GRICE ITALO A-Z G GRA
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grassi:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- dove
fiorisce il limone – la giovinezza e il fascismo – parole ai giovani – al
senato -- filosofia fascista – la scuola
di Mascali -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mascali). Abstract. Grice: “England had Chamberlain; Italy,
Mussolini!” -- Keywords: fascismo. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Mascali, Catania, Sicilia. Grice:
“I like Grassi; he wrote on Faust!” Inizia gli studi ginnasiali presso il
seminario di Acireale fino alla terza ginnasiale, proseguendoli poi a Catania,
presso il liceo "Nicola Spedalieri".
Assiduo frequentatore della sala di lettura dell'Catania, conobbe
Rapisardi, cui lo legò una profonda stima ed affinità. Si laurea a Napoli con “La memoria delle
immagini acustica e visiva della parola in rapporto specialmente al tempo di
"fissazione", suggeritagli da Bianchi (Rivista di Freniatria). Si
trasferì a Messina dove divenne assistente di Weiss. Comincia a provare le
prime grosse delusioni per l'inconciliabile contrasto fra le esigenze pratiche
della professione, che rischiavano di piegarlo a umilianti compromessi, e le
alte aspirazioni della sua anima. Muta bruscamente
indirizzo, iscrivendosi alla facoltà di scienze naturali, conseguendo così la
laurea con Mingazzini sostenendo una tesi intorno ai pesci di Ganzirri e Faro,
che poi fu pubblicata su una rivista veneziana. Mingazzini, chiamato a Bologna,
era felice di averlo come assistente. Il suo spirito inquieto cerca altre vie
ed altri sbocchi, e così intraprese a frequentare le lezioni che si tenevano
nella facoltà di filosofia a Catania, nel Palazzo Grassi, a Via Firenze. Prrofondamente
influenzato dalle precedenti frequentazioni messinesi dove campeggiavano figure
come Pascoli, col quale strinse amicizia, Cesca, Barbi, Mancini, Ardigò, Dandolo
e Salvemini. Si laurea in filosofia presso l'ateneo catanese, con “L'unità dei
fatti psichici fondamentali” (Muglia, Muggia, Messina). Insegna a Caltagirone e
Catania. Inizia un'intensa attività che vide tra i suoi maggiori corrispondenti
Gentile eSturzocon i quali intrattenne un copioso carteggio oltre al letterato
Villaroel, Farinelli, Varisco, Majelli, Carabellese e Fassò. Fonda Prisma a cui collabora, tra gli altri,
anche M. Sgalambro. Altre saggi: “Preludi
a un commento alla vita del Faust” (Catania, Studio Moderno); “Commento alla
vita di Faust” (Torino, Bocca); “Preludi storico-attualistici alla Critica della
ragion pratica” (Catania, Crisafulli); “Medico mancato” (Catania, Legione);
“L’assoluto”, Roma, Enciclopedia Treccani); “L’assoluto” Roma, Enciclopedia De
Carlo. “Giornale critico della filosofia italiana” “Logica e metafisica”,
“Goethe in Italia”, “La musica e le idee” – “Esegesi del Fausto” “tramonto di
Occidente”; “REminiscenze e visione paesane”;
“La giovinezza e il fascismo – parole ai giovani” (Senato). “Mazzini”; “Il faust e il tramonto dell’occidente o di
una nuova corrente esegetica del Fuasto in Germania”; “Goethe in Italia”; Membro
della Fondazione GENTILE per gli Studi Filosofici. Un filosofo dall'anima di
poeta, Teoresi Rivista di cultura Filosofica. Da Herbart in poi la psicologi
concepisce una unità al fondo di tutte le manifestazioni della vita psichica; ma
visono tre modi principali di concepirla: l'intellettualismo (rappresentato
specialmente perl'appunto da Herbart), il sentimentalismo (Horwicz,Regalia), e il
volontarismo (Schopenhauer, Wundt, Fouillée ecc.). Questo terzo, è pare,
all'ultima moda. Lo vediamo informare anche il neo-idealismo, che non si
accorge di restringere ancora più la intui rione dal mondo in un piccolo
cerchio antropomorfico. G. esamina le teorie metafisiche dello spirito e le
critica tutte e tre, con Egli conclude per il monismo psicologico: ossia
contrariamente ai riduttori favorevoli all'uno o all'altro elemento fra i tre
fondamentali, si pronuncia per una unità primordiale di tutta la psiche, la
quale unità consta ad un tempo di rappresentazioni, di sentimenti e di tendenze
integrate in maniera indissolubile, ma capaci di assumere per evoluzione sempre
più chiarezza e sempre più distinzione.Cosi G. si connette a due psicologi
italiani insegnanti nello stesso ateneo patavino, ma purtanto dissimili: Bonatelli
e ARDIGÒ, due valori anche disugualmente conosciuti e apprezzati in Italia.
Un'osservazione critica. G. inserisce molte citazioni originali in tedesco, il che
-- oltre a dar luogo a gravi errori di stampa -- induce fatica inutile
nell'animo del lettore. Non si è obbligati, tutti, di sapere il tedesco,
massime quello dei filosofi e metafisici. Il Trieb, il Drang, il Lust, l’Unlust,
il Selbsterhaltung, e simili parolear restano penosamente. È upa ostentazione
di coltura erudita che a scapito della intelligibilità della lettura. Qualche
insolente potrebbe supporre che l'autore, messo di fronte ai testi, imbarazzato
di tradurre in verbo e nerbo italiani i pensieri, si levi d'impiccio col
cominciare periodi e frasi in italiano e col finirle in tedesco. No. Si citi
pure l'originale, ma in nota e nel testo si metta l'equivalente italiano. La
chiarezza non deve essere uccisa dalla pedantesca precisione. RENDA A., La dissociazione
psicologica. Torino, Bocca. La dissociazione, dice l'Autore, è un processo
normale dell'attività mentale:questa non soltanto associa, ma pur dissocia, poichè
distingabile competenza una inne non si può dire per ciò che faccia fica
italiana; tutt'altro! L'argomento, ma molto utile filoso è di cosi alta portata
che riesce in materia. Egli e stato preceduto dal Faggi opera inutile nella
letteratura guardarlo da varie parti e con occhi differenti. E poi, oltre ai
tre indirizzi principali, G. parla anche di alcuni scrittori darii, fra cui
Ward, Ebbinghaus secon giovane, Brentano, Lipps, Masci ecc. Questo scrittore ha coltura estesa anche
nel campo biologico possiamo garantire che darà altri frutii, e succosi e
forti, al, e noi pari del presente volume. Va Uu op.in. RASSEGNA DI FILOS.
“Goethe in Italia” L'opera e scritta in tre momenti successivi. L’Ur-Faust,
influenzato dalle rappresentazioni del Faust di Marlowe a cui Goethe assiste
sotto forma di teatro delle marionette. Si veda Dottor Faustper il personaggio
storico. L'Ur-Faust appartiene culturalmente alla corrente letteraria tedesca
dello Sturm und Drang e venne pubblicato, con alcune aggiunte, sotto il nome di
"Faust. Ein Fragment". Più tardi pubblica un ulteriore seguito, che
già ricade nella corrente letteraria del classicismo, "Faust. Erster
Teil" Faust. Prima parte. Viene aggiunto il Prologo in cielo e sono
apportate modifiche significative all'Ur-Faust. Così Mefistofele appare a Faust
promettendogli di fargli vivere un attimo di piacere tale da fargli desiderare
che quell'attimo non trascorra mai. In cambio avrebbe avuto la sua anima. Faust
è sicuro di sé: tale è la sua brama di piacere, azione e conoscenza, che è
convinto che nulla mai al mondo lo sazierà tanto da fargli desiderare di
fermare quell'attimo. Mefistofele gli fa conoscere Margherita - detta
Margheritina e Greta - la quale si innamora perdutamente di Fausto,
inconsapevole del fatto che lo slancio (in tedesco Streben) che ispira Faust è
nient'altro che il dominio della materia e la ricerca del piacere. La sorte di
Margherita e tragica. In Faust. Zweiter Teil, Faust. Seconda parte, la scena si
allarga per celebrare l'unione tra letteratura classicistica e mondo classico. Fausto
seduce e viene sedotto da Elena di Troia. L'opera nel suo complesso risulta di
12.111 versi. Fausto. Tragedia di Volfango Goethe, Scalvini e Gazzino, Le
Monnier, Firenze; Fausto, trad. Giovita Scalvini, Sonzogno, Milano; come Faust,
Einaudi, Torino Fausto. Tragedia di Goethe, trad. di F. Persico, Stamperia del
Fibreno, Napoli, Fausto. Tragedia di Wolfgango Goethe, trad. di Maffei, Le
Monnier, Firenze, Fausto. Parte Prima. Erminio e Dorotea di Wolfgango Goethe,
trad. Gonzaga, Le Monnier, Firenze, Fausto. Tragedia del Goethe, trad. di
Biagi, Sansoni, Firenze, Goethe, Faust. Prima parte, trad. di G. E. Vellani,
Cogliati, Milano, Johann Wolfgang Goethe, Il Faust, Versione, Commento,
versione integra dell'edizione critica di Weimar, Introduzione e trad. e
commento di Guido Manacorda, Mondadori, Milano; Collana I Classici
Contemporanei, Mondadori, Milano; ora in Faust, con un saggio introduttivo di
Thomas Mann, testo tedesco a fronte, nota al testo di Schiavoni, Collana
Classici, BUR, Milano, Goethe, Faust. Tragedia, trad. di Baseggio, Facchi,
Milano; Urfaust. Il "Faust" nella sua forma originaria, Introduzione
e trad. e commento a cura di C. Baseggio, Collana I Grandi Scrittori Stranieri
UTET, Torino, Faust. Parte I, trad. di Liliana Scalero, P. Maglione, Roma; come
Il primo Faust, BUR Milano, Rizzoli, Il secondo Faust, ivi (BUR Faust, trad. di
Vincenzo Errante, Sansoni, Firenze, Faust, trad. di Enzio Cetrangolo, Federici
Editore, Pesaro, [scelta] Faust, introduzioni di Mario Apollonio, note di
Renato Maggi, Milano, Bietti. Il Faust. Versione d'arte con testo critico di
Weimar a fronte, introduzione e commento a cura di Manacorda. Collana
Sansoniana Straniera, Sansoni, Firenze, Goethe, Faust, trad. e prefazione e
note di Allason, Silva, Torino, poi Faust, Introduzione di Cesare Cases,
Collana NUEEinaudi, Torino, Faust, trad. di Giovita Scalvini, Collana
Universale, Einaudi, Torino, ed. riveduta su nuovi documenti, Giovita Scalvini.
La traduzione del Faust di Goethe, a cura di Mirisola, Collana Biblioteca
morcelliana, Brescia, Morcelliana, Faust. Urfaust, versione integrale, Introduzione
e note a cura di Amoretti, Collana I Grandi Scrittori Stranieri, UTET, Torino in
Faust e Urfaust, Collana UEFn.Milano, Feltrinelli, ora in Collana Universale
Economica. I Classici Feltrinelli, Faust. Seconda parte, trad. di Buoso, Longo
e Zoppelli, Treviso, Faust, Introduzione, trad. e note a cura di Franco
Fortini, testo tedesco a fronte, Collana I Meridiani, Mondadori, Milano,
Collana Biblioteca, Mondadori, Milano, Collana Grandi Classici, Oscar
Mondadori, Milano, Collana Nuovi Classici, Oscar Mondadori, Milano, Faust, a
cura di M. Cometa, Collana Idola, Novecento, Faust, trad. di M. Veneziani,
Schena Editore, Faust, trad. Hausbrandt, Dedolibri,Faust. Urfaust, trad. e cura
di Andrea Casalegno, introduzione di Gert Mattenklott, prefazione di Trunz,
Collana I Libri della Spiga, Garzanti Libri, Milano; prefazione di Chiusano,
Collana i grandi libri Garzanti Libri, Milano, Faust. Testo tedesco, traduzione
a fronte e commento di Vittorio Santoli. Prefazione Cambi, edizioni aicc
castrovillari; trad. Santoli ed Errante, Gulliver, Santarcangelo di Romagna,
Faust, trad. e note Casalegno, illustrazioni di Delacroix, presentazione di
Luzi, Collana I Grandi Libri Illustrati, Le Lettere, Firenze, Il Fausto di
Gounod. Dimora casta e pura, dimora si o casta, il mefistofele di Boito. Grice: “I’m not happy with
calling Grassi an Italian philosopher. For one, his selected essays were
published in Sicily in a collection called “Biblioteca Siciliana di Cultura”. Nome compiuto: Leonardo Grassi. Grassi. Keywords:
dove fiorisce il limone, la giovinezza e il fascismo: parole ai giovani –
senato; Mazzini. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Grassi” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grataroli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la memoria – la
scuola di Bergamo -- filosofia lombarda – scuola di Bergamo – filosofia
bergamesca --- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bergamo). Abstract. Grice: “When Locke analysed the “I” in terms
of memory, he must have reading Italian Renaissance authors. All they cared
about was memory!” Keywords: implicatura, memoria. Filosofo bergamesco. Filosofo
Lombardo. Filosofo italiano. Grice: “I like Grataroli, the Pope called him
‘infamous heretic,” which is a good start! He wrote a book on ‘semiotics’ of
the times, but it got lost – you cannot understand Bruno unless you do
Grataroli – he philosophised on many subjects, including dreams and alchemy!”
–Di una famiglia benestante dedita al commercio di tessuti di lana con la città
di Venezia. Questa, originaria del borgo di Oneta,
frazione di San Giovanni Bianco in val Brembana, oltre a possedere gran parte
della contrada e dei terreni circostanti (tra cui anche l'edificio che
attualmente ospita la casa di Arlecchino), annoverava tra i suoi membri una
folta schiera di "phisici", tra i quali si segnalarono il nonno di G.,
fondatore del collegio dei fisici di Bergamo, e il padre di G., Pellegrino,
fisico presso la città orobica. Publica una dispensa inerente osservazioni sul
mondo della natura. Straparla de le cose pertinenti a la fede et di essa fede
et de la autorità del papa, nega il purgatorio, le indulgenze, i suffragi per i
defunti, la venerazione dei santi, la presenza del corpo di Cristo
nell'eucaristia. Eeretico pertinace et scandaloso et infame, peste contra la
fede. Insegna a Basilea. Presso l'ingresso dello studio aè presente un suo
busto. Noti sono i suoi trattati sul potenziamento e il mantenimento della
memoria, sulle epidemie di peste, sulle proprietà del vino, su erboristeria e
veterinaria. Vi sono anche alcuni scritti inerenti all'alchimia. Si segnala per
la teoria fisiognomica. Argomenta su Pomponazzi e da indicazioni sia per il
mantenimento della salute che per l'utilizzo dei bagni termali, nonché un
saggio in cui vengono raccontati i suoi viaggi e forniti consigli ai
viaggiatori di quel tempo. Saggi: “De memoria reparanda, augenda
servandaque. De salute tuenda. De regimine iter argentium, vel aequitum, vel
peditum, vel navi, vel curru, seu rheda”; “Turba Philosophorum”; “De
literatorum et eorum qui magistratibus funguntur conservanda praeservandaeque
valetitudine compendium” (Perna, Basilea); “Veræ alchemiæ artisque metallicae,
citra aenigmata, doctrina, certusque” (Perna, Basilea); “De fato, libero
arbitrio et providentia Dei” (Perna, Basilea); “Alchemiae, quam vocant,
artisque metallicae, doctrina, certusque modus” (Perna, Basilea); “De balneis”
(Bergamo). Quaderni brembani, Storia di Milano
Flavio Caroli, Storia della fisiognomica Arte e psicologia da Leonardo a
Freud M. Meriggi e A.Pastore, Le regole
dei mestieri e delle professioni: A. Castoldi, Bergamo ed il suo territorio. Bergamo,
Bolis, G. Gallizioli, Della vita degli studi e degli scritti di Gulielmo G. filosofo (Bergamo, Locatelli); M. Meriggi, Le
regole dei mestieri e delle professioni: C. Vasoli, Le filosofie. del Rinascimento, Bottani e Taufer, Storie del
Brembo. Fatti e personaggi dal Medioevo al Novecento, Ferrari, Tiraboschi,
Storia della letteratura italiana, Napoli, Classici. Fisiognomica Mnemotecnica
Peste. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. “Prognostica naturalia de temporum omnimoda mtuatione, perpetua
et cer- ùjjìma Jigna rerum, quoe in Aere, Terra, aia Aqua sunt, aut
Jìunt, krevìter, et dare, ordine que
alphabetico de scripta per G. P/iy/i- cum y cuni Addinone undcam
fìgnorum Motus Terra, ex Antonio Mi^aldo, Basilea? apud Jacobum Pareum. Ibi-
dem apud Nicolaum Episcopium. Tiguri in 8. Argentorati in 8. apud Iacobum
Ofemianum. L’opera indicata, con le altre due De Memoria reparanda t e De
Prjediclione morum si trovano unite tiell’accennata edizione d’Argentina alli
Trattati di Chiromanzia, e di Astrologia natu- rale di Giovanni Indagine,
o sia Giovalini Hagen dotto Certosino del decimoquinto secolo? ed al saggio De
Sculptura di Gauricio Matematico Napolitano. Perchè G. non venga tacciato di
superstizione o di puerile credulità a motivo delle cose da esso scritte
parlando dei Pronostici naturali e della Predizione dei costumi, credo cosa
necessaria fedelmente trascrivere la Protesta, o sia Avvertimento
al Lettore, che si trova nella edizione di Devi poi avvertire, che
generalmente parlando le cose dette si verificano nella gente grossolana y
vale a dire di coloro, i quali non sono rigenerati dallo spirito e
dalla grazia di Dio, perchè di questi è vero ciò che dicesi della
depravata natura in Adamo, che Naturce fequitur femina quifque fucc
» : Ma air opposto i rigenerati dallo spirito santo mortificano la
propria carne con i suoi vizj, e con le » sue concupiscenze, sebbene la
concupiscenza ed il fomite del peccato vi restino sempre, e da moltissimi, o
Dio, anche pur troppo si riducano alla pratica », A gloria di G.
riporterò anche la sua opinione sopra la causa del flusso e
riflusso del mare r avendo precoAizzato più di due secoli prima quasi
intieramente il sistema del rinomatissimo Cavaliere Isacco Neuton circa lo
stesso fenomeno : opinione approvata ed insegnata da quasi tutti i
Filosofi posteriori a quel subitine Geometra. l moto periodico della Luna
ha grande predominio sopra li corpi fluidi, quindi fa che il mare s
innalzi e si abbassi ^ singolarmente per una particolare di lei influenza,
e ne segua il flusso, ed il riflusso secondo i differenti aspetti
relativi alla medesima, e secondo che questi accadono nella maggiore
o minore forza della sua influenza. Accade ciò perchè la Luna ha
bensì certa influenza coir Oceano, ma non già coi laghi e coi mari di poco
estesa superficie. Per la qual cosa mentre quel Pianeta si muove
dall' Oriente verso il mezzo giorno, fa che la superficie del mare s' innalzi,
e che conseguentemente ne segua il riflusso medesimo. Quando poi si
muove dal mezzo giorno verso Y occidente fa che il mare si abbassi,
e però ne nasce il riflusso. Similmente allorché la Luna si muove dall'
occidente verso V angolo della notte, o sia da settentrione verso V
o- i icnte, ne segue nuovamente il riflusso r G. Artium et Mediani?
Docloris de Memoria reparanda, augenda > fervandaque, Liber omnimoda
Remedia > et Pnzceptio- nes continens cujufivis facultans
jhuliofis apprime utilis «, immo maxime necejjlvius, Tiguri ? apud
Andream Gesneruni, Basilea apud Nicolaum Episcopium, Lugduni, apud Coterium, Francofurti
apud Vichelium. apud Viduam Petri Fischeri in 12.,
Argentorati» Nel frontespizio dell'accennata edizione di Argentina si
trovano queste parole : » Omnia ab An- afore correcla P ancia finis 6'
ultimo edita. La stessa Opera De Memoria reparanda è stata stampata unitamente
all' altro saggio del G. De confervanda Valetudine da Rantzovio. De
Prcediclione morum naturaque hominum, cum ex infipeclione partìum corporis tutu
aids modis «> Anelare G., et Philojopho B ergo mate • Basilea
Ti- guri apud Andream Gesnerum, Lugduni apud Gabrielem Coterium, et
Argentorati Li tre accennati libri De Memoria reparanda: De Temporum
omnimoda mutatìone Prognofìica: De Prcediclione morum » furono dati alla luce
per la prima volta dal G. in Basilea, e dedicati ad Edoardo Re
d'Inghilterra; siccome pure la seconda edizione di tali Opuscoli
fatta nella medesima Città fu consagrata a Massimiliano II. Re di Boemia
lutto questo evidentemente si rileva dal primo periodo della Dedicatoria
medesima al secondo dei commendati sovrani, la quale cosi incomincia Nello
scorso anno, ottimo Re, per le pressanti istanze degli amici e del-
io stampatore sono stato costretto a dare alle stampe assai più presto di
quello che averei desiderato tre miei libretti intorno ai quali
erano già molti mesi che affatica, e perchè essendo assente, molti errori
corsero nello stamparli, però riveduta di nuovo queir opera, non solo ne
corressi i difetti, ma in oltre impiegando ogni possibile diligenza ed
applicazione, e prestandovi, come si suol dire, V ultima mano, F ho
accresciuta di parecchie belle aggiunte a segno, che la presente edizione
è superiore alla prima siccome lo è un parto di nove mesi a quello di
soli sette, o pure Toro fino all’argento. Avevo dedicata la prima ad
Edoardo VI. Re d' Inghilterra, il quale innanzi anche di averne notizia, non
che di averla potuta vedere, fu costretto infelicemente a cambiare la
vita con la morte. Tale Dedicatoria e scritta in Basilea. Nondimeno non
posso accertare in quale città siano stati stampati li sopradetti
Opuscoli la prima volta che dal G. furono indirizzati alli due già
nominati Sovrani. Pejlis Defcrìptio, Caujjoe Signu omnigena et Prœfervatio. Anelare G..
Basilea; per Ludovicum Lucium Anno Salutis Humana? Mense Augusto;
Lugduni, apud Coterium. La prima edizione di tale veramente aureo
Trattato fu dedicata ad Ascanio Marzo Ambasciatore Cesareo presso i sette
Cantoni della Svizzera. Personaggio di molte cognizioni e virtù
fornito ed amico di G.; e questi appunto furono i motivi, che lo
spinsero a sceglierlo per Mecenate con scrivergli: La vostra conosciuta virtù, e la non
volgare vostra mansuetudine, non meno che il vostro amore per tutte le
sane dottrine, e per la pietà, mi hanno costretto a dedicarvi quest' opera.
Perchè si veda quanto amava le massime di pietà e di religione
conviene notare, che dopo di aver egli prescritti neir indicata sua
opera li rimedj fisici contro la Peste, raccomanda con fervore li
spirituali con queste parole. Ma per brevemente indicare li remedj più
forti, più giovevoli e generali, prima di tutto allontanate da voi la
paura della morte, ma non già il santo timore di Dio. Non perciò
doverete amare il pericolo, né incorrervi temerariamente, se non sarete
sforzati o dalla carità cristiana del prossimo, o dalla gloria di no-
stro Signore Gesù Cristo il quale
devesi anteporre a tutte le cose De Litteratorum et eorurn qui
Magijlratibus funguntur confermando, prœfervandaque valetudine, illorum
prcecipue qui oetate confiftentìoe vel non lunge ab ca ab funt curn ex probatioribus Auctoribus 3 tum ex
ratione, et fideli praxi et experientìa concinnatum . Basilea
apud Petri, Francofurti apud Ioanncm Vchel; Ibidem apud Hofmannum. La
stessa opera è stata tradotta nella lingua Inglese da Neuton P e
stampata in Londra Tanno. Questa dottissima opera è riferita dal
rinomatissimo Roerhave nel suo Methodus (ludii Medicorum. De Confervanda
valetudine. Francofurti apud Henricum Randzov. Questa opera fu
stampata unitamente all'ultima registrata dallo stesso Randzov Re girne n
omnium iter agentium . Basilea? apud Petri. Argentorati per Vendelinum
Rihelium 1 s6 %. Colonia? apud Hofmannum. L’edizione fatta di tale
uti- lissima opera in Argentina fu dedicata dal G. » alla vera
pietà, e nobiltà del chiarissimo Egenolfo Barone, e Signore in Rapolstein
Hochen Ack e Gerolzeck in Vassichin » e nel frontispizio della medesima
vi si leggono i seguenti latini versi Ut peregrìnands vita ejl jubjecla
procellis Aeris, et varìis undique prejja malis ; No/ira
procelle* fi vario jìc turbine mundi Volpi tur incertis anxia vita
rnodis. Hoc bene pericolo Jervans prò tempore litro Tutìor
utque voles carpe Vìator iter. De Laudibuj Medicina ejus origine
> progrejju ? militate. Argentorati i 5 £3. De Pefle Thefes. Basilea in 8.
Apud Henricum Petri. De Vini natura, Artificio et Usu, deque omni re
potabili . Basilea, Apud Henricum Petri Equorum P et Domejlicorum
quorundam Ànimalium remedia $ senza data in tutti i Cataloghi da me
veduti Lapidis Philojbphici nomendaturoe. Basilea La medesima opera trovasi
inserita nel Volume in foglio stampato in Colonia Tanno da Orstio, con il
titolo Veroe Alchimia? Scriptores . De janitate menda . Argentorati.
Trovo quest* opera citata dal Mercklino nel suo Lindenius
renovatus. De Thermis Rhoctias, et Vallis Tranjc/ierìi Agri Bergomenjis.
Si trova stampata tale opera per la prima volta da Giunti in Venezia
Tanno nella sua copiosa raccolta di tutti quelli y fi che sino alla
detta epoca avevano scritto sopra i Bagni, ed è riportata alla pagina, con
questo titolo G. ad Corradum Gefnerum Medicum Tis'urimim de Thermìs Jxhœtìcìs
Tutti o quelli i quali a mia cognizione hanno parlato di questo
trattato di Guliclmo, sia neir occasione di dare il Catalogo delle
sue opere, osia per semplice erudizione, e perfino il nostro Calvi, non
hanno citata nessun' altra edizione della stessa opera, che quella dei
Giunti e tutti ne fecero sempre autore G., senza mai mettere in dubbio
questo punto d'Istoria letteraria. Ciò nondimeno non deve recare
maraviglia, particolar- mente delli scrittori oltramontani, e
specialmente di quelli del decimosesto secolo: ma fa bensì stupore, che
siasi continuato ad attribuire a G. un simile trattato, dopo la nitida e
ben corretta edizione fatta dal valoroso Cornino Ventura di tutti i dotti
Medici Bergamaschi, che avevano scritto sopra i Bagni di Tres^ore ;
poiché apparisce, ed è anche evidentemente provato da quel
diligente stampatore, e dagli eruditi e perspicaci fratelli Licini suoi
direttori, che il trattato, che porta quel titolo, appartiene sicuramente
a Bartolommeo Albani Medico Collegiato della Città di Bergamo,
scritto dal medesimo, vale a dire quasi un secolo prima della
indicata edizione Veneta di Tommaso Giunti Di fatti T Opuscolo dell' Albani
termina precisamente con questa data : anno mìllejìmo quadrigentefimo y
et feptuagefimo de menje Julii die vìge fimo Ceptimo. Per ExeelL Artìum
dottore Bartholomceum d’Albano. Si fa ancora assai più manifesta tale verità da
quanto afferma Cornino nella sua edizione dei filosofi bergamaschi circa
li Bagni Trescoriani, nella annotazione seguente posta in fine dell’opuscolo
del sopracitato Bartolommeo Albani per maggiore sua giustificazione Da un antichissimo esemplare
manoscritto ritrovato nella libreria de" Padri Domenicani, il quale si
vede eziandio trasportato nella lingua Italiana, sotto il nome
dello stesso Bartolommeo Albani, nelieCase di Colleoni, lasciato al Luogo
de Ha Pie- tà, conservato sino a questo tempo. Non si deve adunque
più dubitare, che il vero Autore di quel trattato non sia Albani, mentre anche
Calvi così ha lasciato scritto nella sua Scena Letteraria Albano
della Medicina celebre Professore fiorì verso la metà del passato
secolo e fu il primo y che scrivesse sopra i nostri Bagni di Tre-
score j leggendosi le sue degne fatiche con quelle d 5 altri Autori nel saggio
De Balneis Tranfchcrii Oppiai Bergomatis . Bergomi Questa è T accennata
edizione di Cornino Ventura. Si noti in questo luogo, che lo stesso Bibliografo
indicando l'opera di G. sopra io stesso argomento, dopo di avere
scritto De Thermìs Rhœticis, et Vallìs Tranfche- rii agri
ìSergomatis aggiunge. Questo si trova nell' opeia Veneta De Balneis. Adunque
al Calvi era nota tanto l’edizione dei Giunti, quanto quella del Cornino: dopo
tutto questo, in quale maniera si potrà difendere G. dalla taccia di plagiario
y e di un plagio domestico Ma niente dì più facile, Ricercato Gulielmo da
Corrado Gesnero suo grande amico, che si chiamava il Plinio dell’Alemagna,
perchè gli facesse avere delle notizie circa le Terme, o Bagni della Rezia, e
della Provincia Bergamasca, egli ^per fare cosa grata ad un amico di
tanta rinomanza, prese in mano il manoscritto dell'Albani, vi
aggiunse qualche cosa del proprio, ed ancora molte cose di quelle
che aveva scritto sopra i Bagni di Trescore il dotto Zimalia, levando alcune
cose che gli sembravano superflue, o inesatte, con purgato stile lainò, e con
veri termini tecnici rifuse il manoscritto dell' Albani, e cosi
riformato ed ordinato lo spedì all' amico, unitamente ad una erudita
lettera relativa alle Terme della Rezia e siccome in quei giorni il
Gesnero si trovava in Venezia per descrivere i pesci, ed i crostacei del
mare adriatico, averà consegnato questo scritto a Giunti s che in
quel tempo era occupato a pubblicare la sua grande edizione di
tutti li Scrittori sopra i Bagni e le aque Termali n siccome ho già di
sopra notato . Indubitata cosa ella è che G. chiude il suo scritto con
queste parole. Ho raccolte brevemente, e con chiarezza tutte le
soprascritte cose a benefizio, e sollievo del mio prossimo io G.: frutto
tutto questo delle mie oculari osservazioni, e della lettura di parecchi amichi
Medici della mia patria. Appunto questa sua protesta dalle persone
oneste e giudiziose deve essere considerata una confessione del
fatto, ed ancora del diritto che aveva acquistato di appropriarsi quello
scritto; tanto più che G. nello spedirlo
al Gesnero, lo previene con la seguente onorata e sincera dichiarazio-ne Vi
spedisco l'intiera Descrizione delie Terme Bergamasche, le quali non sono
lontane dalla Rezia più di due giornate di cammino. Di queste niente sino
al presente trovasi pubblicato con i tor- eh) ; onde mi giova sperare,
che diver- ranno celebri anche in avvenire, siccome lo sono in
passato, dopo che Y occulta, e quasi intieramente ignorata loro virtù sarà
fatta nota con le stampe ; purché non vi rincresca accoppiare le
erudizioni Italiane alle Tedesche. Poteva qui esprimersi G. con più candida, ed onesta sincerità? Confessa
di essere semplice raccoglitore d^gli altrui scritti, mentre dice »
Ho raccolto dagli scritti di altri antichi Medici Bergamaschi Non
chiama sua quella fatica, ma dice semplicemente. Vi spedisco T intiera
descrizione delle Terme Bergamasche delle quali niente sin ad ora è
stato pubblicato. Non si deve dunque condannare di plagiario G. $ e certamente non conviene, che egli
abbia avuto rimorso di avere commesso una cosi vile, e detestabile
impostura, mentre essendo sopravissuto quasi quindici anni dopo
l'edizione Veneta di queir opuscolo, sicuramente non averebbe mancato di
giustificarsi presso il mondo erudito circa il preteso plagiato . Ecco tutto
quello, si può dire in difesa di questo FILOSOFO sopra tale inssusistente
accusa, né altro posso aggiungere « se non che far noto al mio
Leggitore, che per quante diligenze abbia usate «> non mi è
giammai riuscito di ritrovare i due citati mano- scritti, e che in
oltre Calvi, a cui era nota Y edizione di Co- rnino Ventura, non ha nella
sua Scena Letteraria dimostrato di sospettare dell' onestà letteraria di
Gulielmo G. . Prima di terminare il presente articolo dei Bagni di
Trescore, riferirò il zelante umanissimo Voto, con il quale G. chiude la sua
opera stampata dal Giunti Faccia Iddio, che la Bergamasca Repubblica abbia
diligente cura di rimettere nel primiero loro stato questi
saluberrimi Bagni, che certamente lo può, e lo deve fare. Faccio io pure
fervidi e sinceri voti, perchè abbia effetto tutto ciò che caldamente
raccomanda G.; e per maggiormente incoraggire la mia città, ed i
miei Cittadini a procurare al- la patria un vantaggio così
rimarcabile, vivamente li supplico a leggere l’erudita ed elegante
latina lettera di Zimalia, premessa al suo dottissimo Trattato dei Bagni di
Trescore, dedicato al suo magnanimo Mecenate Colleoni capitano generale
degl’eserciti della serenissima veneta repubblica, nella quale prova con
una evidenza che sorprende, e che deve intenerire chiunque senta amore
per la sua patria, che quello famosissimo eroe deve senza alcun
dubbio essere ugualmente ammirato, e commendato sì per le sue azioni
militari, che per le sue virtù politiche, a benefizio ed eterno
vantaggio, e decoro di tutta la sua amata nazione Bergamasca De Notis
Antichrìsti, senza data, senza luogo, e senza nome dello stampatore. Tuttavia
nominerò ancor io tra le opere di G. un libro con tale titolo,
ritrovandolo registrato da Calvi, e da Papadopoli suo copiatore, ma
non dal Frehero, non dal Bayle, non dai Maizeaux suo illustratore,
non dal Mercilino, non dall'Eloy, mentre tutti questi si suppone avessero molto
interesse di far autore di un saggio anti-cattolico romano un
erudito e dotto italiano - siccome era da tutti considerato G.. Non però verun
altro Letterato ha posto nel Catalogo delle sue opere V accennato libro D'
altronde è cosa più che certa, che si può scrivere dei caratteri dell'
Anticristo anche dalla più religiosa e zelante penna cattolica: ed è certo di
più, che Calvi, o non averebbe registrato un così fatto libro, o
non averebbe mancato di scriverne qualche parola in detestazione del medesimo.
Ma di più ancora quanto al Papadopoli, probabilmente questi non averà
nemmeno veduta quest’opera, essendosi intieramente riportato al Padre
Calvi, siccome egli stesso scrive nella sua storia dell' Università di
Padova parlando di G.. Avendo in oltre riportati i titoli delle
altre sue opere senza data, alterati, e confasi notabilmente, non sarebbe
stato egli il primo a giudicare di un libro mai veduto, nò letto. A
me stesso è accaduta la medesima sorte y non solo di poterlo trovare ma neppure
di averne fondata contezza, per quante ricerche abbia usate non
sola in Italia, ma altresì nella Germania e nell’Olanda. Sostengo finalmente,
che se quest’opera esiste, che io non credo, o se fu composta da Gulielmo
G., non doveva essere tanto malvagia e perversa, quanto alcuni
senza ragione sospettano; mentre che tutte le opere di G. è vero
che sono poste nell’indice de' Libri proibiti? ma con la semplice
cautela; Quandiu emendata non prodierint. Dal che si è da presumere che
se que- sto fosse stato un libro veramente Eterodosso, Santa Romana
Chiesa lo avrebbe posto nella classe dei libri empj e malvagi di prima
classe. Confilium de Proe fervanone a Vcnenis . G. Aucìore .
Hamburgi in 8. Ecco registrate tutte quelle opere che mi è
riuscito di raccogliere, le quali sono composte da questo dottissimo
Medico e Filosofo : ora passerò alla seconda classe delle opere
tradotte e fatte stampare dal medesimo. J. Joannis Braccfchi de
Alchimia, cum proposìtionibus Idem argume ri- rum compendiofa
brevitatc compleclens ex Italico Aucloris Autographo in latinum
verni - et edidit G. Basilea, in folio. Apud Petri. Non mi è noto dove sia
stata stam- pata la prima volta questa traduzione; ma solo ne ho
trovata un' altra ed zione fatta in Amburgo. Chirurgico rum quorundam Auclorum
Libros Galiice fcriptos latine reddidit ? et in cap'-ta difiribuit G. Lugduni
in 8. Apud Gabrielem Coterium, Classe terza delle opere d* altri
Scrit- tori fatte stampare con prefazioni, note y e commenti da G.. I
Ve ree Àlchymìce Scriptores aliquota cum Praefationibus et D celar
ationibus col- Ifgit y et una edidit Gulielmus Gratarolas. Basilea?, apud
Henricum Pctri in folio. II. Vetri Apone njls de Vene ni s
eo- rumane Remediis, cum Additionibus G.. Francofurti, apud Joan- n
ìm Velici; Hermannl a Ncunare de novo haclenufque inaudito Germanice
morbo pompar* idcft judatoria febre, quern vulgo fudorem
Britannicum vócant, libellus a G. editus. Colonia. Ermanno Ncunare era Conte e
Prevosto della Cattedrale di Colonia . Simeonis Riquinii Judicium
doclijjimum duabus epijìolis contentimi de fiutato r ice Febris cura t
ione editum a G. Medico e FILOSOFO B ergo mate. Colonia; Joackini Schdlerii o
come altri scrivono Sckilfeni de Pejìe Britannica Commentariolus
aureus a G. FILOSOFO editus. Basilea; Apud Henricum Petri. Alexandri Benedicii
de Pejlilen tioe Caujjls s Proe fervanone et auxiliorum Materia Liber
Jingularis : Omnia ex ma- nufcriptis exemplaribus auxit y et illujìravit
Gulielmus Gratarolus Medicus 9 e FILOSOFO. Basilea. Ibidem in folio apud
Henricum Petri .Correcliones, et Additiones ad librum Italicum, falfo
tributum Fallopio 7 inscriptum, Secreta Fallopii. Francofurti
irfoò. in folio, e i6"o£. cum operimi Appendice G.. Girolamo
Mercuriali da Forlì coetaneo di G., soprannomato Mercurio e Trimegisto per la
vastissima sua medica scienza, nell' erudita opera : De ratione
dijcendi Mediana/?!, edizione d’Argentina m proposito dei libri
falsamente attribuiti a Fallopio, racconta che vi furono alcuni, i quali
o per malignità, o per sordido lucro cacciarono fuori opere sotto il
nome di Fallopio, che affatto non sono sue, come il libro dei
Secreti. Opere indegne del suo maestro, e soltanto capaci a toglierli
quella vera, e soda gloria, la quale si era acquistata presso i dotti Vili.
Cenjura et Additiones in Libruni Alexii Pedemontani, ubi de Quinta
effentia funplici. Per G. Venetiis apud Jun£hs in 12. Conjìha, et Curationes
variorum doclijfimorum Medicorum de Sudore Anglico a G. edita. Colonia
apud Franciscum Hofmannum. Thaduei F/orenini, che 1'Alidosio chiama Taddeo
Aledrotto^ et Guliclnù a Brixia Conjìlia
Colonia, Apud Iranciscum Hofmannum in 4. Per G. Johannis de Kupecijja de
Extratione Quinte? ejfentioe omnium rerum prò u fu Medico. Venetiis apud
Juntìas; Theatrum Galeni hoc est univerjlv medicince a Galeno diffupz
fpar- f inique traduce Promptuarium completimi et in meliorem ordinem redaclum per Ludovicum
Luride llum a G. Philojbpho editimi . Basilea, Apud Henricum Petri in folio Hamburgi
apud Joanneni Neumannum et Georgium Volfium \6j2. in foiio. Petri
Pomponacii de Incantationibus libri in quibus dijficilUma Capita et Quefliones
Theologicoe, et Philosophicoe ex jana Orthodoxoe /idei doclrina
explicantur et multis rarìs Hijìoriis et Glojfulis illujlrantur. Per G. Philojbpkum
Bergo- matem > qui fé in omnibus Canonica^ Scriptum et Janclorum
Dociorum Judicio fubmittit . Basilea?
Kalendis Martii ex Officina Henripetrina in 8. cum Csesarea Majestatis gratia
et privilegio. Quesra edizione del trattato deeli Incantesimi
di &4 Pomponacio tu consagrata dal G. a Federico Conte
Palatino con una nobilissima, e giudiziosissima dedicatoria impiegata parte in
encomj della virtù e meriti di quel Principe, e parte in difendere Y
opera di quel filosofo mantovano del quale afferma e sostiene che e a
torto impugnato e perseguitato; e che se fosse stadio con prudenza e carità
Cristiana trattato, sarebbe riuscito uno dei più zelanti e forti
Apologisti della Chiesa Cattolica, come riferisce essere avvenuto a
Giustino Martire, al grande Agostino, ed a moltissimi altri difensori
della nostra santissima religione. Di fatti Pomponacio per attestato di
tutti gli Scrittori della sua vita mori cattolicamente. Voglio sperare che
Pomponacio prima di mandare fuori l’ ultimo suo spirito, siasi per singolare
grazia delia divina providenza e misericordia ravveduto e pentito e che
non abbia perseverato neir ateismo. Imperocché tale essere stato il
Pomponacio Y ho udito spesse fiate a rammentare da Elideo Medico di
Forli chiarissimo ornamento della medica scienza, ed uno de suoi più cari
discepoli. Ho ricopiato questo sentimento dui G. acciocché si conosca quanto
grande fosse Sa sincerità e l’attaccamento verso la Chiesa Cattolica. Gisberto
Voet, o Voezio dotto Professore di Teologia, e delle lingue Orientali
neìl' Università di Utrecht, inimico capitale della Filosofia e di
Cartesio, parla con molta lode della suddetta edizione, dicendo G., li di
cui scritti vengono coitimendaci per lo zelo di pietà e di religio- ne
che vi traspirano, e per li encomj de’ quali lo ricolma Teodoro Beza nelle
sue lettere, e per li suffragj di molti altri uomini dotti, che lo
trattarono nelle sue opere stampate in Basilea difende Pomponacio contro
li suoi caluniatori, ed afferma, che abbia terminati i suoi giorni assai
piamente. Dalla medesima dedicatoria di Gulielmo da esso scritta un anno
solo prima del suo paesaggio all'altra vita si rileva, che già dieci anni
innanzi egli aveva fatto stampare r senza che mi sia riuscito di sapere
in qua! parte il Trattato De ìncantationibus di Pomponacio, perchè
così scrive al Principe suo Mecenate. La
parte di questo saggio che tratta delle cause, e degli effetti
naturali, o sia degli Incantesi- u mi fatta da me stampare
sono già più di dieci a, T avevo dedicata e spedita air
Illustrissimo Principe Ottone Enrico Elettore di felice memoria, e S. A,
non sdegnò di ringraziarmi con lettere di suo proprio pugno. Mi è
piacciuto di nuo- vamente riportare quanto G. scrive in quella sua
elegante dedicatoria, perchè dalla premura e zelo da esso dimostrato sino agli
ultimi periodi della sua vita, e dalla universale estimazione, che hanno sempre
costantemente fatta palese in faccia di tutto il mondo tanti letterati
del primo ordine, d’ogni nazione e d' ogni religione, della dottrina,
della probità, e dell' amore del vero, e del giusto, che ha conservato in
tutte le sue operazioni, possa invogliarsi qualche valente ed
erudita penna della sua, e mia patria a tessere, ed in assai
miglior modo ordinare una più compiuta istoria scevra dai difetti,
dei quali questa mia pur troppo è ripiena, di un Filosofo e Medico
j che ha impiegati e consagrati tutti i suoi talenti, e tutti i momenti
de' tuoi giorni a benefizio e vantaggio della languente umanità,
ammaestrando ed illuminando il mondo tutto con le numerose produzioni del
sublime suo ingegno, trasportando nella lingua più universale moltissime opere in
diversi altri idiomi composte da più dotti e famosi scrittori ed in fine
illustrando ed arricchindo di utilissimi riflessi e profittevoli commenti
un numero immenso di interessanti volumi i quali contengono ogni genere
di scienze e di cognizioni, siccome ne forma una evidentissima prova il
copioso catalogo delle sue opere da me coordinato ed esteso. Guglielmo G.. G.. Keywords:
sulla memoria, de balneis, turba philosophorum. Grice e G.: filosofia lombarda
– filosofia bergamesca – scuola di Bergamo -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Bergamo). Filosofo italiano. Filosofo lombardo. Filosofo bergamesco.
Bergamo, Lombardia. Bergamo, Basilea è
stato un medico e filosofo italiano. Ritratto di G. dalla biografia di
Gallicciolli G. nacque a Bergamo, in una famiglia benestante dedita al
commercio di tessuti di lana con la città di Venezia. Questa, originaria del
borgo di Oneta, frazione di San Giovanni Bianco in val Brembana, oltre a
possedere gran parte della contrada e dei terreni circostanti (tra cui anche
l'edificio che attualmente ospita la casa di Arlecchino), annoverava tra i suoi
membri una folta schiera di medici (al tempo chiamati "phisici"), tra
i quali si segnalarono Simone, fondatore del collegio dei medici di Bergamo, e
Pellegrino, medico presso la città orobica, rispettivamente nonno e padre di
Guglielmo. Gli studi di G. sono quindi indirizzati fin dall'inizio verso
l'arte esercitata dal padre, che lo educa e lo indirizza allo studio della
stessa. Proseguì quindi gli studi a Padova presso la locale facoltà di
medicina, dove si laurea e vi assunse la cattedra. Nella città veneta,
oltre a pubblicare la sua prima opera, una piccola dispensa inerente
osservazioni sul mondo della natura, entra in contatto con studenti e docenti
provenienti da ogni parte d'Europa, venendo contagiato dalle dottrine religiose
predicate da Lutero e Calvino. Si dedica quindi alla professione
esercitando prima a Milano e poi a Bergamo dove si iscrive al locale ordine dei
medici. Dopo aver pubblicamente manifestato le proprie idee in ambito
religioso, che stridevano non poco con il pensiero cattolico e che si
avvicinavano notevolmente a quelle proprie della riforma protestante, si dedicò
attivamente ad un gruppo eterodosso, del quale prese la guida in seguito
all'arresto, con l'accusa di eresia, di Pesenti, il precedente
reggente. Anch'egli venne più volte redarguito dalle gerarchie cattoliche
e costretto a comparire davanti ai tribunali ecclesiastici di Bergamo e Milano.
Questi lo invitarono a ritrattare tutte le sue affermazioni considerate
eretiche tanto da costringerlo ad abiurare. Non rinunciando alle proprie idee,
fu nuovamente sottoposto al giudizio dell'autorità canonica. Il
degenerare della situazione lo obbliga a fuggire dalla città, riparando a
Tirano nel Canton Grigioni, dove dichiarò di non riconoscere l'autorità
dell'inquisizione. Qui trovò ospitalità da esponenti della nobiltà locale
presso i quali ebbe la possibilità di insegnare e praticare la propria
disciplina. Nel frattempo il tribunale ecclesiastico di Bergamo lo
dichiara, in contumacia, eretico colpevole di aver molto straparlato de
le cose pertinenti a la fede et di essa fede et de la autorità del papa...
negare il purgatorio, le indulgenze, i suffragi per i defunti, la venerazione
dei santi, la presenza del corpo di Cristo nell'eucaristia heretico pertinace
et scandaloso et infame peste contra la fede vietandogli il ritorno nella città
orobica, pena la decapitazione ed il rogo, ponendo sulla sua testa una somma
pari a cinquecento lire e confiscando tutti i beni suoi e della moglie, nel
frattempo rimasta in città. G. comincia quindi a spostarsi in numerose
città d'Europa, tutte poste in ambienti riformati. Si stabilì prima a Strasburgo
ed in seguito a Basilea, città nella quale ebbe modo sia di praticare medicina
(salvando la vita, tra gli altri, a Cardano), che di assumere la cattedra nella
locale università, presso l'ingresso della quale ancor oggi è presente un suo
busto che ne testimonia l'importanza ricoperta. Muore in terra elvetica,
che nel frattempo era diventata la sua nuova patria. Le sue teorie, che gli
valsero la fama di medico e scienziato tra i più illustri dell'Europa, toccano
numerosi punti in ambito filosofico e medico. Noti sono i suoi trattati sul
potenziamento e il mantenimento della memoria, sulle epidemie di peste, sulle
proprietà del vino, su erboristeria e veterinaria. Vi sono anche alcuni scritti
inerenti all'alchimia, disciplina abbondantemente sviluppata da Paracelso, che
insegnò nell'università di Basilea soltanto qualche anno prima di G.. Si
segnala nel medesimo ateneo sia per le ricerche che per gli elaborati sulla
teoria fisiognomica, in seguito sviluppata da Lombroso. Menzionato anche
in poesie del conterraneo Calvi, scrive varii saggi filosofici. Tra le altre si
segnalano argomentazioni sulle dottrine del medico greco Galeno di Pergamo e
del filosofo ed umanista POMPONAZZI (si veda), consigli medici per letterati e
magistrati, ma anche indicazioni sia per il mantenimento della salute che per
l'utilizzo dei bagni termali, nonché un saggio in cui vengono raccontati i suoi
viaggi e forniti consigli ai viaggiatori di quel tempo. Saggi: De memoria
reparanda, augenda ser-vandaque. De salute tuenda. De regimine iter argentium,
vel aequitum, vel peditum, vel navi, vel curru, seu rheda. Turba Philosophorum.
De literatorum et eorum qui magistratibus funguntur conservanda
praeservandaeque valetitudine compendium, Pietro Perna, Basilea, Veræ alchemiæ
artisque metallicae, citra aenigmata, doctrina, certusque, Pietro Perna,
Basilea, De fato, libero arbitrio et providentia Dei Pietro Perna, Basilea
Alchemiae, quam vocant, artisque metallicae, doctrina, certusque modus Pietro
Perna, Basilea, De balneis, Bergamo, Della vita degli studi e degli scritti di
G. Quaderni brembani Storia di Milano Caroli, Storia della fisiognomica Arte e
psicologia da Leonardo a Freud Meriggi e Pastore Le regole dei mestieri e delle
professioni Castoldi (coordinamento di), Bergamo ed il suo territorio. Dizionario
enciclopedico, Bergamo, Bolis eGallizioli, Della vita degli studi e degli
scritti di G. filosofo e medico, Bergamo, Stamperia Locatelli, Meriggi, Le
regole dei mestieri e delle professioni: Vasoli, Le filosofie del Rinascimento,
Bottani e Wanda Taufer, Storie del Brembo. Fatti e personaggi dal Medioevo al
Novecento, Ferrari Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Napoli, Nella
Stamperia de' classici, Maclean, Ian. "Heterodoxy
in Natural Philosophy and Medicine: Pietro Pomponazzi, Guglielmo G., Girolamo
Cardano," in Heterodoxy in Early Modern Science and Religion, edited by
John Brooke and Ian Maclean. Oxford. Voci correlate
Fisiognomica Mnemotecnica Peste Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Alessandro Pastore, Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere su MLOL,
Horizons Unlimited. Opere su Open Library, Internet Archive. Portale
Biografie Portale Filosofia Portale Medicina Categorie: Medici
italiani Filosofi italiani Medici Nati a Bergamo Morti a Basilea Scienziati
italiani [altre]. G. in sospetto di avere abiurata la fede ortodossa, e divenuto reo presso i
sacri inquisitori del santo offizio
P vedendosi vicino
ad essere carcerato, siccome ben
si meritava, prese
il par.tiro di
fuggirsene, e mendico
si trasferì nella
Rezia » .
Ma salva la stima e
la venerazione, che
si deve alF
autorità di cosi
riputati Istorici, esigge
V amor del
vero > che
io faccia riflettere
a miei lettori,
che siccome nessuno
de' medesimi ha
citato verun documento
in prova di
quanto hanno riferito,
così io non
sono tenuto a
con formarmi alle
loro asserzioni, e
specialmente a quelle
del Papadopoli, perchè
secondo che lo stesso
scrive, il Vermilli
abbandonò Padova Tanno
1527., tempo nel
quale il G.
non solo per
anco era stato
in quella Città,
ma di piti
non contava allora
se non Y
undecimo anno di sua età .
Prescindendo adunque dall'
autorità dei nominati scrittori
sulla condotta del G., sono
d' opinione, che
non abbia giammai
abiurato la cattolica
religione, né che
mai abbia scritto
proposizioni contrarie alle
dottrine della medesima;
bensì varie circostanze di
sua vita, ed
in oltre quanto
hanno scritto di
lui parecchi oltramontani,
possano cagionare gravissimi
sospetti che ancor
esso sia sortito
dall' Italia per motivo
di religione .
Ma certa covi ò
che qualora fosse
stato gravemente sospetto
di errori contro
la nostra Santa
Cattolica Chiesa, e
molto più disseminatore palesemente di
quelli di Lutero
e de' Sacramcntarj,
non sarebbe stato
aggregato al Collegio
de' Medici dalla sua
patria, non averebbe
potuto vivere sicuro
e tranquillo in
Bergamo per lo
spazio di undici
anni -> quanti
ne scorsero dall'
anno della sua
aggregazione pìV almo Collegio
de' Medici si
no all' anno .^
in cui sortì
d'Italia; essendo senza
alcun dubbio il
sacro Tribunale della Santa
Inquisizione in quel
tempo vigilantissimo, e la
nazione Bergamasca zelantissima
essendo stata in
qualunque tempo dei santissimi
Dogmi della Chiesa
Romana . Di più
ciò, che deve
maggiormente convincere i miei
lettori, che il
nostro Giilielmo non
abbia abbiurata la
sua religione • pubicamente,
si è il
leggersi nella Dedicatoria
dell' altre volte
citato libro »
Re girne n
Omnium iter agentium
» questa protesta
» : riguardo
alla mia persona P
che mi trovo
profugo > e
lontano dalla mia
patria, dalla quale
sono più di
dieci anni, che
per la Dio
mercè mi trovo absente
per puro amore
della verità, e
della giustizia »:
dunque non per
abbiurare la religione
; che anzi
sulla fine della
medesima Dedicatoria dopo
di avere narrato che
ancora la famiglia
del Principe suo
mecenate si era
già da un
secolo stabilita in Germania,
ed abbandonata V
Italia, fa il
seguente voto »:
voglia però il
potente e giustissimo Dio^
che per la
maggior sua gloria,
se così piacerà
anche a sua
Divina Maestà un
giorno si possano
rivedere le nostre
patrie -(24), Oltre
di che 12
niente si trova
negli scritti del
Grataroìi, che lo
dimostri o seguace
degli errori che
infierivano in quello
sfortunato secolo, o
contrario a verun
dogma Cattolico Romano
; anzi air
opposto posso con
ragione dedurre dalla
Prefazione premessa dal
medesimo nel principio della
seconda edizione del suo
libro De Incantationibus di
Pietro Pomponacio che
egli per io
meno sino air
anno ., cioè
a dire sino al
penultimo della sua
vita si conservasse,
e si pregiasse
di vivere attaccarissimo alla
religione Ortodossa: poiché
ec« co la
sua dichiarazione »
ivi, cosi parla de'
suoi commenti ai
libri di Ponijxmacio,
si spiegano secondo
le più sane
dottrine della Fede
Cattolica varj dei
più difficili capi
e quistioni di
Teologia e di
Filosofia, e da
per tutto vengono
illustrate da molti diversi
tratti d' Istoria
dall' Autore, il
quale si sottomette
intieramente al giudizio delle
Scritture Canoniche e
elei Santi Dottori
». Ora come
mai dopo una
cosi pubblica protesta
e dichiarazione, si
deve scrivere, che
il Grataroìi abbia
abbi arato il Catolicismo,
e professata la
rene Protestante, Ma
quella poi che
sovra ogni altra ragione
mi fa credere
ohe f;li sopracittati
scrittori abbiano preso
sbaglio, si è
che il Padre
Donato Calvi, aitretanto
religiosissimo quanto minutissimo
compilatore della Storia
di Bergamo e
della maggior parte degli
Uomini di lettere
Bergamaschi nella sua
Scena Letteraria (27),
e nelle sue
Effemeridi, avendo diffusamente
parlato con molta
lode della vita
e delle opere
di questo eccellente
Medico, e Filosofo,
non scrive che
per abbiurare la
religione abbia abbandonata
la sua patria
; anzi ne
parla in modo,
dando moltissimi encomj anche
alle sue virtù
morali, che non
lascia alcun luogo
di dubitare, che
creduto non Io
abbia Cattoli. co,
e che avesse
il menomo sospetto,
che si fosse
portato in Germania
per professarvi T eresia:
perchè ecco come
dice: » Non
si ponno di
questo virtuoso descrivere
le azioni senza
levarsi dalla strada
battuta delle dozzinali lodi
» . Quando
air opposto di
parecchi altri, quantunque
dottissimi Letterati, tra'
quali Girolamo Zanchi,
che avendo per
loro infelice sorte
abbandonata la Romana Cattolica
Religione per professare tra"* Luterani
la pretesa riforma,
non solo non
ne ha fatti
gli Elogi, siccome kcc
del G., ma
neppure ha vol
34 luto registrare
i loro nomi
nelle sue Opere .
Né la pia
e religiosa penna
del colto Poeta
Antonio Tirabosco Dottore
di Sacra Teologia
^ e Rettore
titolato di S.
Michele dell'Arco averebbe
scritto ed unito all'
elogio del G.
composto dal Padre
Donato Calvi il
leggiadro Sonetto, quantunque
lo stile del
medesimo sia secondo il
genio del suo
secolo, che incomincia :
» Questa tomba
non è funesto
avello » Conviene
però altresì confessare,
che la sua
improvvisa partenza dalT
Italia, il suo
stabilimento nelle Città
infette d' eresia,
il commercio epistolare
che mantenne con
Girolamo Zanchi, e
con Teodoro Beza,
ed ugualmente con
molti altri de*'
più fanatici novatori di
que' tempi, come si
raccoglierà nel progresso di
questa vita, ed
il latte infetto
succhiato nella sua
fresca età nello
studio di Padova,
abbiano dato motivo
di giudicare, che
facilmente si fosse accomodato ancor
esso a pensare
e parlare, siccome
facevano tutti quelli,
i quali nel suo
secolo desideravano d'
essere riputati sublimi e
peregrini ingegni, e
che però presso
gli imperiti zelanti,
e gli invidiosi
de' suoi talenti, e
del suo sapere
35 cadesse in
grave sospetto che
avesse solennemente
abbiurata la Cattolica
religione, e pubblicamente
professata la protestante;
e questo sia
stato il vero
motivo, che lo constringesse a
ricoverarsi in Germania
• Non voglio
in oltre ommettere
un' altra ragione,
che hanno tutti
quelli che pretendono,
che il G.
abbia abbandonata la
patria per motivo
di religione, senza
però che abbiano
dimostrato, che egli
giammai insegnasse errori,
o abbracciasse la
setta di qualche
eresiarca, sebbene lo
suppongano li sopraccittati scrittori
. Questa nuova
ragione è perchè
Girolamo Zanchi scrive
quanto segue a
Giusto Voltejo Mi congratulo
con voi della
pace, e della concordia, che
tranquillamente godete, e
che al numero
degli ottimi e
dottissimi Uomini, di
cui abbonda la
vostra scuola abbiate
aggiunto il veramente
pio e veramente dotto Medico
Gulielmo G. .
Spero che ancor
esso sia per
diportarsi presso di voi in
modo che non
abbiate da pentirvi
di averlo costì
chiamato, e che
voi altresì siate
per trattarlo in
guisa, che non
abbia giammai di
lagnarsi di esservi
venuto . Nella
mia, e sua
patria era tenuto
in molta stima
e venerazione, ed
era 3* molto
ricco . Il
zelo soltanto per
la pietà e
per la religione
lo rese povero
in modo j che
ultimamente gli è
stata confiscata persino
la dote alla
di lui moglie,
che ascendeva a
coronati ottocento, unicamente perchè volle
seguire il marito
e la sua
religione . Non
dubito pertanto, che
se vi sta
a cuore la
pietà' e la
virtù, vi sarà carissimo questo
uomo illustre sì per la
pietà, che per
la virtù. State
sano ». Ad
ogni modo mi
confermo maggiormente, che
non abbia abbandonata
la patria per
abbiurare la religione,
mentre non poteva
essere malcontento della
medesima 5* poiché
era molto onorato
ed assai stimato,
godendo tutte le comodità
possibili, ritrovandosi
molto ricco e
bene accasato con
una moglie virtuosa
ed amorosa, che
con raro esempio volle
seguirlo in Germania
col sacrifizio di
quanto possedeva .
Si è veduto chiaramente da
quanto ne scrive
il Zanchi nella
riferita lettera, in
grazia della quale giacche
si è dovuto
rapportare Y azione
virtuosa della leale
compagna di Gulielmo
. Diro adesso,
che questa era
Barbara Nicosi : ma
il tempo in
cui avesse seco
contratto matrimonio, e
la Città nella quale
fosse nata,, per quante
ricerche ab 37
bia usate non
mi è riuscito
di averne precisa notizia «
Non posso affermare
con sicurezza in
quale Città della
Germania siasi primieramente ricoverato appena
sortito dair Italia: nulla di meno potrei credere che la
risoluzione presa di
abbandonare la patria
sia nata nel
G. unicamente per
quel genio che
hanno tutti i
letterati per la
quiete e per
la tranquillità ;
e queste non poteva
sicuramente godere in
nessuna parte dell'
Italia, perchè era piena
di confusione e
di disordini cagionati
dalle passate guerre,
dalie innovazioni de*
governi, e per
la vigilanza e
timori in cui
viveva la Corte
di Roma, acciocché
non s' introducessero in
queste nostre parti
gli errori di
Lutero e le
oltramontane opinioni %
siccome ne parlano
tutte le Istorie
di quel secolo
• Essendo in
quel tempo le
Città della Rezia
libere dalle guerre
e da' stranieri
governi ^ godevano
tanta pace e
sicurezza, che sembravano divenute V
asilo di tutti
i più arditi
genj amanti di
pensare e di
parlare con libertà
• Così Guglielmo
sedotto dair esempio
di parecchi suoi
amici e conoscenti,
forse per questa
unica ragione ^
avrà abbandonata la
patria, indirizzando i
suoi 2« passi
in quelle parti .
Tanto più che
rilevo aver sempre conservata
una costante amicizia
ed una continuata
corrispondenza con Girolamo
Zanchi sino dalla
sua prima gioventù,
e ritrovo una
lettera nelle opere
dello stesso Zanchi
allora dimorante in
Marpurgo, nella quale
parla del G.
di fresco arrivato
in Germania. Con
questo fondamento, posso
stabilire, che il
primo piede T
abbia posto in
Argentina, e colà
fosse raccomandato dal
Zanchi a Giovanni
Garnero pubblico Professore
in quella Università,
mentre nella detta
lettera, che quasi
intiera dal latino
ho tradotto, perchè rara,
perchè interessante per
le notizie che in
essa si leggono,
e perchè fa
egualmente onore al
buon animo dello
Zanchi, ed alle
virtù del G.,
si legge: Ecco finalmente,
carissimo compare, che
se ne giunge
presso di voi
il tanto desiderato
non dirò mio,
ma piuttosto vostro Gulielmo
G., personaggio veramente, siccome
in fatti non
dubito che lo troverete,
in materia di
religione purissimo ed irreprensibile, e
nello stesso tempo
nella medica scienza
eccellentissimo . Voi ben
vi rammentare te,
come allorché avevo
la bella sorte
di trovarmi 39
presso di voi,
non cessava di
commendarlo, e che
ve lo raccomandava appunto
per coteste due
sue doti e
singolari virtù. Non
dubito punto, e
sono pieno di
fiducia, che tosto
che Y averete
veduto, concorrerete con tutti
i vostri voti
ad approvare gli
encomj giustamente al medesimo
tributati. Egli è a
dire il vero
piuttosto bruno e
fosco di colore
e di capelli
; ma lo
sperimenterete in tutto,
sì ne suoi
discorsi, che nelle
sue azioni ed
affari candidissimo, onesto
e sincero, in
guisa che sovente
a cagione di
tale troppo suo
sincero carattere incontra Y
odiosità e la
disapprovazione degli uomini di
corta penetrazione e di
poca esperienza del
mondo . Voi
stesso, Compare carissimo,
vi trovate in
un consimile ruolo
; e per
verità ciò non
ostante, conforme voi
medesimo avete imparato dall'
uso e dalla
esperienza, è necessario,
o per lo
meno giova più
nei giornalieri nostri
discorsi e conversazioni
saper dissimulare e serbare
le nostre giustificazioni a tempo
e luogo più
commodo e più
opportuno, non essendo
tutti gli uomini dotati
dello stesso candore,
della stessa onoratezza, e
della medesima probità
# Sarà dunque
vostrp impegno adesso, veneratissimo Compare, giacché avete per cosi
lungo tempo costì dimorato, e che avere conosciuto i costumi ed il naturale di
tatti assai meglio di questo medico, istruirlo e diriggerlo come debba condursi
cok tutti, conforme avete usato con esso meco, allorché giunsi in Argentina:
sostenere, difendere il di lui onore ed estimazione, e prestargli ogni buon
servigio, come si
conviene dall' amico air
amico, e dal
fratello al fratello .
Mi e nota
la vostra pietà,
so quale sia
il vostro amore
per i vostri
simili : conosco quale
sia il candore
dell' animo vostro:
so in fine,
ed ho sperimentato quanto sia
grande la vostra
beneficenza verso tutto il
mondo . E
però non dubito
che voi non
siate per giovare
ai G. assai
più di quello
eh' io non
saprei da voi
ricercare • Concedetemi
che io vi
rammemori, che mentre
si trovava ancora
in Francia Pietro
Vermilli, appena ricevette
le mie commendatizie
presso il Beza
a vostro favore,
( che effettivamente molto aggradì
quanto di voi
scrivevo in vostra
lode ), vi
fece ogni buon
accoglimento e buon trattamento,
e si consolo di
aver scoperto •>
che tutto ciò,
si era sparso
contro la vostra
persona % erano
4i prette calunnie;
e non dubito
che se non
vi hanno ancora
invitato -> presto
non siano per invitarvi,
perchè abbisognano di
soggetti di merito
simili a voi »
. Dopo
diverse altre materie, che
non appartengono a Gulielmo,
così termina questa
lettera » Averete nuove
del mio stato,
e di questa
Città dal nostro
G.. State sano, e
salutatemi anche la
Comare in nome ancora
della mia Conserte
. Trattenutosi poco tempo
il G. in
Argentina, T amico
suo Zanchi efficacemente lo raccomandò
a Teodoro Beza
^, che allora
dimorava in Basilea
> dove era
in grandissima riputazione,
e godeva un
sommo credito, e
con il quale
contrasse strettissima amicizia. Benché il
Beza fosse assai
cauto e circospetto
nelf elezione de*
suoi amici ;
siccome osserva il
Maizeaux Commentatore del
Critico ed Istorico
Dizionario di Pietro Bayle
all' articolo Beza
j ove riporta
le seguenti parole
di S. Francesco d«
Sales »: non
faceva ( parla de!
Beza ) passo
senza un cumulo
grande di precauzioni, e
senza pigliar cento
e mille misure
., non costumando
di praticar nessuno senza
esser sicuro d'
una inveterata conoscenza
; pure divenne
suo 42 intimo
confidente, come appare
dalle lettere del Beza
Latine trasportate in
lingua Italiana, che
qui credo cosa
necessaria di intieramente
riportare, essendo le
medesime rarissime, ed assai
difficili in queste
nostre parti a ritrovarsi
A G. FILOSOFO.
Mio caro G.
ho ricevuto la
vostra graditissima lettera unitamente
ai consaputi libri, dei
quali vi rendo
infinitissime grazie; ma averei
anche assai più
gradito, se nello
stesso tempo mi
aveste spedita queir opera
del nostro Celio,
» Dell Amplerà
del regno di
Dio » stampata nella Rezia
^ che vi
avevo ricercata %
e vi prego
che mi giunga
più speditamente vi sarà
possibile. L' importo della
medesima vi sarà contato
da questo nostro
Crispino . Circa il
libro di Pomponacio
non ho ancora
avuto tempo di
vederlo : subito
che Y averò
letto, vi scriverò
cori piena libertà
il mio sentimento
• Riguardo alla
connota confessione (35)
intanto io non
ve ne ho spedito la
copia, in quanto che
supponevo ne andassero
intorno da 4?
per tutto, perche
di questa mi
sono state da
diverse parti scritte
moltissime lettere Vi auguro
perfetta salute ottimo
mio Fratello .
(3 gli prenderanno
i Librari suoi
compagni di viaggio,
e con loro
comodo mi saranno
portati • Vedete
adesso in che
modo > e
con quanta libertà
mi prevalgo delle
vostre grazie :
comandate ancor voi
scambievolmente tutto ciò che io possa
fare per voi,
ed in vostro
nome, e vivete
sicuro ^ che
siete da me sommamente stimato
ed amato »
Appena arrivato in
Basilea ^ non tanto per
le raccomandazioni, quanto
ptrr la sua
virtù fu ricevuto
Professore di Medicina in
quella Città, in
cui esercitando pubblicamente
T arte sua
fece mostra del
suo perspicace talento
e della sua
profonda dottrina, non solo
con le erudite
opere j che diede
alle stampe ^
ma eziandio colle
prodigiose cure che
fece . Onde
in brevissimo tempo
in tanta fama
salì ^ che
4* passato appena
il corso di
circa due anni
venne ricercato con
grande impegno dal!'
Accademia di Marpurgo
a coprire la
Cattedra di medicina, essendo
mancato di vita Corrado
Kuvnero : il
che diede giusto
motivo al Zanchi
di congratularsi con
il Voltejo, come
si è veduto
neir enunciata lettera,
del fortunato acquisto,
che fatto avevano
i Marpurghesi di
un cosi famoso
Professore . Non
fece lunga dimora
il G. in
Marpurgo, quantunque assai
stimato ed amato .>
poiché appena passato
il corso di
un anno, con
universale dispiacere di quella
Città a Basilea
fece ritorno . Quali
fossero i veri
motivi, per i
quali così presto abbandonasse
una Città nella
quale era da ogni
sorta di persone
gradito amato e
ben veduto, dove
copriva una luminosa
Cattedra, e godeva
un abbondante provvisione, non
mi è sortito
di rinvenirli . Se
presto però fede a Nigidio,
il quale per
la particolare stima,
che professava alla
virtù ed alle
rare doti di
questo celebre Medico
Filosofo ne scrisse
in versi la
vita, sembra che
abbia abbandonata la
Città di Marpurgo,
o perchè l'aria troppo
rigida di quel
clima non fosse
coufacevolc al suo
temperamento, o 47
perchè avesse impressi
nell' animo i piaceri,
i comodi, ed
i vantaggi, che
goduti aveva in
Basilea, ove fece
ritorno. Ecco i suoi versi
: Nobilis hunc
mìfit Catàs Bafilea
«, fed anno
» Vix ferrici
exacio rurfus eo
redìit : Sire
quodHaJJiaco non pojjet
vivere coe/o> »
Sive quod in
votis urbs Bajìlea
forct. Non si
deve però credere,
che dopo H suo
ristabilimento in Basilea
siasi Gulielmo abbandonato
all'ozio ed alla
quiete > e che
abbia trascurato il
lodevole metodo de'
suoi studj e
delle sue fatiche,
perchè anzi le
erudite Opere date
alla luce in
ciascun anno in cui
visse, sono una
prova evidente, che
tutto il tempo
nel quale non
era occupato alla
cura degli infermi
> o pure
ad istruire dalla
Cattedra i suoi
scolari, lo impiegava
a comporre delle
opere di varie qualità,
che versavano sopra
materie ed argomenti
utili e necessarj
air umanità, per
soddisfare al vivo
desiderio, che sempre
nudrì di recare
giovamento alle persone d'
ogni classe e
d' ogni età
• Molte furono
le opere, che
fece sortire da^
pubblici torchj di
Basilea, e tra
que 48 ste
la prima a
me nota fu
quella, che ha
per titolo »
Prognostica natura Ila de terri~
porum tnutatìonè perpetua
ordine litterarum »
impressa da Jacopo
Pareo Y anno
., che con
qualche aggiunta nel
successivo anno fu parimenti
ristampata in Basilea
da Michele Episcopio,
indi in Zurigo dal
Gesnero nell'anno *
5 $• e
^a Gabriele Coterio
in Lione nell*
anno istesso, ma
più vicino a
noi da Giovanni
Vechelio in Francfor
Tanno . Questo
erudito utilissimo libro
con elegante e
giudiziosa lettera
dedicatoria primieramente lo
indirizzò alla Maestà
di Odoardo VI.
Re d' Inghilterra
rapito nello stesso
anno ai viventi
. G., che
bramava per questa
sua fatica un
Mecenate coronato e
potente, dedicò la
seconda edizione assai
più corretta ampliata
e perfezionata a
Massimiliano II. Re di
Boemia, del quale
onore fece prevenire quel
Monarca col mezzo
di Giuseppe Salando
Archiatró della Serenissima sua Sposa,
e da lungo
tempo intrinseco amico ed
affezionato suo concittadino,
come si rileva
dalla lettera dedicatoria de7 suoi Opuscoli,
dove scrive (41)»
Raccomando poi umilmente
alla vostra Maestà,
e tutta intieramente
consagro la 49
mia persona .
Quale io mi
sia^ se da
altri per la
troppa distanza dei
luoghi non vi
fosse noto *
lo potrete agevolmente
sapere da Giuseppe
Salando eccellente e
perspicace Medico della Reale
vostra Sposa, col
quale già da
lungo tempo ci
siamo famigliarmente trattati
» . Non
rincresca al lettore di
questa vita n
se interrompo 1'
ordine della Storia per
inserire alcune notizie
relative ad un
mio Compatriota di
sommo grido e
d' inestimabile merito
nell' arte medica y
e che fece
molto onore alla
Città in cui
nacque. Sortì i
suoi natali Giuseppe
Salando in Bergamo,
nella sua fresca
età studiò medicina
in Padova, conseguì
la laurea dottorale,
coprì nell'anno 1540,
in quella Università
la Cattedra della
seconda scuola di
medicina pratica straordinaria
nei giorni di
vacanza, che tre
anni innanzi era
stata occupata da
Guglielmo G. (42).
Dopo due annij succedette il
Salandi a Girolamo
Donzellino nella Cattedra della
seconda scuola di
medicina teorica straordinaria
: esercitò la
medicina in diversi luoghi
e Città della
Lombardia : indi passò
nella Stiria, in
cui per la
felicità delle sue
cure si rese
così celebre e rinomato,
che Ferdinando Impera4
tore verso gli
ultimi anni di
sua vita lo
fece venire alla
sua imperiai Corte
^ e fu
dichiarato Archiacro Palatino
sotto Massimiliano II. Passato
a miglior vita
Massimiliano, il Salando
si trasportò in
Milano, dove esercitò
per lungo corso
di tempo con
favorevole sorte la sua professione
• Finalmente carico
d' anni, ma
nello stesso tempo forte
e vigoroso, si
ritirò in Salò territorio Bresciano,
in cui stabilì
il suo soggiorno,
e dove mori
Y anno 1 6;
o. nella sorprendente
età di cento
e più anni,
Ebbe un figlio
professore anch' esso
di medicina chiamato
Ferdinando, il quale
asserisce, che il
padre suo diede
alle stampe in Milano
un volume di
consulti medici, ed
in Venezia un
erudito trattato »
De Panacea, feti
clixìr vitti? »,
e dicesi essere
lui stato il
primo, che un
cosi efficace rimedio ritrovasse
» Ritornando alle opere
di Gulitlmo stampate
in Basilea trovo che
con le stampe
Heripetrine diede alla
luce il libro
di Pomponacio »
De Incantino nìhus »
che in quel
secolo ed in
que* tempi faceva
grandissimo strepito, siccome
a nostri giorni è
s:guito delie opere
di Voltaire e di Rousseau
appresso di coloro,
che non ama
5* no le letture troppo
serie e profonde,
e lo dedicò
a Federico Conte
Palatino suo protettore,
siccome aveva fatto
dieci anni prima
dell' opera stessa
con il Principe
Ottone Enrico Elettore Palatino,
benché accresciuta e decorata
la prima di
molte note, ed
osservazioni eruditissime; per
le quali si
rileva dalla dedicatoria premessa
alla seconda edizione,
che venne il G. onorato
di obbliganti ringraziamenti fatti
con graziosa lettera
scrittagli di proprio pugno da
quel magnanimo Elettore,
dove dice »
La parte di
questo libro, che tratta
delle cause degli
effetti naturali, o
sia degli Incantesimi, fatta
da me stampare,
sono già più
di dieci anni,
T avevo dedicata
e spedita air
Illustrissimo Principe Ottone
Enrico di felice
memoria, e sua
Altezza non isdegnò
di ringraziarmi con lettere
di suo proprio
pugno, e di
assicurarmi di esserne
memore in avvenire,
lo che potrà
seguire nell' altra
vita, poiché poco
dopo per grave
infermità cessò di vivere
». L'altra vantaggiosissima fatica {
che nel tempo
stesso sorti da
torchj di Vindelino
Richelio in Argentina, fu
quella, che ha
per titolo »
Regimen omnium iter
agentiurn » consagrata
ad Ege 52
nolfo Barone, e
Signore di Bapolstein
Hochen Ack e Gerolzeck presso
Vassichin # Scelse
quesxo Principe per
suo Mecenate, essendo
originario anch' esso
d' Italia, e
sortitone per i
medesimi motivi di
Gulielmo, benché in
tempi assai più
rimoti, leggendosi nella
sopracitata Prefazione .
Finalmente lo splendore
della vostra nobiltà, che
non va disgiunto
da una sincera
pietà e da
un rispettabile dominio,
è penetrato sino
nelle mie stanze
; ed essendo
ancor' io Italiano,
ho potuto agevolmente avere contezza
anche della forza
dell' antichissima Italiana
vostra origine ;
e se fosse
lecito paragonare le
picciole cose con
le grandi, vedo
che nei siamo
stati costretti ad
abbandonare le proprie
abitazioni per motivi
non affatto dissimili .,
benché in tempi assai
differenti . Faccia però
1' onnipotente e
giustissimo Dio per
la maggiore sua
gloria, se così
piacesse anche a
sua Maestà, che
un giorno si
possano rivedere le nostre
patrie. Fu stampato
ancora in Basilea
da Lodovico Lucio
il dottissimo suo
trattato, che intitolò
Po jlis Dcjcripuo
i Caujja y
Signa omnigena *
et Vrocjervaùo », il quale
venne dedicato al
Nobile,, e Magnifico
Ascanio Marzo Ani
5? basciatore Cesareo
presso gli Svizzeri,
amicissimo sino da lungo
tempo di Gulielmo.
Devo altresì alle
sopracitate Opere aggiungere un
libro sopra un
importantissimo argomento, quale
è quello della
sanità dei Letterati,
con questo frontispizio
» De hitte
rato rum, et
eorum qui Magiftratum
gcrunt confervanda valetudine.
Questi ebbe così
fortunato incontro, che
venne tradotto da Tommaso
Neuton nella lingua
Inglese, e fatto
stampare in Londra
Tanno. Effettivamente il
Grataioli ha trattato un
tale argomento del
tutto nuovo sino
a sue i
tempi con tanta
chiarezza e giusto
criterio, che non
la cede né
al Ramassini, né
al Pujati, né al Tissot;
i quali hanno recentemente
versato sopra una
così rilevante materia .
Dal Catalogo dell*
altre sue opere,
che per minor
noja del lettore
riporterò terminata che
sarà interamente la presente
vita, si vedrà
essere queste in sì
copioso numero, che
recherà sor^ presa
a chiunque in
quale maniera le
abbia potute scrivere, massimamente
riflettendo che questo celebre
Medico dalla sua
giovanile età d'
anni ventiuno sino
all' ultimo giorno di
sua vita, si
trovò sempre nel
gravissimo impegno di
parlare daila, Cattedra
con incomodissima fatica,
che reca irreparabile danno
al petto ed
ai polmoni, ed
a tutto questo
aggiungendo i disagi
dei lunghi e
disastrosi viaggi da
esso fatti, la mutazione
del clima, la
passione di dover vivere
lontano dagli amici,
dai congiunti, e
dalla patria, e
sopra ogni altra
cosa le continuate
esperienze chimiche, alle
quali era veementemente
inclinato, secondo che me lo rappresenta
il Lindenio, (46*)
accusandolo di essere
proclive air Alchimia »
In Alchimia proclivis
», si conoscerà
che questo infaticabile
Filosofo non poteva godere
lunga vita .
In fatti, benché
avesse sortito un
sano e robusto temperamento, e
sempre fosse vissuto
assai moderato, lontano
dalle brighe politiche, e
dai dissidj scolastici
a segno che
in que' torbidi
tempi di controversie
ripieni egli non impugnò
giammai la penna
contro alcuno, né
si trova eh'
altri abbia scritto
contro di lui e che
anzi moltissimi Apologisti
si ritrovano, patrocinatori
de' suoi scritti,
e delle sue
opinioni : ad
ogni modo contratte
alcune infermità, alle
quali vanno soggette
le persone di
lettere, conforme egli stesso
aveva istrutta l'umanità)
dovette soddisfare dopo
una penosa inalar
ss tia di
molti mesi all'
ultimo tributo della
natura nel maggior
v'gore de' suoi
anni * e nel
tempo appunto della
sua più lusinghiera fortuna nell'
ancor fresca età
d' anni cinquantadue, quattro
mesi, e ventitré giorni, avendo
cessato di vivere
neli' anno 15
£8. il giorno
decrmosesto di Aprile. Da ogni classe ed ordine di persone, non solo
della città di Basilea e di tutta la Germania, ma ovunque era giunta la fama
della virtù e della dottrina di Gualielmo, fu compianta la sua morte, poiché
avevano perduto uno de'più esperti medici, ed uno de’più riputati FILOSOFI di quel secolo. Dove si
tratta degli uomini di singolare virtù e di non ordinaria dottrina tutto deve
interessare: non ommetterò per ciò di far osservare, che G. era di una figura
assai bene proporzionata, ed aveva la cute e la barba di colore bruno, per
quanto ha lasciato scritto Zanchi nella sopracitata lettera a Garnero.
Argomento incontrastabile della celebrità, che si era acquistata, si è il
ritatto, che trovasi nella biblioteca calcografica di Boissard degli uomini
illustri per virtù ed erudizione di
tutta l’Europa starapata iti Francfort. a spese di Ammonio, inciso in rame da
Furehio, sotto del quale ritratto si leggono i due seguenti latini versi: i'ìG.V
atriaw linquens, acque Itala nira,
Germano^ inter clami t arte viros. Da questa calcografica biblioteca
appunto ho tratta l’effigie di Gulielmo, che ho posto nel frontespizio di
questa vita. Sopra tutti gli altri però che
maggiormente si addolorassero per questa perdita fu f inconsolabile sua
fedele sposa Barbara Micosi, che dopo di avere continuamente seguite le varie
vicende del marito, abbandonando amici, congiunti, patria, e persino la sua
dote istessa, intraprendendo lunghi e disastrosi viaggi., dovette dell'amato
sposo restarne priva. Cotanto però fu sensibile ad una cosi improvvisa
disgrazia, la quale era senza alcun
dubbio la maggiore che le potesse accadere, che con raro esempio di costante
benevolenza coniugale questa grata e virtuosa moglie per dare anche dopo morte
al marito un durevole testimonio dell'amore, che gli aveva sempre conservato, fece chiudere le
fredde sue ceneri in un avello di marmo, sopra del quale fece scolpire la
seguente iscrizione. G. BERGOMENSI ARTIUM AC MEDICINA DOCTORI MEDICIQUE FILIO IN
MEDICORUM BASILIENSIUM COLLEGIUM COOPTATO OB RELIGIONEM EXUI4 CONIUGI CARISSIMO
BARBARA NICOSIA F. C, OBIIT j£TATIS SU E Non fu soltanto G. onorato e stimato
finche visse, ma ancora dopo che più non si trovava tra i viventi ha
costantemente e senza alcuna inteìruzzione
goduta la stima, e si è tenuto in altissimo pregio da tutto il mondo dotto.
Nessun medico di grido, nessuno bibliografo, e nessuno scrittore di storia letteraria
di qualunque nazione e religione ha tralasciato di fargli giustissimi elogi e
di profondergli infiniti encomj sino a questi ultimi secoli. Nigidio il Seniore
Iia composto un latino poema per decantare la virtù e la dottrina di
questo filosofo. Boissard lo chiama filosofo
eccellentissimo e sagacissimo. L’erudito Signore de Thou l'appella famoso medico
di Bergamo. Teissier lo caratterizza per un uomo di una pietà e di una dottrina
straordinaria. Moreri gli dà il titolo di filosofo degno di celebrità. Il
Signor d'Eloy scrive che fosse uno de'più celebri medici del suo secolo.
Papadopoli gli da l'elogio, qual soggetto nobile, di profondissima dottrina, e che ha decorata
Padova. I dotti autori del dizionario storico portatile lo nominano medico
valoroso. Il nostro Padre Calvi benemerito raccoglitore della civile e
letteraria storia di Bergamo gli dà i gloriosi epiteti di profondità di sapere
e di sublimità di dottrina, di lume della medicina, e di virtù e di azioni
superiori ?d ogni lode. Tributarono simili meritati panegirici a Gulielmo G., dovunque ebbero l'opportunità di
rammentarlo nelle loro opere anche a
dottissimi Michele Gulielmo
Linghelscheim. Abramo Bucholcer;
Elia Rusnero {do);
Ermanno Coniugio (£1)5
Pasquale Gallo; Paolo
Frehero ; Giovan
Antonio Vander Linden ;
Giorgio Abramo Mercklino (6 f)
; GiovanfranCesco Niceron;
Ermanno Boerhave; Alberto
Haller (6"8) ;
GiovanJacopo Mangett; Antonio
Kiccoboni (70): Filippo
Tomasini; Jacopo Facciolati;
1/ autore delle Amenità
Letterarie; Il celebratissimo Andrea
Pasta; ed innumerabili
altri dotti scrittori,
che fatica troppo
lunga sarebbe il
yoìerli qui tutti
riportare . Mi
sia nulladi meno
concesso di chiudere
la numerazione di tanti
valorosi Letterati, e
nello stesso tempo terminare
la vita di Gulielmo
G., col riferire
quanto in lode
del medesimo hanno
lasciato scritto il
veramente erudito e sommo
critico Pietro Bayle,
ed il dotto
Signor Maizeaux suo
illustratore . Il
primo lo chiama
sa-* pientissimo Medicò,
ed eccellentissimo nella scienza
fisonomica ; il
secondo chiude il
Commento all' articolo
» Gratarolus n
? con questo
onorifico e meritato
encomio, il quale
acciocché nulla perda
della forza 6o
ed energia io
trascriverò nella lingua
originale, in cui
fu scritto dall'
autore medesimo • »
On ne lui
fcauroit refusar l"
èloge d! avoir cu
à coeur le
bien public ^
puisqà il à
cherchè non feulement
les remedes^ qui
peuvent jervir aux
Magifrats, mais aujjl
ceux qui font
propres a toutes
forte s de
vojageurs . Il
ri a pas
oubliè les Hommes
dy etude, il
a tachè de
leur fournir des
fecours et pour
la confervation de
la fantè, et
pour la confervation,
et V angine ntation de la me
moire. Un homme
qui leur fourniroit
la deffus ce, de quoi
ils ont befoin,
mèriteroit les honneurs
divins dans la
republìque des lettres .
La mèmoire y
ejl prefquc auffi
nèceffaire que la
vie »«, €i
CATALOGO DELLE OPERE DI G. CON
VARIE ANNOTAZIONI. Non avendo potuto
aver ne vedere se
non una piccola parte dei saggi di questo dotto filosofo
ho dovuto formare il presente catalogo sopra altri cataloghi e notizie de’suoi
scritti lasciati dagli Scrittori
della sua vita,
i quali per
essere di differenti
nazioni, di religione
e di professione
diversa, e perchè
scrissero in tempi
assai distanti V
uno dair altro,
t loro Cataloghi
si trovano mancanti,
alterati, confusi, senza
data né di
luogo ^ nò
di stampatore, e
quello che è
peggio pieni di difetti
e di errori.
Sono perciò assai
lontano dal lusingarmi,
che quello il
quale io qui sottopongo
sotto ai riflessi
deir erudito leggitore,
sia riuscito compito
e perfetto, sebbene
non abbia mancato
né di fatica }
ne di diligenza;
ma tutti i
miei sforzi sono
stati infruttuosi ritrovandomi in
una Città quasi
dei tutto sfornita
di 62 antiche
opere oltramontane .
Prevenuto dalle riferite
circostanze chiunque leggerà
questo Catalogo siccome
era necessario, aggiungerò
al medesimo alcune
note, che credo
indispensabili, e lo
dividerò in ire
Classi . In
primo luogo le
opere dal Grata roli
composte, in secondo
luogo le Traduzioni da
esso fatte, e per ultimo
le altrui fatiche, che in diversi
tempi con sue
note ed illustrazioni
fece stampare . I. » Prognojlica
naturalia de temporum
omnimoda mtuatione, perpetua
et cerùjjìma Jigna
rerum, quoe in
Aere, Terra, aia
Aqua funt, aut
Jìunt, krevìter, et
dare, ordine que alphabetico
de J cripta per Gulielmum
Gratarohun Medicum P/iy/icum
y cuni Addinone
undcam fìgnorum Motus
Terra:, ex Antonio
Mi^aldo . Basilea? apud
Jacobum Pareum apud Nicolaum
Episcopium Tiguri Argentorati apud Iacobum
Ofemianum . V
opera indicata, con
le altre due
» De Memoria
reparanda t e
» De Prjediclione
morum » >
si trovano unite
tiell* accennata edizione
di Argentina alli
Trattati di Chiromanzia, e
di Astrologia naturale di
Giovanni Indagine, o
sia Giovali ni
Hagen dotto Certosino
del decimoquinto secolo ?
ed al libro
» De Sculptura
» di Pompeo
Gauricio Matematico Napolitano .
Perchè il G.
non venga tacciato di
superstizione o di
puerile credulità a
motivo delle cose
da esso scritte
parlando dei Pronostici naturali
e della Predizione dei costumi,
credo cosa necessaria
fedelmente trascrivere la
Protesta, o sia
Avvertimento al Lettore,
che si trova
nella edizione di Argentina
Devi poi »
avvertire, che generalmente
parlando le » cose dette
si verificano nella
gente gros» solana
y vale a
dire di coloro,
i quali »
non sono rigenerati
dallo spirito e
dalla » grazia
di Dio, perchè
di questi è vero »
ciò che dicesi
della depravata natura
in » Adamo,
che » Naturce
fequitur femina quifque
fucc » :
Ma air opposto
i rigenerati »
dallo Spirito Santo
mortificano la pro«
pria carne con
i suoi vizj,
e con le
» sue concupiscenze, sebbene
la concu» piscenza
ed il fomite
del peccato vi
re» stino sempre,
e da moltissimi,
o Dio, »
anche pur troppo
si riducano alla
pra» tica », A gloria
di Gulielmo riporterò
anche la sua
opinione sopra la
causa del flusso
e riflusso del
mare r avendo
preco 6A Aizzato
più di due
secoli prima quasi
intieramente il sistema del
rinomatissimo Cavaliere
Isacco Neuton circa
lo stesso fenomeno :
opinione approvata ed
insegnata da quasi
tutti i Filosofi
posteriori a quel
subitine Geometra »
: Il moto
periodico delia Luna ha
grande predominio sopra
li corpi fluidi,
quindi fa che
il mare s
innalzi e si abbassi
^ singolarmente per
una particolare di
lei influenza, e
ne segua il
flusso, ed il
riflusso secondo i
differenti aspetti relativi
alla medesima, e
secondo che questi
accadono nella maggiore
-> o minore
forza della sua
influenza : Accade
ciò perchè la
Luna ha bensì
certa influenza coir Oceano,
ma non già
coi laghi e coi
mari di poco
estesa superficie .
Per la qual
cosa mentre quel
Pianeta si muove
dall' Oriente verso
il mezzo giorno,
fa che la
superficie del mare
s' innalzi, e
che conseguentemente ne
segua il riflusso
medesimo . Quando
poi si muove
dal mezzo giorno
verso Y occidente
fa che il
mare si abbassi,
e però ne
nasce il riflusso .
Similmente allorché la
Luna si muove
dall' occidente verso
V angolo della
notte, o sia
da settentrione verso
V oi icnte,
ne segue nuovamente
il riflusso r>
II. » Guliclmi
G. Bergomatis Artium
> et Mediani?
Docloris de Memoria reparanda, augenda
> fervandaque, Liber
omnimoda Remedia >
et Pnzceptiones continens
cujufivis facultans jhuliofis
apprime utilis «,
immo maxime necejjlvius,
Tiguri ? apud
Andream Gesneruni .,
Basilea apud Nicolaum
Episcopium . in 8., Lugduni,
apud Gabrielem Coterium
Francofurti apud Joannem
Vichelium apud Viduam
Petri Fischeri, Argentorati
Nel frontespizio
dell'accennata edizione di
Argentina si trovano
queste parole :
Omnia ab Anafore correcla P
ancia finis >
6' ultimo edita «.
La stessa Opera
» De Memoria
reparanda » è stata
stampata unitamente all'
altro libro del G. »
De confervanda Valetudine da
Enrico Rantzovio .
Ili De Prcediclione
morum ^ naturaque
hominum, cum ex
infipeclione par* tìum
corporis > tutu
aids modis «>
Anelare Gulielmo G.
Medico, et Philojopho
B ergo mate
• Basilea ., Tiguri apud
Andream Gesnerum .
., Lugduni apud
Gabrielem Coterium, &*
Argentorati » Li
tre accennati libri
S De memoria reparanda: De
Temporum omnimoda mutatìone
Prognofìica: De Prce*
diclione morum »
furono dati alla
luce per la
prima vo?ta dal G. in
Basilea, e dedicati
ad Edoardo VI.
Re d'Inghilterra; siccome
pure la seconda
edizione di tali
Opuscoli fatta nella
medesima Città fu consagrata
a Massimiliano II.
Re di Boemia
lutto questo evidentemente si rileva dal
primo periodo della
Dedicatoria medesima al
secondo dei commendati Sovrani, la
quale cosi incomincia
» Nello scorso
anno, ottimo Re,
per le pressanti
istanze degli amici
e delio stampatore >
sono stato costretto
a dare alle
stampe assai più
presto di quello
che averei desiderato
tre miei libretti
intorno ai quali
erano già molti
mesi che affaticava,
e perchè essendo
assente, molti errori corsero nello
stamparli, però riveduta
di nuovo queir
opera, non solo
ne corressi i
difetti, ma in
oltre impiegando ogni
possibile diligenza ed
applicazione, e prestandovi,
come si suol
dire, V ultima
mano, F ho
accresciuta di parecchie
belle aggiunte a
segno, che la
presente edizione è superiore
alla prima siccome
lo è un parto
di nove mesi
a quello di
soli sette, *7
o pure Toro
fino ali* argento
• Avevo dedicata la
prima ad Edoardo
VI. Re d' Inghilterra, il
quale innanzi anche
di averne notizia, non
che di averla
potuta vedere, fu costretto
infelicemente a cambiare
la vita con
la morte .
Tale Dedicatoria fu
scritta in- Basilea nel
mese di Febbrajo
deiranno. Nondimeno non
posso accertare in
quale città siano
stati stampati li sopradetti
Opuscoli la prima
volta che dal G. furono
indirizzati alli due
già nominati Sovrani .
» Pejlis Defcrìptio,
Caujjoe > Signu
omnigena > et
Proefervatio . Anelare
Guliclmo G. Medico.
Basilea? ; per
Ludovicum Lucium Anno
Salutis Humana? , Mense
Augusto; Lugduni, apud
Gabrielem Coterium .
• La prima
edizione di tale
veramente aureo Trattato
fu dedicata ad
Ascanio Marzo Ambasciatore Cesareo presso
i sette Cantoni
della Svizzera. Personaggio
di molte cognizioni
e virtù fornito ed
amico di Gulielmo
; e questi
appunto furono i
motivi, che lo
spinsero a sceglierlo
per Mecenate con
scrivergli : »
La vostra conosciuta
virtù, e la
non volgare vostra
mansuetudine, non meno
che il vostro
amore £8 per
tutte le sane
dottrine, e per
la pietà, mi
hanno costretto a
dedicarvi quest' opera
» . Perchè si
veda quanto amava
le massime di
pietà e di
religione conviene notare,
che dopo di
aver egli prescritti
neir indicata sua
opera li rimedj
fisici contro la
Peste, raccomanda con
fervore li spirituali
con queste parole Ma
per brevemente indicare
li remedj più
forti, più giovevoli e generali, prima
di tutto allontanate da voi la paura della morte, ma non già il santo timore di Dio
. Non perciò
doverete amare il
pericolo, né incorrervi temerariamente, se
non sarete sforzati o dalla carità cristiana del prossimo,
o dalla gloria
di nostro Signore Gesù
Cristo > il
quale devesi anteporre
a tutte le
cose De Litteratorum
> et eorurn
qui Magijlratibus funguntur
confermando, proefervandaque valetudine,
illorum prcecipue qui
oetate confiftentìoe 0 vel non
lunge ab ca ab
funt > curn
ex probatioribus Auctoribus
3 tum ex
ratione, et fideli
praxi > et
experientìa concinnatum . Basilea
apud Henricum Petri
. in 8.,
Francofurti apud Ioanncm Vchel
; Ibidem apud
Nicolaum Hofmannum La stessa
opera è stata
tradotta nella lingua
Inglese da Tommaso
Neuton P e
stampata in Londra
Tanno Questa dottissima opera
è riferita dal
rinomatissimo Medico Ermanno
Roerhave nel suo
» Methodus (ludii
Medicorum De Confervanda
valetudine . Francofurti
apud Henricum Randzov
. Questa opera
fu stampata unitamente
all' ultima registrata
dallo stesso Randzov
• » Re
girne n omnium
iter agentium . Basilea? apud
Hemicum Petri Argentorati
per Vendelinum Rihelium
1 s6%. Colonia?
apud Petrum Hofmannum
V edizione fatta
di tale utilissima opera in
Argentina fu dedicata
dal G. alla
vera pietà, e
nobiltà del chiarissimo Egenolfo
Barone, e Signore in
Rapolstein Hochen Ack
e Gerolzeck in
Vassichin » 0
e nel frontispizio
della medesima vi si leggono
i seguenti latini versi . Ut
peregrìnands vita ejl
jubjecla procellis Aeris,
et varìis undique
prejja malis ;
No/ira procelle* fi vario
jìc turbine mundi
Volpi tur incertis
anxia vita rnodis. 7°
Hoc bene pericolo
Jervans prò tempore
litro Tutìor utque
voles carpe Vìator
iter. VIII# De
Laudibuj Medicina 0
ejus origine >
progrejju ? militate
. Argentorati De Pefle
Thefes. Basilea Apud Henricum
Petri. De Vini
natura, Artificio, et
Ufu, deque omni
re potabili .
Basilea, Apud Henricum
Petri Equorum P et
Domejlicorum quorundam Ànimalium remedia
$ senza data
in tutti i
Cataloghi da me
veduti • XII.
Lapidis Philojbphici nomenda~
turoe . Basilea La
medesima opera trovasi
inserita nel Volume
in foglio stampato
in Colonia Tanno .
da Pietro Orstio,
con il titolo
Veroe Alchimia? Scriptores De
janitate menda .
Argentorati Trovo quest’opera
citata dal Mercklino
nel suo Lindenius
renovatus. De Thermis Rhoctias,
et Vallis Tranjc/ierìi
Agri Bergomenjis .
Si trova stampata
tale opera per
la prima volta
da Tommaso Giunti
in Venezia Tanno nella
sua copiosa raccolta
di tutti quelli
y fi che
sino alla detta
epoca avevano scritto
sopra i Bagni,
ed è riportata
con questo titolo
Guìlhdmus G. ad
Corradum Gefnerum Medicum
Tis'urimim de Thermìs
Jxhoetìcìs Tutti o
quelli i quali
a mia cognizione
hanno parlato di questo
trattato di Guliclmo,
sia neir occasione
di dare il
Catalogo delle sue
opere, o •
sia per semplice
erudizione, e perfino
il nostro Padre
Donato Calvi, non
hanno citata nessun'
altra edizione della
stessa opera, che
quella dei Giunti
% e tutti
ne fecero sempre
autore il G.,
senza mai mettere
in dubbio questo
punto d' Istoria letteraria .
Ciò nondimeno non
deve recare maraviglia,
particolarmente delli
scrittori oltramontani, e
specialmente di quelli del
decimosesto secolo :
ma fa bensì
stupore, che siasi
continuato ad attribuire
al G. un
simile trattato, dopo
la nitida e
ben corretta edizione fatta dal
valoroso Cornino Ventura
X anno .
in 4. di tutti i
dotti Medici Bergamaschi,
che avevano scritto
sopra i Bagni
di Tres^ore ;
poiché apparisce, ed
è anche evidentemente
provato da quel
diligente stampatore, e
dagli eruditi e
perspicaci fratelli Licini
suoi direttori, che
il trattato, che
porta quel titolo,
appartiene sicuramente a Bartolommeo
Albani Medico Collegiato
della Città di
Bergamo., scritto dal
medesimo sino dall'anno
., vale a
dire quasi un
secolo prima della
indicata edizione Veneta
di Tommaso Giunti •
Di fatti T
Opuscolo dell' Albani
termina precisamente con questa
data : anno
mìllejìmo quadrigentefimo y
et feptuagefimo de
menje Julii die
vìge fimo Ceptimo .
Per
ExeelL Artìum 0
et Me dicince
Dociorcm Bartholomceum de
Albano. Si fa
ancora assai ' più
manifesta tale verità
da quanto afferma
il Cornino alla
decimaquarta pagina della sua
edizione degli Scrittori
Bergamaschi circa li Bagni
Trescoriani, nella annotazione
seguente posta in
fine dell* Qpuscolo
del sopracitato Bartolommeo
Albani per maggiore
sua giustificazione » Da un
antichissimo esemplare manoscritto ritrovato nella libreria
de" Padri Domenicani,
il quale si
vede eziandio trasportato
nella lingua Italiana,
sotto il nome
dello stesso Bartolommeo
Albani, nelieCase di
Bartolommeo Colleoni,
lasciato al Luogo
de Ha Pietà, conservato sino
a questo tempo
». Non si
deve adunque più
dubitare, che il
vero Autore di quel
trattato non sia Albani,
mentre anche il
Padre Calvi così ha
lasciato scritto nella
sua Scena Letteraria Bartolommeo Albano
della Medicina celebre
Professore fiorì verso
la metà del
passato secolo ->
e fu il
primo y che
scrivesse sopra i
nostri Bagni di
Trescore j leggendosi
le sue degne
fatiche con quelle
d5 altri Autori
nel libro »
De Balneis Tranfchcrii
Oppiai Bergomatis . Bergomi
. » Questa
è T accennata
edizione di Cornino Ventura.
Si noti in
questo luogo, che lo stesso
Bibliografo indicando l'opera del G. (85)
sopra io stesso
argomento, dopo di
avere scritto De
Thermìs Rhoeticis, et
Vallìs Tranfcherii agri
ìSergomatis » aggiunge
» Questo si
trova nell' opeia
Veneta De Balneis
» » Adunque
al Calvi era
nota tanto V
edizione dei Giunti, quanto
quella del Cornino :
dopo tutto questo,
in quale maniera si
potrà difendere il G. dalla
taccia di plagiario y e di
un plagio domestico ?
Ma niente dì
più facile, Ricercato
Gulielmo da Corrado
Gesnero suo grande
amico, che si
chiamava il Plinio
dell* Alemagna, perchè
gli facesse avere
delle notizie circa le
Terme, o Bagni
della Rezia, e
della Provincia Bergamasca,
egli per fare cosa
grata ad un
amico di tanta
rinomanza, prese in mano
il manoscritto dell'
Albani, vi aggiunse
qualche cosa del
proprio, ed ancora
molte cose di
quelle che aveva
scritto sopra i
Bagni di Trescore
il dotto Medico
Lodovico Zimalia, levando alcune cose
che gli sembravano
superflue, o inesatte,
con purgato stile
la^inò, e con
veri termini tecnici
rifuse il manoscritto
dell' Albani, e
cosi riformato ed
ordinato lo spedì
all' amico, unitamente ad
una erudita lettera
relativa alle Terme della
Rezia : e
siccome in quei
giorni il Gesnero
si trovava in
Venezia per descrivere i
Pesci, ed i
Crostacei del mare
Adriatico, averà consegnato
questo scritto a
Tommaso Giunti s
che in quel
tempo era occupato
a pubblicare la
sua grande edizione
di tutti li
Scrittori sopra i
Bagni e le
aque Termali n
siccome ho già
di sopra notato .
Indubitata cosa ella
è che il G. chiude
il suo scritto
con queste parole
Ho raccolte brevemente,
e con chiarezza
tutte le soprascritte
cose a benefizio,
e sollievo del
mio prossimo^ io
Gulielmo G. Dottore
di Medicina :
frutto tutto questo
delle mie oculari
osservazioni, e della
lettura di parecchi
amichi Medici della
mia patria Appunto questa
sua protesta dalle
persone oneste e
giudiziose deve essere
considerata una confessione
del fatto, ed
ancora del diritto che
aveva acquistato di
appropriarsi quello scritto
; tanto più
che il G. nello
spedirlo al Gesnero,
lo previene con
la seguente onorata
e sincera dichiarazione (87):» Vi
spedisco l'intiera Descrizione delie Terme
Bergamasche, le quali
non sono lontane
dalla Rezia più
di due giornate di
cammino • Di
queste niente sino
al presente trovasi
pubblicato con i
toreh) ; onde
mi giova sperare,
che diverranno celebri anche
in avvenire, siccome
lo furono in
passato, dopo che
Y occulta, e quasi
intieramente ignorata loro
virtù sarà fatta nota
con le stampe
; purché non
vi rincresca accoppiare
le erudizioni Italiane
alle Tedesche » .
Poteva qui esprimersi Gulielmo con
più candida, ed
onesta sincerità ? Confessa
di essere semplice
raccoglitore d^gli altrui
scritti, mentre dice
» Ho raccolto
dagli scritti di
altri antichi Medici
Bergamaschi » Non
chiama sua quella
fatica, ma dice
semplicemente Vi spedisco T
intiera descrizione delle
Terme Bergamasche delle quali
niente sin ad
ora è stato
pubblicato Non si deve
dunque condannare di
plagiario il G.
$ e certamente
non conviene, che
egli abbia avuto
rimorso di avere
commesso una cosi vile,
e detestabile impostura,
mentre essendo sopravissuto
quasi quindici anni
dopo l'edizione Veneta
di queir opuscolo,
sicuramente non averebbe
mancato di giustificarsi
presso il mondo
erudito circa il preteso
plagiato . Ecco
tutto quello, si
può dire in
difesa di questo
Medico Filosofo sopra tale
inssusistente accusa, né
altro posso aggiungere
«> se non
che far noto
al mio Leggitore,
che per quante
diligenze abbia usate
«> non mi
è giammai riuscito
di ritrovare i
due citati manoscritti,
e che in
oltre il Padre
Donato Calvi, a
cui era nota Y edizione di Cornino Ventura, non ha nella sua
Scena Letteraria dimostrato di sospettare
dell' onestà letteraria
di Gulielmo G.
. Prima di terminare
il presente articolo
dei Bagni di
Trescore, riferirò il
zelante umanissimo Voto, con
il quale Gulielmo
chiude la sua opera
stampata dal Giunti
Faccia Iddio, che la Bergamasca
Repubblica abbia diligente cura
di rimettere nel
primiero loro stato
questi saluberrimi 77
Bagni, che certamente
lo può, e
lo deve fare »
. Faccio io
pure fervidi e sinceri voti, perchè
abbia effetto tutto
ciò che caldamente
raccomanda il G.
; e per
maggiormente incoraggire la
mia Città, ed
i miei Cittadini
a procurare alla patria
un vantaggio così
rimarcabile, vivamente li
supplico a leggere
T erudita ed
elegante latina lettera
di Lodovico Zimalia,
premessa al suo
dottissimo Trattato dei
Bagni di Trescore,
dedicato al suo
magnanimo Mecenate Bartolommeo
Colleoni Capitano Generale
degli Eserciti della
Serenissima Veneta
Repubblica, nella quale
prova con una
evidenza che sorprende,
e che deve
intenerire chiunque senta
amore per la
sua patria, che
quello famosissimo Eroe
deve senza alcun
dubbio essere ugualmente
ammirato, e commendato sì
per le sue
azioni militari, che
per le sue
virtù politiche, a
benefizio «> ed
eterno vantaggio, e
decoro di tutta
la sua amata
nazione Bergamasca .
De Notis Antichrìfli,
senza data, senza luogo,
e senza nome
dello stampatore . Tuttavia
nominerò ancor io
tra le opere
di Gulielmo un
libro con tale
titolo, ritrovandolo registrato
dal Calvi, e
dal Papadopoli suo
copiatore, ma non
dal Frehero, non
dal Bayle, non
dai Maizeaux suo
illustratore, non dal
Merci: lino, non dall'
Eloy, mentre tutti
questi si suppone avessero
molto interesse di
far autore di
un libro Anticattolico
Romano un erudito
e dotto Italiano
siccome era da tutti
considerato il G..
Non però verun
altro Letterato ha
posto nel Catalogo delle
sue opere V
accennato libro • D'
altronde è cosa
più che certa,
che si può
scrivere dei caratteri
dell' Anticristo anche
dalla più religiosa
e zelante penna cattolica
: ed è
certo di più,
che il Calvi,
o non averebbe
registrato un così
fatto libro, o
non averebbe mancato di
scriverne qualche parola
in detestazione del medesimo .
Ma di più
ancora quanto al Papadopoli,
probabilmente questi non
averà nemmeno veduta
quest* opera, essendosi
intieramente riportato al
Padre Calvi, siccome
egli stesso scrive
nella sua storia
dell' Università di
Padova parlando di
Gulielmo G. .
Avendo in oltre
riportati i titoli
delle altre sue
opere senza data,
alterati, e confasinotabilmente, non sarebbe
stato egli il
primo a giudicare
di un libro mai veduto, nò letto
• A me
stesso è accaduta
la medesima sorte y
non solo di
poterlo trovare >
ma neppure di
averne fondata contezza,
per quante ricerche
abbia usate non
sola in Italia,
ma altresì nella
Germania e nell*
Olanda . Sostengo
finalmente, che se
quest* opera esiste,
che io non
credo, o se
fu composta da
Gulielmo G. -,
non doveva essere
tanto malvagia e
perversa, quanto alcuni
senza ragione sospettano
; mentre che
tutte le opere
del G. è
vero che sono
poste nell* indice
de' Libri proibiti
? ma con
la semplice cautela
; Quandiu emendata
non prodieri nt
(92) « Dal
che si è
da presumere che
se questo fosse stato
un libro veramente
Eterodosso, Santa Romana
Chiesa lo avrebbe
posto nella classe
dei libri empj
e malvagi di prima
classe. Confilium de Proe fervanone a
Vcnenis . Gulielmo
G. Aucìore .
Hamburgi Ecco registrate
tutte quelle opere
che mi è
riuscito di raccogliere,
le quali furono composte da
questo dottissimo Medico
e Filosofo :
ora passerò alla
seconda classe delle
opere tradotte e
fatte stampare dal
medesimo . 8o J.
Joannis Braccfchi de
Alchimia, cum propofìtionibus. Idem
argume rirum compendiofa
brevitatc compleclens ex
Italico Aucloris Autographo
in latinum verni
-> et edidit
Gulìelmiù Gratarolas .
Basilea 156*1. in
folio. Apud Henricum
Petri . Non
mi è noto
dove sia stata
stampata la prima volta
questa traduzione; ma
solo ne ho
trovata un' altra
ed zione fatta in
Amburgo Chirurgico rum quorundam
Auclorum Libros Gali
ice fcriptos latine
reddidit ? et
in cap'-ta difiribuit
Gulielmus Gratarolas •
Lugduni . in
8. Apud Gabrielem
Coterium, Classe terza
delle opere d*
altri Scrittori fatte stampare
con prefazioni, note
y e commenti
da Gulielmo G.
. I. Ve
ree Àlchymìce Scriptores
aliquota cum Praefationibus 9 et D celar ationibus colIfgit y
et una edidit
Gulielmus Gratarolas. Basilea?,
apud Henricum Pctri
. in folio
. II. Vetri
Apone njls de Vene ni s
eorumane Remediis, cum
Additionibus GuUdini G. .
Francofurti, apud Joann
ìm Velici . in
8. 8i III.
Hermannl a Ncunare
de novo haclenufque inaudito
Germanice morbo ^pompar*
idcft judatoria febre,
quern vulgo fudorem
Britannicum vócant, libellus
a Gulielmo Gratarolo
editus. Colonia Ncunare era
Conte e Prevosto
della Cattedrale di
Colonia . IV.
Simeonis Riquinii Judicium
do~ clijjimum duabus
epijìolis contentimi de
fiutato r ice Febris
cura t ione editum a
Gu~ lielmo Gratarolo
Medico > et
Philofopìio B ergo
mate . Colonia Schdlerii ^
o come altri
scrivono Sckilfeni de
Pejìe Britannica Commentariolus aureus
a Gulielmo Gratarolo Medico et
Philofopko editus .
Basilea? 1 5
c> 3. Apud
Henricum Petri Alexandri
Benedicii de Pejlilen*
tioe Caujjls s Proe
fervanone > et
auxiliorum Materia Liber
Jingularis : Omnia
ex manufcriptis exemplaribus
auxit y et
illujìravit Gulielmus G.
Medicus 9 et
Pialofophus . Basilea apud Petri .
VII. Correcliones, et
Additiones ad librum
Italicum, falfo tributum
Fallopio 7 infcriptum,
Secreta Fallopii .
Francofurti irfoò. in
folio, e i6"o£. cum
operimi Appendice Guliehni
G. Medici Bcrgomatis.
Girolamo Mercuriali da
Forlì coetaneo del G.,
soprannomato Mercurio e Trimegisto
per la vastissima
sua medica scienza,
nell' erudita opera
: De ratione
dijcendi Mediana/?!, edizione
di Argentina m
proposito dei libri
falsamente attribuiti a
Gabriele Fallopio, racconta
che vi furono
alcuni, i quali
o per malignità,
o per sordido
lucro cacciarono fuori
opere sotto il
nome del Fallopio,
che affatto non
sono sue, come
il libro dei
Secreti . Opere
indegne del suo
maestro, e soltanto
capaci a toglierli quella vera,
e soda gloria,
la quale si
era acquistata presso
i dotti •
Vili. Cenjura et
Additiones in Li*bruni
Alexii Pedemontani, ubi de Quinta
effentia funplici . Per G. Venezia apud Jun£hs Conjìha, et Curationes
variorum doclijfimorum medicorum de sudore anglico a G. edita. Colonia apud
Hofmannum Thaduei Fiorenini, che 1'Alidosio chiama Taddeo Aledrotto et Guliclnù
a Brixia Conjìlia Colonia Apud Hofmannum Per G. Johannis de Kupecijja de
Extratione Quinte ejfentioe omnium rerum prò u fu Medico VENEZIA apud Juntìas
Theatrum Galeni hoc eft univerjlv
medicince a Galeno diffupz fparf inique traduce Promptuarium completimi et in
meliorem ordinem redaclum per Ludovicum Luride llum a G. Medico et PHILOSOPHO editimi
Basilea Apud Petri Hamburgi apud Neumannum et Volfium POMPONAZZI (vedasi) de incantationibus
libri in quibus dijficilUma Capita et QUAESTIONES theologicoe et PHILOSOPHICAE ex
jana orthodoxoe /idei doclrina explicantur et multis rarìs Hijìoriis et
Glojfulis illujlrantur Per G. Medicum et PHILOSOPHVM Bergomatem qui fé
in omnibus canonica scriptum, et Janclorum
Dociorum Judicio submittit Basilea ex officina Henripetrina cum Caeesarea
Majestatis gratia et privilegio. Quesra edizione del saggio deeli Incantesimi
di POMPONAZZI (vedasi) è consagrata da G.a Federico conte palatino con una
nobilissima e giudiziosissima dedicatoria impiegata parte in encomj della virtù
e meriti di quel principe, e parte in difendere l’opera di quel filosofo mantovano,
del quale afferma e sostiene, che è a torto impugnato e perseguitato e che se è
stadio con prudenza e carità trattato, è
riuscito uno deipiù zelanti e forti apologisti
della chiesa cattolica, come riferisce essere avvenuto a GIUSTINO
(vedasi) martire, al grande Agostino, ed a moltissimi altri difensori della
nostra santissima religione. Di fatti POMPONAZZI
per attestato di tutti i filosofi della sua vita muore cattolicamente. Voglio
sperare che POMPONAZZI prima di mandare fuori l’ultimo suo spirito, siasi per
singolare grazia della divina providenza e misericordia ravveduto e pentito –
cfr. H. P. Grice: “Poor A. G. N. Flew, my pupil!” --, e che non persevera nell’a-teismo. Imperocché
tale essere stato Pomponacio Y ho udito spesse fiate a rammentare d’Elideo medico
di Forli chiarissimo ornamento della medica scienza, ed uno de suoi più cari
discepoli. Ho ricopiato questo sentimento dui G. acciocché si conosca quanto
grande fosse Sa sincerità e l’attaccamento
verso la Chiesa Cattolica. Gisberto Voet, o Voezio dotto professore di teologia
e delle lingue orientali a Utrecht, inimico capitale della filosofia e di
Cartesio, parla con molta lode della suddetta edizione, dicendo. G. filosofo italiano,
li di cui saggi vengono coiti mendaci per lo zelo di pietà e di religione che
vi traspirano, e per l’encomj de’quali lo
ricolma Teodoro Beza nelle sue lettere, e pelli suffragj di molti altri
uomini dotti, che lo trattarono nelle suoi saggi stampate in Basilea difende
Pomponacio contro li suoi caluniatori, ed afferma, che termina i suoi giorni
assai piamente. Dalla medesima dedicatoria di G. da esso scritta un anno solo
prima del suo paesaggio all’altra vita si rileva, che già dieci anni innanzi
egli fa stampare e senza che mi è riuscito di sapere in qual parte il saggio De
incantationibus di Pomponacio, perchè così scrive al principe suo mecenate. La
parte di questo saggio che tratta delle cause e degl’effetti naturali, o sia
degl’incantesi- u mi fatta da me stampare sono già più di dieci anni, T
dedicata e spedita all’illustrissimo principe Ottone Enrico elettore di felice memoria,
e S. A, non sdegna
di ringraziarmi con lettere di suo proprio pugno. Mi piacce di nuovamente riportare quanto G. scrive in
quella sua elegante dedicatoria, perchè dalla
premura e zelo d’esso dimostrato sino agl’ultimi periodi della sua vita,
e dall’universale estimazione che hanno sempre costantemente fat-
ta palese in faccia
di tutto il
mondo tanti letterati
del primo ordine,
d* ogni nazio-
ne, e d'
ogni religione, della
dottrina, della probità, e dell'amore del vero, e del giusto,
che ha conservato in tutte le sue operazioni, possa invogliarsi qualche valente
ed erudita penna della sua, e mia patria a tessere, ed in assai miglior modo
ordinare una più compiuta istoria scevra dai difetti, dei quali questa mia pur
troppo è ripiena, di un FILOSOFO j che ha impiegati e consagrati tutti i suoi
talenti, e tutti i momenti de'tuoi
giorni a benefizio e vantaggio della languente umanità, ammaestrando ed
illuminando il mondo tutto con le numerose produzioni del sublime suo ingegno,
trasportando nella lingua più universale moltissime opere in diversi altri
idiomi com- poste da
più dotti e
famosi scrittori ^
ed in fine
illustrando ed arricchindo
di uti- lissimi riflessi e
profittevoli commenti un
numero immenso di
interessanti volumi ^
i quali contengono
ogni genere di
scien- ze e di
cognizioni, siccome ne
forma una evidentissima
prova il copioso
Cata- logo delle sue
opere da me
coordinato, ed esteso .
ANNOTAZIONI (i) Sommario
di antichi Protocolli
esistente nella Pubblica
Libreria della Città
di Bergamo compilati
da Giuseppe Mozzi Ex
libro extimi M.
Civitatis Bergomi .
Àrbore prodotto da!
Nobile Signor Francesco
G. Tanno Sommario
di alitici Protocolli
compilati da Giuseppe
Mozzi . ($)
Creatus fiat Civis
Piligrinus de G.s .
An- no . Die
12. Novemb Ex
Filtia Rclationum, et Registro
Conciliorum Donato Calvi Effemeride Diario del Beretta sotto li 1?. ijh. Papadopoli Hist. Gymnasii
Patavini. Apud Sebastianum Coleri Facciolati Fasti Gymnasii Patavini. Typis
Seminarli apud Ioannem Manfrc Papadopoli Hist. Gym. Pat. Papadopoli Hist. Gym.
Pat. Facciolati Fasti Gym. Pat. Calvi Scena Letteraria. Bergamo per li
Figliuoli di Marcantonio Rossi
Argentorati per Uvendelinum Richelium io. dì) Memini ante annos fexdecim cum
Mediala ni publico in quodam divergono vemociarem nomai aut in/igne nunc non
fuccurrit, sed si Mie ejfe/n, inverti*rem, aique alìquot Mie ut fere semper
Junt in ea ampia civitate, lufores, et miri truffatores ejfent ex Ma ìiominum
fdd, qui tamen sibi aliquid ejfe videi
an-«9tur, quod domefiici urbis
forcnt, cum hojpes mihi lecbum indie a fl et fatis bene flratuin, in (tuia rei
cubiculo, ubi quanto r aia quinque ali) leòli non incornino de parati t aliquis
ilio rum furciferorum feiens quis mihi Uclus efì'et ajfignatus, dunque
cubiculum intrans, nam fere fem-\ :r patent et lodice cum liriteamine Juperiure
detratta, vini frufla fatis magna et tenuja per le cium depofuit a fummo ad
imum inter duo linteamina, putaris me
fine Zumine, incautumque intraturum
lectum, ac vulneratum iri debere, ac ita fé habiturum occasionem cum focijs ri-deridi,
Sed curri more meo prius lumine leclum antequam decumbam colluftrem, facile
fcclus inveni, ac hospiti licet fruftra indicavi: nemo enim fateri voluit sé
fuisse. Certo vero feio me ne per somnium quidem iliorum quenquam l&fiffc: nisi l&dere fit non ludere,
aut perpotare cum talibus, pag. i £ f
., e li 6. Anno isso, menje Majo in Valle
Camunica agri Brixiani, cum effern sub horam Coen a in hospitium pluvia onustus
Ò* equo feffo venissem, ubi plures erant hospiti inservientes semifamuli adolescentes
ccenatus funi fatis y prò loco, laute, Ù* cum fitirem, non peper-ei vino opthno
et potenti, sed cura omnem ebrietatem.
dunque eo vesperi cum quodam equos venales ex Germania puto, vel ex Foro VARRONE
(vedasi) vulgo Vare fio, deducente mercatore, equum meum parvurn cum magno
et iuvenc permutassem, additis aliquot
Coronatis, crurnenarn, ubi non minus coronatis quìnquaginta erant, IU bere, ut
in loco de quo mali quidquam non suspicabar, evagino, Ó* Coronato s UH numero. Parum pò fi itur dormitum. Datur mihi
proprius leclus, famulus hospitis exuit caligas, suppono cervicali ac capiti,
eo tamen vidente, peram: Dormio in utranque aurern, ut ajunt, Ó* profunde,
prater more ni fefjus. Cum in aurora furgendum efi, qu&ro crumenam, non
iuvenio; hospitem clamito, enfemque arripio 9 meque eo nudo in porta fifio;
minitor me neri permiffurum quenquam
egredi, nisi quod meum erat inveniam: erant ibi advenA aliqui. Interea hospes e
lecio furgit, qu il profejfeit, il fé vit reduit a une grande pauvrete, et
ainfi ce fut fa pieté, qui le rendit miserahle dizionario storico della
Medicina. Napoli per Gessari e yo8. Bibliot. Medica Script. Veter. et Recent
Genevae At Petrus Vermillius in hac ipsa vera fapicn- iu fede juvenem
veneno infecit, atque ita injecia tabe
iorrupity ut regressus in paviani sacra omnia despicercty Ó* emendatioris
religionis velamento, qua Lutheranorum, qua Sacramentariorum dogmata ciani
palam disseminaret: ergo in suspicionem G. Bergomi venit cjuratA OrthodoxA
fidei, reusque apud Jacros Qus fitorc s factus, prò- pe in cancreni, quem
utique mcrebatur, conijciendus, fuga sibi confululi, atque inops, et vùfer ad Rhcetos fcccffit
Papadopoli Mihi autem ex Italia supra decem annos, oh ram Da gratta veritatem
et iufiitiam peregrino Faxlt Omnipotens U* jufiifftmus Deus, ut in glorìam
[nani edam fi ita fu& Mtj e fiati vifum fucrh, cas 7 ep etere
poffiumus Ex Officina Henripetrina,
Basilea: Pomponacii de Incantationibus Libr. in. {zG" In quibus diffidi
lima capita, et Qua filone $ TheolcgicA,
Ó* Philofopiiic* ex sana Ortodoxsi fidei
dottrina explicantur, et multis raris hifioriis paffim illufirantur per
auciorem, qui fé in omnibus Canonica Scrittura, Sanftorumque Doc^orum judicio submittit.
Scena Letteraria. Bergamo Effemeride Sacra Profana di Bergamo. Milano per
Francesco Vigone Calvi Scena Letteraria nell’Elogio del G. G. vobis veflram
pacem et concordiam, quodque
docliffimis, et optimis viris, quibus veflra schola abundat, mine edam aecedat
et vere plus, ) Rammenta la sua Professione di Fede diretta prima in forma di
lettera a Melchiorre Voi mar suo Maestro, quindi stampata in lingua latina in
Ginevra T anno 1 rèo. G. PHILOSOPHO Mi G. gradarti tibi habeo prò tua in me benevolentia,
rogoque ut si modo quo fieri pojfit, id
mihi pr&fies, de quo postremis tuis literis ad me scripftfti, ui tempeftive
respondeam. Ab ilio nihil fané metuo, immo cupidissime hanc occacionem
amplecìar, improbi/pimi hominis nomiti aùm appellandi, quod adhuc facere noluì,
ne omnem ci refipifcienù& f petti viderer pr&cludijfe. Veruni hoc
amabo, referibe si quam fecero in mea responsione mentionem, Belli/, Ò* Thcologisi Germanica, 9 Óf* Me se eorum
librorum autorem inficiami, num id poffit ita secure affannare, ut si neccie
fuerit tefiibus etiam, atit idoneis argumentis convinci possit. Nam de re ipsa id est, quin revera libros illos, ac
pr&fertim Prafationent Bcllianam ediderit, non dubito. Sed videndum nobis est,
ut non tantum detegatur iste, veruni etiam convincatur, ut tandem omnes norint qua. fu fancii iftius viri confeien» ùa. Coeterum quia venturus est ad
nos iste qui has literas reddidit, rogo ut ci committas duos ex meis libellis 9
quos apud te habes, nempe Aeschili, Ó* Pindari qu&-dam y sìcut ex titulis
cognosces. Iis vero si adjunxeris tuum illum Pomponacium, et Ccelii librum De
Amplitudine regni Lei gratissimum mihi feceris. Sed et hoc rogo ut mlhi prApes, ncmpc ut perconteris ex Oporino, num
Henricus Stephanus ifihac nuper transiens ab eo accepcrit aliquot Etìlico
rum Græco-Latinorum exemplaria, quo! si
ita esse compereris, vellem, et illud ex Conradi Re*fchìj Viàna refeires, ubi
nani ea reliquerit. Mea enim funi, quod idi affifmare poteris, et commode per
hos ad me afferentur. Quod si nulla acceperit, tum iflì recipiente et ad me perjerent. Vides quo/nodo, et quam
facile opera tua mar. Tu viciffim impera, quìdquid a me prdfiari tuo nomine
peffe credideris, £r te a me pluvimimi diligi, ubi persuade. Genève Apud
Eufiachium Vignon i$7$. Epifl. Era costui Claudio de Santis suo nemico, il e in
certo suo scritto contro il Beza, che si legge nelle Opere del suddetto Beza
gli fece questo rimprovero. Qeneva pedem non audes efferre, ne te quifquis
invcneril, ut alterimi Cain occidat. A questa minaccia, così
rispose il Beza. Et si mihi appofuos a tuis illis et veneficos Calvi. Scena
Letteraria. Hac ego G. Dottor Medicxs, cum ex mea oculata observatione, tum
aliorum Bergomatum Medicorum veterum scriptis, Ó* longa prati, brevita, et non
obscure collegi ad proximi conu modum Cttemrn
mino descriptionem integram Bergo matura Thermarian, quéi a Rhcetia non
plus quam lidia itinere difiant; de his nihil unquam typis excusum :ji, ac spero,
ut antea fuere, in smunirti quoque famosas futuras, pr&fertim, cum pene
occulta earum virvis palam fatta literis cernetur, ni te pigeat Italica
Gcrmanlcis miseere. De Baìneis Omnia qnx extant. Venetiis; apucl Jundks Tum
aliorum Bergomatum Medicorum Veterum scriptis,
Ó* lunga praxi breviter, et non obscu- ì e collegi. Mino deferiptionem integram Bergomatum Thermanim de
quibus nihil unquam typis excusum est. Faxit Deus ut Respublica Bergomatum in
priftinum re fimi bue faluberrima Balnea fedulo cui et, quod tquidem et potest,
et debet. Ludovici Zimalire Bergomènsis Medici Descriptio Balneorum Vallis Transclierii. De Balneis Transcherii
Oppidi Bergomatis cjux extant omnia. Bergomi anno ifSi* Typis Gpmini Ventane
Typographi Index L'brorum Prohibitomm. Roma: 17 il. ex
Typographia Rev, Cam. A post, Pomponatium ante redditum spintus extremi halitum
refìpuiffe ex singulari Dei mi] esattone, nec perni anfuiff e Atheum sperare
volo. G. Medicus Italus ( quem propria scripta
uno volumine in ottavo Basìlea edita, O* tefiimonium Beza in epistolis, et
ut in dedicationc Libelli cuiufdam,
aliorumquc pr&terea dottorum virorum suffragia, quorum fa millantate B a
file a, Ò* alibi
ufus eft, ac pietatis \elo
covnnendant ) cum contra calumniatores tuetur, IT pie prò co tempore vitam cum
morte, commutale scribìt. Voétius: Dlsputat.
Thcolog. Huius libri partati eam> qu& de naturalìbus effettuum
causis, feti de Incantationibus a me alias ante annos decem Adita ni
nuncupaveram, ac miferam II- luftnjfimo
foelicis memoriti Principi
ditoni Henrico eh:
(lori, cuius Celfitudo haud dedignata est literis fuis nu- li ì grati as
agert > loo Neil5
esaminare che ho
fatto tutti i
libri degli Istorici
dell' Università di
Padova per ritrovare qualche notizia intorno alla Vita,
agli Studj, ed agli Scritti di Gulielmo G.,
ed ancora per
rammentare tutti quelli,
i quali nella
medesima furono suoi
Precet- tori, o
suoi Comprofessori, molti
ne ho trovati
spet- tanti alla mia
patria, onde ne
ho trascritti tutti
i loro nomi
dalla istituzione di
quel celebratissimo Studio
sino ai nostri
giorni, ed ho
creduto di fare
co- sa piacevole agli
eruditi miei Concittadini
formarne un Catalogo,
ed aggiungerlo alla
presente Vita di
Gulielmo G., intorno
al quale registro
io non ho
altro da avvertire,
se non che
per la Cronolo-
gia non mi sono
servito di verun
altro Scrittore fuorché
dell' eruditissimo Jacopo
Fa:ciolati nei suoi
Fasti dello Studio
di Padova. CATALOGO DE’RETTORI,
SINDICI, E PUBBLICI PROFESSORI DI PADOVA di nascita o d’origine bergamaschi.
Sago, Rettore Suardo Ret. Prof,
di Legge Barziza. Ret. PROFESSORE
DI FILOSOFIA MORALE Torre Ret.
Prof, di Medicina Avogadro, Prof,
di Legge Piceni. Ret.
Prof, di Teologia, e d'Eloquenza Radici. Prof, di
Legge Barziza. Prof- di Medicina Carrara Agostini Albani Odasi Ragazzoni Regio
Corradino Carrara Marchesi Barziza Carrara Albano Tebaldi Benzoni Albrici. 1
Sebastiano di Bergamo G. Botani Vitalba. Marcantonio Cucchi.
x f li.
Scipione Boselli
Gio.BattistadiMartinengo. 1 yii.BernardinoCardinaleMarfei ijxi.
Ventura Foresti Agazzi Gandino. 1514,
Flavio Querenghi. Francesco Albani
Girolamo Rivola. Gio. Pietro
Giordani . Girolamo Tirabosco Mozzi. Giacomo Salvetti FrancescoVittorio Memoria
Lovere Assonìca. Francesco
Gaioncelli. Monaci. Rct. Prof,
dì Filosofia. Ret.
Prof. di Medicina. Ret.
Prof, di Medicina .
Ret. Prof, di
Medicina, Prof, di
Filosofìa. Prof, d’Eloquenza.
Prof, di Teologia .
Ret. Prof, di
Legge. Ret. Prof,
di Legge. Ret.
Prof. di Medicina. Ret. Prof,
di Legge. Ret. Prof,
di Medicina. Ret.
Prof, di Legge.
Rettore. Prof, di
Legge. Prof, di
Legge. Prof, di
Filosofia. Prof, di
Legge. Ret. Prof,
di Medicina. Prof,
di Legge . Prof,
di Legge. Prof,
di Legge. .
Prof. d'Eloquenza. Prof,
di Medicina. Prof,
di Legge .
Prof, di Medicina.
Prof, di Filosofia Morale. Prof,
di Medicina . PROFESSORE DI FILOSOFIA MORALE Prof, di
Filosofìa Mo« rale, Prof,
di Legge. Prof,
di Medicina. Ret.
Prof, di Legge .
Prof, di Legge.
. Prof, di
Medicina. Prof, di
Legge . Prof, di
Legge. Prof, di
Legge. Prof, di
I-eggc. lei Marcantonio Passeri.
i j 3 i.
Cristoforo Federici. i
f Bernardino Licini.
M51» Domenico Albani
Fini. Alessandro Cannelli.
Paganelli . Paolo Calvi Galeazzo Lano
Gio. Elice Piceni Giovanni Marinoni. Giordano. 1 H
j. Lodovico della
Torre . Gio. Battista Rota G..
Simone Vertova Passeri. i^3^.
Girolamo Lolini Gio. Battista
A migoni. 1 Bravi Olmo Olmo Solza Salandi G. Albani. f
ft Paolo Lanzi. Francesco Cima .
ifyj. Gio* Battista
Manara Mozzi Mozzi Tiraboschi .
Giovanni Terzi. Pietro
Mazzoleni. lyél. Pietro
Alzano. Antonio Cerri. Giulio Passera.
Antonio Zonca .
ij^ì- Niccolò Cologni.
Prof, di Medicina
» Prof, di
Medicina. Prof, di
Medicina. Prof, di
Legge. Prof, di
Legge. Prof, di
Legge* Prof, di
Legge. Prof, di Legge. Prof,
di Chirurgia. Prof,
di Medicina. Prof, di Medicina. Prof,
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di Legge. Ret.
Prof, di Legge.
Prof, di Medicina.
Prof, di Legge.
Prof, di Legge. PROFESSORE DI FILOSOFIA Prof, di
Legge. Prof, di Legge.
Prof, di Medicina.
Prof, di Legge .
Prof, di Legge .
Prof, di Medicina.
Prof, di Medicina.
Ret. Prof, di
Medicina. Prof, di
Medicina. Prof, di
Medicina. Prof, di Legge. Prof,
di Filosofìa. Prof,
di Legge .
Prof, di Legge. Prof, di Teologia.
Prof, di Legge.
Prof, di Legge.
Prof, di Legge.
Prof, di Medicina.
Prof, di Legge.
Prof. di Filosofa Morale. Agostino Mozzi. Mario
Mazzoleni. Benedetto Baselli Bossi Albani Zilioli Agosti Rota Cima
Viscardi. Graziani Ceffis Ceffis. Voipi Fantino Maria
Donati. Volpi. Antonio Terzi Schiavetti. Barca PROFESSORE DI FILOSOFIA e d
Legge . Prof,
di 1 ilosafia.
Prof, di Medicina Sindico Rettore
v Sindico Rettore.
Prof, di Filosofai.
Sindico Rettore. Sindico
Rettore. Sindico Rettore. Prof,
di Logica. Prof, eli
Filosofìa, d' Istoria. Prof, di
Legge. Prof, di
Legge. Prof, di
Eloquenza Sindico Rettore. Prof,
di Anatomia. Prof,
di Legge. Prof,
di Metafisica* Prof!
di Legge. NOI RIFORMATORI DELLO
STUDIO DI PADOVA, XX vendo veduto per la
Fede di -Revisione, ed Approvazione del
P F. Serafino Bonaldi
Inquisitor General del Santo
Ofrizio di Bergamo
nel Libro intitola-
to Della Vita, degli
Studi* e degli
Scritti di Gvlielmo
G. MS, non
vi esser co-
t a alcuna
contro la Santa
Fede Cattolica, e
parimen- ti per attestato
del Segretario Nostro,
niente contro Principi,
e Buoni Costumi,
concediamo Licenza a
Fraiicefco Lo catelli
Stampator di Bergamo,
che possa essere
stampato, osservando gli
ordini in materia
di Stampe, e presentando le
solite Copie alle
Pubbliche Librerie di Venezia, e
di Padova. Dat. li io. Andrea Qverini Riformat. Cav. P. Morosini Riformat. Zaccaria Vallaresso Riformat.
Registrato in Libro a Carte. a, l num.
zooS. Gradcnigo Segr. Nome compiuto: Guglielmo
Grataroli. Gratarolo. Grataroli. Keywords: implicature. Abstract. Grice e
Grataroli. Luigi Speranza. Grataroli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Grataroli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza: GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Grazia: Grice, Grace, e Grazia -- la ragione conversazionale e implicatura
conversazionale -- il principio di benevolenza conversazionale – filosofia
calabrese – la scuola di Mesoraca -- la scuola di Crotone – filosofia crotonese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mesoraca). Abstract. Grice fought for
years about how to qualify conversational benevolence. Is it a desideratum? Is
it an axiom? Is it a principle? Is it an imperative. Grazia just speaks ABOUT
conversational benevolence, without judging much where it features! Keywords:
la benevolenza conversazionale. Filosofo italiano. Mesoraca, Crotone, Calabria.
Grice: “Grazia is important to understand Galileo, whom Italians consider a
philosopher!” Grice: “Grazia also wrote about architecture – a truly
Renaissance man!”. Studia a Napoli
dove venne condotto, dalla natia Calabria, da uno zio dell'ordine dei Teatini.
Si laurea a Napoli. Studia filosofia. Si oppose al Criticismo kantiano e
all'Idealismo hegeliano in nome dell'esperienza. Saggi: Discorso
sull'architettura del teatro, Napoli: Giordano; La scienza umana, Napoli:
Flautina; Logica speculativa (Napoli: Gemelli); “Filosofia: eterodossa ed
ortodossa” (Napoli: Poliorama); “Considerazioni sopra 'l discorso di Galilei
intorno alle cose che stanno su l'acqua, e che in quella si muouono.
All'Illustriss. ed Eccellentiss. Sig. don Carlo Medici (Firenze, Pignonj).
“Della vita e delle opera: Dizionario Biografico degli Italiani. Classe
Appetito; Volere. Condizione di ogni appetito è l'andarsi rinvigorendo con la
reiterazione degli atti fino a rendersi dominante su gl’altri appetiti.
Condizione della volontà è l'andar con l'esercizio acquistando maggior potere
su i moti del corpo sog Classe- Molori primitivi della volontà: Tendenza
istintiva delle nostre forze all'azione; appetito istintivo del piacere nella
sua triplice forma, e avversione al dolore; amor di sè stesso co'tre caratteri
di concentrazione, di reazione, di espansione spontanea. Classe Oggetti
dell'amor proprio diconcen nale, onore esterno. Reazione dell'amor proprio: Emo
sentimento. Espansione spontanea. Benevolenza. Il benessere è certamente
oggetto dell'amor proprio; ma nella classe va distinto dall'amor proprio
l'appetito istintivo del piacere, e l'avversione al dolore. Non è perchè a mi a
mono i stessi, che desideriamo il piacere e fuggiamo il dolore. L'amor proprio
si pronunzia nel cercare I mezzi per procurarci l'uno, e per sottrarci
all'altro, fino a contrastare a tale uopo altri appetiti. L'appetito quindi del
benessere, una delle esigenze dell'amor proprio,é precisamente quel principio,
in cui Stewart ha fatto consistere tutto il nostro amor proprio. Un tale
appetito abituale non è getti al suo comando, come anche su l'attenzione
riflessiva. Seconda condizione dell'appetito è l'essere accompagnato da
piacere, quando è soddisfatto; e da dolore, quando essendo istigato non è
soddisfatto. È questo esclusivamente il piacere e il dolore morale. trazione:
Benessere, dignità. perso IL METODO. Classe Stati diversi dell'appetito:
Desiderio, o contento; godimento, o afflizione, o rammarico; speranza, o
timore; pentiinento; disperazione. zione benevola di riconoscenza; ri
invero irreducibile. Ammettendosi in un essere dolori e piaceri, e
ragione e volontà, esso prevedendo le conseguenze delle sue azioni, non
mancherà di formarsi un piano di condotta per evitare il dolore, per pro
cacciarsi il piacere; e la repressione di altri appetiti entrerà come mezzo in
questo piano. Noi intanto a b biamo notato tra fenomeni irreducibili l'appetito
del benessere a sola mira di esibire intero nella 4. classe
ildominiodell'amorproprio. E lapresenteosserva zione basta a far riguardare con
tutto rigore l'addotto esempio di classificazione. Abbiam già completato il
quadro de' fenomeni pri mitivi del pensiero, distinguendolo in tre categorie
corrispondenti a' fenomeni, Sensazione, Giudizio, Volontà ; e tenendo conto
delle condizioni loro comuni. Pria di progredire nel nostro divisamento, daremo
fine a questo articolo con la seguente generale osservazione. La semplicità di
una classificazione di fenomeni primitivi non si dee giudicare su la classe
suprema. Il numero de' princip jignoti è eguale al numero de' fenomeni distinti
nella totalità della classificazione. Può quindi avvenire, che due
classificazioni sieno nel fondo identiche, mentre si offrono sotto aspetti
assai diversi. Se, per esempio, alla prima classe, che comprende i tre fenomeni
-- sensazione, giudizio, volere – si fosseanche ascritta la memoria, esi fosse
distinta nella riproduzione degli atti mentali, e nel riconosciinento; non si
sarebbe nulla cangiato uel nu Inero de' fenomeni irreducibili. Ciò non dimeno
un tal cangiamento non sarebbe del tutto indifferente .Nella classificazione da
noi preferita i fenomeni della prima classe sono i più differenti di natura. Ma
ciò che si riproduce nella memoria non perde la sua natura primitiva. Le idee
astratte si riproducono nella loro perfetta integrità. Le sensazioni perdono
estremarnente di vivacità al riprodursi nella immaginazione. Niente altro
cangiano di loro condizione primitiva. E lostesso avviene nella riproduzione
delle affezioni morali. La memoria quindi, presa nel suo più ampio significato,
non reca fenomeni di natura differente da que' della sensibilità,
dell'intelletto, e della volontà. Queste ultime facoltà somministrano materiali
fra loro differenti, e la memoria è addetta a ritenerli in deposito. Cosi la
prima classe ha potuto segnalare la prima divisione della scienza ne' tre rami
logica, etica, estetica. Non è certamente questo un vantaggio di allo rilievo,
ma non v'era alcuna ragione per disprezzarlo. Si supponga or che
invece di esibire in più ordinii fenomeni primitivi, si fossero enumerati in
una sola lista, come è costume: sensazione, giudizio, attenzione,
immaginazione, reminiscenza, analisi, sintesi, astrazione, generalizzazione. Il
numero de'fenomeni primitivi potrebbe rimanere lo stesso, ma senza esservi
marcata la dipendenza tra I medesimi. L'attendere è proprio dell'intelletto.
L’immaginazioneè una legge della sensibilità. La reminiscenza o riconoscimento
è un giudizio. L'analisi, la sintesi, l'astrazione, la generalizzazione,
appartengono all'intelletto. Una tale dipendenza è una condizione di più nel
fenomeno: è propriamente una ulteriore parziale riduzione. Così per altro
esempio, se i motori della volontà si enunciassero come segue: Tendenza
istintiva delle nostre forze all'azione; appetito istintivo del piacere;
appetito razionale del benessere; appetito della dignità personale; appetito
dell'onore esterno; emozione benevola di riconoscenza; risentimento;
benevolenza ; si avrebbe completo il numero de' motori primitivi, ma niente
apparirebbe della loro dipendenza. L’enunciazione non darebbe ultimata la loro
riduzione, non si esprimerebbe completo, per quanto a noi si scopre, il sistema
della natura de' fenomeni della volontà. Vedula primordial nelle ricerche della
origine e della reulià della scienza umana. Sula ipotetica origine a priori
delle idee e IL METODO IL METODO VELLA SCIENZA DELLA NATURA. primitivi
..realtà delle conoscenze. delle conoscenze. Si annunziano I principj, trattida
osservazioni parlicolari, su la origine e Classificazione de’ fenomeni
primitive. Riduzione de'fenomeni particolari a' esempio tratto dalla estetica
Classificazione delle scienze nell'ordine logico. Metodo inventivo nelle
scienze nat. Metodo inventivarella scienza delpen Melodo di esposisione nelle
varie. Metodo di esposizione nella scienza del pensiero - poche idee sul metodo
Utilità in ultimar le riduzioni Classificasione delle scienze. ESPERIMENTI DEL
METODO PER LA SCIENZA PRIMA. CORSO PROGRESSIVO DELLA FILOSOFIA PRIMA [cf.
GRICE, LA PRIMA FILOSOFIA], E SUE DEVIAZIONI. Posizioni diverse nella
quistione del Metodo. Esemplare classico del metodo speculativo. Primo
esemplare del metodo di pura osservazione. Deviazioni del metodo nel periodo
sco. Metodo di pura osservazione nella parte psicologica della Filosofia
ortodossa. Progresso della osservazione analitica nella Filosofia, ad onta che
i sistemi: declinassero o al sensualismo, o al’ idealismo. Idealismo
assoluto de’ discepoli di Kant. Declinazione della osservazione analitica, e
rifiuto de’ suoi prodotti precedenti, surrogandovi una supposta percezione
de’.sensi, e una dimessa ma ra soggettività, e per ultimo rivisioni
ontologiche. Sut-nesso detta discorsa Rassegna ci con la seguente.
ESPERIMENTI DELLA FILOSOFIA SPECULATIVA. SULLA LOGICA DI HEGEL. Su
l'identità de’ due contrarii. Le idee fondamentali dell’ intimo senso
Vanno snaturate in ogni panteismo . Su le categorie, e l'Idea assoluta. . vo
nella scienza prima — tende di continuo ad alterare il genuino
valore delle idee fondamentali. SU LA FILOSOFIA SPECULATIVA. SULLA IMPOTENZA
DELLA RAGIONE INDIVIDUALE, SECONDO IL LAMENNAIS. . ="Sv-t5 EINE DI Dio,
DEL cinite, SISI L'ATTO CREATIVO, SECONDO IL Gro- SERIE input » Sul
secondo a della formola. IN. Su Te altre parti della Formola, cioè T Enie
e l'alto creativo. .Sulla Visione delle idee in Dio indipendentemente dalle altre
parti della iu DETTE IEEE SU LE CONDIZIONI DELLA FILOSOFIA.
Sul concetlualismo, perenne caasa delle deviazioni della Filosofia. Hi. Su
i recenti proget di nuova Filosofia OROCO: cs. iu » Influenza della sacks tedesca su la
Filosofia. Sulle più famose obbiezioni prodotte da’ moderni contro la Teologia
naturale. Riassunto degli articoli precedenti e conseguenze per le scuole
d’insegnamento. ÈNTE IN UNIVERSALE, LUME PERENNE DELL'UMANO INTELLETTO, SECONDO
ZL ROSMINI. Su i modi dialettici adoprati da SERBATI nel mostrar conforme al
suo sistema la dottrina insegnata d’AQUINO. Wl, già un anno decorso che uno dei
più profondi filosofi di questa italiana provincia fa da noi dipartila! Niun
periodico della capitale fra i tanti che pur trattano di futilità e di non
nulla, o tutt'al piú di celebrità di teatro, fa alcun motto di lui: il solo Omnibus
annunziandone la grave perdita, promette una biografia dell'estinto: ma tale
promessa insino ad ora non l'abbiamo veduta recare in atto Noi per mera carità
di patria e senza pretenzione letteraria di sorta, diamo questi pochi cenni per
come abbiamo potuti raccogliergli frugando nella nostra memoria. A quella
regione ferace d’eletti ingegni ed in ispecie di grandi filosofi da Pitagora a
GALLUPPI (tralasciando tanti altri illustri nomi) appartenne il nostro FILOSOFO,
avendo avuto i natali verso nell'antica Reazio, oggi Me Ahi sugli estinli
Non sorge fiore ove non sia d'umane Lodi onorato e d'amoroso pianto. soraca, in
Provincia di Calabria ultra 2. Da baronale ed agiata famiglia. Passa l'infanzia
nella terra natale, ima mostrato avendo svegliato ingegno, è pensiero di un suo
zio, religioso dello insigne ordine de'Teatini di condurlo in Napoli per fargli
apparare belle lettere e filosofia appo que 'RR. Padri. Quivi dedicandosi
alacremente a tali studi, ha a con discepolo il famoso ex Generale de Teatini, Ventura,
che se tutti ammirano per non comune facondia, per vasto sapere,per rettitudine
ed illibatezza di costumi, gl’Italiani lo avrebbero a ragione desiderato
continuatore dell'opera progreditrice e liberale da lui cominciata a propugnare.
Con lui G. legossi con tale intima amicizia e scambievole stima, che le m e
morie di quella loro prima età insieme trascorsa, dopo tanto volgere d'anni non
più cancellaronsi, abbenchè pel diverso stato da essi prescelto, vivuto
avessero quasi sempre l'un dall'altro discosti. Escito G. da quelle scuole,
diessi con tutto ardore agli studi severi delle matematiche, non pure tra
lasciando qnelli della FILOSOFIA, pe’ quali monstra inclinazione grandissima. Milita
per qualche tempo nel Genio; ma poscia, smesso il cingolo militare, esercito
professione d'Ingegnere, entrando nel Corpo detto allora de' Ponti e Strade. Si
nell'una che nell'altra carriera adempi lode volmente ai doveri della sua
carica, e procacciossi giusta estimazione. Ed abbenchè per lasua indipendenza
di pensamenti e per la sua modestia, non venisse adoperato come avrebbesi
dovuto, pure quello che in varie pro vincie per suoi elaborati disegni in opere
pubbliche ed in fatto di edifizi vari, venne eseguito, riusci di universale
contentamento, e rivelar seppe la sua valentia, tanto da essere ricercato e
consultato dagli stessi suoi compagni ed emoli nella professione. Ma nel paese
di G. da piú tempo non costruisconsi più quelle opere grandiose da potersi
rivelare il genio artistico di un'architetto; e se pure alcuna fiata qualche
notevole edifizio debbesi costrurre, l'ingegno si rimane fra pastoje; perché
condannato a grame proporzioni di una architettura borghese, od a meschine
economie che sovente lasciano le opere pel volgere di più anni incomplete, ovvero
menate a compimento, ma di gran lunga variate dagli originali disegni. G.,
omettendo i lavori per ponti e strade e smessa ogni altra cura ed applicazione,
si dedica con tutto ardore a quegli STUDI FILOSOFICI che sempre avea mostrato
di molto prediligere. Frutto delle sue lucubrazioni e speculazioni filosofiche
è la grave opera: Saggio sulla realtà della scienza umana; lavoro sapiente e
profondo, che pubblicossi a Napoli e che Silvestri in Milano e Fontana a Torino
voleano ristampato pe’ loro tipi, ma non vedendosi incuorati
da chicchessia a tale pubblicazione, e la stampa tacendo su di un'opera di
tanta mole, ne smisero il pensiero. Non è scopo nostro venire in disquisizione
sul suo sistema filosofico e sulle opere di lui, secondo che ne facciamo qui
menzione, pon sentendoci da tanto, e lasciando a’ profondi pensatori un tale
incarico. Solo diciamo, ch'egli rifuggendo da’ sistemi oltramontani e
dallaservile imitazione, ha tutte leproprietà dell’ITALIANO FILOSOFO, per
quella sua maniera di studiare il mondo esteriore, e per quel pratico senno che
lo conducono dall'esperienza alla induzione, per modo da congiungere sempre
l'osservazione di fatto colla generalità delle idee. In ciò fare egli segue in
gran parte le dottrine del sommo AQUINO (si veda) Aquinate, gloria d’ltalia e
della Chiesa; senza aver letto ancora Opera alcuna di questo santo dottore. Per
caso in confutando talune teoriche dell'altro nostro celebre italiano, SERBATI,
il quale in un luogo delle sue opere iva esponendo molte sentenze d’AQUINO in
conferma de'suoi detti, sorse vaghezza a G. di leggere la somma di esso santo;
e grandissimo è il suo compiacimento in rilevare l'accordo delle loro dottrine
in ciò che concerne il principio di rifuggire da ogni ipotesi speculativa, e di
ricondurre la scienza fondamentale al puro metodo di osservazione; e pieno di
rispetto e di ammirazione pel santo d'AQUINO (si veda), iva seco stesso facendo
le più alte maraviglie del quanto poco abbia progredito la scienza filosofica
in questi u l timi sei secoli. Oltre a molti altri scritti minori, pubblicati
in parecchi giornali specialmente nel Progresso e nel Calabrese, altra grave
sua opera è quella intitolata: Discorsi sulla logica di Hegel e sulla filosofia
speculativa, ove adoprandosi dimostrare l'assurdità di tale Logica, confuta que’
filosofi che han cercato con malizia o senza addarsene d'intede scare la
filosofia italiana. Per chi le opere di G. punto non conosce, riuscendogli
per avventura nuovo un tal nome, potrebbe di leggieri riputare sospetti i
nostri elogi, se non altro, per troppa carità di patria: noi a renderlo
persuaso del contrario, e che anzi, il lodato resta sempre al disotto delle
nostre umili laudazioni, citeremo l'autorità di un giudice assai competente ed
in nulla sospetto, qual'è il celebre Professore di Heidelberg Mittermaier.
Questi nel suo Condizioni d'Italia pubblicato e precisimente nella Lettera di
appendice indiritta al chiaro Mugna, dopo aver parlato delle celebrità
letterarie e scientifiche d'Italia, e mostrando desiderio che le opere
filosofiche degl’italiani fossero meglio studiate dagli stranieri ed in ispecie
da’ suoi connazionali, venendo a parlare di Napoli dice. Il genio della
filosofia napoletana è la copiosa e fina analisi dello spirito umano, sempre
unito a grande dovizia d'idee e ad una tendenza pratica. Ad esso appartengono le
opere di GALLUPPI e di G., peculiarmente l'opera di questo: Saggio sulla realtà
della scienza umana. Esaminando l’A. Gli scritti de’ suoi predecessori, non che
de’ filosofi tedeschi ed entrando in minute particolarità intorno a' vari pensamenti
sulla origine delle idee, seguesi con piacere lo stesso A. nel suo ingegnoso
sviluppo e si ammira la sua fina analisi intorno alla natura delle conoscenze
pure intuitive, e conoscenze dimostrative. Fin qui il Mittermaier. Le parole di
un tant’uomo sono più che sufficienti a testificare sul merito filosofico del
nostro concittadino, ed altre singole illustri testimonianze potremmopurqui
addurre; ma le opere di lui per chi vuole e può leggerle parlano abba stanza. Solo
non vogliamo tralasciare di dire che è in grand'estimazione tenuto da
quell'antico uomo di stato e scienziato profondo il Conte de’ Camaldoli,
Ricciardi, e che il suo grand'emulo
Galluppi (la cui fllosofia è stata in qualche parte di G. confutata
perché non severamente italiana, nè in tutto da lui trovata scevra di straniere
dottrine) richiesto un giorno del suo parere sul Saggio della realtà della scienza
umana, rispose: l'opera procede molto bene, secondo il sistema seguito
dall'autore. E qui di volo ci si permetta domandare a noi stessi: chi raggiun
se piú il vero de' due chiari concittadini nei loro rispettivi sistemi? chi più
possedette geniocreatore? A ciò rispondiamo esser paghi di rilevare in ambidue
il positivo progresso della filosofia appo noi e possiamo riguardarli come
continuatori delle dottrine sviluppate da' due filosofi calabresi TELESIO e
CAMPANELLA che cercano di richiamare la filosofia del secolo decimo settimo a’ suoi
veri principi facendo appello all'esperienza, alla propria ragione ed
all'esatto studio del mondo, quale si offre alla osservazione, e sopratutto
cercando di sceverare la filosofia dalle quisquiglie scolastiche del tempo; per
il che ebbero a sostenere aspra guerra per parte de' loro avversari, seguaci
delle dottrine del LIZIO, più in quanto alla forma che alla sostanza. Or nella
gran serie di sistemi de' filosofi d’Europa, ognuno dei quali nasce per
distruggere l'antecedente, e per essere poi a sua volta distrutto dal
successivo, i sistemi seguiti da' due grandi calabresi, GALLUPPI e G, sono
sistemi italiani, sopratutto quello del secondo, e sopravviveranno a'posteri
assai più, se non c'inganniamo, dell'eccletismo di Francia e del razionalismo
puro di Germania, il quale ultimo sistema argutamente G. chiama: poema
filosofico; abbenchè de' filosofi tedeschi egli fa stima grandissima,
especialmente di Kant, ch'è il primo nella serie di quelli che formano la
moderna scuola, per la mente profonda, vasta e unicamente originale fra tutti i
filosofi di Germania, per maturo giudizio, fervida imaginazione, esottilissimo ingegno
analitico, ma lamenta che il suo genio batté la via dell’eccletismo scettico e
del dommatismo razionale. Ma benché per noi sian grandi tutt'e due i nostri con
cittadini, nondimeno sembra rilevarsi dalle suespresse parole del professore di
Heidelberg che nell'opera, da lui citata e da noi di sopra più volte riferita, la
penetrazione filosofica e la fina analisi del nostro G. abbiano richiamato la
sua attenzione assai più che nol fecero le opere filosofiche di Galluppi.
Eppure questi, sebbene tardi, è almeno ricordato da quel governo, essendo stato
nominato professore di filosofia a Napoli e nella morte di lui furon vi
pubbliche esequie e recitaronsi funebri elogi ma G. vive e muore ignorato, e
non è noto che alla calabra terra, che videlon ascere, ed a qualche singola
celebrità nostrana e straniera. Di chi la colpa? Forse de' tempi? del governo?
o della propria sua indole? Noi crediamo esservi concorse tutte e tre le su indicate
cagioni. Circa il governo cui appartenne G., il merito non è merce cui è andato
per ordinario ed unquemai in traccia; ma nel tempo presente solo il pensarlo è
utopia. E finalmente l'indole di lui rifuggente dallo adulare potenti, dal cercar
mecenati, dal raccomandare o dedicare i suoi scritti a chi chessia, mantenendosi
sempre in dignità Il secolo che corre: e che appellasi posilivo non ha
altri pensieri dominanti che il credito, la borsa, le speculazioni commerciali,
o tutt'al più qualche progresso materiale da solletitare l'ardente brama del
guadagno (peste della società presente) che di continuo lo stringe ed
arrovella; epperò non è secolo che occupar puotesi di filosofia e
modestia, coltivando la scienza per abitudine contratta agli studi severi e per
naturale inclinazione del suo genio inventivo e calcolatore, senza avere
unquemai tenuto scuola (che gli scolari molto influiscono alla fama ed a
rendere popolare il nome de’loro maestri) e menando per conseguenza vita
laboriosa e ritirata; fesi tutte le cosi fatte ragioni che il nome suo rimanesse
ignoto all'universale. Ma qui non possiamo fare a meno di non osservare che in
questa epoca di generale centralizzazione governativa negli stati di reggimento
assoluto sopratutto, ne' quali ė spesso negato a privati di fare puranco il
bene o altra innocentissima cosa, senza previa superiore autorizzazione, o
sovrano beneplacito; ove nullapuossi mandare a stampa senza preventiva revisione
econtro revisione; non rebbe uu richieder troppo da cotali governi se alla
mania di voler lutto sapere ed operare aggiungessero un pò di buona volontà e desiderio
di conoscere le grandi intelligenze, tenerne nota ed applicarle a vantaggio
della nazione. E grata cosa sarebbe riuscita a G., abbenchè dell'indole qui
sopra descritta, e sempre abborrente dalla servitù e dalla vanità, se il
governo in modo qualunque avessegli addimostrato di tenerloin pregio, o
nominandolo professore di filosofia, dopo la morte di Galluppi, non essendovi
in tutto il reame altri che più diluine fosse stato degno, o mostrandogli di pregiarlo
in altra guisa qualunque, ma sempre per moto spontaneo, essendo stata sua
massima indeclinabile che il merito de savesi conoscere volenterosamente
dagli altri, senza sforzo di sorta per parte propria. Sono vi però di momenti
nella vita de' popoli in cui l'opinione pubblica si addimostra regina e
manifestasi con tutta la possibile spontaneità. Un tale momento si è quando G.,
non pure senza brigarlo, ma senza avervinemmeno pensalo, vide il suo nome con
migliaia di voti sortire dalle urne elettorali, qual deputato calabrese nel
Parlamento napoletano. Molto egli si compiacque per tale dimostrazione di stima
e di fiducia da parte dei suoi concittadini; ed accetatone il grave mandato, pieno
di buon volere e di coraggio si parti con gli altri deputati per alla volta
della capitale. Lu singavansi gli elettori suoi nella speranza di vederlo
presto discendere dalle astrattezze filosofiche, alla realtà della vita
politica: ma tanto non avvenné, Equicisi permetta no per poco
talune reminiscenze, riandando un tempo, che già è per i liberali onesti e di
buona fede che credeno alla santità ed alla osservanza di giuramenti e del cui
gran numero fanno parle quasi tuttii liberali delle provincie, tra quali G.,
que' tre primi mesi, con assai più ragione di quello che uno scrittore francese
dice del suo paese furono giorni deliziosi, in cui la generazione nostra conosce
quell'allegrezza, quella speranza, quel non so che si raro nell'umana storia
che ci fa dimentichi del peso della vita. L'avvenire non più
rappresentavasi triste a’ nostri sguardi, scoprivasi un'orizzonte sconosciuto,
tutto è color di rosa, perché credevasi al progresso indefinito dell'umanità, e
al compimento insperato di tutte le promesse della filosofia. Quelle notizie
sempre succedentisi di libertà di popoli, di cessazione di ogni dispotismo e
tirannide in quasi tutta Europa, d'indipendenza ed autonomia di nazioni, eccede
vano l'immaginazione e fanno degl’uomini tanti inna morati viventi in
un'atmosfera inebbrianto. Tempi felici! e che non più ritorneranno perocchè a
tutte quelle nobili aspirazioni (forse perché non provegnenti nella gran
maggioranza da vero disinteressamento, abnegazione e pura virtú) sono troppo
rapidamente succedute le idee finanziarie e di materiali interessi, che stan
materializzando tutti gli spiriti e dimmergendoli in un profondo letargo da impedire
di addarsi della lenta, ma sempreognor crescente propagazione del dispotismo; e
che per sopras sello invece di farei indefinitamente progredire, ci ha fatto, e
ne sta facendo precipitosamente indietreggiare. E cio di passaggio. Ma
ritornando al nostro Vincenzo, egli era uno di quei tanti filosofi che hanno il
coraggio del pensiero e non quello dell'azione. Uomo adusato da tanti
anni а star chiuso nella rocca della sua mente per dare corpo e vita a’suoi
pensamenti filosofici, riputavasi vestito del lusbergo del più saldo proposito:
ma arrivato al contatto della fredda realità, divenne esangue ed impallidi.
Difatto giunto in Napoli, tosto avvidesi del come furono conce I
fatti che vide al primo scio gliersi della
Camera de’ Rappresentanti della nazione, non che nel tempo successivo (da
superare fin ancole sue previsioni e che iscusano la sua condotta inverso chi
volle accagionarlo di timidità) fanno d' allora in poi addive nirlo più
solitario e ritirato di prima. Lui felice! che puo col pensiero allontanarsi
dalla triste realtà che cir condavalo, e vagare tra i nobili e pacifici campi
della filosofia. E verso quel torno che rivedemmo per l'ultima volta G., il quale
ci fa aperto diesser egli tutto applicato al compimento di un lavoro già
concepito quando legge la Somma dell'Aquinate. A questo no megli dichiarammo
francamente il desiderio nostro, e di altri suoi amici ancora, che siccome
dalle sentenze filosofiche scelte dalla Somma presentar volea la Filosofia d’AQUINO,
coll'esame comparativo delle dottrine del nostro secolo; cosi dalla scelta di
tutte le sentenze politiche, di che abbonda quell'aureo libro, ci fa conoscere
la politica di quel santo dottore, in tutto tendente a fare che la suprema
autorità non trasmoda in dispotismo e tirrannide, e che la macchina governativa
è tutta intesa a formare il benessere della gran maggioranza della codute le
improvvisate riforme; col suo sguardo scrutatore s'impossesso della situazione
politica del momento, e misurandone tutta la portata, promise a sé stesso di
non porre piede nell'aula del Parlamento napoletano. e mune Patria;
che simili scritti, soggiugnevamo, potrebbero servire di freno al potere, affinché
ne'suoi atti non degenerasse in forza brutale. Al che il nostro filosofo (cui
sembravagli ancora di sentire il fragore delle artiglierie) mestamente rispose:
L'eloquenza della bocca de'cannoni fa ammutolire ogni lingua, e fa cadere la
penna dalle paralizzate mani. E noi dirimbecco: se il cannone distrugge, la
penna può e sa riedificare. E dunque che il cennato suo lavoro col titolo di: Prospetto
della filosofia ortodossa, venne stampato in Napoli. Fra le molle lodi che
questo saggio ha dalla stampa periodica di diverse parti, sono quelle
tributategli con molto calore dalla perma'osa Civiltà Cattolica connostra
grande maraviglia e satisfazione. Ma la maggior lode che ridondar possa a
vantaggio di G., si è, che per il primo cerca di far rivivere la filosofia
d’AQUINO, e che il suo pensiero è stato poscia seguito dall’università parigina
e da parecchie di Germania. E sua intenzione comporre un'opera d’estetica ed
un'altra d'istituzioni filosofiche, questa sopratutto, per esservene secondo
lui, gran difetto nelle scuole: ma tale divisamento non potè mandare ad
effetto: sono si trovati, è vero, de’ manoscritti nella sua casa, ma forte
temiamo che andranno perduti. Ferale morbo mina da più tempo i suoi giorni, ed egli
vide approssimare il suo fine con la serenità di un fanciullo e con
l'impassibilità di un filosofo e cessa di vivere. E G. di ordinaria statura e
di gracile complessione; di aspetto nobile e dignitoso, ed insieme di tratti
gentili, e cortesi epperò riusce piacevole nella conversazione. Nel suo incesso
vedevasi grave e pensoso come se ruminasse qualcosa col cervello, o talmente e
assorto da suoi filosofici pensieri, da non por mente alle cose esteriori, e da
non addarsi degl’amici che passavangli allato, se questi nol riscuotevano
chiamandolo per nome. Vive sempre celibe. Lascia un'unico nipole, erede de’ suoi
beni, mostrandosi pur generoso nelle ultime dis posizioni verso due suoi
antichi compagni ed i suoi domestici. Or un tant’uomo disparve dalla scena di
questo mondo senza che nemmeno un fiore si fosse sparso sulla sua tomba; senza
che nè pietra pè parola additassero ove han riposo le sue ceneri e ricordassero
il nome di lui agli avvenire! A voi Italiani, che amate gl'illustri figli della
comune sventurata patria nostra, e che vi distinguete per nobili sentimenti di
nazionalità, abbiamo rivolta la nostra parola: inscrivete, per come é debito,
il nome di G. tra quei grandi nomi che passar denno alla Posterità! Tu,
illustre Mittermaier, che nel fare menzione in semplice lettera, de'chiari Italiani,
non potesti fare a meno di non dire parole di lode sul merito filosofico del
nostro eroe: spendine altre poche or ch'ei è trappassato, por vendicare
l'ingiusto silenzio tenuto dal paese ovo naace e muore. E tu, o venerando
P. Ventura, che non mai dimenticasti il tuo condiscepolo, abbenché sempre gran
distanza da lui ti divise, e che forse ignori ch'ei non è più, in rilevare la
sua dipartita, scrivi alcun motto per quell'ingegno sdegnoso di ogni schiavitù
massime se straniera, che co'suoi scritti fè sempre aperta guerra alla
filosofia che non attinge i suoi lumi alle fonti del Cristianesimo, ciò influirà
non poco a farsi che il nome del tuo antico amico sia conto all'universale. Le
nostre rozze e disadorne parole rassembreranno talco o mica in ruvida roccia, ma
le vostre saranno ripetute dagli echi, lontani e renderanno al virtuoso
obbliato, dopo morte quel merito che in vita gli è negato. Sopra un'amena
collina distante una diecina di chilometri dal mar Ionio è situata Mesuraca, paesello
che conta un due migliaia e mezzo di abitanti. Uno scrittore che sognasse, vegliando,
gl'irrevocabili portenti della Magna Grecia, nei ruderi che ingombrano il
vicino monte Matonteo, crederebbe di scorgere gli avanzi di un vetusto tempio,
sacro a Venere; e nel nome tradizionale della montagna non mancherebbe lo
appiglio di ricordare il riso e gl’amori, fidi compagni della vezzosa Dea di Amatunta.
Noi, nella nostra modesta prosa, ci contentiamo a più vicine, e più certe
memorie. Egli adunque contava quindici anni meno del suo illustre compaesano, di
Galluppi, ch'è nato nella stessa
provincia di Catanzaro, in una piccola cittaduzza posta quasi in riva
dell'opposto mare; e, vedi caso, è nato anche lui di casa baronale; sicchè pare
che su lo scorcio del passato se colo lo stemma gentilizio non è così
ostinatamente avverso agli studi In quel paesello appunto, nasce quel G.,
di cui vogliamo esporre la dottrina filosofica. Nasce di casa baronale; ma non
è quel che ci preme; nè pare importasse neppure a lui, che ha il buon senso di
segnare a fronte de'suoi saggi il proprio nome e cognome asciutto asciutto, e
senza nessun prefisso. Ancora lascio, o meglio gli è fatto lasciare il paese
nativo, ed è condotto a Napoli, e quivi chiuso nel collegio di San Carlo alle
mortelle, dove continua a studiare, come sisuole. Tra le poche carte, non
disperse o distrutte, dalle quali ho potuto raccogliere qualche scarsa notizia
della vita di lui, avanza una lettera del rettore di quel collegio, certo Misa,
con cui si raggua gli ava il padre della buona riuscita de' pubblici saggi dati
dai figliuoli di lui. Questa lettera giova non tanto a testimonianza del
profitto; chè un baroncino, si sa, fa sempre bene; e di fatti il buon rettore
si loda non solo di Vincenzo, ma del l'altro fratello Domenico; quanto ad
assodare la data della nascita. Arnoni, che laboriosamente s'ingegna di
scrivere le memorie della Calabria, lo fa nato: se si da pubblici esami, quella
data è dunque sbagliata; e rimane accertata quella che ho trovata scritta io
nel volume su la logica di Hegel, insieme con l'altra concernente la morte di
G.. Il volume appartiene alla famiglia del filosofo, ed io l'ho potuto avere, insieme
con gli altri documenti, perla cortese premura di Serravalle, valoroso
giureconsulto, e caldo promotore della gloria del nostro paese: qualcuno di
casa vi ha registrato certamente quelle due date. Forniti i primi studi, diessi
a coltivare le matematiche, e divenne ingegnere. Il napoletano conquistato
dalle armi francesi, dove allora, per l'imitazione de'conquistatori, correre
dietro al mestiere delle armi. Il nostro G. trovavasi arruolato da sotto-tenente
nel genio, quando con decreto reale comunicatogli da Campre dona nominato
ingegnere aspirante di ponti e strade. L'anno appresso, con decreto, è promosso
ad ingegnere ordinario di seconda classe. Qui i documenti, che abbiamo avuto
sott'occhio, finiscono; nè sappiamo, se, cessato il decennio, e i ritirossi di sua
scelta, o se è licenziato dal Borbone restaurato sul trono. Ci è forza saltare.
La Società Economica di Calabria Ultra 2.a lo propone a socio: la nomina ha
luogo. E lentezza, o si sono incontrati ostacoli? Non si sa, e fa meraviglia, come
di un uomo di vaglia, vissuto tra di noi, s'ignorino tante circostanze, che ci
aiuterebbero a lumeggiarne meglio la figura. Vero è che le abitudini del
filosofo sono molto casalinghe, che dalla famiglia ei vive diviso, che per le
vie raro si fa vedere. E di o mi ricordo, che andato studente a Catanzaro
benchè mi si dicesse che G. è allora, benchè io avessi desiderio di vederlo, non
mi venne mai fatto d'imbattermegli per via. Questa riservata usanza, e'l non
avere mai insegnato, fecerosì, che poco si dilatasse la sua fama, e ch'ei
passasse quasi sconosciuto. Quando Serravalle mandommi le sue carte, credevo di
trovarci copiose notizie, od almeno un frequente carteggio: m'ingannai: corrispondenze
non mantenne, o non conservo; più facilmente però non mantenne, perchè non ci
sarebbe sta ta ragione di conservare alcune lettere, e di distruggere le altre.
Nè ciò provenne, a parer mio, da non curanza,ma da impossibilità; correndo
tempi fieramente avversi ad ogni a c comunamento degli animi, pieni di paure e
di sospetti. Due o tre nomine d’accademie gli vennero, che noi abbiamo
trovate fra le sue carte, con una certa cura custodite: una, a socio onorario
della Valentini di Napoli, che ha a protettore il conte di Siracusa. Una
seconda, a socio corrispondente de' peloritani. Una terza, più tarda, ma non
più celebre, a socio onorario della R. Società Economica di Cosenza, sotto la
data Ecco gli scarsi onori fatti ad uomo meritevole di maggior fama!
Mittermaier, di Heidelberg, scrive intanto a Mugna, che aveva voltato in
italiano il suo saggio sulle condizioni d'Italia, quest'onore vole giudizio sul
nostro filosofo, Il genio della filosofia napoletana è la copiosa e fina
analisi dello spirito umano, sempre unita a grande dovizia d'idee e ad una
tendenza pratica. Qui appartengono le opere di Galluppi, e di G. peculiarmente
l'ultima di questo. Esaminando l'autore i saggi de'suoi predecessori, anche de
filosofi tedeschi, ed entrando in minute particolarità, intorno a'varî
pensamenti sul l'origine delle idee, seguesi con piacere nel suo ingegnoso
sviluppo,e si ammira la sua fina analisi intorno alla natura delle conoscenze
pure e cono scenze dimostrative. Così scrive il giureconsulto tedesco. L'opera di
G., a cui egli allude, e che preferisce a quelle dello stesso Galluppi, e
appunto il Saggio su la realtà della scienza umana, Napoli. Della importanza di
quest'opera, e della mira che l'autore vi si prefisse, discorreremo ampiamente:
per ora giova avvertire, che gli stranieri leggeno ed ammirano un saggio che
gl’italiani quasi ignoravano, e che i contemporanei, per non far torto ai loro
maggiori, continuano ad ignorare. Escludo da questo numero Ferri, che nel suo saggio
sulla storia della filosofia in Italia lo riporta nel catalogo dei libri
filosofici (degnazione non piccola); guardandosi, ben inteso, di accennarne
almeno lo scopo. Forse non lo ha letto. G. passa il più del suo tempo a Napoli,
dove Galluppi tene la cattedra di filosofia ed attira a sè i italiani si per
l'insegnamento vivo, come per la popolarità de'suoi elementi. A G. mancal'una
cosa e l'altra, perciò non gli riuscì di avere seguaci. E che desiderasse
farsene, l'ho raccolto da una lettera che gli scrive Zaccaro. Nel saggio
medesimo da lui pubblicato le allusioni a Galluppi sono frequenti; ma velate, e
senza citarlo di nome. La fama del suo illustre concittadino turba i suoi
sonni; ma all'emulazione non simesce nessun senso d'invidia, e molto meno
obblique arti per soppiantarlo. Tulelli anzi mi ha raccontato, che, vacando per
la morte di Galluppi la cattedra, a G. non sarebbe stato difficile ottenerla, se
l'avesse chiesta. Mostratagli questa agevolezza, ei ricusa di chiederla, benchè
la desiderasse, e non lo nascondesse: offerta l'avrebbe accettata; ma il governo
napoletano par che non lo vedesse di buon occhio. G., intanto, al pari del Galluppi
si è tenuto appartato, nè si era mescolato nei rivolgimenti politici: entrambi,
per usare una frase del Bonnet, s'erano fabbricato un ritiro dentro il proprio
cervello. Galluppi vede le stragi, gli spergiuri, ed continua tranquillo le sue
meditazioni: pubblica, in mezzo a que rimescolio, i suoi elementi di
filosofia. G. non avrebbe potuto prender parte ai casi; avrebbe potuto, ma nol
fa: la filosofia civile e battagliera e finita col patibolo di PAGANO; da indi
in poi, nel mezzogiorno d'Italia, prevalsero le speculazioni solitarie fatte ne'penetrali
della coscienza subbiettiva. GIOIA (si veda) e Romagnosi scontano nello
Spielberg il delitto di aver applicato l'ingegno alla statistica, ed al dritto
pubblico: nel Napoletano i filosofi sono esclusivamente psicologi. Non so se
bisogna far eccezione per quel Borrelli, che, sotto lo pseudonimo di Pirro. Trovavasi
G. avanti negli anni, dedito agli studi filosofici, stimato, se non celebre;
adatto adunque a rappresentare decorosamente alla camera la sua provincia. Pare
che questi numeri gli meritassero i suffragî degl’elettori politici, ed egli
riuscì eletto con molti voti, terzo fra i nove deputati di Catanzaro. L'esito
gli è comunicato dal presidente Larussa, valoroso giureconsulto, e scelto deputato
anche lui, con queste parole: Tal verbale, nell'essere il mandato legale de
poteri a Lei conferiti, è in pari tempo la testimonianza più luminosa delle Sue
eminenti virtù. G. però non fa a tempo di saggiarsi nella vita politica. La
mala fede del principe aiutata dalla inesperienza politica del popolo
insanguina le vie di Napoli e sgomenta naturalmente l'animo di chi è fatto per
la quiete dello scrittoio, anzi che pei clamori e per le zuffe delle piazze. G.,
senza infamia e senza lode, torna agl i studi. Lallebasque, scrive a Lugano la genealogia
del pensiero, e che quivi pare balestrato da contrario e prepotente destino.
Dopo la morte di Galluppi, contro la cui filosofiaa veva assiduamente
armeggiato nel saggio, è nel mezzo dì in valsa quella di Rosmini e di Gioberti,
ed, oltre a queste italiane, quella straniera d’Hegel: i due ultimi filosofi hanno
principalmente il sopravvento. Ciò da molestia a lui, costante e schietto
sostenitore della FILOSOFIA DELLA SPERIENZA. Se gli è parsa incauta e
sdrucciolevole quella che ROVERE (si veda) chiama la riservatissima filosofia di
Galluppi, è da immaginare quanti pericoli non temesse dalle ardite sintesi di Gioberti
e Hegel. In un volume raccolse adunque le critiche di questi sistemi, e di
quello di Lamennais, e pubblicollo. Pur lodando l'impresa di G., Padula
non gli dissimula però che la critica fatta d’Hegel e di GIOBERTI è scarsa al
bisogno: insta, che ci torna sopra, e che raddoppiasse i colpi; sollecita da
ultimo il filosofo a pubblicare la filosofia del pensiero, opera da G. dovuta accennare come in via di esser
composta. Quest'opera però non venne, nè la critica contro a Hegel ed al
Gioberti è rinforzata: venne bensì fuora il prospetto di filosofia ortodossa.
L'autore fin dalle prime mosse è dovuto parere sospetto di sensualismo, e
quindi pericoloso alle credenze religiose: a lui l'appunto rincrebbe, e si risolse
di scagionarsene. Divisa quindi invocare a soccorso la filosofia d’AQUINO,
valido usbergo a proteggerlo dai colpi frateschi, ed amettere in salvo la
pericolante ortodossia. Il prospetto, invero, piacque al clero napoletano, piacque
ai gesuiti; rassicura l'autore medesimo, che dove sentirsi in disagio. Padula, il
solo, credo, che leggesse allora i saggi di G. in Calabria, gli batte le mani
da Acri, suo paese nativo. Le lettere del Padula G. conserva; gradito applauso
in tanto silenzio. Padula però gli dipingeva il trionfo delle idee giobertiane
appresso i calabresi, ed in una lettera da Acri, gli scrive, non senza un certo
sgomento, così, Sia comunque, l'epopea giobertiana ha sedotto molti lettori; ed
io invano mi vado adoperando a disingannarli. Altro frutto non colsi, che di
essere chiamato bestia. A tergo di una lettera del Padula c'è una bozza di
risposta dove G. racconta le liete, e non sose oneste, accoglienze fatte al suo
ultimo saggio da Sanseverino. Ricopio le sue medesime parole, Oltre l'articolo
inserito nella Civiltà Cattolica, al quale accenna la sua pregiatissima
lettera, un altro forse se ne pubblica nel Periodico la Scienza e la Fede. E parmi
che anche il clero napolitano ha accolto con favore il mio piccolo lavoro; il che
io debbo precipuamente alla imparzialità e dottrina di Sanseverino, professore
di filosofia a Napoli, il quale ha una meritata riputazione presso il clero
anzi detto. È ben sì indipendente data l favorevole opinione il suffragio de'
redattori della Civiltà cattolica. Ho detto di dubitare, che queste accoglienze
sono oneste, quanto sono liete. Il clero napoletano allora, e i gesuiti
specialmente mirano ascalzare la filosofia di GIOBERTI, a denigrarla, ametterla
in mala voce. Gioberti filosofo non e forse la secreta n:ira de'loro strali: tirano
al filosofo per colpire l'uomo politico: guerreggiano la costui filosofia per
vilipendere quel senso d'italianità che traspirava da tutte le pagine
dell'illustre torinese. In quella che Padula aveva chiama l'epopea giobertiana,
la filosofia non e se non un episodio solo; e se gran parte d’italiani corse
dietro ai pensamenti di Gioberti, vi cor eso spinta da quel caldo
patriottismo, onde il filosofo sa ravvivarli. Gl’italiani hanno più sicuro, che
non gl’uomini fatti, il presentimento dell'avvenire. I gesuiti se ne sono
accorti, e festeggiano l'opera di G., perchè vi trovano un poderoso aiuto. Non
dico che G. sospetta le riposte intenzioni de'suoi lo datori; egli accetta la
lode, perché la crede di buona fede. Nell'annunzio che ne dà a Padula, e che
noi abbiamo ri ferito, c'è la ingenuità, e direi quasi il candore di un
fanciullo che non ha pratica del mondo. Ecco ora l'intonazione dell'articolo
della Civiltà cattolica: ne cito solo il primo periodo: ex ungue leonem. Lode
al cielo! Mentre tanti italianissimi fanno di tutto per intedescare la
filosofia italiana, intenebrandola colle larve di quell'assoluto che sfuma nel
vacuo del possibile, e colla nullità di una logica che teorizza la
contraddizione, sorge all'estremità d'Italia, nella patria degli Archita, dei
Zenoni, dei Campanella, dei Galluppi un ingegno sdegnoso di tale
schiavitù, che tenta richiamare gl’italiani a pensamenti meno aerei spezzando
gl’idoli adorati oggi dì dalla filosofia eterodossa, e congiungendo
l'osservazione di fatto colla generalità delle idee. Qui la frecciata va agli
hegeliani; e'l contrapposto fra italianissimi e tedescanti non puo essere più
abilmente, o più gesuiticamente messo in rilievo: non basta però a colorire
intero il disegno dell'articolista, ed ecco un 'altra frecciata, che mira più
addentro. Oh questo sì, che potrà dirsi un vero rinnovamento di filosofia italica!
e ne gode l'animo di poter vaticinare alch. A. esito migliore e maggior
riconoscenza per parte dei suoi concittadini, di quella che sperar possono
certi rinnovamenti di filosofia italica, i quali tentano di ri-suscitare i
sogni di Pitagora e di Zenone per fingersi italiani, mentre in verità altro non
sono che triste imitazioni del protestantesimo tedesco, o dell'eccletismo
francese. Mentre costoro per dare lo scambio a gl’italiani vanno nella Magna Grecia
ad invocare la Pitonessa, perchè risusciti dalla tomba i profeti del
paganesimo, all'estremità della magna Grecia presso la calla del cattolico GALLUPPI
la provvidenza fa sorgere un ingegno singolare, che passando dalla milizia alla
scuola sembra con trapporsi al Renato, che abbandona la milizia per combattere
la scuola. Fin qui il gesuita. Ordunque, notoio, quando si vuol filosofare alla
tedesca, l'Italia è la patria degl’ARCHITA DI TARANTO e di ZENONE DI VELIA, e non istà bene curvarsi
a gioghi stranieri: quando poi si risale a Pitagora, ch'e stato modello ad Archita,
ed allo stesso Zenone da voi indicato, ecco che questi diventano a un tratto
profeti del paganesimo. Potremo sapere a quali filosofi bisogna ricorrere per
aver il vostro pieno beneplacito, padre reverendo? La lettura della bella
sua opera mi fa sentire anche più la perdita che io ho fatta; e che sarebbe per
me irreparabile se non mi riuscisse di vederla nelle poche ore che passerò in
Napoli prima di ripartire per Roma. Se in tale occasione potessi ricevere l'onore
di una sua visita, mi stimere i felice di conoscere il ristoratore della
filosofia ortodossa. Mi son fermato su questi giudizî, perchè qualcuno ne ave
va indotto, aver G. nel suo saggio cangiato via, ed essersi accostato ad
AQUINO. G., qui come nel saggio, rimane saldo nella sua DOTTRINA SPERIMENTALE:
se di fetto v'ha in lui, è la ripetizione quasi puntuale delle medesime idee, e
delle medesime parole stemperata in molti volumi; ma cangiamenti non glisi possono
imputare. Quel che si trova dippiù nel prospetto di filosofia ortodossa è lo
sforzo di far parere tomistica la sua filosofia. Perchè ciò gli premesse, non
indovino: e per tranquillità della propria co scienza? e per capacitare gli
altri? e per aver dalla sua il clero, e col mezzo di questa cooperazione
diffondere la sua dottrina? nol saprei dire: certo la sua filosofia rimane
quasi sconosciuta, nè le lodi del clero napoletano e de'gesuiti le valsero
allora, e forse le nocquero più tardi: successe di lei ciò ch'era succeduto di
un teatro da lui disegnato, e costruito a Cosenza; il quale e disfatto per
impiantarvi un collegio di gesuiti. Ma lasciamolo là il gesuita, che non
siaccorge, quanto la filosofia di G. possa arrecar di nocumento alla sua fede: il
critico non va a cercare tanto per lo sottile, e si appaga dell'autorità d’AQUINO,e
del titolo del saggio: più in là non vede. Nè più in là vidi Taparelli, contutta
la fama di dotto, perchè in una lettera scritta al nostro G. da Sorrento lo
saluta, senz'altro, ristoratore della filosofia ortodossa. G., saputolo a
Napoli, e stato a fargli visita: non lo ha trovato, e di Taparelli,
informatone, gli scrive così. Merita egli quest'obblio? Certo che no; e
noi ci studieremo di dimostrarlo, facendo una rapida esposizione delle sue
dottrine contenute ne'saggi finora accennati. E prima di tutto: quali sono le condizioni
filosofiche delle provincie meridionali, quando egli dassi a filosofare? Quale
fine si propose egli? Quali mezzi aveva sotto mano? Queste notizie sono
indispensabili per valutare equamente il risulta to delle sue ricerche. G. ha una
coltura matematica; e, come porta questa coltura, il suo spirito ne ha attinto
un bisogno di dimostrazioni rigorose, ed un'avversione alle conclusioni
frettolose, ed alle sintesi arrischiate. Da parecchie testimonianze si
raccoglie, ch'ei diessi alla filosofia molto, quando già la fantasia è manco
vivace purne gl’uomini che più ne abbondano. E l'educazione adunque e l'età lo
attirano per quella via piana e sicura, dove un pie de va innanzi l'altro,
senza intoppi, e senza bisogno di salti. Quando all'incirca ei simise a filosofare,
Galluppi lastrica quella via, ed additatala
ai suoi con cittadini. LA FILOSOFIA SPERIMENTALE e in voga. È in voga, male sta
sempre di fronte, temuta avver saria, quella filosofia che rivendica
all'attività dello spirito un'attività produttrice ed indipendente, benchè
sotto varie forme. Locke combatte l'innatismo cartesiano, ma e stato alla sua
volta combattuto da Leibniz: l'Innatismo ricompariva sotto altro aspetto. Non
dico giàche le figure siano bell'e disegnate nel marmo, dice Leibniz; ma il
marmo non è però liscio e schietto, c'èuna certa venatura, che messa in risalto
si accosta assai alle linee che ti occorrono a figurarle. Bonnot di G.
muore a Napoli, quasi ignorato. E attorno ad altri saggi, fra i quali
un’estetica, e le Istituzioni di filosofia. Ma di questi manoscritti forse lasciati
a Napoli non si è potuto avere nessuna notizia. Condillac ripiglia
l'impresa del filosofo di Wrington, e non contento di divolgarlo tale quale,
come fa Voltaire, lo semplifica, lo facilita, sicchè la sola sensazione fa a
lui quell'ufficio, pel quale al Locke sono occorsi due coefficienti: la
riflessione del filosofo inglese era sbandita come soverchia. Condillac ha,
come suole succedere, cominciato con ricalcare fedelmente le orme di Locke, poi
aveva rifatto a modo suo: e la sua semplicità maravigliosa piacque in Francia
più della circospetta indagine del filosofo inglese. Onde, morto lui, il suo
filosofare continua, interrotto appena dallo strepito della rivoluzione, che
tenne dietro alla sua morte. Cessato, difatti, il terrore, l'anno appresso i
condillachiani ri-apparvero padroni del campo filosofico, e debbero in mano la
scuola normale, e l'istituto, che allora sorge per decreto della convenzione
attuato dal direttorio. Questo gruppo detto degl'ideologi conta nomi celebri:
Cabani s il fisiologo della scuola, Tracy l'ideologo propriamente detto,Volney
il moralista, Garat professore alla scuola normale e difensore del sistema; e
poi con loro altri che dipoi deviarono, chi più chi meno, ma che allora stano
per la medesima dottrina. Biran, Gerando, La Romiguière. Nel decennio corso fra
la cessazione del terrore e la fondazione dell'impero questo gruppo di
valent’uomini si aduna nei giardini di Auteuil, e l'amicizia degl’animi
siaccoppia ne'loro convegni alla concordia delle dottrine. Sotto l'Impero, il
cielo per loro si annuvolo. Tutti sanno il dispregio in cui il primo Napoleone
tene l'I deologia; non tutti ne sanno il motivo. Napoleone non l'odia tanto
come dottrina, quanto come partito. Cabanis, Volney, Garat, DeTracy, che hanno
visto di buon occhio il Nettuno che placa le onde tempestose della rivoluzione,
non sono più contenti, quando lo videro troneggiare da Giove. Gli tennero il
broncio, ed ei si vendica nel rimpastare l'istituto, scartando la sezione
delle scienze morali, e destituendo l'ideologia, secondo la frase di Damiron.
Villemain racconta gli scoppi della collera napoleonica contro quegl'innocenti
ideologhi, che poi non lameritavano davvero. All'ideologia Napoleone imputa di
scandagliare le fondamenta dello stato col fine di scalzarle. Vera o falsa che
fosse l'accusa, l'ideologia ne scapitd, almeno perdendo la veste di filosofia
ufficiale, e lo spiritualismo, che ne spia le mosse, la soppianto nella scuola
normale, dove Collard l'introduce. Seguace del keid, questo eloquente filosofo
sa vincere la preoccupazione invalsa, che filosofare liberamente non si potesse
fuori dell’ideologia; e che quindi o bisogna accettare lo spirito teologico del
De Maistre, o schierarsi tra gl'ideologi con a capo Tracy. Con Collard
l'alternativa e evitata, ed inaugurata la nuova scuola filosofica della
Francia, quella ch'è stata da indi in poi sempre al potere con Cousin, con
Rémusat, con Barthélémy de Saint Hilaire, con Waddington, con Simon. In ITALIA
lo spiritualismo, rinfiancato dall'eccletismo cousinjano, benchè tradotto dal
Galluppi, non fa fortuna. Gl’italiani o tennero la via degl'ideologi, o se ne
scostarono per ben altra filosofia, che non fosse l'eccletismo. Più che la
filosofia del senso comune proposta da Reid per fronteggiare lo scetticismo di
Hume, ed accettata da Royer-Collard per combattere l'ideologia, diè da pensare
agl'Italiani la filosofia trascendentale di Kant. Galluppi se ne mostra
profondo conoscitore fin da quando incomincia la pubblicazione del saggio su la
conoscenza umana; sebbene avesse dovuto studiarla nelle scarse esposizioni di Villers.
Più tardi soltanto, traduce la Critica Mantovani; ma Lallebasque e in grado di
STUDIARLA SULL’ORIGINALE, come dimostra di saper fare nella esposizione che ne
dà nella sua Introduzione alla filosofia del pensiero: caso degno di nota per
quel tempo, quando nè la lingua, né la filosofia tedesca sono divolgate, come
oggidì, non dico in Italia, ma neppure nella rimanente Europa. Le due vie
aperte, da indiin quà, sono adunque, almeno per noi, queste due: il SENSISMO ed
il criticismo. Tra queste cerca di aprirsi un varco intermedio Galluppi; al
sensismo propende Borrelli, al criticismo Colecchi. Borrelli scrive e stampa a
Lugano, quasi contemporaneamente a Galluppi, ch'ei conosce però soltanto di
nome. Colecchi insegna pure in quel torno, ma le sue questioni filosofiche non
sono pubblicate, se non piu tardi. Che G. non quindi conosce gli scritti di
Colecchi, è certo; di Borrelli si può dubitare, benchè a certi segni, che
appresso additeremo, si possa credere di averne avuto sott'occhio le opere.
Indubitato è però che siasi formato su Galluppi, e che siasi prefisso di
camminare su la via dischiusa dal suo gran concittadino, evitando gli
sviamenti, in cui l'altro era incorso, e tirando più dritto alla meta. Più
dritto e difilato procedette in realtà; ma verso dove? Parve a G. che Galluppi,
scambio di fondare LA FILOSOFIA DELLA SPERIENZA, come si era proposto, per
incaute concessioni al kantismo, e finito con darsegli in preda. Cotesto
sviamento ei combatté a tutt'oltranza ne'primi saggi, come nell'ultimo; prima copertamente,
e senza pronunziar ne il nome, poi alla svelata. Onde a me non piccola sorpresa
ha cagionato il giudizio di certi nostri storici e critici ad orecchio, i quali
confondono Galluppi con G., come se professassero la medesima dottrina. Capisco
che il titolo, comune ad entrambi, di FILOSOFIA SPERIMENTALE, ha potuto trarre
in errore i prelo dati giudici; ecompatirei lo sbaglio, s'ei fossero
dilettanti; ma è da condannare severamente in loro, che si danno l'aria di
scrivere storie e critiche, senza leggere neppure i saggi istoriati e
criticati. Tornoora a G.. Per dimostrare il processo storico de'due
opposti avviamenti, ei ricorre alla sorgiva: rifà quindi la storia de sistemi
filosofici moderni, ed ammaestrato dagl’errori altrui ripropone il problema, e
si accinge a risolverlo. Anche qui l'influenza di Galluppi è manifesta, avendo
questi pel primo rimesso in onore appresso di noi la storia della filosofia, e
dato il più lucido esempio d'innestare le ricerche proprie con le indagini fatte
prima da altri sul medesimo soggetto. G tuttavia ritesse la medesima storia con
altro intendimento; perciò la sua non è ripetizione di quella fatta da
Galluppi, e vale il pregio di essere esposta e conosciuta in disparte. La
filosofia per G. si aggira sul problema della scienza umana, nè più né meno,che
per Galluppi: il titolo delle due opere capitali scritte dai due filosofi
calabresi accusa la medesima intenzione. Il Galluppi scrive il saggio
filosofico sulla critica della conoscenza; G., il saggio su la realtà della
scienza umana . Questa similitudine ha tratto in errore alcuni storiografi da
frontispizî, perchè dalla intestazionesono corsi,senz'altro, ad asserire che
Galluppi e G. professanol a medesima dottrina. Se non che, questa volta l'hanno
sbagliata; chè se il problema è lo stesso in entrambi, la solu zione è diversa
non solo,ma opposta. G scrive col manifesto divisamento di combattere la
soluzione gallup piana. Già nella stessa intestazione il filosofo di Mesuraca
accenna a questo punto capitale del suo saggio, ch'è la real tà della
scienza,compromessa,a parer suo, dalla spiegazione accettata dal filosofo di
Tropea. Ma seguiamo ilprocesso storico delproblema,com'è espo sto da G.
Galluppi aveva dato l'esempio di accoppiare alla sua Ancora non gli eran potute
essere note le tre epoche distinte da Comte, che par di non aver conosciuto n e
p pure dopo, e già egli tripartiscela storia della filosofia, a un di
presso,con un criterio analogo a quello del filosofo francese. Nella prima
epoca la ragione, baldanzosa per inesperta filosofia, silibra a volo,e tenta
costruzioni metafisiche, tenendo scarsissimo conto della scienza principale, e
facendo ne quasi un'appendice delle sue fantastiche cosmogonie. Nella
seconda,ella piglia per verità le mosse dal proble ma del conoscere; matostolo
abbandona, sedottadallame tafisica. Nella terza, la ragione rinsavita si
propone chiaro il suo cômpito, ed'altronon sibriga; se non che, pur nelle
soluzioni del problema conoscitivo, di quando in quando, fa capo lino il
razionalismo. Insomma l'esosa metafisica, lo scapestrato razionalismo sono per
G. il vero ostacolo, che non lascia passar la vera scienza per la sua via. Alle
tre epoche egli assegna questi intervalli di tempo:la prima si stende dai primi
abbozzi ionici fino a Socrate, il fondatore della definizione, e
de'ragionamenti d'induzione; la seconda da Platone e da Aristotele corre fino a
Locke; in terrotta qua e là dai tentativi di GALILEI, di Bacone, e
CARTESIO; la terza dura ancora, e dè nel meglio delle sue conquiste. 16-
dottrina la genesi storica del problema da lui riproposto; e sirifàda Cartesio
a questa parte, da Cartesio che per lui è il padre della filosofia moderna. G.
risale più in su, fino ai primordî della filosofia greca, senza perder d'occhio
però il problema della scienza. Il suo criterio storico è semplicissimo: v'è
due filosofie, una che ritiene l'osservazione de'sensi,un'altra che l'impugna;e
quest'ultima, comechè si argomenti di ricostruire la impugnata testimonianza,
merita sempre il nome di razionalismo. È mestieri, dice G., distaccar del tutto
le metafisiche speculazioni dalla scienza del pensiero, per forzar la ragione
al metodo di pura osservazione. La ragione, secondo lui, ha una tendenza
precisamente contraria; ingegnandosi di rimenare all'ordine a priori quel che
trovasi dato da induzione. È necessario adunque che la filosofia n e infreni l'
impeto, e ne moderi la foga; e, per non esservi riuscita ancora, la metafisica
è rimasta stazionaria, piena zeppa di ambiziose vedute, non avvalorate
da'fatti. Positivo progresso della filosofia d'oggi dì è quello di essersi
ridotte le ricerche metafisiche, che untempo formava no la sterile ricchezza
degli scritti filosofici. La stessa avversione ha G per lo spirito teologico.
L'intervento divino nella spiegazione de'fenomeni na turali vale quanto la
macchina nello scioglimento del nodo diuna tragedia. Perocchè è ben facile
espediente ilriporta re ad una causa sovrannaturale quegli effetti, che non siè
saputo ricondurre alle cause naturali. Soggiunge innota una riserva, èvero;
dichiara di non voler impugnare i miracoli: il punto principale non è mensaldo
però, l'esclusione loro dalla scienza. Qui G., sia che lo conoscesse, o che
s'incontras se con Comte, si mostra cosi aperto avversario dell'intervento
divino, come delle ipotesi metafisiche: teologia, e razionalismo sviano dalla
vera scienza. Il tradizionale metodo della filosofia telesiana rivive dopo tre
secoli in G.: fondamento della scienza è la sola osservazione; e nondimeno
riserva di ossequio verso l'autorità religiosa, da parte degli autori. G.
rivolge ai fenomeni del pensiero quella osservazione, che TELESIO aveva rivolto
a'fenomeni naturali. Il metodo ch'ei si traccia, e che si studia di seguire, è
il seguente: osservare i fenomeni primitivi, ridurli fino agli elementi
irreducibili. La filosofia intellettuale, ei dice, dopo aver riconosciuto i
fatti attuali di coscienza dee saggiar di risalire di riduzione in riduzione al
fatto primitivo, alla pura veduta intellet Quali sono i fenomeni primitivi del
pensiero a cui si ferma? Sono tre, la sensazione, il giudizio, il volere;
quindi tre parti principali della filosofia, estetica, logica, etica. Lasciando
di vedere se questi tre sono proprio i fenomeni irreducibili, certo è però che
il metodo da lui seguito è precisamente quello tenuto dalle scienze esatte.
L'autore non dissimula il bisogno da lui sentito di applicare alla filosofia il
metodo delle matematiche, alle quali s'era da prima ad detto, e dal cui studio
deriva in gran parte il riscontro che si può scorgere tra la sua filosofia e
quella che nel torno medesimo si coltivava in Francia sotto il nome di
filosofia positiva. Eppure, esclama G., non v'è chi passando dalla evidenza
delle matematiche alle ricerche filosofiche non senta irrequieto il bisogno di
sortir fuori delle incertezze, in cui vede implicato il sistema della scienza.
Come dalla semplice osservazione lo spirito possa sollevarsi alla riduzione
scientifica de’ fenomeni, G. descrive in modo molto preciso; e tale che merita
esser riferi to con le sue stesse parole. Ma l'esperienza non è l'osservazione
empirica, che si arresta a'fenomeni isolati. Il metodo sperimentale si giova di
tutti i nostri mezzi per iscovrire la connessione de' fenomeni; del
ragionamento astratto, della induzione, delle sperienze artifiziali, delle
ipotesi. Con sì varî mezzi la fisica lavora alle classificazioni de'fenomeni
esterni,a ridurre i fenomeni particolari a'generali, a rilevare dal corso della
natura le sue leggi, cioè le costanti condizioni de'fenomeni, le une costanti e
permanenti, le altre costanti nel cangiar dei fenomeni. In tal divisamento non
mira soltanto a minorar tuale. l'ignoto, che resta limitato
a'fenomeni irreducibili, ma ad uno scopo più positivo, a quello diprevenir
l'esperienza, e somministrar così preziosi materiali a tutte le arti. Chi
ricorda il motto del Comte: savoir c'est prévoir riconosce di leggieri il
riscontro de due filosofi. Nè risalta meno la comune mira di ridurre i fenomeni
fino all'estremo limite, affine di minorare l'ignoto. Trasportando ora il metodo
teste descritto alle investigazioni filosofiche, G. procede cosi; osserva,
cioè, i fatti della coscienza, qual'è attualmente, e di riduzione in riduzione
risale fino ai primi elementi, ond'ella è stata generata. Egli stesso formola
il suo problema in questi termini: coi mezzi che sono in nostro potere,
ritrovar la generazione delle verità, di cui siamo in possesso. Questo metodo
ei lo chiama genealogico; e la parola ed il concetto si trovano inun altro
filosofo italiano, noto a G., in Borelli, che intitola la sua filosofia,
Principii della genealogia del pensiero. Fino a che punto s'accordino nel loro
intento, toccheremo appresso. Qui basta notare, che la filosofia vera, la
filosofia seria per G. comincia con quest'analisi minuta degl’elementi primi
del pensiero. Dimodo chè sebbene ei lodi Aristotele di aver ammesso la realtà
delle idee universali,e più ancora di essersi fondato sul senso, nondimeno, poiché
lo Stagirita vi arrivo quasi di lancio, e per un'affrettata generalizzazione, il
nostro filosofo non ripigliala vera storia da lui. Il primo saggio genealogico
del pensiero sembra a lui, essere stato il Saggio sul'intelletto umano di
Locke, che pure Galluppi chiama immortale. Quel saggio, caduto poi
indiscredito, ha una meritata rinomanza; e la fama è più fondata del
discredito. La filosofia inglese mette capo tutta quanta in esso; la francese
del secolo trascorso ne deriva; alla tedesca, iniziata da Kant, di è il primo
urto per mezzo di Hume. Oggi di, appresso di noi. Il principal merito del
filosofo di Wrington – cf. Grice, il filosofo d’Oxford – vade buoi --, il
filosofo di Harborne -- è agl’occhi di G. quello di aver combattuto ad oltranza
le idee innate. Ritenere tutte, o alcune idee per innate, porta necessariamente
per conseguenza di non ricercarne l'origine; e quindi impedisce il progresso della
filosofia, che tutta si dee travagliare attorno a questa ricerca. Cartesio e
Leibniz, che si credono di averle ammesse, in realtà le ritennero come semplici
disposizioni; e è per colpa di una improprietà di linguaggio se s'imputa a loro
diaverle accettate. E qui da una toccatina a Galluppi. Ma il sistema lockiano,
nel rintracciare la genealogia del pensiero, omise moltissimi atti mentali che
vi concorrono; ed è omissione scusabile in un primo tentativo, ed in ricerca
cotanto complessa. Locke da, per dir così, una formola generale, alla quale sono
applicabili più valori: Condillac si avvisa di darle un valore preciso; ma
precisando, disvia. Locke, difatti, aveva riconosciute due sorgenti delle
nostre idee, la sensazione, e la riflessione: quest'ultima non è ben definita,
è una funzione che accoglie un po'di tutto, giudizio, astrazione, ragionamento,
volontà, è in definita, si confonde con la coscienza: Condillac dà un va si è
più giusti verso del modesto, del sincero, del pazientissimo Locke; smessi i
superbi fastidî delle sintesi frettolose: al tempo che scrive G. le
invettive giobertiane sono accolte senza molti scrupoli; ed al filosofo
calabrese è gloria non esser se ne lasciato smuovere. Galluppi lo pregia assai,
ma i consigli del buon vecchio cominciano ad aver poca presa su gli animi de'
filosofi. Fuori d'Italia Herbart fa tanta stima del Saggio lockiano, che a Clemens,
il quale lo richiede intorno alla filosofia da insegnare ne’ginnasi,
risolutamente risponde: dal maestro di filosofia ne'ginnasi anzi tutto ed
assolutamente richiederei che avesse letto Locke. ore preciso, riduce
tutto alla sensazione, o semplice, otra sformata: sentire è giudicare. G. fa
della sensazione e del giudizio due fenomeni irreducibili; egli non può dunque
nè contentarsi dell'ambiguità della riflessione lockiana, ne molto meno della semplicità
della sensazione condillachiana. All'osservazione de'fatti gli pare che
Condillac ha sostituito la tortura del fare sistematico. Gran merito di Kant è
quello di avere scorto l'importanza del giudizio, di questo fenomeno
irreducibile, stato da Condillac confuso con la sensazione. Pel filosofo di
Koenisberg gl’ultimi elementi delle nostre idee sono da una parte le
sensazioni, dall'altra i giudizî – potch e cotch: i due elementi appunto che al
nostro filosofo paiono indispensabili alla soluzione del problema che si è
proposto. Ma con questo gran merito egli imputa a Kant una gran colpa, la
soggettività de’rapporti; vizio che gli sembra infettare la filosofia. La
soggettività di Kant però, e G. ne conviene, è una necessità storica. Locke dice
che tutte le nostre idee nascono dalla sperienza, e che un'idea originale
semplice non può derivare quindi da un ragionamento: Hume accetta le premesse,
e continua: ma l'idea di causa non. Per lui, come per d'Alembert, la facoltà
distintiva dell'essere attivo e intelligente, è quella di poter dare un senso
alla parola è: ora Condillac questa distinzione l'ha distrutta; i J tà el Se
elementi soggettivi, egli nota, simescono co'dati sperimentali, in tale ipotesi
non conosceremmo quel ch'è nel fatto osservato, ma quelcheci apparisce esservi;
tal chese spogliamo il fatto di ciò ch'è nostra proprietà, la nostra conoscenza
svanisce.Si vuol che siano elementi soggettivi le idee di spazio, di tempo, di
sostanza, di causa? Togliete via dunque dagl’oggetti esterni e dal proprio
essere siffatti elementi; e la scienza della natura, e dello spirito è
distrutta, può derivare dalla sperienza; dunque non c'è. Cosi tutta
la scienza della natura anda in aria, e Reid sirifugiò nel senso comune, in una
credenza irresistibile, istintiva: Kant ammise degl’elementi aggiunti
dall'attività dello spirito. G. nota con molto accorgimento, che in sostanza il
senso comune, di cui tanto si compiacciono certi filosofi anche oggi di, non
salva nulla; che per giunta è pieno di contraddizioni, perchè introduce
classificazioni e distinzioni arbitrarie, mentre si è prefisso di accettare le
comuni credenze tali quali si trovano nella coscienza volgare; che tra Reid e
Kant, per ciò che riguarda la realtà della scienza, non c'è punto di di vario.
Kant nello spiegare il fenomeno lo sfigura, e lascia sco vrire il dubbio: la scuola
scozzese tiene occultato il dubbio perchè non imprende la spiegazione del
fenomeno. È Bravo G.! Egli non si lascia appagare dalle parole, e ci vede ben addentro;
e sel'ha conKant, sa rendergli giustizia, nè condannando lui, assolve quelli
che sono intinti della stessa pece. Ed ora viene il buono.Nella dottrina
kantiana ei capisce subito, che non il numero degl’elementi soggettivi aggiunti
dallo spirito, ma l'aggiunzione sola, quanta che fosse, è sufficiente a
compromettere la realtà della scienza umana. Certi nuovi critici, che in
filosofia credono poter servirsi della stadera, han detto, per esempio: Kant
ammette intuizioni pure, categorie ed idee, tutte a priori, Galluppi, invece,
appena appena dà per soggettivi i due rapporti d'identità e di diversità, dunque
è lampante ch'ei si an discosti le mille miglia uno dall'altro. sta
dunque la differenza, in quanto alla realtà delle nostre conoscenze, tra il
proscritto sistema kantiano, e la favorita dottrina della scuola di Reid! que
G. scrive così: basta il supporre una pura veduta dello spirito il solo
rapporto d'identità e di diversità, apporto fondamentale delle
nostre conoscenze, per ricadere nel realismo empirico del sistema kantiano. Nè
contento acid, altro ver incalza la sua osservazione in questi termini.
Mettiamo ora in disparte il sistema kantiano; cangiamo la sua ripartizione tra
gl’elementi soggettivi e gl’oggettivi accordando più largamente alla sperienza;
o anche tutte le idee diciamole derivate dalla sperienza, e riteniamo bensi
solamente che non sono condizioni oggettive i rapporti anzidetti appresi tra le
sensazioni; noi ricadiamo apertamen te nel realismo empirico della filosofia
critica. Per G. il kantismo consiste nell'applicazione d’elementi soggettivi
alle sensazioni: dovunque riscontra questo medesimo processo ei riconosce
ritenuto il fondamento della filosofia kantiana. Ei si maraviglia anzi che gli
altri non siansi accorti di questa medesimezza. La storia nota a stupore della
posterità, che i filosofi tutti hanno accusato d'idealismo il sistema kantiano,
e che niuno ha avvertito, l'idealismo esser nella supposta natura soggettiva
delle idee di rapporto. Quale sarebbe stata la maraviglia di G., se avesse
vistoche, quando ebbe notata cotesta somiglianza SPAVENTA, contro lui gridarono
tutte le oche, vigili sentinelle della rocca filosofica. Parve denigrazione
della filosofia italiana, quella ch'è critica aggiustata e seria: parve così a
coloro, iquali se ne predicano sostenitori, quando non l'hanno studiata,e forse
neppure letta. Ma torniamo a G.. Ei non cita Galluppi in tutto quanto il saggio,
se non una volta sola; egli però scrive il saggio per combattere la dottrina
del suo gran concittadino, che gli pare derivata a dirittura da quella di Kant.
Che però miri a Galluppi, apparisce da un'apposita nota al saggio. La dottrina
degl’elementi soggettivi, ei dice, è stata da noi detta soggettivismo per
denotarla qual vizio radicale del metodo filosofico. Può anche dirsi formalismo,
riferendosi alle forme pure di Kant, che sono gl’elementi soggettivi. Noi
abbiamo preferito finora la prima espressione per la considerazione, che nelle
dottrine attualmente in vigore si abbraccia l'ipotesi degli elementi
soggettivi,e non vi si parla di forme. E siccome credono alcuni di non
incorrere nell'idealismo di Kant,tuttochè adottano quella ipotesi;noi nel
combatterla sotto qualunque aspetto,dovevamo ritenere il nome or generalmente
adottato, quello di elementi sogget tivi.Se cifossimoinvecediretticontro
ilformalismo, po teasi credere che prendevamo di mira il solo sistema kantia
no.Insostanza,ladistinzionedimateriaediformaintal sistema serve a render più
potente l'idealismo,che si rac chiude nella dottrina degli elementi
soggettivi.Quindi si son messe in disparte le forme kantiane, e si sono
adottati gli elementi soggettivi che Kant appello forme. Ecco come da taluni si
è creduto evitare l'idealismo kantiano! Per G. adunque il divario fra Kant e Galluppi,
ed anche tra Kant e Rosmini,come vedremo appresso, era più dinomeche d'altro.
Che cosa ne dirà Acri? checo sa ne diranno tutti quei ciarlatani grandi e
piccini,che sen zaaverlettoneppureifrontispizîdelleopereche citano,lo
mitriarono vindice della filosofia italiana ? Ai ciarlatani è inutile rivolgere
nessuna domanda;al pro fessore Acri domando che cosa voleva dire,quando scrisse
a proposito di Galluppi il seguente giudizio ricavato da G. Ma perciò che
Galluppi e Kant affermano tutt'e due che questeidee (identità e diversità) sono
soggettive es'accordano nelleparole,ne vuoi dedurre che Galluppi sia kantia n o
? Il tuo argomento sarebbe questo nè più né meno: quell'anima le lì è cane;
quella costellazione lì è cane: quello abbaia; dunque quell'altra deve pure
abbaiare. Se si considera ilpensiero di Galluppi su questo argomento,quantunque
non molto lucido e netto, come ha notato quel nostro G. degnodimaggiorfama,
sivedesubitochel'idea diidentitàhavalore oggettivoereale, perchènasce dall'i
dentità reale dell'io come cosa,non altrimenti che l'idea di unità (Acri,
Critica). Quando lessi questa scappata d’Acri, mi misi a ridere: tralasciai
pero di tenerne conto nella risposta che gli feci, non volendo entrare nella
esposizione di G.,che sa pevodidovere scriveredopo:eccomioraapoternefartoc care
con mano la falsità. Stando all'Acri, adunque,quel nostro G. aveva notato
benissimo che per Galluppi le idee di identità e di di versitàerano oggettive;
chesoltantonellaespressioneave va questi mancato di lucidezza. Ha ACRI (vedasi)
letto davvero il Saggio di G.? Io credo, edebbocrederedino, perchè intutt'iquat
tro volumi,quel nostro valoroso concittadino d'altro non biasimail
Galluppi,pursenzacitarlodinome,che diaver accettato dal kantismo la
soggettività de'rapporti, segnata mente poi di questi due d'identità e di
diversità. Acri, seavesselettoillibro,non sarebbeuscitoin quella
citazione,inesatta non solo,ma assurda ;chi pensi, che G. ad altro fine non
scrisse,che a rilevare la medesimezza de'risultati, per rispetto alla realtà
della n o stra scienza,si delle forme kantiane, come degli elementi soggettivi
di Galluppi. Capisco che Acri potevafar a fidanza con l'ignoranza assoluta
de'suoi ammiratori in fatto di storia della filosofia, ma egli non doveva
contare per niente,dunque,neppure isuoi contraddittori? Padronissimo di
creder lui,che que'rapporti per Galluppi sianooggettivi,ma perchè volertirare
dallasua anche G.,che tutta la vita scrisse appunto per dimostrare il
contrario? È un po'troppo, parmi. Finchè visse Galluppi, G. non riflni dal com
batterne la dottrina, congrandeinsistenzaforse, delche si scusava;ma con
profonda convinzione, edopo averne lunga mente ponderato quelli che a lui
parevano inconvenienti gravissimi. Nol nominò però mai,altro che una volta
sola, e per lodarlo. Morto che e Galluppi, scrivendo egli l'ultima sua opera
col titolo di Prospetto della filosofia ORTODOSSA, smette laprima riserva, elocombatte
no minatamente . Ripetendo le antiche obbiezioni,egli scrive cosi. Su tutto
quel che abbiamo qui osservato intorno alla dottrina della sensazione
essenzialmente percettiva, e della soggettività delle idee di rapporto, dobbiamo
anoistessiil far noto a'nostri cortesi lettori,che le stesse osservazioni, più
estesamente sviluppate,furono fatte di ra gione pubblica, e non abbiam poi
cessato di riprodurle in parte,e ripetutamente in varii articoli pubblicati in
diversi giornali. Dimodochè rimane fuori di ogni controversia, che G. ha inteso
combattere la dottrina di Galluppi su la soggettività de'rapporti, e che ha
creduto essere questa dot trina conforme a quella del criticismo. Potrei anzi a
g giungere,che la soggettività de'rapporti parve a G. concedere più di quel che
Kant medesimo ricercasse:«tutto, egli avverte, si accordava a Kant, anzi ancor
più di quanto questiesigea,quando gli si accordava,che le idee di rap porto
sono elementi soggettivi. E perchè dippiù? Perchè Kant limitava almenoilnumero
delle sue forme; mentre la tesi galluppiana della soggettività spaziava più
largamente. Ecco le strette in cui G. pone questa filosofia. Finché
siritiene,eidice, da'filosofilanatura soggetti vadelleideedi rapporto,
restainconcusso ilprincipio,che isensi non possono altrodarcichenude
sensazioni. Questo principio o rovescia per intero il sistema sperimentale, o
deve ammettersi che tutte le nostre idee sono sensazioni:ad un estremo
èilformalismoassoluto, all'altroestremo è il sensualismo. Nelle forme pure
dello spirito si modella in ideel'informemateriasensibile,dice ilformalista:tutte
le nostre idee sono sensazioni, o primitive o trasformate, dice il sensualista.
O Kant,o Condillac:eccoilbivio della filosofia, secondo il nostro filosofo.
Perchè questo bivio? Perchè due soluzioni sono possibili, quando non si tien
conto di tutti nostri mezzi del conoscere. Questi mezzi sono due :sentire,e
giudica re;ridurli entrambi ad un solo,importa o lasensazione tra sformata di
Condillac, o ilformalismo kantiano. Formalista è dunque Galluppi, formalista
Rosmini ; entrambi costretti ad ammettere tutt'igiudizi come sinteti ciapriori.
Se l'idea di identità fosse un elemento soggettivo,come essi opinano,e perciò
addizionale alle due idee,il nostro giudizio sarebbe in tutti casi sintetico a
priori. Ma Galluppi combatteigiudizîsinteticiapriori,sidi ilcorollario previsto
da G. non lo tocca dun que .Così ragionerebbe chi si fermasse alla
buccia delle q u e stioni;noncosì G., ilquale vipenetraaddentro. È una
contraddizione, eglidice,dicuiilfilosofonon s'èac corto, perchè la vera dottrina
è quella che non dipende dal la intenzione, o dalla professione di fede che fa
un autore, ma quellachesifondanellalogica. Avete un bel dire che giudizi
sintetici a priori non volerà; Non si è dunque avvertito, che son due tesi
contraddit torie, il non esservi giudizî sintetici a priori, e l'essere ele
mento addizionale l'idea d'identità ». (loc.cit.). te
ammetterne,quando poisostenete che ogni rapporto è un'identità o totale o
parziale ; e quando soggiungete che questa identità è un'aggiunta dello
spirito. Quale dottrina contrappone ora G. a quelle del Condillac, e del criticismo?
L'uno dice: giudicare è sentire; l'altro, seguito da Rosmini e da Galluppi,
diceva:giudicare è aggiungere; G., discostandosi dal primo e dal secondo,
dice:giudicare èosservare. Ma prima d'intendere il significato nuovo,ch'ei dà
alla funzione del giudizio,necessita ricordare com'egli abbia in teso la
sensazione. Né Locke, nè Condillac distinsero abbastanza la sensazio ne dalla
percezione ; Condillac anzi le confuse affatto. Alla stessa confusione fu
sforzato Galluppi.Tralascio le osser vazioni sui primi due,mi fermo a quelle
che vanno dritte contro la spiegazione galluppiana,ch'è lamira principale di G.
Due sbagli commette Galluppi,uno di confondere ilsen - timento con la
coscienza; l'altro di confondere la sensazione con la percezione. « Il
sentimento e la coscienza del sentimento sono nel n o stro spirito cosi
abitualmente congiunti,che più filosofi han confuso i due fatti affermando, che
sentire ed esser conscio di sentire non sono che una operazione medesima dello
spi rito. Confondendo la coscienza della sensazione con la sensazione, non si
sono avveduti que'filosofi, che ciò era un confondere il conoscere, il
percepire col sentire, con fusione che essi medesimi rimproverano a'sensualisti.
Queste due confusioni erano state fatte veramente dal
Galluppi,avendoeglicompresosottoilnome disensibilitàin Il simile si
dica della idea dell'ente, che Rosmini aggiunge ad ogni giudizio; su la quale
torneremo altra volta. Sentire il me sensitivo di un fuordime,
glidice G., è la più forzata contrazione, che potea darsi all'e spressione del
fatto di coscienza. L'industria adoperata da Galluppi per nascondere questi
giudizî elementari e primitivi proviene,a parer del nostro fi losofo, dal
perchè egli li aveva tenuti per sospetti di sogget tivismo.Questo medesimo
motivo lo indusse ad ammettere le sensazioni oggettive, senza bisogno di
spiegare il passag gio dal sentire al percepire . Leibniz e d'Alembert,
entrambi geometri, e prima di loro anche il Malebranche, avevano riconosciuto
il bisogno di spiegare il passaggio dal me (cf. GRICE, PERSONAL IDENTITY) al
fuor di me: i due primi avevano anzi proceduto più avanti,additando come mezzo
l'induzione; Galluppi tagliòcorto, negò ilproblema stesso; affermando non esservi
luogo a passaggio, quando la sensazione coglie immediatamente l'oggetto. Doppio
sbaglioadunque da parte di Galluppi: primo, aver disconosciuto igiudizî
primitivi;secondo,aver rifiutato,per la conoscenza del mondo esteriore, il
soccorso della induzio ne . Contro i giudizî lo aveva prevenuto la dottrina
kantiana de'rapporti soggettivi ; contro l'induzione,il presupposto che
nessun'abitudine posteriore avrebbe potuto fare ciò che un atto primitivo non
aveva potuto.Se una prima sensazio ne non mi fapassare all'oggetto
esterno,come, diceva il Galluppi, mi ci potrebbe abilitare una seconda od una
terza? Eppure de'giudizî abituali che si frammischiano alle sensa zioni aveva
toccato prima Malebranche, poi Condillac ; - terna il sentimento e
la coscienza del me; esottoil nome di sensihilità esterna la sensazione e la
percezione . Perchè dal sentimento si va daalla coscienza, edallasen
sazionealla percezione ci vuole il giudizio; non il giudizio galluppiano che
aggiunga rapporti soggettivi, ma ilgiudi zio che osserva,ed osservando
distingue i rapporti reali delle cose. e della forza dell'abitudine Hume, e
della efficacia della in duzione avevano accennato Leibniz e D'Alembert! G.
riassume e tesoreggia isaggi de'suoi prede c essori, e li compi e così .
associazione adunque spiega l'origine : l'induzione as sicura la realtà; come
si può assicurare, beninteso, una ve rità contingente, la quale non esclude mai
la possibilità del l'opposto. Coloro i quali han posto mente alla sola
abitudine fonda ta su l'associazione,han detto :ma qual garantia ci porge ella
della sua realtà ? Così son rimasti nel circolo descritto da Hume. G., s chi
vale prime e le seconde difficoltà, e formola il processo genealogico cosi:
l'associazione comincia, senza badare alla realtà;l'induzione legittima ciò che
trova, senza doversi brigare del cominciamento. In siffatta guisa il nostro
filosofo fa capitale di tutt'i saggi parziali tentati prima di lui, licollega, liordina,
licompie uno con l'altro :la sensazione e igiudizî abituali, intrave duti da
Malebranche e da Condillac ;l'osservazione, indefi nitatralemanidi Locke,
edalui meglio precisata; lamas sima aurea del criticismo:pensare è giudicare
;la virtù dell'abi tudine,messa a rilievo da Hume;la induzione accennata da
Bacone in generale,additata da Leibniz e da D'Alembert a scenze
provvisorie. La sensazione dà iprimi dati, il giudizio osserva i rapporti chevisonocontenuti;
l'associazione delle idee ci for nisce leconoscenze prime concernenti ilmondo
esterno,in via provvisoria ;l'induzione,più tardi,legittima le cono Gli
altri,invece,ponendo mente alla tardiva comparsa della induzione, hanno
osservato, come Galluppi: ma la induzione vien troppo tardi a farmi passare
alla realtà ester na,richiede troppi congegni,troppe industrie,dicuil'in fante
non si può supporre capace. proposito della conoscenzadelleveritàdifatto.Bacone,di
fatti,dicendo:sensus tantum 'de experimento, esperimen tum de rejudicet,aveva
enunciato un canone applicabile piùaifenomeninaturali, chealnostromodo
diconoscerli: l'applicazione speciale alla nostra conoscenza si deve a'due
geometri filosofi, cioè a Leibniz ed ad Alembert. La storia intanto invece di
attribuire agli anzidetti filosofi la debita lode di essersi accostati sempre
più alla soluzione delproblema delconoscere, ricorda le macchine artificiose
de'lorosistemi,l'occasionalismo, l'armonia prestabilita,e simili deviamenti
dalla salda filosofia. Galluppi poiagli occhisuoihailtorto non solodinon aver
profittato de'saggi antecedenti, ma di essere indietreg giato anche al di là di
quel che aveva avvertito ilCondillac. Questi aveva ritenuto per obbiettivo, o
percettivo il solo tatto: Galluppi estese l'obbiettività a tutti i sensi,
occultan do la difficoltà invece di scioglierla.La realtà oggettiva de gli
esseri esteriori,ei dice,ha bisogno di essere legittimata: ciò che non veggono
alcuni odierni scrittori,iquali sup ponendo naturalmente percettivi dell'oggetto
esterno i nostri sensi, credono con ciò avere abbastanza legittimata la realtà
dell'oggetto esterno. Galluppi diffidando di tutto ciò che ci viene in origine
per mezzo de'giudizî, trasporta alla sensazione quanto im mediatamente
siapprende con l'atto del giudizio. Ei non s'accorge che c'è una contraddizione
manifesta tra la realtà oggettiva delle idee e la natura soggettiva de'rap
porti Ondechesquadrilaquestione, G. torna,edin siste sempre su
questo vizio radicale della dottrina gallup piana;vizio che apparve chiaro in
Kant,e che in lui rimase occulto per aver dichiarate oggettive
leidee,contraddicendo alla loro provenienza. In Galluppi rivive la tesi del
concettualismo, che il n ostro filosofo combatte aspramente; in Galluppi, e più
anco ranel Rosmini.G. fautore del realismo,non del platonico però,spende molte
pagine nel rilevare gl'inconve nienti del concettualismo medioevale,e più del
moderno;ed in questa disputa,trattata largamente in una rassegna appo sita
pubblicatail1850, eidifende SanTommaso dallataccia di concettualista, ed
impugna la somiglianza che SERBATI vuol trovare tra la sua teorica dell'ente
possibile, e quella d’AQUINO. Di questa particolare ricerca diremo appresso :
continuiamo intanto ad avvertire, con la scorta di G., le lacune ch'egli addita
ne'sistemide'suoi avversarî. La critica dello stato attuale fu fatta
maestrevolmente da Kant. G. è larghissimo di lodi al fondatore del Criticismo,
filosofo per questo verso inarrivabile. Della origine però il criticismo non
occupossi, dichiarandoaggiunti a prior itutti quegli elementi, di cui gli
pareva arduo rintracciare la ge nerazione. Quanto sitoglieaiverimezzi
diacquistar cono scenze, tutto si attribuisce ad una supposta origine a priori,
a questo vasto serbatoio di tutte le perdite dell'analisi . Cosi, con una
similitudine arguta,ei battezza per vere lacune, per difetto di analisi ogni
forma a priori. Nella stessa maniera han combattuto,dopo di G., l'apriori
ifilosofi po sitivisti. Siricasca inquesto metodo dunque,sempre che,
abbandonata lagenesisperimentale, siricorre allospedien te di addizioni di
forme pure; sia qualunque ilnome con cui si travestiscano. D'accordo col
criticismo, dice G., che la conoscenza risulti da sensazioni e da giudizî; ma
giudicare, per me, semplicemente osservare,e non è punto aggiungere. La veduta
èprora quando siosserva nell'oggetto,non già quando - Il metodo
daseguire, nelproblema dellaconoscenza,era questo: esaminare lo stato della
coscienza, qual'è attualmen te;risalirealle origini delle idee che ora
vitroviamo;legit timarne la realtà. O si aggiunge dal
soggetto. Aggiunta chel'avretevoi,non è più da discorrere della sua realtà.
Sicché delle tre analisi da fare, Kant fece benissimo la critica della
coscienza attuale; arrestossi per via nel rintrac ciare le origini della
coscienza primitiva;e conseguentemen te non potè legittimare la realtà della
nostra scienza. La realtà della scienza è collegata con la dottrina del giu
dizio:se questo è una mera osservazione,la realtà è assicu rata; se,invece,è
una funzione addizionale, la realtà non si può a nessun patto legittimare. Ed
ora noi siamo perfettamente in grado dicomprendere, perchè G. combatta con
tanta insistenza la filoso fia di Galluppi, ed insieme di valutare,quanto poco
la mira di G. sia statas corta da quellichenehannofinora discorso.
Egli ritorna spesso su la critica da noi esposta, con una prolissità,ch'è stata
non piccola causa dell'esser passatainavvertita, perchè dileggereiseivolumi delle
sue opere i più si sono sgomentati. Il significato però di tutta la sua
discussione si può ridurre a quest'alternativa in cui egli trovòimpigliatala
ricercadellaumana cognizione: gliuni avevan detto con Condillac: giudicare è
sentire ;gli altri a vevan ripetuto con Kant :le idee di rapporto sono elementi
soggettivi: egliavevarisposto: è falsal'una el'altraspiega zione. Il giudicarenon
èsentire,ma osservare; irapporti sono oggettivi,non soggettivi. Galluppi
intanto, destreggiandosi tra le due spiegazioni, aveva di ciascuna ritenuto una
parte.Pur discostandosi dal la dottrina condillachiana, pur distinguendo
ilgiudiziodal la sensazione,aveva però ammesso de'rapporti, iquali era no
sentiti:tali erano il rapporto tra modificazione e sostan za,ed ilrapporto tra
effetto e causa. Similmente,pur promettendo divolersi appartare da Kant, pur
professandosi fedele al metodo sperimentale, aveva accettato due rapporti come
soggettivi affatto,quello d'identi tà,e quello di diversità. La sottile e
giusta critica di G. aveva messo in e videnza le due capitali contraddizioni
della filosofia di Galluppi.La consapevolezza piena,profonda,ch'egli ha delle
obbiezioni mosse al suo grande avversario, ve lo fa insistere forse
soverchiamente ;ma non senza rivelare una grande perspicacia di mente
nell'applicazione che ne fa alle singole questioni. L'idea di azione,di
connessione,egli scrive,è idea di rapporto;eirapportisigiudicano,non
sisentono.Sièdi menticato in questa occasione,che una sensazione non è più che
una nostra modificazione, e per se stessa non può darci altra idea che quella
di un particolar nostro modo di esistere. L'anno appresso, che
G. finisce la pubblicazione del suo Saggio, cioè, un dotto
abbruzzese, Colecchi, pubblicava in due volumi le sue Quistioni filosofi che,e
vi rifaceva lacritica di Galluppi,muovendo da un criterio opposto a quello del
nostro G.,ed intanto somigliantissima nel significato. Il Colecchi segue la
filosofia kantiana nel concetto fonda mentale, ma
senediparteinmoltiparticolari.Riduceleca tegorie tutte quante a quelle di
sostanza e di causa; le deduce non già dalle forme del giudizio, come aveva
fatto Kant, ma dalle anzidette nozioni di sostanza e di causa, congiun te con
quelle di spazio e di tempo ; rifiuta lo schematismo kantiano, che gli parve
complicato, e superfluo ; e finalmen te crede, che la realtà della nostra
scienza non ne sia punto compromessa. Colecchi adunque biasima Galluppi
d'incoerenza per averammesso alcuni rapporti oggettivi, edaltrisoggettivi;
senonche, invece disoggiungere com G: dove vateri tenerli tutti per oggettivi,
corregge lacontraddizione io galluppiana in un modo opposto,
soggiungendo: dovevate ammetterli tutti per soggettivi. Tralasciando ora le
modificazioni arrecate da Colecchi alla filosofia kantiana,
eraffrontandolesueobbiezioni contro Galluppi in ciò che s'accordano con le
altre antece dentemente mosse dal nostro G., citiamo in compro va testualmente
le parole del filosofo abbruzzese,perchè il lettore ne vegga l'accennata
somiglianza. Dopo aver egli ricordato la soggettività de'rapporti d'i dentità e
di diversità ammessa da Galluppi contro di Locke, continua così. Posto ciò si
domanda ora:se rispetto a quelle idee che sono un prodotto dell'analisi che le
separa da'sentimenti, e che sono perciò oggettive,venga lo spirito assistito o
no dalledue ideed'identitàedidiversità?seno,nonpotràegli separarle punto dai
sentimenti;perocchè un bambino puran che ne ha bisogno,per distinguere lasua
nutrice da uno stra niero;e tale distinzione è fuor di dubbio un atto di
analisi : se sì, le due idee d'identità e di diversità devono precedere le
sensazioni:sono dunque per anticipazione,ed anteriori ai sentimenti; e perciò
nell'ordine cronologico delle nostre co gnizioni non possono essere posteriori
alle sensazioni, ne presupporle come condizioni indispensabili.Come dunque so
stenere: che ogni nostra cognizione incomincia con l'analisi, e termina con la
sintesi, se per fare qualunque spezie di a n a lisi,ha bisogno lo spirito delle
due idee d'identità edi diver sità,le quali, per avviso del nostro autore, sono
un prodotto della sintesi che le aggiunge ai prodotti dell'analisi? Quistioni
filosofiche, Napoli. Potreicitarealtri luoghi, concui COLECCHI (vedasi) nota il
di un li ne ato Biasima inoltre Galluppi di aver detto che sono
soggettive solo leideedirapporto,perchèegliammette leideedi spazio,
ditempo,disostanza,dicausa,sottoilnome dileggi della intelligenza,che sono
soggettive,senza essere rapporti. verso valore che debbono avere nella
ipotesi di Galluppi le idee di identità e di diversità quando si applicano o
agli o g getti dellamatematica, o aquelli della sperienza; ma usci
reifuoridelmiotema. Amepremeasso dare chele contraddizioni, in cui s'era
avvolta la filosofia galluppiana per manco di coerenza,erano state rilevate con
mirabile acume da G. e da Colecchi. FERRI (vedasi), il quale scrive due grossi
volumi sulla storia della filosofia italiana, non trovòaltro spazio per
ricordare idue anzidetti nostri filosofi, che questo, occupato dalle seguenti
parole: « Il faudrait enfin mentionner les écrits de G., e de COLLECCHI
(vedasi), Napolitains, qui, tout en modifiant, ou en combattant Galluppi, n'ont
cependant pas dépassé le point de vue de l'expérience ou de la philosophie
critique. Essais sur l'histoire etc.. Certo così FERRI (vedasi) non si
compromette. En modifiant, en combattant, sono frasi tanto diplomatiche che par
che dicano, e non dicono. G. modifica Galluppi, COLECCHI (vedasi) lo combatte:
ci ho gusto : sta bene; ma che cosa han detto? Questo è il punto; e su questo,
silenzio perfetto.E poi G. non l'ha punto modificato, l'ha combattuto pure :
l'avesse combattuto, qual lume si ricaverebbedaquestemezzeparole?
Nonerameglioconfes sare di non averne letto sillaba ? E perchè non occuparsene?
Forsechè erandameno ditanti altri? Io,peresempio,sen za far torto a nessuno, e
salvo la disparità per altri riguar di,trovo più ingegno filosofico in G. e nel
Colecchi, che non in ROVERE. L'ho detta grossa? Chiedo scusa a tutti quelli che
ne prenderanno scandalo ;certo di aver con mecoloro, che sen'intendono davvero;
eche intendendo sene ardiscono dire il proprio parere. Del silenzio su Colecchi
Ferri si scusa quasi,scri vendo in una nota così. Les écrits de Collecchi
dispersés dans les recueils litté raires n'avaient pas encore été publiés en un
seul corps il y a quelques années, Pardon, .Ferri: gliscrittidel Colecchi
furono stampati in due volumi, che io ho qui sul tavolo, ed hanno
questaindicazione: Napoli, all'insegna di Manuzio, Carrozzieria Montoliveton.
Qualgiro di anni comprendete voi nell'il y a quelques années ? Venticin que non
vi bastano? E perchè non una parola su G., che doveva es servi noto,poichè ne
registrate ilSaggio nell'indice delle opere filosofiche pubblicate in Italia in
questo secolo ? Forse non entrava nel disegno vostro, ch' era di d e scrivere
il pensiero italiano tutto inteso a cercare ciò che poi ha finalmen te trovato,
l'idealismo temperato ? ed allora perchè accusare diparzialità Spaventa,
cheavevatrascuratinon soquali filosofi, indotto dal suo criterio hegeliano ? Ma
passiamo oltre, avvertendo soltanto, poichè siamo su questo argomento, che il
cognome di G. non va scritto “G.”; e che Colecchi non va rinforzato come l'ha
rinforzato Ferri, che lo scrive Collecchi. Sarebbero minuzie, se non
attestassero la poca diligenza nello scrivere la storia. Morto chefuil
Galluppi, G,, benchèricordiqua e là gli sforzi sostenuti nel combatterne le
dottrine, rivolge però altrove la propria attenzione. Ne'discorsi pubblicati ei
se la piglia con la filosofia,che in Italia aveva preso
ilsopravvento,echenonsicuravadinascondereildispre gio in cuiteneva
l'esperienza.Oramai non si tratta più di scoprire un Idealismo,tutto studioso
di occultarsi sotto il nome difilosofiasperimentale, com'erastatoilcasodel
Galluppi, ma di combattere un Idealismo che si presentava alla svelata, eche,sottonomi
diversi,s'eraguadagnate lementi della nuova generazione. G. comprende tutti
questisistemisotto un nome solo,sottoquello difilosofia spe culativa .
Traquestisistemiperò,secondolavaria importanza,al cuni combatte più
acremente,altri accenna soltanto.Accen na pure del consenso del genere umano du
Mennais, del tradizionalismo di VENTURA (vedasi). Del primo un po'più distesa
mente, perchè s'accorda col sistema di Gioberti nel rifiu tare la testimonianza
e l'autorità della coscienza subbiettiva. Quanto a VENTURA (vedasi), poco
seguito trova in Italia, nè merita importanza, nè G. glie ne dà molta. Mente
severa, educata alle scienze matematiche, G. la giustizia sommaria di tutti
questi sistemi in un fa scio,ai quali a suo avviso mancava e la base solida, ed
il rigoroso ragionamento. «Una volta,eiscrive,erascrittoall'ingressodellascuo.
la:nemo accedat, nisigeometra; igiovanetti oggi leggono: nemo
accedat,sigeometra.E non hanno torto, perché ove si tratta di creare enti, o di
manifestazioni del Dio-Cosmo, e di ispirazioni,e di intuiti,o di nuove logiche
trascenden tali,non può esservi luogo pe'geometri:non è arena per le loro forze
». Ce n'è per tutti, come si vede, e non risparmia né i si stemi tedeschi,nè i
francesi,né i nostrani ;ma vediamo quali obbiezioni particolari muova a
ciascuno; e basterà ac cennarle,perchè oramai abbiamo abbastanza conosciuto il
suo criterio. « Più dilettevole trattenimento ci dà Mennais nel ravvisar per
ogni dove un riflesso del d o m m a religioso ; che Contro del La Mennais
nota che la ragione umana collet tivaèun'astrazione,che solo l'individuo
esiste;e quindi il consenso universale non ha altro valore, che quello
degl'individui, da cui proviene. Con non dissimulata derisione trat ta poi le
spiegazioni fantastiche de'fenomeni naturali per mezzo del
domma. Punzecchiando Gioberti, siricordadelGalluppi,cheper liberarsida
ogni molestia sularealtàde'corpi,concepi ob biettive le sensazioni, e scrive .
Le sue celie su la commodità di questi spedienti sono fre
quenti;senoncheglisembra che nègl'intuiti,néleispi razioni, nè gli istinti, nè
le idee inerenti allo spirito, benchè talvolta simulino l'evidenza,bastano però
a surrogarla pie namente. Se G. tralascia gl'influssi divini, cið avviene
perchè il Mamiani non li aveva ancora escogitati. Ma torniamo agli appunti
ch'ei muove al Gioberti. Come ! eidice,l'intuitoèpresente,enon sivede!È
ecclissato,sirepli ca,estabene;ma comeunmotivofinito basta adecclissarlo? G.,
per questo inesplicabile ecclisse, s 'insospet d'altronde doveasi toccare con
più rispettoso contegno. Fino ne' sette colori del prisma scorge il ternario,
da che tre soli secondo l'autore sono iprincipali. Che cosa avrebbe detto G.,se
avesse letto la Vita di Gesù Cristo da Fornari ? Gioberti si studia di
sostenere col ragionamento la dot trinaquasiispirata di Mennais: G. rendegiu
stizia al filosofo italiano,nè lo confonde con l'autor dell’Abbozzo. Eccoperòlasommadegliappunticheglimuove.
Gioberti, perlui, esclude ogni analisi delle idee, eper dispensarci dalle
minute inchieste psicologiche, ci accorda l ' immediata veduta delle idee
divine. Certamente, ripigli a G., eivalmegliocontemplarlenellalorointegritàri
flesse dal lume divino su le parole, che attentarsi di rima neggiarle con
profana analisi ! « Per togliersi da ogni impaccio basta oggi il dire : io
sento i corpi esterni, le mie sensazioni sono percettive de'corpi
esterni;ovvero per risolvere con un solo atto tutte le qui stioni di ontologia
e di psicologia : io intuisco il creato,il creatore,el'atto
creativo!» tiscedellaesistenza dell'intuito.E poi,esso nèsipuòvedere
dalla coscienza,nè dimostrare dalla ragione, come fare dun que a verificarlo?
Nè più plausibile è ilsussidiochedovrebbearrecarelapa rola, affinchè
dall'intuito si passasse alla riflessione. Il potere della parola, dice G, è
misterioso: non circoscrive l'idea,su la quale non ha presa n è punto nè poco ;
e non accresce la nostra facoltà intellettiva. Sicchè, tutto ragguagliato,
ilGioberti cilasciacon una virtù intellettiva in potenza, e con una riflessione
a nude parole. Dove però G. va più addentro nel sistema giober tiano,è,a parer
mio,nella seguente osservazione. Ma la ricerca fondamentale, dicuisièsempre
taciuto, concernelapossibilitàdella visione in Dio. La stessanonè
solamenteunfattogratuitamentesupposto,ma neppurciè dato sapere, se un essere
può vedere le idee di un altro es sere. Questa obbiezione di G. equivale a
quella dello Spaventa,quando osservava,che l'Ente veduto dall'intuito
giobertiano non può essere uno spirito. Diciamo ora della critica di Rosmini.
Della teorica rosminiana il nostro filosofo s'era occupato nel Saggio ; ci
torna di poi nelle opere posteriori alla morte di Galluppi con più larghezza.
G. continua:vedere le idee in Dio, presuppone assodato, cheIddioleabbia;ora,cheilmodo
dellacono scenzadivinanonsiaconformealnostro;echequindinon si faccia per idee
molteplici e rappresentative, pare più ac cettato dalla filosofia ortodossa . E
qui riscontra la dottrina giobertiana non solo con quella di Malebranche, ma
con quella di Agostino,e non la trova somigliante,e quin di non la tiene per
ortodossa. Nel Galluppi G. aveva combattuto il concettualismo, aveva combattuto
l'asserzione, che le nostre idee non siano rappresentative.A proposito del
Rosmini ripiglia la controversia del concettualismo . Il concettualismo si
fonda su la subbiettività de'rapporti, onde risultano le idee:contro
ilconcettualismo adunque ba sta contrapporre questa sentenza di san Tommaso : relatio
nem esserem naturae. Or qual dottrina segue SERBATI? Forse quest a
dell'Aquinate, fondatasulpiùschiettorealismo? No; nesegueuna ambigua, e per tal
ambiguità cerca tirar dalla sua l'autorità d’AQUINO. L'ente ideale di Rosmini,
dice G., è bifronte; da un lato offre l'idea universale di esistenza,
dall'altro un ente esistente. Basterebbe questa profonda osservazione, per
dimostrare diquantaperspicaciafossefornito G.; ma egliva più in là ancora,ed
addita un riscontro, che rivela la forza della sua critica. « M a, ci si dirà,
qui non trattasi di una esistenza sostan ziale, o di accidenti di una sostanza,
bensi di una esistenza ideale, qual può competere ad una idea.Si,ciò ricorda
l'Idea di Hegel, con la differenza che questa contempla sè stessa, e l'idea
universale di esistenza è l'oggetto contemplato da tutte le intelligenze,
differenza che gli hegeliani farebbero sparire.Quanto allanaturadellaesistenza,
l'entedi Rosmi ni non è meno lucido e trasparente, che l'Idea hegeliana, perchè
altro non è che l'idea di esistenza, o la
possibilità Sipongaormente,eglidice, cheiduepuntimessia
maggiorrisaltonelnostro librosono:che ilconcettuali smo è la causa principale
delle deviazioni della filosofia,e la grande abilitazione de'sistemi
speculativi; che AQUINO, tenendosi
immune dal concettualismo,ha felicemente seguito il metodo di pura osservazione
». dell'esistenza,come lo stesso Rosmini ripetutamente va ri cordando a'suoi
lettori. Se quindi si ammette una esistenza attuale e indetermi nata;attuale e
non reale; se si ammette la possibilità dell'e sistenza essere un'attuale
esistenza,si avrà il caso proprio di una identità de'due contrari. Esperimenti
della filosofia speculativa, Napoli, Rassegna). Ho notato l'ultima conclusione
di G., perchè il lettore rifletta su la somiglianza da lui additata tra l'Ente
rosminiano,e l'Idea dell'Hegel. Quando SPAVENTA (vedasi), dopo di G., e senza
sapere forse delfilosofo calabrese, lecuiopere, specialmente leul time,erano
rimaste sconosciute,mise in rilievo con più larghezza quel riscontro, la cos
aparve strana, e ci si vide uno stiracchiamento forzato de'sistemi in servizio
di un criterio preconcetto.Piùtardi,coloro chesieranoarrogatalarap presentanza della
filosofia italiana, levarono lavoce,epro testarono contro il malvezzo di voler
far parere la nostra filosofia un'imitazione della filosofia tedesca. Sietematti,si
dice ! Galluppi critico! SERBATI idealista! Le son cosedaridere: voiconfondeteitipicon
gliectipi;voi non sapete che in Italia c'è un'abbondanza straordinaria di tipi,
e che voi altri li sfigurate barbaramente per poterli tramu tare in ectipi.
Questa brava gente,veramente tipica,ignorava,che ilri scontro era tanto poco
sforzato, da esser apparso manifesto ad un filosofo, il quale non era punto
tenero della filosofia tedesca,e che di tutto si poteva accusare, salvo che
della smania divoler costruire la storiaapriori. G., difatti,aveva a chiare
note, e con grande insistenza,segna latoilkantismonelsistema di Galluppi; econ
menodiffu sione,ma con non minor chiarezza,l'hegelismo nel sistema di Rosmini. Oh!come
dunqueivindici,glistoriografi,i rappresentanti
dellafilosofiaitalianaignoravanotuttalacri tica che si era esercitata nel
nostro paese su la nostra filo sofia nazionale? Ma torniamo a Rosmini. G., dopo
avvertita l'ambigua natura dell'ente rosminiano, dopoaverbiasimatoil Rosmini
dinonaverte nuto fermo in una sola e medesima sentenza, di averlo una volta chi
amato un lume datoda Dio, un'altravoltaillume divinomedesimo, eidimostra uguale
accorgimento nelrile vare altri difetti. L'origine delle nostre idee è
doppia,una l'idea dell'ente, l'altra lapercezionesensitiva; ma G. s'accorge,
che la vera sorgente,l'unica sorgente rimane quest'ultima, e domanda. A che
serve il contrarre l'espressione di quanto si vuol che noi percepiamo
immediatamente con una sensazione? Il participio sostituito al verbo potrà mai
avere ilvalore di nasconderei moltigiudizî, chesicontengono nella formola «enteagentesuimieisensi»?
Il participio sostituito al verbo è difatti il ripiego della ideologia
rosminiana: G. ha colto a maraviglia. La percezione sensitiva, ei
continua,è,o no, un atto del pensiero? Se lo è,siavrà un pensare identico
alsentire; senonloè, siavràunapercezione, allaqualeilnostrospi rito non pensa
!O cade in sensualismo, o è nulla pel nostro pensiero. La percezione sensitiva
adunque non si vede in che diver sifichi dalla sensazione, posto che in lei non
debba concorre re traccia di pensiero: nè molto proficua è la ragione, che il
De Grazia chiama potenza terza e neutrale. Non è intellet to,non è
senso:applica ildato dell'intelletto ai dati della sensibilità; d'altro non
brigasi;ma chimallevaallorala realtà ?Non l'intelletto che ha da fare col
possibile ; non il senso che non può cogliere altro che nostre
modificazioni. La capacità di sentire e la facoltà di percepire sono due
potenze così differenti,che dee tenersi per ugual controsenso l' attribuire la
percezione alla sensibilità, e l'attribuir la sensazione all'intelletto. SERBATI
con la percezione sensitiva attribuisce al senso più che la costui capacità non
comporti ; ricasca quindi nel difetto di Galluppi, che fece la sensazione
immediatamente percettiva.A questo sbaglio ecco tener dietro un altro,che a noi
piace riferire con le stesse parole di G. Un'altra opinione sui generis è di
ammettere nel fatto la percezione immediata del nostro essere, e dell'essere
ester no, m a il fatto aver bisogno di venire autenticato da una idea innata,
per quanto concerne la vera esistenza, perchè altri menti quella da noi appresa
nella coscienza potrebbe dirsi apocrifa ! Meglio non poteasi rilevare la
superfluità dell'ente rosmi niano,dopoaverammesso
lapercezionesensitivapercoglie re l'esistenza immediata e reale. Come impugni
G. le interpetrazioni date dal Rosminialsistemadi san Tommaso
vedremoaltravolta; chè tal ricerca non è semplicemente storica,e meglio si
collega allaesposizione della dottrina del nostrofilosofo,ilquale altro non
pretende di aver fatto, che di aver rinnovata la filosofia del sommo
Aquinate,stata per tanti secoli o scono sciuta o frantesa. Venghiamo al
giudizio su l'Hegel. Già per G. tutt'i sistemi nati in Germania dopo del Kant
sono « romanzi filosofici »;questo d'Hegel fra gli altri, anzi a capo degli
altri. Ignaro della lingua tedesca,egli tanto sa de'sistemi tede schi, quanto
ne ha appreso dal libro di Ott,ch'era stato pubblicato a Parigi. Non è da recar
maraviglia adunque, A G. non isfugge nessuno dei tortuosi giri dell'ideo
logia rosminiana. s'ei qui non possa penetrare sempre addentro nel pensiero
dell'Hegel,come ha fatto coi filosofi francesi, e coi nostri. Onde,mentre
lasuacritica della filosofia del Galluppi,del Rosmini edelGioberti,
benchèprolissaestemperata,abbon da di osservazioni sode e profonde, la critica
dell'Hegel rie sce monca e superficiale. A lui mancava la cognizione pie na ed
esatta del sistema; pur tuttavia di alcuni appunti non sipuò ameno diammirare
lasagacia,elaserietà. Attraverso alle incertezze di una esposizione,dove trovan
luogo metafore più proprie ad abbuiare un concetto,che a
lumeggiarlo,èdifficilecogliere ilsignificato genuinodiun sistema . Così a G. il
divenire hegeliano sembra uno strofinamento dell'essere col non-essere. Par che
baleni il sospetto di qualche alterazione a G. stesso,ma tosto si ripiglia, ed
afferma che « si può esser sicuro che le pro posizioni fondamentali della
Logica hegeliana non valgono in tedesco più di quel che valgano in italiano o
in qualsiasi lingua ».Una tal sicurezza veramente fa un poco a calci col metodo
d'osservazione adottato dal nostro filosofo. Il quale se avesse conosciuto
iltedesco, si sarebbe accorto che non trattavasi nè di movimento, nè molto meno
distrofinamento. L'accusaperò, chemuove allaLogicahegelianadiessere un sistema
di rapporti senza termini,è molto più fondata. Senonchenella
Logica,itermininonsonoenonpossono essere altro,che relazioni anch'essi ; ma non
è vero però, ch'e i siano un mero niente, e che tutto il processo hegeliano
riesca al postutto ad un movimento da niente a niente. Cotesta esagerazione è
in lui derivata dal non aver compreso bene il valore del Nicht - sein, che non
egli soltanto, m a parecchi si sono incaponiti ad intendere per un bel nulla.
Fisso in questa interpetrazione, ei continua a biasimare questo modo di far
della scienzaun tessuto disiedino, lontano da ogni realtà salda,e solo
conveniente a quella fi losofia,che riduceirapportiapurevedute
dellospirito.Qui, come si può scorgere,ei non vuol lasciarsi fuggir l'occasio
ne di scagliare un'altra frecciata alla tanto combattuta filo sofia di
Galluppi, accennando la simiglianza che corre tra la soggettività de'rapporti e
l'Idealismo trascendentale,che poi siassolvette nell'Idealismoassoluto. G.
confino accorgimento perseguita il suo illustre avversario sino alle ultime e
non sospettate conseguenze del suo principio. Un rapporto ideale senza i termini
è appreso dalla nostra mente, se si ammette la supposizione che i rapporti sono
pure vedute dello spirito, alle quali nulla corrisponde nelle cose. Hegel è agl’occhi
di G. un elevato e perspicace filosofo, ma il suo sistema è una perpetua
ironia. La sola istruzione che se ne puo cavare è quella di capacitarsi dell’impotenza
della filosofia speculativa a cogliere ed a spiegare la realtà. Ecco dunque
l'istruzione che Hegel ci dà in forme le più solenni: volete voi passare dal
cerchio delle idee astratte al mondo reale ? vi è forza porre innanzi tratto,
che il reale è lo stesso che l'ideale! In altri termini, dalle idee astratte
non si può derivare la realtà. E questa massima può servir di lezione
pe'tentativi, in cui con minori proporzioni, o più propiamente, con meno di
purità speculativa, si vuole maneggiare il metodo ontologico. I due
principii che lo informano sono l’idealismo, e la con traddizione. Dall'uno il
sistema hegeliano piglia le prime mosse. Coll'altra procede avanti. Che cosa se
ne inferisce? Questo soltanto, che il concettualismo è falso. Ma la vera
filosofia rimane illesa dai suoi colpi. Il valore che G. attribuisce ad Hegel è
lo stesso, benchè egli nol dica espressamente, di quello che Socrate ha verso
la sofistica. L'ironia socratica svela le contraddizioni della sofistica, come
l'ironia hegeliana tira le ultime conseguenze del concettualismo. Hegel,
secondo il giudizio di G., addito il rimedio contro le forme subbiettive del
criticismo, deducendo da quelle pre messe, che dunque i fenomeni del pensiero
sono la sola verità assoluta. Tutta la storia della filosofia si spiega, adunque,
e si rannoda intorno al problema della conoscenza. Tre domande si possono fare.
Qual è lo stato presente della nostra coscienza? Qual è stata la sua origine? Qual
è la sua realtà? Il criterio con cui il nostro filosofo giudica tutt'i sistemi
è il seguente, ciò che la nostra mente vede in un fatto o è realmente nel fatto
o la nostra veduta è su tal riguardo illusoria. Da un lato adunque c 'è il
realismo, a favore del quale egli si schiera. Dall'altro lato il
concettualismo, che pigli a diverse forme, finchè non diventi idealismo
assoluto, ossia l'ironia hegeliana, che mette a nudo le coperte magagne
de'sistemi antecedenti. Benchè i sagi di G. sono piuttosto polemiciche
dottrinali, pure in essi,e nel saggio principalmente, si scorgono le linee di
una soluzione del problema genealogico delle idee. G. fa consistere in questa
soluzione tutta la sostanza della filosofia. Ma a lui la genealogia non ha lo stesso
significato che ha a BORELLI (vedasi), dal quale tolge probabilmente il nome. BORELLI
(vedasi), quasi al modo stesso che fa Spencer, studia la genesi del pensiero
sotto l'aspetto fisiologico – cfr. Grice on psycho-LOGY, bio-LOGY, fisio-LOGIA.
G. si arresta ai tre fe nomeni primitivi del sentire, del pensare, e del
volere, e di quivi soltanto piglia le mosse. Qual è ora per lui l'immediato, o
il fatto primitivo sul quale riposa la filosofia sperimentale? GALLUPPI
(vedasi) risponde: questo immediato è il sentimento del me (Grice, Personal
Identity) e del fuor di me. G. risponde: il vero immediato è il sentimento del me
– Grice, Personal Identity -- solo. Questa prima discrepanza si può dire la
origine di ogni divario che corre tra la filosofia de due filosofi calabresi.
Entrambi vogliono partire dalla esperienza immediata, ma i limiti di questa
immediatezza non sono tracciati al modo medesimo. Il metodo d'osservazione,
dice G., ci guida a riconoscere che il campo dell’immediata percezione –
cfr. Grice, The Causal Theory of Perception -- di fatti reali è la sola
esperienza interna, ove l'oggetto è in noi, è la nostra esistenza, e quanto
apprendiamo nelle nostre maniere d’essere. Gl’oggetti esterni non sono esposti
alla immediata nostra percezione, ma noi li percepiamo col mezzo di più atti
mentali. Questa confusione sembra al nostro filosofo tanto più inescusabile in
GALLUPPI (vedasi), quanto più questi si è chiarito contrario alla tesi della
sensazione trasformata. Potrebbe mai credersi, ei dice, che mentre Galluppi combatte
avivamente il principio sensualista, giudicare è sentire, poi ritiene che il
sentire è una speci e del pensare? G. scorge manifesti gl'inconvenienti della
spiegazione galluppiana, e li addita così. Quando si ammette che le realtà
esteriori sono dano i sentite, e che poi l'analisi, distinguendo i sentimenti
che da prima sono confusi, ci dà le idee, non si può sfuggire alla conseguenza che
dette idee non sono altro che sentimenti distinti. L’analisi non ha cangiato la
loro natura primitiva. Tutto il capitale della esperienza esterna è costituito
da ciò che si sente, e da que'rapporti che il nostro spirito ha in pura sua
seduta, ma che non sono nelle cose. Si fatte conseguenze vengono poi confermate
ed ampliate con essersi detto che la coscienza – Grice, Personal Identity – è la
sensibilità interna, cioè All'acume di G. non isfuggi la conseguenza che
porta il principio galluppiano. Se la realtà esteriore è colta immediatamente,
dunque il sentire è lo stesso che il percepire – Grice, POTCHING --; è lo
stesso, che il pensare – Grice, COTCHING. Galluppi sen'è aperto con molta
chiarezza. La sensazione, per lui, suppone l'oggetto sentito – Grice, VISUM -- come
il pensare suppone l'oggetto pensato – Grice on J. L. Austin and the
‘that’-clause --. Il sentire è dunque una specie del pensare. Sentire e pensare
non sono più due fenomeni primitivi, ed irreducibili, come G. sostiene. la
conoscenza de'fatti interni è sensibilità. Vedesi quindi che con questi
principî il sentire [Grice SENSING, PERCEIVING, AND KNOWNING – ed. Schwartz -- non
è distinto dal pensare. Gl’estremi, tra cui si studia di librarsi G., son
questi due. Da una parte quello che raccorcia la portata della coscienza – il
me di Grice in “Personal Identity.” Dall'altra quello che la dilata oltre il
convenevole. Chi dice: la coscienza non coglie la nostra esistenza, e chi dice:
la coscienza si estende alla realtà esterna, dice ugualmente cosa inesatta. Per
difetto, la prima osservazione; per eccesso,la seconda. GALLUPPI (vedasi) ammette
un doppio immediato: i lme – cfr. H. P. Grice, “Personal Identity” – ed il non
me – cfr. H. P. Grice, “Negation and privation.”. G. ne ammette uno, il me SOLO:
donde proviene siffatto divario? Eccolo, con le parole stesse di G., le quali
compendiano e chiariscono la dottrina galluppiana. Il dir che partendo dalle
nostre modificazioni sensibili, noi veniam per via di giudizî acquistando la
conoscenza del mondo esteriore, val quanto il dir che lo spirito umano con i
suo i proprii elementi compone il mondo, La filosofia sperimentale su questo
punto va a coincidere coll’idealismo del criticismo. E perchè?
Perchè Galluppi non si affida ai giudizî per cogliere la realtà; perchè i giudizî,
secondo lui, sono pure vedute dello spirito. Di modo ché, se il mondo non ci è
apparso dal bel principio così, come oggi lo apprendiamo, quello costruito di
poi è una mera relazione del nostro spirito, a cui nulla è corrisposto di reale
nella natura. Diffidente della sincerità de'nostri mezzi di conoscere, Galluppi
quindi appigliossi al partito di Reid, ed
ammette l'immediatezza della sensazione, confondendola con la percezione – cf.
Grice, “The Causal theory of PERCEPTION” -- esterna. Si è quindi detto,
osserva G., che nel fatto io sento non è contenuto il proprio essere (“Being,
and Seeming” by H. P. Grice), e si è terminato d'altra parte con dire che nel
fatto io sento si contiene l'essere straniero, il non io – “That pillar box
SEEMS RED to *me* -- H. P. Grice. G. ritiene la sincerità del giudizio, ritiene
i rapporti come reali, e quindi non alla sensazione, ma ad un processo spontaneo
dell'intelletto, e dal concorso di giudizîdi venuti abituali ed indiscernibili
attribuisce le idee de'corpi, quali nello stato presente le troviamo nella
nostra coscienza. Esclusa da G. l'immediatezza della sensazione, non per questo
ei mena buoni que'sillogismi, i quali si credeno più spedito passaggio dalle
nostre sensazioni al mondo esterno. G. nota che il modello di questi
ragionamenti risale fino al nostro CAMPANELLA, il quale lo formola così. Siamo noi
che mutiamo. Dunque, sentiamo solo noi stessi, e non già le cose. Noi sentiamo
le cose esterne, solo perché ci sentiamo mutare. Ma non siamo noi che ci mutiamo.
Dunque, altra cosa ci muta. Questo sillogismo, che, variamente rimaneggiato, è
rimasto in sostanza il gran ponte di passaggio dal mondo interno all'esterno –
cf. H. P. Grice on Moore and the external world --, non è parso abbastanza concludente
al nostro filosofo. Le lacune, ch'egli vi ha scorte, non si possono logicamente
colmare. Anzitutto: chi vi dice che il principio di ogni nostra mutazione è la
volontà? L'associazione delle nostre idee talvolta NON È VOLONTARIA, ed intanto
è mutazione nostra. E poi, poniamo che la mutazione vi additi alcunchè di
esterno, chi vi garantisce che il principio esterno è un corpo? A
tali obbiezioni non c'è da replicare. Il sillogismo è impotente a discoprire un
fatto. Esso è utile soltanto a discoprire verità di ragione. Tolta
l'immediatezza della sensazione, tolto il sillogismo, G. torna alle
rappresentazioni, come immagini – SEGNI, SIMBOLI -- delle cose esterne, ed alla
induzione, la quale, travagliandosi su quelle immagini, va legittimando la
realtà delle immagini complesse, che l'associazione ha spontaneamente ed
abitualmente formate. Non è una dimostrazione necessaria -- nelle verità di
fatto non si dà mai l'assoluta impossibilità dell'opposto – cf. Grice on
CANCELLABILITY: “Those spots mean measles but he doesn’t have measles” -- ,e
bisogna contentarsi della certezza morale. L'associazione collega insieme le
immagini visive – il VISUM di Grice -- e le tattili. I giudizî abituali colgono
i rapporti quali realmente – cfr. H. P. Grice on J. L. Austin on ‘real’ as a
trouser-word – cf. Keith Arnatt – esistono. Noi adunque venghiamo componendo lo
spettacolo del mondo esterno non con vedute subbiettive, ma con elementi dati
dalla realtà stessa delle cose. Questa è pure la dottrina d’AQUINO, e di tutta
la filosofia ortodossa (vale a dire, ITALIANA). Nell'ultimo saggio pubblicato
col titolo di “Prospetto della filosofia ORTO-dossa,” – cf. G. P. Baker, of St.
John’s, Oxford, on H. P. Grice, of St. John’s Oxford, on ‘heterodoxy is other
people’s orthodoxy” -- ilnostro filosofo si fa forte dell'autorità d’AQUINO
(vedasi) per tutte le parti fondamentali della sua dottrina, salvo i miglioramenti
ch'ei crede di avervi arrecato, supplendo a quelli ch'ei chiama desiderata
della filosofia d’AQUINO. G. non è abbastanzaversato nella filosofia del LIZIO
(il modo d’scrivere LICEO), da accorgersi che il meglio di quella, che ei
battezza per dottrina ortodossa, è mutuato dal LIZIO. Vediamo intanto quali
principii ei ne accoglie, e ne tesoreggia. Primieramente G. avverte la
differenza che AQUINO mette tra isensibili proprî, ed i comuni; differenza, che
noi sappiamo appartenere al LIZIO. Con molto acume AQUINO avverte di fatti che
i sensibili proprî sono qualità -- come odori, sapori, suoni, colori – Grice:
That pillar box seems red to me -- ,e simili; e che i sensibili comuni, invece,
sono quantità o estensiva, o intensiva, o discreta, come figure, distanze, movimenti,
successione. SENSIBILIA PROPRIA SUNT QUALITATES. SENSIBILIA COMMUNIA OMNIA
REDUCUNTUR AD QUANTITATEM. Finalmente cita la sentenza che accenna alla
formazione delle immagini corporee, e che attribuisce allo spirito, e non Dipoi
ricorda la dottrina su i rapporti, che AQUINO ha riconosciuto come reali, come
RES NATVRAE e non già come res rationis. già ai corpi. Imaginem corporis non
corpus in spiritu, sed ipse spiritus in se ipso facit. Alla quale ultima
sentenza G. aggiunge questa avvertenza . E l'avvertenza mira visibilmente a
cansare l'equivoco delle forme soggettive, e degl’elementi A-PRIORI (cfr.
GUASTELLA – Grice/Strawson, In defense of a dogma -- da lui con grande
perseveranza combattuti. Lo spirito si compone egli le immagini de'corpi
esterni, l'idea di ‘corpo’ è un prodotto della SINTESI a-posteriori, contro
alla opinione di Galluppi, ma in questo raccoglimento non c'è mistura d’elementi
soggettivi. Tutti i dati sono reali.In questo significato, e non altrimenti va
intesa la proposizione d’AQUINO (vedasi), che ad altri puo parere intinta di CRITICISMO
kantiano, e che suona così. ANIMA DAT eis formandis quiddam substantiae suae. AQUINO
(vedasi) adunque traccia le prime linee di quella filosofia sperimentale di cui
G. si dà per continuatore. I due filosofi cadono d'accordo sui seguenti
risultati. Nel senso non v'è altro che il cangiamento del senso. L’immagini
de'corpi si van componendo con elementi nostri. Noi giudichiamo, essere i corpi
simili a quelle immagini. Se non che AQUINO s'è fermato qui. G. domanda inoltre.
Con quali operazioni si son formate quelle immagini? Con qual criterio le
giudichiamo simili ai corpi esterni? Alla prima domanda risponde. L’operazioni
sono i giudizî accoppiati alle sensazioni. L’associazione dell’immagini visive
con le immagini tattili – cf. H. P. Grice on MOLINEUX – some remarks about the
senses --. Giudizi ed associazione che si uniscono spontaneamente ed
abitualmente. Alla seconda domanda poi ha risponde. La
legittimazione Quanto però AQUINO enuncia, non lascia dubbio che nella
formazione dell’immagini de'corpi esterni ha inteso non mettersi in opra altri
elementi che que’del senso e della imaginazione. Quando, difatti, io
applico ai fenomeni della estensione le verità della geometria euclideana, e
l'applicazione riesce, allora è chiaro che alla esistenza de'corpi si aggiunge
tutta la forza della dimostrazione induttiva. Mal si è creduto che ogni nerbo
di logica dimostrazione consiste soltanto nel sillogismo e nelle sue forme. Se
l'estensione corporea, dice G., è reale, la trovo costantemente conforme alle
leggi geometriche d’EUCLIDE, ma se è un'illusione de'sensi, mi si puo
presentare nelle volubili forme in cui apparisce ne’sogni o nelle geometrie
non-euclideee. Nella ipotesi affermativa v'è la necessità assoluta di trovarsi
avverate le verità matematiche, come si ha nell'esperienza (cf. Mill on 7+5=12
come sintetico a priori). Nella ipotesi negativa, l'evento che ne dà
l'esperienza, è uno degli infiniti eventi possibili. Questo cenno può far
presentire, a qual grado si eleva la pruova induttiva di Leibniz, riguardandola
dal solo lato delle verità matematiche. Esposta in questi termini la mente del
nostro filosofo, proseguiamo a raffrontare le differenze conseguenti tra la sua
dottrina, e quella di Galluppi. Galluppi pareggia la sperienza interna con
l'esterna, e quindi ammessa una doppia relazione colta immediatamente, quella
tra sostanza e modificazione, e l'altra tra causa ed effetto. G., invece, distingue
le idee pri - si fa non per la immediatezza della sensazione, e neppure per
sillogismo, ma per via d'induzione, secondo l'addita mento di Leibniz, e d’Alembert,
i due filosofi matematici, mal trascurati dai filosofi posteriori. Non è
dimostrazione apodittica cotesta, certamente: anche un incontro fortuito
potrebbe essere causa di quella corrispondenza che noi verifichiamo nella sperienza
tra i rapporti quantitativi ideali, e i rapporti quantitativi reali dei corpi; ma
a qual estremo sia ssottiglia questa possibilità di un incontro fortuito, e di
quanta forza non s'ingagliardisce l'ipotesi della realtà de'rapporti tra corpo
e corpo! mitive dalle derivative; chiama primitive quelle che sono
ricavate dal fatto immediato della coscienza, da lui circoscritto nel solo io sento
– Grice, sense datum --; e chiama derivative quelle che na scono poi dalla
sperienza esterna. Si sono messe, ei dice, in una medesima classe, tanto le
idee primitive di numero, di sostanza,e di modificazione, di affermazione e
negazione, quanto le idee derivative di causa, di azione mutua, del contingente,
del necessario, del possibile; e non si sono mentovate le idee derivative di
spazio, di tempo, per essersi supposto venirci date dalla sensibilità senza
previo lavoro dell'intelletto. L'originale dell'idea di sostanza è dunque il nostro
proprio essere: delle modificazioni si dice impropriamente che esistono: ciò ch’esiste—the
value of the variable – Grice, Vacuous names -- è la sostanza. Però se un
essere esistente (Marmaduke Bloggs) non ha punto di modi, ei non è nè in moto, nè
in quiete; nè pensante, nè non pensante, e ci è un mezzo tra l’esseree d il non
essere; il che è assurdo. Cosi dice egli parlando delle forme del criticismo, e
l'appunto si può volgere pure al Galluppi, che alla sostanza ed alla causa
attribuì, come abbiamo visto, la medesima origine. Per G. la coscienza è l'io
sento (SENTO ERGO SUM – Someone, viz I, is hearing a noise), e in questo fatto
permanente della propria esistenza lo spirito apprende la sostanza, come la
modificazione nelle sensazioni in cui si sente esistere. Il modo di esistere non
si può dispiccare dall’esistenza, e G. chiama una RIVOLUZIONE filosofica quella
avvenuta in occasione dello scetticismo di Hume, quando si comincia ad
affermare che nel fatto di coscienza v'è il solo modo d’essere, enon già l'essere.
D'allora in poi si cerca di supplire a questo difetto supposto per via di
aggiunzioni provenienti da altre sorgenti. Così SERBATI suppone che al fatto di
coscienza si dovesse aggiungere l'i dea dell'essere. Pee G. il fatto della
coscienza nella sua integrità dà l'uno e l'altro; se non che a cogliere questo
rapporto non è atta la sensazione, siveramente il giudizio. Senza avere
sperimentato il fatto del passaggio da una modificazione ad un'altra, noi non
avremmo potuto affermarlo: dopo la sperienza però, noi essendo in un dato modo
pensiamo la tendenza di passare ad un altro; e cotesta tendenza chiamiamo
forza, la quale è dunque ciò che han no di costante gli stati successivi della
sostanza. Nella origine dell'idea di causa – PARIDE AMA ELENA, caso causativo
-- noi abbiamo bisogno di altri dati. a Non si avverte, dice il nostro filosofo,
che la causa che produce le sensazioni è quella che mette in esercizio la
sensibilità; la causa che produce i pensieri non è la potenza di pensare, ma è quella
che mette in esercizio la potenzadi pensare; la causa che produce i voleri non
è la volontà, ma è quella che mette in esercizio la volontà. Chi ricorda ora
che a queste tre classi di fenomeni riduce egli tutta la nostra attività spirituale,
vede chiaramente che per lui se la coscienza porge il modello della sostanza, non
è però bastevole a spiegare l'idea di causa. Qui occorrono più sostanze, di cui
una determina l'altra. Nella sostanza la mutazione sopravvenuta è determinata
dallo statoanteriore; nella causa essa mutazione è deter minata e dallo stato
anteriore e dalla mutua azione. G. riassume la sua dottrina su queste due idee
capitali nel seguente modo. La sostanza persiste nella sua immutabile natura al
cangiar delle modificazioni. Nell'ordine naturale nè possono prodursi nuove
sostanze, nè le attuali annientarsi. I cangiamenti di una sostanza sono cosi
connessi tra loro, che in ogni istante il suo stato è determinato dal suo stato
antecedente, cioè nel corso de'suoi cangiamenti ha per modificazione costante una
tendenza al cangiamento che immediato va seguendo, e questa tendenza è quelche
noi conosciamo della forza interna di una sostanza. La diversa natura di queste
forze ci viene manifestata dalla esperienza, cioè dai diversi cangiamenti della
sostanza. Così distinguiamo le varie forze interne di una sostanza, e le varie forze
interne delle diverse sostanze. Una sostanza, che trovasi in uno stato
permanente non può da sè stessa, cioè per propria forza, passare ad altro
stato. Oltre la connessione tra i cangiamenti di una stessa sostanza v'è anche
una connessione tra i cangiamenti di diverse sostanze – cf. Grice’s seminar on
Wiggins, “Sameness and substance” -- ,cioè una mutua azione tra le medesime.
Tutti gl’avvenimenti dell'universo sono necessarii, e l'azzardo non è che
l'incontro di avvenimenti non connessi tra loro.Ma questo incontro medesimo è
necessario, in quanto son necessarie le serie de’cangiamenti anteriori, che han
determinato quegli stessi avvenimenti che s'incontrano. Ecco la somma della sua
dottrina, la quale, intorno alla causalità specialmente, è la traduzione
filosofica delle leggi del moto d iNewton. Queste leggi, osserva G., ed a
ragione, non sono vere leggi degli esseri naturali, se è falsa l'ipotesi della
mutua azione. Locke intanto nega l'idea di sostanza, Hume la connessione
richiesta dalla mutua azione nella causalita; entrambi per lo stesso motivo, che
noi cioè non conosciamo adeguatamente nè quella, nè questa. Pare al nostro filosofo
che il ragionamento di Hume si riduca a questo entimema. Noi non abbiamo ide aadeguata
di azione. Dunque non ne abhiamo punto. Le ricerche, dalle quali Hume è stato
indotto a questa conclusione, la quale tronca i nervi ad ogni attività
scientifica, si possono brevemente esporre così. L'esperienza non dà connessione,
ma semplice congiunzione: il ragionamento non dà idee nuove: l'abitudine non
cangia la natura della prinda percezione, come una serie di zeri è
impotente a co stituire una quantità. Colla coscienza colghiamo le mutazioni nostre,
e legiu dichiamo appartenere alla nostra sostanza: coll'astrazione noi rendiamo
generale questa connessione interna. La sperienza esterna dipoi ci mostra fatti
in congiunzione, ma con tal costanza, che noi ci avvezziamo a riferire un
fenomeno alla presenza di un dato oggetto: noi induciamo che questa
congiunzione è una vera dipendenza. E perchè? Una contraria supposizione, ei
risponde, implica l'assurdo, che due sostanze con le stesse modificazioni sono
condizionate ad e sercitare una mutua azione in un tempo più tosto che in
altro;in un luogo più tosto che in altro luogo. In tal guisa tutte quelle funzioni
del pensiero,che isolate non sarebberostatebastevoliafornircilaconnessionecau
sale, intrecciateabilmente insieme bastano. Kant,come sappiamo, dalle premesse
di Hume, lasciate correre senza contrasto, inferi che dunque l'idea di causa è
a priori; evitando con questa origine le scabrose ricerche dell'analisi. Altri
aveva inferito che il principio di causalità è, non già sintetico a priori, ma
analitico adirittura, come tra i nostri Galluppi e Rosmini. Il nostro G.
riconosce che nella idea dell'AVVENIMENTO [cfr. Grice, “Actions and events –
section: “Cause”] non è racchiusa l'idea della sua causa. Dà ragione alla
filosofia critica di averlo sostenuto per sintetico. Ma crede di coglierla poi
in flagrante contraddizione nel valore che Kant attribuì a tal principio. Giova
esaminare quest'ultimo aspetto della questione. G. replica. Altro è il non
avere una idea adeguata, il non conoscere il come dell'azione; ed altro il non
averne la menoma idea. Vero è inoltre, che nè la sperienza, nè il sillogismo, nè
l'abitudine bastano da soli, ma intrecciati insieme forsebasteranno: e poi si è
lasciata fuor di conto l'induzione, la quale è d’un aiuto inestimabile. Ed
eccocome. Kant ha attribuito al principio di causalità un'origine a priori,
e poi aveva attribuito allo stesso un valore oggettivo – PARIDE AMA ELENA –
ELENA ‘caso causativo’: G. interpet r a oggettivo nel senso della filosofia
sperimentale, ed affibbia a Kant una contraddizione che proviene da una poco
esatta cognizione della Critica della Ragion pura. Da una parte si ammette, che
i nostri concetti e i giudizî sintetici a priori (“This sweater is green and
red all over – no stripes allowed” – Grice) hanno un valore oggettivo nella
natura. Dall'altra parte si sostiene che la causalità non è legge degl’esseri,
ma legge de'lor cangiamenti sommessi alla nostra esperienza. Per Kant
l'oggettivo non è punto nella natura, ma era semplicemente ciò che si trovava
in ogni coscienza, non come questa o quella coscienza empirica ed individuale, ma
in ogni coscienza umana in universale, in ogni coscienza uma na come tale. Onde
Fischer esponendo questa significazione della parola oggettivo – cf. Grice,
obble -- nel sistema kantiano scrive appunto cosi. Nun heisst verknüpft sein in
reinen bewusstsein soviel als OBJEKTIV verknüpft sein. Ma di tali inesattezze è
causa non la poca penetrazione della mente, si l'aver lui ignorato la lingua
tedesca – OBJEKTIV – “What’s German about it? – Grice -- ; il che lo costrinse
a servirsi di poco sicure traduzioni – cf. Grice’s ABBOTT! -- Nell'esame del
modo, come G. spiega l'origine dell'idea di sostanza, e quella di causa – cf.
PARIDE AMA ELENA, caso causativo -- noi abbiamo indicato tutto quanto il suo
processo analitico nella genealogia del pensiero, perchè la prima idea è
primitiva, la seconda derivativa. Pure d’altre principali toccheremo un cenno
per chiarezza maggiore, ma prima alleghiamo testualmente la formola del suo
metodo. Pura osservazione di fatto nelle idee primitive; pura osservazione di
concetti astratti nelle idee derivative; ecco i due cardini del suo saggio. La
natura oggettiva delle idee di rapporto, e i giudizî parte integrante d’alcune
idee sono le due vedute primordiali nella quistione della origine e realtà
delle nostre conoscenze. Con questo criterio ora il nostro filosofo si fa ad
esaminare il fatto, ed iquivi per via diastrazione, ossia per via del giudizio,
attinge ogni nostra idea. Percepire il possibile val giudicare ciò ch'è
possibile, come percepire il necessario val giudicare ciò ch’ènecessario, e
percepire il generale (horseness) val giudicare ciò ch'è generale. È una falsa
opinione il credere che la necessità, la possibilità, l’universalità, come
altre sì l’identità, la diversità (‘otherness’) non sono contenute tutte quante
nella realtà che ci sta davanti. Il giudizio non aggiunge nulla di suo. Esso è
un puro mezzo di osservazione, e nulla più. Il nostro spirito ha la virtù di
apprendere l'identità e la diversità, con cui si offrono le idee alla nostra
percezione – cf. Grice, “The causal theory of perception” – the gappy link to
be provided by a scientist, not a philosopher – ecco quanto devesi solamente dire
dal filosofo. L'infinito non è pel nostro autore, se non la quantità infinita,
e la origine di questa idea è anch'essa dovuta alla esperienza (“I know that
there are infinitely many stars.”). Partendo dal principio che il positivo dee
precedere il negativo nell'ordine genealogico – Grice, “Negation and
privation,” “Lectures on negation” -- , abbiamo conchiuso, la quantità che ha
limiti dover precedere la quantità che non ha limiti. Il finito dover precedere
l'infinito. Il si [Roman ‘sic’]– l’apofansi d’Abbagnano -- avanti al no [cf.
‘non’ – Grice: “Italian ‘non’ e ‘no’]. L'equivoco è nel credere che una
quantità infinita non è negativa. Che se si osserva, la quantità infinita comprendere
in se tutte le finite, è da osservare altresì ch'essa le comprende non come
negazione, ma come quantità. La negazione si riferisce al limite. Tra quelli
che AQUINO chiama sensibili comuni ci sono l'estensione e la successione, rapporti
quantitativi, mentre i sensibili proprî sono qualità. Ora lavorando. Più complicata
è la genesi delle idee di spazio e di tempo – Grice, on Strawson on individual
as spatio-temporal continuant. Sopra questi due dati, vale a dire
considerando come assoluta la posizione de'punti nella estensione, e
degl'istanti nella successione, si ha nel primo caso lo spazio, nel secondo il tempo
– cf. Grice on “Personal identity” as a temporal succession of mnemonic states..
La pura estensione non è tutta intera l'idea dello spazio. In questo v'è dippiù
il valore assoluto de'suoi punti. L'idea di successione non è tutta intera
l'idea del tempo. In questo v'è dippiù il valore assoluto de’suoi istanti. Che
cosa vuol dire questo valore assoluto? Ecco. L’estensione consiste nella
postura de'punti; e cotesta postura è di sua natura relativa. Se ora la postura
non si riferisce ad alcuni punti soltanto, ma a tutt'i punti assegnabili, si ha
non più una data estensione, ma lo spazio. Cosi dicasi del tempo per rispetto alla
successione – cf. Luigi Speranza, “Grice e Bergson nella filosofia italiana”.
C'è successione, se un istantes iriferisce ad un istante dato. C'è tempo se la
relazione si allarga a tutti gl'istanti assegnabili. Di modo chè lo spazio si ha
negando il limite della estensione finita; il tempo negando il limite della
successione finita. Ma l'estensione e la successione, si puo domandere, donde
provvengono? G., che li chiama sensibili comuni, ritenendo la nomenclatura d’AQUINO
(vedasi) nel Prospetto della filosofia ortodossa [italiana: auttotona], nel
Saggio ne attribuisce l'origine non alla sensibilità, ma all'intelletto. Egli
anzi combatte la dottrina critica delle forme pure della sensibilità, osservando
che non si può dare estensione e successione senza apprendere delle sensazioni
come moltiplici, e quindi come diverse, o me identiche; sicchè numero, diversità,
identità sono condizioni dell'apprensione di questi due nuovi rapporti, che si
dicono estensione e successione. Il criicisimo che le attribuisce alla
sensibilità non si accorge del concorso indispensabile dell'intelletto che vi
si richiedeva; ed anzi si contraddice ammettendo che la materia sensibile
prende un primo ordine nelle forme pure della sensibilità, e che per esse forme
la varietà e la moltiplicità della rappresentazione acquista un certo ordine.
Questa contraddizione è vvertita da BORRELLI (vedasi) prima di G., e forse
questi l'ha mutuata dall'autore della Genealogia del pensiero. Il criticismo, dice
BORRELLI (vedsi), tiene per categorie dell'intelletto la diversità e la moltiplicità:
ed intanto ammette una varietà ed una moltitudine anche nella sensibilità: come
va ciò? Nè BORRELLI (vedasi), né G. s'accorsero però che il divario tra
categoria, ed intuizione pura consiste non già nel supporre entrambe una
moltiplicità; ma nel diverso modo del legame categorico, ed intuitivo. Ma è
tempo omai di giudicare nel suo insieme il tentativo del nostro filosofo.
Propostosi di scoprire le lacune della filosofia di GALLUPPI (vedasi) principalmente,
e d’additare i costui sviamenti dal metodo sperimentale, egli si studia di
evitare ogni spiegazione, la quale non si desumesse dal fatto reale. La ragione
c'è non per produrre, ma per osservare: il più che puo fare è di astrarre. Per
questa disposizione d'animo gli ando a sangue la filosofia d’AQUINO (vedasi),
che, foggiata sul LIZIO, gli parve battesse la stessa via. Ripetendo l'antico
adagio el LIZIO che il pensare è o fantasia, o non senza fantasia, AQUINO
(vedasi) procede difatti d’astrazione in astrazione, ma senza dispiccarsi mai dal
fatto sensibile. Che cosa è il fantasma? Similitudine dellacosa particolare. Similitudo
rei particularis. Che cosa è l'atto dell'intendere? È la specie intelligibile, species
intelligibilis, che si torna ad astrarre dal fantasma: un'astrazione a doppio grado.
E che cosa vuol dire illuminare i fantasmi, e quel famoso lume divino, sul quale
tanto disputa SERBATI, se è il divino stesso, o un suo riflesso? Per G. non è altro,
se non l'effetto dell’attenzione, che vi si presta. Il giudicare è a
G. un fatto irreducibile, da non confondere con la sensazione – cf. Grice on
cotching and potching --, ma insieme è un puro mezzo d’osservazione. Osservare
adunque è la parola che compendia tutta la sua filosofia. Per questo verso la
filosofia di G. è più moderna di quella di Galluppi, e rasenta assai
da presso il positivismo, che in quel torno si sta concependo. Il Corso di
filosofia positiva dettato da Comte è pubblicato in Francia. G. puo averne
notizia, ma tutto induce a credere, ch'ei non l'abbia avuta. L'educazione prima
della sua mente, che al pari di quella di Comte è stata avvezza alle scienze esatte,
e la poca propensione per le spiegazioni trascendentali poteronlo però
sospingere per la medesima via. G. al pari de’positivisti dichiara sconosciute
le essenze delle cose, limitata ad una mera riduzione di fenomeni tutta la
nostra scienza. Crede anche lui doversi applicare alla filosofia il metodo
delle scienze esatte e delle sperimentali, e da qui la grande importanza che
attribuisce all’induzione – cf. Grice on third-degree induction in Kneale --,
la scarsa che attribuisce al sillogismo Barbara – citato da Grice, Aspects of
reason. Se non che all'osservazione immediata ei seppe accoppiare l'induzione,
ch'è l'osservazione mediata. Della induzione ha un concetto preciso, nè la volle
ristretta al semplice radunamento de'fatti osservati, ma ne estese la portata
oltre ai limiti della sperienza. In questo allargamento però essa non genera
nell'animo quella evidenza, che scintilla soltanto dalla osservazione
immediata, o dalle verità di ragione; ma una certezza morale, la quale ammette
la possibilità dell'opposto. Tutte le scienze sperimentali debbono tenersi
paghi di quello stato, ch'è pure tanto discosto dal dubbio tormentoso lasciato in
eredità dạ Hume – Grice, Hume projection, a treatise on Humean nature --, il quale
disconobbe l'efficacia della induzione. Ecco difatti alcune sentenze, le quali
si potrebbero credere imitate da Comte. Il metodo è il ridurre i fenomeni
particolari (particularised implicature) a’fenomeni generali (generalised
implicature), e questi ad altri più generali fino ad arrestarsi a pochi
fenomeni irreducibili. La riduzione viene operata a lume delle verità
necessarie da un lato, e dalle accurate osservazioni dall'altro lato. E un
fenomeno generale che resiste agli incessanti rigorosi tentativi di riduzione –
cf. Grice on reductionist vs. reductive --, non è perciò dichiarato
assolutamente irreducibile – cannot be reductive, cannot be reductionist -- alle
note forze primarie delle sostanze corporee, note però negl’effetti, e per noi
sempre ignote nella loro essenza. I nostri mezzi sono impotenti a scovrir la
natura degl’esseri. Tutto quel che può scovrire la nostra ragione nella scienza
della natura è riposto nel classificare i fatti sperimentali con andarrisalendo
da’fatti individuali a’generali, e da questi a'più generali fino a raggiungere
i fatti primiti vi, ov'è forza l'arrestarsi. Ma al lato a queste somiglianze troviamo
in G. dei tratti, che lo differenziano dal fondatore del positivismo; ne addito
due come principali. Comte trascura affatto il problema della conoscenza, ed
invece questo problema rimane per G. il primo ed il capitale. Comte attribuisce
alla metafisica un valore storico soltanto, G. è per sua soche la metafisica
possa rimanere accanto alla scienza sperimentale.Così,sebbene dichia ri
inconoscibilel'essenzadell'anima,enotasolalasuama nifestazione nel pensiero,non
esita poi di affermare che la metafisica ne ha stabilito la spiritualità,
l'immortalità, la vita futura. Questa oscillazione fra le esigenze del suo
metodo e le tra dizioni di quella ch'ei chiama filosofia ortodossa (italiana
autottona) fa sì che in lui si può ravvisare ora un tomista sequace d’AQUINO
(vedasi), ed ora un positivista, secondo i casi. Se non che il tomismo stesso
d’AQUINO (vedasi) a lui or balena 9 va come riflesso dalla filosofia
del LIZIO, or come lume raggiante dalla rivelazione divina; e della ortodossia
del credente si fa schermo a nascondere gl’ardimenti del filosofo. Noi ignoriamo
quali accuse gli sono mosse, e quali rimproveri fatti. Certo apparisce da
alcuni luoghi dei suoi saggi che qualcosa di simile ci dove essere stato:
eccone uno per esempio. Ci crediamo abbastanza fortunati di aver veduto
protrattii nostri giorni, fino all'istante di rassicurarci che il nostro
comunque debole lavoro è sotto la guarentigia d’AQUINO (vedasi), contro le
avventate odiose imputazioni. Ed altrove dice esplicitamente ch'ei ricorre
all'autorità di AQUINO (si veda) per iscagionarsi della taccia d'incredulita.
Lo studio d’Aquino, e d il Prospetto della filosofia ortodossa che ne è il risultato,
ebbero adunque per fine la difesa della propria dottrina. Meglio forse fa a
dispregiare il vano cicaleccio del volgo, che d’ogni ricerca filosofica
s'adombra e s'insospettisce; ma l'indole del nostro filosofo è dimessa e
circospetta, e preferi di ripararsi sotto l'egida di un dottore di santa
Chiesa; come se un altrettal espediente è giovato a SERBATI (si veda) e da
GIOBERTI (si veda). Senza il bisogno di quest’apologia della sua dottrina a
vrebbe potuto por mano a quella filosofia del pensiero, a cui accenna; imperciocchè,
con tutt'i suoi volumi, il suo sistema rimane appena delineato nel principio e nel
metodo; nè delle applicazioni all’estetica, o all'etica si trova più di un
semplice accenno. La logica – blue-collar -- stessa non vi è di stesa
pienamente, sebbene tutto i'l saggio non s i occupi di altro che di logica.
Stando ai brevi accenni noi sappiamo che le parti della filosofia per lui
sarebbero state la logica, l'etica, l'estetica, perchè i tre fenomeni
irreducibili del pensiero – cf. Grice, psicologia razionale -- sono il giudicare,
il volere, il sentire. Il sillogismo è giudizio pure; ma un giudizio
fondato sopra idee astratte, mentre il giudizio primitivo è la osservazione
immediata della realtà concreta. Il sillogismo è applicabile alle sole verità
di ragione. La prova induttivá si adopera a slargare la cerchia della sperienza
immediata: essa però presuppone la realtà delle idee di numero, identità,
diversità, sostanza, modificazione, necessità, possibilità. Queste idee non si
possono ricavare per induzione, altrimenti ci sarebbe un circolo. Sono ricavate
per astrazione dalla osservazione immediata fatta per mezzo del giudizio.
L'associazione è la sorgente spontanea, ma illegittima delle nostre idee:
l'induzione di poi legittima – cf. Grice, deem --, confermandole, quelle
relazioni, che l'associazione delle idee aveva per ipo tesi anticipato. Ecco
adunque delineato il compito della logica: analisi del senso comune – i
linguaggio ordinario --, e giustificazione delle credenze spontanee che quello
contiene. E dell'etica? Solo per intramessa sappiamo, ch'egli, a differenza di
Elvezio, il quale dà per originario il solo desiderio del proprio utile,
ammette appetiti disinteressati originalmente, non credendo che l'abitudine
potrebbe andare fino al punto di snaturare la qualità stessa del desiderio (cf.
Grice, morality cashing on desire and interest. Or se noi abbiamo nella
coscienza attuale de motivi disinteressati, è necessità che questi motivi SI
FONDANO sopra appetiti primitivameute tali. Anche quia dunque G. adotta
lo stesso procedimento della conoscenza: lo spirito avrebbe legittimato con la
ragione ciò che la natura spontaneamente avesse in Prima la mente
crede, perchè non ragiona ancora; poi crede, perché la ragione ha legittimato
la sua credenza. Fin chè il dubbio non l'assale, la mente riposa sicura sui nessi
stretti spontaneamente dall’associazione naturale delle sue idee: quando il
dubbio sottentra, la induzione ne la libera, giustificando la spontanea
credenza. origine operato. Se non che, egli seneri mette a quella
filosofia del pensiero, che poio non scrive, o non arria sino a noi. Meno
preciso è il disegno, del quale si sarebbe dovuto toccare dell’estetica. Noi
sappiamo solo, che il bello è per lui l'oggetto della percezione – cf. Sibley,
second-order quality --, quando ci riesce piacevole il contemplarlo.
Ma, oltre a questo effetto prodotto dalla bellezza nello spirito contemplatore,
in vano si cercherebbero altri schiarimenti. Nei voluminosi saggi che scrive ha
G. potuto colorire intero il disegno della sua filosofia, se non si fosse
allargato troppo in polemiche ed in apologie, soventi superflue, e se usa
maggior parsimonia nello stile, ch'è diffuso, stemperato, e ridondante
d'interminabili ripetizioni. I suoi saggi si sarebbero potuti restringere in un
solo, o in un paio al più, senza nessun danno per le idee che vi esprime; e
forse con questo guadagno dippiù, di aver potuto trovare maggior numero di
lettori. Dobbiamo in questa occasione ricordare, che il sensualismo è la
dottrina favorita degl’italiani, pria di comparire il saggio sulla critica
della conoscenza, che in parte colla forza del ragionamento, e in parte con
quella autorità che il nostro GALLUPPI (si veda) venne mano mano acquistando
pel valore della sua opera, egli riuscì a sradicare l'errore dalle menti, ed
avviarle a’sani principi della morale e della religione. Quindi le sue
istituzioni di filosofia, del tutto conformi ai suoi principi del saggio,
furono adottate per quasi tutte le scuole d'insegnamento in Italia. Un tal
positivo giovamento recato alla [G. combatté la filosofia di
GALLUPPI (si veda), finché que sti vive e professa a Napoli: la combattè perchè
la credette sbagliata e perniziosa. Morto che e il suo grande avversario, ei,
pur rimanendo saldo nella sua sentenza, scrive di lui queste parole sua patria
è la gloria maggiore cui aspirar mai si possa da un filosofo. Così
G. giudica Galluppi morto nel Prospetto di filosofia ortodossa. Ed
il giudizio ci rivela il carattere integro, leale, generoso di chi lo porta.
Combattendo le dottrine di un avversario, ei rispetta, ei loda le intenzioni ;
ei non disconosce l'utilità che aveva arrecato al suo paese. Talvolta anzi ei
par che non agogni, che non cerchi altra gloria che quella conseguita dal suo
valoroso avversario: dispera quasi di conseguirla vivo, pur se l'augura dopo
morto, non tanto per sè, quanto a pro della sua patria. Ese non può goderne chi
l'ha meritata, pur questa tar da gloria si riflette sula sua patria, serve
disprone a’ suoi concittadini sopra tutto, nella faticosa carriera filosofica,
e riesce di nobile compiacenza per tutti gli spiriti fatti per a m mirare, per
amar la virtù. Chi scrive queste magnanime parole ha certamente un cuore non
minore della mente, e la tarda gloria da lui invocata è un tributo ben meritato
da chi non stimolato da bisogno, non allettato da premio, passa la vita, non
fragliagi ereditati, ma nella faticosa palestra dello studio filosofico, dove
s'invecchia e si muore anzi tempo, ma dove si ha al meno il dritto di credere
che, morendo, non si muore del tutto. Nome compiuto: Vincenzo Di Grazia.
Grazia. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Grazia” – The
Swimming-Pool Library.
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