GRICE ITALO A-Z G GRA
Luigi Speranza --
Grice e Gracco: la ragione conversazionale e il concetto di stato -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. At
Oxford, a distinction was clearly made between those who were entitled to teach
Plato and Aristotle – as Austin, himself, and Hare were – from those who would
teach the minor schools, such as Il Portico! Keywords: il portico romano. Filosofo
italiano. A Roman statesman and reformer, a friend of Blossio di Cuma. He may
have followed the Porch himself. He was killed by a mob. He was influenced by
Blossio di Cuma. Console, combatte vittoriosamente contro
i Liguri; occupa inoltre la Sardegna. Suo figlio, magister equitum dopo la
battaglia di Canne, console, difende Cuma da un assalto d’Annibale. Prorogatogli
il comando, sconfisse Annone presso Benevento. Fu console; morì in un'imboscata
ordita da Magone. Padre dei famosi tribuni; partecipa con gli Scipioni alla
spedizione contro Antioco III; tribuno della plebe pose il veto all'arresto di
Lucio Scipione. Sposa Cornelia, figlia di Scipione l'Africano. Pretore, conduce
a termine la campagna contro i Celtiberi e celebra il trionfo. Console nel 177,
sbarcò con due legioni in Sardegna dov'era scoppiata una ribellione che egli
sedò spietatamente. Fu censore nel 169 e console per la seconda volta nel 163.
4. Tribuno della plebe (162-133 a. C.), figlio dell'omonimo console del 177 e
del 163, fratello maggiore di Gaio. Fu presente con il cognato Scipione
Emiliano alla caduta di Cartagine e si distinse nell'attacco finale. Fu
questore del console Ostilio Mancino nella guerra numantina, e quando
l'esercito cadde nelle mani del nemico si dovette a G. se si giunse alla
liberazione con un trattato che fu però rinnegato dal senato. Quando fu eletto
tribuno della plebe, egli aveva un preciso programma politico, mirante a
risolvere la crisi di cui soffriva lo stato romano dopo la sua rapida
espansione mediterranea. G. propose, con alcune attenuazioni, il rinnovamento
di una delle leggi attribuite dalla tradizione a Gaio Licinio Stolone e L.
Sestio (aggiornata), per cui le parti di ager publicus in possesso di privati
eccedenti i 500 iugeri (750 per chi avesse un figlio, 1000 per chi ne avesse
due o più) venivano rivendicate dallo stato (che ne era il proprietario) e di
stribuite in lotti ai cittadini poveri. L'aristocrazia si servì del collega di G.,
Ottavio, per porre il veto alla discussione della proposta. G., dopo aver
inutilmente cercato di venire a un accordo, propose ai comizî tributi la
destituzione del collega, accusandolo di abusare della carica. Destituito
Ottavio, fu votata la legge agraria e l'esecuzione fu affidata ai triumviri
agris iudicandis adsignandis (Tiberio e Caio Gracco, e il suocero Appio
Claudio): G. propone che con le ricchezze lasciate da Attalo III di Pergamo in
eredità al popolo romano si finanziasse l'attuazione della legge. Quando egli,
per assicurare tale attuazione, aspira al tribunato per l'anno seguente, ne
nacque l'accusa che volesse stabilire un regime tirannico. Alle elezioni, G.,
ostacolato in più modi dagli impedimenti giuridici sollevatigli contro dagli
avversarî, finì con lo scatenare i suoi seguaci. Rimane padrone dell'area del
tempio di Giove Capitolino, ma i senatori adunati in quello di Fides,
accusandolo di aspirare alla corona, guidati da Publio Scipione Nasica, seguiti
da cavalieri, schiavi e clienti, piombarono nel Foro e sgominarono i partigiani
di G.. Questi fu ucciso a bastonate e gettato nel Tevere. Tiberio
Sempronio G.Tribuno della plebe della Repubblica romana Nome originale Tiberius
Sempronius Gracchus Nascita 163 a.C. Roma Morte 132 a.C. Roma Gens Sempronia
Padre Tiberio Sempronio Gracco Madre Cornelia Questura 137 a.C. Tribunato della
plebe 133 a.C. Tiberio Sempronio Gracco (in latino Tiberius Sempronius Gracchus
pronuncia classica o restituta: [tɪˈbɛ.ri.ʊs sɛmˈproː.ni.ʊs ˈɡrak.kʰʊs]; Roma,
163 a.C. – Roma, 132 a.C.) è stato un politico romano della fazione dei
Populares, tribuno della plebe nel 133 a.C.. Durante il suo mandato fece
approvare una legge agraria che prevedeva il trasferimento della terra dai
ricchi patrizi al resto della popolazione. La forte opposizione del Senato,
della fazione degli Optimates e dei grandi proprietari terrieri, le cui
proprietà erano minacciate dalla riforma, sfocerà nel suo assassinio.
Biografia Figlio maggiore dell'omonimo Tiberio Sempronio Gracco di origine
plebea e di Cornelia, figlia di Publio Cornelio Scipione Africano, di antica
famiglia aristocratica, appartenne quindi all'oligarchia patrizio-plebea. Il
legame genealogico paterno con la gens plebea permette a Tiberio prima, a Gaio
poi, l'ascesa al tribunato (133 e 123 a.C.), quindi il primo contatto con l'attività
politica del senato. Poco più che fanciullo fece parte dei sacerdoti auguri
grazie anche all'approvazione dell'influente senatore Appio Claudio Pulcro che
poco più tardi gli diede in moglie la figlia Claudia, da cui non ebbe nessun
figlio. Nel 146 a.C. all'età di diciassette anni militò in Libia sotto il
comando del cognato Scipione Emiliano. Nove anni dopo, al suo ritorno a Roma
venne eletto questore e dovette partire per la guerra contro i Numantini sotto
il comando del console Gaio Ostilio Mancino. L'esito della guerra fu disastroso
e, una volta messi in fuga i Romani, i nemici si dichiararono disposti a
trattare soltanto con Tiberio, memori delle gesta del padre che in passato era
stato loro alleato. Accettò di trattare con i Numantini anche per recuperare il
diario e le tavole del suo ufficio di questore che erano state rubate nel
saccheggio successivo alla fuga romana. Tornato a Roma fu accusato e biasimato
per il suo gesto, ma il popolo e le famiglie dei soldati (20.000 vite furono
risparmiate) scampati al massacro lo acclamarono come un salvatore. La reazione
ostile venne proprio dalla compagine dei senatori per il fatto che i romani
uscirono piegati dalla presa di Numanzia e patteggiarono la pace. Il senato
rimandò a Numanzia Gaio Ostilio Mancino come prigioniero per causa di disonore,
in secondo luogo non ratificò la pace che Tiberio aveva formulato; infine
Scipione Emiliano fu inviato in terra numantina e nel 133 a.C. ottenne il
dominio della città[1]. Tribunato della plebe Lo stesso argomento
in dettaglio: Lex Sempronia e Lex Sempronia Agraria. Fu eletto tribuno della
plebe nel 133 a.C. e la sua prima vera iniziativa fu quella di compilare una
legge, la lex agraria, con l'aiuto del pontefice massimo Crasso e del console
Publio Muzio Scevola, per la redistribuzione delle terre del suolo italico,
usurpate dai ricchi ai più poveri e offerte ai forestieri per la lavorazione
(legge agraria). La legge limita l'occupazione delle terre dello stato a 500
iugeri (125 ettari) e riassegnava le terre eccedenti ai contadini in rovina.
Una famiglia nobile poteva avere 500 iugeri di terreno, più 250 per ogni
figlio, ma non più di 1 000; i terreni confiscati furono distribuiti in modo
che ogni famiglia della plebe contadina avesse 30 iugeri (7,5 ettari). Il
provvedimento era sostenuto dal popolo anche attraverso scritte sui maggiori
monumenti e sulle pareti dei portici di Roma ma fu ricusato sdegnosamente dai
ricchi che tentarono inutilmente di incitare una rivolta contro Tiberio. La
legge fu approvata ma incontrò gravi difficoltà ad esempio, molti italici, che
erano rimasti sui terreni come affittuari, temevano di perdere tutto con la
legge di Tiberio, così come alcune comunità alleate di Roma. Il dibattito
sull'assegnazione delle terre era collegato alla questione del diritto di
cittadinanza: gli abitanti alleati avevano interessi a ottenere gli stessi
diritti dei cittadini romani. I possidenti si appoggiarono allora ad un
altro tribuno della plebe, il giovane Marco Ottavio, che accettò di porre il
veto alla legge agraria, così Tiberio minacciò di far revocare dai comizi la
nomina del suo collega, sostenendo che poteva essere deposto chi non agiva
nell'interesse della plebe. Tiberio, in risposta al veto, scrisse una legge
ancora più restrittiva per i possidenti terrieri e iniziò così una sfida tra i
due tribuni che quotidianamente si cimentavano in senato in dure sfide
oratorie. Tiberio pose a sua volta il veto a diverse proposte dei patrizi per
spingerli con l'ostruzionismo ad accettare la revoca. Con un nuovo editto
proibì ai magistrati di intraprendere affari sino alla votazione della legge e
questi come risposta si dimisero dalle loro cariche arrivando anche ad
assoldare sicari per far uccidere Tiberio. Eugène Guillaume, I
Gracchi (Museo d'Orsay) Il giorno nel quale il popolo fu chiamato a votare, i
nemici di Tiberio asportarono le urne creando gran tumulto, ma lo scontro fu
evitato anche grazie alla mediazione dei consolari Manlio e Fulvio che lo
convinsero a rimettersi al senato. La discussione in assemblea fu però
infruttuosa e così Tiberio fu costretto a proporre ufficialmente la
destituzione di Ottavio che il giorno dopo fu approvata dal concilio della
plebe portando così anche all'approvazione della legge; ma il clima era sempre
infuocato e nonostante i gesti distensivi di Tiberio nei confronti
dell'avversario, Ottavio fu a fatica sottratto dalle grinfie della folla
inferocita. I comizi approvarono infine la legge agraria. Sorvegliare
l'equità della divisione spettò, oltre allo stesso Tiberio, al suocero Claudio
Pulcro (princeps del senato) e al fratello Gaio Sempronio Gracco. Intanto
l'opposizione dei più ricchi si faceva sempre più estenuante e andava dal
rifiuto di costruire un edificio pubblico preposto alla causa della legge
agraria fino all'avvelenamento di un amico di Tiberio. Alla sua morte il
re di Pergamo Attalo III Filopatore (133 a.C.) lasciò in eredità le sue terre e
le sue ricchezze al popolo romano. Tiberio propose che il suo patrimonio fosse
destinato all'acquisto di sementi e attrezzi agricoli per i nuovi proprietari e
che le nuove terre fossero anch'esse divise tra la plebe. Intanto i suoi
amici pensarono di farlo candidare nuovamente al tribunato (andando contro la
Lex Villia del 180 a.C.) e perciò doveva in tutti i modi accattivarsi in maniera
esponenziale i favori della plebe. Propose leggi sull'abrogazione del servizio
militare per lungo tempo, sulla concessione del diritto all'appello contro
tutti i magistrati e sull'ingresso in senato di un maggior numero di
cavalieri. Il giorno della votazione non disponeva però della maggioranza
ed i suoi alleati fecero ostruzionismo fino al rinvio dell'assemblea al giorno
dopo: Tiberio scoppiò a piangere per paura di possibili attentati alla sua
persona suscitando commozione nel popolo che si offrì di sorvegliare la sua
casa durante la notte. Assassinio La mattina seguente al Campidoglio,
dove era radunato il popolo per votare, c'era un tale rumore che non si
riusciva a parlare. Tiberio fu informato che i suoi nemici avevano un piano per
uccidere il console Muzio Scevola e negli sviluppi dell'assemblea cominciò a
diffondersi il panico, con i sostenitori di Tiberio che impugnarono le lance
per difendersi. L'omicidio di Tiberio Gracco I nemici di Tiberio
corsero al Senato e denunciarono il fatto, accusandolo di voler essere re: il
pontefice massimo, Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione, cugino per parte
materna di Tiberio e capo degli Ottimati, esortò i suoi a far rispettare la
legge di Publicola e le XII tavole in maniera sommaria, cioè mediante la
formula del tumultus, e i suoi partigiani marciarono armati fino al
Campidoglio. Ne seguì una carneficina nella quale persero la vita oltre
trecento cittadini romani e tra loro lo stesso Tiberio, ucciso a bastonate,
forse per mano di Nasica stesso.[2] Il suo cadavere fu gettato nel Tevere e i
suoi amici condannati a morte o esiliati senza processo. Il senato non si
oppose però alla spartizione delle terre ed elesse come nuovo esecutore il suo
parente Publio Licinio Crasso Dive Muciano. Nasica fu ripetutamente offeso e
minacciato ed il senato decise di mandarlo in Asia per precauzione. L'opera di
Tiberio venne poi portata avanti dal fratello Gaio, che realizzò molte leggi in
favore della plebe, prima di cadere anche lui vittima dei nemici politici. Gaio,
memore della morte impunita del fratello, fece però anche votare la Lex de
provocatione, che vietava la condanna capitale di un cittadino senza regolare
processo ed eventuale ricorso alla provocatio ad populum. Note ^ Nicolet,
I Gracchi o Crisi Agraria e Rivoluzione Rumena, 1967 ^ Dizionario di storia,
Treccani Bibliografia Plutarco, La vita di Tiberio Gracco. Voci correlate Gaio
Sempronio Gracco Gracchi Altri progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote
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Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Tiberio Sempronio
Gracco Collegamenti esterni Gracco, Tiberio Sempronio, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata
Giuseppe Cardinali, GRACCO, Tiberio Sempronio, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933. Modifica su Wikidata Giuseppe
Cardinali, GRACCO, Tiberio Sempronio, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 1933. Modifica su Wikidata Gracco, Tiberio
Sempronio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
Modifica su Wikidata (EN) Tiberius Sempronius Gracchus, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (EN) Tiberio
Sempronio Gracco, su comicvine.gamespot.com, GameSpot. Modifica su Wikidata V ·
D · M Gens Cornelia Scipio V · D · M Plutarco Controllo di autorità VIAF (EN)
27455503 · ISNI (EN) 0000 0000 8023 2354 · BAV 495/133333 · CERL cnp01259931 ·
LCCN (EN) n50037049 · GND (DE) 118541161 · BNE (ES) XX1201377 (data) · J9U (EN,
HE) 987007272209605171 Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Politica Categorie: Politici romani del II secolo
a.C.Nati nel 163 a.C.Morti nel 132 a.C.Nati a Roma (città antica)Morti a Roma
(città antica)SemproniiTribuni della plebeAuguriPersone morte per
linciaggioPolitici figli d'artePolitici assassinatiNome compiuto: Tiberio
Sempronio Gracco.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Gramsci:
FILOSOFO ALBANO, E ALBANESE -- NON
ITALIANO – FILOSOFO SARDO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale contro
Croce – partito socialista italiano – il comune – l’élite – Mosca -- filosofia
italiana – filosofia sardegna -- Luigi Speranza (Ales). Abstract. Grice never cared for ‘language’ much, as he
should! His concern was with that very English verb, ‘mean’. He later used it
against his pupil, Strawson, who would not distinguish between what Strawson
MEANT from other stuff – such as what Strawson SAID! Keywords: lingua. Filosofo
italiano. Filosofo sardo. Ales, Oristano,
Sardegna. Grice: “Some Italians don’t consider Gramsci Italian on account of
the fact that Gramsci is not an Italian last name!” Fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia,
divenendone esponente di primo piano e segretario, ma venne ristretto dal
regime fascista nel carcere di Turi. In seguito al grave deterioramento delle
sue condizioni di salute, ottenne la libertà condizionata e fu ricoverato in
clinica, dove trascorse gli ultimi anni di vita. Considerato uno dei più
importanti pensatori del XX secolo, nei suoi scritti, tra i più originali della
tradizione filosofica marxista, analizza la struttura culturale e politica di
Italia. Elaborò in particolare il concetto di egemonia, secondo il quale le
classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a
tutta la società, con l'obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un
senso comune condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle
subalterne. Gli antenati paterni derano originari della città di Gramshi
in Albania, e potrebbero essere giunti in Italia durante la diaspora albanese
causata dall'invasione turca. Documenti d'archivio attestano che nel Settecento
il trisavolo G., sposato con Blajotta, possedeva a Plataci, comunità
‘’arbëreshë’’ del distretto di Castrovillari, delle terre poi ereditate da G.. Questi
sposa Fabbricatore, e dal loro matrimonio nacque a Plataci G., che intraprese
la carriera militare nella gendarmeria del Regno di Napoli e, quando era di
stanza a Gaeta, sposa Gonzales, figlia di un avvocato napoletano. Il loro
secondo figlio fu Francesco, il padre di G. Le origini albanesi sono conosciute
dallo stesso G., che tuttavia le immagina più recenti, come scrive alla cognata
Schucht dal carcere di Turi: «o stesso non ho alcuna razza; mio padre è di
origine albanese (la famiglia scappò dall'Epiro durante la guerra, ma si
italianizza rapidamente). Tuttavia la mia cultura è italiana, fondamentalmente
questo è il mio mondo; non mi sono mai accorto di essere dilaniato tra due
mondi. L'essere io oriundo albanese non fu messo in giuoco perché anche Crispi è
albanese, educato in un collegio albanese.” Ghilarza: casa museo Antonio
Gramsci Francesco era studente in legge quando morì il padre; dovendo trovare
subito un lavoro, partì per la Sardegna per impiegarsi nell'Ufficio del
registro di Ghilarza. In questo paese, che allora contava circa 2.200 abitanti,
conobbe Marcias, figlia di un esattore delle imposte e proprietario di alcune
terre. La sposò malgrado l'opposizione dei familiari, rimasti in Campania, che
consideravano i Marcias una famiglia di rango inferiore alla propria dal punto
di vista sociale e culturale: Giuseppina aveva studiato fino alla terza
elementare. Dal matrimonio nascerà Gennaro e, dopo che Francesco G. fu
trasferito da Ghilarza ad Ales, Grazietta ed Emma. G. nasce secondo il registro
delle nascite dello stato civile del comune e registrato con i nomi di Antonio,
Francesco. Scondo il registro dei battesimi della parrocchia di San Pietro nasce
il giorno dopo, e viene registrato con i
nomi di Antonio, Sebastiano, Francesco. Il padre fu trasferito, come
gerente dell'Ufficio del Registro, a Sorgono e qui nacquero gli altri figli,
Mario, Teresina, e Carlo. Antonio si ammala del morbo di Pott, una tubercolosi
ossea che in pochi anni gli deformò la colonna vertebrale e gli impedì una normale
crescita: adulto, non supererà il metro e mezzo di altezza; i genitori
pensavano che la sua deformità fosse la conseguenza di una caduta e anche
Antonio rimase convinto di quella spiegazione. Ebbe sempre una salute delicate.
Soffrendo di emorragie e convulsioni, fu dato per spacciato dai medici, tanto
che la madre comprò la bara e il vestito per la sepoltura. Il padre
Francesco fu arrestato, con l'accusa di peculato, concussione e falsità in
atti, e venne condannato al minimo della pena con l'attenuante del «lieve
valore»: 5 anni, 8 mesi e 22 giorni di carcere, da scontare a Gaeta. Priva del
sostegno dello stipendio del padre, la famiglia trascorse anni di estrema
miseria, che la madre affrontò vendendo la sua parte di eredità, tenendo a
pensione il veterinario del paese e guadagnando qualche soldo cucendo
camicie. Proprio per le sue delicate condizioni di salute G. comincia a
frequentare la scuola elementare soltanto a sette anni: la concluse ncon il
massimo dei voti, ma la situazione familiare non gli permise di iscriversi al
ginnasio. Già dall'estate precedente aveva iniziato a dare il suo contributo
all'economia domestica lavorando 10 ore al giorno nell'Ufficio del catasto di
Ghilarza per 9 lire al mese l'equivalente di un chilo di pane al giornos muovendo
«registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi
doleva tutto il corpo». Grazie a un'amnistia, il padre anticipò di tre
mesi la fine della sua pena: inizialmente guadagnò qualcosa come segretario in
un'assicurazione agricola, poi, riabilitato, fece il patrocinante in
conciliatura e infine fu riassunto come scrivano nel vecchio Ufficio del
catasto, dove lavorò per il resto della sua vita. Così, pur affrontando gli
abituali sacrifici, i genitori poterono iscrivere il quindicenne Antonio nel
Ginnasio cdi Santu Lussurgiu, «un piccolo ginnasio in cui tre sedicenti
professori sbrigavano, con molta faccia tosta, tutto l'insegnamento delle
cinque classi». Con tale preparazione un poco avventurosa, riuscì
tuttavia a prendere la licenza ginnasiale a Oristano e a iscriversi al Liceo
classico Dettori di Cagliari, stando a pensione, prima in un appartamento in
via Principe Amedeo 24, poi, l'anno dopo, in corso Vittorio Emanuele 149,
insieme con il fratello Gennaro, il quale, terminato il servizio di leva a Torino,
lavorava per cento lire al mese in una fabbrica di ghiaccio del capoluogo
sardo. La modesta preparazione ricevuta nel ginnasio si fece sentire,
perché inizialmente G. nelle diverse materie ottenne appena la sufficienza, ma
riuscì a recuperare in fretta: del resto, leggere e studiare erano i suoi
impegni costanti. Non si concedeva distrazioni, non soltanto perché avrebbe
potuto permettersele solo con grandi sacrifici, ma anche perché l'unico vestito
che possedeva, per lo più liso, non lo incoraggiava a frequentare né gli amici,
né i locali pubblici. A scuola, mostrò uno spiccato interesse per le discipline
umanistiche e per lo studio della storia, anche perché il cattivo insegnamento
ricevuto in matematica gli fece perdere l'interesse per la materia. Nel
frattempo, il giovane G., iniziò a seguire le vicende politiche. Il fratello
Gennaro, che era tornato in Sardegna militante socialista, divenne cassiere
della Camera del lavoro e segretario della sezione socialista di Cagliari: «Una
grande quantità di materiale propagandistico, libri, giornali, opuscoli, finiva
a casa. Nino, che il più delle volte passava le sere chiuso in casa senza
neanche un'uscita di pochi momenti, ci metteva poco a leggere quei libri e quei
giornali». Leggeva anche i romanzi popolari di Carolina Invernizio, di Barrili
e quelli di Deledda, ma questi ultimi non li apprezzava, considerando
folkloristica la visione che della Sardegna aveva la scrittrice sarda; leggeva
Il Marzocco e La Voce di Prezzolini,
Papini, Cecchi «ma in cima alle sue raccomandazioni, quando mi chiedeva di
ritagliare gli articoli e di custodirli nella cartella, stavano sempre Croce e
Salvemini». Alla fine della seconda classe liceale, alla cattedra di
lettere italiane del Liceo salì Garzia, radicale e anticlericale, direttore de
L'Unione Sarda, quotidiano legato alle istanze sarde, rappresentate, in
Parlamento da Cocco-Ortu, allora impegnato in una dura opposizione al ministero
di Luzzatti. G. instaurò con Garzia un buon rapporto, che andava oltre il
naturale discepolato: invitato ogni tanto a visitare la redazione del giornale,
ricevette la tessera di giornalista, con l'invito a «inviare tutte le notizie
di pubblico interesse. Ebbe la soddisfazione di vedersi stampato il suo primo
scritto pubblico, venticinque righe di cronaca ironica su un fatto avvenuto nel
paese di Aidomaggiore. In un tema dell'ultimo anno di liceo, che ci è
conservato, G. scriveva, tra l'altro, che «Le guerre sono fatte per il commercio,
non per la civiltà la Rivoluzione francese ha abbattuto molti privilegi, ha
sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe all'altra
nel dominio. Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le
differenze sociali, essendo prodotto della società e non della natura, possono
essere sorpassate». La sua concezione socialista, qui chiaramente espressa, va
unita, in questo periodo, all'adesione all'indipendentismo sardo, nel quale
egli esprimeva, insieme con la denuncia delle condizioni di arretratezza
dell'isola e delle disuguaglianze sociali, l'ostilità verso le classi
privilegiate del continente, fra le quali venivano compresi, secondo una
polemica mentalità di origine contadina, gli stessi operai, concepiti come una
corporazione elitaria fra i lavoratori salariati. Poco dopo G. conoscerà
da vicino la realtà operaia di una grande città del Nord: il conseguimento della licenza liceale con una
buona votazione tutti otto e un nove in italianogli prospetta la possibilità di
continuare gli studi all'Università. Il Collegio Carlo Alberto di Torino bandì
un concorso, riservato a tutti gli studenti poveri licenziati dai Licei del
Regno, offrendo 39 borse di studio, ciascuna equivalente a 70 lire al mese per
10 mesi, per poter frequentare Torino. Fu uno dei due studenti di Cagliari
ammessi a sostenere gli esami a Torino. «Partii per Torino come se fossi
in stato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il
viaggio in terza classe delle 100 avute da casa». Conclude gli esami: li supera
classificandosi nono; al secondo posto è uno studente genovese venuto da
Sassari, Palmiro Togliatti. Si iscrive alla Facoltà di Lettere, ma le
settanta lire al mese non bastano nemmeno per le spese di prima necessità:
oltre alle tasse universitarie, deve pagare venticinque lire al mese per
l'affitto della stanza di Lungo Dora Firenze 57, nel popolare quartiere di
Porta Palazzo, e il costo della luce, della pulizia della biancheria, della
carta e dell'inchiostro, e ci sono i pasti«non meno di due lire alla più
modesta trattoria»e la legna e il carbone per il riscaldamento: privo anche di
un cappotto, «la preoccupazione del freddo non mi permette di studiare, perché
o passeggio nella camera per scaldarmi i piedi oppure devo stare imbacuccato
perché non riesco a sostenere la prima gelata». Sono frequenti le richieste di
denaro alla famiglia che però, da parte sua, non se la passava di certo molto
meglio. L'Università degli Studi di Torino vantava professori di alto
livello e di diversa formazione: Einaudi, Ruffini, Manzini, Toesca, Loria, Solari
e poi Bartoli, che si legò di amicizia con G., come fece anche l'incaricato di
letteratura italiana Cosmo, contro il
quale indirizzò però un articolo violentemente polemico. Anni dopo, durante la
dura esperienza in carcere, continuò comunque a ricordarlo con simpatia«serbo
del Cosmo un ricordo pieno di affetto e direi di venerazione era e credo sia
tuttora di una grande sincerità e dirittura morale con molte striature di
quella ingenuità nativa che è propria dei grandi eruditi e studiosi»ricordando
anche che, con questi e con molti altri intellettuali dei primi quindici anni
del secolo, malgrado divergenze di varia natura, egli avesse questo in comune:
«partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale e intellettuale
promosso in Italia da Benedetto Croce, il cui primo punto era questo, che
l'uomo moderno può e deve vivere senza religione rivelata o positiva o
mitologica o come altro si vuol dire. Questo punto anche oggi mi pare il
maggior contributo alla cultura mondiale che abbiano dato gli intellettuali
moderni italiani. Si ritrovò a casa per le elezioni politiche, dopo la fine
della guerra italo-turca contro l'Impero ottomano per la conquista della Libia;
votavano per la prima volta anche gli analfabeti, ma la corruzione e le
intimidazioni erano le stesse delle elezioni precedenti. In Sardegna, il timore
che l'allargamento della base elettorale favorisse i socialisti portò al blocco
delle candidature di tutte le forze politiche contro i candidati socialisti,
indicati come il comune nemico da battere. In quest'obiettivo,
"sardisti" e "non-sardisti" si trovarono d'accordo e
deposero le vecchie polemiche. G. scrive di quest'esperienza elettorale al compagno
di studi Tasca, dirigente socialista torinese, il quale affermò che G. «era
stato molto colpito dalla trasformazione prodotta in quell'ambiente dalla
partecipazione delle masse contadine alle elezioni, benché non sapessero e non
potessero ancora servirsi per conto loro della nuova arma. Fu questo
spettacolo, e la meditazione su di esso, che fece definitivamente di G. un
socialista». Tornò a Torino, andando ad affittare una stanza all'ultimo
piano del palazzo di via San Massimo 14, oggi Monumento nazionale; dovrebbe
datarsi a questo periodo la sua iscrizione al Partito socialista. Si trovò in
ritardo con gli esami, con il rischio di perdere il contributo della borsa di
studio, a causa di «una forma di anemia cerebrale che mi toglie la memoria, che
mi devasta il cervello, che mi fa impazzire ora per ora, senza che mi riesca di
trovare requie né passeggiando, né disteso sul letto, né disteso per terra a
rotolarmi in certi momenti come un furibondo». Riconosciuto «afflitto da grave
nevrosi» gli fu concesso di recuperare gli esami nella sessione di primavera. Prese
anche lezioni di filosofia da Pastore, il quale scrisse poi che «il suo
orientamento era originalmente crociano ma già mordeva il freno e non sapeva
ancora come e perché staccarsi voleva rendersi conto del processo formativo
della cultura agli scopi della rivoluzione come fa il pensare a far agire come
le idee diventano forze pratiche». G. stesso scriverà di aver sentito anche la
necessità di «superare un modo di vivere e di pensare arretrato, come quello
che era proprio di un sardo del principio del secolo, per appropriarsi un modo
di vivere e di pensare non più regionale e da villaggio, ma nazionale» ma anche
«di provocare nella classe operaia il superamento di quel provincialismo alla rovescia
della palla di piombo come il Sud Italia e generalmente considerato nel Nord che
aveva le sue profonde radici nella tradizione riformistica e corporativa del
movimento socialista». L'iscrizione al partito gli permise di superare in parte
un lungo periodo di solitudine: ora frequentava i giovani compagni di partito,
fra i quali erano Tasca, Togliatti, Terracini. “Uscivamo spesso dalle riunioni
di partito mentre gli ultimi nottambuli si fermavano a sogguardarci continuavamo
le nostre discussioni, intramezzandole di propositi feroci, di scroscianti
risate, di galoppate nel regno dell'impossibile e del sogno». Nell'Italia che
ha dichiarato la propria neutralità nella Prima guerra mondiale in
corsoneutralità affermata anche dal Partito socialistascrive per la prima volta
sul settimanale socialista torinese Il Grido del Popolo l'articolo Neutralità
attiva e operante in risposta a quello apparso il 18 ottobre sull'Avanti! di
Mussolini Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante, senza però
poter comprendere quale svolta politica stesse preparando l'allora importante e
popolare esponente socialista. Sostenne quello che sarà, senza che lo sapesse ancora,
il suo ultimo esame all'Università; il suo impegno politico si fece crescente
con l'entrata in guerra dell'Italia e con il suo ingresso nella redazione
torinese dell'Avanti!. Trascorse gran parte delle sue giornate all'ultimo
piano nel palazzo dell'Alleanza Cooperativa Torinese al numero 12 di corso
Siccardi (oggi Galileo Ferraris), dove, in tre stanze, erano situate la sezione
giovanile del partito socialista e le redazioni de Il Grido del Popolo e del
foglio piemontese dell'Avanti!, che comprendeva la rubrica della cronaca
torinese, Sotto la Mole; in entrambi i giornali G. pubblicava di tutto, dai
commenti sulla situazione interna ed estera agli interventi sulla vita di
partito, dagli articoli di polemica politica alle note di costume, dalle
recensioni dei libri alla critica teatrale. Dirà più tardi di aver scritto in
dieci anni di giornalismo «tante righe da poter costituire quindici o venti
volumi di quattrocento pagine, ma esse erano scritte alla giornata e dovevano
morire dopo la giornata» e di aver contribuito «molto prima di Tilgher» a
rendere popolare il teatro di Pirandello: «ho scritto sul Pirandello tanto da
mettere insieme un volumetto di duecento pagine e allora le mie affermazioni
erano originali e senza esempio: Pirandello era o sopportato amabilmente o
apertamente deriso». Della commedia di Pirandello Pensaci, Giacomino! scrisse
che «è tutto uno sfogo di virtuosismo, di abilità letteraria, di luccichii
discorsivi. I tre atti corrono su un solo binario. I personaggi sono oggetto di
fotografia piuttosto che di approfondimento psicologico: sono ritratti nella
loro esteriorità più che in una intima ricreazione del loro essere morale. È
questa del resto la caratteristica dell'arte di Luigi Pirandello, che coglie
della vita la smorfia, più che il sorriso, il ridicolo, più che il comico: che
osserva la vita con l'occhio fisico del letterato, più che con l'occhio
simpatico dell'uomo artista e la deforma per un'abitudine ironica che è
l'abitudine professionale più che visione sincera e spontanea», mentre
considerò Liolà «il prodotto migliore
dell'energia letteraria di Luigi Pirandello. In esso il Pirandello è riuscito a
spogliarsi delle sue abitudini retoriche. Il Pirandello è un umorista per
partito preso troppo spesso la prima intuizione dei suoi lavori viene a
sommergersi in una palude retorica di una moralità inconsciamente predicatoria,
e di molta verbosità inutile». Il fu Mattia Pascal, secondo G., è una
sorta di prima stesura del Liolà che, liberato dalla zavorra moralistica della
vita, si è rinnovato diventando una pura rappresentazione, «una farsa che si
riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica, e che ha il suo
corrispondente pittorico nell'arte figurativa vascolare è una vita ingenua, rudemente sincera una
efflorescenza di paganesimo naturalistico, per il quale la vita, tutta la vita
è bella, il lavoro è un'opera lieta, e la fecondità irresistibile prorompe da
tutta la materia organica». Severo fu invece il giudizio sul Così è (se
vi pare): dalla tesi pseudo-logistica che la verità in sé non esista,
Pirandello «non ha saputo trarre dramma e neppure motivo a rappresentazione
viva e artistica di caratteri, di persone vive che abbiano un significato
fantastico, se non logico. I tre atti di Pirandello sono un semplice fatto di
letteratura [puro e semplice aggregato di parole che non creano né una verità
né un'immagine il vero dramma l'autore l'ha solo adombrato, l'ha accennato: è
nei due pseudopazzi che non rappresentano però la loro vera vita, l'intima
necessità dei loro atteggiamenti esteriori, ma sono presentati come pedine
della dimostrazione logica». Rivolgendosi ai giovani, scrisse da solo il
numero unico del giornale dei giovani socialisti La Città future. Qui mostra la
sua intransigenza politica, la sua ironia, anche contro i socialisti
riformisti, il fastidio verso ogni espressione retorica ma anche la sua
formazione idealistica, i suoi debiti culturali nei confronti di Croce,
superiori perfino a quelli dovuti a Marx: «in quel tempo»scriverà«il concetto
di unità di teoria e pratica, di filosofia e politica, non era chiaro in me e
io ero tendenzialmente crociano». Lo zar di Russia Nicola II è facilmente
rovesciato da pochi giorni di manifestazioni popolari, per lo più spontanee,
che chiedono pane e la fine dell'autocrazia: viene instaurato un moderato
governo liberale e, insieme, si ricostituiscono i Soviet, forme di
rappresentanza su base popolare già creati nella precedente Rivoluzione russa
del 1905; le notizie giungono in Italia parziali e confuse: i quotidiani
«borghesi» sostengono che si tratta dell'avviamento di un processo di
democratizzazione in Russia, sull'esempio della grande Rivoluzione francese,
mentre G. è convinto che «la rivoluzione russa è un atto proletario ed essa
naturalmente deve sfociare nel regime socialista i rivoluzionari socialisti non possono essere
giacobini: essi in Russia hanno solo attualmente il compito di controllare che
gli organismi borghesi non facciano essi del giacobinismo». Con il ritorno in
Russia di Lenin, che pone subito il problema della pace immediata e della
consegna del potere ai Soviet, la lotta politica si radicalizza. G. è convinto
che Lenin abbia «suscitato energie che più non morranno. Egli e i suoi compagni
bolscevichi sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il
socialismo». G. nega esplicitamente la necessità dell'esistenza di condizioni
obiettive affinché una rivoluzione trionfi, quando scrive che i bolscevichi
«sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti. E il
pensiero rivoluzionario nega il tempo come fattore di progresso. Nega che tutte
le esperienze intermedie tra la concezione del socialismo e la sua
realizzazione debbano avere nel tempo e nello spazio una riprova assoluta e
integrale». È l'anticipazione dell'articolo, più famoso, che scriverà subito
dopo la notizia del successo della Rivoluzione d'ottobre. Anche in Italia
la guerra interminabile, costata già centinaia di migliaia di morti e di
mutilati, la penuria dei generi alimentari, la sconfitta di Caporetto e la
stessa eco provocata dalla rivoluzione russa portarono a insofferenze che a
Torino sfociarono in un'autentica sommossa spontanea duramente repressa dal
governo: oltre 50 morti, più di duecento feriti, la città dichiarata zona di
guerra con la conseguente applicazione della legge marziale, arresti a catena
che colpirono non solo i diretti responsabili ma, indiscriminatamente, anche
gli elementi politici d'opposizione e segnatamente l'intero nucleo della
sezione socialista, con l'accusa di istigazione alla rivoluzione. In conseguenza
dell'emergenza venutasi a creare, la direzione della Sezione socialista
torinese venne assunta da un comitato di dodici persone, del quale fece parte
anche G., il quale rimane l'unico redattore de Il Grido del Popolo che cesserà
le pubblicazioni. I bolscevichi avevano preso il potere in Russia ma per
settimane in Europa giunsero solo notizie deformate, confuse e censurate,
finché l'edizione nazionale dell'Avanti! uscì con un editoriale dal titolo La
rivoluzione contro il Capitale, firmato da G.: «La rivoluzione dei bolscevichi
è materiata di ideologia più che di fatti essa è la rivoluzione contro il
Capitale di Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi,
più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che
in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si
instaurasse una civiltà di tipo occidentale prima che il proletariato potesse
neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua
rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare
gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto
svolgersi secondo i canoni del materialismo storico se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni
del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non
sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una
dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il
pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del
pensiero idealistico italiano e tedesco, che in Marx si era contaminato di
incrostazioni positivistiche e naturalistiche». In realtà Marx, almeno negli
ultimi anni, non aveva escluso che un Paese arretrato potesse giungere al
socialismo saltando fasi di sviluppo capitalistico: ma qui interessa rilevare
tanto la visione di G. ancora idealistica, volontaristica, dell'azione
politica, quanto la critica che di fatto G. rivolgeva ai dirigenti socialisti
europei, e italiani in particolare, di concepire lo sviluppo storico in modo
meccanicistico. Finita la guerra e usciti dal carcere i dirigenti
torinesi del partito, G. lavora unicamente all'edizione piemontese
dell'Avanti!, che allora si stampava in via Arcivescovado 3, insieme con alcuni
giovani colleghi: Amoretti, Leonetti, Montagnana, Platone; ma egli e altri
giovani socialisti torinesi, come Tasca, Togliatti e Terracini, intendevano
ormai esprimere, dopo l'esperienza della rivoluzione russa, esigenze nuove
nell'attività politica, che non sentivano rappresentate dalla Direzione
nazionale del partito: «L'unico sentimento che ci unisse, in quelle nostre
riunioni, era quello suscitato da una vaga passione di una vaga cultura
proletaria; volevamo fare, fare, fare; ci sentivamo angustiati, senza un orientamento,
tuffati nell'ardente vita di quei mesi dopo l'armistizio, quando pareva
immediato il cataclisma della società italiana». Uscì il primo numero
dell'Ordine nuovo con G. segretario di redazione e animatore della
rivista. La rivista ebbe un avvio incerto: all'inizio «il programma fu
l'assenza di un programma concreto, per una vana e vaga aspirazione ai problemi
concreti nessuna idea centrale, nessuna organizzazione intima del materiale
letterario pubblicato» Tasca intendeva farne una pubblicazione culturale: «per
"cultura" intendeva "ricordare", non intendeva
"pensare", e intendeva "ricordare" cose fruste, cose
logore, la paccottiglia del pensiero operaio fu una rassegna di cultura
astratta, di informazione astratta, con la tendenza a pubblicare novelline
orripilanti e xilografie bene intenzionate; ecco cosa fu l'Ordine nuovo nei
suoi primi numeri». G. intende invece definirlo su posizioni nettamente
operaistiche, ponendo all'ordine del giorno la necessità d'introdurre nelle
fabbriche italiane nuove forme di potere operaio, i consigli di fabbrica,
sull'esempio dei Soviet russi: «Ordimmo, io e Togliatti, un colpo di Stato
redazionale; il problema delle commissioni interne fu impostato esplicitamente
nel n. 7 della rassegna il problema dello sviluppo della commissione interna
divenne problema centrale, divenne l'idea dell'Ordine nuovo; era esso posto
come problema fondamentale della rivoluzione operaia, era il problema della
"libertà" proletaria. L'Ordine nuovo divenne, per noi e per quanti ci
seguivano, "il giornale dei Consigli di fabbrica"; gli operai amarono
l'Ordine nuovo perché negli articoli del giornale ritrovavano una parte di se
stessi, la parte migliore di se stessi; perché sentivano gli articoli
dell'Ordine nuovo pervasi dallo stesso loro spirito di ricerca interiore:
"Come possiamo diventar liberi? Come possiamo diventare noi stessi?".
Perché gli articoli dell'Ordine nuovo non erano fredde architetture intellettuali,
ma sgorgavano dalla discussione nostra con gli operai migliori, elaboravano
sentimenti, volontà, passioni reali». Diversamente dalle Commissioni interne,
già esistenti all'interno dalle fabbriche, che venivano elette soltanto dagli
operai iscritti ai diversi sindacati, i Consigli dovevano essere eletti
indistintamente da tutti gli operai e avrebbero dovuto, nel progetto degli
ordinovisti, non tanto occuparsi dei consueti problemi sindacali, ma porsi
problemi politici, fino al problema della stessa organizzazione, della gestione
operaia della fabbrica, sostituendosi al capitalista: nel s, alla FIAT furono
eletti i primi Consigli. La Confindustria, nella sua Conferenza nazionale,
espresse chiaramente «la necessità che la borghesia del lavoro attinga in se
stessa il mezzo per un'energica azione contro deviazioni e illusioni» e il 20
marzo i tre maggiori industriali torinesi, Olivetti, De Benedetti e Agnelli
fecero presente al prefetto Taddei la loro volontà di ricorrere all'arma della
serrata delle fabbriche contro «l'indisciplina e le continue esorbitanti
pretese degli operai». Così quando in occasione di una controversia sindacale
nelle Industrie Metallurgiche tre membri delle commissioni interne furono
licenziati e gli operai protestarono con lo sciopero, l'Associazione degli
industriali metalmeccanici rispose con la serrata di tutte le fabbriche
torinesi. La lotta si estese fino allo sciopero generale proclamato a Torino e in alcune province piemontesi, mentre il
governo presidiava il capoluogo con migliaia di soldati. I tentativi degli
ordinovisti di allargare la protesta, se non in tutta l'Italia, almeno nei
maggiori centri industriali del paese, fallì e alla fine d'aprile gli operai
furono costretti a riprendere il lavoro senza avere ottenuto nulla. Lo sciopero
fallì per la resistenza degli industriali ma anche per l'isolamento in cui la
Camera del Lavoro, controllata dai socialisti riformisti, contrari alla
costituzione dei Consigli operai, e lo stesso Partito socialista lasciarono i
lavoratori torinesi; l'8 maggio G. pubblicò sull'Ordine Nuovo una sua
relazione, approvata dalla Federazione torinese, che denunciava l'inefficienza
e l'inerzia del Partito. Dopo aver sostenuto che era matura la trasformazione
dell'«ordine attuale di produzione e di distribuzione» in un nuovo ordine che
desse «alla classe degli operai industriali e agricoli il potere di iniziativa
nella produzione», alla quale si opponevano gli industriali e i proprietari
terrieri, appoggiati dallo Stato, G. rilevava che «le forze operaie e contadine
mancano di coordinamento e di concentrazione rivoluzionaria perché gli
organismi direttivi del Partito socialista hanno rivelato di non comprendere
assolutamente nulla della fase di sviluppo che la storia nazionale e
internazionale attraversa nell'attuale periodo il Partito socialista assiste da
spettatore allo svolgersi degli eventi, non ha mai un'opinione sua da esprimere
non lancia parole d'ordine che possano essere raccolte dalle masse, dare un
indirizzo generale, unificare e concentrare l'azione rivoluzionaria il Partito
socialista è rimasto, anche dopo il Congresso di Bologna, un mero partito
parlamentare, che si mantiene immobile entro i limiti angusti della democrazia
borghese». Il numero dell'11 dicembre 1920 Rilevò la mancanza di
omogeneità nella composizione del partito, in cui continuavano a essere
presenti riformisti e «opportunisti», contrari agli indirizzi della III
Internazionale. Non solo: «mentre la maggioranza rivoluzionaria del partito non
ha avuto una espressione del suo pensiero e un esecutore della sua volontà
nella direzione e nel giornale, gli elementi opportunisti invece si sono
fortemente organizzati e hanno sfruttato il prestigio e l'autorità del Partito
per consolidare le loro posizioni parlamentari e sindacali se il Partito non
realizza l'unità e la simultaneità degli sforzi, se il Partito si rivela un
mero organismo burocratico, senza anima e senza volontà, la classe operaia
istintivamente tende a costituirsi un altro partito e si sposta verso tendenze
anarchiche ». Il Partito socialista non svolge alcuna funzione di
educazione e di spiegazione di quanto sta avvenendo nella scena internazionale,
dalla quale esso è assente, non partecipando nemmeno alle riunioni
dell'Internazionale comunista, le cui tesi non sono riportate nell'Avanti!.
Analogamente, le edizioni socialiste non stampano le pubblicazioni comuniste:
«valga per tutte il volume di Lenin Stato e rivoluzione». Occorre pertanto,
secondo G., che il Partito socialista acquisti «una sua figura precisa e
distinta: da partito parlamentare piccolo borghese deve diventare il partito
del proletariato rivoluzionario che lotta per l'avvenire della società
comunista i non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal Partito ogni
avvenimento della vita proletaria nazionale e internazionale deve essere immediatamente
commentata per trarne argomenti di propaganda comunista e di educazione delle
coscienze rivoluzionarie le sezioni devono promuovere in tutte le fabbriche,
nei sindacati, nelle cooperative, nelle caserme la costituzione di gruppi
comunisti l'esistenza di un Partito comunista coeso e fortemente disciplinato
[.è la condizione fondamentale e indispensabile per tentare qualsiasi
esperimento di Soviet il Partito deve lanciare un manifesto nel quale la
conquista rivoluzionaria del potere politico sia posta in modo esplicito ». La
risoluzione dell'Internazionale comunista che chiedeva ai partiti socialisti
l'allontanamento dei riformisti, venne disattesa dal Partito Socialista
Italiano. Infatti, a dispetto dell'approvazione e dell'avallo ottenuto dagli
ordinovisti da parte di Lenin nel corso del II Congresso dell'Internazionale, alla
quale il PSI aveva aderito con il congresso di Bologna, i vecchi dirigenti del
partito erano riluttanti di fronte alla svolta politica e sociale realizzatasi
nel dopoguerra. In Italia, le rivendicazioni salariali, rese necessarie
dall'elevato indice d'inflazione, non trovavano accoglienza presso gli
industriali. Il 30 agosto 1920, a Milano, a seguito della serrata dell'Alfa
Romeo, 300 fabbriche furono occupate dagli operai: la FIOM appoggiò l'iniziativa,
ordinando l'occupazione di tutte le fabbriche metalmeccaniche d'Italia, con la
speranza che una tale, estrema iniziativa provocasse l'intervento del governo a
favore di una soluzione delle trattative. All'inizio di settembre tutte le
maggiori fabbriche d'Italia erano occupate da mezzo milione di operai, parte
dei quali armati, sia pure in modo rudimentale; alla FIAT di Torino, tuttavia,
ci fu una novità: dell'ufficio di Agnelli prese possesso l'operaio comunista
Giovanni Parodi e i Consigli di fabbrica decisero di continuare la produzione,
per dimostrare che una grande fabbrica poteva funzionare anche in assenza del
proprietario. Giolitti Di fronte alla neutralità del governo
Giolitti e alla decisione della Confindustria di non cedere, il 10 settembre,
nell'assemblea milanese che vide riuniti i dirigenti del Partito socialista e
della Camera del Lavoro, questi ultimi si dimisero lasciando la gestione della
difficile situazione al Partito, che tuttavia non aveva alcuna intenzione di
prolungare l'agitazione: la proposta estrema dell'allargamento delle
occupazioni a tutte le fabbriche del paese e alle campagne fu respinta dalla
maggioranza dei rappresentanti. Un accordo salariale raggiunto con la
mediazione di Giolitti pose termine, alla fine di settembre, alle occupazioni
delle fabbriche. Quell'esperienza dimostrò tanto la mancanza di una
strategia dei dirigenti socialisti quanto l'impreparazione degli stessi operai
a iniziative rivoluzionarie, per le quali occorrevano organizzazione e
disciplina. In previsione del prossimo XVII Congresso del Partito socialista, G.
scrisse che «la costituzione del Partito comunista crea le condizioni per
intensificare e approfondire l'opera nostra: liberati dal peso morto degli
scettici, dei chiacchieroni, degli irresponsabili, liberati dall'assillo di
dover continuamente, nel seno del Partito, lottare contro i riformisti e gli
opportunisti, di dover sventare le loro insidie, di dover analizzare e
criticare i loro atteggiamenti equivoci e la loro fraseologia pseudo-rivoluzionaria,
noi potremo dedicarci interamente al lavoro positivo, all'espansione del nostro
programma di rinnovamento, di organizzazione, di risveglio delle coscienze e
delle volontà». NSi riunì a Milano il gruppo favorevole alla costituzione
di un partito comunista e Bordiga, Repossi, Fortichiari, G., Bombacci, Misiano e Terracini costituirono il Comitato
provvisorio della frazione comunista del Partito Socialista. La
fondazione del Partito comunista Il congresso di Livorno La scissione si
realizzò, nel Teatro San Marco di Livorno, con la nascita del «Partito
Comunista d'Italia, sezione italiana dell'Internazionale». Il comitato centrale
fu composto dagli astensionisti (Bordiga, Grieco, Parodi, Sessa, Tarsia e
Fortichiari), dagli ex-massimalisti (Bombacci, Belloni, Gennari, Misiano,
Marabini, Repossi e Polano) e dagli ordinovisti G. e Terracini. Diresse
l'Ordine nuovo, divenuto ora uno dei quotidiani comunisti insieme con Il
Lavoratore di Trieste e Il Comunista di Roma, quest'ultimo diretto da Togliatti.
Non venne eletto deputato alle elezioni: G. non ha capacità oratorie, è ancora
giovane e anche la sua conformazione fisica non lo agevola nell'apprezzamento
di molti elettori. Alla fine di maggio partì per Mosca, designato a
rappresentare il Partito italiano nell'esecutivo dell'Internazionale comunista.
Vi arrivò già malato e nell'estate fu ricoverato in un sanatorio per malattie
nervose di Mosca. Qui conobbe una degente russa, Schucht, membro del Partito,
figlia di Apollon Schucht, dirigente del Pcus e amico personale di Lenin, che
aveva vissuto alcuni anni in Italia e, attraverso di lei, la sorella Julka che, violinista, aveva abitato diversi anni a
Roma diplomandosi al Conservatorio Santa Cecilia. Giulia, ventiseienne, è
bella, alta, ha un aspetto romantico; G. ne è conquistato: ricorderà «il primo
giorno che non osavo entrare nella tua stanza perché mi avevi intimidito al
giorno che sei partita a piedi e io ti ho accompagnato fino alla grande strada
attraverso la foresta e sono rimasto tanto tempo fermo per vederti allontanare
tutta sola, col tuo carico da viandante, per la grande strada, verso il mondo
grande e terribile ho molto pensato a te, che sei entrata nella mia vita e mi
hai dato l'amore e mi hai dato ciò che mi era sempre mancato e mi faceva spesso
cattivo e torbido. E quell'immagine di
lei, viandante in un mondo grande e terribile, con il suo senso doloroso di
distacco, ritornerà ancora dal carcere: «Ricordi quando sei ripartita dal bosco
d'argento ti ho accompagnata fino all'orlo della strada maestra e sono rimasto
a lungo a vederti allontanare così ti vedo sempre mentre ti allontani a passi
brevi, col violino in una mano e nell'altra la tua borsa da viaggio, così
pittoresca». Si sposano e avranno due figli, Delio e Giuliano. Il figlio di
quest'ultimo porta il nome del nonno, vive a Mosca e pratica la musica
medievale. Giulia membro della OGPU, il servizio di Sicurezza sovietico. La
moglie di G e i figli Delio e Giuliano A differenza di Bordiga, tutto inteso a
salvaguardare la «purezza» programmatica del partito, e perciò contrario a
qualunque iniziativa al di fuori della dittatura del proletariato, G. guardava
anche a obiettivi democratici, intermedi, raggiungibili utilizzando le
contraddizioni presenti negli strati sociali e le forze che potevano
rappresentare elementi di rottura, come il movimento sindacale cattolico di
Miglioli e l'intellettualità progressista liberale di cui Piero Gobetti è
allora tra i maggiori rappresentanti. Tuttavia nei suoi scritti fino al 1926
ribadisce che l'obiettivo finale era la eliminazione dello stato borghese e la
dittatura del proletariato e anche nei suoi scritti successivi non si
riscontrano critiche al regime sovietico. Nel III Congresso dell'Internazionale
comunista, di fronte al riflusso dell'ondata rivoluzionaria rappresentata dalle
sconfitte delle esperienze comuniste in Germania e in Ungheria, si decise la
tattica del fronte unito con la socialdemocrazia. Bordiga e la maggioranza dei
dirigenti comunisti italiani si oppose, elaborando le Tesi di Roma, base
programmatica del II Congresso del Partito, tenuto a Roma. G. vi adere ma scrive
di aver «accettato le tesi di Amadeo perché esse erano presentate come una
opinione per il Quarto Congresso [dell'Internazionale comunista] e non come un
indirizzo di azione. Ritenevamo di mantenere così unito il partito attorno al
suo nucleo fondamentale, pensavamo che si potesse fare ad Amadeo questa
concessione senza nuove crisi e nuove minacce di scissione nel seno del nostro
movimento». Nel IV Congresso dell'Internazionale, di fronte all'avvento al
potere di Mussolini, ai delegati comunisti italiani fu posta con ancora maggior
forza la necessità di fondersi con corrente socialista degli internazionalisti,
capeggiata da Giacinto Menotti Serrati, e di costituire un nuovo Esecutivo,
mettendo in minoranza Bordiga, sempre contrario a ogni accordo. Lo stesso
Bordiga fu arrestato al suo rientro in Italia e, a Milano, furono incarcerati
anche i rappresentanti del nuovo Esecutivo: G. resta così il massimo dirigente
del Partito e si trasferì a Vienna per seguire più da vicino la situazione
italiana. Fu allora che egli ritenne necessario rompere con la politica di
Bordiga: «Il suo stesso carattere inflessibile e tenace fino all'assurdo ci
obbliga a prospettarci il problema di costruire il partito ed il centro di esso
anche senza di lui e contro di lui. Penso che sulle quistioni di principio non
dobbiamo più fare compromessi come nel passato: vale meglio la polemica chiara,
leale, fino in fondo, che giova al partito e lo prepara ad ogni evenienza». Uscì
a Milano il primo numero del nuovo quotidiano comunista l'Unità e dal primo
marzo la nuova serie del quindicinale l'Ordine nuovo. Il titolo del giornale,
da lui scelto, venne giustificato dalla necessità dell'«unità di tutta la classe
operaia intorno al partito, unità degli operai e dei contadini, unità del Nord
e del Mezzogiorno, unità di tutto il popolo italiano nella lotta contro il
fascismo. Alle elezioni venne eletto deputato al parlamento, potendo così
rientrare a Roma, protetto dall'immunità parlamentare. Quello stesso mese, nei
dintorni di Como, si tenne un convegno illegale dei dirigenti delle Federazioni
comuniste italiane: pubblicamente, si fingevano dipendenti di un'azienda
milanese in gita turistica, con tanto di pubblici discorsi fascisti e inni a
Mussolini, mentre, a parte, discutevano dei problemi del partito. Nel
convegno si affrontò il caso Bordiga, il quale aveva rifiutato la candidatura
al Parlamento, era in rotta con la maggioranza dell'Internazionale e rifiutava
ogni azione politica comune con le altre forze politiche di sinistra. Delle tre
mozioni presentate, che rispecchiavano le tre correnti in seno al Partito, la
corrente di destra di Tasca, di centro di G. e Togliatti, e di sinistra di
Bordiga, questa raccolse l'adesione della grande maggioranza dei delegati,
confermando la notevole importanza di cui il rivoluzionario napoletano godeva
nel Partito. Il 10 giugno un gruppo di fascisti rapì e uccise il deputato
socialista Matteotti; sembrò allora che il fascismo stesse per crollare per
l'indignazione morale che in quei giorni percorse il Paese, ma non fu così;
l'opposizione parlamentare scelse la linea sterile di abbandonare il
Parlamento, dando luogo alla cosiddetta Secessione dell'Aventino: i liberali
speravano in un appoggio della Monarchia, che non venne, i cattolici erano
ostili tanto ai fascisti che ai socialisti e questi ultimi erano ostili a
tutti, comunisti compresi. G. avanza al «Comitato dei sedici»il nucleo
dirigente dei gruppi aventinianila proposta di proclamare lo sciopero generale
che però fu respinta; i comunisti uscirono allora dal «Comitato delle
opposizioni» aventiniane il quale, secondo G., non aveva alcuna volontà di
agire: ha una «paura incredibile che noi prendessimo la mano e quindi manovra
per costringerci ad abbandonare la riunione». Giacomo Matteotti Malgrado le
divisioni dell'opposizione antifascista, G. crede che la caduta del regime
fosse imminente: «Il regime fascista muore perché non solo non è riuscito ad
arrestare, ma anzi ha contribuito ad accelerare la crisi delle classi medie
iniziatasi dopo la guerra. L'aspetto economico di questa crisi consiste nella
rovina della piccola e media azienda il monopolio del credito, il regime
fiscale, la legislazione sugli affitti hanno stritolato la piccola impresa
commerciale e industriale: un vero e proprio passaggio di ricchezza si è
verificato dalla piccola e media alla grande borghesia. L'apparato industriale
ristretto ha potuto salvarsi dal completo sfacelo solo per un abbassamento del
livello di vita della classe operaia premuta dalla diminuzione dei salari,
dall'aumento della giornata di lavoro. La disgregazione sociale e politica del
regime fascista ha avuto la sua piena manifestazione di massa nelle elezioni
del 6 aprile. Il fascismo è stato messo nettamente in minoranza nella zona
industriale. Le elezioni del 6 aprile segnarono l'inizio di quella ondata
democratica che culminò nei giorni immediatamente successivi all'assassinio
dell'on. Matteotti le opposizioni avevano acquistato dopo le elezioni
un'importanza politica enorme; l'agitazione da esse condotta nei giornali e nel
Parlamento per discutere e negare la legittimità del governo fascista si
ripercuoteva nel seno dello stesso Partito nazionale fascista, incrinava la
maggioranza parlamentare. Di qui l'inaudita campagna di minacce contro le
opposizioni e l'assassinio del deputato unitario”. “Il delitto Matteotti dette
la prova provata che il Partito fascista non riuscirà mai a diventare un
normale partito di governo, che Mussolini non possiede dello statista e del dittatore
altro che alcune pittoresche pose esteriori; egli non è un elemento della vita
nazionale, è un fenomeno di folklore paesano, destinato a passare alla storia
nell'ordine delle diverse maschere provinciali italiane, più che nell'ordine
dei Cromwell, dei Bolívar, dei Garibaldi». S'ingannava, perché l'inerzia
dell'opposizione non riuscì a dare alternative del blocco sociale in cui la
piccola borghesia teme il «salto nel buio» della caduta del regime e i fascisti
riprendono coraggio e ricominciano le violenze squadriste: in una delle tante
viene aggredito anche Gobetti. E quando il militante comunista Corvi uccide in
un tram il DEPUTATO FASCISTA Casalini, per vendicare la morte di Matteotti, la
repressione s'inasprisce. Il 20 ottobre G. propose vanamente che l'opposizione
aventiniana si costituisca in Antiparlamento, in modo da segnare nettamente la
distanza e svuotare di significato un Parlamento di soli fascisti; ipartì per
la Sardegna, per intervenire al Congresso regionale del partito e per rivedere
i famigliari. Il 6 novembre si congedò dalla madre, che non avrebbe più
rivisto. Il deputato comunista Repossi rientrò in Parlamento, dove sedevano
solo i deputati fascisti e i loro alleati, per commemorare Matteotti a nome di
tutto il suo partito; vi rientrò anche tutto il gruppo parlamentare comunista,
a segnare l'inutilità dell'esperienza aventiniana. Il quotidiano di Amendola Il
Mondo pubblicò le dichiarazioni di Rossi, già capo ufficio stampa di Mussolini,
a proposito del delitto Matteotti: «Tutto quanto è successo è avvenuto sempre
per la volontà diretta o per l'approvazione o per la complicità del duce» e MUSSOLINI,
in un discorso rimasto famoso, a confermare quella testimonianza, dichiara alla
Camera dei deputati di assumersi «la responsabilità politica, morale, storica
di tutto quanto è avvenuto», dando il via a una nuova azione repressiva.
In febbraio G. anda a Mosca, per stare con la moglie e conoscere finalmente il
figlio Delio. Tornato in Italia tenne il suo primoe unicodiscorso in Parlamento,
davanti all'ex compagno di partito MUSSOLINI, ora Primo ministro, che aveva
descritto l'anno prima come un capo che «è divinizzato, è dichiarato
infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro
Romano Impero. Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle
orbite che nel passato dovevano, con la loro ferocia meccanica, far venire i
vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre
chiuso alla minaccia. MUSSOLINI è il tipo concentrato del PICCOLO BORGHESE
ITALIANO, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo
nazionale da vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva
essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama
le facce feroci quando ridiventa borbonica». Con il pretesto di colpire la
Massoneria, il governo aveva predisposto un disegno di legge per disciplinare
l'attività di associazioni, enti e istituti: continuamente interrotto, G.
respinse il pretesto che il governo si era dato, «perché la Massoneria passerà
in massa al Partito fascista e ne costituirà una tendenza, è chiaro che con
questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi organizzazioni
operaie e contadine». E ironizzando: Qualche fascista ricorda ancora
nebulosamente gli insegnamenti dei suoi vecchi maestri, di quando era
rivoluzionario e socialista, e crede che una classe non possa rimanere tale
permanentemente e svilupparsi fino alla conquista del potere, senza che essa
abbia un partito e un'organizzazione che ne riassuma la parte migliore e più
cosciente. C'è qualcosa di vero, in questa torbida perversione degli
insegnamenti marxisti». Conclude: «Voi potete conquistare lo Stato,
potete modificare i codici, potete cercar di impedire alle organizzazioni di
esistere nella forma in cui sono esistite fino adesso ma non potete prevalere
sulle condizioni obbiettive in cui siete costretti a muovervi. Voi non farete
che costringere il proletariato a ricercare un indirizzo diverso da quello fin
oggi più diffuso nel campo dell'organizzazione di massa. Ciò noi vogliamo dire
al proletariato e alle masse contadine italiane, da questa tribuna: che le
forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, il vostro torbido
sogno non riuscirà a realizzarsi». Si svolse clandestinamente a Lione il
III Congresso del Partito. Vi parteciparono 70 delegati, con tutti i maggiori
responsabili, Bordiga, G., Tasca, Togliatti, Grieco, Leonetti, Scoccimarro: vi
era anche Serrati, che aveva lasciato da poco il Partito socialista di cui era
stato a lungo dirigente di primo piano. Assisteva, a nome dell'Internazionale,
Humbert-Droz. G. presentò le Tesi congressuali elaborate insieme con Togliatti.
Con un capitalismo debole e l'agricoltura base dell'economia nazionale, in
Italia si assiste al compromesso fra industriali del Nord e proprietari
fondiari del Sud, ai danni degli interessi generali della maggioranza della
popolazione. Il proletariato, in quanto forza sociale omogenea e organizzata
rispetto alla PICCOLA BORGHESIA URBANA e rurale, che ha interessi
differenziati, viene visto, nelle Tesi, «come l'unico elemento che per la sua
natura ha una funzione unificatrice e coordinatrice di tutta la società.» Secondo
G. il fascismo non è, come invece ritiene Bordiga, l'espressione di tutta la
classe dominante, ma è il frutto politico della piccola borghesia urbana e
della reazione degli agrari che ha consegnato il potere alla grande borghesia,
e la sua tendenza imperialistica è l'espressione della necessità, da parte
delle classi industriali e agrarie, «di trovare fuori del campo nazionale gli
elementi per la risoluzione della crisi della società italiana» che tuttavia
permette, per la sua natura oppressiva e reazionaria, una soluzione
rivoluzionaria delle contraddizioni sociali e politiche; le due forze sociali
idonee a dar luogo a questa soluzione sono il proletariato del Nord e i
contadini del Mezzogiorno. A questo scopo, il Partito anda bolscevizzato, ossia
organizzato per cellule di fabbrica caratterizzate da una "disciplina di
ferro" negando al suo interno la possibilità dell'esistenza delle
frazioni. Il Congresso approvò le Tesi a grande maggioranza (oltre il
90%) ed elesse il Comitato centrale con G segretario del Partito. Da allora, la
sinistra comunista di Bordiga non ebbe più un ruolo influente nel Partito. Le
Tesi di Lione, realizzate da G., ribadirono con una certa durezza le posizioni
del Pcd’I «la socialdemocrazia sebbene abbia ancora la sua base sociale, per
gran parte, nel proletariato per quanto riguarda la sua ideologia e la sua
funzione politica cui adempie, deve essere considerata non come un'ala destra
del movimento operaio, ma come un'ala sinistra della borghesia e come tale deve
essere smascherata». In questa relazione venne sviluppata la cosiddetta
bolscevizzazione del partito: «spetti al partito russo una funzione
predominante e direttiva nella costruzione di una Internazionale communista. La
organizzazione di un partito bolscevico deve essere, in ogni momento della vita
del partito, una organizzazione centralizzata, diretta dal Comitato centrale
non solo a parole, ma nei fatti. Una disciplina proletaria di ferro deve
regnare nelle sue file. La centralizzazione e la compattezza del partito
esigono che non esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano
carattere di frazione. Un partito bolscevico si differenzia per questo
profondamente dai partiti socialdemocratici».Tornato a Romada via Vesalio si
era trasferito in via Morgagni ebbe il tempo di passare alcuni mesi con la
famigliala moglie Giulia e il piccolo Delio, oltre alle cognate Eugenia e
Tatianache abitano tuttavia in un altro appartamento, in via Trapani: le
squadre fasciste, superato da tempo lo smarrimento provocato dal delitto
Matteotti, avevano piena libertà d'azione e non era prudente coinvolgere i
familiari in loro possibili aggressioni; a Firenze, era stato ucciso
l'ex-deputato socialista Gaetano Pilati, la stessa casa di G. era stata messa a
soqquadro dalla polizia il 20 ottobre. Mentre gli esponenti dell'opposizione
antifascista prendevano la via dell'emigrazione Gobetti, che muore ia Parigi,
in conseguenza delle bastonate squadriste, Amendola, Salveminiun processo farsa
condanna a una pena simbolica gli assassini di Matteotti, difesi dal
capo-squadrista Roberto Farinacci. La moglie Giulia, che aspettava il
secondo figlio Giuliano, lasciò l'Italia e il mese dopo fu la volta della
cognata Eugenia a tornare a Mosca con il figlio Delio: G. non l'avrebbe più
rivisto. Giustino Fortunato Elaborando temi già affrontati nelle
Tesi di Lione, in settembre G. iniziò a scrivere un saggio sulla questione
meridionale, intitolato Alcuni temi sulla quistione meridionale, in cui
analizzò il periodo dello sviluppo politico italiano dai moti dei contadini
siciliani, seguito dall'insurrezione di Milano repressa a cannonate dal governo
Di Rudinì. Secondo G., la borghesia italiana, impersonata politicamente da
Giolitti, di fronte all'insofferenza delle classi emarginate dei contadini
meridionali e degli operai del Nord, piuttosto che allearsi con le forze
agrarie, cosa che avrebbe dovuto comportare una politica di libero scambio e di
bassi prezzi industriali, scelse di favorire il blocco industriale-operaio, con
la conseguente scelta del protezionismo doganale, unita a concessione di
libertà sindacali. Di fronte alla persistenza dell'opposizione operaia,
manifestatasi anche contro i dirigenti socialisti riformisti, Giolitti cercò un
accordo con i contadini cattolici del Centro-Nord. Il problema è allora di
perseguire una politica di opposizione che rompa l'alleanza borghesia-contadini,
facendo convergere questi ultimi in un'alleanza con la classe operaia. La
società meridionale, secondo G., è costituita da tre classi fondamentali:
braccianti e contadini poveri, politicamente inconsapevoli; piccoli e medi
contadini, che non lavorano la terra ma dalla quale ricavano un reddito che
permette loro di vivere in città, spesso come impiegati statali: costoro
disprezzano e temono il lavoratore della terra, e fanno da intermediari al
consenso fra i contadini poveri e la terza classe, costituita dai grandi
proprietari terrieri, i quali a loro volta contribuiscono alla formazione
dell'intellettualità nazionale, con personalità del valore di Croce e di Fortunato
e sono, con quelli, i principali e più raffinati sostenitori della
conservazione di questo blocco agrario. Croce e Fortunato sono, per G., i
reazionari più operosi della penisola, «le chiavi di volta del sistema
meridionale e, in un certo senso, sono le due più grandi figure della reazione
italiana». Per poter spezzare questo blocco occorrerebbe la formazione di un
ceto di intellettuali medi che interrompa il flusso del consenso fra le due
classi estreme, favorendo così l'alleanza dei contadini poveri con il
proletariato urbano. Tuttavia G. non ha un'opinione positiva sui contadini, scrisse:
«Il solo organizzatore possibile della massa contadina meridionale è l'operaio
industriale, rappresentato dal nostro partito» «Non ho mai voluto mutare le mie
opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in
prigione vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo
fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono
dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e
la loro dignità di uomini» (Antonio G., Lettera alla madre) In Unione
Sovietica è in corso la lotta fra la maggioranza di Stalin e Bucharin e la
minoranza di sinistra del Partito comunista, guidata da Trotskij, Zinov'ev e
Kamenev, che critica la politica della NEP, la quale favorisce i contadini
ricchi a svantaggio degli operai, e la rinuncia alla rivoluzione socialista
mondiale attraverso la costruzione del «socialismo in un solo paese» che
porterebbe all'involuzione del movimento rivoluzionario. Il dissidio, che porta
all'esclusione di Zinov'ev dall'Ufficio politico del Partito sovietico, si era
fatto sempre più aspro con la costituzione in frazione della minoranza e si era
esteso anche all'interno del Partito comunista tedesco, provocando una
scissione. Il New York Times, forse su ispirazione di Trotsky, pubblicava il
testamento di Lenin, con i suoi noti rilievi sul carattere di Stalin e sul
pericolo rappresentato dal troppo potere che la carica di segretario del
Partito gli concedeva. Su incarico dell'Ufficio politico, G. scrisse a metà
ottobre una lettera al Comitato centrale del Partito sovietico. Egli si mostra
preoccupato per l'acutezza delle polemiche che potrebbero portare a una
scissione che «può avere le più gravi ripercussioni, non solo se la minoranza
di opposizione non accetta con la massima lealtà i principi fondamentali della
disciplina rivoluzionaria di Partito, ma anche se essa, nel condurre la sua
lotta, oltrepassa certi limiti che sono superiori a tutte le democrazie
formali». Riconosciuto ai dirigenti sovietici il merito di essere stati
«l'elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i
paesi», li rimprovera di star «distruggendo l'opera vostra, voi degradate e
correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il partito comunista
dell'URSS aveva conquistato per l'impulso di Lenin: ci pare che la passione
violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti
internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri
doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro
degli interessi del proletariato internazionale. Nel merito del fondamento del
contrastola contraddizione di un proletariato formalmente «dominante» in URSS, ma
in condizioni economiche molto inferiori alla classe «dominata» G. appoggia la
posizione della maggioranza, rilevando che «è facile fare della demagogia su
questo terreno ed è difficile non farla quando la quistione è stata messa nei
termini dello spirito corporativo e non in quelli del leninismo, della dottrina
dell'egemonia del proletariato è in questo elemento la radice degli errori del
blocco delle opposizioni e l'origine dei pericoli latenti che nella sua
attività sono contenuti. Nella ideologia e nella pratica del blocco delle
opposizioni rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del
sindacalismo che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi
in classe dirigente». G, conclude esortando all'unità: «I compagni
Zinov'ev, Trockij, Kamenev hanno contribuito potentemente a educarci per la
rivoluzione sono stati tra i nostri maestri. A loro specialmente ci rivolgiamo
come ai maggiori responsabili dell'attuale situazione perché vogliamo essere
sicuri che la maggioranza del comitato centrale del partito comunista dell'URSS
non intenda stravincere nella lotta e sia disposta a evitare le misure
eccessive. L'untà del nostro partito fratello di Russia è necessaria per lo
sviluppo e il trionfo delle forze rivoluzionarie mondiali; a questa necessità
ogni comunista e internazionalista deve essere disposto a fare maggiori
sacrifizi. I danni di un errore compiuto dal partito unito sono facilmente
superabili; i danni di una scissione o di una prolungata condizione di
scissione latente possono essere irreparabili e mortali». Togliatti, allora a
Mosca quale rappresentante italiano all'Internazionale, criticò le ultime
considerazioni che ripartivano, seppure in modo diseguale, le responsabilità
delle due fazioni, credendo ancora nella illusoria possibilità di una
compattezza del gruppo dirigente sovietico: a suo avviso, invece, «d'ora in poi
l'unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente
realizzata in modo continuo». Non ci sarà tempo e occasione per approfondire la
questione: lo stesso giorno in cui il Comitato centrale comunista doveva
riunirsi clandestinamente a Genova, MUSSOLINI subì a Bologna un attentato senza
conseguenze personali, che provoca una tale pressione poliziesca da far fallire
il convegno. L'attentato Zamboni costituì il pretesto per l'eliminazione degli
ultimi, minimi residui di democrazia. Il governo sciolse i partiti politici di
opposizione e soppresse la libertà di stampa. In violazione dell'immunità
parlamentare, G. venne ARRESTATO NELLA SUA CASA e rinchiuso nel carcere di
Regina Coeli. Il giorno successivo è dichiarato decaduto, insieme agl’altri
deputati aventiniani. Dopo un periodo di confino a Ustica, dove ritrova, tra
gli altri, Bordiga, è detenuto nel carcere milanese di San Vittore. Qui riceve la
visita del fratello Mario, le cui scelte politiche sono state opposte alle
suegià federale di Varese, ora si occupa di commercio e, soprattutto, quella
della cognata, la persona che si manterrà sempre, per quanto possibile, in
contatto con lui. L'istruttoria andò per le lunghe, perché vi erano difficoltà
a montare su di lui accuse credibili: è anche fatto avvicinare da due agenti
provocatori prima un tale Romani e poi un certo Melanima senza successo. Il
processo a ventidue imputati comunisti, fra i quali Terracini, Scoccimarro e
Roveda, inizia finalmente a Roma. MUSSOLINI ha istituito il TRIBUNALE SPECIALE
FASCISTA. Presidente è un generale, Saporiti, giurati sono cinque consoli della
milizia fascista, relatore l'avvocato Buccafurri e accusatore l'avvocato Isgrò,
tutti in uniforme. Intorno all'aula, un doppio cordone di militi in elmetto
nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna G. è ACCUSATO
D’ATTIVITÀ COSPIRATIVA, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e
incitamento all'odio di classe. Il pubblico ministero Isgrò conclude la sua
requisitoria con una frase rimasta famosa. Bisogna impedire a questo cervello
di funzionare; e infatti G. venne condannato a la reclusione. Raggiunse il
carcere di Turi, in provincia di Bari. Fin da quando si trova in carcere a
Milano, è intenzionato a occuparsi intensamente e sistematicamente di qualche
soggetto che lo assorbisse e centralizzasse la sua vita interiore. Il detenuto
7.047 ottenne finalmente l'occorrente per scrivere e inizia la stesura dei suoi
quaderni del carcere. Il primo quaderno si apre proprio con una bozza di
argomenti, alcuni dei quali saranno abbandonati, altri inseriti e altri ancora
svolti solo in parte. Caratteristico è il suo modo di lavorare. Quasi tutti i
giorni, per alcune ore, camminando all'interno della cella, riflette sulle
frasi da scrivere e poi si china sul tavolino, scrivendo senza sedersi, un
ginocchio appoggiato sullo sgabello, per riprendere a camminare e a pensare. A
fare da tramite tra G. e il mondo esterno, e in particolare con SRAFFA e
tramite questi col Pcus e il PCd'I, è la cognata Schucht, essendo la moglie di
G. tornata in Unione Sovietica. Intanto, il Congresso dell'Internazionale
comunista, tenutosi a Mosca aveva stabilito l'impossibilità di accordi con la
social-democrazia, che veniva anzi assimilata allo stesso fascismo. Era la tesi
di Stalin il quale, liquidata l'opposizione di Trockij, eliminava anche
l'influenza di Bucharin che, già suo alleato contro la sinistra di Trockij, era
rimasto il suo principale oppositore da destra. Al nuovo orientamento
dell'Internazionale, riaffermato nel X Plenum del Comitato esecutivo ndovevano
adeguarsi i Partiti nazionali, espellendo, se necessario, i dissidenti. Il
Partito comunista d'Italia si adegua alle scelte dell'Internazionale,
espellendo Angelo Tasca in settembre e in successione, ma con l'accusa di
trotskismo, prima, iBordiga, poi, ifu la volta di Leonetti, Tresso e Ravazzoli.
Teneva, durante l'ora d'aria, dei "colloqui-lezioni" con i compagni
di partito: non esistono dirette testimonianze delle opinioni espresse da G.
riguardo alla «svolta» politica del movimento comunista, ma può costituire un
indiretto riferimento un rapporto che un suo compagno di carcere, Athos Lisa,
amnistiato, inviò subito al Centro estero comunista. Secondo quella relazione, riferì
la teoria della necessità dell'alleanza fra operai del Nord e contadini
meridionali che già stava elaborando nei suoi Quaderni: «L'azione per la
conquista degli alleati diviene per il proletariato cosa estremamente delicata
e difficile. D'altra parte, senza la conquista di questi alleati, è precluso al
proletariato ogni serio movimento rivoluzionario». Qui s'intende che il
proletariatola classe operaiadebba allearsi con i contadini e la piccola borghesia:
«Se si tiene conto delle particolari condizioni nei limiti delle quali va visto
il grado di sviluppo politico degli strati contadini e piccoli borghesi in
Italia, è facile comprendere come la conquista di questi strati sociali
comporti per il partito una particolare azione. La lotta per la conquista
diretta del potere è un passo al quale questi strati sociali potranno solo
accedere per gradi il primo passo attraverso il quale bisogna condurre questi
strati sociali è quello che li porti a pronunciarsi sul problema istituzionale
e costituzionale. L'inutilità della Monarchia è ormai compresa da tutti i
lavoratori a questo obiettivo deve improntarsi la tattica del partito senza
tema di apparire poco rivoluzionario. Deve fare sua prima degli altri partiti
in lotta contro il fascismo la parola d'ordine della Costituente». Ma l'azione
del partito deve essere intesa a svalutare tutti i programmi di riforma
pacifica dimostrando alla classe lavoratrice come la sola soluzione possibile
in Italia risieda nella rivoluzione proletaria». La richiesta di una
Costituente, e dunque di un'iniziativa politica che si ponesse obiettivi
intermedi, avrebbe comportato necessariamente una convergenza, per quanto
temporanea, con altre forze antifasciste, e se è difficile considerare tale
linea politica come «social-democratica», durante le discussioni nel cortile
del carcere qualche suo compagno arrivò a sostenere che egli era ormai fuori
del Partito comunista. Probabilmente le reazioni di alcuni erano esasperate dal
clima di detenzione» ma certo le posizioni dovevano apparire in contrasto con
la linea politica indicata in quegli anni dal Partito comunista. È in questo
periodo chevenne a contatto con Pertini, esponente del PSI e detenuto anch'egli
alla Casa Penale di Turi. I due, nonostante i pensieri politici differenti,
divennero grandi amici e Pertini, anche dopo la scarcerazione, ricordò spesso
nei suoi discorsi il compagno di prigionia e le tristi condizioni di salute che
lo stroncavano. G., oltre al morbo di Pott di cui soffriva fin dall'infanzia,
fu colpito da arteriosclerosi e poté così ottenere una cella individuale; cerca
di reagire alla detenzione studiando ed elaborando le proprie riflessioni
politiche, filosofiche e storiche, tuttavia le condizioni di salute
continuarono a peggiorare e in agosto ha un'improvvisa e grave
emorragia. Anche la moglie, in Russia, è sofferente di una seria forma di
depressione e rare sono le sue lettere al marito che, all'oscuro dei motivi dei
suoi lunghi silenzi, sente crescere intorno a sé il senso di un opprimente isolamento.
Scrive alla cognata: Non credere che il sentimento di essere personalmente
isolato mi getti nella disperazione io non ho mai sentito il bisogno di un
apporto esteriore di forze morali per vivere fortemente la mia vita tanto meno
oggi, quando sento che le mie forze volitive hanno acquistato un più alto grado
di concretezza e di validità. Ma mentre nel passato mi sentivo quasi orgoglioso
di sentirmi isolato, ora invece sento tutta la meschinità, l'aridità, la
grettezza di una vita che sia esclusivamente volontà. Quando la madre muore, i
familiari preferirono non informarlo. Ha una seconda grave crisi, con
allucinazioni e deliri. Si riprese a fatica, senza farsi illusioni sul suo
immediato futuro. Fino a qualche tempo fa io ero, per così dire, pessimista con
l'intelligenza e ottimista con la volontà. Oggi non penso più così. Ciò non
vuol dire che abbia deciso di arrendermi, per così dire. Ma significa che non
vedo più nessuna uscita concreta e non posso più contare su nessuna riserva di
forze. Eppure lo stesso codice penale dell'epoca, all'art. 176, prevede la
concessione della libertà condizionata ai carcerati in gravi condizioni di
salute. A Parigi si costituì un comitato, di cui fecero parte, fra gli altri,
Rolland e Barbusse, per ottenere la liberazione sua e di altri detenuti politici,
ma venne trasferito nell'infermeria del carcere di Civitavecchia e poi nella
clinica del dottor Cusumano a Formia, sorvegliato in camera e all'esterno. MUSSOLINI
accolge finalmente la richiesta di libertà condizionata, ma G. non rimane
libero nei suoi movimenti, tanto che gli è impedito di andare a curarsi
altrove, perché il governo teme una sua fuga all'estero. Solo il poté essere
trasferito nella clinica Quisisana di Roma, dove giunge in gravi condizioni,
poiché oltre al morbo di Pott e all'arteriosclerosi soffre di ipertensione e di
gotta. Passa dalla libertà condizionata alla PIENA LIBERTÀ, ma era ormai
in gravissime condizioni. Muore d’emorragia cerebrale, nella stessa clinica
Quisisana. Il giorno seguente la cremazione si svolsero i funerali, cui
parteciparono soltanto il fratello Carlo e la cognata Tatiana. Le ceneri,
inumate nel cimitero del Verano, sono trasferite nel cimitero acattolico di
Roma, nel campo Cestio. I quaderni del carcere, non destinati da G. alla
pubblicazione, contengono riflessioni e appunti elaborati durante la reclusione.
Sono definitivamente interrotti a causa della gravità delle sue condizioni di
salute. Sono numerati, senza tener conto della loro cronologia, dalla cognata Schucht,
che li affida all'Ambasciata sovietica a Roma da dove sono inviati a Mosca e,
successivamente, consegue Togliatti. Dopo la fine della guerra i quaderni,
curati dal dirigente comunista Platone sotto la supervisione di Togliatti, sono
pubblicati dall'editore Einaudi unitamente alle sue Lettere dal carcere
indirizzate ai familiarii in volumi, ordinati per argomenti omogenei, con i
titoli “Il materialismo storico e la filosofia di Croce”; “Gli intellettuali e l'organizzazione della
cultura”; “Il Risorgimento”; “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo
Stato moderno”; “Letteratura e vita nazionale”; “Passato e presente”. I quaderni sono pubblicati Gerratana secondo
l'ordine cronologico della loro elaborazione. Sono stati raccolti in volume
anche tutti i saggi scritti da G. nell'Avanti!, ne Il Grido del Popolo e ne
L'Ordine Nuovo. Conquistare la maggioranza politica di un Paese vuol dire
che le forze sociali, che di tale maggioranza sono espressione, dirigono la
politica di quel determinato paese e dominano le forze sociali che a tale
politica si oppongono: significa ottenere l'egemonia. Vi è distinzione
fra direzione egemonia intellettuale e morale e dominio esercizio della forza
repressive. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a
liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi
affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima
di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali
per la stessa conquista del potere. Dopo, quando esercita il potere ed anche se
lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere
anche dirigente. La crisi dell'egemonia si manifesta quando, anche mantenendo
il proprio dominio, le classi sociali politicamente dominanti non riescono più
a essere dirigenti di tutte le classi sociali, non riuscendo più a risolvere i
problemi di tutta la collettività e a imporre la propria concezione del mondo.
A quel punto, la classe sociale sub-alterna, se riesce a indicare concrete
soluzioni ai problemi lasciati irrisolti dalla classe dominante, può diventare
dirigente e, allargando la propria concezione del mondo anche ad altri strati
sociali, può creare un nuovo «blocco sociale», cioè una nuova alleanza di forze
sociali, divenendo “egemone.” Il cambiamento dell'esercizio dell'egemonia è un
momento rivoluzionario che inizialmente avviene a livello della sovra-struttura
in senso marxiano, ossia politico, culturale, ideale, morale –, ma poi trapassa
nella società nel suo complesso investendo anche la struttura economica, e
dunque tutto il «blocco storico», termine che indica l'insieme della struttura
e della sovra-struttura, ossia i rapporti sociali di produzione e i loro
riflessi ideologici. Analizzando la storia di Italia e il Risorgimento in
particolare, rileva che la classe popolare non trova un proprio spazio politico
e una propria identità, poiché la politica dei liberali di Cavour concepì l'unità
nazionale come un allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della
dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia. Rritiene
che l'azione della borghesia avrebbe potuto assumere un carattere
rivoluzionario se avesse acquisito l'appoggio di vaste masse popolari, in
particolare dei contadini, che costituivano la maggioranza della popolazione.
Il limite della rivoluzione borghese in Italia consistette nel non essere
capeggiata da un partito giacobino, come in Francia, dove le campagne,
appoggiando la Rivoluzione, furono decisive per la sconfitta delle forze della
reazione aristocratica. Il partito politico italiano allora più avanzato è
il Partito d'Azione di Mazzini e Garibaldi, che non seppe impostare il problema
dell'alleanza delle forze borghesi progressive con la classe contadina. Garibaldi
in Sicilia distribuì le terre demaniali ai contadini, ma gli stessi garibaldini
repressero le rivolte contadine contro i baroni latifondisti. Per conquistare
l'egemonia contro i moderati guidati dal liberale Cavour, il Partito d'Azione
avrebbe dovuto legarsi alle masse rurali, specialmente meridionali, essere giacobino
specialmente per il contenuto economico-sociale. Il collegamento delle diverse
classi rurali che si realizza in un blocco reazionario attraverso i diversi
ceti intellettuali legittimisti-clericali poteva essere dissolto per addivenire
ad una nuova formazione liberale-nazionale solo se si faceva forza in due
direzioni: sui contadini di base, accettandone le rivendicazione di base e
sugli intellettuali degli strati medi e inferiori». Al contrario, i cavourriani
liberali seppero mettersi alla testa della rivoluzione borghese, assorbendo
tanto i radicali che una parte dei loro stessi avversari. Questo avvenne perché
i moderati cavourriani ebbero un rapporto organico con i loro intellettuali che
erano proprietari terrieri e dirigenti industriali come i politici che essi
rappresentavano. Le masse popolari restarono passive nel raggiunto compromesso
fra i capitalisti del Nord e i latifondisti del Sud. Il Piemonte assunse
la funzione di classe dirigente, anche se esistevano altri nuclei di classe
dirigente favorevoli all'unificazione. Questi nuclei non volevano dirigere
nessuno, cioè non volevano accordare i loro interessi e aspirazioni con gli
interessi e aspirazioni di altri gruppi. Volevano dominare, non dirigere e
ancora. Volevano che dominassero i loro interessi, non le loro persone, cioè
volevano che una forza nuova, indipendente da ogni compromesso e condizione,
divenisse arbitra della Nazione: questa forza fu il Piemonte, che ebbe una funzione
paragonabile a quella di un partito. Questo fatto è della massima importanza
per il concetto di “rivoluzione passive”, che cioè non un gruppo sociale sia il
dirigente di altri gruppi, ma che uno stato, sia pure limitato come potenza,
sia il dirigente del gruppo che di esso dovrebbe essere dirigente e possa porre
a disposizione di questo un esercito e una forza politica-diplomatica. Che uno
Stato si sostituisca ai gruppi sociali locali nel dirigere la lotta di
rinnovamento è uno dei casi in cui si ha la funzione di “dominio” e non di
dirigenza di questi gruppi: dittatura senza egemonia. Il concetto d’egemonia si
distingue da quello di dittatura” La dittatura uesta è solo dominio, quella è
capacità di direzione. Non prese mai posizione contro la “dittatura del proletariato”
né espresse critiche significative al regime sovietico in Russia. Le
classi subalterne Courbet, Lo spaccapietre Le classi subaltern esotto proletariato,
proletariato urbano, rurale e anche parte della piccola borghesianon sono unificate
e la loro unificazione avviene solo quando giungono a dirigere lo stato,
altrimenti svolgono una funzione discontinua e disgregata nella storia della
società civile dei singoli stati, subendo l'iniziativa dei gruppi dominanti
anche quando ad essi si ribellano. Il "blocco sociale",
l'alleanza politica di classi sociali diverse, formato, in Italia, da
industriali, proprietari terrieri, classi medie, parte della piccola borghesia,
non è omogeneo, essendo attraversato da interessi divergenti, ma una politica
opportuna, una cultura e un'ideologia o un sistema di ideologie impediscono che
quei contrasti di interessi, permanenti anche quando siano latenti, esplodano
provocando la crisi dell'ideologia dominante e la conseguente crisi politica
dell'intero sistema di potere. In Italia, l'esercizio dell'egemonia delle
classi dominanti è ed è stata parziale. Tra le forze che contribuiscono alla
conservazione di tale blocco sociale è la Chiesa, che si batte per mantenere
l'unione dottrinale tra fedeli colti e incolti, tra intellettuali e semplici,
tra dominanti e dominati, in modo da evitare fratture irrimediabili che
tuttavia esistono e che essa non è in realtà in grado di sanare, ma solo di
controllare. La Chiesa è sempre stata la più tenace nella lotta per impedire
che ufficialmente si formino due religioni, quella degli intellettuali e quella
delle anime semplici, una lotta che ha fatto risaltare la capacità
organizzatrice nella sfera della cultura del clero che ha dato derte
soddisfazioni alle esigenze della scienza e della filosofia, ma con un ritmo
così lento e metodico che le mutazioni non sono percepite dalla massa dei
semplici, sebbene esse appaiano "rivoluzionarie" e demagogiche agli
"integralisti" ».Anche la dominante cultura d'impronta idealistica,
esercitata dalle scuole filosofiche di Croce e Gentile, non ha «saputo creare
una unità ideologica tra il basso e l'alto, tra i semplici e gli intellettuali,
tanto che essa, anche se ha sempre considerato la religione una mitologia, non
ha nemmeno «entato di costruire una concezione che potesse sostituire la religione
nell'educazione infantile, e questi pedagogisti, pur essendo non religiosi, non
confessionali e atei, concedono l'insegnamento della religione perché la
religione è la filosofia dell'infanzia dell'umanità, che si rinnova in ogni infanzia
non metaforica. La cultura laica dominante utilizza la religione proprio perché
non si pone il problema di elevare le classi popolari al livello di quelle
dominanti ma, al contrario, intende mantenerle in una posizione di sub-alternità.
Le classi dominanti hanno derubricato a “folklore” la cultura della classe sub-alterna.
Annota in un Quaderno, che il folklore non
deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza, una cosa ridicola, una
cosa tutt'al più pittoresca; ma deve essere concepito come una cosa molto seria
e da prendere sul serio, e va studiato in quanto «oncezione del mondo e della
vita di certi strati della società determi tempo e nello spazio, cioè del
popolo inteso come l'insieme della classi strumentale e sub-alterna di ogni
forma di società finora esistita». È dunque necessario mutare lo spirito delle
ricerche folkloriche, oltre che approfondirle ed estenderle. La frattura tra
gli intellettuali e i semplici può essere sanata da quella politica che non
tende a mantenere i semplici nella loro filosofia primitiva del senso comune,
ma invece a condurli a una concezione superiore della vita. L'azione politica
realizzata dalla «filosofia della prassi» così chiama il marxismo, non solo per
l'esigenza di celare quanto scrive alla repressiva censura carceraria opponendosi
alle culture dominanti della Chiesa e dell'idealismo, può condurre i subalterni
a una superiore concezione della vita. Se afferma l'esigenza del contatto tra
intellettuali e semplici non è per limitare l'attività scientifica e per
mantenere una unità al basso livello delle masse, ma appunto per costruire un
blocco intellettuale e morale che renda politicamente possibile un progresso
intellettuale di massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali. La via che
conduce all'egemonia del proletariato passa dunque per una riforma culturale e
morale della società. Tuttavia l'uomo attivo di massa, cioè la classe
operaia, non è, in generale, consapevole né della funzione che può svolgere né
della sua condizione reale di sub-ordinazione, Il proletariat non ha una chiara
coscienza di questo suo operare che pure è un conoscere il mondo in quanto lo
trasforma. La sua coscienza anzi può essere in contrasto col suo operare. Esso
opera praticamente e nello stesso tempo ha una coscienza ereditata dal passato,
accolta per lo più in modo acritico. La reale comprensione di sé avviene attraverso
una lotta di egemonie politiche, di direzioni contrastanti, prima nel campo
dell'etica, poi della politica per giungere a una elaborazione superiore della
propria concezione del reale. La coscienza politica, cioè l'essere parte di una
determinata forza egemonica, è la prima fase per una ulteriore e progressiva auto-coscienza
dove teoria e pratica finalmente si unificano. Ma auto-coscienza significa
creazione di un gruppo di intellettuali, organici alla classe, perché per
distinguersi e rendersi indipendenti occorre organizzarsi, e non esiste organizzazione
senza intellettuali, uno strato di persone specializzate nell'elaborazione concettuale
e filosofica. Già Machiavelli indica nei moderni Stati unitari europei
l'esperienza che l'Italia avrebbe dovuto far propria per superare la drammatica
crisi emersa nelle guerre che devastarono la penisola dalla fine del
Quattrocento. Il Principe di Machiavelli non esisteva nella realtà storica, non
si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva. E una
pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale. Ma
gli elementi passionali, mitici si riassumono e diventano vivi nella
conclusione, nell'invocazione di un principe realmente esistente. In Italia non
si ebbe una monarchia assoluta che unificasse la nazione perché dalla
dissoluzione della borghesia comunale si creò una situazione interna economico-corporativa,
politicamente la peggiore delle forme di società feudale, la forma meno
progressiva e più stagnante. Mancò sempre, e non poteva costituirsi, una forza
giacobina efficiente, la forza appunto che a Francia ha suscitato e organizzato
la volontà collettiva nazional-popolare e ha fondato lo stato moderno. A questa
forza progressiva si oppose in Italia la «borghesia rurale, eredità di
parassitismo lasciata ai tempi moderni dallo sfacelo, come classe, della
borghesia comunale. Forze progressive sono i gruppi sociali urbani con un
determinato livello di cultura politica, ma non sarà possibile la formazione di
una volontà collettiva nazionale-popolare, se le grandi masse dei contadini
lavoratori non irrompono simultaneamente nella vita politica. Ciò intende
MACHIAVELLI attraverso la riforma della milizia, ciò fecero i giacobini nella rivoluzione
francese. In questa comprensione è da identificare un giacobinismo precoce del
Machiavelli, il germe, più o meno fecondo, della sua concezione della
rivoluzione nazionale. Modernamente, il Principe invocato dal Machiavelli non
può essere un individuo reale, concreto, ma un organismo e questo organismo è
già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula in
cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire
universali e totali. Il partito è l'organizzatore di una riforma intellettuale
e morale, che concretamente si manifesta con un programma di riforma economica,
divenendo così la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione
di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume. Perché un partito esista, e
diventi storicamente necessario, devono confluire in esso tre elementi
fondamentali. Primo, un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui
partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito
creativo ed altamente organizzativo essi sono una forza in quanto c'è chi li
centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si
sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. Secondo, L'elemento
coesivo principale dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e
disciplinatrice e anche, anzi forse per questo, inventiva da solo questo
elemento non formerebbe un partito, tuttavia lo formerebbe più che il primo
elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più
facile formare un esercito che formare dei capitani». Terzo, Un elemento medio,
che articoli il primo col secondo elemento, che li metta a contatto, non solo
fisico, ma morale e intellettuale. G. negli scritti compresi ribadì i principi
espressi dalla Terza Internazionale, insistendo sulla disciplina ferrea del
partito e contestando qualsiasi forma di frazionismo. Socialisti e sindacalisti
venivano pesantemente criticati e messi sullo stesso piano del regime
fascista. Tutti gli uomini sono intellettuali, dal momento che non c'è
attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale. Nn si
può separare l'homo faber dall'homo sapiens, in quanto, indipendentemente della
sua professione specifica, ognuno è a suo modo un filosofo, un artista, un uomo
di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di
condotta morale, ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione dell’
intellettuale. Storicamente si formano
particolari categorie di intellettuali, specialmente in connessione coi gruppi
sociali più importanti e subiscono elaborazioni più estese e complesse in
connessione col gruppo sociale dominante. Un gruppo sociale che tende
all'egemonia lotta per l'assimilazione e la conquista ideologica degli intellettuali
tradizionali tanto più rapida ed efficace quanto più il gruppo dato elabora
simultaneamente i propri intellettuali organici. L'intellettuale tradizionale è
il letterato, il filosofo, l'artista e perciò i giornalisti, che ritengono di
essere letterati, filosofi, artisti, ritengono anche di essere i veri
intellettuali, mentre modernamente è la formazione tecnica a formare la base
del nuovo tipo di intellettuale, un costruttore, organizzatore, persuasorema
non assolutamente il vecchio oratore, formatosi sullo studio dell'eloquenza motrice
esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni il quale deve giungere dalla
tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza
la quale si rimane specialista e non si diventa dirigente. Il gruppo sociale
emergente, che lotta per conquistare l'egemonia politica, tende a conquistare
alla propria ideologia l'intellettuale tradizionale mentre, nello stesso tempo,
forma i propri intellettuali organici. L'organicità degli intellettuali si
misura con la maggiore o minore connessione con il gruppo sociale cui essi
fanno riferimento. Essi operano tanto nella società civilel'insieme degli
organismi privati in cui si dibattono e si diffondono le ideologie necessarie
all'acquisizione del consenso, apparentemente dato spontaneamente dalle grandi
masse della popolazione alle scelte del gruppo sociale dominante quanto nella
società politica, dove si esercita il dominio diretto o di comando che si
esprime nello Stato e nel governo giuridico. Gli intellettuali sono così i
commessi del gruppo dominante per l'esercizio delle funzioni sub-alterne
dell'egemonia sociale e del governo politico, cioè, primo, del consenso
spontaneo dato dalle grandi masse della popolazione all'indirizzo impresso alla
vita sociale dal gruppo fondamentale dominante; secondo, dell'apparato di
coercizione statale che assicura legalmente la disciplina di quei gruppi che
non consentono. Come lo stato, nella società politica, tende a unificare gli
intellettuali tradizionali con quelli organici, così nella società civile il
partito politico, ancor più compiutamente e organicamente dello stato, elabora i
propri componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come
economico, fino a farli diventare intellettuali politici qualificati,
dirigenti, organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti
all'organico sviluppo di una società integrale, civile e politica. Il compito
della riforma intellettuale e morale non potrà che essere ancora degli
intellettuali organici, non cristallizzati, che la determineranno e
organizzeranno, adeguando la cultura anche alle sue funzioni pratiche,
addivenendo a una nuova organizzazione della cultura. Il partito comunista si
pone come sintesi attiva di questo processo: intellettuale collettivo di
avanguardia, la direzione politica di classe lotterà per l'egemonia. Il partito
comunista, per G., è intellettuale collettivo; e l'intellettuale comunista è
organico alla classe e dunque a questo collettivo perché fa parte del blocco
storico-sociale che deve costruire il nuovo mondo. Pur essendo sempre
stati legati alle classi dominanti, ottenendone spesso onori e prestigio, gli
intellettuali italiani non si sono mai sentiti organici, hanno sempre
rifiutato, in nome di un loro astratto cosmopolitismo, ogni legame con il
popolo, del quale non hanno mai voluto riconoscere le esigenze né interpretare
i bisogni culturali. In molte linguein russo, in tedesco, in franceseil
significato dei termini «nazionale» e «popolare» coincidono: «in Italia, il
termine nazionale ha un significato molto ristretto ideologicamente e in ogni
caso non coincide con popolare, perché in Italia gli intellettuali sono lontani
dal popolo, cioè dalla nazione e sono invece legati a una tradizione di casta,
che non è mai stata rotta da un forte movimento popolare o nazionale dal basso:
la tradizione è libresca e astratta e l'intellettuale tipico moderno si sente
più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese
o siciliano. Si è assistito a un fiorire della letteratura popolare, dai
romanzi di appendice del Sue o di Ponson du Terrail, ad Alexandre Dumas, ai
racconti polizieschi inglesi e americani; con maggior dignità artistica, alle
opere del Chesterton e di Dickens, a quelle di Victor Hugo, di Émile Zola e di
Honoré de Balzac, fino ai capolavori di Dostoevskij e di Tolstoj. Nulla di
tutto questo in Italia. In Italia, la letteratura non si è diffusa e non è
stata popolare, per la mancanza di un blocco nazionale intellettuale e morale
tanto che l'elemento intellettuale italiano è avvertito come “più straniero
degli stranieri stessi”. Fa eccezione,
per G., il melodrama verista (“Cavalleria rusticana”, “Pagliacci”), che ha
tenuto in qualche modo in Italia il ruolo nazionale-popolare sostenuto altrove
dalla letteratura. Il pubblico icerca la sua letteratura all'estero perché la sente
più sua di quella italiana: è questa la dimostrazione del distacco, in Italia,
fra pubblico e scrittori. Ogni popolo ha la sua letteratura, ma essa può venirgli
da un altro popolo può essere subordinato all'egemonia intellettuale e morale
di altri popoli. È questo spesso il paradosso più stridente per molte tendenze
monopolistiche di carattere nazionalistico e repressivo: che mentre si
costruiscono piani grandiosi di egemonia, non ci si accorge di essere oggetto
di una egemonia straniera. Così come, mentre si fanno piani imperialistici, in
realtà si è oggetto di altri imperialism.. Hanno fallito nel compito di
elaborare la coscienza morale del popolo, non diffondendo in esso un moderno
umanesimo. La insufficienza dell’intelletuale è «uno degli indizi più
espressivi dell'intima rottura che esiste tra la religione e il popolo. Questo
si trova in uno stato miserrimo di indifferentismo e di assenza di una vivace
vita spirituale. La religione è rimasta allo stato di superstizione l'Italia
popolare è ancora nelle condizioni create immediatamente dalla Contro-Riforma.
La religione, tutt'al più, si è combinata col folclore pagano ed è rimasta in
questo stadio. Sono rimaste famose le note di G. su MANZONI: lo scrittore più
autorevole, più studiato nelle scuole e probabilmente il più popolare, è una
dimostrazione del carattere elitista della letteratura italiana. Ecco le parole
dai Quaderni del carcere, confrontandolo con Tolstoj. Il carattere
aristocratico di Manzoni appare dal compatimento scherzoso verso le figure di
uomini del popolo (ciò che non appare in Tolstoj), come fra Galdino (in
confronto di frate Cristoforo), il sarto, Renzo, Agnese, Perpetua, la stessa
Lucia i popolani, per Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità
morale profonda; essi sono animali. Manzoni è benevolo verso di loro proprio
della benevolenza di una società di protezione di animali niente dello spirito
popolare di Tolstoi, cioè dello spirito evangelico del cristianesimo primitivo.
L'atteggiamento di Manzoni verso i suoi popolani è l'atteggiamento della Chiesa
Cattolica verso il popolo: di condiscendente benevolenza, non di immediatezza
umana vede con occhio severo tutto il popolo, mentre vede con occhio severo i
più di coloro che non sono popolo; egli trova magnanimità, alti pensieri,
grandi sentimenti, solo in alcuni della classe alta, in nessuno del popolo non
c'è popolano che non venga preso in giro e canzonato. Vita interiore hanno solo
i signori: fra Cristoforo, il Borromeo, l'Innominato, lo stesso don Rodrigo il
suo atteggiamento verso il popolo e elitista ed aristocratico. Una classe che
muova alla conquista dell'egemonia non può non creare una nuova cultura, che è
essa stessa espressione di una nuova vita morale, un nuovo modo di vedere e
rappresentare la realtà; naturalmente, non si possono creare artificialmente
artisti che interpretino questo nuovo mondo culturale, ma «un nuovo gruppo
sociale che entra nella vita storica con atteggiamento egemonico, con una
sicurezza di sé che prima non aveva, non può non suscitare dal suo seno personalità
che prima non avrebbero trovato una forza sufficiente per esprimersi
compiutamente. Intanto, nella creazione di una nuova cultura, è parte la
critica della civiltà letteraria presente, e vede nella critica svolta da Sanctis
un esempio privilegiato. La critica di Sanctis è militante, non frigidamente
estetica, è la critica di un periodo di lotte culturali, di contrasti tra
concezioni della vita antagonistiche. Le analisi del contenuto, la critica
della struttura delle opere, cioè della coerenza logica e storica-attuale delle
masse di sentimenti rappresentati artisticamente, sono legate a questa lotta
culturale: proprio in ciò pare consista la profonda umanità e l'umanesimo di Sanctis.
Piace sentire in lui il fervore appassionato dell'uomo di parte che ha saldi
convincimenti morali e politici e non li nasconde. Sanctis opera nel periodo
risorgimentale, in cui si lotta per creare una nuova cultura: di qui la
differenza con Croce, che vive sì gli stessi motivi culturali, ma nel periodo
della loro affermazione, per cui la passione e il fervore romantico si sono
composti nella serenità superiore e nell'indulgenza piena di bonomia. Quando
poi quei valori culturali, così affermatisi, sono messi in discussione, allora
in Croce sub-entra una fase in cui la serenità e l'indulgenza s'incrinano e
affiora l'acrimonia e la collera a stento repressa: fase difensiva non
aggressiva e fervida, e pertanto non confrontabile con quella di Sanctis. Una
critica letteraria marxistica può avere nel critico campano un esempio, dal
momento che essa deve fondere, come Sanctis fa, la critica estetica con la
lotta per una cultura nuova, criticando il costume, i sentimenti e le ideologie
espresse nella storia della letteratura, individuandone le radici nella società
in cui quegli scrittori si trovavano a operare. Non a caso, progettava
nei suoi Quaderni un saggio che intendeva intitolare «I nipotini di padre Bresciani»,
dal nome di Bresciani, tra i fondatori e direttore della rivista La Civiltà
Cattolica e scrittore di romanzi popolari d'impronta reazionaria; uno di essi,
L'ebreo di Verona, fu stroncato in un famoso saggio di Sanctis. I nipotini di padre Bresciani sono gli
intellettuali e i letterati contemporanei portatori di una ideologia
reazionaria con un «carattere tendenzioso e propagandistico apertamente
confessato». Fra i «nipotini»individua, oltre a molti scrittori ormai
dimenticati, Antonio Beltramelli, Ugo Ojetti, la codardia intellettuale dell'uomo
supera ogni misura normale, Panzini, Bellonci, Bontempelli, Fracchia, Baratono
-- l'agnosticismo del Baratono non è altro che vigliaccheria morale e civile --
teorizza solo la propria impotenza estetica e filosofica e la propria
coniglieria – Bacchelli -- nel Bacchelli c'è molto brescianesimo, non solo
politico-sociale, ma anche letterario: la Ronda fu una manifestazione di
gesuitismo artistico -- Salvator Gotta --di Salvator Gotta si può dire ciò che
il Carducci scrisse del Rapisardi: Oremus sull'altare e flatulenze in
sagrestia; tutta la sua produzione letteraria è brescianesca», Ungaretti.
La vecchia generazione degli intellettuali è fallita (Papini, Prezzolini,
Soffici, ecc.) ma ha avuto una giovinezza. La generazione attuale non ha
neanche questa età delle brillanti promesse, Rosa, Angioletti, Malaparte,
ecc.). Asini brutti anche da piccoletti. Croce, il più autorevole intellettuale
dell'epoca, da alla borghesia italiana gli strumenti culturali più raffinati
per delimitare i confini fra gli intellettuali e la cultura italiana, da una
parte, e il movimento operaio e socialista dall'altra; è allora necessario
mostrare e combattere la sua funzione di maggior rappresentante dell'egemonia
culturale che il blocco sociale dominante esercita nei confronti del movimento operaio
italiano. Come tale, Croce combatte il marxismo, cercando di negarne validità
nell'elemento che egli individua come decisivo: quello dell'economia. Il Capitale
di Marx sarebbe per Croce un'opera di morale e non di scienza, un tentativo di
dimostrare che la società capitalistica è immorale, diversamente dalla
comunista, in cui si realizzerebbe la piena moralità umana e sociale. La non-scientificità
dell'opera maggiore di Marx sarebbe dimostrata dal concetto del plusvalore. Per
Croce, solo da un punto di vista morale si può parlare di “plusvalore” rispetto
al “valore”, legittimo concetto economico. Questa critica del Croce è in
realtà un semplice sofisma. Il “plusvalore” è esso stesso valore, è la
differenza tra il valore delle merci prodotte dal lavoratore e il valore della
forza-lavoro del lavoratore stesso. Del resto, la teoria del valore di Marx
deriva direttamente da quella dell'economista liberale Ricardo la cui teoria
del valore-lavoro non sollevò nessuno scandalo quando fu espressa, perché
allora non rappresentava nessun pericolo, appariva solo, come era, una
constatazione puramente oggettiva e scientifica. Il valore polemico e di
educazione morale e politica, pur senza perdere la sua oggettività, dove acquistarla
solo con la Economia critica. La filosofia crociana si qualifica come
storicismo, ossia, seguendo VICO (si veda), la realtà è storia e tutto ciò che
esiste è necessariamente storico ma, conformemente alla natura idealistica
della sua filosofia, la storia è storia dello Spirito, dunque storia
speculativa, di astrazionistoria della libertà, della cultura, del progresso non
è la storia concreta delle nazioni e delle classi. La storia speculativa può
essere considerata come un ritorno, in forme letterarie rese più scaltre e meno
ingenue dallo sviluppo della capacità critica, a modi di storia già caduti in
discredito come vuoti e retorici e registrati in diversi libri dello stesso
Croce. La storia etico-politica, in quanto prescinde dal concetto di blocco
storico, in cui contenuto economico-sociale e forma etico-politica si
identificano concretamente nella ricostruzione dei vari periodi storici, è
niente altro che una presentazione polemica di filosofemi più o meno interessanti,
ma non è storia la storia di Croce rappresenta figure disossate, senza
scheletro, dalle carni flaccide e cascanti anche sotto il belletto delle veneri
letterarie dello scrittore. L'operazione conservatrice di Croce storico fa il
paio con quella di Croce filosofo. Se la dialettica dell'idealista Hegel era
una dialettica dei contrariuno svolgimento della storia che procede per
contraddizioni la dialettica crociana è una dialettica dei distinti: commutare
la contraddizione in distinzione significa operare un'attenuazione, se non un annullamento
dei contrasti che nella storia, e dunque nelle società, si presentano. Tale
operazione si manifesta nelle opere storiche di Croce. La sua Storia d'Europa,
iniziando e tagliando fuori il periodo della Rivoluzione francese e quello
napoleonico, non è altro che un frammento di storia, l'aspetto passivo della
grande rivoluzione che si iniziò in Francia, traboccò nel resto d'Europa con le
armate repubblicane e napoleoniche, dando una potente spallata ai vecchi regimi
e determinandone non il crollo immediato come in Francia, ma la corrosione
riformistica. Analoga è l'operazione operata da CROCE nella sua STORIA D’ITALIA
la quale affronta unicamente il periodo del consolidamento del regime
dell'Italia unita e si «prescinde dal momento della lotta, dal momento in cui
si elaborano e radunano e schierano le forze in contrasto in cui un sistema
etico-politico si dissolve e un altro si elabora in cui un sistema di rapporti
sociali si sconnette e decade e un altro sistema sorge e si afferma, e invece
Croce assume placidamente come storia il momento dell'espansione culturale o
etico-politico. G., fin dagli anni universitari, fu un deciso oppositore di
quella concezione fatalistica e positivistica del marxismo, presente nel
vecchio partito socialista, per la quale il capitalismo necessariamente era
destinato a crollare da sé, facendo posto a una società socialista. Questa
concezione mascherava l'impotenza politica del partito della classe subalterna,
incapace di prendere l'iniziativa per la conquista dell'egemonia. Anche
il manuale del bolscevico russo Bucharin, e La teoria del materialismo storico
manuale popolare di sociologia, si colloca nel filone positivistico. La
sociologia è stata un tentativo di creare un metodo della scienza
storico-politica, in dipendenza di un sistema filosofico già elaborato, il positivismo
evoluzionistico è diventata la filosofia dei non filosofi, un tentativo di
descrivere e classificare schematicamente i fatti storici, secondo criteri
costruiti sul modello delle scienze naturali. La sociologia è dunque un
tentativo di ricavare sperimentalmente le leggi di evoluzione della società
umana in modo da prevedere l'avvenire con la stessa certezza con cui si prevede
che da una ghianda si svilupperà una quercia. L'evoluzionismo volgare è alla
base della sociologia che non può conoscere il principio dialettico col
passaggio dalla quantità alla qualità, passaggio che turba ogni evoluzione e
ogni legge di uniformità intesa in senso volgarmente evoluzionistico. La
comprensione della realtà come sviluppo della storia umana è solo possibile
utilizzando la dialettica marxiana della quale non vi è traccia nel Manuale del
Bucharin perché essa coglie tanto il senso delle vicende umane quanto la loro
provvisorietà, la loro storicità determinata dalla prassi, dall'azione politica
che trasforma le società. Le società non si trasformano da sé. Già Marx
aveva rilevato come nessuna società si ponga compiti per la cui soluzione non
esistano già le condizioni almeno in via di apparizione né essa si dissolve, se
prima non ha svolto tutte le forme di vita che le sono implicite. Il
rivoluzionario si pone il problema di individuare esattamente i rapporti tra
struttura e sovrastruttura per giungere a una corretta analisi delle forze che
operano nella storia di un determinato periodo. L'azione politica rivoluzionaria,
la prassi, è anche catarsi che segna l passaggio dal momento meramente
economico (o egoistico-passionale) al momento etico-politico cioè
l'elaborazione superiore della struttura in super-struttura nella coscienza
degli uomini. Ciò significa anche il passaggio dall'oggettivo al soggettivo e
dalla necessità alla libertà. La struttura, da forza esteriore che schiaccia
l'uomo, lo assimila a sé, lo rende passivo, si trasforma in mezzo di libertà,
in strumento per creare una nuova forma etico-politica, in origine di nuove
iniziative. La fissazione del momento catartico diventa così il punto di partenza di tutta la filosofia
della prassi; il processo catartico coincide con la catena di sintesi che sono
risultate dallo svolgimento dialettico. La dialettica è dunque strumento di
indagine storica, che supera la visione naturalistica e meccanicistica della
realtà, è unione di teoria e prassi, di conoscenza e azione. La dialettica è dottrina
della conoscenza e sostanza midollare della storiografia e della scienza della
politica e può essere compresa solo concependo il marxismo come una filosofia
integrale e originale che inizia una nuova fase nella storia e nello sviluppo
mondiale in quanto supera (e superando ne include in sé gli elementi vitali)
sia l'idealismo che il materialismo tradizionali espressione delle vecchie
società. Se la filosofia della prassi [il marxismo] non è pensata che
subordinatamente a un'altra filosofia, non si può concepire la nuova
dialettica, nella quale appunto quel superamento si effettua e si esprime. Il
vecchio materialismo è metafisica; per il senso comune la realtà oggettiva,
esistente indipendentemente dall'uomo, è un ovvio assioma, confortato
dall'affermazione della religione per la quale il mondo, creato da Dio, si
trova già dato di fronte a noi. Ma va rifiutata «la concezione della realtà
oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica dal momento
che «a questa può essere mossa l'obbiezione di misticismo». Se noi conosciamo
la realtà in quanto uomini, ed essendo noi stessi un divenire storico, anche la
conoscenza e la realtà stessa sono un divenire. Come potrebbe esistere
un'oggettività extrastorica ed extraumana e chi giudicherà di tale oggettività?
La formulazione di Engels che l'unità del mondo consiste nella sua materialità
dimostrata dal lungo e laborioso sviluppo della filosofia e delle scienze
naturali contiene appunto il germe della concezione giusta, perché si ricorre
alla storia e all'uomo per dimostrare la realtà oggettiva. Oggettivo significa
sempre umanamente oggettivo, ciò che può corrispondere esattamente a storicamente
soggettivo. L'uomo conosce oggettivamente in quanto la conoscenza è reale per
tutto il genere umano storicamente unificato in un sistema culturale unitario;
ma questo processo di unificazione storica avviene con la sparizione delle
contraddizioni interne che dilaniano la società umana, contraddizioni che sono
la condizione della formazione dei gruppi e della nascita delle ideologie. C'è
dunque una lotta per l'oggettività (per liberarsi dalle ideologie parziali e
fallaci) e questa lotta è la stessa lotta per l'unificazione culturale del
genere umano. Ciò che gli idealisti chiamano spirito non è un punto di partenza
ma di arrivo, l'insieme delle soprastrutture in divenire verso l'unificazione
concreta e oggettivamente universale e non già un presupposto unitario». La
formazione linguistica di G. inizia durante gli anni universitari a Torino con
la frequentazione delle lezioni di BARTOLI (si veda). G. apprende che LA LINGUA
è un prodotto sociale e che non può essere studiata senza tenere conto della
storia generale: ciò vuol dire che non è possibile comprendere i mutamenti di
una lingua senza riflettere sui mutamenti sociali, culturali e politici della
popolazione che la parla. È stato notato che fece aderire le teorie apprese da
Bartoli alle letture filosofiche che lo formarono politicamente; in primo luogo
all'ideologia tedesca di Marx, dove Marx afferma che il tessco, il tedesco, come
la coscienza dei tedesci, appartiene alla sfera degli istituti sovra-strutturali,
cioè al mondo dell'organizzazione politica e giuridica della società. Le più
interessanti riflessioni linguistiche G.ane sono contenute nei Quaderni del
carcere e riguardano da una parte la questione delle lingue in Italia, ovvero
lo studio delle ragioni che hanno reso difficile la diffusione di una LINGUA per
la nazione o tutta la poppolazione, dall'altra il tema dell'insegnamento
linguistico nelle scuole primarie. Soprattutto il secondo tema è di
fondamentale importanza per G., perché riguarda direttamente il riscatto
culturale delle grandi masse popolari e la creazione di uno spirito nazionale
in grado di superare ogni forma di particolarismo regionale. I Quaderni
del carcere sono costellati in maniera asistematica di molte note dedicate a
problemi di caratteri linguistico; queste note tracciano una vera e propria
storia della lingua italiana e racchiudono le riflessioni di G. in merito alla
cosiddetta questione della lingua in Italia. Questo tipo di argomento si
riallaccia a un altro importante tema dei Quaderni ovvero lo studio delle
responsabilità degli intellettuali italiani per la formazione di uno spirito
nazionale unitario. A tal proposito G. scrive: mi pare che, intesa LA LINGUA
come elemento della cultura e quindi della storia generale e come
manifestazione precipua della nazionalità e popolarità degli intellettuali,
questo studio non sia ozioso e puramente erudito». Nell'affrontare una
ricostruzione storica delle vicende linguistiche italiane G. cerca dei termini
di confronto con altri paesi europei come la Francia: mentre in Francia il
volgare viene usato per la prima volta nella storia per redigere un documento
ufficiale di carattere politico-istituzionale, IN ITALIA il volgare appare per
la registrazione di documenti privati legati al commercio o a questioni
giuridiche. L’origine della differenziazione storica tra ITALIA e Francia si
può trovare testimoniata nel giuramento di Strasburgo, cioè nel fatto che il
popolo partecipa attivamente alla storia (il popolo-esercito) diventando il
garante dell'osservanza dei trattati tra i discendenti di Carlo Magno. Il
popolo-esercito garantisce giurando in volgare, cioè introduce nella storia
nazionale la sua lingua, assumendo una funzione politica di primo piano, presentandosi
come volontà collettiva, come elemento di una democrazia nazionale. Questo
fatto demagogico dei carolingi di appellarsi al popolo nella loro politica
estera è molto significativo per comprendere lo sviluppo della storia francese
e la funzione che vi ha la monarchia come fattore nazionale. IN ITALIA i primi
documenti di volgare sono dei GIURAMENTI INDIVIDUALI per fissare la proprietà
su certe terre dei conventi, o hanno un carattere ANTI-POPOLARE. Traite,
traite, fili de le putte. Quaderni del carcere, Gerratana, Torino, Einaudi. In
Francia i gruppi dirigenti si rendono conto dell'importanza del popolo negli
affari di Stato: la demagogia di cui parla G. è da intendere, oltre che come
strumento di propaganda, anche come un nuovo atteggiamento politico in grado di
crearsi una propria civiltà statale integrale, in cui si stabilisce un rapporto
diretto tra governati e governanti. Il popolo diventa testimone di un fatto
storico legittimato dal suo giuramento. Ricorda nei suoi appunti come IN ITALIA
l'uso del volgare si diffonda con l'avvento dell'età comunale, non solo per la
redazione di DOCUMENTI PRIVATI, tipo atti notarili o giuramenti, ma anche per
la creazione di opere letterarie: in particolare, il volgare toscano, LINGUA
DELLA BORGHESIA, ottiene un certo successo anche nelle altre regioni. Firenze
esercita una EGEMONIAculturale, connessa alla sua egemonia commerciale e
finanziaria. Bonifazio dice che i fiorentini sono il quinto elemento del mondo.
C'è uno sviluppo linguistico unitario dal basso, dal popolo alle persone colte,
rinforzato dai grandi scrittori fiorentini e toscani. Dopo la decadenza di
Firenze, l'italiano diventa sempre più la lingua di una casta chiusa, senza
contatto vivo con una parlata storica.” Da questo momento si verifica una
cristallizzazione della lingua. I promotori del nuovo volgare, provenienti
dalla borghesia, non scrivono più nella lingua della loro classe d'origine
perché con essa non intrattengono più nessun rapporto, nella visione di G. essi
“vengono assorbiti dalle classi reazionarie, dalle corti, non sono letterati
borghesi, ma aulici. In questo senso, vede sciupata l'occasione di una
diffusione graduale del volgare toscano su scala nazionale, occasione
compromessa soprattutto dalla frammentazione politica della penisola e dal
carattere “elitario” del ceto intellettuale italianio. Affronta con maggior
vigore la questione delle lingue in relazione al periodo post-unitario. Nella
seconda metà dell'Ottocento, lo stato e per gran parte dialettofono, mentre La
LINGUA DELLA NAZIONE venne usata solo a livello letterario e come lingua dell’istituzioni.
La scarsa diffusione di una lingua per la nazione testimonia la frammentazione
politica e culturale della popolazione italiana. Questo fenomeno venne avvertito
come un problema politico, soprattutto da molti intellettuali di tendenze
democratiche come Manzoni. Nella sua ricostruzione storica G. scrive che
“anche la questione delle lingue posta da MANZONI (si veda) riflette questo
problema, il problema della unità intellettuale e morale della nazione e dello
stato, ricercato nell'unità della lingua. Eppure, sebbene G. riconosca a MANZONI
di aver compreso la questione linguistica italiana come una QUESTIONE POLITICA e
sociale, si distingue da lui nel modo di interpretare la risoluzione del problema. Durante
il suo apprendistato glottologico presso Bartoli a Torino ha modo di
confrontare le posizioni del Manzoni con quelle d’ASCOLI (si veda), dell’Archivio
Glottologico. Mentre Manzoni prevede la diffusione di una lingua per la nazione
sul modello fiorentino imposta per decreto statale e per mezzo di maestri di
scuola di origine toscana, ASCOLI concepiva la nascita di una lingua nazionale
come il frutto di un'unificazione culturale prima ancora che
linguistica. Secondo ASCOLI l'unità culturale e linguistica, prima di
tutto, deve avere un centro irradiante, cioè un determinato 'municipio' in cui
si concentrano e da cui provengono gli elementi essenziali della vita
nazionale: beni di consumo, stimoli culturali, mode, ritrovati della tecnica,
istituti statali e giuridici, ecc. Se quel dato municipio riuscirà a stabilire
un primato politico, economico e culturale su tutta la nazione, riuscirà anche
a diffondere, per conseguenza, il suo particolare idioma. Per ASCOLI, una LINGUA
NAZIONALE altro non può e non deve essere, se non l'idioma vivo di una data
città. Deve cioè per ogni parte coincidere con l'idioma spontaneamente parlato
dagli abitatori contemporanei di quel dato municipio, che per questo capo viene
a farsi principe, o quasi stromento livellatore, dell'intiera nazione. Ascoli,
nel suo Proemio, prende la Francia come esempio per avvalorare la sua tesi.
Infatti, l'unità linguistica di Francia corrisponde all'egemonia politico-culturale
di Parigi. La Francia attinge da Parigi la unità della sua favella, perché
Parigi è il gran crogiuolo in cui si è fusa e si fonde l'intelligenza della
Francia intera. Dal vertiginoso movimento del municipio parigino parte ogni
impulso dell'universa civiltà francese. Viene da Parigi il nome, perché da
Parigi vien la cosa. E la Francia avendo in questo municipio l'unità assorbente
del suo pensiero, vi ha naturalmente pur quella dell'animo suo; e non solo
studia e lavora, ma si commuove, e in pianto e in riso, così come la metropoli
vuole. E quindi è necessariamente dell'intiera Francia l'intiera favella di
Parigi. G. ricalca la lezione ascoliana nei suoi Quaderni. Poiché il processo
di formazione, di diffusione, e di sviluppo di una lingua nazionale unitaria
avviene attraverso tutto un complesso di processi molecolari, è utile avere
consapevolezza di tutto il processo nel suo complesso, per essere in grado di
intervenire attivamente in esso col massimo di risultato. Questo intervento non
bisogna considerarlo come decisivo e immaginare che i fini proposti saranno
tutti raggiunti nei loro particolari, che cioè si otterrà una determinata
lingua unitaria. Si otterrà una lingua unitaria, se essa è una necessità e l'intervento
organizzato accelera i tempi del processo già esistente. Quale sia per essere
questa lingua non si può prevedere e stabilire. Alla nota Focolai di
irradiazione linguistiche nella tradizione e di un conformismo nazionale
linguistico nelle grandi masse, compila un elenco di tutti gli strumenti utili
alla diffusione di una lingua unitaria. Primo, La scuola. Secondo, i giornali.
Terzo, gli scrittori d'arte e quelli
popolari. Quarto, il teatro e il cinematografo sonoro. Quinto, la radio. Sesto,
le riunioni pubbliche di ogni genere, comprese quelle religiose. Settimo, I rapporti
di conversazione tra i vari strati della popolazione più colti e meno colti.
Ottavo, i dialetti locali, intesi in sensi diversi, dai dialetti più
localizzati a quelli che abbracciano complessi regionali più o meno vasti: così
il napoletano per l'Italia meridionale, il palermitano o il catanese per la
Sicilia ecc. Al primo posto di questo elenco troviamo la scuola. Per
tradizione, a scuola, gl’insegnanti introducono gli alunni allo studio di una
lingua attraverso la grammatica normativa. G. definisce la GRAMMATICA
MORFO-SINTASSI normativa come una fase esemplare, come la sola degna di
diventare, organicamente e totalitarmente, la lingua comune di una nazione, in
lotta e in concorrenza con le altre fasi e tipi o schemi che esistono già. Le
riflessioni G.ane in materia di grammatica si pongono in netto contrasto con la
riforma della scuola realizzata da Gentile, di basi griceiana. La riforma, in
linea con l'impianto idealista gentiliano, prevede che l'apprendimento della
lingua della nazione nelle classi elementari si basasse su quello chi Gentile
chiama l’espressione viva o parlata e non sulla grammatical normativa, considerata
questa come una disciplina “astratta” e meccanica. Nell'ottica di G. il metodo
apparentemente liberale di Gentile-Grice, racchiude uno spiccato carattere classista
o elitista, in quanto gli scolari appartenenti alle classi sociali più alte
sono avvantaggiati dal fatto che apprendono l'italiano in famiglia, mentre gli
scolari del basso popolo possono contare su una comunicazione familiare
realizzata esclusivamente in dialetto In questo senso la grammatica normativa si
presenta come uno strumento in grado di livellare le differenze sociali permettendo
a tutti la conoscenza della LINGUA della nazione. Secondo G. la
conoscenza della lingua della nazione presso le classi sub-alterne è
fondamentale per la loro organizzazione politica. Un proletariato dialettofono non
può partecipare alla vita politica di una nazione e non può sperare di crearsi
un ceto intellettuale in grado di competere con i ceti intellettuali
tradizionali. Il dialetto non deve sparire, ma restare funzionali a un tipo di
comunicazione familiare o locale che non può garantire, per cause interne al
suo sistema, la comunicazione di un contenuto culturale universale,
caratteristico della nuova cultura esercitata dal proletariato. G. presta
attenzione anche alla LINGUA DELL’IMPERO ROMANO. Espressa in più occasioni che
lo studio del LATINO è particolarmente utile nella formazione filosofica, in
quanto abituare il filosofo allo studio rigoroso e a pensare storicamente.
Contesta il nazionalismo degli studi e critica ripetutamente gl’intellettuali
che, durante la grande guerra, chiedeno che fossero messe al bando le edizioni
dei testi romani e la grammatica latina compilate DA AUTORI TEDESCHI! Anche nei
Quaderni del carcere si sofferma sulla questione e ribadì l'utilità intrinseca
della antica lingua romana, osservando che e uno strumento importante nella fase
della formazione filosofica nella quale è necessario un insegnamento
"disinteressato", cioè non legato a questioni pratiche. Però,
sottolineò anche che in futuro lo studio delle lingue morte avrebbe dovuto
essere sostituito da altre materie: era un cambiamento difficile, ma
necessario, per promuovere la formazione di un nuovo tipo di intellettuale. Scrive
in un Quaderno: Bisogna sostituire IL LATINO e il greco come fulcro della
scuola formativa e lo si sostituirà, ma non è agevole disporre la nuova materia
o la nuova serie di materie in un ordine didattico che da risultati equivalenti
di educazione e formazione generale della personalità, partendo dal fanciullo
fino alla soglia della scelta professionale. In questo periodo infatti lo
studio o la parte maggiore dello studio deve essere (e apparire ai discenti)
disinteressato, non avere cioè scopi pratici immediati o troppo immediati, deve
essere formativo, anche se istruttivo, cioè ricco di nozioni concrete. MACHIAVELLI
influenza fortemente la teoria dello stato di G. Marx, filosofo, storico,
critico dell'economia politica e fondatore del materialismo storico Engels
Lenin, Labriola, primo notevole teorico marxista italiano, riteneva che la
principale caratteristica del marxismo fosse quella di aver creato uno stretto
nesso fra la storia e la filosofia. Sorel — sindacalista che ha respinto il
principio dell'inevitabilità del progresso storico. Pareto — economista e
sociologo italiano (nato a Parigi di madre francese), noto per la sua teoria
sull'interazione fra masse ed élite. CROCE — liberale italiano, filosofo
anti-marxista e idealista il cui pensiero fu sottoposto da G. a critica attenta
e approfondita. Pensatori influenzati da G. G.anesimo. Zackie Achmat Eqbal
Ahmad Jalal Al-e-Ahmad, Althusser Perry Anderson, Giulio Angioni Michael Apple
Giovanni Arrighi Zygmunt Bauman Bhabha, Gordon Brown Alberto Burgio, Butler
Alex Callinicos Partha Chatterjee Marilena Chauí, Chomsky Cirese Costa Cox
Benoist Biagio de Giovanni Martino, Eco Fiske, Foucault Paulo Freire, Garin
Eugene D. Genovese Stephen Gill Paul Gottfried Stuart Hall Michael Hardt Chris
Harman David Harvey Hamish Henderson Eric Hobsbawm Samuel Huntington Alfredo
Jaar Bob Jessop, Laclau, Mariátegui, Mouffe, Negri, Nono, Omi, Pasolini,
Pigliaru, Pira, Portantiero, Poulantzas Gyan Prakash William I. Robinson Edward
Saïd Ato Sekyi-Otu Gayatri Chakravorty Spivak, Sraffa Edward Palmer Thompson
Giuseppe Vacca Paolo Virno Cornel West Raymond Williams Howard Winant, Wittgenstein
Eric Wolf Howard Zinn. G. al cinema e in televisione Il delitto Matteotti,
regia di Vancini, G. I giorni del carcere, regia di Fra, G., regia di
Maielloserie TV, G., film in forma di rosa, regia di Gabriele
Morleocortometraggio, G., regia di Emiliano Barbucci, Nel mondo grande e
terribile, regia di Maggioni, Perria e Laura Perini. G. nel teatro Compagno G.,
di Boggio e Cuomo, regia di Boggio, G. nella musica Quello lì (compagno G.),
canzone di Claudio Lolli contenuta nell'album Un uomo in crisi. Canzoni di
morte. Canzoni di vita, Piazza Fontana, canzone dei Yu Kung contenuta nell'album
Pietre della mia gente Nino, canzone dei Gang contenuta nell'album Sangue e
Cenere G., il teatro e la musica È nota la passione di G. per il teatro e per
la musica, che si può leggere nelle lettere scritte a Tania. Egli ha scritto
circa il melodrama “verdiano” che per lui segnava l’apertura dei teatri al
pubblico, svolgendo una funzione conoscitiva, pedagogica e politica in senso
generale. Per G. l’opera diviene l’arte più popolare e i teatri aperti i luoghi
dove si esercitava parte del conflitto politico. Una frase quasi ironica
di G. da citare, per quanto riguarda l’importanza dell’opera per l’Italia:
“siccome il popolo non è letterato e di letteratura conosce solo il libretto
d'opera ottocentesco, avviene che gli uomini del popolo melodrammatizzino”. Nelle
sue lettere si può leggere anche riguardo alla moda europea del jazz; egli
sostiene che questa musica aveva conquistato uno strato dell’Europa colta e
aveva creato un vero fanatismo: Opere: “Alcuni temi della questione
meridionale, in Lo Stato Operaio, Opere, Lettere dal carcere, Torino, Einaudi, premio Viareggio,
con centodiciannove lettere inedite, I quaderni dal carcere, Il materialismo
storico e la filosofia di Croce (Torino, Einaudi); “Gli intellettuali e l'organizzazione
della cultura” Torino, Einaudi, Il Risorgimento, Torino, Einaudi, Note sul
Machiavelli sulla politica e sullo stato moderno, Torino, Einaudi, Letteratura
e vita nazionale, Torino, Einaudi,Passato e presente, Torino, Einaudi, L'Ordine
Nuovo. Torino, Einaudi, Scritti giovanili. Torino, Einaudi, Sotto la mole.
Torino, Einaudi, Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo, Torino, Einaudi, La
costruzione del Partito comunista. Torino, Einaudi, L'albero del riccio,
Milano, Milano-sera, 1Americanismo e fordismo, Milano, Ed. cooperativa Libro
popolare, Ultimo discorso alla Camera. Padova, R. Guerrini, Antologia popolare
degli scritti e delle lettere di Antonio G., Roma, Editori Riuniti, Il Vaticano
e l'Italia, Roma, Editori Riuniti, Note sulla situazione italiana, Milano,
Rivista storica del socialismo, 2000 pagine di G. Nel tempo della lotta. Milano,
Il Saggiatore, Lettere edite e inedite. Milano, Il Saggiatore, Elementi di
politica, Roma, Editori Riuniti, La formazione dell'uomo. Scritti di pedagogia,
Roma, Editori Riuniti, Scritti politici La guerra, la rivoluzione russa e i
nuovi problemi del socialismo italiano, Roma, Editori Riuniti, Il Biennio
rosso, la crisi del socialismo e la nascita del Partito comunista, Roma,
Editori Riuniti, Il nuovo partito della classe operaia e il suo programma. La
lotta contro il fascismo, Roma, Editori Riuniti, Scritti Milano, I quaderni de
Il corpo, Dibattito sui Consigli di fabbrica, Roma, La nuova sinistra,Spriano,
Scritti politici, Roma, Editori Riuniti, L'alternativa pedagogica, Firenze, La
nuova Italia, I consigli e la critica operaia alla produzione, Milano, Servire
il popolo, La lotta per l'edificazione del Partito comunista, Milano, Servire
il popolo, Il pensiero di G., Roma, Editori Riuniti, Il pensiero filosofico e
storiografico di Antonio G., Palermo, Palumbo, Resoconto dei lavori del III
congresso del P.C.D.I. (Lione), Milano, Cooperativa editrice distributrice
proletaria, Scritti sul sindacato, Milano, Sapere, Aul fascismo, Roma, Editori
Riuniti, Quaderni del carcere Quaderni, Torino, Einaudi, Quaderni, Torino,
Einaudi, Quaderni, Torino, Einaudi, Apparato critico, Torino, Einaudi, La
rivoluzione italiana, Roma, Newton Compton, Arte e folclore, Roma, Newton Compton,
Scritti Inediti da Il Grido del Popolo e dall'Avanti. Con una antologia da Il
Grido del Popolo, Milano, Moizzi, Ricordi politici e civili, Pavia,Scritti
nella lotta. Dai consigli di fabbrica, alla fondazione del partito, al
Congresso di Lione, Livorno, Edizioni G., Scritti sul sindacato, Roma, Nuove
edizioni operaie, A Delio e Giuliano, Milano, N. Milano, I consigli di fabbrica, Milano, Amici della
casa G. di Ghilarza, Centro milanese, Favole di libertà, Firenze, Vallecchi, Scritti,
Cronache torinesi. Torino, Einaudi, La città futura. Torino, Einaudi, Il nostro
Marx. Torino, Einaudi, L'Ordine nuovo, Torino, Einaudi, Nuove lettere di
Antonio G.. Con altre lettere di SRAFFA (si veda), Roma, Editori Riuniti, Forse
rimarrai lontana. Lettere a Iulca, Roma, Editori Riuniti, G. al confino di Ustica. Nelle lettere di G.,
di Berti e di Bordiga, Roma, Editori Riuniti, Le sue idee nel nostro tempo,
Milano, l'Unità, Lettere dal carcere, con nuove lettere in parte inedite, Roma,
l'Unità, Il rivoluzionario qualificato. Scritti, Roma, Delotti, Il giornalismo,
Roma, Riuniti, Lettere, Torino, Einaudi, Per una preparazione ideologica di
massa: introduzione al primo corso della scuola interna di partito, Napoli,
Laboratorio politico, Scritti di economia politica, Bollati Boringhieri,
Torino, Vita attraverso le lettere, Torino, Einaudi, Disgregazione sociale e
rivoluzione. Scritti sul Mezzogiorno, Napoli, Liguori, Piove, Governo ladro.
Satire e polemiche sul costume degli italiani, Roma, Editori Riuniti, Contro la
legge sulle associazioni segrete, Roma, Manifestolibri, Lettere, Torino,
Einaudi, Le opere, Roma, Editori Riuniti, Critica letteraria e linguistica,
Roma, Lithos, Il lettore in catene. La critica letteraria nei Quaderni, Roma, Carocci,
La nostra città futura. Scritti torinesi,Roma, Carocci, Pensare l'Italia, Roma,
Nuova iniziativa editoriale, Scritti sulla Sardegna. La memoria familiare,
l'analisi della questione sarda, Nuoro, Ilisso, Scritti rivoluzionari. Dal
biennio rosso al Congresso di Lione, O. Micucci, Camerano, Gwynplaine, Quaderni
del carcere. Edizione anastatica dei manoscritti, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana-Cagliari-L'Unione Sarda, Epistolario, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Epistolario, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Antologia,
Antonio A. Santucci, prefazione di Guido Liguori, Roma, Editori Riuniti
university press,. Il teatro lancia bombe nei cervelli. Articoli, critiche,
recensioni, F. Francione, Mimesis Edizioni. La taglia della storia. Idea e
prassi della rivoluzione, NovaEuropa Edizioni,.Note Luigi Manias, Antonio
Sebastiano Francesco G., Marmilla Cultura, International G. Society, su
international G. society.org. Genealogia
dei G., su albanianews. Manias, Ma
quando è nato G.?, Marmilla Cultura, Manias,
Ales. La sua storia. I suoi problemi, Marmilla Cultura, Così G. ricordava con
ironia l'episodio, nella lettera dal carcere alla cognata Tatiana, aggiungendo
che «una zia sosteneva che ero risuscitato quando lei mi unse i piedini con
l'olio di una lampada dedicata a una Madonna e perciò, quando mi rifiutavo di
compiere gli atti religiosi, mi rimproverava aspramente, ricordando che alla
Madonna dovevo la vita» Noi eravamo
tutti molto piccoli. Lei dunque doveva anche accudire alla casa. Trovava il
tempo per i lavori di cucito rinunziando al sonno». Così ricordava quegli anni
la sorella Teresina G., in Fiori, Lettera a Schucht, così scriveva per invitare
la cognata a non eccedere nelle sue preoccupazioni sulla sua vita di carcerato.
La lettera prosegue infatti: Ho conosciuto quasi sempre solo l'aspetto più
brutale della vita e me la sono sempre cavata, bene o male Lettera a Tatiana Schucht, Numerose sono le
richieste di denaro al padre: gli scrive
di essere «proprio indecente con questa giacca che ha già due anni ed è
spelacchiata e lucida [oggi non sono andato a scuola perché mi son dovuto
risuolare le scarpe» e, che «per non farvi vergognare non sono uscito di casa
per dieci giorni interi» Fonzo, Testimonianza
in Fiori, Testimonianza della sorella Teresina in Fiori, Fiori, L'articolo è
riportato in Fiori, Riportato in G., Scritti politici G., Dizionario di Storia, Treccani [«io pensavo allora che bisognava lottare per
l'indipendenza nazionale della regione: "Al mare i continentali". Poi
ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che
realmente significavano le cose di Marx che avevo letto prima per curiosità
intellettuale. Cfr. G., lettera a Schucht, in A. G., Lettere. G. e l'isola
laboratorio, La Nuova Sardegna G.
Lettere. Progettando, in carcere, uno studio di linguistica comparata, mai
realizzato, in una lettera dal carcere dalla cognata Tatiana, ricorda come «uno
dei maggiori rimorsi intellettuali della mia vita è il dolore profondo che ho
procurato al mio buon professor Bartoli dell'Torino, il quale è persuaso essere
io l'arcangelo destinato a profligare definitivamente i neo-grammatici della
linguistica. Tuttavia già l'economista Sen avanza l'ipotesi che il passaggio ai
giochi linguistici di Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche fosse stato
ispirato dai Quaderni dal carcere. In G. and Wittgenstein: an intriguing
connection, Pipero aggiunge nuovi elementi che dimostrano il collegamento fra G.
e Wittgenstein TRAMITE SRAFFA. Infatti il filosofo viennese venne a conoscenza
di un quaderno, grazie proprio al suo amico SRAFFA (si veda) che conosce a
Cambridge. Lettera dal carcere: in essa G. ricorda ancora un simpatico e patetico
episodio. Dopo la rottura avvenuta a causa di quell'articolo che fa piangere
come un bambino e stette chiuso in casa il Cosmo per alcuni giorni, essi
s'incontrarono nel nell'Ambasciata d'Italia a Berlino, dove il professore è
segretario. Il Cosmo mi si precipita addosso, inondandomi di lacrime e di barba
e dicendo a ogni momento: Tu capisci perché! Tu capisci perché! È in preda a
una commozione che mi sbalordì, ma mi fa capire quanto dolore gli avessi
procurato e come egli intende l'amicizia per i suoi allievi di scuola. Lettera
dal carcere a Schucht In Fiori, In G. Scritti
politici, Davico. Lettera dal carcere a Schucht
Lettera dal carcere a Schucht, Recensione Recensione Recensione Spriano, Note
sulla rivoluzione russa, ne Il Grido del Popolo, in G., I massimalisti russi, ne Il Grido del Popolo, iSpriano,
La rivoluzione contro il Capitale, nell'Avanti!, Nella lettera Marx scriveva a
Zasulič che la tipica proprietà comune agricola russa poteva essere salvata
dalla distruzione minacciata dallo sviluppo dei rapporti capitalistici. Per
salvare la comune russa, occorre una rivoluzione russa. Se la rivoluzione
scoppierà a tempo opportuno, se l'intelligencija concentrerà tutte le forze
vive del paese nell'assicurare alla comune agricola un libero spiegamento,
allora la comune ben presto evolverà come elemento di rigenerazione della
società russa e, insieme, di superiorità sui paesi ancora asserviti dal regime
capitalistico». Inoltre, nella prefazione all'edizione russa del Manifesto,Marx
ed Engels avevano scritto che «l'odierna proprietà comune potrà servire di
partenza per una evoluzione comunista». È anche vero, tuttavia, almeno nel caso
della lettera alla Zasulič, che G. all'epoca non poteva conoscerne il contenuto.
Cfr. Cinella, L'altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Genova, G., Ordine Nuovo,
G., ibidem Corriere della Sera, Archivio
Centrale dello Stato, Min. Int., Dir. Gen. PS, Ordine Nuovo, in Scritti
politici, Concluso con un ordine del giorno che prospettava la conquista
violenta del potere e la dittatura del proletariato Per un rinnovamento del Partito socialista,
ne L’ordine Nuovo, in G., Lenin, nel suo discorso all'Internazionale Comunista,
invitando a espellere dal partito socialista l'ala destra riformista, disse che
«all'indirizzo dell'Internazionale Comunista corrisponde l'indirizzo dei
militanti dell'Ordine Nuovo e non l'indirizzo dell'attuale maggioranza dei
dirigenti del partito socialista e del loro gruppo parlamentare». Lenin, Opere,
Ordine Nuovo, in Scritti politici, G. La sposa mandata da Lenin Lettera, in G., Lettere Lettera dal carcere. Un
profilo di Antonio G. junior, su channelingstudio.ru. Su alcune note di uno sconosciuto bolscevico
Vladimir Diogotche sosteneva, fra l'altro, di essere a conoscenza di un
tentativo di rovesciamento della monarchia italiana da parte di Nitti in
accordo con i socialistilo storico Jaroslav Leontiev ha sostenuto nche la
conoscenza tra G. e la Schucht sia stata "pilotata" da Lenin in
persona: cfr. Link archivio del Corriere
Amendola, In Togliatti, In
Togliatti, Lettera di G. a Schucht, Lettera a Schucht, La crisi italiana, ne L’Ordine
Nuovo, 1º settembre 1924, in G., Camera dei Deputati, legislatura del Regno
d'Italia, Capo, in L'Ordine Nuovo, pubblicato successivamente col titolo di
Lenin capo rivoluzionario, in l'Unità, Capo, ne L’ordine Nuovo, in G., Anche
alle autorità francesi fu nascosto lo svolgimento del Congresso. Sul III
CongressoSpriano, Storia del Partito comunista italiano, Spriano, Spriano, Spriano, Spriano, G., Tesi di Lione, Lione, Antonio
G., La questione meridionale, Editori Riuniti, «Alcuni temi della quistione meridionale».
Stato operaio, Citato in Rosario
Villari, Il Sud nella Storia d'Italia. Antologia della Questione meridionale,
Roma-Bari, Laterza, Antonio G., Cinque anni di vita del partito, L'Unità, Fiori, Spriano, Lepre, Il prigioniero. Vita
di G., Editori Laterza, Bari, La lettera, non datata, si ritiene sfu pubblicata
per la prima volta in Francia da Tasca. Su tutta la questione della lotta
interna nel partito comunista sovietico di questo periodo Spriano, cit., II, ca
3 e 5 G., Lettere Lettera di Togliatti a
G., Commissione di assegnazione al confino di Roma, ordinanza contro G.
(“Dirigenti e deputati del PCd'I dichiarati decaduti”). In Pont, Carolini,
L'Italia al confino, Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle
Commissioni provinciali (ANPPIA/La Pietra), Tornata Camera dei deputati Fiori, In Fiori, Sentenza contro G. e altri
(“Ricostituzione di partito disciolto, propaganda, cospirazione, istigazione
alla lotta armata ecc.”). In Pont, Carolini, L'Italia dissidente e
antifascista. Le ordinanze, le Sentenze istruttorie e le Sentenze in Camera di
consiglio emesse dal TRIBUNALE SPECIALE FASCISTA contro gli imputati di ANTI-FASCISMO,
Milano (ANPPIA/La Pietra), Amendola142. Spriano, Lettera a Tatiana Schucht, Fiori, Fiori,
Fiori, Risoluzione per l'espulsione di Amedeo
Bordiga Fiori, Pubblicato in
«Rinascita», In «Rinascita», cit. Dalla
biografia di Pertini pubblicata dal Circolo Pertini di Genova. Chiesi al
maresciallo dei carabinieri che comandava la scorta se poteva dirmi dove mi
portavano. Quando questi fece il nome di Turi me ne rallegrai. Ero contento
perché sapevo che là avrei incontrato G., un uomo che ho sempre ammirato per il
suo coraggio. A Turi incontro G. in un angolo del cortile dove coltiva
un'aiuola di fiori. È piccolo di statura e con due gobbe: una davanti ed una di
dietro. Mi avvicina a lui, mi presento, gli affermo che vengo da Santo Stefano
e che sono onorato di fare la sua conoscenza. Gli davo del lei e lo chiam0
Onorevole G. Lui si mette a ridere, dicendomi, Perché mi dai del lei? Siamo ANTI-FASCISTI,
vittime del Tribunale speciale tutti e due. Io gli ricordo che per loro, i
comunisti, noi eravamo dei social-traditori. Dice di lasciar stare quella
polemica penosa. Ci vedemmo dopo qualche giorno e parla di TURATI e TREVES in
maniera che mi sembra offensiva ed io rispondo con durezza. Il giorno dopo si
scusa, dicendo che il suo è un giudizio politico, non ha intenzione di
offendere le persone, e capisce la mia reazione in favore di due compagni che
si trovavano in Francia. DA ALLORA DIVENTAMMO BUONI AMICI. Parlamo a lungo
insieme anche perché è stato isolato dai suoi. Per certi versi costoro lo
considerano un traditore e chiedeno la sua ESPULSIONE DEL PARTITO, come poi
fecero anche con Ravera. In cella G. è perseguitato dai carcerieri. L’ordine di
NON LASCIARLO DORMIRE arriva direttamente da Roma. Io ando dal direttore del
carcere a protestare perché i carcerieri, OGNI VOLTA CHE G. SI ADDORMENTA, lo
svegliano facendo scorrere sulle sbarre della finestra dei bastoni, con la
scusa di controllare che le sbarre non fossero state segate per un'evasione. Dico
al direttore che se la situazione non cambia, avrei scritto una lettera al
ministero. Il risultato è che G., GIÀ GRAVEMENTE MALATO DI TUBERCULOSI PUO
DORMIRE TRANQUILLO. Le mie proteste costrinsero il direttore del carcere di
Turi a concedere a G. anche alcuni quaderni, delle matite, un tavolino ed una
sedia. Così poterono nascere I QUADERNI dal carcere. La mia amicizia mi mette
in contrasto con il direttore del carcere e forse non è estraneo al mio
trasferimento a Pianosa. Lettera a Schucht, Lettera a Schucht, Cominciò a
circolare la voce secondo la quale G. in punto di morte si sarebbe convertito
alla fede cattolica. Tale affermazione venne però ritrattata dallo stesso
religioso che l’ha inavvertitamente messa in circolazione, chiamando a supporto
della smentita l’allora cappellano della clinica Quisisana. Nonostante le
chiare argomentazioni della rettifica, trent’anni dopo la medesima tesi fu
riproposta da un altro sacerdote. Essendo priva di riscontri documentali e di
prove testimoniali, la teoria della conversione di G. non è mai stata
avvalorata dagli storici. Cfr. S.Fio., G. e il sacerdote pentito, La
Repubblica, Il Vaticano: G. trova la fede, Il Corriere della Sera, Daniele,
Togliatti editore di G., Carocci, Quaderni del carcere, Il Risorgimento,
Einaudi, Torino, Il materialismo storico e la filosofia di CROCE Quaderni del
carcere, Quaderni del carcere, ed. Gerratana, Cirese, Baratta, Giulio Angioni, G. e il
folklore come cosa seria, in Fare, dire, sentire. L'identico e il diverso nelle
culture, Il Maestrale, Note su MACHIAVELI, Gli intellettuali e l'organizzazione
della cultura, Quaderni del carcere, cLetteratura e vita nazionale, Il
materialismo storico e la filosofia di Croce, Rosiello, Problemi e orientamenti
linguistici nei saggi di G., Quaderni dell'Istituto di glottologia di Bologna,A.
G., V. Gerratana, Torino, Einaudi, G., Quaderni del carcere, V. Gerratana,
Torino, Einaudi, V. Gerratana, Torino, Einaudi, V. Gerratana, Torino, Einaudi, G.,
Gerratana, Torino, Einaudi, G. I. Ascoli, Proemio, AGI, G., Quaderni del
carcere, Gerratana, Torino, Einaudi, Quaderni del carcere, V. Gerratana,
Torino, Einaudi, 'Quaderni del carcere', Gerratana, Torino, Einaudi, Rosiello, LINGUA
nazione egemonia, Rinascita Il Contemporaneo, Rapone, Leonardo, Cinque anni che
paiono secoli: G. dal socialismo al comunismo, 1a ed, Carocci,, Fonzo, Bosi, Antonio G., su scuolalo
divecchio. giovannicarpinelli, G. e la musica, su Palomar, La passione
sconosciuta di G. per la musica, in L’Huffington Post. Premio letterario
Viareggio-Rèpaci, Amendola, Storia del Partito comunista italiano Roma, Editori
Riuniti, Perry Anderson, Ambiguità di G., Bari, Laterza, Angioni, G. e il
folklore come cosa seria, in Fare, dire, sentire. L'identico e il diverso nelle
culture, Il Maestrale, Aqueci, Il G. di un nuovo inizio, Quaderno, Supplemento AGON,
Rivista Internazionale di Studi Culturali, Linguistici e Letterari, Aqueci,
Ancora G. [cf. Speranza, “Ancora Grice”], Roma, Aracne, Auciello, Socialismo ed
egemonia in G. e Togliatti, Bari, De Donato, Badaloni e altri, Attualità di G.,
Milano, Il Saggiatore, Baratta, Antonio G. in contrappunto. Dialoghi col
presente, Roma, Carocci, BOBBIO (si veda), Saggi su G., Milano, Feltrinelli,
Calamandrei e Calogero, La conoscenza di G. in Inghilterra. Una lettera di
Calogero e una nota di Calamandrei, L'Unità, Canali, Il tradimento. G.,
Togliatti e la verità negata, Venezia, Marsilio, Carrannante, Sull'uso di
'galantuomo' in G., Studi novecenteschi,
Carrannante, G. e i problemi della LINGUA ITALIANA, in
"Belfagor", Chambers,
Esercizi di potere. G., Said e il postcoloniale, Roma, Meltemi editore, Cirese,
Intellettuali, folklore, istinto di classe, Torino, Einaudi, Clementi, Le
ceneri di G in Stalinismo e grande terrore, Roma, Odradek, Guido Davico Bonino,
G. e il teatro, Torino, Einaudi, Biagio De Giovanni e altri, Egemonia Stato
partito in G., Roma, Editori Riuniti, D'Orsi, G. Una nuova biografia, Torino,
Einaudi,. Dubla, Giusto (cur.), Il G. di Turi, Testimonianze dal carcere,
Chimienti editore, Michele Filippini, G. globale. Guida pratica agli usi di G.
nel mondo, Bologna, Odoya,. Fiori, Vita di G., Bari, Laterza, Fiori, G.
Togliatti Stalin, Roma-Bari, Laterza, Erminio Fonzo, Il mondo antico negli
scritti di G., Salerno, Paguro, GARIN, Con G., Roma, Editori Riuniti, Valentino
Gerratana, G. Problemi di metodo, Roma, Editori Riuniti, Noemi Ghetti, G. nel
cieco carcere degli eretici, Roma, L'Asino d'Oro Edizioni, G. jr., La storia di
una famiglia rivoluzionaria, Roma, Editori Riuniti-University Press. GRUPPI (si
veda), Il concetto di EGEMONIA in G., Roma, Editori Riuniti, Hobsbawm, G. in
Europa e in America, Roma-Bari, Laterza, Lepre, Il prigioniero. Vita di G.,
Bari, Laterza, Liguori e Voza, Dizionario G.ano, Roma, Carocci, Piparo, “I due
carceri di G.”, Donzelli, Roma, LOSURDO (si veda), G.. Dal liberalismo al
comunismo critico, Roma, Gamberetti, Manacorda, Il principio educativo in G..
Americanismo e conformismo, Roma, Riuniti, Michele Martelli, G filosofo della
politica, Milano, Unicopli, MONDOLFO, Da ARDIGÒ a G., Milano, Nuova Accademia, Mordenti,
G. e la rivoluzione necessaria, Roma, Riuniti, Onnis e Mureddu, Illustres.
Vita, morte e miracoli di quaranta personalità sarde, Sestu, Domus de Janas, Paggi,
G. e il moderno principe, Roma, Editori Riuniti, Pastore, G.. Questione sociale
e questione sociologica, Livorno, Belforte, Portelli, G. e il blocco storico,
Bari, Laterza, Rapone, Cinque anni che paiono secoli. G. dal socialismo al
comunismo, Carocci, Roma, Rossi, Vacca, G. tra MUSSOLINI e Stalin, Roma, Fazi, Angelo
Rossi, G. da eretico a ICONA. Storia di un cazzotto nell'occhio, Napoli, Guida
editore, Rossi, G. in carcere. L'itinerario dei Quaderni, Napoli, Guida
editore, Santhià, Con G. all'Ordine Nuovo, Roma, Editori Riuniti, SANTUCCI, G..
Palermo, Sellerio, Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Torino,
Einaudi, Spriano, Storia del Partito comunista italiano,I, Torino, Einaudi, Spriano,
Storia del Partito comunista italiano,II, Torino, Einaudi, Spriano, G. e GOBETTI.
Introduzione alla vita e alle opere, Torino, Einaudi, Spriano, G. in carcere e
il partito, Roma, Riuniti, Stamboulis, Costantini, Cena con G., Padova, Becco
Giallo, Tamburrano, G.: la vita, il pensiero e l'azione, Bari-Perugia, Lacaita,
Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano Roma,
Riuniti, Togliatti, Scritti su G., Roma, Editori Riuniti, Vacca, G. e Togliatti,
Roma, Editori Riuniti. Treccani, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Casa museo G. a Ghilarza, Fondazione Istituto G. Antonio
Sebastiano Francesco Gramsci. Antonio Gramsci. Grice: “When Austin speaks of ‘ordinary language,’ he
knows what he is talking about; when Gentile, Gramsci, and Ascoli, do, they
don’t!” -- Grice: “Elites are so relative; when I came to Oxford, I was
regarded as a ‘Midlands scholarship boy’ and thus assigned Corpus; there was no
way I would socialise with Hampshire, Austin, and the others who were
philososophising at All Souls on Thursday evenings – I had just been born on
the wrong side of the track. So it was particularly obtuse for me when Gellner
started to criticise me as elitist! Perhaps he had read too much Gramsci!?” Gramsci.
Keywords: “Grice, elite” egemonia della filosofia del linguaggio ordinario –
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gramsci” – The Swimming-Pool Library.
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