GRICE ITALO A-Z G GRA

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grassi: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- dove fiorisce il limone – la giovinezza e il fascismo – parole ai giovani – al senato --  filosofia fascista – la scuola di Mascali -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Mascali). Abstract. Grice: “England had Chamberlain; Italy, Mussolini!” -- Keywords: fascismo. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Mascali, Catania, Sicilia. Grice: “I like Grassi; he wrote on Faust!” Inizia gli studi ginnasiali presso il seminario di Acireale fino alla terza ginnasiale, proseguendoli poi a Catania, presso il liceo "Nicola Spedalieri".  Assiduo frequentatore della sala di lettura dell'Catania, conobbe Rapisardi, cui lo legò una profonda stima ed affinità.  Si laurea a Napoli con “La memoria delle immagini acustica e visiva della parola in rapporto specialmente al tempo di "fissazione", suggeritagli da Bianchi (Rivista di Freniatria). Si trasferì a Messina dove divenne assistente di Weiss. Comincia a provare le prime grosse delusioni per l'inconciliabile contrasto fra le esigenze pratiche della professione, che rischiavano di piegarlo a umilianti compromessi, e le alte aspirazioni della sua anima.  Muta bruscamente indirizzo, iscrivendosi alla facoltà di scienze naturali, conseguendo così la laurea con Mingazzini sostenendo una tesi intorno ai pesci di Ganzirri e Faro, che poi fu pubblicata su una rivista veneziana. Mingazzini, chiamato a Bologna, era felice di averlo come assistente. Il suo spirito inquieto cerca altre vie ed altri sbocchi, e così intraprese a frequentare le lezioni che si tenevano nella facoltà di filosofia a Catania, nel Palazzo Grassi, a Via Firenze. Prrofondamente influenzato dalle precedenti frequentazioni messinesi dove campeggiavano figure come Pascoli, col quale strinse amicizia, Cesca, Barbi, Mancini, Ardigò, Dandolo e Salvemini. Si laurea in filosofia presso l'ateneo catanese, con “L'unità dei fatti psichici fondamentali” (Muglia, Muggia, Messina). Insegna a Caltagirone e Catania. Inizia un'intensa attività che vide tra i suoi maggiori corrispondenti Gentile eSturzocon i quali intrattenne un copioso carteggio oltre al letterato Villaroel, Farinelli, Varisco, Majelli, Carabellese e Fassò.  Fonda Prisma a cui collabora, tra gli altri, anche M. Sgalambro.  Altre saggi: “Preludi a un commento alla vita del Faust” (Catania, Studio Moderno); “Commento alla vita di Faust” (Torino, Bocca); “Preludi storico-attualistici alla Critica della ragion pratica” (Catania, Crisafulli); “Medico mancato” (Catania, Legione); “L’assoluto”, Roma, Enciclopedia Treccani); “L’assoluto” Roma, Enciclopedia De Carlo. “Giornale critico della filosofia italiana” “Logica e metafisica”, “Goethe in Italia”, “La musica e le idee” – “Esegesi del Fausto” “tramonto di Occidente”; “REminiscenze e visione paesane”;  “La giovinezza e il fascismo – parole ai giovani” (Senato). “Mazzini”;  “Il faust e il tramonto dell’occidente o di una nuova corrente esegetica del Fuasto in Germania”; “Goethe in Italia”; Membro della Fondazione GENTILE per gli Studi Filosofici. Un filosofo dall'anima di poeta, Teoresi Rivista di cultura Filosofica. Da Herbart in poi la psicologi concepisce una unità al fondo di tutte le manifestazioni della vita psichica; ma visono tre modi principali di concepirla: l'intellettualismo (rappresentato specialmente perl'appunto da Herbart), il sentimentalismo (Horwicz,Regalia), e il volontarismo (Schopenhauer, Wundt, Fouillée ecc.). Questo terzo, è pare, all'ultima moda. Lo vediamo informare anche il neo-idealismo, che non si accorge di restringere ancora più la intui rione dal mondo in un piccolo cerchio antropomorfico. G. esamina le teorie metafisiche dello spirito e le critica tutte e tre, con Egli conclude per il monismo psicologico: ossia contrariamente ai riduttori favorevoli all'uno o all'altro elemento fra i tre fondamentali, si pronuncia per una unità primordiale di tutta la psiche, la quale unità consta ad un tempo di rappresentazioni, di sentimenti e di tendenze integrate in maniera indissolubile, ma capaci di assumere per evoluzione sempre più chiarezza e sempre più distinzione.Cosi G. si connette a due psicologi italiani insegnanti nello stesso ateneo patavino, ma purtanto dissimili: Bonatelli e ARDIGÒ, due valori anche disugualmente conosciuti e apprezzati in Italia. Un'osservazione critica. G. inserisce molte citazioni originali in tedesco, il che -- oltre a dar luogo a gravi errori di stampa -- induce fatica inutile nell'animo del lettore. Non si è obbligati, tutti, di sapere il tedesco, massime quello dei filosofi e metafisici. Il Trieb, il Drang, il Lust, l’Unlust, il Selbsterhaltung, e simili parolear restano penosamente. È upa ostentazione di coltura erudita che a scapito della intelligibilità della lettura. Qualche insolente potrebbe supporre che l'autore, messo di fronte ai testi, imbarazzato di tradurre in verbo e nerbo italiani i pensieri, si levi d'impiccio col cominciare periodi e frasi in italiano e col finirle in tedesco. No. Si citi pure l'originale, ma in nota e nel testo si metta l'equivalente italiano. La chiarezza non deve essere uccisa dalla pedantesca precisione. RENDA A., La dissociazione psicologica. Torino, Bocca. La dissociazione, dice l'Autore, è un processo normale dell'attività mentale:questa non soltanto associa, ma pur dissocia, poichè distingabile competenza una inne non si può dire per ciò che faccia fica italiana; tutt'altro! L'argomento, ma molto utile filoso è di cosi alta portata che riesce in materia. Egli e stato preceduto dal Faggi opera inutile nella letteratura guardarlo da varie parti e con occhi differenti. E poi, oltre ai tre indirizzi principali, G. parla anche di alcuni scrittori darii, fra cui Ward, Ebbinghaus secon giovane, Brentano, Lipps, Masci  ecc. Questo scrittore ha coltura estesa anche nel campo biologico possiamo garantire che darà altri frutii, e succosi e forti, al, e noi pari del presente volume. Va Uu op.in. RASSEGNA DI FILOS. “Goethe in Italia”  L'opera e scritta in tre momenti successivi. L’Ur-Faust, influenzato dalle rappresentazioni del Faust di Marlowe a cui Goethe assiste sotto forma di teatro delle marionette. Si veda Dottor Faustper il personaggio storico. L'Ur-Faust appartiene culturalmente alla corrente letteraria tedesca dello Sturm und Drang e venne pubblicato, con alcune aggiunte, sotto il nome di "Faust. Ein Fragment". Più tardi pubblica un ulteriore seguito, che già ricade nella corrente letteraria del classicismo, "Faust. Erster Teil" Faust. Prima parte. Viene aggiunto il Prologo in cielo e sono apportate modifiche significative all'Ur-Faust. Così Mefistofele appare a Faust promettendogli di fargli vivere un attimo di piacere tale da fargli desiderare che quell'attimo non trascorra mai. In cambio avrebbe avuto la sua anima. Faust è sicuro di sé: tale è la sua brama di piacere, azione e conoscenza, che è convinto che nulla mai al mondo lo sazierà tanto da fargli desiderare di fermare quell'attimo. Mefistofele gli fa conoscere Margherita - detta Margheritina e Greta - la quale si innamora perdutamente di Fausto, inconsapevole del fatto che lo slancio (in tedesco Streben) che ispira Faust è nient'altro che il dominio della materia e la ricerca del piacere. La sorte di Margherita e tragica. In Faust. Zweiter Teil, Faust. Seconda parte, la scena si allarga per celebrare l'unione tra letteratura classicistica e mondo classico. Fausto seduce e viene sedotto da Elena di Troia. L'opera nel suo complesso risulta di 12.111 versi. Fausto. Tragedia di Volfango Goethe, Scalvini e Gazzino, Le Monnier, Firenze; Fausto, trad. Giovita Scalvini, Sonzogno, Milano; come Faust, Einaudi, Torino Fausto. Tragedia di Goethe, trad. di F. Persico, Stamperia del Fibreno, Napoli, Fausto. Tragedia di Wolfgango Goethe, trad. di Maffei, Le Monnier, Firenze, Fausto. Parte Prima. Erminio e Dorotea di Wolfgango Goethe, trad. Gonzaga, Le Monnier, Firenze, Fausto. Tragedia del Goethe, trad. di Biagi, Sansoni, Firenze, Goethe, Faust. Prima parte, trad. di G. E. Vellani, Cogliati, Milano, Johann Wolfgang Goethe, Il Faust, Versione, Commento, versione integra dell'edizione critica di Weimar, Introduzione e trad. e commento di Guido Manacorda, Mondadori, Milano; Collana I Classici Contemporanei, Mondadori, Milano; ora in Faust, con un saggio introduttivo di Thomas Mann, testo tedesco a fronte, nota al testo di Schiavoni, Collana Classici, BUR, Milano, Goethe, Faust. Tragedia, trad. di Baseggio, Facchi, Milano; Urfaust. Il "Faust" nella sua forma originaria, Introduzione e trad. e commento a cura di C. Baseggio, Collana I Grandi Scrittori Stranieri UTET, Torino, Faust. Parte I, trad. di Liliana Scalero, P. Maglione, Roma; come Il primo Faust, BUR Milano, Rizzoli, Il secondo Faust, ivi (BUR Faust, trad. di Vincenzo Errante, Sansoni, Firenze, Faust, trad. di Enzio Cetrangolo, Federici Editore, Pesaro, [scelta] Faust, introduzioni di Mario Apollonio, note di Renato Maggi, Milano, Bietti. Il Faust. Versione d'arte con testo critico di Weimar a fronte, introduzione e commento a cura di Manacorda. Collana Sansoniana Straniera, Sansoni, Firenze, Goethe, Faust, trad. e prefazione e note di Allason, Silva, Torino, poi Faust, Introduzione di Cesare Cases, Collana NUEEinaudi, Torino, Faust, trad. di Giovita Scalvini, Collana Universale, Einaudi, Torino, ed. riveduta su nuovi documenti, Giovita Scalvini. La traduzione del Faust di Goethe, a cura di Mirisola, Collana Biblioteca morcelliana, Brescia, Morcelliana, Faust. Urfaust, versione integrale, Introduzione e note a cura di Amoretti, Collana I Grandi Scrittori Stranieri, UTET, Torino in Faust e Urfaust, Collana UEFn.Milano, Feltrinelli, ora in Collana Universale Economica. I Classici Feltrinelli, Faust. Seconda parte, trad. di Buoso, Longo e Zoppelli, Treviso, Faust, Introduzione, trad. e note a cura di Franco Fortini, testo tedesco a fronte, Collana I Meridiani, Mondadori, Milano, Collana Biblioteca, Mondadori, Milano, Collana Grandi Classici, Oscar Mondadori, Milano, Collana Nuovi Classici, Oscar Mondadori, Milano, Faust, a cura di M. Cometa, Collana Idola, Novecento, Faust, trad. di M. Veneziani, Schena Editore, Faust, trad. Hausbrandt, Dedolibri,Faust. Urfaust, trad. e cura di Andrea Casalegno, introduzione di Gert Mattenklott, prefazione di Trunz, Collana I Libri della Spiga, Garzanti Libri, Milano; prefazione di Chiusano, Collana i grandi libri Garzanti Libri, Milano, Faust. Testo tedesco, traduzione a fronte e commento di Vittorio Santoli. Prefazione Cambi, edizioni aicc castrovillari; trad. Santoli ed Errante, Gulliver, Santarcangelo di Romagna, Faust, trad. e note Casalegno, illustrazioni di Delacroix, presentazione di Luzi, Collana I Grandi Libri Illustrati, Le Lettere, Firenze, Il Fausto di Gounod. Dimora casta e pura, dimora si o casta, il mefistofele di Boito. Grice: “I’m not happy with calling Grassi an Italian philosopher. For one, his selected essays were published in Sicily in a collection called “Biblioteca Siciliana di Cultura”. Nome compiuto: Leonardo Grassi. Grassi. Keywords: dove fiorisce il limone, la giovinezza e il fascismo: parole ai giovani – senato; Mazzini. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Grassi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grataroli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la memoria – la scuola di Bergamo -- filosofia lombarda – scuola di Bergamo – filosofia bergamesca --- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bergamo). Abstract. Grice: “When Locke analysed the “I” in terms of memory, he must have reading Italian Renaissance authors. All they cared about was memory!” Keywords: implicatura, memoria. Filosofo bergamesco. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Grice: “I like Grataroli, the Pope called him ‘infamous heretic,” which is a good start! He wrote a book on ‘semiotics’ of the times, but it got lost – you cannot understand Bruno unless you do Grataroli – he philosophised on many subjects, including dreams and alchemy!” –Di una famiglia benestante dedita al commercio di tessuti di lana con la città di Venezia. Questa, originaria del borgo di Oneta, frazione di San Giovanni Bianco in val Brembana, oltre a possedere gran parte della contrada e dei terreni circostanti (tra cui anche l'edificio che attualmente ospita la casa di Arlecchino), annoverava tra i suoi membri una folta schiera di "phisici", tra i quali si segnalarono il nonno di G., fondatore del collegio dei fisici di Bergamo, e il padre di G., Pellegrino, fisico presso la città orobica. Publica una dispensa inerente osservazioni sul mondo della natura. Straparla de le cose pertinenti a la fede et di essa fede et de la autorità del papa, nega il purgatorio, le indulgenze, i suffragi per i defunti, la venerazione dei santi, la presenza del corpo di Cristo nell'eucaristia. Eeretico pertinace et scandaloso et infame, peste contra la fede. Insegna a Basilea. Presso l'ingresso dello studio aè presente un suo busto. Noti sono i suoi trattati sul potenziamento e il mantenimento della memoria, sulle epidemie di peste, sulle proprietà del vino, su erboristeria e veterinaria. Vi sono anche alcuni scritti inerenti all'alchimia. Si segnala per la teoria fisiognomica. Argomenta su Pomponazzi e da indicazioni sia per il mantenimento della salute che per l'utilizzo dei bagni termali, nonché un saggio in cui vengono raccontati i suoi viaggi e forniti consigli ai viaggiatori di quel tempo. Saggi: “De memoria reparanda, augenda servandaque. De salute tuenda. De regimine iter argentium, vel aequitum, vel peditum, vel navi, vel curru, seu rheda”; “Turba Philosophorum”; “De literatorum et eorum qui magistratibus funguntur conservanda praeservandaeque valetitudine compendium” (Perna, Basilea); “Veræ alchemiæ artisque metallicae, citra aenigmata, doctrina, certusque” (Perna, Basilea); “De fato, libero arbitrio et providentia Dei” (Perna, Basilea); “Alchemiae, quam vocant, artisque metallicae, doctrina, certusque modus” (Perna, Basilea); “De balneis” (Bergamo). Quaderni brembani, Storia di Milano  Flavio Caroli, Storia della fisiognomica Arte e psicologia da Leonardo a Freud  M. Meriggi e A.Pastore, Le regole dei mestieri e delle professioni: A. Castoldi, Bergamo ed il suo territorio. Bergamo, Bolis, G. Gallizioli, Della vita degli studi e degli scritti di Gulielmo G.  filosofo (Bergamo, Locatelli); M. Meriggi, Le regole dei mestieri e delle professioni: C. Vasoli, Le filosofie.  del Rinascimento, Bottani e Taufer, Storie del Brembo. Fatti e personaggi dal Medioevo al Novecento, Ferrari, Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Napoli, Classici. Fisiognomica Mnemotecnica Peste. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. “Prognostica naturalia de temporum omnimoda mtuatione, perpetua et cer-  ùjjìma Jigna rerum, quoe in Aere, Terra, aia Aqua sunt, aut Jìunt, krevìter, et  dare, ordine que alphabetico de scripta per G. P/iy/i-  cum y cuni Addinone undcam fìgnorum Motus Terra, ex Antonio Mi^aldo, Basilea?  apud Jacobum Pareum. Ibi-  dem apud Nicolaum Episcopium. Tiguri in 8. Argentorati in 8. apud Iacobum Ofemianum. L’opera indicata, con le altre due De Memoria reparanda t e De Prjediclione morum si trovano unite tiell’accennata edizione d’Argentina alli Trattati di Chiromanzia, e di Astrologia natu-  rale di Giovanni Indagine, o sia Giovalini Hagen dotto Certosino del decimoquinto secolo? ed al saggio De Sculptura di Gauricio Matematico Napolitano. Perchè G. non venga tacciato di superstizione o di puerile credulità  a motivo delle cose da esso scritte parlando dei Pronostici naturali e della Predizione dei costumi, credo cosa necessaria  fedelmente trascrivere la Protesta, o sia  Avvertimento al Lettore, che si trova nella edizione di Devi poi avvertire, che generalmente parlando le cose dette si verificano nella gente grossolana y vale a dire di coloro, i quali non sono rigenerati dallo spirito e dalla grazia di Dio, perchè di questi è vero ciò che dicesi della depravata natura in Adamo, che Naturce fequitur femina  quifque fucc » : Ma air opposto i rigenerati  dallo spirito santo mortificano la propria carne con i suoi vizj, e con le  » sue concupiscenze, sebbene la concupiscenza ed il fomite del peccato vi restino sempre, e da moltissimi, o Dio,  anche pur troppo si riducano alla pratica », A gloria di G. riporterò  anche la sua opinione sopra la causa del  flusso e riflusso del mare r avendo precoAizzato più di due secoli prima quasi intieramente il sistema del rinomatissimo Cavaliere Isacco Neuton circa lo stesso fenomeno : opinione approvata ed insegnata  da quasi tutti i Filosofi posteriori a quel  subitine Geometra. l moto periodico della Luna ha grande predominio sopra li  corpi fluidi, quindi fa che il mare s innalzi e si abbassi ^ singolarmente per una  particolare di lei influenza, e ne segua il  flusso, ed il riflusso secondo i differenti  aspetti relativi alla medesima, e secondo  che questi accadono nella maggiore o  minore forza della sua influenza. Accade  ciò perchè la Luna ha bensì certa influenza coir Oceano, ma non già coi laghi e coi mari di poco estesa superficie.  Per la qual cosa mentre quel Pianeta si  muove dall' Oriente verso il mezzo giorno, fa che la superficie del mare s' innalzi, e che conseguentemente ne segua il  riflusso medesimo. Quando poi si muove  dal mezzo giorno verso Y occidente fa che  il mare si abbassi, e però ne nasce il riflusso. Similmente allorché la Luna si  muove dall' occidente verso V angolo della  notte, o sia da settentrione verso V o-  i icnte, ne segue nuovamente il riflusso r  G. Artium et Mediani? Docloris de Memoria reparanda, augenda > fervandaque,  Liber omnimoda Remedia > et Pnzceptio-  nes continens cujufivis facultans jhuliofis  apprime utilis «, immo maxime necejjlvius,  Tiguri ? apud Andream Gesneruni, Basilea apud Nicolaum Episcopium, Lugduni, apud Coterium, Francofurti apud Vichelium.   apud Viduam Petri Fischeri in 12.,  Argentorati» Nel frontespizio dell'accennata edizione di Argentina si  trovano queste parole : » Omnia ab An-  afore correcla P ancia finis 6' ultimo edita. La stessa Opera De Memoria reparanda è stata stampata unitamente all' altro saggio del G. De confervanda Valetudine da Rantzovio. De Prcediclione morum naturaque hominum, cum ex infipeclione partìum corporis tutu aids modis «> Anelare  G., et Philojopho B ergo mate • Basilea Ti-  guri apud Andream Gesnerum, Lugduni apud Gabrielem Coterium,  et Argentorati Li tre accennati libri De Memoria reparanda: De Temporum  omnimoda mutatìone Prognofìica: De Prcediclione morum » furono dati alla luce per  la prima volta dal G. in Basilea, e  dedicati ad Edoardo Re d'Inghilterra;  siccome pure la seconda edizione di tali  Opuscoli fatta nella medesima Città fu consagrata a Massimiliano  II. Re di Boemia lutto questo evidentemente si rileva dal primo periodo della  Dedicatoria medesima al secondo dei commendati sovrani, la quale cosi incomincia Nello scorso anno, ottimo Re,  per le pressanti istanze degli amici e del-  io stampatore sono stato costretto a dare  alle stampe assai più presto di quello che  averei desiderato tre miei libretti intorno  ai quali erano già molti mesi che affatica, e perchè essendo assente, molti errori corsero nello stamparli, però riveduta  di nuovo queir opera, non solo ne corressi i difetti, ma in oltre impiegando  ogni possibile diligenza ed applicazione, e  prestandovi, come si suol dire, V ultima  mano, F ho accresciuta di parecchie belle  aggiunte a segno, che la presente edizione è superiore alla prima siccome lo è un  parto di nove mesi a quello di soli sette,  o pure Toro fino all’argento. Avevo dedicata la prima ad Edoardo VI. Re d' Inghilterra, il quale innanzi anche di averne notizia, non che di averla potuta vedere, fu costretto infelicemente a cambiare  la vita con la morte. Tale Dedicatoria  e scritta in Basilea. Nondimeno non posso  accertare in quale città siano stati stampati li sopradetti Opuscoli la prima volta che  dal G. furono indirizzati alli due già  nominati Sovrani.  Pejlis Defcrìptio, Caujjoe  Signu omnigena et Prœfervatio. Anelare  G.. Basilea; per  Ludovicum Lucium Anno Salutis Humana? Mense Augusto; Lugduni, apud Coterium. La prima  edizione di tale veramente aureo Trattato  fu dedicata ad Ascanio Marzo Ambasciatore Cesareo presso i sette Cantoni della  Svizzera. Personaggio di molte cognizioni e  virtù fornito ed amico di G.; e  questi appunto furono i motivi, che lo  spinsero a sceglierlo per Mecenate con  scrivergli:  La vostra conosciuta  virtù, e la non volgare vostra mansuetudine, non meno che il vostro amore per tutte le sane dottrine, e per la pietà, mi hanno costretto a dedicarvi quest' opera. Perchè si veda quanto amava le  massime di pietà e di religione conviene  notare, che dopo di aver egli prescritti  neir indicata sua opera li rimedj fisici contro la Peste, raccomanda con fervore li  spirituali con queste parole. Ma  per brevemente indicare li remedj più forti, più giovevoli e generali, prima di  tutto allontanate da voi la paura della  morte, ma non già il santo timore di  Dio. Non perciò doverete amare il pericolo, né incorrervi temerariamente, se  non sarete sforzati o dalla carità cristiana del prossimo, o dalla gloria di no-  stro Signore Gesù Cristo  il quale devesi  anteporre a tutte le cose De Litteratorum et eorurn qui  Magijlratibus funguntur confermando, prœfervandaque valetudine, illorum prcecipue  qui oetate confiftentìoe vel non lunge ab  ca ab funt  curn ex probatioribus Auctoribus 3 tum ex ratione, et fideli praxi   et experientìa concinnatum . Basilea apud Petri, Francofurti apud Ioanncm Vchel; Ibidem apud Hofmannum. La stessa opera è stata tradotta  nella lingua Inglese da Neuton P  e stampata in Londra Tanno. Questa dottissima opera è riferita dal  rinomatissimo Roerhave  nel suo Methodus (ludii Medicorum. De Confervanda valetudine. Francofurti apud Henricum Randzov.  Questa opera fu stampata unitamente all'ultima registrata dallo stesso Randzov Re girne n omnium iter agentium . Basilea? apud Petri.  Argentorati per Vendelinum Rihelium 1 s6 %.  Colonia? apud Hofmannum. L’edizione fatta di tale uti-  lissima opera in Argentina fu dedicata dal  G. » alla vera pietà, e nobiltà del chiarissimo Egenolfo Barone, e Signore in Rapolstein Hochen Ack e Gerolzeck in Vassichin » e nel frontispizio  della medesima vi si leggono i seguenti latini versi Ut peregrìnands vita ejl jubjecla procellis  Aeris, et varìis undique prejja malis ;   No/ira procelle* fi vario jìc turbine mundi  Volpi tur incertis anxia vita rnodis. Hoc bene pericolo Jervans prò tempore litro   Tutìor utque voles carpe Vìator iter.  De Laudibuj Medicina ejus  origine > progrejju ? militate. Argentorati i 5 £3. De Pefle Thefes. Basilea in 8. Apud Henricum Petri. De Vini natura, Artificio et  Usu, deque omni re potabili . Basilea,  Apud Henricum Petri Equorum P et Domejlicorum quorundam Ànimalium remedia $ senza data  in tutti i Cataloghi da me veduti Lapidis Philojbphici nomendaturoe. Basilea La medesima opera trovasi inserita nel  Volume in foglio stampato in Colonia Tanno da Orstio, con il titolo  Veroe Alchimia? Scriptores . De janitate menda . Argentorati. Trovo quest* opera citata dal  Mercklino nel suo Lindenius renovatus.  De Thermis Rhoctias, et Vallis Tranjc/ierìi Agri Bergomenjis. Si trova  stampata tale opera per la prima volta da Giunti in Venezia Tanno nella sua copiosa raccolta di tutti quelli y fi che sino alla detta epoca avevano scritto sopra i Bagni, ed è riportata alla pagina, con questo titolo G. ad Corradum Gefnerum Medicum Tis'urimim de Thermìs Jxhœtìcìs Tutti o quelli i quali a mia cognizione hanno parlato di questo trattato di Guliclmo, sia  neir occasione di dare il Catalogo delle  sue opere, osia per semplice erudizione,  e perfino il nostro Calvi, non hanno citata nessun' altra edizione  della stessa opera, che quella dei Giunti e tutti ne fecero sempre autore G., senza mai mettere in dubbio questo  punto d'Istoria letteraria. Ciò nondimeno non deve recare maraviglia, particolar-  mente delli scrittori oltramontani, e specialmente di quelli del decimosesto secolo:  ma fa bensì stupore, che siasi continuato  ad attribuire a G. un simile trattato, dopo la nitida e ben corretta edizione fatta dal valoroso Cornino Ventura di tutti i dotti Medici Bergamaschi, che avevano scritto sopra i  Bagni di Tres^ore ; poiché apparisce, ed  è anche evidentemente provato da quel  diligente stampatore, e dagli eruditi e  perspicaci fratelli Licini suoi direttori, che il trattato, che porta quel titolo, appartiene sicuramente a Bartolommeo Albani  Medico Collegiato della Città di Bergamo,  scritto dal medesimo,  vale a dire quasi un secolo prima della  indicata edizione Veneta di Tommaso Giunti Di fatti T Opuscolo dell' Albani termina precisamente con questa data : anno  mìllejìmo quadrigentefimo y et feptuagefimo  de menje Julii die vìge fimo Ceptimo. Per  ExeelL Artìum dottore Bartholomceum d’Albano. Si fa ancora assai più manifesta tale verità da quanto  afferma Cornino nella sua edizione dei filosofi bergamaschi circa li Bagni Trescoriani, nella  annotazione seguente posta in fine dell’opuscolo del sopracitato Bartolommeo Albani  per maggiore sua giustificazione  Da un  antichissimo esemplare manoscritto ritrovato nella libreria de" Padri Domenicani, il quale si vede eziandio trasportato  nella lingua Italiana, sotto il nome dello  stesso Bartolommeo Albani, nelieCase di Colleoni, lasciato al Luogo de Ha Pie-  tà, conservato sino a questo tempo. Non  si deve adunque più dubitare, che il vero Autore di quel trattato non sia Albani, mentre anche Calvi così ha lasciato scritto nella sua Scena  Letteraria Albano della  Medicina celebre Professore fiorì verso la  metà del passato secolo e fu il primo y  che scrivesse sopra i nostri Bagni di Tre-  score j leggendosi le sue degne fatiche con  quelle d 5 altri Autori nel saggio De Balneis Tranfchcrii Oppiai Bergomatis . Bergomi Questa è T accennata edizione di Cornino Ventura. Si noti in questo luogo, che lo stesso Bibliografo indicando l'opera di G. sopra io  stesso argomento, dopo di avere scritto De Thermìs Rhœticis, et Vallìs Tranfche-  rii agri ìSergomatis aggiunge. Questo  si trova nell' opeia Veneta De Balneis. Adunque al Calvi era nota tanto l’edizione dei Giunti, quanto quella del Cornino: dopo tutto questo, in quale maniera si potrà difendere G. dalla taccia di plagiario y e di un plagio domestico Ma niente dì più facile, Ricercato  Gulielmo da Corrado Gesnero suo grande  amico, che si chiamava il Plinio dell’Alemagna, perchè gli facesse avere delle notizie circa le Terme, o Bagni della Rezia, e della Provincia Bergamasca, egli ^per fare cosa grata ad un amico di tanta  rinomanza, prese in mano il manoscritto  dell'Albani, vi aggiunse qualche cosa del  proprio, ed ancora molte cose di quelle  che aveva scritto sopra i Bagni di Trescore il dotto Zimalia, levando alcune cose che gli sembravano superflue, o inesatte, con purgato stile lainò, e con veri termini tecnici rifuse il  manoscritto dell' Albani, e cosi riformato  ed ordinato lo spedì all' amico, unitamente ad una erudita lettera relativa alle Terme della Rezia e siccome in quei giorni  il Gesnero si trovava in Venezia per descrivere i pesci, ed i crostacei del mare adriatico, averà consegnato questo scritto  a Giunti s che in quel tempo  era occupato a pubblicare la sua grande  edizione di tutti li Scrittori sopra i Bagni  e le aque Termali n siccome ho già di sopra notato . Indubitata cosa ella è che G. chiude il suo scritto con queste  parole. Ho raccolte brevemente, e  con chiarezza tutte le soprascritte cose a  benefizio, e sollievo del mio prossimo io G.: frutto tutto questo delle mie oculari osservazioni, e della lettura di parecchi amichi Medici della mia patria. Appunto   questa sua protesta dalle persone oneste  e giudiziose deve essere considerata una  confessione del fatto, ed ancora del diritto che aveva acquistato di appropriarsi  quello scritto; tanto più che G.  nello spedirlo al Gesnero, lo previene con  la seguente onorata e sincera dichiarazio-ne Vi spedisco l'intiera Descrizione delie Terme Bergamasche, le quali non  sono lontane dalla Rezia più di due giornate di cammino. Di queste niente sino  al presente trovasi pubblicato con i tor-  eh) ; onde mi giova sperare, che diver-  ranno celebri anche in avvenire, siccome  lo sono in passato, dopo che Y occulta, e quasi intieramente ignorata loro virtù sarà fatta nota con le stampe ; purché  non vi rincresca accoppiare le erudizioni  Italiane alle Tedesche. Poteva qui esprimersi G.  con più candida, ed onesta sincerità? Confessa di essere semplice  raccoglitore d^gli altrui scritti, mentre  dice » Ho raccolto dagli scritti di altri  antichi Medici Bergamaschi Non chiama  sua quella fatica, ma dice semplicemente. Vi spedisco T intiera descrizione  delle Terme Bergamasche delle quali  niente sin ad ora è stato pubblicato. Non  si deve dunque condannare di plagiario G.  $ e certamente non conviene, che  egli abbia avuto rimorso di avere commesso una cosi vile, e detestabile impostura,  mentre essendo sopravissuto quasi quindici  anni dopo l'edizione Veneta di queir opuscolo, sicuramente non averebbe mancato  di giustificarsi presso il mondo erudito circa il preteso plagiato . Ecco tutto quello,  si può dire in difesa di questo FILOSOFO sopra tale inssusistente accusa, né  altro posso aggiungere « se non che far  noto al mio Leggitore, che per quante  diligenze abbia usate «> non mi è giammai  riuscito di ritrovare i due citati mano-  scritti, e che in oltre Calvi, a cui era nota Y edizione di Co-  rnino Ventura, non ha nella sua Scena  Letteraria dimostrato di sospettare dell' onestà letteraria di Gulielmo G. . Prima di terminare il presente articolo dei  Bagni di Trescore, riferirò il zelante umanissimo Voto, con il quale G. chiude la sua opera stampata dal Giunti Faccia Iddio, che la Bergamasca Repubblica abbia diligente cura di rimettere  nel primiero loro stato questi saluberrimi  Bagni, che certamente lo può, e lo deve fare. Faccio io pure fervidi e sinceri voti, perchè abbia effetto tutto ciò  che caldamente raccomanda G.;  e per maggiormente incoraggire la mia città, ed i miei Cittadini a procurare al-  la patria un vantaggio così rimarcabile, vivamente li supplico a leggere l’erudita  ed elegante latina lettera di Zimalia, premessa al suo dottissimo Trattato dei Bagni di Trescore, dedicato al suo magnanimo Mecenate Colleoni  capitano generale degl’eserciti della serenissima veneta repubblica, nella  quale prova con una evidenza che sorprende, e che deve intenerire chiunque  senta amore per la sua patria, che quello  famosissimo eroe deve senza alcun dubbio  essere ugualmente ammirato, e commendato sì per le sue azioni militari, che per  le sue virtù politiche, a benefizio ed  eterno vantaggio, e decoro di tutta la  sua amata nazione Bergamasca De Notis Antichrìsti, senza data, senza luogo, e senza nome dello stampatore. Tuttavia nominerò ancor io tra  le opere di G. un libro con tale titolo, ritrovandolo registrato da Calvi, e da Papadopoli suo copiatore, ma non  dal Frehero, non dal Bayle, non dai  Maizeaux suo illustratore, non dal Mercilino, non dall'Eloy, mentre tutti questi si suppone avessero molto interesse di  far autore di un saggio anti-cattolico romano un erudito e dotto italiano - siccome era da tutti considerato G.. Non però verun altro Letterato ha posto nel Catalogo delle sue opere V accennato libro D' altronde è cosa più che certa, che si può scrivere dei caratteri dell'  Anticristo anche dalla più religiosa e zelante penna cattolica: ed è certo di più,  che Calvi, o non averebbe registrato  un così fatto libro, o non averebbe mancato di scriverne qualche parola in detestazione del medesimo. Ma di più ancora quanto al Papadopoli, probabilmente  questi non averà nemmeno veduta quest’opera, essendosi intieramente riportato al  Padre Calvi, siccome egli stesso scrive  nella sua storia dell' Università di Padova  parlando di G.. Avendo  in oltre riportati i titoli delle altre sue  opere senza data, alterati, e confasi notabilmente, non sarebbe stato egli il primo a giudicare di un libro mai veduto, nò letto. A me stesso è accaduta la medesima sorte y non solo di poterlo trovare ma neppure di averne fondata contezza,  per quante ricerche abbia usate non sola  in Italia, ma altresì nella Germania e nell’Olanda. Sostengo finalmente, che se quest’opera esiste, che io non credo, o se  fu composta da Gulielmo G., non  doveva essere tanto malvagia e perversa,  quanto alcuni senza ragione sospettano;  mentre che tutte le opere di G. è  vero che sono poste nell’indice de' Libri proibiti? ma con la semplice cautela;  Quandiu emendata non prodierint. Dal che si è da presumere che se que-  sto fosse stato un libro veramente Eterodosso, Santa Romana Chiesa lo avrebbe  posto nella classe dei libri empj e malvagi di prima classe. Confilium de Proe fervanone a  Vcnenis . G. Aucìore .  Hamburgi in 8.   Ecco registrate tutte quelle opere che  mi è riuscito di raccogliere, le quali sono composte da questo dottissimo Medico  e Filosofo : ora passerò alla seconda classe  delle opere tradotte e fatte stampare dal  medesimo. J. Joannis Braccfchi de Alchimia,  cum proposìtionibus Idem argume ri-  rum compendiofa brevitatc compleclens ex  Italico Aucloris Autographo in latinum  verni - et edidit G. Basilea, in folio. Apud Petri. Non mi è noto dove sia stata stam-  pata la prima volta questa traduzione; ma  solo ne ho trovata un' altra ed zione fatta in Amburgo. Chirurgico rum quorundam Auclorum Libros Galiice fcriptos latine reddidit ?  et in cap'-ta difiribuit G. Lugduni in 8. Apud Gabrielem Coterium,   Classe terza delle opere d* altri Scrit-  tori fatte stampare con prefazioni, note y  e commenti da G.. I Ve ree Àlchymìce Scriptores aliquota  cum Praefationibus et D celar ationibus col- Ifgit y et una edidit Gulielmus Gratarolas.  Basilea?, apud Henricum Pctri in  folio.   II. Vetri Apone njls de Vene ni s eo-  rumane Remediis, cum Additionibus G.. Francofurti, apud Joan-  n ìm Velici; Hermannl a Ncunare de novo haclenufque inaudito Germanice morbo pompar* idcft judatoria febre, quern vulgo   fudorem Britannicum vócant, libellus a G. editus. Colonia. Ermanno Ncunare era Conte e Prevosto della Cattedrale di Colonia .   Simeonis Riquinii Judicium doclijjimum duabus epijìolis contentimi de  fiutato r ice Febris cura t ione editum a G. Medico e FILOSOFO B ergo mate. Colonia; Joackini Schdlerii o come altri  scrivono Sckilfeni de Pejìe Britannica  Commentariolus aureus a G. FILOSOFO editus. Basilea; Apud Henricum Petri. Alexandri Benedicii de Pejlilen tioe Caujjls s Proe fervanone et auxiliorum  Materia Liber Jingularis : Omnia ex ma-  nufcriptis exemplaribus auxit y et illujìravit  Gulielmus Gratarolus Medicus 9 e FILOSOFO. Basilea. Ibidem in folio apud Henricum Petri .Correcliones, et Additiones ad  librum Italicum, falfo tributum Fallopio 7  inscriptum, Secreta Fallopii. Francofurti  irfoò. in folio, e i6"o£. cum operimi   Appendice G.. Girolamo Mercuriali da Forlì coetaneo di G., soprannomato Mercurio e Trimegisto per la vastissima sua  medica scienza, nell' erudita opera : De  ratione dijcendi Mediana/?!, edizione d’Argentina m proposito  dei libri falsamente attribuiti a Fallopio, racconta che vi furono alcuni,  i quali o per malignità, o per sordido  lucro cacciarono fuori opere sotto il nome  di Fallopio, che affatto non sono sue,  come il libro dei Secreti. Opere indegne  del suo maestro, e soltanto capaci a toglierli quella vera, e soda gloria, la quale si era acquistata presso i dotti Vili. Cenjura et Additiones in Libruni Alexii Pedemontani, ubi de Quinta  effentia funplici. Per G. Venetiis apud Jun£hs in 12.  Conjìha, et Curationes variorum  doclijfimorum Medicorum de Sudore Anglico a G. edita. Colonia apud Franciscum Hofmannum. Thaduei F/orenini, che 1'Alidosio chiama Taddeo Aledrotto^ et Guliclnù  a Brixia Conjìlia  Colonia, Apud Iranciscum Hofmannum in 4. Per G. Johannis de Kupecijja de Extratione Quinte? ejfentioe omnium rerum prò  u fu Medico. Venetiis apud Juntìas; Theatrum Galeni hoc est univerjlv medicince a Galeno diffupz fpar- f inique traduce Promptuarium completimi  et in meliorem ordinem redaclum per Ludovicum Luride llum a G. Philojbpho editimi . Basilea, Apud Henricum Petri in folio Hamburgi apud Joanneni Neumannum et Georgium Volfium \6j2. in foiio.  Petri Pomponacii de Incantationibus libri in quibus dijficilUma Capita et Quefliones Theologicoe, et Philosophicoe ex jana Orthodoxoe /idei doclrina  explicantur et multis rarìs Hijìoriis et Glojfulis illujlrantur. Per G. Philojbpkum Bergo-  matem > qui fé in omnibus Canonica^ Scriptum et Janclorum Dociorum Judicio fubmittit . Basilea? Kalendis Martii ex Officina Henripetrina in 8. cum Csesarea Majestatis gratia et privilegio. Quesra  edizione del trattato deeli Incantesimi di &4 Pomponacio tu consagrata dal G. a  Federico Conte Palatino con una nobilissima, e giudiziosissima dedicatoria impiegata parte in encomj della virtù e meriti di  quel Principe, e parte in difendere Y opera di quel filosofo mantovano del quale  afferma e sostiene che e a torto impugnato e perseguitato; e che se fosse stadio con prudenza e carità Cristiana trattato, sarebbe riuscito uno dei più zelanti e  forti Apologisti della Chiesa Cattolica, come riferisce essere avvenuto a Giustino  Martire, al grande Agostino, ed a moltissimi altri difensori della nostra santissima  religione. Di fatti Pomponacio per attestato di tutti gli Scrittori della sua vita  mori cattolicamente. Voglio sperare che Pomponacio prima di mandare  fuori l’ ultimo suo spirito, siasi per singolare grazia delia divina providenza e misericordia ravveduto e pentito e che non  abbia perseverato neir ateismo. Imperocché tale essere stato il Pomponacio Y ho  udito spesse fiate a rammentare da Elideo Medico di Forli chiarissimo ornamento della medica scienza, ed uno de suoi più  cari discepoli. Ho ricopiato questo sentimento dui G. acciocché si conosca quanto grande fosse Sa sincerità e l’attaccamento verso la Chiesa Cattolica. Gisberto Voet, o Voezio dotto Professore  di Teologia, e delle lingue Orientali neìl'  Università di Utrecht, inimico capitale  della Filosofia e di Cartesio, parla  con molta lode della suddetta edizione, dicendo G., li di cui scritti vengono coitimendaci per lo zelo di pietà e di religio-  ne che vi traspirano, e per li encomj de’ quali lo ricolma Teodoro Beza nelle sue  lettere, e per li suffragj di molti altri uomini dotti, che lo trattarono nelle sue opere stampate in Basilea difende Pomponacio  contro li suoi caluniatori, ed afferma, che  abbia terminati i suoi giorni assai piamente. Dalla medesima dedicatoria di Gulielmo da  esso scritta un anno solo prima del suo paesaggio all'altra vita si rileva, che già dieci anni innanzi egli aveva fatto stampare r  senza che mi sia riuscito di sapere in qua!  parte il Trattato De ìncantationibus di  Pomponacio, perchè così scrive al Principe suo Mecenate.  La parte di  questo saggio che tratta delle cause, e  degli effetti naturali, o sia degli Incantesi- u   mi fatta da me stampare sono già più di  dieci a, T avevo dedicata e spedita  air Illustrissimo Principe Ottone Enrico  Elettore di felice memoria, e S. A, non  sdegnò di ringraziarmi con lettere di suo  proprio pugno. Mi è piacciuto di nuo-  vamente riportare quanto G. scrive in quella sua elegante dedicatoria, perchè dalla premura e zelo da esso dimostrato sino agli ultimi periodi della sua vita, e dalla universale estimazione, che hanno sempre costantemente fatta palese in faccia di tutto il mondo tanti  letterati del primo ordine, d’ogni nazione e d' ogni religione, della dottrina,  della probità, e dell' amore del vero, e  del giusto, che ha conservato in tutte le  sue operazioni, possa invogliarsi qualche  valente ed erudita penna della sua, e  mia patria a tessere, ed in assai miglior  modo ordinare una più compiuta istoria  scevra dai difetti, dei quali questa mia  pur troppo è ripiena, di un Filosofo e  Medico j che ha impiegati e consagrati  tutti i suoi talenti, e tutti i momenti de'  tuoi giorni a benefizio e vantaggio della  languente umanità, ammaestrando ed illuminando il mondo tutto con le numerose produzioni del sublime suo ingegno, trasportando nella lingua più universale moltissime opere in diversi altri idiomi composte da più dotti e famosi scrittori ed in fine illustrando ed arricchindo di utilissimi riflessi e profittevoli commenti un  numero immenso di interessanti volumi i quali contengono ogni genere di scienze e di cognizioni, siccome ne forma  una evidentissima prova il copioso catalogo delle sue opere da me coordinato ed esteso. Guglielmo G.. G.. Keywords: sulla memoria, de balneis, turba philosophorum. Grice e G.: filosofia lombarda – filosofia bergamesca – scuola di Bergamo -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bergamo). Filosofo italiano. Filosofo lombardo. Filosofo bergamesco. Bergamo, Lombardia.  Bergamo, Basilea è stato un medico e filosofo italiano. Ritratto di G. dalla biografia di Gallicciolli G. nacque a Bergamo, in una famiglia benestante dedita al commercio di tessuti di lana con la città di Venezia. Questa, originaria del borgo di Oneta, frazione di San Giovanni Bianco in val Brembana, oltre a possedere gran parte della contrada e dei terreni circostanti (tra cui anche l'edificio che attualmente ospita la casa di Arlecchino), annoverava tra i suoi membri una folta schiera di medici (al tempo chiamati "phisici"), tra i quali si segnalarono Simone, fondatore del collegio dei medici di Bergamo, e Pellegrino, medico presso la città orobica, rispettivamente nonno e padre di Guglielmo. Gli studi di G. sono quindi indirizzati fin dall'inizio verso l'arte esercitata dal padre, che lo educa e lo indirizza allo studio della stessa. Proseguì quindi gli studi a Padova presso la locale facoltà di medicina, dove si laurea e vi assunse la cattedra. Nella città veneta, oltre a pubblicare la sua prima opera, una piccola dispensa inerente osservazioni sul mondo della natura, entra in contatto con studenti e docenti provenienti da ogni parte d'Europa, venendo contagiato dalle dottrine religiose predicate da Lutero e Calvino.  Si dedica quindi alla professione esercitando prima a Milano e poi a Bergamo dove si iscrive al locale ordine dei medici. Dopo aver pubblicamente manifestato le proprie idee in ambito religioso, che stridevano non poco con il pensiero cattolico e che si avvicinavano notevolmente a quelle proprie della riforma protestante, si dedicò attivamente ad un gruppo eterodosso, del quale prese la guida in seguito all'arresto, con l'accusa di eresia, di Pesenti, il precedente reggente. Anch'egli venne più volte redarguito dalle gerarchie cattoliche e costretto a comparire davanti ai tribunali ecclesiastici di Bergamo e Milano. Questi lo invitarono a ritrattare tutte le sue affermazioni considerate eretiche tanto da costringerlo ad abiurare. Non rinunciando alle proprie idee, fu nuovamente sottoposto al giudizio dell'autorità canonica.  Il degenerare della situazione lo obbliga a fuggire dalla città, riparando a Tirano nel Canton Grigioni, dove dichiarò di non riconoscere l'autorità dell'inquisizione. Qui trovò ospitalità da esponenti della nobiltà locale presso i quali ebbe la possibilità di insegnare e praticare la propria disciplina.  Nel frattempo il tribunale ecclesiastico di Bergamo lo dichiara, in contumacia, eretico colpevole di  aver molto straparlato de le cose pertinenti a la fede et di essa fede et de la autorità del papa... negare il purgatorio, le indulgenze, i suffragi per i defunti, la venerazione dei santi, la presenza del corpo di Cristo nell'eucaristia heretico pertinace et scandaloso et infame peste contra la fede vietandogli il ritorno nella città orobica, pena la decapitazione ed il rogo, ponendo sulla sua testa una somma pari a cinquecento lire e confiscando tutti i beni suoi e della moglie, nel frattempo rimasta in città. G. comincia quindi a spostarsi in numerose città d'Europa, tutte poste in ambienti riformati. Si stabilì prima a Strasburgo ed in seguito a Basilea, città nella quale ebbe modo sia di praticare medicina (salvando la vita, tra gli altri, a Cardano), che di assumere la cattedra nella locale università, presso l'ingresso della quale ancor oggi è presente un suo busto che ne testimonia l'importanza ricoperta.  Muore in terra elvetica, che nel frattempo era diventata la sua nuova patria. Le sue teorie, che gli valsero la fama di medico e scienziato tra i più illustri dell'Europa, toccano numerosi punti in ambito filosofico e medico. Noti sono i suoi trattati sul potenziamento e il mantenimento della memoria, sulle epidemie di peste, sulle proprietà del vino, su erboristeria e veterinaria. Vi sono anche alcuni scritti inerenti all'alchimia, disciplina abbondantemente sviluppata da Paracelso, che insegnò nell'università di Basilea soltanto qualche anno prima di G..  Si segnala nel medesimo ateneo sia per le ricerche che per gli elaborati sulla teoria fisiognomica, in seguito sviluppata da Lombroso. Menzionato anche in poesie del conterraneo Calvi, scrive varii saggi filosofici. Tra le altre si segnalano argomentazioni sulle dottrine del medico greco Galeno di Pergamo e del filosofo ed umanista POMPONAZZI (si veda), consigli medici per letterati e magistrati, ma anche indicazioni sia per il mantenimento della salute che per l'utilizzo dei bagni termali, nonché un saggio in cui vengono raccontati i suoi viaggi e forniti consigli ai viaggiatori di quel tempo. Saggi: De memoria reparanda, augenda ser-vandaque. De salute tuenda. De regimine iter argentium, vel aequitum, vel peditum, vel navi, vel curru, seu rheda. Turba Philosophorum. De literatorum et eorum qui magistratibus funguntur conservanda praeservandaeque valetitudine compendium, Pietro Perna, Basilea, Veræ alchemiæ artisque metallicae, citra aenigmata, doctrina, certusque, Pietro Perna, Basilea, De fato, libero arbitrio et providentia Dei Pietro Perna, Basilea Alchemiae, quam vocant, artisque metallicae, doctrina, certusque modus Pietro Perna, Basilea, De balneis, Bergamo, Della vita degli studi e degli scritti di G. Quaderni brembani Storia di Milano Caroli, Storia della fisiognomica Arte e psicologia da Leonardo a Freud Meriggi e Pastore Le regole dei mestieri e delle professioni Castoldi (coordinamento di), Bergamo ed il suo territorio. Dizionario enciclopedico, Bergamo, Bolis eGallizioli, Della vita degli studi e degli scritti di G. filosofo e medico, Bergamo, Stamperia Locatelli, Meriggi, Le regole dei mestieri e delle professioni: Vasoli, Le filosofie del Rinascimento, Bottani e Wanda Taufer, Storie del Brembo. Fatti e personaggi dal Medioevo al Novecento, Ferrari Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Napoli, Nella Stamperia de' classici, Maclean, Ian. "Heterodoxy in Natural Philosophy and Medicine: Pietro Pomponazzi, Guglielmo G., Girolamo Cardano," in Heterodoxy in Early Modern Science and Religion, edited by John Brooke and Ian Maclean. Oxford. Voci correlate Fisiognomica Mnemotecnica Peste Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Alessandro Pastore, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere su MLOL, Horizons Unlimited. Opere su Open Library, Internet Archive. Portale Biografie Portale Filosofia Portale Medicina Categorie: Medici italiani Filosofi italiani Medici Nati a Bergamo Morti a Basilea Scienziati italiani [altre]. G. in sospetto di avere abiurata  la fede ortodossa, e divenuto reo presso i sacri inquisitori del santo offizio  P  vedendosi  vicino  ad  essere  carcerato, siccome  ben  si  meritava,  prese  il  par.tiro  di  fuggirsene,  e  mendico  si  trasferì  nella  Rezia  »  .  Ma  salva  la  stima  e  la  venerazione,  che  si  deve  alF  autorità  di  cosi  riputati  Istorici,  esigge  V  amor  del  vero  >  che  io  faccia  riflettere  a  miei  lettori,  che  siccome  nessuno  de'  medesimi  ha  citato  verun  documento  in  prova  di  quanto  hanno  riferito,    così    io  non  sono    tenuto  a   con  formarmi  alle  loro  asserzioni,  e  specialmente  a  quelle  del  Papadopoli,  perchè  secondo che  lo  stesso  scrive,  il  Vermilli  abbandonò  Padova  Tanno  1527.,  tempo  nel  quale  il  G.  non  solo  per  anco  era  stato  in  quella  Città,  ma  di  piti  non  contava  allora  se  non  Y  undecimo  anno  di  sua  età .  Prescindendo  adunque  dall'  autorità dei  nominati  scrittori  sulla  condotta  del  G.,  sono  d'  opinione,  che  non  abbia  giammai  abiurato  la  cattolica  religione,    che  mai  abbia  scritto  proposizioni  contrarie  alle  dottrine  della  medesima;  bensì varie  circostanze  di  sua  vita,  ed  in  oltre  quanto  hanno  scritto  di  lui  parecchi  oltramontani,  possano  cagionare  gravissimi  sospetti  che  ancor  esso  sia  sortito  dall'  Italia per  motivo  di  religione  .  Ma  certa  covi ò  che  qualora  fosse  stato  gravemente  sospetto  di  errori  contro  la  nostra  Santa  Cattolica  Chiesa,  e  molto  più  disseminatore palesemente  di  quelli  di  Lutero  e  de'  Sacramcntarj,  non  sarebbe  stato  aggregato  al  Collegio  de' Medici  dalla  sua  patria,  non  averebbe  potuto  vivere  sicuro  e  tranquillo  in  Bergamo  per  lo  spazio  di  undici  anni  ->  quanti  ne  scorsero  dall'  anno  della  sua  aggregazione pìV  almo  Collegio  de'  Medici  si  no  all' anno  .^  in  cui  sortì  d'Italia;  essendo  senza  alcun  dubbio  il  sacro  Tribunale della  Santa  Inquisizione  in  quel  tempo vigilantissimo,  e  la  nazione  Bergamasca  zelantissima  essendo  stata  in  qualunque  tempo dei  santissimi  Dogmi  della  Chiesa  Romana .  Di  più  ciò,  che  deve  maggiormente convincere  i  miei  lettori,  che  il  nostro  Giilielmo  non  abbia  abbiurata  la  sua  religione •  pubicamente,  si  è  il  leggersi  nella  Dedicatoria  dell'  altre  volte  citato  libro    »  Re  girne  n  Omnium  iter  agentium  »  questa  protesta  »  :  riguardo  alla  mia  persona P  che  mi  trovo  profugo  >  e  lontano  dalla  mia  patria,  dalla  quale  sono  più  di  dieci  anni,  che  per  la  Dio  mercè  mi  trovo absente  per  puro  amore  della  verità,  e  della  giustizia  »:  dunque  non  per  abbiurare  la  religione  ;  che  anzi  sulla  fine  della  medesima  Dedicatoria  dopo  di  avere  narrato che  ancora  la  famiglia  del  Principe  suo  mecenate  si  era  già  da  un  secolo  stabilita in  Germania,  ed  abbandonata  V  Italia,  fa  il  seguente  voto  »:  voglia  però  il  potente e  giustissimo  Dio^  che  per  la  maggior  sua  gloria,  se  così  piacerà  anche  a  sua  Divina  Maestà  un  giorno  si  possano  rivedere  le  nostre  patrie  -(24),  Oltre  di  che    12   niente  si  trova  negli  scritti  del  Grataroìi,  che  lo  dimostri  o  seguace  degli  errori  che  infierivano  in  quello  sfortunato  secolo,  o  contrario  a  verun  dogma  Cattolico  Romano  ;  anzi  air  opposto  posso  con  ragione  dedurre  dalla  Prefazione  premessa  dal  medesimo nel  principio  della  seconda  edizione del  suo  libro  De  Incantationibus  di  Pietro  Pomponacio    che  egli  per  io  meno  sino  air  anno  .,  cioè  a  dire sino  al  penultimo  della  sua  vita  si  conservasse,  e  si  pregiasse  di  vivere  attaccarissimo  alla  religione  Ortodossa:  poiché  ec«  co  la  sua  dichiarazione    »  ivi,  cosi parla  de'  suoi  commenti  ai  libri  di  Ponijxmacio,  si  spiegano  secondo  le  più  sane  dottrine  della  Fede  Cattolica  varj  dei  più  difficili  capi  e  quistioni  di  Teologia  e  di  Filosofia,  e  da  per  tutto  vengono  illustrate da  molti  diversi  tratti  d'  Istoria  dall'  Autore,  il  quale  si  sottomette  intieramente al  giudizio  delle  Scritture  Canoniche  e  elei  Santi  Dottori  ».  Ora  come  mai  dopo  una  cosi  pubblica  protesta  e  dichiarazione,  si  deve  scrivere,  che  il  Grataroìi  abbia  abbi arato  il  Catolicismo,  e  professata  la  rene  Protestante,  Ma  quella  poi  che  sovra ogni    altra  ragione  mi    fa    credere    ohe    f;li  sopracittati  scrittori  abbiano  preso  sbaglio,  si  è  che  il  Padre  Donato  Calvi,  aitretanto  religiosissimo  quanto  minutissimo  compilatore  della  Storia  di  Bergamo  e  della maggior  parte  degli  Uomini  di  lettere  Bergamaschi  nella  sua  Scena  Letteraria  (27),  e  nelle  sue  Effemeridi,    avendo  diffusamente  parlato  con  molta  lode  della  vita  e  delle  opere  di  questo  eccellente  Medico,  e  Filosofo,  non  scrive  che  per  abbiurare  la  religione  abbia  abbandonata  la  sua  patria  ;  anzi  ne  parla  in  modo,  dando moltissimi  encomj  anche  alle  sue  virtù  morali,  che  non  lascia  alcun  luogo  di  dubitare,  che  creduto  non  Io  abbia  Cattoli.  co,  e  che  avesse  il  menomo  sospetto,  che  si  fosse  portato  in  Germania  per  professarvi T  eresia:  perchè  ecco  come  dice:  »  Non  si  ponno  di  questo  virtuoso  descrivere  le  azioni  senza  levarsi  dalla  strada  battuta  delle dozzinali  lodi  »  .  Quando  air  opposto  di  parecchi  altri,  quantunque  dottissimi  Letterati,  tra'  quali  Girolamo  Zanchi,  che  avendo  per  loro  infelice  sorte  abbandonata la  Romana  Cattolica  Religione  per  professare tra"*  Luterani  la  pretesa  riforma,  non  solo  non  ne  ha  fatti  gli  Elogi,  siccome kcc  del  G.,  ma  neppure  ha  vol    34   luto  registrare  i  loro  nomi  nelle  sue  Opere .    la  pia  e  religiosa  penna  del  colto  Poeta  Antonio  Tirabosco    Dottore  di  Sacra  Teologia  ^  e  Rettore  titolato  di  S.  Michele  dell'Arco  averebbe  scritto  ed  unito all'  elogio  del  G.  composto  dal  Padre  Donato  Calvi  il  leggiadro  Sonetto,  quantunque  lo  stile  del  medesimo  sia  secondo il  genio  del  suo  secolo,  che  incomincia :   »  Questa  tomba  non  è  funesto  avello  »  Conviene  però  altresì  confessare,  che  la  sua  improvvisa  partenza  dalT  Italia,  il  suo  stabilimento  nelle  Città  infette  d'  eresia,  il  commercio  epistolare  che  mantenne  con  Girolamo  Zanchi,  e  con  Teodoro  Beza,  ed  ugualmente  con  molti  altri  de*'  più  fanatici novatori  di  que' tempi,  come  si  raccoglierà nel  progresso  di  questa  vita,  ed  il  latte  infetto  succhiato  nella  sua  fresca  età  nello  studio  di  Padova,  abbiano  dato  motivo  di  giudicare,  che  facilmente  si  fosse accomodato  ancor  esso  a  pensare  e  parlare,  siccome  facevano  tutti  quelli,  i  quali nel  suo  secolo  desideravano  d'  essere  riputati sublimi  e  peregrini  ingegni,  e  che  però  presso  gli  imperiti  zelanti,  e  gli  invidiosi   de' suoi    talenti,   e  del    suo    sapere    35   cadesse  in  grave  sospetto  che  avesse  solennemente abbiurata  la  Cattolica  religione,  e  pubblicamente  professata  la  protestante;  e  questo  sia  stato  il  vero  motivo,  che  lo  constringesse  a  ricoverarsi  in  Germania    Non  voglio  in  oltre  ommettere  un'  altra  ragione,  che  hanno  tutti  quelli  che  pretendono,  che  il  G.  abbia  abbandonata  la  patria  per  motivo  di  religione,  senza  però  che  abbiano  dimostrato,  che  egli  giammai  insegnasse  errori,  o  abbracciasse  la  setta  di  qualche  eresiarca,  sebbene  lo  suppongano li  sopraccittati  scrittori  .  Questa  nuova  ragione  è  perchè  Girolamo  Zanchi  scrive  quanto  segue  a  Giusto  Voltejo Mi  congratulo  con  voi  della  pace,  e  della concordia,  che  tranquillamente  godete,  e  che  al  numero  degli  ottimi  e  dottissimi  Uomini,  di  cui  abbonda  la  vostra  scuola  abbiate  aggiunto  il  veramente  pio  e  veramente dotto  Medico  Gulielmo  G.  .  Spero  che  ancor  esso  sia  per  diportarsi  presso  di  voi  in  modo  che  non  abbiate  da  pentirvi  di  averlo  costì  chiamato,  e  che  voi  altresì  siate  per  trattarlo  in  guisa,  che  non  abbia  giammai  di  lagnarsi  di  esservi  venuto  .  Nella  mia,  e  sua  patria  era  tenuto  in   molta  stima    e  venerazione,   ed    era    3*   molto  ricco  .  Il  zelo  soltanto  per  la  pietà  e  per  la  religione  lo  rese  povero  in  modo j  che  ultimamente  gli  è  stata  confiscata  persino  la  dote  alla  di  lui  moglie,  che  ascendeva  a  coronati  ottocento,  unicamente perchè  volle  seguire  il  marito  e  la  sua  religione  .  Non  dubito  pertanto,  che  se  vi  sta  a  cuore  la  pietà'  e  la  virtù,  vi  sarà carissimo  questo  uomo  illustre    per  la  pietà,  che  per  la  virtù.  State  sano  ».  Ad  ogni  modo  mi  confermo  maggiormente,  che  non  abbia  abbandonata  la  patria  per  abbiurare  la  religione,  mentre  non  poteva  essere  malcontento  della  medesima  5*  poiché  era  molto  onorato  ed  assai  stimato,  godendo tutte  le  comodità  possibili,  ritrovandosi molto  ricco  e  bene  accasato  con  una  moglie  virtuosa  ed  amorosa,  che  con  raro esempio  volle  seguirlo  in  Germania  col  sacrifizio  di  quanto  possedeva  .  Si  è  veduto chiaramente  da  quanto  ne  scrive  il  Zanchi  nella  riferita  lettera,  in  grazia  della quale  giacche  si  è  dovuto  rapportare  Y  azione  virtuosa  della  leale  compagna  di  Gulielmo  .  Diro  adesso,  che  questa  era  Barbara Nicosi  :  ma  il  tempo  in  cui  avesse  seco  contratto  matrimonio,  e  la  Città  nella quale  fosse  nata,, per  quante  ricerche  ab  37   bia  usate  non  mi  è  riuscito  di  averne  precisa notizia  «  Non   posso   affermare  con  sicurezza   in    quale    Città    della  Germania    siasi  primieramente     ricoverato     appena     sortito  dair  Italia: nulla di meno potrei credere che  la  risoluzione  presa  di  abbandonare  la  patria    sia    nata    nel    G.     unicamente  per  quel  genio    che    hanno  tutti  i  letterati  per  la  quiete  e  per  la   tranquillità  ;  e  queste non  poteva  sicuramente  godere  in  nessuna   parte    dell'  Italia,    perchè era  piena  di  confusione  e  di  disordini  cagionati  dalle   passate    guerre,    dalie    innovazioni     de*  governi,  e    per  la    vigilanza     e    timori  in  cui     viveva    la  Corte    di    Roma,    acciocché   non    s'  introducessero    in     queste     nostre   parti  gli  errori    di  Lutero  e    le  oltramontane    opinioni  %     siccome     ne    parlano  tutte    le     Istorie  di     quel  secolo      Essendo  in  quel  tempo  le    Città    della   Rezia    libere   dalle    guerre     e     da'  stranieri    governi  ^  godevano  tanta  pace  e  sicurezza,  che  sembravano divenute  V  asilo  di  tutti  i  più  arditi   genj    amanti    di  pensare    e  di    parlare  con    libertà    Così    Guglielmo  sedotto    dair  esempio  di  parecchi  suoi  amici  e  conoscenti,  forse    per  questa    unica   ragione  ^    avrà  abbandonata  la  patria,   indirizzando  i  suoi       passi  in  quelle  parti .  Tanto  più  che  rilevo aver  sempre  conservata  una  costante  amicizia  ed  una  continuata  corrispondenza  con  Girolamo  Zanchi  sino  dalla  sua  prima  gioventù,  e  ritrovo  una  lettera  nelle  opere  dello  stesso  Zanchi  allora  dimorante  in  Marpurgo,  nella  quale  parla  del  G.  di  fresco  arrivato  in  Germania.  Con  questo  fondamento,  posso  stabilire,  che  il  primo  piede  T  abbia  posto  in  Argentina,  e  colà  fosse  raccomandato  dal  Zanchi  a  Giovanni  Garnero  pubblico  Professore  in  quella  Università,  mentre  nella  detta  lettera,  che  quasi  intiera  dal  latino  ho  tradotto,  perchè rara,  perchè  interessante  per  le  notizie che  in  essa  si  leggono,  e  perchè  fa  egualmente  onore  al  buon  animo  dello  Zanchi,  ed  alle  virtù  del  G.,  si  legge: Ecco  finalmente,  carissimo  compare,  che  se  ne  giunge  presso  di  voi  il  tanto  desiderato  non  dirò  mio,  ma  piuttosto vostro  Gulielmo  G.,  personaggio veramente,  siccome  in  fatti  non  dubito che  lo  troverete,  in  materia  di  religione purissimo  ed  irreprensibile,  e  nello  stesso  tempo  nella  medica  scienza  eccellentissimo .  Voi  ben  vi  rammentare  te,  come  allorché    avevo  la    bella   sorte    di  trovarmi    39   presso  di  voi,  non  cessava  di  commendarlo,  e    che   ve  lo    raccomandava    appunto  per  coteste  due  sue  doti  e  singolari  virtù.  Non  dubito  punto,  e  sono  pieno  di  fiducia,  che  tosto  che  Y  averete  veduto,  concorrerete con  tutti  i  vostri  voti  ad  approvare   gli   encomj giustamente  al    medesimo  tributati.  Egli    è    a  dire    il    vero    piuttosto  bruno  e  fosco    di  colore  e  di    capelli  ;  ma  lo  sperimenterete  in  tutto,    ne   suoi  discorsi,  che  nelle  sue  azioni  ed  affari  candidissimo,  onesto  e  sincero,    in  guisa  che  sovente  a  cagione   di   tale  troppo  suo  sincero carattere  incontra   Y  odiosità  e   la  disapprovazione degli  uomini  di  corta  penetrazione e    di  poca  esperienza  del  mondo  .  Voi  stesso,  Compare  carissimo,  vi  trovate  in    un    consimile    ruolo  ;    e   per   verità  ciò  non  ostante,  conforme  voi    medesimo  avete imparato  dall'  uso  e  dalla  esperienza,  è  necessario,    o  per   lo  meno    giova  più  nei  giornalieri  nostri  discorsi  e  conversazioni  saper dissimulare  e   serbare  le  nostre  giustificazioni   a tempo  e    luogo    più    commodo  e  più  opportuno,  non  essendo  tutti  gli  uomini dotati  dello  stesso  candore,  della  stessa onoratezza,   e    della  medesima  probità  #  Sarà  dunque    vostrp impegno adesso, veneratissimo Compare, giacché avete per cosi lungo tempo costì dimorato, e che avere conosciuto i costumi ed il naturale di tatti assai meglio di questo medico, istruirlo e diriggerlo come debba condursi cok tutti, conforme avete usato con esso meco, allorché giunsi in Argentina: sostenere, difendere il di lui onore ed estimazione, e prestargli ogni buon servigio,  come  si  conviene dall'  amico  air  amico,  e  dal  fratello  al  fratello .  Mi  e  nota  la  vostra  pietà,  so  quale  sia  il  vostro  amore  per  i  vostri  simili :  conosco  quale  sia  il  candore  dell'  animo  vostro:  so  in  fine,  ed  ho  sperimentato quanto  sia  grande  la  vostra  beneficenza verso  tutto  il  mondo  .  E  però  non  dubito  che  voi  non  siate  per  giovare  ai  G.  assai  più  di  quello  eh'  io  non  saprei  da  voi  ricercare    Concedetemi  che  io  vi  rammemori,  che  mentre  si  trovava  ancora  in  Francia  Pietro  Vermilli,  appena  ricevette  le  mie  commendatizie  presso  il  Beza  a  vostro  favore,  (  che  effettivamente molto  aggradì  quanto  di  voi  scrivevo  in  vostra  lode  ),  vi  fece  ogni  buon  accoglimento e  buon  trattamento,  e  si  consolo di  aver  scoperto  •>  che  tutto  ciò,  si  era  sparso  contro  la  vostra  persona  %  erano    4i   prette  calunnie;  e  non  dubito  che  se  non  vi  hanno  ancora  invitato  ->  presto  non  siano per  invitarvi,  perchè  abbisognano  di  soggetti  di  merito  simili  a  voi  » .  Dopo  diverse altre  materie,  che  non  appartengono a  Gulielmo,  così  termina  questa  lettera »  Averete  nuove  del  mio  stato,  e  di  questa  Città  dal  nostro  G..  State  sano, e  salutatemi  anche  la  Comare  in  nome ancora  della  mia  Conserte    .  Trattenutosi poco  tempo  il  G.  in  Argentina,  T  amico  suo  Zanchi  efficacemente lo  raccomandò  a  Teodoro  Beza  ^,  che  allora  dimorava  in  Basilea  >  dove  era  in  grandissima  riputazione,  e  godeva  un  sommo  credito,  e  con  il  quale  contrasse  strettissima  amicizia. Benché  il  Beza  fosse  assai  cauto  e  circospetto  nelf  elezione  de*  suoi  amici  ;  siccome  osserva  il  Maizeaux  Commentatore  del  Critico  ed  Istorico  Dizionario di  Pietro  Bayle  all'  articolo  Beza  j  ove  riporta  le  seguenti  parole  di  S.  Francesco d«  Sales    »:  non  faceva  (  parla de!  Beza  )  passo  senza  un  cumulo  grande di  precauzioni,  e  senza  pigliar  cento  e  mille  misure  .,  non  costumando  di  praticar nessuno  senza  esser  sicuro  d'  una  inveterata  conoscenza    ;  pure    divenne   suo    42   intimo  confidente,  come  appare  dalle  lettere del  Beza  Latine  trasportate  in  lingua  Italiana,  che  qui  credo  cosa  necessaria  di  intieramente  riportare,  essendo  le  medesime rarissime,  ed  assai  difficili  in  queste  nostre parti  a  ritrovarsi  A   G.   FILOSOFO.   Mio  caro  G.  ho  ricevuto  la  vostra graditissima  lettera  unitamente  ai  consaputi libri,  dei  quali  vi  rendo  infinitissime grazie;  ma  averei  anche  assai  più  gradito,  se  nello  stesso  tempo  mi  aveste  spedita queir  opera  del  nostro  Celio,    »  Dell  Amplerà  del  regno  di  Dio  »  stampata nella  Rezia  ^  che  vi  avevo  ricercata  %  e  vi  prego  che  mi  giunga  più  speditamente vi  sarà  possibile. L'  importo  della  medesima vi  sarà  contato  da  questo  nostro  Crispino .  Circa  il  libro  di  Pomponacio  non  ho  ancora  avuto  tempo  di  vederlo  :  subito  che  Y  averò  letto,  vi  scriverò  cori  piena  libertà  il  mio  sentimento    Riguardo  alla  connota  confessione  (35)  intanto  io  non  ve  ne  ho  spedito  la  copia,  in  quanto che  supponevo  ne  andassero  intorno  da    4?  per  tutto,  perche  di  questa  mi  sono  state  da  diverse  parti  scritte    moltissime    lettere Vi    auguro     perfetta    salute     ottimo     mio  Fratello  .   (3  gli  prenderanno  i  Librari  suoi  compagni  di  viaggio,  e  con  loro  comodo  mi  saranno  portati    Vedete  adesso  in  che  modo  >  e  con  quanta  libertà  mi  prevalgo  delle  vostre  grazie  :  comandate  ancor  voi  scambievolmente tutto  ciò  che  io  possa  fare  per  voi,  ed  in  vostro  nome,  e  vivete  sicuro  ^  che  siete  da  me  sommamente  stimato  ed  amato  »  Appena  arrivato  in  Basilea ^  non  tanto per  le  raccomandazioni,  quanto  ptrr  la  sua  virtù  fu  ricevuto  Professore  di  Medicina in  quella  Città,  in  cui  esercitando  pubblicamente  T  arte  sua  fece  mostra  del  suo  perspicace  talento  e  della  sua  profonda dottrina,  non  solo  con  le  erudite  opere j  che  diede  alle  stampe  ^  ma  eziandio  colle  prodigiose  cure  che  fece  .  Onde  in  brevissimo  tempo  in   tanta  fama  salì  ^   che  4*  passato  appena  il  corso  di  circa  due  anni  venne  ricercato  con  grande  impegno  dal!'  Accademia  di  Marpurgo  a  coprire  la  Cattedra di  medicina,  essendo  mancato  di  vita Corrado  Kuvnero  :  il  che  diede  giusto  motivo  al  Zanchi  di  congratularsi  con  il  Voltejo,  come  si  è  veduto  neir  enunciata  lettera,  del  fortunato  acquisto,  che  fatto  avevano  i  Marpurghesi  di  un  cosi  famoso  Professore  .  Non  fece  lunga  dimora  il  G.  in  Marpurgo,  quantunque  assai  stimato ed  amato  .>  poiché  appena  passato  il  corso  di  un  anno,  con  universale  dispiacere di  quella  Città  a  Basilea  fece  ritorno .  Quali  fossero  i  veri  motivi,  per  i  quali  così presto  abbandonasse  una  Città  nella  quale era  da  ogni  sorta  di  persone  gradito  amato  e  ben  veduto,  dove  copriva  una  luminosa  Cattedra,  e  godeva  un  abbondante provvisione,  non  mi  è  sortito  di  rinvenirli .  Se  presto  però  fede  a  Nigidio,  il  quale  per  la  particolare  stima,  che  professava  alla  virtù  ed  alle  rare  doti  di  questo  celebre  Medico  Filosofo  ne  scrisse  in  versi  la  vita,  sembra  che  abbia  abbandonata  la  Città  di  Marpurgo,  o  perchè l'aria  troppo  rigida  di  quel  clima  non  fosse  coufacevolc  al    suo  temperamento,  o    47  perchè  avesse  impressi  nell'  animo    i  piaceri,  i  comodi,  ed  i  vantaggi,    che  goduti  aveva  in  Basilea,  ove  fece  ritorno. Ecco i  suoi  versi  :     Nobilis  hunc  mìfit  Catàs  Bafilea  «,  fed  anno  »  Vix  ferrici  exacio  rurfus  eo  redìit  :  Sire  quodHaJJiaco  non  pojjet  vivere  coe/o>  »  Sive  quod  in  votis  urbs  Bajìlea  forct.   Non  si  deve  però  credere,  che  dopo H  suo  ristabilimento  in  Basilea  siasi  Gulielmo  abbandonato  all'ozio  ed  alla  quiete >  e  che  abbia  trascurato  il  lodevole  metodo  de'  suoi  studj  e  delle  sue  fatiche,  perchè  anzi  le  erudite  Opere  date  alla  luce  in  ciascun anno  in  cui  visse,  sono  una  prova  evidente,  che  tutto  il  tempo  nel  quale  non  era  occupato  alla  cura  degli  infermi  >  o  pure  ad  istruire  dalla  Cattedra  i  suoi  scolari,  lo  impiegava  a  comporre  delle  opere di  varie  qualità,  che  versavano  sopra  materie  ed  argomenti  utili  e  necessarj  air  umanità,  per  soddisfare  al  vivo  desiderio,  che  sempre  nudrì  di  recare  giovamento  alle persone  d'  ogni  classe  e  d'  ogni  età    Molte  furono  le  opere,  che  fece  sortire  da^  pubblici  torchj  di  Basilea,    e  tra  que  48  ste  la  prima  a  me  nota  fu  quella,  che  ha  per  titolo  »  Prognostica  natura  Ila  de  terri~  porum  tnutatìonè  perpetua  ordine  litterarum  »  impressa  da  Jacopo  Pareo  Y  anno  .,  che  con  qualche  aggiunta  nel  successivo anno  fu  parimenti  ristampata  in  Basilea  da  Michele  Episcopio,  indi  in  Zurigo dal  Gesnero  nell'anno  *  5  $•  e  ^a  Gabriele  Coterio  in  Lione  nell*  anno  istesso,  ma  più  vicino  a  noi  da  Giovanni  Vechelio  in  Francfor  Tanno  .  Questo  erudito  utilissimo  libro  con  elegante  e  giudiziosa lettera  dedicatoria  primieramente  lo  indirizzò  alla  Maestà  di  Odoardo  VI.  Re  d'  Inghilterra  rapito  nello  stesso  anno  ai  viventi  .  G.,  che  bramava  per  questa  sua  fatica  un  Mecenate  coronato  e  potente,  dedicò  la  seconda  edizione  assai  più  corretta  ampliata  e  perfezionata  a  Massimiliano II.  Re  di  Boemia,  del  quale  onore fece  prevenire  quel  Monarca  col  mezzo  di  Giuseppe  Salando  Archiatró  della  Serenissima sua  Sposa,  e  da  lungo  tempo  intrinseco amico  ed  affezionato  suo  concittadino,  come  si  rileva  dalla  lettera  dedicatoria de7 suoi  Opuscoli,  dove  scrive  (41)»  Raccomando  poi  umilmente  alla  vostra  Maestà,  e    tutta  intieramente  consagro    la    49  mia  persona  .  Quale  io  mi  sia^  se  da  altri  per  la  troppa  distanza  dei  luoghi  non  vi  fosse  noto  *  lo  potrete  agevolmente  sapere  da  Giuseppe  Salando  eccellente  e  perspicace Medico  della  Reale  vostra  Sposa,  col  quale  già  da  lungo  tempo  ci  siamo  famigliarmente  trattati  »  .  Non  rincresca  al  lettore di  questa  vita  n  se  interrompo  1'  ordine della  Storia  per  inserire  alcune  notizie  relative  ad  un  mio  Compatriota  di  sommo  grido  e  d'  inestimabile  merito  nell'  arte  medica y  e  che  fece  molto  onore  alla  Città  in  cui  nacque.  Sortì  i  suoi  natali  Giuseppe  Salando  in  Bergamo,  nella  sua  fresca  età  studiò  medicina  in  Padova,  conseguì  la  laurea  dottorale,  coprì  nell'anno  1540,  in  quella  Università  la  Cattedra  della  seconda  scuola  di  medicina  pratica  straordinaria  nei  giorni  di  vacanza,  che  tre  anni  innanzi  era  stata  occupata  da  Guglielmo  G.  (42).  Dopo  due  annij succedette  il  Salandi  a  Girolamo  Donzellino nella  Cattedra  della  seconda  scuola  di  medicina  teorica  straordinaria  :  esercitò  la  medicina in  diversi  luoghi  e  Città  della  Lombardia :  indi  passò  nella  Stiria,  in  cui  per  la  felicità  delle  sue  cure  si  rese  così  celebre e  rinomato,  che  Ferdinando  Impera4    tore  verso  gli  ultimi  anni  di  sua  vita  lo  fece  venire  alla  sua  imperiai  Corte  ^  e  fu  dichiarato  Archiacro  Palatino  sotto  Massimiliano II.  Passato  a  miglior  vita  Massimiliano,  il  Salando  si  trasportò  in  Milano,  dove  esercitò  per  lungo  corso  di  tempo  con  favorevole  sorte  la  sua  professione    Finalmente  carico  d'  anni,  ma  nello  stesso tempo  forte  e  vigoroso,  si  ritirò  in  Salò territorio  Bresciano,  in  cui  stabilì  il  suo  soggiorno,  e  dove  mori  Y  anno  1 6;  o.  nella  sorprendente  età  di  cento  e  più  anni,  Ebbe  un  figlio  professore  anch'  esso  di  medicina  chiamato  Ferdinando,  il  quale  asserisce,  che  il  padre  suo  diede  alle  stampe in  Milano  un  volume  di  consulti  medici,  ed  in  Venezia  un  erudito  trattato  »  De  Panacea,  feti  clixìr  vitti?  »,  e  dicesi  essere  lui  stato  il  primo,  che  un  cosi  efficace rimedio  ritrovasse  »  Ritornando alle  opere  di  Gulitlmo  stampate  in  Basilea trovo  che  con  le  stampe  Heripetrine  diede  alla  luce  il  libro  di  Pomponacio  »  De  Incantino nìhus  »  che  in  quel  secolo  ed  in  que*  tempi  faceva  grandissimo  strepito,  siccome  a  nostri  giorni è  s:guito  delie  opere  di  Voltaire  e  di  Rousseau  appresso  di  coloro,  che  non  ama  5*  no  le  letture    troppo  serie  e   profonde,    e   lo    dedicò  a    Federico  Conte    Palatino    suo  protettore,  siccome  aveva  fatto  dieci  anni  prima  dell'  opera  stessa  con  il  Principe  Ottone Enrico  Elettore   Palatino,  benché  accresciuta e  decorata  la  prima  di  molte  note,    ed    osservazioni    eruditissime;    per    le  quali    si    rileva    dalla    dedicatoria    premessa  alla  seconda  edizione,  che    venne  il    G.   onorato  di  obbliganti   ringraziamenti  fatti  con  graziosa    lettera  scrittagli  di   proprio pugno    da  quel  magnanimo  Elettore,  dove  dice  »      La  parte  di    questo    libro, che  tratta  delle  cause  degli  effetti  naturali,    o    sia    degli    Incantesimi,    fatta    da  me  stampare,  sono  già  più  di  dieci  anni,  T  avevo  dedicata  e  spedita  air  Illustrissimo  Principe  Ottone  Enrico  di  felice  memoria,  e  sua   Altezza  non  isdegnò  di  ringraziarmi  con   lettere    di  suo    proprio    pugno,    e   di  assicurarmi    di    esserne   memore  in    avvenire,  lo  che    potrà    seguire    nell'  altra   vita,  poiché  poco  dopo  per  grave  infermità  cessò di  vivere  ».  L'altra  vantaggiosissima  fatica {  che  nel  tempo  stesso  sorti  da   torchj  di    Vindelino    Richelio   in    Argentina,    fu  quella,    che    ha    per    titolo     »    Regimen  omnium  iter  agentiurn  »  consagrata  ad  Ege  52  nolfo  Barone,  e  Signore  di  Bapolstein  Hochen Ack e    Gerolzeck    presso    Vassichin  #  Scelse  quesxo  Principe  per  suo   Mecenate,  essendo    originario    anch'  esso    d'  Italia,    e  sortitone  per  i  medesimi  motivi  di   Gulielmo,     benché  in    tempi    assai    più    rimoti,  leggendosi     nella     sopracitata      Prefazione  .  Finalmente    lo  splendore  della   vostra nobiltà,  che   non  va  disgiunto  da  una  sincera  pietà  e  da  un   rispettabile  dominio,  è   penetrato  sino  nelle  mie  stanze  ;    ed  essendo   ancor'  io  Italiano,    ho    potuto    agevolmente avere   contezza   anche  della   forza  dell'  antichissima   Italiana  vostra  origine  ;  e  se  fosse    lecito  paragonare    le    picciole  cose  con    le  grandi,   vedo   che    nei    siamo    stati  costretti  ad    abbandonare   le   proprie  abitazioni  per  motivi  non  affatto  dissimili .,  benché in   tempi    assai  differenti .  Faccia  però  1'  onnipotente     e    giustissimo    Dio    per    la  maggiore  sua  gloria,  se  così  piacesse  anche  a    sua   Maestà,   che    un  giorno   si  possano  rivedere le   nostre   patrie.    Fu    stampato  ancora    in    Basilea    da    Lodovico  Lucio    il  dottissimo  suo  trattato,  che  intitolò     Po  jlis  Dcjcripuo  i  Caujja  y  Signa  omnigena  *  et   Vrocjervaùo  »,  il  quale  venne  dedicato  al  Nobile,,  e  Magnifico  Ascanio  Marzo  Ani  5?   basciatore  Cesareo  presso  gli  Svizzeri,  amicissimo sino  da  lungo  tempo  di  Gulielmo.  Devo  altresì  alle  sopracitate  Opere  aggiungere un  libro  sopra  un  importantissimo  argomento,  quale  è  quello  della  sanità  dei  Letterati,  con  questo  frontispizio  »  De  hitte  rato  rum,  et  eorum  qui  Magiftratum  gcrunt  confervanda  valetudine.  Questi  ebbe  così  fortunato  incontro,  che  venne  tradotto da  Tommaso  Neuton  nella  lingua  Inglese,  e  fatto  stampare  in  Londra  Tanno.  Effettivamente  il  Grataioli  ha  trattato un  tale  argomento  del  tutto  nuovo  sino  a  sue  i  tempi  con  tanta  chiarezza  e  giusto  criterio,  che  non  la  cede    al  Ramassini,    al  Pujati,    al  Tissot;  i  quali hanno  recentemente  versato  sopra  una  così  rilevante  materia .  Dal  Catalogo  dell*  altre  sue  opere,  che  per  minor  noja  del  lettore  riporterò  terminata  che  sarà  interamente la  presente  vita,  si  vedrà  essere  queste in    copioso  numero,  che  recherà  sor^  presa  a  chiunque  in  quale  maniera  le  abbia potute  scrivere,  massimamente  riflettendo che  questo  celebre  Medico  dalla  sua  giovanile  età  d'  anni  ventiuno  sino  all'  ultimo giorno  di  sua  vita,  si  trovò  sempre  nel    gravissimo    impegno    di    parlare    daila,  Cattedra  con  incomodissima  fatica,  che  reca irreparabile  danno  al  petto  ed  ai  polmoni,  ed  a  tutto  questo  aggiungendo  i  disagi  dei  lunghi  e  disastrosi  viaggi  da  esso fatti,  la  mutazione  del  clima,  la  passione di  dover  vivere  lontano  dagli  amici,  dai  congiunti,  e  dalla  patria,  e  sopra  ogni  altra  cosa  le  continuate  esperienze  chimiche,  alle  quali  era  veementemente  inclinato, secondo  che  me  lo  rappresenta  il  Lindenio,  (46*)  accusandolo  di  essere  proclive air  Alchimia  »  In  Alchimia  proclivis  »,  si  conoscerà  che  questo  infaticabile  Filosofo non  poteva  godere  lunga  vita  .  In  fatti,  benché  avesse  sortito  un  sano  e  robusto temperamento,  e  sempre  fosse  vissuto  assai  moderato,  lontano  dalle  brighe  politiche, e  dai  dissidj  scolastici  a  segno  che  in  que'  torbidi  tempi  di  controversie  ripieni egli  non  impugnò  giammai  la  penna  contro  alcuno,    si  trova  eh'  altri  abbia  scritto  contro  di  lui  e  che  anzi  moltissimi  Apologisti  si  ritrovano,  patrocinatori  de'  suoi  scritti,  e  delle  sue  opinioni  :  ad  ogni  modo  contratte  alcune  infermità,  alle  quali  vanno  soggette  le  persone  di  lettere,  conforme egli  stesso  aveva  istrutta  l'umanità)  dovette  soddisfare  dopo  una  penosa  inalar  ss   tia  di  molti  mesi  all'  ultimo  tributo  della  natura  nel  maggior  v'gore  de'  suoi  anni *  e  nel  tempo  appunto  della  sua  più  lusinghiera fortuna  nell'  ancor  fresca  età  d'  anni cinquantadue,  quattro  mesi,  e  ventitré giorni,  avendo  cessato  di  vivere  neli'  anno  15  £8.  il  giorno  decrmosesto di Aprile. Da ogni classe ed ordine di persone, non solo della città di Basilea e di tutta la Germania, ma ovunque era giunta la fama della virtù e della dottrina di Gualielmo, fu compianta la sua morte, poiché avevano perduto uno de'più esperti medici, ed uno de’più  riputati FILOSOFI di quel secolo. Dove si tratta degli uomini di singolare virtù e di non ordinaria dottrina tutto deve interessare: non ommetterò per ciò di far osservare, che G. era di una figura assai bene proporzionata, ed aveva la cute e la barba di colore bruno, per quanto ha lasciato scritto Zanchi nella sopracitata lettera a Garnero. Argomento incontrastabile della celebrità, che si era acquistata, si è il ritatto, che trovasi nella biblioteca calcografica di Boissard degli uomini illustri per virtù  ed erudizione di tutta l’Europa starapata iti Francfort. a spese di Ammonio, inciso in rame da Furehio, sotto del quale ritratto si leggono i due seguenti latini versi: i'ìG.V atriaw linquens, acque Itala nira,  Germano^ inter clami t arte viros. Da questa calcografica biblioteca appunto ho tratta l’effigie di Gulielmo, che ho posto nel frontespizio di questa vita. Sopra tutti gli altri però che  maggiormente si addolorassero per questa perdita fu f inconsolabile sua fedele sposa Barbara Micosi, che dopo di avere continuamente seguite le varie vicende del marito, abbandonando amici, congiunti, patria, e persino la sua dote istessa, intraprendendo lunghi e disastrosi viaggi., dovette dell'amato sposo restarne priva. Cotanto però fu sensibile ad una cosi improvvisa disgrazia, la  quale era senza alcun dubbio la maggiore che le potesse accadere, che con raro esempio di costante benevolenza coniugale questa grata e virtuosa moglie per dare anche dopo morte al marito un durevole testimonio dell'amore, che gli  aveva sempre conservato, fece chiudere le fredde sue ceneri in un avello di marmo, sopra del quale fece scolpire la seguente iscrizione. G. BERGOMENSI ARTIUM AC MEDICINA DOCTORI MEDICIQUE FILIO IN MEDICORUM BASILIENSIUM COLLEGIUM COOPTATO OB RELIGIONEM EXUI4 CONIUGI CARISSIMO BARBARA NICOSIA F. C, OBIIT j£TATIS SU E Non fu soltanto G. onorato e stimato finche visse, ma ancora dopo che più non si trovava tra i viventi ha costantemente e senza alcuna inteìruzzione  goduta la stima, e si è tenuto in altissimo pregio da tutto il mondo dotto. Nessun medico di grido, nessuno bibliografo, e nessuno scrittore di storia letteraria di qualunque nazione e religione ha tralasciato di fargli giustissimi elogi e di profondergli infiniti encomj sino a questi ultimi secoli. Nigidio il Seniore Iia composto un latino poema per decantare la virtù e la dottrina di questo  filosofo. Boissard lo chiama filosofo eccellentissimo e sagacissimo. L’erudito Signore de Thou l'appella famoso medico di Bergamo. Teissier lo caratterizza per un uomo di una pietà e di una dottrina straordinaria. Moreri gli dà il titolo di filosofo degno di celebrità. Il Signor d'Eloy scrive che fosse uno de'più celebri medici del suo secolo. Papadopoli gli da l'elogio, qual soggetto nobile,  di profondissima dottrina, e che ha decorata Padova. I dotti autori del dizionario storico portatile lo nominano medico valoroso. Il nostro Padre Calvi benemerito raccoglitore della civile e letteraria storia di Bergamo gli dà i gloriosi epiteti di profondità di sapere e di sublimità di dottrina, di lume della medicina, e di virtù e di azioni superiori ?d ogni lode. Tributarono simili meritati  panegirici a Gulielmo  G., dovunque ebbero l'opportunità di rammentarlo nelle loro opere anche a  dottissimi  Michele  Gulielmo  Linghelscheim.  Abramo  Bucholcer;  Elia  Rusnero  {do);  Ermanno  Coniugio  (£1)5  Pasquale  Gallo;  Paolo  Frehero  ;  Giovan  Antonio  Vander  Linden ;  Giorgio Abramo  Mercklino  (6 f)  ;  GiovanfranCesco  Niceron;  Ermanno  Boerhave;  Alberto  Haller  (6"8)  ;  GiovanJacopo  Mangett;  Antonio  Kiccoboni  (70):  Filippo  Tomasini;  Jacopo  Facciolati;  1/ autore  delle  Amenità  Letterarie;  Il  celebratissimo  Andrea  Pasta;  ed  innumerabili  altri  dotti  scrittori,  che  fatica  troppo  lunga  sarebbe  il  yoìerli  qui  tutti  riportare  .  Mi  sia  nulladi  meno  concesso  di  chiudere  la  numerazione di  tanti  valorosi  Letterati,  e  nello  stesso tempo  terminare  la  vita  di  Gulielmo  G.,  col  riferire  quanto  in  lode  del  medesimo  hanno  lasciato  scritto  il  veramente erudito  e  sommo  critico  Pietro  Bayle,  ed  il  dotto  Signor  Maizeaux    suo  illustratore  .  Il  primo  lo  chiama  sa-*  pientissimo  Medicò,  ed  eccellentissimo  nella scienza  fisonomica  ;  il  secondo  chiude  il  Commento  all'  articolo  »  Gratarolus  n  ?  con  questo  onorifico  e  meritato  encomio,  il  quale  acciocché  nulla   perda    della  forza    6o  ed  energia  io  trascriverò    nella  lingua  originale,  in  cui  fu  scritto  dall'  autore    medesimo •   »  On  ne  lui  fcauroit  refusar  l"  èloge  d!  avoir  cu  à  coeur  le  bien  public  ^  puisqà  il  à  cherchè  non  feulement  les  remedes^  qui  peuvent  jervir  aux  Magifrats,  mais  aujjl  ceux  qui  font  propres  a  toutes  forte  s  de  vojageurs  .  Il  ri  a  pas  oubliè  les  Hommes  dy  etude,  il  a  tachè  de  leur  fournir  des  fecours  et  pour  la  confervation  de  la  fantè,  et  pour  la  confervation,  et  V  angine ntation  de  la  me  moire.  Un  homme  qui  leur  fourniroit  la  deffus  ce,  de  quoi  ils  ont  befoin,  mèriteroit  les  honneurs  divins  dans  la  republìque  des  lettres .  La  mèmoire  y  ejl  prefquc  auffi  nèceffaire  que  la  vie  »«,    €i    CATALOGO DELLE OPERE  DI G. CON VARIE  ANNOTAZIONI. Non avendo potuto aver ne  vedere  se  non  una  piccola parte dei saggi di questo dotto filosofo ho dovuto formare il presente catalogo sopra altri cataloghi e notizie de’suoi scritti lasciati  dagli  Scrittori  della  sua   vita,    i  quali  per  essere  di  differenti  nazioni,  di  religione  e  di  professione  diversa,    e  perchè    scrissero  in  tempi  assai  distanti  V  uno  dair  altro,    t  loro  Cataloghi  si  trovano  mancanti,    alterati,  confusi,  senza  data    di  luogo  ^    di  stampatore,  e  quello  che  è  peggio  pieni di  difetti  e  di  errori.  Sono  perciò  assai  lontano  dal  lusingarmi,  che  quello  il  quale io  qui  sottopongo  sotto  ai  riflessi    deir  erudito  leggitore,    sia    riuscito    compito  e  perfetto,  sebbene    non  abbia    mancato    di  fatica }  ne  di  diligenza;  ma  tutti  i  miei  sforzi    sono    stati    infruttuosi    ritrovandomi  in  una  Città  quasi    dei    tutto    sfornita    di    62  antiche  opere  oltramontane  .  Prevenuto  dalle  riferite  circostanze  chiunque  leggerà  questo  Catalogo  siccome  era  necessario,  aggiungerò  al  medesimo  alcune  note,  che  credo  indispensabili,  e  lo  dividerò  in  ire  Classi  .  In  primo  luogo  le  opere  dal  Grata roli  composte,  in  secondo  luogo  le  Traduzioni da  esso  fatte,  e  per  ultimo  le  altrui fatiche,  che  in  diversi  tempi  con  sue  note  ed  illustrazioni  fece  stampare .   I.  »  Prognojlica  naturalia  de  temporum  omnimoda  mtuatione,  perpetua  et  cerùjjìma  Jigna  rerum,  quoe  in  Aere,  Terra,  aia  Aqua  funt,  aut  Jìunt,  krevìter,  et  dare,  ordine que  alphabetico  de J cripta  per  Gulielmum  Gratarohun  Medicum  P/iy/icum  y  cuni  Addinone  undcam  fìgnorum  Motus  Terra:,  ex  Antonio  Mi^aldo .  Basilea?  apud  Jacobum  Pareum apud  Nicolaum  Episcopium  Tiguri  Argentorati apud  Iacobum  Ofemianum  .   V  opera  indicata,  con  le  altre  due  »  De  Memoria  reparanda  t  e  »  De  Prjediclione  morum  »  >  si  trovano  unite  tiell*  accennata  edizione  di  Argentina  alli  Trattati di  Chiromanzia,  e  di  Astrologia  naturale di  Giovanni  Indagine,  o  sia  Giovali  ni  Hagen  dotto  Certosino  del  decimoquinto secolo  ?  ed  al  libro  »  De  Sculptura  »  di  Pompeo  Gauricio  Matematico  Napolitano .  Perchè  il  G.  non  venga  tacciato di  superstizione  o  di  puerile  credulità  a  motivo  delle  cose  da  esso  scritte  parlando dei  Pronostici  naturali  e  della  Predizione dei  costumi,  credo  cosa  necessaria  fedelmente  trascrivere  la  Protesta,  o  sia  Avvertimento  al  Lettore,  che  si  trova  nella edizione  di  Argentina  Devi  poi  »  avvertire,  che  generalmente  parlando  le  »  cose  dette  si  verificano  nella  gente  gros»  solana  y  vale  a  dire  di  coloro,  i  quali  »  non  sono  rigenerati  dallo  spirito  e  dalla  »  grazia  di  Dio,  perchè  di  questi  è  vero  »  ciò  che  dicesi  della  depravata  natura  in  »  Adamo,  che  »  Naturce  fequitur  femina  quifque  fucc  »  :  Ma  air  opposto  i  rigenerati  »  dallo  Spirito  Santo  mortificano  la  pro«  pria  carne  con  i  suoi  vizj,  e  con  le  »  sue  concupiscenze,  sebbene  la  concu»  piscenza  ed  il  fomite  del  peccato  vi  re»  stino  sempre,  e  da  moltissimi,  o  Dio,  »  anche  pur  troppo  si  riducano  alla  pra»  tica  »,  A  gloria  di  Gulielmo  riporterò  anche  la  sua  opinione  sopra  la  causa  del  flusso  e  riflusso  del  mare  r   avendo  preco  6A   Aizzato  più  di  due  secoli  prima  quasi  intieramente il  sistema  del  rinomatissimo  Cavaliere Isacco  Neuton  circa  lo  stesso  fenomeno :  opinione  approvata  ed  insegnata  da  quasi  tutti  i  Filosofi  posteriori  a  quel  subitine  Geometra  »  :  Il  moto  periodico  delia Luna  ha  grande  predominio  sopra  li  corpi  fluidi,  quindi  fa  che  il  mare  s  innalzi e  si  abbassi  ^  singolarmente  per  una  particolare  di  lei  influenza,  e  ne  segua  il  flusso,  ed  il  riflusso  secondo  i  differenti  aspetti  relativi  alla  medesima,  e  secondo  che  questi  accadono  nella  maggiore  ->  o  minore  forza  della  sua  influenza  :  Accade  ciò  perchè  la  Luna  ha  bensì  certa  influenza coir  Oceano,  ma  non  già  coi  laghi e  coi  mari  di  poco  estesa  superficie  .  Per  la  qual  cosa  mentre  quel  Pianeta  si  muove  dall'  Oriente  verso  il  mezzo  giorno,  fa  che  la  superficie  del  mare  s'  innalzi,  e  che  conseguentemente  ne  segua  il  riflusso  medesimo  .  Quando  poi  si  muove  dal  mezzo  giorno  verso  Y  occidente  fa  che  il  mare  si  abbassi,  e  però  ne  nasce  il  riflusso .  Similmente  allorché  la  Luna  si  muove  dall'  occidente  verso  V  angolo  della  notte,  o  sia  da  settentrione  verso  V  oi  icnte,  ne  segue   nuovamente  il    riflusso  r>    II.  »  Guliclmi  G.  Bergomatis  Artium  >  et  Mediani?  Docloris  de  Memoria reparanda,  augenda  >  fervandaque,  Liber  omnimoda  Remedia  >  et  Pnzceptiones  continens  cujufivis  facultans  jhuliofis  apprime  utilis  «,  immo  maxime  necejjlvius,  Tiguri  ?  apud  Andream  Gesneruni  .,  Basilea  apud  Nicolaum  Episcopium  .  in  8.,  Lugduni,  apud  Gabrielem  Coterium  Francofurti  apud  Joannem  Vichelium  apud  Viduam  Petri  Fischeri,  Argentorati  Nel  frontespizio dell'accennata  edizione  di  Argentina  si  trovano  queste  parole  :    Omnia  ab  Anafore correcla  P  ancia  finis  >  6'  ultimo  edita «.  La  stessa  Opera  »  De  Memoria  reparanda »  è  stata  stampata  unitamente  all'  altro  libro  del  G.  »  De  confervanda  Valetudine      da  Enrico  Rantzovio  .   Ili    De  Prcediclione  morum  ^  naturaque  hominum,  cum  ex  infipeclione  par*  tìum  corporis  >  tutu  aids  modis  «>  Anelare  Gulielmo  G.  Medico,  et  Philojopho  B  ergo  mate    Basilea .,  Tiguri apud  Andream  Gesnerum  .  .,  Lugduni  apud  Gabrielem  Coterium,  &*  Argentorati  »  Li  tre  accennati  libri   S  De memoria reparanda:  De  Temporum  omnimoda  mutatìone  Prognofìica:  De  Prce*  diclione  morum  »  furono  dati  alla  luce  per  la  prima  vo?ta  dal  G.   in  Basilea,  e  dedicati  ad  Edoardo  VI.  Re  d'Inghilterra;  siccome    pure    la  seconda    edizione  di    tali  Opuscoli    fatta  nella    medesima  Città fu   consagrata    a  Massimiliano  II.  Re  di  Boemia      lutto  questo  evidentemente si rileva    dal    primo    periodo    della  Dedicatoria  medesima  al  secondo  dei  commendati Sovrani,    la  quale    cosi   incomincia   »  Nello  scorso  anno,  ottimo  Re,  per  le   pressanti  istanze   degli  amici    e   delio stampatore  >  sono  stato   costretto  a  dare  alle  stampe  assai  più  presto    di  quello  che  averei  desiderato  tre    miei    libretti    intorno  ai  quali  erano  già   molti  mesi  che  affaticava,  e  perchè  essendo    assente,     molti  errori corsero  nello  stamparli,  però  riveduta  di  nuovo    queir  opera,    non    solo    ne  corressi  i    difetti,     ma    in    oltre    impiegando  ogni  possibile  diligenza  ed  applicazione,  e  prestandovi,  come    si  suol  dire,    V  ultima  mano,    F  ho  accresciuta  di  parecchie  belle  aggiunte   a   segno,  che  la   presente  edizione è  superiore  alla  prima  siccome  lo  è  un parto  di  nove  mesi  a  quello  di  soli  sette,    *7  o  pure  Toro  fino  ali*  argento    Avevo  dedicata la  prima  ad  Edoardo  VI.  Re  d' Inghilterra,  il  quale  innanzi  anche  di  averne notizia,  non  che  di  averla  potuta  vedere, fu  costretto  infelicemente  a  cambiare  la  vita  con  la  morte  .  Tale  Dedicatoria  fu  scritta  in- Basilea  nel  mese  di  Febbrajo  deiranno.  Nondimeno  non  posso  accertare  in  quale  città  siano  stati  stampati li  sopradetti  Opuscoli  la  prima  volta  che  dal  G.  furono  indirizzati  alli  due  già  nominati  Sovrani .    »  Pejlis  Defcrìptio,  Caujjoe  >  Signu  omnigena  >  et  Proefervatio  .  Anelare  Guliclmo  G.  Medico.  Basilea?  ;  per  Ludovicum  Lucium  Anno  Salutis  Humana? ,  Mense  Augusto;  Lugduni,  apud  Gabrielem  Coterium  .    La  prima  edizione  di  tale  veramente  aureo  Trattato  fu  dedicata  ad  Ascanio  Marzo  Ambasciatore Cesareo  presso  i  sette  Cantoni  della  Svizzera.  Personaggio  di  molte  cognizioni  e  virtù  fornito  ed  amico  di  Gulielmo  ;  e  questi  appunto  furono  i  motivi,  che  lo  spinsero  a  sceglierlo  per  Mecenate  con  scrivergli  :    »  La  vostra  conosciuta  virtù,  e  la  non  volgare  vostra  mansuetudine,    non    meno    che  il   vostro  amore    £8   per  tutte   le  sane  dottrine,   e   per   la   pietà,    mi   hanno   costretto  a  dedicarvi  quest'  opera  » .  Perchè  si   veda  quanto  amava  le  massime  di    pietà    e    di   religione    conviene  notare,   che   dopo    di  aver    egli    prescritti  neir  indicata  sua  opera  li   rimedj  fisici  contro   la   Peste,   raccomanda   con    fervore    li  spirituali    con    queste    parole Ma  per  brevemente  indicare  li  remedj    più  forti,    più    giovevoli e generali,    prima    di  tutto    allontanate    da voi la paura della  morte, ma non già il santo timore di  Dio  .  Non    perciò   doverete    amare  il  pericolo,        incorrervi    temerariamente,     se  non    sarete     sforzati o dalla carità    cristiana del  prossimo,  o  dalla  gloria  di  nostro Signore  Gesù  Cristo  >  il  quale    devesi  anteporre  a  tutte  le  cose  De  Litteratorum  >  et  eorurn  qui  Magijlratibus  funguntur  confermando,  proefervandaque  valetudine,  illorum  prcecipue  qui  oetate  confiftentìoe  0  vel  non  lunge  ab  ca  ab funt  >  curn  ex  probatioribus  Auctoribus  3  tum  ex  ratione,  et  fideli  praxi  >  et  experientìa  concinnatum .  Basilea  apud  Henricum  Petri  .  in  8.,  Francofurti apud  Ioanncm  Vchel  ;  Ibidem   apud    Nicolaum   Hofmannum La  stessa  opera  è  stata  tradotta  nella  lingua  Inglese  da  Tommaso  Neuton  P  e  stampata  in  Londra  Tanno Questa  dottissima  opera  è  riferita  dal  rinomatissimo  Medico  Ermanno  Roerhave  nel  suo    »  Methodus   (ludii   Medicorum  De  Confervanda  valetudine  .  Francofurti  apud  Henricum  Randzov  .  Questa  opera  fu  stampata  unitamente  all'  ultima  registrata  dallo  stesso  Randzov       »  Re  girne  n  omnium  iter  agentium  .  Basilea?  apud  Hemicum  Petri  Argentorati  per  Vendelinum  Rihelium  1  s6%.   Colonia?  apud  Petrum  Hofmannum  V  edizione  fatta  di  tale  utilissima opera  in  Argentina  fu  dedicata  dal  G.    alla  vera  pietà,  e  nobiltà del  chiarissimo  Egenolfo  Barone,  e  Signore in  Rapolstein  Hochen  Ack  e  Gerolzeck  in  Vassichin  »  0  e  nel  frontispizio  della  medesima  vi  si  leggono  i  seguenti  latini versi .   Ut  peregrìnands  vita  ejl  jubjecla  procellis  Aeris,  et  varìis  undique  prejja  malis  ;   No/ira  procelle* fi  vario  jìc  turbine  mundi  Volpi  tur  incertis  anxia  vita  rnodis. 7°   Hoc  bene  pericolo  Jervans  prò  tempore  litro   Tutìor  utque  voles  carpe  Vìator  iter.   VIII#  De  Laudibuj  Medicina  0  ejus  origine  >  progrejju  ?  militate  .  Argentorati De  Pefle  Thefes.  Basilea Apud  Henricum  Petri.  De  Vini  natura,  Artificio,  et  Ufu,  deque  omni  re  potabili  .  Basilea,  Apud   Henricum  Petri Equorum  P  et  Domejlicorum  quorundam  Ànimalium  remedia  $  senza  data  in  tutti  i  Cataloghi  da  me  veduti     XII.  Lapidis  Philojbphici  nomenda~  turoe  .  Basilea La  medesima  opera  trovasi  inserita  nel  Volume  in  foglio  stampato  in  Colonia  Tanno .  da  Pietro  Orstio,  con  il  titolo  Veroe  Alchimia?  Scriptores De  janitate  menda  .  Argentorati  Trovo  quest’opera  citata  dal  Mercklino  nel  suo  Lindenius  renovatus. De  Thermis  Rhoctias,  et  Vallis  Tranjc/ierìi  Agri  Bergomenjis  .  Si  trova  stampata  tale  opera  per  la  prima  volta  da  Tommaso  Giunti  in  Venezia  Tanno nella  sua  copiosa  raccolta    di    tutti   quelli  y    fi   che    sino  alla  detta   epoca    avevano  scritto   sopra  i  Bagni,    ed  è  riportata  con   questo   titolo  Guìlhdmus    G.   ad  Corradum     Gefnerum    Medicum   Tis'urimim    de    Thermìs     Jxhoetìcìs      Tutti  o   quelli  i  quali  a  mia  cognizione  hanno  parlato di  questo  trattato  di  Guliclmo,  sia  neir  occasione  di  dare  il  Catalogo  delle  sue  opere,  o    sia  per  semplice  erudizione,  e  perfino  il  nostro  Padre  Donato  Calvi,  non  hanno  citata  nessun'  altra  edizione  della  stessa  opera,  che  quella  dei  Giunti  %  e  tutti  ne  fecero  sempre  autore  il  G.,  senza  mai  mettere  in  dubbio  questo  punto  d' Istoria  letteraria .  Ciò  nondimeno  non  deve  recare  maraviglia,  particolarmente delli  scrittori  oltramontani,  e  specialmente di  quelli  del  decimosesto  secolo  :  ma  fa  bensì  stupore,  che  siasi  continuato  ad  attribuire  al  G.  un  simile  trattato,  dopo  la  nitida  e  ben  corretta  edizione fatta  dal  valoroso  Cornino  Ventura  X  anno  .  in  4.  di  tutti  i  dotti  Medici  Bergamaschi,  che  avevano  scritto  sopra  i  Bagni  di  Tres^ore  ;  poiché  apparisce,  ed  è  anche  evidentemente  provato  da  quel  diligente  stampatore,  e  dagli  eruditi  e  perspicaci  fratelli  Licini  suoi  direttori,  che    il  trattato,  che  porta  quel  titolo,  appartiene sicuramente  a  Bartolommeo  Albani  Medico  Collegiato  della  Città  di  Bergamo.,  scritto  dal  medesimo  sino  dall'anno  .,  vale  a  dire  quasi  un  secolo  prima  della  indicata  edizione  Veneta  di  Tommaso  Giunti •  Di  fatti  T  Opuscolo  dell'  Albani  termina precisamente  con  questa  data  :  anno  mìllejìmo  quadrigentefimo  y  et  feptuagefimo  de  menje  Julii  die  vìge  fimo  Ceptimo .  Per  ExeelL  Artìum  0  et  Me  dicince  Dociorcm  Bartholomceum  de  Albano.  Si  fa  ancora  assai '  più  manifesta  tale  verità  da  quanto  afferma  il  Cornino  alla  decimaquarta  pagina della  sua  edizione  degli  Scrittori  Bergamaschi circa  li  Bagni  Trescoriani,  nella  annotazione  seguente  posta  in  fine  dell*  Qpuscolo  del  sopracitato  Bartolommeo  Albani  per  maggiore  sua  giustificazione  »  Da  un  antichissimo  esemplare  manoscritto ritrovato nella  libreria  de"  Padri  Domenicani,  il  quale  si  vede  eziandio  trasportato  nella  lingua  Italiana,  sotto  il  nome  dello  stesso  Bartolommeo  Albani,  nelieCase  di  Bartolommeo Colleoni,  lasciato  al  Luogo  de  Ha  Pietà, conservato  sino  a  questo  tempo  ».  Non  si  deve  adunque  più  dubitare,  che  il  vero Autore  di  quel  trattato  non  sia Albani,  mentre  anche  il  Padre  Calvi così  ha  lasciato  scritto  nella  sua  Scena  Letteraria Bartolommeo  Albano  della  Medicina  celebre  Professore  fiorì  verso  la  metà  del  passato  secolo  ->  e  fu  il  primo  y  che  scrivesse  sopra  i  nostri  Bagni  di  Trescore  j  leggendosi  le  sue  degne  fatiche  con  quelle  d5  altri  Autori  nel  libro  »  De  Balneis  Tranfchcrii  Oppiai  Bergomatis .  Bergomi  .  »  Questa  è  T  accennata  edizione di  Cornino  Ventura.  Si  noti  in  questo luogo,  che lo stesso Bibliografo  indicando l'opera  del  G.  (85)  sopra  io  stesso  argomento,  dopo  di  avere  scritto  De  Thermìs  Rhoeticis,  et  Vallìs  Tranfcherii  agri  ìSergomatis  »  aggiunge  »  Questo  si  trova  nell'  opeia  Veneta  De  Balneis  »  »  Adunque  al  Calvi  era  nota  tanto  V  edizione dei  Giunti,  quanto  quella  del  Cornino :  dopo  tutto  questo,  in  quale  maniera si  potrà  difendere  il  G.  dalla  taccia di  plagiario  y  e  di  un  plagio  domestico ?  Ma  niente    più  facile,  Ricercato  Gulielmo  da  Corrado  Gesnero  suo  grande  amico,  che  si  chiamava  il  Plinio  dell*  Alemagna,  perchè  gli  facesse  avere  delle  notizie circa  le  Terme,  o  Bagni  della  Rezia,  e  della   Provincia  Bergamasca,  egli per  fare  cosa  grata  ad  un  amico  di  tanta  rinomanza,  prese  in  mano  il  manoscritto  dell'  Albani,  vi  aggiunse  qualche  cosa  del  proprio,  ed  ancora  molte  cose  di  quelle  che  aveva  scritto  sopra  i  Bagni  di  Trescore  il  dotto  Medico  Lodovico  Zimalia,  levando alcune  cose  che  gli  sembravano  superflue,  o  inesatte,  con  purgato  stile  la^inò,  e  con  veri  termini  tecnici  rifuse  il  manoscritto  dell'  Albani,  e  cosi  riformato  ed  ordinato  lo  spedì  all'  amico,  unitamente ad  una  erudita  lettera  relativa  alle  Terme della  Rezia  :  e  siccome  in  quei  giorni  il  Gesnero  si  trovava  in  Venezia  per  descrivere i  Pesci,  ed  i  Crostacei  del  mare  Adriatico,  averà  consegnato  questo  scritto  a  Tommaso  Giunti  s  che  in  quel  tempo  era  occupato  a  pubblicare  la  sua  grande  edizione  di  tutti  li  Scrittori  sopra  i  Bagni  e  le  aque  Termali  n  siccome  ho  già  di  sopra notato  .  Indubitata  cosa  ella  è  che  il  G.  chiude  il  suo  scritto  con  queste  parole    Ho  raccolte  brevemente,  e  con  chiarezza  tutte  le  soprascritte  cose  a  benefizio,  e  sollievo  del  mio  prossimo^  io  Gulielmo  G.  Dottore  di  Medicina  :  frutto  tutto  questo  delle  mie  oculari  osservazioni,    e  della  lettura    di  parecchi  amichi  Medici  della    mia  patria Appunto   questa  sua  protesta  dalle  persone  oneste  e  giudiziose  deve  essere  considerata  una  confessione  del  fatto,  ed  ancora  del  diritto che  aveva  acquistato  di  appropriarsi  quello  scritto  ;  tanto  più  che  il  G.  nello  spedirlo  al  Gesnero,  lo  previene  con  la  seguente  onorata  e  sincera  dichiarazione (87):»  Vi  spedisco  l'intiera  Descrizione delie  Terme  Bergamasche,  le  quali  non  sono  lontane  dalla  Rezia  più  di  due  giornate di  cammino    Di  queste  niente  sino  al  presente  trovasi  pubblicato  con  i  toreh)  ;  onde  mi  giova  sperare,  che  diverranno celebri  anche  in  avvenire,  siccome  lo  furono  in  passato,  dopo  che  Y  occulta, e  quasi  intieramente  ignorata  loro  virtù sarà  fatta  nota  con  le  stampe  ;  purché  non  vi  rincresca  accoppiare  le  erudizioni  Italiane  alle  Tedesche  » .  Poteva  qui  esprimersi Gulielmo  con  più  candida,  ed  onesta sincerità  ?  Confessa  di  essere  semplice  raccoglitore  d^gli  altrui  scritti,  mentre  dice  »  Ho  raccolto  dagli  scritti  di  altri  antichi  Medici  Bergamaschi  »  Non  chiama  sua  quella  fatica,  ma  dice  semplicemente Vi  spedisco  T  intiera  descrizione  delle    Terme    Bergamasche delle quali niente  sin  ad  ora  è  stato  pubblicato Non  si  deve  dunque  condannare  di  plagiario  il  G.  $  e  certamente  non  conviene,  che  egli  abbia  avuto  rimorso  di  avere  commesso una  cosi  vile,  e  detestabile  impostura,  mentre  essendo  sopravissuto  quasi  quindici  anni  dopo  l'edizione  Veneta  di  queir  opuscolo,  sicuramente  non  averebbe  mancato  di  giustificarsi  presso  il  mondo  erudito  circa il  preteso  plagiato  .  Ecco  tutto  quello,  si  può  dire  in  difesa  di  questo  Medico  Filosofo sopra  tale  inssusistente  accusa,    altro  posso  aggiungere  «>  se  non  che  far  noto  al  mio  Leggitore,  che  per  quante  diligenze  abbia  usate  «>  non  mi  è  giammai  riuscito  di  ritrovare  i  due  citati  manoscritti,  e  che  in  oltre  il  Padre  Donato  Calvi,  a  cui  era  nota  Y  edizione di Cornino Ventura, non ha nella sua Scena Letteraria dimostrato di sospettare  dell'  onestà  letteraria  di  Gulielmo  G.  .  Prima di  terminare  il  presente  articolo  dei  Bagni  di  Trescore,  riferirò  il  zelante  umanissimo Voto,  con  il  quale  Gulielmo  chiude la  sua  opera  stampata  dal  Giunti  Faccia  Iddio,  che  la  Bergamasca  Repubblica abbia  diligente  cura  di  rimettere  nel  primiero    loro    stato    questi    saluberrimi    77   Bagni,  che  certamente  lo  può,  e  lo  deve fare  »  .  Faccio  io  pure  fervidi  e sinceri voti,  perchè  abbia  effetto  tutto  ciò  che  caldamente  raccomanda  il  G.  ;  e  per  maggiormente  incoraggire  la  mia  Città,  ed  i  miei  Cittadini  a  procurare  alla patria  un  vantaggio  così  rimarcabile,  vivamente  li  supplico  a  leggere  T  erudita  ed  elegante  latina  lettera  di  Lodovico  Zimalia,  premessa  al  suo  dottissimo  Trattato  dei  Bagni  di  Trescore,  dedicato  al  suo  magnanimo  Mecenate  Bartolommeo  Colleoni  Capitano  Generale  degli  Eserciti  della  Serenissima Veneta  Repubblica,  nella  quale  prova  con  una  evidenza  che  sorprende,  e  che  deve  intenerire  chiunque  senta  amore  per  la  sua  patria,  che  quello  famosissimo  Eroe  deve  senza  alcun  dubbio  essere  ugualmente  ammirato,  e  commendato sì  per  le  sue  azioni  militari,  che  per  le  sue  virtù  politiche,  a  benefizio  «>  ed  eterno  vantaggio,  e  decoro  di  tutta  la  sua  amata  nazione  Bergamasca  .   De  Notis  Antichrìfli,  senza  data, senza  luogo,  e  senza  nome  dello  stampatore .  Tuttavia  nominerò  ancor  io  tra  le  opere  di  Gulielmo  un  libro  con  tale  titolo,  ritrovandolo  registrato  dal  Calvi,    e  dal  Papadopoli  suo  copiatore,  ma  non  dal  Frehero,  non  dal  Bayle,  non  dai  Maizeaux  suo  illustratore,  non  dal  Merci: lino,  non  dall'  Eloy,  mentre  tutti  questi si  suppone  avessero  molto  interesse  di  far  autore  di  un  libro  Anticattolico  Romano  un  erudito  e  dotto  Italiano  siccome era  da  tutti  considerato  il  G..  Non  però  verun  altro  Letterato  ha  posto nel  Catalogo  delle  sue  opere  V  accennato libro    D'  altronde  è  cosa  più  che  certa,  che  si  può  scrivere  dei  caratteri  dell'  Anticristo  anche  dalla  più  religiosa  e  zelante penna  cattolica  :  ed  è  certo  di  più,  che  il  Calvi,  o  non  averebbe  registrato  un  così  fatto  libro,  o  non  averebbe  mancato di  scriverne  qualche  parola  in  detestazione del  medesimo .  Ma  di  più  ancora quanto  al  Papadopoli,  probabilmente  questi  non  averà  nemmeno  veduta  quest*  opera,  essendosi  intieramente  riportato  al  Padre  Calvi,  siccome  egli  stesso  scrive  nella  sua  storia  dell'  Università  di  Padova  parlando  di  Gulielmo  G.  .  Avendo  in  oltre  riportati  i  titoli  delle  altre  sue  opere  senza  data,  alterati,  e  confasinotabilmente, non  sarebbe  stato  egli  il  primo  a  giudicare  di un libro mai veduto, nò letto    A  me  stesso  è  accaduta  la  medesima sorte  y  non  solo  di  poterlo  trovare  >  ma  neppure  di  averne  fondata  contezza,  per  quante  ricerche  abbia  usate  non  sola  in  Italia,  ma  altresì  nella  Germania  e  nell*  Olanda  .  Sostengo  finalmente,  che  se  quest*  opera  esiste,  che  io  non  credo,  o  se  fu  composta  da  Gulielmo  G.  -,  non  doveva  essere  tanto  malvagia  e  perversa,  quanto  alcuni  senza  ragione  sospettano  ;  mentre  che  tutte  le  opere  del  G.  è  vero  che  sono  poste  nell*  indice  de'  Libri  proibiti  ?  ma  con  la  semplice  cautela  ;  Quandiu  emendata  non  prodieri  nt  (92)  «  Dal  che  si  è  da  presumere  che  se  questo fosse  stato  un  libro  veramente  Eterodosso,  Santa  Romana  Chiesa  lo  avrebbe  posto  nella  classe  dei  libri  empj  e  malvagi di  prima  classe. Confilium  de  Proe fervanone  a  Vcnenis  .  Gulielmo  G.  Aucìore  .  Hamburgi  Ecco  registrate  tutte  quelle  opere  che  mi  è  riuscito  di  raccogliere,  le  quali  furono composte  da  questo  dottissimo  Medico  e  Filosofo  :  ora  passerò  alla  seconda  classe  delle  opere  tradotte  e  fatte  stampare  dal  medesimo .    8o   J.  Joannis  Braccfchi  de  Alchimia,  cum  propofìtionibus.  Idem  argume  rirum  compendiofa  brevitatc  compleclens  ex  Italico  Aucloris  Autographo  in  latinum  verni  ->  et  edidit  Gulìelmiù  Gratarolas  .  Basilea  156*1.  in  folio.  Apud  Henricum  Petri  .   Non  mi  è  noto  dove  sia  stata  stampata la  prima  volta  questa  traduzione;  ma  solo  ne  ho  trovata  un'  altra  ed  zione  fatta in  Amburgo Chirurgico  rum  quorundam  Auclorum  Libros  Gali  ice  fcriptos  latine  reddidit  ?  et  in  cap'-ta  difiribuit  Gulielmus  Gratarolas    Lugduni  .  in  8.  Apud  Gabrielem  Coterium,   Classe  terza  delle  opere  d*  altri  Scrittori fatte  stampare  con  prefazioni,  note  y  e  commenti  da  Gulielmo  G.  .   I.  Ve  ree  Àlchymìce  Scriptores  aliquota  cum  Praefationibus  9  et  D celar ationibus  colIfgit y  et  una  edidit  Gulielmus  Gratarolas.  Basilea?,  apud  Henricum  Pctri  .  in  folio  .   II.  Vetri  Apone njls  de  Vene ni s  eorumane  Remediis,  cum  Additionibus  GuUdini  G. .  Francofurti,  apud  Joann  ìm  Velici .  in   8.    8i   III.  Hermannl  a  Ncunare  de  novo haclenufque  inaudito  Germanice  morbo  ^pompar*  idcft  judatoria  febre,  quern  vulgo   fudorem  Britannicum  vócant,  libellus  a  Gulielmo  Gratarolo  editus.  Colonia Ncunare  era  Conte  e  Prevosto  della  Cattedrale  di  Colonia  .   IV.  Simeonis  Riquinii  Judicium  do~  clijjimum  duabus  epijìolis  contentimi  de  fiutato  r ice  Febris  cura t ione  editum  a  Gu~  lielmo  Gratarolo  Medico  >  et  Philofopìio  B  ergo  mate  .  Colonia Schdlerii  ^  o  come  altri  scrivono  Sckilfeni  de  Pejìe  Britannica  Commentariolus  aureus  a  Gulielmo  Gratarolo Medico  et  Philofopko  editus  .  Basilea?  1  5  c>  3.  Apud  Henricum  Petri   Alexandri  Benedicii  de  Pejlilen*  tioe  Caujjls  s  Proe fervanone  >  et  auxiliorum  Materia  Liber  Jingularis  :  Omnia  ex  manufcriptis  exemplaribus  auxit  y  et  illujìravit  Gulielmus  G.  Medicus  9  et  Pialofophus .  Basilea apud   Petri .   VII.  Correcliones,  et  Additiones  ad  librum  Italicum,  falfo  tributum  Fallopio  7  infcriptum,  Secreta  Fallopii  .  Francofurti  irfoò.    in    folio,    e     i6"o£.    cum    operimi    Appendice  Guliehni  G.  Medici  Bcrgomatis.  Girolamo  Mercuriali  da  Forlì  coetaneo del  G.,  soprannomato  Mercurio e  Trimegisto  per  la  vastissima  sua  medica  scienza,  nell'  erudita  opera  :  De  ratione  dijcendi  Mediana/?!,  edizione  di  Argentina    m  proposito  dei  libri  falsamente  attribuiti  a  Gabriele  Fallopio,  racconta  che  vi  furono  alcuni,  i  quali  o  per  malignità,  o  per  sordido  lucro  cacciarono  fuori  opere  sotto  il  nome  del  Fallopio,  che  affatto  non  sono  sue,  come  il  libro  dei  Secreti  .  Opere  indegne  del  suo  maestro,  e  soltanto  capaci  a  toglierli quella  vera,  e  soda  gloria,  la  quale  si  era  acquistata  presso   i   dotti     Vili.  Cenjura  et  Additiones  in  Li*bruni  Alexii  Pedemontani,  ubi  de  Quinta  effentia  funplici  .  Per  G. Venezia apud Jun£hs Conjìha, et Curationes variorum doclijfimorum medicorum de sudore anglico a G. edita. Colonia apud Hofmannum Thaduei Fiorenini, che 1'Alidosio chiama Taddeo Aledrotto et Guliclnù a Brixia Conjìlia Colonia Apud Hofmannum Per G. Johannis de Kupecijja de Extratione Quinte ejfentioe omnium rerum prò u fu Medico VENEZIA apud Juntìas Theatrum  Galeni hoc eft univerjlv medicince a Galeno diffupz fparf inique traduce Promptuarium completimi et in meliorem ordinem redaclum per Ludovicum Luride llum a G. Medico et PHILOSOPHO editimi Basilea Apud Petri Hamburgi apud Neumannum et Volfium POMPONAZZI (vedasi) de incantationibus libri in quibus dijficilUma Capita et QUAESTIONES theologicoe et PHILOSOPHICAE ex jana orthodoxoe /idei doclrina explicantur et multis rarìs  Hijìoriis et  Glojfulis illujlrantur Per G. Medicum et PHILOSOPHVM Bergomatem qui fé in omnibus canonica scriptum, et Janclorum  Dociorum Judicio submittit Basilea ex officina Henripetrina cum Caeesarea Majestatis gratia et privilegio. Quesra edizione del saggio deeli Incantesimi di POMPONAZZI (vedasi) è consagrata da G.a Federico conte palatino con una nobilissima e giudiziosissima dedicatoria impiegata parte in encomj della virtù e meriti di quel principe, e parte in difendere l’opera di quel filosofo mantovano, del quale afferma e sostiene, che è a torto impugnato e perseguitato e che se è stadio con  prudenza e carità trattato, è riuscito uno deipiù zelanti e forti apologisti  della chiesa cattolica, come riferisce essere avvenuto a GIUSTINO (vedasi) martire, al grande Agostino, ed a moltissimi altri difensori della nostra santissima  religione. Di fatti POMPONAZZI per attestato di tutti i filosofi della sua vita muore cattolicamente. Voglio sperare che POMPONAZZI prima di mandare fuori l’ultimo suo spirito, siasi per singolare grazia della divina providenza e misericordia ravveduto e pentito – cfr. H. P. Grice: “Poor A. G. N. Flew, my pupil!” --,  e che non persevera nell’a-teismo. Imperocché tale essere stato Pomponacio Y ho udito spesse fiate a rammentare d’Elideo medico di Forli chiarissimo ornamento della medica scienza, ed uno de suoi più cari discepoli. Ho ricopiato questo sentimento dui G. acciocché si conosca quanto grande  fosse Sa sincerità e l’attaccamento verso la Chiesa Cattolica. Gisberto Voet, o Voezio dotto professore di teologia e delle lingue orientali a Utrecht, inimico capitale della filosofia e di Cartesio, parla con molta lode della suddetta edizione, dicendo. G. filosofo italiano, li di cui saggi vengono coiti mendaci per lo zelo di pietà e di religione che vi traspirano, e per l’encomj de’quali lo  ricolma Teodoro Beza nelle sue lettere, e pelli suffragj di molti altri uomini dotti, che lo trattarono nelle suoi saggi stampate in Basilea difende Pomponacio contro li suoi caluniatori, ed afferma, che termina i suoi giorni assai piamente. Dalla medesima dedicatoria di G. da esso scritta un anno solo prima del suo paesaggio all’altra vita si rileva, che già dieci anni innanzi egli fa stampare e senza che mi è riuscito di sapere in qual parte il saggio De incantationibus di Pomponacio, perchè così scrive al principe suo mecenate. La parte di questo saggio che tratta delle cause e degl’effetti naturali, o sia degl’incantesi- u mi fatta da me stampare sono già più di dieci anni, T dedicata e spedita all’illustrissimo principe Ottone Enrico elettore di felice memoria, e S. A,  non  sdegna  di ringraziarmi con lettere di suo proprio pugno. Mi piacce di  nuovamente riportare quanto G. scrive in quella sua elegante dedicatoria, perchè dalla  premura e zelo d’esso dimostrato sino agl’ultimi periodi della sua vita, e dall’universale estimazione che hanno sempre costantemente  fat-  ta palese  in  faccia  di  tutto  il  mondo  tanti  letterati  del  primo  ordine,  d*  ogni  nazio-  ne,  e  d'  ogni  religione,  della  dottrina,  della  probità, e dell'amore del vero, e del giusto, che ha conservato in tutte le sue operazioni, possa invogliarsi qualche valente ed erudita penna della sua, e mia patria a tessere, ed in assai miglior modo ordinare una più compiuta istoria scevra dai difetti, dei quali questa mia pur troppo è ripiena, di un FILOSOFO j che ha impiegati e consagrati tutti i suoi talenti, e tutti i momenti de'tuoi  giorni a benefizio e vantaggio della languente umanità, ammaestrando ed illuminando il mondo tutto con le numerose produzioni del sublime suo ingegno, trasportando nella lingua più universale moltissime opere in diversi  altri  idiomi  com-  poste da  più  dotti  e  famosi  scrittori  ^  ed  in  fine  illustrando  ed  arricchindo  di  uti-  lissimi riflessi  e  profittevoli  commenti  un  numero  immenso  di  interessanti  volumi  ^  i  quali  contengono  ogni  genere  di  scien-  ze e  di  cognizioni,  siccome  ne  forma  una  evidentissima  prova  il  copioso  Cata-  logo delle  sue  opere  da  me  coordinato,  ed    esteso .    ANNOTAZIONI    (i)  Sommario  di  antichi  Protocolli  esistente  nella  Pubblica  Libreria  della  Città  di  Bergamo  compilati  da  Giuseppe  Mozzi Ex  libro  extimi  M.  Civitatis  Bergomi  .  Àrbore  prodotto  da!  Nobile  Signor  Francesco  G.  Tanno  Sommario  di  alitici  Protocolli  compilati  da  Giuseppe  Mozzi  .   ($)  Creatus  fiat  Civis  Piligrinus  de  G.s .  An-  no .  Die  12.  Novemb  Ex  Filtia  Rclationum, et Registro Conciliorum Donato Calvi Effemeride Diario del Beretta sotto  li 1?. ijh. Papadopoli Hist. Gymnasii Patavini. Apud Sebastianum Coleri Facciolati Fasti Gymnasii Patavini. Typis Seminarli apud Ioannem Manfrc Papadopoli Hist. Gym. Pat. Papadopoli Hist. Gym. Pat. Facciolati Fasti Gym. Pat. Calvi Scena Letteraria. Bergamo per li Figliuoli di Marcantonio  Rossi Argentorati per Uvendelinum Richelium io. dì) Memini ante annos fexdecim cum Mediala ni publico in quodam divergono vemociarem nomai aut in/igne nunc non fuccurrit, sed si Mie ejfe/n, inverti*rem, aique alìquot Mie ut fere semper Junt in ea ampia civitate, lufores, et miri truffatores ejfent ex Ma ìiominum fdd, qui tamen sibi aliquid ejfe videi  an-«9tur, quod domefiici  urbis forcnt, cum hojpes mihi lecbum indie a fl et fatis bene flratuin, in (tuia rei cubiculo, ubi quanto r aia quinque ali) leòli non incornino de parati t aliquis ilio rum furciferorum feiens quis mihi Uclus efì'et ajfignatus, dunque cubiculum intrans, nam fere fem-\ :r patent et lodice cum liriteamine Juperiure detratta, vini frufla fatis magna et tenuja per le cium depofuit a fummo ad imum  inter duo linteamina, putaris me fine  Zumine, incautumque intraturum lectum, ac vulneratum  iri debere, ac ita  fé habiturum occasionem cum focijs ri-deridi, Sed curri more meo prius lumine leclum antequam decumbam colluftrem, facile fcclus inveni, ac hospiti licet fruftra indicavi: nemo enim fateri voluit sé fuisse. Certo vero feio me ne per somnium quidem iliorum quenquam  l&fiffc: nisi l&dere fit non ludere, aut perpotare cum talibus, pag. i  £ f .,  e li 6. Anno isso, menje Majo in Valle Camunica agri Brixiani, cum effern sub horam Coen a in hospitium pluvia onustus Ò* equo feffo venissem, ubi plures erant hospiti inservientes semifamuli adolescentes ccenatus funi fatis y prò loco, laute, Ù* cum fitirem, non peper-ei vino opthno et potenti, sed cura  omnem ebrietatem. dunque eo vesperi cum quodam equos venales ex Germania puto, vel ex Foro VARRONE (vedasi) vulgo Vare fio, deducente mercatore, equum meum parvurn cum magno et  iuvenc permutassem, additis aliquot Coronatis, crurnenarn, ubi non minus coronatis quìnquaginta erant, IU bere, ut in loco de quo mali quidquam non suspicabar, evagino, Ó* Coronato s UH  numero. Parum pò fi itur dormitum. Datur mihi proprius leclus, famulus hospitis exuit caligas, suppono cervicali ac capiti, eo tamen vidente, peram: Dormio in utranque aurern, ut ajunt, Ó* profunde, prater more ni fefjus. Cum in aurora furgendum efi, qu&ro crumenam, non iuvenio; hospitem clamito, enfemque arripio 9 meque eo nudo in porta fifio; minitor me neri permiffurum  quenquam egredi, nisi quod meum erat inveniam: erant ibi advenA aliqui. Interea hospes e lecio furgit, qu il profejfeit, il fé vit reduit a une grande pauvrete, et ainfi ce fut fa pieté, qui le rendit miserahle dizionario storico della Medicina. Napoli per Gessari e yo8. Bibliot. Medica Script. Veter. et Recent Genevae At Petrus Vermillius in hac ipsa vera fapicn- iu fede juvenem veneno  infecit, atque ita injecia tabe iorrupity ut regressus in paviani sacra omnia despicercty Ó* emendatioris religionis velamento, qua Lutheranorum, qua Sacramentariorum dogmata ciani palam disseminaret: ergo in suspicionem G. Bergomi venit cjuratA OrthodoxA fidei, reusque apud Jacros Qus fitorc s factus, prò- pe in cancreni, quem utique mcrebatur, conijciendus, fuga sibi confululi,  atque inops, et vùfer ad Rhcetos fcccffit Papadopoli Mihi autem ex Italia supra decem annos, oh ram Da gratta veritatem et iufiitiam peregrino Faxlt Omnipotens U* jufiifftmus Deus, ut in glorìam [nani edam fi ita fu& Mtj e fiati vifum fucrh, cas 7 ep etere poffiumus  Ex Officina Henripetrina, Basilea: Pomponacii de Incantationibus Libr. in. {zG" In quibus diffidi lima capita, et Qua  filone $ TheolcgicA, Ó*  Philofopiiic* ex sana Ortodoxsi fidei dottrina explicantur, et multis raris hifioriis paffim illufirantur per auciorem, qui fé in omnibus Canonica Scrittura, Sanftorumque Doc^orum judicio submittit. Scena Letteraria. Bergamo Effemeride Sacra Profana di Bergamo. Milano per Francesco Vigone Calvi Scena Letteraria nell’Elogio del G. G. vobis veflram pacem  et concordiam, quodque docliffimis, et optimis viris, quibus veflra schola abundat, mine edam aecedat et vere plus, ) Rammenta la sua Professione di Fede diretta prima in forma di lettera a Melchiorre Voi mar suo Maestro, quindi stampata in lingua latina in Ginevra T anno 1 rèo. G. PHILOSOPHO Mi G. gradarti tibi habeo prò tua in me benevolentia, rogoque ut si modo quo fieri  pojfit, id mihi pr&fies, de quo postremis tuis literis ad me scripftfti, ui tempeftive respondeam. Ab ilio nihil fané metuo, immo cupidissime hanc occacionem amplecìar, improbi/pimi hominis nomiti aùm appellandi, quod adhuc facere noluì, ne omnem ci refipifcienù& f petti viderer pr&cludijfe. Veruni hoc amabo, referibe si quam fecero in mea responsione mentionem, Belli/, Ò*  Thcologisi Germanica, 9 Óf* Me se eorum librorum autorem inficiami, num id poffit ita secure affannare, ut si neccie fuerit tefiibus etiam, atit idoneis argumentis convinci possit. Nam de re ipsa id est, quin revera libros illos, ac pr&fertim Prafationent Bcllianam ediderit, non dubito. Sed videndum nobis est, ut non tantum detegatur iste, veruni etiam convincatur, ut tandem omnes  norint qua. fu fancii iftius viri  confeien» ùa. Coeterum quia venturus est ad nos iste qui has literas reddidit, rogo ut ci committas duos ex meis libellis 9 quos apud te habes, nempe Aeschili, Ó* Pindari qu&-dam y sìcut ex titulis cognosces. Iis vero si adjunxeris tuum illum Pomponacium, et Ccelii librum De Amplitudine regni Lei gratissimum mihi feceris. Sed et hoc rogo ut mlhi  prApes, ncmpc ut perconteris ex Oporino, num Henricus Stephanus ifihac nuper transiens ab eo accepcrit aliquot Etìlico rum  Græco-Latinorum exemplaria, quo! si ita esse compereris, vellem, et illud ex Conradi Re*fchìj Viàna refeires, ubi nani ea reliquerit. Mea enim funi, quod idi affifmare poteris, et commode per hos ad me afferentur. Quod si nulla acceperit, tum iflì recipiente et  ad me perjerent. Vides quo/nodo, et quam facile opera tua mar. Tu viciffim impera, quìdquid a me prdfiari tuo nomine peffe credideris, £r te a me pluvimimi diligi, ubi persuade. Genève Apud Eufiachium Vignon i$7$. Epifl. Era costui Claudio de Santis suo nemico, il e in certo suo scritto contro il Beza, che si legge nelle Opere del suddetto Beza gli fece questo rimprovero. Qeneva  pedem non audes efferre, ne te quifquis invcneril, ut alterimi Cain occidat. A questa minaccia, così rispose il Beza. Et si mihi appofuos a tuis illis et veneficos Calvi. Scena Letteraria. Hac ego G. Dottor Medicxs, cum ex mea oculata observatione, tum aliorum Bergomatum Medicorum veterum scriptis, Ó* longa prati, brevita, et non obscure collegi ad proximi conu modum Cttemrn  mino descriptionem integram Bergo matura Thermarian, quéi a Rhcetia non plus quam lidia itinere difiant; de his nihil unquam typis excusum :ji, ac spero, ut antea fuere, in smunirti quoque famosas futuras, pr&fertim, cum pene occulta earum virvis palam fatta literis cernetur, ni te pigeat Italica Gcrmanlcis miseere. De Baìneis Omnia qnx extant. Venetiis; apucl Jundks Tum aliorum  Bergomatum Medicorum Veterum scriptis, Ó* lunga praxi breviter, et non obscu- ì e collegi. Mino deferiptionem integram Bergomatum Thermanim de quibus nihil unquam typis excusum est. Faxit Deus ut Respublica Bergomatum in priftinum re fimi bue faluberrima Balnea fedulo cui et, quod tquidem et potest, et debet. Ludovici Zimalire Bergomènsis Medici Descriptio Balneorum  Vallis Transclierii. De Balneis Transcherii Oppidi Bergomatis cjux extant omnia. Bergomi anno ifSi* Typis Gpmini Ventane Typographi Index L'brorum Prohibitomm. Roma: 17 il. ex Typographia Rev, Cam. A post, Pomponatium ante redditum spintus extremi halitum refìpuiffe ex singulari Dei mi] esattone, nec perni anfuiff e Atheum sperare volo. G. Medicus Italus ( quem propria  scripta uno volumine in ottavo Basìlea edita, O* tefiimonium Beza in epistolis, et ut  in dedicationc Libelli cuiufdam, aliorumquc pr&terea dottorum virorum suffragia, quorum fa millantate B a file a,  Ò*  alibi  ufus  eft, ac pietatis \elo covnnendant ) cum contra calumniatores tuetur, IT pie prò co tempore vitam cum morte, commutale scribìt. Voétius: Dlsputat.  Thcolog. Huius libri partati eam> qu& de naturalìbus effettuum causis, feti de Incantationibus a me alias ante annos decem Adita ni nuncupaveram, ac miferam  II-  luftnjfimo  foelicis  memoriti  Principi  ditoni  Henrico  eh:  (lori, cuius Celfitudo haud dedignata est literis fuis nu- li ì grati as agert  >  loo Neil5  esaminare  che  ho  fatto  tutti  i  libri  degli  Istorici  dell'  Università  di  Padova  per  ritrovare qualche notizia intorno alla Vita, agli Studj, ed agli Scritti di Gulielmo G.,  ed  ancora  per  rammentare  tutti  quelli,  i  quali  nella  medesima  furono  suoi  Precet-  tori,  o  suoi  Comprofessori,  molti  ne  ho  trovati  spet-  tanti alla  mia  patria,  onde  ne  ho  trascritti  tutti  i  loro  nomi  dalla  istituzione  di  quel  celebratissimo  Studio  sino  ai  nostri  giorni,  ed  ho  creduto  di  fare  co-  sa piacevole  agli  eruditi  miei  Concittadini  formarne  un  Catalogo,  ed  aggiungerlo  alla  presente  Vita  di  Gulielmo  G.,  intorno  al  quale  registro  io  non  ho  altro  da  avvertire,  se  non  che  per  la  Cronolo-  gia non  mi  sono  servito  di  verun  altro  Scrittore  fuorché  dell'  eruditissimo  Jacopo  Fa:ciolati  nei  suoi  Fasti   dello    Studio   di  Padova. CATALOGO DE’RETTORI, SINDICI, E PUBBLICI PROFESSORI DI PADOVA di nascita o d’origine bergamaschi. Sago,  Rettore Suardo  Ret. Prof,  di  Legge Barziza.  Ret.  PROFESSORE DI FILOSOFIA MORALE Torre Ret.  Prof,  di  Medicina Avogadro,  Prof,  di  Legge Piceni.  Ret.  Prof,  di  Teologia, e d'Eloquenza Radici. Prof, di Legge Barziza. Prof- di Medicina Carrara Agostini Albani Odasi Ragazzoni Regio Corradino Carrara Marchesi Barziza Carrara Albano Tebaldi Benzoni Albrici.  1  Sebastiano  di  Bergamo G. Botani Vitalba. Marcantonio  Cucchi.  x  f  li.  Scipione  Boselli Gio.BattistadiMartinengo.  1  yii.BernardinoCardinaleMarfei  ijxi.  Ventura  Foresti Agazzi Gandino.  1514,  Flavio  Querenghi. Francesco  Albani   Girolamo  Rivola. Gio.  Pietro  Giordani .  Girolamo  Tirabosco Mozzi. Giacomo  Salvetti FrancescoVittorio  Memoria  Lovere Assonìca. Francesco  Gaioncelli. Monaci.  Rct.  Prof,    Filosofia.  Ret.  Prof. di  Medicina.  Ret.  Prof,  di  Medicina .  Ret.  Prof,  di  Medicina,  Prof,  di  Filosofìa.  Prof,   d’Eloquenza.  Prof,  di  Teologia .  Ret.  Prof,  di  Legge.  Ret.  Prof,  di  Legge.  Ret.  Prof. di  Medicina.  Ret. Prof,  di  Legge.  Ret. Prof,  di  Medicina.  Ret.  Prof,  di  Legge.  Rettore.  Prof,   di  Legge.  Prof,  di   Legge.  Prof,  di  Filosofia.  Prof,  di  Legge.  Ret.  Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Legge .  Prof,  di  Legge.  Prof,  di  Legge.  .  Prof.  d'Eloquenza.  Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Legge  .  Prof,  di  Medicina.  Prof, di Filosofia Morale. Prof,  di  Medicina .  PROFESSORE DI FILOSOFIA MORALE Prof,  di  Filosofìa  Mo«   rale, Prof,  di  Legge.  Prof,  di  Medicina.  Ret.  Prof,  di  Legge .  Prof,  di  Legge.  .  Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Legge .  Prof,  di  Legge.  Prof,  di  Legge.  Prof,  di  I-eggc.    lei Marcantonio  Passeri.   i  j 3  i.  Cristoforo  Federici.   i  f  Bernardino  Licini.   M51»  Domenico  Albani  Fini. Alessandro  Cannelli. Paganelli . Paolo   Calvi Galeazzo Lano Gio.  Elice  Piceni Giovanni  Marinoni. Giordano. 1  H  j.  Lodovico  della  Torre . Gio.  Battista  Rota G..  Simone  Vertova Passeri.  i^3^.  Girolamo  Lolini Gio.  Battista  A migoni.  1  Bravi Olmo Olmo Solza Salandi G. Albani.   f  ft  Paolo  Lanzi. Francesco  Cima .  ifyj.  Gio*  Battista  Manara Mozzi Mozzi Tiraboschi .  Giovanni  Terzi.  Pietro   Mazzoleni.  lyél.  Pietro  Alzano.  Antonio   Cerri. Giulio  Passera.  Antonio  Zonca  .  ij^ì-  Niccolò  Cologni.    Prof,  di  Medicina  »   Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Medicina.   Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Legge*   Prof,  di  Legge. Prof,  di  Legge. Prof,  di  Chirurgia.   Prof,  di  Medicina.   Prof, di Medicina.   Prof,  di   Medicina.   Prof,  di  Legge.   Ret.  Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Medicina.   Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Legge. PROFESSORE DI FILOSOFIA Prof, di Legge. Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Medicina.   Prof,  di  Legge .   Prof,  di  Legge .  Prof,  di  Medicina.   Prof,  di  Medicina.  Ret.  Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Medicina.  Prof,  di  Legge.  Prof,  di  Filosofìa.  Prof,  di  Legge  .  Prof, di Legge. Prof, di Teologia.  Prof,   di  Legge.  Prof,  di   Legge.  Prof,  di  Legge.  Prof,   di   Medicina.  Prof,  di  Legge.  Prof.  di  Filosofa Morale. Agostino  Mozzi. Mario  Mazzoleni.  Benedetto  Baselli Bossi Albani Zilioli Agosti Rota Cima Viscardi. Graziani Ceffis Ceffis.  Voipi Fantino  Maria  Donati.  Volpi. Antonio  Terzi Schiavetti.  Barca PROFESSORE DI FILOSOFIA e  d   Legge  .  Prof,  di  1  ilosafia.   Prof,   di  Medicina Sindico   Rettore  v  Sindico   Rettore.  Prof,  di  Filosofai.  Sindico  Rettore.  Sindico   Rettore. Sindico  Rettore.  Prof,  di  Logica. Prof, eli Filosofìa,  d'  Istoria. Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Legge.   Prof,  di  Eloquenza Sindico  Rettore.  Prof,  di  Anatomia.  Prof,  di  Legge.  Prof,  di  Metafisica*  Prof!  di  Legge. NOI RIFORMATORI DELLO STUDIO DI PADOVA,  XX vendo veduto per la Fede di -Revisione, ed Approvazione del  P  F. Serafino  Bonaldi  Inquisitor  General del  Santo  Ofrizio  di  Bergamo  nel  Libro  intitola-  to Della  Vita,  degli  Studi*  e  degli  Scritti  di  Gvlielmo  G.  MS,  non  vi  esser  co-  t  a  alcuna  contro  la  Santa  Fede  Cattolica,  e  parimen-  ti per  attestato  del  Segretario  Nostro,  niente  contro  Principi,  e  Buoni  Costumi,  concediamo  Licenza  a  Fraiicefco  Lo  catelli  Stampator  di  Bergamo,  che  possa  essere  stampato,  osservando  gli  ordini  in  materia  di  Stampe,  e  presentando  le  solite  Copie  alle  Pubbliche  Librerie di Venezia, e di Padova. Dat. li io. Andrea Qverini Riformat. Cav. P. Morosini  Riformat. Zaccaria Vallaresso Riformat. Registrato in Libro a Carte. a, l  num. zooS. Gradcnigo  Segr. Nome compiuto: Guglielmo Grataroli. Gratarolo. Grataroli. Keywords: implicature. Abstract. Grice e Grataroli. Luigi Speranza. Grataroli. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Grataroli” – The Swimming-Pool Library.

 

 Luigi Speranza: GRICE ITALO!; ossia, Grice e Grazia: Grice, Grace, e Grazia -- la ragione conversazionale e implicatura conversazionale -- il principio di benevolenza conversazionale – filosofia calabrese – la scuola di Mesoraca -- la scuola di Crotone – filosofia crotonese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mesoraca). Abstract. Grice fought for years about how to qualify conversational benevolence. Is it a desideratum? Is it an axiom? Is it a principle? Is it an imperative. Grazia just speaks ABOUT conversational benevolence, without judging much where it features! Keywords: la benevolenza conversazionale. Filosofo italiano. Mesoraca, Crotone, Calabria. Grice: “Grazia is important to understand Galileo, whom Italians consider a philosopher!” Grice: “Grazia also wrote about architecture – a truly Renaissance man!”. Studia a Napoli dove venne condotto, dalla natia Calabria, da uno zio dell'ordine dei Teatini. Si laurea a Napoli. Studia filosofia. Si oppose al Criticismo kantiano e all'Idealismo hegeliano in nome dell'esperienza. Saggi: Discorso sull'architettura del teatro, Napoli: Giordano; La scienza umana, Napoli: Flautina; Logica speculativa (Napoli: Gemelli); “Filosofia: eterodossa ed ortodossa” (Napoli: Poliorama); “Considerazioni sopra 'l discorso di Galilei intorno alle cose che stanno su l'acqua, e che in quella si muouono. All'Illustriss. ed Eccellentiss. Sig. don Carlo Medici (Firenze, Pignonj). “Della vita e delle opera: Dizionario Biografico degli Italiani. Classe Appetito; Volere. Condizione di ogni appetito è l'andarsi rinvigorendo con la reiterazione degli atti fino a rendersi dominante su gl’altri appetiti. Condizione della volontà è l'andar con l'esercizio acquistando maggior potere su i moti del corpo sog Classe- Molori primitivi della volontà: Tendenza istintiva delle nostre forze all'azione; appetito istintivo del piacere nella sua triplice forma, e avversione al dolore; amor di sè stesso co'tre caratteri di concentrazione, di reazione, di espansione spontanea. Classe Oggetti dell'amor proprio diconcen nale, onore esterno. Reazione dell'amor proprio: Emo sentimento. Espansione spontanea. Benevolenza. Il benessere è certamente oggetto dell'amor proprio; ma nella classe va distinto dall'amor proprio l'appetito istintivo del piacere, e l'avversione al dolore. Non è perchè a mi a mono i stessi, che desideriamo il piacere e fuggiamo il dolore. L'amor proprio si pronunzia nel cercare I mezzi per procurarci l'uno, e per sottrarci all'altro, fino a contrastare a tale uopo altri appetiti. L'appetito quindi del benessere, una delle esigenze dell'amor proprio,é precisamente quel principio, in cui Stewart ha fatto consistere tutto il nostro amor proprio. Un tale appetito abituale non è  getti al suo comando, come anche su l'attenzione riflessiva. Seconda condizione dell'appetito è l'essere accompagnato da piacere, quando è soddisfatto; e da dolore, quando essendo istigato non è soddisfatto. È questo esclusivamente il piacere e il dolore morale. trazione: Benessere, dignità. perso IL METODO. Classe Stati diversi dell'appetito: Desiderio, o contento; godimento, o afflizione, o rammarico; speranza, o timore; pentiinento; disperazione. zione benevola di riconoscenza; ri   invero irreducibile. Ammettendosi in un essere dolori e piaceri, e ragione e volontà, esso prevedendo le conseguenze delle sue azioni, non mancherà di formarsi un piano di condotta per evitare il dolore, per pro cacciarsi il piacere; e la repressione di altri appetiti entrerà come mezzo in questo piano. Noi intanto a b biamo notato tra fenomeni irreducibili l'appetito del benessere a sola mira di esibire intero nella 4. classe ildominiodell'amorproprio. E lapresenteosserva zione basta a far riguardare con tutto rigore l'addotto esempio di classificazione. Abbiam già completato il quadro de' fenomeni pri mitivi del pensiero, distinguendolo in tre categorie corrispondenti a' fenomeni, Sensazione, Giudizio, Volontà ; e tenendo conto delle condizioni loro comuni. Pria di progredire nel nostro divisamento, daremo fine a questo articolo con la seguente generale osservazione. La semplicità di una classificazione di fenomeni primitivi non si dee giudicare su la classe suprema. Il numero de' princip jignoti è eguale al numero de' fenomeni distinti nella totalità della classificazione. Può quindi avvenire, che due classificazioni sieno nel fondo identiche, mentre si offrono sotto aspetti assai diversi. Se, per esempio, alla prima classe, che comprende i tre fenomeni -- sensazione, giudizio, volere – si fosseanche ascritta la memoria, esi fosse distinta nella riproduzione degli atti mentali, e nel riconosciinento; non si sarebbe nulla cangiato uel nu Inero de' fenomeni irreducibili. Ciò non dimeno un tal cangiamento non sarebbe del tutto indifferente .Nella classificazione da noi preferita i fenomeni della prima classe sono i più differenti di natura. Ma ciò che si riproduce nella memoria non perde la sua natura primitiva. Le idee astratte si riproducono nella loro perfetta integrità. Le sensazioni perdono estremarnente di vivacità al riprodursi nella immaginazione. Niente altro cangiano di loro condizione primitiva. E lostesso avviene nella riproduzione delle affezioni morali. La memoria quindi, presa nel suo più ampio significato, non reca fenomeni di natura differente da que' della sensibilità, dell'intelletto, e della volontà. Queste ultime facoltà somministrano materiali fra loro differenti, e la memoria è addetta a ritenerli in deposito. Cosi la prima classe ha potuto segnalare la prima divisione della scienza ne' tre rami logica, etica, estetica. Non è certamente questo un vantaggio di allo rilievo, ma non v'era alcuna ragione per disprezzarlo.  Si supponga or che  invece di esibire in più ordinii fenomeni primitivi, si fossero enumerati in una sola lista, come è costume: sensazione, giudizio, attenzione, immaginazione, reminiscenza, analisi, sintesi, astrazione, generalizzazione. Il numero de'fenomeni primitivi potrebbe rimanere lo stesso, ma senza esservi marcata la dipendenza tra I medesimi. L'attendere è proprio dell'intelletto. L’immaginazioneè una legge della sensibilità. La reminiscenza o riconoscimento è un giudizio. L'analisi, la sintesi, l'astrazione, la generalizzazione, appartengono all'intelletto. Una tale dipendenza è una condizione di più nel fenomeno: è propriamente una ulteriore parziale riduzione. Così per altro esempio, se i motori della volontà si enunciassero come segue: Tendenza istintiva delle nostre forze all'azione; appetito istintivo del  piacere; appetito razionale del benessere; appetito della dignità personale; appetito dell'onore esterno; emozione benevola di riconoscenza; risentimento; benevolenza ; si avrebbe completo il numero de' motori primitivi, ma niente apparirebbe della loro dipendenza. L’enunciazione non darebbe ultimata la loro riduzione, non si esprimerebbe completo, per quanto a noi si scopre, il sistema della natura de' fenomeni della volontà. Vedula primordial nelle ricerche della origine e della reulià della scienza umana. Sula ipotetica origine a priori delle idee e IL METODO IL METODO VELLA SCIENZA DELLA NATURA.  primitivi ..realtà delle conoscenze. delle conoscenze. Si annunziano I principj, trattida osservazioni parlicolari, su la origine e Classificazione de’ fenomeni primitive. Riduzione de'fenomeni particolari a' esempio tratto dalla estetica Classificazione delle scienze nell'ordine logico. Metodo inventivo nelle scienze nat. Metodo inventivarella scienza delpen Melodo di esposisione nelle varie. Metodo di esposizione nella scienza del pensiero - poche idee sul metodo Utilità in ultimar le riduzioni Classificasione delle scienze. ESPERIMENTI DEL METODO PER LA SCIENZA PRIMA. CORSO PROGRESSIVO DELLA FILOSOFIA PRIMA [cf. GRICE, LA PRIMA FILOSOFIA],  E SUE DEVIAZIONI. Posizioni diverse nella quistione del Metodo. Esemplare classico del metodo speculativo. Primo esemplare del metodo di pura osservazione. Deviazioni del metodo nel periodo sco. Metodo di pura osservazione nella parte  psicologica della Filosofia ortodossa. Progresso della osservazione analitica nella Filosofia, ad onta che i sistemi: declinassero o al sensualismo, o  al’ idealismo. Idealismo assoluto de’ discepoli di Kant. Declinazione della osservazione analitica, e rifiuto de’ suoi prodotti precedenti, surrogandovi una supposta percezione de’.sensi, e una dimessa ma  ra soggettività, e per ultimo rivisioni ontologiche. Sut-nesso detta discorsa Rassegna ci con la  seguente. ESPERIMENTI DELLA FILOSOFIA SPECULATIVA. SULLA LOGICA DI HEGEL. Su l'identità de’ due contrarii. Le idee fondamentali dell’ intimo senso  Vanno snaturate in ogni panteismo . Su le categorie, e l'Idea assoluta. . vo nella scienza prima   — tende di continuo ad alterare il genuino valore delle idee fondamentali. SU LA FILOSOFIA SPECULATIVA. SULLA IMPOTENZA DELLA RAGIONE INDIVIDUALE, SECONDO IL LAMENNAIS. . ="Sv-t5 EINE DI Dio, DEL cinite, SISI  L'ATTO CREATIVO, SECONDO IL Gro-  SERIE input » Sul secondo a della formola. IN. Su Te altre parti della Formola, cioè  T Enie e l'alto creativo. .Sulla Visione delle idee in Dio indipendentemente dalle altre parti della    iu DETTE IEEE SU LE CONDIZIONI DELLA FILOSOFIA.  Sul concetlualismo, perenne caasa delle  deviazioni della Filosofia. Hi. Su i recenti proget di nuova Filosofia  OROCO:  cs. iu » Influenza della sacks tedesca su la Filosofia. Sulle più famose obbiezioni prodotte da’ moderni contro la Teologia naturale. Riassunto degli articoli precedenti e conseguenze per le scuole d’insegnamento. ÈNTE IN UNIVERSALE, LUME PERENNE DELL'UMANO INTELLETTO, SECONDO ZL ROSMINI. Su i modi dialettici adoprati da SERBATI nel mostrar conforme al suo sistema la dottrina insegnata d’AQUINO. Wl, già un anno decorso che uno dei più profondi filosofi di questa italiana provincia fa da noi dipartila! Niun periodico della capitale fra i tanti che pur trattano di futilità e di non nulla, o tutt'al piú di celebrità di teatro, fa alcun motto di lui: il solo Omnibus annunziandone la grave perdita, promette una biografia dell'estinto: ma tale promessa insino ad ora non l'abbiamo veduta recare in atto Noi per mera carità di patria e senza pretenzione letteraria di sorta, diamo questi pochi cenni per come abbiamo potuti raccogliergli frugando nella nostra memoria. A quella regione ferace d’eletti ingegni ed in ispecie di grandi filosofi da Pitagora a GALLUPPI (tralasciando tanti altri illustri nomi) appartenne il nostro FILOSOFO, avendo avuto i natali verso nell'antica Reazio, oggi Me  Ahi sugli estinli Non sorge fiore ove non sia d'umane Lodi onorato e d'amoroso pianto. soraca, in Provincia di Calabria ultra 2. Da baronale ed agiata famiglia. Passa l'infanzia nella terra natale, ima mostrato avendo svegliato ingegno, è pensiero di un suo zio, religioso dello insigne ordine de'Teatini di condurlo in Napoli per fargli apparare belle lettere e filosofia appo que 'RR. Padri. Quivi dedicandosi alacremente a tali studi, ha a con discepolo il famoso ex Generale de Teatini, Ventura, che se tutti ammirano per non comune facondia, per vasto sapere,per rettitudine ed illibatezza di costumi, gl’Italiani lo avrebbero a ragione desiderato continuatore dell'opera progreditrice e liberale da lui cominciata a propugnare. Con lui G. legossi con tale intima amicizia e scambievole stima, che le m e morie di quella loro prima età insieme trascorsa, dopo tanto volgere d'anni non più cancellaronsi, abbenchè pel diverso stato da essi prescelto, vivuto avessero quasi sempre l'un dall'altro discosti. Escito G. da quelle scuole, diessi con tutto ardore agli studi severi delle matematiche, non pure tra lasciando qnelli della FILOSOFIA, pe’ quali monstra inclinazione grandissima. Milita per qualche tempo nel Genio; ma poscia, smesso il cingolo militare, esercito professione d'Ingegnere, entrando nel Corpo detto allora de' Ponti e Strade. Si nell'una che nell'altra carriera adempi lode volmente ai doveri della sua carica, e procacciossi giusta estimazione. Ed abbenchè per lasua indipendenza di pensamenti e per la sua modestia, non venisse adoperato come avrebbesi dovuto, pure quello che in varie pro vincie per suoi elaborati disegni in opere pubbliche ed in fatto di edifizi vari, venne eseguito, riusci di universale contentamento, e rivelar seppe la sua valentia, tanto da essere ricercato e consultato dagli stessi suoi compagni ed emoli nella professione. Ma nel paese di G. da piú tempo non costruisconsi più quelle opere grandiose da potersi rivelare il genio artistico di un'architetto; e se pure alcuna fiata qualche notevole edifizio debbesi costrurre, l'ingegno si rimane fra pastoje; perché condannato a grame proporzioni di una architettura borghese, od a meschine economie che sovente lasciano le opere pel volgere di più anni incomplete, ovvero menate a compimento, ma di gran lunga variate dagli originali disegni. G., omettendo i lavori per ponti e strade e smessa ogni altra cura ed applicazione, si dedica con tutto ardore a quegli STUDI FILOSOFICI che sempre avea mostrato di molto prediligere. Frutto delle sue lucubrazioni e speculazioni filosofiche è la grave opera: Saggio sulla realtà della scienza umana; lavoro sapiente e profondo, che pubblicossi a Napoli e che Silvestri in Milano e Fontana a Torino voleano ristampato pe’ loro tipi, ma non vedendosi incuorati da chicchessia a tale pubblicazione, e la stampa tacendo su di un'opera di tanta mole, ne smisero il pensiero. Non è scopo nostro venire in disquisizione sul suo sistema filosofico e sulle opere di lui, secondo che ne facciamo qui menzione, pon sentendoci da tanto, e lasciando a’ profondi pensatori un tale incarico. Solo diciamo, ch'egli rifuggendo da’ sistemi oltramontani e dallaservile imitazione, ha tutte leproprietà dell’ITALIANO FILOSOFO, per quella sua maniera di studiare il mondo esteriore, e per quel pratico senno che lo conducono dall'esperienza alla induzione, per modo da congiungere sempre l'osservazione di fatto colla generalità delle idee. In ciò fare egli segue in gran parte le dottrine del sommo AQUINO (si veda) Aquinate, gloria d’ltalia e della Chiesa; senza aver letto ancora Opera alcuna di questo santo dottore. Per caso in confutando talune teoriche dell'altro nostro celebre italiano, SERBATI, il quale in un luogo delle sue opere iva esponendo molte sentenze d’AQUINO in conferma de'suoi detti, sorse vaghezza a G. di leggere la somma di esso santo; e grandissimo è il suo compiacimento in rilevare l'accordo delle loro dottrine in ciò che concerne il principio di rifuggire da ogni ipotesi speculativa, e di ricondurre la scienza fondamentale al puro metodo di osservazione; e pieno di rispetto e di ammirazione pel santo d'AQUINO (si veda), iva seco stesso facendo le più alte maraviglie del quanto poco abbia progredito la scienza filosofica in questi u l timi sei secoli. Oltre a molti altri scritti minori, pubblicati in parecchi giornali specialmente nel Progresso e nel Calabrese, altra grave sua opera è quella intitolata: Discorsi sulla logica di Hegel e sulla filosofia speculativa, ove adoprandosi dimostrare l'assurdità di tale Logica, confuta que’ filosofi che han cercato con malizia o senza addarsene d'intede scare la filosofia italiana.  Per chi le opere di G. punto non conosce, riuscendogli per avventura nuovo un tal nome, potrebbe di leggieri riputare sospetti i nostri elogi, se non altro, per troppa carità di patria: noi a renderlo persuaso del contrario, e che anzi, il lodato resta sempre al disotto delle nostre umili laudazioni, citeremo l'autorità di un giudice assai competente ed in nulla sospetto, qual'è il celebre Professore di Heidelberg Mittermaier. Questi nel suo Condizioni d'Italia pubblicato e precisimente nella Lettera di appendice indiritta al chiaro Mugna, dopo aver parlato delle celebrità letterarie e scientifiche d'Italia, e mostrando desiderio che le opere filosofiche degl’italiani fossero meglio studiate dagli stranieri ed in ispecie da’ suoi connazionali, venendo a parlare di Napoli dice. Il genio della filosofia napoletana è la copiosa e fina analisi dello spirito umano, sempre unito a grande dovizia d'idee e ad una tendenza pratica. Ad esso appartengono le opere di GALLUPPI e di G., peculiarmente l'opera di questo: Saggio sulla realtà della scienza umana. Esaminando l’A. Gli scritti de’ suoi predecessori, non che de’ filosofi tedeschi ed entrando in minute particolarità intorno a' vari pensamenti sulla origine delle idee, seguesi con piacere lo stesso A. nel suo ingegnoso sviluppo e si ammira la sua fina analisi intorno alla natura delle conoscenze pure intuitive, e conoscenze dimostrative. Fin qui il Mittermaier. Le parole di un tant’uomo sono più che sufficienti a testificare sul merito filosofico del nostro concittadino, ed altre singole illustri testimonianze potremmopurqui addurre; ma le opere di lui per chi vuole e può leggerle parlano abba stanza. Solo non vogliamo tralasciare di dire che è in grand'estimazione tenuto da quell'antico uomo di stato e scienziato profondo il Conte de’ Camaldoli, Ricciardi, e che il suo grand'emulo  Galluppi (la cui fllosofia è stata in qualche parte di G. confutata perché non severamente italiana, nè in tutto da lui trovata scevra di straniere dottrine) richiesto un giorno del suo parere sul Saggio della realtà della scienza umana, rispose: l'opera procede molto bene, secondo il sistema seguito dall'autore. E qui di volo ci si permetta domandare a noi stessi: chi raggiun se piú il vero de' due chiari concittadini nei loro rispettivi sistemi? chi più possedette geniocreatore? A ciò rispondiamo esser paghi di rilevare in ambidue il positivo progresso della filosofia appo noi e possiamo riguardarli come continuatori delle dottrine sviluppate da' due filosofi calabresi TELESIO e CAMPANELLA che cercano di richiamare la filosofia del secolo decimo settimo a’ suoi veri principi facendo appello all'esperienza, alla propria ragione ed all'esatto studio del mondo, quale si offre alla osservazione, e sopratutto cercando di sceverare la filosofia dalle quisquiglie scolastiche del tempo; per il che ebbero a sostenere aspra guerra per parte de' loro avversari, seguaci delle dottrine del LIZIO, più in quanto alla forma che alla sostanza. Or nella gran serie di sistemi de' filosofi d’Europa, ognuno dei quali nasce per distruggere l'antecedente, e per essere poi a sua volta distrutto dal successivo, i sistemi seguiti da' due grandi calabresi, GALLUPPI e G, sono sistemi italiani, sopratutto quello del secondo, e sopravviveranno a'posteri assai più, se non c'inganniamo, dell'eccletismo di Francia e del razionalismo puro di Germania, il quale ultimo sistema argutamente G. chiama: poema filosofico; abbenchè de' filosofi tedeschi egli fa stima grandissima, especialmente di Kant, ch'è il primo nella serie di quelli che formano la moderna scuola, per la mente profonda, vasta e unicamente originale fra tutti i filosofi di Germania, per maturo giudizio, fervida imaginazione, esottilissimo ingegno analitico, ma lamenta che il suo genio batté la via dell’eccletismo scettico e del dommatismo razionale. Ma benché per noi sian grandi tutt'e due i nostri con cittadini, nondimeno sembra rilevarsi dalle suespresse parole del professore di Heidelberg che nell'opera, da lui citata e da noi di sopra più volte riferita, la penetrazione filosofica e la fina analisi del nostro G. abbiano richiamato la sua attenzione assai più che nol fecero le opere filosofiche di Galluppi. Eppure questi, sebbene tardi, è almeno ricordato da quel governo, essendo stato nominato professore di filosofia a Napoli e nella morte di lui furon vi pubbliche esequie e recitaronsi funebri elogi ma G. vive e muore ignorato, e non è noto che alla calabra terra, che videlon ascere, ed a qualche singola celebrità nostrana e straniera. Di chi la colpa? Forse de' tempi? del governo? o della propria sua indole? Noi crediamo esservi concorse tutte e tre le su indicate cagioni. Circa il governo cui appartenne G., il merito non è merce cui è andato per ordinario ed unquemai in traccia; ma nel tempo presente solo il pensarlo è utopia. E finalmente l'indole di lui rifuggente dallo adulare potenti, dal cercar mecenati, dal raccomandare o dedicare i suoi scritti a chi chessia, mantenendosi sempre in dignità  Il secolo che corre: e che appellasi posilivo non ha altri pensieri dominanti che il credito, la borsa, le speculazioni commerciali, o tutt'al più qualche progresso materiale da solletitare l'ardente brama del guadagno (peste della società presente) che di continuo lo stringe ed arrovella; epperò non è secolo che occupar puotesi di filosofia  e modestia, coltivando la scienza per abitudine contratta agli studi severi e per naturale inclinazione del suo genio inventivo e calcolatore, senza avere unquemai tenuto scuola (che gli scolari molto influiscono alla fama ed a rendere popolare il nome de’loro maestri) e menando per conseguenza vita laboriosa e ritirata; fesi tutte le cosi fatte ragioni che il nome suo rimanesse ignoto all'universale. Ma qui non possiamo fare a meno di non osservare che in questa epoca di generale centralizzazione governativa negli stati di reggimento assoluto sopratutto, ne' quali ė spesso negato a privati di fare puranco il bene o altra innocentissima cosa, senza previa superiore autorizzazione, o sovrano beneplacito; ove nullapuossi mandare a stampa senza preventiva revisione econtro revisione; non rebbe uu richieder troppo da cotali governi se alla mania di voler lutto sapere ed operare aggiungessero un pò di buona volontà e desiderio di conoscere le grandi intelligenze, tenerne nota ed applicarle a vantaggio della nazione. E grata cosa sarebbe riuscita a G., abbenchè dell'indole qui sopra descritta, e sempre abborrente dalla servitù e dalla vanità, se il governo in modo qualunque avessegli addimostrato di tenerloin pregio, o nominandolo professore di filosofia, dopo la morte di Galluppi, non essendovi in tutto il reame altri che più diluine fosse stato degno, o mostrandogli di pregiarlo in altra guisa qualunque, ma sempre per moto spontaneo, essendo stata sua massima indeclinabile che il merito de  savesi conoscere volenterosamente dagli altri, senza sforzo di sorta per parte propria. Sono vi però di momenti nella vita de' popoli in cui l'opinione pubblica si addimostra regina e manifestasi con tutta la possibile spontaneità. Un tale momento si è quando G., non pure senza brigarlo, ma senza avervinemmeno pensalo, vide il suo nome con migliaia di voti sortire dalle urne elettorali, qual deputato calabrese nel Parlamento napoletano. Molto egli si compiacque per tale dimostrazione di stima e di fiducia da parte dei suoi concittadini; ed accetatone il grave mandato, pieno di buon volere e di coraggio si parti con gli altri deputati per alla volta della capitale. Lu singavansi gli elettori suoi nella speranza di vederlo presto discendere dalle astrattezze filosofiche, alla realtà della vita politica: ma tanto non avvenné,   Equicisi permetta no per poco talune reminiscenze, riandando un tempo, che già è per i liberali onesti e di buona fede che credeno alla santità ed alla osservanza di giuramenti e del cui gran numero fanno parle quasi tuttii liberali delle provincie, tra quali G., que' tre primi mesi, con assai più ragione di quello che uno scrittore francese dice del suo paese furono giorni deliziosi, in cui la generazione nostra conosce quell'allegrezza, quella speranza, quel non so che si raro nell'umana storia che ci fa dimentichi del peso della vita. L'avvenire non più  rappresentavasi triste a’ nostri sguardi, scoprivasi un'orizzonte sconosciuto, tutto è color di rosa, perché credevasi al progresso indefinito dell'umanità, e al compimento insperato di tutte le promesse della filosofia. Quelle notizie sempre succedentisi di libertà di popoli, di cessazione di ogni dispotismo e tirannide in quasi tutta Europa, d'indipendenza ed autonomia di nazioni, eccede vano l'immaginazione e fanno degl’uomini tanti inna morati viventi in un'atmosfera inebbrianto. Tempi felici! e che non più ritorneranno perocchè a tutte quelle nobili aspirazioni (forse perché non provegnenti nella gran maggioranza da vero disinteressamento, abnegazione e pura virtú) sono troppo rapidamente succedute le idee finanziarie e di materiali interessi, che stan materializzando tutti gli spiriti e dimmergendoli in un profondo letargo da impedire di addarsi della lenta, ma sempreognor crescente propagazione del dispotismo; e che per sopras sello invece di farei indefinitamente progredire, ci ha fatto, e ne sta facendo precipitosamente indietreggiare. E cio di passaggio. Ma ritornando al nostro Vincenzo, egli era uno di quei tanti filosofi che hanno il coraggio del pensiero e non quello dell'azione. Uomo adusato da tanti anni  а star chiuso nella rocca della sua mente per dare corpo e vita a’suoi pensamenti filosofici, riputavasi vestito del lusbergo del più saldo proposito: ma arrivato al contatto della fredda realità, divenne esangue ed impallidi. Difatto giunto in Napoli, tosto avvidesi del come furono conce   I fatti che vide  al primo scio gliersi della Camera de’ Rappresentanti della nazione, non che nel tempo successivo (da superare fin ancole sue previsioni e che iscusano la sua condotta inverso chi volle accagionarlo di timidità) fanno d' allora in poi addive nirlo più solitario e ritirato di prima. Lui felice! che puo col pensiero allontanarsi dalla triste realtà che cir condavalo, e vagare tra i nobili e pacifici campi della filosofia. E verso quel torno che rivedemmo per l'ultima volta G., il quale ci fa aperto diesser egli tutto applicato al compimento di un lavoro già concepito quando legge la Somma dell'Aquinate. A questo no megli dichiarammo francamente il desiderio nostro, e di altri suoi amici ancora, che siccome dalle sentenze filosofiche scelte dalla Somma presentar volea la Filosofia d’AQUINO, coll'esame comparativo delle dottrine del nostro secolo; cosi dalla scelta di tutte le sentenze politiche, di che abbonda quell'aureo libro, ci fa conoscere la politica di quel santo dottore, in tutto tendente a fare che la suprema autorità non trasmoda in dispotismo e tirrannide, e che la macchina governativa è tutta intesa a formare il benessere della gran maggioranza della codute le improvvisate riforme; col suo sguardo scrutatore s'impossesso della situazione politica del momento, e misurandone tutta la portata, promise a sé stesso di non porre piede nell'aula del Parlamento napoletano. e   mune Patria; che simili scritti, soggiugnevamo, potrebbero servire di freno al potere, affinché ne'suoi atti non degenerasse in forza brutale. Al che il nostro filosofo (cui sembravagli ancora di sentire il fragore delle artiglierie) mestamente rispose: L'eloquenza della bocca de'cannoni fa ammutolire ogni lingua, e fa cadere la penna dalle paralizzate mani. E noi dirimbecco: se il cannone distrugge, la penna può e sa riedificare. E dunque che il cennato suo lavoro col titolo di: Prospetto della filosofia ortodossa, venne stampato in Napoli. Fra le molle lodi che questo saggio ha dalla stampa periodica di diverse parti, sono quelle tributategli con molto calore dalla perma'osa Civiltà Cattolica connostra grande maraviglia e satisfazione. Ma la maggior lode che ridondar possa a vantaggio di G., si è, che per il primo cerca di far rivivere la filosofia d’AQUINO, e che il suo pensiero è stato poscia seguito dall’università parigina e da parecchie di Germania. E sua intenzione comporre un'opera d’estetica ed un'altra d'istituzioni filosofiche, questa sopratutto, per esservene secondo lui, gran difetto nelle scuole: ma tale divisamento non potè mandare ad effetto: sono si trovati, è vero, de’ manoscritti nella sua casa, ma forte temiamo che andranno perduti. Ferale morbo mina da più tempo i suoi giorni, ed egli vide approssimare il suo fine con la serenità di un fanciullo e con l'impassibilità di un filosofo e cessa di vivere. E G. di ordinaria statura e di gracile complessione; di aspetto nobile e dignitoso, ed insieme di tratti gentili, e cortesi epperò riusce piacevole nella conversazione. Nel suo incesso vedevasi grave e pensoso come se ruminasse qualcosa col cervello, o talmente e assorto da suoi filosofici pensieri, da non por mente alle cose esteriori, e da non addarsi degl’amici che passavangli allato, se questi nol riscuotevano chiamandolo per nome. Vive sempre celibe. Lascia un'unico nipole, erede de’ suoi beni, mostrandosi pur generoso nelle ultime dis posizioni verso due suoi antichi compagni ed i suoi domestici. Or un tant’uomo disparve dalla scena di questo mondo senza che nemmeno un fiore si fosse sparso sulla sua tomba; senza che nè pietra pè parola additassero ove han riposo le sue ceneri e ricordassero il nome di lui agli avvenire! A voi Italiani, che amate gl'illustri figli della comune sventurata patria nostra, e che vi distinguete per nobili sentimenti di nazionalità, abbiamo rivolta la nostra parola: inscrivete, per come é debito, il nome di G. tra quei grandi nomi che passar denno alla Posterità! Tu, illustre Mittermaier, che nel fare menzione in semplice lettera, de'chiari Italiani, non potesti fare a meno di non dire parole di lode sul merito filosofico del nostro eroe: spendine altre poche or ch'ei è trappassato, por vendicare l'ingiusto silenzio tenuto dal paese ovo naace e muore. E tu, o venerando P. Ventura, che non mai dimenticasti il tuo condiscepolo, abbenché sempre gran distanza da lui ti divise, e che forse ignori ch'ei non è più, in rilevare la sua dipartita, scrivi alcun motto per quell'ingegno sdegnoso di ogni schiavitù massime se straniera, che co'suoi scritti fè sempre aperta guerra alla filosofia che non attinge i suoi lumi alle fonti del Cristianesimo, ciò influirà non poco a farsi che il nome del tuo antico amico sia conto all'universale. Le nostre rozze e disadorne parole rassembreranno talco o mica in ruvida roccia, ma le vostre saranno ripetute dagli echi, lontani e renderanno al virtuoso obbliato, dopo morte quel merito che in vita gli è negato. Sopra un'amena collina distante una diecina di chilometri dal mar Ionio è situata Mesuraca, paesello che conta un due migliaia e mezzo di abitanti. Uno scrittore che sognasse, vegliando, gl'irrevocabili portenti della Magna Grecia, nei ruderi che ingombrano il vicino monte Matonteo, crederebbe di scorgere gli avanzi di un vetusto tempio, sacro a Venere; e nel nome tradizionale della montagna non mancherebbe lo appiglio di ricordare il riso e gl’amori, fidi compagni della vezzosa Dea di Amatunta. Noi, nella nostra modesta prosa, ci contentiamo a più vicine, e più certe memorie. Egli adunque contava quindici anni meno del suo illustre compaesano, di Galluppi, ch'è nato  nella stessa provincia di Catanzaro, in una piccola cittaduzza posta quasi in riva dell'opposto mare; e, vedi caso, è nato anche lui di casa baronale; sicchè pare che su lo scorcio del passato se colo lo stemma gentilizio non è così ostinatamente avverso agli studi  In quel paesello appunto, nasce quel G., di cui vogliamo esporre la dottrina filosofica. Nasce di casa baronale; ma non è quel che ci preme; nè pare importasse neppure a lui, che ha il buon senso di segnare a fronte de'suoi saggi il proprio nome e cognome asciutto asciutto, e senza nessun prefisso. Ancora lascio, o meglio gli è fatto lasciare il paese nativo, ed è condotto a Napoli, e quivi chiuso nel collegio di San Carlo alle mortelle, dove continua a studiare, come sisuole. Tra le poche carte, non disperse o distrutte, dalle quali ho potuto raccogliere qualche scarsa notizia della vita di lui, avanza una lettera del rettore di quel collegio, certo Misa, con cui si raggua gli ava il padre della buona riuscita de' pubblici saggi dati dai figliuoli di lui. Questa lettera giova non tanto a testimonianza del profitto; chè un baroncino, si sa, fa sempre bene; e di fatti il buon rettore si loda non solo di Vincenzo, ma del l'altro fratello Domenico; quanto ad assodare la data della nascita. Arnoni, che laboriosamente s'ingegna di scrivere le memorie della Calabria, lo fa nato: se si da pubblici esami, quella data è dunque sbagliata; e rimane accertata quella che ho trovata scritta io nel volume su la logica di Hegel, insieme con l'altra concernente la morte di G.. Il volume appartiene alla famiglia del filosofo, ed io l'ho potuto avere, insieme con gli altri documenti, perla cortese premura di Serravalle, valoroso giureconsulto, e caldo promotore della gloria del nostro paese: qualcuno di casa vi ha registrato certamente quelle due date. Forniti i primi studi, diessi a coltivare le matematiche, e divenne ingegnere. Il napoletano conquistato dalle armi francesi, dove allora, per l'imitazione de'conquistatori, correre dietro al mestiere delle armi. Il nostro G. trovavasi arruolato da sotto-tenente nel genio, quando con decreto reale comunicatogli da Campre dona nominato ingegnere aspirante di ponti e strade. L'anno appresso, con decreto, è promosso ad ingegnere ordinario di seconda classe. Qui i documenti, che abbiamo avuto sott'occhio, finiscono; nè sappiamo, se, cessato il decennio, e i ritirossi di sua  scelta, o se è licenziato dal Borbone restaurato sul trono. Ci è forza saltare. La Società Economica di Calabria Ultra 2.a lo propone a socio: la nomina ha luogo. E lentezza, o si sono incontrati ostacoli? Non si sa, e fa meraviglia, come di un uomo di vaglia, vissuto tra di noi, s'ignorino tante circostanze, che ci aiuterebbero a lumeggiarne meglio la figura. Vero è che le abitudini del filosofo sono molto casalinghe, che dalla famiglia ei vive diviso, che per le vie raro si fa vedere. E di o mi ricordo, che andato studente a Catanzaro benchè mi si dicesse che G. è allora, benchè io avessi desiderio di vederlo, non mi venne mai fatto d'imbattermegli per via. Questa riservata usanza, e'l non avere mai insegnato, fecerosì, che poco si dilatasse la sua fama, e ch'ei passasse quasi sconosciuto. Quando Serravalle mandommi le sue carte, credevo di trovarci copiose notizie, od almeno un frequente carteggio: m'ingannai: corrispondenze non mantenne, o non conservo; più facilmente però non mantenne, perchè non ci sarebbe sta ta ragione di conservare alcune lettere, e di distruggere le altre. Nè ciò provenne, a parer mio, da non curanza,ma da impossibilità; correndo tempi fieramente avversi ad ogni a c comunamento degli animi, pieni di paure e di sospetti. Due o tre nomine d’accademie gli vennero, che noi abbiamo trovate fra le sue carte, con una certa cura custodite: una, a socio onorario della Valentini di Napoli, che ha a protettore il conte di Siracusa. Una seconda, a socio corrispondente de' peloritani. Una terza, più tarda, ma non più celebre, a socio onorario della R. Società Economica di Cosenza, sotto la data Ecco gli scarsi onori fatti ad uomo meritevole di maggior fama! Mittermaier, di Heidelberg, scrive intanto a Mugna, che aveva voltato in italiano il suo saggio sulle condizioni d'Italia, quest'onore vole giudizio sul nostro filosofo, Il genio della filosofia napoletana è la copiosa e fina analisi dello spirito umano, sempre unita a grande dovizia d'idee e ad una tendenza pratica. Qui appartengono le opere di Galluppi, e di G. peculiarmente l'ultima di questo. Esaminando l'autore i saggi de'suoi predecessori, anche de filosofi tedeschi, ed entrando in minute particolarità, intorno a'varî pensamenti sul l'origine delle idee, seguesi con piacere nel suo ingegnoso sviluppo,e si ammira la sua fina analisi intorno alla natura delle conoscenze pure e cono scenze dimostrative. Così scrive il giureconsulto tedesco. L'opera di G., a cui egli allude, e che preferisce a quelle dello stesso Galluppi, e appunto il Saggio su la realtà della scienza umana, Napoli. Della importanza di quest'opera, e della mira che l'autore vi si prefisse, discorreremo ampiamente: per ora giova avvertire, che gli stranieri leggeno ed ammirano un saggio che gl’italiani quasi ignoravano, e che i contemporanei, per non far torto ai loro maggiori, continuano ad ignorare. Escludo da questo numero Ferri, che nel suo saggio sulla storia della filosofia in Italia lo riporta nel catalogo dei libri filosofici (degnazione non piccola); guardandosi, ben inteso, di accennarne almeno lo scopo. Forse non lo ha letto. G. passa il più del suo tempo a Napoli, dove Galluppi tene la cattedra di filosofia ed attira a sè i italiani si per l'insegnamento vivo, come per la popolarità de'suoi elementi. A G. mancal'una cosa e l'altra, perciò non gli riuscì di avere seguaci. E che desiderasse farsene, l'ho raccolto da una lettera che gli scrive Zaccaro. Nel saggio medesimo da lui pubblicato le allusioni a Galluppi sono frequenti; ma velate, e senza citarlo di nome. La fama del suo illustre concittadino turba i suoi sonni; ma all'emulazione non simesce nessun senso d'invidia, e molto meno obblique arti per soppiantarlo. Tulelli anzi mi ha raccontato, che, vacando per la morte di Galluppi la cattedra, a G. non sarebbe stato difficile ottenerla, se l'avesse chiesta. Mostratagli questa agevolezza, ei ricusa di chiederla, benchè la desiderasse, e non lo nascondesse: offerta l'avrebbe accettata; ma il governo napoletano par che non lo vedesse di buon occhio. G., intanto, al pari del Galluppi si è tenuto appartato, nè si era mescolato nei rivolgimenti politici: entrambi, per usare una frase del Bonnet, s'erano fabbricato un ritiro dentro il proprio cervello. Galluppi vede le stragi, gli spergiuri, ed continua tranquillo le sue meditazioni: pubblica, in mezzo a que  rimescolio, i suoi elementi di filosofia. G. non avrebbe potuto prender parte ai casi; avrebbe potuto, ma nol fa: la filosofia civile e battagliera e finita col patibolo di PAGANO; da indi in poi, nel mezzogiorno d'Italia, prevalsero le speculazioni solitarie fatte ne'penetrali della coscienza subbiettiva. GIOIA (si veda) e Romagnosi scontano nello Spielberg il delitto di aver applicato l'ingegno alla statistica, ed al dritto pubblico: nel Napoletano i filosofi sono esclusivamente psicologi. Non so se bisogna far eccezione per quel Borrelli, che, sotto lo pseudonimo di Pirro. Trovavasi G. avanti negli anni, dedito agli studi filosofici, stimato, se non celebre; adatto adunque a rappresentare decorosamente alla camera la sua provincia. Pare che questi numeri gli meritassero i suffragî degl’elettori politici, ed egli riuscì eletto con molti voti, terzo fra i nove deputati di Catanzaro. L'esito gli è comunicato dal presidente Larussa, valoroso giureconsulto, e scelto deputato anche lui, con queste parole: Tal verbale, nell'essere il mandato legale de poteri a Lei conferiti, è in pari tempo la testimonianza più luminosa delle Sue eminenti virtù. G. però non fa a tempo di saggiarsi nella vita politica. La mala fede del principe aiutata dalla inesperienza politica del popolo insanguina le vie di Napoli e sgomenta naturalmente l'animo di chi è fatto per la quiete dello scrittoio, anzi che pei clamori e per le zuffe delle piazze. G., senza infamia e senza lode, torna agl i studi. Lallebasque, scrive a Lugano la genealogia del pensiero, e che quivi pare balestrato da contrario e prepotente destino. Dopo la morte di Galluppi, contro la cui filosofiaa veva assiduamente armeggiato nel saggio, è nel mezzo dì in valsa quella di Rosmini e di Gioberti, ed, oltre a queste italiane, quella straniera d’Hegel: i due ultimi filosofi hanno principalmente il sopravvento. Ciò da molestia a lui, costante e schietto sostenitore della FILOSOFIA DELLA SPERIENZA. Se gli è parsa incauta e sdrucciolevole quella che ROVERE (si veda) chiama la riservatissima filosofia di Galluppi, è da immaginare quanti pericoli non temesse dalle ardite sintesi di Gioberti e Hegel. In un volume raccolse adunque le critiche di questi sistemi, e di quello di Lamennais, e pubblicollo. Pur lodando l'impresa di G., Padula non gli dissimula però che la critica fatta d’Hegel e di GIOBERTI è scarsa al bisogno: insta, che ci torna sopra, e che raddoppiasse i colpi; sollecita da ultimo il filosofo a pubblicare la filosofia del pensiero, opera da G.  dovuta accennare come in via di esser composta. Quest'opera però non venne, nè la critica contro a Hegel ed al Gioberti è rinforzata: venne bensì fuora il prospetto di filosofia ortodossa. L'autore fin dalle prime mosse è dovuto parere sospetto di sensualismo, e quindi pericoloso alle credenze religiose: a lui l'appunto rincrebbe, e si risolse di scagionarsene. Divisa quindi invocare a soccorso la filosofia d’AQUINO, valido usbergo a proteggerlo dai colpi frateschi, ed amettere in salvo la pericolante ortodossia. Il prospetto, invero, piacque al clero napoletano, piacque ai gesuiti; rassicura l'autore medesimo, che dove sentirsi in disagio. Padula, il solo, credo, che leggesse allora i saggi di G. in Calabria, gli batte le mani da Acri, suo paese nativo. Le lettere del Padula G. conserva; gradito applauso in tanto silenzio. Padula però gli dipingeva il trionfo delle idee giobertiane appresso i calabresi, ed in una lettera da Acri, gli scrive, non senza un certo sgomento, così, Sia comunque, l'epopea giobertiana ha sedotto molti lettori; ed io invano mi vado adoperando a disingannarli. Altro frutto non colsi, che di essere chiamato bestia. A tergo di una lettera del Padula c'è una bozza di risposta dove G. racconta le liete, e non sose oneste, accoglienze fatte al suo ultimo saggio da Sanseverino. Ricopio le sue medesime parole, Oltre l'articolo inserito nella Civiltà Cattolica, al quale accenna la sua pregiatissima lettera, un altro forse se ne pubblica nel Periodico la Scienza e la Fede. E parmi che anche il clero napolitano ha accolto con favore il mio piccolo lavoro; il che io debbo precipuamente alla imparzialità e dottrina di Sanseverino, professore di filosofia a Napoli, il quale ha una meritata riputazione presso il clero anzi detto. È ben sì indipendente data l favorevole opinione il suffragio de' redattori della Civiltà cattolica. Ho detto di dubitare, che queste accoglienze sono oneste, quanto sono liete. Il clero napoletano allora, e i gesuiti specialmente mirano ascalzare la filosofia di GIOBERTI, a denigrarla, ametterla in mala voce. Gioberti filosofo non e forse la secreta n:ira de'loro strali: tirano al filosofo per colpire l'uomo politico: guerreggiano la costui filosofia per vilipendere quel senso d'italianità che traspirava da tutte le pagine dell'illustre torinese. In quella che Padula aveva chiama l'epopea giobertiana, la filosofia non e se non un episodio solo; e se gran parte d’italiani corse dietro ai pensamenti di Gioberti, vi cor  eso spinta da quel caldo patriottismo, onde il filosofo sa ravvivarli. Gl’italiani hanno più sicuro, che non gl’uomini fatti, il presentimento dell'avvenire. I gesuiti se ne sono accorti, e festeggiano l'opera di G., perchè vi trovano un poderoso aiuto. Non dico che G. sospetta le riposte intenzioni de'suoi lo datori; egli accetta la lode, perché la crede di buona fede. Nell'annunzio che ne dà a Padula, e che noi abbiamo ri ferito, c'è la ingenuità, e direi quasi il candore di un fanciullo che non ha pratica del mondo. Ecco ora l'intonazione dell'articolo della Civiltà cattolica: ne cito solo il primo periodo: ex ungue leonem. Lode al cielo! Mentre tanti italianissimi fanno di tutto per intedescare la filosofia italiana, intenebrandola colle larve di quell'assoluto che sfuma nel vacuo del possibile, e colla nullità di una logica che teorizza la contraddizione, sorge all'estremità d'Italia, nella patria degli Archita, dei Zenoni,  dei Campanella, dei Galluppi un ingegno sdegnoso di tale schiavitù, che tenta richiamare gl’italiani a pensamenti meno aerei spezzando gl’idoli adorati oggi dì dalla filosofia eterodossa, e congiungendo l'osservazione di fatto colla generalità delle idee. Qui la frecciata va agli hegeliani; e'l contrapposto fra italianissimi e tedescanti non puo essere più abilmente, o più gesuiticamente messo in rilievo: non basta però a colorire intero il disegno dell'articolista, ed ecco un 'altra frecciata, che mira più addentro. Oh questo sì, che potrà dirsi un vero rinnovamento di filosofia italica! e ne gode l'animo di poter vaticinare alch. A. esito migliore e maggior riconoscenza per parte dei suoi concittadini, di quella che sperar possono certi rinnovamenti di filosofia italica, i quali tentano di ri-suscitare i sogni di Pitagora e di Zenone per fingersi italiani, mentre in verità altro non sono che triste imitazioni del protestantesimo tedesco, o dell'eccletismo francese. Mentre costoro per dare lo scambio a gl’italiani vanno nella Magna Grecia ad invocare la Pitonessa, perchè risusciti dalla tomba i profeti del paganesimo, all'estremità della magna Grecia presso la calla del cattolico GALLUPPI la provvidenza fa sorgere un ingegno singolare, che passando dalla milizia alla scuola sembra con trapporsi al Renato, che abbandona la milizia per combattere la scuola. Fin qui il gesuita. Ordunque, notoio, quando si vuol filosofare alla tedesca, l'Italia è la patria degl’ARCHITA DI TARANTO  e di ZENONE DI VELIA, e non istà bene curvarsi a gioghi stranieri: quando poi si risale a Pitagora, ch'e stato modello ad Archita, ed allo stesso Zenone da voi indicato, ecco che questi diventano a un tratto profeti del paganesimo. Potremo sapere a quali filosofi bisogna ricorrere per aver il vostro pieno beneplacito, padre reverendo? La lettura della bella sua opera mi fa sentire anche più la perdita che io ho fatta; e che sarebbe per me irreparabile se non mi riuscisse di vederla nelle poche ore che passerò in Napoli prima di ripartire per Roma. Se in tale occasione potessi ricevere l'onore di una sua visita, mi stimere i felice di conoscere il ristoratore della filosofia ortodossa. Mi son fermato su questi giudizî, perchè qualcuno ne ave va indotto, aver G. nel suo saggio cangiato via, ed essersi accostato ad AQUINO. G., qui come nel saggio, rimane saldo nella sua DOTTRINA SPERIMENTALE: se di fetto v'ha in lui, è la ripetizione quasi puntuale delle medesime idee, e delle medesime parole stemperata in molti volumi; ma cangiamenti non glisi possono imputare. Quel che si trova dippiù nel prospetto di filosofia ortodossa è lo sforzo di far parere tomistica la sua filosofia. Perchè ciò gli premesse, non indovino: e per tranquillità della propria co scienza? e per capacitare gli altri? e per aver dalla sua il clero, e col mezzo di questa cooperazione diffondere la sua dottrina? nol saprei dire: certo la sua filosofia rimane quasi sconosciuta, nè le lodi del clero napoletano e de'gesuiti le valsero allora, e forse le nocquero più tardi: successe di lei ciò ch'era succeduto di un teatro da lui disegnato, e costruito a Cosenza; il quale e disfatto per impiantarvi un collegio di gesuiti. Ma lasciamolo là il gesuita, che non siaccorge, quanto la filosofia di G. possa arrecar di nocumento alla sua fede: il critico non va a cercare tanto per lo sottile, e si appaga dell'autorità d’AQUINO,e del titolo del saggio: più in là non vede. Nè più in là vidi Taparelli, contutta la fama di dotto, perchè in una lettera scritta al nostro G. da Sorrento lo saluta, senz'altro, ristoratore della filosofia ortodossa. G., saputolo a Napoli, e stato a fargli visita: non lo ha trovato, e di Taparelli, informatone, gli scrive così.  Merita egli quest'obblio? Certo che no; e noi ci studieremo di dimostrarlo, facendo una rapida esposizione delle sue dottrine contenute ne'saggi finora accennati. E prima di tutto: quali sono le condizioni filosofiche delle provincie meridionali, quando egli dassi a filosofare? Quale fine si propose egli? Quali mezzi aveva sotto mano? Queste notizie sono indispensabili per valutare equamente il risulta to delle sue ricerche. G. ha una coltura matematica; e, come porta questa coltura, il suo spirito ne ha attinto un bisogno di dimostrazioni rigorose, ed un'avversione alle conclusioni frettolose, ed alle sintesi arrischiate. Da parecchie testimonianze si raccoglie, ch'ei diessi alla filosofia molto, quando già la fantasia è manco vivace purne gl’uomini che più ne abbondano. E l'educazione adunque e l'età lo attirano per quella via piana e sicura, dove un pie de va innanzi l'altro, senza intoppi, e senza bisogno di salti. Quando all'incirca ei simise a filosofare, Galluppi  lastrica quella via, ed additatala ai suoi con cittadini. LA FILOSOFIA SPERIMENTALE e in voga. È in voga, male sta sempre di fronte, temuta avver saria, quella filosofia che rivendica all'attività dello spirito un'attività produttrice ed indipendente, benchè sotto varie forme. Locke combatte l'innatismo cartesiano, ma e stato alla sua volta combattuto da Leibniz: l'Innatismo ricompariva sotto altro aspetto. Non dico giàche le figure siano bell'e disegnate nel marmo, dice Leibniz; ma il marmo non è però liscio e schietto, c'èuna certa venatura, che messa in risalto si accosta assai alle linee che ti occorrono a figurarle. Bonnot di G. muore a Napoli, quasi ignorato. E attorno ad altri saggi, fra i quali un’estetica, e le Istituzioni di filosofia. Ma di questi manoscritti forse lasciati a Napoli non si è potuto avere nessuna notizia. Condillac ripiglia l'impresa del filosofo di Wrington, e non contento di divolgarlo tale quale, come fa Voltaire, lo semplifica, lo facilita, sicchè la sola sensazione fa a lui quell'ufficio, pel quale al Locke sono occorsi due coefficienti: la riflessione del filosofo inglese era sbandita come soverchia. Condillac ha, come suole succedere, cominciato con ricalcare fedelmente le orme di Locke, poi aveva rifatto a modo suo: e la sua semplicità maravigliosa piacque in Francia più della circospetta indagine del filosofo inglese. Onde, morto lui, il suo filosofare continua, interrotto appena dallo strepito della rivoluzione, che tenne dietro alla sua morte. Cessato, difatti, il terrore, l'anno appresso i condillachiani ri-apparvero padroni del campo filosofico, e debbero in mano la scuola normale, e l'istituto, che allora sorge per decreto della convenzione attuato dal direttorio. Questo gruppo detto degl'ideologi conta nomi celebri: Cabani s il fisiologo della scuola, Tracy l'ideologo propriamente detto,Volney il moralista, Garat professore alla scuola normale e difensore del sistema; e poi con loro altri che dipoi deviarono, chi più chi meno, ma che allora stano per la medesima dottrina. Biran, Gerando, La Romiguière. Nel decennio corso fra la cessazione del terrore e la fondazione dell'impero questo gruppo di valent’uomini si aduna nei giardini di Auteuil, e l'amicizia degl’animi siaccoppia ne'loro convegni alla concordia delle dottrine. Sotto l'Impero, il cielo per loro si annuvolo. Tutti sanno il dispregio in cui il primo Napoleone tene l'I deologia; non tutti ne sanno il motivo. Napoleone non l'odia tanto come dottrina, quanto come partito. Cabanis, Volney, Garat, DeTracy, che hanno visto di buon occhio il Nettuno che placa le onde tempestose della rivoluzione, non sono più contenti, quando lo videro troneggiare da Giove. Gli tennero il broncio, ed ei si vendica nel rimpastare l'istituto, scartando la sezione delle scienze morali, e destituendo l'ideologia, secondo la frase di Damiron. Villemain racconta gli scoppi della collera napoleonica contro quegl'innocenti ideologhi, che poi non lameritavano davvero. All'ideologia Napoleone imputa di scandagliare le fondamenta dello stato col fine di scalzarle. Vera o falsa che fosse l'accusa, l'ideologia ne scapitd, almeno perdendo la veste di filosofia ufficiale, e lo spiritualismo, che ne spia le mosse, la soppianto nella scuola normale, dove Collard l'introduce. Seguace del keid, questo eloquente filosofo sa vincere la preoccupazione invalsa, che filosofare liberamente non si potesse fuori dell’ideologia; e che quindi o bisogna accettare lo spirito teologico del De Maistre, o schierarsi tra gl'ideologi con a capo Tracy. Con Collard l'alternativa e evitata, ed inaugurata la nuova scuola filosofica della Francia, quella ch'è stata da indi in poi sempre al potere con Cousin, con Rémusat, con Barthélémy de Saint Hilaire, con Waddington, con Simon. In ITALIA lo spiritualismo, rinfiancato dall'eccletismo cousinjano, benchè tradotto dal Galluppi, non fa fortuna. Gl’italiani o tennero la via degl'ideologi, o se ne scostarono per ben altra filosofia, che non fosse l'eccletismo. Più che la filosofia del senso comune proposta da Reid per fronteggiare lo scetticismo di Hume, ed accettata da Royer-Collard per combattere l'ideologia, diè da pensare agl'Italiani la filosofia trascendentale di Kant. Galluppi se ne mostra profondo conoscitore fin da quando incomincia la pubblicazione del saggio su la conoscenza umana; sebbene avesse dovuto studiarla nelle scarse esposizioni di Villers. Più tardi soltanto, traduce la Critica Mantovani; ma Lallebasque e in grado di STUDIARLA SULL’ORIGINALE, come dimostra di saper fare nella esposizione che ne dà nella sua Introduzione alla filosofia del pensiero: caso degno di nota per quel tempo, quando nè la lingua, né la filosofia tedesca sono divolgate, come oggidì, non dico in Italia, ma neppure nella rimanente Europa. Le due vie aperte, da indiin quà, sono adunque, almeno per noi, queste due: il SENSISMO ed il criticismo. Tra queste cerca di aprirsi un varco intermedio Galluppi; al sensismo propende Borrelli, al criticismo Colecchi. Borrelli scrive e stampa a Lugano, quasi contemporaneamente a Galluppi, ch'ei conosce però soltanto di nome. Colecchi insegna pure in quel torno, ma le sue questioni filosofiche non sono pubblicate, se non piu tardi. Che G. non quindi conosce gli scritti di Colecchi, è certo; di Borrelli si può dubitare, benchè a certi segni, che appresso additeremo, si possa credere di averne avuto sott'occhio le opere. Indubitato è però che siasi formato su Galluppi, e che siasi prefisso di camminare su la via dischiusa dal suo gran concittadino, evitando gli sviamenti, in cui l'altro era incorso, e tirando più dritto alla meta. Più dritto e difilato procedette in realtà; ma verso dove? Parve a G. che Galluppi, scambio di fondare LA FILOSOFIA DELLA SPERIENZA, come si era proposto, per incaute concessioni al kantismo, e finito con darsegli in preda. Cotesto sviamento ei combatté a tutt'oltranza ne'primi saggi, come nell'ultimo; prima copertamente, e senza pronunziar ne il nome, poi alla svelata. Onde a me non piccola sorpresa ha cagionato il giudizio di certi nostri storici e critici ad orecchio, i quali confondono Galluppi con G., come se professassero la medesima dottrina. Capisco che il titolo, comune ad entrambi, di FILOSOFIA SPERIMENTALE, ha potuto trarre in errore i prelo dati giudici; ecompatirei lo sbaglio, s'ei fossero dilettanti; ma è da condannare severamente in loro, che si danno l'aria di scrivere storie e critiche, senza leggere neppure i saggi istoriati e criticati.  Tornoora a G.. Per dimostrare il processo storico de'due opposti avviamenti, ei ricorre alla sorgiva: rifà quindi la storia de sistemi filosofici moderni, ed ammaestrato dagl’errori altrui ripropone il problema, e si accinge a risolverlo. Anche qui l'influenza di Galluppi è manifesta, avendo questi pel primo rimesso in onore appresso di noi la storia della filosofia, e dato il più lucido esempio d'innestare le ricerche proprie con le indagini fatte prima da altri sul medesimo soggetto. G tuttavia ritesse la medesima storia con altro intendimento; perciò la sua non è ripetizione di quella fatta da Galluppi, e vale il pregio di essere esposta e conosciuta in disparte. La filosofia per G. si aggira sul problema della scienza umana, nè più né meno,che per Galluppi: il titolo delle due opere capitali scritte dai due filosofi calabresi accusa la medesima intenzione. Il Galluppi scrive il saggio filosofico sulla critica della conoscenza; G., il saggio su la realtà della scienza umana . Questa similitudine ha tratto in errore alcuni storiografi da frontispizî, perchè dalla intestazionesono corsi,senz'altro, ad asserire che Galluppi e G. professanol a medesima dottrina. Se non che, questa volta l'hanno sbagliata; chè se il problema è lo stesso in entrambi, la solu zione è diversa non solo,ma opposta. G scrive col manifesto divisamento di combattere la soluzione gallup piana. Già nella stessa intestazione il filosofo di Mesuraca accenna a questo punto capitale del suo saggio, ch'è la real tà della scienza,compromessa,a parer suo, dalla spiegazione accettata dal filosofo di Tropea. Ma seguiamo ilprocesso storico delproblema,com'è espo sto da G. Galluppi aveva dato l'esempio di accoppiare alla sua Ancora non gli eran potute essere note le tre epoche distinte da Comte, che par di non aver conosciuto n e p pure dopo, e già egli tripartiscela storia della filosofia, a un di presso,con un criterio analogo a quello del filosofo francese. Nella prima epoca la ragione, baldanzosa per inesperta filosofia, silibra a volo,e tenta costruzioni metafisiche, tenendo scarsissimo conto della scienza principale, e facendo ne quasi un'appendice delle sue fantastiche cosmogonie. Nella seconda,ella piglia per verità le mosse dal proble ma del conoscere; matostolo abbandona, sedottadallame tafisica. Nella terza, la ragione rinsavita si propone chiaro il suo cômpito, ed'altronon sibriga; se non che, pur nelle soluzioni del problema conoscitivo, di quando in quando, fa capo lino il razionalismo. Insomma l'esosa metafisica, lo scapestrato razionalismo sono per G. il vero ostacolo, che non lascia passar la vera scienza per la sua via. Alle tre epoche egli assegna questi intervalli di tempo:la prima si stende dai primi abbozzi ionici fino a Socrate, il fondatore della definizione, e de'ragionamenti d'induzione; la seconda da Platone e da Aristotele corre fino a Locke; in terrotta qua e là dai tentativi di GALILEI, di  Bacone, e CARTESIO; la terza dura ancora, e dè nel meglio delle sue conquiste.  16- dottrina la genesi storica del problema da lui riproposto; e sirifàda Cartesio a questa parte, da Cartesio che per lui è il padre della filosofia moderna. G. risale più in su, fino ai primordî della filosofia greca, senza perder d'occhio però il problema della scienza. Il suo criterio storico è semplicissimo: v'è due filosofie, una che ritiene l'osservazione de'sensi,un'altra che l'impugna;e quest'ultima, comechè si argomenti di ricostruire la impugnata testimonianza, merita sempre il nome di razionalismo. È mestieri, dice G., distaccar del tutto le metafisiche speculazioni dalla scienza del pensiero, per forzar la ragione al metodo di pura osservazione. La ragione, secondo lui, ha una tendenza precisamente contraria; ingegnandosi di rimenare all'ordine a priori quel che trovasi dato da induzione. È necessario adunque che la filosofia n e infreni l' impeto, e ne moderi la foga; e, per non esservi riuscita ancora, la metafisica è rimasta stazionaria, piena zeppa di ambiziose vedute, non avvalorate da'fatti. Positivo progresso della filosofia d'oggi dì è quello di essersi ridotte le ricerche metafisiche, che untempo formava no la sterile ricchezza degli scritti filosofici. La stessa avversione ha G per lo spirito teologico. L'intervento divino nella spiegazione de'fenomeni na turali vale quanto la macchina nello scioglimento del nodo diuna tragedia. Perocchè è ben facile espediente ilriporta re ad una causa sovrannaturale quegli effetti, che non siè saputo ricondurre alle cause naturali. Soggiunge innota una riserva, èvero; dichiara di non voler impugnare i miracoli: il punto principale non è mensaldo però, l'esclusione loro dalla scienza. Qui G., sia che lo conoscesse, o che s'incontras se con Comte, si mostra cosi aperto avversario dell'intervento divino, come delle ipotesi metafisiche: teologia, e razionalismo sviano dalla vera scienza. Il tradizionale metodo della filosofia telesiana rivive dopo tre secoli in G.: fondamento della scienza è la sola osservazione; e nondimeno riserva di ossequio verso l'autorità religiosa, da parte degli autori. G. rivolge ai fenomeni del pensiero quella osservazione, che TELESIO aveva rivolto a'fenomeni naturali. Il metodo ch'ei si traccia, e che si studia di seguire, è il seguente: osservare i fenomeni primitivi, ridurli fino agli elementi irreducibili. La filosofia intellettuale, ei dice, dopo aver riconosciuto i fatti attuali di coscienza dee saggiar di risalire di riduzione in riduzione al fatto primitivo, alla pura veduta intellet Quali sono i fenomeni primitivi del pensiero a cui si ferma? Sono tre, la sensazione, il giudizio, il volere; quindi tre parti principali della filosofia, estetica, logica, etica. Lasciando di vedere se questi tre sono proprio i fenomeni irreducibili, certo è però che il metodo da lui seguito è precisamente quello tenuto dalle scienze esatte. L'autore non dissimula il bisogno da lui sentito di applicare alla filosofia il metodo delle matematiche, alle quali s'era da prima ad detto, e dal cui studio deriva in gran parte il riscontro che si può scorgere tra la sua filosofia e quella che nel torno medesimo si coltivava in Francia sotto il nome di filosofia positiva. Eppure, esclama G., non v'è chi passando dalla evidenza delle matematiche alle ricerche filosofiche non senta irrequieto il bisogno di sortir fuori delle incertezze, in cui vede implicato il sistema della scienza. Come dalla semplice osservazione lo spirito possa sollevarsi alla riduzione scientifica de’ fenomeni, G. descrive in modo molto preciso; e tale che merita esser riferi to con le sue stesse parole. Ma l'esperienza non è l'osservazione empirica, che si arresta a'fenomeni isolati. Il metodo sperimentale si giova di tutti i nostri mezzi per iscovrire la connessione de' fenomeni; del ragionamento astratto, della induzione, delle sperienze artifiziali, delle ipotesi. Con sì varî mezzi la fisica lavora alle classificazioni de'fenomeni esterni,a ridurre i fenomeni particolari a'generali, a rilevare dal corso della natura le sue leggi, cioè le costanti condizioni de'fenomeni, le une costanti e permanenti, le altre costanti nel cangiar dei fenomeni. In tal divisamento non mira soltanto a minorar  tuale. l'ignoto, che resta limitato a'fenomeni irreducibili, ma ad uno scopo più positivo, a quello diprevenir l'esperienza, e somministrar così preziosi materiali a tutte le arti. Chi ricorda il motto del Comte: savoir c'est prévoir riconosce di leggieri il riscontro de due filosofi. Nè risalta meno la comune mira di ridurre i fenomeni fino all'estremo limite, affine di minorare l'ignoto. Trasportando ora il metodo teste descritto alle investigazioni filosofiche, G. procede cosi; osserva, cioè, i fatti della coscienza, qual'è attualmente, e di riduzione in riduzione risale fino ai primi elementi, ond'ella è stata generata. Egli stesso formola il suo problema in questi termini: coi mezzi che sono in nostro potere, ritrovar la generazione delle verità, di cui siamo in possesso. Questo metodo ei lo chiama genealogico; e la parola ed il concetto si trovano inun altro filosofo italiano, noto a G., in Borelli, che intitola la sua filosofia, Principii della genealogia del pensiero. Fino a che punto s'accordino nel loro intento, toccheremo appresso. Qui basta notare, che la filosofia vera, la filosofia seria per G. comincia con quest'analisi minuta degl’elementi primi del pensiero. Dimodo chè sebbene ei lodi Aristotele di aver ammesso la realtà delle idee universali,e più ancora di essersi fondato sul senso, nondimeno, poiché lo Stagirita vi arrivo quasi di lancio, e per un'affrettata generalizzazione, il nostro filosofo non ripigliala vera storia da lui. Il primo saggio genealogico del pensiero sembra a lui, essere stato il Saggio sul'intelletto umano di Locke, che pure Galluppi chiama immortale. Quel saggio, caduto poi indiscredito, ha una meritata rinomanza; e la fama è più fondata del discredito. La filosofia inglese mette capo tutta quanta in esso; la francese del secolo trascorso ne deriva; alla tedesca, iniziata da Kant, di è il primo urto per mezzo di Hume. Oggi di, appresso di noi. Il principal merito del filosofo di Wrington – cf. Grice, il filosofo d’Oxford – vade buoi --, il filosofo di Harborne -- è agl’occhi di G. quello di aver combattuto ad oltranza le idee innate. Ritenere tutte, o alcune idee per innate, porta necessariamente per conseguenza di non ricercarne l'origine;  e quindi impedisce il progresso della filosofia, che tutta si dee travagliare attorno a questa ricerca. Cartesio e Leibniz, che si credono di averle ammesse, in realtà le ritennero come semplici disposizioni; e è per colpa di una improprietà di linguaggio se s'imputa a loro diaverle accettate. E qui da una toccatina a Galluppi. Ma il sistema lockiano, nel rintracciare la genealogia del pensiero, omise moltissimi atti mentali che vi concorrono; ed è omissione scusabile in un primo tentativo, ed in ricerca cotanto complessa. Locke da, per dir così, una formola generale, alla quale sono applicabili più valori: Condillac si avvisa di darle un valore preciso; ma precisando, disvia. Locke, difatti, aveva riconosciute due sorgenti delle nostre idee, la sensazione, e la riflessione: quest'ultima non è ben definita, è una funzione che accoglie un po'di tutto, giudizio, astrazione, ragionamento, volontà, è in definita, si confonde con la coscienza: Condillac dà un va si è più giusti verso del modesto, del sincero, del pazientissimo Locke; smessi i superbi fastidî delle sintesi frettolose: al tempo che scrive G.  le invettive giobertiane sono accolte senza molti scrupoli; ed al filosofo calabrese è gloria non esser se ne lasciato smuovere. Galluppi lo pregia assai, ma i consigli del buon vecchio cominciano ad aver poca presa su gli animi de' filosofi. Fuori d'Italia Herbart fa tanta stima del Saggio lockiano, che a Clemens, il quale lo richiede intorno alla filosofia da insegnare ne’ginnasi, risolutamente risponde: dal maestro di filosofia ne'ginnasi anzi tutto ed assolutamente richiederei che avesse letto Locke. ore preciso, riduce tutto alla sensazione, o semplice, otra sformata: sentire è giudicare. G. fa della sensazione e del giudizio due fenomeni irreducibili; egli non può dunque nè contentarsi dell'ambiguità della riflessione lockiana, ne molto meno della semplicità della sensazione condillachiana. All'osservazione de'fatti gli pare che Condillac ha sostituito la tortura del fare sistematico. Gran merito di Kant è quello di avere scorto l'importanza del giudizio, di questo fenomeno irreducibile, stato da Condillac confuso con la sensazione. Pel filosofo di Koenisberg gl’ultimi elementi delle nostre idee sono da una parte le sensazioni, dall'altra i giudizî – potch e cotch: i due elementi appunto che al nostro filosofo paiono indispensabili alla soluzione del problema che si è proposto. Ma con questo gran merito egli imputa a Kant una gran colpa, la soggettività de’rapporti; vizio che gli sembra infettare la filosofia. La soggettività di Kant però, e G. ne conviene, è una necessità storica. Locke dice che tutte le nostre idee nascono dalla sperienza, e che un'idea originale semplice non può derivare quindi da un ragionamento: Hume accetta le premesse, e continua: ma l'idea di causa non. Per lui, come per d'Alembert, la facoltà distintiva dell'essere attivo e intelligente, è quella di poter dare un senso alla parola è: ora Condillac questa distinzione l'ha distrutta; i J tà el Se elementi soggettivi, egli nota, simescono co'dati sperimentali, in tale ipotesi non conosceremmo quel ch'è nel fatto osservato, ma quelcheci apparisce esservi; tal chese spogliamo il fatto di ciò ch'è nostra proprietà, la nostra conoscenza svanisce.Si vuol che siano elementi soggettivi le idee di spazio, di tempo, di sostanza, di causa? Togliete via dunque dagl’oggetti esterni e dal proprio essere siffatti elementi; e la scienza della natura, e dello spirito è distrutta,  può derivare dalla sperienza; dunque non c'è. Cosi tutta la scienza della natura anda in aria, e Reid sirifugiò nel senso comune, in una credenza irresistibile, istintiva: Kant ammise degl’elementi aggiunti dall'attività dello spirito. G. nota con molto accorgimento, che in sostanza il senso comune, di cui tanto si compiacciono certi filosofi anche oggi di, non salva nulla; che per giunta è pieno di contraddizioni, perchè introduce classificazioni e distinzioni arbitrarie, mentre si è prefisso di accettare le comuni credenze tali quali si trovano nella coscienza volgare; che tra Reid e Kant, per ciò che riguarda la realtà della scienza, non c'è punto di di vario. Kant nello spiegare il fenomeno lo sfigura, e lascia sco vrire il dubbio: la scuola scozzese tiene occultato il dubbio perchè non imprende la spiegazione del fenomeno. È Bravo G.! Egli non si lascia appagare dalle parole, e ci vede ben addentro; e sel'ha conKant, sa rendergli giustizia, nè condannando lui, assolve quelli che sono intinti della stessa pece. Ed ora viene il buono.Nella dottrina kantiana ei capisce subito, che non il numero degl’elementi soggettivi aggiunti dallo spirito, ma l'aggiunzione sola, quanta che fosse, è sufficiente a compromettere la realtà della scienza umana. Certi nuovi critici, che in filosofia credono poter servirsi della stadera, han detto, per esempio: Kant ammette intuizioni pure, categorie ed idee, tutte a priori, Galluppi, invece, appena appena dà per soggettivi i due rapporti d'identità e di diversità, dunque è lampante ch'ei si an discosti le mille miglia uno dall'altro.  sta dunque la differenza, in quanto alla realtà delle nostre conoscenze, tra il proscritto sistema kantiano, e la favorita dottrina della scuola di Reid! que G. scrive così: basta il supporre una pura veduta dello spirito il solo rapporto d'identità e di diversità,  apporto fondamentale delle nostre conoscenze, per ricadere nel realismo empirico del sistema kantiano. Nè contento acid, altro ver incalza la sua osservazione in questi termini. Mettiamo ora in disparte il sistema kantiano; cangiamo la sua ripartizione tra gl’elementi soggettivi e gl’oggettivi accordando più largamente alla sperienza; o anche tutte le idee diciamole derivate dalla sperienza, e riteniamo bensi solamente che non sono condizioni oggettive i rapporti anzidetti appresi tra le sensazioni; noi ricadiamo apertamen te nel realismo empirico della filosofia critica. Per G. il kantismo consiste nell'applicazione d’elementi soggettivi alle sensazioni: dovunque riscontra questo medesimo processo ei riconosce ritenuto il fondamento della filosofia kantiana. Ei si maraviglia anzi che gli altri non siansi accorti di questa medesimezza. La storia nota a stupore della posterità, che i filosofi tutti hanno accusato d'idealismo il sistema kantiano, e che niuno ha avvertito, l'idealismo esser nella supposta natura soggettiva delle idee di rapporto. Quale sarebbe stata la maraviglia di G., se avesse vistoche, quando ebbe notata cotesta somiglianza SPAVENTA, contro lui gridarono tutte le oche, vigili sentinelle della rocca filosofica. Parve denigrazione della filosofia italiana, quella ch'è critica aggiustata e seria: parve così a coloro, iquali se ne predicano sostenitori, quando non l'hanno studiata,e forse neppure letta. Ma torniamo a G.. Ei non cita Galluppi in tutto quanto il saggio, se non una volta sola; egli però scrive il saggio per combattere la dottrina del suo gran concittadino, che gli pare derivata a dirittura da quella di Kant. Che però miri a Galluppi, apparisce da un'apposita nota al saggio. La dottrina degl’elementi soggettivi, ei dice, è stata da noi detta soggettivismo per denotarla qual vizio radicale del metodo filosofico. Può anche dirsi formalismo, riferendosi alle forme pure di Kant, che sono gl’elementi soggettivi. Noi abbiamo preferito finora la prima espressione per la considerazione, che nelle dottrine attualmente in vigore si abbraccia l'ipotesi degli elementi soggettivi,e non vi si parla di forme. E siccome credono alcuni di non incorrere nell'idealismo di Kant,tuttochè adottano quella ipotesi;noi nel combatterla sotto qualunque aspetto,dovevamo ritenere il nome or generalmente adottato, quello di elementi sogget tivi.Se cifossimoinvecediretticontro ilformalismo, po teasi credere che prendevamo di mira il solo sistema kantia no.Insostanza,ladistinzionedimateriaediformaintal sistema serve a render più potente l'idealismo,che si rac chiude nella dottrina degli elementi soggettivi.Quindi si son messe in disparte le forme kantiane, e si sono adottati gli elementi soggettivi che Kant appello forme. Ecco come da taluni si è creduto evitare l'idealismo kantiano! Per G. adunque il divario fra Kant e Galluppi, ed anche tra Kant e Rosmini,come vedremo appresso, era più dinomeche d'altro. Che cosa ne dirà Acri? checo sa ne diranno tutti quei ciarlatani grandi e piccini,che sen zaaverlettoneppureifrontispizîdelleopereche citano,lo mitriarono vindice della filosofia italiana ? Ai ciarlatani è inutile rivolgere nessuna domanda;al pro fessore Acri domando che cosa voleva dire,quando scrisse a proposito di Galluppi il seguente giudizio ricavato da G. Ma perciò che Galluppi e Kant affermano tutt'e due che questeidee (identità e diversità) sono soggettive es'accordano nelleparole,ne vuoi dedurre che Galluppi sia kantia n o ? Il tuo argomento sarebbe questo nè più né meno: quell'anima le lì è cane; quella costellazione lì è cane: quello abbaia; dunque quell'altra deve pure abbaiare. Se si considera ilpensiero di Galluppi su questo argomento,quantunque non molto lucido e netto, come ha notato quel nostro G. degnodimaggiorfama, sivedesubitochel'idea diidentitàhavalore oggettivoereale, perchènasce dall'i dentità reale dell'io come cosa,non altrimenti che l'idea di unità (Acri, Critica). Quando lessi questa scappata d’Acri, mi misi a ridere: tralasciai pero di tenerne conto nella risposta che gli feci, non volendo entrare nella esposizione di G.,che sa pevodidovere scriveredopo:eccomioraapoternefartoc care con mano la falsità. Stando all'Acri, adunque,quel nostro G. aveva notato benissimo che per Galluppi le idee di identità e di di versitàerano oggettive; chesoltantonellaespressioneave va questi mancato di lucidezza. Ha ACRI (vedasi) letto davvero il Saggio di G.? Io credo, edebbocrederedino, perchè intutt'iquat tro volumi,quel nostro valoroso concittadino d'altro non biasimail Galluppi,pursenzacitarlodinome,che diaver accettato dal kantismo la soggettività de'rapporti, segnata mente poi di questi due d'identità e di diversità. Acri, seavesselettoillibro,non sarebbeuscitoin quella citazione,inesatta non solo,ma assurda ;chi pensi, che G. ad altro fine non scrisse,che a rilevare la medesimezza de'risultati, per rispetto alla realtà della n o stra scienza,si delle forme kantiane, come degli elementi soggettivi di Galluppi. Capisco che Acri potevafar a fidanza con l'ignoranza assoluta de'suoi ammiratori in fatto di storia della filosofia, ma egli non doveva contare per niente,dunque,neppure isuoi contraddittori? Padronissimo di creder lui,che que'rapporti per Galluppi sianooggettivi,ma perchè volertirare dallasua anche G.,che tutta la vita scrisse appunto per dimostrare il contrario? È un po'troppo, parmi. Finchè visse Galluppi, G. non riflni dal com batterne la dottrina, congrandeinsistenzaforse, delche si scusava;ma con profonda convinzione, edopo averne lunga mente ponderato quelli che a lui parevano inconvenienti gravissimi. Nol nominò però mai,altro che una volta sola, e per lodarlo. Morto che e Galluppi, scrivendo egli l'ultima sua opera col titolo di Prospetto della filosofia ORTODOSSA, smette laprima riserva, elocombatte no minatamente . Ripetendo le antiche obbiezioni,egli scrive cosi. Su tutto quel che abbiamo qui osservato intorno alla dottrina della sensazione essenzialmente percettiva, e della soggettività delle idee di rapporto, dobbiamo anoistessiil far noto a'nostri cortesi lettori,che le stesse osservazioni, più estesamente sviluppate,furono fatte di ra gione pubblica, e non abbiam poi cessato di riprodurle in parte,e ripetutamente in varii articoli pubblicati in diversi giornali. Dimodochè rimane fuori di ogni controversia, che G. ha inteso combattere la dottrina di Galluppi su la soggettività de'rapporti, e che ha creduto essere questa dot trina conforme a quella del criticismo. Potrei anzi a g giungere,che la soggettività de'rapporti parve a G. concedere più di quel che Kant medesimo ricercasse:«tutto, egli avverte, si accordava a Kant, anzi ancor più di quanto questiesigea,quando gli si accordava,che le idee di rap porto sono elementi soggettivi. E perchè dippiù? Perchè Kant limitava almenoilnumero delle sue forme; mentre la tesi galluppiana della soggettività spaziava più largamente. Ecco le strette in cui G.  pone questa filosofia.  Finché siritiene,eidice, da'filosofilanatura soggetti vadelleideedi rapporto, restainconcusso ilprincipio,che isensi non possono altrodarcichenude sensazioni. Questo principio o rovescia per intero il sistema sperimentale, o deve ammettersi che tutte le nostre idee sono sensazioni:ad un estremo èilformalismoassoluto, all'altroestremo è il sensualismo. Nelle forme pure dello spirito si modella in ideel'informemateriasensibile,dice ilformalista:tutte le nostre idee sono sensazioni, o primitive o trasformate, dice il sensualista. O Kant,o Condillac:eccoilbivio della filosofia, secondo il nostro filosofo. Perchè questo bivio? Perchè due soluzioni sono possibili, quando non si tien conto di tutti nostri mezzi del conoscere. Questi mezzi sono due :sentire,e giudica re;ridurli entrambi ad un solo,importa o lasensazione tra sformata di Condillac, o ilformalismo kantiano. Formalista è dunque Galluppi, formalista Rosmini ; entrambi costretti ad ammettere tutt'igiudizi come sinteti ciapriori. Se l'idea di identità fosse un elemento soggettivo,come essi opinano,e perciò addizionale alle due idee,il nostro giudizio sarebbe in tutti casi sintetico a priori. Ma Galluppi combatteigiudizîsinteticiapriori,sidi ilcorollario previsto da G.  non lo tocca dun que .Così ragionerebbe chi si fermasse alla buccia delle q u e stioni;noncosì G., ilquale vipenetraaddentro. È una contraddizione, eglidice,dicuiilfilosofonon s'èac corto, perchè la vera dottrina è quella che non dipende dal la intenzione, o dalla professione di fede che fa un autore, ma quellachesifondanellalogica. Avete un bel dire che giudizi sintetici a priori non volerà; Non si è dunque avvertito, che son due tesi contraddit torie, il non esservi giudizî sintetici a priori, e l'essere ele mento addizionale l'idea d'identità ». (loc.cit.).   te ammetterne,quando poisostenete che ogni rapporto è un'identità o totale o parziale ; e quando soggiungete che questa identità è un'aggiunta dello spirito. Quale dottrina contrappone ora G. a quelle del Condillac, e del criticismo? L'uno dice: giudicare è sentire; l'altro, seguito da Rosmini e da Galluppi, diceva:giudicare è aggiungere; G., discostandosi dal primo e dal secondo, dice:giudicare èosservare. Ma prima d'intendere il significato nuovo,ch'ei dà alla funzione del giudizio,necessita ricordare com'egli abbia in teso la sensazione. Né Locke, nè Condillac distinsero abbastanza la sensazio ne dalla percezione ; Condillac anzi le confuse affatto. Alla stessa confusione fu sforzato Galluppi.Tralascio le osser vazioni sui primi due,mi fermo a quelle che vanno dritte contro la spiegazione galluppiana,ch'è lamira principale di G. Due sbagli commette Galluppi,uno di confondere ilsen - timento con la coscienza; l'altro di confondere la sensazione con la percezione. « Il sentimento e la coscienza del sentimento sono nel n o stro spirito cosi abitualmente congiunti,che più filosofi han confuso i due fatti affermando, che sentire ed esser conscio di sentire non sono che una operazione medesima dello spi rito. Confondendo la coscienza della sensazione con la sensazione, non si sono avveduti que'filosofi, che ciò era un confondere il conoscere, il percepire col sentire, con fusione che essi medesimi rimproverano a'sensualisti. Queste due confusioni erano state fatte veramente dal Galluppi,avendoeglicompresosottoilnome disensibilitàin  Il simile si dica della idea dell'ente, che Rosmini aggiunge ad ogni giudizio; su la quale torneremo altra volta.  Sentire il me sensitivo di un fuordime, glidice G., è la più forzata contrazione, che potea darsi all'e spressione del fatto di coscienza. L'industria adoperata da Galluppi per nascondere questi giudizî elementari e primitivi proviene,a parer del nostro fi losofo, dal perchè egli li aveva tenuti per sospetti di sogget tivismo.Questo medesimo motivo lo indusse ad ammettere le sensazioni oggettive, senza bisogno di spiegare il passag gio dal sentire al percepire . Leibniz e d'Alembert, entrambi geometri, e prima di loro anche il Malebranche, avevano riconosciuto il bisogno di spiegare il passaggio dal me (cf. GRICE, PERSONAL IDENTITY) al fuor di me: i due primi avevano anzi proceduto più avanti,additando come mezzo l'induzione; Galluppi tagliòcorto, negò ilproblema stesso; affermando non esservi luogo a passaggio, quando la sensazione coglie immediatamente l'oggetto. Doppio sbaglioadunque da parte di Galluppi: primo, aver disconosciuto igiudizî primitivi;secondo,aver rifiutato,per la conoscenza del mondo esteriore, il soccorso della induzio ne . Contro i giudizî lo aveva prevenuto la dottrina kantiana de'rapporti soggettivi ; contro l'induzione,il presupposto che nessun'abitudine posteriore avrebbe potuto fare ciò che un atto primitivo non aveva potuto.Se una prima sensazio ne non mi fapassare all'oggetto esterno,come, diceva il Galluppi, mi ci potrebbe abilitare una seconda od una terza? Eppure de'giudizî abituali che si frammischiano alle sensa zioni aveva toccato prima Malebranche, poi Condillac ;  - terna il sentimento e la coscienza del me; esottoil nome di sensihilità esterna la sensazione e la percezione . Perchè dal sentimento si va daalla coscienza, edallasen sazionealla percezione ci vuole il giudizio; non il giudizio galluppiano che aggiunga rapporti soggettivi, ma ilgiudi zio che osserva,ed osservando distingue i rapporti reali delle cose. e della forza dell'abitudine Hume, e della efficacia della in duzione avevano accennato Leibniz e D'Alembert! G. riassume e tesoreggia isaggi de'suoi prede c essori, e li compi e così . associazione adunque spiega l'origine : l'induzione as sicura la realtà; come si può assicurare, beninteso, una ve rità contingente, la quale non esclude mai la possibilità del l'opposto. Coloro i quali han posto mente alla sola abitudine fonda ta su l'associazione,han detto :ma qual garantia ci porge ella della sua realtà ? Così son rimasti nel circolo descritto da Hume. G., s chi vale prime e le seconde difficoltà, e formola il processo genealogico cosi: l'associazione comincia, senza badare alla realtà;l'induzione legittima ciò che trova, senza doversi brigare del cominciamento. In siffatta guisa il nostro filosofo fa capitale di tutt'i saggi parziali tentati prima di lui, licollega, liordina, licompie uno con l'altro :la sensazione e igiudizî abituali, intrave duti da Malebranche e da Condillac ;l'osservazione, indefi nitatralemanidi Locke, edalui meglio precisata; lamas sima aurea del criticismo:pensare è giudicare ;la virtù dell'abi tudine,messa a rilievo da Hume;la induzione accennata da Bacone in generale,additata da Leibniz e da D'Alembert a  scenze provvisorie. La sensazione dà iprimi dati, il giudizio osserva i rapporti chevisonocontenuti; l'associazione delle idee ci for nisce leconoscenze prime concernenti ilmondo esterno,in via provvisoria ;l'induzione,più tardi,legittima le cono Gli altri,invece,ponendo mente alla tardiva comparsa della induzione, hanno osservato, come Galluppi: ma la induzione vien troppo tardi a farmi passare alla realtà ester na,richiede troppi congegni,troppe industrie,dicuil'in fante non si può supporre capace. proposito della conoscenzadelleveritàdifatto.Bacone,di fatti,dicendo:sensus tantum 'de experimento, esperimen tum de rejudicet,aveva enunciato un canone applicabile piùaifenomeninaturali, chealnostromodo diconoscerli: l'applicazione speciale alla nostra conoscenza si deve a'due geometri filosofi, cioè a Leibniz ed ad Alembert. La storia intanto invece di attribuire agli anzidetti filosofi la debita lode di essersi accostati sempre più alla soluzione delproblema delconoscere, ricorda le macchine artificiose de'lorosistemi,l'occasionalismo, l'armonia prestabilita,e simili deviamenti dalla salda filosofia. Galluppi poiagli occhisuoihailtorto non solodinon aver profittato de'saggi antecedenti, ma di essere indietreg giato anche al di là di quel che aveva avvertito ilCondillac. Questi aveva ritenuto per obbiettivo, o percettivo il solo tatto: Galluppi estese l'obbiettività a tutti i sensi, occultan do la difficoltà invece di scioglierla.La realtà oggettiva de gli esseri esteriori,ei dice,ha bisogno di essere legittimata: ciò che non veggono alcuni odierni scrittori,iquali sup ponendo naturalmente percettivi dell'oggetto esterno i nostri sensi, credono con ciò avere abbastanza legittimata la realtà dell'oggetto esterno. Galluppi diffidando di tutto ciò che ci viene in origine per mezzo de'giudizî, trasporta alla sensazione quanto im mediatamente siapprende con l'atto del giudizio. Ei non s'accorge che c'è una contraddizione manifesta tra la realtà oggettiva delle idee e la natura soggettiva de'rap porti  Ondechesquadrilaquestione, G. torna,edin siste sempre su questo vizio radicale della dottrina gallup piana;vizio che apparve chiaro in Kant,e che in lui rimase occulto per aver dichiarate oggettive leidee,contraddicendo alla loro provenienza. In Galluppi rivive la tesi del concettualismo, che il n ostro filosofo combatte aspramente; in Galluppi, e più anco ranel Rosmini.G. fautore del realismo,non del platonico però,spende molte pagine nel rilevare gl'inconve nienti del concettualismo medioevale,e più del moderno;ed in questa disputa,trattata largamente in una rassegna appo sita pubblicatail1850, eidifende SanTommaso dallataccia di concettualista, ed impugna la somiglianza che SERBATI vuol trovare tra la sua teorica dell'ente possibile, e quella d’AQUINO. Di questa particolare ricerca diremo appresso : continuiamo intanto ad avvertire, con la scorta di G., le lacune ch'egli addita ne'sistemide'suoi avversarî. La critica dello stato attuale fu fatta maestrevolmente da Kant. G. è larghissimo di lodi al fondatore del Criticismo, filosofo per questo verso inarrivabile. Della origine però il criticismo non occupossi, dichiarandoaggiunti a prior itutti quegli elementi, di cui gli pareva arduo rintracciare la ge nerazione. Quanto sitoglieaiverimezzi diacquistar cono scenze, tutto si attribuisce ad una supposta origine a priori, a questo vasto serbatoio di tutte le perdite dell'analisi . Cosi, con una similitudine arguta,ei battezza per vere lacune, per difetto di analisi ogni forma a priori. Nella stessa maniera han combattuto,dopo di G., l'apriori ifilosofi po sitivisti. Siricasca inquesto metodo dunque,sempre che, abbandonata lagenesisperimentale, siricorre allospedien te di addizioni di forme pure; sia qualunque ilnome con cui si travestiscano. D'accordo col criticismo, dice G., che la conoscenza risulti da sensazioni e da giudizî; ma giudicare, per me, semplicemente osservare,e non è punto aggiungere. La veduta èprora quando siosserva nell'oggetto,non già quando  - Il metodo daseguire, nelproblema dellaconoscenza,era questo: esaminare lo stato della coscienza, qual'è attualmen te;risalirealle origini delle idee che ora vitroviamo;legit timarne la realtà.   O si aggiunge dal soggetto. Aggiunta chel'avretevoi,non è più da discorrere della sua realtà. Sicché delle tre analisi da fare, Kant fece benissimo la critica della coscienza attuale; arrestossi per via nel rintrac ciare le origini della coscienza primitiva;e conseguentemen te non potè legittimare la realtà della nostra scienza. La realtà della scienza è collegata con la dottrina del giu dizio:se questo è una mera osservazione,la realtà è assicu rata; se,invece,è una funzione addizionale, la realtà non si può a nessun patto legittimare. Ed ora noi siamo perfettamente in grado dicomprendere, perchè G. combatta con tanta insistenza la filoso fia di Galluppi, ed insieme di valutare,quanto poco la mira di G.  sia statas corta da quellichenehannofinora discorso. Egli ritorna spesso su la critica da noi esposta, con una prolissità,ch'è stata non piccola causa dell'esser passatainavvertita, perchè dileggereiseivolumi delle sue opere i più si sono sgomentati. Il significato però di tutta la sua discussione si può ridurre a quest'alternativa in cui egli trovòimpigliatala ricercadellaumana cognizione: gliuni avevan detto con Condillac: giudicare è sentire ;gli altri a vevan ripetuto con Kant :le idee di rapporto sono elementi soggettivi: egliavevarisposto: è falsal'una el'altraspiega zione. Il giudicarenon èsentire,ma osservare; irapporti sono oggettivi,non soggettivi. Galluppi intanto, destreggiandosi tra le due spiegazioni, aveva di ciascuna ritenuto una parte.Pur discostandosi dal la dottrina condillachiana, pur distinguendo ilgiudiziodal la sensazione,aveva però ammesso de'rapporti, iquali era no sentiti:tali erano il rapporto tra modificazione e sostan za,ed ilrapporto tra effetto e causa. Similmente,pur promettendo divolersi appartare da Kant, pur professandosi fedele al metodo sperimentale, aveva accettato due rapporti come soggettivi affatto,quello d'identi tà,e quello di diversità. La sottile e giusta critica di G. aveva messo in e videnza le due capitali contraddizioni della filosofia di Galluppi.La consapevolezza piena,profonda,ch'egli ha delle obbiezioni mosse al suo grande avversario, ve lo fa insistere forse soverchiamente ;ma non senza rivelare una grande perspicacia di mente nell'applicazione che ne fa alle singole questioni. L'idea di azione,di connessione,egli scrive,è idea di rapporto;eirapportisigiudicano,non sisentono.Sièdi menticato in questa occasione,che una sensazione non è più che una nostra modificazione, e per se stessa non può darci altra idea che quella di un particolar nostro modo di esistere. L'anno appresso, che G.  finisce la pubblicazione del suo Saggio, cioè, un dotto abbruzzese, Colecchi, pubblicava in due volumi le sue Quistioni filosofi che,e vi rifaceva lacritica di Galluppi,muovendo da un criterio opposto a quello del nostro G.,ed intanto somigliantissima nel significato. Il Colecchi segue la filosofia kantiana nel concetto fonda mentale, ma senediparteinmoltiparticolari.Riduceleca tegorie tutte quante a quelle di sostanza e di causa; le deduce non già dalle forme del giudizio, come aveva fatto Kant, ma dalle anzidette nozioni di sostanza e di causa, congiun te con quelle di spazio e di tempo ; rifiuta lo schematismo kantiano, che gli parve complicato, e superfluo ; e finalmen te crede, che la realtà della nostra scienza non ne sia punto compromessa. Colecchi adunque biasima Galluppi d'incoerenza per averammesso alcuni rapporti oggettivi, edaltrisoggettivi; senonche, invece disoggiungere com G: dove vateri tenerli tutti per oggettivi, corregge lacontraddizione   io galluppiana in un modo opposto, soggiungendo: dovevate ammetterli tutti per soggettivi. Tralasciando ora le modificazioni arrecate da Colecchi alla filosofia kantiana, eraffrontandolesueobbiezioni contro Galluppi in ciò che s'accordano con le altre antece dentemente mosse dal nostro G., citiamo in compro va testualmente le parole del filosofo abbruzzese,perchè il lettore ne vegga l'accennata somiglianza. Dopo aver egli ricordato la soggettività de'rapporti d'i dentità e di diversità ammessa da Galluppi contro di Locke, continua così. Posto ciò si domanda ora:se rispetto a quelle idee che sono un prodotto dell'analisi che le separa da'sentimenti, e che sono perciò oggettive,venga lo spirito assistito o no dalledue ideed'identitàedidiversità?seno,nonpotràegli separarle punto dai sentimenti;perocchè un bambino puran che ne ha bisogno,per distinguere lasua nutrice da uno stra niero;e tale distinzione è fuor di dubbio un atto di analisi : se sì, le due idee d'identità e di diversità devono precedere le sensazioni:sono dunque per anticipazione,ed anteriori ai sentimenti; e perciò nell'ordine cronologico delle nostre co gnizioni non possono essere posteriori alle sensazioni, ne presupporle come condizioni indispensabili.Come dunque so stenere: che ogni nostra cognizione incomincia con l'analisi, e termina con la sintesi, se per fare qualunque spezie di a n a lisi,ha bisogno lo spirito delle due idee d'identità edi diver sità,le quali, per avviso del nostro autore, sono un prodotto della sintesi che le aggiunge ai prodotti dell'analisi? Quistioni filosofiche, Napoli. Potreicitarealtri luoghi, concui COLECCHI (vedasi) nota il di  un li ne ato Biasima inoltre Galluppi di aver detto che sono soggettive solo leideedirapporto,perchèegliammette leideedi spazio, ditempo,disostanza,dicausa,sottoilnome dileggi della intelligenza,che sono soggettive,senza essere rapporti. verso valore che debbono avere nella ipotesi di Galluppi le idee di identità e di diversità quando si applicano o agli o g getti dellamatematica, o aquelli della sperienza; ma usci reifuoridelmiotema. Amepremeasso dare chele contraddizioni, in cui s'era avvolta la filosofia galluppiana per manco di coerenza,erano state rilevate con mirabile acume da G. e da Colecchi. FERRI (vedasi), il quale scrive due grossi volumi sulla storia della filosofia italiana, non trovòaltro spazio per ricordare idue anzidetti nostri filosofi, che questo, occupato dalle seguenti parole: « Il faudrait enfin mentionner les écrits de G., e de COLLECCHI (vedasi), Napolitains, qui, tout en modifiant, ou en combattant Galluppi, n'ont cependant pas dépassé le point de vue de l'expérience ou de la philosophie critique. Essais sur l'histoire etc.. Certo così FERRI (vedasi) non si compromette. En modifiant, en combattant, sono frasi tanto diplomatiche che par che dicano, e non dicono. G. modifica Galluppi, COLECCHI (vedasi) lo combatte: ci ho gusto : sta bene; ma che cosa han detto? Questo è il punto; e su questo, silenzio perfetto.E poi G. non l'ha punto modificato, l'ha combattuto pure : l'avesse combattuto, qual lume si ricaverebbedaquestemezzeparole? Nonerameglioconfes sare di non averne letto sillaba ? E perchè non occuparsene? Forsechè erandameno ditanti altri? Io,peresempio,sen za far torto a nessuno, e salvo la disparità per altri riguar di,trovo più ingegno filosofico in G. e nel Colecchi, che non in ROVERE. L'ho detta grossa? Chiedo scusa a tutti quelli che ne prenderanno scandalo ;certo di aver con mecoloro, che sen'intendono davvero; eche intendendo sene ardiscono dire il proprio parere. Del silenzio su Colecchi Ferri si scusa quasi,scri vendo in una nota così. Les écrits de Collecchi dispersés dans les recueils litté raires n'avaient pas encore été publiés en un seul corps il y a quelques années, Pardon, .Ferri: gliscrittidel Colecchi furono stampati in due volumi, che io ho qui sul tavolo, ed hanno questaindicazione: Napoli, all'insegna di Manuzio, Carrozzieria Montoliveton. Qualgiro di anni comprendete voi nell'il y a quelques années ? Venticin que non vi bastano? E perchè non una parola su G., che doveva es servi noto,poichè ne registrate ilSaggio nell'indice delle opere filosofiche pubblicate in Italia in questo secolo ? Forse non entrava nel disegno vostro, ch' era di d e scrivere il pensiero italiano tutto inteso a cercare ciò che poi ha finalmen te trovato, l'idealismo temperato ? ed allora perchè accusare diparzialità Spaventa, cheavevatrascuratinon soquali filosofi, indotto dal suo criterio hegeliano ? Ma passiamo oltre, avvertendo soltanto, poichè siamo su questo argomento, che il cognome di G. non va scritto “G.”; e che Colecchi non va rinforzato come l'ha rinforzato Ferri, che lo scrive Collecchi. Sarebbero minuzie, se non attestassero la poca diligenza nello scrivere la storia. Morto chefuil Galluppi, G,, benchèricordiqua e là gli sforzi sostenuti nel combatterne le dottrine, rivolge però altrove la propria attenzione. Ne'discorsi pubblicati ei se la piglia con la filosofia,che in Italia aveva preso ilsopravvento,echenonsicuravadinascondereildispre gio in cuiteneva l'esperienza.Oramai non si tratta più di scoprire un Idealismo,tutto studioso di occultarsi sotto il nome difilosofiasperimentale, com'erastatoilcasodel Galluppi, ma di combattere un Idealismo che si presentava alla svelata, eche,sottonomi diversi,s'eraguadagnate lementi della nuova generazione. G. comprende tutti questisistemisotto un nome solo,sottoquello difilosofia spe culativa . Traquestisistemiperò,secondolavaria importanza,al cuni combatte più acremente,altri accenna soltanto.Accen na pure del consenso del genere umano du Mennais, del tradizionalismo di VENTURA (vedasi). Del primo un po'più distesa mente, perchè s'accorda col sistema di Gioberti nel rifiu tare la testimonianza e l'autorità della coscienza subbiettiva. Quanto a VENTURA (vedasi), poco seguito trova in Italia, nè merita importanza, nè G. glie ne dà molta. Mente severa, educata alle scienze matematiche, G. la giustizia sommaria di tutti questi sistemi in un fa scio,ai quali a suo avviso mancava e la base solida, ed il rigoroso ragionamento. «Una volta,eiscrive,erascrittoall'ingressodellascuo. la:nemo accedat, nisigeometra; igiovanetti oggi leggono: nemo accedat,sigeometra.E non hanno torto, perché ove si tratta di creare enti, o di manifestazioni del Dio-Cosmo, e di ispirazioni,e di intuiti,o di nuove logiche trascenden tali,non può esservi luogo pe'geometri:non è arena per le loro forze ». Ce n'è per tutti, come si vede, e non risparmia né i si stemi tedeschi,nè i francesi,né i nostrani ;ma vediamo quali obbiezioni particolari muova a ciascuno; e basterà ac cennarle,perchè oramai abbiamo abbastanza conosciuto il suo criterio. « Più dilettevole trattenimento ci dà Mennais nel ravvisar per ogni dove un riflesso del d o m m a religioso ; che Contro del La Mennais nota che la ragione umana collet tivaèun'astrazione,che solo l'individuo esiste;e quindi il consenso universale non ha altro valore, che quello degl'individui, da cui proviene. Con non dissimulata derisione trat ta poi le spiegazioni fantastiche de'fenomeni naturali per mezzo del domma. Punzecchiando Gioberti, siricordadelGalluppi,cheper liberarsida ogni molestia sularealtàde'corpi,concepi ob biettive le sensazioni, e scrive . Le sue celie su la commodità di questi spedienti sono fre quenti;senoncheglisembra che nègl'intuiti,néleispi razioni, nè gli istinti, nè le idee inerenti allo spirito, benchè talvolta simulino l'evidenza,bastano però a surrogarla pie namente. Se G. tralascia gl'influssi divini, cið avviene perchè il Mamiani non li aveva ancora escogitati. Ma torniamo agli appunti ch'ei muove al Gioberti. Come ! eidice,l'intuitoèpresente,enon sivede!È ecclissato,sirepli ca,estabene;ma comeunmotivofinito basta adecclissarlo? G., per questo inesplicabile ecclisse, s 'insospet d'altronde doveasi toccare con più rispettoso contegno. Fino ne' sette colori del prisma scorge il ternario, da che tre soli secondo l'autore sono iprincipali. Che cosa avrebbe detto G.,se avesse letto la Vita di Gesù Cristo da Fornari ? Gioberti si studia di sostenere col ragionamento la dot trinaquasiispirata di Mennais: G. rendegiu stizia al filosofo italiano,nè lo confonde con l'autor dell’Abbozzo. Eccoperòlasommadegliappunticheglimuove. Gioberti, perlui, esclude ogni analisi delle idee, eper dispensarci dalle minute inchieste psicologiche, ci accorda l ' immediata veduta delle idee divine. Certamente, ripigli a G., eivalmegliocontemplarlenellalorointegritàri flesse dal lume divino su le parole, che attentarsi di rima neggiarle con profana analisi ! « Per togliersi da ogni impaccio basta oggi il dire : io sento i corpi esterni, le mie sensazioni sono percettive de'corpi esterni;ovvero per risolvere con un solo atto tutte le qui stioni di ontologia e di psicologia : io intuisco il creato,il creatore,el'atto creativo!»   tiscedellaesistenza dell'intuito.E poi,esso nèsipuòvedere dalla coscienza,nè dimostrare dalla ragione, come fare dun que a verificarlo? Nè più plausibile è ilsussidiochedovrebbearrecarelapa rola, affinchè dall'intuito si passasse alla riflessione. Il potere della parola, dice G, è misterioso: non circoscrive l'idea,su la quale non ha presa n è punto nè poco ; e non accresce la nostra facoltà intellettiva. Sicchè, tutto ragguagliato, ilGioberti cilasciacon una virtù intellettiva in potenza, e con una riflessione a nude parole. Dove però G. va più addentro nel sistema giober tiano,è,a parer mio,nella seguente osservazione. Ma la ricerca fondamentale, dicuisièsempre taciuto, concernelapossibilitàdella visione in Dio. La stessanonè solamenteunfattogratuitamentesupposto,ma neppurciè dato sapere, se un essere può vedere le idee di un altro es sere. Questa obbiezione di G. equivale a quella dello Spaventa,quando osservava,che l'Ente veduto dall'intuito giobertiano non può essere uno spirito. Diciamo ora della critica di Rosmini. Della teorica rosminiana il nostro filosofo s'era occupato nel Saggio ; ci torna di poi nelle opere posteriori alla morte di Galluppi con più larghezza. G. continua:vedere le idee in Dio, presuppone assodato, cheIddioleabbia;ora,cheilmodo dellacono scenzadivinanonsiaconformealnostro;echequindinon si faccia per idee molteplici e rappresentative, pare più ac cettato dalla filosofia ortodossa . E qui riscontra la dottrina giobertiana non solo con quella di Malebranche, ma con quella di Agostino,e non la trova somigliante,e quin di non la tiene per ortodossa. Nel Galluppi G. aveva combattuto il concettualismo, aveva combattuto l'asserzione, che le nostre idee non siano rappresentative.A proposito del Rosmini ripiglia la controversia del concettualismo . Il concettualismo si fonda su la subbiettività de'rapporti, onde risultano le idee:contro ilconcettualismo adunque ba sta contrapporre questa sentenza di san Tommaso : relatio nem esserem naturae. Or qual dottrina segue SERBATI? Forse quest a dell'Aquinate, fondatasulpiùschiettorealismo? No; nesegueuna ambigua, e per tal ambiguità cerca tirar dalla sua l'autorità d’AQUINO. L'ente ideale di Rosmini, dice G., è bifronte; da un lato offre l'idea universale di esistenza, dall'altro un ente esistente. Basterebbe questa profonda osservazione, per dimostrare diquantaperspicaciafossefornito G.; ma egliva più in là ancora,ed addita un riscontro, che rivela la forza della sua critica. « M a, ci si dirà, qui non trattasi di una esistenza sostan ziale, o di accidenti di una sostanza, bensi di una esistenza ideale, qual può competere ad una idea.Si,ciò ricorda l'Idea di Hegel, con la differenza che questa contempla sè stessa, e l'idea universale di esistenza è l'oggetto contemplato da tutte le intelligenze, differenza che gli hegeliani farebbero sparire.Quanto allanaturadellaesistenza, l'entedi Rosmi ni non è meno lucido e trasparente, che l'Idea hegeliana, perchè altro non è che l'idea di esistenza, o la possibilità  Sipongaormente,eglidice, cheiduepuntimessia maggiorrisaltonelnostro librosono:che ilconcettuali smo è la causa principale delle deviazioni della filosofia,e la grande abilitazione de'sistemi speculativi;  che AQUINO, tenendosi immune dal concettualismo,ha felicemente seguito il metodo di pura osservazione ». dell'esistenza,come lo stesso Rosmini ripetutamente va ri cordando a'suoi lettori. Se quindi si ammette una esistenza attuale e indetermi nata;attuale e non reale; se si ammette la possibilità dell'e sistenza essere un'attuale esistenza,si avrà il caso proprio di una identità de'due contrari. Esperimenti della filosofia speculativa, Napoli, Rassegna). Ho notato l'ultima conclusione di G., perchè il lettore rifletta su la somiglianza da lui additata tra l'Ente rosminiano,e l'Idea dell'Hegel. Quando SPAVENTA (vedasi), dopo di G., e senza sapere forse delfilosofo calabrese, lecuiopere, specialmente leul time,erano rimaste sconosciute,mise in rilievo con più larghezza quel riscontro, la cos aparve strana, e ci si vide uno stiracchiamento forzato de'sistemi in servizio di un criterio preconcetto.Piùtardi,coloro chesieranoarrogatalarap presentanza della filosofia italiana, levarono lavoce,epro testarono contro il malvezzo di voler far parere la nostra filosofia un'imitazione della filosofia tedesca. Sietematti,si dice ! Galluppi critico! SERBATI idealista! Le son cosedaridere: voiconfondeteitipicon gliectipi;voi non sapete che in Italia c'è un'abbondanza straordinaria di tipi, e che voi altri li sfigurate barbaramente per poterli tramu tare in ectipi. Questa brava gente,veramente tipica,ignorava,che ilri scontro era tanto poco sforzato, da esser apparso manifesto ad un filosofo, il quale non era punto tenero della filosofia tedesca,e che di tutto si poteva accusare, salvo che della smania divoler costruire la storiaapriori. G., difatti,aveva a chiare note, e con grande insistenza,segna latoilkantismonelsistema di Galluppi; econ menodiffu sione,ma con non minor chiarezza,l'hegelismo nel sistema di Rosmini. Oh!come dunqueivindici,glistoriografi,i rappresentanti dellafilosofiaitalianaignoravanotuttalacri tica che si era esercitata nel nostro paese su la nostra filo sofia nazionale? Ma torniamo a Rosmini. G., dopo avvertita l'ambigua natura dell'ente rosminiano, dopoaverbiasimatoil Rosmini dinonaverte nuto fermo in una sola e medesima sentenza, di averlo una volta chi amato un lume datoda Dio, un'altravoltaillume divinomedesimo, eidimostra uguale accorgimento nelrile vare altri difetti. L'origine delle nostre idee è doppia,una l'idea dell'ente, l'altra lapercezionesensitiva; ma G. s'accorge, che la vera sorgente,l'unica sorgente rimane quest'ultima, e domanda. A che serve il contrarre l'espressione di quanto si vuol che noi percepiamo immediatamente con una sensazione? Il participio sostituito al verbo potrà mai avere ilvalore di nasconderei moltigiudizî, chesicontengono nella formola «enteagentesuimieisensi»? Il participio sostituito al verbo è difatti il ripiego della ideologia rosminiana: G. ha colto a maraviglia.  La percezione sensitiva, ei continua,è,o no, un atto del pensiero? Se lo è,siavrà un pensare identico alsentire; senonloè, siavràunapercezione, allaqualeilnostrospi rito non pensa !O cade in sensualismo, o è nulla pel nostro pensiero. La percezione sensitiva adunque non si vede in che diver sifichi dalla sensazione, posto che in lei non debba concorre re traccia di pensiero: nè molto proficua è la ragione, che il De Grazia chiama potenza terza e neutrale. Non è intellet to,non è senso:applica ildato dell'intelletto ai dati della sensibilità; d'altro non brigasi;ma chimallevaallorala realtà ?Non l'intelletto che ha da fare col possibile ; non il senso che non può cogliere altro che nostre modificazioni. La capacità di sentire e la facoltà di percepire sono due potenze così differenti,che dee tenersi per ugual controsenso l' attribuire la percezione alla sensibilità, e l'attribuir la sensazione all'intelletto. SERBATI con la percezione sensitiva attribuisce al senso più che la costui capacità non comporti ; ricasca quindi nel difetto di Galluppi, che fece la sensazione immediatamente percettiva.A questo sbaglio ecco tener dietro un altro,che a noi piace riferire con le stesse parole di G. Un'altra opinione sui generis è di ammettere nel fatto la percezione immediata del nostro essere, e dell'essere ester no, m a il fatto aver bisogno di venire autenticato da una idea innata, per quanto concerne la vera esistenza, perchè altri menti quella da noi appresa nella coscienza potrebbe dirsi apocrifa ! Meglio non poteasi rilevare la superfluità dell'ente rosmi niano,dopoaverammesso lapercezionesensitivapercoglie re l'esistenza immediata e reale. Come impugni G. le interpetrazioni date dal Rosminialsistemadi san Tommaso vedremoaltravolta; chè tal ricerca non è semplicemente storica,e meglio si collega allaesposizione della dottrina del nostrofilosofo,ilquale altro non pretende di aver fatto, che di aver rinnovata la filosofia del sommo Aquinate,stata per tanti secoli o scono sciuta o frantesa. Venghiamo al giudizio su l'Hegel. Già per G. tutt'i sistemi nati in Germania dopo del Kant sono « romanzi filosofici »;questo d'Hegel fra gli altri, anzi a capo degli altri. Ignaro della lingua tedesca,egli tanto sa de'sistemi tede schi, quanto ne ha appreso dal libro di Ott,ch'era stato pubblicato a Parigi. Non è da recar maraviglia adunque,  A G. non isfugge nessuno dei tortuosi giri dell'ideo logia rosminiana. s'ei qui non possa penetrare sempre addentro nel pensiero dell'Hegel,come ha fatto coi filosofi francesi, e coi nostri. Onde,mentre lasuacritica della filosofia del Galluppi,del Rosmini edelGioberti, benchèprolissaestemperata,abbon da di osservazioni sode e profonde, la critica dell'Hegel rie sce monca e superficiale. A lui mancava la cognizione pie na ed esatta del sistema; pur tuttavia di alcuni appunti non sipuò ameno diammirare lasagacia,elaserietà. Attraverso alle incertezze di una esposizione,dove trovan luogo metafore più proprie ad abbuiare un concetto,che a lumeggiarlo,èdifficilecogliere ilsignificato genuinodiun sistema . Così a G. il divenire hegeliano sembra uno strofinamento dell'essere col non-essere. Par che baleni il sospetto di qualche alterazione a G. stesso,ma tosto si ripiglia, ed afferma che « si può esser sicuro che le pro posizioni fondamentali della Logica hegeliana non valgono in tedesco più di quel che valgano in italiano o in qualsiasi lingua ».Una tal sicurezza veramente fa un poco a calci col metodo d'osservazione adottato dal nostro filosofo. Il quale se avesse conosciuto iltedesco, si sarebbe accorto che non trattavasi nè di movimento, nè molto meno distrofinamento. L'accusaperò, chemuove allaLogicahegelianadiessere un sistema di rapporti senza termini,è molto più fondata. Senonchenella Logica,itermininonsonoenonpossono essere altro,che relazioni anch'essi ; ma non è vero però, ch'e i siano un mero niente, e che tutto il processo hegeliano riesca al postutto ad un movimento da niente a niente. Cotesta esagerazione è in lui derivata dal non aver compreso bene il valore del Nicht - sein, che non egli soltanto, m a parecchi si sono incaponiti ad intendere per un bel nulla. Fisso in questa interpetrazione, ei continua a biasimare questo modo di far della scienzaun tessuto disiedino, lontano da ogni realtà salda,e solo conveniente a quella fi losofia,che riduceirapportiapurevedute dellospirito.Qui, come si può scorgere,ei non vuol lasciarsi fuggir l'occasio ne di scagliare un'altra frecciata alla tanto combattuta filo sofia di Galluppi, accennando la simiglianza che corre tra la soggettività de'rapporti e l'Idealismo trascendentale,che poi siassolvette nell'Idealismoassoluto. G. confino accorgimento perseguita il suo illustre avversario sino alle ultime e non sospettate conseguenze del suo principio. Un rapporto ideale senza i termini è appreso dalla nostra mente, se si ammette la supposizione che i rapporti sono pure vedute dello spirito, alle quali nulla corrisponde nelle cose. Hegel è agl’occhi di G. un elevato e perspicace filosofo, ma il suo sistema è una perpetua ironia. La sola istruzione che se ne puo cavare è quella di capacitarsi dell’impotenza della filosofia speculativa a cogliere ed a spiegare la realtà. Ecco dunque l'istruzione che Hegel ci dà in forme le più solenni: volete voi passare dal cerchio delle idee astratte al mondo reale ? vi è forza porre innanzi tratto, che il reale è lo stesso che l'ideale! In altri termini, dalle idee astratte non si può derivare la realtà. E questa massima può servir di lezione pe'tentativi, in cui con minori proporzioni, o più propiamente, con meno di purità speculativa, si vuole maneggiare il metodo ontologico. I due principii che lo informano sono l’idealismo, e la con traddizione. Dall'uno il sistema hegeliano piglia le prime mosse. Coll'altra procede avanti. Che cosa se ne inferisce? Questo soltanto, che il concettualismo è falso. Ma la vera filosofia rimane illesa dai suoi colpi. Il valore che G. attribuisce ad Hegel è lo stesso, benchè egli nol dica espressamente, di quello che Socrate ha verso la sofistica. L'ironia socratica svela le contraddizioni della sofistica, come l'ironia hegeliana tira le ultime conseguenze del concettualismo. Hegel, secondo il giudizio di G., addito il rimedio contro le forme subbiettive del criticismo, deducendo da quelle pre messe, che dunque i fenomeni del pensiero sono la sola verità assoluta. Tutta la storia della filosofia si spiega, adunque, e si rannoda intorno al problema della conoscenza. Tre domande si possono fare. Qual è lo stato presente della nostra coscienza? Qual è stata la sua origine? Qual è la sua realtà? Il criterio con cui il nostro filosofo giudica tutt'i sistemi è il seguente, ciò che la nostra mente vede in un fatto o è realmente nel fatto o la nostra veduta è su tal riguardo illusoria. Da un lato adunque c 'è il realismo, a favore del quale egli si schiera. Dall'altro lato il concettualismo, che pigli a diverse forme, finchè non diventi idealismo assoluto, ossia l'ironia hegeliana, che mette a nudo le coperte magagne de'sistemi antecedenti. Benchè i sagi di G. sono piuttosto polemiciche dottrinali, pure in essi,e nel saggio principalmente, si scorgono le linee di una soluzione del problema genealogico delle idee. G. fa consistere in questa soluzione tutta la sostanza della filosofia. Ma a lui la genealogia non ha lo stesso significato che ha a BORELLI (vedasi), dal quale tolge probabilmente il nome. BORELLI (vedasi), quasi al modo stesso che fa Spencer, studia la genesi del pensiero sotto l'aspetto fisiologico – cfr. Grice on psycho-LOGY, bio-LOGY, fisio-LOGIA. G. si arresta ai tre fe nomeni primitivi del sentire, del pensare, e del volere, e di quivi soltanto piglia le mosse. Qual è ora per lui l'immediato, o il fatto primitivo sul quale riposa la filosofia sperimentale? GALLUPPI (vedasi) risponde: questo immediato è il sentimento del me (Grice, Personal Identity) e del fuor di me. G. risponde: il vero immediato è il sentimento del me – Grice, Personal Identity -- solo. Questa prima discrepanza si può dire la origine di ogni divario che corre tra la filosofia de due filosofi calabresi. Entrambi vogliono partire dalla esperienza immediata, ma i limiti di questa immediatezza non sono tracciati al modo medesimo. Il metodo d'osservazione, dice G., ci guida a riconoscere che il campo dell’immediata percezione – cfr. Grice, The Causal Theory of Perception -- di fatti reali è la sola esperienza interna, ove l'oggetto è in noi, è la nostra esistenza, e quanto apprendiamo nelle nostre maniere d’essere. Gl’oggetti esterni non sono esposti alla immediata nostra percezione, ma noi li percepiamo col mezzo di più atti mentali. Questa confusione sembra al nostro filosofo tanto più inescusabile in GALLUPPI (vedasi), quanto più questi si è chiarito contrario alla tesi della sensazione trasformata. Potrebbe mai credersi, ei dice, che mentre Galluppi combatte avivamente il principio sensualista, giudicare è sentire, poi ritiene che il sentire è una speci e del pensare? G. scorge manifesti gl'inconvenienti della spiegazione galluppiana, e li addita così. Quando si ammette che le realtà esteriori sono dano i sentite, e che poi l'analisi, distinguendo i sentimenti che da prima sono confusi, ci dà le idee, non si può sfuggire alla conseguenza che dette idee non sono altro che sentimenti distinti. L’analisi non ha cangiato la loro natura primitiva. Tutto il capitale della esperienza esterna è costituito da ciò che si sente, e da que'rapporti che il nostro spirito ha in pura sua seduta, ma che non sono nelle cose. Si fatte conseguenze vengono poi confermate ed ampliate con essersi detto che la coscienza – Grice, Personal Identity – è la sensibilità interna, cioè All'acume di G. non isfuggi la conseguenza che porta il principio galluppiano. Se la realtà esteriore è colta immediatamente, dunque il sentire è lo stesso che il percepire – Grice, POTCHING --; è lo stesso, che il pensare – Grice, COTCHING. Galluppi sen'è aperto con molta chiarezza. La sensazione, per lui, suppone l'oggetto sentito – Grice, VISUM -- come il pensare suppone l'oggetto pensato – Grice on J. L. Austin and the ‘that’-clause --. Il sentire è dunque una specie del pensare. Sentire e pensare non sono più due fenomeni primitivi, ed irreducibili, come G. sostiene. la conoscenza de'fatti interni è sensibilità. Vedesi quindi che con questi principî il sentire [Grice SENSING, PERCEIVING, AND KNOWNING – ed. Schwartz -- non è distinto dal pensare. Gl’estremi, tra cui si studia di librarsi G., son questi due. Da una parte quello che raccorcia la portata della coscienza – il me di Grice in “Personal Identity.” Dall'altra quello che la dilata oltre il convenevole. Chi dice: la coscienza non coglie la nostra esistenza, e chi dice: la coscienza si estende alla realtà esterna, dice ugualmente cosa inesatta. Per difetto, la prima osservazione; per eccesso,la seconda. GALLUPPI (vedasi) ammette un doppio immediato: i lme – cfr. H. P. Grice, “Personal Identity” – ed il non me – cfr. H. P. Grice, “Negation and privation.”. G. ne ammette uno, il me SOLO: donde proviene siffatto divario? Eccolo, con le parole stesse di G., le quali compendiano e chiariscono la dottrina galluppiana. Il dir che partendo dalle nostre modificazioni sensibili, noi veniam per via di giudizî acquistando la conoscenza del mondo esteriore, val quanto il dir che lo spirito umano con i suo i proprii elementi compone il mondo, La filosofia sperimentale su questo punto va a coincidere coll’idealismo del criticismo. E perchè? Perchè Galluppi non si affida ai giudizî per cogliere la realtà; perchè i giudizî, secondo lui, sono pure vedute dello spirito. Di modo ché, se il mondo non ci è apparso dal bel principio così, come oggi lo apprendiamo, quello costruito di poi è una mera relazione del nostro spirito, a cui nulla è corrisposto di reale nella natura. Diffidente della sincerità de'nostri mezzi di conoscere, Galluppi quindi  appigliossi al partito di Reid, ed ammette l'immediatezza della sensazione, confondendola con la percezione – cf. Grice, “The Causal theory of PERCEPTION” -- esterna. Si è quindi detto, osserva G., che nel fatto io sento non è contenuto il proprio essere (“Being, and Seeming” by H. P. Grice), e si è terminato d'altra parte con dire che nel fatto io sento si contiene l'essere straniero, il non io – “That pillar box SEEMS RED to *me* -- H. P. Grice. G. ritiene la sincerità del giudizio, ritiene i rapporti come reali, e quindi non alla sensazione, ma ad un processo spontaneo dell'intelletto, e dal concorso di giudizîdi venuti abituali ed indiscernibili attribuisce le idee de'corpi, quali nello stato presente le troviamo nella nostra coscienza. Esclusa da G. l'immediatezza della sensazione, non per questo ei mena buoni que'sillogismi, i quali si credeno più spedito passaggio dalle nostre sensazioni al mondo esterno. G. nota che il modello di questi ragionamenti risale fino al nostro CAMPANELLA, il quale lo formola così. Siamo noi che mutiamo. Dunque, sentiamo solo noi stessi, e non già le cose. Noi sentiamo le cose esterne, solo perché ci sentiamo mutare. Ma non siamo noi che ci mutiamo. Dunque, altra cosa ci muta. Questo sillogismo, che, variamente rimaneggiato, è rimasto in sostanza il gran ponte di passaggio dal mondo interno all'esterno – cf. H. P. Grice on Moore and the external world --, non è parso abbastanza concludente al nostro filosofo. Le lacune, ch'egli vi ha scorte, non si possono logicamente colmare. Anzitutto: chi vi dice che il principio di ogni nostra mutazione è la volontà? L'associazione delle nostre idee talvolta NON È VOLONTARIA, ed intanto è mutazione nostra. E poi, poniamo che la mutazione vi additi alcunchè di esterno, chi vi garantisce che il principio esterno è un corpo?  A tali obbiezioni non c'è da replicare. Il sillogismo è impotente a discoprire un fatto. Esso è utile soltanto a discoprire verità di ragione. Tolta l'immediatezza della sensazione, tolto il sillogismo, G. torna alle rappresentazioni, come immagini – SEGNI, SIMBOLI -- delle cose esterne, ed alla induzione, la quale, travagliandosi su quelle immagini, va legittimando la realtà delle immagini complesse, che l'associazione ha spontaneamente ed abitualmente formate. Non è una dimostrazione necessaria -- nelle verità di fatto non si dà mai l'assoluta impossibilità dell'opposto – cf. Grice on CANCELLABILITY: “Those spots mean measles but he doesn’t have measles” -- ,e bisogna contentarsi della certezza morale. L'associazione collega insieme le immagini visive – il VISUM di Grice -- e le tattili. I giudizî abituali colgono i rapporti quali realmente – cfr. H. P. Grice on J. L. Austin on ‘real’ as a trouser-word – cf. Keith Arnatt – esistono. Noi adunque venghiamo componendo lo spettacolo del mondo esterno non con vedute subbiettive, ma con elementi dati dalla realtà stessa delle cose. Questa è pure la dottrina d’AQUINO, e di tutta la filosofia ortodossa (vale a dire, ITALIANA). Nell'ultimo saggio pubblicato col titolo di “Prospetto della filosofia ORTO-dossa,” – cf. G. P. Baker, of St. John’s, Oxford, on H. P. Grice, of St. John’s Oxford, on ‘heterodoxy is other people’s orthodoxy” -- ilnostro filosofo si fa forte dell'autorità d’AQUINO (vedasi) per tutte le parti fondamentali della sua dottrina, salvo i miglioramenti ch'ei crede di avervi arrecato, supplendo a quelli ch'ei chiama desiderata della filosofia d’AQUINO. G. non è abbastanzaversato nella filosofia del LIZIO (il modo d’scrivere LICEO), da accorgersi che il meglio di quella, che ei battezza per dottrina ortodossa, è mutuato dal LIZIO. Vediamo intanto quali principii ei ne accoglie, e ne tesoreggia. Primieramente G. avverte la differenza che AQUINO mette tra isensibili proprî, ed i comuni; differenza, che noi sappiamo appartenere al LIZIO. Con molto acume AQUINO avverte di fatti che i sensibili proprî sono qualità -- come odori, sapori, suoni, colori – Grice: That pillar box seems red to me -- ,e simili; e che i sensibili comuni, invece, sono quantità o estensiva, o intensiva, o discreta, come figure, distanze, movimenti, successione. SENSIBILIA PROPRIA SUNT QUALITATES. SENSIBILIA COMMUNIA OMNIA REDUCUNTUR AD QUANTITATEM. Finalmente cita la sentenza che accenna alla formazione delle immagini corporee, e che attribuisce allo spirito, e non  Dipoi ricorda la dottrina su i rapporti, che AQUINO ha riconosciuto come reali, come RES NATVRAE e non già come res rationis. già ai corpi. Imaginem corporis non corpus in spiritu, sed ipse spiritus in se ipso facit. Alla quale ultima sentenza G. aggiunge questa avvertenza . E l'avvertenza mira visibilmente a cansare l'equivoco delle forme soggettive, e degl’elementi A-PRIORI (cfr. GUASTELLA – Grice/Strawson, In defense of a dogma -- da lui con grande perseveranza combattuti. Lo spirito si compone egli le immagini de'corpi esterni, l'idea di ‘corpo’ è un prodotto della SINTESI a-posteriori, contro alla opinione di Galluppi, ma in questo raccoglimento non c'è mistura d’elementi soggettivi. Tutti i dati sono reali.In questo significato, e non altrimenti va intesa la proposizione d’AQUINO (vedasi), che ad altri puo parere intinta di CRITICISMO kantiano, e che suona così. ANIMA DAT eis formandis quiddam substantiae suae. AQUINO (vedasi) adunque traccia le prime linee di quella filosofia sperimentale di cui G. si dà per continuatore. I due filosofi cadono d'accordo sui seguenti risultati. Nel senso non v'è altro che il cangiamento del senso. L’immagini de'corpi si van componendo con elementi nostri. Noi giudichiamo, essere i corpi simili a quelle immagini. Se non che AQUINO s'è fermato qui. G. domanda inoltre. Con quali operazioni si son formate quelle immagini? Con qual criterio le giudichiamo simili ai corpi esterni? Alla prima domanda risponde. L’operazioni sono i giudizî accoppiati alle sensazioni. L’associazione dell’immagini visive con le immagini tattili – cf. H. P. Grice on MOLINEUX – some remarks about the senses --. Giudizi ed associazione che si uniscono spontaneamente ed abitualmente. Alla seconda domanda poi ha risponde. La legittimazione Quanto però AQUINO enuncia, non lascia dubbio che nella formazione dell’immagini de'corpi esterni ha inteso non mettersi in opra altri elementi che que’del senso e della imaginazione. Quando, difatti, io applico ai fenomeni della estensione le verità della geometria euclideana, e l'applicazione riesce, allora è chiaro che alla esistenza de'corpi si aggiunge tutta la forza della dimostrazione induttiva. Mal si è creduto che ogni nerbo di logica dimostrazione consiste soltanto nel sillogismo e nelle sue forme. Se l'estensione corporea, dice G., è reale, la trovo costantemente conforme alle leggi geometriche d’EUCLIDE, ma se è un'illusione de'sensi, mi si puo presentare nelle volubili forme in cui apparisce ne’sogni o nelle geometrie non-euclideee. Nella ipotesi affermativa v'è la necessità assoluta di trovarsi avverate le verità matematiche, come si ha nell'esperienza (cf. Mill on 7+5=12 come sintetico a priori). Nella ipotesi negativa, l'evento che ne dà l'esperienza, è uno degli infiniti eventi possibili. Questo cenno può far presentire, a qual grado si eleva la pruova induttiva di Leibniz, riguardandola dal solo lato delle verità matematiche. Esposta in questi termini la mente del nostro filosofo, proseguiamo a raffrontare le differenze conseguenti tra la sua dottrina, e quella di Galluppi. Galluppi pareggia la sperienza interna con l'esterna, e quindi ammessa una doppia relazione colta immediatamente, quella tra sostanza e modificazione, e l'altra tra causa ed effetto. G., invece, distingue le idee pri - si fa non per la immediatezza della sensazione, e neppure per sillogismo, ma per via d'induzione, secondo l'addita mento di Leibniz, e d’Alembert, i due filosofi matematici, mal trascurati dai filosofi posteriori. Non è dimostrazione apodittica cotesta, certamente: anche un incontro fortuito potrebbe essere causa di quella corrispondenza che noi verifichiamo nella sperienza tra i rapporti quantitativi ideali, e i rapporti quantitativi reali dei corpi; ma a qual estremo sia ssottiglia questa possibilità di un incontro fortuito, e di quanta forza non s'ingagliardisce l'ipotesi della realtà de'rapporti tra corpo e corpo! mitive dalle derivative; chiama primitive quelle che sono ricavate dal fatto immediato della coscienza, da lui circoscritto nel solo io sento – Grice, sense datum --; e chiama derivative quelle che na scono poi dalla sperienza esterna. Si sono messe, ei dice, in una medesima classe, tanto le idee primitive di numero, di sostanza,e di modificazione, di affermazione e negazione, quanto le idee derivative di causa, di azione mutua, del contingente, del necessario, del possibile; e non si sono mentovate le idee derivative di spazio, di tempo, per essersi supposto venirci date dalla sensibilità senza previo lavoro dell'intelletto. L'originale dell'idea di sostanza è dunque il nostro proprio essere: delle modificazioni si dice impropriamente che esistono: ciò ch’esiste—the value of the variable – Grice, Vacuous names -- è la sostanza. Però se un essere esistente (Marmaduke Bloggs) non ha punto di modi, ei non è nè in moto, nè in quiete; nè pensante, nè non pensante, e ci è un mezzo tra l’esseree d il non essere; il che è assurdo. Cosi dice egli parlando delle forme del criticismo, e l'appunto si può volgere pure al Galluppi, che alla sostanza ed alla causa attribuì, come abbiamo visto, la medesima origine. Per G. la coscienza è l'io sento (SENTO ERGO SUM – Someone, viz I, is hearing a noise), e in questo fatto permanente della propria esistenza lo spirito apprende la sostanza, come la modificazione nelle sensazioni in cui si sente esistere. Il modo di esistere non si può dispiccare dall’esistenza, e G. chiama una RIVOLUZIONE filosofica quella avvenuta in occasione dello scetticismo di Hume, quando si comincia ad affermare che nel fatto di coscienza v'è il solo modo d’essere, enon già l'essere. D'allora in poi si cerca di supplire a questo difetto supposto per via di aggiunzioni provenienti da altre sorgenti. Così SERBATI suppone che al fatto di coscienza si dovesse aggiungere l'i dea dell'essere. Pee G. il fatto della coscienza nella sua integrità dà l'uno e l'altro; se non che a cogliere questo rapporto non è atta la sensazione, siveramente il giudizio. Senza avere sperimentato il fatto del passaggio da una modificazione ad un'altra, noi non avremmo potuto affermarlo: dopo la sperienza però, noi essendo in un dato modo pensiamo la tendenza di passare ad un altro; e cotesta tendenza chiamiamo forza, la quale è dunque ciò che han no di costante gli stati successivi della sostanza. Nella origine dell'idea di causa – PARIDE AMA ELENA, caso causativo -- noi abbiamo bisogno di altri dati. a Non si avverte, dice il nostro filosofo, che la causa che produce le sensazioni è quella che mette in esercizio la sensibilità; la causa che produce i pensieri non è la potenza di pensare, ma è quella che mette in esercizio la potenzadi pensare; la causa che produce i voleri non è la volontà, ma è quella che mette in esercizio la volontà. Chi ricorda ora che a queste tre classi di fenomeni riduce egli tutta la nostra attività spirituale, vede chiaramente che per lui se la coscienza porge il modello della sostanza, non è però bastevole a spiegare l'idea di causa. Qui occorrono più sostanze, di cui una determina l'altra. Nella sostanza la mutazione sopravvenuta è determinata dallo statoanteriore; nella causa essa mutazione è deter minata e dallo stato anteriore e dalla mutua azione. G. riassume la sua dottrina su queste due idee capitali nel seguente modo. La sostanza persiste nella sua immutabile natura al cangiar delle modificazioni. Nell'ordine naturale nè possono prodursi nuove sostanze, nè le attuali annientarsi. I cangiamenti di una sostanza sono cosi connessi tra loro, che in ogni istante il suo stato è determinato dal suo stato antecedente, cioè nel corso de'suoi cangiamenti ha per modificazione costante una tendenza al cangiamento che immediato va seguendo, e questa tendenza è quelche noi conosciamo della forza interna di una sostanza. La diversa natura di queste forze ci viene manifestata dalla esperienza, cioè dai diversi cangiamenti della sostanza. Così distinguiamo le varie forze interne di una sostanza, e le varie forze interne delle diverse sostanze. Una sostanza, che trovasi in uno stato permanente non può da sè stessa, cioè per propria forza, passare ad altro stato. Oltre la connessione tra i cangiamenti di una stessa sostanza v'è anche una connessione tra i cangiamenti di diverse sostanze – cf. Grice’s seminar on Wiggins, “Sameness and substance” -- ,cioè una mutua azione tra le medesime. Tutti gl’avvenimenti dell'universo sono necessarii, e l'azzardo non è che l'incontro di avvenimenti non connessi tra loro.Ma questo incontro medesimo è necessario, in quanto son necessarie le serie de’cangiamenti anteriori, che han determinato quegli stessi avvenimenti che s'incontrano. Ecco la somma della sua dottrina, la quale, intorno alla causalità specialmente, è la traduzione filosofica delle leggi del moto d iNewton. Queste leggi, osserva G., ed a ragione, non sono vere leggi degli esseri naturali, se è falsa l'ipotesi della mutua azione. Locke intanto nega l'idea di sostanza, Hume la connessione richiesta dalla mutua azione nella causalita; entrambi per lo stesso motivo, che noi cioè non conosciamo adeguatamente nè quella, nè questa. Pare al nostro filosofo che il ragionamento di Hume si riduca a questo entimema. Noi non abbiamo ide aadeguata di azione. Dunque non ne abhiamo punto. Le ricerche, dalle quali Hume è stato indotto a questa conclusione, la quale tronca i nervi ad ogni attività scientifica, si possono brevemente esporre così. L'esperienza non dà connessione, ma semplice congiunzione: il ragionamento non dà idee nuove: l'abitudine non cangia la natura della  prinda percezione, come una serie di zeri è impotente a co stituire una quantità. Colla coscienza colghiamo le mutazioni nostre, e legiu dichiamo appartenere alla nostra sostanza: coll'astrazione noi rendiamo generale questa connessione interna. La sperienza esterna dipoi ci mostra fatti in congiunzione, ma con tal costanza, che noi ci avvezziamo a riferire un fenomeno alla presenza di un dato oggetto: noi induciamo che questa congiunzione è una vera dipendenza. E perchè? Una contraria supposizione, ei risponde, implica l'assurdo, che due sostanze con le stesse modificazioni sono condizionate ad e sercitare una mutua azione in un tempo più tosto che in altro;in un luogo più tosto che in altro luogo. In tal guisa tutte quelle funzioni del pensiero,che isolate non sarebberostatebastevoliafornircilaconnessionecau sale, intrecciateabilmente insieme bastano. Kant,come sappiamo, dalle premesse di Hume, lasciate correre senza contrasto, inferi che dunque l'idea di causa è a priori; evitando con questa origine le scabrose ricerche dell'analisi. Altri aveva inferito che il principio di causalità è, non già sintetico a priori, ma analitico adirittura, come tra i nostri Galluppi e Rosmini. Il nostro G. riconosce che nella idea dell'AVVENIMENTO [cfr. Grice, “Actions and events – section: “Cause”] non è racchiusa l'idea della sua causa. Dà ragione alla filosofia critica di averlo sostenuto per sintetico. Ma crede di coglierla poi in flagrante contraddizione nel valore che Kant attribuì a tal principio. Giova esaminare quest'ultimo aspetto della questione. G. replica. Altro è il non avere una idea adeguata, il non conoscere il come dell'azione; ed altro il non averne la menoma idea. Vero è inoltre, che nè la sperienza, nè il sillogismo, nè l'abitudine bastano da soli, ma intrecciati insieme forsebasteranno: e poi si è lasciata fuor di conto l'induzione, la quale è d’un aiuto inestimabile. Ed eccocome. Kant ha attribuito al principio di causalità un'origine a priori, e poi aveva attribuito allo stesso un valore oggettivo – PARIDE AMA ELENA – ELENA ‘caso causativo’: G. interpet r a oggettivo nel senso della filosofia sperimentale, ed affibbia a Kant una contraddizione che proviene da una poco esatta cognizione della Critica della Ragion pura. Da una parte si ammette, che i nostri concetti e i giudizî sintetici a priori (“This sweater is green and red all over – no stripes allowed” – Grice) hanno un valore oggettivo nella natura. Dall'altra parte si sostiene che la causalità non è legge degl’esseri, ma legge de'lor cangiamenti sommessi alla nostra esperienza. Per Kant l'oggettivo non è punto nella natura, ma era semplicemente ciò che si trovava in ogni coscienza, non come questa o quella coscienza empirica ed individuale, ma in ogni coscienza umana in universale, in ogni coscienza uma na come tale. Onde Fischer esponendo questa significazione della parola oggettivo – cf. Grice, obble -- nel sistema kantiano scrive appunto cosi. Nun heisst verknüpft sein in reinen bewusstsein soviel als OBJEKTIV verknüpft sein. Ma di tali inesattezze è causa non la poca penetrazione della mente, si l'aver lui ignorato la lingua tedesca – OBJEKTIV – “What’s German about it? – Grice -- ; il che lo costrinse a servirsi di poco sicure traduzioni – cf. Grice’s ABBOTT! -- Nell'esame del modo, come G. spiega l'origine dell'idea di sostanza, e quella di causa – cf. PARIDE AMA ELENA, caso causativo -- noi abbiamo indicato tutto quanto il suo processo analitico nella genealogia del pensiero, perchè la prima idea è primitiva, la seconda derivativa. Pure d’altre principali toccheremo un cenno per chiarezza maggiore, ma prima alleghiamo testualmente la formola del suo metodo. Pura osservazione di fatto nelle idee primitive; pura osservazione di concetti astratti nelle idee derivative; ecco i due cardini del suo saggio. La natura oggettiva delle idee di rapporto, e i giudizî parte integrante d’alcune idee sono le due vedute primordiali nella quistione della origine e realtà delle nostre conoscenze. Con questo criterio ora il nostro filosofo si fa ad esaminare il fatto, ed iquivi per via diastrazione, ossia per via del giudizio, attinge ogni nostra idea. Percepire il possibile val giudicare ciò ch'è possibile, come percepire il necessario val giudicare ciò ch’ènecessario, e percepire il generale (horseness) val giudicare ciò ch'è generale. È una falsa opinione il credere che la necessità, la possibilità, l’universalità, come altre sì l’identità, la diversità (‘otherness’) non sono contenute tutte quante nella realtà che ci sta davanti. Il giudizio non aggiunge nulla di suo. Esso è un puro mezzo di osservazione, e nulla più. Il nostro spirito ha la virtù di apprendere l'identità e la diversità, con cui si offrono le idee alla nostra percezione – cf. Grice, “The causal theory of perception” – the gappy link to be provided by a scientist, not a philosopher – ecco quanto devesi solamente dire dal filosofo. L'infinito non è pel nostro autore, se non la quantità infinita, e la origine di questa idea è anch'essa dovuta alla esperienza (“I know that there are infinitely many stars.”). Partendo dal principio che il positivo dee precedere il negativo nell'ordine genealogico – Grice, “Negation and privation,” “Lectures on negation” -- , abbiamo conchiuso, la quantità che ha limiti dover precedere la quantità che non ha limiti. Il finito dover precedere l'infinito. Il si [Roman ‘sic’]– l’apofansi d’Abbagnano -- avanti al no [cf. ‘non’ – Grice: “Italian ‘non’ e ‘no’]. L'equivoco è nel credere che una quantità infinita non è negativa. Che se si osserva, la quantità infinita comprendere in se tutte le finite, è da osservare altresì ch'essa le comprende non come negazione, ma come quantità. La negazione si riferisce al limite. Tra quelli che AQUINO chiama sensibili comuni ci sono l'estensione e la successione, rapporti quantitativi, mentre i sensibili proprî sono qualità. Ora lavorando. Più complicata è la genesi delle idee di spazio e di tempo – Grice, on Strawson on individual as spatio-temporal continuant. Sopra questi due dati, vale a dire considerando come assoluta la posizione de'punti nella estensione, e degl'istanti nella successione, si ha nel primo caso lo spazio, nel secondo il tempo – cf. Grice on “Personal identity” as a temporal succession of mnemonic states.. La pura estensione non è tutta intera l'idea dello spazio. In questo v'è dippiù il valore assoluto de'suoi punti. L'idea di successione non è tutta intera l'idea del tempo. In questo v'è dippiù il valore assoluto de’suoi istanti. Che cosa vuol dire questo valore assoluto? Ecco. L’estensione consiste nella postura de'punti; e cotesta postura è di sua natura relativa. Se ora la postura non si riferisce ad alcuni punti soltanto, ma a tutt'i punti assegnabili, si ha non più una data estensione, ma lo spazio. Cosi dicasi del tempo per rispetto alla successione – cf. Luigi Speranza, “Grice e Bergson nella filosofia italiana”. C'è successione, se un istantes iriferisce ad un istante dato. C'è tempo se la relazione si allarga a tutti gl'istanti assegnabili. Di modo chè lo spazio si ha negando il limite della estensione finita; il tempo negando il limite della successione finita. Ma l'estensione e la successione, si puo domandere, donde provvengono? G., che li chiama sensibili comuni, ritenendo la nomenclatura d’AQUINO (vedasi) nel Prospetto della filosofia ortodossa [italiana: auttotona], nel Saggio ne attribuisce l'origine non alla sensibilità, ma all'intelletto. Egli anzi combatte la dottrina critica delle forme pure della sensibilità, osservando che non si può dare estensione e successione senza apprendere delle sensazioni come moltiplici, e quindi come diverse, o me identiche; sicchè numero, diversità, identità sono condizioni dell'apprensione di questi due nuovi rapporti, che si dicono estensione e successione. Il criicisimo che le attribuisce alla sensibilità non si accorge del concorso indispensabile dell'intelletto che vi si richiedeva; ed anzi si contraddice ammettendo che la materia sensibile prende un primo ordine nelle forme pure della sensibilità, e che per esse forme la varietà e la moltiplicità della rappresentazione acquista un certo ordine. Questa contraddizione è vvertita da BORRELLI (vedasi) prima di G., e forse questi l'ha mutuata dall'autore della Genealogia del pensiero. Il criticismo, dice BORRELLI (vedsi), tiene per categorie dell'intelletto la diversità e la moltiplicità: ed intanto ammette una varietà ed una moltitudine anche nella sensibilità: come va ciò? Nè BORRELLI (vedasi), né G. s'accorsero però che il divario tra categoria, ed intuizione pura consiste non già nel supporre entrambe una moltiplicità; ma nel diverso modo del legame categorico, ed intuitivo. Ma è tempo omai di giudicare nel suo insieme il tentativo del nostro filosofo. Propostosi di scoprire le lacune della filosofia di GALLUPPI (vedasi) principalmente, e d’additare i costui sviamenti dal metodo sperimentale, egli si studia di evitare ogni spiegazione, la quale non si desumesse dal fatto reale. La ragione c'è non per produrre, ma per osservare: il più che puo fare è di astrarre. Per questa disposizione d'animo gli ando a sangue la filosofia d’AQUINO (vedasi), che, foggiata sul LIZIO, gli parve battesse la stessa via. Ripetendo l'antico adagio el LIZIO che il pensare è o fantasia, o non senza fantasia, AQUINO (vedasi) procede difatti d’astrazione in astrazione, ma senza dispiccarsi mai dal fatto sensibile. Che cosa è il fantasma? Similitudine dellacosa particolare. Similitudo rei particularis. Che cosa è l'atto dell'intendere? È la specie intelligibile, species intelligibilis, che si torna ad astrarre dal fantasma: un'astrazione a doppio grado. E che cosa vuol dire illuminare i fantasmi, e quel famoso lume divino, sul quale tanto disputa SERBATI, se è il divino stesso, o un suo riflesso? Per G. non è altro, se  non l'effetto dell’attenzione, che vi si presta. Il giudicare è a G. un fatto irreducibile, da non confondere con la sensazione – cf. Grice on cotching and potching --, ma insieme è un puro mezzo d’osservazione. Osservare adunque è la parola che compendia tutta la sua filosofia. Per questo verso la filosofia di G.  è più moderna di quella di Galluppi, e rasenta assai da presso il positivismo, che in quel torno si sta concependo. Il Corso di filosofia positiva dettato da Comte è pubblicato in Francia. G. puo averne notizia, ma tutto induce a credere, ch'ei non l'abbia avuta. L'educazione prima della sua mente, che al pari di quella di Comte è stata avvezza alle scienze esatte, e la poca propensione per le spiegazioni trascendentali poteronlo però sospingere per la medesima via. G. al pari de’positivisti dichiara sconosciute le essenze delle cose, limitata ad una mera riduzione di fenomeni tutta la nostra scienza. Crede anche lui doversi applicare alla filosofia il metodo delle scienze esatte e delle sperimentali, e da qui la grande importanza che attribuisce all’induzione – cf. Grice on third-degree induction in Kneale --, la scarsa che attribuisce al sillogismo Barbara – citato da Grice, Aspects of reason. Se non che all'osservazione immediata ei seppe accoppiare l'induzione, ch'è l'osservazione mediata. Della induzione ha un concetto preciso, nè la volle ristretta al semplice radunamento de'fatti osservati, ma ne estese la portata oltre ai limiti della sperienza. In questo allargamento però essa non genera nell'animo quella evidenza, che scintilla soltanto dalla osservazione immediata, o dalle verità di ragione; ma una certezza morale, la quale ammette la possibilità dell'opposto. Tutte le scienze sperimentali debbono tenersi paghi di quello stato, ch'è pure tanto discosto dal dubbio tormentoso lasciato in eredità dạ Hume – Grice, Hume projection, a treatise on Humean nature --, il quale disconobbe l'efficacia della induzione. Ecco difatti alcune sentenze, le quali si potrebbero credere imitate da Comte. Il metodo è il ridurre i fenomeni particolari (particularised implicature) a’fenomeni generali (generalised implicature), e questi ad altri più generali fino ad arrestarsi a pochi fenomeni irreducibili. La riduzione viene operata a lume delle verità necessarie da un lato, e dalle accurate osservazioni dall'altro lato. E un fenomeno generale che resiste agli incessanti rigorosi tentativi di riduzione – cf. Grice on reductionist vs. reductive --, non è perciò dichiarato assolutamente irreducibile – cannot be reductive, cannot be reductionist -- alle note forze primarie delle sostanze corporee, note però negl’effetti, e per noi sempre ignote nella loro essenza. I nostri mezzi sono impotenti a scovrir la natura degl’esseri. Tutto quel che può scovrire la nostra ragione nella scienza della natura è riposto nel classificare i fatti sperimentali con andarrisalendo da’fatti individuali a’generali, e da questi a'più generali fino a raggiungere i fatti primiti vi, ov'è forza l'arrestarsi. Ma al lato a queste somiglianze troviamo in G. dei tratti, che lo differenziano dal fondatore del positivismo; ne addito due come principali. Comte trascura affatto il problema della conoscenza, ed invece questo problema rimane per G. il primo ed il capitale. Comte attribuisce alla metafisica un valore storico soltanto, G. è per sua soche la metafisica possa rimanere accanto alla scienza sperimentale.Così,sebbene dichia ri inconoscibilel'essenzadell'anima,enotasolalasuama nifestazione nel pensiero,non esita poi di affermare che la metafisica ne ha stabilito la spiritualità, l'immortalità, la vita futura. Questa oscillazione fra le esigenze del suo metodo e le tra dizioni di quella ch'ei chiama filosofia ortodossa (italiana autottona) fa sì che in lui si può ravvisare ora un tomista sequace d’AQUINO (vedasi), ed ora un positivista, secondo i casi. Se non che il tomismo stesso d’AQUINO (vedasi) a lui or balena 9  va come riflesso dalla filosofia del LIZIO, or come lume raggiante dalla rivelazione divina; e della ortodossia del credente si fa schermo a nascondere gl’ardimenti del filosofo. Noi ignoriamo quali accuse gli sono mosse, e quali rimproveri fatti. Certo apparisce da alcuni luoghi dei suoi saggi che qualcosa di simile ci dove essere stato: eccone uno per esempio. Ci crediamo abbastanza fortunati di aver veduto protrattii nostri giorni, fino all'istante di rassicurarci che il nostro comunque debole lavoro è sotto la guarentigia d’AQUINO (vedasi), contro le avventate odiose imputazioni. Ed altrove dice esplicitamente ch'ei ricorre all'autorità di AQUINO (si veda) per iscagionarsi della taccia d'incredulita. Lo studio d’Aquino, e d il Prospetto della filosofia ortodossa che ne è il risultato, ebbero adunque per fine la difesa della propria dottrina. Meglio forse fa a dispregiare il vano cicaleccio del volgo, che d’ogni ricerca filosofica s'adombra e s'insospettisce; ma l'indole del nostro filosofo è dimessa e circospetta, e preferi di ripararsi sotto l'egida di un dottore di santa Chiesa; come se un altrettal espediente è giovato a SERBATI (si veda) e da GIOBERTI (si veda). Senza il bisogno di quest’apologia della sua dottrina a vrebbe potuto por mano a quella filosofia del pensiero, a cui accenna; imperciocchè, con tutt'i suoi volumi, il suo sistema rimane appena delineato nel principio e nel metodo; nè delle applicazioni all’estetica, o all'etica si trova più di un semplice accenno. La logica – blue-collar -- stessa non vi è di stesa pienamente, sebbene tutto i'l saggio non s i occupi di altro che di logica. Stando ai brevi accenni noi sappiamo che le parti della filosofia per lui sarebbero state la logica, l'etica, l'estetica, perchè i tre fenomeni irreducibili del pensiero – cf. Grice, psicologia razionale -- sono il giudicare, il volere, il sentire. Il sillogismo è giudizio pure; ma un giudizio fondato sopra idee astratte, mentre il giudizio primitivo è la osservazione immediata della realtà concreta. Il sillogismo è applicabile alle sole verità di ragione. La prova induttivá si adopera a slargare la cerchia della sperienza immediata: essa però presuppone la realtà delle idee di numero, identità, diversità, sostanza, modificazione, necessità, possibilità. Queste idee non si possono ricavare per induzione, altrimenti ci sarebbe un circolo. Sono ricavate per astrazione dalla osservazione immediata fatta per mezzo del giudizio. L'associazione è la sorgente spontanea, ma illegittima delle nostre idee: l'induzione di poi legittima – cf. Grice, deem --, confermandole, quelle relazioni, che l'associazione delle idee aveva per ipo tesi anticipato. Ecco adunque delineato il compito della logica: analisi del senso comune – i linguaggio ordinario --, e giustificazione delle credenze spontanee che quello contiene. E dell'etica? Solo per intramessa sappiamo, ch'egli, a differenza di Elvezio, il quale dà per originario il solo desiderio del proprio utile, ammette appetiti disinteressati originalmente, non credendo che l'abitudine potrebbe andare fino al punto di snaturare la qualità stessa del desiderio (cf. Grice, morality cashing on desire and interest. Or se noi abbiamo nella coscienza attuale de motivi disinteressati, è necessità che questi motivi SI FONDANO sopra appetiti primitivameute tali. Anche quia dunque G.  adotta lo stesso procedimento della conoscenza: lo spirito avrebbe legittimato con la ragione ciò che la natura spontaneamente avesse in  Prima la mente crede, perchè non ragiona ancora; poi crede, perché la ragione ha legittimato la sua credenza. Fin chè il dubbio non l'assale, la mente riposa sicura sui nessi stretti spontaneamente dall’associazione naturale delle sue idee: quando il dubbio sottentra, la induzione ne la libera, giustificando la spontanea credenza. origine operato. Se non che, egli seneri mette a quella filosofia del pensiero, che poio non scrive, o non arria sino a noi. Meno preciso è il disegno, del quale si sarebbe dovuto toccare dell’estetica. Noi sappiamo solo, che il bello è per lui l'oggetto della percezione – cf. Sibley, second-order quality --,  quando ci riesce piacevole il contemplarlo. Ma, oltre a questo effetto prodotto dalla bellezza nello spirito contemplatore, in vano si cercherebbero altri schiarimenti. Nei voluminosi saggi che scrive ha G. potuto colorire intero il disegno della sua filosofia, se non si fosse allargato troppo in polemiche ed in apologie, soventi superflue, e se usa maggior parsimonia nello stile, ch'è diffuso, stemperato, e ridondante d'interminabili ripetizioni. I suoi saggi si sarebbero potuti restringere in un solo, o in un paio al più, senza nessun danno per le idee che vi esprime; e forse con questo guadagno dippiù, di aver potuto trovare maggior numero di lettori. Dobbiamo in questa occasione ricordare, che il sensualismo è la dottrina favorita degl’italiani, pria di comparire il saggio sulla critica della conoscenza, che in parte colla forza del ragionamento, e in parte con quella autorità che il nostro GALLUPPI (si veda) venne mano mano acquistando pel valore della sua opera, egli riuscì a sradicare l'errore dalle menti, ed avviarle a’sani principi della morale e della religione. Quindi le sue istituzioni di filosofia, del tutto conformi ai suoi principi del saggio, furono adottate per quasi tutte le scuole d'insegnamento in Italia. Un tal positivo giovamento recato alla  [G. combatté la filosofia di GALLUPPI (si veda), finché que sti vive e professa a Napoli: la combattè perchè la credette sbagliata e perniziosa. Morto che e il suo grande avversario, ei, pur rimanendo saldo nella sua sentenza, scrive di lui queste parole sua patria è la gloria maggiore cui aspirar mai si possa da un filosofo. Così G.  giudica Galluppi morto nel Prospetto di filosofia ortodossa. Ed il giudizio ci rivela il carattere integro, leale, generoso di chi lo porta. Combattendo le dottrine di un avversario, ei rispetta, ei loda le intenzioni ; ei non disconosce l'utilità che aveva arrecato al suo paese. Talvolta anzi ei par che non agogni, che non cerchi altra gloria che quella conseguita dal suo valoroso avversario: dispera quasi di conseguirla vivo, pur se l'augura dopo morto, non tanto per sè, quanto a pro della sua patria. Ese non può goderne chi l'ha meritata, pur questa tar da gloria si riflette sula sua patria, serve disprone a’ suoi concittadini sopra tutto, nella faticosa carriera filosofica, e riesce di nobile compiacenza per tutti gli spiriti fatti per a m mirare, per amar la virtù. Chi scrive queste magnanime parole ha certamente un cuore non minore della mente, e la tarda gloria da lui invocata è un tributo ben meritato da chi non stimolato da bisogno, non allettato da premio, passa la vita, non fragliagi ereditati, ma nella faticosa palestra dello studio filosofico, dove s'invecchia e si muore anzi tempo, ma dove si ha al meno il dritto di credere che, morendo, non si muore del tutto. Nome compiuto: Vincenzo Di Grazia. Grazia. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Grazia” – The Swimming-Pool Library.

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