GRICE ITALO A-Z G GRA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grandi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del progresso
all’infinito della rosa di Grandi -- implicatura infinita – filosofia lombarda
– filosofia cremonese – la scuola di Cremona -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Cremona). Abstract. Grice would say
that sometimes, people use ‘infinite’ without meaning much: “I know there are
infinite stars” is his example! Keywords:
infinito. Filosofo italiano. Filosofo lombardo. Filosofo cremonese. Cremona,
Lombardia. Grice: “I like Grandi – and Grandy – for one, Grandi (if not Grandy)
proves that geometry is a branch of mathematics with his rose curve – a
geniality!” – Figlio di Piero Martire, ricamatore, e Caterina Legati, compì i suoi
primi studi di grammatica sotto la guida di Canneti e poi nel locale Collegio
dei Gesuiti, dove ebbe come maestro Saccheri. Entra nel monastero camaldolese
di Classe in Ravenna, assumendo il nome Guido in sostituzione degli originari
Francesco Lodovico, e qui ritrovò il maestro Canneti. Proseguiti gli studi a Roma e Firenze, insegna
a Firenze. Pubblica “La quadratura del cerchio” “La quadrature dell'iperbole”
al cui interno scopre il paradosso: la somma parziale di una serie (serie di G.)
a segni alterni di numeri può non convergere (serie di G.). Divenne membro
della corte presso il granduca di Toscana. Insegna a Pisa. Studia la curva
algebrica da lui chiamata rodonea per la forma che ricorda il rosone delle
chiese e fu autore degli Elementi di Geometria di Euclide, Venezia, Savioni. Fu
il primo l’analisi degli infiniti. Saggi: “De infinitis infinitorum”; “Trattato
delle resistenze” (Firenze); “Geometrica demonstratio vivianeorum problematum”
(Firenze, Guiducci); “De infinitis infinitorum, et infinite parvorum ordinibus
disquisitio geometrica” (Pisa, Bindi); “Epistola mathematica de momento gravium
in planis inclinatis” (Lucca, Frediani); “Dialoghi circa la controversia
eccitatagli contro Marchetti” (Lucca, Gaddi); “Prostasis ad exceptiones clari varignonii
libro de infinitis infinitorum ordinibus oppositas circa magnitudinum
plusquam-infinitarum vallisii defensionem et anguli contactus” (Pisa, Bindi); “Del
movimento dell'acque trattato geometrico” (Firenze); “Relazione delle
operazioni fatte circa il padule di Fucecchio” (Lucca, Venturini); “Trattato
delle resistenze” (Firenze, Tartini); “Compendio delle Sezioni coniche
d'Apollonio con aggiunta di nuove proprietà delle medesime sezioni” (Firenze, Tartini);
“Instituzioni Meccaniche” (Firenze, Tartini); “Istituzioni di aritmetica
pratica” (Firenze, Tartini); “Sectionum conicarum synopsis” (Firenze, Giovannelli);
“Idraulici italiani."Rodonea" deriva dal greco Ροδή, rosa. La curva
rodonea è anche chiamata "rosa di Grandi" in suo onore. G. Ortes,
Vita del abate camaldolese, matematico dello Studio Pisano, Venezia, Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Rodonea Sofisma algebrico Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. Carteggi del padre camaldolese matematico. Francesco
Lodovico Grandi – Grice: “I like Grandi: I have two ways to deal with ‘mean’:
‘no sneaky intention allowed, including this – (o) all intentions are open
ones, including this one – self-reference; or ‘optimal infinite’ potential
infinite/actual infinite – titular versus de facto. In any case, both are
better than pseudo-Schiffer!” Grice: “While I say, “Schiffer and others,” it
should be pointed out that the first to show this was, of all people, my tutee
Strawson – Stampe and Patton came close! (I love them guys! Patton is a
gentleman, and Stampe, too! Both
brilliant philosophical gentlemen, too!” -- In geometria è detta rodonea
la curva algebrica o trascendente il cui grafico è caratterizzato da una serie
di avvolgimenti attorno ad un punto centrale. Nei casi più noti tali
avvolgimenti producono figure a forma di rosone, da cui deriva alla curva il
nome rodonea (dal greco rhódon, ròsa). La curva rodonea è chiamata anche rosa
di G. da G., il matematico che la battezzò e studia. Rodonee
ottenute per valori diversi del parametro {\displaystyle \omega ={\frac
{n}{d}}} Tartapelago rosa Grandi 04.gif Vari modi per la costruzione di
Rose di Grandi. Animazioni realizzate in MSWLogo[1] La rodonea si può
considerare un caso particolare di ipocicloide. Equazione della
curvaL'equazione delle rodonea in coordinate polari {\displaystyle (\rho,\theta
)}è: {\displaystyle \rho =R\sin \omega \theta }, dove R è un numero reale
positivo che rappresenta la massima distanza della curva dal centro degli
avvolgimenti, e \omega è un numero reale positivo che determina la forma
della curva. È possibile anche scrivere la rodonea come {\displaystyle \rho
=R\cos \omega \theta }, che produce una figura analoga, ma ruotata di un angolo
pari a {\displaystyle {\frac {\pi }{2\omega }}}radianti. Proprietà Se
\omega è un numero intero, la curva ha un numero finito di avvolgimenti,
tutti passanti per l'origine degli assi, che generano una serie di
"petali" componenti la figura a forma di rosone; il numero dei petali
è pari a: \omega, se \omega è dispari; {\displaystyle 2\omega }, se
\omega è pari. Osserviamo che non è possibile ottenere rose con un numero
di petali pari a {\displaystyle 4n+2}. Per {\displaystyle \omega =1} si ottiene
un unico petalo, ovvero una circonferenza non centrata nell'origine.
L'area della superficie racchiusa dalla curva è pari a {\displaystyle {\frac
{\pi R^{2}}{2}}} per k pari, a {\displaystyle {\frac {\pi R^{2}}{4}}} per k
dispari. Se \omega è un numero razionale {\displaystyle {\frac
{n}{d}}}, la curva ha un numero finito di avvolgimenti, che si intersecano in
più punti creando una serie di petali parzialmente sovrapposti; nella figura a
fianco sono visualizzate le rodonee ottenute per alcuni valori di n e d. Come
caso particolare, per {\displaystyle \omega ={\frac {1}{2}}}, si ottiene il
folium di Dürer. In entrambi i casi precedenti, la curva ottenuta è
algebrica; se invece \omega è un numero irrazionale, la curva è
trascendente ed ha un numero infinito di avvolgimenti che non si chiudono e
formano un insieme denso, passando arbitrariamente vicino a ogni punto del
cerchio di raggio R. Pietrocola, Curve storiche, Rose di G., su Tartapelago,
Maecla, Rhodonea Curves, in The MacTutor History of Mathematics archive, School
of Mathematics and Statistics, University of St Andrews, Scotland. Voci
correlate Ipocicloide Figura di Lissajous Sistema di coordinate polari sistema
di coordinate bidimensionale Atomo di idrogeno atomo dell'elemento
idrogeno Metodo simbolico Il progressus in infinitum (in
italiano progresso all’infinito o regressus in infinitum regresso all'infinito,
è un'espressione della filosofia scolastica che indica un modo di argomentare
logicamente, quando, per spiegare qualcosa, si ricorre a un termine, il quale
però rende necessario il rinvio a un nuovo termine, e questo a un ulteriore
termine; e cosi via senza che si possa mai giungere a un punto di spiegazione
ultimo e definitivo. Questo procedimento logico, usato largamente da Aristotele
e dagli scettici, vuole quindi dimostrare l'insufficienza di un'argomentazione.
La differenza tra le due espressioni consiste nel ricercare la causa prima (ad
esempio: causalità ideale platonica) o spiegazione definitiva di una cosa (ad
esempio: causalità naturale aristotelica) procedendo logicamente in avanti
progressus o all'indietro regressus. Un esempio di un procedimento logico
basato sul regressus in infinitum si ritrova nell'"Argomento del terzo
uomo" di Aristotele. Kant nella settima sezione della sua Critica
della Ragion Pura chiama progressus in indefinitum questo infinito per
addizione che non ammette nessuna limitazione se non quella provvisoria che gli
può essere assegnata ad ogni suo passo, prima di procedere al passo successivo.
Si tratta di un infinito irraggiungibile, non potendosi contare effettivamente
infiniti numeri naturali. Per questo motivo Aristotele nel LIZIO afferma
che il numero è infinito in potenza, ma non in atto. come appare chiaro se si
rappresentano i numeri naturali con una serie di punti equidistanti, che si
susseguono senza fine lungo la retta in una successione infinita discreta nel
senso che tra due elementi consecutivi c'è uno spazio vuoto, da intendersi come
assenza di elementi. Si parla anche di un'infinità numerabile, giacché di
questi infiniti elementi è possibile dire qual è il primo, il secondo, il
terzo, e così via. L’infinito potenziale è perciò un infinito ottenuto
per divisione; «la caratteristica di tale infinito, che Kant chiama regressus
in infinitum, è che esso è interamente contenuto in una totalità limitata:
dividendo all’infinito un segmento in parti sempre più piccole, risulta
evidente che tutti gli elementi della divisione sono in realtà già assegnati e
presenti, prima ancora che la stessa divisione abbia inizio; appartenendo ad
una forma limitata essi non possono sfuggire e non possono che essere ritrovati
durante un processo all’infinito che inevitabilmente li raggiunge tutti.
La differenza tra progressus in infinitum e regressus in infinitum
secondo Kant sta proprio in questo: nel primo caso gl’elementi vanno cercati al
di fuori della totalità parziale, sempre finita, che non si cessa mai di
ottenere; nel secondo essi vanno trovati in un tutto preesistente. Note Dizionario
internazionale Enciclopedia Treccani alla voce "Regressus in infinitum Bocconi
- Aristotele e l'infinito Mathesis Portale Filosofia: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di Filosofia. Nome compiuto: Luigi Guido Grandi. Grandi.
Keywords: infinite implicature – Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Grandi:
implicatura infinita” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grassi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- d’Ovidio a Vico: la
metafora inaudita e il concetto di stato in Machiavelli – filosofia fascista – la
scuola di Milano -- filosofia lombarda – filosofia milanese – scuola di Milano
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice said: “Heidegger is the greatest
living philosopher” – and he was! At Oxford, they laughed at him. But like no
other philosopher, Heidegger knew how to conjugate ‘sein’ in German. G. tried
with ‘essere’ in Italian – and failed miserably! Only joking! G. was a genius! Keywords: Heidegger, Grice. Filosofo
italiano. Filosofo Lombardo. Filosofo milanese. Milano, Lombardia. Grice: “I like Grassi. He
philosophised, like I did, on the metaphysics of Plato.” Grice: “Grassi has the
gift of the gab: ‘metafora inaudita,’ ‘potenza dell’imagine,’ –“ Grice: “Grassi
has mainly explored Heidegger.” – Grice: “I like Grassi’s general use of
‘imago’ to re-approach rhetoric!” -- Si laurea a Milano sotto Martinetti.
Opere: “Metafisica platonica” (Laterza, Bari) – cf. A. D. Code on H. P. Grice
on the axioms of metaphysical Platonism --. “Apparire ed essere” (Nuova Italia, Firenze). “Il
bello e l’antico” (Paravia, Torino).“Heidegger e umano – Mann in Heidegger”
(Guida, Napoli). “La preminenza della metafora” (Mucchi, Modena). “La filosofia
dell'umanesimo. Un problema epocale” (Tempi, Napoli). “La follia -- Umanesimo e
retorica” (Mucchi, Modena) “Potenza dell'immagine -- ivalutazione della
retorica” (Guerini, Milano) “La metafora inaudita, -- cf. la lingua inaudita --
Massimo Marassi, Aestetica, Palermo “Potenza della fantasia” Guida, Napoli Filosofare
noetico non metafisico (Congedo, Galatina); “Vico e l'umanesimo” Guerini, Milano
Il dramma della metafora. Ovidio, Massimo Marassi, Tipografica, Roma,“Arte e
mito”La Città del Sole, Napoli, “Retorica come filosofia. La tradizione
umanistica”, Massimo Marassi, La Città del Sole, Napoli; “Tra antropologia,
logica e ontologia”; “l'incidenza di Vico nell'antropologia di G.”; “Platone
nell’onto-antropo-logia di G. Dizionario Biografico degli Italiani. “La risposta (Antwort) del pensiero è l’origine della
parola (Wort) umana”, M. Heidegger, Poscritto a Che cos’è metafisica?“L’espressione
metaforica è in sé e per sé una risposta all’appello dell’Essere che si impone
qui ed ora, e con il suo carattere immaginifico raggiunge la struttura patetica
dell’esistenza”, G., La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocaleAccostandoci ai lavori di Ernesto G. possiamo avere, non senza qualche
fondamento, l’impressione di trovarci di fronte ad un grande erudito la cui
ricchezza e minuziosità di esposizione non rende sempre agevole
l’attraversamento di tutte le tappe culturali, oltreché concettuali, toccate. Uno
dei motivi di quello stile G.ano, che si snoda tra meditazione e saggio, come
testimoniano gli ibridi stilistici contenuti in molti suoi contributi, da Assenza
di Mondo a Arte e Mito e Viaggiare ed Errare, può essere rintracciato nella
volontà di portare alla luce le diverse zone dell’umano senza tralasciarne
alcuna. Il movimento d’anabasi e catabasi, dalla superficie al fondale, dal
suolo al sottosuolo, ci restituisce la complessità dei fenomeni culturali che
riguardano l’uomo nella sua interezza e non solo una sua parte più o meno
preponderante. Nella nostra analisi del pensiero di G. abbiamo seguito come
filo conduttore il tema dell’onto-antropo-logia che ci appare come una chiave
di lettura adeguata per comprendere la sua proposta umanistica-retorica e
l’idea di ganzer Mensch che la sottende. La nostra scelta interpretativa non
avrà come scopo una ricostruzione storiografica delle diverse tappe del
pensiero e della vita. La RISPOSTA (ANT-WORT) del pensiero è l’origine
della PAROLA (WORT) umana, M. Heidegger, Poscritto a Che cos’è metafisica?
L’espressione metaforica è in sé e per sé una risposta all’appello dell’Essere
che si impone qui ed ora, e con il suo carattere immaginifico raggiunge la
struttura patetica dell’esistenza, G., La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale Accostandoci ai lavori di G. possiamo avere, non senza qualche
fondamento, l’impressione di trovarci di fronte ad un grande erudito la cui
ricchezza e minuziosità di esposizione non rende sempre agevole
l’attraversamento di tutte le tappe culturali, oltreché concettuali, toccate. Uno
dei motivi di quello stile G.ano, che si snoda tra meditazione e saggio, come
testimoniano gli ibridi stilistici contenuti in molti suoi contributi, da
Assenza di Mondo a Arte e Mito e Viaggiare ed Errare, può essere rintracciato
nella volontà di portare alla luce le diverse zone dell’umano senza
tralasciarne alcuna. Il movimento d’anabasi e catabasi, dalla superficie al
fondale, dal suolo al sottosuolo, ci restituisce la complessità dei fenomeni
culturali che riguardano l’uomo nella sua interezza e non solo una sua parte
più o meno preponderante. Nella nostra analisi del pensiero di G. abbiamo
seguito come filo conduttore il tema dell’onto-antropo-logia che ci appare come
una chiave di lettura adeguata per comprendere la sua proposta
umanistica-retorica e l’idea di ganzer Mensch che la sottende. La nostra scelta
interpretativa non avrà come scopo una ricostruzione storiografica delle
diverse tappe del pensiero e della vita dell’autore su cui autorevoli
interpreti si sono diffusamente espressi1. Il coacervo di autori, prospettive e
tematiche, pone in luce i numerosi ambiti toccati dal filosofo: , R. Messori,
Le forme dell’apparire. Estetica, ermeneutica e umanesimo nel pensiero di G.,
Palermo, Centro Internazionale di studi di estetica, Civati, Un dialogo
sull’umanesimo. Gadamer e G., l’Eubage, Aosta; Kozljanic, G.. Leben und Denken,
München, Fink; W. Büttmeyer, Rettifiche. Laurea, libera docenza e Studia
Humanitatis di G., in Giornale critico della filosofia italiana, G.. Humanismus
zwischen Faschismus und Nationalsozialismus, München, Alber; J. Sànchez
Espillaque, G. y la filosofìa del humanismo, Sevilla, Biblioteca Viquiana-
Fenix Editora; S. Limongelli, Il problema dell’umano nella filosofia di G.,
Vaprio d’Adda, GDS, La svolta metaforica dell’ontologia fondamentale, Vaprio
d’Adda, GDS, Marassi, Introduzione a G., I primi scritti, La città del Sole,
Napoli] mitico/metaforologico, antropologico, filosofico, storia delle idee e
storia della cultura. In questo contesto teorico emerge la centralità del
concetto di Lichtung, il quale consente di comprendere la direzione
metaforologica del pensiero G.ano che nei saggi giovanili si era concentrato
maggiormente su una tematizzazione dell’ontologia fenomenologica. Si tratta di
una Lichtung di evidente sapore heideggeriano che allarga il suo raggio di
incidenza sulla cultura e sulla società trasformandosi nelle vichiane luci
della Scienza Nuova. La nostra attenzione si concentrerà sui temi che
accompagnano l’iter G.ano dall’ontologia alla metaforologia. In questo percorso
ovviamente alcuni temi o spunti resteranno sullo sfondo – come l’agire delle
condizioni storico-politiche (magistralmente ricostruite da Büttemeyer) – e si
privilegeranno quegli autori e quei temi che più ci appaiono attinenti con
l’argomento G.ano che vogliamo mettere in risalto. Dal nostro punto di vista la
prospettiva G.ana va interpretata come il tentativo di approntare una nuova
filosofia, nell’epoca in cui se ne è decretata la morte, che sia innanzitutto
esperienza del mondo e non solamente conoscenza. O meglio: di conoscenza pur
sempre si tratta, il punto di riferimento è pur sempre la ragione, ma una
ragione non classica: una ragione fantastica. La svolta G.ana è verso la
fantasia e la metafora2, da una teoria del concetto a una teoria
dell’inconcettualità per usare una ben nota espressione blumenberghiana. Il
filosofo italo-tedesco accoglie in tutta la sua problematicità l’eredità di
quel discorso posto a partire dal Settecento in modo sistematico all’interrogazione
filosofica: il conflitto tra ragione e sentimento che agita le pagine degli
empiristi, dei poeti, della critica kantiana fino alla tematizzazione
husserliana. La questione è ancora una volta quella di riattivare un rapporto
uomo-mondo non intrappolato nella rete di una soggettività cogitativa o di
un’oggettività alla quale adeguarci, attingendo a un mondo pre-categoriale in
cui gli orizzonti della sensibilità e della razionalità, dell’immediatezza
dell’atto e della riflessione che lo struttura si intersecano. Sulla svolta
metaforica dell’ontologia fondamentale di G. , S. Limongelli, La svolta
metaforica dell’ontologia fondamentale In questo orizzonte di ricerca dobbiamo
compiere atti continui di demitizzazione: una delle mitologie da sfatare per il
filosofo è quella della ratio e dell’atto dell’io penso di Cartesio, padre del
pensiero moderno. Ma tale operazione decostruttiva, tale filosofia col
martello, per usare una ben nota metafora nietzscheana, non si risolve in una
mitizzazione, di segno opposto, della crisi della ragione, del tramonto della
civiltà in cui cultura e civilizzazione si sono definitivamente separate, con
la conseguenza di una dilagante inautenticità dell’esperienza. Non ritroviamo
mai in G. una rassegnazione al declino dell’Occidente, un compiacimento quasi
edonistico della dissoluzione delle categorie, ma sempre una ricerca costante
di un Altro inizio del pensiero. Un inizio che è strettamente correlato alla
potenza delle immagini. Il significato attribuito all’immagine, alla forma,
all’eidos3, esemplarmente condensato nell’aneddoto di Poliziano sulle streghe
nelle selve, raccontato agli studenti in apertura del corso sull’Organon
aristotelico4 e ricordato da G. in Potenza dell’immagine, va contestualizzato
all’interno della questione più generale del rapporto tra filosofia e retorica,
tra linguaggio dimostrativo e indicativo già avvertito in maniera problematica
dalla riflessione sofistica gorgiana e di conseguenza platonica. E procedendo a
ritroso, i termini della questione ci conducono sulla strada di un’esatta
definizione della teoria della visione a cui l’eidos rimanda per sua stessa
definizione: se infatti la forma dimostrativa, come pure quella indicativa, del
discorso hanno le loro radici nella teoria, nella vista, si deve allora
riconoscere che il vedere, la visione, oltrepassa l’ambito del linguaggio e che
l’immagine, l’eidos, giunge in primo piano. Dobbiamo dunque affermare tanto
l’inadeguatezza del linguaggio razionale quanto di quello indicativo, dato che
essi si basano sul vedere quale atto più originario dello stesso linguaggio.
L’immagine si riferisce non solo all’oggetto di cui essa è immagine ma anche al
senso che diviene rappresentazione, una forza di sintesi con caratterizzazioni
qualitative proprie. Husserl ha parlato non G. usa il termine immagine nella
sua identità con l’eidos come forma, schema e tipo. G., Potenza dell’immagine. Rivalutazione della
retorica, Guerini, Milano a caso di sintesi passiva come genesi del simbolico,
lezione che G. accoglie nel suo tentativo di ricostruire un intero, una realtà
dotata di sensi molteplici e stratificati, senza il sacrificio di alcuna
dimensione dell’esperienza. La concettualizzazione messa a punto da G. dei
grandi temi della filosofia, dell’arte e della letteratura, mostra l’attenzione
verso le dimensioni del mondo storico, delle passioni dell’uomo, delle
tradizioni drammatiche, teatrali e metaforiche dell’Occidente. La luce gettata
su questi campi di esperienza spesso è offuscata dal tono della polemica e
della rivendicazione degli ideali del passato, che spiegano anche l’andamento
della pagina G.ana: si tratta di uno stile sempre mosso da un’inquietudine
esistenziale, che si traduce in un’espressione non sempre pacata e in un
linguaggio lineare, ma in una parola che ora è invettiva, ora icastico assioma.
Il linguaggio non raggiunge mai la trasparenza della deduzione sillogistica o
della spiegazione logica, configurandosi piuttosto come un linguaggio
assiomatico e arcaico, che forse trova una spiegazione nella critica G.ana al
deduttivismo logico e ad un sapere schiavo della mathesis universalis. Il
discorso non può prendere che una piega allusiva e indicativa, propria di un
altro modo di relazionarsi alla realtà. G. in qualità di cultore attento delle
scienze umane, mostra quella partecipazione esistenziale ed emotiva ai temi
cruciali per l’esistenza dell’uomo tipica di coloro che esperiscono la
filosofia come bios pratico e teorico, e solo secondariamente come gnoseologia
e epistemologia. Dalla sua prospettiva la ricerca logico-deduttiva urta
definitivamente contro l’indimostrabilità dei principi, tema, questo, che
ricorre in gran parte dei suoi saggi. Ma, allora, qual è la via di accesso a
ciò che ci sovrasta e ci governa? Come esperire l’archè originaria? Non
attraverso la ratio si accederà ai principi, ma attraverso il pathos: un sapere
arcaico, un theorein che non si limita ad usare i principi, ma a rifletterci
sopra nel modo giusto. L’essere si rivela attraverso un vedere che è patire
poiché la passione svela la realtà del nulla che chiama a decidere, a violare
il silenzio dell’abisso svelando il senso segreto che in esso ci parla 6 S.
Limongelli, La svolta metaforica dell’ontologia fondamentale A una pars
destruens, a cui è dedicato parte del pensiero del filosofo, si accompagna
anche una pars construens, che si concretizza nell’ipotesi metodologica ed
epistemologica del sapere arcaico – che coinvolge tutta la riflessione riguardo
il mito, il pensiero topico, la metaforologia, l’ingenium e la phantasia.
L’apogeo della critica alla deriva razionalistica del pensiero si colloca
nell’individuazione della intima correlazione delle nozioni aristoteliche di
pistis e di episteme. Il filosofo afferma in Significare Arcaico che la pistis,
intesa come fondamento dell’inspiegabile, perché fondamento di ogni
spiegazione, è propria del mondo originario e, come tale, solo il mondo della
fede è fecondo7. Per pistis G. intende non un’opinione o una forma di
persuasione ma il modo di realizzarsi in noi dell’originario che comanda. La
pistis diviene il fondamento della retorica originaria che ha carattere
ingegnoso e arcaico. Il collegamento istituito tra nous/ingenium e archè mette
in luce la stessa matrice originaria dell’episteme: l’urgenza, l’impellenza e
l’appello dell’essere si svelano attraverso segni indicativi colti attraverso
la passione. Secondo G. ogni discorso dimostrativo razionale si radica nel
discorso arcaico puramente semantico, il quale scaturisce nella sua
immediatezza nell’ambito del nous, dell’ingenium, della facoltà che realizza la
visione dei segni originari che presiedono al mondo umano9. Quella che G.
definisce come noetica è la forma originaria della filosofia e si configura
come a priori trascendentale di ogni dimensione deduttiva e storica. Il
fondamento del reale, del mondo storico e del mondo umano, è quell’abissale
fondamento di ogni fondamento, che, sulla scia heideggeriana, il pensatore
individua sia in Il dramma della metafora, quando la riflessione si concentra
sull’abissale nous passionale, sia in Das Reale als Leidenschaft. L’aspra
critica al deduttivismo, al riduzionismo logico del pensiero, e alla
matematizzazione di ogni discorso, non compromettono tuttavia lo spessore
speculativo della proposta di G. che resta
7 G., Significare arcaico, in Archivio di filosofia, Roma filosofica
proprio nell’insistenza della ricerca sul perché, su una, per quanto miope,
visione dell’origine, su un primum esperibile attraverso segni, indicazioni. La
sua prospettiva, che abbiamo scelto di definire onto-antropo-logica, può essere
annoverata all’interno del più ampio dibattito che anima la filosofia del ‘900:
quello che vede incrociarsi i temi dell’antropologia filosofica con quelli
della riflessione sulla retorica. Sullo sfondo agisce il paradigma
dell’incompletezza: l’uomo come animale carente. Il filosofo, sensibile alla
riflessione dei biologi teoretici e degli antropologi a lui coevi, è convinto
che l’uomo sia di fronte ad un paradosso: è caratterizzato dal punto di vista
morfologico, dal punto di vista della sua dotazione organica, da primitivismi,
inadattamenti e non specializzazioni, a cui fa da contraltare un’apertura al
mondo che non lo vincola, come nel caso degli animali, ad un ambiente preciso;
da qui il suo disorientamento e condizione di estraneità. Per il pensatore la
differenza essenziale tra vita animale e umana sta nella razionalità di quest’ultima
che (contrariamente a quanto siamo soliti credere) in un primo tempo non
segnala una superiorità, bensì una certa inferiorità dell’uomo di fronte
all’animale10. Tale inferiorità – il paradigma della carenza – appare in tutta
la sua evidenza se si tiene in considerazione che nell’animale la regia dei
sensi11 restituisce il significato immediato dei fenomeni. Il disancoraggio
umano da un ambiente dai contorni definiti e fissi rende l’umo compito a se
medesimo, lo sottopone ad un onere che si concretizza nella riconversione di
una condizione deficitaria in una progettazione di possibilità di conservazione
della vita. Nascono la techne, che ordina i fenomeni in funzione a fini da
realizzare12, e l’episteme, che delimita i fenomeni in funzione a principi, a ragioni13.
La prassi, l’azione, l’energheia e l’ergon, come compensazione alla struttura
morfologica deficitaria, si configura come trasformazione della natura in mondo
culturale, come umanizzazione dell’ambiente che solo così diviene mondo. In
tale processo antropogenetico per G. la retorica occupa un posto tutto
particolare. La retorica diviene la faticosa produzione di quelle concordanze
che subentrano al posto dei codici mancanti. Essa ha un doppio ruolo: quello di
mostrare come la pistis sia al centro dell’agire umano e di porre in luce come
l’uomo sia contraddistinto da una carenza originaria che per una sorta di
eterogenesi dei fini si rivela essere all’origine di quel meccanismo
antropogenetico che è la fondazione della comunità umana. All’interno di questa
prospettiva la riflessione retorica diviene teoria dei SEGNI (SEMATA), SEMIOTICA,
e teoria del senso, SEMANTICA arcaica, ben lontana dalla semiotica formale. Una
teoria del SEGNO e del senso per il filosofo dove essere in grado di elevarsi
al livello di filosofia in quanto dottrina del SEGNO sulla base dei quali si
manifesta il lavoro specificamente umano, ergon anthropinon. La questione
linguistica si intreccia con quella antropologica dell’origine del mondo umano
come reazione all’agorafobia primordiale della Lichtung, la SEMIOSFERA da cui
si dipartono mondi possibili dell’umano. Su questo sfondo teorico denso e
complesso nella sua ricchezza tematica si staglia la questione della
rivalutazione dell’umanesimo, connessa alla tematizzazione della co-originarietà
di logos e pathos (dove il trascendentale dell’esperienza è il sostrato patico
che va a fondare la stessa vita cogitativa), e alla critica del moderno.
L’interpretazione G.ana dell’umanesimo è lontana dai presupposti teorici e
metodologici a lui coevi che privilegiavano il contributo ficiniano nel
superamento del pensiero immaginifico e retorico: lo scopo di G. è quello di
mostrare come l’attività filosofica non corrisponda sic et simpliciter con
l’attività razionale e concettuale ma comprenda anche l’attività della fantasia
e della parola figurata. Oltre alle posizioni di Spaventa e GENTILE ad essere
messa in discussione è anche la via epistemologica cassireriana15. Si tratta di
spostare i termini della questione sul versante ontologico- Retorica come
filosofia. La tradizione umanistica, La città del Sole, Napoli; La filosofia
dell’umanesimo. Un problema epocale, Tempi Moderni, Napoli ermeneutico che si
concreta nella retrodatazione dell’inizio del moderno all’Umanesimo e al
Rinascimento – contro la tesi che individua in Cartesio l’inizio della
modernità – in cui emerge la questione della connessione tra soggetto e oggetto
nell’espressione linguistica. A partire dalla messa in discussione del
pregiudizio heideggeriano nei confronti dell’umanesimo, sia esso considerato
come epoca storica ben determinata o piuttosto come Weltanschauung inautentica,
G. porta avanti la direzione della Humanistische Bibliotek per l’editore Fink
contribuendo alla pubblicazione di cinquanta volumi a tema umanistico, come le
opere di Petrarca, Salutati, Valla, Pico. La questione dell’Umanesimo non è
ristretta nei confini della paideia che ha a cuore la rivalutazione della
dignità dell’uomo ma ha una vocazione metafisica e ontologica in quanto aperta
al problema dello svelamento. Come è stato messo in luce dagli interpreti
l’attenzione è spostata verso l’Umanesimo problematico anziché verso quello
sistematico, verso la ricchezza del possibile e non verso l’unilateralità del
vero16. Gli autori prediletti da G. mostrano tutti una critica verso gli schemi
astratti ed aprioristici e un’apertura verso la giurisprudenza, la retorica, la
religione dei miti e la politica. La dimensione retorica va considerata secondo
il filosofo non come elocutio ma come inventio: non si tratta di un ornamento
edonistico del discorso, o di una celebrazione epidittica, ma di una vis
creatrice che attinge al polimorfismo del reale: la Weltanschauung umanistica
tutt’altro che tranquilla, trascura l’ontologia a vantaggio della metamorfosi,
che opportunamente si salda in G. alla centralità della metafora, stabilendo
con la topica una tassonomia mobile e con l’ingegno legami dal mandato sempre
provvisorio17. Il magistero degli umanisti e di Vico, quale ultimo interprete
degli ideali di storicità, della funzione conoscitiva ma anche esistenziale
della fantasia, dell’ingegno e della metafora, consente a G. di porre
l’attenzione al momento genetico, aurorale del pensiero, più che alla sua fase
declinante, al suo tramonto. Vichianamente attento alla natura delle cose, che
altro non è che , A. Battistini, Vico e l’umanesimo inquieto di G.,385-404, in
Studi in memoria di G., La Città del Sole, Napoli] nascimento in certi tempi e
in certe guise (Scienza Nuova, Degnità), G. rifugge dagli ideali cartesiani di
chiarezza e distinzione optando per l’opacità dei tropi. In Vico e L’umanesimo
il dualismo di pathos e ragione si concretizza nella dicotomia tra Cartesio e
Vico che divengono le due allegorie del danno e del rimedio per la filosofia
autentica. Cartesio compare quale bersaglio polemico di un discoro che vuole
scardinare l’impostazione razionalista del pensiero. Riconosciamo in questa
impostazione l’agire delle categorie interpretative del maestro degli anni
mitici, Heidegger, il quale sottopone l’autore delle Meditazioni all’affilata
mannaia della distruzione ontologica, valutando l’operazione metodica di
separazione tra io e mondo18, tra res cogitans e res extensa un’assurdità. Se
si postula una separazione non ci sarà alcuna possibilità di ricomposizione
della frattura come è possibile leggere in Essere e Tempo ai paragrafi 19-21.
Secondo Heidegger, a partire da Cartesio19avviene nella metafisica un importante
passaggio, quello dalla domanda che chiede che cosa sia l’ente, a quello della
domanda che si pone il problema del fondamento che rende possibile la
comprensione dell’ente. A tale fondamento poi si riconduce – ad esempio, nelle
suggestive pagine di Il nichilismo europeo – lo sviluppo della tecnica come
estrema propaggine del pensare metafisico, come essenza stessa della metafisica
che è nichilismo. Nella tesi cartesiana ego cogito, ergo sum, infatti,
Heidegger vede espresso un primato dell’io umano ed una nuova posizione
dell’uomo21, poiché l’uomo diventa subiectum22, il fondamento e la misura di
ogni Sull’interpretazione heideggeriana dell’ontologia cartesiana del
mondo M. Heidegger, Essere e Tempo,
Longanesi, Milano, §§ 19-21. 19 Sull’interpretazione heideggeriana del pensiero
di Cartesio , J. F. Courtine, Les meditations cartèsiennes de Martin Heidegger,
Les ètudes philosophiques È fin troppo nota la tesi cartesiana espressa a mo’
di slogan nel Discorso sul metodo (CARTESIO, Discorso sul metodo, Paravia,
Torino 1990,72). Tale espressione indica la scoperta del soggetto, scoperta che
nonostante l’ergo non ha la caratteristica di un ragionamento discorsivo, bensì
quella di una certezza intuitiva. Il cogito è infatti innanzitutto una
esperienza incontrovertibile, poiché indubitabile e inaggirabile, e poi il
principio più importante della filosofia, come è possibile leggere in I
principi della filosofia Per un approfondimento circa la questione del
cogito G. Mori, Cartesio, Carocci, Roma;
Heidegger, Il nichilismo europeo, Adelphi, Milano,158. 22,168. !
12! certezza e verità. La tradizionale domanda guida della metafisica –
che cos’è l’ente – si trasforma all’inizio della metafisica moderna nella
domanda del metodo, della via per la quale,
è cercato qualcosa di assolutamente certo e sicuro23. Tale metodo è il
cogito e le sue strutture. G. fa sua l’impostazione heideggeriana e afferma che
occorre abbandonare l’ipotesi di un inizio cartesiano del pensiero moderno
poiché il vero inizio è quello che include il pathos all’interno del logos.
Egli sostiene che all’inizio della filosofia moderna Descartes escluse
scientemente la retorica – e le altre materie proprie dell’educazione
umanistica – dalla filosofia come pura ricerca della verità24. Il dualismo di
dimensione patica e dimensione razionale ha come conseguenza sul piano teorico
una contrapposizione tra il piano individuale, storico e temporale della
retorica e il piano generale, astorico, e svincolato dall’hic et nunc. Il
problema della connessione di pathos e logos, di filosofia critica e topica, è
posto per la prima volta secondo il pensatore in modo teoricamente articolato
nella filosofia vichiana soprattutto nel testo De ratione studiorum del quale G.
ricostruisce in Vico e l’umanesimo minuziosamente le tappe della critica del
napoletano al razionalismo cartesiano: la pretesa di partire da un primo vero
attraverso il dubbio metodico; esclusione delle verità seconde; esclusione del
verisimile25. Se il primo vero riguarda l’essere e la catena deduttiva della
dottrina della scienza atta a conoscerlo, le verità seconde pertengono
all’ambito delle necessitates umane che spingono l’uomo a ricercare quei mezzi
per sopravvivere essenzialmente tecnico-poietici. Il metodo critico di
impostazione cartesiana trascura in questo modo la sfera retorica,
immaginativa, fantastica, ma anche politica, della vita umana, ridotta al suo
puro aspetto cogitativo. Sebbene il rapporto di Vico con il cartesianesimo si
presenti come un problema storiografico e filosofico complesso26 si può
senz’altro convenire con G. sull’opposizione vichiana alla critica,169. 24 G.,
Vico e l’Umanesimo, Guerini, Milano; Badaloni, Introduzione a G. B. Vico,
Feltrinelli, Milano cartesiana nel contesto della rivendicazione della priorità
della topica: giacchè, come l’invenzione degli argomenti precede per natura la
valutazione della loro veridicità, così la dottrina topica dev’essere preposta
a quella critica Non è la deduzione che precede l’inventio, ma al contrario
ogni catena di ragionamento è possibile unicamente sulla base di un
ritrovamento di luoghi28. Si tratta dell’arte topica che si chiarisce così come
una dottrina dell’invenzione 29 di cui Cicerone e Quintiliano ci hanno parlato
e su cui già Aristotele si pronuncia in Topica in cui a quest’arte è
riconosciuta la capacità di individuare a quanti e quali oggetti si rivolgono i
discorsi, da quali elementi derivano, e come sia possibile avere tali discorsi
facilmente a disposizione 30. La questione è ancora una volta quella di tenersi
lontani da una visione unilaterale della realtà tenendo conto delle
innumerevoli forme dell’apparire del reale, da interpretare in tutta la sua
ricchezza. La ricerca del vero particolare, circostanziale, storicamente
determinato ci spinge a concordare con Bons riguardo alla centralità dell’idea
di agire situativo31, sullo sfondo del quale si comprende la proposta retorica G.ana.
Si tratta di un agire situativo che alla formula cogito ergo sum sostituisce la
formula coactus sum ergo ago32: non penso, dunque sono , ma sono costretto, G.
B. Vico, Sul metodo degli studi del nostro tempo, a cura di A. Suggi,
Postfazione di M. Sanna, ETS, Pisa Sulla figura di Vico in G. G. Cantillo, Ratio e inventio
nell’interpretazione dell’umanesimo,371-378, in AA. VV., Studi in memoria di G.,
A. Verri, G.: Linguaggio e civiltà in Vico,405- 423;, S. Roic, Vico, G. e la
metafora,425-435; A. Battistini, Vico e l’umanesimo inquieto di G., cit.;, A.
Pons, Vico e la tradizione dell’umanesimo retorico nell’interpretazione di G.,437-446;,
L. Amoroso, Vico, Heidegger e la metafisica, Vincenzo, La ripresa G.ana di
Vico, l’unità di pietà e sapienza,471-491. , sull’incidenza
dell’interpretazione G.ana di Vico nel panorama degli studi vichiani
contemporanei G. Cacciatore, In dialogo con Vico, Edizioni di Storia e
letteratura, Roma 2015, soprattutto38 nota 5; Verità e filologia. Prolegomeni
ad una teoria critico-storicistica del neoumanesimo, in Noema , n. 2, 2011,
pp.1-15, riviste.unimi.it/index.php/noema; J. M. Sevilla, Prolegòmenos para una
crìtica de la razòn problemàtica. Motivos in Vico y Ortega, soprattutto il III
capitolo, Retòrica como filosofìa. Vico, Heidegger, G. y el problema del
humanismo retòrico G., Vico e l’umanesimo, 34. 30 Aristotele, Topica, 101 b 3.
31 E. Bons, Il pensiero di G.. Una breve sintesi,75-98, in AA. VV., Studi in
memoria di Ernesto G., 81.Wisser, Ricordo di G.. Arte e mondo,159-191, in AA.
VV., Studi in memoria di G. quindi agisco . Proprio la ricchezza del reale
viene salvaguardata in un pensiero topico, ingegnoso capace di apprendere
maggiormente rispetto al pensiero critico tutto confinato all’interno della
catena delle deduzioni. Il nucleo teorico fondamentale è quello di saper
ritrovare le archai, le premesse indeducibili razionalmente, ma a partire dalle
quali soltanto è possibile dare inizio ad una catena di ragionamento esatto. Si
comprende allora l’accostamento ai temi metaforologici che per il filosofo sono
la base del discorso retorico e filosofico. La metafora è il luogo, lo
spazio-di-tempo- in cui si dà la manifestatività dell’essere e il suo appello.
Poiché l’essere è un Altro di cui l’ente nel suo significato è trasposizione la
parola metaforica sarà l’unica in grado di accogliere l’appello dell’essere34.
Al filosofo non interessa dunque il meccanismo strettamente semiotico di
singole espressioni metaforiche, ma ciò che questo trasferimento nasconde, ciò
a cui supplisce. Su questo sfondo si può comprendere la declinazione
antropologica della retorica in base alla quale quest’ultima si costituisce
come pensiero che è aperto alla chiamata della concreta situazione di vita 35
in cui la metafora riveste un ruolo particolare. Essa si configura come un
fenomeno cognitivo, un medium attraverso cui il pensiero non solo si articola,
ma su cui si fonda. Seguendo le tappe fondamentali della sua ricerca teoretica
riscontriamo che l’elemento riflessivo – sia esso orientato verso l’attualismo,
sia esso ispirato dalla metafisica immanente di Heidegger, sia, infine, caratterizzato
dalla propria originale prospettiva del filosofare noetico non metafisico – è
tutto spostato verso la pratica filosofica nel suo farsi e compiersi e non
verso un astratto razionalismo. Accompagnandosi costantemente ad una filosofia
attenta alla correlazione uomo-essere, mai chiusa in una dimensione
esclusivamente ontologica, G. si misura con una continua operazione di G.,
Retorica come filosofia, 75. 34 La metafora inaudita, Aesthetica, Palermo 1990,
62. Sul tema della metafora in G. , D. Di Cesare, Metafora e differenza
ontologica. G. versus Heidegger,25-48, in AA. VV., Un filosofo europeo: G.,
Aesthetica, Palermo 1996. 35 W. Veit., Critica radicale della ragione o l’altro
rispetto alla ragione: la sfida della retorica,99-126, in AA. VV., Studi in
memoria di G. storicizzazione delle strutture del mondo storico umano: il
bello, il buono, il vero, la triade concettuale alla quale il filosofo
riconduce la totalità del mondo storico. L’avventura filosofica di G. mette al
centro il soggetto umano e la sua coscienza – la coscienza temporale umanistica
– senza cadere nell’idealismo vecchio e nuovo, né in un soggettivismo di
cartesiana memoria, proprio perché la coscienza per il pensatore è un compito,
uno sforzo e un impegno. Concetti, questi, che scandiscono i momenti della vita
pratica e politica del mondo umano e vanno ad intrecciarsi con le idee di
disancoramento, oggettività e coscienza temporale umanistica. Il compito, lo
sforzo e l’impegno, trattati in forma estesa in Il reale come passione.
L’esperienza della filosofia36 hanno una connotazione ermeneutica, non solo
pratico-politica, poiché permeano anche il processo dell’interpretazione. La
formazione umana – il cuore della retorica G.ana37 – fondata
sull’interpretazione, ha carattere esistenziale per il filosofo. Egli sostiene
che tra formazione, interpretazione ed esistenza c’è un’intima co-appartenenza,
come emerge dalle pagine in cui il filosofo afferma che: l’interpretazione è il
risultato di un ipotetico progetto in cui viene in seguito verificato se
contiene e chiarisce effettivamente tutti gli aspetti e tutti gli elementi;
questo procedimento è l’essenza dell’atto dell’intelligenza. Poiché l’uomo è un
essere aperto al mondo e non dispone di schemi già pronti, la sua formazione
acquista un carattere esistenziale. Esistere significa sopportare la
problematicità del rapporto dell’uomo con se stesso e con il mondo senza
evitare la decisione che è sempre richiesta 38. L’esistenza interpretante
secondo G. ha carattere trascendente, dove la trascendenza è sempre
intra-mondana poiché si fonda sulla necessità di formare, di portare ad uno
schema, ad una forma la teoria della
formazione diventa qui la dottrina della struttura dell’accadere umano alla
luce dell’origine del nostro divenire; G., I primi scritti, e Prefazione a Der
tod des Sokrates di Guardini, Retorica come filosofia, Potenza dell’immagine.
Rivalutazione della retorica, 73. ! 16! diventa una ricerca
arcaica, nella misura in cui si riferisce agli schemi fondamentali (archai)
dell’autorealizzazione umana 39. L’analisi G.ana mira a proporre un’idea di
totalità del fatto umano il cui pieno sviluppo
è obiettivo dichiarato della sua proposta neo-umanistica. G. sostiene che il
fine degli studi umanistici è il pieno sviluppo di tutte le capacità dell’uomo,
dell’!"#$% &%'"()*%$% 40. Se la coeva concezione del sapere si
concentra solo sul suo aspetto di utilità all’uomo, misconoscendo la diversità
delle fonti dell’esistenza umana (il vero, il buono, il bello) per il filosofo
occorre svoltare verso una scienza che riconosce che ci sono capacità
differenti, autonome l’una rispetto all’altra e nondimeno appartenenti tutte
quante all’essenza e all’interezza dell’uomo, e che dal loro pieno sviluppo
sorgono le diverse opere dell’uomo 41. Per il filosofo bisogna ammettere che il
sapere, il bello, il buono, non dipendono dall’applicabilità e che solo
liberando le fonti della vita e rispettando la loro autonomia, sia può
realizzare l’opera complessiva dell’uomo, quella totalità che era anche
l’antico ideale della comunità politica, ossia della comunità umana 42.
L’intima connessione strutturale di pensiero, volontà e passione – in cui
riecheggia la lezione diltheyana appresa durante lo stage tedesco degli anni
giovanili – e la relazione dialettica di continuo scambio tra uomo e mondo
circostante caratterizzano una nuova visione del tempo che non trova più il suo
fondamento nell’a-priori formale della ragione ma nelle concrete e sempre nuove
connessioni che l’uomo istituisce attraverso le espressioni linguistiche,
artistiche, civili, politiche. Tutti i contributi G.ani muovono dal rifiuto di
assolutizzare un’essenza universale dell’umano e dal proposito di rendere
ragione della condizione umana attraverso l’indagine dei possibili punti di
mediazione di ragione e passione, logos e pathos, tramite una ricerca che
potremmo definire, 74. 40!Id., Prefazione a Die Totenrede des Perikles di
Tucidide, in I primi scritti fenomenologia storico-ermeneutica – almeno per
quanto riguarda gli scritti tardi come La potenza della fantasia, La potenza
dell’immagine, Heidegger e il problema dell’umanesimo, Retorica come filosofia,
La filosofia dell’umanesimo, Vico e l’umanesimo, La metafora inaudita, Il
dramma della metafora – che fa capo ad un concetto sintetico-trascendentale
della fantasia che si costituisce come strumento indispensabile di mediazione
tra l’esperienza storica e pratica finita e la generalizzazione dei miti, delle
metafore. Lungo questo processo complesso e ricco di articolazioni nel campo
della psicoanalisi (Freud), della letteratura (Eschilo, Sofocle, Euripide,
Ovidio, Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Ungaretti, Poe, Mallarmè, Proust,
Wagner, Hölderlin), dell’antropologia e della biologia teoretica (Scheler,
Plessner, Gehlen, Driesch, Von Uexküll padre e figlio), della retorica (CICERONE
(si veda), Quintiliano, Tesauro, Graciàn) e naturalmente della filosofia,
avviene quello slittamento verso una teoria dell’atto metaforico che è l’esito della sua filosofia. La ricerca
sulla metafora non si configura semplicemente come una fenomenologia
metaforologica che si limita alla descrizione delle metafore che ha prodotto la
storia umana, ma come una teoria che indaga il plesso azione-metafora. Si
tratta di una teoria che guarda all’energheia metaforica e al processo del
metapherein segnando una distanza netta dall’astrazione concettuale.
Quest’ultima fissa il reale bloccandone il flusso e la vita in una staticità,
cristallizzazione e immobilità, mentre la teoria G.ana pone in luce l’aspetto
arcaico, nel senso di fondativo, dell’atto metaforico che genera il mondo umano
proprio attraverso un atto di trasposizione che agisce su due livelli:
linguistico (linguaggio metaforico); pratico-politico (fondazione della comunità
umana a partire dalla umanizzazione della natura tramite pratiche di
trasposizione di significato). L’accento della riflessione si sposta dalla
ricerca sul perché e sul che cosa alla domanda sul come il reale si impone alla
nostra percezione. Il reale, l’originario, l’essere si impongono nell’urgenza
dell’appello ermeneutico in cui l’ente svela la propria mutevolezza e l’uomo la
propria risposta agli appelli dell’essere. Nel corrispondere all’appello
dell’essere si impone all’attenzione il pathos e la sua funzione
manifestativa:la passione ha infatti carattere di apertura mondana e il logos,
la parola, emergono come rottura del sacro , destino della Menschwerdung. Logos
come risposta al silenzio primordiale, quello della ingens sylva, che dice del
fondamento il suo essere al contempo puro apparire e progetto creativo. Il
pathos arcaico, luogo del manifestarsi dell’abissale potere dell’essere, non
può che trovare espressione in un logos lontano dall’astrattismo
intellettualistico ma piuttosto vicino all’orizzonte poetico, che più che
essere interpretato come orizzonte letterario è ricompreso all’interno della
filosofia come meditazione esistenziale, pratica concreta di ricerca del senso.
É nel rapporto tra poesia e filosofia che si apre l’orizzonte di comprensione
dell’essere. In G. si ravvisa la traccia di un pensiero integrale o integrativo
, sottratto alle rigide categorie della ragione metafisica ma aperto
all’irruzione del novum. La ricerca filosofica si costituisce allora come
indagine dei punti di mediazione, di unità e distinzione delle forme
dell’essere. La questione suprema è la domanda sul luogo e le modalità
originarie in cui accade la nostra apprensione della realtà. Il logos
metaforico si scopre come linguaggio originario dell’essere, come espressione
della dualità creativa e patica dell’esperienza dell’originario. Un’esperienza
in cui la poiesis diventa un momento della praxis 43, e non un gioco
effimero del dire, e la metafora si tramuta nella serietà del pensare
filosofico 44. La metafora con il suo carattere immaginifico e non causale, non
concettuale ma ingegnoso, supera il divario che corre tra la teoria, il
concetto universale, e la pratica sempre connessa con il caso particolare 45.
Solo attraverso il dire metaforico si apre, nel silenzio tragico dell’aperto,
quello spazio abitabile dall’uomo. G., La metafora inaudita: originarietà e
paradossia della metafora, in Quaderni di italianistica , La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale] Jaspers in una lettera indirizzata a
Heidegger scrive: il messo di questa lettera, G., di Milano, desidera parlarle
di persona. Studia filosofia tedesca, ha letto il suo libro e ne ha una
conoscenza sorprendente – naturalmente con tutti i fraintendimenti dovuti alle
interferenze della tradizione, ma tuttavia con una buona, stupefacente
approssimazione. Credo che il suo vivace interesse le farà piacere. Heidegger risponde: G. mi ha fatto in un primo
momento una grande impressione per via della sua intensità e di una particolare
sensibilità. Ma mi è poi venuto il dubbio che si tratti di una natura
giornalistica Anche Jaspers, poi, si
pronuncerà in un modo altrettanto poco benevolo definendo G. un brillante
intervistatore ma non di certo un filosofo. Oltre questi giudizi, in fondo
sbrigativi, possiamo ricordare quelli di CALOGERO (si veda), il quale in
riferimento al primo libro di G., Il problema della metafisica platonica,
pubblicato dall’editore Laterza grazie all’interessamento di Croce, e dedicato
a Heidegger, afferma che egli avrebbe fatto meglio a scrivere un libro su
Heidegger dopo aver studiato Platone invece che scrivere un libro su Platone dopo
aver studiato Heidegger. Croce scrive: insegnante in Germania, G. si propone il
problema di avvicinare e indurre a concorde collaborazione la filosofia
italiana e quella tedesca. I1 problema non ha consistenza, perché non c’è né la
filosofia tedesca né quella italiana, ma solo la filosofia senza aggettivi, nel
cui nome unicamente giova parlare a italiani, a tedeschi e a ogni altro popolo
e individuo Heidegger-Jaspers, tr. It. Di A. Iadicicco, Milano Cortina.
Calogero, Recensione a G. Il problema della metafisica platonica , Bari, in
Giornale critico della filosofia italiana . B. Croce, Pagine sparse, Laterza,
Bari. E così De Ruggiero, Vanni-Rovighi, Ottaviano50. Insomma, negli anni in
cui il filosofo milanese ambiziosamente cerca di ritagliarsi un posto nella
cerchia degli intellettuali più prestigiosi dell’epoca i giudizi sulle sue idee
non furono troppo favorevoli. G. appare un brillante intervistatore a caccia di
filosofi, la cui opera è da considerare al massimo come prova cattiva di un
ingegno Ottimo. Ma stanno proprio così le cose? Quanto di vero c’è in queste
affermazioni e quanto, invece, di approssimativo? Un breve ripercorrimento
dell’itinerario speculativo di G. consentirà di comprendere la plausibilità o
meno dei giudizi critici ora ricordati. Dopo aver brevemente assistito ai corsi
di Scheler e di Jaspers – andai a
Marburgo da Heidegger che si dichiara disposto a seguire il mio lavoro di
libera docenza. I luminari dell’università di Friburgo erano Husserl (che tene il
suo ultimo corso come professore emerito), Heidegger (che assume la cattedra di filosofia), G.,
ripercorrendo le tappe salienti della propria autobiografia intellettuale,
pensa a quegli anni friburghesi definiti mitici. Si tratta, infatti, degli anni
mitici e indimenticabili delle lezioni di colui al quale G. guarda sempre –
nonostante le prese di distanza di natura politica – come ad un autentico
maestro: Heidegger. L’arrivo a Friburgo di G. è stato preceduto da un lungo
periplo intellettuale, oltreché geografico, che ha indotto alcuni interpreti,
come CACCIATORE a definire quella di G. filosofia del viaggio. Ruggiero, G.,
Recensione a G., Il problema della metafisica platonica, Bari, La Critica ,
Ottaviano C., Recensione a G., Vom Vorrang des Logos, München, in «Sophia»,
Napoli, Vanni-Rovighi S., Recensione a G., Vom Vorrang des Logos, München, «Rivista di filosofia neo-scolastica», Milano,
G., La filosofia dell’umanesimo: un
problema epocale Sul tema del viaggio e del resoconto di viaggio in G. come
fenomeno non meramente odeporico ma innanzitutto cognitivo , G. Cacciatore,
América latina y pensamiento europeo en la filosofìa del viaje de Ernesto G.,79-
91, in El bùho y el còndor. Ensayos entorno a la filosofia hispanoamericana,
ed. e trad. di M. L. Mollo, Planeta Bogotà 2011. Serìa entonces un error
garrafal esperarse del libro de G. elementos meramente descriptivos o G.,
nativo di Milano, dopo aver conseguito la laurea in filosofia con MARTINETTI
(si veda) discutendo una tesi dal titolo L’unità formale della vita e
l’impostazione del problema teologico, trae orientamento decisivo nel suo iter
filosofico dall’incontro con CHIOCCETTI, uno dei primi maestri della neo-scolastica
milanese aperto al confronto con i temi della modernità. Autore di un
importante volume, La filosofia di CROCE, frutto di studi, Chiocchetti porta
avanti ricerche sui temi del modernismo, del pragmatismo e della gnoseologia e
su autori come Gentile e VICO che affascinano molto G., i cui primi lavori
apparsi sulla rivista Rassegna Nazionale, di stampo nazionalista, conservatore
e cattolico, mostrano idee ispirate al pensiero del carissimo ed onorato
Chiocchetti e a valori liberali e cattolico-attivisti, come si evince
soprattutto dai saggi A proposito di un volume dedicato alla figura di Mazzini;
Germania, un resoconto di un viaggio alla ricerca di idee che affratellino i tedesci
e italiani; Il partito popolare italiano. momentos narrativos de situaciones,
paisajes, modelos de vida, costumbres, mentalidades hay que leer las pàginas G.anas
ante todo como una experiencia personal que enterpreta el viaje (y la secuencia
de sus movimientos: la preparaciòn, la espera, el acercamiento, el estar y el
retornar) como un sìmbolo, como una metàfora del pensamiento occidental en
busca de sus orìgines. Y se trata de una bùsqueda que se afina y se perfecciona voluntariamente,
con la adeguadeza de la reflexiòn y con la dilataciòn de la perceptiòn,
precisamente en la situaciòn lìmite de una experienza espacio-temporal
distinta, de una apropriaciòn continua de imàgenes inèditas de naturalezas
diversas, de olores que nunca se han sentido, de sensaciones visuales y
tàctiles que nunca han sido experimentadas . Mi
permetto di rinviare al mio saggio La hora de Pan en Reisen ohne Anzukommen.
Eine Konfrontation mit Sudamerika -- G.,323-336, in A. Scocozza-G. D’Angelo (a
cura di), Magister et discipuli: filosofìa, historia, polìtica y cultura,
Penguin Random Hause, Bogotà 2016; Ead., Meditazioni sudamericane: la tappa
sudamericana dell’onto-antropo-logia di G. in cds in Studi Interculturali ,
Trieste, Proposito della rivista era quello di collocarsi a metà strada tra i
contributi dedicati unicamente ai settori storici e scientifici e quelli di
carattere politico-religioso: Cattolici e italiani, pur rispettando sempre le
convinzioni e le credenze altrui, noi coopereremo, per la nostra parte, a
conservare le istituzioni religiose, morali, sociali, civili e politiche
dell’Italia. Le istituzioni religiose, poiché noi cattolici e sincerissimamente
devoti alla Chiesa cattolica, quando sorgano questioni di attinenza tra la
religione e lo stato, pur riconoscendo la necessità che lo stato mantenga i
diritti propri, ci proponiamo di insistere e raccomandare la sacra necessità di
rispettare i diritti della chiesa e delle coscienze: non rispettati i quali, si
offendono o prima o poi anche i diritti della civile società , La rassegna
nazionale, I, 1879, vol. I, 5. 54 G., L’impatto con Heidegger, in Olivetti (cur.),
La recezione italiana di Heidegger,73-82, Cedam Padova 1989. 55 Germania, in
Rassegna Nazionale , ora contenuta in G., I Primi scritti. I successivi lavori G.ani,
a partire da Il tragico – che espone in nuce nodi concettuali che il filosofo
avrebbe più estesamente tematizzato negli ultimi lavori: La metafora inaudita e
Il dramma della metafora – per proseguire con Scolastica e storia dello stesso
anno e Il pensiero di Machiavelli e l’origine del concetto di STATO, mostrano
uno slittamento da una concezione negativa del principio di immanenza ad una
considerazione molto positiva del contesto politico, quale nuovo luogo di
emancipazione umana dopo la crisi del primato della trascendenza. Soprattutto
dopo la stesura del saggio su MACHIAVELLI (si veda) possiamo riscontrare una
prima svolta G.ana dovuta con molta
probabilità ad un’analisi dettagliata del pensiero di CROCE (si veda), GENTILE
(si veda) e degli umanisti, primo fra tutti ALIGHIERI (si veda). Ci sembra
convincente l’ipotesi di MESSORI secondo la quale a partire da questo momento,
ossia da quello saggio, l’Umanesimo diviene il terreno privilegiato della
riflessione G.ana, la quale, grazie al pensiero politico di MACHIAVELLI (si
veda), riscopre un altro inizio del pensiero, un altro ingresso alla filosofia,
non gnoseologico e teologico, ma unicamente antropologico. Si tratta di un
risultato di grande importanza poiché il filosofo milanese mette a tema
quell’endiadi concettuale – il nesso logos-pathos, in cui il pathos appare come
a priori dell’esperienza umana nella sua totalità, e dunque anche del momento
cogitativo – che ritroveremo costantemente espressa e concettualizzata nella
successiva produzione, da Potenza dell’immagine. Rivalutazione della retorica,
a Potenza della fantasia. Per una storia del pensiero occidentale, a Retorica
come filosofia. La tradizione umanistica, fino ai Heidegger e il problema dell’umanesimo,
Umanesimo e retorica. Il problema della follia, La filosofia dell’Umanesimo: un
problema epocale, Vico e l’umanesimo, che raccoglie una serie di saggi
pubblicati singolarmente. Almeno in questa fase, tuttavia, occorre sottolineare
che la considerazione dell’antropologica umanistica si pone ancora fortemente
come una visione antropocentrica, mentre solo [Messori, Le forme dell’apparire,
soprattutto I cap. ! 23! successivamente all’incontro con Heidegger
e alla scelta del concetto di Lichtung quale filo conduttore del nuovo
approccio all’umanesimo, approccio da noi definibile onto-antropo-logico, tale
visione sarà più orientata verso una tematizzazione del nesso uomo-essere. In
questo periodo G. collabora anche con l’informatore bibliografico del Circolo
Filologico milanese, la Rassegna di coltura, sul quale pubblica una serie di
contributi dai quali traspare uno studio di CROCE e dell’attualismo gentiliano.
Conseguita la laurea, incomincia per il filosofo l’ambiziosa avventura europea,
in Francia e in Germania, alla ricerca di un proprio accesso alla filosofia. In
seguito al soggiorno a Aix en Provence, durante il quale conosce Blonde, scrive
La più recente attività della filosofia dell’azione in Francia, in cui la
filosofia dell’azione è considerata come filosofia della trascendenza che non
nega i valori dell’immanenza, ponendosi, piuttosto, come condizione di
possibilità della processuale manifestazione dei valori immanenti, e Il
platonismo cristiano di Blondel, il cui merito sarebbe stato quello di liberare
la metafisica dal presupposto gnoseologistico. È a partire da questo saggio che
si profila quell’avvicinamento all’attualismo che successivamente si sarebbe
coniugato con la questione filosofica heideggeriana e che spinge G. ad
approfondire la cultura filosofica tedesca. Ad un peccato di ambizione si deve,
con buona dose di probabilità, l’adesione di G. al PARTITO FASCISTA. Secondo la
documentata ricostruzione di Büttemeyer, l’iscrizione al fascio è fatta per
ottenere la tessera senza la quale non è possibile partecipare ai concorsi in
Italia. , Büttemeyer, G. Humanismus ZWISCHEN FASCHISMUS UND
NATIONALSOZIALISMUS. Sui rapporti G.-Blondel , il lavoro di S. D’Agostino, La
metafisica di G. tra Platone e Blondel, in Pagani- S- D’Agostino- Bettineschi
(cur.), La METAFISICA IN ITALIA TRA LE DUE GUERRE [ Urmson, Philosophical
analysis between the two wars], Istituto della Enciclopedia italiana, Roma. ,
Büttmeyer, Rettifiche. Laurea, libera docenza e Studia Humanitatis di G.. La prima formazione filosofica di G. è
dovuta al suo tutore CHIOCCHETTI (si veda), la cui concezione di una neo-scolastica
moderata si mostra negli scritti dell’allievo. Mediata da Chiocchetti, vi si
aggiunge la conoscenza dell’estetica di CROCE e della sua gnoseologia nonché
del modello dialettico della storia della filosofia che si concretizza
nell’interpretazione gentiliana del Rinascimento. G. mostra momentaneamente
simpatie per Unamuno, per il concetto martinettiano – MARTINETTI (si veda) dell’Unità
assoluta e per la filosofia di VARISCO (si veda), che gli è stato anche maestro
con i suoi saggi; ma essi non esercitano se non un’influenza marginale. Rimane
invece escluso l’attualismo e immanentismo di GENTILE (si veda): pur avendolo
conosciuto nei seminari di Chiocchetti e poi sulle opere, lo recepisce
positivamente soltanto dopo aver già presentato una ventina di
pubblicazioni. Dopo aver affannosamente girovagato per la penisola
italiana in cerca di una propria via al filosofare G. approda finalmente nella
terra materna e lì, nella riflessione heideggeriana, trova un punto di partenza
per una Weltanschauung più ampia rispetto a quella giovanile, ancora troppo
influenzata dall’ambiente neoscolastico. In questi anni pubblica numerosi saggi
apparsi sulla Rivista di filosofia : Empirismo e naturalismo nella filosofia
tedesca contemporanea; Sviluppo e significato della scuola fenomenologica nella
filosofia tedesca contemporanea, in cui G. rimprovera a Husserl la mancanza di
una solida base storico-filosofica, in particolare una superficiale
interpretazione dell’idealismo tedesco e un’assenza di conoscenza della
filosofia italiana, da SPAVENTA (si veda) a GENTILE, pur riconoscendo alla
fenomenologia il merito di aver trovato uno spazio di riflessione oltre la
linea psicologista e naturalista e storicista. Secondo G. da un canto la scuola
neo-kantiana si era isterilita sui problemi della scienza e sui rapporti
astrattamente concepiti e quindi insolubili, della conoscenza filosofica e
scientifica, naturalizzando le categorie e risolvendole parzialmente nelle
leggi naturali. D’altro canto lo storicismo e la superficiale conoscenza del
pensiero di Dilthey non aveva portato nessun nuovo contributo, cosicché nella
generale crisi e disorientamento, tutti si rifecero a Husserl 60. Insomma, il
filosofo di Prossnitz, in quello che per G. è quasi un deserto filosofico –
psicologismo, neokantismo e storicismo –, costituisce un’oasi intellettuale
che, tuttavia, ha molti limiti e non solo di natura storico-filosofica:
l’astrattismo, e la disattenzione per il pensiero pensante a favore del pensiero
pensato, l’incomprensione del pensiero concreto. Per G. gli aspetti negativi
sono tali da rendere la filosofia husserliana attiva solo per lo spazio di
vent’anni e cieca a quella concretezza del pensiero e dell’esistenza che solo
Heidegger avrebbe portato alla luce con Essere e Tempo realizzando per primo in
Germania la critica della fenomenologia di Husserl E. G., Sviluppo e
significato della scuola fenomenologica nella filosofia tedesca contemporanea,
in Rivista di filosofia , Milano XX, aprile-giugno 1929, n. 2,129-151, ora in Primi
scritti, cit.,186-187. 61, 187. ! 25! In questo periodo G. opera
quella collocazione della proposta filosofica heideggeriana all’interno della
propria formazione intellettuale, formulando l’ipotesi del possibile incontro
tra la teoria gentiliana dell’atto e la questione del Dasein, quale luogo
storico del disvelamento dell’essere di stampo heideggeriano, che aveva proprio
lo scopo di destrutturare quella categoria di coscienza rappresentativa che dal
cogito cartesiano era rifluita nelle teorie di Kant, Hegel e Husserl. Heidegger
diviene il perno principale attorno al quale gravita l’attenzione filosofica di
G. che si concretizza nella stesura del saggio del 1930 Il problema della
metafisica immanente di M. Heidegger e de Il problema del nulla nella filosofia
di M. Heidegger del 1937. Il merito del filosofo di Messkirch sarebbe stato quello
di proporre una visione dell’uomo come Dasein, come esistente, atto immanente,
metafisico e autorealizzantesi che amplifica l’interesse per la concretezza e
la fatticità dell’esistenza contro ogni razionalismo e astrattismo, superando
la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Intanto appaiono i saggi Il
problema filosofico del ritorno al pensiero antico e Paideia e neoumanesimo che
riprendono tematiche trattate in Il problema della metafisica platonica e che
mostrano una coniugazione della proposta filologica di Jaeger con il
ripercorrimento teoretico heideggeriano del pensiero greco nel contesto più
generale di un progetto paideutico e umanistico che recuperasse il senso
autentico dell’humanitas attraverso l’esperienza filosofica della grecità, per
Jaeger e Heidegger, e della LATINITÀ, per G.. L’incontro tra la proposta
jaegeriana e heideggeriana circa il tema del neoumanesimo si affianca all’altro
intreccio, quello tra l’ontologia fenomenologica ermeneutica di Heidegger e
l’attualismo di Gentile. In Dell’Apparire e dell’essere. Seguito da Linee della
filosofia tedesca contemporanea del 1933, sullo sfondo dell’incontro
Heidegger-Gentile sono espressi alcuni nuclei teorici che avrebbero
accompagnato G. in tutto il suo cammino di pensiero: il carattere elenchico del
principio di non 62 Il problema della
metafisica immanente di Heidegger, Giornale critico della filosofia italiana ,
Milano- Roma, ora in Primi scritti, contraddizione, fondamento di ogni
dimostrazione ma a sua volta non dimostrabile; metodo e cogito in Cartesio;
concetto di apparenza, manifestatività ed essere; idea di fondamento. Come
abbiamo ricordato all’inizio, la prima formazione di G. fu di carattere
neoscolastico, con un’attenzione particolare alle questioni riguardanti la
trascendenza, come emerge dal saggio La dialettica dell’amore in cui il
filosofo milanese afferma che il pensiero umano, la filosofia, è condotta dalla
propria immanenza verso la necessità della trascendenza che appunto perciò non
può conoscere, realizzare, creare, ma solo ricevere come una grazia proprio nel senso teologico della parola 63.
Un’impostazione di questo tipo spiega anche una originaria critica
dell’immanentismo gentiliano, e della sua scoperta fondamentale,
l’autocoscienza come pura forma, che induce G. a porsi come un fiero oppositore
di tutta la filosofia dell’immanenza64. Ma la difesa della trascendenza messa
in campo dalla neoscolastica è avvertita da G. come insufficiente: in questo
spazio si innesta la figura di Heidegger che diviene quasi un antidoto alle
carenze della neoscolastica, ma dello stesso attualismo, che lascia non
tematizzata la differenza ontologica tra essere e ente, nonostante
l’acquisizione dell’originario come atto del cogitare nel suo stesso compiersi
o come autorealizzantesi processo esistenziale e non come oggetto del pensiero.
Secondo l’interpretazione di G. il superamento gentiliano della dicotomia
soggetto-oggetto attraverso la radicalizzazione dell’esperienza approda allo
stesso risultato husserliano e La
dialettica dell’amore. Il dolore di Tristano, in assegna Nazionale , Roma,
XLVI, dicembre 1924, seconda serie, vol. XLVII, parte I, La richiesta
dell’amore,137-148, parte II, La sofferenza del Tristano,148-162; XLVII,
febbraio 1925, seconda serie, vol. XLVIII, parte III, La dialettica del
dolore,101-109, parte IV, La gioia può spingere alla vita,109-114 ora in Primi
scritti, 122. 64, 120: Il concetto di forma pura, inobiettivabile, è proprio
caratteristico della realtà infinita eterna, in qualsiasi concezione immanente
o trascendente del reale, ed è quindi naturale che il processo di immanenza del
pensiero moderno abbia voluto ad esse ridurre la realtà del divenire umano.
Infatti se la realtà nella sua immanenza è pura forma, fuori di essa non esiste
più nulla e quindi è tutta, l’unica realtà fuori dello spazio e del tempo di
ogni concetto di limite perché come pensiero attuale, concreto, pone esso
stesso il tempo e lo spazio e il limite, rimanendo esso stesso l’unico
illimitato. L’autocoscienza come pura forma è certo la più grande scoperta di
tutta la filosofia dell’immanenza e lo è proprio, merito di Giovanni Gentile.
In ogni modo ci teniamo però a definire e a dichiarare a tutti gli oppositori
del sistema immanentista del reale, e quindi a noi stessi, che questo è proprio
il punto di capitale importanza da discutere e da controbattere . Per una
ricostruzione della presenza di GENTILE in G.
R. Messori, Le forme dell’apparire, cit. ! 27!
heideggeriano: quello dell’intenzionalità, della relazione originaria di io e
mondo. Una relazione che non può essere messa da parte o a tema attraverso un
processo di epochè65: l’esperienza dell’oggetto non consente un’oggettivazione
dell’esperienza. Lo spazio di relazione e compromissione tra io e mondo resta
uno spazio di indeterminazione e di esperienza che rende l’atto gentiliano
simile alla nozione di aletheia di Heidegger e che è merito di G. aver
sottolineato. Volendo suddividere per comodità, e con tutte le riserve del
caso, l’unità di pensiero di G. in tre fasi principali, otteniamo lo schema
seguente: la fase giovanile formativa, dominata dai temi della scolastica
cattolica emergenti nei saggi degli anni Venti66; la fase metafisico-immanente,
in cui abbiamo la correlazione dell’attualismo gentiliano con il contributo
blondeliano della filosofia dell’azione, con quello crociano dell’estetica e
dell’autonomia delle forme dello spirito, e con la metafisica esistenziale
heideggeriana67; la fase matura neo-umanistica68 – i cui nuclei teorici già
Sottolinea molto bene questo aspetto Natoli, in S. Natoli, Giovanni Gentile
filosofo europeo, Bollati Boringhiei, Torino. Gentile attraverso la
radicalizzazione dell’immanenza supera l’opposizione e la separazione astratta
di soggetto e oggetto e attinge a pienamente quel piano dell’intenzionalità che
per altre vie viene guadagnato dalla fenomenologia di Husserl. Ma Gentile si
porta oltre l’orizzonte della fenomenologia. La relazione intenzionale di
impianto fenomenologico, se da un lato supera l’astratta separazione tra
soggetto e oggetto, dall’altro lato ne tiene tuttavia ferma la polarità , lo
sforzo della fenomenologia è quello è quello di svuotare l’io dal mondo perché
il mondo appaia nella sua purezza, di svincolare la coscienza dal flusso della
vita per far sì che i contenuti d’esperienza appaiano nella loro pura e
semplice datità. Questo vuol dire andare alle cose. Non così in Gentile. Alle
cose non si va, con esse si è da sempre compromessi. L’attualismo che pure
rigorosamente guadagna il piano dell’intenzionalità si rende tuttavia conto che
essa non è suscettibile di nessuna epochè . 66 , G., A proposito di un
cinquantenario,3-8, in I primi scritti, cit.; Germania,,9-18; Il
tragico,,27-48; Scolastica e storia,,49-54; La dialettica dell’amore,,89-128;
Tilgher e La visione greca della vita,,19-22. 67 , Il pensiero di Machiavelli e
l’origine del concetto di Stato,,55-86; La più recente attività della filosofia
dell’azione in Francia, ,137-162; Empirismo e naturalismo nella filosofia
tedesca contemporanea, ,163- 179; Sviluppo e significato della scuola
fenomenologica nella filosofia tedesca contemporanea, ,181-202; Il problema
della metafisica immanente di M. Heidegger, ,203-233; Il platonismo cristiano
di M. Blondel, ,235-254; Dell’apparire e dell’essere, ,273-298; Linee della
filosofia tedesca contemporanea, ivi,299-332; Il problema del logo, 371-406; Il
problema del nulla nella filosofia di M. Heidegger, 419-435; La filosofia
tedesca e la tradizione speculativa italiana, 553-575; I rapporti tra filosofia
tedesca e filosofia italiana, cit.,753-776; Pensieri sul poetico e sul
politico. Due conferenze per determinare la tradizione spirituale italiana, 777-
809; L’inizio del pensiero moderno. Della passione e dell’esperienza
dell’originario, 811-850; Teoria della politica nella tradizione del
rinascimento, 967-974; Il reale come passione e l’esperienza della filosofia, 995-1029;
Vom Vorrang des Logos. Das Problem der
Antike in der Auseinandersetzung zwischen italienischer und deutscher
Philosophie, Munchen, Verlag C.H. Beck, 1939. 68 Il problema filosofico del ritorno al pensiero
antico, 255-271; Paideia e neo-umanesimo, 357-369; Filosofia tedesca, filosofia italiana
e l’antichità. Il problema di una tradizione filosofica, 851-864; Sul problema ! 28!
ritroviamo in alcuni saggi giovanili69 – che declina la metafisica
immanente in una ricerca ricostruttiva dei temi dell’essere, del logos, del
pathos attraverso la lettura dei contributi letterari e filosofici dell’Umanesimo
e del Rinascimento con un’attenzione particolare ai temi della retorica, della
fantasia e dell’ingegno, e della metafora. In tutto il percorso speculativo
emerge la radice dell’avventura speculativa del filosofo: la passione per la
vita in cui l’esercizio intellettuale
della filosofia diviene una funzione vitale, un prolungamento della vita
stessa, dell’esistenza in situazione. Il pensare diviene metamorfosi
esistenziale, impegno nella circostanza, ricerca affannosa del senso. Possiamo
dare per acquisito, dunque, che tra gli anni Trenta e Quaranta matura nella
riflessione di G. un’ipotesi di accostamento tra attualismo e fenomenologia70
che incide profondamente sulla successiva analisi dell’apparire dell’originario
e della manifestatività nelle sue diverse forme e che coglie un aspetto critico
paradigmatico che rende i numerosi contributi G.ani non una collezione di
posizioni filosofiche eterogenee, un coacervo di notizie dell’ultima moda
filosofica71, come i giudizi di Jaspers e Heidegger riportati all’inizio
sembravano voler asserire. della parola e della vita individuale. Riflessioni a
partire dalla tradizione italiana, 901-915;
Il problema del sublime, 917-943; Studia
humanitatis come essenza della tradizione spirituale italiana, 945-950; Del vero e del verosimile in VICO, 951-966; Come tenteremo di spiegare nel
secondo capitolo, per l’impostazione del problema umanistico risultano
fondamentali le osservazioni espresse da G. nel saggio su MACHIAVELLI. Messori
così riassume l’incrocio G.ano di attualismo e fenomenologia: le due filosofie
si intersecano su almeno tre punti essenziali
rifiutano di attribuire l’originarietà all’ente, al pensato, di
qualsiasi rango esso sia; in secondo luogo entrambi avvertono la necessità di
identificare l’originario con un processo che, divenendo, si determina. Il
primato del logos come atto, che lo si intenda in senso gnoseologico o
ontologico, comporta, in terzo luogo, il superamento della logica tradizionale
e quindi del principio di identità e di quello correlato di non contraddizione.
, R. Messori, Le forme dell’apparire. Estetica, ermeneutica e umanesimo nel
pensiero di Ernesto G., 34. 71 Si sofferma su questo merito G.ano Marassi nelle pagine introduttive a I
Primi scritti: così l’atto è da una parte intrascendibile e dall’altra
inogettivabile, ossia riassume in sé i tratti distintivi della soggettività
kantiano-idealistica e anche quel movimento, non certo conciliabile con la
trascendentalità del soggetto, di donazione-sottrazione assimilabile piuttosto
alla nozione heideggeriana di aletheia. L’atto è questa complessa dinamica che
piega il soggetto al confine del mondo e del suo apparire, lo conduce allo
svelamento dell’origine. Qui mi pare che si inserisca il contributo specifico
di G. dopo l’intuizione della convergenza tra l’atto immanente di Gentile e la
trascendenza del Dasein radicata nell’ontologia dell’essere. In altri termini
si potrebbe dire che la sua interpretazione non fosse una semplice sommatoria
di posizioni eterogenee, bensì cogliesse un aspetto critico paradigmatico , M.
Marassi, Introduzione a G., I Primi scritti, 44. ! 29! Si impone
all’attenzione teorica di G. la tematica della multiformità del reale
(metamorphein) e della sua costitutiva polidimensionalità che affannosamente il
filosofo cerca per tutta la vita di interrogare al di fuori dei parametri
tradizionali. La questione urgente diventa quella di cogliere l’essere nell’atto
del suo manifestarsi, nell’attimo arcaico, iniziale e, pertanto, mitico, del
puro apparire attraverso un logos adatto (la metafora). Da un lato il pensiero
pensante gentiliano72, dall’altro la manifestatività dell’essere heideggeriana,
consentono a G. di guardare all’idea di fondamento come a quell’originario
indeducibile razionalmente che può essere patito e vissuto nell’esperienza
della parola più autenticamente che in quella del pensiero tradizionalmente
inteso. Secondo G. l’originario non può venire inteso come la svelatezza di un
oggetto, ma solo come quella di un processo; questo processo a sua volta non si
rivela che come un manifestarsi, un distinguere se stesso 73 e proprio per
questa identità di manifestazione e processo, di essere e divenire, è possibile
radicare la trascendenza nell’immanenza, il fondamento nel reale e non in un
oltre, ciò che non è manifesto in ciò che invece lo è. Secondo il filosofo il
processo deve quindi esser inteso come un auto manifestarsi. È importante
notare che la nostra ricerca dell’essenza della svelatezza non ci permette
alcuna distinzione tra manifestazione ed essere 74. Il punto di partenza è
quell’indeducibile originario che si mostra e si rivela in un metamorfismo e
polimorfismo della realtà che non è un dato semplicemente presente, bensì un
divenire storico che continuamente si distingue, Occorre sottolineare che il
pensiero gentiliano dell’atto è a metà strada tra una una impostazione
soggettivo- trascendentale e un’idea di soggetto come Dasein, come puro
evenire, spazio di esperienza, , sul tema S. Natoli, op., 90: l’attualismo
gentiliano si tiene a mezzo tra il soggetto trascendentale e il Dasein, tra la
determinazione positiva e costituente del pensiero e l’atto come esperienza del
puro accadere. In questo tenere il mezzo, l’attualismo finisce per non occupare
né una posizione né l’altra e di fatto viene a trovarsi in uno spazio di
indeterminazione. L’atto infatti se da un lato è ancora inscritto nei termini
della soggettività, sia pure interpretata come attività o come prassi,
dall’altro non può essere mai colto come un fatto, non può mai darsi a modo di
una semplice presenza . 73 G., Il problema del logo, in Archivio di filosofia ,
Roma, anno VI, aprile-giugno 1936, fascicolo II, 151- 183, ora in I Primi
scritti si differenzia e si scompone in un divenire metamorfico che trova unità
nell’esperire patico ed estatico del Dasein. Appare evidente come sullo sfondo
di tale posizione teorica resta una domanda cruciale: in che modo occorre
ripensare il logos per non ridurre l’essere e la manifestatività ad una realtà
monolitica e cosale? Come superare una concezione oggettivistica e
soggettivistica? Si tratta delle domande che agitano le pagine teoreticamente
dense di Il problema del logo apparso in Archivio di filosofia nel 1936 e in
cui G. si chiede: Se ciò che si manifesta si identifica con l’essere, e se la
manifestazione può solo essere intesa come uno scindersi e distinguersi di sé –
giacchè ogni apparire immediato, oggettivistico è stato già escluso – come deve
essere inteso questo processo? Scindere, distinguere, portare ad unità, sono i
vari termini con cui traduciamo λέγειν, logo. Ma possiamo dire che il logo sia
effettivamente il primo, la ragione e il fondamento di ogni manifestazione, oppure
presuppone esso un momento prelogico? Questo è il problema contro il quale
urtiamo definitivamente 75. L’operazione di accostamento tra l’ontologia
heideggeriana e l’idealismo gentiliano, che ad alcuni interpreti parve una
mossa teorica insostenibile76, è per G. la condizione di possibilità per
sviluppare una riflessione intorno all’umanesimo italiano. Proprio l’approccio
a GENTILE e a Heidegger, originalmente interpretati attraverso il filtro di una
visione del logos molto ampia e ricca, che sembra talvolta porsi come polarità
antitetica al pathos, talaltra come macrocategoria che ricomprende in sé la
stessa dimensione patica – oscillazione che viene sottolineata con vigore da
alcuni interpreti77 che parlano di un irrisolto dualismo nel pensiero G.ano, ma
che, come vedremo in seguito, si giustifica tenendo conto proprio della visione
complessa e ampia che G. ha del reale – offre a G. l’opportunità di delineare
un percorso teoretico che guarda al reale, all’essere e alla manifestatività
senza la mediazione gnoseologistica ed oggettivistica, bensì tramite una pre-
Nella Recensione all’articolo di G. Il problema del logo afferma Ottaviano:
dirò subito che la tesi, che cerca di fondare una interpretazione idealistica
del pensiero sostanzialmente realistico di heidegger, è, in linea assoluta, per
mio conto insostenibile , C. Ottaviano, Recensione a G., Il problema del logo, 398.
77 , la posizione di M. Marassi in G. e l’esperienza del fine, in Un filosofo
europeo. G., 7-24. ! 31! intelligenza pre-categoriale fortemente
radicata nella dimensione dell’affettività, del patico e della Stimmung. Emerge
così un programma filosofico ambizioso che giungerà ad una riqualificazione
della Romanitas e della cultura umanistico-rinascimentale non solo italiana, ma
mediterranea e latina in senso lato. G. si chiede: in che senso possiamo
affermare che il logo come atto, come λέγειν, ci schiude la molteplicità degli
enti in mezzo ai quali ci troviamo – e la cui totalità costituisce ciò che
chiamiamo mondo – e in che relazione sta con il sentimento (Stimmung)? È
necessario riporre sotto un nuovo punto di vista tutto il problema della
originaria svelatezza dell’essere. Finora abbiamo dimostrata l’insufficienza
della concezione oggettivistica nel suo aspetto empiristico; ci si impone ora
una più precisa e approfondita determinazione dei vari aspetti e momenti
metafisici del logo 78. Tale precisa e più approfondita determinazione dei
molteplici significati del logos avviene nella metà degli anni Trenta, anni
cruciali per la storia d’Europa e per le vicende personali dello stesso G. Che si
iscrive il 3 maggio 1933 al partito fascista più per motivi di opportunismo accademico che per convinzione, e in un clima
di generale espansione europea delle ideologie fasciste. Ricordiamo che
soltanto dodici professori in quegli anni rifiutarono di prestare giuramento e
che l’esplicito e dichiarato antifascismo di Croce resta isolato e chiuso nelle
mura di palazzo Filomarino, mentre GENTILE raccoglieva intorno a sé il meglio
della filosofia. In tale contesto bisogna inquadrare il compito teoretico e
culturale che G. da alla sua ricerca di una ri-valutazione della FILOSOFIA
ITALIANA. Così ritroviamo G. a Berlino, dove assume il ruolo di professore
incaricato di FILOSOFIA ITALIANA nei suoi rapporti con la filosofia tedesca.
Nei saggi scritti in questo periodo, da I rapporti tra filosofia tedesca e
italiana fino a Del Vero e del verosimile in Vico G. Il Problema del logo, la dettagliata ricostruzione di Büttmeyer, Sul
rapporto Croce-Gentile sul ruolo della cultura , Cacciatore, Croce e Gentile:
la funzione degli intellettuali e l’uso della storia italiana, in A. d’Orsi-F.
Chiarotto, Intellettuali. Preistoria, storia e destino di una categoria,
Aragno, Torino] passando per i contributi sul poetico e sul politico nella
riflessione italiana dell’Umanesimo e del Rinascimento, sale in superficie la
questione della parola, indagata, secondo G., dagl’umanisti non con uno spirito
antiquario, erudito, storico-filologico, storiografico, bensì con lo spirito di
una lotta per una visione e una costruzione del mondo storico-sociale, che non
è un mondo di pura contemplazione, ma è innanzitutto una vita attiva, in cui i
valori del passato romano, che gl’umanisti sostenevano di aver scoperto CONTRO le
interpretazioni ebbraizanti medievali, potevano contribuire all’educazione e
alla formazione della civiltà. Come ha sottolineato Vasoli nell’Introduzione
italiana all’opera G.ana Heidegger e il problema dell’umanesimo: G. considera
vero problema centrale dell’umanesimo italiano non tanto la riscoperta
dell’uomo e dei suoi valori immanenti, quanto piuttosto l’illuminazione del
contesto originario, dell’orizzonte o apertura in cui appaiono l’uomo e il suo
mondo dalle analisi di G., svolte in un ampio arco, da ALIGHIERI a BOCCACCIO e
a SALUTATI, da BRUNI a VICO, emerge un tema costante: la poesia epica
degl’antichi eroi – ENEA E ROMOLO -- come fondazione della COMUNITA umana e
della storia, svelamento luminoso dell’essere, e – soprattutto in VICO –
principio e ragione della stessa humanitas, con la sua inquietante presenza
storica. L’umanesimo è, dunque, interpretato alla luce dell’ESPERIENZA
LINGUISTICA che caratterizza il mondo umano e della individuazione
dell’apertura primitiva, arcaica e originaria che G. ri-elabora sulla scorta di
quanto Heidegger esprime sul concetto di LICHTUNG – lume -- si tratta di
un umanesimo onto-antropo-logico, che non è un approccio antropologico
antropocentrato, poiché la relazione primaria èquella di uomo e mondo, Dasein e
Sein. Lo slittamento dell’interpretazione dell’umanesimo da un piano
gnoseologico-epistemologico ad uno ermeneutico-ontologico spinge G. ad un più
serrato confronto con Heidegger e la sua inappellabile condanna dell’umanesimo.
Heidegger afferma, infatti che ogni umanismo rimane metafisico. Nel determinare
l’umanità dell’uomo, l’umanismo non solo non si pone la questione del
riferimento dell’essere all’essere umano, ma impedisce persino che si ponga una
simile questione, perché a causa della sua provenienza metafisica, l’umanismo
non la conosce e non la comprende. Vasoli, Introduzione a G., Heidegger e il
problema dell’umanesimo, Napoli, Guida; Heidegger, Lettera sull’umanismo; Segnavia,
a cura di Volpi, Adelphi, Milano. Tale critica in Heidegger si collega ad una
precisazione della sua filosofia che non ha mai avuto l’intenzione di essere un
esistenzialismo o un umanismo, ma un pensiero che con uno Schritt zurück, con
un passo indietro, rispetto all’umanesimo e alla metafisica, cerca di proporre
il problema dell’essere. Tenendo in considerazione il tema
dell’ultra-metafisica heideggeriana G. ha dato una caratterizzazione per così
dire non umanistica in senso heideggeriano dell’umanesimo individuando in esso
numerose analogie con Heidegger. In questo modo, tra un approccio apologetico
della modernità ed uno decostruttivo, quale è quello di Heidegger, secondo il
filosofo milanese l’umanesimo resta schiacciato in un limitato settore
storiografico senza anima propria ma interpretato solo in riferimento ad altre
epoche. G. si chiede se sia plausibile una simile posizione o se non si tratti,
forse, come già accaduto per Cassirer, Kristeller, SPAVENTA, Hegel e altri, di
un errore di prospettiva. Per tentare di rispondere a queste domande, emerse
con vigore negli anni Quaranta, G. impiegherà tutta la sua esistenza. In un
importante testo, apparso in Geistige Überlieferung – l’annuario frutto della
collaborazione con Otto e Reinhardt – L’inizio del pensiero moderno. Della
passione e dell’esperienza dell’originario, G. porta avanti una vigorosa
critica del cogito cartesiano che non tiene conto di quella passione a partire
dalla quale soltanto avviene il theorein che è proprio della filosofia. Un
theorein che non ha una costituzione razionalistica ma è una visione puramente
indicativa, schematica, immaginifica, che, come tale, opera opera anche
pateticamente e quindi retoricamente. A fondamento del pensiero c’è una
necessità esistenziale che non può CHE rivelarsi e apparire attraverso
l’esperienza della parola poetica e META-FORICA. Unicamente la META-FORA
(TRAS-LAZIONE) può rendere conto del poli-morfismo ontologico, che non è un
fatto, ma un continuo divenire, all’appello del quale [G. La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale, soprattutto il primo capitolo, Il problema
della parola poetica; Potenza dell’immagine. Rivalutazione della retorica. L’essenza
della presenzialità immediata – che dov3 essere l’essenza della svelatezza
empirica – non è dunque ciò che è diventato e che si è cristallizzato come
fatto, oggetto, bensì il divenire, il manifestarsi il dato originario, come
immediata presenza di alcunchè, è il divenire, il processo, cioè ciò che non è
ancora diventato, fatto, e in quanto già l’uomo è chiamato a rispondere in modo
plurale e non univoco. G. afferma che poiché il vedere, la visione, insiti
nella teoria come fondamento di ogni procedimento razionale si attuano
attraverso una META-FORA (TRAS-LAZIONE). Allora la META-FORA (TRAS-LAZIONE),
che ricorre per lo più alle immagini non va considerata un mezzo solo
letterario ma è INDISPENSABLE per esprimere l’Originario [cf. GRICE,
ESCHATOLOGY]. Oltre alla collaborazione all’annuario, occorre segnalare anche
la progettazione dell’Istituto Studia Humanitatis in cui la partecipazione
degli esponenti della cultura italiana e tedesca è inquadrata anche alla luce
di un intento politico-culturale: quello di affermare la specificità della ROMANITÀ
nei confronti degl’ideali del mondo tedesco privilegiando soprattutto tre
ambiti problematici. In primo luogo, l’antichità nel suo particolare
significato per LA TRADIZIONE ITALIANA. Inoltre il rinascimento e l’umanesimo
infine, una terza questione riguarda il modo in cui si ha compreso e giudicato
l’umanesimo e il rinascimento. Per G. fin dall’inizio gli studia humanitatis
hanno un legame con l’agire creativo dell’uomo, che si realizza soprattutto
nella comunità politico-sociale. G. si reca in Svizzera in cui progetta con
Szilasi la collana Überlieferung und Auftrag presso l’editore Francke di Berna incomincia
la sua attività di insegnamento a Monaco e di direzione del Centro di Studi
Filosofici. In conclusione di questa breve introduzione alle idee dell’emigrante
con la vocazione per la filosofia, basti dire che negli anni densi e intensi
dell’apprendistato filosofico si gettano le basi di quei grandi temi che
percorrono i decenni successivi: la rivalutazione dell’umanesimo e della
latinità come luoghi di riflessione sulla questione onto-antropo-logica, sul
nesso uomo-essere; LA CENTRALITA DEL LINGUAGGIO E DELLA PAROLA POETICA, DEL
DIRE METAFORICO e della svanito, non più presente. Il dato come oggetto, e
quindi come qualcosa di già fatto, non è il dato, bensì una falsa interpretazione
del dato. G. Il Problema del logo; Potenza dell’immagine. Rivalutazione della
retorica; Studia humanitatis come essenza della tradizione spirituale italiana,
in Studia Humanitatis. Festschrift zur
Eröffnung des Institutes, Veröffentlichungen des Institutes Studia Humanitatis,
Berlin, verlag Helmut Küpper, ora in I scritti. Del periodo berlinese ricordiamo anche l’attività
editoriale realizzata con l’appoggio di Küpper.] retorica. La questione è,
ancora una volta, quella di riattivare un rapporto uomo-mondo non intrappolato
nella rete di una soggettività cogitativa o di un’oggettività alla quale
adeguarci, ma di attingere a un mondo pre-categoriale in cui gli orizzonti
della sensibilità e della razionalità, dell’immediatezza dell’atto e della riflessione
che lo struttura si intersecano. L’umanesimo della complessità offerto da G. può
essere concepito come un atto di demitizzazione: una delle mitologie da sfatare
è quella della preminenza della ratio. Ma tale operazione decostruttiva non si
risolve in una mitizzazione, di segno opposto, della crisi della ragione. Del
tramonto della civiltà, in cui cultura e civilizzazione si sono definitivamente
separate; del tramonto dell’uomo che da animale pregnante, passa ad animale
carente, diventando, infine, animale obsoleto e antiquato o, addirittura, come
testimoniato dagli attuali studi post-umanisti, segmento di un processo
ibridativo con la techne. Nei prossimi capitoli cercheremo di ripercorrere le
tappe G.ane del discorso sull’umanesimo che viene a configurarsi come un
itinerario onto-antropo-logico in cui il discorso sull’uomo si intreccia
indissolubilmente con la questione ontologica. Sarà concesso spazio a quegli
scritti nella convinzione che solo dall’analisi di quei contributi è possibile
comprendere la ricostruzione storica e speculativa di un umanesimo gravitante
attorno al concetto di Lichtung. Le questioni sollevate da G. costituiscono un
contributo fondamentale alla filosofia del Novecento e non possiamo pensare
alle sue riflessioni come a temi da vagabondaggio filosofico , come dai giudizi
dei filosofi ricordati all’inizio di questo capitolo sembrava emergere, ma come
l’ennesimo tentativo di ripensare l’uomo a partire dalle proprie strutture
immanenti e dal proprio essere-nel- mondo.
Uno dei risultati più importanti della indagine filosofica G.ana portata
avanti tra gli anni Trenta e Quaranta è la scoperta della co-originarietà tra
logos e pathos: la dimensione patica dell’esperienza umana si pone come un a
priori dello stesso ambito cogitativo. Possiamo rintracciare un doppio binario
della ricerca: la critica al pensiero moderno è condotta, da un lato,
attraverso l’individuazione degli effetti negativi di un divorzio tra logos e
pathos, dall’altro, tramite la ricerca di un certo luogo della tradizione culturale
umanistico-rinascimentale che il dibattito storiografico ha sempre ritenuto
privo di spessore filosofico, o almeno non carico di una serie di motivazioni
teoriche che G. rintraccia. Secondo il pensatore milanese il grande rimosso del pensiero moderno è, di fatto, un momento
epocale: la tradizione ha obliato il valore filosofico e storico del linguaggio
poetico, nel quale egli rintraccia la possibilità di uscire dal conflitto tra
ratio e pathos. Solo fuoriuscendo dal circolo vizioso di ragione e passione è
possibile esperire una dimensione dell’umano nuova ed autentica. Ma come nasce
per G. l’esigenza di rinnovare la questione dell’uomo e del suo rapporto con il
mondo? Sappiamo quanto vivo e vigoroso fosse il problema: lo dimostra la
tenacia speculativa che, in qualità di direttore della Humanistische Bibliothek
dell’editore Fink, mostra patrocinando la pubblicazione di una cinquantina di
volumi intorno a temi umanistici, nella speranza che la conoscenza diretta di
Petrarca, Salutati, Valla, Pontano, Gianfrancesco Pico potessero rendere
giustizia ad un’immagine dell’umanesimo lontana dalle interpretazioni tradizionali.
Inoltre, [Affronteremo la questione del nesso pathos-logos in maniera analitica
nel terzo capitolo. il nostro autore, sotto il patronato dell’Accademia
d’Italia, ha l’incarico di fondare e dirigere l’Istituto Studia Humanitatis a
Berlino, anche grazie all’interessamento di CASTELLI ZUBIENA (si veda). Accanto
a questa opera di edizione e direzione c’è il percorso di ricerca teorica
portato avanti per tutta una vita e che pone G. in un confronto serrato con i
più noti interpreti dell’Umanesimo e del Rinascimento e con due autori in
particolare secondo la convinzione di gran parte degli interpreti: Vico e
Heidegger, ma noi vorremmo aggiungere anche Cartesio, Aristotele e LEOPARDI (si
veda). Da un lato Cartesio ha avuto un ruolo centrale nell’analisi G.ana del
logos attraverso la fecondità individuata nei concetti di dubbio e cogito che
rivestono un’importanza fondamentale nell’analisi della Leidenschaft.
Dall’altro Aristotele ha espresso concetti, quali quelli di archè e pistis, che
secondo G. gettano luce su un altro percorso possibile per il pensiero: il
filosofare noetico non-metafisico in cui si condensa la proposta retorica del
filosofo tutta gravitante intorno al nesso phantasia-ingenium-metafora che
costituiscono la triade della retorica del significare arcaico. Poi c’è Vico
che appare come l’erede della tradizione umanistica: il De antiquissima e la
Scienza Nuova ci guiderebbero verso un mondo la cui nota dominante è costituita
dalla fantasia e dall’ingegno, che con spirito anti-cartesiano VICO (si veda)
avrebbe contrapposto alla ratio calcolante e al deduzionismo matematico di
Cartesio, in difesa delle humanae litterae. LEOPARDI (si veda) con il concetto
di illusione avrebbe teorizzato una filosofia dell’esistenza in cui il pathos
avrebbe raggiunto le vette di una tematizzazione poetico-filosofica che guida
la riflessione verso il tema del fondamento e dell’antropogenesi. Infine
Heidegger si mostra come il più fiero oppositore dell’Umanesimo e del
Rinascimento, trattati alla stregua di espressioni di una mera antropologia
ontica che ha come centro della riflessione l’ente e non l’essere. Eppure le
riflessioni di Heidegger sul linguaggio e sulla parola poetica, sull’opera
d’arte come evento del disvelamento dell’essere, sono richiamate all’attenzione
da G. che con Heidegger va oltre Heidegger compiendo un vero e proprio iter di
oltrepassamento, nel duplice senso di Verwindung (accettazione-approfondimento)
e Überwindung (superamento). Secondo l’interpretazione G.ana, quella di
Heidegger sarebbe una prospettiva che, nonostante la messa in mora della
modernità e l’opera decostruttiva condotta nei riguardi dell’impostazione
soggettocentrica, cade preda di quel pregiudizio hegeliano e di tutta la
concezione idealistica dell’umanesimo. Leggiamo in Heidegger e il problema
dell’umanesimo che Heidegger sottolinea che il termine umanesimo si affermò per
la prima volta al tempo della repubblica romana come equivalente del termine
greco paideia. Per Heidegger è un dato di fatto che ogni umanesimo principia
col definire l’essenza dell’uomo, quindi con una filosofia antropologica 90.
L’umanesimo come mera antropologia è l’equazione posta da Heidegger che G.
mette in discussione attraverso un’analisi storico-filosofica che rintraccia
nelle riflessioni sul linguaggio un altro inizio del pensiero. Benché Heidegger
avesse sviluppato una concezione del linguaggio e della poesia come luoghi del
disvelamento dell’essere, la tradizione poetica degli autori italiani del
Quattrocento non era ritenuta funzionale al discorso relativo alle circostanze
della manifestatività ma frettolosamente
liquidata in quanto proseguimento della Romanitas, posta da Heidegger in
contrapposizione con l’esperienza greca presocratica. G. tenta di ricostruire
con spirito critico-problematico, più che filologico91 in senso tecnico, la
tradizione di quegli autori come Salutati, Valla, Poliziano e Landino che
mostrano una ricchezza del possibile in alternativa all’unilateralità del vero.
Nelle sue analisi, infatti, emerge quella volontà di far parlare direttamente i
testi senza diaframmi, mettendo in evidenza quella mutevolezza del particolare
e del contingente senza prescindere dalla situazione data. Denunciando i gravi
limiti di ogni inerte visione aprioristica e razionalistica, quegli autori
costituiscono per G. il polo ineludibile di una riflessione che è attenta a
tutte le dimensioni del G., Heidegger e
il problema dell’umanesimo, 58. 91 Del resto le forzature storiografiche che
talvolta sono presenti nelle riflessioni G.ane sono state sottolineate da
Cesare Vasoli nell’Introduzione all’edizione italiana di G., Heidegger e il
problema dell’umanesimo: G. è infatti convinto – e lo ripete nel modo più
esplicito – che la svolta platoneggiante segnata dal Ficino e la forte ripresa
della tradizione aristotelica, nel corso della prima metà del Cinquecento,
siano sostanzialmente estranee alla vera filosofia umanistica o, almeno, alle
sue ragioni e interessi più vitali. Ciò pone, naturalmente, molti problemi di
natura storiografica anche se non può
tacersi che anche il giudizio umanistico sul valore fondante della poesia deve
non poco a tipici loci platonici e che il tema del furor proprio del Ficino (si
pensi soltanto ad alcune notissime pagine del De Amore) ha svolto un ruolo
dominante nell’interpretazione sapienziale della poesia e del suo ruolo di
theologia originaria , C. Vasoli, Introduzione, 7-16, in G., Heidegger e il
problema dell’umanesimo, 12; titolo originale Heidegger and the question of
Renaissance Humanism, Centre for Medieval and Early Renaissance Studies,
Binghamton, New York[ pensiero: non solo la logica e la teologia, ma la
giurisprudenza, la mitologia, la politica, la retorica, la poesia divengono
oggetti teorici degni di una riflessione sulle molteplici forme dell’apparire
dell’essere. In tale percorso di rivisitazione delle tematiche umanistiche G.
segue itinerari poetici e teatrali, generi, quali il poema cavalleresco, la
lettera familiare, l’elogio, che pongono in luce un senso della parola poetica
lontano da ogni velleità di giungere ad un significato definitivo, ad una
definizione che chiuda la res in un verbum univoco. Anzi, secondo G. è nelle
parole, nei verba, nella ricchezza e complessità di un universo linguistico non
chiuso nei ristretti limiti della logica formale che possiamo attingere la res
e i suoi modi di datità, che sono infiniti, molteplici, contingenti,
transeunti. Da ciò deriva che il principale compito della nuova filosofia
umanistica narrata dal filosofo è l’apprensione del reale non a mezzo del
processo razionale del pensiero che col concetto (horos) e la definizione
(horismos) coglie l’essenza (ousia) degli enti, ed astraendo dal tempo e dal
luogo, ne stabilisce il significato 92; ma attraverso la parola
storica-poetica-metaforica che è una eikasia (una somiglianza e un apparire)
del significato degli enti come risposta alle esigenze esistenziali che sorgono
nelle diverse situazioni 93. L’attenzione alla polidimensionalità del reale che
si rivela nella polidimensionalità linguistica rende la stessa opera G.ana non
suscettibile di sistematicità: leggere G. tentando di rintracciare nelle sue
pagine un’opera sistematica è un approccio inadeguato, occorre piuttosto
seguirlo nelle tracce, nelle indicazioni, nelle pieghe della meditazione94. Del
resto questo è un risultato, più che un La
filosofia dell’umanesimo un problema epocale, 37. 93 146. 94 Secondo l’interpretazione di D.
Pietropaolo l’assenza di sistematicità nella filosofia di G. costituisce un
limite, uno svantaggio considerevole , ma secondo il nostro punto di vista si
tratta di un riflesso dell’impianto fenomenologico del metodo seguito da G.. Se
la realtà è multiforme e sfaccettata anche il modo di dire tale realtà
procederà per aspetti, frammenti segmenti tutti tesi a mostrare la ricchezza
dell’essere. D. Pietropaolo, G.,
Vico, and the defense of the Humanist Tradition, in New Vico Studies , 1992, X,
5. Opposto il giudizio di A. Battistini
secondo il quale quello di G. è un metodo che rispecchia una ricerca sempre in
progress, inappagata, dinamica , A. Battistini, Vico e l’umanesimo inquieto di G.,
391, in E. Hidalgo-Serna-M. Marassi (a cura di), Studi in memoria di G., 385-404.]
limite, raggiunto dal filosofo in ossequio all’insegnamento degli umanisti che
con la riflessione sulla storicità dell’esperienza umana che parte da bisogni
concreti elaborano quella che è una rivoluzione epocale ben più importante di
altre rivoluzioni culturali: attraverso la teoria dell’ingegno, che interviene
nelle diverse e varie situazioni, in funzione delle necessitates e dell’hic et
nunc, tramite l’attività analogica, che assurge a meccanismo catalizzatore del
sistema antropo-poietico. Leggiamo in La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale che l’umanesimo, non muovendo più dal problema della definizione
razionale del reale, realizza un rovesciamento dei procedimenti del pensiero
filosofico ben più radicale della così detta moderna rivoluzione copernicana del pensiero cartesiano e idealistico 95 e ciò
è espresso, dal nostro punto di vista, in conformità alla generale impostazione
onto-antropo-logica del pensiero di G., che vede nella indagine linguistica e
poetica la possibilità di scorgere quell’appello dell’essere che spinge l’uomo
a rispondergli creativamente in base alle molteplici circostanze esistenziali.
In tale contesto l’agire umano per G. implica la necessità di realizzare non
cognizioni astratte di una metafisica ragionata ma una metafisica metaforica,
fantastica ma non arbitraria perché risposta oggettiva alle urgenze vissute
differentemente nelle varie situazioni 96. Ma torniamo al problema dal quale
siamo partiti: come giunge G,i alla domanda sull’uomo e sulla correlazione
uomo-mondo? Decisivo è stato l’incontro con il maestro degli anni mitici di
Friburgo ? Oppure dobbiamo attendere quella che, secondo alcuni interpreti, è
la svolta vichiana? Domandarsi della genesi del problema onto-antropo-logico in
G. è una operazione teorica non semplice, poiché si tratta di percorrere un
iter in absentia: il filosofo non usa esplicitamente l’espressione
onto-antropo-logia per qualificare la
propria riflessione, ma, a dispetto di quest’assenza terminologica, possiamo
riscontrare le tracce – non tanto nascoste – di tale ambito problematico che si
costituisce come l’orizzonte di pre-comprensione imprescindibile per accedere
ai settori teorici toccati dal filosofo di Milano: retorica, metaforologia,
umanesimo. Riferirsi al G., La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale, 96. 96 G., VICO (si veda) e OVIDIO (si
veda). Il problema della preminenza della metafora, in Bollettino del Centro di
Studi Vichiani ] contesto
onto-antropo-logico ci consentirà agevolmente di sfatare anche un’ipoteca
storiografica che pesa sul suo pensiero, talvolta preda di un’interpretazione
che lo ritiene mera espressione eclettica o privo di una adeguata articolazione
teoretica97. G. affronta i temi dell’Umanesimo e del Rinascimento italiani già
nel 1924 nel saggio Il pensiero di MACHIAVELLI (si veda) e l’origine del concetto
di stato apparso sulla rivista Rassegna Nazionale. Ben prima dell’incontro con
Heidegger, ben prima dell’incontro con Vico dunque. In questo saggio G. offre
un’interpretazione degli scritti machiavelliani puntando l’attenzione sui
concetti di uomo e umanità, riconoscendo l’importanza decisiva che nella sua
prospettiva onto-antropo-logica assumono le questioni di stato e patria.
L’impostazione teorica che emerge è di stampo idealistico98 e tende a dare
credito ad alcune interpretazioni correnti, quali l’affermazione della dignità
umana come valore immanente; l’incapacità di inquadrare in un sistema
concettuale il pathos della ricerca; la collocazione entro la cornice teorica
della modernità dell’Umanesimo e del Rinascimento. Secondo il filosofo di Milano
ciò che emerge dalle riflessioni di Machiavelli è un principio di immanenza che
permea tutta la riflessione moderna. G. afferma che il medioevo e il
rinascimento - secondo una distinzione larga – nascono come espressione di due
pensieri fondamentalmente distinti: mentre il pensiero antico, medioevale
cercava la razionalità del reale – ossia il principio di ogni realtà in un
principio trascendente, che ci supera – il pensiero moderno – di cui il
rinascimento e l’umanesimo sono la prima affermazione – cerca la razionalità
del reale in un principio immanente, che è in noi 99. Pur accogliendo tale
distinzione tra Medioevo e Rinascimento il filosofo riconosce tuttavia il
limite di un’impostazione di questo genere poiché la realtà storica e
filosofica risulta pur sempre più ricca e complessa di rigidi schemi che non
tengono conto delle mille sfaccettature di correnti di pensiero e di singoli
intellettuali. Emblematico è il caso di Dante che in questo scritto appare
essere !! , l’interpretazione di G. Modica, Oltre Heidegger e Vico. Sulla
prospettiva filosofica di Ernesto G., 77-88, in Un filosofo europeo. G., cit.
98 , R. Messori, Le forme dell’apparire, in particolare il terzo capitolo,
Umanesimo e modernità G., Il pensiero di Machiavelli e l’origine del concetto
di Stato, in Primi Scritti] un Giano bifronte, proteso sia verso l’impostazione
classica e medioevale, che rintraccia nell’essere per essenza – o per seguire
la loro denominazione – Dio – l’essere da cui tutto proviene e in funzione del
quale tutto si distingue e supera il soggetto di cui è origine e causa 100; sia
verso un aspetto proto- moderno che troverà nell’epoca successiva un
dispiegamento considerevole. Secondo G. nella concezione politica di Dante
abbiamo un primo embrione della modernità: la nuova epoca non si – può – far
nascere dal secolo XV, ma molto prima, come ci rivela l’espressione volgare
della Divina Commedia, del Convivio, e il ghibellinismo di Dante 101. La
riflessione della modernità matura sarà contraddistinta da una serie di
elementi che metteranno in crisi l’impostazione medievale ma anche classica.
Contro l’idea che proprio gli umanisti proporranno nell’auto-interpretazione
della propria epoca, secondo G. lo stesso classicismo del Quattrocento e del
Cinquecento non è che semplice scorza con cui la nuova epoca inviluppava le sue
tendenze...fredda cenere sotto cui troviamo il primo fuoco dello spirito
moderno, l’uomo che ricerca e trova se stesso 102. Nel nuovo contesto culturale
la figura di MACHIAVELLI (si veda) è assunta come baluardo della costruzione
del Rinascimento: nel clima generale della critica verso i barbari medievali alla vis destruens degli umanisti Machiavelli
sa contrapporre una vis construens che si concretizza nella messa a tema del
concetto di patria, del valore dell’individuo e della verità effettuale che,
secondo G., riveste un’importanza massima: l’affermazione della verità
effettuale è della massima importanza, egli giungerà logicamente col suo metodo
induttivo alla concezione della storia come creazione umana . La centralità
della nozione machiavelliana di verità effettuale viene posta in correlazione
con la teoria vichiana del verum ipsum factum, secondo cui il verum storico è
conoscibile solo ed unicamente nel factum umano. Il criterio della
convertibilità, che ha una tradizione antica, di ascendenze
giudaico-cristiane104, e che è possibile definire come il vero assioma di VICO
(si veda), viene esplicitamente espresso nel De nostri temporis studiorum
ratione. Qui il criterio del verum-factum viene legato all’ambito geometrico:
pertanto queste cose della fisica, che in forza del procedimento geometrico si
presentano come vere, non sono se non verisimili, e dalla geometria ricevono sì
il procedimento, non la dimostrazione: dimostriamo la geometria perché la
facciamo; se potessimo dimostrare la fisica, la faremmo. Vorremmo sottolineare
che il vichismo di MACHIAVELLI (si veda)
individuato da G. in questo saggio risente fortemente dell’impostazione
crociana. L’inconsapevole vichismo di Machiavelli o il non voluto
machiavellismo di Vico compare in numerose opere del filosofo di Pescasseroli.
U no dei primi riferimenti crociani al Segretario fiorentino risale a
Filosofia della pratica in cui CROCE (si veda), trattando della categoria
dell’utile, e quindi della politica, riconosce Machiavelli come il capostipite
delle dottrine che hanno considerato la politica come attività indipendente
dalla morale e che hanno stabilito dei precetti empirici della ragion di Stato . Ma allo stesso tempo
osserva che la questione se codesti due termini potessero mai tenersi
immediatamente identici è stata indagata
da Machiavelli anche se, su tale aspetto, il suo pensiero è stato lungamente
non compreso non essendosi inteso il valore spirituale della volontà
utilitaria, considerata per sé senza interferenza della ulteriore
determinazione morale Per una sintesi
ben documentata della storia della teoria del verum-factum prima e dopo Vico ,
M. Martirano, Vero- Fatto, Guida, Napoli, 2007, in particolare i capp., Il
criterio del vero e del fatto prima di Vico, 41-101; e Il criterio del vero e
del fatto dopo Vico, 105-172. 105 G. Vico, Sul metodo degli studi del nostro
tempo, a cura di A. Suggi, Ets, Pisa 2010, 49-51. 106 Croce, Filosofia della
pratica. Economia ed etica, Laterza Editori, Bari, 1945, 266. 107 267. Secondo Croce solo a partire dall’analisi
critica di Francesco De Sanctis si è cominciato a comprendere il carattere
complesso della tesi di Machiavelli e quindi a valorizzare il pensiero del
Principe giustificandolo a dispetto delle condanne provenienti da correnti
moraliste. Nella recensione dell’edizione del Principe curata da Federico
Chabod nel 1924, Croce precisa come sia necessario non tanto affermare che la
politica si identifica con la forza bensì insistere e mettere bene in chiaro
che cosa sia veramente la forza, e come quella forza, che è la virtus politica,
rappresenti un aspetto, necessario bensì ed eterno, ma un aspetto solo della
totalità ed integralità umana – B.
Croce, La Critica , giugno 1924, 314. In seguito nel 1932 in Storia d’Europa
nel secolo decimonono ad integrazione la necessità della virtù nella politica] Su
questo sfondo crociano l’interpretazione di G. pone in luce il nesso di verità
effettuale108 e verum ipsum factum che dischiude una nuova visione del mondo:
dire che coll’affermazione della verità effettuale, abbiamo veramente
l’affermazione che precorre e già contiene implicitamente il verum ipsum factum
di Vico , significa porre nella realtà l’unico valore, identificando valore e
realtà, essere e valore, e ha come conseguenza anche l’adozione di un metodo
innovativo di indagine del reale. L’importanza di questo saggio giovanile è
degna di nota se consideriamo che proprio qui emergono alcune dicotomie
concettuali che ritroveremo nella produzione successiva e che sottolineano
quanto già a partire dagli anni Venti la questione onto-antropologica fosse
viva nella riflessione del filosofo. Risulta evidente allora che la questione
onto-antropo-logica, il problema dell’umanesimo, della correlazione Da-sein e
Sein nell’orizzonte della Lichtung non compare in G. solo ed unicamente a
partire dall’incontro con Heidegger o dalla svolta vichiana di un fantomatico
secondo G. ma affiora già nelle
riflessioni sulla scienza nuova machiavelliana. La scienza nuova offerta da Machiavelli secondo il pensatore
milanese è innanzitutto una scienza induttiva e non deduttiva, è una
intelligenza dei fatti che può realizzarsi solo abdicando al principio di
autorità e all’a-priorismo e la denuncia della mera attività politica senza
responsabilità è lampante: se alla libertà si toglie la sua anima morale...si
toglie la purezza del fine; se alla disciplina interna alla quale essa si
sottomette spontanea si sostituisce quella della eterna guida e del comando non
rimane se non il fare per fare, il distruggere per il distruggere...ne vien
fuori l’attivismo. Il quale è dunque in questa traduzione riduzione e triste
parodia che in termini materialistici compie di un ideale etico,
sostanzialmente una perversione dell’amore per la libertà – CROCE (si veda), Storia d’Europa nel secolo
decimonono, Laterza Editori, Bari. CROCE risolve in maniera definitiva la
questione posta da MACHIAVELLI (si veda) saldando assieme l’etica alla politica
sia nella sua concezione della storia, sia nella sua filosofia politica tanto
da unire nell’unica opera Etica e politica i precetti morali alle riflessioni
sulla politica. In questo testo egli cita VICO (si veda) come il solo ed
autentico successore dell’impostazione di Machiavelli, ritenendo che i suoi
veri prosecutori non sono né coloro che elaborano una precettistica della
ragion di stato , né coloro che escludono qualsiasi commistione tra politica e
etica e predicano l’avvento di un regime basato sulla pura bontà e giustizia,
né chi non cerca di risolvere l’antinomia tra politica e morale ma la
relativizza a carattere meramente accidentale della storia. Vico è ai suoi
occhi colui che più di tutti è pieno del suo spirito, che egli chiarifica e
purifica, integrando il suo concetto della politica e della storia, componendo
le sue aporie, rasserenando il suo pessimismo – B. Croce, Etica e politica, Laterza Editori,
Bari, 1931, 254. 108 L’espressione verità effettuale compare nel XV capitolo
del Principe: ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi l’intende, mi è
parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla
immaginazione di essa , N. Machiavelli, Principe, XV, 280 A. , su questo
aspetto V. Raspa, Della verità effettuale della cosa e del riscontrare le cose.
Riflessioni intorno al XV capitolo del Principe, 152-184, in Machiavelli:
immaginazione e contingenza, a cura di F. Del Lucchese-L. Sartorello-S.
Sartorello, Ets, Pisa G., Il pensiero di Machiavelli e l’origine del concetto
di Stato, in Primi scritti] logico. La grandezza del segretario fiorentino
risiede nella ricostruzione politica del Rinascimento, che è allo stesso tempo
una restituzione alla storia di una razionalità intrinseca. Ma in che modo è
possibile offrire al dominio di Dio o del caso – la storia – una propria
razionalità? La domanda che secondo G. Machiavelli si pone trova nelle pagine
del Principe una risposta, l’unica possibile. Assodato che con il Rinascimento
registriamo una rottura, un crollo dell’impalcatura teorica e pratica del
Medioevo, la dissoluzione dei valori religiosi e l’affermazione della forza
dell’individuo, come garantire l’integrità della vita activa, come riparare la
nuova idea di azione umana dal pericolo di una dispersione irrazionale di
energia? Secondo G. la stessa affermazione del soggetto empirico va superata e
si supera con Machiavelli: l’affermazione del soggetto empirico andava superata
e condotta a un concetto di unità di individualità superiore, ma il problema
doveva essere posto negli unici termini possibili: superare l’individualità
empirica per mezzo dell’affermazione dell’individualità stessa 110. Il problema
dell’individualità si pone come un dato di importanza considerevole per due
ordini di ragioni: innanzitutto l’ascesa del soggetto è individuata come un
tratto distintivo della modernità, sebbene in questo contesto
l’autoaffermazione assuma una valutazione positiva che in seguito perderà, a
fronte di una impostazione teorica che vede nella compagine soggettocentrica
della filosofia un aspetto negativo; poi mostra l’aporia aperta dalla figura di
Machiavelli e che rifluisce nella tematizzazione G.ana successiva: l’aporia tra
la componente irrazionale, quella che successivamente sarà definita patica, e
l’esigenza di un inquadramento razionale e logico. Il Principe ha un valore
emblematico e attesta un tentativo di coniugazione estremamente importante:
l’affermazione del Principe di Machiavelli è così il passaggio dal concetto
dell’Umanesimo, dell’individualità empirica, a quello di nazione. Passaggio,
questo, che fa emergere quanto Machiavelli percepisse l’irrazionalità in cui si
dibatte il Rinascimento: il contrasto delle varie affermazioni di tirannidi 112
e che rende la sua opera una sorta di fisica delle forze umane 113. Si tratta
di un’aporia che nel Principe si struttura come tensione tra le antinomie
etico-psicologiche e unità del principe-centauro; e nei Discorsi trova
espressione nel contrasto tra il conflitto socio-politico e l’unità
istituzionale. Una contesa che è connotata positivamente da Machiavelli per il
quale le dissensioni , i conflitti, non sono elementi esiziali per la
salvaguardia della res publica, ma necessarie e proficue114. Alla figura di MACHIAVELLI
(si veda), all’importanza della sua teoria politica nella ridefinizione dei
parametri della modernità umanistica, e all’impronta innovativa offerta dal suo
concetto di verità effettuale al cambiamento di paradigma del Cinquecento, per usare una fortunata
espressione kuhniana, G. dedica molta attenzione tra gli anni Venti e Quaranta.
Ciò è testimoniato dalle pagine conclusive del saggio Pensieri sul poetico e
sul politico del 1939, in cui si asserisce che l’essenza politica di
Machiavelli consiste quindi nell’aver riconosciuto l’urgenza della politica (necessità),
il suo imporsi, come una forma autonoma e in sé indipendente da ogni altra
forma del dischiudersi della realtà
questo inarrestabile realizzarsi del politico è ciò che Machiavelli
chiama fortuna, la quale non significa sorte, bensì la concreta situazione
politica in cui sempre ci troviamo 115. Qui viene espresso quel concetto di
costrizione, necessità e coercizione che il reale esercita sull’essere umano e
che è importante richiamare all’attenzione poiché quello di Nötigung sarà un
concetto che ritroveremo in seguito e che andrà a costituire una delle
caratteristiche della onto- antropo-logia di G., la quale ha di mira
l’individuazione dei meccanismi arcaici di antropo-poiesi, dei dispositivi che
sono fortemente radicati nella situazione particolare, nell’Appello dell’essere
e . 114 Barbuto, Il pensiero politico del
Rinascimento, Carocci, Roma 2008, in particolare le 39-75 dedicate a
Machiavelli. 115 G., Pensieri sul poetico e sul politico, in Primi scritti, 793.
Il saggio appare originariamente in tedesco con il titolo Gedanken zum
Dichterischen und Politischen. Zwei Vorträge zur Bestimmung der geistigen
Tradition Italiens nel 1939 in Schriften für die geistige Überlieferung, Erstes
Heft, herausgegeben von G., Berlin, Verlag Helmut Küpper, 1939. Nel saggio
rifluiscono due conferenze, Deutsche Dichtung und die italienische Tradition
des Humanismus, e Politisches und begrifflisches Denken in der Italienischen
Tradition.] del reale, la cui carica di estraneità è oltrepassabile solo
tramite l’azione concreta e storica che ha struttura metaforica. L’attività
metaforologica ha infatti una connotazione onto-antropo-logica in G.: riguarda
l’uomo, riguarda la realtà e costituisce il modo di darsi delle cose, il nostro
modo di essere affetti dal mondo circostante. Non un orpello linguistico, una
fictio retorica, la metafora è per G. un dispositivo antropo-poietico. Come si
afferma in Retorica come filosofia. La tradizione umanistica: alcuni limitano
la funzione della metafora alla trasposizione di parole, cioè di una parola dal
suo proprio campo ad un altro. Tuttavia, tale trasposizione non può essere
compiuta senza un’intuizione immediata delle somiglianze che appaiono nei
diversi campi la sua funzione è quella
di rendere visibile una proprietà comune ai vari campi. Essa presuppone la
visione di qualcosa ancora nascosto ma dobbiamo andare più a fondo del piano
letterario. La metafora sta alla base del nostro mondo umano. Poiché essa si
radica nell’analogia tra cose differenti e fa immediatamente balzare agli occhi
tale analogia, essa contribuisce in modo fondamentale alla struttura del nostro
mondo 116. In conclusione possiamo dare per acquisito che la lettura di
Machiavelli e i saggi dedicati al Segretario fiorentino e alla politica pongono
in luce la fondamentale importanza che in tale ricostruzione di un nuovo
paradigma assume la conoscenza storica del passato117, il tema della fortuna –
la concreta situazione storica – e quello della virtù – come abilità di
commisurarsi alla fatticità dell’esistenza118, quello dell’autonomia dell’agire
politico119. Questi elementi ci dicono che non Retorica come filosofia. La
tradizione umanistica GIUCCIARDINI (si veda) e il concetto della politica nel
Rinascimento italiano. Prologo alla prima edizione tedesca dei Ricordi, 887-900,
in Primi scritti, 891. Il saggio appare nel 1942 con il titolo Francesco
Guicciardini und der Begriff der Politik in der italienischen Renaissance.
Prolog zur ersten deutschen Ausgabe der Ricordi , in Europäische Revue ,
Stuttgart-Berlin, XVIII, 1942, n. 3. 118 Teoria della politica nella tradizione
del rinascimento, 967-974, in Primi scritti, 971. Il saggio appare con il
titolo Theorie der Politik in der Ueberlieferung der Renaissance, in Neue
Zürcher Zeitung , Jahrgang, Morgenausgabe, Pensieri sul poetico e sul politico.
Due conferenze per determinare la tradizione spirituale italiana, in Primi
scritti] possiamo sottrarci di fronte all’occasione, alla circostanza, alla
necessità impellente di prendere posizione nei confronti di ciò che accade.
Perciò la nostra situazione si trova sempre nel mezzo di un aut-aut 120.
L’essere in mezzo ad un aut-aut ci costringe a decidere, a scegliere, ad
affrontare il reale come impegno e compito come G. afferma nel 1942 in una
lettera-saggio indirizzata allo stimatissimo amico W. F. Otto, Sul problema della parola e della
vita individuale. Riflessioni a partire dalla tradizione italiana, che mostra
un metodo inattuale di fare filosofia:
si tratta di esercitare la riflessione con lettere aperte, denunciando così il
carattere particolare di questo impegno comune, per il quale esso si distingue
e deve distinguersi rispetto alle occupazioni scientifiche 121. Si tratta di
quel metodo inattuale, difeso anche da Husserl, che solo i filosofi autentici
possono realizzare nella consapevolezza di essere funzionari dell’umanità ,
orientati verso un telos che può trovare concretezza solo nell’esercizio
dell’atto filosofico. Umanesimo e pseudo-umanesimi: la pars destruens del
discorso G.ano. La riflessione sull’Umanesimo e sul Rinascimento e sul loro
spessore filosofico elaborata da G. a metà degli anni Venti e Trenta si
concretizza, come abbiamo visto, nel saggio su MACHIAVELLI (si veda)
proseguendo nelle produzioni saggistiche successive al 1924. In queste ultime è
presente anche un intento di chiarificazione storiografica e di presa di
distanza dalle coeve interpretazioni della tradizione epocale . Riferirsi ad
un’epoca storico-culturale, come quella al centro della riflessione Sul
problema della parola e della vita individuale. Riflessioni a partire dalla
tradizione italiana. A Walter F. Otto, 901-915, in Primi scritti, 912. Il
saggio appare in tedesco nel 1942 con il titolo Über das Problem des Wortes und
des individuellen Lebens. Erwägungen aus
der italienischen Überlieferung. An Walter F. Otto, in Geistige Überlieferung. Das zweite Jahrbuch, in Verbindung mit Walter F. Otto
und Karl Reinhardt, herausgegeben von G., Berlin, Verlag Helmut Küpper] Husserl,
La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, tr. it. a
cura di Filippini, il Saggiatore, Milano 1960, 46, Noi siamo dunque, e come
potremmo dimenticarlo, nel nostro filosofare, funzionari dell’umanità. La
nostra responsabilità personale per il nostro vero essere di filosofi, nella
nostra vocazione interiore personale, include anche le responsabilità per il
vero essere dell’umanità, che è tale soltanto in quanto orientato verso un
telos, e che se può essere realizzato lo può soltanto attraverso la filosofia.
È possibile di fronte a questo sè esistenziale sfuggire? ] di G., significa
innanzitutto prendere in considerazione un mito storiografico . Inoltre, il
concetto G.ano di umanesimo è bivalente: accanto all’idea di Umanesimo come
categoria storiografica limitata ad un periodo storico circoscritto e ad autori
precisi troviamo un concetto di umanesimo come macro-categoria che comprende
una riflessione generale sull’humanitas. A partire dal grande affresco
burckhardtiano del 1860 Die Kultur der Renaissance in Italien e dal saggio di
Michelet Histoire de France au sezième siècle, il mondo moderno e i suoi tratti
distintivi sono stati legati alla riscoperta dell’uomo e del mondo e dei valori
immanenti i cui prodromi erano già presenti nella civiltà italiana del Trecento
e del Quattrocento. Del resto questo era il punto di vista degli stessi
umanisti che per primi parlano di una rinascita della civiltà contro i barbari
medievali , che erano barbari non per avere ignorato i classici, ma per non
averli compresi nella verità della loro situazione storica 124. Posizione,
questa, che importanti cultori di studi medievali contemporanei hanno messo
profondamente in crisi propugnando una rinnovata idea di Medioevo come età
della sperimentazione e dimostrando l’alto grado di sviluppo intellettuale
raggiunto dalla cultura filosofica e letteraria del Medioevo, contro un
atteggiamento che si è consolidato anche nell’immaginario collettivo, oltreché
in quello filosofico e storico-culturale: quello che vede nel Medioevo un
altrove – sia esso negativo (la prospettiva umanistica) o positivo (la
prospettiva romantica) – o una premessa. Come ricorda Sergi nell’altrove
negativo ci sono povertà, fame, pestilenze, disordine politico, soperchierie
dei latifondisti sui contadini, superstizioni del popolo e corruzione del
clero. Nell’altrove , per una
discussione particolareggiata delle molteplici interpretazioni dell’umanesimo e
del rinascimento C. Vasoli, Il Rinascimento tra mito e realtà storica, 3-25, in
Le filosofie del Rinascimento, a cura di C. Pissavino, Mondadori, Milano, 2002.
, E. Garin, L’umanesimo italiano, Laterza, Roma- Bari 1964. 124 E. Garin,
L’umanesimo italiano, 21. 125 , G. Sergi, L’idea di medioevo, 3-41, in Storia
medievale, Roma 1998; C. Azzara, Le civiltà del Medioevo, Introduzione, 7-12,
Il Muligno, Bologna, 2004. 126 Per un’analisi dettagliata delle interpretazioni
dell’antirinascimento della rivolta dei medievisti, , C. Vasoli, Il
rinascimento tra mito e realtà storica, soprattutto le positivo ci
sono i tornei, la vita di corte, elfi e fate, cavalieri fedeli e principi
magnanimi. Ma è anche discutibile l’uso del medioevo come generica premessa 127.
Per introdurre il discorso decostruttivo G.ano faremo riferimento innanzitutto
alle interpretazioni messe in discussione dal pensatore milanese, soffermandoci
in particolare sulla figura di Cartesio e infine sul capo di imputazione
principe – Heidegger – e sul significato che la riflessione sull’umanesimo
riveste nell’ambito dell’onto-antropo-logia G.ana. II. II. Che cos’è
l’umanesimo? G. parte dal quesito: che cosa significa umanesimo? e risponde individuando la genesi del termine
nell’ambito politico: questo termine nasce per la prima volta in Italia nel XIV
secolo e lo troviamo negli scritti politici di Coluccio Salutati, il primo
segretario politico di Firenze 128. La domanda è il punto di partenza di un
saggio scritto in occasione di una conferenza tenuta nel 1938 durante la seduta
della Klopstock Gesellschaft a Quedlinburg, Deutsche Dichtung und die
italienische Tradition des Humanismus, rifluito insieme ad un altro saggio,
Politisches und begrifflisches Denken in der Italienischen Tradition, in
Gedanken zum Dichterischen und Politischen. Zwei Vorträge zur Bestimmung der
geistigen Tradition Italiens. Per G. durante l’epoca umanistica si esprime per
la prima volta un nuovo atteggiamento dell’uomo verso il mondo, si tratta del
passaggio dall’uomo greco , a quello medievale , per finire con l’uomo del
Rinascimento . Una linea evolutiva che può essere condensata nelle note ed
efficaci immagini proposte da Vernant, Le Goff e Garin: la transizione
dall’uomo guerriero di Omero all’uomo politico di Aristotele129, all’homo
viator e penitente130 e all’uomo moderno131. , G. Sergi, op., 5. 128 G.,
Pensieri sul poetico e sul politico. Due conferenze per determinare la
tradizione spirituale italiana, 777- 802, in Primi Scritti 1922-1946, 780. 129
, J. Vernant, Introduzione, in (a cura di), L’uomo greco, Laterza, Roma-Bari ,
J. Le Goff, L’uomo medievale, in (a cura di), L’uomo medievale, Laterza,
Roma-Bari, 2005, 1-38. 131 , E. Garin, L’uomo del Rinascimento, in (a cura di),
L’uomo del Rinascimento, Laterza, Roma-Bari] Per quanto sia discutibile
l’ipotesi G.ana di una frattura così radicale tra due visioni del mondo occorre
sottolineare che egli riproporrà in tutti i suoi scritti tale dicotomia non
tematizzando estesamente la plausibilità del presunto iato storico-culturale:
ovviamente Medioevo e Rinascimento non sono entità metafisiche e monolitiche
chiuse e incomunicabili, ma soprattutto Medioevo e Antichità greco-romana,
spesso da G. accomunate in un disegno sintetico, non sono sovrapponibili nella
difesa del principio di trascendenza. Eppure è lo stesso pensatore a
riconoscere lo stato quantomeno problematico di un’impostazione di questo tipo
come è possibile leggere nel saggio su MACHIAVELLI (si veda), e nelle pagine di
Il problema filosofico del ritorno al pensiero antico in cui si afferma: Il
fondamentale schema che domina il nostro concetto di filosofia antica – e che
vive in un modo più o meno indiscusso anche in Germania – è la contrapposizione
del pensiero antico al pensiero moderno. Pensiero antico, cioè pensiero
oggettivistico, pensiero moderno – come siamo soliti dire – pensiero del
soggetto. Sono veramente valide queste contrapposizioni e il concetto della
storia della filosofia che si radica in esse? La storia della filosofia è
veramente un lento progresso nel quale noi abbiamo un’indiscutibile superiorità
sul pensiero antico, oppure non va essa piuttosto concepita come la
realizzazione di un’unica verità che si attua nella rinnovata posizione delle
medesime domande? 132. Tali riserve espresse con convinzione tuttavia non
impediranno a G, di assumere una prospettiva teorica di forte impianto
idealistico che pone la questione in termini di slittamento dall’ipotesi
trascendente a quella immanente. Secondo il filosofo ciò che è in gioco con
l’Umanesimo è una questione che da una visione contraddistinta dall’astrattezza
e dall’universalità passa ad una concezione della finitezza umana in cui il
telos è avvertito come un aspetto positivo e non come una mancanza: pertanto,
in Italia, l’umanesimo doveva nascere anzitutto come concezione e affermazione
politica; perché tutta la storia, l’arte, la filosofia e la lingua
dell’antichità spingevano qui alla realizzazione di un nuovo mondo storico Il
fondamentale schema che domina il nostro concetto di filosofia antica – e che
vive in un modo più o meno indiscusso anche in Germania – è la contrapposizione
del pensiero antico al pensiero moderno. Pensiero antico, cioè pensiero
oggettivistico, pensiero moderno – come siamo soliti dire – pensiero del
soggetto. Sono veramente valide queste contrapposizioni e il concetto della
storia della filosofia che si radica in esse? La storia della filosofia è
veramente un lento progresso nel quale noi abbiamo un’indiscutibile superiorità
sul pensiero antico, oppure non va essa piuttosto concepita come la
realizzazione di un’unica verità che si attua nella rinnovata posizione delle
medesime domande? , Il problema filosofico del ritorno al pensiero antico, 255-271,
in Primi scritti] Infatti, per G. lo sviluppo dell’uomo nelle sue estreme
possibilità accade innanzitutto nel contesto, nell’apertura originaria, che è
un’apertura comunitaria, nella quale soltanto l’essere umano può istituire
nessi e relazioni con il contesto circostante, può stare al mondo in una
relazione che è innanzitutto comprendente: si tratta di comprendere e di
cogliere le molteplici forme dell’essere e del suo apparire che ritroviamo
soprattutto nella parola poetica, prima che nella parola logica. La valutazione
autentica dell’Umanesimo sarà possibile allora solo tenendo conto dell’aporia
ineludibile che il problema dell’umano ci pone dinanzi e consentirà di
elaborare quel filosofare noetico non metafisico che tenta di tenere insieme
l’ontologia e l’antropologia senza chiuderle in un orizzonte logico ma
immettendole nel mondo metaforologico: si tratta della coniugazione inaudita che G. cerca di realizzare lungo tutto il suo
percorso filosofico, dalle riflessioni sulla manifestatività in Dell’apparire e
dell’essere e Il problema del logo degli anni Trenta, a quelle sulla dimensione
patica dell’esperienza dell’originario in L’inizio del pensiero moderno. Della
passione e dell’esperienza dell’originario e Il reale come passione e
l’esperienza della filosofia degli anni Quaranta, per finire con gli scritti
sul valore della metafora e del pensiero noetico non metafisico. Lo scopo
dell’interrogazione sull’umanesimo come epoca storica determinata e come
proposta di una rinnovata visione del mondo è dominata dall’esigenza di un
indicare a partire dal destino, dalla necessità entro la quale appaiono gli
enti, e non da una loro astratta definizione. Ora lo studio di questa
problematica compete a un sapere particolare che dobbiamo chiamare ontologia,
distinguendola dalla metafisica tradizionale e intendendo con questo termine il
rapporto che lega gli enti in situazione all’origine comune che li attraversa e
perciò insieme li unifica e differenzia: ontologia non logica ma situazionale 134,
ontologia noetica e non metafisica, e pertanto metaforologica, in cui l’ente
appare solo nella parola umana che costruisce universi di senso. La critica di
G. si appunta innanzitutto contro l’assolutizzazione di un aspetto particolare
della filosofia quattro-cinquescentesca: il precorrimento di quegli elementi
della modernità che nell’Umanesimo troverebbero una infanzia primitiva. Tale
posizione se, da un lato, può sembrare a Il problema della morte: l’Alcesti di
Euripide. Filosofare noetico non metafisico. Vico, in G.-E. Hidalgo- Serna,
Filosofare noetico non metafisico. L’Alcesti e il Don Chisciotte, Congedo
Editore, 1991, Galatina] prima vista contraddittoria rispetto all’ipotesi
interpretativa esposta nel saggio del 1924 – in cui la centralità di
Machiavelli è ribadita proprio all’insegna della veste moderna che le
riflessioni del fiorentino assumono – dall’altro, trova una spiegazione se la
critica che va conducendo G. a certi luoghi del moderno viene inserita nel
contesto più generale di una messa in questione della supremazia che l’ambito
logico-gnoseologico assume nelle opzioni storiografiche analizzate. Si tratta
di una messa in discussione dello stesso concetto di ragione e di logos, che
non enuncia un congedo dalla ricerca filosofica – che cerca di istituire una relazione
comprendente tra uomo e mondo – per mettersi sulla china dell’irrazionalismo,
ma palesa, al contrario, l’esigenza di costruire o ritrovare una ragione
complessa e ampia nella quale momento patico e logico trovano una
ricomposizione nell’unità dell’esperienza individuale e vissuta. In Filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale G. passa in rassegna diverse tappe
interpretative rifiutate per una sostanziale misinterpretazione dell’Umanesimo.
Il testo, che si pone in linea di continuità con il saggio L’inizio del
pensiero moderno, ha un primo scoglio da superare. Il macigno che pesa,
intollerabile, sul cuore del filosofo è Heidegger e liberarsi da questo
fardello è il compito verso cui il pensiero di G. sarà rivolto sviluppando le
problematiche degli scritti onto- antropo-logici di G.: Macht der Phantasie
1979; Macht des Bildes 1970; Rhetoric as Philosophy; Heidegger and the question
of renaissance Humanismus 1983 e in ultimo aggiungiamo, sebbene nell’elenco
stilato direttamente da G. non fosse annoverato135, Vico e l’Umanesimo136.
Quale è l’idea di Umanesimo che Heidegger offre all’attenzione del suo allievo
eterodosso? Prima di rispondere a questa domanda, analizzeremo di seguito le
nove posizioni inautentiche proposte da G.
in La filosofia dell’umanesimo: un problema epocale. Sullo sfondo della
polemica diretta contro precisi personaggi abbiamo anche la censura al pensiero
della filosofia analitica di cui, almeno in questo La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale, 29. 136 Ovviamente G. non poteva annoverare questa opera perché essa
vedrà la pubblicazione nel 1990 in lingua inglese. Si tratta di una raccolta di
saggi che coprono circa due decadi di riflessione filosofica, dal 1969 al 1985
e che comprendono i testi americani di G.. Cfr, D. Verene, Prefazione a G.,
Vico e l’umanesimo, 19-24. Il testo è pubblicato in lingua inglese due anni
prima con il titolo Vico and Humanism. Essays on Vico, Heidegger and Rhetoric,
Lang New York] luogo, G. non esplicita i rappresentati. Più chiarezza è
rintracciabile in altri testi, come Retorica come filosofia. La tradizione
umanistica, in cui è esplicito il riferimento polemico a Wittgenstein,
portavoce dell’impostazione scientifica del pensiero e autore di quel Tractatus
logico-philosophicus che riduce il mondo alla triade: dire, mostrare,
tacere137. Come è noto i sette Sätze del Tractatus si chiudono con la nota
proposizione: ciò di cui non si può parlare, si deve tacere 138. Affermazione,
questa, da cui traspare per il pensatore italiano un’attenzione esclusiva al
piano denotativo del linguaggio che riduce il logos a tecnica di
formalizzazione, a calcolo scientifico in cui l’uomo e la sua storia
travagliata scompaiono. Afferma G. che è considerato scientifico quel pensiero
che procede nella struttura di un processo razionale, cioè nella sfera della
dimostrazione. Nella teoria logica moderna questa tesi è portata avanti in modo
significativo nel Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein al di fuori del mondo simbolico del sistema
abbiamo solo silenzio e mistero 139. Dalla prospettiva G.ana nell’orizzonte
wittgensteiniano della filosofia l’unico linguaggio accettabile è quello del
calcolo, della formalizzazione, della logica che esclude dall’orizzonte di
significatività la dimensione retorica del logos ordinario – che esprime il
sensus communis – e del logos patetico della poesia. Eppure Wittgenstein
riabilita in qualche modo il livello connotativo del linguaggio, quella
dimensione del mistico e dell’etico, relegati nel Tractatus nell’ambito del
silenzio, attraverso la riflessione che si condensa nelle Ricerche filosofiche.
G. non prende in considerazione la riflessione wittgensteiniana contenuta in
questo testo, che possiamo definire come una sorta di drammatizzazione di una
lotta, quella di Wittgenstein contro se stesso, contro il se stesso di un
tempo, quello del Tractatus. Afferma Wittgenstein che questo chiedere [il nome
degli oggetti] e il suo correlato, la definizione ostensiva, costituiscono,
potremmo dire, un gioco linguistico a sé. Ciò
, L. Perissinotto, Wittgenstein, Feltrinelli, Milano Wittgenstein,
Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, tr. it. di A. G. Conte,
Einaudi, Torino 2009, proposizione 7. 139 G., Retorica come filosofia] vuol
dire propriamente: veniamo educati, addestrati a chiedere come si chiama
questo? – e a ciò segue la denominazione
dell’oggetto 140. La definizione allora appare come un particolare gioco
linguistico che non si identifica sic et simpliciter con l’atto originariamente
istitutivo del linguaggio. L’origine del gioco linguistico è una reazione sulla base della quale possono innestarsi le
forme più raffinate di linguaggio. Esso inoltre non si origina dalla
riflessione ma è una porzione141 del gioco linguistico. Colpevole142 di aver escluso
dall’ambito della filosofia le discipline umanistiche (filologia, storia,
poesia e retorica) 143, che non consentono di rendere chiaro e distinto il
linguaggio filosofico ma al contrario lo oscurano, il Cartesio di G. diviene un
altro bersaglio polemico. La critica è diretta alle affermazioni contenute
negli scritti cartesiani Regulae ad directionem ingenii (Regola III) pubblicate
postume nel 1701144 e al Discorso sul metodo (I libro) del 1637. La III regola
cartesiana delle Regulae recita: riguardo agli oggetti da trattare si deve fare
ricerca non di ciò che altri ne abbiano opinato o di ciò che noi stessi
congetturiamo, bensì di ciò che da noi stessi si possa intuire con chiarezza ed
evidenza, e dedurre con certezza; poiché solo così si acquista scienza 145.
Secondo G. in questo passo si afferma che il ricorso all’esempio degli Antiqui
è un escamotage del tutto empirico, mnemonico, che produce storia, mai scienza.
Questa si costituisce a un livello differente, nella trasparenza
dell’intrinseca dinamica dei nostri processi cognitivi, come emerge dalla
riflessione matematica. Secondo G. l’emarginazione dell’esperienza, lo
svuotamento di senso scientifico della tradizione proposti da Cartesio sono
riconducibili alla generale impostazione che muove dal paradigma matematico. In
questo orizzonte di ricerca è esclusa ogni forma di congettura probabile, Ricerche filosofiche, tr. it. di R. Piovesan e
M. Trinchero, Einaudi, Torino 1974, I, § 27. 141 Zettel. Lo spazio segregato
della psicologia, tr. it. di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1986, § 391. 142 G.,
La filosofia dell’Umanesimo: un problema epocale, 31-32. 143 31. 144 La stesura delle Regulae risale agli
anni compresi tra il 1625 e il 1629. Sulla questione della datazione delle
Regulae , G. Mori, Cartesio, Roma 2010, 37-38. 145 Cartesio, Regole per la
guida dell’intelligenza, tr. it. di G. Galli, in Cartesio, Opere filosofiche,
Vol. I, a cura di E. Garin, Laterza, Roma-Bari, 21. ! 56! che pretenda
di mescolarsi e assimilarsi sulla base dell’abitudine a conoscenze certe e
evidenti. La stessa valutazione dei saperi umanistici compare in I principi
della filosofia. Qui il filosofo afferma che se desideriamo consacrarci
seriamente allo studio della filosofia e alla ricerca di tutte le verità che
siamo capaci di conoscere, ci libereremo in primo luogo di tutti i pregiudizi,
e faremo conto di respingere tutte le opinioni da noi un tempo accolte in
nostra credenza, finché non le abbiamo esaminate da capo. Faremo in seguito una
rassegna delle nozioni che sono in noi, e non raccoglieremo per vere se non
quelle che si presenteranno chiaramente e distintamente al nostro intelletto 146.
La scienza, così, è in ultima analisi tale nella misura in cui si concentra
rigorosamente su ciò che non può essere intaccato dal dubbio. Inoltre, nel
primo libro del Discorso, nell’ambito dell’esposizione del proprio iter
autobiografico, Cartesio rende manifesta l’insoddisfazione verso quei saperi,
gli studia humanitatis ai quali si era tanto dedicato durante gli anni della
formazione a La Flèche, insofferenza dovuta agli inestirpabili dubbi ed errori
che quelle discipline per il loro oggetto e metodo intrinseco non potevano non
contenere. La critica a quei saperi, che spinge Cartesio a dire che leggere i
libri antichi è come viaggiare e conversare con uomini di altri secoli147,
dimenticando ciò che caratterizza il tempo presente, trova il suo esito più
compiuto nella difesa della mathesis universalis, del nuovo metodo, della scienza
nuova che unisce matematica, logica, geometria seguendo lo schema tetravalente
di evidenza, divisione, ordine ed enumerazione. Da questo tipo di impostazione
del discorso filosofico, matematizzante e logicizzante, occorre liberarsi per G.
che afferma, con tono polemico in riferimento a Cartesio, che egli rinfaccia
alla retorica – disciplina fondamentale per gli umanisti – di turbare,
influenzando l’emotività degli uditori, la chiarezza e la coerenza del pensiero
razionale, deduttivo. Egli rifiuta pure la validità del senso comune, giacchè
solo il rigore logico è garanzia del filosofare Cartesio, I principi dellafilosofia, 64, in Opere,
Vol. III, tr. it. a cura di A. Tilgher e M. Garin, Laterza, Roma- Bari 2005.
147Id., Discorso sul metodo, tr. it. di M. Garin, in Cartesio, Opere
filosofiche, Vol. I, 295, Conversare con gli uomini di altri tempi è quasi come
viaggiare ma se si passa troppo tempo a
viaggiare, si finisce col diventare stranieri nel proprio paese; e quando si è
troppo curiosi delle cose che avvenivano nei secoli passati, si resta per lo
più molto all’oscuro di quel che si fa al giorno d’oggi . 148 G., La filosofia
dell’umanesimo] Vorremmo sottolineare tuttavia che il filosofo italiano non
tiene conto di una certa riabilitazione da parte di Cartesio dei concetti di
verosimile, tradizione e pregiudizio nell’ambito della riflessione morale, come
si evince dal Discorso, dai Principi e dalle Passioni dell’anima, oltre che
dalla corrispondenza. Secondo la nostra interpretazione ciò accade per diversi
ordini di ragioni: innanzitutto incide l’impostazione idealistica che G. riceve
negli anni di apprendistato alla Cattolica, per cui l’inizio del moderno e la
nascita del soggetto avrebbero in Cartesio un punto di partenza fuori
discussione149; inoltre, l’impostazione heideggeriana che, come è noto, si
concentra molto sulla critica a Cartesio, interpretato come colui che avrebbe
compiutamente formalizzato un passaggio cruciale nella storia della metafisica,
quello dalla domanda che chiede che cosa sia l’ente, a quello della domanda che
si pone il problema del fondamento che rende possibile la comprensione
dell’ente. Nella tesi cartesiana ego cogito, ergo sum, infatti, Heidegger vede
espresso un primato dell’io umano ed una nuova posizione dell’uomo150, poiché
l’uomo diventa subiectum151, il fondamento e la misura di ogni certezza e
verità. In Il nichilismo europeo si asserisce che la tradizionale domanda guida
della metafisica – che cos’è l’ente – si trasforma all’inizio della metafisica
moderna nella domanda del metodo, della via per la quale, è cercato qualcosa di assolutamente certo e
sicuro 152: tale metodo è il cogito e le sue strutture. Infine la forzatura G.ana
della contrapposizione Cartesio/Vico è finalizzata a delineare una nuova via
d’accesso alla filosofia le cui radici storico-culturali egli rintraccia
nell’Umanesimo di matrice latina e mediterranea in senso lato. Ritornando a
Cartesio e agli aspetti meno teoreticisti del suo pensiero, tralasciati da G.,
possiamo prendere come riferimento il significato della nota metafora della
casa153 del Discorso che Devo richiamare
alla mente la situazione filosofica della filosofia italiana negli anni ’20,
periodo in cui compii i miei studi. A quell’epoca la filosofia hegeliana
predominava in Italia grazie a Croce e Gentile ed era stata introdotta fin
dalla fine del XIX secolo da Bertrando Spaventa , G., Retorica come filosofia.
La tradizione umanistica, 31. 150 M. Heidegger, Il nichilismo europeo, tr. it.
di F. Volpi, Adelphi, Milano Prima di cominciare a ricostruire la casa da
abitare, non basta demolirla e provvedersi di materiali e architetti, o
impegnarsi personalmente nell’architettura, e averne tracciato inoltre un
accurato progetto; bisogna essersi procurati un altro alloggio dove si possa
dove si possa stare comodi nel corso dei lavori; allo stesso modo, per non
restare indeciso ! 58! vuole comunicarci la necessità di prendere
delle posizioni in ambito morale: ciò che assolutamente era precluso in sede di
conoscenza, ossia il fare affidamento ai pregiudizi e a ciò che sembra
ragionevole e sensato, seppure privo di certezza assoluta, è consentito in
ambito morale: tuttavia si deve notare che io non intendo che noi ci serviamo
d’una maniera di dubitare così generale, se non quando cominciamo ad applicarci
alla contemplazione della verità. Poiché è certo che, in quel che riguarda la
condotta della nostra vita, noi siamo obbligati a seguire bene spesso delle
opinioni che non sono che verosimili la
ragione vuole che ne scegliamo una, e che, dopo averla scelta, la seguiamo
costantemente, come se l’avessimo giudicata certissima 154. Il concetto
cartesiano di sagesse humaine è bivalente: ha una valenza teoretica e pratica,
e la nozione di bona mens, cui fanno capo tutte le scienze, è quel sapere del
vero e del falso grazie al quale l’uomo riesce ad orientarsi nella vita.
Inoltre già nel cogito abbiamo una co-determinazione da parte del volere,
fattore costituente dell’atto di giudizio: con la parola pensiero, io intendo
tutto quel che accade in noi non solo
intendere, volere, immaginare, ma anche sentire è qui lo stesso che pensare 155.
Del resto lo stesso G. riconosce la portata più ampia del cogito cartesiano nel
contesto dell’analisi del metodo portata avanti nel saggio Dell’apparire e
dell’essere. Il pensatore milanese afferma che la metafisica di Cartesio appare
in tutta la sua decisiva importanza quando si tenga presente che cosa egli
concretamente intenda con cogitare . Pensiero, cogito, come tutti sappiamo, non
è per lui solo atto di distinzione logica, ma è ogni atto e modificazione del
soggetto, di cui l’attività logica non è che un momento 156. Se l’atto del
cogito non è solo un atto logico, ma anche di sensazione, immaginazione,
volontà, per G. si profila il problema del rapporto e della distinzione che
passa tra queste forme nel processo di manifestazione dell’essere157. Ancora
più discordante rispetto all’interpretazione di Cartesio esposta negli scritti
maturi è l’affermazione presente in L’inizio del pensiero moderno. Della
passione nelle mie azioni mentre la
ragione mi obbligava ad esserlo nei miei giudizi, e per non smettere perciò di
vivere quanto più felicemente potevo, mi costruii una morale provvisoria,
riconducibile a tre o quattro massime sole , Cartesio, Discorso, 305-306. I principi della filosofia] G., Dell’apparire
e dell’essere e dell’esperienza dell’originario in cui il cogito – a cui
precedentemente già era stato riconosciuto quel carattere elenchico-costrittivo
che successivamente andrà a connotare il concetto di principio del filosofare
noetico-non metafisico – è concepito nella sua intima connessione con il dubbio
come espressione dell’urgenza e dell’impellenza dell’essere. Asserisce il
filosofo che il cogito inteso come mentis inspectio non significa qui rivolgere
lo sguardo a qualcosa di oggettuale; piuttosto il vedere dell’inspectio
coincide con questo soggiacere al dubbio e seguirlo fino al punto in cui si
rivela l’urgenza che in esso si annuncia e che lo rende possibile di conseguenza anche il cogito, quando si
intenda con esso il compiersi di un dubitare, è espressione di un’urgenza
originaria, che si mostra come il vero fondamento del sapere 159. La posta in
gioco che emerge è quella del riconoscimento della priorità della
manifestatività dell’essere quale fulcro tematico della filosofia. Il reale
come punto di partenza della riflessione comporta una ricerca sul metodo, sulle
vie di accesso, che per G. – questa volta non in opposizione ma in linea con
Cartesio – ci pone di fronte ad una molteplicità di forme che sono in un
rapporto di intima co-appartenenza. Nelle riflessioni appena ricordate traspare
un’immagine di Cartesio più articolata rispetto alla semplicistica riduzione
caratterizzante gli scritti tardi che si condensa nella opposizione Vico
/Cartesio (pensiero topico e pensiero critico) e che sorregge anche l’idea G.ana
della presenza di un cartesianesimo razionalistico nella prospettiva hegeliana.
Hegel160 avrebbe riproposto una visione dell’umanesimo sostanzialmente negativa
e l’opera che G. prende in considerazione è Lezioni di storia della filosofia
in cui l’Umanesimo appare come una filosofia volgarizzatrice e non speculativa,
che non realizza in modo adeguato l’idea ma si ferma all’ambito della fantasia
e dell’arte, e le cui radici ciceroniane, sono fortemente criticate. Secondo il
pensatore milanese Hegel accusa la filosofia degli autori latini, ai quali fa
riferimento l’Umanesimo, di essere L’inizio del pensiero moderno, in I Primi
scrittiLa filosofia dell’umanesimo: un problema epocale] volgarizzatrice (eine
Populärphilosophie) o non speculativa. Egli rifiuta la tesi che lo sviluppo del
diritto romano abbia un valore filosofico 161. Nell’ambito della definizione
del concetto di filosofia e delle due sfere affini ad essa, la scienza e la
religione, Hegel fa riferimento alla filosofia popolare: sembra che vi sia un
terzo momento che congiunge i due suddetti – momento soggettivo e formale della
scienza e momento oggettivo in forma figurata o storica della religione –: cioè
la filosofia popolare. Essa si occupa di argomenti universali, filosofeggia su
Dio e sul mondo però anche questa filosofia dobbiamo lasciarla da parte. Ad
essa si devono ascrivere gli scritti di CICERONE. Lo stesso CICERONE, al quale
Montesquieu avrebbe voluto assomigliare, definito come l’esponente
dell’umanesimo universalista è al centro anche delle riflessioni di Mommsen –
come ricorda G. nel catalogo delle interpretazioni inautentiche dell’umanesimo
– che lo valuta come l’impiastricciafogli dallo stile giornalistico . Altra
vittima degli strali di G. è il romanista Curtius, annoverato tra coloro che
riducono il caso della filosofia umanistica a mero esempio d’esercitazione
stilistica. Nell’elenco compaiono anche Cassirer, Apel, Kristeller e Jaeger.
Dell’interpretazione di Cassirer per G. è inaccettabile o perlomeno fuorviante
il punto di partenza: ricondurre la filosofia sotto l’egida del problema della
conoscenza non consente di rintracciare nell’età dell’umanesimo alcuna
innovazione [Hegel, Introduzione alla storia della filosofia, introduzione di Pareyson
e Plebe, Laterza, Roma- Bari; Montesquieu, Discorso su Cicerone, in Ciaravolo, La
personalità filosofica di CICERONE, Aracne, Roma. Il primo, presso I ROMANI,
che ha tolto la filosofia dalle mani dei dotti e la liberata dall’intralcio di
una lingua straniera. Egli l’ha resa COMUNE a tutti gl’uomini, come la ragione,
e nel plauso che ne ha ricevuto i letterati si sono trovati d’accordo con LA
GENTE COMUNE [cf. Grice, The lay and the learned ]. Io non sono in grado di
ammirare abbastanza la profondità dei suoi ragionamenti in un tempo in cui i
saggi non si distinguevano che per bizzarria dei loro vestiti. Vorrei soltanto
che fosse venuto in un secolo più illuminato e che avesse aiutato a scoprire la
verità. Uso l’espressione di Battaglia contenuta in Le virtù moderne di CICERONE.
Appunti sulle Tusculanae disputationes, in Ciaravolo; G., La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale; Mommsen, Storia antica di Roma antica,
Sansoni, Firenze; G., La filosofia dell’umanesimo] significativa. I testi
citati polemicamente da G. sono Individuo e cosmo nella filosofia del
Rinascimento e Storia della filosofia moderna. Curtius, di formazione neo-kantiana,
si occupa intensamente dei problemi matematici e fisici della modernità, e la
predilezione per alcuni autori, quali GALILEI, Keplero, Newton, Cartesio,
Spinoza e Leibniz, ci fa comprendere quanto potesse valere nel tragitto
filosofico tracciato da Cassirer il ruolo affidato all’umanesimo. Secondo G.,
per Cassirer laddove nell’Umanesimo filologia e filosofia si congiungono, non
si giunge nella filosofia a nessuna vera innovazione nel metodo. Se prendiamo
in considerazione il testo Dall’Umanesimo all’Illuminismo, che raccoglie i
contributi cassireriani sulla storia del pensiero occidentale dall’Umanesimo
all’Illuminismo, ci troveremo di fronte a pagine di considerazione scarsa circa
lo spessore filosofico dell’Umanesimo. Nel saggio La posizione del FICINO nella
storia della filosofia – recensione al libro di Kristeller La filosofia di
Ficino – Cassirer afferma che, alle sue origini e per il suo scopo principale, l’umanesimo
non può dirsi un movimento filosofico. Tra gl’umanisti più noti non troviamo
grandi filosofi veramente indipendenti. Il loro interesse e l’erudizione e la
letteratura, non la filosofia. L’unica importanza dell’Umanesimo e del
Rinascimento e la mutazione della dinamica delle idee e lo slittamento dal
particolare all’universale. In questa fase la riflessione sui principi della
conoscenza non ha trovato ancora un motivo cosciente e la filosofia sembra
avere una efficacia limitata. Cassirer, Individuo e cosmo nella filosofia del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze. G., La filosofia dell’umanesimo: un
problema epocale; Cassirer, Il FICINO nella storia del pensiero, in
Dall’Umanesimo all’Illuminismo, a cura di Kristeller, Federici, La Nuova
Italia, Firenze; L’originalità del Rinascimento, in Dall’Umanesimo
all’Illuminismo; Storia della filosofia moderna; Dall’umanesimo alla scuola
cartesiana; La rinascita del problema della conoscenza, Arnaud, Einaudi, Torino.
Sembra trovare una parziale giustificazione allora la critica G.ana rivolta al
pensatore tedesco: Cassirer preoccupato di rintracciare nella tradizione
umanistica ciò che per lui costituisce l’essenza della filosofia – ovvero il
problema della conoscenza – dovette ammettere di rilevarne solo poche tracce
nell’Umanesimo. Ma si tratta di una critica solo in parte condivisibile poiché
G. e Cassirer non sembrano tanto lontani nella comune attenzione rivolta verso
il mondo del SIMBOLICO. Nonostante questo punto di contatto G. pone una netta
differenza tra la sua teoria di una logica della fantasia e quella cassireriana
della FORMA SIMBOLICA. Afferma G/ che e un errore e un fraintendimento molto
grave interpretare VICO come se la logica della fantasia e limitata a una pura
logica di la FORMA SIMBOLICA nella maniera che Cassirer usa quest’espressione.
In particolare all’interno dell’opera Filosofia delle forme simboliche,
Cassirer analizza la funzione del mito, inteso come originaria forma di vita,
essenziale per la scoperta e la comprensione del mondo storico. Le produzioni
mitiche prendono evidentemente origine dall’immaginazione, anche se il filosofo
non si sofferma sulla relazione specifica tra mito e immaginazione, bensì
insiste sulla relazione tra mito e immagine. Quest’ultima ha una funzione più
importante del mero SEGNO in quanto, secondo il filosofo, l’immagine contenne l’essenza
stessa delle cose. L’immagine, espressione di un fenomeno, non ha un semplice
carattere di rappresentazione, che indica qualcosa di oggettivo al di là di
essa, ma in essa si dà per noi qualcosa di reale, in essa qualcosa di
demonicamente vivente viene colto e posto dinanzi a noi in piena presenza. Dal
passo sopra citato emerge la ricerca di una struttura originaria che permetta
la ri-elaborazione dei processi storici dell’uomo dei tempi antichi, a partire
dalle sue creazioni mitico-simboliche. G., La filosofia dell’umanesimo. La
priorità del senso comune e della fantasia: l’importanza filosofica di VICO
oggi, in Vico e l’umanesimo; Cassirer, Filosofia delle forme simboliche,
Arnaud, La nuova Italia, Firenze. Queste strutture non hanno una funzione
solamente COMUNICATIVA ma agiscono da mezzo col quale si determina la
compiutezza dei loro contenuti. A partire da questa premessa dobbiamo
considerare il mito, la religione, IL LINGUAGGIO, non come forme di dominio sul
mondo, bensì come forme essenziali per la scoperta del mondo storico dell’uomo.
La formazione simbolica costituisce così il medium tra l’elemento
trascendentale e il mondo storico-reale. La funzione di sintesi, affidata alla
formazione simbolica, diviene fondamentale strumento di concezione della storia
che vuole liberarsi da una visione assolutistica e assoluta o da qualsiasi
riduzionismo empirico- descrittivo. Dice Cassirer in Saggio sull’uomo che, per
semplice che esso possa sembrare, ogni fatto storico può venire determinato
solamente in base ad una preliminare ANALISI DI SIMBOLI. La prima e più
immediata materia della conoscenza storica non è costituita da cose e da avvenimenti,
bensì da documenti e monumenti. Soltanto grazie alla mediazione e con
l’introduzione di questi DATI SIMBOLICI si può avere una idea della realtà
storica, degli avvenimenti e degli uomini del passato. Riprendendo la teoria
vichiana del mondo storico come creazione dell’uomo, aggiunge: in nessun altro
campo, la mente dell’uomo è più vicina a se stessa che nella storia. Non il
mondo fisico, ma il mondo storico è creato dall’uomo, e dipende dalle sue facoltà.
Il campo di studio elettivo dell’uomo non è dunque il mondo matematico né
quello fisico, ma il mondo storico, la società civile. Quel che VICO chiede è
una filosofia della civiltà: una filosofia la quale sveli e spieghi le leggi
fondamentali che governano il corso generale della storia e lo sviluppo della
cultura umana 180. Se non sapessimo che è Cassirer l’autore potremmo pensare
che questo passo esce direttamente dalla penna del G. autore di VICO e
l’umanesimo. Per entrambi i filosofi i linguaggi del mito e della fantasia
permettono agli studiosi moderni di comprendere la coscienza storica
dell’umanità. Il mito è una forma comunicativa, espressiva e esplicativa di
eventi e fenomeni e va ben oltre una Saggio sull’uomo. Una introduzione alla
filosofia della cultura umna, a cura di Carlo d’Altavilla, Armando, Roma; Desartes,
Leibniz e VICO, in Simbolo, mito e cultura, a cura di D. Verene, Ferrara,
Laterza, Roma- Bari] rappresentazione illusoria che nasconde il vero stato
delle cose. Cassirer lettore di VICO mostra non pochi punti di contatto con G.
che del filosofo napoletano sottolinea proprio la priorità di quegli ambiti
mitici, poetici, simbolici, fantastici su cui il filosofo delle forme
simboliche a lungo si è soffermato. Se G. esplicitamente menziona la presenza
di una logica della fantasia in Vico – in cui il concetto fantastico e
immaginativo cristallizza un essere attraverso l’atto dell’ingegno, con una
visione diretta di una totalità pittorica –, Cassirer si riferisce a VICO
indicandolo come il creatore di una logica dell’immaginazione. L’umanità,
secondo lui, non poteva cominciare con il pensiero astratto e il linguaggio
razionale. Dovette passare per lo stato del LINGUAGGIO SIMBOLICO, del mito e
della poesia. I primi popoli non avrebbero pensato in concetti ma in immagini
poetiche; in realtà il mondo in cui vive sia il poeta che il foggiatore di miti
sembra essere lo stesso. L’uno e l’altro sono dotati dello stesso potere
fondamentale, del potere di personificare. Non possono contemplare nessun
oggetto senza dargli una vita interiore e una forma personalizzata – Those
spots mean measles, dark clouds mean rain, smoke means fire]. La breve sosta
sulla filosofia cassireriana ci ha consentito di istituire un interessante
confronto G.Cassirer che ha come scopo quello di mettere in luce un comune
terreno di ricerca filosofica sugli ambiti del simbolico, del mitico, del
poetico e del fantastico. Altri due autori inseriti dal filosofo milanese
nell’elenco delle interpretazioni inautentiche dell’umanesimo sono Apel e
Jaeger, entrambi colpevoli di aver misconosciuto l’essenza autentica
dell’Umanesimo183. Per il pensatore italiano Apel sostiene la tesi che gli
umanisti nella loro disamina della logica scolastica usano un armamentario
filosofico poverissimo sostituendo agli argomenti razionali asserzioni
patetiche 184. Infatti Apel afferma che da questa programmatica polemica d’un
nuovo G., Vico e l’umanesimo, 54. 182 Saggio sull’uomo, G. La filosofia
dell’umanesimo. Un problema epocale, 35; Il problema della metafisica
platonica, Laterza, Roma-Bari 1932, 209; Il problema filosofico del ritorno al
pensiero antico, in Primi scritti, 255- 271; Paideia ed umanesimo, in Primi
scritti, 357-369. La filosofia dell’umanesimo] metodo gnoseologico, così come
essa è caratteristica dell’epoca umanistica di passaggio fra scolastica e
scienza moderna, non si potrà trarre una profonda intelligenza della logica
formale (una sensibilità per il formalismo dell’astrazione logica, e quindi per
le autentiche acquisizioni della logica da Aristotele in poi, fece difetto a
tutti gli umanisti) 185. Dal suo canto Jaeger riconduce lo spessore
dell’approccio umanista a mera prosecuzione degli ideali greco-romani186:
secondo Jaeger le origini dell’umanesimo non sono rintracciabili nel pensiero
degli umanisti italiani del Quattrocento. Leggiamo in La filosofia
dell’umanesimo che Jaeger dichiara che l’Umanesimo è solo la manifestazione di
un particolare ideale culturale che ha per meta la formazione dell’uomo, Jaeger,
infatti, asserisce in Paideia che sin dalle prime tracce che abbiamo dei Greci,
troviamo l’uomo al centro del loro pensiero. Gli dei antropomorfi, il
predominio assoluto del problema della figura umana nella plastica greca e
nella pittura stessa; il procedere conseguente della filosofia dal problema del
cosmo a quello dell’uomo, nel quale culmina con Socrate, Platone ed Aristotele;
la poesia, il cui tema inesauribile, da Omero in poi e per tutti i secoli
seguenti, è l’uomo in tutta la estensione del termine; infine lo Stato greco,
di cui comprende la natura solo chi lo intenda quale plasmatore dell’uomo e di
tutta la sua esistenza: tutti questi sono raggi di un medesimo lume . E
aggiunge che si tratta di manifestazioni di un sentimento umanistico della
vita, che non trova ulteriori derivazioni o spiegazioni, e che compenetra ogni
creazione dello spirito greco. I Greci furono così il popolo antropoplasta per
eccellenza . Siamo ora in grado di enunciare più precisamente che cosa
costituisca l’originalità dei Greci. La loro scoperta dell’uomo non è la
scoperta dell’Io soggettivo, ma l’acquisita coscienza della legge universale
della natura umana. Il principio spirituale dei Greci non è l’individualismo,
bensì l’umanesimo Apel, L’idea di lingua
nella tradizione dell’Umanesimo d’ALIGHIERI a VICO, il Mulino, Bologna; Jaeger,
Paideia. La formazione dell’uomo greco, Emery e Setti, Bompiani, Milano. La
concezione di Jaeger la paideia ha un ruolo prepolitico, intendendo l’attività
educativa come punto di incontro tra antichità e presente. Secondo l’esponente
del cosiddetto terzo umanesimo. Per l’età moderna, il concetto di umanesimo è
legato alla relazione consapevole della nostra cultura con l’antichità. Ma
questa non si fonda, a sua volta, se non sul fatto che la nostra idea della
cultura universale dell’uomo ha colà, appunto, la sua origine storica.
L’umanesimo, in questo senso, è sostanzialmente una creazione dei Greci. La
paideia greca ha in effetti caratterizzato, per Jaeger, sia il Cristianesimo
che il Rinascimento, in quanto il fine della stessa era la formazione di una
umanità superiore. 187 G., La filosofia dell’umanesimo. Infine, nel catalogo G.ano
degli pseudo-umanesimi compare la figura di Kristeller che secondo il pensatore
italiano non avrebbe avuto attenzione per quell’umanesimo non platonico che al
contrario egli cerca in gran parte della sua produzione di mettere in luce.
Afferma Kristeller in Retorica e filosofia dall’antichità al Rinascimento che
gli umanisti non erano filosofi di professione, e i loro scritti su diversi
argomenti mancano della precisione terminologica e della consistenza logica che
abbiamo il diritto di aspettarci da filosofi di professione in altre parole,
anche se potessimo ricostruire una filosofia coerente per un determinato
umanista, non possiamo trovare una filosofia comune a tutti gli umanisti, e
quindi non è possibile definire il loro contributo in termini di dottrine
specificatamente filosofiche 189. Secondo G. Kristeller al quale dobbiamo uno
studio su Ficino e molte ricerche erudite sull’Umanesimo valorizza il pensiero umanistico soprattutto
nel ripensamento della tradizione platonica e neoplatonica 190. II. III. Il
maestro degli anni mitici di Friburgo Il confronto G.ano con l’umanesimo non
poteva non relazionarsi alla filosofia di Heidegger che contro l’umanismo si
era espresso molte volte. Il testo La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale è significativamente dedicato alla memoria di Heidegger eletto da G. a
suo maestro. Eppure Heidegger, come ricorda G. stesso, ha negato radicalmente
qualsiasi valore alla filosofia dell’umanesimo. Egli riconosce in tale
tradizione l’ideale romano dell’affermazione dell’homo humanus, nobilitato
grazie al concetto di paideia afferma
che la concezione umanistica non coglie l’essenza dell’uomo. Kristeller,
Retorica e filosofia dall’antichità al Rinascimento, Gargano, Bibliopolis,
Napoli. Afferma Kristeller: che, diversamente dalle arti liberali del primo
Medioevo, gli Studia humanitatis NON INCLUDENO la logica o il Quadrivium -- aritmetica,
geometria, astronomia e musica --, e diversamente dalle Belle Arti del
Settecento gli Studia humanitatis non comprendevano le arti figurative o la
musica, la danza o l’arte dei giardini. Non comprendevano neppure le materie
principali che si insegnavano alle università del tempo, cioè la teologia, la
giurisprudenza o la medicina, o le materie filosofiche all’infuori dell’etica,
cioè la logica, la filosofia naturale o la metafisica. In altre parole,
diversamente da ciò che si è pensato molte volte, l’umanesimo non costituisce
il sapere e pensare intero o completo del Rinascimento, ma soltanto un suo
settore parziale, ben limitato, per quanto importante. L’umanesimo ha il suo
centro e la sua base negli Studia humanitatis. Le altre materie del sapere,
compresa la filosofia, con l’eccezione della filosofia morale, hanno un loro
sviluppo separato, che e in parte determinato dalla tradizione medievale, ma
che fu poi lentamente trasformato da osservazioni, problemi e teorie nuove,
trasformazione in cui anche l’umanesimo ha la sua parte, ma agendo piú che
altro dall’esterno e indirettamente , L’umanesimo italiano del Rinascimento e
il suo significato,Gargano, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli,
G., La filosofia dell’umanesimo. Dedicare un testo sull’umanesimo ad un
anti-umanista sembra un’operazione quantomeno ardita poiché effettivamente
Heidegger appare molto duro nei confronti di una tradizione culturale che
avrebbe meritato, se non un giudizio differente, perlomeno una più attenta
riflessione e analisi. Leggiamo in La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale. Il lavoro è dedicato alla memoria di Heidegger che è stato il mio
maestro: anche il mio saggio sotto la sua direzione e pubblicato (Il problema della metafisica platonica) e
dedicato proprio a lui. Il magistero filosofico di Heidegger e la sua negazione
dell’importanza speculativa dell’umanesimo sollecitano in G. tematiche
speculative che renderanno possibile la problematica sviluppata in Macht der
Phantasie (1979), in Macht des Bildes (1970), e nel volume Rhetoric as
Philosophy, ma anzitutto in Heidegger and the Question of Renaissance
Humanismus (1983) 193. In Lettera sull’Umanismo Heidegger tende a precisare più
volte l’aspetto non-umanistico del suo pensiero, che si configura come
un’ontologia fenomenologica ed ermeneutica in cui l’uomo e il discorso
sull’uomo sono funzionali alla ricerca ontologica. Egli si domanda se si possa
qualificare il suo pensiero come umanismo, ma la risposta è negativa; e non può
essere altrimenti se per umanismo si intende qualcosa di metafisico e di
esistenziale. L’umanismo pensa metafisicamente
esso è esistenzialismo e sostiene la tesi espressa da Sartre:
prècisèment nous sommes sur un plan où il y a seulment des hommes. Se invece si pensa come in Sein
und Zeit, si dovrebbe dire: prècisèment nous sommes sur un plan où il y a
principalement l’Etre 194. La
tesi alla quale Heidegger fa riferimento, come è noto, è espressa dal filosofo
francese in L’esistenzialismo è un umanismo195, ed è inserita nel contesto
della metafisica dell’umanismo che Heidegger, Lettera sull’umanismo, tr. it. A
cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2008, 61. 195J. Sartre, L’esistenzialismo è
un umanismo, Mursia, Milano 1996, 40. ! 68! non pone l’humanitas
dell’uomo ad un livello abbastanza elevato. Una metafisica di questo tipo, che
eleva l’uomo a soggetto despota dell’essere e dell’ente, non riesce, secondo
Heidegger, a comprendere il legame dell’uomo e dell’essere, quell’ηθος che è il
soggiorno dell’uomo197, la radura- Lichtung del mondo. C’è da dire che, stando
all’auto-interpretazione heideggeriana, il suo pensiero non è né umanistico né
inumano. Non è umanistico perché la questione fondamentale del suo pensiero è
l’essere, la Lichtung, l’Ereignis. L’uomo, allora, verrebbe ridotto ad
accidente periferico dell’essere? Umano e inumano sono concetti inadeguati per
un pensiero che vuole andare oltre l’alternativa tra scienza e filosofia.
Queste ultime sono per Heidegger sostanzialmente la stessa cosa. Dopo
l’incontro di G. con Heidegger a Todtnauberg, nella Foresta nera si profila
quella tormentata e difficile rottura con il maestro destinata a non
ricomporsi. La connessione istituita da Heidegger tra l’uomo greco e l’uomo
tedesco tralascia l’umanesimo in quanto interpolazione romana- latina tra
l’uomo greco e l’uomo tedesco, erede del greco; valutando negativamente anche
il Rinascimento come renascentia romanitatis. Le radici di questa profonda
avversione sono rintracciabili nel contesto più generale della critica alla
metafisica che Heidegger conduce: ogni umanismo o si fonda su una metafisica o
pone se stesso a fondamento di una metafisica. È metafisica ogni determinazione
dell’essenza dell’uomo che presuppone già, sia consapevolmente sia
inconsapevolmente, l’interpretazione dell’ente, senza porre la questione della
verità dell’essere nel determinare
l’umanità dell’uomo, l’umanismo non solo non si pone la questione del
riferimento dell’essere all’essere umano, ma impedisce persino che si ponga una
simile questione 198. Ogni umanismo in quanto tale è un’antropologia ontica che
muove da un ente senza tenere conto del riferimento all’essere – il grande
impensato della tradizione metafisica occidentale, rea di un doppio
occultamento: il ritrarsi dell’essere (oblio come κρύπτεσθαι); oblio della
ritrazione dell’essere (con l’imporsi della verità dell’ente e solo dell’ente).
Pensare all’umanesimo antropocentrico e non attento M. Heidegger, Lettera sull’umanismo Heidegger,
Lettera sull’umanismo, 43. ! 69! al nesso essere-uomo significa
pensare innanzitutto a quell’uomo oggetto dell’orazione pichiana che accende un
dibattito filosofico, promosso proprio da PICO (si veda), e che è dominata
dalla centralità dell’uomo all’interno della realtà, peculiarità riconducibile
all’essenza particolare del suo status ontologico. A differenza degli altri
enti l’uomo è quell’ente che non ha una essenza specifica, una natura propria e
definita, chiusa e circoscritta: l’uomo si fa agendo; l’uomo è padre a se
stesso. L’uomo non ha che una condizione: l’assenza di condizioni, la libertà 200.
Il problema posto da Heidegger circa lo statuto dell’umanesimo/umanismo non
poteva lasciare indifferente G. che ritiene inaccettabili quelle affermazioni e
che trova in Heidegger se non proprio un momento di svolta201, uno spunto
teorico importante per il tentativo di risemantizzazione del concetto di
umanesimo. Leggiamo in Heidegger e il problema dell’umanesimo che storicamente
dobbiamo osservare che la definizione che Heidegger dà del pensiero occidentale
(una metafisica razionale deduttiva che sorge e si sviluppa esclusivamente dal
rapporto tra gli enti e il pensiero, cioè nel quadro della verità logica) non regge.
Nella tradizione umanistica c’è sempre stata una preoccupazione cruciale circa
il problema del disvelamento, dell’apertura, dove il Da-sein storico può fare
la sua apparizione. Per questa ragione noi dobbiamo rivedere e rivalutare le
categorie storiche che ancora guidano il nostro pensare 202. Occorre precisare,
secondo G., che accanto all’umanesimo ci sono gli pseudo umanesimi: la
prospettiva onto-antropo-logica G.ana ha come scopo teorico proprio la
chiarificazione del , GARIN, L’UMANESIMO ITALIANO, Garin, L’umanesimo italiano]
Parla di svolta riguardo all’incidenza di Lettera sull’umanismo di Heidegger
nel pensiero di G. D. Di Cesare in Metafora e differenza ontologica. G. versus
Heidegger?, in AA. VV., Un filosofo europeo. G., 25: la Lettera rappresenta
pure, di riflesso, una svolta per G., non solo nel confronto con Heidegger, ma
anche nel proprio itinerario. La sua attesa è rimasta delusa: non vi è traccia,
nella Lettera, di un ripensamento critico, o meglio autocritico, sul valore
filosofico della tradizione latina e italiana, di quel che G. chiama
Umanesimo per G. si produce allora una
difficile e tormentata rottura con Heidegger. Destinata a non ricomporsi,
questa rottura costituirà però il vero e proprio avvio non solo e non tanto
della sua originale interpretazione dell’Umanesimo, quanto di un’autonoma
riflessione filosofica che ha al suo centro la metafora . Dal nostro punto di
vista, l’incontro a Todtnauberg tra G. eHeidegger, sebbene significativo, non
costituisce una svolta. La prospettiva della studiosa non tiene conto delle
affermazioni sull’umanesimo espresse da G. nella produzione giovanile. Infatti,
la questione dell’umanesimo si pone già a partire dal saggio su Machiavelli del
1924, come abbiamo cercato di chiarire nel primo capitolo e nel ventennio che
intercorre tra il 1924 e il 1946 G. ha già maturato le coordinate fondamentali
del suo itinerario speculativo, in cui certamente Heidegger riveste un ruolo
centrale ma tuttavia non esclusivo. 202 G., Heidegger e il problema dell’umanesimo,
38. ! 70! significato filosofico dell’umanesimo. Non l’umanesimo
storico, né quello politico sono al centro della sua riflessione, ma unicamente
lo statuto speculativo di esso. In Il tempo umano. L’umanesimo contro la techne
lo studioso afferma: sia dunque ben chiaro che ogni affermazione umanistica è
un problema anzitutto filosofico e non storico
che significato può dunque oggi avere un umanesimo? 203. Cercare di dare
una risposta a questa domanda spinge G. a misurarsi con le questioni della
tecnica, del metodo e dell’oggettività. Si tratta di accenni polemici che egli
non discuterà a fondo e dettagliatamente ma che ci consentono di comprendere
quanto fosse viva in lui la consapevolezza del declino di una visione globale
dell’uomo e dell’emergere del disancoramento dalla realtà che le scienze
naturali cercano di ridurre ma che al contrario contribuiscono ad espandere a
dismisura: qui nelle scienze singole naturali, nelle quali l’uomo crede di
raggiungere l’obiettività, appare più chiaro che altrove il disancoramento
dell’uomo 204. L’approccio scientifico è per G. responsabile di quella
trasmutazione del mondo vero in favola, di una de-realizzazione del reale, in
seguito alla quale la realtà, la dimensione dell’oggettivo svaniscono,
divenendo un’astratta costruzione: la realtà che invece mediano le scienze
naturali è un’astratta costruzione in quanto il risultato di un interrogare la
realtà fenomenica in funzione a principi presupposti 205. Accanto a questa
ricerca tecnico-scientifica dei principi c’è la ricerca filosofica che
dischiude il tempo umano, il suo mondo storico, in cui motivi etici, politici
ed etico religiosi si intrecciano indissolubilmente in quel contesto
originario, nella dimensione pre-teoretica e pre-categoriale che l’analisi
sulla Lichtung mette in luce. II.! IV. La pars construens del discorso G.ano:
il lascito heideggeriano A questo punto abbiamo messo insieme una serie
premesse teoriche che ci consentono di uscire dall’impasse in cui il coacervo
delle interpretazioni analizzate da G. ci aveva condotti: esaminate Il tempo
umano. L’umanesimo contro la techne, in Umanesimo e scienza politica. Atti del
convegno internazionale di studi umanistici, a cura di E. Castelli, Roma-
Firenze tutte le posizioni critiche rispetto alla tradizione storica
dell’umanesimo italiano ci è consentito ora di individuare il nucleo attorno al
quale la ricostruzione del suo senso autentico diviene possibile. Il percorso
onto-antropo-logico di G. staziona a lungo presso il concetto di Lichtung, e
non si tratta di un semplice omaggio al maestro dei mitici anni friburghesi .
La co-appartenenza di umanesimo e Lichtung è fondativa della prospettiva
onto-antropo-logica e costituisce, secondo il nostro punto di vista, il plesso
teorico cardine su cui si innestano le riflessioni che successivamente avremo
modo di analizzare: quella sull’ingegno e la fantasia; quella sulla metafora e
la retorica. Prima di sciogliere i nodi del pensiero G.ano della Lichtung
ripercorriamo brevemente la storia heideggeriana di questo concetto, ciò ci
consentirà di mettere a fuoco lo sfondo su cui si staglia la particolare
declinazione che della Lichtung offre G.. II. V La Lichtung in Heidegger Come
ha sottolineato Amoroso quello della Lichtung heideggeriana è un esempio di
etimologia per antifrasi come il latino lucus a non lucendo, dove il lucus, il
boschetto sacro, viene fatto derivare per antifrasi da lucere, perché esso ha
poca luce. La Lichtung ha tre rimandi principali: al luminoso (Licht e lux),
all’oscuro (lucus), e al leggero (Leicht). Con il termine Lichtung non ci
riferiamo ad una espressione metaforica per indicare ciò che si sottrae
all’espressione razionale: siamo di fronte ad un fenomeno di base di cui fanno
parte i domini spaziali e temporali dell’uomo e la sua capacità di creare
corrispondenze ontologiche. Nel pensiero di Heidegger la concettualizzazione
filosofica della Lichtung si dipana nell’arco di più di 35 anni di speculazione
filosofica: dal ’27, anno di pubblicazione di Essere e Tempo al ’62, anno
di Resta ancora aperta tra i critici la
questione di una possibile traduzione efficace del termine che conservi il
senso filosofico originario senza andarne a ledere le relazioni morfologiche e
foniche. Sono note le riserve etimologiche addotte da Cicero circa la
traduzione di Lichtung con radura, che non renderebbe né l’affinità fonica e
verbale con lux e Licht, né quella speculativa di orizzonte inapparente di ogni
apparenza ontica. Altri modi di traduzione italiana come è noto sono quelli di
Chiodi che traduce con illuminazione; di Caracciolo che rende con
radura-luminosa; la traduzione di Vattimo è apertura-slargo; quella di
Mazzarella e Volpi è radura; Amoroso traduce con luco; Marini con chiarita;
Cicero usa il verbo lucare. , per una ricostruzione dei molteplici significati
del termine Lichtung il fondamentale studio di L. Amoroso, Lichtung. Leggere
Heidegger, Rosenberg e Sellier, Torino 1993. Per una ricostruzione etimologica
dettagliata rimando a V. Cicero, Parole fondamentali di Heidegger ricorrenti in
pensare e poetare, in M. Heidegger, Introduzione alla filosofia. Pensare e
poetare, tr. it. di Cicero, Bompiani, Milano 2010. Mi permetto di rinviare al
mio Saggio sulla Lichtungsgeschichte in M. Heidegger, 33-67, in Atti
dell’Accademia di scienze morali e politiche , Giannini, Napoli] pubblicazione
di Tempo ed Essere, e oltre. Le sue molteplici apparizioni testuali hanno sensi e significati di volta in volta
diversi, ma sempre interconnessi e riferiti alla problematica della ostensione
della correlazione e coestensione di Da-Sein, Sein, e aletheia. Tale
correlazione se nella prima fase di pensiero del filosofo è pensata più a
partire dall’esserci e dall’analitica esistenziale, nella fase tarda, invece, è
tematizzata a partire dal legame stesso, da quel plan di cui si asserisce
l’identità con l’essere, come possiamo leggere a partire da Lettera
sull’umanismo207. La Lichtung heideggeriana ha una articolazione pentavalente:
(i) Da- sein, (ii) arte, (iii) mondo-spazio, (iv) verità e (v) nulla sono i
poli con i quali la Lichtung si converte di volta in volta. (i) Nell’opera del
‘27 la Lichtung appare come Da-sein nel senso di Erschlossenheit208 con
evidente correlazione all’immagine classica del lumen naturale, dunque alla
luce. La caratteristica della non-chiusura o dell’apertura è correlata
all’esserci e alle sue note distintive: la spazialità propria dell’esserci e la
sua gettatezza intramondana – benchè si tratti di un’intramondanità
trascendente in quanto l’uomo non sta mai al modo dell’ente
semplicemente-presente ma esiste, è esposto alla radura dell’essere. Inoltre,
l’Erschlossenheit è convertibile con l’ἀληθεύειν, perché ha una connotazione
duale: aprente e aperta, distinguendosi, pertanto, dalla Entdecktheit, che
contrassegna l’ente difforme dall’esserci. La semplice presenza ha come nota
caratteristica quella di essere uno svelato che non può aprire un mondo di
significati ma che si trova già sempre immerso in una totalità di appagatività.
L’esserci, invece, ha una capacità di apertura che lo rende quell’essere che
può scoprire, mentre la semplice-presenza è l’ente che può essere scoperto. Si
tratta di comprendere il denso senso del Da-sein, che esprime sia il
riferimento dell’essere all’essenza dell’uomo, sia il rapporto essenziale
dell’uomo con l’apertura (il ci) dell’essere come tale. Se invece si pensa come in Sein und Zeit, si
dovrebbe dire: prècisèment nous sommes sur un plan où il ya principalment
l’Etre. Ma da dove proviene e che cos’è le plan? L’Etre e le plan sono lo
stesso , M. Heidegger, Lettera sull’umanismo, 61-62. 208 L’Erschlossenheit fa la
sua comparsa al § 28: qui e là sono possibili solo in un Ci , cioè solo se
esiste un ente che, in quanto essere del Ci, ha aperto la spazialità. Nel suo
essere più proprio questo ente ha il carattere della non chiusura.
L’espressione Ci significa appunto
questa apertura essenziale. Attraverso essa, questo ente (l’Esserci) Ci è per se stesso in una con l’esser-ci del
mondo che esso sia illuminato significa
che è in se stesso aperto nella radura in quanto essere-nel-mondo, cioè non
mediante un altro ente, ma in modo che esso stesso è la radura , M. Heidegger,
Essere e Tempo, tr. it., a cura di, Longanesi, Milano La relazione tra Lichtung
e arte emerge in L’origine dell’opera d’arte. Qui il termine radura è declinato
come Offenheit209, come luogo aperto e possibilità stessa dei fenomeni. In
quanto apertura essa è quell’accadere non solo del diradarsi ma anche del
trattenere, dello svelamento e del nascondimento come si evince dalle pagine
sulla lotta tra Welt e Erde o tra luogo e contrada in L’arte e lo spazio.
L’arte ci conduce sul sentiero della verità, essa anzi è la messa in opera
della verità dell’ente, il suo accadere e stanziarsi. Così viene declinata
l’innovazione ontologica di cui è foriera l’opera d’arte: l’opera d’arte, nel
modo che le è proprio, fa insorger l’essere dell’ente. Nell’opera accade questo
far insorgere, ossia: la verità l’arte è
il mettersi in opera della verità 210. Ciò che insorge è la dimensione
ontologica della Lichtung quale contesto originario di senso. (iii) L’idea di
Lichtung come mondo si collega al principio di manifestatività, ed è frutto
della coniugazione della problematica trascendentale e della dottrina del
mondo. L’io trascendentale e il soggetto mondano risultano coincidenti. Tale
sovrapposizione tenta di superare l’incapsulamento del mondo nella coscienza e
di dare risalto ad una idea di mondo come vero e proprio donatore di senso,
come originaria dimensione costituente. Ciò che consente agli enti di
manifestarsi va rintracciato nelle strutture della mondità e non in quelle del
soggetto. Afferma il filosofo tedesco che in Essere e Tempo la cosa non ha più il suo luogo nella coscienza, ma
nel mondo 211, e ciò perché il mondo è la condizione di possibilità
dell’esperienza, cioè, del rapportarsi dell’esserci all’ente212, costituendo
l’accessibilità dell’ente. Sappiamo dall’analitica esistenziale che la
spazialità dell’esserci è possibile solo sul fondamento dell’in-essere, insomma
non è riconducibile all’ordinaria nozione dello spazio Il termine Offenheit è impiegato soprattutto
in riferimento al mondo e alla Lichtung. L’essere aperto e al contempo aprente
contraddistingue la Welt come welten, come farsi-mondo. Il mondo, infatti, come
l’opera d’arte è innanzitutto Stiftung: istituzione, donazione e fondazione le
quali aprono alla dimensione dell’apparire dell’ente, facendo sì che l’ente
insorga in quanto essente, assurgendo a
dimensione della donazione di senso. 210 L’origine dell’opera d’arte, 51. 211 Seminari,
tr. it. Di M. Bonola, a cura di F. Volpi, Milano, Adelphi, 1992, 158. 212 , V.
Vitiello, Heidegger: il nulla e la fondazione della storicità. Dalla
Überwindung der Metaphysik alla Daseinsanalyse, Urbino, Argalia omogeneo
naturale213. Inoltre, risulta impraticabile la deduzione dello spazio dal
tempo, poiché spazio e tempo sono fenomeni originari, anzi, cooriginari. Essi
costituiscono quello Zeit-Raum di cui si parla in Tempo e Essere in relazione
all’evento, all’eventuarsi dell’essere, al suo destinarsi storicamente, al suo
essenziarsi aletico. Il concetto di spazio come lasciare e concedere spazio,
mondo e soggiorno è strettamente connesso al concetto di Lichtung che dirada il
luogo di ogni manifestatività e presenza, ma anche il luogo di ogni assenza e
oscurità, l’aperto per tutto ciò che è presente o assente. (iv) Il legame di
Lichtung e verità si pone con forza in un suggestivo paragrafo di Essere e
Tempo, che reca il significativo titolo di Esserci, apertura e verità214. Qui
Heidegger afferma che un’asserzione è vera innanzitutto perché è apofantica,
ossia è manifestazione dell’ente215. Nell’ambito dell’analitica esistenziale la
verità è connessa ad un concetto di Lichtung da intendere, sia, come
Offenstandigkeit (come uno stare aperto da parte dell’uomo), sia, come
Offenbarkeit (esser- manifesto da parte dell’ente). La grande sfida che si apre
alla riflessione del filosofo tedesco è quella di portare al linguaggio quello
sfondo sul quale si staglia la stessa manifestatività come tale. Si tratta di
quel fondo nascosto e oscuro su cui si pone la luminosità del manifesto e a
partire dal quale possiamo comprendere il discorso sulla non-essenza della
verità. Preminente secondo Heidegger nella dottrina del vero è l’Anwesung,
l’atto del presentarsi della cosa, e non il Wassein, il contenuto essenziale. E
proprio tale separazione tra il contenuto dell’apparire e l’orizzonte dello
stesso ha generato per il filosofo tedesco quel riferimento al vedere,
all’apprensione, al pensare e Ma
soprattutto dall’analitica sappiamo che la spazialità è possibile solo sul
fondamento della temporalità. Nel noto § 70 di Essere e Tempo lo spazio sembra
emergere in netta subordinazione al tempo, alla temporalità
estatico-orizzontale, che sola rende possibile l’entrata dell’esserci nello
spazio. Successivamente, è lo stesso Heidegger ad avvertire l’impossibilità di
continuare a sostenere la posizione espressa in Essere e Tempo: il tentativo di
ricondurre la spazialità dell’esserci alla temporalità compiuto in Essere e
Tempo non è più sostenibile , M. Heidegger, Tempo e essere, 30. Anche nelle
dieci conferenze tenute a Kassel del 1925 Heidegger afferma nel contesto della
disamina di ciò che è vivo e ciò che è morto del pensiero diltheyano che «lo spazio del
mondo ambiente non è quello della della geometria. Esso è essenzialmente
determinato dai momenti usuali della vicinanza e della lontananza non ha dunque la struttura omogenea dello
spazio geometrico», Il lavoro di ricerca di Wilhelm Dilthey e l’attuale lotta
per una visione storica del mondo, 34-35. 214 Il riferimento è al § 44 di
Essere e Tempo. 215 264-265. !
75! all’asserire 216 della verità che è caduta sotto il giogo dell’idea,
con il conseguente mutamento della verità in orthotes. (v) L’altro concetto
fondamentale intrinsecamente connesso a quello di Lichtung è quello di nulla,
di cui Heidegger parla soprattutto in Che cos’è metafisica?. Qui il nihil è
contraddistinto da una peculiare relatività e rivelatività. Lichtung e Nichtung
divengono sinonimi perché la peculiare funzione di diradamento della prima, e
il ruolo di annientamento della seconda, vigono entrambi nell’ente e nella sua
luminosità, consentendo ad esso di apparire. Lichtung e Nichtung costituiscono
quella notte chiara in cui l’ente appare
e il mondo diviene mondo. Nondimeno, radura e nulla non vengono alla luce alla
stregua dell’ente, ma si annunciano in quella differenza nei confronti
dell’ente che appare217. In conclusione di questa incursione nella teoria della
Lichtung heideggeriana possiamo dare per acquisito che essa si pone come
l’inapparente fonte di ogni apparenza ontica. Si tratta del mero che c’è , del
fatto, dell’evento. Ma un pensiero così originario, che nel suo regressus verso
l’inizio retrocede verso un indisponibile e pre-teoretico darsi può ancora
edificare? Su quali fondamenta e a quale scopo? Quale telos l’uomo della radura
può porsi e come può orientarsi? La dottrina platonica della verità, in Segnavia,
a cura di F. W. Von Hermann e F. Volpi, Milano, Adelphi, 192 217 Se in Essere e
Tempo il discorso si dipana su un piano che è più strettamente
analitico-esistenziale, nella prolusione Che cos’è metafisica (1929) la
questione si pone sul terreno ontologico. Qui il discorso sull’angoscia si
inserisce nella cornice tematica del rapporto tra essere e nulla. In questo
caso ad attirare l’attenzione non è tanto l’Unheimlichkeit – l’esperienza dello
spaesamento – propria dell’angoscia, quanto l’esperienza di Seinsoffenheit – di
apertura dell’essere – della stessa: «solo nella notte chiara del niente
dell’angoscia sorge quell’originaria apertura dell’ente come tale il niente è ciò che rende possibile
l’evidenza dell’ente come tale per l’esserci umano , M. Heidegger, Che cos’è
metafisica, in Segnavia Lichtung, umanesimo, metafisica: la proposta G.ana
Queste sono le sfide che il pensiero heideggeriano pone e che G. rimedita in
modo originale coniugando Lichtung e umanesimo. In quell’umanesimo in cui
Heidegger intravedeva un pericolo per l’esperienza autentica dell’originario G.
individua una possibilità, anzi la possibilità, la scommessa del filosofare
noetico-non metafisico da sempre bandito dalla riflessione formale e
razionalistica. Afferma il filoso italiano in La metafora inaudita, nel
contesto dell’analisi del linguaggio e del pensiero razionalmente intesi, che
qualsiasi umanesimo – nel contesto suddetto – che tenti di trascendere il
pensiero formale tenendo conto dei problemi della vita e dell’uomo, deve essere
escluso e con esso ogni elemento patetico, proprio del linguaggio poetico o
retorico. Il linguaggio razionale e scientifico deve necessariamente
prescindere dalle passioni dell’uomo; il suo ideale è quello matematico e il
legame del mondo umano con la razionalità genera il terrore di cadere nel
soggettivismo, nell’arbitrarietà 218. Per il filosofo italiano occorre compiere
un movimento inverso a questa prospettiva e la riflessione sul tema
heideggeriano della Lichtung, connesso all’articolazione umanistica e vichiana
del concetto, rappresenta un tentativo di costruire un nuovo accesso al mondo
umano. Per G. quello compiuto da Heidegger è un regressus, un movimento di
retrocessione dal dato al darsi, che tuttavia si arresta all’Es gibt,
all’evento in cui l’esserci è gettato. Nella Lichtung riecheggia quel φύειν
greco, quel generarsi, prodursi, sbocciare, portare a manifestazione,
quell’essere che l’uomo può contemplare, al cospetto del quale sente la
meraviglia e su cui non ha potere. Si tratta del mondo nel quale ci si sente
situati, immersi in una tradizione e in una pre-comprensione, forme, queste, di
mediazione che ci immettono immediatamente nel mondo, in quella modalità
linguistica che induce il filosofo a parlare del linguaggio come casa
dell’essere. Urge tuttavia ripensare l’idea ereditata dal maestro intraprendendo
una analisi teoretica e storica delle prospettive degli antesignani della
teoria della Lichtung che infine approda ad una prospettiva metaforologica
originale che coniuga l’analisi G., La
metafora inaudita, 11. ! 77! della metafora come espressione metaforica
con quella della metafora come fenomeno globale di tipo cognitivo innanzitutto
e secondariamente linguistico. Nel contesto della Lichtungsgeschichte di G.
emergono in primo piano i temi del non- nascondimento – la verità come aletheia
– e della physis. In Heidegger e il Problema dell’umanesimo219 dopo aver
affrontato l’analisi del concetto heideggeriano di Lichtung, di Unverborgenheit
e di φαινεσθαι, G. afferma che uno dei problemi centrali dell’umanesimo non è
l’uomo, bensì la questione del contesto originario, dell’orizzonte o apertura
in cui appaiono l’uomo e il suo mondo
questi problemi non sono trattati dal pensiero umanistico mediante un
confronto logico speculativo con la metafisica tradizionale, ma piuttosto in
termini di analisi e di interpretazione del linguaggio 220. Da questo passo
emerge la precisa declinazione che G. conferisce a tale idea: si tratta di una
declinazione ontologica perché il problema che la Lichtung heideggeriana pone
è, come abbiamo visto, quello del fenomeno di base dell’evento, della
manifestatività, dell’esistenza e dell’appello dell’essere al quale è chiamato
l’uomo. Ma allo stesso tempo emerge anche una nota linguistica perché l’appello
dell’essere che avviene nella dimensione della Lichtung coinvolge innanzitutto
il mondo linguistico dell’uomo. Inoltre, G. rimarca più volte la retrodatazione
della concettualizzazione della Lichtung: interpretata come riflessione
sull’evento originario del rapporto uomo-essere la Lichtung compare già nelle
riflessioni umanistiche, soprattutto in quelle che riguardano il linguaggio.
L’idea di Lichtung che Ortega y Gasset, il collega di corso di G. durante gli
anni mitici di Friburgo 221 faceva risalire al 1914222, in realtà è molto più
antica per G.: precede Heidegger e Ortega di secoli. Heidegger e il problema dell’umanesimo, 20-21.
220 26. I corsivi sono nostri. 221 La
filosofia dell’umanesimo. Un problema epocale Ortega ha sempre rivendicato la
priorità, rispetto a Heidegger, di alcune intuizioni filosofiche fondamentali:
Ci sono appena uno o due concetti importanti di Heidegger che non siano
preesistenti, talvolta con un’anteriorità di tredici anni, nei miei libri ,
Ortega y Gasset, Lettera a un tedesco (1932), in Goethe, tr. it. di A.
Benvenuti, Medusa, Milano 2003, 15-48: 47, nota 2. I concetti sui quali Ortega,
stando alla sua autointerpretazione, si sarebbe espresso con anticipo rispetto
ad Heidegger sono quelli di essere, verità, cura e lingua. Per una analisi
approfondita dei concetti ora ricordati rimando a G. D’acunto, Ortega critico
di Heidegger, 67-78, in Studi interculturali , 1/2015 Trieste. Vorremmo
richiamare all’attenzione i passi orteghiani del 1914 in cui si dice sia
prefigurato il concetto heideggeriano di Lichtung, ! 78! Secondo il
filosofo milanese, infatti, il problema della radura risale alle riflessioni
dell’umanesimo italiano: già dagli inizi degli studi umanistici un secolo fa,
con Burckhardt e Voigt, fino a Cassirer, Gentile e Garin, gli studiosi hanno
costantemente individuato l’essenza dell’umanesimo nella riscoperta dell’uomo e
dei suoi valori immanenti. Questa interpretazione, largamente diffusa, è la
ragione per cui Heidegger si è
insistentemente impegnato in polemiche contro l’umanesimo, considerato alla
stregua di un ingenuo antropomorfismo. E tuttavia uno dei reso con la metafora della radura nel bosco,
e che esprime al contempo l’idea di verità come αληθεια e non nascondimento.
Ortega, già nel 1914, affermava che: la verità è caratterizzata da una pura
illuminazione subitanea che possiede, però, solo nell’istante in cui viene
scoperta. Per questo il suo nome greco, aletheia – che in origine ebbe lo
stesso significato della parola più tarda apocalipsis –, vuol dire scoperta,
rivelazione, o meglio, svelamento, toglimento di un velo , J. Ortega y Gasset,
Meditazioni del Chisciotte e altri saggi, tr. it. a cura di G. Cacciatore e M.
L. Mollo, Guida, Napoli 2016, 68. In Ortega, dunque, sarebbe presente quella
metaforica presente anche in Heidegger: la radura nel bosco (Lichtung), intesa
come il luogo in cui si apre lo spazio che lascia entrare la luce e la fa
giocare con l’oscurità. Secondo Ortega il bosco è una natura invisibile – per
questo in tutte le lingue il suo nome conserva un alone di mistero il bosco sfugge allo sguardo il bosco è sempre un po’ più in là del luogo
in cui siamo Ciò che del bosco si trova
davanti a noi in modo immediato è solo un pretesto affinché il resto rimanga
nascosto e distante , 62-63. Vorremmo
sottolineare come l’importanza della metafora in Ortega non sia legata solo
alla sua notevole capacità di espressione letteraria, a quella volontà di stile
mai disgiunta da una chiara coscienza linguistica, ma abbia una radice
filosofica molto forte nell’estetica del pensatore. In Ortega y Gasset bisogna
guardare tra le pieghe di testi quali Renàn, Ensayo de estètica a manera de
pròlogo, Las dos grandes metàforas, La deshumanizaciòn dela rte per
rintracciare un’analisi della metafora che travalichi l’ambito pittorico e
letterario e mostri una componente filosofico-conoscitiva e una costante
preoccupazione antropologica e non solo estetico-ornamentale della metafora.
Questa preoccupazione antropologica si materializza come è noto nella bella
immagine del naufrago a cui la cultura viene in soccorso come una zattera : la
vita è in se stessa e sempre un naufragio. Naufragare non è affogare. Il povero
essere umano, accorgendosi di affogare negli abissi, agita le braccia per
mantenersi a galla. Questo agitare le braccia, con cui egli reagisce al suo
smarrimento, è la cultura: un movimento natatorio. Quando la cultura è soltanto
questo, essa compie la sua funzione e l’essere umano riemerge dal suo stesso
abisso , J. Ortega y Gasset, Goethe dal di dentro, in Meditazioni sulla
felicità, tr. it., di C. Rocco e A. Lozano Maneiro, Sugarco, Gallarate, 1994, 193.
Spostandoci da una pragmatica metaforica orteghiana ad una teoria sulla metafora sarà possibile constatare che il tema della
metafora svolge una funzione fondamentale nell’economia del pensiero orteghiano
e umano in generale, poiché tenta di ancorare il linguaggio alle radici che lo
generano. Come leggiamo nelle pagine di La disumanizzazione dell’arte ecco così
un tropo di azione, una metafora
elementare anteriore all’immagine verbale e che si genera nell’ansia di evitare
o eludere la realtà. Ecco l’elusione
metaforica . J. Ortega y Gasset, La disumanizzazione dell’arte, tr. it. di S.
Battaglia, Sossella, Roma 2005, 45. Per il filosofo spagnolo il logos stesso è
un’operazione metaforica: il logos stesso è un’espressione metaforica così, se quanto diciamo non coincide
esattamente con quanto pensiamo, si deve intendere che perlomeno lo suggerisce.
E tale dire che è suggerire è la metafora , J. Ortega y Gasset, La
disumanizzazione dell’arte, 46. , G. Cacciatore, Sulla filosofia spagnola.
Saggi e ricerche, Mulino, Bologna 2013 soprattutto il saggio La zattera della
cultura. Filosofia e crisi in Ortega y Gasset , 47-77; G. Cacciatore-A. Mascolo
(a cura di), La vocazione dell’arciere. Prospettive critiche sul pensiero di J.
Ortega y Gasset, Moretti e Vitali, Bergamo 2012; F. J. Martìn, Teoria del linguaggio
e linguaggio ingegnoso in Ortega y Gasset, 313-327, in F. Ratto-G. Patella (a
cura di), Simbolo, metafora e linguaggio nella elaborazione filosofico-
scientifica e giuridico-politica, Sestante 2000; G. D’Acunto, Ortega y Gasset:
La metafora come parola esecutiva, 39-51, in Studi interculturali , n. 2, 2014;
F. Cambi, La pedagogia e la Bildung in Ortega, in F. Cambi, A. Bugliani, A.
Mariani, Ortega y Gasset e la Bildung. Studi critici, Unicopli, Milano 2007, 13-66;
G. Cacciatore-C. Cantillo (a cura di) Omaggio a Ortega, Guida, Napoli 2016; mi
permetto di rinviare al mio Un intellettuale di vocazione. A proposito di La
vocazione dell’arciere. Prospettive critiche sul pensiero di Ortega y Gasset, 230-243
in Studi interculturali , Trieste 2014; G. Ferracuti, Il punto di vista crea il
panorama: molteplicità di sguardi e interpretazioni in Ortega y Gasset, 96-118,
in Studi Interculturali , Trieste 2015. ! 79! problemi centrali
dell’umanesimo non è l’uomo bensì la questione del contesto originario,
dell’orizzonte o apertura in cui appaiono l’uomo e il suo mondo 223. L’apertura
originaria, definita altrove come l’ursprünglich Rahmen224, al centro delle
speculazioni umanistiche coinvolge i temi del linguaggio, della correlazione
tra cosa e pensiero. Oltre all’approccio logico al nesso tra cosa e pensiero
per G. abbiamo una tradizione che si preoccupa del manifestarsi storico
dell’ente attraverso il linguaggio, dell’eventuarsi dell’essere in quel
rapporto di co-estensione ineludibile di essere-pensiero-linguaggio. Ma che
cos’è il logos per G.? Può ridursi sic et simpliciter all’ambito della
razionalità, del concettuale, del deducibile? Si tratta unicamente di una
polarità irrimediabilmente antitetica al pathos? Ma soprattutto in che
relazione è l’idea di logos con quella di Lichtung? Come vedremo nel prossimo
capitolo in maniera più dettagliata occorre analizzare i molteplici significati
di logos offerti da G. e connetterli con le questioni dell’apparire e della
passione dell’originario per meglio comprendere il significato della Lichtung
nel pensiero del filosofo italiano al di là dell’ipotesi dualista225. Vorremmo
anticipare che nel saggio del 1936 Il problema del logo il filosofo milanese
sembra proporre un’idea di logos completamente opposta alle tesi mature. Ma si
tratta di una contraddizione solo apparente come vedremo poiché l’idea di logos
è inteso in maniera complessa. Ad apparire problematiche sono le affermazioni
del periodo a difficilmente compatibili con quelle del periodo b. -! a:
l’originario atto della differenza ontologica non è la distinzione di enti
precedentemente dati, bensì l’originario rendere possibile la manifestazione di
una molteplicità in cui concretamente ci si trova e nella quale ci si delimita.
Così il fondamentale carattere della concretezza, cioè il trovarsi in mezzo ad
una molteplicità G., Heidegger e il problema dell’umanesimo, 26.
224 . , anche la versione tedesca Die Macht der Phantasie. Zur Geschichte
abendländlichen Denkens, Athenäum, Königstein, 1979, 240. 225 Parla di ipotesi
dualista M. Marassi, G. e l’esperienza del fine, in AA. VV., Un filosofo
europeo. Ernesto G., 10. Completamente opposto è il giudizio di Rita Messori
che sostiene con fondamento la coappartenenza di logos e pathos. , R. Messori,
Le forme dell’apparire. Estetica, ermeneutica e umanesimo nel pensiero di G., soprattutto
le 66-84. ! 80! è radicato nella differenza ontologica, col che si
conferma la nostra originaria tesi della precedenza del logo. La Stimmung, il
sentimento, si fonda dunque nella trascendenza, nella differenza ontologica. Il
sentimento non è un momento alogico o prelogico, bensì un particolare modo del
leghein. -! b: il termine retorico – che
in G. indica l’ambito di progettazione del pathos – assume un significato
essenzialmente nuovo; retorica non è, né può essere l’arte, la tecnica di una persuasione
estrinseca; è piuttosto il discorso che costituisce la base del pensiero
razionale227. Come conciliare allora il periodo a -! si conferma la nostra
originaria tesi della precedenza del logo
il sentimento non è un momento alogico o prelogico, bensì un particolare
modo del leghein con il periodo b? -! retorica è piuttosto il discorso che
costituisce la base del pensiero razionale G. stesso avverte durante tutto il
suo iter di pensiero la necessità di una ricomposizione di queste due vie del
filosofare tanto che giunge ad affermare che le analisi svolte sull’umanesimo
sono da concepire come uno sforzo per gettare un ponte tra logos e pathos228. A
questo punto si impongono una serie di osservazioni: G. non parla in maniera
univoca di logos – così come non parlerà in maniera univoca di retorica – anzi,
individua due logoi differenti, o meglio due forme di logos: una disgiunta dal
pathos, l’altra radicata nel pathos. Ed è proprio sull’opposizione tra un logo
inteso secondo una modalità logico-formale e un logo intrinsecamente legato
alla dimensione patica che si può comprendere il suo pensiero. Abbiamo un
significato di logos da interpretare come processo del manifestarsi, in cui si
sperimenta un nuovo rapporto di essere e nulla, un nuovo concetto di identità
che non si fonda sulla logica del pensato ma sulla logica del pensare,
dell’atto G.., Il problema del logo, 403.
I corsivi sono nostri. 227 Retorica e filosofia, pubblicato in Philosophy and
Rhetoric, IX, 1976, The Pennsylvania State University Press, ora in Vico e
l’umanesimo, 97. I corsivi sono nostri. 228 Potenza dell’immagine.
Rivalutazione della retorica, 170. ! 81! pensante, che porta a
manifestazione. La lezione heideggeriana di L’essenza del fondamento e di Che
cos’è metafisica coniugata a quella gentiliana della Logica è evidente. G.
intuisce la convergenza tra l’atto immanente di Gentile e la trascendenza del
Dasein radicata nell’ontologia dell’essere e forte di questo connubio è in
grado di porre il vero problema che potremmo definire autenticamente
fenomenologico229. La questione che la Lichtung e il nesso logos-pathos pongono
in primo piano è quella dell’individuazione delle vie di accesso
all’originario, all’atto fondativo del reale. Come poter dire e vedere
l’inizio, il primo in cui accade la differenza ontologica tra essere ed ente,
tra il puro apparire e ciò che appare? Come esperire la Lichtung, il
coappartenersi di uomo-essere-linguaggio? Se da un punto di vista teorico
l’approccio al tema della Lichtung risulta connesso strettamente ai temi della
manifestatività e dell’essere, al nesso logos-pathos (poiché l’analisi della
Lichtung significa una analisi della manifestatività dell’essere), da un punto
di vista storico-filosofico una connessione molto interessante risulta essere
quella istituita d G. tra la Lichtung heideggeriana e le luci vichiane. Si
profila allora una questione ben più complessa della secca alternativa tra
logos e pathos. L’intima coappartenenza del momento patico e di quello logico
determina la forma della manifestatività. Il tema dell’apparire su cui ci
concentreremo nel terzo capitolo è fondamentale per G. e mostra quanto la
problematica della Lichtung (espressa in modo esplicito negli anni della
maturità), sia già presente nella produzione giovanile riguardante i temi
dell’essere, dell’apparire, della manifestatività e dell’esperienza patica
dell’originario. II. VII. Lichtung e lucus Come abbiamo sottolineato in
precedenza Heidegger rappresenta un punto di riferimento
centrale all’interno della prospettiva G.ana, sia per quanto riguarda il
valore della parola poetica Analizzeremo in modo approfondito questo aspetto
nel prossimo capitolo. ! 82! come linguaggio originario, sia per il
parallelismo istituito tra la Lichtung e le luci vichiane230. Contro
l’impostazione heideggeriana dell’umanismo come metafisica dell’ente uomo G. –
a sua volta con categorie ermeneutiche mutuate dal maestro – individua
un’anti-metafisica nelle riflessioni retoriche degli umanisti. In questo
percorso di riabilitazione del pensiero retorico231 latino Vico risulta essere
una tappa fondamentale. Leggiamo in Heidegger e il problema dell’umanesimo che
il problema della verità logica deve
essere sostituito dal problema molto più originario del disvelamento, dal
problema della schiarita (aletheia) nella quale primariamente appare ciò che è,
l’essente. Ciò assegna un nuovo compito alla filosofia: quello di sostenere il
primato e l’originarietà del linguaggio poetico rispetto al linguaggio
razionale; rammentiamo a questo proposito la spiegazione heideggeriana della
Lichtung. La tesi di Heidegger ci riporta a quel pensatore del XVIII secolo con
il quale la tradizione umanistica raggiunge la sua più profonda espressione e
significanza filosofica: VICO (si veda). In Potenza della fantasia. Per una
storia del pensiero occidentale, la questione dell’apparire, della fantasia,
del lavoro e della Lichtung è esplicitamente connessa con la figura dell’ultimo
umanista: Vico. G. pone il seguente
problema: quando, come e dove compare per Vico l’esistenza umana come una nuova
realtà rispetto alla natura biologica e vegetativa?233. La risposta è
individuata nella Lichtung. Il divenire uomo dell’uomo (e la conseguente
comparsa del mondo, del cosmo dal caos originario) è un processo che parte
dalla originaria estraneazione dell’uomo, intesa da G. come angoscia originaria
dello smarrirsi nella foresta primordiale234 e, passando per le varie tappe
storiche dello sviluppo antropologico, approda all’istituzione della comunità
umana mediante la parola. Questa più che configurarsi come rispecchiamento
dell’ente – in tal caso saremmo di fronte ad una teoria adeguativa della verità
e del linguaggio ad essa connesso , L.
Amoroso, Vico, Heidegger e la metafisica, 447-470, in AA. VV., Scritti in
memoria di G., cit.; Lichtung: leggere Heidegger, it.; J. M. Sevilla,
Prolegòmenos para una crìtica de la razòn problemàtica. Motivos en Vico y
Ortega, Espillaque, op., cit. 232 G., Heidegger e il problema dell’umanesimo, 35.
233 G., Potenza della fantasia. Per una storia del pensiero occidentale, 251.
234 253. ! 83! – assurge ad
atto istitutivo del reale, del mondo umano, mostrando una virtù onto-poietica.
Nella libera decisione di far luce nella foresta primordiale per fondare il
primo luogo umano235 G. rintraccia l’autentica caratura onto-antropo-logica del
discorso vichiano. Infatti per G. la Scienza Nuova vichiana delinea il problema
del disvelamento in cui appare l’uomo e il suo mondo e solo secondariamente
affronta la questione della storicità e dell’antropologia. Soffermiamoci sul
confronto tra la dottrina heideggeriana della Lichtung e la teoria vichiana
delle luci. Nella Scienza Nuova appare la problematica principale del filosofo
napoletano: quella del disvelamento del modo in cui sorgono l’uomo e il suo
mondo attraverso l’interrelazione della parola poetica con lo spazio storico
che tramite l’atto linguistico stesso si istituisce. L’affermazione G.ana fa
perno sul passo vichiano della Scienza nuova in cui la teoria pre-heideggeriana
della Lichtung comparirebbe. In Vico e l’umanesimo il tema della Lichtung è
correlato a quello vichiano della schiarita della foresta primordiale236.
Mettere insieme Vico e Heidegger segnatamente al tema della Lichtung è per G.
un’operazione che ha come esito un esame della metafisica in generale e non
solo di una metafora, per quanto importante, della filosofia occidentale. Si
tratta di un aspetto di non secondaria importanza. Il gioco delle analogie tra
Vico e Heidegger che possiamo ricostruire – come di fatto è stato ricostruito
magistralmente da Amoroso237 –, per quanto interessante, rischia di rimanere
molto generico se non calato in un orizzonte teorico più ampio che fa
interagire i due autori sul terreno della metafisica. Conscio della grande
distanza che corre tra il tentativo vichiano di una riforma della metafisica e
di quello heideggeriano di un suo superamento, ma nondimeno consapevole della
contrapposizione di entrambi alla barbarie della riflessione e ai trionfi della
ratio, G. pone l’accento sul tema della Lichtung quale terreno di confronto tra
due autori che alla ritematizzazione di un rapporto
autentico-essere-uomo-linguaggio hanno dedicato gran parte delle proprie opere.
La metafora che 251. 236 Vico e l’umanesimo, 127. 237 , L.
Amoroso, Vico, Heidegger e la metafisica, 447-470, in AA. VV., Studi in memoria
di G., parzialmente modificato in Nastri vichiani, ETS, Pisa G. eredita dal
maestro degli anni mitici di Friburgo, come abbiamo visto, declina la
dimensione della luce con quella dell’oscurità e la stessa coappartenenza viene
rintracciata in Vico. Ovviamente la metafisica della luce, che è a fondamento
della scienza nuova, va intesa nel senso di un neoplatonismo cristianizzato.
Nella metafisica del suo De Antiquissima Italorum sapientia Vico afferma che la
chiarezza del vero è come quella della luce. Qui la luce vale come metafora
della verità metafisica di Dio e delle sue idee, le forme che l’uomo può vedere
solo nel contrasto. Il vero metafisico è sommamente luminoso, non è racchiuso
da alcun limite, e pertanto non lo si discerne con nessuna forma: e ciò perché
è il principio infinito di tutte le forme, mentre le cose fisiche, opache, cioè
formate e finite, son quelle in cui vediamo la luce del vero metafisico238. L’alternanza
di luminosità e opacità va quindi letta nel senso di un neoplatonismo
cristianizzato e non come l’esempio di quell’impensato della tradizione
occidentale contraddistinta da quell’oblio dell’essere di sapore heideggeriano.
Perché dunque G. mette insieme Vico e Heidegger – che avrebbe definito Vico un
appartenente alla costituzione onto-teo-logica della metafisica – su un tema
che sembra segnare, invece, una distanza tra loro? La risposta è nel linguaggio
poetico. Per entrambi gli autori – l’uno attento alla Provvidenza; l’altro al
Geschick, quel destino che genera la storia, la Geschichte; l’uno sensibile al
ruolo fondativo della poesia; l’altro alla valutazione del linguaggio poetico
quale casa dell’essere – è significativo il tema della intima co-appartenenza
di luce e oscurità nella analisi della genealogia del mondo umano. Secondo G.
l’unico pensatore che avrebbe potuto
aprire la comprensione per il pensiero di Vico sarebbe stato Heidegger239
poiché la Lichtung heideggeriana è molto affine al tema del lucus vichiano.
Entrambe le nozioni rientrano in un pensiero dell’origine storica del mondo
dell’uomo che ha natura innanzitutto linguistica e poetica. Come leggiamo nella
Scienza Nuova le prime città, quali tutte si fondarono in campi Vico, 84, La metafisica del 1710,
Introduzione, trad. commento di A. Corsano, Adriatica Editrice Bari 1966. Si
tenga conto della funzione del raggio di luce della Dipintura che dall’occhio
divino discende sulla figura femminile della metafisica e si rifrange su Omero,
simbolo della poesia e della scoperta dei caratteri poetici, della sapienza
poetica, la vera chiave maestra per intendere la nuova scienza quella
antropologia delle origini del mondo umano e civile. , L. Amoroso, VICO (si
veda), Heidegger e la metafisica 115. 239 G., Vico e l’umanesimo, 194. !
85! colti, sursero con lo stare le famiglie lunga età ben ritirate e
nascoste tra’ sagri orrori de’ boschi religiosi, i quali si truovano appo tutte
le nazioni gentili antiche e, conl’idea comune a tutte, si dissero dalle genti
latine luci, ch’erano terre bruciate dentro il chiuso de’ boschi240. Mosso dal
convincimento di tale sorprendente convergenza di temi G. sottolinea come la
dimensione di apertura del lucus vichiano analoga a quella della Lichtung
heideggeriana mette in questione il tema dell’origine della storia, del
linguaggio, della poesia e del sacro. Il Vico di G., antropologo delle origini,
avrebbe attribuito una centralità a quella dimensione linguistica, che oggi è
divenuta quasi un luogo comune241. La ricerca antropologica che si diparte
dalla analisi del contesto originario – la Lichtung/lucus – coinvolge la
trattazione delle problematiche linguistiche che in Heidegger si modulano come
riflessione sulla poesia e sull’etimologia e in Vico come etnologia e
filologia. La poesia vichiana secondo G. è una mitopoiesi spontanea, nasce come
risposta da parte dei primi uomini allo stato di necessità in cui si trovano e
con essa assistiamo alla genesi del linguaggio, del mito, della religione, del
diritto e della storia. La questione della Lichtung accomuna non solo Vico e
Heidegger242, ma diversi umanisti che si sono interessati alla questione della
radura, del contesto originario all’interno della disamina del valore della
parola poetica. Se la questione della Lichtung aperta da Heidegger rimanda al
problema dell’individuazione e dell’espressione del contesto primordiale e del
fenomeno originario dell’antropo-poiesi allora la suggestione G.ana circa la
possibilità di retrodatare la problematica della Lichtung all’epoca umanistica
non sembra tanto peregrina. Secondo G. con Vico abbiamo un distacco dalla
metafisica tradizionale razionalistica e la Scienza Nuova viene a costituire
non una nuova teoria della storia o una scienza antropologica tout court ma la
scienza del disvelamento originario nel quale appare l’uomo243. Chi volesse
interpretare G. B. Vico, La Scienza Nuova, a cura di M. Sanna-V. Vitiello,
Bompiani, Milano 2012, 795. 241 J. Trabant, La scienza nuova dei segni antichi.
La sematologia in Vico, Laterza, Roma-Bari 1996. 242 G., Vico e l’umanesimo il
pensiero del napoletano come un’antropologia o una riflessione sulla storia
sbaglierebbe poiché il problema di Vico è quello del campo in cui l’uomo
appare244. La questione del contesto originario si declina in Vico come ricerca
arcaica del disvelamento della foresta primordiale che altro non è che il
problema del fondamento del mondo umano, identificato nei principi universali
ed eterni che soggiacciono al divenire della storia. Nel passo vichiano prima
ricordato il filosofo milanese individua numerosi punti di contatto con la
teoria heideggeriana della Lichtung: l’utilizzo del termine luce; la
spaesatezza e l’angoscia originaria dell’uomo primitivo; l’atto pratico di
umanizzazione della natura. In questo atto di disboscamento viene collocato il
punto di origine dell’umano e la fine del divagamento ferino dentro la gran
selva di questa terra245. Il passaggio dal ferino all’umano, la transizione
dall’uomo all’animale, mette in moto una potenza straordinaria che viene
interiorizzata dalle menti primitive – i bestioni – che in tal modo umanizzati
si avviano verso un percorso faticoso che va dalla barbarie agli ordini civili.
Il significato della luce vichiana è infatti innanzitutto civile, politico e
comunitario. Come sottolinea Carillo il lucus diventa in Vico il primo locus,
il primo luogo sottratto all’indeterminatezza dello spazio originario246. Del
termine vichiano luce G. mette in rilievo soprattutto la valenza di
interruzione nella frequenza della selva. Come possiamo leggere in Vico, Marx e
Heidegger nel terrore che coglie l’uomo, nell’esperienza della sua alienazione
dalla natura, questi crea e fonda il primo luogo umano nella storicità, il
regno della fantasia e dell’ingegno247. Nel bosco primordiale – in cui si fa
esperienza dell’alterità della natura – l’uomo crea il luogo della storicità.
Appare il tema del disvelamento e del disoccultamento come punto di partenza
per una Vico, Marx e Heidegger, in Vico e l’umanesimo, Vico, La Scienza Nuova, 793.
246 G. Carillo, Vico. Origine e genealogia dell’ordine, Editoriale scientifica,
2000, 284. 247 G., Vico, Marx e Heidegger, 173-191, in Vico e l’umanesimo, 181.
! 87! ricerca dell’umanità delle origini che non ha solo il significato
di indagine archeologica-filologica ma il senso di una ricerca fenomenologica
sui presupposti del pensiero e sulla possibilità di uscire dalla metafisica. Il
nesso Vico-Heidegger tematizzato da G. pone in luce che il concetto
heideggeriano della schiarita, dell’apertura originale in cui gli esseri
appaiono coincideva con quello di Vico nella Scienza Nuova, in cui appare
sorprendentemente il termine luce, come apertura nella foresta (schiarita nel
bosco), il solo campo in cui gli esseri, la città, il tempio e l’uomo nella sua
umanità, possono apparire248. Proprio il riferimento al tema dell’apparire e
del disvelamento mostrano la valenza fenomenologica dell’ipotesi interpretativa
G.ana: il tema della Lichtung non è altro che la metafora pretesto per dare
avvio ad un’indagine sulle forme del rivelarsi e dell’apparire della realtà. Al
problema del reale, dell’apparire e della manifestatività, su cui ci
soffermeremo nel prossimo capitolo, egli dedica il già citato Dell’apparire e
dell’essere in cui la manifestatività si costituisce non nella modalità della
pura apparenza negativa, ma come luogo in cui l’uomo è colpito dal reale, ne
risulta affetto, ne patisce la presenza non in una condizione di pura
passività, bensì nell’ambito della sua capacità di progettazione e
umanizzazione. L’originario pensiero vichiano del lucus diviene per G. un
pensiero epocale poiché la tesi fondamentale di Vico è che la metafisica non
deve partire né da principi razionali né dal problema degli enti ma dalla
parola che svela la storicità umana249. L’epocalità della sua filosofia risiede
nel suo carattere anti-razionalistico e fenomenologico. Il filosofo milanese
afferma in VICO (si veda) filosofo epocale che la sua opera – quella di Vico –
è una vera fenomenologia, una descrizione di come a poco a poco appaia
(phainesthai) il reale umano250. Pur non analizzando le numerose sfaccettature
del termine lucus in Vico – luce civile; senso teologico del termine; nesso
lux-lucus (luce/oscurità); lucus-delucare; Latium/latere – G. si 177. 249 G. B. Vico filosofo epocale, 193-211,
in Vico e l’umanesimo Molto interessante risulta la ricostruzione etimologica
di Latium da litibula. Leggiamo in De Constantia philologiae donde il nome
Latium (Latium unde dictum)? I Romani custodirono queste altre vestigia di una
siffatta antichità. Dai ! 88! sofferma sul senso
ontologico-trascendentale del termine vichiano coniugando in maniera originale
i temi heideggeriani e vichiani in una prospettiva che vuole essere l’occasione
per un ripensamento della filosofia che riconosce la propria matrice
fantastica, ingegnosa, mitica, poetica. Si tratta di un pensiero che passa
dalla metafisica degli enti a quella dell’agire, della prassi umana252: per G.
occorre partire dalla tematizzazione delle necessitates come fonti naturali dei
mondi umani. Egli definisce l’ingegno – che non esclude mai il processo
razionale – come teoria che scopre ora e qui similitudini, connessioni, apre la
premessa per un processo razionale, che deduce dalla scoperta inventiva le
conseguenze e quindi costruisce un mondo253. L’ingenium è allora l’originaria
capacità di vedere il simile ed è la prima risposta a quelle necessità naturali
alle quali l’uomo deve far fronte nel faticoso percorso di sopravvivenza e di
civilizzazione. L’ingegno può essere comparato per la sua struttura dinamica e
multifunzionale a quel processo che gli attuali studi sull’apprendimento celati
accoppiamenti degli eroi, per cui essi andavano in cerca di nascondigli
(latibula) che offrivano i boschi venne la parola Lazio: perché di lì ebbe la
sua prima origine quella gente, G. B. Vico, Il diritto universale, in Opere
giuridiche, introd. Di N. Badaloni, a cura di Cristofolini, Sansoni, Firenze
1974, 524. Un’altra connessione degna di nota è quella tra il termine lucus e
l’occhio di Polifemo. Leggiamo in Dissertazioni che i giganti come Polifemo che
abitavano in spelonche sulle montagne
avevano un occhio solo. Ciò fu inventato da lucus. Infatti per osservare
nei boschi da qualche parte il cielo al fine di prendere auspici, in qualche
parte essi diedero la luce ai boschi e così è vero quello che insegnano i
filologi che lucus è detto del luogo in cui non c’è luce; e tuttavia lucus fu
chiamato così da lux, ossia da quella parte dove c’era la luce, G. B. Vico,
Dissertazioni, in Opere giuridiche, 830. Per ulteriori approfondimenti sui
diversi significati etimologici del termine vichiano rimando a Gennaro Carillo
in Vico. Origine e genealogia dell’ordine, 284. L’autore sottolinea come in
relazione al termine lucus la valenza privilegiata è quella di bosco sacro.
Tuttavia in Vico questa valenza presuppone un lungo percorso disseminato, al
solito, di suggestioni etimologizzanti. Esito di lucere, emettere luce, o di
lucesco, venire alla luce, sorgere, il lucus vichiano è definibile come
un’interruzione nella frequenza della selva. Aprire un lucus equivale ad aprire
una falla, uno slargo, in un viluppo fittissimo che preclude la vista del
cielo. É evidente il senso teologico-civile di questo diradare la selva per
poter contemplare, attraverso uno spiraglio, il cielo onde interpretare i segni
divini, ossia trarne gli auspici. In questo modo il lucus diventa in Vico il
primo locus, il primo luogo sottratto all’indeterminatezza dello spazio
originario nel De Costantia philologiae
il nesso tra lucus e lucere sortisce anche un effetto semantico opposto,
denotando assenza di chiarore e visibilità
In quest’accezione in cui la derivazione di lucus dalla luce si ottiene
per antifrasi la sacertà del bosco sacro deriva dal suo essere nascosto di qui la possibilità di ricondurre il nome
Latium alla latenza offerta dai boschi sacri ai primi abitatori della regione nelle Dissertationes il lucus si combina alla
descrizione dei Ciclopi omerici l’occhio
dei Ciclopi non è che la trasfigurazione poetica del delucare lucos, del far
luce nel bosco diradandolo. 252 G. B. Vico filosofo epocale definiscono come
problem solving254: si parte da una condizione inizialmente critica: il problema,
la necessitas; si approntano strategie di risoluzione: la risposta alle
necessitates; si elabora un pensiero creativo che scalza la rigidità degli
schemi cognitivi classici e mette in moto la creatività: fantasia/ingegno come
facoltà intuitive e ricettive ma allo stesso tempo attive e creative. L’ingegno
– altrove inteso da G. nella sua identità con il nous aristotelico255 – ha come
suo primo prodotto il mito che, come vedremo nell’ultimo capitolo, costituisce
di volta in volta la storicità delle varie epoche256. Il mito nel suo carattere
sacrale e esemplare, come universale in funzione del quale si determina il
particolare sotto l’urgenza che segna il tempo257, non è inteso solo come
praxeos mimesis – racconto mitologico – ma come origine di un ordine
linguistico che non ha natura razionale: si tratta del linguaggio fantastico
che si condensa nella metafora. La struttura topica dell’ingenium,
vichianamente concepito come arte d’inventare, di trovare, di invenire258,
produce il mito e allo stesso tempo quella locuzione poetica che nasce da
necessità di natura. G. sostiene che se la poesia come attività ingegnosa è
originaria forma per adeguare le necessità naturali scoprendo similitudini, è
essa che trasforma il reale259. Emerge da questo passo la vis plastica del
logos che per G. non è astorico, razionale, ma sempre attento alle
circumstantiae storiche. Allora si comprende come tale logos include al suo
interno tutta una serie di elementi che non hanno mai trovato spazio
all’interno della filosofia. Come possiamo leggere in La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale: suoni, segni, atteggiamenti indicativi,
semantici, anche il tacere, acquistano Per un’analisi del problem solving il classico G. Polya, Come risolvere i
problemi di matematica. Logica ed euristica nel metodo matematico, Feltrinelli,
1983. 255 , Significare arcaico, cit. 256 G. B. Vico filosofo epocale, 199. 257
. 258 203. 259 206. Il corsivo è nostro. ! 90!
significato esclusivamente nell’originario ambito dell’abissale che ci
riguarda: fuori dell’appello tutto è silenzioso, indeterminato, oscuro come
nella selva senza schiarita, senza radura, senza il palcoscenico per la
storia260. Solo attraverso la prassi – sia essa linguistico-metaforica; mitico-
politica; pratico-poietica – sorge il mondo, l’Umwelt diviene Welt e si compie
quella Menschwerdung faticosa e incidentata che dall’indeterminato della ingens
sylva trae fuori spazi e tempi di determinazione. II. VIII- L’essere dalla
Gelassenheit all’Arbeit Proprio lo slittamento dalla passività all’attività
insita nell’esperienza umana dell’essere e del contesto originario – la
Lichtung – spinge G. a definire tale apprensione del reale non nei termini di
una Gelassenheit dal sapore heideggeriano, di un abbandono agli invii
dell’essere, ma in termini di Arbeit, di lavoro – come mediazione specifica
dell’umano dotata di scopo – e fondazione etico- politica della comunità
sociale261. All’atto linguistico per eccellenza – la prassi metaforica –
corrisponde dal punto di vista pratico l’atto pratico dell’umanizzazione del
reale che si realizza nel lavoro. Il doppio significato di lavoro (come prassi
e come fondazione politica) mette in luce il processo di umanizzazione del
reale attraverso la prassi lavorativa che si riversa anche nella istituzione
del linguaggio. Per il filosofo l’uomo dispiega la sua essenza nella formazione
(Bildung), nelle risposte umane, troppo umane alle urgenze patite del reale e
di un’oggettività individualmente esperita: conseguentemente l’affectio non
viene espulsa dal logos ma si immette nel processo del leghein. Egli affronta
il tema dell’Arbeit nel suo significato politico e poietico in maniera
esplicita confrontando le figure di Vico e Marx. La connessione tra Vico e Marx
si profila come analisi comparativa dei concetti di Arbeit e Phantasie. Si
chiede G. se le pratiche umanistiche di opposizione alla filosofia La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale, 197. 261 , S. Limongelli, Il problema dell’umano nella filosofia di G.,
278-281; G. Petrovic, Marx, lavoro e abbandono. Lettera a Ernesto G., 127-157,
in Studi in memoria di G., cit. ! 91! aprioristica scolastica – con
la conseguente attenzione alla giurisprudenza, alla grammatica e alla retorica
– possano essere in definitiva considerate valide e concrete o ricadano
dell’astrattismo medievale: Tutti questi canoni, che gli umanisti oppongono
alla filosofia aprioristica della scolastica, soddisfano realmente la loro
pretesa di essere concreti? Qui è pertinente l’obiezione del marxismo. La
sorgente originaria del divenire umano si trova nella trasformazione originaria,
e perciò, nella umanizzazione della natura mediante il lavoro. La
giurisprudenza, il linguaggio, la retorica, sono concrete solo in quanto
manifestazioni della storia di classe la
storia del lavoro è la storia dell’evoluzione dell’uomo262. G. analizza
dettagliatamente l’idea del lavoro in Marx, esposta sia nel Capitale sia nei
Manoscritti economico-filosofici, sottolineando quattro aspetti importanti del
lavoro: 1-) il lavoro umano è distinto da quello degli animali poiché è
espressione di una volontà intenzionale e spezza la relazione di immediatezza
che secondo Marx l’animale ha rispetto al mondo circostante: la sua relazione
con ciò che produce è immediata263. Per Marx l’animale fa immediatamente uno
con la sua attività vitale, non si distingue da essa, è essa stessa264. 2-) La
seconda definizione del lavoro consiste nel riconoscere che esso rappresenta il
superamento dell’immediatezza, attraverso l’attività creativa. Il processo del
lavoro è un passaggio da ciò che esiste ancora, ed è solo possibile, a ciò che
diviene realtà il lavoro come processo
di metabolismo significa l’appropriazione della natura a favore dell’uomo G.,
Marxismo, Umanesimo e problema della fantasia nelle opere di Vico, 69-94, in
Vico e l’umanesimo, 83. 263 ivi 84. 264 K. Marx-F- Engels, Opere, Editori
Riuniti, Roma 1976, Vol. III, 303 265 G., Vico e l’umanesimo, 84. !
92! 3-) Il lavoro è possibile solo se l’uomo è concepito come essere
libero: il lavoro può esistere solo a condizione che l’uomo sia libero. Bisogna
intendere la libertà come la facoltà di
trasformare la natura in nuovi sistemi di interrelazione non prefissati per
l’uomo266. 4-) Il lavoro ha una funzione sociale. Secondo G. l’importanza del
lavoro come fattore di umanizzazione e di distanziamento dall’orizzonte
dell’animalità è rintracciabile anche negli umanisti – come l’attenzione agli
ambiti della giurisprudenza, della filologia e della retorica testimoniano – e
in Vico, il cui problema della storia altro non è che il problema del lavoro e
della fantasia. Per il filosofo italiano il problema che ora sorge è: che cosa
Vico considera come la concreta radice del divenire umano? La risposta indica
due fattori principali e tra loro correlati: il lavoro e la fantasia267. Il
pensatore milanese analizza le figure di Ercole e Cadmo, entrambi simbolo della
fondazione della società umana, ricordate da Vico nella Scienza Nuova, e la
triplice funzione della fantasia: nella fantasia l’uomo sperimenta la propria
libertà ed esce dal chiuso mondo della foresta naturale268; attraverso la
fantasia l’uomo argina la paura e il terrore dell’Aperto e procede a costruirsi
il proprio ordine, o un adattamento della natura269 (infatti per il filosofo la
fantasia crea le prime analogie tra i fenomeni, e produce le prime connessioni
e definizioni); l’ultima funzione della fantasia è quella di dare un
significato al lavoro. La costituzione trivalente della fantasia consente di
concepire l’affinità e la distanza tra la critica di Marx all’apriorismo della
filosofia e la critica umanistica all’astrattismo medievale: da un lato emerge
una convergenza degli intenti decostruttivi di entrambi gli approcci,
dall’altro G. sottolinea come una teoria del lavoro priva di una teorizzazione
antropologica e filosofica dell’umano sia concettualmente monca e praticamente
inutilizzabile. Afferma G. che Marx considera il lavoro – come il superamento
dell’immediato impatto con la natura, come l’adattamento di essa – l’origine
della storia. Se però, tale adattamento nell’interesse dell’uomo differisce da
quello degli animali per il fatto che l’animale lavora solo per il proprio
nutrimento e la conservazione della specie, e in accordo con i suoi modelli
congeniti, allora il problema circa il significato dell’adattamento della
natura da parte dell’uomo non può essere risolto col dire semplicemente che
l’uomo è un essere che media e accomoda, né col riferimento alla sua attività
lavorativa, ma solo chiarendo e definendo lo scopo specifico di questa
mediazione. A meno che non ammettiamo l’urgenza di questo problema, ci troviamo
ridotti a dire che l’animale è un essere molto più alto dell’uomo270. In
quest’ultimo passo G. esprime l’idea secondo la quale se è vero che il lavoro è
il primo atto di umanizzazione ciò è possibile nella misura in cui non si
riduca il lavoro a semplice atto di mediazione – il metabolismo della natura,
il lavoro come fatica, ponos – ma lo si consideri come atto di mediazione
guidato da scopi – il lavoro come ergon, opera. Nel concetto di lavoro più che
della prassi lavorativa occorre tenere conto del telos che la sorregge: qui si
inserisce il discrimine tra uomo e animale. Secondo il filosofo il lavoro,
inteso come adattamento della natura, è solo un mezzo in vista di uno scopo, la
realizzazione umana del mondo in cui la fantasia rivela il suo ruolo fondativo
rispetto al lavoro stesso: solo grazie alla facoltà di visione delle
somiglianze è possibile trasformare ed umanizzare la natura implementando
ordini di realtà e progettando mondi dotati di senso. L’intima coappartenenze
della componente tecnica (lavoro come fatica) e di quella fondativa-civile
(lavoro come opera) risulta decisiva nella concezione G.ana del labor tutta
gravitante attorno al tema della produzione del mondo storico sociale e
dell’umanizzazione della natura: l’uomo, con il suo ingenium e la sua phantasia
per mezzo del labor – lavoro e fatica – determina il reale nel suo significato
umano facendolo assurgere ad opera; solo in tal modo il reale diventa storico,
si umanizza quale opera dell’ingegno271. Se, da un lato, allora, il presentarsi
della manifestatività rende affetto l’uomo, e, colpendolo, ne rivela la
componente di passività, il suo essere soggetto-a, tale che l’uomo non può non
patire, non può sottrarsi, dall’altro, l’uomo è quell’ente capace di
rispondere, di offrire una risposta attiva mediante il lavoro. Per G. infatti
ciò che ci circonda, l’oggettivo, la natura, l’essere appare solo nei limiti da
noi progettati – e tuttavia – è altrettanto vero che non dipende da noi come
essa appare: essa ha una propria oggettività. La constatazione di questa
oggettività è la risposta che la natura
dà entro i nostri diastema272. Entro i limiti della nostra progettazione, del
nostro lavoro, della nostra opera – che per G. non è un’operazione
soggettivistica e arbitraria, ma rispondente alle circum-stantiae di volta in
volta mutevoli, alle necessitates nelle quali è già da sempre immerso l’uomo –
significa entro i limiti dell’orizzonte della fantasia quale attività ordinatrice
della materia primordiale che per G. ci impedisce di trovare una qualsiasi
unità; essa è materia della facoltà ordinatrice del pensiero273. Il tema della
determinazione concreta del reale risulta strettamente intrecciata a quello del
lavoro umano nel suo significato ontologico trascendentale e a quello della
fantasia come attività originaria che scopre le relazioni sulla base della
visione delle somiglianze e non come attività che ci presenta qualcosa di
irreale275, come rappresentazione dell’irreale, come pura facoltà della
finzione, G., Politica e religione. La riscoperta della tradizione latina, 33-43,
in Archivio di filosofia, Padova 1978, 43. Le riflessioni G.ane sul lavoro
mostrano molti punti di contatto con la distinzione arendtiana tra lavoro come
ergon e come ponos presente in Vita activa. 272 L’uomo e l’esperienza
dell’oggettività, Discorso letto alla seduta inaugurale del Congresso per il IV
Centenario della fondazione dell’Università di Lima, in Archivio di filosofia,
1952, 68. 273Id., Dell’apparire e dell’essere, 279. In relazione all’attività
ordinatrice della selva originaria G. in questo saggio parla di un’attività
fantastica in modo duplice: sia come facoltà sensibile – il significato
secondario – sia come attività del lasciar apparire – significato
ontologico-primario in cui si dà la coapparteneza di aisthesis e leghein. 274 Potenza
della fantasia, 190. 275 276. !
95! come capacità di mostrare qualcosa di fantastico276. In questo caso
essa è una ritenzione semplice che si fonda su una dimensione conservativa e
combinatoria delle immagini, senza avere come punto di riferimento il referente
reale delle immagini, ma la libertà e l’arbitrio soggettivo277. La fantasia
ontologicamente intesa, base del linguaggio poetico, insieme al lavoro è capace
di istituire il mondo storico. Per G. la trasformazione della natura, che
l’uomo realizza con lo scopo di liberarsi dai propri bisogni, nasce dunque
dall’attività fantastica ingegnosa278 che, insieme al senso comune, si ritrova
nella teoria vichiana del lavoro. Il filosofo asserisce in La priorità del
senso comune e della fantasia: l’importanza filosofica di Vico oggi che il
senso comune, secondo la definizione vichiana, ha lo scopo di fornire all’uomo
ciò che gli è utile e di cui ha bisogno279 e prosegue chiedendosi se e come
l’ingegno e la fantasia contribuiscano al senso comune e quale relazione esista
fra di loro280 visto che per Vico sono a fondamento dell’emergere del mondo
umano e dei suoi bisogni. L’atto di risposta umana ai bisogni originari è il
lavoro, catalizzatore del processo di civilizzazione come le fatiche di Ercole
ricordate nella Scienza Nuova esemplifica. Le fatiche di Ercole presuppongono
una interpretazione della natura come essa fu prima della sua umanizzazione,
cioè come realtà asservibile all’uomo e presuppongono anche una visione del
successo ottenibile con tale agire. Il lavoro quindi dev’essere concepito come
la funzione di conferire un significato e di far uso del medesimo, mai come
un’attività puramente meccanica o una trasformazione puramente tecnica della
natura, estranea al contesto generale delle funzioni umane 191. 277 , Ferraris, L’immaginazione, Il
Mulino, Bologna 1996. 278 G., Potenza della fantasia, 241. 279 La priorità del
senso comune e della fantasia: l’importanza filosofica di Vico oggi, pubblicato
in Vico and Contemporary Thought, Humanities Oress, New Jersey 1976, ora in
Vico e l’umanesimo Il labor appare strutturato metaforicamente poiché è un atto
di trasposizione di significato al mondo circostante, la funzione mediante cui
i bisogni umani vengono soddisfatti282. La struttura metaforica operante
all’interno del linguaggio poetico secondo G. soggiace anche nel lavoro nel
quale si intrecciano il sensus communis – che non consiste, quindi, in un modo
di pensare popolare o comune283 – l’ingenium e la phantasia. La connotazione
storico- esistenziale284, più che etica o politica, del lavoro emerge laddove
si presta attenzione al labor come risposta ad un bisogno di decifrazione della
situazione umana e delle sue strutture di esistenza. Secondo l’interpretazione
del filosofo occorre ricostruire una storia pre-marxiana del lavoro
attraversando le tappe della filosofia umanistica. Si chiede il pensatore: è
possibile trovare nell’umanesimo italiano una teoria del lavoro come fonte
della storia, una teoria del lavoro che simultaneamente comprenda l’importanza
filosofica della giurisprudenza, della filologia e della retorica?285. Proprio
questa apertura disciplinare che contraddistingue la teoria del lavoro umanista
costituisce per G. la dimostrazione che il problema concernente il significato
del lavoro comporta una rinnovata giustificazione della filosofia, che in
qualità di meditatio de homini dignitate non può essere ridotta a semplice
sovrastruttura di una temporanea e storica struttura sociale286. Volendo trarre
una prima conclusione dalle osservazioni precedenti si può asserire che nella
prospettiva onto- antropo-logica di G. assume un ruolo centrale la relazione
fondante dell’Arbeit/labor nella lettura comparativa di Vico e Marx. Vico, Marx
e gli umanisti – ai quali si aggiungerà Heidegger qualche 51. 283
52. 284 Parla di connotazione etica del
lavoro in G. S. Limongelli in Il problema dell’umano, 277 e sgg. 285 Marxismo,
umanesimo e problema della fantasia nelle opere di Vico, pubblicato
originariamente in Giambattista Vico’s Science of Humanity, the John Hopkins
University Press, Baltimore (Maryland) 1976, ora in Vico e l’umanesimo, 85. 286
. ! 97! anno dopo287 –
concordano nella critica alla filosofia a priori e al pensiero teoretico
contemplativo: il problema vero della filosofia è quello delle origini del
divenire umano e, conseguentemente, della sua realtà storica288. La critica
all’impostazione metafisica del pensiero operata da Marx tuttavia per il
filosofo non riesce a superare lo schema del pensiero tradizionale. Leggiamo in
Vico, Marx e Heidegger che il rovesciamento della filosofia, che Marx riteneva
di aver compiuto con la sua critica di Hegel, non supera lo schema del pensiero
tradizionale , la sfera di un antropologismo289. Pur ritenendo fondamentale la
teoria dell’alienazione – che indica l’assenza di radici dell’uomo
occidentale290 – per delineare una via di accesso autentica all’umano G. –
sulla scia di Heidegger –considera poco sostenibile l’identificazione di
umanità e socialità operata da Marx291. Tale identificazione avrebbe come
conseguenza la riduzione del materialismo a pensiero della tecnica292. E
sappiamo che G. accoglie la lezione heideggeriana per la quale la tecnica è
estrema propaggine della metafisica. Ma occorre andare oltre la barbarie della
riflessione e qui interviene Vico che di volta in volta supera, secondo G., i
limiti delle prospettive toriche degli autori – in questo caso Marx e Heidegger
– in una sintesi filosofica che coniuga giurisprudenza, poesia e retorica con
le tematiche del lavoro e della Lichtung. Asserisce il filosofo milanese che il
lavoro per Vico è un adattamento dell’impatto diretto e immediato con la
natura, un adattamento mediante il quale l’uomo esce dalla natura; e qui egli
sceglie le figure di Ercole e Cadmo come simboli di essa, Vico, Marx e
Heidegger, apparso in origine in Vico and Marx. Affinities and contrasts, Humanities Press, Atlantic
Highlands (New Jersey) 1983, ora in Vico e l’umanesimo, 173-191. 288 Marxismo, umanesimo e problema della fantasia
nelle opere di Vico, 92. Vico, Marx e
Heidegger, 190. 290 189. 291 190. 292 . 293 Marxismo, umanesimo e problema
della fantasia nelle opere di Vico, 86. ! 98! L’uso vichiano
dell’universale fantastico294 di Ercole – vera e propria tipologia
poetico-simbolica utilizzata ai fini della comprensione delle origini mitiche
della storia dell’umanità –, o meglio degli Ercoli295, è finalizzato alla
rappresentazione della faticosa impresa umana della costruzione della società
il cui mito, narrato nella Scienza nuova, non appare a G. come una concessione
al gusto antiquario della ricostruzione erudita dell’antichità ma come il
simbolo dell’assoggettamento della natura
che porta all’autoaffermazione dell’uomo296. Secondo G. Vico costruisce
la sua teoria dei generi e degli universali fantastici non mediante
l’astrazione, ma creando, secondo i suoi termini, i ritratti ideali, i
caratteri esemplari così il concetto
fantastico cristallizza un essere attraverso un atto dell’ingegno con una
visione diretta di una totalità pittorica. Esso rappresenta una figura
contemporaneamente esemplare e allegorica297. Tale logica della fantasia
fondata sui generi universali e fantastici assume il ruolo di primo
coordinamento delle idee che ha carattere arcaico, poiché è fondante rispetto
alla razionalità, e immediato, indicativo, semantico. Sullo sfondo degli universali
fantastici si staglia la figura di Ercole che ha non solo il ruolo di carattere
poetico ma quello di fondatore della comunità storica dell’uomo. Come osserva
lo studioso di Vico Giuseppe Cacciatore il ricorso vichiano al genere
fantastico aiuta, dunque, a comprendere quella costitutiva procedura del
pensiero che riduce a generi e a caratteri la molteplicità dispersa delle cose
naturali, Vico: narrazione storica e narrazione fantastica, 53-70, in In
dialogo con Vico, 65. Recita la Degnità XLIX queste tre Degnità ne danno il
Principio de’ Caratteri Poetici; i quali costituiscono l’essenza delle Favole:
e la prima dimostra la natural’inclinazione del volgo di fingerle, e fingerle
con decoro: la seconda dimostra, ch’i primi uomini, come fanciulli del Gener’umano,
non essendo capaci di formar’ i generi intelligibili delle cose, ebbero
naturale necessità di fingersi i caratteri poetici, che sono generi, o
universali fantastici da ridurvi, come a certi Modelli, o pure ritratti ideali
tutte le spezie particolari a ciascun suo genere simiglianti, in Sn 44, in G.
B. Vico, la Scienza Nuova, 872. 295 Vico, infatti, nella sua ricostruzione
della complessa trama della cronologia dela storia universale menziona gli
Ercoli, i Bacchi, i Sesostri quali prototipi dei fondatori delle città che
hanno avuto sempre un eroe nella loro genesi. Afferma Vico in SN ’44 che questa
stessa Degnità con l’antecedente, che ne danno prima tanti Giovi, dappoi tanti
Ercoli tralle Nazioni Gentili, oltrechè ne dimostrano, che non si poterono fondare
senza religione, né ingrandire senza virtù: essendono elle ne’ lor’
incominciamenti selvagge, e chiuse, Sn 44, 871, Degnità XLIII. sul tema dell’Oriente in Vico le
condivisibili osservazioni di G. Cacciatore esposte in Il posto dell’oriente
nel pensiero di Vico, 169-178, in In dialogo con Vico, cit. 296 G., Marxismo,
umanesimo e problema della fantasia nelle opere di Vico, 86. 297 La priorità
del senso comune e della fantasia: l’importanza filosofica di Vico oggi, 54.
! 99! Ercole effettua la trasformazione della natura piegandola
attraverso il lavoro – l’uccisione del leone nemeo – al mondo umano.
L’uccisione del leone nemeo – simbolo della ingens sylva primordiale nella
quale l’uomo erra nel terrore dell’aperto – simboleggia il primo atto di fondazione
della civiltà. Lo stesso Vico nella Spiegazione della Dipintura afferma che
questa scienza ne’ suoi Principj contempla primieramente Ercole il quale si truova essere stato il carattere
degli Eroi politici298. Attraverso la lettura del mito di Ercole G. rintraccia
in Vico una prima teorizzazione del tema del lavoro nella sua connessione con
l’ingegno, la fantasia, e il senso comune, da un lato, e con il concetto di
Lichtung e con l’analisi delle strutture dell’esistenza umana, dall’altro. Si
chiede il pensatore: quando, come e dove compare per Vico l’esistenza umana
come una nuova realtà rispetto alla natura biologica e vegetativa? Nella libera
decisione di far luce nella foresta primordiale per fondare il primo luogo
umano299. Quale importanza G. annetta al ruolo, al contempo storico e
filosofico-speculativo, che svolge, nel complesso del suo itinerario
onto-antropolo-logico, la questione dell’origine dei processi storici
dell’umanità è testimoniato dalla collocazione del tema della Lichtung – che
accomuna Vico e Hiedegger – accanto a quello del lavoro – che vede fianco a
fianco Vico e Marx. Sostiene il filosofo in Vico e l’umanesimo che secondo
l’opinione di Vico, grazie alla radura aperta nella foresta originaria,
attraverso il lavoro, divengono possibili non solo lo spazio o il luogo umani,
ma anche la possibilità di computare il tempo300. Si intrecciano
indissolubilmente le questioni del disvelamento/Lichtung – la vera chiave
maestra della lettura G.ana degli umanisti – quella del lavoro nel suo significato
esistenziale e quella delle strutture dell’esistenza umana. Nella prospettiva
del pensatore milanese è attraverso il lavoro, l’atto di umanizzazione della
natura – il disboscamento G. Vico, Sn 44, 786. 299 G., Potenza della fantasia, 251.
300 . ! 100! della selva primordiale – che si apre quello
spazio-di-tempo in cui sorge la storia umana che ha origini favolose dicibili
solo attraverso un linguaggio poetico. Come è emerso dalle precedenti
riflessioni sulla rivalutazione dell’umanesimo a partire dal tema della
Lichtung, dell’ursprünglich Rahmen, a venire in primo piano è una densa
concettualizzazione dei temi dell’essere, dell’apparire e della
manifestatività, coniugati ad un’analisi delle strutture dell’esistenza umana.
Nelle considerazioni seguenti intendo richiamare l’attenzione sui concetti ora
ricordati focalizzandomi sulla costituzione onto-antropo-logica della
metafisica immanente o ontologia situazionale G.ana e sul nesso
essere-uomo-linguaggio su cui essa si costruisce. Secondo la nostra ipotesi di
ricerca G. enuncia importanti riflessioni sparse in diversi saggi che
contribuiscono a corroborare l’idea della presenza di un’analitica
dell’esistenza umana a fondamento delle ricerche svolte sui pensatori umanisti
– e non solo – all’interno del progetto di rivalutazione dell’umanesimo e di
critica alla filosofia intesa come scienza. La questione dell’umanesimo in G. è
analizzata da due punti di vista: storico e teoret ico. Egli afferma
l’esigenza di porre la questione dell’essenza della nostra umanità sia sul
terreno speculativo sia su quello storico in un saggio su Jaeger Il problema
filosofico del ritorno al pensiero antico. Secondo G. questa essenza della
natura umana è un problema filosofico e non esiste né può venire concepita come
qualcosa di dato. Ne viene che l’umanesimo può avere il suo fondamento solo nella rigorosa ricerca filosofica. Il
vero umanesimo deve essere oggi filosofia. Ciò vale non solo speculativamente,
ma anche storicamenteE. G., Filosofare noetico non metafisico. L’Alcesti e il
Don Chisciotte, Congedo Editore, Lecce Il problema filosofico del ritorno al
pensiero antico, 255-271, in I primi scritti, 258. ! 102! La
ricerca G.ana si configura, da un lato, come riflessione storica
sull’umanesimo, in cui la lettura dei testi degli umanisti ha l’aspetto di una
re-interpretazione filologico-speculativa di quel nucleo essenziale – la
Lichtung – venuto ad espressione consapevole con Heidegger. L’attenzione
accordata alla filologia, che per G. non si riduce a una mediazione delle opere
antiche303 ma è una scienza sperimentale, una meditazione sull’essenza
dell’uomo e sulla sua Bildung a partire dal problema della parola304, conduce
verso una dilatazione del periodo storico dell’umanesimo sia in direzione del
passato sia in direzione delle epoche successive. Entrano così a far parte
della tradizione umanistica anche gli autori della latinità quali Cicerone e
Quintiliano; quelli barocchi come Graciàn, Peregrini e Tesauro; Vico, Leopardi
e, in ultimo, lo stesso Heidegger, il quale ha concettualizzato in forma
teoretica densa ed esplicita il tema della connessione Da-sein/Sein. Dall’altro
lato, accanto alla lettura testuale, affiora un’indagine teoretica sui temi
dell’essere, dell’apparire e della manifestatività e sulle strutture d’essere
dell’uomo. Proprio su questi aspetti ci concentreremo maggiormente in questo
capitolo prendendo in considerazione due gruppi di saggi. La selezione di
questi saggi – tutti risalenti al periodo compreso tra gli anni Trenta e la
fine degli anni Cinquanta – è stata guidata dall’idea di una presenza nel
filosofo di un’attenzione alle strutture dell’esistenza umana, connesse alla
questione di quella che potremmo definire ontologia Il confronto con la filosofia tedesca in
Italia, in I primi scritti Per G. occorre distinguere una pseudo-filologia,
priva di pensiero, ridotta a sterile culto classicista della parola, e una
filologia autentica, che si connota come meditazione sull’uomo e sulla sua
formazione: come è noto, la tradizione filosofica italiana ha inizio proprio
con l’umanesimo e il rinascimento. Come ho già accennato altrove, il filosofare
italiano non comincia con il problema della verità o del sapere, ma con il
problema della parola in relazione al compito umanistico di mediare la parola
antica, gli scritti antichi, il mondo antico
ricordo solo che il compito umanistico della mediazione della parola
antica si realizzò essenzialmente su un piano estetico, letterario, ossia in
relazione alla scoperta e al rinnovato rapporto con i testi letterari antichi.
A ciò, però, si legava al contempo l’impegno di una formazione dell’uomo
tramite la parola, e con il problema della formazione si affrontava un problema
essenzialmente filosofico. Si stabilì che il significato delle parole che
troviamo in un testo non può essere dedotto dall’esperienza quotidiana o dal
nostro sapere, bensì dall’unità del testo
conformemente all’antichità, si riconosceva nella parola l’essenza
dell’uomo, così il formarsi in base alla parola non significava, come oggi per
lo più crediamo, praticare la filologia, bensì sviluppare l’essenza dell’uomo, 881. , anche Potenza dell’immagine.
Rivalutazione della retorica: Il processo interpretativo, prima di divenire il
metodo delle moderne scienze scienze naturali, era già da lungo tempo abituale
nell’ambito delle scienze dello spirito. Anche qui si dimostra che il
presupposto della formazione non è tanto la mediazione delle conoscenze, quanto
piuttosto lo sviluppo della capacità interpretativa. Nel dialogo interpretativo
con i testi tramandatici stabiliamo la relazione con la comunità umana del
passato e soltanto in questa e con questa relazione possiamo giungere al nostro
proprium, in quanto siamo esseri storici.] FENOMENOLOGIA SEMANTICA [cf. AUSTIN]
di G., in cui il tema dell’essere [GRICE, IZZING], identificato con quello
della manifestazione e delle forme dell’apparire, è indissolubilmente legato a
quello SEMANTICO, come campo dell’esperienza costrittiva dei principi indicato
nel fondamentale saggio SIGNIFICARE ARCAICO in cui è condensato tutto il valore
della proposta retorica G.ana. Solo partendo dall’analisi del contenuto
tematico di questi contributi è possibile una più profonda comprensione delle
indagini G.ane sull’Umanesimo e sul Rinascimento storici su cui la bibliografia
si è concentrata maggiormente. Del gruppo comprendente Il problema della
metafisica immanente di M. Heidegger, Dell’apparire e dell’essere, Il problema
del logo, Il problema del nulla nella filosofia di M. Heidegger, L’inizio del
pensiero moderno. Della passione e dell’esperienza dell’originario, Il reale
come passione e l’esperienza della filosofia, saranno selezionati i temi
dell’essere, dell’apparire e della manifestatività, i quali mostrano la volontà
G.ana di recuperare un’esperienza dell’essere che non presupponga la preminenza
di una forma rispetto ad un’altra, e in particolar modo di un a priori
gnoseologico, ma che sia capace di restituire la complessità fenomenologica
delle forme dell’apparire. In questo tentativo G. coniuga il tema attualistico
gentiliano con l’estetica crociana e la teoria heideggeriana della differenza
ontologica,305 rielaborando tutto alla luce di una rivalutazione della
Stimmung, della Leidenschaft e dell’ambito estetico in generale non come esempio
di gnoseologia inferior o teoria dell’arte ma come fondamento dell’esperienza
della manifestatività dell’essere. Dell’altro gruppo fanno parte i seguenti
saggi: Il tempo umano. L’umanesimo contro la techne, L’uomo e l’esperienza
dell’oggettività, Apocalisse e storia, L’esperienza dell’assenza di mondo, Mito
e arte, Assenza di mondo. In quest’ultimo gruppo di articoli emergono alcuni
concetti fondamentali che trovano un’articolazione in una analitica Per una
ricostruzione dettagliata delle tracce gentiliane, crociane e heideggeriane
nella filosofia di G. , Rita Messori, Le forme dell’apparire, soprattutto il
primo capitolo, Tra filosofia italiana e filosofia tedesca: l’emergere della
questione estetica, 23-61. , anche M. Marassi, Introduzione a G., I primi
scritti] esistenziale che mira a svelare le strutture esistenziali del mondo
del Da-sein306. Le osservazioni che seguono si focalizzeranno maggiormente sul
fondamento teorico – l’analitica dell’esistenza – che soggiace alla
rivalutazione di G. dell’umanesimo. Credo sia plausibile poter collocare la
riflessione G.ana sull’umanesimo sullo sfondo ontologico e fenomenologico dei
saggi giovanili dedicati ai concetti di apparire, essere, manifestatività e
delle idee connesse di disancoramento, angoscia, coscienza temporale
umanistica, oggettività, dismondanizzazione e assenza di mondo. Com’è noto, G.
mostra nella sua disamina degli pseudo-umanesimi una insofferenza nei confronti
delle letture storiografiche e teoretiche a lui coeve, a suo avviso gravate dal
pregiudizio idealistico ed hegeliano, rivendicando l’esigenza di una
collocazione del tema onto-antropo-logico sul terreno strettamente speculativo,
teoretico. Nella prospettiva del filosofo il termine umanesimo è diventato più
che mai polisenso. Si parla di un umanesimo da un punto di vista storico, si
parla di un umanesimo da un punto di vista filosofico, si parla di un umanesimo
da un punto di vista politico sia dunque
ben chiaro che ogni affermazione umanistica è un problema anzitutto filosofico
e non storico: si tratta dunque di delimitare una concezione speculativa
dell’uomo che prenda chiara posizione di fronte ai differenti motivi
speculativi nei quali si rispecchia la nostra attuale coscienza filosofica. Che
significato speculativo può oggi avere un umanesimo?307. Indagare questo
significato speculativo dell’umano, al di là della polisemia che
inevitabilmente lo connota, per G. significa affrontare il problema della
reinterpretazione antitradizionale della filosofia umanistica nella convinzione
che la filosofia umanistica abbia costituito il fulcro e la svolta del pensiero
filosofico occidentale, la vera rivoluzione copernicana308. Il compito di
questo progetto neoumanistico che già dalla metà degli anni Venti emerge – a
partire dal saggio su Machiavelli analizzato in precedenza – per rifluire nelle
riflessioni filosofiche successive, si articola come ricerca dell’unità di
senso della realtà, come compito preliminare nel processo di determinazione di
una teoria dell’uomo che !E. G., Potenza della fantasia, 243! 307 Il tempo
umano. L’umanesimo contro la techne, 202-206. I corsivi sono nostri. 308 Potenza
dell’immagine. Rivalutazione della retorica, 261, Il rovesciamento della
filosofia, la rivoluzione copernicana, non ha avuto luogo né con Descartes né
con Kant, ma con l’Umanesimo italiano. Ma le conseguenze che derivano dalla
nuova valutazione della fantasia, dell’ingenium, della preminenza
dell’immagine, possono essere discusse solo sulla base di un’ulteriore ricerca
sull’essenza della tradizione umanistica italiana. ! ! mantenga
l’originaria integrità e unità delle sue strutture fondamentali. Negli stessi
anni in cui i maggiori esponenti dell’antropologia filosofica del Novecento –
Scheler309, Plessner310, Gehlen311 – Max
Scheler in La posizione dell’uomo nel cosmo esprime l’idea di uomo attraverso
una ricerca antropologica come scienza fondamentale dell’essenza e delle
strutture essenziali dell’uomo. Esplorare la dimensione umana e la sua
posizione nel cosmo comporta un confronto con le dimensioni della spiritualità
del conoscere, dell’amare, del volere. Per Scheler l’indagine sull’uomo della
nuova antropologia prende le mosse da ciò che è esterno all’uomo per poi
indagare e definire la sua essenza: è compito di un’antropologia filosofica
mostrare esattamente in che modo scaturiscano dalla struttura fondamentale
dell’uomo, tutti i monopoli, le funzioni e le opere specificamente umani: come
la lingua, la coscienza morale, lo strumento, l’arma, il concetto di giusto e
ingiusto, lo Stato, l’azione di guida, le funzioni espressive delle arti, il
mito, la religione, la scienza, la storicità, la socialità, M. Scheler, La
posizione dell’uomo nel cosmo, a cura di M. T. Pansera, Roma 1999, 186. Scheler
analizza l’impulso affettivo privo di coscienza, di sensazione e
rappresentazione che è presente nelle piante e nei gradi più bassi del mondo
organico; l’istinto che è un comportamento teleologico; la memoria associativa
il cui fondamento è il processo del riflesso condizionato, basato sul principio
del successo e dell’errore per cui l’animale compie movimenti di prova in
maniera spontanea ripetendo solo quelli utili; infine l’intelligenza pratica
caratterizzante la facoltà di libera scelta dell’uomo. Il fattore discriminante
fondamentale tra l’uomo e il resto del mondo è costituito dal concetto di
spirito, il Geist che rappresenta la possibilità dell’essere aperto al mondo da
parte dell’uomo e lo svincolarsi dal legame con quanto è organico: la
caratteristica principale di un essere spirituale consiste nella sua emancipazione
esistenziale da ciò che è organico, nella sua libertà, nella capacità che esso,
o meglio il centro della sua esistenza, ha di svincolarsi dal potere, dalla
pressione, dal legame con quanto è organico, dal legame con la vita un essere spirituale non più legato alla
tendenza e all’ambiente, ne è libero, e perciò aperto al mondo.] Per Plessner
occorre partire dal concetto di vita che costituisce la parola chiave di
un’intera epoca, H. Plessner, I gradi dell’organico, a cura di V. Rasini,
Bollati Boringhieri, Torino. All’interno della impostazione plessneriana l’uomo
è contraddistinto dalla sua posizione eccentrica: l’eccentricità è la
disposizione dell’uomo rispetto al mondo nei confronti del quale si trova
de-situato. Plessner, a conclusione di I gradi dell’organico. Introduzione
all’antropologia filosofica, passa in rassegna tre leggi antropologiche
fondamentali: la legge dell’artificialità naturale secondo cui l’uomo non vive
in modo rassicurante nel suo ambiente immediato ma in modo artificiale, costruendo
a partire da una natura una cultura; la legge dell’immediatezza mediata secondo
cui l’uomo si appropria di ciò che gli è dato in precedenza in modo immediato
attraverso forme di mediazioni quali invenzioni, scoperte, conoscenze; la legge
del luogo utopico che afferma che l’uomo prende le distanze dall’immediatezza e
volge il suo sguardo verso un fondamento assoluto del mondo che in sé non ha
alcun fondamento. Egli afferma che la sua forma eccentrica spinge l’uomo al
perfezionamento, stimola bisogni che possono essere soddisfatti soltanto
mediante un sistema di oggetti artificiali e insieme imprime loro il marchio
della caducità.] Gehlen si pone sulla linea di ricerca scheleriana elaborando
una idea di uomo nell’opera L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo,
partendo dai risultati multidisciplinari delle scienze positive. L’antropologia
elementare gehleniana, partendo dagli aspetti più semplici che accomunano
l’essere umano all’animale sottolinea allo stesso tempo la specificità
dell’umano che consiste paradossalmente nella sua indeterminatezza costitutiva:
se gli altri viventi sono contraddistinti da un indice di specializzazione alto
come testimoniato dallo sviluppo della percezione e dall’istinto l’uomo
presenta una indigenza che però stimola latenze di potenzialità più alte,
superiori, che rendono l’uomo autodeterminabile proprio perché indeterminato.
Per Gehlen prima di tutto l’uomo è l’essere determinato all’azione: l’azione
sarà il tema chiave per poter comprendere un essere che agisce sulla natura per
trasformarla al fine di assicurare la sua sopravvivenza. L’uomo è poi distinto
dall’animale per una serie di caratteristiche: la primitività del suo corredo
organico e istintuale; la sua incompiutezza; la sua non-specializzazione
organica. Già Herder aveva tracciato una distinzione tra l’uomo e l’animale che
guardava all’uomo come ad un essere biologicamente carente, un essere
manchevole, un essere privo persino di un ambiente proprio (Umwelt). Per Gehlen
la deficienza organica e le peculiarità organiche dell’uomo vanno perciò
considerate alla luce dell’idea cardine della non-specializzazione: primitivo è = non specializzato = originario,
o in senso ontogenetico (embrionale) o in quello filogenetico (arcaico). Per
specializzazione è da intendersi la perdita della pienezza delle possibilità
esistenti in un organo non specializzato, a vantaggio del grande sviluppo di
alcune di queste possibilità a spese di altre, , A. Gehlen, L’uomo. La sua
natura e il suo posto nel mondo, Mimesis, Milano 2010, 127-128. Accettando il
paradigma interpretativo della carenza si pone il problema di coniugare questa
non specializzazione umana con il suo esser collocata all’interno di una catena
biologica evolutiva. La dotazione organica non specializzata dell’uomo e i suoi
primitivismi rendono problematica la sua esistenza che solo grazie all’azione e
alla costitutiva apertura al mondo continua e progredisce. Categoria
fondamentale all’interno ! 106! elaborano le note teorie sull’uomo,
G., forte della sua formazione culturale a metà strada tra filosofia italiana,
filosofia tedesca e francese, sente l’esigenza di indicare l’insufficienza sia
di un approccio scientifico all’uomo sia i limiti di una impostazione
speculativa classica mediata soprattutto dalle letture heideggeriane di cui
abbiamo già detto. Attraverso l’analisi delle teorie degli esponenti
dell’antropologia gehleniana è quella dell’esonero Entlastung che indica la
capacità umana di distaccarsi dagli oneri del mondo esterno. L’esonero
costituisce il primo atto per spezzare il cerchio dell’immediatezza e per
liberarsi dalla pressione dell’hic et nunc: l’uomo deve allontanarsi dalla
pressione dell’immediato interponendo tra lui e il mondo una distanza sempre
maggiore, solo in questo modo può trasformare l’Umwelt, l’ambiente, in un mondo
abitabile, la Welt. ! ! della biologia teoretica quali Driesch312,
Plessner313, Jacob Von Uexküll314 e Gehlen315, G. cerca di porre in luce gli
aspetti negativi che derivano dalla confusione del contributo delle scienze con
quello della filosofia316 . Accogliendo la critica crociana alla perdita di
autonomia del filosofo che [Driesch è un biologo e filosofo tedesco. Egli lavora
a NAPOLI presso la stazione zoologica e successivamente insegnò a Heidelberg
tra il 1909 e il 1920 Filosofia della natura, in seguito anche a Colonia e
Lipsia. È convinto assertore del vitalismo contro la teoria meccanicistica di
matrice darwiniana. Il suo pensiero è diretto verso la valorizzazione del
finalismo della natura e verso il riconoscimento dell’importanza
dell’entelechia, concetto ripreso da Aristotele, interpretata come principio
immanente superindividuale. Tra le opere più importanti ricordiamo Storia del
vitalismo, Filosofia dell’organismo, Corpo e anima, Il problema della libertà,
Metafisica. Di Driesch G. mette in luce il neo-vitalismo presente nelle
osservazioni sulla vita organica e l’importanza del concetto di entelechia
esposto da Driesch in Philosophie des Organischen. G., in Empirismo e
naturalismo nella filosofia tedesca contemporanea, sostiene che in molti
ambienti la filosofia rimane concepita sul fondamento delle scienze, cioè
sintesi e classificazione di fatti, ed è perciò stesso incapace di raggiungere
in questa forma un reale valore conoscitivo e metafisico. L’influenza di
concezioni simili si scorge oggi in tutta quella corrente speculativa della
filosofia tedesca contemporanea che ha vivo l’ideale empiristico di una scienza
naturale elaborata in filosofia, filosofia della natura, che in realtà non
diventa che un prospetto empirico di scienze naturali e di arbitrarie ipotesi
naturalistiche. Appartengono a questa corrente di idee Driesch, o zoologi come
Plessner – che con osservazioni scientifiche e biologiche tentano di
raggiungere una costruzione metafisica nella sua Philosophie des Organischen a
mezzo dell’analisi dello sviluppo delle forme dell’organismo e mettendo in luce
con osservazioni biologiche l’originalità della vita organica, egli giunge ad
una concezione neovitalistica. Le sue osservazioni biologiche, la sua teoria
dei sistemi equipotenziali, assumono un’importanza scientifica ed egli concluse
che accanto ai fattori fisici e chimici, per spiegare un organismo, è
necessario ammettere un nuovo fattore, che egli chiama entelechia, in I primi
scritti, 165- 166. , anche Linee di filosofia tedesca contemporanea, in I primi
scritti, 299-332, in particolare il primo paragrafo dedicato a Driesch, 299-305.
313 Di Plessner G. evidenzia i limiti strutturali che l’approccio scientifico
all’umano inevitabilmente porta con sé. Egli afferma che una concezione di una
filosofia fondata sulla scienza la troviamo anche in altri pensatori come
Plessner, scolaro di Driesch e originariamente zoologo, autore di Die Einheit
der Sinne. Grundlinien einer Aistesiologie des Geistes e più recentemente di un
altro volume Die Stufen des Organischen un der Mensch. Einleitung in die
philosophische Antropologie, volumi ai quali l’acuta raccolta di fatti e le
osservazioni scientifiche conferiscono pregio, ma che non raggiungono una
concezione speculativa. Una antropologia non diventa speculazione e
affermazione filosofica se non si nega ogni aspetto ontologico ai gradini della
realtà naturale, rifiutando di considerarli come assolute gerarchie del reale e
risolvendoli nella nuova affermazione della realtà come atto dello spirito, 168. In questo passo emerge la convinzione G.ana
– di evidente ascendenza gentiliana – del limite strutturale delle coeve
antropologie filosofiche che per diventare autentiche meditazioni sull’uomo
devono collocarsi su uno sfondo filosofico che indaghi la realtà a partire
dall’idea di atto e non di dato. 314 G. richiama l’attenzione sul concetto
uexkülliano di cerchio funzionale simbolico e fa riferimento alle sue teorie
sia nel saggio Il problema della metafisica immanente di M. Heidegger (cit., 205)
sia più diffusamente in La filosofia como obra humana, 1573-1578 in Actas del
Primer Congreso Nacional de Filosofia, Universidad Nacional de Cuyo, Buenos
Aires, , Tomo III; in Potenza dell’immagine. Rivalutazione della retorica, 62-66
e 151-152; infine in Retorica come filosofia. La tradizione umanistica. La
potenza dell’immagine. Rivalutazione della retorica, 67-69. G. sottolinea la
connessione istituita da Gehlen tra apertura di mondo e cultura. 316 Il
problema della metafisica immanente di M. Heidegger, In I primi scritti, 204. !
108! si è messo a servizio della scienza espressa in Logica317 G.
asserisce che la concezione bio- metafisica su cui l’empirismo si basa si
traveste oggi assumendo nuove forme in veste anti- positivistica318.
L’empirismo va messo da parte, così come gli altri modi di accedere all’umano
che la coeva filosofia tedesca aveva prodotto, poiché non supera gli schemi del
procedere naturalistico319 che si avviluppa in pseudo-concetti che sulle
generalità scientifiche vorrebbero fondare distinzioni filosofiche320. Il
riferimento polemico è alle correnti neokantiane, allo storicismo diltheyano,
alla fenomenologia husserliana321 incapaci di elevarsi a quella metafisica
esistenziale che solo Heidegger ha portato ad espressione. A questo punto
appare indispensabile soffermarsi, seppur brevemente, sulle figure di Dilthey e
Husserl, la cui conoscenza costituisce una tappa importante per la comprensione
dell’atteggiamento speculativo G.ano. In Il problema della metafisica immanente
di M. Heidegger G. mette insieme storicismo, fenomenologia, metafisica
esistenziale e attualismo. Egli afferma che il filosofo di Messkirch presenta
una speculazione metafisica originale, inverando il tentativo di due pensatori,
l’Husserl e il Dilthey, che alla fine del sec. XIX e al principio del XX
iniziarono il primo tentativo di liberazione dall’empirismo322. In che senso si
parla di inveramento delle filosofie di Dilthey e Husserl nella metafisica
immanente di Heidegger e come quest’ultima a sua volta radicalizza
l’attualismo323? B. Croce, Logica,
Laterza, Bari 1920, 264: perché quando non si tratta d’altro che di
classificare e di sistemare quei risultati, lo scienziato sente a ragione di
non aver bisogno del soccorso dei filosofi. 318!E. G., Il problema della
metafisica immanente di M. Heidegger, 205.! 319!. 320 . 321 sulla critica a neokantismo, storicismo e
fenomenologia gli articoli di indole informativa generale che seguono: Empirismo
e naturalismo nella filosofia tedesca contemporanea, e Sviluppo e significato
della scuola fenomenologica nella filosofia tedesca contemporanea, in I primi
scritti Il problema della metafisica immanente di M. Heidegger, 209. , anche le
pagine G.ane su Heidegger del saggio Was ist Existentialismus?, 75-124, in N.
Abbagnano, Philosophie des menschlichen Konflikts. Eine Einführung in den
Existentialismus, Rowohlt, Hamburg 1957, soprattutto 91-97 e 106-114. 323 Già
nel saggio del 1929 Sviluppo e significato della scuola fenomenologica nella
filosofia tedesca contemporanea (in Primi scritti, 181-202) G., sviluppando in
forma più articolata le poche battute su Heidegger contenute in Empirismo e
naturalismo nella filosofia tedesca contemporanea (p. 174), afferma
quell’identità di problemi tra attualismo ! 109! La meditazione
diltheyana di G. si focalizza soprattutto sui concetti di Lebenzusammenhang, di
Weltanschauung e di psicologia324. Secondo il pensatore milanese Dilthey fu il
primo a intravedere il problema della realtà e della storia come problema della
realtà vivente, rivendicando l’importanza dei sui scritti speculativi e
tralasciando quella dei testi a carattere maggiormente storico325. In Empirismo
e naturalismo nella filosofia tedesca contemporanea (1929) leggiamo che il
problema dal quale muove Dilthey, quello della distinzione tra
Geisteswissenschaften e Naturwissenschaften, di scarsa importanza in sé rileva G.,
va ricondotto alla più generale operazione teoretica di ricerca intorno al
fondamento spirituale delle scienze dello spirito individuato in una scienza di
carattere psicologico. Gli elementi del mondo storico sono gli individui,
quindi lo studio di essi e la descrizione dei vari tipi di vita spirituale
diventa la base della comprensione storica
l’esame della struttura della vita dello spirito cerca di conquistare
nella molteplicità di situazioni coesistenti la sua caratteristica unità326. La
psicologia diltheyana per G. ha il merito di ricondurre ogni concreta realtà
storica alla concatenazione vitale dell’atto di coscienza in cui si realizza il
rapporto tra io e mondo. Tuttavia il e ontologia immanentistica heideggeriana
che in Il problema della metafisica immanente di M. Heidegger del 1930 troverà
una articolazione teoretica più approfondita. Infatti, in Sviluppo e
significato della scuola fenomenologica nella filosofia tedesca contemporanea
leggiamo che Heidegger realizzò una delle più importanti speculazioni
metafisiche immanentistiche ed una delle più rigorose critiche del tentativo di
Husserl. L’interpretazione e o sviluppo attualistico del pensiero
fenomenologico assume un significato storico e teoretico tutto particolare, 198.
324 Per una analisi dettagliata di questi temi diltheyani rimando alle
osservazioni di G. Cacciatore in Scienza e filosofia in Dilthey, 2 Voll.,
Guida, Napoli 1976; Dilthey: connessione psichica e connessione storica, 211-223,
in Una logica per la psicologia, Il Poligrafo, Padova 2003; Vico e Dilthey. La
storia dell’esperienza umana come relazione fondante di conoscere e fare, 17-58,
In Storicismo problematico e metodo critico, Guida, Napoli 1993; , ivi anche Spirito
oggettivo e oggettivazione della vita: Dilthey e Hegel, 105-125; La tipologia
delle visioni del mondo tra critica storica della ragione ed essenza della
filosofia, 153-172; Il fondamento dell’intersoggettività tra Dilthey e Husserl,
249-287; Ortega y Gasset e Dilthey, 289-318; Vita e storia tra Zubiri e
Dilthey, 177-187, in Saggi di filosofia spagnola. Saggi e ricerche, Il Mulino,
Bologna 2013; Dilthey tra universalismo e relativismo, 213-230, in Dallo
storicismo allo storicismo, ETS, Pisa 2015. 325 Durante la sua vita i suoi
sforzi teoretici passarono quasi inosservati e anche dopo la sua morte,
avvenuta nel 1911, Dilthey rimase per alcuni anni completamente dimenticato
come filosofo, mentre i suoi lavori storici venivano molto apprezzati i primi suoi lavori sono tra i più notevoli
della storia e della filosofia dei suoi tempi: l’acutezza delle indagini, la
facoltà ricostruttiva di un’epoca o di una personalità danno ai suoi saggi
grandissimo valore e molti lo considerano come il più grande
Geistesgeschichtsschreiber dopo Hegel ma
l’importanza e l’interesse che Dilthey desta in seno alla filosofia tedesca –
per cui dobbiamo fermarci in modo particolare sulla sua figura – è dato non dai
suoi lavori storici, ma dai suoi scritti di carattere speculativo e polemico,
G., Empirismo e naturalismo nella filosofia tedesca contemporanea, passaggio
auspicato dal pensatore milanese da una teoria dell’atto di comprensione ad una
metafisica immanente rimane incompiuto nel filosofo tedesco che non giunse alla
chiara coscienza che una volta riconosciuto il tratto fondamentale del reale
nell’atto completo di comprensione, se ne coglie al tempo stesso il carattere
assoluto che impedisce ogni relativismo327. Così per il filosofo italiano
Dilthey ricade nell’astrattismo di una tipologia che prese il posto della
filosofia328, la quale riduce la fondamentale categoria della Lebenzusammenhang
a forme astratte, a classi e tipi e al relativismo329. Se le riflessioni su Dilthey
pongono in luce l’attenzione verso l’esistenza concreta e le strutture
psicologiche che soggiacciono alla costruzione del mondo storico umano, quelle
su Husserl mettono in risalto il tentativo di riconquistare il rigore alla
filosofia – il progetto di una filosofia come scienza rigorosa – un rigore
metodologico, che invera la psicologia fenomenale di F. Brentano330. In Linee
della filosofia tedesca contemporanea G. sostiene che la meta di Husserl fu la
conquista di un fondamento assoluto e universale su cui costruire con sicurezza
la ricerca filosofica egli scorse con
chiarezza l’impossibilità di fondare la filosofia sulle scienze331. Una critica
radicale in questo senso è costituita dalle Ricerche logiche che tentano di
raggiungere il concetto della logica, della filosofia come scienza a priori,
libera da ogni empirismo332. Per il filosofo milanese, Husserl individua il
fondamento del reale attraverso la riduzione fenomenologica, la quale,
sospendendo ogni 174. 328 . 329
sulla critica G.ana al concetto di tipologia anche, G., Linee della
filosofia tedesca contemporanea (1933), 299-332 in I primi scritti, soprattutto
le 307-311 e ivi Il problema del nulla nella filosofia di M. Heidegger, soprattutto
420-421. 330 , Sviluppo e significato della scuola fenomenologica nella
filosofia tedesca contemporanea, 181-202, in I primi scritti, 182. 331 Linee
della filosofia tedesca contemporanea, 313-314. 332 . ! 111!
giudizio di esistenza333 – epochè –, guadagna una certezza indubitabile: il
mondo della coscienza pura coi suoi vari momenti e significati . Non c’è più il
mondo dommaticamente affermato e poi la sua rappresentazione, ma solo
l’immediato essere del mondo come oggetto ideale della nostra coscienza334.
Questo mondo trascendentale è il Vorurteil, il quale condiziona ogni nostro
giudizio di esistenza e rende possibile quella scienza fenomenologica che
coniuga la ricerca sulle proposizioni formali della logica con i temi etici ed
estetici. Il cuore della fenomenologia è colto da G. nell’andare zu den Sachen selbst
tramite la Wesenschauung. Infatti, sempre in Linee della filosofia tedesca
contemporanea, il filosofo sottolinea come la fenomenologia non sia una
metafisica ma un metodo a mezzo del quale si isolano degli elementi assoluti,
trascendentali, coi quali ciascuno può e deve costruirsi con rigore scientifico
un concetto della realtà le essenze
logiche non possono venirci dimostrate, ma possono solo mostrarsi per se stesse
a mezzo della loro evidenza, chiarezza e distinzione, immediatezza ultima. La
fenomenologia non vuole essere una costruzione, ma semplicemente un esame
intuitivo, uno schauen dei concetti
coglie così l’essenza delle cose e pretende di andare direttamente zu
den Sachen selbst335. I concetti husserliani su cui egli si sofferma
maggiormente sono quelli di epochè, riduzione fenomenologica, Vorurteil,
evidenza336. L’analisi di questi temi, da un lato, sottolinea l’importanza e la
fecondità speculativa della fenomenologia husserliana – poiché seppe con
maggior forza contrapporsi all’empirismo e al naturalismo rispetto allo
storicismo diltheyano337 – ma, dall’altro,
G. riesce a cogliere in poche battute tutto il senso della riflessione
husserliana: se noi ci manteniamo in un fondamentale e metodico atteggiamento
critico rispetto al reale e cerchiamo di raggiungere un ultimo fondamento sul
quale non sia più possibile esercitare il nostro dubbio, (e che come tale
costituisce la base sicura su cui poggiare ogni altra affermazione o
costruzione), giungiamo al riconoscimento del carattere trascendentale,
assoluto, del pensiero in quanto puro pensato. Sospendendo ogni giudizio di
esistenza, (!)$+,), ci troviamo infatti di fronte ad un mondo di molteplici
significati ideali che hanno un senso solo in quanto sono dati così o così
nella nostra coscienza. Il mondo del pensato come pensato, dell’inteso come
inteso, è l’elemento ed il residuo ultimo su cui non si può più esercitare il
nostro dubbio, come già aveva intravisto Cartesio, . 334 315. 335 316 336 , V. Costa- E. Franzini- Spinicci, La
fenomenologia, Einaudi, Torino 2002. 337 La posizione di Husserl, come abbiamo
visto, è caratterizzata da una chiara coscienza delle necessità di pensare gli
universali nella loro purezza, sciogliendoli dalle contingenze sociali,
storiche, psicologiche. Sotto questo aspetto il suo getta luce sui
limiti intrinseci di ciò che G. definisce positivismo razionalistico. La
fenomenologia è un positivismo razionalistico poiché riduce il dato empirico al
suo significato logico razionale, sostituendo al dato di fatto dell’empirismo
il dato del mondo razionale338. Da qui la definizione di positivismo
razionalistico339. Sia Dilthey che Husserl – i maggiori esponenti della
filosofia tedesca coeva secondo G. – non hanno declinato queste ricerche in
direzione di una metafisica dell’essere come concreto sviluppo storico,
processo di autorealizzazione immanente340. Questo inveramento si ha con
Heidegger la cui originalità storica è ricondotta all’interno dell’orizzonte
metafisico e non solo fenomenologico. In Il problema della metafisica immanente
di M. Heidegger G. afferma che nel lavoro del pensatore di Messkirch
confluiscono così in un fecondo superamento gli sforzi di Husserl e Dilthey: la
medesima analisi del Dasein come fondamentale atto di rapporto e il suo
dettagliato sviluppo seguito piano per piano, attraverso le varie forme di
esistenza, non è che un riprendere il tentativo di Dilthey la ricerca del significato d’essere
attraverso la concreta analisi del Dasein è sufficiente a mostrare un nuovo
orientamento della sua fenomenologia341 che non ha una componente
intuizionistica – sia essa intesa come l’intuizione eidetica husserliana o nel
senso generale irrazionalistico e vitalistico –, ma si pone come ricerca della
concreta storicità dell’esistente: la fenomenologia diviene Hermeneutik der
Faktizität. Solo sulla base di un’analitica dell’esistenza è possibile porre la
questione ontologica e fenomenologica – dove per fenomenologia dobbiamo
intendere l’analisi di stampo hegeliano dei vari momenti e sviluppi della
realtà storica. G. afferma che il pensiero di Heidegger assume una particolare
rilevanza per quanto riguarda il problema metafisico mostrando una certa
affinità con i pensiero segnò un momento fondamentale in seno alla filosofia
tedesca contemporanea contrapponendosi con maggiore chiarezza di Dilthey
all’empirismo ed al naturalismo nelle sue più varie forme, G., Linee della
filosofia tedesca contemporanea, 323. , anche le pagine dedicate a Husserl in
G., Was ist Existentialismus?, soprattutto le 80-91. 338!Id., Linee della
filosofia tedesca contemporanea, 323.! 339 . 340Id., Il problema della
metafisica immanente di M. Heidegger, 209. 341 223. ! 113! temi dell’attualismo.
Il filosofo italiano sostiene in Il problema della metafisica immanente che pur
essendo nato da problemi e posizioni speculative completamente lontane dalle
premesse del pensiero immanentistico italiano esso giunge a delle conclusioni
che rivelano un’aspirazione metafisica342. Il significato e l’importanza di
quella originaria attualità esistenziale – per cui l’essere si dà
precedentemente a qualsiasi riflessione – il suo superamento ed inveramento
della logica astratta nella logica concreta, e a sua volta la posizione che
questa logica concreta ha in seno ad una metafisica esistenziale 343 ha
un’importanza tutta particolare per G. ed implica una serie di problemi
decisivi: proprio in relazione alla questione della metafisica esistenziale
comincia a delinearsi la precisa posizione di Heidegger rispetto all’idealismo
hegeliano e all’attualismo idealistico di Gentile344. Sullo sfondo di quanto
appena detto, possiamo comprendere come nelle analisi G.ane degli anni Trenta
siano molto vivi i temi dell’essere, dell’apparire e della manifestatività,
coniugati a quelli dell’evidenza del fondamento e della ricerca delle strutture
esistenziali umane che si modulano come indagine sui rapporti tra la filosofia
attualistica di Gentile e la metafisica immanente di Heidegger. La
coappartenenza di queste problematiche mette in luce una triplice costituzione
del pensiero G.ano: ontologica, antropologica, logica. Come tenteremo di
esporre nel corso della trattazione, il pensiero di G. si configura come
riflessione ontologica perché si muove nell’orizzonte dell’essere e della
ricerca del suo senso: l’essere è inteso alla luce della differenza ontologica
(concetto mutuato da Heidegger) come manifestatività e allo stesso tempo
trascendenza, per cui il piano ontologico che si manifesta in quello ontico –
l’ente come ciò che appare nella sua differenza dall’essere – si sottrae
all’orizzonte di pura luminosità dell’apparire proprio nel suo differire.
Attraverso la lezione heideggeriana G. coniuga il problema 226-227.
343!.! 344 . ! 114! della trascendenza, così vivo nella sua
formazione iniziale, con quello dell’immanenza presente nella fase gentiliana
della sua riflessione. La centralità di questi temi, in cui immanenza e
trascendenza si co-appartengono, permane anche nelle riflessioni sulla Lichtung
caratterizzanti gli scritti successivi, dove la Lichtung altro non è che la
parola che dice del costitutivo rimandare l’una all’altra di immanenza e
trascendenza, di piano ontico e ontologico. In Heidegger e il problema
dell’umanesimo, ponendo una netta demarcazione tra il proprio modo di intendere
l’umanesimo e l’approccio storiografico consolidato, il filosofo afferma che
gli studiosi hanno costantemente individuato l’essenza dell’umanesimo nella
riscoperta dell’uomo e dei suoi valori immanenti e tuttavia uno dei problemi centrali
dell’umanesimo non è l’uomo, bensì la questione del contesto originario,
dell’orizzonte o apertura in cui appaiono l’uomo e il suo mondo345. Il problema
fondamentale dell’umanesimo, che non va concepito come una forma più o meno
larvata di antropologia tout court, è la problematizzazione del tema della
Lichtung, ossia del tema del contesto originario dell’apparire del mondo,
dell’uomo e degli enti, che si declina come ricerca delle strutture del mondo
umano. In questa ricerca G.ana, accanto all’attenzione all’ambito ontologico,
lasciatogli in eredità da Heidegger, ritroviamo una centralità della dimensione
ontica – le concrete Lichtungen – che dal suo maestro degli anni mitici sembra
essere stata accantonata a favore di una concentrazione più sugli aspetti di
oblio dell’essere della filosofia occidentale che non su quelli in cui l’essere
si dà in maniera autentica: se in Heidegger a dominare è l’idea dell’oblio
dell’essere, in G. riscontriamo il tentativo di ricostruire una storia
dell’evento autentico dell’essere – da qui l’indagine storico-filosofica sui
temi umanistici. La riflessione di G. è poi antropologica perché attenta
all’orizzonte umano a partire dal quale si pone la domanda sul senso
dell’essere: l’universo linguistico e artistico del mondo umano in cui accade
la verità dell’essere. In Heidegger e il problema dell’umanesimo leggiamo che
l’analisi del Heidegger e il problema
dell’umanesimo, 26. I corsivi sono nostri. ! 115! contesto
originario si declina innanzitutto come ricerca linguistica: la cosa
sorprendente, alla quale di solito non si presta attenzione, è che questi
problemi – contesto originario, orizzonte, Lichtung – non sono trattati nel
pensiero umanistico mediante un confronto logico speculativo con la metafisica
tradizionale, ma piuttosto in termini di analisi e di interpretazione del
linguaggio il problema del linguaggio
solleva la questione fondamentale del rapporto tra parola e oggetto, tra verbum
e res. Oltre a ciò, si fa strada l’idea che solo nella parola e a mezzo della
parola (verbum) la cosa (res) rivela il suo significato346. Con l’umanesimo,
secondo il filosofo, non ci si interroga più circa la verità logica e il rapporto
logico tra cosa e pensiero, ma a proposito del comparire storico della res a
mezzo del verbum: la questione fondamentale è quella di accedere ad un
linguaggio che sia casa dell’essere e non una sua prigione. G., infatti,
distingue la cosa dall’ente, pone la differenza tra res ed ens: se la
metafisica tradizionale si interroga sulla cosa ridotta ad ente – e per il
pensatore occorre abbandonare l’idea di una metafisica astratta degli enti –
per cui l’unico linguaggio possibile per enunciare i predicati dell’ente è
quello del razionalismo che delimita l’ente entro il perimetro logico
dell’identità, la ricerca linguistica dell’umanesimo, al contrario, è capace di
restituire la ricchezza fenomenologica della cosa, della res, del pragma,
proprio attraverso un linguaggio che ne rispecchi le infinite e variegate
sfaccettature. Secondo l’interpretazione del filosofo italiano non esistono
cose separate dalle nostre azioni, dai nostri tentativi di trattarle l’essere-in-sé delle cose ci si manifesta
solo nella e attraverso l’azione umana347. Occorre quindi riconoscere che
l’oggettività delle cose si rivela nell’azione, nella e con la praxis348.
Infatti, per il pensatore milanese, la forma sostantivata pragma esprime
l’originario rapporto tra l’oggetto e il suo manifestarsi come cosa attraverso
la praxis umana. Il senso classico dell’ontologia come logos intorno all’on si
tramuta in G. in ricerca dell’unità di logos e on, come discorso sul nesso
ontologico. La delucidazione del nesso logos-on o, per usare i termini . I corsivi sono nostri. 347 Potenza
dell’immagine. Rivalutazione della retorica, G.ani, della correlazione di
verbum e res, induce il filosofo ad approfondire i temi della retorica, della
metafora, della fantasia e dell’ingegno, i quali mettono in luce come
l’ontologia G.ana sia un’ontologia dinamica e non statica, nella quale il
processo di manifestazione nel suo stesso apparire storico si mostra per gradi,
scorci, campi, forme dicibili solo attraverso il linguaggio metaforico: poiché
il metapherein – la trasposizione – è la struttura stessa della nostra facoltà
di apprensione della realtà o, per usare un termine caro a G., del nostro
atteggiamento verso il reale. La metafora è l’espressione fluida e mobile del
reale poiché mentre dice rimanda ad altro e in questo modo esprime la perenne
metamorfosi dell’essere. Come possiamo leggere in uno degli ultimi testi del
filosofo, ossia in Il dramma della metafora, la parola metaforica esprime a un
tempo la struttura fondamentale del continuo mutarsi di ciò che appare e
l’unico modo per identificarla. Essa è anche espressione di un’acutezza, di una
rapidità intimamente collegata con il kairòs, l’istante giusto349 in cui
possiamo cogliere il carattere metamorfico dell’apparire attraverso la
traslazione del significato. La metafora è proprio questo: annotazione dei
segni indicativi350 provenienti dal colloquio con l’abissale che urge, che per
pochi istanti ci vivifica e che poi ci fa cadere silenti su una sabbiosa
spiaggia senza significato, dalla quale
sale l’angoscia perché vivremo l’indeterminato351. Attraverso la metafora
godiamo la visione di una momentanea radura (Lichtung)352 che mette in campo
una riforma della filosofia non ridotta ad astratta ontologia, ma che riconosca
l’importanza dell’esperienza storica353. La riflessione sulla metafora è per G.
un modo di superare le falle dell’hòros, del concetto, che è incapace di dire
la natura temporale e metamorfica degli enti che si esprimono nei sempre
diversi significati vitali emergenti nello sforzo interpretativo o semantico.
Infatti, per il pensatore italiano l’interpretazione è possibile solo sulla
base di un’indicazione, da qui 349 Il
dramma della metafora. Euripide, Eschilo, Sofocle, Ovidio, L’Officina
tipografica, Napoli la preminenza della semantica rispetto all’ermeneutica,
come emerge in Potenza dell’immagine. Rivalutazione della retorica, su cui ci
soffermeremo nell’ultimo capitolo. Egli asserisce che l’indicazione (semainein)
precede, dunque, l’interpretazione (hermeneuein), poiché forma la cornice entro
la quale possono sorgere delle dimostrazioni354; essa è la condizione
trascendentale del linguaggio, quel fondo mitico che appartiene al mondo del
sacro e del religioso che non dimostra ma indica. Il linguaggio semantico è un
logos che ostende il fondamento e rompe quel silenzio primordiale delle cose
mute che ci circondano nell’Aperto della ingens sylva. Accanto a questo logos
semantico, che è contraddistinto da una chiarezza che non è il risultato di un
chiarimento355, abbiamo il logos ermeneutico, quello dell’interpretazione che
si fonda sul processo della dimostrazione. Ritornando al nesso
metafora-concetto G. afferma che a quest’ultimo spetta come compito quello di
afferrare, comprendere un fenomeno in riferimento al suo fondamento universale.
Il significato di hòros può essere colto nella sua portata originaria soltanto
mediante il verbo orìzo (determino) che sta alla base di questa parola, la cui
radice hor- è identica a quella di horào (io vedo): io vedo qualcosa nella luce
del fondamento. La definizione (horismòs) esprime in tal caso proprio questa
visione, ciò che è, ciò che esiste: in questo modo sfugge a essa per forza di
cose ciò che muta in se stesso, il singolo356, che è compito della retorica
autentica illuminare, in quanto scienza del particolare e dello storico.
Accanto ad una teoria della metafora, non più gioco letterario ma originaria,
prima forma dell’ingegno357, grazie alla quale è possibile porre la domanda
sull’origine della storicità umana, e dunque sull’essenza dell’uomo358, si affiancano
nella filosofia G.ana la fantasia e l’ingegno identificati con il nous
aristotelico interpretato alla stregua di unica espressione delle archai nel
loro 354Id., La potenza dell’immagine.
Rivalutazione della retorica, Potenza della fantasia. Per una storia del
pensiero occidentale, 222. 357Id., Significare arcaico, in Archivio di
filosofia, Roma Potenza della fantasia. Per una storia del pensiero
occidentale, 202. ! 118! carattere palesante e immediatamente
indicativo359, profondamente influenzate dall’analisi heideggeriana della
Einbildungkraft kantiana come facoltà di darsi le vedute3. Del resto, sebbene G.
non citi nella sua analisi più sistematica della fantasia, ossia nel testo La
potenza della fantasia, la teoria kantiana della Einbildungskraft, egli
conosceva benissimo la lettura offerta da Heidegger della facoltà di
immaginazione kantiana, come emerge dalla citazione di Kant e il problema della
metafisica definito in uno dei primi saggi come il lavoro che più sembra atto
ad introdurre nel suo pensiero chi non ha famigliarità con la sua
terminologia361. Possiamo ipotizzare che il mancato riferimento alla teoria
kantiana da parte di G. sia dovuto a un’interpretazione del kantismo
sostanzialmente mediata dal filtro neokantiano su cui G. si sofferma a più
riprese soprattutto nei primi lavori stesi durante il soggiorno tedesco362. Tra
i neokantiani, dei quali non può che criticare l’impostazione matematizzante,
intellettualistica ed astratta, G. riconosce l’importanza di Cassirer che
ha il merito di essere il più importante
storico della filosofia che questa scuola abbia dato.363 Oltre al tema
linguistico, nell’analisi del mondo umano, emergono i concetti di
disancoramento e angoscia, dalla temporalità cairologica come struttura di
temporalizzazione fondamentale dell’esserci in cui i tre momenti del tempo si
co-appartengono e rendono possibile il raggiungimento del secondo livello di
oggettività: quello della coscienza temporale umanistica (l’oggettività di
primo livello è quella della physis in quanto diastema), in cui gioca un ruolo
fondamentale la decisione come espressione della storicità del mondo umano e
della sua formazione (Bildung), che in questo modo Significare arcaico, 494.
360 , M. Heidegger, Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma- Bari,
2004. 361 , G., Heidegger e il problema della metafisica immanente di M.
Heidegger, 209. 362 , le riflessioni sul ritorno a Kant contenute in Empirismo
e naturalismo nella filosofia tedesca contemporanea, soprattutto 164-165; Linee
della filosofia tedesca contemporanea, 301-302. 363 165. ! 119! acquista un carattere
esistenziale. Infatti esistere significa sopportare la problematicità del
rapporto dell’uomo con se stesso e con il mondo, senza evitare la decisione
richiesta364. Sul terreno ontologico dinamico in cui il discorso sull’essere è
imprescindibile da un discorso sulle forme dell’apparire dell’essere –
fenomenologia – e sul suo senso nell’orizzonte umano di esistenza – semantica –
si comprende la critica G.ana alla struttura soggettocentrica e logicista della
filosofia. Per il filosofo si manifesta sempre la preminenza dell’urgere della
passionalità, in quanto continuamente affiora nell’ambito della contraddizione
logica dell’esperienza che l’essere non si rivela mai completamente nel
divenire degli istanti. È in questo divenire del metaforico traslarsi del reale
che viene passionalmente vissuta la contraddittorietà della logica astratta.
Questo ritmo arcaico del palesarsi e dell’occultarsi non cessa mai, è esso che
ordina – nei limiti di storiche, differenti radure – che appaiono in istanti –
i tumulti che incombono365. Solo attraverso un’esperienza originaria della
filosofia secondo il pensatore – esperienza preclusa alla logica astratta che è
solo un determinato atteggiamento filosofico e non l’unico – è possibile
erigere mura per difenderci dal vento del tempo che distrugge la stessa
temporalità366. La filosofia di G. tuttavia non va interpretata come una forma
illogica di irrazionalismo. Anzi ciò che, a nostro avviso, va sottolineato è il
valore logico della sua ricerca che tenta di proporre un concetto complesso di
logos che non esclude il pathos, ma che si rivela nella sua coappartenenza
costitutiva al pathos nell’orizzonte unitario del reale e della sua esperienza.
Sorretta da una simile struttura onto-antropo-logica, la ricerca G.ana mira a
sondare la legittimità di tutti quegli pseudo-umanesimi che credono di poter
dedurre secondo i canoni delle scienze naturali la realtà dell’uomo.367 La
messa in discussione dell’impostazione scientifico- naturale del problema
dell’uomo avviene attraverso alcuni concetti fondamentali: disancoramento e
oggettività, angoscia e nulla che, come vedremo, sono strettamente connessi a
quelli di logos, pathos 364Id., Potenza
dell’immagine. Rivalutazione della retorica, 73. 365Id., Il dramma della
metafora, 15. I corsivi sono nostri. 366 . 367 Heidegger e il problema della
metafisica, 203. ! 120! e manifestatività. Nelle analisi che
seguono, cercheremo di ridurre ai suoi nodi teoretici essenziali il tragitto
onto-antropo-logico del pensiero G.ano. III. II. Essere, apparire e
manifestatività tra logos e pathos. La fallacia dell’accusa di dualismo Secondo
G. è possibile fare esperienza dell’essere non solo attraverso il linguaggio
razionale ma soprattutto tramite la contraddizione. In La preminenza della
parola metaforica egli riprende il tema già affrontato in Heidegger e il
problema dell’umanesimo e analizza il problema dell’essere come fenomeno
linguistico e espressione della contraddizione originaria che caratterizza il
mondo. Egli sostiene che l’ambito dell’Essere – in funzione del quale parliamo
– non è quello della razionalità nel quale vige il principio di identità ed
esclusione della contraddittorietà: il suo ambito è quello della
contraddizione siamo dunque obbligati a
riconoscere che l’Essere preme, si impone, urge originariamente in un
linguaggio non logico368. Il campo in cui esperiamo l’essere come evento della
contraddizione, ossia come evento della differenza ontologica, non è quello di
una logica che espelle la contraddizione, ma quello di un logos che include
anche il pathos. Occorre soffermarci su quest’ultimo tema e farlo interagire
con quello del logos per mostrare la complessità di questi due concetti che non
attestano un presunto dualismo369 nel filosofo o una kehre370 tra un primo G.,
dominato dalla questione del logos in pieno clima 368Id., La preminenza della parola
metaforica. Heidegger, Meister Eckhart, Novalis, Mucchi, Modena, 18. 369 Mi
riferisco alla posizione di Massimo Marassi del quale condivido
l’interpretazione complessiva del pensiero di G. e dal quale tuttavia mi
allontano a proposito del tema del presunto dualismo. Egli afferma in G. e
l’esperienza del fine che ancora nei primi scritti la conoscenza concettuale,
accanto a quella patetica, costituiva una forma particolare di ordinamento
della realtà che manteneva una dignità peculiare. È invece nell’ultima
produzione che emerge un’insistenza quasi ossessiva sulla preminenza del
pathos. Ma così, bisogna riconoscerlo, G. non tiene fede al tentativo di
superare il dualismo logos-pathos. In effetti egli avrebbe dovuto ricercare uno
sbocco unitario del problema, il solo capace di elidere le difficoltà del
dualismo. Invece è semplicemente passato dalla preminenza della concettualità a
quella del pathos, invertendo il segno del dualismo, ma restandone prigioniero,
M. Marassi, G. e l’esperienza del fine, 10. 370
la posizione di Limongelli secondo la quale il pensiero di G. va inteso
come un vitalismo o esistenzialismo o ontologia dell’agire storico situativo.
Pur accettando parte della ricostruzione del cammino di pensiero di G. –
soprattutto le sezioni che mettono in rilievo la presenza di Nietzsche e
Heidegger – non condividiamo la tesi secondo cui in G. è riscontrabile una
svolta. Scrive Limongelli in riferimento a Vom Vorrang des Logos che tale
scritto del G. ! 121! attualistico, e un secondo G., sensibile alla
tematica linguistico-retorica. Secondo la nostra analisi, che coniuga la
disamina storica delle opere G.ane con l’indagine teoretica sul tema onto-
antropo-logico, nel pensatore milanese il filo conduttore della ricerca si
identifica con l’analisi del mondo umano in tutte le sue manifestazioni. In
questo percorso l’esperienza filosofica, non ridotta a scienza concettuale, ma
vissuta ed esperita come metamorfosi esistenziale e impegno mondano, si
caratterizza come indagine fenomenologica sul come il reale e l’essere ci
appaiono nell’orizzonte umano del mondo storico. In questa ricerca più che il
dualismo a emergere è una volontà di ricomporre e non di riproporre quei
dualismi che la tradizione filosofica ha lasciato in eredità alla riflessione
novecentesca come problemi ineludibili: teoria e prassi, natura e spirito,
ragione e passione, immagine e concetto. Nella prospettiva G.ana se si parte
dal dualismo di immagine e concetto, è impossibile trovare successivamente un
ponte tra i due ora si tratta di
riconoscere una radice comune dell’attività fantastica, metaforica, e di quella
razionale – una radice che fonda in ultima analisi la realtà dell’individuo371.
La questione G.ana di delineare uno spazio espressivo per dire l’esperienza
dell’originario, del fondamento – la Lichtung – si concretizza nella ricerca di
un’unità complessa che salvaguarda il senso del reale senza chiuderlo nelle
morse della definizione. Proprio per questo non condividiamo la prospettiva di
coloro che leggono il pensiero di G. come un passaggio da una preminenza del
logos a una del pathos e, quindi, riconducibile sotto il segno del dualismo. La
questione uomo, intrecciandosi strettamente con quella dell’essere, non può che
collocarsi su uno sfondo fenomenologico in cui le forme dell’apparire dell’uomo
e del mondo sono indagate in una sostanziale unità, quella del reale372.
L’ipotesi che muove queste pagine guarda alla caratterizzazione rappresenta non solo il punto di svolta nel
suo pensiero, ma al tempo stesso si presenta come il manifesto teoretico del
suo progetto filosofico futuro, S. Limongelli, Il problema dell’umano nella
filosofia di G., 95. 371 G., Potenza della fantasia. Per una storia del
pensiero occidentale, 66. 372 Sottolinea con forza questo aspetto unitario e
non dualistico Rita Messori in Le forme dell’apparire. Estetica, ermeneutica e
umanesimo nel pensiero di G., cit. Afferma la studiosa che G. lega pensiero e
passione ! 122! complessa di logos e pathos in G.. Ma prima di
trattare di questo argomento è necessario soffermarci sul tema dell’essere e
della manifestatività seguendo le tappe del discorso G.ano al fine di mostrare
come nella teoria ontologica, che fa da sfondo a quella del logos e del pathos,
siano da rintracciare i motivi di una inconsistenza del presunto dualismo G.ano.
III. III. Essere e apparire Secondo l’interpretazione di G. l’essere si
converte con l’apparire, con la manifestatività, e non va identificato, come
accade nella prospettiva oggettivistica, con un dato. L’essere si dà solo e
unicamente come processo della manifestazione e per gradi di evidenza e forme
distinte. La necessità di riformulare la questione dell’essere è avvertita dal
pensatore a partire dagli anni di confronto con Gentile, al quale G. fa
riferimento già nel saggio La dialettica dell’amore (1924) in cui traspare una
posizione anti-immanentista che poco dopo sarà soppiantata dall’accoglimento
della filosofia di Gentile coniugata all’esistenzialismo heideggeriano. La
dialettica dell’amore insieme al saggio Il tragico, dell’anno precedente,
pongono in luce, da un lato, la centralità dei temi esistenziali del dolore e
del tragico come contrassegni dell’esistenza umana373 – centralità rifluita nei
testi degli ultimi anni come La metafora inaudita e Il dramma della con un
duplice nodo: ciò che fa essere il pensiero è una fondazione di tipo estetico;
ciò che fa essere l’estetico è il suo fondarsi nel logos. Tra logos e pathos vi
è dunque un rapporto di reciproca appartenenza, 66. 373 In questo saggio G. si autodefinisce
ancora come oppositore dell’immanentismo (E. G., La dialettica dell’amore, 89-128,
in I primi scritti, cit, 120) e tale opposizione viene collocata dal pensatore
milanese proprio sul terreno esistenziale. La questione del dolore in questo
periodo ancora anti-immanentista gioca allora un ruolo importante. Essa attesta
da un lato l’attenzione verso la dimensione concreta dell’esistenza che in G.
emerge già in questi anni attraverso le letture di autori quali Unamuno, Ibsen,
Shakespeare, Eschilo, Giobbe, dall’altro un primo confronto con l’immanentismo
avvertito ancora come distante dal proprio orizzonte speculativo. Afferma G. in
La dialettica dell’amore: Il dolore assurge a un’importanza senza pari, è esso
l’anima di tutto il divenire della Realtà in quanto ci permette questo essere
una personalità, ossia coscienti e coscienza, che è l’essenza della nostra
umanità in quanto in ciò si innesta la possibilità della libertà ora al moderno
pensiero immanentista che afferma la realtà, considerata come processo di
coscienza, risolve ogni antinomia ed irrazionalità, noi dobbiamo chiedere che
esso risolva anche il problema del dolore, 118-119. Il dolore si pone come nota
distintiva dell’orizzonte umano e come limite per ogni filosofia immanentista
attestando una trascendenza che ci sovrasta e che non può essere risolta
nell’autocoscienza come forma pura e sintesi delle opposizioni. !
123! metafora – tanto che G. giunge ad affermare che il dolore è in
realtà l’anima di tutta la dialettica del Reale374. Dall’altro, sottolineano il
legame ancora profondo di G. con il concetto di trascendenza, che andrà
dapprima sfumandosi con il saggio su Machiavelli per poi essere completamente
sostituito nei contributi successivi dall’emergere della questione
dell’immanenza. Il mutamento di prospettiva consumatosi in questo periodo –
caratterizzato dalla presenza delle idee di Chiocchetti, da un avvicinamento a
Croce, da un primo confronto con l’attualismo, che in questa fase appare, in
modo evidente, incapace di risolvere quelle questioni esistenziali già
ricordate e di garantire uno spazio di operatività del trascendente – è
evidente se raffrontiamo due passi G.ani scritti a distanza di pochi anni l’uno
dall’altro. Leggiamo in La dialettica dell’amore che se la realtà nella sua
immanenza è pura forma, fuori di essa non esiste più nulla e quindi è tutta,
l’unica realtà fuori dello spazio e del tempo di ogni concetto di limite perché
come pensiero attuale, concreto, pone esso stesso il tempo e lo spazio e il
limite, rimanendo esso l’unico illimitato375. In polemica con l’idea di
un’autocoscienza come pura forma (interpretata dal filosofo come la più grande
scoperta di tutta la filosofia d’immanenza di Giovanni Gentile) G. asserisce
poco dopo che in ogni modo ci teniamo però a definire e a dichiarare a tutti
gli oppositori del sistema immanentista del reale, e quindi a noi stessi, che
questo è proprio il punto di capitale importanza da discutere e da
controbattere, che esso proprio costituisce lo sbocco e l’affermazione alla
quale tutto il pensiero moderno doveva
per interna necessità logica giungere, posta la sua premessa376. Qui il
pensatore si pone in opposizione all’attualismo gentiliano, all’immanentismo e
alla riduzione della realtà alla forma pura dell’autocoscienza, sottolineando i
limiti di una teoria che risolva il dato empirico-individuale, come quello del
dolore e del tragico, nella trasparenza del pensiero che dissolve ogni
contraddizione. Nel novembre del 1928, appena quattro anni dopo le affermazioni
appena ricordate, egli asserisce in una lettera inviata all’amico ZUBIENA
(vedasi) che la sua posizione speculativa va senz’altro ricondotta nell’alveo
dell’attualismo italiano gentiliano coniugato all’ontologia di Heidegger, pur
riconoscendo il punto di partenza cattolico della propria formazione
filosofica. Scrive G. all’amico: Durante le mie peregrinazioni germaniche
nell’anno scorso ho trovato in M. Heidegger uno dei più interessanti pensatori
contemporanei il mio filosofare è
partito e parte da un desiderio di ripensare il pensiero cattolico, ma siccome
in campo filosofico non valgono le intenzioni ma solo la conquista realizzata,
non posso dare quello che oggi non ho ancora
la mia posizione attuale è il riconoscimento storico dell’attualismo
come la forma più coerente e matura del pensiero moderno. Attraverso lo studio
dei classici spero di giungere a nuovi orizzonti. Di qui ne consegue che anche
il mio lavoro sulla filosofia tedesca è animato da quel riconoscimento
dell’attualismo italiano e concretamente dall’ontologia immanentistica di Heidegger.
Eccoti riassunta la mia posizione377. Abbiamo posto l’attenzione su questi due
passi per far emergere un aspetto di non secondaria importanza per una
comprensione della questione onto-antropo-logica in G.. Durante gli anni della
formazione giovanile la questione ontologica è contraddistinta dalla
compresenza della componente della trascendenza, della realtà del dolore e del
tragico, dell’ontologia heideggeriana e dell’attualismo gentiliano in cui la
questione dell’essere, della Realtà, dell’apparire nella molteplicità delle
forme distinte si intreccia con la dimensione umana, troppo umana
dell’esistenza, tutta votata all’interpretazione del mondo circostante,
all’elaborazione di categorie ermeneutiche che strutturano lo stesso essere del
Da-Sein. Si tratta degli anni in cui il periodo di studio presso Husserl e
Heidegger dà i suoi frutti: il problema G.ano della coniugazione di immanenza e
trascendenza si incontra con quello fenomenologico (declinato in senso
heideggeriano) nel tentativo di guadagnare un concetto di a-priori non gravato
dal teoreticismo. Sebbene G. non si autodefinisca mai come fenomenologo,
secondo la nostra interpretazione dei saggi del primo gruppo su di lui agiscono
non solo le esplicitate fonti heideggeriane , l’epistolario raccolto da M.
Simonetta in Un inquieto scolaro di Gentile: Ernesto G. e gentiliane, ma anche
la questione fenomenologica husserliana letta attraverso la versione eretica
heideggeriana 378 Di eresia heideggeriana in seno alla galassia fenomenologica
parla Vincenzo Costa in La fenomenologia, in cui si afferma che la storia del
movimento fenomenologico è senza dubbio segnata dalla rottura che si venne a
creare tra Husserl e Martin Heidegger all’apparizione di Essere e Tempo, 264. Nel corso del semestre estivo Prolegomeni
alla storia del concetto di tempo Heidegger passa in rassegna quelli che a suo
avviso sono i concetti fondamentali della corrente fenomenologica e che, a suo
dire, Husserl non avrebbe radicalizzato, rimanendo impigliato, nonostante
l’intenzionalità, nella dialettica di soggetto-oggetto. Il filosofo di
Messkirch sente, infatti, l’esigenza di una presa di distanza da quella
impostazione husserliana che egli vede come lacunosa. L’intenzionalità è una
struttura dei vissuti psichici e non una teoria della relazione tra psichico e
fisico, M. Heidegger, Prolegomeni alla storia del concetto di tempo, § 5-B, 44.
Il concetto di intenzionalità indica una relazione tra intentio e intentum, tra
l’atto e il contenuto intenzionale. Tale nozione non indica una relazione
intenzionale tra un soggetto e un oggetto, ma tra una intentio e un intentum,
ossia tra un atto che si dirige verso e un ente nel come del suo essere inteso
o intenzionato. Tra loro, per Heidegger, non c’è iato, né diffrazione. Essi
sono distinti ma non eterogenei dal momento che sorgono da un’unica fonte.
L’individuazione di questa fonte unica e comune di atto noetico e contenuto
noematico è il luogo in cui Husserl e Heidegger separano i loro percorsi.
Abbiamo detto, infatti, che l’intenzionalità indica una relazione della
coscienza con qualcosa; la coscienza è sempre un dirigersi verso... su questo
punto Heidegger e il suo maestro Husserl concordano. Ma qual è la radice
dell’intenzionalità? Sappiamo dalle Idee che per il filosofo di Prossnitz
dall’epochè fenomenologica, ossia dalla riduzione, la coscienza risulta quale
residuo fenomenologico, come possiamo leggere al § 33: Se il mondo intero,
inclusi noi stessi con tutto il nostro cogitare, viene posto fuori circuito,
che cosa può ancora rimanere? la
coscienza in se stessa ha un suo essere proprio che non viene toccato nella sua
propria assoluta essenza dalla fenomenologica messa fuori circuito. Essa quindi
rimane come residuo fenomenologico, come una regione dell’essere per principio
peculiare, che può di fatto diventare il campo di una nuova scienza – della
fenomenologia, E. Husserl, Idee, § 33, 74-76. Da questo passo emerge con
chiarezza che attraverso l’epochè la coscienza emerge in tutta la sua
intenzionalità fungente, per riprendere un’espressione di Crisi,
un’intenzionalità che rende la soggettività trascendentale un’attività
costitutiva e funzionale. La coscienza indica la condizione di possibilità del
mondo e non un pezzo di esso. Per Husserl, secondo Heidegger, la coscienza,
l’essere immanente, dato in modo assoluto, è ciò in cui si sostituisce ogni
altro ente possibile, in cui esso è autenticamente ciò che è. Assoluto è
l’essere costitutivo. Ogni altro essere in quanto realtà è soltanto in
relazione alla coscienza, cioè relativo ad essa, M. Heidegger, Prolegomeni alla
storia del concetto di tempo Heidegger tenta di riguadagnare il terreno
dell’intenzionale tramite un’operazione opposta all’epochè husserliana e cioè
attraverso l’analisi del mondo come dimensione originaria di ogni possibile
intentio e intentum, di ogni loro possibile rapporto. Il mondo non è un
correlato di coscienza e l’intenzionalità mette in luce proprio questo. La
seconda scoperta fondamentale della fenomenologia è l’intuizione categoriale,
interpretata da Heidegger come il radicarsi dell’intenzionalità nell’essere-nel-mondo.
Essa consente di pensare la categoria come dato, come oggetto in carne e ossa.
Si afferma, infatti, al § 6 dei Prolegomeni che la scoperta dell’intuizione
categoriale è la prova, in primo luogo, che c’è un semplice coglimento del
categoriale, di quelle entità nell’ente che si delineano tradizionalmente come
categorie in secondo luogo è soprattutto
la prova che questo cogliere è investito nella percezione quotidiana in ogni
esperienza, 61. L’intuizione categoriale
è presente, cioè, in ogni percezione concreta; inoltre, quest’ultima non è
sufficiente a mostrare in che modo noi ci rapportiamo agli enti in quanto
l’ente percepito si mostra sempre soltanto in un determinato adombramento, 62.
La percezione non è mai adeguata a conoscere completamente l’ente, il quale si
dà solo parzialmente. In altri termini, l’intuizione categoriale permette di
gettare luce sul dato, attraverso la categoria, in un atto unico che ci
permette di identificare un oggetto. Infatti, le sensazioni non permettono
all’ente di apparire nella sua identità oggettuale, esso si presenta come
oggetto unicamente tramite un’eccedenza, costituita appunto dall’intuizione
categoriale. É possibile istituire un parallelo tra il senso dell’intuizione
categoriale di cui si parla nei Prolegomeni e quello dell’intuizione pura
affrontata in Kant e il problema della metafisica se si pensa al fatto che
l’intuizione categoriale, come quella pura, consentono quel darsi dell’oggetto
che secondo Heidegger è reso possibile dalla sintesi a-priori dell’immaginazione
e che ritroveremo in G. nei termini di fantasia e ingegno come modalità di
apprensione del reale. La terza scoperta fondamentale della fenomenologia è il
concetto di a-priori. Rispetto all’impostazione classica che lega l’a-priori
alla sfera del soggetto la fenomenologia – avverte Heidegger – ha mostrato che
l’a-priori non è limitato alla soggettività, 92-93, ma è un titolo dell’essere. Esso non è
solo qualcosa di immanente che appartiene primariamente alla sfera del
soggetto, , e nemmeno qualcosa di trascendente, che inerisce specificamente
alla realtà, . In quanto tale, l’a-priori diventa esibibile in se stesso in una
semplice intuizione, . Questa esibizione intuitiva dell’a-priori, ossia
l’intuizione categoriale/pura e la connessa intenzionalità mettono in luce come
il vero trascendens puro e semplice non sia il soggetto, nè l’oggetto, ma la
relazione stessa, l’intenzionalità che è possibile solo in quella Lichtung che
è il mondo. Sarebbe un’operazione forzata includere in seno alla galassia fenomenologica,
sia pure nella sua variante eterodossa, anche G. Tuttavia ci pare doveroso
sottolineare, al di là degli esiti e dei metodi di ricerca certamente
differenti, una comunanza di tematiche e di interessi di innegabile evidenza: i
temi della manifestatività, delle forme e dei gradi dell’apparire,
dell’immanenza e dell’evidenza, della critica all’obiettivismo. Infatti, è in
questo periodo fecondo che si impone il ripensamento del tema della
manifestatività nella sua identità con la questione ontologica. In Il problema
del logo si afferma che la ricerca della manifestatività si identifica con la
questione dell’essere: L’originario vero non può venire inteso come la
svelatezza di un oggetto, ma solo come quella di un processo; questo processo a
sua volta non si rivela che come un manifestarsi, un distinguere se stesso. Se
il processo di distinzione non fosse il primo, non sarebbe possibile passare
dal non manifesto a ciò che è manifesto
il processo deve quindi essere inteso come un auto-manifestarsi. É importante
notare che la nostra ricerca dell’essenza della svelatezza non ci permette
alcuna distinzione tra manifestazione ed essere379. In questo passo si profila
un’idea di essere come processo e automanifestazione lontana dall’ontologia
oggettivistica che riduce l’essere al dato. Comprendere l’essere è possibile
soltanto se lo si identifica con il processo di manifestazione. L’originario,
il fondamento a cui l’antropogenesi è indissolubilmente correlata, si presenta
non come dato ma come processo, atto della manifestazione. Ciò comporta
un’analisi ontologica che G. fa partire da una messa in discussione del
concetto oggettivistico dell’essere in quanto dato inteso come presenzialità
immediata. Se la ricerca del vero della prospettiva empiristica si fonda su una
riduzione dell’essere al dato, allora questa concezione sottintende un’aporia
che G. prontamente mette in evidenza: l’empirismo rinvia all’immediata presenza
quando deve legittimare la propria verità. Soltanto dobbiamo domandarci se il
fatto come tale, ci porga veramente l’immediata presenza: ove ciò non
avvenisse, ove l’immediata presenza non fosse racchiusa nel fatto, quella
verità, cui l’empirismo si richiama, sarebbe proprio per esso irraggiungibile
G., Il problema del logo, in I primi Scritti La contraddittorietà del dato in
qualità di immediata presenza mostra come l’originario non possa mai darsi come
un dato – poiché in questo caso sarebbe qualcosa che è già diventato,
realizzato – non indicando ciò che è diventato e che si è cristallizzato come
fatto, oggetto, bensì il divenire, il manifestarsi, ciò che sta essendo.
L’immediata presenza a cui l’empirismo si richiama non può essere un fatto o un
dato ma il divenire, il manifestarsi poiché il presente, l’attuale, non può mai
assumere la forma di un fatto, di qualcosa che è solo in quanto diventato,
finito. Il dato, il fatto presente, nel senso naturalistico- empiristico è una
contraddizione in sé, perché vorrebbe affermare che qualcosa, che è già
diventato, sia attualmente presente
l’essenza della presenzialità immediata – che dovrebbe essere l’essenza
della svelatezza empiristica – non è dunque ciò che è diventato e che si è
cristallizzato come fatto, oggetto, bensì il divenire, il manifestarsi381.
Dalle tesi G.ane sull’essere emerge la presenza di una teoria metafisica
immanente dell’esistente, del Da-sein come attualità concreta, che coglie
l’essere attraverso una facoltà che è sia logica che patica. Abbiamo visto che
l’essere per G. non è più un dato empirico o un concetto trascendente, ma è
fondato nell’esistente come attualità, autorealizzazione originaria e
trascendentale, dove l’hic et nunc, il qui e l’ora dell’autorealizzazione del
Da-Sein, rivela la sua intrinseca storicità. L’essere indica per G. ciò che sta
essendo, quindi un divenire, un processo che dice della dynamis insita
nell’essere. Si tratta, quindi, di un’ontologia dinamica e non statica, che
comporta anche una riforma del sapere, del linguaggio e del metodo. Pertanto
afferma G. che il metodo per il conseguimento del sapere non può più essere
razionale, fondante, in quanto esso può essere determinato soltanto sul
fondamento della risposta alla domanda su come e attraverso cosa viene
originariamente esperito. Un tale pensiero non può più essere formale, perché
si tratta di questo, di rispondere all’appello dell’essere che ci riguarda,
cioè si tratta della domanda in quale non-nascondimento (Unverborgenheit), in
quale schiarita (Klärung) – (le luci, le radure (Lichtungen) nel bosco di cui
parla G. B. Vico) – l’ente – al quale l’uomo appartiene – appare certamente Il
colloquio come evento, tr. it. di R. Messori, La Città del Sole, Napoli Al
metodo statico della tradizione filosofica tradizionale, quello che per G. mira
alla definizione del concetto che dice della cosa unicamente il suo essere ente
e non la sua polisemia costitutiva, il filosofo contrappone una via di ricerca,
un metodo aporetico, che pone in luce come la verità non sia la verità di un
oggetto, sia esso empiristico o razionalistico, ma quella di un processo. Su
questo aspetto G. si sofferma soprattutto in Il problema della metafisica
platonica del 1932. Le meditazioni platoniche G.ane sono dominate dai temi
della verità, dell’essere, della manifestatività e della pluralità delle forme,
che qui trovano una prima esplicazione sistematica correlata anche alla
questione dell’umanesimo. Il tema di Il problema della metafisica platonica è
individuato da G. nell’ambito della problematizzazione del concetto di forma.
Il tema dell’eidos è coestensivo a quello della ricerca del ti esti e si viene
configurando secondo il filosofo milanese come risposta da parte di Platone
all’oggettivismo sofistico. La ricerca sulla forma è in generale la ricerca dei
modi della manifestazione del reale come modi di determinabilità383. Scritto
nel 1931, il testo è pubblicato grazie a Benedetto Croce nel 1932 presso
l’editore Laterza ed è dedicato a Heidegger, il filosofo al quale G. si sentirà
legato per tutta la sua esistenza e che insieme a Gentile ha maggiormente
influenzato il suo pensiero. In questo testo G. analizza il dialogo platonico
Menone in polemica con le interpretazioni tradizionali che guardano a Platone
come il rappresentante di un astratto razionalismo. Egli si chiede se sia
legittima una interpretazione oggettivistico- razionalistica del pensiero
platonico o se, invece, non si debbano gettare le basi per un discorso su
Platone partendo dalla teoria della reminiscenza ed enucleando il significato
teoretico del dialogo. Il filosofo sostiene che lo scopo di Il problema della
metafisica platonica è di porre solo in discussione il problema della
legittimità della tradizionale interpretazione della metafisica platonica.
Ricorre veramente Platone a un oggettivismo razionalistico – che egli
contrappone a quello empiristico della sofistica – per fondare quella
conoscenza oggettiva e certa, quella metafisica, la cui possibilità negavano i
sofisti? Non è forse lecito avere alcun dubbio riguardo l problema della
metafisica platonica, Laterza, Roma-Bari 1932, 60. ! 129!
all’affermazione che egli come filosofo, ha cercato di superare
l’obiezione sofistica fondando una
teoria del sapere come reminiscenza?384. Il pensatore sottolinea l’attenzione
di Socrate verso l’anamnesi385 come tentativo di arginare la carica distruttiva
dell’ipotesi eristica di Menone, per il quale non è possibile indagare né ciò
che non si conosce, né ciò che si conosce, perché nel primo caso non si
saprebbe cosa cercare, mentre nel secondo la ricerca è inutile386, e legge la
tesi platonica attraverso un filtro attualistico-esistenziale. Scrive G. che se
il processo di reminiscenza non ha inizio, la verità non è affatto al di là del
processo di ricerca, ma coincide con esso. Ciò che noi chiamiamo verità, ciò
che si manifesta, è contenuto nel processo dell’atto filosofico, è anzi quell’atto
medesimo387. La verità non è al di là del percorso di ricerca, ma si identifica
con il suo stesso formarsi, con il processo; inoltre il tema del vero si
incrocia con quello dell’apparire, del manifestarsi mostrando come entrambi –
il vero e l’essere – non siano alcunché di trascendente, ma al contrario si
identifichino con il domandare stesso: il domandare, il ricercare in cui si
alternano in un ritmo incessante certezza e dubbio. L’oggettività del vero e
dell’essere trova il suo fondamento nel comune terreno del dialogo e non in ciò
che è esterno a noi. Se il determinarsi della realtà si realizza nel logo, il
dia-logo è la concreta forma della manifestazione dell’essere; in questo caso
nel dialogo la 8. 385 SOCR. Poiché dunque l’anima è immortale
ed è rinata più volte, e ha visto tutte le cose, sia quelle di qui sia quelle
dell’Ade, non c’è nulla che non abbia appreso. Perciò non deve meravigliare che
essa, sia sulla virtù sia sulle altre cose, possa ricordare ciò che conosceva
già prima. Dal momento che tutta quanta la natura è affine e che l’anima ha
appreso tutte quante le cose, nulla impedisce che, ricordandosi di una cosa
soltanto – ciò che gli uomini chiamano appunto apprendimento – riscopra tutte
le altre, sempre che si tratti di qualcuno coraggioso e che non desista dal
ricercare. Infatti ricercare e apprendere sono in generale reminiscenza,
Platone, Menone, a cura di F. Ferrari, Milano 2016, 81 c 8- d 6, 201-203. 386
MEN. Ma in quale modo cercherai, Socrate, ciò che non sai affatto che cosa è?
Quale delle cose che non conosci proporrai come oggetto della ricerca? E nel
caso in cui ti imbattessi veramente in essa, come farai a sapere che è proprio
quella che non conoscevi? SOCR. Capisco che cosa intendi dire, Menone. Bada che
stai richiamando l’argomento eristico in base al quale per l’uomo non è
possibile ricercare né ciò che conosce né ciò che non conosce: infatti non
cercherebbe ciò che conosce – perché lo conosce e non ha bisogno di una simile
ricerca –, e neppure cercherebbe ciò che non conosce – perché non saprebbe che
cosa dovrà cercare, G., Il problema della metafisica platonica
contesa, !"*-, diventa ed è essenzialmente ricerca388. Vorremmo
sottolineare – a sostegno della nostra ipotesi interpretativa che nega una
svolta retorica-patica di un secondo G. rispetto ad un primo G. dominato dal
problema del logos – che già in questo testo del 1932 la problematica retorica
appare centrale come discussione intorno al valore del dia-logo come metodo di
ricerca della verità in opposizione all’arte eristica e sofistica come forme
spurie di retorica389. Qui il pensatore mostra di aver fatto proprio il motto
platonico esposto nel Cratilo secondo cui la quintessenza dell’umano riposa
nella ricerca390, come possiamo leggere anche in un saggio del 1932, Il
problema filosofico del ritorno al pensiero antico, nel quale l’essenza di
ànthropos, fatta derivare dall’etimologia del termine, riposa proprio nello
sforzo interpretativo, nella fatica costante del pensare la realtà, il mondo
oggettivo. In tale sforzo, in tale compito, in tale impegno, risiede l’essenza
del neoumanesimo G.ano: Se con atteggiamento umanistico si intende un ritorno
alle radici della nostra umanità, e se questa non sta in una realtà storica
esteriore ma in noi, allora quel ritorno non può essere fecondo che portando
alla luce la nostra umanità nell’atto filosofico educato allo sforzo
interpretativo391. Ritornando al tema della funzione del dialogo e della sua
capacità di aprire l’ambito dell’oggettività e della determinazione possiamo
rilevare come in G. la determinatezza dell’oggetto da cui parte una domanda,
non è solo il fondamento della sua oggettività, ma anche il fondamento
dell’oggettività di un dialogo, e quel ti esti è l’unica base di una ricerca
comune 87. 389 . 390 Questo nome, ànthropos,
significa che, mentre gli altri animali sulle cose che vedono non indagano
nulla, non congetturano e non anathrèi (osservano attentamente), l’ànthropos
nel momento stesso che vede – e cioè òpope (ha visto) – anathrèi e ragiona su
ciò che òpope. Di qui perciò all’uomo, unico fra gli animali, è stato dato
correttamente nome ànthropos, in quanto anathròn hà òpope (osserva attentamente
ciò che ha visto), Platone, Cratilo, 399 c, tr. it. a cura di F. Aronadio,
Laterza, Roma- Bari 1996, 43. 391 G., Il problema filosofico del ritorno al
pensiero antico, Rivista di filosofia, Milano XXVIII, aprile-giugno 1932, n. 2,
136-154 ora in I primi scritti, 271. Corsivo nostro. ! 131!
positiva392. La determinatezza della cosa si fonda allora non nella cosa
stessa, ma nella nostra ricerca che ha origine nell’atto aporetico con il quale
ha inizio il ricercare. L’aporia come ricerca (.,/,μ&)393 ha fatto emergere
la co-appartenenza dell’aporia con il tema della visione dell’!*'$-. Secondo il
pensatore milanese il punto di partenza della ricerca è la situazione di dubbio
in cui si trova colui che ricerca e afferma che se la determinazione si dà
attraverso l’attualità aporetica questa
attualità aporetica, è il fondamento delle determinazioni394. L’attualità
aporetica, il dubbio, è il fondamento reale della manifestazione, dell’essere
ed è l’essenza di ogni possibilità di discriminazione e comprensione395: qui
risiede il valore metafisico-esistenziale delle teorie platoniche, le quali non
vanno interpretate alla luce di un dualismo che fa capo alla dottrina dei due
mondi ma come metafisica della finitezza396. Viene in primo piano in questo
testo anche la centralità del tema del dialogo che, per G., non gioca solo il
ruolo di una forma espressiva tra le tante possibili, ma va a costituire la
struttura e l’architettura del pensiero platonico che è intrinsecamente
aporetico. Anzi solo come aporia il filosofare dispiega la sua essenza
autentica: il filosofare è nella sua essenza approfondire, essere capaci di
domandare sempre più radicalmente, il filosofare è essenzialmente una
)!%*&, una fatica, e solo in essa ci si conquista la realtà397. La fatica
del ricercare non ha solo una connotazione psicologica ma è l’elemento
caratteristico e veramente intrinseco alla struttura dell’atto speculativo Il
problema della metafisica platonica In funzione del chiedere si dà l’essere, la
sua manifestazione e in quanto il chiedere è sempre determinato, quest’essere
che appare è sempre finito, e l’affermazione metafisica che a suo riguardo si
può fare, è l’affermazione metafisica di un essere finito. Con questa finitezza
dell’essere non s’intende di fare né un’affermazione scettica o relativistica,
né un’affermazione che limiti la filosofia. In quanto l’essere – così come esso
di dà – è sempre finito, la metafisica è nella sua essenza, metafisica del
finito La fecondità teoretica dell’aporia platonica nell’iter di pensiero G.ano
va di pari passo con la sua costante critica alla concezione oggettivistica
della filosofia che caratterizza non solo lo scritto platonico del ’32, ma
tutti i contributi che, a partire dagli anni Trenta fino alla metà degli anni
Quaranta, sono improntati alla definizione di un’idea di logos complesso al di
fuori dei cardini dell’obiettivismo tradizionale e più aperto alla dimensione
patica. In un testo tardo, Il colloquio come evento, frutto degli incontri
zurighesi a carattere seminariale avvenuti a partire dal 1977 con colleghi
appartenenti a diversi settori disciplinari, emerge in modo esplicito il senso
che la pluralità delle forme espressive in generale e il dialeghesthai in
particolare riveste per G.. I dialoghi platonici offrono l’occasione di pensare
all’atto linguistico in modo nuovo: nel dialogo si realizza un colloquio. Il
filosofo è mosso dal convincimento che occorre distinguere il dialogo dal
colloquio, al fine di ritrovare il senso autentico di un dialogo non ridotto a
monologo scientifico: se alla fin fine il dialogo scientifico si radica in un
monologo, emerge la questione circa il luogo in cui trova posto il colloquio.
Quali sono l’essenza e la struttura del colloquio? Noi distinguiamo ora il
dialogo dal colloquio perché abbiamo visto che il dialogo razionale viene
condotto come un monologo, mentre un colloquio presuppone una situazione
storica come punto di partenza e come misura400. Il concetto di situazione
acquista per il filosofo un significato prioritario poiché rappresenta la forma
originaria in cui l’uomo agisce, pensa e vive; e proprio il legame tra il
dialogo-colloquio e la situazione mette in luce il valore metafisico del
dia-leghestai come de-limitarsi dell’essere all’interno del domandare stesso.
Si tratta di un evento semiotico in cui i dialoganti, attraverso l’Erfahrung
linguistica, esperiscono la possibilità che sorge dal linguaggio in atto di
accedere alla verità, ai recessi dell’essere, attraverso l’esercizio della
parola e del domandare. È l’atto del domandare l’atto di nascita del
filosofare, del tendere continuo al sapere nell’esercizio vivo della domanda. ,
R. Messori, L’affettività del colloquio, in G., Il colloquio come evento, e V.
Mathieu, I temi di G. nei Colloqui Zurighesi, in Studi in memoria di G., 305-314
e H. Schmale, Lo spirito dei colloqui di Zurigo, , 315-323. 400 G., Il
colloquio come evento, 61. Corsivo nostro. ! 133! L’unico metodo
per il filosofare nasce dall’aporia, dall’assenza di certezze e nella
insistenza nel ricercare da parte del dialogante che tenta di arginare
l’ambiguità del dire e il dinamismo intrinseco della realtà e dell’essere nello
spazio interumano di costruzione del senso. Il senso autentico della metafisica
immanente di G. emerge proprio nel dia-legesthai, ossia nel dire attraverso il
logos il divenire dell’essere, che grazie al logos guadagna paradossalmente una
permanenza: questo è il senso della riflessione sulla metafora che è la
modalità logica di portare ad espressione l’essere del divenire. La metafora,
pur non sostituendosi al concetto, rappresenta lo stile linguistico entro cui e
a partire da cui si dispiega la teoresi. Infatti, G. afferma che la forma
originaria del colloquio nella sua funzione storica è metaforica.401
L’importanza della tesi di libera docenza del 1932 è emersa in tutti i suoi
aspetti teoretici fondamentali facendo venire in superficie temi centrali in
tutto il cammino di pensiero di G.. In questo testo l’essenza della verità è
ricondotta alla struttura del dialogo. G. tenta quell’accordo tra apofansis e
poiesis, tra manifestazione e creazione, tra enunciazione della verità e la
condizione che la rende possibile, tra verità e significatività attraverso
l’analisi della questione metodica da cui risulta un’idea di verità
extra-metodica: nel vero siamo già da sempre immersi poiché il vero è il
processo stesso della ricerca. La fecondità teoretica dell’aporia, che non è
una strada sbarrata per il pensiero ma l’unica percorribile, consente a G.
anche di pensare all’idea di un rinnovamento linguistico che può esserci solo
se si riconosce l’origine metaforica del linguaggio. La volontà di sottolineare
l’arcaicità della metafora come a priori del linguaggio, fondamento e Grund, fa
emergere come la metafora non sia intesa come tropo – o non solo come tropo,
parola – ma come energheia, atto traspositivo. La riflessione G.ana su metafora
e retorica, come vedremo nell’ultimo capitolo, è guidata proprio da questa idea
di una teoria dell’atto metaforico che agisce come trascendentale del
linguaggio. In Il problema della metafisica platonica il tema della
determinazione del ti esti, 71. ! 134! incrociandosi
inevitabilmente con quello della ',0(1*-, della manifestazione della realtà,
pone anche il tema della verità e del sapere. Se il vero non è mai un dato, ma
è raggiunto nel processo di ricerca, il sapere ad esso adeguato non sarà un
sapere concettuale che fossilizza e rende statico ogni elemento della ricerca,
ma un sapere noetico che, per G., è arcaico e indicativo. Qui risiede il valore
semantico dell’ontologia fenomenologica di G. che gravita intorno al concetto
di nous, sinonimo di ingegno e di fantasia. Il nous ha l’aspetto di una
intelligenza senziente o di una sensazione intelligente per dirla con Zubiri,
il quale, insieme a G. e Ortega, è uno degli allievi latini di Heidegger, come
ricorda G. in La filosofia dell’umanesimo: un problema epocale402. L’essere si
presenta originariamente non nella forma di essenza concettuale ma come atto,
in un’attualità che sta prima di ogni riflessione teoretica. L’essere come
oggetto di ulteriori atti di riflessione è, infatti, dipendente dall’attualità
del Da-Sein in cui l’essere si dà, si determina. La determinazione
ante-predicativa è resa possibile solo perché l’essere in qualche modo ci è già
manifesto prima di ogni possibile rapporto di predicazione. Tale
pre-intelligenza dell’essere è da intendersi come il logos originario che dice
non il factum – l’essere ridotto al datum – ma il fieri – il processo di
manifestazione. In questo discorso si inserisce anche il tema del nulla. La
funzione metafisica di nulla e angoscia G., in Il problema del logo, sostiene
che se la svelatezza dell’essere si chiude in un processo, allora esso deve contenere in sé il nulla e l’essere,
giacché ogni processo, ed anzitutto quello metafisico, realizza sempre un
passaggio dal nulla all’essere. Ne deriva che a loro volta i concetti del nulla
e dell’essere determinano il nostro concetto di processo403. L’importanza della
questione del nulla come co-fattore, insieme all’essere, nella La filosofia dell’umanesimo: un problema
epocale, 31. 403 Il problema del logo determinazione del divenire è centrale
nella definizione di un’idea di logos capace di dire il processo di
manifestazione. Se ciò che si manifesta si identifica con l’essere, e se la
manifestazione va intesa come uno scindersi e distinguersi di sé, come deve
essere inteso questo processo? Scindere, distinguere, portare ad unità, sono i
vari termini con cui traduciamo 0!#!*%, logo404. La centralità del logos, quale
modalità in cui l’essere accade in quanto processo, potrebbe essere confusa con
un’ennesima concessione alla logica tradizionale. Tuttavia G. distingue un
significato inautentico di logos da uno autentico come modalità di svelamento
dell’essere. Il logo come oggetto della logica tradizionale è il logo in quanto
pensato, oggettivato. Il logo non viene da essa studiato come un atto concreto,
come un auto-distinguersi realizzantesi, bensì come verità di giudizio in quanto il manifestare logico, come verità
di giudizio, si fonda in una verità più originaria, sorge la necessità e la
legittimità di distinguere due differenti concetti del manifestare: la verità
del giudizio (come verità logica nel senso tradizionale) e la svelatezza
originaria degli enti405. É precisamente in questa direzione che il filosofo
conduce la propria ricerca, collimante con la filosofia italiana a lui coeva e
il pensiero heideggeriano, con l’intento di guadagnare un concetto di logica al
di fuori dell’orizzonte obiettivante che riduce l’essere al dato, all’ob-jectum
senza riguardo verso il processo di manifestazione, verso quel divenire che è
passaggio dall’essere al nulla. Un logos adeguato all’espressione del divenire
è un logos che riesce a pensare il nulla senza oggettivarlo, quindi senza
cadere in contraddizione. La tradizione filosofica pensa il logos come 0$#$-
/*%$-, dove il /*%$- è un $% rispetto a cui il logos è adaequatio. Il problema
è quello di guadagnare un nuovo significato di logo, libero da ogni dialettica
formale406 che riesca a relazionarsi al nulla e a farlo oggetto di domanda e di
esperienza. Si chiede G.: in che rapporto stanno il Nulla e l’Essere? L’Essere
sorge dal nulla? Ma in che modo è il nulla? Si può dire senza contraddizione
che il Nulla sia?L’importanza del nihil all’interno dell’indagine ontologica è
direttamente conseguente all’assimilazione del processo di manifestazione
all’auto-distinzione, dove lo svelamento contiene in sé già l’essere e il
nulla, la possibilità di mostrarsi ed occultarsi, come quella dell’errore e
della verità. Ora se la logica tradizionale rifiuta ogni tipo di trattazione
scientifica del nulla per i motivi già espressi dobbiamo cercare un altro modo
in cui il nulla si manifesta. Una simile ricerca consente anche di porre la
questione dell’essere al di fuori del circuito oggettivistico – sia esso
empiristico o razionalistico – e secondo G. in questo tentativo di ripensamento
di una via di accesso al nulla giunge in aiuto la proposta heideggeriana della
priorità della Stimmung dell’angoscia/ansia408, che viene ad incontrarsi con
quella attualistica del logo come atto. Si chiede G.: esiste dunque il nulla, e
qual è il suo rapporto con l’essere? L’angoscia che ci rivela il nulla è il
presupposto dell’atto logico?409. Sorge il tema della funzione metafisica
dell’angoscia che sollecita un approfondimento del rapporto tra angoscia, logos
e manifestatività, ossia della correlazione problematica e non dualistica di
logos e pathos. L’essere originario, dunque, se non è un dato, un oggetto
trascendente, ma un divenire, un processo, esso comprenderà al suo interno
anche la questione del nulla. Il nulla non è ma esiste e il suo urgere per G.
si rivela nell’angoscia esistenziale costitutiva dell’uomo: il nulla sorge esclusivamente nell’esistente come il
vanificarsi dell’esistente medesimo nella sua totalità. Questo vanificarsi
della realtà nello stato dell’angoscia esistenziale manifesta pure per la prima
volta l’esistente come un completamente altro da esso e come tale lascerebbe
sorgere di fronte a noi la realtà dell’essere come essere nella sua originaria
alterità e possibilità di determinazione410. Il nulla come vanificarsi
dell’esistente appare nel sentimento dell’angoscia in cui l’essere si manifesta
nella sua assoluta alterità, nella sua convertibilità con il nulla. L’angoscia
è il fenomeno I termini angoscia e ansia sono usati indistintamente da G.,
tuttavia egli usa il termine ansia in riferimento all’Angst heideggeriana solo
nel saggio del 1929 Il problema della metafisica immanente di M. Heidegger, 220,
in I primi scritti, 203-228. Nei saggi successivi il termine ansia viene
sostituito da angoscia. 409 385. 410 Il
problema del nulla nella filosofia di M. Heidegger, 328-329. ! 137!
stesso del fondamento, è la modalità in cui il processo di manifestazione
dell’essere nella sua differenza accade: l’angoscia quindi in cui il nulla si
mostra come il vanificarsi della totalità dell’esistente, è la fonte della
possibilità di pensare è allora proprio
che l’esistente si manifesta e può diventare oggetto di domanda nella sua
totalità411. Il nulla che appare nell’angoscia nella sua convertibilità con
l’essere, e che connota l’intero atto di manifestazione e auto-distinzione
dell’originario, è la condizione trascendentale del logos. Il logos è il modo
umano del darsi della co-estensione e coappartenenza di essere e nulla.
Quest’ultimo non va quindi inteso nel suo valore logico di negazione ma nel suo
valore di annientamento dell’esistente e di pura possibilità. Solo attraverso
il nulla l’essere appare come realizzazione delle pure possibilità umane e
quindi come compito, sforzo e atto, concetti, questi, davvero fondamentali
nella filosofia di G. che mostrano, da un lato, la presenza di una componente
etica del sui pensiero nel senso generale di ethos come orientamento della vita
al telos, dall’altro il radicamento di tale orientamento nella struttura
temporale della coscienza umanistica, che, come vedremo, è caratterizzata da
una componente cairologica che fa convergere tutta l’attenzione verso il
kairòs, il tempo opportuno, e quindi verso la scelta, la decisione. In G. più
che agire una temporalità contrassegnata dall’eschaton di heideggeriana memoria
è presente l’attenzione verso il kairòs, il tempo opportuno che va a
strutturare la nostra relazione con il mondo circostante. Come abbiamo tentato
di dire in queste pagine il reale, l’essere, il suo apparire si manifestano nel
perimetro antropico in molteplici modi, tutti interrelati, in cui una delle
molteplici forme dell’apparire non può essere dedotta da un a priori logico. A
giudizio del filosofo alla logica del pensato non può spettare l’ultima parola
sulla vita e un’intelligenza ante-predicativa, pre-teoretica del reale è
possibile solo se si getta luce su un’esperienza originaria del reale,
dell’essere, di cui la logica è solo una forma di apparire derivata e
secondaria. Come si relazionano il logos e il pathos in questo orizzonte di
ricerca? 329. ! 138! III. VI. Logos et
pathos convertuntur G. distingue un doppio significato per entrambi i concetti:
uno autentico e uno inautentico. Da una parte abbiamo il logos inautentico,
quello della logica astratta, del razionalismo deduttivistico, dell’a priorismo
gnoseologico e il pathos inautentico, quello ridotto a fenomeno psicologico e
privato, a esperienza chiusa nella singolarità. Dall’altra ci sono il logos
autentico proprio del pensiero pensante e concreto, che sperimenta la
manifestatività dell’essere nell’autodistinzione, e il pathos autentico che va
inteso in senso metafisico. L’angoscia costituisce appunto questo pathos
autentico. Per G. il pathos è sempre già connotato ontologicamente e non si riduce
all’affectio o all’emozione. Solo ed unicamente sul suo fondamento facciamo
esperienza della nostra apertura mondana, della Lichtung e dell’evento della
differenza ontologica: secondo il filosofo nel pathos l’inaudito appare sul
palcoscenico della storia412. Esso è passione abissale in cui accade il
fenomeno dell’essere e allo stesso tempo il suo sottrarsi: il pathos metafisico
indica il nostro lasciarci afferrare dalla realtà, dall’essere che si impone e
contro cui urtiamo senza possibilità di sottrarci al suo appello.
Nell’esperienza patica l’uomo si trova di fronte al proprio disancoramento e
alla propria angoscia in cui questo vanificarsi della realtà nello stato
dell’angoscia esistenziale manifesta pure per la prima volta l’esistente come
un completamente altro da esso e come tale lascerebbe sorgere di fronte a noi
la realtà dell’essere come essere nella sua originaria alterità e possibilità
di determinazione. L’angoscia quindi in cui il nulla si mostra come vanificarsi
della totalità dell’esistente è la fonte della possibilità di pensare (come
pensare l’essere) e di filosofare e in esso sorge la possibilità di trascendere
l’esistente nella sua totalità rendendolo possibile termine di domanda414. Nel
pathos dell’angoscia noi esperiamo l’assenza di mondo e la possibilità allo
stesso tempo di implementare ordini di realtà, progettazioni e creazioni, per
arginare l’assenza di mondo in cui l’uomo è gettato proprio perché privo di
orientamenti precostituiti. L’esperienza della dismondanizzazione e di assenza
di mondo, su cui ci soffermeremo a breve, sono il regno dell’Aperto La metafora inaudita, 92. 413 40. 414 Il problema del nulla nella filosofia
di M. Heidegger, in I primi scritti, 329. ! 139! in cui è assente
ogni direzione, ogni coordinata, ogni orientamento. Il filosofo asserisce che
in quest’esperienza siamo di fronte all’Offenheit, a quella apertura che, non
essendo la nostra dimensione, ci paralizza
qui gli oggetti diventano trasparenti, quasi fluorescenti, tu non ti
puoi più aggrappare a loro, non puoi più tenerli in mano per costruire con loro
un mondo, e comincia la sensazione del precipizio415. A caratterizzare
maggiormente l’esperienza patica è quindi la sua componente metafisica e non
psicologica: nel pathos facciamo esperienza dell’originario. La passione ha
anche un significato arcaico nel senso di fondativo: si è costretti a
riconoscere che la passione agisce come archè, potenza elenchica, che ci espone
perché non possiamo liberarci da essa, incombe come destino e nella sua luce fa
apparire il significato di ogni ente416. Essa consente di prendere coscienza
dell’eventualità dell’essere, dell’apertura dei mondi, dell’aletheia come
schiudersi, aprirsi e darsi della concreta situazione storica: in questo
contesto ontologico si installa la visione antropologica di G.. L’esperienza
dell’oggettivo, dell’essere ai cui appelli dobbiamo corrispondere rende
possibile la costruzione del secondo livello di oggettività, quella dell’umano.
Il corrispondentismo, che permea quell’ambito gnoseologico messo da parte dal
filosofo, viene recuperato sul piano ontologico: l’adeguazione dell’oggettività
dell’essere, dell’originario, il nostro corrispondere all’evento va di pari
passo con l’antropogenesi. Solo grazie a ciò l’uomo diventa uomo e l’Umwelt
diviene Welt attraverso le pratiche di umanizzazione della natura. A parere del
filosofo noi ci troviamo di fronte al compito di un ordinamento solo perché
circondati e sommersi in un mare di fenomeni nei quali dobbiamo riconoscere di
non saperci orientare: esperimentiamo l’angoscia primordiale dell’assenza di
mondo. Questa esperienza della negatività, della mancanza di mondo è il primo
ed originario aspetto della necessità della trascendenza, in funzione alla
quale solo incontriamo un materiale per la formazione del nostro mondo417.
Sulla base di quanto detto è emersa una prospettiva che lega indissolubilmente
la tematica dell’essere e quella del nulla alla Stimmung dell’angoscia
generando una rinnovata idea di logos. Se Assenza di mondo, 226. 416 Il dramma della
metafora, 131. 417 Mito e arte, 147. I corsivi sono nostri. ! 140!
il reale è processo di manifestazione, divenire e passaggio dall’essere al
nulla, allora il logos capace di dire questo processo, questo apparire, questa
manifestatività autodistinta, non può essere il logos logico inteso in senso
tradizionale. Occorre ripensare il logos al di là dei cardini di un
riduzionismo logico, tenendo conto della co-originarietà delle forme del
manifestarsi del reale. La funzione del logos in G. ha destato non pochi
problemi per gli interpreti, come abbiamo visto. Se nei saggi giovanili come Il
problema del logo del 1936 il logos è considerato nella sua preminenza rispetto
alla Stimmung, nei saggi successivi come Il reale come passione e L’inizio del
pensiero moderno abbiamo un capovolgimento di questa posizione soprattutto
sulla scorta dell’analisi del dubbio. Di seguito riporto le affermazioni che
possono aver suscitato l’idea di dualismo. In Il problema del logo il filosofo
afferma che la Stimmung, il sentimento, si fonda dunque nella trascendenza,
nella differenza ontologica. Il sentimento non è un momento alogico o
prelogico, bensì un particolare modo del legein418. Da questo passo pare
emergere la riconduzione della questione del patico all’interno dell’orizzonte
logico: il pathos viene visto quale modalità del logos. Qualche anno dopo G.
sembra cadere in contraddizione affermando l’esatto opposto di quanto asserito
in Il problema del logo. In L’inizio del pensiero moderno si sostiene che nel
dubbio qualcosa è per noi originariamente non indifferente in questo orientamento del filosofare, il
pensiero viene riconosciuto nella sua essenza come una passione, nel senso
metafisico del termine qui si mostra
appunto il carattere patetico e passionale del pensiero419. La difficoltà per
l’interprete sorge allorché si tenta una conciliazione delle tesi appena citate
e apparentemente contrapposte: una vede nel pathos una modalità del logos,
un’altra rintraccia nel logos un carattere passionale. È possibile uscire
dall’impasse? È nel pathos o nel logos che facciamo esperienza dell’originario?
La complessità di una loro possibile connessione viene esplicitata e avvertita
dallo stesso G. che già in Il problema del logo si chiede: possiamo dire che il
logo sia Il problema del logo, in I
Primi scritti, 403. I corsivi sono nostri. 419 L’inizio del pensiero moderno,
in I primi scritti, 824. I corsivi sono nostri. ! 141!
effettivamente il Primo, la Ragione e il fondamento di ogni manifestazione,
oppure presuppone esso un momento pre-logico? Questo è il problema contro il
quale urtiamo definitivamente420. Infatti egli interpreta il logos come legein,
cioè come atto del portare a manifestazione sia l’essere che il nulla. Solo
sulla base di questa manifestatività originaria, di questa svelatezza
originaria degli enti (aletheia ) si può porre il tema della verità logica
tradizionalmente intesa come connessione di soggetto e predicato. Il pensatore
riconosce nella svelatezza originaria l’essenza della propria ricerca filosofica
ed è mosso dal convincimento che ogni vero logico, il vero del giudizio che si
esprime sull’on, sia già sempre radicato in un vero più originario: quello
appunto della svelatezza o manifestatività. Per G. la logica tradizionale
vorrebbe essere proprio una logica dell’identico in senso oggettivistico, in
quanto l’essenza del logo non sta nel legein – cioè nel processo di distinzione
(e così nel divenire, nell’essere e non essere) – bensì nell’identità dell’oggetto
razionale od empirico. Ma questa identità non viene affatto raggiunta, né può
venir dimostrata. Se quindi questo originario legein va concepito come un
manifestarsi, e se questo nuovo concetto del logo, come logica del pensare, va
contrapposta alla logica del pensato, allora non dobbiamo concepire questa
logica come una logica della non identità, bensì come una logica che raggiunge
un nuovo ed approfondito concetto dell’identità421. La questione di primaria
importanza non è concepire il logos, l’atto di intellezione, come totalmente
altro dal pathos, il sentire. É appunto questa l’accusa che G. rivolge a gran
parte della filosofia occidentale: la considerazione di logos e pathos, di
intellezione e sentire, come atti di due facoltà, decreta inevitabilmente la
superiorità dell’intelligenza rispetto al sentire, che per quanto sia il primo
modo di apprendere il reale è votato all’inautenticità. G. ha in mente
piuttosto un’intellezione senziente o un’apprensione intelligente del reale che
però non troverà mai una formalizzazione teoreticamente compiuta nel suo
pensiero, restando sullo sfondo della sua rivalutazione dell’umanesimo
interpretato all’insegna del concetto di Lichtung. Il problema del logo, in I primi scritti, 377.
421 378. ! 142! Si chiede G.
in Vom Vorrang des Logos (1939): questa tonalità affettiva (Stimmung) deve
essere dunque intesa come momento determinante del processo che abbiamo
riconosciuto come fondamento della svelatezza (Unverborgenheit)?422 La
questione è comprendere se la passione possa essere considerata come esperienza
dell’originario, nelle sue molteplici forme. Il tema della Stimmung in G. più
che intrecciarsi alla Befindlichkeit – al sentirsi situati – si coniuga con la
metafisica del leghein come risulta evidente dal testo del ’39 nel contesto
dell’analisi della disposizione d’animo e della differenza ontologica
heideggeriane. Qui G. individua la possibilità di una corretta interpretazione
del pensiero di Heidegger solo nell’operazione di collegamento del concetto di
Stimmung all’atto processuale del leghein. Si tratta di un aspetto di non
secondaria importanza poiché mette in luce come in G. la questione della
Stimmung non abbia una connotazione psicologico-individuale ma un carattere
ontologico-metafisico. Leggiamo in Vom Vorrang des Logos che con tonalità
affettiva (Stimmung) non va inteso qualcosa che precede il processo originario
della svelatezza e nemmeno qualcosa che presuppone il processo e si differenzia
da esso; non è nulla di immediato ma bensì appartenente originariamente al
fondamento della svelatezza come processo. Se la svelatezza è processuale
allora, come affermato in precedenza, lo è per mezzo di un divenire, di un
essere, di un non- essere, e dunque ad essa appartiene insieme alla
trascendenza e la tonalità affettiva anche il perché424. La co-appartenenza di
Transzendenz, Stimmung e Warum rende palese come il discorso sulla Stimmung
travalichi il confine psicologico e si installi direttamente sul terreno
dell’ontologia e della Muss nun diese
ursprüngliche Stimmung also in wesentliches Moment des Prozesses, den wir als
Grund der Unverborgenheit erkannt haben, aufgefasst werden?, Vom Vorrang des
Logos, Beck, Munchen 1939, 52. La traduzione è nostra. 423 , R. Messori, Le
forme dell’apparire, 66-67. 424 Damit bedeutet die Stimmung nicht etwas, das
dem ursprünglichen Prozess der Unverborenheit vorhergeht, und auch nicht etwas,
das den Prozess bedingt, und von ihm unterscheiden ist; es ist nichts
Unmittelbares, sondern zum Grund der Unverborgenheit als Prozess ursprünglich
gehörend. Wenn die Unverborgenheit prozesshaft geschieht, so ist die – wie
früher schon gesagt – auf Grund eines Werdens, eines Seins und Nichtseins, und
so gehört ihr wesenhaft, mit Transzendenz und Stimmung das Warum an, dritte
Weise, in der der Grund der Unverborgenheit – wie Heidegger sagt – gestreut
ist, G., Vom Vorrang des Logos, 57-58. Traduzione nostra. ! 143!
manifestatività. L’analisi della Stimmung pone in luce l’azione delle
riflessioni heideggeriane di Von Wesen des Grundes più che quella di Sein und
Zeit, mostrando una netta differenza di interpretazione rispetto a quella
seguita dagli studiosi della analitica del Dasein degli anni ‘40425.
L’articolazione del nesso logos-pathos trova una prima via d’uscita nella
riflessione sulla fantasia, reciprocabile con l’intuizione e con l’intelletto,
in quanto facoltà di darsi le vedute e forma di organizzazione a priori
dell’esperibile: essa mette insieme il logos e il pathos. La questione della
correlazione di pathos e logos comporta per G. anche un ripensamento
dell’identità (un’identità Ha
sottolineato acutamente questo aspetto Messori in Le forme dell’apparire, cit.
(p. 86 nota 20) ponendo un parallelo tra le interpretazioni di G. e di Henry
Maldiney circa la questione della Stimmung come momento patico a-priori del
pensiero, e sottolineando anche la distanza tra le teorie di G. e quella di
Bollnow e Biswanger che negli anni Quaranta si confrontano in modo critico
rispetto al tema della Stimmung heideggeriana. Circa il tema della distanza di
vedute tra Bollnow e G. occorre mettere in evidenza come Bollnow in Das Wesen
der Stimmungen pone la ricerca antropologica sotto il segno della critica al
concetto di fondamento heideggeriano, insistendo sull’infondatezza del dualismo
autentico-inautentico insito, secondo Heidegger, nella dimensione della
quotidianità. Nonostante la messa a distanza del tema ontologico nella
antropologia pedagogica ermeneutica di Bollnow è riscontrabile un punto di
contatto, su cui Messori non si è soffermata, ossia il comune riferimento, di
Bollnow e G., alla storicità come fondamento di ogni antropologia filosofica
che guarda all’umano come continua produzione di forme. Nel filosofo tedesco
ritroviamo l’idea che la storicità della vita significa creatività, produzione
di forme che portano a espressione la vita in manifestazioni specifiche – (S.
Giammusso, La forma aperta. L’ermeneutica della vita nell’opera di O. F.
Bollnow, Franco Angeli, Milano 2008, 93) – che converge con l’impostazione
generale del pensiero di G. che punta ad un rinnovamento del problema
antropologico seguendo il filo conduttore delle espressioni storiche del
fondamento – le Lichtungen. Altro punto di sinergia teorica di entrambi è il
tema pedagogico umanistico. In Bollnow la pedagogia, influenzata dallo
storicismo diltheyano e dal contesto generale della Lebensphilosophie, non
muove da principi astratti ma considera
ipoteticamente i fenomeni della sfera educativa come parti dotate di senso in
una connessione più generale e rintraccia tale senso nella originaria relazione
attraverso cui l’uomo come produttore della cultura esprime se tesso (ivi, 137).
Bollnow, in Die Macht des Worts, afferma che la questione antropologica è
connessa al potere formativo della parola e la questione circa l’essenza del
linguaggio diventa in una maniera fondamentale la questione circa l’essenza
dell’uomo in generale, O. F. Bollnow, Die Macht des Worts. Sprachphilosophische
Überlegungen aus pädagogischer Perspektive, Essen, Neue Deutsche Schule
Verlaggesellschaft, 1964 (terza edizione 1971), 16, citato in S. Giammusso,
op., 154. Anche in G. il tema pedagogico è correlato alla questione della via
di accesso alla totalità umana e alla individuazione dell’essenza del
neoumanesimo e, ancora, al tema filosofico dell’amicizia che permea sia il
sapere sia il linguaggio. G., nella prefazione alla traduzione tedesca del
Discorso di Pericle di Tucidide ad opera di G. Landmann, sostiene che questa
forza dell’amicizia è confluita nelle parole, da cui siamo legati, filologia e
filosofia. L’amicizia sospende il rapporto tra maestro e allievo, fa del
maestro un discente anch’egli e libera l’allievo dall’asservita ristrettezza
dell’epigono, del seguace. Così, la corrente che tutti ci trascina si mantiene
ininterrotta, e nessuno sa più dove nello scambio abbiano inizio i pensieri,
dove essi nella continua riproduzione abbiano fine. Questo accadere autentico,
questo modo del discorrere e del pensare che riesce a penetrare ogni
isolamento, la dia-lettica – il venire a svelatezza attraverso il logos,
attraverso la parola –, tutto ciò Platone l’ha scoperto nel nobile sentimento
dell’amicizia questo concetto non
relativo e non soggettivo dell’amicizia si lega a quello della tradizione e
dell’impegno, G., Prefazione a Die Totenrede des Perikles di Tucidide, 975-983,
in I primi Scritti, 977. G. enuncia in poche battute un’idea di pedagogia legata
ai temi della fiducia (Vertrauen), del reciproco affidarsi (Anvertrauen) e del
dialogo che mostrano molte affinità tematiche – pur nella diversità degli
approcci – con Bollnow, più numerose delle pur evidenti differenze sottolineate
da Messori. ! 144! che contenga in sé l’elemento della differenza e
della non-identità) e una ricerca sulla costitutiva co- appartenenza di essere
e nulla nel processo di manifestatività. Secondo la prospettiva tradizionale:
il nulla non può diventare oggetto del pensiero, perché il nulla esclude in sé
una interpretazione oggettivistica. Un oggetto che non è, è una
contraddizione426. Invece per il filosofo occorre aprire un varco
nell’esperienza del nulla al di fuori delle coordinate oggettivanti del
pensiero proprio perchè il nulla ci pone di fronte all’impossibilità di
renderlo ob- jectum. C’è un’altra modalità di accesso al nulla: la sua
esperienza attraverso l’angoscia. Così come lo Heidegger di Che cos’è
metafisica anche G. crede che il nulla non si rivela dunque come un oggetto,
come un pensato, bensì come ciò che si manifesta in un fondamentale stato
d’animo (Grundstimmung) che incalzandoci ci toglie ogni punto d’appoggio427. Da
quanto detto in precedenza è possibile comprendere come il filosofo già a
partire dal saggio Il problema del logo ponga in questione, con la discussione
sul nulla e sull’angoscia, la priorità del logos. Egli si chiede se a partire
dall’esperienza dell’angoscia sia ancora possibile mantenere la priorità
dell’atto logico: esiste dunque il nulla e qual è il suo rapporto con l’essere?
L’angoscia che ci rivela il nulla è il presupposto dell’atto logico? In che
modo l’atto logico sarebbe condizionato dall’angoscia, tanto che l’originarietà
del logos sarebbe infranta? Se il nulla è, e non come un oggetto, ma come una
realtà che ci si manifesta nell’angoscia sorge il problema dell’angoscia, della
sua funzione metafisica è dunque
nell’angoscia che si radica la possibilità di manifestazione degli enti e noi
stessi li trascendiamo in quanto fin dall’inizio siamo sospesi nel nulla428. Il
legame tra angoscia, nulla e manifestazione dell’essere mette in crisi quella
che in un primo momento sembrava essere una posizione apparentemente
dualistica: il dualismo è solo apparente se guardiamo all’idea G.ana di logos
che si distingue da quello della logica obiettivante tradizionale. Nel leghein
per G. accade quella scissione, quell’auto-distinzione della manifestatività,
che consente di pensare la coappartenenza di logos e pathos. G., Il problema del logo Un ulteriore
chiarimento riguardo il presunto dualismo logos-pathos o Kehre tra un primo e
un secondo G. ci giunge dalle analisi G.ane di Cartesio. Nel saggio L’inizio
del pensiero moderno G. porta avanti le sue analisi delle meditaizoni
cartesiane incominciate in Dell’apparire e dell’essere del 1933, constatando
come l’importanza di Cartesio vada rintracciata nella fecondità dell’idea di
dubbio. Solo attraverso l’analisi del dubbio è possibile guardare al cogito
cartesiano come ad una realtà complessa che va identificata come atto, attività
del cogitare. In quanto atto il cogito è il luogo in cui la manifestatività,
l’apparire e l’essere, che in G. sono sinonimi come abbiamo visto, si dànno: il
cogito è l’unico primo ed originario essere che incontriamo e fondandosi sul
quale solo si può ricostruire e ricavare tutta la ricchezza dell’esistenza. La
metafisica di Cartesio appare in tutta la sua decisiva importanza quando si
tenga presente che cosa egli concretamente intenda con cogitare. Pensiero,
cogito, come tutti sappiamo, non è per lui solo atto di distinzione logica, ma
è ogni atto e modificazione del soggetto, di cui l’attività logica non è che un
momento l’atto del cogito – come
originaria unità, monade – contiene in sé già tutto429. Appare qui evidente la
funzione ontologica del dubbio come apertura esistenziale della questione della
manifestatività. La suprema attività del cogitare, il cogito in quanto atto,
non è altro che il dubbio, il dubitare che nel momento in cui dubita, in cui
attua l’attività del dubitare, porta in superficie l’urgenza che in esso si
annuncia e che lo rende possibile430. Nell’atto del dubitare si compie
un’urgenza: quella del reale che non ci è indifferente ma che ci affetta, ci
riguarda e nel quale siamo da sempre immersi e compromessi in quanto esseri
gettati nel mondo e di conseguenza anche il cogito, quando si intenda con esso
il compiersi di un dubitare, è espressione di un’urgenza originaria, che si
mostra così come il vero fondamento del sapere431. Pertanto il pensare (logos)
si rivela nella sua identità costitutiva con il patire (pathos) in quanto forme
di espressione dell’originario nella sua urgenza e nella costrittività dei suoi
appelli. Per il filosofo italiano il pensiero è una forma di esperienza
dell’originario, e non si può pensare ogni volta Dell’apparire e dell’essere, 289-290.
430 L’inizio del pensiero moderno, in I primi scritti, 818. 431 . !
146! che lo si desidera o lo si vuole. Perché l’originario, sempre e in
ogni forma, si mostra a noi solo al modo di una urgenza432. Il soggiacere a
tale costrizione e urgenza rende il logos convertibile con il pathos quali
modalità di apprensione dell’originario. Se solo questa costrizione, questa
urgenza è l’evidenza dell’originario433 allora noi ci troviamo in una situazione
di pura passività rispetto al reale? In che modo è possibile coniugare questo
essere soggetti a con il concetto di atto? L’atto, come abbiamo visto, cerca di
rendere conto del rapporto dinamico tra piano ontologico e piano ontico, i
quali rifluiscono continuamente l’uno nell’altro. A tale dinamica processuale
prende parte anche la tonalità affettiva che appare come il luogo in cui accade
la manifestazione dell’essere nella molteplicità delle sue forme. La Stimmung
che consente l’esperienza dell’originario si rivela una Leidenschaft. Un altro
termine con cui G. si riferisce alla passione è, infatti, Leidenschaft, di cui
è importante sottolineare il leiden, il patire nel senso di soffrire e penare.
Usando tale traduzione l’accento è tutto posto sulla dimensione della
gettatezza e passività originaria che contraddistinguono il Dasein, l’uomo che
è tale nella misura in cui si riconosce esposto all’apertura dell’essere,
all’assenza di codici interpretativi precostituiti e innati e pertanto
intimamente legato alla ricerca di chiavi di lettura del reale possibili e mai
date. La Leidenschaft è quindi l’essere-affetti dal reale, che ci afferra e ci
trascina nell’aperto delle pure possibilità, senza che noi possiamo sottrarci
allo Zwang e alla Nötigung, da G. interpretati come due fenomeni
dell’originario. La Leidenschaft è originaria e metafisica, da essa non
possiamo liberarci e riconoscere la sua centralità è la condizione di
possibilità per il nuovo inizio del pensiero auspicato da G.. Per il filosofo
in questo orientamento del filosofare, il pensiero viene riconosciuto nella sua
essenza come una passione, nel senso metafisico del termine qui si mostra il carattere patetico e
passionale del pensiero434. Tale pathos metafisico e originario è un’urgenza
che non può essere Il problema del sublime, 917-943, in Id, I primi scritti, 935.
433 . 434 L’inizio del pensiero moderno, 824. I corsivi sono nostri. !
147! dedotta né mediata poiché ci sopraggiunge così come l’aporia
platonica, che abbiamo ritrovato in Il problema della metafisica platonica, e
il dubbio cartesiano di Dell’apparire e dell’essere e di L’inizio del pensiero
moderno. Per G, Cartesio, tanto criticato dal filosofo negli ultimi scritti, ha
il merito di aver portato ad espressione un significato patico-esistenziale del
dubbio, che dall’interpretazione tradizionale è stato unicamente ridotto ad
epochè del giudizio, e quindi a stallo conoscitivo. Il dubbio cartesiano,
invece, si mostra come la condizione di possibilità affinché si dia il sapere
in tutte le sue forme. Tuttavia Cartesio per G. non ha portato fino in fondo il
suo discorso, inclinando piuttosto verso una impostazione gnoseologistica del
sapere, non traendo quelle conclusioni a cui erano pervenuti gli Umanisti. Le
riflessioni G.ane hanno messo in luce il pathos come esperienza di ciò che è
primo e indeducibile razionalmente perché fondamento di ogni deduzione:
l’essenza della forma del rivelarsi di qualcosa di originario e di primo, o
anche del pensiero, risulta essere la passione, e precisamente non la passione
in senso psicologico ma in senso metafisico435. La Leidenschaft consente di
ripensare l’idea di soggettività: il soggetto non ha un carattere soggettivo o
individualistico, esso è essenzialmente ciò che soggiace al primo,
all’originario436. In quanto upokeimenon o sub-jectum il soggetto patisce il
reale, che si mostra nel suo carattere di istantaneità (Augenblick):attraverso
il pathos facciamo esperienza della realtà nell’istante, in quella visione
istantanea a cui dobbiamo corrispondere implementando progettazioni di mondi
umani dalle forme molteplici (l’arte, la poesia, il sapere, la prassi, la
politica sono le forme in cui l’uomo risponde agli appelli dell’essere). In
ogni momento della vita l’uomo si trova a dover portare avanti il suo impegno,
il suo sforzo di esistenza, la sua diligentia (termine mutuato da Leonardo
Bruni), che rendono palese il suo essere irrevocabilmente compromesso con il
mondo circostante. Secondo G. in ogni atteggiamento originario non possiamo mai
scegliere la nostra occupazione, perché la nostra scelta sta già sotto il segno
di ciò che ci occupa. Non siamo noi ad occuparci delle cose, ma sono le cose
stesse – in virtù della loro distinzione – a tenerci occupati437. Il filosofo
pone come indeducibili forme del manifestarsi del reale il vero, il buono e il
bello: il sapere, l’azione e l’arte sono i modi in cui si mostra, in cui appare
il mondo e non c’è priorità di un momento sull’altro ma nesso dei distinti.
Occorre ripensare l’autonomia delle forme del rivelarsi del reale, pur tenendo
in considerazione la fondamentale unità che le contraddistingue: esse sono modi
autonomi, distinti, di manifestazione dell’essere, sono Lichtungen del reale,
aperture di contesti significativi, tutti accomunati dall’azione di ordinamento
conferito al mondo. Il pathos è l’avvertimento della non- indifferenza del
mondo circostante, è l’esperienza della costrizione e del vincolo, del legame
indissolubile uomo-mondo: per il fatto che veniamo strappati, nell’esperienza
del dubbio, all’indifferenza verso la totalità dell’ente, si presenta anche una
separazione del nulla dall’essere, e tuttavia il nulla non è affatto prima
dell’essere bensì entrambi vengono partoriti come gemelli nel medesimo istante.
Perciò i Greci parlavano dell’aletheia, del non latente [Un-Verborgene], come
del vero, perché tutto ciò che si mostra viene sottratto alla latenza solo
dall’esperienza del dubbio, che lascia rilucere gli opposti438. Nella
Leidenschaft, nel patire il dubbio a cui non possiamo sottrarci, rintracciamo
l’essenza del sapere: il sapere nasce dalla messa in questione del mondo
circostante per ricercarne il fondamento, si tratta di una ricerca a cui ci
sentiamo costretti, che incombe su di noi. Tale carattere costrittivo e urgente
del fondamento è ciò che G. trova teorizzato nel concetto aristotelico di archè
o assioma: questa dottrina è ciò che esprime Aristotele quando dice che i
principi originari o assiomi, come lui li chiama, che sono il fondamento di
ogni dimostrazione, non hanno un carattere apodittico, bensì elenchico, cioè
non possono venire dimostrati ma si
mostrano da se stessi in quanto anche colui che li nega, deve presupporli e
impiegarli. Così questi principi fondamentali dimostrano se stessi nella misura
in cui non ci lasciano liberi4 . 438 Il reale come passione e l’esperienza
della filosofia, 995-1029, in I primi scritti Possiamo dare per acquisito che
in G. non c’è un rapporto dualistico logos-pathos, per cui da una priorità
giovanile del logos si passerebbe alla matura posizione della preminenza del
pathos. I due momenti sono sempre interrelati tanto da confondersi in una
paradossale unità che è al tempo stesso dualità. É lo stesso pensatore a
domandarselo e a individuare il problema di una connessione dinamica tra logos
e pathos: ora esiste un’unità che sia al contempo dualità? Ogni differenziale,
cioè il compiersi di un atto unitario, fa apparire ciò che è differenziato
nella misura in cui quest’ultimo si determina
quest’atto del separare rivela dunque essenzialmente una realtà
fantastica, dove l’espressione fantastico non viene tratta dalla fantasia come
attività distinta dall’intelletto, bensì dalla fantasia secondo l’espressione
greca phainesthai, mostrarsi440. Secondo G. l’accadere, l’apparire, la
manifestatività vanno interpretati al di fuori dell’opposizione logos-pathos,
tale dualità è solo secondaria e derivata, poiché primario e originario è
l’atto in cui si mostra l’essere nella sua processualità dinamica: in tale
processualità dinamica le coppie oppositive in sé-per noi, uno-molti,
logos-pathos perdono i contorni netti e definiti di polarità antitetiche, tra
cui non è possibile gettare un ponte, per divenire realtà mobili e fluide. La
struttura dinamica e processuale della realtà è resa dal filosofo attraverso
l’immagine della scena/accadere scenico/allestimento (Schau-Stuck): soltanto in
questo accadere si radica il singolo soggetto concreto, il quale possiede un
oggetto correlativo, perché la scena, l’allestimento, prescrive a entrambi dei
ruoli determinati l’allestimento è
dunque l’originario, in cui i singoli elementi del molteplice risultano
visibili in virtù del ruolo che la scena prescrive loro441. Tale scena
originaria regge il fondamento della vita: è la sua condizione trascendentale.
Essa è definita anche scena fantastica proprio perché scena e fantasia si
configurano come un tutto unitario, a priori e sintetico. La scena forma in via
primaria relazioni, atti di collegamento, è l’orizzonte di ogni veduta
possibile, così come la fantasia è la facoltà di apprensione di questa scena.
La fantasia in G. va intesa come la facoltà di formazione della veduta/scena
(schau) che ha la funzione di schema trascendentale: l’elemento originario
dell’esperienza sensibile – come in generale di ogni forma dell’apparire
dell’ente non è quindi una dualità di oggetto e soggetto né una molteplicità di
esperienze sensibili, bensì una unità che si compie, che rivela se stessa nel
discernere e nel separare la scena
fantastica, il mostrarsi, non vale soltanto per la determinazione filosofica
dell’ente o per quella dell’ente sensibile, bensì per l’ente nella sua
totalità442. Interpretata in questo modo la fantasia appare come facoltà del
lasciar apparire, dell’Erscheinenlassen che è al contempo il Sich-Offenbaren,
l’automanifestazione, dell’oggettività. Lo svelarsi originario dell’essere ha
carattere eidetico e immediato, esso si manifesta nell’istante indeducibile perché
arcaico-fondativo della visione pato-logica. La realtà nella sua
automanifestatività si impone nella sua Nötigung, nell’accadere dell’attimo
della visione il cui fenomenizzarsi è il dubbio. III. VII. L’analitica
esistenziale: dismondanizzazione, assenza di mondo e coscienza temporale
umanistica Per comprendere meglio le categorie dell’analitica esistenziale
elaborata da G. vorremmo concentrarci sull’esperienza sudamericana del filosofo
mossi dal convincimento che essa costituisca una tappa fondamentale nell’elaborazione
di alcune categorie concettuali elaborate dal filosofo: dismondanizzazione e
assenza di mondo; coscienza temporale umanistica; natura. Tali plessi
concettuali, presenti soprattutto nei saggi Il tempo umano. L’umanesimo contro
la techne, L’uomo e l’esperienza dell’oggettività (1952), Apocalisse e storia
(1954), L’esperienza dell’assenza di mondo, Mito e arte, Assenza di mondo, sono
correlati al tema della manifestatività dell’essere, emergente nei primi
scritti, quali Il problema della metafisica immanente di M. Heidegger (1930),
Dell’apparire e dell’essere (1933), Il problema del logo, Il problema 1014.
443 , Il tempo umano. L’umanesimo contro la techne, 201-206; L’uomo e
l’esperienza dell’oggettività, 65-72; Apocalisse e storia, 7-20, L’esperienza
dell’assenza di mondo, in Aut-Aut, 1955, 2, XXVI, 97-119; Mito e arte, in
Rivista di filosofia, Torino, 1956, 2, XXVII, 140-164; Assenza di mondo, in
Archivio di filosofia, Roma del nulla nella filosofia di M. Heidegger (1937),
L’inizio del pensiero moderno. Della passione e dell’esperienza dell’originario
(1940), Il reale come passione e l’esperienza della filosofia (1945)444. Come
abbiamo visto in precedenza in questi saggi vengono in luce le questioni
dell’essere, dell’apparire e della manifestatività, che testimoniano la volontà
G.ana di recuperare un’esperienza dell’essere che non presupponga la preminenza
di una forma rispetto ad un’altra, e in particolar modo di un a priori
gnoseologico, ma che sia capace di restituire la complessità fenomenologica
delle forme dell’apparire. Come è noto, in questo tentativo G. coniuga il tema
attualistico gentiliano con l’estetica crociana e la teoria heideggeriana della
differenza ontologica,445 rielaborando tutto alla luce di una rivalutazione
della Stimmung, della Leidenschaft e dell’ambito estetico in generale, non come
esempio di gnoseologia inferior o teoria dell’arte, ma come fondamento
dell’esperienza della manifestatività dell’essere. Nel suo percorso
onto-antropo-logico si segnalano alcuni testi per la curiosa correlazione che
si viene ad istituire tra gli innumerevoli riferimenti all’esperienza di
viaggio sudamericana e l’analitica dell’esistenza: mi riferisco ad Arte e mito
e Viaggiare ed errare, oltre che, naturalmente, ai saggi prima citati Assenza
di mondo, L’esperienza dell’assenza di mondo, Mito e arte, i quali
costituiscono i maggiori contributi che G. ha dedicato al tema Sudamerica. III.
VIII. L’importanza del viaggio in Sudamerica Aveva asserito Kant nella
Prefazione a Antropologia pragmatica che ai mezzi per l’ampliamento
dell’antropologia appartiene il viaggiare446 e G. non sembra sia stato
insensibile I saggi sono raccolti in G.,
I primi scritti 1922-1946, cit. 445 Per una ricostruzione dettagliata delle
tracce gentiliane, crociane e heideggeriane nella filosofia di G. , Rita
Messori, Le forme dell’apparire, soprattutto il primo capitolo, Tra filosofia
italiana e filosofia tedesca: l’emergere della questione estetica, 23-61. ,
anche M. Marassi, Introduzione a G., I primi scritti, Kant, Antropologia
pragmatica, tr. it. di G. Vidari, Laterza, Roma-Bari a questa affermazione
kantiana: lo attestano i numerosi viaggi che per tutta la vita ha condotto in
giro per il mondo alla ricerca di occasioni di riflessione sul tema uomo.
Viaggio e riflessione antropologica: l’accostamento non risulterà peregrino se
si accantona – come fa il filosofo italiano– un’idea di natura umana fissa e
immutabile, chiusa nei confini di una razionalità auto-riferita, per accogliere
l’idea di una condizione umana, tema di un neo-umanesimo attento alla
multilateralità della vita, alla polidimensionalità del reale, e, dunque, alle
molteplici forme di apprensione dell’essere e di dizione dell’essere. Il legame
tra il viaggio e l’elaborazione di categorie esistenziali volte ad un
rinnovamento neo-umanistico della filosofia è del resto esplicitato dallo
stesso filosofo che nella Prefazione a Viaggiare ed errare afferma che le
annotazioni sull’incontro con il continente sudamericano sono sorte dalla
verifica costante di categorie e concetti fondamentali europei: non sono quindi
né espressioni di rinuncia al nostro mondo europeo né una descrizione esteriore
della realtà sudamericana. Spazio, tempo, parola, arte, tutto acquisisce laggiù
nuovamente un significato originario che in Europa abbiamo spesso
dimenticato447. Corredato da una fitta trama di descrizioni paesaggistiche, di
situazioni emotive, di relazioni, presenze e assenze che il viaggio in
Sudamerica aveva suscitato nel filosofo il testo Viaggiare ed errare presenta,
accanto alla narrazione di esperienze comuni, una interpretazione prospettica
di una realtà nuova, fatta di rovine antiche, foreste sterminate, indigeni e
animali che non costituiscono solo allegorie di ciò che sfugge alla
comprensione filosofica, ma sono l’occasione di esperire il totalmente altro.
Per G. il viaggio può avere questo significato solo se lo si correla al luogo
preciso in cui è avvenuto: il Sudamerica. Perché? Come abbiamo visto in
precedenza quello in Sudamerica non è il primo viaggio né l’ultimo di G.,
eppure in questo territorio si realizza una presa di coscienza molto forte dei
limiti e delle possibilità della filosofia occidentale. Su questi limiti e
possibilità il pensatore ha ragionato una vita intera, ma Le citazioni
riportate di seguito fanno riferimento all’edizione italiana del testo di G.:
G., Viaggiare ed errare. Un confronto con il Sudamerica, tr. it. di C. De
Santis, a cura di M. Marassi, La Città del Sole, Napoli, 1999, 27. Il testo ha
avuto tre edizioni Reisen ohne anzukommen. Südamerikanische Meditationen,
Hamburg, Rowohlt, 1955; Reisen ohne anzukommen. Eine Konfrontation mit
Südamerika, Munchen-Gutersloh-Wien, Bertelsmann, 1974; Reisen ohne anzukommen.
Eine Konfrontation mit Südamerika, Chur, Ruegger, 1982. ! 153! lì,
in Cile e in Brasile, nella fitta vegetazione della foresta, sulla catena delle
Ande, ciò che il filosofo milanese sperimenta non è un ragionamento. Lì patisce
e vive una situazione contraddittoria: storicità e astoricità; natura e techne.
Il Sudamerica è il luogo in cui si consuma la dissoluzione delle categorie
storiche e si dà la possibilità di riflettere sulla condizione umana. Leggiamo
in Viaggiare ed errare: una volta si sapeva dove si era di casa; ci si sentiva
protetti nel mondo sicuro della tradizione, ci si poteva recare in paesi
stranieri con il proprio blasone e si ritornava a casa senza turbamenti. Ma
noi? Dove siamo di casa?448. Il testo, allora, non è un esempio, l’ennesimo, di
letteratura odeporica, solo un resoconto autobiografico, un diario di
impressioni del viaggio da Madrid a Barcellona, fino in Brasile e Cile. In esso
si raccolgono le idee più interessanti circa il viaggio come evento semiotico:
oltre a Reisen ohne anzukommen degne di nota sono le osservazioni sparse in
Kunst und Mythos449. In questi testi il viaggio è inteso come la metafora in
cui viviamo, come condizione, situazione, e circum-stantia e le descrizioni
narrate non vogliono essere semplici descrizioni; vogliono piuttosto far luce
su tutte quelle seduzioni che turbano l’uomo moderno occidentale quando viene a
contatto con mondi nuovi450. Ha sottolineato acutamente questo aspetto Giuseppe
Cacciatore che ha dedicato al tema G.ano del viaggio un saggio: América latina
y pensamiento europeo en la filosofia del viaje 33. 449 Il testo, edito per la prima volta in
tedesco nel 1957 con il titolo Kunst und Mythos, Hamburg, Rowohlt 1957, e
ristampato nel 1990 in un’edizione riveduta e ampliata dall’autore, costituisce
la rielaborazione di un articolo che G. pubblica nel 1956 sulla Rivista di
filosofia, in lingua italiana dal titolo Mito e Arte, 140-164. 450 G.,
Viaggiare ed errare, 34. 451 G. Cacciatore, América latina y pensamiento europeo
en la filosofia del viaje, cit. Pubblicato precedentemente in italiano con il
titolo America latina e pensiero europeo nella filosofia del viaggio di G., in
Cultura latinoamericana, Annali 1999-2000, nr. 1-2, 367-381. Come è noto, nella
vastissima e variegata produzione saggistica di Cacciatore il riferimento alla
figura di G. compare soprattutto nei lavori vichiani dello studioso in cui
l’accento verso i temi della rivalutazione vichiana della sapienza poetica, del
ruolo antropogenetico della fantasia, di quello arcaico-fondativo del mito e
dell’ingeniosa ratio trova non poche affinità con le analisi svolte da G.. Al
riguardo , soprattutto G. Cacciatore-G. Cantillo, Studi vichiani in Germania
1980-1990, in G. Cacciatore-G. Cantillo (a cura di), Vico in Italia e in
Germania, Bibliopolis, Napoli 1993, 37; Poesia e storia in Vico, in F. Ratto (a
cura di), Il mondo di Vico. Vico nel mondo, Guerra, Perugia 2000, 144, nota 5;
G. Cacciatore, Vico: narrazione storica e narrazione fantastica, in G.
Cacciatore-V. Gessa Kurotschka-E. Nuzzo-M. Sanna (a cura di), Il sapere poetico
e gli universali fantastici, Guida, Napoli 2004, 120, nota 10; Le facoltà della
mente ‘rintuzzata dentro il corpo’, in Il corpo e le sue facoltà. G.B. Vico, in
G. Cacciatore, V. Gessa Kurotschka, E. Nuzzo, M. Sanna e A. Scognamiglio (a
cura di) in «Laboratorio dell’ISPF» (www.ispf.cnr.it/ispf-lab), 104, nota 41; L’ingeniosa
ratio de G., concentrandosi in particolar modo sul testo Reisen
ohne anzukommen. Lo studioso mette in luce uno spettro semantico ampio del
viaggio: è possibile individuare un significato ontologico; teorico-storico;
cognitivo; simbolico-metaforico. Vorremmo soffermarci sui quattro sensi del
viaggio in G. individuati dallo studioso, con lo scopo di mostrare che
l’esperienza del viaggio sudamericano non è marginale nella riflessione del
filosofo poiché si inserisce nel cuore della sua prospettiva
onto-antropo-logica e diviene decisiva nella messa a fuoco dei concetti di
dismondanizzazione e assenza di mondo452, che insieme a quelli di coscienza
temporale umanistica e oggettività, costituiscono le categorie dell’analitica
esistenziale G.ana. Cacciatore afferma che il senso ontologico del viaggiare è
rintracciabile nello stesso titolo tedesco: Reisen ohne annzukommen indica il
viajar humano sin arribos, sin metas prefiguradas. El viajero llega a un nuevo mundo cargado de bagajes
conceptuales, orgulloso y seguro de su patrimonio cultural y de su tradiciòn
històrica453. E tuttavia al cospetto di un mondo
totalmente estraneo G. sente di non poter più fare affidamento sul proprio
corredo categoriale. Occorre un mutamento di prospettiva, una svolta. In quanto
viaggiatore in terra straniera G. si sente anche viaggiatore nell’interiorità,
e il malessere vissuto dal filosofo per l’opposizione tra un’idea di Europa da
cui ritiene di doversi congedare e la volontà di ricostruire un neoumanesimo
all’insegna di un rinnovamento dei concetti di Vico tra sapienza e prudenza, in
C. Cantillo (a cura di), Forme e figure del pensiero, La Città del Sole, Napoli
2007, 225, nota 1; Il mare metafora del limite e del confine, in S. Amendola- Volpe
(a cura di), Il mare e il mito, M. D’Auria editore, Napoli 2010, 49; In dialogo
con Vico, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2015. 452 Ovviamente le
categorie ora menzionate risentono della trattazione heideggeriana di Welt e
Umwelt e in generale della riflessione degli esponenti dell’antropologia filosofica
e della biologia teoretica coeve, che G. conosceva molto bene: Scheler,
Plessner, Gehlen, Uexküll, Driesch. , G., Linee di filosofia tedesca
contemporanea, in I primi scritti 1922-1946, 299-332, Il problema della
metafisica immanente di M. Heidegger, 203-228,
La filosofia como obra humana, 1573-1578 in Actas del Primer Congreso Nacional
de Filosofia, Universidad Nacional de Cuyo, Buenos Aires, 1950, Tomo III; Potenza
dell’immagine. Rivalutazione della retorica, Potenza dell’immagine.
Rivalutazione della retorica, 62-66 e 151-152; Retorica come filosofia. La
tradizione umanistica, 181-182. 453 G. Cacciatore, America latina y pensamiento
europeo, 80. ! 155! fondamentali del pensiero occidentale, si
palesa soprattutto nelle pagine dedicate al concetto di dismondanizzazione.
III. IX. Dismondanizzazione e assenza di mondo Egli sostiene che le molteplici
ragioni della dismondanizzazione ci sopraffanno e possono condurre
all’immobilità, alla completa apatia. Ogni processo di dismondanizzazione
incomincia dal terrore avvertito per la scomparsa del consueto454. Una
spaesatezza, una solitudine esistenziale che sorge non solo in terra straniera
ma anche nella propria patria. Si tratta del terrore primordiale della selva di
cui ci parla Vico secondo il quale grazie alla radura aperta nella foresta
originaria divengono possibili non solo lo spazio o il luogo umani, ma anche la
possibilità di computare il tempo455. Il filosofo ritiene che anche in Europa
si prende congedo dal proprio mondo. La speranza di liberarci in qualche modo,
in chissà quali paesi lontani, dai nostri dubbi, è solo espressione del fatto
che non ci sentiamo più a casa negli spazi della nostra storia456. Nel pathos
dell’angoscia e della noia per G. noi esperiamo la dismondanizzazione e la
possibilità allo stesso tempo di generare ordini di realtà, progettazioni e
creazioni, per arginare quell’assenza di mondo in cui l’uomo è gettato proprio
perché privo di orientamenti precostituiti. I due concetti – dismondanizzazione
e assenza di mondo – indicano due fenomeni diversi, ma connessi, che possono
essere compresi meglio ricorrendo ad una metafora molto cara a G., quella della
luce: assenza di mondo come aurora e dismondanizzazione come tramonto
dell’uomo. La condizione di assenza di mondo (aurora) è quella dell’uomo
primitivo o delle origini, immerso nella realtà circostante che è astorica,
mitica, ripetitiva e di cui G. crede di poter fare esperienza nell’ingens sylva
sudamericana, che in realtà Viaggiare ed
errare, 126. Corsivo nostro. 455 Potenza della fantasia, 251. 456 Viaggiare ed
errare, 49. ! 156! si rivela
essere solo una selva ideale. Il pensatore ritiene che la condizione di assenza
di mondo inizia, infatti, ogniqualvolta una cultura si trova a una svolta
decisiva457. L’esperienza della realtà nella condizione di assenza di mondo si
caratterizza per l’incapacità umana di orientamento: infatti non appena
quest’ordine comincia a vacillare, l’uomo esperisce improvvisamente che le
direttive consuete non sono più valide458. In questo momento di svolta inizia
la storia dell’uomo come storia del suo accadimento. Secondo G. la storia
dell’uomo è quindi espressione di ciò che lo costringe continuamente a stare su una soglia, a partire dalla quale
egli traccia linee di confine tra scelto e non scelto, tra ricordato e
dimenticato, tra ordinato e non ordinato. A partire da questa soglia si aprono
i confini del mondo in cui viviamo. Il progetto, attraverso il quale di volta
in volta aderiamo sempre a ciò che ci riguarda e ci mette in tensione,
costituisce il nuovo spazio spirituale in cui ci muoviamo459. Nella condizione
di assenza di mondo l’uomo, come l’animale, è totalmente immerso in un cerchio funzionale
simbolico che ad un certo punto si disintegra e lo getta in una condizione di
spaesatezza che lo costringe a trovare codici di interpretazione del reale:
poiché l’uomo esce dalla natura e in essa non è più al sicuro, egli progetta
criteri sulla base dei quali costruire il suo mondo460. La condizione di
dismondanizzazione (tramonto) è quella che caratterizza l’uomo occidentale che
cerca nuovi strumenti per abitare il mondo, avendo sperimentato l’inutilità e
il danno delle proprie categorie filosofiche. Essa è ben distinta da una
rinuncia volontaria al mondo: è anzi il contrario. Questa esperienza di
dismondanizzazione nasce dallo sgomento che tutto quello che di solito ci
circonda, e che con gli anni abbiamo costruito come un nostro ambito, viene a
mancare Assenza di mondo, 222. ! 157! Nel primo caso si tratta di
una situazione di privazione originaria che dice della gettatezza dell’uomo
nell’aperto – la Lichtung – della propria esistenza, privazione che al contempo
è condizione di possibilità affinchè l’uomo divenga uomo e l’ambiente naturale
divenga mondo. Nel secondo caso siamo di fronte ad una dimensione di perdita
delle coordinate categoriali classiche del pensiero occidentale. L’esperienza
della dismondanizzazione e di assenza di mondo non sono nient’altro che il
regno dell’Aperto in cui è assente ogni direzione, ogni coordinata, ogni
orientamento ma in cui Angst e Langweile agiscono quali operatori metafisici
nel contesto della Lichtung che, come ci ricorda Agamben, è veramente in questo
senso, un lucus a non lucendo: l’apertura che in essa è in gioco è l’apertura a
una chiusura e colui che guarda nell’aperto vede solo un richiudersi, solo un
non-vedere462. G. asserisce che in quest’esperienza siamo di fronte
all’Offenheit, a quella apertura che, non essendo la nostra dimensione, ci
paralizza qui gli oggetti diventano
trasparenti, quasi fluorescenti, tu non ti puoi più aggrappare a loro, non puoi
più tenerli in mano per costruire con loro un mondo, e comincia la sensazione
del precipizio463. Nel viaggio in generale e in quello sudamericano in
particolare noi facciamo esperienza di una epochè dell’abituale e del consueto
e constatiamo il vacillare dell’esistenza, il nostro non poterci tenere a
niente. Emerge in aggiunta al tema dell’esperienza dell’eventualità/Lichtung
dell’essere, che l’alterità radicale del mondo sudamericano rappresenta in
maniera esemplare, la questione non marginale del pathos: per G. esso ha una
componente metafisica e non psicologica, dal momento che grazie ad esso facciamo
esperienza dell’originario. Come è noto, la passione per il filosofo ha anche
un significato arcaico nel senso di fondativo poiché consente di prendere
coscienza dell’eventualità dell’essere, dell’apertura dei mondi, dell’aletheia
come schiudersi, aprirsi e darsi della concreta situazione storica. Afferma G.
che si è costretti a riconoscere che la passione agisce come archè, potenza
elenchica, che ci espone perché non possiamo liberarci da essa, incombe ! G.
Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino 2002, 71.
463 G., Assenza di mondo, 226. ! 158! come destino e nella sua luce
fa apparire il significato di ogni ente464. La Stimmung che consente
l’esperienza dell’originario si rivela una Leidenschaft. Possiamo rintracciare
un secondo senso del viaggio sudamericano: teorico-storico. Come ricorda Cacciatore en uno
de los ùltimos capìtulos del libro, el filòsofo traza la lineas de una
autèntica, aunque breve, teorìa e historia del viaje, centrada en la
significativa diferencia que caracteriza las relaciones y las descripciones de
los viajeros de la edad moderna y las de los contemporaneos465. Differenza che testimonia anche il profondo mutamento
storico tra un’epoca, quella moderna, in cui le categorie filosofiche erano
forti e la ragione non aveva ancora perso la propria terraferma; e l’epoca
contemporanea che vive i tormenti della propria debolezza categoriale
sgretolandosi pian piano. La Conclusione di Reisen ohne anzukommen, che reca il
suggestivo titolo di Filosofia e Paesaggio, in cui è narrata questa breve
storia del viaggio, mette in luce, inoltre, la correlazione del viaggiare con
l’idea di paesaggio. G. si pone un interrogativo sul paesaggio e sul suo
paradossale nesso con la filosofia. La domanda si sviluppa in una breve storia
in cui entrano in scena personaggi – Platone, Petrarca, gli umanisti, Herder,
Melville – che sul paesaggio si sono espressi. Il filosofo si chiede: che cos’è
il paesaggio? Che cosa può produrre insieme alla filosofia? il paesaggio può offrire lo spunto per
riflessioni teoretiche, dal momento che il piacere che esso suscita si avvicina
alla sfera dell’arte?466. Rispondere a questa domanda significa porre in atto
una vera e propria rivoluzione filosofica, una Kehre: abbandonare le categorie
della razionalità astratta e fare posto agli elementi mitici e poetici, alla
dimensione del pathos che schiudono una modalità di esistenza autentica in cui
la potenza delle immagini, a cui è inevitabilmente associato il paesaggio,
diviene la linfa vitale della filosofia. Secondo il pensatore il paesaggio non
ha nulla di ovvio, anche se tutti Il
dramma della metafora, 131. 465 G. Cacciatore, Amèrica latina y pensamiento
europeo, 80. 466 Viaggiare ed errare, credono che esso sia immediatamente
accessibile dal momento che lo si vede; il goderne non richiede alcuna
riflessione, ma è impossibile esprimere la sua essenza senza riflettere467.
Esso mostra e indica la contraddizione tra ciò che ci sovrasta nella sua
immensità, riluttante a qualsiasi espressione univoca e definitiva, e la
volontà umana di comprensione. Il paesaggio ci mette di fronte alla nostra
incapacità di interrogare in modo nuovo ciò che ci circonda: l’essere. Quelle
che sono annotazioni di viaggio, riflessioni e considerazioni si rivelano come
i punti di partenza di interrogativi filosofici ineludibili e pressanti.
Ineludibilità e necessità che contraddistinguono anche il paesaggio: qui il
paesaggio sembra una realtà alla quale non possiamo sottrarci468. Un ulteriore
significato del viaggio è quello cognitivo. L’esperienza di viaggio si carica
di una valenza cognitiva poiché consente quella relazione del sé stesso con
l’altro che è fonte di ricchezza quanto più profonda risulta la distanza, la
cesura, lo iato. Come afferma
Cacciatore in America latina en esta experiencia cognitiva el viaje y la partida misma tienen sentido en
la medida en que remiten immediatamente al retorno, a la estaciòn originaria.
Por ello la confrontatiòn de G. con Sudamérica es un relacionarse del Sì mismo
con el Otro, però tambièn un hallarse el Otro en las raìces històricas y
culturales del Sì mismo469. In
questo contesto di relazioni con l’alterità in tutte le sue forme – l’altro
uomo, l’altra cultura, e la suprema alterità rispetto al nostro mondo storico,
la natura – la distanza assume un ruolo fondamentale quale esperienza
catalizzatrice della cognizione che nel viaggiare si realizza. Secondo il
filosofo milanese, che menziona in modo innovativo un tema che nella filosofia
sicuramente è inusuale, l’organo di misurazione delle distanze è l’olfatto, che
meglio del tatto e della vista riesce a restituire tutta la potenza della
distanza. Egli afferma in Viaggiare ed errare che a Casablanca, la tappa
successiva del nostro viaggio, viene in primo piano ciò che a Madrid era solo
annunciato in modo vago. Il mondo chiuso della tecnica, che nel frattempo si
era ridotto a una cabina d’aereo, si riapre: una realtà completamente nuova,
che ancora non si vede, G. Cacciatore, América latina y pensamiento
europeo...cit., 81. ! 160! che non si può nemmeno cogliere con
l’udito anche il tatto non può far altro
che occuparsi della cartella che d’abitudine ci si porta appresso. Ma
improvvisamente all’olfatto spetta un inatteso primato è attraverso l’olfatto che sorprendentemente
si percepisce la distanza470. L’esperienza cognitiva del viaggio in Sudamerica
si configura come un movimento verso l’ignoto e l’abissale i cui effetti sono
incerti: l’incontro con l’altro può avere un esito liberatorio o
distruttivo471, può indurre l’uomo a rinunciare alla sua storia particolare, ma
può anche sollecitarlo a dubitare del tutto della realtà storica. Quest’ultimo
aspetto è particolarmente problematico: l’insistere del filosofo milanese
sull’opposizione tra natura e storia, tra Sudamerica e mondo europeo, appare
poco argomentato e poco incline a mediazioni, tracciando una cesura ontologica
tra l’uomo sudamericano e quello europeo. Occorre prendere la expresiòn G.ana
naturaleza no historica con mucha cautela472. Nonostante le dovute cautele
rispetto a quelle espressioni che cristallizzano le opposizioni tra una
presunta temporalità ontologica e immobile – quella sudamericana – e una
temporalità storica – quella europeaa –, bisogna riconoscere il merito del
filosofo per aver eletto il viaggio sudamericano a occasione per ripensare e
rinnovare i termini e i limiti dello strumentario concettuale dell’Occidente.
La posizione di G. che guarda all’Europa nei termini di un relitto di una vita
inattuale e al Sudamerica come natura astorica non passa inosservata: i
colleghi universitari, primo fra tutti Carlos Astrada, ma anche Juan Rivano, in
La Amèrica ahìstorica y sin mundo del humanista G., e Humberto Giannini, in
Experiencia y Filosofìa473, non potevano accettare le affermazioni del filosofo
italiano senza qualche riserva. Tuttavia G. intende questa assenza di storia in
modo più complesso e articolato: essa dice della possibilità del nuovo474. Se
l’Europa ha esaurito tutte le sue possibilità il Sudamerica, per il
primitivismo che la contraddistingue,
470 G., Viaggiare ed errare, 55. 471 50. 472 G. Cacciatore, América latina y
pensamiento europeo. Per una ricostruzione dell’intera vicenda , J. Barcelò G.,
Viaggiare ed errare, 24. ! 161! non è ancora stata sopraffatta
dall’asfissia storia: abbandonata una vita carica di storia, aspiriamo
all’altro mondo in cui speriamo di trovare soprattutto l’astorico. Tuttavia non
troviamo questo, ma una storia che inizia, una storia completamente estranea a
noi europei d’oggi laggiù la vita
respira completamente nell’atmosfera di fine secolo e ci appare come un passato
che non è ancora riuscito a diventare definitivamente passato. Esso continua a
vivere nel nostro presente, ma sembra estraneo e superato475. Un ultimo aspetto
del viaggio è quello simbolico-metaforico. Nel percorso di ampliamento dei
propri orientamenti conoscitivi ed esperienziali traspare il motivo della
ricerca delle proprie origini. In questa ricerca delle origini e degli inizi
dell’umanità si fa esperienza di immagini inedite e di un accesso alla realtà
notevolmente diverso. Quando G. descrive il passaggio per la grande catena
montuosa delle Ande sta narrando una storia che emblematicamente ci ricorda il
vichiano divagamento ferino per la gran selva della terra della Scienza Nuova.
Ma non si tratta semplicemente di una reminiscenza filosofica: in quel momento G.
non cita Vico, ma descrive, vedendolo, quello che Vico aveva ipotizzato:
vagando in questo territorio, si aprono continuamente nuove prospettive. É
l’accesso a un mondo inquietante: come potrebbe infatti un essere vivente
storico ritrovare il proprio orientamento in questo silenzio, in queste ombre,
in queste fosse? ma questo non è il caos
stesso? Anzi è il caos inteso non nel senso di disordine, ma nel senso che a
qualsiasi forma può essere impresso un ordine
qui nelle Ande esperiamo la realtà di un mondo di pure possibilità476.
La natura, l’ingens sylva, appare, allora, come la metafora di quello spazio
edificabile nel quale si apre all’uomo lo spettro di possibilità inedite di
instaurare il mondo umano, quel mondo storico che solo con cautela possiamo
opporre alla natura. Un mondo in cui la questione onto-antropo-logica viaggia
sul doppio binario dell’oggettività data – la natura, il mitico, l’astorico,
l’essere – e dell’operazione di determinazione di tale oggettività – la
progettualità umana, la genealogia dell’ordine e della storia, quella che G.
definisce coscienza temporale umanistica. Da questo percorso di transizione,
che è il viaggio, verranno in superficie, contro la ragione totalitaria, la
ragione frammentaria, inquieta, balbettante, critica e discontinua, da sempre
trattenuta nei silenzi e nelle pieghe nascoste del logos, ma presente nel mito
e nella tragedia, nella metafora e nella fantasia. Il viaggio inteso come la
metafora in cui viviamo, come condizione, situazione, e circum-stantia, è
motivo centrale della riflessione filosofica di G. e pone in luce il legame
indissolubile e non estrinseco tra il luogo geografico di elaborazione di
questi innumerevoli significati del viaggio, il Sudamerica, e l’idea di
filosofia del pensatore milanese. Un’idea che si costruisce intorno ad un
progetto di riattualizzazione della problematica umanistica e dei concetti di
retorica, metafora e ingegno, ripercorrendo itinerari poetici, teatrali,
filosofici, artistici, che pongono in luce un senso della parola poetica
lontano da ogni velleità di giungere ad un significato definitivo, ad una
definizione che chiuda la res in un verbum univoco. Anzi, secondo G. è nella
pluralità delle parole, nei verba che possiamo attingere la res e i suoi modi
di datità, che sono infiniti, molteplici, contingenti, transeunti. L’attenzione
alla multilateralità del reale, che si rivela nella polidimensionalità
linguistica, si colloca nel contesto più generale della domanda sull’uomo e
sulla correlazione uomo-mondo. Si tratta del problema onto-antropo-logico a cui
gli scritti G.ani di retorica, metaforologia, umanesimo477 tentano di dare
delle risposte. Il Sudamerica diventa l’occasione per un ripensamento del
proprio passato filosofico e per gettare luce su un presente avvertito come
estraneo. G. ha voluto confrontare la sua esperienza di europeo con il modo di
vivere sudamericano, assillato dal dubbio intorno alla validità universale
delle categorie della storicità e della tecnica dominanti in Europa, scoprendo
una serie di aspetti inediti della cultura americana: innanzitutto l’esperienza
dei sensi, che non è la pura e semplice empeiria, ma il luogo visibile del
dissidio e della contraddizione, come testimoniano gli scorci descrittivi delle
località cilene. Il filosofo asserisce in riferimento al soggiorno cileno di
trovarsi in una realtà che è al contempo unità e molteplicità senza relazione: ci
troviamo nel nord del Cile, nella contrada delle grandi miniere di rame, !,
soprattutto G., Heidegger e il problema dell’umanesimo, cit.; La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale, cit.; Umanesimo e retorica. Il problema
della follia, tr. it., di E. Valenziani e G. Barbantini, Mucchi, Modena 1988; Potenza
dell’immagine. Rivalutazione della retorica, cit.; La metafora inaudita, cit.; Vico
e l’umanesimo, cit.; Retorica come filosofia. La tradizione umanistica,
cit. ! 163! in prossimità del confine peruviano a 3800 metri di
quota mi confonde il fatto di essere
abituato a costruire la realtà mediante una combinazione di diverse esperienze
sensibili, e per la prima volta apprendo che i sensi, abbandonati a se stessi e
non ordinati dall’intelletto, rivelano il contraddittorio nella sua essenza: la
realtà è contemporaneamente un’unità e una molteplicità senza relazione478.
Oltre all’esperienza dei sensi, un altro concetto importante che emerge dai
resoconti del viaggio sudamericano, è quello di oggettività: i sensi non
rivelano solo qualcosa di soggettivo e di transeunte, ma l’oggettivo. I
concetti di natura e oggettività si legano profondamente a quelli di mito, di
cominciamento, di originario che solo la poesia può dire e non la filosofia,
che si muove nell’ambito del deduttivo e dunque del non-originario. Per G. non
basta il sapere, cioè giungere al riconoscimento di quei principii nei quali
ancorare tutti i nostri progetti479 ma bisogna tentare di ricostruire le tappe
di una sapienza arcaica, o di una sapienza poetica, per usare un binomio
vichiano, in cui si rinnovano i significati di teoria e prassi e si fa spazio
ad un concetto di pistis che esula dai limiti definiti della religione per
rivelarsi come il fondamento della retorica originaria: questo riconoscimento
capovolge diametralmente il rapporto tra pistis e logos. La pistis, intesa come
fondamento dell’inspiegabile perché fondamento di ogni spiegazione, è propria
del mondo originario480. Nell’esperienza sudamericana l’oggettivo appare come
una natura che non è più umanizzata e soggiogata, ma che domina l’uomo. Essa
diviene smisurata, infinita, sconfinata, apocalittica e si sottrae ad ogni
orientamento, criterio e progetto, in una ripetizione ciclica, in un eterno
presente. Asserisce il filosofo che lo spazio astorico della natura può quindi
suscitare nell’uomo europeo un terrore sconcertante. Una volta spezzata la
coercizione delle passioni, quando gli oggetti non si distinguono più come
momenti conformi al fine degli istinti, improvvisamente si precipita nello
smisurato Arte e mito, 83. 479 L’uomo e l’esperienza dell’oggettività, 72. 480 Significare
arcaico, 490. 481 Viaggiare ed errare, 116. ! 164! Entriamo nello
spazio del mito dove la differenza tra uomo e mondo svanisce e tutto rientra
improvvisamente in un’unità che domina ovunque e che G. sente appartenergli nel
modo più profondo. Afferma il filosofo che in questa unità ha luogo un
rovesciamento sconcertante: non si tratta ora più di comprendere qualcosa,
perché ogni cosa viene compresa nel tutto482; si tratta di un ordine di una
pienezza che si chiude armonicamente nella quale il nascere e il trapassare non
sono che momenti di un duraturo presente483. G. si sta riferendo ad una realtà
eterna che sembra avvolgerci: è’ l’ora di Pan484. Il Sudamerica è il simbolo
dell’ora di Pan, che a sua volta è allegoria di un’esperienza che, prendendo in
prestito le parole di Vico, è affatto impossibile immaginare, e a gran pena ci
è permesso di intendere: qui è possibile guardare autenticamente al mito non
alla luce della demitizzazione, non come prestazione arcaica della ragione, per
dirla con Blumenberg485, ma come realtà in cui viviamo. É ancora consentito
vivere il mito in quel dissidio, in quella transizione, in quel viaggio dal
vecchio continente della cattiva metafisica verso il mare aperto
dell’autenticità, dell’altro inizio del pensiero. Un inizio che è principio
arcaico nel senso aristotelico del termine: perché governa e dà inizio come
leggiamo in Significare arcaico. Il filosofo, reinterpretando lo Stagirita,
sostiene che il principio deve invece avere veramente il carattere di archè,
cioè deve mandare, comandare486 e, non avendo carattere apodittico, bensì
elenchico, non possiamo sottrarci alla – sua – imposizione perché ogni
tentativo di sottrarsi ad – esso lo – presuppone487. L’atto fondativo e mitico
del reale è secondo G. indicibile dal logos metafisico e la narrazione di
quell’azione primordiale può essere affidata unicamente al potere generativo
trasformazionale della metafora, che non è un gioco letterario ma la prima
forma dell’ingegno, del nous e come tale Arte e mito, 153. 483 . 484 . 485 , H.
Blumenberg, Il futuro del mito, tr. it. di G. Leghissa, Medusa, Milano 2002.
486 G., Significare arcaico unica espressione delle archai nel loro carattere
palesante e immediatamente indicativo488. Perché come diceva Vico, uno degli
autori prediletti da G.: di questa logica poetica sono corollari tutti i primi
tropi, de’ quali la più luminosa, e perché più luminosa, più necessaria, e più
spessa è la metafora – che – vien’ ad
essere una picciola favoletta489. L’analisi delle meditazioni sudamericane di G.
ha messo in luce l’intima correlazione dei temi del viaggio, inteso come evento
semiotico, con le categorie dell’analitica esistenziale G.ana:
dismondanizzazione e assenza di mondo, oggettività, natura, coscienza temporale
umanistica. Abbiamo cercato di porre in luce quanto il significato del viaggio
in generale e di quello sudamericano in particolare sia fondamentale per
comprendere il senso della proposta neo-umanistica G.ana: essa si struttura
come ricerca costante di un nuovo strumentario categoriale per l’uomo europeo
che ha sperimentato la miseria, la precarietà e il declino della propria storia
ma non si rassegna al deserto del nichilismo dilagante ma al contrario, come il
viaggiatore, l’emigrante, va alla ricerca di un’umanità perduta, più radicata
nella vita. L’esperienza sudamericana si carica allora di un’importanza che
occorre sottolineare con vigore: essa è un percorso nell’interiorità prima che
essere un itinerario geografico perché in quanto viaggiatori in terra straniera
siamo anche e soprattutto viaggiatori nell’interiorità oggi, viaggiando, non andiamo in cerca di
scoperte esteriori, sottoponiamo piuttosto a un esame il mondo della nostra
lingua, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti490. La meditazione su
Sudamerica diviene allora una meditazione sull’Europa. III. X. L’uomo e
l’esperienza dell’oggettività: la nascita della coscienza temporale L’analisi
del viaggio nel suo significato tetravalente e la focalizzazione sui temi della
dismondanizzazione e dell’assenza di mondo ci consente di inquadrare meglio le
altre due idee 494. 489 G. B. Vico, La Scienza nuova, a cura
di M. Sanna-V. Vitiello, Bompiani, Milano 2012, ed. 1744, II libro, 932. 490 G.,
Viaggiare ed errare, 124. ! 166! centrali nell’analitica
esistenziale G.ana: i concetti di coscienza temporale umanistica e di
oggettività. Secondo il pensatore milanese l’esperienza del disancoramento
originario dalla realtà è l’elemento principale che caratterizza la situazione
umana. L’angoscia e il terrore della foresta primordiale, l’agorafobia
originaria che genera la paura dell’aperto, spingono l’uomo a cercare di volta
in volta i codici di decifrazione della realtà come è emerso dalle precedenti
considerazioni sull’incidenza dell’idea uexkülliana di cerchio funzionale
simbolico e sulla distinzione tra mondo animale e mondo umano a partire dalla
funzione di apertura mondana dell’Angst. Leggiamo in Il tempo umano.
L’umanesimo contro la techne che la situazione umana è caratterizzata dal fatto
che l’uomo ha la esperienza originaria di essere disancorato dalla realtà. Il
problema del metodo nasce da questa profonda esperienza, giacchè esso consiste
nella ricerca della via per giungere un dato fine. Le prime forme di metodo,
cioè di ricerca di un orientamento nella realtà nascono dall’esperienza del
carattere ingannevole e relativo e mutevole di ciò che mediano i sensi491. La
situazione in cui l’uomo è gettato è caratterizzata dal nesso
disancoramento-metodo- orientamento. Convinto che proprio l’insufficienza dei
sensi, che provoca il disancoramento, ci obbliga all’elaborazione del metodo, G.
individua la nascita delle scienze naturali nell’originaria perdita del
rapporto immediato con la natura. Emerge un elemento concettuale di non
secondaria importanza: il tema della nascita della coscienza e delle scienze si
intreccia indissolubilmente alla questione dell’oggettività e alla ricerca
della sua determinazione. Sostiene il filosofo che nelle scienze singole
naturali, nelle quali l’uomo crede di raggiungere l’obiettività, appare più
chiaro che altrove il disancoramento dell’uomo. Infatti di fronte al bisogno di
un metodo, di un’oggettività, appare il caratteristico capovolgimento che
avviene nella nostra concezione del reale492. Si tratta di quel capovolgimento
che caratterizza le scienze naturali che mettono da parte l’esperienza
originaria della natura – quella immediata dei sensi – in direzione della
ricerca di Il tempo umano. L’umanesimo
contro la techne, 202. I corsivi sono nostri. 492 . ! 167!
un’oggettività stabilita dai principi in funzione ai quali si delimita e
circoscrive, facendola oggetto di domanda, la realtà fenomenica493. L’assenza di
coordinate e orientamento mette l’uomo in una condizione di Notwendigkeit che
segna anche il discrimine tra mondo animale e mondo umano. La fecondità del
tema del disancoramento si pone nel contesto dell’onto-antropo-logia G.ana
quale condizione di possibilità della nascita del mondo umano nella Lichtung
primordiale. Per il filosofo la storia umana comincia nell’istante stesso nel
quale l’uomo sorge dalla natura in quanto l’immediatezza di quest’ultima non lo
soddisfa: l’esperienza della non indifferenza di ciò che gli si presenta
fenomenalmente a mezzo dei sensi è espressione di legami che non si
identificano con quelli dei sensi494. L’elevarsi dell’uomo dall’immediatezza
dei sensi mette in moto il secondo livello di oggettività e la storia umana. Ma
che cosa intende il pensatore per oggettività e in che relazione essa si trova
con la storia? I gradi dell’oggettività Il filosofo distingue due gradi
dell’oggettivo. In L’uomo e l’esperienza dell’oggettività il punto di partenza
dell’indagine è ancora una volta quello della condizione umana che si distingue
nettamente dalla condizione degli altri esseri viventi per la necessità di
ricercare e progettare le unità di misura e di principi in funzione ai quali
delimitare il mondo delle apparenze nelle quali ci troviamo495. L’indagine
sulla situazione del Da-sein e sulle sue strutture di esistenza ha come primo
risultato l’individuazione di due livelli di oggettività. Per giungere alla
soluzione della realtà umana, e con ciò della sua oggettività, dobbiamo innanzitutto
partire dal problema di quali siano i caratteri di ciò che ci si manifesta496.
Tali caratteri possono essere contraddistinti in due modi: -! dipendono dai
nostri parametri e dai limiti da noi progettati . 494 203. 495 L’uomo e l’esperienza
dell’oggettività dipendono dal fenomeno stesso nel ritmo del proprio
divenire498 Da un lato constatiamo che nella vita vegetativa e organica la
natura appare nel costante ritmo temporale dell’identico, in un diastema, ossia
in ciò che sta (istemi) tra limiti (dià)499, dettato dal fenomeno stesso della
vita e non da modalità molteplici di ordinare i fenomeni naturali. Dall’altro
riscontriamo nel mondo umano infinite unità di misura di questa natura. Per il
filosofo della natura possiamo solo parlare in quanto essa appare entro i
diastema stessi, cioè entro determinati limiti500 e tuttavia dobbiamo
riconoscere che si danno alcuni fenomeni il cui apparire non dipende dalla
nostra proiezione di diastema501. G. riporta l’esempio dei molteplici stati di
un corpo502: un corpo può apparire in una forma solida o liquida ma la modalità
in cui esso appare non dipende da noi: la nostra proiezione di diastema non è
l’unica via di accesso all’oggettivo, all’essere, alla natura. Se è vero che la
natura appare solo entro i limiti da noi progettati, è altrettanto vero che non
dipende da noi come essa appare: essa ha una propria oggettività. La
constatazione di questa oggettività dei fenomeni naturali è la condizione
dell’esperimento, è la risposta che la natura dà entro i nostri diastema503.
Non a caso il filosofo ricorre a Leonardo per porre in luce il concetto di
natura entro i diastema. Nello scienziato G. individua un via di accesso alla
natura mediata dall’esperimento che mostra il senso autentico del concetto di
diastema. Nel Trattato sulla pittura e Sull’anatomia dell’uomo l’esperimento è
l’interrogazione della natura tenendo conto di una teoria stabilita
anticipatamente, al fine di verificare se questa attraverso l’esperimento viene
confermata o confutata. Il punto di partenza per un’indagine sulla natura
diventa quindi la teoria dell’uomo ad essa soggiacente. Perciò per Leonardo non
è possibile conoscere la natura nella sua interezza ma solo quelle parti che si
danno nel contesto della teoria e delle domande poste dall’uomo. La natura è
dunque correlata all’uomo e alle sue capacità504. La natura di Leonardo rimane
nondimeno un mistero che viene svelato in funzione della domanda impellente505,
quindi mantiene una zona di opacità residua. Essa ha una propria oggettività
che non può essere colta in maniera esaustiva e definitiva. Il tema della
doppia oggettività della natura mette insieme l’idea dell’oggettività della
natura, quale fondo oscuro e inaggirabile, e l’idea della natura come banco di
prova dell’esperienza umana che risulta essere un progetto gettato. Ecco allora
che si profila l’intreccio indissolubile tra il tema ontologico della
oggettività, della natura, dell’essere e quello etico-pratico della storia
umana dei tentativi, dei progetti, dell’esistenza, del caso particolare, delle
circostanze. In questo percorso di superamento dell’oggettività della natura,
di trascendimento della sua alterità e di ricerca di principi di
determinazione, l’uomo elabora le proprie strategie di contenimento del
diverso: inizia la storia del sapere. Per il pensatore italiano la storia del
divenire per giungere alla conoscenza di quei principi primi è la storia del
sapere. Ma non basta sapere, cioè giungere al riconoscimento di quei principi
nei quali ancorare tutti i nostri progetti, ma bisogna anche saper realizzare
in funzione ad essi i nostri diastema, i nostri progetti: sorge così una nuova
esperienza del tempo : il tempo umano506. La coscienza dell’autotemporalità
trova la propria genesi nell’angoscia esistenziale che ha per il pensatore una
funzione catartica: quella di guidare l’uomo
alla coscienza del carattere perturbante della propria situazione507.
L’autotemporalità della coscienza umanistica si fonda sull’idea del tempo come
distinzione fondamentale fra ciò che non è più e ciò che non è ancora, La
filosofia dell’umanesimo: un problema epocale, 165. 506 L’uomo e l’esperienza
dell’oggettività, 71. 507 Potenza della fantasia, 259. 504 Introduzione a
Heisenberg, Das Naturbild der heutigen Physik, Hamburg Rowohlt, 1955, 133-138,
traduzione nostra. ! 170! passato e futuro508 in funzione di un
presente. Tale presenzialità tuttavia non ha carattere puntuale, non ha a che
fare con un atomo temporale fuggitivo. Il presente al quale si riferisce il
filosofo va connesso con l’idea di appello dell’essere. Tempo ed essere sono
strettamente correlati nella concezione G.ana del tempo. Come leggiamo in
Apocalisse e storia i momenti del tempo sono il NON-ancora, il NON-più e l’ora.
Tutti e tre questi momenti manifestano all’analisi un caratteristico aspetto
negativo510. Il passato e il futuro mostrano un carattere di nullità e sarebbe
più corretto parlare di presente del passato, presente del futuro, presente del
presente511 che si danno nel ricordo e nell’attesa. Una concezione del tempo di
questo tipo fa dipendere la nostra capacità di percepire il tempo dalla nostra
capacità di essere affetti (affectio animi). Osserva G. che una simile
concezione della temporalità presuppone l’essere: non nel senso di ciò che
esteriormente ci è dato512 ma nel senso di ciò che rende possibile le nostre
esperienze. L’a-priori di ogni esperienza temporale umana – quella dell’attesa
e del ricordo – è l’attenzione: il termine latino corrispondente ci chiarisce
in che accezione appare qui il termine attenzione: attentio significa tendere
ad, e quindi attendere. L’attenzione è quindi possibile nell’ambito di una
tensione, di una tensio che, come fondamento dell’aspettativa, dell’attesa, è
la radice medesima della nostra capacità di intus-legere, dell’intelligenza con
la quale costruiamo e ordiniamo i fenomeni in un modo513. Solo nel contesto di
questa attentio/tensio originaria sorgono il presente, il passato e il futuro.
La struttura temporale della coscienza è a Il tempo umano. L’umanesimo contro la techne, 205.
509 . 510 Apocalisse e storia fondamento del potere umano di progettare, mondi,
cosmi, ordini, unità di misura come strategie di risposta agli appelli
dell’essere che urgono e ai quali dobbiamo corrispondere. All’origine
dell’autotemporalità storica514 della coscienza umana abbiamo un Dasein che si
dibatte tra angoscia e paura, la potenza delle quali irrompe, creando uno
strappo nell’unità simbolica di soggetto e oggetto. La ricostruzione di tale
unità simbolica, di tale symplokè tra soggetto e oggetto mediante la parola, il
linguaggio, è il compito che G. si propone di portare avanti attraverso
riflessioni che assurgono a prolegomena per una semiotica antropologica che
indaga il problema del nuovo potere originario che strappa l’esistenza umana
dalla sfera della consapevolezza del semplice segno biologico e la colloca in
una situazione di esistenza e di possibilità umane515. La coscienza umana nasce
compensazione di quel disancoramento primordiale, che è a fondamento del mondo
umano, e come produzione tecnico-poietica. Se la storia dell’uomo è la storia
del suo divenire e del suo superamento dell’immediatezza della natura allora il
suo compito fondamentale – il compito del vero umanesimo – sarà quello di
riscostruire la storia di quella realtà originaria che l’ha strappato dalla
immediatezza della natura516. Un sapere che si pone questo obiettivo si
costituisce come archeologia dei mezzi umani di ricomposizione della frattura
originaria (la rottura del cerchio funzionale simbolico): scienze naturali,
tecnica, filosofia, arte517. Per G. di qui sorge la necessità di ricostruire –
con i frammenti del mondo sensibile – un mondo nuovo, quello umano. L’uomo può
realizzare tale compito solo se chiarisce ciò che lo riguarda originariamente e
se conforma la realtà sensibile a questa nuova urgenza : sorge per l’uomo il
caso particolare, presupposto alla realizzazione del mondo umano518. Proprio
l’elemento circostanziale, particolare, limitato di ogni singola esperienza
individuale ci restituisce la qualità cairologica, più che escatologica della
temporalità G.ana, attenta all’istante ,
sul tema dell’autotemporalità come nota distintiva dell’uomo distinta dalla
temporalizzazione biologica Vico contro Freud: creatività e inconscio, 133-153,
in Vico e l’Umanesimo Il tempo umano. L’umanesimo contro la techne, 203. 517 .
518 Apocalisse e storia giusto, al tempo opportuno: poiché la nuova esperienza
di fronte alla quale si trova l’uomo non è solo la conoscenza dell’universale
ma innanzitutto quella del caso particolare e singolo. Bisogna sapere quando,
come, dove, di fronte a chi519. La mancanza di tale conoscenza sarebbe mancanza
di misura, di discrezione, di prudenza, di phronesis, le uniche capaci di
mostrare l’intima correlazione tra vita etica e politica come realizzazioni
dell’opera umana, come risposte alla scomparsa del mondo olistico, intatto,
della vita organica. Per G. resta sullo sfondo un grande interrogativo: c’è da
chiedersi in virtù di che cosa può originarsi il mondo umano, se all’uomo non
appartiene alcun ambiente immediato, se quest’ultimo dev’essere sempre
costruito da ogni singolo individuo; qual è la radice dell’umanizzazione della
natura?520. Legato al tema antropologico delle origini della storia umana
emerge quello del linguaggio e della funzione della retorica G.ana come ricerca
sul significare arcaico o semantica antropologica. Siamo così giunti ad
un’altra domanda legata connessa ai problemi precedentemente posti a tema: a
quale funzione adempiono la parola, il linguaggio, nel sorgere del mondo
umano?521. Il tempo umano. L’umanesimo contro la techne, 205. 520 Potenza della
fantasia. PALAIÀ DIAPHORÀ: PENSARE E POETARE. Il significato della proposta
retorica. Nei capitoli precedenti abbiamo cercato di ricostruire le tappe del
pensiero di G. seguendo come filo conduttore quello dell’onto-antropo-logia che
si è rivelata una chiave di lettura ampia e integrativa. Seguendo le
riflessioni sui temi dell’essere, dell’apparire e della manifestatività abbiamo
rintracciato a fondamento della proposta neoumanistica un’analitica
dell’esistenza che tocca i temi della coscienza temporale, della
dismondanizzazione e dell’assenza di mondo. La focalizzazione su queste
problematiche fa emergere un’idea di umanesimo che viaggia sul doppio binario
della rivalutazione storica – come dimostra l’analisi dei testi umanisti
dedicati al tema della Lichtung, del linguaggio e della poesia – e della chiarificazione
teoretica delle categorie dell’esistenza. In questo ultimo capitolo prenderemo
in considerazione i temi del filosofare noetico-non metafisico e quelli della
retorica ingegnosa come critica delle devastazioni dell’intelletto, di quei
razionalismi stretti e assoluti del positivismo logico, cui G. contrappone una
logica del discorso diretto, del pensiero come comunicazione discorsiva,
fondato sulla metafora non come luogo del falso, ma come spazio del vero
concesso all’uomo522. Sullo sfondo della prospettiva retorica G.ana emerge il
paradigma dell’incompletezza e della carenza. L’uomo è di fronte ad un
paradosso: è caratterizzato dal punto di vista morfologico, dal punto di vista
della sua dotazione organica, da primitivismi, inadattamenti e non specializzazioni,
a cui fa da contraltare un’apertura al mondo che non lo vincola, come nel caso
degli animali, ad un ambiente preciso. Il disancoraggio da un ambiente dai
contorni definiti e fissi rende l’uomo compito a se medesimo, lo sottopone ad
un onere che si concretizza nella riconversione di una condizione deficitaria
in una progettazione di possibilità di conservazione della vita. L’azione,
come E. Raimondi, La retorica d’oggi, il
Mulino, Bologna] compensazione alla struttura morfologica deficitaria, si
configura come trasformazione della natura in mondo culturale, come
umanizzazione dell’ambiente che solo così diviene mondo. In tale processo
antropogenetico la retorica occupa un posto tutto particolare. La retorica
diviene la faticosa produzione di quelle concordanze che subentrano al posto
dei codici mancanti. Il codice di cui parla il filosofo è non soggettivo, non è
scelto liberamente, ma sofferto attraverso i sensi, in quanto essi si
manifestano nella sfera del piacere e del dolore noi non abbiamo così il dualismo di codice e
realtà da decifrare, abbiamo invece il significato continuo, immediato e
rivelato di ciò che noi soffriamo con pathos523. Ad agire sullo sfondo del
discorso c’è la riflessione antropologica novecentesca menzionata in precedenza:
il concetto di povertà, il paradigma dell’incompletezza, secondo cui l’uomo è
concepito come animale carente, che si intreccia saldamente con la
rivalutazione della retorica come luogo privilegiato dell’umano. La retorica
avrà un doppio ruolo: quello di mostrare come la pistis sia al centro
dell’agire umano e di porre in luce come l’uomo sia contraddistinto da una
carenza originaria che per una sorta di eterogenesi dei fini si rivela essere
all’origine di quel meccanismo antropogenetico che è la fondazione della
comunità umana. Ad emergere è un significato antropologico di retorica che si
configura come la compensazione dell’indeterminatezza dell’essere umano: essa
può essere definita come la tecnica di adattamento provvisorio che precede ogni
morale e ogni verità. La retorica allora costituirebbe una situazione di
emergenza, una strategia dell’esonero, uno strumento di azione in mancanza di
evidenza. Tale funzione compensativa della tecnica retorica guida il discorso
di G. relativo anche alle istituzioni: la vis retorica crea istituzioni: la
società umana ha origine nel poeta come oratore e nel lavoro524. All’interno di
questa prospettiva la riflessione retorica diviene teoria dei segni (semata),
semiotica, e teoria del senso, semantica arcaica, ben lontana dalla semiotica
formale. Una teoria del segno e del senso per il filosofo dovrebbe essere in
grado di elevarsi al livello G., Vico e
l’umanesimo, 242. 524 G., Retorica come filosofia. La tradizione umanistica, 135.
! 175! di filosofia in quanto dottrina dei segni sulla base dei quali si
manifesta il lavoro specificamente umano (ergon anthropinon). La questione
linguistica si intreccia con quella antropologica dell’origine del mondo umano
come reazione all’agorafobia primordiale della Lichtung, semiosfera da cui si
dipartono i mondi possibili dell’umano. La declinazione antropologica della
retorica in base alla quale quest’ultima si costituisce come pensiero che è
aperto alla chiamata della concreta situazione di vita pone in luce come la
retorica assume un significato essenzialmente nuovo; retorica non è, né può
essere l’arte, la tecnica di una persuasione estrinseca; è piuttosto il
discorso che costituisce la base del pensiero razionale. Essa è la base di quel
theorein che è proprio della filosofia: un theorein che non ha una costituzione
razionalistica ma è una visione puramente indicativa, schematica, immaginifica,
che, come tale, opera opera anche pateticamente e quindi retoricamente528. IV.
II. La retorica come critica del paradigma scientifico Il nucleo singolare
dell’opera di G. si rivela come una nuova e specifica prospettiva
sull’umanesimo retorico quasi sempre obliato dagli storici della filosofia del
Rinascimento tra i quali Kristeller e Cassirer529. Come dimostrato dalla sua
intensa attività all’Istituto Studia Humanitatis (inaugurato il 6 dicembre del
1942 nell’università di Berlino), presso il Centro italiano di studi umanistici
e filosofici a Monaco (1948) e soprattutto dall’attività editoriale della
Humanistische Bibliothek, la collana Tradiciòn y Tarea, G. propone un’idea
diversa del pensiero umanista. Egli Retorica
come filosofia, 194. 526 W. Veit., Critica radicale della ragione o l’altro
rispetto alla ragione: la sfida della retorica, 99-126, in AA. VV., Studi in
memoria di G., 113. 527 Retorica e filosofia, in Vico e l’umanesimo, 97. I
corsivi sono nostri. 528 Potenza dell’immagine. Rivalutazione della retorica, 17-18.
529 le osservazioni esposte nel II
capitolo. ! 176! non riduce tutto l’umanesimo al recupero del
platonismo – ricordiamo l’opposizione tra umanesimo platonico e non
platonico530 di cui spesso parla il filosofo – ma mette in risalto l’importanza
dell’altra corrente dell’umanesimo che rivendica il valore della parola
poetica, come parola donatrice di senso, e della prassi vitale e storica. Lo
studio dell’umanesimo allora non appare come il frutto di una curiosità
storiografica o erudita ma come uno sforzo, un impegno, per immettere la
questione dell’uomo sul terreno della correlazione di teoria e prassi che
riscrive anche il tema dell’utilità della filosofia e degli studia humanitatis.
Come leggiamo in La potenza dell’immagine solo in base al chiarimento di una
concreta tradizione storica – cioè di quella umanistica – può sorgere a una
nuova considerazione il problema attuale de a che cosa serve la filosofia, e
quindi il problema del rapporto tra teoria e prassi la problematica dell’umanesimo italiano –
proprio in relazione alla preminenza accordata alla prassi, alla negazione
della parola astratta, razionale – presuppone il superamento della dualità di
una realtà esistente, sperimentata, e di un mondo corrispondente alla ragione,
una dualità che conduce all’insuperabile divaricazione di teoria e prassi531.
Il recupero del passato filosofico – la tradizione umanistica – fa tutt’uno con
l’idea di un’utilità pratica della filosofia che per G. nasce proprio come
naecessitas, come risposta all’appello dell’Abissale, poiché conservare un
passato (è indifferente che si tratti di pensieri, monumenti o avvenimenti),
non considerato in relazione a un compito da assolvere nel presente, è il segno
di una cultura divenuta sterile. Ogni cultura, ogni tradizione, nella quale il
passato perde questa promettente considerazione, decade, avvizzisce. La
tradizione si radica solo nella comprensione del presente. All’interno di
questa prospettiva il filosofo milanese afferma che il vero umanesimo è quello
che incomincia con ALIGHIERI (si veda) e BOCCACCIO (si veda). Contro
l’indirizzo platonico costituito dal versante ficiniano – FICINO (si veda) --
dell’umanesimo per G. permane attraverso i contributi di Vives, NOZOLIO (si
veda), PEREGRINI (si veda), TESAURO (si veda), Graciàn, VICO (si veda), MURATORI
(si veda), LEOPARDI (si veda), una tradizione non-platonica ma retorica, che
resiste a quello , G., La filosofia
dell’umanesimo: un problema epocale, capitolo VI Antiplatonismo e platonismo, 175-197.
531 La potenza dell’immagine spirito razionalista che la relega nell’ambito
della letteratura, dissolvendo l’unione di retorica e filosofia. Il punto di
vista G.ano sull’umanesimo italiano emerge in netto contrasto all’enfasi sulla
ragione e sulla logica privilegiate dal paradigma scientifico. Quest’ultimo si
fonda sul presupposto che la conoscenza oggettiva sia l’unico modo per
comprendere la realtà. Questo tipo di impostazione logico-analitica,
caratterizzata dall’utilizzo del metodo scientifico, non è attenta all’hic et
nunc della situazione concreta ma crede di trovare assiomi autoevidenti
universalmente validi: rispetto al discorso retorico il discorso razionale
invece è fondato sulla capacità una di trarre deduzioni e quindi di legare
delle conclusioni a delle premesse. Il discorso razionale raggiunge la sua
funzione dimostrativa e la sua stringenza mediante la dimostrazione logica. Ne
deriva che il discorso retorico non può avere alcuno spessore filosofico
all’interno del paradigma scientifico. Il discrimine fondamentale tra l’approccio
scientifico e quello retorico al reale risiede nella ricerca dei principi. La
retorica vuole indagare l’origine dei primi principi e la scienza si arresta
alla constatazione delle premesse. Se il discorso dimostrativo è quello che
lega la definizione di un fenomeno riportandolo ai principi ultimi, alle
archai, è chiaro che le prime archai di qualsiasi prova, e quindi conoscenza,
non possono essere esse stesse essere provate, in quanto non possono essere
oggetto di un discorso apodittico, dimostrativo e logico534. Da qui sorge il
problema dell’individuazione del tipo di logos adatto ad una ricerca sui primi
principi, sulle premesse indimostrabili. La risposta G.ana è nota: l’uso di
tali espressioni, che appartengono all’originario, al non-deducibile, non
possono avere carattere e struttura apodittica e dimostrativa, ma solo
indicativa. É solo il carattere indicativo delle archai che rende davvero
possibile la dimostrazione535. La ricerca sul metodo adeguato per accedere al
reale conduce G. a tematizzare l’infondatezza di quella opposizione tra
filosofia topica e critica. Filosofia
critica o filosofia topica? Il dualismo di pathos e ragione, in Vico e
l’umanesimo, 25-26. 534 Retorica e filosofia, in Vico e l’umanesimo La
dimensione retorica va considerata secondo G. non come elocutio ma come
inventio536: non si tratta di un ornamento edonistico del discorso, o di una
celebrazione epidittica, ma di una vis creatrice che attinge al polimorfismo
del reale: la Weltanschauung umanistica tutt’altro che tranquilla, trascura
l’ontologia a vantaggio della metamorfosi, che opportunamente si salda in G.
alla centralità della metafora, stabilendo con la topica una tassonomia mobile
e con l’ingegno legami dal mandato sempre provvisorio537. Il magistero degli
umanisti e di Vico, quale ultimo interprete degli ideali di storicità, della
funzione conoscitiva ma anche esistenziale della fantasia, dell’ingegno e della
metafora, consente a G. di porre l’attenzione al momento genetico, aurorale del
pensiero più che alla sua fase declinante, al suo tramonto. Vichianamente
attento alla natura delle cose che altro non è che nascimento in certi tempi e
in certe guise (Scienza Nuova, Degnità) G. rifugge dagli ideali cartesiani di
chiarezza e distinzione optando per l’opacità dei tropi. In Vico e L’umanesimo
il dualismo di pathos e ragione si concretizza nella dicotomia tra Cartesio e
Vico, tra un filosofare critico e un filosofare topico, che divengono le due
allegorie del danno e del rimedio per la filosofia autentica. Cartesio compare
quale bersaglio polemico di un discorso che vuole scardinare l’impostazione
razionalista del pensiero. G. fa sua la posizione heideggeriana che sottopone
l’autore delle Meditazioni all’affilata mannaia della distruzione ontologica
valutando l’operazione metodica di separazione tra io e mondo538, tra res
cogitans e res extensa un’assurdità. Se si postula una separazione non ci sarà
alcuna possibilità di ricomposizione della frattura come è possibile , sulle
parti della retorica dalle origini alle nuove retoriche di Perelman-Tytheca,
Gruppo di Liegi, retorica del silenzio di Valesio B. Mortara-Garavelli, Manuale
di retorica, Bompiani, Milano 2012. 537 390.
538 Sull’interpretazione heideggeriana dell’ontologia cartesiana del mondo , M.
Heidegger, Essere e Tempo leggere in Essere e Tempo ai paragrafi 19-21.
Secondo Heidegger, a partire da Cartesio avviene nella metafisica un importante
passaggio, quello dalla domanda che chiede che cosa sia l’ente, a quello della
domanda che si pone il problema del fondamento che rende possibile la
comprensione dell’ente. A tale fondamento poi si riconduce – ad esempio, nelle
suggestive pagine di Il nichilismo europeo – lo sviluppo della tecnica come
estrema propaggine del pensare metafisico, come essenza stessa della metafisica
che è nichilismo. Nella tesi cartesiana ego cogito, ergo sum, infatti,
Heidegger vede espresso un primato dell’io umano ed una nuova posizione
dell’uomo, poiché l’uomo diventa subiectum540, il fondamento e la misura di
ogni certezza e verità. Asserisce il pensatore tedesco che la tradizionale
domanda guida della metafisica – che cos’è l’ente – si trasforma all’inizio
della metafisica moderna nella domanda del metodo, della via per la quale, è cercato qualcosa di assolutamente certo e
sicuro541. Tale metodo è il cogito e le sue strutture. G. fa sua l’impostazione
heideggeriana e afferma che occorre abbandonare l’ipotesi di un inizio
cartesiano del pensiero moderno poiché il vero inizio è quello che include il
pathos all’interno del logos. Egli sostiene che all’inizio della filosofia
moderna Descartes escluse scientemente la retorica – e le altre materie proprie
dell’educazione umanistica – dalla filosofia come pura ricerca della verità542.
Il dualismo di dimensione patica e dimensione razionale ha come conseguenza sul
piano teorico una contrapposizione tra il piano individuale, storico e
temporale della retorica e il piano generale, astorico, e svincolato dall’hic
et nunc. Il problema della connessione di pathos e logos, di filosofia critica
e topica, viene posto per la prima volta secondo G. in modo teoricamente
articolato nella filosofia vichiana del De ratione studiorum di cui egli
ricostruisce minuziosamente le tappe della critica al razionalismo cartesiano
nel saggio Filosofia critica o filosofia topica? Il dualismo di pathos M. Heidegger, Il nichilismo europeo, Adelphi,
Milano, G., Filosofia critica o filosofia topica? Il dualismo di pathos e
ragione, in Vico e l’Umanesimo, 25. ! 180! e ragione. Le questioni
poste sul tavolo della discussione sono molteplici: la pretesa di partire da un
primo vero attraverso il dubbio metodico; esclusione delle verità seconde;
esclusione del verisimile543. Se il primo vero riguarda l’essere e la catena
deduttiva della dottrina della scienza atta a conoscerlo, le verità seconde
pertengono all’ambito delle necessitates umane che spingono l’uomo a ricercare
quei mezzi per sopravvivere essenzialmente tecnico-poietici. Il metodo critico
di impostazione cartesiana trascura in questo modo la sfera retorica,
immaginativa, fantastica, ma anche politica della vita umana, ridotta al suo
puro aspetto cogitativo. G. pone l’attenzione sul passo vichiano del De Ratione
in cui è enunciata la priorità della topica sulla critica: giacchè, come
l’invenzione degli argomenti precede per natura la valutazione della loro
veridicità, così la dottrina topica dev’essere preposta a quella critica544. Si
chiede il filosofo milanese: chi ci assicura che le premesse dalle quali parte
il processo critico non rispecchino solo un singolo aspetto della realtà,
limitando di conseguenza le conclusioni che ne derivano? Non ha il metodo
critico trascurato la retorica, la politica, la fantasia dimostrando così la
sua unilateralità razionalistica? Non è la deduzione che precede l’inventio, ma
al contrario ogni catena di ragionamento è possibile unicamente sulla base di
un ritrovamento di luoghi. Si tratta dell’arte topica, ossia l’arte
dell’invenzione di cui CICERONE (si veda) e Quintiliano ci hanno parlato e su
cui già Aristotele si pronuncia in Topica in cui a quest’arte è riconosciuta la
capacità di individuare a quanti e quali oggetti si rivolgono i discorsi, da
quali elementi derivano, e come sia possibile avere tali discorsi facilmente a
disposizione546. La questione è ancora una volte quella di tenersi lontani da
una visione unilaterale della realtà tenendo conto piuttosto delle innumerevoli
forme dell’apparire del reale, da interpretare in tutta la sua ricchezza. La
radicalizzazione dell’opposizione tra logos e pathos in realtà è spia di
un’esigenza Vico, Sul metodo degli studi nel nostro tempo, 39. 545 G.,
Filosofia critica o filosofia topica? Il dualismo di pathos e ragione, in Vico
e l’umanesimo, 36. 546 Aristotele, Topica, 101 b 3. ! 181! di unità
nel quadro di una prospettiva onto-antropo-logica che mira a gettare un ponte
tra logos e pathos, tra pensiero retorico e scientifico. Leggiamo in Retorica e
filosofia che la tesi che l’essenza della filosofia si riduca esclusivamente al
processo razionale non regge. Anzitutto perché esso presuppone inevitabilmente
un’altra attività, quella dell’invenire, che lo precede547. Lo scopo del
filosofo è quello di trovare il fondamento comune di retorica e filosofia, e la
sua prospettiva non-riduzionista è capace di tenere conto di quella torsione
che avviene nell’uomo con il sopravvenire del linguaggio, come mediazione tra
gli istinti e gli impulsi da un lato e gli scopi dall’altro. Il linguaggio
segna e delimita i diversi aspetti dell’umano che esprime il proprio senso
della realtà primariamente attraverso un logos metaforico e non tramite la
definizione, il concetto, il linguaggio razionale. Di conseguenza la soggettività
che traspare dalle riflessioni G.ane non è dotata di una identità monolitica e
infrangibile, non è compatta e unitaria ma è una soggettività frammentata e
consegnata alla contingenza, alla circostanza, costretta a ridefinirsi
continuamente. Il Da-sein è allora atto di ricomposizione, attraverso la
ragione fantasticante548 (che tiene insieme come compossibili e non come
contraddittori logos-pathos), dei cocci dell’esistenza tra i quali ci muoviamo,
consapevoli dell’instabilità e della mutevolezza, del divenire che necessita di
un logos adeguato alla sua espressione: la metafora. Nell’onto-antropo-logia G.ana
ritroviamo un Da-sein che riconosce l’inesistenza di un fondamento ma non
rinuncia ad esporsi alla motilità dell’esistenza e a costruire un senso tra le
pieghe e le piaghe che caratterizzano il movimento della vita. In questo
percorso di fondazione e di costruzione l’idea di retorica si pone in una
posizione innovativa. Come sottolinea Gabin nella recensione del 1983 a
Retorica e filosofia G. può essere collocato di fatto nel contesto della
retorica contemporanea che mette in luce uno slittamento dalla teoria della
corrispondenza a quella G., Filosofia
critica o filosofia topica? Il dualismo di pathos e ragione, Vico e
l’umanesimo, 33. 548 Viaggiare ed errare, 180. ! 182! della
coerenza. Afferma lo studioso che gli echi di Richards, Burke, Barthes,
Derrida, Ijsseling e molti altri circolano nelle pagine di G, ragione per la
quale egli scrive nella tradizione di coloro che credono nella natura circostanziale
del pensiero e nella implicita unità di idea e immagine550. Tale slittamento
mette in luce, attraverso il ripercorrimento della lunga storia della retorica,
da Aristotele a CICERONE (si veda) e Quintiliano, d’ALIGHIERI (si veda) a BRUNI
(si veda) e VALLA (si veda), da VICO (si veda) a Nietzsche e UNGARETTI (si
veda), uno scopo ambizioso: capire meglio le ragioni profonde di quella storia
e, ripercorrendole, tornare all’universo contemporaneo per cercare di enucleare
alcune direzioni di ricerca e suggerire nuovi approcci. La teoria retorica G.ana
mette in luce una dimensione pragmatica della coerenza per dirla con McPhail551
che si fonda su una riconsiderazione del tema della credenza/pistis. Il
magistero umanistico conduce il filosofo a riscoprire il mondo della storicità
umana, il valore conoscitivo della fantasia-ingegno, della metafora, il ruolo
civilizzatore e coesivo della retorica, la funzione politico-economica dei
miti, il potere metamorfico del lavoro, capace di convertire la natura in
cultura. Il filosofo predilige nella sua indagine retorica il momento aurorale,
arcaico: i punti di partenza, i presupposti dell’agire, il momento genetico,
còlto nelle sue implicazioni gnoseologico- pratiche e antropologiche.
Privilegiando la dimensione pre-teoretica, il mondo della vita, il momento che
precede quello razionale, le archai originarie, di natura topica e non critica,
indicativa e non Mette in luce l’ipotesi
dello slittamento dalla teoria della corrispondenza a quella della coerenza in
G. M. L. McPhail, in Coherence as Rapresentative Anecdote in the Rhetorics of
Kenneth Burke and G., 76-118 in Kenneth Burke and contemporary European
thought: rhetoric in transition, Tuscaloosa, University of Alabama.
Sull’importanza di G. nella retorica contemporanea , S. K. Foss-K. A. Foss-R.
Trapp, Contemporary Perspectives on Rhetoric, Waveland, Long Groove Illinois,
capitolo III 54-74. Per un approfondimento dei temi della coerenza e della
corrispondenza nelle teorie della verità , M. Dell’Utri, Il falso specchio.
Teorie della verità nella filosofia analitica, ETS, Pisa 1996. , E. Raimondi,
La retorica d’oggi, 77-78. 550 R. J. Gabin, Review of Rhetoric and Philosophy: the Humanist
Tradition, Quarterly Journal of Speech 69, n. Echoes of Richards, Burke, Barthes,
Derrida, Ijsseling and many others ring through G.’s pages, for he writes in
the tradition of those who believe in the circumstantial nature of thought and
the underlying unity of idea and image, 221. Traduzione nostra. Cf., M. L. McPhail, op. 77. A comparison of
the rhetorics of Burke and G. shows that both writers’ conceptualizations of
language exemplify the evolution from correspondence to coherence in
contemporary rhetorical theory. Una
comparazione delle retoriche di Burke e G. mostra che le riflessioni sul
linguaggio di entrambi gli autori esemplificano l’evoluzione dalla teoria della
corrispondenza alla teoria della coerenza nella teoria retorica contemporanea.
Traduzione nostra. ! 183! dimostrativa, ingegnosa e non razionale,
retorica e non logica, egli dedica attenzione particolare ad autori, quali
Aristotele, Vico e Leopardi, le cui riflessioni si concentrano sulla dimensione
aurorale della fondazione della civiltà. Se con Vico e Leopardi siamo di fronte
ad una idea di humanitas all’insegna del pathos, secondo i quali la priorità
non è affidata al procedimento razionale, anonimo e astorico, al linguaggio
denotativo, chiaro e distinto, ma alla retorica e all’immagine, alla ricchezza
e all’opacità dei tropi, con Aristotele possiamo guadagnare un concetto di
logica affidata alla pistis, un’idea di sapere non fondata sulla deduzione – il
filosofare noetico-non metafisico. Sono in gioco tre aspetti fondamentali: -!
la focalizzazione sull’aspetto fondativo del linguaggio -! l’analisi dei
principi epistemici fondati sulla dimensione simbolica del pensiero e
dell’azione umani -! l’articolazione dell’aspetto ontologico che caratterizza
l’esistenza umana in termini di metafora drammatica, che ha una natura
affermativa e positiva in quanto forza propulsiva nella Menschwerdung G. vede
l’esistenza umana come essenzialmente retorica ed esplora la metafora come
l’aneddoto rappresentativo dell’esistenza552 che ha potere generativo. La
concettualizzazione dei grandi temi della filosofia, ma anche dell’arte e della
letteratura, sposta l’attenzione sul mondo storico, sulle passioni dell’uomo,
sulle tradizioni drammatiche, teatrali e metaforiche dell’occidente. La
particolare considerazione G.ana dell’umanesimo e della retorica che lo
contraddistingue emerge proprio in contrasto con l’enfasi posta dal paradigma
scientifico sulla ragione e sulla logica. Il pensiero scientifico e filosofico
tradizionale si basa sulla presupposizione che la conoscenza razionale sia la
via da preferire per accedere al reale. La critica G.ana al deduttivismo logico
e ad un sapere schiavo della mathesis universalis lo conduce verso
l’individuazione del momento critico del pensiero razionale
nell’indimostrabilità dei principi. 79. G. similarly sees human existence as essentially
rhetorical, and explores metaphor as his representative anecdote. Traduzione nostra. ! 184! IV. IV. La
struttura della presupposizione Come leggiamo in La priorità del senso comune e
della fantasia: l’importanza di Vico oggi la logica tradizionale distingue tra
due modi per fondare la conoscenza. Il metodo deduttivo comincia da premesse e
deriva le inferenze già presenti in esse. Qui è indispensabile che le premesse
risultino universalmente valide e necessarie ma le premesse sono necessariamente
presupposte nella deduzione553. A fare problema è la struttura della
pre-supposizione, dell’upothesis. Secondo il filosofo quando si tratta di
protasi, di indicazioni di indole arcaica – cioè originaria, dominante – siamo
obbligati a riconoscere che essa non ha e non può avere un carattere
dimostrativo, discorsivo bensì – come si esprime Aristotele – noetico554. I
primi principi hanno carattere svelante e manifestativo: si tratta del
mitologema originario della filosofia, l’aporia contro cui urta il soggetto
parlante. Nella struttura della presupposizione, dell’ipotesi, o, nei termini G.ani,
dei principi indeducibili, si articola l’intreccio di essere e linguaggio, di
mondo e parola di ontologia e logica. Per il filosofo i principi non possono
essere dimostrati perché essi sono alla base di ogni dimostrazione. Non
attraverso la ratio si accederà ad essi, ma attraverso il pathos, che non è il
contrario del sapere ma un’altra forma di sapere, un sapere arcaico. Dalla
prospettiva del filosofo dobbiamo chiederci se le asserzioni originarie non
sono dimostrabili, qual è il carattere del discorso con cui le esprimiamo? qui ci si pone di fronte al problema
fondamentale del carattere che ha e deve avere la formulazione delle premesse,
ossia delle basi556. Il discorso apodittico, quello che prova e dimostra
(apo-deiknymi), pone la definizione di un G., La priorità del senso comune e e
della fantasia: l’importanza di Vico oggi, pubblicato in AA. VV., Vico and
Contemporary Thought, Vol. I, Humanities Press International, New Jersey 1976,
ora in Vico e l’umanesimo, 43. Corsivo nostro. 554 Filosofare noetico non
metafisico, 17. 555 Sul problema della presupposizione come mitologema
originario della filosofia , G. Agamben, Che cos’è la filosofia, Quodlibet,
Macerata 2016. 556 , G., Retorica e filosofia, in Vico e l’umanesimo, 97.
! 185! fenomeno riportandolo ai principi ultimi o archai. Ed è chiaro che
le prime archai di qualsiasi prova, e quindi della conoscenza, non possono esse
stesse essere provate557. Tale sapere arcaico coinvolge anche una riflessione
sul mito – come principio instauratore originario di una comunità558 – sulla
dottrina topica-inventiva – interpretata come dottrina della visione
originaria559 –, sulla metaforologia – come prassi linguistica e biologica560
–, sull’ingenium –come proprietà comprensiva più che deduttiva dell’uomo561 – e
sulla phantasia intesa nella sua funzione ontologica come attività originaria
che scopre le relazioni sulla base delle visioni delle somiglianze562. L’apogeo
della critica contro la deriva razionalistica del pensiero si colloca
nell’individuazione dell’opposizione delle nozioni aristoteliche di nous e di
episteme. G. infatti istituisce un collegamento tra nous e archè, mettendo in
luce la stessa matrice originaria dell’episteme: l’urgenza, l’impellenza e
l’appello dell’essere si svelano attraverso segni indicativi, colti attraverso
la passione. Quella che G. definisce come noetica è la forma originaria della
filosofia e si configura come a priori trascendentale di ogni dimensione
deduttiva e storica. Leggiamo in Significare arcaico che nella sfera
dell’originario non esiste dualismo di pathos e logos e nell’ambito dei segni
indicativi noi esperiamo l’aletheia arcaica sacrale e con ciò estatica,
patetica, manica563. Per il filosofo se il dualismo di sapere e di pathos non
ha luogo nella sfera 96. 558 Mito ed arte, 162. , anche Arte e
mito, cit. 559 Retorica come filosofia. La tradizione umanistica, 93. 560 , Potenza
della fantasia. Per una storia del pensiero occidentale, 192. La facoltà del
trasferimento di senso, il metapherein, è fin dall’inizio essenziale alla vita.
, La filosofia dell’umanesimo. In problema epocale, 179. La metafora con il suo
carattere immaginifico e non causale, non concettuale ma ingegnoso, supera il
divario che corre tra la teoria, il concetto universale, e la pratica sempre
connessa con il caso particolare
l’espressione metaforica è in sé e per sé una risposta all’appello
dell’Essere che si impone qui ed ora. 561 Retorica come filosofia. La
tradizione umanistica, 94. 562 Potenza della fantasia. Per una storia del
pensiero occidentale, 190. 563!Id., Significare arcaico, 491.! !
186! dell’originario564 – palesandosi solo nell’ambito, razionale,
dedotto – allora dobbiamo constatare che ogni discorso razionale si radica nel
discorso arcaico puramente semantico, il quale scaturisce nella sua
immediatezza nell’ambito del nous, dell’ingenium, della facoltà che realizza la
visione dei segni originari che presiedono al mondo umano565. L’aspra critica
al deduttivismo, al riduzionismo logico del pensiero, e alla matematizzazione
di ogni discorso non compromettono tuttavia lo spessore filosofico della filosofia
di G. che resta integro proprio nell’insistenza della ricerca sul perché, su
una, per quanto miope, visione dell’origine, su un primum esperibile attraverso
segni, indicazioni. Le indagini sulla retorica si inseriscono all’interno del
contesto ermeneutico di riabilitazione della retorica che, come è noto, ha
inizio con le riflessioni di Perelman. La riflessione condotta a partire da una
prospettiva di teoria dell’argomentazione e dell’eloquenza genera un’aporia:
l’alternativa teorica che si pone è tra un eccesso di retorica e una chiusura
nei confronti della retorica. La questione che G. pone travalica l’alternativa
tra rifiuto o accettazione566 e ha come fuoco di ricerca l’indagine di quello
spazio di sapere collocato tra retorica e filosofia. La domanda che il filosofo
si pone è: esiste questo e tra retorica e filosofia? L’opposizione tra retorica
e filosofia che è oggetto di Retorica e filosofia del 1980 già si profila a
partire da L’inizio del pensiero moderno in cui il LINGUAGGIO vive la
contrapposizione tra la sua veste scientifico-dimostrativa e quella
metaforico-indicativa. Nella nostra analisi prenderemo in considerazione le
diverse definizioni di retorica offerte dal filosofo, che corrispondono a
funzioni differenti a seconda del contesto nel quale l’argomento retorico è
trattato, .! 565!.! 566 Sulla concezione della retorica in G. M. Marassi, Retorica, storicità ed umanesimo,
199-216, in G., La filosofia dell’umanesimo: un problema epocale, cit.; M.
Marassi, Introduzione, 11-27, in G., Retorica come filosofia. La tradizione umanistica,
cit. R. Blum, Rhetoric is the home of trascendent: G.’s response to Heidegger’s
attack on humanism, Intellectual History Review, 22:2, 261-287; M. L. McPhail,
Coherence as rapresentative anecdote in rethorics of Kenneth Burke and G., 76-118,
in B. L. Brock, Kenneth Burke and contemporary european thought, University of
Alabama Press, 1995. ! 187!
allo scopo di mettere in luce non la compromessa unità del concetto di retorica
quanto piuttosto l’intrinseca capacità di generare significati e contesti. IV.
V. Il logos retorico: la tripartizione del discorso Nel contesto dell’analisi
delle molteplici forme di discorso G. parte dalla messa in discussione della
riduzione del discorso retorico a semplice tecnica di persuasione. Secondo il
filosofo il problema retorico può essere affrontato da due punti di vista: si
può considerare la retorica in senso tradizionale, quindi come arte, come
tecnica di persuasione567 o da una prospettiva più generale di interazione con
il sapere teoretico. Per comprendere il senso autentico della concezione
retorica dovremo prendere le distanze dall’approccio speculativo che la riduce
ad arte della persuasione, privandola della componente filosofica. A tal
proposito G. individua TRE TIPI DI DISCORSO: il discorso retorico esteriore, IL
DISCORSO RAZIONALE [cf. H P. Grice, The rules of rational discourse], e il vero
discorso retorico. Il primo discorso si riferisce solo alle immagini perché
influenzano le passioni568 ed è il discorso retorico in senso classico. La
seconda forma è il classico discorso razionale a carattere dimostrativo. Infine
c’è il vero discorso retorico che scaturisce dalle archai569: esso non è
deducibile ma è indicativo. ! G., Retorica come filosofia. La tradizione
umanistica Tralasciando il secondo tipo di discorso, quello razionale – di cui
si è già detto sopra – vorremmo soffermarci sul duplice senso del discorso
retorico: come tecnica della persuasione e come discorso semantico. Lo scopo
dell’analisi del filosofo è quello di rintracciare le caratteristiche del
discorso semantico sulla base del quale è possibile comprendere sia la retorica
come tecnica di persuasione sia il discorso razionale-scientifico. L’indagine
sulla retorica allora allarga il proprio raggio di azione ben al di là delle
classiche tematiche oggetto della retorica classica per divenire occasione per
un ripensamento dei fondamenti del sapere scientifico-filosofico e della
tecnica oratoria classicamente intesa. Quella di G. è non è l’ennesima
sistemazione tassonomica del materiale discorsivo ma una retorica come teoria
che assurge a filosofia generale e che ha come oggetto di riflessione i
fondamenti pre-teoretici, pre-categoriali, ante-predicativi del sapere. Il
filosofo parla non a caso di significare arcaico. Leggiamo in Retorica e
filosofia che il discorso indicativo o allusivo (semeinein) fornisce la
struttura in cui può nascere la prova. Inoltre se la razionalità è identificata
con il processo di chiarificazione, noi siamo costretti ad ammettere che la
primitiva chiarezza dei principi non è razionale, e a riconoscere che il
linguaggio corrispondente, nella sua struttura indicativa, ha un carattere
evangelico570. Secondo il pensatore milanese tale tipologia di discorso –
quello semantico-arcaico – è una Darstellung, una esposizione
fantastica-teoretica. In questa esposizione fantasia e teoria si identificano
in quanto facoltà della visione: in tal modo il discorso che realizza tale
esposizione pone dinanzi agli occhi (phainesthai) un significato571. Il sistema
retorico G.ano mira a costruire il ponte tra retorica e filosofia e proprio in
questa operazione di integrazione possiamo individuare l’unità del discorso
contro l’ipotesi dualista su cui ci siamo già soffermati572. Afferma il
filosofo che la filosofia non è una sintesi posteriore di pathos e logos, ma
l’unità originaria di entrambi sotto il potere delle archai originarie quindi la vera filosofia è la retorica e la
vera retorica è la Retorica e filosofia, in Vico e l’umanesimo, 97. 571 .
572 . filosofia. Contro la
tradizione occidentale razionalista G. non pensa che la retorica non sia fonte
di conoscenza vera, anzi la retorica nasce dall’insufficienza del pensiero
razionale574. Così il termine retorica assume un significato essenzialmente
nuovo: retorica non è, né può essere l’arte, la tecnica di una persuasione
estrinseca; è piuttosto il discorso che costituisce la base del pensiero
razionale. Si tratta della tragedia del pensiero razionalistico che si trova a
fare i conti con la matrice stessa del suo procedimento. La genesi della
struttura del LINGUAGGIO razionale, dialettico, dimostrativo è il linguaggio
semantico, immediato, illuminante, indicativo. Se il logos indicativo o
allusivo fornisce la cornice in cui può nascere la prova, la cui primitiva
chiarezza non è razionale, dobbiamo riconoscere che il linguaggio
corrispondente ha un carattere indicativo ed evangelico nel primitivo
significato greco di questa parola, cioè di osservare. La retorica come punto
di partenza della scienza e della razionalità è contrassegnata da una nota
antropologica che si configura come compensazione dell’indeterminatezza
dell’essere umano. Essa allora costituirebbe una situazione di emergenza, una
strategia dell’esonero, uno strumento di azione in mancanza di codici
prestabiliti. Come avrebbe detto Blumenberg assioma di ogni retorica è il PRINCIPIO
DI RAGIONE INSUFFICIENTE e ciò vale anche per G. che conosceva bene Blumenberg
e che asserisce, con una sorprendente consonanza teorica, che la retorica nasce
dall’insufficienza del pensiero razionale. La retorica allora mostra
l’imbarazzante luogo in cui si trova: certifica da un lato l’insufficienza e
dall’altro pone in luce quelle prassi che si dipartono da quell’insufficienza
originaria e che non possono essere messe da parte in nome di una scienza della
verità e dell’evidenza. G., Retorica come filosofia, 74. Corsivi nostri. 574 La
filosofia dell’umanesimo: un problema epocale, 156. 575 Retorica e filosofia, in
Vico e l’umanesimo, 97. 576 . 577 H. Blumenberg, La realtà in cui viviamo,
Feltrinelli. , R. Messori, Le forme dell’apparire, cit. , G.-H. Blumenberg,
Correspondenz, consultabile presso il Deutsches Literatur Archiv di
Marbach. ! 190! Se in Blumenberg abbiamo una distinzione tra
retorica dell’ornatus e retorica come prestazione metaforica, tale che la
retorica come compensazione di una mancanza non si articola anche come compensazione
di una mancanza di verità e di evidenza – il che conferisce in ultima istanza
una piega antiretorica al discorso di Blumenberg – in G. la compensazione entra
in gioco proprio per l’esatto opposto: per eccesso di evidenza, per eccesso di
verità. Il reale contro cui urtiamo definitivamente, che ci incalza e ci chiama
– l’appello dell’essere – appare nella sua evidenza abbagliante che possiamo
solo patire. Come possiamo leggere in La metafora inaudita: originarietà e
paradossia della metafora ciò che patiamo non sono gli enti ma ciò che in
funzione dei sensi – entro i limiti di piacere e dolore – si impone sempre
carico di significato. L’uomo vive esclusivamente sotto l’impeto di segni
indicativi, cioè dell’abissale di cui i sensi sono strumenti. Das Reale als
Leidenschaft: il reale va inteso come passione. Secondo G. è il reale, il
mondo, con tutto il suo carico di estraneità e di alterità, che fa scattare il
meccanismo retorico, la risposta umana alla multilateralità della vita che è
evidente, si pone sotto agli occhi, ma allo stesso tempo è caratterizzata da
un’opacità che ci costringe al lavoro dell’interpretazione esistenziale – sia
essa del testo, della lingua, del concetto. Del resto in G. retorica e
filosofia, pathos e logos non sono che due approcci metodologicamente distinti
ma che hanno una medesima origine: il reale che genera angoscia, la quale
indica la fondamentale esperienza esistenziale dell’inadeguatezza del codice
biologico582. Essa spezza il cerchio funzionale puramente biologico e a mezzo della parola, porta l’uomo alla
conoscenza di tale potenza, cioè alla consapevolezza della propria condizione
strana e non addomesticata583. La proposta retorica e Quella dell’uomo ricco che possiede la
verità. 580 Quella dell’uomo povero che non possiede la verità e che fa della
retorica una tecnica compensativa. 581 G., La metafora inaudita: originarietà e
paradossia della metafora, 5-20, in Quaderni di italianistica Volume IX, No. 1,
1988, 15. 582 Retorica come filosofia, 189. 583 Ivi. I corsivi sono
nostri. ! 191! linguistica del filosofo si pone in antitesi alla
coeva retorica di Perelman-Tyteca almeno per quanto concerne la teoria dell’evidenza.
In Trattato dell’argomentazione abbiamo una definizione del discorso proprio in
relazione al suo rapporto con l’evidenza: la natura stessa dell’argomentazione
e della deliberazione s’oppone alla necessità e all’evidenza, perché non si
delibera dove la soluzione è necessaria, né s’argomenta contro l’evidenza. Il
campo dell’argomentazione è quello del verosimile, del probabile, nella misura
in cui questo sfugge alle certezze del calcolo584. Secondo questa concezione il
campo dell’argomentazione è la prassi, l’attività umana, e un inaggirabile
carattere è quello dell’incertezza. In quest’area dell’indefinibile una volta
per tutte rientrano tutte quelle opinioni, giudizi di valore, inquietudini,
incertezze che non si qualificano come errori, non si oppongono in modo
irrevocabile ad una verità (che risponde solo ai criteri della scienza) ma che
rientrano a pieno titolo in quell’idea di ragione integrale in cui il vero si
declina come verisimile. Emerge il tema dell’eikos concettualizzato anche da G.
nella sua lettura di VICO e che mostra il progetto di una nuova retorica che fa
appello ad una idea di ragione e verità che non si misura solo con il criterio
dell’evidenza ma che salvaguardia il valore di verità delle questioni morali,
sociali, politiche e religiose. Afferma il filosofo in Retorica come filosofia
che il logos della nuova retorica è quello capace di dire il fondamento del
mondo umano, il mondo come espressione di disperazione nella situazione
specificamente umana585. Tale logos in quanto onoma e rhema, in quanto nome e
verbo, dice non solo l’oggetto (objectum) ma la totalità di significatività
nella quale è inserito l’oggetto. Sostiene il filosofo che questa distinzione –
quella di onoma e rhema – acquista un significato fondamentale. La parola in
quanto nome designa ciò che chiamiamo oggetto (objectum). Ma un oggetto non
esiste mai isolato, poiché appare sempre solo nella dinamica di un compito da
adempiere rispetto a certi bisogni586. La parola allora non definisce e non
isola i fenomeni sensibili ma è lo spazio in cui accade la loro relazione
reciproca e la connessione con C. Perelman-L. Olbrechts-Tytheca, Trattato
dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, Torino 2001, 3. 585 G.,
Retorica come filosofia, 191. 586 192. I
corsivi sono nostri. ! 192! l’essenza umana. La parola in quanto
presupposto e annuncio viene perciò
espressa nel linguaggio retorico, in quel linguaggio che si impone nel nostro
impegno disperato e patetico, dal momento che la preoccupazione principale è
quella di formare l’esistenza umana587. Proprio perché massimamente evidente
nella sua poliedricità il reale trova la sua dicibilità nella multiformità
linguistica: attraverso il dire metaforico. Secondo il filosofo la metafora
agisce come una luce perché presuppone un’intuizione di relazioni. L’essenza
della parola risposa nella sua struttura analogica e traspositiva. L’unica
parola capace di indicare il trasferimento, il potere di mutazione e
trasposizione è la metafora. G. sottolinea come il traslare (metapherein) non
ha originariamente un significato linguistico e tanto meno letterario: il
termine metapherein indica il tra-sferire un oggetto da un luogo ad un altro –
dualità – il che presuppone un passaggio, un transito, un ponte che l’uomo deve
progettare, cioè gettare da un luogo ad un altro luogo, da un qui ad un là589.
La questione non è tanto quella di congedarsi dalla verità ma quella di
abbozzare i prolegomeni per una riflessione metodologica sui fondamenti del
discorso, sui presupposti dell’argomentazione. La nuova retorica G.ana prende
congedo da un’idea di evidenza di tipo matematico-scientifico, e fa perno su
un’idea di evidenza come certezza: lo sfondo antropologico della retorica
sottolinea come il nostro sapere sia basato sulla fiducia, sulla pistis che ha
la stessa radice di persuadere. La certezza è una sorta di fiducia originaria.
Come il filosofo asserisce in Il ripudio del razionale la pistis non è opinione
né conoscenza poiché non ha le radici
nell’indicazione di una ragione, ma è il risultato di un’esperienza
fondamentale che porta a un atteggiamento. Tale atteggiamento scaturisce
dall’esperienza di un compito (Auf-gabe) nel duplice senso della parola:
l’esperienza di una domanda (An-spruch), una dichiarazione nei riguardi
dell’essere590. Il rapporto fiduciario costituisce allora uno dei tratti
antropo-biologici fondamentali che solo successivamente si tramuta in techne
retorica – la retorica come arte della persuasione. Attraverso la . I corsivi sono nostri. 588 167. 589 La metafora inaudita: originarietà e
paradossia della metafora, 10. 590 Il ripudio del razionale, in Vico e
l’umanesimo, 165. ! 193! lunga preistoria umanistica
dell’antropologia filosofica per G. possiamo comprendere il fondamentale
incrocio fra la questione della natura umana e quella retorica della funzione
della trasmissione del sapere e della costruzione. La retorica diviene una
tecnica per condurre la vita, elaborata da parte di un essere, l’uomo, che si
scopre povero di mondo, e, dunque, costitutivamente bisognoso di strategie
indirette di sopravvivenza per la costruzione di un universo culturale. Il
discorso more rhetorico ingloba anche quella categoria del politico all’interno
del processo linguistico che rende possibile la fondazione della comunità.
L’apertura è verso una considerazione della retorica come meccanismo
antropogenetico – la fondazione politico-civile – e come riflessione
metodologica sui presupposti del discorso. Accostarsi alla retorica da un punto
di vista antropologico, come fa G., significa rintracciare il fondamento
tecnico dell’autoaffermazione nella costruzione di un mondo culturale e di un
sistema di istituzioni in quanto strategia di sopravvivenza in assenza di una
Umwelt naturale che assicuri l’esistenza umana. In questa prospettiva
ermeneutica vanno inquadrate le interpretazioni G.ane dell’umanesimo. Come si
afferma in Retorica come filosofia la negazione umanistica del primato della
logica rompe con l’ideale matematico della conoscenza1 e per comprendere questa
tradizione umanistica occorre prendere in considerazione quelle teorie che
trattano del problema dell’origine della comunità umana e della funzione
politica della poesia592. La tecnica retorica si configura come forma
paradigmatica di quella relazione indiretta, esonerante, con la realtà, che è
costitutiva della natura umana. L’idea guida è quella di un agire umano inteso
come compensazione dell’indeterminatezza cui risulterà coordinata una retorica
intesa come faticosa produzione di quelle concordanze che debbono subentrare al
posto del fondo sostanziale dei codici affinché l’agire diventi possibile. Tale
funzione compensativa della tecnica retorica guida il discorso di G. relativo
anche alle istituzioni: la vis retorica crea istituzioni. Retorica come filosofia, 133. 592 . Corsivi
nostri. ! 194! La radicalizzazione antropologica dell’idea di
retorica mette in risalto un aspetto fondamentale dell’interpretazione di G.:
il comportamento tecnico dell’uomo che genera la retorica, in qualità di
prestazione sostitutiva/esonerante, non esce dalla logica compensativa. La
retorica rimane per G. – proprio per la sua valenza antropologica – una
prestazione compensativa/sostitutiva, e la stessa funzione finisce con l’essere
attribuita retrospettivamente alla metaforologia e in prospettiva alla
creazione di istituzioni. La declinazione antropologica operata da G. comporta
che il fenomeno storico retorica sia privato della sua storia concettuale e
delle sue funzioni effettuali nella storia della cultura e della società, e sia
eletto a metafora assoluta della conditio humana. Tocchiamo qui uno dei nervi
scoperti del discorso di G., che rimane chiuso in un’interpretazione che in
ultima analisi lo costringe a considerare il comportamento tecnico dell’uomo
come una prestazione sostitutiva/esonerante, non uscendo dalla logica
compensativa, e non fornendo in alcun modo una lettura adeguata della natura
tecnica dell’uomo, cioè di quella stessa interazione natura/ars da cui pure muoveva
l’interesse antropologico per la retorica. La salvaguardia delle molteplici
forme di apparire dell’essere – il vero, il buono, il bello –, della metamorphè
costitutiva del reale, induce G. a ricercare la forma linguistica adeguata a
dire tale metamorphè. Il filosofo si pone i seguenti quesiti: -! attraverso che
cosa sorge il mondo umano se l’uomo, a differenza degli animali, non ha un
ambiente immediato, se questo deve essere costruito ogni volta dall’individuo?
In altre parole, qual è la causa dell’umanizzazione della natura? 593 -! come
si rapporta questa costruzione del mondo umano al fenomeno del linguaggio, del
logos?594 -! è possibile superare la concezione puramente formale della
conoscenza? 183. Corsivi nostri. 594 .
595 .Corsivo nostro. ! 195! Le domande che vengono poste riguardano
tre livelli della riflessione: il livello antropogenetico della fondazione
della civiltà; il piano linguistico dell’espressione del rapporto uomo-mondo;
il tema epistemologico della natura della conoscenza. Cercare di risolvere
questi problemi comporta per G. un’analisi della storia dell’umanesimo che
propone una rinnovata idea di logos. Il logos non può essere ridotto al suo
aspetto formalizzato, logicista, scientifico. Una questione fondamentale è
quella del passaggio dall’Umwelt alla Welt, dal mondo ambiente contraddistinto
dall’immediatezza non-verbale del codice biologico al mondo umano. Secondo il
filosofo esiste un’area in cui possiamo trovare segni indicativi e costrittivi
senza la mediazione della razionalità e del linguaggio: si tratta del mondo
organico. L’analisi del mondo organico mostra degli aspetti che possono essere
ritrovati nel mondo sacrale e retorico. Nell’ambito dell’organico ogni genere e
specie vivente sta sotto i propri segni determinati e indicativi. Tali
codici/diastema mostrano che la realtà appare alla creatura vivente
esclusivamente entro selezioni. Le selezioni (codici/diastema) si inseriscono
all’interno del cerchio funzionale simbolico della vita – nozione mutuata da J.
Von Uexküll – che indica un’unità intatta di segni che sono significativi per
la vita599. Secondo il filosofo l’analisi del mondo animale e biologico
consente di rintracciare delle analogie con le strutture del mondo sacrale,
religioso, retorico che getta luce su un’idea di filosofia rinnovata in senso
non intellettualistico. 182. 597 180. 598 180-181. I corsivi sono nostri. 599 181. ! 196! Dal punto di vista G.ano
i semata che ritroviamo nel mondo biologico mostrano un’intrinseca forza
induttiva (epagein-inducere)600, essi hanno un carattere di guida (arcaico) che
costringe l’animale a creare il proprio ambiente nei limiti del proprio cerchio
funzionale simbolico finalizzato all’autoconservazione. Questi segni possiedono
una funzione metaforica perché trasferiscono un significato a ciò che gli
organi manifestano. Attraverso questo trasferimento di significati appare
all’organismo il suo ambiente specifico che costituisce la sua sola realtà. I
segni hanno un carattere induttivo di guida. L’originarsi di questi ambienti,
di questi kosmoi – nel doppio significato del termine greco come ordine e
ornamento – avviene a livello organico601 per l’autoconservazione. L’unità
dell’ambiente intatto e olistico dell’animale in cui la comunicazione avviene
per voci significative (psophos semantikos) viene meno nell’uomo. La rottura
del codice non verbale immediato che porta alla genesi del mondo umano implica
anche il superamento del livello della comunicazione fonetica immediata602 e la
nascita del logos. Con il linguaggio si profila un compito per l’uomo: il
compito di costruire il mondo in cui vivere603 che spetta all’essere umano come
singolo e non ai segni indicativi immediati del mondo olistico e non
problematico. L’esperienza della frattura – la disintegrazione del mondo
intatto e olistico del biologico – mette l’uomo di fronte alla propria Angst:
gli uomini patiscono l’angoscia che si presenta nell’esperienza fondamentale di
non avere a disposizione un codice immediatamente efficace605. Ma come avviene
questa frattura nel mondo animale? Il logos è causa della disintegrazione del
cerchio funzionale simbolico o prestazione compensativa per riunire ciò che si
era spezzato? Il logos umano: suono, voce, parola Secondo G. occorre rifiutare
la tesi secondo la quale il linguaggio stesso è la causa per eccellenza della
dissoluzione dell’unità dell’organico poiché astrae e isola gli oggetti della
vita da quel ritmo vitale in cui essi emergono e ricevono il loro
significato606. Al contrario il linguaggio sorge nel momento in cui la
dissoluzione è già avvenuta. Infatti perché l’uomo dovrebbe cercare un logos –
un codice completamente diverso dalla comunicazione fonetica pre- verbale – se
l’unità non fosse già scomparsa a favore di una separazione tra soggetto e
oggetto? Sostiene il filosofo che la funzione significativa del linguaggio può
essere spiegata solo come superamento di un isolamento o di una astrazione già
sopraggiunti precedentemente e come separazione di soggetto e e oggetto. Perciò
si impone la necessità di una definizione verbale una volta che si sia
indebolita la comunicazione pre- verble607. Il linguaggio non è la causa della
separazione, del dualismo soggetto e oggetto, ma una prestazione compensativa
con la funzione di ricostruire un legame. L’inadeguatezza del codice
pre-verbale che genera il logos attesta l’assenza nel mondo umano di un codice
immediato. Compito del linguaggio è quello di trovare e formare una symplokè, un
congiungimento di soggetto e oggetto608. Il logos nasce sullo sfondo di
un’esperienza: quella dell’angoscia che testimonia la natura non
addomesticata609 dell’uomo. Per comprendere l’analisi del linguaggio svolta da G.
dobbiamo prendere in considerazione le sue riflessioni sul suono, sulla voce e
sulla parola esposte in particolare nei saggi Prolegomena ad una concezione
della retorica. La phonè come elemento indeducibile del 606 185. Il riferimento polemico G.ano è alla tesi
di R. Thom esposte in Modelli matematici della morfogenesi, Einaudi, Torino
linguaggio, in La metafora inaudita: originarietà e paradossia della metafora e
nel testo La metafora inaudita. Sostiene il filosofo che per delineare i
prolegomena610 al problema del linguaggio occorre analizzare i concetti di
psophos e phoné. Prendendo in considerazione le affermazioni aristoteliche
contenute nel II libro del De anima circa la natura delle voci come suoni
semantici costitutivi del linguaggio611 il filosofo italiano pone in evidenza
l’intima struttura metaforica della voce – il suono semantico – che va a
costituire il linguaggio. Aristotele distingue fondamentalmente il suono (psophos) dalla voce (phoné) per
poi definire la voce come suono
indicativo (psophos semantikos). Da ciò dovremmo dedurre che la voce
costituisce qualcosa di completamente nuovo in confronto al suono, non solo, ma
che la voce è una metafora, cioè nasce dal trasferire (metapherein) un significato,
un segno indicativo (sema) al suono (psophos)612. La dualità tra suono e voce
–la voce è ciò che assegna al suono un significato – è fortemente criticata da G.
che invece ha come scopo quello di superare il dualismo mettendo in discussione
l’idea che il suono non abbia un intrinseco significato. Si chiede il filosofo
è dunque valida la concezione tradizionale dualistica di suono senza
significato e voce, suono semantico indicativo, phoné?613. G. dispprova la
spiegazione aristotelica tecnico-meccanica del suono per tre ragioni: tale
spiegazione non tiene conto che il suono appare attraverso uno strumento che
nel caso dell’uomo è l’organo uditivo614; occorre, al contrario, tenere
presente che il suono ci appare solo entro l’ambito di un codice che si
impone615; bisogna considerare la mutevolezza del codice616. Come La metafora
inaudita: originarietà e paradossia della metafora, 9. 611!Aristotele, De anima
II, 420 b 29.! 612!E. G., La metafora inaudita: originarietà e paradossia della
metafora, 9. 613!Id., Prolegomena è noto Aristotele definisce il suono come ciò
che è sempre prodotto dall’urto di qualcosa contro qualcosa e in qualcosa,
perché ciò che lo produce è una percussione. É pertanto impossibile che si
abbia un suono in presenza di un solo oggetto, giacchè il percuziente e il
percosso sono distinti617. Affinchè il suono si trasformi in voce occorre
tenere in considerazione l’elemento della vita618. Solo l’essere animato può
produrre il suono semantico, la voce, la phonè. Se gli elementi determinanti
della voce sono la vita (la voce è il suono dell’essere animato) e il suo carattere
interpretativo (il suo essere hermeneia tinos) per G. occorre risalire
all’ambito originario del suono: quello della vita. Proprio l’operazione di
radicamento dell’origine del suono nel mondo della vita induce al filosofo ad
affermare che per l’essere organico, cioè per quello che manifesta il mondo
attraverso i propri organi, non esiste un suono che non sia voce619, ossia non
esiste un suono di natura puramente meccanica ma solo un suono dotato di un
significato. Infatti per il filosofo i suoni semantici schiudono il teatro, nel
significato originario di questo termine, cioè il luogo del vedere, del
theorein620. Ma come e dove si rivela l’ambito significativo testimoniato dal
suono? Per G. innanzitutto nei sensi. Riprendendo le teorie del fisiologo J.
Müller621 sull’energia sensoriale specifica – ossia quella legge secondo la
quale ogni senso produce solo il tipo di sensazione che ad esso è
specificamente pertinente indipendentemente dal tipo di stimolazione a cui è
sottoposto – G. individua la possibilità di rintracciare innanzitutto nei sensi
la genesi della significazione. Egli afferma che ogni sensazione è carica di
significato622 e la significatività della voce (che traspone un significato al
suono) si radica 617!Aristotele, De
anima Quanto alla voce, essa è un suono dell’essere animato. In effetti nessuno
degli esseri inanimati emette una voce, ma per somiglianza si dice che ce
l’hanno, come il flauto. 619!E. G., La metafora inaudita, 31.! 620!Id., La
metafora inaudita: originarietà e paradossia della metafora, 19.! 621!Il testo
al quale G. fa riferimento è Ueber die phantastischen Gesichtserscheinuungen,
Koblenz, G., Prolegomena originariamente nella significatività già presente nei
sensi. Questi ultimi dotati di un’energia specifica e carica di significato
pongono in luce l’ambito originario di formazione del senso: la
Lichtung/Rahmen. Ciò che rivelano i sensi, entro i limiti di piacere e dolore,
non è un’opera, un ergon, estraneo ai sensi, non è un’opera meccanica, né
un’opera poietica, ma praxis, intesa come parousia623. Ma quel è la struttura
di questa parousia? Tale ambito originario ha una struttura metaforica. Per il
filosofo occorre scorgere la metaforicità del reale attraverso la passione che
si rivela come l’ambito in cui l’uomo fa esperienza dell’appello dell’essere.
Si chiede il pensatore: in cosa consiste il carattere metaforico dei segni
sensibili? Esso si rivela nella passione, nell’ambito della quale l’ente
organico – tra i limiti di piacere e dolore – fa l’esperienza dell’oggettività
di corrispondere o non corrispondere a ciò di cui è un’indicazione624. Il
problema dal quale partire è quello di corrispondere all’appello dell’essere,
alle necessitates che di volta in volta si presentano all’uomo: emerge il tema
del superamento della insercuritas esistenziale625, del bisogno esistenziale
che va soddisfatto attraverso il proprium dell’uomo, ossia la parola. Si chiede
il filosofo: come definire ciò che ci è consueto, ciò che ci è proprio, ciò in
cui siamo a casa, ciò in cui ci sentiamo a nostro agio, al riparo, difesi? É
forse il linguaggio, la parola? Ma quale linguaggio, quello razionale oppure
quello poetico? Che funzione ha la parola nell’affrontare il desueto, la realtà
che ci è estranea, sconosciuta, aliena?626. Il tentativo di superare
l’insicurezza esistenziale, la spaesatezza dell’Aperto conduce l’uomo al
linguaggio: la dimora che custodisce quella relazione essenziale tra il Dasein
e il Sein. A fare problema per G. è l’individuazione di un linguaggio che sia
casa dell’essere: da qui l’analisi !Ivi, 49-50.! 624!Ivi, 50. 625!E. G.,
Ermeneutica dell’estraneità. Originarietà della parola poetica (Heidegger,
Ungaretti, Neruda), in Studi di estetica, Bologna, 21-33. 626!Ivi, 21. !
201! della metafora nella sua priorità rispetto al concetto, e della
poesia come espressione della storicità dell’esistenza. IV. VIII. Metafora e
concetto Afferma il filosofo che il vedere, la visione, insiti nella teoria
come fondamento di ogni procedimento razionale si attuano attraverso una metafora627 e si chiede se la metafora
che ricorre per lo più alle immagini, va considerata un mezzo solo
letterario o è indispensabile per
esprimere l’Originario628. La Frage che sorregge la sua indagine metaforologica
mostra una componente onto-antropo-logica poichè riguarda l’uomo, riguarda la
realtà e costituisce il modo di darsi delle cose, il nostro modo di essere
affetti dal mondo circostante: non un orpello linguistico, una fictio retorica,
la metafora è per G un dispositivo antropo-poietico. Sostiene il pensatore
italiano che alcuni limitano la funzione della metafora alla trasposizione di
parole, cioè di una parola dal suo proprio campo ad un altro. Tuttavia, tale
trasposizione non può essere compiuta senza un’intuizione immediata delle
somiglianze che appaiono nei diversi campi
la sua funzione è quella di rendere visibile una proprietà comune ai
vari campi. Essa presuppone la visione di qualcosa ancora nascosto ma dobbiamo andare più a fondo del piano
letterario. La metafora sta alla base del nostro mondo umano. Poiché essa si
radica nell’analogia tra cose differenti e fa immediatamente balzare agli occhi
tale analogia, essa contribuisce in modo fondamentale alla struttura del nostro
mondo629. Siamo al cospetto di una teoria della metafora che coniuga l’analisi
della metafora come espressione metaforica con quella della metafora come
fenomeno globale di tipo cognitivo ed esistenziale. Attraverso la metafora
godiamo la visione di una momentanea radura (Lichtung)630 che mette in campo
una riforma della filosofia non ridotta ad astratta ontologia, ma che riconosca
Potenza dell’immagine. Rivalutazione
della retorica, 18. 628 . 629 Retorica come filosofia. La tradizione
umanistica, 76. Corsivo nostro. 630 Il dramma della metafora, 14 !
202! l’importanza dell’esperienza storica631. La riflessione sulla
metafora è per G. un modo di superare le falle dell’hòros, del concetto, che
non è in grado di dire la natura temporale, storica e metamorfica degli enti,
che si esprimono nei sempre diversi significati vitali emergenti nello sforzo
interpretativo o semantico. Infatti, per il pensatore italiano
l’interpretazione è possibile solo sulla base di un’indicazione, da qui la
preminenza della semantica rispetto all’ermeneutica, come emerge in Potenza
dell’immagine. Rivalutazione della retorica. Egli asserisce che l’indicazione
(semainein) precede, dunque, l’interpretazione (hermeneuein), poiché forma la
cornice entro la quale possono sorgere delle dimostrazioni632; essa è la
condizione trascendentale del linguaggio, quel fondo mitico che appartiene al
mondo del sacro e del religioso che non dimostra ma indica. Il linguaggio
semantico è un logos che ostende il fondamento e rompe quel silenzio
primordiale delle cose mute che ci circondano nell’Aperto della ingens sylva.
Accanto a questo logos semantico, che è contraddistinto da una chiarezza che
non è il risultato di un chiarimento633, abbiamo il logos ermeneutico, quello
dell’interpretazione che si fonda sul processo della dimostrazione. Secondo il
filosofo il termine metafora è esso stesso una metafora; deriva dal verbo
metapherein, trasferire, che originariamente descriveva un’attività concreta.
Alcuni autori limitano la funzione della metafora alla trasposizione di parole,
cioè di una parola dal suo proprio campo a un altro. Tuttavia, tale
trasposizione non può essere compiuta senza un’intuizione immediata delle
somiglianze634. Alla metafora fa da contraltare il concetto al quale spetta
come compito quello di afferrare, comprendere un fenomeno in riferimento al suo
fondamento universale. Nella ricostruzione etimologica G.ana il significato di
hòros può essere colto nella sua portata originaria mediante il riferimento al
verbo orìzo (determino) che sta alla base di questa parola, la cui radice hor-
è identica a quella di horào (io vedo): io vedo qualcosa nella luce del fondamento.
La definizione (horismòs) La potenza dell’immagine. Rivalutazione della
retorica. Retorica come filosofia, 76. , sull’analisi della metafora in G. M.
Marassi, G. e il primato della parola metaforica, 264-291, in I. Pozzoni, Voci
di filosofi italiani del Novecento, IF Press, 2011. ! 203! esprime
in tal caso proprio questa visione, ciò che è, ciò che esiste: in questo modo
sfugge a essa per forza di cose ciò che muta in se stesso, il singolo635, che è
compito della retorica autentica illuminare, in quanto scienza del particolare
e dello storico. Accanto ad una teoria della metafora non più gioco letterario
ma originaria, prima forma dell’ingegno636, grazie alla quale è possibile porre
la domanda sull’origine della storicità umana, e dunque sull’essenza
dell’uomo637, si affiancano nella filosofia G.ana la fantasia e l’ingegno che
con il nous aristotelico, interpretato alla stregua di unica espressione delle
archai nel loro carattere palesante e immediatamente indicativo 638,
costituiscono la triade del significare arcaico. Il senso autentico della metafisica
immanente di G. emerge proprio nel dia-legesthai, ossia nel dire attraverso il
logos il divenire dell’essere, che grazie al logos guadagna paradossalmente una
permanenza: questo è il senso della riflessione sulla metafora che è la
modalità logica di portare ad espressione l’essere del divenire. La metafora,
pur non sostituendosi al concetto, rappresenta lo stile linguistico entro cui e
a partire da cui si dispiega la teoresi. Infatti, G. afferma che la forma
originaria del colloquio nella sua funzione storica è metaforica639. IV.IX. La
prassi metaforica: metafora e metapherein La volontà di sottolineare
l’arcaicità della metafora come a priori del linguaggio, fondamento e Grund, fa
emergere come la metafora non sia intesa come tropo – o non solo come tropo,
parola – ma come energheia, atto traspositivo. La riflessione G.ana su metafora
e retorica è guidata proprio da questa idea di una teoria dell’atto metaforico
che agisce come trascendentale del linguaggio. Come 635Id., Potenza della
fantasia. Per una storia del pensiero occidentale, 222. 636Id., SIGNIFICARE
ARCAICO, Potenza della fantasia. Per una storia del pensiero occidentale, 202.
638Id., Significare arcaico, 494. 639 Il colloquio come evento, 71. !
204! emerge già a partire da Il problema della metafisica platonica
il tema della determinazione del ti esti, incrociandosi inevitabilmente con
quello della ',0(1*-, della manifestazione della realtà, pone anche il tema
della fondazione metaforologica. L’atto fondativo e mitico del reale è secondo G.
indicibile dal logos metafisico e la narrazione di quell’azione primordiale può
essere affidata unicamente al potere generativo trasformazionale della
metafora, che per G. non è un gioco letterario ma la prima forma dell’ingegno,
del nous e come tale unica espressione delle archai nel loro carattere
palesante e immediatamente indicativo. Il polimorfismo ontologico viene
maggiormente salvaguardato attraverso il pensiero topico, ingegnoso, in grado
di apprendere e rintracciare i loci dell’argomentazione; capacità, questa, di
cui il pensiero critico, tutto confinato all’interno della catena delle
deduzioni, sembra essere privo. Il nucleo teorico fondamentale è quello di
saper ritrovare le archai, le premesse indeducibili razionalmente, ma a partire
dalle quali soltanto è possibile dare inizio ad una catena di ragionamento
esatto. Al filosofo non interessa dunque il meccanismo strettamente semiotico
di singole espressioni metaforiche: come possa essere descritto il
trasferimento semantico ad esse sotteso, quali componenti riguardi, se
proprietà atomiche o interi nodi di storie. Interessa invece ciò che questo
trasferimento nasconde, ciò a cui supplisce, che cosa raccontino del modo
attraverso cui l’uomo ha cercato di esprimere il proprio rapporto con la
realtà. Per G. la metafora si configura come un fenomeno cognitivo, un medium
attraverso cui il pensiero non solo si articola, ma su cui si fonda: essa è ed
è stata una componente essenziale dei processi attraverso cui le culture
interpretano e strutturano il mondo che le circonda. Il filosofo afferma in
Prolegomena ad una concezione della retorica. La phonè come elemento
indeducibile del linguaggio che non va dimenticato che il traslare
(metapherein) non ha originariamente un significato linguistico e tanto meno
letterario; il termine metapherein indica il trasferire da un luogo ad un altro
luogo e Significare arcaico, 494. ! 205! ciò presuppone un
passaggio, un transito, un ponte. L’uomo deve progettare questo passaggio,
gettare un ponte da un luogo ad un altro. L’approccio antropologico-filosofico
descrive e ripercorre una modalità di accesso al senso attraverso la metafora,
e allo stesso tempo tenta di ricostruire la storia della fondazione del mondo
della vita e della comunità umana individuando nei processi di metaforizzazione
e di concettualizzazione i congegni antropogenetici e i fenomeni di base
dell’umanizzazione. Nella semantica metaforica di G. non trova posto l’usuale
contrapposizione del senso traslato con il senso letterale di un’espressione.
Infatti il termine metafora indica originariamente presso i Greci un’azione
concreta e per la precisione il trasferimento di un oggetto da un luogo ad un
altro; soltanto più tardi il termine compare anche nell’ambito del
linguaggio642. Se l’idea che riduce la metafora ad orpello linguistico – senza
tenere conto della sua matrice pratica – va messa da parte occorre anche
rifiutare la prospettiva che tenta di sostituire la metafora al concetto. Per G.
la metafora non si trova a supplire momentaneamente l’insufficienza del
concetto, fornendo un significato di passaggio, un senso provvisorio in attesa
di esser sostituito da quello proprio dei termini logici. La particolarità dei
termini logici – l’esattezza – determina allo stesso tempo una perdita di
polisemia, potremmo dire una riduzione delle loro potenziali connessioni di
senso. Essi sono contraddistinti da una cristallizzazione del significato in un
unico percorso interpretativo, da una pauperizzazione semantica inversamente
proporzionale alla chiarezza e distinzione logica: è il fio che occorre pagare
per una filosofia pura. Per il filosofo interrogarsi sul ruolo della metafora
equivale perciò a chiedersi se la metafora rappresenti nel linguaggio
filosofico soltanto un residuo di rappresentazioni che dev’essere superato
allorchè ci si mette sulla via del logos643. Nella prospettiva tradizionale la
metafora sembra peccare di imprecisione, ragione per cui è sempre stata
estromessa dalla filosofia, per essere ricompresa nella retorica o nella
poetica. Ma a ben 641 Prolegomena ad una concezione della retorica, 40.
642!Id., Potenza della fantasia, 72. 643!Id., Potenza della fantasia, 72.
Corsivi nostri.! ! 206! guardare quella che per il pensiero logico
è una imprecisione, uno scandalo per la logica
un elemento distraente che non ha nulla a che fare con la realtà644, in
realtà è dotata di una precisione intrinseca dettata dalla necessità di natura.
Il tratto di precisione della metafora emerge all’interno del discorso su Vico
il cui carattere di epocalità è rintracciato proprio in quella divaricazione
della metafisica in ragionata e fantasticata. Ricorrendo al principio vichiano
dell’homo non intelligendo fit omnia G. asserisce che se con la metafora si risponde alle varie necessità, il
linguaggio metaforico, ricco di elementi fantastici è originale, preciso, a
differenza di quello astratto che si allontana645 dal reale. L’analisi della
metafora fa emergere l’idea di una metafora drammatica e inaudita646, nel senso
di assoluta, riprendendo una feconda espressione di Blumenberg. Essa si rivela
uno strumento ermeneutico e va a strutturare i codici interpretativi che
regolano e dirigono il nostro giudizio sulle cose. Del resto già Kant, nel
famoso paragrafo 59 della Critica del giudizio (1790), trattando il
procedimento della traslazione della riflessione, definisce il simbolo647 in
maniera del tutto simile alla metafora G.ana. Essa determina un comportamento,
un tipo di orientamento nel mondo che si trova a esser strutturato dalla
metafora. Attraverso la metafora un’epoca esprime le proprie certezze, ma anche
i propri dubbi, le proprie aspirazioni, le aspettative, le azioni e gli
interessi. Essa assume la Prolegomena, 41 645 G. B. Vico: un filosofo epocale,
in Vico e l’umanesimo, 202. I corsivi sono nostri. 646 La metafora inaudita,
cit.; Il dramma della metafora, cit.; Ermeneutica dell’estraneità. Originarietà
della parola poetica (Heidegger, Ungaretti, Neruda), 21-33; La metafora
inaudita: originarietà e paradossia della metafora, 5-20. 647 I. Kant, Critica
del Giudizio, tr. i. di A. Gargiulo, Introduzione di D’Angelo, Laterza,
Roma-Bari 2008, 183- 385. A torto e con uno stravolgimento di senso i logici
moderni accolgono l’uso della parola simbolico per designare un modo di rappresentazione
opposto a quello intuitivo. Questo (l’intuitivo) si può dividere cioè in modo
di rappresentazione schematico e simbolico. Entrambi sono ipotiposi, cioè
esibizioni (Darstellungen- exhibitiones)
tutte le intuizioni che sono sottoposte a concetti a priori sono dunque
o schemi o simboli, e le prime contengono esibizioni dirette del concetto, le
seconde indirette. Le prime procedono dimostrativamente, le seconde per mezzo
di una analogia in cui il Giudizio
compie un doppio ufficio, in primo luogo di applicare il concetto all’oggetto
di una intuizione sensibile, e poi, in secondo luogo, di applicare la semplice
regola della riflessione su quella intuizione ad un oggetto del tutto diverso,
di cui il primo non è che il simbolo . La nostra lingua è piena di queste
esibizioni indirette, fondate sull’analogia, in cui l’espressione non contiene
lo schema proprio del concetto, ma soltanto un simbolo per la
riflessione. ! 207! funzione del codice. Per il filosofo occorre
sollevare la questione, di solito trascurata, della relazione tra codice e
metafora648. Sostiene il pensatore che l’atto di leggere e interpretare la
realtà con un codice specifico – ossia con un sistema di segni, gli elementi
dei quali ricevono un significato entro il sistema – costituisce una sorta di
attività metaforica650. L’attività metaforica mostra un’analogia con il codice
poiché rende possibile la visione degli enti e soprattutto la similitudo, ciò
che è comune a più enti. Riprendendo la teoria aristotelica esposta nella Poetica
secondo cui l’usare bene la metafora significa percepire con la mente l’oggetto
affine651 G. pone strettamente in relazione l’eu metapherein e il to omoi on
theorein. La metaforizzazione va identificata da un lato con la visione delle
somiglianze ma dall’altro libera la sua vis generativa nella scoperta del
novum: il me phaneròn. Ciò che è nuovo nella scoperta metaforica è ciò che non
era evidente in precedenza. La metafora scopre ciò che non era stato visto in
precedenza, lo porta alla luce, in quanto essa nasce dalla necessità della
chiarezza652. Proprio qui risiede la differenza tra codice e metafora:
accomunati dal bisogno di decifrazione653 codice e metafora si separano sul
terreno della scoperta del novum. Sostiene G. che nessun codice è capace di
adempiere questa funzione, perché un codice non fa che stabilire il sistema
ordinatore di relazioni già date, e sulla base delle quali qualcosa viene
interpretato. Non esiste un codice che conduca a un nuovo codice funzione della metafora è l’invenzione, scoprire
nuove relazioni. É la metafora che produce ogni nuovo codice654. Risulta
evidente che l’apertura metaforologica del discorso di G. è paradigmatica e non
classificatoria, nel senso che essa si propone come un metodo che risale verso
archetipi, i quali !E. G., Heidegger e il problema dell’umanesimo, 76.!
649!Ivi, 75.! 650!. 651!Aristotele, Poetica, 1459 a 7.! 652 G., Potenza della
fantasia, 74. 653!Id., Heidegger e il problema dell’umanesimo, fungono da
paradigmi esplicativi dei comportamenti e degli atteggiamenti cognitivi propri
della storia della cultura occidentale. Ogni metafora crea una Lichtung, un
Rahmen originario di riferimento, una zona virtuale entro cui si muovono e si
espandono i concetti e i confini dei campi semantici, stabilendo nuove
connessioni di senso, soprattutto tracciandone i percorsi che poi ogni epoca e
ogni autore attualizzano secondo una specifica declinazione del paradigma
fornito dalla metafora stessa. La produttività antropologica della metafora
viene quindi portata oltre l’antitesi con il concetto, allontanata dalla
contrapposizione tra un senso deviante e figurato e un senso proprio, che a sua
volta nasconde l’opposizione apparenza/essenza. Occorre risalire dalla domanda
che chiede come è distinguibile il proprium di una parola dalla sua
trasposizione?655 alla domanda che indaga sul terreno di formazione di un senso
traslato o proprio della parola e della metafora. Occorre analizzare la
struttura di visione delle somiglianze della metafora656. In contrasto con una
concezione del linguaggio che tende all’univocità oggettiva, la metaforologia G.ana
indica un’inconcettualità basica: ciò che interessa non è dunque l’esistenza di
un correlato di cui si asserisce l’assenza di formalizzazione linguistica o
l’impossibilità di predicazione, ma lo sforzo di esporre linguisticamente
l’ineffabilità stessa: la storicità del Da-sein. G. elabora una semantica
metaforica che affonda le sue radici in un orizzonte di inconcettualità e
sposta l’attenzione su quella dimensione di gettatezza, sul nostro essere
calati in un mondo di immagini che chiedono di essere interpretate. In uno dei
suoi ultimi testi, La metafora inaudita, G. si mostra meno interessato al
percorso di nominalizzazione che porta la metafora verso il concetto, come
accadeva invece nei precedenti lavori sull’umanesimo. La sua ricerca si orienta
sempre di più verso il terreno in cui si formano le metafore, e cioè il mondo
della vita, la Lebenswelt che mostra tutto il suo assolutismo, che viene
contrastato proprio attraverso le prestazioni della distanza nelle forme del
mito e delle metafore assolute, e quindi delle diverse pratiche metaforiche che
traducono queste Potenza dell’immagine prestazioni,
la cui funzione principale risulta allora compensatoria ed esonerante. Leggiamo
in Il dramma della metafora che la parola metaforica esprime a un tempo la
struttura fondamentale del continuo mutarsi di ciò che appare e l’unico modo
per identificarla. Essa è anche espressione di un’acutezza, di una rapidità
intimamente collegata con il kairòs, l’istante giusto657. I processi di
metaforizzazione e di simbolizzazione della realtà sono in altre parole lo
strumento con cui l’uomo riesce ad allontanare l’assolutismo della realtà e a rendere
meno violenta la sua percezione. L’analisi della prassi metaforica parte dalla
domanda dove, come patiamo l’oggettività dell’essere?658 che sorge laddove si
fa esperienza dell’incapacità di restituire la ricchezza della res – il mondo
oggettivo – attraverso l’univocità della definizione. Se l’essenza della parola
consiste nella sua tropicità, cioè nell’essere sempre un traslato,
necessariamente il problema della verità sempre e ovunque valida deve venir
sostituito dal problema di ciò che di volta in volta si svela nella storia659.
La retorica è la scienza storica per eccellenza: indaga ciò che di volta in
volta viene all’espressione e cala la dimensione dell’aletheia in quella
dell’Ereignis. Secondo il pensiero tradizionale gli enti vanno definiti mediante
un processo razionale che astrae dall’hic et nunc, dalla storicità. È questo il
prezzo da pagare per una conoscenza vera e immutabile: porre a distanza tutti
quegli elementi legati al qui ed ora: le immagini, le passioni. Sostiene G. in
Retorica come filosofia che le teorie cartesiane continuano a determinare
ancora oggi l’atteggiamento nei confronti dell’ideale culturale dell’Umanesimo
e della supremazia della parola. Opponendomi alle idee di Cartesio desidero
esplorare la tradizione dell’Umanesimo italiano. G. è mosso dal convincimento
che Cartesio esamina e valuta le discipline umanistiche del sapere solo per
stabilire se e in che misura esse possano trasmettere verità e certezza. Tutta
la questione umanistica si riduce ad un problema di erudizione filologica che
ha a che fare con la sfera delle 657Id., Il dramma della metafora. Euripide,
Eschilo, Sofocle, Ovidio, L’Officina tipografica, Napoli , 165. 658Id.,
Prolegomena ad una concesìzione della retorica (la phonè come elemento
indeducibile della linguaLa filosofia dell’umanesimo: un problema epocale, 156.
Corsivi nostri. 660 Retorica come filosofia, 80. ! 210! passioni e
delle immagini. La vera filosofia è quella critica a cui G. vuole opporre una
priorità trascendentale della topica e per farlo ricorre a Vico e a Aristotele.
Contro una simile impostazione che separa scienza e vita G. vuole proporre
un’idea unitaria di logos e pathos in cui la retorica assuma un ruolo
preponderante. Tradizionalmente la retorica – e i suoi elementi fondamentali:
le immagini, le metafore – viene considerata come ciò che va respinto in quanto
ragione non ancora realizzata661, come priva di chiarezza razionale e verità
rigorosa generando l’ideale cartesiano [di] una filosofia disadorna,
impersonale, senza tempo e senza luogo662. Tenendo in considerazione
l’importanza che l’umanesimo retorico attribuisce alla parola, come ciò che
apre il mondo, la filologia assurge a una posizione fondamentale all’interno
degli studia humanitatis. Secondo il filosofo la parola deve essere considerata
un fenomeno originario, non solo espressione del pensiero663. Nelle analisi
svolte abbiamo rintracciato una riabilitazione del pensiero umanista che parte
dal convincimento della preminenza del problema della parola su quello degli
enti. Secondo il filosofo il legame tra parole e cose non va inteso come
semplice corrispondenza delle une alle altre – poiché la parola non designa
univocamente la cosa – poiché il significato di una cosa dipende dal contesto
concreto in cui la parola viene utilizzata. La riflessione retorica stabilisce
un nuovo modo di filosofare noetico non metafisico che parte dalla parola e non
dall’ente. In questo percorso Vico riveste un ruolo particolare. IV. X.
Phantasia, ingenium, sensus communis: le fonti del mondo storico individuate da
Vico La proposta G.ana di ripensamento della retorica nella sua identità con la
filosofia viene sempre più a svelare il suo senso esistenziale e
intersoggettivo. La secca alternativa tra un filosofare ridotto a ricerca delle
verità eterne – condotta attraverso un argomentare poggiante su basi deduttive
ed un linguaggio razionale e formalizzato – e una retorica intesa come
argomentazione debole o Viaggiare ed
errare Potenza dell’immagine] tecnica del bel parlare – induce il filosofo a
ripensare la correlazione retorica-filosofia a partire dal nesso
vero-verisimile. Il tema è al centro di un saggio su Vico, Del vero e del VEROSIMILE
in Vico, che mostra come la figura del filosofo napoletano sia una presenza
costante all’interno dell’iter di pensiero G.ano – e non uno sbocco finale
della filosofia di G. – e costituisca l’occasione di determinare il significato
autentico di retorica. In Vico G. rintraccia l’originaria funzione ermeneutica
del linguaggio retorico, che ha il proprio fulcro nella figura della metafora,
prodotto dell’ingenium. Riproponendo una dicotomia – quella di Vico/Cartesio –
ritornante in maniera fortemente radicalizzata nei lavori successivi su Vico, G.
sottolinea come a differenza della filosofia critica poggiante sulla ratio la
filosofia topica vichiana si fonda sulle facoltà dell’ingenium e della fantasia
che sono facoltà di apprensione del reale immediate e intuitive e non
deduttive. Asserisce il filosofo italiano che la fantasia vichiana è
l’espressione dello spirito umano in quell’istante del ciclo storico, che esso
deve sempre nuovamente percorrere, quando l’ente originario si rivela all’uomo
solo in immagini, simboli, miti. A riguardo si deve notare che anche il mondo
della fantasia, come prima fase dello sviluppo dello spirito umano, non è un
mondo primitivo in senso negativo; è essenzialmente e perfettamente formato in
sé, per certi aspetti è ancora più vicino all’ente originario di quanto non lo
sia il mondo della ragione666. A differenza del pensiero critico il pensiero
topico ha come suo oggetto tematico il verosimile che appartiene alla sfera del
possibile e non del necessario ed è legato al tempo e allo spazio della
situazione. Leggiamo in Retorica e filosofia che solo l’intuizione delle
caratteristiche comuni o condivise nel senso summenzionato rende possibile il
conferimento di significati che consentono alle cose di apparire (phainesthai)
in modo umano. Poiché tale capacità è tipica della fantasia, è proprio
quest’ultima a permettere al mondo umano di !Id., Del vero e del verosimile in
Vico, 951-966, in I primi scritti, cit.!! 665 Sulla presenza di Vico in G. , R.
Messori, Le forme dell’apparire, cit.; S. Limongelli, Il problema dell’umano
nella filosofia di G., cit.; J. Sanchez-Esquillace, G. y la filosofìa del
Humanismo, J. M. Sevilla, Critica de la razon problematica, cit.; G.
Cacciatore, In dialogo con Vico, cit. 666!E. G., Del vero e del VEROSIMILE in
Vico] apparire667. Conseguentemente la fantasia si esprime originariamente
nelle metafore cioè nel conferimento figurato dei significati . La metafora è
quindi la forma originaria dell’atto interpretativo stesso che assurge dal
particolare all’universale attraverso la rappresentazione di un’immagine, ma
naturalmente sempre riguardo alla sua importanza per gli esseri umani. L’atto
erculeo è sempre un atto metaforico e ogni atto metaforico e ogni metafora
autentica è in tal senso lavoro erculeo668. É evidente che l’attenzione posta
sulla prassi metaforica669 va oltre il piano linguistico. La metafora non è
solo rappresentazione immediata di un’immagine poiché per la sua struttura
traspositiva assume un ruolo storico-politico: quello della formazione del mondo
umano come traspare dalla correlazione atto metaforico-atto erculeo. Il
riferimento ad Ercole – come abbiamo visto nel secondo capitolo – cela il
riferimento alla dimensione politica della fondazione della civiltà e si
staglia sullo sfondo di una prospettiva che si basa sulla priorità della topica
e dell’ars inveniendi sull’ars iudicandi. Una impostazione di questo tipo
consente al pensatore di guadagnare una concezione integrativa della sapientia
come ars vitae in cui filosofia e retorica si identificano nell’orizzonte ampio
e più alto di formazione civile670. Il sapere noetico-non metafisico è uno
strumento di formazione dell’essere umano nell’interezza delle sue esperienze
storiche. In questo contesto si comprende come la poesia per G. – sulla scia di
Heidegger e Vico671 – rivesta un ruolo fondamentale: essa non ha solo la
funzione storico-filologica ma anche un compito etico-politico. Abbiamo visto
come il concetto vichiano di fantasia assuma per G. una funzione decisiva. Vico
afferma in Le orazioni inaugurali che la fantasia immaginò le divinità maggiori
e le minori, essa immaginò gli eroi, essa ora svolge le sue idee, ora le
collega, ora le distingue; essa pone sotto i nostri occhi terre infinitamente
lontane, Retorica come filosofia, 38-39.
668 . 669 , Prolegomena ad una concezione della retorica. La phonè come
elemento indeducibile del linguaggio, 48. 670 Come abbiamo visto nei capitoli
precedenti G. distingue la Bildung dalla Erziehung, la formazione dalla
educazione. 671 su questo aspetto
fondativo e politico della poesia in Vico G. Cacciatore, Passioni e ragione
nella filosofia civile di Vico, 3-20, in In dialogo con Vico. abbraccia quelle
distinte fra loro, valica quelle inaccessibili scopre quelle inesplorate, apre
strade per quelle impervie672. L’importanza della fantasia nella teoria della
conoscenza vichiana è sottolineata da G. nell’ambito di una proposta
ermeneutica di analisi della fantasia e delle sue forme di funzionamento come
paradigmi per delineare una storia del pensiero occidentale. La rivalutazione
della fantasia mira a sottolineare quella straordinaria forza formatrice che la
mente umana riesce ad attivare tramite le sue azioni simbolizzatrici messa in
luce anche dal Cassirer filosofo delle forme simboliche. Quest’ultimo sostiene
che i diversi campi della creatività spirituale sono capaci di costruire uno
specifico libero mondo di immagini: un mondo che per la sua natura immediata
porta tuttavia in sé il colore del sensibile, ma che rappresenta una
sensibilità già formata e quindi dominata dallo spirito. Qui non si tratta di
un sensibile semplicemente dato e trovato, ma di un sistema di molteplicità
sensibili prodotte in una qualche forma del libero immaginare674. Secondo G.
nella tradizione umanistica la vis plastica e cosmica della fantasia e la
relativa attività metaforica vengono interpretate come fonti originarie dell’esistenza
e del mondo storico. La domanda dalla quale partire è: qual è l’ambito
originario della fantasia, la cui essenza è – come abbiamo visto – il
metapherein?675. Nel tentativo di risolvere la questione G. ricorre a VICO,
considerato l’ultima vetta dell’umanesimo. Egli offre con le sue riflessioni
sulla fantasia e sull’ingegno, sul senso comune, l’occasione fortunata per un
ripensamento della storia del pensiero occidentale al di fuori dei cardini
dell’intelletto calcolante e della metafisica astratta. L’autore della Scienza
Nuova ha avuto il merito di sviluppare la tesi di una logica della fantasia al
fine di trovare l’accesso all’umano – nella sua singolarità e concretezza –, un
accesso che la logica tradizionale, con G. Vico, Le Orazioni inaugurali, a cura
di Visconti, il Mulino, Bologna G., La potenza della fantasia. Per una storia
del pensiero occidentale, cit. 674 E. Cassirer, Filosofia delle forme
simboliche, I, La Nuova Italia, Firenze. per una correlazione tra la riflessione
vichiana sulla facoltà mitico-simbolizzatrice della fantasia e la filosofia
delle forme simboliche cassireriana G. Cacciatore, Simbolo e storia tra Vico e
Cassirer, 85-104, in Cassirer interprete di Kant e altri saggi, Armando
Siciliano, Messina 2005. 675 G., Potenza della fantasia, 239. Corsivo nostro.
676 . ! 214! la sua ricerca rivolta esclusivamente all’universale,
non aveva ottenuto677. Secondo il pesatore milanese con Vico siamo di fronte ad
un logos phantastikòs in grado di penetrare la realtà del mondo storico umano e
individuale con maggior successo di quanto non faccia la logica
tradizionale678. In tale logica è rintracciato il centro speculativo della
Scienza Nuova che non è solo scienza della storia ma antropologia innanzitutto.
Il confronto dell’uomo con la natura che rende possibile la nascita del mondo
storico avviene sul terreno della ricerca delle attività che liberano l’uomo
dai bisogni materiali. Per G. il problema fondamentala di Vico consiste
nell’identificare l’ambito originario all’interno del quale soltanto può in
generale manifestarsi la storicità, ossia il mondo umano come tale. Si tratta
in ultima analisi di scoprire la struttura dell’esistenza umana679. Questo
passo è davvero illuminante poiché da un lato ci consente di apprezzare la
specificità della lettura offerta di Vico – un Vico antropologo delle origini
del mondo umano storico-politico- linguistico – e dall’altro di cogliere la
questione fondamentale che sorregge la Frage onto-antropo- logica G.ana:
l’analisi del mondo umano attraverso l’attenzione all’ursprünglich Rahmen – la
Lichtung – e alla Struktur des menschlichen Daseins681 – l’analitica
dell’esistenza di cui abbiamo detto nei precedente capitoli. La questione del
cominciamento del mondo umano è intimamente legata a quella dell’origine della
storia e dunque alla socialità a cui Vico assegna il ruolo di elemento
fondativo delle istituzioni politiche. G. punta a sottolineare non tanto
l’aspetto metodologico e 239-240. 678 ,
su questo aspetto della logica della fantasia D. Verene, La scienza della
fantasia, Armando, Roma e Vico’s Humanity, Humannitas. Journal of the Institute
of Formative Spirituality, XV (1979). Qui lo studioso sostiene che la
comprensione vichiana dell’umano è mediata non dal concetto e dall’attività
razionale ma dall’attività mitopoietica della fantasia, dalle immagini e dalla
forza creativa del linguaggio. , anche G. Costa, Genesi del concetto vichiano
di fantasia, in Phantasia/Imaginatio, V Colloquio Internazionale, a cura di M.
Fattori, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1988; M. Sanna, La fantasia che è l’occhio
dell’ingegno. La questione della verità e della sua rappresentazione in Vico,
Guida, Napoli 2001; G. Cacciatore, In dialogo con Vico, cit. G., Potenza della fantasia, . , anche la versione tedesca Die Macht der
Phantasie. Zur Geschichte abendländlichen Denkens, Athenäum, Königstein, 1979, 240.
681 . ! 215! storico-ricostruttivo, pur presente in maniera
preponderante nella Scienza Nuova, quanto l’elemento di ricerca dei principi
filosofici che sono all’origine del graduale processo di umanizzazione e
antropologizzazione del mondo e della natura682 in cui la fantasia assume una
funzione chiave e talvolta presentata dal filosofo milanese in maniera troppo
antitetica rispetto alla ragione. Ricordiamo che secondo Vico la fantasia è per
l’uomo un mezzo di produzione di immagini che rappresentano una griglia
interpretativa della realtà, costituendosi come condizione trascendentale della
crescita e dell’apertura mentale dell’uomo, del percorso di costruzione ed
elaborazione del suo cammino storico. La fantasia consente all’individuo di
comprendere il suo essere nel mondo, la sua circumstantia, di persistere nel
suo spazio vitale683, sebbene attraverso una comprensione della realtà non
adeguata, ma pur sempre vera, dovuta alla impossibilità umana di giungere alla
piena conoscenza di fenomeni che sono stati creati da una identità superiore
all’uomo. Pur accogliendo la prospettiva G.ana della rivalutazione del tema
della fantasia in Vico vorremmo sottolineare come per il filosofo napoletano il
mezzo di controllo della fantasia resti in ultima istanza la ragione, la sola
capace di regolare il ragionamento fantastico in modo da renderlo attinente al
mondo reale – viene salvaguardato in questo modo l’aspetto adeguativo del vero.
Qui si inserisce anche il proposito pedagogico presente nel Vico del De
ratione, per cui gli uomini, già dall’età della fanciullezza, hanno bisogno di
educare il loro modo di ragionare, che per Vico – come per Cartesio – comporta
l’utilizzo del metodo matematico. Il filosofo napoletano, come è noto,
distingue due fasi della vita di un uomo in cui, a seconda dell’età e
dell’esperienza acquisita, queste due capacità intellettive hanno una valenza
specifica e una preminenza nei confronti dell’altra: nei giovani prevale la
fantasia, negli adulti prevale la ragione. Sostiene Vico che come nella
vecchiaia prevale la razionalità, così nell’adolescenza prevale la fantasia: e
davvero non è in alcun modo opportuno nei giovinetti offuscare Per una lettura antropologia della Scienza
Nuova L. Amoroso, Introduzione alla
scienza nuova, cit. 683!E. G., Vico e l’umanesimo quella che è sempre stata
considerata l’indizio più felice dell’indole futura684. La condizione mentale
dei fanciulli li agevola a sviluppare la loro capacità immaginativa, componente
fondamentale in questo determinato periodo della formazione della personalità
umana. Con l’età adulta l’uomo inizia invece a inquadrare razionalmente gli
enti, a far prevalere la ragione sulla fantasia, ad uscire dallo stato di
minorità. Vico accetta entrambi i momenti della formazione dell’individuo,
senza porre un antagonismo delle facoltà, un manicheismo gnoseologico,
sottolineando con forza come non debba essere oppressa e trascurata la fase
originaria dell’essere- nel-mondo umano, quella immaginativa, che è
fondamentale per la crescita di una persona. Infatti Vico riconduce la fantasia
sotto la categoria della memoria, che a sua volta si suddivide in tre distinte
fasi: memoria come attività dell’intelletto umano che rimembra le cose;
fantasia come attività che altera e contraffà il ricordo originario; ingegno
come attività che pone in acconcezza e assestamento ciò che è stato
precedentemente modificato. Come sottolinea Cristofolini occorre tenere
presente la duplice valenza della fantasia in Vico: da un lato essa costituisce
la capacità primitiva di creare un impero della fantasia e del mito; dall’altro
necessita di essere limitata e sottomessa alle strutture della ragione685. A
differenza di un’ipotesi che ricomprende il concetto di fantasia all’interno di
uno sviluppo razionale graduale e progressivo G. propende per l’idea che la
fantasia, basata sull’esperienza delle molteplici interpretazioni che si
possono dare ai fenomeni sensibili, crea le prime analogie fra tali fenomeni e
con essi le prime connessioni e infine le definizioni686. Secondo il filosofo
milanese si tratta del primo adattamento della natura: attraverso la fantasia
l’uomo mette in atto quella domesticazione dell’essere che costituisce
l’essenza dell’attività mentale. G. individua tre significati fondamentali
della fantasia G. B. Vico, Sul metodo
degli studi del nostro tempo, a cura di A. Suggi, Ets, Pisa 2010, 37. 685 Cristofolini,
La Scienza Nuova di Vico. Introduzione alla lettura, Nis, Roma 1995, 84. 686 G.,
Marxismo, umanesimo e problema della fantasia nelle opere di Vico, in Vico e
l’umanesimo. vichiana: -! nella fantasia e mediante la fantasia si mostra che
l’essere umano, a differenza dell’animale, non soggiace a modelli dominanti che
danno alle percezioni sensibili un significato inequivocabile687 -! la seconda
funzione della fantasia fu di costringere l’uomo a farsi dominare dalla paura,
dal terrore di fronte alle cose688 -! la terza funzione della fantasia è quella
di essere il primo originario fattore che dà un significato al lavoro689
Secondo G. la fantasia intesa nel primo significato è strettamente correlata
alla nascita della poesia; nel secondo senso è legata alla nascita della
religione come prima forma di adattamento della natura e di genesi dell’ordine;
infine essa va concepita in relazione alla fondazione sociale e politica che è
innescata dal lavoro che allarga il proprio raggio di incidenza ben oltre i
confini dell’autoconservazione: la fantasia è la facoltà della visione per
eccellenza, essa è l’occhio dell’ingegno. Ingegno e fantasia: entrambe facoltà
che insieme al senso comune costituiscono la triade ermeneutica per una
corretta comprensione di Vico e della Scienza Nuova. Secondo G. Vico
ricostruisce la storia del mondo storico umano attraverso il ricorso al senso
comune. Leggiamo in La priorità del senso comune e della fantasia. L’importanza
di Vico oggi che secondo l’approccio vichiano il mondo storico sorge
dall’interdipendenza delle esigenze umane, dagli elementi di cui abbisogna
l’uomo. Da esso deriva la necessità di intervenire nella natura umanizzandola e
anche la necessità di stabilire istituzioni umane, comunità sociali,
organizzazioni politiche690. Alla base di questa struttura ritroviamo il senso
comune La priorità del senso comune, in Vico e l’umanesimo] che è guidato
dall’ingegno. Per G. l’ingenium è la facoltà di scoprire le somiglianze e
basata sulla facoltà dell’ingegno la fantasia
conferisce significati alle percezioni sensibili. Mediante tale
trasferimento la fantasia costituisce la facoltà originaria del far vedere
(phainesthai)691. Si tratta delle facoltà che appartengono sin dall’inizio alla
formazione del mondo umano. Come afferma Vico nella Metafisica del 1710 i
latini dissero facultas quasi dicendo faculitas da cui poi anche facilitates
come fosse una spedita, rapida solerzia nel fare. Pertanto è facoltà quella che
conduce la virtualità all’atto : senso, fantasia, memoria e intelletto sono
facoltà dell’anima692. Poco oltre il filosofo napoletano sancisce
definitivamente il legame tra memoria, fantasia e ingegno, così come tra
geometria e fantasia. In questo testo, Vico tenta di definire le tre facoltà
dell’intelletto e i distinti ruoli (come anche le affinità) che esse svolgono
nell’azione conoscitiva dell’uomo. L’interpretazione G.ana della fantasia,
anche definita l’occhio dell’ingegno, si focalizza sulla sua funzione di mezzo
attraverso il quale l’ingegno umano riesce a riformulare i vari concetti,
mediante una rielaborazione delle immagini mentali, e a stabilire un nesso
plausibile tra essi, che permette di avvicinarsi il più possibile alla
conoscenza della verità. Se per Vico è vero che la fantasia è una facoltà
certissima, poiché usandola, noi foggiamo le immagini delle cose693, e che
l’ingegno è la facoltà del congiungere in unità cose distanti, diverse,694 è
altrettanto indiscutibile che nel momento in cui l’uomo incomincia ad affinare
il suo intelletto e tende ad essere più razionale (in quella fase storica che
Vico fa corrispondere all’età degli uomini), incomincia a limitare l’utilizzo
della sua capacità immaginativa e a diventare più mentale. Più l’uomo esce dal
suo stato di ignoranza, dunque, più cambia anche il ruolo e l’intensità della
fantasia all’interno della esistenza. La fantasia, allora, si trasformerà in
un’affinata facoltà poetica, in !Ivi, 49-50.! Vico, La metafisica del 1710, a
cura di A. Corsano, Adriatica, Bari una forza creativa che aiuta
l’immaginazione dei poeti e la loro capacità inventiva. La fantasia come
qualità dei poeti, la trasformazione dell’uso della metafora dalla sua
precedente valenza filosofica a quella prettamente artistica. Lo studio della
sapienza poetica volta da una vivida fantasia, segno di passionalità e
sublimità del linguaggio della poesia che, tuttavia, deve essere ben distinta
da quel tipo di sapienza che invece caratterizza il pensiero filosofico. G.
avverte la possibilità di interpretare attraverso la lente del progresso
razionale l’ingegno e la fantasia ma sposta l’attenzione verso l’ambito più
originario della formazione del mondo umano. Egli asserisce che si potrebbe
sostenere che Vico attribuisca al discorso fantastico e metaforico solo il
significato di un parlare improprio, che diventa appropriato solo attraverso la
logica, poichè egli restringe l’uso del parlare metaforico e fantastico a un
primo periodo della storia. Noi possiamo rispondere a questa osservazione guardando
ai fatti, cioè chiarendo la relazione tra l’attività ingegnosa e immaginativa e
senso comune, o esaminando più profondamente il concreto dominio in cui
l’ingegno e la fantasia sono capaci di costruire il mondo umano695. Con la
fantasia, l’ingegno e il senso comune è in gioco il tema della fondazione della
civiltà che tocca anche l’ambito del mito. . L’ora di Pan e la morte di Pan:
mito e arte come genesi del mondo umano L’analisi del linguaggio poetico come
fondazione della comunità politico sociale ci consente di comprendere
l’estensione del discorso G.ano sul mito. In linea con l’interpretazione di
Gentili dobbiamo interpretare il ruolo politico che il mito riveste in G. alla
luce della relazione tra mito e poesia. Nella Introduzione al testo di G. Arte
e Mito edito per la prima volta in tedesco nel 1957696, ristampato nel 1990,
frutto di una rielaborazione di un articolo che G. pubblica nel 1956 con il G., La priorità del senso comune e della
fantasia: l’importanza di Vico oggi, in Vico e l’umanesimo, 50-51. 696 Kunst
und Mythos, Hamburg, Rowholt, 1957; seconda edizione riveduta e ampliata G.,
Kunst und Mythos, Frankfurt a. m. Suhrkamp] titolo Mito e arte in Rivista di
filosofia, Gentili affronta il problema del mito in G. quale evento originario
che fonda una catena di relazioni, che dà inizio ad una serie. Il lavoro
condotto da G. sul mito è inquadrabile all’interno di una prospettiva di
demitizzazione che non è omogenea a quella di razionalizzazione. Nella misura
in cui – G. – legge il mito alla luce delle sue relazioni, porta allo scoperto
il nesso intrinseco tra mito e demitizzazione697. Come interpretare allora la
relazione complessa e articolata tra il mito e i suoi prodotti alla luce del
nesso mito-demitizzazione? G. analizza il mito quale atto di fondazione
originario, arcaico, indeducibile, attraverso le relazioni che lo stesso mito
fonda: relazioni retoriche e poetiche, religiose e anche filosofiche. Tuttavia
la filosofia interpretata come sapere dedotto e non originario non può avere il
ruolo di fondazione che solo la poesia riveste. Per G. il mito fonda
(begründet) il logos, quindi il mondo indicativo quello dimostrativo698. Nella
ricostruzione G.ana il mito ha una duplice valenza: esso è il racconto che è
alla base delle arti imitative: non solo della tragedia o della commedia, ma
persino della musica, della danza – ma è anche l’unità del significato di mito
come storia sacra e di mito come fabula. Leggiamo in Arte e mito che il mito
esige di sottomettere la molteplicità dei fenomeni naturali in un’unità ultima,
originaria ed onnicomprensiva, costituendo in questo modo un kosmos in sé
compiuto. Mito è ciò che dà ordine699. L’essenza del mito va collocata
nell’ambito della formazione umana di un mondo dotato di un’unità strutturale e
ciò che esso rivela è la temporalità dell’esistenza umana. Si tratta della
prima formazione culturale in cui si dispiega la coscienza temporale umanistica
poiché nel mito domina il tempo che costantemente ritorna700. Il filosofo
italiano, anche sulla scorta dello studio di Malinowsky, Kerényi, Otto,
individua due significati fondamentali del mito701: Arte e mito, tr. it. a cura di C. Gentili, La
città del Sole, Napoli 1996, 27. 698 Potenza dell’immagine, 85. 699 Arte e
mito, 150. Corsivi nostri. 700 166. 701 Mito
e arte, 162. -! il mito come favola e creazione artistica -! il mito come
realtà religiosa esemplare Nel primo significato – il mito come favola e
creazione artistica – G. si rifà ad Aristotele e all’analisi condotta nella
Poetica sul mito come sintesi delle azioni in cui è sovrapponibile la sua
valenza di fatto con quella di composizione di fatti. Accanto all’idea di mito
come realtà vivente, sacrale, in cui la temporalità infinita è sospesa in un
orizzonte chiuso e circolare compare il tema dell’arte come favola, racconto,
mito, composizione dei fatti. Qui occorre sottolineare un aspetto di non
secondaria importanza. L’arte si pone come demitizzazione poiché nasce
nell’istante in cui l’ordine assoluto – espresso dalla realtà religiosa – viene
infranto. Nel momento in cui ci si distoglie dall’ordine eterno e in sua vece
si manifesta l’ordine possibile, sorgono i progetti umani, individuali702.
L’arte si pone come articolazione specifica di una possibilità intrinseca al
mito – il suo divenire possibilità umana – e non come razionalizzazione della
dimensione mitico-sacrale originaria. L’arte prorompe laddove si crea uno
strappo, una lacerazione, una rottura: la temporalità e la spazialità sacre
dell’universo mitico si disintegrano, facendo spazio a quelle profane del mondo
artistico. Nel secondo significato il mito appare come realtà sacrale,
religiosa ed esemplare. Per G. questo mondo mitico è sostanzialmente distinto
da quello profano, in quanto il profano presuppone una temporalità, una
caducità, un essere-sempre-diversamente
perciò lo spazio profano non è neppure mai chiuso, ma si perde in una
dimensione sterminata e senza confini703. Tra il mito e l’arte dunque ritroviamo
una differenza che si situa innanzitutto nei due tipi di temporalità e
spazialità vissute. Eppure mito e arte hanno in comune l’esigenza di
riunificazione della molteplicità dei fenomeni sensibili sotto un ordine, una
legge, un kosmos. Scrive G. che il mito esige di sottomettere la molteplicità
dei fenomeni naturali in un’unità ultima, originaria, onnicomprensiva,
costituendo in questo modo un 158. 703 Arte e mito, . ! 222!
kosmos in sé compiuto. Mito è ciò che dà ordine. Stando a questa concezione, il
mito racchiude gli elementi eternamente esistenti dell’esistenza umana e li
rappresenta: ciò che esso rivela è l’eternamente presente704. Nel mito viviamo
quella connessione con il mondo circostante – l’ora di Pan di cui abbiamo già
parlato in relazione all’esperienza sudamericana di G. – che appare a G. come
l’ora in cui la realtà frammentaria quotidiana si trasforma in una unità ed
attualità terribile, fuori del tempo. Nel mito domina la pienezza di una realtà
che incombe sul singolo e non lo lascia più sfuggire705. Se il mito in cui
l’uomo si trova, come l’animale immerso nel cerchio funzionale simbolico, è
esemplificato con la metafora dell’ora di Pan, l’arte è rappresentata invece
come la morte di Pan, come l’infrangersi del mito706. Di fronte alla
disintegrazione del mondo mitico-sacrale per il pensatore l’uomo ricorre ai
ritrovati tecnici – l’arte come poiesis e come techne – quando ha perso di
vista i riferimenti a una realtà fuori dal tempo. Propriamente in questo
istante sorge l’empeiria, la necessità di trovare un guado attraverso il fiume
delle impressioni sensibili che si sono staccate dall’ordine originario707.
L’emepiria va interpretata come una realizzazione del logos (non inteso come
ragione o intelletto) e non in senso materialistico. Secondo il filosofo si
tratta della prima fase di ordinamento dei fenomeni sensibili. L’empeiria è il
primo passo nell’ordinamento dei dati sensoriali, non è passività, non è
impressione708. Nell’azione di conferimento di unità, di selezione e
ordinamento dell’empeiria possiamo rintracciare i caratteri dell’arte. Infatti
il filosofo giunge a chiedersi se l’arte e l’empeiria non si identifichino in
questo aspetto ordinatore. Tuttavia la differenza fondamentale risiede nel
carattere di produzione insito dell’arte. 150.
705 Mito e arte, 150. 706 Arte e mito Se
con l’emepeiria siamo di fronte ad una constatazione, per quanto ordinata, dei
fenomeni – il termine usato da G. è fest-stellen in riferimento all’empeiria –
con l’arte siamo di fronte alla produzione di un modo umano a partire dal mondo
frantumato resoci accessibile attraverso l’empeiria. L’empeiria sembra avere la
sua radice nella necessità di ordinare i fenomeni sensibili, ma non è in grado
di conferire ordine complessivo. Essa comunica di volta in volta un mondo
frantumato, nei cui frammenti noi vediamo rispecchiato un kosmos in mille parti
rilucenti. La potenza dell’arte invece risiede nella sua capacità di produrre un
cosmo, un mondo ordinato dotato di un’unità significativa. L’arte come il mito
è il progetto universale delle possibilità umane711 e soprattutto la poesia
assurge per G. a evento privilegiato della relazione uomo-essere. Ma è
possibile attraverso la poesia esprimere e dire in modo immediato il mito?
Oppure la dimensione poetica in G. è una forma della ricezione mitica, una
forma demitizzata del mito? Per comprendere l’essenza e il valore di fondazione
del mito non dobbiamo prestare attenzione al passaggio dal mito al logos – dove
il mito appare come una prestazione arcaica della ragione e il logos come un
mito razionalizzato – ma al nesso tra mito e demitizzazione. Si tratta di un
movimento tutto interno al mito e che si intreccia al tema della fondazione. Il
mito in quanto topos atopos è premessa, origine che non può essere conosciuta
ma detta attraverso la poesia. G. parte da una idea di mito come fondazione
origine e inizio, come prestazione fondativa (Begründung). In questo senso il
mito – sia come realtà religiosa esemplare, sia come creazione artistica e
quindi come favola – può venir considerato come il principio instauratore
originario di una comunità con l’ordine
– che pone una molteplicità di movimenti entro un’unità – si preannuncia la
realizzazione dell’aspetto sociale712. L’interpretazione G.ana della Poetica di
Aristotele pone in luce l’aspetto di Mito e arte secolarizzazione insito nel
mito: il mito disvelando l’ampia scala delle possibilità umane713 corre il
rischio di generare un’arte secolarizzata: l’estetica714. Come sottolinea
Amoroso, in G. l’individuazione di una via di accesso al mito, alla poesia e
all’arte in rapporto al concreto operare della storia715 avviene attraverso il
ripercorrimento della filosofia dell’umanesimo che nell’arte avrebbe espresso
uno svelamento, una Lichtung dell’essere. La funzione trascendentale dei
concetti di Wahn e Langweile nelle meditazioni leopardiane Nel corso della
trattazione sono emersi due concetti chiave: quello della fondazione della
civiltà e quello del disvelamento: si tratta delle questioni supreme a cui G.
dedica gran parte della sua indagine storico-filosofica sui temi
dell’Umanesimo. In questo orizzonte teorico due figure capeggiano sulla scena
filosofica descritta da G.: Vico – come abbiamo già visto – e Leopardi, su cui
la critica poco si è soffermata. Entrambi appaiono in veste di filosofi delle
origini del mondo umano attenti alla ricerca dei fattori primi di umanizzazione
e di fondazione politico-civile i cui plessi teorici si inseriscono a pieno
titolo nel percorso G.ano di ricostruzione dell’antropologia delle origini,
della fondazione civile e del disvelamento. La fondazione fantastica e il
disvelamento vichiani e la funzione trascendentale dell’illusione e il ruolo
metafisico del pathos della noia come sentimento dell’apertura originaria in
Leopardi rappresentano le tappe fondamentali di una ricerca onto-antropo-
logica che in G. si concretizza come formazione del cosmo umano attraverso la
fondazione mitica. Nel corso della sua lunga ed operosa esistenza filosofica G.
si è spesso misurato con le riflessioni e la personalità di Leopardi. Tenendo
presente la centralità che il concetto di pathos assume all’interno del
pensiero di G. è possibile comprendere come il filosofo dedichi pagine
concettualmente dense al poeta di Recanati, istituendo confronti prima con
Freud ed Epicuro (sugli Arte e mito Amoroso, Da Aristotele a Vico. A proposito
di G. e il mito, Un filosofo europeo. G. argomenti del piacere e del
dispiacere; del principio di realtà e del principio di illusione; dell’edonè)
poi con Schopenhauer (sui concetti di realtà e illusione, di noia e dolore). In
questa sede si è ritenuto di non soffermarsi sulle relazioni interessanti con
il padre della psicoanalisi e con i filosofi greco e tedesco poste a tema dal G.,
quanto piuttosto di prendere in considerazione le suggestioni teoriche che il
poeta sollecita nel cammino di pensiero del filosofo nella consapevolezza
dell’originalità e discutibilità delle tesi G.ane su Leopardi che, come
vedremo, non seguono i dettami del filologicamente corretto ma piuttosto fanno
interagire Leopardi con i concetti chiave del suo sistema onto-antropo-logico.
Quale ruolo può avere Leopardi all’interno dell’iter di pensiero G.ano e qual è
il valore della teoria dell’illusione a cui il pensatore conferisce tanta
importanza da giungere a definire il poeta italiano teoreta dell’illusione716?
Il filosofo sottolinea quanto l’approccio leopardiano sia distante dal
razionalismo della metafisica astratta del secol superbo e sciocco insistendo
soprattutto su quei concetti, quali illusione e noia, piacere e dolore, natura
e passione in cui Leopardi assume un atteggiamento critico verso l’ottimismo
razionalistico e il tema della civilizzazione. Il Leopardi G.ano come critico
del tempo moderno e delle devastazioni dell’intelletto segue un percorso nuovo
e inesplorato, che si iscrive nel solco della tradizione umanistica di cui il
poeta e Vico costituiscono gli ultimi rappresentanti. Accanto all’operazione
ermeneutica di analisi dell’idea di illusione si situa anche il convincimento
che Leopardi può essere considerato come una delle ultime manifestazioni
dell’umanesimo. Si tratta di due temi – il Leopardi umanista e il Leopardi
teoreta dell’illusione – strettamente connessi perché consentono di fugare
l’idea che la lettura G.ana possa essere considerata come un tributo,
l’ennesimo, al grande genio poetico del recanatese e fanno emergere una
interessante prospettiva esistenzialistica sul Leopardi critico del moderno. Se
prendiamo in considerazione i passi in cui è presente il poeta di Recanati
constatiamo che egli appare in forma sparsa e asistematica già a partire da I
primi scritti. La lettura dei saggi risalenti
G., La metafora inaudita] al periodo compreso tra gli anni ‘30 e ‘40
mette in luce la presenza di Leopardi e delle tematiche dello Zibaldone, che
resta il preponderante testo di riferimento delle note G.ane sul poeta.
Confrontando le citazioni di Leopardi e i contesti teorici di riferimento
registriamo che esse compaiono sempre in relazione all’analisi dei concetti di
formazione (Bildung), di noia, di illusione: idee centrali se consideriamo
quanto essenziale sia la formazione nel nuovo ideale di umanesimo, la noia e
l’angoscia nella sua analitica esistenziale, e l’illusione come fattore
antropogenetico insieme al mito e al linguaggio nell’analisi antropologica G.ana.
In Il confronto con la filosofia tedesca in Italia del 1941 si fa cenno a
Leopardi nell’ambito della tematizzazione della Bildung degli studia
humanitatis che coinvolge una questione ben più ampia della mera educazione
filologica717. Per il filosofo infatti occorre distinguere una
pseudo-filologia, priva di pensiero, ridotta a sterile culto classicista della
parola, e una filologia autentica, che si connota come meditazione sull’uomo e
sulla sua formazione. Egli afferma che il filosofare italiano non comincia con
il problema della verità o del sapere, ma con il problema della parola in
relazione al compito umanistico di mediare la parola antica, gli scritti
antichi, il mondo antico . Ricordo solo che il compito umanistico della
mediazione della parola antica si realizzò essenzialmente su un piano estetico,
letterario, ossia in relazione alla scoperta e al rinnovato rapporto con i
testi letterari antichi. A ciò, però, si legava al contempo l’impegno di una
formazione dell’uomo tramite la parola, e con il problema della formazione si
affrontava un problema essenzialmente filosofico. Si stabilì che il significato
delle parole che troviamo in un testo non può essere dedotto dall’esperienza
quotidiana o dal nostro sapere, bensì dall’unità del testo conformemente all’antichità, si riconosceva
nella parola l’essenza dell’uomo, così il formarsi in base alla parola non
significava, come oggi per lo più crediamo, praticare la filologia, bensì
sviluppare l’essenza dell’uomo718. La distinzione tra Bildung e Erziehung
mostra come la posta in gioco nella nuova idea di umanesimo sia la messa in
discussione dell’essenza dell’uomo, della sua condizione, che accomuna, secondo
il filosofo, le figure di Bruno, Vico e Leopardi. Così come per Bruno ogni
rapportarsi Il confronto con la
filosofia tedesca in Italia, 871-886, in I Primi scritti 1922-1946, La Città
del Sole, Napoli originario nei confronti della realtà, sia nel senso politico
come in quello concettuale o poetico, scaturisce dall’esperire, dal patire
qualcosa di originario e indeducibile, che riveli mondi differenti719 anche per
Vico e Leopardi720 la funzione trascendentale del pathos consente un
rinnovamento del concetto di filologia. Il co-estendersi dei temi filologici e
antropologici implica una rivalutazione del concetto di pathos da parte di G.
che tuttavia non indulge ad una forma più o meno celata di irrazionalismo
illogico. Anzi il valore logico della sua ricerca emerge laddove egli tenta di
proporre un concetto complesso di logos che non esclude il pathos, ma che si
rivela nella sua coappartenenza costitutiva al pathos nell’orizzonte unitario
del reale e della sua esperienza. Nella sua prospettiva il pathos è sempre già
connotato ontologicamente e non si riduce all’affectio o all’emozione. Solo ed
unicamente sul suo fondamento facciamo esperienza della nostra apertura
mondana, della Lichtung e dell’evento della differenza ontologica. Secondo il
filosofo nel pathos l’inaudito appare sul palcoscenico della storia721: esso è
passione abissale722 in cui accade il fenomeno dell’essere e allo stesso tempo
il suo sottrarsi. Nella prospettiva G.ana il pathos metafisico è ciò che
Leopardi chiama illusione e natura. Le passioni hanno un carattere
trascendentale, esse sono cioè condizione delle esperienze e da esse non
deducibili e per il poeta indicano il nostro lasciarci afferrare dalla realtà,
dall’essere che si impone e contro cui urtiamo senza possibilità di sottrarci
al suo appello. G. afferma che l’espressione illusione, che Leopardi usa in
questo senso, ha, rispetto alla terminologia tradizionale La metafora inaudita Illusione,
natura e critica del mondo intellettuale moderno in Tradizioni della poesia
italiana contemporanea, Edizioni Theoria, Roma] che si serve della espressione
a-priori, il grande vantaggio di esprimere il carattere esistenziale del
trascendentale724. Nell’esperienza patica rintracciata dal filosofo nello
Zibaldone l’uomo si trova di fronte al proprio disancoramento e alla propria
angoscia – che nelle meditazioni leopardiane è sostituita dalla noia – in cui
questo vanificarsi della realtà nello stato dell’angoscia esistenziale
manifesta pure per la prima volta l’esistente come un completamente altro da
esso e come tale lascerebbe sorgere di fronte a noi la realtà dell’essere come
essere nella sua originaria alterità e possibilità di determinazione. L’angoscia
quindi in cui il nulla si mostra come vanificarsi della totalità dell’esistente
è la fonte della possibilità di pensare (come pensare l’essere) e di filosofare
e in esso sorge la possibilità di trascendere l’ esistente nella sua totalità
rendendolo possibile termine di domanda725. Nel pathos dell’angoscia noi
esperiamo l’assenza di mondo e la possibilità allo stesso tempo di realizzare
ordini di realtà, progettazioni e creazioni, per arginare l’assenza di mondo in
cui l’uomo è gettato proprio perché privo di orientamenti precostituiti.
L’esperienza della dismondanizzazione e di assenza di mondo a cui il filosofo
fa riferimento sono il regno dell’Aperto in cui è assente ogni direzione, ogni
coordinata, ogni orientamento. Egli asserisce che in quest’esperienza siamo di
fronte all’Offenheit, a quella apertura che, non essendo la nostra dimensione,
ci paralizza726 e ancora che qui gli oggetti diventano trasparenti, quasi
fluorescenti, tu non ti puoi più aggrappare a loro, non puoi più tenerli in
mano per costruire con loro un mondo, e comincia la sensazione del precipizio. Il
problema del nulla nella filosofia di M. Heidegger, in I primi scritti, 329.
726 Assenza di mondo, in Archivio di filosofia, Roma A caratterizzare
maggiormente l’esperienza patica è quindi la sua componente metafisica e non
psicologica: nel pathos facciamo esperienza dell’originario. La passione ha
anche un significato arcaico nel senso di fondativo: si è costretti a
riconoscere che la passione agisce come archè, potenza elenchica, che ci espone
perché non possiamo liberarci da essa, incombe come destino e nella sua luce fa
apparire il significato di ogni ente728. Essa consente di prendere coscienza
dell’eventualità dell’essere, dell’apertura dei mondi, dell’aletheia come
schiudersi, aprirsi e darsi della concreta situazione storica. É proprio questo
concetto metafisico di pathos che G. ritrova nel tema leopardiano
dell’illusione a cui si accosta per la prima volta nel saggio Sul problema
della parola e della vita individuale. Riflessioni a partire dalla tradizione
italiana del 1942. Si tratta di una lettera scritta all’amico Walter Otto il
cui centro teorico è la domanda circa il rapporto sussistente tra il singolo
(l’individuo) e il comune (l’oggettivo) che secondo G. trova una risposta nella
tradizione umanistica italiana attraverso la disamina del problema della parola
come massima espressione della vita individuale, la quale però non ha proprio
nulla a che fare con l’individualismo –
ma – conduce alla questione sistematica dell’essenza del comune729. La ricerca G.ana
sulle modalità di configurazione del problema della parola nella tradizione
italiana e sulla sua correlazione al tema dell’essenza dell’uomo, non
irrigidendosi in una teoria individualistica ma – al contrario – rischiarando
il problema di ciò che è comune ha come esito la convinzione che l’individuale
sia un concetto molto distante dal soggettivo e dal relativo, da ciò che è
riferito all’io731, ma sia invece legato all’oggettivo, a ciò che dischiude il
comune. Il dramma della metafora. Sul
problema della parola e della vita individuale. Riflessioni a partire dalla
tradizione italiana, in I primi scritti L’insistenza sul tema dell’oggettivo,
l’autenticamente originario che si fa incontro all’uomo e non giace davanti in
qualità di objectum, conduce G. verso la teoria leopardiana dell’illusione come
l’a-priori, il trascendentale che conferisce ordine – infatti G. parla di bella
illusione – e che come la meraviglia, all’origine del nostro impulso a sapere,
si impone come necessaria, essenziale e comune prassi umana di trasformazione
del reale. Anche Il reale come passione e l’esperienza della filosofia del 1945
dedica una sezione molto significativa al poeta in riferimento al concetto di
noia e passione. Afferma il pensatore che per Leopardi la noia si rivela
inaspettatamente come passione poiché la vita è sempre nella sua essenza
impulso alla compiutezza e alla felicità
così l’uomo non può mai sprofondare nell’assoluta insensibilità e indifferenza734.
La noia come morte della vita, vita non vita, vita dell’indistinto e
dell’indifferente tuttavia è pur sempre passione, sia pure nel senso del più
basso gradino dell’esistenza. Siamo venuti ai temi principali che animano la
lettura G.ana di Leopardi presente nei saggi più sistematici dedicati al poeta:
Wahn, Natur und die Kritik der modernen Verstandeswelt, Introduzione a Giacomo
Leopardi, Theorie des schönen Wahns und Kritik der modernen Zeit; Passione e
illusione. Il principio freudiano del piacere e la teoria leopardiana delle illusioni
Il reale come passione e l’esperienza della filosofia, in I Primi scritti Wahn,
Natur und die Kritik der modernen Verstandeswelt. Si tratta di una introduzione
a Giacomo Leopardi, Theorie des schönen Wahns und Kritik der modernen Zeit,
Verlag, Bern, 1949, 9-34. Tradotto in italiano da R. Copioli con il titolo,
Illusione, natura e critica del mondo intellettuale moderno; Der italienische
Schopenhauer; Leopardi e Freud. Attività metaforica o schizofrenica? Il testo
del ’49 è una scelta di passi tratti dallo Zibaldone, considerato da G. come lo
strumento per gettare uno sguardo all’officina poetica di Leopardi. Fu
pubblicato per la collana Überlieferung und Auftrag che nasce dall’intenzione
di porre a tema determinati problemi della tradizione umanistica, che, come è
noto, per G. sono quelli della rivalutazione della poesia e della retorica,
della fantasia e dell’ingenium. Nel saggio introduttivo a Theorie des schönen
Wahns und Kritik der modernen Zeit tradotto in tedesco da Joseph Partsch G.
prende le distanze dall’impostazione crociana della interpretazione di
Leopardi, accolta anche dal Vossler. Contro la negazione del Croce del valore
filosofico del poeta di Recanati G. ha come scopo dichiarato quello di
rivalutare l’aspetto teoretico contenuto nell’opera, al di là dei limiti del
pessimismo leopardiano che, sulla scia di De Sanctis, si è imposto
all’attenzione critica. L’idea centrale che ha ispirato la scelta editoriale di
selezionare i passi zibaldonici non tenendo conto del loro effettivo ordine
cronologico è quella di restituire la genuina antropologia leopardiana
attraverso la focalizzazione sul concetto di illusione. Secondo G. generalmente
le tesi pessimistiche del Leopardi, Passione
e illusione. Il principio freudiano del piacere e la teoria leopardiana delle
illusioni in Nuovi Annali della Facoltà di magistero dell’università di Messina
presentato in redazione differente al Congresso su Leopardi a Roma, contenuto
ora in G., La metafora inaudita, Aesthetica, Palermo 1990. 737 Der italienische
Schopenhauer, 125-138, in AA. VV., Schopenhauer im Denken der Gegenwart, Piper
Munchen a cura di Volker Spierling. Leopardi
e Freud. Attività metaforica o schizofrenica? In Leopardi e il pensiero
moderno, a cura di C. Ferrucci, Milano, Feltrinelli. , Illusione, natura e
critica del mondo intellettuale moderno. le affermazioni crociane contenute in
B. Croce, Poesia e non poesia. Note sulla letteratura europea del secolo
decimonono, Laterza, Bari 1946. Croce dopo aver asserito che la filosofia, in
quanto pessimistica od ottimistica, è sempre intrinsecamente pseudofilosofia,
filosofia ad uso privato, afferma che Leopardi non offre se non sparse
osservazioni, non approfondite, non sistemate. Sanctis, Leopardi, a cura di C.
Muscetta e A. Perna, Einaudi, Torino. Per la storia delle interpretazioni del
pensiero di Leopardi e delle sue immagini in qualità di ottimista (critica
fascista), pessimista, e progressivo (critica marxista) S. Lanfranchi, Dal Leopardi ottimista della
critica fascista al Leopardi progressivo della critica marxista, in Laboratoire
italien, Lione. così come esse, per esempio, hanno ricevuto la loro
formulazione nelle cosiddette Operette morali, sono note: il nostro compito non
potrebbe essere quello di elaborare questo lato del pensiero leopardiano, ma soprattutto
quello di delimitare il concetto filosofico dell’illusione nel suo significato
sistematico, etico, sociale e storico. Lo scopo è esplicitato con tutta
chiarezza: G. si propone di rendere oggetto di discussione non il Leopardi
pessimista, non il Leopardi letterato, ma il Leopardi antropologo. Il legame
tra antropologia e illusione è al centro dei saggi Passione e Illusione, Lo
Schopenhauer italiano, e Leopardi e Freud. Legare antropologia e illusione non
sembrerà una mossa azzardata se colleghiamo il tema del Wahn (illusione, mania,
pazzia) con quello della Leidenschaft (passione). Nei due saggi dell’‘87, Lo
Schopenhauer italiano – che qui proponiamo in traduzione italiana – e Passione
e illusione, si analizza l’idea di schönen Wahn – anche definito illusione
ingegnosa. La caratura antropologica dell’illusione è del tutto evidente se si
prendono in considerazione le affermazioni G.ane sui concetti di ordine, di
costruzione del mondo etico-politico, e di scena. Egli afferma in Lo
Schopenhauer italiano: il misterioso da cui si forma il teatro del mondo, la
scena della storia, offre solo l’illusione, l’ossessione di un gioco
inquietante nel quale noi stessi siamo solo attori o spettatori ammessi. Dal
momento che l’originario è indeducibile, e perciò non è spiegabile in fondo
attraverso il ragionamento analitico, esso deve essere così riconosciuto come
illusione, come ossessione. Sicuramente l’illusione è generatrice di ordine,
poiché è la ragione di ogni grande azione, di ogni grande epoca, di ogni creazione
storica. La teoria dell’illusione è in netta contrapposizione alla ragione. Per
il filosofo Leopardi si oppone al predominio della ragione ed esplicitamente
alla filosofia tedesca razionale astratta. Il riferimento è al passo
zibaldonico sulla povertà di immaginazione dei tedeschi745, in cui G. crede di
trovare traccia del proprio filosofare noetico-non metafisico, che si
identifica con una teoria del nous o dell’ingenium in cui la priorità della
natura si esprime attraverso la
passionalità come G., Illusione, natura e critica del mondo intellettuale
moderno, 157. I corsivi sono nostri. Leopardi
e Freud. Attività metaforica o schizofrenica?, 33. 743 Der italienische
Schopenhauer. Traduzione nostra. Leopardi
e Freud. Leopardi, Zibaldone illusione746. Dall’angolo teorico dal quale il
filosofo guarda allo Zibaldone il mondo umano non è una costruzione della
ragione, del logo, ma è il prodotto di ciò che Leopardi chiama – in antitesi
alla ragione – ingegnosa illusione, cioè la sofferenza dell’abissale appello
della natura Leopardi contrappone così non solo alla ragione ciò che egli
chiama illusione – perché razionalmente non deducibile– ma identifica questa
con l’attività ingegnosa747. Attraverso l’illusione la physis originaria,
l’Abissale, realizza la storia, accade il mondo, avviene la parousia della
realtà, il suo phainesthai. Altre riflessioni teoriche degne di nota presenti
nella lettura di Leopardi sono quelle relative ai concetti di natura e vita. Il
filosofo giunge ad affermare che i concetti di vita, natura, passione e
illusione coincidono748 . La vita – che sin dagli esordi greci della filosofia
è stata interpretata come energia ed entelechia, come ciò che ha in sé il
lavoro, il limite e il fine, l’ergon e il telos – in Leopardi diviene qualcosa
di intimamente connesso al vuoto, al nulla. Questi ultimi concetti non hanno
carattere negativo ma sono contraddistinti da una positività originaria
generatrice di ordine, di mondo: il nulla prima di generare disperazione e
dolore749 entra in contatto con la noia. Nei saggi leopardiani di G. la
Langeweile assume quel ruolo liminare che l’Angst ha nei Primi Scritti: quello
di chiusura mondana in cui l’uomo è gettato – il suo fondo animale – e allo
stesso tempo di apertura mondana possibile solo su quella chiusura. La noia è
l’aperto, la Lichtung nella quale l’uomo fa esperienza della propria vita che è
innanzitutto temporalità. La noia in quanto esperienza dell’uniforme e
dell’indistinto, è il contrario della vita. La vita invece è esperienza della
distinzione e della singolarità. L’esperienza della noia in Leopardi secondo G.
è caratterizzata da una positività originaria che la rende ben più profonda di
una semplice tonalità emotiva. Del resto che il pathos avesse una costituzione
metafisico-trascendentale ben più profonda rispetto alla componente
soggettivistica appare evidente già dalle riflessioni su Stimmung e sulla G., Leopardi e Freud Illusione, natura e
critica del mondo intellettuale moderno Leidenschaft. La noia nel suo carattere
esperienziale assurge a facoltà di patire. Afferma G. che l’indifferente,
l’uniforme, li possiamo cogliere e di essi possiamo avere esperienza, solo se
si manifestano in modo finito, e la noia – nella misura in cui noi la sopportiamo
– ci evidenzia come noi non possiamo vivere nel non limitato e
nell’indifferente. In altre parole: se tutto ciò che è e di cui parliamo può
presentarsi solamente a condizione che si mostri entro certi limiti – cioè come
qualcosa di definito e distinto – allora anche la noia può essere colta
solamente in quanto impossibilità di esistere nel non-limitato, nel
non-dipendente. Nella prospettiva che abbiamo cercato di delineare emerge che
nella noia è coinvolto lo stesso tema della léthe e dell’illatenza: il gioco di
svelamento e nascondimento, insito nel cuore della manifestatività, che decide
dell’umano. La noia leopardiana come facoltà di patire allora diviene un
principio storico-culturale che solo secondariamente scade a povertà di azione
e pigrizia ma si erge a condizione trascendentale del mondo storico dell’uomo.
Essa è la Lichtung, il nome kat’exochèn dell’essere e del mondo, in cui
l’avvento dell’umano accade innanzitutto linguisticamente. Qui si installa un
altro tema centrale della lettura G.ana: la critica del mondo moderno presente
nelle annotazioni zibaldoniche che mette in luce anche la qualità umanistica
del poeta. Come leggiamo in Heidegger e il problema dell’umanesimo, G. afferma,
ponendo una netta demarcazione tra il proprio modo di intendere l’umanesimo e
l’approccio storiografico consolidato, che gli studiosi hanno costantemente
individuato l’essenza dell’umanesimo nella riscoperta dell’uomo e dei suoi
valori immanenti e tuttavia uno dei
problemi centrali dell’umanesimo non è l’uomo, bensì la questione del contesto
originario, dell’orizzonte o apertura in cui appaiono l’uomo e il suo mondo. Il
problema fondamentale dell’umanesimo, che non va concepito come una forma più o
meno larvata di antropocentrismo tout court, è la problematizzazione del tema
della Lichtung, ossia del tema dell’Aperto, del contesto originario
dell’apparire del mondo, dell’uomo e degli enti, che si declina come ricerca
sulle strutture del mondo umano. Heidegger e il problema dell’umanesimo, Guida,
Napoli. Alla metafora fotica nell’accezione heideggeriano-G.ana sopra delineata
fu sensibile già Leopardi, che fin da Memorie del primo amore e poi via via nel
Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, nello Zibaldone, nelle
Operette morali e nei Canti mostra un timore irrequieto nei confronti della luce
diretta e accecante – sia essa lunare o solare – che genera un guardare
piacevole e sublime. G. non sottolinea l’importanza della metaforica della luce
né l’attenzione alla connessione vita-apertura pur presente nello Zibaldone,
privilegiando il tema dell’illusione nelle sue molteplici sfaccettature
storiche e fondative, nel convincimento che in quel concetto sia esplicato un
accesso alla filosofia non pregiudicato da una metafisica razionalistica
latente. Leggiamo nello Zibaldone che per lo contrario la vista del sole e
della luna in una campagna vasta e aprica e in un cielo aperto ec. è piacevole
per la vastità della sensazione; e ancora : per lo contrario una vasta e tutta
uguale pianura dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, né ostacolo;
dove l’occhio si perda ec. è pure piacevolissima. La priorità trascendentale
della radura sulla luce che si offre, si dà in un atto di donazione (l’Es gibt)
in cui si co-estendono luce ed essere, è viva anche in Leopardi, il quale usa
dei termini molto cari a G. – e al suo maestro Heidegger – ma anche a Vico:
sylva755, luce, critica della metafisica757, rivalutazione della poesia.
Temi G. Leopardi, Zibaldone, Io credo
che tutti questi tali verbi sieno originariamente fatti da altri verbi ignoti,
come vivesco dal noto vivo, hisco dal noto hio, e altri tali di questa
desinenza in sco. E lo credo perché, come vivesco significa divenir vivo, cioè
divenir quello che dal verbo vivo è significato essere, cioè esser vivo, e come
hisco significa aprirsi, cioè divenir aperto, mentre hio significa essere o
stare aperto, ec.; così tutti i detti verbi nosco, nascor, adipiscor, sinesco,
adolesco, cresco ec. di cui non si conoscono gli originali, significano però
divenire, incominciare a essere o a fare quella tal cosa o azione. Perché la
mancanza delle vive e grandi illusioni spegnendo l’immaginazione lieta aerea
brillante e insomma naturale come l’antica, introduce la considerazione del
vero, la cognizione della realtà delle cose, la meditazione ec. e dà anche
luogo all’immaginazione tetra astratta metafisica, e derivante più dalla
verità, dalla filosofia, dalla ragione, che dalla natura, e dalle vaghe idee
proprie naturalmente della immaginazione primitiva. Come è quella dei settentrionali,
massime oggidì, fra’ quali la poca vita della natura, dà luogo all’immaginativa
fondata sul pensiero, sulla metafisica, sulle astrazioni, sulla filosofia,
sulle scienze, sulla cognizione delle cose, sui dati esatti ec. Immaginativa
che ha piuttosto che fare colla matematica sublime che colla poesia,
fondamentali, questi, che corroborano l’idea, in altro modo proposta da G., di
un Leopardi filosofo dell’esistenza umana interpretata come oltrepassamento
dell’immediatezza e allo stesso tempo come natura che si apre alla storia. Come
abbiamo visto, l’indagine G.ana, accanto all’attenzione all’ambito ontologico,
si concentra sulla dimensione ontica delle concrete Lichtungen, che si converte
in analisi del linguaggio. Per il pensatore la cosa sorprendente, alla quale di
solito non si presta attenzione, è che questi problemi – contesto originario,
orizzonte, Lichtung – non sono trattati nel pensiero umanistico mediante un
confronto logico speculativo con la metafisica tradizionale, ma piuttosto in
termini di analisi e di interpretazione del linguaggio . Il problema del
linguaggio solleva la questione fondamentale del rapporto tra parola e oggetto,
tra verbum e res. Oltre a ciò, si fa strada l’idea che solo nella parola e a
mezzo della parola (verbum) la cosa (res) rivela il suo significato758. Con
l’umanesimo, secondo il filosofo non ci si interroga più circa la verità logica
e il rapporto logico tra cosa e pensiero, ma a proposito del comparire storico
della res a mezzo del verbum: la questione fondamentale è quella di accedere ad
un linguaggio che sia casa dell’essere e non una sua prigione. Egli, infatti,
distingue la cosa dall’ente, pone la differenza tra res ed ens: se la
metafisica tradizionale si interroga sulla cosa ridotta ad ente – e per G.
occorre abbandonare l’idea di una metafisica astratta degli enti – per cui
l’unico linguaggio possibile per enunciare i predicati dell’ente è quello del
razionalismo che delimita l’ente entro il perimetro logico dell’identità, la
ricerca linguistica dell’umanesimo, di cui Leopardi fa parte secondo G., è
capace di restituire la ricchezza fenomenologica della cosa, della res, del
pragma, proprio attraverso un linguaggio che ne rispecchi le infinite e
variegate sfaccettature. Secondo l’interpretazione del filosofo italiano non
esistono cose separate dalle nostre azioni, dai nostri tentativi di
trattarle l’essere-in-sé delle cose ci
si manifesta solo nella e attraverso l’azione umana. Occorre quindi riconoscere
che l’oggettività delle cose si rivela nell’azione, nella e con la praxis. G.,
Heidegger e il problema dell’umanesimo, 26. 759 Potenza dell’immagine.
Rivalutazione della retorica, Guerini e Associati, Milano Infatti, per il
filosofo milanese, la forma sostantivata pragma esprime l’originario rapporto
tra l’oggetto e il suo manifestarsi come cosa attraverso la praxis umana. Entra
sulla scena assieme al concetto di prassi e di parola quello di situazione.
Eccoci giunti ad un nodo concettuale di grande spessore che coinvolge la figura
di Leopardi: la co-estensione del mondo (l’oggettivo) e dell’uomo – che si
consuma in un rapporto pratico (la fondazione politico-culturale) e linguistico
che eccede i limiti dell’omologhia e dell’adaeguatio e sconfina verso la
polisemia – si ritrova nel poeta di Recanati e nella sua teoria dell’illusione
che si apre ai temi centrali per G. della situazione, della circostanza e
dell’occasione. Per Leopardi attraverso la priorità dell’occasione, della
circostanza, della situazione, noi dobbiamo corrispondere all’appello
riconoscendo il significato sempre differente degli enti. Qui entra in gioco
l’illusione nella sua identità con l’ingenium. Per G. con la teoria
dell’illusione di cui con estrema lucidità ha riconosciuto la necessità e la
vanità, [Leopardi] ha compreso che il problema dell’uomo è quello di essere
sempre gettato in una situazione concreta, quello di trovarsi sempre sospeso
sul precipizio del qui e dell’ora, che gli pongono domande a cui non è
possibile dare una risposta razionale, universalmente astratta, ma solo
passionale. Con il poeta italiano abbiamo una riconfigurazione del tema antropologico
che implica una svolta linguistica e ontologica. Siamo di fronte ad una Kehre
verso un logos polisemico che restituisca la multilateralità e
polidimensionalità di un reale che si dà fenomenologicamente per scorci,
occasioni, circostanze. Siamo di fronte ad una Kehre verso un’ontologia
dinamica e non statica, nella quale il processo di manifestazione nel suo
stesso apparire storico si mostra per gradi e forme dicibili solo attraverso il
linguaggio metaforico, poiché il metapherein, la trasposizione, è la struttura
stessa della nostra facoltà di apprensione della realtà o, per usare un termine
caro a G., del nostro atteggiamento verso il reale. 761 Leopardi e Freud.
Attività metaforica o schizofrenica? La metafora inaudita La metafora è
l’espressione fluida e mobile del reale poiché mentre dice rimanda ad altro e
in questo modo esprime la perenne metamorfosi dell’essere. Come possiamo
leggere in uno degli ultimi testi del filosofo, Il dramma della metafora, la
parola metaforica esprime a un tempo la struttura fondamentale del continuo
mutarsi di ciò che appare e l’unico modo per identificarla. Essa è anche
espressione di un’acutezza, di una rapidità intimamente collegata con il
kairòs, l’istante giusto in cui possiamo cogliere il carattere metamorfico
dell’apparire attraverso la traslazione del significato. La metafora è proprio
questo: annotazione dei segni indicativi provenienti dal colloquio con l’
abissale che urge, che per pochi istanti ci vivifica e che poi ci fa cadere
silenti su una sabbiosa spiaggia senza
significato, dalla quale sale l’angoscia perché vivremo l’indeterminato. Anche
in LEOPARDI (si veda) G. intravede le tracce di un colloquio mai interrotto con
l’Abissale, l’Originario, l’Essere in cui si gioca la nostra esistenza: è il
senso stesso dell’illusione come ingresso nel ludus dell’esistenza, come
reazione all’agorafobia primordiale. Nel gioco giocato dell’esistenza (e del
linguaggio in cui quel gioco viene parlato) si liberano molteplici possibilità,
ognora rinnovate, imprevedibili, e dunque tali da frustare qualsiasi tentativo
di prevederne razionalmente il senso. Ma che cos’è l’illusione di Leopardi se
non, appunto, un in-ludersi, un entrare nel ludus, uno stare al gioco
dell’esistenza?766. Come è emerso da queste considerazioni il Leopardi di G.,
teoreta dell’illusione, è il Leopardi portavoce di una filosofia umanistica che
si traduce nell’idea di una antropologia che contiene in sé i temi del
linguaggio e dell’essere. Afferma G. in La metafora inaudita che Leopardi
insegna che l’unica filosofia in grado di tentare questa spiegazione, il gioco
dell’esistenza, è una filosofia dell’esistenza; una filosofia cioè che, senza
pretendere di risolvere il Il dramma della metafora. Euripide, Eschilo,
Sofocle, Ovidio, L’Officina Tipografica, Napoli La metafora inaudita problema
razionalmente, prenda atto dell’abisso su cui ogni passione ci sospende. La
focalizzazione sui temi dell’illusione e della natura, della noia e della
passione, che solo marginalmente toccano l’ambito del pessimismo, ha svelato il
legame con il grande tema antropologico della costruzione del mondo umano. Che
cos’è l’uomo e quale sia il suo posto nel mondo: sono questi i quesiti che
agitano l’onto- antropo-logia G.ana e l’interpretazione dello Zibaldone di
Leopardi che diviene ulteriore occasione fortunata – insieme a CICERONE
(vedasi), Quintiliano, OVIDIO (vedasi), BRUNI (vedasi), VALLA (vedasi),
Graciàn, VICO (vedasi), Ungaretti – per una meditatio sull’uomo che permea la
sua prospettiva neo-umanistica. Il Leopardi G.ano può essere interpretato,
allora, come pretesto per ribadire ancora una volta che l’umanesimo autentico
come pensiero poetante, come meditazione noetica e non metafisica, ha ancora
una possibilità di essere esperito a partire da una tradizione a cui non è
stata conferita la dovuta importanza. La traccia leopardiana nell’iter G.ano ha
fatto emergere, attraverso il concetto di ingegnosa e bella illusione, che
l’antropogenesi fa tutt’uno con l’antropo-poiesi: la nascita dell’uomo avviene
con le produzioni umane della civiltà, della storia, della cultura. Solo
illudendoci sperimentiamo la nostra forza, la nostra umanità, come insegna
Leopardi, e diveniamo artefici del nostro mondo. La filosofia dell’esistenza
proposta da Leopardi diviene un experimentum vocis, una poesia pensante o un
pensiero poetante. La )&0&*& '*&2o"& descritta da
Platone nella Repubblica, l’antico dissidio tra poesia e filosofia, viene ripensato
da G. da un angolo prospettico differente: non da quello di una epistemologia o
gnoseologia – in cui il poetico per sua stessa natura incline al vago ed
indefinito, come insegna Leopardi, è votato irrimediabilmente al fallimento –
ma da quello di una antropologia delle origini del mondo umano in cui la
connessione poetico-fantastico-ingegnoso fonda la correlazione
umano-civile-politico. Platone, Repubblica Come è noto il plesso disegnato da G.
di metafora-fantasia-ingegno ha un valore teoretico- conoscitivo e solo
secondariamente poetico-letterario. Si tratta di facoltà che appartengono a
quella topica che sempre precede nella storia del mondo, come in quella
dell’individuo, l’operazione mentale della critica, l’arte del giudicare.
Memore delle riflessioni vichiane della Scienza Nuova e delle teorie barocche
dell’ingenium di Graciàn e Peregrini, G. affida all’ingegno la capacità di
sintesi e connessione del molteplice empirico fino al punto di farne la
caratteristica specifica dell’uomo. E non poteva mancare di sottolinearne
l’importanza teorica e pratica presente in Leopardi. Ingenium come capacità di
ritrovare; fantasia come facoltà di visione delle somiglianze; metafora come
atto di trasferimento del significato e quindi creazione di una pertinenza
semantica – e non come tropo linguistico, sia esso di sostituzione o di
comparazione – concorrono a delineare i prolegomeni per un’idea di
neo-umanesimo in cui la storicità dell’umano si dispiega tra razionalità e
fantasia. Quest’ultima si rivela come facoltà di attivazione di procedure di
formalizzazione concettuale, vera e propria facoltà di apprensione del reale
attraverso una struttura pato-logica, o un’intelligenza senziente – per usare
un’espressione di Zubiri, collega di corso in Germania di G. Essa è il
catalizzatore dell’umanizzazione del mondo. Concentrandosi sugli aspetti
figurativi, simbolici e semantici del logos G. non rinuncia mai tuttavia alla
filosofia: la filosofia deve mutare le sue vesti e divenire noetica non più
metafisica. Se l’aspirazione profonda del filosofare tradizionale è di giungere
a una chiarificazione logica razionale, oggettiva che parte da un’ontologia che
culmina in una metafisica, quella di G. ha come scopo l’elaborazione di un’idea
di nous – dove nous si identifica con ingenium – che ha come oggetto il G.
Leopardi, Zibaldone, G.- E. Hidalgo, Filosofare noetico non metafisico.
L’Alcesti e il Don Chisciotte, Congedo, Lecce reale, l’ontologia non logica ma
situazionale773 in cui la metamorfosi del mondo non può che trovare espressione
in un orizzonte di dicibilità che è metaforico. L’antica lotta tra poeti e
filosofi supera la secca alternativa tra un tentativo di purificare la lingua
da ogni ridondanza poetica e l’impresa di epurare la theoria dal concetto.
Nella prospettiva G.ana l’opposizione può trovare una soluzione attraverso una
rinnovata idea di umanesimo contrassegnato da un filosofare che sia pratica
esistenziale, non sterile sapere erudito privo di vitalità e utilità. In questa
ricerca di un’idea autentica di umanesimo Leopardi riveste un’importanza
fondamentale poco sottolineata, a nostro avviso, dalla critica, che si è
maggiormente concentrata sul G. lettore di VICO e Heidegger. La svolta verso un
filosofare noetico non metafisico si poggia su un ripensamento, da un lato,
della filosofia – sostituzione della metafisica con l’ontologia non statica ma
dinamica, non logica ma situazionale; ripensamento del tema della verità
connessa alle sue espressioni storiche – dall’altro, della filologia, che non
si riduce a una mediazione delle opere antiche ma è una scienza sperimentale,
una meditazione sull’ essenza dell’uomo e sulla sua Bildung a partire dal
problema della parola. La ricostruzione di un’essenza dell’uomo è al centro
anche delle riflessioni del Leopardi G.ano teoreta dell’illusione, il cui
significato sociale etico e politico viene ribadito contro un’Europa tutta
civilizzata in cui la civiltà, la scienza e l’impotenza sono compagne
inseparabili. Viene in mente il mondo vichiano dominato dalla boria dei dotti
in cui le forze autentiche dell’uomo, la natura e le illusioni, hanno perduto
la loro virtualità politico- fondativa per lasciare spazio ad un sapere chiuso
nei limiti del mos geometricus. Siamo di fronte all’idea di tenere insieme
linguaggio poetico e linguaggio filosofico come due tensioni inseparabili e
irriducibili all’interno dell’unico campo del linguaggio umano che tenta di
dire non l’indicibile. Leopardi, Zibaldone, l’indicibile non è altro che una
presupposizione del linguaggio – ma il dicibile con cui di volta in volta ci si
misura. L’attenzione G.ana verso il poetico, che restituisce le circum-stantiae
della res attraverso la molteplicità dei verba, va interpretata come l’ennesimo
tentativo di dire la cosa stessa della filosofia, l’autò tò pragma, ciò che è
in questione nella parola e nel pensiero, la res che, attraverso la parola e il
pensiero, è in gioco fra l’uomo e il mondo. Così poesia e filosofia stanno
l’una accanto all’altra: chi non ha immaginazione, sensibilità, capacità di
entusiasmarsi o facilità a vivere belle rappresentazioni illusorie, non
conoscerà mai la verità, perché ogni analisi può essere portata avanti solo
dove la materia della vita è riccamente delineata. Non si tratta di riconoscere
il mondo a posteriori ma di giungere a conoscenza dei principi agenti, dai
quali innanzitutto può avere origine ogni mondo, anche quello della
filosofia776. E Leopardi con le sue riflessioni ha insegnato, contro le
devastazioni dell’intelletto, questa filosofia dell’esistenza che guarda al
phainesthai, all’apparire nel quale viviamo, non con l’occhio della metafisica
ma con quello dell’ingegno, l’unico in grado di cogliere l’appello che ci
chiama da questo abisso, L’appello dell’origine. G., Illusione, natura e
critica del mondo intellettuale moderno, La metafora inaudita. Traduzione di G.
Natur, introduzione a W. Heisenberg, Das Naturbild der heutigen Physik,
Hamburg, Rowohlt. Il nostro concetto di natura deriva dal termine greco [Questa
parola proviene dalla radice phy (latino fio, fui, tedesco “bin – H. P. Grice,
Heidegger is the greatest living philosopher, whereas Kaspers is a has-been.),
di cui indica lo sviluppo. La! 341*1 racchiude tutto ciò che nasce e diviene, e
così comprende il cosmo nella sua totalità. Noi traduciamo !341*1 con il
termine natura, dalla espressione latina natura, il cui SIGNIFICATO (SENSO) esprime
quello della parola greca (nasci, esser nato, crescere, affine a gignere).
Secondo l’originario concetto greco ciò che è immediato in quanto cresce è
visto come una realtà eccellente. Tuttavia occorre ricordare che per i greci il
crescere NATURALMENTE realizza sempre la legge insita ad ogni sostanza.
Pertanto sotto il termine natura, come principio del divenire, è compresa molto
spesso l’essenza di una cosa. Il concetto di natura, la rappresentazione quindi
che lo spirito umano si costruisce attraversa una lunga e movimentata storia.
La conoscenza dei fenomeni NATURALI muta e di conseguenza cambia anche la
concezione della natura. L’età pre-filosofica della cosmogonia (sei secoli
prima della nascita di Cristo) – cioè l’epoca del dibattito sull’origine del
cosmo, del Tutto, è pervasa da rappresentazioni mitiche, in cui già sempre la
relazione dell’uomo con la natura gioca un ruolo centrale. Un primo
inquadramento non più mitico, ma filosofico del concetto di 341*1, di natura,
si ha nell’età antica con la Sofistica (Protagora; Gorgia; Ippia e Prodico, i
più giovani contemporanei di Protagora) e la filosofia socratica. Non più
l’intera realtà è inclusa in questo concetto ma ora solo un suo settore
specifico. Per prima cosa i Sofisti hanno messo in gioco la 341*1 contro il!%$μ$1
(legge), hanno posto il naturale solo in ciò che è fissato e posto dall’uomo in
sua contrapposizione.! Socrate nel porsi domande di natura etica professa una
bassa considerazione per una scienza della natura e vi contrappone l’idea di
una scienza dell’uomo. Da una parte c’è dunque la natura, dall’altra l’uomo con
la sua cultura: così di conseguenza agli albori del pensiero occidentale si
pone già il problema se sia più importante conoscere la natura o l’essenza
dell’uomo. Dopo un’importante fase iniziale con gli Atomisti e Platone si
arriva al grande progetto finale della filosofia della natura greca con
Aristotele. Non posso ora soffermarmi sull’analisi del contenuto di questa
dottrina a cui si è fatto cenno. Va però ricordato che le scuole peripatetiche come
gli epicurei, gli stoici, i neopitagorici, i neoplatonici, apportarono
variazioni che per noi non sono determinanti. La divisione tra Natura e Spirito
e quindi l’abisso tra la Fisica, da un lato, e l’Etica e la Logica, dall’altro,
si è mantenuta nello Stoicismo e nell’Epicureismo, per quanto lo Stoicismo
abbia costituito l’ultimo e unico tentativo di riconciliazione universale di
entrambi i regni: una lotta gigantesca ma alla fine inutile. Nel Neoplatonismo
alla fine la 341*1 perde del tutto la sua importanza e viene considerata come
una realtà irrazionale fondamentalmente nulla. Il pensiero cristiano dei primi
Padri della Chiesa adotta parzialmente l’originario concetto platonico
aristotelico di natura, per quanto questo suo preciso significato cambi e si
perda giacchè la natura intera non viene più concepita in modo classico ma come
creazione di Dio a partir dal nulla. Anche se nel Medioevo non c’è uno studio
autonomo della natura, tuttavia questa epoca conosce una scienza della natura
caratterizzata dalla volontà di conservare l’antica tradizione, soprattutto
quella aristotelica. Custodi dell’antica tradizione furono in primo luogo i
filosofi e gli scienziati naturalisti dell’Islam. L’apice della scienza della
natura medievale in Occidente è rappresentato da Alberto Magno, il quale
partendo dal pensiero aristotelico propone un quadro della natura completo ed
esauriente. Con l’età dell’Umanesimo e del Rinascimento sorge una nuova
concezione della natura, che per noi è della massima importanza. L’accesso alla
natura è cercato soprattutto attraverso l’esperimento – un concetto
specificamente moderno che per la prima volta con Vinci assume una chiara forma
teoretica (i suoi scritti più noti sono il Trattato sulla pittura e
Sull’anatomia dell’uomo). L’esperimento è l’interrogazione della natura tenendo
conto di una teoria stabilita anticipatamente, al fine di verificare se questa
attraverso l’esperimento viene confermata o confutata. Il punto di partenza per
un’indagine sulla natura diventa quindi la teoria dell’uomo ad essa
soggiacente. Perciò per Leonardo non è possibile conoscere la natura nella sua
interezza ma solo quelle parti che si danno nel contesto della teoria e delle
domande poste dall’uomo. La natura è dunque correlata all’uomo e alle sue
capacità. Al concetto dell’esperimento fondato sulla teoria di Leonardo
corrisponde anche la nuova fondamentale teoria di Bacone. Attraverso il suo
pensiero emerge un secondo tratto decisivo per la moderna conoscenza della
natura. Conoscenza della natura significa soprattutto il suo dominio. Sapere è
potere. Quindi si impone un aspetto fondamentale della moderna conoscenza della
natura che l’Antichità non conosceva: la tecnica, la sua azione non nel senso
di un sapere teoretico ma nel senso di lavoro. Il concetto di esperimento si
perfeziona con GALILEI (si veda) e grazie a lui e a Keplero noi facciamo
esperienza del capovolgimento del concetto antico di Universo. Il grande
difensore di questo nuovo concetto di natura e di universo fu Giordano Bruno.
Con lui si assiste ad un ulteriore allontanamento dal concetto copernicano di
mondo: perciò non si tratta solo di contrapporre il nuovo sistema solare al
vecchio sistema geocentrico ma di riconoscere che si dà non un solo mondo ma
infiniti molti. Nonostante la dovuta brevità (di questa trattazione) qui appare
doveroso soffermarmi. Fino all’età moderna il sistema del mondo vigente traeva
origine dalla cosmologia aristotelica, era diffuso dagli eruditi alessandrini,
da Ipparco e infine rappresentato da Tolomeo. Questo sistema
aristotelico-tolemaico vedeva il mondo con approssimazione: la terra cioè
giaceva immobile al centro del cosmo. La terra e l’universo hanno una forma
sferica. I movimenti del globo sono spiegati ipotizzando l’esistenza di dieci
sfere fisse, immateriali e concentriche in cui si trovano le stelle. La più
lontana tra queste sfere regge le stelle fisse, le altre i pianeti. Ogni
pianeta appartiene ad una sfera particolare: queste gravitano intorno alla
terra con i suoi annessi corpi celesti. In contrapposizione a questa immagine
del mondo Copernico sostiene nel suo scritto De revolutionibus orbium
coelestium libro VI che sia il Sole a trovarsi al centro dell’universo e che la
Terra farebbe parte dei pianeti e che questi girano completamente intorno al
Sole fisso, muovendosi da ovest verso est. Ha parteggiato per questa visione
anche Giordano Bruno non limitandosi solo a considerazioni astronomiche ma
soprattutto giungendo alla convinzione filosofica che il mondo non può essere
finito. Nella sua opera De la causa, che si confronta con la filosofia
tradizionale, Bruno insegna che il tutto non ha né centro né confini. Il mondo
che l’uomo conosce diviene così solo uno tra molti altri. Ricordiamo infine
solo il decisivo cambiamento del concetto di natura in Kant. Andando avanti il
problema della natura si risolve nel problema della sua conoscenza. I fenomeni
sensibili, attraverso cui noi facciamo esperienza della natura, si riordinano
in noi attraverso le visioni personali dell’uomo (spazio e tempo; categorie).
In questo modo poi si dà un sistema della natura che sottostà necessariamente
alle pure leggi matematiche e fisiche: l’uomo è il legislatore della natura. Ma
di nuovo si presenta il problema dell’uomo e della sua libertà. Essa si
autodetermina in opposizione alla natura nella misura in cui oltrepassa la
necessità causale. Così la natura si limita alle forme di esperienza dell’uomo
e la sua esistenza umana e morale in realtà non rientra più nel suo campo. Lo
sviluppo del concetto di natura nella filosofia post-kantiana non potrà essere
seguito qui in modo approfondito. Certamente il modo di intendere la conoscenza
della natura di Hegel come uno stadio iniziale della filosofia dimostrabile a
priori ha contribuito a sollevare in Occidente una reazione da parte del naturalismo
empirico con il Positivismo e il materialismo. Tuttavia queste eccessive
semplificazioni non hanno avuto lunga durata. In ambito fisico dall’inizio del
ventesimo secolo il mondo va di pari passo con la matematica o perlomeno può
essere descritto solamente attraverso di essa in maniera appropriata. Ciò
rappresenta un fatto determinante. Da un punto di vista prescientifico e
immediato la natura quindi si erge nella forma in cui l’uomo la coglie
attraverso i suoi organi sensoriali. I sensi dunque restano il meccanismo di
osservazione principale ma ora l’uomo nella sua ricerca non se la cava più
senza la tecnica. Così a poco a poco il mondo dei fisici si allontana
necessariamente dal mondo quotidiano dell’uomo. Appena qualche secolo prima si
è guardato alla realtà, a come essa è, al sorgere del sole. In seguito ciò è
apparso come un inganno e non possiamo fidarci più dei nostri occhi. Siamo
arrivati ad un punto tale che il mondo intero a rigor del vero si è trasformato
in un mare di inganni. Scenario dopo scenario noi siamo arrivati a credere di
stare davanti ad un ultimo passo dalla realtà su cui scorrono solo ombre di
elettroni spettrali e inafferrabili. L’intelletto calcolante ha qui l’ultima
parola; il mondo passa dal primo piano della percezione verso lo sfondo del
pensiero. L’opera di Heisenberg richiama l’attenzione su questo processo, sulla
realtà e sul pericolo in cui l’uomo si trova quando egli risolve la natura
nelle strutture del suo pensare e la domina in modo smisurato. Come all’inizio
del pensiero occidentale anche oggi per noi permane l’ammonimento di riflettere
sull’essenza dell’uomo. Traduzione di Der italienische Schopenhauer, in
Schopenhauer im Denken der Gegenwart, cur. Spierling, München-Zürich, Piper. Il
Problema Ha un senso, in un volume su Schopenhauer, occuparsi di un altro
autore, e precisamente di uno che proviene da una tradizione e da una lingua
completamente diverse rispetto a quelle tedesche? Non solo: quest’altro autore
è uno dei più grandi poeti del diciannovesimo secolo in Italia, nemmeno è stato
filosofo. D’altra parte, quando si ha il coraggio di affrontare un lavoro come
questo, non dovrebbe esso essere strutturato nella forma tradizionale, in modo
tale che si pongano in luce, da una prospettiva scientifica, i parallelismi e
le differenze tra i due autori – e perché no, in maniera strettamente
meticolosa – che allo stesso tempo implichi una interpretazione di
Schopenhauer? C’è una questione ulteriore: il poeta al quale faccio riferimento
qui è particolarmente noto in Germania per le sue affermazioni poetiche e per
questo è diventato oggetto di indagine e trattazione prevalentemente nel campo
della storia della letteratura. Tuttavia ciò accade non solo in Germania: si
tratta di Giacomo Leopardi. Anche in Italia gli viene negato un significato
filosofico generale, e Benedetto Croce ha affermato in uno studio su Leopardi
che dovremmo rinunciare a vedere in Leopardi un sommo pensatore, le cui
argomentazioni e dottrine trovino luogo nella storia della filosofia ma per
questa parte, che è quella filosoficamente fattiva, Leopardi non offre se non
sparse osservazioni, non approfondite e non sistemate. A lui mancava
disposizione e preparazione speculativa. Vossler nel suo saggio su Leopardi si
è riallacciato a questo giudizio. Questa reazione di Croce non è fortuita:
Hegel quasi con le medesime parole si è espresso negativamente sugl’umanisti in
quanto filosofi, e precisamente colla motivazione che gl’umanisti italiani si
sono CROCE, Poesia e non poesia, Bari [CROCE, Poesia e non poesia. Note sulla
letteratura europea, Laterza, Bari. G. si riferisce al testo di Vossler,
Leopardi, tr. it. di Gnoli, Ricciardi, Napoli. arenati in un pensiero simbolico
e non sono giunti fino all’altezza del concetto. Letteralmente vuol dire: se si
spogliano i concetti fondamentali dei sistemi che si presentano all’interno
della storia della filosofia di quel tanto che concerne la loro configurazione
esteriore, la loro applicazione a ciò che è particolare e simili, allora si
perviene ai diversi gradi della determinazione dell’idea entro il suo concetto
logico. Secondo la concezione di Hegel l’umanesimo non si accorda in modo
adeguato alla coscienza dell’idea, esso permane molto nel mondo della fantasia,
dell’arte, conficcato nel mondo della metafora: l’arte è per Hegel, come è
noto, una forma insufficiente per rappresentare l’Idea. Qui l’Idea permane nel
suo legame concreto sensoriale, ossia si comporta ora solo come Ideale. A causa
dell’incapacità di rappresentare il pensiero in quanto pensiero, l’Umanesimo si
avvale di aiuti per esprimersi in forma sensibile. Così la filosofia
umanistica, secondo Hegel, appartiene a manifestazioni superflue che offrono
alla filosofia poco beneficio. Perciò sia in Italia, dove per molto tempo
l’idealismo tedesco con Croce e Gentile è stato determinante, sia in Germania,
la concezione poetica come espressione del pensiero filosofico è stata
condannata nel modo più critico. In un lavoro apparso recentemente e in una
pubblicazione uscita negli Stati Uniti io ho trattato l’intera problematica
della tradizione umanistica, alla quale Leopardi appartiene, e ho motivato e
sviluppato la valutazione completamente errata della tradizione umanistica –
che non parte da una metafisica razionalistica ma dal problema della parola, e
precisamente dalla parola metaforica e di conseguenza poetica. Questa
discussione verrebbe ad essere la giusta premessa per giungere ad una
comprensione filosofica di Leopardi nel suo valore generale. Ma qui si tratta
proprio della relazione Hegel, Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie,
a cura di H. Glockner, Suttgart [G. W. Hegel, Lezioni sulla storia della
filosofia, a cura di R. Bordoli, Laterza, Roma-Bari]. G., Einleitung in
philosophische Probleme des Humanismus, Wissenschaftlische Buchgesellschaft,
Darmstadt [E. G., La filosofia dell’umanesimo. Un problema epocale, a cura di
L. Rossi, Tempi moderni, Napoli]. G., Heidegger and the question of Renaissance
Humanism, Medieval Renaissance Texts and Studies, Binghamton, N. Y. [G.,
Heidegger e il problema dell’umanesimo, a cura di C. Vasoli, Guida,
Npoli]. tra Schopenhauer e Leopardi. Io farò riferimento alle tesi di
Leopardi senza discutere il parallelismo e la differenza con Schopenhauer. Gli
schopenhaueriani possono prendere i testi di Leopardi come motivo per un
confronto tra entrambi. A giustificazione di un metodo di analisi di questo
tipo sarebbe determinante una parola di Schopenhauer. Nella scorsa metà del
secolo scorso Francesco De Sanctis ha notato per primo in un saggio su
Schopenhauer e Leopardi la rilevanza filosofica del poeta, ma soprattutto ha
contribuito a mettere in circolazione quell’immagine del pessimismo
leopardiano, come noi oggi ancora comunemente pensiamo. Schopenhauer si
espresse sul saggio di De Sanctis nel modo seguente con il suo amico Lindner:
mi devo stupire molto nel vedere quanto questo italiano (De Sanctis) si sia
impossessato della mia filosofia e come l’abbia capita bene. Non fa come i
Professori tedeschi, specialmente Erdmann, sunterelli ed estratti dei miei
scritti, senza vera comprensione e secondo il numero delle pagine. No, egli li
ha convertiti in succum et sanguinem, e li ha sulle punte delle dita per
adoperarli dove occorre. Io qui strutturerò i livelli di pensiero di Leopardi
in modo che gli specialisti di Schopenhauer possano discutere la questione
delle affinità e diversità tra i due autori. Innanzitutto perché è possibile accostarsi
a Schopenhauer anche da un’altra prospettiva, diversa rispetto a quella
tradizionale che si trasmette con Kant e l’idealismo tedesco. I temi di
Leopardi – il rigetto della priorità della ragione, la natura, l’analisi della
noia, il significato filosofico delle passioni, l’illusione, la mania – sono
gli stessi di Schopenhauer. G. si riferisce al saggio desanctisiano in forma di
dialogo Schopenhauer e Leopardi che trae origine dalla lettura da parte di
Sanctis dell’opera di Schopenhauer. Il saggio di De Sanctis appare in Rivista
contemporanea, e confluisce in Saggi critici. , F. De Sanctis, Schopenhauer e
Leopardi, in Leopardi, cur. Muscetta-Perna, Einaudi, Torino GBr, [Lettera di
Schopenhauer a Lindner, in A. Schopenhauer, Colloqui, a cura di A. Verrecchia,
Bur, Milano]. I passi di prosa che ora prenderò in esame provengono dal
cosiddetto Zibaldone, una raccolta di pensieri e annotazioni. Esso non era
destinato alla pubblicazione nella forma in cui oggi si presenta il testo
originale, nonostante Leopardi lo avesse progettato, per quanto ne sappiamo,
per pubblicarlo in dieci volumi. Lo Zibaldone è un’opera molto voluminosa:
consta di un manoscritto di 4526 pagine. La prima edizione è pubblicata da
Giosuè Carducci con commento critico e filologico con il titolo di Pensieri di
varia filosofia e letteratura (un titolo che era tratto da un’indicazione di
Leopardi). La seconda versione migliorata, che si accorda a questa traduzione,
appare negli anni Trenta: G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, a cura Flora, Milano.
Io cito dalla traduzione tedesca di K. J. Partsch. Il punto di partenza della
riflessione di Leopardi è il contrasto tra la ragione e ciò che egli ha
chiamato natura, criticando in tale contesto ogni filosofia che creda di
decifrare la realtà sulla base di principi razionali e perciò tutto ciò che ha
a che fare con i sensi e le passioni, tutto ciò che è metaforico, lo rifiuta
nel suo significato filosofico. In generale questa tradizione concede solo ciò
che noi possiamo dimostrare e dimostrare significa mostrare e determinare
qualcosa sulla base di un fondamento, di un assioma, di un principio. E qui
voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri
animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell’uomo, sia
miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di
condurci alla stessa saviezza che par tutta consistere nell’uso intero della
ragione788. Ogni vita umana ordinata e fruttuosa sembra realizzarsi solo sulla
base di fondamento e dimostrazione. Soltanto in questo modo si ritiene di poter
prevedere anche l’avvenire in generale per poterlo deviare e per potersi
mettere a riparo da esso. Da questo punto di vista l’imprevisto, l’improvviso,
il sorprendente, non solo non vengono presi in considerazione ma cancellati,
allorché G. fa riferimento alla traduzione di Partsch Theorie des schönen Wahns
und Kritik der modernen Zeit, Ausgewahlt, geordnet und eingeleitet von G., aus
dem italienischen übertragen von K. J. Partsch, Bern, Francke Leopardi,
Zibaldone] si manifestano, e giudicati alla stregua di un fallimento delle
nostre forze umane e razionali, delle nostre conoscenze, dei nostri desideri di
sicurezza e certezza. Ora da questo emerge che l’esistenza umana deve scaturire
solo attraverso una certezza sicura e razionale e che tutti i momenti della
vita sociale, politica e spirituale devono derivare da un fondamento di tal
sorta: perciò poi anche l’insegnamento e l’educazione devono non solo chiarire
i fondamenti originari dai quali noi deriviamo le nostre azioni, ma anche
prestabilire tutte le possibilità. Invece Leopardi adduce come argomento (il
seguente): e pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in
forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria
direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma
la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la
sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Ella rende piccoli e vili e da nulla tutti
gli oggetti sopra i quali ella si esercita, annulla il grande, il bello, e per
così dire la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e le cose
tanto più impiccoliscono quanto ella cresce. Partendo dalla tesi della priorità
del pensiero razionale, ogni passione, ogni impulso, viene considerato in
realtà come un momento da oltrepassare, come un momento che deve essere
corretto o annientato. Di conseguenza la conclusione dell’importanza del prevedibile,
del sicuro, del giudizio divengono gli ideali a cui poi ci si abbandona: la
stessa vita politica, lo Stato, se assicura la vita umana e vuole contribuire
al suo sviluppo, deve partire da un’impostazione del genere e attuarla. Una
simile concezione della vita, che si prova a dedurre more geometrico,
corrisponde a una tradizione razionalistica contro cui Leopardi assume una
posizione, che analizza progressivamente per mostrarla come causa delle rovine
del mondo occidentale. Ma una concezione di questo tipo non è apparsa e si è
realizzata proprio in precise forme di Stato, di insegnamento, di sapere quando
ci si è allontanati già dall’originaria fonte della vita? Come è considerato
l’esito della priorità della ragione da un punto di vista sociale, politico?
Anche nell’interiore quasi tutti gli uomini oggidì sono uguali nei principi,
nei costumi, nel vizio, nell’egoismo etc...Sono tutti uguali e tutti separati,
laddove autenticamente erano tutti diversi e tutti uniti, e perciò atti alle
grandi cose, alle quali noi siamo inettissimi trovandoci tutti soli. In un
mondo razionalizzato ogni elemento nuovo, originario, indeducibile e non
anticipatamente dimostrabile e sicuro non ha nessuna possibilità. In ogni forma
già razionalizzata di vita sociale, politica o culturale nulla di imprevisto
può irrompere senza far saltare il contesto esistente. Ma dunque cosa bisogna
opporre alla ragione? La natura forse, l’affermazione delle passioni? La
superiorità della natura sulla ragione si dimostra anche in questo che non si
fa mai cosa con calore che si faccia per ragione e non per passione. Per
Leopardi i concetti di natura e passione collimano: di che natura è il loro
rapporto profondo e da ciò come emerge una comprensione della loro
essenza? La ragione è nemica di ogni
grandezza: la ragione è nemica della natura. Qual cosa è più potente nell’uomo,
la natura o la ragione? Il filosofo non vive mai né pensa giornalmente, e
intorno a ciò che lo riguarda né vive con se stesso (se anche vivesse con gli
altri) da vero filosofo794. In che cosa
risiede la potenza, la capacità della natura con cui possiamo riconoscerla con
certezza? A questa domanda noi riceviamo da Leopardi soprattutto una risposta
negativa. Da cosa scaturisce l’esperienza profonda del nulla, di cui l’autore
italiano si occupa così sistematicamente, e in che misura essa getta luce sui
concetti di natura, vita, che egli pone contro la ragione? La profonda
esperienza del nulla appare, secondo Leopardi, non nel dolore, non nella
disperazione, momenti, questi, che mantengono tutti ancora viva la
testimonianza dei valori, ma nella noia. Essa è il contrario della vita,
pertanto ad essa non possiamo abituarci. Così afferma Leopardi che la noia è
l’esperienza del monotono, dell’indifferente, dell’apatico, che quindi
sopraggiunge quando si attenua la capacità di distinguere qualcosa Amando il
vivente quasi sopra ogni cosa la vita, non è meraviglia che odi quasi sopra
ogni cosa la noia, la quale è il contrario della vita vitale del resto l’odio della noia è uno di quei
tanti effetti dell’amor della vita e
l’uomo odia la noia per la stesa ragione per cui odia la morte, cioè la non
esistenza795. Così la noia scopre dalla sua essenza un’insolita,
fenomenologica, molto importante incomprensibilità: nel suo patire deve
determinarsi come una passione. Noi possiamo vivere e esperire l’indifferente,
l’apatico, il monotono solo se si manifesta in modo limitato e la noia, se ne
facciamo esperienza, ci rivela che non possiamo esistere nello sconfinato e
nell’indifferenziato. La noia corre sempre e immediatamente a riempire tutti i
vuoti che lasciano negli anni dei viventi il piacere e il dispiacere; il vuoto
cioè lo stato di indifferenza e senza passione non si dà in esso animo, come
non si dava in natura o vogliamo dire che il vuoto stesso dell’animo umano e
l’indifferenza e la mancanza d’ogni passione è noia, la quale è pure passione.
La noia fa parte di quei sentimenti deprimenti attraverso i quali si manifesta
il declino della vita così silenziosamente e senza emozione. Essa non ha nulla
di eroico, è come uno stato d’animo opposto alla natura, poiché in essa ogni
disperazione è già apatica. Secondo l’opinione di Leopardi in ciò risiede
l’essenza della moderna esperienza del dolore che non ha nulla più di vitale.
Si tratta di un’autodistruzione in una perdita di suoni e parole che si muovono
in un silenzio disumano, in cui né odio né speranza, né tantomeno interesse e
partecipazione sono presenti: è l’ultimo stato in cui si manifesta il naufragio
di una cultura, di una classe sociale. Al suo posto la natura si mostra nella
potenza della passione: affermazione, dunque, della passione contro la priorità
del razionale? Prima di rispondere insieme a Leopardi a questa domanda occorre
discutere la funzione e il potere della passione: le sventure o d’immaginazione
o reali, potranno anche indurre il desiderio della morte, o anche far morire,
ma qual dolore ha più della vita, anzi massimamente se proviene da
immaginazione e passione, è pieno di vita, e quest’altro dolore ch’io dico è
tutto morte; e quella medesima morte prodotta immediatamente dalle sventure è
cosa più viva, laddove quest’altra è sepolcrale, senz’azione, senza movimento,
senza calore e quasi senza dolore, ma piuttosto come un’oppressione smisurata e
un accoramento797. Ma gli antichi sempre più grandi, magnanimi e forti di noi
nell’eccesso delle sventure, e nella considerazione della necessità di esse e
della forza invincibile che li rendeva infelici, e gli stringeva e legava alla
loro miseria senza che potessero rimediarvi e sottrarsene, concepivano odio e
furore contro il fato798. Secondo l’interpretazione di Leopardi gli antichi
soffrivano, poiché credevano nella vita, perché la sentivano come un valore;
quanto meno ci rinunciavano tanto più l’affermavano nella disperazione. Si
tratta del dolore di Niobe, per il quale non si danno nessun sollievo, nessuna
assuefazione. E dal momento che per gli antichi la disperazione è allo stesso
tempo un’affermazione della vita, così nel loro animo nasceva l’odio, si
accresceva attraverso il dolore la loro immaginazione, traducendosi in azione,
presentandosi nei miti, i quali non hanno conosciuto ancora nessun
sentimentalismo. Così importanti stimavano gli antichi le cose nostre, che non
davano ai desideri divini, o alle divine operazioni altri fini che i nostri,
mettevano I dei in comunione della nostra via e dei nostri beni, e quindi gli
stimavano gelosi delle nostre felicità ed imprese, come i nostri simili, non
dubitando che elle non fossero degne della invidia degl’immortali. Da questo
punto di vista la vita in ogni suo stadio, sia sensibile che spirituale, non
attinge a ciò che è sicuro, sperimentato, calcolabile, non attinge alla
certezza razionale e dimostrabile, bensì all’ambito del creativo,
dell’imprevedibile, dell’abissale: la prima possibilità dell’esperienza sorge
da qui. Se noi oscilliamo continuamente tra successo e fallimento, se inoltre
siamo disposti alla realizzazione delle nostre capacità, allora qui si radica
la nostra autoaffermazione, che nuovamente richiama l’attenzione all’appello
oggettivo e trascendentale a cui dobbiamo corrispondere. Leopardi pone
l’attenzione sul fatto che tutte le grandi imprese oltrepassano l’ordine
esistente e consueto, infatti dal momento che istituiscono qualcosa di nuovo
non possono essere dedotte dal già noto. Già nella vita quotidiana appare
impossibile vivere in modo puramente razionale e prevedibile. Gli stessi
sentimenti più naturali si mostrano come qualcosa di infondato. Ogni cosa
feconda non è mai deducibile e calcolabile: da ciò proviene la priorità storica
che i popoli naturalmente rivestono, poiché su di essi agiscono le passioni,
ciò che è originario, solamente essi, per questo motivo, trionfano sempre su
quei popoli che sono dominati dal razionale. La natura, nel suo significato già
spiegato, vive e si fa largo. Solo essa suscita tutte le passioni possibili,
solo essa desta i sentimenti naturali che mostrano l’inaspettato. Così Leopardi
passa alla descrizione e approvazione delle passioni del mondo antico. Allora
quelle forze imperanti fanno tutte parte dell’imprevedibile, di ciò che non è
razionalmente deducibile. Si tratta di quelle capacità di mostrare il nuovo
sotto forma di immagine, di linguaggio, di azioni, di miti. Quegli stessi
esercizi fisici, le lotte, le competizioni sportive e le cerimonie favoriscono
la fantasia, destano i miti che non sono il vero ma celano in sé il significato
dell’esistenza. Gli esercizi con cui gli antichi si procacciavano il vigore del
corpo non erano solamente utili alla guerra, o a eccitare l’amor della gloria
ma contribuivano, anzi erano necessari a mantenere il vigor dell’animo, il
coraggio, le illusioni, l’entusiasmo che non saranno mai in un corpo debole,
insomma quelle cose che cagionano la grandezza e l’eroismo delle nazioni800.
Che bel tempo era quello nel quale ogni cosa era viva secondo l’immaginazione
umana e vive umanamente cioè abitate o formate di essere uguali a noi, quando
nei boschi desertissimi si giudicava per certo che abitassero le belle
Amadriadi e i fauni, e i silvani e Pane etc..., entrandoci e vedendoci tutto
solitudine, pur credevi tutto abitato. L’Illusione Allora dobbiamo dedurre che
il Reale sia la natura, le passioni? Da parte di Leopardi la risposta a questa
domanda è categorica: No. Il misterioso da cui si forma il teatro del mondo, la
scena della storia, offre solo l’illusione, l’ossessione di un gioco
inquietante nel quale noi stessi siamo solo attori o spettatori accettati. Dal
momento che l’originario è indeducibile e perciò non è spiegabile in fondo
attraverso il ragionamento analitico esso deve così essere riconosciuto come
illusione, come ossessione. Sicuramente l’Illusione è generatrice di ordine,
poiché è la ragione di ogni grande azione, di ogni grande epoca, di ogni
creazione storica, ma quello che si apre di fronte ai nostri occhi è tragico,
poiché questa illusione senza fondamento non mostra nessun interesse per la
sorte dei singoli, ma solo per il compiersi della storia dei drammi umani.
L’illusione è generatrice di ordine e l’Appello al quale corrispondere, motivo
di ogni grande azione, di ogni grande epoca, di ogni creazione storia. Con
questa tesi viene ad essere rappresentata una concezione irrazionale,
pragmatica? No, perché l’Illusione è ciò che è a fondamento dell’infondato, è
il sistemare e distinguere, è ciò che è determinante, e per questo
l’affermazione dell’Illusione non è alcuna negazione del legame e della
legalità, ma al contrario è il rendersi palese di ciò che ordina e lega e svela
il pezzo di scena in cui noi viviamo e agiamo. Forza misteriosa, che evoca
l’illusione della storia, nella cui orbita facciamo la nostra comparsa per
interpretare un ruolo: ma l’illusione della storia non mostra rispetto per la
storia dei singoli. La più grande nemica della barbarie non è la ragione ma la
natura: (seguita però a dovere) essa ci somministra le illusioni che quando
sono nel loro punto fanno un popolo veramente civile le illusioni sono in
natura inerenti al sistema del mondo, tolta via affatto o quasi affatto, l’uomo
è snaturato. La potenza dell’illusione colpisce pertanto sempre di nuovo, e dal
nuovo tira fuori sempre la sua perla nascosta: poiché anche nei momenti in cui
l’esperienza del nulla irrompe, sia sotto forma di dolore, sia sotto quella di
fallimento, sia sotto forma di disperazione, ciascuno dei nostri respiri è
portato dalla fede verso l’imprevedibile, verso la vita. Anzi, noi più
intensamente proviamo la nullità dell’illusione, più la consideriamo qualcosa
di nullo, poiché è tutta un’illusione, tanto più noi rendiamo palese il teatro
del mondo. L’illusione è la natura più propria dell’uomo. In questo contesto
emerge sempre di più come la realtà si presenta in una duplice forma: da un
lato come il mondo delle passioni, dell’ispirazione, dell’improvviso,
dell’inaspettato, dell’illusione che incalza (che assale uno) si origina da
nuove domande, nuove azioni, nuove storie. Dall’altro la realtà appare in
quanto concreta, in cui la maggior parte di noi vive e in cui ogni cosa è
dimostrabile, deducibile, monotona. Ciò che è molto noto, ciò che è sempre
uguale evoca la noia e l’irrigidirsi della vita dalla cui descrizione Leopardi
parte in qualità di critico del mondo moderno.
E’ pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque
quel giorno non abbia niente più a che fare col passato che qualunque altro,
noi diciamo, come oggi accade il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza,
fui tanto sconsolato etc..e ci par veramente che quelle tali cose che son morte
per sempre né possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in
ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci (l’idea della
distruzione e dell’annullamento che tanto ci ripugna e illudendoci sulla
presenza di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente o di cui ci piace
ricordarci con qualche speciale circostanza, come chi va sul luogo ove sia
accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è successo, gli pare in certo
modo di vedere qualche cosa di più che altrove nonostante che il luogo sia per
esempio mutato affatto da quel che era allora803. Con la sua teoria
dell’illusione Leopardi non mette in piedi una indeterminata dottrina
dell’entusiasmo, bensì una teoria del fondante, di ciò che rende possibile
l’ordine, la fonte di ogni vita originaria nel profondo. Egli perciò in alcun
modo nega la necessità dei sistemi, il ruolo della ragione, l’importanza della
filosofia, poiché le cose stesse hanno un sistema e sono ordinate secondo un
piano e uno scopo. Ma la filosofia non può esaurirsi in una deduzione razionale
pura né permettersi di celare il mistero della noia che evoca la storia. Ecco
qui una profonda tesi umanistica originaria. Perciò non si tratta di costruire
a priori il mondo, bensì di esperire l’abissale che agisce, l’abissale da cui
ogni mondo innanzitutto può trarre origine, di esprimere cioè la potenza
dell’inspiegabile, di ciò che Leopardi chiama illusione. Da ciò nascono le più
tetre profezie leopardiane nei confronti dell’età razionalistica dominante.
L’Europa, tutta civilizzata, sarà preda di quei mezzi barbari che la minacciano
dai fondi del settentrione; e quando questi di conquistatori diverranno
inciviliti, il mondo si tornerà ad equilibrare. Ma fintanto però che resteranno
barbari al mondo, o nazioni nutrite di forti e piene e persuasive, e costanti e
non ragionate, e grandi illusioni, i popoli civili saranno lor preda804. Le
quali cose se ridurranno finalmente gli uomini a perdere tutte le illusioni, e
le dimenticanze, a perderle per sempre, ed avere davanti agli occhi
continuamente e senza intervallo la pura e nuda verità, di questa razza umana
non resteranno altro che le ossa, come gli altri animali di cui si parlò nel
secolo addietro. Tanto è possibile che l’uomo viva staccato affatto dalla
natura, dalla quale sempre più ci andiamo allontanando, quanto che un albero
tagliato dalla radice fiorisca e fruttifichi. Sogni e visioni. A riparlarci di
qui a cent’anni. Non abbiamo ancora Allora dobbiamo dedurre che il Reale sia la
natura, le passioni? Da parte di Leopardi la risposta a questa domanda è
categorica: No. Il misterioso da cui si forma il teatro del mondo, la scena
della storia, offre solo l’illusione, l’ossessione di un gioco inquietante nel
quale noi stessi siamo solo attori o spettatori accettati. Dal momento che
l’originario è indeducibile e perciò non è spiegabile in fondo attraverso il
ragionamento analitico esso deve così essere riconosciuto come illusione, come
ossessione. Sicuramente l’Illusione è generatrice di ordine, poiché è la
ragione di ogni grande azione, di ogni grande epoca, di ogni creazione storica,
ma quello che si apre di fronte ai nostri occhi è tragico, poiché questa
illusione senza fondamento non mostra nessun interesse per la sorte dei
singoli, ma solo per il compiersi della storia dei drammi umani. L’illusione è
generatrice di ordine e l’Appello al quale corrispondere, motivo di ogni grande
azione, di ogni grande epoca, di ogni creazione storia. Con questa tesi viene
ad essere rappresentata una concezione irrazionale, pragmatica? No, perché
l’Illusione è ciò che è a fondamento dell’infondato, è il sistemare e
distinguere, è ciò che è determinante, e per questo l’affermazione
dell’Illusione non è alcuna negazione del legame e della legalità, ma al
contrario è il rendersi palese di ciò che ordina e lega e svela il pezzo di
scena in cui noi viviamo e agiamo. Forza misteriosa, che evoca l’illusione
della storia, nella cui orbita facciamo la nostra comparsa per interpretare un
ruolo: ma l’illusione della storia non mostra rispetto per la storia dei
singoli. La più grande nemica della barbarie non è la ragione ma la natura:
(seguita però a dovere) essa ci somministra le illusioni che quando sono nel
loro punto fanno un popolo veramente civile
le illusioni sono in natura inerenti al sistema del mondo, tolta via
affatto o quasi affatto, l’uomo è snaturato. La potenza dell’illusione colpisce
pertanto sempre di nuovo, e dal nuovo tira fuori sempre la sua perla nascosta:
poiché anche nei momenti in cui l’esperienza del nulla irrompe, sia sotto forma
di dolore, sia sotto quella di fallimento, sia sotto forma di disperazione,
ciascuno dei nostri respiri è portato dalla fede verso l’imprevedibile, verso
la vita. Anzi, noi più intensamente proviamo la nullità dell’illusione, più la
consideriamo qualcosa di nullo, poiché è tutta un’illusione, tanto più noi
rendiamo palese il teatro del mondo. L’illusione è la natura più propria
dell’uomo. In questo contesto emerge sempre di più come la realtà si presenta
in una duplice forma: da un lato come il mondo delle passioni,
dell’ispirazione, dell’improvviso, dell’inaspettato, dell’illusione che incalza
(che assale uno) si origina da nuove domande, nuove azioni, nuove storie.
Dall’altro la realtà appare in quanto concreta, in cui la maggior parte di noi
vive e in cui ogni cosa è dimostrabile, deducibile, monotona. Ciò che è molto
noto, ciò che è sempre uguale evoca la noia e l’irrigidirsi della vita dalla
cui descrizione Leopardi parte in qualità di critico del mondo moderno. E’ pure una bella illusione quella degli
anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente più a che fare col
passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accade il tal fatto, come
oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato etc..e ci par veramente che
quelle tali cose che son morte per sempre né possono più tornare, tuttavia
rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente
allontanandoci (l’idea della distruzione e dell’annullamento che tanto ci
ripugna e illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti
effettivamente o di cui ci piace ricordarci con qualche speciale circostanza,
come chi va sul luogo ove sia accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è
successo, gli pare in certo modo di vedere qualche cosa di più che altrove
nonostante che il luogo sia per esempio mutato affatto da quel che era
allora806. Con la sua teoria dell’illusione Leopardi non mette in piedi una
indeterminata dottrina dell’entusiasmo, bensì una teoria del fondante, di ciò
che rende possibile l’ordine, la fonte di ogni vita originaria nel profondo.
Egli perciò in alcun modo nega la necessità dei sistemi, il ruolo della
ragione, l’importanza della filosofia, poiché le cose stesse hanno un sistema e
sono ordinate secondo un piano e uno scopo. Ma la filosofia non può esaurirsi
in una deduzione razionale pura né permettersi di celare il mistero della noia
che evoca la storia. Ecco qui una profonda tesi umanistica originaria. Perciò
non si tratta di costruire a priori il mondo, bensì di esperire l’abissale che
agisce, l’abissale da cui ogni mondo innanzitutto può trarre origine, di
esprimere cioè la potenza dell’inspiegabile, di ciò che Leopardi chiama
illusione. Da ciò nascono le più tetre profezie leopardiane nei confronti
dell’età razionalistica dominante. L’Europa, tutta civilizzata, sarà preda di
quei mezzi barbari che la minacciano dai fondi del settentrione; e quando
questi di conquistatori diverranno inciviliti, il mondo si tornerà ad
equilibrare. Ma fintanto però che resteranno barbari al mondo, o nazioni
nutrite di forti e piene e persuasive, e costanti e non ragionate, e grandi
illusioni] popoli civili saranno lor preda807. Le quali cose se ridurranno
finalmente gli uomini a perdere tutte le illusioni, e le dimenticanze, a
perderle per sempre, ed avere davanti agli occhi continuamente e senza
intervallo la pura e nuda verità, di questa razza umana non resteranno altro
che le ossa, come gli altri animali di cui si parlò nel secolo addietro. Tanto
è possibile che l’uomo viva staccato affatto dalla natura, dalla quale sempre
più ci andiamo allontanando, quanto che un albero tagliato dalla radice
fiorisca e fruttifichi. Sogni e visioni. A riparlarci di qui a cent’anni. Non
abbiamo ancora esempio nella passata età, dei progressi di un incivilimento
smisurato, e di uno snaturamento senza limiti. Ma se non torniamo indietro, i
nostri discendenti lasceranno questo esempio ai loro posteri, se avranno
posteri808. Attraverso la lettura dei passi leopardiani da me indicati sorge
una serie di domande riguardo al problema del pessimismo di Schopenhauer: la
conoscenza dell’illusione, dell’ossessione, quale fonte della storia umana, è
tragica dal momento che questa potenza, che fonda l’accadere storico dell’uomo,
non si può definire razionalmente, cioè conoscere in quanto abissale? Oppure:
la conoscenza dell’illusione è tragica per questo, poiché è l’illusione e non
la razionalità, secondo la tesi di Leopardi, quella potenza che lascia apparire
e scomparire il mondo, e perché questa forza trainante misteriosa ha solo
riguardo per lo svolgersi delle più diverse storie, ma nessun interesse per il
destino dell’individuo, quando egli gioca e soffre il suo ruolo in questo
dramma? Dunque l’illusione è solo un’astuzia con cui l’Abissale conduce l’uomo
verso il teatro del mondo? Dove risiede allora l’essenziale identità o
differenza tra la teoria dell’illusione di uno Schopenhauer e quella di
Leopardi? La formulazione e la risposta a queste domande si discostano
radicalmente dall’analisi del pensiero di Schopenhauer, così come
tradizionalmente viene eseguita, quando si parte da Kant e dall’Idealismo
tedesco per intendere Schopenhauer. Per me era profondamente importante qui
mostrare il significato della teoria dell’illusione – che gioca un ruolo così
profondo in Schopenhauer – alla luce di una prospettiva completamente diversa e
poterne discutere. Traduzione di Vom
Vorrang des Logos. Das Problem der Antike in der Auseinandersetzung zwischen
italienischer und deutscher Philosophie, München, Beck, La ricerca della
verità: il fondamento oggettivistico della verità, Oggetto di indagine
filosofica è la questione relativa alla preminenza del Logos. L’inquadramento
del problema e una definizione più veritiera possibile dell’essenza del Logos
sono questioni che vanno però inevitabilmente rimandate ad un momento
successivo. Ogni indagine filosofica rappresenta in sé una ricerca della verità
che parte da un qualcosa di preesistente che in quanto tale presuppone già un
determinato concetto di verità. Dal momento che però la filosofia non può
presupporre nulla a priori, diventa necessario definire in maniera univoca il
concetto di verità. Ma com’è possibile intraprendere un’indagine filosofica
partendo da un determinato concetto di verità, se evidentemente questo non può
che essere il risultato di una lunga e complessa ricerca? E se la filosofia non
può presupporre nulla come sarà mai possibile verificare se il concetto di
verità così com’è concepito corrisponde al vero? All’inizio di ogni indagine
filosofica ci si ritrova sempre a dover affrontare quella che si rivela essere
la difficoltà principale ossia la ricerca della verità presuppone che si conosca
già la verità altrimenti come sarebbe possibile riconoscerla? In un suo dialogo
Platone enuncia in maniera precisa questa aporia sottolineandone i tre momenti
principali ovvero la possibilità dell’indagine, la possibilità del prefiggersi
un qualcosa e la possibilità del riconoscere la verità che presuppongono già di
per sé una conoscenza della verità. Come potrai mai cercare una cosa che non
conosci e cosa di ciò che non conosci ti prefiggerai di ricercare? E nel caso
dovessi imbatterti in esso come riuscirai ad accorgerti che si tratta proprio
di ciò che non conosci?. Tuttavia ammettendo che la ricerca della verità
presupponga, per poter aspirare ad essa, già una conoscenza, ciò ci conduce
inevitabilmente di fronte a una seconda difficoltà ossia l’indagine filosofica
appare superflua. Per quale motivo si dovrebbe cercare qualcosa che già si
conosce? Questa riflessione sembra frenare sin dall'inizio qualsiasi indagine.
Ma andando ad analizzare la questione più nel dettaglio ci si accorge
immediatamente che essa in realtà fornisce già una prima indicazione utile
(nell’individuazione del) concetto di verità al quale riferirsi nella ricerca:
a quello che rende possibile l’indagine come punto di partenza e giusto
approccio filosofico. L’aporia non riguarda la verità in sé ma solo una
determinata concezione di essa. Quale? All’essenza dell’indagine appartiene
tutto ciò che ricerchiamo e che in un certo senso è già esistente e non
esistente. L’impossibilità che qualcosa allo stesso tempo sia e non sia è
valida però per tutto ciò che è Ente e che ricade sotto il principio
dell’identità: questo principio è applicabile sono ad un determinato ambito
dell’Ente ovvero laddove esso in quanto oggetto dell’indagine venga concepito
in maniera oggettivistica. Il principio dell’Identità non è applicabile al
Divenire poiché in quanto tale esso ha già la caratteristica di poter essere e
non essere. Da ciò si evince dunque che se il fondamento della verità viene
identificato con l’immediata e concreta semplice-presenza di un qualcosa, la
possibilità della ricerca viene meno. L’oggetto ha dunque solo due possibilità:
la semplice-presenza e la non-presenza. Un tale fondamento della verità non
ammette indagine e l’aporia si rivela come un qualcosa che non va ad
interessare tutte le definizioni di verità ma bensì solo una determinata
concezione di essa. Ma qual è da un punto di vista storico in generale la
concezione di verità che nell’immediatezza della semplice-presenza di un
oggetto ne vede il proprio fondamento? È quella concezione di verità che
tradizionalmente per analogia accettiamo come valida in quanto afferma che la
verità è verità logica essenziale e che in quanto tale appartiene solo al
pensiero inteso come pensiero dell’Essere sia nella forma di oggetto razionale,
come le idee di Platone, che in quella di oggetto sensoriale come
nell’espressione dei sensi (secondo l’interpretazione di Aristotele). Il
congiungere, l’atto di unire del pensiero, che si esprime nella concezione di
unità come connexio di soggetto e predicato, il giudicare, sono veri nel
momento in cui uniscono o separano ciò che si appartiene o non si appartiene,
così com’è nell'Essere. In primo luogo è doveroso sottolineare che sulla base
di una tale concezione il fondamento della verità appare innanzitutto come l’immediato
manifestarsi dell'Essere in quanto oggetto; in secondo luogo che il fondamento
della verità del pensiero non si trova nel pensiero stesso ma al di fuori di
esso e che per questo la preminenza del Logos come pensiero viene negata; in
terzo luogo che la definizione del fondamento della verità in una tale
concezione deve essere necessariamente caratterizzata in maniera
oggettivistica, indipendentemente dal fatto che si tratti di un fondamento
empiristico o razionalistico. L’interrogativo circa il dove storicamente questa
concezione si presenti realmente, sotto questa forma, resta dunque ancora da
sciogliere. La semplice-presenza come verità dell'Oggettivismo Analizziamo ora
in maniera più approfondita la concezione oggettivistica del fondamento della verità
(così come della conoscenza) per verificare se essa effettivamente ha ciò che
rivendica. La concezione oggettivistica del fondamento della verità (così come
della conoscenza) si richiama all’immediato manifestarsi di un qualcosa, alla
sua semplice-presenza. Il fondamento del rivelarsi nel presente di un qualcosa
non si cela però, in una tale concezione, dietro il concetto di
semplice-presenza in sé ma consegue da esso, è l’oggetto, il Faktum empiristico
o razionale. La contraddizione tipica di questa asserzione è che l’essenziale
non viene identificato con il manifestarsi dell’oggetto ma bensì con
l’Essere-per-sé, che viene prima dell’apparire, ma allo stesso tempo si
richiama alla sua immediata semplice-presenza per poter affermare il suo
Essere. Se per poter superare questa difficoltà si identifica il fondamento
concreto della verità con la semplice-presenza del manifestarsi di un qualcosa,
con il quale esso dovrebbe essere raggiungibile (volendo comunque mantenere
ancora l’Essere-per-sè dell’oggetto), l’Essere-per-sè dell’oggetto diventa in
questo modo irraggiungibile e indefinibile. Dal momento che in questo caso
considereremmo l’oggetto solo fino a che esso continui a rivelarsi in e
attraverso una qualsiasi semplice-presenza, non avremmo più alcuna possibilità
di fare riferimento al suo Essere-per-sé, e ciò che appariva solo come un
processo di appropriazione, ossia mediazione intenzionale della
semplice-presenza, diviene il fondamento per il quale un qualcosa può rivelarsi
in quanto tale. Hegel respinge questo concetto dualistico tra l’oggetto e il
processo dell’apparire inteso come mediazione intenzionale affermando, con la
terminologia che gli è propria e che deriva dalla questione al superamento del
dualismo teorico-conoscitivo dell’Essere-per-sé e dell’Essere-per-noi, che: se
il conoscere è lo strumento per potersi impossessare dell’essenza assoluta
allora è altrettanto evidente come l’utilizzo di uno strumento su un oggetto
non lo lasci inalterato ovvero così come esso è per sé stesso ma bensì porti
con sé una forma e dei cambiamenti. Altrimenti il conoscere non sarebbe più
strumento della nostra attività ma bensì, per così dire, un mezzo passivo
attraverso il quale la luce della verità può arrivare a noi, non così com’è in
sé stessa ma così com’è attraverso e in un mezzo. Appare dunque chiaro che solo
mediante la conoscenza del funzionamento dello strumento si può porre rimedio a
questi inconvenienti; poiché tale conoscenza rende possibile escludere da ciò
che si ottiene quella parte di definizione che a partire dall’assoluto deriva
dall’uso dello strumento e conservarne così solo il Vero puro. Basterebbe
questo miglioramento a riportarci nella condizione in cui ci trovavamo in
precedenza. Se a una cosa già formata togliamo di nuovo l’effetto che su di
essa ha avuto lo strumento, quella cosa, qui l’Assoluto, tornerà a noi così
com’era prima di tale superflua premura. Il fondamento oggettivistico della
verità appare dunque falso. Ma se esso non è in grado di spiegare la verità può
almeno spiegare la possibilità dell’errore? Come può però un oggetto, così come
è stata considerata anche la sua essenza, essere preso per un altro se esso si
manifesta solo nell’immediatezza? Questo vale sia per una concezione
empiristico-oggettivistica del fondamento del manifestarsi sia per una
razionalistico-oggettivistica. In effetti se un qualunque manifestarsi di un
qualcosa viene considerato immediato sarà altrettanto necessario considerare
immediata, e dunque come un qualcosa di non-presente, la sua velatezza. Per questo
motivo non può esserci un passaggio intermedio tra velatezza e manifestazione,
e per velatezza va intesa solamente quella di un oggetto, come quella di un
qualcosa di immediato che supera la nostra ricerca della verità. Non si può
superare questa difficoltà nemmeno affermando di voler passare dalla
non-conoscenza alla conoscenza, basandosi solo sulla porzione di verità che si
conosce e che può far cadere in errore dal momento che si può confondere ciò
che si conosce con ciò che non si conosce. Per questo per la restante porzione
di verità che non si conosce resta valida l’originaria aporia che riguarda il
ricercare. Non possiamo né ricercare ciò che non conosciamo né cadere in errore
confondendo ciò che non conosciamo con qualcosa che conosciamo o con qualcos’altro
che non conosciamo. L’aspirazione al raggiungimento della verità e l’errore
vengono considerati attraverso la concezione del fondamento della conoscenza
come un qualcosa di immediato, oggettuale, simile a un’illusione e ridotto ad
un niente. In quest’ottica appare anche impossibile un passaggio dalla non
conoscenza alla conoscenza. Il processo come fondamento del manifestarsi di
qualcosa È necessario dunque sottolineare che due momenti, quello della
possibilità della ricerca della verità e quello della possibilità dell’errore,
sono da considerare come i criteri in base ai quali poter riconoscere quella
verità che cerchiamo. L’interrogativo circa il fondamento della verità può
essere genericamente definito come l’interrogativo sul fondamento del manifestarsi
di un qualcosa e che in quanto tale sin dall’inizio non può essere considerato
come immediato e oggettuale in quanto una qualsiasi immediatezza oggettivistica
non consentirebbe la definizione di un tale rivelarsi che invece qui deve
essere oggetto di indagine filosofica: quel manifestarsi che rende possibile la
ricerca. La questione della verità resta dunque identificata con
l’interrogativo circa l’essenza del manifestarsi di qualcosa. Attraverso ciò
appare subito chiaro come il ricercato fondamento del concetto più veritiero
possibile di verità sia da trovare mediante un processo assoluto: questo
processo deve coincidere in origine con il rivelarsi di qualcosa, di ciò a cui
aspiriamo. Se tale processo del manifestarsi si basasse su qualcos’altro al di
fuori di esso si verificherebbero nuovamente le difficoltà già esposte in
maniera esauriente. Nel caso in cui il fondamento del manifestarsi di qualcosa
mettesse radici in un processo, in un divenire, in un avere e non avere,
bisognerebbe ammettere che ciò che ci appare ci appartiene dalle origini e allo
stesso tempo è celato in noi. Il processo del manifestarsi deve quindi
contemplare anche la possibilità del celarsi e dello scoprirsi: il processo del
manifestarsi, e dunque qualcosa di non ancora divenuto ma in divenire, è il
primo originario. Dal momento che però il manifestarsi di qualcosa non è un
qualcosa che va al di là del processo ma è contenuto in esso, il processo
stesso e quindi il fondamento del manifestarsi non sono che una lotta per quello
che si cela in noi, un ritorno a ciò che abbiamo già, un tentativo di scoprire
ciò che è celato. Solo attraverso la vittoria in questa lotta e la conquista di
un qualcosa che già ci apparteneva si genera la possibilità della conoscenza,
del riconoscere qualcosa da un qualcos’altro, che può diventare la prima
ragione di qualsiasi ulteriore affermazione della verità. Da notare che nella
logica tradizionale l’essenza della verità è stata ricercata nel Logos, nel
pensiero come pensato e dunque oggetto, e analizzata nelle sue forme e nelle
sue manifestazioni. L’oggettivismo di una tale concezione si mostra qui in una
doppia veste: il fondamento della verità viene visto come l’oggettivistico e
immediato manifestarsi di un qualcosa e la verità stessa ricercata nel pensiero
come oggetto e nelle forme del pensato. Appare dunque evidente che qualsiasi
tentativo di ricercare in qualcosa di oggettuale, anche se è soltanto nel
pensiero come pensato, il fondamento e le forme della verità fallirebbe nel suo
obiettivo sin dall’inizio dal momento che tutto ciò che è oggettuale non potrà
mai essere il fondamento originario del rivelarsi di un qualcosa rispetto a
qualcos’altro. Allo stesso modo ogni tentativo di trovare una logica del
pensato che consideri il pensiero solo come oggetto si rivelerà fallimentare in
quanto tale logica non va a ricercare l’essenza della verità nell’ambito
originario di un processo o di un atto, nel quale soltanto qualcosa può
apparire in quanto tale e dal quale può prendere origine la verità oggettuale.
Avendo così la logica tradizionale studiato la verità nel pensiero inteso come
pensato, come oggetto nelle sue svariate forme, ed essendo partita da un tale
presupposto per la definizione del problema teoretico-conoscitivo, motivo per
il quale si è potuto identificare il pensiero come momento di conoscenza
dall’Essere, non ci si è più interrogati circa la forma originaria della
verità. L’interrogativo iniziale su come un qualcosa possa essere fondamento
della verità di qualcos’altro viene sostituito dall’interrogativo sulle forme
del pensiero. Per ciò che riguarda in particolare la definizione del problema
da un punto di vista teoretico-conoscitivo, dal confronto tra due pensati,
l’Essere-per-sé e l’Essere-per-noi, per i quali resta valido sempre e soltanto
l’identità come principio dell’Ente oggettuale, appare evidente che mai si
potrà ottenere la verità come processo del passaggio dall’uno all’altro. !
Differenza ontologica e disposizione d’animo, Non dobbiamo perdere di vista il
filo conduttore della nostra indagine. Siamo venuti a conoscenza di un elemento
fondamentale ossia che il problema della verità può essere inteso solamente
come ricerca del fondamento del manifestarsi e che ciò non deve essere inteso
come strettamente oggettuale. Attraverso ciò siamo poi giunti alla definizione
del problema del Logos: il fondamento del manifestarsi può essere interpretato
unicamente come un processo o un atto che non è altro che unità, congiunzione,
leghein come veniva definito dai greci sulla base del significato originario
del termine. La questione circa la preminenza del Logos deve essere impostata
in modo che né il manifestarsi in sé né le sue forme, così come l’atto
originario dell’unire, del congiungere, del completare, possano essere
predeterminati. Va verificato se il concetto di svelatezza di Heidegger si celi
in una tale concezione del Logos o se, come sembra, il processo originario, per
mezzo del quale l’Essere si manifesta e dal quale deriva il problema
metafisico, affondi le proprie radici nell’irrazionale, nell’illogico,
nell’immediato. Così dicendo si potrebbe pensare che Heidegger neghi la
preminenza del Logos soprattutto se in tale contesto si richiama alla mente il
suo tanto auspicato tentativo di superamento della preminenza della logica così
come le sue asserzioni circa la derivazione del problema metafisico dalla
disposizione d’animo. Per giungere alla corretta interpretazione del pensiero
di Heidegger bisogna innanzitutto chiedersi cosa si intenda con il fenomeno
della disposizione d’animo e se esso sia qualcosa di illogico o se abbia
origine in un atto, in un processo del leghein (come unità, legame originario).
Nella disposizione d’animo, nella paura si genera, secondo Heidegger, il
manifestarsi dell’Essere rispetto all’Ente. Ciascun Ente per poter essere
riconosciuto come tale e dunque nel suo Essere, deve già essere manifesto in
tale Essere. Questa svelatezza dell’Essere, secondo Heidegger, non è che un
separarsi dal nulla e ciò si compie nella disposizione d’animo. Questa
primordiale disposizione d’animo deve essere dunque intesa come momento
determinante del processo che abbiamo riconosciuto come fondamento della
svelatezza? Tale processo è fondamentalmente trascendenza, elevazione dell’Ente
a totalità che attraverso di esso giunge a palesarsi, alla svelatezza: il
dispiegarsi di questa radice originaria come processo contiene in sé già la
possibilità dell’interrogarsi, del perché: poiché la svelatezza è processuale
ed è possibile per mezzo di un Divenire, di un Essere e di un Non-Essere essa procede
per interrogativi. Così si delinea il problema seguente: su che cosa si fondano
la trascendenza, la disposizione d’animo e la possibilità del perché? Heidegger
prende come punto di partenza per affrontare questo problema innanzitutto la
definizione tradizionale di verità che si orienta alla proposizione, alla
connexio tra soggetto e predicato. Questa a sua volta rimanda al fondamento e
alla ragione. Per tale motivo il problema della verità è strettamente legato a
quello della ragione. La verità della proposizione (anche verità ontologica)
non consente però la comprensione dell’Essere dall’Ente ed essa stessa è
possibile unicamente sulla base di una svelatezza originaria, definita come
verità ontica, una verità sulla base della quale l’Identità o la Non-Identità
di soggetto e predicato possono essere riconosciute. La stessa verità ontica si
fonda nell’affettività istintiva che è legata dunque alla disposizione d’animo,
nell’agire intenzionale che aspira all’Ente; questa non può però essere mai
originariamente accessibile all’Ente se prima non c’è stata una comprensione
dell’essere dall’ente. La verità ontologica e la verità ontica affondano dunque
le loro radici in una verità pre-ontologica la cui natura resta ancora da
definire. Heidegger sottolinea come tra la comprensione dell’Essere
pre-ontologica e l’espressa problematica dell’afferrare la concezione di Essere
vi siano diversi passaggi che possono già fornirci un esempio di una qualsiasi
precomprensione dell’Essere originaria. Ad esempio i principi basilari delle
singole scienze, come ad esempio il fondamento del domandarsi che è proprio ad
ognuna di esse, indicano e delimitano un determinato campo come ambito di una
possibile oggettivazione attraverso la conoscenza scientifica, senza essere
loro stessi oggetto di indagine scientifica. Questo concepire, che è proprio
dei principi basilari delle singole scienze, per la prima volta apre il cammino
verso l’indagine e dal momento che esso stesso non è oggetto di indagine
presuppone una determinata precomprensione dell’essere rispetto all’Ente. Una
domanda sorge quindi spontanea: come va intesa l’originaria comprensione
dell’Essere rispetto all'Ente, che è ciò che rende possibile ogni comportamento
all’Ente (e quindi l’originaria pre-comprensione)? Questo interrogativo assume
un’importanza fondamentale dal momento che se la disposizione d’animo dipende
da un modo di riferirsi all’Ente ed è un ritrovarsi-nel mezzo-dell’Ente, allora
con la risposta all’interrogativo sull’essenza di una qualsiasi pre-comprensione,
che è ciò che consente qualsiasi comportamento all’Ente, dobbiamo
necessariamente ottenere anche lo scioglimento della questione dell’essenza
della disposizione d’animo e dunque dell’origine pre-ontologica della
svelatezza rispetto all’Ente. Heidegger afferma che la svelatezza dell’Essere è
sempre verità dell’Essere rispetto all’Ente e che la svelatezza dall’Ente è
sempre tale del suo Essere; per questo motivo né l’Essere né l’Ente sono
separabili l’uno dall’altro in quanto l’Ente può manifestarsi tale solo grazie
al manifestarsi dell’Essere e viceversa. Questo legame intrinseco tra unità
(dell’essere) e molteplicità (dell’ente) può essere concepito solo come
processo, come atto e per questo come realizzarsi dell’unità attraverso la
congiunzione e la separazione. Tale atto inteso come fondamento della
svelatezza è la differenza ontologica, laddove essa non si determina
precedentemente o successivamente al manifestarsi di un qualsiasi atto ma bensì
nel suo compimento. Heidegger dichiara che la così definita e necessaria
sdoppiata essenza ontico-ontologica della verità è possibile solo in unione con
l’affermarsi di tale distinzione. Da ciò si evince innanzitutto che il
fondamento della svelatezza si presenta come atto e poi che Heidegger definisce
tale atto come Logos, come leghein in senso più ampio, poiché afferma, facendo
riferimento alla pre-comprensione originaria dell’Essere dell’Ente, che esso è
tutto l’agire come processo illuminante della comprensione dell’Essere in senso
ampio. Il fondamento della svelatezza, che dunque rende possibile ogni
comportamento all’Ente (verità pre-ontologica che è così fondamento della
verità ontica e ontologica e disposizione d’animo laddove essa è intesa come
ritrovarsi-nel mezzo-dell’Ente) è Logos ma non inteso in senso tradizionale
come atto del pensiero che si deve necessariamente basare su un’originaria
semplice-presenza dell’Ente; nemmeno come definizione di una verità logica che
deriva da un’indagine del pensiero come oggetto, bensì come processo del
ricongiungere e del separare, processo del distinguere come un
venire-alla-luce. Il manifestarsi di un qualcosa rispetto a qualcos’altro
affonda dunque le proprie radici in un qualsiasi atto originario. Il fondamento
della verità può essere realmente inteso come svelatezza e tale termine
mantiene il suo significato metafisico e logico e si contrappone a una
concezione della verità (come equivalenza), il cui fondamento è un qualcosa di
imminente e oggettuale. Come si pone questa concezione rispetto alla precedente
convinzione secondo cui la svelatezza dell’Essere dall’Ente trovava origine
nella disposizione d’animo e come si collega ciò alla differenza ontologica?
Abbiamo osservato come la differenza ontologica quale fondamento della
svelatezza dell’Essere rispetto all’Ente non sia che trascendenza: ma cosa
dobbiamo intendere qui con trascendenza? Se si verifica lo svelarsi di un
qualcosa in seguito a un processo, a un atto del distinguere, tra la differenza
ontologica dell’Essere e dell’Ente, l'essenza di un qualsiasi atto deve essere
necessariamente trascendenza in quanto in esso prevale già ciò che si svela.
Per questa ragione anche una qualsiasi trascendenza è in origine fondazione e
fondamento di tutto l’apparire che non può essere considerato separatamente da
esso ma che è bensì ciò che lo rende possibile. L’atto della differenza
ontologica, che a seconda della sua essenza porta l’Ente alla svelatezza, è
svelatezza di una molteplicità (dell’ente) contenuta in un’unità, in un mondo,
in un ordine, in un cosmo. L’Esserci trascende, ovvero è nell’essenza del suo
Essere di formare il mondo. Il mondo, come sottolinea Heidegger, non è dunque
inteso come totalità degli Enti esistenti, ai quali tra l’altro appartiene
anche l’Esserci, ma bensì come la totalità degli Enti in cui e per cui anche
l’Esserci è comprensibile. Dal momento che se ciò che si manifesta non precede
o segue immediatamente un atto originario allora una qualsiasi svelatezza non
risulterà altro che quella dell’atto stesso. Ciò permette di comprendere lo
stretto legame esistente tra trascendenza e disposizione d’animo. Trascendere
ovvero Esserci in senso metafisico è così fondamentalmente un
Essere-nel-mezzo-dell’Ente e dunque trovarsi. Da ciò ne deriva che l’Esserci
stesso nella sua essenza e attraverso la totalità degli Enti ad esso
appartenenti è un Essere mediato dalla disposizione d’animo. L’Esserci si
afferma così realmente nell’Ente in questo modo, laddove si realizza il secondo
modo del fondamento. Con disposizione d’animo non va inteso qualcosa che precede
il processo originario della svelatezza e nemmeno qualcosa che presuppone il
processo e si differenzia da esso; non è nulla di immediato ma bensì
appartenente originariamente al fondamento della svelatezza come processo. Se
la svelatezza è processuale allora, come affermato in precedenza, lo è per
mezzo di un Divenire, di un Essere e di un Non-essere, e dunque ad essa
appartiene insieme alla trascendenza e la disposizione d’animo anche il perché,
terzo modo del fondamento della svelatezza così come lo definisce Heidegger.
Dunque nell'ottica di un'interpretazione della differenza ontologica come
processo o atto originario, unitario che si compie da sé ne deriva la
comprensione della necessità dei tre modi nei quali è insito il fondamento, e
della definizione heideggeriana di verità come svelatezza. La possibilità
dell’errore e la definizione di logos come processo assoluto, L’episteme come
doxa alethes. Da un’approfondita critica dell’oggettivismo naturalistico si è
approdati a una prima definizione di leghein in cui compare l’Essere. Nella
necessità di una definizione ossia di un’affermazione generale (giudicare,
pensare) si è giunti al superamento del relativismo e attraverso di essa a una
prima comparsa dell’Essere. Tuttavia ciò non risolve né il problema teoretico
del Logos né la questione interpretativa del testo di Platone. Come dobbiamo
considerare dunque nel dettaglio questo atto inteso come pensiero, come
giudizio? E come lo definisce Platone? Ma soprattutto com’è da considerare una
qualsiasi necessità? Come una ricerca di soddisfacimento al di fuori di essa
stessa? È dunque il pensiero solo una forma esteriore per impossessarsi
dell’Essere come suo contenuto e la verità il risultato dell’equivalenza del
pensiero con un Essere ad esso esteriore? Questa è la questione che partendo da
un punto di vista storico e sistematico dovrebbe portare con la sua risoluzione
ad un’ulteriore interpretazione del pensiero di Platone. Che l’anima abbia
un’originaria aspirazione all’Essere che riesce ad appagare unicamente aspirando
per essa stessa all’Essere, non definisce ancora modi e modalità di alcun
processo. Platone dimostra come un atto, un processo del leghein, che si fonda
su un qualcosa di oggettivo, non riesca a spiegare il fenomeno dell’errore.
Fondamentalmente l’errore è strettamente connesso alla verità; poiché la
necessità di affermazione del generale si rivela in modo tale da rendere la
tesi relativistica erronea. L’indagine filosofica così come dovrebbe essere
interpretato il processo, l’atto del leghein, si cela, come vedremo, dietro il
quesito se un fondamento oggettuale del leghein possa spiegare o meno l’errore.
La risposta a questo interrogativo la troviamo nel Teeteto: il processo del
leghein è completo? Ha una fondamento oggettuale? Abbiamo visto l’Essere
ergersi a leghein in una condizione di necessità: leghein significa
essenzialmente portare qualcosa alla sua unità e ciò viene a compiersi in una
condizione di necessità del pensiero e del giudizio. Si tratta quindi di un
rigetto dell’estetica e del presentarsi di un nuovo fondamentale processo.
Considerare qualcosa per qualcos’altro sulla base del giudizio, del pensiero è
ciò che il filosofo greco distingueva dall’apparizione immediata e che dunque
deve essere oggetto dell’indagine filosofica. Questa è la ragione per cui la
doxa diventa l’oggetto per Teetèto. Ma a quali doxa, a quale pensiero ci si
riferisce qui? Abbiamo dimostrato in precedenza come la stessa teoria
relativistica sia già un pensiero, un’affermazione generale: dunque questo
nuovo fenomeno è il pensiero. Ma dal momento che non tutti i pensieri sono veri
solo per il fatto di essere tali, la doxa dunque può essere sia falsa che
veritiera. La doxa può essere identificata genericamente con il pensiero ma non
ancora necessariamente veritiero: da ciò ne deriva che il significato generale
di doxa come pensiero non è che quello di un’opinione e non di una conoscenza
motivata, non un pensiero che abbia in sé la garanzia della verità. Da qui
nasce la necessità, dopo aver dimostrato che non si tratta di estetica o
fantasia, di riconoscere una nuova definizione di episteme come opinione vera.
Di’ ancora una volta cos’è la conoscenza. Dire che tutte le doxai, le opinioni
lo siano non è possibile, o Socrate, in quanto ve ne sono anche di false. Di
sicuro però l’opinione vera è conoscenza. Il problema della lingua e il suo
significato ontologico. Legame tra ricerca del fondamento del manifestarsi e
quella del fondamento delle parole e dell’arte. In precedenza abbiamo definito
il fondamento dell’apparire di un qualcosa come tale un atto o processo del
leghein, il cui carattere resta però ancora piuttosto generico: con esso
andrebbe inteso unicamente il congiungere, il riunire, il circoscrivere
attraverso cui un qualcosa può manifestarsi come tale. Abbiamo elaborato questa
tesi in relazione alla concezione heideggeriana della differenza ontologica
intesa come atto del trascendere, origine dei tre modi del fondare, Logos in
senso più ampio. Alla luce di ciò abbiamo rigettato un’interpretazione illogica
del fondamento della verità facendo riferimento alla disposizione d’animo.
Quest’ultima non è da intendersi però come un qualcosa di pre-logico che
precede un qualunque processo quale fondamento originario del rivelarsi di un
qualcosa: ciò conferma anche l’interpretazione dell’affettività. Quando abbiamo
però definito la disposizione d’animo come momento logico in senso ampio non
era stato detto ancora nulla circa il suo rapporto con il Logos inteso come
pensiero: non sapevamo ancora come definire il fondamento del manifestarsi.
Solo attraverso l’interpretazione del pensiero di Teeteto e la discussione su
quei problemi sistematici in esso contenuti siamo giunti a un’ulteriore
definizione del Logos come necessità originaria, che si autoimpone, di
affermazione del generale e dunque del giudicare, del pensare. Il processo
dell’originario del leghein assume così un primo e determinante significato.
Diversamente da quanto si ritrova nel pensiero di Heidegger, esso non è inteso
qui come ricongiungere, radunare, riunire ossia riportare a quell’unità
originaria nella quale l’Ente può apparire come tale, in senso generale, ma
bensì come un ben determinato ricongiungere e riunire: quello del pensiero che
si manifesta nella necessità di affermazione del generale. Come abbiamo visto
nel Teeteto, nella necessità di affermazione del generale si manifesta per la
prima volta l’Essere, ciò che esiste. Il fondamento del manifestarsi è stato da
noi riconosciuto nella parola, nella lingua come un lasciar apparire metafisico
di un qualcosa attraverso il legame con la necessità di affermazione del
generale. Questa necessità originaria si manifesta in una ben determinata forma
di problematicità dell’Ente ogni qualvolta non si sa come intendere una
determinata cosa. Dell’origine di tale atto, dell’impossibilità di dedurlo dal
pensato, così come è inteso da Hegel, abbiamo già discusso nel capitolo
precedente, riassumendo a tal proposito la critica di Gentile al pensiero del
filosofo tedesco. Per quanto riguarda il pensiero di Heidegger, va sottolineato
che fino a quando non riusciremo a stabilire se egli ha assegnato all'atto
della trascendenza (intesa come Logos in senso ampio) una determinata forma
(quella del pensiero pensante) o se ha lasciato la questione irrisolta, anche
la nostra interpretazione non potrà essere completa. Se però Heidegger nei suoi
scritti avesse in qualche modo iniziato un’implicita dissertazione sulle
diverse forme di svelatezza, senza fattivamente distinguerle, ad esempio in
Hölderlin e l’essenza della poesia in cui egli parla della funzione della
parola poetica nel suo carattere di manifestazione, questa non dovrebbe essere
assolutamente trascurata. Tale questione non può essere discussa se prima non
si definisce il carattere fondante della svelatezza. Ci troviamo così di fronte
ad un interrogativo rilevante: il processo originario che si manifesta nella
necessità di affermazione del generale è l’unica forma della svelatezza?
Dobbiamo attribuire al Logos, alla parola, alla lingua unicamente la necessità
di affermazione del generale? A questo punto è necessario far notare che in
nessun caso le forme della svelatezza posso essere classificate sulla base di
ciò che appare per mezzo del pensiero pensante. Questo perché nel momento in
cui dovesse emergere una distinzione nelle forme della svelatezza ciò dovrebbe
essere presentato mostrando che oltre alla necessità di affermazione del
generale esistono altre forme del fondamento originario del manifestarsi e
dunque dell’interrogarsi, dell’aspirare all’Ente. Dobbiamo quindi chiederci se
il leghein si impone a noi solo come pensiero pensante e dunque necessità di
affermazione del generale o anche sotto altre forme: ovvero se la parola, il
Logos abbiano solo un significato logico. È evidente come un tale problema si
ponga solo se, come nel nostro caso, in precedenza si è definita in maniera
chiara una prima manifestazione della forma del Logos ad esempio come necessità
di affermazione del generale. Ma come possiamo sviluppare tutti questi
differenti quesiti in maniera unitaria ricollegandoli alla precedente indagine?
È necessario chiarire tutte le questioni che si presentano anche attraverso la
presa di posizione di Heidegger chiedendoci se il Logos come necessità di
affermazione del generale costituisca l’essenza delle parole o se esso si
manifesti anche sotto altre forme. Per determinare l’essenza delle parole
dovremmo innanzitutto capire se nel discutere di ciò Heidegger fosse
consapevole del problema; in questo modo potremo determinare definitivamente la
nostra interpretazione del pensiero di Heidegger e la nostra posizione in
merito. Successivamente andremo a verificare le tesi proposte nella
Fenomenologia di Hegel, che si celano in maniera particolare dietro gli assunti
del Teeteto, per discutere del legame tra il problema della parola e il
problema dell’arte. Va notato come la questione se la parola abbia o meno
solamente un significato logico è l’essenza della seconda corrente critica di
Hegel in Italia la quale lega strettamente tale questione con l’interrogativo
se la parola ad esempio in poesia non abbia una propria forma del manifestarsi
dell’Ente. Nella discussione e nel tentativo di risolvere la questione, nella
contrapposizione al pensiero di Hegel, si ritorna di nuovo in Italia al piano
ontologico. Questo dal momento che se la parola, la poesia e dunque l’arte
hanno un proprio manifestarsi dell’Ente rispetto alla parola così come per la
filosofia quale necessità di affermazione del generale ciò ha UN DOPPIO
SIGNIFICATO: innanzitutto che tra l’arte come forma del manifestarsi dell’Ente
e la filosofia, contrariamente a quanto afferma Hegel, non vi è alcuna
relazione dialettica. Su questa scia la filosofia italiana si oppone alla
caratteristica tesi heideggeriana sulla morte dell’arte nell’era della
filosofia in quanto tale tesi sarebbe espressione della relazione dialettica
tra arte e filosofia laddove l’arte appare come un momento che va scomparendo e
che si conserva nella filosofia. La seconda cosa che emerge è che questo quesito
non è una domanda di estetica ma bensì una metafisica, ontologica in quanto
essa rappresenta il rifiuto della concezione dialettica del fondamento del
manifestarsi dell’Ente: dunque un quesito molto importante. Il problema
ontologico della lingua in Heidegger. Sulla base di una precisa interpretazione
dello scritto heideggeriano Hölderlin e l’essenza della poesia andremo a
discutere dell’imporsi del problema della forma del manifestarsi. La domanda se
il Logos come parola, come lingua debba essere inteso solo come unione così
com’è nel pensiero, si pone in questo scritto congiuntamente al problema del
fondamento del manifestarsi dall’Ente. Heidegger afferma: La lingua per prima
accoglie la possibilità di trovarsi nel mezzo della manifestazione dall’Ente;
Solo dove vi è lingua vi è mondo. Poi ancora aggiunge: La lingua ha il compito
di permettere all’Ente di manifestarsi come tale nell’opera e di custodirlo.
Come dobbiamo intendere ciò? Alla parola deve essere attribuita unicamente la
determinazione dell’espressione del generale? Già nello scritto Dell’Essenza
del fondamento Heidegger aveva identificato il manifestarsi dell’Ente come
differenza ontologica e dunque trascendenza. È dunque la differenza ontologica
essenzialmente parola e l’essenza della parola nient’altro che il manifestarsi
della verità? Se la parola, la lingua, così come inteso da Heidegger, sono
strettamente legate alla poesia, dobbiamo dunque ritenere che l'essenza della
poesia sia solo verità? E di che verità si tratta? Quella logica? Appare
evidente che solo sollevando queste questioni nello sviluppo del nostro
problema nel tentativo di definire il Logos potremmo prendere una posizione
rispetto a quanto asserito da Heidegger. Per questo è innanzitutto necessario
capire se l'intera questione della lingua è stata spostata da Heidegger su un
piano ontologico. Considereremo il suo scritto proprio da questo punto di
vista. Dal momento che la discussione heideggeriana sull’essenza della poesia
si sviluppa come interpretazione di un poeta, in un primo momento la questione
appare essere considerata da un punto di vista che è al di fuori da qualsiasi
piano metafisico e ontologico. Che l’ambito non sia estetico o
storico-letterario ma principalmente metafisico si evince però dalla scelta dei
versi di Hölderlin che Heidegger pone alla base della sua interpretazione. Le
posizioni di Hölderlin a cui Heidegger fa riferimento considerano l’essenza
della lingua in congiunzione con l’essenza dell’uomo. Nella sua interpretazione
Heidegger afferma che l’uomo nella sua essenza è colui il quale deve dimostrare
ciò che è. Con questa affermazione non si vuole qui intendere un’espressione
supplementare e a sé stante di umanità ma bensì la determinazione dell’Esserci
dell'uomo. Cosa deve testimoniare l’uomo? La sua appartenenza alla terra. Anche
questa asserzione risulta difficile da comprendere in quanto nella nostra
comune concezione di uomo la sua appartenenza alla terra è l’unica cosa che non
deve essere dimostrata dal momento che non dipende dall’uomo stesso. Appare
dunque inspiegabile come essa possa essere considerata un suo compito,
un’attività da compiere che si impone costantemente all’uomo, e come essa si
leghi alla questione della parola. Da ciò si evince però un punto fondamentale:
se per Heidegger l’uomo è tale solo in quanto lo testimonia, ciò significa che
la sua essenza non si manifesta nella semplice-presenza ma bensì in un atto da
compiere e realizzarsi. Tale atto viene definito da Hördelin come testimonianza
dell’intimità con la terra. Secondo Heidegger con il termine di Hörderlin
intimità è da intendersi ciò che pone in conflitto e allo stesso tempo riunisce
le cose. La testimonianza dell’appartenenza a tale intimità avviene attraverso
la creazione di un mondo la testimonianza dell’essere uomo e dunque il suo
compimento avviene attraverso la libertà della decisione. Questa coglie il
necessario e si lega ad un ordine superiore. Come dobbiamo però intendere
l’asserzione secondo la quale l’uomo crea il mondo e in che modo questa
creazione ha a che fare con la poesia, la parola e la sua essenza? Heidegger
afferma che l’essenza dell’uomo, il suo vissuto è comprensibile solo come
storia e che la storia è possibile solo attraverso la parola. In ciò ritroviamo
una possibile interpretazione della concezione heideggeriana di una qualsiasi
creazione del mondo in cui vi sia l’essenza dell’uomo (creare che si lega alla
parola). Il mondo che appartiene all’uomo è solo il mondo della parola dal
momento che effettivamente si evince che l’uomo si appropria della realtà
esistente così come percepita considerandola il proprio mondo solo attraverso
il denominarlo: solo il mondo denominato è il suo mondo, il suo cosmo. Questa
appropriazione rappresenta la storia del formarsi dell’uomo. Interpretare in
questa maniera il pensiero di Heidegger sarebbe sbagliato in quanto come egli
stesso afferma che la lingua non ha il compito di denominare qualcosa che è già
esistente per creare un mondo supplementare del significato, ma bensì è nella
parola stessa che si rivela per la prima volta l’Ente e lo fa solo nella
parola. La lingua non è solo uno strumento che l’uomo possiede insieme a tanti
altri ma bensì la lingua concede innanzitutto la possibilità di stare nel mezzo
del manifestarsi dall’Ente. Solo dove c’è lingua può esserci mondo. La lingua
ha il compito di permettere all’ente di manifestarsi nell’opera e di
conservarlo tale. In questo modo la parola acquisisce un nuovo e determinato
significato: essa non è più la parola pronunciata, il mondo che esprime la
fonetica e che ha molte altre possibilità di espressione ma bensì parola
significa qui prima manifestazione dell’Ente: parola, Logos come fantasia, come
apparizione nel senso più originario del termine. Heidegger aggiunge poi: La
poesia è fondazione attraverso la parola e nella parola. Ma cosa significa qui
fondazione? Se provassimo a tradurlo in termini filosofici (termini legati a
una determinata problematica teoretico-conoscitiva e proprio per questo qui
evitati da Heidegger) significherebbe qualcosa che non presuppone l’esperienza,
la percezione e che non può essere dedotta da essa a posteriori ma bensì a
priori. Attraverso il denominare dei poeti l’Ente viene per la prima volta
chiamato e conosciuto come tale ma dato
che l’Essere così come l’essenza delle cose non può essere mai né determinato
né dedotto dal presente, essi devono essere creati liberamente, fissati e
donati. Tale libera donazione è fondazione. Da ciò si evince che se la poesia
fonda l’originaria manifestazione dell’Ente in essa l’uomo raggiunge il proprio
fondamento. Così come afferma Heidegger: Il dire dei poeti è fondazione non
solo intesa come libera donazione ma bensì anche come solida istituzione
dell’Esserci umano sul suo fondamento. La definitiva determinazione
dell’essenza della poesia è da intendersi come ciò che si realizza nella
parola, nella lingua nel discorrere, nel parlare, nell’ascoltarsi e nel
comprendersi: il discorrere è possibile però solo sulla base di un qualcosa di
condiviso, attraverso il quale possiamo comprenderci poiché altrimenti ognuno
resterebbe bloccato nella propria lingua, nel proprio mondo. Ogni parola
fondamentale manifesta, come afferma Heidegger, l’uno e lo stesso, qualcosa di
duraturo ed esistente e dunque sempre presente. In questo modo però la lingua
si manifesta solo nell’ambito del tempo. Se però solo in poesia la
manifestazione dell’Ente si realizza originariamente nella parola per poter
definire l’intera problematica dell’essenza della poesia è necessario
sottolineare che non è quest’ultima che deve essere separata dalla parola,
dalla lingua ma bensì al contrario l'essenza della lingua, della parola, dalla
poesia: solo così la poesia ottiene il suo primo centrale significato
ontologico. Le nostre riflessioni ci portano a riconoscere quanto segue: la
parola, la lingua, la poesia mantengono negli scritti di Heidegger una
determinazione ontologica ma tuttavia non vi ritroviamo in essi né una
definizione della caratteristica della poesia né argomentazioni in merito al
fatto che ad essa spetti o meno una manifestazione particolare. La differenza
ontologica in sé è valida per qualsiasi manifestarsi: non vi è però discussione
in Heidegger su un problema determinante ovvero se e come ad esempio il
manifestarsi nella sua forma logica e dunque nella necessità di affermazione
del generale così come nel Teeteto, si differenzi dalla forma poetica del
manifestarsi. Ciò è tuttavia di fondamentale importanza quando si parla di
essenza della poesia così come fa Heidegger nel suo sopracitato scritto. Solo
attraverso la risposta a questa domanda la poesia potrà acquisire una propria
forma e necessità e dunque una propria definizione. Ciò appare evidente nel
momento in cui confrontiamo le due opere Dell’Essenza del fondamento e
Hölderlin e l’essenza della poesia. Nella prima si tratta essenzialmente della
definizione di fondamento della verità ontologica (del Logos), laddove la
differenza ontologica viene intesa come Logos in senso ampio. Heidegger afferma
che la svelatezza dell’Essere è sempre verità dell’Essere rispetto all’Ente e
che la svelatezza dell’Ente e sempre in un certo senso anche quella dell’Essere
(Dell’Essenza del fondamento), per cui il fondamento della svelatezza si trova
nell'atto come differenza ontologica laddove esso è tutto l’agire come processo
illuminante della comprensione dell’Essere, del Logos in senso ampio. Questo
svelamento si realizza solo per via di tale originario atto del distinguere,
così che la sua essenza sia trascendenza e fondazione e dunque fondamento di
tutto l’apparire che non può essere dedotto da esso ma che bensì lo rende
possibile. In questo modo, come abbiamo già fatto notare in precedenza, resta
però aperta la questione relativa all’ultimo significato di un qualsiasi atto.
Per questo motivo nella nostra indagine abbiamo anche sciolto la questione heideggeriana
giungendo autonomamente a una definizione il più veritiera possibile di un
qualunque processo sulla base del pensiero di Teeteto. Nella sua ricerca sulla
poesia Heidegger attribuisce dunque alle parole la manifestazione dell’Essere.
Ci è consentito quindi riferirci a questa identità delle definizioni che egli
attribuisce alla parola così come accade in poesia e nella differenza
ontologica. Egli afferma che la lingua innanzitutto consente la possibilità di
trovarsi nel mezzo della manifestazione dell’Ente e che la poesia è fondazione
attraverso la parola e nella parola” (“Hölderlin e l'essenza della poesia” pag.
8-10). Così come per la differenza ontologica (origine dei tre modi del
fondamento) anche per la poesia si afferma qui che “essa è nella sua essenza
fondazione e dunque istituzione determinata. Heidegger afferma ancora che: SOLO
DOVE VI È LINGUA VI È MONDO e ciò è possibile attraverso la parola, attraverso
il denominare l’ente come ente così conosciuto. Se dunque la differenza
ontologica nella sua essenza è comprensione illuminante dell’essere (Dell’essenza
del fondamento), fondazione “di un qualunque Ente il quale è svelato
all’Esserci e dunque possibile, e se in conclusione l’atto della differenza
ontologica (il quale svela la sua essenza nell’Ente) è nella sua essenza
creatore di mondo qual è la differenza tra fondazione, mondo, manifestazione
dell'Ente (che è proprio della differenza ontologica come fondamento della
verità ontologica nella sua generica concezione esistenziale) e poesia come
determinato modo di esistere e di manifestarsi? Non vi è forse alcuna
differenza? Fin qui siamo stati autorizzati nella determinazione della verità
ontologica a limitarci alla definizione di Logos in senso ampio. Ora appare
però necessario per poter attribuire alla poesia un significato ontologico
trarre la sua definizione da quella verità ontologica generale lasciata
irrisolta da Heidegger: solo allora potrà essere chiarito anche il significato
di fondazione, mondo, istituzione, manifestazione. Tale problema relativo alle
forme della realtà si è manifestato nel corso della nostra indagine laddove
siamo stati costretti a decidere se attribuire o meno alla parola solo il
significato dell’asserzione generale o anche altri. Gli equivoci che sono
venuti fuori nell’interpretazione dei concetti heideggeriano di affettività,
disposizione d’animo, Essere-nel-mondo e così via sono dovuti in parte al fatto
che la determinazione della realtà come svelatezza non deriva da una
considerazione generale antioggettivistica del fondamento del manifestarsi. Non
troviamo in Heidegger il problema delle diverse forme della svelatezza
nonostante il fatto che egli discuta dell’essenza della poesia. Questo problema
sorge solo nel momento in cui si attribuisce alla svelatezza una determinata
forma poiché solo in quel momento ci si chiede se questa è l’unica o se ve
siano di altre. Già con la definizione di verità come processo del leghein che
nell’asserzione del generale si impone come pensiero pensante, si realizza il
presupposto per sollevare la questione circa le forme. Con questa affermazione
non ci vogliamo porre in maniera critica nei confronti del pensiero di
Heidegger ma solo sottolineare la necessità che la discussione nelle sue
affermazioni tenga conto anche di tali questioni. Il problema delle forme del
Logos. Sulla scia del pensiero filosofico italiano, che prende le mosse da De
Sanctis, come si evince anche in Heidegger, abbiamo attribuito alla parola un
significato essenzialmente metafisico ovvero come manifestazione dell’Ente. Non
dobbiamo però dimenticare che già nel pensiero filosofico italiano
contemporaneo, che si oppone alla visione di Croce, Gentile nega l’esistenza di
diverse forme del manifestarsi poiché ne riconosce una sola: quella del
pensiero pensante. Egli afferma che tutto ciò che può essere definito,
differenziato, circoscritto attraverso l’atto del pensiero, a cui egli
attribuisce un significato ontologico originario, dunque appare. Se
ammettessimo diverse forme del manifestarsi senza riconoscerne la loro unità
d’appartenenza ci ritroveremmo con un insieme di forme diverse considerabili
unicamente da un punto di vista empiristico. Una differenziazione è possibile
solo sulla base di un atto originario nel quale e per mezzo del quale la
distinzione appaia come atto del pensiero. Dimostrazione di ciò è che ad
esempio il processo nel quale l’Ente si rivela all’artista coincide con quello
dell’esistere dal momento che per egli la realtà è ciò che gli si manifesta.
Unicamente nel momento in cui egli esce dalla sfera artistica e fa di un
qualsiasi mondo l’oggetto del giudizio solo allora la realtà gli apparirà come
un qualcosa di ottenuto, di soggettivo, come arte e non realtà. “Questa stessa
irrealtà e idealità dell’arte diviene realtà viva e presente se la si considera
così come la fantasia la proietta...questa è dunque la realtà che vaga nella
fantasia dell’artista, la realtà assoluta che non può essere separata da quella
a cui si fa riferimento nella vita pratica. Per cui tale è per l’artista, fin
tanto che si tratta di un artista, la vita stessa”. Secondo Gentile l’arte si
cela dietro il sentimento, il soggettivo, è un momento ideale che si ripropone
sempre del pensiero pensante. Non possiamo però approfondire la questione.
L’argomentazione principale con la quale Gentile nega l’esistenza di diverse
forme del manifestarsi è che esse possono essere determinate solo attraverso un
atto che le riunisca: il pensiero pensante. Gentile giunge a tale conclusione
opponendosi al pensiero di Hegel. È innegabile che ogni distinzione sia
possibile unicamente sulla base di un atto nel quale la molteplicità appaia
come una e ben determinata. Va sottolineato che questa conclusione è anche il
senso fondamentale dell’assunto heideggeriano secondo cui il processo del
manifestarsi affonda le sue radici nell’atto, nella differenza ontologica la
cui forma non può essere predeterminata. Allo stesso modo abbiamo poi ritrovato
queste concezioni nella filosofia antica che per prima ha sollevato la
questione metafisica analizzando nel dettaglio il pensiero di Teeteto. Il
problema dell’essere dell’ente si ricollegava allora espressamente a quello
dell’unità e della molteplicità. È stato dimostrato che se si considera l’unità
separatamente dalla molteplicità non sarà possibile spiegare l’affermarsi, il
rivelarsi della molteplicità. Abbiamo chiarito che l’unità, come fondamento
dell’apparire, è un processo che si compie da sé, un atto che nel momento in
cui è ben circoscritto non ammette l’errore. Il fondamento della svelatezza
(ciò che Heidegger definisce differenza ontologica) affonda le sue radici, così
come abbiamo visto nel Teeteto, nella necessità di affermazione del generale.
Laddove la svelatezza dell’Essere viene intesa come conoscenza e questa
conoscenza come pensiero vero dante fondazione. Alla verità dell’Essere, così
come Platone la identifica con il Logos, appartiene essenzialmente la
svelatezza del proprio fondamento. Questa avviene nella trascendenza
filosofica, nella conoscenza dell'essere come conoscenza del proprio
fondamento: l’ineluttabile necessità di affermazione del generale. Da questo
generale e dalla conoscenza che ne deriva non è stata ancora mai creata poesia.
Nella conoscenza del fondamento c’è l’essenza dell’atto filosofico. Questa
conoscenza riguarda anche la creazione dell’arte ma da essa non deriva alcun
tipo di arte: questa conoscenza del fondamento non appartiene all’arte in
quanto tale tantomeno si riscontra in essa un inizio di ciò. Questa necessità,
che ci costringe alla conoscenza del fondamento e quindi alla conoscenza come
asserzione generale, è fondamentalmente un qualcosa di diverso da una qualsiasi
necessità che spinge l’artista alla creazione della sua opera. Con
l’affermazione di Gentile secondo cui qualsiasi differenziazione si fonda
nell’atto del pensiero non si va ancora a toccare il nocciolo della questione
che ci riguarda. Il problema delle diverse forme del manifestarsi può essere
sollevato o negato solo se non ci si limita a considerare ogni distinzione come
atto del pensiero: se ogni differenziazione si realizza per mezzo di un atto,
il quale per via della sua origine non può essere né dedotto né motivato (dal
momento che esso stesso è il presupposto di ogni motivazione, domanda o
risposta), allora dobbiamo chiederci se la necessità nella quale si manifesta
l’Essere logico come aspirazione all’affermazione del generale è la stessa
necessità per la quale ad esempio si compie la differenziazione poetica. Ogni
atto come fondamento del manifestarsi di qualcosa è necessariamente fondazione,
trascendenza e dunque possibilità di apparire di una molteplicità, di una
differenziazione che non presuppone l’atto; attraverso ogni atto ci troviamo in
una molteplicità ordinata, in un mondo (Essere-nel-mondo); in ogni atto c’è la
manifestazione di un qualcosa nella forma dell’aspirare, del domandarsi. Si
ottiene dunque attraverso il dubbio, dalla necessità di affermazione del
generale una differenziazione poetica? Si raggiunge il suo mondo? Il poeta “si
trova” in un mondo delle differenze e delle determinazioni che è identico a
quel mondo che deriva dal pensiero? Abbiamo definito l’Essere che si manifesta
nel pensiero pensante essenzialmente come necessità di affermazione del
generale. Da ciò possiamo dedurre che la questione circa la molteplicità delle
forme del manifestarsi non può essere sollevata o risolta se si afferma che
ogni differenziazione non è altro che la realizzazione di un atto del pensiero
ma bensì solo domandandosi se la differenziazione poetica, la determinazione
siano da ricondurre alla necessità di affermazione del generale. Rispetto a che
cosa misura il poeta la parola, l'espressione? Non da qualcosa che è
all’esterno altrimenti come sarebbe possibile farlo da un oggetto? Ma bensì da
ciò che in esso si manifesta. Da ciò che è in sé confrontare, scegliere,
differenziare, decidere ed è possibile solo sulla base di una necessità,
attraverso la quale il poeta capisce se l’espressione è adeguata o meno. Solo
ciò che è necessario, fisso ed esistente può essere misurato. Questa necessità
che si cela nell’oggetto poetico si manifesta nell’immediatezza
dell’originario, del primo che per questo deve essere sempre qualcosa di
istantaneo e per questo essa si rivela in un attimo presente e unico. Solo
grazie all’attimo, al presente il poeta vede ciò che è già e ciò che ancora non
è. Nell’attimo si schiude la temporalità che è sempre temporalità di un
determinato manifestarsi. Per tale motivo il processo poetico e il suo
paragonare “interiore” per poter trovare l’adeguato vocabolo poetico non deve
essere considerato come “interiorità” psicologica e romantica ma bensì come
qualcosa in cui si realizza una determinata forma di manifestazione nella quale
all’arte, al bello spetta un significato ontologico. Anche l’uomo pensante non
misura la verità delle proprie definizioni da qualcosa che si trova al di fuori
della necessità di affermazione del generale dato che l’Essere logico è e
appare solo in una qualsiasi necessità. Il pensiero vero è solamente quello che
riesce a resistere a qualsiasi necessità e mai fugge da essa poiché ricorre a
una determinazione che in sé non può giustificarla. In ciò consiste il profondo
carattere etico che ogni verità possiede. Già il riconoscere di non sapere è
una risposta all’originaria necessità. Allo stesso modo in cui l'uomo pensante
guarda solo a una qualsiasi necessità che possa fargli riconoscere la verità
della propria determinazione, verità che si cela con la forza attraverso la
quale la necessità si manifesta, così il poeta paragona e sceglie la parola
poetica non paragonandola all’Ente esteriore ma bensì alla necessità che si
manifesta in esso: questo non è però mai un momento di conoscenza del
fondamento. Solo rispondendo alla domanda che ci siamo posti sulle forme della
necessità, sulla base della quale può essere distinta una molteplicità, si
evince, contrariamente a quanto affermato da Heidegger, che i tre modi del
fondamento che egli ha indicato come motivo del manifestarsi, fondazione
(trascendenza), Essere-nel-mondo (affettività) e possibilità del perché, solo
in questo contesto possano essere definiti chiaramente. È importante precisare
che attraverso il carattere originario e immediato della necessità dell’Essere
dall’Ente, il problema delle forme dell’Essere si cela dietro quello dei
diversi attimi per l’ambiguità della parola tedesca Augenblick che può essere
intesa sia come visione e dunque manifestazione dell’Ente sia come espressione
temporale di attimo, momento. Infatti l’Essere oggetto della nostra indagine
che nel dubbio si manifesta originariamente come necessità di espressione del
generale ci offre una ben determinata visione di svariati Enti. Questa
molteplicità in quanto tale è solamente un momento del compiersi di una
qualsiasi necessità. Da ciò si evince anche un ben determinato arco temporale:
poiché sulla base dell'imporsi di una qualunque necessità si manifesta un
determinato prima e dopo, una visuale di ciò che vediamo “già” e di ciò che non
vediamo “ancora”, un passato e un futuro. Saggi: “Il problema della metafisica
platonica” (Bari, Laterza); “Dell’apparire e dell’essere”; “Linee della
filosofia” (Firenze, Nuova Italia);“Viaggiare ed errare -- un confronto” (Napoli,
Sole);“Arte e Mito” (Napoli, Sole);“Arte come anti-arte. – il bello nell’eta antica”
(Torino, Paravia); “Potenza dell’immagine – ri-valutazione della retorica,
Milano, Guerini);“Potenza della fantasia” “Per una storia del pensiero
occidentale, Napoli, Guida, “Retorica come filosofia. La tradizione umanistica,
Napoli, Sole, Heidegger e il problema dell’Umanesimo, Napoli, Guida, Umanesimo
e retorica. Il problema della follia, Modena, Mucchi, La filosofia
dell’umanesimo. un problema epocale, Napoli, Tempi Moderni, La preminenza della
parola metaforica. Heidegger, Meister Eckhart, Novalis, Modena, Mucchi, La
metafora inaudita, a cura di M. Marassi, Palermo, Aesthetica, Vico e
l’umanesimo, Milano, Guerini, Filosofare noetico, non metafisico. L’Alcesti e
il Don Chisciotte” (Lecce, Congedo, “Il dramma della metafora. Euripide,
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Cinquantenario, in Rassegna Nazionale, Roma; Germania, in Rassegna Nazionale,
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filosofia dell’azione Rivista di filosofia, Milano Empirismo e naturalismo
Rivista di filosofia, Milano Sviluppo della fenomenologia Rivista di filosofia,
Milano Metafisica immanente Giornale
critico della filosofia italiana, Milano L’equilibrio come ideale di vita
Rivista di filosofia, Milano Platonismo Rivista di filosofia, Milano La filosofia
in eta antica in Rivista di filosofia, Milano La reminiscenza Giornale critico
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memoria di G., Russo L., G. e CROCE, in Studi in memoria di G., Acunto, L’appello
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