GRICE ITALO A-Z J
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Jaja: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Conversano -- filosofia pugliese – scuola di
Bari -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Conversano). Abstract.
Grice: “We don’t do political philosophy at Oxford – it is considered
non-philosophical, or worse, UN-philosophical – When my colleague, G. J.
Warnock, was FORCED, as general editor of the Oxford Readings in Philosophy, to
super-edit a volume on political philosophy he didn’t know what to do and knew
that I myself would know even less!” -- Grice always found it amusing that when
Aelfric decided to write a grammar of Latin, historians never gave a fig –
“They were only interested in Aelfric’s ‘vulgar,’ not his ‘learned’. Grice
makes a point about ‘signa naturalia’. Aelfric’s example being ‘ha ha’ to mean
laughter – “A joke I seldom share when in Italy, since they do have a
PHILOSOPHER surnamed Ja-Ja!” Keywords:
Grice, Jaja, Aelfric. Filosofo italiano. Conversano, Bari, Puglia. Grice: “I
like Jaja – of course you cannot understand Jaja unless you understand
Fiorentino, Croce, Spaventa and Gentile! The quintessential Italian
philosopher!” – Grice: “Jaja is a sensualist, like me.” –Grice: “My favourit
essential Italian philosopher. Figlio di Florenzo Jaja, a cui è dedicato
l'Ospedale Civile di Conversano. Si trasfere a Napoli, dove studia sotto la
guida di FIORENTINO. Si sposta a Bologna, dove si laurea per seguire il suo
maestro. Il suo incontro filosofico
principale e con SPAVENTA. Col trasferimento di J. a Napoli i rapporti con
Spaventa divennero regolari. Insegna a Pisa. J. non è stato mai considerato un
filosofo particolarmente originale, ma ha avuto il merito storico d'introdurre
GENTILE allo studio di Spaventa – “although he was possibly more than Hardie
was to me!” – H. P. Grice -- merito che l'allievo riconosce sempre. Altri saggi:
“Origine storica ed esposizione della critica della RAGION PURA”; “Studio
critico sulle CATEGORIE e forme dell'essere”; “Dell'A PRIORI nella formazione
dell'anima e della coscienza,”; “ L'unità SINTETICA e l'esigenza positivista,”;
“Sentire e pensare,”; “Identita e Semiglianza ed identità”’[cf. Grice: “Cfr. My
theory of identity-relative, as a critique to Wiggins” -- “ Sentire, pensare, conoscere,”
“ L'intuito nella coscienza.”; Preti, J., filosofo europeo oltre Gentile, su ricerca. repubblica,.
treccani. J.: neoidealismo italiano, su orthotes.com. J. Gentile, Memoria, su sba.unipi, Spaventa
Gentile Idealismo, J. Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. open, Horizons Unlimited srl. Gentile,
Memoria su J., su sba.unipi. J.. Grice on “Sentire” e Pensare. Rupert
Brooke: “I love Grice: “I feel,’ never ‘I think’!” – “If a is a, is a LIKE a” –
a knife is not like a knife, but something that is not a knife can be like a knife.” Implicature!” Comincia gli studi al seminario in vista di una
futura carriera ecclesiastica, ma dopo l'unificazione, si trasfere a Napoli,
dove studia sotto la guida del filosofo neo-kantiano FIORENTINO (si veda) e a Bologna, per seguire
il maestro, con il quale si laurea. Dopo la laurea insegna a Caltanissetta e Chieti.
Tornato a Bologna vi conobbe e frequenta MEIS (si veda) e per suo tramite SPAVENTA
(si veda) che, oltre a influenzare lo stesso Fiorentino, divenne in seguito una
figura chiave per la formazione intellettuale di J. Con Spaventa i rapporti
dello J. divennero regolari quando egli si trasferì a Napoli per insegnare. Consegue
la libera docenza e ottenne la cattedra
di filosofia teoretica a Pisa. Tra i suoi allievi ha Gentile, che gli successe
poi sulla cattedra, e Radice. Nella dissertazione di laurea, data alle
stampe a Bologna con il titolo Origine storica ed esposizione della Critica
della ragion pura di Kant, colloca Kant all'origine di una scena della
filosofia che raccoglie le due tradizioni precedenti lungo le quali egli
articola la storia della filosofia successiva a Cartesio. Da una parte il
filone filosofico che si pone il problema dell'infinito, dell'universalità e
della necessità -- Malebranche, Spinoza, Leibniz. Dall'altra la tradizione
francese, ma soprattutto inglese, sensistica ed empiristica -- Locke e Hume. Kant pone il problema, ritenuto centrale da J.,
del debito che il giudizio ha nei confronti sia dell'esperienza, sia
dell'universale. Tuttavia J. ritiene che Kant non da una soluzione adeguata e
definitiva ed è anzi incline a sostenere che la soluzione vada trovata nei
continuatori dell'opera kantiana. Emerge già qui chiaramente la tendenza a
leggere la tradizione idealistica alla luce degli interrogativi kantiani, in
una prospettiva che egli deriva da FIORENTINO. Secondo J., Kant pone il
problema della conciliazione di questi due elementi, di senso e intelletto, ma
non lo risolve. La manchevolezza è nell'intima natura del sistema kantiano. In
questo, lo spirito è dualità, scissura, intuizione e concetto, recettività e
spontaneità, entrambi irriducibili, mentre la soluzione consiste nel mettere in
luce l'unità, nel mostrare come l'universale kantiano sia non esclusivamente
soggettivo ma OGGETIVO e pertanto corrisponda alla realtà. – cf. H. P. Grice,
the justification of objective value, The Carus Lectures, Oxford. Compare qui
un interesse di J. per il modo in cui
l'intelletto proviene dal senso -- cfr. Plebe, in Guzzo – Plebe -- che mostra
anche una sensibilità più vasta verso il regno della natura e le scienze
empiriche e che in seguito lo porta a confrontarsi con il positivismo e
l'evoluzionismo. Pesano in questo probabilmente sia gl’interessi positivistici
di Fiorentino, cui egli dedica questo saggio, sia l'ambiente intellettuale
bolognese, in cui spiccavano figure quali quella di MEIS (si veda). Ha modo
di sviluppare e precisare tali temi in uno Studio critico sulle categorie e
forme dell'essere di Serbati. Qui critica Serbati della teosofia in quanto non
dà spazio né illustra la centralità della mente nel suo rapporto con l'essere,
mentre questo va visto alla luce dell'essere pensato dalla mente: È necessario
studiare la mente nella serie non interrotta dei suoi fenomeni, attraverso cui
passa nel formarsi. Kant ha colto questo punto in quanto ha mostrato che prima
di poter parlare dell'essere si deve indagare la natura della mente, e tuttavia
finisce con il postulare una irriducibile alterità della cosa in se rispetto
alla mente. Dopo Kant, Fichte, e quindi Hegel,
invece completano il necessario passo in avanti mostrando come ciò che è
fuori della mente o psiche è il risultato o effeto di ciò che la mente e il
pensiero hanno rivelato. Gentile ha modo di considerare a questo
proposito che la lettura che il proprio maestro da di Hegel e personale e forse
inadeguata sul piano interpretativo. E uno Hegel mediato in primo luogo da SPAVENTA,
che ne sottolinea l'aspetto soggettivistico, e che J. legge in modo ancora più
immanentistico facendo equivalere l'essere con il pensiero o la psichi umana. Temi
e ispirazioni filosofiche, in cui si mescolavano influssi hegeliani, fichtiani,
e interessi verso le scienze e la dimensione empirica del pensiero - spinsero
J. a occuparsi del positivismo e in particolare di Spencer. In “Dell'A PRIORI
nella formazione dell'anima e della coscienza” (Napoli) -- ma si veda anche “La
somiglianza nella scuola positivista e l'identità nella metafisica nuova” -- J.
nell'esaminare e nel correggere
Fiorentino si occupa dei tre momenti della conoscenza: sensazione,
rappresentazione e concetto. Nel discutere della sensazione ha già modo di
articolare una posizione cui dette poi compiutezza in Sentire e pensare. La
sensazione non è solo lo stimolo – alla STEVENSON (H. P. GRICE) -- che proviene
dall'esterno ma è anche modificazione. E interna all'ATTO INTROSPETTIVO del
sentire e alla sfera spirituale. In questo, da una parte valorizza l'importanza
dello studio scientifico dei modi in cui la conoscenza sorge e ha luogo. Dall'altra
mette in luce l'inadeguatezza di un punto di vista esclusivamente empirico o
ESTERNALISTA, o ESTROPETTIVO, POSITIVISTA, ESTERIORE. Tornato su questi temi in
“L'unità SINTETICA kantiana e l'esigenza positivista” si propose di conciliare
l'esigenza positivistica, che nega elementi a priori e che è invece interessata
a ricostruire geneticamente il formarsi dei fenomeni, e l'esigenza kantiana,
che vuole mantenere valido il punto di vista universale. Opera tale
conciliazione ritenendo che il passaggio dalla sensazione sino alle forme più
evolute di coscienza sia solo un passaggio di grado, mai categorico. Si
appropria dell'idea di sviluppo e di ricostruzione genetica e la colloca
nell'immagine idealistica di un essere che dà forma a se stesso a partire dai
gradi più semplici e primitivi sino alle forme più sofisticate. La
trattazione di questi temi prelude al “Sentire e pensare”. È mio fermo convincimento che il problema
speculativo, in tutta la sua ampiezza, resta un labirinto senza uscita finché
non solo non e studiato sul terreno indicatogli dalla filosofia in genere e
dalla critica kantiana in particolare, cioè su quello della conoscenza, e per
esso della COSCIENZA – cf. Grice, “Personal identity,” “Intention and
Disposition” – Stout vs. Prichard -- coscienza, ma più ancora finché nello
studiare la coscienza non avremo preso le mosse da quel giusto punto, dove il
senso finisce e la coscienza incomincia. O, dove il senso non è più solamente
senso, e già la coscienza comincia a mandare sul tronco di esso i suoi primi
germogli. – cfr. Grice on Empiricism as a bete noire --. J. è interessato
a individuare il momento in cui la sensazione e la coscienza si sovrappongono.
Da una parte è desideroso di fare propria la lezione dei positivisti e degl’evoluzionisti,
fino a spingersi ad affermare che il principio assunto oggi a base delle
scienze naturali, l'evoluzione è vero e fecondo, un'affermazione non priva di
interesse in un autore che esercita il suo influsso nella formazione di una
filosofia idealistica italiana lontana e refrattaria alla scienza e in
particolare all'evoluzionismo. Dall'altra vuole rivendicare la presenza nella
sensazione degl’elementi embrionali della coscienza e cioè l'universalità
propria della mente concepita kantianamente. Questo tentativo di conciliazione
di due esigenze opposte non è di per sé indicativo di un fallimento di
un'autentica comprensione di tali esigenze. In altri termini, è interessato a
conciliare una comprensione scientifica mecanicista della natura, che prescinde
da una descrizione in termini INTENZIONALI, e che l'evoluzionismo ha esteso anche
agl’organismi viventi sino all'essere umano, con una sua comprensione in
termini concettuali. Ma, usando l'evoluzionismo come immagine filosofica
anziché come prospettiva di studio alternativa a quella filosofica idealistica,
chiude quasi subito la sfida tra queste due comprensioni. Perciò parla in
termini evolutivi del passaggio dalla sensazione alla coscienza per significare
che non vi sono passaggi categorici ma solo di grado. La sensazione è foriera
della coscienza e n'è la immediata preparazione. Dall'una all'altra è passaggio
-- non salto. Gl’elementi tutti della coscienza sono elementi della sensazione.
La vita della coscienza è due cose. E la continuazione della vita del senso, e
per esso della natura tutta, e n'è il compimento insieme. L'immagine evolutiva
è impiegata per significare questo passaggio dalle diverse forme della vita,
che intende come una forza che si
dispiega. Il fatto adunque, di cui prendiamo nota, è che, nel sentire – cfr.
Grice in Schwarz, SENSING PERCEIVING -- si raccoglie tutto il mondo naturale
sottostante, e che questo mondo naturale è qualche cosa di vivo, viva essendo e
perenne e senza limiti la produzione degl'individui diversi, che si succedono e
s'incalzano in tutti i diversi ordini della natura. Questo mondo naturale che
si raccoglie nel sentire è la forza. Ed è forza il sentire. Quando la forza
sottostante, compiute tutte le condizioni, sale al grado di sentire, produce
ancora. E non intendiamo dei soli individui che compongono il grande regno
animale. Il sentire è per sé solo forza, perché per esso gl'individui senzienti,
forniti delle capacità, della forza di sentire, non vivono soltanto,
assimilandosi e trasformando gl’elementi del mondo inorganico, ma il mondo pre-esistente
della vita trasformano in una superiore esistenza, nell'esistenza RAPPRESENTATIVA
– cfr. Grice on Aristotle on life and soul --. Nella rappresentazione, la forza
naturale incomincia a ritrovare se stessa, iniziando quel movimento di ritorno
sopra di sé – META-REPRESENTAZIONE – reflessiva -- nel cui compimento è il suo
possesso, e la sua integrazione. Puo già leggere in Spencer una concezione
dell'evoluzione come un processo diretto a un fine, un'idea lamarckiana lontana
dall'evoluzionismo di Darwin, di cui Spencer non si libera mai. Ma egli chiude
subito le possibili tensioni interne a questo paradigma e usa l'immagine
evolutiva come un motore esplicativo di tipo hegeliano, spingendosi sino a
invocare il superamento del principio di non contraddizione per spiegare il
modo in cui la sensazione si evolve verso la coscienza. Non resta dunque, che
sieno e non sieno identiche, che sieno in parte identiche, in parte diverse. I
fautori della inviolabilità del vecchio principio di contraddizione, così come
era e poteva esser dato nella logica formale potranno trovare dura questa conclusione.
L'evoluzione è immagine della forza che dal regno della natura ritrova se
stessa, cioè si rende consapevole nel mondo dello spirito. In questo senso, J.
può essere ascritto alla schiera di quanti hanno usato l'evoluzionismo per
produrre una loro filosofia della storia. Una conclusione, questa, che
trova conforto in uno scritto successivo di J., L'intuito nella coscienza.. È qui
affrontata la questione se l'intuito ha una parte nella ricerca scientifica. J.
risponde affermativamente, sostenendo che tuttavia esso è posto in primo piano
solo quando il pensiero indagatore sente il bisogno di ricorrere alla
conoscenza in se medesima, e scrutarne il valore, e cioè quando vi è
perplessità sull'evidenza del proprio oggetto di studio. Nel mostrare come la
conoscenza non sia solo accumulo e accostamento di fatti, J. afferma, di nuovo contro i positivisti, che
i fatti e la storia, se sono la realtà, non sono tutta la realtà. La realtà
storica, oltre ad essere quella che è, e che ognun vede, è anche in miglior
modo nell'universale e per l'universale. I fatti e la storia sono testimoni
cioè di un universale che li raccoglie e dà loro un senso. Nel successivo
Ricerca speculativa. Teoria del conoscere (Pisa), insiste sul concetto del
pensiero che ritrova sempre se stesso e non ha niente di anteriore. Egli
ritiene che la filosofia sia l'unica disciplina che non ha un oggetto specifico
di studio che non sia l'esigenza stessa di conoscenza. Si tratta di salire
nelle alte regioni dell'intendimento puro, di usare del conoscere per costruire
l'atto, il puro ed universalissimo atto, del conoscere. Se alcuni interpreti
hanno ritenuto che in quest'opera
traesse le conseguenze del suo lavoro precedente e in particolare di
Sentire e pensare (Plebe, in Guzzo – Plebe), Gentile invece vi ha voluto
scorgere la trasformazione dell'idealismo assoluto in spiritualismo assoluto,
una posizione che preludeva agli sviluppi che egli stesso avrebbe dato
all'idealismo italiano. Come nota, a tal proposito, J. qui non muove più dal
senso e dal bisogno di trascendere il senso quale è DATO dalla coscienza, per
spiegare la coscienza sensibile, senza incorrere nello scetticismo. Si mette
innanzi l'atto del conoscere, prescindendo da ogni rapporto di esso con la
verità, per trattare lo stesso del puro conoscere come principio unico ed
assoluto di tutto, presupposto com'è da qualunque altro possibile pensiero. Oltre
agli saggi menzionati, si segnalano ancora, fra gli altri: Un po' di polemica
nella quale principalmente si discorre dell'articolo 73 dello statuto in
rapporto a' poteri supremi dello Stato, Bologna; Saggi filosofici, Napoli -- raccoglie scritti già pubblicati e
l'inedito La virtù e i suoi elementi costitutivi -- la prefazione alla raccolta
di Scritti filosofici di Spaventa, cur. Gentile, Napoli; Enigma della
coscienza, in Rivista filosofica; L'insegnamento filosofico universitario ed il
regolamento nuovo, Pisa. Membro della Società reale di Napoli e cavaliere
dell'Ordine della Corona d'Italia. Fonti e Bibl.: Necr. in Il Messaggero
toscano, (C. Sgroi); Corriere
toscano, (Tarantino); Gentile, Lettera a
J., in Gentile. La vita e il pensiero, a cur. della Fondazione Gentile per gli
studi filosofici, lettera di Gentile
laureato al maestro; Battaglia, Lettere di Meis a J., in Memorie dell'Accademia
di scienze dell'Istituto di Bologna, cl. di scienze morali; Gentile, J.,
Carteggio, a cura di Sandirocco, Firenze; Miccolis, Lettere inedite di J.,
Firenze s.d.; Gentile, J., Pisa, Le origini della filosofia contemporanea in
Italia, Messina Alliney, I pensatori
della seconda metà del sec. XIX, Milano ad ind.; Croce, Conversazioni critiche,
Bari; Guzzo - Plebe, Gli hegeliani d'Italia, Torino; Guzzo, Cinquant'anni di esperienza idealistica
in Italia, Padova; Vacca, Recenti studi sull'hegelismo napoletano, in Studi
storici, Cristallini, Il pensiero filosofico di J., Padova
(con bibliogr. degli scritti dello e sullo J.); Carcuro, Polemiche
filosofiche antirosminiane: Mamiani e J., Aversa; A. De Gubernatis, Diz. biogr.
degli scrittori contemporanei, Firenze, s.v.; Enc. Italiana, XVIII, s.v.; Enc.
filosofica, IV, s.v.; F. Abba Luzzato, Diz. generale degli autori italiani
contemporanei, I, sub voce. Grice: “Jaja is especially important for the fact that he tutored
Gentile. He wrote on the ‘supreme powers of the state’, since he was a Hegelian
at heart, as a collection published in Italia thus calls him – “Gli hegeliani
d’Italia: Tocco, Jaja, Gentile. While he studied Kantism in depth, he finds
that the Hegelian absolute, the State, as compromise between ‘gl’individui, as
Jaja calls them, is the maximum!” Nome
compiuto: Donato
Jaia. Donato Jaja. Jaja. Keywords: implicatura, I potere supremo dello stato,
la virtu. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Jaja” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Jerocades: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della filosofia della massoneria – la scuola di Parghelia -- filosofia
calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Parghelia). Abstract.
Grice: “I’m not sure Jerocades, or Cromwell, for that matter, would have
enjoyed my example, ‘Decapitation willed the death of Charles I.’ However, it
is less known what caused the death of he who caused that decapitation willed
the death of Charles I! Here is a chronology of events involving the execution
of King Charles I, Oliver Cromwell, and Cromwell’s death. The English Civil
war. King Charles I’s forces fought PARLIAMENTARIAN ARMIES, led by figures
including Oliver Cromwell. Charles I negotiated secretly with Scotland. This
triggered another phase of the civil war, strengthening the resolve of Cromwell
and other Parilaimentarians to remove the King. Parliamentariansm, including
Cromwell, removed members of Parliament who supported negotiating with Charles
I, frming the Rump Parliament. Charles I was TRIED FOR TREASON by the Rump
Parliament. Cromwell played a significant role in advocating for the king’s
trial and execution. Charles I was FOUND GUILTY and executed OUTSIDE THE
BANQUETING HALL in Whitehall. This marked the end of the monarchy and the
beginning of the Commonwealth of England. Cromwell led military campagins to
secure control of Ireland and Scotland. He faced significant opposition and
used brutal tactis in Ireland. Cromwell’s forced defeated Charles I’s son,
Charles II, in the Battle of Worcester – and his Scottish allies, ending the
third English civil war. Cromwell becomes Lord Protector. After the dissolution
of the Rump Parliament, Cromwell was installed as Lord Protector under the
Instrument of Government. This established a new form of government known as
The Protectorate. Cromwell’s rule as Lord Protector was marked by efforts to
stabilize the nation and enforce religious tolerance, though he also faced
opposition and relied on military power. CROMWELL DIED OF NATURAL CAUSES,
likely from a severe case of malaria of typhoid fever. Richard Cromwell,
Olivers’s son, succeeded him as Lord Protector. However, he lacked his father
leadership skills, leading to political instability. This ultimately led to the
restoration of the monarchy under Charles II. In a seminar with Woozley, Grice
uses the example, “Decapitation willed the death of Charles I” – Such
irreverence, Grice says, “is hardly acceptable in Italy, where people DIE for
their republics!” -- Kewyords: Grice, Jerocades, reppublica partonepea, Cromwell.
Filosofo italiano. Parghelia, Fitili, Vibo Valentia, Calabria. Grice: “I would
consider Jerocades more of a poet than a philosopher, but then he was a priest
and a Mason!” Essential
Italian philosopher. Scrisse il saggio “Dell'umano sapere”, di stampo
illuministico, che verrà successivamente pubblicato a Napoli, e “La partenza
delle Muse”, edito na Messina. Si trasferì a Napoli. Dietro raccomandazione di
Genovesi, col quale era entrato in corrispondenza, venne assunto al
"Collegio Tuziano" di Sora come maestro d' “ideologia”. Frequenta gli
ambienti massonici. Secondo il clero sorano, tuttavia, quelle opere non si
attagliavano ai giovani del collegio, tant'è che prima della rappresentazione di
“Il ritorno di Ulisse” -- che conteneva alcuni intermezzi ridicoli e di stampo
anticlericale, in particolare il Pulcinella da Quacquero, il vescovo emise un
editto di censura: ne seguì un processo per eresia e sedizione, con la
reclusione di Jerocades nel carcere vescovile. Scarcerato dopo sette mesi,
lasciò Sora per tornare a Napoli, dove divenne popolare come poeta
improvvisatore. E in Calabria: qui si dedica alla composizione delle raccolte
Quaresimale poetico e La lira focense, testimonianza di un «illuminismo
massonico». Insegna a Napoli. Fonda la Società Patriottica Napoletana, coagulo
dei principali esponenti del giacobinismo e dell'antigiurisdizionalismo
partenopeo, ovvero che miravano a costituire una repubblica, cosa che determinò
la sua incarcerazione a Castel dell'Ovo e il processo per apostasia, ma riebbe
presto la libertà, avendo deciso di ritrattare. Anche per il conflitto
interiore causato da una siffatta scelta, sostenne attivamente le idee
rivoluzionarie, che però, in seguito alla breve esperienza della Repubblica
Napoletana, gli costarono nuovamente il carcere, e quindi l'esilio a Marsiglia.
Ritornato a Napoli razie all'amnistia prevista dalla pace di Firenze compose
l'elogio di suo padre e di suo fratello, motivo che indusse a farlo rinchiudere
nel convento dei Liguorini di Tropea. Saggi: “Esercizii spirituali in compendio
ossia il filosofo in solitudine” Napoli); “Il Paolo, o sia l'umanità liberata
poema” (Napoli: presso Porcelli, Inni di Orfeo esposti in versi volgari,
Napoli, La gigantomachia, ovvero La disfatta de' giganti, Napoli: La lira
focense, Napoli: si vende da Gennaro Fonzo, strada Forcella, Olinto e Sofronia,
dedic. Orazione per l'apertura della Scuola di Economia e Commercio, Napoli,
Orazione recitata ne' funerali solenni di Marcello Accorinti morto in Messina
nel terremoto. Napoli, Fedro, “Esopo alla moda, ovvero delle favole di Fedro,
Parafrasi Italiana” (Napoli: Porsile, Orazio); “Le odi di Orazi esposte in
versi volgari” (Napoli); “Le odi di Pindaro tradotte ed esposte in versi
volgari” (Napoli: Russo); Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli,
D. Martuscelli, Gervasi, Napoli B. Croce, La rivoluzione napoletana Biografie,
storie, racconti, Laterza, Bari L. Alonzi, Il giacobinismo napoletano, in Idem,
Il Vescovo-prefetto. La diocesi di Sora nel periodo napoleonico, Sora, A.
Piromalli, Illuminismo massonico, La letteratura calabrese, I, Pellegrino
editore, Cosenza, B. Croce, D. Ambrasi, Il clero a Napoli tra rivoluzione e
reazione, in Cestaro Lerra, Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l'età giacobina
e il Decennio francese, Atti del Convegno, Maratea, I, Venosa, Croce, La
rivoluzione napoletana, Biografie, Racconti, Ricerche, Bari, Laterza, Saggio
dell'umano sapere, D. Scafoglio, Vibo Valentia, Sistema Bibliotecario Vibonese,
J., La lira focenseː un abate poeta in loggia, Piromalli e Bravetti, Foggia,
Bastogi. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. 1. T) Indaro, figliuolo di Diifanto,e di Mirto, J» nacque in Tebe,
città capitale della Beozia. Mono il padre, eh’ era sonator di tibie, la madre,
eh’ era ancor sonatrice sposò Scopelino, e, quindi, dopo la morte di lui, sposò
Pagonida, ambi professori di musica. Di qui è,ché al nostro Poeta si danno tre
padri, de' quali due nel vero sono patrigni . Or questa sua sorte fece la sua
virtù; imperciocché nacque, visse, e morì tra le Muse, le quali a quel
t&mpo erano e ricche, e nobili,ed onorate. I suoi primi studj furono la
musica, e la poesia, che apprese da Laso Ermìoneo, e che peifezionò sotto
Simonide, ed Eschilo i quali' fiorivano in quella età. Indi,, dato l'animo allo
studio delle scienze, seguì la, tutta la sua v»ta al modello della pietà . Tra
gii altri numi venerava spezialmente Pane, Rea, e Febo e siccome la sua casetta
era vicina al tempio ;, propagata per la Beozia, e non la scuola Italica J mica
; onde fu scolare di Pittagora, e non di Talete. La sua dottrina dunque divenne
sacra, e tnis ica in modo, che pieno di queste idee, formò di Rea, egli era o
uno de' sacerdoti, o almeno il compagno e il partecipe de' sacri misteri., a.
La sua dotta e saggia pietà e l’ornamento, e'1 retaggio della sua industre e
faticosa famiglia. Imperciocché, ricevuti da Timossena, sua consorte, un
maschio, chiamato Diofanto', e due femmine, per nome Protomache, e Polimeri
trasfu-, se col sangue la sua virtù per modo ne’ figli che gli mandava il
giorno e la notte al tempio dej padre, e della madre de’ numi. La sua casetr A9
me • #-, a medesima era un tempietto dtvoto, in cui con vicenda soave si
passava dai coro alla mensa, e dalla cetra atta tazza, cioè dal travaglio al
riposo, e dal ripeso al travaglio. Non senza ragione gli Spartani prima, e
qnndi i Macedoni, liberarono dall'incendio comune l'albergo di lui riguardato
qual,, saero asilo delle Muse, e di Febo . Di fatti la faina di Pindaro era
sparsa per tutta la Grecia, e al di là della Europa; già che Serse nella sua
famosa spedizione n' ebbe ancor del rispetto, come dipoi n’ ebbe Alessandro
gloria del re della Persia 3. Or qual si fu la vita civile di Pindaro?
Applicato alla poesia, e alla musica, non cantava, che numi, ed eroi .
L'antichità vide e lodò i suoi carmi, Inni, Ditirambi, Treni, Peani, ed altri
Lirici,e Melici componimenti, rapportati da Smela, che non vinsero la forza
vorace dell' ignoranza, dell'invidia, e del tempo, e de' quali solo si mostrano
alcuni frammenti, da Stefano variamente, e con diligenza raccolti, Restano
dunque eli lui quattro libri de’ Vincitori Olitnpj, Pizj, Nemei, ed istmici,
de' quali Aristofane . grammatico di gran nome, ne fece una raccolta, ordinata
a suo modo, e chiamata Periodo. Ed egli è qui da notarsi, che tra le opere di
Esiodo si è serbata la Teogonia, e si è perduta 1’ Erogonia ; ma tra quellf di
Pindaro al contrario si sono serbati gl' Inni degli Eroi, e gl* Inni degli Dei
si sono perduti . Queste opere f.inno la vita del nostro Poeta, siccome le
guerre, e i viaggi fanno la vita d’Achille^ d' Uhsse. Ma benché Pindaro per
formare i suoi carmi divini dovea menar i giorni nella pace, nel silenzio, e
nell’ozio, e vivere con se stesso, col mondo, e co’ numi; non potea dispensarsi
dal viaggio > e dal cvmraercio co’ Prmci-,1, quasi emulando la Dìgitized by
Google 5 pi del suo tempo, e dal conoscimento di varj popoli, e di varj costumi
senza i quali so'corsi ; non si può essere, nè si può fare il Poeta. Oltre il
viaggio di rutto e quanto il mediterraneo (eh* eia il viaggio alla moda in quel
secolo) e’ vide Coma, Siracusa, e Cirene, e familiarmente u ò de’ Re e con
confidenza trattò nelle Corti., Nelle giostre festive fu più volte e
spettatore, e spettacolo, e sceso al paragone con Corinna, pianse la v.irtù
della Musa vinta dalla beltà della Musa. In mezzo all’ armonia dunque il Tebano
cantore visse la sua vita dividendo le ore fra, lo s'adio,ei! teatro, le due
scuole dell’antica virtù : e così finalmente morì, cadendo nelle braccia di
Teosseno giovanetto di Tenedo, dopo, avere ascoltato con sommo piacere una
festa teatrale, ed armonica. N.ito nell' Olirne. 65. morì nell’ Olimp. 36. di
anni 84.,bìochè altri narrino altrimenti e la vita, e la morte di lui. La vita
de saggi, sempre disputata, non è il corso di perigliose avventure gravi di
speciosi e nobili avve1 nimenti. Ella si legge ne loro libri, e tutti i quadri
d’ un Poeta formano il quadro di lui . E qui si offre il nome eh’ e' diede a’
suoi carmi di qua-, dri . E’ chiamò ogni sua Canzone siSog, immagine,
simulacro, o per la varia sorte de’ versi Litici ; o perchè tal è la poesia,
cioè pittura, e ritratto o perchè siccome ad ogni vincitore si al$, zava una
statua col nome dell'eroe, della patria, e del giuoco $ e’ gliene voleva alzar
un’altra di versi, di quella più perenne ed eterna . E' fece uso del dialetto
dorico che più confassi con lo sti-, le sublime. Ma quello, che più distingue
Pindaro dag i altri Poeti si è P uso smoderato degli, Episodj imitato non
sempre felicemente, da,, {'lacco .Lo stile delle sue poesie à Lirico-tragico,
A3 e tal % e tal volta Lirico-comico; imperciocché, siccome in Omero ci ha
favole, e favolette, co>l in Pindaro ci ha canzoni, e canzonette. Per questa
ragione nel tradurle, ed esporle si è tenuta una maniera diversa, secondo che
oggi è fuso d’ Europa. Di fatti oggi in Europa è in pregio solamente la poesia,
e la musica Lirica, e questa è o tragica detta altrimenti Pindarica, e Alcaica
; o comica, altrimenti detta Anacreontica, e Saffica. Ne' teatri si unisce
l'uno e l’altro stile Lirico, onde sono i recitativi, come si dicono, e le
arie. Ma l’epica, e la drammatica, tanto tragica quanto, comica, è poesia
disgiunta oggidì dalla musica, ed *’sì deono rispettare le superbe vicende del
secoli . Ecco la ragione, onde ho tradotte ed esposte le Odi di Pindaro all'
uso del Guidi; e tal volta, ma di raro, all’ uso delle cantate da scena. Nèmisi
parlidistrofe, d'antistrofe, ed’ epodo ? di ternioni quaternioni, e
quinternioni,j che oggi sono più che vecchie monete . Chi ha voluto tener le
usanze antiche, si ha dato una legge importuna, che poi ha dovuto pagare col
prezzo di tante gloriose fatiche. Chi non esalta il merito di Adimari, e Gauter
? E pochi sono, che apprezzano le loro Erculee imprese ; e spesso hanno errato
per necessità di consiglio . Or lasciando a tutti e traduttori, e cementatori
di Pindaro la gloria immortale del nome; io ho ardito d’ incominciare ad uso
mio questo faticoso lavoro, e ho ardito ancor di compirlo a mio modo. Se questa
è una lode, io la confesso ; poiché mi è grato un onore, che mi venga dal
merito. Soggiungo ancora d'aver letta, a quest’ uopo, Plutarco, Eliano,
Pausania, Clemente, Stobeo, Eusebio, Quintiliano, Orazio, fra gli antichi ;
Suida,, GiraJdi, Motóri, "• Baile, Fabbiicio, Schmid io, A\ Be, 1 Pindaro,
il quale, quando è gustato, è conosciuto • |o confesso ancora di aver vinto la
causa, di cui la questione si fu: Se gl’inni Cristiani sono da più, o da meno,
degl* Inni Pagani ? Io proposi, son già molti anni passati, che sono da più ; e
per dimostrarne l'assunto col fatto, tradussi ed esposi gl’inni Cristiani, e
gl'inni Pagani, e lasciai la causa alla fede, e alla ragione de* giudici.
Pubblicati gl’inni d’ Orfeo e di altri e,, quindi le Odi d’ Orazio, non
restavano, che gli Inni di Pindaro al compimento dell’opera. Ecco la iuta fede
legata già sciolta. Chi legge, se ha sénno vegga e conosca la 4; verità . A non
voler dir altro, basta il dire che, negl'inni Pagani o manca la persona, o
rrnnca il soggetto, eh’ è la virtù., E se dicesi, che appresso i Pagani tal era
la persona reale, e tale il soggetto dell* inno; io dico che cangiate le idee,,
dubbiamo venerare le nostre. Ma le Liturgie, per una sorte comune sono ignorate
da chi le, adora, e conosciute da chi le disprezza. Quindi è, che questa causa
spetta al giudi ciò de’ posteri come accenna nella Od. i. Olimp. il nostro
poeta. Nel resto non può negarsi, essere oscura e confusa 1 antichità, e chiara
e distinta h nostra età, in cui quel che si legge, si vede, e quel che si vede,
s’ intende . Per me m’inebbrio di gioja quando canto nel coro un inno de'
nostri; e. nel cantare un inno Pagano, sia superbo e pomposo, non mi sento nel
petto un senso di dolce pietà. £ non abbiamo noi i nostri agonistì, i campioni»
-gli atleti r, gli atlanti, gli aicidi di Cristo? Altro che kcorsa f, e Ja
lotta, sono le virtù del Benedetti, Aditimi, Stefano, Gaìitefj ed altri fra i
moderni e di averne tratto profitto ma, di. aver sempre apprezzato sovra di
tutti lo stesso la Chiesa . Si legga solo F inno di Venanzio giovanetto, e
santo deli’ Umbria, e si vegga, quai sono in vero gii eroi. E’ non vi ha
dubbio, che iti Pindaro vi sono le più belle sentenze e mo-, lali, e politiche
che il suo stile spesso è orien; tale, come lo stile liturgico di Asaflfo, d'
Orfeo d’Omero, e di Ossian; ma queste bellezze, che di rodo si ammirano ne'
poeti Pagani, ne’ nostri sono e profuse, e neglette. 5. Mi resta a dir due
parole su i Giuochi, che formano F argomento dell’ opera • I Giuochi, dette
ancora feste giostre certami agojii, con(,,, trasti ) erano o ginnici, o musici
. I musici eran prode del conto, del suono, della poesia, della storia, e della
eloquenza; e tal volta erano dispute circolari da scuoia. Questi si davano d'
ordinario neU’Odèo, nel Musèo, nel Licèo, nel Teatrone di rado assai nello
Stadio, infra il romor delia turba, il vincitore avea la corona, la statua, e
il soldo pubblico,e forse Finno della vittoria. Mi questi giuochi non eran
molto famosi. I Giuochi ginnici erano o sacri, o profani . £
profanieranolascherma,ei! bersaglio,edaltri, destinati col tempo alle pene de’
rei., I sacri et solenni eran cinque, la corsa, la lotta, la pugna, la danza,
la palla, detti in generale Pentatlo da' Greci, da’LATINI Qoinquerzio, e tal
volta Pancrazio, benché Pancrazio comprendea solamene te;la pugna, e la lotta*
La corsa era a piedi, a nudo', o armato a cavallo, o frenato, o senza ; freno ;
e col carro, tirato da due. o da quattro cavalli £ Il premio della,virtù eia kt
stessa virtù; o pure una corona di olivo f di lauro, d’apio, di rame, o di
ferro ; una statua col nome so»* della patria, del giuoco; e un inno di lode,
ond’ era accompagnato* litornapdo' in trionfo, alia patria 1 luogo di questi
Giuochi era lo Stadio, in tre parti diviso, e distinto con tre colonnette. Vi
prese* devanoi pubblicimagistrati cometestimoni egiu-,, dici delle contese.
Tali feste, instituite da Ercole, da Pelope, da Enomao da Ifito e p;ù volte
tralasciare, e più volte riprese si celebravano, nel principio d' ogni cinque
anni piade non era diversa dal Lustro, che fu la gran festa degli antichi
ROMANI. Questa città, eh’ è stata sempre la madre degl randó altre insegne e
divise, onde vivano ignoti al mondo, e noti solo a se stessi. Vivi fra * morti,
e mprti fra i vivi, passano in pace la vira e fanno il lor nome risonare nel
silenzio, della virtù. Fra molti, che io venero, ha luogo Gaetano Ancora
Napoletano giovane d’ alti ta-,, lenti, e di aurei costumi . E’ rubando agli
alti, affari politici, e al vigor giovanile, e alle ombre notturne poche ore
del tempo le consacra a quel,, profondo studio, che da' primi anni coltivò, d*
una maschia e robusta Letteratura Latina, e va di quando in quando esponendo
una parte di quella Sapienza vera, che nel tesoro delia età vetusta si serba
come un sacro depost-,,, <5. Molte, e varie notizie si sono d'america vate
11 da Pausania, da Natale de Conti, e da saggi scrittori delle Greche
antichità, Ma disperando di poterne qui dare un Saggio compiuto che servisse di
scorta alla legione di Pindaro, ho pregato il mio doke amico, e maestro Ancora
y il quale, tra le gravi cure della Corte, cori va . con applauso universale i
più severi studj della Letteratura, oggimai quasi moribonda e spirante.1
ingegni, e la scuola di tutte le Muse non ar-, 1 disce più di onorare il nome
de suoi gran figli col titolo di saggi e di dotti e va lor proccu-,,, onde T
Olim JO to della umani, e divina ragione . Quindi la Repubblica delle lettere
gode di tante dissertazioni dilui, chesonodiraro, diutile, edifestivo
argomento, e che raccolte si daranno a. suo tempo al'a luce. Or egli piegandosi
gentilmente al-, le mie premurose preghiere, ha scritto un Saggio tu i Giuochi
solenni di Grecia, il quale, stampato alla fine del libro la erudizione comune,
serve ale al rischiaramento delle ©ni di Pindaro. Perciò son io contento delle
mie fatiche, le quali con questo lume compariranno, come spero, meno oscure, e
meno importune $ e la Musa Dircèa sarà più sacra, e più venerata. A vero dire
non deve un Poeta ri sublime, e sì sacro, come colui, che canta da eroe le
virtù degli eroi giacersi nell' ingrato obblìo d' una facile indifferenza, o d'
una criminosa ignoranza? eseiohofattosì, cheil suonomesiatranoi p ù conosciuto,
ed imitato almeno nelle sentenze, se non si può-nello stile, Sublimi feriam
sidera Tropea. Palazzo Sant'Anna. odierna sede del Municipio ed ex Collegio dei
Gesuiti. J. visse da filosofo inquieto una esistenza drammatica. Pur
affascinato dalle idee di libertà di cui si è fatto assertore e promotore, non
smise mai di produrre opere di natura religiosa e devozionale, anche pervase di
amore e tenerezza, soprattutto verso la Vergine Maria. E' un ecclesiastico che
non sovrappone il livello della politica a quello della fede, ma tenta
piuttosto un equilibrio che apparirà fortemente precario e non convincerà nè il
potere politico nè il potere religioso. Dall'una e dall'altra parte fu
perseguitato per tutta la vita, tuttavia non sconfessò mai la sua fede
cristiana, nè resistette fermamente al tiranno fino alla morte. Quest'uomo che
le istituzioni hanno più volte punito secondo i loro statuti con il carcere e
con l'esilio fu un 'uomo contro', ma non aveva la vocazione al martirio. Io mi
fermerò a considerare l'ultima prigionia dell'abate Jerocades. Fu la conclusione
di una vita oltremodo inquieta. A Tropea, nel collegio dei Padri Redentoristi
non si chiudeva solamente una vita, si spegneva il tentativo di conciliazione
di un credente massone e giacobino con il mondo moderno. UNA VITA ESAUSTA
L'abate J. non aveva la vocazione al martirio e tuttavia la sua vita inquieta è
stata vissuta nella lotta, una opposizione ideologica contro i potenti e una
tuonante avversione al mondo clericale. Il terremoto del Capo, questa operetta
indiavolata, come la definisce Tigani Sava, ci dà la misura di quanti fossero i
suoi nemici, ma anche di quanto egli sapesse usare la lingua e la parola per
colpire, offendere, insultare. La parola fu la grande arma che Jerocades usò
per illuminare le menti, per eccitare i cuori, per aggredire chi lo
contrastava, per lottare i suoi numerosi nemici. Dotato di grande facilità di
parola, scriveva e verseggiava con facilità e spesso dava alle stampe i suoi
scritti senza rileggerli. L'ultima prigionia a Tropea, nella casa dei
Redentoristi, fa pensare a Daniele nella fossa dei leoni. Ma l'accostamento
biblico ci richiama anche altri protagonisti calabresi di utopie religiose e
politiche: penso a Fiore, a CAMPANELLA, profeti perseguitati per i loro sogni
di libertà. Con uno spessore certamente diverso, ma con un'ansia di fondo che
ha una matrice comune nella natura rivoluzionaria del cristianesimo. Credo sia
opportuna una riflessione sulla condizione ecclesiastica di J. e sulla sua
formazione, perchè ci consente di cogliere elementi di approfondimento in lui
come anche nelle figure più rilevanti del giansenismo, del protestantesimo, del
giacobinismo, della massoneria: tutti più o meno di provenienza culturale e
ambientale non solo cattolica, ma specificamente ecclesiastica (si pensi a
Salvi, Aracri, Serrao, Padula, Angherà, Nudi o altri meno noti). Il valore
culturale, etico, sociale di queste personalità e della loro opera in Calabria
e fuori, osserva Mariotti, e stato messo in rilievo da studi seri ed accurati,
"che tuttavia non sempre superano del tutto la tendenza ad interpretare
illuministicamente l'aspetto contestativo soprattutto in chiave di apertura
alle novità, al progresso contro l'ignoranza, l'arretratezza, il bigottismo
degli am bienti ecclesiastici. Pare sia più maturo un ripensamento, almeno su
alcune complesse personalità: anche per capire meglio il dramma umano,
religioso, morale di questi uomini, spesso condizionati dal disagio di una
vocazione non autentica, talora esasperati da situazioni realmente invivibili;
e per cogliere, al di qua dell'asprezza delle manifestazioni, la radice
autenticamente cristiana e cattolica di certe esigenze e critiche, nello
spirito in cui oggi leggiamo e accettiamo i rilievi al loro tempo sospetti, di
Muratori sulla Regolata devozione dei cristiani, di SERBATTI su Le cinque
piaghe della chiesa." Penso che, leggendo l'ancora inedita Orazione per
l'apertura della Scuola di Economia e Commercio nell'Università di Napoli,
detta da J., questa riflessione si riveli quanto mai opportuna. Egli,
rievocando gli anni della giovinezza, ricorda: "... Nato in un ignoto
villaggio dell'estrema Calabria da parenti oscurissimi, applicati alla pesca,
alla navigazione, al commercio, respirai le prime aure di vita, tra i remi e le
reti, nè mi sentia fremer d'intorno di altro il linguaggio che del dolore,
dell'opera, della fatica, i tre compagni primieri de' dolenti, operosi e
travagliati mortali, nè di altre immagini la mia mente bambina poteva
ricolmarsi giammai, che di povertà libera e di libertà bisognosa... piacque a
mio padre di ascrivermi tra l'ordine clericale e gà cominciai pur io, e ben per
tempo, a menar la vita tra i Salmi e gli Inni, imparando, ed insegnando ogni
giorno le Christiane dottrine... Chiuso il Seminario vidi e conobbi i primi
elementi dell'umano e divino sapere, e mosso dalla fama del Martorelli e del
Genovesi venni a Napoli ad ammirare quei due valenti e in filologia e in
FILOSOFIA, e con essi loro mi strinsi in familiare e soave amicizia." E'
altrettanto importante annotare che la preoccupazione per il seminario rappresenta
per i vescovi calabresi nella seconda metà del '700 la volenterosa
disponibilità di attuare una delle poche veramente innovative prescrizioni
tridentine. Ma in realtà molti seminari furono semplici convitti, che potevano
influire su una percentuale ristretta del clero, in quanto spesso surrogavano i
collegi per i laici, mentre i chierici in genere erano formati con
un'infarinatura di morale e di cerimonie dai parroci di campagna. Una circolare
per la diocesi di Tropea ritiene validi 10 giorni di ritiro come preparazione
all'ordinazione sacerdotale di coloro che erano stati presentati dai parroci.
Si trattava di una preparazione intensiva, che era tutto ed era poco! Il clero
che proveniva dai seminari invece si qualificò più per gli aspetti culturali
che per quelli pastorali. Per molti lo stato ecclesiastico rappresentava
soltanto una carriera ambita. In un ambito di cristianità il prete era il
notabile, circondato da uno steccato di privilegi. La vocazione era pertanto
nella linea delle pressioni sociali. Moltissimi erano i preti al di fuori di
ogni quadro pastorale: gli abati oziosi, i preti altaristi, i pedagoghi, gli
eruditi, i commercianti, i sensali, i selvaggi, i preti coniugati, gli eremiti.
I sinodi sono pieni di richiami agli abusi di questo clero che, privo di forti
ideali, dopo aver "strapazzato" la messa e l'ufficio, si dava
all'ozio, agli spettacoli, al cicisbeismo. Del resto va notato che il Concilio
di Trento aveva obbligato i vescovi a fondare i seminari, non i candidati agli
ordini ad entrarvi. La cura animarum suprema lex era molto disattesa, pur
essendo un principio fondamentale del Tridentino che aveva posto come capisaldi
della vita diocesana le visite pastorali, i sinodi e i seminari. Ma anche i
sinodi diventano sempre più radi: a Tropea l'ultimo sinodo celebrato è stato di
Ibanez: nessun altro sinodo verrà celebrato nel corso del settecento e fino al
vescovo Vaccari. La preoccupazione per il seminario appare sempre viva e
addirittura appare quasi ossessiva in un vescovo latitante come Mele nella
corrispondenza col suo vicario don A. Meligrana. Questo vescovo fu l'ultimo a
reggere la diocesi di Tropea prima della sua unione con Nicotera. Durante il
suo episcopato avvennero fenomeni che hanno cambiato il corso della storia, ma
egli riuscì (e non fu per nulla il solo!) a rimanere fermamente legato alla
tradizione; durante il suo episcopato morì a Tropea J.. Sugli anni compresi
sembra prevalere un grande silenzio su J. nei documenti vescovili o comunque
tropeani. Mentre il Martuscelli, primo biografo del J., ci riporta con alquanta
dovizia di particolari l'ultimo periodo di vita dell'abate (cfr. Accatatis,
Uomini illustri della Calabria, Cosenza), le notizie che abbiamo di lui dai
contemporanei locali sono molto scarne e tendenziose (Vito Capialbi, Memorie
per servire alla storia della santa chiesa tropeana, Napoli, Paladini, Notizie
storiche sulla città di Tropea, Cataniaed. anastatica a cura di Bella). Quasi
irreperibili nell'archivio vescovile di Tropea. Quello che ci lascia interdetti
è la mancanza di fonti 'tropeane', degli uomini di cultura suoi contemporanei o
quasi: Galluppi, ad esempio, o Politi, o Scrugli, o Melograni... Gli archivi
locali, sia quelli ecclesiastici che quelli privati, sono molto avari di
notizie. Nell'archivio vescovile di Tropea è assente il suo nome, se si
eccettua un documento di dispensa dall'età canonica per l'ordinazione
sacerdotale e di annotazioni sulla sua assenza da Parghelia nelle visite
pastorali: Visita Paù: nell'elenco dei preti di Parghelia manca J.; Visita
Monteforte: adsunt extra patriam... D. A. J. Visita Monforte: absens...: A. J.;
Visita Mele: D. Antonius Jerocadi absens. Negli archivi privati si è trovata
qualche piccola traccia del suo passaggio nell'archivio Meligrana di Parghelia:
una lettera di Vito Capialbi, datata Monteleone a Meligrana ricorda che
"le cose di J. [per lui trascritte] non sono che ordinarissime
composizioni, ma di un autore così celebre ogni cosuccia è buona". E più
avanti ricorda ancora di aver avuto in regalo dal nipote di J. (Raffaele)
"un autografo in francese e in italiano di suo zio". Da Parghelia,
attraverso don G. Meligrana, Vito Capialbi ha avuto molti testi di J., che dice
di conservare nella sua biblioteca (Cfr. Memorie, cit.). L'archivio più fornito
dovrebbe essere quello dei Jerocades-Colace che allo stato attuale risulta
pittosto disperso, diversamente da come era stato rilevato da Tigani Sava,
relativamente alla produzione di Jerocades (Cfr. il contributo bibliografico
più completo pur se con qualche piccola carenza di Francesco Tagani Sava in La
Calabria dalle riforme alla restaurazione, S. E. Meridionale. Il silenzio delle
fonti tropeane del periodo che corrisponde agli ultimi anni di vita di J. sta
ad indicare la sua emarginazione, dovuta a una avversione profonda, soprattutto
da parte del clero tropeano, che, nel Terremoto del Capo, era stato oggetto di
derisione e di gravi accuse di immoralità, ma anche del mondo laico che non
condivideva le idee giacobine dell'abate, anche se alle logge massoniche da lui
fondate, o che, come dice Gaetano Cingari, certamente influenzò, a Parghelia e
a Tropea, in molti avevano dato la loro adesione. Tanto meno fanno menzione di
lui gli accademici degli Affaticati. J. viene ignorato, sia perchè è scomodo,
sia perchè è ostile e pericoloso politicamente, sia infine perchè ha usato la
parola come arma che ha colpito duramente. Forse non e esagerato pensare che si
aspettava il momento giusto per presentargli il conto. LA SOLITUDINE DELLA
MORTE Martuscelli racconta con dovizia di particolari gli ultimi anni della
vita di Antonio Jerocades e la sua morte. fu mandato in Francia", egli
scrive: in realtà, più precisamente, fu esiliato con altri 500, mentre Colace e
Mazzitelli erano stati uccisi. J. figura tra gli esiliati a Marsiglia per i
fatti e, nell'elenco dei condannati dalla Suprema Giunta di Stato, si fa anche
una descrizione fisica dell'abate. A Marsiglia scrive tra l'altro l'orazione
funebre per Vincenzo suo fratello. Nel mese di agosto 1801, dopo la pace di
Firenze, rientra in Italia a Civitavecchia con la nave e da lì a Roma dove 'si
ammalò mortalmente'; riavutosi andò a Napoli e da lì giunse a Parghelia. Dopo
dieci mesi fu mandato nella casa del PP. Liguorini di Tropea, e dissesi che ciò
fu per correggerlo di quanto avea scritto nell'elogio funebre di suo fratello
Vincenzo", denunziato da Giuseppe Costanzo per vilipendio in quanto nella
detta orazione aveva parlato male del cardinale Ruffo. L'ordine era di tenerlo
segregato. E all'inizio l'abate "viveva nella quiete", scrive il
Paladini, che fu testimone oculare della sua prigionia; il quale aggiunge che,
cominciando J. al suo solito a satirizzare, perdè la confidenza dei
religiosi". In realtà la situazione appare più complessa, come risulta
dalla lettera di Migliaccio, successore del Pappaona, inviata a Mele e
conservata a Tropea nell'archivio Francia: Ecc. Rev.ma con ven.ta carta V. E.
Rev. ma partecipa al mio antecessore che il sig. Preside della Provincia, col
parere del sig. Av.to F.te D. Calenda le avea scritto che il superiore di
questa casa, quante volte i medici ne conoscano la necessità, potrà far uscire
a camminare il sac. J. di Reale ordine qui detenuto, in compagnia degli
individui di questa Comunità. E' il detto mio antecessore subito, con più di
buon core che di considerazione, le risposte che avrebb'eseguiti gli ordini.
Ora io mi dò l'onore di rappresentarle, che essendo nei principi del passato
luglio venuto da quella di Catanzaro a governar questa Casa, ho trovato che non
si era potuto eseguire quanto di buon cuore si era mostrato di voler eseguire;
imperciocchè essendo qui una piccola Comunità, e vivendosi, come si vive tra
noi, ritirati nelle proprie stanze, ci parliamo un poco dopo pranzo e dopo
cena; e quando poi si esce un po' a camminare, ch'è un par di volte la
settimana, allora ci comunichiamo insieme i nostri sentimenti o il nostro
approfittamento nelle lettere, o nello spirito; e sarebbe anzi una noia uscire
in compagnia di persona, con cui non si ha confidenza. Ma questo è poco. I
Reali ordini rispetto al predetto sacerdote sono di non farlo uscire, nè
trattare con nessuno; e di ciò il Sig. Ud.re Perrotta ne volle firmato un
obbligo dal passato Superiore. Ormai il Sig. Preside dice: quante volte i
medici conoscano la necessità di farlo uscire, il superiore potrà permetterlo,
ma in compagnia degl'individui di casa. Resterebbe dunque a carico del
superiore la verità della cognizione dei Medici, e la necessità del Jerocadi. Cotesta
risponsabilità non si vuol'aver'affatto. Risponderà ogn'individuo della propria
condotta; ma non potrà rispondere di quella degli altri. Il superiore passato
non dovea pur firmare quell'obbligo; ch'egli non era fatto castellano nè
carceriere. La M.S. si confidava della di lui religione; ed egli, ed ogni
successore si facea un pregio di custodirlo, e di rappresentare subito ogni
trasgressione, che mai ci fossa stata. Per le quali ragioni, e per altre, che
non è necessario di esporre, non è eseguibile di farlo uscire in compagnia
degl'individui di casa. All'incontro J. fa delle premure presso di me,
rappresentando i suoi mali, e 'l male dei mali, ch'è la sua vecchiaia, o amara
decrepitezza. Ma io non vedo altra via da poter'esser'abilitato, se non che, se
il Sig. Preside, per compassione dei mali di questo infelice, si assicuri egli
della cognizione dei medici e delle necessità del Jerocadei, e così lo abiliti
a uscire a camminare in compagnia di altro sacerdote secolare ben visto
all'E.V.Rev:ma. E pien di rispetto le bacio le sacre mani, e chiedo la paterna
benedizione. Collegio di Tropea U.mo e obblg.mo servitor vero e suddito
Migliaccio del S.mo Red.re Di V.E. Rev.ma Mons. Mele Vescovo di Tropea "In
quel soggiorno scrive ancora il Martuscelli molto si indebolì la sua salute pur
nondimeno scrisse molte cantate, sonetti, molte orazioni sacre, novene di
alcuni santi, tradusse il salterio. Finalmente logoro dai disagi e dalla
improba applicazione allo studio munito dei santi sacramenti nei sensi della
vera pietà rese l'anima a Dio. Da colà fu il suo corpo trasportato nella
patria, e depositato nella sepoltura dei sacerdoti". Muore. L'atto di
morte si conserva nel registro della parrocchia di S. Demetrio di Tropea ed è
stato trascritto anche in quello della parrocchia di Parghelia. Li riporto
entrambi, oltre che per precisare e definire la data di morte, anche per farvi
notare delle coincidenze e delle differenze: Parghelia Parrocchia di S. Andrea
Apostolo Atto di morte Rev. Sacerdos J., annum sextum ac sexagesimum cum
attigisset, sacramentis opportunis rite munitus, die decima nona dicti novembris
obiit Tropeae, in domo Patrum SS.mi Redemptoris; cuius cadaver in hoc casale
delatum in Eccl.ia Archipresbiterali S. Andreae Ap.li in sepultura sacerdotum
tumulatum fuit. A. arch. Taccone TROPEA Parrocchia di S. Demetrio Atto di morte
Sacerdos J. casalis Pargheliae hujus Diocesis utriusque juris atque sac.
Theologiae Doctor. Professor publicus in Universitate Neapolis, sexaginta
quatuor fere annis natus, munitus sacramentis poenitentiae et Eucharistiae
postea subita morte peremptus, animam exspiravit, eiusque cadaver in ecclesia
archipresbiterali casalis Pargheliae tumulatum fuit. Franciscus Antonius Grillo
Vito Capialbi, precisando che Jerocades fu sacerdote, che "dopo varie, che
diresti romanzesche vicissitudini, involuto nelle tristissime vicende andonne
ramingo in Francia, ed in altri Regni d'Europa; e già era rientrato nella
patria in seguito del trattato di Firenze del Finalmente, stando nella casa de'
PP del SS. Redentore di Tropea, morissi Per concludere che "più copiose
notizie di questo vasto, e stravagante ingegno si riferiranno nelle nostre
Centurie degli scrittori calabresi". Di questo periodo della vita esausta
dell'abate Jerocades sono state dette certamente delle esagerazioni (il tetro
carcere la cella le punizioni le torture... il veleno cfr Didier), non
suffragate da alcuna documentazione, ma solo ampiando voci e dicerie, ma tante
altre cose sono state taciute. Stupisce però che il vescovo Mele, nella visita
ad limina, presenti una visione idilliaca del clero e della diocesi, mentre
nella visita pastoralee in altri documenti conservati nell'Archivio storico di
Tropea tuoni contro la disobbedienza e l'ingovernabilità del clero e contro
l'immoralità dilagante: nessuna nota abbiamo potuto rintracciare relativa al
caso J., tranne tracce indirette nell'Archivio Meligrana di Parghelia e la
lettera del P. Migliaccio al vescovo Mele. Nell'archivio dei PP Redentoristi
della casa provinciale spero possa essere trovato del materiale documentario
che già lascia intravvedere Orlandi, storico dell'ordine, il quale in Specimen
Historicum CSSR-.FI "I Redentoristi napoletani tra ricoluzione e
restaurazione" dedica pagine interessanti all'abate Jerocades. Era comune
che le autorità inviassero dei condannati al soggiorno abbligato a scontare la
loro pena in qualcuna delle case della Congregazione. Per quelle calabresi
scrive Orlandi - si trattava di un compito assegnatogli dal dispaccio regio:
'Qualora i vescovi diocesani o vicini per correzione volessero mandare dei
preti o chierici a fare gli esercisi spirituali nelle loro case, dovranno
sempre riceverli, con esigere anche per compensare del loro incommodo
quell'oblazione che non venga eccedere il tarino al giorno, pel tempo della
dimora che da quei preti o chierici si sia fatta presso di loro. L'ordine reale
veniva poi eseguito dai vescoli. Pertanto i Redentoristi "si trovavano
nell'impossibilità di sottrarsi a questo forzato esercizio dell'ospitalità, che
tra l'altro non era sempre immune da rischi, come nel caso J.. Nella lettera di
Migliaccio si afferma con forza: Il superiore passato non dovea pure firmare
quell'obbligo, ch'egli non era fatto castellano, o carceriero. Orlandi, storico
dei Redentoristi, riporta un passo di Capasso (Un abate massone, Parma. Che in
questa nuova relegazione J. abbia continuato a mostrarsi secondo i casi massone
e rivoluzionario, si può facilmente ammettere, anche perchè è certo che non
cessò mai dallo scrivere ed improvvisare al modo antico. Ma l'esilio,
quantunque raddolcito dalle cure di chi l'assisteva, diè l'ultimo crollo al suo
cervello, di già a bastanza indebolito. Naturalmente, se a J, era sgradito
soggiornare a Tropea, ai Redentoristi lo era ancor più il doverlo ospitare.
Dura da un anno quello stato di cose, quando il Ierocades ottenne di poter
passeggiare fuori clausura, accompagnato da uno di quei frati. Ma, proprio il
giorno in cui cominciava a fruire di tale concessione, intavolato col compagno
una discussione di teologia, non essendo contento delle risposte dell'altro,
passò dagli argomenti alle impertinenze, e poi "usando dell'estro
poetico", sepellì il frate sotto una valanga di contumelie. Ricorse
perfino al bastone, e buon per il frate che riuscì a scansarlo". La
lettera del padre Migliaccio sopra riportata conferma quanto scrive Capasso.
Orlandi conclude che "invano i Redentoristi ricorsero ripetutamente alla
corte per essere liberati dalla sgradita presenza di J. che rimase a Tropea
fino alla morte". Paladini ci lascia una testimonianza di prima mano. Dopo
un giudizio fortemente negativo: "Fiorì soprattutto a' suoi tempi [del
vescovo Monforte] J. di Parghelia noto nella repubblica letteraria per talenti
e cognizioni; non sempre tuttavia seppe scriver bene soprattutto nella prosa;
volle poi trovare per tutto i delirii massonici; e fu traditore degli stessi
sedotti da lui; in breve il suo stile fu imperfetto, la sua scienza non retta,
la sua morale non buona". Il teologo ci lascia questo racconto della morte
di J. Muore ai suoi tempi [del vescovo Mele] D. Antonio Jerocades. Questi,
ritornato dalla Francia dov'era stato in esilio, fu denunziato da Costanzo, da
Parghelia quale autore di autore di una orazione funebre di un suo fratello,
dove parlava male del Ruffa ricuperatore di questo regno; quindi fu chiuso dal
Ministro Pirrotta tra i Padri del Santissimo Redentore di Tropea sotto il
rettore Pappaona. Ivi sulle prime viveva nella quiete, ma, cominciando al suo
solito a satirizzare, perdé la confidenza de' religiosi. Caduto infine in
delirio malinconico, e dubitandosi di sua vita, il Vescovo delegò tre membri
del Capitolo, cioè l'Arciprete e il Penitenziere Mazzitelli e Paladini a
ricevere la sua professione di fede. Egli, invitato a ciò, diè segno di
approvazione, come il diè in tutta la lettura di detta professione. Richiesto a
sottoscrivere, prese la penna, e scrisse le due prime lettere del suo nome A ed
n, ma poi invece di seguire a scrivere il t col resto, scrisse g. Allora il
padre Migliaccio gli rimproverò forte ch'ei volea dirsi Angelus, con fargli
altresì delle minacce per questa e per quella vita: per lo contrario il Teologo
disse: o egli in questo momento è nel delirio, ed a chi parliamo noi? o è in
retta ragione e sarebbe meglio prima indurlo al dovere con convincerlo, con
pregarlo ecc. Intanto l'ammalato proseguì la sottoscrizione col rimaner sempre
il g, ma col fare il r e tutt'altro, come gli dettarono i tre delegati. Munito
poi de' sacramenti dal Parroco, morì e fu trasportato ad essere seppellito in
Parghelia." Questo racconto ci fa intravedere quali fossero le
preoccupazioni del vescovo Mele (solo formali e... di salvare un'anima!) e
quali fossero i sentimenti del Paladini, il cui zio Gaetano l'abate aveva
fortemente fustigato e vilipeso nel Terremoto del Capo. Sul versante laico il
racconto di Didier in L'Italie pittoresque, Pigoreau, Paris, appare assai ricco
di anticlericalismo e di spirito romantico: J., autore della Lira focense
"fu crudelmente perseguitato. Relagato nella sua città natale (sic!), ebbe
per prigione un convento in cui i monaci, razza fanatica, ritenendolo ateo e
giocobino, si resero compiacenti esecutori delle vendette reazionarie dei
Borboni di Napoli. Investiti da questo ministero poco cristiano, l'esercitarono
con una barbarie meticolosa e veramente monacale. Non vi sono torture che essi
non inflissero al carbonaro poeta: il povero prigioniero morì presto, e colui
che gridava, in uno slancio di benedizione, "Vita, dono del ciel, sei
bella, ti amo. Perchè ti so...", vide i suoi giorni spegnersi nella
prigionia oscura, silenziosa d'un chiostro fanatico e persecutore. La salma del
martire riposa a Tropea in attesa del Pantheon riparatore che riunirà in un
solo altare tutti i martiri dispersi della libertà italiana. La terra sia loro
leggera fino al giorno prossimo delle riabilitazioni!" La fonte del Didier
era certamente legata allo spirito patriottico che aveva bisogno di creare i
martiri. Questo spiega anche la data errata e il riferimento alla salma che
riposa a Tropea mentre sappiamo che Jerocades fu seppellito a Parghelia. Nella
prefazione alla Lira Focense pubblicata a Cosenza, Francesco Migliaccio
accentua il carattere persecutorio: "fu dalle calunnie, dalle persecuzioni
e da mille disastri assalito ed oppresso. Credette farsi schermo e difese negli
occulti recessi della sua patria. Ma per la malvagità dei tempi... fu nella sua
veneranda vecchiezza rinchiuso nella casa di Missionarj di Tropea. Quivi nella
indigenza, schiacciato dalla ferrea mano che l'oprimeva chiuse i suoi
giorni". A parte i comprensibili toni romantici del Didier e di Francesco
Migliaccio, l'abate Jerocades chiuse i suoi giorni nell'abbandono e nella
solitudine, senza un'ombra di affetto o di pietà. Neppure la visita del Pepe a
Tropea potè dare ristoro al vecchio poeta, che non trovava più motivi al suo
canto. La sua voce, un tempo bellissima e ammirata, adesso era solo il lamento
di un uomo finito che vedeva stroncarsi senza rimedio il suo cocente anelito
alla libertà. La morte improvvisa che lo colse dopo aver ricevuto i sacramenti
della penitenza e dell'Eucarestia ha trovato un uomo distrutto e che nelle
parole del salmo 50 da lui amato ha trovato l'ultimo motivo per affidare alla
forza della parola l'anelito del cuore. UN DIGNITOSO CONGEDO Non fu una morte
normale quella di Jerocades: nella sua inquietudine non bastò la famiglia dei
liberi muratori, non soccorse l'avventura giacobina, diede sofferenza la chiesa
alla quale apparteneva. Nella post-fazione dedicatoria l'abate Jerocades
ricorda che alcune poesie che formano la Lira focense sono sacre e ricavate dai
libri cristiani e ne dà una spiegazione storica; ma a me sembra che egli voglia
darci atto di non aver mai abbandonato la certezza cristiana come in questa
Salve piena di affetto e di fiducia. O Regina, il Ciel ti salvi. Di Dio madre,
e sposa, e figlia, Volgi, ah volgi a noi le ciglia, Bella madre di pietà.
Mostra vita, e nostro bene, Nostra speme, e nostro amore, Volgi a noi quel tuo
bel core, Ch'è la stessa carità. Figli di Eva, abbandonati, Dell'esiglio a'
lunghi affanni, Dal furor dei rei tiranni Chi ci salvi, oh Dio! non c'è. Senti
il grido, ascolta il pianto Di chi giace in ree catene, Bella Madre, in tante
pene Ci volgiamo afflitti a te. Dunque o nostra Protettrice, Volgi a noi quel
tuo bel ciglio; Mostra a noi quel tuo bel figlio, Quando ha fine il lungo
error. Tu sei madre assai pietosa, Bella Vergine Maria; Tu sei dolce, e tu sei
pia, Tutta pace, e tutta amor. E mi appare persino commovente la Novena alla
Madonna di Portosalvo, che l'abate Jerocades dedica a Raffaele suo nipote,
figlio del fratello Vincenzo: "Nel Castello dell'Ovo, villa un dì di Lucullo,
ove fui tre anni prigioniero di stato dopo tre anni di esilio e in altri
prigioni e in altri esili, dopo Dio non ho altro obbiettivo delle nie cure e
delle mie preci che la Madre di Dio. Serbando fede alla patria, l'ho sempre
invocata col nome di Madonna di Porto Salvo, e questo conveniva ancora al mio
stato perchè nelle tempeste si cerca un porto e nelle battaglie si cerca un
asilo, impaziente di altra dimora: "Ch'io son vivo al desir, morto alla
spema". Gravato d'anni e d'affanni, ho scritto questa Novena che a voi,
caro nipote, offro e consacro qual dono e qual debito. Io ve la consacro qual
dono poichè è frutto dei miei studi e dei miei talenti. Sono povero di fortuna
e quel che mi ha dato la natura, spetta anche a voi quando non disdegnaste di
dirvi mio nipote". A me quest'ultima frase appare commovente per la carica
emotiva che sottende. Ma c'è dell'altro che J. dice ancora come credente e come
sacerdote: "Chi sono i testimoni della fede? I vecchi. Io, che vecchio pur
sono, così presbitero, qual attestato maggiore di questo donarvi della
religione e fede di Cristo? A te, Raffaele, e all'eredità del padre e dell'avo
aggiungerete la mia. A te, e nella Chiesa di Porto Salvo fra i suoi monumenti
della pietà dell'avo e del padre appenderete ancora s'è degna questa Novena, in
cui leggerete le grazie e le glorie di Maria, da noi venerata sotto il nome di
Madonna di Porto Salvo". Il senso di verecondia che traspare da queste
parole non ci rivela forse il dramma di un uomo, di un credente, di un sacerdote
che, guardando indietro alla sua vita tormentata fa un bilancio coraggioso e
definitivo? "Dopo Dio non ho altro obietto delle mie cure e delle mie
preci che la Madre di Dio.” Nome compiuto: Antonio Jerocades. Jerocades.
Keywords: filosofia della massoneria, Esopo in Italia, lira focense,
giaccobinismo, ‘repubblica romana” “repubblica partenopea”, le odi di pindaro,
ginnasia, antichi romani. – Grice on Plato’s Republic. Refs.: “Grice e Jerocades”
– The Swimming-Pool Library. Jerocades.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Jervolino: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- ermeneutica del dialogo – filosofia campanese – la scuola di
Sorrento -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sorrento). Abstract.
Grice: “There is something ‘idiotic’ about the word ‘ermeneutica,’ especially
as used by Italians. Surely the primacy should be on the UTTERER, not the
INTERPRETER!” -- Grice and Austin, or, to keep the order of seniority, Austin
and Grice, would lecture profusely at Oxford on De interpretatione. Grice’s
pupil, Ackrill, attended one of those, and decided that De Interpretatione
should be translated to … English! Grice: “Peri hermeneias” hardly needs
translation! Aristotle’s Greek AIN’T Plato. Had I payed more attention to
Aristotle’s phantasmata in Peri hermeneias, I would not have talked of
non-natural meaning not ‘signifying’! -- Keywords: Grice, Jervolino,
ermeneutica del dialogo. Filosofo italiano. Sorrento, Campania. Grice: “I like
Jervolino, but then I like any philosopher of language! He is a Ricoeurian, and
I’m a Griceian!”essential Italian philosopher. Allievo di Piovani.
Insegna a Napoli. Collabora con diverse riviste specialistiche di filosofia
(Filosofia e Teologia, Studium). Esamina aspetti riguardanti a Ricoeur, tra
cui: la ricerca di un filo conduttore
unitario all'interno della sterminata ermeneutica (“Il cogito e l'ermeneutica:
La questione del soggetto e la inte-azione” (Procaccini, Napoli). Messa in questione
del soggetto chomskyano auto-centrato e auto-trasparente. Ricoeur appare nei suoi studi come
caratterizzato dall'attenzione verso le peripezie del Cogito che, ferito e
spezzato nella sua autosufficienza, cerca di ritrovare sé stesso attraverso un
lavoro ermeneutico. Individua come centrale il paradigma della trans-ductio,
trans-implicatura, trans-patia, come modello fondato sulla co-ospitalità
conversazionale e la co-apertura all'altro conversazionale. Altre saggi:“Il
cogitamus e l'ermeneutica. La questione del soggetto e sui interazione” (Procaccini,
Napoli); “La filosofia senza assoluto” (Athena, Napoli) – cfr. H. P. Grice,
“Absolutes” --; “Logica del concreto,
logica dell’astratto” -- “Ermeneutica della vita morale.” Newman, Blondel,
Piovani, Morano, Napoli); “L'amore” (Studium, Roma); “Il segno della prassi.
Saggi di ermeneutica, Città del sole, Napoli);“Trans-ductio, trans-implicatura”
(Morcelliana, Brescia); “Ermeneutica ed implicatura” (Guerini, Milano); La
traduzione, la traditio -- etica, Morcelliana, Brescia, “Etica e morale,
Morcelliana, Brescia, Ricoeur e la psico-analisi (Angeli, Milano); Quei ragazzi di nome Fausto Bertinotti Boys – Archivio
Panorama. Grice: Jervolino is playing with Calvino. You see,
Calvino, a rather unimaginative writer, wrote a collection of things he titled,
in the whole thing and in the first part, “Glia mori difficili” – People would
have forgotten about it had it not been for Nino Manfredi who brilliantly
played the ‘soldato’ (to Bulco’s vedova) in ‘L’amore difficile’, sic in the
singular but indeed, ‘L’avventura del soldato’ – in that collective film.
Jervolino is having in mind this, and now poses Ricoeur as the widow and
himself as the soldier. On top, he invites Ricoeur to write the prologue which
he stupidly agrees to! Caputo has analysed the reciprocity of love and the
stupidity of seeing it as ‘difficile’. The blame is Calvino – the original sin
– who could have checked with the etymology of ‘difficilis’!” Domenico Jervolino. Jervolino. Keywords:
ermeneutica del dialogo. Refs.: Luigi Speranza, “Girce e Jervolino” -- “Two
cartesian egos”. “Peripezie conversazionale”. “Peripezia ed implicatura”.
“Cogitamus.” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Jommelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del musicista filosofo – muovere l’aria – l’azione
melodrammatica – la scuola d’Aversa -- filosofia campanese – scuola di Caserta
-- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Aversa). Abstract.
Abstract: “As a pianist, I love Jommelli!” -- Keywords: Grice, Jommelli. Filosofo italiano.
Aversa, Caserta, Campania. Essential Italian philosopher. Mattei riporta il seguente aneddoto sul suo soggiorno
in questa città. Andato in visita a Martini (già considerato come uno dei più
sapienti musicisti d'Italia), si era presentato a lui come allievo, chiedendo
di entrare nella sua scuola. Il maestro gli diede un soggetto di fuga che egli
trattò con molta abilità. -«Chi siete voi?», chiese Martini, «volete burlarvi
di me? Sono io che voglio apprendere da voi!» - «Il mio nome è Jommelli, sono
io il maestro che deve scrivere l'opera per il teatro di questa città» - «È un
grande onore per questo teatro avere un musicista filosofo come voi, ma vi
auguro di non trovarvi in mezzo a gentaglia corruttrice del gusto musicale». Grice: “I like Jommelli. Like
Speranza, I play the piano. My avant-garde compositions are thought to be too
avant-garde, too. I especially recall with affection how I would trio with my
father on the violin and my younger brother Dereck on the cello. Dereck became
a professional cellist with Hampshire. My obituary might well read,
“Professional philosopher and amateur cricketer” – well, Dereck is a
professional cellist. With Jommelli we
never know where the amour is!” La teoria degli affetti (in tedesco
Affektenlehre) può considerarsi la prima forma retorica (in tedesco
Figurenlehre) adottata nella storia della musica, infatti puntava a muovere gli
affetti dell'uditorio; già i greci avevano la concezione che la musica potesse
suscitare emozioni: è proprio da questo concetto che i teorici e i musicisti
dell'epoca attingono per applicarlo alla loro musica (si parla nelle prime
cronache rinascimentali di interi pubblici commossi dalla musica). Le autorità
civili ed ecclesiastiche, consapevoli del forte potere della musica sulla
psiche, la utilizzarono come veicolo dei propri messaggi propagandistici.
Ficino apprezza di più le forme semplici e comunicative rispetto alla polifonia
poiché la prima era maggiormente capace di muovere gli affetti, suscitare o
placare le passioni umane rispetto alla seconda, che era vista come artificiosa
e innaturale. Dello stesso parere era Vincenzo Galilei, che preferiva la musica
greca per le sue capacità affettive. La teoria musicale identifica ogni
affetto con un diverso stato dell'animo (es. gioia, dolore, angoscia)
identificati da specifiche figure musicali definite figurae o licentiae
(licenze). La loro particolarità era contraddistinta da anomalie nel
contrappunto, negli intervalli e nell'andamento armonico, appositamente
inserite per suscitare una particolare suggestione. Athanasius Kircher –
gesuita matematico, musicologo ed occultista tedesco – nel suo Musurgia
universalis afferma. La retorica ora allieta l'animo, ora lo rattrista, poi lo
incita all'ira, poi alla commiserazione, all'indignazione, alla vendetta, alle
passioni violente e ad altri effetti; e ottenuto il turbamento emotivo, porta
infine l'uditore destinato ad essere persuaso a ciò cui tende l'oratore. Allo
stesso modo la musica, combinando variamente i periodi e i suoni, commuove
l'animo con vario esito.» (Athanasius Kircher, Musurgia universalis)
Questo trattato e stampato anche a Roma.
Tra le classificazioni e distinzioni degli affetti umani compilate è da
menzionare quella di Cartesio che, nel trattato Les passions de l'âme del 1649,
ne distingueva sei ritenuti principali, quali meraviglia, amore, odio,
desiderio, gioia e tristezza. Invece Giovanni Maria Artusi ne L'Artusi,
ovvero Delle imperfettioni della moderna musica (Venezia), attacca questa nuova
forma musicale che utilizzava intervalli "così assoluti et scoperti",
poiché trasgredivano le regole contrappuntistiche (per esempio le dissonanze
non sempre sono precedute da una consonanza per risolvere su di un'altra).
Monteverdi difenderà quella che lui definisce seconda pratica nell'Avvertimento
del Libro quinto: queste licenze hanno uno scopo preciso, e devono essere viste
in un nuovo modo di comporre, diverso dalla concezione musicale di Gioseffo
Zarlino. Già dai madrigali infatti Monteverdi con le dissonanze intensifica e
rende maggiormente pungenti le immagini proposte dal testo. Vologeso was written using a
wordy libretto by Verazi, itself an extensive reworking of Apostolo Zeno's
Lucio Vero. The plot deals with the constancy of love in the face of great
obstacles, in this case the love of Vologeso, king of the Parthians, and his
wife Berenice. The Roman general Lucio Vero has defeated and captured Vologeso,
fallen in love with Berenice, and spends most of Acts I and II seducing and
bullying her into abandoning her husband. When Lucilla, daughter of the Roman
emperor and Lucio's fiancee, turns up, she and the Roman emissary Flavio are
disgusted by his behavior; Flavio, assisted by Vologeso, leads a revolt that
results in Lucio's capitulation and the restoration of their freedom and their
kingdom to Vologeso and Berenice. The plot allows ample opportunity for dramatic
movement and spectacle, e.g., in Lucio's importunities and their rejection by
Berenice, Vologeso's confrontation with lions in an arena, and the revolt that
ends the opera. The music is conventional in its use of recitative
followed by arias, but forward-looking in that many of the recitatives in Acts
II and II are accompanied by the orchestra rather than the traditional basso
continuo - the arias are often in abbreviated da capo form so that they do not
slow up the action, and the chorus and orchestra play a more considerable part
in the proceedings than is usual in Baroque operas. J. had no great gift for
melody and the opera offers few memorable tunes, but he had a talent for
brilliant vocal display and dramatic orchestral effects. The total effect is
imaginative, lively, and attractive. The casting is odd; with only one
male voice and five sopranos it's hard to tell the characters apart. Odinius,
Rossmanith, and Schneiderman all have good voices and are comfortable with
Baroque style and ornamentation and expressive in their characterizations.
Waschinski and Taylor are as good as most falsettists, though as usual their
uneven voice production and unfocused tones set my teeth on edge, and
Waschinski sounds much too feminine to make plausible the heroic figure of
Vologeso. (I really do not understand why conductors and producers nowadays
insist on using these voices in Baroque opera, a practice that has neither
historical nor aesthetic justification.). The Stuttgart Chamber Orchestra is
alert and responsive, Bernius keeps everything moving along briskly, and the
sound is excellent. Il Vologeso doesn't stand up too well compared to the
Italian operas of Handel or Gluck, but taken on its own terms and as presented
here, it is thoroughly enjoyable While Mozart may have claimed
Jommelli’s musical style to be passé, Vologeso itself is a reworking of an
already antiquated libretto by Apostolo Zeno, originally called Lucio Vero and
first set by Pollarolo for Venice. Moreover, the version set by Jommelli and performed
here by Classical opera is in fact a modification of a modified libretto. The
new librettist Mattia Verazi had revised the by then popular version produced
by Lucarelli for Rinaldo di Capua’s setting of 1739 rather than Zeno’s
original. The story is a familiar one, mingling political intrigue with love
both unrequited and true. In the eastern provinces of the Roman Empire, Lucio
Vero (Jackson) is victorious in battle and captures Berenice (Summerfield),
wife of the Parthian king Vologeso (Kelly). Captivated by her beauty, Lucio
Vero makes every effort to win her with the assistance of his minister Aniceto
(Verney). Meanwhile, Vologeso attempts to assassinate Lucio Vero but is
recognised by Berenice, causing him too to be taken prisoner. Further complicating
matters, Lucio Vero’s betrothed, Lucilla (Angela Simkin), has arrived in
Ephesus with Flavio (Jennifer France), an ambassador from Lucio Vero’s
co-emperor, ANTONINO (si veda). After many separations of the faithful Vologeso
and Berenice, increasingly cruel plots on Lucio Vero’s part to attain the
latter, and the threat of civil war from ANTONINO (vedasi), all is resolved and
the various couples are reunited without any blood being shed. Although
Zeno’s libretto is not remotely like those produced by later poets and
composers interested in reforming operatic conventions, the play’s enduring
appeal might well be attributed to its strong sense of spectacle, which
coincided neatly with the objectives for reform. Indeed, the play contains
on-stage depictions of Lucio Vero’s attempted assassination, Vologeso’s fight
with a lion in the arena, and at least one ‘mad scene’ for Berenice in addition
to traditional opera seria ingredients of triumphal marches, grand armies, and
the obligatory chorus announcing a lieto fine. Sometimes I felt that this
element of spectacle was lost in the context of a concert performance. Though
that is of course an unavoidable casualty of this mode of presentation, it was
further compounded by Jommelli’s own reluctance to capitalise on these aspects
of the play as did other contemporaries. Furthermore, artistic director Ian
Page writes in the introduction to the programme that besides the expected
editing of the recitative, he chose to cut not only a number of pieces in their
entirety, but also some arias’ middle-sections and their reprises in the
interests of ‘maximising our potential to appreciate and enjoy the opera’. Of
these, one was the opening chorus, which might have helped to restore some of
this sense of grandeur, if indeed Page’s goal was to get a feeling of
‘[experiencing] what a typical eighteenth-century opera was like’. J.’s
musical style in this opera has clearly moved on from the grand and expansive
show pieces we find in his earlier operas, such as Didone abbandonata of 1747
(performed in London in 2014 and also reviewed here). With the exception of one
or two numbers which might be said to respond to a more traditional heroic
opera seria style, such Crede sol che a nuovi ardori, Flavio’s only aria, the
focus in Vologeso is instead on creating a more declamatory mode and
‘realistic’ rendering of the dramatic and emotional content of the text. As
such, the use of coloratura is generally much reduced and arias very often feel
more like ariosos, often to the point that it feels like accompanied recitative
intrudes upon melodic lines. The music is nevertheless still imbued with grace
and lyricism, and is marked by sometimes fussy, yet fine, delicate and
lace-like accompaniments. And there are some really good and interesting
numbers too: the quartet Quel silenzio, Lucio Vero’s Se tra ceppi, Lucilla’s
first aria Tutti di speme al core, the already mentioned Crede sol, as well as
some very effective and attractive accompagnatos. In spite of the title,
this version (or at least as it has been presented to us with the cuts)
nevertheless still focuses greatly on the character of Lucio Vero and his
relationship with Berenice. Stuart Jackson’s performance came across as
something of a slow burning affair, only really coming fully into the character
after interval and reaching the apogee of dramatic intensity in his final aria.
And yet it felt largely like Lucio Vero was being interpreted as being the
youthful hero, the primo uomo role usually reserved for a castrato. This may well
be due to Verazi’s redaction of the opera, which seems to me to result in a
somewhat schizophrenic character, vacillating between tyrannical, or rather
psychopathic, conqueror and lovelorn hero. This is effectively underlined by
the kind of music with which J. furnishes the character: languid arias with
long, plangent melodic lines, such as his opening Luci belle and the cavatina
Che farò? in Act 2, and a handful of arias which verge on aria di furia
territory. To my mind, Lucio Vero’s actions are not driven by real love for
Berenice but rather an overwhelming desire for power: not only in and of
itself, but also power over others. To this end, his rejection of Lucilla is
not merely an amorous choice, but a rejection of the power of Rome and the
authority of his co-emperor Marcus Aurelius altogether. So too the
psychological manipulation of Berenice in an attempt to bend her to his will.
Thus, Stuart Jackson’s characterisation of Lucio Vero as the amorous lead did
not always sit quite well for me, in spite of a good voice and elegant
execution. The performance otherwise had much working in its favour. I
very much enjoyed Sutherfield’s portrayal of Berenice, and there was some
excellently judged acting from Rachel Kelly. I have already mentioned Jennifer
France, whose delightful aria was executed with all the charm and grace that
the butterfly described in her text required. One did feel slightly for Tom
Verney, his solid performance in his lone aria aside: his role of Aniceto was
decidedly minor in this version of Zeno’s play, with the character’s love for
Lucilla never really explored (again a shortcoming of the libretto). And, of
course, the orchestra itself was as sharp and on-point as we have come to
expect from Classical Opera. My overall impression from the programme
notes, however, is that Vologeso in and of itself was perhaps somewhat
unconvincing to the artistic team in the first instance. Indeed, Page writes
further in his introduction that ‘Jommelli does not belong among the truly
great composers, to be sure. While undoubtedly there are countless flops
littering the battlefields of eighteenth-century opera, and works that are best
left to languish in obscurity, credit must be given where credit is due. And J.’s
legacy is by far too monumental to ignore. The assertion that much of the music
of contemporaneous composers sounds quite like Mozart for much of the time
should rather be inverted: it is Mozart, his uniqueness notwithstanding, who is
effectively a product of his time! A final note: a future Classical Opera
concert this year is to feature some arias from Semiramide by Josef Mysliveček,
another figure well known to the Mozart family and whose work has occasionally
been misattributed to the young Wolfgang in the past. A full opera of his at
some point, further showing how Mozart was fully integrated into the existing
musical landscape, would be most welcome indeed! Jommelli.
Keywords: musicista filosofo, Vincenzo Galilei, Grice’s piano, pavane. Nerone’s
pavane – Home Sweet Home -- Meistersinger, Mahler, music-hall ditties. Grice. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Jommelli” – The Swimming-Pool Library. Jommelli
Luigi Speranza –GRICE ITALO!; ossia, Grice e Juvalta: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Chiavenna -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Chiavenna).
Abstract. Grice:
“Mussolini thought that Herren von Juvalten did not sound ‘quite Italian’!” -- At
Torino, as at Oxford, Kant is often unwelcome – that’s why you have people like Juvalta, or Grice! Keywords, H. P. Grice, Juvalta. Filosofo italiano.
Chiavenna, Valtellina, Sondrio, Lombardia. Grice: “At Harvard, I said I was ‘enough of a
rationalist,’ but perhaps Juvalta would say that wasn’t enough!” – Grice:
“Juvalta has explored the limits of rationalism, in connection with value and
reason: if value is irrational, how can co-operation be rational in terms of an
accord to follow conversational maxims?” essential Italian philosopher. Ogni sforzo di derivare una valutazione morale da
qualche cosa di cui non sia già riconosciuto il valore morale è dunque vano e
illusorio. O non dà quel che si cerca, o presuppone quel che si pretende di
fondare.» Il genitore è il barone Corrado Juvalta – herren von der Juvalt,
herren von Juvalt --, cancelliere della locale pretura originario di Villa di
Tirano. Educato a Tirano, e tiranese poi creduto sempre dagl’amici. Dopo gli
studi liceali trascorsi tra Como e Sondrio, si iscrive a Pavia dove si laurea con
una tesi su Spinoza, sotto la guida di CANTONI. Successivamente insegna a
Caltanissetta, Potenza, Spoleto, e Torino. Le tematiche accademiche
prevalentemente trattate riguardarono soprattutto i valori di libertà e di
giustizia con ampie riflessioni etiche. Convinto della loro generalità e
universalità, arriva ad auspicarne una loro applicazione anche nello studio
delle categorie politiche ed economiche. La filosofia di J. è una profonda
riflessione sull'etica portata avanti con il metodo dell'analisi. Anche se,
come risulta dalla sua, non troviamo nei suoi scritti importanti contributi sul
piano gnoseologico ed epistemologico, dal momento che il suo principale campo
d'indagine fu prevalentemente il Sistema morale, possiamo affermare senza
dubbio che sia il kantismo che il Positivismo costituirono il nucleo di fondo
della sua posizione, da cui sviluppò la sua impostazione metodologica. Il
positivismo, in particolare, è stato il primo grande sistema filosofico con cui
si è misurato nella prima fase della sua elaborazione concettuale. Tuttavia J.
sarà costretto a prendere presto le distanze da una siffatta visione della
morale. I motivi di questa rottura sono da imputare principalmente al suo fermo
rifiuto di accogliere come sostenibile la pretesa positivistica di fondare
l'etica sulla scienza. Il giudizio con il quale si afferma il valore di un
oggetto è diverso e non deducibile dal giudizio col quale ne afferma
l'esistenza o la possibilità o la connessione modale o condizionale con altri
soggetti. Apprendere come le cose sono, è tutt'altra cosa dal valutarle. Dal
momento che l’etica si concreta nella costruzione di una teoria ed in
particolare di un sistema coerente di valori morali, il giudizio che sta alla
base di una qualsivoglia teoria etica deve configurarsi come “un giudizio
originario” che ha una natura eminentemente etica, quindi non scientifica né
tantomeno metafisica. Se però una etica scientifica appare insostenibile per il
motivo dell'indebita derivazione di un giudizio di valore, di natura morale,
dal giudizio ‘aletico,’ di natura fattuale, è indubbio che la costruzione di un
sistema morale debba essere condotta con criteri di scientificità. Nella misura
in cui ogni teoria si basa su criteri logico-deduttivi e viene definita dalle
relazioni logiche che intrattengono in essa i propri elementi costitutivi, così
anche la costruzione di un sistema etico deve seguire la stessa metodologia e
mostrare possibilmente l'identica costruzione formale. Questo sistema di valori
ha l'obbligo di mantenere al loro interno un imprescindibile grado di coerenza,
se vogliono risultare sostenibili ed essere così accettati dalla ragione
(pratica). Quando parla di ‘teoria’ dell’etica lo fa proprio pensando a questo
carattere logico-deduttivo dei valori all'interno di un sistema. In particolare
vede garantita la coerenza di un sistema morale nella misura in cui un coerente
insieme di valori viene rigorosamente derivato (volitativamente) da un
postulato, imperativo categorica, o assioma, di valore morale capace di fungere
da premessa all'intero sistema (allora come insieme di massime
universalisabili). Una volta prese le distanze dai positivisti, si avvicina
successivamente al Kantismo; in particolare accoglierà, anche se con alcune
riserve, molte delle posizioni assunte dal cosiddetto Neokantismo, il movimento
di pensiero che ha come obiettivo la ri-valutazione piena del filosofo di
Konisberg riadattando i contenuti del suo pensiero ad esigenze e problematiche
tipiche della contemporaneità. Vede in Kant il più grande filosofo della
modernità, colui che meglio di qualsiasi altro pensatore ha saputo cogliere il
vero senso dell'autonomia della morale, svincolando per sempre l'etica dai
saperi di natura conoscitiva (aletica, pura, o giudicativa), i quali, proprio
in quanto si rivolgono all'ambito del fenomeno, non riescono a coglier
interamente tutto ciò che ha a che fare con la sfera dei valori (come per
esempio la scienza e in generale l'ambito teoretico). L'indipendenza e
l'indeducibilità del valore morale da qualsiasi speculazione teoretica fu, come
tutti sanno, riconosciuta e affermata, nella forma più esplicita e con
grandissimo vigore dal Kant. Kant ha il grande merito di consegnare alla morale
uno speciale statuto di autonomia e di indipendenza. La morale esprime questo
suo carattere di autonomia e di “auto-assiomaticità” per poter continuare ad
essere coerente e allo stesso tempo attendibile sotto il profilo puramente
teorico. Abbracciare l'idea di autonomia della morale significa accettare una
visione anti-fondazionalista dell'etica. L’etica non può prendere le mosse che
da se stessa. Ogni tentativo di fondare l’etica su ambiti del sapere diversi da
quello morale, finisce con il configurarsi come un'indebita pretesa di
intromissione da parte di chi si illude di derivare un contenuto del valore
morale da una premessa fattuale o metafisica o estetica. Alla base di un
sistema coerente del valore morale, cioè un sistema morale costruito
deduttivamente, deve esserci un postulato originario (assioma o imperative
categorico) di natura etica e non di natura aletica o peggio ancora metafisica,
e questo per questioni eminentemente logico-analitiche, che impongono ad ogni
sistema coerente di evitare la fallacia logica della petitio principii, cioè
l'errore di voler caparbiamente dimostrare ciò che invece abbiamo già
implicitamente accettato nelle premesse. Una volta riconosciuto il contenuto di
quel postulato morale e pensato come un valore che può essere vissuto ed
accettato da un soggetto agente e concreto, allora si creano i presupposti di
base perché una coscienza riconosca in esso un'intrinseca validità, che trova
una sua precisa giustificazione solo a partire dalla sua intima natura
assiologica. È proprio questo suo riferimento al contenuto del valore morale
che lo costringe a rivedere i limiti di una filosofia morale incardinata su
binari formalistici e a non accettare tout court la filosofia morale di Kant.
L'ambito della giustificazione e l'ambito esecutivo. Assumere come principi
della ricerca etica l'autonomia, l'antifondazionalismo, l'antiformalismo porta
J. a distinguere l'ambito della giustificazione, cioè il momento riflessivo che
ci vede impegla ricerca di ragioni che possano difendere razionalmente la
scelta di un fine e di un valore morale, dall'ambito esecutivo che invece coinvolge
il momento motivazionale dell'azione ed è fortemente condizionato da elementi
contingenti legati al momento storico, inter-soggetivo, e culturale nel quale
il soggeto si trova ad agire. Con un atteggiamento tipicamente moderno difende
la possibilità dell'esistenza di una pluralità di fini morali sia sul piano
teorico che pratico, e con la stessa energia cerca di trovare una soluzione per
definire le precondizioni teoriche che rendano possibile una compatibilità tra
i diversi valori. La modernità define un passaggio epocale e pieno di tensione
nel campo della filosofia morale ed ha segnato il tramonto di un'unica, grande
e coerente visione dell'etica. Con l'avvento dell'epoca moderna si è fatta
strada l'idea del tutto legittima dell'accettazione di differenti sistemi di
valori e di diverse visioni del mondo, i quali trovano, da questo momento, una
loro precisa dignità e legittimità in virtù delle ragioni che le diverse
dottrine filosofiche hanno saputo elaborare in favore della loro sostenibilità.
Invita a prendere coscienza di questo cambiamento di prospettiva e a
considerarlo, asetticamente, come un passaggio dal vecchio problema della
morale, in cui il fine principale era la ricerca di una fondazione dell'etica e
di una giustificazione dell'esigenza del bisogno di moralità all'interno di
ogni coscienza, al nuovo problema della morale riassumibile nella domanda; come
possiamo decidere i beni e i valori desiderabili in sé una volta che abbiamo
accertato l'esistenza di una pluralità dei postulati di valutazione morale? La
scelta del fine supremo e i limiti del razionalismo etico Juvalta vede nel
momento della determinazione della scelta del fine supremo, il cui contenuto
costituisce la base per il postulato di valore primario, il principale limite
del razionalismo etico. La razionalità può solamente giustificare, cioè portare
ragionamenti a favore di una tesi, o stabilire relazioni e deduzioni tra
elementi di un sistema, in questo caso valori, che sono legati dalla loro
stessa natura; ma essa non può imporre i fini. La razionalità accetta, per così
dire, il giudizio di valore morale come un dato, ma non lo può stabilire lei in
via preliminare perché nel campo etico la razionalità non riesce a cogliere
interamente la natura dei nostri giudizi di valore. La ragione dei mezzi per
quanto si faccia non dà valori; la ragione esige la coerenza; teorica: dei
giudizi fra di loro e con i principi e i dati su cui si fondano; pratica: delle
valutazioni derivate e mediate con le valutazioni direttamente o postulate, e delle
azioni con le valutazioni. Le valutazioni sono, come espressioni di una
esperienza interiore sui generis, valide di per sé. I valori ultimi di libertà
e giustizia Tuttavia il messaggio di Juvalta contiene anche un aspetto
propositivo, non secondario. Anche se esiste una pluralità di valori che la
coscienza può scegliere come fini, i quali si costituiscono come le linee guida
della nostra condotta individuale, una volta adottato il criterio razionale di
‘universalizzazione’ del valore è possibile intuire che le scelte si riducono
rispetto a quelle che la ragione può immaginare come possibili e, soprattutto,
viene meno la completa arbitrarietà della scelta originaria. E convinto che due
valori su tutti debbano essere visti come i fini supremi su cui improntare la
nostra vita e organizzare le nostre società, vale a dire, primo, il valore
morale della libertà; secondo il valore morale della giustizia. Libertà e
giustizia costituiscono le pre-condizioni della vita morale e gli unici due
valori morali, tra quelli possibili, che risultano universalizzabili. Essi sono
le sole precondizioni che permettono ad ogni essere umano di realizzare il
proprio fine e di raggiungere i propri beni o valori, in vista di una totale e
piena realizzazione della natura umana, senza limitare la ricerca della
moralità dell’altro. Libertà e giustizia rappresentano per così dire i cardini
di ogni sistema morale con i quali poter impostare se non un vero e proprio
ripensamento di ogni pratica umana almeno una profonda critica ai modelli di
società dominanti quali l'individualismo liberale, l'autoritarismo o la
proposta socialista. La libertà esprime l'esigenza delle condizioni
inter-soggettive necessarie a fare dell'uomo una persona padrona di sé di
fronte a sé e di fronte ad ogni altro. La giustizia esprime l'esigenza delle
condizioni inter-soggetive necessarie all'esercizio universalmente efficace di
questa libertà. Non fu un pensatore sistematico e non cercò mai di definire un
sistema filosofico che rendesse ragione dell'organicità del suo pensiero. E
sostanzialmente contrario a ingabbiare la riflessione filosofica in grandi
narrazioni o in arbitrari sistemi, dal momento che era fermamente convinto che
il pensiero soprattutto etico sfuggisse per così dire all'idea di sistematicità
e organicità che aveva così profondamente caratterizzato la maggior parte del
lavoro filosofico ottocentesco. D'altra parte questo non significa che non
esiste un'evoluzione all'interno della sua riflessione, o che la sua proposta
nel campo della filosofia morale non trovi una sua coerenza e una struttura di
fondo ben definita. Saggi: “I due limiti del razionalismo etico: liberta e
giustizia” (Einuadi, Torino). Contiene:“ Prolegomeni a una morale distinta
dalla filosofia” (Bizzoni, Pavia); Le dottrine delle due etiche, Rivista
filosofica; Per una scienza normativa morale, Rivista filosofica; Il fondamento
intrinseco del diritto; Su i limiti della morale, Bocca, Torino; Il metodo
dell'ECONOMIA pura nell'etica, Rivista filosofica; Postulati etici e postulati
metafisici, Rivista di filosofia; Postulati etici e imperativo categorico, Atti
congresso di filosofia, Bologna, Formiggini, Genova; Sula pluralità dei
postulati di valutazione morale, Atti del congresso della società filosofica,
Genova, Formiggini, Genova; I vecchio e il nuovo problema della morale, Z,
anichelli, Bologna; In cerca di chiarezza; Questioni di morale; I limiti del
razionalismo etico, Lattes, Torino; Il conflitto morale, Rivista di filosofia;
La dottrina morale di Spinoza, Rivista di filosofia; Basciani, L’etica della
giustizia, Desclèe, Roma; Picardi, La morale in J., Filosofia, Marzorati,
Milano; Viroli, L'etica laica, Angeli, Milano); J., «Rivista di storia della
filosofia», Angeli, Milano, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, Guido Scaramellini, Chiavennaschi nella
Storia, Chiavenna, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “Again, these Italians! I know that I had I been one, I had been
‘il filosofo di Harborne’ – now Juvalta, they doubt as to how Italian he can be
seeing that he is listed in Scaramellini’s little book, “Schiavennaschi nella
storia”!” Grice: “Unlike me, Juvalta is a baron, from the ‘grigioni’ – i. e.
the grey league – because of the grey wool they wore --. ‘grissone,’ as in my
surname, so in a way we ARE related!” ”
IL VECCHIO E IL NUOVO PROBLEMA DELLA MORALE; Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale. IL FONDAMENTO DELLA MORALE. Sula pluralità dei postulati di
valutazione morale. IL CARATTERE DEL PROBLEMA E LE SUE FORME Se la saldezza di
un giudizio dovesse giudicarsi dall'accordo delle dottrine che cercano di
stabilirne il fondamento, nessuna specie di giudizi sarebbe piú incerta dei
giudizi morali. Se così non è, se i giudizi, o almeno alcuni, sono, nonostante
l'incertezza del fondamento, riconosciuti e accolti come validi
incontestabilmente, può apparire legittimo il dubbio, o che il vero fondamento
non sia ancora trovato, o che non si possa trovare: cioè che il problema sia
insolubile. E in questo caso: se sia insolubile per difetto di mezzi, ossia per
radicale nostra incapacità a risolverlo; o perché è un problema mal posto, cioè
nella forma con la quale si presenta, illusorio e fittizio. Dichiarando subito
che a mio credere il problema è insolubile, ed è insolubile perché fittizio,
m'è appena necessario di soggiungere che ciò non equivale in nessun modo (come
potrebbe parere a prima vista) a ritenere prive di significato ed infeconde le
indagini e le discussioni delle quali fu lievito, né tanto meno ad ammettere
che, rimosso il problema fittizio, nessun problema gli sottentri, anzi non ne
rampollino piú altri al luogo suo. Mostrare come e perché un problema sia mal
posto, non è altro in effetto che la preparazione necessaria a sostituirgliene
degli altri. Il problema del fondamento è ispirato primamente e dominato, si
può dire, in tutte le sue forme da una preoccupazione pratica e apologetica:
Bisogna dimostrare che la morale ha ragione; che quel che essa suggerisce o
prescrive è veramente bene che la sua autorità è legittima e deve essere
rispettata. Ora un tal modo di porre il problema presuppone manifestamente che
su ciò che la coscienza morale prescrive non cada dubbio; o che, se il dubbio
sorge nasca non da incoerenza o opposizione di criteri diversi o contrastanti,
ma da errore e confusione di interpretazioni e di giudizio nelle applicazioni
concrete. Il che si accorda con la osservazione di fatto che fino a quando il
presupposto è legittimo, cioè nei limiti nei quali corrisponde a una
convinzione universale saldamente stabilita, non è questa o quella dottrina sul
fondamento della morale che fa accettare o respingere i dettami della coscienza
morale, secondo che si accordano o no con la dottrina, ma sono le convinzioni
morali che fanno accettare e respingere una dottrina secondo che è o appare
adatta o disadatta a dar ragione della loro certezza, a mostrarne la validità.
Questa preoccupazione pratica spiega l'insistenza e la pertinacia degli sforzi
volti a risolvere un problema radicalmente insolubile: di giustificare ciò che
è presupposto in ogni giustificazione; di derivare da delle idee una volontà;
di creare con dei ragionamenti un potere; illusione che si rivela nelle forme
piú svariate e negli indirizzi piú diversi, e per la quale accade, cosa
notissima, che a ciascun sistema riesce assai piú facile dimostrare
l'insufficienza degli altri, che provare la sufficienza propria. Il problema fu
infatti inteso in modi diversi, e la soluzione cercata in direzioni
corrispondenti, distinte e chiaramente separabili; sebbene il piú delle volte
variamente intrecciate e sovrapposte l'una all'altra in un medesimo indirizzo
di pensiero e anche in uno stesso sistema. Infatti la domanda: «Perché dobbiamo
noi fare, cioè volere ciò che la coscienza morale ci detta», che è la forma piú
larga e indifferenziata in cui il problema si esprime, suggerisce quattro tesi
o tipi di soluzione diversi. Considerare i principi e le norme morali come
«verità» di cui si cerca il fondamento in una realtà obbiettivamente data alla
coscienza. Dimostrare la bontà di ciò che la morale prescrive, cioè derivarne
le norme da un fine ossia da un bene o ordine di beni (qualunque ne sia poi la
natura) che ne giustifichi l'osservanza. Provarne l'autorità; e cercare di
questa autorità il fondamento: a) sia nella storia; b) sia in una volontà
distinta dal volere personale e che si impone ad esso. Ciascuno di questi tipi
di soluzione deve essere esaminato piú brevemente che sia possibile, ma
esaurientemente. Sulla pluralità dei postulati di valutazione morale. La
persuasione che i principi morali, i criteri di valutazione, le norme della
condotta, non solo possano ma debbano avere il loro fondamento in un ordine di
verità accertabile teoricamente, cioè si possano ricavare da rapporti o leggi
validi obbiettivamente, in nessuna altra forma forse appare piú chiaramente che
in quella della questione, dibattuta con tanto accanimento, se la morale si
fondi sulla scienza o sulla metafisica, e nella natura degli argomenti messi in
campo così dall'una come dall'altra parte. Perché la scienza si sforzava di
dimostrare che la realtà a cui faceva appello la metafisica era immaginaria o
inverosimile, e in ogni caso arbitraria ed incerta, e quindi non poteva su di
essa fondarsi nulla di obbiettivamente valido; e la metafisica insisteva nel
porre in evidenza la relatività, la contingenza, la limitatezza della
conoscenza empirica; e l'impossibilità di attingere in essa alcuna verità
necessaria ed universale, e perciò una qualsiasi validità né di forma, né di
fine, né di doveri. Ora l'uno e l'altro tipo di argomentazione si svolgevano e
si svolgono appunto nell'ambito di questo presupposto: che i principi morali
debbano fondarsi su qualche cosa d'altro, che li legittimi, che ne dimostri la
certezza, che ne faccia riconoscere la verità; senza avvertire che il fatto
stesso del discutere, cioè dell'ammettere la buona fede, cioè dunque la
moralità del contraddittore, smentisce il presupposto. Il che concorda con
l'osservazione ovvia ma non negabile per la sua massiccia evidenza: che si
trovano degli uomini di sincera e provata rettitudine morale fra i seguaci
delle piú diverse dottrine. Né vale l'obbiezione che si può fare e si fa: che
non si tratta di vedere se ci siano delle persone morali, tra i seguaci di una
dottrina, ma se questi siano logici o siano coerenti con se stessi; os- sia se
con quelle dottrine si possa ragionevolmente conciliare quel modo di giudicare
e di valutare. Perché una tale obbiezione non esce dall'ambito del presupposto,
anzi lo implica, appunto perché ammette come pacifico che un criterio di
valutazione morale abbia una connessione necessaria, cioè logica, con certi
principi teorici, e che non possa essere accettato se non in grazia di quei
principi. Ma è il presupposto del fondamento teorico che bisogna provare; e non
si prova con una petizione di principio. Il criterio morale a non si legittima
se non col principio teorico A; se troviamo accettato a con B con C con D e non
con A, vuol dire che quella coscienza è illogica, incoerente. Ma perché diciamo
noi che sono illogiche le menti che non connettono a con A invece di
riconoscere semplicemente l'altra alternativa: che è possibile così l'una come
l'altra connessione, che non vi è nessuna necessità intrinseca di dipendenza di
a da A? Appunto perché, se si ammettesse che un medesimo criterio morale può
accordarsi con principi teorici diversi, si dovrebbe ammettere che non si fonda
né sull'uno né sull'altro, cioè che la fondazione teorica è illusoria. Insomma
il ragionamento si riduce a un procedimento di questo genere: per dar certezza
a una valutazione morale è necessaria una certa fondazione teorica; ciò importa
che, o non si debba trovare quella certezza senza questa fondazione, o che se
si trova, essa sia una certezza erronea, una certezza irragionevole illogica,
una certezza che non ci dovrebbe essere. Tu qui! Ma è impossibile! dice la
metafisica alla morale quando la vede in casa dell'empirista; e il medesimo
rimbecca l'empirista alla morale del metafisico. Ed ambedue hanno torto, perché
dove la morale si trova, ella è in casa sua anche quando paia a chi dimora con
lei di averla ospite1 in casa propria. 1 Neppure vale a toglier peso al fatto
l'osservazione che questa possibilità di coesistenza indifferente è soltanto
apparente, perché dovuta a difetto di riflessione e di rigore logico; e sia
inattendibile, perché dove si avvera, manca la [Ma se questa fondazione
extra-morale della morale è illusoria, donde nasce l'illusione e di che si
alimenta? Quando il sociologo afferma che le norme morali esprimono le esigenze
della vita sociale e si fondano sulle leggi della sociologia, ciò che si tratta
di vedere non è già se veramente le norme morali corrispondono o no a tali
esigenze e soltanto a quelle; né quali siano, tra le innumerevoli leggi scoperte
e che si vanno scoprendo, quelle nelle quali la morale trova il suo fondamento;
ma si tratta di vedere se dalla sociologia si possa ricavare il valore della
società, dalle leggi della vita il valore della vita, dal processo di
formazione e di incremento della civiltà il valore della civiltà, in una
parola, dai rapporti condizionali il valore del condizionato. Ora una scienza,
qualunque scienza, formula dei rapporti, non dà valori; i rapporti possono
bensì far attribuire un pregio a qualchecosa, se stabiliscono la dipendenza
condizionale e causale di un valore da ciò che, appunto per tale connessione,
diventa a sua volta un valore mediato; ma il πρῶτον ἄξιον deve essere già dato, posto, riconosciuto come
valore, perché sia possibile qualsiasi giudizio assiologico su ciò che ha
relazione con esso. Tutte le piú complicate e piú delicate meraviglie della
vita non bastano a darle il benché minimo pregio se non si riconosce già come
bene o la vita stessa o almeno alcuni dei fini ai quali può esser volta: anzi
non sono «meraviglie» se non perché si illuminano di questo valore finale. Che
la civiltà e la cultura siano da preferire alla barbarie e all'incultura sembra
dimostrabile; ed è infatti; ma quando sia ammesso o sottinteso — come accade in
effetto — che abbiano piú di pregio o di dignità o di desiderabilità certe
facoltà e attività e forme di condotta che certe altre, cioè quando sia già
posto e accettato un criterio di valutazione. Pare a prima vista una
pedanteria. Non si riconosce infatti da tutti che la vita valga la pena di
essere vissuta? e anche quelli che la negano a parole, non sentono nell'istinto
profondo smentire la loro negazione? Ammettiamo senza discutere, sebbene la
cosa non sia così liquida come pare, l'universalità del consenso od almeno
dell'istinto. Si tratta qui di vedere se questo apprezzamento della società e
della vita, questo riconoscimento di valore è posto, è dato dalla scienza; se
questa voce dell'istinto, questa volontà di vivere abbia o no l'autorità che le
si attribuisce o suppone. Cioè si tratta di sapere, insomma, se chi vedesse
nella società e nei suoi frutti un groviglio di miserie e di vergogne possa
trovar mai nella sociologia la confutazione del suo giudizio; e se a chi
trovasse la vita un limbo indifferente possano le leggi della biologia farla
apparire desiderabile; e se sia la conoscenza della sociologia o della biologia
o della psicologia che darebbe voce all'istinto se fosse muto, e autorità, se
non ne avesse, alla sua voce. competenza richiesta. Un libriccino pubblicato
dal LALANDE alcuni anni fa -Précis raisonné de Morale pratique, Alcan -si
distingue dai molti consimili nostrani e di fuori (qui non occorre accennare ad
altri pregi) per questa circostanza caratteristica: che il catechismo morale
che vi è esposto e spiegato era stato sottoposto all'esame e aveva raccolto il
consenso esplicito dei piú noti e autorevoli moralisti di credenze e di
opinioni filosofiche diversissime. La testimonianza dei «competenti» veniva in
questa occasione a confermare quello che è un luogo comune della storia delle
dottrine e della pratica morale: che sul valore e sul contenuto delle norme
morali siamo tutti d'accordo, perché tutti siamo d'accordo, quanto
all'essenziale, nel giudicare la nostra condotta o l'altrui: Tutti quali che siano
le convinzioni filosofiche e religiose ed anche se non abbiamo in proposito
convinzioni di sorta» (VARISCO, Massimi e problemi, Metafisica e morale. E
Varisco, come è noto, è persuaso che una vera morale implichi una Metafisica
«definitiva»). Quanto all'accordo sul «contenuto» forse, come si vedrà in
seguito, pare piú largo di quel che in realtà non sia. Ma qui si tratta del
valore. Quanto poi alla Metafisica definitiva si chiede: a che stregua si
giudicherà la metafisica adatta a fondare la morale? Non si ammette già che il
criterio sarà fornito dall'accordo con la «vera morale» e cioè, dunque, che la
vera morale è già data prima e fuori della Metafisica? Neanche è da credere che
tutto si riduca a questo salto; e che superato il passaggio incolmabile dall'effetto
al fine e dalla conoscenza al valore, fatto proprio dalla scienza il
presupposto iniziale di valutazione che essa non può dare, ogni difficoltà di
questo genere sia allontanata. Quel che non può dare una conoscenza empirica
non può dare una conoscenza metafisica, se non a patto di intendere già per
conoscenza metafisica la conoscenza non di una realtà «intelligibile» e in
quanto è intelligibile, ma di una realtà già apprezzata o apprezzabile; non la
conoscenza di enti ma la conoscenza di valori. Quando Rosmini si sforza con
grande vigore di dimostrare che la conoscenza dell'essere è conoscenza del
grado di entità, e quindi del grado di perfezione delle cose, e che perciò la
stima speculativa (la conoscenza del grado di perfezione) può e deve diventare
modello e norma della stima pratica (l'assenso del nostro volere), egli assume
già nel concetto dell'essere quello di bene, nel concetto di realtà quello di
perfezione, cioè di valore; e non deriva il secondo termine dal primo se non
perché lo ha surrettiziamente già identificato con esso. La sua «stima
speculativa» in quanto è stima, cioè apprezzamento e valutazione, è già
pratica, perché non ha luogo se non in rapporto alle «potenze pratiche»; in
quanto è speculativa cioè conoscenza obbiettiva, intellezione della realtà, non
implica nessun apprezzamento. Insomma, in quanto è stima non è speculativa, in
quanto è speculativa non è stima. La cosa appare anche piú manifesta se si bada
che l'essere non può servire di criterio alla stima se non perché si ammette un
ordine, una gradazione di enti, e quindi di realtà. Ma la realtà, in quanto
esistenza, non ha gradi; ciò che si può graduare è il pregio o il valore, in
qualunque entità esso sia riconosciuto, non l'esistenza delle cose; e la realtà
è graduata perché sono graduati pregi, o i beni, o i valori che essa ci
presenta realizzati. Che i due termini siano diversi e l'uno non deducibile
dall'altro appare manifesto dalla necessità di assumere, secondo la profonda e
costante tendenza del platonismo, il concetto di perfezione come sintesi dei
due concetti del reale e del bene, o con espressioni piú moderne,
dell'esistenza e del valore. Ora la perfezione non si può intendere se non in
relazione con un modello, con un disegno attuato o da attuarsi, con una finalità;
e la finalità implica una valutazione, cioè una scelta, cioè una volontà. Ed
eccoci alla sorgente unica e comune della impossibilità di derivare un criterio
di morale dalla realtà obbiettiva, empirica o metempirica, da qualsiasi dato o
legge o induzione o verità teoretica, sia scientifica, sia metafisica. Una
realtà data o possibile non può dare un criterio di valutazione se non la si
considera come una finalità, ossia se non le si riconosce un valore. E il
giudizio con il quale si afferma il valore di un oggetto è diverso e non
deducibile dal giudizio col quale ne affermiamo l'esistenza o la possibilità o
la connessione modale o condizionale con altri oggetti. Apprendere come le cose
sono, è tutt'altra cosa dal valutarle3. Per interpretare le leggi naturali come
leggi morali bisogna scegliere tra le leggi necessarie e le condizioni utili a
una forma di vita e le leggi e condizioni utili a una forma diversa. Ad ogni
nuovo passo, ad ogni bivio si sostituisce alla conoscenza obbiettiva la
valutazione, si rende necessaria una scelta; e la valutazione se anche non è
espressa, e sottintesa. Caratteristica, a questo proposito è la affermazione
del Levy-Bruhl che «la conquista metodica della realtà» cioè «un'arte razionale
fondata sulla scienza della realtà sociale» deve prendere il posto della
«concezione immaginaria di un ideale -La morale et la scienze des mœurs. Questa
conquista metodica della realtà sarà pur guidata, — e non può essere altrimenti
— se non da un ideale, ché ogni ideale è soppresso, dall'idea di qualche cosa
che si pone come piú desiderabile o migliore. Ma quale è il criterio di questo
meglio? di quella amélioration che, come dice poche righe piú sotto delle
parole citate, non bisogna disperare di portarvi? Questo criterio non può
essere il reale stesso che bisogna modificare e migliorare; sarà dunque, di
nuovo, in ideale o qualche cosa che lo sostituisce. «L'ombra sua torna ch'era
dipartita». Il pragmatismo, anche per chi è pragmatista, qui non ha nulla da
vedere. Può essere verissimo che anche la nostra conoscenza sia stimolata,
sorretta, guidata, controllata da un interesse, l'interesse teorico, e come
tale sia, anzi è senz'altro, un valore intellettuale: ma ciò non muta d'un ette
la distinzione notata. Sulla pluralità dei postulati di valutazione morale. Ora
la conoscenza, o è teoretica, e ci dà oggetti e fatti e rapporti di oggetti e
di fatti come sono, cioè come dobbiamo concepirli per comprenderli; o li
interpreta e li giudica come utili o nocivi, buoni o cattivi, preferibili o non
preferibili, superiori o inferiori, e non è piú conoscenza, o almeno non piú
conoscenza soltanto; e il criterio del buono e del cattivo, dell'utile e del
disutile, del bello e del brutto è criterio di preferenza, di scelta, di
valutazione che essa non trova nelle cose se non perché ve l'ha già posto, e
ponendovelo ha ubbidito, consciamente o no, a un interesse che non è teorico,
ma è pratico nel senso che può restare a questa parola anche dopo le analisi
del pragmatismo: pratico nel senso che, se si suppone tolta la volontà, è tolta
non soltanto la molla che spinge a ricercare e a trovare le distinzioni tra gli
oggetti, ma sparisce la distinzione stessa tra gli oggetti. Ora, quando si
intenda chiaramente e in tutta la sua portata questa irreducibilità dei giudizi
di valore ai giudizi di esistenza o causali o teoretici (o percettivi, come mi
parrebbe preferibile chiamarli), e la conseguente impossibilità di ricavare gli
uni dagli altri, di pretendere che un giudizio di ciò che è, possa servir di
fondamento a un giudizio di ciò che vale o che merita di essere, apparirà piú
manifesta la insolubilità della questione del fondamento intesa in questo senso
e cercata in questa direzione, e le ragioni di questa insolubilità. E con ciò
si chiarisce anche l'inanità della controversia accennata fra metafisica e
scienza e se ne spiega nello stesso tempo l'insistenza. In breve e trascurando
le inevitabili inesattezze delle formule riassuntive: La realtà si può
interpretare come sistema di forze e come sistema di valori. Se si interpreta
come sistema di forze se ne fa una costruzione puramente intelligibile,
conoscitiva, anassiologica, estranea ad ogni moralità perché estranea ad ogni
valutazione; sia essa costruzione scientifica, sia metafisica, empirica o a
priori, monistica, dualistica o pluralistica. Se queste forze si giudicano cioè
si valutano, cioè si vede o si pone in esse, o operante per esse, un ordine, o
un conflitto, o un processo di attuazione di fini, allora la conoscenza della
realtà diventa conoscenza dei valori, e i fini della natura o della provvidenza
diventano il modello o il criterio del giudicare morale; e il fondamento della
morale si troverà nella conoscenza di questa realtà; si consideri essa come
scienza o come metafisica. Ma perché quelle forze siano apprezzate come valori
occorre che siano dati i valori a cui si ragguagliano tali forze; e perché i
fini della natura siano i fini di una Provvidenza è necessario che il processo
della natura sia riferito ad uno scopo il cui valore di bontà è già dato e
riconosciuto. Così il criterio della valutazione non si ricava dalla conoscenza
della realtà se non perché la realtà era già stata valutata secondo il
principio che si pretende di ricavarne; e non si trova in essa il fondamento
della morale se non perché la coscienza morale ha spirato nell'intimo della
realtà quell'anima di bene che crede di estrarne come suo principio e
fondamento. Ed è anche facile comprendere perché gli assertori della fondazione
metafisica si sentissero meglio armati alla difesa e piú vivaci nell'attacco.
La scienza interdicendosi — nel programma se non nell'attuazione — ogni
interpretazione finalistica, e quindi ogni valutazione della realtà, si trovava
piú manifestamente a disagio quando pretendeva di derivare dai suoi rapporti
obbiettivi un criterio, che ne aveva deliberatamente escluso. E quando voleva
trovare nelle leggi un valore morale troppo facilmente rendeva palese la
propria incoerenza. Perciò volgeva i suoi sforzi a considerare e a spiegare la
moralità come un prodotto naturale o un risultato meccanico di un giuoco di
forze per sé spoglio di ogni finalità. Onde la tendenSenza volontà di conoscere
non ci sarebbe conoscenza; sta benissimo, o almeno possiamo qui lasciar di
discutere; ma la conoscenza è volontà di conoscere le cose come sono cioè come
appaiono a chi non è mosso da altro interesse che quello del conoscere; e il
valutare è giudicare le cose così conosciute (cioè costruite in conformità
all'interesse teoretico) rispetto a finalità distinte da quelle del conoscere,
cioè a interessi di altro genere, edonistico, estetico, morale, e via dicendo.
Altro è dire che in Engadina fa fresco e altro dire che amano il fresco quei
che vi passano l'estate. za costante dell'«etica scientifica» a identificare il
problema nel fondamento col problema dell'origine, la valutazione con la
spiegazione; e a considerare una reale o pretesa naturalità come criterio di
moralità. E la metafisica poteva tanto piú trionfalmente mettere in chiaro
l'equivoco EQUIVOCO [H. P. Grice: aequi-vocality thesis], e dimostrare
l'impotenza assiologica della scienza quanto piú sentiva non solo non estranea,
ma legittima, ma implicita nella propria costruzione della realtà, una
interpretazione teleologica; ed era avvezza a considerare la morale come sua
pupilla perché... ne amministrava il patrimonio. Ma se il problema della
fondazione teorica, nella forma classica, e, direi nel senso piú bello della
parola, ingenua, di derivazione dei valori da una realtà, è insolubile, perché
o urta contro una radicale irreducibilità, o si riduce a una petizione di
principio, essa non sparisce se non per lasciar scoperto dietro di sé il
problema che nascondeva o adombrava, e nel quale attraverso Kant si è venuto
via via trasfigurando. Non si tratta piú di trovare nella conoscenza della
realtà la prova che le nostre valutazioni sono vere, poiché le valutazioni
sono, come espressioni di una esperienza interiore sui generis, valide per sé;
ma di sapere se su questi dati valutativi si può costruire una conoscenza
oggettiva; se i valori morali siano prova dell'esistenza di certe condizioni e
di quali; se sia possibile, non trovare nella realtà il fondamento del valore,
ma trovare nel valore il fondamento della realtà. Il problema si aggira sempre
in ultimo attorno al medesimo dubbio: se il mondo, la natura, la vita abbiano
un significato morale, se l'anima dell'universo guardi al medesimo fine che la
coscienza morale; se gli sforzi della volontà buona siano fecondi di frutti
durevoli o siano un lavoro di Sisifo, che ogni coscienza riprende faticosamente
per lasciare che ciascun'altra rifaccia, destinato in ultimo a cadere pur esso
nel nulla, uno sforzo piú grande. Ma l'atteggiamento è diverso. L'ontologismo
metafisico subordinava, almeno nella riflessione consapevole e nella
costruzione logica, il giudizio di valore al giudizio di realtà. Nella
filosofia dei valori il giudizio di realtà è subordinato, anche nel processo
riflessivo e costruttivo, al giudizio di valore. Il momento che
nell'intellettualismo ontologico era nascosto e inconsapevole, quello della
assunzione tacita del concetto di valore nel concetto di realtà, nella
filosofia dei valori diventa chiaro e consapevole e si allarga nel tentativo di
tradurre il passaggio psicologico in processo discorsivo e di fondare un
sistema di verità teoretiche su quella certezza che veramente era ed è il dato
iniziale, l'ubi consistam di ogni costruzione etica, sia scientifica o
metafisica, progressiva o regressiva, ascendente o discendente: la certezza
diretta e intuitiva dei valori morali. Illusione poco meno antica accompagnata
da sforzi parimenti tenaci, e forse piú multiformi di tradurla in dottrina
rigorosa, è quella di credere che si possa ricavare la valutazione morale da
qualche bene indiscutibilmente supremo, del quale essa esprima le esigenze e
formuli le condizioni necessarie. Questo sommo bene, questo fine supremo,
questo valore, sorgente prima, termine ultimo di tutti i valori si credette di
trovare: o in un dato della coscienza empirica, un fine inerente alla vita e
subordinante di fatto tutte le tendenze, aspirazioni e attività dell'uomo; o in
un fine che domina bensì, ma trascende la vita e la natura umana, e subordina
di diritto ogni altra forma di bene e ogni criterio di valutazione. Alle due
diverse concezioni del fine rispondono due tipi principali di dottrine morali,
dei quali è facile rilevare la corrispondenza coi due tipi di dottrine sulla
fondazione di cui si è detto nel capitolo precedente. Ma la corrispondenza non
è coincidenza. Là l'origine dell'illusione era nella pretesa di derivare la
valutazione morale da una realtà la cui conoscenza si impone all'intelletto;
qui di derivarla da fin bene il cui valore è ammesso, o si suppone che debba
essere ammesso incontestabilmente come supremo o massimo, o almeno superiore ad
ogni altro. Ora l'illusorietà della pretesa consiste in ciò: che il valore
morale non è morale se non a patto che se ne riconosca, o, meglio, se ne senta
la superiorità, la preminenza su ogni altro valore; il suo essere morale
consiste (con ciò non si escludono gli altri caratteri) in questa sua
supremazia. Perciò ogni tentativo di assegnare un bene supremo che lo
giustifichi, si riduce all'uno od all'altro termine di questa alternativa: o di
ammettere che questo bene è già esso stesso il valore morale che si crede di
derivarne, o di mostrare che ciò a cui si dà valore morale, è valore anche per
altri rispetti; cioè sarebbe un valore di altro genere anche se non fosse
valore morale. I tentativi che si raccolgono intorno al primo tipo fine: la
felicità, o il piacere. riescono di solito quando e nella misura che possono a
quest'ultimo risultato; quelli del secondo tipo (fine: il possesso del divino,
l'avvicinamento a Dio, la santità) riescono di solito al primo: a presupporre
quel che credono di derivare. Dell'utilitarismo in generale e delle sue diverse
forme sarebbe fastidioso, e non è qui necessario, ripetere per la centesima
volta le critiche note. Basta mettere in chiaro quel che meno fu notato e che
piú importa al nostro scopo: cioè non tanto le lacune, le insufficienze e le incongruenze
dei tentativi, ingegnosi assai piú che fortunati, di ricondurre le norme morali
al criterio dell'utilità, e di mostrare le coincidenze tra il contenuto delle
norme morali e il contenuto delle regole utilitarie, quanto la ragione per la
quale la derivazione è impossibile; o, quando appare possibile, dissimula in
realtà una petizione di principio. Supponiamo pure che si ammettano cose troppo
manifestamente arbitrarie: che la felicità sia non un nome vago, un recipiente
vuoto nel quale ciascuno versa il liquido preferito e che non è sempre neppure
per la stessa persona il medesimo ma abbia un contenuto determinato (poniamo
l'acquisto o il possesso di certi beni: salute, amore, potenza, gloria,
simpatia, cultura, ingegno, soddisfazione della propria coscienza; e che tra
questi beni sia possibile perfetta conciliazione ed armonia); e che si possa
dimostrare davvero, e non per salti o per ripieghi, che il nodo non pure piú
sicuro, ma il solo veramente sicuro e indispensabile per raggiungerla, sia
l'osservanza costante delle norme morali. Con ciò non si sarebbe dimostrato che
ciò che fa il valore morale delle norme consiste nella loro utilità come guida
della felicità; ma soltanto che i valori morali sono anche valori
eudemonologici; che il contenuto della valutazione morale e quello della
valutazione utilitaria coincidono; non mai che il valor morale di un'azione
consista nel suo esser mezzo alla felicità. Resta fuor di questione s'intende e
deve esser quasi superfluo avvertirlo la considerazione dell'efficacia pratica
o esecutiva; se sia o no piú persuasiva o piú impulsiva l'una o l'altra
valutazione. Si può anche ammettere, senza soverchio sforzo immaginativo, che
sia per lo piú la edonistica; ma ciò non prova affatto che questa si confonda o
si identifichi con la valutazione morale, o valga a sostituirla. Dimostrare a
un giudice che il dar sentenze imparziali è il modo piú sicuro di far carriera,
potrebbe essere, in ipotesi, un mezzo efficace a promuovere l'imparzialità. Ma
nessuno sognerà di far consistere l'onestà del giudice nel suo desiderio di far
carriera. Ma in realtà, come tutti sanno, il contenuto della felicità non è
determinato, né determinabile se non ad arbitrio; e solo significato comune e
costante del termine finisce per essere quello di appagamento dei desideri, di
soddisfazione, di piacere, o di liberazione dal dolore, che si pensa doversi
trovare nel raggiungimento di ogni fine. E la diversità persiste e risorge
nella molteplicità varia e contrastante dei desideri e dei piaceri, e non basta
raccoglierli sotto uno stesso nome per ridurli a unità e farne un unico fine.
Perché se l'unità ci deve essere davvero, allora è necessaria o una riduzione o
una gradazione e subordinazione; e questa spunta infatti nella storia
dell'utilitarismo con il criterio della qualità sovrapposto e in effetto
sostituito dal Mill a quello della quantità. E allora si capisce come possa
avvenire che il criterio della felicità finisca per accordarsi con quello della
valutazione morale; se le soddisfazioni migliori sono le soddisfazioni morali,
e il bene piú desiderabile l'appagamento della coscienza morale, l'accordo tra
i due criteri quanto al contenuto è, non solo possibile, ma necessario. Ma è
troppo facile vedere a quale patto è raggiunto. Il valore di quella felicità
alla cui stregua si pretende di giudicare il valore morale è assunto come
supremo perché e in quanto contiene questo valore morale ed è graduato esso
stesso secondo un criterio morale; approva e disapprova in nome della felicità
quel che trova approvato e disapprovato in nome della coscienza morale. Viene
in mente il modo, col quale un marito sincero si vantava di aver risolto il
problema di una pace coniugale perfetta: dove marito e moglie erano dello
stesso avviso era la moglie che seguiva il parere del marito, dove erano di
avviso contrario era il marito che faceva la volontà della moglie. Adunque,
anche ridotta a questa forma, la felicità non fornisce il criterio della
valutazione morale se non in quanto è foggiata essa stessa su un criterio
morale; e quel che pretende di aggiungervi come giustificazione, non è ciò che
costituisce il valore morale, ma è qualchecosa di distinto, di sopraggiunto ad
esso (giusta la veduta di Aristotele) sebbene lo accompagni; è una valutazione
secondaria, edonistica od egotistica (non oserei dire egoistica) del valore
morale. Porre come bene supremo la santità (il divino in quanto è sentito e
voluto come modello o norma della vita si determina in un ideale di santità) è
derivare il valore morale dal valore religioso, concepito come principio e
termine di ogni valore, e del quale esso valor morale è un elemento; o Ne ho
parlato altrove (La dottrina delle due etiche di Spencer e la morale come
scienza) e non occorre insistervi qui. 5 Sebbene il parlare della soddisfazione
della propria coscienza come di un bene desiderabilissimo sia legittimo, non è
legittimo, né conforme alla verità psicologica, considerarlo come il fine della
condotta morale. Il fine è l'attuazione di quel valore che la coscienza
riconosce come morale; e non è l'altezza della soddisfazione che se ne possa
attendere, che costituisce il pregio dell'azione, ma è il pregio dell'azione
che misura l'altezza della soddisfazione; la quale è pura soltanto a patto che
non se ne faccia lo scopo dell'operare. Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale Erminio Juvalta meglio, l'attuazione di questo è voluta come
una condizione, o un momento dell'attuazione, di quello. E qui giova premettere
due osservazioni non peregrine ma utili alla chiarezza. Che questo valore
supremo del divino, della santità e, in termini piú generali, il valore
religioso non può essere dimostrato o insegnato con lo stesso processo
conoscitivo, con il quale si dimostrano, si insegnano e si comunicano delle
proposizioni o verità teoretiche, e, in quel che han di contenuto teoretico, i
dogmi stessi delle dottrine religiose. Questo valore è sentito, è, come si dice
con frase piú suggestiva che chiara, vissuto dalla coscienza; e quanto è sicuro
ed efficace l'appello ad esso, dove è vivo, altrettanto è vano dove non vive.
Fondare la valutazione morale sui valori religiosi è dunque presupporre che
siano sentiti e vissuti nella loro forma e natura specifica quei valori
religiosi da cui si fanno sgorgare i morali. Ma dove essi valori religiosi non
siano sentiti e vissuti, nessuna dottrina teologica e nessun catechismo può
crearli6 o sostituirli. Che, per converso, nessuno sforzo d'analisi e nessun
ragionamento basta a spogliare, nell'anima di un mistico, i valori morali da
quel sentimento del divino, a svestirli di quell'alone religioso del quale egli
investe non solo questi ma anche gli altri valori spirituali; come sarebbe
difficile nella intuizione e nel sentimento di un esteta di sottrarre i valori
morali e i valori religiosi a una valutazione estetica. Come accade sempre dove
un grande interesse spirituale predomina sugli altri, cioè dove una categoria
di valori occupa, per dir cosí, il centro della coscienza, e raccoglie ad
unità, come attorno ad un nucleo, i valori di altre specie; che è quel che suole
piú comunemente e normalmente avvenire per i valori morali. Ma fatta (come
dicono i legali) questa riserva, bisogna riconoscere che nessuna valutazione
morale si potrebbe ricavare da qualsivoglia valore religioso, se non vi sia già
esplicitamente o implicitamente contenuta; cioè se non a patto che si sia
incorporata nel valore religioso una valutazione morale la cui validità
sussiste o sussisterebbe anche all'infuori di quello; ed è la ragione per la
quale viene assunta nel valore religioso. Non è necessario, a persuadersene, di
discutere il problema formidabile della essenza del valore religioso. Se si
accetta l'opinione del Höffding che il nucleo essenziale della religione è la
credenza nella conservazione dei valori, e, s'intende bene, soprattutto dei
valori morali, la indipendenza e la priorità di questi sono, re ipsa,
riconosciute. In effetto quali si possano essere le reazioni di tale credenza
sulle valutazioni, resta pur sempre che non è l'esigenza della conservazione
quella che dà ai valori la loro qualità di morali, ma il loro esser sentiti, il
loro valere come morali che ne fa postulare la conservazione. Di che ho già
detto altrove7, e non occorre del resto insistervi. Se invece si ammette, come
io credo, che la natura specifica, la «forma» del valore religioso non sia
riducibile a quella credenza, e che sia essenziale e caratteristico del
sentimento e della valutazione religiosa il riferimento del nostro pensare, del
nostro sentire e del nostro fare, anzi di tutto il nostro essere, ad un altro essere;
sommità dell'aspirazione religiosa l'esserne penetrati e posseduti; e misura
del valore religioso, la devozione ad esso, l'abbandono di sé alla volontà che
ne realizza le perfezioni; allora il valore religioso è per sé altra cosa del
valore morale; ma, se non si risolve in questo, neppure lo pone, ma se lo
appropria ed incorpora. E se può sembrare all'anima religiosa che esso sgorghi
da questa idealità e se ne alimenti, la ragione sta in ciò, come si è
accennato: che al mi6 È appena superfluo aggiungere che non penso neppur per
sogno di negare una possibile efficacia all'insegnamento religioso in quanto
esso, come ogni insegnamento, non è mai (salvo forse agli occhi di chi lo
misura col tassametro) pura comunicazione di notizie o di idee, ma è vigore di
convinzione, calore di affetti, opera di formazione; insomma, educazione. Ma
anche l'educazione suppone le condizioni dell'educabilità. E si suppone poi
sempre che chi legge faccia uso del consueto grano di sale. 7 Cfr. Postulati
etici e postulati metafisici.] stico riesce impossibile di concepire altrimenti
che perfetto, cioè perfetto anzitutto e soprattutto moralmente, l'Essere che
adora, e nel quale vede non un bene, ma ogni bene, il Bene. Ma la perfezione
che vede in lui, a quale stregua è giudicata tale? L'ideale che trova
realizzato in quello non è foggiato secondo un criterio di valutazione morale
la cui validità è accettata e riconosciuta all'infuori dell'atteggiamento
religioso della devozione a Dio? Anzi non è quella perfezione morale che lo fa
degno di adorazione? Un mistico a cui si domandasse se concepisce Dio perfetto
perché lo adora o se lo adora perché è perfetto, forse non saprebbe rispondere,
e troverebbe che la domanda scompone quel che è per lui uno e indissolubile. Ma
ciò non toglie che la devozione e la adorazione non costituiscano per sé i
pregi e le doti di ciò che è adorato; e nessuna coscienza potrebbe trovare in
Dio i valori morali se non li conoscesse già come valori, e non li distinguesse
come morali dai valori di altro genere. Questa priorità e questa indipendenza,
questo sussistere per sé, questa selbständigkeit della valutazione morale,
appare confermata dalle discussioni sul valore delle religioni, il cui termine
di confronto piú consueto e piú decisivo è dato dal rispettivo contenuto
morale. Il che implica manifestamente che questo contenuto possa esser
giudicato e apprezzato per sé. E il prevalere sempre piú largo delle
preoccupazioni morali nelle controversie di indole religiosa (per esempio la
lotta intorno al modernismo) mostra che la validità del criterio morale è
tenuta come certa di una certezza che è data e riconosciuta indipendentemente
da ogni valutazione religiosa. Quanto all'affermazione che la morale non può
reggersi senza religione, essa, sebbene ambigua nella forma, non significa
affatto, come è facile capire, che non sia possibile sentire e giudicare ciò,
che è giusto o ingiusto, buono o cattivo se non con un criterio e da un punto
di vista religioso; vuol dire invece che non è o non si crede possibile una
moralità salda e costante, cioè una sicura conformità della condotta alle
valutazioni morali, se la valutazione morale non è sorretta, confortata, fatta
praticamente efficace dalla connessione dei valori morali con una finalità
religiosa; cioè dal considerare i valori morali come preparazione e condizione
necessaria di quel fine; e quindi i precetti morali come precetti religiosi.
Che è tutt'altra cosa; importantissima dal punto di vista propriamente pratico
o esecutivo, ma estranea alla questione presente e da trattarsi a parte,
analogamente a quel che si è accennato sopra della possibile importanza pratica
di una valutazione edonistica. Dire che l'olmo sorregge la vite, non è dire che
la vite sia una propaggine dell'olmo, e neppure che sia l'olmo che porta l'uva;
sebbene sia anche vero che, dove la vite non si regge da sé, non dovrebbe parer
savio tagliar l'olmo anche a chi ami soltanto la vite. Quel che si è detto dei
tentativi di una fondazione edonistica e di una fondazione religiosa si
potrebbe ripetere di ogni altro tipo di morale di cui si pretenda di trovare il
fondamento in un interesse diverso dall'interesse propriamente e specificamente
etico (notevolissima fra le altre la morale estetica), e dalle forme miste e
intermedie; le quali, se sono dottrinalmente fiacche e spesso incoerenti, hanno
però in realtà largo consenso nelle credenze e nelle opinioni piú comuni. Di
queste ultime meritano di essere ricordate, perché piú significative, le due
forme, nelle quali si mescolano e si sovrappongono i due tipi di valutazione
qui sopra brevemente analizzati, la edonistica e la religiosa; che sembrano a
prima vista i piú lontani e l'uno all'altro opposti. Si può avere cosí una
interpretazione edonistica della valutazione religiosa (esempio l'utilitarismo
teologico) e un'interpretazione religiosa della valutazione utilitaria
(altruismo comtiano, misticismo umanitario). Da quanto si è discorso pare si
debba concludere che queste indagini (spesso nei particolari ingegnosissime e
suggestive) nelle quali si cerca la ragione del valore morale nella sua
connessione 15 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio
Juvalta o congruenza con altri valori, abbiano importanza solamente nel
rispetto strettamente pratico o esecutivo; in altre parole una importanza parenetica
o pedagogica, in quanto una tale connessione conforta, sorregge o surroga con
motivi di altra natura e sgorganti da interessi diversi il motivo
specificamente morale. Sarebbero dunque analisi ed indagini preziose per
l'educatore e per l'uomo politico (dato che si propongano fini morali), ma
senza interesse per lo scopo a cui mirano, di costituire il fondamento o la
giustificazione dei valori morali, perché radicalmente viziate dal falso
supposto che la ragione della supremazia dei valori morali si possa cercare in
qualchecosa che non abbia già essa per sé valore morale. Ma questa conclusione
sarebbe precipitata e eccessiva. Intanto è fuor di questione che, nonostante il
carattere di artificiosità che si trova piú o meno largamente diffuso nelle
costruzioni di questo genere, come nei sonetti a rime obbligate, vi è in tutte
una parte notevole di verità; verità s'intende non in quel che credono di
dimostrare, ma nei rapporti e nelle concordanze e nelle differenze rilevate, e
che dovrebbero servire alla dimostrazione. Questa parte di verità ha radice nel
fatto, troppo noto e troppo chiaro perché ci sia bisogno di illustrarlo, e già
sottinteso a piú riprese in questo capitolo, che non vi è giudizio sul valore
morale di un oggetto, qualità, tendenza, azione, del quale non si possa trovare
la ragione, oltreché nella forma speciale di interesse o di esigenza che gli dà
questo carattere specifico di valore morale, anche in un interesse diretto o
indiretto d'altra natura: non vi è bene morale che non sia bene anche per altri
rispetti; come d'altra parte non vi è bene di altro genere che non sia o non
possa diventare, direttamente o indirettamente, un bene morale. I valori delle
diverse specie si connettono, si intrecciano e si complicano fra loro in mille
guise. È bensì vero che ciò che fa esser morale un valore (e analogamente si
potrebbe dire dei valori di ogni altra specie) non è, come s'è visto, il suo
coincidere o il suo essere connesso sia pure per un rapporto di condizionalità
costante, con un valore — per quanto grande — di altro genere, o anche con piú
altri ordini di valori o con tutti; ed è perciò che nessuna sottigliezza di
logica può estrarre un valore morale se non di là dove esso si sia già posto o
insinuato; e che credere di poter trovare un valore morale tra valori che non
siano già morali è fare a un dipresso come chi vada frugando fra le idee degli
altri con la speranza di trovarvi le proprie. Ma è pur vero che sussistono
altri valori, e sussistono le relazioni fra i valori; e ciò che è oggetto di valutazione
morale, poniamo la sincerità, può essere apprezzato dal punto di vista
dell'interesse conoscitivo od artistico o economico; e, per converso, ciò che è
oggetto di valutazione edonistica o estetica o d'altro genere, la ricchezza,
l'arte, la dottrina, può essere valutato anche come bene di ordine morale. Ora:
È possibile una conciliazione dei valori morali con gli altri valori e di
questi fra di loro? E se non è possibile, quale è il criterio della loro
graduazione e subordinazione? Vi è, per rispetto alla natura delle relazioni o
connessioni tra valori di diversa specie, qualche differenza caratteristica che
distingue i valori morali dai valori non morali anche per il contenuto? E vi è,
segnata ancora dalla sfera delle relazioni condizionali o strumentali con
valori di altro genere, una differenza che distingue, rispetto al contenuto,
gli stessi valori morali fra di loro? E non potrebbe questa considerazione
giovare a intendere le incoerenze e i contrasti tra valutazioni diverse e anche
opposte, che pure si presentano col medesimo carattere di valutazioni morali?
Cosí, dietro i tentativi illusori di cercare fuori e al di là dei valori morali
il fondamento della valutazione morale e la ragione decisiva che ne giustifichi
la supremazia, restano i problemi: della valutazione indiretta o rivalutazione
condizionale o strumentale, di una graduazione delle diverse categorie di
valori; e della possibilità della loro conciliazione. Della quale, la
conciliazione tra virtù e felicità non è che un aspetto particolare, e forse
non il piú importante. Il carattere di autorevolezza col quale si presenta alla
coscienza il giudizio morale, che noi approviamo bensì come nostro, ma che ci
pare nello stesso tempo sgorgare da una sorgente piú alta o piú profonda, e
quello di precetto imperativo nel quale si traduce, tendono a far derivare
questi caratteri, e, quando siano considerati essenziali della moralità, lo
stesso giudizio morale, da un'autorità distinta dalla coscienza, e che, pur
rivelandosi in essa, la trascende e la supera. Il fondamento di questa autorità
fu riposto o nel processo stesso di formazione, consapevole o inconsapevole,
delle idee e dei sentimenti morali che danno contenuto alla valutazione; o in
un volere superiore e distinto dal volere individuale, al quale si riconosce
potestà imperativa e alla cui scelta o decisione si riconduce in ultimo il
criterio della valutazione morale. L'autorità delle valutazioni morali avrebbe
dunque in ultimo, come ogni altra minore autorità politica o sociale, il suo
fondamento e la sua legittimazione o nei titoli di una sua nobiltà storica, o
nella volontà di un potere sovrano. a) Della storia. L'appello alla storia può
assumere, assunse in effetto, forma e apparato e significazione diversi,
secondoché si credette di fondare l'autorità della valutazione in un processo
genetico di evoluzione selettiva operante attraverso l'esperienza organizzata
della specie; o in un processo storico di svolgimento e di elevazione
progressiva dei costumi, della cultura, degli istituti e delle idealità etiche
nei popoli civili; o nella elaborazione logica di un pensiero riflesso
rintracciato nella successione storica delle dottrine e dei sistemi. La prima
delle forme accennate che si connette alla dottrina dell'evoluzione e che
culmina nella tesi di un progressivo adattamento dei bisogni, dei sentimenti,
delle attività alle condizioni di una vita sociale sempre piú elevata, piú
complessa e piú armonica (lasciando ogni questione che non sarebbe oggi piú
neanche di buon gusto sulla consistenza scientifica della dottrine), si risolve
in ultima analisi, come fondazione etica, nel postulare quella superiorità e
quella autorità dei sentimenti e delle norme di condotta morali, che pretende
di provare derivandola dal processo di selezione progressiva che ne ha
costituito e consolidato la prevalenza nel corso dell'evoluzione. Infatti il
criterio, per il quale giudichiamo progressiva piuttosto che regressiva o
indifferente l'evoluzione o la selezione delle idee e dei sentimenti, è un
criterio di valutazione di cui si riconosce e si accetta la validità
indipendentemente dal processo di cui sarebbe — nell'ipotesi — il prodotto; (e
del quale processo, anzi, è esso stesso, questo prodotto, che ci fa riconoscere
il valore). Ed è troppo chiaro che non è perché il progresso del senso
giuridico ha portato all'abolizione della tortura che noi condanniamo la
tortura, ma è perché condanniamo la tortura che ravvisiamo nella sua abolizione
un progresso etico nello svolgimento del diritto. Ché se si obbietta derivare
l'autorità delle norme morali dalla loro convenienza e corrispondenza alle
forme di vita «superiore», ai tipi di relazioni «più elevati» dei quali
esprimono le esigenze, si dimentica che all'infuori di un criterio, quale esso
sia, di valutazione non vi sono forme superiori o inferiori, tipi derivati e
tipi bassi. E un criterio di valutazione è, sempre, necessariamente, in modo
esplicito o implicito, assunto o sottinteso. Tanto ciò è vero, che il massimo
rappresentante e sistematore dell'evoluzionismo, lo Spencer, fu condotto a
sovrapporre, per giustificarlo — al criterio genetico dell'adattamento
progressivo a un tipo di vita completa — il criterio edonistico di un piacere
puro corrispondente all'adattamento completo. Se a una selezione esteriore e
meccanica, nella quale la coscienza è risultato e non attività, si sostituisce
uno svolgimento interiore e psichico — nel quale la coscienza etica viene
costruendo ed elaborando le sue valutazioni le sue norme le sue idealità sempre
piú alte e sempre piú ampie nel passaggio da età ad età e da popoli a popoli in
sfere di civiltà piú larghe, e, sulla via che l'induzione storica rivela
attraverso le soste, le deviazioni, gli oscuramenti e i ritorni apparenti, si
scorge col Wundt la direzione ideale e si disegnano i fini, i motivi, le norme
in cui la coscienza morale viene raccogliendo le sue conquiste — la concezione
della formazione storica è senza dubbio piú propria, piú adeguata e piú
probabile; ma non è tolto il vizio d'origine, l'errore, direi di prospettiva,
comune a ogni tentativo di fondamentazione storica dei valori morali. (E il
medesimo sarebbe da dire per le altre specie di valori). Lasciamo pure la
vecchia calunnia (se bene le calunnie sogliono aggrapparsi a qualche uncino di
verità) fatta alla storia: Hic liber est in quo quaerit sua dogmata quisque; e
neppure discutiamo della possibilità e dei limiti di una induzione legittima
sui fatti storici; ciò che importa, e che basta notare, è che questa induzione,
posto che fosse legittima, e non avesse già per filo conduttore e regolatore
quella direzione ideale che vi rintraccia ingegnosamente, non pone essa il
valore delle conclusioni a cui giunge, non è essa che ci fa riconoscere la
bontà, la elevatezza, la eccellenza morale delle idealità che segnano la meta.
Questa valutazione è irreducibile alla storicità; ed è anzi dalla storia — in
quanto voglia essere giudizio comparativo di valori umani — sempre e
inevitabilmente presupposta. Di che è prova il fatto che, mutato il criterio
valutativo, sostituita all'una un'altra scala di valori, la prospettiva si
rovescia; e Nietzsche vede una nefasta degenerazione dove il democratico e
l'umanitario ravvisano l'indice sicuro di un felice progresso morale. E se il
criterio valutativo della coscienza si contrappone a quello che ha o sembra
avere a un momento dato il conforto della storia, non vi è in questo nessuna
ragione intrinseca di superiorità o di inferiorità dell'uno sull'altro dal
punto di vista etico, che è quello che importa; anzi neppure dal punto di vista
storico, perché quel conforto (quale esso sia) della storia, che oggi fa
difetto al primo, non è escluso che lo assista domani. La storia è
conservazione e svolgimento, ma anche innovazione e opposizione; non è, diciamo
pure, con termini hegeliani, una cosa se non perché è nello stesso tempo
l'altra. Se passiamo ora ad esaminare lo svolgimento storico nel pensiero
riflesso, troviamo che il problema attorno al quale sembra disegnarsi meglio la
continuità logica della speculazione morale nella successione dei sistemi, è,
nella sua forma piú generale, il seguente: Come dobbiamo concepire la realtà
perché essa risponda alle esigenze delle nostre intuizioni morali; e se e come
siano possibili le condizioni di una tale realtà. Lo svolgimento logico e
dialettico delle dottrine riguarda soprattutto, se non esclusivamente, i
problemi che nascono da questo problema centrale; le forme diverse sotto le
quali si presentano; e il processo di sostituzione e di eliminazione e di
superamento, per il quale i problemi antichi trapassano nei problemi nuovi. Ma
la sostanza delle intuizioni morali non è data, e non potrebbe essere, né da
questo o quel sistema, né dalla successione fosse pur continua e rigorosamente
coerente dei sistemi, che ne scopre e ne snoda le esigenze, e viene cercando
una risposta alle domande che queste esigenze sollevano e presentano alla
riflessione critica. In questo sforzo essenzialmente speculativo di
sistemazione, e per dir cosí, di inquadramento delle intuizioni morali in una
concezione unitaria della realtà che ne accolga le postulazioni, sarebbe fuor
di luogo pretendere di trovare la ragione d'essere di quelle valutazioni, dalle
quali la speculazione prende le mosse, e che ne ispirano e alimentano le
indagini. È bensí vero che a questo travaglio di costruzione speculativa si
annoda e si intreccia l'analisi e l'indagine di indole propriamente etica,
sulla natura dei diversi principî e criteri valutativi, che ne saggia la
fecondità, ne svolge le conseguenze, mette in luce i rapporti di accordo e di
contrasto tra le valutazioni morali attinenti a sfere di esperienza diverse,
svela i legami spesso sottili e inattesi che stringono in gruppi di affinità
alcune di queste intuizioni sia tra di loro, sia con valutazioni di altro
genere, noetiche estetiche e religiose. Ma questa elaborazione che è pure di
importanza capitale per rendersi conto della «rilevanza» e della portata dei
criteri di valutazione e per tentarne la unificazione in una dottrina etica
strettamente intesa (che è altra cosa da un sistema filosofico di etica), si
svolge attorno a un contenuto valutativo, fornito dalla immediata esperienza
morale; assume come validi per sé i giudizi apprezzativi che ne costituiscono
gli elementi, i punti saldi di riferimento, i dati, alla cui validità è legata
la consistenza della costruzione. E vi può essere finalmente nei sistemi
morali, e certamente si trova nei piú grandi e significativi, un filone piú o
meno ricco di intuizioni morali nuove, che si aggiungono o sovrappongono o
sostituiscono alle intuizioni date nell'esperienza della coscienza morale
comune, e segnano la creazione di nuovi valori e aprono la visione di una
regione morale inesplorata. È la parte che spetta al genio morale ed è il sale
di quella dottrina etica, in cui l'intuizione è accolta, ospite o signora. Ma
questa novità di intuizione, questo allargamento, o arricchimento, o
soprattutto, orientamento diverso di valori, nessuno vorrà considerare come il
frutto di una deduzione logica, anche se nel sistema ne vestisse le forme:
anche se fosse esclusivamente opera dei grandi costruttori di sistemi e si
accompagnasse sempre con una riflessione critica acuta e una meditazione
ostinata. Questa concomitanza (che del resto non si può dire costante, perché
novità di intuizioni morali si trova pure in dottrine, pensamenti, apostolati
estranei, almeno in origine, ad una costruzione sistematica) significa soltanto
che quella medesima profondità di intuizione e intenso ardore di entusiasmo
morale dai quali erompe la nuova idealità, promuovono e preparano, quando
secondino le forze dell'intelletto, i grandi sistemi morali. Cosí anche questa
affermazione o posizione di valori nuovi8, non importa qui cercare da quale
concorso di circostanze interiori od esteriori suscitata o svincolata, non è la
conclusione di un'indagine scientifica o filosofica, ma è un penetrare o un
irrompere della coscienza morale nella corrente del pensiero riflesso; che non
li dà esso, ma li accoglie; li illumina, ma non li crea. b) Il fondamento
cercato in una volontà. La forma di precetto imperativo nella quale si traduce
l'esigenza di conformare l'azione al giudizio morale fa considerare la moralità
come l'adempimento di un obbligo e questo come l'obbedienza a un'autorità
inconcussa e indiscutibile. A questo momento della moralità corrisponde la
tendenza a cercare il fondamento del valore morale stesso in un Potere (che, in
quanto si esercita in vista di un fine o in conformità a una norma, è Volere)
immanente o trascendente, personale o soprapersonale, del quale i giudizi
morali esprimono i comandi. L'autorità della coscienza morale rispecchia
l'autorità di quel potere, e risuona l'eco di quel comando nel tono imperativo
dei suoi precetti. Ora qui è necessario sgombrare il terreno dagli equivoci che
nascono dal trasportare un medesimo termine da uno ad altri concetti connessi
ma diversi, o dal costringere in un solo concetto momenti distinti di un
processo psicologico complesso. Quando si parla del dovere, come di una
caratteristica della valutazione morale, si cade in un equivoco EQUIVOCO [H. P.
Grice: aequi-vocality thesis] di questo genere. Il dovere non è dovere di
valutare, ma di conformare l'azione alla valutazione. È forse superfluo
avvertire che qui si parla di valori nuovi immediati e diretti; non di valori
indiretti o mediati. Di questi altri, anzi, ogni incremento del sapere
moltiplica il numero e le gradazioni; ed è in questa derivazione e deduzione
dei valori indiretti e mediati dai diretti e immediati, che l'etica applicata
prende a prestito dalla conoscenza scientifica le premesse minori dei suoi
sillogismi valutativi. La valutazione morale precede, nell'ordine delle
esigenze ideali, l'obbligo e lo giustifica; e non inversamente; anche se nella
pratica coincidessero sempre e questo fosse la ratio cognoscendi di quella. E
qui occorre una analisi alquanto sottile e una riflessione un po' attenta. La
valutazione morale è preferenza, scelta, opzione fra qualità o proprietà, cioè
modi possibili di essere o di agire, tra i quali non vi è gradazione, ma
opposizione, e dei quali non può realizzarsi l'uno senza che sia tolto l'altro.
Porre l'uno come valore è insieme porre l'altro come non valore o disvalore.
Approvare la sincerità, la fortezza, l'alacrità come valori, implica
disapprovare l'ipocrisia, la fiacchezza, la pigrizia. Il valutare morale è dunque
un prendere partito per l'uno contro l'altro di due soli atteggiamenti
possibili; ma poiché, e questo punto è di importanza decisiva, i valori morali,
a differenza degli altri valori, non possono attuarsi o vivere in noi se non
sono voluti e solo in quanto sono voluti (la volizione implica per quanto sono
eseguibili tutte le azioni che ne dipendono, anzi consiste nell'ordinare e nel
promuovere queste azioni), cosí non è possibile riconoscere un valore morale
(che è quanto dire constatare l'opzione, la posizione ideale dell'uno e la
negazione dell'altro, la esigenza che l'un termine acquisti o conservi
sussistenza e l'altro la perda) senza approvare l'atteggiamento richiesto a
porlo in essere; anzi, senza pensare la volontà nell'atto di realizzarlo. Ancora:
gli altri valori soffrono di essere commisurati tra di loro e posposti ai
valori morali senza perdere la loro qualità di valori, cioè senza che questo
posporli smentisca il loro riconoscimento. I valori morali invece non soffrono
di essere posposti senza essere smentiti; perché non sono morali se non a patto
di essere sovraordinati a ogni altro valore, e in quanto esprimono non stati
singoli, ma modi di essere, non atti, ma modi di operare posti come
costantemente normativi della volontà. Ne segue che riconoscere un valore
morale implica approvare, se si rivela come dato, esigere, se è concepito solo
come possibile o potenziale, l'atteggiamento costante della volontà col quale
esso valore è posto; costante, cioè tale che si attui ad ogni presentarsi della
stessa alternativa. Perché non si può pensare che cessi di esser voluto senza
pensare che cessi di esistere e che sia posto contro di esso la sua negazione,
il non-valore, per atto di quella stessa volontà il cui atteggiamento positivo
è un'esigenza implicita nel riconoscimento di quel valore come morale, cioè è
idealmente postulato nella valutazione. Perciò, se accade che chi ritiene
valore morale, poniamo, la sincerità, si sia lasciato trascorrere a una
menzogna, l'atto presente e momentaneo del mentire appare a lui come un
rinnegamento del suo proprio volere; il quale rimane potenzialmente e
conativamente morale pur nel momento della volizione singola che gli si oppone
e lo nega. Perché il valore non cessa di essere sentito e riconosciuto come
morale, cioè come valore che esige per essere tale di essere attuato ossia
voluto costantemente9. Ora il dovere, in quanto è proprio e caratteristico
della moralità, cioè in quanto è interiore e non riducibile al sentimento di
una coazione esterna (ossia all'obbligo di cui si dirà tra poco), è la
coscienza di questa esigenza del valore morale e si manifesta — come necessità
di rispettare questa esigenza, di tener fermo nelle volizioni singole il valore
morale, — nella sua forma piú chiara, quando è in contrasto con motivi di altra
natura. Ma è presente anche se non vi sia attualmente questo conflitto, in
quanto è presente alla coscienza la possibilità di impulsi contrastanti. Di qui
nasce la tendenza incoercibile, manifesta nei maggiori pensatori, a
identificare il volere puro, il volere che esprime l'essenza della personalità
umana, il volere libero e autonomo, il vero volere col volere morale; e a
considerare gli atti immorali come prodotti non dalla volontà, ma da difetto di
volontà, da qualche cosa di esterno ad essa; non come espressione di attività e
libertà, ma di passività e servitù. Da quel che si è detto risulta che non si
può parlare di dovere nel senso ora chiarito, cioè di dovere morale, se non
presupponendo data una valutazione morale. I valori morali devono già essere
sentiti voluti come tali: se non sono, non vi può essere dovere. E non avrebbe
senso parlare di un dovere di riconoscere dei valori morali a una coscienza che
fosse chiusa ad ogni valutazione etica; di un suo dovere di affermare la
superiorità su ogni altro valore, di qualche cosa a cui non riconosce alcun
valore. Non avrebbe senso piú di quel che avrebbe il pretendere che debba
capire che ci son anche dei suoni e che valgon piú dei rumori chi non avesse
udito mai che rumori, e i suoni stessi non li sentisse se non in forma di
rumori. E quando si dice, poniamo, che un uomo deve pur sentire che la lealtà
vale di piú del tradimento, il «deve» o non ha senso, o ha un senso al tutto
diverso da quello propriamente morale. Non ha senso se si vuol dire che nella
realtà tutti lo riconoscono, cioè se si vuol affermare o constatare una verità
di fatto. Ha un senso diverso se si vuol dire che per essere uomini bisogna
sentire cosí, che non si può chiamar uomo o che non merita questo nome chi
sente e giudica altrimenti, cioè se si afferma che al concetto di uomo è
essenziale quella nota. Che è tutt'altra cosa. Perché significa non che abbia
il dovere di sentire in un modo chi non sente che in un altro, ma che non sia
veramente uomo se non chi sente cosí. Il che anche se fosse del tutto
arbitrario non sarebbe assurdo. Ma dunque i «sordi morali», se ve ne sono, non
hanno doveri? Non ne hanno: perché non possono sentire l'esigenza di
conformarsi a una valutazione che non han fatta e che non fanno, di attuare dei
valori che non riconoscono come tali. Ma hanno tuttavia e possono avere degli
obblighi. L'obbligo di operare come se riconoscessero, se non tutti i valori
morali, almeno alcuni, i piú grossolani e massicci e coercibili esteriormente,
cioè suscettivi di esser presentati come motivi apprezzabili anche da una
coscienza non morale. È questo obbligo, quello del quale si è tessuta con
grande abbondanza di passaggi e di fasi la genesi psicologica e l'origine
sociale nelle sanzioni esterne, e si è discusso a perdifiato se bastasse o non
bastasse a dar ragione del dovere (ed evidentemente non basterebbe a darne
ragione anche se bastasse a spiegarne la formazione); e questo obbligo implica
necessariamente il riferimento a un potere superiore e distinto dal volere individuale.
E come questo Potere si impone in vista di un fine e in conformità a certe
norme, è concepito come potere di una Volontà che comanda l'osservanza di
quelle norme. Senonché anche quest'obbligo può prendere forma e significato
morale; come può non avere altro valore che di costrizione subita: appunto come
le pene del codice per i galantuomini di princisbecco. E anche qui occorre un
po' di pazienza. Quella esigenza interiore che s'è visto sopra esser posta
nella valutazione stessa e per la quale il valore morale si fa sentire come
norma e si esprime nella coscienza del dovere (dovere di non negare nelle
singole volizioni il volere costante implicito nella valutazione morale) si
accompagna, come si è pure accennato, alla consapevolezza, data nell'esperienza
e suggerita dalla forma stessa antitetica della valutazione normale — della
possibilità di volizioni, cioè di azioni, immorali; o (che torna il medesimo)
della esistenza di tendenze, impulsi, motivi antagonistici al volere morale. Il
volere morale si manifesta perciò (in quanto tali motivi antagonistici tendono
a contrastarne l'attuazione) come esigenza della subordinazione costante di
questi motivi, come appello a una forza coercitrice che li soverchi,
sovrapponendo ad essi altri motivi opposti dello stesso ordine, e rovesciandone
per tal modo il valore. Questa disposizione di spirito fa che si approvi
l'obbligo e si approvi il Potere obbligante, se esiste o si concepisce che
esista; se ne ponga la necessità e se ne invochi la presenza dove e quando manchi;
cioè fa che si riconosca giusto l'obbligo, giusta la sanzione dell'obbligo, e
giusto il Potere che lo pone. In questa disposizione per la quale l'obbligo e
la sanzione sono interiormente approvati e voluti come garanzia di moralità, e
il Potere obbligante è invocato e idealmente posto in nome della esigenza
morale, sta la caratteristica differenza che dà all'obbligo valore morale, e lo
distingue dall'obbligo sentito come pura costrizione esterna; che distingue il
potere che merita rispetto dalla forza che si deve subire; l'autorità
dall'arbitrio; sia che il comando di questa autorità si consideri limitato a
una certa sfera di valori morali, sia che si faccia coincidere collo stesso
valore morale e si identifichi con esso. Ma cosí nell'uno come nell'altro caso
resta la medesima, di fronte all'obbligo e al Potere obbligante, la differenza
di atteggiamento tra la coscienza che valuta moralmente e la coscienza che sia
chiusa, per ipotesi, alla valutazione morale. Per la prima è la valutazione
morale che fa riconoscere e rispettare l'obbligo. Per la seconda è l'obbligo
che fa riconoscere i valori morali; i quali valgono non perché sono morali, ma
perché sono riconosciuti, in forza dell'obbligo e della sanzione, come valori
strumentali di altri valori, come condizione imposta e inevitabile di quei beni
che soli la coscienza amorale desidera e apprezza. L'osservanza dell'obbligo
non è interiore moralità, ma è conformità esteriore a certi comandi che valgono
quel che vale la sanzione che li accompagna. La valutazione propriamente e
specificamente morale manca, ed è surrogata da una valutazione del tutto
diversa. Il suono dei valori morali non può farsi sentire, per questa sordità
morale, se non diventa il rumore di un interesse diverso. Raccogliamo i
risultati dell'analisi e vediamo che cosa ne segue. Il dovere esprime
l'esigenza di conformare l'atto al giudizio, di non smentire, con la volizione
attuale, la preferenza, la opzione che si afferma, come criterio di
apprezzamento nel giudicare l'operare proprio e l'altrui, nella valutazione
morale; di non opporre il mio volere in quanto è stimolo e causa dell'azione,
potere di produrre movimenti, al mio volere in quanto è scelta fra posizioni
possibili opposte, e attribuzione continua e persistente di valore all'una, e
di disvalore all'altra. Se si separa la volontà come causa delle volizioni
attuali e contingenti, come potere di esecuzione, dalla volontà che pone i
valori e si esprime nella valutazione, il dovere si presenta come l'esigenza
dell'obbedienza del Volere operante al Volere valutante, del volere esecutivo
al volere legislativo, del volere a cui spetta attuare i valori morali nelle
contingenze mutevoli di luogo e di tempo, al volere che li ha posti e li fa
sentire e riconoscere come tali. Ora, quando la incertezza, l'incostanza, la
debolezza del carattere, il prepotere di istinti, di impulsi e di tendenze
opposte in noi e negli altri, facciano sentire alla coscienza morale la
necessità di un Potere che assicuri la preminenza di fatto e non soltanto di
diritto dei valori morali, e ne tuteli l'osservanza, il valore morale di questo
Potere e delle sanzioni con le quali impone i suoi comandi, viene
manifestamente dall'essere questo Potere pensato come conforme all'esigenza
morale, come proprio di una volontà, che si accorda, in tutto o in parte, con
quel che si è detto il Volere valutante; cioè di una Volontà che tende
all'attuazione dei valori morali. Se quel Potere è pensato senza limiti e
attribuito a una volontà perfettamente morale cioè a una volontà la cui norma
si identifichi con quella del mio Volere-valutante, questa Volontà — in cui il
potere adegua il valutare e per la quale la attuazione dei valori morali adegua
la posizione di essi valori come tali, cioè come degni di essere attuati — sarà
pensata non solo come un potere che impone, ma come Autorità che merita,
un'obbedienza incondizionata; e apparirà che derivino da un'unica sorgente cosí
il comando che esprime la potenza operante di quella volontà, come la
valutazione morale che ne esprime la norma; cioè apparirà fondato su
quell'Autorità il criterio stesso della valutazione. Ma lasciando ogni
questione sulla legittimità delle postulazioni implicite in questi processi
costruitivi e sulla possibilità della loro sintesi, è facile vedere come
rimanga sempre inevitabilmente distinta e presupposta nel concetto
dell'autorità imperante la valutazione, che giustifica il comando, che dà
autorità al potere, che suggerisce l'identificazione di un Volere onnipotente
con un Volere legiferante; la valutazione data nella coscienza morale, la quale
rimane il postulato inespugnabile; non derivabile e non superabile; anche dove
è sottinteso e dove sembra, a primo aspetto, derivato o subordinato. Cosí se il
teologo ammonisce di non biasimare come ingiusto o cattivo ciò che la
Provvidenza dispone o permette, non contrappone alla valutazione morale una
valutazione diversa, ma sostituisce e sovrappone alla «veduta corta d'una
spanna» una sapienza infinita la quale vede i fini remoti di quell'ordine che a
noi rimane occulto; e per il quale in realtà è bene quel che fuori di
quell'ordine a noi appare un male. Ma appunto il criterio di questa bontà è il
criterio morale; ed è il non sapere conciliare i fini apparenti con l'esigenza
morale che induce l'opinione o la certezza di fini ulteriori che si accordino
con essa. Dopo quanto s'è detto riuscirà piú chiara l'analisi delle forme
principali nelle quali si presenta, e si è presentata storicamente, la dottrina
del fondamento autoritativo della morale. Se la distinzione tra il potere e l'esigenza
morale che lo legittima non è superata, come s'è visto, neppure quando si
unificano i due termini nel concetto di un'autorità che sia insieme
irresistibilmente potente e indefettibilmente morale, tanto piú manifesta
sussisterà nelle forme in cui l'unificazione non è posta, o l'adeguazione è
incompleta. Ma restano, almeno all'apparenza, due vie: a) o negare ogni valore
alla coscienza morale come tale, e fondare ogni valutazione, sul potere che la
pone a suo arbitrio; b) o trasferire il criterio della valutazione morale dalla
coscienza personale a un'altra coscienza, impersonale o collettiva, la cui
autorità viene da qualche cosa di diverso che dal suo accordarsi totale o
parziale con la coscienza della persona. Sulla prima tesi non c'è da osservare
che questo: Che essa o non risponde alla domanda alla quale pretende di
rispondere; perché non è dire donde venga l'autorità della valutazione morale
negarle ogni valore, per riconoscere soltanto il potere che la impone, ma che
potrebbe imporre il contrario. O non toglie se non a parole la distinzione, che
ritorna attraverso a qualsiasi sottigliezza, tra l'arbitrio e la giustizia, tra
la forza e il bene. E quando il Callicle platonico condanna le leggi come
un'imposizione dei molti ai pochi, degli inetti e fiacchi agli ingegnosi e ai
forti, egli deve, per non contraddire se stesso, non escludere, ma includere
nel suo biasimo un criterio morale, un criterio superiore alla forza; poiché
serve a giudicarla, a distinguere quella degli ingegnosi, degli intelligenti,
dei superiori, da quella del numero; a riconoscere che v'è una forza che
dovrebbe valere di piú e che non è giusto sia sopraffatta dall'altra. Ma dunque
non è piú la forza che costituisce la giustizia? E il potere illimitato del
Sovrano, al quale Hobbes riconduce ogni criterio di morale e di diritto,
esclude solo in prima istanza, cioè in apparenza, ogni valutazione diversa:
perché, come tutti sanno, l'arbitrio di questo potere è legittimato da
un'esigenza diversa; quella stessa per cui si suol riconoscere che è meglio una
legge cattiva che nessuna legge, e un governo tirannico che nessun governo. La
seconda delle vie indicate conduce a far riconoscere l'autorità morale come
propria, o della collettività concepita come aggregato dei singoli, o dello stato
come distinto e superiore alle persone: sia come organo della società ai cui
fini sono subordinati i fini individuali, sia come Volere universale al quale
devono inchinarsi le volontà particolari. Le due tesi hanno, come è noto ed è
facile capire, significato e valore diverso. Se la collettività è intesa come
semplice aggregato e somma di singoli, non si può evitare il criterio della
maggioranza, cioè in ultimo della forza. Un giudizio morale che non è valido se
corrisponde alla valutazione di n-1 coscienze, diventa valido se quell'una
cambia parere. È il criterio della democrazia politica; di cui non si discute
ora il valore come criterio politico (cioè come criterio di preferenza tra i
mezzi, non di giustizia tra i fini); ma del quale nessuno riconosce sul serio
il valore di criterio morale supremo; per la stessa o analoga ragione per cui
il buon senso non è il senso comune, e il discorrere concludente di un solo
vale piú che il chiacchierare sconclusionato di cento; e per la quale la
maggioranza dei votanti può bastare a fare una legge ma non a farne riconoscere
l'equità. Ché se l'autorità morale della valutazione collettiva vale in quanto
essa esprime l'unanimità dei singoli, e perciò serve a distinguere la sfera piú
o meno ampia di valutazioni in cui tutte le coscienze concordano, da quelle
sulle quali l'accordo sparisce, si riconoscono due cose: che per ciascuna
persona non vi può essere autorità morale superiore a quella della propria
coscienza; che la distinzione la quale può essere di importanza capitale per i
rapporti tra morale e politica, cioè tra norme etiche e norme giuridiche, non
ha valore morale se non a patto di essere fondata essa stessa su una
distinzione di valore apprezzata o apprezzabile (non importa ora cercar come)
dalla coscienza morale personale che la deve riconoscere. Manca dunque sempre
il qualche cosa di diverso dalla coscienza personale, a cui dovrebbe ricondursi
l'autorità della coscienza collettiva. Quando si parla di fini della società
diversi dai fini individuali, e di coscienza sociale distinta dalla coscienza
personale, si corre facilmente nell'equivoco EQUIVOCO [H. P. Grice:
aequi-vocality thesis] di opporre come separati, o, peggio ancora, precedenti
l'uno all'altro due termini correlativi; e si dimentica o si trascura di tener
presente che i fini della società non sono fini se non per gli esseri associati
che li concepiscono e li fan propri; e che la coscienza sociale non esiste e
non si rivela che nelle coscienze individuali; come, per converso, che i fini
individuali sono nello stesso tempo, o direttamente o indirettamente, fini
della società; e un certo grado di distinzione e differenziazione delle
coscienze individuali è correlativo a un grado corrispondente di coscienza
sociale. Ciò non significa negare il fattore sociale e le esigenze della
socialità. Ma significa che quando si parla di individui e di coscienza
individuale, questo individuo è già il socio; è esso, e nello stesso tempo la
società a cui appartiene; e la coscienza personale sua è insieme coscienza di sé
individuo e coscienza di altri e del tutto: ed è cosí legittimo dire che
esprime le esigenze dell'io di fronte a quelle della società, come dire che
esprime quelle della società di fronte a quelle dell'io. Fatta questa
avvertenza, che non sarebbe a rigore necessaria per la discussione presente,
riesce meno strana l'affermazione che i valori sociali non sono morali se non
perché e in quanto sono sentiti e valutati come tali dalla coscienza personale;
e che dal punto di vista etico non è la società che dà valore ai miei criteri
morali, ma sono i miei criteri morali che danno valore alla società. La
socialità stessa, come tendenza e come esigenza, può essere ed è valutata alla
stregua della esigenza morale. Derivare la valutazione morale da fini sociali
significa dunque derivarla da qualche cosa il cui valore è giudicato e posto in
grazia di quella stessa valutazione che se ne vuol trarre. Di che si può
trovare la prova in due considerazioni non difficili. La prima è questa: che il
giudizio sulla maggiore o minore eccellenza e dignità dei fini designati come
sociali e delle istituzioni, delle leggi, dei tipi di società, ammette o
sottintende postulati morali; e che non v'è riforma sociale piccola o grande
che non invochi e non debba affrontare il giudizio della coscienza morale.
Quella stessa dottrina sociale (il marxismo) che formulò piú apertamente il
proposito del piú risoluto amoralismo per fondarsi su un rigoroso determinismo
storico, vede dissiparsi il suo bagaglio scientifico, e star saldo quel
nocciolo di idealità etiche per le quali professava in vista il piú aperto
dispregio, e che in realtà avevan dato l'anima alla dottrina e l'ali alla
certezza. L'altra osservazione è questa; che appunto quel che vi è di vivo e di
vitale e di durevole nella fede («fede è sostanza di cose sperate») che prende
il nome dal socialismo, è sociale non nel fine, ma nel mezzo; mentre è, nel
fine, e non potrebbe non essere, suggerito e alimentato da un ideale morale che
ha per oggetto e per centro l'individuo, la unità personale umana. Poiché la
proprietà collettiva è concepita, attesa, voluta come condizione necessaria a
rendere effettiva la libertà di tutti, a far veramente di ogni individuo umano
una persona umana. Che poi quella sia la condizione necessaria, e che sia sufficiente;
o che gli effetti siano per essere diversi o opposti da quelli sperati, è
tutt'altro discorso. La vieta analogia biologica che fa degli individui le
cellule dell'organizzazione sociale, se anche rispondesse a verità per quel che
riguarda le condizioni dell'esistenza, dovrebbe sempre venir rovesciata nel
rispetto della valutazione morale. Perché soltanto nella cellula-individuo
l'organismosocietà acquista coscienza di sé; e soltanto nella coscienza
dell'individuo vale come organismo, e per essa soltanto potrebbe acquistar
valore di finalità riconosciuta e voluta da lui come superiore a se stesso. Né
concluderebbe il dire che non si tratta in ultimo che di un «punto di vista
diverso; e che, se dal punto di vista dell'individuo i valori sociali sono valori
individuali, dal punto di vista della società è vero l'inverso: perché la
coscienza che pone i valori sociali, e che giudica e valuta dal «punto di
vista» sociale, che funge da coscienza sociale, è ancora, sempre,
inevitabilmente, una coscienza individuale.Più breve discorso è da fare per il
proposito nostro, della dottrina assai piú sottile e complicata che concentra
ogni autorità e ogni finalità sociale nello stato e fa dello stato l'organo
dell'Eticità. Perché in quanto la volontà dello stato sovrano si identifica col
Volere universale cioè col volere morale, non c'è che da ripetere quel che si è
detto sopra a proposito dell'identificazione del Volerepotere col
Volere-valutazione. Ciò che fa essere lo stato arbitro della valutazione, e
l'autorità dei suoi comandi criterio supremo dei valori morali, è questa
affermata identità del Volere dello stato col Volere morale che si viene
attuando nella Storia. Le difficoltà che possono nascere dagli sforzi di
conciliare lo stato com'è con lo stato com'è concepito, e di interpretare i
processi reali del suo divenire storico come momenti di attuazione dello
Spirito universale cioè del Volere morale, rimangono estranee al punto in
questione; il quale è questo: che il valore etico dello stato nasce dall'essere
esso e esso solo l'organo adeguato di quel Volere universale, il quale è lo
stesso Volere etico, che informa di sé la coscienza personale e si fa valere in
essa. Cosi qualunque sia il Potere e qualunque il Volere a cui si voglia
ricondurre l'autorità della coscienza morale, sempre si trova dietro a quel
Potere e dietro a quella Volontà, inevitabilmente dato o presupposto, quel
valore morale che legittima il primo e dà autorità al secondo; come dietro la
firma dell'uomo d'affari sia, non vista e non detta, ma sottintesa, la
ricchezza reale o supposta, che fa della sua cambiale un valore. Ma se
l'autorità della valutazione morale non è derivabile da nessun'altra autorità
superiore diversa da quella della coscienza personale, bisogna ammettere: o che
le valutazioni morali delle diverse coscienze coincidano totalmente, cioè che
le coscienze personali non siano che copie o esemplari di una medesima
coscienza morale che si esprime per mille voci uguali di tono e di contenuto; o
altrimenti che si trovi, nella natura stessa dei valori morali, posta, insieme
con la esigenza dell'accordo rispetto ad alcuni, quella della differenza e
dell'opposizione rispetto ad altri valori. E in questo caso al problema della
fondazione storica e della fondazione consensuale della valutazione morale si
sostituisce l'altro problema: Quali sono i valori morali nel cui riconoscimento
l'autorità dell'induzione storica e l'autorità del consenso universale
coincidono con quella della coscienza personale? E in che cosa differiscono dai
valori morali per i quali manca tale accordo? È legittima, e perché ed entro
quali limiti, una subordinazione (che in ogni caso non potrebbe né in fatto né
in diritto estendersi all'atteggiamento interiore, ma valere soltanto rispetto
alle manifestazioni esteriori) dei secondi ai primi? E del pari si trasforma il
problema sul fondamento del dovere. Il dovere non riguarda, come s'è visto, il
valutare, ma il conformare la condotta alla valutazione; e suppone il rapporto
tra due volontà distinte o concepite come distinte, tra un volere presente e
momentaneo che si rivela nella volizione attuale e concreta, e il volere
dell'io persona, il Volere valutante o normativo, che le dà unità. Se l'io
momentaneo o contingente è dominato totalmente e assorbito dall'io persona, e
il Volere operante si identifica col Volere valutante, il dovere si attenua e
svanisce perché sparisce il termine subordinato; se il Volere valutante manca e
l'io non è che aggregato temporaneo e variabile di impulsi e di tendenze
accidentali, il dovere non sorge perché manca il termine subordinante. Il
problema del dovere è perciò il problema di questo rapporto, e delle difficoltà
che nascono, sia dal concepire il Volere operante come uno e identico col
Volere valutante; sia dal concepirlo come distinto e diverso; sia infine dal
concepire, secondo importa la necessità di una conciliazione, le due volontà
come distinte e diverse nell'uomo individuo, ma come una e identica in un
Potere soprapersonale del quale il valore morale esprime la legge nella
coscienza individuale. Ogni sforzo di derivare una valutazione morale da
qualche cosa di cui non sia già riconosciuto il valore morale è dunque vano o
illusorio. O non dà quel che si cerca, o presuppone quel che si pretende di
fondare. In realtà i valori morali o valgono per sé o sono tali in grazia di
altri valori che valgono essi come morali per sé. Epperò ogni ragionamento col
quale si dimostri per esempio che un'azione è buona o giusta, si risolve o nel
ricondurre quell'azione a una classe di azioni, a un modo di operare già
riconosciuto come morale, o nel dimostrare che questa azione fu od è voluta
come condizione o mezzo di attuazione di un valore morale. I valori morali
diretti e immediati, apprezzati e voluti per sé, sono dunque dati di una
esperienza morale non riducibile ad altre forme di esperienza e i giudizi nei
quali questa validità diretta e immediata è ammessa o riconosciuta, sono
postulati di valutazione morale (postulati etici in proprio senso). E una
dottrina morale in quanto è sistema di valutazioni si fonda in ultimo sui
postulati etici, espressi o sottintesi, di cui si assume che sia ammessa la
validità: cioè che siano dati immediati della coscienza morale. Quando sia
chiaramente riconosciuta questa indipendenza, questa validità per sé o
autoassia dei postulati etici, le costruzioni dottrinali rivolte a cercare
fuori della morale un fondamento che essa né può trovare né ha bisogno di
cercare altrove, prendono un carattere e un significato diverso se non opposto;
e forse considerate da questo aspetto rivelano meglio la tendenza profonda che
muove e avviva in forme sempre risorgenti di tentativi diversi, i tipi di
costruzione morale esaminati nei capi precedenti. L'idea centrale
dell'intellettualismo morale di cercare il fondamento morale in una realtà obbiettivamente
data, e, in una conoscenza di questa realtà, dei suoi gradi di entità e di
perfezione, il criterio della valutazione morale, diventa, guardata da questo
aspetto, un'espressione della tendenza profonda e incoercibile, di trovare nel
valore il senso e la ragion d'essere della realtà, nel criterio morale la
chiave della sua interpretazione; di commisurare la realtà alla dignità, e
riconoscere come esistente veramente soltanto ciò che è degno di esistere,
facendo del bene il solo vero reale, e del male un mancamento, un difetto di
realtà, l'irreale. Dietro il pensiero che muove i tentativi dell'utilitarismo
sotto qualunque forma si presenti (non soltanto edonistico, ma estetico,
noetico, umanitario, religioso) di trovare la ragione del valore morale in un
bene supremo o maggiore o piú alto di ogni altro, che ne persuada l'utilità o
ne giustifichi l'autorità, appare la convinzione che anche sotto il rispetto
soggettivo della felicità (per l'uomo patologico, direbbe il Kant) non è in
ultimo veramente bene se non ciò che è morale, o ciò a cui la moralità apre la
via. Tutto ciò che ha valore, in quanto ha valore davvero, non può contrastare,
ma si accorda, deve accordarsi coi valori morali, consistere in questi, o
essere — in ultimo — condizionato da questi. E quando si tormenta la storia
(storia esterna e storia interna della civiltà) per trovare nel processo di
svolgimento, nella selezione subita o nel trionfo conquistato, i titoli di
nobiltà che spieghino e legittimino l'autorità della morale, della nostra
morale, si agita dietro l'acume e la sottigliezza delle indagini e sotto gli
accorgimenti dell'induzione storica, il bisogno di trovare nella storia
l'attuazione di un disegno etico, di fare dell'accadere storico un divenire
morale, di confermare con l'esperienza morale del passato l'esperienza del
presente, la nostra esperienza morale, la mia. Come l'appello al consenso
universale degli uomini, meglio che allo scopo di fondare su questo consenso la
mia certezza morale, risponde alla esigenza che realmente abbiano valore per
ogni coscienza quei valori che sono posti come universali dalla mia, e
costituiscono non il mio soltanto, ma il patrimonio ideale piú prezioso di ogni
uomo, dell'uomo. E finalmente, quando dell'autorità si cerca il fondamento in
una volontà superiore e distinta dalla volontà di ciascuno, che si impone a
questa e ha il potere di obbligarla, l'esigenza a cui si obbedisce è quella
stessa di cui si alimenta la coscienza del dovere: l'esigenza che il volere piú
alto e il piú degno di autorità perché è il volere che pone i valori morali,
sia nello stesso tempo un potere adeguato al compito suo, il potere piú
forte10; sia, come il vero volere, cosí il supremo potere. La forma generale,
con la quale si presentano da questo punto di vista i problemi, è dunque
inversa a quella nella quale sono posti e considerati nelle dottrine che
cercano fuori della morale il fondamento della morale. Si tratta non già di
vedere quale ragione d'essere, e d'esser tali piuttosto che altri o diversi,
trovino i valori morali nella realtà che conosciamo, nei beni d'altro genere
che desideriamo, nelle tradizioni e negli esempi del passato, nei giudizi dei
contemporanei, nel comando di un Volere onnipotente; ma di vedere se e come sia
possibile e sia legittimo costruire una realtà, graduare dei valori,
interpretare la storia, pretendere il consenso, postulare una Volontà in cui si
adegui il potere al volere, sul fondamento della certezza e validità immediata
e diretta dei valori morali, e delle esigenze che essi implicano. La
formulazione generale di quei problemi dal punto di vista morale è dunque
segnata da questo procedimento: Quali sono i valori morali; e quali sono le
esigenze derivanti dalla loro posizione; se e quali postulazioni di ordine
teoretico siano richieste a soddisfare queste esigenze; se e quale legittimità
abbiano le postulazioni teoretiche fondate sopra di esse. Ma qualunque cosa si
pensi di questi problemi e delle loro soluzioni, sussiste, indipendente da ogni
giudizio su di essi, e rimane stabilita chiaramente e incontestabilmente, la
primarietà, la indipendenza, la auto-assiomaticità delle valutazioni morali. A
fondamento dei giudizi morali non vi sono e non vi possono essere che dati e
postulati di valutazione morale. L'idea di «potere» è un elemento inespugnabile
del concetto di volontà, perché la volontà è produzione, creazione, iniziativa.
Dove si ravvisa o si presume che ci sia o ci debba essere una volontà, ivi si
presume una forza (non è anzi la volontà la prima, e la sola forza, cioè
attività che ci sia rivelata dall'esperienza diretta?); e una forza tanto
maggiore quanto più grande e difficile è il compito che la volontà si pone. Ed
è perciò che questa forza appare nella forma più chiara, quando il volere
morale si traduce in atto contro gli impulsi di ogni altro genere ed a prezzo
dei più gravi sacrifici; è perciò che il sacrifizio è la prova più alta e la
testimonianza più sicura (nell'espressione stupenda del Cristianesimo
testimonio è il martire) della saldezza, della serietà del volere morale. Ed è
anche per ciò che appare inevitabilmente pietoso o ridicolo un volere senza
potere; e che il senso comune si fa beffe dei padri Zappata. Dei due elementi
della volontà, la direzione consapevole e la forza, il senso comune è tratto
senza esitazione a fare maggior stima della forza. Ha torto? ha ragione?
L'indipendenza e l'indeducibilità dei grandi valori morali da qualsiasi
speculazione teoretica fu, come tutti sanno, riconosciuta e affermata, nella
forma piú esplicita e con grandissimo vigore dal Kant. Perciò le conclusioni
riassunte nell'ultimo capitolo sembrano mettere capo alla sua dottrina e alla
soluzione data da lui al problema che l'analisi precedente pone come il
problema veramente centrale dell'etica: quale sia il dato o quali siano i dati indeducibili
della morale; o, che torna lo stesso: quale sia il criterio (o quali i criteri)
a cui si riconduce la valutazione morale. Bisogna dunque cercare prima di tutto
se questa soluzione sia veramente esauriente. Ma giova intanto avvertire
subito, per evitare le facili confusioni e gli equivoci indotti da connessioni
abituali di idee e di dottrine, che la indeducibilità dei valori morali, come
non implica necessariamente i principi e i procedimenti tenuti dal Kant nel
riconoscerla (poiché vi si giunge, come abbiam visto, anche per altra via),
cosí non richiede, per sé, né che si accettino né che si ricusino le
conclusioni alle quali si arriva. La connessione fra le diverse tesi che si
raccolgono attorno alla autonomia kantiana può essere, anzi veramente è, nel
suo pensiero una connessione necessaria, ma non è necessaria fuori di esso e
fuori del sistema di dottrine che lo esprime. Cosí il «primato della ragione
pratica» nella soluzione dei problemi metafisici non è una conseguenza
logicamente inevitabile della indipendenza e validità per sé dei valori morali;
benché possa essere e sia anzi facilmente accolta da chi riconosce questa
indipendenza e validità. Ciò che si presenta come conseguenza di questo
riconoscimento è il problema della conciliazione tra le esigenze della
speculazione teoretica e le esigenze della valutazione morale; del qual
problema il primato della ragion pratica esprime una soluzione o traccia la via
per la quale Kant la cerca. Ma veniamo al punto che ci interessa. Il concetto
fondamentale dal quale il Kant prende le mosse è, come è noto, quello del
volere buono. Il volere buono è il volere che si determina non per un oggetto,
qualunque esso sia, che abbia un valore di fine per chi lo vuole (motivo
«patologico»), ma per il dovere: cioè per il rispetto alla legge perché è
legge; non già in vista di quel che la legge comanda, ossia delle conseguenze
che il volere conforme alla legge apporta. Il rispetto della legge in quanto è
legge, astrazione fatta dal suo contenuto, è dunque il rispetto di ciò che la
fa esser legge, della sua validità universale. L'universalità è la forma della
ragione che si pone come esigenza del volere puro; è la ragione stessa in
quanto si manifesta come volontà, è la ragione pura pratica. Se l'uomo fosse
pura ragione, cioè se non fosse insieme un essere sensibile soggetto a
tendenze, a impulsi di altre specie, il suo volere sarebbe santo, e non si
potrebbe parlare di dovere. Invece il dovere c'è perché c'è l'esigenza di
conformare l'azione alla ragione e non agli impulsi della sensibilità. E il
volere buono e appunto il volere che posto fra la legge e quegli impulsi, di
qualunque specie siano, si determina per la legge, cioè per l'universalità, che
è la forma della volontà razionale. Il criterio supremo della moralità è perciò
espresso nella nota prima formula dell'imperativo categorico, di cui si dice
piú sotto. Come si deve intendere quella universalità? E basta essa ed essa
soltanto a fornire la caratteristica della valutazione etica, a distinguere ciò
che vale moralmente da ciò che non vale? Quando la prima formula
dell'imperativo dice: «Opera soltanto secondo quella massima che tu puoi volere
nello stesso tempo che diventi una legge universale», questa possibilità di
voler che la massima diventi legge universale può esser presa in due
significati diversi. Può voler dire la possibilità che sia seguita
universalmente senza che l'osservanza da parte degli uni tolga o impedisca o
limiti la possibilità della medesima osservanza da parte degli altri; la
possibilità di pensarla senza contraddizione come legge universalmente valida;
o può significare invece la possibilità che il valore universale della massima
sia riconosciuto senza che questo riconoscimento contraddica o neghi il valore,
che è o si suppone già ammesso, di un principio piú generale; ossia che si
possa volere l'universale validità della massima senza disvolere l'universalità
di una MASSIMA piú generale che la comprende, e si suppone che già sia o debba
essere ammessa come legge. I due significati sono profondamente diversi,
sebbene possa parere a prima vista che coincidano. Che, negli esempi che dà e
nei commenti con cui li accompagna, lo stesso Kant non mescoli qualche volta i
due sensi e non ne oscuri le differenze, non oserei negare; ma non parmi si
possa dubitare che il vero significato inteso e voluto da lui sia il secondo e
non il primo. Se s'intende l'universalità nel primo senso bisogna riconoscere
che non soltanto si può concepire, ma può darsi in effetto che sia seguita
universalmente, una massima senza che perciò se ne ammetta il valore morale;
come per converso; può darsi che di una massima di condotta non sia possibile
l'osservanza universale senza che perciò se ne riconosca l'immoralità. a) Come
esempi del primo caso basta citare uno di quelli addotti dallo stesso Kant
(nella Fondazione) in sostegno del criterio dell'universalità: l'esempio
dell'uomo d'ingegno che preferisce il darsi buon tempo alla fatica di
esercitare e perfezionare le sue doti naturali (dove è chiaro che non vi è
nessuna impossibilità di concepire che tutti seguano quella medesima massima,
sebbene questo non importi nessun riconoscimento di valore morale); e quello
(addotto dallo Schopenhauer contro il Kant) della ragione del piú forte. Anche
qui è possibilissimo ammettere che dappertutto dove vi è un forte di fronte al
debole il primo sopraffaccia il secondo, cioè che la subordinazione del debole
al forte sia fatta valere universalmente come legge, senza che perciò se ne
ammetta la moralità. Per converso, tra le massime che non possono pensarsi
universalmente osservate senza contraddizione vi sono non solo massime
comunemente riconosciute come immorali, per esempio, che ciascuno possa
appropriarsi l'altrui, ma anche massime come l'opposta: che ciascuno ceda il
proprio a vantaggio d'altri. Della quale, se non gli economisti, almeno San
Francesco e i suoi ammiratori non metteranno in dubbio la santità. Ed è
manifestamente del pari impossibile pensare universalmente praticate cosí la
seconda come la prima. Ben diverso è il secondo significato; per il quale la
possibilità o l'impossibilità di universalizzare la massima non riguarda
l'osservanza, ma la compatibilità o l'incompatibilità di questa
universalizzazione della MASSIMA con la volontà che la pone. Senonché questa
incompatibilità (restringo, per semplificare, l'esame alla forma negativa che è
anche la piú importante) può esprimere due specie diverse di contrasto: può
voler dire che universalizzando la massima si viene a togliere la ragione per
la quale si è accolta, ossia a negare il motivo stesso che la giustifica;
oppure che si nega il valore di un'altra massima che già vale, o si ammette che
valga o debba valere per la volontà, come legge universale. I due casi debbono
essere considerati a parte e si possono chiarire facilmente con esempi.
Supponiamo che oggi io, piú forte, trovandomi di fronte a un debole lo
costringa a fare il piacer mio, e che giustifichi la mia prepotenza con la
massima che il forte ha diritto di soggiogare il debole. Se il motivo, che mi
ha indotto a formulare la massima è l'interesse egoistico, accadrà che in nome
di questo stesso interesse io dovrò negare la massima quando le vicende
facciano di me, del piú forte di ieri, il debole di oggi. Ossia la massima non
può essere universalizzata, senza che venga posta con ciò la possibilità che
sia negato il principio (cioè il motivo o l'interesse) in grazia del quale l'ho
accolta. Se si suppone invece che io riconosca essere nella forza il fattore di
ogni elevazione morale, e nell'esercizio incondizionato di essa il valore
morale piú alto, la massima della prepotenza che approvo quando il piú forte
sono io, dovrà essere parimente approvata — anche se hic et nunc mi dispiaccia
— quando il piú forte sia altri; e l'universalità della massima potrà esser
voluta senza contraddizioni, perché si accorda con il mio supremo criterio
morale (che è quanto dire universale) di valutazione; ossia perché è una forma
subordinata di un'altra massima già posta dal mio volere come legge universale.
Il significato nel quale è preso dal Kant il criterio della universalizzazione,
è, come si è detto, il secondo; e propriamente quella forma del secondo che
risponde all'ultimo dei casi ora esaminati. Né potrebbe cadere sotto qualsiasi
altra la considerazione, che è la sola veramente decisiva, fatta da lui per
provare che non potrebbe essere universalizzata la massima proposta nel 3°
esempio, già citato, dell'uomo che ha ingegno e rinuncia a coltivarlo. «Egli
vede bene che senza dubbio una natura, malgrado una tale legge universale,
potrebbe sempre ancora sussistere, anche quando l'uomo (come l'abitatore del
Mar del Sud) lasciasse arrugginire i suoi talenti e non pensasse che a volgere
la sua vita verso l'ozio, il piacere, la propagazione della specie, in una
parola, verso il godimento; ma egli non può assolutamente volere che questa
divenga una legge universale della natura e che ciò sia innato in noi come
istinto naturale. Perché come essere ragionevole egli vuole necessariamente che
tutte le facoltà siano sviluppate in lui». (Fondazione). La medesima
considerazione è ripetuta a proposito dall'altro esempio in cui si fa l'ipotesi
del brav'uomo, che si propone di non far del male a nessuno, ma quanto
all'adoperarsi nei bisogni altrui è del parere: ciascuno per sé, e Dio per
tutti. «Quantunque sia possibile che sussista una legge universale della natura
conforme a quella massima, è impossibile di volere che un tale principio valga
come legge della natura» Per il Kant dunque l'universalità della massima non è
criterio della sua bontà e del valore morale della volontà che vi si conforma,
se non perché essa è una prova dell'accordarsi della massima seguita
nell'azione con la natura dell'essere ragionevole, con la legge posta dalla
Ragione, che è la legge stessa morale. Soltanto intesa cosí la formula (nella
Fondazione) della volontà di ogni essere ragionevole che istituisce per mezzo
delle sue massime una legislazione universale, o nei termini della Critica
della ragion pratica. Opera in modo che la massima del [Con quel che risulta
evidente da questa ipotesi si accorda il fatto assai notevole della profonda
diversità di valore che può assumere nel nostro giudizio morale la medesima
regola pratica, secondoché noi vediamo dietro di essa un motivo soprasoggettivo
e impersonale (anche se contrario al nostro criterio di valutazione) o un
motivo soggettivo e personale; a seconda che ci appare una massima accettata
veramente da chi opera come norma, o un comodo pretesto o compromesso del
momento; cioè a seconda che vi si trova o no quella condizione necessaria, se
non sufficiente, del carattere morale, che è la coerenza dei giudizi tra di
loro e delle azioni coi giudizi. La ragione di natura egoistica che Kant fa
seguire può valere tutt'al più come un tentativo poco felice di giustificare la
simpatia dal punto di vista dell'interesse individuale, ma non varrebbe per sé
in alcun modo a dimostrare l'impossibilità di volere di cui si parla, se non a
patto di identificare (pericolo forse non avvertito) il volere dell'uomo «come
essere ragionevole» col volere del caro Io. Il corsivo delle parole
sottolineate in questa e nella citazione precedente è mio, tranne per la parola
volere spazieggiata. Cito per la Fondazione della metafisica dei costumi la
bella traduzione del Vidari (Pavia, Mattei Speroni); per la Critica della ragion
pratica mi riferisco al testo originale nella edizione della R. Accademia di
Prussia (Kant's Gesammelte Schriften, Reimer, Berlin). Kritik der praktischen
Vernunft, tuo volere possa valere insieme come principio di una legislazione
universale»; e coll'autonomia del volere come principio di tutte le leggi
morali e dei doveri conformi ad esse. E soltanto cosí si può intendere come
egli creda di derivare dall'universalità la formula famosa e piú feconda (ma
feconda in quanto dà un contenuto all'universalità, non in quanto semplicemente
ne riceve la forma. Opera in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona
sia in quella di ogni altro, sempre ad un tempo come fine e non mai soltanto
come mezzo. Ma intesa cosí l'universalità, essa non esprime che una doppia
esigenza: dell'universale conformità delle massime alla ragione, alla legge
morale, al volere puro come principio di una legislazione universale, vale a
dire, alla legge morale; e della universale validità delle massime come
comandi, cioè dell'universalità del dovere. Ma né dall'universale imperatività
delle massime, né dalla universale loro conformità alla legge morale è
possibile ricavare quali sono i modi di operare che le massime impongono, quale
sia la legge universale che la volontà per mezzo delle sue massime pone a se
stessa. Se ora vogliamo, e possiamo ormai farlo legittimamente, uscire dalla
terminologia kantiana e servirci dei termini usati nella parte precedente,
possiamo raccogliere e completare l'analisi del criterio kantiano in una forma
forse piú chiara. I valori morali sono valori riconosciuti dalla pura ragione,
valori che esprimono la volontà dell'uomo in quanto è essere ragionevole. La
esigenza caratteristica sentita profondamente dal Kant, che i valori morali
siano superiori ed estranei ad ogni interesse egoistico, e apprezzati e voluti
per sé, indipendentemente da ogni considerazione delle loro conseguenze, lo
spinge (poiché la volontà come potenza pratica gli sembra inevitabilmente
legata a tendenze e impulsi sensibili, a fini, cioè a rappresentazioni di
conseguenze valutabili solo in rapporto alla sensibilità del soggetto) a fare
dei valori morali degli enti di ragione, a trarli dalla ragione pura, a fare
della ragione pura la ragione pratica («la ragione pura è per se stessa pratica»).
Ma la ragione per quanto si faccia non dà valori; la ragione esige o impone la
coerenza; teorica: dei giudizi fra di loro e con i principi e i dati su cui si
fondano; pratica: delle valutazioni derivate e mediate con le valutazioni
direttamente date o postillate, e delle azioni con le valutazioni. Non dà
dunque le valutazioni, sebbene sia tutt'altro che trascurabile, anche per
questo rispetto, l'ufficio di confronto, riduzione, subordinazione,
unificazione che le è proprio. Non è meraviglia che a voler cavare, da essa
soltanto, i valori morali, non se ne estragga in ultimo che questa esigenza di
una universale coerenza della volontà con se stessa; esigenza necessaria e
caratteristica di ogni uomo che sia persona, perché sottintesa, affermata,
voluta (anche quando coi fatti la smentiamo, ma sempre a malincuore)
costantemente, come prova e testimonianza a noi stessi della unità spirituale,
della esistenza e continuità dell'io come persona. Ma essa per sé non ci dice
né che cosa sono i valori, né quali sono i valori sui quali si fonda e ai quali
deve far capo l'esigenza unificatrice della coerenza. La ragione appresta,
scegliendoli dal groviglio delle conoscenze, i riti adatti a fornir la trama
dell'ordito. Ma i fili dell'ordito, i valori fondamentali sono dati dalla
volontà; né si può derivarne la natura dalla natura della trama; né dal disegno
della tela.Né maggior luce può venire dalla Volontà come Kant la concepisce; né
dal concetto del Volere puro né da quello del Volere buono. Il Volere puro, il
Volere autonomo, il Volere spoglio come s'è detto, di ogni impulso sensibile, e
capace di volere i valori morali per sé, non può esser per lui che il Volere
che vuole la ragione, la ragione stessa in quanto è pratica, in quanto è forma
legislatrice, e non dà che questa medesima universalità.Quanto al concetto del
volere buono, esso aggiunge bensì alla nota dell'universalità (rispetto della
legge perché è legge) la nota dell'obbligatorietà (un'azione è buona quando è
compiuta per il dovere); ma questa nota è possibile nel volere buono soltanto
in causa del conflitto tra il rispetto della legge morale — col quale si
identificherebbe per sé il volere puro — e gli impulsi sensibili. È dunque un
carattere che riguarda la moralità, non la valutazione morale, e che esprime il
pregio la eccellenza la supremazia dei valori morali in confronto degli altri
valori; ma non dice in che consistano i valori, né donde nasca questa
eccellenza (se non dall'universalità della legge). In ogni caso anche se il
dovere è, nella conoscenza dell'uomo empirico, la ratio cognoscendi della
legge, sta però nella legge la ragion d'essere del dovere e non nel dovere la
ragion d'essere della legge. Sapere che i valori morali debbono essere attuati
non è sapere in che consistono, né sapere perché meritano che si debba
attuarli. Che debbano essere scritti con la iniziale maiuscola tutti i
sostantivi che viene imparando, potrebbe anche essere per uno scolaro tedesco
il criterio per distinguerli come tali dalle altre voci del discorso; ma non è
l'obbligo di scriverli con l'iniziale maiuscola che li fa essere e diventare
sostantivi. Resta da esaminare la forma che il criterio di valutazione assume
nella 2a delle note formule; quella in cui si assegna alla legge un contenuto
cioè un fine; e il rispetto della legge perché legge, diventa rispetto
dell'umanità o della persona umana come fine in sé. Ma è facile vedere come
questa pretesa derivazione dalla prima formula, o è veramente chiusa nei limiti
di una derivazione e non dice nulla di piú di quella onde è dedotta; o assume
davvero un contenuto, e questo costituisce per sé un criterio di valutazione
distinto e diverso da quello da cui si pretende dedurlo. Il quale non si
esaurisce piú nell'universalità della valutazione morale ma richiede un
riferimento agli oggetti della valutazione; ed è un criterio non piú formale
soltanto, ma anche materiale. Se, anche inteso cosí, sia adeguato al bisogno
resterà da vedere piú innanzi. Il termine che media il passaggio kantiano dalla
legge come forma all'umanità come fine è il rispetto della natura ragionevole.
Poiché la legge è la ragione, il rispetto della legge, cioè della ragione,
importa il rispetto dell'essere ragionevole, come tale; della natura di essere
ragionevole e della persona umana nella quale si manifesta a noi questa natura.
Si potrebbe già discutere, a rigore, sulla legittimità di passare dal rispetto
della ragione al rispetto di una natura ragionevole, perché ciò che impone
rispetto nella ragione è secondo Kant la sua forma legislatrice e non il soggetto,
qualunque sia, che la porta, e in cui si realizza questa forma. Tuttavia,
finché si pensa l'essere ragionevole come puramente tale cioè come costituito
di sola ragione ed esaurientesi in essa, il passaggio si riduce in fondo ad una
ipostasi, e il contenuto non muta. Ma quando si deve venire all'uomo, il
trapasso è ben diverso. L'uomo è essere ragionevole, ma non tutto, e non
soltanto ragione. Ora: quando si dice rispetto della persona umana, si intende
rispetto di tutta la persona in quanto nella persona si rivela una coscienza
uno spirito (che la comprende sí, ma è ben lungi dall'esaurirsi nella ragione),
oppure si intende la persona in quanto è essa stessa ragione e null'altro, cioè
in quel che ha di universale, di medesimo in tutti gli uomini, di (come si
dice, sebbene il dirlo qui paia un bisticcio) impersonale? Non c'è che da
ripetere quel che s'è detto già; dall'assumere come fine questa personaragione
vuota di ogni altro contenuto non si ricava altro criterio che sempre e ancora
il rispetto della ragione come tale. E solo verrebbe fatto di chiedersi se
questo inchinarsi davanti alla persona, soltanto per quel che vi è in essa di
medesimezza e di identità con ogni altra persona e non anche per quel che vi è
di proprio originale, individuale e irriducibile, non si assomigli
all'inchinarsi davanti a un apparecchio telefonico per il rispetto dovuto alla
voce autorevole che in esso risuona. Oppure si intende che la ragione (o meglio
un Volere razionale) conferisce dignità all'uomo, a tutto l'uomo, a tutte le facoltà
e attività che essa ordina e fonde nella unità inscindibile del medesimo e del
diverso, del comune e del proprio, dell'universale e dell'individuale; che non
la ragione, ma lo spirito umano nella interezza delle sue manifestazioni, la
coscienza vivente in ogni persona merita questo rispetto; e allora, allora
soltanto, si può parlare di un contenuto che non si esaurisce nella forma. Ma è
troppo evidente che inteso cosí il rispetto alla persona non si può derivare
dal rispetto alla ragione e alla legge perché legge. Intesa cosí la persona
umana, essa non è piú l'universalità vuota e astratta di una legge fine a se
stessa, ma è la sorgente di quei valori morali dei quali la «ragione» constata
la universale validità e la riconosciuta sovranità sugli altri valori, mette in
luce le esigenze, determina le condizioni di attuabilità; (e potrà poi indagare
se e come tali esigenze e condizioni si possano conciliare con quelle degli
altri ordini di valori e in particolare con quello del sapere); di quei valori
morali che il «Volere puro» pone in forma di legge, e il «Volere buono» attua
in forma di doveri. Che per la natura ragionevole dell'uomo si intenda non
soltanto la pura forma della ragione, ma anche altre facoltà, disposizioni,
modi di essere e forme di attività, e che il Volere ragionevole non riconosca
come valore morale soltanto la conformità alla forma della ragione, ma la
conservazione l'incremento l'esercizio di queste altre facoltà e attività
spirituali, appare in forma tipicamente significativa nel commento già riferito
sopra con l'esempio (nella Fondazione) a cui si riferisce. Come essere
ragionevole egli (l'uomo) vuole necessariamente che tutte le facoltà siano
sviluppate in lui, visto che gli sono state date per servirgli ad ogni sorta di
fini possibili». Questo volere dell'uomo ragionevole, che è il volere puro, il
volere autonomo, morale, è dunque il volere che vuole necessariamente lo
sviluppo di tutte le facoltà, cioè il volere di cui si pensa e si ammette che
il contenuto sia costituito da valori già dati e riconosciuti senza
contestazione come fini di un volere buono cioè come valori morali14. E appare
manifesto che la riduzione del criterio di valutazione morale a criterio
puramente formale suppone che siano già noti, quanto al contenuto, i fini
dell'operare morale; già conosciuti e determinati, quanto all'oggetto loro, i
doveri. E risponde alla domanda: quand'è che l'intenzione dell'operare è
veramente buona, che un atto è veramente morale? ma non alla domanda: quali
sono le azioni, in cui questa buona intenzione si deve tradurre; quali sono i
fini a cui il volere buono deve rivolgersi; ossia quali sono i valori, nella
cui attuazione fatta con purità di volere consiste la moralità? [ E che
veramente si sottintendano come già noti e riconosciuti è confermato
all'evidenza dall'analisi di ciò che costituisce veramente il presupposto
fondamentale non solo di quella citata ma dalle altre esemplificazioni; con le
quali si prova, non già, come s'è visto, l'impossibilità per sé di
universalizzare, ma l'impossibilità di volere che una tal massima valga come
universale. Infatti la ragione per la quale non si può erigere a massima
universale il principio che chi è stanco della vita può uccidersi non è già
l'impossibilità di concepire seguíta una tal massima da tutti quelli che sono
stanchi della vita, ma l'impossibilità di volere che sia riconosciuta e
adottata; perché essa implica che si affermi la superiorità del piacere sui
valori morali (dei quali la vita è condizione); mentre, appunto perché li riconosciamo
come morali, affermiamo e vogliamo il contrario. Così nel secondo, il dato
contro cui urta la universalizzazione della massima — che sia lecito promettere
con l'intenzione di non mantenere — è la superiorità sottintesa della sincerità
e della lealtà sull'interesse egoistico; e la conseguente impossibilità di
volere che cessi di essere riconosciuta universalmente quella superiorità di
cui noi siamo certi. Del terzo esempio si è detto, e si è accennato anche al
quarto; nel quale ultimo è sottinteso manifestamente il valore della simpatia e
della benevolenza, che non possiamo ammettere sia subordinato al valore della
propria quiete o dei propri comodi. Alla quale domanda si presume dunque che la
risposta sia già data dalla coscienza morale. E la risposta è data infatti, e
non può esser data, che da lei. Ma se la risposta non fosse univoca? Se,
supposto pari in due coscienze il rispetto della legge, la legge comandasse
all'una quel che vieta o non comanda all'altra, potrebbe bastare a dirimere il
contrasto tra le due leggi il sapere che il volere è buono quando si determina
per rispetto alla legge, e che la moralità consiste nel compiere il dovere per
il dovere? Non vi è una coscienza morale, ma vi sono, a rigor di termini, tante
coscienze morali quante sono le coscienze personali nelle quali sono
riconosciuti come supremi e normativi e validi indipendentemente dal flusso
momentaneo e variabile delle valutazioni transitorie e accidentali, certi
valori; ed è riconosciuta l'esigenza che il criterio di valutazione
corrispondente possa valere non solo come norma costante del giudicare e del
volere proprio, ma anche come norma costante del giudicare e del volere altrui;
ossia come norma universale del giudicare e del volere di ogni persona. Se si
ammette o si suppone che quei certi valori siano per tutte le coscienze i
medesimi, si può parlare della coscienza morale, come una ed identica non solo
di forma, ma anche di contenuto; se si ammette il contrario, si deve
riconoscere una pluralità di coscienze morali piú o meno discordanti e una
pluralità di criteri di valutazione che si presentano alle diverse coscienze
con la medesima autorità di valutazioni morali, cioè con la medesima forma. Il
fascino singolare che esercitò ed esercita la morale di Kant viene non dal suo
formalismo per sé, ma dal fatto che, mentre spoglia e purifica la moralità da
ogni fine materiale e quindi dal pericolo di ogni considerazione soggettiva, la
dottrina è sostenuta e vivificata dalla fiducia salda e incrollabile che si
debba riconoscere o si possa dimostrare che dentro quella forma cape, e non può
capire che un solo contenuto; dietro quella legge si debbano trovare
infallibilmente i fini che la coscienza morale riconosce come buoni, e quelli
soltanto. Ma s'è visto che lo sforzo è, e non poteva non essere, vano. Il
criterio formale di Kant sembra convenire ad un solo e unico contenuto, a certi
valori ed a quelli soltanto, perché si ammette già che la coscienza morale sia
unica; che la sua voce non soltanto parli in ogni coscienza con lo stesso tono,
ma dica le medesime cose. In realtà il criterio formale non esprime che
l'esigenza della razionalità: una legge non è legge se non è valida sempre nei
medesimi casi; una norma non è suprema se non a patto che ogni altra norma sia
subordinata ad essa; un criterio di valutazione non è piú un criterio, ma un
capriccio, se i miei giudizi di valore non si accordano costantemente con
quello; se io non riconosco legittimo, fatto da qualsiasi altro, il giudizio
che quel criterio esigerebbe da me nel medesimo caso. Ma è un'illusione credere
che possa bastare la razionalità per sé a distinguere i valori dai non valori;
i valori morali dai valori non morali, a farci riconoscere — senza appello
diretto o indiretto a qualche dato o postulato non razionale, il valore di un
oggetto qualsiasi (di un contenuto), ideale o reale. Si governa non meno
razionalmente l'avaro, quando giudica ed opera in ogni caso come se il danaro
fosse l'unico bene per sé, il supremo bene, purché riconosca legittimo che ogni
altro giudichi e operi allo stesso modo, di quel che faccia l'esteta quando
ragguaglia ogni cosa a un ideale di bellezza, o l'intellettuale che non
riconosca altro scopo degno alla vita che la ricerca della verità. E quando si
dice o si crede di dimostrare che è «contrario alla ragione» non un giudizio
apprezzativo che contraddice al criterio accettato, ma il criterio stesso come
tale, non si può affermare o dimostrare questa contrarietà se non perché si
sottintende che vi sono — cioè sono riconosciuti e desiderati — altri valori
diversi, superiori o non subordinabili a quello dal quale è tratto il criterio
in questione; e si trova contrario alla ragione che non si tenga conto di
quest'altri valori, che si giudichi e si operi come se questi non esistessero,
o fossero inferiori mentre sono superiori, o incondizionati mentre sono
condizionati. Ma se si fa l'ipotesi che questi altri valori non siano tali per
un Tizio che li ignora, qualsiasi istanza di irragionevolezza contro di lui
cadrebbe a vuoto, anzi sarebbe essa irragionevole. Adunque il criterio di Kant
non supera, dato che ci siano, le differenze di contenuto valutativo. Se in
nome della mia coscienza morale io pongo il valore dell'umiltà, e in nome della
propria coscienza morale un'altra persona lo nega, l'universalizzare le massime
che rispondono alle due valutazioni opposte non mi fa avanzare d'un passo verso
una soluzione del conflitto, se non a questa condizione: che io creda di poter
dimostrare che una delle massime si accorda e l'altra contrasta con una terza massima
nella quale è affermata l'esigenza di un volere riconosciuto o ammesso
incontestabilmente come morale. E si presenta inevitabilmente, senza che sia
possibile eluderla, la domanda: C'è o non c'è questa pluralità di contenuti
discordanti nella valutazione morale? C'è. Si è osservato piú sopra che ogni
oggetto ideale o contenuto di valutazione morale ha o può avere nello stesso
tempo valore per altri rispetti, cioè può essere considerato come un valore di
altra specie. Anzi è per questa relazione dei valori morali con valori di
ordine diverso che si è cercato e si è creduto di poter trovare il fondamento
della valutazione, la ragione d'essere del valore morale in una finalità di
natura edonistica, egoistica o altruistica, o noetica o estetica o religiosa. Se
si considera una tale rivalutazione eterogenea come pretesa di far valere, con
questa e per questa ragione, per morale, un valore che non sia già sentito come
morale, il tentativo, è come s'è visto, del tutto illusorio. Ma se si
considera, al contrario, come espressione di una finalità che può assumere in
questa o quella coscienza importanza prevalente, che può o potrebbe,
all'infuori del carattere specifico di eticità per il quale è posto da quella
stessa coscienza come valore morale, essere sentita come superiore in pregio ai
fini di ogni altro ordine, e degno di subordinarli, essa contiene in sé la
ragione capitale della diversità e discordanza dei fini e dei criteri, che
pretendono di valere ciascuno come supremo nella valutazione del contenuto proprio
dei valori morali. L'esteta si foggia un suo modo ideale di bellezza per il
quale i valori si ordinano da sé in una scala determinata dalle connessioni di
inerenza e di condizionalità degli altri valori, con i valori estetici; e il
mistico un ideale di santità, al quale subordina gli altri valori,
accogliendoli e graduandoli in quanto convengono, negandoli in quanto
disconvengono; e cosí lo spirito contemplativo che ama sopra ogni cosa la
verità, e cosí l'egoista calcolatore e l'altruista generoso. I valori che, per
essere morali, hanno già una validità e un'autorità intrinseca che li distingue
dagli altri valori, si vestono di necessità nella coscienza dell'esteta del
mistico e cosí degli altri, di quel particolare colore, che li fa sentire e
riconoscere rispettivamente come valori estetici, religiosi, noetici e via
dicendo; e se continuano a valere per la forma come morali, valgono, per il
contenuto, soprattutto come valori di quell'ordine che è nella coscienza il
dominante. Basta per convincersene badare alle differenze caratteristiche della
motivazione, con la quale ciascuno dei tipi di coscienza supposto giustifica a
sé e agli altri il valore che riconosce, poniamo, alla temperanza, o alla forza
di volontà, o alla veracità, o ad altra virtù. Ora questo coincidere e
fondersi, quanto al contenuto, del valore morale col valore dell'ordine che
esprime l'orientamento prevalente della coscienza, anche quando non è in giuoco
la valutazione etica, non solo conduce alla transvalutazione notata, ma tende a
indurre insieme un processo di transvalutazione inversa; cioè a dar colore e
calore di convinzione e di apprezzamento morale ai valori di quell'ordine, a
riconoscerli come morali e a pretendere che siano riconosciuti per tali anche
dalle persone, nelle quali non si afferma il medesimo orientamento. Ed è
istruttivo (e non è sfuggito agli umoristi) il calore col quale parla di
diritti offesi e rivendica gli interessi sacrosanti della giustizia l'egoista
gretto che vede frustrato un suo piccolo calcolo ingegnoso che aveva a mala
pena il pregio di non urtare nel codice penale; e quello (sia pure di dignità
fuor di paragone diversa) dell'artista, che grida allo scandalo e invoca un
preciso dovere dello stato a reprimerla, se offenda il suo senso estetico, la
trascuranza per un tronco di colonna dimenticato. E si potrebbe continuare, in
modo anche piú evidente, per gli altri. Cosí ciascuno degli orientamenti
valutativi tende ad allargare nella direzione corrispondente la sfera dei
valori morali, includendovi un contenuto proprio diverso, e non coestensivo al
contenuto di ciascun altro. E perciò accade che i diversi sistemi di
valutazione — animati come sono e pervasi da un interesse tipicamente diverso —
abbiano in realtà in comune soltanto una parte di quei valori che ognun d'essi,
per l'esigenza sua propria, riconosce come morali; abbiano cioè comuni soltanto
quei valori morali che sono nello stesso tempo valori diretti o indiretti del
proprio genere, o che almeno non contrastano e non negano quella propria
specifica esigenza. I diversi sistemi assomigliano cosí a cerchi eccentrici di
vario raggio che si intersechino fra di loro; dei quali è minima la superficie
comune a tutti, ed è sempre piú grande la parte d'estensione rispettivamente
comune a un numero di cerchi minore; e in misura variabile, secondo che sono
meno o piú eccentrici fra di loro. D'altra parte, anche la coscienza nella
quale l'orientamento tipico è dato dall'interesse stesso morale (la coscienza
dell'homo ethicus) si trova a dover considerare nei valori estetici religiosi
intellettuali economici il valore morale diretto o indiretto che assumono o
possono assumere in grazia di relazioni analoghe a quelle considerate sopra (il
valore p. es. che l'attività scientifica e l'estetica e le doti richieste e
promosse da questa attività possono avere per la cultura morale). E non solo:
ma per la considerazione felicemente messa in evidenza dal Moore sul valore
organico (il «quanto» per il quale il valore di un tutto eccede il valore di
uno dei suoi fattori non è necessariamente eguale a quello del fattore che
rimane: ethics, Intrinsic value), si trova a dovere apprezzare diversamente
l'oggetto ideale della valutazione morale, quando esso è nello stesso tempo
oggetto di una valutazione diversa, intellettuale, per es., od estetica. (Non è
senza significato anche per questo rispetto che il Sommo Bene sia stato
identificato col Sommo Bello). Si aggiunga finalmente (il finalmente chiude ma
non esaurisce le osservazioni su questo proposito) che il carattere di
interiorità dei valori morali, il quale si fa tanto piú spiccato quanto piú la
coscienza personale è concepita come sorgente e creatrice autonoma dei valori,
tende a staccare, anche nella coscienza dell'homo ethicus, il valore morale
dagli schemi che esprimono una esteriore conformità alla valutazione, per
riconoscere un pregio preminente alle note interiori di spontaneità, di
libertà, di autonomia; il che porta ad estendere la dignità intrinseca dei
valori morali anche a quegli altri valori spirituali nei quali splende un raggio
di quelle medesime luci; e non tanto a distinguere i valori morali da altri
valori spirituali, quanto a distinguere il contenuto interiore e spirituale dei
valori dal contenuto esterno e materiale nel quale si traducono. Cosí nella
coscienza personale si attenua e si fa piú incerta, e trasmutabile per molti
modi, la distinzione tra i valori morali e gli altri valori spirituali. In
altri termini: mentre, si può dire a un dipresso, dal trionfo dell'etica
cristiana fino al Kant la valutazione morale aveva avuto per le diverse
coscienze della stessa civiltà e cultura un contenuto comune determinato e
costante (e, in ogni caso, la parte di contenuto sulla quale cadeva il dissenso
finiva per essere praticamente quasi trascurabile), a partire dalla dichiarazione
dei diritti della Rivoluzione francese, si delinea e si allarga nel campo della
valutazione morale una sempre maggiore differenza di contenuto tra coscienza e
coscienza; e si fa piú frequente e piú profondo il contrasto tra i criteri di
valutazione rispettivamente accolti come supremi. E i sistemi nei quali i
valori morali sono ricondotti a un criterio intellettuale, o estetico, o
religioso, o etnico, o umanitario, o filogenetico, o solidaristico, o
egotistico, o quale altro si voglia, non sono piú, guardati per questo
rispetto, tentativi dispersi, ma, per cosí dire, paralleli di giustifica Su la
pluralità dei postulati di valutazione morale Erminio Juvalta re o di «fondare»
il valore di un medesimo contenuto; essi esprimono invece, nella parte forse maggiore
e piú significativa, una diversità di contenuti contrastanti; e soltanto in
parte un contenuto comune, che si colora pur esso diversamente, secondo la
fiamma a cui si riscalda. Perciò, considerata nell'interiorità della coscienza
personale, la parte di contenuto etico nella quale essa sente di concordare
colle altre non ha per sé autorità maggiore o diversa delle parti per le quali
discorda. A meno che la coscienza stessa possa o debba riconoscere, senza
abbandonare il proprio criterio di valutazione, una qualche differenza, se non
di natura, di grado, tra quella e queste. Se si suppone, per un'ipotesi
inverosimile, che lo spirito filantropico, lo speculativo, il religioso,
l'estetico, non riconoscano rispettivamente altri valori all'infuori di quelli
che si possono commisurare al criterio di valutazione proprio di ciascheduno,
si troverà tuttavia che certe doti spirituali, poniamo, l'alacrità, la tenacia,
il dominio di sé, l'ardimento, sono e debbono essere considerate come valori da
tutti indistintamente i tipi supposti; perché tutti (nell'ipotesi, sottintesa,
che siano intelligenti) debbono riconoscere che quelle doti personali sono
condizioni o indispensabili o sommamente utili alle forme di attività
corrispondenti, cioè all'attuazione di quell'ordine di valori che ciascuno ha
posto a sé come tali. Per la medesima ragione si troverà (la deduzione è troppo
ovvia perché occorra piú che l'accenno) che debbono essere riconosciuti come
valori il rispetto della integrità e della libertà personale, l'osservanza dei
patti, lo scambio dei servizi e via dicendo, e con essi i costumi, le
istituzioni, le leggi che assicurano la conservazione e l'incremento di queste
condizioni sociali; e le disposizioni di spirito (lealtà, imparzialità,
simpatia) che ne avvalorano il rispetto nella coscienza personale. Adunque
tutti i tipi suddetti, e gli altri che si potrebbero analogamente supporre,
saranno portati a riconoscere e ad apprezzare in sé e negli altri, astrazion
fatta da ogni valutazione morale, dei valori, sia propriamente personali (doti
della persona che possono sussistere nel soggetto indipendentemente dal suo
atteggiarsi rispetto ad altre persone); sia sociali (doti che riguardano questi
atteggiamenti); valori che nascono dal rapporto di condizionalità costante che
li stringe a ciascuno degli ordini supposti. Di piú: il rapporto di
condizionalità dal quale viene ai valori citati in esempio il carattere di
strumentalità, è diverso, come è facile vedere, da quella strumentalità esterna
accidentale e variabile che lega il blocco di marmo all'opera dello scultore, o
la conferenza di propaganda al disegno dell'altruista, o un libro agiografico
all'interesse del mistico, o la scala dell'Osservatorio agli studi
dell'astronomo: appunto perché là si tratta di condizioni preliminari
indispensabili e permanenti, il cui valore non solo non si esaurisce nell'atto
singolo che ne dipende, ma non è sostituibile da alcun altro strumento o
condizione. È dunque una condizionalità necessaria, permanente e insurrogabile,
in forza della quale ciascuno dei detti tipi dovrà riconoscere a siffatti
valori condizionanti una superiorità, se non di pregio intrinseco, di
precedenza imprescindibile sui valori diretti e finali che ne dipendono. Non
occorre lungo discorso per intendere come per effetto del medesimo rapporto il
filantropo potrà essere condotto a riconoscere i detti caratteri di
condizionalità anche a qualità attitudini forme di attività, alle quali o non
potrà attribuirli o dovrà forse attribuire un valore negativo, o di ostacolo,
ossia un disvalore, il mistico o l'esteta; e inversamente; e come perciò sarà
possibile una distinzione tra i valori propri esclusivamente di ciascun tipo di
valutazione, e i valori condizionanti comuni a qualsiasi ordine, dato (come gli
esempi citati dimostrano possibile) che ve ne siano di cosiffatti. Questi
valori comuni avranno dunque oltre ai caratteri già notati, anche quello di
essere strumentali rispetto a quale si voglia criterio di valutazione che sia
posto come normativo; cioè avranno una condizionalità universalmente necessaria
permanente e insurrogabile. Aggiungiamo ora un nuovo elemento all'ipotesi; e
supponiamo che tanto il filantropo quanto lo speculativo e il mistico e
l'esteta riconoscano, ciascuno, come l'ordine dei valori morali, quell'ordine
di valori che risponde alla direzione tipica della propria coscienza. Accadrà
che la valutazione morale dell'uno coinciderà quanto al contenuto con la
valutazione morale di ciascun altro soltanto per quei valori nei quali si
riscontra la sopraddetta condizione; e che mentre ciascuno interiormente
riconoscerà come una esigenza morale l'attuazione di tutti i valori posti e
dichiarati dalla sua coscienza a lui come morali, dovrà riconoscere in pari
tempo, che, per le volontà per le quali vale come normativo un ordine di valori
diverso, la detta esigenza non comprende tutti questi medesimi valori, ma
soltanto quelli la cui strumentalità condizionale è universalmente necessaria.
Cioè dovrà riconoscere che, esteriormente alla propria coscienza, l'imperatività
del proprio criterio è limitata a questa piú ristretta sfera di valori. In
altri termini, non potrà esser posto come criterio morale e comune se non un
criterio di valutazione che assuma, come universalmente validi e costantemente
subordinanti ogni altro valore, quei valori appunto nei quali si riscontra la
detta priorità condizionale; ma che insieme non neghi, e non escluda i valori
morali propri di ciascuna coscienza in particolare, cioè nessuno di quegli
ordini di valori, nel quale si inquadra e si giustifica per ciascuna coscienza
individuale quel contenuto comune. Si delinea dunque, per la riflessione
critica obbiettiva, una distinzione tra i valori la cui attuazione è
riconosciuta come un'esigenza universale e costante per qualsiasi coscienza
capace di moralità, e i valori la cui attuazione è un'esigenza soltanto per la
coscienza che li pone a sé come morali; tra i valori per i quali ogni coscienza
può riconoscere legittima una legislazione esterna che ne imponga la validità;
e i valori dei quali una legislazione esterna deve soltanto non escludere la
possibilità; tra i valori che possono essere oggetto di una obbligazione a un
tempo interna ed esterna, e i valori che, non possono essere oggetto che di una
obbligazione interna. Gli esempi addotti in principio di questo capitolo per
chiarire il concetto di un contenuto comune universalmente valido, non
rispondono a una determinazione rigorosa; e hanno soltanto un carattere
provvisorio di opportunità. Se ora cerchiamo di fissare con precisione quali
sono propriamente i valori che lo costituiscono, troveremo facilmente che essi
si assommano in due condizioni riconosciute in effetto (e non potrebbe essere
altrimenti) come valori primari fondamentali da ogni sistema morale: la libertà
e la giustizia. La libertà esprime l'esigenza delle condizioni soggettive
necessarie a fare dell'uomo una persona padrona di sé di fronte a sé e di
fronte a ogni altra persona; la giustizia esprime l'esigenza delle condizioni
obbiettive necessarie all'esercizio universalmente efficace di questa libertà.
L'attuare in sé e in ogni altra persona questi valori di libertà e di giustizia
(ed i valori impliciti in questi) deve dunque essere riconosciuto come un
dovere universalmente valido, anzi come il solo dovere (o la sola categoria di
doveri) veramente universale. Ma qui è da notare una circostanza rilevante. La
libertà non è una condizione di fatto, un possesso dato; ma è, come vide e
affermò fervidamente il Fichte, una conquista da fare, una idealità che si
viene realizzando e che richiede sforzi sempre nuovi e impone sempre nuovi
doveri. E il medesimo è da dire della giustizia che è lo specchio sociale della
libertà. Ora se il valore della libertà e della giustizia (e la validità dei
doveri che ne derivano) consiste, come apparirebbe dalla deduzione fattane qui,
soltanto nel loro essere condizione necessaria ad ogni ordine di valori; è
continua ed inevitabile la possibilità di un contrasto nella coscienza
dell'intellettuale, dell'esteta, dell'altruista, tra l'interesse sempre presente,
diretto della conoscenza o della bellezza o della simpatia e i doveri mediati e
indiretti della libertà e della giustizia; o, in termini generali, tra i valori
diretti e per la coscienza individuale supremi, e i valori che per lei appaiono
soltanto indiretti e strumentali. Cosí obbiettivamente nell'ordine di una
possibile legislazione esterna, sarebbero doveri primari, soli veri doveri,
quelli appunto che soggettivamente per la legislazione interna di molte se non
di tutte le coscienze individuali, valgono come doveri derivati, cioè tali
soltanto in grazia di doveri d'altro ordine, dei quali l'obbligatorietà esterna
tutela subordinatamente, ma non impone l'osservanza. E resta in ogni caso la
questione: Quei valori che una coscienza riconosce come valori in sé, e a cui
commisura gli altri valori sono posti ad arbitrio? La distinzione stabilita nel
capitolo precedente implica che siano valori morali diretti, cioè supremi e
normativa per ogni coscienza, soltanto quelli che la coscienza stessa pone a sé
e riconosce come tali; e non dà ragione del fatto che siano posti e
riconosciuti come valori morali diretti, cioè valori per sé, anche quei valori
di libertà e di giustizia che appaiono, nella deduzione che se n'è fatta qui
sopra, come valori morali universali soltanto in grazia del rapporto necessario
di precedenza condizionale che li lega ai primi. E ciò significa che la
distinzione stessa non ha che un valore provvisorio, finché non si ammette
quella tesi, e non si dà ragione di questo fatto. C'è, sottinteso, nella tesi
del resto inevitabile — che siano valori morali per ciascuna coscienza quei
valori che essa pone a sé come supremi e normativi, qualche presupposto? E qual
è questo presupposto? Non è difficile scoprirlo. Perché un ordine di valori,
diciamo per comodità di espressione, una idealità, sia riconosciuta da una
coscienza come suprema e normativa si richiedono due condizioni
imprescindibilmente: 1° che la detta idealità possa costituire un criterio di
valutazione atto a subordinare ogni altro valore, a dare unità coerente alle
valutazioni e a segnare una direzione costante alla volontà; 2° che essa sia in
effetto posta dalla volontà come suprema e riconosciuta degna di dirigerla; e
perciò che l'attuazione di quella e la esclusione di ogni atto che la neghi sia
sentita come un esigenza incondizionata (esigenza di non smentire con la
volizione la volontà, con l'atto la valutazione); e sia sentito o posto
idealmente come dovere il subordinare ad essa ogni altro valore e il negare
ogni interesse che contrasti con quello. Ma queste due condizioni sono le
condizioni stesse che fanno dell'io temporaneo disgregato e molteplice una
unità, cioè una Volontà consapevole e coerente, un carattere, una persona; sono
in una parola le condizioni della personalità. Riconoscere il valore supremo di
ciò che costituisce l'unità personale, di ciò per cui l'individuo si afferma ed
esprime la sua volontà di essere persona, implica dunque il presupposto del
valore diretto, originario, incomparabile e incommensurabile, cioè assoluto, della
persona umana, come volontà di essere tale e come coscienza di questa volontà.
Questo valore per sé, intrinseco e assoluto della persona, è dunque il
presupposto implicito, il postulato sottinteso in ogni valutazione morale;
perché non si può riconoscere il valore morale di nessun oggetto o fine o
idealità senza postulare il valore della volontà personale che lo pone, e fuori
della quale non avrebbe senso l'esigenza normativa che lo fa essere morale. Ed
è vana, anzi in sé contraddittoria, ogni discussione sulla sua legittimità.
Perché discutere di questa legittimità non è possibile senza ammettere e
postulare come dato e fuori di ogni contestazione, qualche valore intrinseco,
al quale si possa riferire e col quale si possa confrontare e commisurare il
valore in discorso. E poiché il valore che dovrebbe servire di termine di
confronto e di dato incontestabile per giudicarlo, implica necessariamente la
validità di ciò che deve essere giudicato, cioè la legittimità del presupposto
del quale si discute, ogni contesa assiologica intorno ad esso si avvolge
irrimediabilmente in un circolo vizioso. Avviene, mutatis verbis, qualche cosa
di perfettamente analogo a quel che accade nel campo della conoscenza, quando
si discute del valore teorico della ragione. Ogni critica presuppone
necessariamente la validità di quella ragione che è chiamata in causa. Bisogna
dunque accettare o respingere la legittimità del presupposto; accettando o
respingendo insieme ciò che si regge sulla sua validità. Non c'è via di mezzo possibile.
Ricusarlo vuol dire negare ogni valore morale; accettarlo vuol dire riconoscere
valore morale a ciò che costituisce la personalità, a ciò che le è essenziale,
e che la fa essere non la personalità astratta e comune che non sussiste per sé
e non basta a costituire questa o quella persona, la mia persona; ma la persona
individuata viva e concreta, in quel che ha di universale e di comune e in quel
che ha di proprio, di suo, di individuale; l'umanità non dell'uomo genere,
dell'uomo tipo, ma di questo o di quell'uomo. In quanto è uomo, senza dubbio;
ma anche in quanto è questo. L'uomo-ragione dà, come s'è detto e ripetuto, la
sola coerenza. Non è poco, ma non è tutto. L'uomo-volontà pone questa coerenza
come legge del mio valutare e del mio fare, impone a me che l'idealità posta e
riconosciuta come suprema valga veramente come suprema, che io ne affermi il
valore intrinseco, ne approvi o ne accetti le esigenze sempre dovunque si
presentano, in me e fuori di me; mi impone, in una parola, di essere persona; e
di volere che ogni uomo sia persona. Ma non è ancor tutto. Quel che io devo
essere per valere come persona, l'idealità che deve dare unità al mio io, e in
cui si esprime non la volontà in genere, ma la mia volontà di essere persona, è
posta da questa mia volontà ed ha valore per me perché è posta da lei. Certo,
la mia coerenza deve essere e non può essere altro che la coerenza della
ragione; l'esigenza che la mia volontà impone a me di essere persona è quella
medesima esigenza che la volontà di ciascun altro (capace di moralità) impone a
lui, e che a me e a lui e a ciascun altro impone il rispetto della persona come
tale; ma l'una e l'altra esigenza non investono il medesimo contenuto
spirituale in me e negli altri. Limitano le categorie di valori, nelle quali
l'io può attingere l'idealità regolatrice, ma non determinano per tutte la
medesima idealità. La mia volontà deve — per far di me una persona —
uniformarsi a quelle due esigenze che sono le esigenze necessarie e costanti di
ogni personalità (non solo reale, ma anche fittizia); e deve perciò superare
l'io transitorio, l'io degli interessi momentanei e mutevoli (dei quali non si
misura il valore che dal loro effetto su di me), e appuntarsi in una idealità
che le sia norma; ma non può uscire di sé per diventare una volontà diversa,
non può cessare di essere quella certa volontà, che fa di me non la persona
umana in generale, ma la mia persona. Insomma non può volere l'unità se non di
quello spirito di cui è la volontà. Ma quale è la prova che questa idealità non
è un capriccio dell'io transitorio e mutevole, ma è veramente legge delle mie
valutazioni e delle mie azioni? La prova non è e non può essere data se non a
me stesso, da me, dall'attestazione della mia coscienza. Ed è perciò che la
legittimità dei valori posti da me non è contestabile da altri né
controllabile. Ma vi è tuttavia una prova esterna, di fatto, tenuta normalmente
valida nel giudizio comune; e che è veramente necessaria, anche se non è sempre
sufficiente; e questa prova è il sacrificio. Appunto perché il sacrificio
attesta che ogni mia facoltà, ogni mio potere si raccoglie e si appunta nella
volontà di attuazione di quel valore; e che io nego e respingo da me ciò che mi
costringerebbe a negarla. Cosí è che il valore della vita si misura dal valore
di ciò a cui si è disposti a sacrificarla; e che, per converso, l'esser pronti
alla morte apparisce l'affermazione piú decisiva del valore di ciò a cui si è
devoti. Le esigenze costitutive della personalità si attuano dunque informando
di sé un contenuto spirituale che è sempre in qualche parte proprio e
caratteristico di ciascuna coscienza individuale; come raggi di una medesima
luce che tralucono per cristalli diversi; e ciò fa di quel particolare
contenuto la condizione o il mezzo per il quale la personalità si pone e si
realizza nell'io individuale e concreto; la materia che si suggella di quella
forma. E il valore morale di questo contenuto nasce da questo suo essere lo
strumento il tramite, per il quale si esprime nella coscienza individuale il valore
assoluto della personalità umana. Per tal modo l'idealità, nella quale si
concreta per la coscienza delle persone singole il criterio o la legge della
valutazione morale, costituisce per ciascuno l'affermazione della unità
spirituale della sua volontà di essere persona, della sua libertà. Cosí la
libertà, che nella deduzione esteriore ed empirica del capitolo precedente
acquista valore solo strumentalmente universale e necessario, in quanto
l'attuazione dei valori di libertà appare la condizione comune e
imprescindibile della attuazione di ogni ordine di valori, è invece qui valore
per sé immediatamente universale; e sorgente di quegli stessi valori che
valgono per le coscienze singole come supremi soltanto perché sono lo strumento
del realizzarsi di essa libertà in ciascheduna. È, quindi, la sorgente cosí dei
valori costitutivi della personalità in astratto, come dei valori costitutivi
delle diverse personalità in concreto; cosí dei valori universali della persona
ideale come dei valori propri della persona reale. Nel presupposto stesso di
ogni valutazione morale ha dunque radice cosí l'esigenza dell'universale come
l'esigenza dell'individuale; l'esigenza di una valutazione comune e l'esigenza
di una valutazione singolare e propria; ossia l'esigenza che la volontà
personale si affermi ad un tempo, come riconoscimento dell'una e dell'altra, o,
meglio, dell'una nell'altra. L'imperativo della libertà è ad un tempo: sii
persona, e: sii la tua persona; sii uomo, e: sii quel che tu devi essere per
essere uomo; rispetta l'umanità, e: rispetta in te e in ogni altro
l'espressione individuale e concreta dell'umanità. A nessuno verrà in mente di
credere che si intenda di stabilire cosí il dovere di creare nuovi valori, di
affermare nuove intuizioni morali; e porre accanto al dovere di essere giusti,
quello di essere originali. Sarebbe come voler obbligare uno scienziato a fare
delle scoperte, almeno nel senso che si suol dare comunemente alla parola. Le
intuizioni morali nuove, come le scoperte scientifiche, come le nuove forme di
arte, si presentano a chi... le trova. Spiritus flat ubi vult. Ma vi sono, in
un certo senso piú modesto, come nella ricerca scientifica le piccole continue
scoperte di indagatori e di studiosi mediocri ma coscienziosi, che cavano e
puliscono la selce e temprano l'acciarino, dai quali l'uomo di genio farà
sprizzare la scintilla, cosí nella vita morale le piccole nuove intuizioni e
nuove interpretazioni, e connessioni, ed elevazioni di valori morali, che
preparano il solco alla semente dei grandi. Vi è, a guardar bene, perfino
nell'apparente applicazione monotona di una medesima massima alla medesima
classe di azioni, un'impronta, un segno, una sfumatura, nella quale si rivela
l'originalità morale della persona; originalità di finezza, di delicatezza, di
grazia, di abnegazione, di calore, di fantasia, di acume; gradazioni e
colorazioni diverse di valori noti, combinazioni nuove di pregi prima
disgiunti. Ciò che è proprio di una persona anche comune (sia venia al
bisticcio) non è tanto il rivelarsi di una proprietà, o dote, o qualità
diversa; di un nuovo elemento di valore (che non è novità frequente neanche nei
grandi); quanto questo modo, col quale si raccolgono, si mescolano e si fondono
per lui in sintesi nuove i valori elementari già intuiti. Ciò che è
caratteristico dell'individuo consiste anche qui, se si dà alla parola il suo
significato originario, in una «idiosincrasia». Queste minori e, nella loro
infinita varietà inafferrabili, differenze individuali, si raccolgono però,
come accade, attorno a tipi diversi, segnati soprattutto dal prevalere,
conforme a quel che si è accennato già, di un ordine di valori sugli altri. Dal
che possono derivare non solo differenze assai grandi, ma opposizioni recise. E
qui sta appunto la sorgente dei contrasti tra valutazioni morali diverse, di
fronte ai quali la critica non può fare che opera di constatazione e di
sistemazione. Come possa adempiere a questo ufficio e quali frutti se ne
possano attendere non è qui il luogo di esaminare. Qui importa solo notare come
questa indagine e sistemazione critica non potrà che presentare, nella forma
tipica piú compiuta e recisa e col massimo rilievo, i contrasti che sorgono
naturalmente dal prevalere, nella unificazione morale della coscienza
personale, di uno piuttostoché di un altro ordine di valori, e dalla misura di
questa prevalenza. Ma la forma fondamentale sarà data dal contrasto tra i
valori universali morali, i valori di libertà e di giustizia, e quelli che
valgono come supremi (cioè che pretendono, come i morali, la direzione suprema
della valutazione), nella coscienza individuale. Se la libertà e la sua sorella
germana, la giustizia, fossero patrimonio acquisito e non come è, come deve
essere, una conquista faticosa del genere umano che dura e durerà nei secoli,
il problema non esisterebbe se non nella forma di esigenza della conciliazione
di quei valori spirituali che non si presentano come necessariamente e
universalmente morali. Problema formidabile anche questo, ma non tale da
segnare una antitesi di criteri non conciliabili; antitesi che rende necessaria
la subordinazione dell'uno dei due all'altro, ma che può legittimare nella
coscienza personale cosí l'una come l'altra soluzione. Questa antitesi è, in
breve, tra i valori di giustizia e i valori di cultura; tra l'esigenza che ogni
uomo sia o possa diventare persona, cioè volontà libera consapevole e coerente,
e l'esigenza che si accresca e si arricchisca di nuovi valori l'uomo che è già
persona, che è già, se non l'uomo libero del Fichte, l'uomo che ha coscienza
del suo dover e del suo poter farsi libero, e che vi tende come al suo supremo
valore. È, in termini forse meno precisi ma piú recisi, l'antitesi tra il
numero e la qualità, tra l'estensione e l'intensità; tra il dovere di rendere
partecipi (di porre la possibilità che si facciano partecipi) dei valori di
libertà, accessibili soltanto ad alcuni, quelli che non ne sono partecipi, e il
dovere di accrescere in quelli che già li possiedono i valori di cultura, che
sono pure, almeno mediatamente, incremento dei valori di libertà. L'umanità (la
persona umana) si rispetta elevandone in sé e negli altri il valore; si eleva
cosí nell'uno come nell'altro dei modi anzidetti. Le due vie sono convergenti?
Speriamo che siano; ma, nella valutazione presente, tra l'incremento di una
cultura, dalla quale sono esclusi i piú tra quelli che pur ne sono strumento
necessario, e la possibilità di togliere o scemare questa esclusione, quale è
l'esigenza morale prevalente? Dire che la cultura dei pochi è necessariamente
elevazione di tutti, o dire che l'elevazione di tutti è necessariamente
incremento della cultura, è baloccarsi con parole; è un ripetere su un altro
verso le vecchie coincidenze del bene generale col bene individuale. Il dire
non basta a porre in essere quel che si dice. Alla distinzione fondamentale che
ha origine nel presupposto stesso di ogni valutazione morale (il valore
assoluto della persona umana), tra valori morali universali e valori morali
propriamente personali, corrisponde naturalmente una distinzione nel carattere
di obbligatorietà che assume rispettivamente nella coscienza l'attuazione degli
uni e quella degli altri. Ai primi corrisponde, o si concepisce che debba e
possa corrispondere una obbligatorietà ad un tempo interna ed esterna, ai
secondi solamente una obbligazione interna. In quanto la società organizzata,
lo stato, il Potere politico è posto come potere che fonda e garantisce le
condizioni esterne della moralità, l'ideale politico è una derivazione
necessaria e un elemento dell'idealità morale; e rivestendo per tutti
ugualmente il medesimo carattere formale di Potere giusto, cioè di Potere la
cui esistenza e validità è affermata e voluta in grazia dell'esigenza morale a
cui soddisfa, assume tuttavia per ciascuno un contenuto in misura maggiore o
minore diversa, secondo il modo nel quale è concepita la giustizia che si
potrebbe dir costitutiva; cioè la giustizia come posizione e conservazione
delle condizioni esterne necessarie alla libertà di tutti. È notissimo, e
sarebbe superfluo chiarire questo punto, che qui si disegnano due orientamenti
di coscienza diversi e in alcuni, se non tutti i postulati pratici, opposti; e
due concezioni politiche corrispondenti, tra le quali intercorrono gradazioni
varie di partiti. E sono: l'indirizzo che prende norme dal liberalismo
conservatore: — la giustizia è la garanzia della libertà di tutti nelle
condizioni sociali storicamente date e quello che prende impropriamente nome
dal socialismo: — la giustizia è la costituzione di condizioni sociali tali che
ciascuno trovi in esse la medesima possibilità esterna di valere come persona —
(che coincide con l'interpretazione piú universalmente radicale della famosa
seconda formula della Fondazione di Kant). Ciò che qui importa di notare è
piuttosto che in essa si rivela una forma del conflitto fondamentale di cui si
è toccato, nel modo di intendere la conciliazione o meglio la subordinazione
delle due esigenze costitutive della personalità: l'esigenza universale e
l'esigenza individuale. Senonché, appunto perché il conflitto tra queste due
esigenze è considerato soltanto in relazione alle condizioni esteriori, esso
prende quanto alla forma veste giuridica e quanto al contenuto natura
economica; si presenta come negazione o posizione nel Potere politico della
facoltà di sottoporre ad una legislazione esterna il possesso e l'uso dei mezzi
di produzione e i modi di distribuzione della ricchezza. La quale limitazione
del carattere del conflitto è dovuta non solamente e non tanto all'abbassamento
inevitabile che ogni idealità subisce nel tramutarsi da esigenza etica in
programma politico, quanto ad una necessità intrinseca alla costituzione stessa
del Potere e alle condizioni della sua validità. Questo capitolo presenta
soltanto nei suoi lineamenti più generali una materia che deve essere trattata
distesamente a parte [Il quale dal punto di vista etico trova, e non potrebbe
essere altrimenti, la sua giustificazione in una finalità di contenuto
individuale. È individualismo; universalistico si, ma individualismo. Una prova
di ciò assai significativa è appunto la deduzione che Fichte fa dal dovere che
ciascuno ha di attuare in sé la massima libertà, del diritto alla formazione ed
educazione morale di sé, alla cultura, ai mezzi necessari alla cultura, al
lavoro. Insomma, ai medesimi postulati del socialismo; salvo che là sono detti
in modo diverso. Nell'esemplificazione introdotta qui sopra si è supposto che
l'idealità normatrice potesse avere per contenuto un ordine di valori noetici o
estetici o religiosi o edonisticoaltruistici, ma non si è considerato
distintamente il caso che l'ordine normativo dei valori fosse dato
dall'edonismo egoistico; perché esso, nell'opinione comune, che risponde anche
solitamente a verità, non presenta quei caratteri formali di validità morale e
di esigenza normativa, con i quali può, o si concepisce che possa, presentarsi
nella coscienza il contenuto costituito dagli altri ordini di valori. Ma questo
non toglie che anche l'egoismo possa erigersi a massima di condotta, a
principio normativo, purché, si intende, l'egoista razionalizzi il suo egoismo;
cioè riconosca legittimo che valga nelle medesime condizioni per tutti quello
stesso criterio di valutazione, che assume come valido per sé, e che dà, per
ipotesi, coerenza al suo giudicare e al suo fare. Ora è da notare che dal puro
calcolo egoistico razionalizzato si deduce quel medesimo ordine di valori
universalmente strumentali di libertà e di giustizia, che si deduce da ciascuna
delle idealità normative supposte. E basta a persuadercene il fatto che l'economia
pura assume come presupposto, cioè come norma universale di condotta dell'homo
oeconomicus, appunto un postulato edonistico, non solo, ma
edonistico-egoistico. Ed è noto che il liberalismo politico è modellato —
s'intende sempre nel suo aspetto puramente politico, cioè esteriore — sul
liberismo economico. Questa considerazione contraddice solo in apparenza la
tesi, per la quale non può essere normativo che un valore considerato come
valore per sé distinto dagli impulsi e dai desideri transitori e variabili del
soggetto; perché il valore che l'economia contempla in realtà, non è il
piacere, o la soddisfazione soggettiva, ma la ricchezza. La quale ha bensì
sempre normalmente soltanto un valore strumentale, ma (anche lasciando in pace
l'esempio dell'avaro) può essere — ed è in effetto dall'economista —
considerata come valore per sé, e come comune termine di riferimento di ogni
specie di valori edonistici; e perciò di ogni ordine di valori in quanto sono
considerati e valutati nel loro effetto edonistico, nel quanto di soddisfazione
e di godimento che se ne trae e che è misurato obbiettivamente dal quanto di
ricchezza necessario a procacciarli. Ne segue che il Potere politico e il
sistema giuridico che riceve da esso sanzione e validità di diritto positivo,
possono assumere un significato e un valore al tutto diversi — pur avendo per
contenuto una medesima materia — secondo che questo contenuto è valutato come
un ordine di valori strumentali che trova la sua ragion d'essere e la sua
giustificazione soltanto nel suo carattere di condizione necessaria della
coesistenza degli egoismi individuali, o secondo che è considerato come un
ordine di valori morali diretti e immediati, come un'esigenza del valore
primario assoluto della persona umana, e della libertà che ne è la nota
essenziale. E ne segue parallelamente che si possa ravvisare nell'ordine
giuridico cosí la realizzazione di un'esigenza etica, come un sistema di
condizioni che precede idealmente l'esigenza etica e la rende possibile, ma che
sussiste e sussisterebbe per sé indipendentemente da essa. In realtà, siccome
il valore morale non è valore e non è morale se non per la coscienza che lo
sente e lo riconosce come tale, l'alternativa che ne nasce è questa: che o si
riconosce come ordine di valori per sé, suscettivo di assumere in alcune o in
molte delle coscienze individuali carattere e forma di valori morali, anche
l'ordine dei valori edonistico-egoistici, o si deve ammettere che il contenuto
del diritto, in quanto fosse legittimato soltanto da una deduzione etica e non
dal principio della convenienza egoistica, resterebbe estraneo all'egoista;
subito da lui, ma non approvato e non voluto. Cioè tale che non si potrebbe
pretendere ragionevolmente da lui che lo riconosca e lo accetti. Dal che nasce
la conseguenza che la deduzione etica del diritto deve coincidere, quando al
contenuto, con la deduzione puramente egoistica, cioè che le norme di diritto
devono essere stabilite come se la loro ragion d'essere fosse unicamente
l'utilità egoistica. E il fatto — inevitabile — che la sanzione (premio o pena)
ha un contenuto egoistico, cioè si risolve in un motivo egoistico
dell'osservanza del diritto, sembra confermare tale conseguenza. Di qui seguono
due corollari non trascurabili per la valutazione dei rapporti tra morale e
politica. Il primo è questo: che il potere politico, in quanto è forza di
coazione che pone come esternamente obbligatorie certe condizioni quali si
siano (negative o positive) dell'attività dei singoli, non è mai per sé,
direttamente, organo morale; perché il valore morale, che è del tutto
interiore, insindacabile e incoercibile, sfugge a questa azione; e perché i
mezzi di cui la legislazione esterna può disporre — sia di persuasione (premi),
sia di costrizione (pena) — non possono presentarsi che come motivi di ordine
egoistico; e hanno per sé un valore o premorale (cioè di condizione di fatto
anteriori alla moralità ed estranei ad essa) o pro-morale (cioè tengono luogo
del motivo morale o ne surrogano l'efficacia pratica quanto agli effetti esteriori
della condotta). Perciò gli istituti politici non sono in sé né morali né
immorali se non in quanto sono valutati come tali interiormente dalla coscienza
dei singoli. Il secondo è questo: che dovendo l'ordine giuridico poter essere
giustificato da un punto di vista puramente egoistico, affinché il Potere
politico possa avere un contenuto, non soltanto negativo, ma positivo, comune
col contenuto delle diverse idealità tipiche morali (essere o diventare organo
promotore e fautore dei mezzi di cultura), è necessario che il contenuto di
queste idealità sia o possa essere considerato insieme come il medesimo, o come
elemento o condizione essenziale del contenuto medesimo, delle soddisfazioni
egoistiche; o in altri termini, che i valori, poniamo, intellettuali, estetici,
simpatetici, religiosi, siano nello stesso tempo i valori piú desiderati o
desiderabili nel rispetto edonistico, o elementi o condizioni essenziali dei
valori egoistici. E ciò equivale a dire che la funzione primaria e preliminare
del Potere politico come organo di cultura è quella di ordinare i mezzi atti a
dare ai motivi edonistici un contenuto sempre piú spirituale e morale, ossia ad
elevare e affinare nei singoli la capacità di sentire e apprezzare come beni
migliori e piú desiderabili di ogni altro i valori spirituali. La funzione
positiva preliminare è dunque quella di apprestare i mezzi o le condizioni
esterne necessarie alla possibile educazione ed elevazione spirituale di
ciascuno. Fin qui si è considerato il Potere politico soltanto come organo di
obbligatorietà esteriore rispetto ai singoli soci, dalla cui volontà è
idealmente posto, astrazione fatta da ogni relazione dello stesso potere con
altri poteri; cioè come stato di fronte ad altri stati. Ma se si considera per
questo rispetto, esso assume ipso facto natura e funzione di Persona in
rapporto con altre Persone e raccoglie in sé, unifica e fonde in un'unica
Volontà e personalità le volontà e le persone dei singoli. I quali per rispetto
agli stati esteri spariscono come volontà distinte, e sono sostituite nel loro
valore assoluto di persona dallo stato. Il che significa nello stesso tempo che
per questo rispetto la volontà dello stato è per la coscienza di ciascuno la
propria volontà, e che lo stato diventa esso soggetto e sorgente di idealità
etiche. Non è possibile e non è necessario esaminare distesamente le
conseguenze che nascono da questo diverso significato e valore che lo stato
assume in forza dei suoi rapporti con altri stati; ma non è difficile vedere
l'antinomia che ne deriva nei rapporti tra il cittadino e lo stato, secondoché
lo stato è considerato nella sua azione interna o nella sua condotta esterna.
Rispetto a quella il Potere politico è, dal punto di vista etico, mezzo, e la
persona singola, fine; rispetto a questa lo stato è fine e il singolo è mezzo.
Nel primo rispetto il cittadino non ha doveri verso il Potere politico, se non
in quanto vede nell'osservanza di questi doveri una condizione necessaria alla
tutela dei propri diritti; nel secondo rispetto non ha diritti di fronte alle
stato, se non in quanto la garanzia di questi diritti sia una condizione
necessaria all'adempimento del suo dovere verso di esso. Dai suoi rapporti col
Potere, considerato per quel rispetto, è esclusa (almeno idealmente) ogni
esigenza di sacrifizio di sé; considerato per questo, tale esigenza è
necessaria. Di qui la tendenza a far prevalere il secondo ordine di concetti
nei partiti politici che considerano come insuperabile l'opposizione degli
stati ed eticamente incondizionata la sovranità di ciascuno; e la tendenza
opposta nei partiti, che credono superabile l'opposizione, e condizionata
eticamente la sovranità degli stati nelle loro mutue relazioni. Si è avuto
occasione di notare nel capitolo precedente che per la ragione stessa per la
quale la idealità è concepita e voluta dalla coscienza di ciascuno come
normativa di tutta la condotta, per questa ragione la subordinazione di ogni
interesse individuale e, quando sia richiesto, il sacrifizio di sé individuo
all'idealità etica che lo costituisce in persona, diventano la prova viva e
continua del valore intrinseco supremo riconosciuto all'idealità; della
conformità, per adoperare termini già usati, del volere operante o esecutivo
col volere valutante o legislativo. In questa devozione a un Valore sentito e
voluto come valido per sé all'infuori di ogni interesse puramente soggettivo e
accidentale dell'individuo è già la nota caratteristica della religiosità; nota
che è rilevata, sebbene con qualche incertezza e confusione, anche nel
linguaggio comune. Dove il verbo «adorare» significa appunto devozione a un
oggetto, al quale si riconosce un valore incomparabile e a cui si è disposti a
sacrificare ogni altro bene. Ma questa devozione all'idealità, perché sia
piena, effettiva e costante, suppone o richiede le disposizioni spirituali, le
condizioni soggettive, nelle quali e per le quali si viene attuando; richiede
da noi, in noi, il potere di tenerle fede. Ora, quando noi concepiamo l'ideale
morale come un Ente, una Virtualità, una sorgente di energie spirituali, a cui
attingiamo il potere nostro di realizzarlo in noi stessi, e a cui possono
attingere i partecipi della stessa idealità il medesimo potere, e quella
virtualità è sentita come divina, e lo spirito perfetto che lo realizza in sé
come Dio, la nostra devozione è religione. Vi è dunque per questo rispetto una
certa analogia nei rapporti della Morale con la Politica e con la Religione. Il
Potere politico realizza le condizioni esteriori della moralità, la Virtù
divina realizza le condizioni interiori. E poiché l'attuazione del valore
morale consiste essenzialmente nell'atto del volere, cioè è interiore e
spirituale, e la conformità materiale ed esteriore trae il suo valore dalla
prima; cosí il Potere politico potrà apparire alla coscienza religiosa come
mezzo e strumento del Potere religioso. Anzi dovrà apparir tale finché essa
considera le condizioni esterne della convivenza come idealmente poste e
giustificate soltanto in forza della propria idealità, e non giustificabili
fuori di quella. Ma se si guarda un po' piú dentro si vede che la coscienza
stessa religiosa deve esser condotta a riconoscere che quella subordinazione
non è neppure per essa necessaria; perché la legislazione esterna trova la sua
giustificazione in quella stessa esigenza etica fondamentale, in nome della
quale essa coscienza riconosce il valore supremo della propria idealità, e
l'autorità divina del Potere che la realizza. È la esigenza del rispetto della
persona umana come sorgente di ogni valore; del valore stesso e della inviolabilità
della fede che essa attesta, e che oppone a ogni altra fede. Ed implica quella
libertà che essa non può negare in altra persona senza negarne il valore per
sé: che ogni altro deve riconoscere a lei per non vilipendere la propria; che è
il principio da cui muove e il termine a cui riesce ogni elevazione dello
spirito. Inoltre: Ogni sforzo che si faccia per tradurre un dovere religioso in
obbligo giuridico e dargli una sanzione materiale esterna, contraddice, nel
momento stesso che sembra affermarla, l'esigenza della religiosità. Perché
tende a sostituire al motivo religioso — del tutto interiore — della devozione
e della adorazione, un motivo esteriore e di necessità egoistico; il motivo
della sanzione. Il quale si trova cosí invocato a garantire ciò di cui è la
negazione: la disposizione interiore dello spirito, e la purità delle
intenzioni. Ed è poi, questa distinzione e indipendenza del Potere politico e
della legislazione esterna da ogni particolare fede religiosa, da un punto di
vista obbiettivo, inevitabile non meno che la indipendenza già notata da ogni
particolare idealità morale. Perché ciò che fa la certezza e la inconfutabilità
della convinzione religiosa è insieme ciò che ne fa la incomunicabilità e la
indimostrabilità. È certo che la «esperienza religiosa» del mistico non può
essere negata da altri. Le intuizioni alle quali essa si riconduce sono, per la
coscienza che le prova, certe di una certezza diretta, cioè anteriore a ogni
prova, non meno delle sensazioni. Ma al pari di queste non sono comunicabili ad
una coscienza che non le prova e non le vive. Potrebbe parere materia di
discussione l'interpretazione che il mistico fa di questi dati, il momento (che
l'analisi obbiettiva può distinguere dal momento dell'intuizione) per il quale
la coscienza trapassa dalla intuizione sua, dall'esperienza propria diretta,
all'affermazione del divino in sé, come oggetto dell'intuizione. Ma anche
questo processo sfugge alla discussione perché non è logico ma psicologico:
anzi non è per la coscienza del mistico un passaggio, una argomentazione, ma
una integrazione che si pone coll'atto stesso dell'intuizione e che è vissuta
con la medesima certezza. Perciò, chi vuol sottoporre dal di fuori questo
processo ad analisi critica, analizza in realtà qualche cosa di diverso.
Analizza il processo discorsivo che dovrebbe fare, per provare la validità
della sua conclusione, una coscienza che non senta già la certezza di questa
conclusione; o, piú esattamente, che consideri come conclusione di un passaggio
logico, quel che per il mistico non è conclusione logica, ma è evidenza
psicologica. E d'altra parte è pur vero che questo medesimo carattere di
evidenza immediata che rende la certezza del mistico invulnerabile ad ogni
attacco di critica, le toglie nel medesimo tempo ogni possibilità di
dimostrazione. Se poi la certezza religiosa si fonda sull'autorità e non
sull'«esperienza» non ne è perciò meno inevitabile la individualità e la
incomunicabilità. Perché se l'autorità della rivelazione è accettata come tale
per un atto di ossequio, di riverenza e di devozione alla divinità dalla quale
è data, essa è un atto di volontà, non di ragionamento, e presuppone quella
certezza del divino, alla quale essa rivelazione dà bensì un contenuto
dogmatico, ma non dà, se non lo trova, il valore di certezza. E se la mia
coscienza la accoglie in virtù di prove teoriche o storiche o morali, per le
quali sia indotta a riconoscere nella rivelazione stessa un'origine divina, le
prove della rivelazione (supponendo pure superati tutti i problemi che vi si
riferiscono) non sono prove della certezza che io ho del divino, ma sono prove
che mi inducono a riconoscere nella rivelazione un segno di quel divino, di cui
ho la certezza. Ma il riconoscere questo carattere interiore personale e
insindacabile cosí delle diverse idealità etiche come delle diverse credenze
religiose (anche se si accompagni alla consapevolezza che ciò che costituisce
la legittimità e inviolabilità dell'una è, nello stesso tempo, ciò che
costituisce la medesima legittimità e inviolabilità di ciascun'altra), non è la
medesima cosa che spogliare ognuna di esse di quella tendenza alla negazione
non solo, ma alla esclusione delle dottrine opposte, che è propria di ogni
fede, vale a dire della affermazione del valore intrinseco di una idealità, che
per ciò si riconosce come degna di valere universalmente. In questa diversità e
molteplicità varia e inesauribile di valutazioni sta la fonte di ogni
incremento della cultura e di ogni elevazione spirituale. Ciascuna di queste
voci è una voce umana, la voce di una persona; e ciascuna deve poter farsi
sentire. Ma quella ragione medesima che pone questa esigenza ne pone il limite;
e i limiti sono i valori morali universali il cui contenuto si allarga e si
arricchisce della potenzialità di sempre nuovi valori nella esperienza dolorosa
e gloriosa dei secoli; e che tralucono per tutto dove è qualche lume di
umanità, perché sono il pregio a cui si riconosce l'uomo e si misura la sua
dignità di uomo. Liberum esse hominem est necesse; vivere non est necesse.Ho
cercato di mostrare altrove1 come e perché sorga logicamente — e, si può dire,
dalla necessità intrinseca dello svolgimento morale — il problema di una
pluralità di contenuto nella coscienza morale; sorga, quando si abbandoni il
presupposto che è la forza segreta del formalismo kantiano, che l'imperativo
categorico, l'universalità della legge, la razionalità del volere convengano a
un solo, a quel solo contenuto, che si pretende poi, nelle deduzioni della
dottrina del Diritto e della Virtú, di ricavarne; in termini piú chiari e meno
tecnici, quando si cessi di ammettere che la coscienza morale sia una e la
medesima in tutti; non solo per il tono con cui parla dentro ogni persona, ma
per le cose che dice; non solo per l'autorità con la quale comanda, ma per ciò
che comanda. Questo problema viene a sovrapporsi o meglio ad anteporsi (se non
anche a sostituirsi), — e in ogni caso (come pure ho cercato di dimostrare) a
mutar senso e posizione — al problema che è tuttora, almeno nella forma
consueta, considerato come il problema centrale, il vero problema dell'etica:
quello del fondamento. La quale forma di trattazione sembra supporre — già nel
modo di porre il problema (filosofia della morale) — che sul contenuto concreto
di ciò che si chiama moralità, sul modo di condotta che si distingue come
morale, sui criteri coi quali giudichiamo del giusto e dell'ingiusto, del bene
e del male, non cada dubbio; e il dubbio riguardi le ragioni per le quali si
deve veramente tener giusto e buono quel modo di condotta, e legittimo quel
criterio; e ingiusto e illegittimo il contrario2. Che questo presupposto sia
ora, dico non solo nella letteratura, ma nella coscienza viva contemporanea,
arbitrariamente assunto; che nel decidere — se ciò che vale di piú sia la
verità, o la bellezza, o la giustizia, o la carità, o la forza; l'affermazione
di sé o la rinunzia, l'umiltà o l'orgoglio, la disciplina o l'indipendenza non
tutte le coscienze vadano d'accordo; che nella stessa coscienza di una persona
non volgare e non ignara dei problemi morali, né estranea alla consuetudine di
una sincera e severa meditazione, si presentino, tra questi valori diversi,
contrasti e opposizioni non sempre e non facilmente superabili, è ciò che
nessuno potrà e vorrà negare; ed è in ogni caso una realtà che non cesserebbe
di sussistere e di imporsi all'attenzione, anche se fosse negata. Lo stesso
apparire nelle discussioni dottrinali e nelle storie generali e particolari
dell'Etica di teorie dette immoralistiche, dimostra che le differenze ci sono e
che giungono a tale da dar luogo non solo a contrasti ma ad opposizioni
contraddittorie. E qualunque sia il giudizio anche sommario che si voglia
portare su di esse bisogna riconoscere che non avrebbe senso qualificare
immorale una dottrina, se il contenuto suo non si opponesse appunto a quello
delle dottrine morali come specie a specie nel medesimo genere; cioè se non
pretendesse di valutare e regolare — in modo diverso — la medesima materia3.
Ciò basta a confermare, se di conferma vi è bisogno, che il problema di una
pluralità di contenuti della morale, ossia di una pluralità di criteri di
valutazione, non è un problema di semplice possibilità astratta, cioè una
curiosità scientifica e filosofica, ma è un problema d'attualità concreta e
viva; è, veramente, a mio giudizio, il problema per eccellenza della coscienza
morale contemporanea. 1 Su la pluralità dei postulati di valutazione morale; Il
Vecchio ed il nuovo Problema della morale. Questo modo di vedere è favorito, se
non conservato, dal preconcetto, del tutto arbitrario, che la morale sia una
dipendenza della filosofia teoretica; e che nella filosofia teoretica sia da
cercare la ragione dei criteri e dei principi che reggono e giustificano la
condotta. Il quale preconcetto è all'incirca così ragionevole, come quello di
chi andasse a cercare nella luce che viene a illuminare una sala, la
spiegazione degli atteggiamenti nei quali sono veduti quelli che vi si trovano.
3 Né in sede di discussione e di critica si può respingere senz'altro come
amorali o immorali dottrine che hanno pure un loro contenuto valutativo senza
assumere come valido appunto quel contenuto di cui le dottrine in questione
contestano la validità. Non si comincia un dibattimento giudiziario con una
sentenza di condanna. Del resto, se può parere nuovo il problema, a cui dà
luogo — quando si fa piú aperta e manifesta — la pluralità dei criteri, non è
nuova questa pluralità. Anzi, forse non vi è sistema, per quanto vi domini
potente lo sforzo logico della coerenza, che non nasconda sotto l'unità, apparentemente
raggiunta, del criterio supremo, una piú o meno larga e profonda pluralità o
almeno dualità di contenuto. Per non ricordare con Aristotele la duplicità di
felicità e virtù — ben vivere e ben fare — e per lasciare l'antica e non mai
del tutto superata dualità di vita attiva e di vita contemplativa, l'unità
reale di criteri nella valutazione della condotta non è raggiunta se non in
apparenza, nella stessa morale teologica cristiana; la quale, mentre non
rinunzia, e non può rinunziare, a regolare la condotta umana anche nel rispetto
della vita terrena finita, si sforza poi invano di ricondurre i precetti che
regolano questa al medesimo criterio di valutazione che è suggerito o imposto
dal contenuto soprannaturale del fine che la giustifica. E il distacco logico
inevitabile tra il fine invocato a giustificare le norme e il criterio usato a
determinarle, è dissimulato ma non superato, nell'unità della rivelazione o
della intuizione religiosa. Perfino nell'età del razionalismo, nella quale
l'unità di natura e l'identità di doveri e di diritti di tutti gli uomini è
affermata col massimo di consenso e di calore, indipendentemente da ogni
particolare dogmatismo confessionale, l'unità della valutazione morale si può
dire raggiunta soltanto perché se ne restringe la considerazione al campo
propriamente etico-giuridico, e si trascura o si lascia nell'ombra la parte piú
specialmente personale e che tocca gli aspetti e le forme della vita interiore.
E quell'unità parziale di contenuto sembra essere il segno e la prova di un
unico supremo criterio di valutazione morale, perché viene comunemente
ricondotto a un fine che dissimula, sotto l'identità nominale del termine, la
possibilità di determinazioni diverse per quel che tocca la parte della
condotta etica che sfugge all'attenzione di quel tempo; e che riguarda i fini
propri della persona, e le forme della vita interiore. Ma il romanticismo e lo
storicismo, per vie diverse ma cospiranti, posero in luce quel che il
razionalismo aveva lasciato nell'ombra o trascurato; e l'uno affermando,
illustrando ed esaltando la ricchezza, la varietà, il valore, se non esclusivo,
superiore della vita spirituale e della attività interiore, originale,
spontanea; l'altro cercando nella realtà storica la ragione e la
giustificazione delle forme di vita sociale, religiosa, politica che in nome
della natura e della ragione erano state condannate, avevano condotto a questo
doppio risultato: per un verso, ad allargare smisuratamente l'ambito della vita
interiore, raccogliendo e quasi contraendo in essa tutte le attività
spirituali, facendone il campo piú degno, e, se non esclusivo, certo dominante
della condotta morale, e comprendendovi della vita sociale, al più, quel che in
essa si dispiega di spontaneo e d'ingenuo: la pietà, la carità, l'amore, con
l'aperta tendenza a distinguerlo non solo, ma a staccarlo dalle attività
considerate come esteriori, della vita politica e giuridica. Per l'altro verso,
a negare, non solo ogni realtà ed ogni fondamento storico, ma ogni valore, alle
costruzioni politiche e giuridiche del giusnaturalismo; alle dottrine dello
stato di natura, del contratto sociale, dei diritti innati; e a considerare
come un prodotto storico le forme politiche e giuridiche; le quali trovano,
nelle condizioni che le hanno generate e che le rendono adatte rispettivamente
alle esigenze dei popoli diversi in luoghi e tempi diversi, la loro
giustificazione necessaria e sufficiente; e quindi a fare il diritto estraneo
all'etica e indipendente da qualsiasi giustificazione morale, lasciando aperto
il campo alle piú svariate forme di relativismo: biologico, sociologico,
storico. Cosí quel che per il razionalismo era il contenuto comune della
coscienza morale, finiva per essere considerato quasi estraneo alla morale. E
mentre si faceva piú largo e piú profondo il distacco tra interiorità e
esteriorità, si attenuava sempre piú la distinzione tra i valori morali e i
valori spirituali di diversa specie e di diverso contenuto, e prendeva colore e
calore di valutazione morale una molteplicità sempre piú varia di tendenze, di
aspirazioni, di attività, di fini diversi. Per tal modo penetra nella vita e
nella cultura, e si manifesta non solo nella filosofia, ma in quella che si
chiama piú propriamente letteratura, quella molteplicità di indirizzi, di opinioni,
di eresie morali che è la caratteristica, e che esprime, per dir cosí, la
maturità storica del problema, prima dissimulato e trascurato. Non si vuol
dire, né sarebbe a priori probabile, che ad ogni novità di intuizione
particolare, geniale o no, su questa o quella forma di vita e di attività
individuale, su nuovi aspetti della cultura speculativa o religiosa o
sentimentale, su nuove direzioni della volontà, sul valore dei tipi di
istituti, familiari, politici, economici (reali o immaginati) corrisponda una
diversità di criteri morali; né tanto meno che ciascuno esprima una
orientazione di coscienza morale radicalmente diversa dalle altre; ma neppure è
possibile dissimulare che questa molteplicità è altra cosa dalla «dualità»
notissima, che nella tradizione e nella credenza comune e nella dottrina piú
largamente diffusa, raccoglieva e, direi, polarizzava attorno a due termini
contrari i valori della vita, opponendo i beni razionali ai beni sensibili, e
negando a questi ogni valore morale. Perché, lasciando pur fuori di questione
ciò che tocca i beni detti sensibili (per semplicità di discorso, non perché
anche su questo punto le questioni sieno escluse di fatto, o siano da escludere
a priori), la caratteristica nuova e piú rilevante di tale molteplicità, è
appunto questa: che è nel regno stesso dei beni razionali, che la diversità
delle tendenze si è venuta delineando sempre piú spiccata. E i contrasti di
tendenze e di opinioni si rivelano anche, anzi soprattutto, nel campo di quei
valori che era pacifico considerare come patrimonio, se non uno e indivisibile,
almeno indiviso, e non costituito di parti discordanti. E mentre si venivan
disegnando, cosí, conflitti di primato, se non contrasti irreducibili, tra i
valori stessi tenuti tradizionalmente come superiori, si presentavano: di là,
idealizzate, e sotto veste di valori razionali, o giustificate in nome di
esigenze razionali, tendenze e forme di vita spontanee, passionali, o
istintive, considerate già come estranee se non contrarie alla vita morale: e
di qua si esaltavano come centro e culmine dei valori morali le forme
religiose, intuitive, sentimentali e mistiche, avverse, almeno in apparenza, ad
ogni pretesa di procedimento razionale, e che ad ogni modo si affermavano in
atti di aperta sfida contro la ragione. E insieme si negava ogni significato
etico — anche nella loro forma di idealità sociali e politiche — a quei
principî razionali del diritto, nei quali il secolo precedente aveva visto ad
un tempo il segno piú alto della dignità umana e il maggior trionfo della
ragione. Di fronte a cosí grande e cosí varia pluralità di contrasti tra
criteri di valutazione, o tra «scale di valori» diverse, può bastare a
risolvere i conflitti e a ricostituire — posto che sia necessaria — l'unità del
contenuto, e l'universalità del consenso, affermare che la morale è universale
perché è razionale, o è razionale perché è universale? Né è possibile fare
appello alla ragione come autorità morale suprema quando i moralisti che se ne
fanno interpreti non riescono, pur affilandone tutte le armi, né a convincere
né a vincere i detrattori, se non argomentando ad hominem cioè facendo appello
a qualche principio o criterio da quelli stessi assunto od ammesso. E i
detrattori non riescono a formulare neppure una sentenza di condanna che abbia,
non si dice un valore, ma un significato quale si sia, senza servirsi di quella
ragione che coprono di contumelie, e che presta pure la sua assistenza, con
divina larghezza, anche a chi la bestemmia. Dal che parrebbe di dover
ragionevolmente concludere che della ragione non si può fare a meno, in materia
di morale piú che in qualsiasi altro campo; ma che non si può trovare in essa
la sorgente delle valutazioni morali. E tuttavia non solo fu — nell'età aurea
del razionalismo — ma è tuttora largamente sostenuta ed accolta, non senza che
la tenacia degli sforzi abbia un profondo significato, l'idea di cercare nella
ragione anche ciò che la ragione non può dare; e di riferire a lei non soltanto
l'esigenza della coerenza, dell'unità, e quindi di leggi, di criteri e massime,
ma anche di certe leggi e di certi criteri, piuttosto che di leggi e criteri
diversi. Ma l'idea è illusoria. E l'illusione sta in ciò essenzialmente: nel
credere che la ragione obblighi ad ammettere non soltanto certi giudizi, dato
che se ne accettano certi altri, certe conseguenze, se si accettano certe
premesse; ma obblighi senz'altro ad accettare certi giudizi: quei giudizi
stessi che fanno da premessa; che «esser ragionevole» voglia dire non soltanto
osservare le leggi della logica, rispettare quei principi logici senza dei
quali non è possibile nessun ragionamento e nessun «uso della ragione», ma
voglia dire essere obbligati a riconoscere "certe verità", ad
ammettere certi principî; principî non logici o formali, ma materiali; dati o
postulati che facciano da sostegno al ragionamento, e comunichino la loro
certezza ai giudizi che se ne ricavano. Ora io lascio di considerare, perché
non è necessario qui, il campo dei giudizi propriamente teoretici e la
distinzione che sarebbe necessaria tra giudizi condizionali e giudizi di
esistenza; e mi restringo al campo «pratico». In questo adunque la ragione
sarebbe essa che pone ad un tempo l'esigenza della legge e la legge; cioè, non
solo l'esigenza dell'unità e le norme da osservare per realizzarla, ma anche i
criteri attorno a cui si deve raccogliere questa unità; quei giudizi stessi che
non si giustificano, ma che servono di fondamento alla giustificazione. Questa
«funzione pratica»4 della ragione si può intendere in tre modi diversi: O i
criteri di valutazione, i giudizi di valore che stanno a fondamento dei giudizi
morali, hanno la stessa validità e si possono o dimostrare o porre con la
stessa necessità od evidenza con la quale si impone la validità delle forme
logiche. Oppure se il dato o principio che sia a fondamento delle valutazioni è
diverso dalle verità teoretiche, assunto dalla ragione, non posto da lei ma
offerto a lei, questo dato è tale che essa non ha che da scoprirlo, da
formularlo, da presentarlo alla riflessione di ogni uomo ragionevole perché ne
sia riconosciuta ed ammessa come indiscussa e indiscutibile la validità. — O
finalmente è la ragione stessa che pone la legge, ed è l'esigenza razionale che
basta a determinarla, senza che a costituire la validità della legge e del
contenuto che essa incorpora in conformità della sua esigenza, sia necessario
riconoscere la validità di alcun dato o principio materiale estraneo alla forma
stessa della legge. Non vi sono che queste tre vie possibili; e sono le vie che
anche storicamente il Nazionalismo ha seguito con maggiore o minore sforzo di
argomentazioni e varietà e ricchezza di gradazioni particolari. La prima via,
la piú antica, quella aperta da Socrate quando si presentò per la prima volta
il problema morale in condizioni analoghe per certi rispetti (nessuno pensa a
dire uguali) a quelle che lo fanno risorgere ora in una forma somigliante (il
contrasto nelle opinioni intorno a ciò che è bene, o in breve, il problema
della pluralità dei criteri morali), è la via che si direbbe piú propriamente
intellettualistica. I principî morali sono verità5 della medesima natura delle
altre, accertabili teoreticamente, o deducibili da verità teoretiche. È
l'indirizzo del quale ho parlato già altrove6 e il cui vizio radicale consiste
nel fare dei giudizi di valore giudizi teoretici, e pretendere di derivare
quelli da questi. Ma quanto alla derivazione nessuno sforzo logico può fare che
concluda con un giudizio di valore un ragionamento che non abbia per premessa,
espressa o sottintesa, un giudizio di valore. Quanto alla certezza immediata
nessuna evidenza logica può fare che sia contraddittorio in sé stimare di piú
il proprio cane che il prossimo, se non si suppone che io ammetta che un uomo 4
Questa espressione può avere in morale tre sensi diversi che importa
distinguere. Si può intendere che dipenda dalla ragione il valutare, cioè
riconoscere e graduare i valori; o che dipenda dalla ragione il conformare la
condotta alla valutazione, muovere la volontà: e questi sono i due sensi che
rispondono all'uso piú comune del termine «pratico» e che pur si confondono tra
di loro, benché siano diversissimi; come è diverso riconoscere la giustizia o
la bontà di una norma e osservarla, stimare la virtú e praticarla. Ciò che è in
discussione qui e nel seguito è sempre, se non si dica espressamente il
contrario, il primo significato. Finalmente vi è un terzo senso, quello
propriamente kantiano, che consiste nel riconoscere la possibilità e la
legittimità di affermare per il bisogno morale l'esistenza di ciò che la
ragione speculativa non può conoscere; di fondare sulla morale una certezza
metafisica che è preclusa all'uso teoretico della ragione; ed è a un tal uso
che si riferisce, come tutti sanno, la notissima espressione «primato della
ragion pratica. La tesi morale di Socrate è duplice come tutti sanno: che il
bene e il male si possono conoscere (se ne possono fare dei concetti veri) come
si conoscono le altre cose. che conoscere il bene e praticarlo è il medesimo,
ossia che la moralità (la pratica del bene) è sapere; chi fa il male lo fa
perché ignora che cosa sia il bene. La prima tesi sta indipendentemente dalla
seconda che qui è lasciata in disparte. Di solito quando si parla della tesi di
Socrate in tema di morale si intende dire di questa seconda e non di quell'altra,
la quale anzi è comunemente ascritta, e in un certo senso giustamente, a merito
di lui. Vecchio e nuovo Problema]qualsiasi vale piú di un qualsivoglia cane, o
che dove c'è pensiero, ivi c'è una dignità incomparabile con qualsiasi pregio
di natura diversa. Ma in questo caso la contraddizione è tra un mio giudizio e
un altro mio giudizio; che si suppone pure ammesso da me e per me valido. Ma
chi o che cosa mi obbliga ad ammettere questo valore del pensiero? E perché
cadrei nell'assurdo se lo negassi? Forse perché con ciò diminuisco o nego un
valore che è anche mio? Sarebbe dunque il rispetto e la stima di sé un
principio logico? E la despectio sui del Geulinx contiene dunque una
contraddizione in termini? Se si incalza che il giudizio sulla inerenza
all'uomo di proprietà o doti che mancano al cane è di evidenza oggettiva e che
riconoscere un maggior valore all'uomo che al cane è la stessa cosa che
riconoscere all'uomo una maggior realtà, cioè una maggior perfezione, è facile
avvertire che in questa identificazione si assume appunto ciò che è in
questione: che la perfezione o il pregio delle cose e delle proprietà delle
cose sia accertata o accertabile teoreticamente come la loro esistenza e
appartenenza; mentre basta una non lunga riflessione per accorgersi che il
giudizio sul pregio e sul valore o il «grado di perfezione» di qualsiasi ente o
proprietà implica il riferimento a una gerarchia, a un ordine, a un disegno,
cioè in ultimo, a un modello, e quindi a un fine attuato o da attuarsi. E, che possa
o debba valere come fine, che meriti di valere, non è un giudizio in realtà;
tanto che il negargli questo valore non implica negare sia la realtà, sia la
possibilità, sia alcuna delle proprietà dell'ente. Cosí come negare alla sfera
il valore di forma perfetta che le davano i peripatetici, non implica per
GALILEI (si veda) la negazione né della costruibilità della sfera, né di alcuna
qualesivoglia delle sue proprietà geometriche. La sfera rimane la sfera. Si
potrà o non si potrà ammettere che essa abbia, in grazia di quelle proprietà,
un pregio particolare, ma l'ammetterlo o negarlo non appartiene alla geometria;
e mentre io rinuncio ad essere intelligente se non capisco il concetto della
sfera, e rinunzio ad essere ragionevole, se non ammetto tutte le proprietà che
ha o avrebbe una sfera reale costruita secondo quel concetto, non rinunzio né
all'intelligenza né alla ragione se nego che la sfera valga piú del cubo o
della piramide. Lo stesso, mutatis verbis, vale per l'esempio allegato del cane
e dell'uomo. Senonché qui un rosminiano potrebbe insistere, che il caso è
appunto diverso e che la diversità ha un suo significato: perché mentre io non
provo internamente alcuna ripugnanza ad ammettere che la sfera non valga piú
della piramide, non posso senza ripugnanza invincibile, ammettere che il cane
valga quanto l'uomo. Che è questa ripugnanza, se non il segno della
«contraddizione che nol consente»? Che nell'esempio citato -non per nulla nella
scelta SERBATI (si veda) ha la mano felice -la repugnanza ci sia, è innegabile
— sebbene le tenerezze di certe dame possano far dubitare della universalità
del riconoscimento —; ma questa ripugnanza è una ripugnanza morale, non una
incongruenza o contraddizione teoretica, ed è comune nella misura in cui è
comune la valutazione su cui si fonda. Anche qui, ancora e sempre: negando
questa differenza di valore tra il cane e l'uomo io non nego nessuna delle
differenze di realtà che esistono e che si possono conoscere; non nego nessuno
dei caratteri e delle proprietà dell'uomo o del cane, qualunque poi sia il
giudizio che faccio sul valore diretto o indiretto di ciascuna di quelle doti e
di tutte insieme, e degli esseri che le posseggono. Che io faccia maggior conto
del potere di astrazione dell'uno che della finezza di odorato dell'altro, o
che apprezzi di piú l'amore della libertà dell'uomo che la ubbidienza cieca del
cane, non è per nulla una implicazione necessaria del riconoscere
rispettivamente nell'uomo quella proprietà che nego nell'altro. E il giudizio
potrebbe essere rovesciato, e un grossolano estimatore di tartufi potrebbe
preferire il fiuto del suo cane a quel qualunque potere di astrazione che la
natura prodiga ha largito a lui pure, senza che muti di un ette la verità
riconosciuta da ambedue: che l'uomo ha un certo senso meno fine del cane, e il
cane manca di un potere che ha l'uomo. — E se finalmente accadesse davvero,
come parrebbe anche naturale, che nessuno potesse disconoscere la differenza di
valore tra i due, questa universalità di riconoscimento non cesserebbe di
essere, per la sua natura e per il suo fondamento, diversa da quella. L'essere
universalmente ammessa una differenza di valore fra i due enti, prova, nel caso
che è universalmente ammessa o sentita l'esigenza morale in grazia della quale
quella differenza è posta: ma non prova che il giudizio di valore, cosí
espresso, sia una conoscenza teoretica; ossia, comunque, riducibile alla
conoscenza oggettiva dei due esseri, o ricavabile da questa. La verità è che i
giudizi morali (come ogni altro giudizio di valutazione) paiono della stessa
natura dei giudizi teoretici perché sono nella massima parte, e con una
frequenza di gran lunga maggiore, giudizi derivati e possono presentarsi sotto
forma di giudizi derivati, anche quando sono considerati, sotto un altro rispetto,
come primari e assunti come tali in una costruzione diversa. Ora nei giudizi
derivati, la validità della valutazione è ricondotta alla validità di un altro
giudizio (primitivo o primario o diretto) con un processo, che non differisce
in nulla, quanto alle leggi logiche che ne governano la legittimità, dal comune
processo di dimostrazione col quale si prova la connessione necessaria di certe
conseguenze con certe premesse. Con questa circostanza, per dir cosí,
aggravante: che, come s'è accennato, accade di frequente, anzi solitamente, che
quegli stessi giudizi che figurano in un processo di giustificazione come
premessa o principio, compaiono o possono comparire in un altro ragionamento
come conseguenza o conclusione. Tanto che riesce difficile decidere, quando si
tratta di valutazione, quali siano i giudizi primitivi, e quali i derivati,
comparendo a volta a volta secondo le costruzioni diverse e i diversi punti di
vista e talvolta nello stesso autore (e senza che si possa per ciò solo
appuntare i ragionamenti corrispondenti di circolo vizioso e di petizione di
principio), come giudizi derivati, dei giudizi che figurarono in altro luogo, e
per un altro proposito, come primitivi, e inversamente; al contrario di quel
che accade di solito nelle costruzioni scientifiche: dove i principî o
proposizioni fondamentali hanno e conservano costantemente il loro carattere e
il loro ufficio. Sfuggendo cosí all'osservazione, per la vicenda di ufficio
logico al quale possono a volta a volta essere assunti, quali siano i giudizi
di valore primitivi, cioè quelli in cui si assume la validità diretta e
immediata (senza che sia ricondotta alla validità di qualche altro giudizio),
riesce piú difficile, o almeno si presenta meno frequente e meno aperta, la
opportunità o la necessità di esaminare la natura e di coglierne questo
carattere di diversità, radicale e irreducibile, dai giudizi teoretici. La
quale diversità può sfuggire anche piú facilmente o essere posta in luce tanto
piú difficilmente, per un'altra circostanza che ha a quest'effetto un influsso
anche piú decisivo. E la circostanza è questa: che una parte considerevole dei
giudizi valutativi che assumono piú frequentemente valore di primari, o sono
abitualmente sottintesi (tanto sono o si suppongono incontestati), o sono
incorporati e quasi assorbiti nei giudizi teoretici, senza che l'apprezzamento,
per lunga consuetudine congiunto all'idea dell'oggetto, o della proprietà, o
dell'atto, o dell'effetto possibile, sia formulato in un giudizio distinto;
anzi, talvolta, neppure sia espresso piú nell'enunciazione del giudizio stesso
da una di quelle particelle (aggettivi, avverbi, interiezioni) che portano nel
giudizio la espressione di una valutazione, o, come si può dire con forma piú
generale, la nota del sentimento; la quale non appare talvolta che nel tono di
voce dell'interprete o lettore, o si rifugia nella scelta sapiente delle parole
e delle sfumature suggestive, di cui è ricca una lingua satura di civiltà. Dire
di un uomo che è indolente o che è intemperante, è, se non si parla a vanvera,
attribuirgli una qualità, della quale è possibile dimostrare che veramente gli
spetta, cioè si posson dare delle prove oggettivamente certe e accertabili: è
un giudizio teoretico. Ma ognun vede che vi è tacitamen7 È tuttavia da notare
anche qui una tendenza a considerare l'ufficio logico rispettivo di principî e
di conseguenze, suscettivo di essere invertito. Così nella piú rigorosa delle
scienze deduttive, la geometria, si può vedere la possibilità, sfruttata per
ragioni didattiche o anche per maggior semplicità o eleganza di costruzione, di
invertire la deduzioni; assumendo come dato quel che si è ricavato, e
inversamente; come avviene del resto nelle dimostrazioni della connessione
reciproca di due proprietà fra di loro.] te assunto insieme un giudizio di
valutazione, nella misura che l'indolenza o l'intemperanza sono per chi parla o
per chi ascolta qualità non pregevoli, o biasimevoli; il che diventa
evidentissimo quando si tratti di qualità o di attributi, o modi di operare piú
gravemente e piú universalmente biasimati, come si dicesse: bugiardo, venale,
falsario e simili. Anzi, i giudizi di valutazione sono gravi in proporzione
della loro prova teoretica assai piú che delle espressioni di biasimo che li
accompagna; appunto perché il biasimo può essere piú facilmente sottinteso. E
non per nulla la diffamazione è punita piú dell'ingiuria. Cosí il giudizio
valutativo (sottinteso) sembra essere fondato su prove, come si dice, di fatto,
ossia su giudizi teoretici; mentre i giudizi teoretici provano bensì
l'esistenza del fatto o la legittimità dell'imputazione, ma non provano in
nessun modo il valore dell'azione. Il qual valore è già riconosciuto e ammesso
e incorporato nell'idea di quel modo di operare, di quel difetto o colpa di cui
l'azione è prova, e non ha bisogno di essere formulato a parte perché tutti lo
sentono e tutti lo sottintendono. Ora i giudizi di valore a cui si dà ufficio
di primari, cioè che si assumono a fondamento degli altri e alla cui validità
si riconduce la validità di questi, sono presi, solitamente, tra i giudizi il
cui valore per essere comunemente riconosciuto e, come si dice, pacifico, è
appunto piú facilmente sottinteso. Quando si è detto a una persona intelligente
«bada che quella pistola è carica», non occorre altro discorso per persuaderla
a maneggiarla con prudenza; e nessuno pensa che è sottinteso, o meglio, nessuno
ha bisogno di pensare distintamente che è sottinteso, un giudizio sul valore
della vita, e che l'avvertimento non avrebbe peso se la vita non valesse piú di
una cartuccia. Ora il giudizio: la vita è un bene; che qui è sottinteso, può
essere considerato come primario, per esempio in tutti i precetti dell'igiene
(dove anzi fa da primario un giudizio, che è già esso derivato rispetto a
questo, sul valore della sanità): ma può essere non primario per chi giustifica
a sua volta il valore della vita col valore del sapere, o del bello, o della
giustizia, o della carità, o della potenza, o della gloria, o di qualsiasi
altro ordine di fini o di attività o di godimenti. Ma poi, quando si dice che
l'arte, o la scienza, o la pietà sono un conforto della vita, si fa di ciascuno
di quei beni che sopra sono assunti come beni per sé, un bene derivato rispetto
a quello della vita. E cosí se si dice che il sapere accresce la ricchezza, o
la giustizia assicura la tranquillità, o l'onestà alimenta la fiducia
reciproca, si pongono, almeno occasionalmente, come derivati, dei valori
primari, e si assumono come primari rispetto ad essi, dei valori derivati. È
adunque chiaro che i giudizi di valore si legano fra di loro in una catena
continua, anzi in un groviglio di catene, del quale non è necessario qui cercar
di capire piú particolarmente la struttura; e che per queste mutue e varie
connessioni delle diverse valutazioni fra di loro, si può assumere come
primario in un sistema di deduzioni un giudizio di valore che figura come
derivato in un sistema diverso. Ma in qualsiasi processo di giustificazione,
questo giudizio primario di valore espresso o sottinteso ci deve essere; e si
tratta di vedere — nel caso di valutazioni morali — non se spetta alla ragione
giustificare la scelta, ossia dimostrare da che cosa nasca l'attribuzione di
valore (che sarebbe precisamente fare del valore diretto un valore derivato; la
quale dimostrazione, se è possibile, nessuno dubita che sia un processo
razionale); ma, se ci sia un principio di valutazione, una affermazione diretta
o primaria di valore che sia razionale in sé, e che si distingua come razionale
da altre valutazioni primarie, che non siano in sé razionali; cioè che non sia
razionale accettare, che la ragione impedisca di ammettere. Se si tien conto di
quanto s'è avvertito sopra, la questione della razionalità o irrazionalità
dell'egoismo si riduce a vedere se l'egoista, accettando il principio
assiologico che assume come primario quando giustifica il suo sistema di
valutazioni egoistiche e le massime di condotta corrispondenti, rinneghi la
ragione, e quindi, poiché è ragionevole, si trovi in contraddizione con se
stesso. E cadrebbe in contraddizione: O perché operando da egoista non
raggiunge lo scopo al quale è rivolta la sua opera. O perché il criterio
egoistico contrasta con altri che l'egoista stesso in quanto egoista non può
fare a meno di accettare e di ammettere. È certo che l'egoista spesso sbaglia i
conti e fallisce lo scopo; ma questo non ha che fare nella questione. I conti
li sbagliano un po' tutti, o li possiamo sbagliare, senza che ciò voglia dire
nulla circa il valore o il disvalore, la dignità o l'indegnità dei nostri scopi.
Lo sbagliare riguarda la scelta o l'uso dei mezzi e dà luogo ad un giudizio di
abilità o inabilità, di successo o di insuccesso; e sbagliano i conti i
filantropi forse piú spesso degli egoisti. Lasciamo dunque le delusioni che
possono venire agli egoisti da errori di calcolo. Concludente invece, anzi
decisiva, sarebbe, se valesse, l'altra obbiezione che non si possa essere
egoisti senza contraddirsi. La quale però ha il torto di configurare un egoista
incoerente (anche se in realtà è il tipo comune, anzi forse cedendo appunto
alla suggestione della realtà) cioè, che pretende bensì di subordinare ogni
interesse, di qualunque genere, degli altri al suo interesse proprio, ma
pretende insieme che gli altri non facciano cosí; e ha l'aria di dire agli
altri: ma, insomma, se fate gli egoisti anche voi, come faccio io a servirmi di
voi per i miei comodi? Naturalmente quando si è foggiato un egoista su questo
tipo, è facile dimostrare che si contraddice. Non è mai, in generale, molto
difficile ritrovare in qualche cosa qualcos'altro che vi sia posto dentro
prima. Ma non vi può essere un egoista coerente? E come si dimostrerebbe che
non vi può essere? Vediamo come dovrebbe essere; e se, essendo coerente,
cesserebbe di essere egoista. Questa è manifestamente la tesi che si deve
dimostrare per concludere alla irrazionalità dell'egoismo. Egoista coerente è
chi riconosce buono l'operare di ciascuno quando è dettato dal suo interesse
maggiore, ossia buono per ciascuno il modo di operare che procura ad esso
operante il maggior numero di vantaggi e il minor numero di danni; ossia, un
egoista coerente è esso senza riguardi 8 Non si può considerare come esempio di
contraddizione intrinseca dell'egoismo il caso frequentissimo e
comunissimamente notato di chi si mostra in questa o quella circostanza egoista
perché opera da egoista o come se fosse egoista, mentre sente dentro di sé di
«aver torto», sente che la sua azione presente è disforme da quel modo di
operare che la sua coscienza morale riconosce come giusto; quel modo di operare
che egli approva quando giudica le azioni degli altri e che egli stesso
seguirebbe se non fosse in gioco. Ossia egli sente che dovrebbe fare così e
sente che farebbe così se il fare non gli costasse un sacrifizio; il sacrifizio
di quella certa sua piú o meno grande comodità. Ora certamente qui (ed è il
caso comune, tipico, notato migliaia di volte del contrasto, dello scontento
interiore e del rimorso) questa discordia interna è colta e segnalata dalla
ragione. È una esigenza razionale l'unità delle valutazioni, la costanza dei
criteri, la coerenza tra il valutare e il fare, ed è un processo razionale che
rivela le incoerenze e i contrasti. Ma la questione non sta qui. Il contrasto
segnalato per il quale chi opera da egoista è colto in fallo e deve riconoscere
il suo torto, è possibile perché il supposto egoista ha operato bensí da
egoista, ma sente e giudica e valuta conforme a giustizia. Egli è in
contraddizione perché il criterio di valutazione, cioè di scelta tra i motivi,
seguíto nella sua azione concreta è contrario al criterio di valutazione che
egli accetta come persona morale, che applica nel giudizio sulle azioni altrui
e, in quanto riesce ad essere imparziale in causa propria anche a se stesso. E
la vera questione qui sarebbe di vedere se quel criterio di valutazione che
egli accetta come persona morale è posto dalla ragione; se dato che non fosse
sentito e accettato dalla sua coscienza, potrebbe un processo razionale farlo
sorgere per gli altri, ma ammette e trova naturale e legittimo nello stesso
tempo, che ciascun altro sia senza riguardi per lui. È pronto a sopraffare,
potendo farlo senza danno, gli altri; ma non protesta se altri, potendo,
sopraffà lui. — Dov'è qui la contraddizione? Si dirà che cosí facendo si riesce
all'uno o all'altro di questi risultati: o alla limitazione reciproca degli
egoismi per mezzo di norme di condotta che li renda compatibili, e abolisca lo
spettro hobbesiano del «bellum omnium contra omnes»; o al riconoscimento del
valore supremo, della forza come criterio ultimo della condotta. Ora il primo
risultato — si dirà — è la negazione dell'egoismo; l'egoismo, diventando
ragionevole sbocca in un criterio diverso, anzi contrario: si fa legge, cioè
diritto, cioè giustizia. Il secondo tiene sospesa sull'egoista la spada di Damocle
della sua condanna: il piú forte d'oggi può essere piú debole domani, il piú
forte contro i singoli è meno forte contro la coalizione dei singoli. Il
numero, il «gregge» può sopraffarlo; e se lo sopraffà esso ha ragione perché è
il piú forte. Per sostenere che il criterio della forza deve valere soltanto
tra i singoli e singolarmente presi, occorrerebbe un altro presupposto, un
altro giudizio, un altro criterio fuori della forza, che valga a distinguere
entro quali limiti l'uso della forza è legittimo. Ma fuori di questa clausola
(che ricondurrebbe al risultato precedente), la forza contiene in sé la propria
condanna perché genera da sé la propria negazione. Né l'uno né l'altro di
questi discorsi che paiono vittoriosi è, se si guarda spassionatamente,
concludente. Cominciamo dal secondo. È bensì vero che l'egoismo se non scende a
patti con gli egoismi che gli si possono contrapporre sbocca nel criterio della
forza; ma il criterio della forza non si nega e non si smentisce finché si
ammette che esso valga per tutti, che la mia volontà sia legge finché il piú
forte sono io, e che sia legge la volontà degli altri quando piú forti sono gli
altri. Sarebbe invece smentita appunto, quando valesse finché il piú forte sono
io e non valesse piú se il piú forte è un altro. Si può dunque dire che il
criterio della forza può riservare delle sorprese, e portare, a chi l'accetta,
piú danni che utili. Ma non si può dire che sia in sé contraddittorio; come non
è contraddittorio per un giocatore accettare la legge del gioco coi suoi rischi
e le sue promesse, anche se queste sono superate da quelli. Ciò riguarda
dunque, non la coerenza intrinseca del criterio, ma la questione se a un
egoista accorto convenga o no di farne la sua legge. Se ci pensa bene, se pesa
il pro e il contro con prudenza, forse non sceglierà una strada nella quale i
pericoli sono superiori alle speranze. Se si trova difficoltà a immaginare
seguíto questo criterio fra gli individui, non c'è che da pensare al principio
che ha regolato in ultima istanza, fino a ieri, se non fino ad oggi, i rapporti
fra gli stati, e che dovrebbe regolarli sempre secondo l'imperativo
nazionalistico o etnico o storico, che passò e passa tuttora agli occhi di
molti come il solo imperativo seriamente politico. In questa concezione dei
rapporti fra gli stati non domina forse nella sua forma rigorosa quella tesi
estrema che lo Stirner formulò per i singoli individui e che parve ad alcuni
per il suo stesso rigore una caricatura ironica dell'anarchismo di una società
di egoisti, che vale fin che mi giova e dura finché mi piace? O si vorrebbe
dire che non sono «ragionevoli» i politici, filosofi o no, che accettano e
difendono questo criterio, non solo come l'unico criterio possibile, in
determinate circostanze storiche, ma come il solo razionale? Senonché anche la
razionalità dell'egoismo statale non è data, ma presupposta, o fondata su un
presupposto: che l'interesse, anzi, un certo interesse dello stato abbia un
valore incondizionatamente supremo. Ed ecco l'altra alternativa: l'egoismo che
si limita e si fa diritto. Ma qui è ancora piú facile scorgere l'equivoco
EQUIVOCO [H. P. Grice: aequi-vocality thesis] e può parer superfluo il metterlo
in evidenza. L'egoista che accetta il diritto come garanzia della sua
sicurezza, della sua tranquillità, della sua libertà, cioè la limitazione
dell'egoismo per motivi egoistici, non cessa perciò solo di essere egoista, e
non v'è nessuna contraddizione intrinseca, per lui, nell'accettare condizioni
che per lui sono vantaggiose. Che un diritto cosí giustificato non abbia valore
morale e non debba identificarsi con la giustizia è evidente: che un diritto il
quale non abbia altro fondamento che questo calcolo egoistico sia poco saldo e
non abbia piú consistenza di realtà storica che lo stato di natura, è inutile
dire; ma non si può dire in nessun modo che l'egoista contraddica se stesso
quando accetta e riconosce una legge che limita il suo egoismo. E l'economia
politica assume, come tutti sanno, l'ipotesi dell'uomo che produce e scambia la
ricchezza secondo motivi egoistici e per puri motivi egoistici, ma osserva
perfettamente le altre forme giuridiche piú rigorose della giustizia, senza che
questa osservanza venga a contraddire menomamente il presupposto egoistico.
Anzi, ognuno sa che la limitazione piú rigida e piú incondizionata dei fini
particolari di ciascuno sotto la legge di un dispotismo senza limiti e senza
controllo, è giustificata dal Hobbes in nome dell'egoismo e dell'espressione
piú elementare e piú grossolana dell'egoismo (la conservazione della vita); e
che a un calcolo puramente egoistico si riconducono dall'Helvetius (cosa
parimenti notissima) ogni forma di condotta ed ogni azione umana. E nelle
dottrine che prendono nome di utilitarie (con un battesimo antonomastico che
non si capisce se faccia piú torto, come si crede, alle dottrine, o a chi le ha
designate con questo nome11), la difficoltà piú grave, la sola difficoltà
insormontabile dal punto di vista del proposito che le ispira, è quella che
nasce dalla esigenza di conciliare la utilità individuale con la utilità
sociale: alla quale esigenza si crede di soddisfare nel modo piú efficace,
facendo dell'utile della società, il mezzo e la condizione dell'utile
individuale; cioè giustificando da un punto di vista egoistico, le norme della
vita sociale. E questo stesso sforzo di giustificare con una motivazione
egoistica ogni ordine di attività anche piú elevata non solo dimostra che è
tutt'altro che evidente la contraddizione intrinseca e la irrazionalità
dell'egoismo, ma fa pensare piuttosto il contrario: che l'illusione di questa
possibilità sia nata, e la tenacia dello sforzo alimentata, appunto
dall'opinione che la via migliore, se non l'unica, di persuadere che l'operare
moralmente è conforme alla ragione, sia di mostrare che le norme morali
coincidono con quelle di un bene inteso cioè di un intelligente egoismo. Ma con
ciò si suppone o si accetta, ma non si pone la pretesa legittimità evidente per
sé dell'egoismo, come norma suprema di condotta, accanto o contro la
legittimità del criterio opposto. Ed è sempre sottinteso il presupposto
arbitrario che vi sia un criterio di valutazione il quale è per sua natura
conforme alla ragione, di fronte ad altri criteri contrari. Mentre contrario
alla ragione non è né l'uno né l'altro criterio per sé. Ma è soltanto la
pretesa di accettare un certo criterio e insieme non accettarlo, di ammetterlo
come norma di condotta e non applicarlo. Chiedo scusa al lettore se adopero
questa volta frasi di questo genere adatte piú ad effetti stilistici che a
precisione di pensiero per segnalarne il pericolo. Non bisogna dimenticare che
in queste espressioni l'egoismo che si nega, l'arbitrio che limita se stesso e
molte altre somiglianti, il senso voluto significare è reso possibile perché e
in quanto il termine in questione (egoismo o altro) è preso a indicare in una
due significazioni diverse: nell'una è l'astratto (la connotazione comune a
tutti egoismi); nell'altra è il collettivo (l'insieme degli egoismi particolari
e degli arbitri diversi che si contrastano). Il quale è un tacito
riconoscimento che gli uomini considerano veramente utili soltanto le azioni
che servono a certi fini e a certe soddisfazioni loro. Ma utili in qualche modo
sono tutte le azioni; se no (ah questo sí), non sarebbero ragionevoli. Sono
utili, o credute utili, al fine a cui sono dirette, economico, scientifico,
estetico, religioso, politico, ecc. Che siano dette utili soltanto le prime,
parrebbe dunque significare che abbiano vera importanza per l'uomo soltanto
quei certi fini, che poi si dimostra con molti discorsi che sono meno nobili
degli altri. Su la pluralità dei postulati di valutazione morale \ Con ciò la
tesi egoistica cerca di porsi su quella medesima via che è nella tradizione dei
sistemi e delle scuole la via piú comune del razionalismo morale, ed è in
effetto la piú semplice, si direbbe quasi la piú ovvia ed ingenua: quella
notissima di ricondurre le norme a un bene, a un fine, a un ideale, di cui si è
riconosciuto o si debba riconoscere incontestabile il valore supremo. Qui ciò che
fa da principio della dimostrazione d’assioma medio o proprio della costruzione
morale, è il giudizio in cui si assume questo valore e questa dignità suprema
del fine. Posto che il fine assunto sia il fine che l'uomo riconosce come
supremo e che si dimostri come le norme morali siano ordinate ad esso, la loro
legittimità è dimostrata. Quale sia questo fine e in che consista spetta alla
ragione di trovare o di giudicare; di trovare e formulare, se questo fine
supremo è dato e si assume come riconosciuta e incontestata la sua validità di
supremo; — di giudicare, se su questo valore cade dubbio, o se si pensa che non
basti un riconoscimento di fatto, ma sia necessario un riconoscimento di
diritto; che spetti alla ragione, non già o non soltanto di scoprire, se vi è,
un tal fine, ma di giudicare perché esso debba valere. Nella prima maniera il
valore del fine e quindi del criterio supremo che la costruzione logica assume,
e sul quale si fonda la giustificazione delle norme morali, è manifestamente
dato alla ragione, non posto da lei; ma l'assumerlo può apparire e appare
praticamente legittimo, finché è ammesso e fuori di contestazione che il fine è
supremo, perché è in realtà il fine unico, segnato dalla stessa «natura umana»;
quello a cui si riducono tutti i fini particolari; che li comprende, li
concilia e li subordina tutti. Tale è nella sostanza il procedimento logico
delle dottrine che assumono come fine naturale — al quale necessariamente si
riconduce o mette capo qualsivoglia fine parziale — la felicità o la perfezione
o altro preteso fine dello stesso tipo, che li compendii tutti. Ma è appena
necessario osservare come quegli stessi caratteri per i quali pare cosí
naturale, cosí evidente e cosí «ragionevole», riconoscere questo fine come il
fine per eccellenza, senza contestazione e senza eccezione comune e costante e
incoercibile della natura umana, sono quei medesimi che fanno di questo fine
apparentemente unico, un termine vago e vacuo di ogni contenuto determinato e
concreto; del quale nessuno contesta che sia supremo, finché ciascuno può dare
a quel termine il significato che si accorda, per lui, col valore che gli si
attribuisce di supremo. Ma perché una qualsiasi costruzione sia possibile è
necessario che il termine assuma un certo contenuto determinato; il quale
contenuto è esso che serve di fondamento alla deduzione; mentre ciò di cui si
riconosce come supremo e fuori di contestazione il valore è quella Felicità, o
Perfezione, o altro Bene, della quale quel contenuto assume la veste, il titolo
e le prerogative; e in nome della quale si presenta appunto come fine. E cosí
accade che, mentre nell'apparenza il fine è uno, in realtà è duplice: uno è il
fine nominalmente assunto, a significazione indeterminata e che per sé non
potrebbe servire a costruirvi sopra che delle tautologie inconcludenti, ma che
reca il titolo e le insegne, e quasi la formula magica, della sua sovranità: ed
è la felicità (o quell'altro termine dello stesso genere); l'altro è il fine
realmente assunto. Il contenuto determinato che serve alla deduzione, che regge
la dottrina, e che fornisce veramente il criterio al quale si riconduce
logicamente la legittimità delle norme, dei precetti e dei giudizi che se ne
ricavano. Cosí resta giustificato in nome della felicità ciò che viene determinato
in conformità a quel certo contenuto. L'uno serve a costruire, l'altro a dar
valore alla costruzione. Ora finché si ammette che la felicità o quel qualsiasi
altro termine che lo sostituisce consiste veramente in quel contenuto sul quale
si è costruita la dottrina, e l'accordo sulle deduzioni favorisce e conforta
questa certezza, la distinzione fra il dato della costruzione e il supposto che
lo investe del valore di fine, non ha luogo, o apparirebbe ingiustificata o
pedantesca. È, o si ammette come pacifico, che il dato e il supposto
coincidono, che l'uno esprime il significato dell'altro. Ma se, sotto
l'apparente unità del termine si mostrano le differenze di contenuto; e i fini
particolari che si credevano fusi e, unificati in quell'unico fine, rivelano la
loro incompatibilità; e un fine e un ordine o specie di fini pretende di valere
come sommo, subordinando a sé od escludendo gli altri; allora è necessario
scegliere. E la scelta tra due o piú specie di "Felicità" (come tra
due o piú forme di «Perfezione») non può essere fatta in nome della felicità.
Tra due o piú ordini di fini che si presentano come fini della «natura umana»
non si può sentenziare in nome della natura; oppure si deve ricorrere a
distinzioni tra felicità e felicità, tra natura e natura, che rivelano
l'assunzione aperta o tacita di un criterio che serve a distinguere la vera da
una falsa o apparente felicità, e a determinare in che consista e in che si
appunti la «vera» natura umana. «Considerate la vostra semenza...» E cosí il
riconoscimento di fatto si muta in riconoscimento di diritto. Non è questo
davvero, finalmente, il compito della ragione? Di far capire, di persuadere, di
dimostrare che alcuni fini sono degni e altri sono indegni dell'uomo, alcuni
superiori, altri inferiori? E fare questa scelta non vuol dire fare una
gradazione di fini, e giudicare quale meriti di essere riconosciuto come il
fine supremo che serva di termine di confronto, per subordinare quelli che si
conciliano ed escludere quelli che sono inconciliabili con esso? Qui adunque
pare veramente che sia razionale, non solo il processo di deduzione dal fine,
ma razionale la scelta stessa del fine, il riconoscimento del valore che esso
deve avere di fine supremo. Senonché non è difficile scorgere l'equivoco
EQUIVOCO GRICE e trovarne la origine. Il criterio in base al quale la ragione
giudica la dignità dei fini, ne fa la scelta, la subordinazione e la
esclusione, è desunto dalla coscienza morale, cioè in ultimo da quelle stesse
valutazioni che la costruzione razionale è chiamata a giustificare. In realtà
il giudizio della ragione è il frutto di un processo che è bensì esso
razionale, ma che si fonda su dati di valutazione morale. Il processo reale,
palese o nascosto, è, in breve, questo: La coscienza morale dice all'uomo quale
è la condotta buona, la condotta che è giusto che segua, che deve seguire. La
ragione mostra (non cerchiamo se con regressione del tutto rigorosa e univoca,
ma in ogni caso adempiendo un ufficio che è propriamente e incontestabilmente
suo), mostra, dico, che quella condotta è ordinata a certi effetti, raggiunge
un fine che è perciò — dal punto di vista deduttivo e giustificativo
dell'esigenza razionale che vuole l'unità e la coerenza — il Bene morale; e
poiché non sarebbe morale se non valesse come sommo, questo Bene deve essere
riconosciuto e posto come supremo. Non è dunque perché la ragione lo giudica
supremo che esso vale come fine morale; ma è perché esso deve valere come fine
morale, deve adempiere a questo ufficio nella unità logica del sistema, che la
ragione gli riconosce questo valore di fine supremo. Il che viene a dire che il
titolo sul quale il giudizio della ragione è fondato, il criterio seguito nella
scelta è il carattere che esso assume, o è capace di assumere, di fine morale.
Riconoscergli questa attitudine, questa capacità a dar ragione dei giudizi
morali, a servire ad essi di principio di giustificazione, cioè di dato dal
quale razionalmente si ricavano le norme, equivale a riconoscerlo come fine
morale; e assumerlo come tale, equivale ad assumerlo come supremo. Adunque è
bensì la ragione che giudica questa attitudine o questa capacità che ha il fine
di servire di giustificazione dei giudizi morali. Ma il valore morale di queste
valutazioni è dato, deve essere ammesso o presupposto. La ragione porta il
suggello di questo valore su quel fine del quale essa mostra la congruenza con
le valutazioni morali. Se in questo proposito di ricondurre le valutazioni
della coscienza morale a un fine unico, possa riuscire o no, e, dato che possa,
entro quali limiti e con quali frutti, è una questione che qui può essere
lasciata in disparte. Ciò che importa notare è che quel «Fine» ha valore
supremo per l'uomo dotato di coscienza morale; per una natura umana per la
quale valga l'esigenza morale e valgano le valutazioni che essa richiede e che
la esprimono. È supremo dunque nell'ipotesi che l'uomo senta la superiorità di
certe aspirazioni su certe altre, di certe attività su certe altre, di una
«natura» su l'altra. Per far riconoscere il valore supremo di questo fine noi
dobbiamo dunque supporre ammesso il valore di quei giudizi morali, dei quali
dimostreremo poi razionalmente la validità, deducendoli da quel fine. Sono
questi giudizi, di cui è o si assume incontestabile il valore morale, il dato o
i dati primi della costruzione assiologica; e la ricerca del fine supremo non è
che lo sforzo logico di ricondurli a un solo principio di valutazione, a un
unico criterio; di costruirli in sistema. Del quale perciò la validità logica,
la coerenza necessaria, l'unità di sistema è posta dall'esigenza razionale; ma
la validità assiologica esprime una esigenza morale, la quale è già data o
postulata [Se i giudizi primari di valore, i criteri ultimi, attorno a cui si
raccolgono e ai quali si subordinano le valutazioni, sono assunti e non posti
dalla ragione, come si può parlare — e manifestamente se ne parla con
fondamento — di massime di condotta sulle quali tutte le persone ragionevoli
vanno d'accordo, e il dissentire delle quali è tenuto come segno patente di
irragionevolezza? Che significa ciò se non questo per l'appunto, che basta per
riconoscere la bontà di quelle massime, essere ragionevoli, cioè dunque, che
basta la ragione a giustificarle? Pare infatti di sí, a prima vista, e si può
anche entro certi limiti accettare dall'uso questa forma di espressione senza
inconvenienti; ma ciò non toglie che l'espressione sia impropria e che
l'osservazione notissima e comunissima prova qualchecosa d'altro; un fatto
assai notevole, e a cui si collega una considerazione d'importanza capitale per
il modo d'intendere i rapporti tra valori morali e valori di altre specie: che
le massime delle quali si discorre, esprimono o valutazioni primarie
elementari, di cui è superflua, perché è comune e manifesta, ogni
giustificazione, oppure delle valutazioni nelle quali si incontrano criteri
assiologici tra loro diversi. Sono queste valutazioni mediate o indirette che
si possono ricondurre cosí all'uno come a ciascun altro dei criteri suddetti;
quasi ponte di passaggio a cui mettano capo strade di origine diversa, o linea
di intersezione di piani diversi. Cosí nel raccomandare i precetti della
temperanza si incontrano stoici ed epicurei, edonisti e mistici, egoisti ed
altruisti, sia pure per motivi diversi, ossia in vista di fini diversi e anche opposti
tra di loro; e nel raccomandare l'osservanza dei patti, l'homo œconomicus e
l'homo ethicus si trovano pienamente d'accordo; ossia qualunque possa essere,
tra quelli che sono comunemente accolti, il criterio assunto, chi lo accetta,
deve ragionevolmente accettare quella norma; o, in altri termini, qualunque
sia, tra i normalmente possibili, il fine accolto come supremo, chi lo accetta
deve riconoscere che esso richiede come suo mezzo o condizione quel modo di
operare. Non riconoscerlo vorrebbe dire volere il fine e non il mezzo. Ora
riconoscere che se si vuole il fine bisogna volere il mezzo, che se si accetta
un principio bisogna accettare le conseguenze, questo è appunto, essere
ragionevole. E poiché dai diversi principi tra i quali suole essere cercato,
secondo le tendenze, quello che si assume come criterio, la deduzione logica
conduce a quel medesimo precetto, questo precetto appare fondato in ragione,
ragionevole per sé. E in effetto, non si potrebbe giustificare se non per mezzo
della ragione; appunto perché è essa che ne dimostra volta a volta la
connessione necessaria con ciascuno dei criteri che possono essere
rispettivamente assunti per legittimarlo. Ma il valore di questi criteri primi
o supremi è, per ciascuno dei casi, ammesso o presupposto. Di che si ha la
riprova nel fatto che se, per ipotesi, si assume un criterio le cui conseguenze
valutative non coincidono con le valutazioni comuni, cessa di apparire
«ragionevole» quel modo di operare che è ritenuto — ed è in effetto — tale,
finché sono considerati come legittimi i criteri consueti. Usar pietà diventa
irragionevole se chi usa pietà è persuaso che il fine piú degno è la formazione
del superuomo e che a formare il superuomo è necessario essere spietati. Questo
esempio può parere poco convincente perché troppo remoto dalla probabilità di
essere riconosciuto e accolto. Ma, lasciando pure di notare che esso sarebbe
probativo anche se fosse del tutto ipotetico, è da os[Anzi su questa
circostanza si fonda la considerazione, a cui ho accennato, di importanza
capitale per l'etica e di cui ho trattato di proposito altrove (confronta
Vecchio e nuovo problema): cioè che una qualità, una virtù, un modo di operare
che ha valore per un rispetto, può aver valore anche per altri rispetti
diversi. Un atto morale può avere, anzi di solito ha, anche un valore di
utilità individuale o sociale e così via. Il che spiega: come avvenga che la
giustificazione delle medesime norme morali si sia potuta cercare in fini di
natura diversa; come sia possibile, anzi sia la sola soluzione legittima del
problema, di giustificare, ricavandolo da un fine diverso, il precetto morale,
questa: di considerare la pretesa giustificazione come una rivalutazione sotto
un rispetto diverso (edonistico o sociale o d'altro genere) di ciò che ha già
un valore per sé, morale. E non è, come tutti sanno servare che pur
prescindendo da negazioni e contrasti cosí recisi, sull'accordo tra le persone
ragionevoli sono da fare assai piú riserve che non paia a prima vista; appunto
perché, dove il consenso abituale del costume e l'accordo delle opinioni
accettate senza critica non sopraffà o non nasconde le divergenze, e
soprattutto nel campo della vita interiore, queste sono assai maggiori che non
si creda. Anzi si può dire che su certi campi l'accordo tra persone di tendenze
e di indirizzi morali diversi è raggiunto, non in grazia della ragione, ma
nonostante la ragione, la quale se fosse rigorosamente applicata, richiederebbe
un modo diverso di valutare e di giudicare l'azione. Il che viene a dire che
qui l'accordo c'è, non perché tutti sono ragionevoli, ma perché alcuni si
dimenticano di essere, o credono di essere mentre non sono. Nell'esempio
allegato sopra si ha la prova di un giudizio di valore tenuto come contrario
alla ragione, che appare conforme a ragione quando muti il criterio al quale si
riconduce. Non meno, anzi piú significativo è il caso inverso, di principî
tenuti come razionali che cessano di essere riconosciuti tali, se cessano di
essere ammessi certi dati o postulati dei quali si sottintendeva che non
potessero essere ragionevolmente negati. Di che l'esempio storico piú insigne e
piú istruttivo è offerto da quei principî etico-giuridici che passano come il
modello caratteristico di una costruzione puramente razionale. Anzi, su questa
idea che la costruzione giuridica — della quale l'espressione piú nota è la
Dichiarazione dei diritti — sia una pura astrazione razionale, è fondata la
critica ormai stereotipa che si ripete in nome del senso storico; mentre nella
elaborazione e nella sistemazione di quei principi ebbe la sua parte, e la
adempì magistralmente, la ragione; ma non era e non è la ragione che ne pone la
validità e ne fa sentire la giustizia. Il vero difetto della costruzione
razionale non è di aver per soggetto l'uomo astratto in luogo dell'uomo storico
(qualsiasi costruzione, non solo sistematica, ma anche storica, non può fare a
meno dell'astratto), ma è di aver assunto a fondamento della propria
costruzione un astratto (l'uomoragione) insufficiente a reggere l'edificio che
si voleva fondare su di esso. Infatti l'uomo-ragione supposto dal razionalismo
non è soltanto ragione; è, insieme e imprescindibilmente, nel concetto
razionalistico, l'uomo che ammette certi principî, espressi o sottintesi, che
sono incorporati e assorbiti, almeno nell'opinione comune, surrettiziamente e
inconsapevolmente nel concetto di uomo-ragione. Non si capisce la razionalità
dei diritti dell'uomo e del cittadino, se non supponendo che sia un dato
razionale ammettere che nessun uomo debba essere trattato come strumento della
volontà altrui; cioè senza supporre il valore assoluto dell'uomo come tale, e
il postulato giuridico corrispondente, dell'uguaglianza di diritti di tutti gli
uomini. È in effetto per questo soltanto che ad ogni uomo in quanto cittadino15
sono riconosciuti di fronte allo stato tutti quei diritti che fanno
scandalizzare Comte, sogghignare Marx e sorridere l'homo historicus. Né si dica
che Nietzsche è finito al manicomio; ciò non proverebbe nulla: perché non è
teoria solo del Nietzsche ma di molti: e divenne in veste politica, dottrina di
un popolo o di una razza; perché quando Nietzsche la pensò non era pazzo;
perché anche se fosse stato pazzo, la teoria di un pazzo non è necessariamente
una teoria pazza; perché in ogni caso sarebbe da dire non che è irragionevole
la massima, la quale, poste quelle premesse, è ragionevolissima, ma che è
inumano, o ripugnante, o indegno, accettare una o l'altra delle premesse, o
ambedue. Ma è tutt'altro che l'unica perché fu preceduta, come è noto, non solo
delle dottrine del liberalismo inglese, ma anche dai Bills of Rights dei
diversi stati dell'Unione Americana. E quanto al luogo comune delle «Ideologie
francesi» ha ragione il Janet, di rilevare che in un testo scolastico
universitario inglese, «Philosophiae moralis institutio compendiaria», stampato
a Glasgow di un autore tutt'altro che ignoto, Hutcheson, si parla come di cosa
pacifica, venti anni prima del Rousseau, del patto primitivo degli uomini fra
di loro, e dei sudditi col loro governo. Un altro luogo topico che potrebbe
senza danno essere lasciato in disparte, è quello che vede nei famosi diritti
l'affermazione estrema dell'individualismo e la tesi dell'individuo-fine e
dello stato-mezzo. Mentre il riconoscimento di quei diritti esprime a parte singuli
la garanzia della libertà individuale, ma esprime insieme l'ufficio
fondamentale e preliminare di ogni stato: la tutela della giustizia. E
combattere le violazioni della libertà e della giustizia, fatte in nome.
Mentre, se si esclude quel supposto e si ammette che lo stato abbia un valore
in sé superiore a quello della persona, o se si ammette che i diritti debbano
essere subordinati alla cultura, alla posizione sociale, alla costituzione
politica dello stato, quei diritti «naturali» non hanno piú nessuna ragione di
essere riconosciuti come diritti. Ma il principio che la persona umana ha
valore per sé e che non è giusto usare la persona come mezzo, è un postulato di
valore (cosí come è un postulato di valore il principio che ogni uomo, in
quanto soggetto di diritti, valga quanto qualsiasi altro); i quali possono
essere assunti e possono essere negati senza che chi li accetta o li nega
cessi, per questo fatto dell'accettarli o negarli, di essere ragionevole, o
diventi ragionevole se non era. Perciò non è da meravigliare che quando i
postulati di valore impliciti in quella costruzione razionale del diritto sono
messi in dubbio o negati, la costruzione debba sembrare campata in aria. Mentre
non era campata in aria, e non è, per chi assume come soggetto di quei diritti
un uomo che è dotato di ragione non solo, ma insieme di una certa coscienza
morale e giuridica; la coscienza morale e giuridica che si raccoglie nei detti
postulati e si può dedurre da essi. Questi postulati il razionalismo aveva
torto di pensare che fossero impliciti necessariamente nella ragione, ossia di
credere che «uomo ragionevole» volesse dire insieme uomo che accetta quei
principî di valutazione. (Il che non vuol dire, si badi bene, che avesse torto
nell'accettarli e nell'assumerli come degni di essere accettati). Ma se si
ammette o si suppone che siano accettati, la costruzione razionale che se ne
ricava, come dottrina dei rapporti etici e giuridici che governerebbero
qualsiasi società umana, nella quale essi fossero sanciti come criteri supremi
della condotta, in ogni sua forma — sia dei cittadini tra di loro, sia dei
cittadini verso lo stato, e inversamente, sia degli stati fra di loro —, non
solo non è illegittima, ma è la sola legittima. E il suo valore etico, giova
affermarlo, sussiste, se c'è, qualunque possa essere la distanza che si osserva
o si immagina intercedere fra uno stato conforme a quella esigenza ideale, e
questa o quella forma di realtà storica e concreta. Anzi, per chi assume
quell'esigenza come avente valore morale supremo, i doveri corrispondenti
all'attuazione e all'osservanza di quei rapporti saranno i doveri fondamentali
precedenti in autorità e in obbligatorietà ogni altra sfera di doveri, e i
diritti correlativi esprimeranno i valori sociali e politici supremi indipendentemente
da ogni giudizio sulla realtà e attuabilità delle forme ideali di Enti o di
rapporti tra gli Enti cosí configurati16. Per converso, chi respinge questo
postulato, non solo può, ma deve, ragionevolmente, negare ogni valore alla
costruzione razionale corrispondente (sebbene avrebbe l'obbligo — in sede di di
un preteso interesse della collettività e dello stato, non è negare l'interesse
della Società, ma piuttosto difenderlo. Anzi l'homo ethicus è povero di
contenuto appunto perché si esaurisce nei doveri del cittadino, cioè nei valori
giuridici e politici, e dimentica o trascura i valori propri della vita
personale interiore. Il che prova che sono lasciati nell'ombra non solo i fini
propri dello stato (uffici positivi) ma anche i fini speciali dei singoli;
appunto perché domina e vince ogni altra preoccupazione quella dei fini comuni
universali e fondamentali così per la vita individuale come per la vita sociale
della libertà e della giustizia. Chiamare la concezione ideale di una forma di
diritto una astrattezza e usare questo termine a dispregio, non è esatto e non
è giusto se non quando questa forma ideale sia concepita fuori dalle condizioni
necessarie a farlo essere diritto. Nel qual caso sarebbe legittimo dire che il
diritto ideale è un diritto impossibile, e sarebbe sciocco e vano concepirlo e
parlarne. Ma un diritto ideale concepito nelle condizioni che sarebbero
richieste a farlo sussistere come diritto positivo, non è piú astratto che un
diritto positivo qualsiasi concepito nelle sue condizioni storiche. Salvo che
nel secondo caso le condizioni esterne del diritto sono reali, nel primo sono
possibili; nel concetto dell'un diritto l'idea delle condizioni che ne fanno o
ne hanno fatto un diritto positivo, trova corrispondenza nella realtà, e nel
concetto dell'altro l'idea delle condizioni che farebbero del diritto ideale un
diritto positivo, non ha trovato o non trova più, in una forma storica di
realtà, la sua corrispondenza. Su la pluralità dei postulati di valutazione
morale J. morale — di chiarire quale postulato assuma al posto di quello che
respinge, e quale sarebbe il sistema etico-giuridico che ne discende). Ma
commette una grossolana fallacia elenchi, quando pretende di confutare o
condannare quella costruzione etico-giuridica in nome della realtà o della
storia. Perché la realtà e la storia daranno la stregua della attuabilità dei
rapporti prospettati nella costruzione ideale, ma non del valore di questi
rapporti. Cosí il razionalismo assume erroneamente come dati razionali dei postulati
di valore e si illude di poter imporre in nome della ragione dei principi che
non valgono se non supponendo accettati quei postulati che li giustificano: e
lo storicismo si illude di togliere ogni valore alle costruzioni fondate su
quei postulati dimostrando che la realtà storica è diversa da quelle
costruzioni. Come se il riconoscere che gli uomini non hanno nelle condizioni
di fatto eguali diritti, o che la società non è fondata sul contratto, o che
non v'è diritto naturale, ma vi sono soltanto diritti positivi, equivalga a
dimostrare: che non sia bene l'eguaglianza dei diritti; e che non possa essere
apprezzata e apprezzabile una società ordinata in modo tale da poter pensare
che non sarebbe diversa se fosse costituita per contratto volontario di tutti i
cittadini; o non possa essere piú desiderabile che abbia sanzione di diritto e
valga come tale un ordine di rapporti conforme a certi criteri piuttosto che a
certi altri. A risolvere queste questioni, il sapere storico non è competente.
D'altra parte lo storico non potrebbe risolverle senza cessare di essere
storico e diventare moralista o ideologo, reazionario o rivoluzionario,
«conservatore» o «riformatore». Perché non vi è altra via: O ricusa certi
postulati di valore per assumerne altri diversi, pure di valore. O rinunzia,
non solo a qualunque giudizio, ma a qualunque intervento della volontà umana
nella storia, cioè nella produzione degli eventi umani. Perché ogni azione
umana, cioè consapevole e volontaria, implica una direzione verso un risultato che
si giudica preferibile tra i possibili, cioè implica una scelta, e quindi una
valutazione. Tanto nel «razionalismo» quanto nel «realismo» o «storicismo», i
criteri di valutazione possono bensí essere ricondotti a un postulato di
valore, ma questo postulato non è posto dalla ragione né è dato dalla realtà17.
Approvarlo o disapprovarlo, ammetterlo o respingerlo, non vuol dire né
rispettare o rinnegare la ragione, né riconoscere o misconoscere la storia;
avere o non avere senso storico. Il che è la prova piú manifesta che non è un
dato della ragione il postulato di valore a cui si riconduce l'esigenza
espressa nella dottrina del diritto razionale, come non è un dato della storia
il postulato, pure di valore, a cui si riconduce l'esigenza implicita nella dottrina
del diritto storico. Resta da osservare al nostro proposito per quel che
riguarda il razionalismo etico-giuridico, come da questa illusione che
l'universalità della ragione volesse dire anche universalità di consenso nei
postulati valutativi incorporati surrettiziamente in essa, derivò l'errore di
credere che potesse ba[A questa differenza fondamentale tra valutazione e
giudizio storico, è da ricondurre, a mio giudizio, la questione del rapporto
tra spirito rivoluzionario e senso storico, di cui tratta dottamente e
sottilmente MONDOLFO (si veda) nella «Nuova rivista storica». Il rivoluzionario
(come del resto ogni innovatore di grandi o anche di piccole cose, anzi ogni
uomo di iniziative) è, o si pone, fuori della storia in quanto valuta, cioè
giudica e opta per un ideale; (anche se questo ideale è un prodotto storico,
non è perché è un prodotto della storia che è stimato desiderabile, preferito e
voluto). È nella storia e deve aver senso storico in quanto è uomo politico,
cioè vuole agire sulle condizioni presenti nella direzione voluta. Insomma: in
quanto sceglie tra diverse direzioni concepite come possibili (cioè come tali
da potere essere favorite e contrastate dalle nostre azioni), non è nelle
storia, se non in quanto sono nella storia e della storia le sue stesse
idealità morali. In quanto si rende conto della realtà sulla quale vuole agire
e del modo col quale la sua azione può inserirsi efficacemente su tale realtà,
è nella storia.] stare per fare accettare questi postulati «illuminare» le menti,
dissipare «i pregiudizi», ragionare; come è nata per contrasto l'illusione
inversa che per respingere le applicazioni, le «conseguenze pratiche» di quegli
stessi postulati e dei criteri che ne derivano, non ci fosse altra via che di
far tacere la ragione o screditarla e dare a lei la colpa, non solo delle
conseguenze, che essa secondo l'ufficio suo veniva svolgendo e costruendo in
sistema coerente, ma degli errori e delle violenze commesse da quelli che
smentivano con l'opera i principî o li applicavano a rovescio, e piú spesso
senza conoscenza degli uomini e delle cose, cioè senza tener conto della realtà
concreta e della storia. E cosí si passava da una ragione fatta soggetto di
meriti non suoi, a una ragione fatta oggetto di biasimi non meritati. Ma la ragione
è al di là di quei meriti, e di questa imputazione. La ragione ha un compito
inestimabile; necessario, anzi imprescindibile, ma arduo e non finito mai; di
costruire incessantemente l'unità della persona; l'unità dell'uomo teoretico,
l'unità dell'uomo pratico e l'unità (a cui bisogna pur mirare, come miravano
gli antichi) dell'uomo teoretico con l'uomo pratico. Ha un ufficio di continua
eliminazione e ricostituzione; un ufficio nella vita spirituale della persona
analogo, direi, a quello che ha nella vita fisica la circolazione del sangue.
Ma non si può pretendere di ricavare da essa il principio dell'esistenza, ossia
il dato o i dati attorno ai quali si possa affermare la realtà obbiettiva di
ciò che è oggetto del sapere; né si possono trovare in essa, o ricavare da essa
i criteri sui quali si fonda la valutazione e attorno ai quali la ragione
unifica i giudizi di valore. Come non dà essa la certezza dell'esistenza, cosí
non dà essa la coscienza del valore. Resta un'ultima via, la terza; la piú audace
e radicale. È la ragione che pone la legge morale; ma perché la ponga non è
necessario che ricorra a nessun dato o principio materiale, sia stabilito o
fondato su verità di ordine teoretico o dimostrabili o evidenti per sé, sia
cercato in un fine a cui possa ricondursi il contenuto della legge. È la
esigenza razionale che si pone come legge, senza che a costituirla sia
necessario fare appello al valore di qualche oggetto o risultato dell'azione e
dare a quel qualsiasi contenuto materiale che venga assunto dalla legge, un
valore morale pur che sia, all'infuori da quello che gli viene dalla forma di
legge che lo impronta. È, come ognun vede, la tesi di Kant, che è non solo la
piú vigorosa, ma la sola veramente rigorosa del razionalismo morale. La prima
delle vie indicate, quella del platonismo, e in modo particolare quella dei
platonici della scuola di Cambridge, riconduce la morale alla ragione perché la
riconduce a principi teoretici di cui si crede che la ragione dimostri la
verità o faccia riconoscere l'evidenza: la certezza morale è razionale perché è
razionale (o è assunta come tale) la certezza teoretica. È, si può dire,
veramente, un intellettualismo morale. Per Kant invece, non solo i principi
pratici non si fondano su dati teoretici; ma è soltanto nell'uso «pratico» che
la ragione può varcare i limiti del fenomeno, e affermare del noumeno ciò che è
conforme all'esigenza della morale, ciò che la ragione postula per il suo
bisogno pratico. E i postulati pratici sono veramente, non postulati etici, ma postulati
metafisici affermati sul fondamento dell'esigenza etica. Or dunque l'esigenza
razionale che è esigenza formale di una legge in generale, in morale è esigenza
della legge, di quella legge che è essa la sola razionalmente necessaria. Ma
essendo incontrastato per Kant questo punto, sono possibili sul rapporto della
forma e della legge col contenuto tre soluzioni: O si può intendere che la
legge morale è una forma senza nessun contenuto; cioè che la forma dà il valore
morale alla legge e il criterio per osservarla e praticarla, senza che occorra
una qualsiasi determinazione del contenuto. O si può pensare che occorre bensì
un contenuto che si adatti a quella forma, che sia suscettivo di assumerla o di
esserne investito; ma non importa che esso sia tale piuttosto che diverso.
Insomma: è necessario un contenuto, ma è indifferente quale esso sia, purché
possa essere contenuto di quella forma. Non è perciò escluso a priori che
possano essere piú, fra di loro diversi. Si può pensare che la forma razionale,
la forma della legge morale conviene a un solo contenuto, quel contenuto che si
concreta appunto in relazione con quella forma. Ossia, che l'esigenza razionale
basti a determinare univocamente il contenuto della legge18. La prima
interpretazione che sembra la piú semplice e sulla quale s'è fatto un gran
discutere, è insostenibile, perché si risolve in un circolo vizioso, dal quale
non è possibile uscire in nessun modo. Forse a queste tre interpretazioni,
teoricamente possibili, si può trovare che corrispondano le tre formule note
dell'imperativo kantiano; corrispondano almeno nel senso che ciascuna delle tre
si avvicina di più rispettivamente a una delle interpretazioni possibili che
alle altre due. Così la prima formula (dell'universalità) sembra rendere possibile
la prima interpretazione. La formula (terza) dell'autonomia del volere come
principio di tutte le leggi morali e dei doveri conformi ad esse, pare che
possa convenire alla seconda interpretazione. E finalmente la seconda formula
(tratta la persona umana come fine, ecc.) pare che risponda meglio alla terza
interpretazione di un contenuto determinato inequivocabile. Quella stessa
illustrazione kantiana che sembra legittimarla mette capo a una formula, che fu
bensì intesa spesso e trattata come puro criterio dell'universalità sic et
simpliciter -la possibilità di concepire la MASSIMA come legge universale
dell'operare --, ma che, nei termini precisi in cui è espressa, implica di
necessità il riferimento a un qualche contenuto senza del quale mancherebbe ogni
possibilità di adoperarla come norma di quell'operare del quale vuole esprimere
l'obbligatorietà. Secondo quella formula, il criterio per giudicare della bontà
della massima è che io possa volere che valga come legge universale. Ma io
posso volere che una massima valga universalmente, soltanto quando, o meglio,
se, la massima cosí universalizzata non contraddice al mio Volere puro, alla
Ragione, cioè che è tutt'uno al Volere morale; alla legge, dunque, che fa
morale il mio volere; il che viene a dire che una massima è morale quando è
conforme alla legge del volere morale, ossia quando è conforme alla legge
morale. Il valore morale dell'azione si giudica dalla possibilità che la
massima sia voluta come legge, ma questa possibilità di essere voluta come legge,
si riconosce dall'accordo della massima con quella legge morale della quale non
è dato altro carattere che l'universalità, e altra applicazione che cercare se
il modo di operare corrispondente si possa universalizzare in massima. Che il
riferimento a un contenuto sia anche nel pensiero di Kant necessariamente
implicito nel criterio, appare poi manifestamente, non dico dagli esempi, ma da
una chiosa che non si capisce se non a patto di ritenerlo ammesso in modo
espresso o sottinteso. A proposito del quarto esempio della Fondazione (il
brav'uomo che non fa male a nessuno ma bada ai fatti suoi e non si cura
d'altro) chiosa Kant in forma decisiva: «quantunque sia possibile che esista
una legge universale della natura conforme a tale massima, è impossibile di volere
che un tale principio valga come legge della natura». Ma perché è impossibile?
Manifestamente perché il Volere razionale vuole già qualchecosa che è
incompatibile con ciò che è espresso dalla massima «ciascuno per sé» (la quale
tuttavia è possibile che esista come legge universale della natura); vuole
qualchecosa che ogni uomo come essere ragionevole vuole necessariamente.
Insomma, il criterio dell'universalizzazione vale in quanto è possibile
confrontare la legge, a cui darebbe luogo la massima se valesse universalmente,
con una certa legge che abbia una qualche determinazione, cioè un contenuto.
Senza questo riferimento, questo ubi consistam della volontà, non è possibile
sapere se la massima dell'azione abbia o non abbia i requisiti necessari, perché
si possa volere che valga come legge universale. Con ciò il pensiero di Kant
sembra escludere non soltanto la prima, ma anche la seconda interpretazione
(che la forma razionale possa convenire a piú di un contenuto, cioè che possano
presentarsi come leggi morali, modi di valutare o sistemi di norme fra di loro
diversi); e ammettere che a dare all'esigenza razionale sussistenza effettiva
di legge, determinazione di oggetto che la renda applicabile, non sia adatto
che un solo ed unico contenuto; e che la legge voluta dall'essere ragionevole,
non possa essere che quella certa legge. Che questo sia veramente il pensiero
di Kant credo sia indubitabile, né importa insistervi qui. Piuttosto è
necessario rilevare come questa pretesa di determinare la legge, quella legge
soltanto in funzione della forma, possa parere possibile e legittima finché è
sottinteso o ammesso che la legge morale deve essere universale non soltanto
nella forma, ma anche nel contenuto; e che perciò le massime in discorso sono
soltanto le massime di quel certo operare che ne resta quindi determinato in
modo univoco. E cosí il criterio dell'universalizzabilità coincide praticamente
con quel contenuto di cui si sa già e si ammette riconosciuto universalmente E
va da sé che anche l'azione, di cui si vuole saggiare a questa stregua la
massima, deve avere un contenuto che la fa essere quella azione, conforme o
disforme da una massima. Se no, non si può parlare di massime dell'operare,
anzi neanche di un'azione qualsiasi.] il valore, di cui quindi si sa che è
impossibile volere che valga come morale una massima che lo nega20. Adunque
questa impossibilità non sorge dall'esigenza razionale se non in quanto questa
esigenza si trova essere l'esigenza di un essere ragionevole, che è insieme una
volontà che vuole certi valori; o piú chiaramente ancora questa impossibilità
non emerge necessariamente dalla ragione, ma dalla natura dell'essere
ragionevole; la quale natura è ragione, ma è insieme un volere che vuole ciò di
cui la ragione formula la legge. Ora, se si suppone che quel Volere non ponga
come assoluti e supremi quei valori, cessa ogni ragione di volere quella legge
piuttosto che un'altra, e quindi è tolta ogni impossibilità di volere che valga
come legge una massima che è incompatibile con questa. Adunque, posto che un
volere non voglia quei valori e ne voglia altri, cessa questo Volere di essere
il Volere di un essere ragionevole? Cessa di essere un Volere ragionevole
quello che riconosce l'esigenza di porre e di osservare la legge che ordina e
unifica le massime della condotta in conformità a quegli altri valori che esso
riconosce come morali? Non è anche in questa ipotesi salva l'esigenza
razionale? Questa ipotesi (che la realtà della coscienza morale contemporanea
prova, come s'è visto, non essere pura ipotesi), conferma in concreto quel che
l'analisi della formula rivela inoppugnabilmente: che il dato iniziale,
originario o primario della legge morale è presupposto dalla ragione, non
posto; presupposto come oggetto o contenuto di una Volontà la quale è bensì
razionale in quanto pone a sé come legge la norma dell'operare corrispondente;
ma non è né razionale né irrazionale in quel che riguarda la posizione di quei
valori primari, che costituiscono il terminus ad quem dell'operare, l'oggetto
della volontà, attorno al quale l'esigenza razionale stringe la condotta in
unità coerente di legge. A una conclusione del medesimo genere riesce per altra
via la difesa che del formalismo kantiano fa il Martinetti in una sua memoria
densa e vigorosa21 nella quale egli si sforza di salvare il carattere formale
della legge pur riconoscendo la necessità di un contenuto; e lo salva facendone
la forma, non di un contenuto sensibile, ma di un contenuto soprasensibile. Ma
questa soluzione urta contro nuove difficoltà inerenti alla concezione di
questo fine trascendente o di questo mondo soprasensibile che è l'oggetto
proprio della legge morale. Perché delle due l'una: O si ammette che di questo
mondo soprasensibile non possiamo affermare altro, se non appunto questo: che esso
è il mondo nel quale trova piena attuazione la legge morale, il mondo nel quale
la legge morale vale come legge naturale, senza che se ne diano altre
determinazioni di sorta. Ovvero questa realtà ha altre determinazioni, attua un
certo ordine di rapporti, [Mi sia lecito riferirmi per la chiarezza a uno degli
esempi di Kant. La ragione per la quale non si può volere erigere a massima
universale il principio che chi è stanco della vita può uccidersi (1° esempio),
non è già che sia impossibile concepire seguita una tal massima universalmente
(non c'è nessuna contraddizione intrinseca nel pensare che tutti quelli che
sono stanchi della vita si uccidano); e neanche che non sia possibile a una
volontà che vuole una legge ma che sia indifferente per ipotesi ai valori
morali, e apprezzi sopra ogni cosa il piacere o la liberazione del dolore
volere che valga universalmente. (È così possibile che, come tutti sanno, non
mancò chi la praticasse e la predicasse anche tra i filosofi). Ma è impossibile
che voglia una tal legge chi ammette la superiorità dei valori morali. Ossia
l'irrazionalità della massima emerge, non da un'impossibilità intrinseca della
massima e neppure dalla impossibilità di sussistere di un Volere che sia
indifferente a certi valori, ma dal suo contrasto con un Volere che riconosce
la superiorità di certi valori (morali) sugli altri (egoistici); e quindi non
può volere che valga come legge una massima che smentisce questa superiorità.
Sul formalismo della morale kantiana estratto dalla Miscellanea di studi
pubblicata per il cinquantenario della R. Accademia scientifico-letteraria di
Milano. Inserito poi in Saggi e Discorsi, Libreria Editrice lombarda, Milano]
che non possiamo conoscere speculativamente, ma di cui possiamo tuttavia essere
certi e affermare e riconoscerne la perfezione, la bontà, il valore. Se si
ammette la prima tesi, l'affermare una realtà soprasensibile di cui non
possiamo dir altro se non che è il contenuto della forma morale, non ci dice in
che consiste questo contenuto, e non ci fa uscire da questa forma. Dice che vi
è un mondo conforme alla legge morale, ma non dice quale sia, come sia fatto
questo mondo. Non ci illumina dunque, su questo punto, piú di quel che valga a
far capire quali sono le disposizioni di una legge, il pensare che questa legge
sia perfettamente osservata. Per uscire davvero dalla forma e da questo circolo
vizioso di un mondo di cui non si sa altro se non che è governato dalla legge
morale, e di una legge morale che ha valore perché è la legge di quel mondo,
bisogna dunque attenersi alla seconda tesi; la quale, come pensa il Martinetti,
e come io credo, risponde veramente al pensiero di Kant, se non come si mostra
punto per punto nelle strettoie della sua esposizione, come risponde
all'intento fondamentale che anima la sua dottrina del primato della ragione
pratica e piú chiaramente ancora al proposito esplicitamente ammesso da lui
nella prefazione alla seconda edizione della Critica della Ragion pura. In
realtà «l'uso pratico» della ragione consiste nello spalancare all'esigenza
morale quelle porte della metafisica che sono chiuse alla speculazione
teoretica; nel lasciar libero alla fede il campo del soprasensibile vietato
alla conoscenza; nell'ammettere, se vogliamo usare espressioni correnti, piú
che il diritto la necessità di credere, la necessità «razionale» di ammettere
quel che la ragione, in quanto è garanzia di certezza teoretica, non può né
dimostrare né affermare; di oltrepassare — per rendersi conto della possibilità
del dovere — il campo dell'esperienza sensibile e postulare l'esistenza di una
realtà che trascende l'esperienza. Ma questo ufficio pratico sarebbe senza
frutto, se una certezza diversa dalla scientifica, ma non minore, non potesse
valicare quelle porte del soprasensibile che la ragione apre soltanto
all'esigenza morale, ma apre per lei e in nome suo. Sulla soglia del
sopra-sensibile la ragione sembra dire all'esigenza morale quel che VIRGILIO a
ALIGHIERI all'entrata del Paradiso terrestre. SE VENUTO IN PARTE OV’IO PER ME
PIU OLTRE NON DISCERNO. Ma la fede fondata sull'esigenza morale entra e procede
sicura in questo mondo, dinanzi al quale la conoscenza si arresta. Come se
venuta meno ogni luce dal di fuori, questo mondo si illumini della luce che la
certezza morale accende in sé e sprigiona da sé e diffonde attorno a sé in
quello che è il suo regno. È questo mondo soprasensibile l'oggetto del Volere
razionale, la realtà di cui la legge morale è la forma. Il contenuto sensibile
al quale nel mondo dell'esperienza si applica la legge, non ha valore per sé,
ma perché e in quanto partecipa di questa forma che è forma di una realtà
superiore alla quale la realtà inferiore deve essere subordinata. Il concetto
dominante di questa prefazione (che è da raccomandare all'attenzione di quanti
credono che la soluzione dei problemi morali sia un corollario di dottrine
speculative) si può considerare riassunto in questa, che direi confessione
caratteristica. Ich musste also das Wissen (si intende, del mondo
soprasensibile) aufheben um zum Glauben Platz zu bekommen» (Kritik der reinen
Vernunft. Vorrede zur zweiten Auflage, Cassirer). Nella prefazione citata, a
proposito della limitazione che la critica della ragion pura porta alla ragione
speculativa negandole la possibilità di una conoscenza del soprasensibile, Kant
nota che il «vantaggio d'una metafisica così purificata» non è soltanto
negativo ma anche positivo perché permette l'uso pratico della ragione. E
osserva con un paragone assai significativo che negare «a questo servizio della
critica il vantaggio positivo sarebbe come dire che la polizia non dà nessun
vantaggio positivo perché il suo compito principale è soltanto di tenere in
freno la violenza; affinché ciascuno possa attendere ai suoi affari tranquillo
e sicuro» (ib., pag. 23; il corsivo è mio). Su la pluralità dei postulati di
valutazione morale J. In questa interpretazione24 il termine di paragone c'è,
il Volere razionale ha un oggetto, il circolo vizioso — del valore di una legge
che si rimanda a un contenuto e del valore di un contenuto che si rimanda a un
Volere che vuole la legge — è rotto. Ma è facile vedere che il dato primo a cui
la costruzione valutativa si appoggia, è il valore di questo mondo
soprasensibile postulato dalla ragione in nome della esigenza morale; ma che
appunto per ciò non è un dato della ragione, ma della certezza morale. E
l'affermazione della realtà di quel mondo è riconosciuta legittima, perché la
sua esistenza è richiesta da questa certezza. Qui è ancora, per Kant, la
Ragione che riconosce la legittimità della postulazione metafisica; ma la
riconosce in quanto accetta come incontestabile la certezza morale; la quale è
certezza di valori, non evidenza razionale. Cosí adunque anche la tesi della
trascendenza della legge morale implica accanto alla esigenza razionale un
oggetto della volontà, un ordine di valori, un dato valutativo irreducibile
alla pura razionalità e che trae la sua validità d'altronde. Quale ne sia la
sorgente, non si può cercare utilmente in breve, e non è facile; forse la sua
origine è in quella stessa attività volontaria nella quale bisogna cercare la
fonte della credenza in una esistenza obbiettiva del mondo. La volontà è
direzione ed è forza. In quanto è forza, e si esercita come forza e si rivela
come sforzo (il quale richiede e suppone una resistenza) è il dato irreducibile
della credenza in una realtà obbiettiva distinta dal soggetto. In quanto è
direzione, cioè scelta, cioè azione in vista di un risultato, è il fondamento
irreducibile dei giudizi primari di valore, i quali esprimono le direzioni
originarie della volontà, delle quali acquistiamo consapevolezza attraverso le
forme fondamentali del sentimento. Non è il caso di cercare qui se e che cosa
MARTINETTI (si veda) mette di suo e di postkantiano nella sua interpretazione,
né di vedere se e fino a che punto il fondo mistico del pensiero di Kant si
accordi con la dottrina che dovrebbe sottrarlo ad ogni pericolo. Qui basta
notare la difficoltà radicale in cui vengono a cadere le soluzioni del medesimo
genere. La quale è inerente al modo di concepire il rapporto tra il contenuto
sensibile che, per essere applicabile alla realtà empirica, la legge morale
deve pure assumere, e il mondo sovrasensibile che è l'oggetto proprio della
legge morale, quello che ha valore per sé e dà valore di simbolo o di partecipazione
(qui ritornano i dubbi del platonismo) al contenuto sensibile. Infatti delle
due l'una: o si ammette che il contenuto atto a farsi suggello di quella forma,
differisce da un contenuto diverso oltreché per il valore formale (nel quale si
esaurirebbe il valore morale), anche per un valore di altro genere. E allora vi
è luogo a cercare se vi sia o no una connessione necessaria, intrinseca tra
questo suo valore specifico e il valore formale; e in ogni caso si riconosce
che il contenuto sensibile della legge morale ha un suo valore proprio che
sussiste ed è riconosciuto anche all'infuori dell'impronta formale. O si
ammette che questo contenuto sensibile non ha nessun altro valore, cioè è per
sé indifferente; che ciò che la legge morale comanda non vale, per rispetto a
questo mondo empirico, di più di ciò che essa vieta, cioè se non fosse questo
riferimento a un mondo superiore non vi sarebbe nessuna ragione di anteporre un
modo di operare ad un altro; e le difficoltà si moltiplicano. Per lasciare le
intrinseche e più sottili, basti rilevare qui da un punto di vista diciamo pure
profano la stranezza quasi ironica del contrasto tra la soluzione del problema
e l'intento che la esprime. Perché nell'atto di affermare l'esigenza di una
osservanza incondizionata della legge morale si nega ogni valore intrinseco a
ciò che la legge comanda; e mentre si dà alla legge un'autorità incontrastabile
perché trascendente qualsiasi valutazione empirica, si toglie ad essa ogni
ragione di venir applicata (e se si guarda bene ogni possibilità di
applicazione) a quel mondo sensibile di fronte al quale deve essere fatta
valere questa sua autorità. Infatti, togliendo all'operare ogni valore, che
dipenda dalla direzione verso un fine empirico qualunque esso sia, non resta a
costituire la moralità, cioè la bontà del volere, che questo affisarsi nel
mondo soprasensibile, questo tendere a una realtà trascendente, nella quale
consiste ogni valore. Ma questa soluzione non isfugge a quella singolare
commistione dì forza e di debolezza che è caratteristica di ogni morale
rigorosamente mistica: forza, in quanto è intuizione, atto di fede, certezza
interiore inespugnabile; debolezza, in quanto voglia farsi deduzione ragionata
di valutazioni empiriche. La quale urta nella impossibilità di stabilire
logicamente, ossia dimostrare discorsivamente, una relazione necessaria tra la
condotta che deve valere come morale nel mondo sensibile e quel mondo
soprasensibile che ne costituisce l'oggetto e il termine; di superare un
distacco logico del genere di quello accennato tra il criterio usato a
determinare le norme di quella condotta e l'ordine di valori invocato a
giustificarle. L'intento di Kant di liberare la legge morale da ogni mescolanza
e contaminazione patologica di sentimenti, di inclinazioni, di tendenze — che
si traduce in isforzi laboriosi ed ingegnosissimi ma vani — forse non sarebbe
stato proseguito con cosí risoluta tenacia se il Kant, meno preoccupato dal
preconcetto (alimentato dalle dottrine eudemonistiche del tempo) che ogni forma
di sentimento e qualsiasi genere di fini, sia inevitabilmente soggettivo,
relativo, interessato, fosse stato disposto a riconoscere che vi possono essere
forme universali di valutazione intrinseca, cosí come vi sono forme
disinteressate e universali di sentimento. Il metodo ddll'econonia pura
nell’etica. Pavia. Dizioni. Rivista filonofica PAVIA, BIZZOSI Corso Vittorio
Em.inuele; Prolegomeni a una /Ifòoiale balla /Iftetatisica Pavia SUCCESSORI
BIZZONI -Vi iC^osstbilttà e i Ximtti bella /Iftorale come Sciensa La Dottrina
delle due Etiche di Spencer e la Morale come Scienza. Per una Scienza Normativa
Morale. Il Fondamento Intrinseco del Diritto secondo VANNI. Toi-itio BOGGA —
Torino SI I w NELL* ETiea PAVIA BIZZONI Corso Vittorio Emaniu'e, W* MB*« W%i»
'SSS-»» lBiS«M«» «!.<f. IL moo OEUE CfliiOMm mi. mrmu «"iJi! hypotheses
fingo. L'economia assume, come è noto, l'ipotesi che gli xwmiìii nel produrrCy
consiunare, distribuirsi e far circolare la ricchezza siano 7nossi
esclusivameìiie dal desiderio di coyisegiiire la maggior possibile
soddisfazione dei loro bisogni mediante il minore possibile sacrifizio
individuale. Alla costiuzione deduttiva, che se ne ricava, dei teoremi
economici, ossia delle leggi della condotta dell’homo oeconoìnicus, è
indiffei-ente la questione se il postulato edonistico esprima veramente una
condizione di fatto, ossia se l'ipotesi da cui si deduce ogni verità economica
coincida o diverga ed in quale misura dai motivi che effettivamente determinano
le azioni umane, come è indifferente qualsiasi valutazione che e del postulato
assunto, e della condotta dell’uomo econo77iico, e degli ef fetti di questa
condotta, si possa fare da un punto di vista morale. In effetto il giudizio sul
valore di giustizia o di bontà del motivo economico e delle leggi che ne discendono,
varia, Fa parte degli Atti del Congresso Filosofico di Parma, al quale doveva
essere presentato coi titolo più generale : € Condizioni e limiti di una
trattazione scientifica dell'etica ». (2 Cfr. Pantaleoni. Principii di Economia
Pura. IL METODO dell'economia PURA XELl'eTICA come tutti sanno, da un
illimitato ottimismo al pessimismo piir radicale; e il giudizio sulla
corrispondenza dell’ipotesi colla realtà varia del pari, da quelli che
riconoscono nel motivo assunto l'unico motivo di tutta quanta l'attività umana,
a quelli che lo considerano come uno dei fattori, non l'unico, nel campo stesso
dell'economia; i quali, appunto perchè l'economia cosi intesa studia soltanto
l'azione di UN FATTO [cfr. Grice, ‘a dull’ – ‘enough of a rationalist’] fattoi'e,
isolato per astiazione dal complesso degl’altri la cui efficacia si esercita in
realtà simultaneamente, non riconoscono alle sue leggi che un valore ipotetico,
correlativo al carattere ipotetico dell'uomo economico e dello stato economico.
Ma qualunque sia cosi l'uno come l'alti'O giudizio, il carattere scientifico
della costruzione deduttiva rimane incontestabile. Nella misura che la
corrispondenza colla realtà psicologica è inadeguata, si riconosce
l'arbitrarietà del postulato, e della costruzione che ne dipetide, in quanto
pretenda di porsi come scienza della realtà; e a secoruìa che si ammette o si
nega che il postulato ha valore morale, si ammette o si nega valore morale alla
disciplina precettiva che se ne volesse ricavare. Ma in ogni caso restano
incontestati questi due punti. La ricerca intorno alla corrispondenza colla
realtà psicologica e storica del motivo economico e delle condizioni nelle
quali si suppone che agisca, è diversa e distinta dalla costruzione deduttiva
del teorema economico, la quale è valida, 7iei limiti dell' ipotesi, sempre,
qualunque sia il grado di questa corrispondenza. Qualsiasi indagine valutativa
del postulato, e delle leggi, e degli effetti sia prossimi sia remoti che ne
derivano o ne deriverebbero, è parimenti distinta, ed estranea alla costruzione
scientifica il metodo dell'economia nell'etica 6 <iometale; la quale rimane
la medesima tanto se il motivo economico è considerato come morale quanto se è
tenuto come immorale, o amorale, e quali che siano le ragioni di questa
valutazioue. Supponiamo ora che il postulato edonistico – o EUDEMONISTICO
(GRICE) -sia riconosciuto universalmente e accettato come postulato morale. E
chiaro che la disciplina precettiva derivata o derivabile dall'economia ha
valore e carattere di precettistica morale; sia che il valore morale del motivo
economico e accettato per se come un dato primo e immediato, sia che venne
derivato, ossia giustificato alla sua volta, da un fine o da una esigenza
ulteriore; e qualunque e questa ulteriore giustificazione. E opportuno su
questo punto un breve chiarimento. Nella supposizione ora fatta che il valoi'e
morale <iel motivo economico sia universalmente riconosciuto, non è in alcun
modo implicita l'affermazione che sia riconosciuto da tutti per la medesima, o
per le medesime ragioni. Si potrebbe ammettei'e che esso si fondi per alcuni
sulla legittimità, senz'altro ammessa dell'egoismo individuale (GRICE:
“SELF-LOVE”) o dell'egoismo di specie come regola di condotta. Da altri sul
carattere attiibuito alle leggi economiche di leggi naturali e necessarie e non
modificabili dalla volontà dell'uomo; da altri sopra una interpretazione
OTTIMISTICA (cf. GRICE OPTIMISM in Philosophical Psychology) delle leggi stesse
o degli effetti o risultati che l'osservanza piena ed universale di esse
produce o tende a produrre. E si puo del pari ammettere che l’ordine di
relazioni conforme al principio economico e considerato come provvidenziale o
divino – “design” Grice -e si riversi su di esso il prestigio e l'autorità di
sentimenti e di credenze religiose o metafìsiche. IL .METODO dell'economia PURA
XELl'eTICA. Anzi si può affermare a priori che questa ulteriore giustificazione
o valutazione, dato che si faccia, e diversa per le diverse coscienze a seconda
delle opinioni religioseo filosofi che diverse sulla «latura e sul fondamento
della moralità. E tuttavia il valore morale della MASSIMA conforme al motivo
economico e della norma che ne deriva puo, nella disciplina precettiva
supposta, essere legittimamente assunto come un dato di FATTO (GRICE:
‘recognised fact’) e trovare in questo la sua giustificazione immediata,
astrazion fatta dalla diversità delle ulteriori valutazioni. E in questo caso
si avvererebbero le seguenti condizioni. Rimane fuori di discussione il
carattere scientifico della costruzione e della disciplina precettiva che se ne
ricava, il quale è dato dalla validità logica delle conclusioni, cioè dal
rigore col quale sono dedotte dal postulato. Rimane del pari fuori di
discussione la elettiva validità morale del postulato il quale è, per ipotesi,
riconosciuto universalmente conforme all'esigenza morale. Questa validità
morale del postulato (e del sistema di norme che ne dipende) sussiste così se
il detto riconoscimento sia concepito indipendente, come se sia concepito dipendente
da un' ulteriore motivazione, e in questo caso, qualunque sia il FONDAMENTO
(cf. GRICE, “Fundamental Question”) ultimo di questa valutazione ulteriore. E
resterebbe perciò distinto dal campo della costruzione deduttiva il campo delle
indagini intorno alla natura e al fondamento dell' esigenza morale, e intorno
alle condizioni soggettive della sua validità e della sua efficacia. Ossia il
campo «Iella ricerca propriamente filosofica o metafisica e quello della
ricerca propriamente psicologica e, nelle sue applicazioni, pedagogica. Ma,
(,ui' avverandosi queste condizioni, anzi appunto per il loro avverarsi, la
costruzione scientifica in discorso non potrebbe tuttavia sfuggiie alle due
limitazioni seguenti. Non puo dirsi la scienza della condotta morale, ma la
scienza della condotta richiesta da an ceì'to motivo morale (quello di cui si è
;H)stulata come un dato di fatto la conformità all'esigenza morale). Perchè
rimai'rebbe sempre da risolvere LA QUESTIONE (GRICE: Fundamental Question). Se
quel motivo esaurisca tutto il contenuto dell'esigenza morale, o questa non
comprenda altri motivi irreducibili ìì (|uello ; e quindi se le norme
contemplino tutta la condotta morale nella sua estensione e nella sua
complessità o ne contemplino solo una parte od un aspetto – “only the rational
aspect of conversational qua cooperative endeavour”. Essa non esprimerebbe le
norme di una condotta attuabile sic et simpliciter in una forma reale
storicamente data di società – il OXFORD da H. P. GRICE “things an honest chap
does”-; m:. di una condotta la cui piena attuazione non è possibile se non
nelle condizioni astrattamente supposte; cioè la condotta dell’uomo morale
ipotetico in una società morale ipotetica. Oi'a il concetto che ho sostenuto e
sostengo intorno alla possibilità, al carattere e ai limiti della morale come
scienza coincide, nei suoi lineamenti formali, con quello che risulta
dall'ipotesi qui sopra abbozzata, lo penso che sia [Mi permetto di riferirmi
qui e nel seguito di questo articolo ai saggi, Prolegomeni a una Morale
distinta dalla Metafìsica. Pavia, Bizzoai; e Su la possibilità e i limiti della
morale come Scienza. Torino. Bocca fm'mmme'9mmm>é'>f A s essenziale cosi
all'esigenza pratica come all'esigenza teorica (ìi una trattazione morale, il
costiruii'si di una scienza etica, nella forma e con un procedimento analoghi a
quelli dell'economia; e colla })ieiia consapevolezza che la validità normativa
e la applicabilità della disciplina precettiva che se ne ricavi sono possibili
alle condizioni e dentro i limiti che si sono oiora accennati. Ma una
costruzione etica analoga a quella dell'economia pui'a presenta una difficoltà
preliminare che non si è superata, ma soltanto lasciata in disparte,
supponendo, corno si è fatto artificiosamente, riconosciuto valore morale al
motivo economico. Se qualche critico osservas che é fuor di proposito voler
trasportare nell’Etica un metodo e un procedimento che nell’economia stessa é
oramai superato, o almeno r ripudiato, dalla scuola storica in nome della
realtà, e dalle varie tendenze moralistiche in nome delle esigenze etiche,
potrei accontentarmi di rispondere che dell'obbiezione si dovrà tener conto
quando i moralisti avranno fatto nel fondare una trattazione scientifica
dell’Etica tanto cammino, quanto ne lece nel campo dell'economia la scuola
classica; e che a mettere in canzone le ipotesi e le Robinsonate
degl’economisti si comincia dopo che l’ipotesi hanno già reso i più importanti
servigi e perchè si era preteso di scambiare senz' altro le astrazioni con la
realtà. Ma si può anche aggiungere che il metodo e il procedimento della scuola
deduttiva, accompagnati da una chiara coscienza delle condizioni e dei limiti
della validità delle loro conclusioni, sono più vivi che mai nei cultori né
pochi né oscuri dell'economia; e che la scuola storica, se ha il merito di
cercare e mettere in evidenza la mutabilità e la relatività delle categorie e
delle pretese leggi economiche, si muove pur sempre entro i quadri posti dalla
scuola deduttiva (cfr. Gide, Principes d' Ec. Poi. Noi. Gen.) e ne presuppone
le leggi determinandone le deviazioni e le limitazioni nelle diverse (orme
storiche. I.e scuole moralistiche poi, in quanto si rivolgono a criticare e
correggere i concetti e i precetti dell'economia classica non ne negano il
valore scientifico nei limiti dell’ipotesi, ma ne negano il preteso valore
morale. Negano cioè il carattere di giustizia e di inviolat)ilità attril)UÌto
arbitrariamente alle leggi economiche. Ed é facile avvertire che gl’economisti
di queste scuole (con qualunque nome si chiamino) in realtà sono moralisti che
cercano di 'il [La difficoltà l'iguai'da la scelta e la determinazione del
postulato; il quale deve soddisfai-e a due condizioni. L’una comune all'etica e
all'economia. L’altra esclusiva dell'etica. La condizione comune è
l'applicabilità universale del postulato come principici informatore di tutta
la condotta; la condizione propria dell'etica è che il motivo, di cui si
postula questa universale e incontrastata efficacia, abbia valore morale. Ora,
VI è un motivo, del quale si possa legittimamente presumere che sia
riconosciuto universalmente il valore morale, e del quale sia insieme possibile
l’applicazione universale e simultanea a tutta quanta la condotta individuale e
COLLETTIVA? A questa domanda ho già cercato altrove di trovare una l'isposta;
esaminando prima in che consista l'esigenza caratteristica di una norma morale;
e poi se vi sia e quale volgere a uno scopo pratico (nella scelta del quale
sono guidati da un criterio etico) delle conoscenze fornite dalle dottrine e
dalle indagini economiche: e la forma-limite di questa tendenza é una intera
ricostruzione su basi etiche dei rapporti eeonomici. Fanno dunque quello che da
un pezzo avrebbero dovuto fare i moralisti; cioè sentono la necessità di
considerare l'esigenza etica estesa alla stessa struttura, non soltanto
politica, ma anche economica della società. Ma ciò che più ini])orta di
osservare a questo proposito é che una critica radicale — da un punto di vista
etico — della realtà dei rapporti economici porterebbe, a guardar bene, a
rimproverare all'economia pura non un eccesso ma un difetto di astrazione. E il
difetto di astrazione si rivela in ciò: che mentre l'economia si propone di
studiare l'azione isolata del motivo economico, e perciò suppone ridotta l'azione
dello Stato ada tutela dell'UGUALE LIBERTA PER TUTTI, assume nello stesso tempo
— come condizioni di uguale libertà ~ certe condizioni (p. es. la proprietà
fondiaria, il capitalismo e il salariato) che limitano o alterano T
universalità o l'eflicacia del motivo. Cioè o considera, per questo rispetto
arbitrariamente, come categorie necessarie^deWe categorie 5ioric/ie, o
considera, pure arbitrariamente, come conforrni all'ipotesi delle condizioni
disformi. poss.'i essere il fine che abbia il carattei'e <ìi uiìivei'sale e
pi'einiiif'iite desiderabilità richiesto a «^nustificai'e il valore normativo
del motivo corrispondente. La conclusione di questa analisi era la seguente. LA
DESIRABILITA di un ordine di effetti, che si assuma come FINE non viene tanto
dalla DESIRABILITA che gli si l'iconosca come bene, cioè come oggetto diretto e
immediato di godimento, quanto dalla DESIRABILITA degl’effetti, lei (juali esso
apjiarisca la condizione necessaria. E perciò, inentie è vano andar cercando
quale sia il fine ultimo, il quale non si trov.a mai, o si risolve in una pura
espressione verbale, il fine che può valei'e come su premo si deve cercai'e non
nell’uno o nell'altro de: fini a cui si riconosca valore per sé, ma in un
ordiiM^ di effetti, in un sistema di condizioni, dato che sia assegna bih*, nel
quale si possa l'iconoscere questo carattere ap [)unt() di condizione
necessaria non di alcuni, ma di tutti quei beni, ai quali si attril)uisce
valore per se. E quimii il fine che può avei'e universalmente una DESIRABILITA
superioi'e a ogni altro, non juiò consistere se non m un ordine genei'ale e, si
potrebbe dire, preliminare di condizioni, la cui attuazione apparisca
necessaria perchè sia possiì)ile universalmente la ricerca ulteriore <li
([uei beni. Non può essei'e cioè supremo nel senso di una gerarchia, della
quale segni il culmine, nò nel senso di una grandezza o quantità, di cui sia il
massimo, ma nel senso (iella precedenza necessaria o della indispensabilità;
per la (juale venga a l'accogliersi su di esso come in un unico foco la luce e
il calore di DESIRABILITA che irraggia dai fini ai quali apre universalmente la
via. E perciò, ammesso che qualsivoglia fìne lancino ha, come ha in l'ealtà,
per condizione la convivenza e LA CO-OPERAZIONE sociale, il fine che può avere
questo valore di precedenza necessaria sugl’altri deve essere di necessità il
raggiungimento o il mantenimento di certe condizioni di convivenza e di
CO-OPERAZIONE sociale, cioè di una qualche forma di società. Ma perchè a.] una
forma di società possa essere riconosciuto questo carattere universalmente,
occorre che le condizioni della sua esistenza hanno per tutti un valore
potenzialmente uguale. Ossia che nessuno dei FINI dei quali quella forma di
CO-OPERAZIONE pone la POSSIBLITA [Grice trascendentale] e dai quali attinge il
suo valore, sia, per dato e fatto delle esigenze di essa forma, precluso o
impedito a nessuno dei componenti la società. in altri termini che tutti i
.socn trovino nelle condizioni di esistenza della società la medesima equivalente
possibilità esteriore d\ rivolgere la loro attività alla ricerca di
qualsivoglia dei fini, dei quali la convivenza e COOPERAZIONE sociale è
CONDIZIONE [GRICE, metaphysical justification]. Ora se si riconosce come
esigenza della GIUSTIZIA, questa esigenza alla quale deve soddisfare una forma
sociale perchè ha universalmente valore di fine prossimamente supremo,
determinare questo fine equivale a determinare un tipo di società nel quale
siano attuate le condizioni richieste della giustizia cosi intesa, ossia un
tipo ideale conforme a questa esigenza di HOMO IVSTVS e di socielas insta. E
ciò equivale a cercare quale sistema di relazioni risulterebbe effettuato
nell’ipotesi che gli uomini, sia come collettività sia in-dividualmente, ossia
in qualunque forma di azione o di in/Iuenza che si eserciti cosi dalla società
come da ciascuno dei singoli, subordinassero universabne^ite e costantemente
qualsiasi altro motivo o desiderio al desiderio della giustizia. E se
supponiamo che con un procedimento analogo a quello tenuto dall'ecoiioinia pura
(1) il .sistema Hi l'elazioni che iji avverei'ebbe nell'ipotesi, e già
deteterminato, noi avremmo una scienza pura della giustizia -una diceologia »
piD'a, alla quale sarebbei-o totalmente applicabili le considerazioni circa i
cai'atteri e le limitazioni che pi'esenta una costi'uzione siffatta. Ili,
Posto, adunque, che fosse costruita (questa Scienza pura della giustizia, si
poti'ebbero muovere ad essa, fondandole sulle limitazioni notate, tre
obbiezioni capitali: di essere una costruzione aì'bitraria, oziosa, e, in ogni
cas(ì, monca. Di queste obbiezioni occoi're chiaiMre la portata. L'arbitrarietà
della costruzione supposta pU(') essei'e intesa in due sensi. Nel senso che la
validità delle norme che se ne ricavano è relativa alla validità del postulato,
il cui valore è bensì assunto come un DATO DI FATTO, ma senza una ragione
perentoria che obblighi ad accettarlo; oppure nel senso che è difjbrrne dalla
realtà e insussistente l’ipotesi di una condotta subordinata universalmente e
costantemente all'esigenza della giustizia. Se si intende 1' arbitrarietà nel
primo senso, qualunque dottrina etica è aidjitraria ; perchè il valore del
postulato fondamentale (ossia del motivo, o del tine, o del [L'economia dà al
postulato edonistico – e EUDEMONISTICO _un contenuto materiale determinato
considerando come soddisfazioni le soddisfazioni di certi bisogni. e come
sacrifìci certe privazioni e certe pene; mentre al postulato della giustizia il
contenuto materiale, al quale se ne deve fare l'applicazione, é dato (la tutte
le specie d'attivuà o da tutte le categorie di fini (esclusi soltanto quelli la
cui ricerca o proseguimento importano la negazione del principio regolatort^
supposto) che in una società data sono possibili. ili criterio di valutazione)
quale si sia, è sempre ammesso assunto, ossia si suppone o si ammette che sia
riconosciuto come tale; e nessuna dottrina etica può compiere il miracolo di
obbligare a.l accettarlo. Perchè, la ragione perentoria se è una ragione, non
può consistei-e che nel ricondurre il valore del postulato a quello di un altro
fine o di un'altra esigenza ulteriore, della quale si ammette o SI suppone
ancora che la validità sia riconosciuta. E se si dice che è propio del fine o
dell'esigenza morale il presentarsi alla coscienza come un valore che non si
può disconoscere, si auìmette che questo carattere è già dato nel fatto stesso
che l'esigenza è riconosciuta come morale; anzi che il motivo vale
assolutamente, appunto perchè vale come morale; il che vuol dire che impone il
proprio valore solamente in quanto la coscienza lo accetta, e che è sempre in
ultima analisi il valore morale dell'esigenza che é preso come un dato primo o
come un postulato. Se si intende dunque in questo senso, qualsivoglia dottrina
etica è, perchè etica, arbitraria. Se poi si pone come caratteristica del
valore morale la possibile validità universale della MASSIMA corrispondente,
nessuna esigenza è piti radicalmente universale di quella che esprime la
CONDIZIONE stessa di questa POSSIBILITA. Che all'esigenza assunta sia o no
riconosciuto in effetto valore morale, ossia che il postulato corrisponda o non
corrisponda e più o meno adeguatamente a un dato della realtà psicologica
rivelato dall'analisi della coscienza morale, è una questione diversa. E se
l'arbitrarietà s'intende in questo secondo senso, come difetto totale o
parziale di questa corrispondenza, essa consiste, nel caso nostro, non nel
considerare come morale l'esigenza della giustizia, ma neir assumere questo
motivo come il motivo morale. fi JH^ffriaililf».W'.ifc^ ] menti'e la realtà
empirica ne pi*esenta anche altri ; e nel considerai'lo isolato da questi,
mentre nella realtà sono più o meno strettamente connessi e coopei'anti o
contrastanti con q ìlei lo. Non ho nessuna ditlicoltà a riconoscere che la
costruzione supposta è, anche per questo ris[)etto, arbitraria ; al modo stesso
che è sempre pili o meno arhiti'ario qualunque sistema di deduzioni ricavate da
un' ipotesi. Ma un' arbitrarietà di questo genere non implica nessuna fallacia finché
non si pretende che essa espi'ima la i*ealtà del mondo mt) l'ale dato ; e la
costruzione si dà per quel che è, cioè per una scienza che sai-ebbe la « vei'a
scienza » della morale com' è, se le condizioni dell' ipotesi rispecchiassero
la realtà — Intendo quel che si può dire: — Perchè supporre che il motivo
egemonico sia la giustizia, e non un alti'(\ poniamo il motivo altruistico –
GRICE: OTHER-LOVE? 0, meglio, perchè non assumere come motivi morali, o
l'ispondenti all'esigenza morale, tutti i motivi che la realtà psicologica
l'ivela valere in effetto come tali? La l'isposta all'una e all'altra domanda
non è diffìcile. L'assumere come rispondenti all'esigenza morale i critei'i
molte[)lici che si i-ivelano nelle norme empiricamente date come morali costi'ingerebbe
in ultimo ad assumere l'esigenza stessa moi'ale come in sé contraddittoria e a
costi'uire non una scienza, ma una veste d’Arlecchino. Perchè la morale
empii'icamente data rivela criteri non di rado opposti, e del medesimo
ci'iterio le applicazioni più artificiose e vai-iabili. Ora, che l'esigenza
morale possa U) Tralasciando pure di insistere, come lio già osservato altrove,
perchè è cosa troppo nota, sull'antitesi fondamentale esistente tra le norme di
condotta che valgono come morali rispettivamente nelle condizioni di pace e di
guerra, e sui contrasti, tragici talvolta, tra i doveri famigliari e i do
co„,poru,.e criter,, ì,ver.i e anche opposti,fi val,„az,one senza cessare di
essere morale, s, potrà aocl.e ammettere (purché s, s.a disposti ad accettarne
le conseguenze;; ma che si possa, assumendo criteri contraddittori!, costruire
una dottirina coerente, non si può sostenere. Bisogna dunque scegliere; e la
scelta,iel motivo della giustizia, se è arbitraria hi quanto e seella,U uno fra
più "on e arbitraria in guanto mandnno le ragioni della scelt.. Poiché è
facile rilevare che il motivo delia giustizia e 'I solo al quale si possa
supporre che risponda in effetto universalmente e costantemente tutta la
condotta senza che l’osservanza da parte degl’uni richieda o presupponga
l’inosservanza da parte degli altri. L'altruismo (GRICE OTHER LOVE) non
potrebbe essere oss.Tvato universalmente, se non a patto che fosse subordinato
alla sua voka a mia norma di giustizia. Infatti, affinché sia possibile I abnegazione
e la rinuncia incondizionata di sé agl’altri, veri sociali, bisogna osservare
che le „or,„e date e accettate come morali o.o,.o contemplare e contemplano
realn.ente, almeno parte, de„e rela wL; T ',•'^i" "> S-iadi
relazioni pr.ma,,e e fondan.entah, che le „orn,e non contemplano e che sono la
negazione del crueno applicato in qne.le norme. Mi sia lecito spiegarmi e „
ruiieTau: r"'T, t"'-^ I iano i In ""'. '^ cercare,,uale a
qu le concila la minima fatica del primo col minimo disagio del secondo crueno
seguito qu, é un criterio d’EQUITA. Si riconosce ciocche non sa omodi;e tutte
le comodità per se senza tenere in conto le comodità dell'altro. .Ma se questo
crueno (seguito nello stabilire la condotta migliore, Jata,,uella conLol
<i.ve,.a de, due, fosse applicato a determinare la rela.one t,-a i due p,Jl
Z^JT'"P~« e portato, questa .:J^::Z TorT "T"»™"'--^^ colle
p,.opr,e gambe. Ossia la norma nor. le regola nel caso supposto un rapporto che
non esis,e,.ebbe, o sai-ebbe tutto d,verso, se essa fosse applicata al sorgere
di quel .-apporto NH itì'i^tli^ì-. Hif ^••s«ì»?T<P7** Ifi bisogna chf^ gli
nni si .saci'ifichii)0 e gli altri o qualche alti-o accattino il sacnfi/io ;
cioè bisogna che gli uni os^or vino LA MASSIMA (lell'altruismo, e gli altri o
qualche altro quella dell'egoismo. Se poi si ammette che nessuno debba poter
saci'ifìcarsi più di un altro qualsiasi (lasciando di osservare che in tal caso
praticamente i sacrifici si eli<le rebber.)) fiisogna che la condottta
altruistica di ciascuno non impedisca una pari condotta altruistica degl’altri.
Cioè bisogna che fattività altruistica alla sua volta sia governata da una
norma di giustizia. Ciò viene a dire che la famosa formula kantiana, se si
considera nella possibilità della sua applicazione simultanea per tutti a tutta
la coìidotia e.sterna non è suscettiva d'altra inter[)retazi()ne che di massima
univeisale di giustizia nel senso sopra chiarito. In un Saggio originale e
sucrgestivo, che vale bene più di qualche grosso volume inconcludente,
CALDERONI (si veda) illustra una concezione economica della morale (che non
tocca in nulla, benché a prima vista sembri antitetica, il concetto qui
esposto) nella quale egli osserva giustamente come la maggior parte delle
azioni virtuose non siano considerate come tali se non perchè sono prodotte in
quantità inferiore alla domanda; e son per noi un dovere appunto perché gli
altri uomini non le lanno,' e rimangono tali a condizione che non siano troppi
gli uomini capaci e volonterosi di imitarle. E trae da questa considerazione la
conseguenza che la formula di Kant è del tutto inapplicabile. Ora è certo che
Kant intende di parlare di validità universale del motivo a cui si informa
l’azione. che può essere quindi variabile secondo le circostanze, pur rimanendo
il medesimo il motivo che la detta; e che non può richiedere uniformità di
condotta esterna se non nel caso che si tratti della medesima attività
esercitata nelle medesime condizioni esterne. Ma (juando m supponga avverato
questo caso, si troverà che l’unico motivo, il quale comporti uniformità
universale di condotta è il motivo della GIUSTIZIA; e che intesa così, la
formula di Kant resiste alla critica anche dal punto di vista di CALDERONI (si
veda) Disarmonie economiche e disarmonie morali, Firenze, Lumachi. La marginalità
nella Morale. Assumetelo dunque, se cosi vi piace, codesto vostro postulato, e
costru.tevi la vostra . Scenza pura della giustizia. Cile ne farete poi? A che
c<,sa propriamente potrebbe servire costruita elle fosse, non si può con
esattezza determinare,n precedenza. Si potrà vedere, nel caso, quando sia fatta
o pi ut "«to, a mano a mano elle si venga facendo. Troppe ricerche . el
resto non si farebbero se si aspettasse di averne diino strato 1 utilità; e,li
troppe altre, risultati portarono frutti <lel tutto remoti da ogni
previsione. E dato pure che riuscisse inconcludente, nessuno tiirà che «ia „é
la prima „ó u'iica,n questo genere, specialmente nel campo della morale. E t,.a
le molte curiosità, perchè non dovrebbe trovar posto anche questa :,ii sapere
come andrebbero le faccende di questo mondo se gli uomini si decidessero ad
essere tutti e sempre e in ogni contingenza della vita so liratutto e prima di
tutto giusti? M.-i è pur naturale d'altra parte che debba intravederne almeno
qualche possibilità,li applicazione eh, la propone e che ne debba dire qualche
cosa. Le applicazioni possono essere principalmente due: come mezzo di
interpretazione o di sistemazione scientifica della realta morale,lata; e come
fondamento di una disciplina precettiva, ossia di un'etica applicata della
giustizia. Se l’osservazione psicologica dimostra che è arbitraria,
l'assunzione del motivo della giustizia come unico motivo morale, dimostra pure
<die quel valore gli è però realmente riconosciuto: e che se non ., riconduce
ad esso effettivamente ogni valutazione ^nica, esso entra però come elemento o
fattore di valutazione in qualunque giudizio morale. Può essere dunque
opportuno, a uno scopo di sistemazione coerente delle norme effettivamente
vigenti, conoscere quali sarebbero se questa esigenza operasse isolatamente,
cioè se tutte si ispirassero unicamente ad essa; e considerai-e, con un
artifizio di cui tutte le scienze offrono innumerevoli esempi, come deviazioni
limitazioni risultanti dalla presenza di alti'i motivi, le norme che non
coincidono con quelle astrattamente dedotce. Sarebbero, per un vei'so, da
considerare come tali le norme della condotta politica interna ed esterna
ispirate dall'interesse dello Stato, o del maggioinumero, o di una classe, in
quanto al rispetto di queste esigenze sia attiibuito valore morale. E sarebbe,
peiun altro vei'so, possibile interpi'etare le norme della BENEFICENZA come
espressioni della stessa esi-genza della giustizia, in quanto si considerano
rivolte a sanare o a lenire gli effetti che ne accompagnano 1' inossei'vanza, e
le deviazioni o le limitazioni. Ma l'applicazione più rilevante riguarderebbe
l'Etica propriamente intesa come disciplina normativa. La scienza pui'a della
giustizia appunto perchè considera già raggiunte e attuate tutte le condizioni
richieste dalla esigenza che essa postula, ossia, in termini equivalenti, fa
astrazione da ogni circostanza interna od esterna che ne impedisca o ne limiti
1' efìTicacia, configura un sistema di relazioni sociali e un tipo di condotta,
cioè formula Sarebbe possibile per questa via togliere, dico nella trattazione
teorica, certe contraddizioni o antinomie davanti alle quali si arrestano
solitamente i filosofi quando ne determinano l’esigenze razionali delle leggi,
le quali possono valere come tali soltanto nelle condizioni contemplate dall'
ipotesi,vale a Hn^e non sono suscettive,li applicazione, sic et simpliciler, a
condizioni iliverse. Ma se si ammette che T onime di relazioni ipoteticamente
costruito abbia valore di fine, cioè se si ammette come normativa l'esigenza
della giustizia, vi sarà luo-^o a cercare e a .leterminare (bencbè questa
determinazlne debba riuscire, come è facile prevedere, assai difficile e
complicata) quale sia in condizioni reali storicamente date la condotta, die nei
limiti imposti da queste, è ini, atta a favorirne la trasformazione nella
direzione segnala dalle condizioni ideali contemplate nell'ipotesi. Ossia si
potrà ricavarne un'etica applicata della Giustizia, alla quale la realtà
storica fornirà la conoscenza delle condizioni tra le quali si deve spiegare e
dei mezzi ai quali deve ad.-guarsi, per essere praticamente efficace la
condotta rivolta a quel fi ne ; cosi come darà la conoscenza 'Ielle varie
specie di attività che l'esigenza .iella giustizia e chiamata a regolare; cioè
darà, volta a volta, alla forma <lella giustizia il contenuto materiale. E
le norme, cosi ricavate da questa applicazione a una realtà data delle leggi
.Idia Giustizia pura, saranno valide, se SI accetta come fine morale
prossimamente supremo, cioè precedente a ogni altro fine generale e speciale,
l'attuazione del sistema di relazioni contemplato da quella, e come morale la
condotta corrispomlente. Cosi questa Etica applicata, come la Scienza Pura
dalla quale essa si ricava, è indipendente da qualsiasi dottrina metafisica, ma
non pretende di sostituirla. Ignora i problemi metafìsici ; ma nel senso che
non no richiede e non ne assume una certa soluzione piuttosto che un'alti*a;
non nel senso che ne neghi l'esistenza o ne escluda la trattazione. Ilimane di
fronte ad ossa iinpi'ogiudicata, e da essa distinta, ogni questione sulla
natura e sul fondamento ukinìo dell’esigenza stessa morale; così come rimane
impi'egiudicato il pi'oblema pratico, o pi'opriamente psicologico e pedagogico,
intorno al valoi-e e all' efficacia delle credenze religiose o metafìsiche come
condizioni o fattori sof^^-jcttivi dolla moralità. Ma, ciò nonostante, o forse
appunto pei'ciò, è verisimile che sia giudicata, specialmente alla stregua
delle tendenze più apei'tamente dominanti nel p(insiei*o contcmpoi'aneo,
doppiamente monca; monca considerata come dotti'ina; monca considerata rispetto
alla efficacia pratica. a) Cei'tamente può parere strana se non ingenua Tnlea
di segnai'e una divisione di competetjza tra T indagine scien tifìca e
rin(iagine proprianifMite filosofìca e metafìsica, men ti'e pai'e di assistere
a una specie di atto di coiitrizion<' delle stesse scienze speciali già
formate; le quali, dopo essersi staccate e aver pi'oclamato la loro
indipendenza dalla filosofìa, sentono il bisogno di ritornare ad essa e di
rintracciare in lei le origini della loi'o vita e la ragione del loro valore.
Tuttavia una considerazione un po' più attenta può mosti-are die il contrasto è
soltanto a})parente e che la tendenza delle scienze speciali all'
inter|)retazione e alla integrazione filosofìca dei loro presupposti e dei loro
risultati non esclude, ma piuttosto include, la legittimità di una distinzione
anche nel campo delia morale. Perche essa }) resuppone appunto che le scienze abbiano
i ÌOt'O postulati, i loro metodi i Ioì'O risultati, e che i sistemi speciali di
dottrine cosi edifìcati sussistano ed abbiano una validità propria, sia pure
limitata e provvisoria, all'infuori dell'interpretazione e della valutazione
che ne debba o ne possa fare la metafìsica. In questa specie di Conferenza
permanente dell' Aia (sia detto senza intenzioni maligne) che è la mutua
collaborazione delle diverse discipline alla critica e alla integrazione del
sapere e del valere umano, sono gli Stati che hanno territorio e giurisdizione
propria che possono far sentire la loro voce. I delegati della Corea sono
esclusi. Intendo quello che si può dire. La morale è essa stessa la metafisica,
e pone essa le esigenze alle quali è subordinata la valutazione di tutte le
altre discipline dei loro principii e delle loro conclusioni. Fosse pure, o,
piut tosto, dovesse pure essere cosi. Quali sono queste esigenze della morale?
Come si determinano ? Qual'è, fra i molti sistemi diversi opposti e anche
contraddittorii, quello autorizzato a rappresentare « la morale *, e a far
valere le sue esigenze come esigenze ideila morale *ì E se si può distinguere
una esigenza immediala e caratteristica, dato che SI trovi, della valutazione
morale, dalle esigenze ulte non, argomentale o poste da questo o da quel
sistema per interpretarla o giustificarla, allora è nello stesso tempo data la
distinzione tra esigenza propriamente morale ed esigenze avanzate,ia una
interpretazione o integrazione metafìsica della esigenza morale; e si delinea
insieme una separazione legittima tra l’indagine che cerca di risalire
dall'esigenza morale ai postulati metafisici, e l'indagine che ricava
dall'esigenza morale le applicazioni che logicamente ne discendono. Ma, nella
realtà viva e vissuta della coscienza, valutazione morale e valutazione
metafisica formano un tutto unico; e separando l'esigenza etica dalla fede
metafisica colla quale è fusa e della quale si alimenta, s, è spezza r unità
della coscienza, si oscura o si cancella il signitìcato e il valore interiore
della moralità, e si presenta come vita morale lo scheletro o, meglio, lo
stampo esterno e quasi l'impronta fossile dell'atto morale. Sarà verissimo; ma
nessuna costi-uzione dotti-inaU può sfuggire a questa obbiezione. Tutto ciò che
la logica tocca e che è fatto oggetto di conoscenza riflessa e i-agionata
diventa perciò stesso un tipo, uno stampo, un fossile; anzi stampo è la parola,
stampo ò la stessa rappresentazione artistica se non è vivificata e
i-isvegliata da chi la deve intendere e gustare; anzi sono diventate ormai
stereotipe, per colmo di evidenza probativa, perfino le fi*asi e le immagini
usate a mostrare la « i-icchezza e la varietà inesauribile della coscienza e
delle sue ci'eazioni. E quanto al sepai«are nella teoria ciò che nella realtà è
unito, bisogna pur rassegnarvisi. Pei'chè ogni nctM'ca è prima di tutto
distinzione, sepai-azione, asti'azione; il fatto stesso, ogni fatto (diceva già
un chimico, Chevreul) è un' astrazione. Ciò che importa veramente è di non
dimenticare che l'astrazione non è tutta la realtà. Ora, sceverando dal
complesso degli elementi, onde la vita etica nella coscienza personale iMsiilta
o può risultare, quello che è suscettivo della più universale applicazione, e
costruendo il tipo di vita che ne risulterebbe, non si pretende di esaurire il
contenuto della coscienza, ma soltanto di distinguere le norme di condotta a
giustificare le quali basta uu certo postulato, dalle norme e dalle forme di
vita morale che si fondano sopra altre esigenze ossia l'ichie dono altri
postulati. E chi crede che la chiarezza dei concetti e il l'igoi-e del
procedimento si debbano poi'iare, fin dove è possibile, anche nella
speculazione etica, ammettei-à che può essei-e que utile allo scopo, se non
anche necessario, il seguir( sta via. Rimangono altri problemi. E chi lo nega?
Ma prima condizione per cercar di risolverli con frutto è di non confonderli
tra di loro. E nasce da una confusione di problemi diversi l'obbiezione, che si
potrebbe dire pragmatistica, del difetto di efficacia pratica, o più
esattamente parenetica o pedagogica, di una dottrina morale che faccia
astrazione da ogni valutazione metafìsica, e presenti un sistema di norme che
ha di necessità soltanto un valore ipotetico, cioè, nel caso nostro,
condizionato al valore che può avere nella coscienza il motivo impersonale
della giustizia. (lì Le espressioni di più d' un antiintellettualista
indurrebbero 4uasi ad ammettere che la morale sia una specie di grande
imbroglio, nel quale a voler vederci chiaro, si finisce per non credere più.
Ora, altro è riconoscere Cile ogni valutazione é in ultimo data alla
intelligenza e non dalla intelligenza, e che nessuna conoscenza e nessun
ragionamento può far volere un fine che non sia già voluto, o per sé, o come
condizione a un altro finealtro è credere ed aOermare che l’intelligenza o la
ragione sia in contrasto olla moralità. Come potrebbe essere? Non certamente in
quanto si rivolge a determinare 1 mezzi necessari e convenienti a un fine. Nel
qual caso non è nemica, ma ancella della volontà in generale, e, se la volontà
é « buona ». della volontà morale. Non potrebbe essere, dunque, se non in
quanto toglie o muta la valutazione del fine (cioè delP oggetto o contenuto
materiale del motivo morale) mostrandone \^ connessione, prima ignorata o
trascurata, con qualche cosa d' altro, che sia oggetto di una valutazione
diversa; diciamo, per comodità, negativa o repulsiva. E allora, poiché la
valutazione di questo qualcosa d'altro non può venire dall' intelligenza (la
quale, come si sa. chia risce rapporti, non dà valori), manifestamente non si
possono dare che due casi: ha origine nel motivo stesso morale; e la conoscenza
non avrà fatto che mettere in chiaro come quel fine che gli si riteneva in
tutto conforme, sia in realtà più o meno disforme in forza della connessione
notata. Ma ciò non Poiché è uggioso a se e agli alti-i l'ipetere cose già
dette, e su questo punto ho insistito a lungo altrove, mi restringo qui a
riafTermare la legittimità, anzi la necessità logica e la convenienza morale, di
teneiseparata netta mente ogni ricerca che si volge a detei-minare quali siano
le norme di condotta richieste da un certo fine, dalla ricerca delle condizioni
e dei fattori dai quali dipende o può dipendere l’osservanza delle norme. La
legittimità delle deduzioni, dato che ci sia, e la validità dei precetti
rispetto al fine sussistono indipendentemente dalla presenza o dalla assenza
dei motivi che ne persuadono o ne impongono l'osservanza, e dalla natura di
questi motivi. Come il contenuto e la giustificazione delle prescrizioni d'un
medico non dipendono dalla disohbedienza o dall' obbedienza dell' ammalato nò
dalle ragioni di questa obbedienza. tocca in nulla il valore e l'efficacia del
motivo morale. Ammettere il contrario sarebbe come dire che cessa di amare la
giustizia chi cessa di difendere una causa che ha riconosciuto ingiusta. ha
origine in un motivo non morale (poniamo in un interesse egoistico); e anche
qui l' intelligenza non farebbe che rivelare una condizione di fatto : la
presenza e Tefficacia di motivi non morali nella valutazione dei fini e :lella
condotta. La conoscenza dunque, anche in questo caso, non altera il valore del
motivo morale; può eventualmente mostrare che il valore e l’efficacia sua non è
esclusiva, o incontrastata come si supj)oneva. Ma correggere un errore di
giudizio non é cambiare uno stato di fatto. Potrebbe dunque, tutt' al più,
togliere un' illusione. Ma è nell' illudersi d'esser morali che consiste la
moralità? Questo conformarsi o non conformarsi si suole a torto, per abuso di
linguaggio, attribuire a una pretesa efiicacia pratica delle norme; mentre le
norme perse hanno, a promuovere l'azione corrispondente, una efficacia non
maggiore di quella che abbiano i fanali di una strada a muovere le gambe dei
nottambuli. E un simile abuso di linguaggio, che nasce da un difetto d'analisi,
ha alimentato la confusione tra esigenza giustifica tiva e esigenza esecutiva,
tra l'obbligo e la giustificazione dell'obbligo, e la pretesa illusoria che una
norma possa o debba avere in sé forza obbligativa. Cfr. Prolegomeni ecc., e. I:
(L'esigenza esecutiva) ; e Studi su la possibilità (La pregiudiziale
dell'imperativo categorico). La reale presenza ed efficacia di motivi
«ufficienii a determinare T osservanza è in ogni caso si>,pposta, non .
posla da qualnnque costi-uzione precettiva; e il «„ppori-e operativo d motivo
della giustizia non esclude, ma piuti tosto include, una ulteriore valutazione
del motivo stesso ' ogniqualvolta nella realtà esso derivi in tutto o in parte
la sua forza da questa sopravalutazioiie. Ma anche in questo caso non bisogna
dimenticare che una tale efficacia .sarebbe sempre essa stessa posMata come un
dato di fatto, non comunicata o la,-g,la da una fon.ìazione qualsivoglia.
Perchè anche una fondazione religiosa o metafisica non pone essa le credenze,
ma le sup. pone già viventi e .operanti. Il suo valore come motivazione morale
dipende dal valore reale che esse hanno nella coscienza, dalla loro forza
operativa. Essa fa appello a questa forza, ma non dà, essa, la forza; ossia
vale,,el i ipolesi che valga in effetto nella coscienza la fede nei dati
assunti da lei. E se questa fede mancasse, una fon <iaz,one metafisica o
religiosa, qualunque fosse, avrebbe sulla condotta una efficacia non diversa né
maggiore di qualsi voglia costruzione arbitraria. Senonchè si potrebbe, su basi
pragmatistiche, osservare che SI,ie^e appunto volere quella fede dalla quale si
può aspettarsi l'incremento del motivo morale, e che, poiché SI tratta di
optare, conviene dal punto di vista' pratico optare per una fede
moralizzatrice. E compito del moralista «ara perciò di affermare e suggerire
quella fede come presidio e cnforro, utile se non necessario, della moia l'tà,
e presentare la dottrina morale connessa e incorporata con quella fede. Su un
discorso di questo genere ci sarebbero da .lire molte' cose; notiamone poche. E
prima di tulio convien pur ripetere che un tal compilo. t^ 1 fc m (lato che
spetti al inoi-alista, ^Hi spetta in quanto è o pretende (li essere educatore o
apostolo, non in quanto si propone di cercare quali concernenze ini[)liclii
l’accettazione di un cei-t() postulato e si contenti di atierniare che chi
accetta il postulato deve accettai-e le hoimikì che ne discendoiHi. I due
uffici non si identificano ; chi ha slo//(i di ricercatore può non avere
stoft";i di a[)()stolo o di avvocato ; e potrehhe in og"ni caso
invocare aiiche qui il principio delhi divisione del lavoro. Ma dal [)unto di
vista stesso pedagogico la tesi è tutt' altro che incontestahile. Suggerire e
infondere una fede! E presto detto. Ma in che modo o per (jual via? Partendo
dall'esigenza pratica per arrivare alla credenza, cioè presentando la fede
a[)punto come sostegno e guarentigia della ni orai ita? Lasciamo pui'e di
indagare se con ciò non si nega in effetto, neir atto stesso che si afferma, il
valore assoluto dei postulati religiosi o metatisici, dal inoinetito che essi
sono affermati o posti come condizioni o fattori nella produzione di certi
effetti, cioè sono valutati utilitariamente; e se non si offende il sentimento
religioso, considerandolo unicamente come un motivo sussidiano invocato a
supplii'e alla fiacchezza del uiotivo morale. Un pragmatista conseguente
potrehhe non avere (ii «juesti scru[)oli. Ma lo scopo stesso a cui mira il
pragmatista vieti meno in realtà dacché, per tal via, si suppone dato ciò che
si vuol produire; ossia si pone a sostegno del motivo morale un sentimento che
vien fondato sopra esso, e vale in forza di esso. Con un risultato non
dissimile da quello che hanno di solito le discussioni ; dove le rai'ioni usate
a sostenei'e un'opinione persuadono soltanto chi è già persuaso; cioè hanno in
effetto tanto maggior [)eso quanto più è superfluo servirsene. Se si tiene
invece una via diversa, e si intende di edificare la credenza su una educazione
propriamente dogmatico-religiosa, dov'è più la opzione, la affermazione libera
e spontanea della coscienza? E come può il moralista educatore presentare o
imporre come unica e definitiva una iede, o una credenza religiosa o
filosotìca^che egli sappia essere personale e volontaria? La verità è che
mentre nel valore morale (posto che sia riconosciuto) del postulato che si
assume a fondamento della costruzione scientifica, è necessariamente implicito
il valore morale delle norme che ne esprimono l'applicazione, non è
necessariamente implicita l'accettazione di certi piuttosto che di cert' altri
postulati metafisici. Mentre, accettato un postulato di cui sia possibile r
applicazione alla condotta umana, la coerenza logica basta a dare la
legittimità delle norme che se ne deducono, la coerenza logica n07i basta a
porre come necessariamente richiesta da quel postulato una determinata fede
religiosa filosofica ad esclusione di qualsiasi altra. La salita al cielo dei
postulati metafisici non si fa colle scale della logica. (Il che, come tutti
sanno, ha il suo riscontro nel fatto che possono trovarsi concordi nelT
accettare e nell' osservare la medesima esigenza morale uomini di opinioni i-e
ligiose e filosofiche diverse; come, inversamente, può la stessa fede religiosa
e filosofica presentarsi, nella realtà storica e psicologica, connessa con
norme morali discordanti). E la libertà dì coscienza sarebbe una frase vuota di
senso o piena di immoralità se il voler la giustizia e Tesser giusti
richiedesse o l'esclusione di ogni fede o l'accettazione della medesima fede.
ài fondata da Sen. C; Rivista Filosofica VRLO Cantoni. La Possibilità l I e i
Limiti MORALE STUDI TORINO. BOCCA. In questo volume sono raccolti tre scritti
pubblicati in più riprese nella Rivista Filosofica diretta dal mio
indimenticabile maestro ed amico CANTONI (si veda), al quale il profondo e
tenace convincimento delle proprie dottrine non tolse mai di rispettare e
stimare sopra tutto, anche nei discepoli, la lil>ertà e la sincerità. Benché
diversi di titolo, i tre studi che ora ripubblico riveduti e in parte
aumentati, sono lo svolgimento del medesimo pensiero fondamentale, e
presuppongono quasi, ciascuno dei successivi, i precedenti. Anzi il primo dì
essi è, alla sufi* volta, continuazione di un altro pubblicato anteriormente
col, titàlol Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica; nel quale è
esaminato il problema della possibilità di un’ Etica normativa indipendente da
qualsivoglia soluzione, positiva o negativa, dei problemi di natura metafisica.
E perciò spero di essere scusato se mi riferisco qualche volta anche ad esso ;
e se in in questo volume sono lasciate in disparte, o trattate con brevità che
altrimenti sarebbe soverchia, alcune questioni delle quali s’è già discorso in
quello. Anche to' importa di avvertire, sempre a proposito dello Studio La
dottrina delle due etiche di Spencer e la morale come scienza, che — se nella
esposizione sia generale, sia particolare, della dottrina esaminata, ho cercato
studiosissima mente dì rendere intiero ed esatto il pensiero dello Spencer —
nella critica ho considerato la dottrina dal punto di vista speciale additato
dall’intento essenzialmente teoretico che assegnavano a questa ricerca le
conclusioni dello studio precedente. E per questa ragione ho tralasciato
deliberatamente non solo qualsiasi digressione, ma ogni discussione che non
fosse strettamente necessaria allo scopo mio particolare. A ciò si deve la
mancanza quasi totale di accenni alle critiche anteriori, anche dei più
valorosi. Pavia. e la Morale come Scienza. Movente etico-sociale dell’opera
dello Spencer. Conseguenze nella valutazione delle suo dottrine. La Dottrina
etica in generale. Il concetto informatore. La distinzione delle due Etiche. Il
metodo dell’ Etica. dati dell’ Etica. Soluzione dell’ antitesi tra fine e
metodo, e possibilità di conciliazione fra i dati dell’ Etica. La dottrina
delle due Etiche. Due questioni fondamentali, attorno a cui si raccoglie la
dottrina. Il giusto assoluto. Il giusto relativo. Errore comune nel modo di concepire
la condotta ideale. La priorità scientifica dell’ Etica Assoluta sull’Etica
Relativa. Confronto colle altre scienze. Critica Preliminare : Le Questioni
Pregiudiziali e il preconcetto dal quale hanno origine. La pregiudiziale
dell’imperativo categorico Partizione della Critica. L’imperativo categorico.
L’obbligo e la giustificazione. La progiudiziale dell’ obbligo categorico è
estranea alla determinazione e alla giustificazione della norma.In che consista
la differenza caratteristica tra 1’ Etica e le altre costruzioni precettive.
Compito dell’ Etica. La pregiudiziale, .sul modo di intendere il compito
normativo dell’ Etica. La progiudiziale sul compito normativo dell’Etica. Come
esso sia inteso nei due indirizzi prevalenti. Due presupposti arbitrari comuni
ad ambedue: che le norme siano già determinate e note. che si accordino fra di
loro. Necessità di un criterio per la determinazione. La soluzione
dell’indirizzo sociologico Suo difetto capitale: non vale a giustificare le
norme. La soluzione dell’ indirizzo prammatistico-idealistico. Difetto
capitale: la costruzione metafisica postulata, come qualsiasi costruzione
metafisica, non serve a determinai e 10 norme. Il preconcetto fondamentale
Presupposto comune ai due indirizzi. Da questo nasce l’antitesi tra esigenza
scientifica (determinazione) ed esigenza etica (giustificazione). Legittimità
di porre il piobleina in una forma diversa. Conclusione della Critica
Preliminare. La dottrina delle due Etiche e le esigenze di una scienza
normativa morale. Il criterio del limite dell' evoluzione e dell’adattamento
completo non serve a determinare il tipo di condotta cercato . Due tesi
distinte nella dottrina delle due Etiche; la validità dell’ una non dipende da
quella dell’ altra. Il tipo di società giusta non è determinato dal limite
dell’ evoluzione. Nè dall’ adattamento completo. Su quali dati sia costruito
veramente ; quale posto tenga nella costruzione dello S. il postulato dell
adattamento completo. Il criterio del piacere puro, corrispondente all’adattamento
completo, non serve a giustificare il tipo di condotta proposto. Il piacere
puro non può essere il criterio della massima DESIRABILITA. La questione del
fine e dei fini Soluzione illusoria trovata nel termine felicità e altri
equivalenti. Equivoco EQUIVOCO GRICE nell’identificazione dell’ oggetto dell’
attività col piacere. Quale possa essere il fine che soddisfa alla doppia
esigenza della determinazione e della giustificazione delle norme. Il tipo di
società giusta dello Spencer. Come concepisca la società giusta Spencer.
Presupposto illegittimamente assunto dalla biologia. Difetto fondamentale :
Incocrenza fra il tipo dell’ uomo giusto c il tipo della società giusta.
Difetto che ne deriva nella relazione tra giustizia e BENEFICENZA. L’
individualismo dello Spencer e il postulato della giustizia. Ufficio e limiti
di una costruzione scientifica dell' Etica. Come debba concepirsi un tipo
ideale di società giusta. Etica Pura ed Etica Applicata. Conclusioni della
Critica. Presupposto fondamentale, e carattere ipotetico dell’etica come
scienza normativa. Pubblicando I dati dell’Etica prima che fossero composti il
II e il III volume dei Principii di Sociologia, Spencer giustifica questa
deviazione dall’ordine del suo programma col timore di non poter compiere l’opera
finale della serie: I principii di Etica. Degli indizi che in questi ultimi
anni si ripetono con maggior frequenza e chiarezza m’hanno avvertito che la
salute, se non la vita, mi può venir meno per sempre, prima che io compia
l’ultima parte del compito che ho assegnato a me stesso. Quest'ultima parte è
quella per la quale io considero come sussidiarie tutte le parti precedenti. Il
mio primo Saggio su L’Ufficio proprio del Governo indica vagamente il mio
pensiero intorno a certi principi generali di bene e di male nella condotta
politica; e da quel tempo in poi il mio fine ultimo, lasciando indietro tutti i
fini prossimi, è stato quello di trovare una base scientifica ai prìncipi del
giusto e dell’ingiusto nella condotta in tutta la sua estensione. Lasciare
incompiuto questo fine, dopo aver fatta una preparazione cosi ampia per
raggiungerlo, sarebbe una sventura alla cui probabilità non posso pensare senza
sgomento e_sono ansioso di evitarla, se non del tutto, almeno in parte. The
Principles of Ethics. London Qualche cosa di simile alla catastrofe preveduta
sopraggiunse infatti; perchè dopo un lento decadimento e indebolimento
progressivo egli fu costretto a sospendere qualsiasi lavoro. Fortunatamente
potè riprenderlo: ed anche allora, la sua prima preoccupazione fu quella di
compiere i principi di Etica; e pose subito mano a quella parte della Morale,
che dopo i Dati gli pareva più importante: la IV a Giustizia. Colle parole e
col fatto egli mostrava dunque che Tintento supremo al quale consapevolmente
convergevano tutti i risultati della sua speculazione, era u n intento mor ale.
Par che riecheggi in lui la voce di Spinoza: Finis in scientiis est unicus ad
quem omnes sunt dirigendae. E in p realtà, come le idee madri della sua teoria
pene¬ trano e illuminano tutti gli scritti suoi, anche i minori, così vi
circola dentro e li riscalda il soffio vigoroso del suo ottimismo; e la
dottrina dell’evoluzione, par che diventi nel suo pensiero sopratutto la
comprensione del processo naturale e necessario che produrrà in un avvenire
lontano ma sicuro una umanità giusta e felice. Animata cosi di speranza, la
dottrina prende colore di fede. E veramente egli la professò come una fede; non
soltanto visse per la sua dottrina, ma visse la sua dottrina. E i prin [.
(wlien first iss. sep.) De. Intell. Emend.]— cipi che pone a fondamento della
morale e del diritto, € di cui vuol trovare le ragioni nelle leggi stesse
dell’universo, ispirano e governano con indomita costanza tutti i suoi giudizi
e tutte le sue opinioni, da quelle sulla Educazione a quelle sull’Etica delle
carceri, dalle idee sulla Morale Politica Assoluta alle proteste contro il « br
igantaggio politi co », dalle ironie contro «la Sapienza collettiva» a quelle
contro « i diecimila sacerdoti della religione d’amore che! non apron bocca
quando la nazione è mossa dalla ' religione dell’odio.» Quell a unità e
solidarietà di principi teorici e pratici, p er cui la sua mora le si presenta
come s cienz a ella sua scienza come una morale, e questo continuo cimentare
che egli faceva i suoi principi con tutti i problemi più vivi del suo tempo,
onde la sua dottrina pareva prender veste di programma sociale e politico,
hanno certamente contribuito a produrre^ questo doppio effetto: che la
preoccupaz i, morali' si insinuasse anche nella critica delle sue dottrine
teoriche; e che l’opera sua, considerata prevalentemente, se non talora quasi
esclusiva mente, come l’espressione di certe tendenze e di un certo indirizzo
religioso morale economico politico, apparisse, col prevalere di tendenze e di
aspirazioni diverse, invecchiata c oltrepassata di più, e più presto, di quel
che altrimenti sarebbe apparso. E cosi potè facilmente accadere che anche certi
principi, certi metodi e certe ipotesi fossero lasciati in disparte, o si
stimassero superati e come logori e fuori d’uso, non perchò se ne fosse
mostrata la falsità o la infondatezza, ma perchò apparivano connessi e solidali
con quel sistema o quell’indirizzo che si giudicavano superati. Ora se è vero
che a intendere il significato e il valore di una dottrina particolare è
necessario considerarla nelle relazioni col sistema di dottrine di cui fa
parte, non è perciò meno legittimo considerare se essa possa aver valore e
segnare un acquisto, anche all’infuori della validità di quel sistema e di
quelle altre dottrine, colle quali primamente si svolse. L’intento di questo
saggio ó appunto di esaminare il valore teorico e metodico della distinzione
tra Etica Assolut a ed Etica Relativa; la quale ò bensì, nel pensiero dello
Spencer, parte integrante del suo sistema, ma hg, secondo il mio avviso,
ragione di essere, indipendentemente dall’applicazione che egli ne fa e dai
postulati che l’hanno suggerita. Perciò si divide naturalmente in due parti:
espositiva e critica; la prima rivolta a mettere in chiaro le ragioni e il
significato della distinzione nella filosofa di Spencer; la seconda a esaminare
la possibilità e la utilità di mantenerla e applicarla sotto una forma diversa.
L’esposizione comprenderà pure necessariamente due parti: una che richiama, in
modo breve quanto è possibile ma esatto, il concetto informatore e i lineamenti
fondamentali di tutta l’etica; l’altra che traccia più distesamente la dottrina
particolare esaminata. Quella legge di evoluzione, che si manifesta nell’intero
univ erso visibi le, nel sistema solare come un tutto, nella terra come parte
di questo, nella vita in generale, e nella vita di ciascun organismo
individuale, nei feno meni ment ali degli esseri animati fino al più elevato;
qu ella stessa legge si manifesta nei fenomeni della vita umana e sociale é
quindi a nche in quei fenomeni della condotta, dei quali tratta la morale. In
conformità di questa legge] j^etWnr.< e delle leggi via via subordinate in
cui essa si rifrangevi produce una el evazione^progres siva nelle forme della
vita sub-umana ed umana, la quale si traduce in un adattamento s empre
migliore, più esteso e più durevole alle condizioni da cui dipende l’esistenza
dell’individuo, e l’esistenza della specie; e, dove la vita sociale apparisca,
l’esistenza della società. Per l’uomo adunque l’adattamento riguarda tre ordini
di condizioni; ossia è di tre forme; e, benché si possa astrattamente
considerare ciascuna forma per sè, tuttavia, per la connessione naturale e
necessaria dei fattori dai quali dipendono, le tre forme d’adattamento nella
realtà procedono di conserva con mutue azioni creazioni continue; cosicché a
ogni progresso in una forma di adattamento corrisponde un progresso nelle altre
forme. Il limite, verso il q ua le tend questo processo, è l’adattamento
completo a tutte le condizioni della vita umana più elevata; per il quale il
massimo svolgimento della vita individuale, e della parentale, e della sociale,
non solo si conciliano, ma si favoriscono a vicenda. Questo adattamento
completo implica non soltanto una perfetta conformità esteriore dell’operare
alle esigenze di una tal vita; ma implica del pari una conformità correlativa e
della struttura, e delle attività, fisiologiche e psichiche; è insomma ad un
tempo adattamento della condotta e adattamento dei fattori interni della
condotta. Quindi anche le idee, i sentimenti, le tendenze sono, nella loro
qualità e intensità e gradi di subordinazione, pienamente adatti e conformati
ai bisogni e alle esigenze della vita in tutte le sue manifestazioni, e trovano
nelle forme di condotta corrispondenti il loro appagamento pieno e concordante.
che viene a dire che l’adattamento completo attua in sé le condizioni della
massima FELICITA. Adunque, ma ssim a elevazione della vita, adattamento eoj
puleto . massima FELICITA (eudaimonismo – GRICE), sono per Spencer tre concetti
che coincidono; o, meglio, sono faccie o aspetti diversi di un medesimo
risultato finale, ed esprimono il limite verso il quale tende l’evoluzione
della vita umana nello stato sociale. E’ appunto per q uesta ide ntificazione,
che sta in fondo al pensiero dello Spencer, tra evoluzione e aumento di
felicità, che egli può porre come ottima la cpndotta rispondente al limite
della evoluzione. Perchè Spencer, come è noto, ammette esplicitamente che il fine
ultimo, espresso o so ttinteso, d ell’operare, non può essere che una forma di
coscienza desiderab ile, cioè di piacere; e che la condotta ò buona nella
misura che essa apporta, tenuto conto di tutti gli effetti presenti e futuri
sopra di sè e sopra gli altri, un avanzo dei piaceri sui dolori. Totalmente
buona, dunque, o perfetta, non è che la forma di condotta che coyà&ponde a
quel limite; ogni altra forma diversa, ossia adatta a gradi di evoluzione più o
meno lontani dal limite, non può essere che imperfetta, ossia buona
relativamente, non assolutamente. Quindi due Etiche: Etica Assoluta che
determina le leggi della condotta ottima; ed Etica Relativa che cerca di
stabilire per approssimazione quale sia la condotta relativamente buona, ossia
la condotta, che, date certe condizioni reali di svolgimento e di adattamento
incompleto, è la migliore, o la meno lontana dalla condotta perfetta. E quindi
la necessità, e la priorità logica dell’Etica Assoluta; le cui determinazioni
rirelazioni più generali, più semplici, più esattamente definite di quelle
contemplate dall’Etica Relativa. Or come si costruirà l’Etica Assoluta? ossia
quale sarà il metodo? Spencer si accorda cogl’utilitarist i che lo precedono
nell’assumere come criterio per giudicare la condotta e determinarne le norme l
a natura degli effetti o dei risulta ti. Ma se ne distingue subito per il pr
ocedim ento col quale egli crede che questi effetti dei diversi modi di
condotta si possano e debbano conoscere. Per gl’UTILITARISTI che lo precedono è
l’induzione empirica, per lui la deduzione. Non si tratta per lo Spencer di
trovare che, in un certo numero di casi, certi danni o certe utilità si
accompagnano con certi atti o cert’altri, e di inferirne che rapporti simili si
manterranno nell’avvenire; si tratta invece di determinare comee^er chè alcuni
modi di condotta siano dannosi e altri utili; o più chiaramente, quale condotta
debba essere dannosa e quale debba essere utile. Non è dunque sopra certe
relazioni empiricamente osservate, ma sulla connessione causale necessaria tra
le azioni ed i loro effetti che deve fondarsi la determinazione delle norme
morali. E, poiché questa connessione deve essere alla sua volta una conseguenza
necessaria della costituzione delle cose, deve essere pos sib ile dedurre da
principii fondamentali quali specie di azioni tendano a produrre FELICITA e
quali a pròdurre infelicità. E le deduzioni così ottenute debbono essere
riconosciute come leggi di condotta e aver valore indipendentemente da una
estimazione diretta (individuale e occasionale) del piacere e del dolore. Ciò
che distingue adunque l’Utilitarismo che Spencer chiama Razionale,
dall’Empirico, e dà carattere di rigore scientifico alla ricerca morale, è il
riconoscimento pieno e adeguato della causalità naturale dei fenomeni della
condotta; e il vero metodo scientifico dell’ Etica, come delle altre scienze
che abbiano superato lo stadio empirico, deve consistere nel cercare e nel
costruire in sistema non alcune relazioni empiricamente stabilite, ma le
relazioni necessariamente esistenti tra cause ed ef¬ fetti in tutta quanta la
condotta. Ma se le leggi della condotta debbono determinarsi per deduzione
necessaria, quali sono i dati sui quali questa deduzione deve fondarsi ? I
fatti di cui si occupa l’etica non costituiscono un ordine nuovo che si
distacchi da un ordine inferiore o precedente, come, per es., le formazioni
organiche rispetto alle inorganiche, o i fenomeni sociali rispetto ai
biologici: ma appartengono per un verso alla biologia in quanto sono effetti
in[Spencer li considera anche come appartenenti alla fisica, in quanto,
esaminati esternamente, si riducono a movimenti e combinazioni di movimenti che
cooperano a produrre una forma di terni ed esterni di fenomeni vitali prodotti
nel tipo più elevato degli animali; e per un altro alla psicologia in quanto
sono coordinamenti di azioni suscitati dai sentimenti e guidati dalla
intelligenza; finalmente in quanto queste azioni direttamente o indirettamente
riguardano esseri associati, appartengono alla sociologia. La condotta è
adunque ad un tempo una formazione biologica, una formazione psichica, e una
formazione sociale: e perciò è nei risultati delle scienze corrispondenti che
si devono cercare i principii fondamentali, i dati dell’etica. E quindi i dati
da cui si debbono dedurre le norme dell’etica assoluta sono forniti dalle
condizioni che la biologia, la psicologia e la sociologia indicano
rispettivamente come proprie di un adattamento completo. Ora, in conformità
alle leggi di queste scienze, la condotta corrispondente a un adattamento
completo ossia la condotta ottima, è caratterizzata dalle condizioni che si
possono riassumere nei seguenti tre punti: Condizioni biologiche :
Corrispondenza perfetta tra gli organi e facoltà umane e le attività necessarie
alla vita completa. Il che importa che tutte le attività necessarie al massimo
svolgimento equilibrio più o meno regolare e durevole. Ma questa considera¬
zione (aspetto fìsico della condotta) può qui senza danno essere tralasciata.
della vita per sò e per gli altri trovino il loro comimento nell’esercizio
spontaneo di facoltà debitamente proporzionate e producenti quando entrano in
azione il loro quantum di soddisfazione (cioè di piacere). Corrispondenza per
fet ta dei sentimenti, come motivi deir operare, ai I nsog ni. 11 che importa
che i piaceri e i dolori, cui danno origine i sentimenti distinti come morali,
siano, al pari dei piaceri e dolori fisici, impulsi positivi e negativi
proporzionati nella loro forza ai modi di operare richiesti. Condizioni
sociologiche: Accordo perfetto t rp le attività dei consociati. Il che importa
che tutte le attività conducenti alla vita completa di ciascuno non solo non
impediscano direttamente nè indirettamente, ma favoriscano la vita completa di
tutti. Stato di pace permanente. CO-OPERAZIONE cooperazione; nessuna
aggressione diretta o indiretta; scambio di servizi gratuiti. La condotta
ottima è dunque quella che sod [Non è difficile vedere come l’assumere le
condizioni suesposte equivalga a supporre direttamente o indirettamente eliminate
tre antinomie che sotto varie forme compaiono, si può dire, in tutta la storia
della morale ; l’antinomia tra il piacere presente e il piacere futuro, cioè
tra piacere e utilità; l’antinomia tra il bene proprio e il bene degl’altri,
tra ciò che è richiesto dalla FELICITA individuale e ciò che è richiesto dalla
felicità generale ; e 1’ antinojnia tra sentimenti egoistici (GRICE SELF LOVE)
e sentimenti altruistici (GRICE OTHER LOVE), tra la tendenza al piacere e la
coscienza del dovere. disfa a tutte queste condizioni ad un tempo; e però
compito dell’etica Assoluta resta quello di dedurre da queste condizioni le
norme a cui tutte le forme di attività umana, a qualunque fine siano volte,
debbono conformarsi per essere totalmente buone. Per tal modo sono determinati
i principi o i dati sui quali deve costruirsi l’Etica Assoluta: le condizioni
della vita umana, individuale, parentale e sociale, proprie dello stato di
adattamento perfetto; è determinato il metodo: la deduzione; ed è posto fuori
di contestazione il fine ultimo clic giustifica le norme così dedotte e dà alla
condotta proposta valore di ottima: la massima FELICITA universale. Ma restano
d ue grandi difflcoltà: una incocrenza, almeno apparente, da togliere, e una
lacuna da colmare. L’incoerenza è questa: Come si può sostenere che il fine
della condotta buona è LA FELICITA, se le norme di essa condotta devono essere
dedotte dalle leggi necessarie della vita nello stato sociale, e devono valere
indipendentemente da ogni estimazione diretta e individuale del piacere e del
dolore ì 0, in altri termini, come si risolve l’antitesi tra il fine assunto e
il metodo proposto? La lacuna è la seguente: Le condizioni che si pongono come
proprie della condotta ottima e che la deduzione morale deve prendere come
dati, sono esse possibili, o non esprimono delle esigenze in tutto o in parte
incompatibili fra di loro? Insomma quello stato finale di adattamento completo
sotto tutti i rispetti, nel quale le condizioni contemplate sono raggiunte, in
qual modo e per qual via può ottenersi ì . L’incocrenza è risolta così: Il fine
è la felicità; ma questa, a mano a mano che la vita si eleva, dipende da una
serie sempre più lunga e complicata di mezzi, ciascuna delle quali deve essere
rag¬ giunta perché sia possibile il fine. Le norme morali rappresentano la
serie più generale e preliminare di mezzi, appunto perchè costituiscono la
serie più lontana dal fine, e quella che deve essere osservata prima di tutte
le altre; la condizione delle altre condizioni. Ora siccome tutte le attività
necessarie alla vita tendono a diventare una sorgente diretta di piacere,
(perchè i piaceri sono relativi alla struttura e questa si modifica secondo le
attività) così le fo rme di attività morale, appunto perchè necessarie, debbono
diventare una sorgente diretta di piacere. Per tal modo, l’osservanza delle
condizioni che conducono alla FELICITA diventa direttamente piacevole, ed è
adempiuta. senza che essa FELICITA (che rimane il fine [L’analisi e la
soluzione di queste due questioni, le quali si legano per parecchi nessi tra di
loro, ma che per chiarezza bisogna considerare a parte, occupano i Principi di
Etica. ) sia lo scopo diretto e immediato della condotta; ossia, (ed è un
pensiero che fa ricordare Aristotele) lo stato di godimento finale sopraggiunge
come una conseguenza, non direttamente voluta nò chiaramente rappresentata,
all’ esercizio delle attività morali divenuto per sè immediatamente gradevole.
La soluzione della seconda difficoltà derivante dalla lacuna notata, si trova
nella conciliazione oggettiva, tra bene proprio e bene altrui, e nella
conciliazione soggettiva, tra egoismo (GRICE SELF LOVE) e altruismo (GRICE
OTHER LOVE), raggiunte per effetto e della solidarietà crescente tra le
condizioni di vita dei singoli e quelle del tutto, e dello sviluppo
concomitante della simpatia. Colla soluzione di queste due difficoltà Spencer
intende dunque che sia dimostrata la possibilità — dal punto di vista
scientifico — e la legittimità dal punto di vista morale — della sua
costruzione; e con questa dimostrazione il pensiero che informa la trattazione
dell’Etica, è nelle sue linee generali, compiuto. Ed ora, tracciato il disegno
in cui si inquadra Le induzioni dell’Etica, che nella traduzione francese porta
il titolo di Morale de differente peuples, dall’esame delle diversità di idee e
sentimenti morali dei diversi popoli raccoglie la conferma di alcuni dei
principi fondamentali dedotti dalle leggi della vita nello stato sociale ; e
principalmente della estrema variabilità dei sentimenti morali, e della
corrispondenza generale di due tipi opposti di moralità ai due tipi di
coesistenza e CO-OPE[ la dottrina particolare che più direttamente ci
interessa, diciamo alquanto piii distintamente di questa. S’è visto come nel
pensiero dello Spencer la condotta ottima sia la condotta pienamente adatta, la
condotta che c orrispon de al limite dell’evoluzione; mentre l e forme di
condotta più n _mpnn lontane da quel limite so no, di molto o di poco, meno
adatte, cioè meno buone; onde la distinzione di Etic Assoluta ed Eftej> Ora
si presentano spontanee due domande: l.° Perchè introduce lo Spencer, contro il
modo comune di comprendere 1’ ufficio dell’ Etica, questa distinzione t ra
Morale Assoluta e Relativa ? Non è forse compito del l’Etica] CO-OPERArazione
CO-OPERAZIONE sociale (tipo militare e tipo industriale). Le altre quattro
parti, Etica della Vita Individuale, ed Etica della Vita Sociale : la
Giustizia, la Beneficenza Negativa e la Beneficenza Positiva contengono le
dednzioni o applicazioni particolari ; nelle quali, in conformità ai principi e
al metodo accennati, vogliono essere determinate le norme della vita privata e
deila vita pubblica quali risultano rispettivamente dalle condizioni
contemplate dall’ Etica Assoluta e da quelle contemplate dall’ Etica Relativ a.
Notiamo subito, benché l’avvertenza debba parer quasi inutile, che per lo
Spencer la parol i fl.v<vofn^o non ha nè può a vere n ell’Etica un
significato metafisi co ; le norme etiche per lui non hanno ragione di essere
all’ infuori dell’ esistenza animata quale si manifesta fenomenicamente;
all’infuori di esseri capaci di pia¬ ceri e di dolori. quello di stabilire le
norme della condotta retta, della giustizia pura, e, senza curare gli
impedimenti e le imperfezioni che i difetti della natura umana possono
ingenerare, presentare il tijoo ideale di pe rfezione al quale ciascuno deve
cercare di avvicinarsi? E se così è. non ò del tutto oziosa_e viziosa la
distinzione? Ammesso che dal punto di vista speciale di Spencer questa
distinzione sia legittima, non è un fuor d’opera l’Etica Assoluta, dal momento
elle la realtà presente ci dà uno stato di adatta¬ mento imperfetto, ossia
assai diverso da quello che essa suppone? L’esposizione del pensiero di Spencer
intorno alle foie Etiche mi pare si possa acconciamente raccogliere in due
parti, nelle quali trovi successivamente risposta ciascuna delle due questioni.
Cominciamo dalla prima. Si crede comunemente che si possa determinare un tipo
di condotta assolutamente giusta in condizioni reali di esistenza imperfetta,
mentre questa determinazione non è possibile; e, se fosse, non darebbe il tipo
voluto. Sia nei giudizi dei moralisti, sia nei discorsi comuni, djie postulati^
sono tacitamente accettati come veri; e pare infatti che senza di essi non sia
possibile giudizio morale, per -Absolute and Relative Ethics. -che la
distinzione stessa tra atti giusti e atti ingiusti sembra implicarli
necessariamente. Sono questi: Che in ogni caso vi sia un modo di operare
assolutamente giusto. Che sia possibile stabilire quale sia. Ma l’analisi di un
gran numero di azioni dimostra che in casi assai numerosi non è possibile il
giusto, ma soltanto un minimo ingiusto; e in casi pure numerosi non è nemmeno
possibile determinare in che cosa questo minimo ingiusto consista. Il giusto
assoluto esclude del tutto il dnltw che è il correlativo di qualche specie di
male, di qualche divergenza da quell’adattamento perfetto che soddisfa
pienamente a tutte le esigenze della vita completa. Se il concetto di condotta
buona è, in ultima analisi, il concetto di una condotta che produce in qualche
parte un avanzo di piacere; e di condotta cattiva, che produce un avanzo di
dolore; il bene o il giusto assoluto nella condotta può esser quello soltanto
che produce p iacere pur o, pi acere non misto a dolore di sorta . E quindi la
condotta che produce qualche conseguenza dolorosa ò parzialmente cattiva, e la
forma più elevata che una condotta cosifatta può raggiungere ò il minimo
ingiusto, il giusto relativo. Ora le forme di adattamento incompleto presentano,
più o meno vasto e grave, un doppio difetto : Discordanza od antitesi fra i tre
ordini di fini della vita, per la quale atti che producono UTILITA o piacere
all’ individuo o alla prole portano danno e dolore agli altri, e viceversa ; e
discordanza anche nello stesso ordine tra fini immediati e mediati, presenti e
futuri ; per la quale 1’azione richiesta dall’ utile avvenire può esser
sorgente di dolore nel presente, o la soddisfazione di un desiderio immediato
può impedir di raggiungere un bene lontano e mediato, o esser causa di un male
futuro. Nella misura in cui queste due specie di incongruenze (le quali si
incrociano e si complicano fra di loro) fanno sentire i loro effetti, le azioni
devono produrre una certa somma di dolore sia sull’agente sia sugli altri. Ora
« finché v’ ò dolore v’è male ; e la condotta che apporta qualche male non può
esser giusta assolutamente. A chiarire questa distinzione Spencer cita degli
esempi di azioni assolutame nte giuste e di altre solo relativamente giuste. Una
madre sana che allatta un bimbo sano, un padre che, dotato di eccitabilità
simpatica, partecipa ai giuochi del figlio e li guida, sono esempi della prima
specie. Nell’un caso e nell’altro l’azione produce piacere a chi la fa e a chi
la riceve; e aiutando lo sviluppo fisico o quello psichico, o l’uno e l’altro
insieme, è utile al benessere futuro ; cioè produce direttamente e
indirettamente soltanto piacere senza dolore. Del pari imo scambio fatto di
pieno accordo e con soddisfazione e UTILITA RECIPROCA; e gli atti di
BENEVOLENZA di chi fornisce una notizia o un consiglio, o chiarisce un equivoco
EQUIVOCO GRICE, o compone un dissidio tra amici, possono essere classificati
come giusti assolutamente per la medesima ragione. Degl’esempi addotti da
Spencer di azioni solo relativamente giuste, scelgo due che mi paiono tipici
anche per il contrasto che offrono col modo di giudicare comune: La cura di
molti figli cagiona a una madre assai dolori, ma le sofferenze immediate e le
lontane che l’incuria apporterebbe supererebbero di gran lunga quei dolori. La
condotta giudicata buona in questo caso è quella che produce minor male ; ma
non è ottima. È la meno ingiusta. non 1’ assolutamente giusta. Così 1’
allontanamento dei clienti da un negoziante che esiga prezzi troppo alti o
venda merci scadenti, o falsi la misura, fa diminuire il suo benessere e forse
apporta danni e dolori ad altre persone a lui congiunte; ma il salvar lui da
questi mali e sopportar quelli che la sua condotta cagiona, produrrebbe un male
assai più grave e generale. L’abbandono è perciò giustificato: ma l’atto è solo
relativamente giusto. Riconosciuta così la verità che una gran parte della
condotta umana non è giusta assoluta Burnente, si deve riconoscere l’altra
verità che in molti casi non é possibile stabilire quale sia il minimo
ingiusto. É facile trovarne le ragioni, se si considerano gli effetti che
quella stessa discordanza, già rilevata, tra i fini della vita, deve produrre.
V’è un limite fino al quale é relativamente giusto che un genitore faccia
sacrifizio di sè stesso pel vantaggio dei figli, e v’è un limite oltre il quale
l’abnegazione non può spingersi senza ch’egli apporti non soltanto a sò ma a
tutta la famiglia danni maggiori di quelli che il sacrifizio tende ad impedire.
Chi può dire quale sia questo limite? Dipendendo esso dalla costituzione e dai
bisogni delle persone in causa, non è neppure in due casi il medesimo, e non
può essere per ciascun caso più che una congettura. Un commerciante che sia
travolto nel fallimento d’un suo debitore e posto nella necessità di fallire
egli stesso se non è aiutato, deve o no domandai^un prestito a un amico? Il
prestito potrebbe trarlo dalle difficoltà, e in questo caso non sarebbe cosa
ingiusta verso i suoi creditori non chiederlo? Ma fors’anco non lo salverebbe,
e allora non è una frode procurarselo? Benché in casi estremi possa esser
facile decidere, come sarebbe possibile in tutti quei casi in cui anche il più
intelligente e competente non può calcolare le probabilità ? Questo doppio
errore del confondere il giusto assoluto col minimo ingiusto, e del credere che
si possa in ogni caso stabilire quale sia, nasce dall’ errore che si commette
nel concepire il tipo della condotta, la condotta dell’ uomo ideale. Si suppone
clic l’uomo ideale viva e agisca nelle condizioni sociali esistenti. Ciò che si
cerca determinare è, non quali sarebbero le sue azioni in circostanze
tutteinsieme mutate, ma quali sarebbero, date le condizioni presenti. E questa
ricerca ò vana per due ragioni: La coesistenza di un uomo perfetto e di una
società imperfetta è impossibile; dato che potessero coesistere, la condotta
che ne seguirebbe non fornirebbe il tipo MORALE MERCATO. In primo luogo, date
le leggi della vita come esse sono, un uomo di natura ideale non può essere
prodotto in una società composta di uomini che hanno una natura lontana dall’
ideale. Aspettarsi che tra uomini organicamente immorali nesorga uno
organicamente morale è come aspettarsi di veder nascere tra i Negri un bambino
di tipa inglese. Se non si vuol negare che il carattere dipenda dalla struttura
ereditata, si deve ammettere che in ogni società ciascun individuo discende da
uno stipite, che risalendo a poche generazioni si ramifica per ogni parte nella
società e partecipa della natura media di questa ; e che quindi, nonostante
spiccate differenze individuali, deve conservarsi una comunanza di natura tale
da impedire che un uomo, qualunque sia, raggiunga un tipo ideale, finché il
resto della società rimane di gran lunga inferiore. In secondo luogo, la condotta
ideale, quale è contemplata dalla teoria morale, non è possibile per l’uomo
ideale in mezzo ad uomini costituiti diversamente. Una persona assolutamente
giusta c perfettamente simpatica non potrebbe vivere e operare in conformità
alla natura sua in una tribù di cannibali. Tra un popolo perfido e al tutto
privo di scrupoli, una intiera veridicità e franchezza debbono apportare
rovina. Se tutti intorno a lui riconóscono solo la legge del più forte, un uomo
la cui natura non gli permetta di inlliggere dolore agli altri deve soccombere.
Fra la condotta di ciascun membro della società e la condotta degli altri vi
deve essere per necessità una certa congruenza. Un modo di operare interamente
diverso dai modi di operare prevalenti non può continuare con buon esito, ma
deve condurre alla morte dell’ agente, o della sua discendenza, o di ambedue.
Adunque perchè l’uomo ideale possa servire di tipo, egli deve essere concepito
non a sé, senza relazione colle condizioni che sono necessarie perchè la
condotta possa essere giusta, ma in corrispondenza con queste. L’uomo ideale
deve essere considerato come esistente in una società ideale. Perciò, secondo
l’idea di Spencer, il voler, per esempio, stabilire quale sarebbe la condotta
deiruomo ideale quando fosse posto nel bivio o di farsi gettare sul lastrico
colla famiglia, o di mentire alle sue convinzioni politiche, sarebbe
perfettamente vano ; perchè le condizioni cosi supposte contraddicono a quelle
richieste dalla definizione dell’uomo ideale. In una società ideale, nella quale
soltanto può concepirsi 1’ uomo ideale, non esiste violenza e non esistono
abusi ; nè vi può essere collisione tra i modi di sentire e di operare
richiesti dal bene proprio e della discendenza, e chiesti dal bene pubblico.
Viene in mente, e lo ricordo perchè può servire di commento al pensiero di
Spencer, ma perchè la somiglianza è significativa, queh^ udjko ^ dei “Promessi
Sposi”, nel quale il padre Cristoforo è invitato a far da giudice in una
questione di cavalleria. Suonava rumorosa la disputa tra i commensali di Don
Rodrigo su questo punto. Se fosse lecito a un cavaliere bastonare il messo che
gli consegna un cartello di sfida senza avergliene chiesto licenza ; e il padre
Cristoforo, chiamato in causa, dopo essersi invano schermito, esce finalmente
in quella sentenza che fa meravigliare, tanto pare fuor di proposito, tutti
quei dialettici della cavaileria. Il mio debole parere sarebbe clic non vi
fossero nò sfide, nè portatori, nè bastonate. Ecco riconosciuta nel caso
particolare l’esigenza fondamentale dell’Etica Assoluta di Spencer: Non vi può
essere condotta giusta finché vi sono condizioni contrarie alla giustizia. Ma
la realtà presente e viva è appunto così. Oh! questa è grossa, risponde infatti
il conte Attilio. Mi perdoni, padre, ma ò grossa. Si vede che lei non conosce
il mondo. E se è il mondo coni’è quello con cui si ha a fare, 1’ufficio dell’
Etica non sarà quello di stabilire quale deve essere la condotta nel mondo
reale presente, non in un mondo ideale avvenire? 0, almeno, non ò inutile,
anche ammessa la distinzione Spenceriana, correr dietro al fantasma di una
condotta ottima, adatta a uno stato di perfezione, che l’evoluzione apporterà,
sia pure, ma che per noi non esiste? A questa seconda domanda risponde la
dimostrazione della precedenza necessaria — nell’ordine della trattazione
scientifica — dell’Etica Assoluta sull’ Etica Relativa. In qualunque ordine di
ricerche le verità scientifiche si sono raggiunte trascurando prima i fattori
di perturbazione, che alterano ed oscurano l’azione dei fattori fondamentali, e
tenendo conto soltanto di questi. Quando la estimazione di questi fattori
fondamentali, non, come si presentano nella realtà, mascherati e complicati di
elementi secondari, ma quali si suppongono idealmente con un processo di astrazione,
ha aperto la via a conoscere e formulare le leggi generali, allora diventa
possibile la estimazione dei casi concreti, tenendo copto dei fattori
accidentali che nella realtà alterano i rapporti i deali contemplati da quel le
leg gi. Ma le leggi generali, le verità fondamentali, solo per questa via si
possono ricercare e scoprire, e solo con questo procedimento il sapere passa
dalla sua forma EMPIRICA alla sua forma razionale. Per ottenere la formula che
esprime il potere -ifjicfip»tv* della leva s i suppone N una leva che non si
pieghi, iàz<Jbz ma sia assolutamente/rigid a ; un fulcro che non abbia, come
nella realtà, una certa superficie; e si suppone che la potenza e la resistenza
si esercitino su un punto, invéce che su una parte più o meno estesa della
leva. Del pari la determinazione del corso di un proiettile si ottiene
trascurando dapprima tutte le deviazioni prodotte dalla sua forma e dalla
resistenza dell’ aria. E il medesimo negli altri casi. St abilite così q u este
verità ideali, diventa possibile tener conto degli elementi dai quali si è
fatta astrazione, delle complicazioni risultanti dall’attrito, dalla
plasticità, dalla coesione, dalla resistenza dell’aria : e ottenere così una
determinazione ' Jt^ "(VOM, P-O sempre più esattamente approssimata al
l'atto reale. Qui è manifesta la re lazione tra certe verità assolute della
meccanica e certe verità relative che implicano le prime, come è manifesto che
non si possono stabilire scientificamente le verità relative finché non sieno
formulate indipendentemente da queste le verità assolute. Il che equivale a
dire che la scienza meccanica applicala può svilupparsi soltanto dopo che si è
sviluppata la scienza meccanica ideale. Le medesime considerazioni valgono per
la scienza morale. È impossibile determinare con approssimazione scientifica
quale sia, date certe circostanze reali, il modo di operare meno ingiusto, se
non si conosce quale sarebbe il modo di operare giusto; e questo non si può
conoscere se non si suppongono eliminate tutte le circostanze che lo
impediscono o lo limitano e ne falsano i caratteri ed i risultati: cioè, in
breve, se non si suppongono, scevre da ogni perturbazione, le condizioni
ideali, nelle quali è possibile l’operare assolutamente giusto. A chiarir
meglio questa relazione tra Etica Assoluta ed Etica Relativa lo Spencer ricorre
a un altro esempio di relazione analoga preso dalle scienze biologiche; la
relazione tra la Fisiologia e la Patologia. La Fisiologia, nello studio degli
organi e delle funzioni che combinate costituiscono e conservano la vita,
suppone l’organismo sano e le funzioni sane, non tenendo conto dei difetti,
degli eccessi, delle anomalie di cui si occupa la Patologia : e questa poi
presuppone quella, perchè le idee anche più rozze intorno alle malattie suppongono
idee di stati sani di cui le malattie sono deviazioni; e la conoscenza degli
stati e dei processi anormali e morbosi può diventare scientifica soltanto
quando vi sia già una conoscenza scientifica di stati e processi non morbosi.
Similmeste la morale assoluta deve precedere laJSl orak ^llclativa; la quale
non deve applicare sic et simpliciter alle condizioni particolari della vita
reale le conclusioni dell’etica Assoluta ; ma riconoscendo ciò che vi è di
diverso nella condotta che corrisponde a uno stadio di vita imperfetta, deve
determinare di quanto essa si allontana dal giusto e come si possa ottenere,
date queste condizioni reali imperfette, la massima approssimazione al giusto
contemplato dall’ Etica Assoluta. Questi confronti coi quali lo Spencer
intendeva illustrare il suo concetto intorno alla relazione fra le due Etiche e
alla priorità logica dell’Etica Assoluta sull’ Etica Relativa, si direbbe che
abbiano servito ad abbuiarlo; e però non è fuor di luogo qualche breve
chiarimento. Dall’esposizione che precede deve essere apparso, spero, che è per
una esigenza inerente alla natura della ricerca scientifica che Spencer
sostiene la necessità che l’Etica Assoluta prec^g la Relativa; lì e appunto por
chiarire questa precedenza necessaria egli cita l’esempio della precedenza
analoga della Meccanica Razionale rispetto alla Meccanica Applicata, e della
Fisiologia Normale rispetto alla Fisiologia Fatologica. Nel pensiero di Spencer
la priorità dell’ Etica Assoluta non è che l’applicazione a un campo particolare
di ricerche di un suo criterio metodico generale; del quale egli trova la
conferma in tutte le scienze, che hanno superato lo stadio empirico. Il
paragone non è dunque, propriamente, tra la sua Etica Assoluta e la Meccanica
Razionale o la Fisiologia Normale, nè tra la sua Etica Relativa e la Meccanica
applicata o la Fisiologia Patologica; non è, voglio dire, di quelle scienze
pure tra di loro, o di queste scienze applicate tra di loro ; ma è paragone tra
le loro relazioni. E il significato del confronto è questo : che tra le due
Etiche, come le concepisce lo Spencer, corre una relazione analoga a quella che
intercede rispettivamente tra le due Meccaniche (diciamo così) e tra le due
Fisiologie. E in questo senso che il paragone deve essere inteso ; e in questo
senso è appropriato. Perciò, quando la critica obietta che l’Etica ha caratteri
ed esigenze diverse dalla Meccanica e dalla Fisiologia, può essere che abbia
ragione, ma interpreta il confronto in un senso diverso da quello voluto da
Spencer. Perchè il concetto, per il quale il paragone è assunto è, nella sua
espressione più semplice, questo: che anche per l’Etica la soluzione
scientifica o scientificamente approssimata dei problemi più complessi richiede
la soluzione dei problemi più semplici. Il paragone non deve dunque essere
staccato da questo concetto e preso con una significazione diversa; altrimenti
si fraintende e paragone e concetto ; e rimane oscurato uno dei punti più
importanti della dottrina particolare ora esposta. La quale non ebbe mai molta
fortuna nò presso i fautori di una morale scientifica, nè presso gli avversari.
Questi, preoccupati forse in generale dal pensiero di mostrare la insufficienza
dell’indirizzo naturalistico, hanno veduto nella dottrina delle due Etiche
(illustrata da quei confronti!) sopratutto una figliazione del concetto
meccanistico, e f’hanno combattuta in nome delle esigenze della Morale; quelli
hanno notato nella affermata necessità di costruire un’Etica Assoluta, una
contraddizione colla teoria dell’evoluzione, e col principio della relatività
della morale e del diritto: e l’hanno combattuta in nome delle esigenze della
scienza. Gl’uni e gl’altri hanno considerato la dottrina particolare unicamente
in relazione colla dottrina generale colla quale si presentava connessa, senza
badare alle ragioni che la possono legittimare all’infuori del sistema e della
forma speciale di applicazione che in esso ha trovato. La pregiudiziale
dell’imperativo categorico. La dottrina esposta traccia il piano che Spencer si
è proposto di seguire per soddisfare al compito da lui assegnato all’Etica:
quello di determinare, scientificamente le norme della condotta morale.] Ma già
intorno a questo modo di intendere l’ufficio dell’Etica incalzano lejtifficoltà
e le obbiezioni; le quali devono essere, almeno nel loro contenuto sostanziale,
esaminate. Perchè, se non si riconosce la legittimità del suo concetto
sull’ufficio dell’Etica è vano discutere della possibilità e legittimità del
piano proposto per attuarlo. L’esame critico si distingue perciò naturalmente
in due parti; delle quali la prima potrebbe dirsi critica preliminare. L’Etica
può, o non può, essere scienza normativa? Ecco una prima questione
pregiudiziale, che, a giudizio di un profano, (solamente dei profani?) potrebbe
dare un’idea poco lusinghiera dei progressi e dei frutti della speculazione
morale. L’opinione se non universalmente, certo generalmente. dominante è che
non possa. L’opinione dominante par che si chiuda in questa alternativa:
l’etica o è scienza, e non è più normativa; o ò normativa, e non è più scienza.
La ragione dell’antitesi, che così si pone, tra le esigenze della scienza e le
esigenze della morale, è nota. Dicono i puri moralisti. Una morale che non dia
alla norma carattere di obbligatorietà non può essere vera morale; e darle
obbligatorietà assoluta non si può senza uscire dal campo della scienza. Nel
latto, una condotta che si ponga scientificamente come morale, è obbligatoria
soltanto se si accetta il fine, al quale è ordinata la norma; cioè è obbligatoria
ipoteticamente, non categoricamente. E se non c’è imperat ivo categorico, non
c’è m orale. E i puri scienziati rincalzan. La scienza è scienza delle cose e
dei latti come sonq e non come dovrebbero essere. Si può cercare quali sono i
caratteri e i fattori, la formazione e le trasformazioni dei modi di operare,
dei sentimenti delle credenze distinti come morali; si potrà anche, tracciati i
lineamenti generali del processo di formazione, argomentare induttivamente una
possibile evoluzione ulteriore con qualche probabilità; ma la scienza non sa di
bene e di male; cerca ciò ciò che è; tenta di prevedere, se le riesce, quel che
sarà; dimostrando che certi effetti dipendono da certe condizioni, ci fa capire
che se vogliamo gli effetti dobbiamo volere quelle condizioni, ma non può
obbligare nè à volerle nè a disvolerle. Gli uni e gii altri, accordandosi
nell’ammettere che la scienza non possa dare un imperativo categorico, par che
ammettano esplicitamente o implicitamente che la morale debba o possa essere
una dottrina che determina la norma obbligatoria, ossia una teoria da cui si
ricava il dovere. Ora. se hanno ragione nell’ ammettere la prima cosa, hanno
torto di supporre la seconda ; hanno torto di credere che compito dell’Etica
possa essere quello di dimostrare l’obbligatorietà, e di supporre che una
dottrina religiosa o metafisica possa fondare quel che riconoscono non poter
essere fondato da una dottrina puramente scientifica; possa fondare il “tu
devi” — “tu devi” è un giudizio di constatazione e non può essere altro.
Dicendo « tu devi » io non posso intendere che l’una o l’altra di queste due
cose: o « tu senti dentro di te qualchecosa che [ Ho già mostrato altrove, in
un capitolo rivolto direttamente a questo esame (Prolegomeni a una morale
distinta dalla metafisica, Pavia, Bizzoni) come e perchè sia perfettamente va
no e illusorio credere che da una costruzione, teorica l sojjmtificn n no.
nossa ricavarsi in qualsiasi modo una norma obbligatoria, se l’obbligatorietà
non è già per altra via data o assunta o supposta; e come nasca e si mantenga
1’illusione, e lo sforzo di credere che non è un’ illusione. Ma 1’ argomento è
di capitale importanza ; e, del resto, la breve trattazione che segue, benché
concluda il medesimo, è fatta da un punto di vista diverso. ti spinge, senti di
essere obbligato a non fare o a fare; oppure quest’altra: c’è una volontà cbe
ha il potere di obbligarti. Nel primo caso si fa appello alla coscienza ; a uno
stato o a un fatto di coscienza che esiste o si suppone che esista ; nel secondo
caso si fa appello a un potere, che parimenti o esiste o si ammette che esista.
Ma nell’uno e nell’ altro caso nessuno sforzo dialettico può ricavare l’obbligo
dalla natura della cosa comandata o proibita; nessuna costruzione dottrinale
può far esistere, se non esiste già, nò quel fatto di coscienza, nè questo
potere. Si dirà che v’è un altro senso. È vero; ma un senso improprio. “Tu
devi” può voler dire: È giusto che tu faccia; è giusto che ti senta obbligato a
fare, o che ci sia chi ti obbliga. Ma se vuol dir questo, l’espressione è
equivoca. Che sia giusto il fare e che sia giusto l’obbligo di fare (quando
questo fare sia già sentito come un obbligo) si raccoglie d al contenu to, non
dal tono del comando: e non basta a porre l’obbligo, lo giustifica dato die ci
sia, e potrà far desiderare che esista, dato che non ci sia. Ma porre le
ragioni che giustificano l’obbligo, non è porre in essere la forza o il potere
o l’impulso (con qualunque nome si chiami) che obbliga. Ed è così vero che le
due cose .sono diverse e non confondibili tra di loro, che non si può ridurre
1’una all’altra senza togliere una delle due. Non si può derivare l’obbligo
dalle ragioni che giustificano la norma, senza riconoscere che l’obbligo vale
solamente in quanto valgono queste ragioni; fcioè senza assegnargli un valore
ipotetico, non più CATEGORICO. Nè si può ricavare la giustificazione della
norma dall’obbligo categorico, senza riconoscere che la norma vale so lo i n
quanto esiste l’obbli go; ossia senza negare qualsivoglia giustificazione, cioè
riconoscere che il contenuto della norma non avrebbe nessun valore se l’obbligo
mancasse. Gli è che quando si dice essere il dovere condizione necessaria della
morale, si scambia la morale colla moralità, la norma colla conformità alla
norma. Ma l’obbligo riguarda l’osservanza, <*/J» non ] a determinazione
della norma. Ora, che dell’osservanza della norma sia condizione necessaria e
caratteristica il dovere, è cosa che potrà o non potrà ammettersi, ma ha ad
ogni modo un senso; che sia essenziale alla determinazione della norma, non è
neppure discutibile, perchè non ha senso. Sarebbe come dire che è essenziale
alla costruzione della scienza medica l’obbligo di prendere le medicine. È
verissimo che sarebbero perfettamente inutili le prescrizioni mediche se non si
supponesse che vengano osservate ; ma è non meno vero che l’obbligo di
osservarle, posto che ci fosse, non muterebbe in nulla il contenuto e il valore
delle prescrizioni. L’obbedienza del cliente non muta la scienza del medico. E
le condizioni da cui dipende l’osservanza sono così distinte dalle ragioni che
giustificano una norma, che fi ufficio di tutte le scienze precettive si fa
consistere nel cercare e determinare le relazioni tra certi mezzi e un certo
fine, nella supposizione che il fine sia voluto, e ai fi infuori da ogni
preoccupazione che riguardi la reale esistenza ed efficacia del desiderio o
dell’ obbligo di conseguirlo. Il che si vede manifestissimamente in una scienza
precettiva, che, a rigore, costituisce un capitolo dell’etica ; nella quale la
questione dell’ osservanza delle norme (e dell’ obbligo di questa osservanza) è
rimasta perfettamente distinta dalla questione della ricerca e della
determinazione delle norme; forse appunto perchè fu considerata e trattata
indipendentemente dalla morale; voglio dire nell’igiene. Dove a nessuno viene
in mente di pretendere' che sia una condizione della legittimità o del valore
delle norme dettate da lei, questa: che il conformarsi ad esse sia sentito com
e un d over e. E se accade, come può accadere in effetto, che l’osservanza di
qualcuno dei suoi precetti sia già tenuto come un dovere, il riconoscere che
questo precetto è ordinato a un fine, al quale si dà valore di bene, fa che fi
obbligo stesso appaia giusto. Ma in questo caso è facile vedere che la
giustificazione dell’ obbligo riesce in ultimo a questo: a dare un valore
ipotetico all’ obbligo categorico; cioè à dimostrare che sarebbe bene osservare
il precetto, anche se non ci fosse l’obbligo. Ora lo stesso vale, nè più nè
meno, per la morale. Altro è cercare quali siano le norme da osservare per
raggiungere un certo ordine di effetti (quello che la morale ponga come fine) e
altro è cercare da quali condizioni dipenda che l’osservare queste norme possa
essere sentito e posto come un dovere. E l’importanza che questo secondo
problema può avere non toglie che esso sia diverso e debba essere distinto dal
primo. La pregiudiziale dell’obbligo categorico non tocca dunque la c
ostruzione dottrinale delle norm e; in primo luogo perchè l’obbligo categorico
si constata o si assume, e non si dimostra, nè si ricava da una dottrina
qualsiasi. In secondo luogo perchè se si intende, come si intende in effetto,
che 1’ Etica deve dare non V obbligo, ma la giustificazione dell’obbligo,
questa giustificazione non può consistere che nel mostrare come la norma abbia
valore anche indipendentemente dall’ obbligo ; cioè che sarebbe bene o sarebbe
giusto conformarsi ad essa anche se il conformarsi non fosse sentito come un
dovere indiscutibile. Ossia, poiché dimostrare il valore di una norma vuol dire
mostrar la derivazione di una norma da un fine a cui sia riconosciuto quel
valore, giustificare 1’ obbligo viene a dire derivare la norma da un fine, il
cui valore si ammetta non dipendere dall’ esistenza dell’ obbligo, e al quale
perciò rimane del tutto estranea la considerazione dell’obbligo e delle
condizioni che lo rendono possibile. La caratteristi ca di una dottrina etica
no n sta dunque nell’ obbligatorietà, ma sta nel valore d el fine che si
assume. Ed eccoci alla vera ed j unica differenza tra 1’ Etica e le altre
costruzioni precettive; che è questa. Qualsivoglia scienza precettiva si riduce
a un sistema di relazioni e di leggi che hanno valore di norme da seguire per
chi si propone come fine quell’ effetto o quell’ ordine di effetti, del quale
esse leggi esprimono le condizioni $ ed i fattori ; cioè suppone la
desiderabilità che dà valore di fine a quell’effetto; ma non pretende nè che
questa desiderabilità sia riconosciuta universalmente, nè che essa sia, pure
universalmente, riconosciuta come superiore e preminente rispetto a quella di
qualsiasi altro fine. Ma questo appunto [Sono lieto di notare che in “Ethics, a
science”, Philosophical Review, McGilvary insiste sul concetto, clip è conforme
a quel che ho sostenuto e sostengo, che 1’Etica, come scienza, è indicativa non
imperativa. Senonchè, per un verso, non si capisce dall’ articolo se egli
ammetta o escluda il medesimo di qualsivoglia costruzione dottrinale; per
l’altro, egli non tien conto di quella differenza, nella quale consiste a mio
giudizio la earatteristica dell’etica. pretende l’etica. Onde il compito
dell’etica si specifica in due punti, di cui il primo segna la sua
caratteristica: l.° cercare se vi sia e quale sia l’effetto o l’ordine di
effetti che possa avere un tal valore, cioè il fine del quale possa essere
ammessa la UNIVERSALE DESIDERABILITA sopra ogni altro, determinare le
condizioni e i fattori da cui quell’ effetto dipende. E, nel supposto che
dipenda dall’azione umana individuale e collettiva, determinare la condotta,
ossia le norme dell’operare, corrispondente. Se il fine di cui può essera
assunta questa universale e preminente desiderabilità è umanamente possibile,
cioè tale che se ne riconosca possibile il raggiungimento senza assumere o
postulare nessun intervento sopranaturale e sopraumano, la costruzione etica
sarà scientifica; se no, sarà religiosa o metafisica. E quindi il problema
della possibilità di un’Etica scientifica assume questa forma: se si possa
assegnare un fine, naturalmente cioè umanamente possibile, al quale sia
riconosciuto un valore superiore a ogni altro fine. La determinazione delle
norme morali sarebbe data dalle relazioni trovate o da trovarsi tra quel fine e
la condotta individuale e collettiva da essa richiesta. Ed eccoci a una seconda
questione pregiudiziale. Non è improbabile che qualche lettore trovi que sto
modo di porre il problema intorno al co mpito dell’Etica, antiqua to e fuori
della realtà. Sento dirmi. Nella realtà il compito dell’etica è concepito e proseguito
in modo assai diversp anzi opposto. Le n prme della condotta morale sono già d
ate e conosc iute. Ciò è tanto vero, che sulla determinazione concreta dei
precetti particolari, di quelli che si chiamano “doveri” e che si raccolgono
nella parte comunemente chiamata Morale Speciale, non cadono sostanzialmente
dubbi o contestazioni, e i filosofi della morale ne sdegnano quasi la
trattazione o ne danno soltanto le linee generali. Nella realtà dunque
l’indagine morale non ha per iscopo di cercare e determinare le norme
ricavandole da un certo fine; ma di costruire la sistemazione teorica di un
codice di condotta già dato, raccogliendo e unificando le norme particolari in
una norma generale, della quale si cerca quale possa essere la giustificazione;
anche se la costruzione induttivamente così ottenuta rivesta poi l’apparenza
logica di una costruzione deduttiva. Quindi è antiscientifico e inutile andar
cercando fuori della realtà, nel campo di una possibilità, ipotetica, un fine —
poniamo pure che sia possibile trovarlo — il quale risponda a quelle esigenze,
per il gusto di ricavarne delle norme. Le quali, o si accorderanno con quelle
riconosciute in effetto e vigenti come morali, o discorderanno. Se si
accordano, ciò vuol dire che la pretesa derivazione deduttiva delle norme da
quel fine nasconde una reale derivazione induttiva del fine dalle norme; se
discordano, questa discordanza viene a dimostrare l’inutilità, a dir poco, di
norme elle contrastano con quelle riconosciute e accettate, e a far respingere come
non morali o utopistiche le norme e il fine dal quale sono ricavate. Io non ho
difficoltà a riconoscere che i due indirizzi prevalenti nella speculazione
morale contemporanea, l’indirizzo sociologico-storico. e l’indirizzo
idealistico-prammatistico, si accordano fondamentalmente nel respingere le
costruzioni etiche razionali o pure, e nell’assumere come punto di partenza
legittimo la realtà dei dati morali ; dei quali l’uno considera principalmente
l’aspetto esterno, sociale, e l’altro l’aspetto interno, psicologico. Ma noto
subito che la novità nel punto di partenza e nel processo di costruzione, è
soltanto apparente; o, per essere più esatto, la novità consiste nel[Adagio
però anche con questa novità. Perchè, almeno quanto al riconoscere esplicitamente
la legittimità del procedimento regressivo, all’ invertire deliberatamente la
costruzione morale, Kant avrebbe de’ diritti d’autore da rivendicare.
l’assumere la legittimità di un procedimento, che inconsapevolmente domina in
generale la speculazione etica, e che si scorge più evidente in quei sistemi i
quali hanno raccolto rispettivamente nei diversi tempi e luoghi più largo
consenso; (consenso non verbale, si intende, ma reale). In altri termini non si
fa che seguire in modo consapevole e riflesso quella stessa tendenza e
preoccupazione, a cui ha obbedito in generale la speculazione morale, almeno
nella forma riconosciuta rispettivamente nei diversi tempi come ortodossa, o
retta, o sana che si voglia dire; la preoccupaziono di giustificare, il modo di
operare, di sentire e di giudicare già tenuto come buono. Ora il rendersi conto
che la costruzione etica — sotto l’apparenza logica di una deduzione
progressiva di certi precetti particolari da una norma generale e di questa da
un fine posto come supremo — fu sempre, in sostanza, regressiva (dai precetti
particolari alla norma' generale e da questa ai principi che la giustificano),
segna certamente un progresso e un acquisto quanto alla conoscenza del processo
reale storico e psicologico di formazione dei sistemi morali. Ma altro è
conoscere quale sia stato il processo realmente seguito, altro ò affermare la
legittimità del processo. Certo sarebbe un fortissimo argomento di probabilità,
se avesse fatto buona prova. Ma se si guarda ai risultati, vien fatto piuttosto
di pensare il contrario; di pensare, che la speculazione morale sia viziata
nelle origini appunto dal preconcetto che la domina e dal procedimento che il
preconcetto suggerisce. Ed è da questo preconcetto che nasce, a mio giudizio,
così il diletto della soluzione a cui riesce l’indirizzo sociologico, come di
quella a cui fa capo l’indirizzo prammatistico. In primo luogo importa notare
che ambedue gli indirizzi, appunto perchè hanno comune il presupposto che
compito dell’Etica sia quello di unificare le norme già date, risalendo da esse
ai principi o ai postulati, sembrano ammettere questi due punti. Che le norme
morali siano già tutte conosciute e determinate, o che dalle norme conosciute
si ricavi il criterio per quelle non determinate. Che le norme date siano fra
di loro concordanti o compatibili, o almeno non in contraddizione l’una
coll’altra. Ora nè 1’ una nè l’altra di queste condizioni si avvera nel fatto.
E prima di tutto non è esatto che le norme della condotta siano già date e
conosciute. Anche se Spencer ha torto, come io credo e si vedrà più innanzi, di
assumere a criterio del giusto l’adattamento perfetto o il piacere puro, ha
ragione nel sostenere che in un gran numero di casi la coscienza non ci dice
quale sia il modo di operare giusto o approssimativamente meno ingiusto. Ma,
oltre ai casi del genere di quelli citati da lui, (nei quali si potrebbe dire,
che se non riusciamo a determinare quale sia la migliore applicazione del
criterio, sappiamo però quale sia il criterio da usare) vi sono sfere intere di
azioni, per le quali la coscienza non saprebbe suggerirci una scelta sicura, e
per le quali non ci dice, come per altre, non è giusto o è giusto. Difenderò io
il divorzio o lo combatterò? Approverò o non approverò l’allargamento del suffragio
politico? Sarò conservatoreoliberale, monarchico o repubblicano, individualista
o socialista, liberista o protezionista? In quali circostanze ed entro quali
limiti seguirò l’uno o l’altro indirizzo? Non serve rispondere che ciascuno
deve operare in queste materie secondo la propria coscienza. Si tratta di
sapere come una coscienza onesta deve operare perchè alla bontà delle
intenzioni (che è presupposta) corrisponda la bontà degli effetti. E
abbandonando questo giudizio alla coscienza individuale si riconosce o che
possono coesistere criteri morali diversi, o che lo stesso criterio morale può
legittimare ugualmente modi di operare opposti, o finalmente che quelle parti
della condotta escono dal campo della morale. Ma se possono legittimamente
coesistere per certe parti della condotta criteri morali opposti, quale sarà il
criterio superiore che serve a decidere fra questi criteri contrastanti? o
altrimenti, perchè non si ammette che possano del pari legittimamente
coesistere criteri contrastanti anche per le altre parti della condotta? Se poi
lo stesso criterio morale può legittimare due modi di operare opposti, ciò non
può essere che per mancanza di determinazione delle circostanze; e prova in
ogni modo che le norme particolari della condotta morale non sono tutte
determinate e conosciute. E se finalmente quelle parti della condotta escono
dal campo della morale, quale norma suprema è mai quella che non ha nulla da
dire intorno a una parte così grande dell’operare, come è, per esempio, tutta
la condotta politica dell’individuo e della società? Si dirà che per questa
parte, per la quale le norme non sono date, il criterio si ricava de quelle già
date e accettate come morali? Urtiamo in una seconda difficoltà. Per ricavare
dalle norme già date il criterio cercato, per unificarle cioè in una norma più
generale, occorre che le norme date concordino fra di loro, che in tutte si
possa riconoscere appunto questa unità di criterio. Ora, tralasciando pure di
insistere, perchè è cosa troppo nota, sull’antitesi fondamentale esistente tra
le norme di condotta che valgono come morali rispettivamente nelle condizioni
di pace e di guerra, o sui contrasti, tragici talvolta, tra i doveri famigliari
e i doveri sociali, bisogna osservare che le norme date e accettate come morali
possono contemplare e contemplano realmente, almeno in parte, delle relazioni,
direi, secondarie, le quali esistono e sono possibili in grazia di relazioni
primarie e fondamentali, che le norme non contemplano e che sono la negazione
del criterio applicato in quelle norme. Mi sia lecito spiegarmi con un esempio
ipotetico assai semplice. Se si suppone che un uomo sia saltato sulle spalle di
un altro e si faccia portare da lui, v’è luogo a cercare quale sia la posizione
migliore per il portante e per il portato; sia quella, poniamo, la quale
concilia la minima fatica del primo col minimo disagio del secondo. Il criterio
seguito qu i è un criterio d i equit à; si riconosce cioè che non sarebbe o
giusto, o buono o utile per nessuno dei due, il pretendere tutte le comodità
per sè senza tenere in conto le comodità dell’altro. Ma se questo criterio
(seguito nello stabilire la condotta migliore, data, quella condizione diversa
dei due) fosse applicato a determinare la relazione tra i due, prima che siano
divenuti rispettivamente portatore e portato, questa condizione sparirebbe, e
ciascuno camminerebbe colle sue gambe. Ossia la norma morale regola nel caso
supposto un rapporto che non esisterebbe se essa fosse applicata al sorgere di
quel rapporto. E può avverarsi, così, delle norme morali qualchecosa di analogo
a quel che racconta di sé Senofonte, che all’oracolo chiedeva quale via dovesse
tenere per giungere più felicemente in Asia, guardandosi bene dal chiedere
prima se era bene o male che andasse. Un sociologo potrebbe stringersi nelle
spalle e osservare che è colla realtà data che bisogna fare i conti, e che è
ozioso andar cercando come sarebbe giusto che essa fosse; non resta che
acconciarvisi alla meno peggio. Vedremo ora come questa posizione di puro
adattamento passivo sia, per forza stessa della realtà, che diviene e muta,
insostenibile: ma ò opportuno notar subito che quando si renda palese un
contrasto del genere notato, colla consapevolezza di questo contrasto è
inevitabile che nasca nella coscienza morale l’aspirazione a una realtà
diversa; e quindi l’aspirazione o a modificare la realtà se essa appare
mutabile, o a cercare la ragione della giustizia fuori della realtà. Queste
lacune e queste incongruenze delle norme in effetto vigenti come morali in un dato
tempo e luogo, dimostrano intanto due cose: che, quale sia la condotta migliore
in un determinato momento storico, non è una semplice constatazione da fare, ma
è un problema da risolvere ; e un problema assai più difficile e complicato di
quel che possa apparire e si sia abituati a considerarlo; e che in ogni caso è
necessario assumere un criterio il quale valga come guida a colmare le lacune,
e a risol¬ vere o giustificare le incoerenze. Ma un criterio, comunque assunto,
a cui si attribuisca questo ufficio e questo valore, è un criterio alla stregua
del quale devono essere valutate anche le norme particolari già riconosciute
come certe, poiché deve valere per tutta la condotta. E ciò viene a dire che il
processo di determinazione di tutte lo norme si deve fondare sul criterio
assunto, allo stesso modo che se le norme si dovessero tutte determinare ex
novo, astrazion fatta e indipendentemente dalle norme in effetto già accettate
e seguite. (Il che del resto è precisamente quello che avviene in tutte le scienze
precettive; dove, se anche i precetti scientificamente stabiliti si trovano a
coincidere coi precetti empiricamente seguiti, la determinazione scientifica
procede come se spettasse ad essa di determinarli e giustificarli). E allora il
problema torna ad essere quello del criterio che deve essere assunto. Ora il
criterio che l’indirizzo sociologico suggerisce è, come è noto, e conforme al
concetto, che esso pone in evidenza, della relatività della morale e del
diritto — la corrispondenza alle esigenze sociali del momento storico che si
considera. Il codice morale di un dato tempo e luogo delinca la forma di
condotta richiesta dalle condizioni dell’esistenza sociale in quel tempo e
luogo, e trova in esso la sua giustificazione. A nessuno può venire in mente di
negare la reale ed effettiva dipendenza delle norme morali dalle esigenze della
vita sociale. Ma se queste esigenze possono spiegare come si sia formato
storicamente e psicologicamente il codice di condotta correlativo finché sono
inconsapevolmente identificate colle esigenze della coscienza morale, esse non
bastano più, neppure a determinare quale sia la condotta adatta in un certo
momento storico, una volta che siano assunte come criterio riflesso e
consapevolmente seguito; non bastano, tranne che in un caso: nel caso che le
condizioni di esistenza, da cui quelle esigenze emergono, siano considerate
come immutabili o come assolutamente sottratte ad ogni azione od efficacia che
possa esercitare su di esse la condotta umana, individuale e collettiva. Perchè
quando intervenga la consapevolezza di una possibile efficacia modificatrice
della condotta umana sulle condizioni sociali e sulle esigenze che ne nascono,
allora entra di necessità nella valutazione della condotta la considerazione di
questa efficacia; la quale, richiede il confronto tra lo stato presente e uno
stato futuro, tra uno stato reale e uno stato possibile. E la ragione della
scelta tra i due non può essere data dalla realtà dello stato presente, ma
dalla diversa desiderabilità dei due stati messi a confronto; e quindi non
soltanto dalle esigenze dello stato reale, ma anche da quelle dello stato
possibile o creduto tale. Per conseguenza, condotta buona apparirà non quella
semplicemente che è richiesta dalle condizioni di fatto, ma quella che, nei
limiti imposti dalle condizioni reali, tenda a modificarla nella direzione
segnata dallo stato più desiderabile. Soltanto in un caso, puramente teorico,
la condotta tracciata in conformità con questo criterio, coinciderebbe colla
pura e semplice corrispondenza alla realtà delle condizioni fiate; nel caso che
lo stato reale presente apparisse universalmente e sotto ogni rispetto più
desiderabile di ogni altro. Ma anche in questo caso la valutazione è data dalla
desiderabilità, non dalla realtà. Insomma, altro è comprendere che una forma di
condotta è conforme a certe condizioni, altro è [Di qui si vede quanto sia
abusiva l’espressione comunemente ripetuta, sopratutto dai seguaci più rigidi
del materialismo storico, che la condotta giusta è ad ogni momento quella che è
resa necessaria dalle condizioni del momento; i quali poi sono spesso ardenti e
anche non di rado generosi fautori e propugnatori di riforme e di innovazioni
anche radicalissime nelle condizioni e nella struttura stessa della società.
Sento 1’obbiezione. Gli è che noi prevediamo necessario e inevitabile il
mutamento in quella direzione, e ci affatichiamo, come la levatrice, a rendere
meno doloroso il parto del futuro dai fianchi del presente. Lasciamo, per
restare nella metafora, che altro è voler agevolare il parto e altro voler
affrettarlo. Ma, insomma, vi affatichereste voi a prepararlo, questo futuro, se
non vi apparisse desiderabile in confronto del presente? E che (iosa vuol dire
render meno doloroso il parto, se non apprestare con un intervento consapevole
e riflesso certe condizioni che altrimenti non si realizzerebbero ? Adunque
l’apprestare queste condizioni, pensate che sia desiderabile e possa dipendere
dall’opera vostra; cioè nel giudicare ciò che è giusto, sovrapponete, almeno per
questa parte, il criterio della desiderabilità a quello della obiettiva ed
esteriore necessità. Cosi la condotta corregge la dottrina. Gran.... ist alle
Theorie— Und grilli des Lébeus goldner Baiati]. aver coscienza della bontà di
quella condotta; la quale non può nascere che dalla coscienza della bontà di un
fine a cui la condotta ò, o si crede che sia, ordinata; altra cosa è la
necessità di certe condizioni, altra è la loro desiderabilità; altra cosa è la
spiegazione storica, e altra la giustificazione etica. Di questa esigenza di
una giustificazione, alla quale, una volta che sia sorto il lavorìo riflesso
della comparazione e della critica, nessuna costruzione etica può sottrarsi, si
preoccupa invece il nuovo prnmmnt.iid.ico. il cui presente successo si deve,
come credo, in gran parte, alla insu fficienza d el rel ativismo sociologico e
storico nel campo della morale. Esso è in sostanza, come è noto, un ritorno
alla metafìsica in nome delle esigenze pratiche; la affermazione del diritto di
ciedere alì’ esistenza reale di quelle condizioni che si pongano come
necessarie a dare un fondamento oggettivo al valore delle norme e dei motivi
morali. In questa reazione a difesa della fede il nuovo idealismo, fatto audace
cìàPfavore delle circostanze e dalla debolezza degli avversari, è passato, come
accade, dalla difensiva alla offensiva; e non solo afferma la legittimità del
proprio indirizzo nel campo della morale e della religione, o, come si dice,
nel campo dei valori pratici; ma anche nel campo della scienza, o d ei valori
teoretici ; pretendendo che in ultimo anche il sapere teoretico, benché non se
ne accorga o si dia l’aria di non accorgersene, non abbia altra ragione per
giustificare i principi e i postulati che assume a fondamento delle sue
interpretazioni dei fatti e delle leggi particolari, se non una ragione di
convenienza ; il valore che quei principi hanno come mezzi per la sistemazione
del sapere, cioè in ultimo per la soddisfazione di un bisogno speculativo. Qui
non è il luogo di discutere ciò che nella dottrina ci può essere di vero — più
come intuizione di un aspetto trascurato della realtà psicologica, che come
legittimazione di un metodo — per quel che riguarda la ricerca scientifica; la
con[Però non posso fare a meno di notare l'equivoco che, a mio giudizio, si
nasconde sotto la pretesa analogia tra la ragione che legittima i principi
teorici, e la ragione che il prammatismo invoca a legittimare i principi
pratici. L’equivoco EQUIVOCO GRICE è questo: E verissimo che 1’ im rva Ira tura
d<jl sanerò teor ico (a proposito, si può parlare di un sapere non teorico?)
è ìjj^tgriali, diciamo cosi, grovvisori^dijmstulati^e^dijmtesi che si assumono
perditi e in quanto possono servire. Ma servire a che? A unificare e sistemare
le cognizioni delle cose dei fatti e dei rapporti come nono n on come
desideriamo che nan o ; a costruire non quella verità che piace a noi di
ammettere, ma la verità senz’ altro, sia o non sia conforme ai nostri desideri
e ai nostri capricci. Perchè il bisogno teoretico o scientifico è appunto il bi
sogno di .salier e le cose che s^no jejxmejsono, e non che desideriamo e come
le desideriamo. E qualunque sia il senso che noi diamo all’espressione come
sono esso è sempre distinto e diverso da quello che può aver 1’espressione come
desideriamo che sieno. Perciò non è il caso di ripetere qui, sotto veste
gnoseologica, la domanda di Pilato. Perchè quando si parla, per es., delle
leggi di gravità, si può bensì sostesidero nel campo della morale, c soltanto
rispetto ali’argomento che ci riguarda. Per questo rispetto la soluzione che
essa dà del problema della giustificazione etica, non dilferisce
sostanzialmente dalle altre soluzioni di carattere metafisico, se non per il
fondamento. A proposito del quale, siccome, se anche se ne ammetta la validità,
questa non toglie il difetto che nasce dal 'carattere metafisico della
soluzione, mi accontento di osservare, per quelli che credono di sfuggire per
questa via all’utilitarismo, che essa conduce a una forma, mistica se si vuole,
ma ad una forma di utilitarismo ; anzi alla forma estrema e più radicale: la
valutazione delle stesse credenze metafisiche e religiose dal punto di vista di
un interesse umano ; sia pure questo interesse il massimo, il termine di
confronto di tutti gli altri. Perchè conduce a considerare la credenza come un
sostegno della moralità, ossia in ultima analisi come un mezzo pedagogico. E
non nere che questo è un modo nostro di formulare e unificare i fatti ; ma i
fatti sono quelli, e a nessuno viene in mente di pensare che noi li crediamo
veri perchè abbiamo bisogno di reggerci in piedi. E anche chi ammette che 1’
acqua sia stata fatta a posta per cavarci la sete, sa benissimo (diamine !) che
altro è dire che in un pozzo c’ è dell’ acqua, e altro dire che hanno sete quei
che vi guardano dentro. Di questa indebita intrusione di argomenti gnoseologici
in que¬ stioni scientifiche, (fisiche ecc.) tratta esaurientemente, con
profondità e con chiarezza, c ome suole, VARISCO (V. in particolare:
Introduzione alla filosofia naturale, e Studi di filosofia naturale).] è
escluso il dubbio che, a questo modo, proprio nel mentre ehe si pone il valore
della credenza, si venga a togliere valore all’oggetto della credenza. Venendo
ora al nostro argomento, è certo che l a soluzione del prammatism o, come in
genere le altre soluzioni di carattere metafisico, soddisfa a quella esigenza
della giustificazione etica, alla quale non soddisfa il relativismo storico. Ma
aneli’essa presenta — dico all’infuori da ogni contesa sulla legittimità del
fondamento e sulla validità teoretica dei principi e dei postulati ammessi, il
difetto capitale delle costruzioni metafisiche. Ed è che il fine di ordine
sopranaturale cosi postulato, non può servire a determinare le norme. Non può
servire, per la ragione perentoria che la relazione tra un fine, che è al di
fuori e al di sopra della vita umana naturale e finita, e una con¬ dotta,
qualunque essa sia, che si deve dispiegare nell’ ambito delle leggi naturali e
i cui effetti determinabili sono contenuti nei limiti della vita finita individuale
e sociale, una relazione di questo genere, dico, non può essere in nessun modo
dimostrata, ma soltanto affermata. Ne è prova il fatto che lo stesso fine
sopranaturale, la stessa costruzione metafisica può essere assunta a
giustificare norme concrete di condotta non soltanto diverse, ma opposte, senza
che si possa ricavare da essa nessuna ragione per la quale tra due forme di
condotta diverse, una possa o debba giudicarsi preferibile all’altra. Gilè, se
si trova una ragione di preferenza nell’ ordine degli effetti, che le due
condotte rispettivamente producono o tendono a produrre, quest’ordine di
effetti, dà alla condotta correlativa un valore che sussiste indipendentemente
dal fine sopranaturale, e diventa il fine naturale della condotta medesima. Con
questa differenza tra i due fini: che mentre dato il primo, non si può (se non
facendo appello a una rivelazione, cioè a una autorità, e quindi a una pura
affermazione) ricavare da esso quale sia la condotta atta a raggiungerlo; dato
questo fine naturale, le norme si ricavano appunto dalle condizioni da cui il
fine dipende, cioè dalla connessione naturale tra la condotta e gli effetti
della condotta. Ossia un fine sopranaturale non può fornire esso il criterio
per determinare la condotta, se non a patto che — implicitamente o
esplicitamente — si assuma, come subordinato ad esso e da esso richiesto un
fine, o un ordine di fini, naturale, in relazione al quale in realtà le norme
sono stabilite. Nè concluderebbe nulla in contrario l’osservare che il criterio
desunto dagli effetti che l’azione tende a produrre, riguarda la condotta
esterna, non la interna, nella quale sopratutto consiste il valore morale. In
primo luogo anche se per le due condotte, esterna e interna, valessero criteri
diversi, bisognerebbe pur sempre riconoscere che, poicliò anche la condotta
esterna conta pure qualchecosa, sarebbe ancora necessario ammettere un criterio
che valga a determinarla. In secondo luogo, benché siano, in ultima analisi le
tendenze, le aspirazioni i sentimenti che hanno valore e danno valore alle cose
e alle azioni, e ogni valutazione si riduca a valutazione comparativa di
tendenze o sentimenti diversi; non bisogna dimenticare che i sentimenti, come
le aspirazioni, si distinguono per il loro contenuto rappresentativo, cioè pe
1’oggetto a cui si riferiscono; e che anche le intenzioni sono sempre
intenzioni di qualche cosa. E finalmente, una forma di perfezione interiore che
si consideri come fine, a cui Tuomo possa giungere o avvicinarsi, non può essa
stessa fornire il criterio per determinare quale sia la condotta richiesta a
questo scopo, se non in quanto questa perfezione si consideri come un effetto o
un ordine di effetti che dipende naturalmente (in parte al meno se non in
tutto) da certe condizioni, ossia da certi mezzi. Le pratiche dell’ascetismo
non avrebbero senso se non si riconoscesse a loro questo carattere di mezzi
atti a produrre certi effetti. Concludendo: la soluzione metafisica a cui fa
appello l’indirizzo prammatistico, come ogni altra soluzione di carattere
metafisico, non può avere, anche se non si ponga in dubbio la sua legittimità,
che un ufficio consolatore, non regolatore; può servire a dare o aggiunger
valore a certe norme e ai fini umani connessi con queste, ma non può servire a
determinarle; può fornire un principio di giustificazione, non un criterio di
derivazione. E perciò lascia da parte o suppone risoluto il problema che
riguarda la determinazione delle norme; il che ò quanto dire che lascia
sussistere il problema, e la validità delle ragioni per le quali si pone, e se
ne cerca la soluzione. Così dei due tipi diversi di costruzione etica
corrispondenti ai due indirizzi esaminati, l’uno q « — quello del relativismo
storico — se anche può offrire un criterio di determinazione scientifica di un
sistema di norme, non soddisfa all’esigenza morale, ossia non giustifica il
valore che ad esse si vuole attribuire. Perchè, alle norme stabilite in
conformità al criterio della corrispondenza alle esigenze della vita sociale,
non si può riconoscere un valore superiore a ogni altra norma, se non
supponendo che la forma di esistenza sociale correlativa si riconosca
universalmente e sotto ogni rispetto più desiderabile di ogni altra;
presupposto che non è per nulla legittimato, nè si può ricavare. dal criterio
assunto. L’altro — quello dell’i dealism o prammatistico in quanto fa capo a
principi e postulati metafisici, serve a giustificare il valore che si
attribuisce alle norme morali, ma ò radicalmente impotente a fornire un
criterio di determinazione delle norme. Il primo può determinare le norme, ma
non giustificarle ; il secondo può giustificarle ma non determinarle. L’uno e
l’altro tipo di soluzione hanno comune il preconcetto fondamentale che compito
dell’Etica debba essere quello di trova re le ragioni sulle quali ò fondata la
bontà o la giustizia di quella forma di condotta, che già teniamo come buona.
Ammesso tacitamente o esplicitamente questo presupposto, l ’esigenza
scientifica porta a riconoscere le connessioni naturali tra quella forma di
condotta e i bisogni della vita sociale del momento storico, e quindi ad
assumere come criterio etico la corrispondenza a questi bisogni ; l ’esigenza
morale o giustificativa porta a cercare a quali patti o condizioni quella forma
di condotta possa veramente essere riconosciuta come buona, e quindi ad
assumere come fine della condotta un bene il quale soddisfaccia a quel
requisito di universale e preminente desiderabilità, che non si trova in quel
fine, che è in realtà il fine naturale della condotta. E i moralisti che
cercano di conciliarle ambedue, e soddisfare all’esigenza scientifica senza
rinunciare alla esigenza giustiE allora la conseguenza legittima è questa : che
una scienza normativa morale è possibile soltanto se il fine naturale che serve
a determinare le norme vale anche a giustificarle. Ma il fatto che questa
esigenza non ò soddisfatta finché si cerca la giustificazione di un codice di
condotta già dato, assumendo questo come punto di partenza, e quindi come fine
la forma di convivenza e di cooperazione sociale alla quale esso codice
corrisponde, — non prova l’impossibilità di una etica normativa scientifica;
prova al più la impossibilità di una tale scienza finche si intende £0 il
compito dell’ Etica in quel modo, [ CeMJ Anf ibio. Ora perché non sarà possibile
e lecito porre il problema in un modo diverso: cercare quale possa essere il
fine che soddisfa a questa esigenza, e dalle condizioni che esso richiede
ricavare le norme della condotta? Il porre il problema in questa forma non è
forse legittimato dalle difficoltà che abbiamo visto nascere dal porlo in forma
diversa, e dall’analogia] ficativa, tentano di risolvere l’antinomia assumendo
in conformità all’ esigenza scientifica il criterio, e in conformità all’
esigenza morale la giustificazione ; ossia attribuendo un valore metafisico al
fine umano-sociale al quale in realtà sono ordinate e dal quale si possono
ricavare le norme. Senonchè i due principi assunti e in apparenza unificati
restano sempre distinti : e quando si tratta di stabilire quale è la condotta
da tenere, compare 1’ uno; e quando si tratta di dire perchè quella condotta è
giusta, compare l’altro; senza che si veda nessuna ragione perchè il secondo
debba essere cosi pronto a trovar giusto quello che l’altro suggerisce (che
l’esigenza caratteristica della norma etica non toglie) colle altre scienze
precettive? Sento risorgere l’obbiezione: Posto pure che l’impresa riuscisse, a
che cosa gioverebbe? Ma ò facile la risposta. In primo luogo, anche se non
servisse praticamente a nulla, non cesserebbe di avere un valore teorico il
sistema di rapporti che per tal modo si venisse a conoscere. In secondo luogo a
nessuno ò dato affermare a priori l’inutilità pratica di una cognizione
scientifica, sia pure che riguardi dati ipotetici (E quale cognizione
scientifica non contempla dati, almeno in parte, ipotetici?). E finalmente a
queste due ragioni generali se ne può aggiungere una terza particolare. Chi può
dire clic al modo stesso, almeno, col quale può essere utile la conoscenza
delle relazioni che esistono tra forme diverse di moralità e condizioni
storiche diverse, non possa tornare utile la conoscenza delle relazioni
scientificamente stabilite tra una forma di condotta possibile c un ordine di
condizioni possibili? Concludo. Il problema, s e una scienza normativa etica
sia possibile, non è un problema risoluto, ma è un problema da ris olve re. Se
si possa e si debba risolvere nel modo tenuto da Spencer, è questione diversa e
clic rimane da esaminare. E questa critica preliminare mentre avrà servito, come
spero, a dimostrare che il presupposto fondamentale di Spencer intorno al
compito dell’Etica non può essere a priori escluso, ha posto in chiaro le
esigenze fondamentali alle quali una scienza normativa morale deve soddisfare.
E così ci fornisce una guida per la critica della dottrina. Il criterio del
tinnite dell ’ evoluzione e dell’ adattamento completo nm^se^e a determinare il
tipo di condotta cercato. Il programma che Spencer traccia e si propone di
seguire (non dico che in realtà gli sia rimasto fedele) per costruire una
scienza normativa etica, si può raccogliere, in queste due te si: I.° La
necessità di assumere come tipo della condotta morale la condotta dell’ uomo
giusto in una Società giusta; e la necessità conseguente d ella disti nzione 'ìdfn
fv** i tra etica pura (Ji/icr assoluta) ed etica applicata parevo*)» f (Etica
Relativa) e della precedenza teorica della prima sulla seconda. II. 0 La
identificazione della condotta giusta, oggetto dell’oca Assoluta, col tipo di
condotta che egli pone come proprio del limite dell’evoluzione. Ora, benché nel
pensiero dello Spencer le due tesi siano solidalmente connesse, e la seconda
sia ilei'quadro del sistema la fondamentale e quella che legittima e rende
possibile ad un tempo la sua costruzione, non ò difficile vedere come da un
punto di vista critico esse possono e debbono essere considerate a parte. La
prima, infatti, formula una veduta metodica ; la seconda esprime la speciale
applicazione che di quella veduta metodica Spencer ba creduto di fare. In altri
termini, è astrattamente possibile riconoscere che il tipo ideale dell’uomo
giusto non possa determinarsi se non in relazione con una società giusta e clic
per determinare la condotta giusta relativamente a certe condizioni reali, sia
necessario aver prima riconosciuto quale sarebbe la condotta giusta in
condizioni idealmente supposte, anche se non si accetta che il tipo ideale di
condotta giusta possa essere concepito in quella forma e su quel fondamento che
Spencer crede di dovergli assegnare. Anzi io penso che la veduta espressa nella
prima tesi non solo si possa, ma si debba accettare come legittima e
necessaria, e che in essa si racchiuda come in germe un concetto fecondo.
Certo, credo, se una scienza normativa morale ò possibile, è possibile per
quella via; e i difetti della costruzione etica dello Spencer nascono non
dall’averla seguita, ma piuttosto dall’ essersene allontanato. Cosicché la
critica stessa della seconda tesi riesce a confermare la legittimità della
prima. Assumendo come tipo ideale di condott a insta la condotta corrispondente
al limite dellV vn ! azione, Spencer riconosce, esplicitamente o
implicitamente, alla forma di vita individuale e sociale che segna quel limite,
valore di fine morale. Ora. lasciando la difficoltà, sulla quale altri ha già
zifjf.'w’Ui insistito, che uno s tato concepito come il risultato necessario
dell’evoluzione naturale possa aver valore di fine liberamente e
deliberatamente voluto e proseguito? difficoltà che non mi pare insuperabile,
io credo che questa identificazion e presenta He due difetti capitali : essa
non vale, per se, a for O' La difficoltà nasce dal modo di intendere la
possibilità e la necessità. Affermare la possibilità die si produca un fatto,
non è altro che riconoscere o ammettere la presenza reale dei fattori, l’azione
dei quali, qumido non incontrasse ostacoli, produrrebbe, secondo i rapporti
causali noti, cioè necessariamente, quel fatto. Ora lo stesso effetto che può
apparire necessario in quanto si ammette la reale e adeguata efficacia di tutti
i fattori da cui dipende, ' può essere proposto come fine quando tra i detti
fattori entri l'azione MI'uomo, cioè quando la necessità. dell’effetto sia
condizionata dalla presenza e dalla efficacia di certe idee, sentimenti,
aspirazioni : cioè in una parola dalla presenza e dalla efficacia adeguata del
desiderio ili quell' effetto. In questo caso non è escluso che l’effetto m
questione possa aver valore di fine, anzi è incluso elio 1’ abbia ; perchè la «
necessità » dell’effetto è subordinata appunto al valore che gli si riconosca
di fine, e al dispiegarsi, nell’ azione corrispondente, della volontà di
raggiungerlo. Che questa interpretazione sia compatibile coi principii
dell’evoluzionismo Spenceriano è questione che, come si vedrà, rimane estranea
all’ intento di questo studio, e che i più risolvono negativamente (cfr., tra
gli altri, ZECCANTE, La dottrina della co[ni re un criterio per la derivazione
delle norme morali (nella realtà, come si vedrà più innanzi, il tipo ideale è
determinato da Spencer sopra un altro fondamento); e non è sufficiente come
principio di giustificazione. Cominciamo dal primo. Il concetto di evoluzione,
come quello di tempo, del quale esso è, in fondo, nuli’altro che la traduzione
in termini di causalità naturale, esclude l’idea di limite, inteso almeno come
termine fisso, oltre il quale ogni processo di trasformazione, cioè di
causazione, si arresti. Il processo stesso di dissoluzione che, secondo il
pensiero di Spencer, si alterna a periodi indefinitamente grandi con quello di
evoluzione, non segna il termine di un periodo e l’inizio d’ uno nuovo se non
dal punto di vista scienza movale in Spencer; e G. V ijiaki: SERBATI (si veda)
e Spencer. Di queste, come di tutte le obbiezioni mosse all'etica di Spencer, a
cominciare dal Guyau e dal Sidgwick fino ai critici più recenti, tratta con
grande larghezza e ricchezza di notizie SALVADORI nel saggio “L’Etica
Evoluzionista” che è una apologia entusiastica di tutto il sistema Spenceriano.
Colgo questa occasione per dichiarare che ho dovuto astenermi da ogni richiamo
sia delle obbiezioni e discussioni di questi, come di altri critici valorosi
(tra i quali sia ricordato a titolo d’ onore il compianto Icilio Vanni), sia
delle varie opinioni che si connettono colle questioni generali toccate, per
due ragioni : in primo luogo perchè il punto di vista dal quale è qui
considerata la dottrina delle due etiche è diverso, e diversa la via seguita;
in secondo luogo perchè se avessi voluto per ogni questione toccata discutere
le diverse opinioni, avrei dovuto fare, a commento di un breve scritto, tutta,
o poco meno, la storia della morale. di una valutazione umana o teologica. In
realtà il cammino non si arresta per tracciar di segni che l’uomo faccia sulla
via della natura. Nè, del resto, quando Spencer parla di limite dell’
evoluzione della vita umana, intende di significare il momento in cui la vita
si arresta o si spegno, ma quello in cui la vita raggiunge il massimo
svolgimento. Senonchò questo massimo svolgimento non può essere. necessariamente,
che relativo a forme date e conosciute o comunque determinate di vita, cioè di
organi, di funzioni, e di attività; e, anche inteso cosi, non può venir
stabilito se non fissando un grado che si consideri come massimo; cioè,
insomma, segnando nel processo (non importa ora con quale criterio) un momento,
che sia punto di arrivo di una serie (della quale sia rappresentato da punto di
vista teleologico come fine), ma che potrebbe essere preso, con un criterio
diverso, come punto di partenza di una serie ulteriore. È sufficiente a segnare
questo momento il criterio dell’adattamento completo ai tre ordini di fini:
della vita individuale, della vita della specie e della vita sociale? È subito
chiaro che questo adattamento completo non può bastare esso stesso, se non si
determina quali siano le sfere di attività e di fini, l’adattamento ai quali
serve di criterio per stabilire se il limite è raggiunto. Perchè se si intende
per adattamento completo un adattamento definitivo a tutti i fini di tutti e
tre gli ordini, termine fìsso e insuperabile al quale si arresti, e oltre il
quale non sorgano nuove aspirazioni e nuovi fini, noi non potremmo argomentare
nò che un tale limite sia per essere raggiunto mai, nò, (ciò clic qui importa
di più) dato che si raggiunga, quale sia il grado o la forma di vita, che un
tale adattamento sia per fissare e suggellare come definitivo. Perchè i fini
sono, come ognuno sa, correlativi ai desideri o ai bisogni. Ora a mano a mano
che le forme di attività si moltiplicano c si differenziano, si moltiplicano i
bisogni e quindi i fini; nò si può nò induttivamente, nè deduttivamente
determinare a qual punto questo processo possa o debba arrestarsi. Pcrchò, pur
non uscendo dalla tesi evoluzionista, ogni adattamento implica diminuzione di
sforzo e quindi, ceteris paribus, avanzo di energia; la quale appunto perciò si
viene dispiegando in nuoA r e forme di attività, c quindi nella ricerca di
nuovi fini. Anzi il sorgere di ogni forma più complessa di attività, ad esempio
ogni funzione più elevata — presuppone normalmente l’adattamento già avvenuto
delle attività meno complesse e relativamente elementari, funzioni più semplici
di cui essa ò una nuova ordinazione. Onde per questo rispetto l’adattamento a
certi fini, ò parallelo all’ insorgere di fini nuovi indefinitamente.
Oltredichè il processo stesso del conoscere portando a scoprire sempre nuovi
rapporti di cose e di fatti, viene continuamente riversando la DESIDERABILITA
dei beni conosciuti su nuovi oggetti che acquistano valore di utilità, c moltiplica
così i beni, cioè i desideri e i bisogni; o trova nel mutare delle condizioni
esterne nuovi modi di soddisfare ai bisogni già esistenti ailìnandoli ed
elevandoli; o apre la via a nuove aspirazioni, alle quali la soddisfazione già
assicurata dei vecchi bisogni, permette che si rivolgano gli sforzi e l’opere.
Cosi ogni adattamento raggiunto è condizione e stimolo a nuove forme di
attività al modo stesso che ogni conoscenza acquistata fa sorgere nuovi
problemi, e nascere « a guisa di rampollo, appiè del vero il dubbio. Si dirà
che Spencer intende l’adattamento completo nel senso di mutuo adattamento dei
tre ordini di lini fra di loro; intende cioè la conciliazione e l’accordo tra
le esigenze della vita individuale quelle della vita della specie e quelle della
vita sociale. Ma lasciando di notare che la difficoltà sopra notata risorge a
proposito di questa conciliazione perfetta, si presenta la domanda: A quali
patti si fa questa conciliazione? Perchè se è vero, come Spencer ha cura di
ripeter spesso, che nelle condizioni presenti di esistenza i fini di un ordine
non possono essere prosemiti c raggiunti senza sacrificio almeno parziale dei
fini di un altro ordine, bisogna evidentemente perchè la conciliazione si
faccia, che intervenga una cessazione, o una modificazione o una sostituzione
nei fini o di uno o di due o di tutti tre gli ordini considerati; ossia una
modificazione nei bisogni e nelle esigenze dell’individuo, o della specie, o
della società. Supponiamo ora per semplicità di discorso che i fini individuali
e i fini della specie si possano considerare fin dal presente conciliati; o,
per usare i termini dall’economia pura, che si possa assumere 1’ egoismo di
specie come comprendente m se l’egoismo individuale (il che è in gran parte
conforme alle vedute stesse di Spencer); la conciliazione resterebbe da farsi
tra i fini della vita individuale e i fini della vita sociale. E allora il
problema è il seguente: Nello stato di conciliazione contemplato, fino a qual
punto sono i bisogni e i fini individuali da noi conosciuti o immaginati che
avranno mutato di specie, di estensione, di intensità, per adattamento alle
esigenze sociali, e fino a qual punto si troveranno invece modificate le
esigenze sociali per adattamento ai fini della vita individuale? E manifesto
che per conoscere in che cosa la conciliazione sia per consistere bisogna o che
sia definita la sfera delle esigenze individuali, in corrispondenza colla
aliale si possa determinare la sfera delle sociali che con quelle si accordi; o
sia definii sfera delle esigenze sociali per una determinazione tersa; o
finalmente siano definite certe corni z on (qualunque sia il modo tenuto per
assegnarle) 1 H vacano, esse, a determinare ad un tempo, limiti «Ielle une e
delle altro. :ì Queste condizioni Spencer ricava dalle esigenze del “r »
™<ità induetnale !«<<»' cui si suppone realizzato il puro «gnu» ' u ?»
tratto sotlo la leggo dell'uguale liberta ; e> 4* il limite dell'evoluzione
è in realtà,1 della società industriale del suo temp, tamento completo consist
costruttiva biologica e psicologica 1 nenti la società umana a questo tipo d,
convivenza e di cooperazione. Per conseguenza non è un [qua.» riatto no «i
*“Spencer che qui il Etta, (cio4 quando que biella II. n edizione dei‘ de i
System of et’ opera fu ^pubblicata come Synth. Phil.) si trova aggiun e cbe eva
stato lo stesso titolo « Conciliarne • pubbliC azione, fu dettato prima; ma,
smarrì o poi Qra in quel ca pitolo geisostituito da quello che figura ne . .
ident ifi c hiuo provare la possibilità che le attività ^«isMche ^ colle
egoistiche, si citano gli mse 1 s ’ nism i di[e—. -certo tipo di vita completa
che serve a determinare il tipo ideale della società giusta, ma è il tipo
considerato come ideale di società giusta che determina la vita completa.
Adunque, poiché la conciliazione dei diversi ordini di fini è subordinata all’
attuarsi delle condizioni che definiscono il tipo ideale di società ed è
relativa a queste, è il tipo ideale di società clic in edotto è assunto come
fine, e sono le condizioni proprie di quel tipo che servono a determinare le
norme. benessere individuale non maggiore di quello che è necessario alla
conservazione della vita individuale; ed esser possibile il formarsi negli
individui di una organizzazione tale che la ricerca delle soddisfazioni che la
natura loro richiede, porti ad esercitare quelle attività che il benessere
della comunità richiede. Si noti che, aggiungendo in appendice il capitolo che
contiene questo passo, Spencer non fa riserve di nessun genere, anzi dice
esplicitamente che esso può servire a chiarire e compiere il pensiero espresso
nel testo. Un altro luogo in cui è ribadito in forma diversa, ma non meno
recisa, lo stesso concetto fondamentale, si trova nella seconda lettera di
risposta alle critiche di Davies sull’ obbligazione morale, pubblicata col
resto della polemica nellaAppendice C. alla Giustizia. Lasciatemi ripetere qui
una verità sulla quale ho altrove insistito: che appunto come il cibo è
giustamente preso quando è preso per soddisfare la fame, mentre il doverlo prendere
quando manca l’appetito implica uno stato fisico disordinato; cosi una buona
azione o un atto di dovere è fatto giustamente soltanto se è fatto per
soddisfare, un sentimento immediato ; mentre se è fatto per la considerazione
di certi risultati finali in questo o in un altro mondo, implica uno stato
morale imperfetto (A. Sistem ecc. The Moral Motive. Nella trad. it. della
Giustizia edita da Lapi questa appendice è omessa. Ma se così è, quanto alla
determinazione delle nolane il postulato dell’adattamento completo, posto clic
si possa assumose, non serve a nulla; equivale semplicemente a supporre clic
tutti gli individui i quali compongono la società ideale abbiano una natura
così latta, che l’osservanza della condotta corrispondente costituisca per essi
un bisogno o un desiderio superiore a ogni altro, senza possibilità di
conflitto con altri bisogni o desideri; cioè, tiene nella costruzione etica lo
stesso posto che nei sistemi morali è comunemente tenuto dal dovere, e nelle
scienze precettive in genere dalla supposizione che esista un desiderio o un
bisogno specifico corrispondente al fine da cui si ricavano le norme. E quindi
allo stesso modo che l’esistenza e la natura specifica dei motivi da cui può
dipendere l’osservanza di una norma, non hanno che fare colla determinazione
teorica di essa, così l’ipotesi dell’ adattamento completo dei bisogni e
desideri individuali a certe condizioni di convivenza e CO-OPERAZIONE sociale,
non ha che fare colla determinazione di queste norme. Perchè le norme sono ricavate
appunto da quelle condizioni, alle quali si suppone avvenuto l’adattamento; e
che perciò servono esse di critetio e per determinare le norme e per conoscere
se l’adattamento è raggiunto. Uljh&MJ? Jabot* Il criterio del piacere puro,
corrispondente all’ adattamento completo, non ser re a giustificare il tipo di
condotta proposto. Ma perchè assume Spencer come proprio della Società ideale
un adattamento completo, che, mentre esclude arbitrariamente ogni evoluzione
ulteriore, non serve a definire questa Società ideale perchè è definito esso
stesso in relazione con quella? Perchè soltanto quando esso sia raggiunto, la
condotta umana in tutta la sua estensione apporta a sè e agli altri nel
presente c nel futuro puro piacere, piacere non misto a dolore di sorta ; e per
Spencer, come s’è visto, il giusto assoluto e sclude il dolore . E perciò il
tipo ideale contemplato dall’etica Assoluta non può essere se non quello nel
quale la condotta apporta puro piacere. L’ adattamento completo darebbe dunque
al tipo ideale di convivenza e cooperazione sociale quel carattere di
universale e preminente desiderabilità, che deve avere il fine assunto
dall’etica. Lo dà veramente? Benché a prima vista possa parere strano il dubbio
e inutile la discussione, bisogna riconoscere che un tipo di esistenza
individuale e sociale nel quale tutta quanta la condotta in tutta la sua
estensione porti sempre e soltanto piacere, non è, date le leggi psisologiche
conosciute, e non può essere, un fine.universalmente desiderabile sopra ogni altro.
Lascio di discutere se, supposta una condotta, diciamo così per brevità,
totalmente piacevole, il piacere stesso non verrebbe a sparire, come stato di
coscienza distinto, per mancanza di quel contrasto e di quell’ alternanza fra
gli stati psichici (così bene illustrata tra gli altri dall’ Hòffding), senza
della quale anche i godimenti più forti il languidiscono e vaniscono nella
ripetizione abituale; e di considerare se la forma di vita corrispondente non
riuscirebbe a sopprimere in ultimo anche ogni forma di coscienza riflessiva e
di deliberazione volontaria, cioè l’intelligenza stessa e la volontà, almeno
nelle loro forme più elevate riducendo la vita a una sorta di automatismo
istintivo, al quale corrisponderebbe la fissazione stereotipa di modelli
d’uomini meccanizza ti. Certo, se si bada clic l’attenzione attiva è sempre, in
grado maggiore o minore, sforzo, e clic lo sforzo è alimentato principalmente,
se non unicamente, dal dolore e non dal piacere, bisogna riconoscere che la
capacità dello sforzo e l’esercizio dell’ attenzione tenderebbero a svanire
collo sparir del dolore; e il vigore dell’intelligenza si affievolirebbe; come
già si può osservare in quelle persone sfaccendate e sonnolente, le quali
abbiano in pronto senza alcuna fatica o cura tutto quel che desiderano, e non
sentano l’aculeo di altri bisogni, e di aspirazioni diverse. E lo stesso
discorso sarebbe da ripetere a maggior ragione per la volontà. Certamente le
leggi psicologiche conosciute tendono ad escludere, per le ragioni accennate
sopra a proposito dell’adattamento completo, che un tale stato possa avverarsi
; ma, dato che potesse attuarsi, non ci sarebbe nessuna ragione per negare, in
forza delle medesime leggi, l’eventualità se non della soppressione, di un
oscuramento progressivo delle facoltà psichiche più elevate. E allora si
presenta subito la questione, se, ammessa pure soltanto la possibilità che a un
tale stato si accompagnasse questo effetto, potrebbe una forma di esistenza
siffatta apparire desiderabile sopra ogni altra. Si potrebbe dire: Che importa
l’oscuramento e anche la soppressione dell’ intelligenza e della volontà,
purché sparisca il dolore? E quando non vi siano altri bisogni e altri desideri
che quelli appunto che trovano già una soddisfazione adeguata, ossia, quindi,
non ci sia più nemmeno la possibilità di rappresentarsi bisogni e beni diversi,
non è una tal vita nel suo genere beata; anzi la sola beata perché é esclusa la
capacità di provare altri bisogni? Ora che un tale stato possa, anzi debba
apparire il più desiderabile quando si supponga l’adattamento già raggiunto, è
fuori di contestazione; ma qui si tratta di vedere se un tale stato possa
essere preferibile per chi ne ò fuori, e dovrebbe proporsi come scopo di
raggiungerlo. Se, cioè, a chi esercita certe forme di attività possa parere
desiderabile sopra ogni altro un tipo di vita, nel quale per avventura quelle
attività fossero oscurate o soppresse. In questo caso possono valere
l’osservazione notissima del Mill e la ragione colla quale la conforta; che, certo,
non avrebbero valore nel primo caso. Ma anche lasciando questo aspetto della
questione, non bisogna dimenticare che appunto perchè il piacere puro è il
correlato subiettivo dell’ adattamento completo, la medesima condizione di una
condotta totalmente piacevole, per le ragioni dette a proposito
dell’indeterminatezza nel numero e nella specie dei (ini, rispetto ai quali
l’adattamento [ È meglio essere un nomo i nfelice che un jjj^o.ap,ddi.sfotto: è
meglio essere Socrate malcontento che un imbecille beato. Ora la ragione
addotta da Mill vale per l’uomo, ma non per l’animale, e l’Hoffding non ha
torto di spendere, come egli dice graziosamente, (i nalch e parola hi difesa
del porco e dell’ imbecille. E nota infatti che un uomo il (piale abbia
ottenuto la soddisfazione intera dei suoi desideri, non ha nessuna ragione di
paragonare il suo stato con quello di altri uomini. Senonchè riconosce poi che
la conoscenza di gradi più elevati farebbe nascere anche nell’uomo felice il
desiderio ardente di giungervi che è appunto ciò che <pii importa. (Hoffding
Morale). potrebbe essere raggiunto — può concepirsi attuata non in una sola ma
in più forme di vita fra di loro diverse ; e resterebbe sempre da trovare un
criterio comparativo della DESIRABILITA, o da ammettere che tutti i tipi di
vita, per i quali si concepisce possibile una conciliazione fra i tre ordini di
fini (anche se la conciliazione fosse ottenuta allo stesso modo che nelle
società animali, cfr. la nota qui sopra), siano ugualmente desiderabili. Il che
importerebbe la legittimazione a pari titolo di forme di condotta fra di loro
diverse e anche opposte; e si dovrebbe ricavare daltronde che dal piacere puro
il fondamento della legittimazione. E qui tocchiamo un argomento il quale si
allarga fuori del campo particolare della dottrina di Spencer e riguarda nello
stesso tempo una questione più generale: la natura del fine. Siccome il
carattere che si richiede nel fine assunto a giustificare le norme morali è,
come s’è ripetutamente detto, quello della universale e preminente
desiderabilità sopra ogni altro, si pensa che esso debba essere il fine dei
fini, il fine ultimo e supremo ; uno stato definitivo, oltre il quale, e al di
là, non ci sia più nulla da desiderare e da cercare. E allora non resta che
questa alternativa: o si cerca un fine il quale contenga e comprenda in sò
tutti i fini; e prendono forma I FANTASMI DI FELICITA, DI BEATITUDINE
[CICERONE], di perfezione, noi quali si fd" figurano definitivamente
appagati tutti i desideri, e scomparsi o sommersi quelli che non vi trovano
appagamento ; oppure si considera come fine la forma colla quale si presenta
alla coscienza la soddisfazione di qualsiasi desiderio; cioè il piacere o la
liberazione dal dolore. Ma tanto l’una quanto l’altra delle soluzioni non sono che
apparenti, o si risolvono in una vana tautologia. PORRE COME FINE LA FELICITA
senza determinare quale sia o IN CHE CONSISTA LA FELICITA DI CUI SI DISCORRE è
certamente un modo per conciliare verbalmente tutte le differenze di opinioni e
superare tutte le difficoltà; ma nella realtà non le concilia e non le supera,
più di quel che valgano a togliere le diversità di opinioni politiche e a
raccogliere i partiti ad unità di intenti certi ordini del giorno in cui si
afferma all’ unanimità essere fine supremo per tutti il bene della patria o la
prosperità della nazione o altre formule somiglianti. E se si determina in che
si faccia consistere la felicità, quali siano i fini che si comprendono nel
fine unico chiamato con questo nome, allora delle due l’una: o i diversi fini
così compendiati e compresi nel fine unico, sono veramente unificati, e, perchè
ciò sia. occorre che essi possano ridursi ad uno; e quindi diesi possa
dimostrare che uno fra essi è causa o condizione degli altri, o che tutti
dipendono da una medesima condizione o ordine di condizioni; e in questo caso
la felicità è caratterizzata o da quel fine o dal conseguimento di questa
condizione, che diventa esso fine, perchè su esso si riversa la desiderabilità
di tutti ; e il termine FELICItA non è che.un duplicato di quel certo fine o di
questa condizione. Oppure i diversi fini non sono clic sommati insieme, e
giustaposti l’uno all’altro, rimanendo in realtà distinti e senza che si veda
la necessità della loro connessione; e allora 1’ unità non è che verbale, e in
realtà invece di un fine, si hanno più fini, ciascuno nel suo genere supremo.
Si dirà che si dà alla FELICITA non il senso di un certo contenuto determinato
che la costituisca, ma il senso di appagamento dei desideri, di soddisfazione
dei bisogni, senza clic si definisca quali ne siano per essere il numero e le
specie; nel qual senso si può affermare che LA FELICITA rimane sempre il fine
ultimo pur restandone indeterminato il contenuto? E si riesce allora alla
seconda alternativa, di considerare come fine ciò che si ammette esservi di
comune e di costante nel raggiungimento di qualsiasi fine; cioè, come s’è
detto, la forma sotto la quale si presenta la soddisfazione di qualunque
desiderio : il piacere o la liberazione dal dolore. Ma dire che il fine ultimo
è il piacere è come dire che il line ultimo è il godimento che accompagna il
raggiungimento del fine o dei fini, o che lo scopo dei desideri è la
soddisfazione dei desideri. E allora si vede perchè il puro piacere non possa
dare un criterio di legittimazione e di valutazione comparativa dei fini e
quindi delle forme di condotta. Perchè o si prende come criterio la quantità
del piacere, la intensità della soddisfazione, senza badare alla natura del
desiderio a cui corrisponde, e non è possibile assegnare un solo desiderio che
abbia lo stesso valore, nonché per due coscienze diverse, neppure per la stessa
coscienza in momenti diversi. 0 si valuta la soddisfazione secondo i desideri
cui corrisponde, e allora ciò che distingue un desiderio dall’altro non è la
soddisfazione ma l’oggetto a cui il desiderio si rivolge; non l’effetto
soggettivo gradevole, ma le condizioni che lo producono, non è il godimento del
bene, ma il bene. Ora è qui che si nasconde 1’ equivoco EQUIVOCO GRICE nell
identificare il bene col piacere; il fine, cioè l’ordine di effetti che
costituisce l’oggetto del desiderio, collo stato soggettivo che è il godimento
(quando ci sia) del fine raggiunto. È bensì vero che un bene di cui si
concepisse che nessuno mai potesse godere in nessun modo, non avrebbe valore di
bene; ma è non meno vero che un godimento del quale non si sapesse assegnare
nessuna causa o condizione o mezzo atto a produrlo, non potrebbe mai essere
proposto o assunto come scopo di un'at¬ tività qualesivoglia. Ora quando si parla
di un fine desiderabile sopra ogni altro al quale sia ordinata la condotta, non
si può intendere che un bene, il quale sia bensì, direttamente o indirettamente
causa o mezzo o condizione di godimento, senza di che non sarebbe bene; ma che
non può consistere nel godimento stesso, ma in un certo effetto o ordine di
effetti determinabile e possibile, che possa costituire l’oggetto di una
ricerca attiva, cioè di una certa condotta Senonchè bisogna evitare anche qui
lo stesso e quivoco che CONDUCE A RIPORRE IL FINE NELLA FELICITA o nel piacere;
l’equivoco EQUIVOCO GRICE che questo effetto o ordine di effetti debba
costituire un fine ultimo, uno stato definitivo, al di là del quale non siano
assegnabili altri fini. Uno stato, o un ordine di effetti definitivo è
contraddittorio non soltanto colle leggi della vita, per le ragioni già dette,
ina col presupposto stesso fondamentale che si assume di necessità quando si
voglia determinare scientificamente un sistema di norme. Perchè qualunque [Non
altrimenti avviene nel campo speciale dell’economia. E bensì vero che se non si
supponesse la possibilità del consumo, cioè del godimento dei diversi beni che
costituiscono la ricchezza, questa non avrebbe valore, e non avrebbe senso la
produzione ; ma 1’oggetto a cui si volge 1’attività produttrice e del quale si
cercano le leggi, è la ricchezza, non il consumo. fine rappresentato come
umanamente possibile, appunto perchè deve essere concepito come un effetto, che
si produce, date certe condizioni, è a sua volta pensato come condizione di
altri effetti, cioè mezzo ad altri fini. Pensare un effetto naturalmente
possibile che sia ultimo, è come pensare chiusa e finita a un momento dato la
serie della causazione, abolita e spenta in un effetto che sia stato prodotto
ogni efficacia causativa; e allora vien meno ogni ragione di pensare come
dipendente da certi mezzi, cioè da certe cause, anche l’effetto stesso che si
considera come fine ultimo; e quindi è tolto ogni fondamento a qualsivoglia
determinazione di rapporti tra mezzi e fini, e perciò anche a qualsiasi
determinazione di norme. Si dirà che si intende ultimo rispetto alla
salutazione, cioè talea cui si riconosca valore per sé, indipendentemente da
ogni considerazione ulteriore. Ma se si ammette che da quel fine, quando sia
raggiunto, dipendono altri effetti, nell'atto stesso che lo si pensa condizione
di tali effetti ulteriori, la valutazione di questi (che non può essere
esclusa) •muta il valore del fine egli dà nello stesso tempo valore di mezzo.
Dal che nasce questa conseguenza assai notevole: che la desiderabilità di un
ordine di effetti, che si assuma come fine, non viene tanto dalla
desiderabilità che gli si riconosca come bene. cioè come oggetto diretto e
immediato di godimento, quanto dalla DESIDERABILITA degl’effetti, dei quali
esso apparisca la condizione necessaria. E che perciò, mentre è vano andar
cercando quale sia il fine ultimo, il quale non si trova mai, o si risolve in
una pura espressione verbale, il fine che può valere come supremo si deve
cercare non nell’uno o nell’altro degli scopi a cui si riconosca valore per sè,
ma in un ordine di effetti, in un sistema di condizioni, dato che sia
assegnabile, nel quale si possa riconoscere questo carattere appunto di
condizione necessaria, non di alcuni, ma di tutti quei beni, ai quali si
attribuisce valore per sè. E quindi il fine che può avere universalmente una
DESIDERABILITA superiore a ogni altro, non può consistere se non in un ordine
generale e, si potrebbe dire, preliminare di condizioni, la cui attuazione apparisca
necessaria perchè sia possibile universalmente la ricerca ulteriore di quei
beni. Non può essere cioè supremo nel senso di una gerarchia, della qiiale
segni il culmine, nè nel senso di una grandezza o quantità, di cui sia il
massimo, ma nel senso della precedenza necessaria o della indispensebilità; per
la quale venga a raccogliersi su di esso come in un unico foco la luce e il
calore di DESIDERABILITA che irraggia dai fini ai quali apre universalmente la
via. E perciò, ammesso che qualsivoglia fine umano abbia, come ha in realtà,
per condizione la convivenza e la CO-OPERAZIONE sociale, il line che può avere
questo valore di precedenza necessaria sugli altri deve essere di necessità il
raggiungimento o il mantenimento di certe condizioni ili convivenza e di
cooperazione sociale, cioè di una qualche forma di società. Ma perchè ad una
forma di società possa essere riconosciuto questo carattere universalmente,
occorre che le condizioni della sua esistenza abbiano per tutti un valore
potenzialmente uguale: ossia che nessuno dei fini, dei quali quella forma di
cooperazione pone la possibilità e dai quali attinge il suo valore, sia, per
dato e fatto delle esigenze di essa forma, precluso o impedito a nessuno dei
componenti la società. 0, in altri termini, sia qualsivoglia il fine che si
suppone cercato, ciascuno trovi nelle condizioni proprie di quella forma
sociale la medesima esteriore possibibilità di rivolgere a quella ricerca
l’attività propria. che vi trova qualsiasi altro. L’analisi ci ha dunque portato
a queste conclusioni: a riconoscere che il limite dell’evoluzione,
1’adattamento completo, la massima FELICITA, nè for[Il che non implica, occorre
appena avvertirlo, una uguaglianza nei risultati ottenuti, o come si dice
inesattamente, una uguale distribuzione di FELICITA la quale supporrebbe,
insieme colla condizione notata, anche una uguaglianza di attitudini, di
attività e di preferenze.] nisce un criterio ili determinazione delle norme, nò
basta come principio di giustificazione; a riconoscere la legittimità del
concetto, clic bisogna assumere come fine un tipo ideale di società; e a
stabilire le esigenze fondamentali, alle quali questo tipo deve soddisfare. Ed
ora è facile vedere per quali ragioni il tipo sul quale in realtà Spencer ha
modellato la sua società giusta non soddisfaccia a queste esigenze. Il tipo di
società giusta di Spencer. In un articolo di risposta ad alcune critiche mosse
ai dati dell’etica Spencer polemizzando con Means così si esprimeva a proposito
del modo di intendere la giustizia: A molti sembra ingiusto che la dura fatica
di un bifolcogli faccia guadagnare in una settimana meno di quanto un medico
guadagna facilmente in un quarto d’ora. Molti sostengono essere ingiusto che i
figli del povero non possano avere i vantaggi del l’educazione che hanno i
figli del ricco. Ma quest e deficenze nelle quote di FELICITA che alcuni
ritraggono dalla CO-OPERAZIONE, sicc ome clerivano da ereditata inferiorità di
natura, o da inferiorità di c oMizioniMn cui i loro antenati inferiori sono c
a~ cinti, sono deficienze colle quali la giustizia, come io la intendo, non ha
nulla che fare. L’ingiustizia che trasmette alla discendenza malattie c
deformità, l’ingiustizia che infligge alla prole le conseguenze penose delle
stupidità e della cattiva condotta dei genitori, la ingiustizia che costringe
quelli che ereditano delle inc apac ità, a lottare colle difficoltà clic ne
derivano, l’ ingiustizia che lascia in relativa p overtà la gran maggioranza,
le cui facoltà,.di or < 1 i ne inferiore, apportano ad essi scarsi profitti,
6 una specie di ingiustizia estranea alla mia tesi. il i cose stab ilii'-,
quantunque in forza di esso, una inferiorità della quale l’individuo non ha
colpa produca i suoi mali, e una superiorità della quale egli non può vantare
nessun merito, apporti i suoi benefìzi; e dobbiamo accettare, come possiamo,
tutte quelle disuguaglianze che ne deri vftrm vantaggi che i cittadini si
procacciane rispettive attività. Ho citato questo passo, non perchè gli stessi
concetti qui espressi non siano, esplicitamente o impli¬ citamente, sostenuti
in tutta quanta la sociologia e la morale dello Spencer, ma perchè forse in
nessun altro luogo appare piu manifesto il presupposto che vizia la sua
concezione della società ideale. Assu¬ mendo come elemento del concetto di
giustizia — accanto a quello dell’ uguale libertà — la condi¬ [Replie to
Criticism on The Data of Etihcs in Mind. zionc ricavata dalla biologia, che la
vita progredisce c si eleva soltanto a patto che gli individui superiori godano
i vantaggi della loro superiorità e gli inferiori subiscano i danni della loro
inferiorità, egli identifica la inferiorità fisiologica e psichica colla
inferiorità sociale; la inferiorità obesi potrebbe chiamare nativa o
costituzionale colla inferiorità clic si potrebbe dire di posizione. Ora, che
un uomo debole non possa vincere le medesime resistenze che uno forte, che un
bambino poco intelligente impari meno e peggio di un intelligente, è naturale e
necessario; ma non si può dire che sia giusto nè ingiusto. Che i figli
ereditino F ingegno o l’ottusità, la sensibilità o l’insensibilità, il vigore o
l’infermità dei genitori, e che i primi godano i vantaggi e i secondi
sopportino i danni che sono conseguenza rispettivamente di questa loro
soperiorità o inferiorità ereditata, sarà del pari biologicamente necessario,
ma non è ancora nè giusto nè ingiusto; diventa bensì giusto o ingiusto
rispettare o violare questa relazione naturale, soltanto se si considera questa
relazione come condizione di una elevazione progressiva delle specie che sia
assunta come effetto universalmente desiderabile, cioè come fine. Ma che i
figli del contadino non abbiano la possibilità di venire istruiti o educati,
non dipende dalla costituzione fìsica e mentale loro propria, ereditata o no,
ma dipende da una inferiorità sociale, la quale toglierebbe ad essi questa
possibilità anche se la loro costituzione fisica e mentale Cosse attissima a
questa coltura. Ora, mentre l’analogia della selezione biologica importerebbe
che i figli del contadino al pari di quelli del lord potessero porsi allo
stesso cimento, salvo a ricavare dalle loro rispettive capacità e sforzi frutti
maggiori o minori, la diversità delle condizioni sociali esclude gli uni dalla
gara c toglie non solo la necessita ma la possibilità clic l’opera di selezione
si rinnovi tra i superstiti di ogni nuova generazione sull’unico fondamento
delle loro rispettive attitudini e attività. Sul che non è necessario insistere
dopo le critiche note e ripetute; ma valga l’accenno per rilevare che a torto Spencer
identifica colla inferiorità biologica, o meglio, costituzionale, l’inferiorità
clic deriva dalle condizioni sociali, e crede che possa valere a giustificare
le conseguenze della seconda, lo stesso fine che invoca a giustificare le
conseguenze della prima. Perchè la limitazione alla sfera dei beni conseguibili
che è imposta da condizioni esteriori è cosa affatto diversa dalla limitazione
clic nasce dalla capacità e dalle doti intrinseche; e se questa è giusta, posto
che si prenda per fine superiore a ogni altro V elevazione della specie (e dato
che ne sia condizione), quella è giusta soltanto se si considera come fine
superiore quella certa forma ili cooperazione sociale che la rende necessaria.
Anzi quella limitazione d’origine sociale che si ponga come giusta per quest’
ultimo rispetto, appare ingiusta per l’altro. E l’ammettere che sia giusta la
condizione che ciascuno sopporti i danni della sua inferiorità e goda i
vantaggi della sua superiorità » non include, ma piuttosto esclude l’altra condizione,
a torto da Spencer compresa o conglobata con quella; che ciascuno sopporti i
danni o goda i vantaggi che sono conseguenza di una inferiorità o di una
superiorità, la quale risulta non dalle sue doti fisiche e mentali, ma dalla
assenza o dalla presenza di certe circostanze esteriori. E in verità sarebbe da
meravigliare che Spencer non abbia rilevato la differenza, o non ne abbia
tenuto conto, se non si ricordasse che il punto di partenza, il foco centrale
da cui muove e attorno a cui si raccoglie la sua speculazione, è, come s’ò
detto in principio, un ideale etico, anzi propriamente sociale e politico; onde
l’intento principale diventa quello di trovare la giustificazione del suo
ideale nelle leggi della vita, e per esse nelle leggi stesse dell’ universo. l
( h Ora il suo ideale sociale e politico è in sostanza quello stesso del
liberalismo, in cui crebbe e si maturò il suo pensiero, che era già compiuto e
definito nelle sue parti quando uscì il Prospectus; e perciò nel costruire la
sua società di uomini giusti, per quel che si attiene alla struttura sociale,
egli non fa che supporre realizzati i desiderati teorici, o già riconosciuti
espres¬ samente, o ricavati logicamente dai postulati economici e politici di
quel liberalismo. Il quale era bensì arditamente coerente nella affermazione
dei principi e dei corollari riassunti nella formula della giustizia (la uguale
libertà per tutti), ma conside¬ rava o come anteriori ed estranee a questa
legge, o come naturali ad un tempo e conformi ad essa, le dive rsità storicamente
date di condizione econ o mica degli individui e delle classi socia li. Onde
Spencer non tenne conto della disuguaglianza effettiva, che nell’ esercizio di
quella libertà, formalmente uguale per tutti, porta 1’ esistenza di quella
diversità, che egli credeva giustificata dalle leggi biologiche . 1 frinii. Ne
segue che mentre nella sua società ideale egli costruisce l’individuo giusto
facendo astrazione da tutto ciò che nei fini individuali vi può essere di
incompatibile non solo colla cooperazione, ma anche colla simpatia ; n el
costruire invece la società giusta fa ben s ì astrazione da ogni forma di aggre
ssione esterna e interna che si esercit i, dato lo stato di cose stabilito, ma
non fa astrazione da quelle con dizioni che importano una reale limitazione
diversa nella sfera delle attività é dei fini conseguibili dei singoli; e però
la sua non è una società giusto, ma una società di uomini giusti; giusti,
dirci, secondimi quid; la cui giustizia, cioè, è modellata sulle esigenze di
una certa struttura sociale, nel configurare la quale egli non tien conto di
quelle condizioni che pur suppone soddisfatte nel formare il tipo dell’ uomo
giusto. E cosi si avvera qui una i n eoe ronz a del genere che si ò accennato
più sopra: che le norme della sua giustizia siano applicate a regolare delle
relazioni derivate, le quali esistono e sono possibili in grazia di relazioni
primarie e fondamentali, che le norme non contemplano e che sono la negazione
del criterio applicato in quelle. Perchè mentre suppone che gli individui
seguano nella loro condotta una perfetta imparzialità subordinando alle
esigenze della giustizia o dell’uguale libertà — fine prossimamente supremo —
tutti gli altri fini generali e particolari, suppone poi, come proprie di una
tale cooperazione di uomini giusti, condizioni che sono in tutto o in parte la
negazione dell’imparzialità, e che non esisterebbero se lo stesso criterio
dell’ imparzialità fosse seguito nel costruire il tipo della società giusta. E
in questo senso che, accennando incidentalmente altrove all’etica assoluta
dello Spencer, notavo come un vizio di essa non un eccesso, ma piuttosto un
difetto di astrazione; perchè egli assuine abusivamente come esigenze costanti
e universali di ogni forma di CO-OPERAZIONE, e quindi anche del suo tipo
ideale, le condizioni proprie di un certo momento storico; e pone come dati
fon¬ damentali di una cooperazione regolata dalla legge della uguale
limitazione per tutti, delle condizioni che importano una limitazione
disuguale. Stando così le cose, il raggiungimento o l’approssimazione a un tale
tipo di società, non può apparire come fine universalmente preferibile, nè le
norme che esprimono la condotta richiesta da quel tipo possono avere carattere
di universale osservabilità sopra ogni altra, E ciò da un doppio punto di
vista. Agli individui delle classi sociali poste, per effetto di quella
disuguale limitazione, in condizione di inferiorità, questa inferiorità che non
è conseguenza della propria condotta, deve apparire una menomazione ingiusta dei
diritti; agli individui delle, classi sociali poste in condizioni di
superiorità, questa superiorità, che parimenti non è conseguenza della propria
condotta, deve apparire, se la coscienza si elevi a una imparzialità universale
e coerente, una menomazione ingiusta dei doveri, E nasce di qui quel se greto
rancore in chi riceve, e quel senso indefinito di malcontento e quasi di
rimorso in chi dà, clic avvelenano talvolta dalle sorgenti la simpatia,
oscurando la serenità della beneficenza, se la accompagni il dubbio che essa
non sia se non un compenso parziale e tardivo di ingiustizie patite e di
ingiustizie godute. La simpatia non può essere schietta dove non regna la
giustizia; e non si possono definire le forme e i limiti della beneficenza se
non dopo die siano definite, e siano o si suppongano osservate le norme della
giustizia; onde la necessità logica che il tipo ideale della società giusta sia
determinato all’infuori da ogni supposta efficacia modificatrice che la
SIMPATIA e la BENEFICENZA esercitino sulle condizioni e sulla condotta dei
singoli e della società. Soltanto così è possibile accertare se il tipo di
cooperazione assunto come ideale possa essere universalmente desiderabile, e
soltanto così è possibile determinare dove la giustizia finisca e la
beneficenza cominci; dove finiscano le relazioni di diritto e dove comincino le
relazioni di simpatia. Ora il tipo di società ideale di Spencer prei cti'Qlf
senta anche questo difetto che deriva inevitabil-mente dal primo; di supporre
realizzate le condizioni della perfetta simpatia in una società nella [Questo
si riflette con tutta chiarezza nella pratica quando si tratta di rapporti
semplici e sulla giustizia dei quali non cada dubbio; poniamo tra due
commercianti onesti che abbiano relazioni d’affari e relazioni di amicizia.
Dove gli scambi di cortesie che sono frutto della simpatia, non mutano di un
ette i diritti e gli obblighi del dare e dell’avere; e se li mutano, oscurano e
tingono d’altro colore i rapporti di simpatia. quale non sono realizzate le condizioni
della giustizia. La sua società è una società più o meno ingiusta di uomini
perfettamente simpatetici ; dalla quale egli ricava per un verso le norme della
giustizia, e per l’altro le norme della simpatia; invece di essere una società
giusta di uomini giusti, quando si tratti di determinare le norme della
giustizia ; e una società giusta di uomini perfettamente SIMPATIZZANTI quando
si tratti di determinare le norme della simpatia e della beneficenza. Ma anche
supposto che per questa guisa la perfetta simpatia venga a sanare gli effetti
delle inferiorità imposte dalla cooperazione sociale, il tipo che ne risulta
presenterebbe sempre questo difetto: che la ricerca e il raggiungimento di
alcuni dei fini, ai quali LA CO-OPERAZIONE serve, apparirebbe per una parte dei
COOPERANTI subordinata alla benevolenza di un’ altra parte. Il qual difetto
basterebbe per togliere, nel giudizio di una coscienza imparziale, a quel tipo
di CO-OPERAZIONE il carattere di univers ale preferibilità. Ma il difetto era,
come s’ò detto, dato il presupposto Di Spencer, inevitabile. La simpatia è pe r
lui il mezzo di conciliazione dell’egoismo coll’altruismo. Ma poiché i limiti
rispettivi dell’egoismo e dell’altruismo sono segnati dalle esigenze del suo
tipo sociale, la perfetta simpatia è in ultimo la condizione dell’adattamento
psicologico dei singoli a queste esigenze. Ed ò caratteristico a questo
riguardo il latto che il capitolo, nel quale si tratta dello svolgimento
progressivo della simpatia come l’attore della conciliazione, porta lo stesso
titolo e sostituisce nei dati »il capitolo smarrito e aggiunto poi in
appendice, che ho citato più sopra, nel quale si cita come esempio di
conciliazione tra l’egoismo e l’altruismo l’adattamento alle esigenze della
vita sociale delle api e delle formiche. Per questo rispetto direi, se non
sembrasse un paradosso, che il grande assertore e propugnatore
dell’individualismo, è in fondo, senza che se ne accorga, un difensore della
subordinazione totale e definitiva dell’individuo a un tipo di CO-OPERAZIONE
sociale, che egli considera bensì come la condizione necessaria alla vita più
elevata dell’individuo e della specie, ma che in realtà vincola il grado di
elevazione della vita di un gran numero se non di tutti gli individui, alle
esigenze di una certa struttura economica. E quando egli combatte l’intervento
della società nel regolare i rapporti economici, in nome dei diritti
dell’individuo, dimentica che una parte considerevole di quei diritti, sono in
realtà diritti di alcuni soltanto, e non di tutti, c che questa disparità ha la
sua radice nella costituzione economica, che lo stato, come egli lo vuole,
interviene pure a sancire e a difendere. La quale osservazione, giova notarlo,
non vale per sè nè prò nè contro il cosidetto Socialismo di Stato. Vale
soltanto a provare che l’individualismo di Spencer non è, come pare, un
individualismo universale, ma un individualismo particolare. Cosi, i l difetto
capitale del tipo di società di Spencer come in genere del cosidetto stato di
diritto nasce non da quel che afferma, ma da quel che dimentica ; non dal
riconoscere e difendere le esigenze della uguale libertà per tutti, ma dal non
riconoscerle tutte; cioè dal trascurare o dal1’omettere, come se fossero
soddisfatte, mentre non sono, le condizioni che rendono possibile 1’ uguale
libertà. E, ad esprimerlo in termini kantiani, il difetto si riduce a
questo.DOVE VI E CO-OPERAZIONE CON EFFETTIVA PARITA DI DIRITTI, CIASCUNO DEI
COOPERANTI HA AD UN TEMPO RIGUARDO A QUALISIASI DEGLI SCOPI DELLA CO-OPERAZIONE,
PER UN RISPETTO RAGIONE DI MEZZO E PER L’ALTRO RAGIONE DI FINE. SE INVECE
L’ESIGENZE DELLA CO-OPERAZIONE INDERDICONO A QUASIVOGLIA DEI [Nota LORIA che
quando si grida contro la concorrenza come causa di una infinità di mali, si
attribuisce alla concorrenza la produzione di effetti che nascono dalla
mancanza di concorrenza, cioè dal monopolio. Perchè la concorrenza domina
soltanto nel campo innocente della circolazione, e qui ha una influenza
benefica. Mentre i mali lamentati nascono dalla distribuzione, e sono il
risultato, anziché della concorrenza che qui non esiste, della mancanza di
concorrenza fra lavoratori e capitalisti. (Cost. Ec. Odierna)] COOPERANTI la
ricerca di una parte dei beni, a cui E CONDIZIONE NECESSARIA LA CO-OPERAZIONE
DI TUTTI, per questa parte l’escluso ha soltanto RAGIONE DI MEZZO, e *non*
RAGIONE DI FINE. Il che avviene appunto, malgrado il riconoscimento formale, o
meglio, verbale, della uguale libertà, anche nella società ideale di Spencer.
La quale perciò non può aver valore di universale e preminente DESIRABILITA
perchè non soddisfa alla condizione richiesta: che tutti i sodi trovino nelle
condizioni di esistenza della società la medesima o equivalente possibilità
esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di QUALSIVOGLIA DEI BENI,
AI QUALI LA CO-OPERAZIONE SOCIALE E MEZZO. Questo è il POSTULATO CARATTERISTICO
DELL’UNIVERSALE DESIDERABILITA DI UNA FORMA DI CONVIVENZA, ossia è il postulato
caratteristico della GIUSTIZIA. E supporre una società giusta di uomini giusti
equivale a supporre riconosciuta e applicata universalmente e costantemente in
qualunque specie di azione o di influenza che si eserciti, così dalla società
come da ciascuno dei singoli, l’esigenza di quel postulato. Ufficio e limiti
(li una costruzione scientifica dell’ Etica. LA SOCIETA GIUSTA così intesa non
rappresenta dunque un tipo definitivo della vita più elevata possibile, analogo
ai tanti regni dell’Utopia che la fantasia morale ò venuta fingendo nei diversi
tempi. Anzi per questo rispetto una maggiore o minore elevatezza, complessità o
intensità di vita, di attività, di fini, non ò affatto implicita nel postulato
nè si può ricavare da esso ; e si può concepire (e non ne mancano in effetto
gli esempi) una forma di società in cui sia, almeno parzialmente l'aggiunto un
grado assai elevato di civiltà, la quale sia tuttavia meno giusta di un’altra
più semplice e meno civile. Appunto perchè la giustizia riguarda la universale
possibilità di cercare i beni, ai quali E CONDIZIONE la convivenza e LA
CO-OPERAZIONE SOCIALE, e non include che questi beni siano di molte o di poche
specie, di maggiore o di minor pregio. Onde è pienamente compatibile col
postulato anche la concezione pessimistica della vita ; perchè, anche dal punto
di vista del pessimismo, uno stato di giustizia, che è la condizione necessaria
della universalità della simpatia e quindi della compassione, deve apparire
preferibile a ogni altro. E se anche si riguardasse come fine ultimo la
negazione universale della volontà di vivere, lo stato di giustizia apparirebbe
la condizione più favorevole perchè 1’ uomo prenda coscienza della necessità
naturale c inevitabile della propria infelicità, spongliandosi dell’illusione
che essa sia occasionale e contingente, ed effetto di malvagità degli uomini o
di iniquità degli istituti sociali. E QIESTA DESIDERABILITA dello stato di
giustizia anche rispetto al pessimismo è forse una conferma non trascurabile
del valore di universale preferibilità che gli si è riconosciuto, e a un tempo
della sua indipendenza da ogni particolare concezione metafisica. Adunque,
poiché uno stato di giustizia non è caratterizzato da altro se non dall’ipotesi
che le esigenze di quel postulato siano soddisfatte, non si può nè si deve
pretendere di ricavare dal postulato un contenuto determinato, ma soltanto la
forma generale delle norme. Il contenuto specifico deve essere ricavato dai
fini, ai quali SI RICONOSCE O SI SUPPONE CHE LA CO-OPERAZIONE SOCIALE SIA O
DEBBA ESSERE MEZZO, e in relazione al quali si possano definire le condizioni
richieste dal postulato della giustizia. Quali siano questi fini non si può
stabilire se non o per constatazione o per ipotesi. Per constatazione, quando
corrispondano alla osservazione della realtà psicologica in un dato momento
storico, ossia in una forma di civiltà. Per ipotesi, quando si voglia cercare
preliminarmente quali sarebbero le condizioni richieste dalla possibilità di
ciascuno dei fini isolatamente preso o di un gruppo. Ed è inutile a questo
proposito insistere qui sulla eventuale opportunità o necessità di ricorrere a
tali ipotesi specialmente nelle ricerche, come questa, nelle quali non è
possibile la sperimentazione. Ma tanto nell’uno quanto Dell’altro caso le
condizioni che se ne ricavino e che vengano stabilite come proprie del tipo di
società giusta considerato, presentano questo carattere : che non sono date, ma
costruite, che non sono reali, ma ideali. Ora, se noi determiniamo quali siano
le norme di condotta corrispondenti a quelle condizioni, queste norme
esprimeranno quale sarebbe il modo di operare nella supposizione che esse siano
già date e reali, e non quale sia il modo di operare che tende a realizzarle,
mentre sono date condizioni piu o meno diverse. La prima determinazione è
oggetto di un’etica pura: la seconda di un’etica applicata, nella quale si
consideri come fine il raggiungimento delle condizioni ideali che sono assunte
nell’ etica pura, e si stabilisca per approssimazione quale sia in un dato
momento storico la condotta sociale e individuale, che, nei limiti
necessariamente imposti dalle condizioni reali date, ò più atta a favorire la
trasformazione di queste nella direzione segnata da quelle. Soltanto così
l’Etica può evitare un errore del genere di quello nel quale cadevano gli
economisti della SCUOLA CLASSICA; i quali, dopo aver supposto l 'homo
oeconomicus mosso unicamente dall’interesse personale, il che avevano diritto
di fare, lo considerarono poi come reale e die dero valore di leggi n aturali e
necessarie alle conclusioni ricavate da questo e dagli altri dati astratti supposti.
Ora appunto percliò le condizioni soggettive e oggettive dell’ homo iustus e
della societas insta, sono supposte e non reali, le norme che esprimono quale
sarebbe la condotta dell’ homo iustus e della societas iusta non sono
immediatamente nè integralmente applicabili in condizioni diverse dalle
supposte. I « doveri » e i diritti dell’ uomo giusto nella società giusta non
coincidono coi doveri e i diritti dell’ uomo storico in determinate condizioni
storiche; alla stessa guisa che i diritti naturali dei filosofi dello stato di
natura non coincidevano coi diritti positivi delle società in cui vivevano. Ma
se si dà valore di fine all’attuazione delle condizioni proprie della societas
iusta, i doveri e i diritti 1 dell’ homo iustus diventano il modello al quale
si riconosce desiderabile che cerchi di avvicinarsi il sistema di doveri e di
diritti che vale come giusto in una società reale data. Alla stessa guisa, se
la costituzione di una società foggiata in conformità all’ipotesi dello stato
di natura e del CONTRATTO, si fosse riconosciuta (con verisimiglianza maggiore
ed evitando la confusione fra giustifica¬ [Gide. Principes d’ éc. poi.] zione
etica e spiegazione storica) come fine da raggiungere invece che come stato
originario, il diritto naturale ricavatone sarebbe legittimam ente apparso come
il tipo idealmente giusto, al quale il diritto positivo doveva avvicinarsi e
adattarsi. Adunque/qu ando si eviti l’errore di scambiare i dati ipotetici coi
dati reali, c la pretensione utopistica di applicare direttamente e
integralmente le conclusioni ricavate dai primi alle relazioni che sono imposte
dai secondi A a ppare evi dente ad un tempo e la 1 ( frittimi t à della
distinzione, e la priorità logica dell’Etica Pura surf mica Applicata.
Raccogliamo in breve i resultati dell’ analisi. Una scienza normativa etica non
differisce dalle altre scienze precettive se non pe il valore, che si
attribuisce al line suo: il quale deve essere desiderabile univ ersalm ente
jyjjma e a preferenza di ogni a ltro, se si vuole che sia riconosciuto lo
stesso carattere alle norme ricavate da esso. Questo fine universalmente
preferibile non nuò essere che un fine relativamente prossimo, il quale (abbia
o no anche valore per sè) sia mezzo o condizione di tutti i fini che si
considerano come ultimi; e quindi non può essere che una forma di convivenza e
di */ . amw Per maggiori chiarimenti sulla relazione fra le due etiche cosi
intese e sulle parti di ciascuna, mi sia lecito riferirmi a quanto ebbi
occasione di dire nei « Prolegomeni ecc. » già citati. coopcrazione, nella
quale 1’ universalità dei singoli possa riconoscere tale requisito. Ma una
società siffatta ò supposta, non reale, e le norme di condotta che se ne
ricavano regolano delle relazioni che sono parimenti assunte per ipotesi, e non
sono perciò applicabili direttamente a relazioni più o meno diverse. Tuttavia
la loro determinazione è non soltanto utile, ma necessaria; necessaria dal
punto di vista scientifico alla determinazione delle norme che debbono regolare
le relazioni più complicate della realtà ; necessaria dal punto di vista etico
alla giustificazione di queste norme ; perchè esse sono valide in quanto
esprimono ravvicinamento, nei limiti del possibile, di queste relazioni reali a
quelle relazioni ideali. Il che viene a dire che l’etica pura fornisce
all’etica applicata il criterio per determinare le norme, e il valore che le
giustifica. Ma non bisogna dimenticare che le norme, sia dell’etica pura, sia
dell’etica applicata, hanno il valore che si assegna a loro, nella ipotesi
fondamentale che si accetti come valido e fuori di contestazione il postulato
della giustizia. Ossia hanno valore se si suppone che OGNI socio RICONOSCA che
una forma di convivenza e di CO-OPERAZIONE nella quale ciascuno abbia, quanto
alle limitazioni esterne, valore di fine a pari titolo di qualunque altro è
preferibile a una forma di CO-OPERAZIONE nella quale una parte dei <? socii
» abbia, per uno o più rispetti, soltanto valore di mezzo e non di FINE.
Quindi, è bensì vero clic l’assunzione di quel postulato è la condizione
necessaria all’ universale riconoscimento della norma, e clic perciò, se si
pone come caratteristica della norma morale 1’universalità, rinunciare a quello
vuol dire rinunciare a questa ; ma ciò non toglie che si debba affermare
chiaramente e senza sottintesi che il sistema di norme per tal guisa stabilito
ha, come qualunque altro sistema di norme, del quale si richieda una
giustificazione, valore ipotetico; e che perciò questo valore ò incontestabile
solo in quanto si riconosce incontestabile il postulato. Appare di qui che è
vano e illusorio cercare la giustificazione di una norma morale nelle leggi |
naturali. Perchè ciò che giustifica una norma di condotta non è la naturalità,
ma LA DESIRABILITA dell’ effetto contemplato ; e le leggi naturali stesse
possono apparire giuste od ingiuste secondochè si assumano come universalmente
desiderabili o no i resultati, ai quali la conformità della condotta' fi 1 affo
irafic-li itr [v yJ.tA ttfilk t**' he* ìtU 'o jqie j. La conoscenza delle leggi
naturali suggerirà i mezzi necessari a raggiungere un fine; e darà modo di
giudicare della come yuibìlità di questo o quel fine che eia proposto ; ma non
serve a dar valore di universale DESIRABILITA a un ordine di effetti, per il
solo fatto che ce ne riveli la produzione « naturale » a quelle leggi conduce,
o ò creduta condurre. Può essere vero (e non è da discutere qui) che l’essere o
no un ordine di effetti desiderabile (ossia, in ultimo, l’essere o no presenti
ed efficaci nella coscienza umana certi bisogni, desideri, aspirazioni,
credenze), sia un portato necessario della natura stessa delle cose e dell’
uomo, e che le tendenze umane, si siano, rebus ipsis dictantibus, modellate
cosi da condurre a riconoscere nella osservanza delle leggi naturali un valore
di giustizia e di bontà; ma anche in questo caso non ò la naturalità, che ne fa
ammettere la giustizia e la bontà, ma è la loro, diretta o indiretta,
desiderabilità. Onde per questo rispetto nulla vieta che si concepiscano
possibili, almeno teoricamente, più Etiche diverse; possibile, per esempio,
(sebbene l’accoppiamento esplicito dei termini ripugni) un’Etica
dell’ingiustizia, quando si assuma come postulato la prefe ribilità di una
comunione sociale in cui una parte non abbia che diritti e un’altra non abbia
che doveri. Benché allora 1’etica si sdoppierebbe in due etiche diverse, anzi
opposte: l’etica degli uomini-fini e l’etica degli uomini-mezzi; o, per usare
le parole del Nietzsche, la,orale dei padroni e la morale degli schiavi; e la
medesima condotta sarebbe, seguita dagli uni, giusta, seguita dagli altri,
ingiusta. Che una giustizia di questo genere ripugni alla psiche del socius per
una ragione analoga a quella per la quale ripugna alla psiche dell’ uomo logico
ammettere che un rapporto tra due cose o fatti, sia vero per gli uni, e falso
per gli altri, è credibile; (sul presupposto di quella ripugnanza, si fonda, io
credo, la giustificazione etica della coazione e delle sanzioni). E certamente
rimane aperto qui un campo ulteriore di indagini intorno ai problemi che
riguardano il come e il perchè il postulato che assumiamo possa e debba essere
accettato ; e se alla esigenza che esso esprime si possa o si debba assegnare
un ufficio, e quale, nella interpretazionetotale del mondo, dell’ uomo e della
storia. Ma da queste indagini, le quali sono di natura metafisica, la
costruzione scientifica dell’Etica, come qui fu abbozzata, può e deve tenersi
indipendente, per una ragione analoga a quella per la quale l’igiene è e si
mantiene indipendente da ogni questione intorno al fondamento e al valore del
postulato assunto da lei, e dal quale deriva il valore normativo dei suoi
precetti: che un organismo sano sia preferibile a un organismo malato. Perciò,
finché si rimane nel campo della ricerca scientifica, la sincerità richiede
che, anche nell’etica, malgrado ogni interiore certezza, questa condizionalità
del valore delle norme sia esplicitamente riconosciuta, e che anche nei termini
si eviti 1’equivoco EQUIVOCO GRICE, e fin dalle parole sia bandita ogni pretensione
a un valore che non sia condizionato al presupposto assunto. Per questa
ragione, oltreché per fissare rispetto alla dottrina di Spencer le differenze
notate nel modo di intendere il fine, e di concepire la società giusta e 1’uomo
giusto, e la priorità non soltanto logica ma giustificativa di un’etica
rispetto all’altra, LUa p«A* è conveniente, sostituire ai termini Etica Asso
‘fvulfyh luta ed Etica Relat iva » i termini « Etica P ura V'.',:r, ì ' pvi n l
iuta i v a » i ieri mmi « e~=r . 1 ", della giustizia ed etica applicata
della giustizia. (^ 3 ; n*facE se tosso poi, c'Sfne~r _ l n effetto, necessario
od 'GlfiULiffil opportuno determinare quali dovrebbero essere le norme di
condotta nell’ ipotesi che, osservate preliminarmente le condizioni della
giustizia, fosse assunto come fine l’adempimento delle condizioni richieste
dalla universale solidarietà, si avrebbero due ulteriori sezioni dell’Etica:
l’etica pura della simpatia e l’etica Applicata della SIMPATIA. A leggere
questo titolo, quelli che VARISCO chiama felicemente i filosofi dell’ oramai e
quegli altri che si potrebbero chiamare i girasoli della filosofia (i due tipi
coincidono in parte, ma non in tutto) c’è da scommettere che sorrideranno. Non
è oramai pacifico che di una scienza della morale non si può parlare? E vale la
pena di perdere il tempo attorno a un problema oltre-passato? Io mi rassegnerò
a lasciarli sorridere; ma non son persuaso dell’oramai, e trovo che il problema
è tutt’ altro che superato. La quale persuasione per altro non garantisce
nulla, pur troppo, rispetto all’ altra faccenda del perder tempo; perchè il
tempo si può perdere, e far perdere, come sappiamo benissimo tutti, anche
trattando di argomenti non oltrepassati. Dico dunque che il problema, almeno
nel modo nel quale credo che debba essere posto e ho cercato di porlo, è più
vivo che mai e di interesse capitale così per l’Etica come per la Filosofia del
diritto. E chiedo scusa fin da ora al lettore se dovrò, richiamandomi a cose
già dette, parlare, più spesso che le buone regole non consiglino, in prima
persona. Quando sostengo la possibilità e la legittimità di una scienza
normativa morale, non intendo che una tale scienza possa o debba sostituire la
metafisica, e bandirla proprio da quel campo che è il vero vivaio dei problemi
metafisici, il campo delle idee e dei sentimenti morali. E nemmeno che possa
pretendere di costruire la morale, l’unica vera morale erigendo a norme della
condotta certe leggi naturali cosmiche, o biologiche o psichiche o sociologiche
o storiche, alle quali si presuma di dare valore imperativo. La tesi che ho
sostenuto e sostengo è diversa. Una scienza normativa etica, non può, al pari
di qualsivoglia scienza precettiva, consistere in altro che in u n sistema di
relazioni e di legg i, le quali hanno valore di norme da seguire nell’ ipotesi
che sia assunto come fine quel F effet to o quell'ordine di effetti, del quale
esse ’-ggi esprimono le condizioni e i fattori. Ma dibosco dalle altre, perchè
s uppone che al fine suo [MJLjcTalfA Ò)lCJUjLt> 'ittl, del quale esse ’Sl'Kp
tkf si a rico n osc iuto un valore di universale pref eribilità e precedenza
sopra ogni altro fine. Perciò una determinazione scientifica di norme etiche
richiede due condizioni. Che il fine sia umanamente possibile; cioò tale che se
ne possa stabilire la dipendenza condizionale da una certa forma di condotta
collettiva e individuale. Di qui dipende il carattere scientifico della
costruzione ; perché la relazione che lega le norme con quel fine potrà essere
lunga, complicata e difficile, ma non richiede ad essere conosciuta altri mezzi
che quelli di una indagine scientifica. Che sia ammesso come postulato che il
riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza
rispetto a qualsivoglia altro fine umanamente possibile, è un 'esigenza morale.
É ovvio di per sè che se si ricusa di ammettere questo postulato o se ne nega
la legittimità, la determinazione delle norme di condotta richieste dal fine
contemplato non perde nulla del suo carattere scientifico; ma le norme non
hanno valore morale. Ossia, il valore morale delle norme così ricavate ò
relativo alla accettazione del postulato; e la derivazione scentifica di un
sistema di norme dal fine in discorso non ò, a rigor di termini, la scienza
della condotta morale; ma la scienza di una certa condotta; la quale è la
condotta morale, se si ammette e in quanto si ammette quel postulato. Ma è
altrettanto ovvio che non avrebbe senso, o sarebbe al tutto arbitrario e fuori
di proposito, l’attribuire in ipotesi al fine un valore che nessuno fosse
disposto a riconoscergli, e assumere come Ua esigenza morale una esigenza che
non trovasse nella realtà nessuna corrispondenza. Ed è perciò che ho cercato di
porre in chiaro in primo luogo quale fosse l’esigenza caratteristica del valore
morale di una norma; poi, se si potesse assegnare un fine umano, e quale
potesse essere, che rispondesse a queste condizioni. Non è il caso di ripetere
il già detto; qui ne ricordo soltanto le conclusioni: che l ’esigenza che assum
o, e, credo aver dimostrato, legittimamente, come caratteristica di una norma
morale ò quella di una universale giustizia; e che il fine che soddisfa a
questa esigenza non può essere che una forma di società umana tale, che tutti i
sodi trovino nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente
possibilità esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di
qualsivoglia dei BENI AI QUALI LA CONVIVENZA E CO-OPERAZIONE SOCIALE E MEZZO.
Supponendo dunque ammesso il postulato sopra detto, non ho fatto e non faccio
una ipotesi arbitraria; poiché l’esigenza della giustizia, alla quale il
postulato fa appello, è la più profonda e più tenace e più incoercibile
dell’uomo in quanto è socius, cioè in quanto è soggetto di moralità e considera
se stesso, ed è considerato, come persona a pari titolo di ogni altro socio. Mi
riferisco, qui e nel corso di questo scritto, a quello clie che lo precede nel
presente volume, e a un altro studio: Prolegomeni a una morale indipendente
dalla metafisica, Pavia, Bizzoni. Tuttavia per quanto possa parere ed essere
legittimo prendere per concesso qu esto postulato, non bisogna dimenticare, ma
anzi importa rilevare chiaramente, che il fine e le norme corrispondenti hanno
quel valore che si attribuisce a loro, soltanto nell’ ipotesi che lo si accetti
come valido e fuori di contestazione. Se non 6 ammesso, ò vano pretendere clic
la costruzione normativa valga a farlo accettare o possa obbligare ad
accettarlo. Essa non può che mostrare la coerenza delle norme proposte col fine
assunto, e di questo colla esigenza della giustizia; e mostrare con ciò che non
si può ragionevolmente ammettere questa esigenza senza ammettere il valore di
universale priorità attribuito al fine, e quindi alle norme. Ma che l’esigenza
invocata sia ammessa in realtà, o sentita come tale, ò un dato di fatto che la
costruzione normativa trova, se c’è; ma che non pone essa, ne per sò vale a
mutare. Adunque la scienza normativa morale così intesa si riduce alla
determinazione delle norme di condotta valide per una coscienza che anteponga a
ogni altra esigenza l’esigenza della universale giustizia. Se in ipotesi
volesse determinare le norme di condotta per una coscienza per la quale valga
come suprema l’esigenza egoistica, le norme risulterebbero diverse. Ma il
procedimento sarebbe il medesimo; la deduzione sarebbe, o si può concepire che
potrebbe essere, ugualmente ragionata e scientifica. E del pari se si assumesse
come regolatrice l’esigenza dell’abnegazione o della rinuncia incondizionata di
sò agli altri, o qualsivoglia altra esigenza e un fine possibile
corrispondente. Di qui si vede quanto sia superficiale c vuota di significato
l’opinione tante volte ripetuta, e che forma quasi il leitmotiv di un’ opera
che ha latto gran rumore, che la ragione non ci comanda che l’egoismo. La
ragione per sè non comanda nulla. NE L’EGOISMO NE L’ALTRUISMO -nè la giustizia.
La ragione cerca, e mostra, se le riesce, i mezzi che servono a conservar la
vita a chi la vuol conservare, a distruggerla a chi la vuol distruggere; addita
ai pietosi le vie della pietà, ai giusti le vie della giustizia, e le vie del
proprio tornaconto agli uomini senza scrupoli. Ma l’egoismo non 6 per sè più
razionale dell’altruismo, nè il regresso più razionale del progresso, nè la
conservazione dell’individuo più razionale di quella della specie, nè 1’ utile
proprio più razionale che 1’ utile della collettività. RAZIONALI NON SONO I
FINI, MA LE RELAZIONI DEI MEZZI AI FINI. Ed è così ragionevole che dia la -Dire
che la ragione non consiglia che l’egoismo equivale a dire che una condotta non
egoistica non si può RAGIONEVOLMENTE GIUSTIFICARE. Ossia viene a dire una di
queste due cose : 0 che di un fine non egoistico non si possono assegnare mezzi
possibili, e vita per un’idea chi pregia più l’idea che la vita, come che taccia
la verità per un ciondolo chi ama più i ciondoli che la verità. Ma forse
dicendo così si è ancora giusti verso la ragione. Perchè se ciò che si chiama
uso della ragione può avere, come non dubito che abbia, una efficacia indiretta
nella valutazione dei fini, non è dubbio che questa efficacia si esercita in
favore di quei fini e di quelle norme che rispondono alla quindi non si può
determinare quale sia la condotta atta a raggiungerlo; cioè che si tratta di un
fine fuori di ogni efficienza umana. E in questo caso non ci sarebbe senso a
proporlo come fine dell’operare nè in nome della ragione nè in nome di
qualsivoglia altra cosa, dal momento che qualsiasi condotta sarebbe rispetto ad
esso indifferente. Oppure che un fine non egoistico non è mai fine per sfi, ma
ha bisogno di essere giustificato da un fine egoistico al quale sia mezzo o
condizione. Ma il valore per sè di questo fine egoistico ultimo, al quale si
riporta la giustificazione, non può essere alla sua volta giustificato, ma deve
essere un dato di fatto reale o supposto; il quale dunque, appunto per ciò, è
fuori di ogni ragionamento. E il vero senso dell’ affermazione in discorso è
allora non che la ragione consiglia l’egoismo; ma che gli uomini sono tutti e
sempre e inevitabilmente egoisti (poiché i fini ai quali soltanto riconoscono
valore per sè sono fini egoistici); e quindi, finché sono e rimangono egoisti,
non possono trovar ragionevole altra condotta all’ infuori di quella suggerita
dall’egoismo. Sapevhm celo ; ma non vuol dire che l’essere egoisti sia più
ragionevole die il non essere. D’altra parte, posto che gli uomini fossero
inevitabilmente egoisti, anche il precetto o il consiglio di non seguire la
ragione, dovrebbe, per avere valore pratico, fare appello in ultima istanza a
in fine egoistico, nè più nè meno di quel che farebbero nello stessè caso i
consigli della ragione. Con questo bel risultato : che gli uomini rinuncino ad
essere ragionevoli per continuare ad essere egoisti. tendenza caratteristica
dell’attività razionale: l’universalità. Ora nel campo dell’attività pratica il
fine del quale soltanto si può concepire universale il raggiungimento, e la
norma, della quale soltanto si può concepire universale l’osservanza, sono un
fine e una norma conformi all’esigenza della giustizia. Ma, tornando al nostro
argomento, anche il riconoscere che il fino e le norme determinate in
conformità al postulato hanno, e possono avere essi solamente, la nota
razionale dell’universalità, non ne toglie il carattere necessariamente e
insuperabilmente ipotetico; perchè se il loro valore si fa dipendere da questa
loro universalità, si prende per concesso che l’universalità sia assunta come
criterio di valutazione; ossia che dell’esigenza ra[Son trovo che si sia dato
il peso dovuto alla considerazione che non solo l’egoismo, ma neppure
l’altruismo può fornire una regola di condotta, che si possa concepire nei
rapporti tra gli uomini universalmente e costantemente osservata, senza
contraddizione, o senza che sia necessario supporla subordinata alla sua volta a
una norma di giustizia. Perchè sia possibile l’abnegazione e la rinuncia
incondizionata di sè agli altri, bisogna che gli uni si sacrifichino, e gli
altri o qualche altro accettino il sacrifizio; cioè che gli uni seguano la
massima dell’ altruismo, e gli altri o qualche altro quella dell’egoismo. Se
poi si ammette che nessuno debba poter sacrificarsi piu di un altro, (oltreché
il sacrifizio si riduce a un tacito SCAMBIO DI SERVIGI RECIPROCI), bisogna che
la condotta altruistica di ciascuno non impedisca o limiti una pari condotta
altruistica degli altri ; cioè bisogna che 1’ altruismo alla sua volta sia
governato da una norma di giustizia. zionalc e teoretica dell' universalità la
coscienza faccia una stima pratica, attribuendole un valore e un’ autorità superiore
ad ogni altra esigenza. Concludendo: la scienza normativa etica, alla quale mi
riferisco, è la scienza della condotta richiesta da un fine conforme all’
esigenza detta. Se si riconosce come caratteristica del valor morale di un fine
e delle norme che ne dipendono una esigenza diversa, o se si pone come congruo
ad essa un fine incongruo, o si assumono come condizioni conformi all’esigenza
di una universale giustizia delle condizioni clic negano o limitano questa
universalità, le norme riconosciute e accettate come morali saranno diverse. Ma
non concluderebbe nulla contro la tesi che difendo l’opporre che le norme o
alcune delle norme in effetto tenute o seguite come morali sono diverse o
contrarie a quelle proposte e ricavate in conformità al postulato assunto.
Perchè qui non si tratta già di esporre (piali sono le norme accettate, o di
farne l’apologia ; nè di cercare che cosa bisogna ammettere per accettarle; ma
di determinare quali sarebbero le norme della condotta morale nell’ipotesi che
si accetti il postulato. Insomma si fa un’ ipotesi e si cerca che cosa ne
segua. Ma per negare valore scientifico a una tale costruzione ipotetica
bisogna negare la dipendenza condizionale del fine assunto da una certa
condotta collettiva e individuale; e per negarle valore morale, bisogna negare
il valore morale dell’esigenza, o ammettere che essa è o dove essere
subordinata a un’esigenza diversa. Finché non si giustifica nè l’una nè l’altra
negazione, il dichiarare oltrepassato il problema vale poco; e il sorridere vale
anche meno. Perchè esponendo questo concetto io non mi sono dissimulato le
difficoltà e le obbiezioni possibili; sopratutto quelle che fanno capo alla
affermazione comune della impossibilità di una determinazione di norme morali
che non si fondi sopra una dottrina metafisica. Questa questione anzi ho
esaminato di proposito, e le conclusioni di quell’analisi non furono confutate.
Avrei dunque, « in tesi di diritto » ragione di ritenere spostato l’obbligo
della prova. Ma nel fatto, come tutti sanno, ò sempre chi dissente dalle
opinioni stabilite che ha torto; e deve rassegnarsi a battere e ribattere per
tutti i versi lo stesso chiodo. E prima di tutto occorre qualche parola su
quella che si potrebbe chiamare la tesi scettica, [Che essa possa e debba aver
valore anche dal punto di vista del diritto è cosa evidente; ma come c quanto
non sono questioni da risolvere cosi di sfuggita. della impossibilità di una
qualsiasi determinazione di norme morali. Il fatto etico è contingente,
multiforme e variabile in ogni circostanza, e sfugge ad ogni tentativo di
determinazione razionale. Oltredichè esso dipende dal sentimento e dalla
volontà e non dalla conoscenza, e non si può ricavare da un processo di
deduzione logica. Questa tesi ha il grave torto di confondere la morale colla
moralità; confusione sulla quale dovrò tornare anche più innanzi. Il fatto
etico e variabile. Certamente. E il fatto giuridico, che ò una specie dell’
etico, non ò esso pure variabile? E forse perciò non si stabiliscono nonne
giuridiche determinate e precise, e non si considera questa determinazione come
un’esigenza della vita sociale, e non si misura dalla sua precisione e coerenza
il progresso della vita e della coscienza giuridica? E non è un luogo comune la
lode fatta a ROMA di MAESTRA DEL DIRITTO? Non si venga a dire che il fatto
giuridico riguarda solo la non, come la morale, anche e sopra tutto la interna
; qui si fa questione, anche per la morale, appunto, della condotta ester na,
nella quale la moralità interiore deve pur tradursi; ed è assurdo dire, per
esempio, che non ha senso il precetto non frodare, e vano cercar di determinare
in che la frode consista, perché la frode è, forse più che qualunque altra cosa
al mondo, contingente multiforme e variabile. È pur fuori di dubbio che l’operare
in un modo piuttosto che in un altro, dipende dal sentimento e dall a volontà,
e non dalla co noscenza del precetto; e che non si può dedurre da nessuna
combinazione di premesse l’azione. Nessun congegno di premesse, nessun processo
logico, nessun sistema di conoscenze pone in essere la benché minima cosa; .A}*
VcttmaJ. ’l| conseguenza di un ragionamento ò sempre fin giudizio, non
un’azione; nella morale come in qualunque altro campo; l’azione., potrà.. o non
potrà seguire, secondo che le disposizioni sentimentali c. volitiv e sono tali
o tali altre; potrà anche seguire senza che ci sia il giudizio. Verissimo e
giustissimo. Ma non conclude nulla al proposito. Perché qui è questione non di
fare, ma di sapere quel che convenga fare, chi si proponga e ammesso che si
proponga un certo fine. Ora lo stabil ire queste relazioni tra un certo fine e
certe operazioni necessarie a raggiungerla é ufficio della conoscenza, non
della volontà ; e io spero che nessun voluntarista vorrà sostenere che è
indifferen te a chi vuol andare, poniamo, a Canossa, conoscere quale sia la
strada per arrivarvi. E il dire che non è la conoscenza nè di un certo effetto,
nè dei mezzi, ciò che fa volere l’effetto e volere i mezzi, non toglie nulla
all’ufficio specifico della conoscenza; anzi, e appunto perciò, lo determina. E
rimproverare a un sistema di norme di essere per sè inefficace a muovere
l’azione non ha senso ; come non avrebbe senso pretendere che una formula
chimica produca essa il composto del quale indica la combinazione. L’ ufficio
delle norme morali, come di ogni altro sistema di norme qualesivoglia, non può
essere che un ufficio informativo, non formativo ; di guida, non di stimolo, di
indicatore, non di propulsore. E quelli che adducono, per mostr are l a inanità
di una costruzione norma tiva, l a dipendenza dell’ azione dal se ntimento e
dalla volontà, non si accorgono di confondere essi il conoscere coll’operare,
cioè, come' s’è detto, la ni qrfllo nnIlp mo ralità, la determinazione_delle
norm e colla c onformità alle norm e. Senonchò si può soggiungere che la
determinazione in questo campo non serve, perchè la conoscenza delle norme si
sprigiona volta per volta come da sè fuor dalle circostanze, per un intuito
naturale che è più fine e delicato di qualunque deduzione scientifica. E così
viene in campo, accanto alla tesi dell’ impossibilità, quella dell’ inutilità:
l a cos cienza morale rende inutile la dottrina morale. Lasciamo per ora la
difficoltà capitale che nasce dal fatto stesso da cui è nata la riflessione
critica della morale: il fatto della diversità di contenuto nelle coscienze
morali diverse; e poniamo senza concedere che 1’intuito basti per tutti e
sempre a segnare caso per caso la via. Non ne seguirebbe ancora l’inutilità di
una ricerca che si proponesse la determi nazione sistema tica del fine a cui
.intuiti vamente tend e e delle norme che intuitivamente segue la coscienza
morale. Come la guida istintiva dei bisogni (^feUe^enTazioni non basta a
rendere inutile l’igiene; o come non basta a condannare la conoscenza
fisiologica, per esempio, della digestione, il fatto che digeriscono bene, anzi
di solito digeriscono meglio, quelli che non sanno di quelli che sanno come la
digestione avvenga. E veniamo alle obbiezioni che toccano direttamente la
nostra tesi. In primo luogo si può osservare che la p retesa scienza della mora
le, nell’ atto stesso che dichiara di voler tenersi estranea a qualunque
affermazione di carattere metafisico, presuppone una certa soluzione di un
problema essenzialmente metafisico. Perchè, assumendo come fine morale un
ordine di effetti umanamente possibile, pone come risoluto il problema se il
fine supremo possa o debba essere umano o sovrumano, relativo o assoluto;
risolve cioè, sia pure negativamente, un problema metafisico. Cerchiamo di intenderci.
Si supporrebbe risoluto il problema, se assumendo un fine (diciamo per brevità)
umano, si ponesse questo fine come ultimo assolutamente, come definitivamente
supremo; cioè se gli si assegnasse un valore assoluto ; e si negasse la
possibilità di una ulteriore valutazione del fine stesso; di una sopravalutazw
We^Tciafisica, per la quale sia creduto mezzo alla sua volta, o condizione o
preparazione di un fine sopraumano. Ma questa possibilità 1’ipotesi non la
esclude. Si dirà che in tal caso il fine umano non è più il vero fine; e che
perciò le norme debbono essere ricavate da quello a cui si dà davvero valore di
fine ultimo, valore assolutamente, non relativamente, supremo; e che questa
necessità riporta il problema della determinazione delle norme in piena
metafìsica. Ma è questo che io nego ; e dichiaro di non capire come da un fine
assoluto si possano ricavare delle norme per la condotta in condizioni finite,
da un al di là le norme per un al di qua; e dubito che quelli i quali
dichiarassero di capire, equivochino sui termini. Perchè non si potrà mai
dimostrare un legame di condizionalità tra un certo modo di operare o un fine
sopra naturale; essendo il proprio e caratteristico del sopranaturale c del
sopraumano di esser fuori dalla efficienza naturale e umana. Se si considera il
fine sovraumano come un effetto che può essere condizionato da mezzi puramente
umani esso cessa di essere sovraumano (Urmson, Saints and heroes). Ma se invece
rimane tale, cioè trascende la efficienza umana, si potrà bensì credere ed
affermare che a raggiungerlo si richiede una certa condotta, ma non si può
assegnare una relazione di condizione tra la condotta ed il fine, cioè non si
può ricavare dal fine la norma. La riprova si ha nel fatto, evidente ad ogni
osservatore non del tutto superficiale, che, anche nei sistemi di morale
teologica o metafisica, quando si tratta di determinare le norme che debbono
regolare la condotta nelle relazioni della vita comune, famigliare e sociale,
non è più il fine assoluto quello da cui si deducono le norme, ma un fine
umano, sia prossimo, sia remoto; un certo ordine e un certo tipo di vita
individuale e sociale. Le norme dedotte da questo fine subordinato si
presentano bensì come derivate aneli’esse dal fine assoluto, perchè si assume
quello come posto o voluto o necessitato da questo ; ma in che modo dal fine
assoluto si ricavi il fine relativo, come e perchè, per raggiungere o
approssimarsi a quel fine sopraumano, sia necessario tendere a questo fine
umano, non si dimostra nè si può dimostrare. E quando par che si dimostri, gli
è che si è assunto tacitamente e come incorporato in modo surrettizio nel fine
assoluto il fine relativo, che poi se ne deriva ; cioè in ultima analisi non si
è fatto altroche porre o assegnare un valore sopraumano al fine umano; ossia si
è fatta (fucila che ho chiamata una sopravalutazione metafisica di quel certo
fine umano dal quale in realtà sono ricavate le norme. Non è dunque vero che
assumendo un fine umano si risolva, o si postuli una certa risoluzione di un
problema metafisico. Non si la che ubbidire a una esigenza, la quale sussiste
sia che si risolva positivamente, sia che si risolva negativamente il problema
intorno alla natura del fine assolutamente ultimo o supremo; un’esigenza logica
alla quale non si può sfuggire: che un sistema di norme di condotta individuale
e sociale non si può stabilire se non in relazione a un certo fine,
esplicitamente o implicitamente assunto, che dipenda condizionalmente dalla
condotta, cioè che sia umanamente possibile. Ma non è un’altra esigenza, un’
esigenza propriamente morale, che il fine abbia un valore assoluto e non
soltanto relativo? Non discuto se sia o non sia; perchè si tratta in ultimo di
constatare un fatto di coscienza, e per la constatazione di un fatto la discussione
non approda. Poniamo che sia. Forsechè le dottrine che pon gono un fine
assoluto fanno qualcluTco^ ~~di meglio che postulare la possibilità di quel fi
ne e postularne il valore ? Cioè supporre che quella possiljilità e questo
valore siano dati nelle intuizioni o nelle credenze, dalle quali li prendono,
per dir cosi, a prestito, e sulle quali fanno assegnamento? E se è cosi, e non
può essere altrimenti, se la credenza nel fine e il riconoscimento del suo
valore assoluto, e la derivazione da esso del (ine o dei fini relativi della
vita finita, non possono essere dati o fondati dalla dottrina, ma soltanto
assunti o affermati, è facile vedere che la dottrina vale per la coscienza clic
la sente e, direi, la vive già, e che accetta l’affermazione perchè la trova
corrispondere a ciò che è già dato in lei stessa; ma non vale essa, la
dottrina, a far accettare queste sue affermazioni a una coscienza che intuisca
e senta c creda diversamente. La costruzione dottrinale metafisica non riesce
dunque clic a fare appello a un a intuizione o a una v alufazio ne di cui
ammette o suppone 1’ esistenza, ma n on a farla sorgere dove manca ; e quindi,
di fronte a una coscienza diversa da quella che essa suppone, si trova nella
stessa condizione della costruzione non metafisica. Cioè vien meno alla ragione
per la quale il valore assoluto del fine è richiesto. Questa ragione, se il
valore assoluto del fine non è già assunto come una constatazione di fatto,
consiste nella pretesa illusoria che la dottrina possa e debba assicurare per
questo modo alle norme una validità universalmente riconosciuta; e nasce da una
preoccupazione pratica analoga a quella dalla quale è ispirata l'altra pretesa
che l’etica dia alle norme autorità imperativa. Ed eccoci all’argomento
capitale: 1’esiggenza del carattere imperativo della norma. Ho già
ripetutamente segnalato l’equivoco EQUIVOCO GRICE sul quale si fonda la pretesa
esigenza dell’obligatorietà della norma morale. È in fondo il medesimo già
notato più sopra a proposito della istanza sulla inefficacia della conoscenza a
determinare l’azione; l’equivoco EQUIVOCO GRICE di con fondere la morale colla
moralità, la norma col la conformità alla norma: e quindi di pretendere da una
dottrina quello che nessuna dottrina nè metafisica nè non metafisica può dare:
la garanzia dell’osservanza, cioè 1’efficacia esecutiva. Il linguaggio
favorisce anche qui il persistere dell’errore; e l’uso di definire l’etica la
scienza o la dottrina dei doveri, contribuisce a ribadire il preconcetto. nato
dalla preoccupazione pratica, che compito di una dottrina morale possa o debba
essere quello di costruire o fondare delle norme obligatorie. Mentre l’etica,
dico qualunque dottrina etica, non può fare altro che dedurre, o indurre, o
comporre a sistema, delle norme o ilei precetti, i quali hanno valore di
doveri, se e in quanto la coscienza concepisce, o meglio sente e vuole, come
dovere, l’osservanza dei precetti stessi, o la prosecuzione del fine (o dei
fini) dal (piale quei precetti Yi (yivuni l&u vuxnrib I nei — sono derivati.
E se anche tutte le coscienze universalmente, in ogni tempo e luogo,
concordassero nel sentire come obbligatoria 1’ osservanza di una certa norma,
non per questo si potrebbe dire che l’imperativo è un carattere della norma ;
l'imperativo sarebbe sempre anche in questo caso un carattere del motivo che
spinge all’ osservanza della norma; un dato della coscienza che la abbraccia,
che la riveste e la investe di questo motivo, clic la sente così. Quale sia la
preoccupazione pratica da cui nasce e si alimenta il preconcetto, e. quale, sia
il processo per cui si viene ad assegnare alla costruzione normativa un compito
al quale essa non può soddisfare in nessun modo, ho pure già cercato di
mostrare altrove, e non serve di ripetere. Piuttosto non mi par privo di interesse
mettere in chiaro con 1’analisi come i modi, nei quali può essere interpretato
e tentato il proposito di fondare una norma obbligatoria si riducano a
postulare l’esistenza dell’obbligo, quando non riescono a una forma più o meno
larvata di IMPERATIVO IPOTETICO. E come poi, per il verso opposto, assumendo
l’imperativo categorico per dato o postulato, non se ne possa ricavare la
determinazione delle norme; ma si richieda perciò l’assunzione espressa o
sottintesa di un fine, o di un criterio di valutazione e derivazione, estraneo
e indipendente da quello. Il compito di assegnare una norma che abbia autorità
obbligatoria può essere, e lu in effetto, inteso in più significati diversi; i
quali si possono ridurre ai quattro tipi seguenti. Dimostrare che la norma
proposta corrisponde a un sentimento, a un motivo, a una disposizione che si
manifesta nella coscienza come obbligo. Allora il senso reale ò, non già che la
do ttrina dia essa autorità o bbligatoria alle su e norme; bensì questo: che
essa riduca, traduca o formuli in norme i modi di condotta ai quali la coscienz
a si sente obbligata. Ma così la categoricità del precetto è constatata e
assunta, non posta, nè fondata dalla dottrina; e la norma obbliga solo se •ed
in quanto i suoi comandi ripetono i comandi della coscienza; il suo tono
imperativo è un’eco, e vien meno se tace la voce della quale assume il tono.
Presentare le norme come ordini di un Potere (qualunque ne sia la natura)
irresistibile, che costringe volenti e nolenti a seguirlo. Intesa così l’autorità
non viene nò dalla natura delle norme, nò da quella del fine a cui sono
ordinate, ma da quel Potere del quale l’Etica fa, per dir così, la
presentazione; anzi il suo ufficio si riduce in realtà a quello di interprete
ed araldo di quel Potere ; che essa non pone, ma a cui là appello, e che
suppone sia riconosciuto dalle coscienze alle quali parla in nome suo. Ad ogni
modo l’espressione analizzata, se si usa ad indicar questo ullìcio, è del tutto
abus iva; l’espressione esatta ò questa: compito dell’Etica ò di determinare
quale sia la legge imposta da quel potere indis cutibile e irresist ibile, di
cui si ammette o si riconosce l’esistenza. Dimostrare che ciò che la norma
prescrive dovrebbe esser voluto dall’ uomo, sopra ogni altra cosa : cioè sarebbe
voluto in effetto, se, invece di essere come ò, 1’uomo fosse diverso; seguisse
la sua vera natura, fosse giusto, o perfetto, o realizzasse un certo tipo
ideale. Ma è chiaro che in questo senso non si là che o determinare il fine in
l'unzione di un certo tipo ideale, o il tipo in funzione del line; ossia, in
altre parole, determinare la relazione che sussiste tra una certa natura e una
certa condotta. La qual relazione per necessaria che sia, non si vede come
[tossa far nascere la coscienza d’ un obbligo. Se si pensa di fondare in tal
modo 1’obbligatorietà, manifestamente si suppone ebe il conformarsi a un certo
tipo, il realizzare un certo ideale sia già sentito come obbligo; e si rientra,
quanto al fondamento di questo, nel primo dei casi enumerati. Se poi si
intendesse dire che chi vuoi essere uomo davvero, giusto, o perfetto, deve
proporsi un certo fine o seguire una certa condotta, si avrebbe non piii un
imperativo categorico, ma un IMPERATIVO IPOTETICO (GRICE, CONCEPTION OF VALUE).
Dimostrare che ciò che la norma prescrive, dece essere voluto universalmenta e
incondizionatamente. Questo ò manifestamente il significato che pare più
proprio, e nel quale intesero e intendono l’esigenza i moralisti i quali
credono di poter ricavare l’obbligo dalla natura del fine che assumono come
ideale etico. Ma l’intendere la tesi così, implica che si ammetta la
possibilità di una di queste due vie o derivare l’obbligatorietà dal valore
riconosciuto al fine, assumendo questo riconoscimento come dato o postulato; o
derivare dalla natura del fine l’ obbligo di riconoscere al fine stesso un tal
valore. E l’una e l’altra di queste due tesi deve essere considerata
distintamente e un po’ più a lungo. Posto pure che al fine assunto fosse
riconosciuto in realtà universalmente valore di sommo bene, non ne seguirebbe
in nessun modo che il sentirlo e riconoscerlo come sommo bene porti con se il
sentirsi obbligati a volerlo e cercarlo. Questo riconoscimento non genera la
coscienza dell’obbligo, bensì ne mostra la ragionevolezza, fa che la coscienza
approvi l’autori tà ob bligante; cioè giustifica P obbligo, posto che ci sia.
Ora una tale giustificazione riesce a questa alternativa: o serve a dimostrare
che Insognerebbe ragionevolmente trovar buona e seguire la norma anche se non
si sentisse l’obbligo, perchè la norma è ordinata a quel certo fine che è
riconosciuto come sommamente DESIDERABILE. E in questa forma la pretesa
fondazione dell’ imperativo categorico si riduce alla formulazione di un
imperativo ipotetico, che si sostituisce o si aggiunge al categorico. 0 riesce
a un’argomentazione di questo genere : Siccome è bene sommo il fine, è bene
l’osservanza della norma; e poiché si ammette o si suppone che la coscienza
d’un obbligo assoluto sia necessaria a garantire questa osservanza, l’imperativo
categorico appare la condizione sine qua non, acquista valore di MEZZO
indispensabile al proseguimento del FINE. Nel primo modo si viene a dire che
l’imperativo categorico è giustificato perchè è bene ciò che esso comanda; nel
secondo che è giustificato perchè è bene che esso comandi in quel tono. Ma nè
l’uno nè l’altro modo nè ambedue insieme riescono a fondare l’obbligo assoluto;
anzi appunto perchè 10 giustificano gli tolgono il carattere di categorico. Il
che se nel primo caso è più evidente, non è meno vero nel secondo. Infatti,
posto pure che la categoricità dell’ imperativo sia condizione necessaria
all’osservanza della norma, non ne viene perciò che l’obbligo sia categorico,
ma soltanto che sarebbe bene che fosse, che è desiderabile che sia: ossia la
pretesa derivazione che se ne fa, mostra la necessità di una condizione, non la
pone in atto se manca; pone in chiaro un’esigenza, non la soddisfa. In secondo
luogo la dimostrazione stessa di questa esigenza è contradditoria, perchè a
convincere la necessità dell’obbligo categorico ne assegna le ragioni; il che
equivale ad ammettere che venendo meno queste ragioni verrebbe meno quella
necessità; ossia che l’obbligo dovrebbe valere come categorico, finché è utile
che valga; come chi dicesse un’ autorità che si fa valere incondizionatamente
sotto certe condizioni. Adunque, se la c Qscienza d’un obbligo asso luto manca,
la derivazione che se ne pretenda fare da un fine, qualunque sia il valore che
gli si attribuisce, non può farla sorgere; se c’è, la giustificazione riesce ad
assegnare le condizioni della sua validità, cioè a togliergli il carattere di
obbligo incondizionato. Il che può però aver un senso, se si guarda bene; ma in
un caso soltanto: nel caso che la coscienza la quale si rende ragione delle
condizioni che importano questa necessità o utilità dell’ imperativo
categorico, e la coscienza nella quale 1’imperativo vale come categorico, siano
due coscienze diverse; ossia nel caso che una coscienza riconosca la necessità
che 1’imperativo valga incondizionatamente per un’altra coscienza. Che è un
senso assai meno strano di quel che possa parere a prima vista. Oppure
finalmente si intende che apprendere ciò clic è posto come line equivalga per
ciascuno a dover riconoscerlo come tale; che non si possa conoscere la natura
del line senza sentirsi obbligati a riconoscergli valore di bene supremo; cioè
che la conoscenza generi la coscienza d’un obbligo. Questa che è in sostanza la
tesi difesa, tra gli altri, con grande vigore dal nostro SERBATI, è veramente
l’interpretazione tipica, più audace e radicale, del pensiero di derivare
l’obbligo dal fine, o di dare all’obbligo un fondamento oggettivo nella natura
stessa di quello. Ma senza dilungarmi su questo tema in una critica troppo nota
è inevitabile questa alternativa. O il dover riconoscere esprime una necessità
puramente logica, e non può dare quello a cui è invocata, cioè nè il valore né
l’obbligo di riconoscere il valore; o vuol esprimere una necessità diversa, e
si riduce a un paralogismo; perchè pretende ricavare da una determinazione
obbiettiva la constatazione di uno stato subiettivo, la quale presuppone
appunto resistenza di quella coscienza dell’obbligo, che crede di far nascere e
senza della quale la constatazione non è possibile. E per tal modo si ricade
ancora una volta nel primo tipo di interpretazione; quando non si voglia
ammettere questa tesi : che è obbligo riconoscere quel fine come sommo bene e
volerlo, così se lo si crede tale, come se non lo si crede; cioè sia che la
coscienza senta sia che non senta di dover attribuirgli quel valore. Ossia non
si ammetta la tesi dell’obbligo di credere anche senza o contro l’attestazione
della coscienza. Il che renderebbe inevitabile l’appello a una autorità
esterna, alla quale la coscienza si deve inchinare; e farebbe della morale del
bene oggettivo una morale dommatica, che rientra nel secondo tipo. Adunque
l’analisi dei modi nei quali può essere interpretato e tentato il compito di
fondare una norma obbligatoria conduce a questa conclusione: o si intende che
fondare una norma obbligatoria » voglia dire derivare l’autorità della norma
dal valore del fine; e allora, come s’è visto, c come avea notato
chiarissimamente Kant, non si può per questa via riuscire che a un imperativo
ipotetico – cf. Grice, THE CONCEPTION OF VALUE -; o si intende che voglia dire
assumere come dato l’obbligo e determinare le norme in conformità a questo
dato. Nel primo caso 1’ esigenza in questione non è soddisfatta. Nel secondo
1’obbligazione è assunta, non posta o dimostrata; ossia o esiste: e la sua
esistenza e validità sussiste all’infuori della costruzione dottrinale, che la
postula, ma non la fa essere; o non esiste: e il fatto d’assumerla come
esistente non la pone in essere, nè ne legittima per sè l’assunzione. Per tal modo,
s’il difetto capitale di una scienza normativa etica conforme al concetto
esposto sul suo ufficio e i suoi limiti, è quello di non poter presentare le
norme col carattere di imperativo categorico, questo difetto è comune, e non
potrebbe essere altrimenti, a qualsiasi costruzione dottrinale. die non si
proponga di derivare le norme d’un imperativo categorico assunto come dato. Ed
allora resta da vedere se prendendo l’imperativo categorico per dato o
postulato, si possa ricavare d’esso la determinazione delle norme; o se non si
debba ancora ricorrere all’assunzione espressa o sottintesa di un fine, o di un
criterio di valutazione e di derivazione, estraneo e indipendente da quello.
CJie^ i 1 dato dell’ imperatività sia per sè in sufficiente alla d eterni i nazione
.-dei le jparmc morali è manifesto, qualora si intenda con esso assumere null a
più che la forma destinata a rivestire un contenuto qualsiasi ricavato
d’altronde: nel qual caso è pur manifesto che, appunto perciò, il dato
dell’obbli gazione rimane estraneo alla costruzione dottrinale. Ma non è
altrettanto evidente, quando si ammetta che nel dato dell’ obbligazione è
contenuta ad un tempo la forma dell’ imperativo e la m ater ia del precetto ;
ossia che da questo dato si possa ricavare, hjUifot vtA »pUóh UàwtiH o ad esso
debba conformarsi e subordinarsi sia la determinazione del fine sia il
contenuto delle norme. Senonchè, quando si prenda come dato non la pura ferina
soltanto ma un cer to contenuto, si è inevitabilmente condotti, come l’analisi
precedente ha dimostrato, a fondare la morale .sull’autorità, superiore ad ogni
discussione, di una certa rivelazione, interna o esterna ; e ad assegnare all’
Etica 1’ufficio di espositrice e interprete di questa. Rilevando questa
conseguenza io non intendo affatto di darle il valore di una dimostrazione per
assurdo. La tesi nella forma a cui è ridotta ò tutt’altro che nuova e
straordinaria; ed ha, in confronto dell’ affermazione generica e ambigua che la
morale deve dare norme obbligatorie il pregio di essere chiara e non equivoca.
.Ma appunto perciò essa fa apparire manifesta la difficoltà, a cui si trova di
fronte. Tanto se si intende che la rivelazione da interpretare sia in|£g^
quanto se si intende che sia esterna, si presenta la medesima difficoltà; quella
difficoltà, antica e notissima, dalla quale venne il primo stimolo alla
riflessione e alla critica nel campo della morale: l a pluralità delle
rivelazioni. Poiché i responsi della cosc ienza morale sono s toricamente
diversi e anch e-apposti, come sono divèrse e in parte op poste le rivelazioni
religio se, resta, o che si riconosca a tutte la medesima autorità, cosi co me
i l tono imperativo è. il medesimo; o che si scelga. Quanto alle. religion i ò
.troppo chiaro che nessun criterio ricavato dalla rivelazione stessa può valere
a dimostrar l’autorità di una piuttosto che del1’altra, poiché t utte si danno
come assolutament e certe e indiscutib ili ; e le stesse prove sulle quali una
rilevazione attesta la sua autorità sono adoperate da ciascun’altra per asserire
la propria, e da tutte risuona sui precetti morali diversi il medesimo tono di
comando. Si cerca il criterio della scelta nella natur a del le cose co mandate
o proibite, come avviene quando si parla di m aggior sapienz a o el evatez za o
n obiltà de i prec etti morali di una religione rispetto a quelli di un’altra?
Allora è i ^contenuto dei precetti morali che viene assunto come criterio
dell’autorità della rivelazione. E il valore di questo contenuto, che è così
usato a provare la superiorità di una rivelazione sulle altre, si può dunque
riconoscere indipendentemente dal suo presentarsi sotto la forma di un comando
rivelato, dal momento che è esso invocato a provare l’autorità del comando. Ma
allora I’ulhcio dell’Etica lungi dall’essere quello di interprete e araldo di
una rivelazione, 6 quell,o_di giudice _deHc % Ut ? ^ rivelazio ni. Il che
importa a ben più forte ragione che tanto il fine quanto le norme morali si
suppone che possano e debbano essere conosciute c determinate a ll’ infuori di
ogni snodale rivelazione. cioè all’infuori da ogni appello all’autorità. Ciò
che vale per l’autorità di una rivelazione esterna, vale per quella di una
rivelazione interna. Tra due coscienze, delle quali rispetto alla medesima
azione una ponga come obbligo il fare e l’altra il non fare, il criterio di
valutazione comparativa non può esser dato dal carattere imperativo, che è
comune ad ambedue, ma deve essere un altro. Ed anche allora il criterio che
serve alla valutazione comparativa sarebbe esso in realtà quello da cui dipende
cosi la determinazione come la giustificazione delle norme. Non resterebbe che
riconoscere ja medesima autorità a tutte le rivelazioni. Il che importa l’una e
l’altra di queste conseguenze: o la assoluta indifferenza del contenuto per qualsiasi
luogo -“ e tempo; o la limitazione a determinate condizio ni storiche
dell’autorità e del valore di ciascuna. Se non si vuol accettare la prima, si
presenta la domanda: Questa limitazione ha o non ha Mi permetto di non fermarmi
ad esaminare la tesi della assoluta indifferenza del contenuto. Sarebbe come
sostenere nel campo della terapeutica che ciò che importa nella ricetta è la
firma della sua ragion di essere nelle condizioni storiche, dalla cui presenza
è circoscritta la sua validità? Se la limitazione non dipende da queste
condizioni, ma essa pure non ha altra ragione di essere all’ infuori dell’
autorità o del carattere imperativo col quale hic et nunc si presenta, allora
si ammette che, astrazion l'atta da questo carattere di obbligatorietà col quale
una certa norma si presenta in quel certo tempo e luogo, non vi sarebbe nessuna
ragione di preferire nelle stesse circostanze una norma ad un’altra, cioè si
giunge per un altra via all’indifferenza del contenuto. Se poi questa
limitazione ha la sua ragione di essere nelle condizioni storiche stesse, entro
le quali è valida, cioè in una parola se ò relativa a queste condizioni, allora
si ammette che sono queste condizioni il criterio della limitazione ed è la
corrispondenza a queste condizioni storiche il criterio della validità. Cioè si
ammette che vi è qualche cosa che dà alla norma il suo valore all’ infuori
del1’ obbligazione e al disopra dell’autorità obbligante, medico, e le
prescrizioni di qualunque genere si equivalgono 1’una l’altra. E forse è ancor
meno manifestamente falso questo che quello. Non sarà però inopportuno
avvertire che ogni questione intorno al merito dell’ agente rimane qui al tutto
in disparte. (lT E lascio^ le difficoltà che nascono dalla necessità di
ammettere un’altra rivelazione alla cui autorità si possa ricondurre la
limitazione in discorso. dal momento che esso serve anche a stabilire i limiti
entro i quali 1 autorità è riconosciuta come valida. Cioò si viene a
riconoscere ancora come 1’ obbligazione non possa essere un dato sufficiente
alla determinazione e valutazione delle norme, e come per essa non solo non
possa essere negata, ma venga confermata la legittimità di una scienza
normativa morale. Senoncliè a questo punto mi sento opporre un nome, un gran
nome: Kant. Ma dunque non esiste la morale kantiana ? Non ricava egli dalla
volontà buona, dal dovere, dall’osservanza della l egge perda legge, la norma
morale suprema, nella notissima formula, nella quale, indipendentemente da ogni
particolare rivelazione storica, c sopra ogni speciale contenuto materiale, si
raccoglie tutto un sistema di norme razionali? E se la sua morale è f m^gle.
cessa perciò di avere il suo valore, e sopratutto cessa di esistere, e, a
fortiori, di essere possibile? Certamente a nessuno può venire in mente di
negare la possibilità di un sistema che ò esistito ed esiste, e a me, forse
meno che ad altri, di negarne il valore. Così la grande costruzione razionale
dei doveri dell’ uomo di Kant, come la grande costruzione razionale dei diritti
dell’uomo che piglia nome dalla rivoluzione francese sono ben lungi dal melo ri
tare il facije compatimento col quale parlano di astrazioni e di formalismo
certi fonografi della sociologia. Ma qui al proposito nostro importerebbe
vedere la costruzione razionale del Kant sia fondata sul d ato dell’
obbligazione, co me pare, o non ni ut trist o sulbesigenza dell'
universalitaTche n KanT crede bensì trovare implicita nel concetto del dovere,
ma v* /v T< ì»-^uAtv\ 7 u-iC' che è invec e caratteristica dell’ idea di ' »
senza la quale ci può essere Yobbligo, ma non Yap p robazione interiore
dell’obbligo, che è propria della ^ -y j coscienza del dovere. Perchè i l
concetto iÌT"degg e che serve a Kant per passare dal dato del dovere
all’esigenza dell’universalità, non è un elemento contenuto nel dato stesso e
che possa esserne ricavato analiticamente, ma (L una sintesi nella qual e
insieme coll’obbligazione è già assunta l’esigenza dell’universalità che la
giustifica. Ed è questa esigenza dell’ universalit à, non il dato dell’ obbligazione
che fornisce al Kant il criterio supremo della morale. Ma a ben chiarire questo
punto — come, anche nella morale kantiana, l’imperatività non sia un dato
sufficiente alla determinazione delle norme, e come in realtà venga assunto non
solo un criterio [Di questo argomento ho trattato di proposito altrove. Cfr.
Prolegomeni ecc. ( C* «M. ÀtydL* UO-rutL Kv non ricavato da quella, ma
implicitamente anche un certo contenuto occorrerebbe un’analisi assai meno
sommaria; poiché non è questo un argomento da sbrigarsi così alla lesta. Basti
per ora non aver omesso 1’accenno. Il Fondamento Intrinseco del Diritto secondo
Vanni. Il volume dal titolo Lezioni di Filosofìa, la cui pubblicazione è curata
con riverente pietà e con devota ammirazione dalla vedova e da alcuni tra i più
valenti discepoli poco dopo la morte immatura di VANNI (si veda), è forse tra i
saggi di Vanni quello in cui la sua dottrina appare più compiutamente ordinata
a sistema, e nel quale a un tempo si rivelano felicemente congiunte le qualità
dello scienziato e dell’insegnante; e veramente si può considerare come il
testamento scientifico del celebrato maestro. Certo, qualunque giudizio porti
sul fondamento e sulla validità intrinseca del sistema, nessuno può
disconoscere la larghezza e la profondità della coltura filosofica e giuridica,
e la chiarezza della trattazione; e sopratutto la sincerità e, direi, 1’ onestà
scientifica che ò propria di chi medita e scrive per amore disinteressato del
vero. Vanni, Lezioni di Filosofia, BOLOGNA, Zanichelli. La l'ilosofia del
Diritto abbraccia, secondo il tre ricerche : la ricerca critica ; la ricerca
sintetica o lcnomenologia giuridica; e la ricerca deontologica. Nella prima
egli comprende non soltanto la determinazione dell’oggetto, dei metodi e dei
rapporti della filosofia del diritto colle scienze affini, ma anche una
indagine preliminare di critica gnoseologica. che GROPPA li accordandosi con
FRAGAPANE ritiene, a mio giudizio giustamente, estranea al compito di questa
disciplina. Giustamente, finché si intende che la filosofia del diritto debba
istituire una sua propria ricerca gnoseologica ; ma non se si intende anche di
negare la opportunità di premettere, come in fondo fa Vanni in queste lezioni,
quali sono i presupposti gnoseologici accettati. Poiché ogni dottrina deve pur
assumerne, di una o d’altra speeie, esplicitamente o implicitamente. Ed è bensì
vero che essi si possono sottintendere e si applicano di solito nelle ricerche
speciali tacitamente. Ma compito del filosofo è appunto, come osserva Rosmini,
di c omprendere e fo rmulare elii aramente quello che gl’altri sottintendono.
Del resto il fatto che Vanni voglia prender le mosse da una v alutazione
critica sulla natura e al sapere giuridico, prova quanta larghezza di pensiero,
e direi, di coscienza filosofica egli portasse nelle sue ricerche, e con quanto
scrupolo sentisse l’obbligo di rendersi conto anche dei più lontani e generali
presupposti della sua dottrina. La seconda ricerca si sdoppia in due parti :
statica, che determina la nozione logica del diritto, inducendola dell’analisi
del diritto positivo dei popoli più progrediti, e similmente dello Stato;
DINAMICA, genetica o storica, che studia la genesi e la formazione storica del
Diritto e dello Stato; e si potrebbe anche chiamare filosofìa della storia del
diritto. Finalmente un’altra ricerca di carattere etico o valutativo ha per
oggetto il problema della giustizia, ossia del fondamento intrinseco e delle
esigenze razionali del diritto. Questa, che costituisce la parte ultima, ò
senza dubbio la più importante, perchè riguarda quello che è il problema
centrale della filosofìa del diritto; e nella cui soluzione principalmente Si
manifesta la nota caratteristica delle diverse dottrine. E la dottrina del
Vanni, benché l’indirizzo e. direi, la moda oggi prevalente la consideri
oltrepassata, merita di essere ricordata e discussa; perchè mentre intende il
compito della filosofia del diritto non soltanto come storico-genetico, ma
anche come normativo, (nel che si accorda coll’ idealismo) si propone di assolvere
questo compito tenendosi nei limiti d’una costruzionc puramente scientifica, ed
escludendo ogni postulato di natura metafisica; nel che consente col proposito,
se non col metodo, dello storicismo c del positivismo. Ora il difetto
principale della sua dottrina, non nasce, come può parere a prima vista, dalla
pretesa e comunemente ammessa inconciliabilità tra il compito normativo e la
validità scientifica ; chè anzi questo intendimento, chiaramente concepito e
tenacemente proseguito, di una costruzione normativa scientifica del diritto, è
a mio giudizio, un alto titolo di merito; ma nasce dall’essersi fermato, direi,
a mezza via nel rilevare a quali condizioni sia possibile una costruzione
etico-giuridica che soddisfaccia a un tempo ad ambedue le esigenze. La dottrina
di VANNI, per quel che riguarda il fondamento intrinseco del diritto e il
metodo, si può considerare come una forma di quella che Spencer ha propugnato e
difeso col nome di utilitarismo razionale: e infatti, pur rilevando giusta¬
mente l’importanza e il valore del pensiero di Romagnosi, egli la riconosce
come il precedente più immediato e più notevole della sua. Ma la trova erronea
per tre rispetti ; perchè ammette un diritto naturale; perchè pretende di
costruire una norma etico-giuridica assoluta; e perchè Analmente Spencer
intende le condizioni di esistenza da cui le norme devono essere dedotte, in un
senso puramente biologico. Principalmente su questo ultimo punto egli accentua
il suo dissenso, prendendo come base, non le condizioni dell’esistenza
individuale e la legge della sopravvivenza dei più adatti, ma le condizioni
dell’esistenza sociale. Il fondamento dell’ etica sta dunque nella necessità
per chi vive in società (e la socialità è la esigenza suprema del1’esistenza
umana) di uniformarsi alle condizioni ed alle esigenze poste dallo stato
sociale ; e l’etica dimostra intrinsecamente necessarie quelle forme e quei
modi di condotta che sono richiesti dalle condizioni della vita in comune. Fra
queste condizioni ve ne sono alcune che hanno un’ importanza fondamentale e
primaria, in quanto rappresentano l’indispensabile per la convivenza e la
cooperazione; e nell’osservanza delle quali consiste la giustizia. Ma poiché
queste potrebbero non essere spontaneamente osservate, è necessario che le
azioni relative ad esse non restino abbandonate alla buona volontà e alla
spontaneità e che con una norma di condotta irrefragabilmente obbligatoria ed
eventualmente coattiva s’induca all’osservanza anche il volere recalcitrante.
Quindi in altri termini la necessità del diritto, il quale ci apparisce allora
come una norma che ha da garantire le condizioni fonlamentali per la
coesistenza e la cooperazione umana. Cosi non soltanto l’Etica, ma anche il
diritto viene ad avere un fondamento intrinseco, e viene ad averlo anche lo
Stato, il quale è indispensabile alla funzionalità (tei Diritto Non è
necessario un lungo discorso per vedere che quando il Vanni crede di fondare in
questo modo l’esigenza razionale del diritto finisce per assumere in realtà
come presupposto il principio che egli vuole, e crede di dovere, derivare
apoditticamente, e al quale appunto è subordinato il valore di necessità
razionale assegnato alle norme ideali che devono servire di modello e di
criterio di valutazione. Infatti la relazione naturale e necessaria tra una
certa condotta e certe condizioni, necessarie alla loro volta alla convivenza e
cooperazione sociale, serve bensì a stabilire che quella condotta deve essere
riconosciuta come un mezzo necessario al fine di conservare e promuovere la
convivenza e la cooperazione sociale, posto che questo sia riconosciuto e
voluto come fine ; ma non vale a stabilire la necessità razionale di
riconoscerlo come fine; e fine precedente in valore e autorità ad ogni altro.
Il \ anni par che intenda superare la difficoltà osservando che la necessità
puramente naturale in quanto è pensata dalla mente si trasforma appunto in una
esigenza ed in una necessità razionale. Essa allora esprime un principio logico
fondamentale, il principio di contraddizione. Se in forza della natura stessa
delle cose c dei rapporti causali, per ottenere un certo fine è indispensabile
un certo mezzo, e per raggiungere un certo risultato è indispensabile un certo
modo di condotta, implica contraddizione che si potesse impiegare un mezzo
diverso o seguire una condotta diversa. Ma ò facile vedere 1’ equivoco EQUIVOCO
GRICE. Contraddizione vi è certamente tra il pensare che una condotta è
indispensabile a raggiungere un certo fine e pensare che questo stesso fine
possa essere raggiunto con una condotta diversa ; ma io non violo nessun
principio logico e non sono punto in contraddizione con me stesso se,
ammettendo che un certo fine dipende da certi mezzi, non voglio il fine e non
voglio perciò neanche i mezzi. E neppure vale il ricongiungere Vordine sociale
all’ordine cosmico, considerandolo come la forma più alta a cui riesce iì
processo della evoluzione universale. Perchè non si fa altro in questo modo,
che spostare il presupposto; cioè ammettere, ancora e sempre, che si riconosca
valore di fine subiremo a questo adattamento all’ ordine cosmico. Il quale
presupposto potrà o non potrà venir legittimamente assunto come dato o
postulato; ma è e rimane un presupposto. E perciò le norme ideali che se ne
deducono hanno questo valore di nonne nell’ ipotesi che si accetti come fine
supremo quell’ordine di effetti dal quale sono dedotte. Ma rilevando cosi il
carattere necessariamente ipotetico della costruzione, alla quale riesce anche
il « sistema delle condizioni della vita in comune del Vanni, io non intendo,
anzi escludo, che questo carattere ipotetico costituisca per sò un vizio
proprio di questa e di tutta una classe di costruzioni etico-giuridiche, come
pretende P idealismo metafì¬ sico. Il quale si illude di poter esso sfuggire a
questo carattere ipotetico riallacciando quel tipo di convivenza e di relazioni
sociali, che assume come modello e in conformità al quale determina le norme
ideali, a un fine di natura metafìsica, che abbia perciò valore assoluto. Dove
sono da notare, sia detto di passata, due circostanze, a mio giudizio,
decisive: che le norme ideali sono pur sempre ricavate o dedotte, malgrado ogni
sforzo od ogni apparenza contraria, dal tipo sociale assunto come modello, e
non dal fine metafisico, della cui autorità e del cui valore esso si riveste;
che il valore assoluto di questo fine metafisico non può essere che assunto
aneli’esso o come dato o come postulato. La verità è semplicemente che un
sistema di norme giuridiche contempla di necessità un certo ordino di vita individuale
e sociale; e che la validità dello norme dipende dal valore che si suppone
riconosciuto a questo ordine di vita. Questo riconoscimento di valore, questa
valutazione del fine è dunque il presupposto inevitabile della validità etica
del sistema (la quale non esclude la validità scientifica, ma non si esaurisce
in questa); e la questione si riduce a decidere se si pub o non si può assumere
legittimamente come dato o come postulato questo riconoscimento del valore che
nel sistema è assegnato al fine. Ora è nel rispondere a questa questione, non
nel carattere ipotetico, che si rivela l’insufficienza del sistema di Vanni e
dell’ indirizzo naturalistico in genere; e alla quale del resto non riesce a
sfuggire neppure l’indirizzo metafisico. Infatti una risposta adeguata alla
questione esige che si determinino le condizioni richieste perchè a un ordine
di convivenza e di CO-OPERAZIONE SI RICONOSCA VALORE DI FINE UNIVERSALMENTE
REGOLATORE -valore, direi, piuttosto che di summum bonum di PRIMVM DESIRABILE.
Ossia perchè si possa ammettere che tutti i soci consentano liberamente nel
valutarlo e volerlo come tale. E che si assuma poi, come modello per dedurne le
norme ideali, il tipo sociale che soddisfa a questa esigenza ; cioè il tipo
sociale configurato in conformità di quelle condizioni. Ma non è rispondere
alla questione il dimostrare la naturalità della convivenza sociale in genere,
o di un certo tipo che si assuma volta a volta come modello. Questa
dimostrazione può servire a farmi trovar buona o giusta o desiderabile
l’osservanza dell’ordine naturale, se io trovo già buono o giusto o degno di
essere voluto, quel tipo di vita sociale, cbe si presenta come suo effetto ; ma
non inversamente. E se, non trovandolo tale, mi rassegnassi a subirlo per la
coscienza della sua necessità naturale. chi potrebbe legittimamente scambiare
questo subire con un volere . e la rassegnazione a un male con la aspirazione a
un bene? Nemmeno gioverebbe, d’altra parte, il ricorrere a postulati
metafisici. Posto che io non riconosca l’ordine sociaie ideale contemplato da
un sistema come degno di essere voluto, in qual modo si può presumere
legittimamente che valga a farmelo riconoscere tale l’affermazione (poiché qui
di dimostrazione non si potrebbe parlare) che esso ha un fondamento o una
giustificazione metafisica, se la ragione per la quale il sistema gli assegna
questo fondamento consiste appunto nel valore di fine che esso gli attribuisce
e cbe io, per ipotesi, non gli riconosco? Ma Vanni (per restringermi a lui.
poiché all’ndirizzo metafisico non ho accennato qui se non per debito di
sincerità e di chiarezza) obietterebbe con tutta probabilità che per la via
indicata come la sola legittima si riesce a una costruzione puramente astratta,
di un tipo utopistico di società che non trova nella realtà storica nessuna
corrispondenza; e che si ricade nei difetti (ai quali appunto egli, d’accordo
in ciò con la scuola storica, s’ è proposto di sfuggire) o del puro formalismo,
o di un diritto assoluto valevole per tutto c sempre, e senza riferimento
possibile alla variabilità dei rapporti sociali. Mentre riponendo, come egli
fa, il fondamento intrinseco del diritto n ella conformità della condotta alle
condizioni richieste dalla vita in comune, questo riferimento non solo appare
possibile ma inevitabile. Infatti, insiste egli nel rilevare, le condizioni
della vita in comune non sfuggono al moto dell’ evoluzione e della storia ; e
se anche alcune hanno il carattere d’una certa uniformità e costanza, altre
invece variano correlativamente al grado di sviluppo umano e alle forme di
organizzazione sociale, e sono proprie di ciascun grado e di ciascuna forma. Il
che importa che debbono variare corrispondentemente le norme regolatrici; ossia
che nell’applicazione il sistema etico-giuridico fondato sulle condizioni di
esistenza va combinato col principio di evoluzione e subordinato al criterio
della relatività storica.” Ora, lasciando di rilevare come con questa
subordinazione si assuma sempre per presupposto che l’osservanza delle
condizioni richieste dal tipo sociale storicamente dato, abbia, per il solo
l'atto che la coscienza ne riconosce la necessità storica, anche valore di
fine, importa notare come si venga con ciò a rinunziare ad ogni valutazione
comparativa delle diverse forme storiche del diritto. Perchè una valutazione
comparativa richiede di necessità un criterio, il quale non può essere dato
dalla corrispondenza alle condizioni storiche. E se si prende un criterio
diverso, allora è la conformità a questo criterio e non la necessità storica,
che si assume come esigenza razionale o come giustificazione inrinseca del
diritto. È certo che se una costruzione etico-giuridica per essere razionale
dovesse rimanere sospesa, come gli dei dell’ORTO, tra cielo e terra, e fuori di
ogni possibilità di applicazione alla condotta individuale e collettiva,
bisognerebbe accettare la tesi del fenomenismo, e negare alla filosofia del
diritto qualsiasi funzione pratica riconducendola nell’ ambito della pura
sociologia. Ma esiste davvero questa incompatibilità? E non potrebbe essa
dipendere, invece che dalla radicale sterilità di una costruzione veramente
razionale, dalla preoccupazione di giustificare eti- Se, e a quali condizioni,
una tale costruzione sia possibile, è argomento del quale si è già discorso
altrove e che non può esere toccato di sfuggita. camentc forme di diritto che
non sono eticamente giustificabili, di assumere come condizioni richieste dalla
giustizia e conformi ad essa certe condizioni, reali sì, e storicamente date,
ma che sono la negzione di quelle richieste dalle esigenze ideali? Perchè se
fosse cosi, In conclusione da trarne sarebbe non che la costruzione razionale ò
inapplicabile come criterio di valutazione e come modello normativo, ma che,
essendo le condizioni reali diverse da quelle idealmente contemplate, le norme
ideali non possono essere applicate simpliciter a condizioni diverse dalle
supposte. Ma esse potranno, anzi dovranno ugualmente servire come criterio per
determinare quale sia in un dato momento storico la condotta sociale e individuale
che, nei bifidi delle esigenze reali necessariamente imposte dalle condizioni
in effetto esistenti, è più acconcia a favorire la trasformazione di queste
nella direzione segnata da qualle esigenze ideali, ossia tende ad attuarle. il
che importa che le esigenze corrispondenti alle condizioni proprie di un certo
momento storico non siano assunte esse come esigenze razionali del diritto, ma
forniscano il criterio per stabilire entro quali limiti sia possibile tradurre
in norme di diritto positivo le norme ideali. Ossia in breve: l’esigenza
razionale segna le condizioni a cui deve soddisfare un ordino sociale perchè
possa aver valore di fine; la realtà storica. La dottrina delle due etiche di
Spencer e la morale come scienza. Per una scienza normativa morale Il
fondamento intrinseco del diritto secondo Vanni. My enterprise in this lecture will, initially at
least, be to take up and pursue a version of the notion of objectivity which is
mentioned by Mackie, but which I have so far deliberately kept out of the limelight.
At the conclusion of a short discussion of categorical and hypothetical
imper-atives, we find (p. 29) the following statement: So far as ethics is
concerned, my thesis that there are no objective values is specifically the
denial that any such categorical element (in moral judgments) is objectively
valid. The objective values which I am denying would be action-directing
absolutely, not contingently (in the way indicated) upon the agent's desires
and inclinations. The language is not wholly clear; but what is seemingly being
asserted is that Mackie's denial of objective values is tantamount to a denial
that there are any absolutely action-directing values, despite what may be
claimed in ordinary moral judgements. This thesis seems to be a close relative
of a well-known position advanced by Philippa Foot, who has discussed it at
some length, and to whom I shall turn my attention in a moment. First, however,
let me present the question at issue in a slightly more comprehensive way.
There seem to be a number of fairly well-publicized dichotomies, to which the
objectivity or non-objectivity of values may be closely related. These include
the dichotomy of categorical and hypothetical imperative, the dichotomy of
moral value and non-moraland the dichotomy of unconditional and conditional
value. The questions at issue seem to me to concern the relation of each of
these dichotomies to others in the list. I hope to return to this array of
questions after a hopefully succinct presentation of what I take to be Philippa
Foot's views. The following I think would be a fair summary (in my language):
Hypothetical imperatives are distinguished by the existence of an associated
"let out" or "extrication" condition. This will consist in
the existence of an associated end, a lack of desire for which will remove from
the potential agent all reason to carry out the injunction contained in the
imperative. The imperative 'If you want a good dinner, you should eat at the
White House' leaves me cold if I have no interest in food. The widespread
belief that moral imperatives are categorical, in that they have a
reason-giving force that is independent of any desire on the part of the
potential agent, is mistaken. There are no such automatic reason-giving forces,
and so no categorical imperatives. Though there are no categorical imperatives,
there are some "non-hypothetical uses" of "ought" , where a
disclaimer of interest would have no extricating effect. These occur in
"oughts" of etiquette, conduct in games, and possibly (colloquially)
in moral statements. But the reason why disclaimers of interest have no effect
here is that non-hypothetical uses of ought are (atypically) not reason-giving
at all, and so there is here nothing to be extricated from. So if moral
"oughts" are to be reason-giving at all, they must be interpreted (or
re-interpreted) as expressing hypothetical imperatives, depending on some end
(like human happiness) which decent people can be counted on to be concerned
about. To regard moral precepts as categorical imperatives must be to base
morality on reason; anti-moral behaviour there is nothing irrational in
immorality; no contradiction or self-defeating behaviour is
(characteristically) present. We do not want moral "oughts" to be
ipso facto motivating or compelling, regardless of interest or inclination or
desire. We want volunteers rather than conscripts in moral service. In an
earlier version, morality had to be partially justified by reference to the
happiness of the agent. In a later version, concern for the welfare of others,
as part of one's own happiness, demands a consequential concern for morality,
with a view to the welfare of others. Now before I get too heavily involved in
substantive issues, it might be a good idea for me to pay a little heed to the
structural aspects of the region under debate: let us have a look at the
girders before covering them with cement. There seem to me to be not less than
six dichotomies which are under review, though not every philosopher would
regard all of them as well founded. Some philosophers would regard some of them
as not distinct from one another, and (I hope) all philosophers would regard
some or even all of them as obscure, perhaps even intolerably obscure. These
dichotomies are (or include): 1. objective-non-objective (or perhaps,
subjective), (entity, value), a dichotomy or cluster of dichotomies on which I
have already spent some time. categorical-hypothetical (imperative)
absolute-relative (value) moral-non-moral (value, imperative, etc.)
unconditional-conditional (value, etc.) underived-derived (value) Today's
Special (2. Cats and Hypes), like other members of the bunch, calls (even
clamours) for interpretation. (a) A blind logical nose might lead us (or be
led) to the assumption of a link between hypothetical imperatives
andhypothetical statements (propositions). Such a link no doubt exists, but the
most obvious version of it is plainly inadequate. At least one other
philosopher besides myself has noticed that If he molests the children, you
should have him arrested' is unlikely to express a hypothetical imperative; and
that even if one restricts oneself to cases in which the antecedent clause
specifies a want, we find pairs of examples like: If you want to go to Chicago,
you should travel by AA via Cleveland. If you want to go to Philadelphia, you
should see a psychiatrist. where it is plain that one is, and the other is not,
the expression of a hypothetical imperative (I won't tell you which). (b) A
less easily eliminable suggestion, yet one which would still interpret the
notion of a "hypothetical imper-ative" in terms of that particular
logical form to which the names "hypothetical" and
"conditional" attach, would be the following. Let us assume that it
is established, or conceded, as legitimate to formulate conditionals in which
not only the consequents (apodoses) are couched in some mood (mode) other than
the indicative, as in conditional commands (If you see the whites of their
eyes, shoot (fire)') but also the antecedents (protases), or some part (clause)
of them; in which case all of the following might be admissible conditionals:
If let the cat be taken to the vet, then let it be put in a cage. If let the
cat be taken to the vet and there is no cage available, then let Martha put it
on her lap. If the cat is sick, let it be taken to the vet. If this suggestion
seems rebarbative, think of these quaint conditionals (when they are quaint) as
conditionalized versions of arguments, such asLet the cat go to the vet, so let
it be put in a cage. Let the cat go to the vet; there isn't a cage, so let
Martha put the cat on her lap. and then maybe the discomfort will be reduced.
(c) Among conditionals with an imperatival or "voli-tival"
consequent, some will have "mixed" antecedents (partly indicative, partly
imperatival) and some will have purely indicative antecedents (like the last of
my three examples). I might now give a provisional definition of the terms
categorical and hypothetical imperative. A hypothetical imperative is either a
conditional the consequent of which is imperatival and the antecedent of which
is imperatival or mixed (partly indicative, partly imperatival), or it is an
elliptical version of such an imperative. A categorical imperative is an
imperative which is either not conditional in form, or else, if it is
conditional, has a purely indicative antecedent. Quick comments: (i) The
structures which I am offering as a way of interpreting hypothetical and
categorical imperatives do not, as they stand, offer any room for the
appearance of practical modalities like ought and should, which are so
prominently visible in the standard examples of those kinds of imperatives: the
imperatives suggested by me are really imperatives: they conclude 'do such and
such', not "you/one ought to do such and such'. But maybe my suggestion
could be modified to meet the demand for the appearance or occurrence of ought
(etc.), if such occurrence is needed (ii) It would remain to be decided how
close the preferred reading of my 'deviant' conditional imperatives would be to
the accepted interpretation of standard hypothetical imperatives. But even if
there were some divergence, that might be acceptable if the 'new' imperatives
turned out to embody a more precise notion than the standard conception.(iii)
There are, I think, serious doubts of the admissibility of conditionals with
non-indicative antecedents which will be to my mind connected with the very
difficult question whether the indicative and the other moods are co-ordinate,
or whether the indicative mood is in some crucial sense prior to the other
moods. I do not know the answer to this question. A third interpretation of the
distinction between categorical and hypothetical imperatives would, like the
first two, be formal in character, and would link the categorical-hypothetical
distinction, in relation to imperatives, with one of the other listed
dichotomies, that between absolute and relative value. Hypothetical imperatives
would be end-relative value attributions, and might be analogous to
evidence-relative probabilities; categorical imperatives would not be
end-relative. In my eyes this suggestion has the great merit that the idea of
the relativization of value might (would) apply to other kinds of
relativization than relativization to ends; a notable member of the wider group
of relativizations would be relativization to subjects of ends, persons who
have or who might have ends ("valuable to me"). It is my suspicion
that the range of different kinds of relativization is going to prove
enormously important in the clarification of the idea of value; it might, for
example, turn out that non-relative (absolute) value has some special
connection with some favoured relativization of the notion of value (e.g. to
people). This third suggestion might help us to see hypothetical and categorical
imperatives as important in this context. We might indeed, not inappropriately,
use a further member of the original list of dichotomies, the
unconditional-conditional value dichotomy, as a means for expressing the
distinction between value relative to an end, and value not relative to an end.
Then the distinction between absolute and relative value would include, as a
special case, but would not be restricted to, the distinction between
unconditional and conditional value.(d) The last interpretation which I shall
mention seems not to be, as its predecessors were, formal in character. It is
close to part of what Kant says on this topic, and it also either is or is
close to the interpretation employed by Foot. It is a distinction between an
imperative being escapable (hypothetical), through the absence of a particular
desire or concern, and its not being thus escapable (categorical). If we
understand the idea of escapability sufficiently widely, the following
imperatives are all escapable, even though their logical form is not in every
case the same: You should give up popcorn. To get slim, you should give up
popcorn. If you want to get slim, you should give up popcorn. Now suppose that
I have no concern to get slim. One might say that the first imperative is
"escaped", provided giving up popcorn has nothing else to recommend
it, by being falsified. The second and third would not, perhaps, be falsified,
but they would, in the circumstances, be inapplicable (to me) —and
inapplicability, too, counts as escape. Categorical imperatives, however, are
in no way escapable. We should, I suggest, consider not merely imperatives of
each sort, together with the range of possible characterizations of the sorts,
but also the possible forms of (practical) argument into which such imperatives
(particular bypo-thetical imperatives) might, on this or that interpretation,
enter, and even forms of (practical) argument which involve not hypothetical
imperatives themselves, but close relatives of them. To indicate the importance,
for a proper understanding of this thorny area, of a consideration of the forms
of argument into which they may enter and not merely of the imperatives
themselves, I shall give three such patterns of argument, at least
superficially different from one another, and (so it seems to me) of varying
degrees of breadth of application. (using dichotomy of original derived value)
To defend the Philosophy Department would be a good thing. (It is not specified
whether the value is original or derived.) If to defend the Philosophy
Department would be a good thing, then to learn to use bows and arrows would be
a good thing (as conducive). So: To learn to use bows and arrows would be a
good thing. (This would be derived value, provided the second premiss is true.)
It is noble to fight for your country (unconditional value). It is valuable, in
the matter of fighting for one's country, to join one of the services
(ascription of conditional value). So: Join up! (We cannot conclude either to
unconditional value of joining up (false) nor to conditional value of joining
up, with respect to fighting for one's country, since this is one of the
premisses.) 3. It is good for me to increase my holdings in oil shares. If I
visit my father he will give me some oil shares. So: It is good for me to visit
my father. (This argument purportedly transmits relative value, that is,
subject-relative value.) Now where does Foot stand in respect of claims about
value? It seems to me that the issues on which battle has been joined within
this topic are always (nearly always) related to different views about the
potency of reason (as reflected in the lesser scope or the larger scope allowed
for the appearance on the scene of reasons). It is by no means clear to me
where, precisely, Foot stands in this spectrum (if it matters), but wherever it
is, it is somewhere in the middle. The stages which I have in mind are
presented in order ofdecreasing scepticism, or increasing trust in the power of
reason, or, as I would like to be able to put the matter, increasing trust in
the legitimate and efficacious operation of the concept of value in the conduct
of argument. 1. Thoroughgoing scepticism. The notion of value has no genuine
legitimate application in argument; it is never strictly speaking the case that
one should draw such and such a conclusion from a set of premisses, that it
would be good or valid to draw such and such a conclusion, or bad not to. We
do, of course, as victims of bad habits, commonly talk that way, and we do,
inveterately, throw around the word "reasons", but this is only a way
of talking and is not to be taken seriously: it may be hallowed, but it is not
at all holy. The things we say are either not to be regarded as true, or if
true are true only in some Pickwickian sense of the words employed. There are
strictly speaking no arguments at all, as (allegedly) it is not too difficult
to 'demonstrate'. 2. Stingy cognitive rationalism. The terms "value"
and "reasons" properly apply, in a non-Pickwickian sense, only within
the confines of the area of factual belief, the "alethic" area, and
even there only subject to strong safeguards. The only way in which one can
find a conclusion validated or called for by reason (subject to reasons) is by
finding a case in which to deny rather than accept that conclusion would
involve one in contradiction. Open-handed cognitive rationalism. The crucial
terms ("value" and "reason") have a more general licence
(inductive reasons are, for example, OK); but strictly legitimate application is
still confined to the alethic area. Limited cognitive-cum-practical
rationalism. The crucial terms have a liberal authentic application in the
cognitive (alethic) zone, and also a limited authentic application in the
practical zone, where they are limited (otherwise than merely as a way of
talking) to the area of the relation of means to ends, the area of Aristotelian
Selvórns (whatever that area may be). 5. Unlimited cognitive-cum-practical
rationalism. No types of application are subject to sceptical smear. Now, as I
say, I am not really very sure where Foot stands in this array of stances; I
suspect in category 4. I am also fairly sure that wherever Foot may stand,
quite a large number of philosophers have occupied, or have thought that they
occupied, one of the intermediate positions bearing numbers between 2 and 4
(inclusive). The further suspicion which I would like at this point to voice is
that the adoption of one of these "part-way" positions is incoherent,
that you either have to be a whole-hog sceptic or else not a sceptic at all:
half-hogging is no good. I shall not attempt to prove this point now; in
Lecture 3 I do try to prove a closely related thesis (that if you get as far as
stage 4 you have to (in some sense of "have to") go on to stage 5.
But there is a stronger and a weaker interpretation of "have to"; the
stronger interpretation would allege some form of contradiction in accepting 4
but refusing 5, and I rather doubt if that can be shown. I have hopes, however,
of being able to reach a weaker conclusion, that to accept 4 and to reject 5
(to hold, for example, that hypothetical imperatives are all right, but that
categorical imperatives are not) would be wantonly to refuse to satisty a
legitimate rational demand. But for that you must wait patiently for a day. To
initiate a substantive discussion of Foot's position, I ask what there is in it
to appeal to us, and again what there is in it to make us hesitate or recoil;
and in asking these questions I note that reactions, whether favourable or
unfavourable, seem likely to be strong. It seems to me that in these
discussions a key role is played by the idea of reason, or of reasons; it will
be some set of considerations about reasons which will turn some people on, at
least to begin with, and it will be another set of considerations (or possibly
even the same set of considerations) about reasons which will, at least to
begin with, turn other people off. Letus turn first to the considerations which
might engender a favourable response. A central view of Foot's (which might
indeed have an extension beyond the realm of the concept of ought, so as to
apply to a larger range of valuations) is that the primary function (though not
its invariable function) of the use of an "ought" statement is to
produce, or to state the existence of, a reason for a potential agent to
perform some specified action or to occupy some specified position or
situation. She would go on to say, I think, that it has been, at least since
Hume, a commonplace of philosophy that the existence for someone of a reason to
perform an action or to occupy a position or situation depends on his having
some desire, interest, or disposition of will pointing in that direction; it is
objectionable to suppose that there are any features the mere recognition of
which is sufficient to provide one with a reason for doing something. The
objectionableness of such a supposition may be of either of two kinds; the
supposition may be disbelievable, or repugnant to the intellect or judgement;
or it may be distasteful, or repugnant to the will or to inclination. A
subsidiary argument of Foot's is, I think, one which would represent the idea
that morality consists in a system of categorical imperatives as distasteful,
indeed morally distasteful; or at least as less tasteful than the more Humean
alternative. We would rather (she suggests) be able to think of people as
volunteers in moral service, than be forced to think of them as conscripts, as
the more Kantian position would entail.' ' [The following remarks were included
as an aside in the manuscript of the lecture: The kind of moral (or more or
less moral) distaste to which Foot briefly alludes is one which I feel that, as
someone brought up in the enlightened 'pinko' (at least on the surface)
atmosphere of Oxford, as it used to be, I understand very well. We are in
reaction against our Victorian forebears; we are independent and we are
tolerant of the independence of others, unless they go too far. We don't like
discipline, rules (except for rules of games and rules designed to secure peace
and quiet in Colleges), self-conscious authority, and lectures or reproaches
about conduct (which are usually ineffective anyway, since those whom they are
supposed to influence Now Foot (an old friend of mine) told me on one of the
more recent occasions when we discussed these questions that she had not
intended to attach very much weight to her mot about 'volunteers and
conscripts'. If this is so, then I think that in one pretty important respect
she was doing herself an injustice. For whether or not it in fact succeeds on
this occasion, it is very much the right kind of consideration to bring to
bear. In the case of some sorts of valuation, the apparatus for determining
whether some particular target should be accorded favourable or un-favourable
valuation cannot sensibly be turned upon itself; we cannot sensibly ask whether
the apparatus for determining pictorial valuation, or our use of this
apparatus, is pronounced by the apparatus itself to be worthy of favourable
pictorial valuation, since neither the apparatus nor our use of it is a
picture. We can ask whether the standards (so far as we can identify them)
applied in determining whether something is funny, or our applications of these
standards, are themselves licensed as being funny by those very standards: but
I very much doubt whether an affirmative answer would be regarded as a
significant endorsement of those standards. In other cases—-perhaps, for
example, with regard to standards of utility—it may well be that a certificate
of conformity to these standards, received by the standards themselves or by
our use of them, would be properly regarded as an endorsement of the standards.
But if, as is the case with moral standards, the standards (in advance of any
precise determination of their value) are thought to be paramount are usually
either too sensitive or not sensitive enough). Above all we dislike punishment,
which only too often just plays into the hands of those who are arrogant or
vindictive. We don't much care to talk about "values" (pompous) or
"duties" (stuffy, unless one means the duties of servants or the
military, or money extorted by the customs people). Our watchwords (if we could
be moved to utter them) would be 'Live and let live, though not necessarily
with me around' or 'If you don't like how I carry on, you don't have to spend
time with me? With these underlying attitudes, it is no surawson hree at
Resentmengenial, and that we do very much like(not susceptible to being
overridden) and it is also the case that the standards endorse themselves or
our use of them, then it might, I think, be plausibly suggested that such an
endorsement is specially powerful, to the extent that its availability might be
taken as a relevant interpretation of the notion of objectivity. And an ethical
system which failed this test would not have much to hope for beyond a decent
burial. What seems to me wrong with Foot's procedure at this point is not that
it is an unsuitable procedure for producing rabbits from hats (it is indeed
quite suitable), but that on this occasion it does not produce any rabbits. As
one of my colleagues at Seattle (David Keyt) remarked, once you are in one of
the services it does not matter whether you are one of the volunteers or one of
the conscripts: both are treated alike, and indeed, virtually no one knows
which you are. The fact that a consideration is motivating independently of any
desire one may have does not imply as a matter either of physical or logical
necessity that one in fact acts in line with it; as Kant and others have
observed, it is only too obvious that all too often one does not act in line
with it. One is not compelled or constrained unless by "constrained"
"compelled" is meant "rationally constrained""
compelled"-and, as Kant suggested, maybe that kind of
constraint/compulsion is just what the doctor ordered for the free man. I turn
now to the specification of an attempt to represent the position of Foot's
opponent, a champion of 'the received view' which allows a viable distinction
between categorical and hypothetical imperatives and seeks to associate moral
valuation with categorical imperatives, not as distasteful but as
disbelievable. What I have to say has an obvious relation to questions which
students in ethics are ready to pose within their first week of classes about
whether and how it is possible to justify ends. I am not sure that the
considerations with which I shall be concerned are actually voiced by Foot; but
that she would assent to themseems to me to be strongly indicated by her view
that reasons have to be constituted as such by their connection with desire or
interest, and by her refusal (explicitly avowed to me) to countenance such
questions as whether, independently of any connection with actual desires, a
person should have recognized as a reason something which he did not so
recognize. I shall take a little trouble to exhibit clearly the structure of
the present issue. It might be suggested that an adherent of the received view
is likely to have a certain picture of practical reasoning which is, perhaps,
redolent of Aristotle. We decide on the performance of a particular action by
ascribing to it a certain value, which is inherited from some state of affairs
to which the action would be conducive; the inherited value will be recognized
to have descended through a sequence of inheritances, starting from some item
whose value is not inherited but original. This picture raises at once hoary
problems about how the original value comes to be there and how it comes to be
detected. One who adheres to Foot's scheme, however, can lay claim to a
capacity to solve or to bypass these difficulties. It is a mistake, he can say,
to think of practical reasoning as recognizing the transmission of an original
non-relativized value down a chain of inheritors: what we start with is a
relativized value (relativized to some person or potential agent), and it is
this value which is (sometimes) transmitted. So the question of justifying
ends, otherwise than by showing them to be actually desired, does not arise.
The legitimacy of a conception of absolute value, of a kind being denied by the
suppositions adherent to Foot's view, is a main topic of my third lecture, and
so what I say here should be regarded as having a fairly limited aim. It is
designed only to show, or suggest, that should it turn out to be theoretically
desirable to be able to regard absolute (non-relative) value as attaching to
some ends, we should not be at a loss when it comes to saying how such absolute
value is to be detected, or how rational decision about endsis possible. While
I would not claim to be in a position to give a tidy, comprehensive theoretical
account of the matter, it seems to me pretty clear that ordinary agents are
thoroughly practised at end-selection. (At this point I draw heavily upon a
paper on Happiness which I am prone to deliver, wholly or in part, at every
possible opportunity.) By way of preliminary, three general points seem
appropriate. Ends go around in packs or systems; so in determining the suitable
ends two linked considerations come into play: the suitability of the end
considered as an individual, and also its suitability when it is considered as
a member of an actual or potential system of ends (whether in this or that way
it does or would fit in). Alterations in and institutions of systems of ends
normally occur as the outcome of revision; system S' is substituted for system
S which is previously ensconced, and what S' and S have in common is much more
extensive than the respects in which they differ. As with clothes, changes are
mostly matters of patching; and where a new suit is acquired, it is usually
ready-made by professional purveyors, like churches or political parties, or
private persons like spouses. It is (fortunately for us) possible to make
revisions in our system without having to articulate (which we almost certainly
would be unable to do) the contents of the system. We can consider a possible
change and see what comes to mind, one way or the other, about such a change.
Systems in situ seem (not very surprisingly) to be very much like the human
beings in whom they are situated. Both change, but in the normal course of
events not usually very rapidly: and when changes occur they tend to occur
according to natural laws or trends: systems and people grow and develop and
sometimes even decay. So when we look for the properties which commend systems,
we find them to be not unlike those aspects of stabilitywhich commend systems
of beliefs; which according to Idealists (of the Oxford kind, Bradley, etc.) are
such things as coherence, consistency, and comprehensiveness; and it is systems
deficient in such respects as these which get modified. Systems which are
harmonious, in that the realization of or pursuit of some elements enhances the
prospects for other elements, are favoured. So are systems which are (so to
speak) teleologically suitable, which bring into play more fully rather than
less fully the capacities and attributes which are central to one's
constitution as a human being. So, again, are systems which are flexible, which
allow for easy and untraumatic revision where revision is required. When we
turn to a consideration of individual ends, we find a variety of procedures
which we use to assess the suitability or unsuitability of suggested or possible
ends, some of which can also be applied to the assessment of systems of ends.
Sometimes we ask whether the adoption of such and such an end would put us at
the mercy of circumstances beyond our control; to what extent we should need
what Aristotle called "ektos choregia" like government grants.
Sometimes we enquire about the likely durability of an actual or suggested
interest: 'Would we get tired of it?", 'How long would we be capable of
sustaining it?', etc. Sometimes we see whether we or someone else can present
us with a favourable (or unfavourable) 'picture' of life with such and such as
one of our ends. Sometimes we raise second-order questions about the
desirability, of one sort or another, of our having some specified item as an
end ("Could I be talked into it?", , 'Would it be a useful interest
to have?', 'Would I look ridiculous if I went in for that?', etc.). The purpose
of this lightning tour of methods of end-assessment has not been to present a
systematic account of them, though that would fill a need; it has been intended
merely to indicate that so far from being at a loss when it comes to the
assessment of ends, we seem to have a wealthof resources at our disposal; so
the suggestion that Foot's position has the advantage of enabling us to dispense
with such assessment would be to try to pull us out of a hole which we are not
in. But there is a further question, namely, whether the methods which we do
use for such assessment are more in tune with Foot's position or with a Kantian
position. Here I find the outcome not at all clear. It is not at all clear to
me how the criteria which we seem to apply in the assessment of ends, and of
attachments to them, are to be justified, or even whether they are to be
justified; and our employment of some of them seems somewhat fluctuating (for
example, durability of an interest as something solid (and so good), or as
stolid and so not good). It might turn out that though we evaluate ends, we do
not evaluate the criteria by which we evaluate ends; and that might favour
Foot. But who knows? I turn now to a brief delineation of two aspects of Foot's
position which seem to have some tendency to make things difficult for her. The
first was vividly presented in a talk given by Judy Baker, the relevant passage
from which I shall summarize. If I say to you that the door is closed,
standardly my purpose in saying this to you is to get you to believe that the
door is closed; there are variant descriptions which apply to some cases, like
reminding you that the door is closed, letting you know that I am aware that
the door is closed, and so on. But it is natural to think of the arousal of a
belief as the central case. When I utter a (grammatical imperative, there is
more than one thing I may be doing; if, as a friend watching you shiver, I say
'Close the door' (in a gentle tone of voice, perhaps), I could be advising you
to shut the door (since you are cold): if, as a parent to a child, I say
"Shut the door', I might be telling you to shut the door. There are
further distinctions which might be made; for example, we can distinguish
between an officer saying to a private soldier, 'Fetch the provisions' when he
would be ordering the soldier to fetch the provisions, and one private soldier
saying to another, 'Fetch the provisions', when he might be relaying an order
to fetch the provisions. There will be at least two (maybe more) main families
of operations, telling and advising, which will each be further differentiated.
All of this is evident to common sense. Now a modalized imperative, like 'You
ought to visit your aunt' or 'You mustn't touch the flowers' is perhaps not
strictly a recipient of the classifications applicable to unmodalized
imperatives, but it is plausible to suppose that assimilation of the modalized
imperatives to membership of one or another of the families of imperatives is
possible. Now Foot's position seems to demand that moral judgements (valuation,
exhortation) should be assimilated to the advising family. But this is
repugnant to common sense; common sense would support an assimilation to the
telling family, particularly perhaps to the sub-family of relaying orders (in
the moral case, from an unspecified and perhaps even unspecifiable source).
Difficulty for Foot may also arise (as Judy Baker also suggested) from her
treatment of "non-hypothetical uses" which seem to be represented as
"decayed/degenerate cases" of utterances of
"ought"-statements (and such-like), which in their primary and
non-degenerate employment are dependent on the possession of a certain desire
or interest on the part of the addressee or potential agent, but which are here
used even though the speaker may not attribute to his addressee such an
interest. Examples are etiquette and club rules. The steward may say to a
visitor, 'You may not bring ladies into the smoking-room', even though it is
obvious that the visitor does not give a fig for the club or its rules. The
steward may even say, I know you don't care about our rules, but you may not
bring ladies into the smoking-room.' The difficulty for Foot is alleged to
consist in the fact that we are told that though these are cases in which the
original or normal dependence of such utterances on a potential agent's concern
or interest has been lost, such injunctions are nevertheless stillvoiced,
perhaps in one or another version of a social routine; we have perhaps got used
to saying such things. It is suggested that Foot has not succeeded in making
such utterances understandable, from the point of view of the utterer. In
particular, while the establishment of social routines or practices is not
mysterious, the execution of them has to be thoroughgoing. There would be some
inconsistency of behaviour in including in a routine occurrence of a statement
that ladies may not be brought into the smoking-room, a remark to the effect
that the addressee does not have the normally requisite interest, which would
be an open admission that what is taking place is only the operation of a
routine or pretence. Admittedly these objections only show that Foot's position
is counter-intuitive, is against what people ordinarily suppose to be the case.
It might be none the worse for that. But most of the time Foot seems to want to
present herself as coming to the aid of the vulgar valuer, the maker of
ordinary moral judgements, in order to protect him against the attempts of the
philosophers to read into vulgar valuations material which is not there. It
would be uncomfortable to her to have to take the position of condemning
(philosophically) what according to her is there. A further difficulty for Foot
may arise from this fact that she seems to me to be liable to a charge of
having failed to distinguish two different interpretations of phrases of the
form "has a reason to" and "has no reason to (for)", and of
putting forward a thesis about moral judgements, that they are (or should be)
hypothetical imperatives, the attraction of which depends on a failure to make
this distinction. Suppose that an old lady is struggling up the stairs with a
mass of parcels, that I see her, and that I am young, able-bodied, and in no
particular hurry. I could go and help her to cope, but I do not, because, as I
would say, "What is there in it for me?' I don't care about the minor
distresses of old people, and I don't see any likelihood thatI would be
rewarded for helping her or penalized for not doing so. On one reading of
"have a reason to" it may be that these facts are sufficient to
ensure that I have no reason to help her. But helping such people in such
circumstances is in fact a matter of ordinary decency and so something we
should do. On another reading this may be sufficient to ensure that I have a
reason to help her; there is a reason for me to help her (its being a matter of
ordinary decency), whether or not I recognize the fact; so I do have a reason
to help her. The charge against Foot would be that the attractiveness of her
case for supposing moral imperatives to be hypothetical depends first on
equating, perhaps correctly, the application of a moral imperative to a person
with his having a reason (perhaps a particular kind of reason) for acting in
the prescribed way, and second on attaching to the phrase "having a
reason" the first of the two interpretations just distinguished (that in
which the man who exhibits indifference towards a given line of action would
thereby be shown to lack a reason for such action), thus failing to notice or
ignoring the second interpretation, which is the only reading which intuition
would allow as adequate for the explication of morality. Foot might say that
she is not confusing the two readings but denying that there is more than the
first reading. But she would have to argue for this contention, and it would (I
think) be difficult to argue for it in a non-circular way. I shall conclude
this lecture with a brief interim statement, quite undocumented, about where we
are and what I might expect to find myself trying to do about it. It seems to
me that a whole lot of the trouble that has arisen for Mackie and for Foot has
come out of the reluctance of each of them, in this or that degree, to allow
full weight to the idea of value as making a bridge between the world of fact
and the world of action. It is my suspicion (at the present point no more than
a suspicion) that to get ourheads clear and keep them clear we shall need to do
(at least) five things: To pay unrelenting attention to the intimate connection
between reason (the faculty) and reasons, and the intimate association of both
with argument and value. To allow for parity, at least in a rational being, of
cognition and practical faculties; each is equally guided by reason (rational
will), and each alike guides reason (rational will). To take really seriously a
distinction between rational and pre-rational states and capacities, with
unremitting attention to the various between the two domains. To recognize
value as embedded, in some way yet to be precisely determined, in the concept
of a Rational Being. Value does not somehow or another get in, it is there from
the start. To realize, as one of the fundamental and urgent tasks of
philosophy, the need to reach an understanding of the way in which the world
(pheno-menal') viewed in terms of cause and effect, and the world (noumenal')
viewed in terms of reasons, fit together (a classical version of the Problem of
Freedom). Perhaps we might, in tomorrow's lecture, move a little way in one or
two of these directions. Grice’s enterprise in the second lecture of a set of
three on ‘Conceiving axis,’ is, initially at least, to take up and pursue a
version of the notion of the objective which is mentioned by Mackie, but which
Grice has so far deliberately kept out of the limelight. At the conclusion of a
too short discussion of categorical and hypothetical imperatives by the
colonial philosopher – Mackie was from Australasia, but had brain-drained to
Oxford, we find the following statement. So far as ‘moral philosophy,’ as is
called at Oxford – the White Chair -- is concerned, Mackie’s thesis that there
is no such thing as an objective value is specifically the denial that any such
KANTIAN-type categorical element in a moral utterance or judgments is
objectively valid. The objective value which Mackie is denying would be
action-directing absolutely, not contingently, in some indicated way, upon the
agent's interest – to use Prichard’s term – via counsel of prudence, to use
Kant’s --, desire and inclination – Must one motives hve to be pure? Mackie’s
language is, typically, not wholly clear to an ear such as Grice’s or
Juvalta’s. What is seemingly being asserted is that Mackie's denial of the
concept of an objective value is tantamount to a denial that there is any
absolutely action-directing value, despite what may be claimed in an ordinary,
common or garden, moral utterance or judgements. Grice hastens to add that when
he formulated his conversational maxims, he hastened to add that there are
OTHER maxims, which are ‘moral’ in character! – Mackie’s thesis seems to be a
close relative of a well-known position advanced by BOSANQUET, whom Grice dubs
a ‘minor’ philosopher -- who has discussed it at some length, and to whom Grice
turns his attention in a moment. First, however, Grice declares his wish to
present the question at issue in a slightly more comprehensive way. There seem
to be a number of fairly well-publicised dichotomies, -- and he is not talking
about his favourite, Leibniz’s invention of the analytic-synthetic! -- to which
the objective – or lack of it -- of a value may be closely related. These
include the dichotomy of a categorical imperative, Juvalta, and a mere
hypothetical or conditional imperative, a counsel of prudence – Juvalta e Kant
--, but then there’s the dichotomy of moral value and non-moral value. Finally,
there is the dichotomy of unconditional or unconditioned and conditional or
conditioned value. The questions at issue seem to Grice to concern the relation
of each of these three dichotomies to others in the list. Grice hopes to return
to this array of questions after a hopefully succinct presentation of what he
takes to be Bosanquet's views. The following Grice thinks would be a fair
summary, in Grice’s own improved language. A counsel of prudence, or a
hypothetical imperative, is distinguished by the existence of an associated
"let out" or "extrication" condition. This ‘let-out’ or
‘extrication’ condition consists in the existence of an associated end, a lack
of desire for which will remove from the agent any reason to carry out the
injunction contained in the counsel of prudence or conditional imperative. The
imperative utterance 'If you desire a good dinner, you should eat at the White
House' leaves Juvalta cold if Juvalta has no interest in food, or in a good
dinner – especially if you have to cross the Atlantic to get it! The widespread
belief that a moral imperative utterance is categorical, in that the imperative
has a reason-giving force that is independent of the desire on the part of the
agent, is mistaken. There is no such automatic reason-giving force, or
compulsion, and so, Bosanquet, and zillion of other sceptical since CICERONE would
cliam, no such thing as a categorical imperative. Though there are IS no such
thing as a categorical imperativeutterance, there are some
"non-hypothetical,” unconditioned, “uses" of "ought" --
where a disclaimer of interest – to use Prichard’s idiom -- would have no
extricating effect. These occur in "oughts" of etiquette, conduct in
games, and possibly, colloquially, in this or that moral statement. But the
reason why a disclaimer of interest would have no effect here is that
non-hypothetical uses of “ought” are, a-typically, NOT reason-giving at all,
and, so, there is here nothing to be extricated from. Now, if an allegedly
moral "ought" is to be reason-giving at all, it must be interpreted,
or re-interpreted, or reformulated in a reductive analysis involving a
different logical construction, as expressing a hypothetical or CONDITIONED
imperative – Kant’s counsel of prudence or maxim --, depending on some end,
like – again, as Kant does following Aristotle -- human happiness, or
eudaemonia – Ackrill – about which decent people – or as Grice puts it, to
infuriate Bosanquet – “a decent chap” -- can be counted on to be concerned. To
regard an ellegedly ‘moral’ precept as a categorical imperative utterance must
be to base morality on reason – and Grice never got tired of repeating that he
always felt to be ‘enough of a rationalist’ for this or that. Anti-moral – or
non-moral, or immoral, or amoral – behaviour would have to be represented as
COUNTER-RATIONAL – cf. Pears, on irrationality – Grice lectured with Pears for
years, and it was HIS little man – little taken literally. But there is nothing
*irrational* in immorality. No contradiction or self-defeating behaviour is,
characteristically, present. On the other hand, seeing conversation as rational
cooperation would entail that if you do not cooperate you ARE being irrational!
– although Grice spent more than some time explaining that CONVERSATION as
rational behaviour or ‘activity,’ as Grice prefers, is independent from HIS
stronger thesis that conversation is RATIONAL cooperation. We do not want a
moral "ought" to be ipso facto motivating or compelling, regardless
of interest or inclination or desire. We want a volunteer rather than a
conscript in moral service. In an earlier version, morality had to be partially
justified by reference to the eudaemonia or happiness of the agent. In a later
version, concern for the welfare of others – Grice’s imperative of
CONVERSATIONAL benevolence, or AIUTA CONVERSAZIONALE--, as part of one's own
happiness, demands a ‘consequential’ concern for morality, with a view to the
welfare of others. Now before Grice gets too heavily involved in this or that
substantive issue, it might be a good idea for Grice to pay a little heed to
this or that structural aspect of the region under debate. Let us have a look
at the girders before covering them with cement. There seem to Grice to be not
less than six dichotomies which are under review, though not every Oxonian
philosopher -- even if JUVALTA did! -- would regard all of them as well founded.
Some philosophers would regard some of them as not distinct from one another,
and (Grice hopes) all philosophers, notably JUVALTA, would regard some or even
all of them as obscure, perhaps even intolerably obscure. These dichotomies
are, or include: th objective-non-objective (or perhaps, subjective), (entity,
value), a dichotomy or cluster of dichotomies on which Grice already spent some
time. categorical-hypothetical (imperative); absolute-relative (value);
moral-non-moral (value, imperative, etc.); unconditional-conditional (value,
etc.); underived-derived (value) Today's Special (2. Cats and Hypes), like
other members of the bunch, calls -- even clamours -- for interpretation. A
blind logical nose might lead us, or will have us to be led, to the assumption
of a link between a hypothetical imperative and a hypothetical, or as Cicero
and Juvalta prefer, ‘conditional’ statement or propositions. Such a link no
doubt exists. But the most obvious version of it is plainly inadequate. At
least two other philosophers, besides Grice and Juvalta, has noticed that an
utterance like ‘If he molests the child, you should have him arrested' is
unlikely to express a hypothetical or conditional imperative. And that even if
one restricts oneself to cases in which the antecedent clause specifies a want
or desire, we find pairs of examples like: If you want to go to Chicago, you
should travel by AA via Cleveland. If you want to go to Philadelphia, you
should see a psychiatrist. -- where it is plain that one is, and the other is
not, the expression of a hypothetical or conditional imperative utterance –
Grice won't tell you which. A less easily eliminable suggestion, yet one which
would still interpret the notion of a hypothetical or conditional imperative
utterance in terms of that particular logical or Ciceronian syntactical form to
which the names "hypothetical" and "conditional" attach,
would be the following. Let us assume that it is established, or conceded, as
legitimate to formulate a conditional utterance in which not only the
consequent or apo-dosis, to use Mates’s idiom – he never liked Cicero! -- is
couched in some mode other than the indicative, as in a conditional command. If
you see the whites of their eyes, shoot (fire)'). But also the antecedent, or
pro-tasis, again to use Mates’s terminology from The Porch, or some part or
clause of them; in which case all of the following might be admissible
conditional utterances. If let the cat be taken to the vet, let it be put in a
cage. If let the cat be taken to the vet and there is no cage available, let
Martha put it on her lap. If the cat is sick, let it be taken to the vet. If
this suggestion seems rebarbative, think of such a quaint conditional, when
their utterance is quaint, such as a conditionalised version of this or that
argument, such as the following. Let the cat go to the vet; therefore, let it
be put in a cage. Let the cat go to the vet; there isn't a cage; therefore, let
Martha put the cat on her lap -- and then maybe the discomfort will be reduced.
Among conditionals with an imperatival or as Grice – following Prichard – and
Juvalta prefer --"volitival" consequent or APO-DOSIS, some have a
“mixed-mode" protasis or antecedent -- partly indicative, partly
imperatival --. On the other hand, some will have a purely indicative PRO-TASIS
or antecedent (like the last of Grice’s three examples. Grice now gives a
provisional definition of the terms categorical or apodeictical and
hypothetical or conditional imperative utterance. A conditional or hypothetical
imperative utterance is either a conditional the APO-DOSIS or consequent of
which is imperatival and the PRO-TASIS or antecedent of which is imperatival or
mixed-mode -- partly indicative, partly imperatival --, or it is an elliptical
– enthymematic, implicatured -- version of such an imperative. A categorical or
apodeictic imperative is an imperative which is either not conditional in form,
or else, if it is conditional, it has a purely indicative antecedent. Quick
comments. The structures which Grice offering as a way of interpreting a
conditional or hypothetical and an apodeictic, or categorical imperative do
not, as they stand, offer any room for the appearance of this or that practical
modality – via auxiliary verb -- like “ought to do A” or “should” do A, which
are so prominently, and wrongly, visible in the standard – not Juvalta’s surely
-- examples of those kinds of imperatives. The imperative utterances suggested
by Grice and Juvalta – or Juvalta and Grice, chronologically – ARE real
imperatives. Each imperative utterance concludes 'do such and such' –
infamously: Make your conversational move such as is required by the accepted
purpose of the conversation in which you are engaged --, not: "you/one
ought to do such and such'. – such as Grice’s earlier formulation: You should
make a stronger statement, if you can – reported by Strawson in Introduction to
logical theory. But maybe Grice’s suggestion could be modified to meet the
demand for the appearance or occurrence of such an auxiliary verb such as ought
(etc.), if such occurrence is needed. It would remain to be decided how close
the preferred reading of Juvalta’s or Grice’s allegdly 'deviant' conditional
imperative utterance would be to the accepted interpretation of a standard
hypothetical or conditional imperative utterance. But even if there is some
divergence, that might be acceptable if Juvalta’s and Grice’s imperative
utterance turns out to embody a more precise notion than the standard
conception. Clarity IS enough! There are, Grice thinks, serious doubts of the
admissibility of a conditional sub-ordinate utterance, with a non-indicative
PRO-TASIS or antecedent – CICERO forbade them – ‘if you can’ -- which will be
to Grice’s mind connected with the very difficult question whether the
indicative and the other moods are co-ordinate, or whether the indicative mood
is in some crucial sense prior to the other modes. Grice confesses to not
knowing the answer to this question. A different interpretation of the
distinction between an apodeictc or categorical and a conditional or
hypothetical imperative utterance would, like the first two, be formal or
SYNTACTICAL as Varro prefers in character, and would link the
categorical-hypothetical distinction, in relation to an imperative utterance,
with one of the OTHER listed dichotomies, that between absolute, or
non-relativised, and relative or relativized value, as Juvalta does. A
conditional or hypothetical imperative utterance would be an intrinsic
END-relative – Cicero, DE FINIBUS -- value attribution, and might be analogous,
if Cicero and Davidson are correct, to an evidence-relative, not desirability,
but CREDIBILITY or probabily – for Cicero, everything was a probability! An
apodeictic or categorical imperative utterance would NOT be an intrinsic
end-relative utterance – CICERO, DE FINIBUS. In Grice’s eyes this suggestion
has the great merit that the idea of the relativisation of value might, or
would, apply to other kinds of relativisation than relativization to this or
that end – CICERO DE FINIBUS. A notable member of the wider group of
relativizations would be relativization to the subject – or substantial item --
of this or that ends, this or that person who has or who might have this end or
that -- "valuable to me". It is Grice’s suspicion that the range of
different kinds of relativisation is going to prove enormously important in the
clarification of the idea about how it is that an agent conveives of value. It
might, for example, turn out that non-relative, or non-relativised, or
absolute, value has some special connection with some favoured – by Kant and
Juvalta, if not Prichard -- relativisation of the notion of value -- e.g. to
people, or strictly PERSONS – Grice, Personal identity: someone is hearing a
noise. This suggestion might help us to see a conditional or hypothetical
versus an apodeictic or categorical imperative utterance as important in this
context. We might indeed, not inappropriately, use a further member of the
original list of dichotomies, the unconditional-conditional value dichotomy, as
a means for expressing this distinction between a value intrinsically relative
to an end – Cicero DE FINIBUS --, and value NOT relative to an end. Then, the
alleged distinction between the absolute and the relative, as applied to value,
would include, as a special case, but would not be restricted to, the
distinction between unconditional or unconditioned and conditional or
conditioned value – when we treat, as Kant, but not Cicero, advises to treat
people as FREE. The last interpretation which Grice mentions seems not to be,
as its predecessors were, formal or syntactical – in Varro’s terminology -- in
character. It is close to part of what Juvalta, following Kant,says on this
topic, and it also either is or is close to the interpretation employed by that
minor philosopher, Bosanquet! It is a distinction between an imperative
utterance being escapable, or conditional or hypothetical, through the absence
of a particular desire or concern, and its NOT being thus escapable – but
apodeictic or categorical in its force. If we understand the idea of
escapability sufficiently widely, the following imperatives are all escapable,
even though their logical form is not in every case the same. You should give
up popcorn. Conversationally, you should co-operate. To get slim, you should
give up popcorn. If you desire to influence mutually and maximally, you would
cooperate – conversationally. If you want to get slim, you should give up
popcorn. If you want the activity in which you are engaged to be the mutual and
maximally efficient way of influencing each ther, you should, in conversation,
cooperate. Now suppose that Juvalta has no concern to get slim, or to engage in
an activity which is the maximally efficient one of mutual influencing. One
might say that the first imperative is "escaped", provided giving up
popcorn – or maximally efficiently influencing mutually -- has nothing else to
recommend it, by being falsified. The second and third would not, perhaps, be
falsified, but they would, in the circumstances, be inapplicable -- to Juvalta
—and inapplicability, too, counts as escape: “My lips are sealed”. An
apodeictic or categorical imperative utterance, however, is in no way
escapable, and keep you rational. We should, Grice suggests, consider not
merely this or that imperatives of each sort, together with the range of
possible characterisations of the sorts, but also the possible forms of
practical argument into which such an imperatives (a particular conditional or
hypothetical imperative) might, on this or that interpretation, enter, and even
forms of practical argument which involve, not a conditional or hypothetical
imperative utterance itself, but a close relative of it. To indicate the
importance, for a proper understanding of this thorny area, of a consideration
of the forms of argument into which they may enter and not merely of the
imperative utterance itself, Grice gives three such patterns of argument, at
least superficially different from one another, and (so it seems to Grice) of
varying degrees of breadth of application. First: using the dichotomy of
original derived value. To defend the Philosophy Department, or Italy –
Juvalta’s example -- would be a good thing. It is not specified here by Juvalta
whether the value is original or derived. If to defend the Philosophy
Department or Italy – against the Austrians of course -- would be a good thing,
to learn to use bows and arrows – Austrians ARE barbarians -- would be a good
thing, as thus conducive. Therefore: To learn to use a bow and and an arrow
would be a good thing. This would be derived value, provided the second premiss
is true. It is noble to fight for Italy – Juvalta’s example – Juvalta’s country
-- unconditional value. It is valuable, in the matter of fighting for Italy –
Juvalta’s country, to join one of the services – rather than, as so many of
Grice’s pupils did – Place – and even others – Geach --: ascription of
conditional value.Therefore: Join up! We cannot conclude either to
unconditional value of joining up (false) nor to conditional value of joining
up, with respect to fighting for Italy – Juvalta’s country --, since this is
one of the premisses. It is good for Mussolini to increase his holdings in oil
shares. If Mussolini visits his father, Mussolini’s father will give Mussolini
some oil shares. Therefore,it is good for Mussolini to visit his father – who
named him the very un-Italian ‘Benito’ after some unknwon Mexican! This
argument purportedly *transmits*, alla Whitehead/Russell-Peano transitiveness
-- relative value, that is, subject-relative value. Now where does Bosanquet
stand in respect of claims about value? It seems to me that the issues on which
battle has been joined within this topic are always – or nearly always --
related to different views about the potency or lack thereof of reason -- as
reflected in the lesser scope or the larger scope allowed for the appearance on
the scene of reason at all! It is by no means clear to Grice – or Juvalta – had
he known Bosanquet -- where, precisely, Bosanquet stands in this spectrum -- if
it matters --, as Juvalta would hasten to add --, but wherever it is, it is
somewhere in the middle. The stages which Grice has in mind are presented in
order ofd ecreasing scepticism, or increasing trust in the power of
conversational reason – as Speranza, following Horkheimer, calls it --, or, as
Grice would like to be able to put the matter, increasing trust in the
legitimate and efficacious operation of the concept of value in the conduct of
argument. First, there is thoroughgoing SCESI, or the type that was so popular
at Rome. The notion of value has no genuine legitimate application in argument.
It is never strictly speaking the case that one should draw such and such a
conclusion from a set of premisses, that it would be good or valid to draw such
and such a conclusion, or bad not to. Juvalta may, of course, as the victim of
a bad habit, commonly talk that way, and we do, inveterately, throw around the
word "reason" – or worse, Speranza’s ‘conversational reason’ -- but
this is only a way of talking and is not to be taken seriously – as is often
the case with Juvalta, if not Speranza --: it may be hallowed, but it is not at
all Mussolini-holy. The things we say are either not to be regarded as true, or
if true are true only in some Pickwickian – or Bunburyian -- nor Fregean –
‘sense’ or fashion of the words employed. There are, strictly speaking, no
arguments at all, as (allegedly) it is not too difficult to 'demonstrate'. Then
there’s stingy cognitive RATIONALISM, of the type Juvalta and Grice would often
deploy. The terms "value" and "reason" – as ‘conversational
reason’ -- properly apply, in a non-Pickwickian, non-Bunburyan, but not Fregean
-- sense, only within the confines of the area of ALETHEIA, or factual belief,
the "alethic" – so christened by von Wright -- area, and even there
only subject to strong safeguards. The only way in which one can find a
conclusion validated or called for by reason, i. e. subject to reasons – pure
theoretical or speculative reason in Cicero’s and Kant’s jargon --, is by
finding a case in which to deny rather than accept that conclusion would
involve one in a childish contradiction. Then there’s open-handed cognitive
rationalism, of the type Juvalta and Grice deploy on week-ends. The crucial
terms ("value" and "reason" – or ‘conversational reason’)
have a more general licence (inductive reasons are, for example, OK); but a
strictly legitimate application is still confined to the alethic area. Then
there’s limited cognitive-cum-PRACTICAL rationalism. The crucial terms have a
liberal authentic application in the cognitive (alethic) zone, and also a
limited authentic application across the divide – Grice’s aequi-vocality thesis
-- in the practical zone, where they are limited (otherwise than merely as a
way of talking) to the area of the relation of this or that means, alla
Machiavelli, or homo oeconomicus to this or that Ciceronian end – DE FINIBUS,
the area of Aristotelian δεινóτης – “whatever that area may be,” as Juvalta
puts it. Finally, there is unlimited cognitive-cum-practical rationalism. No
types of application are subject to smear from the Scesi. Now, as Grice says,
Grice is not really very sure where Bosanquet -- ‘that minor philosopher’ --
stands in this array of stances. Grice suspects in category 4. Grice is also
fairly sure that wherever Bosanqet may have stood, quite a large number of
philosophers have occupied, or have thought that they occupied, one of the
intermediate positions bearing numbers between 2 and 4 (inclusive). The further
suspicion which Grice would like at this point to voice is that the adoption of
one of these "part-way" positions is INCOHERENT – i. e. commits you
to a self-contradiction, as Grice told D. M. Armstrong on his B.Phil viva voce
--, that you either have to be a whole-hog sceptic or else not a sceptic at
all. Half-hogging is no good. Grice does not even attempt to prove this point
now; in Lecture 3 Grice does try to prove a closely related thesis: that if you
get as far as stage 4, you have to (in some sense of "have to") go on
to stage 5. Grice’s aequi-vocality thesis licnses this: ‘ought’ is univocal, or
if multi-vocal or pluri-vocal, such pluri-vocality applies to both sides of the
divide. But there is a stronger and a weaker interpretation of "have
to". A stronger interpretation would allege some form of
self-contradiction or incoherence in accepting 4 -- but refusing 5, and Grice
rather doubts that this that can be shown. Grice hashopes, however, of being
able to reach a weaker conclusion, that to accept 4 and to reject 5 -- to hold,
for example, that a conditional or hypothetical imperative utterance is all
right, but that an apodeictic categorical imperative utterance ain’t -- would
be wantonly to refuse to satisty a legitimate rational demand. Enter Speranza’s
conversational reason. But for that you must wait patiently for a day. To
initiate a substantive discussion of Bosanquet’s position, Grice wonders what
there is in it to appeal to us, and again what there is in it to make us
hesitate or recoil; and in asking these questions Grice notes that reactions,
whether favourable or unfavourable, seem likely to be strong. It seems to Grice
that in these discussions a key role is played by the idea of reason –
Speranza’s conversational reason -- , or of reasons; it will be some set of
considerations about reasons which will turn some people on, at least to begin
with, and it will be another set of considerations (or possibly even the same
set of considerations) about reasons which will, at least to begin with, turn
other people off. Letus turn first to the considerations which might engender,
untypically in the milieu of both Juvalta’s TORINO and Grice’s OXFORD -- a
favourable response. A central view of Oxford’s BOSANQUET's (which might indeed
have an extension beyond the realm of the concept of ought, so as to apply to a
larger range of valuations) is that the primary function (though not its
invariable function) of the use of an "ought" statement is to
produce, or to state the existence of, a reason for a potential agent to
perform some specified action or to occupy some specified position or
situation. Bosanquet would go on to say, Grice thinks, that it has been, at
least since Hume, a common-place – Juvalta and Girce loved these -- of
philosophy that the existence for someone of a reason to perform an action or
to occupy a position or situation depends on his having some desire, interest,
or disposition of will pointing in that direction or end – CICERO DE FINIBUS;
it is objectionable to suppose that there are any features the mere recognition
of which is sufficient to provide one with a reason for doing something. The
objectionableness of such a supposition may be of either of two kinds. The
supposition may be disbelievable, or repugnant to the intellect or judgement.
Or it may be distasteful, or repugnant to Prichard’s WILL or Prichard’s
inclination. A subsidiary argument of Bosanquet's is, Grice thinks, one which
would represent the idea that morality consists in a system of this or that
apodeictic or categorical imperative – not just THE one -- as distasteful,
indeed morally distasteful; or at least as less tasteful than the more Humean,
and thus Scottish – Kant’s original surname: Sant – or Cant -- alternative. We
would rather, Bosanquet suggests, be able to think of people as volunteers in
moral service, than be forced to think of them as conscripts, as the more
Kantian position would entail. The kind of moral (or more or less moral)
distaste to which Bosanquet, all too typically, i. e., condescendingly and
briefly, alludes is one which Juvalta at Torino and Grice at Oxford feel that,
as someone brought up in the enlightened 'pinko' (at least on the surface)
atmosphere of Torino or Oxford, as it used to be, Juvalta and Grice understand
very well. They were in reaction against their Victorian forebears; they are
independent and they are tolerant of the independence of others, unless they go
too far.They don't like discipline, rules (except for rules of games and rules
designed to secure peace and quiet in Colleges), self-conscious authority, and lectures
or reproaches about conduct (which are usually ineffective anyway, since those
whom they are supposed to influence [Now Bosanquet may not have intended to
attach very much weight to the mot about a 'volunteer’ and a ‘conscript’ – nevr
mind a conscientious objector – like Grice’ pupil Place. If this is so, Grice
thinks that in one pretty important respect Bosanquet was doing himself an
injustice. For whether or not it in fact succeeds on this occasion, it is very
much the right kind of consideration to bring to bear. In the case of some
sorts of valuation, the apparatus for determining whether some particular
target should be accorded favourable or un-favourable valuation cannot sensibly
be turned upon itself. We cannot sensibly ask whether the apparatus for
determining pictorial valuation, or our use of this apparatus, is pronounced by
the apparatus itself to be worthy of favourable pictorial valuation, since
neither the apparatus nor our use of it is a picture. We can ask whether the
standards, so far as we can identify them, applied in determining whether
something is funny, or our applications of these standards, are themselves
licensed as being funny by those very standards. But Juvalta and Grice very
much doubt whether an affirmative answer would be regarded as a significant
endorsement of those standards. In other cases—-perhaps, for example, with
regard to standards of utility—it may well be that a certificate of conformity
to these standards, received by the standards themselves or by our use of them,
would be properly regarded as an endorsement of the standards. But if, as is
the case with an alleged ‘moral’ standard – even of the utilitarian type as the
sort that Juvalta and Grie endorses --, the standards (in advance of any
precise determination of their value) are thought to be PARAMOUNT [are usually
either too sensitive or not sensitive enough. Above all they dislike
punishment, of the type Mussolini engaged in, in terms of oil -- which only too
often just plays into the hands of those who are arrogant or vindictive. They
do not much care to talk about "value" (pompous) or "duty"
– as Prichard did -- stuffy, unless one means the duty of a servant or the
military, or the money extorted by the customs people. Their watchwords (if
they could be moved to utter them) would be 'Live and let live, though not
necessarily with me around' or 'If you don't like how I carry on, you don't
have to spend time with me? With these underlying attitudes, so prominent in
the Torino of Juvalta’s days, and the Oxford of Grice’s -- it is no surprising
that they don’t find Kant congenial, and that they do vvery much like Strawsn’s
Freedom and Resentment.] -- (not susceptible to being overridden) and it is
also the case that the standards endorse themselves or our use of them, it
might, Grice thinks, be plausibly suggested that such an endorsement is
specially powerful, to the extent that its availability might be taken as a
relevant interpretation of the notion of what may be objective about alue. And
an ethical or moral system which fails this test would not have much to hope
for -- beyond a decent burial. Where IS Bosanquet buried? What seems to Grice
wrong with Bosanquet's procedure at this point is not that it is an unsuitable
procedure for producing rabbits from hats -- it is indeed quite suitable --,
but that, on this occasion, it does not produce any rabbit. As Keyt would have
remark, once you are in one of the services, it just does not MATTER *at all*
whether you are a conscript or a volunteer. Unlike Grice’s pupil Place – a
conscientious objector – a volunteer is treated like a conscript – a volunteer
cannot give up, and if he changes is mind and deserts, he may be executed --,
and indeed, virtually no one knows which you are and it would surely be rude t
ask. That’s why Grice’s pupil did not get on that well with him, and why Grice
never even TALKED to Geach! The fact that a consideration is motivating
independently of any desire one may have does not imply as a matter either of
physical or logical necessity that one in fact acts in line with it. As Juvalta
– following Kant -- and others – like Prichard, but surely not Bosanquet, or
Wollaston -- have observed, it is only too obvious that all too often one does
not act in line with it. One is NOT compelled or constrained unless by
"constrained" "compelled" is meant "rationally
constrained"" compelled" – Grice is reminded of Wood’s ‘on being
forced to a conclusion -- -and, as Juvalta, following Kant, suggests, maybe
that kind of constraint or compulsion is just what the doctor ordered for the
free man. Grice turns then to the specification of an attempt to represent the
position of Bosanquet's OPPONENT-- a champion of 'the received view' which
allows a viable distinction between an apodeictic or categorical imperative utterance
and a conditional or hypothetical imperative utterance, and seeks to associate
moral valuation with an apodeictic categorical imperative – “Make your
conversational contribution one that is appropriate, at the stage in which it
occurs, by the accepted purpose of the conversation in which you are engaged --
, not as distasteful but as disbelievable. What Juvalta and Grice have to say
has an obvious relation to questions which any sitter of the chair of moral
philosophy is ready to pose within his first week of classes – Machiavellli
never taught -- about whether and how it is possible to justify this or that
end, without reading Cicero’s DE FINIBUS. Grice is not sure that the
considerations with which Grice is ultimately concerned are actually voiced by
Bosanquet; but that he would assent to themseems to Grice to be strongly
indicated by Bosanquet’s view that a reason has to be constituted as such by
its connection with desire or interest, and by Bosanquet’s refusal to
countenance such questions as whether, independently of any connection with
actual desires, a person should have recognized as a reason something which he
did not so recognize. Juvalta and Grice take a little trouble to exhibit
clearly the structure of the present issue. It might be suggested that an
adherent of the received view is likely to have a certain picture of practical
reasoning which is, perhaps, redolent, if not Kant – always uncongenial to both
Italians and Englishmen like Grice and Juvalta, irrespectively -- of Aristotle.
We decide on the performance of a particular action by ascribing to it a
certain value, which is inherited from some FINAL state of affairs to which the
action would be conducive; the inherited value will be recognised to have
descended through a sequence of inheritances, starting from some item whose
value is not inherited but original, or EXTRINSIC. This picture raises at once
hoary problems about how the original value – never mind sin -- comes to be
there and how it comes to be detected. One who adheres to a scheme like
Bosanquet’s, however, can lay claim to a capacity to solve or to bypass these
difficulties. It is a mistake, he can say, to think of practical reasoning as
recognizing the transmission of an original non-relativized value down a chain
of inheritors. What we start with is a relativised value, such as gardening, or
rose-breeding -- relativised to some person or potential agent --, and it is
this value which is, sometimes, transmitted, via Peano’s and Whitehead’s and
Russell’s well-known transitiveness. So the question of justifying this or that
end, otherwise than by showing them to be actually desired, does not arise. The
legitimacy of a conception of absolute value, of a kind being denied by the
suppositions adherent to Bosanquet's view, is a main topic of Grice’s third
lecture, and so what Grice says here should be regarded as having a fairly
limited aim. It is designed only to show, or suggest, that should it turn out
to be theoretically desirable to be able to regard absolute, non-relative,
value as attaching to this or that end, or metier, we should not be at a loss
when it comes to saying how such absolute value is to be detected, or how
rational decision about this or that end – Cicero’s DE FINIBUS – P. G. R. I. C.
E. – philosophical grounds of rationality: intentions, categories, ends -- is
possible. While Grice would not claim to be in a position to give a tidy,
comprehensive theoretical account of the matter, it seems to Grice pretty clear
that an ordinary agent is thoroughly practised at end-selection. At this point
Grice draws heavily upon an essay on Ackrill’s eudaemonia, which Grice was
prone to deliver, wholly or in part, at almost every possible opportunity – if
not a Saturday morning (Austin hated viva voce readings!). By way of preliminary,
three general points seem appropriate. This or that end – Cicero’s DE FINIBUS
-- goes around in packs or systems. Therefore, in determining this or that
suitable end two linked considerations come into play: the suitability of this
or that end considered as an individual, and also its suitability when it is
considered as a member of an actual or potential system of ends -- whether in
this or that way it does or would fit in. Say, survival of a person as a
species. Alterations in and institutions of systems of ends normally occur as
the outcome of revision. System S' is substituted for, or evolves into, system
S, which is previously ensconced, and what S' and S have in common is much more
extensive than the respects in which they differ. As with clothes, changes are
mostly matters of patching. When a new suit is acquired, it is usually
ready-made by someprofessional purveyor, like a church, or a political
party—think Mussolini’s black shirts! --, or a private persons like one’s
spouse. It is (fortunately for us) possible to make revisions in our system
without having to articulate (which we almost certainly would be unable to do)
the contents of the system. We can consider a possible change and see what
comes to mind, one way or the other, about such a change. Systems in situ seem
(not very surprisingly) to be very much like the human beings in whom they are
situated. Both a system and a person change, but in the normal course of events
not usually very rapidly – witness Reid! --: and when a change does occur it
tends to occur according to some natural law or trend: systems and people grow
and develop and sometimes even decay. So when we look for the properties which
commend a system, we find them to be not unlike those aspects of stability
which commend systems of beliefs; which according to Idealists -- of the Oxford
kind, Bradley, that Bosanquet knew so well --, etc.) are such things as
coherence, consistency, and comprehensiveness; and it is systems deficient in
such respects as these which get modified. Systems which are harmonious, in
that the realisation of or pursuit of some elements enhances the prospects for
other elements – such as the survival of Homo sapiens sapiens as a species --,
are favoured. So are systems which are (so to speak) teleologically suitable –
suitable to one of Cicero’s ends – DE FINIBUS --, which bring into play more
fully rather than less fully the capacities and attributes which are central to
one's constitution as a human being, or strictly, a PERSON – Etrurian: PRO-SONA.
So, again, are systems which are flexible, which allow for easy and
un-traumatic revision where revision is required. When we turn to a
consideration of this or that individual, personal, end, we find a variety of
procedures which we use to assess the suitability or unsuitability of this or
that suggested or possible end, some of which can also be applied to the
assessment of this or that system of ends. Sometimes we ask whether the
adoption of such and such an end would put us at the mercy of circumstances
beyond our control; to what extent we should need what Aristotle calls
"ektos choregia,” such as a government grant. Sometimes we enquire about
the likely durability of an actual or suggested interest: 'Will I get tired of
it?", 'How long will I be capable of sustaining it?', etc. – and forumate
that in the first person plural: “Will decent chaps like we two get tired of
that goal of conversation?” “How long will decent chaps like us be able of
sustainingsuch a shared end? -- Sometimes we see whether we or someone else can
present us with a favourable (or unfavourable) 'picture' of life with such and
such as one of our ends. Sometimes we raise this or that second-order question
about the desirability, of one sort or another, of our having some specified item
as an end: "Could I be talked into it?", , 'Would it be a useful
interest to have?', 'Would I look ridiculous if I went in for that?', etc. The
purpose of this lightning tour of methods of end-assessment has not been to
present a systematic account of them, though that would fill a need. It has
been intended merely to indicate that, so far from being at a loss when it
comes to the assessment of ends, we seem to have a wealth of resources at our
disposal. Therefore, the suggestion that Bosanquet's position has the advantage
of enabling us to dispense with such assessment would be to try to pull us out
of a hole which we are not in. But there is a further question, namely, whether
the methods which we do use for such assessment are more in tune with Bosanquet's
position, or with a Kantian position, such as the one favoured by Juvalta and
Grice. Here Grice finds the outcome not at all clear. It is not at all clear to
Grice how the criteria which we seem to apply in the assessment of ends, and of
attachments to them, are to be EXTRINSICALLY justified – cf. Aristotle on
‘dialectic --, or even whether they are to be justified; and our employment of
some of them seems somewhat fluctuating (for example, durability of an interest
as something solid (and so good), or as stolid and so not good). It might turn
out that though we do evaluate this or that end, we do not evaluate the
criteria by which we evaluate ends; and that might favour Bosanquet. But who
knows? I turn now to a brief delineation of two aspects of Bosanquet's position
which seem to have some tendency to make things difficult for him. The first.
If I say to you, “The door is closed” – or “The window is closed – don’t smoke
that pipe!”, standardly my purpose in saying this to you is to get you to believe
that the door is closed, or that the window is not open. There are variant
descriptions which apply to some cases, like reminding you that the door is
closed, or that the window is not open, letting you know that I am aware that
the door is closed, or that the window is not open, and so on. But it is
natural to think of the arousal of a belief as the central case. When I utter a
morpho-syntactically imperative utterance—“Make your contribution such as is
required by the accepted purpose of the conversation in which you are engaged”
--, there is more than one thing I may be doing. If, as a friend watching you
shiver, I say 'Close the door' -- in a gentle tone of voice, perhaps -- , I
could be advising you to shut the door -- since you are cold. If, as a parent
to a child, I say "Shut the door', I might be *telling* you to shut the
door. There are further distinctions which might be made; for example, we can
distinguish between an officer saying to a private soldier, 'Fetch the
provisions' when he would, as Prichard so well saw, be ordering the soldier to
fetch the provisions, and one private soldier saying to another, 'Fetch the
provisions', when he might be relaying an order to fetch the provisions. There
will be at least two, but maybe more, main families of operations, telling and
advising, which will each be further differentiated. All of this is evident to
common sense, and therefore to Austin’s Moore – “Some like Witters’s but
Moore’s MY man – he had sense!” Now a modalised imperative, like 'You ought to
visit your aunt' or 'You mustn't touch the flowers' or ‘One should make the
stronger conversational move” is perhaps not strictly a recipient of the
classifications applicable to an unmodalised imperative, but it is plausible to
suppose that assimilation of the modalised imperative to membership of one or
another of the families of imperatives is possible. Now Bosanquets position
seems to demand that a moral judgement (valuation, exhortation) should be
assimilated to the advising family. But this is TOTALLY repugnant, for a male
such as Bosanquet was, to common sense. Common sense would very much support,
indeed ENFORCE, to use Juvalta’s ideiom, an assimilation to the telling family,
particularly perhaps to the sub-family of relaying orders (in the moral case,
from an unspecified and perhaps even unspecifiable source, such as Kant in his
Elyseum. Cf. He is not paying Smith back, I advise that you take note of that.
Difficulty for Bosanquet may also arise from Bosanquet’s treatment of
"non-hypothetical” “uses” which seem to be represented as
"decayed/degenerate cases" of this or that utterances of a Hare-type
"ought"-statement, and such-like, which in their primary and
non-degenerate employment is dependent on the possession of a certain desire or
interest on the part of the addressee or potential agent, but which are here
used even though the utterer may not attribute to his addressee such an
interest. Examples are etiquette and club rules. The steward may say to a
visitor, 'You may not bring ladies into the smoking-room', even though it is
obvious that the visitor does not give a fig for the club -- or its rules. The
steward may even say, I was advised that you do not quite care about our rules,
but you may not bring ladies into the smoking-room.' The difficulty for
Bosanquet is alleged to consist in the fact that we are told that, though these
are cases in which the original or normal dependence of such an utterance on a
potential agent's concern or interest is somewhat lost – ‘vanished as an
implicature,’ as Juvalta puts it --, such an injunction is nevertheless still
voiced—via insinuation, as Cicero has it – Michelstaedeter, Rettorica e
persuazione -- , perhaps in one or another version of a social routine; we have
perhaps got used to saying such things. It is suggested that Bosanquet has not
succeeded in making such an utterance understandable, from the point of view of
the utterer. In particular, while the establishment of this or that social
routine or practice – such as ‘conversation’ qua over the wall chatter -- is
not mysterious, the execution of ithas to be thoroughgoing. There would be some
inconsistency of behaviour in including in a routine occurrence of a statement
that ladies may not be brought into the smoking-room, a remark to the effect
that the addressee does not have the normally requisite interest, which would
be an open admission that what is taking place is only the operation of a
routine or pretence. Or smoking when NON-SMOKING is displayed – force versus
authority. Admittedly these objections only show that Bosanquet's position is
counter-intuitive, is against what two decent chaps ordinarily suppose to be
the case. It might be none the worse for that. But most of the time Bosanquet
seems to want to present himself as coming to the aid of the vulgar valuer, the
maker of the ordinary moral judgement, in order to protect him against the
attempts of the philosopher of Torino (Juvalta) or Oxford (Grice) to read into
vulgar valuations material which is not there, not even implicated! It would be
uncomfortable to Bosanquet to have to take the position of condemning
(philosophically) what according to his IS there. A further difficulty for
Bosanquet may arise from this fact that he seems to me to be liable to a charge
of having failed to distinguish two different interpretations of phrases of the
form "has a reason to" and "has no reason to (for)", and of
putting forward a thesis about the concept of a moral judgement, that it is (or
should be) a conditional or hypothetical imperative, the attraction of which
depends on a failure to make this distinction. Suppose that an old lady is
struggling up the stairs with a mass of parcels, that Juvalta sees her, and
that Juvalta is young, able-bodied, and in no particular hurry. Surely Juvalta
would go and help her to cope. But Juvalta does not, because, as Juvalta would
say, "What is there in it for me?' I don't care about the minor distresses
of old people, and I don't see any likelihood that I would be rewarded for
helping her or penalized for not doing so. On one reading of "have a
reason to" it may be that these facts are sufficient to ensure that
Juvalta has NO reason to help her. But helping such people in such
circumstances is in fact a matter of ordinary decency, and so something Juvalta
– if ot Bosanquet -- should do. On another reading, this may be sufficient to
ensure that Juvalta does have a reason to help her; there is a reason for
Juvalta to help the old lady (its being a matter of ordinary decency), whether
or not Juvalta recognise the fact – as he will. Thereofre, Juvalta, does have a
reason to help the old lady. The charge against Bosanquet would be that the
attractiveness of hhis case for supposing an alleged moral imperative utterance
to be ONLY conditional depends first on equating, perhaps correctly, the
application of an allegedly moral imperative imperative to a person with his
having a reason (perhaps a particular kind of reason) for acting in the
prescribed way, and second on attaching to the phrase "having a
reason" the first of the two interpretations just distinguished (that in
which the man who exhibits indifference towards a given line of action would
thereby be shown to lack a reason for such action), thus failing to notice or
ignoring the second interpretation, which is the only reading which intuition
would allow as adequate for the explication of the realm of decency. Bosanquet
might say that he is not confusing the two readings but denying that there is
more than the first reading. But he would have to argue for this contention, and
it would (I think) be difficult to argue for it in a non-circular way. Grice
concludes the lecture with a brief interim statement, quite undocumented, about
where we are and what I might expect to find myself trying to do about it. It
seems to me that a whole lot of the trouble that has arisen for colonial Mackie
and for Bosanquet has come out of the reluctance of each of them, in this or
that degree, to allow full weight to the idea of value as making a bridge
between the world of fact and the world of action, to echo Hampshire, “Thought
and action”! It is Grice’s suspicion (at the present point no more than a
suspicion) that to get our heads clear and keep them clear we shall need to do
(at least) a few things. To pay unrelenting attention to the intimate
connection between reason (the faculty) and reasons, and the intimate
association of both with argument and value. To allow for parity, at least in a
rational being, such as Juvalta, of cognition and practical faculties; each is
equally guided by reason (rational will), and each alike guides reason
(rational will). To take really seriously a distinction between rational and
pre-rational states and capacities, with unremitting attention to the various
between the two domains. To recognize value as embedded, in some way yet to be
precisely determined, in the concept of a rational being. Value does not
somehow or another get in, it is there from the start. To realize, as one of
the fundamental and urgent tasks of philosophy, the need to reach an
understanding of the way in which the world (phenomenal') viewed in terms of
cause and effect, and the world (noumenal) viewed in terms of reasons, fit
together – cf. Grice, Strawson, Pears – Metaphysics -- a classical version of
the ‘problem’ of freedom). Perhaps we might, in tomorrow's lecture, move a
little way in one or two of these directions. Or perhaps not! Nome compiuto: Erminio Volfango
Francesco Juvalta. Herren von Juvalt. Juvalta. Keywords: implicature, il metodo
dell’economia pura nell’etica, il principio della cooperazione, cooperazione e
desiderabilita universale, ragione e cooperazione, cooperazione come mezzo,
ragione di mezzo, tra altruism ed egoism, amore proprio, benevolenza,
giustizia. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Juvalta on the categorical
imperative,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice.
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