazione dei fatti storici. Analogamente, l'economia marxistica, che pretende essere la trattazione eminentemente scientifica dei fatti economici e della nozione di VALORE INERENTE ai beni prodotti da una società, non è affatto scienza economica, perchè non abbraccia tutta la regione dell'attività economica quale si svolge in qualunque forma reale o possibile di convivenza sociale né si eleva a un concetto di valore applicabile a tutti i beni comunque prodotti. Essa costruisce astrattamente una società ipotetica, che assume come società tipo, alla quale devono essere conguagliate altre forme di società per coglierne i fattori anomali, in quanto divergenti dalla prima: e questa società tipica è quella costituita esclusivamente di lavoratori, è questa società proletaria, che rappresenta il termine ideale del programma politico del socialismo. È l'intrusione di queste preoccupazioni sociali-pohtiche nel campo economico ciò che vizia i concetti fondamentali di esso valore e sopravalore MEHRWERT, e impone di contrapporre all'economia marxistica un'economia pura, ossia un'economia come scienza generale. La tesi centrale dell'economia marxistica è l'eguaglianza del valore dei beni che si producono alla quantità del lavoro // problema della storia negli studi marxistici necessario per produrli: ma essa ha il suo fondamento appunto nell'ipotesi di una società fatta esclusivamente di lavoratori e nell'assunzione di questa società a società tipica (e quindi del valore-lavoro come misura di ogni valore). Ma nella realtà (ad es., nell'attuale società capitalistica) i lavoratori rappresentano solo una frazione della società produttiva che agisce tra altre categorie economiche, quelle appunto che apportano alla produzione non il lavoro ma il capitale. Da queste considerazioni, tuttavia, non risulta, secondo n valore-lavoro. Croce, che la concezione marxistica manchi affatto di rispondenza ai fatti: la determinazione del valore-lavoro avrà una certa rispondenza nei fatti, sempre che esisterà una società che produca beni per mezzo del lavoro. E la storia ci mostra finora soltanto società di tal fatta, e quindi l'eguaglianza affermata da Marx del valore col lavoro è un fatto: ma, sottolinea Croce, è un fatto, che vive tra altri fatti, ossia un fatto che empiricamente ci appare contrastato, sminuito, svisato da altri fatti, quasi una forza tra le forze, la quale dia risultante diversa da quella che darebbe se le altre forze cessassero di operare. Non è un fatto dominante assoluto, ma non è nemmeno un fatto inesistente e semplicemente immaginario. La critica di Croce all'economia marxistica si riassume in queste due proposizioni, che essa non è la scienza economica generale, e che il valore-lavoro non è il concetto generale di valore. Onde la conclusione che, accanto alla ricerca marxistica può, anzi deve vivere e prosperare una scienza economica generale, una economJa pura, che deduca il concetto di valore da principii affatto diversi e più comprensivi di quelli particolari di Marx. E ritiene che questa esigenza sia soddisfatta dalla scuola edonistica o austriaca, allora fiorente, la quale, muovendo dalla natura economica dell'uomo, ne deduce il concetto di utilità («ofelimità» del Pareto – OTTIMO -- GRICE), «e man mano tutte le leggi secondo le quali si governa l'uomo in quanto astratto homo oeconomicus. r homo oeconomicus. Critiche all'eco Sembra dunque che l'obiettivo cui mira Croce nella nomia pura. g^g^ critica dell'economia marxistica sia la difesa della scienza economica pura quale la scuola edonistica la veniva costruendo. Ma in essa era operante un motivo profondo, che nel corso dei suoi studi marxistici emerge sempre più chiaro e netto, essenziale al pensiero crociano, e valido in esso anche al di là dell'obiettivo della costruzione della scienza economica. Questo motivo viene esplicitamente enunciato in uno scritto in cui la sua adesione all'economia pura è limitata e corretta con qualche riserva e cautela. Io credo egli scrive che ci sia ancora d’elaborare filosoficamente il concetto di valore, e che bisogni percorrere fino al fondo quella strada, che gl’economisti puri hanno percorso solo fino a un certo punto. L'attività delElaborazione filosofica del concetto di valore economico, ecco la nuova istanza posta da Croce; che significa esaminare quell'umana attività che tende al conseguimento col minimo mezzo e il massimo risultato di scopi individuali, non pili astratta considerazione àe l’homo œconomicus, ma come inserita nella concreta totalità della vita dell'uomo, con un suo posto specifico e una sua funzione ben definita rispetto alle altre attività dell'uomo, con un suo principio autonomo, che potesse essere assunto come fondamento e premessa della scienza economica pura. Risalire dalla scienza alla filosofia per ridiscendere deduttivamente dalle conclusioni di questa a una rinnovata e piìi salda costruzione di quella, significa poiTe in questione e problematizzare quelle che pegl’economisti sono le premesse o i postulati dei loro procedimenti. Quali sono queste premesse che gl’economisti accoglieno come pacifiche, e che invece a un ulteriore esame, l’elaborazione filosofica, risultano ambigue o false? Croce, che vede in Pareto un rappresentante tipico dell'economia pura, gli prospetta in due lettere la questione, sforzandosi di convincerlo della necessità del passaggio dalla pura scienza alla filosofia del principio economico. Tre sono le erronee premesse del problema della storia negli studi marxistici l'economia pura, ch'egli critica: quelle che riguardano il fatto economico o come meccanico, o come edonistico, o come egoistico – H. P. GRICE CONVERSATIONAL SELF-LOVE CONVERSATIONAL BENEVOLENCE – CONVERSATIONAL HELPFULNESS. Per Croce, il principio economico non può avere natura meccanica. Il fatto meccanico è un fatto bruto. Il fatto economico è un fatto di valutazione – H. P. GRICE THE CONCEPTION OF VALUE --, è una scelta suscettibile d’approvazione o disapprovazione, a seconda che la scelta cada o no su ciò che è realmente conveniente a chi la compie. Quanto alla concezione edonistica – GRICE DESIRABILITY GRICE KANTIAN HAPPINESS --, è fuori dubbio che ogni atto di scelta economica ha come suo concomitante un fatto di sentimento piacevole se la scelta è economicamente ben condotta. L’UTILE – GRICE MORALITY CASHES ON DESIRE DUTY AND INTEREST -- è, insieme, piacevole. Ma non è vera la reciproca: il piacevole non è l'utile -- che è la tesi dell'edonismo. Il piacere può apparire scompagnato dall'attività umana o accompagnarsi a una forma d’umana attività che non sia l'economica. Infine la concezione egoistica del fatto economico è inficiata da questo errore: mentre pretende distinguere, nell'ambito dell'attività pratica umana, l'economico dal morale (che sarebbe qualificato come altruismo), in realtà assorbe il primo nel secondo, perchè la qualifica d’egoistico attribuita a un atto è una qualifica di valutazione morale, qualifica negativa, immoralità, pervertimento della stessa attività morale. Il fatto economico non sta col fatto morale in antitesi, bensì è nel rapporto pacifico di condizione a condizionato; come cioè la condizione generale che rende possibile il sorgere dell'attività etica. Tanto il morale quanto l'immorale sono azioni economiche: il che vuol dire che l'azione economica, per sé presa, non è né morale né immorale: è amorale o pre-morale – GRICE ON PRE-RATIONAL. E in conclusione, Croce dà del fatto economico questa L'economìa in definizione: esso è l'attività pratica dell'uomo in quanto 'l'fZm'^ie si consideri per sé, indipendentemente d’ogni determinazione morale o immorale. E pertanto il concetto d’utile o di valore o di ofelimo OTTIMO – GRICE OPTIMALITY -- non è altro se non l'azione economica stessa in quanto ben condotta, cioè in quanto è veramente economica. Riallacciare a queste proposizioni generali le varie questioni che si dicono di scienza economica è compito degl’economisti. Quella definizione FILOSOFICA del fatto economico, dice Croce, a me piace vederla a capo dei trattati d’economia. Ma Croce non dove tardare ad accorgersi che la sua era un'illusione. Già egli stesso non scorge e non mostra per quali vie potessero essere derivate da quel concetto filosofico l’operazioni di comparazione e calcolo delle diverse scelte economiche e quali vantaggi ne derivassero alla scienza. Ed era naturale che gl’economisti non accogliessero l'invito di Croce a riallacciare le questioni di cui essi s’occupano alle proposizioni generali alle quali egli era pervenuto: alla scienza non interessa la determinazione della natura filosofica del fatto economico. Suo compito esclusivo è quello di trattare i fatti dell'attività umana come fenomeni in nulla differenti da quelli fisici, sottoporli cioè a comparazione e astrazione, per stabilirne e calcolarne l’uniformità e le divergenze. La scienza economica era e intende rimanere per poter progredire una scienza naturalistico-matematica, rinserrandosi nei fenomeni e volgendo le spalle all'indagine filosofica dell'atto economico. E qualche anno più tardi, Pareto dove illustrare e attuare questo proposito nel suo manuale d’economia politica. D'altra parte, Croce stesso, affrontando nel frattempo il problema logico, giunge alla conclusione della radicale eterogeneità tra conoscenza o pseudo-conoscenza scientifica e la conoscenza filosofica: poteva quindi abbandonare la scienza al suo destino, che la condanna al procedimento empirico e astratto del naturalismo matematico, e volgere la propria riflessione alla filosofia dell'economia come indagine sull'atto economico, nelle sue relazioni cogl’altri atti spirituali, inserita in una generale filosofia dello spirito. Uutiie. Alla fine dei suoi studi economici, chiariti gl’equivoci che sono al fondo del suo dibattito cogl’economisti puri, rimane fermo nel pensiero di Croce il risultato di cui mena vanto: l'ufficio essenziale, nella // problema della storia negli studi marxistici vita dello spirito, dell'utilità o dell’economicità, messe in luce come non era stato fatto d’altri. L'utile è stato reputato iìnora dai filosofi o un atto secondario e misto, o un semplice caso di deviazione dalla morale: l’egoismo. Esso è invece, a mio parere, un momento distinto e autonomo della vita dello spirito: il momento in cui la volontà è volontà, senza essersi ancora determinata e dialettizzata in morale e immorale. La critica deve consistere nel dimostrare che, affermandosi essere ogni azione dell'uomo dominata dal criterio dell'utile, s’afferma cosa ir\dubitabile; ma che ciò non toglie punto che essa debba essere, e sia insieme, determinata anche dal criterio del dovere, il quale è sempre (e come potrebbe non essere?) dovere-utile. Di questa, che è stata detta scoperta crociana dell'utile, Croce si sente in gran parte debitore al marxismo, che vede nell'economia il sostrato e la molla della storia. E se Croce incentra la definizione dell'utile nel rapporto di questo colla morale, anche di questa impostazione egli cerca traccia in Marx. Questi dichiara che la questione sociale non è questione morale, e critica acerbamente quelle ideologie morali che ipocritamente mascherano interessi di classe. Ma intende con questo sostenere che la questione sociale non si risolve coi sermoni d’un astratto moralismo, che s'illude di poter sanare i mali di cui una società soffre, senza tener conto delle particolari situazioni storiche nelle quali è la radice di quei mah, e alle quah devono essere commisurati i programmi d'azione morale perchè questa possa avere efficacia risanatrice. In questo senso la morale è corrispettiva alle condizioni sociali e in ultima anahsi alle condizioni economiche. Ma con ciò, la questione del pregio intrinseco e assoluto dell'ideale morale, della sua riducibihtà o irriducibilità alla verità intellettuale o al bisogno utihtario, rimane intatta pel marxismo, il quale anzi, di fatto, considera l'ideale morale come un presupposto necessario, come dimostra la costruzione del concetto di SOPRA-VALORE – GRICE THE CONCEPTION OF MEHRWERT --, che in pura economia non ha senso, ma è ispirato d’un interesse schiettamente morale. L’asserzioni marxistiche che paiono negazione della modeiie condanne, j-g^jg^ hanno per Croce ben altro significato. Quella che Marx chiama impotenza della morale sta a significare la vanità pratica delle condanne o delle commiserazioni per uomini, che, dominatori o dominati, sono gl’uni e gl’altri schiavi di situazioni storiche necessarie pel momento, e non potrebbero essere diversi da quel che sono, né potrebbero compiere se non l'ufficio ad essi assegnato dalla natura stessa delle cose. Ma le situazioni che la storia crea, possono anzi debbono dalla storia essere disfatte. Per queste considerazioni, a giudizio di Croce, Marx, pur colle sue proposizioni approssimative e paradossali, insegna a penetrare in ciò che la società è nella sua realtà effettuale, e potrebbe esser chiamato, a titolo d'onore, il Machiavelli del proletariato – GRICE ONTOLOGICAL MARXISM. In questa sua fase di studi marxistici, Croce amplia via via e varia il significato dell'utile o economico, la cui scoperta egU riconduce alla potente suggestione di Marx (non appare ancora nei suoi scritti quella definizione dell'utile come volizione dell'individuale con cui poi caratterizza il grado economico della forma pratica dell'attività spirituale). Che l'economicità o utilità fosse intesa come una categoria autonoma d’aggiungere a quelle costituenti la triade tradizionale di bello, vero, buono, sì che la triade s’allarghi in una tetrade; o che essa fosse intesa come ciò che vi è di primario in ogni attività umana, come la base comune di tutte l’attività, il primum della vita, non nel senso di primo della serie delle quattro forme, ma appunto di primordiale indifferenziato che emerge nelle forme e le connette tra loro, sì che l'economia finisca coll'identificarsi umazione pucon 1'azione pura, principio di qualsiasi atto spirituale e la forza, vuoto di ogni contenuto determinato; o che, infine, l'economico o utile – GRICE FUTILITARIAN -- fosse identificato colla forza o vigore del volere, come abilità calcolatrice e lucida tensione verso il fine, per affermarsi nella lotta contro altre volontà. ra Il problema della storia negli studi marxistici e che è la dura legge della vita politica d'onde l'allacciamento, caro a Croce, del marxismo alle MIGLIORI TRADIZIONI DELLA SCIENZA POLITICA ITALIANA – machiavellismo --, e l'esaltazione della politica di potenza contro i sermoni dei profeti disarmati -- Materialismo storico, prefazione; e rav\àcinamento di Marx a MACHIAVELLI, nota -- sempre, pur in questa varietà d’accezioni, l'utile è per Croce il punto d'appoggio pili solido e indispensabile pell'esplicazione dell'operosità umana nella costruzione della storia, nel senso immanentistico e mondano proprio dello spirito moderno. Il progresso è lotta continua e ha per motore l'uomo, l'uomo come passionalità naturale resa lucida dalla disciplina intellettuale per andar dietro alla verità effettuale delle cose; l'uomo come forma primordiale, nella quale anche l’idealità più alte debbono tradursi e incarnarsi, per poter affermarsi efficacemente in questo mondo che è la palestra della nostra operosità. Nell'utile, rivelatogli dal marxismo, Croce scorge la chiave per svincolare l'operare umano da qualsiasi piano storico trascendente religioso o metafìsico che fosse, e risolvere positivamente i problemi che di continuo scaturiscono dal divenire storico. L'anno stesso che racLa scienza dei coglieva in volume gli studi sul materialismo storico Croce ^P''dava alla luce una memoria accademica intitolata: Tesi fondamentali d'un' Estetica come scienza dell'ESPRESSIONE e linguistica generale; ripubblicata da Attisani in La prima forma dell'estetica e della logica, Messina. Queste tesi sono riesposte, ampliate e inquadrate in una concezione generale della filosofia, nell’Estetica che, originariamente concepita come opera a se, rimase lo scritto meritatamente pii!i famoso di Croce. In seguito essa sarà ripubblicata come primo dei volumi di cui si compone la crociana filosofia dello spirito. Il sistema. La sistcmazionc che quest'opera dà del sapere filosofico è semplice. La realtà è un prodotto dell'attività spirituale, la quale si specifica, secondo una classica distinzione, in attività teoretica e attività pratica. Ciascuna di queste due specificazioni ha due gradi, a seconda che lo spirito si rivolga al particolare o all'universale. L'attività teoretica rivolta al particolare è l'arte o pensiero intuitivo, e la scienza filosofica che la studia è l'estetica; l'attività teoretica rivolta all'universale è il pensiero discorsivo, oggetto della logica; l'attività pratica rivolta al particolare è l'economia, oggetto dell'economica; e l'attività pratica rivolta all'universale è la morale, oggetto dell'etica. L'universale, in ciascuno dei due campi, presuppone il particolare. Il concetto, infatti, presuppone l'immagine prodotta dall'arte, senza la quale non potrebbe esprimersi; e l'operare morale implica un agire indirizzato all'utile, perchè non si potrebbe fare il bene – WITHOUT THAT BITE GRICE -- senza giovare, in qualche modo, a qualcuno. Almeno in questa prima sistemazione, al contrario, il particolare non esige l'universale: l'utile si può perseguire prescindendo del tutto d’una moralità OGGETTIVA; e l'immagine artistica prodotto aurorale dello spirito può presentarsi indipendentemente d’ogni intenzione concettuale. Ciò non toglie, ovviamente, che l'attività concreta dello spirito sia un continuo intrecciarsi e collaborare di queste quattro forme, ciascuna delle quali, presa per se, apparirebbe astratta. Tutte l'altre attività spirituali devono potersi ridurre in qualche modo a queste quattro. Così, ad esempio, il diritto e la pohtica rientreranno integralmente nell'attività economica; la scienza, nella misura in cui sia autenticamente conoscitiva (ciò che significa, per Croce, filosofica) rientra nell'attività logica. La religione non rientra propriamente da nessuna parte; ma, in quanto abbia pretesa di conoscere il trascendente, è una forma, piìi o meno genuina, di filosofia; in quanto si pone come atteggiamento morale, o Estetica: primo schizzo del sistema espressione d’ideali pratici, trova la sua collocazione nel quarto grado dello spirito; e, infine, in quanto mera ESPRESSIONE di sentimenti può considerarsi sotto la rubrica dell'economia, che, nel sistema crociano, assume la funzione di cestino in cui va a finire tutto ciò che non trova collocazione altrove. H P GRICE BAR HILLEL WASTE PAPER BASKET PRAGMATIC – IMPLICATURE HAPPENS -- All'efficacia sistematoria della sua filosofia, per un verso. Le categorie Croce non da troppa importanza, convinto che il concreto ^P ^conoscere non possa se non portarsi sulla attività spirituale nella sua interezza; ma, per un altro verso, egli non si riconobbe mai disposto a lasciarla cadere, cioè ad assegnare un carattere semplicemente empirico alla quadruplicità delle forme. Al contrario, essa ebbe sempre per lui un carattere categoriale. Le quattro forme dell'attività spirituale sono tutte e sole le categorie che si possano, e si debbano, ammettere come tali. Ciò significa che vi è una radicale irriducibilità d’una forma all'altra, trascurare la quale significa confondere e mescolare ciò che va tenuto filosoficamente distinto: la concreta dialettica, che si instaura tra questi distinti, in tanto ha valore filosofico in quanto essi conservino questa loro irriducibihtà. Tale principio, strenuamente difeso da Croce, in particolare contro i gentiliani, suscita molte difficoltà e, appunto perciò, anche molti spunti positivi. Peraltro, nella comune cultura italiana, in cui il crocianesimo fu largamente accolto nel periodo tra le due guerre, l'efficacia classificatoria delle quattro forme prevalse nettamente sulla loro funzione categoriale. L'uomo mediamente colto in fatto di filosofia, che abbraccia il sistema crociano, si sente spiritualmente sorretto dalla possibiUtà, poniamo, di dichiarare che una opera d'arte mal riuscita era un atto pratico, che il prodotto d’una ricerca psicologica era uno pseudo-concetto, ecc.: dalla possibilità, insomma, d’assegnare ogni manifestazione della vita alla sua giusta casella. Definizione dell'arte per via negativa. Quando traccia lo schizzo sistematico con cui s’apre l'Estetica, L.. storia della filosofia. VII. dell'attività artistica. Croce non pensa, probabilmente, che esso avrebbe avuto tanta importanza nella ricezione del suo pensiero. Il suo scopo era solo di sistemare nel modo migliore l'attività spirituale in genere, per passare poi a considerarla in quella forma che, al momento, gl’interessa: la forma artistica. Questa comprende in questa fase della speculazione crociana anche l'istorica, dato che, come conoscenza dell'individuale, la storia si riduce sotto il concetto generale dell'arte. La distinzione La sistemazione, tuttavia, ha anche una diretta efficacia sull'oggetto specifico della trattazione, l'arte. Infatti la specificità e l'autonomia del valore estetico si definiscono attraverso una serie di negazioni, che lo distinguono dagl’altri valori spirituali: Dimmi da che cosa ti distingui e ti dirò chi sei è il motto, implicito, dell'estetica crociana, fino al breviario. In questo senso l'identificazione dell'arte, vista nella sua specificità, dipende dalla struttura sistematica dei distinti. L'arte non è concetto, perchè le sue rappresentazioni non intendono l'universale: e con ciò cade l'intellettualismo estetico. L'arte non è rivolta dovutile (sentito, in ultima analisi, dal soggetto come piacere): e con ciò cade l'edonismo estetico – LORD H P GRICE INSTRUMENTALISM PLEASURE MAXIMISATION. L'arte non persegue il bene perchè, non si sviluppa come obbedienza all'universale dovere: e con ciò cade il moralismo estetico. L’altre negazioni, attraverso cui Croce delimita e, quindi, definisce il valore dell'arte, dipendono da queste: l'arte non ha uno scopo didascahco; non si propone d’offrire il vero condito in molU versi; non mira a fini d’edificazione, né a scopi pragmatici, ecc. Che potesse far pili che tanto, e dire, anche positivamente, in che cosa l'arte consista, Croce, in certo senso, esclude sempre; e questo non è strano: perchè un genere sommo come lacategoria è per parlare in termini di filosofia classica un predicato da cui ogni definizione muove, quindi non può essere il risultato di definizioni antecedenti. Perciò, il breviario d’estetica si inizia con questa affermazione: che Estetica: definizione dell'arte per via negativa l'arte è ciò che tutti sanno che cosa sia; e riprende poi la determinazione per via negativa, che già era stata propria noi giudichiamo ora buoni ora cattivi, ora importanti ora insignificanti, trovano un posto. Tutti i fatti sono fatti storici aveva detto la Logica, e ripete la Teoria della storiografia. E poiché la storia, nel pensiero crociano, è ciò che comunemente si chiama Dio, codesta frase viene a costituire l'esatto equivalente storicistico dell'affermazione che ARDIGÒ enuncia in chiave naturalistica: Tutti i fatti sono divini. La UOvità più importante 11 sentimento del breviario d’estetica, scritto pell'inaugurazione del Rice Institute di Houston, nel Texas, è, come è noto, l'introduzione d’un nuovo sinonimo del termine intuizione: il sentimento. Una novità già annunciata, del resto, dalla conferenza tenuta al congresso di filosofia di Heidelberg, sull’intuizione pura e il carattere lirico dell'arte, in Problemi d’estetica, da cui forma e contenuto, nell'opera d'arte riuscita, vengono identificati. Notando come ogni grande opera d'arte sia classica e romantica insieme, il breviario fa risalire ciò alla necessaria fusione, nell'opera d'arte riuscita, del momento lirico col momento immaginativo. Lo scopo dichiarato di tale dottrina è dare un fondamento alla distinzione (indispensabile pel critico) tra opera d'arte riuscita e non riuscita: L'idealismo storicistico di Croce e, quindi, ancora di far posto al disvalore che, come abbiamo visto, stenta a trovare una giustificazione nella filosofia crociana. La coerenza. Come nella pratica così nell'estetica, il valore è inteso come coerenza: ma, mentre nella pratica il segno di codesta coerenza era piuttosto il successo d’una certa attività, nell'estetica il suo indizio si presenta come uno stato d'animo che, fino allora, Croce considera sotto una luce piuttosto negativa, come espressione di passività: il sentire. In realtà, il sentire – GRICE FEELING BYZANTINE -- utilizzato dal breviario d’estetica è molto diverso dal sentire – GRICE FEELING BYZANTINE RYLEAN AGITATION -- come stato d'animo passivo materia non informata, o non perfettamente formata, dall'attività spirituale che aveva dato luogo, nella Filosofia della pratica, alla negazione della forma spirituale del sentimento. Là, l'intenzione era di contestare l'esistenza d’una terza forma d’attività, accanto alla teoretica e alla pratica; qui è di riconoscere, nel sentimento – GRICE FEELING BYZANTINE A RYLEAN AGITATION, il modo d'essere incoativo in cui si presenta la stessa attività spirituale che, nella sua esistenza piena, si sviluppa come immagine: L'intuizione è veramente tale perchè rappresenta un sentimento, e solo d’esso e sopra d’esso può sorgere -- Saggi d'estetica. Grazie alla sua globalità, alla sua indivisibilità essenziale, il sentimento offre a Croce quel fondamento d’unità che egli va ormai cercando: Ciò che dà coerenza e unità all'intuizione è il sentimento. L'intuizione è veramente artistica, veramente intuizione, quando sia, non caotico ammasso d'immagini, ma solo quando ha un principio vitale che l'anima, facendo tutt'uno con lei. E questo principio è il sentimento, che permette, cosi, di distinguere tra l'intuizione-immagine, che è sempre nesso d'immagini, non esistendo immagini atomi e quella falsa intuizione che è coacervo d'immagini: falsa e imperfetta pel contrasto non unificato di piìi e diversi stati d'animo, la loro stratificazione o il loro miscuglio, o il loro procedere traballante, che riceve una unità apparente dall'arbitrio dell'autore. Allo stesso modo la filosofia della pra riuscita. L' intuizione lirica tica aveva distinto tra esistenza unitariamente raccolta ed esistenza dissoluta, lacerata dalla contraddizione. La distanza dall'estetica, dove si considerano L'opera d'arte come opere d'arte alcune espressioni assai complicate e diffìcili, è evidente. Per un verso, si tratta d’una ripresa del motivo estetico, molto tradizionale, dell'opera d'arte come organismo vivente, individuato d’un principio vitale. Infatti, ciò che ammiriamo nelle genuine opere d'arte è la perfetta forma fantastica che riassume uno stato d'animo, e codesto chiamiamo vita, unità, compattezza, pienezza dell'opera d'arte. Ma, nel sistema crociano, questa distinzione e fusione tra un principio globale d'unità e una forma articolata che l'esprime rappresenta una novità: essa non ha mai avuto una espressione cosi esplicita, neppure nella teoria della coerenza pratica propria del volume. La filosofia della pratica contene, peraltro, uno spunto importante di questo sviluppo: nel capitolo stesso in cui nega l'autonomia del sentimento. Qui infatti Croce, mentre contesta che al sentimento si possa assegnare un posto a sé, dà tuttavia una interpretazione eccezionalmente acuta delle teorie del sentimeno che erano fiorite nella storia della filosofìa. Il sentimento, egli dice, è comparso nella storia della filosofìa, colla funzione d’una escogitazione – GRICE FEELING BYZANTINE RYLEAN AGITATION -- provvisoria, ogni qualvolta ci si è trovati innanzi a una forma o sottoforma dell'attività spirituale che non si riusciva né a eliminare né ad assorbire nelle forme già conosciute -- Pratica. Sicché il vedere una qualsiasi attività spirituale specifica come sentimento è la prima forma che assume la rivendicazione della sua autonomia. Così, infatti, era accaduto. L'estetica del sentimento, nelle sue forme piìi disparate, da VICO a Rousseau, da Shaftesbury ad Alison, dalla Scientia cognitionis sensitivae di Baumgarten all’osservazioni sul sentimento del bello e del sublime di Kant, è, effettivamente, una rivendicazione dell'autonomia dell'arte rispetto alla conoscenza L' idealismo storicistico di Croce concettuale: perfino quando (come in Baumgarten) sembri intellettualistica. Ma anche l'etica del poi i^ Filosofia perenne e personalità filosofiche, Padova, Guzzo, Vita e scritti di Juvalta, Giorn. crit. d. filos. It. SoLiNAS, L'autassia dei valori e le indagini etiche di Juvalta, Torino, Basciani, e. Juvalta e l'etica della giustizia, Roma,VlDARI Opere Problemi generali d’etica, Milano, Elementi d’etica, Milano, Doveri sociali, Milano, L'individualismo nelle dottrine morali, Milano, Elementi di pedagogia, Milano, Torino, Pell’educazione nazionale. Saggi e discorsi, Torino, Educazione nazionale, Torino, La cultura dello spirito come ideale pedagogico, Torino, Etica e pedagogia, Firenze, Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico. Delineazione sommaria, Torino, L'educazione dell'uomo. Il bello e l'educazione estetica, Torino, L'educazione in Italia dall'umanesimo al Risorgimento, Roma, Le civiltà d'Italia nel loro sviluppo storico. Le civiltà organizzatrici; Le civiltà liberatrici, Torino, Manzoni, Torino, Letteratura. Gentile, Educazione e scuola laica, Firenze, Cappiello, Il pensiero pedagogico di Vidari, Roma, Vidari. In memoriam, Torino, Calò, Credaro, Maresca. Solari, Tarozzi. Autori vari, Vidari, Riv. pedag. Faggi Opere La filosofia dell'incosciente. Metafisica e morale. Contributo alla storia del pessimismo, Firenze, La religione e il suo avvenire secondo Hartmann, Firenze, Hartmann e l'estetica tedesca, Firenze, Lange e il materialismo, Firenze, Questioni logiche e psicologiche, Bologna. Il materialismo psicofisico, Palermo, Lenau e Leopardi, Palermo, Principi di psicologia moderna, Palermo, Schelling e la filosofia dell'arte, Modena, Hartmann, Milano, Studi filosofici e letterari, Torino, Letteratura. Noce, La solitudine di Faggi, Filosofia, Barabino, Ricordo di Faggi. Inediti, Filosofia, Resta Opere. L'anima del fanciullo e la pedagogia, Roma, I problemi fondamentali della pedagogia, Roma, Trattato di pedagogia. La pedagogia generale, Roma, II lavoro e la scuola del lavoro, Roma, La metafisica realistica dell'io, Messina, Dante e la filosofìa dell'amore, Bologna, Comenio e la scuola della democrazia, Bari. Dio secondo la ragione, Bari, Metafisica dell'insegnamento, Bari, Filosofia dell'educazione. L'educazione come legge della persona, Padova, La teoria della cultura e l'insegnamento, Genova, L'esistenza e l'immortalità dell'anima. Lecce, Letteratura. E. Tozzi, Profili di educatori viventi, Firenze, Ambrosio, R. Resta precursore della riforma Bottai, Napoli, Calogero, R. Resta e la pedagogia della cultura, Catania, Autori vari, Gli aspetti essenziali d’una vita e d’un pensiero. Studi in onore di R. Resta, Bari, Maresca Opere. Di due opposti atteggiamenti della filosofia moderna rispetto alla religione, Napoli, Fatto etico e fatto pedagogico, Lucca, Le antinomie dell'educazione, Torino, Saggi sul concetto della pedagogia come filosofia applicata, Roma, Il problema della scienza e l'educazione, Roma, Il problema della religione nella filosofia contenporanea, Roma, Introduzione generale alla pedagogia, Roma, Moralità e conoscenza. Critica del razionalismo morale, Roma, Aquino e la Scolastica, Milano, Letteratura. Cappiello, Il pensiero filosofico-pedagogico di M. Maresca, Milano, Nobile Opere. L'indagine causale e l'autonomia morale. Saggio pedagogico, Napoli Saggi vari intorno ad alcuni problemi di filosofia e pedagogia, Napoli, Brevi saggi di logica, Napoli, Dualismo e religione, Roma, Boehme e il suo dualismo essenziale, Roma, Il dualismo nella filosofia. Sua ragione eterna e sue storiche vicissitudini, Napoli, I limiti del misticismo di Jakob Boehme, Napoli, Presupposti filosofici per una storia delle religioni, Napoli, La morale e le altre forme dello spirito, Roma, Napoli, La legge morale alla luce del dualismo filosofico, Napoli, Panteismo e dualismo nel pensiero di Schelling, Napoli, s. a., ma La pace come ideale della ragione, Napoli, L'idea dell'immortalità dell'anima e la sua efficacia sulla civiltà e sull’educazione, Napoli, Panteismo e dualità nel pensiero di Schelling e dei suoi oppugnatori, Napoli, Della Valle Opere. La psicogenesi della coscienza. Saggio di una teoria generale dell'evoluzione, Milano, Le leggi del lavoro mentale, Torino, La pedagogia realistica, Napoli, Teoria generale e formale del valore come fondamento d’una pedagogia filosofica. Le premesse dell'axiologia pura, Torino, Lucrezo Caro e l'epicureismo campano, Napoli, Il concetto filosofico della pedagogia, Torino, La pedagogia realistica come teoria dell'efficienza, Milano, Letteratura. Gentile, Le leggi del lavoro mentale di Valle, Educazione e scuola laica, Firenze, Oraziani, La scienza pedagogica nell'opera di Valle, Probi, d. pedag. L'ETÀ DELL'IDEALISMO Opere generali Spirito, L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze, Carabellese, L'idealismo italiano, Napoli, Roma, Guzzo, Cinquant' anni d’esperienza idealistica in Italia, Padova, Martinetti Opere. Introduzione alla metafisica. Teoria della conoscenza, Torino, Milano, Sul formalismo della morale kantiana, Milano, Breviario spirituale (anonimo), Milano, Saggi e discorsi, Torino, La libertà, Milano, Torino, Gesìi Cristo e il Cristianesimo, Milano, Torino, Schopenhauer (con antologia), Milano, Ragione e fede. Saggi religiosi, Torino, Hegel, Milano, Kant, Milano, Letteratura. Gentile, La teoria della conoscenza del Martinetti, in Saggi critici. Lanciano, Savinelli, La religione nel pensiero di Martinetti, Firenze, Sciacca, Martinetti, Brescia, Poggi, P. Martinetti, Vicenza, Alessio, L'idealismo religioso di Martinetti, Brescia, Goretti, Il pensiero filosofico di Martinetti, Bologna, Pellegrino, Religione ed educazione nell'idealismo trascendente di Martinetti, Brescia, Romano, Il pensiero filosofico di Martinetti, Padova, Autori vari. Giornata martinettiana, Filosofia Mariani, Esperienza e intuizione, Saggio sul pensiero di Martinetti, Roma, Terzi, Martinetti: la vita e il pensiero originale, Bergamo, Varisco Opere. La necessità logica, Napoli, Scienza e opinioni, Roma, Appunti critici di filosofia naturale, Bergamo, Le mie opinioni, Pavia, Introduzione alla filosofia naturale, Milano, Studi di filosofia naturale, Milano, Corpo e anima, Pavia, Appunti sulla conoscenza, Pavia, Forza ed energia, Pavia, Su alcune questioni di gnoseologia e di filosofia morale, Pavia, Dottrine e fatti, Pavia, Paralipomeni alla conoscenza, Pavia, Scienza e filosofia, Trani, Modernismo e modernità, Treviso, Massimi problemi, Milano, Lo spirito della filosofia, Ortona, Conosci te stesso, Milano, Firenze, La Patria. Idealità e interessi, Roma, La scuola e l'esperienza, Palermo, La scuola pella vita. Scritti pedagogici, Milano, Firenze, Linee di filosofia critica, Roma, Discorsi politici, Roma, Dall'uomo a Dio (a cura di ZUBIENA e AUiney), Padova, II pensiero vissuto (cur. Castelli-ZUBIENA), Roma, Letteratura. Carabellese, L'essere e il problema religioso (a proposito del Conosci te stesso), Bari, Negri, La metafisica di Varisco, Firenze, Chiappetta, La teodicea di Varisco, Napoli, Moretti Costanzi, Il problema dell'uno e dei molti nel pensiero di Varisco, Napoli, Librizzi, Il pensiero di Varisco, Padova, Alliney, Varisco, Milano, Drago, La filosofia di Varisco, Firenze, Calogero, La filosofia di Varisco, Messina, Morra, Il pensiero teologico di Varisco, Il Saggiatore, Volpati, Il concetto della persona. Colloqui con Varisco, Albenga, DoLLO, L'assoluto come soggetto in Varisco, Momenti e problemi dello spiritualismo, Padova, Lamanna. storia della filosofia, Carabellese Opere. La teoria della percezione intellettiva di SERBATI, Bari, Sulla vetta ierocratica del papato, Palermo, L'essere ed il problema religioso. A proposito del Conosci te stesso, di Varisco, Bari, La coscienza morale. La Spezia, Critica del concreto, Pistoia, Roma, La filosofia di Kant: l'idea teologica, Firenze, Il concetto della filosofia da Kant ai nostri giorni. Kant, Palermo, Il problema della filosofia da Kant a Fichte, Palermo, Il problema teologico come filosofia, Roma, L'idealismo italiano, Napoli, Roma, Il problema della filosofia in Kant. Guida allo studio dei Prolegomeni, cur. Damonte, Verona, Il problema dell'esistenza in Kant, Lezioni, Roma, Che cos'è la filosofia?, con postille e altri saggi, Roma, L'essere e la sua manifestazione. L'essere nella dialettica delle forme, Lezioni. Roma, La dialettica, Roma, Disegno storico della filosofia come oggettiva riflessione pura. Lezioni, Roma, La realtà e l'attività spirituale umana, Lezioni, Roma, Da Cartesio a Rosmini. Fondazione storica dell'ontologismo critico, Firenze, L'idea politica d'Italia, Roma, L’obiezioni al cartesianismo, Messina, La spiritualità dell'essere. Filosofia del Cristianesimo. Lezioni, Roma, L'essere, Io. Lezioni, Roma, L'attività spirituale umana. Prime linee d’una logica dell'essere. Lezioni, Roma, La filosofia dell'esistenza in Kant, a cura di Semerari, Bari, Letteratura. Bariè, Soggettività e oggettività nella filosofia del Carabellese, Rendiconti del R. Istituto Lombardo, Maresca, Il problema della religione nella filosofia contemporanea, Roma, Fano, La metafisica ontologica di P. Carabellese, Giorn. crit. d. fil. it. Verrua, Il pensiero filosofico di Carabellese, Bobbio, Lombardi, Carabellese (serie di articoli su Civ. Catt. Lombardi, La posizione di Carabellese nella filosofia contemporanea, Urbino, Mattai, Il pensiero filosofico di Carabellese, Chieri, Padalina, La critica del concreto di Carabellese, Palermo, Moretti Costanzi, L'asceta moderno: Carabellese, Giorn. crit. d. fil. it. Ventura, Filosofia e religione in un metafisico laico: Carabellese, Milano, Vicarelli, Il pensiero di Carabellese, Roma, Autori vari, Storia e storicismo. Studi sul problema della storia nella filosofia di Carabellese, Trani, Montone, La critica di fronte all'ontologismo, Castrovillari, Tebaldeschi, Il problema della natura nel pensiero di Carabellese, Roma, Tozzi, Pantaleo Carabellese, Torino, Semerari, Storicismo e ontologismo critico, Bari, Forni, Il problema dell'esistenza in Kant nell'interpretazione di Carabellese, Kantstudien, Giornate di studio carabellesiane, con scritti di autori vari, Genova, Croce Opere. Salvo le Pagine sparse, e pochi altri scritti, le opere complete sono state raccolte dall'editore Laterza di Bari. La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte, Napoli, La critica letteraria, Roma, Primi saggi, Materialismo storico ed economia marxista, Palermo, Bari, Tesi fondamentali d’un' estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Napoli, Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Palermo, Logica come scienza del concetto puro, Napoli, Bari, Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, Bari, Letteratura e critica della letteratura contemporanea in Italia, Bari, Filosofia della pratica. Economica ed Etica, Bari, Problemi d'estetica e contributi alla storia dell'estetica italiana, Bari, La filosofia di Vico, Bari, Saggi sulla letteratura italiana, Bari, La rivoluzione napoletana, Bari, Breviario di Estetica. Quattro lezioni, Bari, Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Bari. La letteratura della nuova Italia, Bari, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, Bari, Aneddoti e profili, Palermo, I teatri di Napoli, Bari, Teoria e storia della storiografia, Bari, Contributo alla critica di me stesso, Napoli, Conversazioni critiche, Bari, Storie e leggende napoletane, Bari, Curiosità storiche, Napoli, Pagine sparse, Napoli, Goethe. Con una scelta delle liriche nuovamente tradotte, Bari, Primi saggi, Bari, Nuovi saggi di estetica, Bari, Ariosto, Shakespeare, Corneille, Bari, Storia della storiografia italiana, Bari, La poesia di Dante, Bari, Poesia e non poesia. Nota sulla letteratura europea, Bari, Uomini e cose della vecchia Italia, Bari, Poeti e scrittori d'Italia, Bari, Bari, Storia d'Italia dal i8yi al Bari, Storia dell'età barocca in Italia. Pensiero, poesia e letteratura. Vita morale, Bari, Aesthetica in nuce, Napoli, Manzoni. Saggi e discussioni, Bari, Nuovi saggi sulla letteratura italiana del Seicento, Bari, Etica e politica, Bari, Storia d'Europa, Bari, Poesia popolare e poesia d'arte. Studi sulla poesia italiana, Bari, Orientamenti. Piccoli saggi di filosofia politica, Milano, Nuovi saggi sul Goethe, Bari, La critica e la storia delle arti figurative, Bari, Sanctis. Pagine sparse (in collaborazione con Clone e Muscetta, Bari, Ultimi saggi, Bari, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, Bari, La storia come pensiero e come azione, Bari, II carattere della filosofia moderna, Bari, Poesia antica e moderna. Interpretazioni, Bari, Storia dell'estetica per saggi, Bari, Pagine sparse, Napoli, Discorsi di varia filosofia, Bari, Pagine politiche, Bari, Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, Bari, Pensiero politico e politica attuale. Scritti e discorsi, Bari, Bibliografia vichiana (accresciuta e rielaborata da Nicolini, Napoli, Quando l'Italia era tagliata in due. Estratto di un diario, Bari, Due anni di vita politica italiana, Bari, Filosofia e storiografia, Bari, Nuove pagine sparse, Napoli, La letteratura italiana del Settecento, Bari, Ariosto, Bari, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, Bari, Intorno alla dialettica. Discussioni, Bari, Letteratura. Bibliografie: L'opera filosofica storica e letteraria di Croce, a cura di vari autori, Bari, CiONE, Bibliografia crociana, Milano, Borsari, L'opera di Croce, Napoli, Studi Chiocchetti, La filosofia di Croce, Firenze, VoLPiCELLi e Spirito, Croce, Roma, Fraenkel, Die Philosophie Croces und das Problem der Naturerkenntnis, Tiibingen, trad. it., Bari, Lameere, L'esthétique de Croce, Parigi, Carbonara, Sviluppo e problemi dell'estetica crociana, Napoli, Caracciolo, L'estetica di Croce nel suo svolgimento e nei suoi limiti, Torino, Faucci, Storicismo e metafisica nel pensiero crociano, Firenze, Sfrigge, Croce, Man and Thinker, Cambridge; trad. it., Milano, Guzzo, Croce e Gentile, Lugano, Sainati, L'estetica di Croce. Dall'intuizione visiva all'intuizione catartica, Firenze, Olgiati, Croce e lo storicismo, Milano, Mautino, La formazione della filosofia politica di Croce, Bari, Antoni, Commento a Croce, Venezia, Caponigri, History and Liberty. The Historical Writings of Croce, Chicago, Raggiunti, La conoscenza storica. Analisi della logica crociana, Firenze, Abbate, La filosofia di Croce e la crisi della società italiana, Torino, Vinciguerra, Croce, Napoli, Caracciolo, L'estetica e la religione di Croce, Arona, Seerveld, Croce's Earlier Aesthetic Theories and Literary Criticism, Kampen, MossiNi, La categoria dell'utilità nel pensiero di Croce, Milano, Gennaro, The Philosophy of Croce, New York, Grandi, Croce , Milano, Agazzi, Croce e il marxismo, Torino, NicoLiNi, Croce (biografia), Torino, CiONE, Croce e il pensiero contemporaneo, Milano, Franchini, Croce interprete di Hegel, Napoli, Puppo, Il metodo e la critica di Croce, Milano, Capanna, La religione in Croce, Bari, Bausola, Filosofia e storia nel pensiero crociano, Milano, Bausola, Etica e politica nel pensiero di Croce, Milano, RoGGERONE, Croce e la formazione del concetto di libertà, Milano, L., Introduzione alla lettura di Croce, cur. Pesce, Firenze, Gentile Opere. La raccolta delle Opere complete ed epistolario, Sansoni di Firenze, a cura della Fondazione Gentile per gli studi filosofici. Rosmini e Gioberti, Pisa, Firenze, La filosofia di Marx. Studi critici, Pisa, Dal Genovesi al Galluppi. Ricerche storiche, Napoli, Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi, Milano, Studi sullo stoicismo romano, Trani, Bruno nella storia della cultura, Palermo, Il modernismo e i rapporti tra la religione e la filosofia, Bari, Telesio, Bari, Per il riordinamento dell'istruzione superiore. Studi e proposte, Palermo, I problemi della scolastica e il pensiero italiano, Bari, La riforma della dialettica hegeliana ed altri scritti, Messina, Sommario di pedagogia come scienza filosofica: Pedagogia generale. Didattica, Bari, Studi vichiani, Messina, Firenze, Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa, Bari, Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa, Bari, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici. I positivisti. I kantiani e gli hegeliani, Messina, Il tramonto della cultura siciliana, Bologna, Il problema scolastico del dopoguerra, Napoli, Guerra e fede. Frammenti politici, Napoli, Roma, Discorsi di religione, Firenze, Bruno e il pensiero del Rinascimento, Firenze, La riforma dell'educazione. Discorsi ai maestri di Trieste, Bari, Dopo la vittoria. Nuovi frammenti politici, Roma, Saggi critici, Napoli, Firenze, Frammenti di estetica e di letteratura, Lanciano, Educazione e scuola laica, Firenze, Capponi e la cultura toscana, Firenze, I fondamenti della filosofia del diritto, Roma, Firenze, Dante e Manzoni. Con un saggio su arte e religione, Firenze, Albori della nuova Italia, Lanciano, Studi sul Rinascimento, Firenze, I profeti del Risorgimento italiano, Firenze, Difesa della filosofia. Lanciano, Preliminari allo studio del fanciullo, Roma, Firenze, Spaventa, Firenze, La riforma della scuola, Bari, Il fascismo al governo della scuola. Discorsi e interviste, Palermo, La nuova scuola media, Firenze, Che cosa è il fascismo, Firenze, L'eredità d’Alfieri, Venezia, Frammenti di storia della filosofia, Lanciano, Cuoco. Studi e appunti, Venezia, Manzoni e Leopardi. Saggi critici, Milano, Fascismo e cultura, Milano, Origini e dottrina del fascismo, Roma, La filosofia dell'arte, Milano, Der aktuale Idealismus. Zwei Vortràge, Tiibingen, La riforma della scuola in Italia, Milano, Introduzione alla filosofia, Milano, La profezia di Dante, Roma, La filosofia dell'arte in compendio, Firenze, Memorie italiane e problemi della filosofia e della vita, Firenze, Dottrina politica del fascismo, Padova, Poesia e filosofia di Leopardi, Firenze, Il pensiero italiano del Rinascimento, Firenze, Il pensiero di Leonardo, Firenze, La filosofia italiana contemporanea. Due scritti, Firenze, Genesi e struttura della società. Saggio di filosofia pratica, Firenze, Letteratura. Un vasto insieme di studi sulla filosofia del Gentile è rappresentato dalla raccolta, di vari autori, Gentile: La vita e il pensiero, Firenze. inoltre: Chiocchetti, La filosofia di Gentile, Milano, La Via, L'idealismo attuale di Gentile, Trani, Sarlo, Gentile e Croce, Firenze, D'Amato, Gentile, Milano, Spirito, L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze, Thompson, The Educational Philosophy of Gentile, Los Angeles, Hessen, Die Pàdagogik von Gentile, Die Erziehung. trad. it., Roma, Baur, Gentiles Philosophie und Pàdagogik, Langensalza, Holmes, The Idealism of Gentile, New York, RoMANELL, The Philosophy of Gentile, New York, Collctti, Il problema religioso dal punto di vista dell'idealismo attuale, Messina, Bontadini, Dall'attualismo al problematicismo, Brescia, Guzzo, Croce e Gentile, Lugano, Scarpelli, La filosofia di Gentile e le critiche di Solari, Torino, Spirito, Note sul pensiero di Gentile, Firenze, Bellezza, L' esistenzialismo positivo di Gentile, Firenze, Carlini, Studi gentiliani, Firenze, Harris, The Social Philosophy of Gentile, Urbana, SciACCA, Dall'attualismo allo spiritualismo, Milano, Bellezza, La problematica attualistica della storia, Firenze. Nome compiuto: Eustachio Paolo Lamanna. E[ustachio] P. Lamanna. E. Paolo Lamanna. E. P. Lamanna. Lamanna. Keywords: il risorgimento fiorentino, Mussolini nella storia della filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lamanna” – The Swimming-Pool Library. Lamanna.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lami: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della ragione dei antichi romani – la tradizione della polizia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “Aristotle and Kant – or Ariskant, as I prefer – succumb to the ‘homo intellectualis,’ where the ‘mind’ rules it all – hence the Wilde reader in mental philosophy. On the other hand, there’s Dodds, an American, who revealed to us how much of unreason guides Plato and compagnia!” While Grice does linguistic botany in his Kant lectures on reasoning: rational versus reasonable, he little considers the Latin, indeed, Roman, root of it all: ratio – Hobbes did, when he called HIS thing ‘computatio’ – and provides the very first example in English-language philosophy of a conversational impliature – where a rather carefree reference to Julius Caesar is meant to retrieve in the addressee a full chain of ‘computationes’ or ‘rationes.’ As an Oxonian, Grice was well suited for the task, even having been a scholar at Merton, the land of the calculatori ! Keywords. la ragione degl’antichi. Filosofo italiano. Grice: “I like Lami; he has written interesting approaches to Plato and Aristotle.” Si laurea e insegna a Roma. Altri saggi: "La ragione degli antichi” (Giuffrè, Roma); "La politica di Platone” (Rubettino, Cosenza); "Tra utopia e utopismo" (Cerchio, Rimini) "Qui ed ora -- per una filosofia dell'eterno presente" (Cerchio, Rimini); "Il libro Manifesto – in difesa dell’oggettività" (Heliopolis, Pesaro); G. Sessa, "Voegelin -- Ordine e Storia” (Angeli, Roma, Filosofia politica Filosofia della storia nuova destra. Letteratura e Tradizione//miro renzaglia.org letteratura-tradizione-il-resoconto/ Scuola Romana di Filosofia Politica//centro studi la runa Fondazione Julius Evola. E’ davvero difficile per me, ricordare L. In questi giorni, ho dovuto farlo più volte, intervenendo a pubbliche commemorazioni della Sua memoria, a cominciare da domenica quando, in un gelido pomeriggio invernale, improvvisa e sorprendente, ci è giunta la notizia della Sua dipartita, durante la presentazione di un libro, alla quale avrebbe dovuto essere presente, come relatore, anche lui.  Immediatamente, il pensiero è corso al nostro primo incontro, quando io, giovane studente di filosofia, lo conobbi in qualità di assistente di Noce. Fin da allora, non si trattò di un semplice rapporto professionale, in quanto Lami seppe trasmettere a noi giovani che lo frequentavamo, l’amore per il sapere autentico, quello che si tramuta in testimonianza, in vita. Mi coinvolse immediatamente in un progetto ambizioso: quello di introdurre in un paese dominato culturalmente dalla Sinistra, il filosofo della storia Voegelin, allora praticamente sconosciuto. Il risultato di questa ricerca, alla quale ebbi l’onore e il piacere di partecipare in prima persona, assieme a Borghi e pochi altri, si concretizzò nella pubblicazione di una serie di antologie voegeliniane (qui è bene rinviare a Voegelin: un interprete del totalitarismo, Astra), che fecero ampiamente discutere. Il merito maggiore, conseguito da Lami, in questo ambito di studi, fu di individuare nel filosofo austro-americano, un diagnosta della crisi della modernità. In particolare, attraverso l’analisi e la traduzione di Ordine e storia, opera monumentale, Egli presentò l’esperienza classica della ragione, quale unica terapia possibile delle devianze neo-gnostiche contemporanee (si veda, prefazione a VOEGELIN, Israele e rivelazione, Aracne, ma anche L., Introduzione a Voegelin, Giuffré).  Fece propria, in modo critico e originale, l’eredità di Noce, secondo modalità più profonde rispetto a chi, tra i suoi presunti discepoli, scelse, come il Maestro, una via di fede. La cosa, è facilmente deducibile dalla lettura dell’organica monografia che egli dedicò al filosofo cattolico (Introduzione a Augusto Del Noce, Pellicani), da cui si evincono tanto la gratitudine per il discepolato e per gli insegnamenti ricevuti, sostanziati da un metodo rigoroso d’analisi quanto le differenze speculative essenziali, dovute alla valorizzazione filosofica, propria di Lami, delle qualità virtuose dei singoli, nell’ambito pratico-politico. A questa scelta, che peraltro individua, nello specifico, il campo d’indagine della scuola romana di filosofia politica, che a Lui faceva e fa, tuttora, riferimento, hanno fortemente contribuito gli interessi per gli autori dimenticati del novecento. Tra essi, TILGHER e EVOLA. Al primo dedica un volume significativo (TILGHER, un pensatore liberale, Seam), nel quale evidenzia il tema della pluralità delle morali, come caratterizzante il pensatore napoletano. Ciò, secondo L., lo avvicinava al filosofo tradizionalista, poiché il suo pensiero, individua effettive vie realizzative in grado di determinare le tipologie umane dell’eroe, del santo, dell’asceta, del saggio e del dotto. Sul secondo da alle stampe la prima monografia filosofica: Introduzione a Evola. Un passo per la vita e un passo per il pensiero, Volpe. Inoltre, quale collaboratore della Fondazione Evola, cura diversi volumi della “Biblioteca evoliana” nei quali, come pochi, è riuscito a contestualizzare storicamente l’opera del filosofo romano e a coglierne il valore, in un lavoro esegetico sempre aperto alla comparazione.  E’ proprio Evola, l’autore attorno al quale si sono dipanate, nel corso degli anni, le nostre discussioni. Mi pare, infatti, che Egli leggesse EVOLA, tentando, almeno su certi aspetti, di andare, con gli strumenti della tradizione platonico-aristotelica, oltre le posizioni consuete a quest’ultimo, interpretando, al medesimo tempo, la consolidata lettura di matrice cristiana del pensiero classico, alla luce dell’esegesi evoliana. Stigmatizza sempre negativamente l’abbandono, dovuto all’irruzione della visione del mondo ebraico-cristiana, della dimensione civico-virtuosa, sulla quale la civiltà romana tanto insiste. La cosa, è particolarmente chiara nello studio dedicato a questo specifico tema (Socrate Platone Aristotele, Rubbettino), nel quale tenta di presentare il simbolo epocale del mondo antico, la “vita contemplativa”, come realizzantesi pienamente nella dimensione della Città, a testimoniare della contrapposizione tra tensione utopica tradizionale, e scacco utopistico, tipicamente moderno. Tema questo, attorno al quale spese le sue energie intellettuali nel recente volume Tra utopia e utopismo (Il Cerchio).  Corrispondere a quella che è stata la via da lui indicata, ad un tempo ideale ed esistenziale, a quella che egli definiva una filosofia dei pochi, del divino e dell’ordine, è compito complesso e gravoso, al quale comunque, chi come me, gli è stato vicino, non può permettersi il lusso di sottrarsi. Sarà la memoria della Sua luce interiore, che accendeva anche negli studenti della “Sapienza”, o in chi lo ascoltava nelle innumerevoli occasioni culturali per le quali tanto lavorava, dai Convegni alle presentazioni librarie, a sostenerci nella Sua assenza. Ma, più in particolare, l’idea di una tradizione sempre viva e presente, che si realizza, addirittura nella comunanza dei vivi e dei morti, come Roma (ma non solo) ci ha insegnato, e che rappresenta il suo testamento spirituale più prezioso (al riguardo si veda, Qui e ora. Per una filosofia dell’eterno presente, Il Cerchio.  L’università di Roma, con Lui ha perso una delle ultime personalità carismatiche, in grado di fare Scuola. Personalmente, non posso che ringraziarlo per avermi onorato, in questo mondo, della Sua amicizia, rara e preziosa: quella di un Signore. Tratto da Area. Grice: “Lami touches some crucial points. For one, he criticizes Jowett for mistranslating Plato. What Plato wrote is fair and simple, ‘Police’ – Politeia --. Lami as a Roman hates the Pope – who does he think he is? The Papal dynasty is take in that they cannot reproduce. So we must go to the civil-political organization of the Romans, as seen from the the heroic ‘eta’ of Romolo. La citta. La Civilta. La tradizione. La tradizione una. Espressione varie e tradizione una.  With the birth of Christ, Roman words acquired new implicatures, for bad. Pagan started to mean ‘heathen’, and ‘ethnicus’ (ennico) more or less the same. Of course the old Romans were anything but PAGAN or heathen – they did almost EVERYTHING for Marzio, to whom they dedicated the downtown gym! (Campo Marzio). Lami knows all this – and more --. Nome compiuto: Gian Franco Lami. Lami. Keywords: la ragione degl’antichi,  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lami” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Lampria: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto – scuola tarantina – filosofia tarantina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: “Most Italian historians of philosophy are confused by Lambria. He was, no doubt about it, Aristosenno’s tutor – the question is (and I often think of myself and my own tutor at Corpus – whether Lambria taught Aristosseno philosophy – or how to argue – or, rather, music!” -- Filosofo italiano. Taranto, Puglia. Tutor of Aristosseno di Taranto, although he seems to have taught him music rather than philosophy.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landi: la ragione conversazionale e la semiotica economica – prinzipio di economia dello sforzo razionale – filosofia lombarda – scuola milanese – scuola di Milano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice: “I have often been criticized as proposing a conversational variant of the homo oeconomicus, which indeed should then read as homines oeconomici!” In his epilogue to his compilation, Grice mediates on the very structure of his model of conversation as rational co-operation. The economic basis is obvious. It is Grice’s view that the goal of conversation is the maximally mutual ‘influencing’: no time or energy to waste! Landi held a very similar view – which made him particularly unpopular in Italy, the land where the lemon tree grows! Kewyords: Landi, Grice, homo oeconomicus. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I would call Landi a Griceian; but he’d call me a Landian!” Studioso della dottrina del ‘segno,’ vis-à-vis- scienze umane e antropologia, apportato un notevole contributo agli sviluppi alla semantica (senso) e la pragmatica (prassi, pratica – ragione pratica) -- crt, cercando di unificare la dialettica romana e fiorentina  con quella oxoniense. Diplomato al Regio Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni, si laurea a Milano. Studia a Pavia. Insegna a Padova, Lecce. Riceve, e Trieste. La sua opera si può suddividere in tre fasi. La prima riguarda studi su la prassi (ragione pratica), nonché l'analisi dei processi di “segno.” La seconda fase propone una teoria della “produzione” del segno intendendola come teoria del lavoro cui fondamento è l'omologia tra la teoria del segno e so-miscalled aeco-nomia. (cf. Grice, P. E. R. E.). La terza fase studia l'intricato rapporto tra il segno e la ideologia e teorizza l'”alienazione” dell’usuario del segno (ego/alter/alien). Opere: Pratica communicativa (Bocca, Milano); “Segno” (Manni, Lecce); “Significato, comunicazione e parlare comune,” – cfr. Grice, “SignificARE, communicARE, impiegare, implicARE, -- ‘common’ is Landi for Grice’s ‘ordinary’ as opposed to extra-ordinario. Marsilio, Padova. La semiotica e  “Segnare” come lavoro e mercato, -- cf. Grice against an utilitarian and pro a Kantian account of the rational effort – but remarks in the “Retrospective Epilogue” about his concern with ‘rationality’ as being co-operative. And Grice’s remarks about the independence of the two thesis: semiosis as rational and semiosis as cooperatively rational. Bompiani, Milano, Segno ed ideologia (Bompiani, Milano), “Segnare” (Bompiani, Milano); “Ideologia” (Mondadori, Milano); “Metodica filosofica e semiotica -- scienza dei segni, o teoria? – cf. Grice on philosophical psychology,’ folk science of psychology – ceteris paribus – ‘law’ of the science of psychology --. The laws of psychology – “That’s why we call them ‘psycho-logical’ concepts, or theoretical terms, -- psychological theory --. Theory Th.  (Bompiani, Milano). Cf. Grice on the boundaries of ‘mean,’ and the idea of ‘consequence,’ y is a consequence of x, x means y. Il corpo del testo tra riproduzione sociale ed eccedenza, Scritti su G. Ryle e la filosofia analitica” (il Poligrafo, Padova); “Semiotica Filosofia del linguaggio  su ferrucciorossilandi.c om. Grice: “Landi takes economics seriously, as did Aristotle – unfortunately, those researching onto Landi hardly quote from Aristotle!” “While the Italians think that Landi is being very Original, we at Oxford don’t! Game theory, strategy theory, and efficiency theory are all basic to ‘oeconomica’ in most pragmatic models of efficient communication – “Information is like money!” – Cf. la teoria del valore e le formulae dell’egoismo, l’altruismo o non-egoismo, Meinong. Teoria formale del valore. I valori egoistici risultano espressi con le lettere T e e te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli valori altruistici sono espresso con le lettere: i. I valori neutrali sono espresso colle lettere : Ym. Siccome non si propone di dare una teoria compiuta dei fatti concomitanti di questo o quello valore, ma solo di ANALIZZARE tal unicasi va   speciali, così, quando adopera i simboli senza l'indice soscritto, intende significare il valore egoistico – con la lettere ‘e’ sottoittesa. Questi simboli possono esprimere questo o quello BENE, ma anche questa o quella volizione a questo o quello BENE riferentisi. Per indicare una volizione, si adopera il stesso segno *fra parentesi quadratti*. Infine, si suppone, di regola ceteris paribus,che la circostanza concomitante sia sempre una sola, la quale, insieme alla volizione, formi ciò che chiamamo il “bi-nomio” della volizione. Se le circostanze sono più, allora si forma un “poli-nomio” della volizione. La precedenza di una lettera in un binomio o un polimonioindica il valore principale, sia desiderato o sia attuato. In che modo i fatti concomitanti del valore sono connessi collo scopo della volizione? Siccome ogni scopo di volizione è anche un oggetto di valutazione, la domanda può formularsi così. Come i valori possono entrare in connessione tra loro? Si noti però che la connessione deve stabilirsi prima del cominciamento della volizione, giacchè questa volizione deve tenerne conto. Le co-esistenze casuali restano naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla volizione e l'oggetto della valutazione concomitante possono correre varie relazioni. C’e una relazione d’identità. Ciò che il  artista o un politico come Mussolini crea non soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in qualche modo come un BENEFICATORE di tutta una sfera di uomini – la nazione italiana. C’e una relazione di CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa, o anche di più cose. Per esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un bel tono. Ma il piano ha anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia molto vigile (+), il quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora bene (+), ma che fa rumore e fumo (-),ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due forme: a) lo scopo è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per esempio, promuove il movimento e l' industria dei forestieri, mira ad arricchire la sua nazione (+), ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si può raggiungere che come EFFETO di dati valori morali. Per esempio: un fabbricante per  . Ora torniamo alla domanda principale. In che modo il valore morale di una valutazione dipende dai valori concomitanti, e,in caso di un simple bi-nomio della volunta, dal valore concomitante? Abbiamo distinto quattro categorie di valori, “g”, “T”, “u”, e “u”, le quali si applicano anche ai fatti concomitanti. Però il caso u si può omettere, perchè non accadrà mai, CHE SI VOGLIA UN PROPRIO NON-VALORE PER sè stesso. Rimangono così tre possibilità, le quali, liberamente combinate, dànno *dodici* casi che costituiscono la tavola dei valori. Per l'esame di questi casi bisogna pensare che ad un oggetto di volizione si aggiungano gli altri come fatti concomitanti, e osservare le variazioni di valore che questo intervento produce. La VOLIZIONE ‘POSITIVAMENTE ALTRUISTICA’ (benevolenza e beneficenza) è data da una formula. Il momento più importante è qui l'associazione della circostanza concomitante u, IL PROPRIO DANNO. È evidente che l'aggiunta di questo secondo momento accresce il valore di (i) e di tanto, quanto più grande sarà il sacrificio proprio. Indicando il valore con “W”,si avrà dunque: W(ru) > WV. Se invece si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI, sia dello stesso beneficato (quando il beneficio produce pure un MALE al beneficato), sia di persone estranee al rapporto (quando per beneficare uno si danneggia altri), allora il valore della volizione con questa circostanza concomitante diventerà minore. E la formula sarà: W(ru) < W(r). Se la circostanza concomitante è pure in favore del beneficato, allora la formula sarà indubbiamente: guadagnare di più deve migliorare la condizione materiale dei suoi operai. W (rr)> Wr.   glianze. Invece L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI nè diminuisce, nè aumenta il valore. La volizione egoistica è espressa dalla formula, la modificazione più grave qui si ha, quando al caso si aggiunge la circostanza del  MALE ALTRUI. Allora si avrà: W(gu)<W(9). Se la circostanza concomitante è invece “r”, il valore della volizione egoistica si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione egoistica si aggiunga la circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO (plusvalia) o anche di un proprio danno, non modifica il valore di (g). Si avranno quindi le due egua W (99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta il non-valore, se oltre al danno principale si aggiungono altri danni. Epperò: W (UU)< W (U). Per quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che al male altrui si associ una qualche conseguenza buona, indiretta,  W (rg)= Wr. La volizione altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con una formula. Se per attuare il danno altrui, si fa anche il danno proprio u, questa circostanza aggrava il male e aumenta il non-valore: W (uu) < W (u). W(UY) > W(u). Il fatto concomitante della propria utilità non aggiunge nè toglie al valore della volizione principale anti-altruistica. Si avrà quindi l'eguaglianza: W (ug)= W u. La somma dei risultati ottenuti si può disporre in un Quadro. W(rr) > W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)? W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U) W(ru)<W(Y) W(gu)<W(g) W(UU)<WU) W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0 W(uu)<W(U). Da questo quadro si rileva che le circostanze concomitanti con segno negativo non sono più feconde di effetti di quelle con segno positivo. Di queste ultime, “g” non modifica nulla, e “r” non dà risultati sicuri, come indica il punto interrogativo. L'influenza dei fatti concomitanti si può dunque riassumere così. Agisce aumentando debolmente il valore. ‘g’ non modifica nulla. ‘u’ diminuisce grandemente il valore. ‘u’ opera secondo lo scopo della volizione -- ora aumentando, ora diminuendo e ora non-modificando il valore. Si è già detto che sarebbe uni-laterale il voler giudicare del valore morale di una volizione dallo scopo ;che però, in quanto lo scopo prende parte alla determinazione del valore, l'altruismo positivo è buono, L’EGOISMO è INDIFFERENTE. L’altruismo NEGATIVO (malevolenza e maleficenza) è cattivo. Ora è importante constatare, che il senso in cui i tre momenti valutativi operano sui fatti concomitanti è completamente lo stesso La validità della tavola dei valori, dianzi tracciata, ma pure prevista. Allora il non-valore si ridurrà, nel modo indicato dalla in-eguaglianza: subisce variazioni, se cambia la qualità della volizione? Itendendo per qualità la differenza tra appetizione e repulsione, che però non deve equipararsi a una contra-posizione logica tra affermazione e negazione, i cui termini si escludano a vicenda, ma considerarsi come una doppia possibilità psicologica, di cui l'una abbia altret tanta realtà indipendente, quanto l'altra. Un'analisi della NOLIZIONE mostra, che esse si comportano egualmente come la volizione, solo che si applicano di regola ai valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO (IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U) (U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo stato subbiettivo di rappresentazioni ed i predisposizioni anteriore alla volizione è indicato con il concetto di “Progetto”. E siccome in questo stato abbiamo supposta anche la cognizione delle circostanze concomitanti valutabili, così al binomio della volizione o al polinomio della volizione corrisponde un binomio o un polinomio del progetto. Per indicare questi stati si adopera gli stessi simboli *senza la parentesi quadratti*. Osservando le volizioni in rapporto agli stati predisposizionali, l'analisi delle valutazioni dei fatti concomitanti può rendersi più esatta.  (ū) si possono fare le seguenti sostituzioni, che aiutano a trovare il corrispondente valore nella tavola relativa alle volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio iniziale della volizione “uu”, che esprima il mio desiderio di far male, al momento opportuno, a una persona, ma che non mi sia possible evitare, ciò facendo, conseguenze dannose pe rme,u. Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale, allora non si avrà più il binomio (uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la volizione è risultata nel senso di non volere il male proprio, pur ammettendo che questa volizione abbia per circostanza concomitante y, cioè il bene altrui. In forma positiva la volizione finale sarà (gr). E così da una situazione iniziale negativa “vu” si riesce nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati fra loro due bi-nomi di progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente concordanti. Anche i due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra loro. Essaminemo la coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la maggiore importanza pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col proprio danno. Il secondo bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui. Nel primo rientrano, nel senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui si può affermare la grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o grado minimale, i casi della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s duty). La sezione di linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL CORRETTO è tutta espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione che va dal punto d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde alla negazione di questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi tutti i casi che vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose dell'altruismo. Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal semplicemente dove ROSO ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due bi-nomi comprendono adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati in principio. I due bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non coooperazione) fra l'interesse proprio e l'interesse altrui. È evidente che dalla grandezza di questi interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il valore morale della valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella negazione di “g” e “y”. Intanto è certo che il VALORE EGO-ISTICO in cui “g” è congiunto con “u”, “W(gu)”, si trova sempre al di sotto del zero della scala, ed ha segno negativo. Mentre il valore altruistico in cui è congiunto con “u”, “W(ru)”, si trova al di sopra del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la funzione valutativa tra i termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire agevolmente con una semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse proprio a un grande interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il sacrificare a un piccolo interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra parte chi non pospone a un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio produce un non-valore morale più basso, che non colui il quale per una utilità propria rilevante non tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo abbozzo di una LEGGE del valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C” e “C'” indicano le costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla qualità delle due unità “g” e “r”. Nell'applicazione di queste due formule all'esperienza si rendono necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori “r” o “g” eguali ai limiti 0 e 0,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g per g. L’ESPERIENZA NON è però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno ammetterà che l'adoperarsi nell'interesse altrui si accosti l punto morale d’INDIFFERENZA, quanto più grande è quest'inteesse; e che il trascurarlo divenga nella stessa misura RIPROVEVOLE, “u” pposto costante e limitato l'interesse proprio da sacrificare. È F,  1 W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = - C per r = 00 per r = 0 lim W (ru) = 0, lim W(ru)= 0, lim W (ru)= 0 limW(ru)= 0, lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0 lim W (gu)= 0 lim W (gu)= – 00. pure evidente, che la trascuranza di un interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto più IRRILEVANTE è questo interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il valore dell'altruismo di venga allora infinito, come nella seconda formula. Osservando però bene, questi casi non rientrano nel campo della morale. Si contrasterà pure che il valore del sacrificio di un bene proprio per l'altrui, cresca colla grandezza del bene sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza prova che l'esitazione al sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene cui si sta per rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta formula. Non si può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè NON si determina un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si debbono mitigare nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla realtà. Per far ciò, basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere aggiungendo a “g” ogni volta una costante “c” o “c '”.  Queste formule non modificano i limiti funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T = 0 0 g = 00. Cambia bensì la formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C, lim W(gu) = - ' Sin qui abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE dall'altra. Che avverrà però, se le variazioni si compiranno in entrambe le variabili congiuntamente, supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro per grandezza di valore? Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule diverranno altri. Si avranno così le formule. Tr W (ru) = 0 9 + c g +di  e Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' . Da questo risulta che il non-valore deve crescere e diminuire nello stesso senso o grado limite di “r” e “g”, e il valore in senso o grado di limite contrario. Consultando l'esperienza, si può riscontrare agevolmente che un oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso valore per chi lo dà e per chi lo riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà un valore più alto o più basso del regalare di meno? Senza dubbio più alto. E se si contrapponga vita a vita, CHI SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare quella di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. QUESTO è però IL CONTRARIO DI ciò che quelle formule esprimono. O “c” corre adunque correggere le formule e per far ciò introducemo un esponente di “g”, più grande dell'unità, e lo indicamo colle lettere “k” e “k'”. Le due formule diverranno così, rimettendo “y” al posto di “r”. Sicchè si avranno i seguenti limiti. A questo punto, il concetto di limite non hanno più bisogno di alcun'altra correzione. Per semplicità di espressione ponendo C= 1ek =2, la formula del binomio divienne W(gu)= T. È questa una formula a discuttere. . g2+1 ghto Y gkilt o W(gu)= W (ru)= C per r= 9 perr= g= 0 T g2+1 W (ru)= e Y e limW(ru)=00 lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0. Preliminarmente non si ne ricava alcune conseguenze. Ogni pr getto offre a colui, che dovrà reagire con una volizione,l a doppia possibilità di fare o di tralasciare. Le due volizioni staranno, secondo la formula principale or ora  ricavata, in un rapporto di RECIPROCITà negativa, per ciò che ri guarda il loro valore morale. In secondo luogo, siccome una volizione di grande valore (positivo o negativo) o e MERITORIA O RIPROVEVOLE. Quella volizione di piccolo valore o e CORRETTA o TOLLERABILE, così potrà dirsi in generale che quanto PIù DISTANTI sono il NUMERATORE E IL DE-NOMINATORE della formula in una scala ordinale (1, 2, 3, … n), tanto più il valore della volizione e indicato dalle parti estreme superiore o inferiore della linea dei valori. Quanto più vicini o meno distanti sono invece quei numeri, tanto più l'indice del valore cadde verso il punto di mezzo di detta linea. La formula si applica inoltre anche ai casi di una volizione I cui scopo non siano accompagnati da circostanze concomitanti. Basta ridurla. W(9)=0(1). UU. Mentre la prima coppia esprime il caso di CONFLITTO D’INTERESSI, la caratteristica della seconda formula è la CONCOORDANZA O INTERSEZZIONE O COOPERAZIONE O CONDIVIZIONE gl'interessi propri con gli altrui, positive, o, come nella guerra o il duello, negativi.  Se il progetto offre l'occasione di congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi rappresenta un pericolo altrui nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione corrispondente e espressa con (gr). V'è però anche la rappresentazione del desiderio di un male altrui, cui si associa anche la previsione di un danno proprio. La corrispondente volizione e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g” e”v”, cio è fra “g” e -Y Questa riflessione ci fa subito applicare al caso attuale la formula principale del primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)= >.  Passamo ora ad esaminare un'altra coppia di binomi: gr g+1 1 T   (go+ 1)r. Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa dei due binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili concomitanti, com’era di sperare! Nome compiuto. Ferruccio Rossi-Landi. Landi. Keywords: implicature, homo oeconomicus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Luigi Speranza, “Grice e Rossi-Landi a Oxford.” Luigi Speranza, “Grice’s principle of economy of rational effort and Rossi-Landi’s economical semiotics.” Luigi Speranza, “Grice and Rossi-Landi: over-informativeness and excess: the implicature” – The Swimming-Pool Library. Landi.

 

Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landini: la ragione conversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. M. Firenze. Landini suona un organo in miniatura del XV secolo Codice Squarcialupi Francesco Landini, o Landino, conosciuto al suo tempo come Francesco Cieco, Francesco delli Organi, Franciscus de Florentia (1325/1335 – Firenze, 2 settembre 1397), è stato un compositore, organista, poeta, cantore, organaro e inventore di strumenti musicali italiano. È uno dei più famosi compositori della seconda metà del XIV secolo, uno dei più acclamati del suo tempo in Italia. Biografia Nonostante la sua celebrità, le notizie sulla sua vita sono scarse e controverse. Molte informazioni biografiche derivano dalla cronaca del suo coetaneo, lo storico fiorentino Villani: Vite d'illustri fiorentini. Recenti ricerche effettuate negli archivi fiorentini, hanno permesso di documentare alcuni episodi della sua vita. Secondo il Villani, Francesco nacque a Firenze, quantunque l'umanista Cristoforo Landino, suo pronipote, indichi come luogo di nascita la vicina città di Fiesole. Francesco era figlio di "Jacopo il pittore", certamente Jacopo del Casentino, noto pittore della scuola di Giotto. Il nome "Landino", non compariva a suo tempo, e discenderebbe dal nome del nonno. Diventato cieco nell'infanzia a causa del vaiolo, Landini si dedicò alla musica molto giovane: Villani racconta che da piccolo si consolava con il canto. Più tardi, il piacere e la predisposizione lo spinsero a fare studi musicali, grazie ai quali si affermò come compositore e "Magister". Nonostante la sua cecità, Francesco era in grado di suonare diversi strumenti a corda e divenne un virtuoso dell'organo portativo. Villani nelle sue cronache riferisce che Landini fu anche inventore di strumenti musicali, e cita uno strumento a corda chiamato Syrena syrenarum che combinava le capacità del liuto e del salterio, verosimilmente il predecessore della bandura. L. fu anche poeta, e fu vicino a Francesco Petrarca. Presta servizio come organista a Firenze nel monastero vallombrosiano di Santa Trinita[4]. Secondo il Villani, Francesco fu incoronato di alloro a Venezia dal re di Cipro Pietro di Lusignano, "col parere di tutti i musici". Verosimilmente ciò accadde nel 1364, sotto il regno del Doge Lorenzo Celsi, in occasione dei festeggiamenti per la vittoria di Venezia sui ribelli di Candia: ivi era presente anche Francesco Petrarca. L'episodio tuttavia è messo in dubbio da Winterfield[senza fonte], nel suo libro su Giovanni Gabrieli, dove l'autore ritiene che l'onorificenza gli sia stata accordata solo come poeta; infatti il nome di Francesco, non compare nel catalogo degli organisti di San Marco del quattordicesimo secolo. Non si può escludere comunque che Landini a Venezia, abbia partecipato a una competizione artistica sull'organo di San Marco, anche senza esservi impiegato stabilmente come organista; infatti è dato per certo che, negli anni precedenti il 1370, il musicista si trovava nell'Italia settentrionale e che fu legato a Venezia, poiché è stato recentemente trovato il frammento di un mottetto Principium Nobilissimae[5], da lui dedicato ad Andrea Contarini, Doge di Venezia. Inoltre dai molteplici codici musicali, si deduce che le sue composizioni erano famose nell'Italia del nord e si diffusero anche in Europa; d'altronde la sua musica risente delle influenze d'oltralpe. Recenti ricerche hanno evidenziato che Francesco divenne cappellano nella Chiesa di San Lorenzo dal 1365, fino alla morte. Stimato e amato dalle autorità fiorentine, come il Cancelliere di Stato, Coluccio Salutati, prese parte attiva nelle controversie politiche e religiose dei suoi tempi; ebbe contatti con intellettuali e compositori italiani del Trecento, tra cui Franco Sacchetti e Lorenzo da Firenze, con il quale collaborò a Santa Trinita. Fu amico e influenzò Andrea da Firenze, che egli conobbe intorno al 1370. Nel 1375, questi gli chiese una consulenza tecnica per l'accordatura di un organo a Firenze, e si fece comporre cinque "mottetti", come attestano alcune ricevute recentemente trovate. Nel 1379 i due collaborarono ancora alla costruzione del nuovo organo della Basilica Santa Annunziata, e fu coinvolto in un altro progetto per l'organo della Cattedrale di Firenze. Francesco fu anche filosofo e seguace di Guglielmo di Occam, in lode del quale scrisse un panegirico in latino: Versus in laude loyce Ocham; e i testi di alcune ballate sono occamisti. Numerosi suoi contemporanei attestano la sua fama, non solo come organista, ma come compositore, cantore, poeta, nonché devoto e illuminato cittadino di Firenze. Descritto come uomo lietissimo, la musica del "divino Francesco, radunava e incantava folle di spettatori, e «la dolcezza delle sue melodie era tale da far scoppiare di gioia il cuore degli astanti». Alla sua morte fu sepolto nella Chiesa di San Lorenzo a Firenze. Il suo monumento funebre, un bassorilievo raffigurante il musicista che suona il suo organetto, fu ritrovato nel XIX secolo ed esposto nella chiesa di San Lorenzo. Opere e influenze «Musica son che mi dolgo piangendo, Veder gli effetti mie' dolce et perfetti Lasciar per frottol'i vaghi intelletti» (Testo di un madrigale tritestuale di Francesco Landini) La tomba in San Lorenzo Landini fu il più alto esponente della musica italiana del Trecento chiamata anche Ars nova. La sua produzione musicale a noi pervenuta è esclusivamente profana. Tuttavia esistono testimonianze secondo cui egli si dedicò anche alla musica sacra[senza fonte], anche se nessun lavoro è stato autentificato. Ammiratissimo dai suoi contemporanei, in epoca moderna non si conosceva più alcuna composizione di quest'artista finché, nella biblioteca imperiale di Parigi, fu scoperto un manoscritto in-4º, di cui nessuno scrittore aveva mai parlato, dell'inizio del quindicesimo secolo e intitolato Cent quatre-vingt-dix-neuf chansons (sic) italiennes à deux et à trois voix, tra cui ve ne sarebbero cinque del Landino. Lo studio delle composizioni del manoscritto rende giustizia agli elogi fatti a questo autore. Vi si trova più dolcezza e un sentimento dell'armonia più delicato rispetto agli altri compositori della sua epoca. Jacopo da Bologna è il solo che possa reggere il confronto con il Landino. Un altro manoscritto, appartenuto al celebre organista Antonio Squarcialupi ed ospitato originariamente nella biblioteca ducale di Firenze, sembra essere un doppione di quello conservato alla biblioteca imperiale, poiché contiene i medesimi canti degli stessi autori, particolarmente di Landino. Ciò che è giunto a noi è rappresentato da 89 ballate a due voci, 42 ballate a tre voci ed altre 9 che esistono sia nella versione a due che in quella a tre voci. Oltre alle ballate ci sono pervenuti un piccolo numero di madrigali. Secondo alcuni studiosi, Landini avrebbe scritto anche i versi per alcuni dei suoi lavori. La sua produzione pervenutaci, rappresenta circa un quarto dell'intera produzione italiana del XIV secolo pervenuta fino a noi. I concittadini suoi contemporanei lo considerarono una delle glorie di Firenze. Quando Antonio Loschi, che era al servizio di Visconti, mosse una famosa invettiva a Firenze, Cino Rinuccini indicò Francesco come musicista principe della sua città: «Avemo in musica Francesco, cieco del corpo ma dell'anima illuminato, il quale così la teorica come la pratica di quell'arte sapea, e nel suo tempo niuno fu migliore modulatore de' dolcissimi canti, d'ogni strumento sonatore e massimamente d'organi». Anche Salutati ne tesse le lodi al vescovo fiorentino in una missiva, perché «glorioso nome alla città nostra e lume alla chiesa fiorentina proviene da questo cieco». La trascrizione dell'Opera Omnia di L. è stata curata da Ellinwood, l'edizione critica da Schrade. Cadenza di L. Lo stesso argomento in dettaglio: Cadenza § Cadenza di Landini. L. è l'eponimo della cadenza di L., una formula cadenzale in cui il sesto grado della scala è inserito fra la sensibile e la sua risoluzione sulla tonica. È una cadenza molto frequente che si presenta nel nord dell'Italia, e che in seguito fu ereditata dai compositori franco-fiamminghi. L'eponimo fu attribuito dal musicologo tedesco A.G. Ritter, che descrisse la struttura di questa cadenza nell'analisi della ballata Non arà mai pietà. Nelle sue opere Francesco Landini la caratterizzò armonicamente e ritmicamente, spesso introducendo l'alterazione sensibile e fu il primo a usarla sistematicamente. Composizioni Si possiedono, di L., a tutt'oggi: 9 madrigali a 2 voci 2 madrigali a 3 voci 1 madrigale canonico a 3 voci 1 virelai a 3 voci 1 caccia a 3 voci 91 balli a 2 voci 49 balli a 3 voci (8 delle quali in una versione a 2 voci) 1 triplum di un mottetto 3 frammenti di altri mottetti Discografia Cantasi come, laudi e contrafacta nella Firenze del Trecento, Ensemble San Felice direzione Federico Bardazzi, Bongiovanni L'occhio del cor, La Reverdie, Arcana / Outhere 2019 Note ^ Filippo Villani, Liber de origine civitatis Florentinae et eiusdem famosis civibus. ^ Nino Pirrotta, voce Landini (Landino) Francesco in, "Die Musik in Geschiche und Genwart, allgemeine Enzyklopädie der Musik" von Blume, Bârenreiter , Kassel-Basel. Chiappinelli, "Le due corone", in "La Dolce Musica Nova di Francesco Landini", Sidereus Nuncius, Accone, "Music and Musicians at the Florentine Monastery of Santa Trinita", in "Quadrivium", Pirrotta, Franciscus Peregrae canens, in Col dolce suon che da te piove, SISMEL, ed. Galluzzo, Rif. in Carducci, «Musica e poesia nel mondo elegante italiano del secolo XIV», articolo pubblicato su Nuova Antologia in due puntate, il 1º luglio e il 1º settembre 1870 e ora in G.C., Prose, Milano, Garzanti, 1987, p.161 ^ A.Wesselofsky, Il Paradiso degli Alberti e gli ultimi trecentisti, Bologna, Romagnoli, Ellinwood The Works of F. L. Cambridge, Schrade Polyphonic music of the fourteenth century, vol IV: the works of F.L. Monaco di Baviera. Fallows, voce "L.  cadence" sul Grove Dictionary of Music and Musicians. ^ Anna Chiappinelli, "Il Dolce Stil Novo della Musica", in "La Dolce Musica Nova di Francesco Landini", Sidereus Nuncius, Long: ‘Landini's Musical Patrimony: a Reassessment of some Compositional Conventions in Trecento Polyphony', JAMS, Bibliografia Richard H. Hoppin, Medieval Music, New York, W.W. Norton, Ficher, "Francesco Landini", The new GROVE Dictionary of Musics and Musicians, Vol. X, MacMillan, London "Col dolce suon che da te piove", studi su Francesco e la musica del suo tempo: in memoria di Nino Pirrotta, a cura di Delfino e Maria Teresa Rosa-Barezzani. SISMEL, Ed. Galluzzo, Fiori, Francesco L., Palermo: L'Epos, Chiappinelli, "La Dolce Musica Nova di Francesco Landini (Una Favola Medievale)" , Sidereus Nuncius, Voci correlate Ars nova Altri progetti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Francesco Landini Collegamenti esterni Landino, Francesco, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Arnaldo Bonaventura, LANDINO, Francesco, detto anche Francesco cieco, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Francesco L., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Alessandra Fiori, L., Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 63, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Opere di Francesco L., su MLOL, Horizons Unlimited. Spartiti o libretti di Francesco Landini, su International Music Score Library Project, Project Petrucci LLC. L., su Discogs, Zink Media. Francesco Landini, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation. Francesco L.: Lista delle opere e discografia in inglese, su medieval.org. Portale Biografie Portale Medioevo Portale Musica classica Categorie: Compositori italiani Organisti italiani Poeti italiani Compositori medievali Compositori di madrigali[altre]. Nome compiuto: Francesco Landino. Francesco Landini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della sforziade degl’italiani – filosofia toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze – scuola fiorentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “As the Italians say, if the Greeks have the Illiad, and the Romans the Eneide, why can’t they have the Sforziade? It’s different for us Anglo-Saxon types who have to deal with Berewolf, the monster, and the critics!’ In his epilogue to his compilation, Grice confesses the striking resemblances between the dialectic proposed by Aristotle – in Topics, Nicomachean Ethics, and Posterior Analytics – in terms of this progress from the many (the lay) to the few – the professional philosopher. Landino may be thought of as promoting that type of dialectic in his native Firenze. Firenze had to compete with Rome, and she did it successfully! Keywords: Oxonian dialectic, Athenian dialectic, Florentine dialectic, Grice, Landino. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I love the way a philosopher can be judged by his fellow citizens and by furriners: Landino’s “De Anima” fascinates the Germans, for example! While his poetry fascinates the Americans, as I Tatti testifies!” Nacque da una famiglia originaria di Pratovecchio, nel Casentino, e compì gli studi in materie letterarie e giuridiche a Volterra. Gli venne affidata presso lo Studio fiorentino la cattedra di oratoria e poetica che era stata del suo maestro Marsuppini: L., sostenuto dai Medici, e stato avversato da non pochi personaggi in vista, come Rinuccini e Acciaiuoli. Tra i suoi allievi ci furono Poliziano e FICINO (si veda). In quel periodo ricopre anche incarichi pubblici, facendo parte della segreteria di Parte guelfa e della prima Cancelleria. Tra i suoi viaggi, spicca quello a Roma. La sua Xandra e una raccolta di componimenti dedicata inizialmente ad Alberti e de' Medici. In campo filosofico scrisse III dialoghi: il De anima, le Disputationes Camaldulenses e il De vera nobilitate. La maggiore fama nei secoli di L. e però legata alla sua attività di commentatore dei classici. Diede alle stampe il Comento sopra la Comedia di ALIGHIERI, su ORAZIO e su VIRGILIO. Traduttore dal latino in fiorentino della Storia natural di PLINIO e la Sforziade di Simonetta Il volgarizzamento pliniano e un vero e proprio evento. Per la prima volta la plebe puo leggere la più importante e vasta enciclopedia del mondo romano -- tra i suoi lettori Pulci, Colombo e Vinci. Per i meriti acquisiti, la signoria fiorentina gli assegna una torre nel Casentino e una pensione. Venne ritratto tra illustri fiorentini a lui contemporanei da Ghirlandaio nella Cappella Tornabuoni di Santa Maria Novella. Altri saggi: “Orazione alla Signoria fiorentina incipit della Historia naturale tradocta di lingua latina in fiorentina”; Xandra, “De anima”; “Disputationes Camaldulenses; “De vera nobilitated”; “Comento sopra la Comedia di Dante”; “Commento a Orazio”; “Commento all’epopea eroica di Virgilio”; “Historia naturale di Caio Plinio Secondo tradocta di lingua latina in fiorentina al serenissimo Ferdinando re di Napoli”; “Orazione alla Signoria fiorentina quando presenta il suo Commento di Dante, Firenze, Niccolò di Lorenzo, Formulario di epistole, Firenze, Bartolomeo de' Libri. Il testo si può leggere in edizione critica. Carmina omnia ex codicibus manuscriptis primum edidit A. Perosa (Firenze); “Disputationes Camaldulenses” Lohe (Firenze, Sansoni); C “De vera nobilitate, M. T. Liaci, (Firenze, Olschki); R. Cardini, La critica del Landino” (Firenze, Sansoni). Dallo stesso studioso è stata allestita la raccolta: C. Landino, Scritti critici e teorici, Cardini, Roma, Bulzoni, Comento sopra la Comedia, I-IVProcaccioli, Roma, Salerno editrice, Questo commento è stato solo parzialmente edito (la sezione relativa all'Ars poetica): Cristoforo Landino, In Quinti Horatii Flacci Artem poeticam ad Pisones interpretationes, G. Bugada, Firenze, Sismel, R. Fubini, Quattrocento fiorentino. Politica, diplomazia, cultura, Pisa, R. M. Comanducci, Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta, «Interpres» Uno studio complessivo, sia filologico sia storico-culturale, dell'opera in A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano” (Messina, Centro di Studi Umanistici). Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, Orazio, “Artem poeticam ad Pisones interpretationes. G. Bugada, Firenze, Sismel-Società internazionale per lo studio del Medioevo latino, Galluzzo, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano Messina, di Studi Umanistici, Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Lee Sorensen. ALCUIN, Ratisbona. Nacque a Firenze l'8 febbr. 1425 (1424 secondo lo stile fiorentino: tale data è spesso indicata come quella della nascita del L.) da Bartolomeo, originario di Pratovecchio, località del Casentino da alcuni ritenuta il luogo natale anche del Landino. In diversi passi della sua opera il L. indica invece Firenze come proprio luogo di nascita.  Il L. parla della famiglia di origine nel componimento poetico giovanile De suis maioribus, contenuto nella raccolta Xandra. Qui rievoca le vicende del capostipite, Landino, che combatté a Campaldino, e di alcuni suoi congiunti famosi, tra i quali il musicista Francesco Landini. A un fratello è invece dedicato un altro componimento della raccolta, composto in occasione della morte di questo, avvenuta probabilmente nel 1452, durante la guerra di Firenze contro gli Aragonesi. Nello stesso componimento è ricordata anche una sorella del poeta. Un altro fratello, Piero, molto distante per età, essendo nato nel 1449, è menzionato come appartenente alla famiglia del L. nel Catasto del 1470.  Come ricordato ancora nel componimento De suis maioribus, fu sull'esempio dello zio paterno Gabriele, monaco camaldolese e allievo di Ambrogio Traversari, che il L. si indirizzò verso le lettere. E dovette mostrare una precoce attitudine agli studi se, compiuti i dieci anni, Angelo da Todi, notaio della Camera apostolica appartenente alla segreteria di papa Eugenio IV, lasciò nel testamento indicazioni affinché fosse garantito, a sue totali spese, il mantenimento del L. agli studi presso una scuola di Volterra.  Esecutore delle volontà testamentarie di Angelo da Todi fu Francesco di Altobianco Alberti, come testimonia un documento datato 4 ott. 1439: "Io Cristofano di Bartolomeo da Prato Vechio fò pienissima fede qualmente lo spettabile huomo Francesco di Altobianco delli Alberti, per virtù di un certo legato lasciatomi già da ser Agniolo da Todi, mi à sodisfatto dal dì 20 di agosto 1436 insino al sopradetto dì" (cit. in Bandini, pp. 77 s.).  Il L. lasciò quindi la scuola di Volterra nel 1439; tornato a Firenze, dovette comunque continuare gli studi sotto la guida, soprattutto, di Carlo Marsuppini, del quale seguì i corsi allo Studio fino all'anno della sua morte (1453). Alla scuola del Marsuppini il L. ebbe modo di conoscere, fra gli altri, Iacopo Ammannati e Bartolomeo Scala, con il quale ebbe una lunga comunanza di interessi e una lunga frequentazione presso gli uffici della Cancelleria. Il L. ricevette probabilmente anche una formazione di carattere giuridico-notarile benché non si abbia notizia dei suoi maestri e di quale percorso abbia compiuto in queste discipline. Non è certo infatti che si riferisca al L. un documento del 1437 in cui compaiono un "Christoforus de Landinis" e suo fratello "Ptolomeus" come studenti di diritto a Pavia (Codice diplomatico dell'Università di Pavia, II, 1, Pavia 1913, p. 383).  Nel 1441, in occasione del Certame coronario, lettura in forma pubblica di componimenti poetici in volgare sul tema dell'amicizia proposta agli scrittori fiorentini da Leon Battista Alberti, al L. fu affidata la lettura del capitolo Sacrosanta, immortal, celeste e degna, composto da Francesco di Altobianco Alberti. Agli Alberti rinviano pure alcuni componimenti inseriti nella raccolta Xandra, risalenti agli anni giovanili del L., e a Leon Battista Alberti egli dedicò la prima forma della raccolta, messa insieme negli anni 1443-44. Agli stessi anni risale la dedica al L. dell'opuscolo Musca da parte dell'Alberti.  Nel 1446 "ser Christophorus Bartholomei Landini de Puppio" (cit. in Fubini, 1987) accompagnò, in qualità di apprendista della Cancelleria fiorentina, Paolo da Diacceto nella ambasceria presso il papa. Del soggiorno a Roma, che durò dal 9 gennaio al 4 giugno, lo stesso L. lasciò testimonianza nel Comento sopra la Comedia: "et io vidi a Roma ne' tempi d'Eugenio quarto un vaso d'alabastro nel quale la candela risplendea più che in sottilissima lanterna" (Paradiso, XV, vv. 13-24, rr. 20-22, p. 1775 dell'edizione curata da P. Procaccioli).  Gli anni Cinquanta del XV secolo furono decisivi nella vita del L., che iniziò la sua carriera come docente presso lo Studio fiorentino e assunse incarichi rilevanti presso la Cancelleria fiorentina; fu inoltre in questo periodo che il L. compì la definitiva scelta di campo in politica, schierandosi decisamente con i Medici. Significativo, anche in questo senso, è il fatto che nel 1456 Marsilio Ficino sottopose il suo scritto, che non ci è pervenuto, Institutiones ad Platonicam disciplinam al giudizio del L. e di Cosimo de' Medici, che gli consigliarono, pur apprezzando l'impianto complessivo del lavoro, di approfondire lo studio del greco al fine di comprendere meglio la lettera del testo platonico.  Il L. non sarebbe stato quindi solo un divulgatore del neoplatonismo fiorentino quattrocentesco, bensì uno dei suoi più significativi promotori, come ha convincentemente messo in evidenza Field (1988, pp. 8 s.): "With new discoveries and a new appreciation of Ficino's early works, and a new evidence relating to Landino's early career, we now know that at the founding of the Platonic Academy by Cosimo in 1462 or 1463 many of Marsilio Ficino's central ideas were already well developed, and we can be reasonably certain also that Cristoforo Landino had for several years been giving philosophical, Platonizing lectures on both Latin poets and Dante". In questo ruolo di promotore di alcuni fra i principali aspetti dell'umanesimo fiorentino in età medicea (il neoplatonismo, la valorizzazione del volgare e della sua tradizione letteraria, l'uso dei classici in funzione pedagogica ecc.) si mostra il carattere peculiare della figura del L., ossia l'essere divenuto nel corso del tempo totalmente organico al potere politico dei Medici sia nella sua attività accademica sia nella sua attività di funzionario pubblico: elementi, questi, intrecciati nella sua biografia, ma qui trattati distintamente per esigenze di chiarezza espositiva.  Nel 1458 il L. sposò Lucrezia di Alberto di Adovardo Alberti dalla quale ebbe quattro figli: Laura, nata nel 1465, Piero, Bernardo e Beatrice.  Quando, nel 1456, si pose il problema della successione di Poggio Bracciolini alla Cancelleria fiorentina, fu deciso di affiancare all'anziano funzionario alcuni assistenti, fra i quali il L., che avrebbero avuto anche il compito di insegnare presso lo Studio. A quella data il L. aveva però già avuto esperienza di insegnamento nello Studio, probabilmente con l'incarico di lettore in grammatica, come risulta da alcuni pagamenti a lui effettuati dal Comune (cfr. Field, 1988, p. 234 n. 10).  Nonostante queste circostanze, gli inizi della lunga e significativa carriera accademica del L. furono piuttosto tormentati. Alamanno Rinuccini e Donato Acciaiuoli, fra i principali esponenti della vita culturale fiorentina, erano decisamente contrari alla nomina del L. come docente dello Studio e addirittura l'Acciaiuoli lo riteneva, in una lettera del 1455, "etiam pratensi oppido indignum" (cit. in Garin, 1980, p. 200). Il passaggio del L. all'insegnamento avvenne grazie anche alla protezione politica da parte dei Medici che in quegli anni lo stesso L. ricercava con insistenza, come testimonia, fra gli altri episodi, la dedica a Piero de' Medici della versione definitiva della Xandra con un componimento datato al 1458. Ancora in riferimento ai rapporti con i Medici, non è completamente chiarito il ruolo svolto dal L. nella educazione di Lorenzo de' Medici. Se non è da considerare attendibile la notizia data da Leon Battista Alberti secondo la quale il L. sarebbe stato precettore di Lorenzo con Gentile Becchi (cfr. A. Rochon), è però probabile che lo stesso Lorenzo abbia seguito i primi corsi universitari tenuti dal Landino. -ALT  È del 18 genn. 1458 la prima delibera ufficiale che affidava al L. l'insegnamento di retorica e poetica presso lo Studio fiorentino. Argomento del primo corso landiniano di cui si ha testimonianza furono le Tusculanae di Cicerone, anche se è incerto se questo corso si svolse effettivamente nel 1458: di esso ci è stata tramandata la lezione introduttiva, la Praefatio in Tusculanis. Secondo la più recente cronologia relativa al primo quindicennio circa dei corsi tenuti dal L. presso lo Studio fiorentino (Field, 1988), dopo il corso ciceroniano, negli anni 1459-60 o 1460-61 il L. tenne i corsi sulle Odi di Orazio; nel 1461-62 sulle Satire di Persio e Giovenale, mentre fra il 1462 e il 1463 fu commentata per la prima volta l'Eneide, sulla quale il L. tornò anche l'anno successivo. Anche del primo corso virgiliano si è conservata la prolusione (Praefatio in Virgilio). Nel 1464-65 il L. tenne un corso sull'Ars poetica di Orazio e altri testi di poetica. Nel ms. 646 conservato presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze sono conservati gli appunti presi da Bartolomeo Della Fonte durante questo corso. Nel 1465-66 furono lette le Familiares di Cicerone all'interno di un corso sull'epistolografia. Probabilmente al 1466 e al 1467 risale il corso più interessante e nuovo del L., dedicato alla lettura del Canzoniere petrarchesco.  Si tratta di una scelta originale ma che ben si inscriveva in quell'idea di nobilitazione del volgare e dei suoi classici che caratterizzava la cultura della Firenze medicea. Il L. era stato inoltre già lettore attento delle rime petrarchesche, come testimonia la loro influenza sulla scrittura della sua lirica latina.  Fra il 1467 e il 1469 il L. tornò a Virgilio, leggendo le Egloghe (la Praefatio a questo corso è stata pubblicata in Field, 1981), mentre intorno al 1470 tornò ancora a leggere le Odi oraziane. Field (1986) ha ipotizzato che fin dal 1456 il L. abbia tenuto pubblica lettura del testo della Commedia dantesca, sulla quale tornò in ogni caso negli anni della maturità, in uno o più corsi tenuti fra la seconda metà degli anni '60 e gli anni '70 del XV secolo (cfr. Procaccioli, Introduzione a C. Landino, Comento sopra la Comedia, pp. 22-26) in anni che è difficile indicare con precisione.  Parallela alla attività presso lo Studio scorreva, non meno significativa, la carriera negli uffici pubblici. Nel 1465, succedendo a Bartolomeo Scala, il L. assunse l'incarico di cancelliere della Parte guelfa, della quale nel 1496 fu anche priore della pecunia e della quale fa una apologia in una lettera del 1471 a Paolo Guinigi (pubblicata in Lentzen, 1971, pp. 260-266). Il L. fu inoltre eletto più volte tra gli ufficiali e i segretari della Cancelleria, anche se non riuscì mai a ottenere l'incarico di cancelliere; all'interno della Cancelleria fu però tra i segretari della Signoria. Fra le attività connesse ai suoi incarichi pubblici spiccano le orazioni: l'elogio funebre per Donato Acciaiuoli, morto il 28 ag. 1478 e in onore del quale il L. pronunciò pubblicamente l'elogio il 12 ottobre (pubblicato in Reden Cristoforo Landinos, a cura di M. Lentzen, München 1974, pp. 65-76); l'orazione in morte di Giordano Orsini, del 1483 (pubblicata nello stesso anno a Firenze per Niccolò della Magna); una orazione del 1485 rivolta alla Repubblica fiorentina in onore di Nicola Orsini (pubblicata a Firenze nel 1485 da Francesco Bonaccorsi). Si distacca per contenuto il sermone (edito in Lentzen, 1971, pp. 246-254) tenuto, forse nel 1469, durante il giovedì santo presso la Compagnia dei magi, la confraternita laica di cui erano membri e finanziatori i Medici e molti dei più rappresentativi uomini di potere della Firenze del tempo. Nel 1483 dagli uffici della Cancelleria fu conferito al L. l'incarico di compilare gli annali della Repubblica fiorentina, dei quali non resta alcuna traccia e che presumibilmente il L. mai compose. In qualità di segretario della Signoria, insieme con Simone Grazzini, redasse gli atti di sottomissione di Pietrasanta a Firenze e presenziò alla loro ufficializzazione avvenuta il 30 dic. 1484. Il 6 apr. 1486 il L. appose la propria firma accanto a quella di Marsilio Ficino sul codice delle Pandette di Giustiniano quale autorità che certificava l'antichità e con essa l'originalità del codice.  Legato anche all'attività pubblica e non solo a interessi di studio è l'impegno del L. come volgarizzatore. Al 1474 è da ascrivere la commissione da parte del re di Napoli Ferdinando d'Aragona di un volgarizzamento della Naturalis historia di Plinio, pubblicata a Venezia nel 1476 presso Niccolò Jenson. La traduzione, soprattutto a causa del colorito linguistico spiccatamente fiorentino usato dal L. per tradurre i nomi di animali, piante, ecc., fu immediatamente ritenuta scadente e lo stesso Ferdinando incaricò l'umanista napoletano e bibliotecario presso la corte aragonese, Giovanni Brancati, di rivederla e correggerla.  Alla metà del 1485 è da far risalire la conclusione del lavoro di traduzione dei Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae (Sforziade) di Giovanni Simonetta, pubblicati intorno al 1482. Il codice con il volgarizzamento giunse a Milano il 4 agosto per essere donato a Ludovico il Moro per volontà di Lorenzo de' Medici.  Ancora al confine tra l'attività di docente presso lo Studio e l'impegno presso la Cancelleria è la redazione di un Formulario di epistole ed orazioni, dedicato a Ercole d'Este e pubblicato per la prima volta nel 1485 a Bologna presso Ugo Ruggeri. L'opera riveste particolare interesse in quanto si tratta di un originale formulario per scrivere testi pubblici in volgare, a testimonianza, di nuovo, del lavoro compiuto grazie al L. dalla Municipalità fiorentina per il rinnovamento della retorica pubblica. Intorno al 1473 il L. fu impegnato nella stesura delle Disputationes Camaldulenses che, secondo gli studi più recenti (Fubini, 1996) furono portate a compimento intorno all'aprile del 1474.  Le Disputationes sono un trattato in forma di dialogo di contenuto filosofico, in cui il L. tende a superare la dimensione grammaticale dell'analisi dei testi letterari, e in particolare dell'Eneide, per affrontare, anche attraverso l'analisi allegorica del testo virgiliano, la questione del rapporto tra vita attiva e vita contemplativa e della possibilità della felicità per l'uomo. Protagonisti del dialogo, ambientato nell'estate del 1468 presso il monastero di Camaldoli, sono lo stesso L., suo fratello Piero, Giuliano e Lorenzo de' Medici, Alamanno Rinuccini, Pietro e Donato Acciaiuoli, Leon Battista Alberti, Marsilio Ficino e altri che, durante quattro giorni di conversazioni, corrispondenti ai quattro libri in cui è divisa l'opera, trattano del rapporto tra vita attiva e vita contemplativa, della questione della felicità (de summo bono) e dell'illustrazione di allegorie virgiliane utili a meglio definire la questione del rapporto tra vita attiva e vita contemplativa. Al termine della composizione le Disputationes Camaldulenses furono presentate nell'esemplare di dedica (Biblioteca apost. Vaticana, Urb. lat., 508) a Federico da Montefeltro, che inviò al L. una lettera di ringraziamento, mentre l'editio princeps fu pubblicata probabilmente nel 1480 a Firenze per Niccolò della Magna; precedente al 1481 è la traduzione di Andrea Cambini, che non ci è pervenuta. L'opera fu accolta piuttosto freddamente dagli ambienti vicini al L. e di ciò è testimonianza una lettera del Ficino a Bartolomeo Scala (Lettere, I, n. 119).  Agli inizi degli anni Settanta risale anche la composizione di un'altra opera di stampo filosofico, il trattato in forma di dialogo De anima, il cui evidente platonismo, dimostrato da Mc Nair, sembra discendere più dalla lettura di Platone condotta dal cardinale Bessarione nell'opera In calumniatorem Platonis che da quella ficiniana. Interlocutore principale del dialogo - che ha come argomento la natura dell'anima, le operazioni a essa proprie e le questioni legate all'immortalità dell'anima ed è ambientato nel 1453 -, è il maestro del L. Carlo Marsuppini.  Nel 1481, approntato in tempi piuttosto brevi mettendo a frutto gli anni di letture sul testo dantesco, fu pubblicato a Firenze da Niccolò della Magna il Comento sopra la Comedia.  L'importanza dell'operazione editoriale di pubblicazione del Comento dantesco e la sua centralità all'interno della politica culturale della Firenze laurenziana sono state più volte messe in luce. Il commento landiniano, che seguiva il modello tradizionale che affiancava interpretazione letterale e allegorica, si arricchiva rispetto al contenuto dei commenti precedenti solo di alcuni riferimenti al neoplatonismo. Di concezione completamente nuova era invece il lungo e articolato Proemio. Rispetto agli accessus ad auctorem che aprivano i commenti tradizionali, questo proemio si caratterizza per essere un vero e proprio studio sulla storia civile e sulla storia della tradizione culturale fiorentina nelle sue diverse manifestazioni, dalla poesia alla musica alle arti figurative all'architettura, delle quali vengono indicati i rappresentanti più significativi. La funzione celebrativa del Comento fu ulteriormente amplificata in occasione della presentazione dell'edizione alla Signoria della città: in quella circostanza il L. pronunciò un'orazione, stampata negli ultimi mesi del 1481 o nei primi del 1482 da Niccolò della Magna. Il Comento ebbe una grandissima fortuna fino a tutto il XVI secolo: per oltre un secolo la Commedia dantesca si lesse accompagnata soprattutto dall'interpretazione landiniana.  Nel 1482 fu pubblicato il commento a Orazio (Firenze, Antonio Miscomini). Anche questo commento a stampa, dedicato a Guidobaldo da Montefeltro, rappresenta il punto d'arrivo di una lunga frequentazione da parte del L. dei testi oraziani. Il commento landiniano si caratterizza per l'attenzione non solo alle strutture linguistiche, stilistiche e retoriche del testo di Orazio, ma anche al suo valore formativo. Forse perché portato a termine in tempi molto brevi, fra il settembre 1481 e il luglio 1482, il commento è però pieno di errori. Il L. stesso si dichiarò conscio dei limiti dell'opera nell'introduzione al Commento all'Eneide pubblicato nel 1488. Ed è proprio il commento virgiliano edito a Firenze, probabilmente da "Berrardus Nerlius", che chiude la triade dei commenti a stampa dedicati agli autori maggiormente trattato dal L. nella sua attività accademica. L'interpretazione virgiliana del L., limitata ai primi libri dell'Eneide, era già presente, nelle sue linee fondamentali, negli ultimi due libri delle Disputationes Camaldulenses e non cambia nel commento, che completa la lettura dell'Eneide e delle altre opere virgiliane.  Negli ultimi anni della sua vita, dopo il 1487, il L. compose il trattato in forma di dialogo De vera nobilitate, sulla antica questione della nobiltà: nell'opera il L. si fa portavoce della teoria secondo la quale la nobiltà si ha per virtù e non per nascita e si può acquisire anche attraverso l'attività nei pubblici uffici.  Nel febbraio 1498, con un provvedimento straordinario dovuto alla sua fama e ai molti anni trascorsi al servizio della Repubblica, il L. fu confermato, nonostante l'età e l'impossibilità di svolgere adeguatamene il lavoro, nella carica di segretario della Signoria e gli fu mantenuto il compenso. Poco dopo il L. morì, forse nel Casentino, dove si era da poco ritirato, il 24 sett. 1498, come ricordato in un documento dello Studio fiorentino. Fu sepolto nella chiesa dedicata a S. Donato situata in Borgo alla Collina, castello donato al L. dalla Repubblica fiorentina. Le circostanze per cui, dal Bandini in poi, molti hanno erroneamente indicato nel 1504 la data di morte del L. sono chiarite da Alessandro Perosa (Una fonte secentesca dello "Specimen" del Bandini in un codice della Biblioteca Marucelliana, in Id., 2000, pp. 289-320).  Il L. è raffigurato, insieme con Marsilio Ficino, Angelo Poliziano e Demetrio Calcondila, nell'affresco di Domenico Ghirlandaio situato nella cappella Tornabuoni della chiesa di S. Maria Novella a Firenze.  La produzione poetica in latino del L. è stata pubblicata in edizione critica da Perosa (Christophori Landini carmina omnia ex codicibus manuscriptis primum edidit, Florentiae 1939). Essa comprende i componimenti giovanili riuniti nella raccolta Xandra e alcune poesie di occasione più tarde. La raccolta Xandra, che prende il titolo dal nome di una donna probabilmente amata dal L. negli anni giovanili, comprende versi di carattere amoroso, encomiastico e di occasione, ed è considerata una fra le più significative raccolte quattrocentesche di poesia latina, in grado di fungere da punto di riferimento per la poesia latina di Poliziano. Fra i versi più tardi pubblicati da Perosa spicca la serie di componimenti dedicati a Bernardo Bembo che il L. conobbe nel 1475 in occasione della prima ambasceria che l'uomo politico veneziano compì a Firenze. Una lettera del L. al Bembo scritta nel 1481 in occasione del restauro della tomba di Dante voluto dallo stesso Bembo quando era podestà a Ravenna è stata pubblicata da Ledos (pp. 723 s.). Due distici latini non pubblicati in Perosa sono pubblicati in Lentzen, 1971, pp. 232 s.  Le prolusioni ai corsi universitari (Praefatio in Tusculanis, Praefatio in Virgilio, le prolusioni petrarchesca e dantesca), i proemi ai commenti dantesco, oraziano e virgiliano e i proemi ai libri III e IV delle Disputationes Camaldulenses, ai volgarizzamenti della Naturalis historia di Plinio e della Sforziade e al Formulario di lettere ed orazioni, nonché l'orazione tenuta in occasione della pubblicazione del commento dantesco del 1481, sono state pubblicate da Roberto Cardini in una edizione che presenta un ricco apparato critico e di note (Scritti critici e teorici, I-II, Roma 1974). Testi landiniani sono pubblicati anche in Bandini (alcune lettere), in Testi inediti e rari di Cristoforo Landino e Francesco Filelfo, a cura di E. Garin, Firenze 1949 (passi tratti dal De nobilitate e dalle Disputationes Camaldulenses) e in Lentzen, 1971 (lettere, esercitazioni per gli studenti dello Studio, orazioni).  Le Disputationes Camaldulenses sono state pubblicate a cura di P. Lohe (Firenze, 1980); una nuova edizione è in corso di pubblicazione per la Harvard University Press a cura di Jill Craye. Il trattato De anima è stato pubblicato a cura di A. Paoli e G. Gentile negli Annali delle università toscane, XXXIV (1915); XXXV (1916); XXXVI (1917); anche di questa opera è stata annunciata una nuova edizione a cura di Manfred Lentzen.  Oltre all'orazione in morte di Donato Acciaiuoli in Reden Cristoforo Landinos, cit., sono pubblicati altri testi landiniani già presenti anche in Lentzen, 1971.  Il Comento sopra la Comedia è stato edito da Paolo Procaccioli (Cristoforo Landino, Comento sopra la Comedia, I-IV, Roma 2001), che riproduce anche l'orazione tenuta in occasione della presentazione dell'edizione alla Signoria.  Il trattato De vera nobilitate è stato pubblicato in edizione moderna nello stesso anno da due curatori diversi: Maria Teresa Liaci (Firenze 1970) e Manfred Lentzen (Ginevra 1970).  Fonti e Bibl.: A.M. Bandini, Specimen literaturae Florentinae saeculi XV in quo dum Christophori Landini gesta enarrantur…, I-II, Florentiae 1747-51; Statuti della Università e Studio fiorentino, a cura di A. Gherardi, Firenze 1881, ad ind.; D. Marzi, La Cancelleria della Repubblica fiorentina, Rocca San Casciano 1910, ad ind.; A. Verde, Lo Studio fiorentino 1473-1503. Ricerche e documenti, II, Firenze 1973, pp. 174-177; IV, 1-3, ibid. 1985, ad ind.; M. Ficino, Lettere, I, Epistolarum familiarum liber I, a cura di S. Gentile, Firenze 1990, ad ind.; L. de' Medici, Lettere (1484-1485), VIII, a cura di H. Butters, Firenze 2001, pp. 333-335; F. Deycks, De Christophori Landini Florentini vita et scriptis…, Münster 1861; E.-G. Ledos, Lettre inédite de C. L. à Bernardo Bembo, in Bibliothèque de l'École des chartes, LIV (1893), pp. 721-724; A. Della Torre, La prima ambasceria di Bernardo Bembo a Firenze, in Giorn. stor. della letteratura italiana, XXXV (1900), pp. 258-333; G. Mancini, Vita di Leon Battista Alberti, Firenze 1911, ad ind.; A. Buck, Dichtung und Dichter über C. L.: ein Beitrag zur Dichtungslehre des italienischen Humanismus, in Romanische Forschungen, LVIII-LIX (1947), pp. 233-246; E. Garin, L'umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento, Bari 1952, ad ind.; M. Santoro, C. L. e il volgare, in Giorn. stor. della letteratura italiana, CXXXI (1954), pp. 501-547; L.F. Casson, A manuscript of L.'s Xandra in South Africa, in Studies in the Renaissance, X (1963), pp. 44-59; A. Rochon, La jeunesse de Laurent de Médicis (1449-1478), Paris 1963, ad ind.; A. Chastel, Arte e umanesimo a Firenze al tempo di Lorenzo il Magnifico. Studi sul Rinascimento e sull'umanesimo platonico, Torino 1964, ad ind.; C. Dionisotti, Dante nel Quattrocento, in Atti del Congresso internazionale di studi danteschi… 1965, I, Firenze 1965, pp. 333-378; F. Tateo, C. L. e la fortuna del IV trattato del Convivio nel Quattrocento, ibid., pp. 307-313; I. Maïer, Ange Politien. La formation d'un poète humaniste (1469-1480), Genève 1966, ad ind.; C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino 1967, ad ind.; R. 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Rombach, Vita activa und vita contemplativa bei C. L., Stuttgart 1991; All'ombra del Lauro. Documenti librari della cultura in età laurenziana… (catal., Firenze), a cura di A. Lenzuni, Milano 1992, ad ind.; R.M. Comanducci, Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta, in Interpres, XII (1992), pp. 309-316; B.G. Mc Nair, C. L.'s "De anima" and his Platonic source, in Rinascimento, XXXII (1992), pp. 227-245; G. Tanturli, Proposta e risposta. La prolusione petrarchesca del L. e il codice cavalcantiano di Antonio Manetti, ibid., pp. 213-225; U. Rüsch Klaas, Untersuchungen zu C. L. De anima, Stuttgart 1993; T. Jorde, Cristoforo Landinos De vera nobilitate. Ein Beitrag zur Nobilitas-Debatte im Quattrocento, Stuttgart-Leipzig 1995; R. Fubini, C. L., le Disputationes Camaldulenses e il volgarizzamento di Plinio: questioni di cronologia e di interpretazione, in Id., Quattrocento fiorentino. Politica, diplomazia, cultura, Pisa 1996, pp. 303-332; M. Martelli, Letteratura fiorentina del Quattrocento. Il filtro degli anni Sessanta, Firenze 1996, ad ind.; A. Perosa, Studi di filologia umanistica, II, Quattrocento fiorentino, a cura di P. Viti, Roma 2000, ad ind.; P. Scapecchi, C. L., Niccolò di Lorenzo e la Commedia, in Sandro Botticelli pittore della Divina Commedia (catal., Roma), I, a cura di S. Gentile, Milano 2000, pp. 44-47, 265 s.; Enc. dantesca, III, pp. 566-568; Enc. virgiliana, III, pp. 109-112; Enc. oraziana, III, pp. 306-309; Rep. fontium hist. Medii Aevi, VII, pp. 120-124.Liba secundus u aut Eandetn otionanft in anibus denrchedas. Ars enim natnratn quoad ua Itt feropq imitatur. Sed nefeio quo pado cum de eqmalo quod iti vita Kiriorio iMispa natura nucttigadum nobis propofuannus:iam fecundo in naturam rela« bor.lta^ bacomifla ad illud tademrueamusipcimunique omnibus PHILOSOPHIS omnibmi cbtifiianis audoribus non in eo quod ab ad ione proueninfcdin fo» h ratione coUocemus. Non enim quid fadum iinfed qua mente fadum animad uettunt. Quapropter quatuor ueluti principia ponunt. Cum enim fe nobis ilu quid offert: mouctuc ea te fic oblata uis quzdam animorum nofttorums ut illam cognoscat: tandem p decernit aliud bonum efTc aliud contra maium. Quapto ptrrcumiam feferes obtuleritrcum iam fecundo loco (it de ea iudicium fadumt adtamr tertio loco uoluntast ut hoc quidem fequamur. Illud vero fugiamus. Qua quidem uoluntate ita iubente motus poftremo in corpora infurgut : ut id tncmbræzc quantur quod noiunusancea de creuerit.Ncffi igitur a duobus illis ptimisprindpiisnetp ab boc poftremo uitiumfpedatur:led a voluntate qua in ordine tertiam pofuimust. Non enim eo Verres pcccauit quod tabulz ftgnac ac reliqua ftculorum preriofilTima fupeliez illi fefe of Ferreti Non rurfus quia iudica ret forefibi ex ufu huiufccmodi ornatu abundaretfcd quia rapere uoluit cu uf«p adeocz fola uoluntate res pendat: ut etiam ft non rapuerit :tamen quia rapere uo luerit fitelus commifllim fitx Non enim interfecerit ne an non interfecerit: fed uo lueiitne interficere in culpa eft:Defueruntuires. P.CIodio quominus Annium Milonem oeddere pof Tetx. Qua quidem in re fi naturz uitium quzras t pcccauit ea uis:quzmentis propofitum non implcuit:fi uero ad morem teconuertas non aduscorpord motus fed uoluntatis adus crimen concipit: Dicetur iure homi dda Clodius quia Milonem uoluit ocddere: Fac autem ocddifte cum minime ta men uoluerit exddere ftarim crimine abfoluetur. Qui enim non ex uoluntate: fed uel ex infirmitate uirium quas modo pofiii vel ex insdiia rem quampiam c6 mittunnii non modo culpa carent: uCTum etiam cdmiseratione fzpistime digni putanmr. Quis enim cum illud de Cephalo in procrin legit etiam fi fabulosum putetmon iolum illum crimine liberat: Sed fumma infupercomifetatione profe quituRcum animadvertat hominem ex infdria dum feram uulnerarc putat: ca tifiimam fibi coniugem percu Eiffeteuius morte in summum moerorem acludu paulo postcafuruseifett Vides igitur auolutatisadu ueluti a fua origine uitium in monbus flum: Verum cum iam conftet imbedllitatem adionis prouenire ex infirmitate primi agentis rem hanc planius exponendam cenfeo: Videamus ita in quo defidatuoluntas ante commifllim fadnus. Qui quidem defedusfibi a natura non erinfemperenimadbzrct/ femp pcccaret:ne rurfus eftcafu bc for luna:eflet enim extra nos. Est igitur uOluurius.S'ed ut uideasundeifit error boc ædpe. Visdus rd quz agit ab eo agente perficittu quod fupra fe eft: Donec enim id quod fecundo loco agit perfeuerat in ordine primi agentis munus fuum abfo lute peragit:Sinautemao illo declinet nullum iam remedium eflqn aut fiatim aut paulo poftdefidattin gyrum uertitutdrculus qui manu humana torquef. Hic idem fi nunu dedinet a mom ceflabit. Ergo igitur ut ad rem redeam nupa dicebam duo cflic pdndpiarquæ uoluntatcm aateire ntt Res quz fefe nobis oSu a : k [ t Oerumniobonp nttitt K uii gucdam ilfas oblatu fufdpiatt At cum qiiicgd bnhi!!»ttb£ A Ut moueri poffifaliguidhabeat proprium a quo moucaturmoo omnis pcrap et di uis omnem appetitum mouebit. Nim quz fmlibilia percipit cum dutaiatape petitum qui a renfibus e(i mouere ualai Ratio autem proprie uoluntatem mouc biti Rurfuscum latio varia bonorum genera percipere poiritcuiuilibetautcm et proprius finist Etit uoluntatis quoque pprius nnis k primum quo moueatiu n5 bonum quodlibetifed certum aliquod ac pncfizum.Siigit" mensnofira acuolo tas perceptione eius rati6ismoueac7quz tedum bonorum malotu iudiciui B teneat reda indeadio exorictur. Sinautem ab iis ezorit" quz falfo fenfuum iudb do bona efle deæta Tunticum minime flnt bona Ibtim peccat in uiu 6tmorib9 uoluntas. Peiueriio igit" ordinis qui est ad rationem et ad proprium finem gignit peccatum in adione. Ad rationem quidem cum ad fubium fec fiis perceptionem voluntas fertunin id quod fi rede pcrfpidas bonum non efiifcd quia fuis ilicee brisrcnrusdemulfitia Dillis bonum iudicatat. Efirurrus cum ratio ipfa minime decepta id bonum efle decemittquod uere bonum dici potcft.Hcx tamen tepore aut hocmodo bonum efie negatur. Voluntas tamen in id fertur nu llam ordinis tanonem babens.huiufccmodi igitut ordinis per uerfio uoluntaria eih pptc reaqi uitio non carets Loquacior fortalTc fum q par cfi in natura mali. Addam tamen ex iis argumentationibus quibus demonftracum efimalum nullam efienda am eflesati ob eam tem per fe fubfifierenon polle: facile animaduerti id aliquo in bono feroper efle oportere: Verum idem hac quoip ratione probatur. Cum malum dicimus priuationem dicimus:hoc enim iam conuicnPnuatio autem ipla K foima qua res priuatut in eodem funt.ld autem quod formz fubiidtur huiuTce modi cil ut fua natius facultate formam fufeipere ualeat. Hoc autem quis bona negabit cum eodem in genere et ipsa sive facultas sive potentia Scadus qui inde cll omnino confilhnt. Prxterea malum ta folum ratione malum didiT quia nev cct. At non ncKct malo. ElTc enim bonum fi malo pemitirm afiFcrrct. Nocet igitur bono. Nonautefi de rei forma loquamur noceret nifi in eoelTet. Quzenimcz citas polyphcmo nocebitinifi fit in polyphemo excitas. Verum cum uulum boa no opponatur quo pado utn idem erit fubiedum.oppofiro 9 t enim altc/alte tum pellinhoc fi dicas ita tibi refpondebo.Quicquid ens did poteft idem 8C boa num dicitunNon autem abfurdum cll ut non ens in ente fit:quzlibct enim ptia uatio in aliqua elTentia c(l:quz cll ens tamen non efi in ente fibi oppofito. Si enim czeitatem dico hoc non eos comune quide minime eft ut uifum ubi^ tola lat:Ergo non ell in uifu uelud in fuo fubicdo fcd in animaote. Q_ux quide om nia eo teduntiut non pofliit iu fummum malum inueniri:ut inuenitur fummn bonum.Quod enim fummum malum fututum fit id fine alicuius boni cofora tio elTc oportet. At nullum malum a bono omnino feparatu efle inuehies. C^ua doquidem ut paulo ante ofiendimus fuas in bono radices malu egit: et in eo luu ut Ita loquar fundamentum iedt:Ptztctea fi mihi dabis aliquid fummum malis fututum effe id ita fua eflentia malum futurum erit/ut fua eflenda fummum bo num clfc uidemus. At malum eflentiam nullam babæ iam demonfiratu efi. Ita quod ptiouUD pdndpiii eft eus cflcpo^too cogn ellet pti IaP.Vitg«M.AIl^o.Liba tettius cipranificflct caura iitidepcadcrettt Dafiautcaurambotiucfre dirimus. A 4 de et boc^uTa enim qux per fe caufa diatunfcmpcr prior eft illa quz per accidens caula dicitur. At malum non efi caufa niri per accidens.Non igitur inuenimr (u Inum malum.Hatc funt quæ de plurimis longecp «ccllenrioribus quz Leo Baptista memoriter diluride ac copiose in tantorum uirotum confriTu difputauit t mcminil Te ualui.ln quibus cum abunde Laurentio fatilTadum efletxfol^ ia me* ridiemalccndi(ret:nos omnes ita adbottante Mariotto hofpite libeta Mimo to» Kzimusiillumf fecuti ad tefidenda corpora difi:ellimus. L. CAMALDVLENSLVM DISPVTATIONVM AD ILLVSTREM FEDERICVM VRBINATVM PRINCIPEM IN P. VIRGILIO (vedasi) MARONIS ALLEGORIAS – cf. H. P. Grice, “Philosophical Eschatology: Metaphor, Allegory, and Parable”. Um Satuissem cum fermonem illustrissime Federice litteris mandate quem Leo BAPTISTA Albertus no sine summa oiumquia et erunt admirarione: at(^ftu porede iis Homeris habuiflct inqbus. VIRGILIO j fundiflimam illam fcietiam i occultatcqua fummu bois bonum diuinitus defcribit et quU uia ad id Hcircamur mirificc exprimit: uercbar ne in nonui 1 holum reprehcnlionem incidcrem:qui cunria ex fui ingenii imbecillitate tnericntcs et Maronem ipfum nihil przter fabellas:quibus ociofas auditoru au icsdcledaret cdmctum ræ credant et nos pro arbitrio nodro quz dicimus ottu uia finxilTe exifiimcnt. Qui quidetn fi quid poctz fint: fi quam eorum origo ue tufia appareat fecum teputentifi q magna/q uaria dodrina plurimi in eo artifii< rioflorucrint confidcTcnncogoofccnt profedoid quod grauil Timorum PHILOSOPHORUM iudido comprobatum uidemus nullum efie feriptorum genus : qui autmagnitudine cloquentiz.aut divinitate iapictiz poetis pates fuerintr Qua quidem ce ARISTOTELE virum excellenti ingenio et doctrina pofi PLATONE om nino singulari motum crediderimrut eofdem prifds temporibus theologos poe tafi} fuine a£btmet;Et profedo fi poesis ipsa quid sit diligentius inturamur: fad k erit nofle non cfle illam unam ex iis artibusrquas noflri maiores quoniam reli quis excellentiores funt libctales appcllarunnin quarum una altera ue fiqui 0 o lucrunttin maximo funt femper pretio habiti:fed cfi res quzdam diuiniortquz universas illas compledcns certis quibufdam nu meris aftridatcerris quibufdam pedibus ptogrcdienstuariifi luminibus ac floribus diftinda quzcutp homines qjotnt quæcn norint: quzeu contemplati fuerint: ea miris figmetis exoractr atip in alias quasdam spedes traducattut cum aliud quippii multo inferiusimul (09 humilius narrare uideantur:aut cum metas fabellas ad ceflantium aures ob kftmdas ludere credantur:tum maxime cxcclla quzdatfic in ipfo diuinitaris fbn tctecondita pTonunt: Quo quidem gratilTimo errore tandem animaduerfo au ditoc non Colum in fummam rerum cognitionem deucniat: fed mira eriam uolu ptatccz figmento pctfundatuc. Quam quidem temdiuinam potius s humani f iii fn. cfle cu! potius f Platoni credidcrimnilr rnim in lonr dicit pot ffm non arte yana tradi;f<d divino furore npftras tnentesirrepne.ln co aurem qui phxdrua infcnbitur/cum tria alia diuini furoris genera expliraflet/quaitum furoretn quc poeticum elfe uult/huiurcemodi([ni fallor^fentcntia exprimir. Rcfeit enim da ibcxleftibusredibusucr farcntur animi no(lri/ et cius harmonix quxinxtema dei mente confiftitiK eius quxcxlorum motibus conficitur/illos participes fuit fe. Verum cum deinde monalium rerum cupiditate degrauati propterca ad ia feriora iam deuoluti corporibus incluti tint:tunc terrenis artubus ac monbodia membris impeditos uix eos concentus qui humano artiHno comparantur auribus padperc poflerqui et Ii a cxledi harmonia longe abfintinihilominus quoni om ucluti fimulacra quxdam ac imagines illius funt nos in tacitam quadam ex Icftium recordationem inducuntiacardcntiifiroa cupiditate ad antiquam patrw am reuolandi inflammanciut ueram ipfam muficam/cuius hxc adumbrata ima go lit pnofcamus.interim uero quo ad pemiolcdilT mum corporis carcerem noa bis licet/bac noftra illam imitari cdtedimus non uocum modulationibus ueluti uulgares quidi et leviores mulici cofucueruntrquos aunu frufus demulcete posse no negauerimtquicq aut prxterea prxihre posse no cocedor Sed grauiori quo« dam iudicio diuinam harmonia imitati/ pfundos inrimof mentis fenfus elega ti arminc exprimutsat divino furore concitati res frpe adeo mirabilesiadcoq fupra humanas uires cofticutas gradi spiritu proferunt: ut cum paulo poft furoc ille iam refedetitifeipfosadmirentVat obllupercant. Quapropter non folum auribus adulant ifed fuaui nedarc et diuina ambrolia mentes demulcet hi igic diuini uates funt/& faai mufarum facerdotesihi iure optimo fandti ab Ennio ap E elbnt": his folum diuiniiuscocefl'umeft/ut carmine modo iocude fuauiteripla entitmodo grauiter alteq; furgetitmodo uchemeti impetu ruerirmodo in leda ti amnis morem fluetiinonunq copiofe exundantiinonunq breuiicr atqt copref fef gredicnti quocui uelint auditorem rapiat.quiobrcm quonia diuimor uche metior^ in iilis spiritus infurgitiab huiufmodi ueheroeria uates appcllant. Grxa dautipfos poetasdixeruntteo quod apud illos facere figniriut. At dices fonafle none 8C reliqui feriptores fuo libto poetx id eft effedores iuie dici poiTunt ( poflunt illi quide. Veru quoniam hi foii et dicedo limul et intelligedo ni reliquos oes longe fuperant/nomen id quod oibus feriptoribus comune etie opottuitsucluti fuum ac pprium fibi uedicauerunt. Et piedo quicuqi uates boc noie digni fueriitiii fupra humanamuim aliqd pofle uili funticuius rei teftimoe DIO elTe poflunt prifei illi uiri:quos poetas fuifliecoflatinam apud hebrxos Moy fes uir bello inuidus:qui 6C xgyptios ab xthiopibus SC ab xg 3 tptiis hebrxos lib^; rauitmdne cius ucrlibusiuerlibus enim uolume cofalplitiocm diuinitate cofai plitiocm diuinitate coplexus cft.uir adeo prifeus/u t cum odoginta iam natus an nos iudxos e leruitute educeretrCecrops athrnis r aret. Nam qux ea fint qux Idumxus lob fuiscanninibus madauit:ormine ex iis chriflianis qui paulo dudi ores babet latere puto. At hic ut ex libro fuo coiedari licet tertia xtate poli iftæl tutPcftincc nuc {>fcqr quata qliaue fint qux catminib^^Oauid regis:q d^iiJii Si Jonumis i qux dcutctonomiuquc Ibix catico codnent" tEgregiu dno inudu cotitinuab dekiceps ferie r<rfiiper rctetitum: ut iion modo poete: verum exteri 9uo(^ rcriptorcs quicutK remaliguam maiorem litteris mandarent: eam ua tiis Hgmentis/uariisfigurarum integumentis obfcurarent: putabant enim fo teii negodumdifibcilius ccdderent: ut fi: gux rciip(i{rent: maiorcmeflent dignitatem audoritatemc^ habitura: 8C 9U1 percepiffent: guoniam non fine la^ borc at(^ induftria id afreguerenturtea pluris elTe faduros.maiorem inde uoluptatem percepturos fi guz ipfi tenerent minime fibi cum indodis commu ciaclfent.Hac igitur ratione a fandis facrifi^ rebus profanos arcebant non inuidiamoti sed ut aliquod inter follertem at mentem diferimen appareret: cum non idem ociofusguod studiosus affeguetetur: sic enim dC premia guz dodis debentur folis illis proponebantur exteri ut iifdem artibus quando leKguis noD prohccrent niterentur fummopere accendebantur. Difficultate enim inopia rei mortalium ingenia acuuntur: uindt onmia la bor impro bus: et du ris um ens in rebus egeftas 2 Quam guiiguam feribendi ratione grxid guoi^lccutimntfguortim et Orpheum thracem:& atheniefem museum et thebanum Linum antiguiflimos fuiffe accepimus: Verum Lini Mufei^ uiz uciligia eztant: Orphd autem poemata in quibus multa deui diuinainecpau ca dererumnatura continentur 2 ad eam quam diaimus formam confcnptitaf fe/fadle efl cognofeere 2 de reliquis uero qui deinceps doruerunt/nihil dicam: Fabularum enim figtUenta quibus aut deorum/aut rerum naturam /aut ea gu» ad uitam et mores pertinent obfcuriusquidem sed maxima cum dignitate exprimunt: rem manifeffam reddunt. Qua propter cui mirum uideatur: fi otnnisxtas:omnesnationes. Omnesguialigua ufguamdodrinacxcelluerint: poc tasfemper maximi fecerint.Nam ut reliquos adprzfens omittamq multos q maximos in philofophia locos Aristotele tanms uir poetarum tcflimonio cot roboranquibus quidem nifi tatu tribuifletmunqua netpde poetis duosme^ de arte poetica tres libros accuratiffime confaipfiflet. Quanti autem hoc bomi num genus PLATONE fadat: ipfe in libro de re.p.fadle offendit: q uoniam n ihil uei jbementius mentis intima penetrare/qua poefim affirma. At dicet aliquis no ne in libro de legibus idem PLATONE poefim reiidendam ccnfctmufquam ille hoc. Sed eam rdidenda dmonet: qux more tragico pturbatos animos imitatur;qux uee to laudes canit deoru:patria inffituta defcribitimores edocet: probosuiros extol ]it:iroprobos deprimit/ædpiendam iubet. Deni nonullis in lods aliquod poe tarum genus uitupetari ab hoc philofopho inuenias. Poesim autem ipfam qua donout diuina mex tollit quas quidem res cum diligentius fecu reputauerint qui confilium noftrum damnantifentetiam illos fuam immutaturos exiffimo: qui tamen si nos carpere uoluerint: potius temeritatis arguantiquoniam ea qux fupranoftrasuires funt/aggreffi fuerimus: qua aliquid quod Maro non uidc tit 2 nos uidif Te putent 2 Ego autem quauis non tantum mihi arrogem: ut hu ius poetx diuinitatem fatis pro dignitate explicare pofIim:non tamen inutile fii turum putauirH noff ra indufiria quantulacunc ea fit/dodiores uicos ad tnaioif ra de ENEIDE demonftranda exdtar 02 qui cum nos non omnia potuiffeintelli indigo oiK no otn&mq ioiufta aduerfus nos induti utbca ca coi nim lutun erga Iiuiurcemodi dodris» cupidos adtadiS errata Uoftra conS gant i ii qua detint addant t Qua quide in re non modo emendari me xquo animo fctam: r<d ultro iam nunc omnes qui hoc polTunt ut id faciant uebemc ter oro. dam m maxi me propriu m hominis p utem» 8t quod jpfe. uiderit U> ter aliis oftendet er et qu od ne^t fiudipie adijj^ercum in hoc fibi Ipii in il lo reliquis profuturus iitu o 6c uitam inftitui s ut fic quicquid in me efi iiberalif fime effundamtfl Canullo mortalium quz mihi delint/fumere dedigner:ad que autem nofha hrc potius qualiacun<p imt fcribamiquam ad te iUui^ime Fcde tice:qui et Maronis pra; terca KeTos et udiofiirimusrem perfuetist et cum reliqui iulue principes in eo omnem indufiriam ponannut quamaximos fibi tbc£uitos comparent i auri^ at^ argenti aceruus magis magifi^ indies æfcatitu maxu mam tuarum opum partem in mularum et eorum qui mulas colunt omsmen ta liberalissime effuns: ut iam quemadmodum Homericus ille Agamenon coniidebat/fi decem aliifibi Nefimesadeircntiforeut breui Troiam apturus eflett fienospro comperto habeamus fi Itali populi non diam decem ut iliet fcd duos przteta Federicos haberent t brevi futurum ut universa ITALIA alterz Athenz futun fitr feddeczteris alio locoi Non enim in hunc fermonem hoc tempore uemmus t ut quequam arpamus t fcd ut te fic dc litteratis hominibus meritum quamaiimispof Tumus laudibus profequamuri qui quauisfolus ex omnibus qui in imperio confiituti funt has parta tuearis : amen iu late patet tua in oes litteratos liberalitas. Ut non pauciora ez a fiC poetæ BC ontorat et om niuffl rerum feriptora prouenturi fintsqua ii fuerint t quos olim Nicolaus lUe quintus pontifex mazimus:quem omnes uidimus fuis pulcherrimis muneris bus/ac maximis pretniisprouoauittqui quidem tuo beneficioad ftudia czdta ti:8t fibi gloriam fua dodrina fua eloquentia ucndiabunt.6: te ulem roufape E atronu etiam tuc cum multorum principum qui et nuc uiuunt/& olim regna« ut fama fepulta iacebit in xtema femper^ recenti memoria uiuum retinebut. Veru hæc quoniam omni luce clariora fu Dt; longiusprofequenda non cenfeot Præfertim cu ipfa iam ra postuletaut diuinum dodimmi uiti Baptiftz Termone ego quantum memoria repetere poteto Tuo ordine referam.Ille enim cum bci> ne mane ad confuctum locum ueniflemus : 8i min audiendi cupiditate inflam mati ab eius ore Tummo cum filentio penderemus huiufccmodi principio dil/ putationem exorfus cfi|£)um eius poctz mentem tibi Laurenti aperiri cupias r qui uel ex omnibus re^onibusaquarum babiatorcshifioriacognofant suci cxotnnibus lzculis squkadnofhamur memoriam acriptorum beneficio per uenerintsfi non primus primo tamen par æqualif (^ exifiatsno poflfum meo oea tionbingreflu tantzrei magnitudine non penitus pctturbaii. Ncmo modome diocri fit dodrina imbutus hunc uirn ui ac copia dicendi ipfnn ut ita loquar eloquentia fuperare unquam dubitauit.Nam cumtraindidionefiue figuræ rrnt sive charaderasin quotum uno fiquis excelluerit maximam fit glot L - am adeptus. Quis non uidetnon folum in lingulis fuis uoluminibus fiivmlos adimplet Verum paucis liepe uctfibtis ita omnacofudific æpennL: fcuific/ut miro quodam temperamento u clotifidiucifcuoc Bcoocctu Mluaf^ t«a Z iotl dk\ M aia uFdi £ IIBD mu DCMI mat vtik lia cnlK lioilfl olis a tpai KSoa 10 ik lOa B oulip icbui> nft» none flbfr qSiQ 011 ipiB’ bSlfimu cottfiaabt incredibilefli auribus voluptate pariat. Ex quatuor aut riie& di generibus ita opus contcxitiut ne ocio copiame negocio brevitas defit. Vi dcbis quxdarua sic dtatc at<j ariditate placerctquzdamuetoueluri flofculis ib lufhau at diftint Sa deledare.Sunt deni^ eunda eo attifido confirudaiut un# deoiaadoe elocutionis genus exempla potius qbincrumas/fcriptum DulIum invenias. Adde ad hæc cognitionem hifioriatai Adde quadili gentissimus and» quitaristt oonmodonofliaturctuifed &grzcaru &omm nationu inuelliga# torcxriterittqptil conjmuaborumobretuatiinmus fueritiq elegata quxdain Boua ex fe fotmaucritiqua f pric omniu uim tenuerit. Prxterco ius duile: omit loiuspontiridu nihil dicodeiurcauguratqus; oiaita tenuitaitnonab aliis accepilTeifed ipfc conftituiOie uideatue. Hzc igitur et cotum limilia fi a me tibi ex« pheanda pctæstac ut fifiguk» in eo poeta locos diligeorius apetiiem contende tes: 8C operofum fimul et difiidle mihi negociu imponetes. Quis enim illa pub chetrima cxcdlentiiliinaf/ac fummo artifido tccondita non ludicct: fed funt ta nicri a multis iifdcm^ dodisuitis patefada. Quod aute petis id et multo diviiuuscftt Kmagisinobrcuro UtetiKanullo quod ego quide rdam/badenus fua ferie patcfadum.quod ne gtimaricus nc tbetot nouerit.fed fi ex intimis FILOSOFI arcanis eruendum. Vis enim nolTe quid per fua illa enigmata de Æ ncæctrotibusidc dus hominis in italia profei^one fibi Maro uoluerit.Q^ua qua (untnonulli/qui di ea quæ paulo ante dicebam promaximb admirentutt at^ in ipfis fuma abfolutam^ poetx laudem contineri putent: nihil maius in eo uate fuicent. Quos tamen fi roges quid fibi in ea te VIRGILIO perficere uolue riti Hometumimitandu fibi propofum eafibtmabut: Addent^ ne^ ingeniu ne dodrinamtquo minus id pilare pofTet fibi defuifreiQ^uod nobis cu dederint fuccubat penitus necefle efl. Habemus enim ^ut gramaiicope iiinita pene tutba omitta multoseofde grauifTimos PHILOSOPHOS tqu i Homerii ocm zgypriopi dodrina haufilTctca^ more illote uariis hgmetis adubraffe cotcdat. Qua in fen tcnria nili ARISTOTELE fuiiret nunqua homeriaru ambiguitatii libros fex scripfif fet. Na quid Balilius Bi dodrinz magnitudie/K mo^ fanditate magnus coo minatus de homine fentianfacileefi iudicare:qui tota Homeri pocfim laude/ uittutis continete dixit /fccutus ut puto Anaxagoram Claxomeniiitqui quidem idem de hoc poeta a Sirmauit t Arcbefiias ucto mediz academiz inudor tra OMERO tribuitiut nunqua fe iniedu tecepcritiquin prius aliquid ex eo legerit: Sed et inlucem le ad amauum ite dicebatiquo hin dus legendi maior copia daretur, yctum quid reliquos nunc colligamtcum unius PLATONE testimonio nihil fit, quod probari non polTitlls igitur in eo uolumine quod de summo bono scripsit omnes artes huc diuinz fiue humanz illz fint in unum Homeri poema uciuti r in proprium receptaculum confluxifle afHrmat. Quamobrem animaduettens Mato dodrinam huius hominis ex egyptiorum sacerdotum fontibus bauftam fimillimamcum Platonicist quorum Qud iofifTimus fuit rauonem babere eam uTadeo admiratus dl:ut idem in fuo ENEA efficere uolucrit : quod ille antea in Vlyxc finxerat^ Q_uaproptet pulcherrimis poeticif:^ figmentis eum nobis unw i^oiinai qui pluri, a^ aux^nis u itiis pauwim expiatusue dckeps 'ir»v I f •*/ .«MI inr ; iRft. mitis uiituHbiu Illuftratus id quod fummahotmnibdliæStquoiI^ tufi et pl ip6t/ tatnnlal^ equnec^ VcTdcu illud mrera diuinanunfpcca msnullusafTequii latione conlidcre a PLATONE didioirctylimul SC illud didicit co antbt minime perueniripofle/q animi nofhiuirtutibns illissquz deuiu K moribus funtex piati penitus reddantur. Cum SOCRATE i pfe puru impuioiittiogetc fas c$/cfle neget. Quapropcet non folumflnes bonoru nobis miririceezpreiritt Verum etiam qua uia qua ue ratione eo cuadere tandem homini liceat demonftrauitt Ne qua pars eius philofophia; qui gtxd ethicen/nos de vita et moribus nomp namus: prxtermitteretur:in ea enim nos nihil aliud quammus nili primum bo notum malorum^ iincstdeindeof Scia quibusueluti uia quadam ad eosdem ducamur. Laboriofum omnino negodum/at^ omni difficultate plcnum: divinum tamen et quo uno foelix limul atip fapiens homo effidaturtdeo^ iungaf Soli enim fapienti fas eft ufi adeo deo c6iungi:ut nihil quod feparcr/intercink ce poflit. Deus enim ueritas eft .Q^uis aut nefdat qui uerum mente non pettin gat/eum lapientem efle minime poiTet^os autem cum quatuor lint qu 2 in feru ptoris mente aperienda inue(tigemus in rem nolfram futurum puto: ut certos ia terminos drcufaibamus: quos in poeta interpretando egredi non liceat. ES igitur cum id quod geffum Iit quxrimus: quam hilforiamappelbnt/ut cum le gimus apud Matonem haud ptocul inde dtx Meda indiue^ qoadrigxdiSa lerant.C^uxrimus itidem non quid geSum litifed qua ratione geSum nt:ut eS illud At tu didis albanemanetes. Nam eoloco dcmonfhat propter eadifcerptu a quadrigis elTcalbanorum regem /quoniam illein fide non manlilTet.hic gta&« dethimologiam dictuit. Quxrimus et tertio in loco an ea qux dicantur pu^ gnantia inter fe lintr Alibi enim didt ChriSus patrem fe maiorem efle:alibi ego &pater Idem fumus. Quapropter cum ita interpteumur/ bxc ut minime intec fediiridereo ()endamus. Analogiam sequimur. Interpretamur postremo aliquod per allegoriam quod tunc sit cum non qux uaba SIGNIFICANT INTELLIGIMUS sed quiddam ALIUD SUB FIGURA OBSCURATUM. Scribunt poetx Amphionis lyra motos m lapides ut fua fponte in thebanorum moenium flruduram coirettper quod figmentu quid aliud intelligimus:nili fapientillimi viri eloquentia esse dum eifer ut BOEZIO populi qui hadenus ad omne rone ueluti lapides Supidi: K aduetfus oem humanitate durilfimi czi(ferent:e fyluis ac luflris in duitatem uenirentrac poSremo legibus qux ad comunem ufum latx cfTennultro fefe rubiicerct. Nos igitur reliqua tria genera hoc tempore omittemus:at(^ in ipfa fola allegoria uet fabimur:ut quid per Troia(n: quidpCTxneam:quid per ITALIA reliqua^ huiu& modifibiuelituideamus. froixigit" oritur ENEA rperquautberedeut puo to prima bois asutem intelligemus.in qua cu ro adhuc ois cofopita (lufolus fen fusregnat: At ipli mottales/quia ea xtate fapientia ne furpicaot' quide ea fola fibi proponut qux philofophi prima naturx appellat. Ni cu oe aial (ibi a natura comendatu (it:in primis feipfum diligit:deinde o^s corporis partes ita integras: ualidafip hne cupit ut ufui (imul fit pulchritudini fibi (int: maxime autem uohi ptatibus demulcetur flc quauis animum fefimul corpur^efTe intelligattat Utru faluum efb cupiautamen in iis qux in animo apetenda funt/ quoniam BOO dbm plane ilhcog Oolat minus laboratsea autem quz corpori corporeilm uoiuptanBus conducunt/anxie expetit. Sunt enimflbi abipfoortu iamnotissima. QuaptopteiT cum in hac zutcnaturxui potius trahamur/g nofharum adionum domini efTeualeamusmel minimum uc omnino nullum uirtuduw do^ locum relinguamus:cum que agimus eanccuoiuntariaflnt: neccum de ledu aliquo fiant. Ita in puero virtutem e(1'e nemo dicet. Verum ubi iam pro gtcflu ztatis rationis lumine aliquo illufirari indpit mens noftra s tum demum tanm in nobis conlilii apparet:uta prauisreda difcerncrcualeamus. Eft enim iam ad illud PITAGORICA litterxbiuium pcrucntum/fic iatnuitzne Tciuseiton utcil apud P um. Deduxit trepidas ramofa in compita mentes. Vnde cum di fceflciimus nccefle efitut uel reda pergamus : uel in finifira deiledamus. Nam quz deinceps agimus/quoniam ceru quadi ratione agimus/fi reda fuerint uit tutitfin contra uitioadlcribuntur. Troiz igitur 8t Æneas limul fit Parisa/un tur. Verum alter quoniam Venerem Paladi ideft uirtuti f uoluptatem ante« poni neceife efitut una cum Troia pereat. Alter autem ducematie Venere fe ab omni incendio explicat. Quod quid aliud intelligamus/nifi cos/ qui magno amore inflammati ad uen cognitionem impclluntur omnia facile confer qui pofle. Qua propter Venerem diuinum amorem rede interpretabimur. Sed tu LAVRENTl ncfdo quid iam diu uclle dicere uiderisiCupio quidem inquit LAVRENTIVS t Ni uerear perpetuum tux disputationis filum intec nimpæ.lmmo potius iflo modo inquit BAPTISTA: Nam cum uniuerfus hiefermo non ad oflentandum ingenium neq; ad gloriam comparandam a nobis infticutus fit : fed ut honeflifiimx- uoluntati tux obtemperem: fit fi quid in me dodrinx efi/id libenter cfiFundam : interroga : inter peilaiobiice: confuta pro arbitrio tuo.Hac enim uia id quod quxrimus verum dilucidius apparebit. Vtar quod mihi permittis arbitrio inquit LAVRENTIVS utrum id non tui confutandi sed mei erudiendi caula. Miror igitur cur tu Venerem amorem interpreteris eum prafertim amorem : qui non modo cadus verum etiam divinus fit. Ego enim Venerem non folum apud poetas : fed etiam apud reliquos feriptoresita fumptam uideo: ut per eam nonnifi maris foeminz^ coniundionem fignificarc uelinr.hinc illud Terentianum, e Cerere fit Bac chouenæmfrigefceretEt ipfc in bucolicis: Parta mez uenerifunt munera. Quapropter fi uenerem pro huiufce modi'coniundioneponas:quxbadenua dixidi/ea omnia inter fe pugnate uidebuntur. Sed eft fit aliud qu^ nifi tu mi< ili petfpicuum reddas ego minime explicare ualeam. Qui enim fit ut cum duo fintuiri Æneas at^ Paris: Alter quoniam Palladi Venerem prxponattnecefle fit ut una cum Troia pereat : Alter ueto quoniam prxeipienti Veneri obtempe reriomne periculum incolumis cuadat. Ego enim non uideo cur fi bona fit Ve nus Paridi noccat:fi mala prqfit ENEA. Qux quidem dum cogito/in eorum potius Icntenciam labor:qui rem omnem ad eam flellam qux hoc nomine ap pellet'':flt ad ipfam bidoria referut: Putat enim qd* te no fugit/qua hora a Troia ITALIA versus jificifcerct Æneas:librz fignu qd* domiciliu ucnetis 6ad nfm hoc hcaifpcpu afiacdifli^lpfam Y^ete in medio czlo loui fuide roniundam. Quibus oibus poftendebat" foelidtas illi tegtia^ per muliere peruentufoioJo' uem enim regnU ptzeflc non ra odo OMERO SIGNIFICAT qui reges ; id enim eS a loue nutritos rcribit. Sed et mathematici ide ditant. Salutareenini omnino Itduse Qsquonia inter Saturni frigus K Marcis ardorem colloatu opti moeemperamento Iit: 8i propterea eundis euentibus profpcrum. Nam cum ui tam noftram praxipue sol et luna gubernet: iccirco lupitet omnium nobis fa luberrimus eihquia foli per omnes numeros/iunzautem per plurimos coniuo dus eft. Refecunr etiam in initio mundanzfabricziouem in ariete dotniciiio tuncafcendcnte fui/Te. Volunt illum inducere leges/caliicatem/mirericordiam in egenos K calamitate opprelTos. Veridicos homines fadt/& vere amicos fine fraude fine dolo: Saturni fzuitiam frangit fiCquzcun^ ille mala infert:hicaut tollit aut minuit. Quapropterfcite Petii us Satutnumip grauem nolito loue frihgimu s una: Oeni^ fi in alicuius ortu fe bene habeaticum ille hominem for tunatumreddit.bfinimehzc dilpliccnt inquit BAPTISTA. Sunt enim ex 15 ma dodtina eruta: 8C hifioriz uehementer accommodata. Verum cum omnis nofira difputatio nullam hilloriz ratione habeat i Sed eam qui totiens gtzco uabo allegoriam nomino/exprimete conetut/non uideo cur ea qua adhibui in terpretatio iure amitti non pofiit : Si enim iis omilTis quz de ENEA deqj cztctis troianis prifei faiptores tradidere/pro arbitrio licuifiet poetz non modo finge te:fed SL peruertere et addere et fubtrahere.Si deni^ nulla hifioriz ratione liabi ta id folum tentaret quo pado per ENEA cum nobis uirum informaret: qui ta dem fapiens beatufqj citet futurus/nonueneremfortafiefed cupidinem aliud ue numen pofuiflet. Sed cum ita poeticum figmentum profequi inSituifiet: ut tamen ab hilloria non difccderet:cum Ænez matrem fuilTe et exilii ducem naviganti filio fc przQitilTe Vennem Icgil Tenfuit cx iis quz aderant res perficiedat non autem nomina fingenda. Hoc enim plus negocii poetz cll qua reliquis qui alio figmento rem obfcurateuolunc. Illi enim ab omni hiftoria foluti pro arbitrio ea cominifcuntunquz magis rei fuzjpromendz quadrent. Quodut ! )lanius teneas/unum de multis excmplicaula proponendum cenfeo. Placuitil I primo huius fabulz audori ollendcrc quz in tempore ex materia gignuntur: ea omnia in interitum cadæ quatuor dutaxat clementis exceptis: quz principia (unt oibus rebus generadis Duos igitut comentus ell deos Saturnii at Opima et illum temporis fjmbolu obtinere uoluittquod gtzcu nomen indicat. Chronos enim qui Saturnus ell ab eo fubtrada harpitatioe deducifrquem ipfi chro non appellant. At quis ntfdat tempus grzce chronon dici. Per Saturnum igitut teropus: per Opim fiuerhcamterram intelligit. Addit deinde Saturnu pmnes quos de thearufccpilTct filios uoralTe prztcr loue lunonc Neptunnu Plutonem. Qua fabula exprimit omnia quz ex materia funt prartctipla quatuoc elementa tempore conteri: at in interitum deduci. Quorfum igitur hzc ne reliquum fabulz profequar : nempe utintelligas licuilTe huic homini pro arbitrio quzeum^ uolebat fingere: ut quod de rerum procreatione sentiebat: commode exprimeret : cum nihil aliud prztcr phyfices particulam fibi propofuiflc. Maroni autcih longe alia rado cfi: qui cum ENEA res io laudem' I II Litxr tertius AngulH ezoritatidas t ft librum iprum omnibus poeddsluminibasitluftrandum fibi fumpfiflet t non iis qux ipfe uio ingenio digeret t (ed iis quz hiftoria porrigit banc fuprcmam ingemi fui laudem comparat. Mirus profedo uir qui non ex op tads fed ex datis ha opus intexat : ut cum hiftonam minime deferat :pet eam rame illædibili integumento humanam fcelicitatem exprimatiHabcs^ut opinor^qua ratione uenæm pro diuino amore ponæ coadus iit. Quod ita tamen rede pro cedit < ut ni£ ab iniquis reprehendi non poiTit. Videmus enim Platonem in eo fa mone quem phatdtum nominat : Aphr^iten/quaic nos uenæm nuncupamus: oqn lafouololum sed et diuino amori ptaxiTci Verum quam uenerem piatonie cua poeta Ænez matrem eife uoluerit : faale intelligemus ii quzdam paulo altu uscx ipso PLATONE repetamus. PauCmiasigiturin fympofio duas ueneres comme morat/aketam czlcfiem vulgarem alraam. prinum autem czio natam refert: cui nulla mater iit. Quod cum lingit eam intelligentiam iignihcat/quz in angeli me te poiita amore ingenito ad dei pulchntudinem intelligendam rapirur/quam quo numprocula bomnifflaterizcon fortiolitiinc matre prodiidam dicit. Secudam uao uenæm mundi animz tribuitiita ut patre loue : matre uero Dione eam na» tam feribat. Manat enim ab ea ui quz in anima mundi eft : et uim creat quz infe« hora bzc omnia gignat et mundi fyluam fubeat: Vtra igitur fibi ingenito amo ce rapitur czlefiia ilU ad dei pulchritudinem intuendam : hzc uao ut eandem pul chritudinem e fylua conforma. Sed hzc parum ad rem. Animus autem noda cum&ip Ge similes quafdamuires habeat inteliigendi at y gignendi duas itidem ueiiera habædicitur/quas gemini comitentur cupidines. Cum enim corporea puichnmdo oculis nodtis obiicitucrmcns noftra^quz piima uenus eft}eam non quia corporea litillcd quia limulaaum divini decori admiratunar diligitiea quz ueluu uia quadam ad czlos effenur: Gignendi aurem uis: quz fecunda uenus ell formam gignæ huic limilem concupifcir uapropter uterqi amor iure dicitur utaltcr contemplandz altergignendz pulchficudinis defidcrium fit. Nemo igU tur nifi totius rationis expas fit duos iflos amores damnare audebit t cum uta qj humanz naturz neceflariusfit: Nerp enim diu efremortalium genus finefo bolis propagatione t neij ruifus beneefte fmcueri inuefligatione potait. Prza ttantiuri igimr illa ucnæ duce in italiam perucnire potuit zneasi Ac dices cui hzc fecunda fi bonacfl paridi nocuit: quia illa male ufuscfl. Vir enimgignen di autdior quam reda ratio didatfitin ea re plus quam oportet occupatus /in Ibiis corporas uoluputibus meretur. Quo fit ut 6i primam quz ad fummutn bonum dudt omninn deferat : et fecunda pcffime abutatur : proptæarp in om nes animi petturbanones incidat: ueritater^ defpctata mifaq^ efifedusin omne indignitatem dcfccndat Efi ut dixi diuious amor fi Platoni credimus dcfideti« um redeundi a corporea pulchritudine ad diuinam contemplandam: Non ta uencum diuinam defidetamus eam quz oculis pcrcipitur/contemnimus.Nam qui aliquid appetit hunc illius quom rei : quam appetit imagine delcdari ne« ceffe cfi. Verum funt quidam ita hebeti ingenio: ut mentem a fcnfibus nullo modo feuocate poffint: hi ueiam pulchritudinem non norunt. Huiufccmodi igitui amot adultctinus cfl / et a uao degenoans: quem lafduia ac pcocadtas frtnpff cotnit3tnr:quem diffiniunt cupidinem eius uoluptatist que e cotpdo rea Forma percipitur rrede qux dicunt cum ardorem animi in fuo cotporetnot tui in alieno uiuenns i quod fecums poeta quidam dixit J, I Plato ucio ait illum natum ab humanis morbis follicitudineqi plenum. At quis non uideat illum nerp confilium in fe nc modum ullum habere. InefTci^ in coiniurias/furpi# dones/ ac reliquas illas omnes peftes : quas fidelis Feruus Terentiano phzdtix prudenter oftcndit. Habes(urputn^dupliccm amorem verum illum fidiuino: de quo paulo ante dicebam /& hunc falfum et adulterinum: et qui uetoamo ri talis fit qualem aut amico adulatorem: aut medico coquum efifeuidemus: cui quidem cum fe totum dedidiffet Paris uiia cum Troia periit. ENEA autem cz lelii illo duce paulatim ex troiano incendio ideftex corporearum uoluputum ardore fe expediens li non reda nauigatione id enim humanz condidoni : aut nunquam aut raro conceditur: ut eodem rempore licfiulcitiam exuat. &rapiens efficiatur: tamen poft multos errores in luliamad ueram fapieutiam pcrucnit. Quam quidem nauigationem cumfudorislabonfi^ plcniliima fit/nemouna quam nili fummoillius amore inccnfus difficultatem omnem perferre paratus fit penitus perficiet. Amor enim uerus/ut apud eundem Platonem offendit Eriximachi oratio omnium naturalium rerum creator effat feruator : eo emn fimilia omnia ad eaquz fibi fimilia funt perhenni concordia ttahuntur.Effitt dem omnium maximorum artium magiffer. Nemo enim aut artem inuenitiaut ab alio inurntam addifcit : nili inueftigationis obiedatio/K difeendi cupido ia dtet uam quidem rem fi non apette offendit : obfcudus tamen ut poeta rummos efl SIGNIFICAT noffer VIRGILIO. Cum enim in georgicis fe uen cognidonem reliquis rebus prxponere dicat difficultatem ipfamfumma amoris ui fu peraturum his ueibis demonffrat. Me uero pnmum dulces ante omnia mulas Quarum sacra fero ingenti pnculfus amore Accipiant. Ingenti ergoamotela« boies fummos:quiin factis mufarum/ id eff in rerum cognitione fubeuodi funt fe laturum affirmat |0 uinus enim amor/nii aliud meditatur: nil molicurmui Ia alia in re laborat t nihil tentat: nihil nititur /nili utiam corporex pulcbritudinis afpedu concitus addiuinam nos pulchritudinem rapiat. Dum enim cor/ porcis tenebris demetfi funt animi noffti diuin i non recognofeunt : nifi umbris et simulacris quibuf damtqux fefenoffris lentibus obiidunt. Q^uam quidem rem non folum exprefferunt prifei ex grzcia pbilofophi : in quibus Pythagoram EMPEDOCLE DI GIRGENTI Heraclitum sed longe ante alios Platonem enumerare poC fiim tSed Bi chrifhani ab eadem fententia minime difcedunt: Nam et Paulus et qui Pauli auditor fuit Dionysius areopagita cxleffuac diuina : qux in fetu fus non cadunt/pet ea qux fenfibus percipiuntur /cerni uolunt. Inxc eff igu tur illa uera uenus: qux mentem noffram ad diuina erigit: qua matre quisoc Idat natum xneam nomen abeo quod effxneos id eff a laude dedudum. Vb rum enim ad omnia magna dCexccIfa natum: quis non fummis laudibus proe fequaturf Verum &ipfea uolunrate delinitusdrca Troiz defenfionem laborat Xioiamco impdiuatuturztin quibus, voluptates corpotex plurimum uigent/ Liba totius intoprctari licet : prima enim >tate’cum ipfa ratio non dum fe exdtare : ft fuas ui CCS EXPLICARE poflit / etiam qui magni at^ admirandi uiri futuri funt uoluptate de mulcentur: prima naturas ueluri fumma admirantur: di quoniam diuina qux fint nem nouaunt : beatiflimam eam uitam putant: per quam uoluptate frui lice at * Hi igitur quid fummurn bemum rit: nondum compei tum habent: Veni cum illius acquirendi fummo ardore inflammentunpaulatim bxc omnia qux dixi pri ma tiaturx aduca momentaneai efle animaduertunt. Habet enim hanc irim ue tus amor : ut paulo ante dixi ut mentem ucbementn exacuat : magifterep illi re cum inuenieodarum paulatim fit t ut nibil eam latæ poflit. Qua propta egre ei llud qi £Ulete poifit atuanton : Deinde cum nihil dfficik puta / modo re amata potiatur : omnes labores tolaat: omnes difficultates fupetat. Hxc eff uenus illa non uulgaris ; qux materix admixta utm haba gnendi/fed illa cxicflis ab omtii materia remota : qux a mente noflra eft : ipfamq; mentem excitat;& Iu* cem illi liiam nobis badenus incognita in node id enim efl in nofita infritia oflen dit t fc^ deam &taurfeenim indicans fua diuinitatem demonftrat: admonet non peme feruari Troiam id eft originem corporis qux necefle eft ut pneat. Hxc eadem oftendit uoluptates cotporeas non Tolum ab ipa lacena id eft a feipfts/ut in beftema difputatione diximus cotrumpi: sed ab lunone a Pallade at a exteris di is: Nam deos Troiam populati quis ignoret f Divina enim omnia uoluptatibus aduafantuc. Sed in primis Pallas. Hxc enim sapientix symbolum obtinet. Sapientia autem non folum uoluptates contemnit: verum eriam (fummopæ exhore ret. eft quod de lunone quifquam dubita : qux quamuis regnomm dea ha be Oiiriproptaca in hxc caduca ac mottalia magis ptopenfa uideatur: tamen cumlidmmes imperandi aipiditate nullum labotem pafetre recufent t omnibus uoluptatibus bellum indiaint: modo eo perueniant unde poflint reliquis impe* ritare: Deos autem minime uida ENEA dum pronoluptate pugnat. Nubium cni Biteilebtis cnnnis ei ptorpedus eripitur. Sunt enim animi noftri ita a deo æa diutfuapte natura facile omnem utritatem confequantur. Sed a materia corpo* ea quam philofopfaifyluam appellant: omnia nobis mala proueniunt.llla enim tardat heb^t at^ pemirbat mentes noftras:: at tenebris obfcutat. Sioiim ex in fritia omnia uitia ptoueniunt: Quaproptcr et Chty lippus et reliqui ftoici perturintiones omnes a fallis opinionibus oriri dicunt :(^uodtamai longe ante feoferat MERCURIO ille: quem grxciob ingenii diuinitatem Trimaxinnimappeihnt. Siigitur omnia uitia ex infritia ptoueniunt. Infrit ia autem ex corpotea calu ginecft/ut PLATONE putat /erunt omnia uitia a corpore. Quam caufam prxeipu* am fuH&idixerini / ut is quem paulo ante nominaui Meteutius fyluam malignita temappella: fedderylua commodiordifputandi locuspaulopoft dabitur. Pugnat igitur xneas pro uita uoluptuofa: illat demerfus deos uidæ nequit. Verum cuminhuiufcemodi miferia non delit amor neri inueftigandi valet ipfe amot mentem excitare: ut feco Uigens tenebras difaitiat:flt uideat quibus numinibus Trcria cuertatur. Ducetp eodem amore pa medias flammas at^ hoftes ita tutum anipit. Et profedo uolenti ad tes arduas profleifri / hinc mira quxdam'uoluptatum : qux defoendx funt cupiditas ucluti flamma quxdam illinc laborum difiS* cultatutntp terror / qui aduerfus honeftatem afliduo pugnet fefe opponfit. Quz omnia ducente Venere Aræx cedunt. Nam niii amor abfit : netp ram blandas oo luptatescontcmnere>ne<^ tam duras difficultates fuperare pofTemus. Venit igu tur domum ut familiam omnem componat : at^ inde ex urbe proficifatur. Ridit enim in fe ipfum animus t omnef^ fuas uires : at<p uirtutcs gux uariz funnad profcAionem / id enim eif ad ueri cognitionem quam Troix nunquam afTeque^ retur: fuo ordine componit omnia^ (ibi ex uoto fuccederent: (1 pater filium fe qui uelit.Verum negat ANCHISE fe ex Troia difcefTurum» Hoc ueroquid (ibi ue lit : (i me roges ego (ic puto. ENEA huiufcemodi parentibus natus efi: ut Venus dea: ANCHISE mortalis (it : homo enim ex animo qui immortalis diuinufip eftiK ex corporemortali Kcito in interitum cafuroconftactMmsigitur originem fuam femperfufpicit: ad eamcp redire cupiens Troiam auidiflime dcferit. Senfus au« tcm qui a corpore funt corporea incorporeis pratponunt. Hinc igitur alTiduum atrox<^ certamen illud exoritur rpiritusaduerfus carnem ut noftti dicunt t cum mens totum hominem ad diuina trahæ conetur t BC fenfus in potefiatem tedige« re 8 C fibi obtemperantes reddere cupiat. Contra uao fenfus feculcnto elementa rum potu ebrii / 8 C lahea obliuione grauati nihil nili caducum et tenenum cupi» unr ANCHISE igitur id efi tenenus pata i 8 i ea qux a chrilHanis uabo parum tri» tofcnfualitas appellatur 2 Troiam fedeferturum negat .Mauult enim perire fen» fus / quam uoluptate priuari. Mox tamen cum filium omnemq; domum t id eft totum hominem periturum audiat 2 cump cxleftibus monihis meliora moneatur 2 mutat fententiam/ab ENEA^ fublatus exportatur : molliltitna enim bxc at« ^ eneruata animi pars ad fummum bonum nunquam fat t fed i pfa potius inficr» tur. Hxc de ancbife j ENEA autem cum iam incendii 2 armorumcp pericula eua» ftlVct ; atep incolumis urbem e(Tct egrelTus : ingentem comitum afduxilfc nouo# rum inuenit ad miransnumaumtqui quidem undi^ conuenerant animis opi» buf^ parati in quafcunt^ uriit pelago deducere tereas.t et rede quidem. Nani ca tandcmcferuitio incendioi uoluptatum fumus liberatit e(f<^ iam animus redi uaiqtinueniendiauidus/tum plunmx animorum uires 2 quxhadenus ignauia torprbant :ucbementa excitantur2 8 C bene in(fitutammentcra quocunt uocæ uerit / fequuntur. Quo quidem tempore ne a redo itinere omnino aberraret xneas / Iam iugis fummx Turgebat luciret idx t Ducebattp diem. Eff enim ludBtr uenerisfydust quodurfolem lunamip omittam 2 omnium quinque fteliarum quas nolfri aratiles grxei planctas uocitantt lucidiflimumlitizodiacum autem odo ac quadraginta diebus fupra trecentos perficit / nunquam a fole longius fex et quadraginta unius (igni partibus difcedens. Verum/quoniam modo pcxcedit/ modo TubTequitur 2 folem non eandem (lellam fed duas eife prifei crcdidcrunttpti mum autem Pytbagoram extitiffe ferunt :qui in eo apud grxeos unum depreben derit .Cum igitur folem prxuenit lucifer dicitur : uefperus autem cum fubfequi» tur. Rede autem lucifer prxuius foli eff. Stella enim uennis/is enim amor efi ue ri inueniendi / ei exoritur 2 qui iam uiram uoluptari obnoxiam deferir 2 dudt^ di em 2 nam rationem excitat talis amor / cuius luce illuSrati uetum noffe ualeamus. Apparet autem a idamonu id eft a pulchritudine.Idos eoimapudgntos formam figaificat. Amor autem apud Platonem pulchittudioisdefideri um diffii S, Quapropter in ipfo pudor nos a turpibus auoc^: cupiditas ucro czcellen quztj boneiia rapit. Fertur igitur ENEA duce m are exui in alt um incertus quo fata ferant ubi iiftæ detur. Quz omnia non fine fumma fapientia a poeta ponuntur: facile enim cognofeit Troiam relinquendam : et fummi boni princi' panun uoluptati minime esse tradendum. In qua autem re fummum bonum coii tiatnondum cognofcit.lureigitur exui appellatur. Nam ab eoquod habuit cie dus eft : ne^ dum id quod ucluti proprium poflideat inuenit. Mari autem fermt quia animi nofiri quocun^ moucantw nulla alia re niii appetitu mouentur : qui quam fimilis mari iit paulo poft aperiam ii pauca prius de appetitu dixeto^ft igi^ tur fenfus et uis quzdam in animis nofiris t quam cogitandi nominant : cui bono tum malorum iudicium a natura demandatum efi, Non nunquam autem ita iudicat buiufcemodi uis : ut nihil prarter fenfus refpiciens : 8L ueluti illorum illc« cebris attrada et uoiuptatis oblato ptzmio corrupta quod pecudis bonum eft i{v fa hominis bonum decernat. Si autem eadem cogitandi uis falutari rationis lumi ne illuftretur et eius norma dirigatur : non id bonum eife iudicat / quo fenfus de mulcentur ; fed quod reda didat ratio: quod uemm (implexi^ bonum cui iit ne« ^interire ne^ corrumpi pofiit. Cum igitur huiufcemodi uis bcx bonum illud ucro malum elfedeacuerit excitatur in nobis alia quzdam uis quz ad bonum afei Icendum / malum^ declinandum infurgat. Huncautem appetitum omnes ap« pellant. Sed &, eum duplicem efle oportetialtrtum qui ab eo iudicio quod folus fenlus fcdt femper pendeat : nibil^ cum ratione expetat: alterum qui nihil omni no sequitur t niii quod ratio prius pra^epent : primum illum libidinem : hunc fe eundum uoluptatem nuncupamus. uaptopter erit appetitus quo animi honii num ad bonum afdicendum maium declinandum moucantur redus quU demiiaratione/contraii a fenfu.Quaptopter pulcherrimo enygmate diuinus Elato cum animum noibum ueluti cunum pofuilTet : aurigam ilii duofep equos adiungit. Nam ueluti equis currus trahitur : iic animus ab appetitu duatur. Fe.< mnt autem equi non suo arbitrio: fed imperio aurigz a quo reguntur eodem pa do appetitus nihil ex fe agendum decernit. Sed quod iam ab aii a ui deætu m eli fequitur. Quarc autem equorum alterum album pulchettimum^ i at^ hono« tis cupidum : Bi qui non minis ui<^ / sed cohortatione ratione regatur. Alterum nigrum inglorium et contumacem hnzerit ex iis quz paulo ante a me de duplici appetitu dicebantur perfpicuum eft. ExprefVit enim per bonum rationalem : per B^um ucro irrationalem appetitum quo animus fertur: at<^ hzc de appetitu : quem quidem mari limillimumelTe quis negaueritr Videmus enim mareftnuL» lis uentis uetbcretur fedatum tranquiliumtp perdurare. Sin autem diuerfistun datur uentis: in geauiflimas turbulentiflimaftp tcmpeftates infurgir : Sed hzc eadem in appetitu dcprzhendastFac illum uacarc a pcttutbationibust nihil ni fi rede appetet : Fac rurfus iliis uehementer uezari : quos iam ftudus quasuc procellas intuebere: Quapropter illud elegannflime u^tio^ irarum 6)s d^t (ftu. Illud autem tibi fortalTc occurren/ quod non bene iis quz diximus cohzrere uideatur : Nam fi radonali appethufertur zneas : fi iam uitam uoluptu g iiofatn damnault t unde nunc illud quod patnx liHota lachrimajupotfutnij^KliQ quit. Q_uod enim odifle iatn coeperimus: id non lachrimantes: fed Izti fugcR fo letnus t Sed uoluic Virgilius primum a uolupcatc ad uirtutem difcelTum demoo' I firare. In quo cum temperati non dum fed continentes fimus : agimus illud qui> I dem t fed cum diu uoluptati aifueti illius illecebris demulceamur t non nili zgte, ab ea diuellimur : imitemur^ fenes tioianos: qui cum ELENA ut grxconun tro> ianorumtp certamen fpedarct mcenia confcendilTet admirabatur cum (hiporemu lieris pulchritudinem t ea uehementer deledabantur : uetum tantorum maltv rum illam caufam eflie animiduertentcs : abeat dicebant potius Helena: quamp pter illam pereat Troia. Quod ut plaiuus intelligas. Qucmadmodnm tordnk do uirtus eft qua dura omnis ar^ afpera inuido animo ferimus: lic tempcran» tia aduerfus uoluptates armamur : in qua quoniam iam habitum contraximus li ne ulla difficultate aut moleffia negocium conficimus. Quod li habitus nem dum contratSus Iit: Si tamen illud idem efficere tentamus t tandem^ effiamusfi nitimum quoddam 6C uiriuti proximum nancifeimur ut nondum temperantes effedi tamen abftineamus quamuis xgre et non line luda: Quz contmenna di citur in qua li diu exerceamur : paulatim temperantiam acquirimus: htij uirtus id quod hadenus uirtus non erat: fed ingrelfus ad virtutem. Hoc igitut intcrcft intcttempcrantiamfii contincntiam. Namquam uisutrai^ idem przdet:continens tamen eo detenor eft quia cum dolore ablhnetmec ctt fatis Armus aduerfus uoluptates Tempuans uero bene uolens Iztufk^ abffinet. quod li itidem de ineo Anente intemperantem inuelliges: facile ell uidere quanto a temperantia condoe da fuperatur i tanto incontinmte ipfum intemperantem pemitioliorem elfe: I na continens enim quia non dum in uitii habitu ell rationem difeemit: prindpiui Knct:pugnatm aduerfus malum: fed tadem magnitudine cupiditatis et fui animi imbecillitate uidusucluticmtiuus in feruitutem rapitur. Vetum uc qua; uctbts adumbro ea exemplo exprediora reddantur t dicimus continenum a pruicipiofii ilTc DIDONE quz quamuis Acnez amore teneretur: tamen adeo lunliter repuagnat utmori malit:q pudorem uiolare. Incontinens autem paulo polf redditui cum fororis oratione uida pudorem foluit. Prius enim fortiufcula adhuc ita puagnabat: ut uidrix cuaderet. Deinde eneruats omnino pugnando fuccumbit.pua gnatenim incontinens/ fedfupaatur. Intemperans autem in habitu uitiiconftitutus omnem rationem amiDti ne pugnat aduerfuscupiditates: quin illis uo» lens gaudmfqi obtemperat: quippe in quo adeo deprauamm Iit iudidumtut qdf tnalum fit bonum rlTe dicat. Sed ut iam ad inffitutum redeamus: non dum tem' perantia munitus erat zneas: nuper enim ea ratio in homine uluxcrat: ut uolupts tum fordes intueri poffet: nei^ rurfus tempeians : aut incontinensinon enim io de fe expedilTet. Sed cum hincilleccbrx uoluptatum traherent: illinc honefti uui pulchritudo ad omnia excclfa cum erigeret/demuiccbatur quidem a uoluptate cam feolibusfuauilTtmam iudicabat: non potccatip non zgte ab ea diuelli.51i da enim adulatrix voluptas efi.uehementcr fenlibus applaudit: ut etiam gcQ’tolioiit animi qui funt illa capiantur .lu cnim fuauiter nos irrepit aut totos pau lanm occupctt Smgjt igitm comn ucac ft guis lachiimaiu taincta littcin tioiaiu ti s h P U Ii 9 si Q lu ia K a» 10 k liu tic adi li] tu »1I» bi » m inii tta ip DOi tUU) aoi pqai V» 'Z tiO*iJuti idtai am i&:l» oap jiua riKil apoi at(p tdib ;iup» ib 0f Libettmiiu Klinquittquonii c6tines. Quod H unam tcpnitii adcptua fuifTn no lacbrimSs fcd lema reliquidet : po<ta enim non ipfum a principio sapientem fingit:£C una uircure ornatum t (icd cum qui a perturbationibus animum uendica» K cupiens fe paulatim a uitiis redimat t k poft uarios errores in italiam id eft aducram fapicatiam pnumiat» Nam quznos de continentia dc^ incontinen eia diximusan quibus fenfus pugnat U ratioiuidiTim^ uincuntacuincunmr. eadem de reliquis uitiis ac uirtunbusintelligas mtn quas mediæ funtaffcdio nes nullo adhuc habitu latis Hrmxifcdquz modo ad has modo ad illaimpel lantiquisfortadeinuiu ciuiiiin qua quz ad bonum tendunt incohau potius quam pctfcda lepenas non nulli uittutes nominarent. Sed profici fcatur iam no &r Acncastuerum quo tandem exui pn altum feretur: Nempe in thraciamre^ gionem patrue fininmam/fiC terram Matd confcaatamnnquanupn Polynco ftoc holpitem fuum POLIDORO ut auro potiretur interemerati Erit autem aua titia; fjtnbolum thtada.Nam ipfe paulo poft: Fuge littus auarum. Vnum cum duplex auaritix genus fit. Eft enim auarus 8C iis qui inde rapit unde minime con ucnitideis qui cui dandum eft ei minime dat.primum illud genus perthraciam cxpdmimroi enim in illa Mars colitur -quisncldt habendi cupi ditate plurima a mortalibus bella geri. Sed ne Polyneftor borpitisintcrfedots6( Tuorum bo» Domm raptor quicquam expreftius quam auaritiam rapinaft^ denoubit Cur igi tur prima inthraciam ENEA nauigatioeftrQ^uiacuma uolupute difceftimus at<j non dum ueræ uirtutis habitum contraximus facile ex ilia in aliam cupidita« tcminadimusiinfurgitip habendi libidoibeatilTimam enim uitam multi feade< ptos putantifi opibus maximifip diuitiis reliquos mortales fupecet:Qua cupidi tace inflammati non dubitant non modo nefaria: uerum etiam laboribus pericu lil^ refcitiftima bella fuTciper e. Ingens profedo ftultitia:6i ab coanimo profeda: qui et fi uoluptates contempferitcnihil adhuc altum furapete poiTit.Habet enim auaritia pccuniz ftudiumiquam nemo unquam fapiens optauit. Nihil enim illa mobiliusinihil quod magis fottunz temeritati fubiiciatar. Quapropter rede Sa luftius auahtiam ita malis uenenis imbutam dixittut animum cotpufij uirilc cf< foemineuquando quidem Si ad omnem humilitatem infimaTqi fordes dcTcende tccogic:& inomnem crudelita temproreuili(Iimainfurgete.lpra enim perfidia am pctiuriumip edocet:cot fraudibus: linguam mendaciis:manum uenenis/fer.» to in aliorum pemitiem inftruit. Apud eam quid fandum efle poteft: cum ho.*tes quoip qu Polydori exemplo docet poeta minime incolumes fint. Nemi nem tamen mirari oportet fi Ancas fapientiz quidem cupidus minime tamen ad buc fapiens in huiurcemodiuitiumprolapTus fit. plurima enim inuiu humana Uidemusiquzquauis caduca momcntaneaip finntamen morulcs pro maximis admirantur: quz quidem omnia cum ucnalia efteuideantipecuniz prz czte^ ris ftudent.Q_uotus enim quifi^ repetitur: qui non putet quod genus ficfoc mm regina pecunia donat t quis non totus commouetur : cum auditi Si b^ ne numatum decorat fuadela Venus. Verum qui duce Venere fertur Si tna gnarum rerum amore incenius cfi/pauladm errorem recognoliit. uitiumip abominans Xfaradz auariflimutn lictas fugit, At^ cum iam fecundo deceptus i deinceps turpi Timum mirerrimumep iudicet Apollinem: cuius oracula ue riiTima e(Te audient confulendum iudicac: Retur enim (i ex illius dei ptxut pris uitam inftituat futurum. ut mifet ciTe non pofTit. Qua proptei naviga donem in delum fumit: per Apollinem autem qui fol cft: quid aliud quam lapientiam intelligemusf^Nam ut id omittam quod ut fole eunda qux in lien fum cadunt illuftrantur:(ic lapientia illuftiatus animus eunda profpicete ua. leat uideamus reliquam eius plancta: naturam. Sed illud in primis. Nam cum Heraclitus fontem cælefiis luds appellat. CICERONE ueto ducem carterorum lu« minum ea ratione dixit: quoniam fui luminis maiellate præcedit: dixh itidem ptindpem dixit moderatorem: Nam SC ita eminet/ ut ptopterea quod buiut> modi folus appareat fol uodtetur : curfus reliquorum recurfuf^ipre mode ramr. Nam certa fptii diffinitio eS ad quod cum quaim erratica ftdia recc' deos a fole peruenerit tanquam ultedus accedere prohioeatur agitur retro. Rurfus autem cum certam partem recedendo attigerit : ad diredi curfuscon fueta reuocatur.Q^uapropter non iniuria et mens mundi cor czliapri« fcisdidus ell:Quz omnianon ne fapientiz quadrant Non ne fapien^ tia reliquas animi uires przcedit : non ne illis moderatur C Quin etiam li uim huius fyderis diligentius aduertas iurc datur fapientiz dicetur: Nam ut a Saturno ratiodnandi a loue agendi uim : ut a Marte animorum uehe« mentiam at^ calorem ædpimus; uta Venere deliderii motum fumimus: et quod loquimur atqi intcrptztamur a Mercurio cft: ut deni^ a luna quod grz ci phyticon idcll gignendi augendic^ uim habemus; (ic ipfe fol quod friamus: quod^ opinemur nobis prxllat : Sed hzc de Apolline. Deli autem nomen S ipfumnon nihil ad rem affert, grzce enim manifeflum flgnificat. Loca enim quibus fapientia przfidet : clara femper manifefta^ fuat.Q_uod autem tot»> us infulz Anius imperet: qui et rex hominuni et deorum facerdos iittnonca ret ratione : Sapientia enim humanarum rerum cognitionem continet. Qua ptopternihilnouum fapienti accidere poteft: quippe qui omnia iam percepo> rit : quam quidem rem nomen regis oftendit. Anius enim didtut quali id elf (inc nouo. Hic igitur hofpitio Æneam fufdpit: SC pio* fedoipfa fapientia animi nolfti aluntur. Veneratur autem templa : at^ ea retn pia quz faxo uetullo conftuida fint.Nam quid obfecro te: aut flabilius im* mobiliufi^ : aut antiquius ipfa fapientia deprehenditur : quam fapientiflimus ille omnium bebrzorum S^omon ab initio Si ante fzcula creatam fxcula æa ta effe uerilfime didt.Sed tu quid me o LAVRENTI fubridens fpedas.Non polfum inquit LAVRENTIVS dodillimorum uirotum ingenia non admirati lztuf(|:quz a principio de hifioiia decp allegoria dixilli mecu repeto :Q_^uis enim non obfiupefcat huius poetz confilium .Q_uicum apud Cioatiumueri umlegilTetinDelo aram elfc Apollinis genitoris: in qua nullum animal facrifi atur: quam Pythagoram ueluti inuiolatam adorauiffe fetunt : legiffct eti^ am Sc apud Epaphum : Delon ne antea nem pofiea tettz motu uexatam: femper eodem manere luo legiifet: et apud Thucydidem non mirum esse fi przlidio tebgionis tuta infula femper fit : cum teucreruia locotumfibi acccficrit Liber tertius coBtltiuafax Ieiurdetn firmitate: Cum igitur bacc legilTet itafcnblt/ ut eodem tempore ex antiquitate hifioriam eruatiponit enim Æneam Tolis przcibui deum uenerari:K templa antiquo Taxo confirudæfTe/ficbxc cum ponit fimul ea affert quz PER ALLEGORIAM Tapientiz conueniant. Dices quid in cacteris : hoc idem. Sed nefdoquo pado hic me locus in quo hifioria non minus qua allegoria latet:mul to magis mouinSed perge obTcaomolo enim mea interpellatione mihi ipfi audi endi cupidiffimo moleftiam ex mora afferre. Datur igitur ab Apolline oraculu inquit BAPTISTA z Dardanidx duri quz uos a fiirpe parentumzPrima tulit tel^ Ius eadem uos ubere Izto Accipiet reduces:antiquam exquirite matremz Hic do# mus znez eundis dominabitur oris:Et nati natorum 8C qui nafeentur ab illis. Q_uo quidem oraculo quid diuinius excogitari poffit non reperio:Q^uid enim faomini salutarius: quid conducibiliusefi: qu3 originem Tuam noffexin quam cu redire potuerit /tum demum fit futurus beatiffimus: Dixit igitur pluribus/ne a poeta difcederet Maroxquod grzci duobus tm uerbis expediutx qui omnium ora# culorum quz Apollini tribuuntur maximum effeuolunt i«r</7>> V nofceteipfumx Verum ut haxea nobis planius explicenturx Omnesquicuh^un# quam de fummo bono ferip Terunt philofophi in eo fi non uerbis re Taltem con Ira Teruntxutbenebeate^ uiuere fit apte conuenienterq; naturz uiuere t Verum ubicoiamdeuenturn efl/ut fit hominis natura diffinienda : tunc innumerabi# les pemitiofilTimi^ errores emanant: cum animorum nofirorum ui ignorata plufquampar efi corpori attribuatur. Nam cum ex animo corpore^ conflare bomo dicatur. et alterum brutum/caducumt^ at(^ facile in interitum pronuma Alter mcorrufmbiiis immortalis diuinuft fitxpaud omnino ita mentem a fcnfi# busfeuocat: ut feanimi nobilitate imniortales cogoofcant: corpufcp in nulla pene parte habendum cenTeant.prædpitur ergo Troianis ut eo reuertantur de originem ducunt. Duplex autem illis origo efi.Nam Teucer Scamandri cu# iufdam filius profedus ex creta infula in Phrygiam uenit; 62 una cum Dardano Kgnau:t ; Dardanus autem prius SCipfe in Phrygiam ueneratatnon ex creta: ut ille fed ex italia: nec mortali patre natusxfed ex deo loue. Veniunt igitur am# bo in Phrygiam id efl in uitam: et pnmam ztatem quam perTroiam fignificari di ximusxfed hic a czlo ille a mortali. Ad huius enim animantis quem hominem dicimus compofitionem animus a cziefii corpus a mortali patre prouenit.Qua propter cum primam nofiram onginem inquirere nos Apollo iubeticuius ora# culum efl Nqfce te ip Tum : non quid corpus fitxquid ue illi conducat inuefiiga# re iubct.Sed quid animus fit 8C quo pado fecundum animi natutam uiuere fodi ces effepoflimus inquirendum mandatxQ^uam quidem rem ut ezpreflius fignifi caietannquam didtxEfi enim animus fi non tempore/ut Platonid uolunt digni tate Tua at(^ excellentia prior: Optimum igitur oraculum: Sed quid prodeft fi illud male interpretatur ANCHISE. Hic mortalis Ænez parens omnia ad lenfns referens ibi (edes collocandas cenfet ubi prima corporis origo fit. quafl prima naturz non animi fed corporis fpedanda fint t Quaraobrem non ia Italiam fed in Cretam enauigandum proponit: qua in infula multa mala Tubi# bui fint Ttoiani. Nam cum (ummum bonum non iis quæ animum: fed quaa In.P,Vtrg. M.AlIego. corpus fpcdcnt natura noftra ignorata reponimus necefle eft/guoniaft illa pati> io po(Hnpe(lem/ac demum in interitum cafuraiint/ut non bearirredmiferi fiu turi (imus:TuIerunt ergo prxrium ob ftuitiriam Troiani:gui in italiam nauiga» te iulTi actam ptticrint. Si enim in italiam.i.in originem animi redeant Troiam percipiunt cognitionem rerum diuinarum in qua fola flabiles et manfuras feda inueniuBt ; Hic enim domus Ænea; eundis dominabitur oris:Et nati rutorum et qui nafeantur ab illis. In æta enim nullum e(l Ænex imperium. Na corpus ne^ fe nerp aliud mouet:fed iners brutum: 8C line fenfu iacetrnec quicquara Ii ne animi auxilio ualet.ln italia uero imperium latepatet.Corports enim domina tor et redor eft animusrin nullam^ nin uolens fauitutem cadit. Cunda autem fue cognitioni rabiiciu Se enim pafe uideticum autem deum cognofccie tem/ ptat fuz menris acie ad fuperiora erigimr. Colidaado oia fpedat: Rimatut occulta. Videt abfeiitia:breuicp temporis momento uniuerTas mundi oras anv bit:Defcendit ad interiora: Afcendit cxlum. Adxret deo: in quo efl patria fua:Et ? uoniam imorulis eft hxc femper facit : Quapropta eius imperiu eft æterna: ixcaprincipioqua uisdiuiniscflentmomtiprxcepris cognoicere no potuerat Troiani: Nunc uao calamitates eipaticognofamt. Epimetheo quidem ferius: Sed uidete quxfo quam admirabili ingenio reliqua profequaturt. Cum pefie labo rarent Troiani danmatfuam oraculi interpretationem Anchifes.Nam poftqui diutius debaccliatus eft homo dum fenfibus obtemperans omnem fpem in rebus caducis reponit/tandem ufu Si experientia dodior redditus animadueftit no fua« fifle acta Apollincm.i.nunqua pofleefte homines beatos ex iis qux mortalia fntt Cenfaigimr alibi quxrendamfoelicitatenuVenmi non dum tanta metiris arie ualenut qua inrcconliftat discernerc poiritr Na humiproftratusanimus/St fieri gi nitatur tamen corpote'obrutus qu x in/cxcclfo collocata funt non nili poft mui tum tempus difeemit: At dii penates eadem dicent qux didurus efliet ApolIotPu tabantenim antiqui deos penates elfe ex animisiuotummatoTumtqui clari ilhi^ ftref(^ multis egregtiftp uirtutibus fuilTent quali deos domcfticos: Ergo Si hos animoru noftro excellentiores uires intapretabimur:quales funt ratio intelle# dus atqr intelligentia. Qux hadenus furentibus fenlibust Si omnia tumultu co plentibus nihil fanuiudicare poterat: Nunc autcpoftquamfuograui damnoeu pertus eft homo fenfuu iudicium falfum elfe illos a tribunali quod tumultuo &oc cupaucrant deiicit:& luris dicundi potcftatem iisjuiribus quas paulo ante nomii> nauipermittinillx autem cum iam fcnlibus parentioribus ut atuc:quippequipu dorc confufi nihil amplius audeant/K cum eorum iudicium diuturnus iam ufus at^ experientia confutauerinparaciam non amplius prxeipne deæucrintrfc a tumulm colligunt:at (pfeipfascxdtant:fumma ( contentioeruftitix nebulis fua luce fugatis mentem ab iniquiffimo fenfuum iudido prouocauit ita a ætenfi domicilio abfoluunt : ut tamen italicam profedionem fuo dcacto 'edicant, ii dunt^ proptnea fux fententix ftandum: quoniam eadem iubeant quxipfe Apollo a quo mittuntur didurus fit: Et profcdomcns nostra multatum rerum usu iam dodior reddita multa, ex fe cognofdt: qux fapientia ptxdpere con sueuitt Nec ucto quempiam moveatli deorum pcnatii oratione pct fu ad catut Andrifas I t ( II P nudfi D B B< P> h Jrj-B SNitn ubi ndo pneualerc iitn crprrit : appetitus Hli rubiicitun MuItS iatn profeoe nintdii pcnatess quiquz obfcunus Apollo SIGNIFICAT prrfpicue enodaruntt docent«piniuIuadrcrum diuinarum cognitionem enauigandum rfle: Beatus profedo ENEA (i decretis ftarett (i quod bonum efTe cognouit:id ita mordicus arriperet ut nulla re inde po(Tet auclli:Non enim totiens a redo curfu deiicere^ s Veru non is adhuc uir eft qui conftanti habitu in hisobdurauerit:& per (uma t& perantiam a rerum moruliu cupiditatibus sit penitus purgatustfed inter contine tia; at(^ incontinentiz uarios frudus uacillans fzpe cum ad aliquod Tparium fuo uento procelTerit: nauisfubito a redo curfu deiicitur. Non enim is gubernator clauum tenet qui fummo nauigandi artiBdo arperrimam etiam tempeftatetn fupcrarcualeattfed Palinurus t qui poftquam ceruleus fupra caputaftiiit imber nodem hyememt^fercns.poftquam inhorruit unda tenebris : poftquam conti» nuouenti uoluiit maretmagna^ rurguntzquora:& quz fequuntur.ipfe diem nodemt^ negat difcernereczios nec ræminifTeuiz: Diximus a ptindpio foloap petitu moueri aniraumtdiximus itidem duplicem e(Te appetitum alterum qui a fblis feniibus ex dtetutitationi^ aduerfeturidicatnttp libidotalterum qui ratione pareat:uoluntaf(^iure nuncupetur. Qui quidem sinauiprzfuifTetiporerat ea am aduafantibus uentis iter redum tenere, oed przFuit Palinurustis enim eft qui folisfeniibasob temperatiuirefij aduerfus uentosinterprxtari poteft enimgrzce retro uentis didtur quali qui in contrarium refetat. Hic igitur infurgcntibus pertutbationibus/uehementioriburi^ cupiditatibus uelutitcncbiis animuminuoluetibuscum ipfenulla rationis luce illuRracus (it dicsano dibus ideft ucrumafairodifcerncrenrgat. Magna profedo hominum ioldtiatmazima^ fenruum perturbatio qui ita rationi aduerfanturi ut quauisil la fzpe infarg.it t ut animum ab illorum nefaria tyrannide feruituteq; eripiattipfa uclutiiulbirima regina ueramuelit inducere libertatemitamen cum nondum uiresfuasrecupetaueritm Dpercp a diuturno exilio reuerfa a paucis fuorum ciuin cognofeatur fzpe antea qua dus regni quod (ibi iure dcbctur polfeinonem recu» peret ab lilis repellitunquippe qui multos iam annos tyrannidum tenentes omni largitionum genere appetitum corruperint : illum cp adeo demulfcrinttur malit io feruitute uolaptuofc degere qua honorifice in libertate laborare. uamob» temcum acbrainterillos przliac6mittantur:difcedic fzpeuida ratio, lllicnim parere rccuCiDS Palinurus nihil sanum fentit : Eiufcp ilultitiaatcptrmeiitate cd» mittirurtuc dedituto curfu t quem penates dii prasceperantin (Itophadas infu» lasdeclinetur. Hunc autem locum nos ni fallor auaritizuitium redeinterprzta bimur/non illud tamen quo inde rapimus tunde minime conuenitiid enim nobis Thrada ddignauit. Verum aliud quod tunc patratur: cum ex iis qux iam peperimus minime illis (ubuenimus : quibus tus naturacp ac humanz fo detatis uinculum fubueniendum poftulat. Oodus enim'iam Fragilitate rerum buroanarum Æneas ad diuina ratione id efflagitante ferebatur. Sed appetitus aduerfus illam adhuc contumax ftaredeætis non potuit. Verum ad ea quæ uulgus admiratur rurfus conuerfus diuitias cupit. At quoniam multum de pti* fiuufcritateitniautufuctaUndui nc rapiaisilJafibicompatatecoBteodit: fcd In.P.Vitg.M.AIIego. per (oBUS fordes plus qustn psr eft parto pacens nullo libmlitatis munere fiigiei DC(p (ibi nc(^ Tuis beneficus eft.Q_ux quidem cum facit fe parcum non auarutn prsdicatiprzfert enim fpeciem boni uiri cum peflfimus Ar. Q_uaproptcrnon io« iuna harpyz ipfz uirginea facie Angunturdimulanc enim pudorcmimodtfHaou robrietatem^iomneri^ uirtutesprzfe ferunt. At earu ucntris ptoluuies fcedifli< tna eft.Q_uisenim po(TetauaritizfordesexpIicare:quis qui turpis hominis di uitis eiufdemtp tenacis uita fdt latis referrer Cum furor bau d dubius s cum ftene As manifefta At egenus uiuereiut diues moriaris. Quid miru igitur A earum fu des palidafcmperc fame et macilenta AtiNarahuiulizmodi homines iure tanta • locomparamussqui inter aquas.interi^ uaria poma confbtutus Ati tamen at^ fameconAdturiNam ut cumulus diuitiarum acrcatiprcinterim ruum/utillete«. centianus Gcta defraudans genium partis abfbnct ac timet uti: Quod autem ua ds Angantur manibus ratione non aretiNihil enim remittunt quod femel ctpe> nntauarii Q_uinfunt adeoperaino A auarinxundiut hominem ad dtuma qua dam natum ab alnlTimis curis ad hzcinfenoratrahantifiC uelutide czioin terras K e lucidis fjderibus in profudilTima tartara trudant. Auertit enim nos at^ feuo« cat habendi cupiditas a cognitione carum reru quibus folis Axiiz animus ciTe po( At. Sapienter igitur adiugit.TrilHus baudillis mdiltunec fzuior ulla peAisidtjia deum ftygiis fefe extulit undis: Non autc Aulta rado poetas impulittut ex Thau« inante patre: matre Helcdraoceani Alia natas harpyas fabulentur.Thauroan« tem tede admiratione dicemus grzci enim admiran dicunt. Cu cnimobfumma fiultitiam diuicias maxima bona putemus cum aut bona non Antaut minima bonaiproptcreaq^ illas adrairamut:cuenit:utcx ca admiratione cupiditas habendi nosinflamct.Ncmo enim cupit caquz negligit:at(j contenv nit.Suntautem ex eamatrequzAt Oceani Aiia:Nam liquis maieriam diuinarn diligentius conAderct:omnia mari Amillima in ea uidebit.Vt enim mare in afli' duo motu cAicundac^ inco facilem ifcentunat^ pcnurbanturaAc diuitiis ai<jf opibus nihil Auxibilius inuenias:multiq) tumultus ac fzui Aima bella inde ezota tur. Hz igitur c£.'n paflim armenta gtegcfij pafcant : nihil inde Abi ad ncccAiu tem fumunt. nihil aliis rumerepermittunqvcrumfiC ab hocquoq^ regenereaua tinz quando^ explicat uir fummi boni acquiredi cupidus. Relin querat olim uo luptates.indderat in rapinasiquibusquo^ damnatis otacuium confuliti A quo accipitnofceteipfum:in quo errat Ancbifcscum ea ad corpus refcrctrquz de ani tno przcipiebanturicauturqi ruo damno fadus errorem cognofat: con Alium inutat:rclida(^ creta tendit in lauum. Verum rurfus perturbationibus uexatus animus ad diuicias rutfus refluit: non tamen ad eas quas rapinis ut hadeoust fed quas nimis fordida pat Amonia comparet: Sed et boc quo<^ uinum effc cognofccns / proptetea^ damnans < ad Helenum per hoftcsproAafatui. bes igitur quare in harpyarum infulam delatum mixcrit Æneam y?^uod ue^ IO ab ip As uefd prohiberetur iam parariscpulis inde efliqnia eam uim habet auarina/ ut qui etiam dinflimi Antfame penrequamuci minimam acerui par« Aculam imminuæ malint JAcmis tamen eas pepulerunt Troiani: Nam di aua AAacxifflbcdllitateat^ builitate animi tuliaf':qiiz ci cAiut&fctia et tnulict«' i-% « % % t ik tltl I- 1 II- 1- i j mii oa* iff Liber toriiu <aIcgux'tninori animo runtauarioresTemp^e pncbeact/tunc Fadle pellitur fi foitemgcn ercfum^ fumamus animum ^6Ilcedit e fitopbadibus a;neas t fed non prius quam cnfle a ccleno oraculum ædpiat < mendax omnino uates Bc in E s fubdola } et quz uctborum firepitu honorem inde incutere uelit unde ni timendum : bed profedo hoc morbo laborant auari i Nam fi quando ho« ncOa quzdam SC una ratio lilos ad divina exploranda erigat < propterea^ huma na bzcfiC mortalia negligendafuadeatrihtiminfuigit ex auaritia metus si rem noftram familiarem negiigentius curemus fore ut (i fame pereundum x Sed ne« fiauot fiuItilTimt homines quam paucis natura contenta (it i quam facile t quam minimo fumptu eius diuitiz comparentur: Efi autem fames iis timenda qui in anesqui infinitas cupiditates et quz ne^ neceifariz ne<^ naturales lint fibi exple das propofuaint quorum uotago um lata tam profunda efi : ut nulla auri ui t nullo gemmatum iapillorumtp cumulo repleri queat. Qui autem ita uitam ia* fiituerunt > ut fola fe uirtute bntos putent : animum^ non corpus ditandum ^ ponant : his omnia femper abunde adaunt t Q_uam quidem rcm:quo tibi pia* nius exprimam : at^ adeo potius oculis fubiiaam.ptopone tibi duos diuetlifii^ mz quidem fottunz/fedeiufdem pene ztatis utros Alexadrum macedonumte gem/& Cynicum Liogenem utrum ditiorem iuch'cabis:uide quid dicas. Maximi Alexandro thc Ciuri erant plurimi tobu Riflimi^ exerdtus (ibi militabant : Imperium latilTimum poflidebat. Innumerz pene nationes acpopuli ex Europa A(ia* ^uedigales huic erant.Diogene autem quid potcftangu (liusexcogitari: qui prz tet rimofum illud uas e figulo acceptum : quo l'e recipetet ut e frigore calorctp tuf tuselletnetuguriolum quidem haberet : quem eodem panno in utroi^ folftirio obfitum confpiccrcs : cuius auda olera etiam nullo file alperfa beati (limorum re gum dapes fuperarent. Vttum igitur horum ditiorem Laurenti iudicabisr Ego q dem inquit LAVRENTlVS h a deptauatilTima confuetudine : quz altera pene in nobis natura cfl dirce{l'eto/& rem totam fenfiiu iudicio exclufo rationi cogno» lixndam tradam beablfimum Diogenem:miferrimum Alexandrum proferre no dubitabo. Vehementer enim iis aifentior : qui in diuitiis penfiiandis non quam tum tuii^ adiit : fed quam abunde id quod adeft fibi futurum (it animaduerien» dum cenfent.Si emm is diues eft cuius cupiditanbus adeo fatis fupercp fadum (it ut nihil pczterea defidcret quis Diogene ditior :qui cum (lue pafiurem (iue arato rem quendam cauis manibus aquam e fonte ad potum haurientem uidiifet : po culum quod ad eundem ufum hdile gerebat ueluti fuperuacaneum abnædum putiuu. Q^uis rutfus Alexandro pauperior : qui podquam a Democrito ut p\i to PHILOSOPHO plureselfe mundos audiuaat : lamentari non crilauit tanquam nulla ratione diues effici poffet nili illos prius imperio fuo adiecilfcif Rede o Lau tenti de utro^fentis inquit BAPTISTA. Q^uamobtem cum idem rex motus animi tranquilliute quam in Cynico cognouerat ita pronuciaiTcticupcrem Diogenes e(Te nifi cifem Alexander : magna ex parte fiultitiam fuam indicauit : cum in fummis opibus zgere : quam in fumma inopia ditefeæ mallet. Quamobte difeant homines quam paucis natura contenta fic s quod cum didicennttoracu# ium a Cclcno zditum &cile tldcbunt:quamuis ipla ut otadoni liiz fidem faciat diat fe ca pronunciare guz Phabo pater otnnipoteos flbi Pbccbus Apollo pn« dixit. Natn rempn auari qui funt : uiriutn quo laborant fallis uirtutum limula» cbtis tegere conantur. NatnquzmoEraauaritia eftream patlimoniatn uocants et aut deorum t aut maximorum uirorum audoritate famem timendam pctfua» dete conantur. Oolofa profedo cupiditas et quz cos etiam quos prudendotes putamus fzpe decipiat. Aduerfus cuius fraudes illud unicum remedium cft nof fe ea quz hominum ftultilfima cupido ad uitam degendam neceffaria putabnoa modo nihil peodelTc i fed omnium noftrorum malorum caulam exiiiæ. Deferens igitur Harpyarum infulam Æneas ad Helenum enauigatrEll au» tem Helenus 8C uates K conduis«|Q_uapropccr rede ilium dicemus ingeni» tam nobis rationem et ueri lumen quod natura in nobis refulget,: quod nos fallis bonis decepti confulhnus ut in redam uiam ab erroribus reducat» Ipfe autem uates uera przdicere poteft : fed ditfidle eft ad illum petuenitei cum Iit itet pn medios hoftes tenendum : Nam 8i fenfus omnes 8i apped» tus fenlibus obtempetans uolentibus nobis in uetum iudidum delcendcrc (em» per aduerfantur:,At(p adeo nobis confultantibus obfirepunt: ut uix radonem adire et uera bona a fallis fecetnerc poflimus. Verum cum ad Helenum perucne rimus iuuat cualilfe tot urbes argolicas medios fu^m ten uilfe pa hgges : Supe» rads emm perturbationibus iratiquilla'quTdai^ r^nquitut mens: in qua lecxd tans lux radonis nobis ucrum oftendit : Q^uo dodior fada mens agnofeit itali» am t quam propinquam elfe putabat uia inuia longe diuidi: multum^ matis ef fedreueundumi et ad inferos defeendendum antea quam quietas in Italia fedu collocet : uz quidem omnia quanta ratione dicantur ; faulius cS mente coo pledi quam uerbis exprimeret poliquam enim animus non dico profligatis /fed magna ex parte repreitis uitiis per medios / ut diximus hoftes in lumen luz luca defeeudit Itum demum aduertitfummum bonum: quod in propinquo coUo« catum habemus putabat poculabclleioporterei^ nos amplo dreuitu Mariamo ftris obfelfa peraauigare : Nam inter ipfam contemplationem: hanc quam ui uimus uiuminteriacet is quem iam totiens appetitum nomino uelutiturbulcn liifimum mare: quod fcyllacharibdifcp pernitiofiirima monlha infeftum red» dant: Si tamen eft pei hzc loca enauigandum li IN ITALIAM VENIRE nolumus : Oi» ximus enim a principio (i rede memini nulla alia ui nilT appetitu animum motuti .Sed quoniam de duobus iis monftris dicitur a poeta : facile eft ex ipfis fabulis quid fibi uelit coniedari. Nam cum eas foeminas rapaci fhmas fuilfe memorizf proditum Iit : non ne per eas commode exprimi animi nimias cupiditates dice» mus : quarum prindpes luxuriem at^ auaritiam eife nemo dubitat. Scjlla e^o s glauco adamata ucneteasuoluptates exprimet: quz maxime rebus nofttis fio» rcndbus uigent: Nam quod eius uniunia pubes m canes latrantes conuerlafu/? uantum ad negodum faciat : fadle eft cognofccre. Chanbdim ueroipli quof Icrculiboucs quondam fubripereaufam quis non intelligat limulai tum nobis auandz refene : 8I qnoniam ab ca non ita in rebus fxliatei fuccedenubus ut gemur quemadmodum a libidine. Sed tunc potius cumnimi sanguftiis diuida nun terminis incluli uidemur: ac ob eam oufam minime nobis noUxa placent ii •p. a MI ia Bi itk iw “!f lab ipoK imi». okib! abii l{DKd biW uocA \^2Dli .qmX (uitbi SUID* jniisi^uin®^ iCID# aajb crlb< jola* OUfl^ 1^1^' amba* mfia eKccT^ eflcopinaiaut t iccirco dextrum a fcylla : Icuum a cbarybdi latus obfi dcri Mato dixit (quoniam altera in rebus quas aduetfas putamus t altaa in iis quibus uebcmenter dele Aamur : nimis nos urget. Quz cum Baptifta dixiflct : at^ refumendi fpiritus caufa aliquantulum obdcuiflet. Admiror inquit Laurendus tam magnx tam^ reconditx dodrinz diuinitatem. Verum quanto me iffa tnagis deleant / tanto magis cupio : ne minima quidc m in tota re mibi dubita» donem relinqui. (tai^ utar ea quam mihi conceiTi^ libertate uel licentia potius: At^ ut iamioulligas quid illud (it (quod nili tibi aliter uideamr/ planius heri cupio. Odenderas a principio ea ratione politum ellc a Marone Troiam zneam cekquifle t quoniam lam uir ille corporeas uoluptates contempriflet t per thraci» amuero at^ dropbadas utrun^ auaridx genus exprelTum cfTe uoluidi : Cur igi» tur (i buiufccmodi iam uitia exuerat Æneas ( rurfusnunc ut illa uitet ab Heleno monetur C Dcle&at me tua interrogado o Laurend inquit BAPTISTA t Oden» dit cnimmaion quodam iudicio quam idbxc xtas gerere foleat te ea qux dixi c6 fideralTe: Veium quo omnia tibi plane pateant: memineris non eum uinim a Virglio [VIRGILIO] produci ÆNEAM Æneam: in quo uirtutum habitus conoboratus fit. fcdqui pro uirtuteaduetfus uida ita pugnet tut non (inemulta difficultate per continen dam uincat : nonnunquam etiam uelud incondnensuincatur.Q^ui ueroin Ita liam id enim ed ad diurnarum retum inueibgarionem uentuius ed/ huic non fa dsed : ut continens fit. Nam quamuis condnentia a cupiditatibus arceatitamen S uoniam in affiduo certamine uerfatur:non przdat eam animis nodris tranquil tatcm/quaadrestamexcclfascognofccndas opus ed Quimobrcm egenus ipfa temperantia uirrute undi^abfoluta: et in ipfo pene cerdo uirtutum ordine corroborata qua qui inlbudi fuirt/nonfolumonuies cupiditates Tupc Tantiue» lum edam illatum penitus obiiuiftuntut. H oc autem habitu nemo mortalium fe corroboratum in confidat : nili plurimis afliduif^ adionibus prius ad eum co fequendum fe exercuerit : Q_^ux res line longioris temporis interuallo effici nem poted. Huiufcemodi igitur temporis moram VIRGILIUS poetice quidem fed opd me tamc exprelTic : cum dixit : Prxdat trinaaii moeras ludrare pachtnni. Ceffan tem longos/ Sedteunfledere curfus. Quod autem moneat ut eo quem dixi ha» bieurn fe con firmet xneas uerfus unus indicio elTe pet^d. Adiungit enim quam fcmel informem uadouidilfefub antro rcy1lam. Quamobrem icdiflime uni» uerfum locum concludemus neminem poffeipram dminitatem attingere : nili perlongum prius intefuallumeuih: quem dixi habitum ita contraxerit: ut non modo non rapiatur a fcjlla : fed ne femel quidem ipfam uideat. uod quid ali nd fibi nuit : nili ita obiiuifeatut cupiditatum omnlumtut nunquam illx in con ipedum fuxmentisredeantrperpulchrc per^ commode omnia ida inquit LAVRENTIVS. Verum quid tibi paulo ante explicare libuerit: triplici illo ordine oir tutnm non plane intclIigo.Res inquit BAPTISTA huiufcemodi ed : qux &: Iz pe alias maximo tibi ufui et prxfcnti fermoni apprime neceffaria futura linOiui» nus enim Plato cum uirtutes de uita Sl motibus eafdem quas exteri pofuilTet:ita sd podremum illas diueilis Gue ordinibus Gue generibus didinguit :.ut alia qua dam ratione ab iis illas coli odendat : qui ccetus ac duitates adamant t alia ab iia h ii i I qui omnan mortalitatem dedifcnc cupimtes/ft humanatum rerum odio taoii •d fula diurna rognofccnda eriguntur : alia poftrcmo ab iis qui ab omni iamc6« tagionc expiati in folis diuinis ueriinturtprimas igitur ciuiles dixir/fecundas pw gatorias/ac tertias animi iam puigati.Eft enim triplex hominum rcÆ et ex ratitv oe uiuenbum ordo.Horum trium inferior eft eoru qui io fudali acciuili uita dt gentes rerum publicarum adminiftrationem fufcipiut.His {iximi fed m ercdioti gradu confiituti ii funtiqui a publicis adionibus ueluti tepcftuoflsiac procellolis Kin qbus fortuna; temeritas oino dominet'' :fe in portum tranqllitatis trafferuot et a turba io odum fe tecipietes/ quirta uitam degutinon ita tn ut no aliqd adhne tefictaduerfus quod Iudadumlit. Supremo autIocoeoscerncsqui penitusa re« rum humanatu concurfitionerac tumultu remoti nihil cuius panitcdum sit /c& mittut.Eft autem oibus his ordinibus hoc c6munr/ut uirtute dure ciida ad boni redi^ normam dirigati Verum qa in uita duili cupiditaribusiac pturbationibus omnia tumultuant hifip non oiu xgre refifti^ rdicunt in ea hoium genere uiitm tesi Dcohataspotiusqabfolutast Quaproptetidinill bptadcntiac6tendit/utm bil agatuticuius non polTit ratio (^tem probabilis reddi i Fortitudo uero animd fupra omne piculum at<p moetum affett : et nihil nifi turpia timenda admonet. Tcm{watia autem oftedit fola honefta appeicdainulla in re moderationis legnn excellcdamioea cupiditates iugo ronisrubiidendasiluftitta; poftre moptesfuni: ut unicuimruumredd»’' iutx quoiureoesuiuant .lnrccudoautilioh>iumgene tctqui ea it ronea negodo in odum uendicat/ut liberius poflit rerum diuinaium conicplationi incubcrcifunget munetefuoprudciiafifpretis oibus mortalibus rebus &cxleflium collatione pro nihilo habitis omni cura omnim cogitatione ad diuina copuertat". Temperitia autem cum ea folum nobis cdce(Utit/bne qui busferuari uita non polTiticaitera omnia fcueriffimoiudidocontenendarf^upeii datp pronuciabit. Sed necaberit fortiiudo qu* afliduo pridpiatiut nullum meo moduminullumlaboreminullu periculum horrefeamus/quo minus redo 8£w petuo^uti**' - j 1 n- ». tuo^ut ita loquar)curfu ad cxlcftia et ad origine fuam icdat animus.Diccs q d luIhtia.Hoc jifcdo minus libi imponctiut reliquarum uinutu cofenfum in hu iulcemodi ppoAtum firdatilfti quo^utrupiarcsaduafuspturbationcspugnit fcd fadiius fupcratsfei^ paulatim expi .tos reddunt. Quapropter uirtutes ipCrin illis purgatoriz appellantur. Verum audi iam tertium illud eorum genus/quota animi ab omni uitiorumlabe ^cul ab Ant. Hi igit' in eo prudentiam exered/non ut deledu quodam habito diuma terrenb prxferantifed iit illa fola nofcantifuU J ueluti nibil aliud At intueantur. Adhibent autem temperantura non ut cupitates coberceatifed lilas penitus ignorent.Eadem ratio erit fortitudinis.llla eni pernitbariones non uincicifed ignorati Quin opubic dura at^ horreuda Abi of ferrirnon ut uidoriamaiTequacurired ut in eorum obliuione perpetua riimiuts 'ifidiligentetinfpides/ fadiecognofcesidabhelenoadmo petduret. Quxomniaf ^ neri xneam non pofle illum fedes in Italia qetas ftabi colloare/niA priiis ad boc tertium uirtutum genus peruenerit : (^uid ergo hadenus: nonne Troiam deftrueiatjacthradam ftrophadefipteliquerat. Defenieiatquidemjred nondum $mca uitia fugiflct illa dcdilutc poterat Jiunc autem non ut Moliirnt^iP Liber tettiai «Birittaib^ deponatt^od tam feceratered ita de tnte deleat: ita perpetue obK tuooi roaadntut nunquam eorum memoria illum rubeat:Cu autem prz omni bus rcbua iterum at(p iterum 1 unonem pbcandam moneatsqua quidem adua •imte Italiam nunqua podturua (itmdnc nobis documentum eftroaximum nui Ium ex innumeris uahif^ uitus eflieta quo etiam ii qui ad quzip ezceifa eriguiu lur t scgriiu liberetur quam ab bonorum imperii^ cupiditate.Fadle eft enim cd temnere uoluptatesa qui iam maiora mente conccpit.Diuittasuero &li fpecie maximorum bonorum a principio nobis oftendantipoftrcmo tamen ab excelle tianimo negiiguotur.Atucrohooorcsmagiftratus& imperia quoniam exedi' lens quodda et eminens in fe cotinere uidetuunfpecie decori at<p magnifici ztu* mum etiam excclfum deripiuntiNamcum cupiat ille fefe qua proximii deo red deretanimaduertac autem nulla alia te nos magis deo fimiles efle qua dandis bc ncficiisiNt^ hzc przftari ab hominibus pofle nifi in fumma reru poteftate coo flinitifintiaocenduuruebcmenti quadam cupnditate ut reliquos antecedat: Eft enim natura nobis iditu/utfcnm (upiores in rebus oibus euadere cupiamusi Ce dcrcauteautfuccumbeieturpimmumputemus.Q_uz quidem naturalis cupv» ditas nifi reda ronc temperer in ambitione ac pofttcmo in tyrannide nos rapit: in qua muka aduerius humanitatem audelia tetra nefariaip comitthnus : cu natura ipla nifi deprauata fuerit ad magnanimitatem erigat nos ad fupetbiam ft dominatum omnia rapimus.Hinc fraudes:hinc czdes : hinc reliqua imania fiagitiainfurgunt.Q^uibustcbusipfam humanitatem exuri in truculcntilTima monfiu conueitimur.Non igitur fine fiimma lapinia ad Cyclopum littora ht Dti dedudt diuinus poctatut ofiendat qui magna quzdam et cxccifa petuntten nulla certaratio anima reganfefe falli et pro animi magnitudine in imanitaicla bi.Scd hzcquocp loca miferia ad fc fugientis uiri admonitus qua primu cifugit ENEA. Quid enim aliud nobis cxprciTius cfiFmgerc:at^ipfis(^ucica loquar oculis fubuccrc potcfi ambitio larofiC fumma efferitate deteflandam 1)^300103 uitam quam cyciops Polipbemu$:qui procul ab omni hominum confortio hu manis carnibus paicatur^^ inter luflra feraru fola uita agat. Nonne enim iure Andropophagos tfic enim eos appellant grzci qui humanis arnibus uefeun' nmilloscl Te dicemus: non qui carentia iam anima corpora id enim multo ma gnto Uerandumefiiinfuas epulas conucTruntifed qui uiuentes omnibus ctu» oatibuscrudelil Timc exeduntiqui ut aut tytannidem|fibi comparentiaut iam cd paratamtut cnturioptimum queipuirum et iufhzqui ac libertatis amatoicm lzuifiiimemteTficiuat. Qui utfcelerariirimi uori compotcsc £ Ficiantut:aonmo do fingulos homines ttuddanttfed totam urbem:ne^ folum totam urbemifed integras nationes ferroigni fameij populantuncun^ libidini militari fubiid imtt. Qui nc^ agris cultoribus fpoliaietne hominum pecudum^ przdas abi gete uomturiqui pueros tcncraf uirgines ex parentum complexu aut ad mor tcmautad libidinemrapiunnqui caftarum mationara pudicitiam expugnat: qui publica acpriuata faaa ptofanacpzdificia funditus cuertunt:S qui modo in florcnrifiinu re publica ampIifTimum dignitatis gradum fumma cu gloria ob tincbantitot nunc oibux foituius lpoliatos mmiraritni feruttutc abducunu V' I.4 In.P .Virg-M.AIIego. uos igitur cydo^quos leftrigonas cum iftorum imani fcttida cofErcnaif Quimobrtm uir iummi boni cupidus qui antea non bene infttcuta animi (oi magnitudine quacun^ uia ad honores imperia^ nitebaturmunc demum tam nefariam crudelitatem quam primum eam nouit deteftatunnouit autem a ma dlenta rqualenci<| achemenide forma per quii lapiens poeU omnes calatnittla quz ex tyrannide generi humano perueniunt s latenter (ignilicauiticum dues paulo ante omnibus ampiifhmotum honorum gradibus honefiati/ ad rern ino piam cxtremai^ famem cdpellunturicum illudiis mortis moetu latere ct^un^t Rclida enim ariffmu patna ignobililfimis obfcurilbmirip lods exulant: Qua: quidem miferia edam li in graium hominem et Ænex hodem cadatitame non poted ipfequi uit bonusauc fu aut elTe dudat ad fummul tyrannidis odium no impelli. Qudigitur Maronis fapiendam noniureadmiretun qui uirumm ita liamuentutum maria at^adiaceda littora tam horrendis mondris obfefla ita caute dreuire iubetiut illis omnibus euitads in Siciliam incolumis perueniat un de breuidiffius curfus in italia dc.Fadle enim ed homni qui fe ab omni ii auari» dxfpcde cxpediucntomnemip iniuditiaatipei Fentate exuedtiadreru magnis rum cognitionem edgi iprxfctdm fi iam in Sidliam uenerit. Ed aut Sidlia nue in(u Ia olim uero italix coiumdai Bt condnends parstfed uenit medio in pontus K undis hefpenum (iculo latus abfddittarua^ Si utbes littore didudas angudo interluit zdu.lta enim abimortali deoapnndpioæatæd diuinitas animoti nodrorumiut una cademi^ dt pars infedot rdniside qua paulo pod ent didin dius difputandum di parte rupertori.Scd quoniaipfa,in agendis rebua uerfaf drea ea quz loco 6i tempore citcdfcnpta adiduam mutadonem redpiunt euenit ut interucnientibus Uanis pettutbadonibusi quibus prudenda decepta (xpe pto bonis mala cligitiratio ipfa inferior illis uelun uehemcdlTimit fludibus alfiduO percu(riabitaliatandem diuellacur:6 (aruperiodradonead appedtum defid> at Quz omnia quauis ita fint unde tamen breuiot ciufusad italiam.i.ad eo» teplatiunciquz m ipfa ratione fupedod polita ediquaa ratione inferiod quz per Siciliam lignidcatur nihil repedes przferdm humato patenteique nos mol bticm quanda eneruata homini a fenfibus prouenienteinterprætati fumus.NS quam enim ad ueram contemplationem deuenicmusinifi pdus ipafut ebddia notum uerbo utar)fenfualitasnon modo earinda uerii eria penitus fepulta in nobis fuerit. Q_uapropterli rede animaduerds de Anchife mocte meminit poeta de fepultura non meminittno enim in iuliam ed uenturus.ln quinto ueto libto celebratur funusiut demu fepuito Anchife in italiam cotenderc lice Apparatis itai^ rebus oibus Æneas ex dciliafoluens paulo pod italix pot/ tus fubite fperat.Ne(p fuilfet a fua fpe deceptus (i lunonem aduerdiTimam . bi dea ex Heleni przcepto antea placauiffct.Odendimus paulo ante lunonoa honopi impcriiij cupiditate expnmeredn qua quidc « fi Æneas ita fe geiatiut nihil iniude/nihil audeliter in reru adminidtadone aduius fit.faocenima Po lyphemo fuga indicauit nihilominus cum in confpedu Italix iam fiti& in li nunc pene fpeculandi conditurus: Animadueitat^ non poife in rerum diuiu nuncognidonedcucnidsnifi humana hæc omnia cotenat/nidtut ille quidf Liber tettiiu rem perficere. Std appetitus qui nou dum ratione fubiedus fit omnino ro> pugaat: faKU 9 argumentationibus perfuadet noncireaurneg]igendoihono« tes/autimpia relinquenda .Percomodeo tnqiUate inquit LAVRENTfVS tC ad rem uehementer appofitx.Sed unum efl de quo SC fi fortafTe confentanea fu fpicer > tamen fentendam tuam uehementer cupiam.Na quid fibi obfecro uult ^fficilis ilia et apprime moiofa dea luno. Si enim manentibus TroixTtoianis iiafcebaturscur deinceps iifdem illis in italiam enauigatibus adeo boftili animo aductlatunan fortaiTequiautracp uiuambltiofoK imperii cupido aduerfa Et. ifibne ipfum inquit BAPTISTA. Atnbitiois enim dea olim Ænex irafeebatun quiuoluptatibus dclinitui nihil honorificum quacreretmunc autem rurfus ira fdtnncum uideat illum ad altiora quxdam eredum ea qux exteri mortales in admiratione habentsotnnino contemnere. Omittens enim illa que primum gradum in uita duili tenent non motulia amplius ifed immortalia quxrin mi rifice ictura poeta.Vix e confpedu SicuIx telluris in altum Veb dabant Ixd j K fpumas falis xre ruebant. Cum luno xtemum feruaru fub pedore uulnus: quæ deinceps fequuntur: Ratio enim uiuendiiqux honoribus inferuit cum animadueitatfc ab Ænea deferiia quo olimquo cu ille uoluptatemtociu amaret negleda fuaatyuehementadolet.Cognofcit enim fi ROMANUM IMPERIUM ed fhtuutur foreiut fua Carthago ruituta Et: Quisenimnon intelligat E ad c6tcplationem:qui ptxftanti ingenio funt uiti accefferint/ illos ciuiles actio.* nes ccdercrturos. Oolet igitur St pfeotiiniutia admonita pteiitotutcminifdt. Manet enim alta mente repoEum ludicium paridisfpretx^ iniuria formx. Et genus inuifum et RATTO GANIMEDE ONORE. Qux quidem fabulx E diligentius conEderentur nihil aliud nobis prader de* ditauoluptanbusuitam referct: Nam Paridis ludicium in quo lunonl Venus prxferturiquid aliud cefeasniEuitx honorum cupide molle enetuata^ 8 (uo luptatibusaddidam prxponi: Genus autc inuifum.i.louis Eledtxt^ adulteri' um:acpoSremo RATTO GANIMEDE nemo modo mediocriter eruditus Et alia traduccuHisigituraccenla luno naufragio Troianos perdere tentat. Verunx ne noseaquxfubhuiufcemodi tempeftatis Egmento recondita funt ulla ex pattelateant: neuequidluno: quidxolusiquid neptunnus Ebi uelit incogni' tum relinquatur:pauca de animorum noEroruui at<^ natura repetenda funt. Illud tamen pmonebo cuenireiut eadem ad multos locos enodandos adhiben da Ent t Q_u« E fcmel a’me expteEa exteris deiceps in locis ueluti ia cognita file tioptacanc luideo me qd* fumopete cupio breuitati inferulturu.Sed rurfus cu eodieteprKc/E Ecagamus/duplextibionusipo Eturus Emieritenim eode tpe 8C memoria qd alibi didum Et repetendum: K quod interim perpetuo orationis filo contexif' : Ene ulla inteccapedine:percipiendum malo loquacior etk/q oomittere ne ingeniu eodem mometuo in plura diEradum:ucl minima difpu lationis paidcula incogmta ptaucrmlttcre cogaturiCum igitur ad id quod pro Ia.P. VIRGILIO M^IIfgo* tPrn/f <«•’<*• 'v'»^ prium noSnim^ tft:quod(^ a noftrz onginls diuimtate traximus t id eSsdt» tiocinandum/ad concemplandum/ad intelligendum mgitDut:eam animi pai> tcmadhibcmus:quamgrzci nos mentem nuncupamus. Verum hæ mutiifed przcipuc Platonici chriffiani FILOSOFI duplicem elTe uolueruntt 4 alteracu inrctiorem quam rationem appcllant:diuiniorem alteram et fuperioro TIfct. qu- i 4eIIedumnuncupant.QU3propterfapienter Auicena animos noftroi ur t alterum lanu duplici ore inllgnitos e(Te dizitiut hoc furfum uerTum ptia r .na altilTima per (apientiam rufpiciamus.lllo uero res mortales et adioneshua manas per prudentiam adminifhemus. Diuiditur igitur mens in duo rurfum in tapientiara/deorfum in prudendamrquz Ht reda rerum agendarum ratio qua iiinuirumfiC mulieremrutuirrupcnor iit &regat:Mulier inferior 8l regatUR Quapropteregregiei!lud:^lioieiliniquitas uiriiqui mulier bencfadensrnd enim przponitur iniquitas uiriliszquitari muliebri: Sed commode exprimitut I 'tedius eum agereiquideiideriorerumczieftium raptus plurima corporis &fo cialis uitz commoda negligat: quz res uideturiniquatquam eum : qui ut nuW Ium uitæ ciuilis officium deferat:czlcftium rerum curam omittit : (^uz cura ita (intiuideamus quz a Marone dicuntur: Nrmpe zoium lunonis przdbus uentostquoslouis iulTu regere debet/in mare cmififTeiqua tempeflate obrui poterant Troiani nili illis aNeptunno rubuentumfuilTct. Quo in loco fi ui tz ciuilis cupiditas (it luno commode zoium inferiorem: neptunum uerofu« periorem hominis rationem interprztabimur. Non igitur mirum liabhono» rumæ imperii ardentilTima cupiditate ratio illa inferior (lediturrattp de fuo gradu deiieiiur. Referunt fabulz zoium uentisprzpolitum aloueefleiut iuC> TuAioillos BC intra carcerem cohiberet&indeemmcreceru quadam lege ualc4 at. Quamobrem celfa fedet znius arce Seeprta unfDS mpHit^ apimos: K teinperatiras:_8£,iilud N i faciat maria ac terra stcilumq: profundum. Quippc fei^tfec^ rapidi : uertantep per auras. Et profrd Ot&infiituti funt animi noflri ^etum omnium fumnioatcfiitcdotut cum Iit in nobis ea pars quz ad tes afeifeendas fugiendaf^ inlurgit: przponatur libi ea rationis particula : quz infenor cum(it:adres omnes agendas rede appetitum moueat. Ratio auum - Iplis mortalibus indita non a corpore efttfcd aloue.Hzciguurdumfuo co ditori obtemperat celfa arce fedet:quia nihil humile cogitat: fed quztp aigre^ gia: attp excelfa meditatur : teneti^ fceptra.Nam totius uitzadminifttatianein habet: mollit^ animos /& temperat itas: cum nimiis cupidiutibui appetii tum cohercet : at^ inna modelliz fines continet : Sin autem ita lunonis blan>' ditiis demulceaturiut fuz naturz propriz^ originis immemot rerum rettena rum cupiditatibus irretiatur/ totum lilife przbet : eiult^ iuffu non autem lo uisuentos/hi enim penuibationcsrunt/emittit.llli uao mare quem apped<> tum cflic diximus paulo ante tranquillum ex diuafispartibus ferientes bor« tendas tempeflatcs excitant: hebetant enim tadonis adem honorum cupidi tatesrquz uelud nubibus obdudauerum bonum a falfo non difccrnitiip fumcp appedmm : qui a fenfibus originem dudt: non modo non refhnguit ardæmractum ultro inflamat: &gcntemiunonisinimicaseaautcft mens no / » Liba totius Itlbullu Qanitn rnunicotit^tm:diuinatuin autftn cupida/mratiis perturbati poibusobtuæ nititur.Scd rcæo ad lunonemillla enim cum tecencitiiuriaanti / MUm (H)i uulnus refrkafictiira plena in zoiiatn tendit. Kimbofum in patriam loca fceta furentibus auibis. Cidlidaomnino dea guz regionem ad ea quzcupiebatpaHcienda fibi deligat nott'ignotauic:Cum enim raum humanarum amor nos ad diuinarum cogniti onem abfttabæ nititurrin zoiiam patriam uento^rad enim eft in appeti tum p tuibationibus expofitum ueniat necefle efi. Verum iouis iuflli hoc regnum zoio commiffum cds Nam ri deo obtempæmus rationi fempa obtemperabit appeti tU&Redifljme enim Platonicum illud bpnp uiro legem deum ellr : malo autem bbidincm: Quaobrem huiulcemodi rarionemdeprauare aggreditur Iuno:& ue iuriti qui caufz (iiz diflFiduntrfit fallis rationibus perfuadæ/& largitionibus cor tumpæ iudices patanttita ipla zolum adoriturteonaturep oftendere zquum elTc 4tillc gentem fibi INIMICAM ITALIAM attingne prohibeat. Perfuade zolustfe^ cn da M iulTu lunonis fadurum redpit:Q_uin quicqd imperii habet/id omne a iu BoUe tecognofcit.Nam nili inflametur appetitus cupiditate rerum terrenaruiatrp illp uduti mare ucntls turbet rminime uideretur indigere uita nofira impio ratio tus.Hocigi^ padotromnia lunoni debere ratio fatetur ueluriquz(^nifi pturba lioæsaflint^aibil habeat in quo fuum impium exerceatrac decepta cupiditate ea tum raum quas magnas putatmentis habenas remittit/ac mare perturbattquoni •tUturbulemimis cupiditatibus appetitum codut.Quibuszneasqui ad cxle^ Bium rerum contcplarioncm tedit/adeo labo paiculorut^ magnitudine infrio giturtuta jppolitodciiciat" :Et ^fedo cum appetitus quo folo animus moueturr ftquonosad fummum bonum duci oportet/aKonosrapiat/infurgit atrorilTima iUa tempeftasrin qua eripiunt fubito nubes czlui^ diemt^ teucroru ex oculis. Na qui paulo ante tranqllo appetitu adrpeculationemfæbant"tinfurgentibuspaturi Mtionibus adeo illis oixzcant" :ut quicqd luminis a rdnepueniebat/peniti» tollat tVnde fit ut nox atra ponto incubet. Appetitus enim qui hadenus luce rationis illul habac nuc illa amilTa in tenebris uetfatur. Adeot^ zfi uat hoc maretuc lii aqlone fetuntur/hzc enim elatio quzdam elliquz a rebus fecundis profluit. Alii in fummo fludu pendentmam fupra fuas uires difficilia ardua^ aggrediens tes amdi foliciti perpaua expedatione pendet. Alii terram inter fludus tangens tcsabipfa fortuna dnedi mifetiarum cumulo obruuntur.Sunt deniip qui in fas alatcntiacontorqurantur. Nam multi cum impetu perturbationum ad huiuf^ cemodi cupiditates explendas ternæ ferunturiin uariatp pericula fibi improuifa inddunt. Sunt poftremo quos auaricia ueluri in fyrtes ttahat.Nam quis non uis dæfle aiam quorum nauis demergatur. Vnde utre omnino apparent rari nan tes in gurgite uaftoiNam ex inumera mortalium turbaiquos perturbationum p cclh]dcmagit: paud emagæ ualentiFado enim habitu pauci ad portum enare pofluntiprzfertim cum ipfe gubernator a temone tcuulfus imo in przceptls deie dus in profundum ruitiCum enim ea animi pars quz uitz regedz przpolita eft fuaiicde deiidtur/adum iam de uniuafa te cite quis non putarHzc autem otns Iliacum lunonis zoli^ culpa acddiftenttinterim Neptunnus commotus graui* i In. P. VIRGILIO M. AIlego. tate t<tnpcfta^sf>Ia'd(]uin caput ex fumma unda cxtuIk. N(ptaliutn mum macia deum cfTe finxerunt: Dico aut fummumiguia alia quo^smaf^o» mina extann&ptofcdo plutea uires appetitui prxfantimouet' enimilfe iudit» fcnfuumrmouct" tonis inferionsifummum tamen impium fupioii ronirefenu tur. hæc igif r^tio quam nuc neptrai nomine (ignifiat poeta cum oibuspturba« tionibus rapi uexariip uideat:caput e fumma unda ueiuti ex fpecula rifetttVnde ipfius appetitus fludus jicellafip animaduertes aium illius furore in pram pinum rapi cognofcitinei^ folum tcpe(htemfmtit:fed etiam ipfam lunonisdolisexdta tam intucc :Nouit enim reda ratio aium ita afFedum:,ppterea in hasmiferiasitw ddiffeiquonia falfa bonop: fpe decepta inferior ratio urntos no modo non cohi buerit: fed ultro emiferinC^uamobre utfubitn tato malo remedi uni affecat cuje zephyrui^iac reliquos uctos ad feconuocas grauirer increpariqui impio titanum fanguineorti/deo^i regnum infeftareaudeanReferut enim fabuix uctos Aftrd filios fuilTei Aftreum aut unum ex iis titanibus eifedicunquiimani impietate ad« uerfus deos imortales temeratiu bellum fumere lint aufi.Hxcigi^ in fabulis rcr periesi Non aut CICERONEM reliquofip dodiflimos uirosaudiamusiquidoa ali ud cum diis bellum gerere qnaturxnolhx repugnare interptabimur;Q_ua qui dem re quid magis temeratiu rflepolTit non rcperio:nam queadmodutn cosUi demum fapietes Bi dicimus Sc frntimus:qui naturam optimam ducem fequund ita illos (hiltos temerariofep putabimus:qui ab ea oino dcfcifcut.lure igic' uentM c titanibus ortos iinxeruuquonia ptuibjtioncs a temerario fempi&nalurc repu gnante iudicio pueniunt. Audax igitur facinus comittunt perturbationes i qux flultitia 6i temeritate humana gente appetitum diuinitatis nolhx id eft tonis itm perio fubiedum turbare audeant.Quaraobrcm iufte a neptuno obiurganifues ti:fu(lcc^ impium pelagi fibi uedicat ncptunus/cum in bene inftituto animo hw iufcrmodi illud e(fc oporteat ut folo mentis iudicio moueatur. Ad huiufccmodi igitur fentemiam commode polfe ttanffcrri xolum/at^ neptunum putaui. Qod (1 qua in parte fatis tibi fadum non e(l:aut li quid in mentem urnitiquod aptius IcKo quadret:promas illud licet: Nihil enim c(l quod uereatis:aut pudore impe< diaris:Nam neminem ex omnibus qui uiuuntiuucnics/qui aut xquiori animo refutari patiatur:q ego fero/aut auidiusqucxlnefcicntaddifcat: Necp eft etiam quod dicas huiufccmodi fenem ego adolefcens. Vidi enim multos ex iis qui et ha bentur et funt dodiflimi nonnunq admonitu etiam indodilTimi hominis in at rum rerum cognitionem ueni(Te:in quam fuo ingenio tam diuturno nunquatD tempore hadenus uenerant.Ego inquit Laurentius quid aliis euenerit ncfaoiiiu hi tamen nunq tantum arrogabo. Verum quia accidere in tanta rerum copia at^ uirictatc dodilTimis quibufc^ folet/ut cum plurima eodem tempore fefe med of ferant: nonnulla fint:qux fic fi non explicent" :facile umen Sc reliquorum fimilitudine percipi pofiint.Sint etiam et alia qux quamuis enucleate planecp ediflicræ turihcbetiori tamen ingenio qui funt illa minime confequant":utar ea quam mi hi pamittis licentia:& quoniam de confugio xoIi:at(^ deiopex nihil a te didum cftipetam nifi id omnino inutile ducas:ut fi quid ea in fabella fitiquod ad rcno< fisata confciat/nobis explices. At dices n unquid tibi m mentem uenit i ac edam Liber tertiuf nthinu Horib^tne(!erat!ges« Vcnicqdetn. Kamaiffi nKo adiuiDis ad humana abducenda cftinullum pene maius przmium proponi pote(l:g pulchrum cafiu m coniugium:inde enim cupiditas ilia naturalis:quz eft coniundionis maris SC fttminæezpIetur. Lndefoboliseft |> pagatio:quxquidem non fotum uoluptatiii tuul ac ufui nobis cd;uetuffl etiam pofteritati confulit/ut etia morrui aliquo mo do ih illis uiuamus.Ulbucipfum inquit BAPTI5TA nec modo |>po(itx quxlH oni rationem habcas quicq eft prxterea defiderandum.Nam id hoc in loco aperi amiquod alio paulo pofi foret aperiedum*Prifci igit" illi qui de deoni natura fcii» pferunritria ibeologiz genera pofuerutiunum fabulofum/quod grzci mithicon nomtnant:quo quidem populum ociofum in theatro oblec rent: Alterum nata rale/idenimeft phy ficonrper quod comode uimnaturxexprimuntiut cum per iatumumhlios omnes przter illos quatuoruorantem tempus nebis denotant: itodii quatuor elementa ezcipias:omniafua edacitate confumit.Tertium uero iccirco ciuiJeappcllant:quia inde ad benebeareqj uiuendum przcepta promatur Coofueuerc igitur poetx quibus nihil dodius reperias/hzc omnia ita confundere:at<p m unum comifcereiut optimo quodam temperameto eodem tempore et aures fummauoluptacedemulceant:& mentem recondita dodrina alantiac nos adredum at^ honeftum et ad ipfum fummum bonum deducant: Nos aur quo ciam A hzc omnia exadius in Marone ^fequi uoIuiiremus:nimis operofum ne godum |poni uidebat" duobus primis generibus obmiiTis intra ciuilis generis ca cellos difputationem noAram mcluAmus.Q_uapropter illud paululumtqd mo* do de fabula decerpferas/noftro operi conducet: Nam reliqua phy Acen fpedanr. Dicunt enim Pbccbi Aurorzi^ Alias.xiiii.fuiiTe eafcp lunoni nymphas attributas exiliorum enim intcrptatione luno ær cA* Æri autem feptem quzdam attributa fuiit.Septem itidem in ære ignum''. Quz omnia ipAus folis tunc maxime cum in noftro hcmifpcrio ueriat :opera proucniunt.Sed ut de primis priori loco dica tur eft æris ut leuisAt:ut mobilis:utcalidus:ut humidus: utferenus: uttacitum P Utlpirabilisxbasigic ueluti feptem nymphas finxerunt poctz:earutn autem quz in ære gignunt pi imam ponunt quz Ins appellac'':Cui etiam attnbuut tres ueiu li minittras pluuiam grandinem niuem.ln his enim contingit ut nubes fuli oppo Dat :fcd eft id^ut ita loquar^nubiu corpus ut alia fui parte denfum/ut alia denii^ us/alu den Aflunum At.Q_^uapropter a prima fubrubeus/a fecuda ccruleus/a ter<« tia niger color perucnitx Contra ucro partes quz in ca purz funt croceumiquz ue ro puriores uindemxquz poftremo puriftimz album colorem remittuntibzc igi tur piima ex alus feptem nympha eftxquam deinde fex fequutur phy thon come.* ta fulmen ronitruumxcxhalatio ac tcrremotustdeqbusfuo ordine difpacarc no grauereniuriniii ex tnbus illis quz dixi generibus ciuile folum profequi conftitu il Temus: Vaum cum uoies bzc probe et quid qua ratione gignantur: faci* ]ccognofccs.Sunteniminiisquzmeteora appellanturab Ariftotele quidem pr acute:ab Aiberto uero cui magno cognomen eft etiam aperte petferipta. Quod autem dciopeam omnium pulcherrimam fe daturam pollicetur luno ratione no carenEft enim ca in ære facies quz ferenitas didtur.(^uz res autein magis io cu pidiutem tcruin humanarum trahere zolumpotetauqDamfctena czii facies. Perplacent ifiainquic LAVRENTlVSs at ita perplacentuit nihil in iis prxt» rea deiideretn:perplacent quo^ quz tu de ratione appetitu^ diziftitfed uide at pugnantia Ioquaris.Natn(ire^tnemini/tu paulo ante xoluminferioiemratu netnelTcuoIuiditnuncncptunum fuperiorem ponis:redeutru^:Verumcn hic impetiutn fibi non autrtn illi datum dicattnon uideo cur zolo quotp non conoe datur:ut mare uel io mittendis uel coheteendis uentis:aut extollat aut fcdett No co inficias inquit Baptifta pertinere ad hanc inferiorem rationrmiut cum deage dis rebus iudicium habeat/ipfa appetitum et ad raquz afeifeenda funtimpellati et ab iis quzfunt fugienda auocet.Vcrum quemadmodum in bene inlhtutare publica fupremus quidam magifiratuscreaturicuiusatbitrio £d ii omnia getan^t alii tamen aifunt minores magiQratusiquibus fingulis fmgula committantunili totius uitz imperium in mente confi(ht:ita tamen ut infenor ratio appetitui ea Ic ge propolita (itsut nihil niii rede iudicet.Q_^uod ii illecebris rerum humanatum decepta non rede fentiat:fcd iint eius iudteta falfa/adeft fupremus ille magifha* tus ad quem prouocare liceat:Q_uapropter rede faipcura eil zoium no niii clau fo carcere regnare: quoniam in uita hac communi ac ciuili potius cohibetur appe titus ui quadam rationistquam quietus tranquilluf^ tcddatur:non enim in bo nas affcdionesconucrtuntur:red potius moderatione cohercenturjRatio autm fuperior cum caput ex undis exculittemiiTamt^ a lunonc hiemem cognouitteun da in tranquillitatem redigit. Emittit enim raput ex undis cum fe a corporea mo letqua hadenus obruta opprimebatur ucndicans ipfa fe excitaUat^afeniibus fe uocattquo tempore non folum cognofeit qua hieme opprimatur zneasne in Ita liam tendat:uerum etiam tantorum malorum caufam lunonem id eft rerum bu manarum cupiditatem ei1'einteliigit;(^uamobrem uentos qprimumanutire mouet : Nam uacuuspertutbationibus appetitus rationi obtemperantior reddi tut lllofq) ut deterreat maiores poenas fibi daturos minitatur: quam illi ab Ænea acceperint: nec iniuria. Nam appetitus a perturbationibus inuafusad tempus uexatur « Intelligentia autem illa fuprrma fi imperium fibi uendicæ tit/ quoniam fummo lumine animus illufiratus nunquam deinceps nec ded pitut:nec labitur : neccfle eft ut perturbationes: quarum genitrix falfa opinio fuerat in nobis penitus fepultz reddantur. Quapropter non fimili pasnaco milTa uenti Neptuno luent. Sed undz quz fequantur. Remotis uentis ou bes dirperfas in unum colligit Neptunnus: at«^ colledas fugat: Efi enimboc intelligcntiz:ut a principio fingulas falfas opiniones profequatur : in unum congerat : atq demum confutet: quibus confutatis tum demum folis lUe ce: ea enim efi ueri cognitio eunda iiluftrantur. Q^uio 81 dmothoe et totos naues a fcopulis abducunt. Cimothoe per undas currens fi gtzcum uerbum aduertas faale interpretatur. Triton autem neptunni tubicen babetur. Iftaigi tur duo numina afcopulis cupiditatum naues reducuntr quia cum tedum DOuerimus/uana relinquimus. Scientiam autem autnofiro ingenio al Tequimun cum id fua uclodtatc pet eunda difeunat t aut dodtina aliunde accepta pd«' IIs I a :v t Ii* :lil i i M d nit ai fli iib idi &bi m Ml ItM IS it alti nbi lii» IStl' uti «m 110 0» 1» ufl «I (i ‘i? iit tf tnumilludd motlioesuelodtasciprimir hoc autem tnton signifiat. Mam ut Cubidæs fuo przconio mandata prindpis manifcfti Qtidc dodrina quid ucriras 4ieIitaperit: quod autem prorpcrocurfu per pacatum mare utatur neptunus fadleprobatur.Nam cum pacatus eftab omnibus perturbationibus appetitus ita per eum labitur ratioiut nufquam ofFendat.Diximus de tempeftate.Nuc ad reliqua pergamus: Neptuni beneficio ex tam manifefto peri culo erepti Troiani cum fefu fradi(p Italiam utpote longinquam terram contingere pofTe defperatent:extemporaneo ac^ minime przmeditato confiiio ad propinquum carebam ginenfium littus uela dirigunt: puto uosmeminifTeitaliam fpecu!ationis:cartha ginem adionis figuram habere. Quapropter id nunc exprimit poeta quod in humana uita fxpe ufu ucnire uidemus sSunt enim multi:qui cum ne in uoi luptatcne^ in diuitiisnet^ poftremo in honoribus fummum bonum inueni^ ant ad ueri cognitionem fefe conferant; Verum cum fe humana omnia Facile poircconcemncrci& reorfum ab hominum coctu contemplationi incumbere cxiftimenniamtp rem aggrediantur uix illam reliquerunt cum tantum relidam tum rerum defiderium infurgitiadeo ex recordatione tantarum illecebrarum cffeminanrur: utrurfusin fumma spcrruibationes incidant: qux quauts tan« dem fumma ratione fedentur:adeo tamen defefTi defacigatit^ relinquuntur ant mi nodriteum non fine difficultate tam horrendam tcmpdiatem euaferintiut latis fupert^egiffe putent fi focietatem humanam incolentes qux immania 8i humano generi pernitiofa funtuitia effugiant. Virtutes autem fi non exadas; ati^perfcdas/incohatas tamen retineantifi: cum difficultate dus uitzqux in ucnfpeculatione pofitæfideccrreantut:animaduettantqux hutufccmodi ui^ tz genus humanam pene imbecillitatem excedere cum Arifioteles maius aliV quid quam hominem effe qui hzec poffir affirmet fecum fic ratiocinantur.Non- parum erit uoluptatum incendia euafiffe : Thracenfium rapinas euicaffe : hac harpyarum fordes et Cyclopum immanitatem refugiffe. Nunc ucro fi id non. pofiumus: quod diuinitatis potiusiquam humanitatis effe uidetunillud quis reprehendet ut in hominum locierate ad quam colend >m tucndamiaugendam ^ nati fumustuerfati prudenter iufte fortiter deniqi ac temperate uiuamus/ pa rati pro pania ac parentibus nullum laboreminullum periculum deuicemus.. In omnes qui nobis fangumeconiundifunt pietatem obferuemus: Ciuibus nofiris aut egenis liberaliterfubucniamus: aut errantibus redam uiam demo- firemusiaut iniuriaoppreffos confiiio opera gratia audontate noffra fub«' leuemus.Speculationem ucro magnarum rerum in maturiorem zratem anp inipfam fenedutem: quz a multis perturbationibus i quibus huiufcemodf uita maxime impeditur liberior effefolcC reiiciamusiquamquidem fententt am iis quz de Hyfach magni Abraz filio dicuntur: tueri fe poffe confidunt: Nam quod de patriarcha lilo legitur egreffum effe ad meditandum in agrum inclinata iam die ita interpretantur exiffc illum a corporeis fenfibus adme ditandum in agrum quafi feorfum ab humana frequentia inclinata iam die/ id enim efi circa fenedutem iam femore fanguinis ceffante.Conanr prztereii Cuamcaufam grauiffimotu uiioium teffimonio corroborareiqui ufutn potius lQ. P.Virg.M.AIIcgo< triqaam aufamunde bonum (it confidcrantesadionem contemplationi aiw teponunt. Pcxfcrtim in uiridiori ætate: in qua philofophum agere, dicere rem publicam adminiftrare militare at^ imperare iubemtoftenduntip Platon ip tum uakdioribus annis K nauigationes io (Iciliam : et (iudia in Dione exerciM retSencfccotem autem in academia circa ueri inqai(itione quieuilTe: Xen ophi» tem quorp adolefccntem in rebus agendis fummopere laudant:Srn:m ueto in fpcculatione admirantur: et beatum propter odum putant: Q_ui n etiam mub tos ut fapiendorex fierent plurimos populos paagrafle oftedunt : Q^iuproptct K Homerus Vlyxem fapientem propterea dicit:quod multorum hominum ut bes ac mores nouerit:Huiurcemodi igitur ac plura alia in unum collig^es/qux tu fummo artificio ac prudentia nudius tertius cum hoc genus uiucdi laudibus efferes enumerabas fpeculandi propofimm in feriorem ztatem rdiciunt i at^ ad res ciuilcs agendas interim fe conuertunt:Q_uod quidem uitx genus qui ui tuperabit/is profedo iuflam ut ab om nibus uituperetur caufam prxbebit.Sunt enim fua (ibi qutxp muneraiSt plutima quidem at^ przclaraiquibus (i rede fu gaturi&czteris utilitatem ficfibi gloriam tranquillitaremip quoad imbedllitai bumana patitur (ine controuer(ia pariet:Q_uapropter non (ine fumma ratione tutus tranquillnfip portus in caithaginen(i littore defcribituricuius formam li< tum^quzfo diligentius infpidte.Eftenim in fece(fu longo locus:quem infula portum ef&datiMortalium enim uita continentem: ea enim terra eft quz marU nis fludibus minus e(f expolita nufquam hibct.lnfulam autem habet zfiuinti busafliduofurentibafip undis undu^perculVam.Sed quz tamen ita fua mole beteat: ut aduerfus omnem uentorum undarumip impetu immobilis fimpcr obduret : Nam cum hzc quz momentanea funt: et tamen (f ultitia humana bo na putantur fortunz temeritad fubieda (inticut^ amore fui mentes humanas in Cendant conficerent profedo nos nili infula in medio mari (imus : quz quauis unditp mari mndaturitamen uirtutibus (fabilita non mergitur.Eif autem in 16 gofccefTuiNam animus uirtutibus aduerfus fortunz impetus munitus procul a perturbationibus feiunduscft.lllz enim obiedu laterum repelluntur. Cu hin: fortitudo contra res aducrfasihinc temperantia aduerfus res fecundas opponar i rede^ uafte rupes appellantur. Virtus enim in diffidli luco polita etf.Aode qtf ita medium tenet:ut quocunt^ te inde araoueas:ad extrema peiuemi ndutn liu unde tanquie piti rupe labatis gemini^ minamurinczlum fcopuli. Nam non folum noUra prudentia freti res magnas aggredimur. Vei um multo magu diuinoconfilioconfili.NcctemetedidumeQfubrcopulorumuettice zquota tuta li(ere. Nam appetitus duplid lumine illuftratus ab omni feniper pemiiba tione liba cfi.C^uod autem defupafczna corrufeis filuis6t atrum nemus horrenti umbra imminettnon caret rationeiNullo enim in homine prudenti' am inueniasiqut earum rerum quas fua temeritate fortuna uafat cuentus pem tus przuideaticum tortam^ diuerfis caiibus cxponamuriut pcrfzpe Si quz nocitura (int fummis uotis expaamusi6C ea quzfieuenircnt falutiufui ef fcntiueluti noxia omni indufltna fugiamus tOeni^ in aduafa fronteaquz dulces depizbcnduntur.Nam cum procul a uatiaium cupiditatum fludilMis Liber totius botiSftifflunezur^ buiufcctnodi uita:quz (ioo beata omntæ e quieta tamen 'tcanquiUa^ (it.H uiufcemodi igitur pottum Tubcunt: qui fuprema diu fedati ac poRrrmo difficultate deteriti fe in uitam focialc contccucnin qua ciuilibus uirtutibua exculticuinuerrentuc laudem non medioæm reportanti longe ta« en ab ea diuinitate qua quairimus abfunt. Quod aute feptem nauibus huc iubicritiquodi^ reliquos c (copulo profpiciens requirerenquod detnu focioru inopiam raritu uinoij rublenaunic buc pertinent ut intclligamus eu qui rc pu« bJicamadminiflrandam fumat oes labores omnia incdmodafubire oportera ut illoru quz fuz fidei cdmifTi funt falutem incolumitatcmi^ conrcruet. Qua riptopter fit Acate$(^ea enim principis cura efl^ igneexcitabit/ id eft dcfides ad tes agendasaccendetiutquz ad uidumncceffana funt minime defintifit fcopulos Buendens abrentes requiretiquos (i tutari non poterit iis qui afTunt confulitiillo tnm^ inopiam cu fublcuauerit etiam oratione confolabituc:optimif(^ pcepds ita in^oet/ut admoneat non effe huiufcemodi hoc uitz genus ut m eo fedes et gere uelimusiSed effe omnes labores ac difFiculutes fuperandas /ut in italia per ucniamusiubi demum fedes quietas muenietiubi etiam Troia reforgetiNam cu uitauoluptuofaibiquzreretur eaaderat uoluptas iquza fenfibusprofeda cor porca edet fit caduca: fit qua (latim poenitentia fequebatur.In italia autem uolua ptasfuma prouenictadiuinaturaum fpeculatione.quz uera fimplexcp fituo luptas quz perpetuaiquæ ztema qua nullus moeror fubfequac. Hzc enim opti tni principis adminidratio eft:na cu u ideat ciuile adione humanz indigencizt non aute ei quz io nobis efl diuinicati inferuiteiita in illa uerfabic :utcu quz ad mottaliu inopiineceflaria funt uidetinfuotutame animos ad diuina etigatt iubebit^ eos aduerfusfortunzcafus durare: fit fe rebus fecundisquas in latio inucniet feruare.O diuinum ingeaiu.O uitu inter ratidimos uitos omnino ex cellencemifit poetz nomine.uere dignumiqui non chridianus omnia tamc chri dianopr ueridimz dodrinz fimi liima proKrat.lege apodolu Paulu. libet enim unum hinc ex omnibus ucluti nodrz religionis caput nominareiqui uitam hu manam ad huiufcemodi notmam dirigitiut ne corporis necedatia fubtrahen da:flt uero inuedigando femper uacandu cenfeat.Q_uid enim ille fufe late de Cmbinquod hic poeticis an gudiis non coardetiMiraprofedo restut fingula pe ne uerba longidimas e platonicaiaridotelicac^ re publica:fentetias ampledi ua IcantiSed nolo quod quidem hadenusnur quainfeci:itæxade hunc IcKum profequi:ut reliqua deinceps aut omittenda:aut ea celeritate przteruolanda fintiut idem nobis eueniatiquod longam piduram in citatiiTimo curfu per« (piciennbus euenire folet.Ii enim in puado teraporisicum id etiam magnope tecontendanticolorcs notare uix poffuntiliniamenta autemifit corporu fimu Iæra fit quam grzci fjmettiam nominant ne uix quidem. Q_uapropter relu quaadtnaiusocium differantun^Oratio autem Venerisad iouemrurfuftp lo« uisad Venerem meram textus (criem continere placet.lnferuiut enim omnia poetico f)gmento:ita tamen:ut non nihil de mathematicis decerpat Maro: fit unde luboyt familiam in primis autem AGUSTUM (OTTAVIANO) Augudu laudet.Nam quz ad allegori am tcfcitc uoluffius iude folu accetfenda cefeo unde duc^.fiu fpote fcquanf In. P. Virg.M. AIItgo. Sin 3utc ui ingenii inuitamuntur/twtu de grauitateruaamittunttatridtada pene reddaqtuttluc^ omittamus anxias interprxtationes:ea(p folumaflim» tnus/quz non modo in abdico non latentsfed ultro Tefe quxrehtibus offerant. Quod autem paulo ante ad mathematica pertinere dixi pauds quidem fcd,uc temporu anguSiz ferebat no oino obfcurz in principio expolitu clTe puto.Ita^ teuertor ad Acnea^lc enim per node plurima mete repeti ftatuit ut prima illa ccfceret loco^t natura diUgctius exploraretSt hoics ne an ferz teneit inucdigarc. Q_uibus untibus qualem oporteat eife rei publicz adminiftratorem egregie, a {timit. At^ in primis illud bomericd approbat. Q_uis enim cui tot mortalium cura c6mi£Qi Iit uu' uerfam nodem fomno impendet. Id aurem fumma (apientia didum omnes fatebuntunEft cnim’optimi principis uel præcipuum munus cum loca inculta uideaciut homines ne an ferz inhabitent iibi exquirendum proponat. Na qui uitam ciuilem diligenter intueturmaria hominum ingenia;uaria fiudia uario^ q motes inueniet. Sunt enim qui redo honefto^ r(mperincubant:ciuili con cordiz faueancsLibertatem (aluam eflecupiantmeroinc plusqua leges intepui blia valete velint. Iniuria oppreflbs subleuent. Superbiam seditiolorumciuid deiedam cupiant. Maieftatem publicam pro uiribus augeant. Religionem de« ni^iac iufticia omnibus rebus przferat.Hi igitur iure hoics appellari polTunt: quoniam humanz naturz officia non deferunt. Contra autem plurimos repeti as/quotum pctulantifTima libido nihil fandum/nihil pudicum relinquat: pluri mos qui fuma auaritia acccli/omnia uenalia habeat:& aut ueluti uulpeculz do lisiinftdiif^p incautos decipiat:auc uiribus fuperiores cum iTnt opibus quo fit honoribus eos anteite uelint:quibus fapientia ac uirtute longe fintintetioress buiufccmodi igitur uitiis deprauati homines quauis effigiem mebra:^ humana retineant/tamen quoniam mores ferinos induerunt/no amplius hominesifed immaniffimz ferz putandi funt.Q^uapropter in humanis coetibus longe plura funt illa;quz uitiorum uepretis at<^ fenticetis unq inculu hortent: quam ea quz ingenuis artibus prxclarifd^ uirtutibus exculta nitefeant: progreditur igif Æneas ut fingula diligenter exploretinon temere tamen:fed Acacem tidiffima comitem fecum ducit:8( armis inffrudusincedit:Nam quis unquam rede re publicam admini(lrauit:cuius animus aut cura ac diligentia uacuus fit:aut for tiCudinecareat. Iliis enim quz agenda funt multo antea przuidemus.bac au tem nequid ex iis quz magna ac przclara puidimus ob moetu infedu relinqua turtcfiffimusiCum igitur rciedo in aliud tempus contemplationis propoiito adeiuilem uitam digrediatur Æneas:Sit^& in ea multum elaboridd/opus eft ut et duce matre ad illam perueniat.Nifi enim amote catum reru quz age dz funt calefcat animus aduerfustantos:tam^uarios labores obtorpeatnc.> ceffe eft.Fit ergo illi obuiam mater no tamen cofeffa dea/qualif(^ uideri czlieo lis et quanta foletiEam enim fe tuc offendit cu filium a uoluptate eo cdtilio ab ducebat/ut ad fumu tenderct:Q_uo tempore oportebat ed inflamari amote di uinaru rerutqui et ipfe diuinus ab omni materia 8C corpore jicul abfit. Hic adt catum reru amote incendit" : quz corpotez Bi magna ex parte mataiademafz Liber lotiui li io “!• lA ab ife «pg bb aS sua tsb mt s'4U. utii at». ia? r i*f a O liii ga< 'fb fihhQuapro{iter non deam confcf Taafed humana fotma di RiffluTata fefe filio offcit:ftin (yiuaotueiiatriziIIi appartt. Quem quidem locu planius uobis nf primamati pauca omnino necniu ea qux nrcriTaria funt prius de fylua rxpofur^io. Omnium tetum qux funt redum quendam ordinem eiiflere : Trifmegiftus Homerus ac PLATONE oftenderunt: Atm ut quot fentirent dilucidius exprimeret au ream cathenama naturx fonte ad innmam ufep Fecem demitti finxeruntiqua fa> is gradibus eunda connedanturteuius origo cifentia dei cum (it eo ordiue proce ditut ut fecundo in loco potentiaztertio fap'entia:at<p quarto uoluntas collocet t bxc fequitur fatum attp illud anima munditdeinceps funt cxieltes demonest (iit xtbnriifunt æreisfunt bumedeitfunt deni^ terreni. VItima autem omnium by le^quam nos fyluamdidmus^in infimo refideti Poifem fingula non fine fum< mo ufu atip voluptate oratione mea profequi. Sed quoniam difputatidi noftrx neceflarianon funt brcuitaticonfuIam. Quamobrem exteris obmiffis deu prin apium lyluam extremum in catbena ponemus.Nihil igitur deo fuperius. Nihil fjlua interius.nibil hocprxftantius.nihil illa uilius. Media uero inferiora fupe« nntta fupetioribusuincuntur. Eft igitur deus et fyluathxc autem niatetia efttex qua omnia corpora funt. Vt enim lignarius faber materiam ex qua eunda fadat luam habet. Continet enim illa rude adhuc lignum s K informe: Sed quo tamen innata fibi facultate formas omnes redpere ualeatifaber autem in quafcun^ uult formas illud tradudt tcadem ratione ad deum materia eft.Deus enim for masomncsabxtcmitate complexuseft. Materia uero fi illius naturam infpicias formam nullam certam expreffam habet. Verum innata fibi recipiendi faculta te t et ut ita loquar confufe omnes continere uidetur. Materiam uero quia matet fit didtur. Ceus autem pater: forma uero prole$.Deus enim dat.fylua redpit. *fotma nafeitur. Q^uapropter rede Trifmegifhis patrem matremtp xtemos: pro lem uero mortalem didt. Mater cfi materia quia finum prxfiat. Deus gignit : 8C oeat : ac fua quidem ui. fila autem ex alterius immiztione condpit .Condpit au teminfufione fpiritus diuinitquam animam mundi nominat Tnfmegiffus t Q_ux res eum mouet: ut deo ofiidum patris tribuat : quoniam infundit: SyU ux uero mattis t quia a deo condpiat: Animam denicp mundi uim feminis hsb> bere dicit : quia a deo ipfa infpiretur in fylux gremium. Prxtereo plurima nomi aatquibus uariasfyluxproprietatesexprimit:Illænim nihil ad hxcqux agi« mus: Sxpe umen totam materiam appellat malignitatem :ne« iniuria.lpfa eni Iblacau Qefitutresmintentumcadant. Namquod a materia feparatum efit id nunquam interit: Nunquam enim quod fibi contrarium fit capiti fed illud fu« gitat femper at^ declinat: Quod vero fylux gremio continetur: iccirco in la^ teritumiabitur: quoniam fylua/cum ad omnes quas qualitates appellant xque lebabeatcuenittutuelutialtera Helenaintra teda uocet Menelaum:ac limina pandat. Num dum foimas illis quas hadenus receperat contrarias admittit: fc« cile fit ut cxtemx irrumpentes domefticasextinguant.Q^uapropter quis illam malignam non dixerit t qux familiares fotmas prodatiignotas admittat: K uelu ti fufiepri iam in fuam fide m clientis caufam deferens : aduerfariiqi fufcipies per timtnam perfidiam p eaoiaticeruf i Tardat etiam et perturbat noftras mctesfyb k rn.P.Virg. M.AIIego « Ui t omæ ab ea uiHum nunat. Viaa enim mfcitia igaotatioa [«St At ignorationem ipfam cz craflitudine caligine^ corporis prouenire et Plato S plæri^ cz iis qui grauiflimi habetur philofophi audorcs funt.Huiurcemedi igi tur rationcmotus diuinus Maro cum rerum humaiurum:8;qua; corpore no a rent:proptrrca^ in uariis erroribus uerrenmr:amore inflametui is qui in re pu> blica princeps effe cupittuenerem Tub mortali forma inducit Sc in tpia lylua:guo niam eunda quz agimus in materia demerla funt illam ponit.Nec temere umv tricis habitu ezomat : Eas enim feras de quibus paulo ante dizimus fibi infedai das proponiuquifuis cibus rcdcconrulturuseO.Acneas tamen non nihil diuir nitatisin ea etiam iic diiTimulante cognofcit.nam Si (i populorum temperatocai circa humanas adiones uerfenturuamen quoniam honelhim redum^ tuentor eodem illo amoroquo hzc caduca appetimus originem nollram diuinam eflie fcntimus.cum enim reIigioncm:cum luditiam: cum animi magnitudinem atb amamus : uerfantur hzc profedo circa adiones .Sed tamen quis non uideat illa a diuinitate proiteifei C Eft tamen oratio uenetis non ut dcz : fcd ut hominb: K tamen nefeio quam diuinitatem redolens : Nam cum Carthaginem proficiid lii adeat:argumentationibusab humana prudentia profedis utitur: Nam K quz de hilioria Didonis eruit : ea omnia falutis fpem afferunt : Si cum aliquid funp rum przdicitmon ut deaifcd ut augut ex cygnorum uolatu przdicit. Illud aute fumma fapientia czcogitauit poeta : ut in orationis fine fe deam manifeftatet Ve nus : Nam cum in uita ciuili quz reda Si honefta funt diu coluerimus ez illotn pulchritudine ad diuina quotum hzc ueluti (imulaaa funt erigimur.His igitur rationibus a matre perfuafus Carthaginem tendit oblitus tamen tenebris : ne illi us conatus aliquis impediret. Et profedo fic fe res habet. Nam qui magna pru< dentia przditi funt uiri cztnam multitudinem quam adminiftrandam fufeipi unt ita ad redum honefl um^ trahunt : ut fua conlilia fzpilTime tegant:quz q dem fi palam facerent autzmulor uminuidia: aut dulcorum infcicia impediti illa ad ezitum minime perducerent: Vtenim prudentes medici zgrotos(^qucv tum libido nihil falubre ezpetit])perrzpe fallunt : Sic optimi prinapes fimutan^ do aut dilTimulando fua conlilia occulcant. Nam ut cztera obmittam nonne qui leges tuleruntiquo maior ei audoritas inelfet/fua conlilia alicui deo actnbu^ erunt fCunda enim ez Egerie nymphz przceptis Numa Pompilius facere finiu labatilusciuile Spatthanorumez Apollinis fententia faiplifife iinzit Licurgust Quicquid Zautrades apud Atimafpos conltituitid a bono numine accepilTedi cwt.Zamolzis autem quzcuis Scythis tradiditiin Vedam reculitxNam q mul ta q difBdlia inter tumultus militares rede ad ninidrauit.Q_. Sertorius cum fe ii la a Diana per ceruam accepilfe diditarct tSed nimis multa dere przfertim ta tna nifeda: Carthaginem ueto e loco fuperiore cernunt: quoniam ut nudius quo^ tertius difputatum ed nuquam optimis indituris Si legibus temperata erit res pub.nili qui illi przfunt eunda qu aut przcipiunt aut prohibent ad eotu qax per rerum magnatum speculation emuideritu regulam ac normam sapiennllb tne diligant. Cum autem Carthaginen lium operam indudriam circa urbem difiandam dclaibit/nonnc pauciflimis ueifibug onuiia colligit: quæ^iia9 c*\Ili «f m ii m ta ai l U U Kl ii M ib gia \tt\ th ‘S ipn iii^ F! jpb (f ob 09 0* xb s 3 ib <1 Liber'tertiui edam (apfari( Cine de re pub. latprerut)t:noa ni/i pluribus libris exprimuntur tamum enim ea parant ibiis aduarus ho(tiles impetus tuti (t nt: uibus V^^fe contra czliiniurias priuatisx difidisfedefenduntiHzcenim duoprx^ fiant ut duitas efle pofiit.Poft bzc uero ad iura et magilhatus fe conuertunt : ut nonmodoe/Te fed quod proprium hominis e/l i cede bonefte^ e/Teualeant: Quoniam autem ad magnificentiam et ad liberaliutem &ad uim propulfan^dam publicz opes in primis utiles funtipottus optimi/efiiciundi ratio habetur t Poftrcmo autem (icznz ac theatri cura non negligitunubi et corpora ad ualitudi nem &robur exetceri:& animi publicis priuatifi^ negodis defatigatiihonefii/Ti* mis ludis relaxati pofiint: Qua autem mente et quo confilio illos apibus com« paraucrit : quzfo diligentius animaduertite t Si enim huius inferti naturam con fideretis nihil illo aut induflria ac folertiaacuriusraut a/Tiduo labore indefe/Tius (eperietis Ouccm in primis habent quem fequanturt cuius impenum nuquam contemnannlabores inter fefumma zquitatediftribuuntiSummaconcordia 8C opera fua fadunt et boftes arcent. Quicquid quzrituriid omne in comune qux iituri Quz quidem omnia fi in rem pu.aliquam tranfferasiplatonicam ciuitate cxmfiitues. Erat autem in media urbe templum lunoni facrumiut ofiendatur ni bil oportere in re pub.antiquius religione eife • Et quoniam primx in uita cluili przces funt/utimperium non folum conferueturifcd etiam augeaturmo fuit ab re templum ipfum lunoniiqux imperiorum dea habeturiomni cultu confcaare longior fim:at<p etiam minutior/q tantz rei conueniat fi fingula quz in templo depida erantiquz a regina adminiftrabantur : quz ab opificibus efiiciebanf idU fiindiusrefetamiMultactiara in Ilionei at Didonis orationecontinentur:plu« ra in congtefTu zneziplurima in conuiuio Si in coiimdione hofpitalitacis deprz hendasiquibus uita fiatufi^ ciuilis expnmituriQ^uoniam uero nouerat fapictif fimus uatrs primordia rerum pub.& imperiorum uirtutibus niti: Veriiep effe Sa« lufiianum illud fi imperia iifdem artibus retineientur/quibus acquirunturind ef fe tot mutationes habituras res humanastiedreo primum regis reginzq; congref fum ateligione/a bberalitate/St abomni genere uirtutum profidfci uult.Srd ita paulatim in deterius labantur/ut quz pudidflima fuerat mulier/K in re pub.ad« minifiranda uigiIantiiTima:turpi amore uida in odum lafciuiamip labat ui« bus omnibus oftenditur q fadle rebus fecundis humanz mentis a labore in libi« dinem declinent.Quotiiam autem uirtutes tn uiu fodali potius inchoatz q ab Iblutz funtiHic autem ita de uita duili agituriut uelit exprimere quod paulo an te dicebam fundameta rerum.p.qux ex paruis æfeunt/habere meliora initia / q exitus; iccirco reginam a prindpio in omni re temperatam pofuit:paulo uero po fiea amote infutgente paulatim ex temperantia in continentiam labitur: pofire» mouida amore incontinens iu redditur:ut demum in fummam intemperaiui» aminddat, Moueturautemaprindpio Dido/ut znramamet/non solum uittute quam urum in uita cotemplationi dedita intuemur:Sed iis qux humanis cm tibus non folum bona uerum etiam fumma bona babentunC^uis enim in ge« neris nobiliutemiquis formx dignitatemiat^ excellentiamrquis deni^ multo ornatu infignetn orationem inter fumma non enumætiCurn in foro/cum in fe t lo P. Virg.M. Allego oituhzc BOB fapieBtum ftatcmfed populari trutina pondereBtarfX^uofliia utro ta uica comuni pmulti hitcreii quibus cofulroribus utaris. Muiti cnitn aut tnalo exrinplo motiiaut rorum quos caros habrnt non res fuationibus impui n ad praua raoum^ snon fuit abfonum ut Didonrm fororis hortatu impudici fadam inducat. Mifere enim amis mulier plurimu iam de eo animi robore rt* mittens: quod inteperata hadenus apparueratcontinctem in primis uabis qux ad fotorem facit fefe oftedit;Nam quis amore urgeaiT /atgre quidem fed tameilli reftftitiSororis autem oratio ex uita comuni uniuerCi fumif i Non enim ex philo fophia fumptis argumctationibusifrd aut uoluptate ppoiitasaut ihcetu earu te* rum quxtantopeietimendxnon funtiniedoiaut fpc nec firma necfolidapror pofita in fuam fentctiam adducere conaftut deniip fpem det dubiz meri: foluat qi pudorem. Qua quidem re acciditi ut uidam in incotinentiam probbertt:ln ea uero cum uerfaretunpaulatim impudica confuetudine eo redada eftsut nulla amplius obflantr pudore furriuum amorem minime mediteturifed impudenUi ma tffeda turpem libidinem honefto nomine appellet: In qbus omnibus quid aliud teneat/quid conat' diuinius poeta/nill ut Didonem grauifTimum nobis ex cmplar ^ponat/quatum detrimetum iis qui fub imperio luiit j>ueniat/cum prin cipum mentes pro induftria ac labore luxuria at<pignauiairrepai:lila enim qua: paulo ante extetnos at<j peregrinos non nili breuiter ac demilTo uultu alloqueba tut:Cuius religio fumma in deos/liberalitas in hofpites/cofilium in urbis ex *dv ficmone/iuftitia in fuos ad czlum ferebat ;qu* in publico nili aut diuiu* aut pu blicz rei caufa cofpici nefariu facinus putabat. Cuius aius pudore munitus aboi pturbatione liber pfcuerabatmuc eo furore agitat ut tota urbe ames uaget :aut li domi fine amato fecorineat ucluti li fola fit/ar^ aboibusdeferta fummomaro* letabefcat. Publica aut opa ita negligat/ut qu badenus fua curatfuifip fupnbust quz fuoyt ciuium labore ac (ludio fumma cum celeritate erigebant iniicimperfe da interruptatp pendeat; Æneas aut cuius cdfilium italiam fibi propofuerat/ue* tum difficultate rerum defatigatus Canhaginem no ut illic fcdes ponereufed ut claffem reficeret digtefliis fuerat illecebris Didonis illedus fipofuum ^fiafcmdi abiiat:Nec deefl I uno.Qu ne res tomanz oriantur/ Ænez Didonifi^ coniugi um Carthagine facicdum curet. Verum cum id fine uenais opera pfia nonpop (et: Venus aut filium non Carthagine uerfari:(ed in Italiam enauigare cupetihac deam dolis aggtedif lunoiut quz Catthaginen fiom caula faceret: eaoia Ænez beneficio fieri uiderent. Quz cum dicit Maro diuina pene lapientia uitam foa alrmdepingitiinquacumita quidam excelfo animo ucrfenfiut humana cotem nentes ex hoc primo uirtutum genere paulo pofl in eas uenturi fmtiquas purgatorias appellatiat^ inde ad illas tandem quz funt animi purgati puenire conten dantitn illecebris rerum terrenaru ita molliunt" lutczlefhum quas fibi folasppo fuetant/peneobliuifcanf. Libido enim imperadi ENEA Didoni coniugete: id aut eft uiru excellete regno przficere cupit: Sed rem pficere non ualct nifi alfeotv atur eius amor: Amor autem aiaduertit huiuiccmodi coniudione no Ænez/ftd Didoni cofuli /no enim animis hotum ad maiota natistfed ipfi impio condodt» ptzfiat Dobisad uctam fapicmiatn ^ ficild/quam in adioni^ uciDwfcd cetum sdtnitiiftratioa (apientibusii deferatur adum iit de rebus hutnatirs opor trtifta quauis falia e(recogoofcat:quæ libido regnandi perfuadet tjmen ailin titur; iiuc iam illa inetitusllt ifiueeorum quibus confulendum cft mifaicordia motus sCcldiratur autem huiufcemodi matamonium in venatione: de qua quid femiremptulo ante latis ut opinor uobisdiludde explicaui: Quodaute in fpelunca loco fubtercaneo conuenerint:quidnam aliud indicare crediderim/ nifi cos qui honores/qui opes/qui imperia quzrunt intra corporeas caducafc^ tesanimuminclufumgerererCuicdnubio prarter tellurem &lunonem;prxtet nemorum bibitarrices nymphas uides numen nullum afiFuilTe: Q^uz omnia iis quz de fpelunca diceba apte quadrare uideotunirrentus igitur Didonis amo K Æneas abeundi propolitum abiidt:& hieme quam longa eft in fummo lu<» zu conterere non pudet.Hoc uero quid libi aliud uult nili egregios quo<^ uiros interdum a redo curfu ambitione aduerti:& honorum imperii^ uoluptate de« linitos hiemis afperitatem& enauigandi in italiam dilhculcatcm exhoirefcerc» Q^uapropter nili diuinitusfubuentum Iit excellentilfimzatc^ immortales bo^ mmumuirtutes tam pemiriofapefte pereunt; Id ingenii at<^ beneiiciiin Circe fuilTe fcruntxut Vlyxis fodos in uana monllra tranlFormaret: Illam tamen ica in luam potclhtem ttaduxifle Vlyxem audimusiut Forma priftina fociis fit relhtu*' ta.Neccgoid admiratus fuerim.Excello enim animo qui funt corporeas Iibidi^ ties fadle contcnunt; Quin et cos qui illis dediti funt rede monendo a tanra fer uitute in libertatem uendicant. At lu Donemfuperare ranOimi mortales potuco tunt:Nam qui imperandi cupiditate non tangiturxeum omnem iam humanitas tem ruperalfe &ad dioinitatem proxime accemfTe crediderim:Q_^uapropter ena quos in fumma admiratione habemus: cos ita frangi huiufcemodi cupiditate ui demusxutrelidauerauictuteinligniaulrtutisueJuti umbram fedentut: Fadle enim ell Sardanapalli aut Heliogabali molliflimas delitiasacluxum cotenere: At^ adeo odilTctCum uero nobisaut Alexandrum macedonemtautlulmcz larem proponimus eorum res geftas:in quibus utrum a uero cedo^ difcedcre fzpe uidemustra glonz cupiditate admiramur:ut illud ex Euryde impium oma nmo& dignum eo rege a quo profertur interdum approbare non dubitemus; putem uf^ homini conducere li regnandi caufa iu$ uiolet: Quz quide res una mouit poctas/ut Herculem quem fapiente ferunt:&; rebus a fe przclanl Time ge ftisczlumafile daircuoluntpriusomniamonllradomaire/ qua lunouis fzuitu amfuperal Telingeceac.Illa enim non mater fed iniuftilTima nouerca magnord uiioium rede dicitur. Non enim mortaliuroCut plzriq^ credunt } fed czleftiu rerum cupiditas eas uirtutes parit quibus ad fummum bonum peruenire licet: (^uor^uide nili placata prius iunone id autem intelligjmus aid fedara ambi dooeallcqui no potuit HercuIes. Quis igitur hoc Ænz non condonaueritxac potius quis illius no comifercanli Dondu in italiæxillensxtis eoimeft fumaru uirtutu habitus.fcd in ipfo curriculo ut illhuc^Edfcai:’' adhuc coftitutusiu luno nis dolis apiat"' :uc matnmoniu cu Didone initu fedibus libi a fatis cocel&s ppch» nat;& colilio abeudi abiedo arces Carchag^s fudaretac teda nouare iftituac t pur^ puea^ SC ento lapillis aon^umtquasqu impetti Uignia funt gelbrc gaudeat: In. P.Virg.M.AlIego Non eft o LAVRENTI non inqui eft hutnan* itnbedllitatls.red cmol damfacul»ti «qua tamen condmo no Ora arduum-.tatntp «xcelfum tetum culmen ‘U»**®* BAPTl ST Ai K (imul fuo ordine de reliqui* difpuututui uidætut Mani^ hofpes nofter fiuuilTimus tum ex diei fpatio in iis qu* hai^u* dida effcni civ fum^oitum ex multitudine eorum qux adhuc dicenda quum lucis effet in ea di fputatione abfuroptum in colligens non pertmtam in 3uitruauifl'. miuiri:utcontrac6modumual. tudinem<jno (bam^qu.b^^?uidiuapudmeeriris: mibiomnid.ligentu«nfuJ endi^!^ difputatio longius ptoducaturi Atquiegoitidm. nqmtLAVK£NW^ idem cenfebaraifed ne tanti uiti oratione moleftii« intapell«em/pudore i^ diebar prxfenim cu te o Manotte tuas partes fuo tepore equide mquit MariottusiK fimul fua lolita feftiuitate BAPTISTAM manuap prehendem/nos ad cellulas ubi menfx paratx erant reduxu. R URISrOPHORI L. FLORENTINI CAMALDVLENSIa vM niivTASvM laVSTREMFEDERlCVM VRBINA- jKSrJbER ^IaRIVS 1N.P. VIRGILIO MARONIS allegorias incipit feliciter, S Eruenerat iam fuperior libet Inclyte ac Inuii Si^me Fedence in quotundaro hominum manus 1 qui cum dofli linti dry aiffimi quocp et haberi 8£ dici uolunti Qui quidem quauis 'de Maronis Æneide antehac longe aliter dC fenfiffent/8: pri* 'dicahenticouiai tamen ut puto iis argumentanonibus : qux I nobis in probamio illius libri expofitx fuerantimulta in eo F li rnnfcrinta elTe necate non audentiSed ea huiufcemodi el fe Jowmduntiut non ad ethicen ut nos longa oratione difputauimus s fed a J IhvSferendafint:ptoferunt 5 ad id qued defendere cupiunt probandum fcriptoresqui paulo antenoararoxtatcm fueiut minime illiiteratosiqui non J L/indel Mos« acute et doæinmpretati naturam tetum il is exponi conttn los inde locos K ac „fpondendum ctnfemus/ut multa in eam qua diA SmriorisquoJdieifermonenosdixifl-ememiniyirgilm nlura deorum genera inueniffet s confulto ita fcnpfifle fl£ A Fmmffeuteademilla et aduitammottfip: 8 Caduimnaturas:Kad wriuruoluputtm f eferantur.Verum cum confilium mettmij tcstotafufceftacftnoircuolumusiidcenfco femper ipfo hn«qu3nf.bie.ration. fcriptotpropomt: ^um fipttahuj omnuiniiri ludingttut» ipfcqcquid narrat iqcqd tctninv 1 1 Ir £ I- 8- r K P B-t.-«. Libet ii iuiatnr referat. Hoc oun ita fit quis non uideat ea quæ ille ttadiutamdegett» M damt& ad fununum bonum acquirendum (^dantia fcripfit no iccirco fcripfiC' B Cuquo naturz uim ezprimeret.Sed contra cum iugi:perpctua^ oratione ea pro (eqiutut m quibus et uitia damnet<& uirtutis pulchritudinem eztoIlat.& ad ue I» riinuefligationem perducat/ nonnullaadiunxifTe&omandi et deledandi cao Ia b qua: fint ab ipfa phyfice repedta s Q_uz omnia cum non propter fe t fed eoru li quæ dixi caula confaipfetit equis non uidet id fulcepti operis primum efle feu ^ malis ultimum dicere > quod nos hefiemo fermone perpetuo quodam filo ita ia intezuimusrut nibilineointerruptumquzn poiTis. Nam ad idquodaptinci Sh pio przpofituffi cfl omnia deducuntur Si fcquentia iis quz antecmerunt/uebe menta cobzTcnt:Q_uapropta quz ab iis quorum audoiitate nituntur/ad pby fictnrclata funtminime damno. Nam quauisca ne multa fmtine^intafc haaliud cz alio pendat > ut non potius membra quzdam diuulfæquam integrn corpus uideantur t tamen non incommode traducuntur : ne<j fententiz nofoz ccpognantiScd fac repugnare an plus apud me reda rado qua iliorum audori^ tas ualebitrprzferdmcumfi audoriute certandum fit eos proferte poifimus/ quorum fplendoteiiti uclud folis luce noduz hebetentur : Nam ut omicta eos quos diligendilimus omnium grammadeorum Seruius fingulos libros in fiogu los huius poctz locos commemorat: ut taceam quzaMacrobio exceliend inta platonicos phiiofophotut nihil diam de iisquz&adiuo Hieronymo et a di. uo Augufiino in hanc fententiam apud Maronem interpretantur : nonne e noftris Oantbcm uirum omni dodnna excultum grauilTimum audorem faabe« mus: qui eius idneris quo mundum omnem ab imis tartaris ad fuprzmum ufi^ czhimpcragcatiine olibiillum ducem fingit/in quofummum hominis bona paquitens/miro quodam ingenio uniam Æneida imitandam proponiciut cu paua omnino inde excerpæ uideatur: nunquam tamen (i diligentius infpicie . mus ab a difcedat : Nam nonne fiatim a principio ea quz de medio ztatis tem ) 3ore:quz de fyluatquz de tribus ferisrquz de montis fublimiiam folis radiis il uftntoconfa ipfit:binc omnia funt. Mitto cætera: quz ita abdita in Oantfais poemate funt:ut non nili a paucis iifdem^ dodiffimis dcptzhendi pofiint. przponit igitur libi ducem Maronem in u re quz ad fummum bonum.non au tcmadpbyiiccrpedetifeduideo me nimis cunofum in eo fuilfe : quod paruo omnino nodo confutari poterat. Quapropter ego inilitutum repetam. Tu autem indyte atip inuidilTime Fedence ut cztera fuperiora fic Si ilh quz in ultima quaru diei duputationc continentur/diligentillime leges. Multa enim illic inuenies propta quz te cum dTc : qui Si nunc es Si fempet fuifti fummo» pæ lactahacict^norcef^ ex deo confilium tuum fuilfe : quos a primis annia bpientiz amore flagrans ita te bonarum artium fludiisaddiafti: ut quanto ta dic tua ztas grauior fitttanto ardentius illis incumbastnam quod reliqui prin» dpes apprime regium ducunt:ut aut multo odo uanifip ludis mircelcit:aut au cupiis ucnarionibuf^ oe tempus tcrant:tu ne libero quide homine nili relaxan dimtaduai aula dignu efle duxiflitred oportac eum qui aliis imperaturus fit nWB omni dodrina excultu itddaaquq no fibi folatfed et iis qui fuz fidei co} In. P.Virg.M.AIIegflu mifll rantjK dum «fit agit «emplo: «dum fapienter inontt pncepto maplo limum prodifft po(Tit. Qui rigis munus clTe ducat non alieno labore ueluri fu cus inter apes alisfed pro aliorum falute laborare uiinnoaio sabiniuriupro hibtrr/fceleftorura<j petulantiam compnmeretoibuafe «quum prxbere curcts Hrc autem sola philofophia nobis pracftat. A FILOSOFIA enim habrmuatui pie uiuamus tui pietatem ocmabhominemuft« ab omni fcelereabibneaniust b uapropter uere iliud ufurpabat Ariftoteles fe id a FILOSOFIA afleculum efle/ Ut ea beneuolens/ cumuolupute ficerettquzmaliuinlegumatufaccrectv I gunrurtbonis enimCut piato ait)lex deus eatmalis autsm libido.huiufcctnodi Igitur fludia teita exculturo/ita omni ex parte expolitum reddiderunt/ut cum a inultis quod crimen fortunx eft imperiis finibus fupereristiis tamen uirtutibiisi finequibus nemoun quam iedeimperauit/ omnesexcedas. Sed cartera omoa quibus ex mortali humuculo te immotulem ducem reddidifli ad prxfw omit to> Ptxcipuam autem in mnfaium ac philofophix cultores benignitate tacinii prxterire nullo modo polTumtium animaduertam te ea in reiure omnibus prx ferri poffe.Scimus in tata admiratione apud antiquos fuifle Ptolomxu philadel phum ut ptxclariffimorum faiptorum laudibus etiam poft tot fiecula florentit fima fama celebretur.Et profedo fingulatis fuit in eo rege iuftina mitabilifip cie mentia.In te autem militarimec uirtus illi/nec fortuna unquam drfuinSed nb bil in fuis omnibus aaionibusmagisextolliturtqua quod regnum fuM libera liffimu oibus litteratis hofpitiu efle uoluerit. Tantu autem iis qui aliquid fcripfif (ent debere putauittut Demetrio phalereo no folum philofopbo grauiflimotfed oratori copiofilTimo negocium dcdentsut fibi ad quin^ faltem milia librorum in fuam bibliothecam congerenda curaret. Q_ua quidem io re quos furoptus fe cetitttunc optime conieiSati poterimustcum uidetimus quantu in fola mofaya lege elaboraueriti ut illam interpretadam ac in grxeam linguam conuenendam abhebrxisinterprctatetur. Primo enimoesiudzos quifuperionbusbelliscapti in fuo regno fetuirent diligmter inudligandosiat tingulos uicrnis drachmu redimendos/& in patriam incolumes diraittedosmandauit: quorum numerus adeo ingens fuinut foluta fint a rege fexcenta ulenu fupta fexaginta milia. Dtf inde legatos ad Eleazatum iudxorum pontificem uitos sumx audori tatis mifit Arifteaside quo paulo ante dixi et Andtea prxfcdumfuuiMifitptxterea men< hm auteam/craterefej ac phialas donaria in hierofolymitano templo ponendi. Mateiia uero hoium uaforum fuit auri quinquagintatargenti uetofeptuaginta ulenuigemmatum autem atqj lapillotum quibus uafa omab dilUnctatp funt/ ad quinm milia adhibuit/qui omnes mira elfentmagnitudine. Q_ux liberalit« adeo accepta gratacp Eleazaro fuittut duos ac feptuaginu ftatim ad regem mi' fent i non plxbeos illos quidem/fed ex principibus dodiflimis ita elrdos/ut ex fingulis tribus fenos fumeret s qui legem dei in grxeam linguam Ptolotnxo converterent. Quorfum igitur hxef Nempe ut intelligant qui diligennus rem confiderauennt magnificentiam tuam erga dodrinas noOra tempelb' tt non minorem esse / quam oLm Ptolomxi fuerit s Hoc enim folis luce cla/ liua apparebit; Si imperium Imperio 1 Si Sumptus Sumptibus conferantur. Libtt guattui nfeaumnonfdl amutiiuerrz xgyptiopulentiitiimum regnum poHidebat/un^ dcaurt argenti^ inædibilisuis proue Diretired Tyriz quo^ ac phcnictz tnaxi^ mam partem ucdigalem babcbat.Tuos autem bnes nemo ignorat. Adde quod quo tempore Ptolomeus regnauit/plurimos A(ia at Europa prineipes habuit • qui poetas t qui pbilofophos/qui oratores/qui hiftoricos benore opibufi^ bone rent:ut et li fuo ingenito (hidio illa faceret magna tamen cx parte emulatione quadam excitari uidereturme quos opibus uinccoatxabiifdem huiufcemodi glo tix genere fuperaretur.Tua uero benignitas in ea tempora ineidir/ur nili ardeUi* tilbmafittfacile czterorumprincipum auaritia extinguaturxQ^uaproptcr nulla omnino eorum munerum quz in mulas con fers/gratia noftro fzculo eft bahim' daxinquo neminem reperias ex iis qui nunc imperat:cu*us exemplo excitari pof» lis.Sed quicqd estes autemres omnino przcIarifTima/id omnetuo ingenio;'U3 innata humanitate cs.Nam ab aliorum moribus procul dircedens/unieum te exemplar ofiFersrquem et ad fummam liberaliutem czteraf<^ omnes redas adid æs/&ad ueri inueftigarionem reliqui fcquantur.lta enim uirtuiem adamas: ut illam non glona dudus/fed eius amore alledus ampledaris.Euenit rame ut qud admodum umbra corpus (emper fequitur: etiam li id corpus non quzrarxHc < ua pie iuHe/clementeti^/ac fortiter fada non adumbrata quzdam et inanisiTed foli da cxprclTa^ gloria fcquatutx Scd res polhilatxutiam ad noftriim heroa rrutrra^ murxin cuius adionibus tu mores tuos ac uitx inlliiutum facile recognofces. Co ucneramus igitur eodem in loco bene mane quarta huius difputationis dic. AN ^ cum miro deliderio BaptiHz fermonem expetere uultu gcftucp fignificarcm^ illexurquz explicaturus eilet iis quziamdida fuerant commodius annedrrrt: buiuiinodi difputatiotii fux prindpium adhibuit. Vidimus badenus dodilTimi uiri qua piudmiia ac animi magnitudine omnibus iis fotdibusxqux a corpore^ ueniunt fc explicauerit zneasxNamne troiz periret: 8C corporeis uoluptanbus pe nitusobruerctucmon dubitauit exui in altum ferri quis incertus quo fata ferret: pod hzc thracenfes rapinas uc eas primum cognouit mira celeritate effugit. Ar« mox in rebus dubiis a fapicnria conlilium coepir : deceptufi]^ Anchife interprz tatione.Namquz a corpore funt facile corporea fequunuir.uitam duilem in Oeta fibi propofuit Sed nec piguit errore cognito uela uentis iam tertio dare .Delatu!^ mlhropbadasaducrfusharpyarumauaritiam inuidus pugnauit. Nec per medios hoftes ad Helenum enauigare foimidauit: Prztereoqua prudentia qua animi przdantia iam ab hcleno dodior reddirus immanitatem cyciopu de<< ciinauem : qua indudria ac celeritate fcyllz charibdif^ mondra euirauenr : quo fiudio atramentis ardore defundo iam in licilta parente nauigationem in lra.< liam rufeeperit. Verum cum lunonis dolis :zoli<^ ac uentorumuiribus parcis fc non pollet: celTicilIequidim conlilio ad ueri inucdigationemin aliud trm pusreicdoinaphricam eo animo diuertit: ut quam primum per tnaris id edap> petitus tempellarem liceret : in Italiam tenderet Verum in ditione aduerlilTimz dezconditutus : et amore Didonis delinitus/Vide quid pTolfit ambitio: quantu ad mentes maximorum etiam uirorum euertendas ual eat / regnandi i nquam cupiditate dclmitus is qui reliquos iam perturbationes ac uirufupctauerant di<« In. P. Virg. M.Allego. uinil Tifflumcoafiliatnio Italiam enauigandiomiiTtttotum^rein eo dednatt ut regnum carthaginmfium coSabiliret : perrcueraflctcp in errore ni(i acczpifb a Mercurio non placere loui ur pulchram urbem uxorius extruat. Regni autem et rerum Tuarum obliuifcatur : Prxcipitur enim homini a fumrno deo ut ad fu« am originem rcuertiuelitrQ^ux præcepta nobis dodrina quam litteratilTmKv rum uirorum uel Termonibus uel libris accipimus i facile tradit. Rede igitur ar« guitur arncM/quod uxods urbis t ea enim eft uita in adione polita adminifbatio nem TuTcepeiit. Suiautem regni 8c totius contemplationis qua Tola mentes hu> manz regnant Iit oblitus : Maximei^ hoc urgetur/ut Ii tantarum rerum gloria ip fum non mouet i Afcanio Taltem tuerediTuccefloricp Tuo conTulat < cui regnum lulia; t ac romana tellus debetur: quo in loco quidnam aliud ATcanium intelligcmus nili futuram ztemami^ uitam: qua: huic breui Atmomentanea; Tuccedit. Nam li dum intra bzccorpu Tculauer Tanturanimino lhitantisrerum terrenarii illecebris demulcenturiut carleflium contemplationem de Terant/ memineriot 11 in futuram uitam uitiotum labe inquinati et nulla dodrina exculti migraærint foce ut nulla unquam ueritatis luce illuftren tur: Q uapropter regnabit Aiani< us:nuIIuT<^Tuoimpecioiiniseritnilieoapatre dmaudecur i futura enim uita ab hac quam uiuimus ea rationeiquam oftendi iure gigni dicitur : ab eadem^ li focdida 6i uitiis tenebriTcj inuoluta Iit: tanto bono denaudatur. Sin contra manebit fcelix at^ a:tcma : Nam Hic domus xnez totis dominabitur oris. Et nati natorum et qui nafcentur ab illo: Quzquidem mandata cum acczpilTetzneas: quid mirum li uehementercom< motus Iit : Erat enim in eo animus qui excclTa Temper TuTpiceret. Ita^ Te tandem excitas cupit qptimum abire: et terras quamuis dulces relinquere. Alluetusenim poteftatibus at^ imperio uirfi£ dulcedine captus non line dificultate diTcedit. Sed cum ucrum bonum ab eo quod falTa opinione bonum putat" diTcetneteptv tueritiillud tamen anteponit: Cum uero poli diuturnam conTuItationem inla« lutata inTcia^ Didone diTcederedecemat. Nouerat enim no efle pal Turam illum diTcedete fi IdlTct/egregie admonet cum ab huiuTcemodi rebus animum abduce re uolumus non efle molliores animi partes confulendas: Ted clam illis uela in Ita Itam facienda: Talia enim bzc Tunttut quanto blandius ea appellemus : quato familiarius Talutemus/tanto maiori contumacia aduerTcntur. Sentit tamen d(v los regina :&iniquo animo fert uita ciuilis a uiro excellenti deTeritpradcrtitn li non fit alius Tapiens/qui Icxro illius Tuccedat.binc illz quzrelz nulla libizx znca robolcmfuperciTe. Quamobrem ratio inferior quam mulierem appellari diximus huiuTcemodi argumentationibus uirum egregium in uita ciuili retinereitt a speculandi propofito auertete nititur i Primum enim ita urget ut quzrat quo modo eam deiicrete Tublbncatia qua tam ardenter ametur. Amat enim ucbementer virum excellentem vita duilis. lllius enim cunfiliis imperia non modo paran tur/& parta con Teruanfuriuetum etiam augentur. Sed nec illud retinet non Tet' uate illumlidcm quam dederat. Suavitare enim imperandi iam totum Te adminiHtarioni dederat zneasi Quio di Te moritiuam Tidc Teipture docet; Nccinub 1i I I I t t t P u 9 0 9 u n I» P“ ca nii da ttico: iKg da dd od R.! dia b&' ht loj on IBU' «nI 1« tii AV u tua 8“ liii Ml LlOfi Odi ns ilii ntoi iU IIlBl' lO* loli niii jA«< Dlli tffll*' yb BD^ a<? J»!*Libo gimttu to alito eucf UKloIcb Namdcflituta a uimite agendi facultas pereat necefle cft: Dctcnetezdif&cukate hiemalis navigationis. (^uare (Tgnifiantut labores ma^ jdmi t quos (i in Italiam uenite uolumus fubituri fumus.pofiremo in hoc uche>< mentet mlifiit/li reuotetetur ad Ttinam Bl ad uitam uoluptuol^ t non tamen illi efle concedendum: ut honores relinqueret t multo autem minus cum loca fi bi incognita petat t nondum enim nouerat Ipeculandi uitam. Dcmum ad c6mi< fetarionemconuer{alachriinaseffundit.connubium, incoeptum ad memoriam reducit. Q^uicquid fuaue oUm a fe acczpiflict exprobat:& ne domum labent em dcioatobuftatur. Pofluntenim uchementercommoueri mitiora ingcniaicuia parcntes/cum liberi aattiif (anguine coniundi/cum amici/cum patM ne dcfci' ratrogantrne incoeptam fcxictatem relinquat przfertim cum uer^umfitineim perium a bonis uiris defiitutum/aut Pigmaleonis auaritiaiaut larbc tyram*de in« uadaf .Q^uodtunemagu ucnoemur cum alius (apies qui (ibi fucceclat no telin quaf sQuz quidem omnia cum rerum agedatum rado animis noSris obiidatr non pollumus non uebemeto comoueriiSuccurnt enim platonicum illud quo quttum generi humano debramus /grauifiimeadmonetiut humanitate eruere uideamur/fi humani focietatedeferamusiucru cum aladuettatmagnus uir men tem fola eficiqua boies fumus; ea no agendo fed cognoiicedo pcrhdrid^ louis pcaneptucfieimotusmanetiat obnixus curas fub corde prraut.habet aut quo|> pofitu opnme tueri poiTittNon enim inficiaf bene ^meriti ciTe reginam. Quis enim no uideat magna humanx hnbecillitad adiumeta ab hcK uitx genere fue* nirc:(^um BC polliceffe illius recordaturu dum fpintus hos reget attus: Nam eu derua abfoludflimu appellabimus:qui iu in fpecmadone dum uiuit uetfef : ut uicifliW cum ccs poftulat agat.Etgo no fugit a uita agedi < fed inde recedit: qa cu ea no cotraxerat matriffioniu.Non enim nati fumus ut drea mortalia uerfemur: illif{^ coniugamur.Sed neceiCtatis caufa efi illis in(iftcdum:ut tanta opere impd damus:quantnad fodctatcconfcruandam fat fit:quaptopter (i Dido Carthagine deledac :hoc autem efifi in adione inferior rado libenter uerfaf liceat: fit fuperi^ ori Italia dclcdan poflem mulca ciufdcm otadonis ad eadem fentendam trilTa^ ce. Sed fit aliquid ex mera hiftoda didumiRcIiqua ueto qux ad plurimos uerfus dicunmt:eam uhn babet/ut libidinofum K corruptum amorem detefienf :at^ tantxfceminx grauifiimocxcmplo nosadmooeat:ut tam mrpem/tam pctnitio.« (am pefie fugiamus:comode aut eunda qux a PauEmia in platonis fympofio de tutpi amore dida funtiad bde locum ttan(Feremus:ex quibus pauca qux a nobis cum de Paride uerba fcdmus dida funt : memoria (i repeteris intelligeris umSu mum effe Ptoperrianum illudi Durius in terris nihil efi quod uiuat amate .Q^d* autem magno pedore curas pcrCmfcrit xneas: fit tamen mens immota man ferit/ oftendic uirum qui deorum prxeepris parete deacuerittiam ab inconrinenria in quam Didonis illecebris ptol^fus fuerat/ad continendam redi(rc:tt quis amore urgetetuntamen hone&umuoIuptariprxpofui(re.Oidonis ueto interitus nobis pcrfpicue oflendit perire ncceffe c& eas res publicas qux a fapientibua deferanf. Non tamen aberrabimus fi amandum at^ amentium furorem cxtrcmainij de f^aarionem huiulcemodi exde oilendi putemus. Æneas igitur deorum admi}« 1 ti In. P.Virg M. Allego» nitu in Italiam enaiugat. Verum infurgente uentopt u! palinurus nauis gubertia tor negat ea tcpeftate Italiam pe Q poiTc.anenticur zneasiut in Sidliam in qua in fula extindus parens nondum debitis exequi is oraatusiacebat/dcfledat. ^uo in loco quid fibi palinurusuelitline ncgocioex iisquz de illo paulo fupra expt’ fi cogDolcerepotcttsicum enim huiufcemodi appetitus facile pturbationib^ob tuar' inon modo a tedo cuifu auertic' :fed znea( hæc aut excelleris uiri mens eft} pctixpc infuam femetiam trahiteut ad patre» hanc autem imbecillitatem quama corpore cotrahit aius iam ciTe diximustbeet intelligere ad patrem inq/quis iam de fundum redeat»(i uero ad memoriam ea teuocaueris qua: de ficilia lam diximux non ab re cftipfistroianisiut in eam infulam redeaaundebreuifiima (it in lulia nauigatio»Poeta tamen cuius cofiliumefi no folii ut grauiffimas res j>ferat:fedil Iaauatiaiocudiutciuafpergat:uttcdiumtrifiitia« pfundarum rerum comites penitus amoueat/uaria ludopt genera interponit.Hzc igit' iu adminiriobantut abznea ut paulo poft oibus ablolutisin Italiam elfct foluturus.luno uerocui^in troianos o^um/nec ulla calamitas/ncc tpis diuturnitas explere poterat : qa quo illosltaliz j>pinquiorcscerneret:eomagisaccenderet' oblatam occafionem non 5 rztermittit:Cum enim feorfum a uiris imbecille mulierum genus deliderio ta< em quiefcedi mcedius cofpicare^ pa irim illis ut naucs incedat pfuaden Quz qdem (ic accipiteirerum terrenarum cupiditas no uiros/nam pars fupior rationis non facile his rebus frangit':fed ipfam inferiotenr tonem a fupiori dUluudam p fuadetiut rerum magnatum ^poficotcicdo tedium longioris nauigationisrefii giaud^ubieficonfidcaCiMuUetcsigit quibus inglorium odumlongccarius (iu q honelius labor prijtiio ambiguz miferuminter amorem pizfenris tertz fatifq| uocatia regni malignis mare oculis ifpiciut.Namcum ratio tnfmocquzafupe tiocipfuaU illam ad quxqj xgregij Tequit' nuceaabfente paularimfenfuumiiiei cebris cncruac' idoncc tadtm uidi fc iliupi potefiati pmittat.Naucs igi^ mulieres inwcn dioafrumei caduriunt. Hoccumdicicportauolutatcquz ad res magnas, ferebatur incendiocupidiutum perire o(lcdit:pen(rrtauttoticlanisnifi Eumci Ius piculum (fatim ad zn eam reiuliffeciErat enim Eumelus uir ad mulierum cu fiodiam telidusiNam huic parti inferioti metis acerrimus qdam cofeietiz remoc fus/cui bonaceda^ cuiz fimp funt ftmp adcfiiHzcgtzce fynderelis didturuis (.nobis ingenita qua animus Sc ad bonefta crigiturtK a turpibus tefugit»Hacau lem nomen ipfum uii i ajpertc demondrat; enim boni cura facir leinterptabimr»Hicigit^Iapfaiam in facinus muKere temaduitutefcrt: Quo nuncio percepto primus Afeanius ad iiaues eripiendas aduolat: ASCANIO autem celer robuduli^ magno animo prxditus Æn»iiliuscft:quemiuceiatetptc tari licet uigotem quendam ex ip(j mente natum: Hic autem nullo tenore pto liibemr qum contra pericula pnmus feratur: Sequuntur reliqui t fed io primis zncas: At mulieres uiris cogitis incoepti poenicet t A uiro enim feiunda mulier adversus appetitum minime repugnat <Q_uod (i tutfus uiro coniungattirt iam robufbor fada/ SC ueluti e tenebris erepta tum demum acata iam cetatt/Sl a lunonedcIuCam e(fe dolet pudet^: Non tamen incendium facile tolli^a Nam optusalunoæappeunuiacop^cueut ut uoluntatcmsquæ, nobis ad (uo»; tti «di r S 5 1? S B jr 3 .te e Liber quarttu inutn bonum euehit/omnino perdat: fir^ mifera in bomine diftradio t eu atio ratio dutat:aIio appetitus rapiat i Q^uo in loco cum mms noRra fe tanto cer« tamini imparem cognofcattnititur illa quidem fuis uinbus/fed limul etiam di uinum auxilium implorat id autem impetrare meretur. Nam qui ita deu præ atur/utiaterimipfe quoad ualeat libi non delinis adeo minime derenc. Nam quodaSaluRiofcribiturnecprzcibusnec fuppliciis mulieribus auxilia deo« cum pararitrededidumell. Non enim inerti ac delidi/ K qui in fummam rr^ tum defperationem prolapfus nihil contra pericula parat auxiliatur deus. At qui magno aduetfus difih^ltatea animo infurgit:qui nihil inaufum: nihil in« tentatumrelinquitiquincc periculis terreturmec laboribus torpelattis profodo fe dignum f^tcuius S dii d homines commirereantur. Quapropter fapi« enter Æneas ciun nec uires beroumtnec aquarum uis infufa prodelTrt: ad prx* cesconucrtiturtauxilio impetratotcum iam quatuor naufsai Tumpræeirentt teliquz ab incendio feruantun Cum autem naurs ad totam turbam tranfuehen dam deeflimt terat fenis nautz conliliumutimbeallior turba in Sicilia reiin' quctctursutbfm illis habitanda conderctur:hoc confilium oraculum paternum louis enim iulfu locutus cR patens/ex ancipiti ratum hrmumt^ rcddidit:Q_ue iocum nili uos aliter cenrcatis/itaintcrpreubimoi. Ad diuinarum rerum fpecuo lationem fola mens omni uirtutum robore iam fuffulta acceditiReliquzenim animi uires quz imbecilliores funt naues/illz enim fune uoluntas/quibus illuc ucbantur incendio amifcrc: Q_uaproptcrreuocanda cR mens a frafibusihocau tem confilium ab. eo uiroprohcifciturtcuimagi Rra Pallas fueritteR enim a fapi entu dodus: Approbatur autem ab Anchife fed iam fcpulto; Nam qui a ra« bonetamfubadiruntfcnrus/facilein eius dicionem conccdunr/ przfemm lo> ue iu iubencct conuertutur^ in rationem hoc ordinc/ut ratio ipfa etiam fupeno remlocumarcendensaf Ficiacurintellcdus: llleautem£(iprein altiorem gradu cuadens intclligcntia redditur. AR intelligentia in deum comutatur. Hmuic&> modi igitur cofilio at^ oraculo utimrÆnas.Non tamen prius e lidlia foluict qua lacta pie tite faaatinorat enim qua laboriofitquiip periculis plena lic h\u iuCccmodi nauigaboiNoueratquancz molis erat romanam condere gentetSed nec Venus quicqui interea remittitiquinuehementer pro faluce hlii anxia oia drcufpiciat.ln primis autem Neptunum rogattac mare tranquillum reddauNa amor quo ad fummum bonum rapimur fupiemam in bomine rationem horta tur/ut appetitum m fua poteRate cemtineat: N epcun us om nia benign illima pol bcctuciNihii enim denegat ipfa mens amori ad redum eam excitanti : Neqi ell ptocula ratione/quod oRendat Venerema fuo regnoottamtlTetEReaim Ne« ptuncu regnum marciquod quidem ducn ab illo regitur/ctanquillu eR. In hoc czii uitilia lada dum agitanturifpumam gignunt ex qua oritur Venus. Supte« ma ergo ratio appetitum intra fe continens in quem uiriliaczliiiccirco decide», re didmus/quia in appetit um a ratione adminiihatum uls quzdam cziitus ca dittquz in eo agitata diuinarum rerum amorem proæat t uod autem oes prztcr unum Pahnuru incol umes in italiam peruenturos promittit i no ne cz oxtdia^ut aiunt gtaxi^philofopbia erutu cR: Nam clalli in Italiam tendenti In. P.Vtrg.M.AIl(go. flurimeaductbtut appetitus /qiii a folofenAi profedustulul altum (iifpic^ Quapropter rquadiu claiG prxfuitinunquam ttaliam tangere potuerunt Tnv unuSedundema Tomno opptcfTus mari cztinguitur.Nam poftquam rado acarime ad contemplationem conuettitur:& caducorum curam reliquit: Nt< hil ex iis qux fenTum petmuicere pofltnt/appetiturt Vnde uniuetfus Uleappcdi» tuspaulatimiapituctac fopmisezdnguitur: Cial Csautcmcnamline fuoguber tutore tuta fcrtuc Neptuni promiiTis donec ad fyrenum fcopuJos deueniretrlbi autem fluitate ciuncarpiiTet Æneas temonem capiens nauem in undis noAur« nistezitiNam animus nofler cum iam fibiitaliam propofucrit fccurus fertur/ donec in uoluptatumfcopulos incidattTuncetum temonem capiat oportet ap pedtus tationalis Tquiaduerfantibus uoluptatibuscaiitra obflfism Eztmdoigw cur Palinuro Æneas tandem poli diuturnos enores euboids allabitur oris .In iuliam enim ucntumcll ad quam gubernatore Palinuro nunquam perueiuflet 1 ingrefli funt Jn quo non idem curnit quod in cartbagine Æneasslam portum ingrefli funt :In quo non idem curnit quod in cartbagine a portu euenifleoflcndit poeta. Ulic enimnaues'ficli procul a rabiat fluduum in tranquillo efle uideremurmulla tamc nant anchora alligatx. Quapropter qua quam non omnino ucxabantuRin aliquo tamen erant motu.1^ autem anebo ra fundabat naucs: quo oflenditur eas ueluti fundamento nhex lint flabiles hx« rcrcoportere.Summum enim illud bonum:quod in negociola et duiliuita a philoiophis ponitur: 8t flinbuiufcemodireceflupofltumflt/utprocuia fotttu nx procellis uirtutum benefido abflc:non tamen ita conflabilitum cfltquin la« bcfadan poflit:Q_ui autem oi.'':} vum rerum libi contemplationem finem lU timum propofuit/bic iu in tuto ac folido rationes fuascollocauit:ut nulla ui di tnouere poirit.Nam aduentusin italiam oflendit habitum uirtutum um contradumiu: utaptopoiitauita non fit difcefliirus Æneas/non tame earum uit tutumtquxfuntanimiiampurgatit Namnihil fibi diffidle iam proponeretur/ fed earum quas dicunt purgatorias. Quod quidem propolitum iam conflabis litum fortitudo fit animi robur non deferitinec ipfe ardor rd aggrediendx. Q^uam quidem rem tunc ezpnmit cum ait luuenum manus emicat ardens Lic tus in befpcrium: Manus enim indicat omnes animi uires cocurreretqux e me« dio iam fublato Palinuro fefe menti ultro fubieceranti quod autem ardens fit concurfus uehemcntiamindicatiNe^ ab te efl quod fit manus iuucnum.Ofle dit enim animi bene affedi uires nnllo fenio in quo tedium torpor^ ficigna«. uia efle (olet unquam aflid: Quapropter non lento palTu rem agit/fed emican Verum quia dum in corpore ezulat animus:quauis fe totum fpecuiatioai dc^ dati non potefl tamen non curare neceflariat ea’ enumerat poeta quxnonuo luptatem fenfus: fed incolumitatem uitx rcfpiciant. Nam quxnt parsfemi nafiamis ObfttuIainuenisfilicupatsdela feratu Teda rapit filuasinucta^ flu mina moftratiinferiorcs igitur animi uires bxcagut. ENEA aut quo nobis m& exprimit" i Arces quibus altus Apollo prxfidctsHotridxip procul feæta fybil» kc: Antru imane petitt(^uod cu fadtad rea diutnas cdtcpladas erigit t Na qui aliquid figurarum inuolucris fcribuntibuiufce modi rpeculatioes per excelfu loca aprimBt. yadc illud e p(almoi(^uis afccdct ia mdee duif A et illud = b Sj K n n i» la Ap OL ttl d bt ttn lut % dt.QURI bii iO ni£ fid «w Ots sed| iæ N «I K Liber quartus Nam cum in ui^tum in contemplatione pofitarum finis uerum fit/ quo fapi^ Clite efficimurtreiSe omnino folem huic rpeculationi mopolicumeflediiitNa ut nox tenebrz infcitiam arguunt :ita lucis dator fol ueriratcm fignificat: Cuius exemplum fecutus ciuis noder Damhes cum ab ignorarione rerum ad ue- ri cognitionem progrefiiim ponit fe ez node filua<]^egreflum montem cuius iu ga foleilluilrata fint/afcendere reflatur. Addit pratterea antrum ibi efle Sybii« be magnam cui mentem animum^ Delius infpitac uates aperitrp futura. (^u£ quidem locum ut diluddius-ezpritnamus pauca prius de Sybilla percurr^mt mox ad rem de qua agitur redibo. Conflat igimt Sybillasapud grzcoseas mu» iieres urxitati folitas t qtiz furore diuinb afflatz futura prædicerent t Eft autem Sybilla quafi id enim efl dei fentennatquoniam dei conlilium fitn tuitura et enim æoles deum dicunt : quem reliqui græci nomnantt Quanquam (iimtquiuelint fatidicam muiiæm apud Ociphos bocno mine appellatamta qua demdereliquz futurorum confcia: cognommatz linn faas exuariis regionibus' decem fuifle colligit. M. Vano :Q_uas ego omnes fi quid ad rem pertinacatbitearertfuo ordine proiequi non grauarenSed ut ui> ^.nihil ad hoc de quo nunc agitur iQ^uamobccm fatis fuerit uidifle Sybil lam facile rerum diuinarumdoi^inam interprztari.hzc autem nobis ca qux Apollini nota fumifine mendacio przdicitt Nam fapientiam uericatcmtp ape» m.quodueto antium ponitiexprimic ucritatem m obfcuto latete. Nrtpreme» tetriuiz lucos Apollini templo adiungit: luna enim corpulenta uebementei cflifiC reliquis lyderibus inferior. Quapropca rerum humanarum quz diuinis longe inferiores funt/figuram iutc habdne : 1 lia enim lucis przpouitur: res au» tcmhumanzin fylua obrutzfunt: non enim corpore carent:& utiuna afoie lumen recipit t ita Si ipfz quiequid habent a diuinis habent. Collige ergo cu lapientia non modo diuiturumterum/fcd etiam humanarum fæntialit re» de Apollinis templo Dianz lucum adiungi. Templum dtumatum rerum lo»cus efl. fylua macenanotat.Templum laoius zdiheium deo (aaumiin quo res fdlasdiuinasagimustab reliquis abftinemus t quoniam cum illud mgrcdi» muria negoaisceflamustfiC foli contemplationi incumbimus.Trmplum aute a Ozdalo conditum ponit t Q^uid igitui aliud efl zdilicare templum Apollini nifi reddere fe idoneum ad fapientiam capiendam.Quod quidem tunc dcnii^ fadmusicum ab omni corporea labe purum animum ad contemplanda diuina tranfferimus.hocautem Ozdalusuiromnibus optimisaitibusinflrudus fa» cuepotefliin quo tantum ingenium fucriciut Si DzdaIaCitce& tellus dzdala a poetis tunc maxime dicatuticum maximum ingenium oflendercuolunt.Ve» tutantem non mariinontetrainec ad meridiem infimam nobis mudi panemt fcd per fublimem acrem ad reptetrionemiNibil enim humileinihil terrenum fit in camente/quz ad fpecuUtionem fertur I fed ad fublimia czlefliai]p engaturt Efl autem primus fpeculandi ingteiTus a uitiis. primam enim cogniuonem efie oportet circa mali naturam /ut ualcamus ab eo abAinere. Nam nifi expiati a uitiis fuerimus i nunquam diuina attingemus t Vt enim idem fiepu ut icfctam/ negat Dauid quenquamalcendctepoflc in montem domini/nifi Ia.P. Virg-M.AlIfgo. cum qui fit innoces ihanibus 8C mudo corde:(^uapp in foribus per qmt etat in templum aditus homicidiu Androgei: Adulterium Pafipbzs& Icari faftus i|>onic .Hzc ergo a principio fpeculatur Æneas.In uitiorutn autem cognitione 'non cft diutius imoradu.Nam Si (latim ea noile oportet: et ftatim a noris dilco dere.Rede igitur^ fjrbillaquaiamprarmilTus Acatesacceriieratadmonef Acne asine in tali fpedaculo Idgius tepus cdterat:Nam excellentiores quoep uiri uad is uoluptatu illecebris alledi labercnt :hi(i.eoru cura BC Ihidio eam elTent adrpd dodrinamtqua monemur ut paululu illud uitæ ac temporis:quod humanz ra dcoDccfrum eft non nili magnis et excellis rebus conterendii ducamus.Hocau tem inter egregiu uiru ac ftuliumintere&.Nam alter li femel labatur/non facile furiet Altet liquonia corpore uac animuspauluquandotpeuia deflexerit/ flattm adeft ab Achate accerlita fjbillatquzad redudeducattledmira profedo poetz ingeniu:qui fapientiamipGm Tua fapientia nos edocettprima ita<^ dodri na ea efl ut purgati mundicp templum ingrediamur: Deinde oflenditquiuis mens nollra quzdam Tua SC a fummo deo fibi indiU ui cognofeere poflit:eogai tionem tamen diuinarum retum huiufcemodi eflexut nili diuino lumine extu .tusillulVremur:illamcondperenonpoirimus:Hoccum fit/quis non uidetprz cibus et ficrificus rem efle a deo petendam: Elegit autem feptem hoftiastquonii Teptenarium numerum multi pnilofophorum perfediflimum putauenmttpro ptereatp fapientiz attribuitur:8t uirgo ac pallas appellatur: Sacrificat igitur fepte qmrapientiioptat: Ne(p temere didum efl quo late ducut aditus cctu:hoftiace tum:per aditas enim multiplicem uariamt^ dodrinam expim!t:quaad fapien riam ducamuriHoQiiueroquz quidem uenientibus:refe opponunt non pat uam in re difficultatem oflenduntiHateautem non ante patebut : quam id prz dbus ab imo pedore fufls impetrauerimus.Sumo enim animi ardore et mente illi penitus deuota fapientia acquiritur: Vt aute Gpientiam aflequamuri promit tit le templu Pbcebo et Dianz fadurum:fed de templo paulo fupra dixi:huc ue to quare illud de folido mamiote Fadurum fe pollicetur / breuibus expediam: marmor res dura ell:ac mirus in eo 6i candor et fplrndor apparet: Vnde ab eo quod gratei fplendere dicunt nomen fumpflt: C^uz omnia in ea mente/quz ad Ipcculationem erigitur infint nrcefle eft:Brit cn m folida ut quemadmodum inunis fludibus fua duririz ita obfllHt feopu^ lusutipfe integer maneat/illi ucto illidantur:difruprir<^/rclidant:ltcmens nui lis perturbation bus frangaturifed illas frangat: dicimus przterea aliquid ez fo lido marmore clTe.cumnon marmoreis cruftis externe exornatum fit ; fed tota cx tnaimore conftet.O uapropter 8i buiurcemodi mentem efle oportetiut no figna quzdam quibumpientiam exoptet przfeTat:rcd tota exardefcensilli fetn per incumbanErit itidem fummo candore nitens: ut nulla fit corporea labe polluta.Q_uo enim padofplendore carere poflit ea meos cum fapimtiam na qua perceptura fit:nifi prius multis dodrinis illuflrec%Teplu uero Pbcebo Dia nzip ponir:qa^ut mo diceba ^ et diuinayt et buanape reru cognitio cft rapictia Dies aut fcftosfoli Apollini illituit:qauenis cultus foKs diuinis debctur.polfi ctt et S jbilJz penetndia: in qbus fuz fortes 8C arcana codanf : Na nifi alta totte I^bct giMrtus. rcpofita maneant ea qax per dodnnam acquirimus 'ueluti rianai puelfa; alHduo labonbimus: ne<p unquam pcrforarum uas adimplere uaI(bimus:Quapr(v pter 6C uiri ledi fortibus przponendi funt t Nam excellentes funt uires animi ad bbendx : quibusiqux didicerimus optime mandentur : Curadum autem in pri Inis ne refponla frondibus (dipta tradantur: Sed ore pronuntient ur:Non enim JibcUisfiCcommcnUrioIi SCT edmdafuntquzaddircimus: fed menti: Ne^ ruro (iuleuium flultilium^ rerum eQ quærenda dodrina ueluti qui in dialedicorum fuperfluis apdunculis/ac uanis amphibologiis/autlnanibus fabellis omne pen e tempusterunt: Vereautem illud didumeftfybillam circa principiuih nondum pbcebi padentem eflie : Ea enim principium nondum pheebi patientem effe: Ea enim quz cognitu difficillima funt/fuidpete non ualent noftra ingeniola donec Apollonis enim eff neritas nos componat: ea enim inffrudis omnia Facilia redo •duntut : Sed audi quid dicat Ijbilla. O tandem magnis pelagi defunde periclis: Sed toris grauiora manent : Nihil grauius nihil uerius: Qui enim omiffa ciuili uitaad eam peruenitiquz in contemplandis rebuspolitæffiille relido pelago^ io contipentem fefe recepit: Vita enim quz in adionibus uerfatur: fluduati ma ti fimiliima eff : Videmus enim omnia quz in ea aguntur: fottunz procellis ezo polita effe: Contemplatio autem cum ad ea uertatup : quz eodem femper fe mo do habent: ne^ in intoitum cadunt in folido hzret: Magnis itacp pelagi pericuo lisiadatus eft zneas prius quam longis erroribus circumadus diuerfa horrendao ^ maris monffra uitare potuerit: Diffeile enim fuit ut troianum incendium ino columis ruaderet: laborioTum ut audelitate atep auaritia deterritus e tbracia abi ret: In commodum ut ambiguitate oraculi deceptus in trinacenfem pedem incio deret. Q_uisautem barpyarum foedam illuuiem non abhomineturr Q_uamuis iter ad Helenum per medios hofies non formidet. Quh cyclopum immanitao tenonconffematurr Maria autemlicula ita caute obire: utneue Ttyllam neue •baiybdim conrpidati^^ tempeftati a lunone zolo^ ezeitatz ita refidere:ne nau &agium faciat non hominis fed herois eff. prztereo quz in fodis in africano Kt« tore paffus eff : quas ilh fraudes luno parauerit : quo amoris uinculo Dido illiga •erit : prztereo quz in Sidlia ex incendio nauium damna acczperit: uz om« nia gtauia ac tunc periculis plena cum perpeffus fuerit: quo nammodoin Italia duriora paffurus eff : Non tamen procul a uero aberat fybilla : Cum enim a com muniuitaac hominum coetu te in folitudinem ucndicaueris : tunc acriores quaf dam uduti faces carum rcrum/quas rcliquiffi memoria admouet : et illarum de Gdepo acenimi infurgunt morius : At^ cum obliuioni iam eam mandaffe puta tnus : tum maxime illuum ingeminant curz : rurfufip refurgens fzuit amor': ut nili firmiffimaancbotaiuuesfundauerit/uideatur in Afncamrenaaigaturuve Non enim 6C li firmum fit propofitum minime inde difccderc: tamen ceffat ccr« tamen cum aliud illecebrzolimadzuitz aliud przfens confiliumfuadeat. Ve» tutin Italiam Æneas:uenim eo uimitumgcnerequipurgatoriz appellantur a quibus antea quam penitus expiau fit mens necefle eff ut acerrimum beliu quc« adsetidum nofftt aiunt fpiritus aduerfus carnem gerat: Nam quanto magis hzc l^ta humanam imbedllitatem funt: tantnniainri pcriculoaggtcdimUC.Hu<i tn la. P.Virg. M^Ahcg Of inaHani enim rodctitemcum deferimus/aut in ferinam lutam per tninian U atram bilem degeneramuc/aut heroico robore fupra hominem erigiimjt. Qua propter intenogatus quidam qui in littore folusuagabaturquicum loquerctot rcrpondi(Tet<p mecuni loquor Atqui uide inquit ille ut cum bono homine 1» quaris/& rede quidem t Non enhn facile SCIPIONE inueniaaqui nunquam mi nus folua elTet quam cum folui • propter huiufccraodi igitur difficultates ah Sj> bilJa fore/ut cum in Italiam uenerint dardanida;/ii enim uiri tegregii funt / nolA uenilTc. Inuenientenimaliumin latio Achillem.inuenientK lunonemaquV bus non mediocriter uezandi Hnt i Ambitio enim quz ut in lunone ita ia bello cofo uiro etprimitur quemadmodum troia; et uoluptati aduerfabatui i fic et fpc culationi quam fibi przfcrri egre patitur aduerfabitur : Eft autem ex dea natui achillcs / quia diuiiu qux damgenerolitas in animis noftnsiolita eft t qiuenctni ni parere i omnibus autem imperare uclit > Hzc ft reda ratione excolatur/ueram fortitudinem parit i lin autem contra rationem elata omnia in fuam libidinem coouertere tenet/ambitionein creat t et regnandi cupiditatem t Quaproptet tt ft uehementer degenerer a dea tamen id eft adiuina animi ui origiuem du.itsNd autem eatolum t quz ucnturanntptzdicitSfbilla : uerum ftcaufain tantorum malorum profert: Ait cnimuttroiamcuertuntnuptiz mulieris eatdnz: lic ft in Italia lauinz coniugium bellum acerrimum concitabit t coniungitur cztemz mulieri animus nofter cum omilla uirtute rebus caducis deledatur. Quapiopter uoluptas paridis troiam euertit. In Italia uero cum nondum cupidiutem tc rum humanarum deponere ualeat animus bella excitantur afpcta illa quidem / fed non in quibus ueluti apud troiam ruocumbatt fed unde uidor triumphafiy parto regno redeat. Accommodate ut mihi uidentur omnia hzc inquitAt illud quare didum fit : fed npn ueniiTc ualcnt non intelligo.NI (i eum qui iam ad fpeculationem peruencrit firmo iam propolito ce oportet cur illum peenitentia fequatur non uideo t Non enim infiaot uirum etiam grauem in huiufermodi ftabili propoliro acri fzpe morfu affici: non tamen ita magnoaf fici puto ut ad pmnitentiam redigatur i nifi fortalTe hoc didum fu : ut multa per quandam hipctbolcm t (icenim grzci rupcriationcin appellant / dici confueuere ut ex iis unbis quibus peenitentia (ignificatur non peenitentiam fed fumma diC> ficultatemoftcndcreti Ifthuc ipfum inquit BAPTi&TA: uerum uidramus qd rerpondeat zneas : nempe id quod qui uera dodrina imbuti fuot femper obfer^ uant : Ait enim fe ita ptzmeditaium uenifle : ut antea fecum animo omnia euoi uerit. uz enim ante a nobis ptouifa funt ea id fpatium przbenr/ut antea qui ucniant uel cuitari poflint uel faltem ne tantum Izdant prouideri: Cum animus ipfefuasuires colligens tobuftioraduerfus difficuitates reddatur: Nam queme admodum ii boftes incautos ac nihil tale metuentes inuadamus quamuis 81 Itv co et numero auperiores flnt facile illos fuperamus. Contra uero uel exiguz eo* piz ii fpatium ad ea paranda affit: quz prziio conducant lulidii Timo ezcrcitiB pares fzpe inueniunturific et nos finobifcum cogitauerimus/ quamuis multa per corporis cogitationem accidere pofTint/ animos tamen czleM femine oetoa atfi focotdi» ignauixy Ide dederint: aullis laboribus t nullis difticultatibiill ul iJi M Stl eu P ffli «I IV.N a id ni ifi m M k d Pf Liber quartus nuDa foitunz iniutia modo uelintimpediri pofle quo minus in originem fuam redeant inui<3i ab omni perturbationum prxiio euademus. Ha»; fecum cu iam diumcditatus effetarneasnonpetitnuncdemumiila doceri. Verum in limine contemplandarum rerum poAtus ad inferos deduci orat. Quo in loco quid G* bi ueiit amez ad infaos dcfcenfus conabor paucis abfoluere i Si pnus quid infer bus fit : Si quot modis ad eum deficendatur breuiter demonfhaueto : Infemiim igitur plurimis ante chriQianum nomen fzculis no folumhebrziuerum etiam cgyptii pofuerunt. Q_uz autem poft chtiftum natu noftra religio fine ulla dubitatione de inferis de^ peenis t quas apud inferos nocentutn animz luunt / af> firmat ea omnia ab hebrzis ni fallor accaqrimus.Q^uz uero zgyptiorum monu mentis mandata funt ea primus ad grzcos tranftulit Orpheus. Hzc deinde fu« is figmentis auxerut plaui^ ez grzcorum poetis / quorum principes Homerum H^odumtEurypidem t Arifiophanemm e(Tc uidemus. Q_uos deinde fecuti e nofirisfuntptzter Maronem / Ouidius mlmonenfis/ biex bifpania Statius Pa» piniusacLucanus : &quem plzri^ florenrinum fuilfe putant Claudianus: At ii omnes inferomm ledes fubterraneas elTe et ad cctrum ufip : qui locus in fpe ta infimus efi portendi ædidetunt: Quapropter fpeluncas quafdam ac terrx hiatus przfemm fi ignem fumum ue euomant ingrmum ad inferos n5 line mu liercularum ac rotius uulgi fummo afTenfu fabulati funt. Nam et in laconica re< gionc Tenanis mons eft circa finem malei promontorii / e cuius profundiifimo antro quoniam fpiritu id agente fhepitus auditur: facile fuit uulgo petfuadere inde ad inferos defcendi.Acberufia autem palus in epiro no procul ab beraclea abargiuo ut fauntHerculedidafpccum habet per quam cerberum tricipitem Plutonis canem ab Hercule edudum crediderit antiquitas : Nam de auemo lz> cu nihil efi quod referam: uulgatænimresefi&a pizrifi^ decantata. Ac de poe tishadmus. Plato uero eadem difciplina : qua et Orpheus imbutus ita fingula ptofequicur/ut nihil aliud inferorum locum animis noflris efle ueiit quam cor» pus ipfiim quo ueluti carcere includuntur. Ipfe em'm animos a fummo deo æ* atos ponit : Q^ui quidem fuapte natura dudi In deum parentem fuum conuer tuntur. Nec mirum. Nihil enim eft quod in originem luam cum pollit non re uetutur. Videmus enim(^ut loco exepli hoc ponam}ignem huc^ut ita loquar^ tenenum/quia fuperiotis ui ac femine genitus efl fuz naturz impulfu ad fuperi ora erigi. Conuerfi autem in deum animi eius radiis ita illuflrantur ut ubi hade nus eorum efientia per fe ueluti informis fuerat : nunc ilb fulgore conformet' : fit 9 miro quodam modo ut intra animi eifentiam receptus fulgor no ueluti ez^ terna quzclam Si aduentitia res in ea refideat : fed ad illius capacitatem tradus ob foinor quidem reddatur : 8C a fe ipfe degeneret : mend autem proprius ac nattis talis efiiciatur.Q^uaptopter hoc duce in fui ipfius at^ omnium quz infra fe ezi ftunt: ea enim corpora funt: cognitionem animus uenit: Deum uero Si aav> ra quz fupra fe apparent: hoc lumine non cernit. Qui enim fi iamconnamra« le fibi fadum efl ea quz fupra naturam fuam funt/illo continget : I d tamen men ti noftrz przfiat : Nam per primam hanc ueluti fcintillam deo propinquior fz> da aliud accipit lumen et clarius quidem/quo iam czlefiiumquo^ Si fuperna* m ii ~ f l Ia. P. Virg.M. Allego. nim remm cognitionem accipiat. Sed hxc te LAVRENTI latere mmitne puto: Sunt enim non folum dode ac diftinde/fcd omnino dilucide a Marfilio noftro in iis dialogis explicata : quos ille in Platonis rympolium confaiptos fub tuo no mine zdidit : Quos quidem cum quia ad te funt t tum maxime quoniam pluri mis acfeledilTimis rebus abundant familiariflimosribi elTe cupio t Sunt illi quidem inquit Verum przcipue locus ifte menti noftrzhzretsin quo geminum in nobis lumen elucere demofttat : naturale unum et ingenitum ut dicebas : diuinum alterum et infufum/quibus limul iundis animi noftri uelu ti geminis fulFulti alis/totum hunc ruperiorem mundum pcruoLue poiTunt: Ad dit^li diuino illo femper utantur fore t ut frmpet diuinis bxreant. Infimus autem hic tctrz locus animante in quo ratio fit canturus uideatur. Quod nefiat efrediuinainflitutumprouidentiatutanimusfui omnino potens flt:ualeat<p pro fiio arbitrio uel utro<p fimul lumine cum libuerit uti : uel altero (bIo:propte rea<^ fieri ut natura duce ad natiuum lumen conuerfus fe s uirefi^ fuas : quz ad fabricandum corpus fpedant/diuino lumine ad przfensomiflblolum confide.' tet : illafcp in corpore conflruendo exercere cupiat. Rede ac memoriter tenes inquit Baptifla s confifHt igitur in czio ut Platoni quem poeta fequitur/placere ui.< demus animus noder ipfius diuinz naturz contemplatione pcifiuens: Verum il la quam dicebas cupiditate infedus et ipQi cogitationis mole degrauatus in infe» ra defeendere indpit .Verum quoniam cum de inferni finibus ex fententia Plato nisquzritur non fimpicx apud eius philofophi fedatores opinio cdtnoscam boc tempote fequemur :quam et animorum rationi magis congruam putamust et dodiotibus magis placere cernimus. Hi igitur bipartitum mundum ponunt. Nam fupremum czium quod Aplanes uocitatur dellis^ut cd apud poeta^ardetibus aptum fuperorum regionem ede uolu erunt :eofq) campos elyfios ac beato Tum infulas nominarunt: Saturni uero fpera ac fex reliquz quz fub illa funtrrut fufep quicquid fpatii inter lunam terramc^interiacetripfami^ tenam inferis at^ tribuerunt : Altiffima igitur pars illa qua uel fubdentatur diuina uel condant/ne dar uocatur i di deorum potus ede ctedimr. Inferiorem uero Icthzum/ac horni num pomm dicunt r in hunc enim cum a fupetiori czIo per cancrum ea enim ho minum porta diciturrprolapfa fuerit anima in ipfius hyles quz elcmctorum ma^ terta ed tumultum incidit: quo in loco noui potus ebrietate degrauata& ueluri temulenta effedadiuinorum obliuifcitur : terrenatum^ rerum cupiditate ilie« da ita per fubiedas fperas dclabitur : ut ex lingulis czlotum ordinibus aliquem cotum motuumtquibusufuradeincepsfitin corporibus acquirat:Nam ab ea quam faturniamdellam nominant ratioanandi& intelligendia loue agendi a marte audendi uim abducit : fol uero ut fciat ut etiam opinetur illi cocedittMox a Venere excepta defiderii motum mutuatur : Inde per mercurii ac lunz czlos de fcendens ab illo pronunciandi interpretandii^ ab hac plantandi et augendi uires acquirit : Ac podremo ad terram ueluti ad centrumtquo gtauia omnia feruntur delata:6C corpus quafi carcerem uel potius fepulchmm ingreda iurc apud inferos relegata didtur: Moritur enim in corpore anima uelut in fepulchto demerfar non ita tamen t ut fauiufccmodi morte extinguatur : licd ut ad tempus obtusturt Liber quartus quabdo quidem illius diuinitarem noxia corpora tardatititertenishcbetaat artus moribunda^ metnbra.-habes^fed breuiter^quid Platonidinf^um pu tcnt: & quem animatum ad ipfum defcenfum ponant» Nam^ de tartaris fabii^ lanturpoetzea omnia animam in corpore pati manifeftum eft. In materiam enim protrada nouam fyluz ebrietatem haurit cum illam ueluti flumine dema gaturtFIumen autem ipfum non line exadarationeinquatuor flumina ac flj giam paludem deducunt. Lethzu achaonta ftygem cocytum ac phegechotu> tenitMateriz enim admixta anima eunda quz in czlis uidaat obliuifcitur. Quaproptaiure lethzum nomen ab eo quod elt. ficenimobbuifei grzd dicunt potare finxerunt. Ex hoc autem Achaon ma« nat: quzrcs gaudii priuationem denotat: quafi Nam quod in dd contemplatione purus exiflens animus gaudium ædpiebattidom ne ex obliuione amitdttquo quidem amiflbt flyx quamfadletriflitiam intere pretaberis exonaturneccite efttftygisdemumpoflrema zfluaria coitum e£fi.< dunb Quis enim ex triftitia in ludum non cadat: te autem non fugit id grz cos dicere: quod latini lugæ interpretantur. Ex diu tumo autem ludu in furoris infaniz^ ardorem inddere roIemustquemphe. gethontem nominant. Ex hyle igitur unico flumine mala hzcomnja eueniV unt: Quapropternon fine fummadodrina ex letham reliqua fluenta deriua ci finxeruntrfed hzc in Phzdone a Soaate latius explicantur : N obis autem de multis puea ad bunclocumtranffnenda fuerunt :at(^ ea fola quibus defeen fus ad inferos ex Platonis fententia perfpicuus redderetur: Noflri autem qui ita a deo animas æari redifljme fentiunt: ut eodem momento et creentur fi; fuis corporibus infundanturrnon eas in hoc inferiori mundo uerfari uoluerut: ut commifla purgarent: Quid enim fi ante corpus non fuerant : extra corpus peccare potuaunnfedutfuisrcdis adionibus: quas omnino liberas habent cz« Io aliquando frui mererentur. Conceflit enim nobis deus : ut noflro arbitrio Ii' bere utæmur:non ut per nequitiam delinqueremus: fed ut per religionem fi; iuflitiam nobis fummum bonum acquireremus: Verum cum perfummam fiultiriam illud negligcntes corporeis tetrife^ uoluptatibus dciiniti maximis ua nilc fceleribus coinquinemur oportuit efle locum ubi a corpore digreflx buiuf cemodi animz fuorumfadnorumdebitiflimasposnaspcrderet.Himcautc lo cum arca terrz centru maxime eflie uoluerut:Na cu fi; propheta eripuit deus ani ma mea de iofernoinferiori dixerit fi; ipfc humani generis faluatorfe triduo in corde terrxfuturuadmouerit facile couincitur centru eflctNihilenim eflcctro infcrius:quin fi; ita in medio terrz confiflittut in medio animante cor efle uide musiQ_ua in parte fi; tenebras exteriores/quonia a luce remotiflimz fint:fi; de tiu flridorc quonia nulla folis uis illuc defeendat efle nemo negauerit.Erit igitur in terrz cerro infernus:fed ita erit ut etia ex iis quz fapietiflime a Gregorio colli gunc ad ære uflp huc ex terrz fi; aquz caligine cralTioreptcdat^.Acrp deiferno hadenus ad illu aut aias defcedere oe fere hominu genus dixit. Sed tn aliud alii fentiut.Na przdpitatio illaaioru afuptcmoczloin hzc corpora ad inferos de fccofuscdea Platone acdicuit Cbriflianiuaofczleflo^ animasc fuiscoipotL In. P. Vtrg. M. Allego. busad inferos trahi admonent. Dicimus itidem uiuentes homines cuminid tialabuntur/ad inferos rueret Sunt quoc^ qui credant magicis artibus 6: cat minibus fieri uelutidefcenfus quidam/ut inde euocarianimx poflint. Verum præter bos quatuordefccfusqnrus quicftnonuideir omittendus: Na £( ad in« feros tendimus/cum lumen rationis noftrx ac induihiam in mali ac omnium oitiorum naturam fpeculandamdeiidmus. Ego igitur libenter de te feifeitoro Laurenti cum hæc omnia perceperis quid putes hoc Ænezdetcenfu Virgilu um exprimere uoIuifleTlamdudum quid agas uideo o Baprifta inquit Laurcntius/ac pro eo maximas tibi gratias habeo: Quis enim non uideatuni. Uetfamhanc difpuutionem nonfolum meisptzabusdatam/uerum etiam a me fratremij meum erudiendum elaboratam : 'Nam fiCli cæteri t qui afTunt omnes mirifice tua otatione deledcnturt tamen eft eorum ztas ac dodrina huiufcemodi t ut etiam fine duceipfi per fe hzc omnia cognofeere ualeant. Hos igitur duos erudiendos cum fuiceperis : propterea^ rede netan fecus quz hadenus difputafii teneamus / nofie cupias fine ulla cundationequaxd. rogaueris / cerpondebo: fic enim et errata facile emendare poteris : 8i fiqd rede teneo id tuoiudicio confirmatum firmius hzrebit. Petit igitur afybilla quam tu iam dodrinam interprztatus es/ut ad inferos K ad parentem dedo.> cat: Q_uod cum petit oftendit mentem przmonfitante ipfa dodtina in fem fualitatem defcendece. Vult enim nitia quz ab ea funt penitus cognofeere: fed uide quantum tibi ex hac difputatione debeam : nam non folum effeciftt ut hzc a Marone diuinitusdida tenerem: fed fimilitudine rerum admonitus ia quidfibi nofierquoi^ Oanthesuoluerit facile coniedor. fed de hoc alias: Tu ueto fi placet ad reliqua perge: Rede tu quidem inquit Baptifiainterprztaris; Me autem tuum ifiud ingenium ac iudicium fummopere deledant: Verum audiquidilli auaterefpondeatut.ln primis enim defcenfum ad infetosnul'. lius negocii eiTc demon(lrat:cum nodes diefc^ datis ianua pateat : Q^uod pro fedo nimis etiam q utilem uerum efi: Naracum procliues ut fenexquo<^Te rentianus conquzritur a labore ad libidinem fimus / facile in uitium labimur. RcdilTime^ illud ab Hefiodo Redifiime quo^ 6i illud uel claufis oculis illuc defeendi: Nam fiue delinquendo in uitia labimur ? [uoniam id per llultitiam fit: llultitia autem rariflimi carent; quid obfccrote acilius inuenies : fiue:fed t^iquos defcenfus nunc mifibs facio : quorum pro cliuitas pcrfpicue apparet : Id autem de quo nunc agitur : quis non uidet. Mentem ipfam ac rationem facile in cognitionem sensuum defcendcre. Maximum autem fit periculum ne dum cicca lingulas corporis uoluptates uersamur / ita illarum illecebris demulceamur ut irretiti hzreamus: Facile igitur sensus defeendit mens non autem facile a sensibus rcuocatur. Id enim eftab inferis redite: pauci enim quos zquus amavit lupiter: aut ardens euexitad ztheca virtus diis geniti pomere: Tria ut vides hominum gene<a ra ponit quibus liceat ad fuperos reuerti: Sed nos prius de duobus pofirei> mis dicemus: cenfet accademia quod paulo fupta explicatiur demonfirauimus animos nofitos rerum terrenarum cupiditate degravatos incorpora dcfixt> Liber giiaituf Jcre : (Quapropter qui prius imbroda nedare<p ueTccbantunid enim eft deo 'fiuebantur t atqi inde mirum gaudium Tumebat t nunc letheum rpoti in re» lum omnium oblivione mnli Tunt.CQuod (i intra corpus conftitutus ani^ musillius cogitatione ac fordibus inquineturttamdeoiis tenebris obducitur/ utnulla deinceps fpes (it ad Tuperiorem lucem redeundi: Sin autem TcipTuni infccoIKgms integre cafte^ degat: 6ecorporis quoad potedeonfotrium declinet ipauladmcz illa obliuione qua ueluti crapubuino(p opprtlTus obdor» tniTccbat Teexatansualet libi geminas illas quas iam totiens nomino alascom patate. Illis autem fuffultus facile ex inferis reiilit: &ad Tuperos rediens iii re gionemfuam reuolattper duas igitur alas totidem uittutum genera intclligi mus /& eas quz uitx adiones emendant: quas uno nomine iuftitiam nun» cupatt&eas quibus in ueri cognitionem ducimur: quas iure optimo religionem nominat. Illud igitur pauci quos ardens cuexit ad æthera uinus:alam primam exprimit : et uittutes qux de uita et motibus Tunt intelligit: cumde indeaddit diis geniti potuere SIGNIFICAT alam secundam :at<pipfam rrligionem quamexuirtutious iisquxad uerum ducunt conftare uul: Placo : Hxc itaip auntopbilofopho mutuatur Maro cuius quidem dodrinx non nihil ex ma» thematicorum fcntentia ita addidit : ut nei^ ius Tuum ac libertatem animis adi merctmeip cxleftia corpora fuaui priuaret:Nam li animis nolitis uimnecef» Utatcmqi f/dera afferre dicamus/non modo id in religione noflra impium eiitr fed 6t a Tummorum FILOSOFI dodrina abhorrens : Verum ut intelli» gas ntip hoc a Platonico dogmate alienum elfe / refert ille in Thimxo ratio» naiis animi effedionem nulli nili deotribuendamiquoniam ipfe eiTentiam ac rationem animorum noftrorumcreat.Corpus autem ac exteras animi par» tcstuteæffqux concupifeit flC qux irafdCur nos ab animo mundi mutuarie Q_uapco{ær St li mens ipTa nolha nullo fyderum imperio fubieda Iit : tamen quia nullam adionrm ex iis unde uirtutes uitiam manant nili per fenTus ac ap» petitum exercet: Illis autem quoniam a corpore funt uacias aut ad uirtutes affe» dionesiauc in uitfa prcKliuitates inferunt fydera /permulti interelTe uidet ur quo fydere nati fimus:Nr<^ solum ad bxcqux ad uicam et mores pertinere diximusr ucrum d ad ea qux fpeculationem K ueri cognition cm refpiciunn Nam li on» nes omnium animi eadem natura funtiunde nili a corpore eritrquod alii inge» nioiudicio ac memoria excellentilTimir xillanttln aliis hxcnulla appareanc: cu autem omnis nofira cognitio ab iis qux efficiuntur ad cfficientiatn:& ab iis qux loco 8C tempore nrcufcribu Dtur ad infinira initium fumatrmulta obiicinir dif» licultas animis noftristut intelligentiamut feientiam ut fapientiam alTequanturt cumuircsillx:qux paulo ante dicebama membrotum : quibus ueluti inftru» mentis utuntur deprauatione bebercant : nei^ fe explicare poflint: cura igi» lurapud Platonem ruumlegilfet Maro nili geminas illas alas recuperemus ad Superos redite non poffe : Cum itidem illarum recuperationem a fyderibus caquam oilendi ratione impediri aniroaduerterctiut a loue xquoamarrmur opus ciTe ofiendit. Hoc autem nihil aliud eft / nili ut benignitate fydaun»ffcdionca ad icdaa adiooa acdpctcmt^Natacum plancutum uuia uiafit,1 In.P. Virg- M. Allego. Videmus iouis natura hulufcemodt elTc: ut quos ille in fuo ortu benigfle a(^e dt illi ad iuftitiam ac religionem proni reddinturrita ut ad eas quas diximus alas recuperandas impelbtr colligamusigiturnetnincmabinferis rcmeate/nili al^s recuperet : id autem non clTe fadlc nili iis qui benignitateiiderum adfupera eti guntur. Sed quid tu.L.Marfilium intuens clanculum rubmurmuraftit Nempe id Tolum refpondit.L.quod paucis ante diebus cum T imxum Platonis in maoi bus babetet:mibi de anima mundi dixerat Marlilius > Cautius inquit.B. mihi progrediendum elTe uideorcum res nobis non modo cum dodo : V erum etiam cum mcmoriolo litifed quod de mundi anima dicis/id 6L uerum huic lo> co apprime quadrat : cenfet enim PLATONE rationis fementem a deo fadamianitnof ^ nodros ab ipfo æatos/ac deinde mundi animz ueltiendos corpore traditos: ut £2 corpore uedircntur:& eius pedilTequis uiribus informarentur: Æquum enim fuit:ut quoniam concupiTcibilis irafcibilifi^ appetitus (alutis corporis gra na func:ii ab eodem nobis darenturtqui nos corporibus inclulilfct: Vetumquia faz partes lubricz funtipat fuit: ut qui nobis illasin deterius facile labeutcs dedif fet idem ipfe aliqua ex parte aberrotibustueretur: labenter<jfubdetatct.Q_u3' propter iuflit illi fummus pater/ut quando ipfetccirco animis nodris caufaffl obiiuionisptzditiir<t: quoniam luteo corpore circundederit hominibus fulgo, rcmueriutis infunderet. Huiufcemodi ita^ przccpbs obtemperans mundi animus eos omnes quibus zquus ell/aut fomniis oraculis et portentis autio. terao quodam motu Si ad futuri prouirionrm:6t ad diuinz legis cognido. nem perducit : ut eo duce alas recupctcmus.Huncautemmundianimumue tetes theologia qui illos fccuti funt platoiuci fzpe louem appellant. Hinc pbcus lupitet inquit pnmogenitus eft: Iupiter nouiflimus; lupiter capui:Iupb ter mediu.Vniuctfa autem e loue nata funtihinchinc illud lupitet eft quodeo. uides quodeun^ moueris i Q_uin Si ipfe Maro A ioue principium mufz io. uis omnia plena. Sunt enim omnia plena animo munducum ijle ita totus in to to mundo fl£ in qualibet parte totus : ubi uigeantutnoftrianimiin fuison. pufculis : Hic deniip czlumueluti citharam continens harmoniam cfificit ex di uerforum czlorum fanis: quas cum mufas appcllentiute louisiiliz dicuntur eiremufz: Quantam igitur dodrinamMato tribus uerfibusincluferit/ facili, tis mente concipio : quamuerbis exprimam. Rede igitur pauci quos zquus amauitlupiter: aut ardens euexit adzthera uictus. RedefiC illud tenent nia liluz: Ab hyle enim(^ ut fupra dcmolhauimus ) eS omnis nodra duldtia et omnibus ahimisconugio: quibus impediantur ne ad fuperos redeant. Ve tum de remeandi difficultatibus badenus: Deinceps nero eas exponit rationa quibus ita tuto defeendamus ut pateat reditus: Aures autem lamusfapientiam nobis indicat dne quanonedfpcculado eligendarum agendarum^ rerum iu dex. Ne mireris aurum fapientiz fymbolum apud hunc poetam obtinere cum plzii^ idem faiptotes fecerint: Vndeillud bpiens aurum et multitudo gfmmarum Si uas pretiofum labia fdentiz: Aunim enim eft fapientiz uigor at(j fulgor. Ndium cx metallis auro pretiofius eft. Nibl in rebus entia pluris facieadum. Fulget maxime aunim. Nihil (apimciacll endi^ i (i 01 ik IXI BS XD u m uv mt Bd: od Nx m HC pn ioqi iHgg imcttdi di dux BOC (jB) da. Bidi BUi liuBi Btit imt « D! feuii Uni OlC Wl D« Lib«r guartui £iu. Nulla eni^oe exeditur aurum: Nulla rea imminuit fapietitiam t Nullis lordibu saurum coinquinatur t Nullis maculis Tapicntia deturpatur t Sed latet arbore opaca: mulus cnim ac uariisinfeitiz tenebris ita obruitur uerumft luco ca cnimcorpons^uc ita ioquar^bebetudo eft ita tegitur t ut difficile omnino (it illud erueretScite enim Si a Ocmocrito ufurpabatur natur^n in profundo ueri^ tatem demer(i(fe: Non tamen prius in hanc contemplationem defeendere uaW mus : quam aureum ramum deccrpfciimus. Proferpina enim ad fe ire quempi^ am (ine huiuCcemodi munere uetat. Efi enim profeipina ipfa animi pars quz ni bil przter lenfus contina : ad quam (i (ine fapientia accederemus nullum przte» rearemediumdarcturiquomuiusdenobisadum ei Tet.llla enim irretiti nulla unquam effet fpes redeundi. Rede Si illud piimo^ auulfo non deficit alter au« reus I fe ip(a enim alitur (apientu : at<p cuenit inueffigando/ut aliud uerum ali< ud aperiat: nec quicquam percipiatur: quod ubi perceptum (it ad aliud percipi* endum non diKat : Illud autem quis non uideat de uero uenifime didum elTe. Nam alte inuefliganduse(l.diuina enim &czleffia(^(i ueru inuenire uolumus^ non infima hzc at^ aduca infpicienda funt : omnis enim dodrina a frientia ex iis efi: quz nullis terminis circunictipta funt&in interitum non cadunt:lubet ptzterea iam repertum rite a nobis carpi : et iure quidem ita iubet. Nam nili cer* so quodam otdine pergamus/nibil unquam proficiemus; Addit enim poffremu illum facile te fecututum i (i a fatis uoceris : fin autem non uoceris : nec uiribus tunc nec duro ferro polfeconuelli.Virtutibus enim quz mores corrigunt Si quz tedum zquumij relpiciunt ualct omnes ira animum a fordibus purgareiut mu di e corporis migrent : Ad fupremam autem illam rerum cognitione uenire pau ds ommno datur : at^ iis (blis qui a facis uocantur. (Quapropter rede (i te fata uocant : Q^uod tamen ut planius exprimam /uolunt Platonici deum poft fe ipsum cognoscere. Deinde omnes reliquas res: Tertio autem loco ea eunda effice lequz cognouit : Poftrema ergo hzea fecunda : Secunda rurfus a prima dependet. Namomnes res ptodudt quia illas nouit : Nouit autem nulla alia ratione : nili quia fe iplum in quo omnia funt contemplatur. Huiufcemodi itaip ordine rria illa in deo ponunt iu ut pdmam fapientiam: Secundam prouidentia: Tertium fatum nominent. Chnffiam autem cum hæc eadem (nt fallor^fentiant:Fa ti tamen nomen uiz ponere audent: non quia Platoni irafcanturifed cum uidif fent clfe quafdam in pbilofophia familias : quz eam fato necelTitatem imponat: ut nullam io adionibus nobis decernendi libertatem relinquant fati nome odif fe uidentur. At nos eum quem paulo ante dixi philofophum fecuti dicamus deum retum caufas id cft fe ipfum confiderare: Ddnde ortum ordinem : ac deni gubematiunem rerum quas compleditur intueri t (Quz ddneeps ita omnia excquitut ut nullo mexio ualeat impediri i (Quam quidem rem fatum dicunt: Quod fi ita eff uon abeiiant qui dicunt rationem ac ordinem rerum : quam ita mente dd prouidentiam dicunt in rebus mobilibus ac loco Si tempore dteuioi pds fatum did.Te itaip fi f^ta concelTcriiu camus aureus uolens fadiifcp feque c Datur igitur pauos Si id diuino quodam extra fortem munere ab ipfa dei proui dendatcuiusconfilium ferutati nefas bomini efirReduscoim dotdnus et reda Jn.P. Virg. M.AIIfgO* confiliacius t fed qux mortali ingenio cotnprzhendi non poirint.Quis rniffl adeo temerarius: ut noiTe contendat cur loanni: cur Pauioapoftolu caapcruc« rit dominus : quz multis fandifrimisuirts& multa dodrina illuftratis detegere coluerit : Quod exemplum late patet et ad omnes qui in aliquo dodrinz gene te laborauerint ttanffetri poteft t ut cum multa eodem (ludio dagrauerint t eatu dem^ operam ac laborem impenderint alii fummum in eaatte attigerint: aliis autem uix in poftiemis confidere licuerit. Habes quid aureus ramus meo iudb cio fibi uelit : Quod autrm ad miferi funus pertinet (ic accipe. Mileri odiufa Ia us rede interpietatur. Q^u ipropter erit eadem inanis quzdam gloria-Snt enim fummo odio digm qui uiitutrm negligunt : unde folida exprrflai]^ manat glo> tia. Honores ueto ac reliqua uirtutisiDfigniaredantur:Qu 'm qui in uita ct» Ulli res egregias adoriuntur in primis captare cunfueueiunt. Hi cn<m non redi honedii^ amote : fed gloriz cupiditate laborant: quam dum aSequi cupitmuS rem publicam fzpc perdunt x&infummumouium odium incidunt: Egregie igitur luuenalis. Tanto maior famz (itis ed quam uirtutts. Huiurccmodiigb' tur uiri animi excellentiam (iue a natura fibi in litam/(iue indudna/atcp exetaca Cone comparatam penitus corrumpunt. Non enim uirtutera ammt.^cd uita tutis infignia i qua; fzpius malis quam bonis exhibentur. inanis igitur atip ad» umbrata gloria in rerum publicarum adminidrationc exceliintioribus ferop ada hatret. Quaproptet Hedoris quotj comitem mifernum fuille tingit. bi enim caritate patriz magis quam cupidine gloriz moucretur huiufctmodi uiri beatifa (Ima; omnino ciTent ciuitates : quibus illi przcfTcnti Qut igitur ad uitiorum fpe culationrm ea gratia tendit: ut fe ab illis explicet: cum in primts hu.ufcimodi gloriam abiiccre necciTe ed :Quaproptcr rede eo tempore roifcrnus extinguitut quo zneas a fybilla prxeepta accipit. I nitium enim ueri inuedigandi a onlctni m tcritu optime funiitiir : Ncc tamen fatis fuerat illum extingui :nift etiam fepelu tur : ut nufq jam urdigium illius appareat : nec unquam reuiuifcat: Quud au tem illum tubicine fuiiVc dicit : optime quadrat. Ed cnira huiufccmudi hutni« num : ut rrs a fe gedas quam latilVimc diuulgmt : Si fuo przconio ommbus ofle dant : Ed prztcrea zoii uentorum regis filius:Nam nibil uentoltus ed illi qui ne gleda uirtute tc folida et cxprelfa adumbratam quandam et penitus inanem glo riam aucupentur: unde et tumidi et inflati Si uentoli dicuntur. Rede Si nlud quo non przdanrior alter ære ciere uiros martemtp accendere cantu.Quid eni aut Ninum aut Cyrum aut Xerfem ut hos folos de innumeris aflaticis regibus te feram : quid qua;fo aliud impulit : ut non contenti patriis Enibus multis popu/ lis ac nationibus beilum inferrent; Q_ uid apud grzcos fpartanos aut athenieo' fescxcitauit ut magnam Aftx partem ruoimpetioadiungerent: QuidHvnni' bali ruafit ut bifpaousgalliift^ fubadisromam orbis caput peteret: i^uidapud njod(os.L. Syllam prius ac. C.Marium: Deinde luIiuro Czfartm.CD.^PompC'' ium ac podrcmo Odauium K.M. Antonium eo furore accendit ut ciuiltfaogui occunt^ replerentur nili infanz quzdam famz cupiditas. Cum gloriam miis rebus quzrerent: quz dolidil Timum uulgus dupefeere quidem cogant i fapicn Us autem ad iuihfumam indignaiioncm fummum^ odium concuent t at Q C*1 Gi d DCt BIB I» '1 ip» a» K*», tUH cnu cpi)iii 100 ad siil itd id* ^1 afi \0 «? |lP< <« Liber guartui mo tnodo ipfe malus non Ct huiufnmodi uiros bonos dixerit. Sed quid (i o{v dtni que^ m hominum Ibcictatc uiti : ac pro re publica emoti ptomptiilimi prz ter id quod patriz caritate in manifedifTimam mortem ruebant igloriz quoq; cu piditate extremum cafum zquiore animo ferebant : uis enim ftbi perfuadeat aut Thcmifiocicm athenicnrcm in nauali prziio apud Salamina gcflu t aut Epa« minundamin ea uidoria qua de Lacedzmoniis potitus efiraut Spartanum Leo eidam in tbctmopylisuirilitcr pugnantem nihil de gloria cogitaffe. Ego enim oet^ Brutum lingulari certamine aduerfus regis exulis filium concurrentem : ne a Sczuolam tanti animi confiantia dexteram exurentem: ne Decios illos in co jf^ifimos hoftes iiruentes : ne^ innumerabiles alios qui patnz libertatem fuz nitz prztulerunt famam quam de fe pofieritati teliduri elTent nihil unquam fe* dlTe arbitror. Sed nos in re omnibus manifefla nimium fortaffe moramur. Ita« redeo ad mifemum qui cum tritonem deum prouocare audeat : iute demens appellari pofTittQ^uid enim fiultius quam (i inanis hzc gloria a caducis ac cito perituris tebus ptofeda audeat fe illi : quz uera eft et a diuinis rebus proficifeitur E fumtnam temeritatem zquiperare.Q^uapropter facile ab ea obruitur. Sed cad rem noftiamtReliqua autem quz circa funusdeferibuntur hidoriz attp aurium uoluptati concedantur. Geminas autem columbas geminas illas alas qs d o fupra diximus intellige. Illas enim ducibus ad contemplandas res tendit : t autem uoluæs ucnetis: quia oportet illas elTe ab ardenti amore : Nec iniu tia matrem inuocat : Nam tantam difficultatem nili rapiat amor facile fugiut ho mines < Illz autem non femel aut uno impetu/fed paulatim uolando ad locu du eunt : Non enim hominis ell omnia momento uidete : fed ratiocinando gtada« timacognitisad incognita uenire:Seduidcquidfequatur:inde ubiuenere ad fauces graue olentis aueroi. Tollunt fe celeres liquidum^ per æra lapfz: Sedibus oputis geminz fuper arbore fidunt: Nam quz ad cantarum raum cognitionem duces fe przbent/eas rerum terrena^ tum contagionem id enim ell auerni teter odor celerrimo uolatu effugere opor« tet. Duplex igitur uirtutum genus nos ad ueritatem ducit: quam fine mora ra.> pit zneas / ut eius luce ea quz per infernum obrcutiffima funt cernere pofTit.De ioiprio ucro auerni naturalem lod litu demonftrat. Ne efl quod faaa ab znea petada in feriem noflrz fentenriz digerere laboremus. Inferuiens enim fuo ar.> gumento poeta eorum lacrorum quz ad ncaomantiam adhibeant ueteres expli cat. Q_^um autem zneas nudo enfe Iter aifumere lubeat 6C fi hoc in Ilfdem facris obferuare confucuerint : tamen admonetur ipfe ut robuflo animo rem arduam acediatur. Æneas ita^ ducem haud timidis uadentem pafltbus zquat.Nam quis non uideat : quod dodrina aliqua nobis oftendit id quam celerrime quam oiligentillime effe arripiendum. Erat autem iter per obfcura : uel quia ut dixi ue ritatem in obfcuto ab&rufit natura : uel quia uitiorum fedes procul a luce funt: Q_ui enim rationis lumine illuflratut : is et uerum cognofeit /dc rede agit: illam autem qui amiferint fua natura ignorata in ultia Incidunt • Appellat przterea do plutonis uacuas et inania regna. Q^uo quid ucrius dici poteftfEfi enim u ii 1 1 I!’,! i;l I * i'i In. P.Vir g.M, Allego. nudiuftertius manifeiHs rationibus ronuidum mala uitiatp nihil omnino ef fe; quando quidem nihil afFcrant/fcd bonum pellant. Hoc cum prudens ue hemenf^ uates Perfius intelligeTctrgrauilTime in eam exclamationem proru/ pit/O curas hominum /O quantum eft in rebus inane :Vt autem quale eflet ad uin'a initium expreflius poneret oftendit in tantis tenebris non nihil tamen lucis apparuilTe.Nam 6C Amentis carcitate in uitium labamur a tamen circa principia non omne penitus lumen tollitur: Prius enim incontinentes cAicif mur quam intemperantiam cadamns.Miro autem iudidoquz fequunturin inferorum ingreAii ponit: Si enim exfententia eius quem fequitur Platonis deicenfum animorum in fua corpora defaibit / manifcAum eA animum qui badenus omnium horum malorum expers fuerat in ea nunc omnia corporis contagione incidere : Omnes enim perturbationes inde fentit: Luduenimea riA^ angitur. Impendentia timet imotbos laboreAp experitur : fame anp ege^ ftate urgetur : omnibus denitp quas ille enumerat calamitatibus prxmitur : quas a corpore liber expertus unquam fuerat. Sin autem prolapfum animor rum in uitia huiufcemodi defcenfu interpretari uolumus non multum diuer fa ratio erit : Q_ua; enim res tanta ucloatate commilTum facinus confequb tur quam fadi pernitentia. Q_u.r autem pernitet is Ane ludu effe non po# teA. Adde quod confeientix Aim ulis affiduo purgatur neceÆ eA : Vrgent enim illum a Aidux curx : qux ueluti ultrices furix poenas Aagiriorum feueriAune extinguunt: uod quam dode quam eleganter quam expteÆ pofuetit lu' urnalis quxfo recordamini. Exemplo enim inquit ille quocunip malo cotn* mittitur ipA difplicct autori prima hxc eA ultio: quod feiudicenemo nocens abfoluitur. Ac paulo poA; Nam fcoclus intra fc quicun^ cogitat ullum fadt crimen habet. cedo A conata peregi perpetua anxietas nec menfx tempore cef fat. lure igitur ultrices curx funt in ucAibulo poAtx : Nec mirabimur A paU lentes habitent morbi oim Aoicorum acutiflimas argumentationes intelli^^ mus. Aiunt enim quemadmodum temperantia fedeat appetitiones: &cmcit ut illx redx rationi pareant iconfcruat^ conAderata iudida mentis : Ac huic inimicam intemperantiam eiTcieamcp omnem animi Aatum inflammare cd turbare ac incitare : eoq; pado omnes ex ea perturbationes gigni. Nam ue» luti cum fanguis in corpore corruptus eA: aut pituitabilis uere redundat morbi xgrotationcr(p nafeuntur: Ac prauarum perturbationum diAotunta animum fanitate fpoliat : uehementerep petturbat : ex perturbationibus ue» ro morbi conAciuntur qux illi uocant : deinde xgrotationes qux appellantur. Quapropter perturbatio quia inconAanter turbide^ fe iadant opiniones in motu femper cA. Verum cum iam huiufcemodi furor ac mentis concitatio inueterauerit : &tan quam in uenis medullif^ infederit : tum exiAit motbus at^ xgrotatio.Na cum ex falfa quadam opinione qux plus tribuat diuitiis quam tribuendum At pecuniarum cupiditate inflammemur : nec adhibeatur continuo Socrati» a quxdam medicina : qux cupiditatem extinguat manat illa in uenas efficit» ^ cum morbum at^ atgrotationem quam auaritiam nuncupamus. Rede to Liber quartus ^detn demorbis ut mibi uideris inquit Laurentius &|ad locum eiplicandum appoiitet Non enim philofophi folum / ut tu probe demondraui: Sed et oratores BC poetx non corporis folum fed et animi fcpiflime morbos di« eunt. Ergo ut morbos inquit Baptifta ad animum ita SC fene Autem reÆ refe ternus. Nam cum ipfe adcmrobur<p mentis ueluti iuuentutem admireritt& ignauia ac torpore quodam ueluti fenio tabefeit/ facile in uitia: ha;c autem motsanimotum eS/ eum adere uidemus. Mala autem fuada fames quidnam aliud quaauaritiadefignat: qua homines ad omne facinus impelluntur. Qua; nam enim res alia nobis fuadet aut iniuftilfimts bellis innoxios populos iacef (iere I aut caidesiK rapinas exercere: aut inlatroaniis grafTati:aut uenena pa« rate: aut fidem fallne: aut patriam at^ dues prodete:ni(i auri facta famesf Quod quidem fi ita cft eodem quo<^ in loco erit ponenda turpis zgefias.Cii cnim homines paupertatem: quam nemo fapiens turpem exifiimauit turpilTk mam putent :eam^ ueluti fummum malum exhorreant /nihil repugnat: nui Ius pudor obftat quin quo illam fugiant/ omnia uenalia habeant /nec abfunt tembile suifuformzletum^ labof^: Namquialuccexulcsinhistcncbrisuer fiintur: nihil præter defidio fumooum quærunt: Nec meminerunt homines adagendum ati^ fpeculandum natos nullum laborem qui quidem honesta dadiun Ausfitelfe fugiendum: De lato ucto fic accipe. Philosophi qui dt« ca prudentis acquifitioncmuerfanturanimaduettunt corpus fi fociumad rem agendam afiumatut maximo fibi eflie impedimento: Sensus cnim qui a.cor< pore funt nihil in feueritatis: nihil fincen/utrcÆ dc his rebus iudiute uale« ant in fe continent ; Ex quo fit ut animus fi illis ad investigandum utatnrtfzpe dedpiatur: & illorum illecebris ebrius nihil ptofpiciat. Qua propter mentem quam maxime pofliint a fenfibus: BC a corpore feuocant. Aic cnim in eo qui phe don inferibitut Plato nos tum denii^ beatos futuros fi a corporeis abfirahamur: ac deo fimiles reddamur. Hoc autem quid aliud qua mori effe dicemusrQ^ua propter fijhuiufcemodi uiri dum uiuunt mori medicantur: venientem nemor tem illos trepidaturos cenftbis. ''Stulti autem qui nihil przter corpus nouerut: iniquifiimo animo illud difiblui patientur.ReÆ igitur is quem totiens nomi no Plato [PLATONE] ut illos philosophos sic istos philosomatos appellat. Quz omnia ca probe nofiet Maro non illas terribiles formas elfeifed uideri terribiles dixit.Re fiquaueroquz enumerantur &fopor& mala mentis gaudia ac poftremo bcU luni/funz BC difeordia ad eandem rationem quicun^ uel mediocri ingenio uir fuenc facile referet. Nam qui in uitio eft is tanquun fomnolentus ad omnem honefiam rationem obtorpefeitrNe^ ullam uoluptatem nifide rebus turpi.» bus capit. bellum autem ac difeordiam non modo cum aliis : fed fecum geritt cum aliud libido aliud auatitia fibi uelit.Oefidia illum ad odum: ambitio uero ad labores aduocet.Q_ua animi difira Aide ueluti furiis exagitatur.in ultimi au tem deferiptione idem quod BC paulo fupra ofienderac pulcherrimo nuc ac om nino poetico figmeco depigit. Ipfa enim in medio polita magnu fpariu occupat: fhiAaautnulluprzbctifedfola umbra nosdeleAattfic turpe facinus ea no« bisonditiquz nihil folidi habcatifiCquzcu magna uideant /nihil finttut phip Ia.P.Virg.M.Mlego. gii zfopi ncmplo telido corpore umbram fedemur > Q^uod eo quo^ ezprcC> fius notat ciun addat in Hngulis frondibus (Togula inlidere fomnia: at^ ea quidem uana: Nihil leuius/nihil mutabilius eft frondibus: Ea autem in quibus fummum bonum reponunt ftulti:& quorum gratia rapinas fraudesmul taipalia flagitia patrant: ut honores diuitias ac reliqua alTequantur: in qua fot tunastemeriute pofTta Ht/SCqua facile mutentur at^ defluant: nemo eft qui ignoret: Q_uz etiamuanisfomniis uerilTime comparantur. Sunt eodem in loco plurima monflra non temere polita: Nam (i ca monflra dicimus qux przternaturx legem eueniunt/ eunda flagitia ueio nomine monflra appellax buntur / cum pmer rationis legem qua lola homines fumus exoriantur.Me fito autem Ixionis filii putantur centauri : nam ille contempta iuftitia abm« pto^ humanitatis uinculo populos libetos iugo tyrannidis oppre(Tu:Qua^ propter eius cogitationes apnneipio aliquid humanitatis przferentes inim« manitatemat^ eficriutemquandam tandem degenerant: Non infdte igitur Plutarchus dimonflrat / huiufcemodi homines tanquam fimulachro uirtu» tis adhzrentes/ nihil ITncerum/nihil tedum/fed mixta omnia at<p nota facere: Cum fuam quif^ uoluptatem fequatur/fummis petturbationibus ad fu* os impetus delatus: Prolixior limqua rerum multitudo poflulat: 11 utran^ fcyllam profequar:in iift^ nimias cupiditates exprimi oftendam: nam Hy* dra ad dolos fraudefi^ referti facile potcft.Fuit enim Hydra Platone tcllefo* phiflaalidillimus: nam cuueri inuelligandi duplex modus fitpetuetas alter alter pa fophiftiasrationeshydracauillofasatq} deceptricesargumentationes ponimus: Cuius uno capite czfo plura renafeantur. Nam una confutata ratione ille fuis argutiis plurimos fubiungit. Hanc autem Hercules igne idefl ingenii feruore extinguit.Nei^ eft quod et hoc inter monftra enumerandum negesi Namut uera dialedica ab omnibus dodiflimisfummoperefemperap probata eft t lic hanc captiofam grauilTimi femper uiti abhominati fuot : Chi meram aut ad iracundiam iGorgones ad uoluptatum illecebras/ quibus ftul* d in faxum conuati iccirco dicuntur / quia nimis illas obftupefcunt.Prudca tes uero et Palladis zgide 8i Mercurii gladio facile interimunt refetn quis no uideat : Briarei autem ac reliquorum qui aduetfus deos bella gelferunt / fabu lamrcdilfime interpretatur CICERONE (vedasi) /cum id nihil aliud lic qua bene monenti naturz repugnate: Gerion uero 11 grzcum nomen interpreteris / terrz litem exprimet. Lis autem zterna eft terrz id eft corporis aduerfus fpiritum.Ecitita ^ Gerion pars elfccminatior animi a fenfibus ptofeda : quz in homine uitio fo uniuerfz animz imperat. Q_uaproptet quoniam funt ttes animz partes / tribus illum infulis impcralfe fabulantur : cuius canis iccirco biceps cfit quia cupidiute llmul et timore laborat. His igitur monftris pettenefa* dus ENEA uim parabat. At Sybilla hominem cotnmouefadens ea omnia fimulachrauanacfleoftendit: llIa^ non ui fupcranda/fed radone cognolizn da: cognita^ fugienda iubet. Poft huiufcemodi monftra ad Acherontem Si cocytum deuenitunde quibus fluminibus Si 11 paulo fupta didum llt:ea tame alia quadi tone ptofequamut.A cdcupilcentia nfa uelud a fonte manat aqua: que ttygnu palude cffidt.Ne a concupifeentia primu j>uenit cogrtatio/drnide adioquapeccamus: Achcronpo(lhzccoDatatiorfluuiusc(l:nain per cum tt* ptimirur motusad dagitiarhic autem poft cogitationem excitatunNrqt prerer rationem cft quod illum ingenti tumultu ferri Seneca dicat: Non entm poteft animus Itnefirepitu reludantis confeientiz in facinus ferti:Q^uoniam autem fauiufccmodi peccandi deliberatione uoluntas in uitium traniitsiccirco in hoc flumine nauiculamnautamipponunt.Poftuero buiufcemodi tranlltum id au tem cft poli peccatum/fequitur mceror/quem refert ipfa flyx.pollrrmo maior ludus qui eft cocytus. Vt igitur ponatur ante oculos illa ut ita loquar} gradatioi primo loco eliconfcientiz motustfecundo deliberatio fu fapiendi flagitiit poft hanc mæror ac demum maior ludus:primum ita^ ac tertium (lyx fignifi» cat/f ecundum Acherontquattum cocytus. Sumopere me hzc deled.<nc inquit LAVRENTlVS. nerpme offendit quod eofdem fluuios nonaduna/fed ad piares rationes ttanfFeras. Videmus enim et grauiflimosin nollra theologia lo cosuariismodisadodilTimisuiris intcrprctari. Habes igiturdrfluminibus in quit BAPTlSTA:Nunc quid libi Charon uelit/confiderandu cenfeorNara portitor has horrendas aquas: et flumina feruat terribili fqualote charonicui plunma mento Canicies inculta iacet.uerum ut res fuo ordine progrediatur/ non nautam folum: fed £Cniuem limul intcrprerabimurtSit igitur nauis uolu> tas:licnautalibeteuoluntatisaibitriuni: Nauis lurfus cocoinfuum cu fumdi ngitur.Hiceledionrm exprimittipra enim eiedionc libetum aibitrium uolun tatem dirigit t Qoin U per uela eziefles incliuadones non erit abfurdum incel Iigere: Nam quo czii inclinant/id libenter eligimusmili illis fefe ratio opponat: cuius tanta uisell/ut etiam fyderibusdominetur.Pergrata hzc funt quz dicis inquit LAVREntius. Video enim te chrillianorum dogma retinere: ut tamen mathematicos oinonoirrideasiScdfequereobrecrotSenex cll chaio inquit bA PTlSTA tqmaiali no tepore ut Platonici:quosfequic poeta/uolut dignitate faltem et origine prior cil corpore. Adde qdzternacfl:zcemitate aut nthil ana tiquius:Q_uaproptcr Si, arbitnu libetu in illis zternu: Sed auda deo uiridili^ fc ncdustqanuquamdeficit.Ellaut terribili fqualore &ex humeris fordidustili amidusdepcndet.Q_uz omnia ad corpus tediflime ni fallor referuncut : cor« pus enim ucluti ueltimemum ellanimz: quod alfiduo mutatur ueterafeit: actz dem tabefcit.Addit duplicem oculis flimmam:quia liberi cll arbitrii ad utmta ucliiflcdi/dC ad rationis fulgotem/8t ad cupiditatum ardorem.non temere au tcmncc tine exadilTima quadam ratione herebi nodifip flliusell Charon: Ce£ Iffcnim nox in nobis quz nihil aliud ell nili ipiz ten(brz/quz abinfeinapro iieniut/nulla erit cofultatioe opus:mens enim fumu bonu perfpicue nofccrcta &in illud line ulla dubitatione ferret .nuquam enim eligimus nccelTatia/ac fub lata dubitatide ois confultatio celTat :Quapropter qui iam in tertio uirtutu gea &erefunt:quas purgati animi appellani/ii prudentia in repe deledu no utunc' t led przter ea quz lut uera bona nihil nouetutiea^ fola mtuent. Herebus igi tur.quud uerbu grzce ab obfcuritate originem ducit:ita lefc rationi opponit Utopuslit cofuitatioci (^uoniauao Cutmdd Keba}acmodeacccllarii&cota la .P.Virg.M.AIlego» fuUc:opottuit bancuim ea libertate donatam clTerut aut de plutibua unum/aut de uno <tt ne agendum pro fuo arbitrio deccrtut. Hoc (i itæfta gratia didtuc Charon«Nibil enim iibaius cft gratia cum fua fponteproueniattnon autem a cuiufquam merito debcatur.Q_uaproptei cogi nullo pado uultsat(^ ea de au« fa cum Æneam pet tacitum nemus ucnite uidetific prior alIoquitur:Q_uiiiquit cs armatus qui noiha ad iimina tcdis/Fare age quid uenias idbinc et comprime grclTum>Nam cum etiam rationem ad (c ucnire uideat liberum arbitri ums Non ante illam admiære uult-quam difcutiat diligentius quid fibi agendu fit.Qua» ptopter addiuNcc uero aladcm me Tum lætatus euntem accepilte lacu > quu ne ad uirtutem quidem trahi uult liberum arbitrium. Verum antea confultat i Et pofi confultarionem deledum adhibet. Quam quidem rem animaduettensff billa; (Luimrubiicin Nuilxbci Dndiznccuimtelaferunt;&: ut appareat illum con cogi/fcd per confuitatiomm peifuaderi aureum ramum oftcndittllleaute ad uifam fapientiam libenter conuetticur: fiC de natura hadenus.Nauis uero a czruleo colore confiatilile autem ex albo nigrocp conEcitur.Conteplator enim inter iofeitiam at^ cognitionem uerfatur.Non enim mouetur quifpiam ad in» ueftigandum luli aliquid uideat: Rurfus cum omnia in ea re uidcrit definit fpe culari. Eadem fere ranone futilis hngitunperceptis enim percipienda adneditt Si autem futilis &, timofa.Nam antea quam habeatur perfeda rerum cognitio/ non ctit ita perpetua rerum fenes/ ut nullum intermedium relinquat: Animas uao quas ut Æneam recipiat e naui pellit:omnes animorum affedus qui ratio ni aduerlantur interpretandas opinor. Sed uos fortafie nimis cutiofam nimir(^ ineptam huiurccmodi interpretationem exifiimabitisicum ita minute etiam tni nmiaptofcquar. An tute cutiofum aut ifia minuta appellas inquit LAVRENTlVS: quxetiamli nimis ingeniofe elicienda el Tentidigna tamen funt io qui» buscJaboresi Nuncuerocum fe ultro offerant/quis ea repudietr Q^uin igitur ptofequetetfiC qyz difputationi noftrx quadrant ne przteri. At^ in pnmis quid libi Cerberus uclit/nobis apeiiiNam &quod cymba gemuetitifiC quo drimofa inultam paludem acceperit : ego nifi tu aliter fentias fic accipio/ut in altero fpeca lationis diificultatemiin altero terrenarum uolupratum illecebras : qux furtim dum uitia fpeculamut interfluunt/exprimere uolueritiPromptum pa immortalem deum ingenium/^ ad omnia uerfanle in te elTe uideo LAVTENTi in» quit bAPTlSTAtnei^ commodius ifia meintapretari potuiflie fateor: Ad cer betu autem de quo audire cupis /paulo poftucniam:Interim pauca qux omi(< fafunt/percutramus: Ad nautam omnes confluunt animxtomant^ pnmx tranl Huuiumpottariitelt dunt^ manus tipz ulterioris amore: Hic iguur con» curfushocut puto fignificatomnes natura fdre. cupimus: natura autem non omnes admittit: quia liberum menns arbitrium non omnes ad.fpcculatiooe adtmttit : nam quod in humatorum animx cenmm annos uagentutt de zgf* ptiorumconfuctudinc tradum: 6c Seruius et Seneca affirmant i Q^uam rem deinde Orpheus^ad inferos tranfiulit: Vehementer uero quadrat Palinurum a fybilla feuere calbgari: nefas enim efi cum appetitum ad ueriinuefligatio» bem ttaduccre/qui aducHiis rationem contumax fit r Sed redeo ad Ænca;^ at at 0 jlU, DI ii a a » 0 3 i i Liboguartuf tat) jcm charon ad ahetam lipam iocolumetn traducit.Ipfd «tiim poft diutumu catamen rationis Kappetttus in fpeculationtm tradudtur.Q_uo in loroaio^ uutn adunfus fc bellum cxdtari Tentit, Cerberus enim ha;c ingens latratu regna tnfaud petfoiutaduerforecubans immanis in antro.Scd animaduerte qua par» 1)0 negodo omnia a Sybilla pacata reddanturrOffam enim latranri cani porngit Qua uorata ille in fomnum inndit.Q_uaptoptet occupat zneas aditum cufto« de (iepultotCerberum igitur ea fortalTe ratione tridpitem poetæ tradideruttguo* biam illum terram gux trifanam diuiditur /interpretantur. dicuntcp grzce quali Omnia enim corpora uoratterra:quado quidem io ea omnia reddunt.Si i^‘tut terra eft cerberus : quis non uideat porta noflrum per cciberi latratus noftri corporis indigentiam exprimere uoIuifTe. Cu enim ad rerum magnarum cognitionem eriginiunhoc profedo agimustut men tem quoad dus fieri potefi a fenfibus reucKemusremoritp dircamustnon tamen ex buiulcemodi mortis comentarione intereat corpus neerfle putestred cft illius ratio babenda.Reclamat enim ne fibi neceflaria fubnahastlnmrgit^ trifaud lar ttam.Tribus enim rebus indiget dbo potu ac fomnotin quibus nifi fatis illi a no bis fiat adeo obflrepct/ut nihil egregium meditari (inat. Cuamobrem nullo par donegligenda e(l cura corporisrlimplicitcr tamen modelle ac omnino fobrie/re fidendumtut cum laboribus ruperetTepoflit: nimio tamen luxu contumax adr uerfus animum non reddaturtpaucis enim natura contenta eft : at<p ea huiufcer modi funt/ut fine labore: fine fumptu facile comparentur. Nam ne fortafte ad ea re me te reuocare ardas quibus Ginicus cotctuscfti^oflincuicmdumolusnul 10 etiam lalecoditum fuauilTimas epulas prxbere pofnttaudi ea quibus uolupta* tum patronus Epicurus acquiefdt :Num ipfe minus uiliflimo panno:quam aut purpurea aut ccKdna ucfte a frigore defendi rxiftimat.nu fitim nifi chio aut æte 11 uinoatinguitnum famem nifi exquiritiflimisregiin^ dapibus fedari pofte pu tat: Epicurus inquam qui in corporis uoluptatefummum bonum ponit nullu aliud pulmentum in coenaptzta famem ac fitim quzfiuit : quem etiam legimP ad panem raro quicquam prztn cafeum addere folitum.Ficedulas autem ac par Uoncsreliqua(| ilb flagitia quz et Maaobius in pontificalibus Tuorum tempope ccenisdeteiiaturt&nosno ftratempeftatein romanorum przfulum dipibus fir nefumma indignatione ac gemitu meminifte non poflumus ueluti pemitiofilTi mamonftra exhorrebat: Qua quidem in te ego terni LAVRENTI ficut inc zr teris temperantiz partibus iumma laude dignum puto;Nam przter id quod plu timos iamannos utiunfiurarum articulorum dolores efFugias:uinum non bi bis nonne pro miraculo haberi poteft/ut tu in tanta mum omnium affluentia: in tanto urbis noftrz luxutin frequentibus lautiflimir^proptaalTiduashofpita liutcs BC æbra fodalitia tuz domus conuiuiis nihil intuum uidum nifi fimplex ac populare fumas: Q_uzdum cogito redeunt mihi ad memoriam ea quo quzdeFederico Vrbinatumprindpcnon folum audiui:fed etiam propter antir quumhofpitiumfl Cueteremamidtia fzpiflimeuidi:Inquoduce et fiplurimz aliz^ ea magnitudine uirtutes elucefcant/ut ueluti folis radiis minora fydera Oiancfcunt t ita hzc illatum fplendote obruatuntamen quis non obftupefcat ta Id.P. Virg.M.AlIego; tiu Meorinaum acrobrirtitf modicamincaftrisubiuJrtrolrt Wtn f*t« inopia nullu inter fumtnfi duce ac extremos lyxas et alones d.(c^«, elTe patn tfed domi quocj ac in aulatin qua cu ota ornamenta pana fefe offerantmec uiq aut liberalitas/autmagnificeoa defideret s tamc difcubent* illo nulli aut palalaSo aut nometano/fed Bi philofopho et oraton ocw relin^ tur.lpfe enim a primis annis uini prciflT.mus fuiticuius ufum paulatim inteitendo eo progtelTus eft/ut iam diu illud omiferit/nemo eQ qm communioni epulis/nerao qui fimplidoribus uefcatur/quibus dum corpons U.TO r fiaui(rimisinterimd Wu«o™“‘l'fP»°"J'l?“perfipefii dum lingulis annis ualitudinis oaanduj raufa romanos aumnmos Sfugiensadillum diuertor:uidearmihia Sardanapall.c«rn.sm AIano.conu.- uium inddiffe/K ad aliquem foaaticum hofpitem deueniftim quo pnfc* con. tinentix ueftigia tam uehementer me deledat/quamm notoojir hominum qui rubris nigrifqj galeris:ac niueis riciniis totius fanditatis doannam phtent luxm lafciuiam exaritat.Pudet enim pudet mi Uurenti pigetip noftroju «orumm m totius rei publicx chriftianx curiam in qua integra religione maximaij dodnia nonnullos optimos patres K tanto fenatu dignos elTe non negaueom/iis homu nibus aditum quotidie patere uideamiquos ego tunc demum fenatorium ordi. nem romx iure obtinere cenferem/li Heliogabalus ib inferis redudus rurfusim peraret. Verum cu hxcme alio in loco deploralTe meminenm agamus quod iltat. AtcB naturam noftram minimis cotetam effe intelligamus.Q_uod cu expnmere cupet Maro Sybillam quxueradodhinæft inducit offam in qua et andu 8Cb^ mefcens fimul alimetum fit/Cerbero porrigetem/qua faale et fihm? I*' det:& in fomnu inddat.Aureu pfedo prxceptu.Nam qui aut Uutiflimis epulis corpori indulgetiaut uaria uina exqrit ipfa crapula at(j ebrietate « c^us contu max fibi reddit/8J animi aciem ita hcbetat/ut nihil altu fufpicere poflit. Upt^ quidem funt ifta qux dids inqt LAVRENTlVS. Verum de Cerberonon idem TOCtas omnes fentire uideoiMaro enim eum canem ita latratem inducit/ut non egredi fed ingredi cupientibus aduerfet":cuius qdem rei rationem optime a te ex Mfitam effe intelligo. Nam huiufcemodi corporis indigentia non iis allatrat qui corpus curadum redeutifed iis qui illo negUao ad ueri cognitione £0“«“^ ItacK ut dixi ego qd Maro fibiuelit plane tenere uideot; Veru cum apud Heli» dum poetam ut te non fugit nobiliflimum legerim Cerberum uenieti busauda auribufm blandiriiExire ucro nemine patiiln infidiis enim delitefcesjqucmcua extra ianuam offendatiftatim morfu laniat s no intelligo quo nam modo hxcoi no inter fe diuctfa non fint nifi fortaffe alium ad inferos defccfum um Maro exprimere uoluerit. Ingeniofe tu quidem inquit ® dit enim ad infaos xneasiqa in uitiopr cognitione tcdit:Q_uod fi ita eu ingit™ enti aduerfabic Cerberusrodit enim hxc corpusiFac aut aliu no ut imU nan^ cognofcat inferos petereifed in ipfa uitia labi auribus 8i cauda bladiet Cnbe^ qppe qui illu ingredi cupiatiNam qd aliud moliunt' iquid aliud conant perd» boies nifi ut tridpitisbelluac non folii indigeti* fatiffadatifed oes uoluptates plcanuQ^uod fi ide ifti nonunq pdita uita reliqua «id enim eft infaos egteoi* - >4^».Liba guam» tcnctit tuc latrat tunr mordtt canis.Rrde igtt'’ addubitaftt.Rrdt us aut dubitatio orm fuluifii.brd ut ad Maronis cci bttutn rrdcam facile ille (imp KnlTtnis rpuHs arquieuits Acneasautnn celer ripam cuaditsNon enim lente K cum fegritie bacc adtunda funcfcd omni contentione at<]t ardore captiTcnda. Qucniam autor do in rebus huiufccmodi cft ut primo uitia cognolcanf. Cognita deinde effuga» lunut pofirtmo illis purgati rerum diuinatum in quibus fummumbrnum con fidit idonei contemplatores eifiriamur/erat illi totius bumanz uitz curfus mrn< te repetendus/ut peripicuc intelligeret no folum quato fe fcelere adnngit qui no biliore fui parte neglcda in uno corpore:& in iis qux a corpore fum uoluptatib? fpem omnem reponunt. Veium etiam quata miferia opptimanf. Earo enim uir tutum armis quibus folis uidenes euadne potuilTi nt penitus exuti nudelilTimis fortunzidibus nudos fefe obticiunt/& ut ca»era aduerfa/qux innumera quoti« die æddunt omittam /mortem ipfara qux lingulis borarum momentis impedet uelub lummum omnium maloium rxlKHret.Q_ui quidem matus enam Ii nui la alia ptutbanone adiaans ipfe unus nos nunq refpirare linit.Quaprnpter hac iirpeipfosmfantesin pnmo uitz limine petere oftedit.Hac et in fontibus p uim mferri edocet. Hac et libi iplis eos afferre demonfiratiqui adeo imbecillo animo fimt/ut grauilTimis quibufdam ptutbationibus fe pares gerere nequeat. Qux q dem omnia diUgenter intuens xneas decernit tadem hoc in primis fapienti prx« fiandum elTe ut culpa uacet/mortem autem ipfam inter naturx munera eoumc ret/cum cz ea no folum nihil mali nobis id eft animis noftris eueni» / fed contra fummum bonum/quonia a tam tetro carcercfoluti in noftram nanira rcdeam5. Qua qdem ratione faceti cogemur amice at<^ indulgentet cu illis efle adum qui antea ad buUifcemodi miferiis erepti Itnt/quam in casinciderint diuind omni nomunus illudincIcobim/ttbito Dcalunonecollatumtquipfofuma in ipfam deam arqi in matrem pietate moetemcofecuti fint/Cxtenlt^ omnibus natienb bus ac populis fapietiotescl Te traufosputabimus/ii enim populi in thracia funt qui fuorum onum multis lachrimis ac lamentationibus excipiunttquot mala il« hsin uica cucnmra line enumerares. Obitum uero omni genere lattitix fcquua tur.Cogitant enim quot erunisq uariisgrauibufip fortunx cafibus morte libera ti fint.Huiufcetoodi igitur rationibus paulanm xneas moetum mortis deponit: Quin fi aur fe aut quempiam bonum uiium fupplicio morte ue per fummaiiv iuiiam peti uidcbit non duliilHme ur Xanthippe illa de (bcrate falrc merenti hoc cucnitetdicet.Scd quod uetumefferapientes norunt Ihilti uero negant a nrmi ne nifi a fe ipfo quenq Izdi polTc affirmabitmetp quicq quod turpitudine careac in malis cuumerabiti^uin Kfoaatica argumentatione couincctquicuipiniue fiecrudeliterip in aiiuiu «gerit non illum fed fcipfum iniuria alficere.Eos autem omni odio infcdandosducct/qui animum immortalem fiuptr natura itaro bulium/ut humana omnia contencre polTit adeo fua ftulttria enenuuerittadeo £ taua confuetudinc imbecillum reddittut famineo amore incefus in eum pau» tim furorem ptolapfus fittut fibi ipfc manus atruleritiK morte q fummum tC> fetnalum putabatiid quo urgebatur malum effugere tentauerit. Qua quidem in te pnmum ignauiam ai<f incttiam cotum damnat:quia fua culp in eum Lbt o ii In.P.V;rg.MtAIkgo. dinofum atnortin inciderint quem Plato ab humani» morbis natum affirmat: quoniam illi eofoli afficiant qui uentri ac fomno dediti: et diuinitate fua quam aroris denlis tenebris obrui pemuferut penitus obliti nihil præter caduca : et aut morbo aut ætate cito perituram corporis fortnaih reTpidunn Quamobrem bis pcccant. Nam 8C a principio Tuo deiidioro ocio ac libidinofa lafduia effedum e(l ut in rem follidtudine plenam inciderint. Deinde cum morbum fua culpa cotn dum diutius pati ncqueant:fumma fc impietate afttingunt qui a fummo deo in coipus ueluti in cuftodiam mifii in iuflu ipiius illud deferunt.Specula^ poii bax extremam eorum hominum inlaniam/qui cum perfummam iuffitiam intrati/ quillo fccuro^ odo degere poflient/per fummara tame inturiam ac impietate pa cem pcrturbare/ac omnia mifcere maluerut. Nam aut nulb iniuria affedi ipfi ul tto auatitia ambitione ueimpulfi ferto igni fraude nihil tale merentes laceiletut/ aut ipii lacelTiti nihil de iure quod hominis pprium eft difeeptantes ad uim qux faamm ed fe contulerunt: Hinc genus humanum cui pa edeordiam in fummo odo uiuere licuaat affiduo mifccri uidcmusi Hinc multarum regionum popula dones fiC infinito;: mortalium catdes oriri aiaduertimusmt cum undi quzeu^ nobis calamitates eueniut colligerimus:nulla homini q homo acerbior pedis in.> ueniat : Vides igit q exada lapietia hasc oia poeticis ligmetis exponantur. quidem quoniam huiufccmodi clVe animaduertit/ut et cum fcelæ dant/ fit po£ fint etiam uido carere/placuit ut una ac limplid cdmunit^ uia irecur.Cum autea Deipheebo iam difccirum fuerit/quonia eam iam fefc contcplanda offerut / quz aut penitus flagitiofa (int/aut pcul ab omni fcelæ folam uittutem continet du plicem iam efle uiam oportetrut altera in itnidram ad ui tia defledaturcAltera uf to indutt^tnaduirmtesdcueniat^Hociglt inquit LAVRENTIVS fitPytba goram illum exprimac uoluiife acdiderimtqui littaam yadinuenit. Quod no latuit Perfiuspoeta/cuius cdillud.Et uitz nefeiusenor C5eduxit trepidas ramola incompita mentes» Ifrhuc ipfum inquit BAPTlSTA.Sed uideamus quzfequa/tur. Æneas fub rupe (inidra mcenia iata uidet triplid circudata muto, fetifica p/ fcdu tartarotum defcriptio.Locus enim exprimendus iam edin quo uarialole/ ta puniantut. Hzc grzci tartara ab eo quod ed tarattiiid enim cd pettutbatetex p turbationibus enim uitia oriunc .‘cademi^ paturbatam femper peccatoris meo» tem tencntilnduduntur autem triplici muroiquia non una ac fimplid uia fcd tri plia peccamus.ptimo enim quodam folo animi motu ab deprauata uoldtatc fce Ius condpimus.Secundo deinceps loco accedit adus.Qui podtetno iteeum at/ iterum muItoticnf(^ repetitus habitum obdudt.Q^uamobrcmhzctria in tat taris iure expreflit poaa quz procul a uiro beato edic tedatur laaoruffl cartniiid uates.Ille enim fiatim a principio dc ordif. Beatus uir/qui non abiit in condlio i piotum.Videsiammotum primumanimi adrcclus.Ocindc fit in uia pacatora non dctit. Quid enim aliud uia cd nid ipfa adioreitquz depius repaita nd am piius in motu ed:fed iam fedcmdbi ponit fit redda in habitu iam coadabilito. Rcde igit fit in cathedra pedilentiz non fcdit.Quod autem flammifluo phlege thontbis flumine tartara ambiant" :minimc abfurde dixit. Odendit enim aidp/ cem itacundiz: fit arumotum zdus quibus id hominum genus alGduo torretuta Tantum fnim tH uittoruu odium/ut et qui illis delcdati lutif tandftn pcraitoi tiamdcdudi uitaniprattcTitan] datnncnt:urhcinrntn(^ oderim i fibi uno ipfia ætnime iraiiantur. Nam tu donum cblTes tranfifTc dies luretn palufttttn: Ca ptiui tamen unico habitus dnnui inuiti trahuntur at(^ ira furore^ exeduntur. Quapfciptcr tapidus flammis ambit torrentibus omnis t Tartareus phlegethon. Nulla cnun fomax/nulb fabrorum oflirina magis exxfluat quam feeleratorum mens Nam Taxa a flumine contorta oflendunt quam graues quam molefli flnt buiufccmodi motus ati^ «agitationes. Addit ad ba;c portam munitifilma fit foli do adamante columnas: quibus locum ita munitum redditiut net^uirorumne czluolarum ui efitingi poflit. Quid ergo flbi uult dodiffimus uir: Nempe hoc ut puto uiros flagitiofos ac permtos cum in tartara deuenerint. Id autem est cutn longo habitu fcclaum mancipia cfFcdi fint/nullis uirorum monitisi nullis diuinis ptxccptiss nulla deniipfyderum clemmtiainde eripi pofleiQ^uaprcs' pter iute tales homines fit larini perditos it grxd afotos appellant.Erit igitur in quit LAVRENTlVS amifliim in illis liberum mentis arbitrium ut fit fl uelint aduirtutem redire nequeant. Video fit in hoc ingenii tui acumen inquit BAPTi bTA. Nam breui interrogatiuncula illa omniaconcitafli: quz a grauiflimis phr lofophis de uoluntario dem inuoluntario quzri folent. ua quidem in re no solum ingenium laudo/ redconfilium quotp uehrmenter approbo .Nam cum multa liefe tibi offerant tquzfloc cuiufquam auxilio ipfe tibi foluere polTis/ea tamen ab alio dici mauis/ut fit raodeftizquod nihil tibi arroges: fit igmiiquod prudenter interroges flmul laudem feras. Verum facile ita huic loco occurretur li dicemus non uoluiife poetam ineuitabilem neceflitatrm/red eam difficultate quz impoflibilitati proxima (it demonflrare.Sed fac etiam(^(T placet)omnrtn ex cidendi facultatem adimere. Non tamen dicemus flagitia quz committunt in^ uoluntariacffe.quando illorum principium uoluntaiium ruit. Nouitenimin# continens peccate curo adulterium committit: potefl^abflinerefi uult. Peccat igitur uolcDS donecafliduishuiufcemodi deprauatis adionibiTs eo perueniat/ut contrada iam intemperantia etiam fi uelit abfhnerc non poffit/non tamen inui.' tus dicetur peccaffe/quamuis tunc nolit quoniam licuerat a principio/modo uo luiffet in firmum illum intemperantiz habitum non deuenireK^ uaproprer no magis inuituspeccaffe dicetur/q qui fua fponte in quempiam lapidem iaciat de^ inde pOEnitcntiadudusteuocatetfi poffet lapidem : qui per ærem fertur quoni amnoUer hominem ferire. Ferit igitur fi! bene uolens : quoniam initium a fua uoluntatc fuit. Sed hzclatiusapud Ariflotelem in libro de moribus difputata inuenies. Itatp redeo ad zneam : qui ut uides urbem ipfam non ihgredit. Nam qui uitiafpeculanmrnon uniantur interuitia. lllorumuerouimat^ naturam a S)rbilla(^nam eunda edocet dodrina^penitus intelligit. Procul tamen in limi ne Tyfiphonem uidet.ponit igitur furias in limine tartari/de quib^plzra<]p quz a poetis finguntur uelutinotiffima omittam. Plane aurem conflat placuiffe pri (as foiptonbus quicuni^ maiori flagidofeobflrinxetint a furiis uexari t ut in Horcfhs Alcmconifi^ matricidio uidemus. Quo in loco quidnam aliud expri tount furiz : nifi inquietudinem æpotius uexationem quandam turbulentif In.P.Virg.M.AUego. Narorima hxttd uluo quod fe ludia neroonoanaabfolmtur. VtminU cts/ut mdida/ ut d«d<cus/ ut infamiam effugias ; nemo uident : nemo a^ienfc Q uitcftisdtaripolTitadcfttamen Sp& confciennaiquxu “*8«* Sicium rapit. |au.ff.mum tcftimonium dior i comnncjt ^am «jb cod,; U^uenaled.fc ilU flacellai hi fcrpentum moifus quibus fun* nos «agitant. Habes de tun t S aurem Ufcelera. at, V «auilf.ma«iftunt a principio enumexat. Impietatem in S in homincs. Nam et tianiam prolem flurni naulo ante dicebam / confæntix cruciatum dodioreinterpretantu^ ?e enm ueluti Ceuiffmus fcelcrum uindearqux flagitio obnoxujU^ i^ na affiduo nmarur: et dum commilli in mentem dia corrodit /curafm afliduo excitat /nec eefpirandi fpanum ueroK fxioncm tyrannidis exemplar effe uuir/quo Upfura cadenti imminet affimiUs: Nunquam enim fine pe^ione uiuunt. (^uod et Dionyfius ille iyracufanus Uamodi tamilun L illum beanffimum putanti probe oftendit / cum illam ita int« ^s epulas ac pretiofa unguenta coliocaflct /ur umen metu fupta caput equina feta pendentis nulla poffet uoluptate a la. mSlto rnelius\ofcunt h^ines quam detur modo impeni acquirendi fa tasttuitate fciant.Ncc ueto diffiale eft intelligne quid ftbi te ora paratx regifico luxu; cur furiatum maxima luxta ptohil^t contmgæ menfas ; Neq, emm uerius neq, «prelf.us Le potuittqux in eam homines dementiam protrabit/ut cumpluniM^ geffeS/tum maxime fame per, re malint quam congeata fe et pulchre Orarius Tantalo illos comptat / qui apud in miiima aquarum pomotumtp copia fm fame^ torqueatur. Pulchre em am^ illud tCongefiis undiq, Ciccis indormis inhians et tanq^uain SI coceti* j pidi» unquam gaudete ubellis. Magna ptofedo nutn da qw non norunt harum rerum poffelTioncm non propter fe ntef illatum ufum.6 uapropttrbonailia nontede/uulia autem tecteappmus. Sed nimis mulu quando multis iamin locis de auanua diximus /i deliqua uidcamu* : Saxum enim ingens ii uoluum i. Quotum uiu per Itm mam mftriamin eo uerfaturiutCcmpcr ea prtantitamohn “ir ««/qux aut nativam aut fortunam suam confbtuu efficere nequeant i o^el^ eoii« conatus irtiti mefficacefij fint.Rourum uao udus dettndi pendere nmw‘ Kdicuntur.quinibilranonefiiconfilM) ptzuidcnteiinihil P‘“^, deo fe fortunx conimittilnt/ut eius cafibusuelun inter eutyp fludibus ucw affiduo totentur. ne« uittutem ullam habent in quatn ueluu in tutum ttanq him potturo W^tteapoepofli Bu Huiufcemodiigitutu Ut tactchqnaquxpItt r- Liber guaitiu rimi uaria^ fuot edocet Æneam Sybilla / dodum^ flattci ut feiUis «pii> ct admonet: ut punis campos clyfios ingredi poflit. ms igitur Matontm a Platonis dogmate difcedcrc diat. lllc enim cumfummum bonum in di' uinarumtetum cognitione pofuiiretiproptetea^ ccnittctomniuuiuium gr^ nete excellere cum opottæ : qui cum Iit futurus beatus / tamen ab iis in< dpiendum cITc oftcndit qua: Ant in uiu et moribus poliiz. Cum enim dv uioa / quæ puriflima 6i ab omni labe corporea impolluta lunt impurus nr-< mo attingere ualeatt pcrhuiufccmodi uirtutes expiemur neccire cU/ illis ctjita tL uitia cogDolicimust SC cognita abhominamunat puiilliau ndiu i.xlo^ fiia ac immortalia egredi poAumusiHac igitur ratione iinpuilus Maio cum ad tummum bonum perducæ honunem uelitt ira Acnram iiiflicuendum curati ut primo uitia omnia edoceat/ deinde illis cum opiaium ad campos clyAos perducat. Cognita enim uitiorum turpitudine totum odium Boa inepuiquz quidem prima omnino lapientia cft. Audirus cnim ad il« km/cA,ut fiulritia careamus. Sed tu nefcioquid mirabundus tecum animo ooluisiifibuc ipfnm inquit LAVRENT1VS. Stduide.quantum tibi extua diTputationc debeam. Dum cnim mihi planum icddeie Maronem ttnusi id^ efficis eodem tempore in noAri duis diuinum poema induds. Nunc enim demum pcrfpido quid Abi uclit Oanihcs qui piimum ad inferos descendattat^ inde emergens, nullam aliam uiamniA pcrpurgato iialocaadca; Ium inucniat : Made uiitutis adolcfccns inquit liAPTlSTAi qui non ea ib lumquz dicam Si A diffidlia Ant facile acapias. Seu quadam Aaulitudiueou dusinde ad alia accedas/ut cum ilk maximam laudem ex diiigcntiilin<a quadam ingenii atrihd^ plena imitatione alVccutus At : tu quoqi uuuciedio acm laudem mcrcaris.qui bzc omnia/quanquam uebemcutcr dilliuiuJata lint in illo poeta rccognofcas. Ego uero inquit.L. quantum cx huc merear ipfciu« dicabis tqtianquam ueriorne nimio in me amureiaplus noAiutnlioc ingcnk um longe pluru facias/ qua oportet.iliud tamen Si A alicnuni a ptopolito fcf<t mone uideatur/non omittam .Tu autem quod dicam ea laiiunc amc dida ædas ueliin / non ut meum ueluti decretum in tanta icponam / fed ut iudtci' iitntuum quod ego onmium reliquorum ludicioaotcponomcu uerbis elici am • Ego a prima pene puetma cx uiaufqi patentis m Aituio adeo famibate uni uctfum opusAorentim poecz mihi reddidi / ut pauci omnino Ant in eu lod quos ego Aquando illi huiufecmudi oblcdamcntt gciius rcquitcter.t/ non fa« cilc ad uubum exprimerem. Sed quid poteram puer ex um dtumo uacc ptet maa uerba pcteipcre.Nunc autem cum uniuetfum rci argurocniu mciice peu curro tumma admirauone cius uiii ingenium ptofequor.Na oi lu upexe fuo te xendo pauca onuiino Ala de uirgiliaiu teia mutuari uideac ttameii mde oia pe ne Ant.l uiobtcmnuncnd demum inteiligo/quod nos cx Cict-roms peepto Izpenufflcco Lidinus admonete folct cc in aliquo imitadu diligctcm oino u* dooe adhibcnda.Nci^ enim id agendum uri idem funus qui fuut miquos imi tamut.Scd cotum ita iimilcs : ut ipla Amilitudo uix illa quidem neq oiA a do dia iatcUigauit.Sed tu A uidetut ad inceptum tedi. Cum igitut inquit. et la.P .Virg. M. Allcgo. omnibus iam uidis expiatum Æneam ad eamm rerum cognitionem Mato deduAurus elTettqua; in casiis funt noncxlum fed elyfios ampos nominat. Miro profedo ingenio u3tes/& qui eodem tempore et figmento fu o Kuerita tiin(eruiat:Nam& (i apud inferos poetarum more heroas relcgalTct i tamen nt hzc omnia de czio ilium fentire animaduertamus largiorem ztherem: ac fuum folem fua^ fydera illis tribuit / ut cum a figmento nufquam difcedat philofophizumen ucritatem profequatur. Nos autem (i quos uirosilleincz ios reponat diligentius confiderabimusiea omnia quz primo difputationis die de utroi^uitz genere a nobis erporiiafunt acubflime ilium elTe complexum animaduertemus / ut K qui in rerum cognitione reIigiofe/8; qui in adionu bus ac uitaduiliiufte uafati Hnt digni omnino exiftant: qui in czlumuelu« ti in originem fuam redeant i Q_uapropter BC Orpheum Si Mufeum ac reliquos qui cafti fuerunt facerdotes : qui phoebo digna locuti uerum reliquis ape rite potueruntsqui uaharum aitiu inuentioneuitam cxcultiorem reddiderunt tanquam fpeculatores cotnmemorat. Nei^ tamen eosobmittit qui aut piisar< mis aut confilio opera induftriaat audoritate rem publicam dcfendcruntiK in duiliacfocialiuita ueifati funt.Huiufcemodi ita animos ab omni corporea contagione expiatos cum fimplidlfimz 8C omnino incorporez naturas fint: SC maximarum rerum capaces exiftant mullis locorum anguftiis arcuferi ptos nullis regionum terminis inclufos eum animaduettac sed liberrime per omnes mundi oras uagareuideat: ita Mufeum loquentem indudt: ut often. dat nulli e(fe certam domum Quin et cum ita fenoit quz gratia cunumiarmo rum^uiuis fuit quz cura nitentes pafcere equus eadem fequitur tellure repo flos, demonfkat non clTe fcimroemoremeotu quz et divinus Plato t placo, nicus CICERONE de animis noftrisfentit.Cenfent emm adminift ratores terum.p. cum in czium recepti fuerint regendorum hominum curam non deponere. Net^folumii quiiuflepieqt uixerunt eodem audore iifdcm (ludiis detinen. tur corpore exuti t quibus dum uita manebat deledabantur: Verum llagttio. forum quotp animi quoniam multum ex fordibus quibus intta corpora fe fadauerunt/ fecum inde trahunt a prilhnis curis difcederc nequeunt. Vidt« ftis ni fallor longum quidem iter ac difficultatibus erroribufi^ plenum: sed quo tandem uir uirtutis amator finem diu concupitum attigent. Per uari. 05 enimcafus pertot diferimina rerum initaliam tendam s OC in quietas f&. des deuenit Æneas. Quem quidem fi imitabimur nos corporeis pedibus liberati / SC nitido uirtutum fonte irrigari eodem uitz genere SC dum intra hzc corpora uerfabuntur animi nofiri gaudebimus /& cum inde uoiucrint innoftram originem reuerfi zterno zuo fruemur. Q uz cum ita a BAPTi.STA dida fuilTcnt : ut difputationi finem impofuiffe uideretur/nihil polfutn inquit LAVRENTIVS in ram longo fetmone defiderare.Nam a principio ad hunc uf^ locum ita perpetuo tenore difputatio perduda edtut nihil aut inter* niptu/aut diuulfum/aut ptzcipicatu t in quu inter mediu aliquod rclidn omif fum ue fit qri poffu.Sut eni oia mirabili fetie colligata/& eo ordiecotextaiut ni hil inde demi pofTintiquin quz tcliquutur manca fmt futuraiK nihil addi qrf J M M S IJ i J i-S rg.§S l-l 1 t-i t 1 1^4"S fi-lltt quidem 6 ab/it /multopere requlreudu uideat. Ignoscens tamen nimiz cupidi tari no(trz/ri td nunc rcquiram:quod cu uehementer mihi planum reddi cupii idne^badcnusateez porituintclligisnc locuinquo deinceps exponi poflit teKdu uidei: Ezpefiabam enim non modo fufpenfo uerum etiam anxio animo quid tu de iis fenrircsrquz furpiciens Anchifes fuo ordine pandit. T u ueto dum rcbqua inter dirputandum fuis quz^ lods difiribuis/illa no ueluti familiaria io iufteeiedarfcdtanqua aliena rine ulla iniuria czclufa procul a tua difputatione amouifti. Qua propter incertus fum quid agam:Nam ne audeo te longa ora rione defatigatum quicquaprztercarogareme is quz fcire cupio zquo aiu^ mopoilu carere. Hic arridens BAPTISTA meminiife inquit te oportet o Lau miri nos huiufcemodi terminis aniuetram quzfiionem drcurcripiifre : ut quz ambagibus quibufdam/atip allegoriz figmentis obfcurata effent aperienda pro poncremusim autem ea tequins quz fuis uerbis fine ullo figmento enarramr. Ego tamen non ita exada ratione tecum agam/utquodexpado debetur/id fo Ium enumerem t Sed prauerid gratis aliquid in ea hbcraliiatc accedere uolo : Id igitur quod Maro ut Principio czlum ac tenasicampofcp liquentes. Lucentenv ^globum lanzritania^a(ha:Spiritus intus alit : huiufcemodi eri utftoicora de diis opinionem refetat:Longum effe fi nunc omnium antiquorum philosophorum de diis immortalibus sententias referam. Q^uz quidem tam diuetfx ta^ inter fe aduerfz funt/ut totidem pene reperiantur/quot funt eorum qui feri pfciuntcapita: Nonenimfingulzfolumfamilizfingulas fmccrias excogitari. Sed fzpe inter fe eiufdem fedz uiri uehementer de re ipfa diffentiunt. Verum ut reliqua ad przfcnsmiffa faciam et ad ea quz przfenti inquifitioni confentanca funt deucniam: plzri^ ffoicotum:fed przfertim eorum princeps Zeno universum mundi globum mentem et ratione & fummafapientiaprzdita habere æ« didaunt /eam esse ignem quendam purissimum ac tenuimmu. At ueluti ani mi noftri per fui corporis particulas oes diffunduntur/ita illu per oia mundi me bta ueluti geniule femen unde eunda procreantur penetrarciquippe qoi uigot fcmeni^ fit omniu procreandorum. Virgilius igitur qua uis ui reliquis a Platone fuo nunqua difcedat tamc cum uidiffet Chiylippu in eo quem de natura deope limpfic libro Orphei mufd Hefiodi at^ Homeri fabellas ita interpretari ut ide prifcosolim poetas fenliffeconeturoftendereiquod multis pofiea annis (loici fenferuntifbtuithacinreneab iis poetis quorum fimilis effe cupiebat diftiml> Iis putaretur ipse PORTICUM fulcire ac floicis adhauere.Na Platonis longe alia fententia eff. Ponit enim deu penitus incorporeum:at^ extia omnem materia omnem mundum inipfoczlidorfo exiflentem. Qua propteeillu hypcrcof mlon appellatiquoniam eifentia sua supra cxli uerricem mancaticum tamen ui ac providentia nufquam abfit.fed omnia circufpiciens etiam minima curet.In phzdro enim ait. Magnus in czio lupiter citans alatum curtum inccditJ^mua exoinanscunda.Eodem in libro demonftrat locum illum neminem adhuc laudaiTe poetaiummec unquam pro dignitate laudaturum.Q^uaroobrem cum Platonici deum eztta mundum ponantiquibus etiam Ariflotelici alfentiuntutt Stoici aut illu per omne ut dixi mundum diffundat, qs no uiderit Virgilium /i in. P. VIRGILIO (vedasi) W. AII fgo. cutn dcutn quctn in potticu uiderat dcfcriplii Tcnnimorip noftros illius partica bs elfe a Chrjiippo acccpilTe.Cu autem prouidcntiam dci multis in loas prafe quatutinufquara a Phtune difcedit. Non enim idem omnes rendum.Quzras fottaUe quid de mundo sentiat PLATO [PLATONE]. Ccufet quidem animam eu babcrc/a qua reliquorum animantium animz (int. bominum autem animos abeo deo que paulo ante dixi creah:££ ratione exornari uultiCorpus autem atip cacterasoes vires quas praner ratione mia bi seiTefamus bomiiaiabanimo mundi elTe (ai bit.EQ enim lile dei uicatiusicuirjlua uniuetla ueluti fua prouinda denudata Imltai illi uita moturai prxbet/non fuaui autfacultate ledquicquidagitid uelun dei in(humentuagit.Oeclinat igitur paululum de uia Matotat a Pia/ tonefuo discedit. Cum autem dei prouidentiaplunmis locis profcquicuri illi totus adbzret.Non enim idem omnesfentiunt.Sunten:minfortunz qui calt bus omnia ponantiK nullo credat mundum rectore moueti.Q^ua in sententia Leucippum abdaitem/eiufe conduc Oemoctimm: Protagoram quo^S Theodorum ac L’ORTO repenasi^unt itidem qui Andotelem fecuti non ita odofum deu ponauut nibil omnino curare dicant. Illius tamen prouidentia Iu nz orbem dclcenderenoædunti Sunt deni^K tettiiqui fitliuniucifumper tingere illam uelint maxima tamen dutaxat curatr/mininu ucro omnino negli gere opinent. At Piato ut eunda a deo fada putat/ ftc eunda illum curare exifti mau Atipbzcdedeo.Otbeucto quo uiallim animos nodtos ab inferis ad coc pustat inde rurfus ad inferos tranfirefaibit ab academia cftc non negamus: Verum si latius de re buiufccmodi dilTcrendum propofuilTcmusiextant multo diuiniota quz a tato philosopho de aiope corpore difcclTu pferre poiTimustSed difficile oino eff um breui tempore res arduas longa diligende otadone explicandas bisanguftiis includere ltaij quod roluminffat idagamus lnuenies igitur apud Platonicos cu mille annos apud inferos fuciint animi bominn ad corpora illosredireiatijinde uidffim ad inferos remeate.ldi^ totiens facere do nec duodedm anno^ milia tranliednt. Hunc enim orbe perfedu extChmat.Na eo fpado penitus purgari aios CTcduti^ptcrea^ poffe illos tu demu purgatos/in fuam origine et adezicifes fedes reduc: Q_uod iiquis fuerit qui pbilofophiz fe dcdacibuic ta fadiis purgado obumit:ut aceat ei poft tria annopt milia ad fupe ros euolate: Adduc ena fiqs teligiofc oino uixeritieu ante mille annos H purga/ ti/S purgatu (fatim in fua origine redire: Eff prztcrea quemagnu annu appcl/ ]at:quc cuc finiri aedunt cum fol una cu luna ac quin^ reliquis enatilibusffel lis ad eade zodiaci parte rcdieiint. Exado igitur boc tpis circmtu:quc et si vatta sit dodoru de illo uiro ru sententia rex tamen ac triginta millibus annoruconfi ci plzrii^ acdidere.ccafec Plotinus omniu bominu animas ad eunde uitz babi tu rcditutas.Hzcigif'& qualia (int/& quid facicnda/fadleexco libro perapi cs/que nodu expolitu in manibus hic noffet Matfilius habet: nec adhuc edidit. Vciu ego cum apud ipfum inbgbinenffdiueniffcm/cafuin cu incides aperui locof quofdam fuma cum uoluptate percurri. Res omnino magna eff LA V/ tcd/fl( magnis ingcniuinbus ttadata Sprotfus digna in qua labores. Poterit nitn no tolum maxima ac pulcherrima et homini fe ipfum noffc cupiend per quartus aeeelTariatedocercrcdmrummatn quo admirationem rapere. Scnbit enim non phyticcCut plxri solent sed metaphyiicc de animoru noftroru immorta litate/utplane poffit de ea re omnem dubitationem amouere. Quem librum cu Icges/&ha; c quz deMaronereqiuris:&plzra^ alia quz nos paulo antediuinif fima cfle non rumusmentiti/facilec^nofces. Qux quidem res facit ut in iis quzpo (hilafiibre uiorquelles /forta(»fuerim.l^hil tamen eft quod breuitad ^cenfeas. Nam cum ea requireres/quz nullis eius difputationis quam pepige camus cancellis includerentur/poteram illa meo iurefilentio przterire. Itacpid facile fi forte obiidatur diluam. Apud vos vero dodif Timi viri quomodome purgem non invenio.Video enim dum pofiulanti LAVRENTIO nihil d&> ncgo/duplids errati culpam inddifle.Nam quid me aut loquadus fingi poteft/ qui quarto iam die ea eruditifiimis aunbus uefiris inculcare non delinam: quæ quadodrina efiis/uobisqua mihi notiora fint: aut aud adusex cogitari quiim praemeditatus ad differendum de iis rebus accelferim quzado dilfiinis iifdci diuprz meditads uids uix faris eleganter pro sua dignitate explicari folcant. Im mo quid humanius/quid tua fadiitate dignius refpondit Alamanus effid potu Itqua meanobisodofis dilferere quz tamen magnis vehementer cp urgentia bus occupationibus przponere non dubitaremus.Nos autem inquit Petrus ac daiolus uolo enim et pro fratre meo refpondecc ne optare quidem id aulielfe tnuss quod ultro nobis arridens fortuna attulitiut tu tali przditusfapientia at ELOQUENTIA VIR ea deduplid quzftione primis duobus diebus breuiter per. Ipicueiabfoluteip in unum congereresrquz non nili per fummum laborem: (i> mam indufiriamex multis ac uariis fcnptoribus cruipolfunt. Nam Maro nis diligentifiima at^ multiplid dodrina referta interpretatio in qua tertio ac quarto iam die uetfarisitum quia pulcherrima tum quia inaudita accidit no mi nori Ihiporetqua deledationc nos alfecit. Non polfut fatis pro fua dignitate lau dariquzatedidafunt inquit Antonius: Sed utinam Baptifia quoniam reli quamztatem Romzcon fumpfilb hanc tandem fenedutem patriz uel optao ticodonare uei illa tanquaafuociue exigenti corpore uelisutfzpius te de magnis rebus difputantem audientes ciues tui dodiores indies meliorefc reddantur. Verum has ego huius Marci partes ee ducoiTe enim pro ea quz illi tecu intercedit nec clfitudine modo nitat facile in sua sententia tradudurum confido. Quin ifihuc ia diu ago inquit Marcusinec prius defina qua aut ronibus impc' travero aut praecibus ezotnaueto aut defatigando extorfero. Sed ut confido muItum meineateiuuabit LAVRENTll acluliani ingeniu acftudiu. NI cu inultu iam in litteris uter pfeccrit: fitr multatu tetu addifceda^ ardentiffima cupiditasrcu cztera illis et a natura 8C a fortuna adiumeta ad re perficiendam abunde aifintind pariet'' ille diu adolescentibus quos cariflimos habet operam sua desiderari. At q liceat md iqt BAPTIfta ego talib5’adolescentibus ounq deerot Sed furgamus ii/SC qm primo mane uobis e in urbe redeudu.intellexifti cni pau lo an uurcriu publicis Ifis accctfiri quod reliquu diei eft ualimdini ipedamus. Quzftionu Canuldulefiu Cbrifiophori Landini [LANDINO] florentini QuaitifiC ultimi libri Finis. Cum Priuilegio. -Z.sisqfc "Moibc scof. Questo lavoro porta nuovi elementi allo studio delle complesse vicende inerenti i RERVM GESTARVM FRANCISCI SPHORTIAE commentarii di Giovanni Simonetta e il relativo volgarizzamento, la sforziada di L. Nel saggio introduttivo si indagano gli aspetti biografici, storici e filologici riguardanti le due opere, partendo proprio da SIMONETTA, attivo nella cancelleria di SFORZA assieme al piú noto fratello Cicco Simonetta, e ricostruendo la storia testuale dei Commentarii dalle loro origini agli emendamenti eseguiti dall’umanista POZZO in vista dell’editio princeps, senza trascurare le vicende editoriali e le prime reazioni all’opera. Punto di forza dell’analisi è l’aver ritrovato e studiato nel dettaglio il manoscritto originale, nonché esemplare di dedica, dei Commentarii, già noto a SORANZO il secolo scorso quale codice Castelbarco. L’attenzione si sposta quindi da Milano a Firenze, entrando nell’officina testuale di L. per sondare la sforziada dal punto di vista metodologico e contenutistico, con un conseguente particolare riguardo per le vicende successive all’invio del manoscritto di dedica (copiato da Baldinotti) a Milano, dove il testo viene sottoposto dal Simonetta a numerosi interventi visibili ancora oggi. Chiude la parte introduttiva un capitolo che vuole delineare la storia dello sviluppo dei commentarii come genere nel quadro storiografico dalle origini alla fine del Quattrocento. A seguire il lettore troverà l’edizione critica della sforziada in veste integrale, corredata di un approfondito apparato comprensivo degli interventi che ne testimoniano la ricezione a Milano. Grice: “Perhaps more interesting than the fact that he loved the Achilleid, and commented on the Eneide, is that he sold the sforzeide – sull’eroe Milanese, l’invitto Francesco Sforza! Howell in I Medici. Cristoforo Landino. Cristoforo Landino. Grice: “I love Landino; for one he wrote the first Italian philosophical dialogue, “Disputationes” – for another, I love the setting!” Nome compiuto: Cristoforo Landino. Landino. Keywords: dialettica fiorentina – implicatura fiorentina – la Sforziada di Simonetta. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landino” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landucci: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- i misteri del delitto Gentile e le bestie senza stato di Vespucci – la scuola di Sarzana -- filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sarzana). Abstract. Grice: “Every Italian knows of the ‘delitto’ Gentile – but does every Italian – or Oxonian, for that matter – know whence ‘delitto’ comes?” Grice: “The Italian word ‘delitto’ is rooted in Latin and refers to a crime or offense. Etymological explanation. “Delitto” comes from the Latin word ‘DELICTVM”. “DELICTVM” is he neuter singular past participle of the verb ‘DELINQUERE,’ meaning ‘to fail, tbe wanting, fall short, offend.’ The Latin verb ‘delinquere’ combines ‘de,’ an intensive or completive prefix meaning ‘completely,’ with ‘linquere,’ meaning ‘to leave.’ Cognate verbs and lexemes. Several words in both Latin and English share this common root. Latin: delinquo: to transgress, err. Delictum: fault, offense, misdeed, crime, transgression. English: delict: a transgression or offense, particularly in civil law. It can also refer to the branch of law dealing with such offenses. DELINQUENT: one who fails to perform a duty or discharge an obligation; an offender against the law. RELINQUISH: to leave behind, give up, abandon. This word shares the ‘linquere’ root. DERELICT: neglectful of duty, abandoned. This word also shares the ‘linquere’ root. In summary, the Italian ‘delitto’ stems from the Latin ‘delictum, which signifies a failing, offense, or crime. This lineage connects it to English terms like ‘delict,’ and ‘delinquent,’ all stemming from the core idea of failng short or committing a transgression!” Grice came from a milieu where political violence was rare. He had of course fought the Hun with the Royal Navy, but few philosophers were assassinated, as they were in Italy. If many consider Gentile as the ‘greatest living Italian philosopher’ – when he was alive – the ‘misteri del delitto Gentile’ should fascinate any student of philosophy. Keywords: i mistderi del delitto Gentile. Filosofo italiano. Sarzana, La Spezia, Liguria.  Grice: “If I had in Hardie a wonderful mentor to Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si laurea a Pisa con Luporini. Insegna a Firenze. Altri saggi: “Cultura e ideologia in Sanctis” (Milano, Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza); “L’origine della scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la storia” (Firenze, Nuova Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea” (Napoli, Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS),  Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente in Cartesio, Milano, F. Angeli,  I filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista, "Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice: “Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI L. – I MISTERI DEL DELITTO GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68 IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN saggio SULLA DEMENZA SENILE CHE STA ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE DICE: "GRANDEZZA È CIÒ CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE L'ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli per Robinson-la Repubblica  landucci LANDUCCI  Per molto tempo il suo nome è rimasto associato a un grande libro che quando apparve nei primi anni Settanta fu come una meteora, tanto sembrò strano nel panorama delle cose che allora si pubblicavano. Sto parlando de I filosofi e i selvaggi (uscì allora per l' editore Laterza ed è stato ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa da Einaudi). La sua lettura mi colpì allora e mi rimanda all' oggi con i "selvaggi", sempre meno variopinti ed esotici, spinti dalla disperazione ad abbandonare le loro terre martoriate. Il paragone turba L.. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua faccia triste. Sono venuto a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si scusa per il fastidio che mi avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso, gentile ma altresì con un retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è stato allievo di Luporini, ha insegnato all' università di Firenze, subendone, dice, tutti i contraccolpi politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente percepii un generale clima di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità incredibile la facoltà di filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero avanti a passo di carica gli analfabeti, i carichi didattici furono alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho vissuto tremendamente male gli anni dell' insegnamento e decisi per la pensione anticipate. È stato così frustrante il lavoro universitario?  «Lo è stato certamente per uno come me. Mi consideravo, come si diceva allora, un "cane sciolto". Mi stupì constatare che la facoltà si era ridotta a una grande cellula del Pci, su cui si incistò dopo il '68 la contestazione studentesca».  I punti di riferimento furono però due grandi personalità di sinistra: Garin e Luporini.   «Maestri indiscussi. Mi chiedo tuttavia quanto sia stata acuta la loro vista politica. Garin fu il grande interprete di una filosofia come sapere storico, il suo storicismo era totalmente in sintonia con le posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c' era un inquietudine ben maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con le ragioni degli studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo moltissimo, sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il sopravvento. Era lo spirito del tempo. Ne facevo parte anch' io, ma senza tessere o bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi all' Università di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da Luporini. Quali erano i vostri rapporti?  E mio professore a Pisa e con lui mi laureai. Mi affascinava quest' uomo che andò in Germania a occuparsi di esistenzialismo e seguì i corsi di Heidegger». Credo sia stato uno dei pochi italiani a frequentarne i seminari. C' è un episodio rivelatore del rapporto con HEIDEGGER Quando il filosofo tedesco pronuncial il famigerato discorso con cui si insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato da quell' adesione al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò che lascia Friburgo per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che era interessato ai corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico "tanti auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio lupo, così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i dettagli dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche particolare?  « C' è innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe con Gentile, il quale lo chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione di Oscar Kristeller, ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi razziali. GENTILE aiuta Kristeller, come pure tanti antifascisti che si rifugiarono alla Treccani e all' Università, fornendogli soldi e assistenza. Poi chiama Luporini alle due di notte dicendogli di decidere in fretta perché altrimenti sarebbe venuto qualcuno dalla Germania, quasi certamente un insegnante di fede nazista».Questo è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando la situazione precipita. Luporini va a casa di Gentile e lo scongiura di non entrare nella Repubblica Sociale. Gli dice. Professore c' è gente che non aspetta altro per ucciderla. GENTILE aderisce alla Rsi e viene ucciso in un attentato. Si è detto che Luporini conosce i mandanti e gl’esecutori dell' omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa nulla, o almeno nulla di diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal senso, ma credo e il frutto di un fraintendimento. La frase di L. e questa: Cose che forse non si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e frutto di equivoco EQUIVOCO GRICE? Il fatto che accreditasse la versione offerta da Mattei, che sull' argomento cambia più volte opinione. Fino a sostenere che dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI. Mai uno straccio di prova. Credo si sia perfino inventata che fu lei a indicare al commando gappista la figura di GENTILE, che non ha mai conosciuto. Poi c' è la testimonianza della moglie di LUPORINI Maria Bianca Gallinaro, la quale mi disse sconsolata che la storia che Luporini sapesse era solo una leggenda, del tutto infondata». Possibile che non ci fosse un grano di verità?  « La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI e emotivamente coinvolto. Dopo l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo all' ospedale. Il fratello della signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli se vuole vedere per l' ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in fin di vita. Non credo sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo quella dichiarazione radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non pronunciare più quella frase».E lui?  « Non so se fu una mia impressione ma gli lessi negli occhi un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi frequentava?  «Tra le persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO.  Di quest' ultimo divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una certa paura per il modo di fare lezione e interrogare.  «A me, che non sono stato suo scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita ideologica piuttosto travagliata?  « Se allude al passaggio dal fascismo al comunismo non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato il pensiero liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia guidata dal potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma perché non ne poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.  «Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un ambiente che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua famiglia com' era?  « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un impiego modesto. Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre anziano e la mamma che gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio fratello, per paura che lo scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di altri tempi. Anche nel lessico ricordava la belle époque. Invece di autista dice chauffeur, vis à vis a posto di specchio e quando chiedeva l'asciugamano dice passami il Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo e mia madre. Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più di quanto non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU  Dà l' impressione di un uomo provato dalla vita.  Sono molto amareggiato dalla mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di entrare nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato dalla vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata la mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha consentito di vivere».     Non è vero, il suo libro sui " Filosofi e i selvaggi" è un grande libro.  «Non diciamo sciocchezze, troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Diaz. Scriverlo, fu un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo che mi appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del selvaggio e a prenderne le difese.  « Non è il primo, ma in qualche modo rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni, non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà?  «È solo una tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau.  «Fino a un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di Montaigne Hobbes parla di uno "stato di natura".  firenze  FIRENZE Dove tutti si fanno la guerra e dove la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine di questa condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che vengono fatte dei selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente fin dall' antichità si sia servito di questo mito con le peggiori intenzioni?  « È passata l' idea, con qualche eccezione, che fossero troppo diversi da noi per ogni ipotetica assimilazione». Al punto che ancora oggi questa diversità è vissuta come una minaccia di contagio e sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino parlato di "uomo bianco" in pericolo di estinzione.  «Nelle fasi di grave fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto della vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di trionfare. Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce ahimè ai miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna giustificazione al male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la teodicea, mi piacerebbe scriverne uno sulla demenza senile che sta attanagliando l' Occidente.  Ma non credo di averne più la forza. Mi resta questa infelicità che è come un che sovrasta le mie parole che non so più maneggiare con delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal vecchio Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non siamo". Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio ancora, dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the ‘barbarian’. It all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake philosophical position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy, and they have no state! Vespucci moe or less thought the same, but for different reasons. Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a savage!” – Nome compiuto: Landucci. Keywords: i misteri del delitto Gentile. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lalla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella selezione sessuale di Nerone, il musicista – filosofia friuliana – la scuola di Trieste -- filosofia triestina – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste). Abstract. Grice: “Use ‘God as exegetical device,’ I wrote to myself. I would not utter these things in public, seeing that Oxford – and Bologna, before her – was so LAICA, as the Italians put it!” “But note that if I had written ‘use ‘Nature’ as exegetical device, Darwin would have been amused – even if Quen Victoria would not!” -- Grice’s pirotological project may be deemed ‘evolutionary’ in that it’s aimed at identifying those features in a pirot’s behaviour that promote the survival of the members of the pirot’s species. Simillarly with Lalla. Keywords: evolution. FIlosofo italiano. Trieste, Friulia Venezia Giulia -- Grice: “I have been called a Darwinist, which offended de Lalla!” -- Figlio unico di Achille de Lalla  e Anna Millul.  Il padre, nato a Napoli da famiglia originaria di Tolve, aveva intrapreso la carrriera militare, giungendo a ricoprire il grado di Tenente colonnello dell'esercito e congedandosi con il grado di Generale dell'esercito. Prese parte alla Prima guerra mondiale nonché alla Seconda guerra mondiale, dove rimase ferito alla spalla destra in Russia. Fu in seguito Dirigente dell'Istituto per la Ricostruzione Industrial. Achille de Lalla era figlio di Ludovico e di Maria Buonomo, figlia a sua volta di Alfonso Buonomo, compositore e musicista napoletano di fama.  La madre Anna Millul era nata a Roma in una famiglia ebrea originaria di Livorno. Si laurea, allievo di Kalinowski di cui traduce in italiano il saggio "Interpretazione giuridica e logica delle proposizioni normative".  Scappa a Parigi, prendendo parte al Maggio. Tuttavia, fu tra i primi ad intuire che il Partito Comunista francese non aveva alcuna seria intenzione politica di sostenere la Contestazione e, in anticipo sul fallimento dell'iniziativa giovanile, lascia la Francia rientrando in Italia deluso. Studioso di Evoluzionismo e Politologia, e è proprio sulle sue teorie sull'Evoluzione umana e sul pensiero di Darwin che scrive l'opera “La selezione sessuale”. Insegna a Siena e Napoli. A testimonianza del grande successo che riscuotevano i suoi corsi universitari, rimane la petizione indetta dagli studenti affinché il Senato Accademico li prorogasse per un biennio.  Gl’ultimi anni Ritiratosi a vita privata, muore a Napoli nella tarda serata del 25 settembre  d'infarto mentre attende alla redazione della sua ultima opera. Est Deus in nobis Contributo alla Nuova Evangelizzazione e, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto costituire il completamento della trilogia iniziata con Evoluzione e proseguita con La Comunità Democratica.Convinto assertore della superiorità del Diritto pubblico rispetto a quello privato, si è sempre posto a tutela delle prerogative statuali.  Convinto assertore dei rischi della dilagante esterofilia in campo politico e fondamentalmente euroscettico negli ultimi anni di riavvicinamento al cattolicesimo, ideò un progetto di edificazione di un nuovo partito politico che, nelle sue teorizzazioni avrebbe assunto il nome di PARTITO CRISTIANO COMUNITARIO (DEMOCRATICO) ITALIANO PCC(D)I.  Saggi: “Il concetto legislativo di azione penale” (Jovene, Napoli); “La scelta del rito istruttorio” ( Jovene, Napoli); “Logica della prove penale” (Jovene Napoli); “La pena militare” (Jovene, Napoli); “Topografia politica della repubblica” (Scientifiche, Napoli); “Il completamento istruttorio del giudice nelle indagini preliminari in "Riv. it. dir. e proc. pen."); “Evoluzione,” “Darwin e la selezione sessuale” (Salerno, Roma); “ Selezione sessuale” (Scientifiche, Napoli); “La comunità democratica: idee per una politica nuova” (Guida, Napoli) – concetto di KRATOS --“Comunitarismo” (Guida, Napoli); “Nerone, o Musica nella antica Roma”  (Guida, Napoli); “Composizioni musicali Per pianoforte Sonata n.° 1 Suite "italiana" Sonata n.° 2 Sonata n.° 3 "napoletana" Musica da camera Sonata per violino e violoncello Sonata per violino e pianoforte Sonata per violini, viola e violoncello Note  de Lalla F., Una famiglia borghese, Ed. Ibiskos   de Lalla F., in "Il foro penale" ilcambiamento,// ilcambiamento/ articoli/ evoluzione_2_ darwin_de_ lalla_millul. ateneapoli,// ateneapoli/news/ archivio-storico/ reintegro-del-prof-de-lalla-il-consiglio- di-facolta--si-esprime- negativamente.  petizioni.com/ petizione _pro_prof_paolo de_lalla. Grice: “When I hear that a philosopher has written yet another trattarello on the filosofia della musica, I always thought not of Orpheus and his lute, but of NERO and his lyre!” – Nome compiuto: Paolo de Lalla Millul. Paolo de Lalla. Lalla. Keywords: evolutionary, sexual selection, Nerone, filosofia della musica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lalla” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia: Grice e Lanzalone: il pirotese e i pirotesi (Vallo della Lucania). Vallo della Lucania. M. Salerno. Filosofo italiano. Abstract: H. P. Grice: “There is in fact not just ONE pirotese, but one PIROTESE for each SORT of pirot!” -- Tomba di L. conservata nel cimitero di Salerno. -- è stato un poeta, critico letterario e scrittore italiano. È discepolo prediletto di SANCTIS (vedasi) e di SETTEMBRINI (vedasi). SANCTIS (vedasi), dopo aver letto una raccolta di poesie del suo allievo, gli predice, pubblicamente, nell'aula Universitaria colma di discepoli, un importante futuro letterario. Ha fitti rapporti umanistici con CROCE (vedasi) con il quale non condivide i pensieri filosofici, tanto da scrivere e pubblicare l'"Anti-Croce” dove contrappone il proprio principio de “La morale nell'arte” all’“Arte per l'Arte” del filosofo nativo di Pescasseroli -- che, nonostante l'antagonismo filosofico aveva grande stima per L.. I suoi scritti ottennero notevoli riconoscimenti dai più importanti uomini di cultura del tempo come Fogazzaro, Graf, Martini, Ada Negri, ed altri con cui scambiava pareri filosofici, scritti letterari e raccolte di poesie. Laureato, venne chiamato ad insegnare nella cattedra d'italiano, presso il Liceo classico Ennio Quirino Visconti di Roma. Al rientro nella sua Salerno fonda il convitto-scuola “Settembrini”, che volle intitolare al suo maestro di studi. Fonda, inoltre, tre riviste letterarie: “Stella Polare”, “Settembrini” e “Arte e Morale”. Proprio con “Arte e Morale” si costituì intorno a L. un'importante scuola di pensiero ispirata al concetto d’ALIGHIERI (vedasi) «nostr'arte a Dio quasi è nepote» a cui aderirono oltre duecento personalità di varie parti d'Italia, tra questi: Nicola, Giacomo, Ovidio ed Hoepli. Molti sono gl’estimatori del L. scrittore, poeta, polemista e critico. Tra le opere di L.: “L'anti-futurista”, “Versi borghesi”, “Fior di spini”, “L'arte voluttuosa” (con prefazione del critico letterario Brunetière), “Idilli cilentani”, “Il cuculo”,”Echi leopardiani”, “Il suicidio della guerra”, “Accenni di critica” nella cui lettera di presentazione Gubernatis paragona L. a Baretti, augurandosi che L. «continui a levare la voce seguitando il suo ufficio di nobile ed efficace Aristarco, per iscoprire coraggiosamente il bene ed il male che scorge nella nostra letteratura contemporanea. A Salerno dove L. opera e vive, gli è stata dedicata una scuola Media Statale ed una strada del centro cittadino. Riposa in questa città dove è sepolto nel recinto degli uomini illustri del cimitero cittadino. Tributi di estimazione che sono state testimonianze di fede nei valori morali e spirituali che L. indica, in modo particolare ai giovani, quali ideali a cui ispirarsi, poiché, le virtù dello spirito sono l'essenza stessa della vita. Questo pensiero indirizza ai suoi discepoli ed a tutti i giovani. Se volete essere belli, siate buoni. L'abito dei buoni pensieri, dei gentili e alti sentimenti, delle nobili azioni, dei generosi ideali stampa le sue orme sul vostro viso e sui vostri atteggiamenti, e li adorna di grazia e simpatia. Resta inspiegabile come L. (le cui opere sono reperibili, praticamente nella quasi totalità delle biblioteche pubbliche italiane --, sia presente nella Grande Enciclopedia Spagnola che gli ha dedicato una biografia mentre non viene riscontrata alcuna citazione nella Enciclopedia Treccani che è, attualmente, la più grande opera enciclopedica italiana.  Il rapporto con Croce Nel corso delle polemiche filosofiche con Croce, L. ricevette da Croce una lettera in cui era detto:  «Caro L., tu somigli con le tue teorie morali a Don Chisciotte, che combatteva contro i mulini a vento; e pure i Don Chisciotte mi piacciono -- Lettera a L. da Croce. L. di rimando, gli scrisse: Caro Croce, TU CON I TUOI FILOSOFEMI somigli a Don Ferrante; e pure i Don Ferrante mi piacciono -- Lettera a Croce da L.  Molti sono gli scritti che L. lascia; raccolte di poesia, trattati di letteratura ed altro.  Voci correlate Benedetto Croce Francesco De Sanctis Luigi Settembrini Salerno Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Giovanni Lanzalone Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Giovanni Lanzalone Collegamenti esterni Opere di Giovanni Lanzalone, su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di Giovanni Lanzalone, su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata Giovanni Lanzalone su Internet Archive Portale Biografie   Portale Letteratura Categorie: Poeti italiani del XX secoloCritici letterari italiani del XX secoloScrittori italiani del XX secoloNati nel 1852Morti nel 1936Nati il 21 febbraioMorti il 12 maggioNati a Vallo della LucaniaMorti a Salerno[altre]VERSO LA LINGUA UNIVERSALE. I tentativi, più o meno ingegnosi, di creare, artificialmente, una lingua universale, sono tutti destinati a fallire miseramente; come è già avvenuto del tcolapuk, dell’esperanto – ma non del ‘deutero-esperanto’ di H. P. Grice --, e come fatalmente avverrà di qualunque tentativo simile. Non s’otterrà altro, per tal via, che accrescere la confusione di Babele, aggiungendo lingue artificiali alle mille naturali già esistenti -- le quali lingue artificiali, non che raggiungere l’universalità, non raggiungeranno mai, neppure alla lontana, la diffusione delle naturali. Una lingua – come la lingua italiana -- è un organismo vivo: e finché l’uomo non scoprirà la chiave della vita, finché lo scienziato non arriverà, a forza di alambicchi e di storte, a costruire l’homunculus, neppure alcun filologo arriverà a fabbricare una lingua che non sia morta prima di nascere. Lingua artificiale è una contraddizione in termini. Una lingua, parlato e inteso da tutta la gran famiglia umana, è una magnifica utopia. Anzi è parte di un’utopia assai più magnifica e vasta, verso cui tutte le crescenti energie della civiltà tendono con moto sempre più ampio e accelerato: l’affratellamento di tutti i popoli della terra – H. P. Grice: “My brotherhood of pirots”. Giacché nulla stringe l’uomo all’uomo quanto LA PAROLA – in lingua latina, PARABOLA --, sola per cui un’anima si effonde in un’ALTRA anima – H. P. Grice: My dyad. Ma se una lingua comune a tutte le nazioni è un’utopia, ciò non vuol dire che sia un’ utopia inattuabile. Molte cose che oggi chiamiamo utopie, ideali inafferrabili, non sono che la realtà presentita di lontani o lontanissimi domani, alla quale noi ci avviciniamo con moto più o meno lento e progressivo. E se dalle famiglie nacquero le tribù, e da queste le città, i popoli, gli stati, le federazioni di stati, e in ultimo nascerà la federazione di tutti gli stati del mondo, e se dai singoli e rozzi dialetti nacquero le gloriose lingue nazionali e letterarie, parlate da milioni di uomini; non si vede perchè dalle lingue nazionali non debba nascere, quando i tempi saranno maturi, la lingua universale, sublime vincolo di fratellanza fra tutti i popoli, grandiosa espressione della gran coscienza umana. Le lingue esistenti non saranno che i dialetti – H. P. Grice: “Lanzalone means ‘idiolect,’ but the expression hadn’t been coined yet!” -- di questa grande lingua dell’avvenire. Ma ciò non avverrà per opera di filologi. O per dir meglio, avverrà anche per opera loro; ma non debbono essi pretendere di anticipare, con un colpo di bacchetta magica, ciò che sarà frutto del lavorio dei secoli, nè di violentare i metodi della natura e della storia con misere costruzioni artificiali. Nelle cose della vita, l’uomo, studiando bene le energie naturali e sociali, può modificare, secondare e accelerare l’evoluzione progressiva, ma non sopprimerla, nè violentarla artificialmente; come, comprendendo sempre meglio le forze naturali del vapore e dell’elettrico, l’uomo se ne serve sempre meglio per i suoi fini e suoi comodi, ma non avrebbe potuto mai, nè potrebbe mai, creare o sopprimere il vapore o l’elettrico. Per evoluzione progressiva, ripeto, la lingua universale nascerà dalle lingue particolari; come queste nacquero dai dialetti. Il che però non significa che il glorioso avvento della lingua universale non possa essere ritardato o accelerato dalle volontà umane: giacché anche la volontà umana è una magnifica forza destinata a sempre maggiore sviluppo, la quale si oppone ad altre forze, o coopera con esse. Soppresse, o quasi, le distanze, per virtù delle ferrovie, dei piroscafi, dei telegrafi, dei telefoni, dei palloni dirigibili e degli areoplani, dei commerci sempre piu frequenti e rapidi, delle alleanze, dei giornali, dei continui scambi letterari ed artistici, anche il cuore d’un popolo batterà più vicino al cuore d’un altro popolo, e il pensiero splenderà più vicino al pensiero, e anche le lingue, che esprimono il cuore e il pensiero dei popoli, attenueranno a poco a poco le loro dissomiglianze, e si sentiranno sorelle, perchè saranno quasi corpi di anime sorelle. Ma non possono i filologi, i letterati, gli scrittori, co-operare a questo lavorio d’evoluzione linguistica, da cui sorgerà la futura lingua, possente espressione del cuore e del pensiero di tutta l’umanità? Certamente si. Come vivono e si trasformano i corpi viventi? Per assimilazione ed eliminazione di molecole. Così anche le lingue. Le molecole delle lingue sono le parole. Ora non è oggi evidente in tutte le lingue dei popoli civili la tendenza ad assorbire un sempre maggior numero di molecole simili, cioè di parole comuni? Se cresce con la civiltà la comunanza dei bisogni, dei sentimenti, dei pensieri, non può non crescere, parallelamente, la comunanza dere espressioni. Le scienze hanno già una lingua quasi identica presso tutti i popoli della cultura. L’ITALIA HA PRESTATO AGL’ALTRI POPOLI MOLTI TERMINI DI MUSICA – H. P. Grice: And I am a pianist – in tempo (speed), accelerando (accel.), adagio, allegro, andante, largo, moderato, presto, ritardando (rit.), vivace; dynamics (volume) crescendo (cresc), decrescendo (decresc), diminuendo (dim.), forte (f.)fortissimo (ff), mezzo forte (mf) mezzo piano (mp), pianissimo (pp), piano (p) sforzando (sfz) – expression and mood: cantabile, dolce, esptressiveo (espr) maestoso, rubato, scherzando, sostenuto, tranquillo – ARTICULATION: arpeggio, legato, pizzicato, staccato, tenuto, tutti – Structure and form: a cappella, aria, concerto, da capo (d. C.), fine, fermata, libretto, solo, sonata – VOCAL PARTS: alto, soprano, tenor – GENERAL TERMS: a tempo, ad libitum (ad lib.), maestro, tempo, virtuoso --. La Francia distribuisce al mondo civile le denominazioni dei nuovi oggetti di moda. L’Inghilterra ha date tante parole per le nuove invenzioni. I popoli, che producono più cose utili e più pensiero, sono quelli che più infiltrano molecole nuove negli altri organismi linguistici. Ecco, sotto i nostri occhi, rivelarsi la vera evoluzione verso la lingua universale, che non può essere creata se non dalla coscienza universale evoluta. Si calmino i puristi. Come la gran coscienza umana non sopprimerà, ma disciplinerà le coscienze nazionali, nè queste sop presserò mai le coscienze regionali e iudivk^jiali ; come le grandi lingue nazionali non hanno mai aboliti gl’idiomi particolari; così anche la lingua universale non farà sparire le particolari fisonomie delle lingue nazionali. Essa sarà lo splendido fiore di tutte le lingue: sarà costituita, come già il volgare illustre, da ciò che in ciascuna Ungila appare e in nessuna riposa. Che importano le misere quistioni di purismo davanti al luminoso ideale, di preparare una lingua, che sia l’espressione della fratellanza di tutti gli uomini? Sport, telegrafo, tramvay, fonografo, cinematografo, debutto, hangar, réclame, flirt, e tante altre parole, sono ormai molecole linguistiche penetrate nell’uso di tutti i popoli più o meno inciviliti; e il numero di queste molecole comuni diverrà sempre più grande. Ad accrescerne il numero e la diffusione co-operino filologi e scrittori, se vogliono spianare la via alla formazione e al trionfo della lingua universale. Questi vocaboli comuni a più lingue non sono barbarismi ma cicilismi. Si consolino i puristi. Invece di attaccarsi ai nudi vocaboli, si sforzino di dare alle altre nazioni pensieri e prodotti nuovi. Così daranno essi anche i vocaboli nuovi; e sarà gloria della loro nazione e della loro lingua. Ecco il nuovo campo del vero patriottismo linguistico. Esiste già un corredo di vocaboli, che possono dirsi inter-nazionali. Un vocabolario inter-nazionale, che li raccogliesse tutti, registrando anche (pelli comuni a tre o quattro lingue, riuscirebbe, credo, utilissimo ; e i vocaboli comuni a tre o quattro lingue potrebbero così, per opera di scrittori e giornalisti, diffondersi a tutte. A diminuire la distanza dall’anima d’un popolo a quella dei popoli fratelli, assai gioverebbe che ciascun popolo, mediante frequenti congressi di letterati e scrittori, si adoperasse a semplificare la propria scrittura, e renderla, quanto più fosse possibile, diretta e facile espressione grafica della pronunzia. Così l’apprendimento d’una lingua sarebbe facilitato a nazionali e a stranieri con immenso vantaggio generale. Questo potrebbe aprire la via a congressi filologici mondiali, che mirassero a dare a tutti i popoli un alfabeto unico. Che gran festa di trionfo per il genere umano il giorno che si ottenesse questo! Quanto sciupo di forze mentali evitato! Che accrescimento nella facilità delle comunicazioni! Che passo gigantesco verso la lingua universale e la pace universale! Il combinare studiate morfologie artificiali, gli è come un costruire appariscenti fiori di carta o di seta, belli ma senza vita. Coltiviamo invece ifc fiore vivo, con quelle amorose cure che la natura, sempre meglio intesa dall’uomo, ci suggerisce ; e otterremo meravigliosi effetti, affrettando e migliorando durevolmente il cammino dell’evoluzione. E nient 7 altro si può fare, almeno in linea provvisoria? Se si riuscisse a stabilire ciò che già si è tentato in qualche recente congresso, cioè adottare nelle relazioni in*emozionali una delle lingue vite, sarebbe certamente questo un belPavviamento verso la soluzione definitiva del problema. Tutti i numeri per questo alto ufficio avrebbe con sè la lingua inglese, già diffusa in tanti paesi del mondo, se non fosse di ostacolo l’enorme difficoltà d 7 impararne la scrittura e la pronunzia, troppo fra loro lontane; nè il riavvicinarle è agevole impresa. Quasi la stessa difficoltà sussiste per la lingua francese. Moltissime simpatie e i migliori vantaggi offrirebbe l’italiana: ma è troppo difficile che le altre nazioni vogliano riconoscere questo primato all’Italia. E, in generale, la gelosia fra le nazioni sarà il più grande ostacolo, quasi invincibile, alla scelta d’una lingua viva come lingua inter-nazionale. Si parlò anche del latino. E questa, secondo me, sarebbe la migliore soluzione provvisoria; perchè la lingua latina eviterebbe la gelosia, ed è già, si può dire, lingua mondiale, stante che, in qualunque parte del mondo civile, chi sappia la lingua latina ha un mezzo di farsi intendere dalla gente colta. Capisco, che il voler esprimere il pensiero moderno, così complesso e ricco, con una lingua di circa duemila anni fa, e quindi relativamente povera, gli è appunto COME IL VOLER VESTIRE UN UOMO ADULTO COI PANNI DI QUAND’ERA BAMBINO. Ma qui non si tratterebbe di tornare alla lingua latina di SALLUSTIO (vedasi) e di CICERONE (vedasi). Si tratterebbe d’una lingua latina, sgombro di tutti gl’antichi impacci sintattici, e arricchito di tutti i neologismi necessarii ; d 7 una lingua latina ri-modernata, resa quasi lingua viva, capace quindi di assorbimento e d’eliminazione. Il mio antico maestro a Napoli, MIRABELLI (vedasi), nella sua elegantissima Petreide T per indicare il cannone, usa un’ ingegnosissima perifrasi di otto esametri -- oh il tempo è moneta! Ma la nuova lingua latina inter-nazionale non si farebbe alcuno scrupolo di ammettere nel suo dizionario: canno, onis; telegrafus, ecc. Parrebbe goffo a principio; ma potrebbe, col tempo e coll’uso, acquistare una sveltezza e un’eleganza a sè, come la stessa lingua latina antica dalle goffaggini di PACUVIO (vedasi) ed ENNIO (vedasi), arriva alle squisitezze di LIVIO (vedasi) e di VIRGILIO (vedasi), e come s’osserva nello svolgimento d’ogni idioma giunto a cultura letteraria. Ma prima di finire, io voglio proporre, ai pazienti e ingegnosi ricercatori di nuovi schemi linguistici artificiali, una mia idea, la quale, se potesse svolgersi e attuarsi, segnerebbe una grande conquista della cultura universale. Non potrebbero tutte le lingue, rimanendo pure come sono, avere per ciascuna loro parola un’ unica comune espressione grafica? Non potrebbe crearsi ima lingua scritta, che fosse letta da ogni popolo in modo diverso secondo la lingua propria? Una scrittura insomma che NON ESPRIMESSE IL SUONO – cf. H. P. Grice: ‘soot’ and ‘suit’ --, ma l’IDEA, la cosa, che ogni lingua speciale tradurrebbe nei propri suoni? Si rinnoverebbe, in altro modo, il miracolo che gl’apostoli fecero per opera dello spirito santo: Come la luce rapida Piove di cosa in cosa E i color varii suscita Ovunque si riposa, Tal risonò molteplice La voce dello Spiro; L'arabo, il Parto il Siro In suo sermon l’udì. Si avrebbe una lingua scritta universale, espressione grafica unica di tutte le più svariate lingue parlate. Recherò qualche esempio. Il segno “.” è da un italiano letto “punto,” da un francese “point,” da uno spagnuolo “punto,” da un inglese “point,” da un tedesco “punkt,” e cosi da ogni popolo nel suono della sua lingua. Dunque è possibile esprimere con un segno unico un’idea espressa in varii suoni. Ora, dato il segno del nome punto, si può stabilire, per esempio, che un accento acuto sul segno esprima l’aggettivo da esso derivato. Quindi scrivendo/leggo: puntuto; un accento grave esprima l’avverbio; quindi il segno '. si leggerebbe : a foggia di punto, o simili; un accento circonflesso posto sul segno esprimerebbe il verbo: quindi ? significherebbe “punteggiare.” Insomma, bisognerebbe stabilire segni speciali per certi nomi ; tutti i loro derivati, nomi, verbi, aggettivi, avverbi, segnarli con un sistema unico e identico. Mettiamo che il segno “o” significhi “pane.” Il segno “ó” significherebbe “panificare,” il segno o significherebbe il luogo dove si fa il pane, “panificio;” il segno “-o” la persona che fa il pane, “panettiere”; un punto a destra del circonflesso (indicante, come si è detto, il verbo), <5* potrebbe indicare nome derivato dal verbo: “panificazione.”Il segno v , posto sul segno della parola, indicherebbe nome astratto – H. P. Grice: horseness. E così di seguito. Poniamo che il segno “~” significhi onda; avremo: * — “ondoso” « = “ondosamente” 2 “ondeggiare” - • ” “ondeggiamento” ~ = luogo che ondeggia, “mare” — ciò che fa le onde, “tempesta” x — “ondosità”. Le parole comuni a tutte o a molte lingue, e i nomi propri, si scriverebbero, per semplificare, tali e quali. Non si giungerà, per tal via, a esprimere tutte le sfumature del pensiero e del sentimento: ma certo si giungerà a intendersi e a farsi intendere, da straniero a straniero: il che è ciò che preme sopratutto. L’impresa è ardua, ma non impossibile, se ci si metta un filologo poliglotta di genio e di pazienza. Si può ottenere così una vera steno-grafia poli-glottica, anzi pan-glottica, una chiave che tutti i popoli della cultura saprebbero usare; e, in attesa della lingua parlata universale, si avrebbe un vocabolario grafico universale, che chi lo studiasse e conoscesse potrebbe farsi comprendere da tutti gli uomini colti della terra. Io getto un seme. Chi sa che non cada in terreno fecondo e germogli e cresca in pianta rigogliosa? H. P. Grice: “I will introduce two operators: one for Willing, one for Juding. I will introduce two variables: one for utterer, one for addressee. This gives us the following combinations: optative, self-exhoration, self-information, etc. The system is ideo-graphic, alla Wilkins and L. – My system G introduces operators which are ‘universal’ in that one shouldn’t bother to look for counterparts in the vernacular: ‘ /\ indicates ‘and,’ French ‘et,’ German ‘und’ – regardeless of the different etymologies: German ‘und’ means ‘anti’!” -- Nome compiuto: Giovanni Lanzalone.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Latini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e Cicerone -- implicatura – filosofia toscana – la scuola di firenze – filosofia fiorentina – scuola fiorentina --  filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “Italian phonology, Italians tell me, seems to be easier – or more complex (according to what source you are consulting) than English. Take Lat-, this gives Latin, and Latin-i, the name of the philosopher – but the natural development would involve the disappearance of the ‘t’ sound or rather its transformation into the ‘z’ sound as in Lazio!” The distinction in pronunciation of the ‘t’ sound in Italian, where it is retained in names like Brunetto Latini, but appears as /ts/ or /dz/ in other words, is rooted in the evolution of the Italian language from Latin. Here’s why. Palatalisation of Latin /t/ before /i/. The most significant factor in the development of the /z/ sound in Italian – as in ‘Speranza’ – is the palatalization of the Latin sequence /ti/ -- sperantia --, where /i/ is a glide sound like the /y/ in ‘yes’. In words where this sequence occurred, such as ‘sperantia’ (hope), the /t/ sound, when followed by the /i/, shifted its articulation point towards the palate, eventually evolving into the affricate /ts/ (or /dz/ depending on the voicing of the preceding consonant). Thus ‘sperantia’ becomes ‘speranza.’ Latin loandwords with /dz/. Latin itself had a /dz/ sound in words borrowed from Greek, and this sound was initially represented by the letter /z/. As Italian developed, the existing ‘z’ sound (derived from Latin /ti/ and this borrowed ‘dz’ were both represented by the letter ‘z’, creating a situation where ‘z’ could represent both sounds depending on the word’s origin. Retention of /t/ in other cases. The simple /t/ sound in Latin, not followed by a palatalizing environment like the /i/ in the above example, generally remained as /t/ in Italian. This is the csea in surnames like Brunetto Latini, where the /t/ was not part of a cluster that underwent palatalization. In essence, the Italian language underwent sound changes where certain Latin consonant clusters and sequences evolved into the affricates /ts/ and /dz/, while other consonnts remained unchanged, leading to the co-existence of the /t/ and /z/ (representing /ts/ or /dz/) sounds in the language.” Some of us were gladly disposed when Leech started to refer to Grice’s oeuvre as falling within what Leech called the ‘conversational rhetoric.’ The tag of ‘rhetoric’ is exactly what Grice is APPLYING to the philosophical discourse of his time – notably Austin, but also his early self. When in his Prolegomena to Logic and Conversation he sets suspect examples of his manoeuvre he lists his own “Causal Theory of Perception.” Latini was similarly concerned with those aspects of the ‘significato’ that included either the dictive content itself, or what Latini calls the ‘insinuazione,’ which is none other than the implicature. Rhetoric was a mandatory topic at Oxford, springing from Bologna. Kewyords: Grice, Latini, rettorica conversazionale. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “Latini reminds me of Hardie; he was Aligheri’s mentor; Hardie mine!” -- Grice: “People say it all starts with Alighieri; but the real ‘filosofo’ behind Alighieri surely is Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’ ‘Aristotele,’ and the rest of them.” «Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde» (Divina Commedia). Figlio di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente ad una nobile famiglia. Le fonti storiche e una serie di documenti autografi testimoniano la sua attiva partecipazione alla vita politica di Firenze. Come egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di Alfonso X per richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia, la notizia della vittoria dei ghibellini a Montaperti lo costrinse all'esilio in Francia. I cambiamenti politici conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento sconsentirono il suo ritorno in Italia. Fu risarcito del torto subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed onorato dai suoi concittadini. La sua influenza divenne tale che a partire si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico importante al quale non abbia preso parte. Contribuì notevolmente alla riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace di Latino". PPresiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si fa frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono. Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona. L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto” è presente già nei manoscritti più antichi, presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”. Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia, Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola. Il primo libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia, geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù, attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il romano Publio Vegezio e Cicerone. Altre opera: è inoltre autore di un altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss, Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal "Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni” (Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti, Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo, La tradizione dei volgarizzamenti toscani del Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del volgarizzamento toscano. La colonna posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio et fratelli da Sabbio, ad instanza di N. Garanta et Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I. Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche: Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari, Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op Varese, L. Frati, Brunetto Latini speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini, Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV dell'Inferno dantesco"). Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura", Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi, Longo, Ravenna; "Representations", R. Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal, su florin.ms. G. Orto, L.. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto da: Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Milano, Concordanze del libro del Tesoretto, su classicis tranieri, Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe Chabaille, Paris M. Giacomelli.  Letterato e uomo politico fiorentino, protagonista di uno dei più interessanti episodi dell'Inferno (terzo girone del VII cerchio, ove sono puniti i violenti contro Dio, la natura e l'arte, If XV 22-124).  Figlio di Bonaccorso di Latino (originario de La Lastra, " imperiali auctoritate iudex et notarius "), " Burnetto " (questa la forma prevalente nei documenti e attestata dalle soscrizioni autografe) nacque probabilmente nel terzo decennio del sec. XIII. Dal padre (morto nel 1280: ne restano versi in onore di s. Bonaventura e lettere in ben clausolato latino) certo apprese gramatica e retorica, per poi essere avviato al notariato. Ebbe un fratello (Latino Bonaccorsi, in atti fra il 1278 e il 1295); ebbe moglie, avendone tre figlioli. Fu guelfo militante, notaro, ambasciatore, magistrato: e insieme retore e filosofo e institutore e divulgatore, nella Firenze duecentesca, della nuova cultura retorica (che intorno la metà del secolo veniva attingendo le antiche fonti, riducendo ad esempio in volgare - si rammenti fra Guidotto da Bologna - la Rhetorica ad Herennium) nonché di un rinnovato enciclopedismo (fondato su elementi culturali transalpini) e di un umanesimo tutto ‛ civile ', che muove non solo da Aristotele ma da un preciso filone di pensiero stoico divulgato attraverso il Moralium dogma philosophorum e testi similari.  Questa funzione idealmente superiore (di divulgatore e moderatore) di Brunetto è benissimo caratterizzata, in un passo notissimo della sua Cronica (VIII 10), da Giovanni Villani: il quale, dopo averlo definito " gran filosofo... sommo maestro in rettorica, tanto in bene saper dire come in bene dittare... dittatore del nostro Comune ", lo elogia quale " cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica ". E in effetti, la figura di Brunetto uomo politico e retore fu una delle più rappresentative della Firenze di quegli anni e di quel secolo. Notaio fin dal 1254; estensore (secondo il Davidsohn e il Maggini, La " Rettorica " italiana di B.L., p. 61) nell'ottobre 1258 dell'elegante e insieme pungente replica al comune di Pavia, che iratamente protestava per l'esecuzione capitale del filo-ghibellino abate di Vallombrosa Tesauro Beccaria (cfr. If XXXII 119-120); " Antianorum scriba " nell'ottobre 1259; l'anno seguente " sindaco " (cioè consulente) del comune di Montevarchi, poi, nell'estate, ambasciatore di quello fiorentino presso Alfonso X di Castiglia (el Sabio) a chiedergli aiuti contro Manfredi, fu sorpreso, durante tale viaggio, dalla rotta di Montaperti (4 settembre 1260) e si fermò in Francia. Ivi raggiunto da una commossa e risentita epistola paterna (densa d'informazioni, presagi, preoccupazioni) che lo ragguagliava sul rivolgimento avvenuto in città, Brunetto restò oltralpe, attendendo, per vivere, alla sua professione di notaio, particolarmente dei Fiorentini fuorusciti e mercanti (esistono atti da lui rogati alla fiera mercantile di Arras il 15 settembre 1263, a Parigi il 26 successivo, a Bar-sur-Aube il 14 aprile 1264). E in Francia Brunetto fruì della protezione di un ricco e potente personaggio (da alcuni identificato con Luigi IX o con Carlo d'Angiò) il quale poteva esser definito dal nostro, nelle dediche delle opere composte in quegli anni, " uno suo amico della sua cittade e della sua parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande senno " (Rettorica I 10), " fino amico caro " (Tesoretto 2427), " biaus dous amis " (Tresor I I 4 31; e cfr. III LXXIII 1 4): dunque non certo di real lignaggio, e sicuramente, come appare dalla Rettorica, guelfo fiorentino (per il Carmody, Davizzo della Tosa; e cfr. F. Maggini, La " Rettorica " italiana, p. 21; A. Pézard, D. sous la pluie de feu, p. 128 e n. 4).  Dall'esilio francese il L. tornò in patria soltanto dopo la battaglia di Benevento (28 febbraio 1266) che sollevò di rimbalzo le sorti dei guelfi; il 16 marzo di quell'anno era già in Firenze, ricevendo subito incarichi importanti: nel 1267 era notaro ‛ ufficiale ' , cioè in pratica il ‛ dettatore ' del comune; nel 1269 rogava atti come protonotaro del vicario generale di re Carlo in Toscana; tra il 1272 e il 1274 seguita ad apparire in atti quale " scriba Consiliorum et cancellariae communis Florentiae ", cioè a dire come cancelliere. Ma dopo il 1274 la carriera politica del L. assume ancor maggiore importanza; lo vediamo infatti nel 1275 console dell'arte dei Giudici e dei Notai; nel 1280 mallevadore, accanto a Guido Cavalcanti e ad altri, nella pace del cardinal Latino; nel 1284, con Manetto Benincasa, negoziatore della pace con Pisa e Lucca. Infine, nel 1287, viene nominato priore (per il sesto di Porta a Duomo) dal 15 agosto al 14 ottobre: chiuso per quei mesi nella torre della Castagna, di fronte alla casa del ventiduenne Alighieri, fra quelle stesse mura che tredici anni dopo, in un momento ben più burrascoso della vita politica fiorentina, accoglieranno anche Dante. Morì nel 1294, e fu sepolto in Santa Maria Maggiore, ove resta tuttora traccia (una colonna) del suo monumento funebre.  Questi gli accadimenti biografico-storici più importanti; ma, come sottolinea giustamente il Carmody riprendendo spunti dal Davidsohn e dal Sundby, il peso assunto da B. nella vita cittadina di quegli anni appare ancor più notevole se si guardan da vicino le Consulte e le Provvisioni: in quegli atti il L. (come accadrà per l'Alighieri) appare spesso in veste di moderatore e ispiratore delle varie decisioni: si tratta di una trentacinquina di provvedimenti (ben analizzati a suo tempo da I. del Lungo in appendice all'edizione italiana del volume del Sundby) che vanno dal 1282 al 1292. Non vi fu in quel decennio una deliberazione, politica o amministrativa, in cui Brunetto insomma non compaia, non dica la sua, non venga ascoltato. E sono gli anni in cui D., per conto proprio, si veniva affacciando alla vita sociale (se non ancora politica) della città: nel 1283 egli già compare in un documento come sui iuris, in quanto erede di Alighiero. Ed è proprio da queste considerazioni che deve muovere un'analisi che miri a definire i rapporti intercorsi tra il più anziano Latini e D.; rapporti che, desumibili solo attraverso testimonianze o espliciti giudizi letterari di D. stesso, suscitano alcuni problemi d'interpretazione puntuale di brani delle opere minori per poi coinvolgere (dopo gli approcci periferici) il momento centrale e paradigmatico - su cui ovviamente si polarizza l'attenzione dei critici - rappresentato dall'incontro tra il vecchio ‛ maestro ' e l'antico discepolo nella landa infuocata del terzo girone del settimo cerchio.  Il primo, dantesco accenno a Brunetto appare, sotto forma di esplicito quanto rapido giudizio, in VE I XIII 1: laddove D., giunto a verificare la distanza del volgar toscano dall'ideale e pratica norma linguistica e di arte del volgare ‛ illustre ', blocca in un negativo giudicare i poeti toscani delle precedenti generazioni, i quali non seppero elevarsi al di sopra del volgar municipale: Post haec veniamus ad Tuscos, qui, propter amentiam suam infroniti, titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur. Et in hoc non solum plebe[i]a dementat intentio, sed famosos quamplures viros hoc tenuisse comperimus; puta Guictonem Aretinum, qui nunquam se ad curiale vulgare direxit, Bonagiuntam Lucensem, Gallum Pisanum, Minum Mocatum Senensem, Brunectum Florentinum, quorum dicta si rimari vacaverit, non curialia, sed municipalia tantum invenientur. Qui D., nell'accingersi a ipostatizzare il proprio ideale di bello stilo (inverato nelle sue stesse grandi canzoni di materia alta e composte in alto, tragico stile riservato al volgare ‛ illustre '), come sul piano diacronico muove dalla lingua dell'alta lirica siciliana (a essa raffrontando i volgari municipali d'Italia) così, proprio mentre percepisce un'ideale continuità stilistica e di arte tra quei poeti (siciliani, bolognesi e stilnovisti) che seppero attingere il grado supremo (dal Guinizzelli al Cavalcanti a Lapo Gianni, a Cino da Pistoia e all'amico suo) respinge decisamente le esperienze formali degli autori menzionati, assunti a paradigma di ‛ municipalità ' non tanto pei contenuti (si pensi ad esempio al Guittone impegnatamente ‛ morale ') quanto per le accusate, pesanti connotazioni dialettali della loro lingua poetica e per la greve corposità delle imagini e dello stile, spesso oscuro e retoricamente sovraccarico: lontano, insomma, dal misurato e pur sostenuto (e insieme aristocratico) equilibrio del nuovo e dolce poetare.  Per ciò che più da vicino riguarda Brunetto, è chiaro che il giudicare dantesco porta, in questo caso, sui componimenti poetici in volgare: cioè a dire, se non proprio sulla ‛ canzonetta ' S'eo son distretto inamoratamente trasmessaci dal canzoniere Vaticano 3793 (per dirla con il Contini, " componimento di tono arcaico, che... s'iscrive modestamente sotto il nobile segno di Guido delle Colonne e Stefano Protonotaro "), certo sul Tesoretto e sul Favolello.  Composto sicuramente in Francia il primo, in lingua italiana e in settenari a rima baciata, interrotto al verso 2944: concepito, nell'intenzione dell'autore, con ambizioso disegno, come un prosimetrum sulle orme di Boezio e di Alano da Lilla (cfr. i vv. 109-111, 422-423, 1120-1121, 2900): volto a esporre (sotto forma di allegorica visione e nell'ambito tutto goticizzante e di ascendenza francese delle figurazioni e personificazioni: la Natura, le Virtù cardinali e quelle da loro derivate, il Dio di Amore) nozioni enciclopediche di filosofia naturale e di cosmologia, indi un trattato sulle virtù e i vizi, infine (ma l'opera, si è detto, rimane in tronco) un'illustrazione delle sette Arti liberali. Il Tesoretto documenta insomma l'incontro di Brunetto con la cultura enciclopedica di oltralpe e con il Roman de la Rose (per allora nella sua prima parte); mentre un vero e proprio trattatello De Amicitia è il Favolello (dedicato a Rustico di Filippo), sempre in settenari a rima baciata: ‛ summula ' di precetti secondo una problematica che, se muoveva ben di lungi (dal Laelius ciceroniano), aveva trovato ampia divulgazione entro la trattatistica medievale, da Aelredo a s. Bernardo ad Andrea Cappellano.  Meno esplicito (rispetto al De vulg. Eloq.) ma altrettanto sintomatico nell'impostazione e nelle conclusioni il passo cronologicamente parallelo del Convivio (I XI), là dove D. difende strenuamente il parlare italico a perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d'Italia, che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano. Se in tal capitolo Brunetto non è direttamente nominato, e anzi unicamente si accenna (XI 14) a coloro che... fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza (l'indicazione non varrà anche per l'oitanico?), sta pure il fatto che l'opera maggiore del L., il Tresor, fu composta in lingua francese: sia perché l'autore si trovava allora in quella terra, sia perché (come dice un'esplicita, iniziale avvertenza, nell'ambito di un ‛ topos ' del rimanente vulgato: si rammenti l'esordio della Cronique des Veniciens di Martino da Canale) " la parleure est plus delitable et plus commune a tous gens ". Qui non si tratta più ovviamente di ‛ municipalità ', sibbene di riprovare opzioni linguistiche al di fuori del sistema: l'unico possibile collegamento al trattato latino è nella clausola del capitolo (XI 21), dove l'accusa di minor pregio del volgare di sì vien ritorta proprio nei confronti di chi gli preferisce altri volgari romanzi: E tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, s'è vile in alcuna [cosa], non è se non in quanto elli suona ne la bocca meretrice di questi adulteri. Come si vede, il metro di valutazione, nell'un caso e nell'altro, è per D. strettamente retorico-letterario: anche se nel Convivio (come prova l'acceso, risentito aggettivare, ben rispondente del resto alla non meno accesa e impegnata professione di fede nella bontà naturale del volgare italico) il giudizio porta inoltre sulla prassi, investendo direttamente il comportamento, le scelte concrete di un gruppo (sia pur esiguo) di scrittori: dal quale non è possibile isolare il Latini. Ma anche in questo caso, la condanna manifestamente non tocca i contenuti del Tresor: vasta e bene organizzata enciclopedia in tre libri, iniziata parallelamente (o di poco successivamente) al Tesoretto al modo dei grandi Specula transalpini, e compiuta in esilio (alcuni capitoli furono aggiunti dopo il ritorno a Firenze). Il primo libro fornisce nozioni di filosofia teorica, teologia, storia universale, fisica, geografia, agricoltura, storia naturale (fonti principali la Bibbia, Isidoro di Siviglia, Paolo Orosio, Pietro Comestore, Onorio d'Autun, il Libro di Sydrac, l'Image du monde di Gossouin, Solino, Palladio, il Physiologus). Oggetto del secondo libro la filosofia della pratica: non solo l'etica (quella Ad Nicomachum vi è esposta e volgarizzata di sul cosiddetto Compendium Alexandrinum di Ermanno il Tedesco) ma anche l'economica (fonti principali per le due parti il Moralium dogma phylosophorum di Guglielmo di Conches, il De Quattuor virtutibus di Martino di Braga, l'Ars loquendi et tacendi di Albertano da Brescia, le Sententiae isidoriane, la Summa aurea de virtutibus di Guglielmo Peraldo). Il terzo libro è invece dedicato, in due sezioni, alla retorica e alla politica: per Brunetto non mai separabile la prima (anzi sua condizione) dalla seconda, se per una tutta medievale connessione pseudo-etimologica essa è appunto considerata l'arte dei ‛ rettori '. Fonti di questa parte dell'opera, il De Inventione ciceroniano, il De Rhetoricae cognitione di Boezio, Li Fet des Romains, l'Oculus pastoralis, il De Regimine civitatum di Giovanni da Viterbo, documenti ufficiali (podestarili) del comune di Siena. Dimodoché, per la sua stessa struttura, per la scelta e l'organizzazione della materia, per il suo carattere compilatorio " de tous les membres de philosophie ", ma anche e soprattutto per la patente gerarchizzazione e finalizzazione dei vari rami dello scibile verso l'ultimo libro, il Tresor appare chiaramente diretto a impartire istituzioni agli uomini ‛ politici ': e, si badi, non certo a quelli francesi, sibbene agl'italiani, posto che, nella teoria e nell'esemplificazione, Brunetto ragiona in termini cittadineschi, di stretta democrazia comunale, " selonc ce que requiert l'usage de son païs... Et sor ceste maniere parole li mestres, car l'autre [cioè a dire la struttura politica del reame di Francia] n'apertient pas a lui ne a son ami ".  Sempre al periodo francese (e cronologicamente precedente il Tresor, dove la materia è più compiutamente svolta) risale la Rettorica: volgarizzamento dei primi 17 capitoli del De Inventione, corredato da ampio commento (che attinge ad altre opere retoriche di Cicerone e a Vittorino), ove le doti di Brunetto non soltanto retore ma anche pensatore sollecito del bene comune, civicamente impegnato, appaiono manifeste, sì che dalla parafrasi estensiva della glossa scaturisce anche un concreto insegnamento civile. Meno sicura, invece, la cronologia (non l'attribuzione) di altri e capitali volgarizzamenti da Cicerone oratore (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiotaro), comunque posteriori alla Rettorica, tesi a presentare in veste italiana (come osservò il Maggini) insigni esempi di una splendida arte oratoria, sottolineando così l'aspetto di Cicerone " prosatore copioso ed ornato ", non più soltanto filosofo e retore, grandemente contribuendo in tal modo a porre i fondamenti di una prosa d'arte in volgare che sapesse e volesse trascendere le originarie esperienze retorico-giuridiche dei primi dettatori. A quelle esperienze (qualora si accolga l'ipotesi del Davidsohn e della Wieruszowski) si era più direttamente accostato il L., nel dettare una Sommetta " ad amaestramento di ben saper componere volgarmente lettere ", accompagnata (in un manoscritto Strozziano) da nozioni astronomiche e astrologiche.  Da quanto abbiamo man mano esposto, apparirà chiaro che nei confronti delle opere più specificatamente ‛ retoriche ' del L. (come - già dicemmo - circa i contenuti delle altre, in particolare del maggiore Tresor) D. non muove alcuna riserva, a stare all'argomento e silentio. Un silenzio che d'altronde appare significativo, se si rammenti che il metro di valutazione adottato per le precedenti condanne era tutto retorico-letterario (e anzi addirittura stilistico-linguistico).  Questo tipo di problematica appare del tutto assente anche nel canto XV dell'Inferno: ove chiare ragioni di struttura e di topografia della cantica avviano il lettore a un giudizio teologico-morale (Brunetto è fra i cosiddetti ‛ violenti contro natura ', cioè fra i sodomiti) mentre l'atmosfera dell'episodio è ben diversa da quella che, al lume delle precedenti postille, potremmo attenderci: altra insomma da quella che, nell'Inferno, accompagna più risentiti incontri e scontri del poeta. Ché anzi, l'iniziale, reciproco moto di meraviglia di Brunetto e di D. (cfr. If XV 22-24 gridò: " Qual meraviglia! "; v. 30 rispuosi: " Siete voi qui, ser Brunetto? "); l'affettuoso, mutuo aggettivare del dialogo (O figliuol mio, v. 31; O figliuol, v. 37; cara e buona imagine paterna, v. 83), ben sostenuto, nell'eloquio dantesco, da reverenza manifesta e da affettuoso rimpianto (I' dissi lui: " Quanto posso, ven preco; / e se volete che con voi m'asseggia, / faròl, se piace a costui che vo seco ", vv. 34-36; Io non osava scender de la strada / per andar par di lui; ma 'l capo chino / tenea com'uom che reverente vada, vv. 43-45; " Se fosse tutto pieno il mio dimando " , / rispuos'io lui, " voi non sareste ancora / de l'umana natura posto in bando; / ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m'insegnavate come l'uom s'etterna: / e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo / convien che ne la mia lingua si scerna... ", vv. 79-87), nonché il livello ben alto dei contenuti, fondamentali a disegnare la biografia di D. personaggio-poeta, e ricchi di agganci coi precedenti e coi successivi sviluppi di tutta la vicenda (si vedano i versi 46-93, i quali, dopo l'avvio di If VI 60-75, con la condanna delle lotte intestine e delle Parti, con la virile dantesca accettazione di un amaro avvenire, preparano, anticipandola nettamente, la tematica dell'incontro con Cacciaguida, pur se a mente di If XV 89-90 D. pensava allora ad altro incontro paradisiaco); ma soprattutto il pathos attraverso il quale essi contenuti si esprimono, segnalano francamente al lettore, fin dalle prime battute, l'instaurarsi di un'altra dimensione.  L'episodio del canto XV dell'Inferno propone e descrive, insomma, un affettuoso rapporto d'ideale sudditanza, da discepolo a maestro: e il L. assume indubbiamente, nell'economia della prima cantica e di tutta l'opera, un'importanza e un peso ben diversi da quanto gli sbrigativi, taglienti giudizi del Convivio e del De vulg. Eloq. potevano far presumere: pari soltanto al rilievo dato, nel paradisiaco cielo di Marte, alla figura di Cacciaguida. -ALT  Di qui, e dall'oggettivo ‛ mistero ' (così definiremo il silenzio dei documenti) che circonda, sul piano cronachistico, la nozione di un Brunetto ‛ sodomita ' (per di più si badi che nel Tesoretto, ai vv. 2839-52, egli parla contro la lussuria, mentre ai vv. 2859-64 apertamente biasima la sodomia, condannata anche nel Tresor II XXXIII; XL 4), di qui dunque gli aperti interrogativi dei critici, e i dubbi interpretativi che rendono il XV dell'Inferno, pur nella sua patetica trasparenza, un canto decisamente ‛ problematico '. E i problemi su cui la critica si è fermata sono fondamentalmente due. Il primo è quello relativo alla definizione della colpa, del peccato di Brunetto, e potrebbe paradigmaticamente esprimersi nella formula: perché (o per cosa) D. lo condanna?; l'altro riguarda invece una più precisa definizione dei rapporti tra il vecchio dettatore e il giovane poeta, e concerne dunque il genuino carattere dell'insegnamento impartito (si rammenti I f XV 84-85) da Brunetto all'Alighieri.  Circa il primo punto, la storia delle varie posizioni interpretative (dai più antichi commentatori ai critici moderni) è contenuta nel volume già citato di A. Pézard; basti pertanto schematizzare, insistendo sui lemmi più recenti. La maggior parte degli esegeti antichi e moderni ha registrato senza troppe perplessità la collocazione di Brunetto fra i sodomiti, con qualche generica riserva (il Filomusi Guelfi ad esempio puntava sul peccato di onanismo) o con la precisazione (si vedano Pietro e il Boccaccio) che la sodomia era un peccato in certo qual modo ‛ professionale ', dei cherci, dei letterati. Fra coloro che hanno accolto come trasparente l'indicazione del poeta, alcuni (lo Scherillo, il D'Ovidio, il Vandelli) tennero a sottolineare l'esempio di austera nobiltà morale offerto da D.: che nel suo farsi araldo della divina giustizia non esitò a porre tra i dannati l'antico maestro. Rimproverarono invece aspramente l'Alighieri per l'irriverente indiscrezione il Tasso, il Bulgarini, il Corniani, il Rossetti, il Balbo, Thor Sundby; il Corniani e il Rossetti (con G.M. Mazzucchelli, D. Strocchi, E. Littré) ritenendo che alla base della condanna fosse una polemica politica antiguelfa da parte del ‛ ghibellino ' Alighieri: proposta manifestamente irrecevibile. Un altro gruppo comprende poi coloro che propongono ipotesi disparate e in qualche caso temerarie: la dantesca condanna sarebbe dovuta al Pataffio (Perticari: ma l'attribuzione di quell'opera a Brunetto è pura fantasia) o all'invidiosa superbia del L. (A. Dobelli, P. Fornari) o alla sua irreligiosità (P. Merlo, A. Padula).  Una profonda innovazione sul piano esegetico è quella dovuta alle acute e ingegnose pagine di A. Pézard, che al peccato e alla pena di Brunetto ha dedicato la parte maggiore del suo impegnato volume Dante sous la pluie de feu. Egli ritiene che D. abbia dannato Brunetto non per il peccato di sodomia, ma per altro (e più grave) peccato, contro lo Spirito Santo (dunque per bestemmia): in quanto, magnificando una lingua straniera a scapito della materna, avrebbe violato la sacralità del linguaggio umano in generale, più volte ribadita dall'Alighieri nelle sue opere. Non dunque per aver scritto il Tresor in francese (fatto che, a stregua di Cv I XI 15, non è certo passibile di biasimo), ma per aver depresso la propria lingua naturale Brunetto è ‛ bestemmiatore ': violento insomma contro Dio, non contro la natura; e l'episodio del canto XV si verrebbe così più direttamente a riannodare (per una sorta di " parenté morale ", oltre che per la contiguità materiale) con quello di Capaneo, poi convogliando in una medesima specie di peccato ‛ professionale ' anche Prisciano e Andrea dei Mozzi.  La tesi dell'illustre dantista francese non ha, per dire il vero, trovato favore presso i critici, né questo è il luogo per ridiscuterla partitamente. L'ha ripresa (anche se con altra angolatura) R. Kay, il quale ritiene che Brunetto sia stato collocato da D. fra i peccatori contro natura, ma non in quanto sodomita, sibbene perché avrebbe sovvertito l'ordine naturale ponendo la filosofia a servizio, anziché dell'Impero, delle innaturali, insubordinate e autonome strutture comunali. Ipotesi che, se muove da alcune proposizioni della Monarchia circa il duplice ordine della natura e della grazia e circa il compito istituzionale dell'imperatore qui secundum phylosophica documenta genus humanum ad temporalem felicitatem dirigeret (III XV 10), ne irrigidisce e insieme troppo ne estende la portata, svilendo nel contempo la nozione, pur da D. chiaramente espressa, della naturale socialità dell'uomo, spontaneamente cive, e del suo libero, naturale e differenziato organizzarsi (dalla domus al vicus alla civitas ai regna particolari) in autonome comunità. D'altronde se l'attuazione dell'intelletto possibile (fine proprio all'uman genere) necessita la presenza di un monarca che garantisca la pace universale, ciò non sottrae certo ai singoli la libertà di contribuire al fine comune mediante l'esplicazione di doti particolari nelle rispettive e più varie condizioni di esistenza (si rammenti anche Cv IV IX 8-9, ove la funzione dell'imperatore è conchiusa nel formulare, promulgare e comandare la ragione scritta, la legge positiva, e più oltre no), dunque operando se del caso anche in termini di un tutto cittadinesco, civile umanesimo, senza per questo violare l'ordine della natura. E anzi, la funzione di Brunetto ‛ digrossatore ' dei Fiorentini non pur sul piano retorico, fu proprio quella (condivisa con Bono Giamboni e Zucchero Bencivenni) di esporre un tipico " materiale didattico guardando a un pubblico di commercianti e banchieri e piccoli imprenditori, abbozzando una dottrina morale che favorisse, invece di ostacolarla, l'attività civile " (C. Segre, in B. Giamboni, Il libro de' vizî e delle virtudi, Torino 1968, p. XXVII). Se poi si rammenti con l'Alighieri (cfr. Cv IV III 6) che dalla morte di Federico II (1250) a dopo il 1308 l'Impero era considerato vacante, come avrebbe potuto D. dannare Brunetto per non aver saputo anticipare negli ultimi 45 anni di sua vita, o nel periodo in cui componeva il Tresor (dove dell'Impero e di alcuni imperatori, pur giudicandone gli atti, si parla con grande rispetto, anche in rapporto all'idea di romanità che, sul piano storico, Brunetto ebbe chiarissima) una problematica che solo mezzo secolo dopo (e in forza di precisi, ben noti accadimenti storici) diverrà leit-motif del pensiero politico di Dante?  Meglio tornare, senza sbandamenti speciosi, alle linee maestre dell'interpretazione tradizionale del canto (e della soluzione del problema), fissate magistralmente a suo tempo da E.G. Parodi: per il quale, se D. volle punito in Brunetto il peccato di sodomia, " nel tempo stesso volle, colla tenerezza del suo affetto e lo splendore della poesia, premiare ed esaltare l'utile cittadino e il dotto operoso e l'efficace banditore delle nuove parole di saggezza e di scienza, attinte alla saggezza e alla scienza antica " (Poesia e Storia, p. 268). Il Parodi sottolineava nel contempo le ragioni tutte artistiche della condanna, pur nel mirabile fondersi in D. di arte e vita morale. Egli aveva bisogno che, al centro dell'Inferno, la propria degnità di uomo e di poeta fosse proclamata dal più illustre e ‛ autorizzato ' (sul piano politico e letterario) dei Fiorentini: come al centro del Paradiso, " per bocca del grande capostipite della sua schiatta ", si farà poi esaltare non solo " come buono e giusto e utile cittadino, ma come insigne per nobiltà... e privilegiato... per grazie speciali e speciali ispirazioni del Cielo " (p. 303). Questi termini di lettura del Parodi hanno improntato di sé, pur con sfumature diverse, la più avvertita critica successiva; che ha talora posto l'accento (F. Montanari) sul " contrasto, sopra tutto, tra lo splendore delle virtù naturali e della naturale sapienza dell'uomo, in confronto con la fragilità umana quando essa non sia confortata dalla Grazia ", sicché Brunetto è proposto come " testimone di come neppure la più fulgida gloria umana è sufficiente alla salvezza pur restando fulgida gloria " (p. 473), oppure (F. Salsano) ha sottolineato " il dramma della nobiltà umana che si perde, il destino dei valori positivi realizzati da quella, validi nella storia dei vivi, ma insufficienti nella scelta definitiva tra il male e il bene e del conseguente giudizio eterno " (p. 24). Da questo punto di vista, e sia pure con le debite differenziazioni di ordine storico ed etico-politico, il ‛ caso ' di Brunetto è analogo a quello di altri grandi spiriti, di altre anime di fama note, che pagano sì la loro colpa (e in ciò, come nella loro notorietà, consiste l'exemplum) ma a cui va la simpatia umana, quando non la pietà, del poeta: si rammentino Francesca, Ciacco, Farinata, Pier della Vigna, i tre Fiorentini, Ulisse, Ugolino. Altro, invece, il tono e il risultato di un saggio di M. Pastore Stocchi, che grava la figura di Brunetto di connotazioni che non sembra si attaglino alla fisionomia (e alla psicologia) del personaggio e alle intenzioni del poeta: " Quel volto paterno e venerato era stato dunque il volto di chi turpemente infrangeva ogni legge divina e umana [nostro il corsivo: e si badi all'ogni]... quelle stimmate atroci sono impresse sul volto di chi la paternità ha di fatto negato e avvilito in sé stesso " (p. 237): ritratto grandguignolesco (che il critico sente oltretutto permeato, anche nella chiusa del canto, di una " vena comica e beffarda che s'è vista insinuarsi alle prime battute dell'incontro "), e che va indubbiamente oltre al pathos e al motivo poetico generatore dell'episodio. Stimolanti, di quel saggio, le pagine che ricordano come la sodomia possa esser stata da D. biblicamente intesa come un peccato ‛ civico ', per il suo minare alle basi un ordinato incremento demografico: pur se tale osservazione non dovrà essere applicata troppo rigidamente alla situazione e alla psicologia obiettiva dei personaggi (come invece accade all'autore; si veda p. 241) posto che, dal punto di vista meramente statistico, Brunetto fu ad esempio certamente prolifico, mentre la prolificità non rientrava certo nei compiti istituzionali e tra le civiche virtù del vescovo Andrea dei Mozzi... Non per questo si deve suggerire che, eo ipso, la prolificità sani il vizio sodomitico; ma neppure si deve instaurare, quanto al XV dell'Inferno, una prospettiva di critica lettura più intonata (absit iniuria verbis) alla ‛ humanae vitae ' che al pensiero dantesco. Troppo rigida, almeno nei termini proposti, anche l'affermazione che " il problema del rapporto personale Dante-Brunetto e quello del rapporto civile Dante-Firenze procedono da un unico nucleo dottrinale o se si preferisce da un'unica intuizione poetica ", sicché " la soluzione dell'uno comporta... la soluzione dell'altro: e con il rifiuto sdegnoso di ogni commercio con le bestie fiesolane si compie anche il distacco definitivo da ser Brunetto " (p. 248): quasi D. non avesse affidato proprio al L., dall'alto della sua autorità morale di civico ‛ digrossatore ' e apprezzato uomo politico, la drastica, analitica condanna di Firenze e dei Fiorentini, nonché la profezia dei dolori, ma anche la vaticinante affermazione della sicura grandezza morale e artistica del discepolo! Anche in questo caso, pur apprezzando l'ingegnosa novità delle proposte, converrà gettare un po' di acqua sul fuoco.  Anche il secondo problema, quello dell'effettiva qualità del magistero di Brunetto, ha trovato nel tempo varie soluzioni. Le postille avanzate in sede di biografia materiale obbligano in ogni caso a non far di lui un " plagosus Orbilius " del secolo XIII, sul tipo di quel " Romanus doctor puerorum " o di altri maestri ‛ elementari ' studiati a suo tempo da S. Debenedetti. Le cariche pubbliche sempre più importanti, e l'affermazione stessa del poeta di un insegnamento ricevuto ad ora ad ora, cioè saltuario ed episodico, vietano d'istituire per D. una discepolanza materiale, non solo a livello della ‛ gramatica ' ma anche della ‛ retorica '. Maestro a un'intiera città (si ricordi il passo del Villani), non a una scuola di ragazzi: con la sua cultura enciclopedica di ascendenza francese, con la sua opera di retore che sa dar forma polita al pensiero mentre (son parole di G. Contini) vien trasportando " naturalmente al volgare le norme della cultura latina ", fondando con la sua Rettorica le basi della prosa d'arte in Firenze, volgarizzando Cicerone, e insieme svelando ai giovani fiorentini i segreti dell'Ars dictandi: colorita in Brunetto anche dalle personali esperienze transalpine, e che D. epistolografo saprà applicare poi sempre in maniera impeccabile. Ma non scordiamo neppure (già ben vide il Villani) l'insegnamento tutto ‛ civile ' di Brunetto, i suoi ‛ documenti ' (valga l'accezione etimologica) politici e sociali, fondati sul volgarizzamento del pensiero aristotelico, in particolare dell'Etica (si rammenti il libro II del Tresor) e sulla diffusione di alcune venature di pensiero più propriamente stoico, come ha mostrato H. Baron. È dunque un ampio ventaglio di possibilità, per chi voglia definire l'essenza dell'insegnamento ideale e pratico insieme, svolto da Brunetto nei confronti dei giovani fiorentini: di retorica, di etica, di politica: lezione amplissima, insomma, e di un ben alto e civile umanesimo. Da questo punto di vista molto opportunamente il Parodi, nel già citato saggio, così concludeva attorno le ragioni della riverenza e della simpatia dell'Alighieri verso l'ideale maestro: " il giovane poeta... aveva senza dubbio partecipato alla rispettosa ammirazione de' suoi concittadini per il dotto studioso, per l'ornato dicitore, per il saggio teorico dell'arte politica; ed essendosi stretto in reverente amicizia con lui, molto ne aveva appreso, e forse aveva appreso soprattutto ad amare il sapere, presentendone l'austera dolcezza, e a non disgiungere mai l'attività intellettuale da precisi e austeri intendimenti di utilità morale e civile ". Questo, per il Parodi, l'insegnamento e l'influsso di Brunetto su D.; con altre parole del critico (a glossa del v. 85), " come l'uomo si faccia immortale colla sapienza e colla virtù ". Al Parodi si è accostato nel suo commento N. Sapegno, il quale cita dal Tesoro volgarizzato un passo ove il L. allude alla gloria che il prode uomo si procura con le buone opere, conquistandosi insomma una seconda vita: " Gloria dona al prode uomo una seconda vita, ciò è a dire che, dopo la sua morte, la nominanza che rimane di sue buone opere mostra ch'egli sia ancora in vita ". Parrebbe dunque che, per Brunetto, le " buone opere " fossero ‛ opere di bene ', e che quindi il suo insegnamento fosse, almeno verso D., soprattutto morale; non politico né tanto meno retorico. In effetti, all'inizio del capitolo De gloire (II CXX 1) si può anche leggere: " Gloire est la bone renomee, ki cort par maintes terres, d'aucun home, de grant afere, ou de savoir bien son art ". Come si vede, fra le supposte ‛ opere di bene ', intese quale mezzo per eternarsi, vi è anche quella " de savoir bien son art ": il che dovrebbe consigliare a non intendere in senso unicamente morale la precettistica brunettiana, ma semmai di allargarne (con il Parodi) i termini alla politica e alla retorica. E ciò hanno fatto ad esempio il Montanari e il Salsano: il primo insistendo soprattutto sull'eternarsi dell'uomo " mediante il glorioso esercizio della poesia ", il secondo volutamente puntando su di una esegesi più generica. Quanto al Pastore Stocchi (p. 237 n. 18), ritiene che il problema storico dell'insegnamento di Brunetto sia del tutto irrilevante " per una esatta comprensione del canto XV "; ma, come vedremo, le cose stanno in ben altro modo. Un maestro come Umberto Bosco ebbe invece recentemente a restringere il campo, escludendo qualunque influsso del L. su D. che non fosse strettamente morale (muovendo ovviamente dal giudizio espresso nel De vulg. Eloq., che coinvolge, accanto a Brunetto, Guittone e gli altri toscani pre-stilnovisti). Ma le teoriche espresse nel De vulg. Eloq. e i giudizi che ne conseguono, sono un preciso e ben isolato momento entro l'esperienza poetica di D., in rapporto alla conquista di un ideale d'arte e di stile illustre poi superato e trasceso nella Commedia (ove D. usa addirittura vocaboli riprovati nel trattato latino); poi l'accoppiamento con Guittone, bistrattato ma prima e dopo imitato e usufruito, mostra che un giudizio negativo sul piano letterario può significare più un superamento che un'aprioristica esclusione. Del rimanente, proprio mentre giudicava il L., D. a ben guardare si accingeva a imitare, e vorrei dire emulare, la tipologia globale e le linee maestre della sua operosità: nel libro II del Tresor è la condizione prima dell'esperimento del Convivio, aristotelicamente concepito come un'enciclopedia filosofica volta a dichiarare le virtù morali e intellettuali e a segnare le linee tutte umane di un cammino verso la felicità di questa vita; mentre lo stesso De vulg. Eloq., pur tenendo presente che vuol essere un'arte poetica diretta a precise conquiste di stile, può esser messo in rapporto sia con la Rettorica, sia con l'ultima parte del Tresor: non per nulla l'anonimo quanto acuto lettore del codice berlinese poté benissimo inquadrare l'operetta sotto la ben nota epigrafe " Incipit Rectorica Dantis ". Sicché entrambi i trattati, composti quando D. era entrato nella sua piena maturità di artista e di pensatore, portano, nella tematica e più genericamente nelle intenzioni, un'impronta che non esiterei a definire brunettiana: anche se in effetti si tratterà di un intenzionale superamento, attuato con ben altra forza e ben altra grandezza, dell'esempio dell'antico maestro (si rammenti poi che il Convivio completa nell'esecuzione un disegno brunettiano, quello del " prosimetrum " annunziato nel Tesoretto e mai attuato).  A questi elementi macroscopici si aggiunge un dato non meno significante: l'indubbia consonanza tra alcuni punti della biografia del L. e quella di D. (mi riferisco ovviamente all'esilio) che rende ancor più intenzionale l'emulazione dell'Alighieri verso il suo paradigma: se con il Convivio e il De vulg. Eloq., per sua stessa ammissione, egli voleva presentare ai Fiorentini di dentro una diversa, rinnovata e più matura imagine di sé, che gli consentisse di tornare nella patria sospirata e rimpianta, non più come uomo di parte, ma come filosofo, poeta, rettorico perfetto, novello ‛ digrossatone ', insomma, dei suoi concittadini (e non si scordi l'attacco del canto XXV del Paradiso). Non è dunque possibile escludere a priori che D. abbia ricevuto da Brunetto qualche stimolo alla sua opera letteraria: non solo, dunque, documenti civili e morali, ma un ‛ codice ' da recepire, translitterare, ampliare. E viene allora spontaneo chiederci se per avventura di questo influsso non rimangano tracce più concrete e puntuali, non tanto in sede teorica (di ‛ struttura portante ') ma pratica: cioè a dire se Brunetto uomo di lettere (retore, rimatore municipale, scrittore enciclopedico) non abbia in qualche punto influito su D. poeta e letterato proprio quanto alla resa puntuale dell'arte, agendo insomma sul ‛ mestiere ' e sulla pagina, nell'ambito di quel magistero letterario e retorico così recisamente escluso con argomenti avvincenti se non convincenti. L'ostinato silenzio di D. nei confronti della Rettorica (salvata dal ludibrio proprio perché mai citata...) ben autorizza a ritenere, per dirla con il Contini, che sia proprio questo, per D., " l'aspetto imitabile " di Brunetto maestro; e ci sembra legittimo affermare fin d'ora che, nel caso di una risposta positiva, non soltanto il problema della qualità e quantità dell'effettivo magistero di Brunetto troverebbe inoppugnabile soluzione sul piano filologico, ma che anche l'altro problema, quello della qualità della colpa e delle ragioni della condanna, riceverebbe nuova luce, e tale da sgombrare il campo dalle più peregrine ipotesi di lavoro.  E cominciamo allora a prelevare dalle Rime, cercando se esistano segni di una lettura e di una memoria fervida e ben disposta. Si veda ad es. il sonetto Tanto gentile (Vn XXVI 5-7): nei vv. 10-11 (che dà per li occhi una dolcezza al core, / che 'ntender no la può chi no la prova) è stato riconosciuto dal Contini un rimbalzo cavalcantiano (Donna me prega 53 " imaginar non pote om che nol prova "); ma già Tesoretto 2374-75 recitava: " che la forza d'amare non sa chi no lla prova "; e il coincidere della clausola parla più a favore di Brunetto che del Cavalcanti. E ancora: De gli occhi de la mia donna si move (Rime LXV) 3-4 si veggion cose ch'uom non pò ritrare / per loro altezza e per lor esser nove, da rileggere con Tesoretto 1233-35 " e vidi tante cose / che già in rime né in prose / no lle poria ritrare " (il testo Contini adotta " contare ", che è però [cfr. ediz. Wiese, ad l.] del solo cod. R). Altre volte si tratta invece di una scoperta assunzione di parole ed emistichi-rima; così nel sonetto Messer Brunetto (Rime XCIX) i vv. 9 e 12 Se voi non la intendete in questa guisa / ... Con lor vi restringete sanza risa riprendono Tesoretto 1981-95 " Allor vid'io Prodezza / ... sicura e sanza risa / parlare in questa guisa " (e cfr. ancora i vv. 1749-50). O si veda la ripresa puntuale di due parole-rima in Così nel mio parlar (Rime CIII 21-22 'l peso che m'affonda / è tal che non potrebbe adequar rima. / Ahi angosciosa e dispietata lima...) da Tesoretto 411-412 " Ma perciò che la rima / si stringe a una lima... ". E ancora, La dispietata mente (Rime L) 14-18 Piacciavi, donna mia, non venir meno / a questo punto al cor che tanto v'ama... / ché buon signor già non ristringe freno / per soccorrer lo servo quando 'l chiama, da confrontare con Tesoretto 2753-60 (" Ma colui c'ha divizia / sì cade in avarizia,/ che l'avere non spende / ... anz'ha paura forte / ch'anzi che vegna a morte / l'aver gli vegna meno, / e pu ristringe freno "), con implicazioni anche per l'esatta determinazione del significato di ristringe freno nel contesto dantesco. E potremmo operare altri confronti, ma quelli addotti ci sembrano più che indicativi.  Ben più vivaci e diretti - fino alla scoperta imitazione e al deliberato gioco di scuola - gl'influssi che emergono per ciò che è del Fiore e del Detto d'Amore. Quest'ultimo è un testo così autenticamente ‛ brunettiano ' nell'arcaicità dell'impasto linguistico e dell'aspetto metrico (si pensi all'opzione per il settenario a rima baciata, che rinvia subito al Tesoretto e al Favolello) che non c'è davvero bisogno di sottolineare la portata di quella lezione e di quell'incontro, bastando mettere in parallelo, per più minuti raffronti, la descrizione delle bellezze della donna in Detto 166-213 con quella brunettiana di natura in Tesoretto 228-230, 248-271, da integrare con le bellezze di Isotta presentate in Tresor III XIII 11. Anche dal punto di vista testuale e interpretativo il ricorso al Tresor può essere fruttuoso: se a Detto 189-190 (e lo scura e l'aluna / sì come il sol la luna) il Parodi (cfr. il glossario della sua edizione) dubitosamente postillava: " allunare, ridurre al piccolo splendore di una luna rispetto a un sole? ", ciò accadeva perché non gli eran presenti i luoghi del Tresor (I CXV 2-3, CXVI 3-5) ove si parla della luna " ki par soi ne luist mie tant que nos puissons veoir sa clarté; mais quant li solaus le voit, il l'enlumine... et la fait ausi resplendissant com ele apert a nous ", luogo che permette di considerare aluna un chiaro provenzalismo (cfr. alumnar). Riscontri con luoghi brunettiani son ben possibili anche per il Fiore: ma basterà rammentarne l'impianto e il tono ‛ goticizzante ', poi il proposito - cui aspira ostentatamente anche il Detto - di essere volgarizzamento della Rose, dunque (almeno per la seconda parte del Roman) di un ‛ vient de paraitre ' di quegli anni, messo ampiamente a frutto proprio dal L. nell'opera sua. Se sul Tesoretto del maestro D. giovane aveva modellato il suo Detto, quello maturo (diciamo quello intorno al 1285-90 se non posteriore), nella scia della lezione brunettiana ha dato col Fiore un prezioso e significante volgarizzamento della Rose, preludio assoluto alla conquista dello stile ‛ comico ' e del mosso dialogare del poema maggiore. E la frequentazione (non foss'altro mnemonica) con testi brunettiani non si limita certo alle opere composte da D. prima dell'esilio, ma continuerà poi sempre, anche là dove meno ci si aspetterebbe. Così ad esempio nel De vulg. Eloq., dove uno dei luoghi più risentiti e patetici di quel testo (ove l'animo dolente dell'esule trova accenti di un'inspirata, nobilissima amplitudine) deriva sicuramente da un passo del Tresor, anche se in linea teorica è possibile una fonte comune. Alludo al notissimo passo (I VI 3) ove D., accennando al suo amore per Firenze, all'esilio ingiustamente patito, e insieme al suo retto giudicare attorno il carattere municipale del volgar fiorentino, se n'esce in quel mirabile inciso: Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus aequor, indubbia ripresa ovidiana (Fasti I 493-494 " Omne solum forti patria est, ut piscibus aequor, / ut volucri vacuo quicquid in orbe patet "), ma che ritroviamo puntualmente, in un contesto più ampio, nel Tresor II LXXXIV 11 " Toutes terres sont paîs au preudome, autresi comme la mers as poissons; ou que jou aille serai jou en la moie terre, que nule terre ne m'est essilh ". Nonostante il ricorso al testo ovidiano (U. Bosco [D. vicino, p. 121] parla opportunamente di un controllo) la presenza di Brunetto è garantita dal fatto che il luogo del Tresor è a sua volta quasi puntuale volgarizzamento di un passo dello pseudo-senechiano De Remediis fortuitorum che D. invocherà, qualche tempo dopo, nella sua lettera Exulanti Pistoriensi. E, per questo punto, la lezione del L. durerà ben oltre i primi anni dell'esilio, se impronterà di sé il tono alto e inimitabile dell'epistola Amico fiorentino.  Quanto al Convivio il discorso potrebb'essere fitto e complesso. Già dicemmo che la struttura stessa dell'opera, il suo ‛ peso ' entro lo spazio culturale di quel momento storico, miravano nelle intenzioni di D., mentre più direttamente si riannodava all'insegnamento filosofico brunettiano del Tresor, a trascenderlo e a sostituirlo nell'ambito della cultura fiorentina: le affinità sono dunque innanzi tutto legate a una comune matrice ideologica e concettuale, nonché ai fini intrinseci delle due opere. Ma specillando la trama del Convivio appaiono convergenze ben più massicce e puntuali, anche se talora son dovute all'identità della fonte aristotelica. Si veda ad esempio il tono di certe citazioni sentenziose, il cui riferimento aristotelico è ovviamente taciuto nel Tresor ma esplicitato in D.: " une seule vertus ne poroit fere l'ome beate et parfet dou tout. Car une seule arondele ki viegne ne uns seus jours atemprés ne donent pas certaine ensegne dou printens " (Tresor II VI 3), luogo ripreso in Cv I IX 9 sì come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l'Etica, " una rondine non fa primavera ". Oppure ecco un analogo usufruimento delle consuete fonti, là dove Brunetto e D. affrontano i medesimi argomenti (in questo caso l'elogio della Giustizia come virtù): " de qui la force est si grans que cil ki se paissent de felonie et de meffet ne puent pas vivre sans aucune partie de justice, car li laron ki emblent ensamble welent que justice soit entr'aus gardée " (Tresor II XCI 2), passo da confrontare con Cv I XII 10 Questa è tanto amabile, che, sì come dice lo Filosofo nel quinto de l'Etica, li suoi nimici l'amano, sì come sono ladroni e rubatori; e però vedemo che 'l suo contrario, cioè la ingiustizia, massimamente è odiata.  In altri casi la fonte è più esplicita, sicura: si veda ad esempio la definizione della nobiltà data nel Tresor II LIV, da mettere in parallelo con brani del Convivio (IV VII 2, X-XV), o la precisa graduazione, proporzionata alle varie età della vita (dall'infanzia alla maturità) degli umani appetiti in rapporto ai loro concreti oggetti, esposta schematicamente da Brunetto in un passo del Tresor (II LXXIV 6), e risolta invece da D., in un brano di prosa d'arte, nel luogo parallelo di Cv IV XII 16. Questi ‛ incontri ' fra il Tresor e il Convivio (altri se ne potrebbero aggiungere) vogliono soprattutto sottolineare, al di là di un problema di ‛ fonti ' o di una comune problematica, chiare convergenze che provano una precisa comunanza di cultura e d'interessi: da questo punto di vista una ricerca condotta compiutamente offrirebbe certo risultati più sicuri e precisi di quanto non si sia fino a oggi accertato o proposto: chi scrive ha il non remoto sospetto che proprio il Tresor sia molto spesso per D. la Summula de virtutibus tenuta sott'occhio quale introibo alla diretta fonte aristotelica. Ma l'apporto di testi brunettiani alla migliore intelligenza del Convivio non è soltanto di ordine storico culturale: almeno in un caso (daremo altrove la dimostrazione) il confronto consente sicuri recuperi sul piano ecdotico, se un passo della Rettorica (17,6, ediz. Maggini) è chiara fonte di Cv III XI 5-6 e consente di accogliere in toto (salvo un minimo emendamento) la lezione dell'archetipo considerata invece interpolata da tutti gli editori, i quali non han visto che D., in quel luogo, anziché le Derivationes, ormeggiava puntualmente il dettato dell'altro suo maestro. E a proposito sempre della Rettorica, facile sarebbe rilevare altri sicuri apporti, anche per ciò che concerne luoghi delle epistole; basti in questa sede rammentare le osservazioni avanzate in merito dal Novati e dallo Schiaffini, e le belle pagine di D. De Robertis.  Ma veniamo finalmente alla Commedia. E qui i ‛ rimbalzi ' si moltiplicano, se l'assunzione dello stile ‛ comico ' ivi consente all'Alighieri, nell'ambito di una poetica tutta nuova, di riconciliarsi anche sul piano teorico con Brunetto scrittore, accogliendo forme e vocaboli rifiutati (sul piano di un giudizio di gusto e di un'opzione di stile) all'altezza del De vulg. Eloq., e assumendo in qualche punto elementi del linguaggio brunettiano (addirittura dal Tesoretto) pur nell'ampio dilatarsi dell'endecasillabo. Pochissimi gli esempi, anche per questo paragrafo, tra i molti possibili.  Da tempo si è riconosciuto, nella prima terzina della Commedia, un'eco da analoga situazione del Tesoretto (188-190 " Perdei il gran cammino / e tenni a la traversa / d'una selva diversa "); ma anche la seconda terzina offre scoperti segni di un'attenzione non tenue per il vocabolario, anzi per la parola-rima, che viene assunta e ridistribuita nel dettato.  Si confronti If I 3-8 (Ahi quanto a dir quel era è cosa dura / esta selva selvaggia e aspra e forte / che nel pensier rinova la paura! / Tant'è amara che poco è più morte) con Tesoretto 1192-1206 " Deh, che paese fero / trovai in quella parte / ... ché, quanto io più mirava / più mi parea salvaggio / ... Ed io, pensando forte, / dottai ben de la morte ", dunque con la variatio (in D.) di forte da avverbio ad aggettivo, e l'abbandono dell'arcaismo dottare. Anche l'enigmatico Veltro, che non ciberà terra né peltro, / ma sapïenza, amore e virtute (If I 103-104), trova riscontro nell'ideale signore cui Brunetto dedica Tesoretto e Tresor: " ché per neente avete / terra, oro ed argento " (Tesoretto 30-31). Un altro verso tormentato e discusso come If II 61 (l'amico mio, e non de la ventura) riceve da alcuni versi del Favolello (71-80), forse meglio che dai passi di Abelardo a suo tempo addotti da M. Casella, la sua dichiarazione (" Così ho posto cura / ch'amico di ventura / come rota si gira, / ch'ello pur guarda e mira / come Ventura corre: / e se mi vede porre / in glorïoso stato, / servemi di buon grato; / ma se cado in angosce / già non mi riconosce "). E già che abbiamo nominato la Ventura, rammentiamo una volta per tutte che i danteschi accenni alla Fortuna nei canti VII e XV dell'Inferno (in quest'ultima sede, proprio entro il colloquio col L.) trovano un loro precedente in parecchi luoghi brunettiani, sia del Tesoretto (2434 ss.) che del Tresor (II CXV): anche se il tema era frequentissimo, e rinnovato in poesia proprio dal Roman de la Rose. Sempre nell'ambito di riprese testuali e di contenuto che possono d'altronde risalire a fonti comuni, citeremo, col Bozzetti, i brani del Tresor attorno la Magnanimità, che trovano del resto (come ha mostrato F. Forti in " Giorn. stor. " CXXXVIII [1961] 329-364) il punto di partenza comune nell'Etica aristotelica.  Ma torniamo a ‛ rimbalzi ' più puntuali e riecheggiamenti sicuri e talora sorprendenti. Chi penserebbe per es. che un verso così ricco di pathos come If V 38-39 (i peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento) sia traduzione puntuale da Tresor II XX 6 " On doit contrester au desirier de delit; car ki se laisse vaincre, la raisons remaint sous le desirier... Par quoi on se doit estudiier que raisons soit sor la concupiscence "? Da tempo ho poi avuto modo di collegare l'attacco di If VI (Al tornar de la mente) con Tesoretto 191 (" Ma tornando a la mente "); ma si osservi di quel canto il v. 42 (tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto) a confronto di Tesoretto 311-312 (" quello che vuol ch 'i ' faccia / e che vol ch'io disfaccia "); o si rammenti l'indubbio parallelismo di certi ‛ attacchi ' brunettiani con altri luoghi della Commedia: Tesoretto 1183-84 (" Or va mastro Brunetto / per un sentiero stretto "); Tesoretto 2181-82 (" Or si ne va il maestro / per lo camino a destro "), luoghi indubbiamente paralleli a If X 1-3 Ora sen va per un secreto calle / ... lo mio maestro, e io dopo le spalle, e all'altro attacco di If XV 1 ss. (Ora cen porta l'un de' duri margini), dove la ripresa, in fin dei conti, vuole proprio annunciare il prossimo incontro con Brunetto personaggio. Siamo di fronte all'intenzionale imitazione di moduli che pertengono agli anni ormai lontani di un preciso tirocinio poetico e che riaffiorano simpateticamente alla memoria. E basta scorrere ulteriormente il poema per imbattersi in altri esempi sicuri. Così If X 51 (ma i vostri non appreser ben quell'arte), e 77 " S'elli han quell'arte ", disse, " male appresa ... ") riecheggia Tesoretto 1989-90 (" non ha presa mi' arte / chi segue folle parte ") e Favolello 88 (" Ond'io n'ho presa un'arte "); altrettanto sicuro è poi il raffronto tra If XVI 124-125 (Sempre a quel ver ch'ha faccia di menzogna / de' l'uom chiuder le labbra) con Tresor II LVIII 3 " La verités a maintes fois face de mençoigne ". Altre volte sarà ancora il municipale Brunetto (come documenta la parola-rima) a fornire un vocabolario corposo e popolare, davvero ‛ municipale ', consono al tono di Malebolge: basterà rammentare (bloccando insieme, per comodità, i vari passi) che l'epe dei ladri (If XXV 82), l'epa croia di XXX 102 e quell'altra epa (in rima con crepa) dello stesso canto (vv. 119 e 121) trovano riscontro in Tesoretto 2837-38 " E mette tanto in epa / che talora ne crepa ", passo tenuto ben a mente se le rime dei due versi precedenti erano già nel canto di Maometto (If XXVIII 26 e 30), ove sacco rima con dilacco, su Tesoretto 2835-36 (" Ben è tenuto lacco / chi fa del corpo sacco "). Quanto a ‛ croio ' sopra citato, è anche in Tesoretto 2697. Sempre sulla stessa linea d'imprestiti, si veda l'apostrofe virgiliana (ad Anteo) in If XXXI 122-126 mettine giù, e non ten vegna schifo... / però ti china e non torcer lo grifo, da confrontare con Tesoretto 2591-92 " O s'hai tenuto a schifo / la gente, o torto 'l grifo ".  Ma usciamo a riveder le stelle, rammentando l'indubbio parallelo, rilevato da parecchi studiosi, fra la descrizione di Tolomeo (Tesoretto 2911 ss.) e la figura simbolica di Catone (Pg I 31 ss.): nonostante lo scarto che corre tra il saltellare del settenario a rima baciata e l'amplitudine dell'endecasillabo, non è possibile negare il rapporto, visto bellamente, già nel 1843, da Vincenzio Nannucci.  Indichiamo, prima di concludere, altri tasselli sicuri. Pg XVI 94 (Onde convenne legge per fren porre) non sarà ripresa (quanto cosciente?) da Tresor I XVII 1 " covint ke loi fust faite "? E Tesoretto 1233-35 (" E vidi tante cose / che già in rima né prose / no lle porria ritrare ") non rammenta anche Pd I 5-6 (vidi cose che ridire / né sa né può...), pur con la sostanziale differenza dei due contesti? E Pd XXXIII 5-6 (che 'l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura), tenuto pur conto dei precedenti nell'Anticlaudianus e in s. Bernardo, non rinvia anche a Tesoretto 290-291 (" e sono una fattura / de lo sovran Fattore ")? Ancora un ultimo esempio, proprio perché paradigmatico e vorrei quasi dire paradossale, sempre dall'ultimo canto del Paradiso. In quel canto, nella sublime preghiera di Bernardo alla Vergine, ai vv. 20-21 leggiamo: in te s'aduna / quantunque in creatura è di bontate. Non sarà irriverente rammentare l'eulogio che Brunetto, all'inizio del Tesoretto (63-64), fa del Signore cui l'opera è dedicata: " e posso dire insomma / che 'n voi, segnor, s'asomma / e compie ogne bontate ".  Sappiamo bene - anzi siamo i primi ad affermarlo e a riconoscerlo - che, di fronte alla mole della Commedia, e soprattutto di fronte all'altezza poetica e letteraria di quell'opera, al suo spazio e al suo peso nell'ambito della Weltliteratur (come di fronte alla globale personalità di D. filosofo, poeta, letterato) la campionatura qui addotta (sia pur ristretta ai reperti più sicuri e significativi) non implica certo il riconoscimento di una sudditanza, sul piano retorico-letterario, dell'Alighieri verso il Latini. D., è ben ovvio, rimane D.; e Brunetto, dal raffronto, appare né più né meno quello che, sul piano letterario, D. lo definì: un poeta municipale, superato (non contiamo le lunghezze!) dal suo discepolo. Altro discorso si potrebbe fare, invece, per Brunetto enciclopedista e retore, non a farlo competere con altri, ma a segnare e ribadire l'indubbia importanza, nella Firenze del secolo XIII, dell'opera sua di educatore, di divulgatore, d'iniziatore. Ché il peso del L. nella storia della cultura non pur fiorentina di quel secolo va ricercato, per un verso, nella sua attività di volgarizzatore e di retore; per altro verso, nel suo impegno di filosofo morale, diffusore dell'insegnamento aristotelico, tutto aperto a un bello e concreto umanesimo civile. Ma se tutto questo è indubbiamente vero, crediamo che i riscontri offerti possano far meglio comprendere (e intendere con altro gusto) il sapore umanissimo e l'esatto valore di quell'incontro nell'infuocata landa del canto XV dell'Inferno, e dello svariare di prospettive (rispetto alle critiche mosse da D. nel Convivio e nel De vulg. Eloq.) che esso incontro rappresenta. Superato, sul piano teorico e pratico, il momento del volgare ‛ illustre '; caduto per D. il motivo polemico univocamente letterario, legato a precise opzioni di poetica e di stile, non poteva non riaffiorare potente - nella più ampia libertà consentita dall'ormai conquistato stile ‛ comico ' - il bisogno, schiettamente umano ma anche altamente poetico, di riconoscere un antico debito, e di testimoniare il grato affetto per una lezione non mai dimenticata: una lezione che fu stimolante avvio alla poesia, efficace persuasione alla retorica, molteplice ricchezza d'insegnamenti filosofici e sapienziali, schietto documento di civile umanità e di ben regolato reggimento politico. Una lezione che D. non poteva certo obliare, e che, spente le accensioni polemiche del critico militante, raggiunta una nuova e definitiva dimensione di poesia, mostra chiaramente, a saperlo rileggere, di non aver dimenticato: cosicché, quando si voglia rettamente interpretare il canto XV dell'Inferno e insieme capire e precisare il sentimento dell'Alighieri verso il maestro suo, accanto alla politica e alla morale, accanto alla rettorica e all'umanesimo civile, bisognerà chiamare in causa anche le ‛ humanae litterae ': mettere pur in conto un pochino di letteratura.  Bibl. - Edizioni: Il Tesoretto e il Favolello sono stati magistralmente ripubblicati di recente in Contini, Poeti II 175-277, 278-284 (con ampio commento), dopo la prima ediz. dell'Ubaldini (Roma 1642), l'ottocentesca dello Zannoni (Firenze 1824) e quella criticamente fermata di B. Wiese nella " Zeitschrift für Romanische Philologie " VII (1883) 236-389. Divulgative le edizioni di L. Di Benedetto, Poemetti allegorici-didattici del secolo XIII, Bari 1941, e di G. Petronio, Poemetti del Duecento, Torino 1951. Prima ediz. della Rettorica quella " stampata in Roma in Campo di Fiore per M. Valerio Dorico, et Luigi Fratelli Bresciani " (Roma 1546), curata da Francesco Serfranceschi. Capitale l'ediz. critica di F. Maggini: La Rettorica di B.L., Firenze 1915 (rist. con prefazione di C. Segre: ibid. 1968). Per il Tresor si veda l'edizione (scorretta ma necessaria) a c. di F.J. Carmody, Li livres dou Tresor de B.L., Berkeley-Los Angeles 1948. - Per le orazioni ciceroniane: J. Corbinelli, L'Etica di Aristotele ridotta a compendio da Ser B.L. et altre tradutioni, Lione 1568; L.M. Rezzi, Le tre orazioni di M.T. Cicerone dette dinanzi a Cesare, Milano 1832. Nuova ediz. della Pro Ligario nei Volgarizzamenti del Due e Trecento, a c. di C. Segre, Torino 1953, 381-398 (rist. con ritocchi in Segre-Marti, Prosa 171-184). La Sommetta è stata pubblicata da H. Wieruszowski, B.L. als Lehrer Dantes und der Florentiner, in " Archivio Italiano per la Storia della Pietà " II (1957) 171-198. Si aggiunga che il Tresor fu precocissimamente volgarizzato (da respingere, con C. Segre, l'attribuzione del volgarizzamento a B. Giamboni) ed ebbe fortuna anche per le stampe (Treviso 1474; Venezia 1528, 1533). Altra ediz. veneziana quella a c. di L. Carrer, Il Tesoro... volgarizzato da B. Giamboni, Venezia 1839; migliore l'ediz. curata da L. Gaiter, Bologna 1878-83.  Studi: T. Sundby, Della vita e delle opere di B.L., a c. di R. Renier, con appendici di I. Del Lungo e A. Mussafia, Firenze 1884 (prima ediz. danese, Copenhagen 1869); U. Marchesini, B.L. Notaio, Verona 1890 (per nozze Cipolla-Vittone, 57-65); L. Frati, B.L. speziale, in " Giorn. d. " XXII (1914) 1-3. Bella e informatissima la sintesi di Contini, Poeti II 169-174 (con bibl.). Discontinuo il capitolo di D. Mattalia, B.L., in Letteratura Italiana. I Minori, Milano 1961, 27-45; equilibrato ma scolastico il volume di B. Ceva, B.L. - L'uomo e l'opera, Milano-Napoli 1965. Succinte ma salde le pagine di M. Marti, B.L., in Storia della Letteratura Italiana, a c. di E. Cecchi e N. Sapegno, I, Milano 1965, 605-609; e si veda inoltre E. Pasquini, La letteratura didattica e allegorica, in La letteratura italiana. Storia e testi, Bari 1971, I II 71-82, 393-401, 637-639.  Valida sintesi delle posizioni e giudizi di D. attorno la lingua letteraria è quella di I. Baldelli, Sulla teoria linguistica di D., in " Cultura e Scuola " 13-14 (1965) 705-713 (per il L., cfr. p. 707).  Su Brunetto enciclopedico: A. Marigo, Cultura letteraria e preumanistica nelle maggiori enciclopedie del Dugento, in " Giorn. stor. " LXVIII (1916) 1-42, 289-326; sui rapporti con la cultura e la poetica allegorica di ascendenza francese, L.F. Benedetto, Il Roman de la Rose e la letteratura italiana, Halle 1910, 89-100 (" Beihefte zur Zeitschrift für Romanische Philologie " XXI); H.R. Jauss, B.L. als allegorischer Dichter, in Festschrift für Paul Böckmann, Amburgo 1964.  Per il problema del ‛ peccato ' di Brunetto, si veda A. Pézard, D. sous la pluie de feu, Parigi 1950; R. Kay, The Sin of B.L., in " Mediaeval Studies " XXXI (1969) 262-286; le ‛ lecturae ' indicate nel paragrafo sono quella di E.G. Parodi, Il canto di B.L., in Poesia e storia nella D.C., Napoli 1921, 253-311; di F. Montanari, B.L., in " Cultura e Scuola " 13-14 (1965) 441-475; di F. Salsano, Carità e giustizia (B.L. e i tre fiorentini), e La polemica con Firenze, in La coda di Minosse, Milano 1968, 21-52, 53-84; di M. Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV dell'Inferno, in Letture Classensi, III, Ravenna 1970, 219-254.  La questione del carattere del magistero di Brunetto è stata discussa da schiere di studiosi: dal Sundby, cit., il quale credeva a un effettivo insegnamento; a J. Ortolan, Les pénalités de l'Enfer de D. suivies d'une étude sur B.L. apprécié comme le maître de D., Parigi 1873, 123-170 (il quale, nonostante il sottotitolo, minimizza gli apporti); a G. Todeschini, Scritti su D., Vicenza 1872 (cfr. I 287 ss.), che nega una vera e propria discepolanza; a V. Imbriani, che dedicò un intero capitolo dei suoi Studi danteschi (Firenze 1891, 333 ss.) a mostrare " che B.L. non fu maestro di D. ". Utili ancora oggi le pagine dedicate all'argomento da M. Scherillo, Alcuni capitoli della biografia di D., Torino 1896 e (non soltanto per gl'influssi di Brunetto su D. ‛ dettatore ' in latino) da F. Novati, Le Epistole, in Lectura Dantis. Le Opere minori di D.A., Firenze 1906, 290-293; mentre una bibliografia per allora completa su Brunetto, e quindi anche sui rapporti con D., fu stampata da E. Testa nella " Rivista di Sintesi Letteraria " III (1937) 79-93. Si veda anche W. Goetz, D. und B.L., in " Deutsches Dante - Jahrbuch " XX (1938) 78-99 (rist. in Dante. Gesammelte Aufsätze, Monaco 1958, 14-52). Ulteriori aggiunte nel cit. volume di A. Pézard e nel menzionato saggio della Wieruszowski; le pagine di U. Bosco nel saggio Il canto di B. (1962), ora in D. vicino, Caltanissetta-Roma 1966, 92-121. Sull'ambiente culturale fiorentino fra i secoli XIII e XIV cfr. poi S. Debenedetti, Sui più antichi " doctores puerorum " a Firenze, in " Studi Mediev. " II (1907) 327-351; C.T. Davis, The Early Collection of Books of S. Croce in Florence, nei " Proceedings of the American Philosophical Society " CVII (1963) 399-414; ID., Education in Dante's Florence, in " Speculum " XL (1965) 415-435; ID., B.L. and D., in " Studi Mediev. " s. 3, VIII (1967) 421-450; ID., Il buon tempo antico, in Florentine Studies. Politics and Society in Renaissance Florence, a c. di N. Rubinstein, Londra 1968, 45-69 (passim); C. Segre, Bono Giamboni e la cultura fiorentina del Duecento, introduzione a B. Giamboni, Il libro de' vizî e delle virtudi, Torino 1968. Su Brunetto cancelliere vedi inoltre D. Marzi, La Cancelleria della Repubblica fiorentina, Rocca San Casciano 1910; e sul retore le ottime pagine di A. Schiaffini, Tradizione e poesia nella prosa d'arte italiana, ecc., Genova 1934, 53 n. 17 (in quanto ‛ maestro ' di D.), 183 ss., nonché di F. Maggini, Orazioni ciceroniane volgarizzate da B.L., in I primi volgarizzamenti dei classici latini, Firenze 1952, 16-40; e soprattutto C. Segre, Lingua, stile e società, Milano 1963, 176 ss., alle quali, per i volgarizzamenti delle orazioni, si può aggiungere J. Thomas, B. Latini's Uebersetzung der drei ‛ Cesarianae '... Inaugural-Dissertation, Colonia 1967. Utili osservazioni nel saggio di A. Buck, Gli studi sulla poetica e sulla retorica di D. e del suo tempo, in Atti del Congresso Internaz. di Studi danteschi, Firenze 1965, I 249-278, mentre un'acuta e bella sintesi è quella di G. Nencioni, D. e la Retorica, in D. e Bologna nei tempi di D., Bologna 1967, 98-101. Ivi alcune utili postille di E. Raimondi, I canti bolognesi dell'Inferno dantesco, pp. 232-233. Preziose indicazioni in D. De Robertis, Nascita della coscienza letteraria italiana, ne Il libro della ‛ Vita Nuova ', Firenze 1970, 177-238.  Tentativi di raccogliere elementi utili a illuminare soprattutto contatti di pensiero (che quindi potrebbero derivare da fonti comuni) tra Brunetto e D. furono compiuti da A. Dobelli, Il Tesoro nelle opere di D., in " Giorn. d. " IV (1897) 310-349; e da L.M. Capelli, Ancora del Tesoro nelle opere di D., ibid. V (1897) 548-556. Alcuni raffronti significativi (anche dal Tesoretto) erano del resto già stati raccolti da V. Nannucci nel suo Manuale di storia della letteratura italiana, uscito in prima ediz. a Firenze nel 1843 (cfr. I 199-203); della seconda ediz. accresciuta e più volte ristampata si veda sempre il vol. I, pp. 461-463. Oltre il Nannucci si occuparono, in quegli anni dell'Ottocento, di schedare i rapporti tra il L. e D. anche il Ferri di S. Costante, nello " Spettatore Italiano " I (1817) 70 e (un po' più metodicamente), N. Delius, Dante's Commedia und B. Latini's Tesoretto, nello " Jahrbuch der Deutsche Dantes Gesellschaft " IV (1877) 1-23. Buone schedature anche in Scherillo, op. cit., pp. 155 ss., 232 ss. Una rapida serie di raffronti concettuali e tematici anche presso la citata ediz. Gaiter del Tesoro volgarizzato (cfr. I 154-155). Un bilancio consuntivo, da cui hanno preso naturale avvio queste pagine, è poi stato compiuto dall'estensore della presente voce nel saggio Brunetto in D., introduttivo a B.L., Il Tesoretto. Il Favolello, Alpignano. La rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di rettorica, lo quale è ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti filosofi per ser Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è il testo di Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia il prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia del DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male agl’uomini et alle città. Però che quando considero li dannaggii del nostro comune e raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle grandissime città, veggio che non picciola parte di danni v’è messa per uomini molto parlanti sanza sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe SCIENZA di due manière. Una la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel suo saggio. L’altra insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne trattò cosi del tutto apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel processo del saggio, in suo luogo e tempo come si converrà. Rettorica s' insegna in due modi, altressì come l’altre scienzie, cioè di fuori e dentro.Verbigrazia: Di fuori s'insegna dimostrando che è rettorica e di che generazione, e quale sua materia e lo suo officio e le sue parti e lo suo propio strumento e la fine e lo suo artifice. Ed in questo modo tratta BOEZIO nel quarto della Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si dimostra che sia da fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò viene a dire come si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE PARTI DELLA DICIERIA o della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in perciò che Tulio non dimostra che sia rettorica né quale è '1 suo artefice, sì vuole lo sponitore per più chiarire l'opera dicere l'uno e l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI BENE DIRE, ciò è rettorica quella scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE dire e dittare. Inn altra guisa è così diffinita. Rettorica è scienzia di ben dire sopra la causa proposta, cioè per la quale noi sapemo ornatamente dire sopra la quistione aposta. Anco àe una più piena difiìnizione in questo modo. Rettorica è scienza d'usare piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle publiche cause e nelle private. Ciò viene a dire scienzia per la quale noi sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle publiche e nelle private questioni. E certo quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua diceria mette parole adorne, piene di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna città o comunanza di genti. Private sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale persona. E ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste parole sopra '1 dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal puote sapere bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere le sue parole davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere dittare. Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artifice. Dico che è doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è quelli che 'nsegna questa scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti dell'arte. Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti i detti de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno fece suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più sapientissimo de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di Firenze, il quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e chiarire ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio appella sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e de' filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio, sì come il buono intenditore potràe intendere avanti. La sua intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si mette a fare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione proposta. Et e' tratta secondo la forma del saggio di CICERONE di tutte le parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento di ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo che sono nel secondo saggio che CICERONE fa ad Erennio suo amico, sopra le quali il conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio è fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la quale fue traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue vicende, e là trova uno suo amico della sua città e della sua parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale era l)uono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di questo saggio è grandissima, però che ciascuno che sa bene ciò che comanda lo libro e l'arte, sì sa dire interamente sopra la questione apposta. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al propio intendimento del testo. In questa parte dice lo sponitore che CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi, nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima purgare ciò che pare a lui che sia grave; e così fa CICERONE, che purga tre cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo. Che in prima dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza. Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più. Nella terza parte dice tre cose. In prima, dice che pare a lui di sapienzia; apresso dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare a lui di sapienza ed eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì mette le pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi dovemo studiare in rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali muovono d' onesto e d' utile e lo possibile e necessario. Nella quinta parte mostra di che e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel suo cuminciamento dice come molte fiate e lungo tempo pensa del bene e del male che fosse advenuto, immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si ricordano più d'uno nuovo male che di molti beni antichi; e cosi Tulio, mostrando di non ricordarsi delli antichi beni, s' infigne di biasraare questa scienzia per potere più di sicuro lodare e difendere. E per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra potemo intendere apertamente che in queste medesime parole ove dice che i mali che per eloquenza sono advenuti e che non si possono celare, in quelle medesime la difende abassando e menimando la malizia. Che là dove dice dannaggi si suona che siano lievi danni de' quali poco cura la gente. E là dove dice del nostro comune altressì abassa del male, acciò che più cura l'uomo del propio danno che del comune; e dicendo NOSTRO comune intendo ROMA, però che Cicerone e cittadino di Roma nuovo e di non grande altezza; ma per lo suo senno fue in sì alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua parola, e fue al tempo di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per lo bene della terra fue al tutto contrario a Catellina. Et poi nella guerra di Pompeio e di Giulio Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti ' savi eh' amano lo stato di Roma. E forse l'appella nostro comune però che ROMA èe capo del mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice l'antiche adversitadi altressì abassa il male, acciò che delli antichi danni poco curiamo. Et là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1 male, però che, sì come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto alle grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime cose rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male che viene alle grandissime città. E là dove dice che danni sono advenuti per nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende rettorica, dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne' quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza, che dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE, O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E nota che dice son messe ordinatamente acciò che prima si raunaro gli uomini insieme a vivere ad una ragione et a buoni costumi et a multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti ricchi montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie. Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è 15. amico e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo sponitore non vuole lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento. Che è cittade. Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione; onde non sono detti cittadini 20. d'uno medesimo comune perchè siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a vivere ad una ragione. Che è compagno. Compagno è quelli che per alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile vita si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e però dice «per uso di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non sia a cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/ aslroppiarc, m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono Af ad avere una ragione, m "al avere una medesima ragione M l'uno, -If' fuor {cfr. Tesor., vii, 54) il' montò loro M-m parlando anno attutato - le guerre il.' M forme amicitio, »» forme d'amie i^:mdichono i^.- m dimostrare quello io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/' volle intralasciare de genti V-m raccolti - SI: m rachollì 25: M son S7 : M-m che è coiiipannia M' si i> 28 : .V ad un altro 3U' porciò 31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et con quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per utilitade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manifemente che quella amistade eh' è per utilitade e per dilettamento nonn è verace, ma partesi da che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è sajoiemia. Sapienzia è comprendere la verità delle cose si come elle sono. Che è eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome parole guernite di buone sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente pensante la ragione stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che sapienzia sanza eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia sanza sapienza è spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se alcuno in l.ó. tralascia li dirittissimi et onestissimi studii di ragione e d'officio e consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert' elli èe cittadino inutile al sé e periglioso alla sua cittade et al paese. Ma quelli il quale s' arma sie d'eloquenzia che non possa guerriere contra il bene del paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e 20. cittadino utilissimo et amicissimo alle sue (>) et alle publiche ragioni. Lo sponitore. Poi che CICERONE ha dette le prime due parti del suo prologo, si comincia la III parte, nella quale dice tre cose. Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove 25. dice : « Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda, nella quale dice che pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice : « Ma quello il quale s' arma ». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a llui dell'una e dell'altra giunte insieme. 3: M' om. e 4: M- pdesi m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1 diloclo 8-9: .»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia.... sapienza i-J : M' om. molto ^ i5: M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi) IG: M-m sola la parlatura 18: 3l-m sama .)/ giuriare, m ingiuriare Ì9-20.- .1/ luiomo cittadino, »i mi pare cittadino .V-»i a' suoi .?3 • .1/ conincìa S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr. Tcsnr.. xi, 1074) So: yr-ìii dice jiarla M-m qui - 26: M insino m là dove M-m la (|ual dice. (1) Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile a ssè et al suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere avacciamente in opera alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene avere sapienzia giunta con eloquenzia, però che sai)ienzia sempre è tarda. Et questo appare manifestamente in alcuno V 5. savio che non sia parlatore, dal quale se noi domandassimo uno consiglio certe noUo darebbe tosto cosìe come se fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante inmantenente ne farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che dice Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio, intendo là dove dice « ragione » la sapienzia, e là dove dice « officio » intendo le vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le quali anno officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e bene costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e studia 15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa trattare le propie utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo e luogo et ordine che conviene. 5. Adunque colui che ssi mette 1' arme d' eloquenzia è utile a ssè et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per sapienzia intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo da' nemici e colla forza sostenemo 1' arme, tutto altressì per eloquenzia difendemo noi la nostra causa dall'aversario 2.5. e per sapienzia ne sostenemo (2) di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in questa parte è detta la terzia parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae il conto alla quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto davanti et a conducere che noi dovemo studiare in rettorica i : M Lande M' avacciatamente, ma L avacciamente S: m si cci conv. 0; m ODI. cosio, M e' noi darebb»; cos'i tosto M' credibile quello, m di quello .)/' disse 10: .Vi om. il 2' et 12: .»/' et altro 13: .»f' che non siano i4.- .V-m dall'altre vertufli 15:m adiviene 16 : jn a lini : solo L nelle ; (jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -19: M Adunque che colui 22: M-m torma M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo 23: il l'armi - 23-24: Af difendo m così altresì la eloquenzia difendo noi dal nostro aversario la nostra cliausa 25: m om. ne; S non sostenemo 26: m a noi potesse avejjire (li danno, .V che noi potessimo tenere danno 28-29: m dinanzi e; Jfi om. et. (1) Cos'i richiede il senso; la lezione nelli ò nata certamente dall'aver preso l'aggettivo comuni per un sostantivo. (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci asteniamo », coni' è richiesto dal senso e secondo gli esempii citati dal Vocabolario della Crusca. per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere, e tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta cosa pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sottile secondo la forma del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi volemo considerare il principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in uomo per arte o per studio o per usanza lo. per forza dì natura, noi troveremo che sia nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso d'ottima ragione, (e. li) Acciò che fue un tempo che in tutte parti isvagavano gli uomini per li campi in guisa di bestie e conduceano lor vita in modo di fiere, e facea ciascuno quasi tutte cose per forza di corpo e non per ragione l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la divina religione né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno uomo avea veduto legittimo managio, nessuno avea connosciuti certi figliuoli, né aveano pensato che utilitade fosse mantenere ragione et agguallianza. E così per errore e per nescìtade la cieca e folle ardita signorìa dell'animo, cioè la cupìditade, per mettere in opera sé medesima misusava le forze del corpo con aiuto dì pessimi seguitatori. Lo sponitore. In questa parte del prologo vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e muove jper cagione e 2.5. per ragione ottima et onestissima, sì dice come in alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come bestie; e del 3: ìl-m tale .1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili dovere così essere-, .1/' de pur essere .5 J/ ' la spositione 9-tO: .»/' o per l'orca di natura o per usanca H: m d'ottime chagioni 7 ragione 12: il-m in tempo 13: it^ lor vita per li campi in modo de bestie 7 de fiere 14: i/' om. e [non p. r.| M maritaggio M iihylosofi, m lilosafi 18: M j gualianoa - 19: il^-L ignoranza, m necessitade .»A' la cieca la folle 7 ardita 20: M-m per mette M-m (fuivi susavano, l. masusavano 21:31' seguitori 23: M-1U nm. quarta 24: m om. e per ragione 26: il' nefa, m noscii. l'uomo dicono li filosofi, e la santa scrittura il conferma, che egli è fermamento di corpo e d' anima razionale, la quale anima per la ragione eh' è in lei àe intero conoscimento delle cose. 2. Onde dice Vittorino: Sì come menoma la forza 5. del vino per la propietade del vasello nel quale è messo, cosie r anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo a cui ella si congiunge. Et però, se quel corpo è mal disposto e compressionato di mali homori, la anima per gravezza del corpo perde la conoscenza delle cose, sì che appena puote discernere bene da male, sì come in tempo passato neir anime di molti le W quali erano agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol 15. liendo le cose per forza e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loi'o proprii figliuoli né avendo legittime mogli. Ma tuttavolta la natura, cioè la divina disposizione, non avea sparta quella bestialitade in tutti gli uomini igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello dici 20. tore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci a ragionare, usò di parlare a lloro per recarli a divina connoscenza, cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo sponitore dicerà per innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo di sopra che eloquenzia ebbe cominciamento per 25. onestissime cagioni e dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e '1 proximo, che sanza ciò l' umana gente non arebbe durato. 4. Et là dove dice il testo che gli uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case né luogo, 1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi) M' sucra S : M' eh ehi ì\ l'ormato 3: intero è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito 4: M Ondee 7 : m al (|uale 8: M-m mali hiiomini 9: m per la gravezza .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il bone dal male il: M'-L animo .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali orano aggravati i2: W del peso de corpi, L de' pesi del corpo V in lor medesimo 14: lU-m Ivi susavano 18: M-m nonn ào M bestilitade 10: M' oiii. savio o SI: W tralloro 23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S ha cornine. 26-27: »l' non averla durata, L non avrìa durato i« K colà. (1) È lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali si cambiò facilmente in li quali (o i quali) per effetto del molti che precedeva, e da li quali, naturalmente, venne in M'-L anche il maschile angraoati invece di aggravate. Che si tratti solo delle animo risulta da tutto il periodo, e in particolare dallo parole - la anima per gravezza del corpo ». ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice che viveano come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe crude et altri cibi come le fiere. 6. Et là dove dice « tutte cose quasi faceauo per forza e non per ragione » 5. intendo che dice « quasi » che non faceano però tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione e per senno, cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi muovono dall' animo. Et là dove dice che divina religione non era reverita intendo che non sapeano che Dio (D fosse. Et là dove dice dell' umano ofiìcio intendo che non sapeano vivere a buoni costumi e non conosceano prudenzia né giustizia né l'altre virtudi. Et là dove dice che non mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia, della quale dicono i libri della legge che giustizia è perpetua e 15. ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ragione. Et là dove dice « aguaglianza » intendo quella ragione che dae igual i)ena al grande et al piccolo sopra li eguali fatti. Et là doye dice « cupiditade » intendo quel vizio eh' è contrario di temperanza; e questo vizio ne -conduce 20. a disidei-are alcuna cosa la quale noi non dovemo volere, et inforza nel nostro animo un mal signoraggio, il quale noi permette rifrenare da' rei movimenti. 12. Et là dove dice « nescitade » intendo eh' è nnone connoscere utile et inutile; e però dice eh' è cupidità cieca per lo non sapere, 25. e che non conosce il prode e '1 danno. 13. Et là dove dice « folle ardita » intendo che folli arditi sono uomini matti e ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là dove dice « misusava le forze del corpo » intendo misusare cioè i-2: M-m om. Et là.... come licre 3 : M erbi ciiiili, .1/' 7 erbe crude 4-6: m l'aceano quasi per forza; poi, saltando al 2° forza, continua: ma al([uanle ecc. 7: .i/'-L dice quasi perciò ke ne faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice quasi, ma alquante ne faceano M' che muovono 9: M-m chi idio 11: .1/' ne prudenza 14: m' de legge 14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà /": .1/ egual 18: M' mìsfacti M lae .V quello e poi rasura su cui altra mano scrisse apetito, t quello che contrario, S quello appetite V om. noi - 22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non conosce il prode ol danno ~ m intendo che non è m dal danno 27: .M-m e tratti, L orati 2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano .u misusere, .V' misure, L misusare m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ». Così mi par preferibile per il senso; e la lezione di M-m è facilmente spiegabile da un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero però che le ragioni paleografiche varrebbero anche per il caso inverso. usare in mala parte ; che dice Vittorino che forza di corpo ci è data da Dio per usarla in fare cose utili et oneste, ma coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto lo sponitore sopra '1 testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia cominciò a parere. Omai dicerae in che modo appario e come si trasse innanzi. Nel quale tempo lue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli uomini a grandissime cose chi Ili potesse dirizzare e megliorare per comandamenti. Donde costrinse e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano sparti per le campora e partiti per le nascosaglie silvestre ; et inducendo loro a ssapere le cose utili et oneste, tutto che alla prima paresse loro gravi per loro disusanza, poi T udirò 15. studiosamente per la ragione e per bel dire; e ssì Ili arecò umili e mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano. Lo sjaonitore. 1. In questa i)arte vuole Tulio dimostrare da cui e come cominciò eloquenzia et in che cose ; et è la tema cotale 20. In quel tempo che Ila gente vivea così malamente, fue un uomo grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il quale cognobbe che materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé naturalmente per la quale puote l' uomo intendere e ragio nare, e l'acconciamento a fare grandissime cose, cioè a ttenere i)ace et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e cittadi, castella e magioni e bel costume, et a ttenere iustitia et a vivere ordinatamente se fosse chi Ili potesse dirizzare, cioè ritrarre da bestiale vita, e mellioi-are per comandamenti, cioè per insegnamenti e per leggi e statuti che Ili 2: M' om. ci 3-4: M-iii Or o della la sposilione 5: M-m loninciò (hi coro). 7 pare M' oggimai 6: M-m apparve 8: il' uno buono iO: 31' adrinure 12: M-m per campora 12-13: M-w le nascose selve 13: M-m et facciendo loro assapere 14: M' grave - L'i: M' si Hi recò 16: M' crudelilà 23: M-m nm. l'uomo 24 : M-m el lo ncomincianiento, L el chominciamenlo 25: M'el ad amare ~ 26: M' 7datener 27: M' chi le polesse adrifrure - m om. potesse 28: M' enirare da b. v. afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che potrebbe alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la ragione dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel 5. modo eh' è detto. 3. Donde questo savio costrinse - e dice che i « costrinse » però che non si voleano raunare - e raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1 savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in 10. dare mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro e patiero d'udire le sue parole. Et elli insegnava loro le cose utili dicendo: « State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e forti; fate cittadi e ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo : « Il pic 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre » etc. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestialmente paresser gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò eh' elli erano liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a signoraggio, poi, udendo il bel dire 20. del savio uomo e considerando per ragione che larga e libera licenzia di mal fare ritornava in lor gi"ave destruzione et in periglio de l'umana generazione, udirò e miser cura a intendere lui. Et in questa maniera il savio uomo li ritrasse di loro fierezza e di loro crudeltade - e dice « fierezza » perciò che viveano come fiere; e dice « crudeltade » perciò che '1 padre e '1 figliuolo non si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro - e feceli umili e mansueti, cioè volontarosi di ragioni e di virtudi e partitori (2) dal male. 1 : m rafrenasse, S affrenassono J/ " Et acade, L e ecci una (\. 2 : il poneno (cerio per falsa lettura di potieno; cfr. Wiese in Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m il' poteano 4: m dunque 6: it-iii om. che i 9: W l'utilitade i^l' metendo '1 suo 10: m mangiare cene e desinari 19: il sottomettere 20-23: it-m om. e considerando.... il savio uomo 23-24: m si ritrassono 24: il lore fier., M' lor fior, me dalloro crud. 24-25: H-m om. e dice.... crudeltade 26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo) - 28: il' partito, l. e'dipirtironsi, s partiti. (1) Parrebbe preferibile la lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti i mss. abbiano il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune, basta pensare che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e statuti » siano considerati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere al singolare (p.es. «ciò»); e quest'uso del verbo è attestato da un altro passo di Brunetto, IO, 3, e dal Varchi, Ercolano, ediz. Bottari (Firenze Senza ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la lezione di M intendendo « partitore » in senso riflessivo : « colui che si parte, che si allontana ». Cfr. Manuzzi. Or à detto CICERONE chi cominciò eloquenzia et intra cui e come; or dicerà per che ragione, eanza la quale non potea ciò fare. Tullio. Per la qual cosa pare a me che Ha sapienzia tacita e povera di parole non arebbe potuto fare tanto, che così subitamente fossero quelli uomini dipartiti dall'antica e lunga usanza et informati in diverse ragioni di vita. Lo sponitore. In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale non si potea fare ciò che fece '1 savio uomo; e dice sapienzia tacita quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per opera, come fanno ' romiti. Et dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno non sanno addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar credere ad altri il suo parere. Et per questo potemo intendere che picciola forza è quella di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e potemo connoscere che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con eloquenzia. Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapienzia, ma non cosi avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e sapienzia. Et là dove dice « in diverse ragioni di vita » intendo che uno fece cavalieri, un 25. altro fece cherico, e così fece d'altri mistieri. Tullio. 7. Et così, poi che Ile cittadi e le ville fuoron fatte, impreser gli uomini aver fede, tener giustizia et usarsi ad obedire l'uno l'altro per propia volontarie et a sofferire pena et affanno non solamente 2 : M-m om. e come sanza (luale 5: M-m Per ((ualcosa - 7 : M' luioniiiii quelli 13: M' i romiti, m li romiti 14: M-m alloro senno, L in loro senno i7: M-m om. che i9: M' giunta 22: Af' si avaccio 23: M-m om. e sapienzia 28: m ad avere lede 7 tenere.... adusarsi M l'uno a l'altro. A qualcuno e sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma siccome non è inutile, preferisco mantenerlo. per la comune utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe potuta fare d) se gli uomini non avessor potuto dimostrare e fare credere per parole, cioè per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia. 8. Et certo chi avea forza e 5. podere sopra altri molti non averla patito divenire pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non l'avesse mosso sennata e soave parladura; tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale era tanto durata lungamente che parea et era in loro convertita in natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi delli uomini nelle vicende di pace e di guerra. Lo sponitore. I. In questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe messo in compimento per sé sola, ella fece 15. avendo in compagnia eloquenzia; e però la tema èe cotale: Si come detto è davanti, fuoro gli uomini raunati et insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però fecero cittadi e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad avere fede. Di questa parola intendo che coloro anno fede che 20. non ingannano altrui e che non vogliono che lite né discordia sia nelle cittadi, e se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come dice un savio, è Ila speranza della cosa promessa; e dice la legge che fede è quella che promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo dice in un altro libro delli offici che fede è fondamento di giiistizia, veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa ée quella virtude eh' é appellata lealtade. E così sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia congiunta, che 2: ilf'-£ potuto - M' om. non 4: Jlf> Certo 5: M-m vinavea charebbono potuto divenire paii 6: M-m chelli poteano, M^-L cui potea M-m santa 7: M^-L allegrezza 8-9 : M era converita la loro natura, m era convertila in loro natura 9 : m onde 14-15: M^ il fece in compagnia d'eloquentia.... si ò cotale M-m detto oe dinanci 19: 3/' fede, 7 di q. p. PO : M^ om. e o discordia 21-22: M-m in pace et in fede m om. è - 23: M^ quello, ma L quella 26: M-m et intermezza M' delenpromesse 27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII, 15) M somatamente, m asommatam. congiunta con sapienzia. (1) Sarà certo da legger così, e non sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso dell' ausiliare avere presso gli antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota di M. Barbi nella sua ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il Parodi in Bullett. della Soc. Bant. Lo stesso si dica per s'arebhono del commento, sanza ciò le grandissime cose non s'arebbono potute mettere in compimento, e dice che poi àe molto de ben fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che tutti i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono per due stati o di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bisogna la nostra rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono mantenere. Tullio. Ma poi che Ili uomini, malamente seguendo la vìrtude sanza 10. ragione d'officio, apresero copia di parlare, usaro et inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che convenne che ile cittadi sine guastassero e li uomini si comprendessero di quella ruggine, (e. Ili) Et poi che detto avemo la cumincianza del bene, contiamo come cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea detto davanti i beni che sono advenuti per eloquenzia, in questa parte dice i mali che sono advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò che Ila sua intentione è più in laudarla, sì appone elli il male a coloro che Ila misusano e non a Ilei. 2. Et sopra ciò la tema è cotale: Furono uomini folli sanza discrezione, li quali, vegga ndo che alquanti erano in grande onoranza e montati in alto stato per lo bell.o parlare ch'usavano secondo li comandamenti di questa arte, sì studiaroO solo in parlare e tralasciare lo studio di sapienzia, e divennero sì copiosi in dire che, per l'abondanza del molto parlare sanza condimento di senno, che (2) cumìnciaro a mettere cioè 2: M-in che poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto -J: M om. duri stali i 1 : M conviene, M' conveiiia IS: M-m om. e li uomini si comprendessero 13: M \a cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento 16: m ave... dinanzi 18: M^ dopo advenuti ripete per eloquenlia in quesUi parte (ma ri son trticiie di etpunzione) 19: m om. elli 20: M El perciii 24: M' il comandamento.... studiavano 25 : ilf intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto m om. elio. (1) Invece di si studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come già si è trovato, 3, § e studia puro in dire le parole. Sintatticamente questo che ò pleonastico; ma ò attestato da ambedue le famiglie di codici e non costituisce una rarità per il nostro volgare antico (anzi, per Brunetto stesso, cfr. IO, 1: avegna che ma tutta volta). sedizione e distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et a corrompere la vita degli uomini; e questo divenia però ch'ellino aveano sembianza e vista di sapienzia, della quale erano tutti nudi e vani. 3. Et dice Vittorino che eloquenzia 5. sola èe appellata « la vista », perciò che ella fae parere che sapienzia sia in coloro ne' quali ella non fae dimoro. Et queste sono quelle persone che per avere li onori e F uttilitadi delle comunanze parlano sanza sentimento di bene; così turbano le cittadi et usano la gente a perversi costumi. Et poi dice Tulio: Da che noi avemo contato '1 principio del bene, cioè de' beni che avenuti erano per eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la 'ncumincianza del male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo: Tullio tratta della comincianza del male 15. adveniito per eloquenzia. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo gli uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usavano tramettersi delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi e savi parlieri non si trametteano delle cause private. E con ciò 20. fosse cosa che sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso che furo altri uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le picciole controversie delle private persone; nelle quali controversie adusandosi gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incontra la verità, imperseveramento di parlare nutricò arditanza 25. 11. Sì che per le 'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che' maggiori si contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue bisogne; e così, parendo molte fiate che quello eh' avea impresa sola eloquenzia sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che avea eloquenzia congiunta con sapienzia, i-2: m nelle loro ciltadi M' om. et a corr.... uomini 2: m avenia 3 kelli aveano sombianca de giusta sap. 4: m om. Et 6: M' li quali 7: M' questi 10: m om. Et 11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il cominciamento i3: Jlf chende seguita, j/i che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M meno di savi, m ch'erano meno che savi 17-18: M-m non sapeano, L non osavano M-m om. e 19: Jlf sintrametteano dele cose 21: M-m om. uomini M verrali 3f' vennero 22: M' om. delle pr.... controversie 23: M-m om. spessamente 24: M' il persev. - 26: M' aiutasse m adornasse 29: M' giunta. Un costrutto più regolare si avrebbe sopprimendo il che o inserendone un altro dopo verisimile; appunto. per questo conservo' il che, non sembrando probabile che un copista volesse complicare di suo. Questa maggiore libertà sintattica non è nuova. aveni'a che, per giudicio di moltitudine di gente e di sé medesimo paresse essere degno di reggiere le publiche cose. E certo non ingiustamente, poi che' folli arditi impronti pervennero ad avere reggimenti delle comunanze, grandissime e miserissime tempestanze adveniano molto sovente; per la qual cosa cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo ingegno, quasi per scampare di torbida tempestade in sicuro porto, così fuggiendo la discordiosa e tumultuosa vita si ritrassero ad alcuno altro queto studio. Per la qual cosa pare che per la loro posa li altri dritti et onesti studii molto perseverati vennero in onore. Ma questo studio di rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la presumptione e l'ardire de' folli impronti manimettea e guastava la cosa onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno dei comune, allora era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della qual cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro discepolo Àffricano, né i Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini era sovrana virtude et altoritade acresciuta per la loro sovrana virtude; sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et aiuto e mantenimento della comunanza. Lo sponitore. In questa parte divisa Tulio come divennero quelli due mali, cioè turbare il buono stato delle cittadi e corrompere la buona vita e costumanza delli uomini; et avegna che '1 suo testo sia recato in sie piane parole che molto fae da intendere tutti, ma tutta volta lo sponitore dirae alcune parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale: La elo 1 : M-m avogiia 2: M per essoi-o degno d'essere 7 di reggiere, M' paresse degno de reggere 3: M' poi ke fuor iaiditi in pronti, m enpronti 4-5 : M' pervennero i reggìm. 7 de miserissime tempeste spessamente 7 : M' lempcstande * : M-m la discordia (m echontumulosa) 9 : Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa i i : itf ' do tutto loro " i4: M dì [olii 18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i G. n. d'AII'ricano Jlf' erano sovrane vertudi 26: M' la vita 7 la buona costumanca - 27: M< suo stato m in se 28: itf' om. tutti, ma M' alcuna parola S9: Af' Et la tema 6 cotale. De la el. ecc. È possibile tanto la lezione di Af quanto quella di m; ma proferisco questa perchè corrisponde alle parole del commento, § 6: « pareano essere degni». Il testo latino ha studium aliquod quieUtm. Lo scambio di queto por questo era facilissimo, e forse risalo r.llo iirimo copio. quenzia mise in sì alto stato i parladori savi e guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e le comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li onori e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private, cioè 5. delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere né altre picciole cose. Ma erano altri uomini di due maniere: l'una che non erano parlatori, l'autra che non aveano sapienzia, ma erano gridatori e favellatori molto grandi; e questi non si trametteano delle cose publiche, cioè delle signorie e delli officii e delle grandi cose del comune, ma impigliavansi a trattare le picciole cose delle private persone, cioè delli speciali uomini. 3. Intra' quali furono alcuni calidi e vezzati - cioè per la fraude e per la malizia che in loro regnava parea ch'avesse in loro sapienzia-; e questi s' ausarono tanto a parlare che, per molta usanza di dire parole e di gridare sopra le vicende delle speciali persone, montare in ardimento e presero audacia di favellare in guisa d'eloquenzia tanto e sì malamente che teneano la menzogna e la fallacia ferma contra la veritade. Onde, per li grandi mali che di ciò adveniano, convenne che' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano le grandi cose, venissero et abassassero a trattare le picciole vicende di speciali persone, per difendere i loro amici e per contastare a quelli arditi. Et nota che arditi sono di due ma 25. niere : l' una che pigliano a fifare di grandi cose con provedimento di ragione, e questi sono savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di ragione, e questi sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non aveano 30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e talvolta migliori. Sì che per sentenza 4 : M' om. e non s. t. d. cause 5: M-m ont.aò 6: m odaltre p. o. 7 M< parliei-i iO: M' de comuni dele piccole cose cioè che jier la lYaude ecc. parean (/^ parea) cavassero sapienlia lo.- 3f< pei' la molta 17: M^ presero baldanza 19: M' contro alla verità 20: A/' ohi. che d. e. adveniano m avenia savi e parladori m le cittadi 23: M' appilgliano a taro le g. e. 26: M^ om. di ragione L l'altra 27: L provedimento 31-32: Me dire,moHi. mentire e di 33:M' talocta m. visi che p.s Cosi leggo con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a lavareria, il Manuzzi registra esempii di lavoriera. del popolo, la quale è sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza di sé medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare le publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et alli 5. officii et onori delle comunanze. Et poi che cciò avenne, non fue meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime tempestadi. Et nota che dice « grandissime » per la quantità e che duraro lungamente, e dice « miserissime » per la qualitade, ch'erano aspre e perilliose chende 10. moriano le persone ; e dice « tempestanza » per similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e talvolta crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé medesime e patono distruzione. « Per la qual cosa eloquenzia cadde in tanto odio et invidia »... Et nota che odio non é altro se nno ira invecchiata; e così i buoni savi erano stati lungamente irosi, veggiendo i folli arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione che omo àe per altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per coloro ch'erano segnori delle grandi cose et erano in onore. 8. Et perciò li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose ad altri queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro porto. Et nota: là dove dice « altissimo ingegno » dimostra bene eh' arebboro potuto e saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero furo bene da riprendere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l' altre scienze di filosofia, sì come trattare le nature delle divine cose e delle terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le costumanze; et appellali « queti studii » che non trattano di parlare in comune, e perciò che ssi stavano partiti dal remore delle genti. Et appella « vita tumultuosa » che 2: Jl/i per ragione ~ 4: M furoro, M^ fuoro 7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano, m duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade 14: M' medesimo ~ 15: m om. Et 16: m buoni e savi 18: m om. Et m i'uomo... l'altrui SO: M> et in lionore erano m ad altre M-m questi, M' certi om. Et noia la dove 25 : M-m non fecero 26 : Tutti i mss questi 27 : M de trattare 28: M-m sicome dice che l. 29: M^ appellasi, L appellansi mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma forse dopo crescono è andato perduto un soggetto, richiesto dal senso o dalla sintassi, come i venti o l'onde (abbiamo anche altrove la prova che le due famiglie di codici risalgono a un capostipite già corrotto). Pure non sarebbe impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le fortune. spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in cittade coll'arme e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar lo studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè pregiata. Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro in grande onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior questo a quel tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male che faceano i folli arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa onestissima e dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle cose oneste e diritte. U. Dalla qual cosa non fugio il nostro Catone né quelli altri savi ch'amavano drittamente il comune et aveano senno e parlatura; ma dimoraro fermi a consigliare et a difendere il comune da'garritori folli arditi; e però montaro in onore et in istato sì grande che le loro dicerie erano tenute sentenze, e perciò dice che in loro era autoritade, che autoritade èe una dignitade degna d' onore e di temenza. Ma da questo si muove il conto e ritorna a conchiudere per ragioni utili et oneste e possibili e necessare che dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise. CICERONE conclude che sia da studiare in rettorica. Per la qual cosa, al mio animo, non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s' alquanti la misusano in publiclie et in private cose; ma tanto più clie ' malvagi non abbiano troppo di podere con grave danno de' buoni e con generale distruzione di tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che rettorica è una cosa la quale molto s'appartiene a tutte cose, è publiche e private, e per essa diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda; e per essa medesima molte utilitadi avengono in comune se fia presta la modonatrice di tutte cose, cioè sapienzia; e per lei medesima abonda a coloro che H'acquistano lode, onore, dignitade; e per essa medesima anno li amici certissimo e sicurissimo aiutorio. 1: M-m spesse volte 2: m tralassaro 8: m le chose honestissime 10: M (Iride, m diritte 3f' Dela q. e. 11: M' dirittamente, m om. 12: M' dimorato y f.: M 7 folli arditi, £ e da f. a. 14: M^ J montaro perciò 18: m e torna, M 7 condoura tornerà per ragioni, L e mosterrà per rag. Jlf-;» honesti ~ 19: M -m necessarie 20: m lodarla ^3: M* misuna, corretto poi misusa 27: M' molto pertièno devegna 28: M> y hon. 7 illustra 7 gioconia, m illustra 29: M sia 31: M^-m 7 honore 7 dignitade. La tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio: Se alquanti di mala maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto che 11' uomo non debbia studiare in 5. eloquenzia, al mio animo (cioè per mia sentenza), acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a' buoni né di fare generale distruzione di tutti. Et nota che distrutti sono coloro che soleano essere in alto stato et in ricchezza e poi divennero in tanta miseria che vanno men 10. dicando. 2. Et poi dice le lode di rettorica, come tocca al comune et al diviso, e come per lei diviene l'uomo sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare le cause, et appena troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice chende diviene la vita « onesta », cioè laudato intra coloro che '1 15. cognoscono; e dice «illustre», cioè laudato intra li strani; e dice « ioconda », cioè vita piacevole, però che ' savi parlieri molto piacciono ad sé et altrui. 3. Et altressi molto bene n'aviene alle comunanze jier eloquenzia, a questa condizione : se sapienzia sia presta, cioè se ella sia adiunta con eloquenzia. Et dice che sapienzia è amodenatrice di tutte cose però che ella sae antivedere e porre a tutte cose certo modo e certo fine. 4. Et poi dice che questi che anno eloquenzia giunta con sapienzia sono laudati, temuti et amati; e dice che Ili amici loro possono di loro avere aiutorio sicurissimo, però che appena fie chi Ili sappia contrastare, poiché sanno parlare a compimento di senno. Et dice « certissimo » però che '1 buono e '1 savio uomo non si lascia M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema de questo è cotale 3: M' aliijuanti 6: M' de fare male 7: m om. nota 9: il' divegnono 11: M huomo siguro 13: M' troverà 14: M-m laudata.... che cognoscono 15: M' illustra, L illustro 17: A/' ad altri M-m nm. Et altressi e n 19: Hin presta M' giunta 21 :M siae ad intivedere, m a ad antivedere 22: m om. Et 23: M^ 7 temuti 25: m Tia chelli sappia, M' fie chelli il sappia 37: M non so lascia. Anche la lezione di ilf è possibile, ma forse nacque da un accomodamento arbitrario del testo già corrotto. Invece quella di M' è spiegabilissima collomissione della parola testo (la somiglianza con questo rese più facile l' errore) e riceve conforma dal principio del capitolo seguente, con quell'uniformità di espressione che è caratteristica di tutto il commento. (2) Troverai è preferibile come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M' potrebbe trattarsi non di troverà, ma troverà'. corrompere per amore ne per prezzo né per altra simile cosa. Et qui si parte il conto e fae nn' ultima conclusione in questo modo: Tullio conclude in somma. Et però pare a me che gli uomini, i quali in molte cose sono minori e più fievoli che Ile bestie, in questa una cosa l'avanzano, che possono parlare ; e donque pare che colui conquista cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri uomini in quella medesima cosa per la quale gli uomini avanzano le bestie. La tema in questo testo è cotale : La veritade è che gli uomini in molte cose sono minori che Ile bestie e più fievoli, acciò che sanza fallo il leofante e molti altri animali sono più grandi del corpo che nonn è l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della persona che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza fallo lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo cerviere del vedere e la scimmia del saporare, e l'avóltore 20. dell' anasare ad odorare, e '1 ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza 1' uomo tutte le bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae alli altri uomini. 25. Tullio dice di che elli tratterà 16. Et questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista solamente per natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte altressi. Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i quali sopra ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi S: il-m un'altra condictione 7 : M' costui il-m conquesta 8: M-m la quale; om. li 9 : )» om. cosa e gli uomini 11: il' de questo t. M' molti huomini.... minori 7 più fievoli chelle bestie 15: U-m om. altre 16: M' che tucti 19-20: M-m 7 l'avóltore dell'odore, M']j lavoltoio delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et l'avoltoio del nasare et d'odorare M-M' 7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a ragnolo M'-L ne! toccare 22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma cfr. ^ \) 27 : M' per la natura 2S: M-m nm. d'arte 29: m certi. che noi diciamo ciò che ssi comanda in rettorica, pare che sia a trattare del genere d' essa arte e del suo officio e della fine e della materia e delle sue parti; imperochè sapute e cognosciute queste cose, più di legieri e più isbrigatamente potrà l'animo di ciascuno 5. considerare la ragione e ia via dell'arte. Lo sponitore. 1. Poi che Tulio avea lodata Rettorica et era soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì ricomincia nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo libro. 10. Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo di ciascuno sia più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al suo prolago e viene al fatto in questo modo: Tullio ae fiìiito il prolago, e comincia a dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la quale richiede et è 15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una grande et ampia parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata Rettorica. Che al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono che Ila scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne discordiamo da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et in arte del 20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica porremo in quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile scienzia, cioè della scienzia delle cittadi. Lo sponitore. I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are ordinatamente ciò che elli avea promesso nella fine del prolago. Et primamente comincia a dicere il genere di questa arte. Ma anzi che Ho sponitore vada innanzi sì vuole fare intendere che è genere, perchè l' altre parole siano meglio intese. Ogne cosa quasi o è generale, sicché comprende molte altre cose, o è parte di quella generale. Onde questa 1-2: M' (la tratto, poi corr. da trattar.; 3: M-m generalmente della decta- arte 3: m però che - 4: M-m più diligente, M' nm. più 8: M A rinconincia 11 : M' (luelle, ma L quello 14-13: M'-L richiede molte cose grandi 16: M-m cai ver diro 18: M-m abbiano 30: M-m [lorromo quel genero SG: m quella S8: M-m y perchè 29: M ìì quasi generale, m è quasi geu. 30: M onde jvirte quella gen. parola, cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende molti, cioè Piero e Joanni etc, ma questa parola, cioè « Piero, » è una parte- A questa somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere cioè la schiatta; che 5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro di quella schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice di rettorica sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e Ila natura sua. Et dice così che Ila 10. ragione delle cittadi, cioè il reggimento e Ila vita del comune e delle speciali persone, richiede molte e grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In fatti è la ragione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de' sartori, de' pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi. In detti è la rettorica e l'altre scienze che sono in parlare. Adonque la scienza del governamento delle cittadi è cosa generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè l'arte del bene parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più innanzi, pensando che Ha scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che muove di filosofia, sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per provare la nobilitade e l'altezza della scienzia di covernare le cittadi. Et provedendo ciò ssi pruova l'altezza di rettorica. Filosofia è quella sovrana cosa la quale comprende sotto sé tutte le scienze; et è questo uno nome composto di due nomi greci : il primo nome si è phylos, e vale tanto a dire quanto « amore », il secondo nome è sophya, e vale - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde FILOSOFIA tanto vale a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa neuno 30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh' elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad avere intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì / M-m cioè che comprende 2: Af' nm. o J cioè Piero 5: M' ovi. chi 4-6: m om. tutto il passo da che « quella schiatla 8: m om. per 9: M^ demostrare 10: jU' i reggimenti 12: M-m om. che b 13: Af ' l'arti (ma anche L l'arto) m e de'pannali, .)/ 7 de sartori de panni 16-17: m o parte d'un altro generale 1M' de ben p. 20: M in podio 22: m om. della scienzia, 3/' niii. della scienzia l'altezza 25: M sotto di sé 26: m fue fdos, .W filis 27 : m om. nome 29: M^ de la scienza 31: M-m tuote l'altre J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare ' M' Donde. (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in Tesar., X, 39-40; però lo ronde poco probabile la forma arti che subito segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e ama, e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si riduce. nizione di filosofia : ch'ella è inquisizione delle naturali cose e connoscimento delle divine et umane cose, quanto a uomo è possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che filosofia è onestade di vita, studio di ben vivere, rimembranza della morte e spregio del secolo. Et sappie che diflfinizione d'una cosa è dicere ciò che quella cosa è, per tali parole che non si convegnano ad un' altra cosa, e che se tu le rivolvi tuttavia signiffichino quella cosa. Per bene chiarire sia questo l'exemplo nella diffinizione dell'uomo, la quale 10. è questa: « L'uomo è animale razionale mortale ». Certo queste parole si convegnono sì all'uomo che non si puote intendere d'altro, né di bestia, né d'uccello, né di pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue rivolvi le parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ? certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. Or è vero che anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle quali dubitavano, e uon senza cagione, però che sopr'esse tre questioni si girano tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse l'uomo 20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che ragione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza quistione era di sapere le nature di tutte cose che sono. Et perciò che le questioni fuoro tre, sì convenne che' savi filosofi (2) partissero filosofia in tre scienzie, cioè Teorica, 25. Pratica e Logica, si come dimostra questo arbore. i: M inquistione, m inquestione, L inqulslione 2: M^ quando 3: M enpossib'ile (5: Mss. quella cosa 7 per t. p. 8: if-M' le rivuoli, L le rivolgi il' el per bene .9-/0: if' lo quale questo, L la i[ualo questo 16: m necessità, M' neccssiladc 16-17: .¥' luiomini in esse (L messe) 18: sospeso, cnrr. sopresse 19: .1/' liuomo 20: m la seconda che lasciare 20-21: lU-m om. la 2" quistione 22.: M-m om. quistione M-iii la natura m tutte le oliose - 23: M-m Et però quelle quistioni furono tre 23-24 : M si convenne i savi phylosoi)hy che partissero jf > si conviene -^ 23: M mn. e. (1) Si potrebbe anche leggere (con una costruzione più regolare ma con una coordinazione poco opportuna) ciò eh' è quella cosa, e per tali parole ecc. (2) Questa lezione ò comune a codici di ambedue le famiglie, e perciò la preferisco a quella di M, che pure si può difendere facendo transitivo conreìtne e intendendo i -savi filosofi come complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare e che lasciai'e. La seconda scienzia, cioè logica, è per dimostrare la seconda quistione, cioè per che ragione dovesse quel fare e quello altro lasciare. 10. Et questa scienza, cioè logica, sì ae tre parti, cioè dialetica, efidica, soffistica. La prima tratta di questionare e disputare l'uno coli' altro, e questa è dialetica; la seconda insegna provare il detto dell' uno (1) dell' altro per veraci argomenti, e questa èe efidica; la terza insegna provare il detto dell'uno e dell'altro per argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è sofistica. Et questa divisione pare in questo arbore. La tex'za scienzia, cioè teorica, si è per dimostrare le nature di tutte cose che sono, le quali nature sono tre; 15. e però conviene che questa una scienza, cioè teorica, sia pai'tita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e Matematica, sì come dimostra questo arbore. 4: m cioè la ragione 6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica (un'altra mano aggiunse sotìslicha) 7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e dell'altro i 1 : if infinite M' argomenti frodolenti 7 jier infinita pruova 12: m apare. (1) Conservo invece di e, comune a quasi tutti i codici, appunto per la sua singolarità e perchè sembra indicare una differenza tra l'efldica e la sofisticala prima dimostra la verità di una delle due parti, la seconda pretende dimostrare l'una e l'altra parte. Onde la prima di queste tre scienze, cioè teologia, la quale è appellata divinitade, si tratta la natura delle cose incorporali le quali non conversano in traile corpora, sì come Dio e le divine cose. La seconda scienzia, cioè 5. fisica, sì tratta le nature delle cose corporali, si come sono animali e He cose che anno corpo; e di questa scienzia fue ritratta l'.arte di medicina, che, poi che fue connosciuta la natura dell'uomo e delli animali e de' loro cibi e dell'erbe e delle cose, assai bene poteano li savi argomentare la saio, nezza e curare la malizia. La terza scienzia, cioè matematica, sì tratta le nature de le cose incorporali le quali sono intorno le corpora; e queste nature sono quattro, e perciò conviene che matematica sia partita in quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica, geometria et astronomia, sì come 15. appare in questo arbore: La prima scienzia, cioè arismetrica, tratta de' conti e de'nomeri, sì come l'abaco e più fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare voci e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e delle proporzioni. La IV scienza, cioè astronomia, tratta della disposizione del cielo e delle stelle. Or si torna il conto dello sponitore di questo libro alla prima parte di filosofia, della quale è lungamente taciuto, e dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica, 25. che pervegna a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue detto già indietro, questa pratica è quella scienza che dimostra che ssia da ffare e che da lasciare, e questo è di 3:m traile corpora 7: #' dela mudicina 9: M' assai poteo bone argomentare isani 10-13 : M-m mltnno da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si e) 16: m om. scien7.ia 17: M' noveri 18: M [a musica SO: M astorlomia M' tracta Io sponilore 22: Af' si ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro alla prima p. 33: m ae, Jtf' oo 24: m della prima parte 25: m perverrà. tre maniere: i>erciò conviene che di questa una siano tre scienze, cioè sono Etica, Iconoiiiica e Politica, sì come mostra la figura di questo arbore : La prima di queste, cioè etica, sì è insegnamento di 5. bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento delle cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per assennamento di quatro vertudi, ciò sono prndenzia, iustizia, fortitudo e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono superbia, invidia, ira, avarizia, gula e luxuria; e così dimoio, stra etica clie sia da tenere e che da lasciai-e jier vivere virtuosamente. 16. La seconda scienza, cioè iconomica, sì 'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per covernare e reggere il propio avere e la propia famiglia. La terza scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere 15. le cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è provato, è in due guise, cioè in fatti et in detti, sì come si vede in questo arbore: 18. Quella maniera eh' è in fatti sì sono l'arti e' magisterii che in cittadi si fanno, (i) come fabbri e drappieri e li 1 : M-m però clic convion(3 3.m am. la ligura ;>: Af' accostumatamente M' om. ira 10: M^ da necnto 1 1: m virtmliosamonte 13: m avere, la patria e la famiglia 14: m fare, mantenere 7 r. 16: M-M' 7 in due guise M' in detti. 18: m om. tutto il g 18 M' 7 mestieri 19 : M che cittadini fanno (lì Si rimane incerti fra le due lezioni, perchè il senso è il medesimo e anclie paleograficamente la differenza è lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i) cittadini'! Adottiamo la lezione un po' più diffìcile. altri artieri, sanza i quali la cittade non potrebbe durare. Quella eh' è in detti è quella scien^ia che ss' adopera colla lingua solamente; et in questa si contiene tre scienze, ciò sono Grramatica, Dialettica, Rettorica, si come dimostra 5. questo altro albore: Et che ciò sia la verità dice lo sponitore che gramatica è intrata e fondamento di tutte le liberali arti et insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè per parole propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica non potrebbe alcuno bene dire né bene dittare. La seconda scienza, cioè dialetica, sì pruova le sue parole per argomenti che danno fede alle sue parole; e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mostri ragioni per che, sicché le sue parole abbiano provanza Ib. in tal guisa che Ili uditori le credano e diano fede a cciò che dice. La terza S(!Ìenza ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti alla materia, per le quali l'uditore s'accheta e crede e sta contento e muovesi a volere ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a 20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò che '1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a diritto e per sì propie parole che sia inteso, e questo fae gramatica; e dee le sue parole provare e mostrare ragioni (2), 1 : Af ' artefici sanza quali le cittadi non potrebbero durare 3: M^ ] questa si contiene 6: m Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia 7: M' l'arti liberali 9: Mm om. e sanza sologismo; t-S silogismo 10: M' om. alcuno I-i: M ragione si che le s. p. pruova i7 : M-m advoncnti 18-19 : M' per bisogno al parliere et al dictatore S3: M-m mostrare con ragiono, L mostrare por ragione Non credo necessario, data l' impossibilità di distinguer la grafia dei copisti da quella dell' autore, ristabilire la forma esatta solecismo; la stranezza della parola spiega pure l'omissione di M-m e lo sproposito di L-S. (2) Che questa sia la giusta lezione è confermato dal § precedente, 1.16 («ragioni per che ») ; e si noti che mostrare con ragione o per ragione equivarrebbe a provare. e questo fae dialetica; e dee sì mettere et addornare il suo dire che, i)oi che 11' uditore crede, che stia contento e faccia quello eh' e' vuole, e questo fa Rettorica. Or dice lo sponitore che Ha civile scienza, cioè la covernatrice delle cit5. tadi, la quale èe in detti si divide in due: che ll'una è co llite e l'altra sanza lite. Quella co llite si è quella che sisi fa domandando e rispondendo, si come dialetica, rettoi'ica e lege; quella eh' è sanza lite si fa domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per dare alla gente insegnamento e via di 10; ben fare, sì come sono i detti de' poeti che anno messo inii iscritta l'antiche storie, le grandi battaglie e l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. Altressì quella civile scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una artificiosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale il parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della materia, vi reca suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in dialetica et in rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella quale si recano argomenti pur per altoritade, si come legge, sopra la quale non si reca neuna 2'^ pruova né ragione per che, se non tanto l' altoritade dello 'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è artificiale dice BOEZIO nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte di ragione. Alla fine conclude Tulio e dice che Rettorica è parte della civile scienzia. Ma Vittorino sponendo quella 25. parola dice che rettorica è la maggiore parte della civile scienzia; e dice « maggiore » per lo grande effetto di lei, che certo per rettorica potemo noi muovere tutto '1 popolo, tutto '1 consiglio, il padre contra '1 figliuolo, l'amico centra l'amico, e poi li rega(i) in pace e a benevoglienza. Or è detto 30. del genere; omai dicerà Tulio dello oflfizio di rettorica e del fine. 1: M ordinare, m e iliraeltero e ordinare lo siidire 3: M^ cliolll stea 5: M-m si vede in due 7: M' y reclorica 9: M' a. lo genti i 1 : m-M in iscripto M' 7 le g. b. 7 altro vicende IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta civ. 13-14: mchS l'ima e art. 7 l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra none art. (X non art.) 16: m su argomenti che crede ohe si chenvieno, S secóndo la cosa 19: M sopralla quale 21 : J/' di questa non artificiosa S6: m e M' alFecto, ma L el'ctto S8 : m M' contro al f. wchontro all'amico, M' contra amico. 29: m li reca, Af' recalgli a pace 7 benev., L-S recarli a p. Q n h. 80 : m M' oggimai. (1) Con libertà non nuova alla nostra ling'.ia antica, si può sottintendere il soggetto, « rettorica », dalle parole « per rettorica » che precedono. La lezione ? ecarli, appunto perchè piii semplice e chiara, mi par da scartare : non si vedrebbe CICERONE dice che è l'ufficio di questa arte. 18. Officio di questa arte pare che sia dicere appostatamente per fare credere, fine è far credere per lo dire. Intra 11' ufficio e Ila fine èe cotale divisamente : che nell'officio si considera quello che 5. conviene alla fine e nella fine si considera quello che conviene all'officio. Come noi dicemo l'ufficio del medico curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che noi dicemo fine intenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare il parliere, e dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili dice. In questa parte àe detto Tulio che è l'officio di questa arte e che è lo suo fine; e perciò che '1 testo è molto aperto, sì sine passerà lo spouitore brevemente. Et dice 15. cotale diffinizione : officio è dicere appostatamente per fare credere. Et nota che dice « appostatamente », cioè ornare parole di buone sentenze dette secondo che comanda quest'arte; e questo dice per divisare il parlare di questo dicitore dal parlare de' gramatici, che non curanq d'ornare 20. parole. E dice « per far credere », cioè dicere sì compostamente che ir uditore creda ciò che ssi dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più di dire belle pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi 25. considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo 'ntendimento del parliere è di far credere le sue parole all'uditore. Donque questo è la fine, cioè far credere; che 2: M* om. ilk'Oi'O 3: M-M' 7 lar M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio e ripete è cotale ilivisumento che no l'ollicio M 7 è colalo 0: m il' e curare 9: t intenderemo cli6 olicio è quello ecc. m om. e JO: il ella, mi e la i3 : .tf' et che il lino 15: il apostamonle M-m saltano dal l'ai ^ apposlatanicnto. 10: .tf-m-.l/' ornate 20: m diro si ornatamente et cliom))ost. 21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m che farle credere - 24: M-m per 1 udire 23: M 7 troverà - 26: M' del parlare la ragione per cui fu mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia derivata da recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante di ìi reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la cosiddetta legge del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc. Dani., N. S., XIV, 90-91) 'mmantenenle che l'uomo crede ciò eli' è detto si rivolve (1) lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1 dicitore intende. 3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine di questa arte è doppio, uno nel parladore et un altro nell'uditore. 5. Il parladore sempre desidera questo fine in sé: che dica bene e che sia tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è questo fine: che '1 dicitore a questo intende, che nell'uditore sia cotale fine che creda quello che dice; e questo fine non desidera sempre IL PARLATORE sì come quello di sopra. 10. 4. Et per mostrare bene che è l' officio e che è il fine e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì dice Tulio che officio è quello che '1 parliere de' fare nel suo parlamento secondo lo 'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per cui cagione il parlieri dice compostamente; e certo questa cagione e questo fine nonn è altro se non fare credere ciò che dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che Ilo officio del medico è medicare compostamente per guerire r amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia. Materia di questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e Ilo savere che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi dicemo che Ile malizie e le fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa arte et il savere eh' è appreso dell'arte sono materia di rettorica; le quali cose alcuni pensaro che 1 : M sinvolve, m si involve, M^-L si muove S : M' quello olio. 9 : M-m considera 10: M' om. l)ene 15: M-m non ae altro m se none a faro 16: Af ' in ciò 17-18 : M Olii, è medicare.... del medico 19: M-m Già ae d. s. (mi s. d.) 20: M' del fine ogimai procederà Tulio a dire S,4: m e tutta l'arte Jlf ' e sapere S3: M-m le malizie, cioè le malattie (glossa) 87: M e savere tulli i inss, apresso Questa è senza dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con ragioni paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il sinvolve di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di Mi L. Invece di si rivolve lo suo animo (soggetto) si può anche intendere « (l'uomo) si rivolve lo suo animo », ma forse l'espressione riesce meno naturale. La correzione è suggerita dalle parole precedenti : « lo savere che dell'arte s'apprende». Il testo latino ha facuUas oratoria. fossero piusori et altri meno. Che GORGIA DI LEONZIO, che fue quasi il più antichissimo rettorico, e in oppinione che IL PARLATORE puo molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a questa arte grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede a questa 5. arte molti aiuti et adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e giudiciale. Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che materia di rettorica 10. è quella cosa per cui cagione furo pensati e trovati li comandamenti di questa arte, e per cui cagione s'adoperala scienzia clie 11' uomo apprende per quelli comandamenti. Così fuoro trovati li comandamenti di medicina e gli adoperamenti per le infertadi e per le ferute; et insomma 15. quella è Ila materia sopr' alla quale conviene dicere. Et sopra ciò fue trovata questa arte per dare insegnamento di ben dire secondo che Ila materia richiede e per fare che ir uditore creda. Et di questo è stata diiferenzia tra' savi : che molti furo che diceano che materia puote 20. essere ogne cosa sopr' alla quale convenisse parlare. Et se questo fosse vero, donque sarebbe questa arte sanza fine, che non puote essere; e di questi fue uno savio, GORGIA DI LEONZIO, antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'appella antichissimo sì dimostra che non sia da credere. Ma Aristotile, a cui è molto da credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa arte in perciò che fece uno libro d' invenzione et un altro della parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e catuua maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo 30. strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti apiiare : 2: m cliel parlaro 3: M-m che (loggia (w dohbia) aiiiiistare 6: M' generi 7: M-m giiulicalivo - IS: M-m et per (incili comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com., S per qiialnni|ue com. (t bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo inf. M' fedito 15: m. M'-L sopra la quale 19: M' dissero ?0: m sopra la ipiale l'uomo chonviene parlare, M' sopra la (pialo SS: M-m di questo S3-S4: M' 1 aix.'llava S6: M-m (lice molti aiuti M' in ciò che, m però che S7: Mdinvctione, hi d'invotione - S8: M-m materie M' de cosa {ma L S di cose) M^ ciasouna 30-31: M-m om. come ecc. e la figura. Et a questa sentenzia s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta l'arte di rettorica. 4. Ma ben puote essere oh' e' maestri in questo punto fanno divisamente intra dire e dittare; che pare che Ila materia di dittare sia si generale che quasi sopra ogne cosa si possa fare pistola, cioè mandare lettera. Ma dire non si puote per modo di rettorica se non delle dette tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca tutta la rettorica in quistione di parole. Et intendo che quistione è una diceria nella quale àe molte parole sie impigliate che ssine puote sostenere l'una parte e l'altra, cioè provare si e no' per atrebuti, cioè per propietadi del fatto o della persona. Et ecco l' exemplo in questa diceria che fie proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco Tulio Cicero no, che davanti (i) al popolo di ROMA fece anegare molti ROMANI a tempo che '1 comune era in dubbio? In questa proposta à due parti, una del sì et un'altra del no. Quella del sì è cotale : « Cicero è da sbandire, perciò che à fatta la cotale cosa *. Quella del no è cotale: « Non è da sbandire, che ricordando pure lo nome signififica buona cosa 20. et isbandire et exìlio (2) sìgnifBca mala cosa, e non è da credere che buono uomo faccia quello che ssia da sbandire degno né de exìlio ». 6. Grià è detto che è la materia di quest'arte, et afferma Tulio la sentenza d'Aristotile. Et però che elli l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì quelle 25. tre maniere sì compiutamente che per lui e per lo sponì 1 : m sachosta 2: Mi tucta 3:m tra dire od. 4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote 6: M' lectoro 7 : 3f ' se non le docte om. perciò m tutta rettorica 9: M' ov'a il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti m cioè i)roiiietadi 12: M sie o fie, m Ila, M'-L fu - 14: m om. Cicero M^ Cicerone che davanti il p. 15: M' al tempo 16: M imposta 19: M' il suo nome ò buona cosa 20: M' in exilio 21-22: m dongno da sb., M' dengno di sbandire in oxilio 24: J/' la conferma Non e' è dubbio sul testo, in cui la tradizione manoscritta è concorde; quanto all'interpretazione cfr. Maggini, La Rettorica italiana di B. L. Che et e non in sia la lezione originaria è comprovato dal seguente né de exilio (cambiato da M< in exilio per analogia colla prima alterazione). tore potrà quelli per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e la natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo trattato e di Connoscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti non potrebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima del dimostrativo. Del dimostr amento. Dimostrativo è quello che ssi reca in laude o in vituperio d'una certa personale. In questa parte dice CICERONE che, con ciò sia cosa che Ile cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda indella quale l'uno afferma e l'altro niega siano di tre maniere, sì insegna Tulio avanti quale causa è dimostrativa. Ma lo sponi 15. tore non lascerà intanto che non dica la natura e Ila radice di tutte e tre, oltx'e che dice il testo di Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del parliere che dice sopra la causa, e dicerà che è il fatto della causa. La persona del parliere è quella che viene in causa per lo suo detto o per lo 20. suo fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o che ssi crede ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che detto noll'abbia; altressì intendo «fatto» quello che fece o che ssi crede ragionevolemente che elli abbia fatto, avegna che fatto non sia. 3. Il fatto della causa è quel detto o quel fatto per lo quale alcuno viene in causa e questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice Pompeio a Catellina: « Tu fai tra 1: in poUà collii è: M' c\ inovini. ~ 5: .W Jioooia, L ilice ora 6: i/del dimoslratio, m (Iella dimostrationo 8: S si moslra 13-14: il' sia in ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio inprima M-m cosa il' sia doni. 13: m oni. e la radice - lS-19: il-m Persona del ]). 7 quella 19-20: il' per lo suo facto o per lo suo dello, m per lo s. d. e per lo s. f. intondo suo detto e latto (pielli (nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello S4 : il' ijucl detto SS- il' et in ipiest., m. ohi. L siae dimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde: « Non fo ». In questo convenente Pompeio e Catellina sono le persone de'parlieri; e la causa è questa: «Tu fai tradimento » « Non fo »; e chiamasi causa però che 11' uno ap5. pone e dice parole contra l'altro e mettelo in lite. 4. Et per maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che èe dimostramento e che deliberazione e che iudicamento, e così sopra che è ciascuna maniera di rettorica. Dimostramento. Dimostramento è una maniera di cause tale che per sua propietade il parliere dimostra ch'alcuna cosa sia onesta o disonèsta, e per questo mostra che è da laudare e che da vituperare; e questa causa dimostrativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. La speciale dimostrativa è quella nella quale i parlieri si sforzano di provare una cosa essere onesta o disonesta, non nominando alcuna certa persona; et intendo certa persona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie e di cotali certe cose e determinate tra Ile genti, non intendo dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della 20. luna, che questa quistione non pertiene a rettorica. Et di questa causa speciale dimostrativa sia cotale exemplo : « Il forte uomo è da laudare Dice l'altro: Non è, anzi è da vituperare. E di questo nasce quistione, se '1 forte è degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa, ma 25. non nomina certa persona, e perciò è speciale. 8. La causa dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale i parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o disonesta nominando certa persona, in questo modo. CICERONE è degno di lode. Dice l’altro. Non è. E di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare. Et questa quistione comprende due tempi : presente e preterito. Che al ver dire di ciò che 11' uomo fae presentemente è lodato biasmato, et altressì di ciò che fece ne' tempi passati. 9. Et sopra ciò dicono 1' antiche storie di Roma che 35. questa causa dimostrativa si solca trattare in Campo Marzio, 5: 3/' perciò maggioro 7 : ìlt' cheo... cheo (ma L clie... che) - saprà che è 10: M' per sue propietadi il parladore 14: M' i parladori m spellale o dimostrativa 16: M' nm. et intendo certa persona, vi om. et 17: M' et dele ciltadi 18: m cliase diterminate 19: M-m et della gr. 20: m non apartiene ^i :?» om. speciale M-m dimostrata M k cotale lessemplo - So: M-m om. è 27: M' alcuna persona essere M-m di tre tempi m pres., preter. e luturo 32: M-m Et al ver dire 33 : M-m om. di - 42 nel quale s'asemblava la comunanza a llodare alcuna persona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a biasmare quella che non era degna. E già è ben detto della causa dimostrativa; sì dicerà il maestro della causa deli5. berativa. Del diliber amento. 21. Diiiberativo è quello il quale, messo (^' a contendere et a dimandare tra' cittadini, riceve detto per sentenzia. In questa parte dice Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a' cittadini a contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che nne sentono; e sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè alla fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di 15. causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà delle genti, che raunano li consillieri per diliberare che ssia da fFare sopra alcuna vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché alla fine si prende quella che pare migliore. 3. Et in ciò sia questo 20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare oste in Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano qual sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa quistione si considera pure nel tempo futuro, che al ver dire sopra le cose future prende l'uomo consiglio e dili 25. bera che ssia da fare e che noe. 4. Et questa causa diliberativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera d'ai cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando 1-3: M alcuno cli'era dengno om. e signoria.... degna 6: Tutti i mss. omesso, S è messo H : M-m che in essa - m M' i loro pareri, L illoro pareri 12: M' da loro - 13: M-m dicono 14: M-m lo migliore 15: M-m cassare (M 7 quello) 16: M-m raunavano 17: M-m non daffare 20: M' ressom])ro M-m che pone -22: M' il migliore 24: m nel tempo futuro ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo) M-m Questa ì; causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia m una e spetiale M-m om. che 27: M-m alcuna cosa 28: M-m om. sellò (1) Il testo latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a tutti i codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la rendeva facile. (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma preferisco quella di M' perchè corrisponde esattamente alla fino del § 2. alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace è da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di ciò nasce causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere o no. L'altra che non si può partire è quella nella quale 5. i dicitori studiano di provare e' alcuna cosa sia utile o dannosa, nominando certe persone, in questo modo: Dice l'uno: « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi. Dice l'altro: «Non è». Et già è detto della causa diliberativa; omai dicerae il maestro del iudiciale. Ma questo sia conto a ciascuno, che Ila propietade della diliberazione èe mostrare che ssia utile e che dannoso in alcuno convenentre. Et questa diliberativa si solca trattare nel senato, e prima diliberavano li savi privatamente che era utile e che no e poi si recava il loro consiglio in parlamento e quivi si fermava la loro sentenza, e talvolta si ne prendea un'altra migliore. Judiciale è quello il quale, posto In iudicio, à in sé accusazione e difensione o petizione e recusazione. La natura di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore per cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè per mostrare d'una cosa s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo : che uno ac-cusa un altro e l’accusato si difende elli medesimo o un altro per lui; overo che uno fa sua petizione e domanda guidardone per alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un altro recusa e dice che non è da guidardonare, e talvolta dice. Anzi è degno di pena. Et questa causa si pone in iudicio, cioè in corte davante a' indici, acciò eh' elli indichino tra Ile parti quale àe iustizia; e questo si fae in corte palese in saputa delle genti, acciò che Ila pena del S. in Iva 3: M-m e so la p. 4: M' L'altra la quale 7 : Ai da melanesi, m tra mei. - Af ' e li crem. M-m l'altro dice *: J/ E già detto U-m cosa 9 : M ' oggimai dicera del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno m e damostrare 12: m ohe prima 14: m om. e m M' in loro consiglio (ma L illoro cons.) 14-15: A/' in loro sententia si fermava 18: Tuttiimss. e [tosto i9: m accnsatione, difensione, pctitiono Tutta mas. recusatione {ma cfr. testo latino) 24: m chontro a iust. m om. che V e medesimo, L elli med. 27: m fatta bene 28: m om. e dice 32: m traile genti. malfattore dia exemplo di non malfare, e '1 guidardone de' benfattori sia exemplo agli altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: « I buoni si guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si guardano 5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale doppia: una speciale et un' altra che non si puote partire. Speciale è quella nella quale il pai'lierc si sforza di mostrare alcuna cosa che ssia insta o iniusta, non nominando certa persona; in questo modo: « Il ladro èe da 'mpendere, 10. perchè commette furto ». Dice l'altro: « Non è ». 4. Quella che non si puote partire è quella nella quale il parliere si sforza di mostrare una cosa essere iusta o no, nominando certa persona; in questo modo: « È da impendere Guido eh' à fatto furto, o no? » Od « E da guidardonare GIULIO Cesare eh' à conquistata Francia, o no? Et tutte que ste cause iudiciali si considerano sopra'1 tempo preterito perciò che di ciò che l’uomo à fatto in arrietro è guidardonato o punito. CICERONE dice la sua sentenzia della materia di rettorica riprende quella d' Ermagoras. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del parliere (0 e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre. (cai). VI) Che certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice ne attenda C^) ciò che promette, acciò che dovide la materia di questa arte in causa 25. et in questione. 1 : VI exempro allo genti -V far malo M il guidardone S: M' tini benfacloro m om. VA 4: M' o li malvagi seno guardano 6: U' et una che 7: il' il dicitore - 9: M-m om. modo m è da mpichare 10: M' un altro 12-15: M-m om. ila nominando alla fine del paragrafo i6: il-m om. si i7: m per adietro i8:m pulito SI : M-m parlare, M' parladore, L parlatore M Amagoras Che sia da legger cosi dimostra non tanto la variante di M' quanto, specialmente, il trovare nel § 1 del commento lo stesso errore di Mm di fronte a parliere di M'. Conservo, coi codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia nel primo caso attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo dunque intenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe spiegabilissima. Ma anello con attenda il senso va bene; e forse una prova della somiglianza sostanziale per l'autore fra attendere e intendere si ha nel § 7 del commento, dove, riferendosi a questo passo, i due verbi sono invertiti di posto: «non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea, nò che considerasse (= attendesse) quello che promettea. Poi elle Tulio àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come fue oppiuione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentej^izia d'Aristotile; e 5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la sentenzia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del parliere è di due partite, cioè causa e quistione. Ma certo e' dovea così riprendere coloro che giungeano alla materia di quest'arte confortameuto e disconfortamento e consolalo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente perciò ch'elli era più novello e però dovea elli essere più sottile, e riprendelo ancora però che ssi traea più innanzi dell'arte; e riprendendo lui pare che riprenda li altri. Ma però che Tulio CICERONE non disfina (D lo riprendimento delli altri, si vuole lo sponitore chiarire il loro fallimento, e dice così: 3. Vero è che, si come mostrato è qua in adietro, l' officio del parliere si è parlare appostatamente per fare credere, e questo far credere è sopra quelle cose che sono in lite, e' ancora non sono pervenute all' anima ; ma chi vuole considerai e il vero, e' troverà che confortameuto e disconfortamento sono solamente sopra quelle cose che già sono pervenute all' anima. Verbigrazia: Lo sponitore avea propensato di fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava; onde da questa negligenzia il potea bene alcuno ritrattare per confortameuto, e questo conforto viene sopra cosa la quale era già pervenuta all'anima, cioè la negligenzia.Et se alcuno disconforta un altro che avea proposto di malfare, tanto che ssinde rimane, altressi viene lo sconforto in cosa la quale era già pervenuta all' anima. Adunque è provato che conforto né disconforto non pos 1 : m dinanzi 3: L dico e conferma 4: M-m la sciencia 6-7 : M-m parlaro 10: M'-L non mattamente li: M-m om. elli 14: m diffina (o anche disfina), ilf'-/y non examina delli altri m om. si 16: M^ in qua dietro m del parlare 17: M-m om. si 18: M' et che ancora, m e anchora SO: M' et trovare 21: m om. già - S3 : L pensato, S per pensato 23: M lo tralassava, m lo lasciava 24: M' bene ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi sconforta 30: M-m sconforto Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por « dichiarare », che mi sembra qui il senso piìi adatto. (2) Non mancano esempii (cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e questa parola in senso di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss. altìsono essere materia di questa arte. 5. Ma consolamento puote anzi essere materia del parliere, perciò che puote venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta all' anima. Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di menare dolorosa vita per la morte d' una persona cui elli ama sopra tutte cose. Ma un savio lo consola, tanto elle propone d'avere allegrezza, la quale non era ancora pervenuta all'anima. Ma perciò che in questo consolamento non ha lite, perciò che '1 consolato non si difende né non allega ragioni contra il consolatore, non puote essere materia di questa arte. 6. Or è ben vero che altri dissen che dimostrazione non era materia di questa arte, anzi era materia di poete, però eh' a' poete s' apartiene di lodare e di vituperare altrui. Et avegna che CICERONE no Ili riprenda nominatamente, assai si puote intendere la riprensione di loro in ciò eh' e' conferma la sentenza d'Aristotile che disse che dimostrazione e deliberazione e iudicazione sono materia di questa arte. Et sopra ciò nota che dimostrazione pertiene a' poeti et a' parlieri, ma in diversi modi : che ' poeti lodano e biasmano sanza lite, che non è chi dica contra, e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice contra il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea, né che considerasse quello che prometea, dicendo che tutte cause e questioni 25. proverebbe per rettorica. Or dicerà Tulio le rii)rensioni d' Ermagora sopra causa e sopra questione. Tullio seguita Ermagoras della causa, etc. Causa dice che ssìa quella cosa nella quale abbia controversia posta in dicere con interposizione di certe persone; le quali 30. noi medesimo dicemo che è materia dell' arte e, sì come detto avemo dinanzi, che sono tre parti : iudiciale, dimostrativo e deliberativo. 2: M' innanzi del parlatore 3: m non 6 jiervenuta 5-6: M ellamava 6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto sì clid iiropone 8: M-m che questo cons. .9: in e non allega i3: m di poota.... a poeti, M' de poeti... ali poeti M' o di vit. i-i: M nelle, m non le, M' non gli i6: M' elicgli conferma 17: m dim., dilib. et iiivochationo 19: M' ali poeti et ali pailadori 5i : M II parlieri, »i 11 parlieri?, 3/« E! parladore m pero che è chi dicha chontro al suo dire S-1: A/' chelgli prom. 26: m e questione, M' sopra questioni 30: m nm. medesimo itf' nm. o Sponitore. 1. Poi che Tulio avea detto che Ei-magoras non intese se stesso dicendo che causa e questione sono materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che Ermagoras 5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa della quale molti sono in controversia, perciò che 11' uno ne sente uno intendimento e l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché sopr' a cciò contendono di parole mettendo e nominando alcuna certa persona, che non si possa 10. partire e che propiamente e determinatamente si partenga alle civili questioni. 3. Et di questo dice Tulio che ss' accorda co llui, che ciò àe elli detto davanti per sé e per Aristotile; ma dicerà omai com' elli errò in questione. Qtd rijivende Tullio Ermagoì asQuestione apella quella che àe in se controversia posta in dicere sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene fuori d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del mondo? Chente è la grandezza del sole? Le quali questioni intendemo tutti leggiermente essere lontane dall'officio del parliere; 20. che molto n' è grande mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose quelle nelle quali noi troviamo essere consumata la somma dello 'ngegno de' filosofi con grandissima fatica. Sponitore. 1. Ora dice Tulio che Ermagoras appellava questione 25. quella cosa sopra la quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole l'uno contra l'altro non no 5 M diceva - m ch'era chausa 7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na {sic) trae, m ne atrae 8: M-m contendemo 10: M' nominatamente m sautenga 13: Jf' oggimai 15: M' la quale ae 16-17: M' che ben M-iii li senni vari M' om. h M-m la l'ama 19: M-m del parlare 20: M-m oiii. raaltozza, ilf ' om. e forseneria JZ-w parlare, M' parladore SI: l/Tiusta,//i in vista 24 ^/-w appellalo: M' era questione m tra molti 26: M ne contendeano (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna anche nel commento; è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel francese. minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' filosofi qual fosse il sovrano bene in vita: et erano molti 5. che diceano d'onestade, e questi fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e questi sono epicurii. 3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò che alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco sia oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. Altressì fue questione della forma del mondo, però eh' alcuni filosofi provavano che '1 mondo è tondo, altri dicono eh' è lungo, o otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì era questione della grandezza del sole, che alcuni dicono che’l sole è otto tanti che Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si sforzalo, vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra, e per essa misura ritraeano quella del sole. Et perciò mostra Tulio che Ermagora non intese quello che dicea, ch'assai legiei'mente s'intende che queste cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere. Et nota che dice officio però che ben potrebbe essere che '1 parliere fosse FILOSOFO, e così toccherebbe bene a lini trattare di quelle questioni, ma ciò non arebbe per officio di rettorica ma di FILOSOFIAf. Donque ben è fuori della mente e vano di senno quelli che dice che'1 parliere possa o debbia trattare di queste questioni, nelle quali tutto tempo si consumano et affaticano I FILOSOFI. Or à provato Tulio che Ermagoras non intese quello che disse. Ornai proverà come non attese quello che promise, in ciò che promettea di trattare per rettorica ogne causa et ogne questione. 8. Et ciò fae a guisa de' savi, i 1 : 3/' sì plenesse - 3: M-m fuori con lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori d'hon. .W grande (juostione mi traili lilosali -I : m «m. et 5 : .V diceano hon. M-m OHI. questi fuoro il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici 6: il' diceano volontade (S ugg. cioè piacere) 7: M-m se songni - 8: M' chel ricalco 9: S il nostro sentimento iO: il perciò id: il' diceano IS: il Hangolo ('/), "i troangholo, .W'-i triangolo, S otangolo m quadro i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella terj-a 16: m ritraevano la misura d. s. 17: il' che elgli diceva. Kt assai ecc. S3: M' Dunque ben M' chi dice 24: M' debbia parlare 25: M' et faticano S7: il-m non inteso 28: M-m perche (> rectorica 29: M-m di savi (1) La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata da quella di S che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male interpretato come abbreviatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo. Il commento di Vittorino a questo passo non parla nò di triangolo né di ottangolo. (2) Il latino Ila in ca. - 49 quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono ad alcuna arte per la quale non si puote provare; come s' alcuno volesse trattare d' una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la quale non si pruova né ssi 5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando per argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di Tulio. Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che se Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per istudio e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando la sua scienzia, avesse ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non avesse sposto quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è quella forza nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto rettorica che no-lli concedesse filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi pare del tutto malmendosa, ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate cose elette ingegnosamente e diligentemente ritratte delle antiche arti, et alcuna v'àe messo di nuovo; ma molto è piccola cosa dire dell'arte sì come fece elli, e molto è grandissima parlare per l'arte, la qual cosa noi vedemo ch'esso non poteo fare. Per la qual cosa pare a noi che materia di rettorica è quella che disse Aristotile, della 20. quale noi avemo detto qua indietro. In questa parte dice CICERONE che se Ermagoras fosse stato bene savio, sicché potesse trattare le quistioni e le cause, parrebbe eh' avesse detto falso, cioè che avesse dato al parliere quello officio che nonn é suo; e così non avrebbe mostrata la forza dell'arte, ma averebbe mostrata la sua. Ma ora è quella forza nell'uomo, cioè tal fue questo Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e' non sappia rettorica nolli concederae che sia FILOSOFO. Ma perciò l'arte 1 : 3f siila pongono 3: m trattare una q. 4-5: M' per la quale non si porla provare M' om. per argomenti 9: M^ o \)ev insegnamento parendo 10: »i ordinato M-m del parlare 11 : M-m non avesse posto (»m in et n.) M' ([nello puote 13: M' che fece nolli cono. 14-15: M-m messe, A/' in esse M-m ^ locate le cose («4 nm. le cose) 7 lecte 17: M dell'arti, in delle urti itf' grandissimo 18: Jl/ potea, M' ]jotero 19: ni sia quella. M' qua in adietro S4: M-m ciò M' cavesse detto 25: Af a parliere 28: M' ch'olii 28-29: S che non lu veruno che dicesse ch'elli non sappia retorica non dirà giù che egli sia philosopho (1) Il testo latino ha in ea. che fece non pare in tutto rea ». In questa parola il cuopre (1) Tulio e dimostra eh' elli avrebbe bene ijotuto dire X^egio. Et dice « non è del tutto rea » perciò eh' elli àe messo nel suo libro con molta diligenzia e con ingegno li 5. comandamenti delli altri maestri di questa arte, et alcuna cosa nuova v' agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là ove il vitupera, dicendo che fosse furo in perciò che delle scritte d' altri maestri fece il suo libro. Ma molto è picciola cosa dire dell' arte, ciò viene a dire eh' al parliere non s'apartiene dare insegnamenti dell'arte, sì come fece Ermagora, ma apartiensi a llui in tutte guise parlare secondo li 'nsegnamenti e comandamenti dell" arte, la qual cosa non seppe fare esso. 5. Adonque è da tenere la sentenzia d'Aristotile, che dice che materia di questa arte è dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell' officio e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le parti di rettorica. 20. 27. Le parti sono queste, sì come i più dicono: Inventio, di spositio, elocutio, memoria e pronuntiatio. Lo sponitore. Cinque parti dice Tulio che sono et assegna ragione per che, e quella ragione metterà lo sponitore in suo luogo. 25. Ma prima dicerà le ragioni che nne mostra BOEZIO nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di queste cin 1-2: S scuopre 4: M' con non molto.... ingegni i com. 6: J/' vi giiingnesse i>f-»i la dove 7:M* fosse ladro m poro che dello dette scritte - 8-9: M' delli altri om. Ma... arte m cosa a dire 10: M-m a dire 12 : m egli noi seppe fare 14 : m dice materia 15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento detto del genere, dell' officio et del (ine dì rectorica. Si dicerà l'autore déle sue parti M sulficientemcnte dilig. m ora dirà 20;mLLQ parti di rettoriclia M' inveutione, dispositione, ccc 24: S questa M-m che dico se alcuna Cioè «lo difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre letto iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di dimostra. que ijarti falla nella diceria, non è mai compiuta; e se queste parti sono in una diceria o inn una lettera, certo l'arte di rettorica vi fie altressì. 2. Un'altra ragione n'asegiia BOEZIO: che però sono sue parti perchè esse la 'INFORMANO E ORDINANO e la fanno tutta essere, altressì come '1 fondamento, la i)ai'ete e '1 tetto sono parti d'una casa sì che la fanno essere, e s' alcuna ne fallisse non sarebbe la casa compiuta. Et dice Tulio che queste sono le parti di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo alcuni che diceano che memoria non è parte di rettorica perciò che non è scienzia, et altri diceano che dispositio non è parte d' essa arte. Et così va oltre Cicerone e dicerà di ciascuna parte perse, e primieramente dicerà della 'uvenzione, sì come di piti degna; e veramente è più degna, però 15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma l'altre non possono essere sanza lei. Tullio dice della invenzione. Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè argomenti necessarii e nota « necessarii », cioè a dire che conviene che pure cosi sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti ac 25. conci a provare che così sia, per li quali argomenti veri e verisimili si possa provare e fare credere il detto o '1 fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che dica incontro ad un' altra. 2. E questo puote così intendere il porto dello sponitore. Verbigrazia: Aviene una materia 30. sopra la quale conviene dire parole, o difendendo 1' una i: .W manca 3: m vi (ia, M' vi l'u - 3-4: M' dice Boelius, che poroiù 5: m fannola tutta essere, Af' li fanno essere tutto alti-essi ecc. 6: M' son parte 8 : m om. Et 10: m non era ~ 11: M^ dispositlone 12: M-m dell'arte 13: m primamente 16: m essere o stare 18: M' invontione (e coù semiire) m pensamento il' overo simili 19: il-m la cosa S3: SI' om. a dire 23-24: m pure che cos'i sia. E sappiano M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto - 27-28: m chontro ad un altra - 52 parte o dicendo centra l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si conviene dittare in lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare né la mano presta alla penna, ma consideri che '1 savio mette alla bilancia le sue parole 5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn iscritta. 3. Consideri ancora che '1 buono difficiatore e maestro poi che propone di fare una casa, primieramente et anzi che metta le mani a farla, sì pensa nella sua mente il modo della casa e truova nel suo extimare come la casa sia migliore; e poi 10. eh' elli àe tutto questo trovato per lo suo pensamento, sì comincia lo suo lavorio. Tutto altressi dee fare il buono rettorico: pensare diligentemente la natura della sua materia, e sopra essa trovare argomenti veri o verisimili sì che possa provare e fare credere ciò che dice. 4. Et già 15. é detto quello che è inventio. Ora procederà il conto a dire quello che è dispositio. Dice Tullio de dispositio. Dispositio èe assettamento delle cose trovate per ordine. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR CREDERE il suo dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine, cioè mettere ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene, per più affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2. E dice eh' è quella 25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare li argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti nel principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si possa contrastare lievemente, nella fine. Cosi fae il difficatore della casa, che poi eh' elli àe trovato il modo 1 : m chontro all'altra - 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano alla penna - 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in iscriptura 6-S:.il diliciatore prima che metta lo mani a lare mr=.)/, ma o maestro - 9: m Poi - 10: M' U suo lavoro i3: M-m si veri che possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' omquello - M-m Ora procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a dire che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -,W-»i ohi. i, m om. argopienti 27: M' ali (piali nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel luogo che ssi conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e camere e caminate, et a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già è detto che è dispositio; or diceva il conto che è elocutio. 5. Tullio dice della locuzione. 30. Elocutio è aconciamento di parole e di sentenzie avenanti alla invenzione. Sponitore. I. Perciò che neente vale trovare od ordinare chi non sae ornare lo suo dire e mettere parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi conviene alla materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che è quella scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di parole e di sentenze a quello che noi avemo trovato et ordinato. E nota che ornamento di parole èe una dignitade la quale proviene per alcuna delle parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia. Il grande valore che in voi regna mi dà grande SPERANZA del vostro aiuto. Certo questa parola, cioè “regna”, fa tutte risplendere l'altre parole che ivi sono. Altressì nota che ornamento di sentenze è una dignitade la quale proviene di ciò che in una diceria si giugne una sentenza con un'altra con piacevole dilettamente. Verbigrazia. In queste parole di Salamene. Melliori sono le ferite dell'amico che frodosi basci del nemico. Et già è detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di sentenzie che facciano la diceria piacevole et ordinata di parole e di sentenzie. Omai procederà il conto alla quarta parte di rettorica, cioè memoria. i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo.... l'ascia, charaere3: M^ camminate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc. 0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche S intenliono) 9: M om. od 10: M' sa adornare il suo dire 15: m om. E 16: M dignità della quale, m M' dignità la quale pervieneSO: M' vi sono SI m,»f' perviene 22 .- M-m om. Ai M un'altra seutenfa con un altro, m in un'altra diceria si giungne un'altra sententia chon un altro piacevole dil. 23: M-m dice Salamene 25: M' li frodolenli basci m om. Et 26-27: M om. e di sentenzie, m om. piacevole el; M om. che.... parole Ambedue le lezioni sono possibili; ma con quella di M si spiega meglio una pretesa correzione in dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?), mentre poi il verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole. Dice Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e delle parole e dell'ordinamento d'esse. Et perciò che neente vale trovare, ordinare o acon ciare le parole, se noi nolle ritenemo nella memoria sicché ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice Tulio che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere: una naturale et un'altra artificiale. La naturale è quella forza dell'anima per la quale noi sapemo ritenere a memoria QUELLO CHE NO APRENDEMO PER ALCUNO SENNO SEL CORPO. Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per insegnamenti delli FILOSOFI, per li quali bene impresi noi possiamo ritenere a memoria le cose che avemo udite o trovate o APRESE PER ALCUNO DE’ SENNI DEL CORPO e di questa memoria artificiale dice Tulio eh' è parte di rettorica. Et dice che memoria è quella scienzia per la quale noi fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo trovate et ordinate, sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire. Et già é detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et ultima parte di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della pronunziagione. Pronuntiatio è avenimento della persona e della voce secondo la dignitade delle cose e delle parole. Et al ver dire poco vale trovare, ordinare, ornare parole et avere memoria chi non sae profFerere e dicere le sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice Tulio Però che niente ot acconciai-e 7: w» cene, Af' cine M volere 9:mom, et il: M' senso IS: M' quella memoria i-i: J»/' udito i5: 4f' sensi 16-, m nnu Et i8 : m olle parole i9: M' noi vegnamo a dire SO- « ultra parte, hi ora dirà il conto la quinta jiarte, .W" il maestro - S6 : m o ornare 27: in a chi non sae prollbrere o diro -òsche è pronuntiatio; e dice eh' è quella scienzia per la quale noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare et accordare la voce e '1 portamento della persona e delle membra secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione della diceria. Che chi vuole considerare il vero, altro modo vuole nelle voci e nel corpo parlando di dolore che di letizia, et altro di pace che di guerra, ('he '1 parliere che vuole somuovere il populo a guerra dee parlare ad alta voce per franche parole e vittoriose, et avere argoglioso advenimento di persona e niquitosa ciera contra ' nemici. Et se Ila condizione richiede che debbia parlamentare a cavallo, si dee elli avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il segnore parla il suo cavallo gridi et anatrisca e razzi la terra col piede e levi la polvere e soffi per e nari e faccia tutta romire la piazza, sicché paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo punto non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. Tutto altrimenti dee in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera amorevole, LA VOCE SOAVE, la parola paceffica, le mani chete; e’1 suo cavallo dee essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di soavitade che sopr'a llui NON SI UMOVA UN SOL PELO, ma elli medesimo paia factore della pace. Et così in letizia de' 1 parlatore tenere LA TESTA LEVATA, il viso allegro e tutte sue parole e viste SIGNIFICHINO allegrezza. Ma parlando in dolore sia LA TESTA INCHINATA, il viso triste e li occhi pieni di lagrime e tutte sue parole e viste dolorose, sicché ciascuno sembiante per sé e ciascuno motto per sé muova l'animo dell’uditore a piangere et a dolore. Et già é detto delle V parti sustanziali di rettorica interamente secondo l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote fare meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scusare sé medesimo di ciò che non àe mostrato ragione perché 2: m e misurare ~ 5: M' che a chi vuole 0: M' noia boce 7 : M' parlare, m Il parliere 8: m smuovere i/' om. il populo 11 : M parlantare, m p-are 12: m mn. elli 14-15: M' delle nari, vi sozzi le anari 16: il' incominci 17: M-m om. per 19-20: M' humili avenimenti m nel chorpo 21 : M' le parole pacefiche 22 : L di tanta jwssa 24 : M' om. Et mss. del parlatore 25 : M-m levata in suso il' le sue parole 26: il-m e signilichino 27: m chinata, il' inchina, L inchinata 28 : M-m parole iuste e dolorose 29: il' muove 30: m piangerò a dolore. Ora è detto 31 : il' sustanziali parti 32: M' il puote 56 quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli àe fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo. Tullio dice che tratterà della materia e delle parti. Oramai dette brievemente queste cose, atermineremo in 5 altro tempo le ragioni per le quali noi potessimo dimostrare il genere e IPofficio e Ila fine di quest'arte, però che bisognano di molte parole e non sono di tanta opera a mostrare la propietade e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che scrive l'arte rettorica pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre due, cioè della maio teria e delle parti. E io perciò voglio trattare della materia e delle parti congiuntamente. Adunque si dee considerare più intentivamente chente in tutti generi delle cause debbia essere inventio, la quale è principessa di tutte le parti. In questa parte dice Tulio che non vuole ora provare perchè quello sia genere di rettorica che detto è davante, né Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie parole e non sono di molto frutto, e però l' atermina nelr altro libro nel quale tratta sopr' a cciò; et in questo presente libro tratta della materia, cioè dimostrazione, deliberazione e iudicazione, et altressì tratta delle pai'ti, cioè inventio, dispositio, elocutio, memoria e pronuntiatio. Et di tutte queste tratterà insieme e comunemente. Ma però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE chente ella dee essere in ciascuno genere di rettorica, cioè come noi dovemo trovare quando la materia sia di causa dimostrativa, e quando sia deliberativa, e quando sia iudiciale; e tratterà si comunemente che mosterrà come sia da trovare in catuna di queste cause, e come 30. ordinare e come ornare la diceria, e come tenere a memoria e come profferere le sue parole. 1 : M-m quella 4 : M' Ogimai 7 : M admostrare, ni a dimostrare M' le propicladi 9: M-m che convenga - iO-H : M-m om. K io.... congiuntamente IS: M-m chente e i3: Af' do tutte l'arti 16: M-m quella, M -L quel M' detto davanti 18: M' lo termina 20: M-m dimostrative 23: M' congiuntamente; m om. e 24: M-m om. SI dicerà Tulio i'S : M' om. sia congiuntamente S9: Af' come iu e. d. q. e. sa da trovare 30: iii nm. e come ornare Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi ch'elli àe impresa altezza di tanta opera come questa èe, che a llui piaccia di si dare l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in connoscere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che sono il fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per innanzi, eh' elli intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo buono aprendimento e per lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell' arte, il libro e lo sponitore ne riceveJO. ranno perpetua laude. Della constitnzione e delle quattro sue parti. 34. (e. Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna controversia in diceria o in questione contiene in se questione di fatto o di nome di genere o d'azione; e noi quella questione delia quale nasce la causa apelliamo constituzione. E constitnzione è quella eh' è prima pugna delle cause, la quale muove dal contastamento della intenzione in questo modo. Facesti. Non feci, o Feci per ragione. Poi che CICERONE àe detto di mostrare e trattare della invenzione e della materia insieme, sì mostra lo sponitore in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore chiarezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono queste parole, cioè causa, controversia, constituzione e stato. Causa vale tanto a dire quanto il detto o '1 fatto d' alcuno, per lo quale è messo in lite, ed è appellato causa tutto '1 processo dell' una e dell' altra parte. Et appellasi causa tutta la diceria e la contenzione cominciando al prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo: 3: M-m di darli l'animo 7-10: M^ chel baono ben dire per tua laude, M-m dello sponitore, M ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf ' om. contiene in se questione 14 : M-m di quella 15: M^ constitutione ò la prima pugna 21 : M' om. insieme M' mosterra, ma L mostra SS : M delinventia, m della inventia, M^ della inventione 23: m tutto innanzi Af' mi. si prendono S7 : M' dell'una parte 7 dell'altra 28: M-m la 'nlentione M' dal prol. La mia causa è giusta, cioè, la mia parte è giusta. Controversia vale a dire tanto come causa, e viene a dire “controversare” cioè usare l'uno coli' altro di diverse ragioni e contrarie. Questione tant' è a dire come '1primo detto di colui che comincia contra un altro e '1 secondo detto di colui che ssi difende. Et appellasi quistione una diceria nella quale àe due parti messe in guisa di dubitazione, et appellasi questione per l'una e per l'altra parte della questione. Constituzione si prende et intende in quelle medesime significazioni che sono dette davanti. Stato è appellato il detto e '1 fatto'l) dell'aversario, però che' parliere stanno a provare quel detto o quel fatto; e questo medesimo è appellato constituzione perciò che '1 parliere constituisce et ordina la sua ragione e la sua parte di quel detto o di quel fatto. Et per ciò è appellato “CONTRO-VERSIA” che diversi diversamente sentono di quel detto o di quel fatto. Qui dice lo sponitore come Tullio tratterà della Invenzione. Et poi che Ilo sponitore àe dette le significazioni di queste parole, dicerà in chente ordine Tulio tratta della 'nvenzione. Et certo primieramente insegna invenire e trovare quelle questioni le quale trattano i parlieri, et appellale constituzioni e dice la proprietade di constituzione e dividela in parti. Nel secondo luogo mostra qual causa sia simpla, cioè di due divisioni, e qual sia composta, cioè di quattro o di più. Nel terzo luogo mostra qual contraversia sia in scritta e quale in dicere. Nel quarto luogo mostra quelle cose che nascono di constituzione, cioè la diceria nella quale àe due divisioni e ragioni, e Ila giudicazione e '1 fermamento. Nel quinto luogo mostra in che guisa si debbono trattare le parti della diceria secondo rettorica. Nel VI luogo mostra quante sono esse parti e quali e che sia da ffare in ciascuna. Et disponesi cosi 2 : Af' vale quasi tanto 3: M' controversia centra l'altro diverse ragioni 4:M' k tanto a dire M-m come primo 5: m e secondo 7: M-m parti in essere M dnbitatione sanfa dubitatione 9: M' i s'intende 10: m dinanzi J8: m om. VAIO: M' sì dicerà oggimai 20: L a trovare 23: m In quattro parti M-m dimostra - M qual cosa, m ciualo luogho 26 : M-m sia scripta - 28 : M'-L e la ragiono el iudicamento el fermamente 29: m dimostra 31: M luorao (tic) . 32: M' ciascuno M Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et dispone Ci aspetteremmo o 'l fatto, anche per uniformità colle frasi seguenti ; ma la concordia dei codici per e lascia incerti sulla conesiione, che non è neppure indispensabile per il senso. 59 il testo di Tulio per fare intendere onde procedono le quistioni che toccano al parliere di questa ai'te. Ogne cosa la quale àe in sé CONTRO-VERSIA, cioè della quale i diversi diversamente sentono sicché alcuna cosa dicono sopr' a cciò con inquisizione, cioè per sapere se alcuna delle parti è vera o falsa, sì à' in sé questione di fatto, cioè questione la quale muove di ciò che alcun fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno contra l'altro. Tu mettesti fuoco nel Campidoglio. Et esso risponde. Non misi. Di questo nasce una cotale questione, se elli fece questo fatto o no, et è appellata questione di fatto per quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome, cioè che l’una parte appone un nome a un fatto (D e l'altra parte n'appone un altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo o altra cosa che non sia sagrata. Dice l’una parte contra lui. Tu ài commesso sacrilegio. Dice l'altro. Non sacrilegio, ma furto. Et nota che sacrilegio è molto peggiore che furto, perciò che colui commette sacrilegio che fura cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di questo nasce una questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere nome furto sacrilegio, e però è appellata QUESTIONE DEL NOME. Od è questione del genere, cioè della qualitade d'alcuno fatto, in ciò che l’una parte appone a quel fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia : Dice F uno. Questi uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea morto il suo padre. Dice l'altro. Non è vero, ma iniustamente l'à fatt; e di ciò nasce cotal questione di questa qualitade. Se l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò è appellata questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e di che maniera sia. Od è questione d'azione, cioè viene a dire che contiene questione la quale procede di ciò, e' alcuna azione si muta d' un luogo ad altro e d'un tempo ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra un altro. Tu m' ài M' diversi 6: M' se l'una parte 8: 3f' un facto 8-9: M' uno contra un altro M' Elgli, mie 12-13: m che 6 allui aposto, il/' perche il facto che allui e e apposto da questione ecc. M-m Onde questione i4 : M-m in nome o in facto, M' ialla dal 1° al 2° appone 18: m M' oin. Et M' peggio 20: m Onde 21: M' del nome del facto 22: m di nome 23: M-m Onde m di genere 25: M-m l'altro 28: iW' OHI. e 29: M-m om. se l'à fatto 30: M' o di che m. - 31 : M-m Onde mcioò che viene 32-34: M' dico calcuna ad un altro om. e.... ad altro uno a un altro È lezione congetturale, ma sicura, come dimostra l'espressione analoga del § 16. furato un cavallo »; et esso risponde: « Vero è, ma non tine rispondo in questo tempo, perciò che ttu se' mio servo, o perciò eh' è tempo feriato, o perciò eh' io non debbo risponderti in questa corte, ma in quella della mia terra. Onde di questo procede una questione, la quale Tulio dice che è d'azione, cioè se colui dee rispondere o no. Et dice Tulio che tutte le quistioni che sono dette davanti sono appellate constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice che constituzione è la prima pugna delle cause, cioè quello sopra che da prima contendono i parlieri, cioè il detto dell'uno e '1 detto dell'altro, e questo sopra che de prima contendono i parlieri si è il nascimento, cioè che muove del contrastamento della intenzione, cioè del detto di colui che ssi difende contra le parole dell'accusatore. Onde contastamento è appellato el primo detto del difensore e intentione è appellata il primo detto dello accusatore. Et pare che il nascimento della constituzione vegna della difensione ch'è della accusa, non che nasca della difensione, ma perciò che del detto del difenditore si puote cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di genere o di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli che sono messi davanti. Et omai dicerà Tulio le nomora e Ile divisioni e Ile proprietadi e He cagioni di tutte le dette questioni. Del fatto, et è detto congettìirale. Quando la controversia è di fatto, perciò che Ila causa si ferma per congetture, sì à nome constituzione congetturale. In questa parte dice Tulio che quando la contenzione è per alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì come davanti si dice, sì conviene eh' ella sia provata per con 1 : M' 0(1 cigli, VI et e 3: m e però ch'io M' rispondere 6 : M' se quelli m OHI. Et 10: M i parliero, vi quello dello quale contendono da prima 14: M difontu 15: m M' il primo 16: M' appellato - 17: M-m che nascimento 19: M' owi. del 23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le detto | cagioni I (piestioni SS: Moni. è 26-27: M-vi om. è per cometlere 30: M' apposto altrui gettare, cioè per suspezioni e per presunzioni. Verbigrazia: Dice uno contra un altro. Veramente tu uccidesti Aiaces, ch'io ti trovai e VIDI TRAIERE IL COLTELLO DEL SUO CORPO. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò 5. che a provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'altressì ferme ragioni si possono inducere per l’una parte come per 1' altra. E poi eh' è detto della constituzione di fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di nome. Del nome, et è appellata ilifjìnitiva. Quando è la controversia del nome, perciò che Ila forza della parola si conviene diffinire per parole, sì è nominata diffinitiva. In questa parte dice Tulio che quando la conten 15 zione è del nome del fatto, cioè come quel fatto eh' è apposto altrui abbia nome, quella questione si è diffinitiva perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella parola e di quel nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispianare che viene a dire e che significa, non per exempli ma per parole brevi e chiare et intendevole.Verbigrazia. Un uomo è accusato che tolse uno calice d' uno luogo sacrato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si difende dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa controversia si è tutta la questione per lo nome di questo fatto: è sacrilegio o furto? Onde per sapere la veritade si conviene diffinire l'uno nome e l’altro, cioè dire la signifficazione e Ilo 'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie chiarito per le parole quello che '1 nome significa, assai bene si potrà intendere e provai e qual nome si XJonga a 30. quel fatto. Et poi eh' è detto del nome, sì dicerà Tulio del genere. 3: m e viJili trarre, M' ol ti vidi trarre 5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f. r. se ne possono 7: in ora. E *: m om. sì W: M' la controversia è ii: M'-L appellata 13: M-m om. è 3f ' 7 ilei facto 16: M' om sì 17:M' che ella airorca M-m a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro 23: M' ma e furto 24-25: AT» se questo facto è sacrilegio furto 26: m l'altro M-m dare - 28: M-m che nome 30: m om. Ei e si Dice Tullio del genere, et è appellato generale. Quando è quistione della cosa qual sia, perciò clie Ila. controversia è della forza e del genere del fatto, sì è vocata constituzione generale. In questa parte dice Tulio che quando è questione della cosa quale ella sia, perciò che Ila controversia è della forza del fatto, cioè della quantitade, e della comparazione et altressì del genere, cioè della qualitade d'esso fatto, si è 10. vocata constituzione generale. Verbigrazia. La quantitade del fatto si è cotale questione : se uno à fatto tanto quanto un altro, si come fue questione SE CICERONE AVEA TANTO SERVITO AL COMUNE ROMA QUANTO CATONE. La comparazione del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia migliore, si come fue questione quando i ROMANI presono Cartagine QUAL ERA MEGLIO TRA DISFARLA O LASCIARLA. Il genere del fatto si è questione della qualità del fatto sì come davanti fue messo F exemplo, cioè se colui che fece il fatto fece iustamente o iniustamente. Dice Tullio dell'azione, et è appellata translativa. Ma quando la causa pende di ciò che non pare che quella persona che ssi conviene muova la questione, o non la muove contra cui si conviene, o non appo coloro che ssi conviene.d) o non in tempo che ssi conviene, o non di quella lege o di quel peccato o di quella pena che ssi conviene, quella constituzione à nome translativa, però che ir azione bisogna d' avere translazione e tramutamento. 8: M-m o decta forfa 9: M-m sia M' aiiiiellala H : M-m senno - 14. m do fatto i7: M-m qualità 2'1: A/' l'accusa 24: M convenne, M-m nm. o non (1) La frase o non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma si ricava dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento. In questa parte dice CICERONE della controversia dell'azione, che quando sopr'acciò è Ila questione e' si conviene che l’azione si tramuti in tutto o in parte, e perciò à nome translativa, cioè trarautativa. Et questo è o puote essere Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel testo, cioè: 2. Quando non muove la questione quella persona a cui la conviene di muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra ad un altro. Tu se' venuto troppo tardi a scuola. Et esso dice. A te no'nde rispondo, che non ti si conviene muovermi questione di ciò, ma conviensi al nostro maestro. O non muove la questione contra quella persona che ssi conviene. Verbigrazia. Fue trovato che in ROMA si trattava tradimento e fue alcuno che ll'aponea contra GIULIO Cesare, et esso dicea. Contra me non si conviene muovere di ciò questione, ma contra CATELLINA CATILLINA che l’ àe fatto e fa tutta fiata ». non muove la questione appo coloro che ssi conviene, cioè davanti a quelle persone che dee. Verbigrazia : Fue accusato il vescovo di simonia davanti al re di Navarra. Il vescovo dice. Tu non m'accusi davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son bene tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico. O non muove la quistione in quel tempo che ssi conviene. Verbigrazia. Uno fue accusato il giorno di Pasqua. Esso dicea. Non rispondo ora di questo, perciò che oggi non è tempo d' attendere a cotali convenenti» non muove questione a quella lege che ssi conviene. Verbigrazia : Uno cittadino di ROMA era in Parigi e volea piatire contra uno francesco secondo la legge di Roma; ma quel francesco dice 3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om. 5: Af 7 puote, m e questo puole essere M' in sette m. 7-8: m si conviene M' in contro a un altro 9-iO: M' Ed elgli, m et elli M-m om. ti 12: M-m muovere, M' muove questione i4: Af alcuna 16: m questione di ciò, M' di ciò non si conv. m. q. ' 17: m tuttavia M-m contra coloro 18-19: M' che si dee.... Il vescovo fu acc. 21: M davante a giudici, m /> davanti a giudici, M' davanti giudice - 24: m della Pasqua egli 25: M' non ti rispondo ora di ciò 26: m M' da rispondere 29: M' la legge romana m il Francesco (1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si trova una valida ragione per considerarla arbitraria, quantunque dalle due famiglie di codici sembri risultare un da rispondere: sarà stato determinato dal rispondo con cui comincia la frase che non dee rispondere a quella legge ma a quella di Francia. O non muove la questione di quel peccato che ssi conviene. Verbigrazia. Fue accusato uno, che non avea il membro masculino, ch'avesse corrotta una vergine; esso dice. Io non risponderò di questo peccato -- non muove questione di quella pena che ssi conviene. Verbigrazia. Fue uno accusato ch'avea morto uno gallo et erali apposto che perciò dovea perdere la testa; esso dicea: Non rispondo a questa pena, perciò che non tocca a questo peccato. Donde tutte queste questioni sono translative, cioè che ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata in tutto e tal fiata in parte, si come appare nelli exempli di sopra. Dice Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non sarebbe causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne maniera di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo in quella non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che non sia tenuta causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione et àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le loro nomerà, sì vuole Tulio provare che quando l'una di queste questioni, che sono del fatto o del nome o della qualità del tramutare l'azione, non è intra parlieri, certo intra loro non puote essere controversia ; e poi che 'ntra loro non à controversia, certo il fatto sopra il quale dicessero parole non sarebbe causa, e così non sarebbe materia di questa arte, cioè che non sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2. Et provando questo sì dimostra Tulio i: i non si dee 4-5: m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo uno 8: M' nm_ perciò - m egli dice M' non li lispondo 9: M' non tocclia (piosto peccato ti: M' in altro slato, m om. e stalo - J2:M' paro 16: M' luna de ipicste sia - 17: M tn i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m provare Tulio - S3-S6: M-m om. ^ m tralloro - 30: m quando ([U'-sto che Ile predette cose in questa arte sono si congiunte insieme che qualuuiiue causa è dimostrativa o deliberativa o iudiciale sì conviene che sia constituzione o del fatto o del nome o della qualitade o dell' azione, et e converso che 5. qualunque constituzione è del fatto o del nome o della qualità o dell'azione sì conviene che sia dimostrativa o deliberativa o iudiciale. Et omai perseverra Tulio sua materia per dicere di ciascuna parte per sé. Del fatto. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo modo. Ulisse uccise Aiace o no ? Et puotesi fare questione che ssi fa ora, in questo modo Sono i Fregelliani in buono animo verso lo comune o no ? Et puotesi fare questione che ssi farà, in questo 15. modo : Se noi lasciamo Cartagine intera, everranne bene al comune no? In questa pai'te dice CICERONE che Ila CONTRO-VERSIA la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la quale àe nome constituzione congetturale sì come fue detto in adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi, cioè preterito, presente e futuro. Nel PRETERITO pone Tulio r exemplo della MORTE D’AIACE, che fue cotale. Stando l'assedio di Troia sì fue morto il buon Achille, et apresso la sua morte fue grande questione delle sue armi intra Ulisse et Aiace. Et certo Ulisse fue, secondo che contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor parliere, sicché per lo grande senno che i-llui regnava e per lo bene dire niettea in compimento le grandi vicende, alle quali altre non sapea pervenire, e perciò adoperò e' più di male contra' Troiani per lo suo senno che non fecero M dimoslraliva 3: M' constitutione del facto 4-6: M-m om. ot e conweiso.... dell'azione 7 : M' Et oggimai perseguita 10: M' in dui tempi 11: m clie exututo 13: M* de buono animo 14: m om. che ssi farà 15: M-m, L in terra ikf' averranne, m e veramente bene S3 : M' Tulio la morto 24: M* a Troia 26-27: M' secondo che recitano le storie, fue M-m et niilior 29: M* per .ben dire 30: Mie quali, m le quali oltre non sapeano M adopio 7, m adoppio più, M' adopero elgli M' in contro a la non fé, L non fece quasi tutta l'oste per arme, et alla fine si parve uianifestameute, eh' elli fue trovatore del cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita; ma veramente in guerra non si 5. fatigava molto con arme e non era di gran prodezza, ma tuttavolta dimandava che Ili fossono CONCEDUTTE L’ARMI D'ACHILLE, e dicea che nn'era degno e ch'avea in quella guerra ben fatta l'opera perchè etc Et dall' altra parte Aiaces era uno cavaliere franco e prode all'arme, di gran guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza molto** (D francamente avea portate l'armi in quella guerra, e perciò domandava l'armi d'Achille e dicea che non si conveniano ad ULISSE. Onde alla fine l'armi furono concedute ad Ulisse, per la qual cosa montò tra lloro TANTA INVIDIA che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo tempo e morto Aiaces e fue della sua morte ACCUSATO Ulixes, et esso si difendea e negava ; e di questo sì era QUESTIONE DI FATTO in preterito, cioè che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo mette Tulio l' exemplo de' Fragellani, che furo una gente i quali fui'ono accusati in ROMA eh' elli aveano male animo contra il comune. Et elli si difendeano e diceano che 11' aveano buono e dritto ; e di ciò si era QUESTIONE DI FATTO PRESENTE, cioè se sono ora presentemente di buono animo o no. Nel FUTURO mette CICERONE l’exemplo di CARTAGINE, la quale fue una delle più nobili cittadi e delle più poderose del mondo, e tenne guerra contro a ROMA, sì eh' alla fine I ROMANI vinsero e presero la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila cittade si disfacesse per lo bene di Roma, ET ALTRI CONSIGLIARO DEL NO perciò che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella rimanesse intera, e di ciò è QUESTIONE DEL TEMPO FUTURO, cioè se bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse intera o s'ella si disfacesse. Ma poi che Tulio à detto della controversia del fatto, sì dicerà di quella del nome in questo modo. i: M' ne non era. 6: M' ben dengno 7 : M' ben l'opera perchè, L bene adoperato perchè 9: m orti, e sanza molto 10: M-m provale 14: m iim. mezzo 15 : m 7 dela sua morte fue aco. 16-17 : M-m onde di questo era già (piestione... in perciò che già ecc. (vi om. in perciò) 18: M' Fregiani 19: M' che fuoro accusati SO: SI' comune de Roma 22 : m om. si S6: M incontra S7 : m om. e M' vollero (ma L voleano) 28: m om. et M' di no m pero che meglo ne potrebbe loro intervenire M-m, L in terra Af' e questo nel tempo futuro M-m che bene 31: M, L'in terra (1) Così hanno i mss. e perfino la stampa, ma evidentemente manca qualche parola (anzi itf " dopo molto lascia uno spazio bianco), come dire o parlare. Basti averlo notato, senza pretendere d' indovinare. Del nome. Controversia del nome è quando lo fatto è conceduto, ma è questione di quello eh' è fatto in che nome sia appellato; et in questo conviene che sia controversia del nome, perciò che non s'accordano della cosa; non che del fatto non sia bene certo, ma che quello ch'è fatto non pare all'uno quello eh' all' altro, e perciò l'uno l'appella d'un nome e l'altro d'un altro. Per la qual cosa in questa maniera la cosa dee essere diffinita per parole e brevemente discritta, come se alcuno à tolta una cosa sacrata d'uno luogo privato, se dee essere giudicato furo o sacrilego, che certo in essa questione conviene difinire l'uno e l'altro, che sia furo e che sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa conviene avere altro nome che quello che dicono li aversarii. In questa parte dice CICERONE della controversia del nome ; e perciò che di questo è molto detto davanti, sì siue trapassa lo sponitore brevemente, dicendo solamente la tema del testo, sopra '1 quale il caso è cotale: Roberto accusa Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa sacrata, si come UNO CALICE o altra simile cosa la quale sia diputata a' divini mistieri, e dice che Ila tolse d'uno luogo privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non sacrato. Viene l'accusato e confessa il fatto. Dice l'accusatore. Tu ài fatto sacrilegio. Dice l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma furto. Et così sono in concordia del fatto, ma non della cosa, cioè della proprietade per la quale si possa sapere che nome abbia questo fatto, perciò eh' all' accusatore pare una, che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato pare un' altra, che dice eh' è FURTO. Onde in questa maniera di CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che dice sopra questa materia dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE 3 : it 7 (li questo 9 : M-m distrecta 10: M- sacrato M-m per furto o per sacrilegio, L furto sacrilegio 11: M-m con l'altro m furto 12: M-m che sacrilegio, A/' che sia sacrilego il/' scriptione 16:Mom. detto M' nm. si 18: m sopralla quale - J/' Uberto : M' tolto 19 : m cosa simile SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere) 23-24: M il l'atto. Et dice laccusato m Non o, ma furto 27-28: m però chellachusatorc... una diosa 2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò 30: jV' jjarladore 3t: M' didinita - G8 che cosa è SACRILEGIO e che è FURTO; e così dee mostrare come questo fatto non à quel nome che dice l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome; omai dicerà Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo : 5. Del genere. ^Z. (e. IX) Controversia del genere è quando il fatto è conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma è questione della quantitade del fatto o del modo o della qualitade, in questo modo : giusto ingiusto - utile o inutile - e tutte cose nelle quali è questione chente sia quel fatto. In questa parte dice Tulio CICERONE della questione del genere, e di questa è tanto detto dinanzi che 'n poche parole dimorerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è del genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in concordia coir accusatore del nome d' esso fatto, ma sono in discordia della quantitade del fatto, cioè se grande o piccolo o molto o poco. Verbigrazia. Un gran romano quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato eh' ha fatto danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e '1 nome del facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO. Dice l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO. Ed è la discordia tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì come fue detto qua indietro nell'exemplo di Cartagine, qual fosse la migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del fatto, sì comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si difende e dice che l'à morta giustamente, ma bene con OM, 8: M'in modo della qualitndo 9: m o non giusto 12: M' tracia i3: M-m detto VI di questo M die poclie p. m dimora, Af' <limorra - 16-17: M' ohi. ma sono.... del fatto 20: M-m t>m. e male S3: M-m nm. Ed So: >/' Or sono, M-m OHI. - 26: M' nm. si - 27 : M' o disfare - 2S : M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo di ((uestl, M-vi dotesles 30-.il : m nm. ot esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea fessa il fatto e 1 nome del fatto; ma sono in discordia della qualità, cioè se 11' àe fatto GIUSTAMENTE O INGIUSTAMENTE. Ben è vero che Tulio CICERONE non mette in exemplo della quàntitade nel testo, né della comparazione, se non solamente della 5. qualitade ; e questo fae perciò che più sovente ne vien tra Ile mani che non fanno l'altre, e perciò dice che tutte cose nelle quali si confessa il fatto e '1 nome del fatto, ma è questione della qualità d'esso fatto, sì è controversia del genere. E poi che Tullio CICERONE à detto di questa questione del genere secondo il suo parimento, sì procede immantenente a riprendere Ermagoras dell'errore suo in questa controversia del genere. A questo genere Ermagoras sottopuose IV parti, ciò sono DELIBERATIVO, DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale suo fallimento non mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in breve, perciò che sse noi ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che noi lo seguissimo sanza cagione; o se lungamente soprastessimo in ciò, paia che noi facessimo dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se deliberamento e dimostramento sono generi delle cause, non possono essere diritte parti d'alcuno genere di causa, perciò che una medesima cosa puote bene essere genere d'una e parte d'un' altra, ma non puote essere parte e genere d'una medesima. Et certo deliberamento e dimostramento sono genera delle cause. Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale solamente, è iudiciale e dimostrativo e deliberativo. Dicere che non sia alcun genere di cause, con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice che Ile cause sono molte e sopra esse dà insegnamento, è grande forseneria. Un genere, cioè pur iudiciale solamente, non puote essere, acciò che diliberamento e dimostramento non sono simili intra lloro e molto si discordano dal genere iudiciale, e ciascuno à suo fine al quale si dee ritornare. Adunque è certo che tutti e tre son generi delle cause, e così deliberamento e dimostramento non possono 4: M> nel testo exemiilo - 5: M' in tra le mani iO: m om. secondo il suo parimente M mantenente 13: M-m II (juale lue i7 : 3/' nm. i)erciò cene passassimo 18: m stessomo - 19: M' dimora, m imped. 7 dimoro 20: M-m dim. 22 : m M' causa M-m genere 7 parte d' una medesima - 23 : M' Ma none, vi Ma anno ale. 26: M-m om. e deliberativo 27: M' ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti 28-29 : M 7 grandi; fors (?), m 7 grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere. .12 : M 7 certo 3:i : M' de cause... dimost. 7 del. essere a diritto tenute parti d'alcuno genere dì causa. Dunque malamente disse ch'elli fossero parte della constituzione del genere. 46. (e. X) Et s'elle non possono essere tenute diritte parti della causa del genere, molto meno fien tenute parti della diritta parte della causa; e parte della causa è ogne constituzione; donde no la causa alla constituzione, ma la constituzione s'acconcia alla causa. Ma dimostramento e diliberamento non possono essere tenute diritte parti della causa del genere, perciò che sono generi: donque molto meno debbono essere tenuti parte di quello ch'esso dice. Appresso ciò, se Ila constituzione et essa e ciascuna parte della constituzione è difensione contra quello eh' è apposto, conviene che quella che no è difensione non sia constituzione ne parte di constituzione. Et certo deliberamento e dimostramento non sono constituzione. Dunque se constituzione et ella e la sua parte è difensione contra quello eh' è apposto, il dimostramento e '1 diliberamento non è constituzione ne parte di constituzione. Ma piace a Itui che ssia difensione. Dunque conviene che Ili piaccia che non sia constituzione, né parte di constituzione. Et in altrettale isconvenevile fie condotto, se esso dica che constituzione sia la prima confermazione dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ; e così seguiranno lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa congetturale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un medesimo genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la diffinitiva causa non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere diffinitiva e translativa. Et al postutto neuna constituzione ne parte di constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui; perciò che ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se l'altra si prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si cresce la forza della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una medesima parte in un medesimo genere suole avere la constituzione congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et alla fiata una e talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione né parte di constituzione. Et questo medesimo suole usatamente advenire della causa dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto 3,5. davanti, questi, cioè deliberamento e dimostramento, sono generi delle cause e non parti d'alcuna constituzione. 1 : M' a diricto essere tenute parte 5: M-tn om. parto delln causa ìvi om. no 7: JV' tenuti 9 : m tenute parti, il/' im. tenuti M-m cliossi dice iO: M-m chella const. 11: M-m ? difensione M' (piella - IS: M-m non sia la constitutione 13: m om. Et 14: M 1 dunque le const., m Dunque la const. 15: M' nm. e '1 diliberamento 16-18: m om. i due periodi ^0 : m seguiteranno - l' 1 : M-m si convenevoli 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf. 25 : M-m om. e translativa - 26: M-m om. nk - M' ne tenere 2S: m il novero il/ sic radoppia 31: m coniotturalc generale 32: i wim. illusori (i Lo sponitore. I. In questa parte dice Tulio che Ermagoras dicea che Ila controversia del genere avea quattro parti sotto sé, ciò sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e negoziale; della 5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra molte ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova manifestamente per argomenti dialetici: che dimostramento e deliberamento sono generi delle cause si che Ile cause sono parti di loro; e poiché sono generi, cioè il tutto delle 10. cause, non possono essere parte delle cause, acciò ch'una cosa non puote essere tutto d'una cosa e parte di quella medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli argomenti conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi seguentemente dice la sua sentenza : quali sono le parti della constituzione del genere, cioè della quantitade e del modo e della qualitade del fatto, sì come qui dinanzi fue detto. Et in ciò incomincia la sentenzia di Tullio in questo modo : Le parti della constituzione generale. 20. ^S. (e. XI) Questa constituzione del genere pare a noi ch'ab bia due parti : Iudiciale e negoziale. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio àe ripresa l' oppinione d' Ermagoras delle quattro parti, si dice la sua sentenza e dice che sono 25. pur due parti, cioè quelle altre due che dicea Ermagoras: iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua sentenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì dice e dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo modo 4: M' dimostrativo, deliberativo ecc. 6: M-m provava 9: m genero 10: M el acciò 11 : M-m tiicta 13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere 17 : il/' comincia 23 : m ripreso 28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m che iudiciale 7 che {ni om. che) negotiale ludiciale è quella nella quale si questiona la natura dì dritto e d' iguaglianza e la ragione di guiderdone o di pena. Sponitore. La iudiciale coustituzioue è quella nella quale per diritto, cioè per ragione provenuta per usanza e per iguallianza, cioè per ragione naturale o per ragione scritta, si questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione o sopra la qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è giusto o ingiusto o buono o reo. Altressì è iudiciale quella nella quale è questione d'alcuno per sapere s'egli è degno di pena o di merito. Verbigrazia. Alobroges è degno d'avere merito di ciò che manifestò la congiurazione di Catenina? e questionasi del sì o del no. Et anche questo exemplo. È Giraldo degno di pena di ciò che commise furto ? e questionasi del si o del no. Et poi che à detto Tulio del iudiciale, si dicerà dell'altra parte, cioè della negoziale. Negoziale è quella nella quale si considera chente ragione sìa per usanza civile o per equitade, sopra alla quale diligenzia sono messi i savi di ragione. Dice CICERONE che quella constituzione è appellata negoziale nella quale si considera per usanza civile, cioè per quella ragione la quale i cittadini o paesani sono usati di tenere i-lloro uso o in loi'o costuduti, o per equitade, cioè per legi scritte, chente ragioni debbiano essere sopra quella 2: m quello nel (juale 3: M'-L ella ragione di diritlo, S di merito 6: m pervenuta 8.me sopra la comp. 9: m se questo giusto il: M^ si questiona d'alcuno selglie ecc. 12-14: m o di morte M-m o alabroges di Catenina et questionisi del si et del no (m di si o di no), L e questo exemplo 16: m quistionìsi... om. Et A/ 7 del no 16-17: M' Tulio a detto dela giuridicialo 20: M' Di negotiale 26: M' om. paesani 27 : M' i loro costuduti m illoro chostuduli, M' in loro constituti M-m equalitade S8 : M' cliente ragione debbia constituzione. 2. Et intra la iudiciale e la negoziale àe cotale differenzia : che Ila iudiciale tratta sopra le cose passate et intorno le leggi scritte e trovate ; ma la negoziale intende intorno le presenti e future (1) et intorno le legi et 5. usanze che saranno scritte e trovate.Et questa è di molta fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di grande guisa a provarla et a formare nuove ragioni et usanze allegando in ciò ragioni da simile o da contrario. Et questa questione si tratta davante a' savi di legge e di ragione, ma in provare la iudiciale basta dicere pur quello che Ila ragione ne dice. 4. Et poi che Tulio à detto che è la iudiciale e che è la negoziale, sì dicerà delle parti della iudiciale per meglio dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo dell' Arte. Di due parti di Iudiciale. La iudiciale dividesi in due parti, ciò sono assoluta et assuntiva. In questa parte dice Tulio che quella questione la quale è iudiciale, sì come davanti è mostrato, sì à due parti. Una eh' è appellata assoluta e l'altra la quale è appellata assuntiva ; e dicerà di catuna per sé. : M interno 4: i mss. futuro M' il presente 8 : m in se ragioni 9 : M assaivi, m si tratta da savi 10: M pur di quello 16: M' si divido 21 : M' luna la quale è appellata - M-m e assunptiva Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e futuro) sembri ottima, preferisco ricorrere alla lieve correzione di futuro in future.: M* ha tendenza a cambiare, e quindi non è improbabile che, trovando già l'errato futuro, abbia voluto accordare con esso l'aggettivo precedente, le presenti. Non saprei invece come spiegare un cambiamento inutile in M-m. Assoluta è quella che in sé stessa contiene questione o di ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che quella questione iudiciale del genere èe appellata assoluta la quale in sé medesima è disciolta e dilibera, sì che sanza niuna giunta di fuori contiene in sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade o sopra la comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce s'egli é di ragione o d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto o ingiusto o buono o' reo, sì come in questo exemplo donde fue cotale questione. Verbigrazia : Fecero quelli da Teba giusto o ingiusto quando per segnale della loro vittoria fecero un trofeo di metallo? Et certo questo fatto, cioè fare un trofeo di metallo per segnale di vittoria, piace per sé sanza neuna giunta et in sé contiene forza della pruova, perciò ch'era cotale usanza. Assuntiva è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa a difendere, ma di fuori prende alcuna difensione ; e le sue parti sono quattro : concedere, rimuovere lo peccato, riferire lo peccato e comparazione. S:M-m slesso 7: M-m nm. ai fi: M-m «m. o sopra la (luantilude 7 invece ili 09: M' in f|uel facto 12: M-m Ino - »« di Teba 14-13: m et cerio questo trofeo fatto faro per sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo 16: M' la forfa 1 9 : M-m ohi. olio per sé non dà alcuna CICERONE dice che quella constituzione è appellata assuntiva della quale nasce questione, la quale in sé non à fermezza per difendersi da quello peccato eli' è allui appo5. sto, ma d'un altro fatto di fuori da quello prende argomento da difendersi; si come nella questione d'Orestes, che fue accusato eh' avea morta la sua madre, et elli dicea che ll'avea morta giustamente. Et certo il suo dire parca crudel fatto, sì che queste parole per sé non anno difensione com'elli l'abbia fatto giustamente, ma prende sua difensione d'un altro fatto di fuori e dice: « Io l'uccisi giustamente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare che con questa giunta piaccia la sua ragione. Efc questa cotale questione assuntìva à quattro parti, delle quali il testo 15. dicerà di catuna perfettamente per sé. Concedere e concessione è quando l'accusato non difende quello eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato ; e questa si divide in due parti, ciò sono purgazione e preghiera. 20. Sponitore. I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la questione assuntìva e com' ella si divide in quattro parti, sì vuole dicere di ciascuna per sé divisatamente perchè '1 convenentre sia più aperto. 2. Et primieramente dice che é concedere, e dice che quella constituzione é appellata concessione quando l'accusato concede il peccato e confessa d'averlo fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e questo puote essere in due maniere: o per purgazione o jjer preghiera, e di ciascuna di queste dirà Tulio partitamente, e prima 30. della purgazione. 3: M> non àe in se 5: M' di quello 7 : M' Pt elli rispondea 8-iO: M-m om. Kt certo.... giustamente i4: M' nm. assuntìva 15: M' per se perfectamente 17: M' o concessione - 18 : 3f ' domanda chelgli sia p. m. 7 questo 21 : m che e quale, M' che 7 quale 6 23: m di chatuna 24: M-m concede 26: m confessa il pechato d'averlo facto Purgazione è quando il fatto si concede ma la colpa si rimuove, e questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e necessitade. Dice CICERONE che quella maniera di concedere la quale è per purgazione sì è et aviene quando l'accusato confessa, ma lievasi la colpa e dice che quel fatto non fue sua colpa ; e questo puote fare in tre maniere, delle quali è prima Imprudenzia, cioè non sapere. 2. Verbigrazia : Mercatanti 10. fiorentini passavano in nave per andare oltramare. Sorvenne loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in pericolosa paura, per la quale si botaro che s' elli scampassero e pervenissero a porto che elli offerrebboro delle loro cose a quello deo che là fosse, et e' medesimi F adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato Malcometto ed era tenuto deo. Questi mercatanti l' adoraro come idio e feciorli grande offerta. Or furono accusati ch'aveano fatto contra la legge ; la qual cosa bene confessavano, ma allegavano imprudenzia, cioè che non sapeano, e perciò 20. diceano che fosse perdonato. Et di ciò era questione, se doveano essere puniti o no. 3. La seconda maniera è caso, cioè impedimento eh' adiviene, sì che non si puote fare quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante caursino avea inprontato da uno francesco una quantità di pe 25. cunia a pagare in Parigi a certo termine et a certa pena. 6: M-m om. b 7 : M-m imi. non 8: M' Kl puotesi l'art! o In prima tO: M per mare oltramare, di passavano per maro in nave Jf sopravenne li: mi miseli, JV/' om. che 14: M' edelgli medesimi 15: M' Macliometlo, m Maometto 17: M' fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m mii. Or 19: M' noi sapeano 21: m puliti S4 : m inprontato moneta da uno franeesclio Avenne che '1 debitore, portando la moneta, trovò il fiume di Rodano si malamente cresciuto che non poteo passare né essere al termine che era ordinato. Colui che dovea avere domandava la pena, l' altro confessava bene eh' avea 5. fallito del termine, ma non per sua colpa, se non che '1 caso era advenuto ch'avea impedimentitotU la sua venuta, e però dicea che Ila pena non dovea pagare; e di ciò è questione, se Ila dovea pagare o no. La III maniera è necessitade, cioè che conviene che ssia così et altro non potea fare. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò che entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che mercatanti genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro con grande carico d'avere. Convenne che per impeto di tempo per forza di venti, centra' quali non si poteano parare, pervennero nel porto e fue presa la nave e le cose per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti che Ila nave era veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso porto, e però diceano che non doveano perdere le cose ; e di ciò era questione, se Ile doveano perdere o no. Tutto altressì i Veniziani, cui fue la nave, raddomandavano la nave o la valenza; i mercatanti diceano che l'amenda non dovea essere domandata, perciò che per necessitade e non per volontade erano iti in quel porto. Et poi' che Tullio àe detto della purgazione e delle sue parti, si dicerà della preghiera. Preghiera è quando l'accusato confessa ch'elli àe commesso quel peccato e confessa che 11' àe fatto pensatamente, ma sì domanda che Ili sia perdonato, la qual cosa molte rade fiate puote advenire. 1 : M-m avieno S : M-m polea 3: M' a. termine ordinato 5 : M' al termine 5-6: M impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea impedimentita il: M' nel loro porto 13: m una nave viniziana, 3/' una nave de Viniziani 7 passavano 14-15: M per un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento, m di vento 18: M^ in quel porlo SO: M' ora la questione m dovea 22: M' che por lamenda 24 :m om. Et 28-29: m domandasi M' om. molto (1) Questa lezione di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè dall'altra famiglia di codici. Lo scambio, avvenuto in M, con impedimento era facilissimo e lo favoriva il fatto che il senso restava quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto impedimento ^>. Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è manifestamente guasto (impedimento è correzione arbitraria), mentre l'espressione impeto di tempo, analoga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può bene corrispondere alla magna tempestas di cui parla l'esempio ciceroniano {De Inv., II, 98) sul quale è modellato il nostro CICERONE dimostra in questa picciola parte del testo che cosa è appellata preghiera in questa arte. Et dice che allotta è questione di preghiera quando l'accusato confessa 5. e dice che fece quel peccato che gli è aposto e ricognosce che ir à fatto pensatamente, ma tutta volta domanda perdono. 2. Onde nota che questa preghiera puote essere in due maniere, o aperta o ascosa. Verbigrazia : In questo modo è la preghiera aperta : Dice l' accusato. Io confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore e per reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera ascosa è in questo modo : « Io confesso eh' io feci questo fatto e non domando che voi mi perdoniate ; ma se voi ripensaste quanto bene e come grande onore i' òe fatto al comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato ». 3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono advenire rade volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono giurati a lege sie che non anno podere di perdonare. Ben puote alcuna fiata lo’mperadore e’1 sanato avere prove 20. denza in perdonare gravi misfatti, sì come poteano li anziani del popolo di Firenze ch'aveano podere di gravare e di disgravale secondo lo loro parimento. Et poi che Tullio àe detto della prima parte della constituzione assuntiva, cioè della concessione e che cosa è concedere, et à delle due maniere di concedere detto, cioè di purgazione e di preghiera, sì dicerà della seconda parte, cioè rimuovere lo peccato. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si sforza di rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo sopra un S : M' mostra 5 : M' elicigli lece 6' : M' nppensatainentc 8 : M' nascosa 14: M' om. bene 17 : M^ fiato (ma L volte) li ([uali sono 18: M noniianno 19: m prudenzia SS: m eclisgravare, M> 7 disgravare ni lo loro parere, L illoro parere, S il loro piacimento m om. Et So: M' m e a detto delle duo maniere ecc. : M' mettelo (ma L metterlo) Conservo volte appunto perchè questa parola in itf è meno frequente di fiate Q non si può considerare correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sostituito per uniformità col testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per forza e per podestà di lui ; la qual cosa si puote fare in due guise: o mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo la colpa e la cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza e per sua podestade. Il fatto si mette sopr'altrui 5. dicendo che dovea un altro e potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è rimuovere lo peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è accusato d'uno malificio, et elli vegnendo a sua defensione si leva da ssè quel maleficio e mettelo sopra un altro, o dice bene che 11' à fatto, ma un altro cli'avea in lui forza e signoria il costrinse a ffare quel male ; e questo rimovimento del peccato dice Tullio che ssi puote fare in due guise : l'una si mette la colpa e la cagione sopra un altro, l'altra 15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la colpa e la cagione si mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli à fatto quel male per colpa d'alcuno il quale à sopra lui forza e signoria. Verbigrazia. Il comune di Firenze elesse ambasciadori e fue loro comandato che prendessero la paga 20. dal camarlingo per loro dispensa et immantenente andassero alla presenzia di messer lo papa per contradiare il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in Toscana contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il pagamento e '1 signore no '1 fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la pecunia, sicché li ambasciadori non andaro e' cavalieri vennero. Della qual cosa questi ambasciadori fuorono accusati, ma elli si levaro la colpa e la cagione e 3: m la chosa 7: Af' die e rimuovere 9: M' do malilicio - i4 : m luna mette, M' l'una si e mettere ^5: M' si e mettere m om. Kt - 20: Af inmanlenenente, it/' incontanente 21 : m cliontradire - 23: M-m domandano 24: M m il segnore m e il chamarlengo 25: m il nego di dare la pecliunia 26:m li anbasciadori 27 :M' si levano miseria sopra '1 signore e sopra '1 camarlingo, i quali aveano la forza e la seguoria e non fecero lo pagamento. 3. Mettere il fatto sopr' altrui è quando l'accusato dice ch'egli quel fatto non fece e non ebbe colpa né cagione 5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto et ebbevi colpa e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il mette dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Catenina andavano da ROMA a Kieti, et incontrarono uno parente di Catone, a cui Catellina portava grande maialo, voglienza per cagione della coniurazione di Roma, e perciò in mezzo della via l'uccise. Né Catone non avea podere di difenderlo, perciò eh' era malato di suo corpo, ma rimase intorno al morto per ordinare sua sopultura. Et Catellina si n'andò inn altra parte molto avaccio e celatamente. In questo mezzo genti che passavano [per la via] per lo camino trovaro il morto di novello, e Catone intorno lui, sì PENSARO CERTAMENTE CHE CATONE AVESSE FATTO IL MALIFICIO, e perciò fue esso ACCUSATO di quella morte; ond'elli in sua defensione levava da ssè quel fatto dicendo che fatto noll'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'ERA SUO PARENTE, e dicea che noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era malato di sua persona. Et così recava il fatto e LA COLPA SOPRA CATELLINA, perciò che '1 dovea fare come di suo nemico e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. Et poi che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì insegnerà in questa altra partita riferire il peccato. Ttillio dice che è riferire il peccato. 58. Riferire il peccato è quando si dice che ssia fatto per ragione, in perciò che alcuno avea tutto avanti fatto a liuì 30. ingiuria. i : m 7 al chamai-lingo 4-ò: M om. ch'egli... ma dice m nel fare 5 : Af ' che un altro 9: VI om. grande 12 : m di suo corpo malato 15: M^ gente J/' m om. per la via - 16: m il novello morto 18 : M' tn fu elgli - 1!) : M' chelgli facto 20-Sl : m avea nel dovea fare o?n. e dicea che Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli 23: m pero chelli dovea fare 25: M-m om. si M' insegna 26: M' jxirte M-m refrenare (sempre) : vi pero che da\anti Le parole per la via sono con tutta probabilità una glossa o una variante di per lo camino; infatti mancano in codici delle due famiglie. Lo sponitore. Dice Tullio che riferire il peccato è allora quando l'accusato dice ch'elli àe fatto a ragione quello di che elli é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta tale ingiuria che dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come apare neir exemplo d' Orestes, che fue accusato della morte di sua madre, et esso dicea che ll'avea morta a ragione, perciò che primieramente avea ella fatta a llui ingiuria, cioè ch'avea morto il padre d' Oreste; e di questo nasce cotale questione se Oreste fece quel fatto a ragione o no. Et poi che Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì insegnerà ornai che è comparazione. CICERONE dice che è comparazione. Comparazione è quando alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et utile, e dicesi che quello del quale è fatta la riprensione fue commesso perchè quell'altro si potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella questione è appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à fatto quello eh' è a llui apposto, i^er cagione di poter fare un altro fatto utile e diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel più alto officio di ROMA, sentìo che coniurazione si facea per lo male del comune, ma non potea sapere chi né come. Alla fine diede dell'avere del comune in grande quantitade 25. ad una donna la qiiale avea nome Fulvia, et era amica per amore di Quinto Curio, il quale era sapitore del tradimento ; e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose in tale maniera eh' elli difese la cittade e '1 comune della molt'alta tradigione. Ma alla fine fue ripreso ch'elli avea troppo ma 2 : M' allocta 4 : M' facla prima 5 : M' prenderne (ma L prendere) tale vendctla pare 6: M' dela sua madre 8: m prima J/' facto, m aliai fatto - iO: m om. El 14: M-m quanto un altro 16: M' per quell'altro - 18: JW in questa parte 19: M-m che facto 26: M^ ora parteDce 28: M' dela mortalo lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di sé dicea che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto utile e diritto, cioè per scampare la terra di tanta distruzione, e quello scampamento non potea fare sanza 5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del quale elli è ripreso fue fatto per bene. Et poi che Tullio àe detto delle quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della constituzione del genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la questione traslativa, della quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa che là fue intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della questione translativa. Nella IV questione, la quale noi appelliamo translativa, certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona a cui convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o davante a cui, per quale ragione, o in che tempo ; e sanza fallo tuttora è controversia o per mutare o per indebolire l'azione. Et credesi che Ermagoras fue trovatore di questa constituzione; non che molti antichi parlieri non l' usassero spessamente, ma perciò che Ili scrittori 20. dell'arte non pensaro che fosse delle capitane e non la misero in conto delle constituzioni. Ma poi che da llui fue trovata, molti l'anno biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito non pur in prudenzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per invidia e per maltrattamento. Questo testo di Tullio è assai aperto in sé medesimo, e spezialmente perciò che della questione o constituzione translativa è assai sufficientemente trattato indietro in i : M' l'avere del comune 3:3/' diiicto 7 utile - 4: M' non si pelea fare 7: M< om. assiintiva - 8: M' iuridiciale //: M-m che ella l'uo translassala lS:M-m emargonis 13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn translativa) 15-1 (!: M' davanti cui M-m sanfa follia 19: M' parladori 23: M' cambiano - S4 : M' per mal. (1) La traduzione non è esatta, poicliè il testo latino dice: quos non tamimprudentia falli indamus (res enim perspìcua est) quam invidia atque óbtrectatione quadam inipediri. Si potrebbe proporre per congettura non per imprudenzia ; ma non sembra contraddirvi il 8 -3 del commento parlando di '' alquanti che non erano bene savi,, ? altra parte di questo libro, e là sono divisati molti exempli per dimostrare come si tramuta 1' azione quando non muove la questione quelli che dee, o centra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel tempo che . 5. dee. Z.Sicchè al postutto in(i) questa translativa conviene che sempre sia : o per tramutare l' azione in tutto, come appare indietro nell'exemplo di colui che risponde all'aversario suo: « Io non ti risponderò di questo fatto né ora né giamai »; e così in tutto tramuta l'azione dell'aversario etc. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto, si come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aversario suo : « Io ti risponderò di questo fatto, ma non in questo tempo» o «non davante a queste persone». Et dice Tullio che Ermagora fue trovatore della translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso da alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento contra lui. Nota che invidia è dolore dell'altrui bene, e maltrattamento è dicere male d'altrui. Tullio dice che davanti diceva exempli in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le constituzioni e le loro parti; ma li axempli di ciascuna maniera parrà che noi possiamo meglio divisare quando noi daremo copia di ciascuno de' loro argomenti; perciò 25. ch'allotta sarà più chiara la ragione d'argomentare, quando l'exemplo si potrà a mano a mano aconciare al genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del suo libro, brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che dimo2: M-m si traclava 3: M^ che dee conLra cui dee ~ 6: M come pare 8: M' non ti rispondo iO: M-m Oo, M' Onde M imparte m non in tutto H : M' pare 13 : Mi dinanzi a ([. 14: M translatore, m traslatotore 15: M^ìa conto 17: 3f dalquanti 18 : M-m male tractamento con altrui 21: M-m construclioni 22: M exposte le e. 7 loro parti 24: Mi di loro argomenti 25: M' de l'argomentare 26:m della cosa 29: M ke detto, m che detto Jlf ' dinanzi (1) L'essere attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come la sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere dal periodo precedente la parola questione : " conviene che sia questione in questa translativa „ ecc. strato à che sono le constituzioni e le loro parti, ma in altra parte porrà certi exempli in ciascuno genere delle cause, cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e nel iudiciale, quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da cciò si parte il conto e torna a trattare secondo che ssi conviene all' ordine del libro per insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia simpla e quale congitmta. Poi eh' è trovata la constituzìone della causa, ìmmantenente ne piace di considerare se Ila causa è simpla o congiunta. Et s'ella è congiunta, si conviene considerare se ella è congiunta di piusori questioni o d'alcuna comparazione. Apresso al trattato nel quale Tullio àe insegnato trovare le constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare qual causa sia simpla, cioè pur d'uno fatto e qiiale sia congiunta, cioè di due o di più fatti, e quale sia congiunta d'alcuna comparazione, e di ciascuna dice exemplo in questo modo : Della causa simpla. Simpla è quella la quale contiene In sé una questione assoluta in questo modo: « Stanzieremo noi battaglia contra coloro di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che quella causa è simpla la quale è pur d'uno fatto e che non è se non d'una questione solamente. Verbigrazia : La città di Corinto non stava ubidiente a Roma, onde i consoli di Roma misero a consiglio se paresse 2 : M-m om. parte m delle cose 4-5 : J/' Et di ciò si diparte l'autore, m 7 accio 8: M mantenente, m inmantanento 9: m simplice (sempre cos'i) M' sedella li: M-m compi^ratione 13: M' il tractato 15: M (|ualcosa, «i quale chosa /*: M< l'exeniplo 21: M' m (pielli 25 : vi iliinn chosa SO : M-m <m. stava A/' ali Romani loi-o di mandare oste a fai"e la battaglia centra loro, o no. Et così vedi che causa simpla è pur d'una questione del sì o del no. Della causa congiunta. 5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella nella quale sì dimanda di piusori cose in questo modo: « È Cartagine da disfare da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn altra parte loro abitamento ? Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice della congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella quale àe due o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani vinsero a forza d'arme la città di CARTAGINE, et erano alcuni che diceano che al postutto si disfacesse; altri diceano che Ila cittade fosse renduta agli uomini della terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare di quel luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa causa è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa congiunta di comparazione. Dì comparazione è quella nella quale contendendo si que stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in questo modo : « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto a' compagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti contra Anibal ? Poi che Tullio avea detto della causa la quale è congiunta di piusori questioni, sì dice di quella causa eh' è congiunta di comparazione di due o di tre o di quattro o i : M-m o fare 2 : M^ om. Et Jlf om. b 5 : M' om. questioni 6 : m di più sore 7 : M' da. rendere a Cartaginesi 12 : m due tre o quattro questioni J3: m per forza om. la cittade di J4: M' elio a! postutto diceano cliella si disfacesse 17: M-m om. che 18: m essere coniunta di tre (luestioni dette 21: 3/' o quale finissimo 22: M' incontro a Filippo 28: M-m di due, di tre m om. o di quattro (1) Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia deducatur. di più cose, nella quale si considera qual partito sia il migliore de' due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e l'uno migliore che 11' altro, per sape];e qual sia finissimo, cioè il sovrano di tutti. Verbigrazia : I Romani aveano mandata oste in Macedonia contrà Filippo re di quello paese, et in quello medesimo tempo attendeano alla guerra d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni savi di Roma diceano che '1 migliore consiglio era mandare gente in Macedonia, per attare l'altra loro oste la quale 10. era in questa contrada; altri diceano che maggior senno era di ritenere la gente in Italia, per adunare grandissima oste contra Anibal ; e così contendeano qual fosse il migliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la gente. Della contraversia inn iscritto et in ragionamento. 15. 66. Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in ragionamento. Lo sponitore. 1. Apresso ciò che Tulio à dimostrato qual causa è simpla e quale è congiunta e quale di comf)arazione, sì vuole 20. fare intendere quale contraversia nasce et aviene di cose e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento, cioè di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole CICERONE aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre de' dire a ciascun ponto di tutte le cause che possano inter 25, venire ; e perciò dicerà della scritta per sé e del ragionamento per sé, e di ciascuno partitamente in questo modo : Della contraversia che nasce di cose scritte. 67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna qua litade di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa che 30. sono partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta pare che Ile i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc. il/' o Ire o iiifi •/: iV/' ohi. cion il sovrano 5: M'-L (li i|iielli del paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste * : hi elio mogio iO: m J/i in ipiella contrada il : M' om. di m a rilenore gente 12 : M contra nibal, i» contro ad Anibal 15: M-m e scripla, If' e in scriplo o in ragionamento: M-m i|ual cosa 19: m quale e 22: M-m om. dire e che non sono scritte 23: M' mostrare - 24: m possono 25: M'E cosi 29: M da. questa 30:M' dale constilutioni parole medesimo iU siano discordanti dalla sentenzia dello scrittore ; e talvolta pare che due legi o più discordino intra sé stesse; e talvolta pare che quello eh' è scritto signiffichi due cose o più ; e talvolta pare che di quello ch'è scritto si truovi altro che non è 5. scritto ; e talvolta pare che ssi questioni in che sia la forza della parola, quasi come in diffinitiva constituzione. Per la qual cosa noi nominiamo la prima di queste maniere di scritto e di sentenzia; il secondo appelliamo di legi contrarie, la terza apelliamo dubiosa, la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta apelliamo diffinitiva. Poi che CICERONE à dimostrato qual causa sia pur d' un fatto o di più, immantenente vuole dimostrare qual contraversia è in scritta e quale in ragionamento; et in questo dice primieramente di quella ch'è inn iscritto, cioè che 15. nasce d'alcuna scrittura. Et questo puote essere in cinque modi. Il primo modo è appellato di scritto e di sentenza, pei'ciò che Ile parole che sono scritte non pare che suonino come fue lo 'ntendimento di colui che Ile scrisse. Verbigrazia: Una lege era nella cittade di Lucca, nella quale erano scritte queste parole: « Chiunque aprirà la porta della cittade di notte, in tempo di guerra, sia punito nella testa ». Avenne che uno cavaliere l'aperse per mettere dentro cavalieri e genti che veniano inn aiuto a Lucca, e perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la legge scritta. L'accusato si difendea dicendo che Ila sentenzia e lo 'ntendimento di colui che scrisse e fece la legge fue che chi aprisse la porta per male fosse punito ; e cosi pare che Ile parole scritte non siano accordanti alla sentenzia dello scrittore, e di ciò nasce controversia intra loro, se si debbia tenere la scritta o la sentenza. La seconda maniera è apiiellata di contrarie leggi, perciò che 1 : M' m medesime m dalle sententie 2: me téilora -- M' si discordino 3: M' significa 4: M-m o talvolta M' che nono che scripto 6: M-m nm. in A/' mdilTìnitiva ([uestione 11: M-m qual cosa 13: M-m e Sbripta - m e in ragionamento 14 : m primamente 18 : M om. fue 20: M ai)iira, m apira 21 : M-m om. in tempo di guerra M' si sia punito della testa 23: M' si difende 30: m se si dee M' lo scritto 31 : M' om. maniera (1) Cfr. p. 46, 1. 30: nai medesimo. pare che due leggi o più discordino intra sé stesse. Verbigrazia : Una legge era cotale, che chiunque uccidesse il tiranno prendesse del senato cheunque merito volesse. Et nota che tiranno è detto quelli che per forza di suo 5. corpo o d'avere o di gente sottomette altrui al suo podere. Un'altra legge dice che, morto il tiranno, dovessero essere uccisi cinque de' pili prossimani parenti. Or avenne che una femina uccide il suo marito, il quale era tiranno, e domanda al senato per guidardone e per nierito un suo figlio. LA PRIMA LEGGE concede che ssia dato, l'altra comanda CHE SIA MORTO. E così sono due leggi contrarie, e perciò nasce questione se alla femina debbia essere renduto il suo figliuolo o se debbia essere morto. La terza maniera è apellata DUBBIOSA, perciò che pare che quel eh' è scritto SIGNIFICHI DUE COSE O PIU. Verbigrazia. Alessandro fa testamento nel quale fa scrivere così. Io comando che colui eh' è mia reda dia a Cassandro C vaselli d'oro e quali esso vorrà. Api^esso la morte d'Alessandro venne Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e che a llui piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io vorrò. Et cosi di quella parola scritta nel testamento, cioè, i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere del cui volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione intra loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE, perciò che di quello eh' è discritto si truova e se ne ritrae altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia : Marcello entra nella chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il crocifixo, e taglia le imagini di là entro. E accusato, ma non si truova neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non era che nne scampasse sanza pena. E perciò il suo adversario ritraeva d'altre leggi scritte quella pena che ssi convenia a Marcello ragionevolemente. La quinta maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che pare che ssi questioni LA FORZA D’UNA PAROLA scritta, sicché conviene i : M' si discordino - M stesso m tralloro - 5 : M^ di genti - 6-7: m L essere morti - Jl/' om. de' 7 : M'-L una femina il suo marito.... uccise 9 : m e merito 10: M' che le sia dato, l'altra leggie iS: m nasce controversia Mm sella femina 13: m se dee 14-15: M' che lo scritto i6: Jtf' cos'i scrivere 1 7 : M-m om. coUii eh' è 18: M' i quali 19: M' cento vaselli d'oro 20: J/' la rede. [o ti voglio dare - m om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 : M' San Piero 38 : M-m om. Fue accusato - /. trovava 29-30 : m alcuna legge.... colalo maliflcio, e convenevole non era che scampasse 32 :M' che si conviene Mm Martello che quella parola sia diffinita e dicasi il proprio intendimento di quella parola. Verbigrazia : Dice una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna di tempo ed un altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne che una nave di Pisa venne in Tunisi e presso al porto sorvenne sì forte tempesta nel mare, che '1 signore usce della nave et entra inn una picciola barca. Un altro ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto là entro che '1 mare torna in bonaccia, e la nave campa in terra. E perciò dicea che la nave e sua secondo la legge, perciò che '1 segnore l'abandona et esso l'avea difesa. Il segnore dicea che perch'elli entra nella picciola barca non abandona perciò la nave ; e cosi era questione intra loro sopra questa PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per 15. sapere LA FORZA d'essa parola conviene che ssi difinisca e dicasi il proprio intendimento. 6. Già à detto Tullio di quella contraversia la quale è in iscritta e delle sue cinque parti. Omai dicerà di quella contraversia eh' è in ragionamento. 20. Della contraversia la quale nasce di ragionamento. Ragionamento è quando tutta la questione è inn alcuno argomento e non inn ìscrittura. Quella è contraversia in ragionamento nella quale non si considera alcuna cosa che ssia per scrittura, ma prendesi argomento e pruova per parole FUORI DI SCRITTA a dimostrare che dee essere sopra quella questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo che Italia è migliore paese che Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò era questione ti'a lloro, e perciò conviene recare argomenti in ragionando per mostrare che nne dee essere, e questo senza scritta acciò che sopra questo no è legge né scrittura. 3: m om. della nave M' labandona S : M' de Pisani M-m di Tunisi 6 : M sovenne, m venne, L sopravenne M^ di mare 7-8 : M' usci di fuori un altro corse a governare la nave 9: m campo intera 11: m et egli 12: m pichola nave 13: 3f' non avoa abbandonata perciò 1. n., m non pero elli abandonava la grande 14: M' di questa parola, m sopra questo abandono 15: M-m la forma m ripete conviene 16: m dicha 22: m e none 24 : M' Qurlla controversia 6 in rag. 28: M' Anibal 29 : m lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico che no 31 : m 7 questo e senza scritta Delle IV parti della causa. Adunque, poi che considerato è il genere della causa e cognosciuta la constituzione et inteso quale è simpla e quale è congiunta, e veduto quale contraversia è di scritto e di ragionamento, 5. ornai fie da vedere quale è la quistione e quale è la ragione e quale è il giudicamento e quale è il fermamento della causa ; le quali cose tutte convengono muovere della constituzione. In questa parte dice CICERONE che poi ch'elli à insalo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo e diliberativo e giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè e qual sia congetturale e quale diffinitiva e quale translativa e quale negoziale, et à fatto intendere quale è simpla e quale congiunta, cioè qual contiene in sé una questione o più, et à fatto vedere qual contraversia è inn iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti questi insegnamenti paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo inn iscritto e trattato di ciascuno sufficientemente, ornai vuole CICERONE procedere e dimostrare apertamente qual sia 20. la questione e la ragione e '1 giudicamento e '1 fermamento della causa ; le quali cose tutte muovono e nascono della constituzione, ciò viene a dire che la constituzione è il cominciamento di queste cose. Questione è quella contraversia la quale s'ingenera del contastamento delle cause in questo modo : « Non facesti a ragione Io feci a ragione». Questo è contastamento delle cause nella quaied) 2: m om. 63: m om. cognosciuta M intesto Af' qual congiunta 4: M-m quale conti'aversia <ii scripto m o di ragionamento 5: A/' oggimai sarà 5-6: M' ha sulo il primn b M-m il confermamento 6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv. 9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo, ilimostrativo i2: in cioè qual sia 13: M-m a facto cognoscere 14: m quale simplice - 17: M' amaeslramenti M paio sàdietro, Mi-L jiaiono in adiotro 18: M 7 tracio 22: M-m um. ciò V. a d. e. la constituzione 25 : M -L Di (|uistione m si genera 26-27 : M' de cause M-m om. a M' il contrastamento ~ L nele quali, S nel quale (1) Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per questo non saprei spiegare come alterazione volontaria né come svista il nella quale (dato tanto da M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto dovuto a una distratta traduzione del latino Causarum haec est conflictio, in qua constitiUio constai. è la constituzìone, e di questa nasce contraversia la quale noi appelliamo questione, in questo modo: se fatto l'à a ragione o no. Lo sponitore. 1. Nel testo il quale è detto davanti insegna Tullio 5. cognoscere e sapere che è la questione; et in ciò dice che questione è quella che ssi conviene considerare sopr' a cciò di che le parti tencionano, e così s'ingenera del contastamento delle parti, cioè di quello che 11' uno appone e l'altro difende. Verbigrazia : Dice la parte che appone all'altra . 10. « Tu non ài fatta i-agione, che tu prendesti il mio cavallo »; e la parte che ssi difende risponde e dice : « Si, feci ragione Or è la causa ordinata, cioè che ciascuna parte à detto, l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è appellata constituzione. Sopra questo si conviene sapere se 15. n'accusato à fatta ragione o no. Questo è quello che Tullio appella questione. Dunque potemo intendere che quando le parti anno detto e quando l'accusatore àe apposto in. contra l'aversario suo e l'accusato àe risposto o negando o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata ; e però 20. infine a questo punto èe appellata constituzione, cioè viene a dire che Ila causa è cominciata et ordinata ; da quinci innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si conviene che ssi connosca se Ila sua defensione è dritta o no, cioè quando dice : « Io feci ragione » conviensi trovare s' elli à fatto 25. ragione o no, e questa è appellata questione. 3. Et perciò che la scusa dell'accusato, a dire pur così semplicemente: « Io feci ragione », non vale neente se non ne mostra ragione per che e come, insegnerà Tullio immantenente che ragione sia. 30. Di ragione. 71. Ragione è quella che contiene la causa, la quale se ne fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in contraversia. In questo modo mo sterremo, per cagione d'insegnare, un leggieri e manifesto 4: M-m nel quale - 6: M' 6 quella m sopra quello 10: M' facto ragione i5: M dopo ragione ripete che tu prendesti il mio cavallo 13: m luna luna M' {(uesto 15: M^ m facto 15-16: M' Et questo.... comune questione 17: M-m posto 19: M S l'accusa - SO: M' m ciò viene a dire SS: M-m om. sì S4: M' facta S5: M' e facta questione S6: M-m om. Et - l'accusa S7 : M' m se non mostra S8 : M' si insegnerà 31 : m se non fosse 3S : M' non vi rim. 33: M-m d'insegnare leggere manifesto exemplo exemplo. Se Orestres fosse accusato di matricidio et elli non dicesse: « Io il feci a ragione, perciò eli' ella avea morto il mio padre », non avrebbe difensione; e se non l'avesse non sarebbe contraversia. Dunque la ragione dì questa causa è eh' ella uccise Agamenon. Lo sponitore. Si come appare nel testo di Tulio, ragione è quella clie sostiene la causa in tal modo che, chi non assegna e mostra la ragione della sua causa, certo non sarà controversia, cioè non à difensione; e cosi la causa dell'aversario IO. rimane ferma e non à contastamento. 2. Verbigrazia: Vero fue che Ila madre d'Orestres uccise Agamenon suo marito e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per movimento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre. Fue accusato di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1 15. fece a ragione; se non dice perchè e come, la sua difensione non vale neente, e se la difensione non vale neente non è contraversia né questione. 3. Ma se dice cosi : « Io lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre », sì mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la 20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi che CICERONE à dimostrato che è questione e che ragione, sì dimosterrà che è giudicamento. Giudicamento è quella contraversia la quale nasce de lo 'nde25. bolire e del confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo exemplo della ragione che noi aven detta poco davanti : « Ella avea morto il mio padre ». Dice il savio: « Sanza te figliuolo convenia eh' essa madre fosse uccisa ; perciò che 'I suo fatto si potea bene punire sanza tuo perverso adoperamento ». (e. XIV) Di questo 30. mostramento della ragione nasce quella somma controversia la quale noi appelliamo giudicamento, la quale è cotale: se fosse diritta cosa che Orestres uccidesse la madre, perciò ch'ella avea morto il suo padre. i : m di martecidio 2 : M-m om. ella 4 : M-ni chelluccise a ragione 7-8 : M' mostra 7 assegna ragione 10: M' m 0111. Vero 13: M' om. cioè.... di matricidio 16: M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) 19: m difesa 20: m om. El 22: M-m dimostra 24: M' om. quella M-m ohi. nasce 25: M-m in ciò a quel med. 26: M' aveino dello 27 : M' Dice l'avversario 2S: M-m si potrà 29 : M' sanila il tuo p. 31 : M' se fu Cicerone dice e insegna che è ragione; et perciò che della ragione nasce il giudicamento, sì tratta egli del giudicamento per dimostrare come e quando et in che 5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato assegna ragione perchè fece quel fatto e conferma la sua difensa per quella ragione. L'accusatore dice contra questa difensa et indebolisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che conferma l'uno et inforza la sua difensione e l'altro la infievolisce 10. e falla debole, sì ne nasce una questione la quale è appellata giudicamento, perciò che quando ella è provata si puote giudicare. 2. Et in ciò sia quel medesimo exemplo di sopra : Orestres assegna la ragione per la quale elli uccise Clitemesta sua madre: perciò ch'ella avea morto 15. Agamenon ; e così conferma la sua defensione. Ma contra lui dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non convenia ad te punirla di ciò, ma altre la dovea e potea punire sanza tua perversità, e sanza tua così crudele opera, come del figliuolo uccidere sua madre. Et così indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in vituperoso abominio, e sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra lo 'ndebolimento della ragione, nasce questione la quale è appellata giudicamento perciò che ssi puote giudicare. 3. Et omai à detto Tullio che è questione e che è ragione e che è 25. giudicamento ; sì dicerà che è fermamento. Del fermamento. 73. Fermamento è il firmissimo et appostissimo argomento al giudicamento, come se Orestres volesse dire che ll'animo il quale la madre avea contra il suo padre, quel medesimo avea contra lui 30. e contra le sue sorelle e contra il reame e contra l'alto pregio della sua ingenerazione e della sua familia, sicché in tutte guise doveano i suoi figliuoli prendere in lei la pena. 2: M-m om. è 3-4: M-m che deliboragione nasce del iuilicamento por dimostrare ecc. 5: M' om. sia M' assegno 7:3/' quella 3/ difesa 8-10: M' che rimo conferma 7 inforfa la sua ragione.... fa debole M-m isforca m la indebolisce IS : m a quello med. 13: M' assegna ragione 16: M 7 non convenia, m e non si convenia 17: m 7 convenia punirla 18-19: M' om. tua e del m la sua madre 21-22: M< sopra confermamento dela ragione 23: m om. Et 24: M i ohe ragione, m nm. 27: M-m om. è 30: M' \n serocchie.... l'altro pregio Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ragione e giudicamento, sì dice in questa parte che è fermamento. E certo lo 'nsegnamento suo è molto ordinata 5., mente : che primieramente è questione intra Ile parti sopr'alcuna cosa la qual'è aposta ad uno e detto sopra lui che non à fatto bene o ragione, et elli in sua difesa dice ch'à fatto bene o ragione, e di questo nasce la questione, cioè se esso à fatto ragione o no. Apresso dice l'accusato 10. la cagione per la quale elli avea ragione di fare ciò, e questa è appellata ragione. Et quando l'accusato à detta la ragione, il suo adversario dice contra quella ragione et indebolisce quello dove l'accusato ferma la ragione, e questa è appellata giudicamento. 15 Fermamento. Poi che Ila questione del giudicamento è nata, si conviene che ll'accusato tragga innanzi i fermissimi argomenti bene apposti contra il giudicamento. Verbigrazia : Orestres à detto che uccise la madre perciò ch'ella avea morto il padre, e così assegna la ragione perch'elli l'uccise; il suo adversario mettendolo in questione di giudicamento dice c'a llui non si convenia ma ad altrui, e così indebolisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica manifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella 25. uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo d'uccidere me e le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, e mettere il nostro regno a distruzione et abassare l'altezza del nostro sangue, e mettere in periglio la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento, e dice: « Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et 2: M-m ragione 7 ((iiestione (m nm. 7) 3: M' s\ dicerà (mn S dico) 5: M-m questioni 6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad uno 7 detto contra lui 8: Mhii om. ch'à fatto bene ragione 9: M' se elgli, m selli M' a l'acto a ragione H : M\ m* detto i3;Jf fermava i4: m questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre 18: M» appostati - i9: M' clielgli uccise.... chella uccise SI: A/ niente dolo - S3: M' om. sua JW i fermissimi argomenti 29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7 di questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo per effetto della parola precedente. avea pensato di fare cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che Ili suoi propii figliuoli ne le dessero pena e non altri >. Et questi sono fermissimi argomenti ne' quali dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e mali5. zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il quale alcuno adopera centra' maggiori, sì come quella fece uccidendo il re Agamenon. Et quello è crudele fatto il quale alcuno adopera contra' suoi, sì come quella fece contra la sua famiglia. Et quello è malizioso fatto il quale è molto 10. fuori d'uso, sì com'è contra naturale usanza ch'alcuna femina uccida il suo marito e figliuoli e distrugga un alto reame. 5. Onde questi fermissimi argomenti e' quali l'accusato mette davanti per confermare le sue ragioni et incontra lo 'ndebolimento che facea l'aversario, sì è ap 15. pellato fei'mamento. In quale constiti izione non à gindicamento. Et certo neil'altre constituzioni si truovano giudicamenti a questo medesimo modo ; ma nella congetturale constituzione, perciò che in essa non s'asegna ragione (acciò che '1 fatto non si concede) 20. non puote giudicamento nascere per dimostranza di ragione; e però conviene che questione sia quel medesimo che giudicamento: « fatto è, nonn è fatto, sé fatto o no ». Che al vero dire, quante constituzioni lor parti sono nella causa, conviene che vi si truovino altrettante questioni, ragioni, giudicamenti e fermamenti. 25. Lo sponitore. 1. In questa parte del testo dice Tullio che, sì come per lui è stato detto davanti, così si possono trovare giudicamenti inn ogne constituzione; salvo che nella constituzione congetturale, della quale è molto trattato inn 30. adietro, perciò che in essa l'accusato nonn asegna (i) neuna 1 : Af' avea pensala cotanta crudeltade 2: M nelle, ÌU-L lene dessero 3 : Mi lorlissimi argomenti 5: m nel quale 7 : M Tde agnzenò {sic), m i ro Agamenon m ohi. è 8: M' luomo adopera 9: m om. è ambedue le volte il : A/ un altro IS-i^-.M' om. et, 7» e contro allo i7 : M' ì giudicamenti 22: Mi se facto e. no ~ quante questioni 26 : m om. che 28 : vi nella questione (1) Si potrebbe anche leggere non n' asegna; ma in M' è scritto qui e qualche riga più sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n 6 frequente in M (cfr. pag. seg., 1. 6, nonn abisogna). ragione, anzi niega, al postutto non ne puote nascere giudicamento. Verbigrazia. Uno accusa Ulixes ch'elli avea morto Aiaces. Dice Ulixes. Non feci -- e cosi nega quel fatto che gli è apposto. Et perciò NON CONVIENE che sopra '1 5. suo negare assegni alcuna ragione – cf. H. P. Grice: “Methinks the lady doth protest too much.”. Et poi che nonn asegna ragione, il suo adversario nonn abisogna d' indebolire la ragione dell'accusato. Dunque nonde puote nascere giudicamento; e perciò conviene che in queste constituzioni congetturali la questione e lo giudicamento siano ad una cosa: che là ove dice l'accusatore. Tu uccidesti. Ed Ulixes dice. Non uccisi. La questione e '1 giudicamento fie sopi-a questo, cioè se ll'uccise o no. Poi dice CICERONE che quante constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ragioni e giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa. Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da considerare ciascuna parte della causa; eh' al ver dire non si dee pur pensare prima ciò che ssi dee dicere in prima; perciò che se le parole che sono da dire in prima tu vuoli inforzatamente congiungere ed adunare colla causa, conviene che d'esse medesime traghe quelle che sono da dire poi. Sponitore. Or dice CICERONE (vedasi). Dacché '1 parliere connosce la causa et àe inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il libro 25. insine a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la quale convegna che dica, sì dee il buono parliere pensare con molta diligenzia e considerare nella sua mente, anzi che cominci a dire, tutte le parti della sua causa insieme e non divise. Che s'elli pensasse in prima pur quella che 4: m chelli fu aposto 6: M' non a bisogno, m non a ragione 8: M-m om. e 9: M-m la constituzione i 1 : M' sie sopra q., m fla i3: M-m otn. v'à 17: M-m e al ver dire 18: M' in prima quello M-m om. dicere S che è da dire inprlma 19: M-m om. in prima M' tu le vuoigli M isforcatamonte, m sforfatamenie congiungnerle 20: M' i raunaro M-m elio esse medesime S4: M'-L tutto il titolo, i' tutto il telo (tic) S8: i/' causa sua S9: M' pur quello che sia da dire (Z. aggiunge in prima) prima sia da dire e non pensasse ch'elli dovesse dire poi, senza fallo il suo cominciamento si discorderebbe dal mezzo et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene le sue parole colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi convenga dire davanti e che poi, certo la comincianza fie tale che nne nascerà ordinatamente il mezzo e la fine. Tutto altressì fae il buono drappiere, che non pensa prima pur della lana, ma considera tutto il drappo insieme anzi che Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e la grandezza del drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri, e poi comincia e fae il drappo. Di VI parti della diceria. Per la qual cosa, quando il giudicamento e quelli argomenti che bisognano di trovare al giudicamento saranno diligente15. mente trovati secondo l'arte e trattati con cura e con cogitatione, ancora sono da ordinare l'altre parti della diceria, le quali pare a nnoi ai tutto che siano sei : Exordio, narrazione, partigione, confermamento, riprensione e conclusione. Sjtoììitore. 20 _ I. Poi che CICERONE (vedasi) sufficientemente à dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1 buono parliere innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare il mezzo e la fine colla comincianza del suo dire, si che sia l'una parola nata dell'altra, sì dice esso medesimo che poi 25. che tutto questo eh' è fatto,(3) e trovato il giudicamento della 1 : M' che sia da dire poi 4: M' m om. in 5 : M' la incomincianca, m il cominciamento 6: M' che nostera (corr. moslera), L mosterra, S mostra 7: if ' in prima 9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri m sono mestiere 11: M^ i\ suo drappo ordinatamente, L affare il s. d. ordinatamente 14 : M^ che si bisognano -17: M' che sono sei.... petitione invece di partigione 20 : M^ a sofficientemente dem. S3: M' el Dne con la incomincianpa M-m om. sì 24: M om. nata 25: M^-L questo e facto (1) Tutti i codici hanno 7 daver 7 davere, che può esser nato facilmente dall'aver preso il de' per la preposizione di. Tanto il senso quanto la sintassi sarebbero poco chiari leggendo e d'aver. (2) Preferisco la lezione di M perchè non è probabile che la parola ordinatamente, che si trovava in evidenza in fine al discorso, sia sfuggita al copista. Forse l'aggiunta If' (L) fu determinata AaW ordinatamente di poche righe prima. Cioè " dopo che tutto questo è fatto „ . Per il che pleonastico cfr. p. 20, n. 2, p. 21, n. 1 e qui dopo p. 99, 1. 18. Le lezioni di M^ e di L si spiegano con quelle di M-m, ma non viceversa. causa e ciò che vi bisogna secondo i comandamenti di rettorica (i quali si convengono trattare con molto studio e con grande deliberazione) ; anco sopra tutto questo si convengojio pensare l'altre parti della diceria, delle quali non 5. è detto neente, e sono sei ; e di ciascuna per sé tratterà il libro interamente. Lo sponitore chiarisce tutto ciò eh' è detto inn adietro. Et sopra questo punto, anzi che '1 conto vada più innanzi, piace allo sponitore di pregare il suo porto, per cui amere è composto il presente libro non sanza grande afanno di spirito, che '1 suo intendimento sia chiaro e lo 'ngegno aprenditore, e la memoria ritenente a intendere le parole che son dette inn adietro e quelle che seguitano per innanzi, sì che sia, come desidera, dittatore perfetto e 15. nobile parladore, della quale scienzia questo libro è lumiera e fontana. 3. Et avegna che '1 libro tratti pur sopra controversie et insegni parlare sopra le cose che sono in tendone, et insegna cognoscere le cause e Ile questioni, e per mettere exempli dice sovente dell'accusato e dell' ac 20. cusatore, penserebbe per aventura un grosso intenditore che Tullio parlasse delle piatora che sono in corte, e non d'altro. 4. Ma ben conosce lo sponitore che '1 suo amico è guernito di tanto conoscimento ch'elli intende e vede la propria intenzione del libro, e che Ile piatora s'aparten 25. gono a trattare ai segnori legisti ; e che rettorica insegna dire appostatamente sopra la causa proposta, la qual causa no è pur di piatora né pur tra accusato et accusatore, ma é sopra l'altre vicende, sì coinè di sapere dire inn ambasciarie et in consigli de' signori e delle comunanze et in 30. sapere componere una lettera bene dittata. 5. E se CICERONE (vedasi) dice che nelle dicerie intra le parti sono le constituzioni e questioni e ragioni e giudicamento e fermamento, ben si dee pensare un buono intenditore che tuttodie ragionano le 1: M' Olii, vi S: vi làlluro 3: M liberalione - M ancora, m aiicir 4 : m le IKirli 5: M-m oiii. per sé 8-9: Mi cliel maestro.... più avanti iO: m questo libro i3: m mii. clie son M' seguiranno i4: in per lo innanzi i8: vi insegni o»n. o dinanzi a per i9:m exenpro 20: M-vi 7 penserebbe .?;: if' trattasse S2:m ha bene 24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a singnorì M-m le giustitio 26- M' appostamento M' in sapere 2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi delle comunanze 31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni, e l'ermamento m ohi. si genti insieme di diverse materie, nelle quali adiviene sovente che ir uno ne dice il suo parere e dicelo in un suo modo e l'altro dice il contrario, sì che sono in tencione ; e r uno appone e l'altro difende, e perciò quelli che appone 5. contra l'alti-o è appellato accusatore e quelli che difende èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è appellata causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al postutto di questo non puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che niega elli l'à fatta o detta o no. Ma quando l'uno appone e l'altro difende, sì è la causa incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la constituzione della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa è a ragione o no; e poi ciascuno contende come pare a llui per confermare le sue parole e per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel trattato della questione e della ragione e del giudicamento e del fermamento. Onde non sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li exempli messi inn adietro, che ORESTE e accusato in corte della morte di sua madre ; ma le genti ne contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non avea fatto né bene né ragione, e questo è appellato accusatore, un altro dicea in defensione d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e questo è appellato nel libro accusato. De consiglieri. Così aviene intra' consiglieiù de' signori e delle comunanze, che poi che sono aserablati per consigliare sopra alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è messa e proposta davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro pare un'altra; e cosi è già fatta la constituzione della causa, 30. cioè eh' è cominciata la tencione tra lloro, e di ciò nasce questione s' elli à ben consigliato o no. Et questo è quello che Tullio appella questione. 9. Et perciò l' uno, poi ch'elli àe detto e consigliato quello che llui ne pare, immante 2 : M ndicc M' di.cela m in suo modo ~ 3 : M' in contentione ~ 4: M n lalti-o appone, m laltio appone M-m quel 6: M quello che, m quello di che 7-9: m om. al postutto.... che nioga M che quella cosa M' selgli la facta il : m cominciata M' intra loro 7 questa 13: M-m è ragione - 16: M om. il 1" e 3° e, hì il 1" e S° 20 : m tralloro dicea chelli 21 : m o ragione 22: m ave fatto 25: M' adiviene - mi tra cons. 27: M-m. e in essa 28: m davanti a loro M-m om. cosa et 30: M' lantentione 31 : M-m selli alta consigliato m che allui nente assegna la ragione per la quale il suo consiglio èe buono e diritto. Et questo è quello che Tullio appella ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la cagione e la ragione per che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno consigliasse o facesse il contrario come sarebbe male e non diritto ; e così infievolisce la partita che è contra il suo consiglio; e questo è quello che CICERONE lappella GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la contraria parte, sì raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni 10. che puote trovare per più indebolire l'altra parte e per confermare la sua ragione ; e questo è quello che Tullio appella fermamente. 12. Et certo queste quattro parti, cioè questione, ragione, giudicamento e fermamento, possono essere tutte nella diceria dell'uno de' parlatori, sì come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et puote bene essere la sua diceria pur dell'una, cioè pur infine alla questione, dicendo il suo parere e non assegnando sopra ciò altra ragione. Et puote bene essere pur di due, cioè dicendo il suo parere et assegnando ragione per che. Et puote bene essere pur di tre, cioè dicendo il suo parere et assegnando ragione per che et indebolendo la contraria parte. Et puote essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di sopra. 13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à consigliato e posto fine al suo dire, immantenente si leva 25. un altro consigliere e dice tutto il contrario che àe detto colui davanti ; e così è fatta la constituzione, cioè la causa ordinata, e cominciata la tenciouB ; e sopra i loro detti, che sono varii e diversi, nasce questione, se colui avea bene consigliato o no. Poi dimostra la ragione perchè il suo 30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il detto e '1 consiglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi riconferma il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che può trovare. Adunque le predette quattro cose o parti possono essere nel detto del primo parliere e nel detto 35. del secondo e di ciascuno parlamentare. 14. Cosie usata 3-4: M' la ragione 7 la cagione.... clie s'olciin 6: M' a diriclo m la parie 8:m om Et - i5: M-m cagione, ragione ecc. i4: 3f' d'uno y5:3f'pare i 6 : 3f-m om. cioè pur 17: m pero M' altre ragioni 18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in suo parere assengnanJo perche SO: M' il suo pare 21 : M^ la contraria partita - SS: m di tulli e q. 25-26: Jlf' tutto il contrario di colui ca detto davanti 27 : M' lunlcntione m la tencionc sopra S8: M' om. sono -- M 7 se colui 31-32: in rilennu 3/' il suo consiglio 33: M' ([uattro jiarti 33: M' ciascuno che vuole parlamentare mente adviene che due persone si tramettono lettere l' uno all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o inn altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così fanno tencione. Altressi uno amante chiamando merzè alla sua donna dice parole e ragioni molte, et ella si difende in suo dire et inforza le sue ragioni et indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si puote assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure ad insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono advocato essere né perfetto (2) se non favella secondo l'arte di rettorica. 15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto inn adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che sono in tencione et in contraversia tra alcune persone, le 15. quali contendano insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate uno manda lettera ad altro nela quale non pare che tendoni centra lui (altressi come uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua donna, nella quale non à tencione alcuna intra llui e la donna), é di ciò riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore medesimo di ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a dittare lettere, le quali si costumano e bisognano più sovente et a più genti, che non fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi volesse bene considerare la propietà d'una lettera o d'una canzone, ben potrebbe apertamente vedere che colui che Ila fa o che Ila manda intende ad alcuna cosa che vuole che 1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro ~ 6: m slorza 7 : m i molti 9: m in insegnare - M' piatire 10: M-m neuno buono advocato possa essere perfetto 11: M della rectorica 13 : «i intorno a (pielle 15 : m chontendono M' conlra.... 7 parebbo 16: Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda lettere a un altro (ma ambedue nela (piale) 17 : M che contenda tencioni 18: 1/' per amore, fa e, L uno che ama per amore fa e. 19: m tra lui 23: M-m om. et 24: m traile genti (1) Le parole inn altro, che sembrano inutili, non possono essere un'aggiunta di copisti, ai quali invece doveva venir fatto di ometterle, come in M* e in i.Dando a volgare il senso limitato di volgare italico, si intende l'altro per gli altri linguaggi, specialmente il provenzale e il francese. Brunetto vuol dire che la rettorica di CICERONE non serve solo ai legisti, quantunque nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto meno perfetto, senza averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla lezione di ilf • ; con quella di M-m, più semplice a prima vista, non si spiega la relazione fra buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la manda. Et questo i)uote essere o pregando o domandando o comandando o minacciando o confortando o consigliando ; e in ciascuno di questi modi puote quelli a cui vae la lettera o la canzone 5. o negare o difendersi per alcuna scusa. Ma quelli che manda la sua lettera guernisce di parole ornate e piene di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede poter muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna scusa, come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una tendone tacita intra loro, e così sono quasi tutte le lettere e canzoni d'amore in modo di tendone o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo, luogo innanzi, isforza i suoi insegnamenti in parlare et in dittare secondo la rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende 20. volemente che '1 suo amico potrà bene intendere l' una materia e l'altra. 18. Et ecco Tullio che incomincia a dire di quelle partite della diceria o d'una lettera dittata, delle quali non avea detto neente in adietro: e queste parti sono sei, sì come apare in questo arbore. I e. 2 ^'Olii' /^M/ Queste sono le sei parti che Tullio mostra certamente che sono nella diceria o nella pistola, specialmente in i: m per cholui che la manda 2: M' essere pregando 3: M-m o in 6: Jf' manda guernisce la sua lederà d'ornati^ parole il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m inloruo al pr. 14-15: M' o di tenciono o di non tencione da quello luogo innanci inforfa 16: M' IH secondo rothorica ~ 18: M^ insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M' m comincia 22 : M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M indietro - 24: il' pare in ipiesto albero - Nello gchetna M' ha l" l>roomio, 3» Divisione, ó" Uisjwnsionc - SO: M-m 7 nella pistola (ma c/r. l. 22) quelle che sono tencionando, sì come appare nel detto dello sponitore qui adietro ; e, sì come detto fue in altra parte di questo libro, Tullio reca tutta la rettorica alle cause le quali sono in contraversia et in tencione. Et ben . dice tutto a certo che Ile parole che non si dicono per tencione d'una parte incontra un'altra non sono per forma né per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola, cioè la lettera dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di contendere, anzi è uno presente che uno manda ad un altro, nel quale la mente favella et é udito colui che tace e di lontana terra dimanda et acquista la grazia, la grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte cose mette inn iscritta le quali si temerebbe e non saprebbe dire a lingua in presenzia; sì dirae lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi e della sua medesima in quella parte di rettorica ch'apartene a dittare, si come promise al cominciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é un dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente aconcio a quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò conviene intendere ciascuna parola d'essa diffinizione. Unde nota che dice « dritto trattamento » perciò che Ile parole che ssi mettono inn una lettera dittata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e l'altre cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo sponitore dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù avenente; e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat 30. tamento » perciò che tutta la pistola dee essere guernita di parole avenanti e piacevoli e piene di buone sentenze; et anche questo ornato si richiede in tutte le i)arti di rettorica, sì come fue detto inn adietro sopra '1 testo di Tullio. E dice trattamento di ciascuna cosa perciò che, 35. si come dice BOEZIO (vedasi), ogne cosa proposta a dire puote 1:M' pare 4:M oin. sono m le quali e In contr. e tencione. Et dico 5-6: M' non sodono m om. per te.ncione a un altro 8 : M'de tencione iO : M' 7 ae udito il: M' om. la grazia 12-13: M la gra M' sinlorca m/ molte cose M' m in iscriptura Mi non, ma L e non 14: m lo sponitore dira uno pocho 16: M' om. di reltorica 19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a quella cosa aconcia 23: M-m adietro, M' a diricto 24-25: M' m el mascolino (m il maschulino)col leminino 3/' el plurale el singulare M-m pulare 27 : m fia M' in tutte parti 33 : M-m nel lesto 34 : m om. Et 35 : m si puote essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla sentenzia di CICERONE, che dice che Ila materia del parliere non è se non in tre cose, ciò sono dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et dice « convenevolemente aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore asettare le parole sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore dicere parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle non fossero aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dittatore da cciò che dice Tullio; e perciò di queste due 10. materie, cioè del dire e del dittare, e dello 'nsegnamento dell'uno e dell'altro potrà l'amico dello sponitore prendere la dritta via. Et per questo divisamento conviene che Ile parti della pistola si divisino da queste della diceria che Tullio à detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione, partizione, conferm amento, riprensione e conclusione. 24. 1. E oppinione di Tullio che exordio sia la prima parte della diceria, il quale apparecchia l'animo dell' uditore a l'altre parole che rimagnono a dire, e questo è appellato prologo della gente. //. Et dice che narrazione è quella 20. parte della diceria nella quale si dicono le cose che sono essute o che non sono essute, come se essute fossoro ; e questo è quando uomo dice il fatto sopra '1 quale esso ferma la forma della sua diceria. E dice che è partigione quando IL PARILERE à narrato e contato il fatto et 25. e' si viene partiendo la sua, ragione e quella dell'aversario e dice : « Questo fue cosi, e quest'altro così » ; et in questo modo acoglie quelle partite che sono a lini più utili e pivi contrarie all'aversario, et afficcale all'animo dell' uditore ; et allora pare ch'ai tutto abbia detto tutto '1 fatto. IV. Et 30. dice che confermamento è quella parte della diceria nella quale il parlieri reca argomenti et assegna ragioni per le quali agiugne fede et altoritade alla sua causa. F. Et dice che riprensione (1) è quella parte della diceria nella quale il 5: Mi agoisare 6: m om. Et 7 : M' non varrebbe 8: M' j cosi e divisato da ciò 10: Jf maniere i3: M^ da quelle i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Oppinione di Tulio e M exordìa 18: M rimagnono udite, m om. a dire 21 : M issate 22: M 1 quando M^ m l'uomo om. esso 23 M' forma la sua diceria 25 : M' edesso viene partendo, m e viene ripetendo.... del chonpagno 28 -. M7 nfììcale (?), m e ficliale, M' 7 afficcalle 29: M' paro cabbia detto m detto il fatto - 30 : M' confermagione 33: i mss. responsione M-m 7 quella (1) Non esito a scostarmi dai codici per la concorde lezione degli altri luoghi, che corrisponde al latino reprehensio. Il passaggio da reprensione a responsione è facilissimo attraverso un repensione. I)arliere reca cagioni e ragioni et argomenti per li quali attuta e menoma et indebolisce il confermamento dell'aversario. VI. Et dice che conclusione è Ila fine e '1 termine di tutta la diceria. 25. Queste sono le sei parti che dice 5. Tullio che sono e debbono essere nella diceria; e di ciascuna tratterà qua innanzi il libro sofficientemente. Ma in questo eh' è detto puote uomo bene intendere che queste sei medesime possono convenire inn una pistola, di tal materia puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque materia 10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la pistola colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella conclusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento e reprensione, possono più lievemente rimanere e non avere luogo nella pistola. Tutto altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene rimanere e non avere luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè «petitio», avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'appena pare che diceria possa essere sanza petizione. Dunque 20. le parti della pistola sono cinque, ciò sono salutazione, exordio, narrazione, petizione e conclusione, sì come appare in questo arbore : 26. Et se alcuno domandasse per qual cagione Tullio intralasciò la salutazione e non ne trattò nel suo libro, certo 25. lo sponitore ne renderà bene ragione in questo modo. Certa cosa è che Tullio nel suo libro tratta delle dicerie che ssi l-S: m ragioni 7 cagioni Jlf' l'aiingatore wn. cagioni e per li ifiiali allassa M-m il fermamente 3 : 3/' il line 4-5 : m Questo.... che Tulio dico che debbono essere 6 : M' m illibro qua innanzi 7 : jn luomo -- Af ' om. bone m che tutte 7 queste sei 8-9 : M tal maniera M-m da qualunque, M^ de ([ualunque li : 3f' in exordio M' m 7 conclusione 12: M' om. tre e soitiiuisce di\hione rt partigione M salta dal lo al 2" aver luogo 22: M' pare 'in questo albero 24: ilf intrallassò, m lasciò 25: Af' ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio tracia fanno in presenzia, nelle quali non bisogna di contare'!) il nome del parlieri né dell' uditore. Ma nella pistola bisogna di mettere le nomora del mandante e del ricevente, c'altrimente non si puote sapere a certo né l'uno né l'altro. Apresso ciò, la salutazione pare che sia dell'exordio ; che sanza fallo chi saluta altrui 'per lettera già pare che cominci suo exordio. Et Tullio trattòe dello exordio compiutamente, non curò di divisare della salutazione né distendere il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che rechi tutta la rettorica a parlare et in controversia tencionando. Et in perciò furo alcuni che diceano che Ila salutazione non era parte della pistolaj ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che la salutazione è porta della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e' meriti delle persone e l'affezione del mandante. Et nota che dice « porta, cioè entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cioè del mandante e del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il grado e l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo Imperadore, Acchilles cavaliere, Oddofredi Judice, e cosi dell'altre gradora. Et dice « ordinatamente », cioè che mette il nome e '1 grado di ciascuno come s'a viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè com'elli manda al ricevente salute o altra parola di bene, o per 25. aventura di male, secondo la sua affezione, cioè secondo la sua volontade. 28. Adunque pare manifestamente che Ila salutazione è così parte della pistola come l' occhio dell' uomo. Et se l'occhio è nobile membro del corpo dell'uomo, dunque la salutazione é nobile parte della pistola, c'altressi 30. allumina tutta la lettera come l'occhio allumina l'uomo. Et al ver dire, la pistola nella quale non à salutazione è altrettale come la casa che non à porta né entrata e come '1 1 : M-m bisogna contare S-3 : M' nome del dicitore M-m bisogna mettere M 7 dell' uditore 7 del ricevente, m om. 7 del ricevente M-m 7 altrimente 4: M' non si porrebbe 7-9: M-m om. dello exordio non curo divisare salutalione 7 distemdere ìli intorno alle salutationi 10: M' om. et 11-12: M' Et jìerciò funro ciie salutalione 15: m e mèli 16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè S3 : M' om. di 24 : M' 7 altra 2,5 : M eirectione m om. secondo la sua afTezione cioè 26: M' parte (ma t espunto): M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A completo) : iW' e la salutatione n. p. m e altres'i 32 : il/' ne jiorta (1) La lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di « conviene dire », mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire». - Itì7 corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla chi dice che salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s' inchiude W e sugella dentro ; ma '1 titolo della pistola è la soprascritta di fuori, la quale dice a cui sia data la lettera. Ben dico c'alcuna volta il mandante non scrive la salutazione, o per celare le persone se Ila lettera pervenisse ad altrui o per alcun' altra cosa o cagione.  Né non dico che tutta fiata convenga salutare, ma o per desiderio d'amore, o per solazzo, talora  si mandano altre parole che 10. portano più incarnamento e giuoco che non fa a dire pur salute. Et a' maggiori non dee uomo mandare salute, ma altre parole che significhino reverenzia e devozione; e talvolta no scrivemo a' nemici altro che Ile nomora e tacemo la salute, o per aventura mettemo alcuna altra parola che 15. significa indegnamento o conforto di ben fare o altra cosa; sì come fa il papa che scrivendo a' giudei o ad altri uomini che non sono della nostra catholica fede o a' nemici della Santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in quel luogo spirito di più sano consiglio o connoscere la via della veritade o ahundare inn opera di pietade et altre simili cose. Adunque provedere dee il buono dittatore che, similemente come saluta l'uno uomo l'antro trovandolo in persona, così il dee salutare in lettera mettendo et adornando parole secondo che la condizione del ricevente richiede. Che quando uomo va davante a messer lo papa o davante ad imperadore o a alti-o segnore ecclesiastico o seculare, certo elli va con molta reverenzia et inchina la testa, et alla fiata si mette in terra ginocchioni per basciare M' anche M-ìn si richiude M' ma titolo M 7 \a. s. 5 •m iscrive salutatione 6-7: M' venisse ilata altrui per alcuna cagione Mo per cagione dalcunaltra cosa cagione ; m id., ma oiii. cagione 8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s. si mandano, M-m per solazzo di loro si mandano il: M' a maggiore M-m non debbono - 12: M* che significanza abbiano di revercntia 7 dev. 13-14: M' a nomici non scrivemo M-m 7 per aventura 16: M-m il papa scrivendo... om. altri 19: M-m di chonnoscere M' conoscere via de veritade 20: M' opere (mai opera) om. altre 21 il/' dee prevedere 22 M' un huomo un altro ^ó:ni Quando luomo 26:M' davanti imperadore od altro, >« davante a lomj)eradore 27 : Jf certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in M' ginocohione in terra S'inchiude è più esatto di si richiude. Lo scambio fra n e l'i occorre altre volte: cfr. p. 37, n. 1.In 3f e' è qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha accomodato di suo, perchè la parola cagione come finale è confermata da M'; forse 1' errore nacque dall'avere scritto subito pei- cagione e voler poi rimediare. Scrivo così per avere un senso, ma non presumo davvero di avere indovinato; potrebbe anche mancare qualche parola. il piede al papa o allo 'mperadore. Tutto altressì dee lo dettatore nominare lo ricevente e la sua dignitade coij parole di sua onoranza e metterlo dinanzi ; apresso dee nominare sé medesimo e la sua dignitade, e poi dee scri5. vere la sua affezione, cioè quello che desidera che venga a colui che riceve la lettera, sì come salute o altro che sia avenante, tuttavolta guardando che questa affezione sia di quella guisa e di quelle parole che ssi convegnono al mandante et al ricevente. 31. Che quando noi scrivemo a' magio, giori di noi o di nostro paraggio o di minore grado, noi dovemo mandare tali parole che ssiano accordanti alle persone et allo stato loro. Et non pertanto eh' io abbia detto che '1 nome del maggiore si de' mettere dinanzi e del pare altressì, io oe ben veduto alcuna fiata che grandi 15. principi e signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori, mettono dinanzi il nome di colui a cui mandano, e questo è contra l'arte ; ma fannolo per conseguire alcuna utilitade. Perciò sia il dittatore accorto et adveduto in fare la salutazione avenante e convenevole d'ogne canto, sicché in essa me20. desima conquisti la grazia e la benivoglienza del ricevente, sì come noi dimostramo avanti secondo la rettorica di CICERONE. Et bene è questa materia sopr'alla quale lo sponitore potrebbe lungamente dire e non sanza grande utilitade. Ma considerando che Ila subtilitade perché '1 verbo non si mette 25. nella salutazione, e che "1 nome del mandante si mette in terza persona per significamento di maggiore umilitade, e che tal fiata si scrive pur la primiera lettera del nome, par che tocchi più a' dittatori IN LATINO che’n VOLGARE, sene passex'à lo sponitore brevemente e seguirà la materia di Tullio per dicere dell'altre parti della diceria e di quelle della pistola, sì come porta l'ordine. Et in questo luogo si parte il conto della salutazione, e dirà dell' exordio in due guise. L’una secondo ciò che nne dice Tullio e che i : M' y allomperudoi'o S-3: M-m dignilailo corporale di m aggiunge di reverenza 7 ^ 4: M^ nm. S" e 3: M-m oirectione ([nella 7 : m tuttavia M' guani ino clic l'airectione 9-10: M' ali maggiori M-m ili nostro .grado i2: M' alloro slato M-m om. ch'io abbia dolio i3: in il nome M' si debbia 13-16: m sengnori M-m scrivono -- m e mellone M' elgli mandano 17: Af-w por sognile 18: mom. et adveduto 19: M' dongiii jìarle 20: M-mnm.ìa grazia e 21-SS: il/' dimoslorremo, m dimostraiiio davanti Af' m Et bene cpiesta 24: JZ-m uhella subtitade, A/' che sotti! itude 23: M<- in salutalione 7 perche! nome 26: M-m utilitade 27: M' 7 perche.... pur una lederà m la prima 28: m om. in Ialino 31-32: L Et in questa parte ilf' dala salutalione 33: M' om. ci6 pare che ss'apartegna a diceria, l'altra secondo che ssi conviene ad una lettera dittata et ad una medesima diceria, oltre quello che porta il testo di Tullio. E perciò che EXORDIO dee essere principe di tutti, e noi primieramente daremo insegnamenti in fare exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell' exordio prima che dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe dell'altre 10. parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che ssi mette e si dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che nel exordio pare che noi aconciamo et apparecchiamo r animo dell' uditore ad intendere tutto ciò che noi volemo dire di poi. 15. Dell' exordio. EXORDIO è un detto el quale acquista convenevolemente 1'animo dell' uditore all'altre parole che sono a dire; la qual cosa averrà se farà l' uditore benivolo, intento e docile. Per la qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, ad lui conviene diligentemente procedere e conoscere davanti la qualitade della causa. Lo sponitore. Poi che CICERONE (vedasi) cont le parti della DICERIA – H. P. Grice, DICTVM --, sì vuole in questa parte trattare di ciascuna per se divi 25. satamente, e prima dello exordio, del quale tratta in questo 2 : Af' e la diceria medesima 3: m oltre a quello 5 : M-mom.e 6: M' oxordii iO: m nm. tutte M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione 10-li M' luna pei che, m luna che M-m 7 davanti si dice 13-14 : m quello die noi poi volerne diro M' dire poi 18: m dolce (cosi sempre in seguito) M' converrà om. procedere e 24 : M' divisamente, ma L divisatamente Questa lezione è quella che spiega meglio le altre: soppresso il de, nacque è ragione di M, che m, colla pretesa di accomodare,' peggiorò in a ragione; la variante di L deriva certo dal non aver inteso il significato di de ragione (= secondo ragione). - no modo: Primieramente dice che è exordio, mostrando che tre cose dovemo noi lare nell'exordio, cioè fare che 11' uditore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente et intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne 5. conviene connoscere la qualitade del convenente sopra '1 quale noi dovemo dire o dittare. 2. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè principio et « insinuatio », e mostrane in qual convenentre noi dovemo usare principio et in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa intendere 10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare benivoglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo queste tre usare in quello exordio eh' è appellato principio e come in quello eh' è appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto luogo pone le virtù e' vizi dell'exordio. Et perciò dice 15. che exordio è uno adornamento di parole le quali il parlieri e '1 dittatore propone davanti nel cominciamento del suo dire in maniera di prolago, per lo quale si sforza di dire e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso lui, cioè che Ili piaccia esso e '1 suo parlamento, e procacciasi di dire e di fare sì che l'uditore sia intento a llui et al suo detto; similemente si studia di dire e di fai'e sì che l’uditore sia docile, cioè che pi'enda et intenda la forza delle parole. 6. Et perciò dico che immantenente che 11' uditore è docile sicché voglia intendere e connoscere la natura 25. del fatto e la forza delle parole, sì è elli intento ; ma perchè l' uditore sia intento a udire, puote bene essere che non sia docile ad intendere. Et di ciascuno di questi tre dirà il conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma perciò che '1 parliere che non conosce dinanzi di che maniera e di cliente 30. ingenerazione sia la sua causa non puote bene advenire alle tre cose che sono dette inn adietro, cioè che 11' uditore sia benivolo, intento e docile, si dicei'à Tullio quante e quali sono le generazioni delle cause, in questo modo: 1 : m Prima MM' nm. è 2-3 : m liiditore sia inverso noi benivolo intonlo 7 dolco a quello ecc. 4-5: m ci conviene 7-8: m nm. et e mostra 9: M' nensegna, L insegna dove JO: M' potremo ii: M',allenlione - 13: M nm. in 15: m i parlieri, M' il parladore 17: M' perla (piai cosa 19: ni jiiaoci il suo p. procliaccisi 20 : M-m 7 fare sicché m attento 21 : M' 7 fare 22 : il/' ciò che imprenda «1 le parole ^.5: hi nm. e la l'orza delle i>arole - 26: m che non 027: M' ohi. tre 28-29: M' vorrà suo luogo chel dicitore 7 di che ìnjj. - Ili Qualitadi delle cause. 79. Le qualitadi delle cause sono cinque: onesto, mirabile vile, dubitoso et oscuro. Sponitore. 5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le qualitadi delle cause, cioè di quante generazioni sono le dicerie. Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che esso medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e le qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale, 10. et or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, io risponderei che Ile primiere tre sono qualitadi substanziali sie incarnate alhi causa che non si possono variare. Onde quella causa eh' è deliberativa non puote essere non deliberativa, e quella eh' è dimostrativa 15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico della iudiciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non onesta, e quella eh' è mirabile puote essere non mirabile, e così dico della vile e della dubbiosa e della oscura. Adunque sono queste qualitadi accidentali che possono 20. essere e non essere; ma le prime tre sono substanziali che non si possono mutare. Dell'onesta. Onesta qualitade di causa è quella la quale incontanente, sanza nostro exordio, piace all'animo dell'uditore. 25. Lo sponitore. I. Quella causa è onesta sopr'alla quale dicendo parole, immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore si muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice sopra '1 convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa 3: M' dubbioso 7 : M' m cholgli medesimo 8: M-m om. elio - M^ li generi 10: M' dubbioso 1 1: m io rispondo che le prime tre 13 -.M' puole 13-14: M-m mllann dal lo al S° deliberativa 15 : M-m essere dimostrativa 17 : L bone essere bene non mir. 19: M-m om. queste 23: M incontenenlo 27: M-m mantenente iole per acquistare la benivoglienza dell'uditore, perciò che ll'onestade della causa l'à già acquistata per sua dignitade, sì come nella causa di colui che accusa il furo o che difende il padre o l'orfano o le vedove o le chiese. Mirabile è quello dal quale è straniato l'animo di colui che de' audìre. Quella causa è appellata mirabile la quale è di tale 10. convenente che dispiace all'uditore, perciò eh' è di sozza e di crudele operazione. Et perciò l'animo dell'uditore è centra noi et è straniato dalla nostra parte; et in questo abisogna d'acquistare benivolenzia sì che l'uditore intenda, sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo padre 15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che una medesima causa puote essere onesta e mirabile : onesta dall'una parte, cioè di colui che difende il suo padre, mirabile dall'altra parte, cioè di colui medesimo che è coutra la sua madre propia. E di questo uno exemplo si puote 20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello del quale non cura l'uditore e non pare che sia da mettere grande opera a intendere. Lo sponitore. 25. 1. Quella causa è appellata vile la quale è di picciolo convenente, sì che non pare che ne sia molto da curare e l'uditore non sine travaglia molto ad intendere, sì come la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che 30. ir uditore sia intento alle nostre parole. 1: M' om. la id: M' o l'uiiiino - i2: vi e straniato i3: M' bisogna 14: M-m om. nella oanaa di colui c'avcsso morto 15: M a facto, m a l'atto 19: M\a sua iiropria madre 26: M-m om. ne 27 : M' non si maraviglia 28: hi di jioclio valoro, Jt/' de piccolo valoro 89: Mi nm. di l'are si Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché Ingenera benlvolenzla e offenslone. Quella causa è appellata dubitosa nella quale l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che sentenzia alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes che dicea ch'avea morta la sua madi e giustamente per due 10. ragioni : 1' una perciò ch'ella avea morto il suo padre, l'altra perciò che '1 deo APOLLO glile comandò. Onde l'uditore non è certo la quale di queste due cagioni cagia in sentenzia. Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso 15 nestade e perciò dispiace all' uditore, si come nella causa de filio: O d'un furo che fue accusato d'un furto e '1 suo figliuolo si sforzava (ii difenderlo in tutte guise. Certo la causa era onesta quanto in difender lo padre, ma era disonesta quanto in difendere lo furo. 20. Dell'oscuro. 84. Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o per aventura la causa è Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a conoscere. Dice CICERONE che quella causa è appellata oscura nella quale l'uditore è tardo, cioè che non intende ciò che portano le parole del dicitore sì bene ne sì tosto come si conviene, perciò che non è forse ben savio o forse eh' è fatigato per 2: M-m eia sentenzia 3: M' in parte socca 4: M-m o offensione 7-8: M' o in clie sententia torni ala fino 10: m il suo marito li: M chel deo apellollil, m chello lio appello il, M^-L che dio appello glile comando 13: M' quella parte dove parte 16: M do fili?, *i demi?, Mi-L dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo ~ 17 : m s\ sforza 19: M' lo furto 24: ino oschura apellata 23-26: 3f-»i portava del dictatore - M' om. nò, L e si tosto, m o si tosto ~ 27:M' om. il 1" forse M-m 7 forse - faligata (1) L'abbreviatura insolita ài M e m porta a supporre una formula giuridica latina, quantunque tale abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio (la lezione di M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde qualche nome proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che sono oscure e malagevoli ad intendere. Della divisione dell' exordio. 5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse, sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in due parti, ciò sono principio et « insinuatio ». Lo sponitore. 10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali tadi delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque modi sì come detto è qui di sopra, e l'uno modo non è accordante all'altro, sì conviene che in ciascuna qualità di cause et in catuno de' detti cinque modi abbia suo modo 15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla qualitade sopr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2, Et vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che exordio è di due maniere : una eh' è appellata principio et un'altra ch'jè appellata « insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli 20. interamente. E così dovemo e potemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno parlieri o sopra le quali scrive alcuno dittatore sono cinque, cioè sono: onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et sopra tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè 25. principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale apertamente et in poche parole fa l'uditore benivolo o docile o intento. Quella maniera de exordio è appellata principio quando il parlieri o '1 dittatore quasi incontanente alla 1 : M^ parladori 3: M' mn. oscuro o fi: m diversi, dispari 7:m di cose 8:M' cioè principio 7 insiniiatione (sempre) / i : m dolio cose M' dele qualitadi sono tante divei-se -Melo che sono 13: M' coU'altro i4-i5: M' si abbia s. m. in fare A/' «hi.cìò 18-19: m una che apjinllala ins. 7 una che ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo ins.,7 di ciascuno 21 : vi .ilchimo parlinre dice M-m 7 sopra M' dice alcuno dictalon» 22: M-m honesta - 23: M* jiare 31 : M' il dicitore ol dictatore M-m incontenonte comincianza del suo dire, sanza molte parole e sanza neuno infingimento ma parlando tutto fuori et apertamente, fa l'animo dell'uditore benvolente a llui et alla sua causa, o talora il fa docile o intento, si come fece Pompeio par5. landò a' Romani sopra '1 convenente della guerra con Julio Cesare, che fece tale exordio : « Perciò che noi avemo il diritto dalla ifostra parte e combattemo per difendere la nostra ragione e del nostro comune, si dovemo noi avere sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto ». Dell' insinuatio. Insinuatio è un detto il quale, con infingimento parlando dintorno, covertamente entra nell’animo dell'uditore. CICERONE dice che quella maniera de exordio è apellata « insinuatio » quando il parlieri o '1 dittatore fa dinanzi un lungo prolago di parole coverte, infingendo di volere ciò che non vuole, o di non volere quello che dee volere, e così va dintorno con molte parole per sorprendere l'animo dell'uditore sì che sia benevolo o docile o intento; sì come disse Sino parlando a coloro che riteneano la sua persona in gravosi tormenti: « Insin a oi"a v'ò io pregato che mi traeste di tante pene ; oimai non dimando se non la morte, ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m' avesse scampato ». Et in questo modo covertamente s'infingea di non volere quello che volea, per venire in animo di loro che Ilo scampassero per avere, da che mercè non valea. 2. Et cosie à divisato il conto che è principio e che è «insinuatio»; omai dicerà quale di questi due modi de exordio dovemo usare in ciascuno de' cinque modi delle cause, cioè nell'onesto, nel vile, nel mirabile, nel dubitoso e nell' oscuro. i: M' alancomincianza m sanza alcliuno - 2-- M' om. et 3: M' benivolente, m benivolo M^ o ala sua causa : m come fé 5-6: M' a Romani parlando del convenente, cotale 9: M diede saranno IS: m intorno 15: M-m i parlieri, M' il parliere M o dictatore 17 : m quello che non vuole iW' in (juello che vuole : L Sitio m teneano... gravi tormenti 2S: M' oggimai non domando io 23: M' dati wi dato chi 26: m merco domandare: M' a divisatoli maestro 28 : M-m (|uali M' noi dovemo 29: M' de cause, M in ciascuno di delle causo, m in ciascheduna delle chause (1) Per tutte le citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine son molto frequenti, rimando al mio studio su La rettorica italiana di L. ; ivi son ricercate e discusse le fonti di questi esempii, e così riesce anche piti facile rendersi conto della costituzione del testo. Della mirabile. 88. Nella mirabile generazione di causa, se il'uditore non fosse al tutto turbato contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per principio. Ma s'ei troppo malamente fosse straniato ver noi, allora 5. ne conviene rifuggire a « insinuatio », in però che volere così isbrigatamente pace e benivoglienza dalle persone adirate non solamente non si truova, ma cresce et infiamasi l'odio. Lo sponitore. 1. Inn adietro è bene detto che quella causa è appello, lata mirabile la quale è di rea operazione, sicché pare che dispiaccia all'uditore. Et perciò dice Tullio CICERONE che quando la nostra causa è mirabile puote bene essere alcuna fiata che Il'uditore non sia del tutto coruccioso contra noi. Et allora potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel modo 15. de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un breve prologo in parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse adiroso e curicciato contra noi malamente, certo in quel caso ne conviene ritornare ad altro modo de exordio, cioè « insinuatio », e fare un bel prologo di parole infinte e coverte, 20. sicché noi possiamo mitigare l' animo suo et acquistare la sua benivolenza e ritornare in suo piacere. Ch'ai ver dire, quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse acquistare da llui pace così subitamente per poche et aperte parole dicendo il fatto tutto fuori, certo non la troverebbe, 25. ma crescerebbe l' ira et infiamerebbe l' odio ; e perciò dee andare dintorno et entrarli sotto covertamente. Della causa vile. Nella causa la quale è di vile convenente, per cagione di trarrela di vilanza e di dispetto, ne conviene fare l'uditore intento. S : M-m Della mirabile ?» e solluditoro 3 : M^ del tutto 4 : 3/' se m se troppo fosse crucciato 5: Mi fuggire m ci conviene.... chosi di presente - 7: m crescesi 9: M-m ubiamo detto i2: M^ alcuna volta 13: m crucciato 14: M' potremo (ma L lìotemo) 15: M-m in breve 17 : M' iroso 7 crucciato verso noi, m adirato contra noi molto, 18: m tornarne M alaltro modo 19: M-m nni. fare converte M iulìnito 20: M' otii. la SS: M^ cruccioso, m crucciato S3: in per i)Oclie )iaroIo 7 aperte S6: M-m darò dintorno M entrali, M' intrarli, wi rilrarlo sottilmente sotto coverta S8 : M e diviene convenente m udiviene e. S9 : M' trarla de viltanca 7 de dispregio Quando la nostra causa ella è vile, cioè di piccolo convenente sicché l' uditore poco cura d' intendere, allora ne conviene usare principio et in esso fare che 11' uditore 5. sia intento alle nostre parole; e questo potenio ben fare traendola di viltanza e facciendola grande et innalzandola, sì come fece Virgilio volendo trattare de l'api: «Io dicerò cose molto meravigliose e grandi delle picciole api ». Della dubbiosa qualità. Nella dubbiosa qualità di causa, se Ila sentenza è dubbia si conviene incominciare l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se Ila causa è in parte onesta e in parte disonesta si conviene acquistare benivolenzia, sicché paia che tutta la causa ritorni in onesta qualitade. La causa dubitosa, si come fue detto in adietro, èe in due maniere: 1' una che Ila sentenzia è dubbia, sì come apare nelF exemplo d' Orestes, che per due ragioni e cagioni dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel caso 20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella ragione dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler provare, e per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma se '1 convenente è dubitoso perciò che sia in parte onesto et in parte disonesto, in quello caso dee il buono parlieri neir exordio acquistare la benivolenzia dell' uditore per principio, sicché tutta la causa paia che sia onesta. 2: M' m om. ella m cioè di vile convenente 7 di picciolo ,9: 3f' -Ldelontendere 4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento 6: m vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f. g. 7 : m tràre 8: M' om. molto iO: M' Dela dubitosa li: m cominciare i2 : M-in om. è in parte onesta M' parte lionesla 7 parlo dis. i7 : M-m cliella causa hi dubbiosa i8: M> om. apare cagioni 7 ragioni m om. 7 cagioni 19-20 : m in questo dovea elli com. 21 : M' la (juale 22: M-m 7 per qua! (?;i om. 7) M' sigli crede davere 23: m om. sia M'-L honesta.... disonesta 25: M' acquistare nelexordio benivolenca daluditore M libenivolentia 26 : M-m om. che sia (1) Cioè « fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'. La causa onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo principio, 0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o dalla legge, o d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria. 5. A\a se ne piace usare principio, dovemo usare le parti di benivoglienza per accrescere quella che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene dire è onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire noi potemo bene intralasciare lo principio e non fare neuno exordio né prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla narrazione, cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare da quella legge che tocca alla nostra materia o da quella ragione che sia più fermo argomento e più certo. Ma se nne piace usare ijrincipio e fare alcuno prologo, certo noi lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma per crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro 20. principio dee essere in parole apropiate a benivolenza. Della causa ohscura. (e. XVI) Nella causa la quale è oscura conviene che nel nostro principio noi facciamo che ir uditore sia docile. Lo sponitore. 25. 1. In adietro fue dimostrato qual causa e quando sia oscura. Et perciò dice Tullio che nella causa la quale sia 2 : M' m tia 3 : i« / Se ci paro -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo M o alcuna, )/i adalcluina, Mi o dalcuna 5: Miw paro, m non paro 6 : il/i om. che h - 9: M-m nm. certo - facto pro])io iO: M-m sanja molto ailorn. i i : Mi j perciò M noi doviamo a dire, m noi doviamo diro i2: m alchuno oxordio 13-15: M-m no cominciare ~ M' 1 cominciare do quella legge - M-m o a ([uolla ragione 16: M' la (jualo sia 18: M' ben faro 19: M-m il docto, M' in (juesto caso 25: M' mostrato (|ualo causa e 7 (juando sia (ma L ([uando sia) 26: M' la quale e (Cioè «quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf e JVf ' ronde sicuro a dire, e con questo si escludo la lezione, buona in apparenza, di m {doviamo dire) come evidente accomodamento di M. oscura all' uditore a intendere noi dovemo usare quella parte de exoi'dio la quale è appellata principio, et in quello dovemo noi si dire che 11' uditore sia docile, cioè ch'elli intenda e ch'elli senta la natura del fatto, in que5. sto modo: che noi diremo in poche parole sommatamente la sustanzia del fatto dell' una parte e dell' altra. Et poi che noi vedremo che U' uditore sia apparecchiato in via d' intendere (1) il fatto, noi andremo innanzi a dire la nostra ragione sì come si conviene al fatto. 10. Le ragioni delle cose. 93. Et perciò che infìn ad ora noi avemo detto che ssi conviene fare nell' exordio, oimai rimane a dimostrare per quali ragioni ciascuna cosa si possa fare. Sponito7-e. Infino a questo luogo à insegnato Tullio tutto ciò che ssi conviene dire o fare nello exordio; e perciò ch'elli àe detto in quale exordio ed in qual causa ne conviene usare parole per acquistare benivolenza, sì vuole elli da qui innanzi mostrare le ragioni come si puote ciò fare ; e questo 20. insegnamento fa bene di sapere. De' quattro luoghi della temperanza. Benivolenza s' acquista di quatro luogora : dalla nostra persona, da quella de' nostri adversarii, da quella dell! giudici e dalla causa. Lo sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare benivolenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che ss' apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro luogora sono dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp i: if-»» om. all'uditore a intendere 2.M^As lexordio 4: Af' chela intenda et senta 5: m dopo diremo r(pe(e in ([uesto modo 6:m la natura om. Et 7-8: 3f' apparecchiato intendere, m-L appareccliiato a intendere 12: m a mostrare 15: M-m In ipiosto luogo om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu quale causa, i e in quale causa M-m luoghi, della nostra p. 27-28: M' da quello... alla persona (1) L' espressione certamente è ridondante {in via sembra quasi una variante di apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta alla forma pili semplice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una errata lettura di a, che anche in quel codice ha una forma simile alla nota tironiana. si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo. Il secondo luogo si è la persona de' nostri adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Il terzo luogo si è la persona de' giudici, cioè la persona (l) di coloro davanti da cui noi 5. dicemo. Il quarto luogo si è la causa e '1 fatto e '1 convenente sopra '1 quale noi dicemo. E di ciascuno di questi dicerà il conto ordinatamente e sofficientemente. Tallio sopra lo lìvolago. Dalla nostra persona se noi dicemo sanza superbia de' 10. nostri fatti e de' nostri officii; e se noi ne leviamo le colpe che nne sono apposte e le disoneste sospeccioni; e se noi contiamo i mali che nne sono advenuti et li 'ncrescimenti che nne sono presenti; e se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino. Sponitore. 1. Conquistare benivolenza dalla nostra persona si è dicere della persona nostra, o di coloro per cui noi dicemo, quelle pertenenze perle quali l' uditore sia benivolo verso noi. Et sappie che certe cose s' apartengono alle persone e certe alla causa; e di queste pertinenze tratterà il conto 20. sofficientemente, e fie molto bella et utile materia ad imprendere. Et qui pone Tullio quattro modi d'acquistare benivolenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo modo si è se noi dicemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' nostri fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti » 25 quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per forza, ma per movimento di natura. Et così dicendo Dido 1 : m Olii, si 2: M-m om. luogo m ohi. si 5 : m om. si J : M-in om. la jiersoiia Afiia coloro m davanti a chui, il/' davanti cui 5: M^ il facto m om. ól convonento 6-7 : M' om. di questi dioera lautore m om. e soBìcientemento 9-10: M-m Alla nostra p. di nostri faoti Ai' lo nostre colpo 12: il/' che sono presenti M' i scongiuramento M^ dola nostra persona 7 di coloro 17: m aparlenentle 20: m om. suflicientementc M-mom. materia 22: m om. moiio 2-i:M-m intende, L intendo 25: m diciamo per distretta 26: M-m dicendo didio (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò a prima vista si preferirebbe la lozione di M-m; ma è molto più probabile l'omissione di parole inutili che la loro aggiunta in Af'.Scrivo cosi per analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm, intende, potrebbe conservarsi come una forma di 2" persona dell' imperativo (per la desinenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la benivolenza degli uditori: « Io » dice ella, « accolsi e ricevetti in sicura magione colui eh' era cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi eh' io udisse il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che ella 5. si mosse a pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla distruzione di Troia. 3. Et al ver dire noi avemo merzè e pietade delle strane genti per natura, non per distretta. Ma offici sono quelle cose le quali noi facemo per distretta, non per movimento di natura. Onde dice Tullio che dell'uno 10. e dell'altro dovemo dire temperatamente sanza superbia. 4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono messe et apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati que' peccati che sono apposti altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto a Boezio eh' elli avea composte lettere del tradimento dello 'mperadore. Il quale peccato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè per sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la froda delle quali sarebbe mani. festamente paruta se noi fossimo essuti alla confessione dell' accusatore ». 5. Le disoneste sospeccioni sono le colpe eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle pone davante al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i domoni per desiderio d'avere le dignitadi; e questa sospeccione 25. si levò elli parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che pensaro ch'io sozzasse la mia coscienza per sacrilegio (o per parlamento de' mali spiriti). Ma tu, filosofìa, commessa in me cacciavi del mio animo ogne desiderio delle mortali cose ».• Et così parve che volesse dire: « Poi che in me avea sapien 30. zìa, non era da credere che in me fosse così laido fallimento ». Tutto altressì Elena, voglìendosi levare la sospeccione che '1 suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi fida in me della vita, dubita per la mia biltade; ma cui assicura prodezza non dovrebbe impaurire l'altrui bellezza ». 6. Il terzo 1 : M' deluditore 2: S m sicuro porto 4: M' il suo nomo Mìi dica m il roame mio 5: A/' dela 7: m M' 7 non 0: m L ^ non por m. 13-14: m ci sono aposto (om. sopra) M' appellate.... apjioste 16: M \e lectoro 17: M' elgli rimovca ciò fu 18: M' falsamente composte : M-m jiartita ....stati.... dellaccusato 22: m centra un altro ^f' appone 25: m parlando olii: M-m Mentita chi solcasse om. per sacrilegio.... spiriti 28: cacciavi (il latino ha pellebas) è solo in L; M-m chaccia, Jf' cacciava con un i aggiunto tra v e a, s caccia via 29: M-m paro 31 : m schusare 7 levare 33: m della biltade mia modo è se noi contiamo i mali elie sono advenuti e li 'ncrescimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò ch'avenuto era, acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per guidardone della verace vertude sofferò pene di falso incol5. pamento ». Et Dido, dicendo i suoi mali dopo il dipartimento d'Eneas, acquistò la benivolenza per la sua misa ventura, e disse : « Io sono cacciata et abandono il mio paese e Ila casa del mio marito e vo fuggendo i)er gravosi cammini in caccia de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi in perillio di 10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire, per confortare i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di Cesare, guardate le catene e pensate che questa testa è presta a' ferri e' membri a spezzamento». Altro modo è se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino, 15. cioè devotamente e con reverenza chiamare merzede con grande umilitade. Et intendi che preghiera è appellata sanza congiuramento. Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi alla pugna della mortai guerra di Cesare, confortando i suoi di battaglia disse: «Io vi priego de' miei ultimi fatti 20. e delli anni della mia fine, perchè non mi convenga essere servo in vecchiezza, il quale sono usato di segnoreggiare in giovane etade. Et queste pi'eghiere talfiata sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad 25. Eneas: «Io » disse ella « non dico queste parole perch'io ti creda potere muovere; ma poi ch'io ao perduto il buon 4 : M-m fossero peno 5 : M-m Et dicio dicondo 6-7: m dicendo M-m chaccialo 8: M el mio marito, m om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio 12-13 : itf' epresso li membri M 7 membri, m 7 i membri La sprezzamento 14: M-m 7 scongiuramento Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino - 13: m om. cioè chiamando 19: m abattagla — 20: M delli anni ilelli amici lino, m delli anni /siche 21: M servo in vilezza la (piale, m servo 7 in vilczza il quale 22-23: M-m om. sono aperte, m anlhe il 2° talfiata 24: M di diedi 26: M' o perduto, m chio perduto (l) Il testo di Lucano – Fars. -- , da cui è tradotto questo esempio, ha ultima fata deprecar, tutti i codici della Eettorica portano ultimi fatti. Non credo che si possa pensare a uno sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come fati (che del resto qui non sarebbe traduzione esatta) manca di ogni probabilità in quel tempo; sarà dunque da risalire a un'alterazione facilissima del latino, ultima facta, che certo riusciva più intelligibile della frase poetica originale. Quanto al servo in vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se potesse supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia nato l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea di «condizione vile, meschina». pregio e la castitade del corpo e dell' animo, non è gran cosa a perdere le parole e le cose vili ». 8. Ma scongiuramento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio o per anima o per avere o per parenti o per altro modo di 5. scongiurare, sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo padre, per le lance e per le saette de' tuoi fratelli e per li compagnoni che teco fuggirò, per li dei o per l'altezza di Troia, etc. Or à detto il conto del primo luogo donde muove la BENEVOLENZA, cioè 10. della nostra persona e di coloro che sono a noi ; ornai dirà il secondo luogo, cioè della persona delli adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli aversarìi se no! li mettemo inn odio 15. invidia o in dispetto. Lo sponitore. 1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de' nostri adversarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per le quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario 20. malivolo; et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le pertenenze delle loro persone per le quali siano inn odio dell'uditori; il secondo che siano in loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto; e di ciascuno di questi tre modi dirà il testo bene et interamente. Tullio. Inn odio saranno messi dicendo com' ellino anno fatta alcuna cosa isnaturatamente o superbiamente o crudelmente o maliziosamente. M om. a 711 lo chose vili 7 le i»arole 4: M' o per parenti por avere m oin. rli scongiurare 6-7 : M' per lo tuo padre 7 per le 1. 7 [jor le s. de tuoi f., per li compagniper saette di tuoi I"., m per le saette de tuoi parianti 7 per li compagni - 8-0 : M' om. etc. Ed ora a detto il maestro om. la Ì0:m dalla nostra parte YS: 3i' odindispregio 19: M-m om. a noi M' deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia m loro in invidia.... loro in dispetto : M' comelgli anno alcuna cosa facta vi 0»». isnatur. e o maliziosamente Noi potemo i nostri adversarii mettere ina odio dell' uditore se noi dicemo eh' elli anno alcuna cosa fatta isnaturalmeute, contra l'ordine di natura, si come mangiare 5. .calane umana et altre simili cose delle quali lo sponitore si tace presentemente. O se noi dicemo eh' elli abian fatto superbiamente, cioè non temendo né curando de' signori né de' maggiori, avendoli per neente. O se noi dicemo ch'elli abbiano fatto crudelmente, cioè non avendo pietà né mise 10. ricordia de' suoi minori né di persone povere, inferme o misere. se noi dicemo ch'elli abbiano fatto maliziosamente, cioè cosa falsa e rea, disleale, disusata e contra buono uso. 2. Et di tutto questo avemo exemplo nelle parole che BOEZIO dice contra NERONE imperadore. Ben sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA, tagliando i parenti et uccidendo il fratello e sparando la madre. Altressì fue malizioso fatto il qual racconta Euripide di Medea, che sta scapigliata tra' monimenti e ricogliea ossa di morti. 3. Omai à detto lo sponitore sopra '1 testo di Tullio come noi potemo met 20. tere il nostro adversario in odio et in malavoglienza dell' uditore. Da quinci innanzi dicerà come noi li potemo mettere in loro invidia. Tullio. In invidia dicendo la loro forza, la potenza, le ricchezze, 2.5. il parentado e le pecunie, e la loro fiera maniera da non sofferire, e come più si confidano in queste cose che nella loro causa. Sponitore. 1. Noi potemo conducere i nostri adversarii in invidia et in disdegno dell' uditore se noi contiamo la foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla stessa maria) isnaluratamente contra online M' tace ora presentemente m al ])rosonte M-m 7 se noi dicemo che labian 7-8: M tenendo M^ 7 non venerando de sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori M-m 3/' chelabbiano 9-10: m misericordia.... di persone M' 7 misero M-m Et se dicemo cliollabbiano 12: Af' cosa rea falsa et disleale 7 disusata contra b. u., m om. cosa o disleale 7 contro a b. u. 13: M' exemplo avemo lo : M' uccidendo i parenti, talgllaiido il fratello M-m i fratelli 17 : S Euripide M-m di medici IS: M corresse monimenti in moUimenti 20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca 21-22: M Da ipii 3f' diceremo. li potremo mettere loro in invidia 24 : M-m om. M' si lidano: Af' i nostri avorsari conducere degliuditori Magoini, La rettorica italiana di B. L. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, e la potenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè servi, ancille e posessioni, e'1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e parenti e seguito di genti, e le pecunie, cioè 5. denari, auro et argento, in cotal modo che noi diremo come ' nostri adversarii usano queste cose malamente et increscevolemente con male e con superbia, tanto che sofferire non si puote. Cosi dice SALUSTIO (vedasi) a’romani. Ben dico che Catenina è estratto d'alto lignaggio et à grande IO. forza di cuore e di corpo, ma tutto suo podere usa in tradimenti e distruzioni di terre e di genti. Così dice Catenina contra romani: Appo loro sono li onori e le potenzie, ma a nnoi anno lasciati i pericoli e le povertadi. Ed ora è detto della invidia contra i nostri adversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo mettere in dispetto. Tullio. In dispetto degli uditori saranno messi dicendo che siano sanza arte, neghettosì, lenti, e clie studiano in cose disusate e sono oziosi in iuxuria. 20. Sponitore. I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in dispetto degli uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se noi diremo che sono uomini nescii sanza arte e sanza senno, da neuno uopo e da neuna cosa; o che sono neghettosì, che tuttora si stanno e dormono e non sì muovono se non come per sonno; o diremo che sono lenti e tardi a tutte cose; o diremo che studiano in cose che non sono da neuno uso né d'alcuna utilitade; o diremo che sono oziosi in Iuxuria dando forza et opera in troppo mangiare, in nebriare, 30. in meretrici, in giuoco et in taverne. 2. Et ora à detto il Af' om. e le signorie, poi continua: E le pecunie, ciò sono i danari e seni 7 ancelle 7 possessioni. ¥A parentado di genti, in cotal modo ecc. 6: M' come i nostri aversarii 11 : M^ in tradimento 7 distructione de terra 7 <le gente, m in tradimenti distructioni: M-in a Romani : m lasciato 14: M iì detta L'i : M' o»i noi in dispregio (l. 17 idem) 17: M' om. degli uditori M disulate M octosi, m ottosi 22: M' om. degli uditori 23: 3f' siano, m sieno M' sanza sonno? sanza arte di neuno huopo - 24: m om. da neuno uopo e 25 : m si stanno, dormono - 26: M' per sonno/ 7 diceremo, L per sogno 27-28 : m alclumo uso M ' 7 dicoremo 29-30: M' de troppo mangiare .T ebriare. in puttane m 7 in bere M in cliaverne M' a decto luditore come )?t om. E conto come noi potemo acqnistare la benivolienza dell'uditore dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn odio et in invidia et in dispetto, et à insegnato come si puote ciò fare. Ornai tornerà alla materia per dire come s' acqui5. sta benivolenzia dalla persona dell' uditore, e questo è il terzo luogo. La benivolenza dell'uditore. Dalla persona dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo che tutte cose sono usati di fare fortemente e saviamente e man10. suetamente, e dicendo quanto sia di coloro onesta credenza e quanto sia attesa la sentenza e l'autoritade loro. Lo sponitore Noi potemo acquistare la benivolenza delli uditori dicendo le buone pertenenze delle loro persone e lodando 15. le loro opere per fortezza e per franchezza e per prodezza, per senno e per mansuetudine, cioè per misurata umilitade, é dicendo come la gente crede di loro tutto bene et onestade, e come la gente aspetta la loro sentenza sopra questo fatto, credendo fermamente che fie si giusta e di tanta 20. autoritade che in perpetuo si debbia così oservare nei simili convenenti. Di forte fatto Tulio lodò Cesare dicendo: « Tu ài domate le genti barbare e vinte molte terre e sottoposti ricchi paesi per tua fortezza». 3. Di senno il lodò e' medesimo parlando di Marco Marcello: Tu nell'ira, la quale è molto nemica di consellio, ti ritenesti a consellio. Di mansueto fatto il lodò Tulio dicendo: Tu nella vittoria, la quale naturalmente adduce superbia, ritenesti mansuetudine ». 5. D' onesta credenza il lodò Tallio in M' in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m in odio, in invidia M-m om. si 8: Jf' m delludilore {ma il testo auditorum) ~ 9: M' sono usi M-m 7 suavomento {m nm. 7) : i mss., ambedue le volte, quando M' di loro li: M-m intesa 13: M-m om. delli uditori M^ deluditore M' dicendo che buone M-m om. e per franchezza M' 7 per senno 17: m M' om. e 19: Jtf' credendo che la loro sententia sia si giusta m che sia SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili 23-84: m e lodo, M' il lodano 7 medesimo parlano m marche metcllo M-m om. molto Af tu ritenesti a consellio, m tu ritenesti consiglio 26: M ilio Tullio tu ecc., m di mansueto fatto /7 nella vittoria M adato, m adato, L odduce 28: m om. credenza il lodò Tullio In tutti 1 codici l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né metterebbe conto darne notizia. questo modo: Cesare volle alcuna fiata male a Tullio, ma tutta volta lo ritenne in sua corte; e non pertanto Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea intendere a rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non li 5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto a me et alla mia primiera vita l’usanza che tolta m' era, ma in tutto ciò m'avevi lasciata alcuna insegna per bene sperare »; e questo dicea perchè l'avea ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza. 6. D' attendere la sua buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco Marcello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo convenente non tocca pure ad una cosa, ma à ad convenire (D a tutte le somiglianti, perciò che quello che voi giudicarete di lui atterranno tutti li altri per loro ». Or é detto come 15. s'acquista benivolenzia dalle persone delli uditori; sì dirà Tullio coni' ella s'acquista dalle cose. La benivolenza delle cose. Da esse cose se noi per lode innalzeremo la nostra causa, per dispetto abasseretno quella delii adversarii. Sponitore. Noi potemo avere la benivolenza dell'uditori da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono le dicerie, dicendo le pertenenze di quelle cose in loda della nostra parte et in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse 25. Pompeio confortando la sua gente alla guerra di Cesare : « La nostra causa piena di diritto e di giustizia, perciò eh' ella è migliore che quella de' nemici, ne dà ferma spe 4 : M' om. non 6: M-m la causa dm t. i a me la mia primiera vila e liisanza 7: tutti, eccetto L, m'avea M-m la sua insegna 8 : M' 7 in questo (?«re i et ((uesto) M' buona speranna M-m lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m a) convenire, M-L ma dee convenire Mt per lui i5: 3f' dele persone i8:M-mom. so L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel latino manca) M' m 7 per disp. 21 : M' deluditofo, m delli uditori 24 : m nm. in dispetto M-m om. idi 25: M confermando la sua gente 26: m M'-L e piena Lo pero chella 27 : m forma speranza (1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa (come avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella seguente di ad. Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un futuro (« converrà ») scomposto nei suoi elementi. -ranza d'avere Dio in nostro adiuto». Et ornai à divisato il conto le quattro luogora delle quali si coglie et acquista la benivoglienza, molto apertamente et a compimento; sì ritornerà a dire come noi potemo fare l'uditore intento. Di fare V uditore intento. Intenti li faremo dimostrando che in ciò che noi diremo siano cose grandi o nuove o non credevoli, o che quelle cose toccano a tutti a coloro che 11' odono o ad alquanti uomini illustri, ai dei immortali, a grandissimo stato del comune, o se noi prof10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se noi proporremo la giudicazione, o le giudicazioni se sono piusori. Avendo Tullio dato intero insegnamento d'acquistare la benivolenza di quelle persone davante cui noi 15. proponemo le nostre parole, sì che l' animo s' adirizzi et invìi in piacere di noi e della nostra causa e che siano contrarii e malevoglienti a'nostri adversarìi, sì vuole Tullio medesimo in questa parte del suo testo insegnare come noi I)otemo del nostro exordio, cioè nel prologo e nel cominciamento del nostro dire, fare intenti coloro che noi odono, sì che vogliano achetare i loro animi e stare a udire la nostra diceria; e di questo potemo noi fare in molti modi de' quali sono specificati nel testo dinanti, et in altri simili casi. 2. Et posso ben dire manifestamente che ciascuna per 25. sona sarà intenta e starà ad intendere se io nel mio comin1: m nm. Et 3 : 3f' nm. la hi odi. molto 4: m alento 8-9: A/' o aliquanlì.... o ali iilii imm. o a M |)iQrRremo, vi protreremo {lat. pollicebimur) iO: M-m owi. brevemente VI proiroromo la giuil. i3 •M-m Quamlo Tullio a dato 14: J/tlavento 7/1 (lavante a cimi 13-16: 3/' loro siiivii 7 dlrirvi 17: vi malagevoli 19: M' nel nostro exorilio vi nm. nel coniiiiciamento 21 : 3f' si che noi vogliamo 32-23: 3f ' Et questoi (jua'.i.... davanti vi om. el 25: M-m sono noi mio com. Lucano, Phars. Causa iubet melior superos sperare secundos „. Solo la lezione di M corrisponde anche per la forma sintattica. Si rimano alquanto in dubbio sulla lezione da preferire, perchè tra un Avendo e un Quando la differenza grafica ò lieve, data la somiglianza di una forma di A con Q. Ma il gerundio Avendo, con una costruzione meno comune, più difficilmente può esser dovuto a un copista; d'altra parte il quando in senso di " dopo che „ non è dell'uso di Brunetto, clie adopra continuamente la formula " Poi che Tullio ha detto ha insegnato (S’intende clie l'inserzione di a davanti a dato diveniva necessaria leggendo Quando). -ciamento dico eli' io voglia trattare di cose grandi e d'alta materia, sì come fece il buono autore recitando la storia d'Alexandro, che disse nel suo cominciamento : « Io diviserò e conterò così alto convenente come di colui che conquistò ó. il mondo tutto e miselo in sua signoria ». 3. Altressì fie inteso s' io dico eh' io voglia trattare di cose nuove e contare novelle e dire eh' è avenuto o puote advenire per le novitadi che fatte sono, sì come disse Catellina : « Poi che Ila forza del comune è divenuta alle mani della minuta 10. gente et in podere del populo grasso, noi nobili, noi potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti vile populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade. Altressì fie intento s' io dico eh' io voglia trattare di cose non credevoli, sì come '1 santo che disse : « Il mio 15. dire sarà della benedetta donna la quale ingenerò e parturio figliuolo essendo tuttavolta intera vergine davanti e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare essere centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era cosa da credere che Paris avesse tanto folle ardimento che venisse 'n essa terra a rapire Elena. Altressì fie intento s'io dico che '1 convenente sopra '1 quale dee essere il mio parlamento a tutti tocca od a coloro che 11' odono, sì come disse Gate parlando della congiurazione di Catellina: « Congiurato anno i nobilissimi cittadini incendere e distruggere 1 : M traclai-e cose, m cliio voglia di trattare chosa grande 2 : M actoro, m attor.j M' recontcro conquise7 mise 5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario novelle - 7: M' 7 puote 9: M storca m e venuta.... gente minuta 10: m M'-L non potenti iy : J>f' noi a cui 13: M Altre si 14-15: M'-L sicome disse il santo che disse - i II mio dotto 16: M' partorie il figluplo M^ -j di. poi M-m om. la quale.... natura 19: M-m oni. folle m om. che venisse SO: M nessa terra, m in essa terra, M'-L nela nostra terra M arape 22: M' tocclia a tutti coloro anno nob. citt. dincendore [Nonostante l'accordo di tutti gli altri codici, mi attengo a M, la cui lezione è confermata dal testo di Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque ignobiles „ ecc. Brunetto non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la dignità delle persone, e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno dei primi apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla negazione: non potenti. Favoriva l'errore anche il tono insolito della frase " noi nobili, noi potenti,., mentre le parole " in podere del populo grasso „ inducevano a considerare " non potenti „ i nobili. Intendo in essa terra (come scrive m), cioè " nella patria stessa „, in ipsa terra. Leggendo con 21f » nella nostra terra si avrebbe lo stesso senso in forma più chiara; ma non saprei allora spiegare la variante di M-m. È possibile che, omesso il nostra, un nella sia stato letto nessa, che a prima vista non dà senso ? Invece nulla di più facile del caso inverso, e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l. isola patria nostra, e '1 lor capitano ne sta sopra capo. Adunque dovete compensare clie voi dovete sentenziare de' crudelissimi cittadini che sono presi dentro nella cittade » Altressì fie intento s' io dico clie Ila mia diceria tocca 5. ad alquanti uomini illustri, cioè uomini di grande pregio e d'alta nominanza in traile genti sì come disse Pompeio parlando della battaglia civile: « Sappiate che l'arme de' nemici sono appostate per abbattere l'alto e glorioso sanato ». Altressì fie inteso s'io dico che Ile mie parole toccano a'dei, 10. si come fue detto di Catellina poi ch'elli ebbe conceputo di fare cotanta iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i dei di sopra potrebbero ornai trarre il populo delle sue mani. Altressì fie intento s' io dico nel principio di dire la mia causa brevemente et in poche parole, sì come disse il poeta 15. per contare la storia di Troia: «Io dirò la somma, come Elena fue rapita per solo inganno e come Troia per solo inganno fue presa et abattuta. Altressì fie intento s'io nel mio exordio propongo la giudicazione una o più, cioè quella sopra che io voglio fondare il mio dire e fermerò 20. la mia provanza, sì come fece Orestes dicendo: « Io proverò che giustamente uccisi la mia madre, imperciò che dio Apollo il mi à comandato, perciò che uccise il mio padre». IO. Et di tutti modi per fare l'uditore intento potemo noi coUiere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7 lor M' ne sopra capo 2-3 : m dovete pensare, Mi pensale M-m esmarn {m esimare) de nobilissimi citi. M' ohe sono dentro ala cittade (anche m dentro alla) M fue, m (la 5-6: M' cioè de gr. M-m 7 da tale nominanca 7 : M-m che latine M-m sano, M' senato M' fia intonto O-ll: M-m poi chelll anno conceputo di faie tanti iniipii mali gridava (m om. gridava) M apena ornai 3f' nel cominciamento 14: Jf' o in jioclie parole M' om. Io dirò.... e come Troia, M om. Troia [spazio bianco) m diclio 7 propongo nel mio exordio Mi sopra che infomliiro il mio dire e fondata m sopralla quale M-m che io ajmllo il mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo mavea), 7 perciò cliella m atento M' exemiilo M-m om. a M' parlando a lui Questo periodo è d'incerta lezione, male varianti registrate in nota sono palesi accomodamenti, specialmente il pensate di Jtf ' per evitare la ripetizione di dovete; co.si esmare esimare può esser nato da una sigla di sentenziare -- o si tratterà di fmare, fermare? Glie sia poi da leggere crudelissimi cittadini ò confermato, oltre che dal senso, dalla parola hostibiis che vi corrisponde i\el tosto di Sallustio ; nobilissimi ò derivato dalla frase del periodo precedente. La lezione di M., che è tutta accettabile, dà ragione degli errori di Mm: il primo elli parve plurale, e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi divenne mali e portò con sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto sia genuino" mansuetudine e cosi inaudita e non usata pietade e cosi incredebile e quasi divina sapienzia in nessuno modo mi posso io(l) tacere nò sofferire ch'io non dica». Et poi che Tullio à pienamente insegnato come per le nostre parole 5. noi potemo fare intento l'uditore, si dirà come noi il poterne fare docile. Come l'uditore sia docile. Docili faremo li uditori se noi proporremo apertamente e brevemente la somma della causa, cioè in che sia la contraversia. E certo quando tu il vuoti fare docile conviene che tu insieme lo facci attento, in però che quelli è di grande guisa docile il quale è intentissimamente apparecchiato d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso io fare docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio, alla 'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco d^l fatto sopra '1 quale io dicerò, cioè brevemente et apertamente dicendo la somma della causa, cioè quel punto nel quale è la forza della contenzione e della controversia. Cosi fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa ch'io in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda in mal udire ». 2. Questo et altri molti exempli potrei io mettere per fare l'uditore docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto davanti. E perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due maniere exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato M consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine L nm. lo e cosi. M mandila. M-m mi possono, M-L io posso m om. Et. M' luditore intento, M nm. l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore M-m proi)onemo iO: Af' Et credo quando tu vuoli. m nm. è attentissimamente. m davanti a chui docile cioè intenditori de tutto il facto M-m sarò nel mio ex. M' incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria m cominciamo 7 toccho Af' om. dicendo nel quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M' ti lispondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio [È chiaro che posso io fu dall'archetipo di M-m trasformato in possono perchè tutti i sostantivi che precedono parvero soggetti e non complementi oggetti ; e vi dovè contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23, seno per se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento. ciò che ssi conviene fare e dire nel principio per fare l'uditore benivolo, docile et intento, sì dirà lo 'nsegnamento della INSINUAZIONE in questo modo. Oramai pare che sia a dire come si conviene trattare le insinuazioni. INSINUAZIONE è da usare quando la qualitade della causa è mirabile, cioè, sì come detto avemo inn adietro, quando l'animo dell'uditore è contrario a noi. E questo adiviene massimamente per tre cagioni: o che nella causa è alcuna ladiezza, o coloro 10. e' anno detto davanti pare ch'abbiano alcuna cosa fatta credere all'uditore, se in quel tempo si dà luogo alle parole, perciò che quelli cui conviene udire sono già udendo fatigati; acciò che di questa una cosa, non meno che per le due primiere, sovente s'offende l'animo dell'uditore. In adietro è detto sofficientemente come noi potemo acquistare la benivolenza dell" uditore e farlo docile et intento in quella maniera de exordio la quale è appellata principio. Oramai è convenevole d' insegnare queste mede 20. sime cose nell'autra maniera de exordio la quale è appellata « insinuatio ». 2. Et ben è detto qua indietro che « insinuatio » è uno modo di dicere parole coverte e infinte in luogo di prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo indaurato dovemo noi usare quando la nostra causa è laida e disonesta inn alcuna guisa, la qual causa è appellata mirabile, sì come pare in adietro là dove fue detto che sono cinque qualità U) di cause, cioè onesta, mirabile, vile, dubiosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile, 1 : M cioè M' om. fare e S : M-m om. s\ 6: 3f ' della ìnsinualiono 7: m ohi. s'i M-m 7 di questo diviene iS: L Kt di questa Iti: M-m a detto 20: W nella maniera 2i : m Bono dotto S3: M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/' cotale prolagoS6: M-m nm. in adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso, vin lo spazio fa supporre lo slesso), M'-L qualitadi dolio cause M' cioè nollamirabile Conservo la parola qualità attestata da ambedue le tradizioni, tanto più Clio anche prima Brunetto usa lo stesso vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente si tratta di una sostituziono o variante, che venne poi introdotta nel testo (a mono clie non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene usare INSINUAZIONE [IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has beautiful handwriting”] per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere di lui ed in grazia quel che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene vedere in quanti e quali casi la nostra causa puote essere mirabile, e poi vedere come noi potemo contraparare a ciascuno. E sono tre casi. Primo caso si è quando sie nella causa alcuna ladiezza per cagione di mala persona o di mala cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo dell'uditore contra il reo uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso è quando il parlieri ch'à detto davanti à sie et in tal guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA NELL’ANIMO dell'uditore e pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la quale cosa r uditore, poi che comincia a credere alle parole che ir una parte propone et extima che Ila sua causa sia vera, apena si puote riducere a credere la causa dell'altra parte, anzi sine strana et allunga. Il terzo caso è d'altra maniera che sovente aviene che quelle persone davanti cui noi dovemo proporre la nostra causa e dire i nostri convenenti anno lungamente udito e stati A INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima di noi, DONDE L’ANIMO dell' uditore è fatigato sì che non vuole né agrada lui d'intendere le nostre parole; e questa è una cagione che offende l'animo dell'uditore non meno che 11' altre due Et perciò conviene a buon parliere mettere rimedi di parole incontra ciascuno caso contrario, secondo lo 'nsegnamento di Tulio. Della laidezza della causa. Se la laidezza della causa mette l'offensione, conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un altro uomo che sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra cosa che sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO dell'uditore si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et infingerti di non difendere quello che pensano che tu voglie difendere, e così, poi che l’uditore sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e dicere che quelle cose, le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi paiono non degne. Et poi che tu avrai allenito colui che ode, dei dimostrare che quelle cose non pertiene atte neente, e negare che tu non dirai alcuna cosa dell' aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente tu non danneggi coloro che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi quanto puoi da lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia d'altri in somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita; et apresso dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore minore. In questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato contra noi per cagione della causa nostra che sia o che paia laida per cagione di mala persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE INSINUAZIONE NELLE NOSTRE PAROLE in tal maniera che in luogo della persona contra cui pare CORUCCIATO L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare un'altra persona amata e piacevole all'uditore, sì che per cagione e per coverta della persona amata e buona noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la persona che lui semblava rea. Si come fece AIACE nella causa della tendone che fue intra lui et ULISSE per l'arme eh' erano state d'Achille. Et tutto fosse AIACE un valente uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente né tenuto di buona maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui regna, e molto amato. Onde AIACE, volendosi contraparare, nel suo dicere ricorda com' elli era NATO DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al tempo del forte ERCOLE. E così mette la persona avanti amata e graziosa in luogo di sé ed in suo aiuto, per piacerne alla gente e per avere buona causa. E quando la causa è laida per cagione di mala cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO PARLAMENTO un’altra cosa buona e piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi della congiurazione che fa in ROMA, che mise una giusta cosa per coprire quella rea, dicendo. Elli è stata mia usanza di prendere ad atare li miseri nelle loro cause. Nome compiuto. Brunetto Latini. Latini. Keywords: rettorica, le fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio Vegezio, insinuazione, parlari, parlatore, controversia, auditore, o destinatario, animo dell’auditore, modo, essempio di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica oratoria togata – sacrilegio o furto --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Latini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Laurino: la ragione conversazionale, l’homo oeconomicus, e l’implicatura conversazionale dei longobardi – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Laurino). Abstract. Grice: “Oxford was an oasis for me. Had I grown up in Germany, it would never have been easy for me to invoke a principle of conversational helpfulness without STATING clearly what my grounds for it were! Horkheimer, and others, were talking of INSTRUMENTAL means-end rationality – but my approach involved the rational response on the co-conversationalist – so it’s more the type of ‘inter-subjective’ rationality that one finds in economic models. As a classicist, I was not ready to invoke ‘economy’ like that, seeing that Aristotle’s aeconomica is apocryphal anyway. But the Italians have a motto for it – with a long history: that of homo œconomicus”! The expression ‘homo oeconomicus,” Latin for ‘economic man,’ describes a theoretical abstraction used in some economic models to represent a human being., This theoretical human is characterized by rationality, self-interest, anda drive to maximise utility (as a consumer) and profit (as a producer). Here’s a breakdown of its history and the evolution of the concept. Origins and early development. Adam Smith, the Scottish philosopher, laid the groundwork, describing humans as motivated by economic self-interest and the maximinatio of pleasure. John Stuart Mill is credited with formally defining the ‘economic man’ in his essay ‘On the definition ofp political economy and the method dof investigation proper to it.’ Mill envisioned the economic actor as one who strives to acquire the greatest amount of necessities, conveniences, and luxuries with the least amount of labour and physical self-denial. Mill argues that political economy focuses on human desires related to wealth accumulation, excluding other motivations that do not directly contribute to that end. The term ‘homo oeconomicus’ was introduced by WALKER and subsequently adopted by the French philosopher JANNET. Dominance in classical and neo-classical economies. The concept of the economic man heavily influenced classical and neo-classical economic thought, particulary in MICRO-economics. Economists like EDGEWORTH, JEVONS, Leon WALFRAS, and PARETO (an Italian émigré) built mathematical models based on these assumptions of RATIONALITY and self-interest. In the 20th century, rational-choice theory, with its core assumptions and individual preferences – completeness, transitivity, stability – and utility maximization, became a cornerstone of mainstream economics. Criticism and the rise of behavioural economics. 20th century. Over time, the homo oeconomicus model faced significant critiques from various fields, including economic anthropology, and other social sciences. Critics argued that it provided an overly SIMPLISTIC – cfr. Grice on models – and UNREALISTIC depiction of human behaviour, neglecting the complex ETHICAL and behaviourlal dimensions of decision-making. KEYNES – that Grice cites in connection with metaphysics and probability theory –, among others, questioned the RATIONALITY assumption, asserting that human often behave IRRATIONALLY and are ot always fully informed when making economic choices. This was taken up by one of Grice’s colleagues: D. F. Pears, in his “Motivated irrationality,” where he borrows from Grice’s larger philosophical picture – and the implicatural versus entailment-based analysis of concepts – arguing with Grice that a purely implicatural approach may be ‘too social to be true’. Behavioural economics and neuro-economics. The emergence of behavioural economics, pioneered by figures like Kahneman and Tversky, challenged the core tenets of homo oeconomcus. Behavioural economists demonstrate that human decisions ae often influenced by cognitive biases, emotions, and other irrational factors – cfr. Grice, The power structure of the soul, and his criticism of Kantotle’s succumbing to the mind or intellect over other parts of the soul, notably the pre-rational --, making the homo oeconomicus model inadequate for accurely PREDICTING real-world behaviour. Research in neuro-economics further supports this, showing that emotions and neural processes play a crucial role in economic decision-making. Impact and continued relevance. While widely debated and recognized as an ABSTRACTION, rather than a fully accurate representation of human behaviour, homo oeconomicus remains an influential concept in economic theory, serving as a baseline model for understanding and analysing certain economic phenomena. However, modern economic research increasingly incorporates insights from behavioural economics, aiming for more realistic models of human decision-making that acknowledge the complexities of human psychology and the influence of social context. Filosofo italiano. Laurino, Salerno, Campania. Duca di Aquara e di Laurino, appartenente alla nobile famiglia napoletana degli Spinelli. Allievo di VICO, si forma al Clementino a Roma e poi all'Accademia di Loreto. Ritornato a Napoli, divenne amico di vari illuministi napoletani, quali FILANGIERI (si veda) e Galiani. Autore di vari saggi di stampo illuministico. Le “Riflessioni filosfiche” rappresenta un tentativo di metodo geometrico. Si oppone alle teorie di Broggia. Fa attivamente parte della massoneria napoletana, all'epoca diretta dal principe di Sansevero, Raimondo di Sangro. Cavalerie del Real Ordine di San Gennaro. A Napoli, fa ristrutturare il palazzo di famiglia, il palazzo Spinelli di Laurino, trasformandolo in una suggestiva realizzazione. Muore a Napoli e venne sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Altri saggi: “Degl’affetti degl’uomini”, Napoli, Muzio; “Della moneta” (Napoli); “Cronologia dei re di Napoli,” Napoli, Bisogni; “Del nobile”, Porsile; “Lettera nella quale si dimostra non esser nota di falsità, che nel diploma di fondazione della chiesa di Bagnara si ritrovi l'anno 1085 segnato coll'indizione sesta correndo l'ottava del computo volgare; Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.   -- ria che forma la materia del presente saggio: E metodo col quale questa siè composto. I tutte le città e popoli dell'Italia ciascuno ha la sua particular forma di governo prima che sussestato vinto da’ ROMANI. Ed anche dopo ciò, molte delle città medesime, quantunque al popolo di ROMA veramente ubbedissero. Pure così fatti nomi, e tale forma aveano di domestica polizia, che libere in certo modo facevanle apparire. Ma essendo stata dalla legge giulia a ciascuna di quelle LA ROMANA CITTADINANZA conceduta che non da tutte senza con Trans 1 AN 1x IN line ill SAGGIO TAVOLA CRONOLOGICA compongono DI NAPOLI. Dalla venuta de LONGOBARDI in Italia fino che quelle terre sono da NORMANNI della Puglia conquistate. PROΟEMIO trasto è accettata, e la quale da Marco Aurelio ANTONINO Antonino Caracalla è all'intiero orbe romano distesa, col vanto di esser parte del capo, a Roma, ed a coloro, che la ressero, sono tutte senza alcuna dubitazione, anche nell'aspetto, sottoposte. [tem Civitati ante ferret CICERONE pro Bal CICERONE PRO BALBAM, Edit.Ve. bon. Edit.Venet. L. inorbeff. de Stat. hom. L., Roma. Sigon. de Antiquo Jur. Ital. Ad bomnib. Rutil. Numan. itinerar. In quo magna contention Heracliensium, Aloja Ins: DE’ PRINCIPI E PIÙ RAGUARDEVO LI UFFICIALI, che anno signoreggiato, e retto le PROVINCIE, ch’ora: Ι Mich. Fiaschino Inven. e C.I. REGNO DI, Strabon. Geograph. Edit. Parifienf. Parsin Civitatibus fæderisfui liberta e Neapolitanorum fuit, cum magna I LL ]. Transferita però la sede del  ROMANO IMPERATORE in Costantinopoli, varie BARBARE NAZIONI con più fortuna di quello, che aveano fattosotto LA ROMANA REPUBLICA, invadero l'Italia molte volte, e distrusfero. Radagasio Re de’ GOTI con MM armati, cagiona danni gravissimi all'Italia. Ma in Toscana da Stilicone resta con tutto il suo esercito vinto e sconfitto. Alarico ed Ataulfo re di que' medesimi BARBARI che ove Alarico dimora circa II anni, ed ove muore, avidamente sacchegiarono. Attila re degl’UNNI in così fatta maniera quella parte dell'Italia av'egliera entrato, devasta, che IL FLAGELLO DI DIO è nominato. Genserico re de’ vandali chiamato dall'Africa d’Eudossia moglie di Valentiniano III imperatore, per vendicarsi di Massimo, che avea costui ucciso, e lei ignara in prima dell'infame assassinamento, sposata, ed occupato d’Occidente l'Impero; viene in Italia, ne scorre molte provincie, DEVASTA LA NOSTRA CAMPANIA e molte città di essa avendo distrutte, in Cartagine carico di preda se ne ritorna. E finalmente Odoacre co’suoi Eruli, e Turcilingi, INVADE TUTTA L’ITALIA e Re de Goti, che nella PANNONIA, ove egli no dimora, aveano cominciato a tumultuare, gli concede l'Italia, acciocchè ne avesse Odoacre discacciato. Ovvero, come altri vogliono, lo stesso  TEODORICO senza la concessione dell'imperadore in vase quella provincia, ne discaccia Odoacre, che poscia uccise, e re se ne fa nominare -- Histor, Miscell. est cod. Ambrosiin. in Philostorg, hist. Ecclesiast. Ma Prosper. Aquitan. Chron.; Augut. De Civit. Dei, Marcellin. Chron. In Sirmond. Philostorg. hist. Eccl. In Vauclid. Chron. Idatius in Chron. Isidor. Chron. Goth. in rebo Got., Langobard. Jornand. de reb. Get. Agnel. Pontific. Raven. in S. Joan . Evagr. Schol. hist., Valef Ital. Murat, Cassiod. in Conf. Boet. Conf.] per essersi fermati poi nell'Occidente si dillero VESTRO-GOTI. A modo di locuste Roma II volte, ed una gran parte delle nostre Provincie -- Histor. Miscell. ex cod. Ambro. Olympiod. In Photii Biblioth. Jian, in Murat. Rer. Ital., Sigebert. Chrona Jornand. de reb.Goth. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. Axon.Valesian. Sigebert, Procop. De bella Gotb. -- Re, e circa anni pacificamente la possiede. quista, se ne titola colle proprie forze da quella l'imperatore Zenone vedendo di non poterlo Teodorico. Perchè discacciare, evolendosi render benevolo bella parie del suo impero la con Regi non. -- Chron. Histor. Miscell. Paul, Disc, de Gest. Langob. ex cod. Ambrosian., i Reginou. Chron. Socrat. hist. Ecclesiasi., Jornand.de reb.Goth. de re- Anon. Cuspiniana Eusippiusin vita S. Severini. znor. success. Anon Valesian. rer. Ital. Munic. Marcellin. Chron. in Sirmond. L. de Tironib. C. Theodos. Z fimus Jornand. de reb. Goth. e Idat. Chron .in Du-chesn. de regnur, success., Prosper. Aquitan. Chron. Procop.de belio Goth. Marcellin. Coron. in Sirmonds. Casiodor. Chron. Edit. Spicil. Ravenn. histor.Ven., Isidor, Chron. Goth. Aimon. de Gest. Francor. Sozomen. histor. Ecclesiast. Sigebert. Chron.in an.Vales. la to Marii Aventic. Chron. in Duchesne, Evagr. Scholast. hist. Eccl. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. in Valef. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. In rer. Sigebert. Chron. Prosper. Aquit. Chron, in Du-Chefne Marii Aventicenf. Chron.in Du-Chesne, pa I Anon. Cuspin. --. Ma dopo di avere e codesto principe, ed alcuni suoi successori in tal regno per molti anni signoreggiato; circa l'anno della salutifera divina incarnazione l'imperadore GIUSTINIANO delibera di toglierlo a codėsti barbari, col pretesto, che Teodato re di essi non avea vendicata la morte daia ad Amalasunta già loro Reina; perchè vi manda Belisario, che in breve tempo occupa conquistato. n cosi fatia espedizione furono in ajuto de' Greci i Longobardi nazione che nella Pannonia dimorava: i quali dopo, che fu l'Italia pacificata, ivi, e d in casa degli Amici più difordini commettevano, che contro gl'inimici farenon avrebbono potuto, perchè Narsete caricandoli di doni, contenti nel loro paese oltre a ciòavea discacciato dall'Italia i francesi, che sotto il lur Duca Bucelino tutta, o quasi tutta, presa, e devasiata l'aveano; perchè egli era rimastoin nome dell'Iinperadore, Supremo Governadore di quella Provincia, che avea all' Impero restituita: quando perque'nembi, che da'più vili, e fecciəsiluoghi alzandosi nelle Corri, oscurano gli astri più luminosi, e più chiari, ad istanza de’ Romani fu datal Governo da Giustino che è succeduto a Giustiniano Imperatore, rimosso: e dall'ingiuria unendo il disprezzo perchè egli era Eu. le se vissuto, non avrebbe potuto distrigare. Ed alla minaccia segue l'effetto, dappoichè ritiratosi in Napoli, stimola co’ [Melli Comorimurtom Marcellini Chronic. Aimon, de Gest. Francor.  Joan. Diac. Chron. Jornand. de regnor. Success. Landul. Sagac. additam. Ad Miscell. Procop. DE BELL. GOTH. De bell. Goth. Aimon. de Gestis Franccr. Agath. de bell. Goth. Gregor. Mag. Dial. Excerpt. ex Agat. hist. Aiuion. De Gesti Francor. Anast. Biblioth. Invita Joan. III.  Paul. Disco de Gest. Langobard.] eunuco l'imperatrice Sofia gli scrive che fosse andato in Costantinopoli a dispensar la lana alle fanciulle; alla qual cosa si dice, che Narfete sdegnato risposto avesse, che tal tela egli lo avrebbe ordita, ch’ella mentre avesse vis i  longobardi a conquistare l'Italia copiosa di tutte le naturali ricchezze, la sterile Pannonia abbandonando. Il quale in vito allegri que’ BARBARI sotto il loro re Albuino vennero abbracciando in Italia. Nello spazio di VII anni la maggior parte colla [ut citm puellis in Gynaceo. Gregor. Turon. histor. lanarum faceret pensa dividere. Anast. Biblioth. in Benedict. I. Landul. Sagac. additam. ad Miscellap. Aimon. de Gest. Francor.] delle armi ne conquistarono. Forza è fama Ed indi sì inanzi estesero leloro, che Autariuno de loro Re fino conquiste, che in Regio fusse pervenuto, e che avendo e dindi parte dell'Italia, éd iessa il rimanente dall'Eunuco Narsete, che a Belisario succede, dopo xvini, anni di asprissima guerra è interamente [Aimon. de Gest. Francorum] la Sicilia rimandolli. Avea Narsete vinto i Goti, ed eziandio gl’unni [Histor. Miscell. Aimon . de Gest. Francor. Isidor. Hispal. Marius Aventic. Aimon. de Gestis Franc. Procop. de bell. Gotb. Paul. Diac. Paul. Diac. Gregor. Turon. hist. Histor. Miscell. Paul. Diac. Joan. Diac. Chron. excerpt. Cron. per Fredeg. Scholaft. Landul. Sagac. additam. ad Miscell. pa hist. Miscell. Aimon.de Gest. Franc. Paul. Diac. Sigebertus, alii. Joan. Diaz. Chron.] ivi ivi tra le onde del mare una colonna ritrovato l'avesse collasta per cossa, ed avesse detto, fin qui saranno de’ Longobardi i confini. Delle terre occupate da Longobardi in Italia se ne forma un Regno il quale poscia ha alcuni re francesi, e dopo essi altri di diverse nazioni. È l'Italia in tempo de’ Re Longobardi in II Principati solamente divisa, in quello dei longobardi, ed in quello de Greci. Ma passato il Regno a Carlo Magno, surse in quella bella parte del mondo il principato di Benevento, da cui non molti anni dopo nacque quello di Salerno, e finalmente quello di Capua. Nel tempo de’ quali Principati per le guerre, che arsero fra di loro furono in trodotti nelle nostre parti i saraceni, i quali non però, comeche molte terre avessero conquistate, a varii capitani ubbedirono, almeno pressodi noi non mai e uno stato formarono. Ed i medesimi Principati di Benevento e di Salerno e di Capua durarono finchè sono da Normanni che nella Puglia sonsi stabiliti, interamente conquistati. Imperochè alcuni pellegrini di codesta nazione ritornando dopo da terra Santa ov'erano andati per la fede a guerreggiare, ajutarono il Principe di Salerno da’ saraceni assediato; e rimandati da costui a casa con grandissimi doni, allettarono a venire nelle nostre Parti i Paesani loro, i quali discesivi, ed ora al soldo del uno de’ nostri Principi, ora a quello dell'altro rimanendo, alla fine s’istabilirono nel luogo che diceasi in Octaba, e la Città d'Aversa ivi edificarono. Uno di loro, chiamato Rainolfo per capo, conte, o sia console stabilendovi. Impresero i Greci in quel tempo di liberare la Sicilia da saraceni che la tenea no per quasi II secoli sottoposta, ed è capo dell'esercito greco Maniaco, il quale chiama a’ suoi soldi una parte de Normanni, che sono in Aversa fermati, e costorovi andarono. Mi dopo qualche tempo disgustati della sua avarizia, abbandonandolo se ne ritornarono a casa. La qual cosa avendo conosciuto un certo Auduino a’ Gieci ribelle, propose a Rainulfo di mandare una parte della sua gente in Puglia a torla al Greco Imperatore, che vi signoreggiava ed a cosi fattari chiesta Rainulfo acconsentendo, un buon numero de’ suoi capitani e i mandovvi, i quali avendo di repente occupata Melfi città di quella provincia, ed indi altre terre; fissarono in Melfi la sede loro e diedero principi o ad un altro Principato, che continuoffi sotto i figliuoli di Tancredi, Conte d’Altavilla, Gentil-uomo anche egli Normanno -- i quali in varii tempi nelle no il suo Principato. Ma I Normanni, ch'eransi stabiliti in Melfiforto i Figliuoli di Tancredi, di ben altre conquiste saziarono la loro ambizione. Conquistarono tutte le terre, che i Greci aveano in quele nostre Parti. Tolsero a’Saraceni la Sicilia ed a’ longobardi il Principato di Benevento e di Salerno, e fino a'lo ro medesimi nazionali il Principato di Capua, siccome finalmente da una gran parte del ducato di Spoleti i Re d'Italia discacciarono e di tutti così fatti principati un regno essendosi formato in sul principio Regno di Sicilia del Ducato di Puglia in didi Sicilia, e l'altro di Napoli è nominato. Di tutte le cose qui sopra sommariamente esposte, la parte più intrigata ed oscura è quella che vien compresa dalla SECONDA VENUTA de’ Longobardi in ltalia, finchèle nostre Provincie da’ Normanni, stabiliti nella Puglia, inun solcor po forono ridotte .xii )1 e stre parti poi vennero . In tanto I Successori di Rainulfo aveano tolto a’Longobardi la Città di Capua, ed Puglia, e di Calabria, e del Principato di Capua fi diske, ed in di in II Regni diviso, uno fu detto di Trinacria alcuna volta ed pl, è detto, ed il quale per anni è de LONGOBARDI, o fia d'Italia discese Carlo Signoreggiato. Ma verso da re di quella nazione il re Desiderio ultimo re Longo in quella Provincia, ed avendo preso Magno, senza mutarne la natura il Regno bardo, trasfere nella sua persona sopradetto che Regno I va. [Paul. Diac.  Paul Diacon. Supplem. Longobar. varj Principati, i quali in così fatto spazio di tempo, siccome si è veduto, te la natural forma diesse fide e a gran fatica, e molto dubbio sa mente indovinare. De’ Principati che sursero nelle Provincie le quali ora compongono il Regno di Napoli, in tempi così dubbiosi ed oscuri, io ho deliberato di scrivere in una Tavola Cronologica i Principi, ed i più ragguardevoli Officiali, gl’anni de loro Regni ed ufficii, e delle loro morti, i loro matrimonii; e sommariamente i fatti, che quelli o sovrani od in alcuna maniera dipendenti o tributarii posso dimostrare ei diritti delle loro signorie anno stabilito. Ed oltre a 7 ciò dellistesi Principati una, per quanto io ho potuto esatta e particolare Geografia. E nella Tavola Cronologica io hor accolto tutto ciò che da' varii filosofi, o Sincroni, o quasi Sincroni, o molto antichi nella proposta materia si legge scritto, e narrato, come che discordie gli no siano tra loro ramente appariscano. Senza volerli corregere, ove avesli potuto, o concordare; di esaminare ne’ loro cetti il vero, o a me medesimo in altro tempo, o a d’altrui, che mi voglia in ciò precedere, riserbando. Contentandomi per orà di fornire solamente secondi semi di un’esatta e diffusa storia delle nostra li cose me Geografia non va ancora sotto il Torchio, in un foglio quella parte di essa ch'è necessaria alla presente opera, esponere, e dimostrare ho voluto e dalla Tavola dame scritta il titolo di SAGGIO ho apposto, conoscendo che in essa moltissime altre cose essere potrebbono a diritta ragione, o d’altri, o da me stesso pervenisse a' principi l'Impero in ciaseuno de' detti Principati; e quale fuffe la natura degl’ufficii, a cui in essi il reggimento di Terre cra affidato, presso il Popolo, o presso una parte di esso, o presso un solo uomo. Dice Cicerone. “Respublica res est populi.” Cum bene, ac juste geritur, sive ab uno rege. La seconda perchè suole essere degl’optimati: ARISTOCRAZIA. E l'ultima si chiama “MONARCHIA,” osia REGNO, il qual nome non perde quantunque eomi, due, o tre. Principi regnino in essa collegati, com'è avvenuta sovente tra Romani Imperadori e quasi sempre tra Principi Longobardi, de quali noi descriviamo la Serie; imperocchè una tal forma di stato essendo molto più distante dall'aristocrazia che dalla monarchia dalla più vicina piuttosto che dalla più lontana, dee prender esenza alcun fallo il suo nome. Ed oltre aciò quello ch'è stra-ordinario non dee caggionar nell’arti divisione regolare. Nè codesti pochi principi costituiscono un collegio legittimo, in cui ciascuno la sentenza della maggior parte dee seguitare. Ma ognuno riguardo alla sua amministrazione libero senza alcun fallo rimane. Scrive Ubero. Monarchiam esse Io note, e più oscure. Ed acciocchè il tutto con chiarezza si abbia ad intendere, dappoichè la promessa. Quali siano le varie forme di governo, ed i varj modi di acquistare i regni -- fursero in quella felice parte del mondo, ora si aggrandirono, ora si diminuiropo, ora dalle potenze maggiori furono interamente absorti, e quasi distrutti. Tal volta in essi si viddero eliggersi i principi, tal volta si viddero in essi succedere a’ padri i figliuoli nella signoria. Quei, che vi regnavano, furono soventi sia te uccisi, ed i privati il loro luogo occupando, trasmisero a’ loro Posteri l'iniquamente acquistato Impero. I BARBARI chiamati per difesa di alcuni sistabilirono per ruina di tutti -- e desolazione. In fine la faccia dell'Italia divenne in que tempi assai diversa da quello ch'è prima, e che è poi, e la sua Geografia non mai stabile osservossi, e costante. Nè di tutti così varii, e moltiplici accidenti vi fu chi la storia distintamente scrivesse. Ma da pochi e quali a frammenti quelli, e BARBARAMENTE sono esposti, o piuttosto accennati. E le opere de’ filosofi di quei tempi  da sin egli genti Copistifurono traseritte, che spesse fia, > ) 9 > no . in un'altra Edizione, che sene facesse, aggiunte. Ma prima di ogni altra cosa io ho reputato di far manifesto per quali ragioni di codeste forme di regimenti con voci greche. La prima si dice “DEMO-CRAZIA”, feve a paucis optimatibes, sive ab universo populo CICERONE, DE REPUBBLICA. Edit. Venoye. Se unius imperium solo satis vocabuli argumento constat. Qicod tamen ita præci Je captari nolim, rat quasi escumque plures in uno regno romini esostitere, toties Reipublicæ formam mutaris tatuamus. Neque enim recte existimaturus videtur qui in Romano imperia si quando plures OTTAVIANO fuere, PRINCIPATVM defiisse contenderet. Cum enim longius ila societas imperantium ab ARISTO-CRATIA, quam a monarchia distet, confentaneum est, ut ab ea specie, cui proxima est, appellatio petatur. Ita Lacedemoniis II Reges fuerunt – DIA-ARCHIA --, id que Regnum vocabatur nec non verum fuisset Regnum,fi potestas vere summa fuisset. Præter quod extra ordinarius, atque ut ita loquar, accidentalis ile plurium concursus plerumque habetur. Unde formas peculiares DYARCHIAS  out TRI-ARCHIAS in Artem introducere nec congrueret, neque expediret; tamet si fatendum monarchiæ vocabulum tunc elleminus commodum. Accedit, quod isti Condomini, ut hivelbis similes a Germanis Jurisconfultis appellantur, non constituant collegium, adeoque nec mus plurium sententiam sequi compellatur. Nam ut hocjuris fit, opus est. parto, Condomini autem Imperium Civitatis habent eodem jure, quo plures eandem remi fine tractatus Societatis pro indiviso tenent. Quo casu notum est; quemque liberum Juc partis arbitrium, nec reliqucrum consensui obnoxium, retinere la 28. ff. c o m m .divid. Altri poi vi aggiungono IV altre forti d’imperi, cioè i III sopra-detti, quando sono corrotii, ovvero ingiusti, ed il IV da’ due oda III già esposti insieme uniti. Ma CICERONE stesso con diritta ragione afferma che ne’corrotti imperi la repubblica non più esiste. Onde di ella non possono essere così fatti imperi. Cum vero in iustus est Rex, quem tyrannum voca:aut injufti optimates, quorum consensus factio est. Aut in justus ipse Populus cui nomen usitatum mullum reperio nisi ut etiam ipsum “tyrannum” appellem. Non jam vitiosa, rola, dappoiche essa nulla alla mia intenzione può giovare. Or, nella monarchia, o sia nel regno, abbia avuto egli il suo principio dalla FORZA, o dal volere de cittadini, o dall'utile, o dalla paura stimolari, abbiano questi la facoltà di stabilire solamente i regnanti, o di conferirle anche l'impero. Aliter, dice Ubero, ediam etro instituunt, qui imperium immediate a deo esse volunt. Hi negant, imperium ullo modo a voluntate populi perdere, nec a civibus quicquam juris ad imperantes manare nec adeo causam monarchie, aut ullius in civitate potestatis esse populum, quos inter Ziegle rus ad Grotium Ethidictum P. Apostoliano bisali quoties adduetum, quod imperium sit humanæ creationis, interpretantur, quod sit hominibus proprium, vel ratione cause instrumentalis, quia per homines exercetur utuntur argumentis e sacris, de potestate solvendi ligandi sacramenta administrandi, quce ministro ecclefice competit. Quem ad modum igirur populus eligen dopaftorem non confert potestate millam nec conferre potest, quia non habet eam ipse, nihil que agit, quamut personam eleectam potestatia deo immediati proficiscenti applicet. Sic etiam populu, quando eligit regem, non confert pote [Huber. de Jur. Civit. Gudling. De Jur. Nat. ac Gent.] omnino nulla respublica est, quoniam non est res populi sed cum tyrannus eam factiove capesat. Nec ipse populus iam opulus est, si sit in justus, quoniam nonest multitude juris consensu et utilitatis communione sociata. E Bodino egregiamente dimostra che il composto di alcuno o di tutte le suddette III forme d'impero non può una città, o sia republica che tale sia secondo il fine che si è proposto, cio è la pace ed il giusto, costituire. Onde Gudlingio ebbea dire. Talem rei publice speciem qui appellant “mixtam”, ferendi quadantenus sunt. Si mixtum idem fonet atque irregulare, della qual cosa io non faccio più pa. [Edit. Ven. C. edit. Francf. an. Hobbes de CICERONE fragm. DE REPUBLICA. Bodino de Republ.] fta Cive. Bodino de Republ. Hobbes de Civ. Huber. Edit. Francf.] statem imperandi, sed personam electam producit eamque abhibet exercitio potestatis illia deo immediate conferendse ego qualis, quanta in ordinee juse fe debeat. Necquo minus populus imperium retineat, si id expedire judicet, deus intercesit. Multo minus quo parte mali quam imperii reservaret, umquam prohibuit; quodde ministerio ecclesiæ institutoque matrimonii nullo moda affirmare licet. Nel regno dico, a sia nella monarchia i principi anno II sorti di diritti. L’una, che ne costituisce l'impero in mezzo a' Popoli loro. L’altra, che determina il modo di averlo -- o sia per la quale il principe regna, o l’impero pofliede che modo di acquistarlo si può anche direttamente chiamare. Altera cautio est, dice Grozio, aliud efede requærere aliud ese modo habendi, quod non in corporalibus tantum sed et in in corporalibus procedit  Ed. Ubero:Poft Species Monarchie fequuntur modi,quibus. Regna acquiruntur. Hi funt velordi narii, vel extra-ordinarii. Priores duo sunt electio, do successio Extra-ordinarii per inde duo, matrimonium O jus belli. De jure belli o matrimonio dié tum quod satis sit, in superioribus. De forte nihil quidem, sed nec rarisime i nu fu est, aut pro electione fungitur; ut olim apud Per fasin Dario H. Staspide. E Gudlingio. Id queri dignum, an per duret vita O anima civitatis una, etiam fi vel electio obtineat, vel successio. Et putem id contingentibus ad numerandum que unitatem nec efficient pror sus, nec tollunt. Scilicet electio et successio per Jonas tangit, non autem modum regnandi definit, nec illum impedit imperanti dominica in subjectos, tamquam in servos proprios potestas competit. Appellatur etiam Dominatus. La qual forma di Regno se giudico, che mai si possa ritrovare fra gl’uonini, salvo la teo-crazia, bene del suo popolo, e non già di lui, dee ordinare le cose. Scrive Bodino. Rex est, qui summa potestate constitutus naturæ legibus non minus obsequentem se præbet, quam sibi subditos, quorum libertatem, ac rerum domini ac eque ac fucetuctur, fore confilit. Subditorum libertatem, ac rerum dominationem. adjecimus -- ut Jus Soc., Gent. Huber. De Jur. Civit. Gudling. de Jur. Nat. ac. Gent. Guiling, pergo Nat. Ac Gent. c. vel collate. Nec sequitur, cedunt e populi elientis voluntate. Primeva succedere videntur. Riguardando la prima di codeile II sorti di diritti ne procedono III forme di reggimento, osiano: di monarchie una in cui il regnante de’ Corpi, Beni de’ Cittadini dispoticamente dispone, e che perciò Erile o, o lia “barbarica” vien nominata, scrivendo Ubero. Dominatus finitur, quod sit imperium, quo princeps sibi subjectis ut pater familias servis imperat, omnium quetam quod ad o civilium naturam maxime ab effectibus vesti mandammo, rerum moralium, cuius limites excedere non licet imperii formam, et tenorem Si Deuscertam, electionem persone fatemur ejus juris vim in fringerenon populis, præscripserit potest auferre jus ligandi e Solvendi suispa pole, quam cætus fidelium invito adimere potest. Sed hoc de magis uxor viro principatum domus storibus aut non legimus esse determinatum. Hatenus quidem de imperio civitatis a deo, cui omnis anima debeat bere aliquem ese ordinem imperandi, atque parendi ef ita ex cestise subiecto non tamen res quam corpora dominus existens, actiones publicas ad suam præcipue utilitatem dirigit. Ed Arrigo Koehlero: Imperium dominicum seu despoticum dicitur osia governo di dio. E l’altra delle suddette forme di monarchia è quella, nella quale il Principe pel [Grot. De Jur. bell. Ac pac. Huber. de Jur. Civit.] tum promover. Imo successi opere nec mul ab antecedente electione pendet. Unde qui luc o de' in quo nec sequitur, ita pergit Zieglerus, homines ab initio Sponte adanéti in s ocietatem civilem coierunt ex hoc ortum habet potestas civilis. Ergo talis potestas origine est humana. Sic enim per indeliceret argumentari. Adam et Evas ponte adducticcierunt in matrimonium. Ergo matrimonium institutione NON est divinum. Huber. De Jur. Civit. Heinr. Toebl. Jus Soc., ut Regis, ac Domini distinctionem certam adhiberemus. Ed essa dicesi civile – leggendosi  in Ubero. Nobis igitur plures monarchie species non sunt considerande, quam hee duce, Regnum, et Dominatus, five Imperium, ut ARISTOTELE DAL LIZIO loquitier, außacidendo, aut Baplaponèv. Regnum verum et plenum est, ubi princeps habet summam, liberam potestatem faciendi in civitate quod ere  a petita., qui ed appresso. Ex his tertia resultat differentia, a fine diverso ristabiliti, est utilitas regnantis. Quae nec ipsa tamen absque commodo subjectorum potest custodiri. Ex his relique differentie, inter dominum, &. Reczorem, servos ac cives, de quibus Claudius ad Meherdatem apud Tacitum [TACITO (si veda) Annal. quæque similia per se intelliguntur. Ed anche comune; Scrive Kochlero: Imperium civile est jus præscribendi ea, quæ ad commune civitatis bonum promovendum faciunt. Eiusmodi imperium civile dicitur commune ad amplificationem boni civitatis communis tendat. E la terza delle II sopra-dette forme composta che mista vien detta. Scrivendo Grozio. Quisibi singulos subjicere potest servitute personali, nihil mirum est f li i d o universos sive ili Civitas fuerunt, sive Civitatis pars, subjicere sibi potest subjectione sive mere civili, sive mere herili, suve MIXTA. Riguardando poi la seconda forte degl’esposti diritti sorgono III altre forme di nellaquale il principe regna per elezione del suo popolo forma dicesi ELETTIVA. La II, in cui il principe riceve l’impero per legge generale dello stesso suo popolo o per CONSUETUDINE da questo ricevuta, per trasmetterlo poi a colui, che dalla medesima legge, viene stabilito; sia egli il primogenito del preterito regnante, o calui, che glinacque nel regno. Sia egli il FIGLIUOLO LEGITTIMO del PRINCIPE; ossia, il NATURALE, maschio, della stessa sua famiglia o dell'altrui; favorisca finalmente quella legge ipiù vecchi della Prosapia, o la linea del primo nato, la qual forma di regno da tutti sichia ma SUCCESSIVA, ed a molti una specie della prima, cio è una diversa sorte d’ELEZIONE essere si crede. Dappoichè scrive Ubero: Plane, origine cujufqueci vitatis inspecta, nullum non regnum ex voluntate populiortum, fuit electivum. Sed diversitas est in Regno Civili ordinaliter utilitas subjectorum. Quamquam illa fine commodo imperantium obtineri non potest. In Dominatu originalis Scopus Impe una parte di esso ma pel tempo della sua vita solamente. Venga co tale ELEZIONE, fatta o espressamente, o per via di sorte, o di deputati. E codesta electionis et successionis deincep sorta est, cum quædam ex imperiis ita funt delata principibus, ut identidem fedes vacua per electionem repleretur. Quædam it aut successio secundum ordinem certum propinqui sanguinis ab uno in alium devolveretur, ex prescripto Legis. Hanc quidem vocant electionis speciem. Quo modo Althusius in Polit. qui negant, ullum dari imperiumjure familie hereditarium, sed totum a populo dependens, quod G' in Anglia multi opinantur. Si dicerent, successione mele nihil, quamele &tionis primevæ continuationem, nihil errarent. Atfijus Imperiinum quam a populis alienari velint, resreditad STATUM [STATO] disputationis supra aliquotie speractze. Qua per electionem, ipsum jus Imperii independenter alienari posse probavimus, ad vitam, vel etiam pro heredi bus. Quie tunc est successio, non amplius a primis eligentibus dependens, sed familie propria, per actum alienationis.  Gudlingio: Id quæri dignum, an perduret vita in anima civitatis una, etiam sive lelečžic obtineat, vel successio. Bodin. De Republ.  Grot. De jur. bell. ac. pac. Regni. La prima, 3 Huber. De jur. Civit., Koehler, de Jur. Soc. Gent.Spe-o sia di princ: de jur. Nat. ac Gent. Huber. de jur. Civit.  Gudlingio, communi videbitur, Salva tamen civium libertate, proprietate rerum cim.V. de Imp. Civ. cum Et  xvii et putem id contingentibus ad numerandunt, quæ unitatem nec efficiunt prorsus, nectollunt. Scilicet eleftin, o luccelio personas tangit non autem modum regnandi definit, nec illum impedit, nec multum promovet ; imo fuccessio pene ab suo. Antecessore, ed ha l’arbitrio di lasciarlo a chi più gli piaccia, come della sua eredità privata fare ei potrebbe. E così fatti Regni diconfi EREDITARII. In tutte codeste cinque forme di regni sono comprese, siccome sarebbe agevole il dimostrare, tutte le differenze, che de' supremi Imperi delle monarchie si sogliono fare. Ele quali Ubero per modo di quistioni propone: Junt qui ex alisquo querebus differentiam fu m m e potestatis colligunt. Primo enim sotto posti. Ma quando vennero in Italia vi fondarono il regno, che è detto de Longobardi, osia dell'ITALIA e dil quale, e sotto i re loro, e sotto i re francesi, edi altre nazioni finchè dura  è sempre ELETTIVO. Che EREDITARIO è il Principato di Benevento. Che fimile a lui è il Principato di Salerno. Che non diverso da essi in tal cosa il Principato di Capua esser si vidde. Ma da poichè il più delle volte difficil cosa è il determinare daloro principii espo fie forme de sopradetti principati. Quindi è, che ne conviene  sovente immitare i più saggi investigatori del vero nelle produzioni della natura: iquali non potendo vedere le occulte caggioni di essa, da’ continui, e costanti effetti loro, quando esterna violenza non li disturbi, sicuramente le deducono. Scrive Newton tra quelli filosofi senza alcunfallo il più famoso. Ideo que EFFECTUUM NATURALIUM EIUSDEM GENERIS E ÆDEM SUNT CAUSÆ. Uti respirationis in homine doo in bestia. Descensus Lapidum in Europa in qualitates corporum, que intendi o remitti o nequeunt, queque corporibus omnibres competunt, in quibus experimenta instituere Ticet nun, a sibi semper consona. Extensio corporum non nisi per sensus innotescit, nec in omnibus sentitur. Sed quia sensibilibus omnibus competit, de universis affirmatur. Corpora plura dura este experimur; Oritur autem durities totius a duritie par tium, et in de non horum tantum corporum quæ fentiuntur, sed aliorum etiam omnium particulas indivisas es se duras merito concludimus. Corpora omnia impe netrabilia es se non ratione; sed sensu colligimus. Que tractamus impenetrabilia; Lucis in igne culinari do in sole; reflexionis lucis in ter America ra in Planetis inveniuntur, in deo oncliedimus IMPENETRABILITATEM efe proprietatem corporum universorum. Corpora omniam obilia efle et viribus quibusdam, quas viresiner tiæ vocamus, perseverare inmotu, velquiete, ex hifce corporum visorum proprietatibus colligimus. Extenso, Durities, IMPENETRABILITAS, Mobilitas,& Vis [Gudling., de jur.Nat., ac Gent.; Huber. De jur. Civit. antecedente electione pendet; unde qui succedunt, e populi eligentis voluntatepri meva succedere videntur. E finalmente la terza nella quale il principe possiede il regno per volere del git [Or dichiarari nella maniera sopradetta l'esposte cose io dico che i lombardi sono inprima nella Pannonia ad un Regno EREDITARIO vel plu, pro qualitatibus corporum universorum habende sunt TES CORPORUM NONNISI. Nam QUALIT A PER EXPERIMENT AINNOTESCUNT OQUE GENERALES STATUENDÆ, IDE MENTIS GENERALITER SUNT QUOTQUOT CUMEXPERI. possunt QUADRANT. De quemimi non possunt auferri. Certe contra experimentorum tenorem fomnia non funt, nec a Nature analogia recedendum temere confingendo est, cum ea simplex esse soleato, qua forma Reipublice Civitas gubernetur, Monarchia tant plurium dispoticum, an Civile regnum Patrimorium imperio. Et in Monarchia, sit ne Populo volente an invitofit conftitutum . Eligantur, niale, anquasi fructuarium, an perpetua sit potestas. Non an successionegaudeant imperantes.Temporalis Imperii variarivi parvitate vel magnitudine civitatum jus jummi nullis quoque Species hominum judicia sæpe perstrin fum. Denique, nominum titulorumque interesse pu iner inertie totius, oritur ab extensione, duritie, impenetrabilitate viribus inertice partium: inde concludimus omnes omnium corporumpartes minimas extendi, et durasele, o impenetrabiles et mobiles viribus inertice præditas. E nella festa maniera scrive Ubero, che s'abbiada giudicare nelle cose morali, e civili. Sed ego ita existi morerum moralinm, civilium NATURAM maxime ab effectibus cefti mandam. Perchè quando non ne è conceduto di avere documento dell'istituzione delle repubbliche, osia de'Principati, di cui ragioniamo. Da quello, che si è veduto sempre accadere in essi, quando estraneecaggioni l'ordine naturale non abbiano sconvolto, l'istituzioni suddette possiamo dirittamente argomentare. Egli è vero non però, che non di leggieri gl' Imperi Ereditari da Successori con regola cosi fatta si possono distinguere, imperocchè io alcuna forte di regni successivi all' ultimo Regnante succedono i figliuoli, od i più stretti Congionti ; E lo stesso avvienene Regni Ereditarjquandocoluisenza Testamento, o senza nomina real. cuno Estraneo Erede lascia di vivere la vita. Più folto bujo quellume fidee prendere, che si può, comechè picciolo, ed incerto egli e. Il Regno de’ Longobardi fu prima Successivo, a Ereditario, ed che, usciti dalla Scandinavia, provincia detta VAGINA GENTIUM, abitarono di qua dal Danubio ed I quali WINILI erano chiamati furono poscia detti LOMBARDI, o dalle finte o dalle vere LUNGHE loro BARBE, ovvero, secondo scrive Guntero, che altri affermino da’ popoli della Sassonia detti Bardi. Furono costoro inprimada Duchi eposcia da Refignoreggiati; ed il regno loro finchè rimasero nel loro paese, e sempre ereditario, ovvero successivo. Newton, Philus. Natur.princ.Ma Gregor. Turon. Excerp. Chron. ex Reg Fredeg. Schol. hist. Miscell. Paul. Diac. de Gefie Langob.. Gunt.  mobilitate, 9 appreso elettivo non potendosi che LA NATURALE INCHINAZIONE DEL SANGUE a figliuoli ed a Cogionti, gli Estran gli abbia permesso diante porre. Scrivendo GROZIO: Succeflio ab intefiato, de qua agimus, nihil aliud est, quam tacitum testamentum ex voluntatis conjectura. Quintilianus pater in declamatione: Proximum locum a testamentis habent propinqui: et ita, si intestatus qui sacfine liberis decefferit. Non quoniam utique jufium fit, ad hos per venire bona de functorum. Sed quoniam reliéta et velutin medio posita nulli propius videntur contingere. Quod de bonis noviter quæsitis diximusex NATURALITER proximis deferri, idem locum habebit in bonis paternis avitisque, finecipsiaquibusvenerunt, nec eorum liberi extent ita ut gratie Philuf. edit. Ami. Paulo Diac. De Gest. Langob., istelod. Huber., de jur. Civ., Reginon. Chron. inprinc. de RegnoWi., Grot. De jur. bell. Ac pac. nilorum. Constant. Porphyrog. De Themat. Gregor.Turon.Excerp.Chron.exc Otto Frifingens. De Geft. Friderici Impe credere De Popoli Q. Agle  relatiólocum noninveniat. Ondeda Equali essettinonsi possono argomentare diverse cagioni. Ma nel. Grice: “This conceptual analysis of the noble is complicated – noble is the male who merits recognition from his community.” Nome compiuto. Nono duca di Laurino. Troiano Spinelli, duca di Aquara e di Laurino. Troiano Spinelli di Laurino. Spinelli di Laurino. Laurino. Keywords: implicatura, analisi geometrico della’economia razionale, Broggio, lombardia, lombarda, lunga barba.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Laurino” – The Swimming-Pool Library. Laurino.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lavagnini: il deutero-esperanto – la scuola di Siena – filosofia toscana -- filosofia italiana –Luigi Speranza (Siena).  Abstract. “Protthetic (why?), Breathe (why?), Monario (why?)” – Grice. Grice: “It appears that the specific reasons behind Lavagnini’s choosing the name ‘Monario’ for his artificial language are not explicitly stated in the readily available information. However, some clues can be gleaned from the context. Italian origin: Lavagnini was Italian, and the name itself might have some connection to Italian words or concepts, although the exact link is not immediately clear from the search results. Focus on a ‘universal’ and ‘logical grammar’. In the preface to “Monario,” it is mentioned that the need for a nuniversal language requires a universal grammar that is “logic ad nature sekum gles arti imitanti” (logic and naturally imitating rules of art. This suggests a focus on clarity, simplicity, and a structural approach, which could be reflected in the name. Aric-Semitic influences. Some soruces mention that Monario shows influences of Aric-semitic languages. However, it is also noted that the author’s reasons for introducing non-international roots from Greek, Arabic, Sanskrit, Russian, and even what seem to be Somali and Tamil words are unclear. While a definitive answer to ‘why Monario?’ remains elusive, the name likely relates to Lavagnini’s broader philosophical goals for an easily accessible and logical constructed international auxiliary language!” At a conference in Brighton, Grice jokes about convention, if nt arbitrariness, having no bearing on ‘signfication’ of the type in which he was interested. As a proof, he claimed that he could very easily go and invent a new language – call it Deutero-Esperanto – and set what’s proper, making him the authority. Keywords: artificiale. Filosofo italiano. Siena, Toscana. L. progetta una lingua inter-nazionale su base latina che chiama “neo-latino” e ci prova con l'uni-lingue (o inter-lingue) pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'inte-rlingue od uni-lingue, Roma, e con il Monario, dato alle stampe nel Corso de Monario prima e in “Interlexico  Monario: Italiano français English deutsch kum introduxion rammatal appendo, fonetal regios, Casa Editrice Elettica (Casella Postale 331), Roma.. Persona informo Naskiĝo en provinco Sieno Morto en Meksiko Lingvojitala ŜtatanecoItalio Reĝlando Italio Redakti la valoron en Wikidata Okupo Okupoverkisto Redakti la valoron en Wikidata v • d • r Okultisto, naskiĝis en Italio, mortis en Meksikurbo, Magistro de framasonismo, ano de ACADEMIA PRO INTERLINGUA, fondinto de la Asociación Biosófica Universal kreinto de la planlingvoj "Monario" kaj "Mondi Lingua", esperantidoj kaj "Unilingue", modifita latina. La projektoj de L., laŭ oni pensas, estis tre influita de ideoj de aŭtoro pri la "perfekteco" de sanskrito kaj kelta lingvo, ĉefe laŭ verba aspekto. Pro tio, la verbaj formoj estas tre malsimplaj, kiel en Volapuko. Li estis framasonisto ano de la Martinismo en Italio. En lia tekstoj framasonaj oni vidas influojn de Teozofio, astrologio kaj jogo, ankaŭ rimarkindaj en la teorioj de la Asociación Biosófica, kion li fondis en Ameriko. Verkoj Colección de manuales masónicos Grammatica dell' Unilingue od Interlingue, Rom. Corso di Monario, Rom. Interlexiko Monario: italiano, francais, english, deutsche, Rom. Kurso astrologis, Short lessons on Mondi Linguo, Mexiko. Hacia una lengua internacional, Mexiko. Origin astronomic del Alfabeto (s.j.). Bibliotekoj PeEnEo: Kategorioj: Mortintoj en MeksikoNaskiĝintoj Mortintoj VirojNaskiĝintoj Mortintoj InterlingvaoLingvokreinto. j. Interlingue Con questo nome si conoscono una serie di progetti di lingua internazionale (- AUSILIARIA INTER-NAZIONALE, LINGUA) fra cui: l'I. di Triola (- TRIOLA), più conosciuto con il nome di «Italico» (ITALICO): l'I. di L. (- L.) sinonimo del progetto denominato Uni-lingue elaborato nel corso pro Corrispondenza d'inter-lingue od unilingue, pubblicato a Roma (Drezen), di cui ecco un esempio:  L’uni-lingue deve esser ante omnicos un lingue vivent, germinat ex principies fundamental, nascent naturalmen del leyes general, vegetant quam un plante, segun li lineas, in queles es cultivac, absorpente circum se e assimilance li materies de su vive.  (Duticenko)  Infine esiste l'I. di Wahl (WAHL) che, per motivi politici. ribattezza il suo precedente progetto chiamato «Occidental» (OCCIDENTAL) con il nome di I. (Monneror-Dumaine; Silfer). Nome compiuto: Aldo Lavagnini. Lavagnini Keywords: monario, il deuteuro-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lavagnini.” Lavagnini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ermetico-esoterica – filosofia marchese – la scuola di San Severino Marche -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Severino Marche). Abstract. Grice: “When I was asked during my lectures on conversation to provide an example of a blatant tautology which would be at the same time implicature-laden, I came up with ‘War is war.’ It seemed obvious to me that I had no need to specify the implicatum – and I did not. However, upon later reflection on old Roman mythology, I came up with a detail that does matter. The Romans worshipped a ‘god’ of ‘war’ – Marte – hence ‘martial,’ – Apparently, the Anglo-Saxons found this convenient, and soon adopted Tues, as in Tuesday, as the god of war. Note that while ‘War is war’ is a patent tautology, ‘The god of war is the god of war’ is more of a Kripkean stupididy!” -- Filosofo italiano. San Severino Marche, Marche. Grice: “I would call Lazzarelli a Pythagorean; most Italian philosophers are, as most English philosophers are Lockean!” -- Grice: “I would call Lazzarelli what Italians call ‘un filosofo ermetico.’ He certainly flouts all my desiderata for conversational clarity!” Il documento più importante per ricostruire la vita di L. è “Vita L.” scritta da Filippo L. e indirizzato all'umanista Colocci. L. e educato e vive a Campli, in Abruzzo, dove frequenta la biblioteca del Convento di San Bernardino da Siena, che egli cita nella sua opera i Fasti Christianae Religionis. Riceve da Sforza un premio per un poema sulla battaglia di San Flaviano. Ha contatti con i più importanti filosofi dell'epoca ed e seguace dell'ermetismo. Raccolse il Pimander di FICINO, l'Asclepio e tre trattati sull'ermetismo realizzando una versione che amplia il corpus testi ermetici. Autore di saggi a carattere ermetico come il “Crater Hermetis,” in sintonia con il sincretismo religioso dei suoi tempi e in anticipo sulla filosofia di PICO (si veda), con la fusione del cabalistico e il cristiano, ma anche di poemetti a carattere allegorico come l'”Inno a Prometeo” o didascalico-allegorici come il “Bombyx”. Altri saggi: “De apparatu Patavini hastiludii, Padova; “De gentilium deorum imaginibus”, dedicato a Borso d'Este e a Federico da Montefeltro; “Fasti christianae religionis” dedicato a Sisto IV,  Ferdinando I d'Aragona e Carlo VIII, Bertolini, Napoli; Epistola Enoch, Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma; “Diffinitiones Asclepii”;  De bombyce, Lancellotti, Aesii; “Crater Hermetis edito in Pimander Mercurii Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei; “Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate divina”; “ Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano” (Parigi); Vademecum ( Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma); “Un carme per la morte della duchessa d'Atri, Biblioteca del Seminario di Padova; “Carmen bucolicum” (Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection); carmi di occasione -- tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) (Biblioteca nazionale di Napoli); epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita. Il testo dell'opera può essere letto in M. Meloni,"Lodovico Lazzarelli umanista settempedano e il “De Gentilium deorum imaginibus”, in Studia picena, pubblicato in appendice a C. Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in S. Champier, in Umanesimo e esoterismo, l’esoterico E. Castelli, Padova, pG. Roellenbleck, Opusculum de Bombyce, anche in edizione moderna integrale in C. Moreschini, Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis" -- studi sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Dizionario Biografico degli Italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia ermetica, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere, L..  rivista Campli Nostra Notizie. L. Nacque di nobile famiglia di Campli. La tradizionale data di nascita è stata recentemente corretta da Tenerelli sulla base di un'annotazione manoscritta che si legge nella biografia del L. composta dal fratello Filippo (meglio trascritta da Meloni) e della notizia d'archivio riferita da Aleandri, secondo cui il padre risulta già morto. L. stesso ama definirsi "Septempedanus", dal nome dell'antica colonia romana che sorgeva nei pressi dell'odierna San Severino Marche.  Alla morte del padre, L. si trasfere a Campli, presso Teramo, dove riceve la prima educazione e - stando alla citata biografia, non immune da toni agiografici, scritta subito dopo la morte - egli dimostra precocemente inclinazioni filosofiche, tanto da comporre un carme sulla battaglia di San Flaviano che gli merita le lodi di Sforza, signore di Pesaro, oltre che l'appellativo di "antiquorum poetarum simia".  L'episodio è il primo di una serie di testimonianze che permettono di ricostruire alcune tappe, peraltro dalla cronologia, della vita fitta di spostamenti condotta dal L. E dapprima ad Atri, con l'ufficio di istitutore del figlio del signore della città, Capuano, dove compose un carme esametrico per la morte della duchessa Balzo, indirizzato con un'epistola accompagnatoria al fratello Filippo, allora studente di diritto a Padova, che, nella sua biografia, la define "sententiis quidem refertam quam optimis ultra eius aetatem". E a Teramo presso Campano, "ut eiusdem Campani fratrem amoenioribus artibus inficeret simulque ut ipse viri familiaritate doctior fieret" (Lancellotti), dove si applica allo studio della filosofia. Il fratello riferisce di essere stato testimone a Teramo di una sua disputa con un tal Vitale ebreo, che nega la Trinità, e che sarebbe stato vinto anche grazie all'allegazione da parte del L. di autorità talmudiche. Di qui passa a Venezia, dove perfeziona lo studio del latino alla scuola di Merula. Il componimento esametrico De apparatu Patavini hastiludii, scritto in occasione dei giochi e nel quale i componenti dell'Accademia padovana dei giuristi sono comparati a personaggi mitici, rivela una buona dimestichezza con l'ambiente accademico patavino. Forse su suggerimento di Merula compose un Carmen bucolicum, costituito da X egloghe dedicate ai principali misteri della vita di Cristo: l'avvento preannunciato dai profeti, la natività della Vergine, l'incarnazione del Verbo, la nascita, la passione e la morte, la discesa agli inferi, la resurrezione, l'ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo, l'assunzione di Maria Vergine. Al soggiorno in Veneto è inoltre legato il più importante riconoscimento pubblico dell'attività poetica del L., l'incoronazione per mano dell'imperatore Federico III, nella chiesa di S. Marco a Pordenone.  Secondo il racconto del fratello, L. si reca presso l'imperatore, di passaggio nel suo viaggio verso Roma, e, colta un'occasione propizia, gli avrebbe declamato un suo carme esametrico, accolto con plauso dall'imperatore che spontaneamente gli avrebbe conferito l'alloro poetico. L. stesso celebra poco più tardi l'evento nell'egloga Laurea.  Una serie di stampe, del tipo dei tarocchi del Mantegna, acquistata in una bottega di Venezia, fornì al L. lo stimolo per la composizione dei due libri De gentilium deorum imaginibus, poemetto di carattere mitologico-astrologico. I più rilevanti testimoni dell'opera sono due manoscritti della Biblioteca apostolica Vaticana (Urb. lat.), entrambi di elegante fattura e corredati da una serie di sontuose miniature (che ricordano, appunto, la tipologia mantegnesca dei tarocchi). I due codici sono dedicati a Federico di Montefeltro, ma la dedica del ms. 716 è vergata in modo evidente su una dedica precedente abrasa, che Campana è riuscito a leggere parzialmente, quanto basta però per riconoscervi il nome di Borso d'Este. È così possibile datare il manufatto, e quindi l'ultimazione dell'opera, al lasso di tempo dall’assunzione del titolo ducale di Ferrara da parte di Borso alla sua morte. Anche all'interno del testo il nome di Borso è sistematicamente sostituito con quello di Federico e i passi relativi sono adattati al nuovo dedicatario. Il ms. è portatore di una seconda redazione, fin dall'inizio dedicata a Federico già insignito del titolo ducale di Urbino, quindi posteriore. Meloni ipotizza che si possa riconoscere in quest'ultimo il codice originariamente pervenuto a Urbino e che il ms. vi sia giunto più tardi, non solo riconfezionato come si è detto, ma anche corredato di un ulteriore carme finale di congratulazioni per la guarigione di Federico da una grave malattia, attribuibile alle conseguenze dell'incidente occorso al duca.  L'originaria dedica a Borso d'Este è perfettamente congruente con la cultura astrologica praticata a Ferrara, ma non estranea neppure alla corte urbinate. L'opera amplifica la consuetudine di "appropriare", nel gioco praticato a corte, dei versi alle carte, secondo il modello dei tarocchi boiardeschi. Ma iL. intende riscattare dall'uso ludico le antiche immagini delle carte, diffuse anche presso il volgo, che "triumphos / appellat tactu commaculatque rudi / priscorum formas et simulachra deorum", per restituirle alla loro funzione astrologica e sapienziale di rivelare il vero "obliquis figuris", poiché "invenere suis corrispondentia rebus / signa olim vates et simulachra deum, / quae nunc pro nihilo reputant, gens indiga sensus, / sacrilegi et ludis asseruere suis.. Nel primo libro sono presentate e descritte, in successione, le sfere celesti, dalla Prima causa alla Luna, con l'aggiunta di un carme conclusivo dedicato alla Musica come prodotto delle sfere celesti. Dei pianeti, identificati con gli dei antichi, sono descritte le immagini, indicate le rispettive domus (i segni zodiacali), sinteticamente narrati i principali miti che hanno come protagonista il dio eponimo, fornite essenziali notizie astronomiche e illustrati gli influssi astrologici. Il secondo libro presenta le immagini della Poesia, di Apollo e delle nove Muse, di Pallade, Giunone, Nettuno, Plutone e, infine, della Vittoria (alla quale è dedicato un carme in versi eroici, mentre tutti gli altri sono in distici elegiaci). Nei due codici urbinati, come si è detto, la descrizione verbale trova riscontro e integrazione nel ricco apparato iconografico che, a sua volta, può aver ispirato elementi decorativi del palazzo ducale di Urbino.  La vicenda compositiva del poemetto probabilmente si compì durante il soggiorno di L. a Camerino, dove era stato chiamato da Giulio Cesare da Varano per attendere all'educazione del nipote Fabrizio. L. intraprese quindi la stesura di un nuovo ambizioso poema, i Fasti Christianae religionis, che portò a compimento in una prima redazione a Roma, dove si recò al seguito di Lorenzo Zane, patriarca di Antiochia, presso il quale approfondì gli studi astronomici e astrologici.  La composizione del poema è dai biografi (e, in primis, dal fratello) addotta a documento dell'ortodossia religiosa del L., contro i sospetti di esercitare arti magiche: "Quidam, livore atque invidia perfusi, et palam et in occulto Lodovicum criminari coeperunt, dicentes ipsum negromanticis magicisque artibus, sive praecantationibus, operari" (Vita Lodovici). L. avrebbe, in effetti, compiuti alcuni esorcismi, vaticini e guarigioni, ma sempre attraverso il segno della Croce e la mediazione dell'assistenza divina.  Bertolini ha ricostruito la complessa vicenda compositiva dei Fasti sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti (tra cui il ms. Vat. lat., autografo, nel quale si depositano varie fasi redazionali) e delle indicazioni cronologiche interne, che permettono di riconoscere tre redazioni: una prima, dedicata al pontefice Sisto IV, compiuta entro il 1480; una seconda dedicata al re di Napoli Ferdinando d'Aragona e a suo figlio Alfonso duca di Calabria, compiuta immediatamente dopo, entro il 1482; una terza più tarda, dedicata al re di Francia Carlo VIII, probabilmente abbandonata dopo il fallimento dell'impresa italiana del sovrano. Si tratta di un vasto poema in sedici libri, costruito secondo il modello del Fastiovidiani. Sono descritte e celebrate le ricorrenze liturgiche cristiane secondo la loro successione nel calendario; vengono inoltre introdotte osservazioni di carattere astronomico e saltuarie indicazioni relative alle attività agricole. I primi tre libri celebrano le feste mobili del calendario liturgico, i dodici successivi sono dedicati ai singoli mesi, cominciando da marzo, l'ultimo tratta del Giudizio finale.   Il poema ricevette onorata accoglienza da parte dell'ambiente romano, come dimostrano i due epigrammi del Platina e di Paolo Marsi riferiti dal fratello Filippo e pubblicati dal Lancellotti, nei quali il poeta è celebrato come una sorta di OVIDIO (si veda) reincarnato. Al Platina sono anche indirizzati un paio di epigrammi del L., il secondo dei quali in morte.  Secondo Foà, al 1481 daterebbe la conoscenza con Correggio, alla quale lo stesso L. attribuisce un ruolo fondamentale per la propria conversione alle dottrine ermetiche. L'episodio più noto relativo al rapporto fra i due e al quale il L. stesso fa emblematicamente riferimento risale però all'11 apr. 1484, domenica delle palme, sotto il pontificato di Sisto IV, quando assistette all'apparizione romana di Giovanni da Correggio che, a cavallo e coronato di spine, attraversò la città e, pur privo di qualsiasi istruzione grammaticale e retorica, predicò al popolo compiendo atti e riti simbolici e manifestando una sapienza teologica dovuta a una sorta di mistica ispirazione che gli valse anche incontri con il pontefice e vari prelati.  Gli studi di Kristeller hanno infatti dimostrato l'appartenenza al L. dell'Epistola Enoch de admiranda ac portendenti apparitione novi atque divini prophetae ad omne humanum genus, dove è diffusamente narrato il viaggio romano di Giovanni da Correggio seguito da una dichiarazione dell'autore di piena adesione e di conversione: "quod novae ac tantae rei sacramentale mysterium ego attonitis aspiciens oculis, mecumque ipse attente et ex totis animi viribus tunc revolvens, ne diuturnior obesset mora, relictis Parnasi collibus ceterisque omnibus, ad montem Syon primus eum sum protinus insequutus" (ed. Brini).  Con lo stesso pseudonimo di Enoch il L. firmò anche alcuni epigrammi dedicati agli scritti dello Pseudo Dionigi l'Areopagita e, soprattutto, le prefazioni ai testi contenuti nel ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, una raccolta completa del corpus ermetico nella traduzione di Marsilio Ficino, integrato dall'Asclepius attribuito ad Apuleio e dalle Definitiones Asclepii (ignote a Ficino perché mancanti nel suo codice), tradotte per la prima volta dallo stesso Lazzarelli. Nelle tre prefazioni, una delle quali in versi, il L. indirizza la sua opera di raccoglitore e traduttore a Giovanni da Correggio, nel tono solenne e sacrale dell'iniziato, affermando il sincretismo tra teologia cristiana e teologia ermetica, sostenendo, contro Ficino, la maggiore antichità di Ermete Trismegisto rispetto a Mosè e presentando la propria conversione dalla poesia agli studi sacri come una vera e propria rigenerazione: "quondam poeta nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius" (Kristeller).  L. entra quindi in rapporto con  Colocci quando questi, avendo con sé il nipote Angelo, si trovava nel Regno di Napoli come governatore di Ascoli Satriano. Secondo Fanelli, i Colocci passarono nel Regno di Napoli: poco prima andrebbero dunque collocate la composizione e la stampa del poemetto del L. De bombyce, dedicato "ad Angelum Colotium honestae indolis puerum".  La datazione dell'opera è controversa e il più recente editore, Roellenbleck, ne propone una molto più alta, che peraltro non si concilia con la tematica ermetica del poemetto né con l'anno di nascita di Colocci, che pare dovesse avere un'età idonea a essere prescelto come lettore esemplare ("lege sollicito mea carmina visu"), vero e proprio filius da rigenerare (l'appellativo di puer può avere un'estensione molto ampia). Il Bombyx si presenta, infatti, come un poemetto didascalico dedicato all'allevamento del baco da seta, ma teso a svelarne, sulla traccia di analogie già suggerite da s. Basilio, la simbologia cristologica e a farne il simbolo di una rigenerazione alla quale tutti gli esseri umani sono chiamati, compiuta la quale potranno a loro volta generare una prole divina: "Surgite, terrigenae, bombycum exempla sequuti. Linquite corporeos sensus, mens candida regnet Sancta palingenesis vos complectatur et orti / rursus humo coelum penitus penetrate relicta Gignite divinam repetito semine prolem. Quo pacto id fieri possit, mox forte docebo,  hic gradus aethereo primus statuatur Olympo. L'ulteriore opera dedicata al tema della generazione divina, annunciata in chiusura del Bombyx, può forse essere riconosciuta nel De summa hominis dignitate dialogus qui inscribitur Crater Hermetis. Si tratta di un dialogo nel quale sono inseriti alcuni componimenti poetici, di vario metro, nei momenti di maggiore intensità d'ispirazione e di proclamata esaltazione mistica. Gli interlocutori sono lo stesso L., che ha ruolo di maestro, e il re di Napoli Ferdinando d'Aragona, dopo che, ormai vecchio, ha ceduto il governo dello stato al primogenito Alfonso II. Queste indicazioni permettono di collocare l'azione, e anche la composizione, tra il 1492 e la morte del re. Il recente editore, Moreschini, ha anche riconosciuto due redazioni dell'opera, la più antica testimoniata dal ms. della Biblioteca nazionale di Napoli, la seriore dalla stampa procurata  da Lefèvre d'Étaples a Parigi. La differenza più evidente tra le due redazioni consiste nella presenza, nella prima, di un terzo interlocutore, PONTANO, con il ruolo, secondario ma non indifferente, di affiancare il re, discepolo entusiasta e convinto, come poeta desideroso di approfondire anche verità filosofiche e teologiche. L'origine del titolo è in un passo del Corpus Hermeticum in cui si parla di un crater inviato d’Ermete sulla terra affinché in esso gli uomini possano battezzarsi e ricevere così l'intelletto che li rende capaci di partecipare alla gnosi. A conclusione dell'opera il L. si autorappresenta come colto da una sublime ispirazione che lo rende capace di rivelare il mistero della generazione di anime divine da parte del vero uomo, che ha raggiunto la pienezza della conoscenza e che si rende così simile a un dio. Moreschini osserva come nella seconda redazione il L. eviti di rendere troppo espliciti i rapporti tra ermetismo e cristianesimo (lo stesso titolo, nella prima redazione, recitava: … qui inscribitur via Christi et crater Hermetis), attenuando, per esempio, le argomentazioni che tendevano ad attribuire all'ermetismo priorità cronologica (e anche genetica) nei confronti di ebraismo e cristianesimo. Lo scritto manifesta inoltre ampie conoscenze cabalistiche e talmudiche, che tradizionalmente si ritenevano patrimonio, in quegli anni, del solo PICO (vedasi).  Ultima opera del L. sembrano essere i De mathesi et astrologia libri, segnalati da LANCELLOTTI, che invano ne cerca copia presso gl’eredi del filosofo. Brini ne propone, ma senza indizi veramente probanti, l'identificazione con un trattato di alchimia, conservato nel ms. 984 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: una raccolta di preparazioni alchimistiche tratte daLullo e da altri, presentate da L. con un breve testo introduttivo che si apre con un epigramma di sei distici. Il L. stesso, definendo questo suo libro vademecum, ne indica il contenuto: "agemus in hoc libro Vade mecum de alchimia que est naturalis magia et vocatur astrologia terrestris. In questa scienza dichiara di essere stato istruito "a Joane Ricardi de Branchis de Belgica provincia […] qui in hoc fuit magister meus currente ab incarnatione verbi" (ed. Brini).  Nella sua biografia il fratello attribuisce al L. capacità divinatorie attraverso il sogno -- habebat somnia, quae potius visiones, sive oracula dici potuissent" (Vita Lodovici) - e in sogno il L. avrebbe anche antiveduta la propria morte, intervenuta a San Severino a pochi giorni di distanza da quella del fratello Girolamo. Delle opere del L. sono a stampa: De apparatu Patavini hastiludii, Patavii; De gentilium deorum imaginibus, a cura di O'Neal, Lewiston, NY; Fasti Christianae religionis, a cura di M. Bertolini, Napoli; Epistola Enoch, Venezia, cfr. Indice generale degli incunaboli [IGI]), ora a cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo, Roma; la traduzione delle Diffinitiones Asclepii in appendice a Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in uno scritto di Symphorien Champier, in Umanesimo e esoterismo, a cura di E. Castelli, Padova; le prefazioni del ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo in appendice a P.O. Kristeller, Ficino e L.. Contributo alla diffusione delle idee ermetiche nel Rinascimento, Annali della R. Scuola superiore di Pisa, quindi in Id., Studies in Renaissance thought and letters, Roma; De bombyce [Roma, Eucharius Silber, s.d.] (IGI) quindi in Bombix. Accesserunt ipsius aliorumque poetarum carmina, a cura di Lancellotti, Aesii, e ora in G. Roellenbleck, Ludovico Lazzarelli Opusculum de Bombyce, in Literatur und Spiritualität. Hans Sckommodau zum siebzigsten Geburtstag, a cura di Rheinfelder, Christophorov, Müller-Bochat, München; Crater Hermetis nel corpus di testi ermetici raccolti da J. Lefèvre d'Étaples: Pimander Mercurii Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei. Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate divina. Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano, Parisiis, in officina Henrici Stephani, quindi, in edizione moderna, parzialmente, a cura di Brini in Testi umanistici sull'ermetismo, e, integralmente, in C. Moreschini, Il Crater Hermetis di L., in Id., Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis". Studi sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Vademecum, a cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo. Ampie sillogi di scritti del L., frutto di compilazioni sette-sono contenute nei mss. della Biblioteca comunale di San Severino Marche; il carme per la morte della duchessa d'Atri è conservato nel ms. della Biblioteca del Seminario di Padova (cfr. A. Tissoni Benvenuti, Uno sconosciuto testimone delle egloghe di Calpurnio e Nemesiano, in ITALIA medioevale e umanistica. Il codice unico del Carmenbucolicum si trova nella Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection; una silloge di carmi di occasione (tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) è nel ms. V. E. della Biblioteca nazionale di Napoli. Gli epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita si leggono nel ms. della Walters Art Gallery di Baltimora.  Fonti e Bibl.: San Severino Marche, Biblioteca comunale, Mss.; due copie di Lazzarelli, Vita L. Septempedani poetae laureati per Philippum fratrem ad Angelum Colotium, da cui deriva in gran parte la biografia premessa da Lancellotti al poemetto del L. Bombix…, cit., Aesii; Vecchietti - Moro, Biblioteca picena, V, Osimo, Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni tempo e d'ogni nazione, Milano, Aleandri, La famiglia L. di Sanseverino (Marche), in Giorn. araldico genealogico diplomatico italiano, Ohly, Ioannes Mercurius Corrigiensis, in Beiträge zur Inkunabelkunde, Thorndike, A history of magic and experimental science, V, New York, Donati, Le fonti iconografiche di alcuni manoscritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in La Bibliofilia, vi è riferita la lettura di Campana della dedica del ms. Urb. lat. Kristeller, Lodovico L. e Giovanni da Correggio, due ermetici del Quattrocento, e il manoscritto II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, in Biblioteca degli Ardenti della città di Viterbo. Studi e ricerche, a cura di Pepponi, Viterbo, Delz, Ein unbekannter Brief von Pomponius Laetus, in Italia medioevale e umanistica, Ubaldini, Vita di Colocci, a cura di Fanelli, Città del Vaticano, Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L., in Res publica litterarum, Sosti, Il "Crater Hermetis" di L. L., in Quaderni dell'Istituto sul Rinascimento meridionale, Tenerelli, L. ed il rinascimento filosofico italiano, Bari, Saci, L. L. da Elicona a Sion, Roma; Foà, Giovanni da Correggio, in Diz. biogr. degli Italiani, LV, Roma, Walker, Magia spirituale e magia demoniaca da Ficino a Campanella, Torino, Meloni, L. L. umanista settempedano e il "De gentilium deorum imaginibus", in Studia picena; Kristeller, Iter Italicum, ad indices; Rep. fontium hist. Medii Aevi. Nome compiuto: Luigi Lazzarelli. Lodovico Lazzarelli. Ludovico Lazzarelli. Lazarelli. Keyword: implicatura ermetica, mascolinita romana, religione officiale romana, campo marzio, marte, dio della guerra, marte come pianeta, il simbolismo di marte nell’arte e la filosofia, marte e apollo, marte e Nietzsche --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lazzarelli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarini: il deutero-esperanto – filosofia ialiana -- Luigi Speranza (Roma). Abstracct. Grice: “It’s amazing that while everbody – including Trudgill in his Language Myths – seem to agree that Italian is the most beautiful language in the world, the number of Italian philosophers who tried to invent a DIFFERENT lingo by far exceeds that of any other nation!” -- At a conference at Brighton, Grice joked that convention – if not arbitrariness – has nothing to do with signification, and claimed that he could invent a new language – “call it Deutero-Esperanto” – that nobody speaks, and set what it’s proper, which would make him the master. Keyword: artificiale. Filosofo italiano. Roma, Lazio. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato mai da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo [VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli.  Si potrebbe continuare a lungo, ma a questo punto è già ben chiaro al lettore da dove provenga quel testo riprodotto nel riquadro di qualche paragrafo fa: da un saggio presente nel volumen ritrovato. Riportarne il titolo integrale equivale anche a dare le risposte alle due domande proposte (del refuso non vale la pena parlare). Infatti, troneggia il titolo "Il latino sine flexione" di PEANO (si veda), memora a firma di L..  Che PEANO (vedasi), che quasi con certezza è il maggiore matematico prodotto dall'Italia negli ultimi due secoli, ha profuso gran parte del suo tempo nel tentativo di creare una lingua che è a un tempo precisa e semplice, insomma perfetta sia per la matematica che per tutti gli altri scopi a cui una lingua è deputata, è cosa che si ritrova anche nelle note biografiche più frettolose sul genio cuneese. È però assai più raro, a meno che lo si ricerchi esplicitamente, imbattersi in qualche esempio scritto nel suo latino sine flexione L. invece ne riporta un lungo brano, dopo aver ricordato, tra le altre cose, che quello di PEANO (vedasi), recentissimo ai tempi della pubblicazione del volume del periodico, non è stato un tentativo particolarmente originale, visto che di lingue universali precedenti al latino sine flexione ne sono già comparse almeno altre sette, tra cui l'Esperanto. Spiega poi come il problema di una lingua universale ben strutturata se lo fosse posto già Leibniz, il quale elencava dei principi da seguire per chi si fosse voluto impegnare nell'impresa di crearla; e si vede che Peano a quei principi leibniziani si attiene diligentemente: applica l'eliminazione delle desinenze nei casi e impiega in sostituzione delle particelle specifiche. Elimina le coniugazioni dei verbi, usando solo l'infinito del verbo senza il "-re" finale (dicere→dice→dire; mensurare→mensura→misurare; scire-sci→sapere,  etc.), e attua  l'eliminazione della specificazione del genere nei nomi. In questo modo, armati di un vocabolarietto di latino in grado di ricordarci il significato di alcune parole dimenticate (oporte→ occorre; igitur→ allora, etc.) il saggio dove diventare ragionevolmente leggibile, una volta appreso che nella Pisa l'unità di lunghezza è la pertica e quella di superficie il panoro, e che un panoro equivale a 5,5 pertiche quadrate, come ricorda PEANO (vedasi). PEANO (vedasi) dimostra con pochi calcoli elementari che il fatto che FIBONACCI (vedasi) asserisca che per trovare l'area di un cerchio basta dividere per 7 il quadrato del diametro implica che per il pisano valeva l'uguaglianza n = 2. È divertente vedere PEANO (vedasi) destreggiarsi senza timore tra pertiche e panori, ed è curioso anche l'uso spregiudicato che fa dei "numeri misti", ormai passati quasi del tutto nel dimenticatoio,  2 "Discrimen generis nihil pertinet ad grammaticam rationalem", sancisce Leibniz, e chissà cosa avrebbe pensato oggi che le discussioni su quale sia il modo più corretto per trattare al meglio il genere delle persone sono molto divisive e cariche di significati che trascendono la mera razionalizzazione della lingua. Con numeri misti si intende quella grafia che consente di scrivere ad esempio "5½" - come fa PEANO (vedasi) nella citazione - semplicemente accostando un numero intero e una frazione, senza esplicitare il sottinteso segno "+". È un metodo di scrittura di numeri frazionari abbastanza naturale, ma poiché di solito l'assenza di segno è caratteristica delle moltiplicazioni, la grafia può generare confusione, ed è caduta in disuso. Nei paesi di lingua inglese è però ancora abbastanza diffusa, al punto che la maggior parte delle scuole dedicano qualche lezione all'aritmetica dei numeri misti. Atkinson, noto appassionato di matematica ricreativa e dell'Italia ha condotto una ricerca sulla sopravvivenza dell'uso dei numeri misti nella nostra nazione, con risultati curiosi e piacevolmente  piasmentmathssesantat/ divulgazione/matematica-il linguagiortini Versa pubblicato  su  MaddMaths!: forse con le sole eccezioni dei voti  sui compiti in classe e dei tabelloni di alcune  metropolitane che segnalano l'arrivo dei treni con una precisione fino al mezzo minuto.  L'escursione in quel dimenticato volumen si è rivelata già ampiamente sufficiente a dimostrare quanto possa essere gratificante il "viaggio nella libreria", anche quando si  riduce solo a una gitarella di un paio d'ore. E si potrebbe chiudere qui anche questo articolo, una volta pagato un minimo pegno di riconoscenza all'autore del sagio saccheggiato. Ma tutti i viaggi che si rispettino presentano almeno un paio di imprevisti, e nel nostro caso è proprio L. a fornircene uno.  Come recita il suo frontespizio, il "Periodico di Matematica per l'Insegnamento Secondario" non è una rivista accademica destinata ad ospitare memorie di ricercatori professionisti, ma un giornale che perseguiva la missione di facilitare il lavoro di chi si occupa di insegnamento. Per quanto nel celebrato indice rifulgano tra gli autori nomi di matematici di prima grandezza, è assai probabile che tra i collaboratori più o meno abituali comparissero anche coloro che più di altri conoscevano i dettagli della didattica, cioè proprio i professori, ed è quasi certamente tra questi che occorre collocare il nostro L.. Pur essendo assente dai maggiori siti specializzati in biografie dei matematici più importanti, una ricerca un po’più generale intercetta facilmente un saggio che lo riguarda.  L'autore è Hans van Maanen, direttore di "Skepter", la rivista dell'associazione di  "scettici", e perciò in qualche modo consorella della corrispondente associazione italiana, il CICAP fondato d’Angela. Naturalmente, la maniera di gran lunga migliore per godersi il saggio è quello di leggerlo direttamente. Ma per chi si accontenta di un riassunto veloce giusto per capire come L. scrive qualcosa che quasi un secolo dopo ha molto irritato un pezzo grosso di Nature, ne riporteremo i punti salienti.  Vista la lunga estensione temporale della storia, forse vale la pena di procedere  cronologicamente.  Premessa: Buffon, osserva che il valore di n è determinabile per via sperimentale con il metodo che resta famoso nella storia proprio con il nome d’ago di Buffon. Immaginando un pavimento diviso in sezioni trasversali di larghezza s, lanciando a caso un ago di lunghezza a e registrando le volte m che l'ago intercetta una delle linee del pavimento, presupponendo un numero di lanci n tendente a infinito, si può risalire al valore di a utilizzando i rapporti s/a e m/n.  Il nostro L. pubblica, sempre sul  Periodico di Matematica per l'Insegnamento, (ma  volume XVII,  non il  XIX  ritrovato  nel  "viaggio in  libreria"), un sagio in cui  afferma di aver applicato il  metodo di Buffon e di aver  ottenuto un valore sperimentale di n esatto fino alla sesta cifra decimale, 3,141529, con una serie di 3408 lanci di cui 1808 positivi, e con valore di a pari a 2,5 e s pari a 3,0. Nell saggio afferma anche di aver raggiunto il risultato grazie a una sua [Ho avuto invece approssimazione maggiore col disporre la retina traversalmente, vale a dire coll'utire tra loro i lati maggiori del rettangolo. Qui le espurienze vanno divise in doe serie, ginechi. Mentro ho mantenuto sempro costante la lunglezza della sbarretta. ho fatto invece variare l'altezza della striscia compresa fra le parallele: ed ecco i rimaltati ottenuti: 1• Seme I1 SREI 100 300 13000 9000 4000 611 1200 1600 2148 3,101  3,152  3,147  8,125 8,185 100 200 10? 1000 1,115  3,180  8,1446  1142 3.1415129  3,1416 3 Estratto dell'articolo di L. Grazie alla traduzione di Garlaschelli lo si può leggere in italiano, o direttamente su Query, la rivista del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze] macchina, descritta in dettaglio, che consente di meccanizzare i "lanci casuali di un ago sul pavimento piastrellato come richiesto dall'idea di Buffon. Il risultato viene accolto inizialmente con grande entusiasmo, diventa noto a livello internazionale e non sono pochi i grandi nomi della matematica che lo accolgono con sperticate parole di elogio. Il nome di L. diventa abbastanza famoso. A parte la sua, le migliori approssimazioni sperimentali arrivano, e a fatica, a una precisione di un paio di decimali. Compaiono però i primi saggi che esprimono dubbi sulla correttezza dell'esperimento.  Badger scrive il saggio, "L.'s lucky approximation of t" in cui analizza in dettaglio tutte le fragilità della memoria di L. Parte dalla strana coincidenza - già notata del rapporto 3408/1808, cruciale nel testo di L., che è identico alla nota frazione 355/113, scoperta già nel V secolo da Chongzhi come approssimazione di p; prosegue notando la stranezza di quei "3408 lanci", poi passa a calcolare la probabilità d’ottenere per via randomica quel risultato, giungendo alla conclusione che è una probabilità talmente bassa, circa tre parti su un milione, da ritenere che quella stima fosse il frutto o di un colpo di fortuna davvero eccezionale o di un "hoax" termine che si può tradurre come qualcosa a mezza via tra uno "scherzo" e una "beffa".  Badger, grazie a quello saggio, vince un premio istituito dalla Mathematical Association of America, e ovviamente il saggio viene letto anche da Maddox, redattore capo di Nature. È naturale che un redattore capo di una prestigiosissima rivista scientifica vede la manomissione dei dati sperimentali più o meno come il proverbiale diavolo guarda l'acqua santa, e la sua ira funesta colpisce Lazzarini: titola il suo articolo come "Falsa misura sperimentale di n", usa senza mezzi termini la parola "fraud" ovvero  "frode" al posto del più morbido "hoax", e lancia perfino una specie di anatema: " ...l'articolo  di Badger dovrebbe restare come un ammonimento, a tutti coloro che inquinano la  letteratura, che i loro misfatti li seguiranno fin nella tomba.  D'altro canto, il saggio di Maanen che ci ha consentito di scoprire questo affascinante giallo matematico sembra più orientato a smorzare lo scandalo. La descrizione accurata della macchina per i lanci che fa L., a ben vedere non sembra poi così efficiente da meritarsi d'essere costruita. L’aver posto in bella vista il numero 3408 nella tabella che riporta i suoi tentativi quando i valori intermedi esposti vanno per blocchi interi di centinaia o migliaia. Insomma tutto lo spirito del saggio di L. sembra più uno scherzo che la rivendicazione di una scoperta. È anche possibile che, da insegnante, cerca e suggerisse ai colleghi qualche metodo scherzoso per affascinare gli studenti, come quella complicata macchina lancia-aghi o la meraviglia di una costante matematica trovata sbattendo oggetti per terra. A voler cercare una morale da tutta la storia, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Dall'opportunità o meno di scherzare con la scienza alla troppo diffusa propensione agli entusiasmi, o alla rissa, anche tra i più autorevoli critici. O anche sulla necessità di ricordare sempre che anche gli scienziati sono donne e uomini, con tutte le caratteristiche e le debolezze degli esseri umani. E poi, a dire la verità, la morale più evidente e ovvia che ci sembra emergere è semplicemente quella che ricorda alle riviste scientifiche prestigiose e autorevoli di non concedere i loro spazi ad arruffoni incompetenti fin troppo disposti a scherzare su qualsiasi cosa pur di vedere stampate le loro sciocchezze: ma uno strano e persistente brivido lungo la schiena ci suggerisce di non evidenziare troppo questo aspetto,  chissà perché. Cortesia: Alembert, Riddle, e Silverbrahms. Nome compiuto. Mario Lazzarini. Lazzarini.

 

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