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Luigi Seranza -- Grice e Giacchè: la ragione conversazionale e l’implicataura conversazionale dell’altra visione dell’altro – Barba, Bene, e Fellini antropologo – filosofia perugina – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Abstract. Grice: Whereas at Bologna they speak of the EGO and the ALTER – as in ALTRUISM – I speak of the utterer an the addressee!” Keywords: implicatura. Filosofo perugino. Filosofo umbro. Filosofo Italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I like Giacché; for one, he philosophises on theatre, which any Sheldonian should appreciate!” Grice: “Giacché is what I would call a philosophical anthropologist.” Grice:”Giacché has an ability with language: “l’altre vision dell’altro,” for example – difficult to translate, but genial nonetheless, or perhaps genial because uneasily translatable!” – “He has philosophised on spectator and participant, which is conversational in tone – there’s no monologue, but dialogue --.” “He has criticised authoritarian types of performances like traditional teaching which he has compared to religion!” Insegna a Perugia. Si occupa di varie problematiche socio-culturali quali condizione giovanile, devianza, comunicazione di massa, solitudine abitativa, politica culturale. Saggi: Una nuova solitudine. Vivere soli fra integrazione e liberazione, Roma); “Lo spettatore partecipante. Contributi per un'antropologia del teatro, Guerini, Milano, Bene. Antropologia di una macchina attoriale, Bompiani, L'altra visione dell'altro. Una equazione fra antropologia e teatro, Ancora del Mediterraneo, Napoli, Ci fu una volta la sinistra. Ovvero il silenzio dei post-comunisti, Asino, Roma.  CURRICULUM di Piergiorgio Giacchè (Perugia, 16.04.46), Professore a contratto (incarico gratuito), docente di “Etnologia europea: patrimonio culturale immateriale” presso la Scuola di Specializzazione in Beni demo-etno- antropologici, Università di Perugia, Firenze, Siena e Torino (sede di Castiglione del Lago, PG) - anni accademici TITOLI DI STUDIO E INCARICHI ACCADEMICI Laurea in lettere (indirizzo moderno), con tesi in Etnologia conseguita nell’anno acc. 1969-70 presso l’Università degli studi di Perugia, con voti 110/110 e lode. Abilitazione all’insegnamento delle materie letterarie nelle scuole medie inferiori - titolo conseguito il 3.2.1973 con voti 100 su 100. Borsa di studio quadriennale (dal 1.11.77 al 31.08.76) per “ricerche nel campo sociale”, usufruita presso l’Istituto di Etnologia e Antropologia culturale dell’Università di Perugia. Titolare di contratto quadriennale presso la Facoltà di lettere e filosofia della stessa università. Addetto alle esercitazioni presso la cattedra di Etnologia della stessa Facoltà, per gli anni accademici Ricercatore confermato dal 1° settembre 1981 al 28 dicembre 2004, presso l’Istituto di Etnologia e Antropologia culturale dell’Università di Perugia; in tale ruolo ha condotto seminari, cicli di lezione, moduli didattici e progetti speciali (in prevalenza sui temi della devianza, della condizione giovanile, della società dei consumi e dello spettacolo, dell’antropologia e sociologia del teatro) fino all’anno acc. 1994-95, in cui è divenuto affidatario di un Corso di Antropologia teatrale (unico corso attivato in Italia), riconfermato per tutti i successivi anni accademici. E’ stato altresì docente affidatario del corso di Antropologia culturale presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Perugia, nell’anno accademico 1998-99. Professore associato presso il Dipartimento Uomo et Territorio – Sezione antropologica ; docente di Fondamenti di Antropologia e di Antropologia del teatro e dello spettacolo presso la  Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Perugia, Professore a contratto, docente di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione della L.U.M.S.A. di Roma – corso per Educatori professionali, sede di Gubbio – anni accademici  Professore invitato, nel quadro del progetto “Socrates”, presso l’Université Libre de Bruxelles - facoltà di Scienze Sociali e di Filosofia e lettere Visiting Professor presso l’Università di Malta, Facoltà di Scienze della Formazione. Professore invitato, nel quadro del progetto “Socrates”, presso l’Université Paris VIII – Département d’Etudes théâtrales Professore invitato dall’Université Paris VIII per un seminario da tenersi presso il laboratorio di Etnoscenologia della Maison de l’Homme – Paris Nord Membro della Commissione per la Procedura di valutazione comparativa per il reclutamento di un ricercatore presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari, M05X – Discipline demoetnoantropologiche. Docente del Dottorato Internazionale in Antropologia ed Etnologia (A.E.D.E.) CONSULENZE, COLLABORAZIONI E ALTRI INCARICHI ISTITUZIONALI Consulente socio-antropologico per alcuni programmi R.A.I. della Sede Regionale dell’Umbria: “Decentramento e sviluppo urbanistico”; “Anticamera” (novembre 1980 - aprile 1981); “Aperitivo” (aprile-luglio 1982). Consulente antropologico del Centro Regionale Umbro per le Ricerche Economiche e Sociali, nel 1978 (Ricerca sulla “popolazione reale”). Consulente del Comitato Regionale Umbro Radiotelevisivo e curatore di numerose indagini sul sistema dell’emitttenza locale e sull’ascolto radiotelevisivo. Consulente e collaboratore del Festival Internazionale del Teatro in Piazza di Santarcangelo di Romagna . Consulente e collaboratore del Teatro Studio 3 di Perugia, Consulente e collaboratore della 1^ Rassegna Internazionale del Teatro di Strada (Montecelio di Guidonia). Consulente artistico e scientifico del festival di teatro, musica e cinema “Segni Barocchi” di Foligno (edizioni). Consulente del Teatro San Geminiano di Modena, poi centro teatrale “Dramma Teatri”.  Consulente e assistente, in qualità di antropologo del teatro della rappresentazione teatrale de “La escuela de la escena y la escena de la escuela jesuita en el siglo XVII” a cura di Filippi, nel quadro del congresso De los Colegios a las Universidades. Las ensenanzas jesuitas y sus relatos cotidianos, organizzato da la Universidad Iberoamaricana de Ciudad de Mexico (Città del Messico). Membro del comitato scientifico dell’International School of Theatre Anthropology diretta da Barba, con sede a Holstebro, Danimarca. Membro del gruppo di lavoro internazionale di Sociologia del teatro, con sede presso l’Université Libre de Bruxelles, Belgio (fino al suo scioglimento). Membro del gruppo di lavoro della Maison de Sciences de l’Homme (E.H.E.S.S.) “Spectacle vivant et sciences humaines” Membro del comitato scientifico della quinta sezione di ricerca “Créations, Pratiques, Publics” della Maison de Sciences de l’Homme – Paris Nord Membro del Laboratorio di Ricerca Interdisciplinare dell’Istituto di Psicosomatica Psicoanalitica “Aberastury” di Perugia Membro del Comité de Rédaction de “L’Ethnographie. Noveaux objets, nouvelles méthodes. Revue de la Société d’Ethnographie de Paris” (dal 2002). Collaboratore della rivista “Lo straniero. Arte Cultura Società” diretta da Goffredo Fofi (dalla sua fondazione); già redattore della rivista “Linea d’ombra e co-direttore de “La terra vista dalla luna” Collaboratore della rivista “Gli asini. Educazione e intervento sociale”, diretta da Luigi Monti, dalla sua fondazione Membro del Comitato scientifico della rivista trimestrale “Catarsi. Teatri della diversità”, dalla sua fondazione – 1996. Membro del Comité scientifique de la revue trimestrelle “Théâtre Public” Presidente della Fondazione “L’Immemoriale di Carmelo Bene Membro della Commissione Consultiva per il Teatro – Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Membro della Commission di valutazione dei progetti di cofinanziamento per lo spettacolo – Ministero per i Beni e le Attività culturali. Consulente della Regione dell’Umbria – Assessorato alla Cultura, con l’incarico di ricognizione ed esplorazione del settore teatro nel territorio regionale Membro della Commissione Consultiva per il Teatro – Ministero per i Beni e le Attività Culturali Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Centro Studi “Aldo Capitini” di Perugia (dal 2012). Membro del Comitato scientifico PerugiAssisi, candidata a capitale europea per . CORSI E SEMINARI DIDATTICI SPECIALI Partecipazione, in qualità di docente, ai seguenti corsi o seminari: • Corso biennale per la formazione di tecnici della ricerca sulle tradizioni popolari nella regione umbra (Perugia corso regionale di preparazione e aggiornamento per operatori socio-sanitari impegnati nell’attività di prevenzione, cura e riabilitazione degli stati di tossicodipendenza (Bologna Corso regionale per operatori culturali nel settore del cinema (Orvieto Corso di riqualificazione professionale per operatori audiovisivi: il videotape (Foligno, febbraio-ottobre 1978). • Corso di formazione professionale per i 28 diplomati di scuola media superiore (schedatori) previsti dal progetto di “catalogo unico regionale dei beni bibliografici” (Perugia Corso di formazione professionale per i diplomati di scuola media superiore (ordinatori di biblioteca) previsti dal progetto “sistemi bibliotecari comprensoriali” (Perugia Corso Animatori Q/1 - Seminario sulle comunicazioni di massa (Spoleto Seminario residenziale “L’Atelier: centro internazionale di ricerche artistiche” (Volterra Soglie: esperienze di confine tra attore e spettatore”, seminario-laboratorio per studenti e insegnanti delle scuole medie superiori (Perugia e Todi Corso di Formation Doctorale Esthetique, Sciences et Technologies des arts della Université Paris VIII à Saint Denis (lezioni Corso di Scenografia della Facoltà di Architettura e del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università “La Sapienza” di Roma (lezione “Teatro, gioco, narrazione”, progetto teatrale per insegnanti delle scuole materne (Perugia e Città di Castello L’attore consapevole. Seminario teorico-pratico sull’arte dell’attore” (Fara Sabina, Rieti La società italiana del dopoguerra”. Seminario di aggiornamento per gli italianisti polacchi, organizzato dall’Ambasciata d’Italia, dall’Università Jagellonica di Cracovia e dall’Istituto Italiano di cultura di Cracovia (Cracovia Corso di aggiornamento A/41 dell’I.R.R.S.A.E. dell’Umbria (Perugia, lezioni Seminario di Antropologia del teatro per gli allievi della Scuola Civica d’Arte drammatica “Paolo Grassi” (Milano, Corso Universitario Multidisciplinare di Educazione allo sviluppo, “La cultura del confronto”, organizzato dall’Unicef di Roma (lezione Uomini e teatro: culture del mondo a confronto”). • I Corso di aggiornamento sulla didattica del teatro nella scuola - Seminario internazionale su Scuola e Teatro (Marcellina, Roma Corso di aggiornamento per insegnanti delle scuole medie superiori della regione Lazio (Roma Corso Universitario Multidisciplinare di Educazione allo sviluppo, organizzato dall’Unicef di Bari (lezione Università del Teatro Euroasiano, sessione dedicata alla “Storia sotterranea del teatro contemporaneo. Solitudine, tecnica, drammaturgia e rivolta” (Scilla, Reggio Calabria, Le età del teatro. Corso triennale di storia e cultura teatrale” - II anno: Dalla Commedia dell’arte alla Riforma goldoniana - organizzato da Emilia Romagna Teatro (Modena, Teatro Storchi, Corso Uni-Tea Figli della storia e maestri del teatro” (Parma, Corso d’aggiornamento per docenti e dirigenti di ogni ordine e grado, organizzato dal C.I.D.I. Versilia e dal Provveditorato agli studi di Lucca e intitolato “Letteratura teatrale e scuola” (Forte dei Marmi, Convegno-seminario “La musa fra i banchi di scuola. Esperienze e modelli di relazione / incontro fra teatro e scuola” (Cervia Università del Teatro Euroasiano, sessione dedicata alla formazione dell’attore e intitolata “Apprendere ad apprendere” (Scilla, Reggio Calabria Corso Uni-Tea 1998, “Oplà noi viviamo! Tecniche originarie e tecniche nuove nel teatro d’attore” - seminario interno al Corso di Sociologia dell’Educazione dell’Università di Parma (Parma Vedere Fare Pensare Teatro, per una formazione dell’educatore teatrale”, organizzato dall’E.T.I., dal Teatro delle Briciole, dal G.S.A Fontemaggiore, dal Teatro Kismet OperA e tenutosi in tre sessioni a Bari a Isola Polvese - Perugia e a Parma Corso d’aggiornamento per insegnanti degli Istituti medi e superiori Gli anni della contestazione” (Parma Sulla verticalità del verso », seminario di e con Carmelo Bene, organizzato dall’Ente Teatrale Italiano (Roma, Teatro Valle Criticando criticando. Laboratorio d’analisi dello spettacolo”, organizzata in collaborazione con l’Associazione Nazionale Critici di Teatro (sessione dedicata al Teatro Ragazzi – Bagnacavallo sessione dedicata al Teatro di Ricerca - Reggio Emilia I mestieri e le lingue del teatro”, Seminario di autoapprendimento per operatori dell’area penale esterna, organizzato dal Teatro Kismet e dall’Università di Bari, con il patrocinio del Ministero di Grazia e Giustizia (Bari Teatro e Carcere: l’esperienza della Compagnia della Fortezza” - conversazione con P. Giacchè e Armando Punzo, in collaborazione con l’E.T.I. (Volterra Ciclo di incontri organizzati dall’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ottobre-dicembre 1998) “Rivelazioni e promesse del ‘68”; relazione su “Il ‘68 e il teatro” (Cagliari La magia del leggere”, Corso di aggiornamento per insegnanti e genitori della Scuola Elementare “Ciro Menotti”, Villanova di Modena Corso di aggiornamento per insegnanti delle scuole elementari del comprensorio Valle Umbria (Foligno Teatro e Carcere: l’esperienza della Compagnia della Fortezza”, nel quadro di “Maggio cercando i teatri” organizzato dall’E.T.I. (Roma, Teatro Valle Il verso dannunziano e il concerto d’autore”, seminario con A. Asor Rosa, C. Bene, P. Giacchè (Roma, Teatro dell’Angelo Ciclo di incontri “La parte dello spettatore” (relatore del 1° incontro – Faenza Corso Uni Tea “Il teatro come disagio antropologico” (Parma Divenire teatro”, incontri su Antonin Artaud organizzati dal Centro Teatro Universitario di Ferrara. Relatore dell’incontro: “Artaud fatto Bene” (Ferrara Politica e società”, ciclo di incontri di formazione politica (Roma, Relatore dell’incontro: “Minoranze e movimenti nell’Italia del dopoguerra”, insieme a G. Fofi (Roma, Incontri in scena. Per un’indagine sull’antropologia dell’infanzia” (Vicenza, Teatro Astra, organizzati dalla compagnia “La Piccionaia – I Carrara” con la collaborazione dell’Università di Cà Foscari di Venezia. Relatore dell’incontro: “Antropologia dell’infanzia” “L’utopia del teatro vivente. Living Theatre” (Siena nel quadro di incontri organizzati dall’Università degli studi di Siena attorno ai “Cinque sensi del teatro. Cinque trasmissioni monografiche sulla filosofia del teatro” (Rai-Pontedera Teatro). • “Strumenti innovativi per favorire l’inclusione sociale”, lezione inaugurale (“Altro è narrare”) del corso organizzato dal Centro Solidarietà di Modena (CEIS) e da Emilia Romagna Teatro (Modena Giornate di studio per l’inaugurazione della sezione di ricerca “Créations, Pratiques, Publics”, presso la Maison de Sciences de l’Homme – Paris Nord (St. Denis Conferenza sul Living Theatre, nel quadro del seminario “Maestri del ‘900. Gli uomini e le idee che hanno fatto la storia del teatro contemporaneo” organizzato dal Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” (Udine Conferenza su Carmelo Bene o delle provocazioni del genio, nel quadro del seminario “Maestri del ‘900. Gli uomini e le idee che hanno fatto la storia del teatro contemporaneo” organizzato dal Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” (Udine Le risorse della diversità”, seminario organizzato da Proteo Fare Sapere e dal Movimento Cooperazione Educativa (Firenze, Educandato SS. Annunziata Corso per attrici “Il corpo del testo”, organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione; docente di Elementi di antropologia e cultura del teatro e spettacolo (30 ore di Antropologia del Teatro Seminario sulle “Quattro lezioni sul teatro” di Carmelo Bene, organizzato dalla Fondazione L’Immemoriale di Carmelo Bene” e dall’Università di Lecce (Lecce Dimostrazione-conferenza “L’attore compositore: Mejerchol’d e la biomeccanica teatrale”, organizzata dal Centro Internazionale Studi Biomeccanica Teatrale (Perugia giornate di lavoro teatrale: incontri, dimostrazioni di lavoro, spettacoli Pontedera, Teatro di via Manzoni), nel quadro di “Generazioni Festival organizzazione e cura della Fondazione Pontedera Teatro. • Seminario dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, “Carmelo Bene. Voir la voix, écouter le visible”, coordinato da B. Filippi e G. Careri (Parigi, Institut National d’Histoire de l’Art comunicazione Le Sud du Sud des Saints, Teatro in forma di libri”, incontri organizzati dal Teatro Due Mondi – Casa del Teatro (Faenza Arte dello spettatore”.Corso di formazione per insegnanti, organizzato dal Teatro Stabile d’Innovazione Fontemaggiore (Perugia, Teatro Sant’Angelo, Seminario orientativo sul settore spettacolo, organizzato dalla Fondazione Emilia- Romagna Teatro nel quadro della Laurea specialistica “Progettazione e gestione di attività culturali” della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Modena (lezione Seminario di studio nel quadro della Mostra “Carmelo Bene. La voce e il fenomeno. Suoni e visioni dall’archivio”, organizzato dalla Fondazione L’Immemoriale e dal Comune di Roma (Casa del Teatri-Villino Corsini comunicazione L’ultimo Bene. La verticalità del verso, 7.5.05. • Incontro seminariale “Parole chiave per il teatro” (Lecce organizzato dai Cantieri teatrali Koreja. • “Un’antropologia della memoria” Conferenza dibattito sul libro di C. Severi Il percorso e la voce (Perugia, Palazzo dei Priori, Corso “Salute mentale, Antropologia e Teatro: confronto su un’esperienza di pratica laboratoriale” (Perugia, Parco di S. Margherita, Padiglione Neri organizzato dal Centro di Formazione della ASL 2 di Perugia. • “Pasolini antropologo” (Gubbio, Biblioteca Comunale Sperelliana nel quadro del ciclo di incontri “Pasolini e la nuova barbarie. Conversazioni su un testimone del nostro tempo” organizzato dal Comune di Gubbio Atelier intensif S.P.O.T. (Spectacle vivant, Opèra, Thèâtre)”, organizzato nel quadro del Master Europeen conjoint en Etude du spectacle vivant, coordinato dall’Université Libre de Bruxelles e organizzato dalla Universitad de La Coruña - Spagna docente di un corso di Antropologia teatrale. 8  • “Teatro come impegno civile”, seminario-incontro con Marco Paolini organizzato dai Cantieri Teatrali Koreja (Lecce  Laboratorio di ricerca interdisciplinare – Quello che ci fa la vita che facciamo, nel quadro del “50° Seminario di Louis Chiozza”, organizzato dall’Istituto di Psicosomatica “Aberastury” e dalla Scuola di specializzazione in Psicoterapia psicoanalitica di Perugia (Città di Castello, Palazzo Vitelli Quadri concettuali per l’analisi del sistema cultura – Seminari di studio”, organizzati dalla Fondazione Mario Del Monte di Modena comunicazione su L’antropologia e il “teatro” della cultura (Modena, Teatro delle Passioni L’ultimo Bene”, conferenza-lezione nel quadro delle attività didattiche speciali della Fondazione Accademia di Belle Arti di Perugia (Perugia, 17 maggio 2007). • Seminario di studio “Economia della cultura, sviluppo umano e politiche culturali”, a cura del CAPP (Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche), Modena; comunicazione su La domanda di teatro. Una prospettiva antropologica (Modena, Facoltà di Economia, S.P.O.T. II (Spectacle vivant, Opèra, Thèâtre) “Espectàculos y dialogo entre culturas: La adaptacioòn y la escena”, organizzato nel quadro del Master Europeen conjoint en Etude du spectacle vivant, coordinato dall’Université Libre de Bruxelles e organizzato dalla Universitad de Sevilla; docente di un corso di 8 ore di Antropologia del teatro e dello spettacolo. • Laboratorio Interculturale di Pratiche Teatrali (III edizione in collaborazione con l’International School of Theatre Anthropology, organizzata dal Teatro Potlach, Fara Sabina (Rieti), 13 – 26 ottobre 2008); comunicazione su L’antropologia dello spettatore Seminario – Convegno “Omaggio a Carmelo Bene” (Centro Teatro Ateneo – Dipartimento Arti e Scienze dello Spettacolo dell’Università “La Sapienza” di Roma, 12 – 14 novembre 2008); Prologo al seminario e comunicazione dal titolo A scuola da Bene Il potere di tutti. Conversazione su Aldo Capitini” (Perugia, Sala Miliocchi organizzata dall’Associazione “Vivi il borgo”, dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso e dalla Fonoteca Regionale “O. Trotta”. • Giornata di studi “La religione dell’educazione. Don Milani e Aldo Capitini”, organizzata dalla L.U.M.S.A. di Roma, Facoltà di Scienze della Formazione (Roma, Aula “Edda Ducci”, Piazza delle Vaschette Seminario “Migrazioni. Prospettive etnografiche sullo Stato italiano”, organizzato dal Dipartimento Uomo et Territorio – sezione antropologica (Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Palazzo Manzoni Voler Bene al cinema. Omaggio a Carmelo Bene” (Bellaria, Cinema Astra nel quadro di “Bellaria Film Festival 2009. • Seminario interdisciplinare su: “Grotowski e la ricerca invisibile” (Perugia, Istituto Aberastury, Bruciare la casa“, incontro-colloquio con Eugenio Barba (Isola Polvese (PG) nel quadro di “Terre di confine. Lo spazio del teatro”, progetto a cura di Linea Trasversale. • Séminaire doctoral collectif - Centre d'Etudes Féminines et d’Etudes de Genre/ CRESPPA-GTM : « Théâtre du genre : production, performance, spectacle » (Parigi, CNRS, 4 dicembre – comunicazione su “Travestissement à théâtre: masculin, féminile ou neutre? “). • Séminaire “SPACE-Supporting Performing Arts Circulation in Europe “- Session Paris (ONDA, Paris Comunicazione “Europe Toolbox: quelle boîte pour quels outils?” • “Cinema e teatro non si incontrano mai, se non all’infinito” (Bergamo incontro seminariale nel quadro de “Il teatro vivo. Introduzione al teatro contemporaneo: Corso di Alti Studi Teatrali organizzato dal Teatro Tascabile di Bergamo. • “La Festa nelle culture dei popoli: criteri di autenticità” (Gubbio nel quadro del ciclo di incontri “La Festa nella Festa dei Ceri”, per la celebrazione dell’anniversario della morte di S. Ubaldo. • Introduzione e partecipazione al XI Seminario Interdisciplinare dell’Istituto Aberastury su “La vocazione minoritaria”, condotto da G. Fofi (Perugia Incontro seminariale su “Lo spettatore partecipante” nel quadro del progetto “Paesaggio con spettatore” a cura di R. Vannuccini e organizzato da ArteStudio per il Festival dei Due Mondi – Spoleto (Spoleto, Palazzo Comunale Coordinatore del Laboratorio di Ricerca Interdisciplinare dell’Istituto Aberastury “Dialogo con Sctutatori d’anime di Carlo e Rita Brutti” (Assisi Incontro-conversazione “Radicalism: Piergiorgio Giacchè speakes about Carmelo Bene with Dora Garcia” (Venezia, Padiglione Spagnolo della Biennale Arte nel quadro della performance THE INADEQUATE: ogni giorno un artista in scena (Padiglione spagnolo, 54th International Art Exibition – Venice Biennale Relatore e conduttore del XIII Seminario Interdisciplinare dell’Istituto Aberastury su “L’anima del mondo viene prima del mondo dell’anima? (Perugia Dialogo teatrale – incontro tra un antropologo e un avvocato su Teatro Trattamento Carcere, nel quadro di “Stanze di teatro in carcere 2011. Rassegna intinerante di Teatro Carcere in Emilia Romagna” (Modena, Teatro delle Passioni La congiura della creatività”, seminario pubblico con P. Giacchè e R. Sacchettini, organizzato dal collettivo Nevrosi (Agliana, PT, Teatro Il Moderno Incontro con Marc Augè in dialogo con Piergiorgio Giacchè, organizzato dal Circolo dei lettori di Perugia (Perugia, Sala dei Notari Incontro con Piergiorgio Giacchè e Giuseppe Di Leva (Piccolo Teatro Grassi di via Rovello, Milano nel quadro di “Visioni di Bene. Voce, teatro, cinema, televisione secondo Carmelo”, Milano Memorie del sottosuolo. Il teatro raccontato da spettatori speciali: Piergiorgio Giacchè su Carmelo Bene” (Giardino del MUSAS, Santarcangelo di Romagna nel quadro di Santarcangelo  Festival Internazionale del Teatro in Piazza Raduno degli artisti della scena: Punctum e tempo, dalla fotografia alla scena”, incontro seminariale a cura di Claudio Morganti, organizzato dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana, nel quadro del festival “Contemporanea 12: le arti della scena” (Prato, spazio Magnolfi Incontro-Lezione – TITOLO - per il seminario residenziale Università Elementare de Gli asini nel quadro di “Leggere la città: lo spazio pubblico” (Pistoia aprile 2014) • Seminario su “La parabola dell’animazione teatrale” nel quadro della seconda edizione della Summer School di Arti performative e Community care (Carpignano Salentino Incontro con Piergiorgio Giacchè e Alessandro Leogrande condotto da Giovanna Casadio, intitolato Vizi privati e pubbliche virtù, nel quadro della decima edizione del “Festival Lector in fabula: Privato, Pubblico, Comune” Conversano, Conversano, BA, Auditorium di San Giuseppe Conferenza Orizzonti e vertici del “viaggio del teatro” nel quadro della XVII edizione de “IL TEATRO VIVO. Progetto di promozione e diffusione del teatro contemporaneo”, organizzato dal Teatro Tascabile di Bergamo (Bergamo Conferenza Dal Living Theatre all’Odin Teatret, nel quadro di “Effetti collaterali. Ciclo di incontri per la formazione degli operatori e del pubblico”, organizzato dal Teatro di Sacco di Perugia (Perugia, Sala Cutu Incontro-Lezione “Essere giovani, essere attori” (Pistoia, Piccolo Teatro Mauro Bolognini per il seminario residenziale Università Elementare de Gli asini “La cultura di massa dall’emancipazione all’alienazione”, nel quadro di “Leggere la città: lo spazio pubblico” (Pistoia Corso residenziale “Si deve, si può. Ruolo delle minoranze etiche tra globale e locale” - primo modulo Dove va il nondo? Analisi del presente: il globale e il locale (Lamezia Terme Progetto Spring organizzato dalla Comunità Progetto Sud in collaborazione con le riviste Gli asini e Lo straniero. Relazione: “La mutazione antropologica: dal locale al globale e ritorno Corso di formazione per docenti presso l’Istituto Omnicomprensivo “D. Alighieri” di Nocera Umbra (PG): intervento formativo di due ore sul tema “Giovani Oggi Corso d formazione per docenti “Teatro come cultura delle differenze”, organizzato dal 1° Circolo didattico di Marsciano (PG) e dal Teatro Laboratorio Isola di Confine; conferenza “A scuola da Pinocchio” (Marsciano, Sala E. De Filippo Curatore e ideatore dei seguenti progetti o seminari speciali: • “La casa de l’Odin”, Ciclo di conferenze sulla cultura teatrale e sull’antropologia del teatro (Valencia, Barcellona, Castellon e Madrid, Apriamo un salotto: appuntamenti di restaurazione culturale” - tre cicli di conferenze sulle attività e sulla politica culturale (Perugia Storia et Geografia. Corso effimero di educazione permanente” - cinque incontri dedicati a Gabon, Germania, Iran, Argentina e Umbria, per favorire l’integrazione degli studenti stranieri (Perugia La parte dell’altro. Teatro ed esperienze antropologiche” - ciclo di conferenze e seminario conclusivo con E. Barba (Perugia Altro e Teatro” - ciclo di conferenze e relazioni di ricerca sugli ambiti contigui al teatro (Perugia L’età dell’oro. Per un teatro giovane” - incontri e discussioni fra giovani gruppi teatrali (Parma Il primo giorno. Scuola di teatro a scuola” - convegno/laboratorio sul rapporto tra il teatro nella didattica scolastica e la pedagogia del teatro (Parma Coordinatore del seminario “L’infanzia ritrovata. Lo sguardo dell’artista nel presente che muta” (Parma, all’interno del Corso Uni-Tea Coordinatore del seminario laboratorio “Curare gli affetti. Il teatro come legame sociale. Un percorso tra luoghi e non luoghi” (Parma all’interno del Corso Uni-Tea Curatore (assieme a G. Fofi) del ciclo di incontri “L’arte contro lo stato. Lo stato delle arti” (Santarcangelo di Romagna nel quadro del XXX Festival “Santarcangelo del Teatri”. • Curatore (assieme a F.Orlandi) del Corso di aggiornamento per insegnanti della Scuola Media Superiore “Oralità, Narrazione, Teatro: In Principio era il verbo”, organizzato da Emilia Romagna Teatro – Fondazione (Modena, Teatro delle Passioni Curatore (assieme a S. Cipiciani) di “Piccoli maestri. Incontri video spettacoli con il Teatro delle Albe”. (Spello, Palazzo Comunale e Teatro Subasio organizzato dal Teatro stabile di innovazione “Fontemaggiore” di Perugia Coordinatore (assieme al prof. L. Mango) del Laboratorio di osservazione dello spettacolo contemporaneo, nel quadro del Festival Internazionale ESTERNI (Terni Curatore (assieme a S. Cipiciani) di “Piccoli maestri. Incontro con Santagata o Morganti” (Terni, Officine Ex-Siri organizzato dal Teatro stabile di innovazione “Fontemaggiore” di Perugia nel quadro del festival Es-Terni Ideatore e curatore di “Bene Detto. Oratorio e Laboratorio sull’arte di Carmelo Bene” (Oratorio: Mondaino (RN), Laboratorio: Mondaino (RN) organizzato da L’arboreto. Teatro Dimora, con la collaborazione dell’Ass. Liminalia di Perugia e di B. Filippi e S. Pasello. • “I tagli e le ferite. La poetica della politica e viceversa”, Incontro con gli artisti italiani nel quadro di “Vie. Scena contemporanea festival”, organizzato dall’E.R.T. (Modena, Biblioteca Delfini Curatore e conduttore del meeting “Per Ora Labora” sulla condizione lavorativa dell’attore teatrale, nel quadro del Cantiere delle Arti (Modena, Biblioteca “Delfini” Ideatore e curatore di “InizioAzione.Vacanze scolastiche per allievi attori delle scuole di teatro” (per una ricerca sulla motivazione teatrale), nel quadro del Festival VIE dell’E.R.T. (Rubiera, Corte Ospitale – Modena, Biblioteca “Delfini” Curatore e coordinatore dei sei incontri del seminario-laboratorio “Il grande attore e il piccolo spettatore” a cura del Teatro Stabile d’Innovazione Fontemaggiore di Perugia e del Dipartimento Uomo e Territorio – sezione antropologica – dell’Università degli studi di Perugia (Perugia, Teatro Brecht Curatore di “Autocritica”, quattro incontri fra critici e attori per il Cantiere delle Arti, nel contesto di Vie Scena Contemporanea Festival (Modena, Biblioteca “Delfini Curatore e coordinatore del laboratorio per spettatori “Piccolo pubblico”, organizzato dal Teatro Stabile d’Innovazione Fontemaggiore di Perugia nell’occasione delle repliche degli spettacoli del Progetto Interregionale di promozione dello spettacolo dal vivo “Teatri del presente” (Teatro Brecht di Perugia e Teatro Clitunno di Trevi, Curatore e direttore scientifico de “Il Centro della Visione. Per un’accademia dello spettatore”, progetto organizzato da Kilowat Festival a Sansepolcro (AR), Ideatore e curatore del progetto “Verso Capitini, per un Colloquio corale”, prodotto dal Teatro Stabile d’Innovazione “Fontemaggiore” di Perugia (da aprile 2014 ancora in corso: prima sessione presso il Teatro Drama di Modena sessione presso il Teatro Brecht di Perugia Ideatore e curatore del convegno “Il teatro della critica” (Pistoia organizzato dal Centro Culturale “Il Funaro” e dall’Associazione Teatrale Pistoiese. CONVEGNI • Convegno su “L’Italia e l’Umbria dal Fascismo alla Resistenza: problemi e contributi di ricerca” (Perugia Convegno internazionale su “Droga. Dalle esperienze ad una proposta concreta. Aspetti terapeutici, sociali e legislativi” (Firenze Incontro seminariale “Musica, Possessione, Spettacolo” (Greve in Chianti, Firenze Seconda sessione dell’I.S.T.A. - International School of Theatre Anthropology (Volterra Convegno di studi su “Improvvisazione e spettacolo” (Firenze Convegno di studi su “Vedere ed essere visti” (Volterra Convegno di studi su “Come si potrebbe vivere. Corpo e linguaggio” (Vicenza Giornate della cultura e della partecipazione (Barcellona, Convegno di studi su “Elogio dei fiori: tecniche personali e creatività” (Volterra, Mostra-Convegno “Spoleto come titolo” (Spoleto Simposio “Le maître du regard”, nel quadro della terza sessione dell’I.S.T.A. (Paris, Malakoff Incontri di lavoro con Richard Schechner” (Pontedera Convegno-seminario su “Cosa narrare e come narrare” (Bellaria-Igea Marina Convegno Nazionale di Psichiatria “Crisi e costruzione delle conoscenze” (Massa Convegno “Le forze in campo. Per una nuova cartografia del teatro” (Modena, sessione dell’I.S.T.A. - “Il ruolo della donna nel teatro delle diverse culture” (Hostelbro Convegno Nazionale di Antropologia delle società complesse (Roma sessione dell’I.S.T.A. - “Tradizione dell’attore e identità dello spettatore. Dialoghi teatrali” (Otranto Convegno su “Teatro e Emergenza. Quattro incontri” (Bologna Natura e buongoverno del teatro. Convegno Nazionale per il rinnovamento della scena italiana” (Milano Encuentro de Artes Escenicas sobre perspectivas, necesidades, metodos, limitaciones y alternativas para la investigacion y esperimentacion (Mexico D. F. Convegno su “La presenza misconosciuta. Nuovi progetti di teatro” (Frascati Giornate di studio su “Grotowski, la presenza assente” (Modena Congresso Mondiale di Sociologia del Teatro (Bevagna Seminario Internazionale “A la recerca d’un espai teatral contemporani” (Olot – Catalunya sessione dell’I.S.T.A. - “Università del teatro euroasiano. Tecniche della rappresentazione e storiografia” (Bologna World Congress of Sociology (Madrid, 9 - 13 luglio 1990). • Convegno di fondazione di “Mantis. Centro per la ricerca sui linguaggi del comportamento funzionale” (Palermo • Convegno su “Culture immigrate e teatro in Europa. Analisi dei fenomeni interattivi fra culture immigrate e culture europee” (Bologna, 16 novembre 1991). • Seminario-convegno della Università del Teatro Euroasiano (Padova Convegno internazionale su “Teatro Europeo: quali percorsi formativi” (Torino Congresso Internacional de Sociologia do Teatro (Fondazione Gubelkian, Lisbona Convegno su “La piazza nella storia. Eventi, liturgie, rappresentazioni” (Università di Salerno-Fisciano, Seminario-convegno della Università del Teatro Euroasiano - “Drammaturgie parallele” (Fara Sabina Giornate di incontri e di studi “Per Carmelo Bene” (Perugia Congresso Nazionale “L’antropologia e la società italiana” (RomaConvegno “L’identità collettiva e la memoria storica: un confronto tra Italia e Polonia”, organizzato dall’Ambasciata d’Italia e dall’Università di Varsavia (Varsavia Convegno di studi su “L’altra via dell’intelligenza. Teatro e valore” (Terza Università di Roma Convegno Europeo Teatro e Carcere - “Immaginazione contro emerginazione” (Milano Convegno su “I sommersi e i salvati. Come, perché, dove e per chi fare teatro?” (Terza Università di Roma Convegno internazionale per la fondazione del Centre International d’Ethnoscènologie (Paris Convegno su “Pacifismo, disobbedienza civile, obiezione di coscienza: il ruolo della Comunità di Capodarco” (Lido di Fermo Congresso Europeo della Biennale Théâtre Jeunes Publics - “Pourquoi aller au théâtre aujourd’hui?” (Lyon Convegno su “Teatro antropologico e Antropologia teatrale” (Scilla Convegno su “Tradizione e modernità al sud Convegno Internazionale su “Teatro e Scuola: Università ed Educazione al Teatro” (Roma. • Convegno “Teatro e Scuola fra espressività e percezione” (Modena). Congres International de Sociologie du Théâtre (Mons) Convegno Nazionale su “Arte del narrare, arte del convivere. Incontro tra immigrati, educatori e artisti narratori” (Palermo, Convegno di studio “Creativi si nasce? Teatro e creatività nei possibili percorsi della riforma scolastica” (Palazzolo sull’Oglio - BS). • Convegno su “Le letterature popolari. Prospettive di ricerca e nuovi orizzonti teorico- metodologici” (Fisciano e Ravello - Università di Salerno, Convegno su “Il gioco del teatro. L’animazione trent’anni dopo” (Torino). • Convegno “Processo federalistico delle istituzioni meridionali e mediterranee” (Messina). • Convegno-Seminario “Carmelo Bene e Gabriele D’Annunzio. Sulla verticalità del verso” (Roma, Teatro Valle, Acting, Life, and Style”, convegno per un progetto internazionale di ricerca organizzato dall’Italienska Kulturinstitutet “C.M. Lerici” e dal Teatervetenskapliga Institutionen della Universitet Stockholms (Stoccolma,Convegno Europeo di Teatro e Carcere: “Verso il Duemila, il cammino di un’utopia concreta” (Milano, tavola rotonda su “Il costringimento e il suo doppio” (Convegno “Io sono la prima attrice. Crocevia di esperienze tra teatro e handicap” (Milano). • Convegno “Un teatro per domani”, all’interno della X edizione di Galassia Gutemberg Mostra mercato del libro e della multimedialità (Napoli, Mostra d’Oltremare, Galleria Mediterranea). • Convegno di studio per dirigenti e docenti della scuola “Il Corpo - la Macchina tra avventura, traduzione, mistero” (Calcinate, Bergamo, Congresso “Le Corps du Théâtre. À partir de la Méditerranée: organicité, contemporanéité, interculturalité” (Bologna organizzato dalla Maison de Sciences de l’Homme, Ente Teatrale Italiano e D.A.M.S. dell’Università di Bologna. Encontro Internacional de Novo Teatro para Crianças e Adolescentes – “Percursos” (Lisboa – Portugal, Centro cultural de Bélem). • “Per un teatro popolare di ricerca”, convegno organizzato da La Corte Ospitale (Rubiera, Convegno Internazionale di Studi “I teatri delle diversità e l’integrazione” organizzato da Ass. Cult. Nuove Catarsi (Cartoceto –Ps, Convegno Internazionale “Intrecci tra Educazione Arte Natura nella prospettiva della conversione ecologica” (Amelia, organizzato dalla Casa Laboratorio di Cenci. • Giornate di studio e di ricerca “I Sud e le loro Arti” (Arnesano, organizzato dal Comune di Arnesano (Le) e dall’Università di Lecce. • Convegno “Il cinema al limite, al limite il cinema” (Perugia, 9 novembre 2001), organizzato da Batik-Perugia Film Festival Ho sognato che vivevo. Teatri della trasformazione e dell’esclusione. Esperienze di teatro con protagonisti non comuni (pazienti psichiatrici, carcerati, portatori di deficit, immigrati) a confronto con studiosi e amministratori”, (Arena del Sole, Bologna) convegno organizzato dall’Azienda USL Bologna Nord e dalla Regione Emilia-Romagna Convegno di Studi “Antropologia e poesia” (Fisciano-Ravello, organizzato dall’Università degli studi di Salerno e dall’A.I.S.E.A.- Sezione di Antropologia e letteratura. • Convegno “Per un nuovo Teatro in Italia e in Europa” (Roma, Teatro Valle, organizzato dall’Ente Teatrale Italiano nel quadro di “Cercando i teatri Convegno “Residui illimitati” (Bergamo, Chiesa di S.Agostino, 21 giugno 2002), organizzato da Il Teatro Prova nel quadro del festival “Non voglio perdere la meraviglia. Teatri e arti tra diversità e alterità”. • Convegno Internazionale “Le arti del ‘900 e Carmelo Bene” (Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, organizzato dalla Regione Piemonte e dall’Organizzazione per la Ricerca in Scienze e Arti di Torino. • Convegno Internazionale “Performing Through – Tradition as Research at the Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards” (Vienna, Theater des Augenblicks, Non solo per piacere. Pratiche teatrali. Adolescenti. Giustizia. Convegno nazionale sulle esperienze di teatro con minori in area penale interna ed esterna (Bologna, Maison Française, organizzato dal Dipartimento Musica e Spettacolo dell’università di Bologna, dalla Regione Emilia-Romagna e dal Centro Giustizia Minorile per L’Emilia Romagna e Marche. • Colloque International d’Ethnoscénologie (Parigi, Université Paris Convegno “L’Attore”, organizzato da Primafila e InScena con il patrocinio delle Segreterie di stato per il Turismo e gli Istituti Culturali – Repubblica di san Marino (Sala SUMS, Giornate di lavoro e di studio nel quadro dell’Assemblea Generale di IRIS - Associazione Sud Europea per la Creazione Contemporanea (Modena, Palazzo Comunale). Controscuola. Riflessioni ed esperienze pedagogiche”, convegno organizzato dalla rivista “Lo straniero” (Roma, Museo di Roma in Trastevere, symposium on tracing roads across “Living Traces – Performing as a Shared Reality” (in the occasion of the 20th Anniversary of the Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards), Teatro Manzoni, Pontedera – PI, Convegno “Réécritures de Médée”, organizzato dal Centre de Recherche en Etudes Féminines – Etudes de genre del’Université Paris 8 (Saint-Denis, Musée d’Art et d’Histoire, Il disagio e chi se ne occupa. Crisi dei sistemi educativi e di cura e prospettive dell’agire sociale”, convegno organizzato dalla rivista “Lo straniero” (Roma, Sala Civita, Piazza Venezia, 1° Incontro su “Travestitismo e identità di genere nelle scienze della recitazione” (Napoli, Galleria Toledo), organizzato dal Dipartimento di Neuroscienze, Unità di Psicologia Cilinica e Applicata e dalle Università degli Studi di Napoli Federico II, L’Orientale, Suor Orsola Benicasa; comunicazione su Il teatro e l’alterità di genere. Il caso o l’esempio di Carmelo Bene. Convegno Regionale A.I.Fi Umbria su “Le alterazioni posturali: dalla conoscenza alla coscienza riabilitativa” (Trevi, Hotel della Torre, organizzato con la collaborazione dell’Università di Perugia; comunicazione su Postura e cultura. Il corpo della tradizione e il corpo della rappresentazione. • Convegno “Venti anni di teatro della Compagnia della Fortezza – Per un teatro stabile in carcere” (Volterra, Cortile principale del carcere, coordinatore e relatore. • Convegno internazionale “Il teatro che ho in testa. Per un festival di teatro da sogno” (Ulassai e Jerzu, organizzato da Cada Die Teatro, nel quadro di “Ogliastra Teatro, festival dei tacchi Convegno “La frontiera del teatro. Grotowski 30 anni dopo” (Milano, Teatro dell’Arte, organizzato dal CRT Centro di Ricerca per il Teatro di Milano. • Convegno “Teatro e Infanzia”, a cura di G. Fofi e M. Martinelli, organizzato dal Teatro Stabile di Napoli e da Punta corsara (Scampia-Napoli, Teatro Auditorium, Journée d’étude “Modes et formes d’émergence dans le théâtre” (Liegi, Belgio, organizzato, nel quadro del progetto Prospero, dall’Université de Liège e dal Théâtre de la Place. • “Ricordando Lévi-Strauss. Convegno di studi” (Macerata, organizzato dal Centro Internazionale di Studi sul Mito e dall’Università di Macerata. • Convegno seminariale “Chi è il prossimo?”, organizzato dalla rivista “Lo straniero” nel quadro del 40° Festival Internazionale del Teatro in Piazza (Santarcangelo di Romagna, Supercinema, Futuramente. 1° Convegno intorno alla Creatività per le future generazioni” (Pontedera, Museo Piaggio, organizzato dall’ass. Libera Espressione e dal Comune di Pontedera (PI). • Journée d’étude “Vous ne trouvez pas ça tragique? – conversation publique sur l’art, l’esthétique et la politique” (Tolosa, Francia, organizzata dal Théâtre Garonne, nel quadro di “In Extremis Una giornata con il Living Theatre – conversazione pubblica (San Sisto – Perugia, Teatro Bertolt Brecht, organizzata dall’UILT nel quadro della Giornata Mandiale del Teatro. Convegno Internazionale “Civiltà, culture, educazione. Le sfide della società tardo- moderna alla pedagogia” (Aula Magna della Lumsa, Roma, organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione della LUMSA di Roma. • Convegno seminariale “Un’idea di rivoluzione”, organizzato dalla rivista “Lo straniero” nel quadro del Festival Internazionale del Teatro in Piazza (Santarcangelo di Romagna, Supercinema, “Il n’y a pas de révolution politique possible, s’il n’y a pas d’une révolution poétique” – incontro internazionale e tavola rotonda sul rapporto tra pratiche artistiche e mutazioni politiche nelle aree interessate dalla “primavera araba” (Terni, Festival Internazionale della Creazione Contemporanea, Caos Area Lab,). Journée d’études “Potlach notionnel sur la performance. National potlach on performance”, organizzata dall’E.H.E.S.S., dall’Université Paris Ouest-Nanterre, dal Centre Edgar Morin e dal H.A.R. (Amphithéâtre François Furet, bld. Raspail, Paris Convegno della Facultatea de Teatru si Televiziune – Universitatea Babes-Boyai di Cluj-Napoca (Romania) “The Bad Spectator. Performing Arts between Construction and Destruction / Le mauvais spectateur. Les arts du spectacle entre construction et destruction”, organizzato dal gruppo di ricerca Istoria Teatrului, Iconografie si Antropologie Teatrali a Cluj-Napoca Seminario “L’esperienza del principio. Jerzy Grotowski, l’infanzia e la rinuncia all’assenza” (Cenci-Amelia, nel quadro della manifestazione “Sorgenti e torrenti. Omaggio a Jerzy Grotowski e al Teatro delle sorgenti” organizzata dal Laboratorio di Cenci Convegno “Le théâtre et ses publics: la création partagée” - 2° Colloque International du Projet Européen PROSPERO (Salle académique dell’Università di Liegi – Belgio), organizzato dal Théâtre de la Place di Liegi e dell’Université de Liège. • “Confusion de genres. Journées d’étude en l’honneur de Jean-Paul Manganaro”, organizzato dall’Université de Lille 3, dall’Université Paris Ouest-Nanterre-La Defense e dall’Università Italo Francese (Lille, 29 novembre – 1° dicembre; Paris, 12 dicembre 2012). • Colloque International “D’après Carmelo Bene” (Parigi, Institut National d’Histoire de l’Art - Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique - Cinéma du Panthéon), organizzato da HAR, Université Paris Ouest-Nanterre, Labex Arts-H2H, Université Paris 8 Vincennes-Saint Denis, CNSAD, Dipartimento Uomo e Territorio dell’Università di Perugia (in partenariato con Union des Théâtres de l’Europe e con Emilia Romagna Teatro Fondazione). • Incontro sul tema “Memoria e Identità” (Gubbio, Biblioteca Sperelliana), organizzato dal Comune di Gubbio e dal Lyons Club Gubbio Host. “Teatro e nuovo umanesimo”, convegno nel quadro della “Giornata per Claudio Meldolesi” (Bologna, Laboratorio delle Arti), organizzata dal Dipartimento delle Arti visive, performative, mediali dell’Università di Bologna, con il patrocinio dell’Accademia dei Lincei.Convegno Nazionale di Teatro educativo intitolato “Scrittura e riscrittura. Da testo alla messa in scena – Esperienze a confronto” (Avigliano Umbro, TR, Colloque international d’ethnoscénologie, organizzato da Maison des Cultures du monde, Université Paris 8, Maison des Sciences de l’Homme Paris Nord) •Incontro sul tema “Ai confini della democrazia” (Roma, La Pelanda) organizzato dalle Edizioni dell’Asino nel quadro della rassegna Short Theatre n. 8 intitolato “Democrazia della felicità” (Roma). • Convegno Seminario “Intellettuali e riviste tra passato, presente e futuro” (Perugia, Sala della Partecipazione del Consiglio regionale dell’Umbria). • Convegno sulla Rete Regionale dei Teatri (Modena, Teatro delle Passioni), organizzato dalla Fondazione Mario del Monte e da Emilia Romagna Teatro. Convegno “La possibilità del teatro. Un incontro di riflessione e confronto”, organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro (Pontedera, PI, Teatro Era). Convegno “Il teatro della critica” (Pistoia), organizzato dal Centro Culturale “Il Funaro” e dall’Associazione Teatrale Pistoiese. RICERCHE ricerche teoriche: Il contesto sociale della criminalità e della devianza Le basi strutturali dei processi di criminalizzazione” La solitudine abitativa come fenomeno emergente Riferimenti teorici ed esperienze empiriche nella fondazione di una antropologia del teatro Cultura dell’attore nelle tradizioni teatrali euroasiatiche  L’identità dello spettatore e i modelli di fruizione del teatro Sociabilità, Relazionalità, Spettacolarità Tecniche del corpo e azioni performative Studio per la realizzazione di uno spettacolo teatrale sul tema del cooperativismo Elements anthropologiques dans le théâtre contemporain - nel quadro della partecipazione al Groupe international de recherche interdisciplinaire “Spectacle vivant et sciences de l’homme” - Maison de l’Homme, Paris Il teatro e la scuola: le funzioni pedagogiche del teatro e i corsi di formazione degli operatori teatrali e degli insegnanti - nel quadro dell’attività dell’Uni-Tea, progetto coordinato dall’Ente Teatrale Italiano. ricerche empiriche: • Gli atteggiamenti nei confronti della devianza criminale e dell’istituzione carceraria (ricerca condotta nel quartiere di P.ta Eburnea di Perugia Le opinioni e gli atteggiamenti degli studenti dell’Istituto Tecnico per Geometri di Perugia nei confronti della scuola e della condizione umana Indagine su tipologia e censimento degli organismi di democrazia di base (ricerca per il Consiglio Regionale dell’Umbria, Ricerca sulla definizione e le caratteristiche della popolazione “reale” (ricerca del C.R.U.R.E.S. Indagine sull’ascolto radiotelevisivo in Umbria (ricerca del Comitato Regionale Umbro per il Servizio Radiotelevisivo, Ricerca sul comportamento elettorale in Umbria attraverso l’analisi dei risultati delle elezioni politiche ed europee  Indagine sull’esercizio e il mercato cinematografico in Umbria (ricerca dell’Associazione Umbra per il Decentramento delle Attività Culturali, Inchiesta sul teatro dialettale in Umbria (ricerca del Centro Documentazione Spettacolo, sAnalisi dei risultati delle elezioni amministrative  nel comune di Perugia (ricerca del Comune di Perugia, Ricerca sulla memoria e sulla identità dello spettatore (ricerca condotta in Salento per l’International School of Theatre Anthropology).  L’informazione televisiva in Umbria: i notiziari regionali (ricerca del Comitato Regionale Umbro per il Servizio Radiotelevisivo, Indagine sulle emittenti radiotelevisive operanti in Umbria (ricerca del Comitato Regionale Umbro per il Servizio Radiotelevisivo, Aspetti devozionali e spettacolari nelle feste religiose patronali In compagnia: ricerca e analisi sulle opportunità di lavoro e di impiego nel settore teatrale” (nel quadro dell’azione pilota “terzo settore e occupazione” promossa dalla Commissione Europea D.G.V); ricerca coordinata da Emilia Romagna Teatro con la collaborazione di “Amitié”, Taller de Investigaciòn de la Imagen Teatrale di Madrid, Teatro delle Briciole, Teatro Festival, Thomas Consulting Group Ricerca empirica sulla definizione e sulla’informazione e formazione dello spettatore, all’interno del progetto “100 spettatori da adottare” organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro e dall’ETI Ente Teatrale Italiano Il nuovo attore nuovo” Osservatorio scientifico sulla pedagogia dell’attore di innovazione, applicato al Progetto interregionale “Teatro – Percorsi di Alta Formazione” organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro, dai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce e dal Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, in convenzione con le rispettive Regioni Analisi documentale del “Cantiere delle Arti” – un cantiere transnazionale per la creazione di percorsi integrati connessi alla realtà produttiva del settore spettacolo dal vivo – costituito da Emilia Romagna Teatro Fondazione, dalla Regia Accademia Filarmonica e Musica e Servizio Cooperativa Sociale Sull’opera e il pensiero degli antropologi Giulio Angioni. Tra antropologia e letteratura (recensione), “Lo straniero Arte Cultura Società”, Bourdieu: l’autoanalisi di un maestro, “Lo straniero Arte Cultura Scienza Società, Postfazione alla parte quinta “Dimensioni della festa” in: T. Seppilli, Scritti di antropologia culturale, (M. Minelli – C. Papa, curatori), 2 voll., Olschki Ed., Firenze, La festa, la protezione magica, il potere, Lo sguardo lontano di Lévi-Strauss, “Lo straniero Arte Cultura Scienza Società, Lezione e monito dell’ultimo Baudrillard, “Lo straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Sulla condizione e la subcultura giovanile: Dopo Licola, (in coll. con G. Baronti), “Ombre Rosse, Il corpo e il territorio, “Segno critico, Una nuova solitudine. Vivere soli tra liberazione e integrazione, (in coll. con P. Bartoli e S. La Sorsa), Savelli ed., Roma, Protagonismo, narcisismo e consumismo, “Ombre Rosse, Forza ragazzi, “Linea d’ombra, Disagi giovanili, disagi senili, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Il diavolo, sicuramente, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Lo studente quotidiano, “Gli asini. Educazione e intervento sociale, La Giovane Italia, “Gli asini. Educazione e intervento sociale, Un saggio Laffi sui giovani e i vecchi, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Sulla devianza e la criminalità: La ricerca dei ricercati. Sociologia dell’ordine pubblico, (in coll. con G. Baronti), “Ombre Rosse, La organizzazione del consenso nel regime fascista: la manipolazione ideologica della devianza criminale, (in coll. con G. Baronti), “Studi e materiali di antropologia culturale”, Perugia, Sulla cultura meridionale: Mezzogiorno è già passato, in: G. Fofi – A. Leogrande (curatori), Nel sud, senza bussola. Venti voci per ritrovare l’orientamento, L’ancora del mediterraneo, Napoli, Sulla cultura politica e la politica culturale: Partiti e comportamento elettorale. Analisi dei risultati delle elezioni del giugno 1789 in Umbria (in coll. con A. Sorbini), Com.Reg.Umbro PSI, Perugia, Caro nome..., in: AA.VV., A proposito dei comunisti, Linea d’ombra ed., Milano, La festa dell’albero. Come ri-nasce un partito, “Linea d’ombra, Invenzione, diffusione e agonia dell’operatore culturale, “Linea d’ombra, Ebrei e naziskin. I fatti e le notizie, in: A. Cavaglion (a cura di), Gli aratori del vulcano. Razzismo e antisemitismo, Linea d’ombra ed., Milano, Il punto e la linea. Maggioranze, minoranze e critica della politica, “Linea d’ombra, La cultura del maggioritario, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale, Una merce come le altre? La fiera del libro a Torino, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale, Laici ed eretici, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale”, A Perugia c’è cultura da vendere, “L’indice, Sull’industria della coscienza: una questione di dettaglio, introduzione a: H.M. Enzensberger, Questioni di dettaglio. Poesia, politica e industria della coscienza, trad. di G. Piana, ediz. e/o, Roma, La parabola del buon rettore, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, L’età dello stagno, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Cosa ci tocca vedere, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Il laico e il sacro, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Qualcosa è accaduto, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Il porto dell’università, fra la nebbia e il miraggio, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Toni, Bepi e san Francesco (per tacere di sant’Agostino), “Lo Straniero. Arte Cultura Società, La sera del dì di festa, “Lo straniero. Arte Cultura Società, Questo Papa e quella guerra, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, La controriforma e il doposcuola, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Grande Papa, tanta gente, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, La questione comica, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Il silenzio dei post-comunisti, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Il viaggio di Francesco Piccolo nei divertimenti di massa (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, La mamma ha un cuore verde. Un racconto di Rosa Matteucci (recensione),“Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, La montagna elettorale, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Il male minore, in: M. Bon Valsassina (curatore), In fondo al male. Contributi e Iconografie sul Male, Futura ed., Perugia, Universitas docet, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Un pomeriggio tra le minoranze, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società Silvio, Umberto e i giovani d’oggi, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, La parte dell’arte, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, G. – V. Giacopini – E. Morreale – N. Lagioia, Necessità e servitù della critica. Cosa cerca l’arte? A che serve la critica?, Edizioni dell’Asino, Roma, Prefazione a: Carlo e Rita Brutti, Scrutatori d’anime. La psicoanalisi che viene, Edizioni dell’Asino, Roma, Lo sciopero e la grève, ovvero dalla Francia con stupore, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Il teatro del prossimo, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Teatro e politica all’italiana: l’Attore e l’Assessore, “Gli asini. Educazione e intervento sociale”, Via col vento, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Specchiarsi nelle vite degli altri. Un romanzo di Emmanuel Carrère, (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Il maggio è francese, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Ci fu una volta la sinistra, ovvero il silenzio dei post-comunisti, Edizioni dell’asino, Roma, La cultura e la politica, un atto unico in due tempi, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Indovinala Grillo!, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Fazio ovvero l’ultima volta della tivvù, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, L’università dei vavassini, “Gli asini. Rivista di educazione e intervento sociale” (numero monografico su Valutazione e meritocrazia nella scuola e nella società  Il niente che avanza, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Renzi, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, I volontari dell’ottimismo. Marino Sinibaldi riflette sulla cultura, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Sul pensiero e l’azione di Aldo Capitini Introduzione e cura del volume: A. Capitini, Opposizione e liberazione. Scritti autobiografici, Linea d’ombra ed., Milano (riedizione con il titolo Opposizione e liberazione. Una vita nella nonviolenza, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli). Al servizio (civile) della coscienza, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale, Capitini e l’obiezione di coscienza, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale”, Introduzione e cura del volume: A. Capitini, Liberalsocialismo, ediz. e/o, Roma, L’obiezione è coscienza. L’insegnamento di Aldo Capitini, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Introduzione e cura del volume: La religione dell’educazione. Scritti pedagogici di Aldo Capitini, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), Capitini e i Perugini, “Studi Umbri”, n. 0, anno I, 2009, (www.studiumbri.it) Cura –assieme a G. Fofi- del volume: A. Capitini, Agli amici. Lettere 1947-1968, Edizioni dell’Asino, Roma, L’importanza di chiamarsi prete, “Gli asini. Educazione e intervento sociale, Sulla cultura teatrale e la società dello spettacolo: Il teatro delle esperienze, (in coll. con S. De Matteis), “Quaderni di Teatro, Diario scolastico del sussidiario teatrale, “Scenascuola”, Un pugno di terra. Conversazione con Eugenio Barba, “Linea d’ombra, Living memories. Ricordi del Living e memorie viventi, “Teatro Festival, Antropologia culturale e cultura tetrale. Note per un aggiornamento dell’approccio socio- antropologico al teatro, “Teatro e Storia, Una bùsqueda de “antropologia teatral” sobre la identidad del espectator, “Repertorio. Revista de teatro, Memoire sociologique. Extraits de carnets d’une recherche anthropologique sur “L’identité du spectateur”, “Buffonneries”, Teatro necesario y teatro suficiente, “Màscara. Cuadernos Latinoamericanos de Reflexion sobre la Escenologia”, anno Come lavorare in discesa. Ragionamenti e aggiornamenti sul teatro “minore”, “Linea d’ombra, Lo spettatore partecipante. Contributi per una antropologia del teatro, Guerini e ass., Milano, Uno spettacolo prigioniero e un teatro libero, in: M.T. Giannoni (a cura di), La scena rinchiusa. Quattro anni di attività teatrale dentro il Carcere di Volterra, Tracce ed., Piombino, Introduzione all’identità dello spettatore. Una ricerca di antropologia del teatro, “R.I.S.T. Revue Internationale de Sociologie du Théâtre, Teatro e antropologia. Note su una “canoa di carta”, “Linea d’ombra, Una equazione fra antropologia e teatro, “Teatro e Storia”, L’esplorazione antropologica e i “fines” del teatro, “Etnoantropologia”, Argo ed. Lecce, Nostalgia del teatro e simulazione della piazza, in: D. Scafoglio - M. Vitale (a cura di), La piazza nella storia: eventi, liturgie, rappresentazioni, Ed. scientifiche italiane, Napoli, Introduzione e cura, Per Bene (Atti del convegno, Perugia), Linea d’ombra ed., Milano, De l’anthropologie du théâtre à l’ethnoscènologie, “Internationale de l’immaginaire, Ed. Maison de Cultures du monde, Paris, Il teatro “privato “del pubblico. Cenni di storia e appunti sulla fenomenologia dello spettatore, in: Le età del teatro. Corso triennale di storia e cultura teatrale, Ert (Emilia Romagna Teatro) ed., Modena, Bene. Antropologia di una macchina attoriale, Bompiani ed., Milano, Premio del Presidente del Premio “G. Pitrè – S. Salomone Marino). De la consommation du théâtre au théâtre dans la société de consommation, in: AA.VV., Pourquoi aller au théâtre aujourd’hui? (Actes du quatrième colloque européen - Biennale Théâtre Jeunes Publics, Lyon), Les Cahiers du soleil debout, Lyon, Giulio Cesare”, teatro dei corpi, (recensione),“Lo straniero. Arte Cultura Società, Teatro antropologico: atto secondo, “Catarsi. Teatri delle diversità, Pozzi – V. Minoia (a cura di), Di alcuni teatri della diversità, ANC, Consumare teatro, “Teatro e Storia, Shakespeare e Garibaldi, (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Au théâtre comme à la guerre!, in: Centre Dramatique Hainuyer - Centre de Sociologie du Théâtre, La mediation théâtrale (Actes du 5è Congrès International de Sociologie du théâtre organisé a Mons (Belgique)), Lansman, Carnières-Morlanwelz (Belgique), Théâtre éducation”, Spettatori non si nasce, in: Provincia di Modena - Emilia Romagna Teatro,Teatro e scuola fra espressività e percezione. Atti del convegno (Modena), Centro Stampa Provincia di Modena, O la guerra o il teatro. Sul film di Mario Martone, Lo Straniero. Arte Cultura Società, Politica culturale e cultura teatrale, “Primafila. Mensile di teatro e di spettacolo dal vivo”, Aux confins du théâtre. Sur la relation entre théâtre et anthropologie, “Diogène, At the Margins of Theatre. On the Connection Between Theatre and Anthropology, “Diogenes, Il Teatro come ‘attore’ del terzo sistema, in: “In Compagnia. Materiali per la costruzione di un quadro di riferimento per lo sviluppo dell’occupazione degli operatori artistici teatrali: il teatro quale strumento di crescita sociale”, (relazione di ricerca), Emilia Romagna Teatro, Stampa Tem, Modena, Dell’ascolto distratto e dell’attenta lettura. I versi di Campana ripartoriti dalla voce di Carmelo Bene, (recensione), “L’indice”, Domande sul presente di Manfredini, “La porta aperta”, Le bugie della scuola e quelle del teatro, “Art’o”, Abbecedario della non-scuola del Teatro delle Albe, allegato a “Lo straniero Arte Cultura Società, Il giullare fatto santo. Fo Dario fu Francesco, “L’indice”, La settima volta di Riccardo terzo. Incontro con Claudio Morganti (intervista), “La porta aperta”, Tragedie nella terra, verso il mare, sotto il cielo. Incontro con Alfonso Santagata (intervista), in: S. Maggiorelli (a cura di), Tragicamente. Il teatro di Alfonso Santagata, Titivillus ed., Corazzano (PI), Teatro a cielo aperto. Incontro con Alfonso Santagata in “La porta aperta”, La fine dello spettatore, in: P. Giacchè (a cura di), Lo spettatore e le visioni del teatro futuro, “Prove di Drammaturgia”, Entelechia del Bene. Incontro con Carmelo Bene, “La porta aperta”, Il teatro fuori dai teatri. Memorie di uno spettatore di provincia, in: F. Gentili (a cura di), Teatri dell’Umbria. La storia, il gioco, la memoria, Octavo, Firenze, L’arte dello spettatore, vedere i suoni e ascoltare le visioni, in: Città di Palermo – Assessorato alle Politiche Educative, Arte del narrare, arte del convivere (Atti del Convegno nazionale – Palermo Eliocopisteria “Milone”, Palermo, L’identità dello spettatore. Un saggio di Antropologia Teatrale, “Etnostoria” L’art du spectateur: voir les sons et écouter les visions, “Diogène”, The Art of Spectator: Seeing Sounds and Haering Visions, “Diogenes”, Bene, attore della cultura, “Lo Straniero Arte Cultura Società Lo spettatore del teatro e il pubblico del rito, in: Cappelli, Lorenzoni (a cura di), La nave di Penelope. Educazione, teatro, natura ed ecologia sociale. Testimonianze e proposte a partire dai 20 anni di esperienze della Casa-Laboratorio di Cenci, Giunti ed., Firenze, Teatro prigioniero, in: M. Buscarino, Il teatro segreto, Leonardo Arte, Milano, Il Sessantotto e il Teatro: un anno senza “stagione”, in: AA.VV., Rivelazioni e promesse del ’68, CUEC, Cagliari, Un anno senza “stagione”: il ’68 e il teatro, “Lo straniero Arte Cultura Società”, L’avventura finale di Benigni (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società Questa non è una tragedia (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società”, L’altra visione dell’altro. Una equazione tra antropologia e teatro, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, Perdere un amico, “Rivista di psicologia analitica”; Lo straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Perdere un amico. Ricordo di Bene) (ripubblicato in: B. Massimilla (a cura di), La perdita. Lutti e trasformazioni, Vivarium ed.. Milano. Apparire alla Madonna, postfazione a: C. Bene, Sono apparso alla madonna. Vie d’(h)eros(es). Autobiografia, Bompiani, Milano, L’identitè du spectateur. Essai d’anthropologie théâtrale, “L’Ethnographie. Création, Pratiques, Publics Arrevuoto”: il teatro in festa (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società”, Un Amleto di più (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Dar corpo alla poesia: l’esempio e il metodo di Carmelo Bene, in: D. Scafoglio (a cura di), La coscienza altra. Antropologia e poesia, Marlin ed., Cava de’ Tirreni (SA), Atti del Convegno di Studio “Antropologia e poesia”, organizzato dall’Università di Salerno, Salerno-Ravello, Bene. Antropologia di una macchina attoriale – nuova edizione aggiornata e ampliata, Bompiani ed., Milano, Arrevuoto, n’ata vota (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Arrevuoto”: quando il teatro sospende la dittatura del mondo, in: Teatro delle Albe, M. Martinelli – E. Montanari (curatori), Suburbia. Molti Ubu in giro per il pianeta. Ubulibri, Milano, La verticalità e la sacralità dell’atto, in: A. Attisani – M. Biagini (curatori), Opere e sentieri. Testimonianze e riflessioni sull’arte come veicolo, Bulzoni ed., Roma, La dernière Médée. Le mithe dans le théâtre contemporain: un parcours à l’envers, Réécritures de Mèdée, (sous la direction de N. Setti – Centre de Recherche en Etudes Féminines et Etudes de genre, Université Paris 8), “Travaux et Documents”, Saldi di fine stagione, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza SocietàTeatro: Romeo all’Inferno, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Un soffio di teatro, in AA.VV., In cammino con lo spettatore (Laggiù soffia – Era – In carne ed ossa), (a cura di S. Geraci), La casa Usher, Firenze, De la consommation du théâtre au théâtre dans la société de la consommation (nouvelle édition), “Degrés. Revue de synthèse à orientation sémiologique”,  L’effetLiving. Lavisiond’Artaudparles “Balinais” deNewYork,“Theatre/Public” (L’avant- garde américaine et l’Europe / II. Impact), Le personnage public et l’acteur privé (entretien avec Piergiorgio Giacchè pas Ciryl Béghin), “Théâtre et Cinéma 2009. Marco Bellocchio, Carmelo Bene”, tome 20, publié à l’occasion du 20e Festival à Bobigny, sous la direction de Dominique Bax, Voler Bene al cinema, in “Bellaria 27” (catalogo di Bellaria Film Festival, Lo straniero”, Fellini antropologo. Fra nostalgia e profezia, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza SocietàLa nostalgia, merce per tutti, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Bene Detto. Dispensa per Oratorio e Laboratorio, (a cura di P. Giacchè, con interventi di C. Bene, B. Filippi, G. Fofi, P. Giacchè, J.P. Manganaro, S. Pasello), L’arboreto – Teatro Dimora, Mondaino, Il corpo dimenticato: Carmelo Bene, in: U. Birmaumer-M. Hüttler- Palma, Corps du Théâtre – Il Corpo del Teatro, Hollitzer Wissenshaftsverlag/Verlag Lehner, Wien (Austria), Los verbos transitivos del teatro. Mirar teatro, in: C. Lisòn Tolosana (a cura di), Antropologìa: horizontes estéticos, Antrhropos Émergence et submersion en Italie: le système théâtral et son double, “UBU Scènes d’Europe- European stages” (numero: Emergence(s) dans le théâtre européen – in European Theatre), Uomini e dei in un film francese (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, L’antropologia del teatro e il teatro della cultura, in Borghi – A. Borsari – G. Leoni (curatori), Il campo della cultura a Modena. Storia, luoghi e sfera pubblica, Mimesis Edizioni, Milano- Udine, Homo Videns. Quella TV che si guarda da sola, “L’altrapagina”, Lo spettatore ospite, “Culture teatrali. Studi, interviste e scritture sullo spettacolo”, n.20, Annuario (Teatri di Voce, a cura di L. Amara e P. Di Matteo), La parabola dell’animazione teatrale, in: D. Pietrobono – R. Sacchettini (curatori), Il teatro salvato dai ragazzini. Esperienze di crescita attraverso l’arte, Edizioni dell’Asino, Roma, Non fare l’amore, in: T. Cots (a cura di), Loving effects, Quodlibet ed., Macerata, (trad.inglese). Buttare il bambino nell’acqua sporca, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, anno XV, Les Menoventi et le Perithéâtre, in: C. Hurault – G. Banu (curatori), Frontières liquides – territoires de l’art. Emergences de la scène européenne, Editions Alternatives théâtrales / Union des Théâtres de l’Europe (n. 9 hors série de la revue “Alternatives théâtrales”), Liquidité et/ou verticalité, in: C. Hurault – G. Banu (curatori), Frontières liquides – territoires de l’art. Emergences de la scène européenne, Editions Alternatives théâtrales / Union des Théâtres de l’Europe (n. 9 hors série de la revue “Alternatives théâtrales”), Le public est mort. Vive le Public! Sur la poétique et la politique du mauvais spectateur, in: S. e J. Pop-Curseu – Maniutiu – L. Pavel-Teutisan – D. Enyedi (curatori), Regards sur le mauvais spectateur – Looking at the Bad Spectator, Presa Universitara Clujeana, Cluj-Napoca, Romania, Barba e Carmelo Bene. Vite parallele e viaggi perpendicolari, “Teatro e Storia”, Bulzoni ed., (riedito in francese, traduzione di Cristina De Simone in: Les Voyages ou l’ailleurs du théâtre. Hommage à Georges Banu (Essais et témoignages réunis par Catherine Naugrette), Éditions Alternatives théâtrales – Sorbonne Nouvelle-Paris, Il pubblico troppo emancipato, “Quaderni del Teatro di Roma”, Espectador-Hòspede, “Revista Brasileira de Estudos da Presença”, Porto Alegre, seer. ufrgs.br/presenca. Le public est mort. Vive le Public!, “Alternatives théâtrales” (Le mauvais spectateur), Bruxelles, Le “Public” trop émancipé: vers une poétique pauvre de la politique théâtrale, in: Le théâtre et ses publics. La création partagée (Actes du 2° Colloque International du Projet Européen PROSPERO - Liège, Les Solitaires Intempestifs Editions, Besançon, Teatro e comunità, “Scena”, Sur Sieni, et surtout sur Virgilio. Trois exemples, in Sieni, Trois Agoras Marseille. Art du geste dans la Méditerranée, Maschietto editore, Firenze, Risposte o riposte. Cinque lettere aperte su CB, “Prove di drammaturgia. Rivista di inchieste teatrali”, Un Pinocchio letto per Bene, introduzione a: C. Bene, Pinocchio, Bompiani ed., Milano,Vers la verticalité du vers, Revue d’Histoire du Théâtre, (D’Après Carmelo Bene. Actualité), Il combattimento tra la teoria e la poesia (dedicato a Claudio Meldolesi), “Prove di drammaturgia. Rivista di inchieste teatrali”, Il teatro piccolo, povero, nuovo, in: “L’Italia e le sue regioni. L’età repubblicana, vol. IV Società (a cura di M. Salvati – Sciolla)”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Abramo Printing, Catanzaro, Carmelo selon Jean-Paul in: Croisement d’écritures France-Italie. Hommage à Jean-Paul (sous a direction de Camille Dumoulié, Anne Robin et Luca Salza), éd. Mimésis, Vêtements liturgiques et corps dévôts, in: Jean-Marie Pradier (sous la direction de), La croyance et le corps. Esthétiques, corporeité des croyances et identités (Actes du colloque d’ethnoscénologie, Paris), Presses Universitaires de Bordeaux. Nome compiuto: Piergiorgio Giacchè. Giacchè. Keywords: l’altra visione dell’altro, Clifton, religion and education, ego et tu. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giacchè: A Cliftonian implicature” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giacomo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’icona -- sensibile, imagine, presentazione, rappresentazione, formante e formato, contentente e contenuto -- l’inspiegabile – filosofia italiana – la scuola d’Avola – filosofia siracusese -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Avola). Abstract. Grice: “I argued that something may not be a ‘sign’ and still ‘signify.’ The trick is that when it comes to the utterer, the ‘significatio’ is one or two places removed from the original ‘sign’!” Keywords: Segno, significatio. Filosofo avolese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Avola, Siracusa, Sicilia. Studia estetica. Il rapporto tra estetica e figura, immagine, rappresentazione. Si laurea sotto Garroni. Insegna a Parma e Roma. Fonda la Società Italiana d'Estetica. Nell'affrontare il concetto di ‘immagine’ è necessario rifiutare sia l'interpretazione che vede una'immagine come lo specchio di una cosa (“Fido”-Fido). E necessario rifiutare anche quella interpretazione del concetto di ‘imagine’ che la considera esclusivamente come un segno significante di se stesso. Il concetto di ‘rap-presentazione’ implica qualcosa che si mostra e nel manifestarsi resta ‘altro' dalla ‘percivibilita’ della rappresentazione stessa. Così, nel ‘presentare’ se stessa, una immagine manifesta l'altro del perceptible, del rappresentabil. Quell'altro che si rivela nel perceptibile, nascondendosi a esso. Ed è proprio così che una immagine si fa un ‘icono’ di quello che e altro il perceptibile. Afferma la tendenziale perdita di ‘figurativita’ di una immagine e del continuare a sussistere dell'immagine stessa. Una immagine, infatti, è una segno e insieme una non-segno. E il paradosso di una “irrealta reale”. Si riferisce al tentativo di scindere la natura ancipite dell'immagine negli elementi che la compongono. Da una parte in un “readymade” (come l’urinale di Duchamp), nel quale la dimensione rap-presentativa si dissolve in una dimensione puramente PRE-sentativa, e dall'altra in una pura immagine soggetiva, dotata di un debole supporto materiale. Una immagine e una meta-immgine: l’immagine di una immagine (homuncular regressus ad infinitum of Griceian theories of representation, according to Cummings, but not Grice!). Di questo modo, una immagine non e neppure propriamente immagini quanto piuttosto una ‘simul-azioni’, simile allo imperceptibile, un “simul-acro”.  Non a caso una immagine, in quanto ri-produzione (doppia) ha uno scarso valore di immagine, giacché quello a cui tende è l’assumere dell’ ‘aspetto’ di una cosa.  L’immagine perde così quella connessione di ‘trasparenza’ o ‘opacità’ che caratterizza una immagine autentica. Di qui, appunto, la questione di realizzare una immagine vera e propria. Troviamo il superamento della dimensione epifanica che è propria dell'icona, dove appunto il perceptibile è il luogo di mani-festazione di la cosa impercetibile – l’Assoluto di Bradley. Emerge una concezione dell'immagine che, nella consapevolezza dell'impossibilità di ogni pretesa di esaurire ‘il reale’ e insieme di ‘manifestare’ l'Assoluto, può essere interrogata come testimonianza di quanto non si lascia ‘tradurre’ (translation) in immagine: testimoniare, infatti, è raccontare ciò che è impossibile raccontare del tutto. In questo modo, la testimonianza fa tutt'uno *non* con la memoria in quanto conformità con l'accaduto, ma con l’immemoriale -- qualcosa che non possiamo né ricordare né dimenticare, che non è dicibile né indicibile. Insomma, il testimone parla (spiega, dispiega) soltanto a partire da l’impossibilità concettuale di spiegare o dispiegare. Che l'immagine valga allora come testimonianza significa che il tentativo di dire l'indicibile (spiegare l’inspiegabile) è un compito infinito. La questione dell'immagine è una questione di fidanza, di etica. In una immagine, non essendoci alcuna compiutezza, non si dà alcuna redenzione né alcuna pacificazione nel confronto col reale. Analissare l’immagine come testimonianza equivale a vedere l’immagine come il luogo di una tensione sempre irrisolta tra memoria e oblio, e quindi come l'espressione del dover essere (il possibile) del senso in un orizzonte, come l’attuale. quale sempre di più sia il mondo che l'arte sembrano essere abbando il NON-senso.  Altre opera: “Dalla logica all'estetica” (Parma, Pratiche); Icona “L’immagine tra presentazione e rappresentazione” (Palermo, Centro studi di estetica); Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento, Roma-Bari, Laterza. Introduzione a Paul Klee, Roma-Bari, Laterza, "Ripensare le immagini", Mimesis, Milano,  "Volti della memoria", Mimesis, Milano,  Narrazione e testimonianza. Quattro scrittori italiani del Novecento, Milano, Mimesis,  "Malevic. Pittura e filosofia dall'Astrattismo al Minimalismo", Carocci, Roma,  Fuori dagli schemi. Estetica e figura dal Novecento a oggi, Laterza, Roma-Bari,  "Arte e modernità. Una guida filosofica", Carocci, Roma,  "Una pittura filosofica: l'informale", Mimesis, Milano, Nietzsche. L'eterno ritorno", Alboversorio, Milano,  Media e divulgazione  Art and Perspicuous Perception in Wittgenstein’s Philosophical Reflection, L’immagine-tempo da Warburg a Benjamin e Adorno. Il saggio più importante per il rapporto tra estetica e letteratura è Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento, Laterza, Cf. "Dalla logica all'estetica”, "Alle origini dell'opera d'arte contemporanea" “Astrazione e astrazioni”,  "La questione dell'aura tra Benjamin e Adorno", Rivista di Estetica, “Volti della memoria”. Professore ordinario di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma e professore a contratto di Estetica presso stessa la Facol- tà. Sempre presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma, è stato membro del Collegio dei Docenti del Dottorato di Ricerca in “Filosofia e Storia della filosofia” e Presidente del corso di laurea Magistrale in “Filosofia e Storia della filosofia”. È socio fondatore e membro del Consiglio di Garanzia della Società Italiana d’Estetica (SIE). È direttore della collana Figure dell’estetica presso l’editore Albover- sorio (Milano) e della collana Forme del possibile, presso l’editore Mimesis (Milano); fa parte del Comitato scientifico della rivista Paradigmi, della rivista Studi di estetica, della Rivista di estetica, della rivista Estetica. Studi e ricerche, della rivista Compren- dre. Revista catalana de filosofia, della rivista on line Memoria di Shakespeare. A Jour- nal of Shakespearean Studies e di Aesthetica Preprint, collana editoriale del Centro In- ternazionale Studi di Estetica. Fa parte inoltre del Comitato scientifico delle seguenti collane editoriali: Filosofie (Mimesis, Milano), Caffè dei filosofi (Mimesis, Milano), Eterotopie (Mimesis, Milano). È stato Coordinatore nazionale dell’Osservatorio di Storia dell’Arte della Società Ita- liana di Estetica e coordinatore, di numerose Ricerche di Ateneo dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza” relative a diverse tematiche filosofi- che, estetiche e artistiche. E’ stato inoltre responsabile di diversi progetti PRIN. Direttore del Museo Laboratorio di Arte Contem- poranea (MLAC) della Sapienza Università di Roma. Come Direttore del Museo Labo- ratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma, ha ideato e coordina- to, in collaborazione con la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e con il Teatro Argentina di Roma, numerose iniziative di carattere seminariale aventi per oggetto la filosofia, la letteratura, la musica, le arti figurative, il teatro. Collabora con il Teatro Eliseo all'interno del quale tiene una serie di conferenze e organizza seminari sul teatro, la musica, la letteratura e le arti visive. Collabora inoltre con la Fondazione Pri- moli di Roma e con il Museo Andersen (Polo Museale del Lazio). Tra le sue pubblicazioni: Dalla logica all’estetica. Un saggio intorno a Wittgenstein (Parma); Icona e arte astratta. La questione dell’immagine tra presentazione e rappresentazione (Palermo); Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Otto- cento e Novecento (Roma-Bari, 1999; trad. in lingua spagnola a cura di D. Malquori, Estética y literatura, Universidad de Valencia, Servicio de Publicaciones); Introduzione a Paul Klee (Roma-Bari); Alle origini dell’opera d’arte contemporanea (Roma-Bari); Beckett ultimo atto (Milano), Ripensare le immagini (Milano); Astrazione e astrazioni (Milano); L’oggetto nella pratica artistica, (Paradigmi), Il Museo oggi (Studi di Estetica), Aura (Rivista di Estetica), Malevič. Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo (Roma), Fuori dagli schemi. Estetica e arti figurative dal Novecento a oggi (Roma-Bari, 2015; trad. in lingua spagnola a cura di Juan Antonio Méndez, Al margen de los esquemas. Estética y artes figurativas desde principios del siglo XX a nuestros dìas, La balsa de la Medusa, Madrid), Filosofia e teatro (Paradigmi), Tra il sensibile e le arti. Trent’anni di estetica (Studi di Estetica), Tra arte e vita. Percorsi fra testi, immagini, suoni (Milano), Arte e modernità. Una guida filosofica (Roma), Una pittura filosofica. Tàpies e l'informale (Milano), Nietzsche e l’eterno ritorno (Milano). Partecipa a progetti di ricerca internazionali e a progetti di ricerca europei. Ha svolto attività didattica e di ricerca (tenendo conferenze, lezioni e seminari, partecipando a convegni di studio e svolgendo attività didattica anche in qualità di correlatore o tutor di tesi di laurea e di Dottorato) presso importanti istituzioni straniere sia accademi- che che extra-accademiche, in Spagna, Russia e Messico: Facultat de Filosofia, Universitat de Barcelona; Facultat de Pedagogia, Universitat de Barcelona; Facultat de Filosofia, Universitat “Ramon Llull”, Barcelona; Societat Catalana de Filosofia, Institut d’Estudis Catalans; Ateneu de Vic; Ateneu de Barcelona; Associació Filosòfica de les Illes Balears, Mallorca; Facultat de Filosofia i Lletres, Universitat de les Illes Balears, Mallorca; Facultat de Filosofia i Ciències de l’educació, Universitat de València; Facultad de Filosofía, Universidad Complutense de Madrid; Istituto di studi post-universitari “SS. Cirillo e Metodio”, Mosca; Russian Christian Academy for the Humanities, S. Pietroburgo; “Peter the Great” St. Petersburg Polytechnic University, S. Pietroburgo; Producciòn Artìstica Contemporànea Coloquio (PAC), Centro Cultural San Pablo, Ciudad de Oaxaca, Messico. Nietzsche e l’eterno ritorno, Commentario a F. Nietzsche, L’eterno ritorno, Al- boversorio, Milano, Arte e modernità. Una guida filosofica, Carocci, Roma, Una pittura filosofica. Antoni Tàpies e l'informale, Mimesis, Milano, Fuori dagli schemi. Estetica e arti figurative dal Novecento a oggi, Laterza, Roma-Bari, Méndez, Al margen de los esquemas. Estética y artes figurativas desde principios del siglo XX a nuestros dìas, La balsa de la Medusa, Madrid, Malevič. Pittura e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo, Carocci, Roma, Narrazione e testimonianza. Quattro scrittori italiani del Novecento, Mimesis, Milano, Introduzione a Paul Klee, Laterza, Roma-Bari, Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento, Laterza, Roma-Bari (quinta ed.; trad. in lingua spagnola a cura di D. Mal- quori, Estética y literatura, Universidad de Va-lencia, Servicio de Publicaciones, Icona e arte astratta. La questione dell'immagine tra presentazione e rappresen- tazione, «Aesthetica Preprint», Palermo, Dalla logica all'estetica. Un saggio intorno a Wittgenstein, Pratiche, Parma, G., L. Talarico (a cura di), Letture shakespeariane. Otello e Re Lear, «Studi di Estetica, Marchetti (a cura di), Contemporaneo. Arti visive, musica, architettura, «Rivista di Estetica», G. (a cura di), Tra arte e vita. Percorsi fra testi, immagini, suoni, Mimesis, Milano, Giacomo, L. Talarico (a cura di), Filosofia e teatro. Amleto e Macbeth, «Paradigmi, Marchetti (a cura di), Tra il sensibile e le arti. Trent’anni di estetica, «Studi di Estetica, Marchetti (a cura di), Aura, «Rivista di Estetica. G., A. Valentini (a cura di), Il museo oggi, «Studi di Estetica», Volti della memoria, Mimesis, Milano, G. (a cura di), Astrazione e astrazioni. In occasione di una mostra di Gualtiero Savelli, Alboversorio, Milano, Marchetti, L'oggetto nella pratica artistica, «Pa- radigmi», Angeli, Milano, G. Ripensare le immagini, Mimesis, Milano, G. e Colombo, Beckett ultimo atto, Albo Versorio, Milano, G. Zambianchi (a cura di), Alle origini dell'opera d'arte con- temporanea, Laterza, Roma-Bari, Introduzione a D. Malquori, L’incomprensibile ambiguità dell’orizzonte. Un so- gno fatto a Ginostra, Mimesis, Milano, collana Narrativa Mele d’Oro, Il problema della forma nella Teoria estetica di Adorno, in M. Manicone (a cura di), Sostanza di cose sperate. Scritti in onore di Franco Purini, Iiriti Editore, Campo Calabro (RC) Re Lear. “Essere maturi” in un mondo abbandonato alla cecità e alla follia, in G. e Talarico, Letture shakespeariane. Otello e Re Lear”, Studi di Estetica», Otello: la tragedia della parola e il ruolo della narrazione, in G. e Talarico, Letture shakespeariane. Otello e Re Lear”, «Studi di Estetica», Dostoevsky, a writer and philosopher: “The Grand Inquisitor”, in “ACTA ERU- DITORUM”,  Publishing house of the Russian Christian Academy for the Humanities, Tradició i innovació en l’art, in “La Tradició”, Col-loquis de Vic, Societat Catalana de Filosofia, Institut d’Estudis Catalans, Understanding of the image in Plato, PLATO AND ANCIENT SCIENCE, Collection of materials of CONFERENCE THE UNIVERSE OF PLATONIC THOUGHT», RUSSIAN CHRISTIAN ACADEMY FOR HUMANITIES, Saint Petersburg, Appendice alla rivista di Fascia A (in Russia “VAK”) “Vestnik” della RUSSIAN CHRISTIAN ACADEMY FOR HUMANI- TIES. Redattori: Svetlov R. V., Robinson T. M. (Canada), Protopopova I. A., Mochalo- va I. N., Kurdybajlo D. S., Shmonin D. V., Alymova Form, appearance, testimony: reflections on Adorno’s Aesthetics, in Matteucci, Marino (a cura di), Theodor W. Adorno: Truth and Dialectical Experience / Verità ed esperienza dialettica, “Discipline filosofiche”, Quodlibet, Macerata, Tàpies e Bill Viola: un'arte che sopravvive alla mercificazione, in G., L. Marchetti, Contemporaneo. Arti visive, musica, architettura, “Rivista di Estetica, Composizione, costruzione, icona nella concezione artistica di Pavel Florenskij, in D. Guastini, A. Ardovino, I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di Pietro Montani, Pellegrini Editore, Cosenza, Prefazione a A. Lanzetta, Opaco mediterraneo. Modernità informale, Libria, Foggia, Reflexions filosòfiques sobre la festa. Entre temporalitat i eternitat, in “La festa”, Col-loquis de Vic, Societat Catalana de Filosofia, The Myth. Aesthetic surgery clearly demonstrates what Greek myth has already taught us: beauty stems from horror, in Gandola, P. Persichetti (a cura di), Art of Blade. A book about surgery and humanity, T.A.M. La guerra i l'art, in La guerra, Col-loquis de Vic, Societat Catalana de Filosofia, Arte e vita nella Recherche di Marcel Proust, in G., Tra arte e vita. Percorsi fra testi, immagini, suoni, Mimesis, Milano, Lettura dell’Amleto, in G. Di Giacomo, L. Talarico (a cura di), Filosofia e teatro. Amleto e Macbeth, «Paradigmi», Lettura del Macbeth, in G., L. Talarico (a cura di), Filosofia e teatro. Amleto e Macbeth, «Paradigmi», Arte, linguaggio e rappresentazione nella riflessione filosofica di Wittgenstein in Comprendre. Revista Catalana de Filosofia, Icona e immagine, in G. Bordi, J. Carlettini, M.L. Fobelli, M.R. Menna, P. Poglia- ni, L'officina dello sguardo. Scritti in onore di Maria Andaloro, Gangemi, Roma, El poder i les seves representacions, in L'estat, Colloquis de Vic., Dalla modernità alla contemporaneità: l’opera al di là dell’oggetto, in G., L. Marchetti (a cura di), Tra il sensibile e le arti. Trent’anni di estetica, Studi di Estetica Entre la paraula i el silenci: la filosofia com a recerca de la veritat, prefaci a Bosch-Veciana, "Imatge-Mirada-Paraula", Barcelona,Facultat de Filosofia, L’immagine artistica tra realtà e possibilità, tra “visibile” e “visivo”, in P. D’Angelo, E. Franzini, G. Lombardo, S. Tedesco, Costellazioni estetiche. Dalla storia alla neoestetica. Studi in onore di Luigi Russo, Guerini e Associati, Milano, La questione dell'aura tra Benjamin e Adorno, in «Rivista di Estetica»,  Pizzuto: tra letteratura e filosofia, in D. Perrone (a cura di), La vera novità ha nome Pizzuto, Bonanno, Catania, Bellezza e chirurgia estetica, in Studi di Estetica Il paradosso dell'apparenza nel teatro di Genet, in «Comprendre. Revista Catalana de Filosofia La qüestió de la imatge a partir del debat sobre la icona, in «Colloquis de Vic», Societat Catalana de Filosofia, Art and Perspicuous Vision in Wittgenstein's Philosophical Reflection, in “Aisthe-  sis. Pratiche, linguaggi e saperi dell’estetico”, fu press.net/ index. php/aisthesis/ article  L'opera di Kafka come narrazione infinita, inValentini, Il silenzio delle Sire- ne. Mito e letteratura in Kafka, Mimesis, Milano, Lo statuto paradossale del museo tra globalizzazione e apertura all'alterità, in «Studi di Estetica», Il Museo oggi, G. e Valentini, Memoria e testimonianza tra estetica ed etica, in Volti della memoria, a cura di G. Mimesis, Milano, La idea d'Europa entre la cosciència de l'ocàs i l'obertura a l'altre, in Europa, in J. Monserrat, I. Roviró, B. Torres, Societat Catalana de Filosofia, Barcelona, Atti del convegno, Colloquis de Vic, Arte e mondo. A proposito di alcune riflessioni di Huberman su Brecht, in Guastini, A. Campo, D. Cecchi Alla fine delle cose. Contributi a una storia critica delle immagini, La Casa Usher, Firenze, Intervista sulla bellezza, in Scuderi N. (a cura di), A me la mela. Dialoghi su bellezza, chirurgia plastica e medicina estetica, Franco Angeli, Milano, La produzione artistica contemporanea attraverso la riflessione di Benjamin e Adorno, in «Studi di Estetica», La relaciò entre imatge i temporalitat en la reflexiò de Warburg, Benjamin i Adorno, in I. Rovirò Alemany, Estètica catalana, estètica euro- pea. Estudis d’estètica: entre la tradiciò i l’actualitat, Barcelona, L’immagine-tempo da Warburg a Benjamin e Adorno, in “Aisthesis. Prati- che, linguaggi e saperi dell’estetico”, fu press.net index.php/aisthesis/ article/view Arte e realtà nella produzione artistica del Novecento, in G., L. Marchetti, L’oggetto nella pratica artistica, Paradigmi Angelini, Milano,Il percorso di Gualtiero Savelli: dall'astrattismo di Malevič e Mondrian all'astrazione geometrica, in G. Di Giacomo (a cura di), Astrazione e astra- zioni. In occasione di una mostra di Savelli, AlboVersorio, Milano, La bellezza. Promessa di Immortalità?, in “Medic. Metodologia Didattica e Innovazione Clinica”, Ripensare l'aura nella modernità, in L. Russo (a cura di), Dopo l'Estetica, «Aesthetica Preprint», Supplementa, Palermo, Il male oggi. Produzioni artistiche e riflessioni estetiche, in P. D'Oriano, D. Rocchi (a cura di), Il male e l'essere, Mimesis, Milano, Arte e moda nella riflessione estetica di Adorno, in P. Romani, Percorsi teo- retici. Scritti in onore e in memoria di P.M. Toesca, Diabasis, Reggio Emilia, Forma e riflessione nel romanzo moderno, Fusillo, Philosophie du roman, Revue Internationale de Philosophie, Meyer, Bruxelles, Il silenzio, il vuoto e la fine della rappresentazione, in G. e Colombo, Beckett ultimo atto, Albo Versorio, Milano, Immagine, icona, opera d'arte, in Desideri, G. Matteucci, J.M. Schaeffer (a cura di), Il fatto estetico. Tra emozione e cognizione, ETS, Pisa, La questione del rapporto arte-forma nella riflessione di Prinzhorn sulle "Produzioni plastiche" dei malati mentali, Prefazione a F. 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Parisi (cur.), Sociologia possibile, Angeli, Milano, Natura e cultura: il rapporto tra strutture genetiche e processi di apprendimento nel comportamento animale e umano, in AA. VV. (a cura di), L'osservazione del comportamento sociale, Regione Piemonte, Torino, PROGETTI DI RICERCA - Progetto PRIN Tema: La forma dell’immagine Ente promotore: MIUR Progetto PRIN Responsabile Tema: Estetica analitica ed estetica continentale: problemi, prospettive e tradizioni a confronto Ente promotore: MIUR Progetto PRIN / Responsabile nazionale e Coordinatore dell’unità locale Tema: Memoria e rappresentazione nella riflessione filosofica e artistica Ente promotore: MIUR Coordinatore dei Progetti di Ateneo: Progetto di Ateneo: Immagine e rappresentazione. Problemi estetici, artistici e storici Ente promotore: Università di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Significati e usi delle immagini nella cultura dell'Otto- Novecento - Ente promotore: Università di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Significati e usi delle immagini nella cultura dell'Otto- Novecento - Ente promotore: Università di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Significati e usi delle immagini nella cultura dell'Otto- Novecento - Ente promotore: Università di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Memoria e testimonianza nella riflessione filosofica e artisti- ca del Novecento - Ente promotore: Roma Progetto di Ateneo: Memoria e testimonianza nella riflessione filosofica, storica e artistica - Ente promotore: Università di Roma "La Sapienza" Progetto di Ateneo: Rappresentazione, memoria e testimonianza nella riflessione filosofica e artistica - Ente promotore: Roma  Progetto di Ateneo: La questione arte-vita nella società multiculturale. Identità, immagine e implicazioni etico-politiche - Ente promotore: Università di Roma “La Sapienza; - Progetto di Ateneo: Il tema dell'"Annunciazione" come chiave di lettura degli at- tuali processi di globalizzazione Ente promotore: Roma Progetto di Ateneo: Memoria e rappresentazione nella riflessione estetica e arti- stica Ente promotore: AST - Università di Roma "La Sapienza" Progetto di Ateneo: Evento e testimonianza nell'estetica del Novecento Ente promotore: AST - Università di Roma "La Sapienza" Progetto di Ateneo: Il problema dell'aura nell'arte contemporanea Ente promoto- re: AST - Università di Roma "La Sapienza" Coordinatore dei Seminari dell’Osservatorio di Storia dell’Arte della Società Italiana di Estetica, presso la Facoltà di Filosofia dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza” - Seminario sul tema Estetica e storia dell’arte: necessità di un dialogo; Seminario sul tema Fine (della storia) dell'arte?; - Seminario sul tema Arte, Estetica, Visual Studies;Seminario sul tema Oggetto artistico e oggetto comune; Seminario sul tema Leggere l'opera d'arte; Seminario sul tema Ancora l’aura oggi? Seminario sul tema Che cos’è il museo oggi? Cfr. inoltre: - Sito ufficiale: giuseppe di giacomo. wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe _Di_Giacomo; fr. wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe_ Di_Giacomo wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe _Di_Giacomo //de. wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe _Di_ Giacomo //ca. wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe _Di_ Giacomo ROMANTIC PAINTERS and playwrights of the nineteenth century found rich material in the lives of the old masters. Fueled by irresistible half-truths and rumors, they created swashbuckling narratives about the personal intimacies and rivalries, as well as the career failures and triumphs, of the Italian Renaissance artists. At the Paris Salon of 1843, for instance, Léon Cogniet unveiled his grand entry, a large canvas depicting Tintoretto painting a portrait of his beloved daughter Marietta, who lies on her death bed. Three years later, the painter and playwright Luigi Marta published a melodrama about an amorous intrigue that supposedly led to the death of Marietta, who assisted her father as an artist in his workshop. The six-episode play reads like a soap opera in which the aristocratic Alfredo is pitted against Marietta’s true love, Valerio Zuccato, a Venetian mosaicist (and thus, in Tintoretto’s world, a fellow craftsman). The play circles around the inevitable showdown between the arrogant count and the sincere artist, which precipitates Marietta’s death at the hands of the entitled, privileged, and violent Alfredo.  Parallel to this love story, the reader is regaled with the homosocial rivalry between Tintoretto and Titian, with Paolo Veronese appearing as an intercessor who mediates a grandiloquent reconciliation scene in which all three masters unite to defend the honor of the Venetian state. The narrative unfolds against Tintoretto’s commission for the Last Judgment (1562–64) in Santa Maria dell’Orto. Marta’s artist was thus, in no uncertain terms, a struggling genius waiting for recognition from his fellow artists even at the height of his success. Indeed, the episode concludes with Titian’s transformative endorsement—Ora non siete più il povero Tintoretto, ma bensì il famoso Giacomo Robusti (“now you are no longer the poor ‘son of a dyer,’ but the famous Jacopo Robusti”).1  Loosely based on actual historical personages, the tale is almost entirely fantasy. Such theatrical characterizations are nevertheless of great importance, for they help give legends the veneer of history. Giorgio Vasari’s sixteenth-century notices about Tintoretto, as well as, in the seventeenth century, Carlo Ridolfi’s biography and Marco Boschini’s various writings on the artist, were the primary sources for many of these tasty morsels, and while scholars have tried to sift fiction from reality, some myths are just too delectable to give up. We still hear repeated, for instance, the unfounded story that the young Tintoretto was kicked out of Titian’s studio. It’s not entirely impossible, but there isn’t a shred of solid evidence to confirm the tale (any more than Ridolfi’s allegation that Tintoretto dressed Marietta up as a boy so that father and daughter could wander the city streets unimpeded by society’s strict gender expectations).   The image of Tintoretto-as-rebel would culminate in Jean-Paul Sartre’s essay “The Prisoner of Venice”(1964), where the artist is reinvented as an existentialist hero, a lone wolf fighting against the stultifying rules of the system:  Fate has decreed that Jacopo unwittingly expose an age which refuses to recognize itself. Now we understand the meaning of his destiny and the secret of Venetian malice. Tintoretto displeases everyone: patricians because he reveals to them the puritanism and fanciful agitation of the bourgeoisie; artisans because he destroys the corporate order and reveals, under their apparent professional solidarity, the rumblings of hate and rivalry; patriots because the frenzied state of painting and the absence of God discloses to them, under his brush, an absurd and unpredictable world in which anything can occur, even the death of Venice.2  At the other end of the spectrum, this leitmotif is perhaps best played out for comic effect in Woody Allen’s Everyone Says I Love You, in which a skirt-chaser (Allen) is overheard in the so-called Tintoretto Museum (really the Scuola Grande di San Rocco) in Venice trying to impress a Tintoretto enthusiast (Julia Roberts) by lauding the artist’s immense genius for painting “outside the academic convention of sixteenth-century Venice.”   Sometimes myths are just too powerful, and the Tintoretto myth is an extremely appealing one for modern tastes, especially in the celebratory year marking the fifth centenary of the artist’s birth. Tintoretto’s anniversary has been staged as a magnificent international banquet. The festivities began last autumn in Venice with exhibitions at the Palazzo Ducale(“Tintoretto: Artist of Renaissance Venice”) and the Gallerie dell’Accademia (“The Young Tintoretto”), as well as an excellent little show at the Scuola Grande di San Marco (“Art, Faith, and Medicine in Tintoretto’s Venice”). New York, in the fall, offered “Drawing in Tintoretto’s Venice” at the Morgan Library et Museum and “Celebrating Tintoretto: Portrait Paintings and Studio Drawings” at the Metropolitan Museum of Art.  The fete continues at the National Gallery of Art in Washington, D.C., where slightly adapted versions of the Palazzo Ducale and Morgan Library exhibitions go on view this month, fortified by a third independent show called “Venetian Prints in the Time of Tintoretto.” This is a once-in-a-lifetime opportunity for audiences in America to see some one hundred and seventy artworks by Tintoretto and other Venetian Renaissance artists, painstakingly gathered by art historians Echols and FIlchman (who organized the show at the Palazzo Ducale),along with curators Marciari (of the Morgan) and Bober (of the National Gallery). Fans of the artist and of painting in general should take note. IT’S HARD NOT TO get swept up in all the unbridled Tintoretto worship, but this celebration also provides us an opportunity to revisit the man, the myth, the legacy, and above all, the work. To start with the biographical elements: Tintoretto was hardly seen as a pitiful “poor dyer’s son” in the eyes of his fellow Renaissance artists, nor as a maverick who “displeases everyone.” When speaking about Titian vs. Tintoretto, one must take into account a few historical particulars. For instance, the year after Titian installed the magnificent Assumption of the Virgin in Santa Maria Gloriosa dei Frari, Tintoretto’s only achievement was to be born. Two years before Tintoretto’s first self-portrait (with which all Tintoretto exhibitions seem compelled to begin), Titian was called to Rome by Pope Paul III; he was practically a court painter to the Habsburgs, while Tintoretto was painting acres of canvas to fill the walls at the Chiesa della Madonna dell’Orto, the Scuola Grande di San Rocco, and the Scuola Grande di San Marco in Venice; Titian died during the plague, and a conflagration devastated the Palazzo Ducale, destroying many of his paintings there, some of which would be replaced with works by Tintoretto and his assistants. While there was probably no love between the two men of the kind that nineteenth-century dramatists might dream up, their careers ran parallel to each other rather than in constant antagonistic competition.   Many romantic myths are dispelled in the scholarship that went into the exhibitions and the catalogue essays, but the melodrama of this rivalry still sneaks into sections such as “The Mantle of Titian,” which, at the Palazzo Ducale, was called “Dopo Tiziano” thereby underlining both chronological priority as well as influence. The paintings Tintoretto did afterTitian’s death — large, powerful mythological pictures such as the Forge of Vulcan and the Origin of the Milky Way — are spectacular, but why filter these achievements once more through Titian? And why not have, instead, a section labeled “Dopo Tintoretto,” which would include El Greco, the Carracci, Caravaggio, and a host of other artists from the past five centuries who found inspiration in his stark chiaroscuro, raking perspective, extreme foreshortening, airborne saints, psychologically charged portraits, barefoot worshippers, elaborate banquet scenes, wraithlike angels and spirits, and busted-out straw chairs?  The oft-repeated trope that Tintoretto was an outsider also willfully overlooks his obvious status as a complete insider, born in Venice and fully embedded in its institutions from birth. Titian and Veronese, in contrast, were both provincials (practically foreigners by Renaissance standards), who came from the hills and plains beyond the lagoon. While a questionable seventeenth-century account suggested an aristocratic lineage for the Robusti family, more recent studies have emphasized instead the artist’s “working class” origins. The truth is somewhere in between. Stefania Mason’s essay “Tintoretto the Venetian,” from the catalogue that accompanies “Tintoretto: Artist of Renaissance Venice,” goes a long way to contextualize the precise socioeconomic conditions of the son of a Renaissance dyer or—to be more accurate—the son of a manager of a dye works married to a “well-born woman.” The Robusti were not wealthy by any means, but they were comfortable enough to give Tintoretto a basic education that enabled him later in life to befriend the circle of writers and intellectuals known as the poligrafi, including the notorious satirist Pietro Aretino (a friend of Titian and an early supporter of Tintoretto). Like his father, Tintoretto married up. His father-in-law, Episcopi, not only belonged to an influential family of Venetian cittadini, he was also the guardian of the Scuola Grande di San Marco, where Tintoretto—two years before his marriage—painted his finest early work, Miracle of the Slave. The scene features St. Mark swooping in headfirst from the sky to protect a slave from being martyred for his faith. Current viewers need not be intimidated by the religious matter of the vast majority of Tintoretto’s pictures—they are gripping visual tales of life and death. According to seventeenth-century artist and critic Marco Boschini, one beholder of Tintoretto’s St. Mark cycle reported: “The terror makes me faint, and the piety liquefies my heart in such a manner that I lose heart and melt like wax and feel completely mad!”3 As much “Game of Thrones” as Catholic doctrine in pictures, these works were meant to move, delight, and instruct their audience. Indeed, one cannot help but feel that if Tintoretto were alive today, he would be an unapologetic fan of action films and special effects. Looking at Miracle, with its explosive light and tense shadows, its superhuman heroes and racially profiled villains, and its meticulous staging of powerful, muscular, controlled bodies, one might think he invented the genre. No wonder Boschini described him as a thunderbolt and the cannons of a ship.  Unfortunately, Miracle of the Slave has not been allowed to cross the Atlantic. Audiences in D.C. can, however, marvel at the luminous Saint Augustine Healing the Lame and the always pleasing Creation of the Animals, which Deleuze describes as an image of God as a referee at the start of a handicapped race, in which the birds and the fish leave first, while the dog, the rabbits, the cow, and the unicorn await their turn. While Miracle has been in the possession of the Gallerie dell’Accademia for many decades now, seeing it anew, rehung next to the diminutive bronze relief of the same subject by the Florentine sculptor Jacopo Sansovino, was one of the highlights of the “Young Tintoretto”exhibition. With the works placed next to each other in a darkened room, the similarities and differences were enlightening. Designed and executed between 1541 and 1546 for the north tribune of the choir at the Basilica di San Marco, Sansovino’s glowing bronze panel reduces the scene to a compact, tactile, monochromatic field of chiaroscuro with a vibrant mass of bodies emerging from the picture plane in dynamic, agitated poses. Tintoretto, just on the cusp of his thirtieth year when he painted Miracle, clearly looked closely at the dramatic effects that could be sculpted out of gesture, form, and composition alone. To this art he would add the detail of expression, the intensity of extreme lighting, the terribilità that often comes with scale, and the incomparable power of color. WHILE THE TWENTY-FIRST CENTURY audiences might think it odd for an ambitious artist to unveil a painting so closely modeled on a recent work by another artist, the reuse of motifs was a common Italian Renaissance practice, as was made clear in an insightful section of the Palazzo Ducale exhibition simply called “The Recycler.” Tintoretto and his assistants, after all, produced more square footage of painting than any other workshop in the Venetian Renaissance. In one instance, the painter salvaged an old composition from his painting Mystic Crucifixion by cutting, splitting, and reintegrating the canvas into a new picture, The Nativity(ca. 1550s and 1570s); on another occasion, he copied, pivoted, and re-costumed a previously used figure of St. Lawrence intended for the Bonomi family altar in San Francesco della Vigna, transforming the martyr into Helen of Troy. Such shortcuts were standard in most Renaissance workshops, especially prolific ones that had to turn out hundreds of altarpieces, portraits, mythological paintings, battle scenes, and other pictures.  The juxtaposition between the Florentine sculptor and the Venetian painter also underlines Tintoretto’s connectedness with other artists. He painted Sansovino’s portrait more than once, even signing one of the works as “Jacobus Tintorettus eius amicissimus” (which, if you believe the inscription, means they were Renaissance BFFs). Tintoretto is an artist’s artist. His profound sense of community comes across in a rather touching contract found in the Venetian archives and included in the small but brilliant “Art, Faith, and Medicine in Tintoretto’s Venice” at the Scuola Grande di San Marco. In this document, drafted and signed shortly after Christmas in 1585, the artist agrees to provide works and forgo any payment on the condition that the confraternity admit four people: his son Giovanni Battista Robusti; his son-in-law Marco Augusta (the real-life husband of Marietta); the tailor Bartolomeo di Lorenzo; and another man named Angelo Girardi. His dedication to his family, friends, and students is also borne out in numerous workshop drawings, which are well represented in D.C.  Offering important opportunities for artistic communion, drawing had its pragmatic as well as pleasurable purposes. In several sketches made after a copy of the ancient bust known as the Grimani Vitellius, we see multiple hands working seemingly side by side, line by line, smudge by smudge, highlight by highlight, with the goal of mastering the visible world around them. The willful way that these graphic studies dematerialize carved stone and reincarnate the male portrait head into what looks at first glance like the image of a flesh-and-blood subject is remarkable. In this sequence, note especially the Morgan Library drawing rendered by what the curator identifies as a “left-handed draftsman.” The work seems almost too bold in its deliberate, sweeping gestures to be “workshop,” but then Tintoretto was clearly a very good master with some very capable assistants. In Tintoretto’s drawings and paintings, one often feels that he is “sculpting” with chalk, charcoal, watercolor, oil, and pigment, ignoring the flat surface of the paper or canvas. This comes across not only in the speckled black-and-white patterns of his drawings from sculptures (which he avidly collected) but in his life studies, too. His rendering of flesh frequently seems to be rippling and quivering with animal energy, as if the artist were trying to catch the living body in motion. His is possibly the most atomistic rendering of the human form in the Renaissance. The frenetic, vibrating lines in Seated Man with Raised Right Arm, for instance, exemplify this stylistic peculiarity: the contours of the mythological body can never sit still but seem to be in a constant state of flex and flux. Indeed, Tintoretto’s figural drawings make Marcel Duchamp’s Nude Descending a Staircase and every episode of “The Incredible Hulk” seem old hat when they appear centuries later.)   One of the art-historical myths destroyed—hopefully once and for all—by the exhibitions in honor of Tintoretto is that Venetians did not really draw. Some did more than others, and Tintoretto and his assistants surely drew up a storm. On various sheets we find words such as fa (make), sì (yes), fatto (made), no (no), and bono (good) scrawled across the surface; sometimes figures are singled out by an asterisk. These marks were workshop instructions on designs that had been cleared for production by the master. Sheets such as Study of a Man Climbing into a Boat were frequently greased and held up to the light so that forms could be retraced on the verso, offering compositional options. Many have squaring grids drawn across them. In some instances, this facilitated the transfer of the design onto a larger surface; in other cases, it assisted in the correction of foreshortening and the adjustment of figural proportions.   Of the thirty-some drawings by Tintoretto and his workshop on display at the National Gallery of Art, the majority are on the blue paper favored by Venetian artists. The dark surface of this carta azzurra provided an ideal ground upon which to map out gestural movements, tonal subtleties, and, above all, the effects of light and shadow. It might also be compared with the darkened grounds of many Tintoretto paintings. The canvas support for The Origin of the Milky Way, for example, is prepared with a brownish layer upon which the artist sketched out his composition with white lead paint (rather than using black paint on a white gessoed surface). Once a scene had been plotted out on the canvas, however, Tintoretto was prone to further editing, altering, and redrawing of figures and forms in a variety of white, black, and even red paint until the work was completed. PAINTERS AND people interested in the way things are made will find much to consider in these exhibitions. Tintoretto’s process is revealed in medias res through the various X-rays that accompany the didactic material in the galleries and comes across most clearly in the oil sketch Doge Alvise Mocenigo Presented to the Redeemer, a work included in the 2016 exhibition “Unfinished: Thoughts Left Visible” at the Met Breuer in New York). Looking at the mannequinlike figures waiting to be dressed with flesh and clothes, one comes to appreciate the procedural logic that binds these drawings and paintings together, a topic expertly discussed in Krischel’s essay Tintoretto at Work in the National Gallery of Art exhibition catalogue. The show reveals Tintoretto’s exploratory procedure: visceral, intuitive, yet ultimately studied and thought-through—but never entirely scripted. Tintoretto is all gestalt. If the Marxist machismo of Sartre’s characterization of the artist as a rebel “born among the underlings who endured the weight of a superimposed hierarchy” is misplaced, one must admit that his phenomenological acumen regarding the works is often startlingly spot on. Sartre writes with great perspicacity about the narrow, vertical composition of Saint George and the Dragon:  Everything is simultaneous in his canvas, he contains everything within the unity of a single instant. But to mask the over-harsh rift, he presents the spectator with the spectre of a succession of events. Not only is the route traced in advance, but each stage devalues the previous one and shows it up as an inert memory of things past. The corpse’s immobility is memory: it is prolonged and repeated from one moment to the next, identical and useless. The time-trap works, we are caught: a false present welcomes us at every step and unmasks its predecessor which returns, behind our backs, to its original status of petrified memory.6  Time and space collapse in on the spectator’s embodied experience, simulating the effects of a hallucinatory drug. And indeed, as early as Boschini we find the revelatory quality of Tintoretto’s art described in pharmacological terms. Of the whirlwind of paintings on the ceilings and walls of the Scuola Grande di San Rocco, he effuses: “I feel as if I am in a drugstore. Under my nose these odors have aromas that overwhelm my heart. These fragrances remain in my mind, my mind feels so utterly purged that my heart jumps for joy in my chest, and my soul feels totally jubilant.”7  One must be in the presence of the work in order to experience the psychosomatic force of Tintoretto’s art. A black-and-white photograph of a room filled with Tintoretto’s portraits can look like a field of dull heads, but in person these works become alarmingly ghostly presences, with hands and faces that seem capable of movement. The sketches that move from light fluffy strokes to devastating valleys of black charcoal seemingly carved with a chisel, the thick ridges of impasto that rise suddenly like waves from the surface of a canvas, the glazes and scumble that modulate color and reflect light differently depending on the angle of view, the enormity of compositions that threaten to engulf the spectator’s body — these elements simply do not translate in any form of mechanical or digital reproduction. This is true not only for Tintoretto but for Venetian art in general, with its penchant for chromatic and luminous variability and richness.  In Drawing in Tintoretto’s Venicethe difference between Veronese’s gorgeous drawings covered in elegant, spindly figures created in a torrent of quick brown ink strokes and Bassano’s schematic black chalk sketches marked by dusty smudges of red, white, green, pink, and brown becomes immediately clear. Domenico Tintoretto, one of the master’s sons, produced oil sketches of battle scenes that look comic in reproduction, but when one stands before the flurry of red, white, and black patches on dark brown paper, these detailed compositions dissolve unexpectedly into near abstraction.  Renaissance drawings are so fragile and sensitive to light that they can be exhibited only rarely, and many  Tintoretto paintings are so large that they have remained in situ in Venice for most of their existence. Thus the current triple exhibition is the first substantial retrospective of the old master’s work in America. It is a fitting tribute on the occasion of his five hundredth birthday — and a viewing experience not to be missed.  Endnotes 1. Luigi Marta, Il Tintoretto e sua figlia: drama in sei quadri del pittore Marta, Milan, Borroni e Scotti. Sartre quoted in Laura Lepschy, Tintoretto Observed: A Documentary Survey of Critical Reactions from the 16th to the 20th Century, Ravenna, Longo. Boschini, La carta navegar pitoresco, edited by Anna Pallucchini, Venice/Rome, Istituto per la collaborazione culturale, Deleuze, Francis Bacon: The Logic of Sensation, trans. Daniel W. Smith, London, Continuum. Sartre quoted in Lepschy, Boschini. Tintoretto was too good an artist for his time’s uses; he still clamors for a proper role, seeking affirmation, four centuries later. This thought came to me as whimsy, and stayed as conviction, at the Prado, in Madrid, which has just opened the second-ever retrospective (the first was in Venice) of Jacopo Comin, who was also known as Robusti, and called Tintoretto, or “Little Dyer,” after his father’s profession. Tintoretto is the most mercurial of the five undisputed immortals of Venetian painting—the others being Bellini, Giorgione, Titian, and Veronese—and I was eager to see the Prado show, because I have never managed to get a satisfying fix on him. How could someone so great, able to summon the world with a brushstroke, be so inconsistent in style, and, on occasion, so awful? Stupefyingly prolific, Tintoretto garnished the walls, ceilings, altars, exteriors, and even the furniture of Venice, performing commissions for free when that was what it took to edge out a rival. (He was not popular with his fellow-artists.) He brought off one of the world’s largest paintings— Paradise, in the Ducal Palace, which, at seventy-two feet long and twenty-three feet high, is so vast as to be essentially unseeable—and perhaps history’s most sustained demonstration of sheer painterly talent, brimming the Scuola Grande di San Rocco, with pictures whose profusion and intensity burn the most concerted effort of looking to ashes. But he and his populous workshop also perpetrated some of the grimmest daubs—murky and slack—that you ever rushed past with a shudder. I realised, too late, that my puzzlement was a warning. Now I feel that I have acquired a brilliant, neurotic, exhausting friend who enjoins me to undertake on his behalf campaigns that he bungled when their conduct was up to him.  Nothing inferior taxes the eye at the Prado, which augments the cream of Tintorettos in European and American collections with a few loans from Venice, where hundreds of his paintings—including his greatest works, such as The Miracle of the Slave reside immovably in churches, palaces, and galleries. The show more than overcomes doubts about presuming to assess the artist outside his home town, which he is known to have left just twice, briefly, in his life. The well-restored canvases, shown in good light, sparkle and blaze. Some make plungingly deep space with muscular figures of different sizes; your mind provides perspective that the artist didn’t deign to chart. Others array action on intersecting diagonals, along which someone is apt to be arriving from somewhere at terrific speed. (There is an old line that Tintoretto invented the movies; his ways of enkindling routine scenarios, with thrilling visual rhythms that seem to unfurl in time, endorse it.) He drew with his brush, light over dark—so that shadings came first, imparting a sumptuous density to forms that are hit with highlights like spatters of sun. He is supposed to have said that his favorite colors were black and white, but he could be every bit the startling and seductive Venetian colorist when a commission required it. With abject competitive fury, he was not above imitating the grand dragon of the Venice art world, Titian, and his designated successor, Veronese.  As a matter of fact, he almost never takes the liberty of being himself unless someone builds up his confidence and leaves him alone in an empty room,” Jean-Paul Sartre wrote in an essay, The Venetian Pariah. For Sartre, Tintoretto is an avatar of existential anguish, who was both behind his time—as the last native-born master on a scene ruled by a cosmopolitan élite—and ahead of it, as the ideal artist for a rising bourgeoisie that was too intimidated by the pomp of the ducal republic to recognize itself in his demotic trashings of aristocratic decorum. Intellectuals of the era, while in awe of Tintoretto’s gifts, scolded him for being too fast, careless, and insolent; when Vasari credited him with “the most extraordinary brain that the art of painting has ever produced,” it wasn’t meant as unalloyed praise. (Vasari also called him the medium’s worst madcap.)  As a boy, Tintoretto is said to have entered Titian’s workshop as an apprentice but was thrown out after a few days, having either frightened the master with his aptitude or irked him with his personality; at any rate, Titian’s attitude toward him was plated with permafrost. Little is known of Tintoretto’s subsequent training. His earliest surviving work, from the early fifteen-forties, is anti-Titianesque—radically sculptural and draftsmanly, embracing Central Italian influences. Then something happened which the art historian Nagel compares to the bluesman Robert Johnson’s “going down to the crossroads and coming back with scary new powers. The Miracle of the Slave,” made for the Scuola Grande di San Marco, electrified Venice. Its unprecedented range of spatial, chromatic, and kinetic effect suggested a synthesis of the disegno of Michelangelo and the coloring of Titian —a contemporaneous formula, often cited, for ultimate greatness in painting. He was roundly hailed, though Pietro Aretino, Titian’s literary ally, added a caveat about his lack of “patience in the making.” Commissions came in bunches to the new hero, but solid status skittered out of reach.  He compensated by striving to engulf the town. Meanwhile, Titian refused to slacken his grip on preëminence, let alone die. When he finally expired, at the age of eighty-eight or so it brought Tintoretto no peace. Though he was now, by general consent, Italy’s leading painter, he responded with pictures as flailingly ambitious and various as ever. Three from the late fifteen-seventies triumph in as many styles. In The Rape of Helen, the hauntingly lovely captive languishes in the corner of a churning land-sea battle scene, with scores of figures, ranging in size from huge to tiny, which you can all but hear and smell. In TARQUINO (si veda) and Lucretia, the naked, lividly fleshy protagonists struggle at the edge of a bed, toppling a sculpture and breaking a necklace that rains pearls. The woman’s right hand seems to extend from the canvas, as if to be grasped by a rescuing viewer. (The Baroque, which took hold two decades later, with Caravaggio, can seem an edited ratification of tendencies already developed by Tintoretto. The Martyrdom of St. Lawrence is a sketchy and fierce nightmare of death by roasting, with an anticipatory whiff of Goya. Tintoretto strongly influenced El Greco, blazed trails for Rubens, and fascinated Velázquez, who acquired his paintings for Philip IV.  What is a Tintoretto? the art historian Echols asks in the show’s catalogue. The answer might be almost anything touched with genius and a strange, thorny, dashing humor. Tintoretto was reported to be a witty man who never smiled. What is his Susannah and the Elders if not a grand lark? A luxuriant, glowing nude sits outdoors, surrounded by a glittering still-life of jewelry and implements of beauty, and is ogled by dirty old men (one pokes his bald pate, at ground level, practically out of the canvas) from behind a hedge that forms part of a corridor-like recession into the far background. There are distant little ducks, and the rear end of a stag. But the picture’s form is too disorienting to sustain any particular response, including amusement. The backstage space outside the hedge ignores the unity of the central perspective, bespeaking a world that rolls away in all directions, indifferent to pocket realms of mythic anecdote. The effect is stirring and confusing. Who is Tintoretto’s viewer? strikes me as the really compelling question. No other great artist before modern times, in which shifting contingency affects every enterprise, seems less certain of whom he is addressing, and why. It might as well be you or me as some cinquecento ingrate, and, if we happen to think of people we know who may be interested, the artist encourages us to contact them without delay. La tesi di fondo di questo saggio è che l’orizzonte problematico entro il quale si muove da sempre la pittura faccia tutt’uno con le questioni dell’immagine e che la tradizione occidentale, soprattutto nella riflessione sulla storia dell’arte, abbia incentrato la sua atten- zione sul problema dell’immagine senza tenere conto in genere dei suoi aspetti iconici. Già Tommaso d’Aquino aveva posto in questi termini tale problema: l’immagine può essere considerata come og- getto particolare, o come immagine di un altro; nel primo caso l’oggetto è la cosa stessa che al contempo ne rappresenta un’altra, nel secondo l’aspetto dominante è ciò che l’immagine rappresenta. Sembra dunque che rispetto a un’immagine l’attenzione si rivolga o all’immagine in se stessa – all’immagine come fine – o a ciò che l’im- magine rappresenta – all’immagine come mezzo 1. A diversi secoli di distanza un pensatore della statura di Witt- genstein riproporrà con forza il problema dell’immagine che, a par- tire da una prospettiva iniziale fortemente improntata a concezioni logico-raffigurative, si andrà via via sempre più delineando all’inter- no della sua riflessione come un problema di natura estetica. Così egli scrive nelle Ricerche filosofiche. E chi dipinge non deve dipingere qualcosa – e chi dipinge qualcosa non deve dipingere qualcosa di reale? Ebbene, qual è l’oggetto del dipingere: l’immagine di un uomo (per esempio), o l’uomo che l’immagine rappresenta? Tuttavia Wittgenstein porta il problema alle estreme conseguenze. Se paragoniamo la proposizione con un’immagine, dobbiamo tener conto se la paragoniamo con un ritratto, un’esposizione storica, o con un quadro di genere. E tutti e due i paragoni hanno senso. Se guardo un quadro di genere, esso mi dice qualcosa, anche se io non credo (mi figuro) neppure per un momento che gli uomini che vedo rappresentati in esso esistano realmente, o che uomini in carne e ossa si siano davvero trovati in questa situazione. Ma, e se chiedessi: Allora, che cosa mi dice? La risposta di Wittgenstein suona. L’immagine mi dice se stessa’ vorrei dire. Vale a dire, ciò che essa mi dice consiste nella sua propria struttura, nelle sue forme e colori» 4. Ponendo la questione in tali termini tuttavia Wittgenstein non intende affatto contrapporre un’immagine intesa come ‘ritratto’, il cui scopo sarebbe quello di indirizzare l’attenzione dell’osservatore esclu- sivamente su ciò che essa rappresenta, e un’immagine intesa come ‘quadro di genere’, il cui fine sarebbe quello di presentare la «sua propria struttura» e le sue forme e colori. Del resto, continua Wittgenstein nello stesso paragrafo, Che significato avrebbe il dire: Il tema musicale mi dice se stesso? Il fatto è che per Wittgenstein queste due modalità dell’immagine: immagine intesa come mezzo e immagine intesa come fine, sono tra loro connesse, tanto da formare un unico concetto di immagine. Che il problema vada inteso e ap- profondito in questi termini, lo chiarisce lo stesso Wittgenstein, af- frontando in alcuni paragrafi successivi la questione relativa al comprendere una proposizione. Noi parliamo del comprendere una proposizione, nel senso che essa può essere sostituita da un’altra che dice la stessa cosa; ma anche nel senso che non può essere sostituita da nessun’altra. (Non più di quanto un tema musicale possa venir sostituito da un altro. Nel primo caso il pensiero della proposizione è qualcosa che è comune a differenti proposizioni; nel secondo, qualcosa che soltanto queste parole, in queste posizioni, possono esprimere (Comprendere una poesia). E subito dopo aggiunge. Dunque qui comprendere ha due significati differenti? Preferisco dire che questi modi d’uso di comprendere formano il suo significato, il mio concetto del comprendere. Wittgenstein sottolinea in questo modo che i due tipi di comprensione – quella che potremmo chiamare logica, nel senso che il pensiero espresso dalla proposizione può essere riformulato in modi diversi, rimanendo lo stesso, e quella che potremmo definire estetica, caratterizzata invece dal fatto che il suo tema non può essere riformulato in altro modo, come esemplifica il caso del tema musicale o della poesia – sono imprescindibilmente connessi tra loro in un concetto unitario. È la stessa interconnessione che Wittgenstein rileva in relazione all’immagine. Il fatto è che quel particolare tipo di immagine che l’opera d’arte costituisce può rimandare all’altro da sé, soltanto in quanto in primo luogo rimanda a se stessa, ‘dice se stessa’; può essere rappresentazione dell’altro, solo in quanto è presentazione di se stessa. Di conseguenza, ciò che nell’opera viene rappresentato riceve la sua unicità, la sua specificità, è insomma proprio questo, grazie al fatto che l’immagine lo rappresenta, lo dice, secondo le sue linee e colori. Così questo qualcosa d’unico può e anzi deve essere visto come qualcosa che, seppure da sempre presen- te sotto i nostri occhi, appare come se lo vedessimo per la prima vol- ta e, proprio per questo, non può che procurarci stupore e meraviglia. Scrive a questo proposito Wittgenstein: Non pensare che sia cosa ovvia il fatto che i quadri e le narrazioni fantastiche ci procurano piacere, tengono occupata la nostra mente; anzi, si tratta di un fatto fuori dell’ordinario. Non pensare che sia cosa ovvia – questo vuol dire: Meravigliatene, come fai per le altre cose che ti procurano turbamento. Già nel Tractatus Wittgenstein aveva affermato che la tautologia segue da tutte le proposizioni: essa dice nulla, volendo con ciò sot- tolineare il fatto che ogni proposizione dice, rappresenta qualcosa solo in quanto in primo luogo è una tautologia, ossia ‘dice nulla’, e tale tautologicità della proposizione è ciò che la proposizione mostra in ciò che dice. Secondo Wittgenstein il carattere logico della proposizio- ne in quanto immagine è dato dal suo essere ‘rappresentazione’ di qualcosa, ossia dal suo rinviare a qualcosa d’altro da sé. In questo con- siste, sempre secondo Wittgenstein, la fondamentalità della logica, giacché se segno e designato non fossero identici rispetto al loro pie- no contenuto logico, allora vi dovrebbe essere qualcosa d’ancora più fondamentale che la logica. E tuttavia Wittgenstein si rende conto che nella proposizione qualcosa dev’essere identico al suo significato, ma la proposizione non può essere identica al suo significato, dunque in essa qualcosa dev’essere non identico al suo significato. Questo qualcosa di ‘non-identico’, vale a dire di differente, tra la proposizione, o l’immagine, e il qualcosa che viene rappresentato o detto, è ciò che esse mostrano o presentano. Tale presentazione, nel suo costituire la condizione interna al rappresentato, è anche ciò che dà a quest’ultimo il suo carattere di unicità, ossia di individualità, che sfugge a ogni previsione logica, vale a dire a ogni identificazione nel già-saputo; ciò che fa, in definitiva, del rappresentato qualcosa di non-previsto e di non-saputo, qualcosa che nell’opera d’arte trova il suo luogo esemplare. E, se la logica «è prima del come, non del che cosa, allora «Il miracolo per l’arte è che il mondo v’è, che v’è ciò che v’è. C’è dunque per Wittgenstein qualcosa di più fondamentale della logica. La rappresentazione logica infatti implica qualcosa che si mostra, che si manifesta e nel manifestarsi resta ‘altro’ dalla visibilità della rappresentazione stessa. Così, nel presentare se stessa, l’immagine manifesta l’altro del visibile, del rappresentabile: quell’altro che si rivela nel visibile, nascondendosi a esso. Se questo è il tratto carat- terizzante l’icona, allora possiamo affermare che le riflessioni di Wittgenstein sull’immagine si riferiscono non all’immagine come copia della realtà, bensì all’immagine intesa appunto come icona. Non a caso, se per Wittgenstein il silenzio, sul cui tema si chiude il Tractatus, non può dirsi, giacché esso mostra sé, è proprio l’icona che ha a che fare con l’irrappresentabile, con ciò che resta sempre altro rispetto a ogni determinazione logica e rappresentativa. Ciò che nell’opera d’arte si presenta sfugge alla nostra conoscenza e alla rappresentazione. Non è stata l’arte astratta a mettere per prima in opera la ‘presentabilità’ del pittorico di contro alla sua rappresentabilità, dal momento che il rapporto tra presentazione e rappresentazione appartiene all’essenza stessa dell’immagine. È proprio della natura dell’immagine infatti il suo presentarsi sempre chiusa e insieme aperta, opaca e insieme trasparente, vicina e insieme lontana: nell’offrirsi all’occhio, essa cattura il nostro sguardo. È necessa- rio tornare, al di qua del visibile rappresentato, alle condizioni stesse dello sguardo, della presentazione. È questo il non-sapere che l’immagine manifesta, e tuttavia tale non-sapere non è una condizione privativa, una mancanza, ma piuttosto una condizione positiva, come positivo è il ‘Niente’ dei quadri suprematisti di Malevicˇ. Si tratta dell’esigenza di qualcosa che costituisce l’altro del visibile, il suo al-di-là e che non va pensato come l’Idea platonica, dal momento che questo altro del visibile è nel visibile stesso. Così l’iconoclastia del quadrato bianco di Malevicˇ annuncia non la fine dell’arte, ma ciò che l’arte deve essere, per essere tale, arte appunto. Nell’opera d’arte qualcosa è rappresentato e si offre alla vista, ma qualche altra cosa nello stesso tempo ci guarda, ci ri-guarda. Ciò significa che la visione si divide, si lacera, nel suo stesso interno, tra vedere e guardare, tra rappresentazione e presentazione. Nella visibi- lità del quadro è in opera qualcosa che non si lascia cogliere e che, come l’oblio, resta sempre altro rispetto a ciò che possiamo ricorda- re. È come se l’immagine fosse nello stesso tempo rappresentazione di ciò che ricordiamo e presentazione di ciò che abbiamo dimentica- to; per questo nell’immagine la rappresentazione deve essere pensata sempre con la sua opacità. In particolare nell’icona cogliamo l’assenza di ogni immagine, in- tesa come rappresentazione logica: è questa l’ ‘astrazione’ dell’icona, astrazione come sarà intesa, teorizzata e messa in opera da tanta parte della pittura del Novecento. Quello che l’icona mostra non è discorsivamente esprimibile e, se essa può far valere la propria impre- scindibile implicazione di senso di contro alla critica iconoclastica, è perché mostra l’inesprimibile in quanto inesprimibile. È proprio que- sta paradossalità dell’icona a permettere di superare l’iconoclastia, per la quale non può che porsi l’alternativa schiacciante tra un asso- luto realismo e un assoluto silenzio. L’icona è la porta regale, come vuole Florenskij, attraverso la quale si manifesta l’invisibile e si trasfigura il visibile: in essa non c’è né imitazione, né rappresentazione, ma comunicazione tra questo e l’altro mondo. Così nell’icona la dimensione epifanica finisce per coincidere con la sua dimensione apo- fatica. Da questo punto di vista si può dire che i problemi posti dal- l’icona siano gli stessi problemi che si ritroveranno nella contemporanea problematica dell’astrazione. L’arte astratta fa appello all’occhio spirituale, ossia allo sguardo, e ciò comporta il rifiuto della tradizionale distinzione soggetto-oggetto, dal momento che l’oggetto è in tale prospettiva un soggetto che ci cattura proprio mentre lo guardiamo. Già Kandinskij con la nozio- ne di composizione intende superare sia gli stati d’animo del soggetto che l’oggetto come fenomeno naturale, per dare luogo a una pittura iuxta propria principia, nella quale lo stesso limite estremo, la tela bianca o il silenzio, non significhi la morte dell’arte, ma la radicale presentazione di quella possibilità dalla quale ogni arte pren- de le mosse: l’essenza o, per dirla con Heidegger, l’origine dell’arte stessa. In Kandinskij l’astrattismo non è vuoto decorativismo. Al con- trario, l’astrattezza del segno, la sua non-rappresentatività, è la manifestazione della sua «risonanza interiore», ossia della sua spiritua- lità. La concezione dell’arte di Kandinskij è intessuta della connes- sione di interiorità e astrazione, e una componente essenziale di tale astrazione è il misticismo. Già la mistica tedesca medievale afferma, con Meister Eckart, che, come Dio agisce al di là del mondo dell’essere, così l’anima, che è in grado di rappresentarsi le cose che non sono presenti, opera nel non-essere; un’analoga operazione compie il pittore astratto, che nientifica il mondo naturale delle cose, dando vita a un mondo di entità non-oggettive, inesistenti e tuttavia reali. Così nel principio di Kandinskij della necessità interiore si riflette la natura mistica del procedimento astratto di costruzione di un’opera che viene sottratta alla dipendenza delle cose esistenti. Questo rimando a un agire interiore dà luogo a un non-oggetto che, ana- logamente a quanto avviene nella mistica, mostra un diverso modo d’essere delle cose rispetto a quello della loro forma reale. L’emancipazione da qualsiasi dipendenza diretta dalla natura, della quale parla Kandinskij, è la riduzione delle cose naturali al non-essere. Di conseguenza, la necessità interiore di Kandinskij, che costituisce il tratto essenziale della sua pittura astratta, si pone come ‘altro’ rispetto al mondo delle cose, e quest’ultimo trova in essa la sua unità e il suo senso. Del resto per Kandinskij, come per Wittgenstein, il misticismo riguarda non come il mondo è, ma che esso è; esso consiste nel sentire il mondo quale tutto limitato. Ciò significa dunque che la totalità del visibile ha un limite: lo sguardo delle cose, ossia la loro spiritualità. Astrazione, d’altro canto, è proprio questo visibile limitato dal manifestarsi in esso di ciò che visibile non è: è sen- tire il non-visibile nel visibile, è cogliere la differenza nell’identità. Nell’astrattismo il segno mostra se stesso, nel senso che non rimanda all’altro fuori di sé, all’oggetto, ma all’altro che è nel segno senza essere tuttavia esso stesso segno. Così l’astrattismo rifiuta il significato del segno e nello stesso tempo ne esalta il senso, che si mostra nel segno ritraendosi da esso. Non c’è dunque alcun contenuto, alcun significato manifesto dell’immagine, ma questa è l’espressione di un contenuto interiore: è questo a rendere il segno ‘astratto’, proprio nel suo presentarsi come evento. In definitiva, se il cubismo ha in- franto la totalità, lasciando solo frammenti, la composizione di Kandinskij mira non a ricomporre tale totalità, bensì a presentare il senso, facendo risuonare il contenuto interiore del frammento stesso. Se lo spirituale nell’arte di Kandinskij, come il suo concetto di composizione, è interno al problema dell’icona, altrettanto lo è il mondo senza oggetto del suprematismo di Malevicˇ. L’opera suprematista infatti ha un’intenzione iconica: non esprime una perdita, ma una presenza, la presenza dell’altrimenti che essere. Di qui quella dimensione apofatica, propria dell’icona in genere e del suprematismo di Malevicˇ in particolare, che, in opposizione ai presupposti dell’iconoclastia – tesi a identificare la verità con la rappresentazione logico-discorsiva – mostra la verità che contiene in sé la propria negazione: la docta ignorantia è la testimonianza di tale inesprimibile coincidenza. Per questo nel colore suprematista, come nell’icona, non c’è alcuna ‘finzione. L’essere di Malevicˇ non è l’essere secondo la necessità, ovvero secondo il concetto, ma è l’essere come evento: è qualcosa che si la- scia riconoscere solo al momento del suo apparire e, in quanto evento, l’essere è l’altro, poiché non è soggetto ad alcuna identificazione: è l’essere così, che potrebbe anche non essere; in questo senso, affer- ma Malevicˇ, l’essere è il nulla, ovvero il che, lo spazio paradossale proprio dell’opera d’arte, del tutto indipendente dal pensiero logico. Questo che è negazione del significato, inteso come signi- ficato logico, è negazione della rappresentazione, come rappresenta- zione logica e nello stesso tempo è affermazione del senso, in quanto condizione dei significati possibili Il che non può essere riconosciuto in relazione ad altro, ma solo per se stesso, e tuttavia por- ta in sé l’alterità, la differenza. Nel non significare nulla al di là di se stesso, l’evento – il che – è assolutamente singolare: accade semplicemente, si dà, si mostra, non come un mero oggetto per un sog- getto. Esso è il manifestarsi di qualcosa che, presentando se stessa, presenta l’altro, vale a dire si presenta come l’altro dell’essere oggetto di rappresentazione possibile. Per raggiungere infatti questo essere, che è il nulla, Malevicˇ è uscito dal mondo degli oggetti e delle rap- presentazioni, aprendo uno spazio ‘assoluto’, in quanto spazio dell’altro. Così l’astrazione di Malevicˇ è il liberarsi dalla rappresentazio- ne per la presentazione: è questa l’autentica iconoclastia che rivela il profondo legame del suprematismo di Malevicˇ con l’icona. E, se nel suo mondo senza oggetto il segno non è rappresentazione di qualcosa, ma rivela l’altro, ovvero il nulla – in quanto nulla di rappresentabile e di dicibile – questo Nulla non è da intendersi come nichilismo: non indica il silenzio, la fine della pittura, ma esprime la consapevolezza che si deve continuare a dipingere perché il nulla si riveli. È questa la radicalità della pittura di Malevicˇ. A differenza di quella di Malevicˇ, l’opera di Mondrian presenta uno spazio la cui assolutezza assume un preciso significato: tutto ciò che è, è perché si dà solo spazialmente. Per questo in Mondrian il segno non nasconde e in esso non ha luogo alcun ritrarsi; al contrario, nel segno si mostra l’essenza, l’Idea, e non a caso egli definisce l’astrattismo come la sola arte concreta. In definitiva: nella pittura di Mondrian non si manifesta alcun altro, né alcun contenuto interiore; essa si risolve totalmente nella superficie del quadro, ossia in un piano assolutamente bidimensionale, nel quale non c’è alcuna finzione di profondità, ma ci sono soltanto linee in rapporto ortogonale che, tautologicamente, dicono se stesse. Così, se la composizione di Mondrian è volta a ricostituire la totalità, tale ricomposizione si dà proprio e solo all’interno della rappresentazione pittorica, rappresentazione assoluta, in quanto indipendente da qualsiasi riferimento ad altro da sé. L’arte di Klee, pur interrogandosi su problemi non del tutto dis- simili, muove in direzione opposta rispetto a quella di Mondrian. Se infatti quest’ultimo vuole abolire l’elemento soggettivo – definito tragico – in nome dell’oggettività, Klee invece indaga proprio la presenza del mondo nel soggetto. L’oggettività di Mondrian è il rifiuto del mondo, in quanto particolarità e contingenza; Klee, al con- trario, non cerca una realtà più vera di quella sensibile, non cerca cioè una realtà fissa e immutabile, retta da leggi eterne, fuori dalla storia. Ciò a cui tende l’opera di Klee è ‘frugare’ nel profondo, nel- la vita sotterranea, immergendosi nel divenire delle cose stesse, nella genesi dei mondi possibili. Il compito dell’artista è infatti, a suo giudizio, quello di ritornare sulla creazione, portando avanti e tentando le vie di realtà possibili. Klee, in definitiva, non vede nel mondo qualcosa di già-concluso, ma ne ripercorre la genesi, e tale genesi si riferisce al sorgere della realtà nella percezione e quindi al costituirsi dell’essere in significato. I presupposti di tutto ciò vanno rintracciati nel fatto che è pro- prio sul piano della percezione che il mondo non si configura come l’insieme delle cose già date, ma come un continuo generarsi. Così l’immagine di Klee richiama alla memoria possibilità diverse, somiglianze e dissomiglianze, e queste trovano la loro ragione sul piano dell’agire del pittore, che non prende le mosse da una logica pre- fissata, ma genera continuamente forme via via che procede, muoven- dosi appunto tra somiglianze e differenze. I processi di formazione di Klee sono questa sorta di somiglianze di famiglia – ancora una vol- ta nell’accezione wittgensteiniana  – e, in quanto tali, escludono la de- finitività di ogni forma. Non a caso nell’opera di Klee la genesi dei mondi possibili riguarda l’essenza stessa della pittura: si tratta di mo- strare l’apparire di qualcosa che nessuna logica ha pre-visto, qualcosa che viene all’esistenza, apportando un «aumento di essere» 19 rispetto a tutte quelle altre possibilità che comunque sono presenti nel qua- dro come possibilità simultanee. Klee ha disvelato così l’essenza dell’opera d’arte: quest’ultima non è la rappresentazione di un fatto del mondo, ma è un evento nel qua- le si manifesta la possibilità di molteplici determinazioni del mondo, senza che tale possibilità sia riconducibile ad alcun principio logico di identità e di non-contraddizione. A ben vedere dunque tale evento, che l’opera costituisce, altro non è che il darsi del contingente, del ciò che è così ma poteva essere diversamente, in quanto condizione della stessa necessità logica che regola ciò che nel mondo è già-dato; si tratta di quel che – che si dia questo mondo e non un altro – il quale, come afferma Wittgenstein, precede quella logica che presiede al come del mondo. Si tratta insomma di quel senso che è la condizione dei tanti significati possibili: l’opera è la presentazione del darsi di questo senso, e non la rappresentazione del suo configurarsi come significato dato, di un senso che si può dunque soltanto sentire, stando al suo interno e non contemplare dall’esterno. Per questo la pit- tura di Klee ha il suo luogo d’elezione nel cuore stesso della creazione, lì dove hanno origine tutte le cose. 1 Sul problema dell’immagine e del segno in genere nella riflessione filosofica medievale, si veda Maierù, Signum dans la culture médiévale, Miscellanea Mediaevalia, Veröf- fentlichungen des Thomas-instituts der Universität zu Koln, Walter de Gruyter, Berlin – New York, Signum negli scritti filosofici. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino (ed. or. Philosophische Untersuchungen, Blackwell, Oxford. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni, Einaudi, Torino (ed. or. Tractatus logico-philosophicus, London). Nel Tractatus infatti i due termini si equivalgono, dal momento che «La proposizione è un’immagine della realtà» Vedi su questo G., Dalla logica all’estetica. Un saggio intorno a Wittgenstein, Pratiche Editrice, Parma Wittgenstein, Tractatus..., cSi veda in proposito Garroni, Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano. L’espressione è usata nel senso del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche, Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano (ed. or. Wahr- heit und Methode, Mohr, Siebeck, Tübingen. Nome compiuto: Giuseppe Di Giacomo. Giacomo. Keywords: l’inspiegabile, aura; ‘impiegatura como spiegatura dell’inspiegabile” sensibile, imagine, icona, segno segnante segnato presentazione rappresentazione contenente contenuto formante formato, Tintoretto, Sartre, Venezia, ‘something that is not a sign may still ‘signify’’-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giacomo: impiegatura come spiegatura dell’inspiegabile” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giamboni: la ragione conversazionale (Roma) Abstract. Grice: “When I referred, informally, at my Oxford seminars and elsewhere – notably at the Aristotelian Society symposium at Cambridge – to the ‘principles of rational discourse,’ I was having Giamboni in mind.” Keywords: principio del discorso – principii del discorso, H. P. Grice. C Filosofo italiano. C PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA ITALIANA HI D I — — / PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA ITALIANA -- Per uso del Collegio Pio di Perugm. 6* H* JlCCOMODATI ALLA LINGUA ITALIANA fg||p}  " IjV,; 33*  doveste apprendere co W attenzione e coli' uso a sovrapporre i denti superiori al labbro inferiore j in modo da dare f adito all'aria, perchè uscisse attraverso de gV interstizi dei denti, quasi vento fremente. Piacendovi esaminare forte che si richiede per pronunziare la R , comprenderete guai difficoltà voi sormontaste per proferire esattamente l’ultima delle lettere che ordinariamente impara a ben pronunziare. Le unioni di vocali e consonanti per formare le sillabe: V infinite combinazioni delle sillabe per farne risultare i vocaboli: V associare i vocaboli alle COSE che essi RAPPRRESENTANO: il leggerli insieme in modo tale da divenire un quadro fedele del pensiero; guai vasto campo non fu alle vostre riflessioni alle quali insensibilmente vi guidò la natura! La lingua materna che voi allora apprendeste, cioè quel cumulo immenso di parole } ad ognuna delle quali ò annesso singolarmente un concetto, è prova bastante dello sforzo prodigioso ad un tempo e della vostra riflessione, e della vostra memoria conservatrice fedele dei SEGNI e delle cose SIGNIFICATE, che furono a lei affidate dalla vostra attenzione y e dalla vostra riflessione. Tutte queste considerazioni applicate a quegli estesi primordj dello sviluppo delle vostre facoltà riflessive ed enunciative, ed altre che potrebbero farsi dipendere dalle riflessioni che faceste sugli urti, e sulle percosse esperimentate, e salii stimoli di una prudente educazione primitiva, sarebbero valevoli ancora queste a convincervi che ne' primi tre anni di vostra esistenza furono forse da voi fatti maggiori progressi nella somma delle reali cognizioni di quelli che sarete per fare in tutto il resto di vostra vita. Con profonda verità asserisce d’Alembert, che lo stato cV infanzia creduto corso d? ingnoranza è forse molto più utile di quello che chiamasi corso di scenza delle nostre scuole. Tuttociò servirà a persuadervi che una GRAMMATICA RAGIONATA, che esiga da voi attenzione, riflessione, e memoria, coincide perfettamente con il magistero della natura, e colla vostra capacità, purché sia ben diretta. Se la grammatica che vi presento sia in qualche modo atta a guidarvi, ed a farvi riprendere il corso di quella logica appresa dalla natura, dalla quale vi fece deviare una donniciuola insulsa, od uno sciocco pedante, potrà ciò decidersi dagl’esperimenti, che dai saggi precettori si faranno sulla vostra curiosità di fare scoperte, e sulla vostra avida compiacenza di apprendere ragionando Trentamila forse, di quarantamila padri di famiglia della nazione italiana, che indirizzano i figli alle pubbliche scuole, non richiedono già che vengano questi istruiti per la carriera ecclesiastica, nè per la toga, nè per il foro, nè per le maggistrature, nè per e scenze elevate; ma solo propongonsi che le facoltà intellettuali di queste tenere menti ricevano sviluppo tale da derivarne fecondi e permanenti risultati per il regime domestico, per le arti cui dovranno dedicarsi, pel commercio, per una industria qualunque. A questo loro voto mal corrisponde il fatto pur troppo notissimo. In tutte o quasi tutte e scuole d' Italia la lingua latina è l’unica, o almeno la principale occupazione di tutta [I diversi mestieri, le arti meccaniche, la nautica, l'agricoltura, vogliono metodi, disegni, processi, macchine, misure, proporzioni. Tuttociò non può ottenersi senza cognizioni fisiche, chimiche, matematiche. È stato detto con profonda verità: che non pi può essere una fabbrica di panni ridotta a perfezione presso un popolo che ignori l' astronomia. 8 la scolaresca, senza distinguere quella classe che forma.il minor numero dallo scopo che ha in mira quel massimo numero di giovanetti cui rcndesi talmente INUTILE LO STUDIO DELLA LINGUA LATINA – H. P. Grice: “Not at Oxford: indeed the proficiency of a classical education should be encouraged even further!” -- che P ohliano per sempre, e senza alcun danno, ne IP atto stesso che esultando fuggono dalle scuole, e dai precettori. Questa esultanza non potrà mai condannarsi, nò da chi vorrà consultare le impressioni spiacevoli e triste che si ridestano sempre ali idea di lingua latina, di grammatica, di concordanze, e degi'insulsissimi latinucci; nò da chi darà un occhiata retrograda a quelle catene che trascinò per cinque anni almeno nella polvere delle scuole, straziando la sua mente, violentando la sua ragione. Furono queste catene che incepparono l’avidità di conoscere, che costrinsero l'attenzione a finger di attendere, che violentarono la memoria ad impinguarsi con meccanico sforzo di declinazioni, conjugazioni, e di un ammasso di fredde regole grammaticali, e di vocaboli troppo astratti per essere comprensibili col mero loro nome. Precluso così l'ingresso ad utili verità, se una qualche dovizia acquistò la memoria, è sempre a danno della calcolatrice ragione. Non è nostro scopo di seguire in questo laberinto quella minima classe che continua ad errarvi per apprendere le lingue delle repubbliche, le istorie delle repubbliche, i costumi delle repubbliche, gli csempj delle repubbliche, con inutili tristezze dei più begli anni della vita, troppo da se inchinevoli al raffronto dei casr attuali coi passatici. Ma lasciando questo scarso numero, e volgendo le considerazioni unicamente al numero maggiore, saremmo costretti a dirigerci coi padri di famiglia ai sapienti e virtuosi moderatori e promotori della pubblica istruzione – H. P. Grice: “As Clifton was not!” -- , interrogandoli se convenga di dileguare una volta quello spettro funesto che con barbaro metodo strazia da più secoli ed istupi- [Su di ciò potrebbe consultarsi il parere del soavissimo Plusch certamente non sospetto, perchò scevro per natura da ogni spirito di partito. I giovani, Plusch dice, possono ben chiamarsi sventurati per non dire traditi. Attesi con tanta aspettativa dalle case paterne per riempire le speranze dei genitori vi ritornano essi dopo più di dieci anni di applicazione, di fatica, e di dispendj, tutti boriosi e contenti perchè HANNO APPRESO AD ACOZZARE QUATRO FRASI DI CICERONE, e qualche greca paroluzza, e perchè credousi capaci di fare un epigramma, un sonetto, un disegno, una suonata comunque. Se poi loro domandate cosa sia il mondo in cui vivono, cosa vi sia accaduto, cosa siano essi stessi, e quali i loro doveri, saranno quasi tutti incapaci a rispondere perchò privi di ogni cognizione fisica, istorica, morale, e perchè sono istruiti con un metodo che fa veramente pietà. S'insegna la lingua latina colla lingua latina, devono apprendersi LE PAROLE prima di sapere le cose, ed il modo di PARLARE ELOQUENTEMENTE prima di esser giunti a rettamente pensare. Si fa ad essi studiare LA FILOSOFIA senza metodo, senza fisica, e senza matematica. Insomma non s'insegnano che parole latine e precetti, cioè parole e poi parole. Jì cosi quel giovane delle migliori disposizioui, che pur credevasi assai bene istruito, è ritornato vuoto di utili idee, senza armi contro le sue passioni, senza lumi contro l’errore. Converrà che egli col suo genio, e con una volontà veramente efficace apprenda nel suo gabinetto a dis-imparare il male imparato per poi rifare quel vero studio che atto sia a consolàrio e guidarlo retUmeute in tutto il corso di sua vita. •  io disce i tanto varj, pronti, e fecondi ingegni delle scuole d'Italia: ed istituire, colla stessa forza che abbatte, quei metodo voluto dalla ragion pubblica e dall'amor santo della verace grandezza d’Italia. Questo metodo se si volgerà primieramente a quella lingua a cui dovranno ricorrere i giovanetti in tutti i periodi della lor vita parlando, o scrivendo, s' imiteranno allora le celebri e sagge nazioni antiche e moderne. Ognun sa con quanto impegno venisse istruita la greca gioventù nel pretto atticismo; e con quale ardore inculcasse CICERONE alla gioventù di Roma d’apprendere il parlare cittadinesco, chiamato urbanitas, che consiste nel dire le cose bene, naturalmente, e con grazia – “or grace” -- GRICE. E di fatti esso CICERONE sospingeva i teneri fanciulli a formarsi nella purità dei loro sermone sugli esenipj epistolari della gran Cornelia dei Gracchi, la quale, come altra Madama Sevignè di quei tempi, ferma nelle sue epistole il nitore dell'idioma latino.  1/ istruzione è la sorgente della pubblica prosperità. La popolazione delle carceri sarà sempre in ragione inversa della popolazione delle scuole sistemate opportunamente. Questa verità è stata dimostrata ancora da Dupin che ha voluto calcolare i fatti. Se vi fu mai monarca che in odio avesse e scenze e scenziati, questi al certo col dichiararsi 1' inimico di ogni incivilimento spiuto avrebbe i sudditi a gran passi verso Ja de- gradazione. Alfonso che fu V onore di Aragona e della Sovranità, e che apprezzava Filippo di Macedonia ancor più perchè credette render degno' il figlio del Trono col farlo ammaestrare da un grand' uomo, dir soleva: amo meglio di perder tutto quanto posseggo , piuttosto che una parte di ciò che so. Ma perchè questo metodo abbia spirilo e vita, e favorisca io sviluppo della ragione, senza aberrare in licenze, sarà di mestieri che si attenda ad un certo rigore quasi matematico: analizzando l’indole, e V iificio di ciascuna parte del discorso: esponendo il come ed il PERCHÈ – H. P. Grice: “‘rationalism’, ‘reason why’, even applied to the lingo!” -- debbano usarsi queste parti: mostrandogli anelli chele congiungono: distinguendo i vocaboli radicali dai derivati, i semplici dai composti, gl’originar] dai sostituiti, i proprj dai traslati: discoprendo quelle delicate varietà per cui NIUN VOCABOLO è TOTALMENTE SINONIMO: determinando con esattezza e limpidezza il significato dei vocaboli di ciascuna espressione prima della sua applicazione. Queste esatte distinzioni; questi ingegnosi sviluppi; questi sottili confronti; questa precisione e chiarezza; in somma questo metodo ragionatore che collega esattamente le idee -- nel ebe consiste il vero segreto dell'analisi -- eccitando la curiosità, l'attenzione, la riflessione degl’appagati giovanetti , darebbe uno sviluppo efficace al loro ingegno, e quasi dolce pioggia feconderebbe in modo queste tenere pianticelle da darci con prontezza quei frutti preziosi, che attendonst con tanto ardore dai genitori, e della nazione. Una grammatica di tal natura, che atta fosse a sparger la luce sul maggior numero, potrebbe forse riguardarsi come libro il più interessante; se è vero quanto fu detto da uno scrittore: ebe il primo libro di una nazione è il dizionario della sua lingua – H. P. Grice: “Except I don’t give a hoot what the dictionary says!” --  - Ci accingeremo adunque a dare almeno un'idea di qucsia grammatica intellettuale finche uomini di più acuto senno, di più chiaro metodo si determinino a perfezionarla; essendo sempre vero che i difetti stessi di un primo esperimento servono spesso a condurre un progetto alla perfezione. Chiunque però ne assumerà l’incarico temer non dee l’onorevole rimprovero di scrivere ria Filosofo, cioè di scrivere con senno per farsi intendere utilmente. Crediamo nondimeno che non sia da dipartirsi dalla nomenclatura, e da certo andamento consacrato dall'inveterato uso grammaticale. Mentre una grammatica Condilacchiana – o GRICEIANA – che H. P. Grice chiama la grammatica del pirotese --, o modellata su quella di Tracy, forse non si comprenderebbe agevolmente da gran parte dei precettori attuali, non addomesticati per anco col- V analisi , e molto meno si accomoderebbe a chi la penetrasse; giacche, superbi delle loro cognizioni, sdegnerebbero cosa che, già effet- tuata da uomini grandi , non offrirebbe che una imitazione inferiore. E siccome siamo convinti con il Signor Perigord che uno de' mezzi più potenti per migliorare la publica istruzione debba consi- stere nello spirito d'analisi, e nell' applicare a tutti gli oggetti d'insegnamento, per quanto è possibile, il metodo de' matematici; perciò abbiamo azzardato di provarci a darne un qualche saggio in queste nostre lezioni grammaticali. Sappiamo bene che appunto perciò, presentandosi queste con aspetto di novità, incontrar dovranno l'opposizione principalmente di alcuni stabilimenti scolastici. Ma al pensare che altri e cospicui corpi di publico insegnamento già si sono aggiustati alle nostre idee con risultamcnto maravi^lioso; ed al riflettere che alcuni altri stabilimenti di publica educazione già si volgono a coincidere colle nostre MASSIME – come le chiama H. P. Grice --, e già danno ordine per il collocamento di una scuola di lingua nazionale; arditi e franchi ci poniamo da uno de' lati ogni tema, ed animosamente proseguiamo nel nostro proposto. E perchè tutte le grammatiche coincidono nei loro principj, fissati quelli dell'italiana potrà facilmente farsi dipender da questi la grammatica latina, che diverrà allora chiara, utile, e compendiosa. DELLE PARTI DEL DISCORSO Per parti del discorso intendiamo quegli elementi cherendonsi indispensabili per formare un discorso completo, onde COMUNICARE – o significare – H. P. Grice su C. L. Stevenson -- ad altri i nostri bisogni, i desiderii, e i pensieri $ e ciò o con suoni articolati e fugaci, che diconsi voci (1)5 o con segni visibili e permanenti, denominati scrittura. Tanto gli uni, che gli altri, si chiamano parole, o vocaboli. Alcuni fra questi ricevono una varietà di modificazioni finali per esprimere SENSI diversi 5 e declinando, per dir così, dalla semplicità del primitivo significato, diconsi perciò parti declinabili} mentre gl’altri, conservandosi giusta la loro origine inalterabili, vengono chiamati parti Indeclinabili – H. P. Grice: Fido is shaggy; Fido and Rufus ARE shaggy. Le voci sono segni convenzionali – o meglio, arbitrari, ma nota l’etimologia di ‘convenzione’ – venire giunto -- che vestono le idee spirituali quasi con veli sensibili per trasmetterle nello spirito degl’uomini e così legarli in comunanza fra loro. Per segni visibili e permanenti intendiamo le lettere alfabetiche, le quali conservando le parole e ridonando ad esse quei pensieri che quasi in deposito furongli affidati, ci fauno conversare insieme in distanze enormi, anzi serrono perfino a far parlare gl’uomini morti mille e più anni aranti. Dall'esatta combinazione delle parole, scritte, o pronunziate, risulta il discorso espositore fedele de’nostri pensieri. La scenza delle parole atte a dipingere fedelmente quasi in copia il quadro originale delle idee concepite già dalla mente, è là grammatica delle lingue – H. P. Grice: “Austin loved Chomsky because he set GRAMMATICA higher than PHILOSOPHIA!” --. Fra i principii di questa scenza, altri sono universali ed immutabili, come provenienti dalla natura del nostro intelletto, seguendone le leggi, e questi sono comuni a tutte le lingue – cf. L’universalità dell’implicatura conversazionale e il ‘cunning’ della ragione conversazionale --, altri sono esclusivamente proprii di ciascuna lingua particolare, perchè derivano da libere convenzioni. Questi secondi, ridotti a regole dedotte da sensate osservazioni sulle parti declinabili e sulle indeclinabili della lingua italiana, costituiscono la grammatica di questa lingua. Dunque dagl’elementi della grammatica GENERALE o RAZIONALE, che sarà la prima parte dei nostri principii del discorso, conoscerete voi la maniera di parlare in qualunque lingua; e dalla grammatica particolare che riguarda la lingua italiana, e che forma per noi la seconda parte, dovrete apprendere ad esprimere con questa lingua i vostri concètti esattamente. Gli uni e gli altri principii verranno compresi Il vocabolo “discorso” – “as I have often mention” – H. P. Grice -- deriva forse dal latino discurrere [ scor- rere ) quasiché si volesse fare intendere quella rapidità con cui il discorso quasi alato mercurio scorrendo per le vie intellettuali fa passare rapidamente nelle altrui menti il maggior numero d'idee e di rapporti col minor numero di vocaboli. Il vocabolo “scenza” – cf. H. P. Grice, the devil of sicentism -- deriva da scire (sapere) dei latini. E siccome una scenza è un complesso di verità connesse con esattezza dipendentemente dall'esame e sviluppo del soggetto di che si tratta, perciò dir dovremo che la scenza delle parole – studies in the way of words -- si associa intimamente con quella delle idee – the way of ideas, the way of things -- e viceversa, senza forse poter fissare quale delle due debba precedere.  J 7 dalle regole della nostra grammatica, la quale, non volendo insegnar parole e solamente parole, per non avvilire la ragione de’giovanetti, e coltivare unicamente la loro memoria 5 perciò vorrebbe discendere piuttosto a far conoscere il carattere delle parole atte a vestire le idee di queir abito che ad esse conviensi, acciò il discorso proceda con ordine – H. P. Grice, “Be orderly” --, e soddisfi T altrui attenzione. DEL NOME SOSTANTIVO. Interroghiamo uno dei nostri piccoli allievi, dicendogli: mi sentite voi parlarci dunque provate una sensazione 5 dunque siete sensitivo; dunque avete F essere 7 e siete. Codesta sensazione non si sperimenterebbe da voi se qualche essere, esistente fuori di voi, non vi facesse sentire la sua esistenza, con una impressione fatta nell’organo del vostro udito. Ora quanto sperimentate esistere fuori di voi in una maniera indeterminata, è appunto ciò che voi denominate COSA – non oggetto. Se la vostra sensazione è piacevole, voi dite: la cosa e buona 5 se la sensazione è molesta , voi dite: la cosa è cattiva. ÌSk an- cor contento V inoltrate a dare un' azione alla cosa, dicendo: questa cosa mi ha fatto bene, quest' altra cosa mi ha fatto male: Dunque avete patito, ossia siete stato paziente. Che se vi riguardate passivo, sotto la impressione molesta o piacevole che fa la cosa in alcuno ■ * (0 Quando si parta da un punto ben cognito, cioè dall'esatta osservazione sui fatti, e si batta dritto la strada dell’evidente connessione delle idee si giungerà ovunque con sicurezza ìoogle i8 dei vostri sensi, non j>otete non riconoscervi attivo allora che siete in azione, osservando codeste sensazioni) quando le distinguete, quando le paragonate fra loro, quando insomma pensate. Ciò che voi pensate lo chiamate OGGETTO 5 onde dite: oggetto – NON SOGGETTO -- del pensiere. – Il soggetto del pensiero sei tu. Dunque LA COSA ha una esistenza sensibile; e l’OGGETTO una esistenza intellettuale. Bl V una che V altro chiamasi ente, a essere, vale a dire isolata esistenza, o quasi sola stante, che perciò dicesi SOSTANZA – H. P. Grice and P. F. Strawson: “As when we say that ‘Socrates,’ which cannot be a predicate, is a substantial.” Quei caratteri da voi concepiti inerenti, ed essenzialmente proprii alla sostanza, perchè senza alcuno di essi cesserebbe di esistere, si chiamano proprietà' essenziali della sostanza 5 tali sono, per esempio, riguardo al vostro essere, la sensazione, ed il pensiere – cf. H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” --; e riguardo alla cosa la sua estensione (res extensa, non cogitans). Mentre che a quelle modificazioni della sostanza, dalle quali vi viene manifestato quale essa è riguardo a voi, daremo la denominazione di qualità 1 accidentali. Saranno dunque qualità della sostanza il colore, l’odore, il sapore, ec. da voi CREDUTE – per istinto -- inerenti nella sostanza medesima. Ma non contenti di aver conosciute le sostanze colle loro proprietà, e qualità, vi piace di comunicare ad altri queste vostre cognizioni. È allora che vi prevalete di quella moltiplicità di vocaboli che, servendo a dare il nome alle sostanze, furono chiamati NOMI sostantivi $ mentrechè quei vocaboli Eppure ci dice Tracy che il nome molto male a proposito si chiama sostantivo; e che per dare ad esso un nome tratto dalla sua funzione dovrebbe denominarsi ASSOLUTO o SOGGETTIVO. Lasciamo al lettore il giudicare se sia soddisfacente la ragione che esso ne adduce -- Milano, ovvero se debba conservarsi la voce sostantivo comechè proprissima. DinitÌ7 C-nc 19 che servono ad esprimere le proprietà, e le qualità quasi aggiunte alle sostanze, dicousi nomi aggettivi – H. P. Grice: “My example: ‘shaggy’, meaning ‘hairy-coated.’”. U nome sostantivo serve di base e di nucleo a cui si legano e s' innestano le varie proprietà, e qualità che può avere; per es. (2) Lunghezza-f- larghezza -f- profondità=estensione. Ente 4- esteso -j- sensibile 4- divisibile 4. . . , *orpo. Corpo -(- elastico -f acuto + tagliente + ri- splendente -f- • • s= Spada. Corpo -f pesante -f- duttile -f- giallo-splendente + solubile + . . . = Oro. Cosa -f- animale, o vegetale, o minerale -f- di qualunque sapore -f- di grave o mortai danno -f- . . . = Veleno. Questo vocabolo si usa ancora, in senso traslato (3J per indicare ciò che desta una profonda [La voce “aggettivo” – H. P. Grice, “adjectival” – shaggy -- deriva dalla latina adjicere (aggiun-gere), e ci fa quasi intendere che i vocaboli aggettivi servono ad esprimere le proprietà, e qualità aggiunte ai sostantivi. Per più breve ed evidente metodo di esporre le nostre idee ci siamo valsi di due segni algebraici +, =. Sappiano i giovanetti che il segno “+” suona lo stesso che la voce “più,” ovvero con j e che l 1 altro “=” (eguale) ci dice che esiste la relazione di eguaglianza fra IL SIGNIFICATO – SEGNATO dell’espressione che lo precede, e dell'altro che lo segue. La voce traslato, che deriva dalla latina transferre (trasportare) significa che ciò che appartiene a cose fisiche – “the cream in my coffee” – Grice -- vieti trasportato agli oggetti intellettuali – “my addressee” – Grice --, od anche morali , o viceversa che le passioni dell' animo, e le azioni della mente vengono appropriate a cose fisiche. Di qui è che diciamo . 'Occhio severo: lume della ragione: passione ardente: Cuore infuocato: Mare furioso: Prato ridente: benefica Natura ec. Diciamo ancora di un mordace scrittore: la sua penna avvelenata: in questa ed altre simili espressioni viene attribuito ad un'ente ciò die NON – Grice: category mitake -- gli conviene se non che avuto riguardo all'effetto che produce; od anche ciò che è proprio di un tutto ad una sua parte dicendo per cs. mano stanca j e viceversa. 4» 0U0 ^  é smania nell' animo; p. é. la calunnia, il sarcasmo t la satira sono quei lenti veleni della società sempre detestati, sebben sempre accolti. Cosa + vegetale o minerale + amara -f. vene- fica + * . . = Tossico, p. e. attossicato avea sempre il coltello. Questa voce non suole usarsi in senso traslato. Pure abbiamo da Alfieri : Or versa — Il mortai tòsco che in tuo cor rinserri. Cosa -j- di forte splendore -(-...= Luce. Onde dicesi luce del giorno: luce risplendente, ec. Cosa -f- di debole splendore . . s= Lume. Quindi è che si dice lume di luna; lume chiaro ec. Diremo similmente in senso traslato: dar lume alla materia di un soggetto coli' ordinarla \ ridotta poi che sia allo stato di evidenza, avrà allora ricevuto luce completa. Oggetto -f buuno o cattivo + bramato o sfuggito -f di evento probabile -f contro il desiderio -{-...= timore. Timore + immediato + forte + danno fisico o morale -{-•••= paura- Paura + terribile + improvvisa massima •J- . . . ==± spavento. Onde diremo; lo spavento del fulmine che striscia sul capo. Anche un sol vocabolo aggettivo può avere il carattere di esprimere la riunione di altri aggettivi spettanti al sostantivo cui appartiene 3 per es. diremo di un Uomo: Scarseggiante -f di vitto -f- di vestito -f- vicino alla necessità + . . . e=s povero» Povero -f- privo del necessario -{- avvilito -f- servile + dispregiato compassionevole + . . = meschino. Smisurata idea del proprio merito + dispregio pegli altri -{*•,• = Orgoglio.  t 21 Impulso ad agire -f- proveniente da sentimento morale = dovere. Per es. è un dovere il rispettarsi reciprocamente. Impulso ad agire -J- proveniente da leggi positive = obbligazione ; onde diremo: in Grecia ed in Roma i giovani erano obbligali a cedere il posto ai vecchi ne' pubblici spettacoli, in segno di venerazione, dovuta ali 1 esperto senno. Opinioni e desiderii identici -f- stima fiducia recìproca -(-...= Amicizia. Gli addotti vocaboli e tutti gli altri composti potranno da voi riguardarsi come la somma che risulta dall'addizionare, o concretare una varietà di vocaboli per formarne un sol gruppo ed esprimerlo con un solo vocabolo concreto che è una vera somrna. Per comprendere in qualche modo quale immenso gruppo d'idee possa venir compreso da un sol vocabolo che ne è la somma vi basti dare un occhicata a quelle che sono racchiuse nella parola dritto – cf. H. P. Grice: ‘different priorities of ‘right’ – moral right, legal right --. Dritto naturale che guida l'uomo colle ispirazioni della natura, e col sentimento de' suoi doveri -f- Dritto politico che costituisce la forma di governo di ciascuno stato -f- Dritto civile che regola gì' interessi privati di ciascun membro -f- Dritto delle genti che pone tutti i popoli in comunicazione fra loro + Dritto divino che lega con forza sopranaturale le istituzioni della sapienza uma- na -f ... = Dritto. Questo brevissimo cenno sulla composizione dei (1) Se l'idea di un Legislatore Supremo non conservasse i dritti degli uomini, le loro passioni indipendenti spezzerebbero continuamente come una fragil rete tutte le leggi stabilite per contenerle. 22 vocaboli servirà a farvi comprendere fin :ia Iure completa sulle operazioni aritmetiche ) : ono poi astenuti diminutivi , benché abbiano la terminazione in “-otto,” le voci “signorotto,” “aquilotto” y le- pi otto 9 ed infinite di questa fatta. Sono ancora diminutive quelle voci colle finali in -ino, -itto, -elio y uccia > ina , ec. che servono ad esprimere piccolezza dell’individuo, come fanciullino, ca- scttina y bambinello, verginella ? giovanetto, casuccia y ec. I vezzeggiativi vanno a finire in etto, elio , •  35 uccio , uzzo , ino ec. es. semplicetto , vecchiardi lo, contadinuccio, vecchiuzzo, fratellino ec. I dispregiativi finiscono in accio, astro , aglia, uppola , affo , attolo ; es. popolaccio, femminac- eia , giovanastro, plebaglia, otniciatto, libriciattolo, casuppola. cap. m. Dell accompagna nome. Se il nome, tanto individuale , che personale, serve pei* se stesso a farci distinguere l’individuo in modo da presentarcelo separalo non solo da tutti gl’altri di diversa natura, ma da quelli ancora della sua specie, non oltiensi lo stesso uficio nè dal nome collettivo, nè dal qualificativo. Si ebbe perciò ricorso alla terminazione finale per indicare uno, o più di tali individui, dicendo j colonnA – H. P. Grice, “ox”,  in Oxford --, colonnE – “oxen”, as in “Oxenford” – H. P. Grice -- ec. Oguun sente che da queste due terminazioni diverse ci viene indicato soltanto che l’individuo per es. Colonna (“ox” – H. P. Grice – “but cf. ‘grice/grouse’” --, non deve confondersi con una moltiplicità d' individui colonnE – “oxen,” chicken”. Quando però diciamo: convien prendere una colonnA, veniamo a significare la scelta da farsi d’UNA colonnA fra questa moltiplicità d' individui della medesima specie. Finalmente se diremo fu presa la colonnA, è allora che verrà da noi precisata la colonnA prescelta far le altre tutte. Un Poetastro stampò contro Benedetto XIV una sutì- raccìa» H Pontefice la lesse, la corresse, e scrisse all' autore S ve la rinvio corretta acciò la vendiate meglio. Di qui è che si rende a noi manifesto che le voci “uno,” “il,” servono a ristringere sempre più il significato dei nome – H. P. Grice: “He’s meeting a woman tonight” – “a tortoise” – “broke a finger”. Infatti chi dice : V uomo è opera del Creatore, viene ad accennare quest' opera, senza indicare però se vi sono altre sue opere, senza presentarci questa distinta dalle altre, e senza precisarcela in un modo particolare. Che se dirò l'Uomo è UN’opera – H. P. Grice: mass-noun, non-mass noun -- del Creatore, farò intendere – IMPLICARE, SUGGERIRE – SIGNIFICARE, INDICARE --, e che vi sono ALTRE sue opere, e che questa è una combinata colle altre. Finalmente quando dico: Y Uomo è L’opera dei Creatore | è allora soltanto che vengo a presentarla staccata, e distinta da tutte le altre sue opere, come che per noi la più portentosa. Così, veuendo interrogato uno di voi: avete veduto Persona? se risponderà: “Non ho veduto persona,” “Ho veduto UNA persona,” ovvero “Ho veduto LA persona.” La risposta nel primo caso indicherà – IMPIEGATURA, suggerire, implicare, indicare, significare -- persona in un modo indeterminato. Nel secondo, determinerà il suo numero. Nel terzo preciserà il numero, e farà comprendere .incora la specie individuale della persona. Così dirassi: un forte volere, un alto imaginare, un maturo pensare; adoperando “un” – Grice: “the uses of ‘a’” -- in luogo di “il,” perchè così al volere, all'imaginare, al pensare, vien dato quell'estesa ed illimitato significato che si vuole appunto che abbiano tali voci. Ma, se ben si attende, potrà scorgersi facilmente non competere soltanto alle voci “il,” “uno,” – H. P. Grice on ‘a’ -- il carattere d'individuare il nome con minore, o maggior precisione \ ma esser proprio ancora un tale uficio de' vocaboli – H. P. Grice, ‘demonstratives, and quasi-demonstratives, proximal, medial, distal --, esso, desso, questo, stesso, medesimo – Grice, “Sameness and substance,” “Someone is hearing a noise”. Anzi la loro indole è tale da precisarci in modo il nome, quasi mostrandolo a dito con più, o meno energia. Tutto ciò può sentirsi dalle seguenti espressioni: “padre,” “un padre,” “il padre,” “padre,” “desso padre”, “questo padre,” “questo stesso padre,” “questo medesimo padre.” – cf. H. P. Grice: “He is meeting a woman – he is meeting his woman.” Ed è perciò che i sette addotti vocaboli, attesoché si associano con il nome per dare ad esso una maggiore o minore determinazione, potranno denominarsi accompagaanomi, od anche voci determinanti. Dal loro uficio stesso di precisare l’individuo che vien RAPPRESENTATO dal sostantivo, cui si associano, si comprende perchè NON debbano unirsi nè con i nomi individuali e personali – “Scorates” cannot be a predicate, it’s a substantial” – H. P. Grice and P. F. Strawson --5 non dicendosi: “uno Pietro”: “uno Arno”: “il Pietro” – ma “la Callas” -- ec. nè cogl’aggettivi imperfetti od incompleti) il carattere oe quali consiste appunto nel voler denotare in un modo indeterminato tanto il numero degl’individui, come la specie, o particolar carattere di ciascuno 5 onde NON può dirsi: “uno alcuno” – “one someone” – H. P. Grice on (Ex) as ‘some (at least one) --, “il qualche,” “il certuno” ec. S' intende dunque il perchè, nominando persona , o cosa ignota a coloro ai quali è diretto il discorso, si adoperi la voce (“uno”), per es. venne un amico 5 ed in seguito del discorso si faccia uso della voce (“il”), dicendo: “venne l'amico”; atteso che in questo secondo caso si suppone l’individuo amico *già noto*. È vero che talora anche con i vocaboli indeterminati “qualche,” “tale,” “certo,” ec. sogliamo unire la voce “uno,” dicendo: “un qualche,” “un tale,” [Questa maggior forza significativa [H. P. Grice, STRENGTH, vis] che ha la desso sopra r altra esso, si rileva ancora dall’ETIMOLOGIA di queste due voci. “Esso” è tratto dalla lingua latina “ipso,” mentre “desso” viene da “de ipso,” quasi di “esso,” servendo appuntò la dì ad asseverare, o confermare con più viva efficacia. Presso i latini ancora il pro-nome die serve bene spessa ad estendere la determinazione di un nome. un certo; ma ciò proviene dai SOTTINTENDERSI [H. P. GRICE CONVERSATIONAL IMPLICATURE] alla voce uno, qualche altra voce collettiva; cosichè veniamo a dire: “un qualche uomo,” “un certo individuo,” ec. Talora associamo la voce “uno” con i sostituiti vocaboli personali, od individu;ili , dicendo: “è una babilonia” 5 “è un Nerone,” – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson, “”Socrates” cannot be predicates, but we can say that Josepth was A SOCRATES” – “è un Tito,” intendendo però che debbano esservi sostituiti altri vocaboli collettivi del significato analogo: “e UNA babilonia” +> è una confusione; “e un Nerone” +> “è un imperante crudele” 5 “e un Tito” +> “è un sovrano adorabile.” Così potrebbe dirsi: “è un Leopoldo” per indicare un benefattore nel trono, che vuole efficacemente la felicità de’sudditi. Che se ai nomi individuali, Cairo, Roccella, Mirandola, vanno unite le voci – “il,” “la” -- ciò deriva dall'essere SOTTINTESA [H.P. Grice: conversational implicature] in origine a codesti vocaboli la voce collettiva “provincia,” cioè, “Cairo” => “la provincia del Cairo;” “Roccella,” +> “la provincia della Rocella;” “la Mirandola” => “la provincia della Mirandola”\ come diciamo anche in oggi “la Marca,” “la Romagna,” “la Francia,” “la Toscana, “l’Italia,” ec. col SOTTINTENDERE [H. P. Grice: conversational implicature] i rispettivi nomi collettivi. IV accompagna nome i7, che non si associa che con il sostantivo, unendosi con qualche aggettivo darà a questo il carattere di sostantivo \ quindi [Pietro Leopoldo più Magistrato che Sovrano dette una prova di fatto che il suo gran tuore era ripieuo tutto del sentimemto della felicità de’suoi sudditi. Nella maestà e filantropia delle sue leggi liberamente concesse al popolo toscano, racchiuse quella sapienza ed umanità che regge felicemente questa bella, industre, frugale, e saggia parte d’Italia, che prospera sempre più, per il regime sapiente, benefico, e soave di Leopoldo IL Questo Principe tu lo vedi inoltrarsi tutto solo a traverso di folto popolo geloso custode della inviolabilità u» tua sacra persona, perche sa dominare soavemeute nel cuore dei sudditi che lo adorano. »  hi farà dire a Tilo :  o sia giudica . Dunque un giudizio è la cognizione di un rapporto, ossia è l’asserzione dell’esistenza di un rapporto. L’oggetto che si prefigge la nostra grammatica esigendo una certa classificazione di giudizi, secondo il diverso uficio che ci prestano 5 sarà perciò : [Ci è affatto incomprensibile la maniera con cui acquistiamo le sensazioni e le idee tanto dirette che riflesse, vale a. dire le nozioni. [Ci prevarremo alle volte dei simboli generici degl’algebristi per il motivo addotto. Piacendo al Precettore di adottare il metodo cT istruzione, simultanea in luogo della individuale, e di render sensibile l’astrazione dei simboli con molti esempi, vedrà egli allora dissiparsi ogni apparente difficoltà di rendersi intelligibile. [La voce rapporto potrebbe supporsi derivata dati* alto della mente di portare, per dir così, un idea al confronto di un altra, onde conoscere la loro relazione. Il vocabolo giudicare forse deriva àaìjut dicere (dire il giusto) dei latini. 48 i.* Classe. Giudizi di rapporto d'inclusione. Consistono questi nell’asserzione della mente che un idea B è inclusa in un altra idea A. a. a Classe. Giudizi di rapporto di uguaglianza, ed anche d' identità. Quando la vostra mente, confrontando l'idea C colla idea/?, giunge a conoscere che una è uguale all'altra, come er es. che /' idea d' una colonna è eguale ai- idea a" un altra colonna; allora asserisce l’esistenza di eguaglianza fra queste due idee, o sia, giudica del loro rapporto di eguaglianza. Qualora il giudizio si raggiri su due idee misurabili astratte, come 2 + 1 = [\ , allora lo diremo giudizio di rapporto d'identità , perchè si asserisce dalla mente che è ciò che è; infatti , chi dice 2 + 2 = 4 dice che 4 = 4 5 c *°è cne 4 è 4- (2) 3.* Classe. Giudizi di rapporto di differenza. Confrontando due idee G ed M , e scorgendo fra esse una qualche differenza in più o in meno, come per esempio fra l’idea di un tutto, e l' idea di una sua parte, allora asserisce la mente l’esistenza di differenza fra due idee. £d ecco un giudizio di rapporto di differenza. Prima che discendiamo alle altre tre classi di giudizi, immaginatevi una linea retta, che con [Identità è l'aggettivo sostantivato della voce “identico,” che deriva dall'”idem,” stesso, dei latini; e ci fa intendere che l'identità consiste nel ravvisare un'idea eguale a se stessa ( v. I»aij. 53 ). (•/) I giudizi d' uguaglianza, e quelli d'identità vengono espressi dalle voci: “egualmente,” “tanto,” “quanto,” “cosi,” “al pari,” ec. Questi giudizi si esprimono colle voci “maggiore,” “minore,” “più,” “meno,” ec. una sua estremità si trovi al principio, e coir altra al fine della fisica esistenza della natura -A-B-C-D H- N-O-P-Q. Supponete che un suo punto h indichi' il momento attuale in cui la osservate; che i suoi punti . . . a 9 b , c , d , . . . che precedono il punto di tempo h indichino i tempi- passati; e che dai suoi punti . .../ì, o, p , q, che succedono al momento k , vengano indicati i tempi futuri. Sotto questa linea, suppongasi da voi esisterne un altra dalla quale vengano indicati i pensieri o le azioni umane che si sono succedute f e che- si succederanno. In questa seconda linea di pensieri o d' azioni, che potrete riguardare identica colla prima linea del tempo, supponete notati in correspettività dei tempi i pensieri od azioni./. A, B , C 9 D . . . che hanno preceduto l'azione attuale H 9 ed inoltre i pensieri od azioni . . . N , O 3 P , Q . . . che saranno per succedere ad H. Il rapporto fra l’azione attuale H con il punto di tempo h, lo diremo di tempo presente: i rapporti fra le azioni passate .. .tA, B , C , D . . . , ed i punti di tempo che ad esse corrispondono li diremo di tempo passato. Finalmente i rapporti delle azioni N , O , P , Q . . . con i respettivi punti di tempo n, o , p , q ... ili cui devono effettuarsi -9 li diremo di tempo futuro. Si comprende da ciò quali sieno i giudizi della 4.* Classe. / giudizi di rapporto delle azioni con i tempi; come, per es. dicendo: “passeggiai ieri;” “scrivo adesso;” “studierò domani,” asseriscono 3 5o 1' esistenza di rapporto delle azioni con i respettivi tempi passato, presente e futuro. Riguardate ora i punti . . . a , /; , c ...//.. . // , o , . . . ridotti quasi a tante diverse sedi ove si trovino situati i respettivi corpi . . . A, B, C. . . il ... N , O , P .... L 1 attuale supposizione ci farà scorgere nella 5. " Classe. Primieramente rapporti di situazione fra l’oggetto A , e la sede a ; fra l’oggetto B , e ia sede b, ec. come per es. “io sto quà” — “io sono esistente” -f- “la mia esistenza è in questo loco”: “tu stai là” y “quello sta dentro,” “l’altro sta fuori,” “uno abita sujpra;” “l’altro abita sotto” ec. Questa specie di proposizioni serve ad esprimere i giudizi di rapporto di situazione. Classe. Secondariamente potremo scorgere dei rapporti di distanza fra la sede del corpo A , e quella del corpo B ; fra la sede del corpo D , e quella del corpo fi , ce. Direte esser questi giudizi di rapporti di distanza, perchè asseriscono una relazione di distanza fra la sede di un oggetto, e la sede di un altro oggetto; e si esprimeranno dicendo: “io sto lontano dalla piazza” = “io sono esistente” -J- “la mia esistenza è distante dalla piazza;” lo stesso significalo ineludono le seguenti espressioni: “io sto vicino a te”; “un luogo è /untano dall' ald o \ “una cosa è prossima all'altra,’ ec. Queste classi di giudizi dipendenti dai rapporti d 1 inclusione, di eguaglianza, di differenza, di tempo, di situazione, di distanza formeranno la parte fondamentale e principale della nostra grammatica, qualunque >iasi l’opinione in contrario di alcuni valenti ideologisti ^i). r 1 _  Non ci sembra di poter convenire con Tracy die 5i Vi piaccia ancora di dare una rapida occhiata a certe diverse forme che prenderanno i vostri giudizi dipendentemente dalla varietà delle circostanze in cui dovrete giudicare, cioè: o in un modo indefinito, o in un modo definito ed insieme dipendente da comando, o in una maniera indicativa ed isolata, ovvero accompagnata da qualche particolar sentimento dell’animo; o in un modo congiunto con una particolare determinazione o dipendente da qualche condizione. Queste diverse forme che prender può il vostro giudizio le chiameremo maniere, o modi del giudizio, onde avrete i modi indefinito, imperati- asserisce -- Milano -- » che l’atto di giudicare consiste sempre, ed unicamente nei vedere che un' idea è compresa in un’altra e che fa parte di questa. Questo celebre autore sembra tanto sicuro di questa sua definizione del giudizio da dirci con piena fiducia » io ardisco affermare che fino al giorno d'oggi niuno fra 1 grammatici ha conosciuto in che precisamente consiste l’operazione di giudicare, ed è questa la primaria cagione per cui i più belli indegni, e le teste più forti non ci hanno dato finora che cattive teoriche intorno alla lingua. £ debbo confessar francamente che tutte quelle che sono a mia cognizione le trovo non solo imperfette, ma false eziandio: ed è ciò appunto che mi ha posto in disperazione quando ho preso a scrivere il presente trattato. L'asserzione di Tracy che tutti i nostri giudizi consistono sempre ed unicamente nel vedere^He un’idea è indussi in un 1’altra, o che fa parte di questa non ci sembra conciliabile in modo alcuno con quanto crediamo di avere dimostrato sulla diversa indole dei giudizi, mediante ripetute osservazioni sui nostri stessi fatti interni. Se in ciò non ci siamo ingannati potranno allora le verità stabilite servire non solo di base per la completa teoria del discorso, ma ci apriranno l'adito ancora a sciogliere agevolmente un gran numero di complicate ed oscurissime questioni che hanno tanto imbarazzato i grammatici e gl’ideologisti, perchè appuuto non avevano analizzato abbastanza 1'atto intellettuale che chiamiamo giudizio.  fo, indicativo, congiuntivo, ottativo, condizionato. Basti per ora un sol cenno di questi diversi modi di giudicare, perchè dovremo trattarne con qualche estenzione, nell’applicare la grammatica intellettuale alla grammatica italiana. Passiamo invece a trattare della facoltà della mente denominata raziocinio. La ragione è la facoltà della mente di combinare le idee. Esercitare questa facoltà è ciò che dicesi ragionare, ragion- dare , del rapporto che la mente non può discoprire a primo aspetto fra una idea A ? ed una idea B. Infatti allora diciamo esser essa costretta di ricorrere ad una terza idea G r ragion dare del rapporto fra le due idee A , Dal vocabolo “ragionare” è derivata la voce “raziocinio.” Dunque il raziocinio è la combinazione di una terza idea C [CONCLUSIONE – e termine mezzo] colla idea A [PREMESSA MAGGIORE], e poi colla idea B [PREMESSA MINORE], per potere effettuare la combinazione di A [SOGGETTO termine minore] con B [PREDICATO termine maggiore]. E perciò diciamo che la mente ragiona quando rintraccia mediante la riflessione tanto nella idea A, come nell’idea B una TERZA idea C, la quale per il suo rapporto cognito tanto coll’una che coll’altra delle due prime, dà luogo a proferire due noti giudizi, dai quali discende necessariamente il discoprimento del giudizio ignoto, vale a dire l l’evidenza del ricercato rapporto fra l'idea A e T idea B 5 ed è ciò appunto in che consiste il raziocinio. Per es. riguardo ai giudizi d'inclusione, per accertarvi die Y idea B, è inclusa nell’idea A, trovata che avrete la TERZA idea C, cosi ragionerete. L' idea A INCLUDE l’idea C y Y idea C iu-  cldde l' idea B , dùn ec. Nè si creda perciò che simili rapporti d'identità richiedano l’ajuto del raziocinio per farsi comprendere. Questi si scorgono veri intuitivamente ossia si presentano a primo aspetto evidenti. Evidenza. Giunta che sia la mente a vedere che e ciò che è come p. e. che 2 + 2 = 4 > eioè che 4 = 4 – cf. H. P. Grice on Kant 7 + 5 = 12; 12 = 12 5 « ... M , M I I Per servire all' intelligenza de’giovanetti su di una materia che a primo aspetto sembra alquanto astratta, potrà ricorrere il precettore a qualche confronto sensibilissimo, come sarebbe, se la scatola A include la scatola C, e se nella scatola C è inclusa la scatola B, ile s^ue necessariamente chela scatola A include la scatola B. 54 ossia che 4 è 4 ? od anche che un tutto = alla totale unione delle sue parti, cioè che la colle/ione totale delle parti di una cosa eguaglia tutte le sue parti, ossia che il tutto è tutto; allora, a quest'ultimo grado si arresta la niente, appagata alla vista del vero, cioè alla vista che è ciò che è, vista denominata evidenza. L'evidenza dipendente dal rapporto d'identità, od anche dalla differenza fra due idee astratte misurabili, si chiama evidenza di ragione. L' evidenza dipendente dai rapporti di eguaglianza, d'inclusione, di differenza, di tempo, di distanza, di situazione, si denomina EVIDENZA DI FATTO. Finalmente vien distinta una terza evidenza sul rapporto fra la nostra esistenza e qualche sua esperimentata ed intima modificazione j come per es. “io sento” y “io penso,” ec. Questa evidenza vien chiamata di SENSO intimo. Non è nostro scopo il tener qui discorso della MEMORIA riflessa della quale solo intende parlar ALIGHIERI (vedasi) quando ci dice che non fu scenza sen^a ritenerlo inteso, poiché non avrebbe fatto uso dei vocaboli scenza, inteso, se avesse voluto parlare di quella memoria che suol essere lo strazio della gioventù, perchè appunto ne fà essa uso della facoltà d'intendere, nè ci fa fare acquisto di ciò che veramente intendesi per scenza. Pervenuta la mente all'evidente cognizione della verità nasce nell'animo una certa tranquillità e sodisfazione quasiché giunta fosse al punto bramato. La cognizione della dipendenza di questa tranquillità dello spirito dalla verità evidente è ciò che dicesi coscenza – con-scenza -- per esprimere la scenza che abbiamo di noi stessi riguardo all'indicato rapporto; ond'à che la coscenza può riguardarsi quasi il sigillo della verità. Questo breve cenno da noi dato sulle idee, sulla loro combinazione, e sull'indole delle principali facoltà intellettuali vi farà intendere bastantemente la maniera esatta di esprimere col discorso i concetti della mente e potrà supplire a quanto dovrebbe forse restringersi in una logica chiara, utile, e compendiosa. In qualunque circostanza di vostra vita in cui dovrete giudicare o pronunziare una decisione qualunque converrà che vi cauteliate attentamente da ogni illusione riguardo alla vostra coscenza determinante, potendo accadere che i sentimenti di tranquilità di vostra coscenza, senza avvedervene, vengano m »- cliticati dalla vostra posizione, dai vostri interessi, dai vostri pregiudizi, dalle vostre stesse passioni, anziché venir determinati dall' intima convinzione della cognita verità. Certamente se v’andasse del nostro interesse, dubiteressìmo perfino delle dimostrazioni di Euclide -- Sentenza di un profondo filosofo. Alembert facendo l'elogio della grammatica di Dumarsais e specialmente della parte logica di questa grammatica cosi s’esprime: questo / ruttato contiene sopra .a metafisica tuttociò che è permesso sapere; il che vuol dire essere l’opera brevissima. DEL VERBO E DEGLI ASSERTIVI. Non V La discorso propriamente detto se non abbia un senso compito 5 ed il SENSO [avant Frege – Grice --] compito consiste nell’enunciare un qualunque giudizio, nell’affermare l'esistenza eia maniera d’esistere di un soggetto, nell'esprimere qualsiasi rapporto. Questo servigio ci vien reso da ciò che dicesi VERBO [cf. H. P. Grice: la dichotomia del Cratilo: onoma/rhema -- vocabolo che deriva dalla latina verbum -- parola. Fra una gran moltiplicità di verbi basterebbe il solo verbo “essere” per esprimere qualunque rapporto – H. P. Grice, “Aristotle on being and good,” “Aristotle on the multiplicity of being”. La forza asserente di questo verbo “essere” viene ad abbracciare con una voce *due* giudizi; i.° cioè riguarda l’esistenza di *due* idee j ed il 2. 0 quella del loro rapporto. Infatti proferendo voi il vocabolo “pera” non asserite né _che_ la pera esiste, né come esiste – cf. hicocervo -- ; ma dicendo “Questa pera è buona,” allora voi venite ad asserire non solo l’esistenza della pera e della bontà, ma insieme affermate l’esistenza del rapporto fra queste due idee, “pera” e “bontà.” H.P. Grice: “My exmple is “Smith’s dog is shaggy” -- Ora l’affermare l’esistenza delle idee e della loro maniera di esistere sarà ciò che chiameremo stato \ e diremo che il carattere essenziale del verbo “essere” consiste nclf asserire LO STATO – H. P. Grice: “I’m not sure what Teutonism Witters used, but Pears calls it ‘state of affairs’ --, ossia nell’enunziare due giudizi con una sola vr*?e. Lo stesso discorso ha luogo riguardo all'enunciazione delle altre classi di giudizi già da noi fissate 5 come per es., “La colonna A è uguale alla colonna B,” ec. Ma il verbo “essere” oltreché basta per se solo colla sua intrinseca forza asserente ad esprimere qualunque giudizio, ha ancora l’altra proprietà singolare d'incorporarci per dir così con 1 uno, ^7 o coir altro aggettivo per dare ad esso e fórma e vita in un tutto cognito sotto il nome di VERBO COMPOSTO, o come altri vogliono di aggettivo verbale. Così per es. “leggo” =def “io sono leggente” 5 “leggere” =def “esser leggente” =def “persona essente leggente.” Queste due proprietà eminenti del verbo “essere” lo banno fatto chiamare a buon dritto verbo, cioè “parola” per eccellenza – cf. Plato, RHEMA. Ma perciò appunto crediamo che questa caratteristica denominazione non debbi da voi confondersi con quella di tutti gli altri verbi composti, i quali d'ora in poi verranno da noi indicati col nome di assertivi, e ciò per fare intendere che il loro uficio primario consiste nell’esprimere l’asserzione della mente non solo riguardo allo stato del soggetto, ma riguardo ancora alla di lui azione. Questo duplice uficio essenzialmente proprio degl’assertivi -- o verbi composti -- ci viene da essi manifestato o in un modo detcrminato ed esplicito -- cioè manifesto – H. P. GRICE EXPLICATO --, come “leggo” =def “io sono leggente” 50 in un modo indefinito ed implicito -- cioè occulto – H. P. Grice: VELATO, IMPLICATO e CANCELLABLE --, come “leggere” =def “essere leggente” =def “persona essente leggente.” Ed è perciò che questa seconda voce deir assertivo è chiamata “infinito,” benché dovesse chiamarsi con più proprietà indefinito. L’indefinito in tutte le lingue è quella voce che pronunciasi prima di qualunque altra dell 1 assertivo tanto dai fanciulli, come da quelli che in* ( rapporto di passaggio, od anche d 1 avanzamento ; a indica rapporto di concessione o di tendenza: le altre, adesso, presto, tardi 9 oggi, domani, ieri, ec. esprimono i rapporti di tempo. Quelle : insino , Jino , si* no y ec. denotano rapporti di estenzione di spazio, ec. Diremo perciò che l’uficio delle preposizioni consiste nel legare vocaboli, asserendo l'esistenza de'rapporti in un modo più o meno conciso, sempre però analogo a quello dell'assertivo, quantunque con involute forme riguardo al servigio che ci prestano, il quale, non avendo quella generica estensione che abbiam veduto a vere, gl’assertivi che in se racchiudono ancora rapporti di tempo, di numero e di persona, perciò le preposizioni sono parole indeclinabili e gl’assertivi parole declinabili. Sempre però sarà vero esser proprio delle preposizioni il primario carattere degl’assertivi, che consiste nell’esprimere rapporti, nel legar vocaboli, nel formare proposizioni. E sotto questo aspetto riguardandosi da noi le preposizioni, potremo perciò denominarle vice-assertivi – dalla lingua latina, vice-roy. Etymology From Latin vice (“in place of”), ablative form of vicis. Compare viscount.  Prefix vice-  Taking the place or rank of (another person); deputy. Usage notes Not to be confused with numerical terms beginning with vice- as a variation of Latin vigenti and intending the number 20.  Derived terms air vice-marshal English terms prefixed with vice- vice-captain vice chair vice-chair vice-chairman vice-champion vice-chancellor vicecomital vice-consul vice-director vicegerency vice-presidency vice president vice-president vice-principal viceregal viceregency viceregent viceroyalty vice-skip Translations ±deputy Anagrams – H. P. Grice: “The prefix ‘vice-‘ should be preferred to ‘pro-‘ as in ‘pro-verb’! It’s more Latin and less Hellenic and ambiguous!” Avverbi. avverbio è cosi chiamato dai latini, perchè, secondo il loro parere, è una parola che vién posta avanti al verbo -- ad verburn. Ma ancorché si potesse da noi convenire su di tal carattere dell' avverbio, pure ciò non si verificherebbe in tutta l’estensione, unendosi l’avverbio talvolta coli' aggettivo, come: “molto dotto” – H. P.Grice: “We spent quite a few Saturday mornings analysing the implicatures of ‘VERY’ and ‘HIGHLY’ as preceding +-valued, ‘highly intelligent’ – and –valued ‘highly stupid’ – We concluded: How CLEVER language is!” --, talvolta con altro avverbio, come: “molto spesso.” Abbandonate però simili indagini, rintracciamo piuttosto la natura dell'avverbio. Potremo in esso conoscere l'indicazione abbreviata di un rapporto, la quale in sè comprende altrettante parole corrispondenti ad una proposizione, di cui è una espressione compendiosa – o ‘entimetatica’ – H. P. Grice. Infatti dallo sviluppo dei maggior numero degl’avverbi ci vien presentato senza equivoco un sostantivo, un aggettivo, e la preposizione colla quale, legando il sostantivo coll’aggettivo, asserisce il loro rapporto d’unione, e viene a formare una vera proposizione, come si rende manifesto dalle qui annesse maniere avverbiali con gl’avverbi, e colle corrispondenti proposizioni. Questo nostro opinare sull’indole delle preposizioni non è uniforme in modo alcuno a quello di Tracy. Ci dice quest'autore -- Milano -- che in tutti i casi le preposizioni non sono altro che aggettivi dito venuti indeclinabili. Poi soggiunge nel paragrato che segue: a il primo effetto delle preposizioni consiste nel morto vare certe relazioni fra un nome ed un’altro nome. Lasciamo al lettore l'impegno di rintracciare la verità della prima asserzione, e poi di conciliarla colla seconda.  Di bel nuovo s=s novellamente ssa con menta nuova = la mente fu ss V idea fu = la maniera fu nuova “Di concordia” =def. “concorde-mente ssa con mente concorde = la mente fu concoi de. “Di fatto” =def. “effettiva-mente” =def. “con mente effettiva.” “Di furto” =def. “furtivamente” =def eoa mente furtiva. “Di gran lunga” =def. :grande-mente” ssa in maniera grande =def. la maniera fu grande. “Di mano in mano” ssa successivamente ssa in maniera successiva. Di per sè — separatamente ssa in maniera separata. “Di proposito” =def. “attenta-mente” ss “con mente attenta” ssa la mente fu attenta. Ciò che si rende manifesto ancora in questi versi del TASSO (vedasi). A me che le fui servo, e con sincera mente l'amai, ti die non battezzata; ove con sincera mente =def. “sincera mente” ssa la mente fu sincera = l'idea fu sincera. Dunque la maggior parte degl’avverbi si presentano chiaramente formati dall'assertivo, dall'aggettivo e dal sostantivo “mente” se il suo aggettivo è riferibile ad oggetto intellettuale, o dal sostantivo maniera se riguarda oggetto sensibile – H. P. Grice: “I implicate otherwise when I choose ‘mean’ as in ‘Those thirteen spots ‘mean’ measles – seing that ‘mean’ is cognate with ‘mind,’ and gives all sorts of complications to the Italian language!” L 1’avverbio fa da proposizione o per dare una maggior determinazione al significato di un' altra proposizione, od anche per aumentare o scemare a fòrza di altro avverbio. Valgauo i seguenti esempi. Il timore fu SEMPRE un consigliere fallace ssa il timore fu consigliere + fu fallace + IN TUTTI I TEMPI fu fallace. La Religione Cristiana vuole che gl'uomini si riguardino come fratelli; che si amino SINCERA-MENTE; promette premj in proporzione del Lene , e minac- cia castighi CORRISPONDENTE-MENTE al male che essi si faranno reciprocamente = la Religione Cristiana vuole -f che l'uomo veda V uomo eguale ad un suo fratello -|- che l'uomo ami f uomo -f- che l'amore sia SINCERO; promette premj + eguali ai servigi buoni -f~ minaccia castighi -^-eguali al male -f- fatto dall'uno all'altro. Tito, PIÙ clemente di Cesare, fu obbedito per amore = Cesare fu clemente -f- la clemenza di Tito fu SUPERIORE a quella di Cesare. Qui l’aggettivo più modifica l'aggettivo “clemente” della prima proposizione, oltreché forma la proposizione: la clemenza di Tito fu superiore a quella di Cesare. Alessandro, assai PIÙ fortunato di Serse , abusò molto di sua grandezza = Serse fu fortunato + la fortuna di Alessandro superò quella di Serse -f- questa superiorità fu grande + Alessandro abusò di sua grandezza + f abuso fu esteso. Si vede in quest'esempio che l'avverbio “assai” modifica l”altro avverbio “più” – H. P. Grice: “Highly stupid” – “Exceedingly hihgly stupid” --; che tutti due insieme modificano l’aggettivo “fortunato” \ che 1'avverbio “molto” modifica r assertivo abusò. Per sentire ancor più la forza di modificare che hanno le incluse proposizioni, basta esporre la medesima frase, senza gl’avverbi “assai” e “molto” – H. P. Grice: He is stupid. Austin: He is HIGHLY stupid” --, dicendo, Alessandro, più fortunato di Serse'j abusò di sua grandezza. IT avverbio, non avendo mai alcun rapporto col sostantivo, ed escludendo perciò ogni rapporto di numero e di persona, sopra i quali ancora si estende la forza dell'assertivo, non è da maravigliarsi se resti indeclinabile. Tuttavia ci sarà sempre lecito di chiamarlo “vice assertivo,” – H. P. Grice: “I love that prefixal use of that very Latin ‘vice-‘! -- avuto riguardo all'uficio che esso ci presta, coll’asserire 1'esistenza dei rapporti, col legare vocaboli  é col formare proposizioni, che servono a modificarne delle altre. È piaciuto ai grammatici di farci distinguere gl’avverbi col classificarli, facendo dipendere ciascuna classe dal carattere del rapporto determinato dall'aggettivo che vi si trova incluso: e perciò avremo rapporti di certezza, di probabilità, di tempo, di luogo, di numero, di similitudine, di quantità, di qualità, d’ordine, ec. Riporteremo qui alcune di tali classi Colle rispettive forme avverbiali. Rapporti di certezza affermativa e negativa. “Per certo” =def “certa-mente” 5 senza fafcj = infallante-mente 5 per appunto =x esatta-mente; affè= in fede mia = sulla mia fede 5 per niente ±=s mica =± nò sicura-mente ; oibò = per nulla = no certa- mente; sì, nò, non ì sono proposizioni clittichc -- compendiose; per es. “State bene?” “Sì” =def. +> “Stò bene.” Così: rada. . . A morte? — No. Peggio. — E dove ? — “A Roma?”— “SI.” Rapporti di probabilità' e di dubbio “Con probabilità” =def verisimil-mente. Come è facile = natural-mente. Forse — può darsi sa ciò è facile sas facil-mente. A un dipresso = circa = approssimativa-mente. Rapporti di tempo. “In questo punto” =def. “ora”. In prima — dianzi. In appresso = poscia. A beli' agio = lentamente. “Di quando in quando” =def. “interrotta-mente. “Allora” =def. “in queir ora”. Fin d* ora =ss fino da questo momento. Rapporti di numero. Spesse volte= soventemente. Qualche volta — talvolta. Assai volte ss spesso. “Con frequenza” =def. “frequente-mente. Rapporti di quantità'. Olire misura = soverchiamente. Quanto &z,?ta = Lastantemente. In minor quantità = meno. In maggior quan- tità = “più”. Tanto, cotanto, quanto, molto, troppo; con iscarsezza = scarsamente ec. Rapporti di qualità e modo. Senza errore =def. bene. A modo di =def. come. Di buon gra- do =def. volentieri =def. con buona volontà. A bello studio =def. avvedutamente. A capriccio =def. capricciosa-mente. Di soppiatto =5= nascostamente. Alla scoperta =def. scopertamente. Con prontezza sa pronta-mente ec. 7Rapporti cT ordine. A vicenda = gradatamente. In primo luogo =def. primieramente. A poco a poco =def. gradatamente = per gradi ec. Rapporti fra interrogazioni e risposte. Per qual ragione =def. perchè ec. Da questa nostra analisi soli l’indole delle preposizioni e degl’avverbi potrete comprendere con quanta verità ci dica Tracy che abbiamo parole in gran numero le quali non esprimono una idea intera, ma un solo FRAMMENTO d J idei* -- H. P. Grice: “I found myself saying the same thing when I wondered if it makes SENSE to speak of the SENSE of ‘to’ or or’! --; e tali sono le preposizioni egli avverhj -- Milano. E dovete notare puranche essere cosi accetta a Tracy questa vista tutta sua, che ci va ripetendo più e più volte Cile certe parole non esprimono una idea intera compita – H. P. Grice, UTTERANCE-PART, UTTERANCE-WHOLE -- ed unica (371, e che non sono che espressioni di porzioni df idee. In quanto a noi contesseremo ingenuamente che la nostra insufficienza ci rende incapaci di comprendere questa nuovissima metafisica trascendinte di Tracy sulle frazioni delle idee. Bramiamo bensì che altri di più acuto senno si occupi a renderla accesibile col dimostrarne la yerità. Altrimenti potrebbe accadere che taluno applicasse a questo autore quanto esso stesso ci dice riguardo al metafisico Harris – H. P. Grice: “... whom Chomsky, of all people, encouraged me to read more closely – ‘and none of your redneck behaviourists!”: il merito di questo scrittore è stato pur v un istante presso noi vantato furiosamente, quantunque non ne avesse gran titolo. Congiunzioni La congiunzione veste non solo il carattere che è proprio di qualunque assertivo, di legare cioè lue vocaboli, e formar così una proposizione; ma inoltre questa proposizione serve di legame per unire una proposizione secondaria, che diremo di senso relativo con Un altra primaria che denomineremo di senso ASSOLUTO. Il doppio uficio di legare di un tal vocabolo lo fa chiamare con giusto titolo congiuntivo: perciò denomineremo proposizione congiuntiva quella che dalla congiunzione viene a formarsi. Accertiamoci di tutto ciò cogli esempi. 10 “Non veggo come voi siete qui venuto” =def. “io non veggo una cosa questa consiste nella maniera con cui ec. Questa seconda proposizione racchiusa nella congiunzione “come” serve a congiungere la prima proposizione ASSOLUTA, “io non veggo” con la seconda relativa ‘voi siete qui venuto,” la quale dà compimento al SENSO della prima. “Cesare fu eloquente E guerriero” =def. Cesare fu eloquente + Cesare combinò l'eloquenza coli'esser guerriero. La verità è utile E bella, benché non ci lusinghi = la verità è utile “+”  la verità è bella que» sti suoi caratteri si conservano immutabili -{- nel tempo stesso che non ci lusingano. Fu detto ad un Imperante: Voi dar potete la cittadinanza ad un uomo, MA – cf. H. P. Grice: ‘the colour of ‘but’ -- non già ad una parola” =def. “Voi dar potete la cittadinanza a un uomo “+” questo vostro potere non si estende + a far cittadina una parola. Il governo di Solone fu popolare E torbido \ quello di Licurgo fu popolare e ruvido \ quello  7 1 di Romolo fu soldatesco E conquistatore =def. il governo di Solone fu popolare -|- fu torbido -, quello di Licurgo fu popolare -f- fu ruvido ; quello di Romolo fu soldatesco -f- fu conquistatore. Questo principio è vero O –- H. P. Grice: my second truth-functional connective – falso” =def. “Questo principio è vero” + “se non è vero -f questo principio è falso.” Qui la congiunzione – o DIS-giunzione “o” forma la proposizione IMPLICITAMENTE condizionale: SE non e vero, la quale è il legame della relativa colla PRINCIPALE. “Veggo CHE applicate allo studio” =def. “veggo una cosa” -\- questa cosa è -f- il vostro applicare allo studio. “Io non dico che questa cosa” =def. “Io non dico altra cosa -j" i° dico questa sola cosa. Non sempre però una delle proposizioni congiunte, cioè la PRINCIPALE, è espressa – O EXPLICATA H. P. GRICE --, specialmente quando si fa uso di congiunzioni per interrogare; per es. “Perche siete voi entrato? “Come ne usciste? =def. “Io domando una cosa -f- questa c la ragione per cui -j- voi siete entrato? IO DESIDERO SAPERE una cosa + questa è la maniera con cui -f- voi De usciste ? si vede qui che le congiunzioni per- chè , e come contengono e la proposizione principale, e la proposizione congiuntiva. Potremo dunque concludere i.° essere la congiunzione e uua frase compendiosa, che equivale sostanzialmente ad una proposizione congiuntiva, la quale lega sempre DUE altre proposizioni, espresse ambedue, o espressa la relazione soltanto, venendo inclusa la principale nella congiunzione medesima,  -- Tracy parlando del carattere delle coogiuuzioiù cosi sì esprime: s il carattere distintivo delle congiunzioni consiste nel legare una proposizioi.e con un'altra le congiunzioni sono parole elittiche, che l'anno le veci di un' intera proposizione. darebbe fo;sc dui- Poter riguardarsi la voce “che” – cf. H. P. Grice on J. L. Austin on the ‘that’-clause, significa che --  “questa cosa la quale” è quasi congiunzione per eccellenza, atteso che allora i vocaboli hanno il carattere congiuntivo quando possono risolversi in qualche modo in preposizioni esplicite mediante la congiuntone che, capace ancor essa di ulterior determinazione, sempre però analoga al fissato carattere delle congiunzioni. Vediamolo ancora coli' addurre il valore di parecchie altre congiunzioni. “Così” =def. “essendo la cosa nella maniera che ho detto, ne segue che”. – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson on ‘so’ (or therefore) as asserted, and ‘if’ as unasserted. “Ora” =def. “a quanto si è detto aggiungete che.” “Dunque” [cf. H. P. Grice: “Jack is an Englishman; he is, therefore, brave” =def. :da quanto si è detto, devesi – ground-floor -- concludere che” -- Conciosiachè , imperciocché, perchè, giacché, ec. equivalgono alle espressioni: una delle ragioni, uno dei motivi, di ciò che si è detto si è che. “Pertanto,” – “if p, THEN q” -- intanto, ciò non ostante, però – cf. “ma” – SHE WAS POOR BUT SHE WAS HONEST” – H. P. Grice --, e simili, impiegate come congiunzioni, tengono luogo delle frasi seguenti: per le cose che si sono dette, o fatte, si vede, succede, si può dire, viene opposto, che; Ad (in vece), nello stesso tempo che queste cose si sono dette, o fatte y viene opposto, si può dire, che -, Eppure 5= malgrado di ciò che si è detto, o fatto, viene opposto, si può dire, che* Acciocché =def. a questa cosa la quale è. Affinchè =def. a questo fine il quale è. Perchè =± per questo fine che è. Purché = pure che =def. se condizionale. derabile che Y tutore si fosse data la pena di conciliare queste due eipressioui. UIQ 73 , “Se” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson, “if and >” -- =def. “nella supposizione che,” “ciò posto che,” “verificata la condizione che.” “Ma” – H. P. Grice, She was poor but she was honest” =def. “a ciò che si è detto, bisogna aggiungere, per correttivo, per restrizione, per eccezione, ec. che.” Essendo adunque di tanta importanza le preposizioni e le congiunzioni, e prestandosi nel discorso ad ufici sì nobili, non è meraviglia che i sommi grammatici abbiano caldamente raccomandato ai giovani lo studio il più profondo del giacimento di esse particelle nel discorso. Ma su di ciò ne parleremo a suo luogo. Le interjezioni sono vocaboli formati da una certa emissione SPONTANEA – H. P. Grice: Non arbitraria – if he hollers, he is in pain” -- di voce, che io chiamerei la primitiva favella del cuore con la quale furono espressi dall'uomo i suoi sentimenti, i bisogni, i desiderii in quel momento in cui tutto per esso era meraviglia, o piacere, o DOLORE – “MY choice!” – H. P. Grice. Ciascuna di queste voci è il compendio di una o due proposizioni. Servono le interjezioni per esternare: i.o Sentimento di dolore fisico o morale 5 tali sono le seguenti: “ah,” “ahi,” “ohi” =def. “io sono infelice”; “io sono addolorato”. “Ahimè” =def. “io soffro” -f- +> “soccorrete me”. ■Ahi dura terra perchè non t' apristi ! 2.0 Esortazione , o preghiera, come: deh =2 io vi prego f fate ciò ; di grazia fatelo. 3.o Indisposizione contro alcuno; come eh ! 4-° Amarezza di spirito, come ; lasso— io so:io misero, infelice me. 5.° Ammirazione, come: “oh!” =def. “può esser que-‘ y4 . sto ? ovvero gioja , come “oh!” =def. “quale ineffabile dolcezza!” Eccitamento di collera; come: “deh” — vi pre*» go + lasciatemi stare. Disprezzo, o disgusto, come, oiiò=^va via + ciò non può essere , ec. Brama di avere alcuno , come : o/ó = chi sta là -f- bramo che venga qua. Dunque le iuterjezioni fanno ancor esse le veci degl’assertivi. E siccome sono espressioni generis che di chi le proferisce – H. P. Grice: il proferitore – the utterer -- , perciò , escludendo il numero e le persone, restano indeclinabili, LT analisi da noi istituita in questa prima parte del comune linguaggio, sembra che ci abbia condotti a poter concludere: Che lo studio delle lingue consister deve in un analisi che si approssimi per quanto è possibile al metodo analitico dei matematici. Infatti abbiamo avuto luogo di osservare che un vocabolo composto non è che il risultato di un' addizione 5 ona' è che nella totalità delle parole costituenti una lingua possiamo scorgere quasi tante formole risultate dal calcolo. Che sei sono le parti che si rendono indispensabili per il discorso in qualunque lingua, vale a dire: il nome sostantivo, il nome aggettivo, l’accompagnanome, il vice-nome, l’assertivo, il vice assertivo, Vedremo poi nella se- ti) La voce “calcolo” deriva dalla latina mietili – sassolini --, attesoché con i sassolini, o colle dita si effettuavano in origine le composizioni e le decomposizioni di un'ammasso di unità, ed anche delle parti eguali della unità, nel che appnnlo anche adesso il calcolare consiste. Vi piaccia confrontare i nostri sei elementi del discorso con quelli che vengono fissati da Tracy. Abbiamo, egli dice, u undici elementi delle proposizioni delle lingue parlate; cioè: nomi, pro-nomi, aggettivi, articoli, verbi, participi, prepo- ni  conda parte, parlando della lingua italiana, che il segnacaso può annoverarsi anch'esso fra gl’elementi del discorso; o si riguardi come vocabolo separato, ciò che accade nella lingua italiana, ed in altre lingue, ovvero come una varietà di modificazioni finali, o desinenze del nome, che servono ad indicare appunto la varietà de'suoi rapporti; ciò che si verifica nella lingua latina. In quanto poi a codesti variati rapporti d'identità, d’eguaglianza, di differenza, d’inclusione, di situazione, di tempo, osserveremo che quelli delle prime quattro classi furono denominati espliciti , mentrè furono chiamati impliciti i rapporti delle altre due classi.] sizioni, avverbj, congiunzioni, interjezioni, e particelle. Effettuato che abbiate il confronto potrete accorgervi se siano elementi del discorso le preposizioni, le interjezioni, le particelle, o piuttosto elittiche proposizioni. Per es. sceglieste ? Sì. Enon ? Nò. Voi ben vedete due compendiose proposizioni nelle due particelle “si,” “nò.”  jYOME E PRONOME DELLA LINGUA ITALIANA, ^- • 3N"ei nomi e nei pronomi della lingua italiana distingueremo tre caratteri principali : i. p II Genere mascolino o femminino: Il Numero: singolare, [duale], o plurale. Il Caso che varia col variare del rapporto del nome e del pronome. Genere Gli oggetti che più interessano l’uomo, dopo i suoi simili, sono al certo sii animali. Perciò dir ridendosi le prime osservazioni umane 9 e sopra gl’uomini, e sopra gl’animali, poterono scorgervi DUE SESSI distinti: maschio l’uno, femmina l'altro. Da questa distinzione di DUE SESSI derivarono due classificazioni por genere riguardo ai nomi \ vennero distinti I NOMI MASCOLINI ed i nomi femminili in due generi. Quei nomi che non appartengono nè all’una, nò air altra di queste due classi furono detti neutri e questi costituiscono una terza classe, la più numerosa dei nomi degli esseri. b^oogle Se fra i greci, e fra i romani furono i nomi maschili ed i femminili introdotti indistintamente dall' uso nella classe dei loro nomi neutri 5 vice-versa un gran numero di neutri furono collocati ad arbitrio nell'una, o nell'altra delle due prime classi. Nella lingua dell’ANGLIA trovansi classificati i nomi come si voleva dalla natura degli esseri, e perciò i nomi maschili e femminili non si usano che per gli esseri animati -, appartenendo alla classe de'neutri i nomi tutti degl’esseri inanimali. Ma la nostra lingua, rigettando affitto il genere neutro, fa dei nomi di tutti gl’esseri due sole classi, la mascolina cioè, e la femminina; facendo intendere, colla variata terminazione del nome, se esso aveva il carattere del genere mascolino ovvero del genere femminino. I maschili si fanno terminare per lo più in “-o” nel singolare, ed in “-i” nel plurale; ed i femminili in “-a” nel singolare, ed in “-e” nel plurale. E vero bensì che i nomi: “papA,” “monarcA,” “podestÀ,: ed altri simili, indicanti Sovranità, sono MASCOLINI terminanti in “-a” ma se ben si attende potrebbe supporsi che questi, nel cambiar genere, abbiano conservata la desinenza femminina del nome sovranità, dal quale derivano. Lo stesso potrebbe intendersi dei nomi maschili, “poetA,” “GeometrA,” ec. Non riesce però egualmente agevole il far conoscere il genere dei nomi terminanti in “-e” nel sin- golare ed in “-i” nel plurale, spettando questi indistintamente all'uno, e all’altro genere. Ci contenteremo dunque di dire, che SAREBBE STATO DESIDERABILE che ciascuno dei due generi avesse avuta una desinenza sua propria, per. es. in “-o” i maschili tutti, in “-a” 1 femminili. Ma , oltreché NON PUÒ SUPPORSI ESSERE STATI FILOSOFI TUTTI I PRIMI FORMATORI DI UNA LINGUA COME L’ITALIANA, deve ancora osservarsi clic nelle lingue, formate a poco, a poco, e quasi senza accorgersene e senza premeditato divisamente, non poteva ottenersi che venisse, da una regola fissa e costante, collocato ciascun nome nella sua classe convenevole, facendo terminare in una stessa maniera tutti quelli che spettavano ad un medesimo genere. Ed ecco il perchè ahhiamo in femminino, “imagO,” “manO -i, ed altre consimili terminazioni. Che se il bisogno e la curiosità portò sempre gì’uomini all' osservazione, ali 1 esame, alla distinzione delle cose, s’intende perchè alcune terminazioni maschili o femminili, restate in origine comuni ai due sessi di parecchi animali poco accessibili o poco utili all'uomo, continuino ad esserlo anche al presente, dicendosi: serpentE, tordO, lucciO, corvO, aquilA, trotA, panterA, ec. senza alcuna distinzione di maschio, o di femmina. Vi sono poi certi nomi che nell’uno e nell’al- [Saremmo bramosi di conoscere perchè da un sommo scrittore moderno siasi prescelto di applicare alla mano sinistra, l'aggettivo stanca piuttosto che l'altro manca? Se alla mano dritta venne forse associato l'aggettivo destra attesa la sua maggior destrezza nell' agire in confronto dell'altra mano mancante di una eguale attitudine, per cui fu forse denominata mano manca; allora l'aggettivo qualitativo stanca parrebbe dirci che codesta mano, meno attiva in confronto dell'altra, è, quasi fosse il corno, già lassa di agire. Ma questo significato, anziché proprio, sembrerebbe doppiamente figurato, e perciò conforme piuttosto alla lingua poetica. Potrà qui notarsi che presso noi la mano sinistra, cioè di sinistro augurio, non ha più quel significato simbolico, che annettevano gl’antichi a questa mano. Il vocabolo mancina, si adopera senza il sostantivo mano perchè fa da aggettivo sostantivato di manca. Uigitizeo by tro genere promiscua me a te si adoperano, e che perciò gli diremo di genere comune, come, fonte, fune, fine, arbore, grande, sapiente, illustre, con molti altri. È noto pure che dicesi: forte guerriero, donna forte \ illustre letterato, famiglia illustre , ec. Altri ve ne sono che variano genere colla variazione del significato dell 1 individuo cosi; oste è maschile se indica albergante; e diviene femminile se addila esercito nemico \ similmente diremo che tema -- colla è stretta -- per timore è femminile 5 mentre è maschile tèma -- colla è larga -- che esprime argomento. Cf. Grice CONtent, conTENT. Non mancano di quei nomi che variano genere e non già significato col variare la vocale finale; cosicché se sono maschili i nomi orecchio, briciolo , ec. sono poi femminili i corrispondenti orecchia y briciola , ec. Molti maschili che terminano nel singolare in “-o,” benché conservino nel plurale lo stesso genere, prendendo la terminazione in “-i” j pure se , per eleganza, si varierà la “-i” in “-a,” diverranno allora femminili; come: dito, diti, dita; membrO, membrI > membrA } cigliO > ciglI, cigliA; ossO, ossI, ossA; fruttO, fruttI, fruitA 1 cervellO, cervellI, cervellA 5 ec. Vi sono di quei nomi che, essendo maschili nel singolare, passano ad essere femminili nel plurale, coll’unica variazione dell’ “-o” in (?) $ come: moggiO, moggiA; centinaO, centinaiA j paiO, paiA ] migliaiO, migliaiA, ec. Osserveremo qui: i.° Esser costume, per distinguere gli alberi dai respettivi frutti, cT indicare i primi con la desinenza in “-o” mascolina, dicendo, “un perO”, “un castagnO,” ed i secondi con desinenza femminile in “-a” come: “una perA,” “una castagnA,” Bo eccettuando però le voci Jico , cedrO, aranciO -, ec. che hanno un sol genere mascolino, ed una sola terminazione tanto pell’albero , che pel frutto. Che quelli in “-tore” hanno per lo più il femminino in “-trice,” p. e. “attore,” “attrice.” Che i mascolini leone, cane, barone, principe, conte, marchese; ec. fanno nel femminile “leonessa,” “cagna,” “baronessa,” “principessa,” contessa,” “marchesa” -- od anche “marchese al femminile – cf. Elizabeth II who was the Duke of Lancaster -- )^, ec. Passiamo ora al secondo carattere. Numero. Il numero, nel senso grammaticale, è la differenza che passa fra il nome di un individuo, ed il nome di più individui. Si è già osservalo che l’elemento uno è quel numero singolare che forma tutti i numeri. È di qui che dir poi remo, ci le il nome individuale, che indica unità d’individuo, associandosi sempre con il numero singolare uno o espresso, o sottinteso, venne chiamato di numeio singolare, ed il nome che indica pluralità d'individui , fu detto di numero plurale – cf. DUALE. Come nella lingua italiana si vede distinto il carattere mascolino dal femminino colla terminazione dei nomi; cosi vi si scorge distinto il carattere del numero colla variata terminazione dei nomi medesimi. Onde fissar potremo, Che tutti i nomi mascolini, di qualunque terminazione nel singolare, finiscono in “-i” nel plurale. Che i nomi femminili che terminano in “-a” nel singolare, finiscono in “-e” nel plurale. Che i nomi femminili che nel singolare terminano in -e od in -o, nel plurale finiscono ia Ci). ( - ' Sarà qui opportuno di osservare non essere compatibili le terminazioni di ambedue i numeri con tutti i nomi, essendo alcuni di natura singolare j ed altri d'indole plurale. I primi sono tutti nomi individuali – DANTE ALIGHIERI --, siano personali, siano propri – DANTE ALIGHIERI --, siano astratti – SPERANZA -- perchè non possono riguardarsi che come isolati 5 onde diremo unicamente in singolare: A/e- tastasio, Goldoni, Alfieri, Nota, Niccolini, ec. Oro, argento, carità, prudenza, speranza – cf. speranza --, fame, sete, ec. Benché per dare una maggior dignità ad uomini celebri diciamo: “I Cincinnati ed i Washington collocarono la patria fuori di loro; mentre Cesare la collocò tutta in sè”; e ciò per fare intendere che ciascuno dei primi due – CINCINNATO, WASHINGTON -- fu di animo tanto grande da non potersi concepire ristretto in un solo individuo } e perciò codesti nomi al plurale – THE GRICES ARE RIGHT -- non vengono in realtà impiegati come nomi proprj, ma come nomi generali, come nomi di classi. Nomi irregolari od anomali. Rigirirdo ad alcuni nomi che escono di regola, e che con greca voce diconsi anomali – cioè, privi di regola -- fisseremo le seguenti leggi. I nomi specie, superficie, serie, progenie, ritengono nel plurale la stessa terminazione. Dee dirsi lo stesso elei nomi: virtù, servitù, schiavitù, di quelli in somma che nel singolare terminano coll’ “-ù” accentato – “Come la virtu, la filosofia e entiera – Grice --, i cui intieri sarebbero virtude, servitude, schiavitude ec. e terminerebbero perciò nel plurale in -i. a. a I nomi città, bontà, nobiltà, Bassà } ec. 8-2 non cangiano terminazione nel plurale. GÌ 1 interi di tali nomi termi nereLbero in -e nel singolare, in -i nel plurale. Lo stesso deve dirsi del monosillabo “rè,” il cui intero è JRègc. Parecchi maschili hanno nel singolare doppia terminazione v per es. mocchierO, NocchierE; ConsolO y ConsolE; ScolarO, ScolarE, ec. Nel plurale però non ne ammettono che una, cioè la -i che è comune a tutti quelli che terminano in -o, od in -e nel singolare. Altri all'opposto hanno una semplice terminazione nel singolare, e due nel plurale, una delle quali in -a j per es. dito, diti, ditA, ec. come si osservò altrove. Parecchi femminili hanno doppia terminazione nell'uno e nell'altro numero, per es. vestA e vestE, vestE e vestI \ frondA e frondE, frondE e fiondi \ ec. E ben vero però che nel plurale usasi con più eleganza la terminazione in -i)j non servendo quella in -e che per il discorso famigliare. Ed eccoci a dover tratiare del terzo carattere. Caso. Se la terminazione fi naie del nome bastò a farci distinguere nell'individuo tanto il carattere del suo genere, quanto quello del suo numero 5 resta ancora a desiderarsi che codesta variata terminazione – I me mine -- o desinenza (iì servisse, come nella lingua latina a farci agevolmente comprendere le diverse maniere di esistere di ciascuno individuo, i variati aspetti sotto i quali ce lo rappresentiamo $ i differenti suoi rapporti; in una parola i diversi casi in cui può esso trovarsi o da noi concepirsi. Desinenza vocabolo derivante dal latino “desinare,” finire, A queste variate desinenze, mancanti nella lingua italiana, è stato supplito con certi vocaboli i quali, pre-posti al nome tanto nel singolare come nel plurale – Hardie “of” – H. P. Grice --, servono appunto a farci distinguere i sei diversi casi del numero singolare, ed i sei del plurale. Codesti vocaboli, si denominano segnacasi. Incominceremo dal fissare: Che nella lingua italiana l’accompagna-nome “il,” ed anche “lo” peri i mascolino singolare, si trasforma in la per il femminino parimente singolare. Nel plurale poi prende F una delle forme i , //, gli , per il mascolino, e “le” per il femminino. Che per distinguere i diversi usi del nome e del pronome tanto singolare che plurale, le sette indicate forme dell' accompagn-anome “il” s’associano coll’una o coll’altra delle tre proposizioni di> a, da , secondo il rapporto del nome, o sia il suo caso" diverso. Che il primo dei sei casi è chiamato nominativo, il 2.° genitivo, il 3.° dativo, il 4.° accusativo o CAUSATIVO, il 5.° vocativo, il 6.° ablativo. Che nel singolare, le voci iZ, /o, associandosi col nominativo per farcelo concepire in una situazione distinta, individuale, indipendente, le diremo segna-nominativo. Queste stesse tre voci vediamole in combinazione. Presso i latini il genitivo singolare è il caso primitivo o radicale da cui, col variare la sua desinenza con altro desinenze, si fecero derivare tutti i casi, tanto del singolare, che del plurale di un nome. Ed è forse perciò che questo caso quasi GENERATORE di tutti gì' altri che da quello derivano, è chiamato “genitivo” – H. P. GRICE: ERRONEO: L’ETIMOLOGIA E LA STIRPE DI ENEA ENEIDA D’ENEA --  i. u Colla voce di , per avere di- il— del; di la ideilo; di-la-=. della-, cioè il segna-genitivo, che esprime il rapporto di questo caso. Colla voce a per formare a~il = al ; a-lo=z allo ; a-la = alla ; che sono il segna- dativo. Colla voce da per ottenere da-il = dal 5 da-la—dalla ; da-lo=.dallo; cioè il segna ablativo. Le voci i7, /o, /a, isolate, servono non solo per il nominativo, ma pell’accusativo pur anche. Il vocativo è distinto colla semplice vocale “o” pre-messa al nome – cf. SEBASTIANUS SEBASTIANE Le vociai, a, da, ancora nel loro stato semplice si associano con i loro casi respettivi. Nel plurale le voci 1 , lì y gli sono i diversi segna-casi del nominativo, e accusativo mascolino, e la voce “le” serve al femminino dell'uno e dell'altro caso. Con questi stessi monosillabi i , li , gli , le si composero: Pel genitivo, le voci di-i = dei, di-li = dclli, di- gli = degli, di le — delle : Pel dativo, le voli a-i = ai, a-li ~ alli, agli — &gfà > &-le = alle. Pell’ablativo, da-i = dai-, da-le = dalle , da- gli = dagli , da-le = dalle. Il vocativo ritenne la vocale “o” come nel singolare. Ai nomi maschili, che incominciano da consonante, si uniscono i segnacasi il , del , al, dal nel singolare , e nel plurale i o li , dei o detti , ai o alli, dai o dalli. Ai nomi maschili, che incominciano da vocale, o dalla s seguita da altra consonante, si associano i segnacasi lo, dello, allo, dallo, nel singolare j e nel plurale gli, degli, agli dagli. Ai nomi femminili, senza distinzione d' inco- oy  nuiiciamcnto, vanno ad unirsi" i segnacasi la, della, alla, dalla nel singolare, e nel plurale le, delle, alle, dalle. Che il nominativo si chiama anche reggente atteso che regge il discorso – retto/obliquo. E siccome il nominativo è indipendente, e sostiensi per se stesso, perciò è denominalo ancora caso retto, assomigliandolo ad una linea retta perpendicolare, cioè situata verticalmente senza alcuna inclinazione; e per 1'opposta ragione sono denominati obliqui tutti gli altri cinque casi, abbisognando, per dir così, del caso retto che sostenga la loro inclinazione, o dipendenza. Premesso tutto ciò / vediamo la forma che prende ciascun segna-caso per esprimere i sei casi diversi del singolare, ed i sei del plurale del nome con cui si associano. La voce “de-clinare,” da cui deriva il vocabolo “de-clinazione,” vuol significare, nella sua etimologia, quel nostro recedere dalla desinenza radicale d’un nome per passare ad altre desinenze successive dipendenti da quella, siccome accade nei nomi greci e latini. In queste due lingue spinti gl'uomini dall'impeto dell'immaginazione nel concepire felicemente una riunione di rapporti, e nell’esprimerli riuniti in un sol vocabolo, formarono dei composti colla voce radicale, e con certe variate desinenze come mezzo opportuno per significare la varietà de'casi in cui può trovarsi un'oggetto riguardo ad altri oggetti: per es. nella voce “ama-ba-mus” troviamo la combinazione di sette rapporti, come vedremo. Nella lingua italiana, mancante di una eguale energia riguardo alle desinenze dei nomi, è supplito coll’associare al nome certe voci denominate segnacasi che, facendo le veci delle variate desinenze dei nomi latini, ci procurassero il medesimo risultamento. Tre classi di declinazioni si sono formate dei nomi italiani, dipendenti da tre desinenze in -a, -e, -o del nominativo singolare, e da due in -e ed -i del nominativo plurale \ desinenze di tutti i nomi italiani, a riserva di pochi tronchi, come “virtù” in luogo di “virtude,” ove vien troncato il “-de” finale. Di queste tre classi daremo tre esemplari da servire come modelli ai quali dovrà riferirsi la maniera di declinare tutti i nomi italiani. Denominazione dei nomi maschili. I. Declinazione che termina in “a” nel singolare ed in “i” nel plurale - Singolare Plurale. i II » Li i Del dif Delli dei 3 Al a> “profetA” Alli ai, o a'}Profeti 4 II 6 Dal da I II Li t Dalli, dai, oda') II. Declinazione. Questa nel singolare ha la desinenza in e, nel plurale in i. Singolare Plurale i II •> Li 1 a Del dif Delli dei/ 3 Al a>Genitore Alli ai, a' >Genitori 4H ( Li ( 6 Dal daj Dalli, dai, da')  Declinazione. Questa finisce in o nel singolare, ed in t nel plurale i. Singolare Plurale 1 Lo il) Gli, li, i \ 2 Dello di/ Degli, delli, dei/ i Allo, al, a /Scherzo Agli, alli, ai >Scherzi 4 Lo (Pianto Gli, li, i (Pianti 6 Dallo,dal,daj Dagli, dalli, dai) te Declinazioni dei nomi femminini L Declinazione. ALbraccia questa tutti I femminili che terminano in a nel singolare , ed in e nel plurale (2). ■ v Singolare Plurale 1 La } Le ' \ 3 Della di/ Delle di/ 3 Alla a^Terra, Alle a^Terre 4 La l Le t 6 Dalla da) Dalle da) II. Declinazione. In e nel singolare, ed in i nel plurale. I nomi colle desinenze del singolare in -co, -go , se hanno avanti a tali sillabe la consonante finiscono nel plurale in -chi, -ghi , p. e palco, palchi / albergo, alberghi. Si eccettui il vocabolo porco che fa porci. Quando poi hanno la vocale avanti , terminano d'ordinario in ci , gi ; p. e. medico, medici j teologo , teologi; dico d' ordinario perchè vi sono molte eccezioni ; p. e. fichi , fuochi, cuochi, luoghi, dialoghi , ec. I nomi che nel femminino finiscono in -ca , -ga , hanno il plurale in -che, -ghe ; p. e, monaca, verga; monache , verghe- 88 Singolare Plurale i La ì Le a Della di/ # Delle dil 3 Alla a >Genitrice Alle a>Genitrici 4 La 1 - Le 6 Dalla da) Dalle da III. Declinazione. In o nel singolare , ed In i nel plurale. Singolare Plurale i La "\ Le a Della dil Delle di 3 Alla a>Mano Alle a>Mani 4 La l Le 6 Dalla daj Dalle da Gli aggettivi maschili nel plurale finiscono tutti in i \ ed i femminili in e , qualora abbiano il singolare in a ; perchè se lo avranno in e fini- ranno ancor essi in i: per es fedeli , ce. Declinazioni dei vice-nomi personali ( o pronomi ), che indicano la persona , o le persone. I vice-nomi personali si declinano per casi , co- i i nomi. Daremo qui le declinazioni di quelli che , attesi i loro cangiamenti c sostituzioni di certi monosillabi , mentano di essere esposti di- stesamente. Digitized by Google «9 Io Singolare Plurale x Io ' Noi a Di me Di noi 3 A me , mi , me ne A noi , ci , ce ne 4 Me , mi Noi , ci , ce ne 6 Da me Da noi I monosillabi sostituiti : mi , me ; ci f ce ; me ne, ce ne, pongonsi e prima, e dopo il verbo \ ma, in questo secondo caso vogliono essere uni- ti alt assertivo. Es. mi rispetta , ascolta/wz , me lo permetti , me ne diede porzione , diemmene parte , ec. Tu Singolare Plurale 1 Tu Voi 2 Di te Di voi 3 A te , ti , te ne A voi, vi , ve , ve ne 4 Te , ti Voi , vi (5 Da te Da voi r Egli ed Esso Singolare ' t Plurale 1 Egli,ei,e, Esso Eglino, ei , e\ Essi 2 Di lui Di loro , loro 3 A lui , gli , lui , A loro , loro 4 Lui , il , lo Loro , li , gli 6 Da lui Da loro Digitized by Google 9° Ella , ed Èssa Singolare Plurale 1 Ella , Essa (i) Elle, elleno, Esse 2 Di lei Di loro , loro 3 A lei , le , lei A loro , loro 4 Lei , la Loro , le 6 Da lei Da loro Se . - Singolare , e plurale. • 2 Di se 3 A se, si 4 Se , si ti Da se Avvertenze sopra i Segnacasi Qualora debbano congiungersi più sostantivi , o preponessi ad ognuno il segnacaso 5 come : Tener- gia , la virtù, il valore, e le vittorie dei romani trionfatori ; ovvero a veruno j come : sorgevano da ogni lato grida , pianti e lamenti. La stessa (1) Vi sono non pochi grammatici che ascrivono a grave er- rore il dire lei invece di egli , od fila ; come anche il premet- tere al vice nome lei il segnacaso il seguito dalla preposizione di ; dicendo per es. il di lei sapere. Benché da noi si opini che nel caso retto debba sempre farsi uso scrivendo di egli , ed ella ; affine di distinguerlo dai casi obliqui ; e che meglio sia detto : il sapere di Ui \ pure vedendo ciò, che si condanna come errore, venire usato da qualche classico scrittore j ed ascoltando simili espressioni in corso pubblico an- dar vagando perle bocche delle colte ed eleganti persone, che hanno il diritto di ammettere , o di rigettare una maniera di dire ; perciò ci sembra che desse non dovrebbero poi straziar tanto le orecchie delicate. regola ha luogo per gli aggettivi ; onde diremo: //dotto, V accreditato , e futile scrittore; ovvero: fu giusta, onorevole, e conveniente la presa ri- soluzione. In somma questa regola dipende dalla maggiore o minor forza , dal senso più o meno esteso generico e determinato , che si vuole che ahLia quel sostantivo principale cui sono riferibili gli altri nomi. Si avverta però che , associato che siasi il se- gnacaso al primo nome , non saremo più liberi di trascurarlo negli altri. Non potrà poi omettersi in verun conto il se- gnacaso , riguardo a due aggettivi , riferibile Timo ad alcuni , e l'altro ad altri individui del mede- simo sostantivo plurale; come: li buoni eli mal- va ggi uomini. Similmente converrà porre il segnacaso a cia- scuno dei sostantivi che si riferiscono a rapporti diversi ; onde diremo: Gli scenziali che solleva- no ; ed i letterati che abbelliscono la vita incre- sciosa e trista (1). Avvertenze siili* uso dei vice-nomi personali. Benché i vicenomi Egli\ Ella non si usino che in luogo di persone , pure si trovano riferiti anche a cosa ( v. Albert, diz. t. 2, p. 36 ). Questi stessi vicenomi si trovano usati qualche volta per puro vezzo di lingua , senza aver forza {1) Vi accorgerete meglio del servigio prestato dagli arti- coli alla lingua italiana se contenterete una delle espressioni dei latini ( che non avevano a rigore articoli ) , p. e. il loro vimini libere con i nostri tre significati diversi: bere vino, bere il vino , bere del vino , cioè *.° non essere alieno dal vino: 2. 0 beverlo assolutamente ; 5.° beverlo con moderazione. 9* di pronome ; per es. egli non mi riesce nuovo il • vostro valore. Ciò deve intendersi ancora della voce csso\ p e. venne con esso loro, con esso lei, ec. Nel dativo femminino non dovrà mai usarsi gli invece di /e, dicendo, gli diedi , ma bensì le diedi , o diedi a lei. In tutti i casi si usa Essoj e desso soltanto nel primo e nel quarto , es. egli è quel desso. Con qualunque verbo si associa esso ; ma desso coi verbi soltanto essere , parere , sembrare. Esso , preceduto dalla proposizione con ^se- guito immediatamente da un nome, o vice nome personale , resta indeclinabile in ambedue i ge- neri , e dicesi : con esso meco , con esso teco ; con esso voi , con esso lei \ mentre che non può impiegarsi desso in composizione di altra parola. I vicenomi mi, fi, vi si associano bene spesso coli 1 assertivo che afferma cader V azione 5 o ter- minare nel soggetto che la fa; come mi ricordo, ti sdegni, vi maravigliate. Servono anche talora a pura eleganza \ come : io mi vivo tranquillo , tu te ne vai lieto. Vicenomi comuni a persone, a cose, ad oggetti. Questo (1) , questa Quello , quella Costui , costei Colui , colei Codesto , codesta questi , queste quelli , quelle costoro , costoro coloro , coloro , codeste (1) Si usa questi al singolare iatendendo un uomo, benché *i trova usata tal voce anche rapporto ad un'animale: Dante , indicando un Leone , dice : Questi parea che contro me venisse. 8lessa medesima sua mia qualcuna voslra niuna nissuna stessi medesimi suoi ' miei qualcun! ì ? 5 slesse medesime sue mie qualcune vostre vostri Escludendosi assolutamente da questi pronomi 1' esistenza di uno; perciò la moltiplicità, vale nessuna (l)la dire il loro plurale, non può aver luogo in verun mqdo. veruna Stesso Medesimo Suo Mio Qualcuno Vostro Niuno Nissuno Nessuno Veruno Chi = quello il quale ; è un vicenome invariabile. » ■ Avvertenze. • Qual siasi vicenome è sempre di terza persona. Indicar persona ragguardevole con i vicenomi costui , costei , colui , colei , ec. invece di questo, Suesta , ec. sarebbe un mancar di rispetto, aven- o T uso annesso a tali pronomi una certa idea di dispregio. Mcdemo è termine da volgo, e medesmo da verso. È errore il dire mii , in luogo di miei. Neanche può dirsi sui invece di suoi ; alle volte bensì trovasi usata la voce sui in grazia della rima» Col pronome quale , quali , va sempre associa- to il segnacaso mentre non ha luogo giammai con che ( il quale, la quale ). Quando però prenda il che il carattere di aggettivo sostantivato, come per es. il che ( la qual cosa ) ben s'intende, in 1 ■ ■ .  Se questi pronomi negativi verranno preceduti dalV as- sertivo . allora dovrà a questo premettersi la voce negativa non , o nè > la quale si* om mette se essi lo precederanno j per- chè in questo secondo caso, lo stesso vicenome ci fa abbastanza comprendere il carattere negativo dell' assertivo : per es, non V é niuno ; niuno y' è. Digitized by LaOOQle tal 9 caso non può ommetlersi la voce il Quando il che fa da pronome di cosa al caso obbliquo , non può omettersi il segnacaso. m Altri , esprimente altr uomo , ha per obliqui la voce altrui , per es. la cupidigia di prendere quel d' altrui. Talora può restar privo di segnacaso ; per es. : non fare altrui ciò che patir non vuoi. Prende però' il segnacaso quando veste la natura di sostantivo-, come dilapidare l'altrui. Un tal di- scorso si estende ancora ai vicenomi mio , tuo , suo , per es. consumare il suo ( avere ) ; vedere i suoi ( parenti ); ec. J ' # . . . Nulla , niente , sono vicenomi sostantivi di niu* no , veruno , ed equivalgono a nessuna, cosa. Con queste voci si associa spesso il monosillabo non , còme semplice ripieno , non producendo negazio- ne nel sentimento , come la produce nel latino} e perciò sono altrettante negazioni : non v è niu- no ; non vi veggo nulla , ec. Onde (perla qual cosa ) è un vicenome so- stantivo cbe supplisce a tutti i casi , e ad ambi- due i generi. Fa bene spesso le veci di che, di cui, a cui, con cui, ec. l'anima gloriosa onde ( di cui ) si parla. I \icenomi lo , la , gli, le , quando prendono le voci 9 me , te , ve, ce, fan cangiare in queste la (e) in (i) ; dicendosi : la mi strinsi al collo : gli ti presenterò , ec. (i). All'incontro, alle voci mi, ti, vi, ci , succe- dendo immediatamente i vicenomi indicati , dovrà la i cangiarsi in e, e dirassi : me lo permise, ve lo spedirò , ec. * ' (1} Parlandosi a taluno in terza persona si usa la, le (in senso' femminino ) , invece di lo , gli ; p. e. la prego , le rac- comando i cioè prego la Signoria sua , ec. Digitized by Googl $5 Ancora il monosillabo se , nel dativo , e accu- sativo, quando preceda immediatamente al verbo, si cangia in si: Es. si die a credere. Quando vien dopo il verbo, cangiasi in si , associandosi al ver- bo e raddoppiando la (s) nei monosillabi , e nelle voci accentate: damasi a credere } diessi a crede- re : darassi a credere. Invece del pronome singolare suo , sua signi- ficante, cosa spettante al soggetto della proposizio- ne principale può usarsi di lui , di lei , qualora non abbia luogo equivoco alcuno. Es, autorità di lui, cioè la sua autorità- Ma non diremo : il dotto autore, e le di lui produzioni , dovendo dirsi : e le sue produzioni , perchè sue non pnò rife- rirsi ali 1 autore ma alle produzioni. In plurale all'incontro se la cosa appartenga al soggetto della proposizione , si adopera loro piuttosto che i suoi. Invece di colui , colei si usa ancora lui , lei ; per es. Pur lei cercando ebe fuggir dovria (Petr,), cioè cercando colei che dovrei fuggire. 9 CAP. X. CARATTERI ESSENZIALI DELL* ASSERTIVO ( o verbo ) italiano. Fu già avvertito ( p. 56. ) Che il i.° carattere essenziale degl' assertivi consiste nel farci intende- re P esistenza del soggetto , o cosa nominata : Che il 2.° consiste nelP affermare una qualche ma- niera di esistere del soggetto medesimo, ed espri- mere un giudizio ; e che questi due caratteri di- consi stato. Che il 3.° carattere che compete a tutti gl'assertivi , fuorché al verbo essere, consiste nel- F esprimere azione» L'azione fatta dal soggetto, ossia caso retto ,o Digitized by Google 96 passa fuori di lui, cioè néV oggetto o caso obli- quo , come per es. chiama , grida , ordina , ec. ovvero T azione s' indirizza verso il soggetto me- desimo ove ha il suo termine ; cjome: dorme, pian- gc y imbcvcsi , ec. E benché i primi assertivi si chiamino transitivi ed i secondi intransitivi , sem- pre però resta vero che gli assertivi italiani posso- no riguardarsi tutti come essenzialmente attivi (i). GÌ intrasitivi o sono tali per loro natura, co- me : cammina, soffre , piange , ec. ovvero dall'es- sere transitivi , assumono T indole degli intransi- tivi mediante il monosillabo si che li precede iso- lato , o che li segue incorporandovisi ; per es. si gloria , si diletta > si discioglie , si dissipa, si di- verte , si rattrista ec. gloriarti , dUetUWz, discRh gliem , dissipar.?/ , divertim , rattristare* , per es* la vita dell' uomo si compone più di rimembran- ze e di previdenze che di sensazioni attuali; anzi per portare lo sguardo nelle tenebre del futuro conviene servirsi della face del passato. Distinguerete ancora gl'intransitivi accidentali dalla loro capacità di associarsi colle vocic/u, che cosa, per es. diletta ( chi ), discioglie ( cosa), dissipa ( che ) ] mentre queste stesse voci non po- trete concordarle con gl intransitivi dormo, pian- I grammatici distinguono ancora gli assertivi in verbi dì azione, e di PASSIONE – LEIBNIZ (‘the inventor of the analytic/syntehtic distinction” – H. P. GRICE – HELEN WAS LOVED BY PARIS --; di cessazione di azione – H. P. GRICE: HAVE YOU STOPPED BEATING YOUR WIFE? Cessasti edere ferrum? Non cessasti edere ferrum, e di stato ec. eie azioni in transitive – H. P. GRICE A HAZZES B, A IZZES B – “to be is, to me, transitive” – H. P. Grice, intransitive , e permanenti ; in azioni che consistono in far&, o patire, in produrre o ricevere ec. Riflettendo però su tutte queste distiate significazioni, non ▼i si troverà mai altro che afférmazione di una maniera di essere , ossia di uno stato. Per esempio le frasi : io vinco , io sono vinto : io dormo : io batto: io sono battuto; tutte signi- ficano in sostanza : io sono ; tutte asseriscono , affermano tutte una esistenza in tale , o tale altra maniera ; tutte esprimono uno stato , un* esistenza modificata dal sonno , dalle batti- ture ec. D 97 go y passeggio , riposo y ec. perchè essendo per essenza intransitivi non può la loro azione riferirsi a cosa o persona fuori del soggetto medesimo per con cordarvi si. Non dovete però confondere gli assertivi intran- sitivi con quelli di significato passivo. Il linguag- gio italiano arricchito dall'arbitrio potè ricevere il significato passivo degli assertivi attivi col porre per casa retto F aggettivo dell' azione , associan- dolo col verbo essere ( ed alle volte colP asserti- vo venire ) coir aggettivo verbale trasformato in participio, e con il soggetto da dove parte l'azio- ne ché diviene caso obliquo , e prende avanti di se la proposizione per o da ; p. e. : Pietro ama la giustizia = la giustizia «è amata da Pietro 5 così: i soldati ottimi per la disciplina , ottimi pel va- lore , terribili per la rabbia furono sempre temuti da ...=... vennero sempre temuti da. . • (1). Per distinguere gli assertivi attivi dai passivi , e dagl' intransitivi osserverete : se il nominativo è il soggetto che agisce , e che fa passare F azione fuori di se , cioè nell* oggetto di caso obliquo , F assertivo sarà attivo 5 se F oggetto fa da nomi- nativo paziente , ove termina P azione del sogget- to che fa da caso obliquo , e allora sarà passivo 5 finalmente se il nominativo che regge F assertivo è nel tempo stesso soggetto che agisce, ed oggetto che patisce , e allora sarà intransitivo. La nostra lingua riguardo ai passivi manca di un pregio che ha la madre latina, che con una sola voce fa comprendere ciò che per la nostra ve ne occorrono due; per es.: “amatur” = “e amato.” E ben vero però che ci siamo procacciati una seconda espressione di cui manca la latina, prevalendoci dello stesso attivo, e formando l* in transitivo coli aggiunta di un«i, per e.s. sì racconta, “si scrive”, ec queste maniere non hanno corso ch« per le terxe persone. 5 98 Per caratteri accidentali dell' assertivo dovete intendere , o giovanetti , quelle sue modificazioni variabili colle quali ci manifesta i suoi rapporti al modo di esistere , al tempo , alle persone , al loro numero. Osservaste già che il tempo presente è un istan- te un puntò indivisibile, che separa una 6erie d 1 i- stanti o tempi passati da una serie d" istanti , o tempi futuri * e cne lo stato , e T azione che viene significata dall' assertivo , avendo rap- porto coli' uno , o coli 1 altro di questi tempi , fa che air assertivo stesso , riguardato sotto questo punto di vista , non possa competere che il tempo presente , passato , e futuro. Modo indefinito. Fu avvertito che 1* assertivo incomincia a farsi conoscere a noi con una voce verbale che indica stato ed azione in una maniera astratta ed illimi- tata , in somma che in un modo indefinito enun- cia un giudizio. Questo modo , chiamato dai latini infinito , si conserva in realtà sempre indetermi- nato anche riguardo al tempo. Pure, piacendovi di dare alle voci verbali indefinite una qualche determinazione di tempo indipendentemente da qualunque altro giudizio espresso da un' altro as- sertivo che vi si associ , potrete riguardarle di tempo presente ; come : portare , temere , parti- re = port-are , tem-ere , part-ire , ec. (i) (i) l& voce verbale indefinita vien riguardata da taluni coma emplice denominazione , ossia puro nome dell'assertivo. Le voci poi che ollengonsi coli' associare alla parte radicale o signiGcativa degl'indefiniti i bis- sillabi ante , ente ,* ato ed atto > uto ed utto , i/o ed itto , atto ec. , come : portalo , portante ; te- muto > temente \ ec. (voci che diconsi participii) potrete supporre che abbraccino il tempo presente e passato con significato attivo le une , e passivo le altre. Finalmente le voci verbali che risultano dair unire al radicale degli assertivi i bissillabi andò , endo , come ; portando , temendo , ec ( voci che furono denominate gerondi ) , potranno da voi riguardarsi di un tempo che si estende dal presente al futuro : e tutto ciò per comodo di classificazione delle voci verbali medesime cioè del- l' indefinito , participio e gerondio , delle quali addurremo qui un succinto prospetto colle indica- zioni dei supposti loro tempi. Voci verbali indeterminate. Indefinito Presente Avere Essere Portare Temere Partire Amare Affliggere Vivere Participio Gerondio Presente-passato Presente-futuro avente , avuto essente ( antiquato) portante , portato temente , temuto partente , partito amante , amato affliggente , afflitto vivente, vivutoo vissuto vivendo avendo essendo portando temendo partendo amando affliggendo Avvertenze. Fra le voci verbali , che sono un composto del verbo essere e di un aggettivo puro o sostantivato 100 devono comprendersi ancora gì 1 indefiniti > i par- ticipi , i gerondi , perchè queste voci sono ancor esse implicite proposizioni indeterminate per eg. amare = essere amoroso \ temente = colui che te- me ; temuto = essendo temibile 5 temendo — aven- do timore. L'indeterminazione di simili proposizioni ri* guardo al tempo vterrà tolta da qualche altro as- sortivo che vi si associ. Se questo sarà qualche voce di avere , allora il participio dovrà accordarsi col soggetto piuttosto- chè coli' oggetto della proposizione principale ; per es. « Cercato ho sempre solitaria via ( Petr. ) È vero bensì che abbiamo da Dante : « Un altro che furata avea la gola » Il participio fu così denominato perchè, secondo il parere dei latini, partecipa dèi nome e del ver- bo ; ma questo carattere compete a tutte le voci verbali ; determinate ancora riguardo al tempo che le rende conjugabili. Questa determinazione di tempo mancando in realtà al participio, fa che non venga conjugato , benché si declini al modo de nomi aggettivi prendendo le respettive modi- ficazioni finali mascoline , femminine , e comuni , p. e. amato _ f amata , amante ; amati , amate f amanti» Il significato però attivo o passivo del partici- pio non è talmente indeterminato da non farci scorgere , in qualche modo un significato attivo p. e. nelle- voci amante 5=5 colui che ama , leg- gente » colui che legge , ec. ed un significato passivo nelle voci ammirando = essendo ammira- bile 9 venerando = essendo venerabile , ec. e fi- nalmente un significato comune, cioè tanto attivo come passivo nelle voci amato = avendo amato 9 essendo amato, ec. 101 Il gerondio esprìme un azione secondaria che viene eseguita dal soggetto principale nell' atto che esso- stesso sta effettuando l'azione principale ; p. e. non da alleato , ma da padrone procedendo , s'im- padroniva . . . mentre colle chimere andava pa- scendo » • • • *> . • > • - . Modo imperativo* Potrete incontrarvi primieramente coli' assertiv 0 che, con modo imperante , esige effettuata un* rlche operazione ; primo , per forza di coman- ; p. e. Va , non ti vegga il sol novello in Argo 5 2.° di preghiera : parla , dimmi che fu? salva te stesso: 3.° per forza di consiglio od esor- tazione : ascolta la verità sempre bella ed utile , sebbene non ti lusinghi. Le voci imperative non riguardando il passato, sul cpiale non ha luogo il comando , si riferiscono soltanto al presente ed al futuro ; per es. lasciami in pace ; ed anche : preferirai tu al bene tuo quello della patria ; ed il bene della patria lo po~ sporrai tu ^ quello del genere umano* Modo indicativo. » * . Le voci verbali di modo indicativo esprimendo un giudizio completo senza concorso di altro giu- dizio escludono ogni idea di comando, di condi- zione , ed indicano nudamente lo stato e V azio- ne , colla dipendenza dal tempo , dalle persone , e dal numero solamente» E benché il tempo non possa essere che presente, passato, e futuro, pure, prendendosi per oggetto di confronto uno stato od azione H, che ioa ha luogo nel momento attuale h, potrà l’assertivo farci intendere tanto le maggiori o minori distanze dei passati tempi a, b, c, d, . dall' istante presente h, come ancora certe maggiori o minori determinazioni degli stati ed azioni A, B, C, D, ... . che ebbero luogo nei respettivi tempi a, b . . . Lo stesso deve intendersi detto dei tempi futuri », o , V , . .rapporto all' attuai momento h, e delle corrispondenti azioni N, O, P. Dai riflessi fatti sul tempo potrebbe dedursi che all'assertivo di modo indicativo competono otto tempi diversi fra loro; cioè 1/ 11 presente che denota lo stato, e l'azione H, che si effettua nelT attuai momento h \ p. e. “SENTO”, penso, cammino. a.° Il passato pendente, p. e.: “Curvo Archimede sulla polvere descrìveva delle figure geometriche, quando da soldato romano fu barbaramente ucciso”. L’azione d’Archimede è di tempo passato pendente non già riguardo al tempo, nel quale non ha luogo pendenza alcuna, ma bensì Il tempo presente in cui si asserisce lo stato o 1'azione consistendo in un'istante unico e indivisibile, anzi in un istante passeggiero e fuggevole, non potrebbe racchiudere una varietà di pensieri e d’azioni che esigono una certa estensione di tempo; pare in pratica un epoca qualunque costituita di parti che si succedono fra loro, vien riguardata quasi un tutto indivisibile di tempo presente per es. “Léggi , natura , Dei , tutto in • non cale sempre quell'empio tiene. Queste enunciazioni rappresentano un tutto di tempo presente che abbraccia un illimitata estensione di azione e di tempi. Dicasi lo stesso delle espressioni : V attuai mese, quesf anno, if presente secolo. Questo riflesso, applicato all'assertivo indefinito, incapace di distinzione di tempo, potrà farci ravvisare; in esso ancora delle distinzioni di tempi, dipendenti però da altri assertivi finiti con cui si trova congiunto, come si osservò anche altrove. Lo stesso deve intendersi riguardo al participio ed al gerondio. ■r  io3 riguardo ali 1 azione che era ancora pendente, ossia non ultimata, quando IL SOLDATO UCCISE Archimede in azione. Così : la rabbia , l 1 indignazione, il furore agitavano il Consesso mentre Egli così parlava. Ed è perciò che questo tempo fu chiamato dai latini PASATTO IMPERFETTO (ASCOLTAVO UN RUMORE – ASCOLTAVA UN RUMORE), acciò s 1 in- tendesse che quantunque lo stato ed azione avesse avuto luogo in tempo già passato, pure non si offriva come passato del tutto , non avendo ricevuto an- cora un compimento perfetto. Ed ecco perchè dai grammatici attuali questo tempo vien chia- mato ancora passato pendente. 3.° Passato prossimo incompleto , o indelermi* nato. Questo accenna stato ed azione passata da Srualche tempo senza farcela concepire ultimata af- atto ; p. es. temei che il male , ec. così mi sentii quasi dividere , e lacerare in due dentro me stesso. 4«° Passato prossimo determinato : questo espri- me stato ed azione effettuata nella sua totalità da tempo non molto remoto ? per es. ho sentilo, ho veduto ec. Le voci di questo tempo composte col- r indicativo di avere > e col participio dell** asser- tivo, furono chiamate dai latini di tempo passato perfetto per indicare l'azione ultimata in un tem- po passato. Tra-passato imperfetto od incompleto. Questo indica stato ed azione passata da gran tem- po , lasciando però nel nostro concetto una certa pendenza riguardo al totale compimento; per es. io era stato ascoltato quando venne, ec. aveva già scoperto nel suo aspetto un qualche timore, quando si manifestò ec. Questi due tempi sono dai latini riuniti in uno denominandolo “più-che-perfetto” -- Trapassato perfetto o completo. Viene in- dicato da questo tempo uno stato ed azione com- io4 pietà e passata , ed insieme più remola dal mo- mento presente in confronto di altra azione pas- sata : pei* es. Iddio aveva già crealo e Cielo e Terra allorché formò X Uomo \ qui formò è pas- sato , ed aveva creato trapassato perfetto j cosi , quando io ebbi udito me ne partii. 7. 0 Futuro semplice. Uno stato , o azione da effettuarsi in un modo assoluto e indipendente da qualunque condizione j p. e. andrò domani , scri- verò fra poco ; si dice di tempo futuro semplice. 8.° Futuro anteriore composto. È quello che suppone che uno stato, o azione futura sarà ef- fettuata avanti un 1 assegnato tempo od azione fu- tura ; p. e. domani a quest' ora sarà effettuato quanto bramate ; Chi è che in questo esempio non rilevi due tempi futuri ? X uno meno remoto dal tempo presente, cioè sarà effettuato , e l'al- tro più lontano , cioè domani a quest' ora. Modo Congiuntivo. Per mòdo congiuntivo dell' assertivo deve in- tendersi una certa sua dipendenza dalla congiun- zione di altro assertivo espresso o sottinteso nel quale s'include un atto della volontà , che espri- ma comando o preghiera , o desiderio , o per' missione, o proibizione, o condizione , o ipote- si , o ec. ; p. e. : regnerebbe fra gì' uomini la pace ? se si compatissero reciprocamente , qui re- Énerebbe è voce verbale di modo congiuntivo , l quale forma la proposizione subalterna dipen- dente dalla principale se si compatissero , che è la voluta condizione \ od anche : risolvette viver- sene umile ed ignoto là dove ancora virtù si pre- giasse. Cosi : sia pur egli stato nostro nemico , noi dobbiamo graziosamente riceverlo. io5 Ora osservando che un atto dipendente dal co- mando e dalla volontà non è riferibile che o a cose future, che sono le sole che possono otte- nersi , o a cose passate in quanto che può bra- marsi di averle effettuate ; perciò al modo con- giuntivo , rigorosamente parlando , non dovrebbe assegnarsi il tempo presente. Ma avendo riguardo non già air azione, ma alla volontà esternata da un assertivo di tempo presente , perciò accordano i grammatici anche al congiuntivo il tempo pre- sente p. e. io pensi , io tema , io parta , ec. La divisione de* tempi di modo indicativo , è analoga a quella del modo congiuntivo ; a riser- va de' due futuri , avendo qui luogo soltanto il futuro anteriore composto dell 1 indicativo. Modo ottativo, o desiderativo Crediamo che un tal modo sia lo stesso modo congiuntivo , quando con esso , in luogo di ciò che indica comando , o volontà esternata venga associata una qualche frase esprimente desiderio, come , bramo che , desidero che , Dio voglia che, ec. colle rispettive variazioni verbali esprimenti brama , desio ec. per. es. Per te cl eterni allori— Germogli il suol Romano — De 1 Numi il mondo adori — Il più bel dono in te. Persone degli assertivi, e loro numero singolare e plurale* Le accidentali modificazioni delle voci dell' as- sertivo non dipendono unicamente dal modo e dal tempo , ma dalle persone ancora e dal loro nu- mero. Queste due modificazioni non sarebbero pro- prie iu realtà che del nome. Quindi è che potrà da noi supporsi che dopo che fu fissato doversi riguardare la persona che parla , cioè io per per- sona prima , la persona a cui si parla, cioè per persona seconda j e la persona di cui si par- fa , cioè egli per persona terza] e che inoltre alle persone , io , tu , egli di numero singolare doves- sero corrispondere nel numero plurale le rispetti- ve voci personali noi , voi , eglino ( o quelli ), fu ancor convenuto doversi estendere -queste stesse denominazioni di persone a quelle voci verbali che dipendono dall una o dall'altra di queste tre persone , tanto singolari che plurali. Ed ecco per- chè abbiamo pel singolare (ioì leggo persona pri- ma : (tu) leggi persona seconda : (egli) jMS e P er ~ sana terza ; e pel V X ^ 1 ^¥4p^¥ r ^^ f l™) leggete: (quelli) leg^^T^ ™ Conjugazione degli assertivi. m Coniugare un'assertivo significa congiungere op- ■ ■ guito quei della dai basso per un paio di violato rispettò , che niuno osasse dirigersi a lui ii mente, ma beasi come ad una terza Persona non presente a chi parla , dandole del Leù I soli Poeti , per non essere in perpetua con tradizione colle regole della grammatica e del buon senso, ritennero il primitivo linguaggio , dicendo : . . Signor che pensi ? In quel silenzio Riconosco Caton. Se il Poeta avesse detto : che pensate o signor ? V espres- sione sarebbe divenuta men sostenuta ; e si sarebbe poi resa ri- dicolissinia , se, sul gusto attuale , detto avesse: che pensa l'Ec- cellenza vostra Signor D. Catone. 1 Quacqueri usano il tu dei poeti con qualunque, persona. Digitized by Google S orfanamente colla parte radicale o significativa el suo indefinito , già fissato per elemento pri- mitivo dell'assertivo, una varietà di modificazioni finali dipendenti dagli accidentali rapporti di mo- do , tetnpo , persona , e numero. La totalità delle 5l variate forme o desinenze , che risultano da tali congiunzioni per un asserti- vo , costituiscono la sua conjugazione , dipenden- temente dal suo stesso indefinito. Dunque in cia- scuna delle variate voci dalle quali risulta la con- jugazione di un assertivo , possiamo distinguere tre elementi : il primo radicale ed invariabile , significante la cosa , e questo potrà dirsi signifi- cativo : gli altri due che variano colle persone , e coi tempi , li denomineremo rispettivamente per" sonatilo e temporativo , E siccome le desinenze degli infiniti di tutti i verbi italiani ci presentano una triplice varietà , perciò si sono fissati tre esemplari o modelli di con- jugazioni , all' uno o all' altro de' quali devono' riferirsi tutti gli assertivi per conjugarli convene- volmente* Dal primo di questi modelli si comprenderanno tutti i verbi terminanti nelP infinito in (are) pen- sare , parlare , sgridare ec. ; dal secondo tutti quelli che hanno la desinenza in (ere) lunga o bre- ve , come temere , sedére , lèggere, frèmere ec. ; dal ferzo tutti quelli che finiscono in {ire) come: partire, sentire, nutrire ec* Prima però di esporre questi tre modelli per conjugare gli assertivi regolari dell' idioma italiano sari opportuno che voi conosciate la conjugazio- ne del verbo essere , e quella dell 1 assertivo averci attesoché questo si associa con tutti gli assertivi di significato attivo , mentre quello si congiunge con quei di significata passivo 7 ed anche con glV/i- io8 transitivi. Ed è appunto perciò che vengono de- nominati ambedue ausiliari dalla voce latina a«* xiUum ( ajuto ) , servendo appunto di ajuto per formare una varietà di significazioni di tutti gli assertivi.  COffJUGAZIOBE DEL VERBO IRREGOLARE ESSERE. MODO INDEFINITO. Indefinito Participio Gerundio Presente Presente- Passato Presente- Futuro Essere Essente (i) Essendo Passato - Essendo stato. Futuro Essendo per essere MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing.  Sii tu, o sia tu; Sia colui. Plur. Siamo noi; siate voi; Siano, osieno coloro. Tempo futuro. Sing.  Sarai tu , Sarà colui Plur. Saremo noi, Sarete voi , Saranno coloro. (r) Essente è voce antiquata. La yoce staio b»ncliè faccia ria particip-o passivo del verlo e ssere , pure non è che il par- ticipio dell' assertivo stare. Con la voce essendo , e coli* altra stato si (orma il gerundio composto essendo stato.  Siccome niuno comanda a se stesso , perciò non ha luogo la prima persona in questo tempo , per il quale si prendono le voci da quelle del congiuntivo, avvertendo di qui porre sotto ciascuna voce il suo pronome. (3) Questo tempo, cui manca la prima persona per l'addotto motivo del presente , è lo stesso che il futuro dell' indicativo del verbo essere, colla sola posposizione de' pronomi. 20? MODO INDICJTirO* Tempo presente» Sing. Sono  Sci  È  Piar. Siamo  Siete  Sono  Passato pendente ( Imperfetto ). Sing. Era , o Ero  Eri Era Plur. Eravamo Eravate Erano Passato prossimo indeterminato. Sing. Fui Fòrti (8) Fu. (lì La voce sono sembrava 1' unica della prima persona del- l' indicativo presente cui la dolcezza e T armonia avessero ac- cordato il mancamento , quando scrisse il Tasso « Amico hai vinto io ti / erdon , perdona » questa sua ardita licenza gli tirò addosso la più clamorosa e iuesorabil censura. Non potendo egli più reggere .a tanti strazi , si risolvette, forse per far trionfare il suo orecchio con un verso di confronto , di scrivere nella sua " Gerusalemme conquistata « Amico hai vinto e perdono io, per- dona. Abbiamo anche dal Poliziano, a S' io 1 abhandon , sia allor la fine mia ».  Se , antiquato. (3) Ene , antiquato.  Senio , Sterno , voci antiquate. (5) Sete , antiquato. Siate vocabolo erroneo. Avvertite qui che erronei sono quei vocaboli che , quasi monete false , niente hanro che legittimi il loro corso. Enno , antiquato. Ero , pensavo , amavo , e simili deainenae della prima persona del passato pendente dell' indicativo , usate invece di era , pensava, amava, ec. benché disapprovate da alcuni gram- matici , pure sembrano reclamate dal bisogno di distinguere la 1 »« dalla 3.* persona ' 9 ed approvate dall' uso comune. E se ciò non bastasse non mancherebbe nè 1' autorità del Buonmattei « del Pistoiesi, del Mastrofini , ne V esempio di purga tissimi aeriti tori , e specialmente quello dei Drammi di Metastasio appro- vati dalla Crusca dovrebbe dissipare ogni acrupolo gramma- ticale.  Fatti antiquato. Digitized by Google ITO Plur. Fummo  Foste  Furono  Passato prossimo composto e determinato. Le voci di questo tempo si formano in ambe- due i numeri con quelle del presente dell' indi* cativo, e con il participio passato stato; cioè: sono stato , sei stato , ec. , 4 Trapassato imperfetto. Colle voci del passato pendente , e colla . voce stato si compongono i numeri di questo tempo f cioè: era stato , eri stato , ec. Il trapassato perfetto ( fui stato ec. ) è poco in uso. Futuro semplice* Sing. Sarò  Sarai  Sarà Plur. Saremo  Sarete Saranno^). Futuro anteriore composto. Questo si forma con i vocaboli del futuro sen> plicee colla voce stato; cioè: sarò stato, sarai stato, ec. MODO CONGIUNTIVO'. Presente* Sing. Sia Sii, o sia Sia. Plur. Siamo Siate Siano (8).  Fusti mo , fossimo erronei. f?) antiquato. Fosti , fusti, vocaboli arronei.  Furo , fur , furtw , foto sono voci poetiche. Fulvo er- ronea • M Sflfì W« 0 '*' » antiquate. Fia voce poetica. Sawo (5) &raz* antiquata. .  erronea.  Ftano , yie«o , poetiche. [fi) Steno vocabolo poetico. Siine erroneo.. « Passato pendente (imperfetto). Sing. Fossi Fossi Fosse Plur. Fossimo Foste (i) Fossero (a). « Passato prossimo condizionale* Sing. Sarei (3) Saresti Sarebbe (§. Plur. Saremmo  Sareste  Sarebbero. Il passato pendente ed il condizionale sono cor- relativi fra loro ; poiché mentre il secondo espri* me la condizione , indica il primo ciò che acca* diebbe , verificata che fosse la condizione. Es. Se noi fossimo più fàcili a compatirci , sarebbe ricom- pensata la nostra indulgenza dalle dolcezze di un'a- michevole fratellanza. Anche i due tempi trapassati che sieguono sono correlativi fra loro. Passato prossimo determinato e composto. Si compone col presente del congiuntivo e col participio stato ; per es. io sia stato , tu sit sta- to ec. ' t * ' Trapassato imperfetto composto. Si compone col passato pendente , e colla voce stato , p. e. io fossi stato, tu fossi staio , ec. ( 1) Fusti , fosti , voci erronee. (a) Fòsscno , fusseno , voci erronee. (3J Fora e saria voci poetiche. Sare 9 erronea. l't) Fora e sarta voci poetiche. Sare' erronea.  Sarèbbamo , sariamo , voci erronee.  Saresti vocabolo erroneo.  Sarebbono , antiq. Forano , sariano , aleno : voci poe- tiche . .... K .  zia Trapassato condizionale composto. Si compone col passalo condizionale , e colla voce stato ; p. e. sarei stato , saresti stato , ec. 1/ unico futuro di questo modo è il futuro an- teriore , composto dell' indicativo , e della voce essere , p. e. che io sia per essere , che tu sii per essere , ec. ; COWJUG AZIONE DELL* ASSERTIVO IRREGOLARE AVERE. MODO INDEFINITO. w * Presente Participio Pres. pass. GerondioPres.fut. Avere Avente Avuto (i) Avendo Passato. Avere avuto. Futuro. Avere ad avere, o essere per avere (2). MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing. Abbi tu Abbia quegli Plur. Abiamonoi, Abbiate voi, abbiano eglino (3) Tempo futuro. Sin g* m Avrai tu Avrà quegli Plur, Avremo noi , Avrete voi , Avranno eglino. (1) Auto h erroneo*  L'assertivo avere si giova qui dell'infinito del rerbo essere. * (^) Aggiano, antiquato} abbino t erroneo. Digitized by CjOOQie 1,3 *0 INDICATIVO» Tempo presente. , - ■ • t Sing. Ho(i) Hai Ha (a) P/tvr. Abbiamo Avete Hanno renilo postato pendente (imperfetto). Sing. Aveva  Avevi (4; Aveva  P/ar. Avevamo  Avevate  Avevano  Tempo passato prossimo indeterminato. »  Sing. Ebbi  Averti Ebbe (io) Plur. Avemmo (n) Aveste (ti) Ebbero (i 3) t i '  ^tegio. Questa voce antiquata riguardo ai buoni scrittori attuali è in uso al presente in qualche parte d' Italia , e spe- cialmente fra il popolo del regno di Napoli e quello della Marca di Ancona. (2) Queste tre voci del singolare colla terza del plurale Si scrivono anche senza la h accentando bensì ò , à , ài , anno , - per distinguere il loro SIGNIFICATO da quello di o avverbio , di ai intoriez one , di a segna-caso, di anno nome di tempo. Avevo antiquato, e da discorso familiare. Avea poetico. 'A va va erroneo. Avei antiquato.  Avea , avia , poetiche.  Avèamo antiquato. Avàvamo erroneo.  Avavàte : avevi , voci erronee. Avìeno : aveano poetiche. Avàvano , avèvono, erronee. 9) Eii hei: antiquate. Avei, ovetti, erronee. (\o) Avè : avette erronee.  Ebbimo antiquato. Èbbamo, erroneo.  Avesti erronea. .  Èbbono: avèttono ; èbbeno antiquate, Mbbano tnoW»  u4 Tempi passati e trapassati composti. Ho , Aveva , Ebbi (avuto), ec. Tempo futuro semplice. Sing. Avrò  Avrai  Avrà  Plur. Avremo  Avrete (5) AvraDno (6) Tempo futuro anteriore composto. Avrò ad avere , o sarò per avere 5 Avrai ad avere , o sarai per avere } ec. MODO CONGIUNTIVO. Tempo presente. Sing. Abbia (7) Abbi, 0 Abbia (8) Abbia (9) Plur. Abbiamo Abbiate àbbiano(io) Tempo passato pendente ( imperfetto )• Sing. Avessi Avessi Avesse  Plur. Avessimo Aveste Avessero  Tempo passato prossimo condizionale. Sing. Avrei (i3) Avresti Avrebbe ^4) 1 ; JO Arerò, arò antiq. A r eroe erronea. k 2) A verai , arai antiq. . Arerà, ara antiq. Auerae erroneo. Areremo : aremo antiq. Arerete , arete antiq. Areranno :, aranno , antiquate.  màggia antiquata. p) Aggi f autiq. 9) Abbi erron. Aggiano antiL , „ Aressi TOcabt lo erroneo. (12) Aressono ; a vessino antiquati.  Arerei : averla: arei: aria vocaboli antiq. Avrìa poet. (14) Arerebbe; averta : arebbe antiquati. Avita poetico. *t. ^to^ Digitized by n5 Plur. Avremmo  Avreste • Avrebbero (a) Tempi passati composti. Abbia , od avessi (avuto) ec. PROSPETTO COMPARATIVO. Degl’assertivi normali delle tre conjugazioni regolari della lingua italiana. poiir-órca CRÉD-ere. part-Ih?»  MODI INDEFINITI. Tempi indefiniti 0 Presenti Presenti-passati Presenti futuri Indefiniti Participii-attivi-passivi Gerondi Port-are Port-ante, Port-ato Port-ando Cred-e.. Cred-e..., Cred-u.. Cred-e... Part-i.. Part-e..., Part- i.. Part-e... Tempo passato indefinito. Aver ( Portato , creduto ), esser Partito. Si noti qui : i.° Che se le voci portare , cre- (1) Avrebbamo : apriamo: avriemo vocaboli erronei.  Sverebbero : arebbero : avrieno , arieno : Avrtbbono an- tiq. sfuriano poet. Avrebbano erron. (3) Fu già avvertito che gì' indefiniti sono i vocaboli pri- mitivi dai quali discendono tutte le voci verbali associando alle loro respettive parti radicali invariabili port , cred , part , che marcano V azione t alcune variate modificazioni finali , chia- mate desinenze , le quali servono a modificare l'azione secon- do i diversi rapporti di modo , di tempo , di persona, di nu- mero. 1x6 dere , partire servono ad indicare e presente ed imperfetto del modo indefinito. 2.° Che se le voci aver portato , aver creduto , ec. rappresentano e passato e trapassato del modo stesso; ciò accade perchè le voci dell 1 indefinito non determinando con precisione alcun tempo perciò sono indifferenti ad associarsi a qualunque tempo di altro assertivo da cui viene il loro tempo ad essere determinato. Infatti : andare è presente , dicendo ora debbo andare ; ma se dicessi : ho dovuto andare ; non sarebbe forse Y andare un passato ? siccome è un futuro il dire dovrò andare. MODI IMPERATIVI. Tempii presenti. . Sing. Port-a , i. Piar, iamo , ate , ino (i) Cred i , a. » . . , e . , a  Part-i , a. » • . . , i . , a  * ... Tempi futuri. Sing. Port-erai, erà. Plur. eremo, erete, eranno Cred- .. » . 4  . ParUi . . , i . . » i.,.,i..,i,.. (1) In questo tempo le terse persone sono eguali alle terze dei rispettivi presenti del congiuntivo. Le desinente delle prime persone del plurale corrispondono alle prime persone del plu- rale del presente dt 11' indicativo e del congiuntivo respettivo. E le seconde persone del singolare e del plurale sono eguali a quelle del presente dell' indicativo. (z) Credino è erroneo. ?3ì Partino , erroneo. (4) Portanti : por torà ; porteremo : portante : por faranno tono voci erronee,  II 7 MODI INDICATIVI. Tempi presenti. Sia S: J 01 "* 0 » i > a - plur - ia n» CO > a»e, ano fa) W Part - . • , e. . » .. , i. . , o. .  Ti empi passati pendenti ( imperfetti ). Port-ava( 7 ) avi ava, Avarao,. arate , , avallo {«). Cred-e..(io),e.. (n), e., (il). K ... ,, e ... e.... (Vò). • f »••• ' I...., i.... , i.... rew/^i f ^tf prossimi indeterminati. Sing. Plur. Port-ai, asti , ò (16). Aramo (17) , aste (18), aroao (19). (lì Portàmo erroneo. Partono erroneo. & osservi che la ter» persona del plu- rale degli assertivi in are si forma sempre dalla tersa del sin- golare aggiungendovi no.  Credemo antiq. Frediano errofl.  Credano erron.  Parti/no antiq.  Partano : patiscano erron. È ben detto ancora park* *cono. Si osservi che le terze persone del plurale degli asser- tivi in ere ed in ire si formano dalla prima persola del singo- lare aggiungendovi no \ e ciò anche negli irregolare Portavo antiq, Voi portavi erron.  Portavono erron.  Credevo: credìe antiq. j 1 1 ) Tu credei vocabolo erron. ^Credea poet. (i3) Credavamo : eredeate antiq. (>4) Credayate : eredeate antiquati. Voi credavi erroneo. 05) Credìéno antiquato. Credéano poet. Crede vono erroneo. (16) Por the : Por tao antiquati. Portassimo erroneo. Portasti erroneo. Portaro: portar poetici. Porlonno : portarono : perfora- no j portorno , portarno , vocaboli erronei. Cred-eifO, estima), è f 3). Emmo. 1 ««te.. , erono. t-ii , > U 8 )- Il8 Part-i!'^ 1 (9)*' i...('ioV, Tempi passati e trapassati composti Ho , Aveva , Ebbi ( portato , creduto ) Sono, Ero , Fui ( partito ) Tempi futuri semplici. . Sing. Plur. Port-erò , erai, era. eremo , erete , eranno Cred-. .,...,...« . r ..Part-i, • . i , i  « i .  , i .  i . Tempi futuri anteriori composti.  Io Avrò o, sarò per (Portare, Credere^ Partire). Tu Avrai o, sarai per (Portare, Credere, Partire) jec. (1) Credetti è in corso come credei. Cresi antiq. Cretti er- roneo.  Crese antiq. [3ì Credette è in corso. Credéo poetico. [4) Credéitamo : erisamo : credessimo erronei vocaboli.  Credesti erroneo.  Crédettero è in corso. Crédettono : crédetteno : crésero antiq. Crederò poet. Creettero erroneo. (7) Parti antiq. fé) Partìe antiq. Parilo poet Partitte erroneo.  Partissimo erroneo, 'io) Voi partisti erroneo. Partirò : partir, antiquati. Partinno: Partirno erronei.  Partirne antiquato. Due sono le forme per esprimere le epoche non per an- co verificate : assoluta V una , relativa V altra ; semplice la prima, composta la seconda. Eccone gli esempi : 1.0 Domani verrò da voi 5 2. 0 Domani a quest' ora sarà effettuato quanto sfora. È di qui che il futuro composto fu da noi chiamato pas- sato futuro , riferendosi ad epoca futura , al giunger però della quale deve esser verificato quanto si annunzia dall' assertivo. MODI CONGIUNTIVI. Tempi presenti. s ing* Plur. Port-i , i f i » i amo p j ate jrari a, a, a (4; »... , a e che gli assertivi * ? • I k hanno sem P^e in a ; fuorché nella a.« che può farsi terminare ancora in *. Si osservi inoltre che se alla terza persona delsinaoUre ai aggiunge no , ottiensi allora la terza del plurale. ^ U4 * reil  Ondiate erroneo. (3j Credino erroneo.  Tu parti , Egli parti erron.  Par tino erroneo.  In questo tempo gl' indefiniti Porta-re , Crede-re Parti r* conservano la loro vocale rispettiva : e da questa d.W? inatte tre le conjugazioni le" forme' finali VZa^SStu  Io por tot se erroneo.  Quegli portassi erroneo. (9) Portassemo erroneo.  Voi portassi, e portassivo erronei, il) Partassono: Portassino antiqu. Portasseno erroneo. lo credesse erroneo. ( i3i Quegli credessi erroneo. '14) Voi credessi erroneo. (45) Credessono : credessino antiquati. ji6ì lo partisse erroneo. Voi partisti : partissi antiqu. [•8; Partissono ; pari issino antiqu. no l»ort-crei(i}, ercsti, crebbe. Hremmo, ereste(5),ercbbero(6) Cred-...., ,  J»%****( 1 *X* Part-i...(u),i » i C 12 )* 1 C* 3 )» 1 * > l Io Abbia , ec. ( Portato , Creduto , Sentito) Io Avessi , ec. ( Portato , Creduto , Sentito ) Io Avrei , ec. (Portato , Creduto , Sentito) alla distribuzione dei modi. a.' IN egli assertivi in are per il futuro dell' in- dicativo , ed il passato pendente del congiuntivo conviene mutare la a in e. fi) Porterìa, poet Portarci erron. ìi) Portare iti erron. ( ) Porterìa poetico. Portarebbe : portarla erronei. (4) Portaremmo : portano mo : portariemo : porterebbamo : portaressimo tutti vocaboli erronei.  Voi portarceli erroneo. (6) Portarebbono antiq. Porteriono Poet. Portèrtbbono er. W) Crederla poetico. Creder ebbi erroneo. Crederla poetico. ÌoJ Crede rebbarn o : crederessimo erron. io) Crederesti: crederessi erronei. (la) Partirti poetico.  Partirtbbumo : partiriamo: partiressimo vocaboli erron. Tempi passati composti. % » Osservazióni sugli assertivi regolari. poetico. i Digitized by Google 121 3.* Gli assertivi della terza conjueazione non hanno tutti nella prima persona dell' indicativo la medesima desinenza. In alcuni V ire si cam- bia in o $ per es. da sent-ire , dorm-ire , copr- ire , abbiamo sento , dormo , copro. In altri l 1 ire si trasforma in isco ^ avendosi a bborrisco, in* ghiottisco , ec. da abborr-/rc , inghiott-i're. 4- a Quegli assertivi che terminano in care , e {^arc , prendono un l in tutti i tempi ed in tutte e persone in cui il c ed il g sono seguiti dal- l' una o dall' altra delle vocali e , 0,1, affine di conservare una certa uniformità di suono in tutta la conjugazione. 5. a Le avvertenze che hanno avuto luogo nelle note riguardo alle voci verbali antiquate, poeti- che , erronee 9 devono estendersi a tutte le voci analoghe degli assertivi che si riferiscono all'uno o air altro dei tre modelli di conjugazioni. Coniugazione dell'assertivo finire. MODO INDEFINITO. Tempo Presente, Presente-passato, Presente-futuro Indefinito, Partici pio- Attivo, passivo , Gerondio Fin-ire, Fin-ente , Fin-ito , , Fin-endo. Futuro composto. Essere per finire. MODO IMPERATIVO. " ' i * Tempo presente. Sìng. Finisci tu , Finisca quegli 6 Digitized by Google Plur. biniamo noi, Finite voi, Finiscano eglino (i). Tempo futuro. Le sue voci sono quelle del futuro indicativo . col posponi i pronomi. MODO IND1CAT1VO. Tempo presente. Sine. Finisco Finisci Finisce pS. Finiamo (a) Finite Finiscono (3) Tempo passato pendente, (imperfetto). Sing. Finiva, ec. come partiva. Tempo passalo prossimo indeterminato. Sing. finii , ec. come partii (4)- Tempi passati composti. Ho , aveva, ebbi (Finito); ec. Tempo futuro semplice. Sing. Finirò , ec. come partirò. Tempo futuro composto. Sing. Avrò finito , ec. MOVO CONGIUNTIVO. Finisca Finisca , (,} Fìnischiiw eglino erroneo. (2) Fmimo antiquato,  ' * a 123 Plur. Finiamo Finiate Finiscano (i). Tempo passato pendente (imperfetto). Sing. Finissi , ec. come partissi. (2) Tempo passato prossimo condizionale. Sing. Finirei , ec. , come partirci. Assertivi in ire che conjugansi come finire. Ammonire , Brandire , Insanire , Arguire , Incattivire , Incodardire , Indolentire , Intimidire , Instolidire , Insolentire , Intimidire , Insanire , Sbandire , m altire , Tramortire , Impoltronire , Impadronire , Immalinconire Incaparbire , Ingagliardire , In fingardire , Inferocire , Instttpidire , Insospettire , Inttrannire , Insignorire , Involpire , Sbigottire , Stupidire , Statuire , Asserire , Garrire , ?, Colpire , Incallire , , Indolcire , Inori re , Ingelosire , Inorridire , Insordire , Insipidire » Invaghire , Largire , Schernire , Stordire, ec. Bandire , Imbandire , Incallire , Incanutire » Incrudelire , Infievolire , Ingentilire » Instruire , Instenlire , Intimorire , Invanire , Pulire , Scolpire , Stupire , Assertivi coli 9 indefinito in ire ed are Abbrividlre Ammorbidire Arrugginire Attristire Immaltire Inagrire Incarognire Ingiallire Intiepidire Sbalordire Spaurire {are). Ammansire (are). Ammutire (are). A rruvidire [ave). Colorire 'are). Impazzire ave). Inaridire (are) . Incoraggire (are) . Insozzire (are). Intirizzire (are). Scolorire (are). Stizzire fare) . Ammollire (are). Arrossire are). Assordire are). Dichiarire are). Impaurire (are). Inasprire (are). Infracidare (are). Insuperbire (are). Intorpidire Sare). Smagrire are), ec. are) are) (are) (are} (are] (are] are are are] are il Pinischino , erroneo. 2) Tu Finisti , erroneo. » 124 Assertivi senza la \.*pcrs. plur. nei tre presenti. Ambire y Ardire , Fiorire , Gioire , Marcire , Svanire , Sparire, Stupire, ec. La mancanza di tal persona , proveniente da una certa sua as- prezza nella enunciazione, \ien supplita coli' ajuto dell'assertivo avere $ onde diremo: aLLiamo am- bito t ardito, gioito, ec. Osservazioni. i.° Modo Indicativo. È per se manifesto che, trovandosi 1' assertivo al modo indicativo , havvi sempre giudizio espresso, come io sono grande: voi passeggiate: egli balla bene. Ed anche quando sembra che F assertivo non esprima che un sen- timento , un atto della volontà , come nelle se- guenti frasi : Io voglio : quegli desidera , pure esse non esprimono soltanto un sentimento , una modificazione dell 1 animo , o della mente , come le parole : volontà, desiderio ec. , ma asseriscono die ciascuna di queste affezioni esiste in un sog- getto /o, Quegli. Dunque l'assertivo al modo in- dicativo afferma, enuncia un giudizio , e perciò si chiama ancora enunziativo , giudicativo. MODO IMPERATIVO. Con questo modo si afferma sempre, s’esprime un giudizio; infatti quando si dice “fate la tal cosa: Sta attento al mio discorso; riflettendo air indole del pensiero espresso, e alla forma dell' espressione, vuoisi dire: “IO VOGLIO: IO COMANDO: IO DESIDERO con feiv mezza che voi facciate la tal cosa ; o che tu stii attento al mio discorso. Modo Ottativo. Questo modo è stato già da noi considerato in complesso col congiuntivo),  L'assertivo é al modo Ottativo quando esprime desiderio, augurio, ec. Es. Faccia Dio ; oppure: Dio voglia che otteniatc lintcnto! Perchè non pos- so seguirvi! Le quali frasi signiGcando : Io arden- temente desidero > die voi otteniatc V intento: ho dispiacere di non potervi seguire; e perciò espo- nendo chiaramente una affermazione , un giudi- zio , sono proposizioni* 4«° Modo Soggiuntivo o Congiuntivo. L'asser- tivo a questo modo succede ad un altro assertivo ad esprimere un giudizio soggiuntivo, dipendente cioè dal giudizio espresso dall'assertivo precedente. Esempj : Fa duopo che io sia ascoltato : il sog- giuntivo , io sia ascoltato , esprime un giudi/io, che suppone la proposizione precedente espressa dal primo assertivo fa duopo, e alla quale si uni- sce mediante il vocabolo che. Similmente, dicendo: io penso che colui sarebbe stato condannato : il soggiuntivo colia sarebbe stato condannato è una proposizione dipendente dall'altra che precede , io penso, mediante la parola che. Inoltre , quando dicesi : conciossiacosaché io ami , e' si vuol dire: quando, o come ciò sia che io ami; od anche: posto che io arai \ la soggiuntiva , io ami , è una vera proposizione, ma dipendente dall'altra an- tecedente : (piando > o come ciò sia , mediante la voce che. 5.° L'assertivo è conjugabile. Infatti, veduto avendo che 1' oficio dell' assertivo è di esprimere la maniera di esistere, o lo stalo di un soggetto espresso dal nome ; è facile il concludere , che 1' assertivo deve essere una parola declinabile per modi, tempi, numeri , e persone, e se voghisi anche per riguardo ai generi. A vero dir-' I. La esistenza potendo essere positiva ( od as- soluta ) , condizionale, dipendente , ec. perciò ab- Liamo i diversi modi di esistenza. Dunque l'as- sertivo , per esprimere la significazione ai questi modi diversi , assumerà forme diverse con oppor- tune variazioni , cioè sarà variabile o sia con- jugabile riguardo ai modi. II. La esistenza sola può avere durala ( o sia tempo ) j di più la esistenza ha naturalmente cer- te epoche relative alla durata, come di presente , di passato , e 'di futuro. Dunque gli assertivi , esprimenti per oficio loro attributivo il tempo del- l' esistenza delle cose , e persone , aver deggiono tempi) ed essere variabili anche per questo rispet- to. Quindi è per es. che Y assertivo legg ere , colle diverse terminazioni : leggo, leggera, lessi, leg- gerò $ esprime i diversi tempi dell' esistere leg- gente o leggeri. III. Esprimendo Y assertivo una maniera di esi- stere propria, e relativa ad un soggetto, che vie- ne rappresentato sempre da un nome, espresso o sottinteso , ne segue per necessità che Y assertivo dee conformarsi al soggetto nel numero , nella persona f e se si vuole anche nel genere ) : e per- ciò deve essere variabile , o declinabile per nu- meri , persone e generi *, come abbiamo veduto intomo alle declinazioni ( o conjugazioni ) dei nomi. Ed ecco spiegate le ragioni per cui gli assertivi ( o verbi ) sono parole declinabili per modi , tem- pi , numeri, e persone; le quali ragioni risultano dalla natura , ed uficio proprio degli assertivi. Assertivi anomali ( o irregolari ). • Molti assertivi nelle loro terminazioni si allon- tanano totalmente dall' andamento dei modelli re- golari delle coniugazioni , come accade nel verbo f 37 essere. Altri se ne allontanano in parte , come T assertivo avere. Vi sono di quelli i quali ben- ché irregolari riguardo ali 1 una o all'altra coniu- l; 1 z io ne pure volendo riferire la loro conjugazionc ii tre modelli in complesso , cesserebbe la loro irregolarità, finalmente vi sono di quelli che non si modellano dipendentemente dal loro indeg- ni to cJk è in uso attualmente , ma bensì dati 1 in* definito originario , che è ora andato in disuso. Ed è perciò che gli assertivi fare, e dire , che nel loro indefinito si pronunziavano faccre , e diccre , si coniugano dipendentemente dal loro antiquato indefinito*, seguendo il secondo modello per ambidue invece d• tie- ni tu, tenga, tengano. Lo stesso dicasi di rimanere. (1) A rideremo antiq. Andaremo erron. (ai Andtrete. antiq. A ridarete erroneo. Ì5) Anderanno antiq. Andaranno erroneo.  Vadia erroneo.  Andi antiq. Podi poet. (6) Ea antiq. Padia : Vadi erron. (7) Andino antiq. Tadino erroneo.  Andrìa : Anderìa poet. Volere. Le sue irregola riti consistono in pren- dere in luogo della semplice i il gli , accompa- gnalo ove occorra da un o, ovvero un a\ es. vo- glio , vogliamo, vogliono. Anomalo è pure nelle due voci , vuoi y vuole. ( Non deve dirsi vanno per vogliono , ne* volsi e volse per volli e volle ). Dolere. Voci anomale : dolgo , dolgano y do- gliamo , dog Hate» ! Giacere , piacere , tacere. Raddoppiano la c innanzi ad io e ia. Es. giaccio y tacciamo , piacciano. Potére. Le sue anomalie sono : posso , puoi , può , poss/i 9 possiamo ; possono , possano. Si schivi potiamo , per possiamo , e puole per può. Sciogliere , cogliere , togliere. Trasportano la g dopo la / perdendo Y i a- vanti o ed a. Es. Sciolgono , sciolga. Sàpére. Sa pei , sape , per seppi e seppe sono voci erronee. Valére. Valerono per valsero è voce barbara. Volére. Volsuto per voluto è voce erronea. Addurre. Sono voci erronee: adducei, addu- ce , addussi mo , adducerono } per addussi , ad- dusse y adducemmo , addussero. Porre. Sono voci barbare : ponei, pone , po- nette per posi , e pose. Scegliere. Sono voci erronee : sceglici \ sce- gliete invece di scelsi. Sciògliere e Sciorre. È voce erronea : scio- glici invece di sciolsi. Apparire. Sono erronee le voci: appari per ap- parisci , apparsimo per apparimmo.  Venire. É erronea la voce vénnimo per venimmo. Osservazioni sugli irregolari colla desinenza della seconda coniugazione. 1. a GII assertivi di questa classe eolla desinenza dell 1 indefinito breve , come reggere, ehièdere ec. se sono irregolari , cadrà sul participio passivo , e sul passato prossimo indeterminato la loro ir- regolarità. E riguardo a questo tempo cadono le irregolarità sulla prima e terza persona del sin- golare , ed anche sulla terza del plurale, facendo seguire la e dell'indefinito*, ove cade V accento , da ssi o si , come p. e. rèssi , chiesi , e qui , dal cambiare in e la i finale , ottiensi rèsse , chiè- se , cioè le terze persone del singolare, dalle qua- li , aggiungendo ro , risultano le terze del plu- rale , cioè rèssero , chiesero. 2. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga seguita dalle lettere ggere , vere , ttere , tere , mere, cangiano queste desinenze in ito, sso per il participio passivo , ed in ssi per il passato pros- simo ; come : lèggere (lètto, lèssi): scrivere (scrit- to, scrissi): discùtere (discusso, di sussi) : imprimere ( impresso , impressi ) ec. 3. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga , seguita da due consonanti differenti hanno la desinenza del participio passivo in so , o io \ e quel- la del passato prossimo indeterminato in si \ avver- tendo Densi di far seguire la vocale lunga dalla sua prossima consonante per formar sillaba , co- me : spàrgere , sparsi , spar so : distin-gaere T distinsi , distin-to : svél-ìere , svelsi , svel-to , convincere , convinsi, convin-to; nVoZ-gere , ri* volsi, riyoUto ; accingere , accinsi 7 accin-to :  i33 scòr- gere , scorsi , scor-to : fran-gere 1 fransi, franato , ec. Qualora poi la vocale suddetta seguita fosse da nd , o dalla sola d , allora alla vocale lunga suc- cederà immediatamente so per il participio passi- vo 5 e si per il passato prossimo indeterminato , come : accc-ndere , acceso , accesi : /c-ndere , fèsso , fessi : sorprè-ndere ; sorpreso , sorpre- si : arre-ndere . arreso, arresi; sottintè-ndere , sottintéso , sottintesi : ro-dere , roso , rosi : decadere , deciso , decisi , ec. Se sarà seguita da gliere, allora alla vocale lun- ga succederà Ito per il participio passivo , ed Isi per il passato , come : togliere , to-llo , to-lsi : co-gliere , cò-lto , co- Isi , ec. Alla stessa vocale lunga , se fosse seguita da sce- re > succederà invece sciato ed bbi , come : cresce- re , cre sciuto , crè-bbi : sconoscere , sconosciu- to , sco nobbi , ec. 4. a JL' assertivo mettere e suoi composti cangia- no ettere in esso per il participio passivo , ed in isi per il passato indeterminato ; come : n'amm- ettere , riamrn-csso \ riam isi : manom-eXieve , ma- nom-esso , manom-isi. 5. a La desinenza ere degli assertivi giac-ore : tac-ere : nube-ere : piac-ere , e loro composti si cangia per il participio passato in itilo , e per il passato indeterminato in qui. Bensì 11 eli' asser- tivo nàsc-ere , e suoi composti , si forma il pas- sato col sopprimere la s , come nac-qui , ed bassi per participio nato. Anche nuòcere perde L'ititi varii tempi ; come : nocqui , nociuto , nociva , noe essi , ec. 6. a Alcuni altri assertivi benché siano totalmente regolari , pure hanno per passato indeterminato una doppia uscita ? la seconda cioè irregolare j i34 tali sono: assòlvere , risolvere , spandere, riprè- mere , presumere , perdere, persuadére , rènde- re , cèdere , fendere , reprìmere , dissòlvere , da i quali abbiamo : assolvei , assolsi : risolvei , risol- si : spandéi , sparisi : reprime! , repressi : presu- metti , presunsi : perdei , perdetti : persuatletti , persuasi : rendei , resi : cedetti ? cessi : fendei , fèssi : repriméi , reprèssi ec. 7/ Gli assertivi che hanno qualche altra irre- golarità , oltre quella dei due tempi participio passivo e passato indeterminato , sono in picco- lissimo numero ; come : porre , tenére , rimané- re , godere > bèvere , parére , trarre , va/ere , volere , dolére 9 vedére , cèdere , potére , sapere , dovére , sciògliere, injlàere. Assertivi irregolari della terza Coniugazione. * Sàlìre Sai- ire • Salente o cagliente Salito, Salendo. Salgo o Salisco , sali o salisci , sale 0 saliscc « Saliamo o sogliamo, salite  j salgono o saliscono. Queste voci benché siano in corso ambedue, pure do- rrete o giovanetti essere avveduti nel non prevaletene ad ar- bitrio, per es. direte acconciamente : gli angoli saghenti : la turba salente ci riucuora ; ma non già dir potrete : gli angoli salenti , la turba fagliente , ec.  Saglio antiq. Saggio erroneo.  Sagli : sai, antiq.  Saghe : sae, antiq. Salimo antiq. Salghiamo : sagghiamo antiq.  Saglite antiq. 17) Sàgliono poet. Sagrano: Salgano, erron. Saliva (1) , .Salivamo  Salivate, salivano . Salii  ... Sali. Salimmo  Saliste  Salirono  ... Salirò ... Salga 0 salisca (il) j salga o salisca (12). Sa- lianio o sagliamo , saliate o sagliate  7 sàlgano o saliscano. Salissi, ec. Salirèi, Saliremmo, Salireste, Salirebbero. Collo stesso andamento si conjugberanno gli assertivi' , assalire , soprassalire , risalire , ed anche abborrirc. • * Cucire — Cuc-ìre. Cucito , cucèndo. Cuci^ tu , cucia quegli 5 cuciamo noi , cucite voi , cuciano.  Salivo antiq. Salia poet. (2) Salavamo: Salimio erron.  Salivi erron. (4Ì Salieno antiq. Saliano poet. Salivono erron. Ì[5\ Sagli antiq. Salsi poet. Soletti erron. 6) Salute antiy. Safce ; Saiio poet. Salette, Saline erron . Salissimo erron. Salisti erron. Sàlsono antiq. Sàlsero : salirò : salir, poetiche. Solette- To erroneo, fioì Saglirò , «arra antiq. Saliròe erroneo. (111 Soglia poet. Sagga erron.  Salghi : saliseli antiq. Sagga erron.  Salghiamo, sagghiamo erron.  Salghiate erron.  Sogliono antiq. Salgano: salghino erron. J Saglirei : sarrei antiq. Salirla poet. SaUrebbi erron. fi  Salirébbamo : salire ss imo erron. (18Ì Saliresti erron.  SaUrebbono antiq. Salirìano poet. Salirébbano erron. Digitized by Google i36 Càcio , cuci, cuce. Cuciamo (2) , cucite, cuciono . Cuciva ... Cucivamo, Cucivate, Cu- civano. Cucii , cucisti , cuci . Cucimmo ,^ Cuciste (, Cucirono. Cucirò, ec. Cucia , cucici^ cucia , cuciamo, cuciate , cuciano* Cucis- si , ec. cucissero (ia). Al modo stesso si coniugano scucire , sdrucire y riuscire. Dire  D-ire . Diccnte , detto , dicendo, Dì tu, dica egli ^4). Diciamo (i5)noi, di- te voi (i6>. Dicano Eglino (17). Dico, dici (18), dice; Diciamo , ZWfe , Dicono .  Oro e'rron.  Cucirno antiq. Cuchiamo erron.  Cuciano erron .  Cucivo antiq. Cacìa poet.  Cuciamo erron.  Cucivi erron. l-j) Cucieno antiq. Cuciano poet. Cucivano erron. Cucitte erron. Cucissimo erron. (10Ì Cucisti erron. ( Cucirò: cucir poet. Cucirno: cuciano : cucitlono, erron. ?i2j Cucissino erron. Ii3) Viceré antiq. (14) Z>*c/u erron. fi5) Dichiamo erron. ir6) Dicete erron. (17J Dichino erron. (18) Di* è in corso. Dii : die antiq. Dichi erron,  Dicemo antiq. Dichiamo: dtmo erron.  Z>/c«?te antiq. (ai) Dica/io erron. Diceva, Dicevi, Diceva  } Diceva- mo, Dicevate (5), Dicevano  Z?ìm'' , Dicesti ,  Dicemmo Diceste, Dissero (n)- Z^i'ca (12), Dica Dica. Diciamo (i.fì, Diciate (i5), Dicano (16). Dicessi ec, Direi  5 ec. Invece di cfcco *o non dovrà mai farsi uso né di diV io , né di die/*' io , espressioni affatto in- grate alle orecclàe armoniose dei scrittori. Nella stessa maniera devono conjugarsi : con- traddire , ridire , maledire , predire , sopraddi- re , soprabbenedire. Fra gP irregolari di questa classe devono an- noverarsi ancora : Morire , premorire , rimorire : udire , disudi- re : uscire , riuscire : empire , seguire, prose- guire , perseguire , inseguire , conseguire : Venire, invenire, antivenire , svenire, avvenire, sopravvenire , provenire , prevenire , pervenire , avvenirsi : Aprire, coprire: e tutti i loro composti. Dicevo antiq. Dicei erron. Dici a antiq. Dicea poet.  Dicémio errori.  Dicevi: di davate erron. (6) Dice ano : dicién poet. Dicevono erron.  Dicéi erron. Dice : dicette erron.  Dissenna : dicessimo erron. '10) Dicesti erron. 11) Dissono: disseno anliq. D issano erron. [il.) D ga : dighi ; erron. (i5j Die hi erron.  Dichiamo erron. i5) Dichiate erron . Ji6j Dichino erron. 17) Dlerei antiq. Dina poet. Direbbi errore i38 Udire. Questa verbo prende la (*/) nelle voci accentate nella prima sillaba ; come ode , odi , òdono. Dunque non si dirà odiamo, ma udiamo. Uscire. "Esco, esci, esce, escono; esca, escano. Venire. Vengo, vieni, viene; venni, venne, vennero ; venga , ventiliamo , venghiate , venga* no, verrò , verrai , ec  G'/wo antiq.  Già poet. (3ì Giano : gieno poet. (4) G/0 poet. («*)) Gissimo erron. (6) Giro girno , gir , irò , ir t poet. Girno erron. (7) Gwjì erron. (8) Gisti erron. (9) Gissono anticj. fio) Gir ebbi erron. (nj Girla poet. Gircbbamo errori. 13) Giresti erron. 14) Girtbbono antiq. Girluno iriano , girieno poet. Assertivi uni-persoxali cioè colla terza persona del singolare , ed anche con qualche altra per- sona , chiamati impropriamente impersonali Qpi'i- vi di persona J. Piovere. Piovente , piovuto , piovendo. Piove. Piovèva. Piovvi o piovei(i), piovesti, piovve o piove (a). Piovemmo , pioveste , piòvvero o piover ano (3). la simil guisa procedono : tonare, lampeggiare , balenare , nevicare , grandinare > ec» Dolere. ( soffrir dolore in qualche parte del corpo ). Dolente, Doluto, Dolendo* Dolgo (4)i duoli,  Dolsero Dorrò  ec. Dorrai ec. Dolessi ec. Dorrei ec. Essersi addolorato. Essere per dolersi , arere a dolersi. 1) Piovetti antiq. Piobbi poet. 9) Piove t te antiq. Piobbe poet. 5) Ptòuvono, piuvettcro , piovettono antiq. Piòbboro, piòb- bono poet. ,4) Dàgt*° P°et. Doggu erron. SJ Dotrìi , duoi erron. 6) 2}o7o/c« erron. 12) .Dove antiq. Z)o/e erron. x3) Dòisamo , dolessimo erron. Dolesti erron. iSj Dolsono antiq. Dolerono erron. 6) Ztokrò antiq. Xfor/àe erron. s Alcuni assertivi hanno il participio passivo con loppia uscita, sopprimendo cioè at , come Acconciato acconcio. Adornato m adorno. Avvezzato avvézzo. Jaricàto carico. Cfì ITO Cornerà to (Conciato - concio W IU| ( 'ansato casso. Crespato ^1 WwIfU • Dpstuto desto. Fermato férmo. Gonfiato gonfio. Guastato guasto. Ingombrato ingombro. Lacerato làcero. Liberato libero. Macerato màcero. Manifestato manifesto. Mozzato Nettàto mozzo. nétto. Pagato Privato — pago. — - privo. Scemato — scémo. Sconciato — sconcio. Seccato — secco. Sgomberato «— sgombero. Sgombrato — sgombro. Stancato Toccato Troncato Voltato Vuotato Scaricato Stampato Saziato Salvato Sporcato Straccato Pestato — stanco mmm tÒCCO. — trónco.  volto, ^- vuoto.  scarico.  stampo»  salvo, spòrco.  stracco» » pésto. Il gerondio (i) ecpiivale all' indefinito accompa Tra l’altre maniere d’esprimersi, che dai latini sono a noi passate, vi è ancora quella che, a loro imitazione, viene chiamata gerondio, della quale i latini hanno fatto un uso più esteso di noi; poiché: mentre noi abbiamo terminai tutti i gerondi in “o,” essi ne avevano in “o,” in “j”, ed in “um.” I latini, per evitare la ripetizione dell'indefinito, e per avere una maniera di più per esprimersi, pensarono d'introdurre nell'indefinito alcune inflessioni analoghe a quelle dei l loro casi del nome, sebbene non egualmente variate, restringendole a tre j per esempio coli' indefinito “amare” fanno le tre desidenze “amandi”, di amare, “amando”, dall' amare, “amandum”, ad amare, i e queste maniere le dissero “gerundi” dalla voce gerere che vuol dire fare le veci degl'indefiniti. Di queste TRE maniere noi non ne abbiamo ritenuta che una, e questa è in “do”; per es. “fallando”, che equivale all' “errando discitur” dei latini, ed al nostro “col fallar” s J impara. Ma a questo stesso nostro unico gerondio abbiamo noi data t44 gnato dalla preposizione “con”, e forma proposizione : p. e.: “con lo studiare apprenderete” = “studiando apprenderete.” Così: “Se volessi applicare potresti ec. = “applicando potresti” ec. Qui il gerondio supplisce ad una PROPOSIZIONE CONDIZIONALE, o CAUSALE. Dunque il gerondio, oltre la sua SIGNIFICAZIONE CONDIZIONALE, include in un modo occulto – IMPLICATURA di H. P. GRICE -- affermazione ed azione. E poiché in se stesso è indifferente a qualunque tempo, perciò prende i tempi dell'assertivo principale con cui si associa. P. e.: “studiando apprendi” sarà presente: “studiando apprendeste” sarà passato: “studiando apprenderai” sarà futuro. Inoltre i gerondi, come che capaci d’associarsi a qualunque persona, prendono quella dell'assertivo reggitore. P. e.: “amando i nostri simili saremo da essi amati”.  Qui “amando” è di persona prima e plurale \ sarà poi persona terza plurale: dicendo: “Gl’uomini beneficando i loro simili ne vengono compensati, sperimentando essi una soave compiacenza. Alle volte il gerondio ama di accompagnarsi con la preposizione “in.” Per es.” in gareggiando”,  ec. Conviene però usarne a proposito, e senza aria di ricercatezza, anzi con molta sobrietà, come vedremo. Il gerondio non si usa coi pronomi me , te in caso bbliquo NON potendo dirsi : “facendo te il tuo dovere” – cf. H. P. Grice on “Socrates whatted in Athens”. Ma dovrà sempre ado orarsi in caso retto , io y tu. Cogl’altri pronomi però potrà il gerondio unirsi tanto in caso retto, come in caso ur.a estensione maggiore di quella che NON ha presso i latini, poiché, non solo lo preferiamo spesso ai participi, col dire: yeggeudo il pericolo j invece di “veggente il pericolo”; ma lo facciamo bene spesso supplire a ll J espressioni dell'assertivo di modo soggiuntivo, come in qualche esempio già addotto. obbliquo, secondo l’esigenza, e dirassi, per es. vedendo egli il pericolo, se ne fuggi; siccome pure: non curando egli il pericolo, non verrà compatita la sua disgrazia. Le preposizioni – H. P. Grice: “The sense of “to” – the sense of ‘BETWEEN’ -- di, a, da (i) chiamate segnacasi, servendo, come si è veduto, ad esprimere con concisione il rapporto tra due idee formano delle vere proposizioni. I latini spiegano i rapporti espressi da queste preposizioni dando al nome certe particolari cadenze le quali dobbiamo riguardare come vice assertivi formanti proposizioni, come si è già osservato riguardo alle cadenze delle voci verbali. È opportuno d’esporre una varietà di In vece della preposizione a si odopera anche da, dicendosi egualmente “bene venne a lui” e “venne da lui”; ed a si pone anche in luogo di con; per esempio: “nutrito a latte, cioè “CON latte.” Cosi invece delta stessa da si pone per, ma in senso passivo, dicendosi: “farò PER me quello che si potrà”, cioè si farà DA me. La preposizione “con”, seguita dall'articolo il, od ì ama di essere combinata coll'articolo; come ne' seguenti esempi: “col figlio” j co* figli, “cogli studenti” -- in vece di “con il figlio”, “con i figli”, “con i studenti”. Suolò anche la preposizione con posporsi, e combinarsi con pronomi personali, sottraendo la “n”. Esempi “meco”, teco” ec. anzi non di rado si RADDOPPIA dicendosi: “con meco”, “con teco” ec. Osserveremo ancora in questo luogo: che non sono concordi fra loro i grammatici, sul numero delle preposizioni. Alcuni fra essi le moltiplicano assai – cf. H. P. GRICE: PREPOSITIONES NON SUNT MULTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM, ponendo fra le preposizioni molti avverbi ed anche nomi, cui si sottintende – IMPLICA intende – sottintende – soprintende -- qualche cosa; come prima, verso, sopra, disotto, dentro, fuori ec, hanno queste voci 1'uno o l'altro significato, secondo l'uso che se ne fa. La preposizione “in” unita agli add iettivi dà loro il SIGNIFICATO NEGATIVE: infelice, infausto , incomodo ec. – H. P. GRICE: QUESTO E ERRONEO! ETIMOLOGIA DIFFERENTE! Rapporti espressi mediante le preposizioni. Rapporto di luogo = Ivi: colà: quassù: altrove: dovunque: ec. Rapporti di azione con tempo limitato = finché: fino a tanto che: fino: in ultimo: ec. Di modo di agire = a senno: a capriccio: a talento: a dispetto: a posta: di nascosto: volentieri: ec. Di qualità sss Lene: meglio: ottimamente; male; peggio: ec. Di preferenza =: piuttosto: prima: ec. Di similitudine = siccome: come: cosi: a guisa di: similmente: parimente: ec. Di quantità o numero = molto: assai: troppo: quanto: pòco: alquanto: meno: solo: soltanto, abbastanza : ec. Di probabilità = forse: circa: presso a poco: quasi: ec. Di diversità e contrarietà = altrimenti: diversa- niente: al contrario: ali 1 opposto; nondimeno; tuttavia: ec. Di tempo presente =r oggi: adesso: ora : ec. Di tempo passato ssa ieri: dianzi: innanzi: prima: poco ùl; or ora; per ¥ addietro; per lo passato: ec. Di tempo futuro = domani: in avvenire: per l’avvenire: fra poco: in breve: ec. Di continuazione dell’azione con il tempo — tuttora: ancora: sempre; ec. Di durata fino al momento presente --finora, fino ad ora: ec. Di successione di una cosa ad un altra: di w tempo ad un altro = dopo: dipoi: appresso: quin ili; d'allora in poi ec. Di due cose od azioni ad un medesimo tempo = intanto: frattanto: mentre : ec. Di tempo indeterminato = quando: qualora: ogni qual volta: ec. Di azioni ripetute con i tempi corrispondenti ss ogni volta; spesso, spesse volte: sovente: di rado: alle volte: tal volta : ec. Di azione con brevità di tempo = subito; presto: tosto : immantinente: ec. Di azione con lentezza di tempo = tardi: a da* gio: a bell'agio: piano: a poco a poco: ec. Di approssimazione = quasi, incirca ? a un di presso , ec. Di esclusione — senza, nè , neppure 5 soltanto 9 solamente 9 ec. ec Dopo tutto ciò, si domanda: se le parole che i grammatici chiamano preposizioni, aver dovrebbero questo nome? Nò certamente, se si riguardi l’officio loro nel discorso. Dovrebbero piuttosto avere due denominazioni, e chiamarsi “inter-posizioni” e “com-posizioni.” “Inter-posizioni”, perchè distinte stanno FRA DUE VOCABOLI } ed, a guisa di anelli di connessione, fanno 1'officio di legame, sì per il vocabolo che precede 9 come per quello che segue \ si dovrebbero poi nominare “composizioni”, perchè, incorporate ad altre parole, formano, come abbiamo accennato, delle vere pro-posizioni. Congiunzioni, La “e” – H. P. GRICE: “AND” “BUT” -- non fa sempre l’uficio di copulativa, a dopandosi talvolta per dare non so qual enfasi al discorso, per es.: “And did those feet...” “E fino a quando avrò a soffrire?” Pure posta al principio della frase vale lo stesso che “nonaimeno,” o “ciò nonstante”. Quando s’adopra i48 per ancora vuol essere preceduta da altra parola. Ma significa per lo più contrarietà – cf. Grice: She was poor AND honest.” Quando fa intendere – IMPLICATE SOTTINTESO -- accrescimento viene allora in seguito di non solo. Nè si replica d 1 ordinario e si associa a quelle voci cui conviensi la stessa negazione per dar compimento ad uua frase. Se i o è condizionale, o dubitativo. La “se” ipotattica subbordinante condizionale regge il soggiuntivo quando l’altro assertivo è soggiuntivo 5 come, “se potessi ajutarti”; pure al MODO INDICATIVO – cf. H. P. GRICE: “INDICATIVE CONDITIONALS”; come: “spero, se vieni, che sarai soddisfatto.” La
se” dubitativa regge SEMPRE il soggiuntivo^ come: “Non so, se io possa abbracciare il partito.” Le altre congiunzioni condizionali, purché, qualora, quando, sòl che ec. vogliono SEMPRE il congiuntivo; per esempio: ti servirò, purché 10 possa. Le congiunzioni affinchè, acciocché, perchè ec. vogliono SEMPRE il soggiuntivo. Lo stesso dicasi in generale delle congiunzioni quantunque, sebbene, bencfiè , avvegnaché, co* mechè ec. Vi sono dei casi nei quali queste congiunzioni possono reggere ANCHE L’INDICATIVO. Per es.: “si può cercare, sebbene io sono -- o sia -- certo che t conciosiackè , conciotiacosackè, -- If you were the only girl in the world and I were – was – the only boy -- ec. reggono il congiuntivo. Che serve sempre di legame per unire un concetto ad un altro, benché prenda mille forme nel discorso per es.: Che fai? che pensi? che pur dietro guardi; ànima sventurata che pur vai. Cosa è: auello che fai, cosa pensi? perchè pur guardi indietro, o anima sventurata, la quale pur vai ec. Qui la parola che ora fa le veci di una completa proposizione, ora fa da avverbio, ed ora da pronome congiuntivo.  Ma il che oltre fare le veci di pronome congiuntivo indeclinabile per tutti i generi > numeri e casi; come: Quel Dio che atterra e susciti che affanna e che consola; serve anche a formare delle proposizioni o suibordinate, o incidenti, come per es. “Coloro, che amano gl’uomini virtuosi, desiderano che voi siate felici.” Questo è un pensiero espresso con TRE proposizioni collegate fra loro; cioè: “Coloro desiderano” – “che amano gli uomini virtuosi” – “voi siate felice”. Ma la proposizione: “che amano gli uomini virtuosi” potrebbe essere tolta giacché, senza d’essa, si avrebbe un SENSO FREGEANO COMPITO COMPIUTO; e questo sarebbe: “Coloro desiderano che voi siate felice”. Or bene la suddetta proposizione seconda è incidente tra le altre due proposizioni: “Coloro desiderano, che voi 6Ìate felice.” E la proposizione “che voi siate felice”, essendo dipendente dalla antecedente: “coloro desiderano”, e con questa essendo legata in modo, da determinarne IL SENSO FREGEANO; perciò chiamasi proposizione subordinata – cf. H. P. Grice on ‘if’ and Cook Wilson --, ed equivale il secondo che alla proposizione una cosa e questa è. Riteniamo adunque: essere proposizione incidente quella senza la quale il discorso avrebbe tuttavia SENSO FREGEANO COMPITO O COMPIUTO; bene inteso – sottinteso -- però che NON AVREBBE ESSRESSO per tal mancanza completamente il pensiero – H. P. Grice: “Ah, for a cooler spring!” --; così nell’esempio addotto, togliendo la proposizione incidente, “che amano gl’uomini virtuosi”,  resterebbe:
“Coloro desiderano che v possiate scrivermi come Francesco I. a sua madre dopo la battaglia di Pavia: “Tutto è perDUTO FUORCHÉ ONORE.” Diamo termine a questo articolo fissando-, con- venire;  Il celebre Pascal così termina una sua lettera: “Perdonami se sono stato sì lungo: mi è mancato il tempo per essere più corto. H. P. GRICE: “A geniality: cf. ‘be brief: avoid unnecessary prolixity [sic].” Apprendete da ciò che dovete molto riflettere per nou negligentare lo stile delle vostre lettere famigliari» Questa negligenza vi esporrebbe ai! a censura di chi le legge. Se la forza dell'AMOR PROPRIO – H. P. GRICE BUTLER -- trattiene l'uomo dall' accordare ad altri se non che difficilmente la sua stima, lo spinge ancora ad abbracciare con piacere uu motivo qualunque per toglierla, o diminuirla. i64 i.o Che nella tela delle parole tutte siano escluse le oziose – H. P. GRICE: “BE BRIEF (AVOID UNNECESSARY PROLIXITY) [SIC]”, perchè oltre il risparmio della scrittura e del tempo 9 la sentenza verrà più forte, più sentita, e più atta a ritenersi. Che si usi temperanza nelle descrizioni d’ogni maniera, volendo il dir nostro direttamente con pesati sensi procedere. Che le similitudini siano strette in modo che talora, anche in una sola voce si fondino. Che evitinsi possibilmente i gerondi, che sempre obbligano f iucominciamento della sentenza con troppa pompa, e con suono monotono e lento. Che de' traslati (vedi p. ig) sia parsimonia purché il discorso non prender debba impeto guerriero e sdegnoso. Armonia del discorso. L' arte di formar bello il discorso ed armonico dipende ancora da certi giacimenti, come quas meccanici, di voci che ne compiano l’armonia  dote che tanto procacciò di seguire lo stesso divin Tullio CICERONE (vedasi), che ogni gran cosa avrebbe quasi preter- messo anziché tradire quello che egli dicea suprema giudizio dell’orecchio. La bellezza ed armonia del discorso italiani) già fu da noi avvertito derivare precipuamente dalla avveduta disposizione delle cougiunzioni e dalla scaltra posizione delle preposizioni. Non vogliamo però lasciare d’osservare eli nuovo che il collocamento dell’indefinito prenderà una gran parie nell’eleganza ed armonia del discorso medesimo. Per servire all’armonia si adducono dai grammatici specialmente tre figure denominate pleonasmo ? enallage 7 iperbato. IL PLEONASMO aggiunge in più casi ciò che non è di assoluta necessità, ma che pur serve a conciliare al discorso spirito e grazia. L’ENALLAGE significa sostituzione, figura più frequente presso noi che presso i latini, e consiste nell’usare di una qualche parte del discorso in luogo di un'altra sua parte i come per es. l'aggettivo invece dell'avverbio; un modo invece di altro modo; un tempo per un tempo f indefiniti per sostantivi, assertivi per assertivi; ec. L’IPERABATO, greca voce che significa trasposizione, consiste nella posizione di una parola piuttosto prima che dopo di un 1 altra parola. Riguardo all'armonia ci limiteremo a fare avvertire: che fra le congiunzioni, segnacasi, avverbi, e preposizioni deve porsi 6empre uno stretto rapporto, o richiamo, viziose essendo le sentenze che procedono per copulativi. Che si preferisca la desinenza dell' indefinito dell' assertivo, ove accrescasi l’armonia, SENSA PREGIUDIZIO DELLA CHIAREZZA – H. P. GRICE: CLARITY AIN’T ENOUGH! “Be perspicuous [sic]”. Del resto non solo dai sterili e freddi PRECETTI apprender dovete a far procedere il vostro discorso con chiari, armonici, dolci, variati, ed eleganti modi, e che spedito e rapido scorra e saetti con tanta forza come strale al bersaglio; ma molto più dalla pratica acquistata sui migliori e principali scrittori che fanno servire primieramente ai pensieri le parole, e poi anche alle parole i pensieri – cf. H. P. GRICE: “MODELS OF IMPLICATURE: STUDIES IN THE WAY OF WORDS, NOT IN THE WAY OF IDEAS, NOT IN THE WAY OF THINGS!. Non dovete però obliare l’avvertimento sanzionato anche da MONTI (vedasi), che gl’ornamenti nella favella non istanno bene ad ogni ora. li mostrar negligenza in alcuna leggiera cosa, col non dir sempre nel miglior modo, spesse volte merita commendazione # perchè codesta negligenza, quasi disso- i66 Certamente i dotti autori che scrivono per farsi intender dal popolo, e non già i grammatici sono i veri maestri delle lingue. hi parlò Lene, e bene si scrisse anche prima che vi fossero teorie grammaticali, le quali non sono giuste se non siano dedotte da sensate osservazioni su de 1 buoni scrittori, e sulle migliori maniere di parlare della nazione vivente; quem penes ARBITRIVM est, et IVS, et NORMA LOQUENDI. ORAZIO (vedasi) APPENDICE * i Ortografia. I Grammatici si estendono ancora a parlare della ortografia, che insegna: i.° a scrivere i voca- boli correttamente , componendoli cioè con un esatto numero di vocali (2) e di consonanti (3) : 2,0 A frapporre nel discorso scritto certi segni nanza musicale , può servire a dare un maggior risalto a\\c principali bellezze della favella. Che anzi col troppo calcare la lima potrebbe anche accadere di mordere spesso sul vivo, e di portar via colla parte viziosa la sana ; e allora , per sover- chio desiderio del meglio , si andrebbe a cadere nel peggio. (1) Chi avesse consumato tutta la sua vita nell' apprendere le lingue senzachè col loro mezzo fosse pervenuto alia cono- scenza delle utili verità per mancanza di tempo, a questo po- liglotta si converrebbe torse meno il titolo di sapiente che ad un buon'artista che sapesse bene la sua propria lingua. (a) Due vocali che formano sillaba e pronunciansi con una soia missione di voce che si appoggia in modo su di nna delle due vocali quasiché assorbisse 1 altra dicesi dittongo , voce greca che significa dui-sono ( due suoni ) : per es. au-ra , pìe-no , chia-TO , buo-xxo , fia to , cie-\o, ec. Le consonanti si distinguono in mute e liquide. Le mute hanno l'appoggio di una vocale dopo di loro, e le liquide avanti onde sono mute le b, c, d, g, p, q, t, sono poi le , f, 1 , m , n \ r , s. chiamati interpunzioni per far distinguere i sensi diversi delle frasi, e le pause del discorso. E benché abbiate voi già appreso nel compilare la maniera di pronunziare le parole e l'esatta combinazione delle vocali e consonanti che servono a comporle, e le pause ed i variati suoni da darsi ai periodi; pure vi saranno opportuni gli avvertimenti che sieguono. Alcune voci indifferentemente si scrivono con c o con z, come: “ufficio” t sa “uffizio”, “beneficio” = “benefizio”, “indicio” = “indizio”, “annunciare” = “annunziare”, “pronunciare” = “pronunziare”, ec. La h si scrive nelle interiezioni oh! ahi! deh! ah! ahimè o ohimè, ec. dando una qualche aspirazione al suono delia h \ aspirazione che NON ha luogo nelle voci “ho”, “hai”, “ha”, “hanno”, le quali, volendosi ora mettere la k , dovrebbero accentarsi per distinguerle da altre voci diverse, come si è già osservato, ed è perciò che potrete scrivere avvi, avvene, piuttosto che “havvi”, “havvene” y ec» non avendo luogo equivoco alcuno in simili combinazioni di voci. La j lunga, tanto al principio della parola quanto frapposta a due vocali , fa l’uficio di consonante; come “Jacopo”, jattante , jattura ; Ajo , strettojo , gioja , librajo, ajuto, voci che ci danno nel plurale, strettoi , librai , ec. In fine di vocabolo la “j” ora equivale ad 1, ed ora aa ii , cioè può scriversi con il solo i in quei vocaboli che terminano nel nominativo con io ed hanno l’accento nell’antipenultima vocale, come: prèmio, òzio, scòglio figlio, occhio, frégio, ec. voci che ci danno nel plurale: “prèmi”, “ozi”, “scògli”, “Jigli”, “occhi”, “fregi”, ec. Che se l'accento cadrà nella i dell' io allora alla j del plurale si sosti tui- 1 i68 ranno due li , onde da pio , resilo , natio , ec. avremo pii , restii, natii,' ec. Similmente richiedono due ii tutte quelle voci che scritte con una sola i avrebbero un diverso si- gnificato , come , adempii , per distinguerla da adempi , desiderii , per non confonderla con de- sideri , principii ben diversa dalla voce Princi- pi i ec * Prendono la sola i finale nel plurale quelle voci che nel singolare hanno la desinenza in ciò , gio, glio ; onde diremo: agi , indugiagli, ec. Così le voci in aio, eio, oio, uio, finiscono in i; per es. fornai, pompei , rasoi , bui , ec. Le voci che terminano in mio, mo, prendono due 115 per es. dominio, domi ni ì , ec. cosi le voci in bio , i = evvi, dà-Wi=: dammi , và-ne = vanne , Sta ti = statti ec. 4«° Che quando la prima voce componente sia uno dei monosiliahi : a , e , i , o , eo , so, j« , da , fra , ad, allora dovrà raddoppiarsi la con- sonante , e scriversi accorrere, eccedere, irrigare, opporre, commovere, sollevare, accedere, dabbene, rammettere, raddrizzare, ec. Deve però eccettuarsi la voce comandare, e quelle nelle quali la seconda voce componente incomincia con la s impura } come aspirare , istillare , ec. All'opposto non si raddopppia la consonante se la prima delle voci componenti o è di più sillabe, o non finisce con vocale accentata 5 come: portami, vedilo, godesi, sottoposto, oltremodo, ec. Devesi però accettuare eo/*/rapporre, soprattutto, a/frettanto, o//racciò, ec. Se la prima voce componente è uno dei mo- nosiliahi de, re, prc; come: deridere, relegare, premettere ec. Il monosillaho di fa raddoppiare la /*, e la s, come dift idere, dissimili, ec. fuorché alle voci diletto, d/fendere; ed anche il monosillaho in, se r altra voce componente incomincia con la n, come /anato , z/inumerahile; e qualche volta ancora, henché la seconda voce componente incominci con vocale, pure si raddoppia la n del monosillaho in, come , ìnn ibbissftre , innalzare , /anamorarc, in- nanzi, e c. Il monosillabo ri raddoppia soltanto in 170 rinnegare, rinnovare , nnnestare: se in sebbene, neppure: prò in ^roccurare, ^rofElare, provvede- re , benché queste tre voci si scrivano ancora sen- za raddoppiamento. Gli assertivi taccio, piaccio , giaccio , i quali fuorché in taccia, piaccia, giaccia, tacciano, piaccano , giacciano , hanno tutto il resto con una sola c; pure nei loro passati, invece di raddop- piare la c , prendono la q , scrivendosi tacqui, giac- qui ? piacqui, tacque, giacque, piacque, tacque- ro , giacquero , piacquero. Lo stesso si dica del- le voci nacqui, acqua, acquisto, e di altre si- mili. Le voci aquila , aquario scrivonsi senza c. 8.° IVon si raddoppiano quasi mai le conso- nanti d, m, n, r , v , z innanzi la 1; comete- dia , premio , gloria , savio , ec. eccettuate le vo- ci mummia, bestemmia, pazzìa e qualche altra. q.° La z non si raddoppia innanzi alla 1 se- guita da vocale, onde scriverete : azione , vizio , letizia, ec. £ quando deve raddoppiarsi è seguita da una vocale diversa dalla i$ come bellezza, *>ez- zo , pazzo , ec. Lettere maiuscole. Maiuscola sarà la lettera nel principio del vo- stro discorso, e de' suoi periodi; nei nomi pro- pri , nazionali, ec. Nei nomi di ceto rispettabile come Senato, Magistrato^ Collegio, ec. Potranno essere tutte maiuscole lenètture di un intero vo- cabolo degno di particolare osservazione , ed an- che quelle di una forte sentenza. Potrà ancora essere maiuscola la prima lettera di un qualche concetto sentenzioso posto dopo due punti. Sillabe Più di una vocale non può entrare in una sillaba , salvo i dittonghi. Anzi talora una sillaba è formata da una sola vocale come in a-mo-re. Possono però concorrere più consonanti per for- mare una sillaba*, come p. e. nella parola strappa re. Per sillabare con esattezza bastino le seguenti avvertenze. La consonante raddoppiata deve dividersi per formare due sillabe \ per es. yen-dct-ta 7 fra-Jc/- loj stesso, ec. Se tre consonanti insieme si troveranno entro un vocabolo, la prima dovrà unirsi conia vocale che la precede, e le altre due faranno sillaba con la vocale che siegue; per es. orn-bra , scrn-pre, in- cli-to. Deve però eccettuarsi la la quale ben- ché sia la prima delle tre consonanti, pure si as- socia colle altre due e forma una sola sillaba con la vocale che viene appresso:, p. e, disastro, con- stru*zio-ne. Devono però eccettuasi i vocaboli com- posti 5 come : dis-por-re } dis giungc-re, dis- fa-re ^ instrui-re, ec. Lo stesso discorso ha luogo per la / in eguali combinazioni. Alla fine di riga, se si deve spezzarla parola, non deve spezzarsi la sillaba ; e dovendo terminarla in consonante apostrofata , conviene porre la conso- nante a far sillaba ^co 1 ' i vocale della voce che segu*. * Interpunzione, i. L' interpunzione consiste nel frapporre certi se- ti) Per meglio comprendere l'utilità della interpunzione bagni convenzionali alle nostre scritture per rappresentare per così dire in rilievo i diversi significati delle sue proposizioni, frasi, periodi, sentenze, domande enfatiche ec. per avvertire il lettore delle pause e tuoni variati che devono accompagnare la sua lettura. Il punto fermo, “.”, ponendosi alla fine di un periodo, che presenta il senso interamente compito – il CLISTICO di R. M. HARE, CITATO DA H. P. GRICE – PARTICOLLE SUB-ATOMICHE --, serve a segnare il termine del periodo. Li due punti, ;, servivano a far distinguere i diversi membri del periodo. Ma ora vengono riserbati per indicare un esempio, o una sentenza, che vuole addursi , od anche un concetto di par- ticolar significato. Il punto e virgola (;) è stato sostituito ai due punti per marcare i membri , e partì del periodo. La virgola (,) ci fa distinguere le parti mi- nime deì periodo, cioè una frase dall'altra, le proposizioni incidenti, e !e subalterne dalle princifoli. Il punto interrogativo, ?, si pone dopo una proposizione o frase , o membro che include interrogazione 5 o domanda j p. e. parla , dimmi che fu? II punto ammirativo, !, ha luogo dopo una qualche proposizione che merita ammirazione perchè sterebbe dare un'occhiata ai codici anteriori all'ottocento; ed anche a quei scritti posteriori al mille, ove restano ancora i vestigi della confusa maniera di scrivere di quei tempi senza punteggiatura. II discorso parlato esige punti, ossia riposi per il riguardo dovuto ai polmoni di chi parla, e agli orecchi di chi ascolta. Per ben proferire le interrogazioni enfatiche è necessario di sentir vivamente nell'animo l'odio, o l' insulto o la disapprovazione, o l'orrore, o ec. che esse racchiudono, onde pie- garvi la pronunzia opportunamente. espone o cosa che sorprende, o cosa strana 5 od anche un grave errore. U punto sospensivo, ..., serve ad indicare una lacuna nel discorso, essendosi sospeso il prosegui- mento o perchè è per se stesso patente, o per- ché conviene immaginarlo anziché esprimerlo. Il punto unitivo, -, si pone fra due parole per indicare che ne formano una composta $ p. e. al- to- tonante. Nella parentesi ( ) viene inserita una proposizio- ne che sembra così estranea al senso del periodo da interromperne quasi il significato, benché vi tro- vi a rigore una sede opportuna. Capoverso. Quando in realtà ciò che siegue non ha col discorso primitivo ne una immediata ne una prossima connessione , allora sarà opportuna una certa fermata, andando a capo per evitare un tal qual fastidio prodotto da una successione di parole giammai interrotta. Tornar faticoso a chi egge, dice Aristotele, quel non veder mai il line di una scrittura. Dovete poi assolutamente andare a capo quando cangiasi argomento nel discorso. Apostrofe, ' . Questo segno che indica soppressione di vocale alla fine di una parola , od an- che avanti il, pure non sempre si esprime, ben- ché venga soppressa la vocale , per es v : nel man- dar ad effetto 1 unico progetto. La dolcezza della pronuncia, ed una maggiore speditezza èia forte ragione che esige elisione di vocale , indicando (1) Tanto il punto interrogativo , come l' ammirativo dovreb- bero, pors. ancora nell' incominciamento delle frasi o periodi da' quali vengono richiesti. Allora il lettore verrebbe avvertito in tempo a variar tono per fare spiccare meglio il variar dti pensieri. Questa interpunzione viene seguila dai spagnoli. per lo più con un’apostrofe Y ommessa vocale, li perciò il suo retto uso non potrà regolarsi che con qualche avvertenza. Questa elisione ha luogo più comunemente nell’incontro d’un vocabolo che termina in vocale, mentre l’altro con vocale incomincia; tanto più se le due vocali sono le stesse; p. e. quest' insulto io 1 / sento nel più vivo del cor. Peli doppiamente apostrofato, fa le veci di per il quando il vocabolo incomincia con altra consonante; come pel tempo avvenire, pel bisogno; che se dopo la consonante seguirà la co y allora si scrive piuttosto per lo contrario vento, ovvero “pello contrario vento”; così dirassi per lo stupore ovvero “pello stupore”, invece di per il stupore, attesoché la / muta fa asprezza quando è seguila dalla s impura. Per lo stesso motivo invece di per li studi; ec. convien dire per gli studi; fi questa avvertenza si estende ancora ad altri aspri incontri di vocali, come per li uomini, dicendosi per gli uomini. Quelli plurale fa quegli quando siegue la x impura o la z. 4-° Le voci una ed i suoi composti veruna ♦ nessuna , niuna, ec. quando sono seguite da nomi femminini che incomincino con vocale sogliono apostrofarsi , scrivendo un 1 anima , un* eccellente persona, ec. Mentre alla voce uno ed ai suoi com- posti seguiti da nomi mascolini che principiano con vocale , si sopprime la o senza apostrofe 5 per es. un uomo , ver un amico. " sT ^ I • * L avverbio ora preceduto dalle voci, alla^ tale, Jino | ec. si accoppia colla voce apostrofata: come alla-ora = a//ora , tale- ora = talora , fino a ora '= finora , ec. GH, incontrandosi con un altro i , si eliderà; ma Digitized by Google in altri casi si renderebbe il suono impedito ed aspro. In generale vi guarderete da quelle elisioni che produrrebbero equivoco ; come: eh' onora il sag- gio y potendo intendersi : chi onora , ovvero ciò che onora. Accento (*). Gl'italiani in confronto de' fran- cesi sono parchissimi nelF uso dell' accento che fac- cia distinguere il suono largo dallo stretto delle vocali , benché talora si renderebbe ciò necessario per ben distinguere il significato di un vocabolo da quello di un altro; ed anche per rendere uni- forme in tutta l'Italia la pronunciazione dei vo- caboli. Infatti in alcune parti , la e finale degli avverbi si pronuncia larga, pronunciandosi stretta in Toscana e nella Italia meridionale: tali sono le voci perchè , giacché ec. e per tal motivo ab- biamo credulo di segnar tali voci con accento gra- ve nella nostra grammatica. Già s' intende che r accento largo , che si pronuncia con maggiore apertura di voce, ha il vertice inclinato a sinistra; e che T accento stretto, ', ha il vertice piegalo a destra, i. Voci di diverso significato dipendenti DalC accento ommesso, Dall'accento largo o posto. o stretto Balia, s. Balìa , s. Tèma, s. Téma , v. Terra, s. Terrà, v. Vóto, s. Vòto> ag. Giovanetti studiosi siate ben persuasi che ogni rostra scrittura nelle altrui m ni diviene quasi un processo ultimata della vostra ìncultezza; venendovi notati non solo gl’errori ili concetti! e di lingua ma quelli ancoia d’ortografia Faro , s. Farò , V. Merce , s. Mercè , s. Porto , s. Portò , v. Rende , s. Rendè , v. Péro , s. Però, av. Tèste , s. Testé , av. Già , v. Già , av. Di , pre. Dì , s. La , ac. Là , av. Me , rip. Nè. neg. Mèta , s. Metà , s. Céra , s. C* èra Légge , s. Lègge , v. Córre, v. Córre , v. Cólto, ag.
Còlto, v. Dècade, s. Decade, v. Lède , s. Lède , v. Tòsco, ag. Tòsco, s. Vólto, s. Vòlto, ag. Frégi , s. Frégi ,. v. Fèssi , ag. Féssi , v. Tórsi, s. Tòrsi, v. Pèste , s. Péste , ag. Sóle , s. Sòie , v. Sède , s. Sède , v. Ésca 4 s. Ésca , v. Empito, s. Empito , Mézzo, ag. Mèzzo, s. Mèle , s. Mele , s. Pòrci , s. Porci, ( por- re qui ). Tèmi(Dea), Temi , v. Tórre , v. Tórre , s. O Grammatica delle lingue. Parti del discorso. Del nome sostantivo. Distinzione dei vocaboli. Del nome aggettivo. Gi^adi degli aggettivi. Dell' accompagna nome. Cap. IV. Del vice- nome , o pronome. Delle primarie facoltà della mente. Sensazioni e sentimento. Percezione. Attenzione. Idee. Inflessione. Giudizio. Raziocinio. Evidenza. Memoria.  Cosccnza. VI, fe/io e r/rg/* assertivi. Proposizione. Argomentazione . » ho Del vice-assertivo (o vice- verbo). Preposizioni. Avverbi. Congiunzioni. Interiezioni. a_ ?3  » Z . » » )> » 2 ru« 3 » Grammatica italiana. Nome e pronome. Genere Numero Nomi irregolari ed anomali Caso Segnacasi. Declinazioni Avvertente importanti Curatteri essenziali dell'assertivo o verbo italiano. Caratteri accidentali dell’assertivo. Modo indefinito. Voci verbali indeterminate. Modo imperativo. Modo indicativo Modo congiuntivo Modo ottativo o desiderativo Persone degl’assertivi e loro numero Conjugazione degli assertivi Conjugazione del verbo irregolare essere Conjugazione dell' assertivo irregolare avere. Prospetto comparativo degl’assertivi normali delle tre conjugazioni regolari. Conjugazione dell’assertivo sfinire.Osservazioni importanti Assertivi anomali o irregolari Conjugazione delt assertivo andare Analisi della seconda conjugazione Osservazioni sugl’irregolari colla desinenza della seconda conjugazione Assertivi che escono di regola. Assertivi difettosi. Gerondio. Preposizioni esprimenti rapporti. Congiunzioni. Ripieni o riempitivi. PARTE TERZA. Cap. XI. Costruzione del discorso o sin - Chiarezza del discorso. Forza del discorso. Armonia del discorso. Ortografia. Della h,j, consonanti raddoppiate ce. Lettere majuscolc. Sillabe. Interpunzione.  » LÌ2 » liiS » i3g » i4Ì » r£5 »  »  »  » ^ »  »  »  »  <i ~IYÌ i Napoli  PRESENZA DALLA. GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Vista la dimanda del Tipografo Giovanni Martin con la quale chiede di voler stampare 1* opera intitolata Principi del discono accomodati al linguaggio italiano del Professore E. Visto il favorevole parere del Tteglo Iieróore Signor D. Girolamo Canonico Pi rozzi; Si permette che P indicata Opera si stampi , però non si pubblichi senza un secondo permesso , che non si darà se pri- ma lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver iico- nomata Mi confronto uniforme la impressione all' originale, approvato. i » Il Presidente, M. COLANGKLO. Pel Segretario Generale , e Membro della Giunta. U Aggiunto Antonio Coppola. 4fC Nome compiuto: Enrico Gambioni. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giamboni,” The Swimming-Pool Library.

 

 

Luigi Speranza -- Grice e Giametta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- il volo d’Icaro e l’implicatura di Sanctis – filosofia napoletana – la scuola di Frattamaggiore -- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Frattamaggiore). Abstract: Grice: “At Oxford, we had ordinary-language philosophy; at Bologna, only EXTRA-ordinary language philosophy counts!” -- Keywords: ordinary-language philosophy. Filosofo italiano. Frattamaggiore, Napoli, Campania. Grice: “Giammetta is a good’un, but you gotta be an Italian to appreciate him fully, or at least have gone to Clifton, as I did!” --  Grice: Giametta’s philosophy is full of Italianateness: ‘il volo d’Icaro,’ and then there’s his ‘Croceian heterodoxies,’ and most Italianate of all, the Dantean reference to Nisso, Chiron, and Folo in the “Inferno”! Sublime!” Cura Nietzsche a Firenze. Ha scritto saggi di critica "eterodossa" su Croce. Cura Cesare. È anche romanziere, estraneo a scuole o correnti, con storie dalla forte valenza filosofica e morale;  attitudine stilistica: la prosa di Giametta pare quella di un centauro: sorprendente incontro di letteratura e filosofia.  Nella "Trilogia dell'essenzialismo" (composta da “Il Bue squartato” --  L'oro prezioso dell'essere e Cortocircuiti), elabora un proprio sistema di filosofia erede del naturalismo rinascimentale. L’Essenzialismo è una nuova filosofia, fondata esclusivamente sulla natura, intesa nei suoi due aspetti, sia come “naturans” (cf. Grice, implicans, implicaturus)  sia come “naturata” (cf. Grice implicatum, implicatura, implicaturus, implicata). Grice: “The problem: ‘is ‘naturare’ a good verb?’ --. L’essenzialismo descrive la condizione umana come determinata dalla combinazione di due elementi eterogenei: dall’essenza di tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle condizioni di esistenza, che sono spesso fin troppo diaboliche, a cui sono sottoposte tutte le creature. Il con-temperamento di questi due elementi (essenza ed esistenza), diverso in ogni individuo, spiega le ragioni per cui si afferma o si nega la vita, si è ottimisti o pessimisti...".  Alter opera: “Oltre il nichilismo” (Tempi moderni, Napoli); “Poeta e filosofo” (Garzanti, Milano); Palomar, Han, Candaule e altri. Scritti di critica letteraria, Palomar, Bari Nietzsche e i suoi interpreti. – cfr. ‘Grice interprete di se stesso” – “Erminio; o, della fede. Dialogo con Nietzsche di un suo interprete. Spirali, Milano); “Saggi nietzschiani” (La Città del Sole, Napoli); “Croce” (Bibliopolis, Napoli); “Il mondo” (Palomar, Bari); “Madonna con bambina e altri racconti morali, BUR, Milano); “Commento allo Zarathustra” Mondadori Bruno, Milano); “Filosofia come dinamita” BUR, Milano), “Croce, il pazzo” (La Città del Sole, Napoli); “Eterodossie crociane” (Bibliopolis, Napoli); “La caduta di Icaro” (Il Prato, Padova); Introduzione a Nietzsche. Opera per opera, BUR, Milano, Il bue squartato e altri macelli. La dolce filosofia, Mursia, Milano. L'oro dell'essere. Saggi filosofici, Mursia, Milano. Cortocircuito e implicatura -- Mursia, Milano. Adelphoe, Unicopli, Milano. Il dio lontano, Castelvecchi, Roma); “Tre centauri, Saletta dell'Uva, Napoli. Filosofi, Saletta dell'Uva, Napoli. Una vacanza attiva, Olio Officina, Milano. Grandi problemi risolti in piccoli spazi. Codicillo dell'essenzialismo; Bompiani, Milano. Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, Milano. Capricci napoletani. Pagine di diario (Marco Lanterna), Olio Officina, Milano; “Il colpo di timpano, Saletta dell'Uva, Napoli); “Dio impassibile” (Babbomorto, Imola. Contromano, BookTime, Milano. Il bue squartato e altri macelli, Mursia, Milano.  La passione della conoscenza. Pensa Multimedia, Lecce,. Marco Lanterna, Le grandi oscurità della filosofia risolte in lampeggianti parole. Lanterna, Contributo alla critica di Sossio (in Giametta, Capricci napoletani, OlioOfficina, Milano ). Nietzsche Schopenhauer Colli Mazzino Montinari.  SANCTIS nacque a Morra Irpina (oggi Morra De Sanctis, in prov. di Avellino), al centro di. una zona che fino a dieci anni prima era stata tutta feudale e di cui gli antichi feudatari ancora sfruttavano la scarsa ricchezza boschiva, mentre il potere era gestito direttamente dal clero e dai piccoli o medi proprietari terrieri, anch'essi strettamente legati alla Chiesa sul piano economico -, sociale e Politico. In questo ambiente D. trascorse solo i primi nove anni, ma esso costituì sempre per lui un punto di riferimento, perché sempre egli lo ebbe presente come "polo reale" e, insieme, come "polo negativo" della storia: la realtà da cui partire e rispetto alla quale operare per tutte le conquiste del progresso (morale, culturale, civile).  La famiglia De Sanctis apparteneva a quel ceto di piccoli proprietari del Sud che produceva i preti, gli avvocati e i pochi medici. Avvocato era il padre di D., Alessandro, che però viveva del reddito della sua piccola proprietà, prima ampliata attraverso un "buon matrimonio" locale con Maria Agnese Manzi, poi progressivamente sempre più dissestata; preti i due zii Carlo e Giuseppe; medico lo zio Pietro (ed anche per costui la qualifica professionale servì soltanto a sostenere l'orgoglio del ceto dei "galantuomini"). Come molti esponenti del "galantomismo" meridionale, don Giuseppe e Pietro Sanctis avevano aderito alla carboneria (in funzione patriottica e antifeudale): dopo aver partecipato ai moti carbonari, vissero in esilio per dieci anni, serbando intatto lo spirito antiborbonico, ma non il patrimonio. L'altro prete, invece, don Carlo, fece fortuna in Napoli come titolare di una stimata "scuola di lettere" (un ginnasio privato).  D. è trasferito come ospite ed allievo presso lo zio Carlo.  Dai "ricordi" di D. (La vita) si può ricavare l'elenco delle discipline da lui studiate, con fortissimo impegno, per tutta la durata del corso quinquennale tenuto dallo zio ("Grammatica, Rettorica, Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e romane" e inoltre "l'Aritmetica, la Storia Sacra, il Disegno"), nonché una serie di notazioni sul metodo d'insegnamento tutt'altro che critico e innovativo ("Un grande esercizio di mernoria era in quella scuola, dovendo ficcarsi in mente i versetti del Portoreale, la grammatica di Soave, le Storie di Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio; tutti i sabati si recitavano centinaia di versi latini a memoria").  Poiché i cinque anni di studi "letterari" avevano un completamento canonico in due anni di studi "filosofici" è iscritto alla scuola di Fazzini, matematico e fisico illustre, di dichiarate convinzioni sensistiche. Per due anni, perciò, egli visse immerso nello studio di Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, Lamettrie", o del Genovesi, ma (e questo è un tratto molto importante, destinato a rimanere come atteggiamento mentale) nell'ottica "moderata" che era propria sia dell'ambiente familiare sia del maestro (Il professore diceva che il sensismo en una cosa buona sino a Condillac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio Voltaire, Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di leggerli"). Lo stesso amalgama di aperture progressiste e di scarsa chiarezza ideologica fu nell'esperienza successiva (quella degli studi giuridici), in un'altra scuola privata, dove (con l'abate Garzia) D. impara ad apprezzare soprattutto i codici napoleonici, aprendosi così alla dialettica giuridica liberale. Questi studi avrebbero dovuto rappresentare il punto d'arrivo di tutto il lavoro precedente (poiché, scartata una primitiva ipotesi di carriera ecclesiastica, si pensava di far di lui un avvocato), ma a determinare una diversa scelta di vita intervenne una grave malattia dello zio Carlo, in seguito alla quale il peso della scuola cadde sulle fragili spalle del D. diciottenne, ed egli divenne fonte di sostegno economico per la sua numerosa famiglia (dopo la morte della primogenita Genoviefa, restavano ben cinque tra fratelli e sorelle, che sempre in qualche modo gravarono su di lui, con molte preoccupazioni e ben poche gratificazioni affettive o sociali).  Un altro avvenimento, questo di qualche anno prima, aveva preparato in D. tale mutamento di interessi e di scelte: il suo ingresso nella "scuola di lingua italiana" del marchese Basilio Puoti: di un "maestro", cioè, che rappresentava in quel momento uno dei punti di riferimento più vivi della cultura napoletana e che presto prese a stimarlo, ad amarlo e a guidarlo. Ed è in ambito puotiano che nascono i primi scritti a stampa di D.: la sua volgarizzazione di un brano dell'Eudemia di Giano Nicio Eritreo (Discorso contro gl'ippocriti), apparsa sul Tesoretto, e la Dedicatoria (sua e del cugino Giovannino) al Puoti dell'edizione (da entrambi curata) del Volgarizzamento delle Vite de' santi Padri di D. Cavalca e del Prato spirituale di Feo Belcari.  Non è da qui però che si può ricavare l'immagine complessiva di ciò che egli era alla fine del suo corso ufficiale di studi e all'inizio del suo primo magistero.  Certo, la competenza grammaticale e testuale e la sensibilità alle cose della lingua (alla lingua come sistema formale in cui penetrare con il rigore dell'intelligenza, della scienza e del gusto) erano allora e restarono per sempre una componente molto importante del D. studioso e maestro (questo va ribadito, anche per opporsi a una troppo lunga sottovalutazione critica dell'eredità puristica attiva all'interno della metodologia critica desanctisiana); ma dalla sua precedente esperienza culturale egli aveva ricavato anche un complessivo eclettismo nozionistico e ideologico, un evidente taglio "settecentesco" nell'impostazione del sapere e in più una vastissima pratica di letture, che egli sottolinea con forza nella Vita e che si riverbera in tutta la sua opera. Ricostruendo dai suoi ricordi, risulta che D. Legge con profondo coinvolgimento (oltre a tanti latini, greci, filosofi, storici e giureconsulti) un'incredibile quantità di classici italiani maggiori e minori, dai trecentisti a Metastasio, e poi Parini, Alfieri, Verri, Monti, Foscolo, Manzoni, Berchet, Leopardi, e Fénelon e Voltaire, Young e Scott (ma la zona moderna ed europea andava rapidamente allargandosi: a poco più di venti anni, il suo patrimonio di lettura spaziava con sicurezza da Shakespeare a Richardson, da Milton e Klopstock a Chateaubriand, Lamartine e Hugo.  La professione dell'insegnamento diventò per D. definitiva (grazie all'intervento del marchese Puoti), più o meno contemporaneamente nel settore della scuola pubblica (prima alla scuola dei sottufficiali; poi, al Collegio militare della Nunziatella, prestigiosa accademia militare borbonica) e in quello privato (con la scuola di Vico Bisi, che Puoti apre per lui, affidandogli all'inizio i suoi allievi, poi di fatto - a grado a grado - la sua stessa funzione docente). A quest'ultima esperienza (di cui restano importanti documenti nei Quaderni discuola e una vasta rievocazione nella Giovinezza) si attribuisce, per tradizione ormai consolidata, la definizione di "prima scuola" del De Sanctis. Ma sarebbe forse più giusto comprendere nella definizione l'esperienza didattica complessiva del decennio 1838-48: il decennio che consacrò il successo indiscusso del D. maestro, il quale intanto (nelle diverse fasi della sua frenetica attività) metteva a punto il suo metodo e il suo atteggiamento critico, mentre andava costruendo intorno a sé rapporti affettivi e intellettuali che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua vita, e mentre andava maturando fondamentali scelte ideologiche, filosofiche, politiche. I numerosi Quaderni di scuola, che documentano il primo insegnamento desanctisiano, furono in massima parte scritti dagli alunni sotto dettatura del maestro e finalizzati a raccogliere il "succo" dei diversi corsi di lezioni, rispetto ai quali si configuravano come veri e propri libri di testo costruiti in parallelo con l'esperienza scolastica. Si tratta, perciò, di una testimonianza ampia e diretta del suo progressivo evolversi (a stretto contatto con la cultura del proprio tempo) dal purismo e dall'illuminismo moderato fino all'hegelismo, attraverso l'eclettismo, il neocattolicesimo, la partecipazione alla temperie vichiana e a quella dello storicismo romantico. In vista della loro funzione manualistica, i quaderni sono divisi secondo le "materie d'insegnamento" della scuola (alcune presenti fin dall'inizio, altre introdotte successivamente, come lo stesso D. testimonia nella Vita). La grammatica è l'insegnamento originario della scuola, ma i quaderni "grammaticali" più importanti che ci restano appartengono agli ultimi anni e si configurano perciò come approdo della ricerca desanctisiana in materia (con l'acquisizione dello storicismo romantico, del giobertismo, di Hegel). I più antichi tra i quaderni in nostro possesso sono quelli di Lingua e stile, dove, dopo una serie di precetti di radice puristico-illuministica (con forte incidenza della grande Enciclopedia e in particolare d’Alembert), troviamo documentato il primo impatto con il pensiero romantico tedesco (in particolare con F. Schlegel) e tracciata la prima sintesi di storia della letteratura italiana ("Sviluppo della letteratura italiana"). Questa ha già alcune caratteristiche che resteranno immutate in D. maggiore (si muove in ambito postilluministico, con grande attenzione all'Europa e al presente letterario, ma presenta come modello privilegiato di scrittore "contemporaneo" il Manzoni, con un'accentuazione del punto di vista neocattolico, che andrà attenuandosi in seguito). Una lunga storia della poesia è nei quaderni dedicati alla Lirica, in cui l'approdo è rappresentato dal Leopardi; i quaderni sul Genere narrativo hanno le loro fonti in Villemain, Sismondi, Voltaire, F. e Schlegel. Un salto di qualità notevolissimo si avverte nei corsi d’Estetica e Estetica applicata, in cui l'esigenza di definire teoricamente i problemi dell'arte trova un sicuro sostegno nelle teorie estetiche di Gioberti, mentre Hegel fa la sua apparizione nel corso di Storia della critica, che introduce una più stimolante rivisitazione della lirica. Nei due anni successivi egli presenta ai suoi allievi l'Estetica di Hegel nella traduzione francese di Bénard. Alla luce dei nuovi principî affronta inoltre l'esame della Letteratura drammatica, soffermandosi a lungo sulle opere di Shakespeare. Dell'ultimo anno di scuola ci resta anche un quadernetto di Storia e filosofia della storia, che ha come punti di riferimento costanti Vico, Sismondi, Hegel e che aiuta a chiarire il senso dei "compendi" (autografi) della Storia d'Inghilterra di Hume e della Storia civile del Regno di Napoli di Giannone. Questo blocco di materiali storiografici conferma il livello criticamente e ideologicamente molto avanzato della ricerca desanctisiana alla fine della "prima scuola", attestando una visione laica della storia, un rigoroso rifiuto di ogni astrattismo e una forte rivendicazione della concretezza in ogni ambito d'analisi, nonché una chiara assunzione di metodo hegeliano in direzione progressista. Negli entourages di Puoti, della Nunziatella, della sua stessa scuola (e delle altre che fiorirono a Napoli, inaugurando il clima "filosofico" vichiano-hegeliano), D. aveva finito per trovarsi al centro dell'intellettualità progressista napoletana, non si sa fino a che punto compromettendosi con le frange estremistiche di essa. Fatto sta che molti giovani della sua scuola si schierarono a combattere sulle barricate (dove fu ucciso quello che era certamente il più colto e il più ideologizzato fra tutti: Vista) e che dopo quella data D. fu in qualche modo implicato in una setta segreta rivoluzionaria di ascendenza musoliniana, l'Unità italiana, e in un attentato per il quale, tra gli altri, furono condannati a morte L. Settembrini e C. Poerio ("Si facevano i più matti deliri: porre una mina sotto Palazzo Reale pareva un gioco ... Fu la prima volta e sola che fui in convegni segreti). Espulso, perciò, dalla Nunziatella e da "ogni altra scuola anche privata" (come recitano i rapporti della polizia borbonica, che cominciava ad interessarsi di lui), D. si rifugia in Calabria presso un noto e attivo "patriota", il barone Guzolini, in casa del quale è arrestato con l'accusa di essere uno dei principali agenti della setta diretta da Mazzini e da Ledru-Rollin. Trasferito a Napoli e rinchiuso in Castel dell'Ovo, subì due anni e mezzo di "carcere duro", e fu infine giudicato politicamente molto pericoloso ("attendibilissimo") e perciò bandito dal Regno e imbarcato per gli Stati Uniti. 1 suoi allievi-amici napoletani (in particolare Meis e Marvasi, a quel tempo già in esilio) lo aiutarono a sbarcare a Malta, per raggiungere il Piemonte, inserendosi nell'allora foltissima schiera degli illustri esuli politici ivi rifugiatisi (tra i meridionali, sono da ricordare: Spaventa, Bonghi, Mancini, Tommasi, Ayala, Nicotera, Cosenz).  Gli scritti del periodo calabrese e della prigionia rappresentano la punta massima della "spinta a sinistra" che segna il pensiero desanctisiano. In Calabria sono elaborati due saggi (Introduzione all'Epistolario di Leopardi e Sulle opere drammatiche di Schiller), in cui l'interpretazione dei testi esita in senso fortemente politico (sia Leopardi sia Schiller segnano la fine di un'epoca, quella dell'individualismo, dalla quale va nascendo un'epoca nuova - dell'Umanità - impegnata in senso sociale). In Calabria fu probabilmente impostato anche un dramma in prosa, il Torquato Tasso, terminato negli anni di prigionia (il modello più vicino è quello goethiano; il linguaggio è leopardiano; evidente è l'identificazione personale-politica dell'autore con l'intellettuale perseguitato. D. studia la lingua tedesca e se ne servì sia per tradurre il Manuale di una storia generale della poesia di K. Rosenkranz, sia per leggere in lingua originale la Logica di Hegel, che ridisegnò in una serie di Quadri sinottici (praticamente una sintesi completa dell'intera opera). Ma il testo più interessante elaborato in Castel dell'Ovo è certamente La prigione: un carme di 256 endecasillabi sciolti (l'unica prova poetica, se si esclude qualche poesia d'occasione), che rappresenta il punto massimo di "giacobinismo" realizzato da D., con il rifiuto e la denuncia di ogni metafisica (un'inversione fortissima rispetto al neocattolicesimo degli anni della prima scuola), e con una proposta politico-ideologica chiaramente ispirata all'interpretazione di sinistra della filosofia di Hegel. Fortissima è anche la svolta di atteggiamento nei confronti di Leopardi: all'immagine sentimentalistica e scettica divulgata nel clima del primo romanticismo napoletano si sostituisce un'immagine combattiva e materialistica del poeta di Recanati (che offre, del resto, il modello stilistico e strutturale all'intero carme. costruito come storia metaforica del pensiero umano, in rivolta per la libertà, contro la tirannia, l'oscurantismo, l'ingiustizia sociale).  A Torino D. rimase  in un vitale rapporto d'amicizia con Meis e Marvasi e con Spaventa, ma molto isolato rispetto al potere politico e culturale. Il suo unico lavoro fisso fu, allora, l'insegnamento dell'italiano nell'istituto femminile della signora Eliott (dove si verificò un episodio d'innamoramento - per la giovanissima Teresa De Amicis - che riempirà d'illusioni e di malinconie gli anni successivi); ma ebbe anche alunni privati dal nome prestigioso (come Virgina Basco - futura destinataria del Viaggio elettorale -, Ainardo di Cavour, Larissé). L'esperienza centrale del periodo torinese si realizzò, tuttavia, attraverso due corsi di "lezioni pubbliche" su Dante: conferenze organizzate dai suoi amici per soccorrerlo "nella dignitosa povertà dell'esilio" e che di fatto lo rivelarono alla cultura italiana.  Egli prese a collaborare alle appendici letterarie: sul Cimento di Torino pubblicò alcuni saggi fondamentali, vero e proprio punto d'arrivo della sua critica militante. E allo stesso anno risale anche il primo episodio di giornalismo politico della sua vita: la pubblicazione, sul Diritto di Torino, di una serie di interventi contro il "murattismo" (cioè contro l'ipotesi di una sostituzione "diplomatica" della dinastia borbonica di Napoli con la discendenza di Murat), che rappresenta la prima fase di avvicinamento di D. alla monarchia sabauda (questa viene proposta come unico possibile strumento di unificazione della nazione, in un'ottica di "patriottismo costituzionale" cui, in seguito, egli resterà sempre sostanzialmente fedele). Sempre per interessamento dei suoi compagni d'esilio, fu finalmente gratificato di un importante incarico professionale: l'insegnamento della letteratura italiana presso l'Istituto universitario politecnico federale di Zurigo. Gli anni di Zurigo sono anni di nostalgia e di isolamento (anni di réve, com'egli stesso diceva), ma produssero almeno due conseguenze molto importanti: l'elaborazione di lezioni che sarebbero rimaste come una pietra miliare della sua ricerca critica (soprattutto su Dante, Petrarca e la poesia cavalleresca) e il contatto con ambienti culturali e politici di vera e propria avanguardia in Europa (Wagner e Matilde Wesendonck, Moleschott, gli Herwegh, Burckhardt, Vischer, ecc.) che egli ebbe modo di conoscere e di valutare criticamente (per esempio, prendendo le distanze dall'irrazionalismo di Wagner e di Schopenhauer molto prima che le mode irrazionalistiche toccassero l'Italia, o cercando di capire i limiti concreti del ribellismo dei mazziniani quando Mazzini è ancora un mito in Italia.  Dei corsi danteschi di Torino non restano manoscritti, ma ciascuna lezione fu ricostruita su appunti di allievi (Marvasi, D'Ancona), in vista di una non mai realizzata pubblicazione in volume. Le conferenze torinesi (undici di argomento teorico, diciannove dedicate all'Inferno, cinque al Purgatorio) sviluppano presupposti romantico-hegeliani, con particolare riguardo ai problemi dell'unità e della forma del poema di Dante. Nell'esaltazione "passionale" dell'Inferno, emergono le grandi figure alla cui analisi è legata la fama popolare del D. dantista (Farinata, Francesca, Ugolino) e si afferma il taglio monografico che sarà proprio dei maggiori saggi desanctisiani. Semplificando la materia dei corsi, e prolungandola fino a percorrere tutta la Divina Commedia, D. insegna Dante a Zurigo (anche di queste lezioni ci resta la ricostruzione da appunti). Da tale lavoro deriva tutto ciò che egli pubblicò successivamente su Dante e sul suo tempo (ivi compresi i capitoli della Storia, che ne tesaurizzano le idee-forza), ma i risultati metodologici più avanzati da lui raggiunti negli anni d'esilio sono testimoniati dai contemporanei scritti giornalistici (che furono poi pubblicati tra i Saggi critici). Il Pier delle Vigne è addirittura una lezione torinese trascritta, per LaNazione di Firenze, da A. D'Ancona: la celebre lettura del canto esalta i grandi caratteri e le grandi passioni dei personaggi e ne analizza le sfumature, le situazioni, i contrasti; il saggio La Divina Commedia (versione di Lamennais) dichiara la fine dell'antico metodo retorico e il rifiuto del metodo "storico" di oscuola francese"; quello intitolato Carattere di Dante e sua utopia individua il centro della grandezza poetica di Dante nella sua "anima di fuoco" in cui "si riverbera l'esistenza in tutta la sua ampiezza". Il punto d'arrivo della ricerca zurighese (molto più problematica di quanto appare nelle lezioni) è suggerito nel saggio Dell'argomento della Divina Commedia, che afferma da una parte il rifiuto del sistema e dall'altra la validità degli strumenti d'analisi hegeliani, a stretto contatto col testo letterario (un approdo, in sostanza, per D. definitivo).  Negli scritti letterari d'argomento contemporaneo o d'occasione (destinati a giornali torinesi e anch'essi in massima parte raccolti poi nei Saggi), D. esplica, negli anni d'esilio, il suo impegno militante, ma sempre a stretto contatto con i problemi di metodo critico che sono al centro dell'insegnamento dantesco. Il più esplicitamente politico di questi saggi è L'ebreo di Verona, che consacra, a livello nazionale, la sua fama di polemista laico e liberale (l'autore del romanzo, il gesuita Bresciani, ignorando le conquiste del cattolicesimo manzoniano, ripropone la religione in funzione antiliberale e antiprogressista: il suo ruolo storico, dopo la sconfitta, è "aggiungere i suoi colpi codardi alle mannaie del carnefice. La militanza critica passa sempre attraverso una precisa idea (romantico-hegeliana o posthegeliana) della letteratura. In Satana e le Grazie essa è espressa con molta chiarezza: di fronte al poemetto di Prati la fantasia rimane inerte: il cuore riman freddo, perché "in questo lavoro non vi è creazione e quindi non vi è fantasia Prati ha una viva immaginazione, e per questa facoltà è forse il primo poeta di second'ordine che sia oggi in Italia"; del resto, i suoi testi poetici hanno tutti i limiti e i difetti della "declamazione rettorica". E questa non è un difetto esclusivo degli scrittori moderati: essa è condannabile anche quando sia posta al servizio delle più ardite analisi politiche, come nella Cenci di Guerrazzi, avvolta nel vecchio repertorio delle metafore e dei luoghi comuni. C'è un solo poeta italiano che abbia attinto i livelli della "grande poesia" nel mondo moderno, dice in un importantissimo saggio, e questo è Leopardi. Il saggio s'intitola Alla sua donna. Poesia di Leopardi ed è, probabilmente, lo scritto leopardiano più importante del D., che, con parametri schilleriani e byroniani, traccia qui una straordinaria immagine di poeta laico, interprete della civiltà contemporanea perché capace di farsi critico e filosofo e di far scintillare la poesia dalla "meditazione". Ma, a parte l'eccezione leopardiana, il clima del presente letterario fa temere un ritorno alla identificazione tra poesia e retorica (Sulla mitologia - Sermone di Monti. A questa pericolosa tendenza D. oppone la difesa d’Alfieri contro i critici francesi contemporanei (Veuillot e la Mirra, Janin, Janin e Alfieri, Vanin e la Mirra), ed evidentemente questa polemica ha un profondo retroterra politico: la rivalutazione della fase "eroica" del classicismo settecentesco, nella cultura "rivoluzionaria" dell'intera Europa. Perciò questa rivalutazione riguarda anche Foscolo (Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo e Storia di Gervinus, e la polemica colpisce anche un critico come A. de Lamartine ("Cours familier de littérature par Lamartine). Nello stesso ambito il modello di Hugo viene proposto come sostanzialmente positivo (Triboulet e "Le contemplazioni" di Hugo) ed è possibile perfino il recupero di un classico manierato come Racine, perché capace di creare dei grandi personaggi drammatici (La Fedra di Racine). In questo ambito, infine, si configura una delle prime, ma già precise professioni di realismo di D. critico (Saint-Marc Girardin).Il sentimento astratto non è poesia, non è cosa vivente ... La poesia dee riprodurre la realtà vivente. Il poeta dee rappresentarci un uomo vivo, perché questo, in quanto tale, è già un perfettissimo personaggio poetico.  La progressiva conquista di un punto di vista "realistico" con cui guardare al testo letterario è registrata dai ricchi appunti che ci restano (a cura di V. Imbriani) delle lezioni zurighesi sul Poema epico. Proprio in questa sede D. usa per la prima volta il termine "realismo" (ancora nuovo nella critica francese più avanzata da cui lo deriva), mentre ribadisce il rifiuto del "sistema" hegeliano come strumento di critica letteraria e conferma la validità degli strumenti d'approccio al testo ricavabili dall'estetica hegeliana. Il messaggio filosofico più complessivo, nell'ultima fase del suo esilio e del suo vitale contatto con le avanguardie europee, fu affidato da D. al dialogo Schopenhauer e Leopardi. Anche questo testo ha una struttura leopardiana (ispirata alla provocatoria ironia delle Operette morali), ma s'interessa a Leopardi solo nell'ultima parte, dedicando molto spazio all'illustrazione del pensiero di Schopenhauer, indicato come il liquidatore di un'epoca (quella dell'Ottantanove, del Trenta, del Quarantotto) che egli considera "un'illusione, o piuttosto ... una imbecillità generale". La filosofia di Schopenhauer è, perciò, "nemica della libertà, nemica dell'idee, nemica del progresso"; in politica, egli ripropone "lo Stato monarchico, la nobiltà, il clero, i privilegi", nega la libertà di stampa e odia Hegel come "corrompiteste" (la moda di Schopenhauer in Europa è, in sostanza, un grave sintomo di regresso storico: la sua tardiva riscoperta equivale a un'abiura di tutto il progressismo europeo. A prima vista, il rifiuto dell'ottimismo ideologico accosta Leopardi a Schopenhauer; ma, in realtà, c'è tra i due una vera e propria opposizione, e Leopardi è tanto interno alla fase eroica (progressista e rivoluzionaria) dell'umanità, quanto ad essa è estraneo e ostile Schopenhauer. La differenza non è solo nel materialismo di Leopardi (opposto allo spiritualismo di Schopenhauer) o nelle sue scelte di stile inamabile (mentre Schopenhauer si affida al fascino della retorica), ma anche e soprattutto nell'effetto di lettura che Leopardi produce come uomo e poeta veramente grande (egli non crede al progresso, e te lo fa desiderare non crede alla libertà, e te la fa amare, è scettico, e ti fa credente).  Dopo le speranze e le delusioni della seconda guerra d'indipendenza, sulla scia dell'impresa dei Mille, D. lascia improvvisamente Zurigo e il politecnico e ritornò a Napoli, dove svolse un ruolo, probabilmente importante, nella mediazione che portò il partito garibaldino (e lo stesso Garibaldi) ad accettare il plebiscito piemontese. Per nomina di Garibaldi, appunto in fase di preparazione del plebiscito annessionistico, è governatore della provincia di Avellino e si mostrò attivissimo organizzatore del consenso politico, della guardia nazionale locale, della lotta al banditismo (che è già esploso violento in Alta Irpinia, recuperando antiche radici sanfediste). Subito dopo, è direttore dell'Istruzione a Napoli e, in quindici giorni, tesaurizzando tutte le precedenti esperienze di riforme liberali degli studi, impostò una vera e propria rifondazione della scuola napoletana. All'università chiamò ad insegnare illustri rappresentanti della cultura liberale (da Spaventa a Ranieri, a Bonghi, a Imbriani, a Villari, a Mancini); in sostituzione del liceo gesuitico istituì un ginnasio-liceo statale; per la formazione dei maestri elementari (sua grande preoccupazione di progressista ottocentesco) deliberò l'istituzione di scuole "normali" in tutte le province della luogotenenza (non senza ragione, il 1860 resta per sempre nei suoi ricordi come il periodo eroico della sua vita).  Eletto deputato al primo Parlamento nazionale unitario, fu ministro della Istruzione pubblica con Cavour e con Ricasoli, continuando sulla linea già tracciata a Napoli, ma senza ripetere l'exploit, nell'ambito della troppo vasta e ibrida realtà nazionale (in pratica, rinunciando .all'ambizione di produrre una legge di riforma della scuola italiana, si limitò ad estendere con decreti all'Italia unita la legge Casati). Ciò che resta di più indicativo del primo periodo di attività come ministro è proprio la linea di tendenza teorizzata nel programma iniziale e vanificata dall'opposizione dei gruppi reazionari (Noi abbiamo decretato la libertà in carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere una menzogna? Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando della plebe avremo fatto un popolo libero. Provvedere all'istruzione popolare sarà la mia prima cura). In questo ambito si pone anche la battaglia per istituire una rete capillare di "scuole tecniche" e "istituti professionali", nonché l'impegno per la qualificazione degli studi scientifici (ma molto avversate furono anche in questo campo le più importanti scelte progressiste, come quella che portò il materialista e rivoluzionario Moleschott ad insegnare fisiologia nell'università di Torino). Dopo questo incarico ministeriale, pur sempre rieletto in Parlamento (con la sola parentesi di un anno), D. rimase estraneo e in forte opposizione rispetto ai nuovi gruppi di potere (le "consorterie", che vedeva via via riavvicinarsi ai "retrivi" e ai "codini"), su una linea mediana di progressismo monarchico e antirivoluzionario. Su questa linea si pose il giornale L'Italia (che egli diresse, in appoggio al gruppo emergente della Sinistra costituzionale, che nel 1865 ottenne proprio nel Sud il suo primo successo elettorale. L'appassionamento garibaldino ai tempi di Mentana, la firma del manifesto di opposizione crispina e un importante discorso di denuncia contro il riemergere del clericalismo (in campo ideologico, politico ed economico) segnarono i punti più alti della sua partecipazione politica. Sposa, a Napoli, Maria Testa dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio agiato, da cui non nacquero figli, non è sufficiente a sconfiggere la precarietà economica in cui tutta la sua vita si svolse, né fornì uno stabile nutrimento al suo complesso bisogno di réve e di comunicazione sentimentale. All'interno di una sempre meno inconfessata delusione politica e personale, egli tornò, quindi, agli studi che gradualmente ridivennero protagonisti della sua vita: pubblica in volume i Saggi critici (dove raccolse gli scritti giornalistici dell'esilio), il Saggio critico sul Petrarca, la Storia dellaletteratura italiana, i Nuovi saggi critici. Il Saggio critico sul Petrarca ripropone un corso di conferenze tenuto a Zurigo, con pochi mutamenti e con una "introduzione. Esso si articola in dodici capitoli (tre dedicati alla personalità del poeta e al suo mondo culturale; gli altri strutturati come lettura tematica e analisi del Canzoniere) ed è finalizzato a fornire un preciso punto di vista per l'interpretazione del testo petrarchesco, sulla base della teoria elaborata da D. a partire dalla "prima scuola" e consolidata appunto negli anni dell'esilio (tesaurizzazione dell'illuminismo, del romanticismo, dell'hegelismo; rifiuto del metodo sistematico e dei suoi esiti panlogistici; rivendicazione della poesia come forma uscita dal più profondo della vita reale e come sostanza vivente, secondo i grandi modelli di Omero, Dante, Ariosto, Shakespeare). In quest'ottica, Petrarca va riscoperto, pur con i limiti che la cultura romantica ne aveva segnalato, e va rivalutato per quel che lo separa dal petrarchismo (cioè dalla sua riduzione a modello rettorico e platonico). La poesia di Petrarca va, quindi, individuata in particolari "situazioni" liriche (soprattutto nella malinconia e nei momenti d’abbandono sentimentale), pur tra gli ostacoli frapposti dall'educazione "rettorica" e da una visione "spiritualistica" della vita. Particolare interesse è rivolto alla figura di Laura (cui sono intitolati quattro capitoli): Laura è "la creatura più reale ... che il Medioevo poteva produrre", e la sua "realtà", tutta interiorizzata nella poesia del Canzoniere, non si spegne, ma si ravviva dopo la morte del personaggio (proprio in questa "situazione" Petrarca tocca le sue rare punte di "poesia sublime").  La Storia della letteratura italiana nacque come testo scolastico ed è, infatti, una sintesi didattico-pedagogica di materiali in gran parte preelaborati secondo una precisa metodologia critica (quella appena illustrata a proposito del saggio petrarchesco) e utilizzati per un progetto complessivo di informazione-formazione (il progetto dell'educazione nazionale) nel quale convergono tutte le attese (ed anche i timori) di D. letterato e politico. Divisa in venti capitoli, la Storia disegna una linea di svolgimento della letteratura italiana secondo il principio direttivo (ufficialmente dichiarato da D. in uno dei suoi saggi) della "successiva riabilitazione della materia (d’un graduale avvicinarsi alla natura e al reale, in parallelo con i progressi della scienza, della cultura, del costume, della vita politica, della stessa morale). Ma la finea risulta tutt'altro che retta e univoca: sia perché l'ipotesi del graduale svolgimento della storia letteraria verso mete progressive è fortemente contraddetta dalle fasi di stasi, d'involuzione, di "ritorno"; sia perché continuamente emergono distanze o divaricazioni tra livello storico e livello letterario (e qui s'innesta la forte rivendicazione della forma come valore specifico del testo letterario); sia, infine, perché (in base alla predilezione per il metodo monografico e per l'analisi testuale) il racconto della Storia alterna lunghe soste con rapidissimi voli, grandi indugi analitici con improvvise e fortissime elisioni. La Storia procede, perciò, per grandi nodi tematici e testuali, muovendosi in un sistema "a spirale" di allusioni e richiami tra fenomeni, autori, epoche, con un disinibito oscillare del linguaggio dal familiare e dal basso all'oratorio e al patetico, non senza momenti di carattere mimetico a ciascun livello di scrittura (sono queste, del resto, le caratteristiche peculiari del suo composito stile). Seguendo il cammino della Storia a partire dai primi capitoli, troviamo anzitutto ISiciliani come scuola poetica feudale e cortigiana, legata alla potenza della corte sveva e destinata a spegnersi prima che "venisse a maturità", radicandosi nelle "classi inferiori". Proprio questo processo di radicamento si analizza nel ben più complesso capitolo intitolato I Toscani, ma centrato soprattutto sulla cultura bolognese (e sulla scienza che si sviluppò in senso antifeudale presso l'università di Bologna). Il punto d'arrivo di questa storia del mondo lirico medievale è ALIGHIERI. Il breve capitolo dedicato a La lirica d’ALIGHIERI la definisce come la voce dell'umanità a quel tempo: ALIGHIERI rappresenta (vichianamente) l'epoca della fantasia, ed è la prima fantasia del mondo moderno". Il discorso ritorna alle origini, per esaminare La Prosa e I Misteri e le Visioni, che esprimono l'idea religiosa penetrata ne' costumi e nelle istituzioni, ma che restano a livello di fase letteraria preparatoria dell'aureo Trecento. A questo secolo è dedicato un capitolo molto puotiano (attento ai Fioretti, a Cavalca e a Passavanti. ai testi di s. Caterina da Siena e alla "maravigliosa cronaca" di D. Compagni), che però anch'esso converge, romanticamente, verso la grande figura protagonistica di Dante. La trecentesca "commedia dell'anima" esprime, infatti, l'ordito culturale da cui nasce La Commedia, con la sua "base ascetica" e la sua radicata abitudine alla "allegoria". Ma tutto ciò rappresenta (secondo l'ottica tipica del D. dantista) la "falsa poetica" attraverso e nonostante la quale Dante crea un'opera somma di poesia (una vasta analisi del poema tende proprio a mostrare come, per virtù di passione e di poesia, esso possa esprimere, "ancora pregno di misteri, quel mondo che, sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura moderna"). Il capitolo defficato al Petrarca (Il Canzoniere) è breve, ma fondamentale: Petrarca non è solo un artista pieno di grazia e di "malinconia", ma è il rappresentante di una nuova generazione culturale che, dopo Dante, "volgeva le spalle al Medio Evo e si afferma popolo romano e latino. In questa scelta, secondo D., c'è una profonda ambivalenza (da una parte c'è il "rinnovamento" inteso come nascita della coscienza laica; dall'altra la letterarietà come "erudizione", imitazione, abito retorico), in cui si muoverà, per lunghi secoli, la storia della letteratura italiana. E in un'ottica così conflittuale il Decamerone appare come "l'apoteosi dell'ingegno e della dottrina" in dimensione laica, ma anche come espressione di un "niondo borghese" che, liberatosi dai vincoli dello spiritualismo, non riesce ad innalzarsi, al di là del comico, fino alle "alte regioni dello spirito". Il Cinquecento è il secolo che vede l'arte assoldata al mecenatismo, pur quando potrebbero porsi le condizioni storiche per un avvicinamento tra cultura e "popolo" (ad esempio, nella Firenze medicea) e pur quando sono già stati raggiunti grandi vertici di raffinatezza letteraria (ad es., nelle Stanze del Poliziano). Infine il Seicento, simboleggiato da Marino, produce in letteratura idilli ed elegie, voluttà e musica, mentre l'intellettuale italiano si fa "estraneo al movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero", stagnando "in un classicismo e in un cattolicesimo di seconda mano". Nell'arco, e sempre in chiave antifrastica, sono tanti gli episodi letterari che il D. analizza, e ad alcuni, comunemente ritenuti minori, dedica interi capitoli: a Sacchetti, a La Maccaronea, ad Aretino. L'opera d’Ariosto (L'Orlando furioso) è esaminata secondo i parametri zurighesi: inserita nella serialità storica, essa si propone come "sintesi dell'intero Rinascimento", mentre l'"ironia" e il "riso scettico" di Ariosto si manifestano espressione di un secolo adulto"(cioè divenuto capace di critica e ormai maturo per la libertà borghese, pur nell'accettazione di fatto della realtà cortigiana). Tasso, autore-simbolo dell'ambivalenza ideologica e sentimentale, offre l'occasione per un discorso altrettanto ambivalente sulla Contro-riforma e sul suo significato storico-culturale. Il poema del Tasso è lo specchio della "ipocrita" cultura controriformistica italiana e i suoi valori letterari vanno individuati in senso opposto rispetto a quello programmatico e ufficiale: non nella falsa" religiosità, ma nell'idillio, nell'elegia, nella voluttà (Tasso è, perciò, accostato al Petrarca, nella tradizione di storiografia politica risalente a Sismondi e Ginguené). Ma proprio al centro dell'arco storico c'è una punta alta, un grande ritratto in positivo: quello di Machiavelli, che riesce a costruire una valida ipotesi di rinnovamento, sia opponendo alla teocrazia l'autonomia e l'indipendenza dello stato (un presentimento dei nostri ordinamenti costituzionali"), sia rinnovando il "metodo" della conoscenza, col rifiuto della teologia e del principio d’autorità (per lui "la verità è la cosa effettuale, e perciò il modo di cercarla è l'esperienza accompagnata con l'osservazione, lo studio intelligente dei fatti"). Evidentemente, il ritratto di Machiavelli (liberato da tutte le riserve moralistiche precedentemente espresse su di lui) è un caso-limite d'interpretazione "tendenziosa" di un autore: se è scelto a simboleggiare la politica e la scienza moderna, è perché il D.-maestro che scrive la Storia (l'anno della presa di Roma, a cui esplicitamente egli fa riferimento) vuol proporre ai giovani un preciso progetto di produzione letteraria che leghi indissolubilmente letteratura, "scienza" e politica laica (e che indichi anche lo strumento di una lingua letteraria "precisa e concisa", antiretorica e antimusicale, che pure a Machiavelli viene attribuita con qualche forzatura). Nel nome di Machiavelli, dunque (anche se a distanza di 4 capitoli), si apre la parte moderna e propositiva della Storia, che consiste nei due ultimi lunghissimi capitoli, intitolati La nuova scienza e La nuova letteratura. Il rapporto tra essi è derivativo: la "nuova letteratura" non potrà nascere se non dalla scienza, che ha come obiettivo il progresso e il miglioramento dell'uomo, e che ha come principale strumento la libertà intellettuale e politica. Perciò, "i primi santi del mondo moderno" (i primi intellettuali capaci di "lottare, poetare, vivere, morire per la fede nel progresso) sono Bruno, Telesio, Campanella, Galilei; e poi Sarpi, Vico, Giannone; infine Beccaria e Filangieri, con alle spalle il pensiero laico europeo, da Bacone alla Rivoluzione francese. Come s'innesta in questo clima la nuova letteratura? Dopo l'affascinante ma superficiale opera di Metastasio, l'innesto si realizza con la scelta illuministica di utilizzare cose e non parole. Il primo autore vero della nuova letteratura è Goldoni (ma con dei limiti di superficialità). Il primo "uomo nuovo" è Parini, e poi vengono Alfieri e Foscolo (col Monti personaggio negativo), ma con dei limiti negli eccessi e nelle scelte di stile retorico. L'Ottocento (pur con la sua tensione d'impegno e di sperimentazione) non ha ancora offerto, in Italia, modelli attendibili per il cammino da percorrere. Il nostro futuro letterario è, perciò, incerto ma la direzione da seguire è chiara: "convertire il mondo moderno in mondo nostro, studiandolo, assimilandocelo e trasformandolo, esplorare il proprio petto secondo il motto testamentario di Leopardi, questa è la propedeutica alla letteratura nazionale moderna".  Nella seconda edizione dei Saggi critici e poi nei Nuovi saggi critici D. inserì alcuni saggi (in gran parte composti per la Nuova Antologia) che precedono o accompagnano la stesura della Storia e che nei confronti di essa risultano in diverso modo illuminanti. Il più antico è Una Storia della letteratura italiana di Cantù, che, recensendo l'opera appena pubblicata, la denuncia come fondata su pregiudizi e superficiale dottrina e su valori che nulla hanno a che fare col letterario (perciò l'inevitabile sottovalutazione di autori come Machiavelli, Ariosto, Leopardi, Alfieri, Giusti, Berchet, cui si contrapporrà, appunto, la Storia desanctisiana). Fondamentale, per chi indaghi sulla genesi della Storia, è il saggio Settembrini e i suoi critici, in cui D. condanna il grave limite del contenutismo radicale settembriniano, così come aveva condannato il contenutismo cattolico-moderato di Cantù, ed afferma che una vera storia della letteratura dovrebbe essere un lavoro interdisciplinare (con contributi di filosofia, critica, arte, storia, filologia") al quale la cultura italiana non è ancora attrezzata (risalendo queste considerazioni al periodo iniziale di stesura della Storia, esse dimostrano la problematicità di D. nei confronti della sua opera maggiore, e la profonda consapevolezza della "parzialità" di essa). Più collegati alla componente ideologica "positiva" della Storia risultano L'Armando di Prati e L'ultimo dei puristi. Nel primo si denuncia la fine dei "tempi sentimentali" e si afferma, per il presente, la necessità di un impegno tutto reale e concreto (il materialismo è uscito trionfante dal seno stesso del mondo hegeliano" e impone la "serietà della vita terrestre"); nel secondo, la stroncatura di un purista attardato (Ranalli) dà luogo a una attenta e intelligente rievocazione del Puoti e della sua scuola, che fu bandiera di libertà, scienza, progresso, emancipazione, ma che (a parte il valore sempre vivo del "metodo" puotiano) esaurì il suo ruolo storico alla vigilia della fase rivoluzionaria (al presente, ogni nostalgia puristica risulta storicamente e politicamente ingiustificata). Anche i grandi saggi danteschi (Francesca da Rimini, Il Farinata di Dante, L'Ugolino di Dante) nacquero in margine alla Storia, sia come ripresa del tema-Dante (e, in particolare, delle riflessioni zurighesi), sia come esempio di quel lavoro di monografia che D., all'epoca, considerava storicamente e scientificamente più valido delle "sintesi". I personaggi danteschi prediletti dalla cultura romantica ed hegeliana sono letti rispettivamente in chiave di amore e pietà femminile (Francesca), orgoglio politico (Farinata), complessità e profondità di sentimenti antinomici (Ugolino), nell'ambito di un'attenta, colta, sensibile lettura testuale (era in questo, appunto, che D. voleva proporsi come modello di critica attuale, paziente e costruttiva, ed è appunto questo l'aspetto dei Saggi che va ancor oggi rivendicato). Il saggio L'uomo del Guicciardini ripropone l'antitesi (presente anche nella Storia) fra Machiavelli, precursore del nazionalismo moderno, e Guicciardini, il cui particulare rifiuta ogni vincolo religioso, morale, politico (ma la vera funzione del saggio si esplicita nell'ultima frase, di amara denuncia della situazione politica presente: L'uomo del Guicciardini vivit, immo in Senatum venit, e lo incontri ad ogni passo. Venne affidata a D. la cattedra di letteratura comparata nell'università di Napoli, dove egli tenne quattro corsi (è questa l'esperienza nota come seconda scuola napoletana, che produce quattro gruppi di lezioni, rispettivamente su Manzoni, Scuola cattolico-liberale, Scuola democratica, Leopardi). Contemporaneamente pubblicò una seconda raccolta di saggi (Nuovi saggi critici, Napoli) e inaugurò quella serie di conferenze e articoli sugli orientamenti della letteratura contemporanea in chiave realistica che sarebbe continuata, per dieci anni, fino alla vigilia della morte. Realizza un nuovo momento d'impegno politico attivo, in occasione delle elezioni che prepararono l'avvento al potere della Sinistra costituzionale (in particolare, appoggia, con un'avventurosa campagna elettorale, la propria candidatura - difficile e piuttosto equivoca - nella provincia d'origine, e ne rivisse il ricordo in una serie di cronache giornalistiche pubblicate prima sulla Gazzetta di Torino e subito dopo in volume, col titolo Un viaggio elettorale. Data il terzo e ultimo episodio importante di giornalismo politico desanctisiano: ancora un impegno battagliero, ma interno alla Sinistra (contro la gestione trasformistica e antidemocratica del potere da parte di Depretis e Nicotera), condotto soprattutto sulle colonne del Diritto di Roma. Cairoli riaffida a D. il ministero della Pubblica Istruzione che egli tenne fino al 1880, riproponendo i problemi della scuola di tutti (la scuola per l'infanzia, la scuola primaria, la formazione dei maestri) e quelli dell'istruzione tecnica, in un'ipotesi di cultura "scientifica" da sostituire alla "cultura retorica"; ma ancora una volta fu sconfitto nei punti più qualificanti del suo programma (la traccia più concreta che ne rimase fu l'inserimento dell'educazione fisica tra le materie d'insegnamento: un omaggio alla rivalutazione positivistica dell'uomo fisico). Colpito da una grave malattia agli occhi, lasciò l'incarico ministeriale e dedicò i suoi ultimi anni di vita a un lavoro di riflessione autobiografica (le Memorie che andò dettando alla nipote Agnese) e critica (soprattutto ripresa e riorganizzazione della riflessione petrarchesca e leopardiana). Muore a Napoli, lasciando incompiuti i suoi ultimi lavori, cui, pur tra le sofferenze della malattia, si dedicò sino alla fine.  Come tutti i principali episodi dell'insegnamento desanctisiano, anche le lezioni della "seconda scuola napoletana" sono documentate da riassunti (redatti in genere da Torraca), rivisti e ufficialmente accettati dall'autore. Il corso è dedicato a Manzoni e rappresenta il punto d'arrivo di una riflessione iniziata all'epoca della "prima scuola", sviluppata a Zurigo e rimasta sempre centrale nella ricerca di D., pur senza trovare una sistemazione editoriale. In queste lezioni le posizioni ideologiche e gli strumenti di ricerca sono molto cambiati rispetto agli anni della "prima scuola", ma non cambia il giudizio di valore. La grandezza del Manzoni è identificata ora nella sua capacità di "calare l'ideale nel reale": da lui escono tre "grandi idee critiche che hanno importanza universale": la "misura dell'ideale", il "vero" positivo e storico, la "forma" diretta e "popolare". Manzoni rappresenta la massima realizzazione della letteratura "moderna" in Italia e le "scuole letterarie" non segnano alcun progresso né sul piano dell'arte né su quello dell'ideologia. Negli anni successivi. D. analizzò, appunto, lo svolgimento della letteratura in Italia a partire dal Manzoni, dividendola (secondo una traccia già seguita da Giudici, da Settembrini e da altri) nei due filoni cattolico e laico, definiti rispettivamente "scuola liberale" e scuola democratica. Alla Scuola liberale è dedicato l’anno di lezioni universitarie, con risultati di giudizio fortemente militanti: l'impegno dei cattolici per l'"educazione popolare" non offre risultati validi in arte e svolge un ruolo (più o meno esplicito) d'insegnamento reazionario (nuovi Arcadi sono Grossi, Carcano, Tommaseo, Cantú; Gioberti e Rosmini ripropongono una dimensione metafisica della storia e della politica; D'Azeglio resta attardato su una vecchia e superata immagine di letteratura retorica). Un interessante excursus riguarda, però, la letteratura meridionale dell'Ottocento: poeti poco noti (come Mauro, Padula, Parzanese, Sole) vengono esaminati con interesse e simpatia. Il corso è dedicato alla scuola democratica, e anche in quest'ambito il giudizio globale è negativo: Mazzini, Rossetti, Berchet, Niccolini non possono fornire il modello della "nuova letteratura". Si conferma così l'esito perplesso e sostanzialmente pessimistico che caratterizza le ultime pagine della Storia e l'affermazione del principio del realismo. I saggi più importanti elaborati da D. nell'ultimo decennio di vita riguardano, appunto, le tematiche del realismo (alcuni di essi furono raccolti nei Nuovi saggi critici). Dopo la prolusione universitaria La scienza e la vita, sono da ricordare: Ilprincipio del realismo, Studio sopra Emilio Zola, Zola e l'Assommoir, Il darwinismo nell'arte. L'assunto complessivo è che il "realismo" auspicato da D. non si può confondere né col materialismo, né col positivismo, né col naturalismo di Zola (il quale, però, è molto valido come scrittore: lo studio a lui dedicato è particolarmente vasto e attento). La letteratura del "reale" dev'essere (cfr. Manzoni) "l'ideale calato nel reale", e cioè una costruzione "eticac forza morale impegnata per rinnovare la società, contro l'individualismo, la reazione, l'autoritarismo sempre in agguato.  Nell'ultima fase della sua vita D. non si limitò a teorizzare l'importanza e la "modernità" del realismo in letteratura, né ad inserirsi con diversi strumenti critici all'interno del problema per farne emergere i pericoli (o quelli che a lui sembravano tali sul piano morale e politico), ma volle fornire delle prove concrete di narrativa realistica, utilizzando un registro di linguaggio "familiare", che già aveva usato nelle sue lettere alla moglie (con estrema semplificazione sintattica e con frequenti coloriture dialettali) e che, del resto, non era ignoto ai momenti più colloquiali della sua critica. L'operetta narrativa che elaborò in funzione di esempio e modello fu Un viaggio elettorale (1876): una serie di cronache del tragicomico attraversamento della provincia natia da lui compiuto a sostegno di una candidatura politica poco chiara e poco fortunata. Nella cronaca, il bozzettismo locale si alterna col patetico dei ricordi d'infanzia o delle esortazioni politiche; ma il senso del testo va ricercato più nella sua funzione che nei suoi esiti, né si può dimenticare che nella storia del realismo italiano esso si colloca quasi in contemporanea con Nedda, quattro anni prima di Giacinta, sei anni prima dei Malavoglia.  Alla vigilia della morte (sempre su materiali autobiografici e sempre in ambito di racconto dal vero in linguaggio familiare), il D. perseguì un progetto molto più ambizioso: la stesura di un'autobiografia, della quale, però, non riuscì a portare a termine che la prima parte (egli l'aveva intitolata Memorie; Villari ne pubblicò il frammento realizzato col titolo La giovinezza). Così come ci resta, il frammento narra l'esperienza di D. dalla nascita e consta di due nuclei narrativi essenziali. Il primo è legato ai personaggi bozzettistici della famiglia paesana e degli ambienti napoletani alti e bassi (preti, professori, avvocati, ragazze da marito, giovani avventurieri, vecchie serventi) e, al centro di essi, l'autore pone il personaggio "comico" di se stesso, pieno di tic, di timidezze, di chiusure, di sogni. Il secondo nucleo è legato, invece, alla formazione culturale e all'esperienza della prima scuola. Qui il tessuto è molto serio e impegnativo: D. (utilizzando ricordi, ma soprattutto vecchi "quaderni di scuola") vuole offrire un importante contributo alla critica di se stesso, mostrando come siano andate formandosi le linee di forza del suo metodo. In ciò la vita non è del tutto veritiera (molti sono gli imprestiti ideologici e teorici che D. fa al se stesso maestro di Vico Bisi), ma resta, comunque, il fascino di un clima in cui rivivono Puoti e Leopardi, la scoperta del romanticismo, di Vico e di Hegel, l'autoritarismo borbonico e le utopie libertarie del primo '800 napoletano.  Nell'ultimo anno d'insegnamento all'università di Napoli, argomento delle lezioni era stato Leopardi: dagli appunti delle lezioni D. ricavò, negli ultimi mesi di vita, uno Studio su Leopardi, che segue il poeta nelle diverse tappe della vita, dell'opera, del pensiero, secondo lo schema della biografia critica di taglio positivistico. La biografia rimane, però, incompiuta, chiudendosi al livello dei "nuovi idilli" (come D. definisce i grandi canti), e proprio in questo tentativo di riduzione di Leopardi alla misura dell'idillio lo Studio è stato foriero di gravi equivoci e fraintendimenti nella successiva critica leopardiana, mentre in D. si giustifica come tentativo di leggere Leopardi in quella stessa chiave di realismo che si era rivelata funzionale per il Manzoni e il suo romanzo. Celebri, proprio in quest'ambito, le riflessioni sulle figure femminili dell'"idillio" leopardiano ("Silvia non è questa o quella donna; è il primo apparire della giovinezza in un cuore femminile", ecc.); ma, a parte questo, lo Studio non aggiunge molto né alla conoscenza del Leopardi né alla critica di Sanctis. In sostanza, il meglio su Leopardi era stato detto nel saggio (ma non vanno dimenticate certe importanti considerazioni della "prima scuola", né il ruolo interessantissimo, problematico e antidogmatico, che Leopardi ha nelle ultime pagine della Storia). Altri saggi leopardiani appartengono alla fase e al clima di ricerca della Storia (La prima canzone di Leopardi; Le nuove canzoni; La Nerina). In quest'ultimo, ancora un esame (forse uno dei più importanti) della donna nella poesia leopardiana: "La vita è tutta e solo in terra... La morte è l'altro motivo tragico di questa concezione. Il motivo della Silvia è lo sparire. Il motivo della Nerina è il riapparire".  Lasciando da parte la fortuna del D.-maestro (un vero e proprio appassionamento suscitato nei giovani allievi di Napoli, Torino e Zurigo), per ricostruire la storia del dibattito su D. bisogna muovere da un dato obiettivo di iniziale sfortuna critica: lo scarto fra i tempi della genesi dei testi maggiori e quelli della loro pubblicazione. A causa di questo scarto, egli apparve subito come un idealista attardato (e perciò più meritevole di giudizi sommari che di attenzione testuale), nel clima di positivismo dominante in cui i suoi scritti si offrivano ad un'interpretazione globale (per es. F. D'Ovidio era convinto che D. ignorasse la pazienza della ricerca e dello studio, e Carducci gli attribuiva difetto di cognizione dei fatti e dei documenti"). A sintomatico che, in un dibattito così fortemente pregiudiziale, venisse del tutto ignorato non solo il tipo di formazione di D., ma anche l'ultimo decennio della sua produzione, con la dichiarata opzione "realistica" e con la forte propensione per lo scientismo. Ma proprio a causa della pregiudizialità del dibattito di fine secolo (rilevata, fin d'allora, da qualche attento osservatore straniero, come Gaspary), D. poté divenire, attraverso l'elaborazione crociana, lo strumento chiave per il rilancio di un metodo critico antipositivistico e per la progressiva riaffermazione culturale e ideologica dell'idealismo. A Croce spetta, certo, il merito di aver costretto la cultura italiana a riconoscere in D. un protagonista (la sua appassionata cura di editore e di studioso di D. durò per oltre mezzo secolo); ma, contemporaneamente, Croce prese a "rielaborare" il pensiero di D., fino a propome la riduzione a teoria del "puro" gusto estetico (Borgese, che presentò D. come punto di arrivo di "tutte le esperienze della critica romantica in Italia", fu, in realtà, uno dei primi e più autorevoli interpreti di questa tendenza riduttiva; scarsa fortuna ebbe, d'altra parte, una proposta di Gentile per un "ritorno al De Sanctis di SEGNO FASCISTA.  Proprio dall'interno della scuola crociana dai cosiddetti crociani di sinistra") è prospettata, tuttavia, l'esigenza di un dibattito diversamente impostato, volto al recupero della complessità della figura di D.: mentre Russo rivendicava "il significato pedagogico ed etico" dell'opera e la sua intelligenza dell'arte come notalità, Muscetta sottolineava l'importanza della sua poetica realistica, la sua "serietà" culturale, la sua visione della letteratura come vita morale. Importanti, in questa fase, furono anche gli studi di W. Binni sull'"amore del concreto" che nutrì tutta la ricerca desanetisiana e che problematizzò i suoi rapporti con l'hegelismo e di Getto sulla Storia, "in cui la letteratura era studiata nel suo autonomo valore e insieme nel suo necessario legame con tutta la vita e la cultura. Infine, presentando una importante antologia di scritti desanctisiani, Contini dichiara, a nome di un'intera generazione di studiosi, l'uscita dall'"equivoco formalistico" della riduzione crociana di D. e la necessità di tentare finalmente una comprensione filologica dei testi desanctisiani, con tutta la loro problematicità anche irrisolta. Ma lo spostamento ideologico dell'intero dibattito critico mosse dalla pubblicazione dei Quaderni di Gramsci (Letteratura e vita nazionale, Torino) e dalla sua celebre affermazione che il tipo di critica letteraria proprio della filosofia della prassi è offerto da Sanctis. Da qui appunto si partì per un'ampia verifica dell'"impegno" di D., del carattere militante della sua critica, dei "saldi convincimenti morali e politici" che, secondo Granisci, la sostanziavano: era una verifica, evidentemente, molto correlata al bisogno della cultura d'incidere sul presente storico, dopo e contro il "disimpegno" teorizzato, nel ventennio fascista, da crociani e non crociani. Questo momento di dibattito produsse, fra l'altro, le iniziative editoriali, cui si deve, oggi, la possibilità di leggere D. su testi di alto livello scientifico: le due collane avviate da Einaudi e Laterza (e dirette rispettivamente da Muscetta e L. Russo) per la pubblicazione delle "opere complete". E non a caso, negli stessi anni, apparivano fuori d'Italia (dove la letteratura desanctisiana è scarsissima) due importanti interventi critici: quello di R. Wellek (che nella sua grande Storia della critica moderna presenta D. come autore della "più bella storia che sia stata mai scritta di una letteratura") e quello di Antonetti (che ne pubblicò in Francia una documentata e intelligente biografia culturale). Né a caso sono condotte indagini nuove e approfondite sui legami tra D. e la cultura (Mirri, Landucci, Oldrini). In un clima culturale ancora una volta mutato, e ormai insofferente dell'insistenza sull'"impegno politico del letterato", si affermò l'esigenza di uscire dall'ottica di un D. modello per il presente, e di sottolineare (accanto ai "valori" ormai definitivamente affermati) la distanza storica e le diversità culturali che ci separano da lui. Tra gli interpreti di questa esigenza ricordiamo A. Asor Rosa e parecchi dei partecipanti al convegno napoletano su "De Sanctis e il realismo". Con maggiore cautela, le più recenti occasioni offerte dal centenario desanctisiano (F. D. nella storia della cultura, a cura di Muscetta, Bari e F. D.: un secolo dopo, a cura di A. Marinari) si sono mosse su una linea di attenzione ai testi, di chiarificazione e approfondimento della vasta ancora aperta e interessanteproblematica desanctisiana, di tricollocazione storico-culturale nel mutevole orizzonte di cultura europea in cui tutta la sua ricerca si mosse.  Il materiale manoscritto, ormai quasi tutto edito, si trova (tranne una parte di quello epistolare, sparso un po' in tutta Italia) a Napoli (Bibl. nazionale, bibl. di casa Croce e bibl. del dott. F. De Sanctis Jr.) e ad Avellino (Bibl. prov. S. e G. Capone). Restano inediti quasi solo i voll. dell'Epistolario.  Le raccolte degli scritti, dopo le incomplete ediz. Cortese e Barion (sono oggi quella laterziana (Bari, negli "Scrittori d'Italia", a cura di L. Russo, incompleta) e quella einaudiana (Torino, Opere di F. De Sanctis, a cura di C. Muscetta, priva soltanto degli ultimi due voll. dell'Epistolario). La raccolta laterziana comprende i seguenti voll.: La letteratura italiana, I (A. Manzoni, a cura di Blasucci); (La scuola liberale e la scuola democratica, cur. Catalano); (Leopardi, a cura di Binni); Storia della letteratura italiana, a cura di Croce; Memorie, lezioni e scritti giovanili, I, a cura di F. Brunetti; Saggio critico sul Petrarca, a cura di E. Bonora; Saggi critici, cur. Russo; La poesia cavalleresca, a cura di Petrini. La raccolta einaudiana, invece, comprende: Lagiovinezza (memorie postume seguite da testimonianze biografiche di amici e discepoli), cur. G. Savarese; Purismo illuminismo storicismo (scritti giovanili, frammenti di scuola e lezioni), cur. Marinari; La crisi del romanticismo (scritti del carcere e primi saggi critici), a cura di Nicastro e Lanza; Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. Romagnoli, Saggio sul Petrarca, a cura di Sapegno e Gallo; Verso il realismo (prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica, saggi di metodo critico), a cura di N. Borsellino; Storia della letteratura italiana, a cura di Sapegno e Gallo; La letteratura italiana, Manzoni (a cura di C. Muscetta e D. Puccini, La scuola cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli (cur. Muscetta e G. Candeloro, Mazzini e la scuola democratica (a cura di Muscetta e Candeloro), Leopardi (cur. Muscetta e Perna); L'arte la scienza e la vita (nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari), a cura di Lanza; Il Mezzogiorno e lo Stato unitario (scritti e discorsi politici a cura di F. Ferri,; I partiti e l'educazione della nuova Italia (scritti e discorsi), a cura di N. Cortese; Un viaggio elettorale(seguito da discorsi biografici, dal taccuino parlamentare e da scritti politici vari), a cura di Cortese; Epistolario (cur. Ferretti e M. Mazzocchi Alemanni); (a cura degli stessi, (a cura di Talamo, (a cura dello stesso, (a cura di Marinari, Paoloni e Talamo). Ottime antologie degli scritti del D. sono quelle curate da G. Contini (Torino) e da Sapegno e Gallo (Milano-Napoli). Per la bibl. delle opere e della critica, cfr. Croce, Gli scritti di F. D. e la loro varia fortuna, Bari (con integrazioni di C. Muscetta, in F. De Sanetis, Pagine sparse, Bari ed E. Pesce, Supplemento alla bibliografia desanctisiana Napoli. Sono da tener presenti inoltre le rassegne: M. Tondo, La lezione di D. Rassegna degli studi dell'ultimo venticinquennio, Bari; P. Tuscano, F. D. a cento anni dalla morte, in Cultura e scuola; Oldrini, La storiografia desanctisiana dell'ultimo decennio, nel miscellaneo F. D. Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari.  Per la biografia, vanno ricordati anzitutto i seguenti saggi d'insieme: Cione, F. D., Messina-Milano e Milano Montanari, F. D., Brescia; Antonetti, F. D. Son évolution intellectuelle, son esthétique et sa critique, Aix-en-Provence; E. Croce-A. Croce, D., Torino. Per gli anni della formazione, sono da tener presenti i seguenti scritti: Croce, Introd. a F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, Bari; A. Marinari, Introd. a Purismo illuminismo storicismo cit., nonché Le correzioni del Puoti ai primi due discorsi di scuola del D., in Belfagor, Id., Alcuni problemi di cronologia desanctisiana, Firenze e Il giovane D. lettore di P. Giannone, in Letteratura e critica, Studi in onoredi Sapegno, II, Roma; Savarese, Primo tempo del D. e altri saggi, Bologna; Luciani, L'estetica applicata di F. D., Firenze Muscetta, D. e i generi letterari in F. D. nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari. Per gli anni della prigionia e dell'esilio, sono indispensabili: E. Cione, F. D. dallaNunziatella a Castel dell'Ovo, Napoli; Croce, Il soggiorno in Calabria, l'arresto e la prigionia di F. D., Napoli ora in Aneddoti di varia letteratura, Bari); F. D. a Torino, a cura di C. Vernizzi, Torino; Guglielminetti-G. Zaccaria, F. D. e la cultura torinese e R. Martinoni, Gli anni zurighesi, entrambi in F. D. nella storia della cultura cit. (dello stesso Martinoni, cfr. anche La puzza della birra e del tabacco. Gli anni zurighesi di F. D., in L'Almanacco Bellinzona Besomi, D. "in partibus transalpinis", ma non "infidelium": letture zurighesi, in Per F. D., Bellinzona. Per gli anni sono da tener presenti i voll. dell'Epistolario con le rispettive introduzioni. Lo stesso vale per gli anni successivi. Per il soggiorno del D. a Firenze, cfr. G. Spadolini, D. e Firenze capitale, in F. D. Un secolodopo. Per il D. ministro, cfr.: G. Talamo, F. D. politico e altri saggi, Roma Soldani, Scuola e lavoro: D. e l'istruzione tecnico-professionale, inF. D. nella storia della cultura Ciampi, Il governo della scuola nello Stato postunitario, Milano ad Indicem; A. Santoni Rugiu, Aspetti dell'ideologia formativa di F. D., nonché S. Valitutti, Il pensiero e l'azione scolastica di D. ed Bottasso, D. ministro e la formazione delle prime tre biblioteche nazionali (tutti in F. D. - Un secolo dopo cit.). Per la morte e le onoranze funebri, cfr. In memoria di F. D., a cura di M. Mandalari, Napoli a cura della Comunità montana Alta Irpinia). Tra gli studi critici di carattere generale, cfr.: B. Croce, F. D., in Letteratura della nuova Italia, I, Bari (per gli altri scritti desanctisiani del Croce, cfr. G. Savarese, Croce e D., in Rassegna della letteratura italiana, Russo, F. D. e la cultura napoletana, Venezia(poi Firenze, ora Roma Muscetta, F. D., inLetteratura italiana. I minori, IV, Milano  e in Letteratura italiana. Storia e testi, VIII, 1, Bari, ibid 19854; Fubini, F. D. e la critica letteraria, in Romanticismo italiano, Bari Mirri, F. D. politico e storico della civiltà moderna, Messina-Firenze; Landucci, Cultura e ideologia di F. D., Milano (sul quale cfr. M. Mirri in Critica storica, e la risposta di S. Landucci, in Belfagor); A. Asor Rosa, L'idea e la cosa: D. e l'hegelismo, in Storia d'Italia (Einaudi), Torino e Il diagramma Sanctis e il nostro, in Letteratura italiana (Einaudi), Torino Utilissime sono anche tutte le introduzioni ai singoli volumi delle edizioni cinaudiana e laterziana. Sono da tenere inoltre in grande considerazione le osservazioni di I. Svevo (in Racconti. Saggi. Pagine sparse, Milano e Debenedetti (Commemorazione del D.),  (ora in Saggi critici, Milano), nonché quelle di Binni (L'amore del concreto e la "situazione" nella prima critica desanctisiana, ora in Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze), G. Contini (Introd. a Sanctis, Scelta di scritti critici, cit.); G. Getto (Storia delle storie letterarie, Milano ad Indicem), C. Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, ad Indicem) e Wellek (Storia della critica moderna, IV, Bologna. Molto ricche sono le miscellanee: F. D. e il realismo, con Introd. di G. Cuomo, Napoli 1978; F. D. nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari; F. D. tra etica e cultura ("Riscontri"), a cura di Giordano, Avellino; D. - Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari; Per F. D., Bellinzona; F. D.: recenti ricerche, a cura dell'Ist. per gli studi filosofici, Napoli 1989.  Per i rapporti fra il D. e la cultura napoletana dell'800, cfr. gli scritti di G. Oldrini (in particolare, La cultura filosofica napoletana dell'800, Bari e gli interventi apparsi nelle varie miscellanee già citate). Per quelli con l'hegelismo, oltre allo scritto già cit. del Binni, cfr.: N. Giordano Orsini, D., Hegel e la situazione poetica, in Civiltà moderna, Rossi, Sviluppi dello hegelismo in Italia (F. D., S. Tommasi, A. Labriola), Torino; Il primo hegelismo italiano, a cura di Oldrini, Firenze; M. T. Lanza, D. e Hegel, in F. D. nella storia della cultura, Landucci, cit.  Tra i tanti altri saggi, cfr. pure: M. Aurigemma, Lingua e stile nella critica di F. D., Ravenna Battaglia, Parva desanctisiana, Bologna Moretti, La lingua di F. D., Firenze Prete, Il realismo di D., Bologna Malcangi, F. D. deputato di Trani, con Introd. di A. Lapenna e A. Marinari, Bari 1972; A. Marinari, Il "viaggio elettorale" di F. D. Il dossier Capozzi e altri inediti, Firenze Ghilardi, Il superamento del kantismo e l'esperienza politica di F. D., Napoli Guglielmi, Da D. a Gramsci: il linguaggio della critica, Bologna Celli Bellucci-N. Longo, F. D. e G. Leopardi tra coinvolgimento e ideologia, Roma; M. Dell'Aquila, Giannone, D., Scotellaro. Ideologia e passione in tre scrittori del Sud, Napoli 1981; G. Nencioni, F.D. e la questione della lingua, Napoli.  Per i rapporti con le altre letterature europee: per la Francia cfr. F. Neri, Il D. e la critica francese (ora in Saggi, Milano); P. Antonetti, F. D. et la culturefrançaise, Firenze-Parigi Piscopo, D. e la culturafrancese, in F. D. - Un secolo dopo cit.; per la Germania, cfr.: G. Bach, La cultura tedesca in F. D., in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino 1935; F. Matarrese, Goethe e D., Bari Westhoff, Schiller e D., Roma Mazzocchi Alemanni, La "fortuna" di D. in Germania, in F. D. nella storia della cultura; per il mondo angloamericano, cfr.: A. Lombardo, Shakespeare e la letteratura inglese, in F. D. - Un secolo dopo cit., Della Terza, D. e la cultura anglosassone, in F. D. nella storia della cultura cit., e D. negli Stati Uniti d'America, in F. D. - Un secolo dopo.  Per la fortuna critica dell'opera del D., cfr. Biscardi, F. D., Palermo Romagnoli, F. D., in Iclassici italiani nella storia della critica, a cura di W. Binni, II, Firenze; Castro, F. D. nella critica italiana del secondo dopoguerra, in Problemi, Longo, Il "ritorno" di D. Storia, ideologia, mistificazione, Roma Cfr. pure, al riguardo, le rassegne di G. Oldrini, M. Tondo e P. Tuscano citate a proposito degli scritti bibliografici. Nome compiuto: Sossio Giametta. Giametta. Keywords: il volo d’Icaro, l’implicatura di Croce – eterodossie crociane – Cosi parlo Zoroaster; cosi implico!”—cortocircuito e implicature, la pazzia di Croce, il pazzo di Croce – la caduta di Icaro? No, il vuolo di Icaro! – Colli e Montanari! --   Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giametta: cortocircuito ed implicatura” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giandomenico: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’apertura semantica e l’implicatura di Galilei – la scuola di Carunchio -- filosofia chietese – filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Carunchio). Abstract. Grice: My attempt at Pirotese was inspired by Russell, rather than Carnap!” Keywords: Tealy pirots karulise elatically. Filosofo italiano. Carunchio, Chieti, Abruzzo. Grice: “I like Giandomenico; he makes excellent commentary on Bernard’s controversial, deterministic idea of life – from amoeba to man, in Russell’s words --.” Grice: “Surely this has connections with my method in philosophical psychology, from the banal to the bizarre, which actually starts with philosophical BIO-logy!” Grice: “Giandomenico shows that while Bernard never thought he had to provide a ‘conceptual analysis’ of ‘vivente,’ he does propose this or that criterio: for one he tries to prove that self-nourishment cannot be the criterion – but I’m not sure what the positive he poes, if any!” Si laurea con Corsano all’istituto di filosofia di Bari.Insegna a Brindis, Lecce, Foggia, e Bari. Studia l'insegnamento di Filosofia  nei Licei. Studia filosofia della comunicazione. Fonda il Laboratorio di Epistemologia Informatica e il Centro per la Metodologia della Sperimentazione. Studia pragmatica computazionale e Informatica umanistica. Membro della Società Filosofica Italiana. Si occupato della storia della fisiologia, la storia sdell’informatica, l’informatica pragmatica, teoria della comunicazione, teoria dell’implicatura conversazionale, e teoria del segno. Pubblicato uno studio su Tommasi, che aderì alla sperimentazione. Ha trattato il contributo scientifico di Pende.  Analizza i fondamenti dell'informatica nei suoi rapporti con le teorie filosofiche, mettendo in evidenza le strutture epistemiche reciprocamente significative. “Filosofia ed informatica”, Inoltre, ha sperimentato applicazioni delle tecnologie informatiche nella ricerca umanistica.  Le ricerche condotte nell'ambito dell'informatica linguistica si sono proposte l'analisi linguistico-computazionale. L'obiettivo è stato quello di andare al di là del livello “lessicografico” – il filosofese – o terminologia filosofica, como ‘implicatura’ -- e di implementare una rete sintattica automatica con l'ausilio di software dedicati.  Il primo progetto ha riguardato l'analisi della conversazione nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di GALILEI. Usando un software, creato dal Laboratorio di Epistemologia Informatica di Bari, ricava un “vocabolario” (filosofese, terminologia filosofica, vocabolario filosofico) galileiano, procedere ad una prima valutazione dello stile ed avviare l'analisi “semantica” di un “concetto” utilizzato da Galileo. Ha raccolto, infine, questi spunti in una riflessione sui linguaggi dell'artificiale, intersecati con quelli della vita, sulle nuove tecnologie della comunicazione e sull'etica.  Altre opera: “Tommasi, filosofo, Bari, Adriatica; “Filosofia e sperimento” Bari, Adriatica; “Scienza, filosofia, letteratura, Verona, Bertani; “ Introduzione a Charcot, Fasano, Schena); “Epistemologia informatica, Bologna, Transeuropa); “ Filosofia e informatica. Bari: Laterza); “L'uomo e la macchina trent'anni dopo: Filosofia e informatica, Società Filosofica Italiana, Bari, Laterza); “Dall'offerta formativa alla creazione di un nuovo lavoro: la laurea umanistica” in Convegno per il corso "Informatica umanistica” BARI: G. Laterza); “Laboratori di psicologia tra passato e futuro, Lecce, Pensa Multimedia); “La prosa di Galileo: la lingua la retorica la storia, Lecce, Argo); “La filosofia come strumento di dialogo tra le culture, Bari, Mario Adda Editore); La Società Filosofica Italiana, Roma, Armando. Triggiani, Cultura, un fronte unico. Università e Comune per una rete dei contenitori, in Gazzetta del Mezzogiorno, A.L., Dopo la laurea faccio il master in orecchiette, in Specchio. Supplemento di La Stampa, F. Di Trocchio, Dall'archivio al futuro, in L'Espresso,de Ceglia, l. Dibattista, Semi di storia della scienza.  Milano, Angeli.  L’esperire immediato e l’esperienza mediata Affronteremo in questa lezione il difficile rapporto che s’instaura tra il mondo-della-vita e quello della scienza, tra esperienza diretta ed immediata ed organizzazione razionale. Husserl ritiene che le scienze moderne (matematiche e naturali) hanno bisogno di un nuovo fondamento, diverso e ben più solido di quello che vien loro solitamente attribuito dalla comunità degli scienziati, dei logici e dei metodologi. Per trovare questo nuovo fondamento, egli si rivolge direttamente al mondo-della -vita, cioè al mondo dell’esperienza concreta, nel quale le intuizioni si presentano al loro stato originario, non ancora elaborate in concetti: in una parola, si rivolge al mondo del precategoriale. A questo proposito egli mette in guardia gli scienziati, i quali ritengono di considerare la natura come è realmente e non si accorgono dell’astrazione attraverso la quale essa è diventata per loro un tema scientifico, non si accorgono cioè che le cose cui fanno riferimento - perfino quando parlano di oggetti empirici, di risultati dell’osservazione e della sperimentazione - sono in realtà il frutto di un precedente, assai complesso e artificioso, lavoro categoriale. Possiamo ricordare, a questo proposito, le procedure operative che oggi (in maniera più evidente di quanto si poteva percepire ai tempi di Husserl) le scienze sperimentali adottano. Ecco un esempio. Vedere, nella scienza del nostro tempo, vuol dire, quasi esclusivamente, interpretare segni generati da strumenti: tra la vista di un astronomo del nostro tempo che fa uso del telescopio spaziale Kepler e una di quelle lontane galassie che appassionano gli astrofisici ed accendono la fantasia di tutti gli esseri umani sono interposti oltre una dozzina di complicati apparati mediatori del tipo: un satellite, un sistema di specchi, una lente telescopica, un sistema fotografico, un apparecchio a scansione che digitalizza le immagini, vari computer che governano riprese fotografiche e processi di scansione e memorizzazione delle immagini digitalizzate, un apparecchio che trasmette a terra queste immagini in forma di impulsi radio, un apparecchio a terra che ritrasforma gli impulsi radio in linguaggio per un computer, il software che ricostruisce l’immagine e le conferisce i necessari colori, il video, una stampante a colori e così via. Questo esempio evidenzia che la scienza ha due attività fondamentali: la teoria e gli esperimenti. Le teorie cercano di immaginare come il mondo è; gli esperimenti servono a controllare la validità delle teorie e la tecnologia che ne consegue cambia il mondo. L’intero iter della ricerca scientifica si può sintetizzare con una affermazione netta: rappresentiamo e interveniamo. Rappresentiamo al fine di intervenire e interveniamo alla luce delle rappresentazioni. Dall’epoca della rivoluzione scientifica ha preso vita una sorta di “artefatto collettivo” che dà campo libero a tre fondamentali interessi umani: la speculazione, il calcolo, l’esperimento. La collaborazione fra ciascuno di questi tre ambiti porta a ciascuno di essi un arricchimento che sarebbe altrimenti impossibile. Per questo, come aveva insegnato già il filosofo inglese Francesco Bacone (ritenuto con Galilei il padre della scienza moderna), la scienza non è osservazione della natura allo stato grezzo. I sensi dell’uomo vanno ampliati mediante strumenti. I raggi dell’ottica di Newton, così come le particelle della fisica contemporanea, non sono dati in natura, sono i dati di una natura sollecitata da strumenti. Di fronte alla natura - come aveva affermato con una delle sue barocche metafore il Lord Cancelliere inglese - dobbiamo imparare a “torcere la coda al leone”. Da questo punto di vista la storia degli strumenti non è esterna alla scienza, ma ne è parte costitutiva e integrante. Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore. La rivincita della conoscenza comune In altre parole: la definizione operativa accolta usualmente dagli scienziati tende sì a ricondurre i concetti ad un contenuto empirico, ma questo contenuto in realtà è quello filtrato da teorie e strumenti, come dall’esempio che abbiamo sopra riportato.La tesi di Husserl è, invece, che il fondamento di tutte le scienze - anche di quelle cosiddette empiriche - possa venire fornito soltanto dal «fiume eracliteo» delle intuizioni che precedono qualsiasi tipo di concettualizzazione e che ci coinvolgono nell’immediatezza della vita, personale e professionale, vissuta, la quale presuppone “il mondo circostante quotidiano della vita, in cui tutti noi, e anch’io in quanto filosofo, esistiamo coscienzialmente: non meno le scienze, in quanto fatti culturali inclusi in questo mondo, e gli scienziati e le loro teorie. Nei termini del mondo-della-vita: noi siamo oggetti tra gli oggetti; siamo qui o là, nella certezza diretta dell’esperienza, prima di qualsiasi constatazione scientifica, fisiologica, psicologica, sociologica, ecc. D’altra parte siamo soggetti per questo mondo, soggetti egologici che lo esperiscono, che lo considerano, che lo valutano, che vi si riferiscono attraverso un’attività conforme a scopi, soggetti per i quali il mondo circostante ha il senso d'essere che gli è stato attribuito dalle nostre esperienze, dai nostri pensieri, dalle nostre valutazioni, ecc., e nei modi di validità (della certezza, della possibilità, eventualmente dell’apparenza, ecc.) che noi realizziamo attualmente, in quanto soggetti di validità o che già possediamo da prima e che portiamo in noi in quanto abitualmente acquisiti, in quanto validità di questo o di quel contenuto che possono essere attualizzate a piacimento. Naturalmente tutto ciò soggiace a una molteplice evoluzione, mentre ”il” mondo continua a essere un mondo unitario, e si corregge soltanto nella sua struttura di contenuto. Ora, se consideriamo noi stessi in quanto scienziati, nella funzione di scienziati in cui ora di fatto ci troviamo, al nostro particolare modo d’essere, di essere scienziati, corrisponde il nostro fungere attuale nel modo del pensiero scientifico, del nostro porre problemi e del nostro ricavare soluzioni teoretiche in relazione alla natura e al mondo dello spirito; ciò a cui ci riferiamo non è dapprima altro che uno degli aspetti del mondo-della-vita già precedentemente sperimentato o, comunque, già presente alla coscienza e già valido scientificamente o pre-scientificamente. Fungono con noi gli altri scienziati, che vivono con noi in una comunità teoretica, che attingono o già possiedono le stesse verità, oppure che, grazie all’accomunamento di questi atti, stanno con noi nell’unità di operazioni critiche e nel proposito di un accordo critico. D’altra parte noi possiamo essere per gli altri, e gli altri per noi, meri oggetti; invece che nella comunità dell’unità di un interesse teoretico attuale, possiamo conoscerci reciprocamente attraverso l’osservazione; possiamo conoscere gli atti del pensiero, gli atti dell’esperienza e, eventualmente, altri atti, come fatti obiettivi, ma “senza interesse”, senza partecipazione, senza un’adesione o un rifiuto critico” (Husserl, La crisi delle scienze europee). Ogni pensiero scientifico e qualsiasi problematica filosofica, secondo Husserl, implicano sempre certe ovvietà, per esempio la certezza che il mondo esiste, che è già sempre preliminarmente, e che qualsiasi rettifica di un’opinione di qualsiasi tipo, presuppone sempre il mondo in quanto orizzonte di ciò che senza dubbio è e vale. Anche la scienza oggettiva pone i suoi problemi sul terreno di questo mondo, il quale, però, è sempre già da prima, che è già a partire dalla vita prescientifica. Essa, come qualsiasi prassi, presuppone il suo essere; ma, insieme, si pone come fine la trasformazione del sapere prescientifico (che è imperfetto sia nella sua portata che nella sua consistenza), in un sapere compiuto, conformemente all’idea della correlazione tra mondo, che in sé è ben determinato, e verità scientifiche che lo spiegano, presentandosi come delle verità in sé. In altri termini, il suo compito è quello di attuare questa esplicazione attraverso un processo sistematico, attraverso gradi di compiutezza, utilizzando un metodo che permetta un costante progresso. In realtà Husserl tende a realizzare una descrizione dello strato precategoriale (o antepredicativo) posto a fondamento dell’edificio logico-categoriale. Questo strato può presentarsi sia come un piano autonomo d’esperienza che ignora la destinazione predicativa, sia come un’anteriorità funzionale, cioè come un precategoriale non autonomo in quanto indirizzato verso il piano predicativo (o categoriale). In questo secondo caso, il predicativo assume il valore di interpretazione ed esposizione linguistica dell’antepredicativo cioè dell’originario d’esperienza. Il criterio che egli assume, peraltro, richiede che ogni fondazione e chiarificazione conoscitiva acquisisca, dal punto di vista fenomenologico, la forma del rinvio all’intuizione fondante. In tal modo il rapporto tra sensibilità ed intelletto (è evidente qui il richiamo critico alle due “fonti della conoscenza”, di kantiana memoria) si traduce nel rapporto tra sensibile e “categoriale”: il non-categoriale, il precategoriale è collocato nella sfera del sensibile con tutta la sua valenza fondativa per gli atti logici superiori. La rivincita della conoscenza comune Agrimensura empirica e geometria scientifica Tra le pagine più note, nelle quali Husserl analizza il rapporto fondativo del precategoriale incarnato nel mondo-della-vita ed il categoriale consacrato nei paradigmi scientifici, quelle dedicate alla genesi della geomertia e della geometrizzazione della natura sono particolarmente idonee per le tematiche che stiamo analizzando. Husserl precisa subito che la sua indagine genealogica non mira ad una ricostruzione “storiograficamente corretta” delle origini della geometria (emblematicamente assurta a simbolo della scienza “esatta”, ma non rigorosa) bensì vuole rintracciare il senso profondo, originario della sua collocazione categoriale. Il problema dell'origine della geometria (e sotto il titolo di geometria raccogliamo qui, a fine di concisione, tutte quelle discipline che si occupano delle forme esistenti matematicamente nella spazio-temporalità) non è qui un problema storico-filologico; non si tratta quindi di reperire i primi geometri che·abbiano formulato proposizioni, dimostrazioni, teorie geometriche, né quelle determinate proposizioni che essi possono aver scoperto, ecc. Il nostro interesse mira invece a risalire al senso più originario in cui la geometria si è costituita, in cui si è sviluppata attraverso millenni, in cui è ancora viva per noi e in cui continua a evolvere; noi indaghiamo cioè il senso in cui si è presentata per la prima volta nella storia - il senso in cui dev’essersi presentata, anche se nulla sappiamo, né cerchiamo di sapere, sui suoi creatori. Partendo da ciò che sappiamo della nostra geometria, oppure dalle sue forme più antiche tramandateci (per es. dalla geometria euclidea), cerchiamo di risalire agli inizi originari e ormai sommersi della geometria, a quegli inizi “originariamente fondanti” così come devono necessariamente essersi prodotti. Questo tentativo di risalire al senso originario si mantiene necessariamente nell’ambito delle generalità, ma, come La rivincita della conoscenza comune risulterà tra breve, si tratta di generalità ricchissime, la cui esplicitazione offre la possibilità di attingere problemi particolari e constatazioni evidenti che a loro volta si configurano come problemi. La geometria, per così dire, compiuta, a cui occorre rifarsi per risalire al suo senso, è una tradizione. La nostra esistenza umana si muove nell’ambito di un numero enorme di tradizioni. Tutto il mondo culturale, in tutte le sue forme, è per noi in base alla tradizione. Perciò le forme culturali non sono soltanto divenute causalmente: noi sappiamo anche che la tradizione è appunto una tradizione che si è costituita nel nostro spazio umano e in base all’attività umana, sappiamo che è spiritualmente divenuta - anche se in generale noi non sappiamo nulla della sua precisa provenienza e della spiritualità che l’ha di fatto determinata. E tuttavia, anche questo non-sapere include sempre, per essenza e implicitamente, un sapere che può essere esplicitato, un sapere di un’evidenza incontestabile. (Husserl). Questo sapere, continua Husserl, affonda le radici, nell’esempio specifico che egli illustra, nell’impiego empirico dei concetti geometrici. A questo livello possiamo certo accontentarci di determinazioni piuttosto vaghe, di una vaga tipicità; e dunque di confronti sommari, a occhio e croce. Ci possiamo contentare, ma beninteso secondo i casi. Vi sono situazioni in cui non ci contentiamo affatto. Se, ad esempio, dobbiamo vendere il nostro campicello o scambiare il nostro con quello di un altro, presumibilmente non saremo affatto soddisfatti da determinazioni tra il più e il meno. Cercheremo di escogitare metodi più precisi di confronto, dunque metodi di misurazione. Si vede subito allora in che senso la pratica della misurazione abbia a che fare con la geometria, e in particolare con la sua origine. Pur essendo motivati da interessi pratici, cominciamo tuttavia ora a porci problemi teorici, continua Husserl, sia pure in una forma relativamente disorganica. Per escogitare metodi di misurazione abbiamo bisogno di operare una certa classificazione delle forme, scoprire certe relazioni tra esse o inventare dei ben determinati congegni per stabilire tra esse una relazione. In tutto ciò sono implicite numerose riflessioni teoriche che preparano la riflessione propriamente geometrica. Lo stesso problema di una classificazione tenderà, ad esempio, ad un certo ordinamento che prefigura la distinzione tra forme elementari e forme derivate e che non solo richiede un preciso intervento teorico, ma configura altrsì un possibile campo di indagine con fini propriamente ed esclusivamente conoscitivi. Questa origine della problematica geometrica non ha evidentemente un carattere “storiografico” nel senso consueto del termine. In altri termini, non ci sono documenti che mostrino che le cose siano andate proprio così, e questo è un altro elemento di notevole interesse che emerge dalle riflessioni di Husserl e che riguarda il concetto della storicità. È innegabile infatti che siamo comunque di fronte ad una descrizione storica, ma essa è condotta sul filo di una logica interna ai concetti, non è un racconto più o meno leggendario. E persino l’origine della riflessione geometrica dall’agrimensura ha forse queste caratteristiche di una connessione genetica non storiograficamente documentata in senso stretto, ma che rientra tuttavia, in un certo senso, nel pensiero di una storia della geometria alle sue origini. Scrive Husserl: La metodica geometrica della determinazione operativa di alcune e poi di tutte le forme ideali a partire da forme fondamentali, in quanto mezzi elementari di determinazione, rimanda alla metodica esercitata già nel mondo circostante pre-scentifico-intuitivo, dapprima in modo rudimentale poi secondo regole d’arte, alla metodica della misurazione e in generale della determinazione misurativa. Le sue finalità hanno un’origine, che è rivelatrice, nella forma essenziale di questo mondo-della-vita. Le sue forme sensibilmente esperibili e sensibilmente- intuitivamente pensabili in esso e tutti i tipi pensabili, a qualsiasi grado di generalità, si connettono continuamente le une con gli altri. In questa continuità essi riempiono la spazio- temporalità (sensibilmente intuitiva) che è la loro forma (Form). Ogni forma che rientra in questa aperta infinità, anche quando è data come un fatto nella realtà, è priva di “obiettività”, perciò non è determinabile intersoggettivamente da chiunque - per es. da un altro che non la veda di fatto -, né comunicabile nella sua determinatezza. Evidentemente a costui serve la misurazione. La misurazione è qualcosa di molto differenziato, il misurare vero e proprio non è che il suo momento conclusivo: da un lato si tratta di produrre concetti adatti per le forme corporee dei fiumi, dei monti, degli edifici, ecc. che di regola devono rinunciare a concetti e a nomi rigorosamente determinanti; innanzitutto per le loro “forme” (nell’ambito della somiglianza visiva), e poi per le loro grandezze e per i loro rapporti di grandezza e; ancora, per l’ubicazione, mediante la determinazione delle distanze e degli angoli che vengono riportati a luoghi e a direzioni presupposti noti e immobili. La misurazione scopre praticamente la possibilità di scegliere come misura certe forme fondamentali empiriche, che sono concretamente definite su corpi che di fatto sono generalmente disponibili ed empirico-rigidi, e, mediante i rapporti che esistono (e che devono essere scoperti) tra queste misure e le altre forme corporee, cerca di determinare intersoggettivamente e in modo praticamente univoco queste forme - dapprima in sfere ridotte (ad es. nell’ agrimensura) poi per nuove sfere di forme. Si capisce così come, in seguito all’esigenza, ormai desta, di una conoscenza filosofica, di una conoscenza che determinasse il vero essere, l’essere obiettivo del mondo, la misurazione empirica e la sua funzione empiricamente- praticamente obiettivante, attraverso la trasformazione dell’interesse pratico in un interesse puramente teoretico, potesse venir idealizzata e trapassare così in un pensiero puramente geometrico. La misurazione prepara così la geometria universale e il suo mondo di pure forme- limite. (Husserl). Naturalmente la fenomenologia rappresenta in certo senso la guida di questo pensiero. Benché l’istante della transizione non possa essere documentato, è tuttavia chiaro che molte conoscenze geometriche siano state anticipate e presupposte nella tecnica degli agrimensori. Anzi in generale i problemi che sorgono nell’ambito della soluzione di difficoltà pratiche stimolano la ricerca sul piano teoretico–conoscitivo: la prassi tecnica genera motivi di riflessione teorica. E inversamente la riflessione teorica diventa un mezzo della tecnica; una volta che una scienza come la geometria si è costituita, quando cioè esiste un lavoro scientifico diretto in modo autonomo ad un universo di oggetti concettualmente definito, questo lavoro si ripercuote a sua volta sul terreno dei problemi tecnici suggerendo nuove idee e nuovi progetti. Logica trascendentale e mondo-della-vita Questa interconnessione tra precategoriale e categoriale non riguarda soltanto le scienze naturali e sociali, ma investono ovviamente anche le scienze formali e, tra queste, la logica, verso la quale Husserl, fin dall’inizio della sua attività filosofica, ha sempre mostrato particolare interesse. Dalle Ricerche logiche a Logica formale e trascendentale a Esperienza e giudizio, egli traccia la via di una genealogia della logica, in polemica con il logicismo e lo psicologismo, Nello sviluppo del suo pensiero si impone a Husserl anche l’esigenza di chiarire che genere di rapporto sussiste tra la logica antepredicativa e la logica predicativa. La percezione sensibile, per quanto consista nel tendere da parte dell’io verso l’oggetto intenzionato, è sempre una conoscenza instabile, insicura, che non consente mai di possedere l’oggetto conosciuto in maniera definitiva. Questo è possibile soltanto mediante una conoscenza predicativa, cioè attraverso la logica, la quale ha la capacità di fissare l’oggetto e di conservarlo anche quando non è presente nella percezione. La conoscenza antepredicativa e quella predicativa, perciò, si differenziano nettamente e ciascuna si caratterizza per una propria specificità. Se però si analizza la genesi della logica, ci si rende conto che bisogna rifarsi alla percezione sensibile per spiegare la logica predicativa. Questo significa che la conoscenza predicativa, di cui appunto la logica è l’espressione più compiuta, riposa fenomenologicamente, cioè dal punto di vista della sua fondazione, sulla conoscenza antepredicativa, cioè si esplicita in logica trascendentale. Scrive Husserl: Chiarito il contrasto tra scienza obiettiva e mondo-della- vita, occorre tuttavia localizzare la loro essenziale connessione: la teoria obiettiva nel suo senso logico (in termini universali, la scienza come totalità delle teorie predicative, dei sistemi logici in quanto sistemi di proposizioni in sé, di verità in sé e, in questo senso, di enunciati logicamente connessi) è radicata e fondata nel mondo-della-vita, nelle sue evidenze originarie. Proprio per questo la scienza obiettiva ha una costante relazione di senso col mondo in cui sempre viviamo, e in cui, quindi, viviamo anche nella nostra qualità di scienziati accomunati a tutti gli altri scienziati - si tratta cioè di una relazione col comune mondo-della-vita. Ma così la scienza obiettiva è un’operazione di persone pre-scientifiche, di persone singole e di persone accomunate nell’attività scientifica, di persone quindi che appartengono al mondo-della-vita. Le loro teorie, le formazioni logiche, non sono naturalmente cose del mondo-della-vita nel senso in cui lo sono i sassi, le cose, gli alberi. Sono totalità logiche e parti logiche costituite da elementi logici ultimi. Per parlare con Bolzano: sono rappresentazioni in sé, proposizioni in sé, conclusioni e dimostrazioni in sé, unità ideali di significato, la cui idealità logica è determinata dal loro telos “verità in sé”. Ma anche questa idealità, come qualsiasi altra, non muta nulla al fatto che sono formazioni umane connesse per essenza alle attualità e alle potenzialità umane, e che quindi rientrano nella concreta unità del mondo-della-vita, la cui concrezione dunque ha una portata maggiore di quella delle cose. Ciò vale, correlativamente, anche per le attività scientifiche, sperimentali, per le attività che in base all’esperienza plasmano le formazioni logiche, in cui esse compaiono in forma originaria e in modi originari di evoluzione, nei singoli scienziati e nella comunità degli scienziati: quale originarietà delle proposizioni, delle dimostrazioni, ecc. che sono state elaborate in comune (Husserl). Come potete notare, si tratta di un’ampia riflessione sul come le strutture logiche siano o meno adeguate alla dimensione della realtà oggettiva. In questo senso la logica trascendentale si presenta come logica dei fondamenti, ed è in seno ad essa che si costituisce la logica come scienza formale. La logica formale tradizionale, invece, ha ignorato la propria genesi, presupponendo come ovvia la validità delle proprie leggi. Al contrario, un giudizio logico deve essere valutato come un atto soggettivo di conoscenza che si impadronisce del suo contenuto. Per questo motivo le leggi logiche formali, che siano normative del giudizio, ma che non tengono conto del fatto che sono normative anche del suo contenuto, fanno sorgere interrogativi sulla validità dei loro giudizi sul mondo naturale e sulla verità ed evidenza dei loro contenuti. Seguendo questo punto di vista, Husserl sviluppa pienamente il tema della logica trascendentale in rapporto alle categorie di verità e di significato. Conseguentemente, la logica si configura qui come teoria delle teorie: essa non è solo un discorso logico sulla logica, condotto con i mezzi della logica, ma un metadiscorso sulla logica, che tuttavia non si presenta né come una sovrastruttura né come una forma speculativa. E’, a tutti gli effetti, una regressione, un ritorno ai fondamenti che l’hanno costituita nelle sue operazioni originarie, anche storiche, nonché nelle sue operazioni attuali. Le ricerche fenomenologiche, ribadisce Husserl, risultano necessarie alla logica pura, trascendentale. Ne rappresentano la sua fondazione intuitiva e precategoriale: in quanto la logica è da ricercare nelle operazioni costitutive, diventa logica filosofica, filosofia prima, teoria della teoria. Ma, badate bene, ciò non è in contraddizione con la fondazione precategoriale: è solo l’altra faccia della questione, poiché la fondazione deve sempre essere ristabilita nella presenza e nelle modalità temporali e quindi genetiche e storiche. Le scienze, invece, che non prendono in considerazione ciò che costituisce il loro fondamento trascendentale, cioè le condizioni per cui si danno, si risolvono in pure tecniche di manipolazione di simboli linguistici. Nome compiuto: Mauro Di Giandomenico. Giandomenico. Keywords: l’apertura semantica, “How Pirots Karulise Elatically” – pirots karulise elatically – pirots karulise – ‘implicazione’ – aperture semantica, Galileo, la retorica di Galilei, Galilei, lo stile di Galilei, Vinci, I corpi, la filosofia positivistica italiana  -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giandomenico: l’implicatura conversazionale: ‘Pirots karulise elatically; therefore, pirots karulise!” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura mistica – l’implicatura di Catone – la scuola di Muggia -- filosofia muggiana – filosofia triestina – filosofia friulese – filosofia veneta. filosofia italiana – Luigi Speranza (Muggia). Abstract. Grice: “At Oxford, we had Chamberlain, and I was forced to leave Oxford and join the Navy – at Bologna, they had Mussolini, who rather created a school of mysiticism to entertain the philosophical minds amongt them!” Keywords: fascism. Filosofo muggiano. Filosofo trestino . Filosofo italiano. Muggia, Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “It’s hard for me to judge Giani’s philosophy because I fought against the Italians during the so-called ‘second world war,’ so-called!” Grice: “But I would be willing to expand: if Giani developed what he aptly called a ‘mystique’ – so did we at Oxford – Churchill surely held his ‘mystique.’ Of course the Italian, being more scholastic, had to call it ‘scuola di mistica,’ – and the idea was that of an all-male chivalry order – aptly set at Milan!” Fonda la corrente filosofica nota come "Mistica". Partì come volontario di guerra e morì sul fronte. Frequentato il Liceo ginnasio di Trieste. Si trasfere a Milano, dove si iscrive a Milano e quindi ai Gruppi Universitari, laureandosi. Anticipa l'imminente apertura della scuola sul foglio dei Gruppi Universitari, "Libro e moschetto" della scuola di mistica. Ne divenne direttore, carica che lasciò alla fine dell'anno seguente dopo aver scritto il suo ampio discorso da tenersi a Roma in occasione dellaI iunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che coincide anche con il decennale della Marcia su Roma in cui enuncia i principi della nuova scuola.  Su impulso di G. si comincia inoltre a pubblicare i Quaderni della scuola di mistica. Poche settimane dopo la riunionesi dimise da direttore con una lettera inviata a MUSSOLINI, per contrasti interni con il segretario politico dei Gruppi Universitari. Imputa le dimissioni al mancato trasferimento della scuola nella vecchia sede de Il Popolo d'Italia chiamato anche "Il covo" La richiesta di entrare in possesso de "Il covo" punta ad ottenere il possesso di uno degl’ambienti più importanti dell'immaginario fascista. Continua quindi a collaborare con diversi quotidiani come "Il Popolo d'Italia" e "Gerarchia". "Lineamenti sull'ordinamento sociale dello stato" gli fa ottenere la libera docenza e e quindi la cattedra a Pavia ma parte volontario per la guerra arruolandosi col grado di capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel Battaglione"Vercelli".  Rientrato in Italia, riassunse la guida della scuola, qui in occasione della chiusura dell'anno scolastico nell'aula della casa del Fascio di Milano. Rientrato in Italia riassunse la carica di direttore della "Scuola di Mistica" lanciando due importanti iniziative, rilancia la pubblicazione della serie di "Quaderni" che affrontavano differenti problematiche e sempre per sua iniziativa fu creata nell'ambito della scuola la rivista mensile, Dottrina che divenne l'organo ufficiale della Scuola, in cui pubblica  il "Decalogo dell'italiano nuovo”. Si dedica inoltre al giornalismo diventando direttore a Varese di "Cronaca prealpina" e collaborando a diverse testate, tra cui Tempo (Direttore: Acito). Dalle pagine di "Cronaca prealpina" prese parte alla campagna fondata sui propri convincimenti del ‘spirito’ contrapposto al "biologico"  La Cronaca prealpina dopo la nomina di G. a direttore arriva a quadruplicare la tiratura.   L'incontro a Roma con Mussolini in cui si decise la cessione del covo ai "mistici" della Scuola. Su impulso di G., con una cerimonia presieduta di Starace, la sede ufficiale della scuola di mistica si sposta nel medesimo edificio che ospitò ai suoi primordi il giornale Il Popolo d'Italia, chiamato il covo. Il covo negli anni e stato trasformato in una galleria. La palazzina e proclamata monumento nazionale con tanto di guardia d'onore  svolta da squadristi e combattenti. Per esplicita decisione di Mussolini, e ufficialmente consegnata ai mistici della scuola. L'evento e vissuto come una autentica consacrazione dei insegnanti riuniti intorno a G.. In realtà la consegna e già stata disposta come risulta da un foglio d'ordini del PNF e in quell'occasione il consiglio direttivo e ricevuto a Roma da MUSSOLINI. Mussolini li aveva spronati continuare nella loro attività.  A Milano, in occasione del decennale dalla fondazione della scuola, organizza il convegno di mistica che nelle sue intenzioni dove essere il primo della serie. Obiettivo che sfuma a causa dell'entrata in guerra. L'incontro vide oltre 500 partecipanti ed ha l'adesione della maggior parte dei filosofi dell'epoca. Come gran parte dei mistici, partecipa nuovamente come volontario alla seconda guerra mondiale, conflitto nel quale vede il presagio di una rivoluzione in vista di una nuova era.  Inquadrato nel  reggimento alpini prende parte alla battaglia delle Alpi Occidentali contro la Francia venendo decorato con la medaglia d’argento al valor militare.Terminata la campagna di Francia in seguito all'armistizio torna alla vita civile ma incominciata nel frattempo la guerra in nord Africa richiese più volte di partire volontario senza ottenere soddisfazione. Alla fine ottenne di partire  come corrispondente di guerra de Il Popolo d'Italia, della Cronaca prealpina e de L'Illustrazione Italiana presso i reparti della regia aeronautica. Per quest'ultima realizza anche diversi servizi fotografici. All'attività di giornalista affiance anche quella di militare prendendo parte ad alcune azioni e ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare. E richiamato in Italia dove riassunge la guida de "La cronaca prealpina".Nuovamente incorporato nel reggimento alpini riparte infine come volontario per la campagna di Grecia, dove cadde sul fronte greco-albanese nella battaglia per la conquista della Punta Nord del Mali Scindeli. Si offre volontario per una pericolosa missione che prevede la conquista di una munita postazione greca. L'attacco ebbe inizialmente successo con la conquista della posizione ma riorganizzatisi i greci condussero un contrattacco. Nello scontro cadde. Il periodico L'Illustrazione Italiana scrive, senza riportare dove o come avrebbe potuto registrare tali parole, che l'ufficiale greco che lo aveva colpito a morte avrebbe raccontato che nello scontro G. gli si era parato davanti "come un dio o un demone".  Il corpo di G. anda disperso e gl’altri assaltatori che  prendono parte all'attacco dovettero ritirarsi rapidamente incalzati dai soldati greci. E pochi giorni dopo incaricato delle ricerche Carati che e anche vice-direttore della scuola di mistica. Le ricerche a causa della perdurante situazione di guerra sono nulle, e riuscì solo ad individuare il luogo in cui e caduto.  In quell'occasione, richiesta un'udienza al duce, chiede che puo partire per l'Albania il cognato Guido G. e il fratello Sampietro. Questi ultimi rinvennero la salma sepolta in maniera anonima in territorio greco. Di qui la salma e translata nel piccolo cimitero militare di Klisura.  MUSSOLINI e preso come principale punto di riferimento dalla scuola di mistica. Elabora un discorso programmatico in cui enuncia i principi fondanti della Scuola e della Mistica fascista. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di mistica ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori  che sono nell'opera del Duce.  (G. in La marcia sul mondo). Inizialmente i principi esposti da G. fanno parte di un discorso più ampio da tenersi a Roma in occasione di una riunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. L'ampio discorsoe poi pubblicato nella serie dei "Quaderni" voluti da G. con il titolo "La marcia sul mondo della civiltà". Si impone un ritorno alle origini, ovvero al movimentismo rivoluzionario, riallacciandosi idealmente all'esperienza delle prime squadre d'azione e degli arditi della Grande Guerra quindi, secondo Veneziani "una più radicale rivoluzione coniugata al recupero di una più integralistica tradizione. Ma più che legati agli enunciati politici del manifesto di sansepolcro i mistici di quella esperienza esaltavano soprattutto la lotta contro la borghesia affaristica del primo dopoguerra. La mistica si considera rappresentante proprio di questo mondo ispirato dall'amore di patria e posta a guardia della rivoluzione permanente e in contrasto con gli opportunisti e i trasformisti. Individuava nell'epoca contemporanea *quattro* principali mistiche, destinate ad apportare in un primo tempo dei benefici ma poi a fallire: liberale, democratica, socialista e comunista. Liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo sono le quattro mistiche dominanti nella societa. Il bilanciolo abbiamo già visto è per tutte negativo. Il liberalismo porta all'anarchia. La democrazia porta all'instabilità politica e sociale. Il socialism porta alla otta civile. Il comunismo porta alla vita primitiva. Queste quattro mistiche sono pertanto anti-storiche. A fronte di esse l'unica mistica in grado di superare tali crisi era quella come sviluppato nel capitolo intitolato "La marcia ideale" la cui conoscenza e diffusione presso le masse era compito della élite. Medaglia d'argento al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'argento al valor militare «Volontario nella guerra d'Africa ove prese parte volontario a diverse pattuglie esploratori, chiese ed ottenne di essere anche in quest guerra assegnato ad un reparto combattente. Destinato all'11º alpini volontario a due azioni del battaglione Bolzano chiese di partecipare alla ardita discesa di due compagnie del battaglione Trento effettuata in una valle occupata dal nemico e avanzò con la prima pattuglia sotto intenso bombardamento, sprezzante del grave pericolo di sorprese e di accerchiamento nemico, esempio trascinante a ufficiali e soldati, e prova di dedizione alla patria, di alta fede e di valore. Medaglia di bronzo al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia di bronzo al valor militare «Corrispondente di guerra presso una squadra aerea disimpegnava il suo particolare e delicato servizio con alto senso di responsabilità. Spesso presente sugli aeroporti più avanzati e maggiormente battuti dall'offesa nemica allo scopo di rendersi conto di ogni particolare, partecipava volontariamente a difficili e rischiose missioni di guerra, dando sicura prova anche nelle più critiche circostanze di sereno sprezzo del pericolo e completa dedizione al dovere.» Medaglia d'oro al valor militarenastrino per uniforme ordinaria medaglia d'oro al valor militare. Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compimento di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa dei pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l'ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: «Avanti Bolzano! Viva l'Italia», veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e di amor di Patria. Punta NordMali Scindeli (Fronte greco) Saggi: “La via della gloria, anni 20 La marcia sul mondo della Civiltà Fascista, Lineamenti su l'ordinamento sociale dello Stato, Giuffré ed. La mistica come dottrina. Perché siamo, A. Nicola. Perché siamo mistici. Mistica della rivoluzione. Antologia di scritti, Il Cinabro,  Longo, “I vincitori della guerra perduta” (sezione su  G.), Settimo sigillo, Roma.Carini, G. e la scuola di mistica fascista,  Mursia, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Antonellis, Come dove essere il perfetto, su storia illustrate, Carini nella prefazione su  G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini,  G. e la scuola di mistica, Mursia,Carini, G. e la scuola di mistica, Mursia, Carini, G. e la scuola di mistica fascista, Mursia, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Grandi, Gli eroi, G. e la Scuola di mistica, Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia, una cui sommaria sintesi è nel sito varesenews Archiviato. Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Il saggio, edito da Dottrina Fascista, riporta in forma integra la conferenza inaugurale tenuta da G. per l'inaugurazione del corso per maestri della scuola di mistica. Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia in Grandi, Gl’eroi di Mussolini, BUR, Milano, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Veneziani, La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, Longo, Gl’eroi della guerra perduta, Settimo sigillo, Roma,  L'Illustrazione italiana, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica fascista, Grandi, Gl’eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica fascista, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Marcello Veneziani, La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini, G. e la Scuola di mistica, prefazione di Veneziani, Mursia, Milano, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica, BUR Biblioteca Rizzoli, Raido Speciale Scuola di Mistica, Raido, Roma, Arnaldo M., Coscienza e dovere. G. MISTICA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA Antologia di scritti.  In breve: Siamo mistici perchè siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini partigiani per eccellenza e quindi anche assurdi Del resto nell’impossibile e nell’assurdo non credono gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la volontà, niente è assurdo». (Niccolò Giani) Un’antologia che raccoglie i più significati testi di G., tra i massimi esponenti della corrente più radicale, oltranzista e universale del Fascismo, la Scuola di Mistica Fascista. Questa antologia rappresenta la prima raccolta organica dei più significativi scritti di G.  È, a nostro giudizio, il modo migliore per illustrare senza filtri la sua persona, la sua filosofia, e la sua azione. È un omaggio doveroso al testimone di quello che e il Fascismo universale e intransigente che mai scese a compromessi con la vita comoda, al rinnovatore spirituale e politico di una intera generazione. Esempio di eroismo che, al di là della contingenza storica, seppe essere coerente con i propri principî vivendo l’ideale sino all’estremo sacrificio; quasi innalzando il Fascismo ad una categoria universale dell’essere, come fonte inesauribile di spiritualità cui innestarsi per fare la rivoluzione dell’uomo e del mondo. G., nato a Muggia, cadde sul fronte greco nello slancio del combattimento, trasfigurato ormai nell’eroismo muto. Dimostra con la vita affermata oltre la morte, l’armonia tra pensiero e fede, la continuità tra filosofia ed azione, e della autentica rivoluzione rimane il puro rappresentante del nuovo italiano: per questo il suo esempio e il seme fecondo dell’aspro cammino di domani. Seppe con l’azione indicare la strada, con l’intransigenza insegnare l’esempio. I tesserati sono i suoi avversari. Contro di essi combatté, contro cioè i falsi, i presuntuosi, gli esibizionisti, i retorici, gli arrivisti; contro coloro, insomma, che considerarono la rivoluzione come atto di ordinaria amministrazione, sfruttabile per fini personali. Il Cinabro Ufficio stampa Rimbotti: Mistica Fascista. L’ordine della Milizia sacra; Rossi: La Mistica Fascista dell’Uomo Nuovo. Tra milizia politica e meta-politica la scuola rivoluzionaria del Fascismo; Mezzasoma: G., discepolo di Arnaldo. Decalogo dell’Uomo Nuovo La marcia ideale sul mondo della Civiltà fascista Generazioni di Mussolini sul piano dell’Impero Civiltà fascista civiltà dello spirito Aver Coraggio A difesa dell’Europa Fuori La mistica come dottrina del fascismo Le due Europe Mistica del fascismo, Corporativismo e Autarchia Il Centro di preparazione politica per i giovani. Fucina di Campioni della Rivoluzione Valore primordiale del covo I soliti imbecilli L’equivoco Perché siamo dei mistici Il volto della guerra Testamento spirituale al figlio G.: Presente!Mistica Della Rivoluzione Fascista E questo diritto alla prima linea, ad essere i disperati del Fascismo, è l’unica pretesa che, oggi, domani, sempre, i mistici del Fascismo accamperanno di fronte alla Rivoluzione, come, con vena veramente squadrista, ha detto PALLOTTA (si veda) nella sua relazione che ha avuto lo spirito e la mordenza del «menefreghismo» più autenticamente fascista. Prima linea, sul fronte esterno ed interno, contro il nemico di fuori e di dentro. Contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, ma anche, e con uguale decisione e durezza, contro gli attentatori della nostra integrità spirituale (G.)  Le conseguenze derivate dalla fine del primo conflitto mondiale e l’immediatarossi 5 crisi strutturale delle istituzioni e dei valori che investì, con una forza che non aveva avuto precedenti nella storia, le società europee, vennero allora giudicate come l’annuncio di un radicale mutamento di tutte le forme della vita politica e civile fino ad allora conosciute e complessivamente accettate. Una deflagrazione interna dei costumi, di certezze consolidate e di mentalità che modificò in maniera irreversibile l’immaginario collettivo di popoli e nazioni. Niente sarebbe più stato come prima. Uno Spirito nuovo si affacciava con ruvida decisione e realismo eroico reclamando il proprio posto nella Storia. L’alba delle grandi rivoluzioni si affacciava sul continente europeo e i popoli si sarebbero messi in marcia affascinati da nuove e esaltanti Weltanschauung.  Per Bruck, uno dei primi e tra i più significativi esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca, si tratta di una presa di posizione a carattere diffuso più che evidente. Assistiamo all’evento per cui tutto quel che non è liberale si unisce contro quel che è liberale. Noi viviamo i tempi di questa agitazione mondiale, che si produce per una estrema consequenzialità, e che si esplica in una rivoluzione radicale che prospetta la perdita da parte del nemico della sua posizione di potere: tale nuova situazione mondiale esordisce con un allontanamento dall’Illuminismo.”  Il periodo che immediatamente fece seguito al termine di un conflitto di così immensa portata, venne visto dai più attenti e acuti osservatori incredibilmente saturo di una genuina e stupefacente valenza rivoluzionaria e innovatrice, ciò significò l’inizio di una nuova stagione di entusiastiche mobilitazioni che avrebbero alla fine tonificato la fibra morale e politica del continente fino ad allora logorata ed estenuata da sovrastrutture ipocrite e corrose nel loro intimo che erano riuscite, attraverso innumerevoli sotterfugi, a sopravvivere a se stesse, sempre più annichilite da un pervasivo decadentismo culturale e morale e dal predominio di una mentalità borghese e oligarchica connotata dalle sue più perniciose vedute utilitaristiche e mercantilistiche.  Le conseguenze della fine della grande guerra significarono soprattutto una presa di coscienza collettiva e un’accelerazione formidabile dei fenomeni sociali, accompagnate entrambe da una esigenza totalmente nuova di considerare l’esistenza e i rapporti umani, esigenza che venne principalmente percepita prima dai combattenti e poi dai reduci come il frutto maturo della traumatica e allo stesso tempo travolgente esperienza della guerra di trincea, insomma un insieme di condizioni imprescindibili che prepararono il terreno e l’atmosfera per l’avvento delle ondate rivoluzionarie nazionalpopolari che misero in crisi valori e regole consolidate da tempo, assestando colpi mortali alle strutture politiche, sociali e culturali delle società borghesi liberal-democratiche.  Dalle forme statiche si passava alle forme dinamiche, nel senso jungeriano del termine.  Il Fascismo è la matrice principale che inaugurò la feconda ed entusiasmante stagione delle insurrezioni nazional-rivoluzionarie e il primo laboratorio culturale delle ancor più affascinanti sintesi nazionali e sociali.  Furono infatti i reduci del fronte, gli ex-combattenti che avevano creduto fino in fondo ad una particolare visione eroica della vita propria di una ideologia della guerra sviluppatasi nell’interiorizzazione del sacrificio bellico e del sangue versato – subendo poi la frustrazione di una vittoria conseguita sul campo di battaglia a duro prezzo che videro mutilata negli accordi di pace internazionali – a rappresentare la spina dorsale di una innovativa e volontaristica visione politica che pretendeva di coniugare un nazionalismo intransigente e guerriero partorito nelle trincee con le più avanzate e spregiudicate chiavi di lettura sociali.  La grande guerra di popolo aveva travasato nei combattenti il senso della tensione nazionale e sociale verso scopi e missioni comuni, una nuova coscienza collettiva che sarebbe stata cementata da un formidabile sentimento di fraterno e virile cameratismo, il culto della differenza e del radicamento nella specificità etnica della Stirpe italica. Gli squadristi fascisti non fecero altro che travasare tutti questi motivi nelle battaglie di piazza.  Sorti dalla guerra di popolo, divennero avanguardia di popolo. E il 28 Ottobre 1922 sarà il coronamento dei loro sacrifici, la loro apoteosi.  D’altronde era stato lo stesso Mussolini a dire che l’esperienza della guerra avrebbe generato le migliori condizioni per la rivoluzione sociale e politica. Anzi, ne sarebbe stata la prefazione. Era il novembre 1916 e Mussolini combatteva sul fronte del Carso, nei ranghi del 11° Reggimento Bersaglieri: “Noi vinceremo la guerra: ma poi dovremo vincere la pace. Sarà duro; ma ci arriveremo. La società italiana deve assolutamente mutare. Sugl’italiani bisogna contare. Questa guerra che noi combattiamo e che con tragica definizione viene detta di logoramento, porterà alla ribalta delle lotte civili una generazione che riuscirà a fare quello che la nostra non è riuscita a fare: il riscatto sociale e politico del mondo del lavoro, al di sopra e al di fuori dei dottrinarismi che oggi lo incatenano. A ciò non saremmo mai arrivati se non avessimo voluto la guerra, rovesciato i vecchi feticci sostituendo alle vuote ideologie i fatti e le loro naturali conseguenze. Questo non sarà solo di noi, ma anche di altri popoli.”  Una lucida e profetica anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto in tutta l’Europa. Tutto questo si pose, in maniera del tutto naturale, in totale opposizione al principio democratico in politica e a quello liberale nel campo economico, all’insegna di una rivoluzionaria concezione elitaria, fortemente gerarchica e anti-egualitaria che reclamava la valorizzazione delle minoranze attivistiche e carismatiche con la conseguente affermazione del principio guida del Capo, con il mito dello Stato totalitario come asse formante e legittimante della Comunità nazionale e non ultimo la funzione pedagogica del Partito unico, soprattutto mediante una costante mobilitazione politica delle masse, una sacralizzazione della politica attraverso il ricorso a liturgie collettive, miti e simbologie, e una crescente militarizzazione della vita sociale e civile, l’intervento statale attraverso gli istituti del Corporativismo per una razionale direzione disciplinata dell’economia che ponesse termine all’epoca del predominio delle oligarchie mercantilistiche e parassitarie e riportasse la vita economica al servizio dell’interesse collettivo subordinandola alle necessità politiche nazionali. Infine, l’affermazione sovrana di una particolare e severa tipologia umana di nuova impronta che avrebbe rappresentato lo spirito del nuovo tempo: l’Uomo Nuovo, l’Uomo integrale come manifestazione vivente di una Tradizione atemporale che ebbe la volontà e la capacità di tradursi in Rivoluzione. Proprio nel senso di quell’interpretazione che G. sa dare, facendosi portavoce di quegli ambienti del Fascismo intransigente e rivoluzionario che vollero interpretare al meglio gli insegnamenti mussoliniani: “Il Fascismo è un richiamo violento alla Tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la Tradizione come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di conservatorismo o di reazione. Invece, la Tradizione è continua coniugazione, attraverso il presente, del passato e dell’avvenire; è processo inesausto di superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria strada e corre nel tempo verso l’avvenire. Ecco perché, oggi, Rivoluzione e Tradizione non si escludono, ma anzi si identificano e questo spiega il culto che noi abbiamo pel passato e dice ai soliti uomini dai paraocchi che l’italiano non può che essere fascista. Questa nuova visione della politica rappresentata dal Fascismo rappresentò inequivocabilmente la radicale negazione dei principi emersi dalla rivoluzione francese, una evidente antitesi storica e culturale di quanto fu incarnato dall’illuminismo, che costituì l’essenza di tutte le manifestazioni materialistiche ed economicistiche della decadenza moderna: da quelle individualistiche, liberali e democratiche a quelle cosmopolite, genericamente progressiste e marxiste.  Il Fascismo, anche nella sua più vasta comprensione europea, intese proporre in maniera concreta ed efficace un discorso radicalmente alternativo alla politica borghese e alla società borghese richiamandosi al concetto di avanguardia delle idee, un’avanguardia rivoluzionaria che fosse in grado, senza contraddizioni, di saldare assieme passato e presente vincendo così la sfida della modernità, sostituendo il vigore giovanile della passione idealistica e volontaristica alla decadente dissolutezza del conservatorismo borghese e il cameratismo militante radicato nella coscienza popolare alla società atomizzata e polverizzata delle democrazie liberali.  Un discorso ambizioso per un’avanguardia che ambiva ad essere al contempo simbolo della genuinità politica e della resurrezione spirituale, una speranza che venne riposta nel mito capacitante dell’Uomo Nuovo creatore di nuovi valori, l’esemplare di una specifica specie umana lanciata alla conquista del futuro senza per questo dover recidere le radici culturali e spirituali che lo mantenevano legato alla propria dimensione storica, etnica e popolare; nei confronti della quale si espresse il Duce parlando all’Assemblea delle Corporazioni: “L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero. Quindi questa figura particolare dell’Uomo Nuovo, capace di raccogliere in sé tutte le sue forze creative, che la cultura rivoluzionaria del Fascismo propone e che non mancava costantemente di ricollegare alla stagione dello squadrismo, così intrisa di eroicità e di sacrificio, riconduceva alla stessa definizione dell’Uomo integrale di mussoliniana memoria, ovvero un uomo che non esistesse unicamente perché cartesianamente pensante, ma perché arricchito di tutte quelle virtù “romanamente” intese, eroiche, civiche e politiche, sia nella ragione come nei sentimenti.  Spesso e volentieri nell’immaginario intellettuale il discorso sull’Uomo Nuovo si andava a concretizzare poi nell’ideale della gioventù, una gioventù non solamente intesa in senso spirituale ma anche come dato anagrafico, poiché il concetto di gioventù rimandava all’ansia del cambiamento e all’impeto rivoluzionario, racchiudendo in se stessa gli ideali della forza e della bellezza, di una esuberante virilità aggressiva, l’anelito vitale di un futuro tutto da conquistare, proprio l’opposto di quanto ancora proponevano i rappresentanti delle democrazie borghesi con tutte le loro desuete convenzioni e i loro logori formalismi, con tutta la loro boriosa rispettabilità e lasciva ipocrisia. Il Fascismo fu quindi profondamente giovane e irruento, meravigliosamente violento e lo fu sia spiritualmente che anagraficamente.  Il comune denominatore della più intransigente e autentica cultura fascista, quella derivata appunto dalla passionale ed eroica stagione dello squadrismo, si trovava nell’aspirazione alla realizzazione di un originale disegno politico ed esistenziale da esplicarsi mediante cambiamenti radicali frutto di una ferma volontà rivoluzionaria che armonizzava i riferimenti alla rivolta romantica dell’interventismo e alla mistica eroica evocata dalla guerra di trincea con i nuovi miti palingenetici di trasformazione della società e dello Stato. Questa cultura dell’azione che si nutriva dello spirito barricadiero di rivolta contro l’ordinamento borghese in nome di un rivoluzionario e fascista Ordine Nuovo era la caratteristica di quell’ambiente fascista che si riconosceva, anche per esperienza diretta, nel mito capacitante delle aristocrazie del combattentismo – quella trincerocrazia più volte evocata da Mussolini – e nella scuola di vita e di coraggio rappresentata dalla militanza squadristica che venne vissuta, letta ed interpretata non solamente come una reazione organizzata e armata volta all’annientamento dei focolai dell’insurrezionalismo marxista, ma soprattutto come militanza rivoluzionaria e idealistica volta alla rigenerazione della Nazione e alla creazione di uno Stato nuovo. Una specifica rilettura che si svolgeva anche in aperta polemica con coloro che ritenevano che la nascita del governo presieduto da Mussolini, all’indomani della marcia su Roma, rappresentasse la fase risolutiva del Fascismo. In questo modo, il Fascismo, doveva e poteva assumere una superiore valenza metafisica affermando il suo essere come un completamento naturale e organico della storia della Nazione italiana, andando ben oltre la semplice insorgenza anti-sovversiva e anti-modernista – non a caso lo stesso G. volle mettere l’accento sul fatto che la Rivoluzione Fascista infatti non è stata reazione come qualcuno ha creduto in origine e come tuttora si crede da molti all’estero; è stata invece l’ostetrica della nuova storia. E sorta una nuova civiltà capace di risolvere tutti i problemi della società contemporanea. Per costoro, che in fondo rappresentavano la vasta base della militanza fascista e anche quella intellettualmente più viva, l’agire politico del Fascismo non doveva assolutamente compromettersi con i residui della vecchia classe dirigente, che in virtù del processo di normalizzazione e di pacificazione avviato dal Duce si adoperavano nell’inserimento all’interno dei gangli del regime, doveva invece mantenere e tonificare una assoluta intransigenza dottrinaria senza incorrere in alcun cedimento politico e morale, perché se il Fascismo era una rivoluzione, doveva necessariamente procedere nei suoi obiettivi con mentalità e metodi rivoluzionari, come perentoriamente affermò un autorevole esponente dell’epopea squadristica della statura di FARINACCI (si veda). Bisogna insomma che la bestia proteiforme del vecchio conservatorismo sornione sia liquidata bruscamente; che le vecchie clientele d’interessi e d’ambizioni fiorite ai margini della vita politica italiana siano messe in mora, vigilate, controllate, sopra tutto tenute lontane, bisogna che sia impedito a chiunque di rifarsi, attraverso il fascismo, una qualsivoglia verginità e continuare, sotto mentite spoglie, le abitudini peccaminose del passato. La vittoria deve essere integrale. Tra gli oppositori più accaniti della deriva moderata si evidenziarono gli ideatori della Scuola di Mistica Fascista, costituitasi a Milano, tutti provenienti da quella generazione dei GUF che era cresciuta respirando l’atmosfera del Fascismo, maturando così una profonda convinzione nei miti fondatori del regime e una fedeltà assoluta nella persona del Duce.  Al loro fianco si schierarono altre personalità di spicco del Fascismo rivoluzionario: RICCI (si veda) con il suo universalismo fascista, PAVOLINI (si veda) e l’esaltazione della primavera squadristica, ROSSONI (si veda) con tutte le aspettative del sindacalismo rivoluzionario.  La Scuola di Mistica Fascista verrà intitolata a Mussolini, il figlio prematuramente scomparso di Mussolini. G., PALLOTTA (si veda), MEZZASOMA (si veda) e molti altri entusiasti, avvalendosi della guida orientatrice di Arnaldo Mussolini, seppero rappresentare, attraverso l’opera che fu sviluppata dalla Scuola, una autentica e intransigente avanguardia intellettuale e morale posta a difesa dei valori espressi dalla Rivoluzione Fascista, che sempre più doveva farsi rivoluzione culturale e antropologica per meglio adempiere alla consegna rivoluzionaria che il Duce del Fascismo aveva dato alle nuove generazioni. È G. a spiegare gli scopi dell’istituzione: “Poiché una mistica è un postulato di tanti credo, e un valore assoluto non lo si può derivare che da una fonte indiscutibile, questa fonte non può essere che il Duce. Ecco perché la fonte deve essere quella, esclusivamente quella. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di Mistica fascista ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori del Fascismo che sono nell’opera del Duce. Quindi una rivoluzione culturale, del carattere e dello Spirito che, attraverso interessanti rievocazioni del mito della romanità e della sacralità della Stirpe – rappresentazioni metastoriche e metafisiche della migliore tradizione aryo-romana – sarebbe approdata ad una coesione organica della Stirpe italica costituitasi in Comunità nazionale e avrebbe dato all’Italia fascista il diritto-dovere di adempiere ad una missione universale facendo del Fascismo il crocevia della storia europea del ventesimo secolo e il riformatore dei tratti essenziali della Civiltà contemporanea in ogni suo aspetto, la ripresa e il rinnovamento dell’Europa all’indomani del fallimento della democrazia liberale e delle utopiche promesse marxiste. Aprire la strada al secolo fascista. Certamente nella visione della Mistica fascista elaborata dalla Scuola vi era la ferma consapevolezza che il Fascismo fosse una autentica rivoluzione totale della società italiana: spirituale ed etica, sociale e politica, ma al contempo anche una ripresa di tutte le tradizioni essenziali, però la memoria storica proposta non si sarebbe dovuta risolvere in un ripiegamento nel passato, l’immagine del passato non finì mai per schiacciare la dimensione del presente e tanto meno si configurò come un richiamo intensamente nostalgico, bensì le potenzialità ideologizzanti della rimemorazione storica vennero fatte espandere fino a provocare una vera e propria occupazione del cosiddetto campo dei ricordi – una lotta spirituale e rivoluzionaria per il dominio del ricordo e della memoria che conduce ad una riscrittura della cronologia nazionale che rispecchiasse le concezioni del pensiero irrazionalista, anti-intellettualista e pragmatista dei decenni trascorsi, un pensiero profondamente permeato di sfumature di matrice nietzschiana e soreliana.  Anche i richiami alla Mistica insita nel Fascismo erano animati dallo spirito di rivolta, contro le mentalità borghesi ancora sussistenti, delle nuove generazioni cresciute ed allevate nelle organizzazioni totalitarie giovanili e universitarie, una rivolta che si manifesta con i forti caratteri di un idealismo morale ed etico qualitativamente aristocratico esprimente l’esaltazione di una giovinezza istintiva, disinteressata e piena di spirito vitale, aggressiva, pura e decisa a dare battaglia a qualsiasi forma di conservatorismo e di borghese buon senso pur di affermare il carattere intransigente e le finalità rivoluzionarie sociali e spirituali del Fascismo. Non vi era nessun punto di convergenza con eventuali nostalgie reazionarie, mentre invece era presente una totale e coerente aderenza alle istanze di trasformazione rivoluzionaria che il Fascismo esigeva e che ancor di più il Duce imponeva.  Per questi giovani attivisti non vi era altra strada per uscire definitivamente dalla crisi della modernità, esplosa alla fine del primo conflitto mondiale, che con un mutamento radicale del popolo italiano e una tale mutazione antropologica poteva provenire solamente da una fede ben salda che aveva iniziato a germinare in un primo tempo con l’esperienza della guerra nel mito della Nazione in armi, della guerra di popolo, proseguendo poi con l’esaltante epopea della lotta squadristica, per approdare infine nella costruzione dello Stato fascista di popolo, corporativo e totalitario, il compimento finale del rinnovamento sociale e spirituale della Stirpe e della grandezza politica della nazione. Nel corso degli anni che trascorsero fino all’entrata in guerra dell’Italia la scuola di mistica fascista assolse in maniera esemplare ai compiti che si era prefissata, ovvero l’ambizione di voler rappresentare l’infrangibile scudo morale, etico e dottrinario contro il quale si sarebbero dovute infrangere le velleità dei nemici del duce e del fascismo, soprattutto i nemici interni, i più pericolosi, quelli che si annidavano tra le pieghe del regime per minarlo alla base. Affinché lo scudo della rivoluzione fosse solido i mistici della scuola, i soldati politici dell’Idea, vollero essere loro stessi esempio di virtù civiche, morali e politiche, di fedeltà indiscussa nei confronti della guida della rivoluzione, il duce, spesso descritto come il genio della stirpe, l’Eroe che con la sua instancabile opera dava quotidianamente prova di rappresentare pienamente la coscienza e la voce dell’anima del popolo, soprattutto di un popolo a cui il Fascismo aveva restituito la dignità politica e sociale e un’unità spirituale che attingeva dalla viva coscienza di appartenere integralmente all’organismo della nazione. Da questa chiave di lettura emergeva, quindi, una superiore comunione mistica che legava il Duce al suo popolo, cementata dalla comune fede fascista, una fede intensa che a sua volta veniva elevata al rango di una sorta di religione mistico-popolare sacralizzata dal sangue offerto in sacrificio dai martiri dello squadrismo sull’altare della rivoluzione, una rivoluzione continua che, come affermava un giovane esponente della Scuola, procedeva impetuosamente la sua marcia: Gl’italiani della mistica si sono irradiati tra le file delle generazioni vecchie e nuove e hanno dato il goccio d’acqua, il pezzo di pane del conforto, hanno sorretto i deboli, hanno convinto i pusillanimi. La Rivoluzione ha attraversato le ubertose valli della sua fase politica, ora sale. Guai a chi volesse tentare di derogare alle direttive di marcia per evitare le asprezze della salita e impedire che dalla politicità si torni alla rivoluzione piena e travolgente delle ore di audacia e di lotta. Per queste nobili motivazioni gli esponenti della Mistica fascista chiesero e ottennero che la scuola divenisse la custode del famoso covo milanese di via Paolo da Cannobio, il sacrario della rivoluzione delle camicie nere, appunto il covo del fascio primogenito dove la fede fascista aveva mosso i primi passi e dove il Duce chiama all’adunata.rossi  Un luogo simbolico carico di suggestivi richiami emozionali, ben presente nell’immaginario collettivo della militanza squadristica, che avrebbe dovuto essere la fonte di irradiamento della Mistica fascista verso tutta la Nazione.  Il cosiddetto covo del fascio primogenito rivestì sempre per i mistici fascisti un ruolo centrale nel loro immaginario dottrinario, rappresentava la fonte mitica della fede mussoliniana, il principio fondante del Fascismo, era come trascendere il tempo profano per riapprodare al tempo mitico della purezza dell’idea, un riaccostamento di ordine metafisico a cui si poteva accedere soltanto attraverso i miti e i simboli, e la mistica fascista era satura di richiami, di miti e di simboli: “Qui è tutta l’attualità e la contemporaneità del covo. Attualità e contemporaneità che non dovranno mai tramontare. Non solo per noi, infatti, ma per i nostri figli e per i figli dei nostri figli il covo deve e dovrà essere l’Arca dei valori della Rivoluzione, la bussola cui guardare nei momenti di indecisione, la guida cui ispirarsi, la stella polare che il navigante dello Spirito deve vedere sempre alta e lucente davanti a se. E ad esso oggi, domani, sempre gli italiani dovranno salire in pellegrinaggio, per meditare, per ispirarsi. Ad esso le generazioni si accosteranno sempre con stupore religioso per imparare che nulla allo Spirito è impossibile.  Il Fascismo, come spesso ripeteva il Duce, era una fede coltivata nella lotta che aveva avuto i suoi caduti, i suoi martiri che immortalatisi vestendo la gloriosa camicia nera la avevano rafforzata e sacralizzata. Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l’universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano.  Adesso, questa fede, attraverso i mistici fascisti della Scuola aveva trovato i suoi intransigenti custodi e i suoi più appassionati apostoli.  Anche loro si stano preparando al combattimento – nella sua duplice veste fisica e spirituale – aspirando di potere affrontare degnamente il supremo sacrificio per il fascismo e onorare così la loro scelta di vita versando il proprio sangue per la causa rivoluzionaria. Morire all’ombra dei gagliardetti neri: Mistica dell’azione. Mistica del realismo eroico. Mistica della fede. Fedeltà che era più forte del fuoco, come narravano antiche saghe.  Che l’intensa e interessante attività svolta dalla Scuola nell’approfondimento e nell’arricchimento della Dottrina fascista fosse il risultato di un grande impegno contrassegnato da un’altrettanto grande serietà venne comprovato dai numerosi riconoscimenti che ricevette, non ultimo l’apprezzamento e la manifesta simpatia avuta da parte di Julius Evola, ma il riconoscimento più importante, i mistici, lo ricevettero dal Duce che li encomiò pubblicamente, incontrando i quadri della Scuola a Palazzo Venezia, incitandoli a proseguire nel cammino intrapreso quali custodi della purezza dell’Idea e del mito rivoluzionario: Io vi ho seguito in tutti questi anni da vicino e con vivissima simpatia perché considero la mistica in primo piano. Ogni rivoluzione ha infatti tre momenti: si comincia con la mistica, si continua con la politica, si finisce nell’amministrazione. Quando una rivoluzione diventa amministrazione si può dire che è terminata, liquidata. Potrei dimostrarvi che tutte le rivoluzioni sono passate attraverso questo ciclo: noi che conosciamo la storia dobbiamo impedire che la politica scivoli nell’amministrazione. Alle origini di ogni rivoluzione c’è la mistica: se la politica è il contingente, la mistica è l’immanente, essa rappresenta i valori eterni, essenziali, primordiali. Voi dovete lavorare per l’avvenire. Per far questo occorre la fede. È facile ad un certo momento deviare nella politica: voi dovete essere al di fuori e al di sopra delle necessità della politica. Di queste cose ho parlato in modo molto sommario; ma tutte erano presenti in voi. Avete tempo di riflettere.”  Il secondo conflitto mondiale era però già iniziato e l’Italia sarebbe entrata in guerra l’anno successivo.  I mistici fascisti volendo essere, fino alle estreme conseguenze, la prima linea del Fascismo accolsero con felicità ed entusiasmo la notizia, chiedendo ufficialmente che gli venisse concesso l’Onore dell’arruolamento volontario “nei più rischiosi reparti di terra, di mare o di cielo”. Subito, ben 169 quadri dirigenti della Scuola partiranno per il fronte, convinti che il processo rivoluzionario fascista avrebbe avuto una formidabile accelerazione proprio per effetto della guerra. Molti altri mistici seguiranno a ruota l’esempio dei loro capi.  La loro esemplare condotta evidenzierà una magnifica esplicazione degli insegnamenti della Tradizione: se hai di fronte due strade, scegli sempre la più difficile. Poiché c’è sempre una strada per chi vuole percorrerla.  Sia G., sia un’altra figura di eccezionale valore come Ricci, testimonieranno la loro intransigente coerenza esistenziale e politica con la scelta del combattimento. Il primo volontario sul fronte greco-albanese dove troverà eroicamente la morte, il secondo, sempre volontario, sul fronte africano dove coronerà la propria esistenza di credente nella fede fascista incontrando, altrettanto eroicamente, la morte a Bir Gandula sul Gebel cirenaico. Nell’arco di un solo mese il Fascismo perse due tra i suoi migliori campioni.  Le vicende belliche decimarono di fatto il gruppo dirigente della Scuola che sarà costretta a cessare le sue attività. I pochi sopravvissuti di quell’esperienza raccolsero di nuovo la chiamata del Duce aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, tra questi Fernando Mezzasoma che era stato il vicepresidente della Scuola e che ricoprì il dicastero della propaganda nella RSI, trasportando con il proprio esempio le intime motivazioni della Mistica fascista nell’esperienza repubblicana: “È questa nostra intransigenza nei confronti della Dottrina che abbiamo sposato, delle battaglie che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di marcia e di battaglia, con coloro che nell’Italia invasa perseguitano i fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli invasori e aprire la strada al nostro ritorno. Questa deve essere oggi la nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di G.. Questo è il suo insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri caduti, i superstiti della Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l’autentici italiani. Anche lui muore poi assassinato dai partigiani. Andarono tutti volontariamente incontro alla morte per onorare un patto di fedeltà e di fede che li lega al Duce e al Fascismo, così facendo coronarono una vita degna e ben vissuta, il loro abbraccio mistico con il Fascismo si consuma eroicamente in combattimento e di fronte ai plotoni di esecuzione. Se ancora oggi, dopo i tanti decenni trascorsi, la loro memoria, la memoria delle tante battaglie ideali e materiali affrontate, viene nonostante tutto ancora sentita come viva, se il ricordo di questi uomini caduti con onore non in nome di una passione generica, ma per il Fascismo, per il compimento di una Rivoluzione che è rimasta scolpita nella Storia, torna ancora ad emergere non deve assolutamente avvenire perché i vivi di oggi debbano morire nel loro cuore, struggendosi nella nostalgia del ricordo, ma deve invece impetuosamente emergere affinché i morti di ieri possano tornare a vivere tra di noi. Quella marcia, iniziata il 28 Ottobre 1922, non è ancora terminata. Non ci consta che esistessero specifiche istituzioni pubbliclie, ma in proposito possiamo ricordare numerosi provvedimenti e diverse associazioni private. Fra quelli, le leggi agrarie, le disposizioni a favore dei debitori, le distri­ buzioni semigratuite o gratuite dì grano, fatte dagli edili; i congiari imperiali (che erano copiose elargizioni di farina, olio e carne disposte dagli imperatori). Provvidenze che mi­ ravano tutte a combattere, direttamente e indirettamente, le cause dell’indigenza o almeno a paralizzarne gli effetti, ben­ ché nella loro essenza e origine avessero carattere politico, cioè fossero prese sopratutto per cattivarsi il favore e la simpatia della plebe o evitare tumulti e sommosse. Fra le associazioni, sopratutto bisogna ricordare quelle costituite a scopo mutualistico ; e tale è il carattere dei collegia funeraticia, dei collegia termiorum, delle casse di soccorso isti­tuite da GIULIO (si veda) Cesare fra i suoi legionari. Anche nel campo dell’istruzione si devono ricordare istituti privati i quali istruivano la classe dirigente romana. E’ invece nelle opere pubbliche ohe specialmente i romani ai distinsero legando ai posteri terme e acquedotti, palestre e strade, circhi e palazzi olle ancora oggi, in parte, almeno, durano e sono efficienti. L’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO SECONDO LA CONCEZIONE FASCISTA. LA TEORICA FASCISTA SULLA NATURA E SULLE FUNZIONI DELLO STATO. LA FUNZIONE SOCIALE DELLO  STATO.  PRECEDENTI STORICI DELLA FUNZIONE SOCIALE  DELLO STATO NELLA POLITICA E NELLA LEGISLAZIONE SOCIALE. In Roma sino all’editto di Costantino. Durante il medioevo.Dopo la riforma protestante. Ordinamento sociale dello Stato fascista. In Italia. L’evoluzione e la trasformazione della legislazione sociale. La legislazione sulla beneficenza e sulla assistenza pubblica e privata. La legislazione sulla mutualità e sulla previdenza. La legislazione del lavoro. La legislazione sull’istruzione pubblica. La legislazione sull’igiene e sulla sanità pubblica. La legislazione sui servizi e sulle opere pubbliche. GLI ELEMENTI DELL’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. I soggetti. Gli obiettivi . Gli obiettivi relativi ai cittadini in genere. Gli obiettivi inerenti alle condizioni generali di vita. Gli obiettivi inerenti in particolare alla fase di formazione e di preparazione del cittadino, a quella di  produttività e a quella di riposo. Gli obiettivi relativi ai cittadini benemeriti. Gli obiettivi relativi ai cittadini non risanabili e non   rieducabili. Gli strumenti . Il criterio, profondamente corporativo, adottato dal legislatore fascista per la scelta degli strumenti attuanti la  politica sociale. La famiglia. L’associazione professionale. Le istituzioni promananti, singolarmente o pariteticamente, dalle associazioni professionali. Gli enti locali. Le opere nazionali parastatali. I limiti. LE ISTITUZIONI DEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. Di alcune considerazioni preliminari. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. La- legislazione inerente alla sicurezza, all’igiene e   alla sanità pubblica . Per garantire la sicurezza. Per assicurare l’igiene e la sanità. La legislazione inerente alla previdenza . Per incrementare il risparmio. Per potenziare la mutualità. Per favorire la cooperazione. Per diffondere le assicurazioni Ubere. La legislazione inerente alla assistenza di soccorso. Per l soccorsi in natura e in contanti. Per i soccorsi medico-sanitario-ospitalieri. La legislazione inerente alla propaganda, all'integrazione culturale e al perfezionamento scientìfico . Per favorire il perfezionamento scientifico. Per la propaganda e l’integrazione culturale. La legislazione inerente all’integrazione della formazione e dell’educazione fisica e sportiva. La legislazione inerente alla costituzione e all’incremento del nucleo familiare . Per favorire la costituzione della famiglia. Per facilitare l’esistenza e lo sviluppo delia famiglia . La legislazione inerente a particolari servizi pubblici.Per garantire il soddisfacimento di bisogni primari. Per assicurare i rapporti e i contatti economico-sociali. Per valorizzare il patrimonio nazionale. Ordinamento sociale dello Stato fascista. La legislazione inerente al controlla, <UVadeguamento e al collegamento ielle istituzioni dell’ordinamento  sociale e alla selezione dei suoi soggetti. Per assicurare il controllo e l’adeguamento delle istituzioni sociali. Per ottenere il collegamento nell'ambito dell’ordinamento sociale. Per assicurare la formazione della classe dirigente mediante la selezione totalitaria del cittadini. IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA E LE ORGANIZZAZIONI DIPENDENTI. Origine, natura e funzione sociale del P. N. F . I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Associazione nazionale famiglie Caduti fascisti e Mutilati e Invalidi per la Causa Nazionale. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia I compiti  I soggetti . L’ordinamento. L’Unione nazionale fascista del senato. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Gruppi Universitari Fascisti. I compiti. I soggetti.  L’ordinamento. I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. I compiti. I soggetti.  L’ordinamento. L’Opera Nazionale Dopolavoro.  I compiti. I soggetti.  L’ordmamento. Le Associazioni fasciste. I compiti  I soggetti  L’ordinamento.  Il Comitato intersindacale .  I compiti. I soggetti. L'ordinamento. Gl’Uffici di Collocamento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Ente Opere Assistenziali. I compiti. I soggetti. L’ordinamento.  L'Opera Universitaria. I compiti.   I soggetti. L’ordinamento. Il Comitato olimpionico nazionale italiano. I compiti.  I soggetti.   L’ordinamento. Di alcune considerazioni sul P. N. E. La legislazione richiamata. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI  DI VITA DEL CITTADINO. Ordinamento sodale dello Stato fascista. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE  PROFESSONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. La legislazione inerente al nucleo familiare per la formazione fisico-militare del cittadino. Per sopperire alla insufficienza relativa dei mezzi economici della famìglia e sostituirla nella vacanza di alcune  sue funzioni. Per integrare l’inadeguatezza assoluta di alcuni mezzi  della famiglia.  L’OPERA NAZIONALE PER LA PROTEZIONE DELL’INFANZIA. L’origine, la natura e la funzione sociale deU’.O.N.M.I. I compiti. Per l’integrazione e il coordinamento dell’azione svolta   da altri enti o istituti o da privati. Per la vigilanza e il controllo delle singole istituzioni   di assistenza. Per la propaganda e la vigilanza suU’applieazione  delle leggi e dei regolamenti riguardanti l'assistenza  materna e infantile.  I soggetti. L’ordinamento . Dì alcune considerazioni suli’O. N. M. 1 La legislazione richiamata. La legislazione inerente all’istruzione e alla formazione professionale del cittadino. Per garantire l’istruzione professionale del cittadino sino al 14° anno di età. Per favorire e incrementare l’istruzione professionale La legislazione inerente all’educazione e alla formazione fisica, premilitare, morale e nazionale del cittadino.  L’OPERA NAZIONALE BALILLA PER L’ASSISTENZA E  L’EDUCAZIONE FISICA E MORALE DEGL’ITALIANI. L’origine, la natura e la funzione somale dell’O.N.B. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune considerazioni sull’O.N.B. La legislazione richiamata. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE PROFESSIONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI   PRODUTTIVITÀ’ DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’azione sociale attuata   dalle associazioni professionali . Per garantire l’azione sociale da attuarsi direttamente   dai sindacati. Per assicurare l’azione sociale da attuarsi dai sindacati   a mezzo di speciali istituzioni.  IL PATRONATO NAZIONALE PER L’ASSISTENZA SOCIALE. L'origine, la natura e la funzione sociale del P.N.A.S. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune considerazioni sul P.N.A.S. La legislazione richiamata. La legislazione inerente all’azione sociale attuata dalle corporazioni. Per garantire il produttore obiettivamente e subiettivamente di fronte alle condizioni del lavoro. Per tutelare i reciproci rapporti fra i produttori nella loro dualità di datori di lavoro e di prestatori d’opera . Per favorire ii perfezionamento e l'elevazione professionale del produttore. Ordinamento sociale dello Stato fascista. La legislazione inerente alla conservazione dello spirito nazionale e della preparazione fisico-militare del  produttore.  DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI PRODUTTIVITÀ DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI  RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’obbligo delle garanzie previdenziali per la fase di riposo-vecchiaia. La legislazione inerente a speciali interventi statuali a favore del vecchio bisognoso. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI 'SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI RELATIVE AI CITTADINI CHE HANNO BENEMERITATO DALLO STATO. La legislazione inerente alle benemerenze collettive. La legislazione inerente alle benemerenze individuali. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI BENEMERITI. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI  MINORATI NON RISANABILI E NON RIEDUCABILI. La legislazione inerente ai minorati assolutamente   non produttori. La legislazione inerente ni minorati relativamente non produttori. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON INEDUCABILI.LA POSIZIONE E I RAPPORTI DI RELAZIONE DEL  CITTADINO NEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE. Di alcune considerazioni preliminari. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO DALLA NASCITA ALLA MAGGIORE ETÀ. L’anione previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. Per la costituzione della famiglia.Per la esistenza e l’incremento della famiglia. Per li cittadino neonato. Per Viilegittimo e l’esposto. Per l’orfano. Per iì cittadino infante. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal sesto al quattordicesimo anno. Per la formazione e lo sviluppo fisico, militare, morale e nazionale. Per la formazione intellettuale e professionale. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e assistenziale dello Stato dal sesto al quattordicesimo anno. L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal quindicesimo al ventunesimo anno. Ordinamento sociale dello stato fascista. Per il cittadino che studia. Per il cittadino che lavora. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e assistenziale dello Stato dal quindicesimo al ventunesimo anno. DA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO PRODUTTORE. L’anione previdenziale e assistenziale dello Stato per   il cittadino ohe è produttore. L’azione previdenziale e assistenziale dello Stato   per la famiglia e i suoi membri .  LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO A RIPOSO . LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO BENEMERITO. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO MINORATO NON RISANABILE E NON RIEDUCABILE. LA POLITICA SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. DELL’AZIONE SVOLTA DIRETTAMENTE DALLO STATO ATTRAVERSO AI SUOI ORGANI. Per la riorganizzazione, il potenziamento e l’estensione della rete consolare . DELL’AZIONE SVOLTA MEDIANTE LA STIPULAZIONE  DI CONVENZIONI BILATERALI E PLURILATERALI E MEDIANTE L'OPERA DELL’O.I.L. Le convenzioni bilaterali e plurilaterali ..Le convenzioni intemazionali, le raccomandazioni e   le risoluzioni dell'O.I.L . La legislazione richiamata.  Appartene alla categoria dei mistici per i quali è bello vivere se la vita è nobilmente spesa ma è più bello morire se la vita è donata all'Idea. Arnaldo Mussolini fu il suo Maestro: da Arnaldo im­ parò che prima di agire e costruire è necessario ele­ varsi, purificare il proprio spirito, temprare il proprio carattere; allora soltanto si potrà essere certi che l'azione sarà feconda e l'edificio sicuro. Da Arnaldo imparò che per conoscere, giudicare e guidare gli al­ tri è prima indispensabile conoscere bene se stessi, punire inesorabilmente i propri difetti, affinare inces­ santemente le proprie virtù: allora soltanto si potrà aspirare all'onore del comando. Da Arnaldo impara che solo il sacrificio può suscitare le opere grandi e buone e distruggere le cose piccole e vili. Ciò che non costa non vale; ciò che non procura fatica e sof­ ferenza non dura; quanto è al di fuori di noi non conta; gli onori, le cariche, le ricchezze sono effimere e ca­ duche cose. Quello che importa è quanto è dentro di noi, perchè è nostro e nessuno potrà mai portarcelo via, neanche a strapparci la carne viva di dosso. Es­ sere se stessi in ogni momento, rimanere se stessi sempre: ecco la più grande conquista degli uomini. Uomo di fede Un uomo di fede fu G.. E la sua fede era di quelle che non vacillano mai, di quelle che restano intatte nella buona e nella cattiva sorte e che traggono anzi dalle difficoltà e dalle sfortune un più profondo contenuto e sempre nuovi motivi. La sua fede era di quelle alte cui fonti cristalline attingono le intelligenze chiare e gli animi trasparenti degli uomini puri i quali sanno che se si vuole raggiungere l'ultima cima, mol­ te vette bisogna scalare e talvolta anche scendere da alcune per risalire su aifre vette più alte ancora. In 8 i   G. la fede nasceva da un inesausto tormento spi­ rituale, da un'ansia incontenibile di elevazione e di conquista per divenire, come dice il poeta, «cara gioia sopra ia quale ogni virtù sì fonda. Egli credeva in Dio, nel Dio di noi Italiani fascisti e cattoiici a cui dobbiamo non soltanto il dono misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la missione di civiltà e di giustizia che la gente nostra svolge nel mondo da più di due millenni. Egli credeva nella dottrina politica enunciata da Mussolini, scaturita dall'azione, alimentata dalla fede, consacrata dal sa­ crificio e nella sua possibilità di instaurare un nuovo sistema di vita, di educare gli uomini a una visione vasta ed umana delle cose, di creare un nuovo tipo di civiltà italiana, ed europea. Crede in Mussolini perchè lo considera l'uomo della provvidenza, l'e­ sponente di una razza eletta, il fondatore di una ci­ viltà universale, il protagonista e l'artefice di una nuòva storia, il condottiero di giovani generazioni, il DUCE, a cui non occorre chiedere prima di iniziare la marcia dove ci porta e quando si arriverà perchè dal giorno in cui un destino fortunato (o pose alla testa —9 ‘1   del suo popolo, la meta era già nei suoi occhi e la vittoria nel suo pugno. Crede negl’italiani nati e cresciuti col sorgere del Fascismo, educati alla severa scuola del Partito e li voleva rivoluzionari nello spirito e nel sangue, gene­ rosi ed audaci, pronti alla lotta e alla rinunzia. Sogna­ va una classe dirigente che sapesse dimostrare con l'esempio, nelle opere e nel sacrificio, di essere de­ gna del nostro grande popolo e del nostro grande Capo; una classe dirigente fatta di uomini integrali, forti della loro indipendenza morale — la sola ric­ chezza umana che non abbia un valore misurabile in denaro — e dotati di tutte le virtù spirituali, intellet­ tuali e fisiche che sono indispensabili per poter eser­ citare con dignità e con efficacia la missione dei co­ mando. Concepiva la famiglia nel senso più tradizio­ nalmente nostro; amava cioè la sana numerosa fami­ glia italiana, ricca di onestà e prodiga di figli, sboc­ ciata dall'amore tra l'uomo che vive lavorando o com­ battendo-per la Patria e la donna che nel piccolo gran­ de regno della casa vive nella serena ed operosa attesa del ritorno di lui; e se l'uomo non tornerà la donna lo piangerà senza lacrime perchè egli sopravvi­ va nella fierezza dei figli, I quali continueranno, nella luce del suo esempio, l'opera sua. Crede nella Patria come ne « la più pura, la più grande, la più umana delle realtà », amava la Patria più della propria anima. Tutto per la Patria: fu la sua consegna. Niente per lui valeva qualche cosa se non serviva alla Patria. Perchè la Patria è tutto e tutti; sè e gli altri; le generazioni che furono, che sono e saran­ no; la storia di ieri, di oggi e di domani. La Patria è la sintesi di tutte le più nobili aspirazioni. Essa è fatta di uomini da rendere sempre più degni e di territori da fare sempre più vasti. Per essa si lavora, si soffre, si spera; per essa si combatte, si vince o si muore. Giornalista della Rivoluzione e Maestro dei giovani Niccolò Giani fu un giornalista della Rivoluzione. Egli intendeva il giornalismo come una scuola di vita, come uno strumento di educazione e di formazione. Dalle agili colonne del suo giornale, la Cronaca Prealpina, e da quelle della sua rivista DOTTRINA FASCISTA si battè accanitamente per la creazione di un giornalismo rivoluzionario, dinamico, coraggioso, un giornalismo che fosse in grado di svolgere una fun­ zione costruttiva di divulgazione, di propulsione e di controllo, un giornalismo che fosse degno di essere considerato un'arma affilata della Rivoluzione. Ma soprattutto maestro dei giovani egli fu. All'Inse­gnamento si consacra con il religioso fervore con il quale sole dedicarsi a tutte le attività rivolte agl’italiani. All'ateneo di Pavia, al centro di prepara­zione politica, alla scuola di MISTICA FASCISTA egli porta il contributo della sua beila cultura fatta di conoscen­za e di azione, illuminata dalla fede, riscaldata dal sentimento, Alla Scuola di Mistica da la parte mi­gliore di se stesso. Tutto quello che di buono e di meritevole è stato fatto dalla scuola — ha detto Mussolini, nostro Presidente — proviene unicamente da lui. Bisogna ricordarlo sempre e presentarlo co­me un mirabile esempio agl’italiani che in lui potranno vedere l'espressione più sublime di obbedienza ai comandamenti del Duce. È il migliore tra noi: il più limpido, ii più generoso, ii più puro. Delia nostra mistica fede è l'aifiere più ardilo e i'apostolo più acceso. Egli voieva che dalia nostra Scuoia uscissero ì missionari, i portatori del no­ stro credo politico ed è egli stesso il più tenace e il più convinto assertore dei principi che sono a fonda­mento della nostra dottrina. La scuola sorge con lui per la volontà di un manipoio di credenti che egli chiama i disperati del FASCISMO, così come gli squadristi un tempo amano chiamarsi FASCISTI arrabbiati. All'inizio la scuola è un'attività de! Guf milanese. Divenne quindi un'attività di tutti i gruppi fascisti uni­versitari. Oggi si è imposta al rispetto e ail'attenzione di tutti i fascisti. La sua opera è rivolta agl’italiani, ma la sua azione è seguita ed amata anche dai camerati della vecchia guardia che vedono con in­tima gioia esaltate e rinnovate ogni giorno, dagl’al­lievi della scuola, le due più preziose virtù dello squa­ drismo: la fedeltà e la intransigenza. I camerati della vecchia guardia milanese sanno che il, nome di Niccolò Giani è legato alla riapertura del Covo di Via Paolo da Cannobio, prima sede del « Popolo d'Italia », prima trincea del Fascismo, che il Duce ha voluto affidare in gelosa custodia ai giovani della Scuola di Mistica perchè le giovani generazioni, accostandosi alle sorgenti genuine delia nostra Ri­ voluzione, cogliessero, dall'umile grandezza delle ori­ gini, la poesia e il fermento delia vigilia. G. è soprattutto un fedele ed un in­ transigente. Taluni potrebbero chiamarlo un fanatico, ma solo I fanatici sanno dare movimento col sangue «alla ruota sonante della storia». Il suo spirito si ribellava a qualunque forma di com­ promesso; sul terreno della fede non ammetteva pat­ teggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata; dall'altra parte c'è il brutto, il male, la meschinità. Mi piace di ricordarlo ai Convegno di Mistica: eravamo alla vigilia delia nostra guer­ ra di liberazione e c'era in tutti noi una febbrile im­ pazienza di decisione. Il tema del Convegno era bru­ ciante: «Perchè siamo dei mistici?». I problemi dell'inteiligenza e deila cultura furono esaminati al lume della fede; i poveri dì fede furono sbaragliati e G. dichiarò guerra a viso aperto a tutti gli spiriti troppo raziocinanti, agli innamorati della ricerca fredda e del ragionamento calcolatore. La dottrina che conquista è quella che sorge dalla fede e non quella che discende dalla indagine arida ed oziosa; la cultura che costruisce è quella che pene­ tra e trasforma e non quella che resta gelida ed inerte. li Convegno si svolse in un'atmosfera di fuoco e la risposta al tema che fu oggetto dei nostri appassionati dibattiti fu data dallo stesso G.: Fascismo uguale a spirito, uguale a mistica, uguale a combattimento, uguale a vittoria. Perchè credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, e vincere non si può se non si combatte. Fu in quel Convegno, ò giovani camerati della Scuola di Mistica, che i giovani della generazione del Litto­rio affermarono solennemente il loro diritto al combat­ timento, Soldato dì Mussolini G. è tra i primi a partire. C'èin lui la preoccupazione morbosa di stabilire coi fatti una coe­ renza perfetta tra il pensiero e l'azione. Aveva già partecipalo come volontario alla guerra per la con­ quista dell'Impero, aveva chiesto ripetutamente di partire per la Spagna e non gli era stato concesso; finalmente sopraggiungeva la nuova prova lungamente attesa. Chi lo vide tenente degli alpini al fronte occidentale lo ricorda come un esempio di disciplina e di ardi­ mento. Ma la parentesi fu troppo breve: tornò insod­ disfatto, Andò in Africa settentrionale come corrispon­ dente di guerra del popolo d'Italia. Ma quando sa che il suo reggimento è già sul fronte greco chiede di raggiungerlo. Non puo vivere lontano dai suoi alpini, gli sembra un tradimento. Parte per non tornare. Tre volte si offre per azioni rischiose, tre volte è appagato, la terza volta è l'ultima. I suoi uomini lo adorano. Con lui sarebbero andati dovunque: potenza insuperabile dell'esempio! Anda con un manipolo d’alpini a raggiungere una vetta lontana per compiere una ricognizione sulle po­sizioni del nemico. Assolge il suo compito felicemente e rapidamente, ma prosegue oltre. Il suo programma è un altro. Incontra poco prima, lungo il cammino, un camerata di Milano e gli affida l'incarico di salutare per lui tutti gli amici di mistica e di comunicare loro che egli è partito per un'impresa della quale si sarebbe dovuto parlare. Mantenne la promessa. Alla testa dei suoi alpini raggiunge un'altra vetta, sulla quale alta sfolgora la luce della gloria, e a bombe a mano assalì un presidio greco. Circon­dato, lotta eroicamente, fino a quando una pallottola gli recise la gola, gli spezza la vita, soffoca il suo canto.. Così cadde G. Egli è morto come è vissuto, non per sè ma per gl’altri. È triste non potergli più vivere accanto, non poter più rinfrescare il nostro spirito alia polla purissima della sua fede. Ma egli chiuse la sua vita terrena in modo degno di luì, Arnaldo gli insegna che il segreto della vita è tutto qui; saper vivere, saper morire, nel modo più degno. G. vuole insegnare agl’italiani come deve vìvere e come sa morire un italiano di Mussolini. La nostra scuola, o camerati di mistica, non lo onora col pianto che egli non approva. Il nostro ciglio è asciutto anche se il cuore in questo momento acce­ lera il ritmo dei suoi palpiti. Ma noi sentiamo che non un vuoto egli ha lasciato nelle nostre file, li suo spirito inquieto è con noi, dinanzi a noi, oggi come non mai, ad additarci la strada che conduce alla vittoria, ad ammonirci che il suo tormento deve essere anche il nostro tormento, la sua ansia anche la nostra ansia, il suo amore anche il nostro amore, oggi, domani, sempre. E noi sentiamo che Arnaldo, il suo ed il nostro mae­stro, lo ha accolto nell'altra esistenza, accanto al suo figlio prediletto e agli altri martiri delia nostra scuola, come il migliore dei suoi discepoli. Il mito di Roma contro Si guardi Ro- il mito di Jehova in ma repubblicana. Catone, Cicerone, Quale è il suo Tacito, Giovenale ideale? Ce lo di- e negli Imperatori ce Marco Porcio Cato rie CATONE nel suo De Agri cultura laddove scrive che i romani quando lodavano un uomo dabbene, lo chiamavano buon agricoltore, buon colono. E con ciò si ritene di dare la maggiore lode a colui che così veniva chiamato. E ciò per­ chè dalla classe degli agricoltori nascono gli uo­mini più forti e i soldati più valorosi e coloro che si dedicano a tale occupazione non concepi­scono cattivi propositi. Queste parole, questo saggio romano le scrive­ esattamen­te, nello stesso periodo in cui Roma combatte l’ultima e definitiva partita con la semita Carta­gine. Ma, a questo proposito, ci si è mai chiesto perchè poi Cartagine è delendam, perchè Ro­ma s’è fissata ili questo mito della distruzione totale della città di Annibaie? La risposta è una sola. La lotta tra le due rivali infatti non è solo politica ed economica. È ben di più. È lotta di civiltà, di sistema di vita. Roma rurale, Ro­ma gerarchica, Roma guerriera ed eroica com­batte anche la Cartagine dei mercanti e della demagogia. Ecco perchè non è strano, ma, anzi, logico, necessario addirittura, che l’uomo che in senato termina i suoi discorsi col noto ceterum censeo Carthaginem delendam esse è lo stesso che nel suo De Agri cultura pone l’ideale ro­mano nella gente nata dai campi, cresciuta in mezzo alle bellezze e alle forze della terra, tem­prata nelle lotte aperte e solari della natura. Più di un secolo dopo, un altro grande roma­no, che gli ebrei aveva conosciuto perchè uno di 16   essi, Apollonio Molone, come ci dice il giudeo Lazare, aveva avuto per maestro: CICERONE, tuo­ nerà anche lui contro la loro mentalità. Il tenere testa alla turba giudaica che spesso schiamazza nelle riunioni popolari e farlo nel­ l’interesse della Repubblica è prova di saldi prin­cipi, dice infatti CICERONE rivolto a LELIO nella sua orazio­ne Pro Fiacco. E nel suo De Officiis si legge questo aneddoto che dice anche ai sordi in quale dispregio avessero i romani i traf­ficanti di denaro. Ecco infatti come Cicerone rac­conta che Catone risponde a chi lo interroga­ va sul miglior modo di amministrare i propri beni. Bene pascere. E in quale altro modo? è richiesto a Catone. Salis bene pascere, è la risposta. E poi? Arare, egli dice ancora. £ che ne pensi del prestare ad usura?cioè del prestare denaro a interesse. Risponde Catone. E tu che ne pensi dell’uccidere un uomo? Come, quindi, i romani, con mentalità siffat­ta, avrebbero potuto, non dico apprezzare, ma solo riconoscere la mentalità ebraica? E se è vero che con l’Ambasciata di Giuda Maccabeo si iniziano i primi rapporti di­plomatici tra Roma e Gerusalemme, se è vero che seguono altre ambasciate, se è vero che GIULIO (si veda) Cesare e OTTAVIANO (si veda) li tolle­rano, è altrettanto vero che gl’ebrei anziché essere grati e devoti allo stato romano ricambiario con disordini e con tradimenti la generosità dei Cesari, al punto che Claudio, da un decreto di tolleranza passa alla loro espulsione e ciò per­ chè, come testimoniano numerosi scrittori lati­ni — da Persio a Ovidio, da Svetonio a Plinio, da Tacito a Giovenale — gli Ebrei conside­ rano come profano tutto ciò che da noi è consi­ derato sacro (cfr. Tacito, Hist.); per­ chè essi hanno un culto particolare, leggi par­ ticolari, disprezzano le leggi romane (cfr. Gio­venale, Im. Lat.). Colle generazioni questo contrasto di civiltà e questa antitesi di istituzioni si acuiscono. È così che si arriva alla spedizione di Tito: all’assedio e alla distruzione di Gerusalemme. E in tal mo­ do, due secoli dopo Cartagine, anche sull’or­ goglioso regno di Giudea passa l’aratro romano e viene cosparso il sale. Così quei giudei che pretendevano di essere il popolo eletto e che per invidia di capi e per in­ comprensione ingenerosa di popolo avevano tra­ dito e condannato nostro Signore Gesù Cristo; quegli eredi del Profeta che smentirono la profe­ zia compiuta, furono dispersi per il mondo. La profezia del Golgota ebbe in tal modo realizza­ zione per mano di Tito, di quel Tito, il cui arco, forse per imperscrutabile volontà di quel Dio che egli inconsciamente servì, s’aderge ancora intatto contro il cielo eterno di Roma, quasi a testimonia­ re e ammonire le genti e il mondo intero della giustizia e della verità che promanano dai sette colli sacrati all’Impero del Littorio e alla Chiesa di Cristo. Nome compiuto: Niccolò Giani. Giani. Keywords: implicature mistica, mistico, il mistico – la mistica del liberalismo – la mistica del comunismo – la mistica della democrazia – la mistica del socialismo – filosofia politica – dottrina liberale – dottrina comunista – dottrina democratica – dottrina socialista, fascismo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della radice italica del melodramma – filosofia torinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I love Giani; for one, he was less fanatic than Nietzsche, even if it is Nietzsche’s fanaticism that attracts Strawson! For one Giani is more careful: if ‘music’ comes from the muses, which are Apollonian, why has Nietzsche to emphasise in a piece of bad rhetoric, that tragedy has its birth in the ‘spirit’ of “music” – surely Nietzsche means ‘Dionysian,’ but there’s no ‘music’ in Dionysus, only noise! Trust an Italian to correct Nietzsche on that point!” --   Appartene ad una famiglia dell'alta borghesia torinese con spiccate inclinazioni per la musica e per l'arte: lo zio  Giuseppe (Cerano d'Intelvi) e pittore piuttosto noto, docente all'Accademia Albertina, così come il figlio di lui Giovanni (Torino). Si dedica al violino e condusse contemporaneamente gli studi  fino alla laurea. Si interessa inoltre al fermento filosofico di fine Ottocento, a Spencer, ma soprattutto Nietzsche: di Così parla Zarathustra eavrebbe in seguito dato una traduzione, a partire dalla seconda edizione italiana (Torino, Bocca). Si appassiona, inoltre, al teatro musicale di Wagner, così come altri intellettuali torinesi, e lo difende. Risale la fondazione, per opera sua e dell'amico editore Bocca, della Rivista musicale italiana, in cui inizialmente hanno parte preponderante gli scritti di G., soprattutto recensioni sul teatro musicale contemporaneo e note sui testi poetici da musicare, anche se va probabilmente ascritto a Giani anche l'editoriale programmatico del primo numero, all'interno di una rivista che si propone di ospitare scritti musicologici ispirati al metodo positivistico diffuso tra i due secoli, pur restando aperta all'apporto di altre correnti filosofiche quali quelle dell'idealismo. In “Per l'arte aristocratica”, dimostra le doti di polemista che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: in esso si confuta un giudizio di Torchi e si afferma che la cosiddetta "arte per l'arte" non solo non è immorale, ma è anzi la naturale evoluzione e conclusione dello sviluppo storico di questa manifestazione dello spirito umano. Dedica un saggio al “Nerone” di Boito, che egli da allora considera incondizionatamente un maestro: al tempo Boito aveva reso pubblico il solo testo del Nerone, che venne accolto molto vivacemente e con alterna fortuna dall'ambiente letterario italiano. La posizione intorno al Nerone è singolare e indicativa di quali fossero i requisiti che la cerchia di G. e Bocca ricercava nell'opera musicale. Questa tragedia farebbe parte del novero delle tragedie vere, quelle in cui ritmo, suono della parola, gesto, musica concorrono alla creazione di un che di superiore. Tuttavia, quando la musica del Nerone fu resa nota postuma, dichiara una certa delusione. Uomo dalla cultura enciclopedica, versato con competenza anche negli studi di letteratura, G. cura L'estetica di Leopardi. Vede in Leopardi il luogo in cui le immagini della sua poesia si comporrebbero in un universo etico ed estetico coerente. All'interno della storia della critica leopardiana, pare avvicinabile ora alla posizione di Croce, di distinzione tra il momento della poesia e il momento della riflessione, ora a quelle positivistiche. Singolarmente,parla di musica e dell'analogia tra il ruolo del coro greco e il ruolo del coro nelle Operette morali solo nella conclusione, benché in termini acuti. Avrebbe contribuito ad un ulteriore campo degli studi letterari, quello della musica nel mondo antico. Apparve “Gli spiriti della musica nella tragedia” -- Fin dal saggio, si richiama alla nota opera di Nietzsche, “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”. G. non condivide l'opinione di Nietzsche secondo cui il razionalismo del teatro di Euripide avrebbe spento la portata dionisiaca della tragedia. La tragedia di Euripide permane ad un livello musicale altissimo. Per affermare questo ricostruisce il ruolo della musica nei testi tragici sulla base delle fonti antiche, dedicandosi alle singole parti e forme musicali dei drammi, sempre attento a sottolineare la valenza estetica complessiva della tragedia o melodramma, ma nel contempo senza trascurare le posizioni metodologiche della scuola filologica. Fino ad allora non aveva stretto profondi legami con i musicisti coevi (eccettuato Boito), si avvicina sempre più alle compositori. Saluta con favore Bastianelli e Pizzetti, approvandone principalmente le posizioni estetiche e la ricerca di una certa spiritualità nella music, tipica dei due esponenti del circolo fiorentino della Voce, ma prese le distanze ben presto dalle loro prove compositive, in particolare dai drammi musicali di Pizzetti, che non parvero a opere d'arte totalmente compiute.  Un legame creativo e biografico molto più stretto strinse con Ghedini, anche per via delle comuni frequentazioni torinesi: per Ghedini, che sta ancora cercando una personale posizione estetica e anda raggiungendo progressivamente le conquiste di stile e di linguaggio che lo avrebbero reso famoso, Giani valse come una sorta di pigmalione, suggerendo testi da musicare per le liriche e esaminando con occhio critico le composizioni di Ghedini.  G. stesso è librettista. Ridusse L'Intrusa di Maeterlinck, musicata da Ghedini ma mai rappresentata, e scrive Esther per Pannain. Divenne molto noto in tutta Italia per i suoi saggi di radicale confutazione di Croce. Non è particolarmente ostile all'idealismo di Croce, anzi considera la teoria dell'arte come intuizione una delle chiavi per la valutazione della creatività anche musicale e teatrale. Tuttavia, a mano a mano che l'estetica di Croce viene sistematizzata dal suo stesso autore, ma soprattutto da alcuni suoi pedestri seguaci mal tollerati dal nostro, attacca tale concezione con il bellicoso pseudonimo di Luigi Pagano in La fionda di Davide, criticando che in essa non vi fosse posto per il lato tecnico e materiale della creazione e che addirittura la stessa musica non fosse stata debitamente considerata da Croce al medesimo livello delle altre arti che diedero lustro al passato italiano. Il posto di G. nella storia della musicografia è tutto particolare. Pestalozza vi ha addirittura visto un predecessore della “fenomenologia musicale.”In realtà, ad un attento esame quantitativo dei suoi scritti, pare essersi dedicato assai poco a questa o quella musica in particolare, mentre il suo contributo fu assolutamente preponderante nei temi di estetica musicale.Fu una voce originale, fuori dal coro, che inizialmente difese il dramma di Wagner, quindi auspice fermamente all'interno dei testi musicati dai compositori qualità come la purezza e la letterarietà, infine spronò, pur da lontano, i compositori ad una libertà adogmatica e ad una ricerca continua di stile e di linguaggio, rendendoli attenti alla peculiarità della musica, che doveva essere cosa che egli ripete spessissimo nei suoi scrittila figuratrice dell'invisibile, cioè l'elemento che dà corpo alle sensazioni, alle suggestioni, alle fantasie suscitate dai testi musicati e non immediatamente in essi esplicate. Una posizione la sua che può essere paragonata a quella del "critico-artista" teorizzata da Wilde, che G. ben conosce: un "critico-artista" nel senso di ri-creatore dei percorsi attraverso cui la composizione è venuta alla luce, e ignoti al compositore stesso, ma nei quali quest'ultimo riesce a identificarsi una volta che il critico li rivela a lui e al mondo. Dispose per testamento che i suoi libri venissero donati "ad una biblioteca di piccola Città preferibilmente Pinerolo" e proprio presso la Biblioteca Civica "Camillo Alliaudi" di Pinerolo ora si trovano, presso il Fondo che prese il suo nome.  Altre saggi: “Per l'arte aristocratica (in proposito di uno studio di Luigi Torchi), in “Rivista Musicale Italiana”, -- aristocrazia, democrazia, crazia – kratos – il concetto di potere --  Il “Nerone” di Arrigo Boito, in “Rivista Musicale Italiana”, L'estetica di Leopardi, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Anticlo:  Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Rivista Musicale Italiana, Milano, Bottega di Poesia, L'amore nel Canzoniere di Francesco Petrarca, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Luigi Pagano:  La fionda di Davide. Saggi critici (Boito, Pizzetti, Croce), Torino, Bocca. Dizionario Biografico degli Italiani Cesare Botto Micca, in morte di Romualdo Giani, in “Rivista Musicale Italiana”, Annibale Pastore, In memoria, Rivista Musicale Italiana, Vajro, Rivista Musicale Italiana, Pestalozza, Introduzione a «La Rassegna Musicale». Antologia, Luigi Pestalozza, Milano, Feltrinelli, Guido M. Gatti, Torino musicale del passato, in «Nuova Rivista Musicale Italiana». Guglielmo Berutto, Il Piemonte e la musica, Torino, in proprio, ad vocem. Baldi, “Fotografare l'anima” -- Romualdo Giani e Giorgio Federico Ghedini, in “Bollettino della Società Storica Pinerolese”, Cavallo,La vita, il fondo musicale, le collaborazioni musicologiche e gli interessi letterari, Pinerolo, Società Storica Pinerolese,. Con contributi di Casagrande, Baldi,  Betta, Cavallo, Balbo, Fenoglio.  GIANI, Romualdo. Nasce a Torino da Francesco e da Clementina Guidoni, originari della Valle d'Intelvi.  Laureatosi in giurisprudenza non ancora ventenne, esercita l'avvocatura patrocinando esclusivamente cause civili nel settore commerciale. Allo stesso tempo si occupò con continuità di arte e letteratura. Creativo e versatile, ebbe profonde conoscenze della storia e della tecnica delle diverse arti, ampliate dai numerosi viaggi effettuati nelle principali città d'arte europee. È tra i fondatori, con l'amico editore Bocca, della Rivista musicale italiana, alla quale collaborò ininterrottamente per trentasette anni, spesso valendosi di pseudonimi.  Esordì sul primo numero della rivista con la critica "I Medici". Parole e musica di Leoncavallo. Il dramma (Riv. mus. italiana); sullo stesso numero diede il via alla rubrica Note sulla poesia per musica(ibid.), ove poneva in luce difetti e pregi dei testi inviati da autori sconosciuti per dimostrare che la poesia del melodramma era forma d'arte.  In Per l'arte aristocratica, sostenne una vivace polemica con Torchi sull'autonomia dell'arte, alla quale parteciparono Pilo, Garoglio, Foulliée e altri; G. volle dimostrare che la formula "l'arte per l'arte" o "l'arte aristocratica" non era cosa assurda e immorale, come sostenuto dal Torchi, ma l'ultimo effetto di un'evoluzione. Pubblica il saggio critico Il "Nerone"di Boito (Torino; cfr. Riv. mus. ital.), che gli procurò l'amicizia dell'autore, il quale gli inviò numerose lettere in cui si dichiarava suo grande ammiratore. Nel volume L'estetica nei Pensieri di Leopardi (Torino; cfr. Riv. musicale italiana) G. oltre a ricostruire il pensiero estetico del poeta di Recanati, ne esaminò anche le teorie sull'arte musicale.  Per la Biblioteca di scienze moderne del Bocca, è stato pubblicato Così parlò Zaratustra di Nietzsche, tradotto da Weisel; G., ritenendo la traduzione non fedele all'originale, ne appronta una nuova versione d'accordo con Weisel, pubblicata, sempre dal Bocca. Con lo pseudonimo di Anticlo, da alle stampe lo studio Gli spiriti della musica nella tragedia greca (Milano; Riv. musicale italiana). Durante il primo conflitto mondiale usce L'amore nel Canzoniere di Petrarca (Torino; in appendice Nota sul suono e sul ritmo), considerata dalla critica, forse, la sua opera più riuscita.  G. inoltre traduce per diletto dal latino, soprattutto TIBULLO (si veda) ed ORAZIO (si veda), e dal francese; come poeta pubblicò nel 1920 soltanto due libretti d'opera: Esther (Riv. musicale italiana), tragedia lirica in tre atti ispirata dal testo biblico, mai musicata, sebbene offerta dal G. a Pizzetti, e L'Intrusa, un atto per musica, tratto dal dramma in prosa di Maeterlinck, musicato dapprima da Ghedini (non rappresentato), e poi da G. Pannain, che la rappresenta a Genova.  La pubblicazione dell'articolo Il Vangelo e il Breviario,celebrazione dell'estetica crociana (Riv. musicale italiana), apparso sotto lo pseudonimo di Luigi Pagano, rappresentò un attacco all'estetica crociana che diede origine a una polemica col Croce stesso. G., con logica inflessibile, dimostrò infondati alcuni concetti del filosofo, come l'eccessivo idealismo che considerava la musica estranea ai fenomeni fisici che la originano e alla tecnica, espressi in Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902) e nel Breviario di estetica, opere che G. ironicamente chiama Vangelo e Breviario. Con Socrate e la pulce (ibid.) rispondeva allo scritto La musica e l'estetica dell'idealismo, in cui Pannain assume la difesa delle tesi crociane. Questi saggi, compreso quello del Pannain, furono raccolti in seguito nel volume La fionda di Davide Torino insieme con uno studio sul Boito, e la critica a Debora e Jaele di Pizzetti, giudicata un'opera mancata. Contemporaneamente G. pubblica il Sillabario di estetica (Riv. musicale italiana), e a conclusione della polemica aggiungeva una Nota crociana, nel capitolo terzo de La fionda di Davide, in cui evidenziava ancora altre contraddizioni nella teoria di Croce. La polemica si riaprì con lo scritto La favola dell'aridità con il quale G. insorgeva, in difesa del Seicento musicale italiano, contro un'affermazione del Croce che definiva "età di aridità creativa" il secolo; la rettifica crociana Obiettanti e seccatori non soddisfece G., che replica con Il parto settimello.  G. scrive inoltre numerose recensioni e articoli sulla Rivista musicale italiana e sulla Rassegna musicale, a cui collabora, spesso sotto gli altri pseudonimi di H. Giraud e A. Cannella. G. muore a Torino. Oltre agli saggi citati si ricordano: Savitri"Idillio drammatico indiano in tre atti di L.A. Villanis. Musica di N. Canti. La poesia, in Rivista musicale italiana; Note marginali agl’Intermezzi critici di Pizzetti; Note Leopardiane, in Campo Torino; Estetica nuova; Per una biografia di Berlioz; Melodramma e dramma musicale, Adler, G., Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Riv. mus. ital., Ronga, In morte di G., ibid., Botto Micca, G. (Lo scrittore e il critico), in Il pensiero di Bergamo, Pastore, In memoria di G., Riv. musicale italiana, Vajro, G., Angelis, Diz. dei musicisti, Roma; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti, Le biografie. Nome compiuto: Romualdo Giani. Giani. Keywords: implicatura.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannantoni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica – filosofia perugiana – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Abstract. Grice: “I realised that my attacks on the philosophismata so frequent at Oxford at the time relied on a theory of ‘significaio’ that took cooperative conversation as basic – what G. calls the ‘principio dialogo’!” Keywords: principio dialogo. Filosofo perugiano. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I love Giannantoni; for one, he believes, with me, that there is Athenian dialectic, Roman dialectic, Florentine dialectic and Oxonian dialectic; like me, he has explored mostly ‘Athenian dialectic,’ and he has noted that its birth (‘nascita’) is in the ‘dialogo socratico,’ so it should surprise nobody that I have based my philosophy on the facts of conversation!” Si laurea a Roma sotto Calogero. In “Il dialogo di Socrate e la dialettica di Platone” attribuisce a Socrate una concezione molto laica della del divino e della religione (Religiosità, che Socrate, il quale era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo del tutto diverso da come comunemente era sentita a quell'epoca»). La sua dottrina storico-filosofica si fonda sul principio che ogni seria riflessione filosofica si debba basare su un'accurata e rigorosa ricerca filologica delle fonti.Questo spiega l'enorme dispiego di tempo dedicato all'elaborare la sua opera monumentale, Reliche di Socrate” (Socratis et Socraticorum reliquiæ). G. ha sempre seguito il criterio di Croce e Gramsci, secondo cui l'esposizione di un filosofo debba avvenire tramite l'esame storico cronologico (unita longitudinale) delle sue opere, allo scopo di prendere consapevolezza dell'evoluzione della dottrina e di separare da questa ogni sovrapposizione interpretativa personale non adeguatamente basata sulle fonti.  Convinto dell'onestà intellettuale come valore fondamentale cui deve rifarsi ogni interprete della storia della filosofia, capace perciò di rinunciare di fronte alla ricostruzione filologica dei testi anche alle proprie più profonde convinzioni personali. Traccia un profilo ideale dello storico autentico della filosofia, che ha il dovere di farsi filologo rigoroso per avvicinarsi il più possibile al mondo del filosofo da lui studiato», ben sapendo che ciò non basta ancora se non è accompagnato da una sensibilità filosofica e da una consapevolezza teoretica e storica insieme. Di qui conclude il fascino di una ricerca che, rendendoci consapevoli di una grande quantità di problemi altrimenti inavvertiti, termina in un autentico arricchimento spirituale. Il suo insegnamento è stato caratterizzato dalla volontà di essere semplice e chiaro nell'espressione del pensiero considerando questo un dovere morale dell'intellettuale nei confronti degli altri studiosi. Anche allo scopo di realizzare una scrittura filosofica quanto più scientificamente precisa, ha compiuto studi approfonditi sulla logica di Aristotele e sulla storia della semantica filosofica (teoria del segno). Nella sua vita e nella dottrina si è sempre impegnato nel mettere in pratica l'insegnamento socratico, così come fece il suo maestro Calogero: insegnando la conversazione basatio sulla regola d’oro: il rispetto verso il co-conversazionalista. Cura I Presocratici di Diels e Kranz. Altre saggi: La metafisica dei lizii (Roma, Rai); “Che cosa ha veramente detto Socrate” (Roma, Ubaldini); Cirenaici (Firenze: Sansoni); “Filosofia romana” (Napoli: Bibliopolis); “Filosofia italica in eta antica” (Milano: Vallardi); Le filosofie e le scienze contemporanee, Torino: Loescher, I fondamenti della logica de’ lizii” (Firenze: La nuova Italia); Le forme classiche Torino: Loescher, Volpe Roma: Riuniti, Socrate. Tutte le testimonianze: Da Aristotfane e Senofonte ai Padri cristiani; Bari: Laterza, Aristotele. Opere; introduzione e indice dei nomi, Roma; Bari: Laterza, Epicuro. Opere, frammenti, testimonianze sulla sua vita; Bignone; Bari: Laterza, I presocratici: testimonianze e frammenti Bari: Laterza, Profilo di storia della filosofia, Torino: Loescher. La razionalitàmTorino: Loescher, Socratis et Socraticorum Reliquiæ. Collegit, disposuit, apparatibus notisque instruxit G.,  Bibliopolis. Anthropine Sophia. Studi di filologia e storiografia filosofica in memoria di Gabriele Giannantoni; Introduzione di Adorno: per G.: un dialogo, Bibliopolis (collana Elenchos). Deputati della legislatura.  Op.cit. Centrone, ed. Bibliopolis, Enciclopedia Treccani, Centrone, Bibliopolis, Edizioni di filosofia, ILIESI CNR  La traduzione dei Presocratici da parte di G. è stata criticata da Reale nell'introduzione alla sua nuova traduzione dei Presocratici, critiche riportate in due articoli-intervista comparsi sul Corriere della Sera nei quali  G., di formazione gramsciana veniva accusato come curatore della "vecchia" edizione laterziana di avervi perpetrato «una certa manomissione del sapere filosofico», in ossequio all'ideologia e all’egemonia culturale marxista. Interpretazioni del pensiero di Socrate#Socrate: l'interpretazione di G. Calogero La teoria sul pensiero greco arcaico.  Per chi abbia svolto la propria attività di ricerca o abbia compiuto la propria formazione scientifica nell’ambito della storiografia filosofica, il nome di G. (Perugia – Roma) è legato anche al Centro di Studio del Pensiero Antico, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche Roma,1 su richiesta, appunto, di G.– in sostituzione del precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica –, il Centro di Studio del Pensiero Antico si inserì nel panorama nazionale e internazionale della ricerca storica come una realtà innovativa e contribuì allo sviluppo di una disciplina, la storia della filosofia antica, appartenente al duplice contesto della storiografia filosofica e delle scienze dell’antichità. Il Centro fu attivo in modo autonomo fino al 2001, quando, a seguito di una riforma che ridisegnò la rete scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, esso fu accorpato con il Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo per dar vita all’ Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, sotto la direzione di Gregory. L’attività del Centro di Studio del Pensiero Antico fu inevitabilmente legata al percorso intellettuale e di ricerca del suo fondatore, benché in modo non esclusivo. In questo breve profilo si cercherà di rievocare, in primo luogo, i motivi culturali che furono alla base della costituzione di questa realtà, nonché alcuni modelli scientifici di riferimento che ne hanno determinato in certa misura la configurazione e l’attività; in secondo luogo, i contributi originali che il Centro è stato in grado di fornire all’area disciplinare di propria competenza, in termini di pubblicazioni, progetti e formazione, sotto la guida di Giannantoni e di coloro che ne coadiuvarono la direzione. 1 Decreto del Presidente del CNR. n. 6303, ratificato successivamente da una convenzione tra il CNR e “La Sapienza”, stipulata e confermata dal Presidente del CNR. Per il testo della convenzione si veda “Elenchos”, Sull’iter di riforma che portò alla nascita dell’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee e per i riferimenti normativi, si veda Liburdi Istituito presso la Facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di  MOTIVI CULTURALI E MODELLI ISPIRATORI Come accennato, l’attività scientifica del Centro di Studio del Pensiero Antico fu comprensibilmente orientata da precise scelte critiche e metodologiche di colui che ne aveva voluto l’istituzione. Per dare ordine a questo sintetico profilo, credo sia opportuno riassumere i motivi che ispirarono la promozione di un organo di ricerca mirato agli studi storici sul pensiero antico, in tre principali indirizzi: in primo luogo, la possibilità di considerare la storia della filosofia antica come una disciplina dotata di un proprio specifico (e in certa misura autonomo) profilo quanto a materia di indagine, arco storico e metodologia; in secondo luogo, la nascita, o rinascita, dell’interesse verso scuole filosofiche dell’antichità greca e romana tradizionalmente classificate come minori, in particolare, le cosiddette scuole socratiche e le scuole ellenistiche, che dalle socratiche discendono direttamente sotto l’aspetto storico e dottrinale; infine, la rivisitazione del patrimonio dossografico – cioè del complesso della tradizione indiretta che ha conservato, per estratti, parafrasi o compendi, il pensiero di quei filosofi antichi di cui non è giunto a noi né il corpus né una singola opera completa –. Quest’ultimo indirizzo si inseriva in una tendenza di studi continentale che fece della dossografia antica una vera e propria categoria storiografica con risultati particolarmente innovativi. L’interesse portato alla dossografia, oltre a sostenere gli studi nell’ambito delle filosofie di derivazione socratica e quelle ellenistiche (delle quali, per l’appunto, non si è conservato alcun testo d’autore), apriva un percorso di studi a cui G. è particolarmente legato e che lo vide impegnato sia come direttore del Centro che individualmente, e cioè la riconsiderazione di tutta la dossografia relativa alla filosofia presocratica. Una rapida messa a fuoco di questi tre indirizzi permetterà di chiarire quali interessi scientifici di G. abbiano maggiormente pesato sulle strategie generali e sulle iniziative specifiche del Centro, nonché sulla formazione professionale che esso ha reso possibile. Quanto al primo indirizzo, la questione del profilo specifico della storia della filosofia antica presuppose, da parte di G., una approfondita analisi della visione storica che la cultura filosofica italiana era venuta maturando intorno alla filosofia antica. In questa analisi, i cui esiti si leggono, non a caso, nell’articolo di apertura della rivista Elenchos intitolato La storiografia idealistica e gli studi sul pensiero antico (“Elenchos”), svolge un ruolo chiave la rappresentazione che del pensiero antico seppe dare l’idealismo italiano, specie con Croce, e la sua valutazione critica. L’idealismo italiano si era infatti distinto per due caratteri, l’uno teorico, l’altro metodologico, che apparentemente non favorirono lo sviluppo di una moderna storiografia del pensiero antico. Per un verso, tanto Croce che Gentile vedevano nella filosofia antica (cioè greca) i limiti di un pensiero oggettivo, astratto e naturalistico, che mai sarebbe arrivato a concepire la positività dell’idea di infinito, né quella della soggettività. I punti più alti raggiunti dalla filosofia teoretica greca, Socrate, Platone, Aristotele, coincidevano rispettivamente con la delineazione del concetto, o universale astratto, con la sua separazione dalla realtà sensibile (la teoria delle idee trascendenti e la scienza come dialettica delle sole idee) e con una logica puramente strumentale (la sillogistica), alla quale sarebbe mancata la teorizzazione del giudizio individuale, o giudizio storico, nonché la capacità di superare l’astrattezza e attingere l’atto stesso del pensiero.4 Nella filosofia pratica parimenti i Greci antichi, pur non mancando di intuizioni profonde, non avrebbero superato il precettismo e l’empirismo, e la loro etica ingenua non sarebbe mai giunta a distinguere etica ed economica, morale e diritto, come categorie dello spirito. G., n. 13, rimanda a Croce, di cui diamo qui i riferimenti da Croce. Ciò G. ricavava, pur senza riferimenti testuali precisi, sia dagli excursus storici che possiamo leggere in Gentile e in Gentile, sia da Gentile. G., rimanda a Croce; si veda Croce e a Croce, si veda Croce ILIESI digitale Temi e strumenti copertina di “Elenchos. Per l’altro verso, però, l’idealismo formulò una critica, entro certi limiti giusta e salutare, alla filologia classica – cioè alla filologia classica moderna sviluppata in Germania, distintasi, tra le altre cose, per una predilezione della cultura greca rispetto alla latina –, colpevole sostanzialmente di non essere una disciplina veramente storica. La filologia classica, malgrado i grandi risultati raggiunti nella costituzione dei testi della letteratura antica, nella revisione della tradizione bizantina e nelle nuove acquisizioni, si affermò come una procedura tecnica complessa e molto raffinata ma priva della visione della storicità del documento, del suo autore, dell’ambiente della sua composizione, nonché del suo testimone. La questione, che emerse inizialmente nel campo delle edizioni letterarie,6 non è meno complessa per quelle filosofiche: i testi della filosofia antica richiedono anche una comprensione dei contenuti teorici e pretendono di essere inquadrati in sistemi di pensiero il cui senso trascende il ripristino del testo, o quanto meno se ne distingue in data misura. Questo fu il nodo che si dovette sciogliere perché si potesse cominciare a delineare una storia della filosofia antica che includesse tanto la capacità di fornire edizioni affidabili sotto il profilo testuale, quanto quella di storicizzare i documenti, cioè di comprenderne i contenuti alla luce di coordinate culturali congrue con le epoche di appartenenza. La storiografia idealistica è dunque imputata da G. di evidenti limiti interpretativi della filosofia antica, come fu ben presto mostrato, ad esempio, dalle due celebri monografie di Mondolfo sull’infinito nella filosofia antica e sul soggetto umano nell’antichità,7 che smentivano l’idea di un connaturato e irreparabile oggettivismo della filosofia antica. Tuttavia l’idealismo ha fornito un’importante lezione e soprattutto ha indicato con chiarezza un ostacolo da superare: 6 In particolare, la critica crociana a cui Giannantoni fa riferimento  prese le mosse da edizioni di testi poetici e si volse contro la “mera filologia” e la Kulturgeschichte che, nella pretesa di restituire il senso del testo letterario, non apportavano comprensione né storica né concettuale. Cfr. ad esempio la recensione alla monografia di Romagnoli su Aristofane e che si può leggere in Croce. Dice G. al riguardo: il problema del rapporto tra filologia e poesia, tra filologia e storiografia, tra filologia e filosofia sta al centro dell’elaborazione dell’idealismo italiano”. G. probabilmente pensava anche alle considerazioni gentiliane intorno al filologismo che affligge la storia e ostacola la costituzione di una storia della filosofia, in Gentile Mondolfo. Tracciando nel primo dei due volumi in onore di Croce per il suo compleanno, quello che è tuttora l’unico panorama complessivo degli studi di filosofia antica nel cinquantennio, Guido Calogero non ritenne di dover prendere in considerazione né Croce stesso né Gentile (e neppure Ruggiero) quali interpreti del pensiero antico; né altri ne hanno trattato in modo approfondito (mentre studi importanti esistono sulle loro interpretazioni di altri periodi della storia del pensiero) la ragione è da ricercare in una persistente separazione, non solo concettuale, ma anche di organizzazione degli studi, che lo stesso idealismo ha contribuito non poco a consolidare, tra considerazione filosofica, ricostruzione storica e indagine filologica. Gli studi di filosofia antica hanno infatti sofferto in modo particolare di una vera e propria scissione tra quelli che erano considerati i compiti esclusivi del filologo e quelle che erano considerate le competenze dello storico e del filosofo: con la conseguenza che questi studi sono potuti apparire troppo filologici ad alcuni e ad altri, all’opposto, troppo filosofici per entrare di pieno diritto nell’ambito di ciò che si era soliti chiamare la scienza dell’antichità. Quando G. scrive queste parole, era persuaso che la scissione non fosse superata e fosse causa, oltre che di una durevole influenza idealistica, anche di un pregiudizio nei rispetti della filologia, malgrado i grandi progressi e le messe a punto di tanta prestigiosa filologia classica italiana.9 Stante, quindi, una situazione di progresso “zoppicante”, per così dire, degli studi storiografici italiani sulla filosofia antica, G. nutrì l’aspirazione di delimitare un preciso terreno metodologico cogliendo la preziosa occasione che il Consiglio Nazionale delle Ricerche gli offriva. Il secondo indirizzo è quello che, almeno a prima vista, rivela maggiormente la stretta relazione tra il percorso scientifico individuale di G. e lo spettro di interessi messi in campo da quanti hanno operato nel o col Centro, a cominciare dai suoi allievi. Tanto più che l’attenzione rivolta non solo a Socrate ma alle tradizioni socratiche ed ellenistiche non è del tutto indipendente dalla questione dell’impatto dell’idealismo italiano sulla fortuna della storiografia filosofica dell’antichità. Il giudizio crociano sui limiti delle filosofie di Socrate, Platone e Aristotele, ad esempio, diventa un vero e proprio deprezzamento delle tradizioni minori. Ed è appena necessario [G.  Il riferimento a Calogero è da intendersi a Calogero. Si veda al riguardo il chiarimento di G. relativo all’opera di Pasquali, che pervenne ad un’unità di filologia e storia come unità di metodo, non di contenuti, e che si caratterizzò tramite uno storicismo della filologia classica, profondamente diverso dallo storicismo idealistico: questo, inteso come riconoscimento nella storia e nella cultura di figure e “categorie” del pensiero e dello spirito, quello, inteso come intima connessione tra le rigorose tecniche filologiche e la conoscenza storica (Cfr. Croce: “... col considerare principalmente il contrasto delle passioni verso la volontà razionale sorsero le scuole opposte dei cinici e cirenaici, ricordare che la figura di Socrate, a cui deve farsi risalire il terreno di ricerca costituito dalle scuole socratiche e buona parte di quello attinente alle tradizioni ellenistiche, fu al centro di importanti riflessioni teoretiche e storiografiche di Calogero,11 che di G. fu il maestro. Abbiamo poi vari segni di un’interazione di tendenze di studio comuni a più scuole anche fuori dell’Italia. L’interesse per le tradizioni dette “minori”, tali cioè in quanto paragonate alle filosofie di Platone e Aristotele e, in più, conservate solo tramite tradizione indiretta, si manifesta con studi sui Sofisti, su alcuni discepoli di Socrate, in particolare Antistene di Atene e Aristippo di Cirene, sulla tradizione scettica.Proprio ad Aristippo di Cirene e alla sua scuola Giannantoni dedica la sua prima importante opera scientifica (G.). In essa si profilano le problematiche, filologiche e storiografiche prima ancora che concettuali, relative alla intricata questione della eredità socratica: l’edizione critica di un corpus proveniente da molti e diversi testimoni; la possibilità di dirimere le fonti storicamente attendibili dalla ritrattistica aneddotica; la contestualizzazione del filosofo all’interno di un milieu composito in cui si intrecciano le influenze della Sofistica e della retorica classica e il magistero socratico. stoici ed epicurei e altrettali; ma le dottrine di tutte coteste scuole, se serbano qualche valore empirico come precetti di vita più o meno convenienti a individui, classi e tempi determinati, non ne presentano alcuno o scarsissimo, esaminate in quanto concetti filosofici; e cinici e cirenaici, stoici ed epicurei, piuttosto che filosofi sembrano monaci, seguaci di questa o quella regola”. Sulle “scuole socratiche minori” cfr. anche il giudizio, meno sommario, di Gentile. Com’è molto noto, Socrate occupò un ruolo centrale nella personale riflessione teorica diCalogero, che elaborò la sua “filosofia del dialogo” esattamente sul modello del Socrate dei dialoghi platonici, nel quale il filosofo italiano vide la prima formulazione di un’istanza intellettuale e morale – il dialogo, appunto, contrapposto al “logo” conclusivo e assertivo – destinata a far giustizia della pretesa di fondare l’etica sulla epistemologia e sulla metafisica, e che sarebbe stata anche alla base della moderna concezione dello stato liberale e di diritto. Ma Socrate fu anche al centro di importanti lavori storiografici di Calogero, alcuni dei quali aprirono la strada alla ricerca della posterità del magistero socratico nel pensiero tardo-ellenistico e cristiano. Una visuale critica diversa da quella di G., ma in linea con la percezione del ruolo capitale svolto da Socrate nella storia del pensiero antico. Mi limito su tutto ciò a rimandare a G. e a Brancacci. Per limitarsi alle opere principali: Untersteiner, con moltissime riedizioni; Pra; Humbert; Mannebach; Caizzi; Patzer. Questi elementi appaiono, nella storiografia e nella filologia europea, sempre più determinanti per la comprensione delle dottrine di personalità come Aristippo, Antistene di Atene, Euclide di Megara, Eschine di Sfetto. In più, il superamento della Quellenforschung tradizionale e l’approfondimento dei contenuti filosofici aprirono nuove possibilità di delineare il percorso che dalle scuole socratiche della seconda metà del IV secolo a.C. porta alle principali tendenze ellenistiche, il Giardino, il Portico, il Lizio post- aristotelico, la scepsi pirroniana ed accademica. A questo complesso terreno di ricerca è dedicata una iniziativa che precede l’istituzione del Centro di Studio del Pensiero Antico benché sempre sostenuta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche: il convegno “Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica”, organizzato dal Centro di Studio per la Storia della Storiografia (la cui direzione era stata affidata allo stesso G.), e i cui atti furono pubblicati nel 1977 dalla casa editrice il Mulino di Bologna. Le relazioni presentate al Convegno del 1976, mirate ad una ricognizione dello stato documentario delle filosofie riconducibili a Socrate o ad uno dei suoi discepoli, e dei rapporti concettuali tra queste tradizioni e le filosofie ellenistiche e di età imperiale,13 furono aperte dalla comunicazione dello stesso Giannantoni sul tema Per un’edizione delle fonti relative alle scuole socratiche minori, nella quale lo studioso esponeva i risultati di un già lungo percorso di ricerca, ma ancora lontano, nel 1976, dalla sua conclusione. In questa relazione vengono messe a fuoco le 13 Cambiano 1977; Celluprica; Sillitti; Caizzi; Ioppolo; Brancacci; Donini; Parente; Repici ILIESI digitale Temi e strumenti 11 copertina di G. Giannantoni, I Cirenaici. Raccolta delle fonti antiche, traduzione e studio introduttivo, Firenze, Francesca Alesse G.  e il Centro di Studio del Pensiero Antico peculiarità e la notevole problematicità, soprattutto sotto il profilo filologico, di una edizione di testi filosofici e di molti autori. Emerge da questo breve testo non solo uno stato dell’arte ma un criterio programmatico che non considera sufficienti, benché certamente necessarie, le sole competenze della filologia classica, ma pretende una sensibilità storica e una capacità di comprensione teorica che gli sforzi della Altertumswissenschaft tradizionale non avevano sempre garantito. L’edizione di testi filosofici di trasmissione indiretta non può limitarsi alla costituzione del testo e alla redazione di apparati critici da cui si desuma il meticoloso lavoro di collazione dell’editore, ma deve tener conto dei contesti storici e problematici nei quali sono vissuti tanto il filosofo quanto il suo testimone. Inoltre, un’edizione che sia, in più, una silloge di testi relativi a (e non provenienti da) molti filosofi, comporta di andare oltre la natura estrinsecadella singola testimonianza (epoca e ambiente del testimone, distanza cronologica dall’autore, genere letterario della fonte, parametri stilistici, etc.) e di individuare alcune strutture di pensiero che, in un lasso di tempo abbastanza lungo, si facciano riconoscere per caratteri salienti e durevoli e, al contempo, riflettano le condizioni storiche che ne determinano la specificità (secondo i dettami dello storicismo), diventando pagine e capitoli di una lunghissima storia culturale; si configurino, cioè, come tradizioni: Il fatto è che a proposito di una raccolta di testi che riguardano uno o più filosofi, emerge molto più nettamente che in altri casi l’impossibilità di considerare la testimonianza antica come un dato puramente oggettivo, e quindi la necessità di storicizzarla fino in fondo: in realtà essa deve essere considerata come un capitolo di una vera e propria storia della cultura durata all’incirca un millennio, e perciò da ricondurre di volta in volta al suo tempo e alle tendenze storicamente determinate che la produssero: parleremmo di un Diogene irreale e mai esistito se pensassimo di poter adoperare come ingredienti mescolabili a piacere Epitteto e Dione Crisostomo, Luciano e Giuliano l’Apostata, un padre della chiesa e le epistole apocrife che vanno sotto il nome del cinico.15 Il terzo indirizzo, relativo alla dossografia, è quello che presenta, almeno in apparenza, un maggiore tecnicismo, perché volto alle problematiche ecdotiche ed interpretative attinenti allo studio di [Sulla cosiddetta filologia esterna, sul ruolo da essa svolto nelle edizioni filosofiche e sui suoi limiti, si veda G., a proposito dell’opera di Vitelli, la cui importanza per la storia della filosofia antica è legata specialmente alle edizioni critiche dei commenti aristotelici di Filopono. G.  dottrine riportate da testimoni spesso assai lontani, per cronologia ed orientamento intellettuale, dagli autori di cui si vuole conoscere il pensiero. D’altra parte, la dossografia si è rivelata un capitolo importantissimo di quella millenaria storia culturale che costituisce il terreno di indagine della storia della filosofia antica. Non si potrebbe ancora oggi redigere una storia della storiografia filosofica dell’antichità senza iniziare non solo dalle grandi raccolte di testi e frammenti allestite dalla filologia ottocentesca e comparse nei primi anni del XX secolo (le raccolte di Usener,16 Diels,17 Arnim,18 per citare degli esempi), ma anche dalla prima grande opera di analisi e comparazione dei testimoni, i Doxographi Graeci di Hermann Diels; come è altrettanto vero che non si può oggi fare a meno dei più recenti e sistematici contributi all’analisi della dossografia filosofica, cioè gli Aëtiana di Mansfeld e Runia. I più importanti progetti editoriali varati negli ultimi decenni, inoltre, si sono strettamente legati alla problematica della DOSSOGRAFIA e all’analisi dei testimoni, a lato di quelle condotte sui filosofi romani e sulle tradizioni dottrinali. Allo studio di filosofi di grande notorietà e impatto della tradizione culturale antica, ai quali si deve gran parte della conoscenza dei filosofi precedenti -- come CICERONE e Plutarco -- si è venuta affiancando una sempre maggiore familiarità con testimoni meno noti ma che hanno rivelato un’importanza fondamentale, come Filodemo, Diogene Laerzio, Sesto Empirico, Galeno, Stobeo. L’indirizzo dossografico e quindi un segno della tempestività e della sensibilità di G. nei rispetti di un terreno di ricerca che si venne imponendo e che di fatto contribuì alla dimensione dello stesso Centro, la cui attività progettuale e congressuale e in buona misura dedicata alla dossografia di epoca tardo ellenistica ed IMPERIALE. Si può far rientrare in questo ultimo indirizzo anche una linea di attività di studi la cui ragione storiografica e oggetto di un vivacissimo [Usener 1887. 17 Diels. 18 Arnim 1903. 19 Diels 1879. 20 Mansfeld-Runia 1997; Mansfeld-Runia 2009; Mansfeld-Runia 2010. È appena necessario ricordare che le parole stesse “doxographus”, “doxographia”, sono coniate da Diels. Sulla dossografia e sul suo sviluppo come categoria filologico-storiografica, cfr. Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia, Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia – cf. GRICE, “LIFE AND OPINIONS” – “Vita e opinioni” – Speranza, “OXONIAN DOXOGRAPHY: H. P. GRICE” -- dibattito e che è nota come la questione delle dottrine non scritte di Platone. Sorta nell’accademia tedesca, in particolare a Tübingen, da un’ipotesi schleiermacheriana, la questione degl’ “agrapha dogmata” consiste, molto in breve, nella convinzione che Platone teorizza una dottrina dei principi (Uno e Molteplice), della quale non resta traccia nei suoi scritti – perché oggetto di pura trasmissione orale all’interno dell’Accademia antica – ma solo sparsi indizi in pagine aristoteliche. Alla nascita, per così dire, del Centro, G. invita Gaiser, ordinario di filologia  a Tübingen e uno dei maggiori sostenitori di questa ipotesi, a tenere una lezione presso la Sapienza sul tema La teoria dei principi in Platone, il cui testo venne pubblicato nel primo numero della rivista Elenchos. Tuttavia, il punto che merita attenzione in questa sede è che la questione delle dottrine non scritte di Platone e, oltre che un tema rilevante per se stesso, anche un pretesto per riconsiderare Aristotele come testimone egli stesso del passato filosofico, più precisamente per le cosiddette filosofie italiche pre-socratiche. Com’è noto, Aristotele può essere considerato se non il primo testimone in assoluto delle precedenti tradizioni della filosofia, certamente il primo testimone che ne offre una informazione organizzata secondo criteri espositivi dettati dalle proprie esigenze filosofiche e che hanno inevitabilmente condizionato la visione storiografica. Per quanto apparisse improprio, naturalmente, definire Aristotele un “dossografo”, il ri-esame della sua testimonianza della filosofia italicca precedente, anch’essa una tradizione indiretta, appare a G. una linea d’azione congrua con quelle relative alle scuole socratiche e le filosofie ellenistiche, ancorché meno visibile tra i risultati delle ricerche del Centro. A conclusione di questo primo paragrafo, ricordiamo che l’istituzione del Centro di Studio della Filosofia Antica non e del tutto priva di modelli in Italia e fuori e che con alcuni di essi si instaurò una costante collaborazione. L’esempio più immediato, sia sotto il profilo tematico e scientifico, che sotto quello del funzionamento istituzionale, e il – Robin, una unità di ricerca del  Gaiser ILIESI digitale Temi e strumenti  Centre de Recherches sur la Philosophie Antique, Centre de la Recherche  Scientifique, ma operante all’interno e sotto l’egida    Francesca Alesse G.  e il Centro di Studio del Pensiero Antico  della Sorbonne (perciò definito anche Unité Mixte de  Recherche), in modo non troppo dissimile dai Centri di Studio  del CNR istituiti in regime di convenzione con i vari atenei italiani. La  collaborazione con questo Centro si focalizza sulle tematiche  socratiche e da  luogo al ripetuto scambio di filosofi tra le due sedi nell’ambito del programma di ricerca “Socrate e la storia della filosofia antica: rottura o continuità?”; i contributi  pubblicati sotto il titolo di Lezioni socratiche, a cura di furono G. e Narcy, per Bibliopolis di  Napoli. Un’altra importante istituzione scientifica a cui G.  guarda con particolare attenzione e con cui intrecciò stretti rapporti  scientifici nonché di cordiale amicizia è stata senz’altro il CENTRO PER LO STUDIO DEI PAPIRI ERCOLANESI, fondato da, Gigante. I motivi di tale collaborazione sono dettati ovviamente dall’interesse intrinseco per  la grande opera editoriale a cui il Centro fondato da Gigante e  votato. La pubblicazione delle edizioni critiche dei papiri reperiti  nel sito ercolanese offre alla comunità filosofica un patrimonio  inestimabile per la conoscenza dell’ORTO, della tradizione  socratica, del PORTICO. Ma sono anche ragioni metodologiche a  sancire un sodalizio importante, che si concretizza in varie iniziative e  pubblicazioni cui parteciparono entrambi i Centri: i testi ercolanesi,  com’è molto noto, costituiscono un materiale che permette di  arricchire enormemente la conoscenza di molte importanti tradizioni  filosofiche, a condizione di possedere un complesso di  conoscenze e tecniche interpretative che difficilmente possono  trovarsi nella medesima personalità e che però vanno applicate contestualmente. In altre parole, l’esperienza collaborativa tra questi  due Centri, forti, l’uno, di una formazione propriamente filosofica, l’altro, di alte competenze filologiche, contribuì in modo  significativo a costituire quella storiografia della filosofia antica che  aveva, almeno per la cultura accademica italiana faticato ad assumere uno statuto proprio. Quanto detto nel precedente paragrafo trova un riflesso, diretto o indiretto, nelle attività di ricerca del Centro, nonché nelle sue pubblicazioni. L’interesse per il consolidamento della storia della filosofia antica come disciplina autonoma, dotata cioè di un suo impianto metodologico, oltre che di un preciso confine cronologico, viene perseguito tramite l’attività progettuale, congressuale e editoriale, di cui si dà qui una descrizione sintetica. Vale però la pena di ricordare, prima di tutto, una iniziativa promossa da G. dopo l’istituzione del Centro, in conformità di un indirizzo dell’organo direttivo di Elenchos, e dedicata alla problematica storiografica: Nelle riunioni del Comitato direttivo della rivista Elenchos è emersa più volte l’opportunità di aprire una discussione sul metodo o, meglio, sui metodi della storiografia filosofica relativa alla filosofia antica. Si pensa perciò di cominciare con una tavola rotonda, chiamando a parteciparvi esponenti di orientamenti diversi e significativi, ai quali è stato chiesto di intervenire liberamente su tre questioni principali -- se ha senso parlare ancora di una storia della filosofia (e quindi anche di una storia della filosofia antica) come disciplina a se stante e in sé autonoma; quali innovazioni si possono riconoscere all’ampliarsi e al differenziarsi delle impostazioni teoriche che sono sottese ai vari approcci metodici alla storia della filosofia antica; quale è il contributo che viene, una volta tramontato il vecchio mito classicistico, dall’applicazione di categorie elaborate dalle scienze umane. Alla tavola rotonda parteciparono Berti, Vegetti, Viano, e lo stesso G., ciascuno portando un contributo molto peculiare e strettamente conforme al proprio orientamento intellettuale. L’intervento di G. rispecchia le riflessioni condotte qualche anno prima e pubblicate nel già citato articolo di apertura della Rivista (La storiografica idealistica), di cui ripropone le premesse problematiche e a cui aggiunge precise prese di posizioni sulla specificità della storia della filosofia antica e sul modo di salvaguardarla senza perdere di vista il fatto che lo scopo principale (scil. dello storico della filosofia antica) resta la comprensione dei testi che ci trasmettono la filosofia antica, ritengo necessario rivendicare l’imprescindibilità di una rigorosa e metodica impostazione filologica, anche se tale impostazione non può non venire assumendo sempre più, essa stessa, una fisionomia storica: quella della storia degli studi ciò dovrebbe indurre a uscire da un tradizionale isolamento e a promuovere una organizzazione del lavoro diversa e meno diffidente verso i sussidi che la tecnologia moderna può offrire. In ogni caso, la storia degli studi è ormai elemento costitutivo di ogni indagine che voglia avere un minimo di serietà, non solo per le conoscenze che ha acquisito ma anche per le divergenze che ha proposto. L’alternativa a questa impostazione è o l’arbitrio nella scelta dei riferimenti o l’illusione di un ritorno alla lettura diretta dei testi. In queste parole possiamo rintracciare ad un tempo la finalità della costituzione del Centro e la visione di G. del modo di operare storiografico: più che il cenno alle nuove tecnologie e più che l’esortazione ad abbandonare l’isolamento, sicuramente importanti l’uno e l’altra, conta sottolineare, a mio parere, il richiamo alla storia degli studi come parte integrante della storia della filosofia, in particolare della filosofia antica, affidata in larghissima misura alla tradizione indiretta. La serietà, cioè la plausibilità dei risultati della ricerca storico-filosofica sono messi a rischio dall’illusione di poter leggere (e capire) le parole del filosofo, specie se antico, senza gli strumenti della conoscenza filologica, linguistica e culturale nel senso più lato, conoscenza cui si perviene ricostruendo, ove sia possibile, anche una storia intelligente delle letture altrui. Uscire dall’isolamento è, allora, non solo la cooperazione tra colleghi ad un progetto scientifico unitario, ma anche la conoscenza e la valutazione delle migliori offerte interpretative che di un testo e del suo contesto siano state date entro un certo arco di tempo. Sia nelle azioni istituzionali, che investirono e coinvolsero il complesso delle risorse del Centro, incluse le relazioni stabilite con il mondo universitario, sia nelle attività di ricerca individuali, un ruolo primario fu senz’altro svolto dalle tradizioni ellenistiche e dall’analisi della letteratura dossografica. Il Centro organizza un convegno sulla SCESSI, (Quintiliano, SCEPTICI --) e coopera strettamente con Pavia e in particolare con Vegetti e collaboratori, sostenendo l’organizzazione di due importanti convegni: “La filosofia ellenistica” (Pavia) e Ancora alla filosofia ellenistica è dedicata l’importante pubblicazione dei Proceedings del quarto simposio internazionale sulla filosofia ellenistica, che vide tra i suoi partecipanti esperti di caratura internazionale, alcuni di stretta collaborazione con il Centro stesso. copertina del volume di La scessi antica, Atti del convegno, a cura di G., Napoli. Le opere psicologiche di Galeno” (Pavia)  ILIESI digitale Temi e strumenti  G. G.-Vegetti Manuli-Vegetti. Barnes-Mignucci Carattere sistematico ebbe anche la linea d’azione dedicata allo studio della dossografia. Il Centro organizza il congresso sull’opera del biografo di ETA IMPERIALE Laerzio (Laerzio storico della filosofia antica”, Napoli-Amalfi, e il congresso sull’opera del filosofo scettico di ETA IMPERIALE  Sesto Empirico (“Sesto Empirico e la filosofia antica”, Sestri Levante. Si delinea in entrambi gl’eventi un’unica prospettiva, grazie alla quale l’oggetto dell’indagine storiografica è, per così dire, duplice e contestuale: l’autore, cioè il filosofo la cui FILOSOFIA è oggetto di trasmissione da parte di un testimone, e il testimone stesso, la sua epoca, il suo orientamento, nonché la struttura formale della sua testimonianza, struttura che rivela assai spesso una tesaurizzazione delle informazioni attraverso i differenti metodi per la loro esposizione. Così, mentre l’opera di Diogene Laerzio, che già da lungo tempo attira l’attenzione della filologia, conserva una concezione ampia del genere biografico, restituendo non solo informazioni biografiche e dottrinali dei singoli filosofi nonché cataloghi d’autore, ma anche specifici schemi espositivi presi a prestito dalla letteratura storica (il più caratteristico è senz’altro quello delle “successioni”), l’opera di Sesto Empirico mostra le conseguenze sul piano storiografico di un modello propriamente concettuale, la diaphonia. Un altro forte sodalizio, quello con il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi di  Gigante, permise di allestire negli anni subito successivi un grande congresso  sul tema “L’orto romano” (Napoli-Anacapri,  ILIESI digitale Temi e strumenti 19   Figura copertina di Laerzio storico del pensiero antico, Atti del congresso, “Elenchos”, Atti pubblicati in “Elenchos”. 29 Atti pubblicati nel volume 13 dell’annata 1992 della rivista “Elenchos), un evento di ampio spettro tematico e cronologico all’interno del quale poterono cimentarsi papirologi e papirologi ercolanesi, filologi classici, paleografi ed epigrafisti, storici, e ovviamente storici della filosofia romana. Proprio di questo incontro e il suo carattere transdisciplinare e, per quel che attiene alle attività in corso presso il Centro, la messa alla prova di molte ipotesi di lavoro anche individuali sulla relazione tra L’ORTO e le rilevanti tradizioni (le scuole socratiche, il PORTICO, la SCESSI dell’ACCADEMIA e pirroniana) che impegnano sia G. in prima persona che il suo gruppo di lavoro operante presso la Sapienza e il Centro. Tra gli impegni di G. in qualità di direttore del Centro ci e l’organizzazione di due altri convegni: “ “Empedocle di GIRGENTI e la cultura della Sicilia antica. Illustrazione di un frammento inedito della sua opera”, Agrigento.  Il primo raccolse un gruppo consistente di esperti della filosofia romana ed e un raro esperimento di indagine lessicale da parte del Centro, volto a delineare l’area semantica – “linguistic botanising” -- dell’affezione (emozione, sentimento, malattia) nelle diverse manifestazioni della filosofia romana. Il secondo convegno e un altro esempio del modo in cui G. intende inserire la vita del Centro all’interno di una rete di relazioni istituzionali, oltre che accademiche, perché il convegno, motivato dalla 30 G.-Gigante Atti Elenchos”. Atti “Elenchos”. Figura 5: copertina del primo volume di Epicureismo greco e romano, Atti del congresso, cur. G. e Gigante, Napoli, Il concetto di  pathos nella cultura antica” (Taormina coperta del Papiro di Strasburgo contenente una porzione del poema empedocleo, e organizzato in collaborazione con la sovrintendenza dei beni archeologici di Agrigento. Esso inoltre dove essere una prima tappa di un più ampio progetto dedicato alle tradizioni culturali e filosofiche della Sicilia e della Magna Grecia. Sarebbe un errore pensare che le strategie e i progetti del Centro avessero come unici interlocutori le istituzioni accademiche italiane. Certamente, uno degli obiettivi di G. e quello di costituire un piccolo ma vivace e solido bacino collettore degli interessi intorno alla filosofia romana, e tali interessi sono, di fatto, collocati nelle Università e organizzati secondo i modi della didattica e della formazione universitarie. Ma il Centro partecipa anche alla realizzazione di una delle maggiori iniziative che il Consiglio delle Ricerche abbia dedicato al settore delle scienze umane, e cioè il progetto “Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali”. Questo grande progetto  e articolato in cinque linee di indagine, la  prima delle quali dedicata al mondo romano. E in questo contesto che G., oltre a scrivere il  saggio La tradizione filosofica in Magna Grecia e Sicilia,  apparso nel volume che raccoglieva i risultati delle attività  promosse dal progetto, contenne l’idea di una linea di attività, cui si è  fatto cenno, dedicata alle tradizioni filosofiche della Magna Grecia [never “MAKRA ELLENA, but megale hellas – H. P. GRICE] e  della Sicilia, linea che avrebbe dovuto raccogliere e mettere a frutto le  metodologie sperimentate nella più generale attività del Centro Il Progetto Strategico, svoltosi e coordinato da Antonello Folco Biagini fu varato nel 1994 dal Biagini ILIESI digitale Temi e strumenti 21  Comitato Nazionale di Consulenza del CNR per  la filosofia, allo scopo di convogliare tutte le competenze rappresentate ed espresse dalla rete scientifica costituita dai Centri di Studio e dagli Istituti afferenti al Comitato stesso, in una grande area di interesse, appunto il “Mediterraneo”. Al fondo della decisione del Comitato e la convinzione che il Mediterraneo costituisse non un’entità identitaria ma un complesso sistema di realtà molteplici, tradizionalmente oggetto di indagine da parte di settori disciplinari indipendenti. Si tratta perciò di conferire unità strategica e di metodo ad una  naturale e fisiologica molteplicità di fenomeni culturali.  Origine e incontri di culture nell’antichità”.  Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico studio della dossografia e delle tradizioni indirette. Rivisse in questo  progetto l’antico interesse di G. per la  trasmissione delle cosiddette tradizioni pre-socratiche, molte delle  quali per l’appunto fiorite nelle aree magnogreche (VELIA, CROTONE, GIRGENTI, LEONZIO), e per il ruolo svolto in  tale trasmissione da Platone (si veda CUOCO) e Aristotele. A questo più antico arco  cronologico, si sarebbe poi unito il costante interesse per L’ORTO, nella forma storica dell’ORTO CAMPANO.  Vale la pena ricordare, infine, l’attività formativa che il Centro  riuscì a svolgere, facilitata, come è facile comprendere, dalla  posizione accademica di G.. Il Centro di Studio della filosofia antica  si formò infatti raccogliendo i suoi allievi, che si unirono ai  ricercatori già in forza presso il precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica. L’attività progettuale, inoltre, non si limita alla sola attività di pianificazione scientifica e ancor meno alla sola organizzazione dei convegni, ma prevede lavori continuativi di studio collettivo e di confronto sulle tematiche di principale interesse e di rilevanza strategica.  I maggiori convegni venneno quindi preceduti  da seminari propedeutici sulle dossografie antiche, sull’opera di  Diogene Laerzio e su quella di Sesto Empirico, e su quest’ultimo  autore, anzi, si svolge un seminario aperto anche ai dottorandi di  ricerca della Sapienza. Nell’ambito del progetto “Mediterraneo” e quindi della linea di ricerca sul Mediterraneo antico,  il Centro ottenne dal Comitato di Consulenza per la Filosofia borse di studio. Un discorso a parte merita l’attività editoriale a cui il Centro riuscì a  dar vita. Due furono le iniziative editoriali, strettamente coerenti con  l’idea programmatica che ispirò la costituzione del Centro: la serie  “Elenchos. Collana di testi e studi sulla filosofia antica, ed Elenchos. Rivista di studi sulla filosofia antica. La scelta del  medesimo nome per le due iniziative si spiega facilmente in  riferimento all’orientamento intellettuale ed al bagaglio culturale dello  stesso G., che riteneva la discussione, il confronto  -- elenchos, appunto -- in primo luogo, uno dei lasciti più significativi  della cultura filosofica antica, quello che maggiormente ha contribuito  alla formazione della coscienza moderna. Ma in secondo luogo, e  secondo un’angolatura più tecnica, G. vedeva nell’”elenchus”, inteso come analisi critica, il metodo per eccellenza dello  studio del testo filosofico antico e della dottrina in esso contenuta,  come mostrano i primi autori di una nascente “storia della  filosofia” ancora in forma di dossografia, Platone e soprattutto, com’è  assai noto, Aristotele. In omaggio dunque, all’ideale “dia-logico” (DIA-GOGE – H. P. GRICE) trasmesso dal magistero di Calogero, l’ELENCO e, nei limiti  del possibile, il contrassegno delle ricerche realizzate o promosse dal  Centro e divenne il nome delle due pubblicazioni, entrambe affidate  alla casa editrice napoletana Bibliopolis, Edizioni di Filosofia, di Franco.  La collana e destinata in larga misura, benché non  esclusivamente, a premiare le ricerche individuali, le quali dovevano  concretarsi in studi monografici, edizioni di testi e strumenti per la  ricerca. Non deve stupire che in questa sede ci si limiti a mettere in  primo piano l’opera Socratis et Socraticorum Reliquiae, collegit,  disposuit apparatibus notisque instruxit G. Frutto di una ricerca individuale, preparato da  molte precedenti pubblicazioni, questa edizione delle testimonianze  relative a Socrate e alle scuole socratiche, corredata dell’APPARATO CRITICO e note di commento (e SENZA traduzione), rappresenta la più importante  espressione degli interessi tematici e dei principi metodologici che  caratterizzarono il Centro. Basterebbe infatti considerare i volumi  usciti nella medesima collana “Elenchos” votati alle tradizioni  socratiche, alle scuole ellenistiche, alla dossografia e alle edizioni di  testi e frammenti di FILOSOFI ITALIANI ancora  poco studiati, per apprezzare   l’impatto delle ricerche di G. su tutto il gruppo di ulteriori interessi e accolse studi accademica.   ricerca del Centro. Naturalmente  la collana non e preclusa ad   critici su tematiche di grande  rilevanza nell’ambito del platonismo  e dell’aristotelismo e delle filosofie  della tarda antichità, promuovendo  in tal modo uno scambio costante  con la più ampia comunità   Quanto alla rivista, è forse  opportuno rimandare direttamente  alla Presentazione che G.  Figura 6: copertina del primo volume di G. G., Socratis et Socraticorum Reliquiae, Napoli] antepose al primo fascicolo. Essa fa  molto ben intendere tanto la  relazione essenziale tra il programma del Centro e il periodico  che di quel programma doveva essere lo strumento di diffusione; quanto  l’apertura al dibattito che la rivista (e quindi il centro stesso) si  prefigge; quanto, infine, la tempestività di un’operazione culturale che  il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha la sagacia di sostenere: ELENCO intende dare attuazione ad uno dei punti programmatici contenuti nella convenzione stipulata tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Roma, e che sta alla base del Centro di Studio della Filosofia antica. Essa non è, tuttavia, in senso stretto espressione soltanto di questo Centro: al contrario, chi ha la responsabilità di dirigerla intende farne uno strumento di studio e di ricerca aperto alle collaborazioni più ampie, un punto di incontro e di confronto e un’occasione a disposizione di studiosi. Questa rivista è l’unica dedicata interamente alla filosofia romana che si pubblichi in Italia e perciò essa non può non proporsi anche un compito di promozione di questi  [ I titoli della collana ELENCO, corredati da schede riassuntive, sono consultabili all’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle idee. Mi limito a citare il grande progetto di traduzione e commento della Repubblica di Platone, promosso e diretto da Vegetti. Vegetti  Questa situazione è rimasta invariata, e cioè fino alla comparsa della rivista “ANTIQVORVM PHILOSOPHIA”, edita da Serra, Pisa, e diretta da Cambiano. studi ... Ma essa si propone anche uno scopo più ambizioso; se è vero, come è vero,  che la storia della FILOSOFIA ROMANA è un campo in cui debbono potersi incontrare gli apporti e le problematiche della storiografia filosofica e del metodo filologico. Se è vero, come è vero, che tanto la storiografia filosofica quanto il metodo filologico attraversano una fase di ri-pensamento critico molto profondo dei propri presupposti e delle proprie certezze, allora ad una rivista come questa spetta, in primo luogo, il compito di proporsi come sede di verifica di discipline diverse e di modi diversi di affrontare lo studio della filosofia romana e di aprire le sue pagine ... anche a contributi che per la conoscenza della FILOSOFIA ROMANA possono venirci da storici dell’antichità, filologi classici, studiosi delle lingue e delle letterature classiche, archeologi, papirologi ... Per questi motivi di fondo – oltre e più che per la sua origine istituzionale – questa rivista si caratterizza per l’unità del campo di ricerca, non per l’unità dell’orientamento interpretative. In accordo con gli obiettivi enunciati nella Presentazione della rivista ELENCO e nel protocollo che lo istituiva, il Centro di Studio del Pensiero Antico si dota di un consiglio scientifico che affianca G. nella direzione del Centro e delle pubblicazioni che esso produsse, il quale contò tra i propri membri eminenti storici della filosofia, quali Adorno, Berti, Reale, Viano, Ioppolo, Brancacci e Celluprica, nonché eminenti filologi classici e storici della filosofia quali Gigante e Rossi. Il Centro poté disporre di sufficienti risorse e di una struttura organizzativa 40 che gli Elenchos. Fecero parte del Centro in qualità di ricercatori inquadrati nei ruoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche: Faes (direttrice del Centro), Caporali, Garroni, Celluprica (direttrice del Centro per un biennio  e poi responsabile della linea relativa al pensiero antico nell’ILIESI, Ferraria, Brancacci (Roma Tor Vergata), Centrone (Pisa), Alesse, Dalfino, Simeoni, Chiaradonna (poi docente presso l’Università degli Studi di Roma Tre). Collaborarono in modo istituzionale e continuativo con il Centro Ioppolo (Roma), Repici (Torino); Santese (Roma); Sillitti (Roma); Baffioni (Università degli Studi di Napoli l’Orientale); Spinelli (Roma) ed Aronadio (Roma Tor Vergata). Molti sono stati i allievi che, nel corso della loro formazione post lauream sono venuti in contatto con G. e con il Centro, lavorando fattivamente alla redazione di ELENCO o adoperandosi in attività editoriali e scientifiche in senso proprio. Tra questi mi è gradito ricordare Piccione (Torino), Alessandrelli (ILIESI-CNR), Quarantotto (Sapienza Università di Roma), Fronterotta (Roma), ILIESI digitale Temi e strumenti] consentirono di diventare un organismo collettore di attività di ricerca nel campo dell’edizione critica e dell’interpretazione dei testi della filosofia antica. Chi scrive non crede che l’esperienza acquisita nel Centro sia andata perduta né dimenticata. Quando nacque l’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, al suo interno fu garantita la prosecuzione e l’autonomia delle indagini relative alla storia della filosofia antica, per esplicito volere di Gregory che del nuovo Istituto fu il primo direttore. Queste indagini confluirono in una linea progettuale denominata prima “Storia del pensiero filosofico- scientifico e della terminologia della cultura mediterranea greco-latina, ebraica e araba” e successivamente Il pensiero filosofico nel mondo  antico: testi e studi. L’impegno principale della linea fu  rappresentato da una serie di progetti che in parte proseguivano le  tematiche di studio e le strategie cooperative del Centro di Studio del  Pensiero Antico, e in parte introducevano nuove tipologie di analisi,  connesse alle tecnologie digitali. La continuità culturale fu inoltre  garantita dal mantenimento delle due pubblicazioni, la collana  Elenchos e la rivista Elenchos. Da questa permanenza delle  ricerche sul pensiero antico nella nuova realtà istituzionale si deve  ricavare non solo e non tanto l’attualità di una disciplina (che si è  comunque stabilizzata nel mondo accademico con la benefica  diffusione di cattedre e centri di insegnamento, in Italia e fuori),  quanto piuttosto l’attualità di un metodo di lavoro. Questo metodo di  lavoro, che potrebbe descriversi, un po’ aulicamente, come un nuovo  diatribein socratico, cioè come la capacità di discutere in modo  competente con i “morti” prima che con i vivi, rispecchia abbastanza  bene la disposizione intellettuale e comportamentale di G.i, uomo tanto pacato nelle discussioni con i contemporanei,  quanto fermo nelle sue strategie di ricerca sul mondo antico.] Gioè, Nucci, Santoro,  Gambetti e Cunsolo (a quest’ultima si deve l’allestimento della bibliografia ragionata digitale Le tradizioni filosofiche e culturali greche della Magna Grecia e della Sicilia antica, ora in fase di aggiornamento ad opera di Gambetti). 41 A questa linea, diretta da Celluprica, fanno riferimento i ricercatori già operanti nel Centro, a cui si aggiunge Chiodi, specialista in storia delle religioni del mondo antico e del Vicino Oriente. Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta, Lipsiae, Teubner. Barnes, MIGNUCCI (a cura di), Matter and Metaphysics. 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Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino. Untersteiner, I Sofisti, Torino, Einaudi. Usener, Epicurea, Lipsiae, Teubner. Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis, Vegetti Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis Vegetti = Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis,  e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento cur. Vegetti, Napoli, Bibliopolis.  a BS’l RATTO <Ia 1 Bollettino (ti Filologia Classica  II 6xi|iòvtov di Soorate. Como già nei tempi antichi, cosi anello  più tardi il 3 r.|iàviov di Socrate lui sempre suscitato il più vivo interesso ed è rimasto lino ai giorni nostri oggetto di studio. Ma, per  quanto sia stato scritto attorno ad essa e per quanto no sia stata ago-  volata la compronsione por merito di Seliloiormacher e dei suoi successori, non si può dire clic si sia linoni riusciti a trovare una spiegazione soddisfacente di questo fenomeno, che fu una dèlio cause dèlia  tragica fine del grande pensatore. Le fonti, alle quali dobbiamo attingere nella nostra ricerca, sono,  come si sa', gli scritti di Platone o di Senofonte. Ma.qui ci troviamo  subito di fronte ad una questione molto discussa c cioè; quale dei due  autori sia rispetto alla dottrina socratica il più attendibile. Poiché i  rapporti di Platono o di Senofonte si contraddicono riguardo allo manifestazioni del Satpdviov di Socrato in un modo assai pronunciato, è  chiaro che dalla decisione alla quale arriviamo rispetto a questo divario,  deliba infine dipendere la soluzione del problema. 1 > m,to che nel diciottesimo secolo si fece strada il parere del leib-  niziuno Brucfecr, secondo il quale gli scritti di Senofonte sarebbero  per lo studio del socratismo i più veritieri, parere che ha avuto fino  ad oggi i suoi fautori. Di quest’opinione è in linea generalo anche  Hegel (IJ. 1|S. principio del secolo passato però, Schleiermacher ed  altri insistettero che por la valutazione della dottrina socratica do  vesso tenersi maggior conto delle opere di Platone. Di fronte a queste  due correnti lo Zollerai sogni un indirizzo, elio possiamo chiamare  intermediario. Senza entraro in particolari, si può dire che, sebbene  gli atti attorno a questo divario non siano ancora chiusi, diventa sempre più salda la convinzione, che senza uno studio profondo di Platone  una comprensione del socratismo non è possibile. Ma con ciò il nostro quesito non è ancora risolto.   Secondo Platone il Sxigóvwv agisce in modo esclusivamente inibitorio,  esso non è mai incitativo. Secondo Senofonte, però, funziona nei due  modi. Si è, è vero, creduto che la contraddizione tra lo due versioni  fosse soltanto apparente, perchè, se il «aigóviov non inibiva Socrate  nel 6uo fare, ciò equivaleva, si è detto, ad un'atrcrmaziono nel senso Hegel, Vorl. ti. d. Gesch. d. l'Ii tfp s. Il Schleiermacher, Abkdl. kad. su Berlin, Zm.i.ER, Die Philosophie hen li, 1, t* '.al.,  (4) Cfr. Zuocantb, Socrate, pòrte prima,di un ordine positivo. In verità, però, mi sembra, che la diversità  venga con una talo interpretazione soltanto celata, ma non eliminata,  perchè in realtà le differenze tra i rapporti doi due autori sono dovute a processi psichici in sè diversi. Corto, se qualcuno mi dice, ad  es. : non andare via ! quosto equivale praticamente al comando positivo:  rosta ! Ma con ciò la cosa non è fluita. So io non distolgo qualcheduno,  che devo guidaro, da una azione, che egli è in procinto di compiere,  do, è vero, con ciò il mio consentimento al suo proposito, ma la sua  azione scaturì da motivi sorti nella sua coscienza e prosegue secondo  leggi psichiche. E so, in un altro caso, lo freno con un semplice: no!  senza però dargli altri ordini positivi, io non permetto che egli eseguisca quello che stava per fare, ma con ciò non gli indico ancora  quanto devo in sua vece intraprendere. Il suo agiro dipende di nuovo  unicamente da lui o si sviluppa ancora da motivi che sorgono in lui  stesso. Ma so gli dico: fa cosi ! allora lo sottopongo in senso positivo  ad una volontà non sua o lo faccio compiere un’azione, i cui motivi  sorsero nella mia coscienza e non nella sua. Egli diventa lo strumento  del volere di un’altra persona, e, se consideriamo il fatto dal lato etico,  la responsabilità per lo conseguenze di una tale azione cado in questo  caso interamente su di rao o per nulla su di lui. Non occorrono altri  esempi: in fondo la diversità doi due rapporti si riduco presso a poco  al caso citato. Secondo Senofonte, Socrate riceve anche ordini positivi  dalla divinità, egli compie quindi azioni, che non furono da lui deciso, secondo Platone mai. Ogni sua azione procedo, secondo Platone, in seguito a motivi, che appartengono alla sua propria coscienza, ed è sempre la sua volontà che lo fa agiro anche dopo che egli ha abbandonato,  per l'intorvonto del Baijióvwv, una decisione presa. Como si vede, la differenza non si lascia eliminare. Per quanto si  corchi di celarla, essa riappare sempre. Mi sembra quindi più savio  di riconoscerla. Ma ciò facondo ammettiamo anche che una dello due  versioni non può essere esatta e cho si deve decidere, quale delle due  si abbia da riconoscere come vera. Delle opero cho portano il nome di Senofonte, l’Apologia viene oggi  quasi da tutti riconosciuta apocrifa. Per ciò non ne teniamo conto. Degli altri suoi scritti sono per noi importanti i Memorabili ed il Convito. Faccio qui osservare che, dopo un esame della rispettiva letteratura o specialmente in base agli studi di Schonkl, sono arrivato alla conclusione cho per il nostro problema soltanto i passi Meni. o Conv. sono con tutta sicurezza  da considerarsi come autentici. Per talo ragione lasciamo da parte in  questa breve nota i passi: Mem. Dalle opero cho vanno sotto il nome di Platone e che trattano del  Saipóviov escludiamo il Teagete, perchè oggi generalmente ritenuto apo¬ [lli Schenkl, Xenophont. Studien. Sitzungsber. d. K. Akad. d. Wiss . i  zu Wien] orilo. L’autenticità dell'A Icibinde 1 è fortemente messa in dubbio, lo  accettiamo con riserva. Non posso decidermi di respingere 1 Fall frane,  malgrado lo obiezioni di Ueborwog. Dogli altri scritti platonici limino  per noi valore VApologià, YEutidemo, il Tediato, il Fedro e la Repubblica. Senza entrare rpii noi particolari della questiono, (pialo sia I ordino  cronologico delle opere di Platone, dobbiamo intenderci sull'epoca in  cui fu scritta Y Apologia, perchè questo lavoro ci dà la più esatta in-  i rmazione intorno al Saipiviov di Socrate. La maggior parto dogli stu-  .dcigi  c ciò è per noi importante  fa salirò l’origine di quest opcra ad un’epoca non molto distante dalla condanna o dalla morte del  illusolo, l’orsino autori elio sono del parere clic Platone 1 abbia scritta  a Megara, ammettono con ciò (dio questo importante documento appartiene al suo primo periodo di attivila, scientifica. Allo stesso risultato giunse Lutoslawski per mezzo del suo metodo stilometrico. Quantunque si debba riconoscere l’unilateralità di questo metodo e per quanto sarebbe arrischiato di fondarci unicamente su di esso, ci costringono nondimeno ragioni psicologiche di non negargli ogni valore. Alla questione esposta si connetto quost’altra, cioè, so nell’Apologià  .di Platone si tratti di una fedele riproduzione di quanto Socrate realmente disse davanti al tribunale di Atene, o se si tratti soltanto di  una riproduzione piu o meno fedele del contenuto dei suoi discorsi.  La prima opinione è quella di Schleiermacher, della seconda è  Stcinhart (3), elio vede nell’Apologià un'opera d'arte, in cui lo spirito socratico o quello di Platone si trovano armonicamente fusi insieme.  Ambedue le opinioni hanno avuto i loro fautori. Considerazioni psicologiche mi hanno condotto nelle duo questioni accennato a con' inzioni  che risultano da quanto seguo. Come si vuol spiegare l'influenza che quest'opera ha sempre esercitata sui più grandi spiriti della razza umana, o come si potrebbo  comprendere la elevazione morale clic ognuno devo provare in sè,  quando vi si abbandona senza pregiudizio, so non si ammette che essa  suscita nel lettore la convinzione di sentire la parola viva di Socrate  stesso? Quale valore potrebbo avere questo scritto, se si volesse considerarlo unicamente come una creazione d'arto, come una descrizione  dell’ideale platonico? In questo caso dovremmo bensì inchinarci davanti all’autore quale artista, ma in fondo avremmo cosi un Socrate  come Platono avrebbo desiderato che egli fosso, ma non come real¬  mente era. Non stava in Socrato piuttosto la verità incorporata davanti ad Atene decadente, davanti alla stessa Atene che egli aveva  conosciuta nello splendore del periodo di Pericle? Non era quest uomo  un idealo morale di una tale grandezza elio ogni tentativo di idealizzarlo maggiormente doveva necessariamente rimpicciolì rio ? P. Ueberweg, Unters. fi. d. Echtheit u. Zeitfolge piatoli. Schriflen, F. Schle i rum ache R, Plalons Werke, I H. MQli.er e K. Stf.inhart, Plalons sàmmtl. Werke,  Per quali ragioni poi l 'Apologia non fu scritta in forma di dialogo?  Nessuna introduzione, nessuna descrizione dello scenario, nessun nesso  tra i singoli discorsi, nessun accenno a circostanze secondarie interrompono l'azione in questo meraviglioso documento. Non dovremo convenire che soltanto forti motivi psicologici indussero l’autore ad esporre  cosi lo sviluppo del processo? Non si dimentichi neppure quanto diversamente Socrate parla della morte ne\\'Apologia e nel Fedone, la  qual opera, senza alcun dubbio, fu scritta molto più tardi. Nell’yfpo/ofna  è in verità Socrate stesso che parla, mentre nel Fedone è Platone che  motto, entro la cornice della realtà storica, la propria convinzione in  bocca al suo amato maestro. Vi sono poi altri fatti psicologici da rilevare. Ricordiamo che Platone  ascoltava un maestro, che aveva seguito con tutto l'ardore del suo en¬  tusiasmo giovanile per lunghi anni, e dal quale emanava un lascino  che faceva dimenticare a lui come ad altri giovani greci la figura di  Sileno clic nascondeva il vero essere del grande innovatore. Ricordiamo  clic Platone era penetrato nello spirito della dottrina socratica come  nessun altro e clic egli solo è stato capace di salvarla interamente  per la filosofia occidentale. Gli orano quindi lamiliari tutti i particolari esteriori che sono caratteristici por ogni personalità umana o senza  i quali non possiamo neppure rappresentarcela. Conosceva esattamente  il timbro e la cadenza della sua voce, il suo vocabolario, il suo periodare, i suoi movimenti mimici e pantomimici, in breve tutti i numerosi  fattori clic, secondo la leggo della fusione psichica, cooperano a lar  sorgere in noi l’immagine di una persona a noi nota c che, tutti quanti,  esercitano la loro influenza dormito la riproduzione di un suo discorso.   È inoltro cosa saputa che ogni riproduzione di un discorso riesce  tanto più fedele, quanto piu l'attenzione rimaneva tosa, quanto mag¬  giore era l’interesse che l'oratore suscitava in chi l'ascoltava. Si può  immaginano un’attènzione piu concentrata elio nel caso presente?   Figuriamoci lo stato d’animo del giovano Platone, che pende dalle  labbra del suo maestro e che appercepisce attivamente ogni parola  da lui pronunciata; ridestiamo nella nostra immaginazione l’uragano  di emozioni che lo travolge, le fluttuazioni della sua anima tra la speranza ed il timore, tra l'ammirazione della grandezza sovrumana  che si palesa e lo schianto per la certezza della perdita irrimediabile,  e si dovrà convenire elio l’organismo umano forse non sopporterebbe  tali stati d’animo una seconda volta. Sappiamo che emozioni come  queste non passano facilmente, ma (die tornano sempre in nuovo ondato. Sappiamo inoltro che nessun moto d'animo rimane senza espres¬  sione o elio lo singolo persone a questo riguardo si comportano diver¬  samente. Anche l’anima dell’artista lui le sue reazioni ed ogni artista  le ha a seconda dell’arto, alla quale dedicò la sua vita. Ora, anche Platone era artista o come tale non potevano rimaner mute lesile emo¬  zioni. Ma egli era anello scienziato, uno scolaro, anzi Io scolaro per  eccellenza, ili quoH'uomo che durante una lunga vita non aveva ccrrato altro ohe la verità. Oli era impossibile di rinchiudere in se ciò  clic aveva vissuto quel giorno. Cosi, appena può, prende lo stile por  dare uno slogo all'emozione olia lo soffoca. li se il suo stato non diede  luogo a fenomeni precisamente nllucinnttfri, nondimeno tutto ciò che  aveva visto e sentito, torna a vivere in lui, conio per il poeta vivono  ed agiscalo lo persone croato dalla sua fantasia. Cosi, io penso, nacque VApologia platonica. Essa non è un rapporto  stonogralico, perché è certo olle anche questa riproduzione doveva su¬  bire quei cambiamenti che, secondo i risultati della trattazione sperimentale. hanno luogo in tutti i processi riproduttivi. Perciò non ogni  parola ebbe il suo posto originario, un pensiero avrà avuto un'espres¬  sione un po' più breve, un altro una l'orma un po' più lunga, eco., ma  quanto al resto il documento è. come per il contenuto, cosi puro pol¬  la forma tanto fedele, quanto, data la mente Idi un Platone, era umanamente possibile. Con ciò ho esposto II mio punto di vista rispetto  allo due questioni sovracconnatc. No risulta che dobbiamo fondarci nella  nostra ricerca4U/-quanto viene riferito in quest'opera intorno al &tipóviov di Socrate. Aggiungo die gli accenni contenuti negli altri scritti  di Platone non contraddicono in alcun modo i dati precisi dell’Apologià.   Per quanto concerno lo opero di Senofonte che ci interessano, bisogna ricordare che esse furono scritte parecchi anni dopo la morte di Socrate, o die in esse i.on veniamo mai informati intorno al fenomeno da Socrate stesso. Desideroso di dimostrare l'innocenza del grande  filosofo, come puro la ingiustizia dell’accusa c della condanna, Senofouto  metto, convinto, beninteso, di scrivere la verità, il Saipòvcov di Socrate  in relazione colla fedo popolare nello divinazioni. Ciò non può sorprendere, quando si pensa all'abuso che il popolo di qucH'epoea, già invaso  dallo scetticismo, fece dei divinatori, c quando si tiene presente elio  Souofontc non ora filosofo, ma uomo politico. Per questa ragione non  dove recar meraviglia, se Senofonte non aveva compreso ciò che era  nuovo ed essenziale nella concezione socratica del fenomeno. In Meni. è detto clic il divino (vi Saipòviov) dava segni a  Socrate ed in I, 4 viono aggiunto elio egli comunicava tali messaggi  a quelli clic lo ci re urlavano o elio aveva loro predetto ciò che dovevano faro e ciò elio non dovevano l'aro, come puro elio quelli elio seguivano questi consigli ne ebbero vantaggi, mentre gli altri elio non  li seguivano, dovevano poi pentirsene.   Meni. contiene il noto colloquio con Aristodemo. Socrate  domanda ad Aristodemo, clic cosa gli dei dovessero l'aro per convincerlo elio si curavano anche di lui. A ciò Aristodemo, alludendo al  S-x.aó e.'j'i. risponde, un po' ironicamente, che dovevano mandargli dei  consiglieri per fargli sapere quello elio doveva faro e non fare, corno  Socrate pretendeva che fosse il caso spo. In Cono. Socrate non aveva affatto parlato del suo Sxtgtìvwv o  non no parla neppure in seguito. Antistuno, però, gli fa il rimprovero,  come se egli se no servisse per trarsi d'impiccio.  È evidente che, se non avessimo lo rispettivo, opere platoniche, il  ixigiviov di Socrate sarebbe rimasto per sompro un fenomeno inesplicabile. D'altra parte però le comunicazioni di Senofonte sono di grande  valore, in (pianto che fanno vedere il modo in cui in Atene si giudi¬  cava questo fonomono, ivi assai conosciuto. Dall' Apologia ili Piatone apprendiamo che Socrate disse nel suo primo  discorso (Apoi.), che egli non si era occupato di altari politici,  perchè succedeva qualche cosa di divino o di demonico (Dstov r. -/.od  Sxqidvtov) in lui, che dai tompi della sua fanciullezza (è-/. r.x'.Sif) vi era  stata in lui una corta voce (qxov^ vi?) la quale, ogni volta che gli sopravveniva, l’aveva trattenuto da qualche cosa, ma che non l’aveva  mai spinto a qualsiasi azione. Nel discorso Socrate spiega, come la solita divinazione (r, siioSHtà poi prmxi)) l’avesse nel passato  sovento fermato, trattandosi anche di coso molto piccole (jiàvu érti opi-  xpotg), ma che il segno di Dio (vi r.ù 9-soO a^pstov) non gli era soprav¬  venuto durante tutto il giorno c neppure durante tutto il suo parlare,  mentre durante altri discorsi l'aveva spesso frenato. Dice ancoraché  la morte non poteva essere un male per lui, perché nel caso contrario  il solito segno (vò e!i»9-ò; a^pAv/J l'avrebbe cortamente trattenuto nel  parlare. Alla fine di questo discoi-so ripeto che il morire doveva  ora essere per lui la miglior cosa, perché altrimenti il segno (vo oij-  pstov) l'avrebbe avvertito. Gli altri scritti di, Platone, dei quali dobbiamo tener conto, non possono naturalmente iù avere il valore storico, elio abbiamo attribuito  all’Apologià, ma siccome i rispettivi passi, corno fu già detto, non sono  menomamente in contraddizione con quolli dell'Apologia, essi hanno  certamente un fondamento storico. In ogni modo illustrano, come Platone vuole che il Sxwdvwv di Socrate venga inteso. Nell'Atò/drtde I l’autore si servo del fenomeno per iniziare  il dialogo. Socrate dice ad Alcibiade di non meravigliarsi, se da tanti  anni non gli avesse più parlato, perchè un ostacolo di natura non  umana, ma demonica (oùx ivD-piójiswv, àX/.i vi Sxipdviov ivawttopx) gliene  aveva impedito. ììo\ l’Eutifrone questo domanda a Socrate, su che cosa Meleto  abbisi l'ondato la sua accusa. Socrate dico che Meleto gli rimprovera  di introdurre nuovi dei c di non credere negli antichi. E Eutifrono  gli risponde di aver capito ora, che è perchè Socrate parla sempre  del suo Sxtpóviov. Noi Teetelo Socrate parla della sua maieutica e dico che  molti discepoli l'avevano abbandonato, perchè, non comprendendo la  sua arto, lo tenevano in poco conto. Egli aggiunge che, se tali giovinetti tornavano da lui, il ìoupóviov (ti yiyvò|ìevóv poi Sxqwviov) gli impede di accoglierne alcuni, mentre ad altri non era contrario e che  questi facevano di nuovo progressi.   Nell 'Entidemo, un dialogo, in cui Platone fa vedere tutto  il vuoto ed il poricolo dell'arte solistica, Critono prega Socrate di parlargli di duo solisti. Socrato consento o dico clic il giorno innanzi  ora stato seduto noi liceo od in procinto di andarsene, quando gli ora  sopravvenuto il solito sogno demonico (tò siwà-ò: ay iuCcv tò ìaqiòvt'vv}.  Poreiù ora rimasto seduto o tosto quei duo, cioè Kutidemo e Dionisodoro orano entrati. Noi Fedro Platone ha già oltrepassato di molto il socialismo  puro e semplice, come risulta dalla spiegazione elio dà dell’anima o  dello ideo. Dopo una meravigliosa descrizione del paesaggio vediamo  corno Socrato o Fodro si coricano sulla sponda dell’Ilisso nell'omhra  di un albero. Socrato ticno il discorso sul bel ragazzo che aveva avuto  molti amanti. Fedro vorrebbe clic continuasse su questo tema, ma So¬  crate gli risponde che, in procinto di attravorsare il fiume, gli era sopravvenuto il solito segno demonico (tò ìxqiòvtòv t= usci tò siiottòs aijgEìovl,  gli era parso di sentire una corta voce (za{ tivx cpiovijv iìi-a aòTò!M=v  àzoùoai), elio lo impediva di andare via prima di essersi purificato da  un peccato commesso contro la divinità. Dice ancora che egli deve essere  veramente un divinatore, ma soltanto per ciò elio riguarda lui stesso,  e continuando rileva dm la sua divinazione rassomiglia all'arte di  quelli che leggono c scrivono male, perché anche questi possono servirsene soltanto per i propri bisogni. Con ciò egli passa man mano  agli splendidi discorsi elio tutti conoscono. Platone si serve in quest'opera con arte line del ìaqiòviov in modo similo a quello in cui so n'è servito ncll’AHbiado e neU’Eutidcmo. Egli introduce il fenomeno per  rendere possibili i discorsi che seguono. Nella Repubblica – cf. Grice -- Socrate dice elio IL SEGNO DEMONICO (tò  ìaqiòviov ovjiietovJ non era stato concesso a nessuno prima di lui o quasi  a nessuno.   So analizziamo più da vicino il problema, vediamo che esso racchiudo in sé tre problemi clic dobbiamo risolvere l’uno dopo l'altro.  S’impone prima di tutto il quesito, corno mai Socrate abbia potuto chiamare il fenomeno in questione tò ìaqiòviov. A questo si connette  l’altro, cioè di sapere che cosa Socrate stesso abbia realmente inteso per  questo termine. In terzo luogo dobbiamo corcare, come la psicologia  empirica moderna possa spiogare questo fatto. II primo quesito e, fino  ad un certo punto, anemie il secondo fanno parte della psicologia dei  popoli, mentre il terzo appartiene esclusivamente alla psicologia individuale. Il significato del ìaqiòviov di Socrate dal punto di vista della psicologia dei popoli. Il concetto del demone è sorto da primitive vedute attorno all’anima. Esso ha avuto poi un lungo sviluppo, duranto  il quale, sotto l’influenza di rappresentazioni magiche, subisce molte  trasformazioni e acquista varie forme. All’epoca in cui appare l’eroe,  questi 'lue concetti si fondano man mano in una rappresentazione to-  talo, nella quale il concetto del demone perde il suo carattere impersonale, mentre l’eroe acquista dolio qualità sovrumane. Cosi nasce il  panteismo. Importante è però in tutto questo sviluppo, che la rappresontazione ilei demono non si perdo dopo la formazione degli dei pagani o elio corto qualità ili questi ultimi vengono attribuite anche ai  demoni. Per ciò accado olio lu coscienza popolare non distinguo sempre  nettamente tra dei e demoni. Nella Grecia il concetto del demone – cf. Grice e Ackrill --, sotto  l'influenza della poesia e della filosofia, subisce poi un’altra modificazione, in quanto i demoni vengono considerati come esseri elio stanno  tra gli dei o gli uomini. Si confronti a questo proposito la descrizione  deH'origino dell'Eros nel Convito di Platone (come pure il primo  discorso di Socrate nell’Apologià platonica. Dal punto di vista della psicologia dei popoli si può diro elio col  «aipóviov di Socrate il concetto del demono torni nell'anima umana,  nella quale, per motivi psicologici e per processi di oggettivazione, è  nato, vi ritorna filosoficamente trasformato ed eticamente purificato. E caratteristico per tutto questo sviluppo elio Socrate nel Convito di  Senofonte chiama l'anima umana un santuario dell’Eros. Come intende Soci'de il suo 8*i|lòviov ? Prendo le mosse da un  punto ilei primo discorso AoW Apologia di Platone e precisamente dal  punto, ove Socrate invita Meleto a spiegare esattamente, se egli nella  sua accusa intenda di diro clic Socrate non creda negli dei dello stato, o so egli voglia addirittura accusarlo di ateismo. Quando Meleto annuisco a quest’ultima interpretazione, l’accusato corea di far vedere  l'assurdità dell'assorziono, dimostrando dapprima che, chi crede in qualche cosa di demonico, devo necessariamente riconoscere l'esistenza ili demoni. E quando Meleto devo nuovamente ammettere che i demoni  sono figli di doi, la partila è ila Scorato quasi vinta. Comesi può eredorè all’esistenza di tigli dogli dei, egli conclude, senza credere con ciò  anche a quella degli dei stessi ? Difatti, i giudici elio lo ritenevano  colpevole, erano in piccola maggioranza. Se prendiamo questo passo insieme con quanto Socrate dice ancora  ilei suo 2xi|ióvtov o del suo concetto della divinità, abbiamo in mano la  chiave per la sua concezione del fenomeno. Faccio qui ancora notare  che intendo il termini vó ìzciivtov nelle opere di Platone, secondo l'osservaziono di Schlcierinacher, nel senso di un aggettivo. Dico  questo per respingere l'opinione che Sperate abbia creduto in uno speciale spirito custode. Socrate scoglio il termine iò Saupòviov in conformità alla fedo popolare. Come i demoni, secondo questa, stanno tra dei o uomini e vengono detti persino ilei, perchè da dei generati, cosi anche il demonico  in lui è generato dal divino. Per questo lo chiama anche tó 3-iCov, il divino. Il nesso psicologico mi sembra qui evidente. Abbiamo qualcosa di s'inilo nella designazione del suo metodo, il quale egli crede  puro impostogli dalla divinità (Teeteto). Come a baso di tutte  Clr. W. Wu.ndt, m/terpsi/eholOjfie li,  ni; Clemente der  VSt/cerpsi/chol.,(21 Op. cd. Cfr. puro B. E. Uaonaiihtks, The Ctnssical Retitelo] lo azioni di Socrate sta il bisogno etico della cortezza(1), cosi egli è  assolutamente certo che in casi, in cui la propria ragione lo lascia in  asso, una volontà divina lo trattiene in ogni circostanza, piccola o  grande, dolla vita, quando è in pericolo di non agire giustamente, cioè  di non compiere la sua missione. In questa cortezza, che forma una  parte della sua fedo religiosa, sta la giustificazione otica dolla ironia,  colla quale egli lancia l'accusa indietro sull’avversario. Ma oltre ad  essere qualche cosa di divino, il demonico in Socrate è poi anche qualche  cosa di umano, perché si produce nell’anima umana o diventa sua proprietà, cioè un oracolo interiore. Per ciò il demonico stava veramente,  come il demone della mitologia, in mezzo tra il divino e l'umano. Si  aggiunga elio Socrate ora in fondo persuaso che prima di lui questo  dono non era stato posseduto da nessun altro mortale. Ecco ciò che  vi ha di nuovo nella concezione socratica della divinazione, di fronte  a quella della fede popolare. Como dalla Repubblica di Piatone, questo  fatto risulta anche dalle superbe parole, colle quali Socrate si esprime  sul suo valore davanti ai suoi giudici (Apoi.). Tali parole  può pronunciare un ammalato di mente, che si deve compatire, ma  quando escono dalla bocca di un Socrate, sono l'espressione di una profonda convinzione religiosa, che deve scuotere chiunque miri a tini  etici. Importante è per la fede di Socrate che egli non cerca di scolparsi in quanto al non credere negli dei dello Stato, ma solo in quanto  al sospetto di avere delle convinzioni ateistiche (Apoi.). Por quanto concorno la teologia socratica, elio al pari della sua  etica doveva rimanere ili carattere pratico, anziché sistematico,  è importante ricordare che Socrate trovò nella sua naz.iono il politeismo ellenico, corno Cristo trovò nella sua il monoteismo giudaico.  Socrate era, come ogni essere umauo, un tiglio del suo tempo. Educato  in (inolia religione ogli si riteneva, come Cristo, esteriormente legato  allo prescrizioni religioso in vigore. Come prendeva sul serio la massima di Delfo: conosci le stesso, cosi rispettava l'altra di ubbidire alle  leggi. L’ultima parola del filosofo morente era la raccomandazione di  non dimenticare il sacrificio dovuto ad Esculapio (Fedone), e poco  prima aveva domandata all'uomo, elio gli portava il calice fatale, se  ora permesso di farne una libazione. In questo modo Socrate non raggiunse l'altezza dolla dottrina del Nazareno, ma si avvicina ad essa,  perchè sulla*larga base della religione popolare si eleva, quale sintesi  della sua conoscenza, la fedo in un Dio unico, al quale si deve ubbidire più che non agli uomini (Apoi.) c di cui egli si credeva un  apostolo (Apoi.). Socrate è tolcrautc verso la fede della moltitudine, ma il suo Dio è l’intelletto che governa l’universo e per il quale  non trova neppure un nome, un divino onnisciente ed onnipresente, che  [LABRIOLA (si veda) Socrate, cur. CROCE (si veda)] si cura ilei Leno di tutti gli nomini (Sonof., Meni.). Tutte le sue  pratiche religioso sono in fondo rivolto n quest'unico Dio senza nomo,  clic si rivela agli uomini in molti modi. Con una espressione di ledo  in questo Dio onnisciente, si chiudo ì'Apntoi/ia platonica(l). Tenendosi  presente questo concetto della divinità, si comprendo la sua incrollabile fede nel S»tpóvtov come in una rivelazione della medesima. Il l'atto che il plurale oi '.Hol si trova in Platono come in Senofonte  accanto al sì neolaro 6 tei? potrebbe destare il sospotto elio Sorrato  accanto all'intelletto universale abbia ammesso ancora dolio altro forme  divino. Ma ciò è escluso. Egli sceglie il plurale in modo simile come,  per es., nella Genesi il plurale Eloliim sta por il singolare del divino. Non è qui il luogo ili entrare in altri particolari. Ricordo soltanto elio troviamo precedenti in Senofane e che audio Anassagora  aveva già riconosciuto un unico principio immateriale che tutto ordina secondo lini. Che Socrate conoscr l'opera di Anassagora, apprendiamo direttamente da Platone (Fedone). Non ho bisogno di rilevare che, con quanto fu esposto, sono senz’altro respinte le opinioni di Lèi ut o di altri, cho considerano Socrate  come un ammalato di mente, come pure il parere di Dii l’rel, che  mette il Sxqidvtov di Socrate in relazione collo proprio teorie mistiche. // 8r.pó/tov di Sacrale dal punto di vista detta psicologia empirica  moderna. So teniamo conto di tutti i fatti che Platone ci presenta,  è evidente che nel «atpivtov di Socrate si tratti ili un processo che appartiene al campo delle inibizioni psichiche. Naturalmente non può  trattarsi qui di una inibizione nel senso della dottrina intcllcttuulitstica di Horbart. Ciò che nel nostro caso è inibitorio, non appartiene  all'atto al contenuto oggettivabile della coscienza umana, ma si trova  piuttosto dalla parte puramente soggettiva di essa, cioè da quella dei  sentimenti. Da questo punto di vista dobbiamo cercare di risolvere il  problema. L’inibizione procede da un sentimento totale, che si forma  in base ad un numero più o meno grande di intensivi sentimenti parziali, legati ad clementi rappresentativi che rimangono al limito della  coscienza e che non giungono all’appercezione. Con questo è inteso,  che non può trattarsi nel caso di Socrate, come è stalo ripetutamento  affermato, di processi allucinatoci. Nel fatto che l’inibizione parte  da un sentimento, al quale non corrisponde un contenuto oggettivo,  sta la ragione, perchè Socrato non può fare alcuna indicazione precisa [Cfr. pure (I. /Cuccanti) F. I.ÉIX'T, L)it itóiiion de Si,croie ni. 1 C. Du Prel, Ine Mastiti d. alt. (ìrieclien. E caratteristico che Du Prel l'accia uso  ilei Teapele, benché riconosca che questo non sia un'opera di Platone. Cile Platone colla frase nel Fedro “ xxt -iva ipiovijv £So;a xùxcàsv ày.ofkJx: „  non vuol alludere ad una allucinazione, dimostra con molta chiarezza anche lo  Cuccante. Si aggiunga che. se il Szqicvtcv di Socrate avesse  tale origine, questo si rileverebbe in tutti i rispettivi racconti platonici, ciò che  non è assolutamente il caso. ] intorno al fenomeno, ma (leve in casi, in cui non lo chiama semplice¬  mente il demonico o il divino, contentarsi di termini metaforici. Parla,  ad es., di una voce, come oggi si usa il termine voce della coscienza. Questo sentimento, sorto dapprima per via associativa, viene poi attivamente appercopito e, riferito alla divinità, acquista il carattere di  un motivo imperativo che, coll'intensità di una forza morale, lo costringe ad abbandonare un'intenzione presa. Dal fatto cho l’inibizione  viene da Socrate creduta un segno divino, si comprendo elio in lui  non possono mai nascere dei dubbi, come accadrebbe con altro persone.  Non vi è mai in un tal caso una lotta tra motivi in lui, mai alcun  conflitto tra doveri. Appena egli s'accorge dell’inibizione, è assolutamente sicuro di aver avuto trasmesso un divino No,.. Cosi la riflessione o la fedo nel suo Sztjióv»/diventano i principi fondamentali, che  lo guidano nella sua intera attività filosòfica ed etica. In ultima analisi si tratta qui di un fatto psichico clic si verifica in  ogni coscienza normale più o meno frequentemente, benché molte persone non lo osservino o non si lascino da esso frenare. Di Mill ci viene riferito elio egli osservò il fenomeno in se stesso molto  intensamente. A me molte persone hanno dotto di aver notato in  sè tali inibizioni sentimentali. Siccome Socrate ci informa che egli  aveva osservato il fenomeno spesso in sè dai tempi della sua fanciullezza, non è escluso che vi sia stata in lui por lo sviluppo di esso una  certa disposizione. Ma d'altra parto si devo ricordare (dio egli per tempo  si abituò a fare molto sul serio l'esame di se stesso o cho il fenomeno  era una parte integrale della sua fede religiosa. Dal momento cho egli  era corto cho il sentimento inibitorio era una rivelazione divina, questa  convinzione doveva dominare tutta l’anima sua. Dato questo continuo  autoesame in connessione collo sviluppo (lolla sua convinzione teologica, si comprendo, come dovesse entrare in giuoco un principio che  governa ogni vita psichica, cioè quello dell’esercizio. L’ininterrotto  esercizio doveva renderlo capaco di riconoscere l'inibizione di ogni  grado appena sorta e di afferrarla coll'attenzione. Si aggiunga (die la  coscienziosità colla quale cercò continuamente di compiere la sua missione, e colla quale mirava sempre ai medesimi lini, doveva renderlo  straordinariamente sensibile o facilitare la formazione di tali sentimenti. Cosi si spiega il frequente ripetersi del fenomeno in tutto lo  sue azioni. Io credo clic, con quanto fu esposto, siano trovati i punti  principali «he debbono guidarci nella spiegazione psicologica del Sacgóviov  di Socrate. Tornerò sull’argomento in un lavoro più esteso, ed in questo  sarà tenuto conto delle opinioni di altri autori più di quanto mi è  stato possibile di fare in questa breve comunicazione. Zuccante,  Kiesow. SOCRATE ET l’Amour Grec. SOCRATE ET  l’amour grec (Socrates sanctus nai Sepaatrjs) D1SSERTATlON. GESNER. BONNEAU, PARIS, LISEUX, Rue Bonaparte, jegg^arean Gesner, 1’auteurde  JgE cette curieuse dissertation, est  I S&fe l un erudit Allemand du xvm e sie-  cle, dont les travaux ne sont pas tres-  connus en France. On lui doit d’excel-  lentes etudes sur les Scriptores rei rusticce, une Chrestomathie de CICERONE,  une Chrestomathie Grecque, des Lexiques, une traduction Latine des ceuvres de Lucien, des editions de PLINIO (si veda), de Claudien, de Quintilien,  de Rutilius Lupus et autres anciens a rheteurs, toutcs enrichies de notes savantes et de longs prolegomenes; plus,  un nombre formidable de dissertations sur toutes sortes de sujets, Opuscula diversi argumenti (Breslau), parmi lesquelles son Socrates  sanctus pce der asta tire forcement l’oeil  par la bizarrerie de son titre. Cette bizarrerie a valu au livre sa notoriete, et en meme temps lui a fait grand  tort. Beaucoup de gens, entre autres  Voltaire, malheureusement pour 1’erudit  Tudesque, n’ont pas ete au dela, et iis  ont construit sur cette minee donnee un  ouvrage tout entier de leur fantaisie, a  1’extreme desavantage du pauvre Gesner.  D’autres ont cru Voltaire sur parole et  sont arrives au meme resultat.  C’est Larcher, THelleniste, qui le pre-  mier chez nous mit en lumiere cet opus-  cule, dans son Supplemenl et THistoire  universelle de labbe Bapn,  en le citant parmi les ouvragcs a consulter sur le proces de Socrate ; il se  contenta d’en faire mention, sans meme  traduire ni expliquer le titre, ne s’imaginant pas qu’on put s’y meprendre, et  qu’un homme tel que Gesner fut suppose capable d’une indecente apologie. Voltaire, dont le vif et alerte esprit se plaisait a effleurer les surfaces, sans presque  jamais approfondir, ne connaissait sans  doute pas Gesner et certainement n’avait  pas lu son Socrates. Le Supplement a l’Histoire universelle n’etait d 7 ailleurs  qu une refutation tres-savante, quoique  un peu lourde, de son Introduction a  1'Essai sur les maeurs, publiee d^abord a  part et sous le pseudonyme de 1’abbe  Bazin; quelques critiques justes qu’on y  rencontre le mirent de mauvaise humeur,  et, battu sur divers points d’erudition, il  chercha une occasion de dauber Larcher,  a cote du sujet, selon son habitude. Il  crut la trouver dans le livre etrange qu’il  supposa, d’aprcs le titre cite qu’il interpretait mal, s’indigna de ce qu’on osait  donner comme faisant autorite de si mons-trueuses elucubrations (le monstrueux  n’etait que dans ce qu’il imaginait), et  tantot sous le pseudonyme d’Orbilius,  tantot sous celui de M Ilc Bazin ( Defense  de mon oncle, un de ses pamphlets), il ne  cessa de poursuivre la-dessus de ses bro-  cards son inoflensif adversaire. Tres- content d’avoir leve ce lievre, il a meme  reproduit son assertion plus que hasardee  dans le plus populaire de ses ouvrages;  on la trouve en note de 1’article Amour  socratique, du Dictionnaire philosophique. Un ecrivain moderne, nomme  Larcher, repetiteur de college, dans un  libelle rempli d’erreurs en tout genre et  de la critique la plus grossiere, ose citer  je ne sais quel bouquin dans lequel on  appelle Socrate Sanctus pcderastes ; So-  crate saint b ! Il n’a pas ete suivi dans ces horrcurs par 1’abbe Foucher. Larcher avait trop beau jeu pour ne pas repliquer. II le fit dans sa Reponse .  la Defense de mon oncle,  opuscule rare, reimprime a la suite du  Supplement a 1’Histoire universelle. Vous m’attribuez, dit-il a Voltaire,  votre infame et infidele traduction du  titre d’une dissertation de feu M. Gesnera  Je n’ai point traduit le titre de cette dissertation; il ne pouvait se prendre que  dans un sens tres-honnete, mais il etait  reserve a M lle Bazin et a Orbilius de lui  en donner un infame. Cela ne vous suffisait-il pas? Fallait-il encore me 1’imputer? Pour qui avait suivi toutes les phases  de la discussion, Larcher et Gesner etaient  innocentes; Voltaire restait convaincu  d’avoir note dfinfamie un livre sans le  connaitre. Mais ces temps sont loin; personne aujourd’hui ne lit Larcher pour  son plaisir, et le Dictionnaire philoso-  phique est dans toutes les mains. Voila  pourquoi on croit generalement que Gesner a developpe le plus scabreux des paradoxes et fait une apologie en regie d’un  vice honteux. Nous pourrions citer au  moins un de ceux qui, se fiant a Voltaire,  ont propage 1’erreur mise par lui en circulation, et affirme que cette dissertation  n’est qu’un tissu d’invectives ; mais nous  ne voulons faire de la peine a personne. Gesner, ecrivain des plus doctes et plus  estime encore pour son caractere que  pour son savoir, professeur de Belles-Lettres a Goettingue, puis  bibliothecaire, ne pouvait ecrire qu’une defense de Socrate,  une refutation des calomnies dont on a  obscurci sa memoire, et que la langue a  attachees a son nora d’une maniere en  quelque sorte indelebile par les mots de  socratisme et d 'amour socratique. Inquiet  et tourmente, comme il 1’assure, de voir  peser sur IL PADRE DELLA FILOSOFIA de si  indignes soup9ons, il a voulu remonter  aux sources, compulser tout le dossier  et reviser le proces sur les pieces memes.  II l'a fait d’une facon non moins inge-  nieuse que savante dans cette dissertation lue a 1’Academie de Goettingue, recueillie dans les Memoires  de cette academie, dans les  Opuscula diversi argumenti de 1’auteur  et tiree a part  (Utrecht).  C’est cette derniere edition que nous  avons suivie pour la reimprimer et la traduire, ce qui n’avait jamais ete fait en  Francais, ni probablement dans aucune  autre langue. Gesner a-t-il reussi a disculper entierement Socrate? Nous l’esperons; mais nous etions de son avis  avant d 7 avoir lu son livre, et, ccmme per-  sonne ne 1’ignore, c’est surtout chez ceux  qui pensent comme lui qu’un auteur, si  bon dialecticien qu’il soit, porte la conviction. Les esprits mal faits qui incli-  nent a 1’opinion contraire, et ceux-la  seront toujours difficiles a persuader,  persisteront peut-etre a trouver singulier que Platon, interprete de Socrate, ait si  souvent parle de 1’amour; qu’il ait consacre trois de ses plus beaux dialogues,  le Lysis, le Phedre et le Banquet, a cette  brulante passion; qu’il l’ait tant de fois  soumise aux analyses les plus delicates,  expliquee par les conceptions les plus  sublimes, les mythes les plus poetiques, et que jamais, sauf un moment, dans  l’admirable episode de Diotime du Banquet, il ne soit question de la femme. Alcide Bonneau. UTRECHT es hommes illustres, ceux qui sont  regardes comme tels non-seulement  par la posterite, mais par leurs  contemporains, ceux surtout dont le  plus grand eclat consiste precisement dans  leur vertu, sont souvent accuses, sur les plus  legers indices, de quelques travers, sinon  de defauts plus graves; et c’est la un travers iros illustres, et non a posteris solis sed  coaevis tales habitos, eos maxime quorum  praecipua laus virtutis est, vitii alicujus  nedum criminis gravioris suspicari levibus argumentis, vitium id quidem non leve : reos agere  et condemnare crimen et piaculum; in Christiano homine, in homine, in barbaro. Quanta istorum ignominia, tanta est gloria  piorum virornm qui versantur in probrosis his  l’editeur   qui Iui-meme ne manque pas de gravite. Se  faire a la fois 1’accusateur et le juge, c’est  une chose criminelle, un sacrilege, qu’il  s’agisse d’un Chretien, ou seulement d’un  homme, meme d’un paien. L’ignominie de ceux-la rehausse d’autant  la gloire des hommes pieux qui s’appli-  quent a repousser ces odieuses attaques.  On peut le dire de Gesner, ce savant illustre, du petit nombre de ceux qui depas-  sant par la science tous leurs contemporains, font encore plus estimer en eux les  qualites du coeur que celles de 1’esprit;  c’est un honneur pour lui d’avoir pris en  main la cause de Socrate, et un plus grand  peut-etre pour Socrate d’avoir dte le Client  de Gesner. II nous a paru bon de recueillir dans  une edition nouvelle cet ouvrage de faible conatibus coercendis. Gesnero, illustri nomini, e  numero paucorum illorum qui cum eruditione  coaevos possint excellere, animi dotibus quam  ingenii celebrari malunt, incertum an honori sit  caussam Socratis egisse, magis quam Socrati  Gesnerum habuisse patronum. Visum fuit, memoriam brevis operae sed auro  contra noti carae nova editione colere. Docuit  vir præclarus, scripto quidem, quam inani co-  natu virtus summi hominis sollicitata fuerit ab obscuris obtrectatoribus, qui non solent deesse  virtuti. Docuit autem exemplo, pertinere ad dimension, mais qui ne serait pas trop  cher paye au poids de For. Son excellent  auteur nous y montre, la plume a la main, 1’inanite des efforts diriges contre un sage  par ces obscurs detracteurs qui ne man-  quent jamais a lavertu; il nous fait voir  aussi, par son exemple, qu’il appartient a  tout honnete homme de defendre la cause  des gens de bien. II nous enseigne surtout  avec quel soin et avec quelle erudition il  est besoin d’ecrire dans de telles matieres,  ou l’on ne doit rien avancer qu’apres un  examen scrupuleux. Profite donc, lecteur, de ce travail, plus  utile qu’il ne le semblerait au premier  abord; et si, par ignorance ou par trop  forte credulite, tu as rejetd loin de toi les  ecrits Socratiques, reprends-les maintenant  et garde-les avec amour. Il nous sera per-bonos omnes bonorum virorum caussam: tum et  illud, in primis, ubi ejus modi res agitur, accurate et docte scribendum esse, nec arripi quid piam absque subtili examine, et benevolo illo,  debere.  Fruere, Lector, labore utiliori quam decet: et  si imprudentius forte abjeceris Socraticas chartas nimium credulus, abi continuo et in sinu  eas reconde. Integrum erit culpare qui Socratem  citant, tibi convenisset laudari Davidem et Salomonem: sed patiamur, bonum et pauperem  Socratem, placide subridentem, sereno vultu,  xvi l’editeur au lecteur   mis a notre tour de mettre en accusation  ceux qui font un crime a Socrate de ce  qu'ils trouveraient admirable s’il s’agissait  de David et de Salomon; mais laissons le  bon et pauvre Philosophe s’interposer doucement avec son placide sourire, son tranquille visage, et s’ecrier: Moi aussi, Vertu,  je t’ai honoree, Deesse!  Quant a ceux qui blameront cette apologie, non comme excessive, grands dieux,  car que pourrait-on dire de trop sur Socrate? mais comme inconvenante et deplacee, qirils prennent garde de tomber dans  Todieux de cette populace Portugaise tou-  jours prete, sinon a lapider ou a bruler,  du moins a exorciser a force de signes de  croix traces d’un doigt tremblant, le teme-  raire qui oserait croire que la Bienheu-  reuse Vierge Marie etait une Juive. leniter interponere, Et ego te, Virtus! colui  Deam,   Quibus fastidium movent elogia, justa Di boni!  quid enim de Socrate dici nimium potest? sed  quce magis opportune forsatn collocari potuis-  sent, videant ne in odium id evadat, quale est  plebis Lusitanae, si non rogum parantis aut la-  pides, saltim tremente digito averruncas cruces  describentis, si quis auserit credere, B. Virginem  Judaeam fuisse. SOCRATE ET L’Amour Grec  MATTHI. GESNERI V. C. Socrates SANCTUS T/E D E T{ASTA t nihil tam alte vel natura, vel  virtus, vel fortuna constituit, in  quo non vel deprehendatur aliquid labis et vitii, vel vires suas experiatur maledica invidia, cujus vocibus boni  etiam viri abripi se ad suspicandum certe  non nunquam patiuntur: ita mirum non  est, neque excelsam Socratis gloriam 1 n’est rien de place si haut par la nature, la vertu ou la fortune, qui n’ait ses taches ou ses inv perfections, ou que 1’envie ne s’efforce  d’atteindre, cette medisante envie dont  les clameurs poussent 1’homme de bien  lui-meme a soupconner le mal: c’est  pourquoi nous nc devons point nous obtrectatoribus suis carnis se. Ac de  Anyti Melitique criminibus, quibus oppressus est vir innocens, et, si forte vani-  tatis aut nugarum et cavillationum postulatus, et Scurrae nomine traductus est,  in prcesenti non erimus soliciti. Unum  crimen est, quod, varie jactatum, et plus  semel non sine specie in scenam reductum scepe me solicitum habuit, Fuerit ne  impuro ac detestabili puerorum amori  deditus? Hoc enim si verum sit, actum  est profecto de virtute viri, indignus est  cujus cum honore nomen usurpetur. Postulatum esse hujus turpitudinis,  negari non potest. Mittimus, quæ de  adolescentia viri ad libidinem proclivi Factum id esse a Zenone Epicureo, prodidit  CICERONE de Nat. Deor., ubi vid. Davis.   etonner que lagloire si haute de Socrate  ait eu, elle aussi, ses detracteurs. Toutefois nous ne voulons ni parier ici des  accusations d’Anytus et de Melitus sous  lesquelles succomba son innocence, ni  nous inquieter de savoir si ce grand  homine a ete incrimine de vanite, de  mensonge et de sophisme, affuble du surnom de Bouffon[i). Une seule accusation m’a souvent tourmente; c’est  celle qui, sans cesse discutee, a toujours  ete remise en avant, non sans apparence  de justesse: Socrate etait-il adonne d  l’impur et detestable amour des jeanes  gargons? Si cela est vrai, c’en est fait desormais de la vertu de cet homme ; c’est  un indigne, lui dont on ne prononce le  nom qu’avec respect. Qu’il ait ete accuse de cette turpitude, le fait est certain. Negligeons ce  que Porphyre, d’apres Theodoret [De la Comme le fait PEpicurien Zenon, au dire de CICERONE {De Natura Deorum; consuit, la-dessus Davies. Porphyrius apud Theodoretum [Græcar, affect. cur. ser. 4 pr.) memorat: nam  ibidem additur, illum c-ojo^ xat oioayrj  xouxou? a^aviaat xou; xurcous, impressas veluti notas libidinum studio ac doctrina  abolevisse. Neque valde huc faciunt,  quce ex eodem Porphyrio, qui Aristoxeno auctore usus sit, idem Theodoretus (Serm.) memorat, par-  tim quod ad adolescendam primam viri,  de qua nobis sermo non est, pertinent,  partim quod Archelaus Anaxagorae discipulus, honestus amator (spaax 7 ]$) ipsius  fuit. Ejusdem generis est, quod Cyrillus  (contra Julia.) ex eodem  Porphyrio (in Historia Philosopha, libro  olim deperdito) refert, Socratem -po; xr ( v  twv aopootatwv yp7jatv acpo Spdxspov p.sv sivac,  aoizov os p.rj -poasTvat. t\ yap xaT;Ya[j.sxaT;, vj xat?  •/.oivat; y prjaQat fj-ovat?. Fuisse ad res venereas  aliquantum vehementem, sed injuriam  abfuisse, qui vel uxoribus solis, vel    (1) Conf. quae in fra de mali equi Socratici notis  dicentur. § 18.    et l’amour grec 7   cure des prejuges des Grecs, Disc. iv),  raconte de sa jeunesse, laquelle aurait  ete encline au libertinage ; 1’auteur  ajoute, en effet, au meme endroit qu’il  parvint a effacer en lui, par Venergie de  sa volonte \ jusqu’aux traces meme des  passions (i). Ne nous occupons pas non  plus de ce que le meme Theodoret  (Discours xn) emprunte encore a Por-  phyre, qui lui-meme suivait Aristoxene,  c’est-a-dire de ce qui se rapporte a la  premiere jeunesse de Socrate (elle n’est  pas en cause), et a ce disciple d’Anaxa-  goras, Archelaus, qui aurait ete, en tout  bien tout honneur, un ami fervent  (!pa<j-r]s) du philosophe. A la meme cate-  gorie appartient ce que S. Cyrille (Contre Jidien) a extrait de YHistoire  philosophi que de Porphyre, livre aujour-  d’hui perdu : a savoir que Socrate et ait  violemment pousse aux choscs de iamour, mais qiiil s’abstint de faire tort a Voyez ce que l’on dit plus bas des marques  du mauvais cheval Socratique. quam diu caelebs esset communibus  uteretur. Nondum quidquam ex Porphyrio vel Aristoxeno, quem ille auctorem sequitur, allatum est de horribili  scelere, Pcederastia : quod praetermissu-  rus non erat, qui satis hic in Philosophice  parentem iniquus est, Cyrillus. Decla-  mat igitur praeter rem Socrates alter  (Hist. Eccles.), cum ita de  Porphyrio narrat, IIopcpupio; xou xopu^aio-  xaxoa xoiv <piXoao<ptov, Scoxpaxous, xov [3''ov oietu-  psv £v ifi YsypaixpiEvr] auxai <piA oaoow toxopta, xai  xoiauxa Tuept auxou ypa^a;xaxdXi7TEv, oia av p.7]xs  MeTaxo;, p.r[x£ v Avuxo; oi jpa^aixsvoi Swxpaxrjv  ItTictv e-zyjiprjGxv, ita traductum, ait, a  Porphyrio Socratem, talia de viro scripta,  quae neque accusatores ipsius Anytus et  Melitus dicere in ipsum ausi sint. Accipimus, quod negat objectam in judicio  turpitudinem talem Socrati, quo nempe  argumento constet, famam viri hac tum  macula caruisse. Sed nec a Porphyrio  plura aut turpiora his memorata, quae  jam vidimus, satis illud argumento est,  quod iniqui Socratis glorice homines, personne, en riusant jamais que de ses  propres femmes ou, durant son celibat,  des femmes qui apparticnnent a tout le  monde. Nulle part, soit chez Porphyre,  soit chez Aristoxene que Porphyre co-piait, il n'est rien allegue de cet horrible  crime : Pederastie ! II ne Paurait point  passe sous silence, ce Cyrille si injuste  envers lepore de la Philosophie. IPautre  Socrate ( Histoire ecclesiastique, m, avance donc une insigne faussete lors-qu’il dit : « Porphyre a compose la vie  de Socrate, le coryphee des philosophes, d’apres les histoires ecrites sur lui; et il  nous a transmis, d Vaide de ces documents, des choses si monstrueuses que les  accusateurs de Socrate, Anytus et Melitus, n’ont pas meme ose' les lui reprocher. Retenons seulement de ceci Taveu qu’on  n’en fit pas un grief a Socrate, lors du  jugement public, ce qui ressort de la  phrase elle-meme, et que cette tache fut  alors epargneeT a sa renommee. Mais  Porphyre n’a pas rapporte autre chose  ou des choses plus monstrueuses que ce Cyrillus ac Theodoretus, non plura protulere, quibus fuerant haud dubie causam suam, si res facultatem dedisset, ornaturi. Nempe nec Aristophanes, qui corruptce ad impietatem et calumniandi artem juventutis accusat in Nubibus Socratem. hujus criminis ullam mentionem  facit, non omissurus profecto, si illud  adhaerescere posse putasset. Nec forte  quisquam est ex omni antiquitate remotiore illa, et temporibus Philosophi propinqua, serius et severus accusator hujus  criminis. Lusit inter posteriores, pro  petulanti illo ingenio suo, Lucianus (de  CEco, ita enim potius dicendus erat ille  libellus quam de Domo) cum accusat Socratem, qui non erubuerit advocare Musas, virgines,  cuvsaojjiva; ia -aiBepaama, ut audirent  illos de puerorum amore sermones. Atqui illi sermones, uti mox videbimus.   que nous venons de dire ; nous en trou-  vons la preuve en ce que S. Cyrille et  Theodoret, deux detracteurs de Socrate,  n’en ont souffle mot, et qu’ils n’auraient  pas manque d’en orner leurs diatribes si  la chose eut ete possible. En second lieu, Aristophane qui, dans  ses Nuees, represente Socrate comme  un corrupteur de la jeunesse, comme  faisant de 1’imposture un enseignement,  n’a pas davantage mentionne cette accusation; l’aurait-il omise, si elle eut pu  s’appliquer a Thomme qu’il bafouait? II  n’y a enfin personne, si l’on prend des  temoins dans cette antiquite reculee ou  dans les temps voisins du Philosophe,  qui se presente comme un accusateur  serieux et digne de foi. Plus tard seulement Lucien, entraine par sa verve  moqueuse (dans 1’opuscule que l’on traduit ordinairement De Domo et qu’il  vaudrait mieux traduire De CEco.), reprocha a Socrate de n’avoir  pas rougi d ; invoquer les Muses, des reprehendant vehementer amorem: respicit enim ad Phædrum Platonis de quo dedita opera dicendum erit. Qua? in Amoribus in Socraticum amorem Platonicum-  que vel a Luciano, vel quicunque auctor  est, jocose et per calumniam dicuntur,  ea ad ipsum illum locum diluisse me  arbitror.  Sed veterum criminationes Maximus Tyrius (Dissertat.) refutavit, ut non videatur  opus esse aliquid addi : cum praesertim  tanto magis et agnoscant innocentiam  Socratis, et illud crimen ab illo depel-  lant ut hujus, ita paullo superioris aitatis  homines, quo magis virum ex aequalium  ac paullo juniorum de illo scriptis ut  cognoscere possent, cuique contigit. Quin  ne consultum quidem judicarem veterem  litem resuscitare, nisi viderem, nuper vierges, pour leur faire dcouter ces fa-  mcnx discours sur Vamour des jeunes  gargons. Mais ces discours, comme nous  allons le voir, blament fortement cette  sorte d’amour; Lucien fait, en effet,  allusion au Phedre de Platon dont nous  aurons a nous occuper. Ce que Fon dit  debamourSocratiqueet Platonique dans  les Amonrs, que ces dialogues soient de  Lucien ou de tout autre, n’est qu’une  plaisanterie ou une mechancete, comme  je\ l’ai demontre en temps et lieu. Maxime de Tyr ( Dissertations) a d’ailleurs refute toutes les ac-  cusations portees a ce sujet par les an-  ciens, etilserait inutile d’y rien ajouter.  Le meilleur argument, c’est que ceux qui  ont le mieux reconnu Tinnocence de  Socrate et repousse loin de lui avec le  plus de force 1’accusation infame, sont  les hommes de la generation qui a imme- [Dans ses notes sur Lucien, dont il a fait une  edition et une traduction Latine tres-estimees.  fuisse, et esse hodie homines eruditos, et  bonos viros, qui pravam de patre illo  Philosophia? opinionem conceperint, quorum non pono nomina, quia mihi non  cum ullo homine certamen esse volo,  sed cum opinione ea, quam praeterquam  quod falsam puto, etiam virtuti noxiam,  præter consilium quidem bonorum virorum, humanitati certe adversam esse,  arbitror. Qui autem fieri potuit, ut homines  neque indocti neque maligni in sinistram  falsamque de Socrate opinionem inciderint? ut apologia vir sanctus opus habeat?  Praeter naturalem illam -/.axor{0£tav nos-  tram, quae imis velut medullis fixa, et  superbiæ illius nostrae nixa radicibus.  diatement suivi la sienne. Or, ce sont  les contemporains et leurs successeurs  immediats qui peuvent le mieux juger un  homme, en pleine connaissance de tout  ce qu’on aecrit sur lui. Je n’aurais donc  pas songe a ressusciter cette vieille querelle si je n’avais vu naguere, et tout  recemment encore, des hommes instruits,  vertueux, concevoir la plus mauvaise  opinion de ce pere de la Philosophie; je  ne dirai pas leurs noms, ne voulant me  prendre corps a corps avec personne,  mais seulement avec une opinion que  je considere comme sans fondement,  nuisible a la vertu, et, contrairemcnt a  1’avis de ces gens de bien, defavorable a  1’humanite tout entiere. Comment donc a-t-il pu se faire  que des personnages qui ne p£chent ni  par ignorance ni par mechancete, aient  concu de Socrate une opinion si facheuse  et si fausse? Pourquoi cet homme veritablement saint a-t-il besoin d’etre defendu? En dehors de cette maligni te inter ultima vitia eradicatur, ceterasque  ex genere morum rationes, conveniunt  hic alia qucedam, quce facilem errandi  occasionem praebent. Magna pars doctorum etiam hominum legendi laborem  fugit, legendi uno tenore, continuata  attentione, totos veterum scriptorum  libros; sed satis habet decerpere qucedam, in quce primum incurrere oculi, aut, quod deterius frequentius que idem,  repetere ab aliis excerpta, et e media  nonnunquam sermonum velut compage  evulsa, de quorum sic sententia non facile  sit judicare. Platonis libri, unde pleraque  Socratica peti hodie necesse est, multos  arcent ob Atticum illud sermonis genus,  breve et acutum, floridum praeterea, ac semipoeticum, ipsamque disserendi ratio-  nem subtiliorem scepe, quam ut mediocri  attentione, non acutissimi homines illam  statim adsequantur. Nec licet, ut adhuc  res est, ad interpretes confugere ; qui  quoties vel nihil dicant, vel alia omnia  dicant, vix sine invidia licet commemo-  rare. Et tamen nisi attente legas, et to- naturelle qui reste fixee jusqu’au fond de  nos moelles, qui se fortifie de notre orgueil et qui ne s’arrache qidavec les derniers defauts, outre encore diverses raisons tirees de nos mceurs, il a fallu pour  cela un concours de circonstances propres a faciliter 1’erreur. La plupart des  gens instruits eux-memes evitent la fa-  tigue de lire dans leur entier, avec une  attention soutenue, tous les livres ecrits  par les Anciens ; on a plus tot fait de  choisir quelques passages, les premiers  qui tombent sous les yeux, ou, ce qui est  bien pire, de s'en tenir aux passages  choisis par d’autres, a des fragments detaches de 1’ensemble et dont il est par  consequent difficile d’apprecier le sens  veritable. C’est ce qui arrive des livres  de Platon, d’ou il nous faut aujourd’hui  tirer toutc la doctrine Socratique; iis embarrassent bon nornbre de lecteurs  par leur style trop Attique, raffine et  aiguise, fleuri pourtant et semi-poetique,  par ces controverses si subtiles souvent  que, si 1’attention se relache, 1’esprit le tos legas dialogos, et qua scripti sunt  lingua legas, non est ut de sententia  illorum, h. e. quam tribuat Plato sen-  tentiam Socrati, recte judices. Quare  mirum non est, si multi refugiant lectionem ita laboriosam; et illis veluti spinis  a familiari tractatione eorum librorum  deterreantur. Denique si quid etiam tribuatur a  Platone Socrati, tamen, si illud Xenophontis narrationi repugnet, non dubitaverim equidem, fidem potius adhibere  Grylli filio, memor illius, quod narrat  Laertius, Socratem, cum Lysin  Platonis legisset, dixisse, to; tzoXKx uoj plus eclaire n’cn suit pas aisemcnt le fil.  Et il serait inutile, dans le cas present,  de recourir aux annotateurs ; ou iis  ne disent rien, ou iis disent tout  autre chose que ce qu’il faudrait ; on ne  peut s’empecher de leur en faire un re-  proche. Cependant, amoins de lire avec  un soin scrupuleux tous les dialogues de  Platon et de les iire dans la langue meme  ou iis ont ete ecrits, il n’est pas possible  de juger saineinent de leur doctrine,  c’est-a-dire de la doctrine que Platon  attribue a Socrate. Il n’est donc pas sur-  prenant que nombre de gens reculent  devant une si laborieuse lecture et  soient rebutes, comme par des epines,  du commerce familier de ces livres. Enfin il faut dire que si Platon at-  tribue a Socrate une maniere de voir  contredite par la narration de Xenophon,  il n’y a pas a hesiter: c’est a Xenophon  qu’il faut se fier, si l’on se souvient du  mot rapporte par Diogene de Laerte. Socrate, apres avoir lu le Lysis xaxe^uBeO’ 6 veavfoxo; Quam multa de me  mentitur adolescens! Tanto magis hoc  memorabile est, quod ille Dialogus ita  scriptus est, ut non modo tanquam persona colloquens inducatur Socrates, sed  tanquam, qui ipsum illum dialogum  scripserit. Ceterum quia hic sumus, hoc  breviter indicamus, amatorium quidem  esse hunc libellum, sed nihil habere pudendum ne Platoni quidem. Argumen-  tum hoc est : Queritur Lysidis amator  Hippothales, ab illo se non amari ; Socrates ostendit, si velit amari, non adu-  landum esse puero, sic enim futurum  superbiorem; sed illi potius ostendendum, quibus rebus indigeat, et quam  parum in ipso sit boni. Deinde dela-  bitur in disputationem, Quis proprie  amicus sit vocandus? et, In quo insit  natura amicitia’ ? plenam illam quidem  cavillationum, sed praeclararum etiam  de amicitia sententiarum. Ceterum tri- Sic nempe ipse solebat Socrates in potestatem  quasi suam redigere adolescentulos, de quo que-  rentem audiemus Alcibiadem. de Platon, se serait ecrie: Comme ce  jenne homme invente souvent ce qu’il me  fait dire! » Le mot est d’autant plus  remarquable que, dans ce dialogue, So-  crate estpresente non comme un simple  interlocuteur, mais comme s’il avait  ecrit lui-meme tout le morceau. Pendant quenous y sommes, disons brievement que cetouvrage roule sur 1’amour,  mais qu’il n’y a rien dont put rougir  Platon lui-meme. Voici le sujet: Hip-  pothales, qui aime Lysis, se plaint de ne  pas en etre aime; Socrate lui demontre  que s’il veut 1’etre, il ne faut pas qu’il  fiatte ce jeune homme, ce qui le rendrait  plus orgueilleux encore; il vaut mieux  qu’il lui represente tout ce qui lui manque et le peu de bonnes qualites quhl  possede. On discute ensuite ces questions: Qui est digne d’etre appele un veritable ami? et, Quelle est la nature de Tamitie? Controverse pleine, il est vrai, C’est ainsi que Socrate avait en effet coutumc  d’assujettir les jeunes gens et son autorite, et nous  voyons Alcibiade s’en plaindre.  bui a Platone colloquentibus, de quibus  ipsi non cogitarint, vetus observatio est,  de qua vid. Athenaeus Deipnos.. Qiio dialogorum more se  excusat, etiam VARRONE in ACCADEMI dedicatione Tullius CICERONE. Neque ausim  Platonis ipsius, junioris praesertim, patrocinium suscipere de mollioribus versiculis, quos Apulejus servavit (Apol.) et Laertius Diogenes:  de quibus modo in neutram partem disputo, causamque Platonis a Socratis  causa hac in re sejungo. Quæcunque vero cum aliqua specie  testimonia Platonis contra Socratem proferuntur, ea cum ex Phædro, nescio  quam bona semper fide, corrupte quidem  et perverse non nunquam, depromi videam, propter ea pretium opera putavi,  de futilites, mais aussi de remarquables  definitions dekamitie. C ; est uneobservation qui a ete faite depuis longtemps,  que Platon attribue a ses interlocuteurs  des idees qu’ils n’ont jamais eues: on  peut consulter la-dessus Athenee (Deipnosophistes). CICERONE, qui avait le  meme defaut, s’en excuse sur le genre  meme du dialogue, dans son envoi des  ACCADEMIA a VARRONE. Je n’ose pas non  plus defendre Platon du reproche d’avoir  commis, surtout dans sa jeunesse, des  vers badins tels que ceux que nous ont  conserves Apulee (dans son Apologie) et  Diogene de Laerte; vieux ou  jeune, jen’ai pas affaire a lui et je separe  completement sa cause de celle de Socrate. Entre les divers temoignages fournis  par lui, ceux que Ton peut alleguer contre Socrate avec quelque apparence de  justesse sont tires du Phedre; pas toujours bien scrupuleusement et quelque-fois a 1’aide d’alterations ou de contre-] non semel totum illum dialogum attento  animo perlegere, et uno quidem tenore,  et lingua sua, ne quid eorum me falleret,  qua saepe fraudi esse viris doctis, modo  dicebam. Ac spero non ingratum fore  aliis, quorum rationes non ferunt tam  longam solicitamque operam, si hic possint brevi studio cognoscere velut œconomiam illius libri et argumentum, inde-  que de toto consilio vel Platonis vel  Socratis arbitrari. Concedamus enim, ne  abuti videamur illa, quam modo propo-  suimus observatione, Socratis hic veram  sententiam bona fide a Platone proponi.  Ac primo illud meminerimus, Socratem hic introduci senem,  tantum non decrepitum, quem facile juvenis Phædrus viribus superet. Jam  fingitur Phædrus audisse Lysiam disputantem, magis obsequendum gratifican-  dumque esse non amanti, quam amanti:  camque orationem Socrati prcelegere sens. Cest ce qui m’a engage a lire  attentivement ce dialogue, et plutot deux  fois qu’une, dans son entier, et dans le  Grec, afin d’echapper a ces chances d’erreur dont j’ai parle plus haut et qui font  trebucher les plus doctes. II sera peut-etre  interessant, je 1’espere, pour ceux dont  1’esprit repugnerai-t a une besogne si  longue et si difficile, de connaitre sans  grande etude le sujet et pour ainsi dire  1’economie de ce livre, et de pouvoir  apprecier toute la theorie de Platon ou  de Socrate. Nous admettrons, pour ne  pas abuser de la reserve faite par nous  plus haut, que la doctrine de Socrate a  ete ici exposee de bonne foi par Platon. Rappelons d’abord que Socrate y  est presente comme un vieillard, non  pas tout a fait tombe en decrepitude,  mais qu’un jeune homme, comme Phe-  dre, peut maitriser aisement. Phedre raconte qu’il a entendu Lysias discourir  sur cette question : Un jeune homme  doit-il avoir plus de facilite et de com-[Reprehendit  hanc Lysiae orationem, cante quidem et  multa cum ironia Socrates, et meliora se  audisse ait, quae dicere illum amabilis-  sime cogit Phcedrus. Incipit hic a Musa-  rum invocatione quam calumniatur, ut modo dicebamus, Lucianus : cum sit nihil in ea oratione non  virginum auribus dignissimum. Orditur  a definitione Amoris quem  vocat cupiditatem, quae incitate feratur  ad voluptatem  pulchritudinis, et inde,  quam mala res, quam noxia sit, ostendit et claudit hexametro:   A'j-/.ol aova oi^ouV, ojq ~aToa epAouVjtv  1 r’ 1 !   |Sf/aTra’.  Ut cordi agna lupo est, puerum sic ardet amator. Bene ista, et Musis faventibus. Sed  subito, At Amor tamen Deus est, inquit,  et palinodiam parat, quae incipit .  plaisance pour celui qui ne 1’aime pasque  pour celui qui Faime ardemment ? II lit  ensuite ce discours a Socrate. Celui-ci,  avec beaucoup de finesse et ddronie,  trouve a blamer dans la composition  oratoire de Lysias et pretend qu'il a entendu dire la-dessus autrefois de bien  plus belles choses; Phedre le conjure de  les lui rapporter. Socrate debute alors  par cette invocation aux Muses que Lucien a calomniee, comme nous le disions  plus haut, car il n’y a rien dans tout le  discours qui ne soit parfaitement digne  des oreilles chastes. II commence par la  definition de 1’amour, qu’il appelle un  desir violemment entraine vers le plaisir  que promet la beaute; il enumere en-  suite les ecarts auxquels il peut pousser  et conclut parcet hexametre: Comme le loup aivic Vagneau, ainsi Vamoureux   [cherit le jeune garcon. Voila qui est bien, grace aux Muses. Mais aussitot : L’ Amonr est cependant  un Dieu, s’ecrie-t-il ; et il entrcprend une ab eo, uti dicat, non ideo amorem  damnandum fuisse, quod sit furor ; esse  enim furorem etiam bonum aliquem:  ipsam [jLavTixrjv 5. divinatoriam facultatem  esse a verbo [i-aiveaOai dictam, velut quan-  dam [j.avi/7]v s. furiosam. Talis furoris plura genera enarrat, in his etiam ponit  amorem, cumque magnæ felicitatis causa tum amantis cum amati datum his esse divinitus, conatur ostendere. Ad eam demonstrationem sumit  primo hanc propositionem. Omnem animam esse immortalem, quam inde probat (quam bene vel male, nunc non disputamus) quod principium motus sui in  se habeat. Deinde similem ait animam nostram, etiam antequam ea in corpus ve-  niat, bigae alatae cum suo auriga. Alterum hujus biga 3 equum bonum ponit et  tractabilem, malum alterum ac  refractarium. Sic coelestia spatia ingrediuntur ista cum suo auriga bigce, et palinodic en declarant tout d’abord que  1’amour n'est pas condamnable en soi,  qu’il estun delire, et que dans tout delire  il y a quelque chose de bon; que fxavnxr],  la divination, derive du mot (jiodveaGai,  comme qui dirait [xavtxr), c’est-a-dire  folle. II compte diverses especes de  delires parmi lesquelles il place 1’amour,  et il s’efforce de montrer que c’est un  present divin fait a bhomme pour le plus  grand bonheur de celu*i qui aime et de  celui qui est aime. Sa demonstration  s’appuie sur cette proposition premiere:  Tonte dme est immortelle, dont il tire la  preuve (bien ou mal, ce n’est pas notre  affaire) de ce qu’elle a en soi le principe  de son mouvement. Il compare ensuite notre ame,  avant qu’elle ne vienne habiter un corps,  a un attelage aile, compose de deux  chevaux et d’un cocher. L’un des  chevaux est excellent et docile ; 1’autre,  d’un mauvais naturel et retif. L’attelage  parcourt ainsi les espaces celestes, avec Deorum aliquem secutce (Socratis anima  Jovem) ea spatia permeant. In hoc volatu et illa equorum dissimilium  dissensione, alia; quidem anima; retinent  alas, et ad sublimia feruntur, contemplantur que ea etiam, qua; extra supremum coeli orbem sunt. Alia;,  qua; partim in altum elata; viderunt plura, partim ab equo illo refractario impe-  dita; ac retractae, pauciora; ruptisque  per illam equorum in diversa tendentium  luctam pennis atque amissis, cadunt, et  in corpora humana veniunt. Harum, pro gradu cognitionis  illius et inspectionis rerum coelestium  diverso, novem classes constituit. Qua plurimum veritatis et rerum cœlestium vidit anima, ea inseritur semini, e  quo nascatur aliquis sapientias, pulchri,  doctrinas, et amoris studiosus, st? yovfjV] son cochcr, et s’elance a la suite de l’un  des douze dieux (1 ’ame de Socrate suivait Jupiter). Dans cette course a travers  les espaces et malgre la lutte des deux  chevaux, si dissemblables, quelques ames  parviennent a garder leurs ailes, voya-  gent dans les regions etherees et contemplent meme ce qui est au dela de la  voute du ciel. Les autres, parfois emportees jusqu'aux plus hautes regions,  parfois retenues et embarrassees par le  cheval retif, n’arrivent qu’a connaitre  une partie des mysteres ; dans cette lutte  des chevaux qui tirent en sens inverse,  elles brisent et perdent leurs ailes; ces  ames tombent alors sur terre et sont  emprisonneesdans les corps des hommes. Suivant le degre de connaissance  qu'elles ont atteint dans la contempla-  tion des essences, Socrate divise en neuf  classes ces ames dechues. Celle qui a  per9u le plus de verite et de choses  sublimes, vient animer le germe d’ou  naitra un homme tont entier consacre au avopo? ycV7]ao[j.c'vO’j ? oiXoao^ou, 7) <pt\oxaXou, tj  fi.ouaixou Ttvos, x at spamxoy. Secundi fastigii anima animabit regem, legibus, bello, imperio, potentem : tertiae classis anima  civitatis familiaeque regendae et rei fa-  ciendae peritum : quartae, laboris amantem eundemque in exercendis sanan-  disve versantem corporibus : quinti  ordinis animae vitam habebunt in vaticinando, aut in castimoniis initiisque  mysteriorum occupatam : sexti, poetas: septimi, geometras aut fabros: octavi  sophistas aut cum factione populares:  noni denique animabunt tyrannidis cu-  pidos. Multa hic nec injucunda de hoc  ordine, de his vitee generibus, disputandi  occasio: sed maneamus in argumento  nostro. Ha’ omnes anima?, cum morte discesserunt a corporibus, in locum vel pce- [culte de la sagesse, de la beaute, de la  Science et de Vamour ; Vdme du second  degre vivra dans le corps d’un roi juste,  belliqueux et capable de commandere  celle du troisieme fonnera un homme  habile a administrer sa famille, sa cite  ou la chose publique; celle du quatrieme  un athldte laborieux ou un medecin, tous  deux occupes soit d exercer le corps  humain, soit d le guerir; les ames de la  cinquibme classe passeront leur vie, soit  d predire 1’avenir, soit d initier aux  abstinences et aux mysteres ; celles de la  sixieme former ont des poetes ; celles de  la septieme, des laboureurs ou des ouvriers,- celles de la huitieme, des sophistes  ou des chefs de factions populaires ;  celles de la neuvidme, enfin, des tyrans.  Ce serait peut-etre 1 ’occasion de dispu-  ter, et non sans agrement, des rangs  assignes a ces ames et de leur genre de  vie: mais restons dans notre sujet. Toutes ces ames,quandle trepas les a  separees du corps, parviennent au sejour narum vel pr cerni orum perveniunt, et  mille exactis annis, accipiunt potestatem eligendi sibi nova corpora, vitas  novas, sive hominum sive bestiarum.  Quce anima ter sibi, exactis millenis illis  annis, primam istam sedulo philosophantis, sive pueros cum philosophia  amantis, vitam delegerit tou  <ptXocrocprjaavto; aooXc. 05, r] "atospaaxrJcjavTO;  [j.£xa <ptXoao<p''a;, ea, absoluta ista ter mille  annorum periodo, pennas denuo accipit,  quibus ut ante tolli, deum aliquem sequi,  contemplari cœlestia, queat: cum reliquarum octo classium animae, non nisi  decies mille annorum periodo absoluta, in primam illam conditionem restituantur. Hoc ipsum quod primam et felicissimam classem Pæderastarum philosophantium constituit, quod tantum prae-  mium illis, compendium septies mille  annorum, tribuit Mythi hujus s. Allegoria ? auctor, sive Socrates fuit, sive Plato ; hoc ipsum igitur jam satis monere  nos poterat, non posse hic sermonem esse  de re ita turpi, quam fuisse illud, cujus des peines et des recompenses, et au bout  de mille annees, recoivent la permission  de choisir de nouveaux corps, soitd’hom-  mes soit de betes, et de vivre de nou-  velles vies. L’ame qui, durant trois revo-  lutions de mille annees, trois fois de  suite a choisi Texistence d’un homme  quicultive sincerement la philosophie, ou  qui aime les jeunes gens d'un amour  philosophique, a 1’expiration de cette  triple periode, recouvre les ailes qidelle  possedait autrefois et peut, comme au-paravant, suivre l’un des dieux et contempler les essences celestes. Les huit  autres classes ne retournent a cette condition premiere qu’apres une revolution  de dix mille annees. Ainsi la premiere  classe et la plus heureuse est celle des  philosophes amis des jeunes gens, et l’inventeur de ce mythe ou allegorie, que  ce soit Socrate ou Platon, la favorise  d’une exemption de sept mille annees:  cela seul nous avertit assez qu’il ne peut  etre question ici de ce vice infame dont  on accuse Socrate et que d’ailleurs les 3postulatur Socrates, ipsis etiam legibus Atticis, paullo post ostendemus: sed magis hoc apparebit, si quis ea, qu ce sequuntur, apud Platonem paullo attentius  considerare mecum voluerit. Intelligentia hominum, ex pluribus  rebus sensu perceptis collecta, nihil est  aliud, quam recordatio illorum, quae  anima in illo volatu suo coelesti viderat,  quae sola verum illud ens sunt (t 6 ov-co;  ov, , A). Haec intelligentia maxima  est in illa prima philo sophantium pæderastarum classe : haec ipsa est, ob quam  alas soli recipiunt, quibus volatum illum  coelestem, deorumque comitatum tentant:  præ qua terrena hæc, et sensus externos  ferientia, ita negligunt, ut male sani  aliis et furiosi videantur, icocpa -/.ivouvts?,  quos commotos s. commotce mentis  vocat ORAZIO (si veda) (Serm.),  cum re vera divino quodam spiritu agitentur, svOouaux^oviss, qui illos semper ad  coelestem illam pulchritudinem revocet,  quam in priore volatu viderant. lois Athenicnnes reprimaient, comme je  le demontrerai tout a 1’heure; cela deviendra plus evident encore pour qui  voudra bien examiner attentivement  avec moi ce qui suit dans Platon. i3. L’intelligence humaine est formce  de la reunion des idees percues a l’aide  des sensations, et les idees ne sont rien  autre chose que les reminiscences de  ce que 1’ame a vu anterieurement dans son vol celeste, c’est-a-dire des essences  veritables. Or 1’intelligence la plus complete appartient a la premiere classe, a  celle des philosophes amis zeles des  jeunes gens, et c’est pourquoi seuls iis  recouvrent les ailes a 1’aide desquelles  iis pourront essayer de nouveau de par-courir le ciel et suivre le cortege des  dieux. Detaches des soins terrestres et  de tout ce qui frappe les organes, iis passent pour des insenses et des hommes en  delire, -apa/ivoSvis?, de ceux que ORAZIO (si veda)  appelle des fren^tiqucs, des esprits troubles, tandis que vraiment ce sont des en- [Hæc pulchritudo, qucc inest in  sensu, <ppov 7 ]<m, in mentis  qua vult et intelligit prostantia, si ita in  oculos, ut alia quce videri his possunt,  incideret, ad mirabiles sui amores exci-  tatura esset. Jam pulchritudo sola corporum, hanc (Aotpav habet, hoc velut fatum,  et conditionem, uti subeat oculos, ut amo-  rem moveat. Hinc ponamus ipsa verba,  ut existimare melius ac certius de tota  re possint etiam, quibus ad manus non est  Plato ipse, vel magnum volumen de pluteo  promere non lubet. c O piv oOv pu] vsoxeXt];, Jj otscpQappivos, oux otjiiog evOevOs Exstas ©s'psxat  7ip6; auxo xo xaXXo;, Ostopisvo; a3xou xrjv xrjoE  smavupiiav. waxs ou as'6sxat 7rpoaopojv, aXX’  7]3ov^ 7:apaoou;, zBzpdtTzodog vo ptco (Batvstv S7Ct-  y stpsT xat 7iat8oa7EOpstv. xal u6pst x:poao|j.tXaiv,  ou os'ootxsv ou 8’ ata/uvsxai IIAPA ‘I^TXIIN. Notabile est, Platoni etiam de Ijcgib. r.  thousiastes, agites comme d’un transport  divin, qui les attire sans cesse vers cette  beaute celeste precedemment entrevue  par eux dans leur vol. [Cette beaute, dont Pessence reside  dans un sens particulier, la sagesse,  source de la volonte et de 1’intelligence,  s’il etait donne a l’oeil de 1’apercevoir,  comme toutes les autres choses visi - bles, elle nous exciterait a d’admirables  amours. Mais c’est seulement la beaute  corporelle, telle est sa necessite fatale et sa  nature, qui frappe les yeux et nous porte  a 1’amour. Ici nous placerons le texte  meme afin que ceux qui n’ont point Platon sous la main ou qui ne se soucient  pas de tirer du rayon un gros volume,  puissent se faire une opinion en toute  E. hanc turpitudinem appsvwv np 6?  appevag, Ij OrjXsTwv xpog OrjXsix;, to ITAPA  •bTSIN To'X[j.7)p.a appellari. Non igitur Platonem, vel Socratem adeo, feriunt divina illa fulmina Pauli Rom. /, 26 . sq., ut neque ea, qua ? in  idolatriam vibrantur. f,5ov7]v 0 -W.ojv. '0 8e apttteXrj?, 6 twv xdxe  TroXuGcapojv, oxav OsoEtSsg r.poaioTzov' t07), -/.aX-  Xo; eu [j.E[j.vr ( [x£vov rj uva ac;o$fj.axo ios'av  oj? Geov a£'6sxai. Hcec ita verto, Hic ergo,  qui non est nuper illis mysteriis coeles-  tibus in illo volatu animarum initiatus,  aut, initiatus cum esset, corruptus est,  non celeriter, ut oportebat, hinc, ab hac  corporea, non vera, pulchritudine, illuc  fertur ad ipsam veram, coelestem pulchritudinem, cujus hic videt nomen,  umbram, similitudinem : itaque neque  inter adspiciendum eam, divinum quiddam colit: sed libidini se tradens, quadrupedis ritu inscendere formosum conatur, et genitale semen profundere, et  cum contumelia congressus formoso corpori, non veretur, nec  erubescit PRXETER NATURAM libidinem persequi. At ille nuper initiatus, qui multa eorum quae tum videbat, contemplatus est, ubi vultum divino similem conspexit, qui pulchritudinem illam veram bene imitetur, aut incorpoream quandam illius speciem, verbo, certitudc. L’homme qui n’a pas un  « souvenir recent de son initiation aux mysteres, ou qui, recemment initie, s’est laisse depraver, ne s’eleve pas facilement, comme il faudrait, de cette beaute corporelle, qui n’est pas la vraie, a cette beaute celeste, absolue,  « dont il ne rencontre ici-bas que le nom, 1’ombre, la ressemblance; en 1’apercevant il n’y respecte rien de divin. Entraine par la volupte, il se precipite, comme une brute, sur 1’objet de ses desirs, ne cherche qu’a genitale semen profundere et, outrageant ce beau corps qu ? il etreint, il n’a pas honte, il ne rougit pas de poursuivre un plaisir contre nature. Au contraire, l’homme, encore plein des saints mysteres qu’il a longtemps contemples autrefois, 11 est remarquable que Platon, meme dans ses  Lois, appelle crime contre nature le commerce honteux marium cum maribus, et feminarum cum feminis. Les foudres de Saint Paul (Ep . aux Rom.) n’atteignent donc ni Platon ni Socrate, pas plus  que celles qu’il lance contre 1’idolatrie. virtutem speciosam:  Dei instar  colit. Deinde enarrat pheenomena quædam hujus sancti et philosophici amoris,  similia, ex parte Venerei, et quomodo  illa alce, quas amiserat anima, hinc de  novo crescant, sub Allegoria perpetua  describit, qua nihil aliud tandem indicat,  quam enthusiasmum quendam, et injectam divinitus philosopho cupiditatem  versandi cum pulchris, h. e. ingenio vel  forma potentibus, adolescentulis: quos  nempe captabat Socrates, qui sciret, cum  facilius sit formare ad sapientiam et  virtutem hanc aetatem, tum hos esse, a  quibus futura civitatis fortuna pendeat.  Hinc est quod se venari pulchros non dis-  simulabat (vid. Protagora > principium,  frustra reprehensum Cyrillo contra  Julia), quod Xenophontem baculo etiam transverso objecto  et l’amour grec q'3 en presence d’un visage presque divin ou d’un corps dont les formes lui rapit pellent 1’essence de la beaute, c’est-a-dire 1’essence de la vertu, adore comme  « en presence de la divinite. Platon retrace ensuite quelques-uns des phenornenes de ce saint et phi-  losophique amour, parfois peu different  de l’autre; il montre aussi comment re-  poussent les ailes autrefois perdues par  rame. C’est une allegorie perpetuelle  dont la conclusion est que le philosophe  con^oit, par une sorte de grace divine,  le plus fervent desir de vivre au milicu  des beaux adolescents distingues par la  perfection de leurs formes ou par leurs  dispositions naturelles. C’est ceux-la, en  effet, que Socrate ambitionnait de gagner,  sachant qu’il est facile, a cet age, de les  tourner au bien et a la vertu, et que  c’est d’eux que dependent les futurs destins de la Republique. II appelait cela  prendre les beaux garcons dans ses filets  (voyez la-dcssus le commencement du. velut exceptum, sibi adjunxit (Diog.  Laert.). Ipsum illud hinc est, quod GINNASIA, conviviaque et deambulationes, quoscunque denique juvenum coetus,  sequebatur, quod ludos et jocos non refugiebat, quod se plane communem illis  faciebat, nec irrideri aut peti maledictis refugiens. Ipsa illa ironia perpetua,  quod doceri se velle simularet, certe discendi causa disputare, ut accessum ad  Sophistas illi dabat, ita adolescentulo-  rum super bulæ de se opinioni et præcipitantiæ blandiri videbatur. Sed pergamus Platonis Mython enarrare. FILOSOFI illi amatores pulchrorum non indiscretim omnes amant, sed  (p. Sdy, C) quem quisque in illo coelesti  volatu Deum secutus est, ejus Dei si-  milem sibi quaerit amasium; qui Jovem,  ut Socrates, Jovialem (Auvov x wa), Martia-  lem vero qui Martem, et sic Junonios. ET Protagoras, blame a tort par Saint Cyrille), et il se fit de la sorte un disciple  de Xenophon qu’il arreta en lui barrant  le passage avec son baton. Voila pour-  quoi aussi il frequentait les gymnases,  les banquets, les promenades, tous les  lieux de reunion des jeunes gens, ne  fuyait ni les jeux ni les badinages, s’entretenait avec tous et s’inquietait peu de  preter a rire aux medisants. Cette ironie  perpetuelle grace a laquelle il feignait  toujours de vouloir apprendre, pour  mieux enseigner, lui donnait acces au-pres des Sophistes et flattait aussi la suffisance et la presomption de la jeunesse.  Mais achevons d’exposer le Mythe de  Platon. Ces FILOSOFI amoureux des  beaux garcons ne s’attachent pas indistinctement a tous; selon le dieu quhls  accompagnaient dans les espaces etheres, chacun d’eux choisit parmi les anciens  suivants du meme dieu celui qu’il doit  aimcr. L’ame qui etait, comme celle de Bacchicos, Apollineos : et talem ubi inventum amare coeperint, faciunt omnia,  uti Deo illi, quem ipsi secuti sunt, et cu-  jus jam similitudinem quandam in ipso  deprehenderunt, sibique adeo, reddant  quam similimum. Ita Socrates, Jovis in  illo volatu satelles, quaerit Joviales, amatores natura sapientiae, et natos ad imperandum. Hactenus ergo bene res habet, sancti tales Paederaslce, J elices qui  sic amantur. Sed nec dissimulanda sunt quae  sequuntur apud Platonem. Redit Socrates ad superiorem illum de Anima Mythum, quam triplicis naturæ ponit scilicet. Sunt vellit equi duo,  est auriga. Equorum alter bonus, sanus, verecundus, gloria amator, qui sine plagis, sola ratione auriga regitur : pravus  alter, qui multum ac temere una aufera- [Socrate, dans le cortegc de Jupiter, recherche un suivant de Jupiter, et ainsi  des autres qui avaient choisi Mars, ou  Junon, ou Bacchus ou Apollon. Des  qu’ils Pont trouve, iis s’efforcent de  rendre celui qu’ils aiment semblable a ce  dieu dont iis retrouvent en eux-memes  le caractere. Ainsi Socrate, satellite de  Jupiter, recherchait pour les cherir ceux  qui avaient aussi suivi ce dieu, c’est-a-  dire ceux qui, par nature, etaient portes  a la sagesse et a la domination. Jusqu’ici  tout va bien ; de tels Pederastes sont de  vrais saints, et bien heureux ceux qui  sont aimes de la sorte!  Mais il ne faut pas dissimuler ce  qui vient apres dans Platon. Socrate retourne au precedent Mythe de hame  qu’il a coniparee aux triples forces reu-  nies de deux chevaux et d’un cocher.  L’un des chevaux est bon, sam, plein de  retenue et d’emulation; le cocher le dirige, sans avoir besoin du fouet et par  la seule persuasion: 1’autre est mechant] tur, (impetu alieno potius feratur,  smo judicio) dura ac brevi cervice, simus,  nigri coloris, glaucis oculis, suffusus sanguine, petulantia contumeliaque gau-  dens, hirsutus circa aures, surdus, flagello ac stimulis vix tandem concedens.  Operet ? pretium videtur mali equi notas  etiam Gra } ce ponere : cxoXt 65, ~oXu; eixrj  a'j[j. 7 :scpopr]|j.^vo?, xpaTEpauyrjv, ( 3 payuipayrjXo?,  aipLOTCpoacoro;, [xsXayypa);, yAauxop.p.a“0?, oepat-  [xo;, u6p ew; xal aXa^oveiac staTpo?, zept coxa  Xaaco;, xwipog, gaartyt p.S7a xdvxpwv [xdy.; UTEclXOJV.   r<S\ Apposui Graeca, ut facilius judi-  cari possit, probabilisne sit conjectura, in  quam incidi, dum in hac equi mali de-  scriptione versor. Nempe, aut vehementer fallor, aut memorat hic Socrates non  tam equi mali proprie dicti signa, quam  sui corporis formam, quatenus vitiosum  inde ingenium colligebat physiognomon  ille Zopyrus. Hic enim, ut est apud CICERONE (DE FATO), Stupidum esse  Socratem dixit et bardum, addidit et s’emporte facilement, sans raison aucune (c 7 est-a-dire qu’il semble dirige plutot par une force exterieure que par son  propre jugement); il a 1’encolure courte  et dure, les naseaux apiatis a la maniere du singe, le poil noir, les yeux glauques  le sang le tourmente et il est toujours en  rut et en querelles ; il a, de plus, les  oreilles velues, il est insensible a tout et  n 7 obeit qu’a peine au fouet et a 1’aiguil-  lon. Il est necessaire de transcrire, dans  le texte Grec, ces marques particulieres  du mauvais cheval. J’ai cite le texte afin qu’on puisse  decider si la conjecture que me suggere  cette description du cheval retif a quel-  que vraisemblance. Ou je me trompe  fort, ou Socrate ici retrace moins les ca-  racteres d 7 un cheval defectueux que son  propre portrait, dans lequel le physionomiste Zopyre trouvait les indices d’un  naturel vicieux. Zopyre, au dire de  CICERONE (Du Destin) pretendait  en effet que Socrate etait lourd et stuetiam mulierosum. Illud de stupore convenire cum Homzne xpaTepau/7)v et (3payuxpa-  mox declarabitur: quod muliero-  sum dicebat, illud cum G6psa Ixatpop con-  gruit : novimus enim quos uSp-.sxa; tum  dixerit Græcia. Porro illud aipio-pd-  aw-ov plane pertinet ad notationem Socra-  tis, in quo cum deridetur a Critobulo,  tum ipse suaviter sibi illudit, et in eo  patulisque non modo deorsum sed in hori-  qontem naribus, non minus quam in ocu-  lis ultra frontem eminentibus, et labio-  [Unum ponamus exemplum e libello, quipree  manu est, Aristotelis Physignom. c. ult. p. / 18 1,  E. 01 (Jisya cpcnvotjvxs; papuxovov, OSpiaxa^. Ava-  tpspexat £~1 xoj; ovoj;. Physiognomones e similitudine vocis asinina: argumentum ducunt ad libi-  dinem asininam. Conf. § 14, it. 32 . Xenoph. Sympos. c. 4, § /p, Socrates ad  Critobulum, formee sua: jactatorem, x; xoDxo ; w?  yap /a! Ip.o 0 ' zaXXtcjjv wv xauxa v.oxt.xCv.c,, Quid  istuc? quasi me quoque pulchrior esses, ita gloriaris.  Ad qua: Critobulus, Nrj Ata, rj Ttavxcov SsiX7jvwv  xmv sv aaxupixoh; alaytaxo; av eVtjv . Nisi te formosior essem, ait, essem Sileuorum, qui in Satyri-  cis fabulis in scenam veniunt, turpissimus. pide; il aurait ajoute : adonrtd anx plai-  sirs veneriens. Pource qui est dela lour-  deur, cela concorde avec 1’encolure  courte et dure ; adonne anx plaisirs ve-  neriens, repond a &'6peto; ItaTpo;. Nous  savons, en effet, quels etaient ceux que  les Grecs appelaient uSpiatat'. Quant a  la face simiesque, cette designation s’ap-  plique parfaitement au portrait de So-  crate ; il y a fait lui-meme agreablement  allusion en repondant aux moqueries de  Critobule. Il avoue que toute sa  beaute consiste en un nez epate et me-  nafant le ciel, en des yeux saillants et [Contentons-nous d’un seul exemple tird du livre  que nous avons sous la main, le De Physiognomia,  d’Aristote : Ceux qui ont la voix forte et grave  sont &6picrcai, par similitude avec Vane. De ce que  la voix £tait bruyante comme celle de l’ane, les phy-  sionomistes conci uaient qu’on devait avoir le temperament lascif de cet animal. Xenophon (Banquet). Socrate dit il  Critobule, qui vante sa propre beautd: Quoi donc?  Tu crois etre plus beau que moi? Critobule lui  repond: Si je n’etais plus beau que toi,je serais  le plus affreux de ces Silenes que Von voit paraitre  dans les drames salyriques.] rum tumore molli, pulchritudinem suam  prcedicat (Xenoph. Sympos? c. sicut  in Platonis Convivio Sileni  s. Satyri formam Alcibiades illi tribuit :  et in Tlieceteti Platonici principio Theodorus negat pulchrum esse Thecetetum,  cum sit Socrati similis, tQ te cijxo-rjta xat  to s£w twv o[j.[j.aTtov, naso simo et eminen-  tibus oculis, licet minus quam Socrates utraque re sit notabilis. Nempe hcec si-  gna cum haberentur, et naturales quae-  dam notce, hominis libidinosi, iracundi  et stupidi, non negabat illud Socrates,  verum eo majoris faciendam esse FILOSOFIA ostendebat, quee tantum contra  vitiosam naturam valeret. Quoniam hic sumus, non injucun-  dum forte fuerit lectoribus nostris in  rem quasi preesentem ire, et ex artis,  qualis tum erat, praeceptis, Zopyri judicium defendere. Vix autem opus est  admoneri lectores, non hoc agi, Num  veri aliquid sit in ea arte? Num ipso   des levres gonflees comme un abces ; de  meme dans le Banquet de Platon, Alcibiade compare son masque a celui de  Silene ou d’un satyre, et au commencement du Theatdte, l’un des interlocuteurs, Theodore, refuse toute grace a  Theatete en disant qu’il ressemble a Socrate, qu’il est camard et que les yeux  lui sortent de la tete; que pour etre chez  lui moins apparents que chez le maitre,  ces defauts n’ensontpas moins sensibles.  Socrate ne niait pas d’ailleurs que ces  particularites physiques n’indiquassent  un homme lascif, violent et d’un esprit  paresseux ; il en concluait seulement en  faveur de la Philosophie qui parvient a dompter un si vicieux naturel. Pendant que nous y sommes, il ne  deplaira peut-etre pas au lecteur d’aller  plus au fond sur ce chapitre et de defendre les idees de Zopyre, idees basees  sur des regles alors acceptees. Il nes’agit  pas de savoir si cette Science est sure;  est-ce que 1 ’excmplc meme de Socrate   etiam Socratis exemplo ea refellatur, et  vanitatis convincatur? sed hoc modo,  quod dixi, Utrum Zopyrus ex arte, et  ut oportebat, judicium de illo tulerit? Exstat in operibus Aristotelis libellus, <J>uaioyvoj[juxa inscriptus, quo superiorum  hujus artis consultorum collegisse prae-  cepta videtur . Hinc ea, quee ad formam  Socratis, qua ? ad equi hujus mythici naturam pertinent, huc transferamus. Igitur inter ’Avai-  c07j- ou hoc est stupidi, et sensu communi  pene carentis signa sunt ~'x nepl tov auysv a  aap'/.oj07) 7.ocl G'j[j.7ZB7zXsj[isva x a\ auvo£ 0 £|j.£va,  Ea quas adjacent collo carnosa, complexa et colligata, itemque cervix crassa,  XGxytjkoq -ayjj;. Et Oi?  Ta "£p\ ta; xXeTBoc; aug~£pi~£cppaY(x£va £<ruv,  avodaQiyroL. Nonne totidem fere verbis CICERONEZopyrus? Stupidum esse  Socratem, et bardum quod jugula concava non haberet, obstructas eas partes  et obturatas. Alia adhuc mala signifeat  ista conformatio. Olc xpd.yrj.oc r.ayyc xai ne temoigne pas du contraire ? Mais  Zopyre en a-t-il tire, en ce qui concerne  notre Philosophe, un pronostic judi-  cieux ? II y a dans les oeuvres d’Aristote  un opuscule intitule Physionomiques ou  ce philosophe parait avoir recueilli les  regles admises avant lui par les habiles.  Nous transcrirons celles qui se rapportent au portrait de Socrate et au caractere de son cheval mythique.  D ? apres Aristote (chap. m), les in-  dices d’un esprit lourd et presque prive  du sens commun sont le gonflement des  chairs qui avoisinent le cou, leur engor-  gement et leur replelion- ce qu’il con-  firme en disant au chapitre vi : « C’cst  un signe de betise que d’ avoir 1’cncolure  epaisse. Zopyre, dans CICERONE, n’ex-  prime-t-il pas la meme idee? Socrate,  dit-il, etait lourd et stupide, parce quii  navait pas le cou bien degage, que ces  parties etaient cheq lui comme engorgees  et obstruees. Cette conformation indi-  que cncore bien d’autrcs dcfauts : la  TzlioK, 0 o 1 uo£i 8 e!'s, Crassa et plena cervix iracundos signat, exemplo taurorum: Ol?  8s [Bpayjj; ayav, irdfi ouXoi, Brevis nimium quibus est, ii sunt homines insidiosi, lu-  porum instar. Talem modo vidimus  illum malum equum, xpaxepauyeva et [Bpa-  yuxpayjiXov. Talem nisi fallor se indicat  Socrates, aut potius talem significat  Plato Socratem, a natura fuisse.  Videamus reliqua. Equus malus  Socratis est  sp\ xa wxa ).asto;, hirsutus  circa aures. Libidinosi, Xayvou, apud  Aristotelem o t  xpdxoupot oaa$T?, densa pilis i. e. hirsuta  tempora. Deinde oi  xa yecXrj “aysa eyovxe; puopoi avacpdpexai  £7ii xou; ovou;. Physiognomones crassa labia  stultitiae characterem faciunt, ob simili-  tudinem asinorum. Quid de se Socrates  (Xenoph.) in ludicra cum pulchro  Critobulo contentione? Ata 76 r.ayla. syeiv  xa ylCkt], oux otst xa\ [xaXaxaSxspdv oou 'iyv.v xo  csfX7]p.a; Propter labia crassa suum putat  osculum mollius. Et, v Eotxa syw xaxa xov nuque epaisse et charnue denote un  homme violent, par similitudo avec le  taure au ; ceux qui l’ont trop courte sont  ruses, par similitude avec le loup. Or,  cette indication, 1’encolure epaisse et  courte, figure parmi les marques du  mauvais cheval. Si je ne me trompe  Socrate avoue qu’il etait bati de la sorte,  ou plutot c’est ainsi que le depeint Platon. Voyons le reste. Le mauvais cheval Socratique a les oreilles velues: Aristote designe comme libertins ceux qui  ont du poil jusques sur les tempes. De  plus, les physionomistes notent les  grosses levres comme un indice de betise,  par similitude avec 1’ane. Or que lisonsnons dans la plaisante discussion (Xenophon) de Socrate avec Critobule? A cause de ses l&vres charnues il pense  que son baiser est plus sensuel, et plus  loin: Je te par ais avoir, 6 Critobule,  une bouche plus difforme que celle de  Vane, avec ces bourrelets qui me tienncnt  lieu de levres. aov Xoyov x at Ttov Ovojv aiayiov to GTOu.a lysiv,  turpius os quam habent asini illum  mollem labiorum tumorem habere tibi,  o Critobule, videor. Simus fuit, ut vidimus, Socrates :  at|jio-po'ato7:o; est malus equus. Quid Phy-  siognomones, atque adeo Zopyrus ? Si  fides Aristoteli (c. 6. p. iiyg, B.) 01  G'|j.7jV Eyovts; piva, Xayvor avacpspezai i~\ tou;  iXa^ou;, Simi sunt libidinosi, exemplo cervorum. Patulas quoque versus nares  suas, qu£e possint odores undecunque  oblatos excipere, laudat sipojv Socrates  Xenophonteus, pra ? Critobuli naribus  humo obversis. Ot ;xev yao ao\ (xuxT7jpE; ei;  yrjv opcSat, ol 8’ eijloi ava“£"tavTat, wgte tx;  T:av~o0£v oGua; izpoa ov/yOou. At Physiognomones (I . C.), 0:; o! p.uxT7jp£$ ava"E^"a-  pL^vot, OupiojoEi;, Iracundi sunt, quorum  patula? nares, quod in ira diffundi so-  lent. Iracundum valde a natura fuisse  Socratem, non soli credamus Cy r rillo,  quamvis Porphyrium auctorem laudat,  qui ab Aristoxeno se illud dicat acce -  [Socrate, nous le savons, etait camard; son mauvais cheval a les naseaux  ecrases du singe. Quel indice en tirent  les physionomistes et Zopyre ? Aristote  dit. Les camards sont lascifs, par similitude avec le cerf. Socrate declare  quii a les narines lar gement ouvertes,  comme pour subodorer de toutes parts  les parfums. Jaime mieux cela, dit-il,  que d’avoir, comme Critobule, un ne^  penche vers le sol. Mais d’apres les phy-  sionomistes, c’est 1’indice d’un tempera-  ment porte a la colere. Que Socrate ait  etedun naturel violent, nous ne nous en  rapporterons pas la-dessus seulement a  Saint Cyrille, quoique son temoignage  soit corrobore de ceux de Porphyre etd’Aristoxene et qu’il dise en propres termes: Socrate etait devenu si irritable qu’il  ne pouvait moderer ni ses paroles ni ses   pisse, ’'Ote <pXe-/0e't7] utzo zou TrdOou; toutou [de  ira sermo est) ostvrjv etvat xr ( v aayr][jLO(Hjvr)v ouoevo; yap ouxe ovopiato; azoa^saOat oSxe  -payjj.ato;, Eo importunitatis progressum,  ut nullo neque verbo neque opere abstineret : sed ipsi de se credamus Socrati,  qui tam gravi ac molesto sibi, quam fuit  Xanthippe, patientia ? et mansuetudinis  gymnasio opus fuisse, fassus sit apud  Xenophontem [Sympos.) BouXo'|ievo;,  dv0pco7tot; y prjoOat jcat opuXe Tv, Tauxrjv x&ttj-  ptat, sii eloco;, oxt, et lauxrjv 'j"Otaco, PAAIQS  TOIS TE AAAOIS 'AIIASIN, avOptfaoic  auveaouat, Quam ferre si posset, facilis  esset cum aliis omnibus conversatio. Unum superest : e^^OaXpto; erat  Socrates. Itaque ita jocabundus disputat  cum pulchro Critobulo, ut cum primo  convenisset, Pulchras esse res, quatenus  respondeant consilio, propter quod ha-  bentur; roget eum, Cujus rei gratia ha-  beamus oculos? eoque, ut necesse erat,  respondente, Ad videndum, inferat,  Suos ergo pulchriores esse, qui Sta zo   actions ». Croyons-en Socrate lui-meme;  dans le Banquet de Xenophon, il avoue  que le caractere acariatre de Xanthippe  fut pour lui la meilleure ecole de pa-  tience et de douceur; que par la suite il  lui fut plus facile de supporter la contradici ion.  Il ne reste plus qu’une chose : So-  crate avait les yeux saillants. Il dispute  la-dessus agreablement avee le beau Cri-  tobule, et le fait convenir d’abord que  toute chose est belle pourvu qu’elle re-  ponde au but en vue duquel elle existe.  Il lui demande alors : Pourquoi faire  avons-nous des yeux ? Pour voir, repond naturellement Critobule. E/i bien  alors, dit Socrate, mes yeux sont les plus  beaux de tous, car iis me sortent de la  £7it-oXatot sivat, quod emineant, non ea  modo, quas exadversum sint videant, sed  etiam quae a latere. Et cum diceretur,  secundum hmc pulcherrime oculatum  (euo^OaXjj-GTa-ov) animal esse cancrum,  id ipsum affirmat. Jam Physiognomon  Aristoteles"Oaoi i£6z>-  OaXjjiot, inquit, aS&vepoi, Fatui sunt, quibus  oculi eminent : rationem petit ab judicio  quodam decoris et convenientia naturali,  et ab similitudine asinorum. Male de  horum gente meritus est Stagirita :  quce videtur ex hoc prcesertim libello  contraxisse infamiam illam, qua ab eo  inde tempore, et Platonis quibusdam  dictis, onerata est : honestum superiori  cetate animal, cujus majestatem, ut Var-  roniano verbo utamur, (de R. R.) adhuc agnoscebat Homerus. De hac  re adjicietur potius huic disputationi  quoddam corollarium, quam ut longius  digrediamur a Socrate.   tete, si bien que je puis voir non-seulement devant moi, mais et droite et d  gaiiche. Son interlocuteur lui repond  qu’a ce compte les crabes ont de tres-beaux yeux, et Socrate affirme que c’est  parfaitement vrai. Or, d’apres Aristote,  les yeux saillants sont 1’indice de la sot-  tise; il tire ce pronostic de certains rap-  ports naturels de convenance, de syme-  trie, et de la ressemblance que ces yeux  offrent avec ceux des anes. Le philosophe  de Stagyre a par la bien mal merite de  cette race inoffensive, et ce doit etre a  partir de ce petit traite qu’il acquit le  mauvais renoni confirme depuis par  Platon lui-meme. L’ane, cet honnete  animal, etait mieux apprecie des genera-  tions precedentes, et Homere se plaisait,  suivant le mot de Varron, a lui reconnaitre de la majeste. Nous ferons de cela  un corollaire a cette dissertation pour ne  pas trop nous eloigner presentement de  Socrate. Gesner a «Jcrit un appendice intitulc De antiqua  Nempe tempus est, ut videamus,  quorsum evadat ille de bono et malo equo Myihus. Ad conspectum pulchri bonus ille quidem aurigee  obsequitur, contineri se patitur, malo  alteri, quantum potest reluctatur. Simile  certamen est in pulchro, qui amatur:  repugnat malo isti equo bonus illius  jugalis, hic enim est 6 [xo'£u£,  et ipse auriga adeo repugnat [aet’ dtSous  xat Xdyou, cum pudore et recta ratione. Si  ergo ita vincant meliora, et ad vitam  ordinatam, quae eadem FILOSOFIA est,  ducant illum currum, beatam et concor-  dem hic vitam agunt continentes se, et  decus suum tuentes, syxpatcTs auroiv xat  xdajjuot ovtss, in servitutem redacto illo  equo, cui vitiositas animae inerat; in libertatem asserto eo, cui virtus. Tandem  vero alati ac leves denuo facti, sic de tribus illis certaminibus asinorum honestate, imprime i la suite du Socrates  sanctus pcederasta ; il ne nous a pas sembl£ otfrir  assez d’interet pour Ctre traduit. II est temps de voir ou il veut en  venir avec son Mythe du bon et du mauvais cheval. A Taspect de la beaute, ie  coursier docile obeit au cocher et se laisse  contenir; il resiste de toutes ses forces a  son mauvais compagnon. L/objet aime est lui-meme en proie aunesemblablelutte;  son bon cheval se defend contre les tentatives de son mauvais compagnon d’attelage, que de plus le cocher s’efforce de  contenir par la pudeur et la raison. Si les  meilleurs instincts remportent la victoire  et conduisent le char dans les chemins de  la vie rangee, cest-d-dire de la FILOSOFIA, les deux amant s vivent dans le bon-  heur et bunion, maitres d’ eux-memes  et regles dans leurs mceurs : iis ont  dompte le mauvais cheval, qui repre-  sente le vice, et affranchi 1’autre qui represente la vertu. Recouvrant enfin leurs  t ailes et leur legbrete primitives, iis sor-  tent vainqueurs de ces trois luttes vraiment Olympiques dont nous avons parle  plus haut. Socrate peut donc dire*sans  hesitation que ccux qui se prescrvcnt.  vere Olympicis, unum vicerunt. Absque  hcesitatione igitur beatissimos esse dicit,  qui se puros et castos ab amore Venereo  servaverint. At nunc sequitur apud Platonem,  in quo defendere illum, Platonem, in-  quam, nam Socratis causam hic segre-  gandum putamus (vid. 6) paullo diffi-  cilius est; tacuisset enim forte sapientius :  sed non iniquum (i) excusare. Nempe  his, quee modo prolata sunt, subjungit,  quee non scripta equidem malim : sed  pono, ne quid dissimulasse videar, ne  parum bona fide egisse. Quam vero caute,  quam suspensa velut manu illud ulcus  tractet, videre opera? pretium est. Eav’  os 8tatT7) <popzi7Ui)~ipx ~z xat A<I>IAO—  cptXoTtjxu) 8s yprfacjvzx'., -i/' av ~oj ev uiOat;  sitivi a)xA7) dasXsta Tci> axoXaTCto ajTOtv Gno-  JXiytco XaSovTE, xa\ tjrjya; xopojpo-j; aovaya-  yovTE et; toeutov, tf ( v u ~6 :wv -oXX oiv [xaxaot-    fi) Multum certe facilior causa Platonis, quam  alicujus Beneventani Episcopi: aut aliorum, quos  vrxterco sciens. purs et chastes, de 1’amour Venerien,  jouissent de la plus grande beatitude. Ce qui suit, chez Platon, est un  peu plus difficile a expliquer; chez Platon, disons-nous, car ici nous croyons  devoir separer sa cause de celle de Socrate; evidemment il aurait mieux fait  de se taire, mais il n’cst pas impossible  de l’excuser. A ces choses sublimes  que nous venons de transcrire, il en  ajoute d’autres que j’aimerais mieux lui  voir passer sous silence; je les exposerai  cependant, de peur de paraitre rien dissi-  muler et manquer un peu de bonne foi.  Il faut ici donner le texte pour qu’on [Son cas est en effet moins grave que celui de  certain eveque de Bdnevent et de quelques autres que  je ne veux pas nommer. L’auteur fait ici allusion  a 1’archeveque Giovanni .delia Casa et a son fameux  Capitolo dei forno ; mais il ne 1’avait probablement  pas lu, et il se meprend, comme bien d’autres, surle  sens de ce celebre petit poeme. cTr;v atpeotv £tXcTr ( v ~t /ai Ste^pa^avxo x x X.  Si vero vitam vivant LICENTIOREM et A PHILOSOPHIA ALIENAM, ean-  demque ambitiosam, forte aliqua in  ebrietate aut qua alia negligentia depre-  hensas INCAUTAS animas equi illi  uiriusque amatoris indomiti, eodem con-  ducant, et sic illam quce beata vulgo videtur electionem faciant, et (turpe illud  facimts) peragant : eoque peracto per re-  liquum tempus utantur quidem (illa  voluptate ) sed raro, quippe qui non  omnino deliberata mente (sed deprehensi  velut incauti ) hoc agant etiam hi  præmium non parvum amatorii illius  furoris (non Venerei, de quo modo dic-  tum, sed philosophi) auferunt : in tenebras enim illas et illud sub  terram iter non veniunt, etc.  voie avec quelle prudence et sans appuyer la main, il decouvre cet ulcere de  la civilisation Grecque. S’ils embr assent, dit-il, nn genre de vie moins austdre,  etrangbre a la Philosophie et livree aux  passions desordonnees, il arrivera quau  milieu de Vivresse ou de quelque autre  etourderie les coursiers indomptes sur-  prendront leurs ames et les meneront l’un  et l’ autre au meme but,' iis prendront alors  le parti de faire ce en quoi, selon le vul-  gaire, consiste le supreme bonheur et  (c’est la le crime infame) satisferont leurs  desirs. Dans la suite, iis renouvelleront  leurs jouissances, mais rarement, parce  qxCelles ne sont pas approuvdes de l’dme  entiSre et qu’ils agissent comme par surprise et sans defense. C’est pourquoi ce  qu’il y a encore d’excellent dans leur  amour (le pur amour pliilosophique et  non le desir Venerien) recevra plus tard  sa recompcnse ; iis niront pas, aprds leur  mort, dans ces tenebres et par ces routcs  souterraines, etc.  yo Apertum est his, qui et sermonem  Platonis intelligunt, et non ultro qucerunt  crimina, non illum prcemium constituere  pceder astice turpi, non Philosophice genus  facere flagitiosum puerorum amorem :  sed summam c.ulpce esse hanc, quod dicat, si qui coelestis illius pulchritudinis,  quam in volatu illo suo viderint, desiderio icti, etiam pulchros amant, et dum  arctius eos complectantur, liberius cum  iis versentur, etiam ad turpe facinus ab  ebrietate, certe ex improviso, incauti,  proster deliberatam voluntatem, abri-  piantur, id quod ipsis contingat ob genus  vivendi licentius atque a Philosophia alienum, iis tamen prodesse primum illud7'iobiliusque philosophandi propositum, ut  non cum reliquis ad inferos mittantur,  et ad poenarum locum non  cogantur post ternas millenorum anno-  rum periodos, septem alias subire ete  sed facilius alas ut recipiant, quibus evo-  lare ad coelestia, deum aliquem sequi du-  cem possint. Hactenus reprehendat Pla-  tonem, si quis volet, non ut laudatorem. II est bien clair, pour qui veut  comprendre Platon et ne cherche pas de  griefs de son plein gre, qu J il n’assigne  pas cette recompense aux fauteurs du  vice honteux, qu’il ne fait pas de 1’ignominieux amour masculin un attribut  special des Philosophes. On voit, au con-  traire, combicn il blame ceux qui, les  yeux encore eblouis de cette beaute celeste entrevue par eux dans leur vol anterieur, con^oivent des desirs pour la  beaute terrestre, recherchent les jeunes  garcons, et a force de les embrasser etroi-  tement, devivre familierement avec eux,  se trouvent entraines a 1 ’improviste, au  milieu de livresse, par surprise et sans  que leur volonte y ait part, a conimettre  l’acte immonde; cela leur arrive, parce  qu’ils ont adopte un genre de vie trop  libre et qu’ils negligent la Philosophie.  Iis tirent cependant ce profit, de s’etre  d’abord propose pour but cette noble  Science, qu’ils ne sont pas relegues aux  enfers avec tous les autres hommes ; apres  une revolution de trois mille annees, iis  Pcederastice, sed ut clementem nimis,  lentumque adeo castigatorem : qui præsertim in aliis peccatis severum satis ac  durum se praebuerit. Sed, si cequi esse volumus, si de  nostris religionum doctoribus ecquos ex-  periri judices, videamus etiam, quid dici  pro ratione illa Platonis possit, quid pro  Socrate, quatenus et ipse non horribili  flagello sectari vitia id genus solebat.  Distinguamus legislatoris personam et  Philosophi. Legibus Atheniensium primo  antiquissimis illis a Cecrope, sanctitas Bona pars libri De re publica decimi in eo consumitur, ut a"apat~r]Tou?, a^apa[xu0rjTOU?,  implacabiles sacrificiis Deos, ostendant. Vid. pras.  extr. et conf. qua: collegit Davis. ad Gic.  de Legib. j  n’ont pas a en su.bir sept mille autres;  iis recouvrent plus vite leurs ailes et peu-  vent s’elancer vers les spheres celestes, a  la suite d’un des douze dieux. Que l’on  reproche donc a Platon, si l’on veut, non  pas de s’etre fait 1’apologiste de la Pede-  rastie, mais d’avoir ete trop clement,  de ne pas chatier assez ferme, lui surtout  qui pour de moindres fautes se montre si  dur et si severe. Mais soyons equitables; prenons  d’honnetes gens pour juges de nos Phi-  losophes, voyons ce que l’on peut dire  en faveur de Platon ou de Socrate, et  jusqu’a quel point ce dernier a vraiment  neglige de flageller le vice en question. II faut distinguer le legislateur du Phi-  losophe. Les plus anciennes lois Athe-  niennes, celles de Cecrops, proclamaient  la saintete du mariage. La loi de Dracon [II emploie la majeure partie du X® livre de sa  Republique a montrer que les dieux sont insatiables  de sacrifices. Comparez avec ce qu’a <5crit Davies  sur le Tr ciite des lois, de Cicerrr.i.   matrimoniorum constituta : Draconis  lex capite plectebat adulteros : Solon li-  beram faciebat marito potestatem sta-  tuendi in adulterum in facto deprehen-  sum, quidquid liberet. Itaque mirum  fuerit si masculam libidinem non punis-  sent. Sed bene habet : supersunt monu-  menta Solonis hac etiam de re legum, diligenter collecta a Sam. Petito (de Legibus Att. et in Commentario) prcesertim ex vEschinis in  Timarchum (edit. Aurei. Allobr.) et Demosthenis contra  Androtionem orationibus :  unde hoc constat, qui vi vel persuasione  ingenuum corrupisset, produxissetve, gravissima poena (quce ad ultimum supplicium corruptoris et productoris, in-  terdum etiam corrupti, poterat progredi) affectum esse. Qui illam patiendi pro  mercede turpitudinem admisisset, si  effugisset poenam aliam, illi neque lice-  bat inter novem Archontas esse, neque punissait de mort les adulteres; Solon  laissait la faculte au mari, dans le cas de  flagrant delit, de se faire justice comme  il 1’entendrait. II serait bien surprenant  que ces deux legislateurs fussent muets  a l’egard de Tamour masculin. Mais nous avons mieux ; il reste  des lois portees par Solon sur la matiere  divers fragments precieusement recueillis  par Samuel Petit (voy. ses Lois attiques  et le Commentaire dont il a accompagne  cet ouvrage); ii les a surtout tires du  Discours contre Timarque, d’Eschine, et  du Discours contre Androtion, de Demos-  thene. Il y est dit : Quiconque, memesans  violence, aura debauche ou prostitue un  homme de condition libre sera passible  de la peine la plus rigoureuse. Le chatiment pouvait etre la mort, dans l’un  comme dans Tautre cas, et pour le liber-  tin, comme pour savictime. C elui qui  se sera prostitue pour de l’argent, s’il  echappe a toute autre peine, ne pourra ni fungi sacerdotio, neque syndicum creari,  neque ullum magistratum vel intra vel  extra urbem, neque sortito neque suf-  fragiis, capere, neque pro Praecone s.  oratore mitti usquam, neque sententiam  dicere unquam, neque in templa publica  intrare, neque in pompa coronata et ipsum coronari, neque intra sacros fori  cancellos (evto; twv t rj; ayopa? TteptppavTT]-  P’'wv) ingredi. Si quis vero damnatus im-  pudicitiae quidquam horum fecisset, capital erat. 0avato> r7)[j.'oua0w sunt verba  legis ab As schine recitata. Plura huc  transferri opus non est, cum rarum esse  Petiti opus desierit. Summa capita habet  etiam in Themide Attica Meursius. Utrum seynpcr valuerint istce leges? annon eas perruperit interdum au etre l’un des neu f archontes, ni remplir  aucune fonction sacerdotale, ni etre nomme  delegue d’une ville; il lui est interdii dexercer aucune magistrature, soit en dedans, soit en dehors de la cite, quii  ait et e designe par le sort ou par les suffrages de ses concitoyens; d’etre en- voyd nulle part comme Herault, ou comme  orateur; de prononcer aucune sentence; de penetrer dans les temples publics; de faire partie des processions et d’y porter  une couronne sur la tetc; de franchir ienceinte sacree de l’Agora. Qiiiconque, deja condamne pour fait de prostitutiori, fera ou acceptera de faire une de ces choses sera puni de mort. Puni de mort,  tel est le texte meme de la loi lue par  Eschine. II est inutile d’en transcrire ici  davantage, car Touvrage de Samuel Petit  est loin d’etre rare ; Meursius en a meme  donne, dans sa Themis Attique, les cha-  pitres importants. Ces prescriptions eurent-elles tou-  jours force de loi? Ne purent-elles etre dacia, astus subterfugerit, eluserint  rhetores? annon ipsa poenarum gravitas  impunitati occasionem non nunquam de-  derit? an non professce impudicitiae ho-  minis utriusque sexus, libidinum publica-  rum victimce, toleratce sint? An denique  poetce non multa saepe impudenter scrip-  serint, fecerint? jam non quceritur. Uti-  nam non avxtxatrjyopia quadam repellere  possent veteres Attici cujuscunque vel sec-  tae vel cetatis homines, si qui acerbius ex-  probrare iis velint, quce de Comicorum pe-  tulantia sublegerunt illi apud Athenaeum Deipnosophistce, et quae  colligere ex illa parentum cura apud  Platonem (Conviv. p. 3ig, E), Pceda-  gogos constituentium suis filiis, qui ne  quidem colloqui suis cum amatoribus  (turpibus nimirum et flagitiosis) eos patiantur: e. i. g. a. Ceterum severitate legum eo ma-  gis opus erat, quod obtentum fiagitiis enfreintes par les audacicux, adroitemcnt  tournees par les gens ruses, eludees par  les avocats? La rigueur du chatiment ne  favorisa-t-elle pas elle-meme Timpunite? Est-ce qu’on ne tolera pas des prostitues  de profession, victimes de 1’incontinence  publique et remplissant le role de l’un et  1’autre sexe ? Les poetes n’ont-ils pas ef-  frontement deerit ces turpitudes, ne les  ont-ils pas mises en action sur la scene?  Cela ne fait aucun doute. Plut au ciel  que les Atheniens de nfimporte quelle  secte et de quelle epoque ne pussent re-  tourner Taccusation a ceux qui leur re-  procheraient trop vertement ces horreurs  etalees par les poetes comiques et recueil-  lies par les Deipnosophistes d’Athenee, ou  ce qu’on peut induire de 1’inquietude des  peres de famille confiant leurs fils, d’apres  Platon, a des precepteurs severes, pour  les empecher de s’entretenir avec leurs amis, des amis infames et detestables.   3o. Les lois devaient etre d’autant plus  severes, que les coutumes de la Grece] non nunquam praeberet (ut nempe res  sancta? prope omnes, ut ipsce populorum  sceculorumque pene omnium religiones,  atque ceremonice) ille puerorum amor,  castus, legitimus, sanctus, quo tanquam  potentissimo virtutis cum bellicce tum  civilis incitamento utebantur qucedam  Grcecorum respublicce : quarum legisla-  tores, cum viderent, ignava fere esse  virtutis prcecepta, firmis licet nixa demonstrationibus, nisi ea affectu quodam  et tanquam spiritu animentur, nisi ev0ou-  aiaajxou quoddam genus accedat, quo acti  homines et commoda sua, et jacturas, et  salutem, et pericula et tormenta contem-  nerent. Hinc excogitata et in usum  civitatis recepta sunt splendida ista et  efficacissima remedia, Religio, Pudor,  Amor patrice, Gloria, res quondam po-  tentissimce, quod ex illarum effectibus  judicare pronum est: nunc prceclara quo-  rundam, qui sibi Philosophi videntur, opera fere ad inanium vocabulorum strepitus relata, et, dum relata sunt, etiam  redacta. comme toutes les choses saintes, comme  les cultes et les ceremonies religieuses de  presque tous les peuples et de tous les  temps) donnaient plus de facilite a la  depravation. La fervente amitie entre  jeunes gens, Tamitie chaste, legitime, sacree, etait favorisee, dans les republiques  de la Grece, comme le plus energique  stimulant du courage militaire et des vertus civiles. Leurs legislateurs savaient  bien que ni la vertu ni le courage ne s'inculquent a 1’aide de demonstrations, si  bonnes qu’elles soient; que 1’homme est  naturellement faible a moins qu’il ne soit  pousse par la passion et par 1’orgueil ou  entraine par cette espece d’enthousiasme  qui lui fait mepriser les aises de la vie, la  fortune, la vie elle-meme, et affronter les  perils et les supplices. C’est pourquoi l’on  mettait en jeu, dans Torganisme de la cite,  ces heroiques et sublimes mobiles, la Religion, 1’Honneur, 1’Amour de la patrie,  la Gloire, mobiles autrefois bien puis-  sants, comme nous pouvonsen juger par  ce qu’ils firent accomplir; aujourd’hui,In illis igitur rei publicce bene gerenda? incitamentis, an instrumentis?  erat Amor ille adolescentulorum tum in-  ter se, tum inter ipsos et natu majores:  inde illa sacra Amantium cohors The-  bis, et Cretensium. Quanta illius vis  esset, et quam metuendus esset miles  amator, svOouatwv, et ab Amore simul  atque a Marte bacchans, occurenti in  prcelio hosti, ita enarrat 2E liantis (H.  V. ) ut IvOo-jatav et furere ipse prope videatur. Idem Laconica  qucedam circa eam disciplina? publica?  partem instituta commemorat: V. G.  ab illis multatum esse virum alioquin  bonum, ea de causa, quod nullum habere juniorem, quem amando sui similem, et per hunc forte etiam alios,  redderet: itemque peccantis adolescentuli virum amatorem punitum, cui grace a de certains Philosophes, ou soi-disant tels, ces grandes choses ne sont plus  que de vains mots, creux et vides, dont le  sens s’affaiblit a mesure qu’on en abuse. Ainsi, 1’Amour des jeunes gens, soit  entre eux-raemes, soit entre eux et leurs  ames, etait favorise partout en Grece,  pour le bien de la chose publique; voila  ce qui donna naissance a la cohorte sacree des Amants, chez les Thebains et  chez les Cretois. Quel etait le courage de  ces sortes de soldats, quelle etait la ter-  reur qu’ils inspiraient, lorsqu’ils rencontraient Tennemi, ivres a la fois d’amour  et de sang: c’est ce que Elien nous a fait  connaitre, en partageant, pour nous les  mieux depeindre, leur impetuosite et  leur fureur. II nous indique aussi qu’il  y avait quelque chose de semblable dans  les institutions de Sparte; un Lacedemonien fut mis a 1’amende, quoique excellent citoyen, pour avoir neglige d’aimer quelque compagnon plus jeune que  lui, a qui il aurait inculque ses vertus et nempe illius imputari vitia posse cen  serent. Etiam illud Laconicum narrat, so-  litos ibi adolescentulos petere ab ama-  toribus, viris nempe bonis ac fortibus,  stareveTv auTot ?, ut se adflarent. Interpreta-  tur illud verbum, Laconibus proprium,  sElianus per epav, amare : idem factum  ab Hesychio V. sp.-v£ Tjj-ou, et epa, eia7cver. Multa similia ad utrumque Hesychii  locum viri docti, post Meursium (Mis-  cell. Lac.) sed nihil, unde ratio ap-  pellationis queat intelligi. Nec satisfacit,  quod refert, non probat Eustathius (ad  Odyss.) EtarevElxai yap tpaat, t 7j? pLOp^?  ti /at x i); wpa;, inspirari aliquid fornice et  pulchritudinis. Hcec enim Laconicce se-  veritati parum conveniunt, si fides anti-  quis, ipsique adeo JEliano in ipso illo,  de quo agimus, loco. Srap-ctaTT)? epio; ataqui eut ete capable, a son tour, de les  transmettre a d’autres. Lorsqu’un jeune  homme commettait une faute, les Spar-  tiates punissaientson intime ami, comme responsable des vices qu’il lui tolerait. Elien rapporte encore cette autre  coutume de Sparte, que les jeunes gens  exigeaient de ceux dont iis etaient aimes,  toujours choisis parmi les meilleurs et les  plus braves, ut se adflarent. II explique  le verbe ekjttvs Tv (adflare), propre aux Laconiens, par cet autre : spav (aimer), et Hesychius de meme aux mots EpjcvEtgou, ipS  et eiu7iveT. Divers savants ont accueilli cette  interpretation, a 1’exemple de Meursius;  mais je n’ai rien compris aux raisons  qu’ils en donnent. Je ne suis pas davan-  tage satisfait de Tassertion emise, sans  preuve, par Eustathe, dans son commen-  taire des chants IV e et V e de YOdyssee :  a Les inspires sont guides dans leur [On appelait indifTeremment ItaKVETxat, ii a-  7UvrjXa' (inspires) ou spacjiat (amants) ces couples ypov oux otosv x. t. X. Spartanus amor  turpe nihil quidquam novit. Sive enim  ausus fuerit adolescentulus pati turpia  (upo-v uzoaeivat) sive amator facere (£»|Bp6  oat) neutri quidem Spartee manere pro-  fuerit : aut enim patria privarentur, aut  vita ipsa. Quare illud ela-vetv s. s[j.7ivsTv,  illos £ta7iVTjXa;, quos eosdem aixa? vocat  Eustathius (Hesych. afcav, s-aTpov) ab in-  spirando s. adspirando divino quodam  spiritu, dictos arbitror, unde afflati, ut  7rveuu.atocpo'poi quidam et svOouaiwvTsc, divi-  no quodam furore perciti, ruerent. Hic  est ille furor, quem supra) tetigimus, et de quo plura sunt in Platonis  Phædro. Nempe spiritum 7iveSp.a quum dicebant antiqui, non rem illi tantum cogitantem indicabant, sed rem subtilem, magna ean-  dem movendi et agendi vi praeditam, etc. de friires d’armes, si terribles dans les batailles.  'Etcnvelv (ad/lare) peut se traduire positivement  par meter les souffles ou metaphoriquement par  avoir des aspirations communes.] choix par la beaute et 1’elegance corporelle. Cela me parait peu convenir a  cette severite Laconienne dont temoignent tous les anciens et Elien lui-meme, a Tendroit en question. On ignorait a  Sparte ce que detait que les impures  amours. Si quelque jeune homme eut ose  se prostituer, ou prendre 1’autre role, il  lui eut mal reussi de rester d Sparte; il y allait pour lui de Vexilou de la mort. C’est ce qui me fait croire que ces inspires,  designes aussi sous les noms de compagnons, freres d’armes, par Eustathe et  par Hesychius, etaient ainsi appeles du  souffle ou de Tesprit en quelque sorte  divin qui les animait, lorsqu’ilsse ruaient  sur l’ennemi comme transportes d’une  fureur plus qu’humaine. Nous avons deja  parle de cette espece de delire, dont il est  si souvent question dans le Phedre de  Platon. Il convient en effet de remarquer  que les anciens n’entendaient pas comme nous par esprit une faculte intellectuelle,  mais une essence subtile, douee d’une  grande forcc de mouvement et d’action. Non vagatur hcec extra oleas ora-  tio. Cum enim fuerit, quod, adhuc probatum est, in Græcia r.aiozptxizv.a. quaedam  honestissima, et sancta adeo, qua ad virtutem, bellicam praesertim, et quidquid pul-  chrum est, incitari homines crederentur,  cum nomina spojvuo?, Ipaaxou, raioapaaxou,  itemque spwuivoy, -atot/.wv, et similia tur-  pitudinem nondum haberent : cum illud  raiSspaaxsTv res esset adeo honesta, ut quem  ad modum capital Romae erat servo, si  militarat, ita Solonis lege multaretur  quinquaginta plagis publice, qui servus  eXsuOspou 7ra'oo; spav, amare liberum puerum, auderet : haec ita se cum haberent  omnia, nemo jam debet mirari, adolescentulorum esse amorem professum Socratem, fecisse illum, quae ante dicta sunt, eaque scripsisse tanquam So-  cratis dicta Platonem, quae ex Phaedro  commemoravimus . Quod mitior est vel  Plato, vel ipse adeo Socrates, (si quis ei  tribuat, non satis ille quidem aequa ratione, quidquid apud Platonem ex ipsius  persona dictum ponitur) in hos etiam quos  Cette digression ne nous a pas  eloigne de notre sujet. Puisqu’il existait  en Grece, comme nous venons de le  prouver, une jcatBspao-rfta tres-honnete,  sainte, on peut dire, et reputee propre a  pousser les hommes au bien et a la vertu,  surtout a la vertu guerriere; puisque les  mots d’amants, d’amis, de 7tad>epa<jTcu et  de 7:aioi7.wv n’avaient rien de honteux;  puisqu’il etait meme si honorable de se livrer a cette zcaSspaardtix, que la loi de  Solon punissait de cinquante coups de  fouet, subis en pleine place publique,  tout esclave qui aurait ose aimer un jeune  homme de condition libre; puisque tout  cela est irrefutable, personne ne doit s’etonner que Socrate ait professe 1’amour  des j eunes gens, qu’il ait lui-meme eprouve  cet amour et agi en consequence; que  Platon nous ait transmis, comme l’ex-  pression des doctrines de Socrate, ce que  nous avons cite du Phedre. Sans doute  Platon ou, si l’on veut, Socrate, quoiqu’il  ne soit pas equitable de lui attribuer tout  ce que son disciple lui fait dire, se montre  mala libido ad turpitudinem transversos  abripuit) illud primo hanc  rationem, ut innuimus, habuit, quod nec  legislatorem hic, neque publicum accusa-  torem ageret ; sed Philosophum, sed  amatorem, amicum certe quidem, qui  non metu pcence deterrere a turpitudine  homines, sed virtutis amore revocare a peccato vellet. Deinde erant forte, quibus  parcendum erat, juvenes a vitiis ejusmodi non plane puri, Alcibiades, Critias,  alii, 9[Xox''[j.o) illi quidem sed eadem «popti-  /Mxipcc et dcfikoaofM otattr) yprjaajxsvoi quos abscisse nimis ab omni fructu  Philosophice, ab omni ad virtutem reditu excludere velle, et sic plane a se et a virtute segregare, non erat consilii. Non  instituam hic comparationes, quce invidiam habere possunt: sed illud addam  unum, si forte aliquid veri sit ineo, quod  de liberiori Socratis adolescentia dictum  est /'§.: si non mendax historia, e qua  refert Origenes contra Celsum, qui superiorem vitee conditionem primis Christi discipulis objecerat [beaucoup trop clement envers ceux qu’un  infame desir pousse a Tacte honteux. Son excuse, nous Tavons deja dit, c’est que ce  n’est pas ici un accusateur public ou un  legislateur qui parle, c’est un Philosophe,  un ami, un amant, et il essaye non de  detourner les hommes du vice en les ef-  frayant par la menaee des chatiments,  rnais de les dissuader d’une faute en leur  inculquant Tamour de la vertu. II y avait  d’ailleurs peut-etre autour de lui des  jeunes gens qui n’etaient pas irreprochables et envers lesquels il ne fallait pas se  montrertrop dur, un Alcibiade, un Critias, d’autres encore, pleins de fougue,  adonnes a une vielicencieuse et etrangere  a la sagesse; les priver de quelques-uns  des benefices de la philosophie, c’eut ete  leur fermer toute voie de retour au bien,  les eloigner de la personne du maitre et  par consequent de la vertu. Je ne cherche  pas a faire des comparaisons qui pourraient sembler malseantes; je veux ce-  pendant rapporter un fait, vrai ou faux,  qui a traita la jeunesse un tant soit peu  Phcedonem e lupanari traductum ad  Philosophiam a Socrate : quid facere  illum oportebat in hac disputatione? Nihil igitur est in Phædro, quod  urgeat Socratem : si quid incautius dic-  tum sit, illa Platonis culpa fuerit: quamquam si universam circumstantiam, ut  a nobis ostensa est, quis consideret, etiam  hunc accusare, vel non excusare, iniquum videtur. De Convivio Platonis jam  non opus est multis disputare. Distin-  guat mihi aliquis personas loquentes: ad  universam libelli descriptionem, quam vocamus Œconomian, ad Allegorian  denique ab amore Venereo ductam, ac  translatam ad animos, quorum lenonem  se et obstetricem ferebat Socrates: ad  hcec, inquam, mihi attendat aliquis, et et l’amour grec q3 dereglee de Socrate. C'est Origene qui le  raconte dans son traite contre Celse.  Celse reprochait aux premiers disciples  du Christ d’avoir ete tires de conditions  abjectes; Origene repondit que Socrate  avait bien tire Phedon d’un mauvais lieu  pour le convertir a la Philosophie. Je vous  demande un peu ce que ce Phedon venait  faire dans la discussion.  On ne rencontre donc rien dans le  Phedre qui puisse incriminer Socrate; s’il  y a ca et la quelques paroles imprudentes,  c’est la faute de Platon. Encore, si l’on  examine bien toutes les circonstances,  comme nous 1’avons fait, il serait injuste,  tout en blamant Platon, de ne pas lui  trouver d’excuse. Nous ne nous etendrons  pas longuernent sur son Banquet. Que  l’on distingue bien les uns des autres les  interlocuteurs, que Fon fasse attention  a 1’ensemble du dialogue, a ce que nous  appelons 1’economie de 1’ouvrage, que  Fon analyse enfin cette allegorie tirce  de 1’amour physique, puis appliquee aux  mirabor, si quid ibi sit, unde Jiagitio  ipsi praesidium, vel crimini in Socratem  jactato firmamentum peti possit. Sed est  in illo libro, quod maxime ad defenden-  dum a Socrate fagitium pertinet, quod  ut magis pateat, tota ultimee partis, et  velut actus postremi fabulae illius convivalis, CEconomia proponenda est, e qua  ipsa appareat, velle pro veris haberi Platonem, qua ’ in Alcibiadis personam conjecta de Socrate dicuntur. Ebrius nempe Alcibiades ad eum  finem, ut neque pedes officium faciant,  comissator supervenit potantibus apud  Agathonem Socrati ceterisque. Hic, ex  lege compotationis, dextrum sibi accum-  bentem Socratem laudare jussus, obse-  quitur cum professione ebrietatis, ut  tamen vera se dicturum confirmet et redargui petat, si quid mentiatur. Ac primo sub imagine quadam lau [idees, dont Socrate se donnait comme  l’entremetteur et Taccoucheur, et je serai  bien surpris si 1’on y decouvre quoi que  ce soit en faveur du vice infame ou a 1’appui de 1’accusation portee contre Socrate. On pourra y puiser, au contraire,  les meilleurs arguments pour l’en defendre; mais il est necessaire d’exposer ici  toute 1’ordonnance de la derniere partie,  ou plutot du dernier acte de ce dialogue,  ou il est clair que Platon veut nous faire  tenir comme vrai ce qu’il a place, touchant Socrate, dans la bouche d’Alcibiade. Alcibiade arrive a la fin du festin  dans un tel etat d’ivresse que ses pieds  refusent de le porter; il veut prendre sa  part de plaisir avec Socrate et les autres,  en train de boire chez Agathon. La, par  suite d’une convention adoptee entre les  convives, il est force de faire 1’eloge de  Socrate, assis a sa droite, et demande  de 1’indulgence, en se fondant sur ce  qu’il est ivre ; il affirme pourtant qu’il ne daturus Socratem, cum Sileno aliquo  (Conf. J nominatim cum Satyro  Marsya, tibicine, illum comparat, cujus  figura, ex ligno, edolata ruditer atque  deformi, utebantur artifices pro theca,  quce intus haberet pulcherrimum aliquem  Mercuriolum: scilicet in  corpore deformi habitare animam pulcherrimam demonstrat: et esse tibicini  Marsyce similem Socratem, ob illam  vim demulcendi animos, cui resisti non posset. Deinde narrat, cum eundem pulchrorum sectatorem quendam ct capta-  torem videret, se, qui fiduciam fornice  haberet, sperasse, si pellicere virum ad  amorem sui (venereum nempe) posset, eique se prceberet obsequiosum, impetra-  turum se ab illo admirabilem illam artem, et ablaturum, quce Socrates sciret,  omnia. Hinc narrat verbis quidem honestis modestisque, et tamen venia ante dira que la verite et exige, s’il se trompe,  qu’on lui donne un dementi. II com-  mence, pour louer Socrate, par le comparer a ces grossieres figures de bois  representant Silene ou le satyre Marsyas, le joueur de flute, sculptees sans  travail et sans art, dont les statuaires se  servaient comme de gaines, et qui recelaient a 1’interieur quelque joli petit Mercure; ainsi, dit-il, dans un corps difforme  peut habiter une belle ame; de plus, Socrate ressemble au joueur de flute Mar-  syas en ce qu’il a, pour charmer, une force  a laquelle nui n’est en etat de resister. II raconte ensuite que le voyant  s’attacher a la poursuite des beaux adolescents et s’efforcer de les prendre dans  ses filets, plein de confiance en sa beaute  parfaite, il avait essaye de lui inspirer de 1’amour, comptant bien qu’avec un peu de complaisance pour ses desirs il obtiendrait de lui qu’il lui communiquat son  admirable science, et qu'il gagnerait a  cela tous les talents de Socrate. Alcibiade exorata ebrietati, et pro? Fatus uti servi aliique profani aures obturent (zuXa<; 7: avo [xEyaXai xot; walv £7ri0E<?0s)  quam varie, et quibus veluti gradibus, frustra continentiam Socratis, temperan-  tiamquefrecte fortitudinis hic nomen adjicit) tentarit. Summam facit hanc, ut Deos Deasque testes faciat,  se cum totam noctem sub eadem veste  cum Socrate jacuisset, non aliter ab  illo, quam ut filium a patre, aut a fratre  majori frater deberet, surrexisse. Itaque  se frustratum spei esse in homine, quem  hac sola forte parte capi posse putasset.  Enumeratis deinde aliis Socratis  virtutibus, bellica prcesertim, qua sibi  etiam vitam servarit, addit, non se tan-  tum contumelia tali ab eo affectum, sed  Charmiden etiam, Euthydemum et gg   place ici, mais en termes honnetes et  mesures, quoiqu’il se soit excuse sur son  ivresse et qu'il ait recommande aux esclaves et aux profanes de se boucher les  oreilles, le recit des gradations savantes  et de tous les stratagemes vainement mis  en oeuvre par lui pour induire en tenta-  tion la continence, la temperance ou plutot, comme il le dit fort justement, l’heroique fermete de Socrate. II conclut en  disant: Je prends les dieux et les deesses d temoin quapres avoir repose toute une  nuit d cote de Socrate, et sous le meme  m ante au, je me levai d'aupres de lui tel  que je serais sorti du lit de mon pere ou  de mon frere aine. Ainsi, le seul point  par lequel il croyait que cet homme fut  accessible avait tout a fait trompe ses  esperances. Apres avoir ensuite enumere les  autres vertus de Socrate et appuye sur sa  valeur guerriere, a laquelle il etait lui-meme redevable de la vie, il ajoute qu’il  n’est pas le seul, du reste, a qui Socrate alios multos, quos ille amoris simulatione  deceptos in potestatem suam redegerit,  ou? oiito; s^aTCatojv w; IpaartT)?, Tuatoty.a piaXXov  autos -/.aOiaTa-ai avi’ epaotou. Nempe adulabantur vulgo amatores, certe qui turpe  quid spectarent, pueris aetatula sua et  illa ipsa adulatione superbientibus. Alia  ratio Socratica, quae etiam supra in Lysidis argumento declarata est. Suavissima sunt reliqua in Symposio Platonis: eo autem referuntur omnia, ut intelligamus Socratis hanc fuisse consuetudinem, pulchrorum amorem uti prae se  ferret, cum illis suaviter et amice ut  versaretur, ut virtutis illos amore impleret, reliqua omnia non tanti esse ostenderet, in quibus valde sibi elaborandum vir sapiens existimaret. Sanctus ergo Paederasta Socrates,  et foedissimi, si quod usquam est, crimiait fait un tel affront; que pareille chose  est arrivee a Charmis, a Euthydeme et a  bien d’autres qu’il avait feint d’aimer  tendrement, pour mieux les asservir et  les diriger. Les amis vulgaires, ceux surtout qui esperaient de honteuses complaisances, se faisaient les flatteurs des jeunes garcons, et ceux-ci n’en etaient que plus fiers de leur beaute. Autre etait  la methode Socratique, comme nous l’avons montre plus haut en exposant le  sujet du Lysis. Ce qui suit, dans le Banquet de Platon, est charmant; tout aboutit  a nous montrer que telle etait la coutume  de Socrate de rechercher les bonnes graces des jeunes gens que distinguait un exteneur gracieux, et de vivre avec eux dans une douce et agreable intimite, afin  de leur faire aimer la vertu; ce point  obtenu, il jugeait facile de leur donner  les autres qualites qu’un sage doit s'appliquer a acquerir. Ainsi, Socrate n’avait pour la jeunesse qu’un amour chaste; il etait pur du  nis expers: a quo etiam alios avocare  studuit, quod Critice exemplo docet  Xenophon, ejus, qui post in triginta  tyrannis fuit, quem Euthydemi pudori  insidiari cum sentiret, utxov ti Tiaay eiv  dixit, suillo more prurire, eaque re inimicitias hominis factiosi et potentis sibi  contraxit; quibus carere poterat, nisi  potius fuisset officium. Sed admonet me Xenophon de  crimine alterius illo quidem generis, et  multo, ut in malis, tolerabiliore : quod  tamen ipsum etiam in illo adhaerescere, quantum in me est, non patiar. Accusatur, ut naturalis quidem, sed malce tamen libidinis suasor et leno quidam,  propter ea quce referuntur in Xenophontis Convivio. Sed nec ibi quidquam est, cujus bonum Socratem, aut  illius amicos pudere debeat. Spectacula exhibentur convivis mirabilia, partim vice infame entre tous. Bien mieux, il  s’efiforcad’en detourner lesautres, comme  Xenophon nous 1’apprend par 1’exemple  de Critias. Ce disciple de Socrate, devenu  par la suite l'un des Trente tyrans, avait  voulu attenter a la pudeur d’Euthydeme;  lorsque son ancien maitre Bapprit: II a  le prurit du porc{ i), s’ecria-t-il ; paroles  qui lui attir£rent 1’animosite d’un homme  puissant et redoutable, ce qu’il lui eut  ete facile d’eviter, s’il n’avait mieux aime  faire son devoir.  3g. Mais Xenophon me fait songer a  une autre accusation qui a ete egalement  portee contre Socrate; quoique moins  grave, elle n’en est pas moins facheuse,  et je l’en disculperai de toutes mes forces. On lui reproche, a 1’occasion d’un incident rapporte par Xenophon, dans son  Banquet, d’avoir excite ses disciples a la  debauche, ce qui serait pernicieux encore, [Concupiscit ad Euthydemum se affricare  quemadmodum porcelli solent ad saxa (Xenophon, Memorabilia). etiam periculosa, et horrorem quendam  spectantibus moventia, inter districtos gladios corpora saltu jactantium, aut in  figuli rota circumacta scribentium le- gentiumque. Non placent ea Socrati, qui  aptius convivio spectaculum putat ipyjln- Gat r.poc, tov auXov T/rJijiaTa, Iv oi; Xapixe; ts  •/.a't Qpat, xa\ Niifxcpat ypstaovtai, ad tibiam  edi motus et saltationes, eo habitu, quo  Gratiae, Horae, Nymphae a pictoribus  exhibentur. Forte suspectum alicui fuit hoc quod  Gratice nuda; pingi solent. Sed huic sus-  picioni repugnat, quod dicitur Ariadne  illa saltatrix w; vop-sr, xcy.ocju.rjU.svr,, sponsce  autem profecto apud Grcecos nudce esse bien qu’i.1 s’agisse ici de plaisirs conformes au vceu de la nature, et de s’etre fait,  en quelque sorte, entremetteur. II n’y a  rien, dans ce passage, dont doivent rougir 1’honnete Socrate et ses amis. Des mimes viennent d’executer devant les convives  toutes sortes d’exercices extraordinaires,  quelques-uns tres-dangereux et propres  a donner le frisson aux spectateurs; on  a vu les uns presenter leurs poitrines, en  sautant, a des pointes d’epees rangees en file; d’autres lire ou ecrire enfermes dans une roue de potier mise en mouvement.  Ces exercices deplaisent a Socrate ; il  pense qu’il serait plus convenable, au  milieu d’un festin, de voir des danseuses  executer des poses, au son de la Jlute,  sous le costume que les pcintres pretent  d’ ordinaire aux Graces, aux Heures et  aux Nymphes. Cela a pu paraitre suspect parce qu’on  a coutume de representer les Graces  toutes nues. Mais ce soupcon ne repose  sur rien, car la danseuse qui parut  alors, habillee en nymphe, representait I Ob  non solebant : nymphae in insectis ab eo ipso dicta?, quod involuta? sunt. Gratias decenter vestitas contemplari licet  in Grcecis monimentis apud Montfauc. Ant. Expl. To. i Tab. iog ad p. ij6.  Movit forte eum, qui primus crimen hinc excerpsit Socrati, a/r^a-coiv appel-  latio, qua? inter alia ad turpes figuras refertur, quales olim Philcenidis et Elephantidis commendatas libellis fuisse  constat, ut hic ejusmodi impudens  spectaculum suspicaretur . Sed tum interjecta de amore disputatio tum  ipsa perfectio exsecutioque consilii (c.  g) suspicionem illam eximunt. Aguntur  Ariadnes et Bacchi nuptice,sed illa ut in  scenam nihil veniat, pra?ter oscula et [De quibus Spanhem. de usu et Praest.  numism. Diss. Hic ay 7 jfi a est  omnis gestus saltantium blandus, minax, derisor. Vid. Lucia. de Saltat. extr.  Apertior, simpliciorque, et incautior adeo  Xenophontis de his rebus oratio, quam Platonica : sed cujus summa eodem pertineat, uti ab  impura libidine ad sanctam animorum conjunctionem homines revocentur. Ariadne, et les Grecs ne permettaient  pas le nu dans les roles de femmes  mariees. D’ailleurs, certains insectes  imparfaits sont appeles nymphes precisement parce qu’ils sont enveloppes. On peut voir aussi, dans YAntiquite' ex-  pliquee de Montfaucon, que les Grecs,  meme sur leurs monuments, figuraient  les Graces decemment vetues. Celui qui le premier a lance contre Socrate cette  accusation s’est peut-etre effarouche du  mot pose, qui, entre autres, est applique a des images obscenes, du genre de celles  qu’on rencontrait dans les livres de Philænis et d’Elephantis; il a soupfonne  Socrate d’avoir reclame un spectacle lubrique. Or, ladiscussion surTarnour qui  intervient alors, 1’execution et l’ache- [Spanheim (De prostantia et usu numismatum antiquorum) parle de tout cela. On appelait  poses toute esp6ce de geste lascif, provocant ou  railleur, des mimes. Comparez Lucien, De la Danse Le dialogue de Xenophon est bien plus franc,  bien plus simple et bien moins circonspCct que celui  de Platon ; tous les deux d’ail!eurs vont au meme amplexus, cetera reservantur postsceniis. but, qui est de detourner les hommes des plaisirs les  plus impurs et de les rapprocher dans une sainte  communion des ames. Tales saltationes s. repraesentationes etiam  pars sacrorum erant. Apud Lucia. in Pseudom.  xsXsx7]'v xtva cuvtaxaxat  Alexander, xai SaStyta?, xat tepocpavxta; In his mysteriis et sacris etiam est KoptoviSo?  yapto; cum Apolline item riooaXstpiOU xai  pLTjTpo; AXs^avSpou yauo; denique SsXrJvr^  xai AXs^avBpou spto? Alexander ut Endymion  alter xaOsuSwv exsixo sv xw piato  cptXrjtxaxa  xs eytyvovxo xat ~£pt~Xoxa\, st 8s ar t r. oXXat  iqaav at 8a8ss, xay’ av xt xat xwv utco xoXtcou  sjxpaxxsxo. Apposui locum, quia hic etiam  7t$pt7tXoxa'i, et tamen nihil obscenum.  vernent immediat du divertissement qu’il  avait demande, enlevent toute force a cette conjecture. Les mimes representent  les noces d’Ariadne et de Bacchus: mais  on ne voit rien de plus sur la scene que  des baisers et des etreintes amoureuses; le reste se passe derriere le rideau. Ces sortes de danses et de reprdsentations  faisaient partie des Myst6res. Dans lM lexander seu  Pseudomantis, de Lucien, on voit Alexandre, introduit comme nouvel initii, passer par les 6preuves  du dadouque et de l’hi<5rophante. Parmi les scenes religieuses auxquelles cette initiation donne lieu  figurent : les noces d’Apollon et de Coronis, celles  de Podalirius et de la mere dAlexandre, enfin les  amours d’Alexandre et de la Lune. « Alexandre,  comme un autre Endymion, etait couchd au milieu  du theatre; on dchangeait des caresses et des baisers. S’il n’y avait pas eu D des torches en quantite, peut-etre bien qu’il se fut laiss6 entrainer a  faire qucedam earum quce sub veste Jieri solent. Cest un peu ldger; cependant il n’y a rien la de bien  obscene. Gesner aurait du citer Lucien plus completement; ce passage du Pseudomantis offre un tableau  de genre exquis: Alexandre, comme un autre  Endymion, etait couche au milieu du thdatre, faisant  semblant de dormir. II tombait de la voute, comme du  ciel, une certaine Rutilia, tr£s-jolie, qui jouait le  role de la Lune et qui dtait la femme d’un intendant  de 1'einpereur. Elie aimait vraiment Alexandre et Finem et effectum negotii ita indi-  cat Xenophon : teXo; 0 i ol <jup.7ioToci’.oovte;  T:ept6e6Xr]xdT:a; ts aXXrjXou c xai oj; et; euvrjv    aTr-.ovTa:, 01 (j.r,v ayauoi yaixetv £zw[xvuaav, 01  oe ysyap-rixoTec, ava 6 xvc£; Ijci xou; ? 3 C 7 COUS, a-rj-  Xauvov Tipo; xa; lauxujv yuvaTxa;, otim; xojxojv xuy otsv. Tandem post blanditias quasdam, verecundas, maritales, complexi se invicem sponsus et sponsa, i. e. manibus  implexis, vel brachiis mutuo cervici impositis, vel tergo circumjectis, velut  cubitum discedunt: ab hoc spectaculo  incalescentes, et ut paullo ante dicebat,  av£7iTEpo)|jiivoi convivae cælibes dejerant, se ducturos esse uxores ; mariti autem equis conscensis domos  festinant, ut simili voluptate et ipsi  fruantur. Utinam vero e spectaculis et  theatris hodie ita discederetur! utinam  Socratis hac parte disciplinam sequeren-  tur publicarum Voluptatum Tribuni. Talia spectacula edere debebant Romani eu 6tait aimee. Sous les yeux de son propre mari,   iis echangeaient des caresses et des baisers. Xenophon indique de la maniere  suivante la fin et les resultats de l’histoire. Apres toutes sortes de caresses honnetes et maritales, les deux epoux se  tenant embrasses, c’est-a-dire, je pense,  les mains entrelacees ou les bras passes mutuellement soit autour du cou,  soit autour de la taille, s’eloignerent  comme pour aller se coucher. Echauffes  par ce spectacle et se sentant de furieuses demangeaisons, comme s’il leur poussait des ailes, les convives encore celiba-  taires /irent le serment de ne pas tarder a prendre femme; les maris monthrent a cheval et se haterent de regagner le logis, pour gouter d leur tour de semblables voluptes. Plut au ciel qu’aujour-d’hui on quittat les spectacles et les  theatres dans de si bonnes intentions!  plut au ciel que cette partie de la discipline Socratique fut pratiquee par les  ediles preposes aux plaisirs publics! Ce  sont de tels divertissements qu’auraient  du decreter les empereurs Romains, soucieux d’exciter toutes les classes au ma principes, cum de maritandis ordinibus, et sobole Romana augenda soliciti erant:  talia conveniebant nuper Lutetia? et Gallice adeo universae, quum Ducis Burgtindice natalem nuptiis mille puellarum  celebrarent: talia magnam Britanniam, si quid veri habent quorundam qucerelce, Swiftiance praesertim, quas eo loco protulit, ubi de abrogando clero disputat: aut  eorum, qui hodie peregrinos invitandos,  supplendi populi causa. et civitate donandos, censent. Nempe incidit aetas Socratis in ea  tempora, ubi civium paucitate laborabat  exhausta bellis Persicis et Peloponnesiacis Attica, cui etiam lege matrimoniali  obviam ire, et afferre remedium, conati  esse dicuntur. Debemus notitiam hujus  legis ipsi Socrati, quatenus nulla forte  illius mentio extaret hodie, nisi de duabus Philosophi uxoribus jam olim disputatum esset. Res cum queestioni. de qua riage ct d’accroitre la posterite de Remus: iis auraient convenu naguere a  la ville de Paris et a la France entiere  lorsqu’on feta la naissance du duc de Bourgogne en mariant un millier de  jeunes falles; iis auraient bien fait Faffaire de la Grande-Bretagne, s'il y a  quelque chose de vrai dans ces plaintes  dont Swift surtout s’est fait l’e'cho et qui reclamaient 1’abolition du celibat despretres; iis conviendraient encore a ces  pays ou l’on attire les etrangers en leur  conferant les droits civiques pour suppleer au petit nombre d'habitants. Socrate vivait a une epoque ou 1’Attique, epuisee par les guerres des  Perses et du Peloponese, souffrait de ne  plus avoir qu'une population clair-se-mee; on dit menae que les Atheniens s’efforcerent de remedier a cet etat de choses  par une nouvelle loi touchant lesmariages. Nousdevons l’unique renseignement  que l’on ait sur cette loi a Socrate, car  il n’en subsisterait aujourd’hui aucune agimus conjuncta sit, illam, quam breviter jieri potest, expediemus. Duas So-  crati uxores vulgo tribui videmus, Xanthippen e qua Lamproclem susceperit, et  Myrto, Sophronisci atque Menexeni  matrem. In hoc conveniunt Cyrillus  (contra Julia) et Theodoretus (Grcecar. Affect. curat) ac Diogenes Laertius.  Porro de Xanthippe Cyrillus ex Por-  phyrio, 7tspi7tXa-/.asav XaQstv, clanculum in  ipsius amplexus venisse ; quod plane  repugnat Platoni et Xenophonti, qui  nullius conjugis prceter Xanthippen, justam uxorem, mentionem faciunt : tum  Theodoreto, qui tamen ipse quoque sua debere ait Porphyrio, sed non tantum  pro TCspiTt^axetaav XaOsTv habet 7:po<j-XaxeTcjav  Xa6sTv, induxisse priori uxori, ut pereat  illa secreti, et furti amatorii notio : sed  etiam addit, solitas esse eas mulieres inter se depugnare, deinde pace facta conjunctim impetum facere in Socratem  ideo, quod is bella illarum non dirimeret: hunc vero utrumque genus pugna:   mention sans la controverse autrefois  agitee au sujet de ses deux femmes. Comme cette question tient a notre sujet, nous la discuterons bridvement. On  donne communcment a Socrate deux  femmes : Xantippe, dont il eut un de ses  fils, Lamprocles, et Myrto, la mere de  Sophronisque et de Menexene. S. Cyrille, Theodoret et Diogene de Laerte  sont tous les trois d’accord la-dessus.  Mais S. Cyrille, empruntant ce detail a  Porphyre, dit de Xantippe que son mariage avec Socrate fut clandestin, qu’elle  se cachait pour 1’embrasser, ce qui contredit absolument Xenophon et Platon,  puisqu’ils ne parient d’aucune autre  femme que de Xantippe, epouse legitime  de Socrate. Theodoret, qui lui aussi dit  tenir de Porphyre ses renseignements,  change 7iepi7tXoaEiaav XaOsTv en npovnXxxsT-  aav XafleTv et declare ainsi que Socrate  introduisit Xantippe chez sa premi^re  femme, ce qui ruine toute cette histoire  de mariage secret, et de furtifs baisers;  bien mieux, il ajoutc que ces deux mecum risu speci are consuevisse. Utri fi  dem habebimus? Sed nondum est finis discordiarum. Theodoretum si audimus, induxit  Xanthippen suce jam Myrto Socrates: sed Laertius negat convenire inter auctores, utram prius duxerit. Idem ait,  simul ambas habuisse Socratem, a quibusdam esse traditum. In hac sententia  etiam fuit auctor Dialogi Halcyon, qui  inter primos Lucianeos editur, in cujus  fine Socrates dicat, se Halcyonis amorem in maritum suis conjugibus Xanthippee et Myrto prcedicaturum esse.  Antiqua porro esse illa relatio memoratur Callisthenis, Demetri Phalerei, Satyri Peripatetici, Aristoxeni Musici, geres se battaient continuellement, puis la paix faite, tombaient a poings fermes  sur le pauvre Philosophe, en lui reprochant de ne les avoir pas separees: pour  lui, il restait simple spectateur du combat et voyait donner ou recevait lui-  meme les coups en souriant. A qui faut-il s’en rapporter, de S. Cyrille ou de  Theodoret? Et nous ne sommes pas au bout  de la querelle. Dapres Theodoret, So-  crate epousa Xantippe, dtant deja marie  a Myrto; mais Diogene de Laerte af-  firme que les auteurs ne sont pas d’accord et qu’on ne sait qui des deux il  epousa la premiere. Il dit aussi qu’il les  eut toutes les deux ensemble, et sur  quelles autorites repose cette assertion.  Elie a ete accueillie par 1’auteur du dialogue intitule Alcyon, imprime en tete  de ceux de Lucien; on y voit Socrate  proposer en exemple a ses deux femmes,  Xantippe et Myrto, 1’amour d’Alcyon  pour son mari. Plutarque (Vie d’Aris-  i Hieronymi Rhodii, apud Plutarchum  (vita Aristid. extr.) qui ceteris narrandi  auctorem fuisse ait Aristotelem in libro  de nobilitate, (rapi s-jyevsia;) qui tamen  liber an sit Aristotelis, Plutarchus dubitat : narrant autem ita, Aristidis neptim  Myrto, vidua cum esset et paupercula,  domum ductam a Socrate, eique cohabi-  tasse, licet aliam uxorem habenti. At non licebat a Cecrope inde  Athenis plure s una habere uxores. Qui  sit igitur, ut neque Comici exprobrarint, neque Accusatores objecerint digamian  Socrati? Hic nobis narrant Athenaeus et  Laertius legem, latam supplenda 1 multitudinis civium causa. Exstabat Athenceo  prodente ipsum decretum a Rhodio Hie-  ronymo conservatum, wax' si-eivat xai ouo ET L’AMOUR GREC I i q tide) rapporte que cettc opinion etait  ancienne, et qu ; elle fut partagee par  Callisthene, Demetrius de Phalere, Sa-  tyrus le peripateticien, Aristoxene le  musicien et Hieronyme de Rhodes; Athenee dit de son cote qu’ils Tavaient  tous puisee dans le Traite de la No-  blesse d Aristote, livre dont cependant  Plutarque doute qu’Aristote soit l’auteur. Tous racontent que Myrto, pe-  tite-fille d Aristide, etant veuve et se  trouvant dans une extreme pauvrete, fut  recueillie par Socrate dans sa maison et  qu’il cohabita avec elle, quoiquhl fut deja marie.  J Les vieilles lois de Cecrops inter-disaient cependant a Athenes les doubles  unions. Pourquoi donc ni les poetes co-  miques, ni les accusateurs de Socrate ne  lui ont-ils reproche ou oppose ce cas de  bigamie ? Cest a ce propos qu’A.thenee et  Diogene de Laerte nous parient de cette  loi nouvelle, edictee, disent-ils, dans le  but d’accroitre le nombre des citoyens. SOCRATE 'systv yuvatxa; tov [3o'jaojj.£vov. Secundum haec  male accusaretur Socrates, qui et legi  paruerit de augenda sobole Attica, et  Aristidis progeniem viduitate et pauper-  tate extrema liberaverit. Verum enim vero totum hoc de duabus Socratis uxoribus, quin de lege  maritali etiam falsum esse, prcesertim  ex dissensu commemorato, itemque ex  Platonis et Xenophontis silentio arguit  Bentleius. Et habet, quantum est de  monogamia Socratis, magnum auctorem Pancetium, quem laudat Plutarchus, qui  cum retulisset eam quce modo proposita  est de Myrto narrationem, satis illam  refutatam ait a Panaetio: cujus si opus  hodie extaret, facilior forte hodie esset  causa Socratis, quem tamen a turpi pue- [In Dissertat, de Phalaridis et exteror. Epistolis, ET l’aMOUR GREC Athenee s’avance jusqida dire qu’il y  avait un decret, conserve par Hieronyme de Rhodes, et ainsi concu: « 11 est permis d’avoir jusqua deux femmes. Si cela est vrai, on accuserait mal a propos  Socrate, qui n’aurait fait qu’obeir a la  loi portee en vue de repeupler 1’Attique,  et qui de plus aurait sauve du veuvage  et de la mis&re la petite-fille d’Aristide. Mais vraiment Phistoire des deux  femmes, tout aussi bien que celle  de la loi matrimoniale, paraissent en-tachees de faussete a Bentley; il se  fonde surtout sur le desaccord que nous  avons signale et tire une grande preuve du silence de Platon et de Xenophon.  Nous avons, pour ce qui est de la monogamie de Socrate, une excellente autorite, Pantetius, dont Plutarque fait le  plus bel eloge; apres avoir rapporte ce  que nous avons dit de Myrto, il ajoute  que cettefable a ete suffisamment refutee Dissertation sur les Epitres de Phalaris, Themistocle, Sacrale et Euripide (iu-8"). SOCRATE  rorum amore, et a lenocinio turpi, et a  libidinosa digamia, vel sic satis liberatum esse confido.  ET L AMOUR GREC par Panaetius. Si nous possedions son  livre, la cause de Socrate serait aujourd’hui plus facile a defendre; je pense  cependant avoir prouve qu’il ne fut ni  un corrupteur de la jeunesse, ni un  provocateur a la debauche, ni un bigame libertin. Alcibiade; ses avances  repouss^es par Socrate. Ame, comparde par Platon a un attelage ai!6  classification des ames  suivant le degrd de  connaissances acquises  avant la vie, p. Amour philosophique,  raisons  qui dirigent les choix  dans cette sorte d’amour les  impuretes ou il peut  s’egarer Analyse du Lysis, dialogue de Platon du Phedre du Banquet Beaute morale et Beaute  physique -- Bigamie; Socrate eut-il  deux femmes? la bigamie  etait-elle autorisde en  Grece ? Cohorte sacree des  amants, a Thebes et  en Crete -- Inspires; couples d’amis Minies; leurs exercices et  poses plastiques -- riaiospaatsta, le mot  et la chose pouvaient  etre pris en bonne part, chez les Grecs Peines portees par les  Grecs contre les infames Pronostics tirds par les  physionomistes de la  voix forte et grave de lencolure  courte des  oreilles velues -des grosses levres -- du nez camard des  yeux saillants, Representations mythologiques et divertissements dans les festius dans les  mysteres effets singuliers produits parfois sur les  convives par ces representations, p. m. Socrate; motifs ordinaires des accusations  portees contre lui pourquoi il  recherchait les beaux  garcons son  portrait physique Socrate l’ Ecclesiastique; comment il a accuse, sans preuves, Socrate le Philosophe Sparte ; coutume rappor-  t6e par Elien -- les amours impures y  etaient ignorees Paris. Imp. Motteroz, 3 i, rue du Dragon. Nome compiuto: Gabriele Giannantoni. Giannantoni. Keywords: la dialettica, dialettica, Epicuro a Roma, Calogero, il principio dialogo, Lucrezio, Cicerone. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannantoni” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannetti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del corposcolarismo – filosofia carrarese – scuola d’Aulla – la scuola d’Albano di Magra -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albiano di Magra). Abstract. Grice: “We take ontology lightly today – at least Oxonian philosophers do! But bak in the day, for philosophers like G., all they wanted to know was if ‘corpusculi,’ as they called them, did exist – out there!” Keywords: ontology. Filosofo carrarese. Filosofo toscana. Filosofo Italiano. Aulla, Massa-Carrara, Toscana. Grice: “I like Giannetti; for one, he is the only philosopher I know whose first name is ‘Pascasio.’ He taught at Pisa, but not in the tower – Oddly, while he is from Tuscany, there is a street (‘via’) in La Spezia named after him!” – Grice: “His logic was considered heretic, at least by the duke, who diligently expelled him from any obligation of teaching!” – Insegna a Pisa. Quando lascio la cattedra,  gli successe Grandi. Di formazione galileiana, fu un acceso nemico dei Gesuiti. Sollecitato da Grandi, che lo aveva anche introdotto a Newton, cura GALILEI (Firenze). Rimosso da Pisa da Cosimo III de' Medici, vi fece rientro alla morte di quest'ultimo.  N C. Preti, Dizionario Biografico degli Italiani, Memorie storiche d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica e moderna Lunigiana, Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G. Essendo G. tra'maestri più singolari di filosofia a Pisa, quanto onore a quello Studio recasse non si può dire. Costui ebbea quelle scienze pro clive natura, e tanta forza e vivacità d'ingegno che a sermonare e discorrere di materie filosofiche pare nato a posta. È e'di Albiano di Lunigiana, e divenne lettore in detta Università; e così bene in cattedra sue dottri ne tratto, che per lo più savio discepolo di Marchetti e Bellini, cattedranti nobilissimi, tutti lo conoscevano. Nulla ignoto eragli di quanto GALILEI e Gassendo aveansi ritrovato, e sostenitore acerrimo fu della filosofia corpusculare. Per ques stoguerra eterna pareva intimata avesse a tutti li Peripatetici e Scolastici ostinati; che ligii si di chiaravano agli antichi sistemi, quali adesso ricor dansi appenanelle scu ole de'monasteri. Per lo che G. è tenuto per uno de'più arditi e co raggiosi sostenitori degl’insegnamenti novelli e assai molesto riuscì a'superstiziosi filosofanti, ma in particolar modo ai Gesuiti i quali, potendo al loramoltissimopressoCosmo III de'Medici, fecero in grave sospetto cadere di errori di religione G. non solo, ma quasi tutta la Pisana Università. Per tale cagione, sendo state forti let tere scritte e minaccevoli ai professori con ordi nare, che non volevasi filosofia democratica, G., cui sapea benissimo delle persecuzioni altrui schermirsi e rintuzzare le dicerie degli imperiti con la dotta e mordace sua lingua, difese con trion fo la causa per iscrittura,nè mai digua proposta sentenza cesso. Finalmente costretto di mutar cattedra e di leggere medicina, non ostan te filosofava su i nuovi sistemi anche interpretan do gliaforismi d'Ippocrate e di Galeno,e men tre con eloquio squisito e con pompa di erudizio ne le materie mediche spiegavà, senza punto de nigrare alla gravità della scienza e del loco ; l' al trui cabale e leggerezze con vaghi scherzi e arguti motti derideva. Moltissimo ancora si adoperò in fisiciani sperimenti e nelle savie cure di Tilli per ogni maniera di lode famoso: nè mezzanamente sidistinse insieme con lo Zambescari di Pontremoli suo collega a sperienze fare nti lissime su le terme del territorio Pisano e Luriena se,che servirono ad ambeduni di grande merito. Intra le altre fece minute prove su l'acqua salsa di Monzone di Lunigiana, e trovolla più efficace di quella del Tettuccio di Valdi Nievole, e poteró  Viri Paschasii G. Albianeusis Philosoph. et Medicin, in Pisau. Acudem. Professoris logeniiacumine eloquen.et ingenua philosoph. libert. Quam difficillimis temporib, fere solus inter Acadlem. retinuit Concesserat Aun. S Thomas Perellius praecept. et Amico Vasoli Io non posso tacere di aver molte cose rica vato diquesto librodalle fạtiche e dagli scritti di questo Vasoli di Fivizzano, il quale sembra avesse in mente d'illustrare sua patria, e però non deggio scordarmi di retribuirlo di grata inemoria, tanto più che molto distinto riuscì nel la medicina e buon coltivatore della poesia. Que stouomoerudito, comeraccontaincertosuoEr bariolo Lunense m . s., avendo studiato prima a Bolognae poi a Pisa allascuola del celebre Malpighi, dove si dottorò verso la fine del  si estrarre il sale catartico a guisa di quel d' In ghilterra, se non venisse incautamente adulterata. Benespesso Pascasio dilettavasi d'investigare le azioni è i consigři degli uomini più che i segreti dellanatura,equasi Epicuro con aspreparoleab batteva i vizi ele inezie altrui. Mente profonda mostrò in tutto, ma poca industria: e vivendosi fino alla vecchiezza, dopo anni di lettura in quella università, muore in una villetta che avea a Capannoli su quel di Pisa, e sepolto nella chiesa diquella terra, fugliper Tommaso Pe relli suo scolare messo questo marmo sopra il se polcro, riferito ancora da inonsignor Fabroni in sua stor. dell'Univ. Pis., dove parla di G.: = Pijs Manibus et Memoriae aeternae Cum paucisaetatis suae comparandi Obiit Octuagenario major in proxima Villula In quam post impetratam a docendo vacationem G. Nasce, da Polidoro, ad Albiano Magra di Aulla in Lunigiana. Avviato agli studi filosofici, li coltivò, insieme con quelli medici, presso l'Università di Pisa, dove era ben viva la tradizione galileiana e, in fisica e in medicina, era ben rappresentata la corrente meccanico-corpuscolarista. Fu il gruppo di docenti formatisi alla scuola di G.A. Borelli a istradarlo verso questa tradizione concettuale; soprattutto Marchetti, Bellini e Zerilli lo introdussero allo studio delle opere, oltre che di Galilei, di Gassendi e del Borelli. Parallelamente, G. attinse da G. Del Papa gli stimoli di un diverso indirizzo, anch'esso presente nell'ateneo pisano, teso a far convivere, soprattutto in campo medico, il galileismo con esigenze di ordine pratico.  Laureatosi in filosofia (promotore e il Del Papa), G. ottenne nello stesso anno la lettura di logica e filosofia naturale. Il suo magistero, argutamente antiaristotelico e apertamente atomistico, dovette risultare piuttosto efficace. Quando si delineò una reazione generale della Chiesa contro quelle interpretazioni dello sperimentalismo considerate arbitrarie e potenzialmente eversive dell'ortodossia religiosa, a causa dei possibili esiti materialistico-libertini, il G. fu direttamente coinvolto. Insieme con altri sei lettori pisani, si vide intimare dall'auditore F.M. Sergrifi di non insegnare la filosofia atomistica. Per nulla intimidito, a detta di Fabroni, G. alimentò le polemiche che seguirono con un libello, oggi perduto, in difesa dei lettori ammoniti. Poca sorpresa dovette quindi destare tra i contemporanei il provvedimento, preso dal governo di Cosimo III, di trasferire G. alla lettura di medicina teorica, mitigato dal permesso di tenere lezioni domiciliari di filosofia.  Come lettore di questa disciplina medica, il G. mostrò di voler tenere aperti spiragli per un discorso "moderno". Lesse gli Aforismi d'Ippocrate, proclamandosi così seguace dell'indirizzo che privilegiava la pratica clinica sulle questioni di teoria medica, ma nel commentarli continuò a seguire i novatori.  In particolare, a quanto sembra, già in questa fase i motivi galileiano-gassendiani si erano venuti in lui incrociando con motivi della dottrina newtoniana. Da questa aveva recepito la tesi della struttura porosa della materia, che, attraverso l'ipotesi dei diversi ordini di combinazione dei corpuscoli, è assunta come matrice delle qualità macroscopiche dei corpi. È probabile che una delle fonti attraverso le quali il G. venne a conoscenza della teoria newtoniana sia stata il padre camaldolese G. Grandi, suo buon amico (Ortes ci riferisce che Grandi solea frequentemente conversare nella casa del G.), ma, a differenza di Grandi, il G. non dovette essere pienamente in grado di coglierne l'impalcatura matematica, tanto da ritenerla conciliabile con la distinzione gassendiana tra punto matematico e punto fisico. G., insieme con Bresciani, G. Averani e altri, fu coinvolto dal Grandi nella preparazione della seconda edizione delle Opere di Galilei (Firenze). Più tardi, alla metà degli anni Venti, il suo nome venne fatto in alternativa a quello del Grandi quale autore di un libretto pseudonimo (Q. Lucii Alphei Diacrisis in secundam editionem Philosophiæ novo-antiquæ r.p. Cevae cum notis Ianii Valerii Pansii, Augustoduni), che segnò una nuova occasione di scontro tra i novatori pisani e i gesuiti del collegio di Firenze.  Il libretto, nato come replica alla prefazione del gesuita M. Dalla Briga al poemetto Philosophia nova-antiqua (Florentiae), del confratello T. Ceva, fornisce una descrizione caricaturale delle forme di opposizione allo sperimentalismo che, a detta dell'autore, circolavano nel collegio fiorentino.  Non è chiaro se sia da collegarsi a questa polemica il basso profilo assunto dal G. nel quarto decennio del secolo. La relazione sullo stato dello Studio che G. Cerati presentò ai nuovi governanti, ci informa che "già da alcuni anni" G., pur retribuito, aveva interrotto le lezioni pubbliche e si limita a dare privatamente lezioni di filosofia. Cerati attribuiva ciò a non meglio precisate indisposizioni del corpo, ma l'Ortes attesta che G. godette per tutta la vita di ottima salute. Priva di riscontri è la notizia di una sua adesione alla loggia massonica fondata a Firenze, loggia che però sicuramente accolse un buon numero di suoi allievi.  G. muore a Capannoli, presso Pisa, Quelle che sembrano essere le sue uniche opere a noi giunte si trovano a Firenze, Bibl. Riccardiana, ms.  Tractatus phisici iuxta recentiorum opinionem conscripti a G.) e a Pisa, Bibl. universitaria, ms. (PHILOSOPHIÆ TRACTATVS). Per la collaborazione do G. all'edizione fiorentina delle Opere del Galilei vedi le lettere di Buonaventuri a Grandi, Pisa, Bibl. universitaria, Carteggio Grandi; sei lettere del G. a Grandi e alcune note di argomento fisico; Acta graduum Academiae Pisanae, Volpi, Pisa; Ortes, Vita di Grandi, Venezia G. Soria, Raccolta di opere inedite, Livorno, Fabroni, Historiae Academiae Pisanae, Pisis, Sbigoli, Crudeli e i primi framassoni in Firenze, Milano; Carranza, Cerati provveditore dell'Università di Pisa nelle riforme, Pisa, Storia dell'Università di Pisa, Pisa, Morelli, Per una storia di Bonducci, Roma, Livorno, Livorno. Nome compiuto: Pascasio Giannetti. Gianetti. Keywords: corpuscolarismo, implicature corpuscolare, Isaaco Newton, Galilei, Grandi, Giannetti -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannetti: implicatura corpuscolare – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Giannetta -- search – another time?

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della terza Roma – e l’implicatura ligure – scuola d’Ischitella – filosofia foggese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ischitella). Abstract. Grice: “I had one pupil once at Oxford who wanted to research on Italian philosophers. ‘Stick to the heretic ones,’ I lectured him. ‘They are the only interesting ones – Rome being what it is! And G. was one of them!” Keywords: italiani eretici. Filosofo foggese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Grice: “Giannone is an interesting philosopher. He philosophised on the ‘citta terrena,’ which is a back-fromation from ‘celestial city,’ and by which he meant Rome! – Then he compared men – in their collectivity, to apes, even if ingenious ones!”  “Non solo i corpi, ma, quel che è più, anche le anime, i cuori e gli spiriti de' sudditi si sottoposero a' suoi piedi e strinse fra ceppi e catene.” Esponente di spicco dell'Illuinismo italiano, discendente da una famiglia di avvocati (anche se il padre era uno speziale), lasciò il paese natale per intraprendere gli studi a Napoli. Si laurea entrando ben presto in contatto con filosofi vicini a Vico. Fu praticante presso Argento, che disponeva di una vasta biblioteca, la frequentazione della quale fu essenziale per la sua formazione.  I suoi interessi non si limitarono soltanto al diritto ed alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici e dedicandosi alla stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria civile del regno di Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la Chiesa per il suo contenuto.  Costretto a riparare a Vienna, ottenne protezione e sovvenzioni da Carlo VI, il che gli permise di proseguire indisturbato i suoi studi filosofici.  Il suo tentativo di rientrare in patria fu ostacolato dalla Chiesa, nonostante i buoni uffici dell'arcivescovo di Napoli recatosi a Vienna per convincerlo a tornare a Napoli. Fu costretto a trasferirsi a Venezia dove, apprezzatissimo dall'ambiente culturale della città, rifiutò sia la cattedra a Padova, sia un posto di consulente giuridico presso la Serenissima. Il governo della Repubblica lo espulse, dopo averlo sottoposto a stretti controlli spionistici, per questioni inerenti alle sue idee sul diritto marittimo e nonostante la sua autodifesa con il trattato Lettera intorno al dominio del Mare Adriatico.  Dopo aver vagato per l'Italia (Ferrara, Modena, Milano e Torino), giunse a Ginevra, dove compose un altro lavoro dal forte sapore anticlericale “Il Triregno: il regno terreno, il regno celeste, e il regno papale, che gli costò nuovamente la persecuzione delle alte sfere ecclesiastiche culminate con la sua cattura in un villaggio della Savoia, ove fu attirato con un tranello.  Rimasto nelle prigioni sabaude, fu costretto a firmare un atto di abiura che non gli valse tuttavia la libertà. Fu tenuto prigioniero nella fortezza di Ceva, dove scrisse alcuni dei suoi componimenti più famosi. Trasferito alla prigione del mastio della Cittadella di Torino. +“Dell'istoria civile del regno di Napoli” ebbe enorme fortuna mentre la Chiesa ne avversò le tesi ponendola all'Indice dei libri proibiti, comminando al filosofo una scomunica la quale obbligava Giannone a riparare all'estero. I temi trattati nell'Istoria, sviluppati su precisi riferimenti giuridici, forniscono una lucida descrizione dello stato di degrado civile del Regno di Napoli, attribuendone le cause all'influenza preponderante della Curia romana. Auspica in primis con quest'opera, «il rischiaramento delle nostre leggi patrie e dei nostri propri istituti e costumi». Nel Triregno, opera aspramente avversata anch'essa dagli ambienti ecclesiastici, presenta la religione secondo un prospetto evolutivo: la Chiesa, col suo "regno papale", si contrappone al "regno terreno" degli Ebrei ma anche a quello "celeste" idealizzato dal Cristianesimo e il superamento del male, che lo Stato Pontificio così incarna, si realizzerà soltanto attraverso un cambiamento di rotta deciso, mediante ulteriore consapevolezza individuale raggiunta dall'uomo nel corso della sua vicenda Storica. Indi teorizza uno Stato laico capace di sottomettere l'istituzione papale, anche mediante un'espropriazione dei beni materiali del clero. La Chiesa porta avanti una forma di negazione di quella libertà individuale che deve essere posta come fondamento giuridico e sociale. Al filosofo sono intestati vari istituti scolastici, tra cui lo storico Liceo classico G. di Caserta, quello di Benevento, quello di Foggia, e quello di San Marco in Lamis.  Nella Storia della colonna infame, Manzoni dedica a G. ampio spazio elencandone i numerosissimi plagi e gli errori che anche Voltaire gli rimprove. Inizia paragonandolo a Muratori e indicandolo come filosofo più rinomato di lui, poi aggiunge un lungo ELENCO e raffronto delle opere plagiate e degli autori, tra cui Nani, Sarpi, Parrino, Bufferio, Costanzo e Summonte: e chissà quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne fa ricerca". E conclude che se non si sa se fosse pigrizia o sterilità di mente, e certo raro il coraggio.  Altre saggi: Autobiografia: i suoi tempi, la sua prigionia, appendici, note e documenti inediti,  Pierantoni, Roma, Perino, I discorsi storici sopra gli Annali di LIVIO, Apologia dei teologi scolastici Istoria del pontificato di Gregorio Magno, “L'Ape ingegnosa” “Istoria civile del Regno di Napoli. Napoli, Gravier); G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli.Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli; Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier. G., Istoria civile del regno di Napoli, Capolago, Elvetica; Nicolini, La fortuna di G.: ricerche bibliografiche, Bari, Laterza, Marini, Il GIANNONISMO (Bari, Laterza). Vigezzi, G. riformatore e storico. Milano, Feltrinelli, Giannoniana: autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Bertelli, Milano, Ricciardi,  Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa di G.., Milano-Napoli, Ricciardi, Mannarino, Le mille favole degl’antichi. Cultura europea nella filosofia di G., Firenze, Le Lettere, Ricuperati, La città terrena di G.: un itinerario tra crisi della coscienza europea e illuminismo radicale, Firenze, Olschki, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vita scritta da lui medesimo, Feltrinelli, Biblioteca Italiana, filosofico.net/ giannone. htm.  De’ liguri duri e forti. Loro estensione in Italia; e come sopra tutti gl’altri popoli tenesseró esercitati I ROMANI nella disciplina militare, sicchè fossero gl’ultimi ad esser soggiogati. LIVIO in più occasioni, parlando de’ liguri, confessa che niuna provincia esercita cotanto I ROMANI nella virtù e disciplina militare, quanto LA LIGVRIA, poichè dura nelle armi, bellicosa amica di fatiche e di travagli, e di riposo impazienle, nelle sue guerre non tosto era da’ romani vinta che sorgeva più animosa e forte di prima. IS HOSTIS VELVT NATVS AD CONTINENDAM INTER MAGNORUM INTERVALLA BELLORVM ROMANIS MILIAREM DISCIPLINAM ERAT NEC ALIA PROVINCIA MILITEM MAGIS AD VIRTVTEM ACVEBAT. Non abitavano i liguri (eciòanche contribuiva alla loro bellicosa indole) in luoghi piani ed ameni e sotto temperato e molle clima, il quale avesse potuto rendere simili a sè gl’abitatori. Ma all'incontro occupando essi quella occidental parte d'Italia che ha per confine la Gallia Narbonense, vivendo in regioni montuose aspre ed inaccessibili, e per le angustie delle vie acconce a tendere aguali ed insidie; non temeno di numerosi eserciti nè d'istromenti bellici nè di macchine o d'altri apparati militari, difendendoli il suolo e l'arduità de'loro siti. E perciò essi militavo senza molto apparecchio mi cidiale. NIHIL, dice LIVIO, PRÆTER ARMA ET VIROS OMNEM SPEM IN ARMIS HABENTES ERAT. Gli antichi liguri erano divisi di qua e di là delle alpi e dell'appennini o in molti popoli o sieno comunità, non altrimenti di ciòche si è delto degl’antichi etruschi, ed occupavano vastissime regioni. Le alpi marittime e gran parte delle mediterranee erano da essi popolate. Di là delle alpi i più celebri sono i liguri SALII, i DECEALI e gl’OXIBI. Di qua sonoo i VEDIANZI, i VAGIENNI, gli STATIELLI, i MAGELLI, gl’EBVRIATI, i VELIATI, i TIGVLII, gl’INGAVNI, i SALASSI, i LIBICI, i LAVRINI ed altri. LIVIO, oltre questi popoli da Plinio rapportati fa menzione di altri liguri posti di qua dell'appennino chiamati APVANI, i quali VINCENO I ROMANI e debellarono un esercito consolare sotto Q. Marzio console, e nota che il luogo della sconfitta fino a’ suoi tempi chiamavasi perciò il campo Marziano. Fa memoria ancora di altri liguri di là dell'appennini ch'egli chiama liguri FRISINATI. Questi popoli hanno più città o VICHI, dove dimorano ciascuno nel proprio distretto. E  fra le città son da considerarsi alcune antiche ed illustri le quali, secondo la divisione dell'Italia fatta poi d’OTTAVIANO in XI regioni, forma parte della XI. Nella Liguria rivolta al mare inferiore di quà del FIUME VARO, CHE DIVIDE L’ITALIA DALLA GALLIA Narbonense, la prima città marittima che s'incontra e de’ liguri vedianzi chiamata Cimelion. Prossima a questa I MASSILIESI edificano NIZZA alle radici dell’alpi marittime, non lontana dalle foci del fiume Varo, che poi cresce dalle ruine di CIMELIO, città antichissima, la quale ha vescovi prima che da Costantino Magno e stata la religione cristiana fa ricevere nel l'impero. Rimangono ancora le vestigia de'suoi ruderi ed il nome di CIMELIO. L’'antica sua cattedra e unita a quella di NIZZA, la quale non si APPARTIENE già alla Gallia Narbonense, siccome alcuni credeltero, ma secondo PLINIO, Tolomeo ed altri geografi antichi, ALLA NOSTRA ITALIA, come quella che è costrutta di qua del fiume Varo. Antipoli fondata pure da'massiliesi si appartiene alla Gallia Narbonense, perchè eretta di là del fiume. Essa lungo tempo e sotto i massilies i loro fondatori, ed ora sotto i re di Francia è chiamata ANTIBO. Appresso NINZZA nel mar ligustico siegue MONACO GRIMALDI, detta dagl’antichi Porto di Ercole, indi AlbioInlemelio, Albingauno, Savona, Genua, Porto Delfino Tigulia, e più in dentro Segesta città de’ liguri tigulii. Chiude questo confine IL FIUME MACRA CHE DA QUESTA PARTE DIVIDE LA LIGVRIA DALL’ETRVRIA. Dall'altra parte mediterranea ove si erge l'appennino, ampio monte il quale con gioghi perpetui e continuali fino allo stretto siciliano divide l'Italia per mezzo, avevano i liguri di qua e di là d e l monte medesimo nobilissime città; especialmente da un lato del Po Libarna, Dertona, Iria, Barderate, Industria, Polentia, Potentia, Valentia,ed Augusta de’ liguri vagienni. Quest'ultima città posta alle radici delle Alpi Cozie, non molto lontana dal monte Vesulo d'onde il Po ha sua origine, e dappoi resa COLONIA DE’ ROMANI. NON CI RIMANE ORA DI ESSA ALCUN VESTIGIO, ma in sua vece surse al luogo stesso ne'secoli da noi men lontani la città di Saluzzo sede un tempo di principi e capo del famoso marchesato di Saluzzo, la quale in fine da Giulio Imeritò esser decorate della dignità episcopale. Ma sopra queste s'innalzarono nella Liguria tre città non meno antiche che illustri, Alba Pompeia, Asta, ed Aqui città de’ ligur istatielli. Alba posta nella Liguria montuosa presso l'Appennino [H. P. GRICE – SINGULARE, NON PLURALE] nella riva del fiume Tanaro fu dagl’antichi geografi chiamata Pompeia, e per distinguerla da Alba degl’Elvii posta nella Gallia Narbonense, e per aver quella G. POMPEO rifatta e la sciati ivi vestigi di sua memoria e beneficenza. Ha vescovi antichissimi, poichè rapportasi il primo tra questi essere stato nell'anno 350. Dionigi discepolo d’Eusebio, poi innalzato alla cattedra di Milano. E ne'secoli men remoti vi se dettero due uomini insigni che la illustrarono, uno per la prudenza civile, ed e  Lazarino Fieschi de’ Conti di LAVAGNA, al quale la regina di Napoli Giovanna contessa di Provenza commise il governo del Piemonte, da lui quindi amministrato con somma lode commendazione; l'altro per sapienza é somma dottrina ed erudizione, qual fu il famoso Girolamo Vida, quel chiarissimo poeta latino che ci lasciò l'incomparabile sua Criste idee di suoi dotti dialoghi De Republica. Acqui posta alla riva della Bormida in quella parte del Piemonte di là del Tanaro,la quale Monferrato oggi si ap pella, fa edificatada’liguri statielli popoli potentissimi dell’Asla posta nella Liguria mediterranea non lontana dal Tanaro furesa colonia de’ ROMANI, ed un tempo fu sede d’uno degli’antichi duchi longobardi. Ha anch'essa antichissimi vescovi, i quali quando l'imperio di Occidente passa a’ germani, furono dagl’imperatori molto favoriti ed a sommi onori innalzati; e non poco splendore reca a quella città aver seduto nella sua cattedra vescovi le il famoso Panigarola, chiaro al mondo eloquenza e per tanti monumenti che lascia di sua dottrina. > per lasua   montuosa Liguria. E detta Acqui dall’acque calde che qui vi scaturiscono assai salutifere, siccome oltre la testimonianza di PLINIO, l'istessa esperienza dimostra: e e chiamata Acqui de’ LIGVRI STATIELLI, per distinguerla dall’Acqui sestia de' Salii posta nella provincia Narbonense. E anche sede di uno de’ duchi longobardi. Ma la sua cattedra non è cotanto antica quanto le due precedenti come quella che prende sua origine da’ longobardi che sono i primi ad erigerla. I LIGVRI I si stendevano anche di là del Po, é molte città le quali secondo la divisione d'Italia fatta d’OTTAVIANO sono col locate nella XI regione alle radici dell’Alpi, anche da’ liguri traggon l'origine. Le prime che s'incontrano sono Vibiforo e Secusia, oggi detta Susa, le quali sono poi mutate in due colonie romane. Anche Torino PLINIO fa derivare dall'antica stirpe de’ LIGVRI -- ANTIQVA LGVRVM STIRPE, egli scrive e dice il vero, poichè coloro che la fan derivare da’ massiliesi, sica come Nicea ed Antipoli, vengono a togliere a questa città molto della sua antichità. Non è dubbio che I LIGVRI sieno popoli d'Italia tanto antichi, che di essi non si sa l'origine, onde si credono INDIGENI del paese, nè mischiati con altre forestiere nazioni, non altrimenti che TACITO crede de’ germani. All'incontro de’ massiliesi si sa l'origine ed il tempo nel quale profughi dalla Focide navigando nel mare inferiore e cercando nuove sedi, si fermarorro ne'lidi della Gallia Narbonense innanzi detta Bracata. Ciò avvenne, secondo la te stimonianza di Livio, mentre in Roma regna TARQUINIO PRISCO,quando la prima volta i galli passarono le Alpi, i quali dopo aver soccorso i massiliesi contro i salii che impedivano loro lo sbarco, se ne calaron pe' monti Taurini dall’Alpi Giulie nell'Insubria, discacciandone gl’etruschi. LIVIO stesso rifere che a'medesimi tempi i salluvii, avendo passate l’Alpi, si posarono intorno al fiume Ticino vicino a’ liguri levi, antica gente ed indigena di que'luoghi. Salluvii, e' dice, qui, PRÆTER ANTQIVAM GENTEM LEVOS LIGVRES INCOLENTES CITRA TICINVM AMNEM EXPVLERE. Se dunque i liguri, chiamati da Livio gente antica, quando i massiliesi poser piede nella Gallia Narbonense tenevano questi luoghi. Più antica e l'origine di Torino derivandola da’ liguriche da’ massiliesi, i quali siccome molti e molti anni dappoi che sono stabiliti in Massiglia fondarono Antipoli e NiZZA, molto maggior tempo appresso avrebber dovuto fondare Torino più lungi che quelle. Si aggiunge che quando Annibale cala per l’Alpi in Italia, secondo rapporta LIVIO, Torino e già metropoli degl’antichi popoli Taurini, i quali reggendosi per se stessi hanno allora mossa guerra agl’insubri, e ricusarono l'amicizia di Annibale contrastandogli coraggiosamente il passo, che egli sforza a gran fatica. Inoltre LIVIO stesso rende testimonianza che la prima volta in cui i romani ? mosser guerra a’ liguri e per occasione che questi depredano i campi di NIZZA e di Antipoli, città de'massiliesi soci de’ romani,e non già i campi di Torino, la qual città perciò non e de’ massiliesi, ma abitata da’ liguri taurini. Sono questi popoli chiamati Tauriniche dieder nome alla città, siccome i monti a piè de'quali essa è posta sono anche detti Taurini, a cagione che dagl’antichi i gioghi de monti erano chiamati Tauri per la figura che sogliono avere simili a'dorsi o alle schiene di tori, ond'è che quel celebre monte che divide la Siria dal rimanente dell'Asia fu chiamato Tauro sic come alcuni altri popoli presso Plinio ed altri antichi geografi son chiamati anch'essi Taurini specialmente nella Scizia, per chè abitano presso i monti anticamente appellati Tauri. Ri dotti poi questi popoli liguri sotto la soggezione de’ romani, OTTAVIO ingrandi la città, che perciò venne poi detta AVGVSTA TAVRINORVM, non altrimenti che Lutetia Parisiorum da’ parisii popoli della Gallia Lugdunense che l'abitano. Hanno i liguri salassi anche in questa XI regione un'altra città, chiamata da Strabone, Plinio, Tolomeo ed Antonino Augusta Prætoria -- ora detta AOSTA -- per distinguerla dall'altra Augusla de’ liguri vagienni già menzionata. E posta frà le due facce dell’Alpi Graie e Pennine. Sono le prime dette da' greci Graie per lo passaggio di Ercole – NISI DE HERCVLE FABVLIS CREDERE LIBET, come saviamente dice Plinio --, e le seconde, siccome volgarmente si crede, dal passaggio di Annibale co’ suoi  cartaginesi sono chiamate “PŒNINE”, secondo avvisa anche Plinio, benchè Livio ne dubiti. Checchè sia diciò, è da osservarsi che da questa Augusta Prætoria, essendo per la sua situazione la prima città d'Italia, gl’antichi geometri prendevan la misura della lunghezza di questo nostro paese, tirando una linea per Capua fino a Reggio, ultima città sullo stretto siciliano. E dessa ancora città famosa ed illustre a’ tempi de’ re longobardi, quando questi tennero il regno d'Italia. Ad Eporedia, città posta nella stessa regione all'imbocco della Valle Augustana e dalle radici dell’Alpi, oggi dell’Ivrea, Plinio da, se non così antica origine, nulla dimeno una assai più illustre, scrivendo che e da’ Romani fondata per impulso degli dei, secondo che da'libri sibillini era stato lor mostrato. OPPIDVM EPOREDIAM, e dice, SYBILLINIS LIBRIS A POPVLO ROMANO CONDI IVSSVM. E antica colonia romana, e perciò cotanto memorata da CICERONE, STRABONE, TACITO, e d’altri romani scrittori. Vercelli anche secondo PLINIO dee riconoscere la sua origine da’ liguri sallii poichè egli scrive: VERCELLE LIBICORVM EX SALIIS ORTÆ. E se dobbiamo prestar fede al vecchio CATONE, Novara anche da’ liguri ha origine, quantunque in ciò PLINIO discordi, facendola derivare da’ vocontii popoli della Gallia Narbonense. Questa era l'antica LIGVRIA che occupa tutta quella gran parte d'Italia occidentale, la quale poscia dal tempo che cangia e muta i nomi,i linguaggi, i costumi, i confini e tutto, sorti altre divisioni e nuovi domini. Furon poi queste regioni chiamate Langa, Monferrato, l'Astegiana, Piemonte superiore, Marchesato di Saluzzo, Piemonte inferiore ovvero tratto Torinese, Canavese,Valle Augustana,Vercellese e Biellese. MOLTI TRAVAGLI I ROMANI SOPPORTARONO PER SOTTOPORRE TANTI POPOLI LIGVRI, poichè questi duri nelle armi e difesi da'luoghi inaccessibili si mantenner liberi, nè prima degl’ultimi tempi della romana repubblica sono ad essa sottomessi. I romani cominciarono a sperimentarli nell’armi dopo che si sono già resi formidabili in Italiae daltrove, dopo che ebber vinto Pirro re di Epiro e lui costretto a ritirarsi nel suo regno, e dopo che nella guerra punica il console C. Lutazio diede [Plin., Hist. nat.] a’ cartaginesi quella terribile rotta nelle isole agale, per la quale costoro furono forzati a chieder pace a’ romani. Allora, finita questa guerra, i vincitori cominciarono a muovere le armi contro i liguri. LIVIO, nella seconda sua deca, seguendo il suo costume, ne avrebbe certamente fatto conoscere le minute circostanze, ma questa deca interamente ci manca. L. Floro nell’Epitome ne rammenta il principio dicendo, ADVERSVS LIGVRES TVNC PRIMVM EXERCITVS PROMOTVS EST. Ma d’altri scrittori romani e da ciò che LIVIO stesso scrive nella III e IV deca, lequali per buona sorte ci rimangono, è facile il conoscere che fin qui i romani non profittarono niente sopra i liguri, poichè è anche fuor di dubbio che nel principio della guerra punica quando Annibale passa le Alpi, i liguri gli prestano aiuto contro i romani; e LIVIO nel primo libro della III deca parra, che col loro favore prese Annibale per insidie due questori romani con II tribuni de'soldati e V figliuoli de'sanniti dell'ordine equestre. Nè dopo scacciato Annibale d'Italia si perderono di animo, sicchè non tenessero continuamente esercitati i romani nell’armi. Ambi duei consoli C. Flaminio contro i liguri frisinati ed apuani -- i quali scorre fino ne’ campi Pisani e Bolognesi --, e M. Emilio contro gl’altri liguri di qua dell'Appennino, sono destinati con II eserciti consolari a soggiogarli: e sebbene ciò avessero i consoli menato ad esecuzione, non mancaron quelli di risorger poi più animosi e forti che prima, sicchè e d'uopo nel seguente anno a'successori consoli Q. Marzio e Postumio, dopo che questi sispacciarono dalle inquisizioni de’ baccanali, riprender la guerra, la quale a Q. Marzio riusci pur troppo infelice, poichè colto il suo esercito da’ liguri apuani fra luoghi strelti e dificili, e dissipato in guisa che, siccome scrive LIVIO, QVATVOR MILLIA MILITVM AMISSA ET LEGIONIS SECVNDÆ SIGNATRIA UNDECIM VEXILLA SOCIORVM AC LATINI NOMINIS IN POTESTATEM HOSTIVM VENERVNT ET ARMA MVLTA QVÆ QVIA IMPEDIMENTO FVGIENTIBVS PER SILVESTRES SEMITAS ERANT PASSIM IACTABANTVR PRIVS SEQVENDI LIGVRES FINEM QVAM FVGÆ ROMANI FECERUNT. Marzio fuggi dunque col residuo  del suo esercito: NON TAMEN, soggiunge LIVIO, OBLITERARE FAMAM REI MALE GESTE POTVIT NAM SALTVS VNDE EVM LIGVRES FUGAVERANT. MARTIVS EST APPELATVS. Nè minori sono gli sforzi ne’ seguenti anni de’ consoli successori, SEMPRONIO Sempronio che pugna contro i liguri apuani ed AP. CLAUDIO contro i liguri ingauni. In breve, dice Livio, e già ridotto in costume non decretarsi a’ consoli altra provincia se non quella de’ liguri onde erano quelli spesso intenti a formare nuove legioni per poter abbattere sì valorosi inimici; la qual cosa non ha effetto se non sotto L. Emilio Paolo il quale, essendogli stata prorogata la consolare potestà, con potente esercito spedito contro i liguri ingauni ottenne su questi piena vittoria, siccome più tardi M. Bebio l'ottenne su’liguri apuani. E finalmente soltanto verso la fine del secolo, insieme con gl'istri, co’ galli cisalpini e con le genti alpine, sono i liguri sottomessi a’ romani. De’ liguri in fatti primieramente trionfo C. CLAUDIO console, e ne’ posteriori anni sono quelli poscia del tutto debellati. Di questa costanza e dabito de’ liguri alle fatiche della milizia ed a soffrire patimenti e disagi, ben si accorse Annibale, il quale passate l’Alpi, nelle sue prime pugne contro i romani, più che in altro popolo e più che ne’ cartaginesi stessi, pose ogni fiducia ne’ liguri de’ quali si vale. E quando profugo da Cartagine ricovrossi sotto Antioco re della Siria, il quale allora ha guerra co’ romani, il più sano consiglio che a quel principe pole dare, siccome Livio scrive e che dove attaccare in due parti i romani dividendo in due classi la numerosa sua armata, ed una, della quale e stato Antioco stesso il comandante e l'ammiraglio, diriger nella Grecia per discacciarne i romani, l'altra, dellả quale egli stesso Annibale e stato il capitano supremo, dopo avere stretta lega co’ cartaginesi, con LE NAVI DI QUESTI INVIARE NEL MAR LIGVSTICO; poichè pensa che sbarcata la sua gente nella Liguria, egli fidando mollo nel coraggio e valore de’ liguri OSTINATI DIFENSORI DELLA LORO LIBERTA CONTRO I ROMANI, bene avrebbe  potuto unendo l’armi liguri alle sue portar nuova formidabil guerra in Italia e porre nuovo assedio fino alle mura di Roma istessa; ma quello stolto e vano re non appigliandosi a QUESTO SANO CONSIGLIO e volendo piuttosto seguire le adulazioni de’ suoi propri capitani, die’ cagione alle tante sue perdite e sconfitte ed alla sua totale rovina. Ma riguardandosi a’ secoli più a noi vicini, non dovrà tacersi un pregio che rese la ligure provincia assai più gloriosa di quante mai possano vantarsi di essere state avventurose madri d’eroi e di semi-dei. Si celebrano cotanto presso i greci e le nazioni tutte del mondo Alcide, Bacco ed Ulisse per le lunghe loro peregrinazioni, per aver debellato i mostri, verte ignote terre e scorsi incogniti mari. Ma Ercole stesso chi fu colui che rese i segni di Ercole favola vile a'naviganti industri? Chi fu colui che rese navigabili quelli che prima erano inaccessibili ed ignoti mari, e fece palesi ai noi regni non meno sconosciuti che vasti ? Chi fu colui che spiegando le fortunate sue antenne ad un nuovo polo, oscurò la fama di Alcide e di Bacco, se non il ligure COLOMBO? Quanto ben gli si adattano, e con quanta maggiore proprietà e ragione con vengono à lui quelle lodi che Lucrezio da al suo Epicuro, e che dal nostro incomparabile TORQUATO assai più acconcia mente furono attribuite al coraggio ed alla grandezza d'animo del COLOMBO, quando di lui canto. Un uom della Liguria avrà ardimento All'incognito corso esporsi in PRIMA: Nè il minaccevol fremito del vento, Nè l'inospitomar, nè il dubbio clima, Nè s'altro di periglio o di spavento Più grave e formidabile or si STIMA, Faran che il generoso entro a'divieti D'Abila angusti l'alta mente accheti [Ger.] – Nasce a Ischitella (Foggia), piccolo centro del Gargano, da Scipione, speziale. Dopo aver compiuto i studi sotto la guida dell'arciprete del paese, Serra, legge filosofia. E inizialmente destinato allo stato ecclesiastico, ma la famiglia muta parere e G. si trasfere a Napoli, dove, grazie all'aiuto del pro-zio, legge diritto presso il procuratore Comparelli. Divenne allievo d’Aulisio, sotto la cui guida studia diritto civile; legge storia nella Biblioteca Brancacciana e in quella di Seripando. Negli stessi anni Angelis lo introduce alla filosofia di Gassendi e ai classici latini e italiani.  Laureatosi a Napoli, G. inizia a frequentare, anche se marginalmente, l'Accademia di MEDINACŒLI, in cui conosce alcune delle maggiori figure della cultura napoletana, fra cui Capasso, Porzio, Caloprese (si veda) e Cirillo sotto il cui influsso abbandona la filosofia gassendiana per abbracciare quella di Cartesio. G. inizia l'attività d'avvocato, conducendo il suo apprendistato presso Musto, ma, INSODDISFATTO della sistemazione, si trasfere, su consiglio di Spinelli, che già lo presentato all'Aulisio, presso Argento. Per la formazione culturale del G. l'incontro con Argento si rivela fondamentale, poiché a casa di questo, inizia a riunirsi l'Accademia de' SAGGI, che, proseguendo l'esperienza della MEDINACŒLI riune un gruppo di filosofi destinati a divenire il nerbo del governo napoletano durante il vice-regno austriaco. E in quell'Accademia che matura il progetto d'una nuova storia del Regno, cui il G. da il suo contributo iniziando a lavorare all'Istoria civile del Regno di Napoli.  Grazie alla sua attività di avvocato, G. si garantì un agiato tenore di vita. Fase decisiva per la sua carriera forense e quando divenne avvocato dei cittadini di San Pietro in Lama in una causa intentata contro il vescovo di Lecce Pignatelli intorno alla questione delle decime. In risposta a due allegazioni di Nicola D'Afflitto, avvocato del vescovo, G. pubblica la scrittura Per li possessori degli oliveti nel feudo di San Pietro in Lama contro monsignor vescovo di Lecce barone di quel feudo intorno all'esazione delle decime dell'olive, cui seguì, l'anno successivo, il Ristretto delle ragioni de' possessori degli oliveti. Tali testi, per la marcata e aperta adesione alle più avanzate tematiche giurisdizionaliste e per gli ampi riferimenti che G. fa alla storia del Regno, provocano una forte e vivace discussione. Molto scalpore suscita la causa in difesa del nipote dell'Aulisio,  Ferrara, arrestato due anni prima con L’ACCUSA D’AVERE AVVELENATO LO ZIO. Vinta la causa, come compenso G. ottenne dal suo assistito i manoscritti dell'Aulisio, di alcuni dei quali avrebbe poi curato l'edizione. A Napoli G. pubblica intanto, sotto lo pseudonimo anagrammatico di Giano Perontino, la Lettera sad un suo amico che lo richiede onde avvenisse che nelle due cime del VESUVIO in quella che butta fiamme ed è più bassa la neve lungamente si conservi e nell'altra ch'è alquanto più alta e intera non duri che pochi giorni. La lettera e frutto degli interessi che G. coltiva sin dal suo arrivo a Napoli (riscontrabili in tutte le opere sino a quelle del carcere) e dai quali, come avrebbe affermato nell'autobiografia, s'era dovuto allontanare perché assorbito dagli studi giuridici e storici.  Infatti G., pur impiegando gran parte del suo tempo nell'attività forense, lavora alacremente all'Istoria civile. E proprio per potervi attendere con più tranquillità che compra una villa presso Posillipo, detta Due Porte perché si riteneva e appartenuta ai fratelli Battista e Niccolò Della Porta. Nei anni successivi la stesura dell'Istoria lo assorbe sempre di più, tanto che i suoi continui ritiri a Dueporte gli valsero l'ironico soprannome di solitario Piero. L’Istoria civile e ormai pressoché completata. G. fa allora trasferire la tipografia di Nicolò Naso nella villa che il suo amico Vitagliano ha a Posillipo, vicino a Dueporte, e comincia la stampa. Poiché, nonostante l'istruzione ricevuta, e più avvezzo al linguaggio giuridico e al dialetto napoletano che non all'italiano letterario, G. chiede allora a Mela di rileggere l'opera, volgendola, ove necessario, in buon italiano. L'Istoria civile del Regno di Napoli vede finalmente la luce, in un'edizione di 1100 esemplari (1000 in carta ordinaria e 100 in carta reale).  Scritta con lo scopo principale di difendere i diritti e le prerogative dello Stato CONTRO LA CURIA romana, l'Istoria civile non intende tanto apportare nuovi contributi documentari alla storia del Regno, quanto offrirne una nuova interpretazione, esaminandone l'evoluzione dalla DISGREGAZIONE  dell'Impero romano sino al Vice-regno austriaco. G. non raccolge (se non per i primi libri) la documentazione direttamente dalle fonti, ma organizza quella reperibile in altri saggi, in particolare nell'Istoria del Regno di Napoli di Costanzo (L'Aquila, Cacchi), nell'Historia della città e Regno di Napoli di Summonte (Napoli), nella Historia della Repubblica veneta di Nani (Venezia) e nel Teatro eroico e politico de' governi de' viceré del Regno di Napoli di Parrino (Napoli). Il procedimento gli causa, in seguito, l'accusa di plagio da parte di Manzoni nel capitolo della Storia della colonna infame, e poi da tutta la storiografia neo-guelfa, rappresentata, tra gl’altri, da Bonacci e Caristia. Il giudizio non coglie l'importanza dell'Istoria civile, che non sta nella ricostruzione erudita degl’eventi del Regno, ma nell'affermazione del principio dell'autonomia dello Stato. In effetti, se dagli storici napoletani G. traeva le notizie necessarie, i modelli storiografici sono però altri, italiani ed europei. Fra i primi Guicciardini, Sarpi e, soprattutto, Machiavelli delle Istorie fiorentine. Come MACHIAVELLI attribuie alla Chiesa la responsabilità di avere impedito ai Longobardi la realizzazione in Italia di un forte regno nazionale, così G. accusa Roma di avere troncato lo sviluppo dello Stato napoletano, distruggendo l'esperienza normanno-sveva con la chiamata di Carlo d'Angiò. L'avversione nei confronti degl’Angioini è uno dei temi ricorrenti dell'Istoria civile. Alla dinastia francese G. imputa di avere diminuito il potere regio, accresciuto quello baronale, ma soprattutto di aver riconosciuto giuridicamente il Regno come FEUDO della Chiesa. A causa di tale acquiescenza verso il Papato, IL MERIDIONE consuma il proprio distacco dal resto d'Italia, dove invece le dinastie regnanti contrastano apertamente le pretese di Roma. Fra i modelli che ispirano G. sono Thou e Grozio, da cui G. riprende la rivalutazione dei barbari, e in particolare dei Longobardi, visti come signori nazionali, nemici di Roma e di Bisanzio. Tanto G. e avverso agl’Angioini quanto mostra simpatia per gl’Aragonesi, i quali, pur fra incertezze e contraddizioni, tentano di restituire al regno l'autonomia dell'epoca normanno-sveva. Con il dominio spagnolo si conclude tale tentativo e per questo G. e fortemente critico verso Madrid, sottolineandone la politica di sfruttamento nei confronti del regno. L'Istoria civile si conclude con le pagine dedicate al dominio austriaco, nel quale il ceto civile ripone le proprie speranze.  L'Istoria e dunque un'opera collettiva, non perché scritta a più mani - come malignamente sostenevano i nemici di G. -, ma in quanto "opera che raccoglieva e organizza le esigenze del ceto civile (Ricuperati). Con l'Istoria civile G. si e proposto di analizzare le ragioni del potere della Chiesa nell'Italia meridionale e in vista di ciò dedica ampio spazio all'epoca longobarda -- l'unica per cui G. ricorre direttamente alle fonti. Per dimostrare soprusi e sopraffazioni della chiesa sul regno, G. ricostrue l'evoluzione politica del Papato, respingendone implicitamente l'origine divina. Questo atteggiamento verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente politica, rende l'Istoriaun'opera del tutto nuova nel panorama storiografico europeo ma motiva anche l'ostilità di Roma verso G..  Il consiglio municipale di Napoli – gl’Eletti -- concede a G. una regalia di 195 ducati e lo nomina avvocato generale della città. Mentre copie dell'Istoria sono inviate a Vienna, a Napoli divampano le polemiche. Le autorità ecclesiastiche protestarono perché il saggio non ha ottenuto la licenza del tribunale vescovile -- G., in effetti, non l'aveva chiesta, ritenendola superflua poiché ritenne che il saggio non tratta argomenti di giurisdizione ecclesiastica -- e alcuni religiosi iniziarono a tenere prediche contro G.. In seguito a ciò, il potere civile muta atteggiamento. l vice-ré austriaco, Althann, che aveva concesso a G. la licenza necessaria per la pubblicazione dell'opera, in una riunione del Consiglio del Collaterale, biasima apertamente gl’Eletti, i quali, peraltro, congelano i provvedimenti a favore di G., nominando una commissione per valutare il saggio. Nello stesso tempo, il Collaterale ordina la sospensione delle prediche contro G. e la vendita dell'Istoria.  La situazione volge al peggio al momento del rito di s. Gennaro: poiché il sangue tarda a sciogliersi, il clero napoletano comincia a sostenere che il santo e adirato con i napoletani per la pubblicazione dell'Istoria civile. Contro G. si diffuse allora in tutta la città poesie e libelli -- diversi dei quali sono oggi conservati in un codice della Biblioteca di Napoli --, mentre la curia arcivescovile si preparava a scomunicare l'opera. Ormai era a rischio la stessa vita di G., il quale, spinto anche dagl’amici, decide di recarsi a Vienna per chiedere la protezione dell'imperatore Carlo VI. Dopo alcune esitazioni, G. lascia Napoli per quella che sperava una breve assenza e che, invece, sarebbe stata UNA PARTENZA SENZA RITORNO.  Raggiunta in incognito Manfredonia, da lì si trasferì a Barletta, riparando per alcuni giorni in una villa del fratello di Fraggianni. Nel frattempo a Napoli, il sangue di s. Gennaro si scioglie. Trovata una nave su cui imbarcarsi, e a Trieste, a Lubiana e giunge a Vienna.  In questa città G. presnde subito contatto con alcuni esponenti della numerosa comunità italiana, fra cui Riccardi, Forlosia e il bibliotecario di corte Garelli, che porta una copia dell'Istoria all'imperatore Carlo VI. Nel frattempo, venuto a conoscenza della scomunica lanciatagli dalla curia arcivescovile di Napoli e della messa all'Indice dell'Istoria civile, G. ricominciò a scrivere. Dapprima ritorna sul trattato “Del concubinato de’ Romani” ritenuto nell'Impero -- dopo la sopposta conversione alla fede di Cristo -- già iniziato a Napoli. Poi scrive due nuovi saggi: De' rimedi contro le proposizioni de' libri che si decretano in Roma e della potestà de' principi in non farle valere ne' loro Stati e De' rimedi contro le scommuniche invalide e delle potestà de' principi intorno a' modi di farle cassare ed abolire -- che confluì nell'Apologia dell'Istoria civile. La posizione di G. sembra migliorare. In seguito alle pressioni viennesi, la scomunica e revocata e G. ottenne udienza da Carlo VI, che l'anno seguente gli concesse una pensione annuale sopra i diritti della Secreteria di Sicilia. Egli non riuscì, però, a ottenere un incarico ufficiale che, come aveva sperato, gli permettesse di tornare a Napoli in una posizione sicura. Decide quindi di fermarsi a Vienna e si stabilì in palazzo Linzwal. Nel frattempo, in Italia appareno diverse confutazioni dell'Istoria civile. E pubblicata a Roma l'Apologia di quanto l'arcivescovo di Sorrento ha praticato cogli economi de' beni ecclesiastici della sua diocesi dell'arcivescovo Filippo Anastasio. In risposta Vitagliano pubblica a Napoli una Difesa della real giurisdizione intorno a' regi diritti su la chiesa collegiata appellata di S. Maria della Cattolica della città di REGGIO, in cui, pur volendo difendere G., finiva invece con il criticarlo. G. e allora costretto a reagire con un proprio testo, diffuso a Napoli in forma manoscritta. Appareno a Roma le Riflessioni morali e teologiche sopra l'Istoria civile del Regno di Napoli di Sanfelice. Rispetto all'opera d’Anastasio si tratta di un lavoro ben più articolato e problematico, tanto che G. in un primo tempo decide di non replicare. Ma durante la villeggiatura a Perchtoldsdorf, nei dintorni di Vienna, scrive la Professione di fede. L'opera conosce una vasta fortuna, testimoniata da un'imponente circolazione manoscritta, e segna la definitiva rottura con la Chiesa cattolica. Un'altra Risposta di G. fa seguito alla pubblicazione delle Annotazioni critiche sopra l’Istoria civile di Napoli (Napoli) di Paoli, scritte con l'aiuto d’Egizio, esponente della parte più moderata del giurisdizionalismo napoletano, non disposta a seguire la lezione di G.  Fallite le speranze di ottenere un incarico a Vienna, G. riprende l'attività forense. Oltre a diverse allegazioni per clienti viennesi e napoletani, scrive il Ragionamento a Pilati in cui difende i diritti di quest'ultimo alla nomina, poi non avvenuta, a vescovo di Trento dopo la morte di Gentilotti e il saggio De' veri e legittimi titoli delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano nel tribunale detto della Monarchia, sulla complessa questione del Tribunale della Monarchia di Sicilia. Risalgono dopo due saggi: la Breve relazione de’ Consigli e dicasteri della città di Vienna, commissionatagli dal reggente Castelli, e le Ragioni per le quali si dimostra che l'arcivescovado beneventano e sottoposto al regio exequatur, come tutti gl’altri arcivescovadi del Regno, saggio scritto su incarico della Città di Napoli.  Nel frattempo, continua la fortuna europea di G. e dell'Istoria. G. comincia a corrispondere regolarmente con Liebe e i Mencke, iniziando la collaborazione agli Acta eruditorum Lipsensium. Scrive la Dissertazione intorno il vero senso della iscrizione "Perdam Babillonis nomen" posta in una moneta di Lodovico XII re di Francia, da alcuni creduta coniata in Napoli, che, tradotta in latino, usce in un'edizione degl’ “Historiarum sui temporis” di Thou. G. e ormai un filosofo inserito nel contesto d’Europa per la sua conoscenza, in quel periodo delle opere che meglio rappresentavano quella filosofia. In tal senso, un ruolo fondamentale ha la frequentazione con il principe Eugenio di SAVOIA, nella cui ricchissima biblioteca G. aveva legge i più importanti saggi della filosofia libertina e radicale europea. Da queste sue fertili frequentazioni nei primi anni dell'esilio viennese deriva il progetto dello suo saggio, il Triregno, iniziata durante una villeggiatura a Medeling, e le cui prime due parti erano quasi terminate due anni più tardi. Il Tri-regno si articola in tre parti. Nella prima, “IL REGNO TERRENO,” G. studia la religione e sottolinea come in essa NON si conosce un al di là, in quanto al popolo si promette esclusivamente il dominio sugli altri popoli senza alcun riferimento a mondi ultra-terreni. Quello che Dio promete all'uomo – o GIOVE a ENEA -- e, dunque, esclusivamente un regno terreno: ROMA! Nel successivo Regno celeste l'attenzione di G. si sposta al cristianesimo delle origini – e l’idea della potesta temporale – e del Cesare -- studiando i testi neo-testamentari, mette in evidenza come e il cristianesimo – ‘dei galilei,’ come G. chiama in parodia di Giuliano -- a introdurre l'idea di un mondo ultra-terreno cui i fedeli sono destinati dopo essere stati giudicati sulla base delle loro azioni mondane. Il Regno papale, l'ultima parte – “infamous part” – H. P. Grice --, riprende il discorso iniziato nell'Istoria civile sulle origini del potere del Papato. Dopo i primi secoli vissuti in conformità con l'insegnamento evangelico, il PONTEFICE, approfittando della decadenza del POTERE TEMPORALE IMPERIALE dopo Costantino, costitueno il loro Regno sul principio della superiorità rispetto allo stato mondano, temporale.  Nella composizione del Tri-regno concorrevano diverse tradizioni: la fondamentale esperienza del libertinismo erudito, con cui G. eentrato in contatto negli anni della sua prima formazione napoletana, per influenza d’Aulisio, dal quale G. comprende l'importanza della storia ebraica e la poca rilevanza alla mente romana! Molti temi delle Scuole sacre - l'opera d’Aulisio uscita postuma pochi mesi dopo l'Istoria civile - ricomparivano, infatti, nel Triregno, filtrati dalle conoscenze acquisite a Vienna: la storiografia protestante (i. e. non cattolica, non romana) tedesca (particolarmente evidente nel Regno celeste, dove forte è l'influenza delle Origines, sive Antiquitates ecclesiasticae diBingham e delle Observationes sacrae di Deyling) e, soprattutto, il deismo europeo post-spinoziano. In questo senso importante e stato il rapporto con gli saggi di Toland (in particolare le Lettere a Serena, Origines Iudaicae e Nazarenus), dai quali G. trasse la tesi secondo cui gl’ebrei credeno nella MORTALITA dell'anima e non hanno alcuna idea di un mondo ultraterreno, e con la storiografia che con questi si e misurata criticamente (come le Vindiciae antiquae Christianorum disciplinae di Mosheim).  Il Tri-regno non e, peraltro, del tutto slegato dall'Istoria civile. La matrice giurisdizionalista e evidente soprattutto nel Regno papale, dove G. riprende il problema delle origini del potere ecclesiastico, affrontandolo, però, con gli strumenti della storiografia protestante. Non più "istoria civile" del Regno di Napoli, ma di tutta la civilizazione d’Occidente, fondata da Roma a tradita dai papi. Di qui la persecuzione che la Curia romana muove contro di lui, riuscendo, infine, non solo a FARLO ARRESTARE, ma a entrare anche in possesso dell'autografo del Tri-regno.  Si impede così la pubblicazione del saggio. Ma non ne e, tuttavia, impedita completamente la diffusione, che avvenne grazie a un apografo (probabilmente uscito dagli archivi romani in cui l'originale e custodito). Diversi codici del Triregno circolano in Europa, e sembra addirittura imminente una sua pubblicazione ad Amsterdam.  La conquista del Regno di Napoli a opera di Carlo di Borbone determina la dispersione della comunità napoletana di Vienna. Ritenendo, con ragione, che e in pericolo la sua pensione, basata su rendite siciliane, anche G. decide, allora, di partire. Lascia Vienna e giunse a Venezia. Dove essere solo un punto di passaggio sulla via per Napoli, ma le autorità borboniche gli rifiutano il passaporto, temendo che un suo ritorno avrebbe compromesso le trattative per il riconoscimento papale del nuovo sovrano. L'ambiente culturale veneziano si rivela, comunque, ricco di stimoli per G., che stringe amicizia con Pisani, con il principe Trivulzio, con Conti, con Terzi e con il libraio Pitteri. Con quest'ultimo, in particolare, si accorda per una nuova edizione dell'Istoria civile, per la quale appronta quell'Apologia dell'Istoria civile cui lavora da tempo e in cui confluirono i tre trattati composti a Vienna. In realtà, anche a Venezia G. non manca certo di nemici. Poco dopo il suo arrivo, Pasqualigo gli offre cattedra a Padova, ma la Curia romana e riuscita a fare sospendere l'offerta. Nello stesso tempo, il nunzio a Venezia,  Oddi, fa pressioni sul governo della Serenissima perché G. e cacciato e consegnato alle autorità pontificie. Per screditare G. venne diffusa la voce che egli avesse criticato la Repubblica veneziana in alcune pagine dell'Istoria civile, obbligandolo così a difendersi. La risposta a tale accusa confluì anch'essa nell'Apologiadell'Istoria civile. G. si stabile nell'abitazione di Pisani. Riprende, allora, la stesura del Triregno, discutendone con i suoi amici veneziani. E nella villa di Pisani a Rovere di Crè, presso Rovigo, che G. scrive la Prefazione al Triregno. Anche questa volta, tuttavia, la tranquillità doverivelarsi effimera.  Dopo oltre un anno di complesse manovre sotterranee, il nunzio ottenne il risultato sperato. Una fatidica notte, poco dopo aver lasciato, insieme con Conti, la casa di Terzi, G. e catturato d’agenti del S. Uffizio, caricato a forza su un'imbarcazione e abbandonato nel Ferrarese, in territorio pontificio. Riusce quindi fortunosamente a raggiungere Modena e vi resta nascosto per circa un mese, sotto il falso nome di Antonio Rinaldi, protetto, fra gli altri, anche da L.A. Muratori. Inizia, allora, la stesura del Ragguaglio dell'improvviso e violento ratto praticato in Venezia ad istigazione de' gesuiti e della corte di Roma. Si reca a Milano, allora occupata dalle truppe sabaude, dove spera nell'aiuto della famiglia del principe Trivulzio. E ricevuto dal marchese Olivazzi, gran cancelliere, il quale gli consiglia di scrivere al marchese d'Ormea, ministro di Carlo Emanuele III di SAVOIA, per offrirsi come storico di corte. Quel che Olivazzi non poteva sapere e che l'Ormea s'era già accordato con Albani, offrendogli l'arresto di G. come contro-partita per la concessione di un concordato favorevole allo STATO SABAUDO al fine di chiudere lo scontro - aperto un ventennio prima da Vittorio Amedeo II - fra Torino e Roma. Da Torino parte quindi l'ORDINE D’ARRESTO di G., che però nel frattempo lasciato Milano per la capitale sabauda. Non considerando più gli Stati italiani un rifugio sicuro dopo l'esperienza veneziana, G. aveva decide di andare a Ginevra, dove e in contatto con l'editore Bousquet, che  annunciato la sua intenzione di pubblicare l'Istoria civile. Mentre da l'ordine di arrestarlo a Milano, Ormea non puo immaginare che G. e proprio a Torino, dove si ferma. Giunge a Ginevra dove, pur rifiutando di convertirsi al calvinismo, stringe amicizia con Turretini e Vernet. A causa delle sue precarie condizioni economiche, decide di pubblicare la traduzione francese dell'Istoria civile, per la quale s'era accordato già da tempo con Bousquet. Questi, però, aveva sciolto proprio allora la sua società con lo stampatore Pellissari, e si e trasferito in Olanda. E solo grazie all'aiuto di Vernet che G. puo trovare un nuovo finanziatore nel libraio Barillot, ma, quando tutto e pronto per l’edizione dell'Istoria, G. e attirato fraudolentemente in territorio sabaudo e arrestato.  Ormea da disposizioni per l'arresto al governatore della Savoia, conte Giuseppe Piccon della Perosa. La trama del rapimento è stata raccontata da G. stesso, nella sua autobiografia, in pagine esemplari per chiarezza e drammaticità. A Ginevra egli prende alloggio presso il sarto Chénevé, da tempo amico di un doganiere sabaudo, tale Gastaldi, il cui fratello era aiutante di campo del conte Piccon. Dapprima Gastaldi si guadagna la simpatia dal figlio di G., invitandolo spesso a Vésenaz -- il piccolo centro savoiardo di fronte a Ginevra, dov'era la dogana -- insieme con Chénevé. In questo modo egli venne a conoscenza dei movimenti di G. a Ginevra, informandone Piccon. Dopo aver rifiutato gl’inviti di Gastaldi per tutto l'inverno, G. accetta di assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di Vésenaz. Si trasfere  a casa di Gastaldi. Questi, presi con sé alcuni soldati, irruppe di notte nella stanza di G. e arrestò lui e il figlio. Il giorno dopo, Gastaldi si mise in marcia verso Chambéry. G. racconta la gioia del doganiere il quale, tenendo in mano un suo ritratto (probabilmente una copia dell'incisione fatta a Vienna da  Sedelmayer) andava di paese in paese urlando di aver catturato "un grand'uomo".  Giunto a Chambéry Gastaldi consegna i prigionieri al conte Piccon, il quale ne dispose il trasferimento nella fortezza di Miolans, tradizionalmente deputata ad accogliere i prigionieri di Stato -- quarant'anni dopo vi sarebbe stato rinchiuso anche il marchese de Sade. Ricevuta notizia dell'arresto, Ormea ne informa Albani, al quale riferì anche l'intenzione di Carlo Emanuele III di non inviare G. a Roma, ma di impegnarsi a tenerlo in carcere perpetuamente. Per quanto la corte di Roma prefere giudicare direttamente G., Clemente XII ringrazia il sovrano sabaudo per l'arresto del sedizioso. Ormea e Albani si accordano, intanto, perché G. e processato dal S. Uffizio piemontese e costretto ad abiurare.  Durante la sua prigionia a Miolans G. scrive la “Vita e Morte di G. scritta da lui medesimo” e inizia, aiutato dal figlio, una prima versione dei “Discorsi sopra gl’Annali di Livio,” che intende offrire a Carlo Emanuele III per l'educazione del principe di Piemonte, il futuro Vittorio Amedeo III. Nello stesso periodo Ormea riusce, grazie al conte Piccon e ad altri agenti sabaudi, a entrare in possesso dei manoscritti delle opere di G. -- compreso quello del Triregno -- che, dopo esser stati esaminati da Palazzi, abate di Selve, bibliotecario e storico di corte, sono inviati a Roma. G., separato dal figlio, e trasferito a Torino nelle carceri di Porta Po, prima, e nella cittadella, poi. Qui fu affidato alla cura spirituale di Prever. Presta formale abiura dei suoi errori di fronte al vicario inquisitoriale, Alfieri di Magliano.  Il testo dell'abiura non e quello che la Curia romana si attende, tanto che - contrariamente alla prima intenzione - si decide di non renderlo pubblico. A convincere G. ad abiurare e stata la speranza di poter tornare presto in libertà. Ma e trasferito al forte di Ceva, dove rimane. Le istruzioni impartite al conte Magistris, governatore del forte, sono per la migliore sistemazione possibile nel castello. G. e rinchiuso nella prigione detta "la speranza": due stanze e un anticamera interamente rivestite in legno e chiuse da una porta di pietra. Gli era permessa qualche ora d'aria al giorno, purché non parlasse con nessuno, tranne il governatore e il confessore del forte, e puo leggere e scrivere, purché le sue opere non uscissero da Ceva se non per Torino. Nel tempo di prigionia cebana G. termina i Discorsi sopra gli Annali di LIVIO (si veda) e scrive altre tre saggi: l'Apologia de' teologi scolastici, l'Istoria del pontificato di GREGORIO (si veda), e L'ape ingegnosa. In esse riaffiorano molti temi del Triregno, soprattutto nell'Apologia de' teologi scolastici - dove L’AUTORITA DEI PADRI della Chiesa e sottoposta a UNA VERA DEMOLIZIONE -- e nell'Istoria del pontificato di GREGORIO (si veda). Quest'ultima, inizialmente concepita come conclusione dell'Apologia, e una vera e propria prosecuzione del Triregno, nel cui Regno papale una vasta parte dove essere dedicata a tale PONTEFICE. Temi tipici degl’autori libertini, in particolare di Toland, grazie a un sapiente uso della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, tornano anche nelle pagine dell'Ape ingegnosa, vasto e complesso zibaldone, come recita il titolo, di varie osservazioni sopra le opere di natura e dell'arte, denso di spunti autobiografici.  Nonostante la prigionia, la fortuna europea di G. continua. Ad Amsterdam sono aparsi i suoi libri sulla "politia ecclesiastica" (Anecdotes ecclésiastiques contenant la police et la discipline de l'Église chrétienne depuis son établissement jusqu'au XIe siècle), e l'intera Istoria civile, curata da Bochat e Bentivoglio, pubblicata a Ginevra -- ma con la falsa indicazione d’Aja. Mentre a Torino la diffusione delle opere giannoniane preoccupava le autorità ecclesiastiche, a Ceva  G. entra in contatto con esponenti della nobiltà locale, che lo incaricarono della stesura di alcune allegazioni forensi. A causa dell'avanzata delle truppe franco-spagnole, allora impegnate contro il Piemonte nella Guerra di successione austriaca, G. e trasferito a Torino. In un primo tempo le condizioni della prigionia nella cittadella si rivelarono assai più dure: il governatore Cortanze non ha, come invece il De Magistris, ordini particolari per il prigioniero, il cui trattamento non e inizialmente dissimile a quello riservato ai molti prigionieri che affluivano nella capitale da tutto il Piemonte. La situazione e aggravata dalla morte d’Ormea, tanto che G. invia al sovrano un lungo e disperato memoriale sul proprio stato e sulle angherie cui lo sottopone il maggiore della cittadella, Caramelli. Da allora le condizioni della sua detenzione migliorano sensibilmente. Il suo ritorno a Torino non e passato inosservato; in pochi mesi G. entrò in relazione con personaggi della corte e della cultura, come i bibliotecari dell'Università Ricolvi e Rivautella, e, soprattutto, Villettes, il quale gli fa avere diversi libri della propria biblioteca, grazie ai quali, oltre a quelli avuti dalla Biblioteca reale tramite Cortanze, G. puo aggiungere nuovi capitoli all'Apologia de' teologi scolastici e iniziare una nuova versione dei Discorsi. L’interesse destato da G. suscita la reazione delle autorità ecclesiastiche. Il nunzio a Torino, Merlini, protesa  presso il sovrano, il quale gli assicurò che le condizioni del prigioniero sono divenute più severe.   In realtà G. continua a scrivere e a ricevere libri da Villettes e da Roero di Cortanze. Il desiderio di G., formulato in una lettera ad Ormea che sulla sua tomba e posta un'iscrizione da lui appositamente composta non e esaudito. Il suo corpo e sepolto nella fossa comune dei prigionieri della chiesa di S. Barbara, all'interno della cittadella. La chiesa e distrutta. Altri saggi: “Saggi” a cura di Bertelli e Ricuperati, Milano, con bibliografia, in cui sono comprese la Vita scritta da se medesimo, pagine scelte dell'Istoria civile, del Triregno, del Ragguaglio del ratto, delle altre opere del carcere e alcune lettere; Istoria civile, a cura di Marongiu, Milano; Triregno, a cura di Parente, Bari; Dopo la "Giannoniana": problemi di edizione, nuovi reperimenti di fonti e l'introduzione perduta del Triregno, cur. Ricuperati, in L'Europa fra Illuminismo e Restaurazione. Studi in onore di Diaz, a cura di Alatri, Roma; un manoscritto del Ragguaglio del ratto è stato pubblicato in Un testo inedito di G., cur. Denis, Archivio storico italiano, Delle altre opere del carcere l'unica sinora pubblicata in edizione critica è L'ape ingegnosa, overo Raccolta di varie osservazioni sopra le opere di natura e dell'arte, a cura di Merlotti, Roma, con bibliografia. Per le lettere. G., Epistolario, a cura di Minervino, Fasano; Lettere autografe, cur. di Minervino  (in entrambi i casi l'edizione non è del tutto affidabile, cfr. la rec. di Rienzo, in Bollettino storico-bibliogr. subalpino, Arch. di Stato di Torino, Biblioteca antica, Manoscritti di G., inventario a cura di Ricuperati, Le carte torinesi di G., in Memorie dell'Acc. delle scienze di Torino, classe di scienze morali, storiche e filologiche. Il fondo è stato arricchito da documenti autografi del G., in gran parte relativi ai periodi austriaco e veneziano. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di G.. Ricerche bibliografiche, Bari; Marini, G. e il giannonismo, Bari; Vigezzi, G. riformatore e storico, Milano; Bertelli, Giannoniana. Autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Napoli; Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa di G., Milano;  G. e il suo tempo, a cura di Ajello, Napoli; Merlotti, Risorgimento ghibellino: Ferrari lettore di G., in Annali della Fondazione Einaudi; Negli archivi del Re. La lettura negata delle opere di G. nel Piemonte sabaudo, Riv. stor. Italiana; Ricuperati, G.: an itinerary in European free-thinking, in Transactions of The Congress on the ENLIGHTENMENT, Oxford; Trevor-Roper, G. and Great Britain, in The Historical Journal, A. Hook, La "Storia civile del Regno di Napoli" di G., il giacobitismo e l'Illuminismo scozzese, in Ricerche storiche, Mannarino, Le mille favole degli antichi. Ebraismo e cultura europea nel pensiero religioso di G., Firenz. Grice: “One good thing about the Roman Church (you know, there’s a Jewish Church, too) is Giannone – he was rendered an ‘impious’ by the Church and imprisoned to death. This allowed him to philosophise on the Liguri – and he did!” Nome compiuto: Pietro Giannone. Giannone. Keywords: la terza Roma, autobiografia, ego-grafia – Vico, Giannone, Genovesi – Liguria – commento su Livio – regno terreno, regno celeste, regno papale --. Storia di roma antica -- giannonismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannone” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gianola – siciliano, non italiano – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Catania, Sicilia. Italian classical philologist, theosophist, and schollar. His career bridged classical scholarship with an interest in esoteric subjects. Hw began his caeer as a classical philologist, especialising in the study of ancient languages and texts. This training formed the foundation of his scholarly work on ancient Roman history and philosophy. He was associated with the Teosophical Society and published seversal essays through its publishing arm, Edizioni studi esoterici, and Theosophical Publishing Society. Teosophy is a philosophical and religious movement that draws on elements of Hindusim, Buddhism, and Gnosticism. This interest influenced his later writings, particularly those on esoteric or mystical topics. LA FORTUNA DI PITAGORA PRESSO I ROMANI dalle orìgini fino al tempo di Augusto . G. also writes: “Publio Nigidio Figulo astrologo e mago” In this work G. examines the life and work of Giulo, a Rom scholar, politician and neo-pythogagorean philosopher. It is  a historical and philological analysis. “La fortuna” explores the influence of Pythagoras and Pythagorean philosophy among the Romans from their origins up to t the time of Augusto. It is a work of comparative literature, focusing on Latin and Greek sources. G. was associated with The Biblioteca di Filoslogia classica, a scholarly series. His historical and philological work is part of a broader body of research on classical antiquity and philosophy, particllary on the neo-pythagorean movement in ancient Rome. He also wrote Il sodalizio di Crotona – and Per la piu grande italia: discourse, a work with patriotic themes.  His research continues to be of interest to scholars in these fields. CATANIA FRANCESCO BATTUTO  J^-Catania — Stab. Tip. S. Di Mattai &. C. — 1921. A GIORGIO E GUSTAVO DEL VECCHIO FRATERNAMENTE PREFA2IONB La filosofia di Pitagora^ che è generalmente conosciuta appena in alcuni dei suoi punti fondamentali^ come la metempsicosi^ Varmonia delle sfere^ la scienza dei nu- meri^ l'astensione dai cibi carnei e dalle fave^ era in realtà un complesso assai vasto e profondo di dottrine^ un ve?v e propìzio sistema di speculazione e di morale, la cui conoscenza ci è tuttavia possibile soltanto in pic- cola parte^ sì per la scarsità dei documenti scritti ori- ginali, dovuta alla nota tradizione della segretezza che i più dei suoi cultori osservarono scrupolosamente, sì per le amplificazioni^ le falsificazioni e le invenzioni che partorirono le fantasie di tardi seguaci^ di pseudo- eruditi e di mistificatori. E però indubbio che tale filo- sofia fu non dilettantismo di mistici fanatici^ ma vera e ragionata speculazione^ a cui si accompagnò^ parallela, ima conseguente e logica ragione di vita, sì che^ men- tre da un lato potè attrarre^ seducendole col fascino delle verità da essa chiarite e con V armonica bellezza dei suoi insegnamenti.^ le anime di molti cui pungeva r assillante aculeo della conoscenza., incontrò daW altro ostacoli e derisioni da parie di aristocrazie interessate o di volghi ignobili e sciocchi. Divulgata.^ se non creata interamente ex novo, nel se- colo sesto a. C. per opera di Pitagora^ del quale ^ come di Omero, alcuni misero perfino in dubbio Vesistenxa^ fu coltivata^ prima che altrove, sulle rive dell' Ionio ^ nella Magna Grecia e in Sicilia., di dove si diffuse, sebbene osteggiata., nella Grecia ed in Roma. Ricca., com'essa era., di principii che oggi si direbbero idealistici e tra- sceridentali., ed accompagnandosi., come ho detto., a una sua particolare armonica concezione della vita indivi- duale e collettiva^ teorica^ insomma e pratica nello stesso tempo., essa era ben atta ad informare di se religione e scienza., politica e morale.^ consuetudini e leggi. Essa fu da molti connessa non pure con anteriori an- tichissime dottriìie della Grecia^ deW Egitto^ delV India e per fin della Cina., dalle quali sarebbe in tutto o in parte derivata e con le quali ebbe non dubbi punti di somiglianza, ma altresì con la posteriore filosofia di Pla- tone, in molte parti ricalcata sulle sue orme. Conservata poi per lungo tempo immune da elementi estranei, e tra- mandata, senza il sussidio della scrittura, nel segreto delle scuole, essa ebbe nuovo rigoglio per opera dei filosofi alessandrini, quando, inalveatesi nel suo letto altre correditi di pensiero, alimentò le speculazioni della teo- sofia neoplatonica e ?ieopitagorica di Plotino, di Porfi- rio e di altri molti, e diede origine a molteplici scrit- ture, quali più quali meno profonde ed attendibili, in- torno alla vita ed ai primi insegnamenti delV antico maestro. Da essa infine tras.sero ispirazione alcuni filo- sofi della rinascenza, e qualche sua derivazione può dirsi non del tutto spenta anche oggi. — VII - Importantissimo e utilissimo sarebbe dunque^ massime per noi Italiani, lo studiare la storia di questa dottri- na e il ricercarne e ìiarrarne le vicende nei vari tempi e nei vari paesi: poiché^ sebbene molti abbiano fatto stu- di e ricerche in proposito — basterà ricordare^ fra tanti, i lavori del Bitter, dello Zeller, del Gomperz, dello Chaignet (4) e del Mullach (5), e, in Italia, di CAPELLINA (vedasi), di CENTOFANTI (vedasi), di Gognetti De MARTIIS (vedasi), di FERRARI (vedasi), di FERRI (vedasi) -- e benché da tutti -- Ritter, Oeschichte der Pythagor. Philosopkie, Hamburg.  Zellbe, Pythagoras und die Pythagorassage, in Vor- tràge und Abhandlungen geschichtlichen Inhalts^ Leipzig, 1865 e Die Philosopkie der Oriechen ecc.., voi. P pp. 279 e segg. (3) Theod. Gomperz. Les penseurs de la Grece, trad. de la 2* ed. alleni, par A. Raymond, Paris, Alcan. Chaignet, Pythagoi^e et la philosopkie pythagor., Pa- ris, 1873.  Fr. G. a. Mullach, De Pythagora eiusque dìseipulis et suc- cessoribus, in Fragmenta philosoph.. graecor. v. II, Paris, . CAPELLINA (vedasi), Delle dottrine dell'antica scuola pitagorica contenute nei Versi d'oro, Memorie della R. Aecad. di Scienxe di Torino, CENTOFANTI (vedasi), Studi sopra Pitagora nel volu- me La letteratura greca, Firenze, Le Monnier, 1870 [Opere, voi. I, 5p. 359 e segg). (8) CoGNETTi De Martiis, L'Istituto Pitagorico, in Atti della R. Accad. delle Scienxe di Torino, e nel volume Socialismo antico, Torino, Bocca. FERRARI (vedasi), La scuola e la filosofia pitagorica, Rivista ital. di filosofia; FERRI (vedasi), Sguardo retrospettivo alle opinioni degl'italiani intorno alle origini del pitagorismo, Atti della R. Accademia dei Lincei, Rendiconti.— questi e da altri studiosi non solo si siano raccolte molte notizie^ ma si siano anche esaminate e discusse quistio- ni importaìitissiìne^ pure troppe cose ancora rimangono da chiarire e da risolvere della storia ch'io chiamerò esterna del Pitagorismo; e fors'anche^ riprendendone i?i esame il contenuto, ossia tenendo V occhio alla sua sto- ria interna, che è poi, per la filosofia, la sola importan- te, qualche verità, io penso, già acquisita e insegnata dall'antico saggio, potrebbe dimostrarsi anche oggi vali- damente fondata e tale da poter resistere agli assalti del nostro più acuto criticismo. Gli studi raccolti in questo volume furono già da me in gran parte pubblicati, o in opuscoli o in riviste; ma poiché ho dovuto, ìiel corso delle mie ricerche, modificare alcune delle conclusioni alle quali ero giunto, e nuovi fatti ho potuto chiarire, mi sono indotto, anche per aderire al desiderio e alle sollecitazioni di be7ievoli amici, a ristamparli tutti insieme. Spero che il tenue contributo chHo porto alla storia che or ora dissi esterna del Pitagorismo varrà almeno a dimostrare che intorìio a queste importantissime dot- trine non si è detto ancora tutto e che inolio ancora si può indagare e scoprire. Da diverse tradizioni furono connessi i piiì antichi istituti religiosi e politici di molte città dell'Italia meridionale con il Pitagorismo (1); ne fa meraviglia che alle dottrine di Pitagora si facessero risalire anche le prime istituzioni e le più antiche leggi di Roma: Numa, il sacro legislatore della città capitolin'a, fu ritenuto scolaro di Pitagora, e le stesse leggi delle dodici tavole, copiate dalle legislazioni della Magna Grecia e della Sicilia, che alla loro volta traevano ispirazione, se non origine, dal Pitagorismo, fu- rono altresì ricongiunte con questo. Sarebbe indubbiamente assai utile e interessante poter determinare in che consistessero questi legami di dipen- denza e stabilire con precisione quali furono gl'influssi dell'antica sapienza italica sulla formazione delle credenze e degli istituti religiosi e della fondamentale legislazione (1) Seneca, per esempio, (Epist. ad Lueilium^ 90) sull'autorità di Posìdonio, dice, parlando dei grandi legislatori dell'Italia: «Hi non in foro, nec in consultorum atrio, sed in Pythagorae ilio sanctoque secessu didicerunt jura, quae fiorenti lune Siciliae et per Italiani Oraeciae ponerent ». 1. 2 — romana; ma purtroppo, sebbene qualche lieve tentativo si sia fatto in proposito, non è, per ora, possibile una deter- minazione neppure approssimativa. Ma insieme con questa azione, da alcuni ritenuta sol- tanto leggendaria, su ciò che costituì l'anima della vita civile di Roma, esercitò il Pitagorismo un ulteriore in- flusso, determinando nel corso dei secoli, attraverso le vicende della sua storia vasta e complessa, una corrente di pensiero sua propria, continua o interrotta, palese o recondita? Di vera e propria tradizione scritta non ci restano trac- ce, se non frammentarie; di una tradizione orale abbiamo invece meno scarsi indizi e con certezza sappiamo di non pochi seguaci che la dottrina pitagorica ebbe in Roma. Anzi noi possiamo rilevare fin d'ora, anticipando in parte le conclusioni di queste nostre ricerche, che questi inna- morati cultori di una così riposta e difficile sapienza non furono già uomini oscuri uè poeti o scrittori di second 'or- dine, ma cittadini illustri, grandi poeti e celebri letterati, pensatori insigni e grandi uomini politici ; cosicché la filo- sofia pitagorica, non morta nella scrittura o negli insegna- menti orali, ma viva e operante nelle menti di magistrati famosi, come Appio Claudio e il maggiore Scipione, nelle fantasie di poeti eccellenti, come Ennio e Virgilio, nei cuori di cittadini nobilissimi, come Figulo, Yarrone e i Sestii, accompagnò in certo modo passo per passo il pro- gredire della potenza e della grandezza di Roma; finché poi, sopra la sua efficienza pratica e la sua virtù fattiva prevalendo l'elemento speculativo, che, data la naiura e l'indole dei Romani, era il meno idoneo ad allettarli, e all'antica razionalità delle dottrine sovrapponendosi da un lato fantasticherie e aberrazioni come quelle di un Apollonio di Tiana, e dall'altro frammischiaudosi elementi ete- rogenei di origine greca, orientale e forse anche cristiana, essa si ritirò di nuovo nel silenzio e nella segretezza di qualche scuola, illuminò appena la vita e lo spirito di qualche solitario amante della verità e del sapere, e finì per disperdersi e dileguare nelle acque torbide delle spe- culazioni di un Macrobio o di un Eulogio. Se io mi sono indotto pertanto a raccogliere con la maggior diligenza possìbile i ricordi, le testimonianze, le tracce, o. palesi o recondite, o tenui o larghe, che di sé. ha lasciato il pensiero pitagorico nella storia e nella let- teratura dell'antica Roma, gli è che altri lavori e studi esaurienti intorno al mio tema non mi è accaduto di tro- vare. Brevi cenni riassuntivi si trovano bensì nelle opere dello Zeller, dello Chaignet, del MuUach, nella Storia di Roma del Pais, e in storie generali e particolari della letteratura romana; ma in sostanza io ho dovuto fare lun- ghe e pazienti indagini, per mettere insieme notizie sparse qua e là un po' dappertutto. L'importanza e il valore delle mie ricerche non consistono dunque nella novità dei ri- sultati, ma piuttosto nello svolgimento dato a un tema fin qui appena malamente sfiorato da qualche erudito, nella quantità delle notizie raccolte e nell'ordinamento che ne ho fatto, seguendo l'ordine cronologico; e qualche que- stione spero anche di avere maggiormente chiarita, seb- bene, per la scarsità dei dati sui quali era concesso co- struire, non sempre abbia potuto giungere a conclusioni definitive. Che molte delle antiche istituzioni di Roma fossero derivate dalla filosofia pitagorica fu riconosciuto ed am- messo esplicitamente da Cicerone, il quale nel principio del quarto libro delle Tusculane (§§ 2-4) lasciò scritto : « Pythagorae doctrina cum longe lateque flueret, pernia- navisse mihi videtur in hanc civitatem, idqtce cum coniec- tura probabile est, tum quibusdam etiam vestigiis indica- tur » . A conforto dunque della sua opinione egli addusse due argomenti, uno congetturale e uno di fatto: « Quis enim est qui putet, — così egli continua — cum fiorerei in Italia Graecia potentissimis et maximis urbibus, ea quas Magna dieta est, in eisque primum ipsius Pythagorae, deinde postea Pythagoreorum tantum nomen esset, nostro- rum hominum ad eorum doctissimas voces aures olausas 6 fuisee f Quin etiam arhitror propter Pythagoreorum admi' rationem Niimam quoque regem pytagoreum a posteriori- bus existimatum. Nam cum Pythagorae dìsciplinam et instituta cognoscerent regisque eius aequitatem et sapien- tìam a maiorihus suis accepisseut^ aetates autem et tem pora ignorarent propter vetustatenij eum, qui sapientia excelleret, Pythagorae auditorem crediderunt fuisse » . E questa è la congettura; la constatazione di fatto poi è, che nelle istituzioni romane e in alcune antiche scritture vi sono molte non indubbie tracce di Pitagorismo. Quanto alle istituzioni, egli trova materia di raffronto nell'uso dei canti e della musica : Vestigia autem Pythagoreorum, quamquam multa colligi possunt, paucis tamen utemur.... Nam cum carminibus soliti illi esse dicantur et praecepta quaedam occultius tradere et mentes suas a cogitationum intentione eantu fidibusque ad tranquillitatem traducere, gravissimus auctor in Originibus dixit Caio morem apud maiores hunc epuìarum fuisse ^ ut deinceps^ qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtu- tes. Ex quo perspicuum est et cantus tum fuisse discriptos vocum sonls et carmina. Quamquam id quidem etiam XII tabulae declarant, condi iam tum solltum esse carmen ; quod ne licer et fieri ad alter ius iniuriam^ lege sanxerunt. Wec vero illud non eruditorum temporum argumentum est, quod et deorum puloinaribus et epulis magistratuum fides praecinunt, quod proprium eius fuit, de qua loquor, di- sciplinae » . E quanto alle antiche scritture egli ricorda un carme di Appio Cieco, che a lui pare pitagoreo: « Mihi quidem etiam A.ppii Cacci carmen, quod valde Panaetius laudat epistula quadam, quae est ad Q. Tuberonem, Py- thagoreum videtur^?. E finalmente conclude: <^ Multa etiam sunt in nostris institutis ducta ab illis ; quae praetereo, 7 ne ea, quae repperisse ipsi putamur^ aliunde didicisse vi- deamur». È davvero un peccato che Cicerone, per senti- mento di orgoglio nazionale — che non doveva peraltro essere soltanto suo — e forse anche . per ragioni, se non di Stato, come oggi si direbbe, almeno di prudenza e di utilità pubblica, abbia creduto necessario di tacere intorno a queste molte altre derivazioni d'istituti romani dal Pita- gorismo, alle quali, come si è visto^ accenna per ben due volte; tanto piii che egli^ e per le cariche da lui coperte, e per la conoscenza che aveva della scienza augurale e sacerdotale, e, in genere, per la sua larga e profonda cultura storica, letteraria e filosofica, era bene in grado di fornirci in proposito notizie, documenti e prove certo assai interessanti. Ci è forza dunque accontentarci di que- sta sua affermazione categorica, per quanto generica, e vedere, anzitutto, se e quanto i suoi argomenti siano va- lidi e, in secondo luogo, se ci si offrano altri indizi prò 0 contro la sua tesi. 2. - Che in verità i] Pitagorismo importato nella Magna Grecia nel sesto secolo avanti Cristo, « temporihiis isdem — come dice lo stesso Cicerone — quibus L. Brutus pa triam liberavit »  e propagatosi in tutta l'Italia meri- dionale, dove si conservò poi per molti secoli, non dovesse rimanere ignoto ai Romani e dovesse esercitare su di loro, presto 0 tardi, qualche influsso notevole, è ovvio, e le presenti ricerche dimostrano appunto la cosa alla luce dei fatti. Ma, la questione è ora di vedere se tale influsso si possa far risalire veramente ai tempi di Pitagora e dei Ibid.. Cfr. 1, 16, 8, dove è detto che Pitagora venne in Italia « Superbo regnante » . — 8 suoi primi seguaci, come Cicerone credette, oppure, come credette Livio e con lui gli storici moderni, se esso si sia fatto sentire soltanto, per opera di neo-pitagòrici, dopo la conquista della Campania e della Magna Grecia, che fu interamente compiuta nel 265 a. C. ; e, d' altra parte, se questa azione sia stata così larga e profonda da dover lasciare molte ti^acce di sé negli istituti politici e religiosi di Roma, o se si sia esercitata solo sulle prime manife- stazioni dell'arte musicale e letteraria e sulle prime spe- culazioni filosofico-religiose. Due fatti, piccoli ma significativi, pare a me che dimo- strino, anzitutto, come già parecchie generazioni prima dell'Arpinate, e precisamente fin dal secolo quarto a. C, cioè prima della conquista dell'Italia meridionale, dovette essere convinzione di molti in Roma che a Pitagora, alla sua dottrina e alle sue leggi fosse debitrice di molto la città. Il primo di questi fatti è che durante la guerra sannitica fu innalzata a Pitagora ai lati del Comizio in Roma, per volere di Apollo, una statua, che vi rimase poi sino ai tempi di Siila. Ora la guerra contro i San- niti si combattè in tre periodi, l'ultimo dei quali va dal 298 al 290 a. C. ; e il Pais crede che la cosa si debba ritenere avvenuta appunto in questi anni ; ma in realtà non vi sono ragioni che ci vietino di farla risalire an- che ad uno dei due periodi precedenti. L'altro fatto, un poco posteriore, è che dopo la presa di Turis, di Eraclea (1) La cosa ci è attestata da Plinio, il quale però non cita la fonte da cui ha attinto la notizia. Dice egli infatti (JV. H.): Invento et Pythagorae et Alcibiadi in eornibus Comitii positas (statuas), cum, bello Samniti Apollo Pythius iussisset fortissimo Oraiae gentìs et alteri sapientissimo simulacra celebri loco dicari » . Cfr. Plutaeco, Numa^  — 9 - e di Taranto e con l'arrivo nella città di Livio Andronico, che ne divenne il poeta sacro ed ufficiale, furono dichiarati cittadini romani, Pitagora e il suo alunno Zaleuco (1). Ora perche mai sarebbero stati concessi a Pi- tagora due onori così distinti e di carattere pubblico, se non si fossero riconosciute le sue benemerenze verso la città? Evidentemente in quei tempi più antichi l'orgoglio nazionale non aveva ancora oscurato, come più tardi, il senso della verità storica! Ciò premesso, veniamo ad esa- minare la possibilità degl'influssi pitagorici sulla più antica civiltà capitolina, secondo le prove che ce ne dà Cicerone. I carmina convivalia^ che, ormai disusati nell'età ciceroniana, erano invece ancora in uso al tempo della seconda guerra punica  e che risalivano, come affermò Catone, a molte generazioni prima di lui, furono certamente anteriori alla legislazione decemvirale, che è della metà del secolo quinto: Cicerone infatti, per dimostrare l'esistenza di canti accompagnati da strumenti musicali, e quindi di una civiltà abbastanza evoluta nei tempi più antichi di Roma, ricorda nel passo citato, in- sieme con la testimonianza di Catone, il fatto che le leggi delle dodici tavole comminavano gravi pene a chi avesse usato quei canti « ad alterius inkiriam. Senonchè Cicerone, come appare da un altro passo dei suoi scritti,' (1) Vedasi il framm. 5 nei Fragni. Hist. Graec.^ II, p. 273 e Symm. ep. X, 25.  Cfr. De rep. IV, fr, 12 : « Nostrae duodecim tabulae^ quuni perpaueas res capite sanxissent, in his hane quoque saneiendam pukiverunt, si quis occentavisset sive earmen condidisset quod in- famiam faeeret fìagitiumve alteri » e vedi auche Plinio, Nat. Hist. XXVIII, 2, 10-17. audò anche più oltre, ritenendoli già esistenti a) tempo del re Numa (1). Se così è, non avrebbe dunque dovuto valere anche per essi l'obiezione che l'Arpinate moveva, come si è veduto, alla leggenda che il re Numa fosse stato scolaro di Pitagora? Neppure di questi antichissimi canti egli poteva logicamente ammettere la derivazione dall'analoga costumanza dei Pitagorici, se Numa che Ji istituì visse, secondo la cronologia ufficiale, a cui il nostro autore credeva, piti di cento anni innanzi la venuta del filosofo di Samo. Cosicché o il raffronto istituito da Cice- rone e la analogia da lui messa in rilievo non ha alcun valore storico — e così dovrebbe ritenersi senz'altro, se fosse indiscutibilmente fondata la cronologia della più an- tica storia di Roma — , oppure ~ come è più probabile, in conformità dei risultati generali e particolari a cui è giunta la critica storica nell'esame delle primitive leggende romane — l'ipotesi della derivazione dei canti dal Pitago- rismo ha un fondamento di vero, e in tal caso è da rite- nere che fosse errata la tradizione cronologica, in quanto faceva risalire al secolo ottavo un'usanza che dovette essere posteriore al seste secolo a. C. Quanto poi all'analogia considerata in se, in che consisteva essa? Semplicemente De orai. 111,51, 197: «Nikil est autem tam eognatum mentibus nostris quam, numeri atque voces ; qtiibus et excitamicr et ineendi- mur et lenìmur et languescimus et ad hilaritatem et ad tristitiam saepe deducimur ; quorum Ula sumnia vis carminibus est aptior et eantibus, non neglecta^ ut mihi videtur, a Numa rege doctissimo maioribusque ìiostris^ ut epularum sollemnium fides ac tibiae Sa- liorumque versus Indicarli ; maxime autem a Graecìa vetere cele- brata ». Di questi canti poi Cicerone parla anche altrove, e cioè nel Brutus^ 19, 75 e nelle Tusculane I, 2, 3. Si vedano anche Tacito, Ann. Ili, 5, Val. Massimo II, 1, 10, Nonio ad assa voce ed ivi Yabbone, de vita pop. rom.^ fi. II, 20, Kettner. 11 nell'uso comune del canto e deUa musica in occasione di feste religiose e di banchetti pubblici, non già nel conte- nuto dei canti stessi, che gli uni. cioè i Pitagorici, ado- perarono come mezzo terapeutico e di insegnamento eso- terico, e gli altri invece, cioè i Komani, per esaltare la memoria degli antichi eroi; come i Pitagorici erano soliti tramandare sotto il vincolo della segretezza certi insegna- menti in forma di canzoni e riposare per mezzo di canti accompagnati dalla lira le menti affaticate dalla lunga meditazione, così gli antichi Romani solevano, al principio dei banchetti, cantare al suono delle tibie le lodi e le virtù degli eroi, ed ebbero anche l'usanza di far precedere tanto alle mense in onore degli dei, quanto ai banchetti dei ma- gistrati, il suono delle lire, il che fu pure caratteristico dei Pitagorici. Insomma, le piìi antiche manifestazioni del- l'arte musicale in Roma si ebbero per l'influsso diretto del Pitagorismo. A quel modo che si è dimostrata la possibilità che siano derivate dal Pitagorismo queste antichissime mani- festazioni dell'arte musicale, si potrebbe anche riconoscere come verisimile — contrariamente a ciò che ne pensava Cicerone — la notizia dei rapporti fra Numa e Pitagora. La notizia che il re Numa sia stato scolaro di Pitagora è probabilmente anteriore al terzo secolo a. C. ; anzi il Pais afferma (1) che essa si deve forse far risalire ad Ari- stosseno, . Ma in tal caso sarebbe necessario credere che questi conoscesse una cronologia della storia romana di- versa da quella che fu poi consacrata dalla storiografia ufficiale, secondo i computi della quale l'esistenza di Nu- (1) Storia di Roma, I*, p. 19 e 387. 12 ma fu anteriore di oltre un secolo a quella di Pitagora. Tanto è vero che quasi tutti gli scrittori presso i quali troviamo ricordata tale notizia — Cicerone, Dionigi d'^li- carnasso, Diodoro Siculo, Livio, Ovidio, Plutarco, Plinio — notano e discutono variamente questa inconciliabilità cro- nologica, concludendo tutti press'a poco come fa Manilio nel De re piiblica di Cicerone, che dice la storia di queste relazioni non sufficientemente provata dai pubblici annali e quindi da ritenersi « un errore inveterato » (l). Ora che dal punto di vista romano o di scrittori romanizzanti così dovesse concludersi, è troppo naturale: data la indiscuti- bile verità della tradizione e della relativa cronologia, non poteva esservi dubbio per loro sulla impossibilità per parte di Numa di essere stato alunno di Pitagora. Ma tale im- possibilità non esiste per noi, che sappiamo come la storia delle origini di Roma sia di formazione relativamente assai tarda, come i computi cronologici che a quella si riferi- scono siano il risultato di una lunga elaborazione tradi- zionale, quasi interamente destituita d'ogni fondamento di verità, e infine come molte figure della leggenda siano soltanto dei simboli rappresentativi di un complesso di fatti 0 di istituzioni appartenenti talvolta a tempi succes- sivi e diversi. Tolto dunque l'ostacolo cronologico che, se era validissimo per i contemporanei di Cicerone, non sus- siste più oggi che la critica storica ha demolito l'antichis- sima cronologia di Roma, non rimane altra obiezione che (1) Ciò. De re pubi. Il, 15, 28: «Inveteratus ho77tinum errore. Cfr. DioN. Halic. II, 59 ; Diod. Sic. Vili, 14 {.Exc. de vlrt. et vii. p. 549); Livio I, 18 e XL, 29; Plut. iVwma I, 3; .; Plinio, Nat. Hist. Quanto alla testimonianza di Ovidio si veda più innanzi. -«. quella sollevata da Livio, il quale ritenne impossibile ogni rapporto fra Numa e Pitagora anche per ragioni di di- stanza e di lingua. Dice egli infatti : « Auctorem doctrinae « eius [i. e. Numae]^ quia non exstat alius, falso Samium « Pythagoram edunt, quem Servio Tullio regnante Bomae, « centum amplius post annos, in ultima Italiae ora circa « Metapontum Heracleamque et Crotona iuvenum aemu- « lantium studia coetus habuisse constai. Ex quibus locis, « etsi eiusdem aetatis fuisset^ quae fama in Sabinos f « aut quo linguae commercio quemquam ad cupiditatem « discendi excivisset f quove praesidio unus per tot gentes « dissonas sermone moribusque pervenisset f suopte igitur « ingenuo temperatum animum virtutibus fuisse opinor « magis instructumque non tam peregrinis artibus quam « disciplina tetrica ac tristi veterum Sabinorum^ quo ge- « nere nullmn quondam incorruptius fuit » (1). Ma nel campo della storia, come giustamente osserva MARCHI (vedasi), è forse detta l'ultima parola sui rapporti che lega- rono in antico la civiltà della Magna Grecia con le più barbare popolazioni italiche del centro ? E d' altra parte la esistenza ammessa da Livio di una « disciplina tetrica ac tristis » presso i Sabini dell'ottavo secolo a. C. non è cosa molto più problematica di quello che non sia pro- babile l'andata di qualche sabino o romano nella Magna Grecia nel secolo sesto? La leggenda dei rapporti fra Numa e Pitagora dovrebbe dunque, a parer iiostro, accet- tarsi come rispondente a verisimiglianza, e il regno di Numa, se questi è realmente esistito, o, in ogni modo,  Livio, I, 18.  Passi'scelti da Tito Livio ad illustrare le istituzioni religiose^ politiche e militari di Roma antica, Milano, Vallardi, 1907 p. 65. il formarsi di tutti quegli istituti di carattere religioso che la tradizione riportava a lui, dovrebbe ritenersi posteriore almeno al tempo di Pitagora, ossia posteriore al secolo sesto, appunto perchè dalla tradizione era tenuto in stretto rapporto di dipendenza dal Pitagorismo. In tal modo non sarebbe più necessario, come fa il Pais, di ritenere inven- tata da Aristosseno l'altra notizia, che risale appunto a questo filosofo del quarto secolo, che parla genericamente di Romani accorsi ad ascoltar Pitagora, e piii facil- mente si comprenderebbero alcuni dati della leggenda. di Numa, la scoperta dei famosi libri pitagorici di questo re, e il fatto che qualche scrittore, per esempio Ovidio, am- metta la realtà dei rapporti, senza neppure discuterla. Raccontava ancora la tradizione che Numa ebbe tanta venerazione per il suo maestro Pitagora, che volle dare a un proprio figlio il nome di Mamerco, in onore dell'omo- nimo figlio del filosofo. Che significato può avere questo nuovo particolare ? Alcuni hanno creduto di scorgere in esso un tentativo da parte degli Emili Mamertini di far risalire in tal modo le proprie origini al tempo di Numa. Se così fosse, noi dovremmo allora ammettere che quando il particolare fu inserito nella leggenda, la cronologia di questa non era ancora quella ufficiale: altrimenti il tenta- tivo sarabbe stato puerile. Ma così veramente non è, come fu giustamente osservato dal Mtiller; probabilmente il (lì npoo'^X'9'Ov S'aùxcp (cioè Pitagora), &<; cpvjoiv 'Apiaxógsvog, xal Asuxavol xal MsooàTiiot xal Hsuxéxioi xal 'Ptojjtalot. Così dice Por- firio nel Gap. 22 della Vita di Pitagora; e il medesimo affermano, senza citare Aristosseno, Diogene Laerzio e Giamblico (Vita Pythag). Quanto al Pais, vedasi St. di Roma I^, p. 678-679 n. e altrove.  Plutarco, Numa YIII,  ; P. Emilio I.  Q. Ennius, Pietrob. . -^ 15 — particolare non ebbe altro ufficio che di avvalorare con un indizio di piii la leggenda. Un'altra notizia, a propo- sito della quale non è veramente fatta menzione alcuna di Pitagora, è quella che si riferisce alla Musa Tacita, per la quale Numa ebbe particolare venerazione. Allude forse essa alla pratica del silenzio e della segretezza, di cui parla costantemente la tradizione pitagorica? È possibile. E il miracolo della mensa carica di ricco vasellame, che il re avrebbe fatto apparire dinanzi agli occhi di co- loro che dubitavano delle sue facoltà soprannaturali, non ricorda le analoghe facoltà magiche attribuite a Pita- gora dalla tradizione? Veramente queste due notizie, per il loro carattere favoloso, potrebbero indurci a credere l'austera e quasi mistica figura di Numa una proiezione storica immaginaria, plasmata, in parte, a immagine del saggio di Samo. Ma un altro fatto, sulla cui verità storica non è possibile il dubbio, sembra indurci a conclusione diversa; voglio alludere al fatto della scoperta dei famosi libri di Numa, avvenuta nel 191 a. C, in occasione di uno scavo sul Gianicolo. Ora data la realtà della scopei-ta e la inverosimiglianza, come vedremo nel capitolo seguente, di una falsificazione, noi dobbiamo ammettere, con la tra- dizione, che questi libri fosseì'o veramente antichi. Siano poi essi stati opera del saggio Numa — la cui esistenza, come s'è già detto, dovrebbe necessariamente porsi in un'epoca posteriore al sesto secolo — • o di qualche altro sapiente imbevuto di sapienza greco-italica, essi starebbero sempre a dimostrare che effettivamente il Pitagorismo eser- citò una qualche azione sull'antica civiltà capitolina.  Plutarco, Numa^ Vili.  DioN. Hauc, U, 60. Dal complesso di queste notizie e di questi fatti noi possiamo dunque inferire che non solo la leggenda dei rapporti fra i due legislatori dovette essere assai difPusa ed antica, ma che altresì essa ha un certo fondamento di vero : di guisa che se Cicerone la disse « inveteratus ho- minum error » noi possiamo senz'altro accettarne la vetu- stà; e quanto all'erroneità, essa fu probabilmente soltanto un desiderio di uomini di stato e di eruditi animati da un eccessivo orgoglio nazionale. Per la qual cosa Ovidio, che pure scrisse dopo che diversi storici avevano mosso alla leggenda le critiche accennate, potè ben accettarla senza discuterla affatto come una cosa ovvia e risaputa (1) e fare in certo modo dipendere le istituzioni religiose at- tribuite a Numa, persino la sua riforma del calenda- rio, dalla educazione pitagorica da lui ricevuta. Anche alcune disposizioni legislative delle dodici tavole— che appartengono alla metà del quinto secolo a. C. furono messe in relazione col Pitagorismo; cosa ben natu- rale, se si pensi alla loro origine: non erano esse infatti ricalcate sulle orme delle legislazioni della Magna Grecia, che, alla lor volta, com'è ben noto, si informavano ai prin- cipii di quella dottrina? Ora questa, che sarebbe, per dirla con Cicerone, semplice coniectura, ha poi la sua riprova nel contenuto delle leggi stesse, quale può desumersi dai frammenti che ce ne rimangono. Infatti il diritto punitivo in esse sancito s'ispirava al principio del taglione: Si  Metam-. XV, ]-8, 479-484; Fast. Ili, 151-154; Pont. Ili, 3, 41-46.  Metam.  Fast. 1. e. membrum rup{s)it^ ni cum eo pacit^ tallo està », dice il secondo frammento della ottava tavola, e questo principio, che, come attesta Demostene, ebbe largo svolgimento nelle leggi di Zaleuco (1), era indubitatamente tolto dai Pitago- rici, i quali lo ricollegavano alla dottrina dei numeri. Dice infatti Aristotile  che la giustizia era da loro conside- rata come ràvTi7i;£7cov'9'ó(;, perchè consisteva in una pro- porzione — non inversa, ma diretta, come notò bene Zeller  fra l'offeso, l'offensore e il giudice ; nel che essi applicarono, secondo la critica aristotelica, i criteri della giustizia commutativa ad un ordine in cui non può aver luogo che la distributiva. Ora, dice il Chiappelli in un suo breve studio, in qual modo si determinasse dal Pitagorismo e quali applicazioni avesse questa teorica del taglione non possiamo dire, né possiamo quiudi sapere quali elementi di essa penetrassero nelle dodici tavole e a quali trasformazioni andasse soggetta in Roma. Un punto tuttavia è possibile stabilire, sebbene solo in modo nega- tivo. Alla legge generale, nelle dodici tavole, seguivano le leggi speciali: la prima di esse riguardava la diversa Timocr.  : « ò'^xoz yàp aòxó^t vó|i.oo, èdtv tig òcp'S-aXiJLÒv è%xó4>ì|7, àvTsxxócIjat itapaaxsiv xòv éauxoQ xal oò XP'^M-*''^^^ xt|i7j- oswg oòSs|Jtiac, àTceiÀTjaat xtg Xéyexat èy^d-pòg è/.'^-pcp Iva Ixovxt òcpS-aX- jjiòv Sxt aòxoù èxxóc|^st zoùzo'* xòv §va ». Le medesime parole si ritrovano in quello che 1' autore della Grande Morale ci riferisce dei Pitagorici, il ohe è una riprova del rapporto storico fra questi e Zaleuco. (2) Eth. Nic. Y, 8, 1132 b. 1 (ed. Susemihl) : « Soxst 5s xtat xal xò àvxt7C£7iov'9'òc slvat ànXGòq dCxatov còaicep oi nuO-ayópsiot Icpaaav. è^pL^o'^xo yàp àuXwc '^à SCxaiov xò dcvxtTCSTtovO'òc dcXXcp ».  [\ 360.  Sopra alcuni frammenti delle XII tavole nelle loro relazioni con Eraclito e Pitagora, in Areh. giuria,, misura della pena per l'ingiuria recata a un libero o ad uno schiavo. Ora i Pitagorici non pare che avessero fatta questa distinzione, se l'autore della Grande Morale combatte la dottrina pitagorica del taglione, come quella che non si può applicare incondizionatamente al servo o al libero, poiché di quanto quello cede a questo, di tanto, se gli abbia fatto ingiuria, deve accrescersi la pena cor- rispondente. E in verità siffatta distinzione era bensì impossibile nel sistema dei Pitagorici, per i quali il corpo era come il carcere dell'anima, che vaga in una perenne trasmigrazione, e il più alto precetto etico era l'imitazione degli dei per via della virtù, l'osservanza delle leggi e il rispetto verso tutti gli uomini; ma era invece possibilis- sima, anzi necessaria, nella legislazione di Roma, dove così netto era il distacco fra cittadini liberi e schiavi. Abbiamo anche veduto come a Cicerone paresse ispirato ai principii della filosofia pitagorica il poemetto di APPIO (vedasi), che, censore e console, è indubbiamente uno dei personaggi storici più importanti e, se non il primo, certo uno dei primi rappresentanti di una larga cultura. Orbene, che il giudizio di Cicerone non fosse errato parrebbero dimostrare a sufficienza i pochi frammenti che di quella poesia ci sono rimasti. E in verità la famosa sentenza «fahrum esse suae quemque fortunae » non potrebbe esprimere meglio il fon- damento della dottrina morale di Pitagora ; e l' altra, altis-  Si veda il fr. 3 della stessa tav. Vili ; « Manu fustive si os fregit libero CCC, si servo GL poenani subito.  Magn. Mar. I, 34, 1194, a. 35: « xò Si^ TotoaTov o5x èaxt Tipòg &7iavxag* oò yàp laxi Stxaiov olxéx^ Tcpòg èXsud-spóv xaOxóv » etc- sima, come dice il Pascoli (1), se fosse certa la lezione e r interpretazione : «amicum cum vides obliscere miserias; inimicus sies; commentus nec libens aeque [idem tamen teneto] »^ che il Pascoli stesso traduce: «tu dimentichi la tua miseria quando vedi un amico; ora sia tuo nemico "quello che tu vedi: ebbene, pensatamente, e non volen- tieri come con l'amico, tieni lo stesso contegno, tuttavia » , è pure strettamente conforme alla dottrina pitagorica, che insegnava amore e fratellanza ; il terzo infine « sui quem- que oportet animi coìnpotem esse semper nequid fraudis stuprique ferocia pariat » , non e certo disforme dalle pra- tiche e dagli esercizi spirituali degli adepti al Pitagorismo, che dovevano acquistare padronanza assoluta non pure del proprio corpo, ma anche delle proprie attività interiori, per dirigerle al bene. Non si apponeva dunque male Cicerone. Senonchè an- che intorno all'autenticità di questo antico poema, che sarebbe una delle prime manifestazioni letterarie di Roma, si sono sollevati dei dubbi. Il fatto che la notizia di esso era data da Panezio in una sua lettera a Quinto Tuberone ha indotto per esempio il Pais (2) a pensare che si tratti di una falsificazione posteriore, « da collegarsi con le altre falsità che andavano sotto il nome di Aristosseno intorno ai Romani scolari di Pitagora e su Pitagora cittadino di Roma » . Ma come è ciò possibile, se Aristosseno e Appio furono contemporanei? E se Appio visse, come è certo, nel tempo in cui furono sottomesse la Campania e la Lu- cania^ che ragione c'è per negare che egli abbia potuto conoscere quelle dottrine e da esse trarre ispirazione per  Lyra romana, Livorno. St. di Roma I, 2, p. 671 n. - 20 — il suo poemetto? E poi come dubitare con qualche fon- damento dell'autenticità dell'opera che un Panezio e un Cicerone, a distanza di tempo relativamente breve, attri- buirono ad Appio stesso, tanto più che il medesimo Pais riconosce che l'efficacia della filosofìa tarentina si esercitò sopra gli uomini di stato romani « dal tempo di Appio e di Pirro » ? L' ipotesi di una falsificazione, della quale poi non si vedrebbe neppur chiaramente la ragione, non ci sembra dunque per nulla fondata; sì che noi possiamo con chiudere che la dottrina del filosofo di Samo, in con- formità dei dati tradizionali, esercitò una qualche azione tanto sulla più antica civiltà di Koma, a partire dal sesto secolo a. C, quanto sui primi prodotti del pensiero e dell' arte. Chi, più d'ogni altro, contribuì a diffondere in Roma la conoscenza delle dottrine di Pitagora fu senza dubbio il poeta Ennio (239-169 a. C), il grande padre della cul- tura e della letteratura romana. Nativo di Rudie, paese fortemente ellenizzato fra Brindisi e Taranto, egli aveva studiato in quest'ultima città, che era il centro italico, in cui si conservavano più pure le tradizioni pitagoriche. Versato nel greco, nell'osco e nel latino, egli diceva scher- zando di avere tre cuori. Nel 204 si trovò a militare in Sardegna fra gli ausiliari che Taranto aveva mandato  Gellio, N. a., XVIII, 17. ai Romani, e quivi da Marco Porcio Catone, che era più giovane di lui di cinque anni, fu invitato a recarsi a Roma. Come si spiega tale invito ? Quali vincoli si stabilirono fra questi due giovani, destinati a sì grandi cose, che si incon- trarono fra gli orrori di una guerra di conquista? Furono vincoli di simpatia e di amicizia creati dalla comune gran- dezza d'animo e da comuni aspirazioni? 0 si erano essi già conosciuti cinque anni prima, quando Catone quindicenne fu in Taranto ospito del pitagorico Nearco ? (1). Questo mi sembra più probabile. D'altra parte la profonda scienza e il forte intelletto del Rudino dovettero certo colpire l'animo eletto e la mente aperta di Catone, che alle qualità pratiche del futuro uomo di stato univa le attitudini del poeta e dell'artista, del pensatore e del filo- sofo. In virtù della sua sapienza Ennio dovette apparire al nobile cittadino di Roma come assai atto a cantare le antiche gesta della città; ed è forse per questo che Ca- tone, ragionando con lui delle istorie primitive della patria e delle relazioni che essa ebbe con la Magna Grecia, dovette suggerirgli l'idea del poema, che quegli poi realmente scrisse, e per la composizione di esso ojffrirsi di agevolar- gli la conoscenza dei documenti e dei materiali storici e promettergli tutto il suo aiuto ; il quale, e per la condi- zione e per l'ingegno dell'offerente, non poteva non ap- parire ad Ennio prezioso e inestimabile. Al poeta d'altro lato, piena l'anima dell'antica sapienza della sua terra, di quella sapienza che nessuno in somnis vidit priu' quam sam discere coepit Plutarco, Gaio maior^ 4-5. CICERONE (vedasi), Caio maior, Annalee, fr.  (Yalmagoi). dovette balenare come in uno splendore radioso l'idea di illustrare col suo canto le antiche imprese di Roma e, al tempo stesso, di farsi banditore di una sapienza scono- sciuta alla città che forse il suo spirito veggente presagiva sarebbe stata nuova fucina di cultura e di sapere e maestra di nuova civiltà alle più lontane generazioni!  Venuto in Roma, Ennio vi passò quasi per intero l'altra metà delia sua vita, dedicandosi totalmente agli studi e alla poesia e a diffondere fra la gioventìi colta della città l'amore del sapere. Egli chiamò intorno a sé, a formare un circolo di studiosi, i piti influenti e noti cittadini e da essi seppe farsi amare ed onorare per le cognizioni vaste e profonde, per la nobiltà dell'animo e l'integrità del carattere, per la modestia della vita e d6i costumi, per la dolcezza dei modi e del parlare. Ad ascol- tarlo accorsero fra gli altri Scipione Africano, Scipione Nasica,^ Aulo Postumio Albino (1), Marco e Quinto Fulvio Nobiliore, e con tali amicizie egli seppe vivere sempre poverissimo e pur sempre sereno, mostrando così con l'ef- ficacia dell'esempio, che le verità da lui insegnate e pra- ticate erano realmente le più atte a dare la felicità e la pace. Se vogliamo credere a Gelilo, il grammatico Lucio Elio Stilone soleva dire che Ennio fece il ritratto di sé medesimo nei seguenti versi degli Annali, che descrivono il vero amico: Haece locutus vocat, quocum bene saepe libenter mensam sermonesque suos rerumque suarum comiter inpartit, magnam cum lassus diei partem trivisset de summis rebus regundis  Fu « decemvir sacrorum » nel 173 a. C. (Livio). Consilio indù foro lato sanctoque senatu ; quo res audacter magnas parvasque iocumque eloqueretur cuncta [simul] malaque et bona dictu evomeretj.si qui vellet, tutoque locaret; quocum multa volup et gaudia clamque palamque, 280 ingenium quoi nulla malum sententia suadet ut faceret facinus levis aut malus ; doctus, fidelis, suavis homo, facundus, suo contentus, beatus, scitus, secunda loquens in tempore, commodus, verbum paucum, multa tenens antiqua sepulta, vetustas 285 quem facit et mores veteresque novosque tenentem multorum veterum leges divomque hominumque, prudenter qui dieta loquive tacereve posset . In questo ritratto tu vedi l'immagine del vero sapiente pitagorico, che sa trattare le faccende pubbliche e raccor gliersi nella meditazione, che sa parlare con piacevolezza e con facondia e tacere a tempo opportuno, che non com- mette mai il male, neppure per leggerezza, fedele nell'a- micizia e servizievole^ contento del suo, felice, che infine sa molte cose profonde e recondite, ma le tiene ermeti- camente chiuse nel fondo della sua anima, per non darle in balìa di inetti, e le svela soltanto a chi si mostri atto ad intenderle. E anche possibile, come osserva acutamente il Pascal (2), che in questi versi Ennio abbia voluto altresì rappresen- tare i suoi rapporti col grande Scipione, del quale si po- trebbe dire assai piii convenientemente quello che Macro- bio scrisse dell'Emiliano, che cioè fosse « vir non minus  Gellio, N. a.: L. Aelium Stilonem dicere solitum ferunt, Q. Ennium de semet ipso haec scripsisse picturamque istam morum et ingenii ipsius Q. Enni factam esse ». I versi sono se- condo il testo dato dal Valmaggi (Mìjller = fr. 194 Baehrens).  Antologia latina, Milano -- philosopMa quam virtute praecellens »; e l'ipotesi tanto pili è accettabile se pensiamo che Scipione fu forse il mi- gliore dei discepoli del poeta, il quale lo ebbe in tanta considerazione da comporre intorno a lui un poemetto  Scipio e da fargli dire : A Sole exoriente supra Maeotis paludes nemo est qui factis me aequiperare queat. Si fas endo plagas caelestum ascendere cuiquam est, mi soli caeli maxima porta patet. E Cicerone stesso, appunto per la sua sapienza, oltre che per la fama delle sue imprese, non lo scelse come protagonista del Sogno famoso col quale terminava il De Repuhlicaf.  Di Ennio fu notissimo ai Romani il sogno col quale incominciavano gli Annales e di cui ci sono rimasti ap- pena alcuni frammenti insieme con le testimonianze di Lucrezio, di Cicerone, di Orazio, di Persio e di altri.  In Somnium Seipionis. CICERONE (vedasi), Tusc.; Seneca, e/),,  e altri. Seneca poi, nell'ep. 86, dice, parlando appunto di Scipione: « animus eius in eaelum^ ex quo erat^ rediisse persuadeo rtiihi ».  Vedili in V. J. Vahlen Enn. poes. rei., Lipsiae; L. MuELLEE, Q. Enni carm. rei., Petrop., e nei Frag. poet. rovn. coli. Baehrens, Lipsiae. Vedi anche le osservazioni del Mueller, Q. Ennius, Pietroburgo, e lo studio del Valmaggi pubblicato nel Bollettino di filai, classica, III, 259 e seg. LUCREZIO (vedasi); CICERONE (vedasi), Somn. Scip.; Aead,; ORAZIO (vedasi), Ep. II, 1, 52-54; Persio, prol. 2 sg., sai. VI, 10-11; Schol. in Pers. prol. 2; VI, 9; Sehol. Cruq. in Horat., Ep.; Frontone, ep. Nab.; Sergio, ad Aen., ecc. Questo sogno che « levò grande rumore nel mondo ro- mano e di cui spesso si parlala, ora con serietà filosofica, ora per ischerzo, tanto che divenne quasi proverbiale, doveva essere abbastanza lungo. Al poeta addormentato sarebbe apparso sul monte Parnasso  il fantasma pian- gente di Omero a dargli lunghe spiegazioni intorno all'ordine dell'universo, alle trasmigrazioni di ogni ani- ma umana attraverso un proprio ciclo di vite  e alla sopravvivenza nelle caverne d'Acheronte di una forma intermedia fra l'anima e il corpo  e a ricordargli le mutazioni della propria anima, trasformatasi, dopo la morte del corpo, in un pavone e rinata appunto in lui, il A. Pasdera, Il sogno di Scipione^ Torino, Loescher.  Persio, Prol. 1 3 : Nec fonte labra prolui eaballino Nee in bicipiti sommasse Parnasso Memim., ut repente sic poeta prodi- rem », e Schol. ad V. 21 « tangit Ennium^ qui dicit se vidisse sommando in Parnaso Homerum sibi dicent em quod eius anima in suo esset eorpore * .  La ragione di questo pianto non è detta. Era forse pianto di gioia per il momentaneo ritorno a contatto con un essere terreno ?  Lucrezio: rerum naturam expandere dictis ».  Lucrezio: an contra nascentibus insinuetur anima » e : a?^ pecudes alias insinuet se ».  Lucrezio: Etsi praeterea tamen esse Acherusia tempia Eìinius asternis exponit versibus eidem Quo ncque perma- neant aniìnae ncque corpora nostra, Sed quaedam simulacro modis palleniia miris » . Persio, Sat. VI, 10 sg. : « Cor iubet hoc Enni, postquam destertuit esse Maeonides Quintus pavone ex pythagoreo ». Tertul- liano, de an., e. 33: « pavum se meminit Homerus Ennio som- mante » ; Hbid.^ e. 34: « perinde in pavo retunderetur Homerus, sieut in Pythagora Euphorbus » ; cfr. eiusd. de resurrectione^ I, G. 1, e AcRON, in carm. I, 28, 10; Persio, YI, 9, e schol. ; Lat- tanzio in Theb. . discendente del re Messapo, il poeta rudino. Tale, press'a poco, il contenuto di questo sogno, notevolissimo non solo per l'esposizione delle dottrine filosofiche, ma altresì per l' accenno alle ti-asformazioni e incarnazioni dell' anima di Omero, e per 1' affermata parentela spiri- tuale dei due poeti. Che il pavone poi, importato, come sembra, nel secolo sesto a. C. dall' Oriente in Samo, la patria di Pitagora, avesse nella filosofia mistica di questo iniziato un'impor- tanza considerevole, è certo: e poiché era anche — per la colorazione delle penne - simbolo del cielo stel- lato, al quale salivano dopo ogni morte corporea le anime umane (onde l'espressione per me simbolica del fieri pa- vom usata da Ennio), opportunamente fu scelto dal poeta e dalla tradizione che egli seguì, per accogliere l'a- nima di Omero, già ritenuto per samio, come Pitagora. 4. Il fatto che il grande poema storico degli Annales, il quale ebbe da parte dei Romani un culto analogo a quello che noi tributiamo alla Divina Commedia, incomin- ciava con tale sogno, ebbe grande importanza per la dif- fusione e conoscenza del pensiero pitagorico in Roma ; poiché, appunto per lo studio che del poema si fece, fin  Servio, ad Aen.; Silio Italic.  MuELLER, Q. Ennius. Cfr. Hehn, Kulturpflanxen und Hausthiere, 2^ ediz., p. 309. (3) Dall'interpretazione letterale data a tale espressione o ad altre consimili nacque forse presso gli antichi — uno dei primi fu Seno- fane, contemporaneo di Pitagora, nei versi citati da Diogene Laerzio i quali peraltro hanno un' intonazione scherzosa, se non satirica — l'opinione che Pitagora credesse nella metempsicosi anche animale. dal secondo secolo a. C. nelle scuole di grammatica e di rettori ca  e per le pubbliche letture di esso, ancora in uso nelle città di provincia ai tempi d'Aulo Gelilo, si dovette necessariamente mantenere viva in Roma stessa e in Italia la conoscenza di quella parte della dottrina di Pitagora, che nel sogno si ricordava e che era poi una delle principali di detto sistema. Difatti sono assai fre- quenti nella letteratura posteriore — e noi le vedremo — le allusioni alla teoria della metempsicosi; la quale del resto fu forse introdotta in Roma anche per altro tramite, sia cioè per mezzo dei Misteri, nei quali si insegnavano appunto dottrine per molti rispetti somiglianti alle pita- goriche, sia per mezzo della filosofia platonica e stoica, che, secondo una tradizione abbastanza diffusa e anteriore air apparire del neo-pitagorismo, era derivata almeno in qualche parte fondamentale, dalle dottrine pitagoriche stesse. Se nel poema di Ennio vi fossero altri accenni alla filosofia pitagorica non ci è dato conoscere dagli scarsi e slegati frammenti che ce ne restano : ma non è impro- babile che, a proposito di Numa, fossero non solo notate incidentalmente, ma fors'anche illustrate con una certa ampiezza le somiglianze fra le sue leggi ed istituzioni e quelle del filosofo di Samo. In tal caso da Ennio per la prima volta sarebbe stata inserita in un'opera storica e letteraria latina la notizia desunta dalla tradizione orale an- teriore, che il gran re avesse avuto a maestro Pitagora (3).  SvETONio, de gramm. Noetes Attieae  MuELLBB, Q. Ennius In altro scritto invece noi sappiamo con certezza che Ennio trattò ancora delle dottrine pitagoriche: e precisa- mente ìieìVUpicharmuSy un poemetto così intitolato dal nome del filosofo siciliano, che era tenuto per uno dei più valenti seguaci della scuola italica. Anche in questo lavoro poetico, il nostro scrittore finse un sogno: Nam videbar somniare med ego esse morluum (2j e che il poeta comico Epicarmo gli comunicasse, nelle regioni infernali, dottrine di filosofia naturale suU 'origine e sulla natura delle cose. Notevole, fra gli altri, è il verso nel quale si identifica il corpo alla terra e, secondo il noto simbolismo mistico, l'anima al fuoco: . . . terra corpus est, et mentis ignis est (3). Al qual proposito Yarrone, citando, un altro verso dello stesso Ennio, scriveva: « animalium semen ignis qui anima ac mens: qui caldor e caelo^ quod Mnc innumerahiles et immortales ignes. Itaque Epicharmus de mente umana dicit: istic est de sole sumptus isque totus mentis est.  Yahlen, 0. e,  e L. Y. Schmidt, Quaest. epich. p. 53. Yedasi anche lo studio del Pascal, Le opere spurie di Epicarmo e l'Epieharmus di Ennio in Biv. di fìlol. e di istrux. classica. CICERONE (vedasi), Acad. pr..  Prisciano, YII, p. 764 P. (I, p. 335 K.). Cfr. gli scolii al l'Eneide. De lingua latina. Cfr. Mueller, op. cit., p. Ili sg. Sul pitagorismo del poeta. Un'altra sentenza pitago- rica è quella che ricorda CICERONE (vedasi) {de divin.) a pro- posito dei sogni : « aliquot somnia vera^ inquit Ennius^ sed omnia noenum necesse est ».  -™ 6. Ma oltre che alle opere letterarie, le quali, come sì è detto, ebbero efficacia fino al secondo secolo dopo Cristo, Ennio rivolse l'attività dell' ingegno, trasfondendovi i tesori della sua sapienza, all'insegnamento orale; senza dire poi che l'esempio della sua vita intemerata spronò all' esercizio costante della virtù tutti quelli fra i nobili cittadini di Roma che accostandolo l'amarono. Egli si stu- diò di volgere le loro menti ad una libertà di pensiero e ad una concezione individuale delle cose, alla quale non erano certo avvezzi i Romani, educati sotto una disciplina ferrea. Abituando le loro intelligenze alle bellezze ed alle sottigliezze della cultura greca, insegnando in privato le dottrine di Pitagora, combattendo nel nome di Evemero le superstiziose credenze popolari, e deridendo i sacerdoti ignoranti, predicando infine che l'uomo ha da trovare in se stesso, nelle profondità dell'anima, il fondamento del proprio valore, della propria libertà e della propria feli- cità, diede impulso a una vera rivoluzione razionalistica nello spirito romano: sì che fra quei valorosi soldati e pratici legislatori cominciò ad essere tenuta in conto la cultura, ad esercitarsi la libera attività del pensiero anche in fatto di fede, e a formarsi un'aristocrazia vera e legit- tima, fondata su ciò che l' uomo ha di più sostanziale e di proprio, cioè su l'intelligenza e sullo spirito. Non è improbabile che appunto per questo Catone, il quale, sopra tutto e innanzi tutto, vedeva l'interesse e il bene dello Stato, osteggiasse il movimento a cui aveva dato egli stesso involontario impulso e perseguitasse l'A-  GiussANi, Letterat. romana^ Milano, Yallardi, p. 90. Si veda anche su Ennio il saggio critico del Lenchantin De Gubernatis (Torino, Bocca). - Bl - fricano (1); tanto che questi, avendo suscitato contro di sé molte ire violente e molte accuse politiche, si ritirò sde- gnosamente nella sua villa di Literno, nella Campania, dove morì nel 183 . Proprio in questi anni, facendosi uno scavo, furono scoperti i famosi libri di Numa, i quali, per un caso assai strano, venivano molto opportunamente a confermare gli insegnamenti pitagorici di Ennio (3). La notizia della sco- perta risale, per quel che ci è noto, all'annalista Cassio Emina, il quale, secondo ci riferisce Plinio, narrava come un impiegato di nome Cneo Terenzio, facendo dei lavori in un suo podere sul Gianicolo, avesse scoperta e  V. Livio.  Sull'esilio e sulla morte di Scipione Africano Maggiore vedi C. Pascal, Fatti e leggende di Roma antica^ p. 85-96. f3) Si veda, intorno a questi libri, lo studio del Lasaulx, Ueber die Bueeher des Numa^ negli Atti dell' Accademia di Monaco.  Nat. Eist.  = Hist. Rom. rell. I, p. 106-107 Peter: « Cassius B.em,ina^ vetustissimus auctor annalium,^ quarto eorum, ^ibro prodidit^ Cn. Terentium, scribam agrum suum, in lanieulo repastinantem offendisse arcani in qua Numa qui Romae regna- vii situs fuisset. In eadem libros eìus repertos P. Cornelio L. f. Gethego^ M. Bebio Q. f. Pamphilo coss. ad quos a regno Numae colliguntur anni DXXXV, et hos fuisse a charta^ maiore etiam- num mir acuto quod tot infossi duraverunt annis. Quapropter in re tanta ipsius Heminae verba ponam; mirabantur alii quomodo ìlli libri durare potuissent^ ille ita rationem reddebat : « Lapidem fuisse quadratum cireiter in medio arde vinctum, candelis quoque versus. In eo lapide insuper libros inpositos fuisse., propterea ar- bitrarier tineas non tetigisse: in his libris scripta erant philoso- phiae Pythagoricae ; eosque combustos a Q. Petilio praetore quia philosophiae scripta essent ». scavata la tomba del re Numa, che conteneva i libri di lui ; e, cosa di cui molti si meravigliarono, cotesti libri di carta s'erano perfettamente conservati ; ma, come spiegava lo stesso Terenzio, tale conservazione era dovuta al fatto che, essendo posti sopra una pietra quadrata che si trovò quasi nel mezzo della tomba, erano rimasti immuni dal- l'umidità, ed essendo spalmati di cedro, le tignole non li avevano rosi. I libri stessi poi contenevano scritti di filo- sofìa pitagorica, per la qual ragione furono poco dopo bruciati dal pretore Quinto Petillio. Lo stesso racconto fece pure l'annalista X. Calpurnio Pisone Censorio Fru- gì, secondo il quale però detti libri erano sette di di- ritto pontificio e altrettanti pitagorici. Quattordici erano pure, secondo 1' annalista C, Sempronio Tuditano e contenenti i decreti di Numa. Secondo Valerio Anziate infine essi erano invece ventiquattro, dodici pontificali scritti in latino e dodici di filosofia scritti in greco, e non si sarebbero trovati proprio nella tomba di Numa, ma in un'arca adiacente. Se il racconto è vario nei particolari, tuttavia questi Plinio, /. e. = H. R. rell.: Hoc idem tradii 0. Piso censorius primo commentari or um,^ sed libros septem iuris pontifìcii totidemque Pythagoricos fuisse ».  Plinio l. e. = H. R. rell. I, p, 142-143 P : « Tuditanus decimo tertio Numae decretorum fuisse » .  Plinio /. e. : « libros XII fuisse ipse Varrò Humanarum antiquitatum septimo. Antias secundo libros fuisse XII potiti fi- cales latinos^ totidem graecos praecepta philosophiae continentes » . Cfr. Plutarco, Numa, 22 ; Livio, , ^ =z H. R. rell. I, p. 240-241 P. Si noti però che il Peter crede (/. e. p. CC.) che Livio abbia citato per errore Valerio Anziate invece di Calpurnio Pisone. 33 ed altri autori (1) sono concordi nell'affermare sia la sco- perta dei libri, durante il consolato di P. Cornelio Cetego e di M. Bebio Panfilo, sia la loro pronta di- struzione per opera del pretore Petillio. Cosicché non è possibile dubitare che il fatto sia avvenuto. Senonchè la critica pili recente si è affrettata ad affermare che essi dovettero essere un'abile falsificazione di qualche scrittore, fanatico delle nuove idee pitagoriche, in quegli anni ap- punto diffuse in Roma dal grande Ennio, e accettate da Scipione Africano e da altri illustri cittadini. Ma ad una grossolana falsificazione fatta in quei tempi medesimi noi non vogliamo credere. Non ci racconta costantemente la tradizione pitagorica che base dell' insegnamento di questa dottrina era la segretezza e il mistero ? E proprio un pitagorico avrebbe divulgato le dottrine della sua scuola, in un'opera così voluminosa, ricorrendo a uno stratagemma così poco serio, ed anche così inutile, dal momento che già la tradizione ammetteva la filiazione degli istituti e delle leggi religiose di Numa dal Pitagorismo ? Ed è poi possi- bile che fra i senatori romani, i quali decretarono, su parere del pretore, l'abbruciamento dei libri così miracolosamente scoperti, non vi fosse alcuno in grado di comprendere una così grossolana mistificazione? Poiché non c'è dubbio che i libri furono bruciati con la convinzione che essi fossero realmente quelli del re sapiente, e perchè contenevano, (1) V. ancora le testimonianze di Yarrone, conservataci da S. A- gostino {De civ. dei^ YII, 34), di Livio (XL, 29, da cui ha desunto la sua narrazione Lattanzio, Inst.), di Valerio Massimo, di Festo M. = Thewr.), di Plutarco {Numa, 22) e del de vir. ili. 3. (2) Livio osserva ohe questa convinzione derivò dall' opinione diffusa che Numa fosse stato discepolo di Pitagora, opinione che 8. 34 secondo la testimonianza di Varrone^ la spiegazione degli stituiti religiosi di Numa (cur quidque in sacris fuerlt institutum)^ fondati, come quelli di tutte le religioni, su ragioni fisiche e filosofiche e sopra una concezione parti- colare della natura. Ora, dice assai giustamente lo Chaignet (1), questa inter- pretazione razionale ed umana delle credenze e delle isti- tuzioni religiose, togliendo ad esse un' origine e un fon- damento sovrannaturale, avrebbe certo, divulgandosi, tolta ogni consistenza a quella religione « di stato » che, come tutte le religioni dogmatiche, si esauriva per i più nelle pratiche del culto (le « religiones » di cui parla Livio) esigendo, come condizione della propria esistenza, la fede cieca e l'ignoranza superstiziosa. E proprio a questo pen- sarono il pretore urbano e il Senato, che si affrettarono^ a far scomparire sul rogo i pericolosi libri, nei quali era filosoficamente provata ed attestata 1' origine del diritto pontificale romano, cardine e fondamento primo dello Stato, dall'occultismo pitagorico (2); se pure il motivo di tale di- struzione non fu quello stesso per il quale^ come abbiamo già veduto. Cicerone non volle troppo approfondire la ri- cerca e la dimostrazione dei rapporti fra il Pitagorismo e i piii antichi istituti di Roma. Stando al racconto di Plu- egli, certo per ragioni cronologiche, chiama un « mendacio.  Pythag. et laphilos. pytkag.^ Parigi, Didier, 1874, v. I, p. 136. (2) È interessantissimo a questo proposito il passo di S. Agostino {De eivit. dei), il quale spiega per quali ragioni demoniache Numa compose i suoi libri e poi li fece seppellire nella sua tomba, e il Senato li fece abbruciare. Né meno interes- sante è il capitolo seguente (35 j, in cui si parla delle arti « idro- mantiche » e delle evocazioni di Numa. tarco, infine, questi libri erano stati scritti da Numa stesso e per ordine suo sepolti con lui; e ciò perchè, secondo la massima pitagorica, non era bene affidare la conser- vazione d'una dottrina segreta a caratteri senza vita, an- ziché alla sola memoria di quelli che ne erano degni. E, forse, per questa medesima ragione i Pitagorici romani non dovettero fare molta opposizione alla proposta di distruggere i libri stessi, gelosi come erano delle loro dottrine, allora, come sempre, facilmente suscettibili di scherno e di riso, se male interpretate o fraintese. Nel tempo in cui Ennio si adoperò così efficace- mente per introdurre in Roma l' antica sapienza della Magna Grecia, di qui si diffondevano per l' Italia e pe- netravano nella grande metropoli anche i culti bacchici e le sette orfiche, intimamente legate con le pitagoriche per gli stretti rapporti che vi erano fra le due dottrine segrete. Contro gli uni e le altre si pubblicarono senato- consulti e si istituirono tribunali (quaestiones de Bac- chanalibus sacrisque noeturnis extra ordinem), che ne di-  Uno scrittore israelita del secolo XYII, il Sklden, nell'intro- duzione dell'opera De jure naturali et gentium iuxta diseìplìnam Hebraeorum stampata a Londra nel I6l0, volendo sostenere ch.e ogni sapienza viene dagli Ebrei o piuttosto dalla rivelazione tre volte rinnovata, di cui gli Ebrei erano i depositari, afferma invece che Numa Pompilio era in segreto un adoratore del vero Dio, che i libri da lui lasciati e scoperti solo parecchi secoli dopo la sua morte erano la giustificazione della sua fede e la glorificazione del Dio d' Israele, e che appunto per questo il Senato ne ordinò la distruzione, perchè racchiudevano la condanna della religione di Stato.  Nel 186 se ne pubblicò per tutta l'Italia uno (scoperto in Calabria) che ordinava, fra le altre cose: Bacas vir nequis adiese velet eeivis romanus neve nominus latini » . mostrano la diffusione e la forza: e Livio ci riferisce il violento discorso che il pretore Lucio Postumio Tempsano pronunciò nell'anno 186 a. C. contro i seguaci dei mal- vagi culti forestieri : « contra pravìs et externis religio - nidus captas mentes » (1). E ben vero che queste asso- ciazioni misteriose clandestinae conmrationes  come dice Livio e questi culti sempre perseguitati dall' orto- dossia romana venivano in parte dall' Etruria e dalla Cam- pania, ma le ricerche giudiziarie ne fecero scoprire diversi focolari nell'Apulia, in tutta l'Italia meridionale, e spe- cialmente a Taranto, che come si è già visto, era uno dei centri d'origine del Pitagorismo. Così delle tavolette d' oro, scoperte recentemente in tombe dell'Italia meridionale, presso l'antica Thiirium e che risalgono alcune al secolo lY e altre al principio del sec. Ili a. C., ci conservano l'eco di versi orfici che sino ad ora non si conoscevano per altro che per una cita- zione di Proclo, neo-pitagorico del quinto secolo: lo  Livio. Livio: « L. Postumius praetor, cui Tarentum provincia evenerat^ reliquias Bacchanalium quaestionis cum omni exsecutus est cura » e: L. Duronio praetori^ cui pro- vincia Apulia evenerat^ adiecta de Bacchanalibus quaestio est : cuius residua quaedam velut semina ex prioribus malis iam priore anno adparuerant. Kaibel, Inscr, graecae Siciliae et Italiaè. Alcuni testi da lui omessi si trovano in Comparetti, Notixie degli scavi^ e nel Journal of Hellenic Studies -- anche Comparetti Laminette orfiche edite ed illustrate^ Firenze. Framm. 224 Abel: «ótctcóte S'Sv^pcDTtog izpoXinx) ^àog "^sXCoio » quasi uguale al fr. n. 642, 1 : « àXX' Ó7ióxa|j, ^^ux^ KpaXin-Q cpàog sono sfuggita al cerchio delle pene e delle tristezze, grida in uno slancio di speranza l'anima che ha « subita tutta intera la pena delle sue azioni inique » e che ora « implorando il suo soccorso », s'avanza verso la regina dei luoghi sotterranei, la santa Persefone, e verso le altre divinità dell'Ade; essa si vanta di appartenere alla loro «razza felice», e domanda ad esse che la mandino ora nelle « dimore degl'innocenti » e attende da esse la pa- rola di salvezza : « Tu sarai dea e non piìi mortale ! » In questi brani poetici, dice il Gomperz, bisogna vedere redazioni diverse d'un testo comune piti antico. Parecchie altre tavole, che risalgono in parte alla stessa epoca, sono state trovate nelle stesse località ; altre sono state scoperte nell'isola di Creta e datano dall'epoca romana poste- riore: tutte prescrivono all'anima la sua strada nel mondo sotterraneo. Ora è notevole il fatto che il cap. 125 del « Libro dei Morti » egiziano contiene una confessione ne- gativa dei peccati, che sembra 1' amplificazione di quello che le tre tavole di Turio condensavano in poche parole (4). In queste, come in quello, l'anima del defunto proclama con enfasi la sua « purezza » e solo su questa purezza YieXloio*. Il Kern (Aus der Anomia^ Berlino, 1890, p. 87} ha richiamato 1' attenzione su queste ed altre coincidenze. Y. anche H. DiELS, nella raccolta dedicata al Gomperz, Vienna. Cioè alla serie delle rinascite e delle esistenze terrestri. Y. Gomperz, Les penseurs de la Qrèce^ Paris, Alcan.  Y. JouBiN, Inscription crétoise relative à l'Orphisme, Bull. de corr. héll..  Y. qualche parallelo buddico in Rhys Davids, Suddhism. Maspéro, Bibl. Egyptol. . e Brttgsoh, Steinin- schrift und Bibelwort. Y. anche Maspero, Hist. ancienne fonda la sua speranza in una felice immortalità. Se l' a- nima dell' Orfico pretende di avere espiato « le azioni inique » e quindi si sa liberata dalla sozzura che ne de- riva, l'anima dell' Egiziano enumera tutte le colpe che ha saputo evitare nel suo pellegrinaggio terrestre. Pochi fatti, dice il Gomperz, nella storia della religione e dei costu- mi sono tali da meravigliarci piii del contenuto di que- st'antica confessione, in cui si vedono accanto alle colpe rituali, e ai precetti di morale civile accolte da tutte le comunità incivilite, l'espressione d'un sentimento morale non comune e che ci può persino sorprendere per la sua squisita delicatezza: « Io non ho oppresso la vedova! Non ho allontanato il latte dalla bocca del lattante !... Non ho reso il povero più povero!... Non ho trattenuto, l'operaio ai suo lavoro più del tempo stabilito nel contratto !... Non sono stato negligente! Non sono stato fiacco!... Non ho messo lo schiavo in cattivo aspetto presso il suo padro- ne!... Non ho fatto versare lacrime a nessuno! Ma la morale che scaturisce da questa confessione non si è contentata di proibire il male; ha anche prescritto degli atti di beneficenza positiva : « Dappertutto, grida il morto, ho sparso la gioia! Ho cibato chi aveva fame, dissetato chi aveva sete, vestito chi era nudo ! Ho dato una barca al viaggiatore in pericolo di arrivar tardi !» ET anima giusta, dopo aver subito iiyiumerevoli prove, arriva final- mente nel coro degli dei. « La mia impurità, grida piena di gioia, mi è tolta, e il peccato che mi stava addosso l'ho gettato. Giungo in questa regione degli eletti glo- riosi.... » « Yoi che mi state dinanzi^ aggiunge rivolta agli dei già nominati, tendetemi le braccia...., sono anch' io uno dei vostri ! » Nessuna meraviglia quindi che gli scrittori del tempo di Ennio, quasi tutti venuti a Roma dal mezzogiorno, fossero più o meno imbevuti di così fatte dottrine. Di un grande poeta comico. Stazio Cecilio, che fece parte del collegium poetarum dell'Aventino e abitò in Roma nella stessa casa con Ennio, ci restano troppo scarsi frammenti perchè possiamo dir nulla del contenuto morale e filosofico dell'opera sua. Certo però r intimità sua col poeta di Rudie dovette esercitare un qualche influsso sulla formazione del suo gusto e della sua arte. Con Ennio visse pure in Roma, sino alla più tarda età, frequentando anch'egli il circolo degli Scipioni, il nipote Marco Pacuvio, che, nato a Brindisi nel 220, si ritirò poi a Taranto dopo il 140 e vi mon novantenne. Che egli dipendesse spiritualmente da Ennio, ne fanno fede, oltre che l'esplicita dichiarazione di Pompilio : Pacvi diseipulus dieor ; porro is fuit Enni^ Emiius Musar um^ Pompilius clueor^ i due frammenti del suo Ghryses^ nel primo dei quali mostra la stessa libertà di spirito e di parola, rispetto ai falsi sacerdoti, che già abbiamo notata in Ennio: .... nam istis^ qui linguam avium intellegunt, plusque ex alieno iecorc sapiunt^ quam ex suo, magis audiendum quam ausoultandum eenseo;  pr. CICERONE (vedasi). de div. ; il terzo verso anche pr. Nonio 246, 9. Si confrontino i versi di Ennio : Sed superstitiosi vates impudentesque arioli, Aut inertes aut insani aut quibus egestas imperai, Qui sibi semitam non sapiunt^ alteri monstrant viam^ Quibus divitias pollicentur, ab eis draeumam ipsi petunt », e gli e nel secondo esprime intorno all'etere un concetto affatto, pitagorico, che troveremo anche in Virgilio: v hoc vide^ circum supraque quod complexu continet terram.... solisque exortu capessit candorem, oecasu nigret, id quod nostri eaelum memorante Orai perhiheni àethera : quidquid est hoe^ omnia animai^ format^ alit\ auget^ creai, sepelit recipitque in sese omnia omniumque idem est pater, indidemque eadem aeque oriuntur de integro atque eodem occidunt. mater est terra; ea parit corpus^ animam aether adiugat. Istic est is lupiter' quem dìco^ quem Or acci vocant a'érem: qui ventus est et nuhes; Ì7nber postea, atque ex imhre frigus : ventus post fit, aer denuo, kaece propter luppiter sunt ista quae dico tibi, quia mortalis aeque turhas beluasque omnes iuvat. Il passo, dice PASCAL (vedasi) -- Antol. Latina, Milano -- era libera traduzione del Crisippo euripideo, del quale è rimasto il fr. 836 Nauck'; e trovò altro traduttore in Lucrezio. Se il pensiero esposto da Euripide del Cielo o Giove nostro padre e della Terra madre risale al suo maestro Anassagora, fu peraltro indubbiamente abbastanza comune fra i mistici. Questi versi ed alcuni altri (2), se sono per sé poca cosa, tuttavia, tenuto conto della scarsità dei frammenti superstiti di questi primi poeti di Roma, mostrano una certa continuità di pensiero, che non può sfuggire neppure ad un esame superficiale. Così, per lasciare in disparte i altri : « Qui sui quaestus causa fìctas suscitant sententias » e « Omnes dant consilium vànum atque ad voluptatem omnia ».  Congiunse così questi versi (citati in diversi luoghi da Var- HONE, Cicerone e Nonio) lo Scaligero. Questo concetto dell'aria poi ricorda i versi dell' Epickarmus di Ennio :  Y. per es. i fr. 46 e 52 del Pascal. versi di Accio, che ritornano sullo stesso concetto, e che si possono anche spiegare con la dipendenza dai tragici greci, nonché il suo concetto della virtìi (2), come non pensare alle dottrine pitagoriche  diretto o indiretto ne sia stato r influsso, quando leggiamo sentenze come queste di Sesto Turpilio, Tuna che ci afferma la felicità consistere nella limitazione dei de- siderii : Profecto ut quisque minimo contentus fuit^ ita fortunatam vitam vixit m,axime^ ut philosopki aiunt isti^ quibus quidvis sat est. e l'altra che così definisce la difficoltà del sapere : Ita est: verum haut facile est venire ilio uhi sita est sapientia. Spissum est iter: ajnsci haut possis nisi cum magna miseria?  E se i grammatici che ci hanno conservato i frammenti di questo poeta, avessero badato piìi al pensiero che alla forma e quindi ci avessero dato una raccolta di sentenze, piuttosto che un catalogo di arcaismi  V. i fr. 60 e 61 del Pascal (p. 41) e le note.  Pascal: nam si a me regnum Fortuna atque opes Eripere quivit^ at virtutem non quìit » e « Scin ut quem- eumque tribuit fortuna ordinem^ Numquam ulta humilitas inge- nium infirmai bonum ? »  pr. Pbisciano III, 425 Keil. Il Pascal (p. 67) sl pkilosophi... isti annota : « i Cinici ? » Io credo piuttosto che qui il poeta, imi- tatore di Monandro, abbia alluso ai Pitagorici, dei quaU sappiamo quanto si siano burlati i comici ateniesi della commedia di mezzo, di cui Gellio {N. a. IV, il) potè scrivere: mediae comoediae pro- prium argumentum fuit Fythagoreorum exagitatio ».  pr. Nonio (Pascal). Si notilo spissum.. iter., che forse può intendersi in senso proprio, non traslato. e di idiotismi, potremmo forse citare altri passi ugual- mente notevoli e significativi. Così veramente notevoli sono le sentenze di comici ignoti citate da Pascal, che certo non sarebbero fuor di luogo nei carmina aurea pitagorici e che riprendono motivi etici, già da noi accennati, proprii tanto del Pita- gorismo quanto di altri sistemi posteriori: 1. Sui quique mores fingunt fortunam hominihus, Non est beatus^ esse se qui non putat.  3. Is minimo egei mortalis, qui minimum cupit. 4. Quod vult habet^ qui velie quod satis est potest. In nullum avarus bonus est^ in se pessimus. Ab alio expectes alteri quod feceris.  7. Beneficia in volgus eum largiri institueris perdenda sunt multa^ ut semel ponas bene. ... quid ? tu non intellegis tantum te adimere gratiae quantum morae adicis ? pr. Cic, Farad. 5, 35, che lo riferisce ad un sapiens poeta; esso ricorda la sentenza di A. Claudio su citata. Secondo alcuni si tratterebbe di un altro verso, che il Lachmann ricompone così : suis fingitur fortuna cuique moribus. V. anche pr. Nepote, Vita Att. Il, 6 ed altri, di cui il Ribbeck, Gom. Fragm.^ p. 147. pr, Seneca, epist. 9, 21. Che la felicità e 1' infelicità, come dice questa sentenza, siano proiezioni subbiettive dello spirito o non l'effetto di cause esterne, è verità che i Pitagorici affermarono ripe- tutamente Cfr. PuBL. Siro I, 56, Q, 7 Meyer. Questa e la precedente pr. Seneca, epist., 11. Cfr. la prima sentenza di Turpilio su citata.  pr. Seneca, ejìist. .  pr. Lattanzio, div. inst. pr. Lampeid. Alex. Sever. 51 : « quod tibi fieri non vis., alteri ne feceris » e nei Garm. epigr. lat. 192, 3 Buecheler: «^ab alio speres, alteri quod feceris».  pr. Seneca, de benef.; cfr. Ennio pr. Cic. de off. 18, 62: « benef acta male locata malefacta arbitror » .  pr. Seneca, de benef. Così pare degni di nota sono i seguenti frammenti: 1. Felicitas est quam voeant sapientiam.  2. Tutare amici eausam, potis es, suscipe. Obicitur erimen eapitis^ purga fortiter. In amici causa es, imm,o certe potior es. Iniuriarum remedium, est oblivio.  Ma queste sono quisquilie, che, se pur dimostrano una certa diffusione del pensiero pitagorico in Roma, non pos- sono tuttavia essere prese per se come indizi di una vera e propria tradizione locale. Poiché per le dipendenze della poesia e della letteratura latina dalla greca è da credere che anche gli accenni, spesso accidentali, a quelle dottrine filosofiche, fossero presi di sana pianta dalle opere che gli scrittori latini, massime i comici, o imitavano o traduce- vano. Il fatto tuttavia di trovarli frequenti anche in opere prettamente romane dimostra che le dottrine stesse ave- vano un contenuto ideale — morale specialmente — con- sono allo spirito e ai bisogni del popolo romano, il quale, sopra ogni cosa, ebbe un profondo senso del giusto, che poi attuò nel suo mirabile sistema di leggi. 11. Infine, anche dalle poesie satiriche di Caio Lucn.10 noi potremmo certo aver notizia del Pita- gorismo, quale egli potè osservarlo praticato e seguito in Roma al tempo suo, se ci restassero, dei suoi trenta libri di satire, i libri nei quali pare che si occupasse principalmente di mettere in parodia e in deri- sione, ed anche di sottoporre a critica seria, sì pel conte- QuiNTiL. YI.  Charis. V, p. 253 P.  Seneca, epist.^ 94, 28. nuto che per la forma, i filosofi, le loro opere e i loro sistemi. Ma disgraziatamente anche di questo poeta poco o nulla ci resta. Anch'egli, bensì, come Ennio, ebbe mente libera dai pregiudizi volgari : Ut pueri infantes credunt signa omnia ahena vivere et esse homines^ sic ist soinnia fèda vera putant^ credunt signis cor inesse in ahenis  sono versi del 1. XV delle Satire. E un altro bellissimo frammento, forse del libro IV, ci dimostra quanto alto e nobile fosse il concetto ch'egli ebbe della virtìi: Virtus, Albine, est pretium persolvere rerum quis in versatnm\ quis vivimus rebus potesse, virtus est homini seire id quod quaeque valet res ; virtus seire homini rectum^ utile quid sit^ honestum^ quae bona, quae mala item, quid inutile, turpe, inhonestum ; virtus^ quaerendae fène^n rei seire modumque ; virtus^ divitiis pretium persolvere posse ; virtus^' id dare^ quod re ipsa debètur honori ; hostem esse atque inimicum hominum morumque malo rum, contra defensorem hominum morumque bonorum, magnifècare hos, his bene velle^ his vivere amicum ; commoda praeterea patriai prima putare^ deinde parentum^ tertia iam postremaque nostra.  fr.  del Bàhrens = Latta.nzto. I, 22, 13.  fr. 119 del Bàhr. ■= Latt. VI, 5, 2. D’Agostino ci è stato conservato, del- l'opera Yarroniana De gente populi romani^ un passo per noi importantissimo: « Genethliaci quidam scripserunt esse in renascendis Jiominibus quam appellant TraXtyysveatav Graeci ; hanc scripserunt confici in annis numero CDXL^ ut idem corpus et eadem anima j quae fuerint coniuncta in cor por e aliquando, eadem rursus redeant in coniun- etionem » . Chi erano mai questi scrittori, i quali credevano nella risurrezione dell'anima e della carne e ne fissavano persino il compimento nello spazio di quattrocento e qua- ranta anni? Essi erano studiosi di discipline magiche ed astrologiche, a cui si davano anche i nomi di magi^ di caldei e di matematici. Abbastanza numerosi in Roma nel II e I secolo a. C, col decadere dei culti ufficiali e l'in- (l) De civitaie dei, XXII, 28. filtrarsi di riti stranieri, massimamente dall'Egitto e dal- l'Asia, divennero a grado a grado così potenti da trovarsi persino ad essere qualche volta arbitri delle sorti dello stato. Poiché, come dice il Pascal in un suo geniale e interessante studio, svolgendo in particolare la dottrina della resurrezione dei morti (filiazione diretta della metem- psicosi pitagorica) la fecero entrare in un sistema di loro particolari teorie, la congiunsero con predizioni contenute nei sacri oracoli della Sibilla, e presunsero anche di co- noscere dall'osservazione delle stelle il corso degli eventi umani. Essi non partivano, come gli aruspici e gl'indovini, dal concetto che gli dei manifestassero la volontà loro per mezzo di segni particolari, ma dal concetto, razionalmente svolto, « che tutto fosse armonico e regolato da leggi e da rapporti immutabili nell'universo e che quindi, all'apparire di determinati fatti o fenomeni dovesse normalmente se- guire l'avverarsi di determinati eventi umani » . Era dunque, aggiunge il Pascal, « un tentativo di giustificazione scien- tifica, tratta dal fondo della dottrina pitagorica e platonica, della credenza popolare che la vita di ciascun uomo fosse regolata dall' astro che lo aveva visto nascere » . Strani davvero questi scienziati-filosofi che si sforzano di ribadire con argomenti razionali e di ridurre a ragioni scientifiche le superstiziose credenze del volgo! e che riescono tanto bene nel loro proposito da far sentire a Favorino il bisogno di abbattere con una confutazione siste- matica il loro edifizio logico, ancora saldo sulle sue basi  La resurrezione della carne nel mondo pagano, in Atene e Roma del marzo 1901 e in Fatti e leggende di Roma antica, Firenze. AULO Gellio, Noet. Att. XVI, 1, riporta quasi testualmente il discorso di Favorino. a più di due secoli di distanza! Io in verità non posso acconsentire col Pascal che quest'idea di un ciclo mon- dano computato a quattro secoli di 110 anni ciascuno venisse ai Genetliaci dalla tradizione popolare: gli argo- menti che il Pascal porta a sostegno della sua affermazione mi inducono piuttosto a credere il contrario^ e cioè che l'idea stessa fosse comune alla filosofia mistica greco- italico-romana e da, questa passasse poi al volgo per mezzo dei responsi sibillini e dei poeti che l'accolsero e la diffusero per il popolo. Di più, un'altra credenza notevolissima fu propria e del Sibillismo e dei Genetliaci : la credenza cioè che ultimo dio del ciclo mondano dovesse essere il Sole od Apollo (4) che avrebbe bruciato l'uni- verso e riportata l'età dell'oro, con gli antichi uomini rinnovati alla vita; quell'Apollo che pure Orazio (Carm. I, 2) invocò perchè venisse a redimere l'umanità dal peccato : Tandem venias^ precamur^ ISube candentes umeros amictus Augur Apollo. (1) Così Cicerone ci parla nel De divin. II, 46, 97 di un' altra scuola di astrologi per la quale 1' estensione di tempo era molto maggiore, e cioè di 470000 anni !  pr. Probo a Yirg. Ed. IV, 4 : « La Sibilla cumana ha pre- detto che dopo quattro secoli sarebbe avvenuta la palingenesi ».  Orazio, I, 2, v. 29 e sg. ; Virgilio, Ed. IV, lO ; Aen. VI, 748-751; Ovidio, Melavi. I, 89 sgg.; Persio, Sat. V, 47 sg. (4) Servio nel commento al v. 10 della IV ecl. di Virgilio riporta il seguente passo del quarto libro de diis di P. Nigidio Figulo : « Quidam deos et eoì'um genera temporibus et aetatibus fdistin- guunt)., inter quos et Orpheus; prim,um, regnum, Saturni^ deinde lovis^ tum Neptuni^ inde Plutonis ; nonnuUi etiam^ ut magi, aiunt Apollinis fore regnum,, in quo videndum est., ne ardorem sive illa ecpyrosis adpellanda est., dieant » . Vedasi anche Lobeck, Aglao- phamus^ La rigenerazione degli uomini e la conflagrazione del- l'universo per virtù di Apollo — conflagrazione probabil- mente simbolica e che tuttavia potè essere aspettata da alcuno come reale ed effettiva — furono dunque due concetti paralleli ed uniti anche nel dogma pagano, e più precisamente in quelle dottrine mistiche, nelle quali sap- piamo quanta parte e che profonda significazione avesse il mito apollineo e solare, E come può tutto questo essere stato creazione popolare? Veramente forse un po' troppo, e non solo in fatto di mitologia e di credenze, si vuole attribuire al popolo, a questo essere impersonale, così im- maginoso e così balordo, così ricco di fantasia e così cre- denzone! Non è assai più verosimile pensare a una genesi più elevata e razionale, a una creazione veramente intel- lettuale e filosofica, che, passando dai dotti agli indotti, dai sapienti agi' ignoranti,, si materializza e degenera dal- l'essenza primitiva, o, meglio ancora, acquista con moto parallelo e continuo, nuovi aspetti e nuove significazioni realistiche e concrete? In ogni modo siamo così arrivati alle più grossolane deformazioni che il pensiero pitagorico dovette subire in Koma, uscendo dal segreto sacrario delle scuole dei saggi e mescolandosi, in mezzo al popolo, a credenze d'altra derivazione. Non è quindi meraviglia che siffatte credenze, aberrazioni d'un pensiero originariamente profondo, fossero, come vedremo più innanzi; oggetto di riso nel teatro po- polare, e d'altra parte si spiega assai bene come i seguaci del Pitagorismo dell'antica maniera, per sottrarre le loro  Y. il passo dei Garm. Sih.JN^ 175 sgg., forso dell'Sl od 82 d. C, citato dal Pascal e che questi crede composto da qualche terapeuta od esseno. dottrine al ridicolo cui venivano esposte nei loro contatti col popolo, sentissero il bisogno di raccogliersi nuovamente in segreto, nel silenzio delle loro case e delle loro scuole, per meditare, lontano dal profanum vulgus, V antica sa- pienza loro tramandata attraverso tante generazioni. Chi sopra ogni altro si curò di far rivivere la filo- sofìa di Pitagora, che, in un certo senso, poteva dirsi ormai estinta come complesso di teorie e d'insegnamenti pratici ben distinti da quelli di altre scuole, fu un grande sapiente, del quale in verità ben poco sappiamo, contemporaneo e amicissimo di Cicerone. Il quale appunto nel proemio del Timaeus seu de Universo lasciò scritto parlando di P. Nigidio Figulo: « Fuit vir ille cum ceteris artihus, quae « quidem dignae libero essente ornatus omnibus^ tum acer « investigator et diUgens earum rerum quae a natura invo- « lutae videntur » . E poi continuava: « Deniqiie sic ludico « post illos nobiles Pythagoreos^ quorum disciplina exstincta « est quodam modo^ ìiunc extitisse qui illam renovaret » . Nato forse verso il 105, già senatore nel 63, pretoro nel 59, legato in Asia nel 52 (1), e infine esiliato da C. Griulio Cesare, forse non soltanto, come ora vedremo, per aver seguita la causa di Pompeo, morì in esilio nel 45.  CICERONE (vedasi) nel Timeo ir. 1, t. Vili p. 131 Bait. ci dà notizia di questa sua legazione con le parole : « qui (Nigidius), eum. me in Gilieiatn profieiscentem Ephesi expectavisset, Romam, ex lega- tìone ipse decedens etc. ».  SvETONio fr. 85 = Hieron. ad Euseb. ckron. olimp. 183,4 = 45 a. C. : « Nigidius Figulus Pythagoricus et magus in exsilio m^o- ritur ». Si noti che ancora una volta vediamo qui congiunti, come nella tradizione che si riferisce a Numa e come, del resto, sempre, il Pitagorismo e la magia. S. Agostino (De civ. dei) parlando di Nigidio, lo chiama « mathematicus. Per il suo sapere fu giudicato secondo ai solo Yarrone, e benché non ci restino che pochi e scuciti frammenti dei suoi scritti (1), pure sappiamo che egli scrisse molto e con profondità di ricerche « che arrivava fino all'astruse- ria », come dice GIUSSANI (vedasi), cioè oltrepassava quel limite al di là del quale gli equilibrati uomini comuni non ve- dono che nebbie e fantasmi, immaginazioni e utopie. Sam- MONico, come ci riferisce Macrobio lo disse « maxi mus rerum naturaUum indagator », e lo stesso Macrobio [Sat. YI, 8) lo dice « ìiomo omnium bonàrum artlum di- scipUnis egregius » , e così pure Cicerone, come s'è visto, lo giudicò acuto e diligente studioso dei più involuti feno- meni naturali, e precisamente di quelle ricerche e di quegli studi, che furono la cura di pochi solitari d' ogni tempo, quasi sempre, forse a torto, misconosciuti dai più. Sant'A- GOSTUso lo disse * matematico ' e Svetonio ' pitagorico e mago '. Ora, che Nigidio fosse, o almeno tosse ritenuto mago, dimostrano anche altre testimonianze e dello stesso SvETONio e di Apuleio e di Dione Cassio. Il primo racconta come cosa nota a tutti che il giorno in cui Ottaviano nac- que, discutendosi in Senato intorno alla congiura di Cati- lina, ed Ottavio, per causa appunto della moglie partoriente, essendo arrivato un po' in ritardo, Publio Mgidio, cono- sciuta la causa dell'indugio e l'ora precisa del parto, affermò che era nato uno che sarebbe stato signore di tutta la terra. Una predizione, dunque, dovuta, secondo il racconto (1) Cfr. NiGiDii FiGULi operum reliquiae collegit A. Swoboda, 1889. (2) Storia della Ietterai, romana^ Vallardi. SvETON., Aug. 94: a quo natus est die, cuni de Catilinae co- niuratione ageretur iti Curia et Octavius ab uxDris puerperium serius adfuisset, nota ac vulgata est res P. Nigidium comperta — si- che di essa fa, con qualche leggera variante, Dionb Cassio, alle elucubrazioni astrologiche di Nigi- dio. Apuleio a sua volta riferisce di aver letto in Varrone che un certo Fabio, avendo smarrito una forte somma di denaro, andò da Nìgidio per consultarlo e questi, per mezzo di fanciulli eccitati (instinctosj con sortilegi ed incantesimi (Carmine)^ ossia, coma oggi si direbbe, ipno- tizzati con parole o formule magiche, gli seppe dire dov'era stata sepolta la borsa con una parte delle monete, che le altre erano state distribuite, e che una ne aveva anche il filosofo Catone; ciò che fu pienamente confermato dai fatti. E dove mai aveva acquistate il nostro filosofo siffatte conoscenze magiche ed astrologiche? Forse durante un viaggio in oriente, fatto in gioventìi ? Non sappiamo, seb- bene d'altro lato sappiamo che appunto in oriente o nella Grecia imparò che la terra si muove con la velocità della ruota di un vasaio. morae causa, ut horam quoque partus acceperit, adflrmasse domù num terrarum orbi natum ».  De magia 42, p. 53, 9 Krueg. « Mernini me ajìud Varro- nem philosophum, virum accuratissime doctum atque eruditum, eum alia eiusm,odi, tum, hoc etiam, legere... item,que Fabium,^ cum quingenios denarium perdidisset^ ad Nigidium consultum, venisse; ab eo pueros cannine instinctos indicavisse^ ubi locorum defossa esset crumena cum, parte eorum, celeri ut forent distribuii^ unum etiam denarium^ ex eo numero habere Catonem philosophum^ quem se a pedissequo in stipem Apollinis accepisse Caio confessus est ». (2) Ciò si desume da una nota del Gommentum a Lucano, dove è detto che Nigidio ebbe il soprannome di Figulo perchè « re- gressus a Oraecia dixii se didicisse orbem ad celeritaiem rotae fi.guli torqueri »• Del soprannome altri davano una ragione un po' diversa, in rapporto con la famosa obiezione dei due gemelli così spesso fatta agli astrologi e di cui fanno ricordo, fra gli altri, lo - 52 "-> Quanto alle opere di Nigidio, del quale sappiamo ancora che usava una dieta assai parca, possiamo dire che furono molte e di varia natura: egli scrisse di filosofia, di astrologia e anche di filologia. Di lui si ricorda un'opera intorno agli dei in almeno XIX libri, nel quarto dei quali, per esempio, trattava dei vari regni ed età degli dei, secondo Orfeo e i Magi, e nel sesto e nel decimo accennava alla teoria etrusca delle quattro specie di dei penati : quelli di Giove, quelli di Nettuno, quelli degl'In- feri e quelli degli uomini, cioè, probabilmente, gli spi- riti celesti, acquatici, terrestri (gli elementari dell' oc- cultismo medievale) ed umani. Perchè di quest'opera ci restino così pochi frammenti, appena dieci, lo dice il gram- matico Sp:rvio in una nota slU.^ Eneide (X, 175): <i^ N'igidius solus est post Varronem ; licet Varrò praecellat in theo- logia^ Me in eommunihus litteriSy nam uterque utrumque scripserunt » . La luce di Varrone dunque oscurò quella di Nìgidio, i cui libri intorno agli dei erano letti soltanto, come dice lo Swoboda (4), dagli investigatori della dottrina stoico Diogene presso Cicerone (De divinai. II, 43, 90), Gellio, N. A. XIV, 1, 26, lo PsEUDO Quintiliano {Deelam.) e S. Agostino 1. e. (1) IsiDOR., Origin.: Nigìdius : nos ìpsi ieiunìa ien- taeulis levibus solvimus. Egli sostenne, come ci attesta Gellio N. J.., X, 4, ohe il linguaggio è d'origine naturale e non convenzionale.  Arnob. adv. nat. Ili, 40, p. 138, 5 seg. Reiff : « idem (Ni- gidius) rursus in libro VI exponit et X, disciplinas etruseas se* quens, genera esse Penatium quattuor et esse lovis ex his alios^ alios Neptuni.^ inferorutn tertios, mortalium hominum quartos., inexplicable nescio quid dieens. NiGiDU FiGULi operum reliquiae coli, emend. enarr. quae- stiones nigidianas praemisit Ant, Swoboda, Vindob., 1889, p. 25, più recondita, come, ad esempio, quel Cornelio Labeone, uomo assai dotto, che visse nel terzo secolo d. C.. Di Nigidio sono ricordati anche tre scritti intorno alla divinazione per mezzo delle viscere e intorno ai sogni, una Sphaera graecanica (4) e una Sphaera barbarica (5), un libro intorno agli animali ed altri, interamente o quasi interamente perduti. Un'altra causa di questa perdita è spiegata in parte da Gellio (N. a.) il quale ci fa sapere precisa- mente che mentre le opere di Varrone erano lette e co- nosciute da tutti « Nigidianae commentationes non proinde in vulgus exibant et obscuritas subUlitasque earum tam- quam parum utilis derelicta est » . Dunque gli scritti di Nigidio avevano un carattere piuttosto riservato e segreto, erano poco intellegibili ai piìi per la loro sottigliezza. E che significa cotesta oscurità e sottigliezza che è poi ab- bandonata perchè poco utile? e da chi fu abbandonata? dai lettori o dagli scrittori in genere o dai cultori di quelle stesse dottrine filosofiche ? Se noi pensiamo alla diffusione delle conoscenze pitagoriche, sempre maggiore dal tempo della morte di Figulo a quello in cui Gellio scrive e all'infinito numero di profezie, di predi- zioni, di oracoli che sempre piìi chiaramente annunziavano l'avvento di un'età nuova e di uomini migliori ; se pen- siamo che fu questa appunto l'età nella quale, pochi de- (1) Si veda, intorno a lui, Kettner, Cornelius Labeo, Progr. Port. Gellio, N. A. XVI, 6, 12. (3) Giov. LoR. Lido, de ostentìs e. 45 p. 95, 14 — 96, 3 Wachsm.  Serv. ad Georg. I, 43 e I, 2l8.  Serv. ad Qeory. I, 19. 54 cenni dopo il Cristo apparso in oriente a dare la nuova parola divina agli uomini, in Roma fece la sua apparizione la strana figura di Apollonio di Tjana, il Pitagora redi- vivo, che ebbe immagini e culto divino da parte degl'im- peratori, non può esservi alcun dubbio : se Figulo fu costretto ad insegnare in segreto e a pochi fedeli amici le conoscenze che aveva, avvolgendole in oscure sottigliezze nei suoi scritti (e, non ostante tale precauzione, ebbe molte noie) ; se lo stesso dovettero fare, dopo di lui, come or ora vedremo, i Sestii, che furono ugualmente perseguitati; le vecchie dottrine di Pitagora andarono tuttavia sempre più diffondendosi, sì che fu permessa via via maggior libertà di parola e d'azione ai loro seguaci, che poterono final- mente abbandonare in gran parte la segretezza e il mi- stero in cui si chiudevano e il simbolismo oscuro di cui si servivano prima. Lucano nella sua Farsaglia (I, 639 seg.) riferisce una oscura predizione di Nigidio, che^ com'egli dice, si studiò di conoscere gli dei e i segreti del cielo e in queste co- noscenze astrologiche fu superiore ai sapienti dell'Egizia Menfi : At Figulus, cui cura deos secret ac/ue caeli nosse fuit^ quem non stellarum Aegyptia Memphis acquar et visu numerisque moventibus astra^ aut hic errata ait, ulla sine lege per aevum mundus et incerto discurrunt sidera motu : aut, si fata 7novent, orbi generique paratur humano matura -lues Egli predisse dunque alla terra e agli uomini un vicino flagello, proprio come, prima di lui, avevano fatto e con lui facevano i Genetliaci. Ora, dobbiamo noi veramente pensare, a proposito di siffatte predizioni, che si tratti di semplici manifestazioni sentimentali del desiderio di tempi migliori? Certo le condizioni dei cittadini romani e del mondo, su cui l'aquila di Roma andava stendendo e allar- gando sempre più le sue ali insanguinate, erano assai tristi; ma d'altra parte le predizioni sono troppe e troppo precise talvolta e troppo vicine alla manifestazione del Cristiane- simo, per non dover pensare a qualche relazione, misteriosa senza dubbio e in parte inesplicabile, ma pure innegabil- mente certa. Comunque sic^, poiché, secondo le parole surriferite di Cicerone, con Nigidio Figulo si iniziò in Roma un vero e proprio risveglio delle dottrine pitagoriche, vediamo ora in qual guisa egli tentasse questo rinnovamento dell'an- tica disciplina italica. Noi possiamo desumerlo da altre testimonianze, le quali non solamente accennano a una vera e propria scuola, a un sodaliciumy a una factiOy ma vi accennano in modo, che possiamo anche comprendere quale fine il sodalizio stesso abbia avuto, o almeno in quale considerazione fosse tenuto da chi, forse troppo tenero e non disinteressato amico del nuovo ordine di cose creato in Roma dal trionfo di Cesare, accoglieva, senza approfondirle uè vagliarle trop- po, accuse vaghe e imprecise formulate contro i fautori dell'antico regime repubblicano. Si leggono infatti negli scolii bobbiensi all'orazione di Cicerone contro Vatinio queste notevolissime notizie : « Fuit autem illis temporibus « Wigidius quidam^ vir doctrina et eruditione studiorum « praestantissimus, ad quem plurimi conveiiiebant. Haec « ab obtrectatoribus velati factio ininus probabili s iacti- « tabatnr, qaamvis ipsi Pythagorae sectatores existimari 7 delI'Orelli. 56 «vellent», e altrove si dice di un tale che € ablit « in sodalicium sacrile^ii Nigidiani » . In casa sua dunqae Nigidio radunava molte persone, che vi si iniziavano ai misteri della filosofia pitagorica e forse anche vi si dedi- cavano a pratiche mistiche, come ci persuade la ciarlata- neria di quel Yatinio, che, volendo farsi credere pitagorico e dottissimo, faceva evocazioni di morti e si abbandonava a nefandità d'ogni genere. E questi convegni finirono col suscitar dicerie, maldicenze, sospetti, calunnie, e vi furono degli ohtrectatoreSy i quali andavano sussurrando qua e là che quella era una setta riprovevole e sacrilega; le quali calunnie, credute tanto più facilmente quanto mi- nore era il numero degli onesti in quei tempi così torbidi, furono forse un ottimo pretesto per legittimare l'allonta- namento da Roma e l'esilio di un uomo d'antica tempra repubblicana. Che poi il tentativo di Nigidio avesse un carattere anche politico e che egli vagheggiasse, nella rico- stituzione del sodalizio pitagorico e quindi nella eguaglianza sociale e nella comunanza dei beni, il sogno della nuova felicità umana, è cosa più che probabile, ma non certissima. E così il sapientissimo mago, il maestro pitago-  PsEUD. CicER. in Sali. resp. 5, 14.  « Tu qui te Pythagoriaum soles dieere et hominis doctissitni nomen tuis immanibus et barbar is moribus praetendere.... cum inaudita ac nefaria saera susceperis^ eum infernrum animas eli- cere, Gum puerorum extis Deos manes rnaetare soleas » Cicesone, in Vatinium. Dal che si può vedere, sia detto incidental- mente, che lo spiritismo non è un'invenzione moderna!  V. quanto afferma a proposito di lui e dei Sestii il Pascal : Il rinnovamento umano negli scrittori di Roma antica (Riv. d'I- talia, gennaio 1902. p. 98, poi nel voi. Fatti e leggende, Firenze, Le Monnier). rico, il matematico P. Nigidio morì nell'esilio, nel tempo stesso che ìp Roma intercedeva per lui, allo scopo di otte- nerne il richiamo in patria, l'amico Cicerone. Ma doveva essere davvero tenuto per uomo assai pericoloso il sacri- lego Figulo, se, non ostante che i famigliari di Cesare e quelli ch'egli avea più cari ne parlassero con ammirazione e ne avessero alta stima, il divo lulio non si lasciò troppo commuovere, a favore del fiero repubblicano! Gli è che in verità in quel momento di trapasso dalla repubblica (o meglio dall'anarchia) all'assolutismo l'interesse dello Stato e della giustizia aveva assai piccolo valore, di fronte agli interessi e alle ambizioni dei singoli competitori. Tutto questo si rileva da una lettera, fortunatamente con- servataci, nella quale Cicerone, dando notizia all' esiliato delle pratiche ch'egli faceva indirettamente presso Cesare e delle speranze che aveva di poter presto riuscire a otte- nergli il perdono, dice cose così interessanti e adopera espressioni di così alta stima, che metterebbe conto davvero che la riferissimo per intero (1). Basti accennare tut- tavia che egli si rivolge a lui come ad uomo « uni omnium doctissimo et sanctissimo et maxima quondam gratta » e suo amicissimo, e che accingendosi a conso- È la lettera 13* del quarto libro Ad familiares, dell'anno 46 a. C. In essa dice bensì Cicerone : « Videor mihi prospicere pri- mum ipsius animuìn, qui plurimufn potest, propensum ad salutem tuam », ma questa era la semplice illusione, creata in lui dall' a- micizia che aveva per Figulo e dal desiderio che sentiva del suo ritorno ; poiché in realtà il povero filosofo fu lasciato morire in esilio. E sì che  come aggiunge ancora Cicerone — « familiares eius (cioè di Cesare), et ii quidein, qui UH iucundissimi sunt, mirabiliter de te et loquuntur et sentiunt » e di piii « accedit eodem vulgi voluntas vel potius consensus omnium » ! larlo crede opportuno di premettere : « at ea quidem fa^ cultas vel tui vel alterius consolandi in te summa est^ si umquam in ullo fuit » ; cosicché « eam partem^ quae ab exquisita quadam ratione et doctrina proficiscitur, non attingam: tibi totani relinquam »; e concliiudendo termina col pregarlo « animo ut maximo sis nec ea solum memi- neris, quae ab aliis magnis virls accepistij sed illa etiam, quae ipse ingenio studiisque peperisti. Quae si colliges^ et sperabis omnia optime et quae aecident, qualiacamque erunt, sapienter feres. Sed haec tu melius vel optime omnium » . Ora se insieme con queste eloquenti e perspicue parole si ricordano i versi citati della Farsaglia, e se si pensa ancora al contenuto dei frammenti che di questo sapiente ci sono rimasti e ai titoli delle opere ch'egli scrisse, pos- siamo formarci un'idea approssimativa del genere di dot- trina e di conoscenze che ebbe e di cui si fece maestro: il misticismo pitagorico, la dottrina dei numeri, la divina- zione (quella che oggi si direbbe chiaroveggenza) in tutte le sue forme, l'astrologia; il tutto espresso e significato in un modo oscuro e involuto, forse per via di simboli, che fu poi una delle cause maggiori, se non la maggiore di tutte, per la quale le opere di lui furono poco lette e a poco a poco caddero nell'oblio. E dopo la morte del maestro, che ne fu dei suoi seguaci? Probabilmente non si dispersero e continuarono a riunirsi; tanto piìi che non mancava certo fra loro chi potesse indirizzarli e illuminarli con la sua autorità e la sua dottrina. In quegli stessi anni infatti, o poco dopo, ci fu in Roma un'altra setta, ch'io non dubito punto fosse continuazione di quella di Nigidio, o certo frutto dei suoi insegnamenti: voglio alludere alla « Sextiorum nova et romani rohoris seda » ^ la quale però « Inter initia sua, quum magno impetu coepisset, extincta est » (1). Decisa- mente i tempi non erano favorevoli alla filosofìa, anzi a certa filosofia ! E in verità non potevano essere molti quelli che, in Roma, desiderassero di attendere sul serio alle speculazioni filosofiche: le ricchezze e la potenza della nuova Roma imperiale offrivano troppi svaghi, troppi di- vertimenti, troppe orgie, perchè vi fosse tempo e voglia di dedicarsi a meditazioni gravi ed ingrate ! Cosicché gli sforzi di quei pochi, i quali avrebbero pur voluto richia- mare i concittadini alla serietà d'una vita meno fatua e più dignitosa, dovevano riuscire vani o sortire effetti poco duraturi. Chi furono cotesti Sestii, ai quali accenna Seneca? Le notizie che ce ne sono rimaste sono assai scarse, ma suffi- cienti tuttavia a farceli ammirare, in tempi di tanta corru- zione, come uomini desiderosi piii delle gioie del pensiero che di quelle dei sensi, amanti più della verità e della scienza che delle ricchezze e degli onori; come uomini infine, nei quali tanto più risplende l'onesta virtù, quanto maggiori intorno si addensano le tenebre del vizio. Del primo di essi, di nome Quinto, parla specialmente, e sempre con parole di profonda e sentita ammirazione, il più grande dei moralisti romani, Seneca, in quelle sue mirabili Lettere a Lucilio piene di tanta filosofica sapienza e così degne d'essere studiate e meditate più che non siano ! In una di queste, la novantottesima, volendo egli provare al suo alunno che spesso molti disprezzarono quei beni che i più desiderano come fonti di felicità, cita gli esempi di Fabrizio e di Tuberone, e poi aggiunge che il (1) Seneca, Quaest. nat. cap. ultimo. 60 padre Sestio, pur essendo nato in tali condizioni da dovere un giorno governare la cosa pubblica, rifiutò persino la carioa di senatore, offertagli da Giulio Cesare ; poiché egli non annetteva alcuna importanza ai pubblici onori, rite- nendoli, come sono, troppo incerti e transitori. Una rinunzia di questo genere non era certamente cosa che tutti sapessero e volessero fare in quei tempi di sfrenate ambizioni ; e tanto meno poi per ragioni filosofiche ! Ma tanfo: il nostro Sestio ambiva per la sua persona altro ornamento che non fosse il laticlavio : ornamento meno visibile e meno ricercato, ma più dignitoso e più vero, che fosse conquista della sua intelligenza e della sua virtù, che nessuno potesse riprendergli e che egli potesse libe- ramente trasmettere senza pericolo di manomissioni o di latrocinii, l'ornamento insomma della sapienza ; per la quale fu acceso di tanto amore, che non facendo, in sul principio, progressi sufficienti a soddisfare appieno il suo vivo desi- derio, fu sul punto, un giorno, di suicidarsi (2). Come degli onori, ei non fu avido neppure dolle ric- chezze; anzi si racconta di lui che, trovandosi in Atene, ripetè quanto aveva già fatto il filosofo Democrito, il quale, avendo previsto da certi segni astrologici una carestia d'olio, prima dell'epoca del raccolto — che la bellezza delle olive faceva sperare sarebbe stato abbondante — comperò a buon (1) € Honores repulit pater Sextius, qui, ita natus ut rempu- hlicam deberet capessere, latum clavum, divo lulio dante, non re- cepii; intelligehat enim, quod dari posset, et eripi posse. Plutarco, « Del modo di conoscere i propri progressi nella virtù: KaGànep cpaol Ségxtóv xs xòv 'Pa)|iaIov àcpetxóxa xàg èv x-^ TióXst xtjjiàg xal ipxàg 5ià cpiXoaocpiav èv òè xqi cptXoaocpsIv aB TiàXiv 5uo7ia'9-oQvxa xal xp(tà\),e>foy xtp Xóyt}) x^^®'^"^? "^^ np{bzo)t, dXtyow Ssyjaat xaxa3aX«tv éaoxòv ix xivog Sti^poug ». mercato tutto l'olio del paese, e poi, sopravvenuta real- mente la carestia, restituì ai primi proprietarii la merce acquistata, appagandosi d'aver provato così che gli sarebbe stato facile arricchirsi quando lo avesse coluto. Ma che uomo era Sestio ! Che scrittore vigoroso e ardito, e come diverso da tanti filosofi che scrivendo siedono in cattedra, discutono, cavillano, e non danno all'anima alcun vigore perchè non ne hanno ! A leggere Sestio — son pa- role di Seneca - si sente ch'è pieno di vita e di vigore, uno spirito libero e superiore, uno che ha virtù d'ispirarti sempre una gran fiducia in te stesso ! In qualunque stato d'animo, quando si legge il suo libro, si sfiderebbe la fortuna e si avrebbe la forza di lottare contro qualsiasi ostacolo! Poiché egli ha questo grande merito, che, pur mostrandoti tutta la grandezza della felicità suprema, non ti fa disperare di raggiungerla: egli la mette bensì molto in alto, ma in luogo accessibile a chi la voglia conqui- stare, sì che ammirandola tu speri. Quale più alta lode  Plinio, Naturalts Historia^ XVIII, 68, 9- 10 : Ferun Demoeritum, qui primus intellexit ostenditque curri terris caeli societatem, spernentibus hanc curam eius opulentissimis civium, praevista ohi cavitate ex futuro Vergiliarum or tu.... magna tum vìlitate propter spem olivae, coemisse in toto tractu ornne oleum, mirantibus qui paupertatem, et quietem doctrinarum ei sciebant in primis cordi esse. Atque ut apparuit causa, et ingens divitia- rum cursus, restituisse mercem anxiae et avidae dominorum, poe- nitentiae, contentwm ita probasse opes sibi in facili, quum vellet, fore. Hoc postea Sextius e romanis sapientiae adsectatoribus Atkenis fecit eadem ratione ».  Seneca, Epistola LXIY: « Lectus est deinde liber Quinti Sextii patris; magni, si quid miài credis, viri, et, licet neget. Stoici. Quantus in ilio, Dii boni, vigor est, quantum anim,i! Hoc non in omnibus philosophis invenies. Quorumdam, scripta clarum per un uomo, di questa entusiastica esaltazione fatta da Seneca ? E i suoi insegnamenti poi quanto erano sentiti e pro- fondi, altrettanto erano semplici ed eificaci. Vuoi tu persua- dere un uomo della bruttezza dell'ira ? egli ammaestrava: portalo, mentr'è adirato, innanzi a uno specchio e fa che vi si veda riflesso ; poi fagli intendere che s'ei vedesse a quel modo anche l'orridezza dell'anima sua sconvolta ed agitata ne sarebbe atterrito (1). Della onestà e della virtù egli ebbe così alto e giusto concetto che sostenne l'uomo habent tantum nomen, cetera exsanguia sunt. Instìtuu7it, dìspu- tant, cavillantur : non faciunt animum, quia non habent. Quuni legeris Sextium, dices: Vivit, viget, liber est, supra hominem est, dimittit tne plenum ingentis fiduciae. In quacumque positione mentis sim; quum hune lego, fatebor tibi, libet omnes casus pro- vocare, libet exelamare : Quid eessas, Fortuna? congredere! para- tum vides. Illius animum induo, qui quaerit ubi se experiaiuT, ubi virtutem suam ostendat, Spumantemque davi pecora inter inertia votis Optai aprum, aut fulvum descendere monte leonem. Libet aliquid habere, quod vincam, cuius patientia exereear. Nam hoc quoque egregium Sextius habet, quod et ostendet Ubi beatae vitae ìuagnitudinem, et desperationem eius non faciet. Seies illam, esse in excelsOy sed volenti penetrabilem. Hoc idetn virtus tibi ipsa praestabit, ut illam admireris, et tamen speres » . (1) Seneca, De ira^ lib. II, oap. 36 : « Quibusdam, ut ait Sextius^ iratis profuit aspexisse speculum; perturbavit illos tanta mutatio sui: velut in rem praesentem adducti non agnoverunt se, et quantulum ex vera deformitate imago illa speculo repercussa reddebat ? animus si ostendi^ et si in ulta materia perlueere pos- set., intuentes nos confunderet, aier maculosusqite, aestuans., et distortus, et tumidus. Nunc quoque tanta deformitas eius est per ossa carnesque, et tot impedimenta., effiuentis : quid si nudus o- stenderetur ? et e.  onesto non per altro essere inferiore al sommo Giove, che per avere una virtù meno stabile e duratura ; ma per tutto il tempo in cui si conservi onesto essere altrettanto felice quanto Giove, non essendovi tra la perfezione e quindi la felicità umana e la divina differenza se non di durata. Ond'è che egji potè veramente additare ai volonterosi il bel cammino della virtù ed esclamare : « Di qui si monta alle stelle! di qui: seguendo frugalità, temperanza^ for- tezza » — e non già (par quasi sottintendere) per decreto di popolo 0 di senato ! — e potè confortare anche all'ascesa, persuadendo che gli dei aiutano i buoni stendendo ad essi la mano. Seneca, Epistola LXXIII: « Solebat Sextìus dicere^ « lovem plus non posse ^ quam honum virum,^. Plura lupiter habet^ guae ' praestet hominibus; sed inter duos honos non est melior, qui lo- cupletior : non magis^ quam inter duosj quibus par saientia re- gendi gubernaeulum est^ meliorem dixeris, cui maius speciosiusque navigium est. lupiter quo antecedit virum bonum! Diutius bonus est. Sapiens nihilo se minoris aestimat.^ quod virtutes eius spatio breviore clauduntur. Queniadmodum ex duobus sapientibus^ qui senior decessiti non est beatior <?o, euius intra pauciores annos terminata virtus est : sìe Deus non vincit sapiente ut felicitate^ etiam, si vincit aetate. Non est virtus maior^ quae longior. lupi- ter omnia habei; sea nempe aliis tradidit habenda. Ad ipsum hie unus usus pertinet.^ quod utendi omnibus causa est: sapiens tam aequo omnia apud alias videi contemnitque^ quam lupiter., et hoc se magis suspicit., quod lupiter uti illlis non poteste sapiens non vult. Credamus itaque Sextio monstranti pulcherrimum iter et clamanti : * Hac itur ad astra ! hae, secundum frugalitatem:, hac, secu7idum fortitudineyn ! » Non sunt Dii fastidiosi, non invidi ; admittunt, et ascendentibus manum porrigunt. Miraris hominem ad deos ire? Deus ad homines venit\ immo., quod propius est., in hom.'ines venit. Nulla sine Beo mens bona est. Semina in corpo- ribus kumanis divina dispersa sunt; quae si bonus cultor excipit.^ 64 Questa sicura fede, questa virile forza di pensiero susci- tatrice di virtù, era la nota caratteristica degli scritti di Sestio, di quest'uomo profondo, che filosofava scrivendo in greco con gravità romana, e che paragonava l'uomo sapiente, cinto di tutte le buone energie del suo animo, a un esercito che, in paese nemico, marcia compatto e pronto alla battaglia. Ed esercitando sui migliori uomini di Roma, come per esempio quel Lucio Grassizio di cui parla Svetonio (2), simìlia origini prodeunt; et paria his, ex quibus erta sunt^ sur- gunt: si malus^ non aliter quam humus sterilis ac palustris^ ne- cat, ac deinde creai purganienta prò frugihus » . Seneca, Epistola: Sextium ecce quam maxiìne lego^ virum acrem^ graecis verbis^ romanis moribus philosophantem. Movit me imago ab ilio posila : ire quadrato agmine exercitum^ ubi hostis ab omni parte suspectus est, pugnae paratum. Idem^ inquit^ sapiens facere debet; omnes virtutes suas undique expan- dat^ ut ubicumque infesti aliquid orietur, illic parata praesidia sint^ et ad nutum regentis sine tumultu respondeant. Qitod in exercitibus his^ quos imperatores magni ordinant, fieri videmus^ ut imperium ducis simul omnes copiae sentiant^ sic dispositae, ut signum ab uno datum, peditem simul equitemque percurrat ; hoc aliquanto magis necessarium esse nobis Sextius ait. UH enim saepe hostem timuere sine causa ; tutissimumque illi iter, quod suspeetissimum fuit. Nihil siultitia pacatum habet ; tam superne UH meius est, quam infra ; utrumque trepidai latus ; sequuntur pericula^ et occurrunt\ ad omnia pavet ; imparata est^ et ipsis terretur auxìliis. Sapiens autem^ ad omnem incursum munitus est et intentus: non si paupertas^ non si luctus, non si ignomi- nia^ non si dolor impetu?n faciat^ pedem referet. Interritus et contra illa ibii^ et inter illa. Nos multa alligante multa debilitante diu in istis vitiis iacuimus ; elui difficile est : non enim inquinati sumus, sed infecti ».  Nel De illustr. grammat., rammenta di lui che « ad Q. Sextii philosophi sectam transiisse dicitur ^ . Alcuni codici però invece di Q. Sextii leggono Q. Septimii. questa sua efficace robustezza di pensiero, e affascinandoli col vigore della sua persuasione e con la nobiltà della sua vita, sdegnosa d'ogni viltà e d'ogni bassezza, potè far sor- gere quella « romani rohoris seda » , di cui abbiamo fatto già cenno e che, se fu subito soffocata, ebbe tuttavia dei seguaci e prosecutori isolati, come lozione di Alessandria, che fu maestro anche di Seneca, Cornelio Gelso,  Dì lui parla Lattanzio, Divin. institui. lib. VI, § 24. Vedi anche Gellio, èi. A., I, 8. Nella interessante epistola 108^ Seneca, parlando di se al suo Lucilio, gii dice come oltre al- l'avere imparato ad astenersi per sempre dalle ostriche, dai fun- ghi, dai profumi, dal vino, dai bagni, e ad usar materassi duri, aveva anche incominciato, da giovane, ad astenersi dalla carne, e ciò per gli insegnamenti di Soxione^ che dimostrava la inutilità e i danni di questo cibo, valendosi, oltre che degli argomenti di Pi- tagora e di Sestio, anche di ragioni proprie. Riporto quasi per in- tero il passo di Seneca, che suona così : « Quonìam coepi Ubi ex- ponere quantum maior impetu ad philosophiam iuvenis aeeesse- rhn, quam senex pergam^ ?ion pudebit fatevi^ quem mihi amorem Pytkagorae iniecerit Sotion. Docebat^ quare ille animalibus ab- siinuisset^ quae postea Sextius. Dissimilis utrique causa erat^ sed uirique magnifica. Rie etc... At Pythagoras Haee quum ex- posuisset Sotton et implesset argumentis suis: Non credis^ inquit, aììimas in alia corpora atque alia describi., et migrationem esse quam dicimus mortem? Non credis in his pecudibus ferisve aut aqua m,ersis illum quondam hominis animum morari? Non cre- dis nihil perire in hoc mundo, sed anulare regionem? nec tantum caelestia per eertos circuitus verti, sed ammalia quoque per vices ire., et animos per orbem agi ? Magtii ista crediderunt viri. Ita- que iudicium quidetn tuum sustine: ceterum omnia tibi integra serva. Si vera sunt ista., abstinuisse animalibus innoeentia est., si falsa frugalUas est. Quod istic credulitatis tuae àamnum est ? Alimenta tibi leonum et vulturum. eripio. His instinstus abstinere animalibus coepi., et anno peracio non tantum facilis erat m,ihi consuetudo., sed dulcis... » (2) Quintiliano, Lib. X, 1, 124: « Scripsit non parum multa Cornelius Celsus., Sextios secutus., non sine cultu ae nitore ». Papirio Fabiano, Moderato di Cadice (2) ed altri. I Sestii dei quali abbiamo notizia furono due: il primo quello di cui si è parlato finora, che sarebbe vissuto al tempo di Augusto e anche di Cesare, se, come dice Se- neca^ rifiutò il laticlavio « divo lulio dante » (3), e avrebbe pure, secondo il surriferito passo di Plinio  dimorato, non sappiamo quando né per quanto tempo, in Atene; l'altro, suo figlio, anch'esso di prenome Quinto, che pro- seguì l'insegnamento paterno, che fu ritenuto, sebbene a torto, autore delle sentenze filosofiche note sotto il nome di Sesto pitagorico (5), della cui vita infine non sappiamo assolutamente nulla. Ora, di qual dottrina furono maestri questi filosofi, solitari ricercatori di verità in un mondo di gaudenti e di tristi? (1) Seneca, Epist. C; cf. Seneca il retore al lib> II delle Con- troversie^ prefaz.  Questo filosofo pitagorico visse al tempo di Nerone, fu famo- so per i suoi insegnamenti intorno alla scienza simbolica dei nu- meri, fu maestro di Lucio Etrusco (v. Plutarco, Quaest. Gonviv. Vili, 7) e scrisse un'opera voluminosa intorno alla dottrina pita- gorica (V. Porfirio, Vita di Pitag. p. 33 ed. Nauck; Stefano Bi- zantino e Suida, sotto la voce Fàdeipa). Cfr. pure Porfirio, Vita di Plotino e. 20 e S. Gerolamo, Adv. Ruflnum III. Epist. già citata. Di un Sestio, filosofo pitagorico., che fiorì ai tempi d'Augusto, parla Eusebio [Chron., all' olimpiade 195. 1 = 1 d. C). Dobbiamo dunque ritenere il nostro Sestio vis- suto press'a poco fra il 70' a. C. e il 5 d. C.  Natur. Eist., XVIII, 68, 10. (5) Vedile nella collezione del Mìjllach, Fragmenta philosopho- rum graecorum, Parigi, Firmin-Didot, e leggi, a proposito della paternità di esse, oltre a ciò che ne dice lo stesso Mullach), anche l'esauriente discussione che fa lo Zeller, Die Philosophie der Qriechen^ voi. IV, III ediz. (Leipzg 1880), pp. 679 e 681 nota. 67 Essi ebbero intanto una propria dottrina psicologica, se, come riferisce Claudiano Mamerte  spiegarono che l'a- nima è « una certa forza incorporea, ilìocale e inafferra- « bile, che, essendo capace senza spazio, assorbe e contiene « il corpo » . Ma questo evidentemente è troppo poco per determinare a che scuola essi appartennero. E ben vero che Seneca, come abbiamo già veduto riferisce (nella Epistola) che « volere o no » (licei neget), il padre Sestio era uno stoico; ma quel « volere o no » ci fa compren- dere che in realtà Sestio non si professava stoico. E infatti qualche altra testimonianza lo dice pitagorico, e tale lo proverebbero non solo le sue conoscenze astrologiche, dimo- strate dalla famosa esperienza dell'olio, ma altresì alcune abitudini della sua vita, come quella di fare alla fine di ogni giorno l'esame di coscienza (3) e quella di astenersi dai cibi carnei, l'una e l'altra, com'è ben noto, proprie dei seguaci del Pitagorismo. Senonchè, riguardo a quest'ultima è da notare che Sestio non la giustificava, come Pitagora,  De statu anirnae, II, 8 : « ... Eomanos etiam^ eosdemque philosophos testes citamus^ apud quos Sextius pater^ Sextius fìlius propenso in exercitium sapientiae studio apprime philosophati sufzt, atque hane super omni anima attulere sententiatft . Incor- poralis, inquilini^ omnis est anima et lUocalis atque indeprehensa vis quaedam \ quae sine spatio capax corpus haurit et continet-» .  Y. pag. preced., nota 3. Seneca, De ira^ lib. Ili, e. XXXVI, 2: « Faciebat hoc Sextius ut consuniTnato die^ quum se ad noeturnam qutetem. re- cepisset^ interrogaret animum suum : Quod hodie malum tuum sanasti ? cui vitio obstitisti ? qua parte ntelior es? » . A questo proposito, oltre alla Up. CVIII di Seneca riportata nella nota seguente, si suol citare il passo, conservatoci da Orige- ne, « (contra Celsum », lib. YIII, p. 397 ed. di Cambridge), che suona: « Il cibarsi di carni è indifferente, ma l'astenersene è più conforme a ragione ». Tale sentenza però è di Sesto pitagorico, non già del nostro Sestio. — es- cori la dottrina della metempsicosi, ma con argomenti che ai Romani dovettero parer più ragionevoli, perchè meno astrusi : « gli uomini, egli infatti insegnava, hanno altri «alimenti, senza bisogno di nutrirsi di sangue; e poi ci « si abitua alla crudeltà provando piacere nel divorar della «carne; si deve dunque ridurre al minimo ciò che può « alimentar la lussuria » e concludeva dicendo che « la « varietà dei cibi è contraria alla salute e innaturale per « i nostri corpi. Ci sembra quindi lecito di poter affermare che i Sestii non furono ne stoici ne pitagorici, ma ebbero un proprio sistema, eclettico quasi senza dubbio, con prevalenza di elementi pitagorici ; e che questo loro sistema non fu ne inorganico, né dubitoso (come quello degli accademici del- l'ultima maniera) né materialista (come l'epicureo), sibbene avvivato da una profonda fede, illuminato da una chiara luce spirituale e fondato su convinzioni ben salde e su opinioni precise e indubitabili; un sistema d'ideo insomma, che non era una piìi o meno piacevole distrazione o un'o- ziosa occupazione dell' intelletto, ma una vera e propria forza organizzatrice e ordinatrice della vita, e per ciò ap- punto destinato a raccogliere pochi seguaci e a vivere per tempo assai breve, in quella sentina di ambizioni, di cor- ruzioni, di violenze, di immoralità, che era divenuta la grande Roma nel trapasso dalla repubblica all'Impero.  Seneca, Epist. CVIII : « hie {Sextius) homini satis alimen- torum eitra sanguinem esse eredebat. et criiclelitatis eonsuetudi- nem fieri^ ubi in voluptatem esset addueta laceratio. Adiciebat contrahendam materiam esse luxuriae^ eolligebat bonae valetudini contraria esse alimenta varia et nostris aliena eorporibus. Poiché si è visto come, dopo Nigidio, i Sestii cerca- rono di restaurare in Roma il culto del Pitagorismo, non sarà certo inutile indagare quali tracce esso aveva lasciato di sé nella letteratura romana del primo secolo avanti Cristo, siano esse vere e proprie trattazioni sistematiche o sem- plici notizie incidentali : così infatti potremo non solo farci un'idea del giudizio che ne fecero gli scrittori di quel tempo, ma ci si offrirà anche il modo di esporne e chia- rirne qualcuno dei punti più importanti o di metterne in luce gli aspetti più notevoli. Certo, in un'età nella quale le più svariate credenze religiose e i più diversi sistemi di filosofìa affluendo in Koma da ogni parte del mondo, e specialmente dalla Grecia e dall'Asia, vennero a pocoJiniformandosi per vicendevole influsso e preparando cosf il terreno che doveva di lì a non molto accogliere e far germogliare il seme della nuova fede cristiana, non è facile sceverare e seguire uno per uno i vari indirizzi di pensiero; massime poi quelli che, come la filosofia pitagorica, essendo molto antichi e avendo avuto larga diffusione e gran numero di seguaci, trasmi- sero parte dei loro principii alle speculazioni filosofiche posteriori. Ma un poco di diligenza e di pazienza ci per- metterà almeno di raccogliere tutti quei passi di scrittori latini dell'ultimo periodo repubblicano nei quali si fa espli- cita menzione di Pitagora, e di esaminare altresì quei luoghi in cui, senza nominarlo, si accenna però a dottrine e a pratiche di vita che appartennero indubbiamente, per concorde consenso dell'antichità, al sistema del filosofo di Samo. Incominceremo pertanto dal poema di Lucrezio, che fu, come tutti sanno, il più mirabile tentativo di elabora- zione poetica in lingua latina di un sistema filosofico greco, e precisamente del sistema epicureo. Altri felici tentativi di esporre in versi dottrine di filosofi greci erano bensì stati fatti da Appio Claudio, da Ennio, da qualche altro, ma per brevi trattazioni ; sì che Lucrezio — pur conscio della grandezza del cantore degli Annales — potè ben affer- mare con legittimo orgoglio di essere il primo a tentare di esprimere poeticamente, nella lingua del Lazio e del- 71 r Italia romana, non ancora assueta alle sottigliezze, alla profondità, alla precisione del linguaggio filosofico, le speculazioni dei Greci. Il poema Della Natura infatti non solo espone con ordine sistematico la complessa dottrina di Epicuro intor- no air essere delle cose in generale, all' infinità dell'uni- verso, ai moti e alle forme atomiche, alla natura, com- posizione e mortalità dell' anima, alle cause delle sensa- zioni e delle funzioni fisiologiche, alle origini del mondo e della vita vegetale e animale, alle cause dei fenomeni meteorici e tellurici, ma discute anche, perchè abbiano piti sicuro fondamento i principii della dottrina epicurea, le opposte e diverse dottrine di altre scuole filosofiche, e combatte le argomentazioni contrarie e le obiezioni pos- sibili degli avversari. Di questa opera dunque, costruttiva in quanto elabora su fondamenti nuovi, e polemica in quanto combatte e distrugge principii vecchi o diversi, è ben naturale che noi dobbiamo tener presente soprattutto la parte polemica, per vedere se e quanto in essa il poeta — e prima di lui Epicuro — abbia tenuto conto delle dottrine di Pitagora. Ora, su due punti essenzialmente il poeta discute e lotta ad oltranza contro indirizzi di pensiero diversi dal suo : sulla teoria atomica e sulla teoria dell' anima. E a proposito della prima combatte e confuta esplicitamente, nominandoli, Eraclito, Empedocle, Anassagora. Del filosofo di Samo invece non fa il nome neppure una volta, né qui ne in altra parte dei poema; ma ciò non toglie che un attento esame del poema stesso non ci permetta di scoprire dove e quando, pur senza dirlo, il poeta pensi a combattere i principii della filosofia pitagorica, È ben nota, in verità, la disistima che Epicuro ebbe per la matematica; il che parrebbe che dovesse farci esclu- dere senza altro qualsiasi considerazione, da parte diluì, per un sistema che aveva studiato e rappresentato sotto l'aspetto numerico il mondo, e nel quale le ricerche ma- tematico-musicali avevano tanta parte. In realtà però pos- siamo escludere a priori soltanto questo: che Epicuro te- nesse presenti in qualche modo le dottrine della scuola italica nella parte fisica del suo sistema. E infatti lo stu- dio del poema di Lucrezio conferma senz' altro questa induzione; tanto nella parte teorica che in quella polemica dei primi due canti, che contengono 1' esposizione e lo svolgimento dei principii epicurei intorno al mondo e alla materia, e la teoria atomica, manca aJffatto qualsiasi ac- cenno, anche indiretto e lontano, alle dottrine pitagoriche. Ma queste, oltre al mondo fisico, governato dal numero e dall' armonia, abbracciavano anche il metafisico (anima e dei), e quanto all'anima, pur considerando anche di questa l' aspetto numerico e musicale, sviluppavano so- prattutto il concetto della sua eternità : non mai nata, perchè esistente ab aeterno^ essa vive, perenne e immor- tale, attraverso un ciclo indefinito di vite terrene (me- tempsicosi). Sotto questo aspetto pertanto la filosofia di Pitagora dovette pure essere tenuta in qualche conside- razione da Epicuro, se scopo fondamentale della sua spe- culazione fu di combattere i due grandi timori onde nasce r intelicità umana, cioè il timore della morte e quello degli dei, e se, per vincere il primo, difese con tutte le armi della logica il principio della materialità e della mortalità dell'anima. Non risalivano forse in gran parte alla filosofia pitagorica la dottrina platonica e le specu- lazioni stoiche intorno alla origine divina e all'immortali- 73 tà dell' anima ? E la filosofia pitagorica non si uniformava forse, spiegandole e chiarendole, alle più inveterate su- perstizioni, alle più profonde convinzioni, alle più diffu-se credenze religiose degli uomini ? Se Epicuro avesse avuto solo lo scopo della costruzione teorica dei suo sistema, sarebbe stato sufficipnte che, ac- cettata da Democrito la teoria atomica e fattane 1' appli cazione al mondo fisico, V estendesse, come fece realmente, al mondo psichico (per lui i' anima constava infatti d' un aggregato d'atomi sensiferi), per trarne la conseguenza della mortalità dell' anima o, più precisamente, del ne- cessario dissolversi dei suoi atomi alla morte del corpo. Ma, giova ripeterlo, egli volle anche soprattutto combat- tere il timore della morte, il quale nasce, secondo lui, dal pensiero — alimentato dalle superstizioni religiose, e dalle favole dei poeti e dei vati — che, morto il corpo, l'anima sopravviva. Ora, fra le varie forme di tale cre- denza una ve n' era — largamente diffusa dalla religione, dai misteri, da oscure predizioni sibilline, da filosofi e da poeti — secondo la quale 1' anima non solo continuava ad esistere, ma poteva, ad intervalli, rivivere in nuovi corpi e ritessere più d' una volta la trama della vita ter- rena : insomma l'antichissima credenza nella metempsi- cosi. E per di più questa credenza, anche nei termini strettamente epicurei, poteva in un certo senso (come ve- dremo) apparire ammissibile, in quanto cioè, nell' infinità del tempo e nel perpetuo dissolversi e ricomporsi degli atomi materiali, era ben lecito ammettere come possibile il ricostituirsi dell' identico conglomerato atomico che ri- creasse di nuovo il medesimo corpo e la medesima ani- ma. Data dunque questa possibilità teorica, si comprende ohe Epicuro o i suoi seguaci dovessero esaminarla anche al lume della logica interna del loro sistema, per dedarne le loro conseguenze in rapporto alle due questioni del- l'eternità dell'anima e del timore della morte. Tanto ciò è vero, che Lucrezio svolge appunto in modo ampio ed esaurientissimo tale ipotesi e tale discussione polemica, là dove vuol dimostrare la mortalità dell'anima e la vanità del temere la morte. Ma prima di esaminare ed analizzare questa parte del poema che si riallaccia così strettamente con la dot- trina pitagorica, è necessario premettere che già al prin- cipio del primo libro, in quel mirabile e tormentato proe- mio dove il poeta espone le ragioni, l' ordine e la materia della sua trattazione, è fatto cenno delle varie credenze e opinioni intorno all' anima e dell' importanza capitale che la soluzione del problema psicologico ha, nel sistema epicureo, in ordine alla necessità di sradicare dall' animo umano il timore della morte. E questo cenno, sia in se stesso, sia per il ricordo che ad esso si collega del famoso sogno di Ennio, ha pure importanza per il nostro tema. Per rassicurare infatti Memmio — al quale il poema è dedicato — che potrebbe dubitare, accettando la dottrina epicurea, di commettere atto di scellerata empietà, Lu- crezio dimostra che anzi la religione fu causa che gli uomini commettessero delitti nefandi, come il sacrificio d’Ifigenia in Aulide. E poi soggiunge che, vinto anche il timore degli dei, può tuttavia rimaner sempre quell' altro timore, che è alimentato dalle spaven- tose favole dei poeti sulla vita d' oltretomba, da sogni e da apparizioni, e trova la sua ragion d' essere nell' igno- ranza umana intorno alla vera natura dell' anima. Di qui pertanto la necessità di studiare — insieme con la natura delle cose celesti, degli dei e della materia — anche il problema dell' essenza dell' anima e della natura dei sogni e delle visioni. E precisamente nei versi si accenna in par- ticolare alle varie dottrine intorno all'origine dell'anima e intorno alla sorte che le tocca quando muore il corpo: 112 Ignoratur enim quae sii natura animai, nata sit^ an cantra nascentihus insinuetur^ et simul intereat nobiscum morte dir empia, 115 an tenehras Orci visat vastasque lacunas^ an pecudes alias divinitus insinuet se, Ennius ut noster ceeinit, qui priìnus amoeno detulit ex Helicone perenni fronde coronam, per gentis Italas kominuìu quae darà clueret\ 120 etsi praeterea tamen esse Acherusia tempia Ennius aeternis exponit versibus edens^ quo ncque permanent animae ncque corpora nostra^ sed quaedam simulacra modis pallentia miris; unde sibi exortam semper fiorentis Homeri 125 commemorai speciem lacrimas effundere salsas coepisse et rerum naturam expandere diciis (2). Quanto all' origine dell' anima, Epicuro sosteneva che essa era nativa (nata)-^ ma altri invece la credeva entrata già fatta nel corpo al momento della nascita (an contra Mi pare qui perfettamente accettabile la lezione già proposta dal GoBEL (permanent è coug. pres. da pcrmanare)^ che è la più ragionevole correzione del permaneant dato dai codici. Ne so ve- dere in qual modo tale correzione urti, come dice il Giussani, con- tro il senso di permanare. (2) In questi versi, come in quelli che citerò più innanzi, mi attengo alla lezione e alla grafìa data da GIUSSANI (vedasi)  -- De rerum natura, Torino, Loescher;. nascentibus insinuetur). Quanto alla sorte che 1' aspettava al morire del corpo le opinioni invece erano tre: l'epicu- rea, che r anima si dissolvesse col dissolversi degli atomi corporei [simili intereat nobiscum morte dirempta) ; la popolare, che scendesse all'Orco, o Ade o Averne [te- nebras Orci visat vastasque ìacunos) ; la pitagorica, che passasse per virtù divina nel corpo di altri animali (pe- cudes alias divinitus insinuet se ). Le due ultime però non erano in contraddizione fra loro ; tanto è vero ap- punto che Ennio, nel sogno famoso degli Annali, pur esponendo la teoria pitagorica, ammise altresì 1' esistenza dell'Ade e dei templi Acherontei^ ai quali però discen- deva non già l'anima (questa passava — subito? — in altri corpi), ma un' ombra, come a dire un doppio, del- l'anima stessa, di mirabile pallore: come quella precisa- mente che egli narrava gli fosse apparsa nel sogno — doppio dell' anima del divino Omero — che, piangendo a- mare lagrime, gli svelò l'essere delle cose. E dunque evidente, per questo accenno alla dottrina psicologica epicurea in contrapposizione con quella di altri filosofi ed anche di Pitagora, che nel terzo libro di Lucrezio dobbiamo trovare discussa in qualche modo — e lo è infatti esaurientemente — la teoria pitagorica della metempsicosi. 4. Ma non v' è forse cenno d' un' altra concezione che fu propria di Pitagora e dei suoi seguaci ; voglio dire della concezione dell' anima- armonia?  La cosa, del resto, è tanto più evidente se si pensi clie Lu- crezio compose verosimilmente questa parte del proemio del primo libro, quando già aveva composto il terxo. Si veda in proposito la paziente e lucida analisi di GIUSSANI (vedasi). È un fatto che il poeta, nel terzo canto, prima di ac- cingersi a determinare la natura materiale - atomica del- l'anima nelle sue due distinzioni dì animus od anima., confuta una dottrina • — certo ancor diffusa ai suoi gior- ni — che negava 1' esistenza dell' anima, o meglio le ne- gava una consistenza sua propria, non pure extracorporea, ma nel corpo stesso, concependola soltanto come una spe- cie di armonia delle funzioni organiche : 98 sensum aniìni certa non esse in parte lo^atuìn^ vermn habitum quendam vitalem corporis esse^ 100 karmoniam Orai quam dieunt^ quod faciat nus vivere eum sensu^ nulla curn in parte siet ìuens : ut bona saepe valetudo eum dicitur esse corporis, et non est tamen haec pars ulta valentis, sic animi sensum non certa parte reponunt. Ora chi, prima di Epicuro, aveva svolto cosiffatta dot- trina, che anche ai tempi di Platone e di Aristotile era tanto diffusa da far sentire all' uno e air altro (1) la ne- cessità di confutarla ? Pitagora e i suoi seguaci, e spe- cialmente, fra questi, Filolao, avevano bensì accettato e svolto il concetto dell' anima-armonia; ma che però tale concetto non potesse avere pei Pitagorici il senso datogli (1) Platone, Fedone; Aristotile, Del- Vanima^ I, 4. Dopo Aristotile la svolsero ancora, accettandola e difendendola, Aristosseno talentino (Cicerone, Tuseulane., I, l9)" e DiCEARCo di Messina (Cicerone, ibidem^ I, 20).  La si fa risalire veramente a Parmenide e a Zenone d' Elea (DioG. Laerzio): ma che debba riconoscersi anche come propria di Pitagora e di Filolao dimostrò già il Boeckh nel suo Philolaos., (p. 177); tanto è ciò vero che nel dialogo platonico chi la espone è Simmia, discepolo d,l Filolao, ed Echecrate pitagoreo la riconosce per propria dottrina {Fedone.,qui da LUCREZIO (vedasi) e neppure quello datogli da Simmia nel dialogo di Platone, è appena necessario di dire, se esso si accordava — nel sistema di quella scuola — con l'altro della metempsicosi, ossia con il concetto della preesistenza e immortalità dell' anima stessa. L' ironia lucreziana dun- que dei versi 131-135: ... recide harmoniai fìomen^ ad organicos alto delatum Heliconi — sive aliunde ipsi porro traxere et in illam trastulerunt^ proprio quae tum res nomine egehat - quid quid id est habeant. . come le argomentazioni di Socrate nel Fedone — era- no volte non contro la teoria di Pitagora, ma contro quella interpretazione e limitazione materialistica di essa, per cui r anima era ridotta a semplice funzione del corpo. Ed è ben naturale che — così limitata e interpretata — la combattessero, insieme con gl'idealisti platonici, anche i materialisti epicurei : poiché per gli uni rappresentava la negazione della essenza individuale e quindi della immor- talità dello spirito, e per gli altri, significava l' inesisten- za di quella quarta sostanza atomica (la sostanza senso- riale) onde essi concepivano costituita (insieme con le altre tre sostanze elementari aria, freddo e caldo) 1' anima u- mana (1). Si comprende quindi che Lucrezio, prima di Per Epicuro 1' anima è bensì nativa e mortale, ma è però, fin che vive il corpo, sostanziata di materia atomica ed è parte dell' essere umano — ne più ne meno di quel che ne siano parte le mani, i piedi, gli occhi, ecc. (Luce.) e localizzata nel petto, di dove si diffonde per tutto il corpo, è adibita alla re- cezione dei moti e delle immagini sensoriali e alle funzioni intel- lettuali : sì che ammettendo la teoria dell'anima-armonia veniva a cadere tutta la teoria psicologica degli atomi sensiferi, delle im- accingersi alla esposizione della teoria psicologica, confu- tasse questa dottrina, che non solo negava all' anima una sua localizzazione nel corpo, ma veniva in ultima analisi a negarne 1' esistenza. Dimostrata la materialità dell'animo, LUCREZIO (vedasi) passa a dar le prove — ventotto in tutto — della sua mortalità. Ora vi è un gruppo di queste che combat- tono il concetto della immortalità sotto l'aspetto non già del persistere dell' anima dopo la morte, ma del suo pree- sistere alla nascita del corpo e della possibile pluralità delle sue esistenze terrene. Qui siamo evidentemente nel campo della metempsicosi, e occorrerà quindi esaminare quest' altro centinaio di versi. Veramente non soltanto i Pitagorici — con la dottrina della metempsicosi — ammisero, fra gli antichi, un' esi- stenza pre-terrena dell' anima, ma anche Platone e gli Stoici; e inoltre, come ho già osservato più volte, tale dottrina non fu che la elaborazione filosofica d' una cre- denza largamente diffusa nelle leggende popolari, nella poesia, neir arte, e rafi'orzata se non derivata, dagli in- magini, dei sogni, delle visioni, delle allucinazioni (anche queste vere immagini materiali) che V anima riceve dal di fuori, ma non produce essa stessa. Cicerone infatti, parlando di Aristosseno e di Dicearco, dice appunto che essi con la loro teoria venivano a dimostrare « nihil esse omnino animum^ et hoc esse nomen totum inane^ frustraque ammalia et animantes appellari, neque in homine inesse animum vel animam nec in bestia Ttcsc.), e più esplicitamente più sotto -- Dicearehus quidem et Aristoxenus. ... nullum omnino animum esse dixerunt ». segnamenti religiosi che s' impartivano nei Misteri. Sì che gli argomenti di Lucrezio  possiamo affermarlo con si- curezza — non sono esclusivamente contro i Pitagorici. Ma poiché Pitagora, se anche trovò già nei Misteri e fra il popolo tale credenza, e se pure la derivò, c?ome vo- gliono, dall' Egitto, fu veramente il primo che le diede veste filosofica, e su di essa fondò 41 suo sistema dottri- nario, dal quale mossero, dopo di lui, e Platone e gli altri, così dobbiamo pur esaminare le ragioni del poeta epicureo, che venivano, in sostanza, a battere in breccia ed a scalzare uno dei capisaldi della filosofia pitagorica. Gli argomenti che Lucrezio adduce contro 1' opinione della preesistenza dell'anima sono quattro, svolti in quattro successivi e continui gruppi di versi, e rincalzati poi — dopo conchiusa questa parte fondamentale della sua trat- tazione — nella meravigliosa invettiva contro il timore della morte. a) Il primo argomento è desunto dalla mancanza in noi di ogni ricordo dell' esistenza anteriore alla nascita: se la nostra anima è esistita un'altra volta e quindi è entrata nel corpo al momento della nascita, perche non siamo assolutamente in grado di ricordarci del tempo trascorso e non serbiamo in noi qualche ri-  C è bisogno di rammentare che appunto ctalla realtà di tale ricordanza — rappresentata non già dalla reminiscenza di parti- colari di una anteriore vita terrena, ma dalla inoppugnabile e in- controvertibile esistenza delle ideo innato nella mente di ciascun uomo — Platone deduceva la necessità d'un'anteriore esistenza dell' anima e quindi della sua immortalità ? (Yedunsi nel Fedone ì capitoli l8-22ì. 2) E, come si vede, io svolgiiuento di quel che ha accennato nel verso 113 del proemio al primo canto. membranza delle nostre azioni passate ? Dunque l'anima ha mutato così da potere perdere interamente la facoltà di ricordare le proprie vicende ? Se così è, questo non differisce molto dalla morte ; bisogna quindi concludere che r anima di prima è morta e che quella che abbiamo in questa vita è stata creata proprio in questa vita (1). Ora si noti che il poeta non trae, dalla mancanza della memoria del passato, la conclusione che sembrerebbe le- gittima : « dunque 1' anima non è preesistita » ; ma dice soltanto che — dato pure che potesse essere material- mente esistita — il fatto di non serbar coscienza del passato dimostra che ora essa ha cambiato personalità (personalità infatti non è altro che persistere di una me- desima coscienza), cioè che è morta da quella che era, per diventare un'altra. Praeterea si immortalis natura animai constai et in corpus nascentibus insinuatur, 670 cur super ante actam aetatem meminisse nequimus nec vestigia gestarum rerum ulla tenem^us ? nani si tanto operest animi mutata potestas, omnis ut actarum exciderit retinentia rerum, non, ut opinor, id a lete iam longiter errai; 675 quajjropter fateare necessest quae fuii ante interasse, et quae nune est nunc esse creaiam. Insomma in questi versi non si nega la possibilità che siano preesistiti, e quindi che esistano in eterno i com- ponenti materiali dell' anima, ma bensì si nega il persi- fl) Su questo argomeDto della mancanza di ogni ricordo, come vedremo fra poco, Lucrezio ritorna ancora, prima con un semplice cenno (al v. 766) e poi più innanzi (vv. 845 e seguenti) accennan- do alla possibilità della rinascita dell'anima e del corpo. stere in eterno della coscienza, che, per Epicuro, deriva dai moti atomici dei quattro componenti dell'anima. D'altra parte, continua il poeta, se 1' energia vitale del- l'anima entra in noi quando, formato il corpo, usciamo alla luce del mondo, essa dovrebbe vivere non come fa — che si vede che è cresciuta col corpo e con le membra immedesimandosi nel sangue, — ma dovrebbe, non fusa col corpo, vivere a sé come in una prigione. Ora, poiché avviene proprio il contrario e cioè 1' anima é diffusa per tutto il corpo, sì che ogni parte di esso sente, e cre- sce e si sviluppa col corpo stesso — segno é che non é entrata in esso perfetta, e che, partecipando delle vicende del corpo, nasce (e quindi anche muore) con esso. E am- messo pure che, • perfetta e in sé raccolta all'atto di en- trare nel corpo, si diffondesse poi subito in ogni sua parte appena entrata, questo equivarrebbe a uno scomporsi e dissolversi per cambiar natura: insomma equivarrebbe a un morire per rinascere tosto altra da quella di prima. Un altro argomento pare al poeta di poter trarre dal fatto del formarsi dei vermi onde pullula il cadavere in putrefazione. Se l'anima che li avviva non è costitui- ta, come pensava Epicuro, da residui frammentari dell'ani- ma primitiva, (il che dimostra che l'anima stessa, potendo frazionarsi, é peritura e mortale) bisognerebbe ammette- re — ed eccoci ancora alla metempsicosi — che nei vermi si incarnino anime preesistenti; nel qual caso, lasciando pure a parte la stranezza che mille subentrino là di dove una è partita, o esse stesse si formano il proprio corpo dalla materia putrescente, o lo trovano già fatto e vi en- trano ; ma nella prima ipotesi non si capirebbe perchè, piuttosto che restar libere, dovessero affaticarsi spontaneamente a rinchiudersi in un carcere corporeo, dove neces- sariamente dovranno soffrire; nella seconda varrebbe il ragionamento fatto precedentemente che un' anima non può entrare, intrecciarsi ed espandersi in un corpo già formato senza snaturarsi. 720 quod si forte animus extrinsecus insinuari vermibus et privas in corpora posse venire eredis, nec reputas cur milia multa animarum conveniant unde una recesserit, hoc tamen est ut quaerendum, videatur et in discrimen agendum, 725 utrum tandem animae venentur semina quaeque vermiculorum ipsaeque sibi fabricentur ubi sint, an quasi corporibus perfectis insinuentur . at neque cur faciant ipsae quareve laborent dicere suppeditat, neque enim, sine corpore cum sunt, 730 sollicitae volitant morbis alguque fameque : corpus enim magis his vitiis adfine laborat, et mala multa animus contage fungitur eius. sed tamen his esto quamvis facere utile corpus cui subeant: at qua possint via nulla videtur. 735 haut igitur faciunt animae sibi corpora et artus, nec tamen est uiqui perfectis insinuentur corporibus: neque enim poterunt suptiliter esse conexae, neque consensus contagia fient. c) In terzo luogo, se veramente ci fosse la metem- psicosi, perchè non dovrebbe, nelle sue peregrinazioni, un'anima di leone, per esempio, capitare in un cervo o quella d'un avoltoio in una colomba, e viceversa, per modo che ne nascessero leoni e avoltoi timidi, cervi e colombe feroci ? Invece i caratteri psichici delle singole specie si ereditano e sono costanti in esse al pari dei caratteri fisici. Se l'anima immortale mutasse solo i corpi, questa costanza non vi sarebbe o, almeno, soffrirebbe molte eccezioni. E se, d'altra parte è 1' anima che, mutando corpo, muta carattere, allora vuol dire che essa non rimane la stessa, che cambia natura, insomma che muore per rinascere un'altra (vv. 789-751): Dejiiqiie cur acris violentia triste leonum 740 seminium sequitur, volpes dolus, et fuga cervi» a patribus datur et patribus pavor incitai artus^ et iam cetera de genere hoc, cur omnia membris ex ineunte aevo, generascunt ingenìoque, si non, certa suo quia serrane seminioque 745 vis aniìiti pariter crescit cum corpore toto ? quod si immortalis foret et mutare soler et corpora, permixtis anirnantes moribus essent, eff'ugeret canis Hyrcano de semine saepe cornigeri incursum cervi, tremeretque per auras 750 aeris accipiter fugiens veniente columba, desiperentque homines, saperent fera saecla ferarum. illud enini falsa fertur ratione, quod aiunt immortalem animam mutato corpore flecti : quod m^utatur enim dissolvitur, interit ergo. Se poi si volesse invece sostenere la metempsicosi solo entro i limiti di ciascuna specie, e dire che un' anima umana non s'incarna successivamente in altro che in uomini, allora si potrebbe sempre chiedere: perchè può, di Così, a mio avviso, svolse il concetto delle trasmigrazioni deli' anima la scuola pitagorica: limitandolo cioè entro i confini della specie umana, die se quasi tutte le testimonianze attribui- scono ai seguaci di Pitagora 1' interpretazione più lata a cui Lu- crezio accenna nei versi or ora citati, tali testimonianze si può dimostrare che o sono esagerate per amor di polemica o di satira, 0 sono errate per confusione della metempsicosi pitagorica con quella egiziana od orientale in genere, o, in qualche caso, possono spiegarsi dando un signifiv,ato simbolico al passaggio dell'ani- ma nel corpo di un animale. In tale categoria rientra, per me, la testimonianza di Ennio che, nel sogno già citato degli Annali, fa- saggia che era, diventare sciocca, dal momento che non s' è mai visto un fanciullo assennato né un piccolo pu- ledro esperto come un robusto cavallo ? Forse che la men- te in un corpo tenero, si fa tenera anch' essa ? Allora dunque non è immortale se, trasmutando corpo, perde in tal modo la vita e il sentimento di prima: Sin animas hominum dicent in corpora sem,per ire humana, tamen quaerain cur e sapienti 760 stulta qiieat fieri, nec prudens sit puer ullus, 762 nec tam doctus equae pullus quam fortis el^ui vis ? scilicet, iìi tenero tenerascere eorpore ìnentem confugient, quod si iavi fìt, fateare necesscst 765 mortalem esse animam, quoniam mutata per artus tcmto opere amittit vitam sensumque priorem.  Infine — e siamo così alla chiusa, di sapore umoristico, di questa serie di argomentazioni contro la preesistenza e la metempsicosi — non è cosa oltremodo ridicola, dice il poeta, che ad ogni accoppiamento e ad ogni parto di animali stiano lì pronte delle anime, e, in numero innumerevole, immortali aspettino membra mor- tali, e lottino e gareggino a chi prima e di preferenza riesca a penetrare ? Se pure non e' è fra le anime il patto che chi prima arriva a volo entri per prima e cosi non ci sia fra loro nessuna lotta violenta: Denique conubia ad Veneris partusque ferarum llb esse animas praesto deridieulum esse videtur, expeetare immortalis niortalia membra innumero numero, ceriareque praeproperanter cendo esporre dall' anima di Omero la dottrina di Pitagora, lo fa anche dire d'essere divenuta un pavone (« pavone » qui significa « cielo »). Perciò credo prettamente pitagorica, e non stoica, la dottrina della metempsicosi che svolge Virgilio nel sesto dell'Eneide. inter se quae prima potissimaque insinuetur ; si non forte ita sunt animarum foedera pacta, 780 ut, quae prima volans advenerit, insinuetur prima, neque inter se contendant virihus hilum. 6. Qui terminano gli accenni che Lucrezio fa alle cre- denze e dottrine pitagoriche : ma poiché subito dopo, in quella parte di questo stesso terzo canto in cui si dimo- stra la vanità del timore della morte, è formulata l' ipo- tesi della resurrezione delia medesima anima nel mede- simo corpo, e tale ipotesi -è stata da qualcuno identificata con V analoga dottrina pitagorico-stoica della palingenesi, dobbiamo esaminare anche questo passo. Continuata e compiuta dunque la dimostrazione della mortalità dell'anima, il poeta ne trae subito la legittima conseguenza che la morte non ci riguarda per nulla. Come non abbiamo sentito niente di ciò che è acca- duto prima della nostra nascita (perchè l' anima nostra non esisteva), così non sentiremo nulla dopo morti, per- chè una volta avvenuto il distacco fra corpo ed anima (e la conseguente dissoluzione di questa) noi, che esistia- mo solo per l'intima unione di entrambi, non esisteremo e quindi non sentiremo più. E giunto a questo punto conclusivo il poeta avrebbe potuto fermarsi, come infatti, sembra, si fermò in una prima redazione del poema, nella quale seguivano a questa dimostrazione i versi 860-867 che la rincalzano. Senonchè piti tardi, tornandovi sopra fece un'aggiunta in cui è formulata la suddetta ipotesi, che dobbiamo appunto esaminare (1). (1) Accetto senz' altro le conclusioni di GIUSSANI (vedasi), sì per l'interpretazione dei vv. 860-867, sì per la composizione di tutto que- sto interessante brano. Rimando perciò il lettore all'opera già citata, voi. Poiché in essa è detto anzitutto che se pura, dopo avvenuta la separazione, l'aDima avesse facoltà di sentire, anche in tal caso la cosa non riguarderebbe punto noi, che siamo solo in quanto anima e corpo sono stretti in un'esistenza unica. La quale ipotesi peraltro (che 1' anima senta staccata dal corpo) s'intende bene da tutto quel che il poeta ha detto precedentemente, che non era assolutamente ammis- sibile (1), perchè fuori del corpo l'anima neppure esiste, consistendo la morte, per lui, nel rompersi del legame tra corpo ed anima e nell'immediato dissiparsi degli ato- mi di questa, appena rimasta priva del suo coibente. Ma vi era però un'altra ipotesi, la quale per di più poteva apparire ad alcuno non del tutto in contrasto come la precedente con la dottrina epicurea ; l'ipotesi cioè di un possibile ricrearsi materialmente identico del nostro essere, anima e corpo. Anche in -questo caso però la morte non ci riguarderebbe affatto per l' interruzione della coscienza personale fra le due esistenze. E tale ipo- tesi appunto il poeta svolge nei versi 845 e seguenti, in questo modo : GIUSSANI (vedasi) crede invece di poter sostenere che l'ipotesi, per quanto strana, non è però in contraddizione assoluta — in a- stratto — con la teoria epicurea. Ora a me le sue ragioni non sembrano buone, e perciò credo piuttosto che qui Lucrezio abbia formulata un' ipotesi che è interamente al di fuori della dottrina d' Epicuro : come poteva infatti pensare che una qualsiasi persi- stenza del sentire dell' anima fosse possibile, dopo il distacco dal corpo, se per lui l'anima non poteva assolutamente esistere fuori del corpo che la tiene unita ? Perchè dunque Lucrezio ha formulata l'inverosimile ipotesi ? Forse unicamente come ipotesi di transizio- ne alla successiva; se pure non si tratta qui di un'argomentazione per absurdum. 845 iVec, si materiem nostram collegerit aetas post ohitum rursumque redegerit ut sita nunc est, atque iterum nobis fuerint data lumina vitac, pertineat quiequam tamen ad nos id quoque factum, interrupta semel cum, sit repetentia nostri; 850 et nune nil ad nos de nobis attinet, ante qui fuimus, neque iain de illis nos adficit angor, nam cum respicias immensi temporis omne praeteritum spatium,, tum. motus m,ateriai multimodis quam sint, facile hoc adcredere possis, 855 semina saepe in eodem, ut nunc sunt, ordine posta haee eadem, quibus e nunc nos sumus, ante fuisse : nee m,emori tamen id quimus reprehendere mente : inter enim iectast vitai pausa, vageque deerrarunt passim m,otus ab sensibus omnes. Ora a prima . vista questa ipotesi potrebbe apparire identica a quella già formulata nei versi 668-676, dove si fa pur cenno della interruzione della coscienza. Tanto che si è voluto da alcuno vedere in questi versi un'allu- sione alla dottrina dei Genetliaci, i quali credevano che nello spazio di 440 anni il medesimo corpo e la mede- sima anima rivivessero insieme (1) e ciò dipendentemente dalla dottrina della palingenesi universale che era propria dei Pitagorici e degli Stoici. Ma in verità qui non si tratta punto di questo, poiché mentre in quei versi si parla del rinascere della medesima anima in nuovi corpi, e nella dottrina dei Genetliaci si parla del ricongiungersi dell'identica anima e dell'identico corpo (nell' un caso e neir altro però 1' anima non ha mai perduto la sua perso- nalità), qui invece si considera il caso di una duplice (1) Il primo a pensar questo è stato l'editore inglese di Lucre- zio, il Munro, il quale cita il passo di S. Agostino {De civ. Dei XXII, 28) che ho già riportato al principio del Gap. III. creazione ex novo per accozzamento degli stessi atomi, cioè si considera la possibilità della rinascita d' un iden- tico aggregato atomico corporeo-psichico nel rispetto della teoria epicurea. Che poi ciò fosse legittimo e logico è un'altra quistione (1); ma sta di fatto che Lucrezio for- mula r ipotesi secondo la logica del sistema di Epicuro. 7. Cosicché, per riassumere e concludere, abbiamo ve- duto che il nostro poeta accenna a quattro diverse opi- nioni intorno all'anima: 1*) che essa non esiste a so, ma risulta dall' armonia delle funzioni organiche (teoria di Aristosseno e Dicearco); 2*) che essa nasce e si distrug- ge col corpo, ma ha una propria ubicazione nell'organi- smo umano (nel petto) e risulta di quattro elementi (moto, caldo, freddo, sostanza atomica sensoriale) (teoria epicu- rea); 3*) che essa sopravvive al corpo e scende nell'Ade, donde può uscire per apparire agli uomini (credenza popolare); 4^) che essa, non solo sopravvive al corpo, ma è preesistita ad esso e può incarnarsi più volte. E abbia- mo veduto come quest'ultima dottrina, della quale abbia- mo fatto particolare esame, fu intesa e interpretata in modi diversi: a) l'anima immortale passa attraverso mol- teplici esistenze, cambiando specie animale (teoria egiziana); h) l'anima immortale passa attraverso molteplici esistenze, ma entro i limiti della propria specie e conservando la propria identità personale (teoria pitagorica-platonica-stoica); e) l'anima può bensì rinascere, magari nell'identico corpo.  L'ha posta con molta sottigliezza GIUSSANI (vedasi). Ma si veda anche quello che osserva in prop9SÌto il Pascal nel suo scritto « Morte e resurrezione in Luerexio » pubblicata nella Riv. di Filologia classica e ristam- pato nel volume Oraecia capta, pag. 67 e seguenti. 90 senza però conservare la propria identità personale (ipo- tesi  epicurea-lucreziana). La teoria b poi alla sua volta fu diversamente svilup- pata, poiché vi era chi sosteneva che l' anima potesse bensì reincarnarsi, ma in corpi sempre nuovi; chi invece che si reincarnasse nel medesimo corpo, e ciò in atti- nenza a una dottrina più generale, anzi universale, se- condo la quale non pur l' anima e il corpo umano anda- vano soggetti a periodici ritorni alla vita, ma tutto l'uni- verso si distruggeva e si ricreava perfettamente identico (pitagorici, stoici e genetliaci). Con questa teoria però non veniva distrutta la credenza nell'Ade o Averne come luogo di espiazione, poiché, se anche l'anima riviveva, scendeva all' Ade un suo doppio (eidolon, simulacrum) che poteva anche riuscirne (e ve- rosimilmente si distruggeva nell'atto che l'anima tornava a nuova vita terrena) (Ennio). Quanto alla teoria pitagorica in particolare, abbiamo veduto che Lucrezio ne parla, in sostanza, in due luoghi: 1**) nel proemio del primo libro; nella confutazione dell'ipotesi della preesistenza dell'anima nel terzo libro; e che non debbono ritenersi affatto come riferi- menti a Pitagora né il cenno alla dottrina dell' anima- armonia (e. Ili, vv. 98-135) né l'ipotesi della rinascita, come è formulata nei vv. 845-859 dello stesso libro. Ipotesi la credo, e non vera teoria di Epicuro; che, in sostanza, Lucrezio la formula come tale, per potere opporre l' argomento per lui capitale della interruzione della coscienza anche a coloro che, dal punto di vista della sua stessa dottrina, avessero potuto pensare ad una eventuale rinascita dell' anima col medesimo corpo. Veri e propri trattati d' indole pitagorica sappia- mo con certezza che compone VARRONE (vedasi), il quale, nato nel 116 av. Cr. , morì quasi nonagenario nel 27. Eruditissimo in ogni campo del sa- pere, fu, appunto per questo, incaricato da Giulio Cesare di mettere insieme ed ordinare in Roma una grande bi- blioteca, specialmente di opere latine e greche ; ciò che gli diede agio di allargare e approfondire ancor più le sue conoscenze enciclopediche, delle quali si valse per comporre innumerevoli opere, trattando dei più svariati argomenti, occupandosi d' ogni genere di ricerche, racco- gliendo con cura particolare tutte le tradizioni sacre e profane della patria, e dettando pure^ a quel che ci ha lasciato scritto Quintiliano, un' opera filosofica in versi {praecepta sapientiae versibus tradidit) (1). Della sua prodigiosa attività e di una ricchissima messe di opere letterarie, storiche, filosofiche, scientifiche — si ricordano di lui non meno di 74 opere in 620 libri — non ci re- stano purtroppo che scarsi avanzi ( poco più di nove li- bri ) e numerose citazioni, massime dei Santi Padri, che da Varrone attinsero largamente notizie d' ogni sorta. Sì che siamo quasi all'oscuro sul contenuto della maggior parte dei suoi scritti, di molti dei quali ci resta appena appena il titolo. Così dei suoi famosi Logistorici^ che era- no in 76 libri, e contenevano discussioni di argomento filosofico con miscela di notizie storiche, conosciamo i ti- toli di alcuni, nei quali si doveva trattare più o meno largamente di filosofia pitagorica : tali sono 1' Attico o dei numeri (Atticus sive de nunieris) il Tuberone o dell' ori- gine umana {Tubero seii de origine humana) il Gallo o delle meraviglie {Gallus de admiraìidis), il libro de sae- culis e r altro de philosophia; ma quale ne fosse preci- samente il contenuto non sappiamo. Così, d' altra parte, ci è rimasta notizia d' un' opera in nove libri intorno ai principii dei numeri (de principiis numerorum), la quale, messa accanto sìiV Attico già citato e alla testimonianza (1) intorno a Varrone si veda l'opera di Gaston Boissier, Etude sur la vie et les ouvrages de Varron. Per i libri Antiquitatum rerum divinarum pubblicati nel 47 av. Cr. si consulti lo studio dall' Agahd nei JahrhUcher f. class. Philologie^ 24*©^ Supplement- band I Heft, Leipzig, 1898. di Gellio (Notti Attiche 3,10), che riferisce come Varrone trattò in maniera oltremodo compiuta del numero sette- nario ( Varrò de numero septenario scripsit admodum conquisite)^ prova che il grande reatino dovette conoscere profondamente la teoria pitagorica e specialmente la dot- trina fondamentale dei numeri. È veramente un peccato che di tali opere non resti quasi nulla, giacché da esse, avremmo forse potuto trarre molta luce a chiarimento di questa famosa dottrina, che era il pernio della speculazione metafisica e simbolica di Pitagora. Qualche passo tuttavia che ce ne è rimasto, vale a dimostrarci che larghe e geniali applicazioni potè avere per opera del Maestro e dei suoi seguaci la teoria stessa, che fu feconda di eccellenti e mirabili scoperte nel campo delle scienze sperimentali. a) Poiché le investigazioni matematiche dei Pitago- rici non furono soltanto rivolte alla ricerca delle proprie- tà dei numeri, ma anche fuori dei campi dell' aritmetica e della geometria, trovarono le più nuove e piìi larghe applicazioni nel vasto e infinito campo dei fenomeni na- turali. Una delle prime e forse la più importante scoperta di Pitagora fu dovuta a una di quelle felici intuizioni che, in ogni tempo, sono state il privilegio del genio; intendo parlare della determinazione matematica degli accordi, che poi dalla musica, applicata a particolari fatti della natura, (1) Già il Kathgeber {Orossgriechenland unti Pythagoras^ Gotha 1855, p. 423) scrisse : « Dem M. Terentius Varrò aus Reato, der aufgeklàrt iiber Pyihagoras war, bot sein Werk hobdomades Gele- genheit zur Erwàhnung dar ». 94 portò a molte curiose osservazioni come quelle che ri- guardano le due diverse specie di parto (a termine e settimino), e, applicata all' astronomia, portò alla teorica dell' armonia delle sfere e alla concezione dell' universo come di un tutto perfettamente armonico (kósmos). h) Fu un caso che fece volgere la mente speculativa di Pitagora alla ricerca della teoria matematica degli ac- cordi musicali, la cui determinazione, prima di lui, era affidata semplicemente all'orecchio degl'intenditori. Pas- sando un giorno per istrada accanìo a due fabbri che martellavano alternatamente un ferro sopra l' incudine, egli fu colpito dai suoni cadenzati e armonici dei mar- telli : quelli acuti dell' uno rispondevano così giustamente a quelli gravi dell' altro, che, entrando ritmicamente nel suo cervello, di vari colpi ne nasceva un solo accordo. Ebbe così la sensazione materiale di un fenomeno, intorno al quale già da qualche tempo lavorava col pensiero, e non si lasciò sfuggire 1' occasione per chiarirlo. Avvici- natosi ai fabbri, osserva più da presso il loro lavoro e nota i suoni che erano prodotti dai colpi di ciascuno. Credendo che la loro diversità di tono dipendesse dalla diversa forza degli operai, fa che essi si scambino i mar- telli : e si accorge che invece essa dipende da questi. Allora volse tutta la sua attenzione a determinare con esattezza i due pesi e la loro differenza, poi fece fare altri martelli più o meno pesanti di quei due; ma dai loro colpi nascevano suoni diversi da quei primi e per di più non intonati. e) In tal modo capì che l'accordo dei suoni doveva nascere da un determinato rapporto matematico dei pesi, che cercò subito di calcolare; trovati che ebbe tutti i nu- meri che corrispondevano ai pesi dai quali nascevano suo- ni intonati, passò dai martelli alle corde musicali: prese alcune budello di pecora o nervi di bue di eguale gros- sezza e lunghezza, facendole tendere per mezzo di pesi proporzionati a quelli di cui aveva fatto il computo e de- terminato il rapporto coi martelli ; fattele risuonare per mezzo della percussione, non solo trovò che le corde tese da pesi uguali vibravano all'unisono al vibrare di una sola di esse, ma ottenne altresì suoni armonici precisamente dalle corde i cui pesi stavano in rapporto di 3:4 ( 5tà xeaaàptóv o èrul xpiTov o supe?^ tertium), di 2 : 3 (5tà Tcévxe) e di 2:4 (5tà Traawv). Per averne poi un'altra riprova, ripetè r esperienza con alcuni flauti, in questo modo: ne fece preparare quattro di calibro uguale, ma di lunghezza diversa, il primo, poniamo, lungo 6 pollici, il secondo 8 il terzo 9 e il quarto 12 ; poi facendoli sonare a due a due trovò che il primo e il secondo armonizzavano in accordo diatessdron (6 : 8 =: 3 : 4); il primo e il terzo in accordo diapènte (6 : 9 = 2 : 3) e il primo e il quarto in accordo diapason ( 6 : 12 ^=i 2:4) (1). In tal modo egli riuscì molto genialmente alla determinazione matematica degli accordi, ciò che permise in seguito di estendere e perfezionare la teoria della musica. E il caso che lo con- dusse alla scoperta non è molto dissimile da quello per il quale il Galilei, dall'osservazione dei movimenti d'una lampada in chiesa, fu tratto a investigare e scoprire le leggi della oscillazione del pendolo^ o da quello in virtù del quale Newton, per la caduta di un pomo, arrivò a scoprire le leggi della gravitazione universale. Tanto è (1) Vedasi la narrazione, desunta da scritti varroniani, in Ma- cROBio, Gomm. ad Somnium Scipionis, II, 1, 9 e Censorino, de die natali 10,7. 96 vero che il genio in ogni tempo e in ogni luogo sa trarre partito dalle cose e dai fatti più semplici ! d) E una volta messosi su questa via, che mirabile serie di investigazioni non seppe escogitare quella pro- fonda mente speculativa, che, dall'osservazione dì due fabbri all'incudine arrivò non pure alle leggi dell'armonia musicale, ma a scoprire 1' armonia dei cieli e di tutto r universo ! Poiché applicando i suoi calcoli al corso e alle distanze degli astri e dei pianeti vaganti fra il cielo e la terra — dai quali, secondo lui, era regolato il corso della vita e degli eventi umani — trovò che essi avevano un moto euritmico, e intervalli coi rispondenti ai toni, e suoni, proporzionatamente alla loro tonalità, in tale accor- do, da formare una dolcissima armonia, non però perce- pibile da orecchio umano, per la sua forza che supera la facoltà del nostro udito. Calcolate infatti le distanze dalla Terra a ciascun pia- neta in stadi italici di 625 piedi, trovò che dalla Terra alla Luna ci sono circa 126000 stadi ; e questo rappre- sentava per lui r intervallo di un tono; dalla Luna a Mer- curio (Stilbon) calcolò una distanza uguale alla metà, ossia un semitono; di qui a Venere, altrettanto; da Venere fino al Sole, tre volte tanto, come a dire un tono e mezzo. Il Sole quindi distava, secondo lui, dalla Terra tre toni e mezzo, formando così con essa un accordo diapente e dalla Luna due toni e mezzo, formando un accordo diates- sdron. Dal Sole poi a Marte (Pyrois) stimava esserci e- guale distanza che dalla Terra alla Luna, ossia un tono; di qui a Giove (Phaeton), la metà, ossia un semitono; da Giove a Saturno, altrettanto, cioè ancora un semitono; di qui finalmente al cielo delle stelle fisse, press' a poco un mezzo tono ; e però da questo cielo al Sole poneva un FIRMAMENTO Orbita di •e Orbita di •e Orbita di Orbita del Saturno Giove Mabte e- 3 Q. o o II» H K> 0 •d Wi 0 0 0 ■O- SOLE Orbita di ■e Orbita di Orbita della 1 Vbnehe Mercurio ■e- LUNA ©■ 0 •0 Wi 0 0 0 0 TJSKBà, d> > 3 Q. •« O o tt) 0 •0 u 0 0 0 cs i) 0 > »3 o 8 ti 0 •0 u 0 0 0 e 0 0 ^ 7. intervallo diatessdron (di due toni e mezzo), e dallo stesso cielo alla Terra un intervallo in accordo diapason (di sei toni). e) Per queste osservazioni e scoperte è ben naturale che Pitagora dovesse convincersi che nell' universo tutto è regolato dal numero, ossia che nulla vi è di casuale, di fortuito, di tumultuario, ma tutto procede da leggi divine e da una determinata e determinabile proporzione (2). Sic- ché dalla musica e dall' astronomia passando, per esempio, ' alla tisiologia, trov^ava nel decórso del puerperio ancora una riprova della regolarità matematica dei fenomeni na- turali. Orbene, la curiosa applicazione che Pitagora fece della dottrina dei numeri al più complesso e meraviglioso dei processi fisiologici, cioè alla generazione, era appunto spiegata in una delle opere varroniane su ricordate (Tubero seu de origine humana). Queir acuto e profondo osservatore infatti avendo stu- diato accuratamente il decorso delle due diverse specie di parto, l'uno di sette (settimino) e Y altro di dieci mesi lunari (a termine) che avvengono rispettivamente 210 e 274 giorni dopo la concezione, e avendo determinato i. numeri corrispondenti ai giorni nei quali, per ognuno dei due parti, si compiono i mutamenti più importanti — del seme in sangue, del sangue in carne, della carne in for- ma umana — trovò che il parto settimino è in rapporto col numero 6 e quello a termine col numero 7; non solo, ma che i nùmeri suddetti, tanto nell' uno quanto nell'al- tro, si trovano nello stesso rapporto degli accordi musi- cali. Ed ecco in qual modo. (1) Censorino, de die natali, cap. 13.  Maorobio, Oomm. in Somnium Soip. Il, U, 7 e 4, 14. Nel parto di sette mesi, per i primi sei giorni dopo la fecondazione, V umore che è contenuto nell' utero è di aspetto lattiginoso ; nei successivi otto giorni è di aspetto sanguigno. Il rapporto fra 6 e 8 è, come abbiamo veduto più volte, quello precisamente che forma accordo diatessd- ron (6:8 = 3:4). Nel terzo stadio si hanno 9 giorni, in cui comincia la trasformazione dell' umore sanguigno in carne : e il 9 col 6 forma il secondo accordo diapènte (6:9 = 2: 3); finalmente nei 12 giorni seguenti si ot- tiene il corpo già formato : e il rapporto di 12 con 6 forma il terzo accordo diapason (6 : 12 .^r: 1 : 2). Questi quattro numeri 6, 8, 9, 12 sommati insieme formano 35 giorni, i quali moltiplicati per 6 danno appunto il nu- mero totale dei giorni, di durata della gestazione, ossia 210. Nel parto a termine invece, con analogo ragiona- mento, il calcolo era basato sui numeri 7, 9 1/3, 10 1/2, 14, che sommati insieme danno 40 e una frazione; 40 moltiplicato per 7 dà 280, da cui detraendo 6 si ha 274. Vale a dire che nel parto di dieci mesi iL mutamento del seme in umore latteo avviene in sette giorni anziché in sei, e la formazione del corpo è già avvenuta dopo 40 giorni interi, che moltiplicati per 7 danno 280, cioè quaranta settimane ; ma poiché il parto avviene nel primo giorno dell'ultima settimana, così bisogna detrarre sei giorni, onde ne restano 274. Tanto il 210 che il 274 so- no veramente due numeri pari, laddove Pitagora dava speciale importanza al numero dispari, tanto da ritenere — in virtii delle sue molteplici osservazioni — che tutto è regolato da esso (1) : ciò non pertanto, osserva Censorino  Macrobio, Saturnal.; Solino, I, 39 ; Servio, ad Bmol. che riporta tutto questo passo Yarroniano, egli non era qui in contraddizione con se stesso, perchè i due dispari 209 e 273 sono bensì compiuti, ma non si compie ne il 210^ né il 274" giorno in cui il parto avviene; in con- formità precisamente di quanto ha fatto la natura sia ri- guardo alla durata dell' anno (365 giorni più una frazione) che a quella del mese (29 giorni più una frazione). ;Non è il caso di entrare qui in merito al valore in- trinseco e alla veracità di siffatte osservazioni. Poiché anche se errori vi sono, bisogna naturalmente tener conto da un lato della diversità dei mezzi d'indagine e di esperimento da oggi a ventisei secoli or sono, e pensare dall' altro che molte delle applicazioni della teoria dei nu- meri non dovettero neppure essere l' opera diretta di Pi- tagora, ma il prodotto delle speculazioni dei suoi seguaci. In ogni modo però risulta chiaro dal poco che si è ve- duto sin qui che le speculazióni stesse non rimanevano campate nell'aria e nelle nebulosità della metafisica, ma trovavano la loro base e la loro ragion d' essere nell' os- servazione scientifica dei fatti naturali; sì che fu indub- biamente merito di Pitagora e dei suoi discepoli quello di aver dato un nuovo impulso alla scienza; e, fatta ragione dei tempi, non fu merito piccolo. f) Se la teoria dei numeri trovava così mirabili ri- scontri nella natura e nei suoi fenomeni, è ben naturale che ad essa dovesse pure conformarsi la vita pratica degli uomini, almeno di quelli che si iniziavano ai mi- steri e alle profonde verità del Pitagorismo. Ond' é, per esempio, che un'altra testimonianza varroniana ci ricorda  Censorino, de die natali 9 e 11. Si confronti con questo il passo di Gellio, Notti attiche la particolare considerazione in cui erano tenuti i così detti numeri cubici, ai punto che persino nello scrivere i Pitagorici ne tenevano conto scrupolosamente badan- do di comporre in una sola volta 216 righe o versi (216i=r 6 X 6 X 6) e non mai piìi di tre volte tanto! Ora questo è uno di quei particolari che, presi a se, prestano facilmente il fianco al riso e alla satira; ma in verità se noi non possiamo spiegarci la cosa in modo ra- gionevole, ciò può dipendere dal fatto che non conosciamo tutto il complesso della dottrina e della vita pitagorica ; poiché è ben possibile che pratiche di questo genere rien- trassero nell' ambito del sistema per puro amor dell' ordi- ne e doll'euritmia, al solo scopo di far sottostare a una certa regola anche gli atti minimi e più insignificanti della vita ; se pure non si tratta, qui e in altri casi, di esagerazioni dei seguaci o di degenerazioni dei primitivi insegnamenti del Maestro. Ma senza soffermarci troppo su cosiffatte quisquilie, è ben noto d'altra parte ed è ancora Varrone che parla  quanta parte avesse la musica nel sistema educativo di Pitagora, e come egli medesimo se ne dilettasse al punto, che ogni sera prima di addormentarsi e ogni mattina al suo svegliarsi cantava, accompagnandosi con la cetra, per meglio disporre 1' animo ai suoi pensieri divini. Oltre a queste notizie, che io, valendomi delle indagini già fatte da altri, ho cercato di esporre si-  ViTRirvio, De arehiteetura Censorino, de die natali 12, 4.  Si veda nell' opuscolo di A. Schmekel, De Ovidiana Pytha- goreae doctrinae adumbratione (Giyphiswadensiae) l'appendice Varronis Pythagoreae doctrinae frag- menta continens ». stematicamente raggruppandole intorno alla dottrina dei numeri, altre se ne trovavano nelle opere di Yarrone, intorno alla vita di Pitagora, intorno alla sua scuola e ai suoi seguaci e intorno ai principii del suo sistema. Così Yarrone poneva 1' esistenza di Pitagora al tempo di Tarquinio Prisco e quindi implicitamente non ac- cettava la tradizione che Numa fosse stato suo scolaro a Crotone. Anch'egli attribuiva a Pitagora il merito di essersi chiamato per primo filosofo, cioè amante del sa- pere, e ricordandone il maestro Ferecide faceva risalire : già a questo 1' uso di pratiche magiche per indovinare il futuro ; come pure accennava altrove alla sua andata a Turio (Sibari) nella Calabria. E Sant' Agostino ci ha conservato un altro passo nel quale Yarrone, da vero romano, esprimeva la sua ammirazione perchè 1' ultima cosa che Pitagora insegnava ai suoi discepoli, quando già fossero perfetti, sapienti e felici, era quella del governare la cosa pubblica. Appartiene al libro quinto dell' opera intorno alla lin- gua latina un brano in cui Yarrone afferma che Pitagora insegnava « due essere i principii d' ogni cosa, come fi- « nito e infinito, bene e male, vita e morte, giorno e « notte. E quindi parimenti due i modi di essere : stato « e moto; ciò che sta fermo o si muove, corpo; il dove « si muove, spazio; il quando si muove, tempo ; ciò che « vi è nel movimento, azione; e avvenire appunto perciò « che quasi tutte le cose siano quadripartite ed eterne, « poiché ne paò mai esservi stato tempo se non prece- Agostino, de civitate dei; Tertulliano, dean. 28; Apol. 46.  S. ìlggstino, de ordine II, 20, 54.  « duto da moto, — se tempo è appunto l' intervallo fra « un moto e l' altro; né moto senza spazio e senza « corpo, perchè l'uno (il corpo) è ciò che si muove e <^ r altro (lo spazio) il dove; né può mancare l'azione dove « e' è movimento; onde le due coppie di principii : spazio « e corpo, tempo e azione. Altrove ci ricorda Var- rone un altro pensiero fondamentale di Pitagora, assunto poi pili tardi da Aristotile, quello cioè che l'esistenza de- gli animali e però anche dell'uomo non ha mai avuto principio nel tempo, perchè sono sempre esistiti (2). E parimenti faceva risalire a lui quella teoria dei quattro elementi (terra, acqua, aria ed etere o fuoco) che comu- nemente si suole invece attribuire ad Empedocle di Gir- genti, vissuto un secolo dopo. Non mancava neppure nelle opere varroniane qualche accenno alla teoria pita-  Yabro, de Lingua Latina, Y, 11 : Pythagoras Samius ait omnium rerum initia esse hina^ ut finitum et infinitum^ honum et malum^ vitam et mortem., diem et noctem. Quare item duo, status et m,otus: quod stat aut agitatur, corpus ; uhi agitatur locus; dum. agitatur, tempus; quod est in agitatu, aetio; quare fit^ ut ideo fere omnia sint quadripartita et ea aeterna, quod nc- que unquam tempus quin fuerit motus, eius enim intervallum tempus; ncque motus ubi non locus et corpus, quod alter um est quod moveiur, alterum uhi; ncque uhi agitatur, non actio ihi; igitur initiorutn quadrigae : locus et corpus, tempus et actio ».  Vaerò, de re rustica: Sive enim aliquod fuit prin- cipium generandi animalium, ut putavii Thales Milesius et Zeno Gittieus ; sive cantra principium horum exstitit nullum, ut cre- didii Pythagoras Samius et Aristoteles Stagirites\ necesse est hu- manae vitae a summa memoria gradatine descendisse. Cen- SORINO, de die natali, IV, 3.  ViTRUVio, de architectitra, V, 1 ; Servio, ad Aeneid. VI, 724; ad Geòrgie IV, 2l9; Ovidio, Metamorfosi, XV, 237 e seg. E cfr. Diogene Laerzio gorica deir eternità dell' anima e alla sua dottrina della metempsicosi, a conferma della quale ricordava persi- no le sue vite anteriori, essendo stato prima un certo Etalide, poi Euforbo, poi il pescatore Pirro e finalmente Ermotimo. Altrove ancora Yarrone accennava alle pra- tiche di evocazioni dei morti, che del resto erano larga- mente usate neir antichità, come dimostra, fra le altre, la rappresentazione di una scena di necromanzia dipinta in un monumento cretese, scoperto da poco, che risale ai tempo pre-omerico (1500-1400 av. Cr.) della così detta civiltà micenea o minoica (4). È finalmente quasi superfluo dire che Varrone non mancò di parlare del famoso divieto pitagorico di man- giar fave, connesso con la credenza nella metempsicosi e con la concezione che Pitagora ebbe della vita post- mortale. Symmaghus, Ep. I, 4.  Vabro, Sat. Menipp.^ ed. B framm. (= Nonio Marcello, p. 121, 26); Tertulliano, de mi. 27 e 34; ad nat. I, 19; S. Agostino, de cìv. dei 18, 45; Scholia in Lucan. p. 289, 11 e 304, 13.  Tertulliano, de an. 28, 31 e 34; Sant'A&ostino, Trinit. XII, 24.  Sant'Agostino, de civ. dei VII, 35 « Quod genus divinatiò- nis idem Varrò e Persis dicit allatum, quo et ipsum Numam, et postea Pythagoram philosophum usum fuisse commemorai ; ubi adhihito sanguine etìam inferos perhibet sciseitari et nekyoman- teian graeee dicit vocari » . Quanto alle rappresentazioni di scene di necromanzia si veda, per esempio, Drerup, Omero (Bergamo) a p. 176 e relativa tavola a colori; e si ricordi la famosa Nekuia omerica del libro XI dell'Odissea.  Tertulliano, Apol. 47 ; de anima, 33 ; Plinio, Nat. Hist. Tali a un di presso le notizie di contenuto pitago- rico, che si possono far risalire a Varrone. Data l'esiguità delle opere superstiti e la varietà degli autori da cui fu- rono raccolte, esse sono slegate e frammentarie, ma tali però da farci ancora una volta rimpiangere la perdita quasi totale dell' enciclopedia varroniana, con la quale si è certo perduto per sempre un ricco tesoro di notizie utili e importanti per la storia del Pitagorismo nell'anti- chità classica. Ma poiché dei materiale già sistematicamente raccolto da Yarrone, come delle sue speculazioni e delle sue ri- cerche storico-filosofiche debbono essersi serviti non poco gli scrittori contemporanei o che vissero poco dopo di lui, così, continuando a cercare le tracce di Pitagorismo ri-- maste nelle opere di altri scrittori di questo tempo, po- tremo ricostruire e svolgere qualche altro punto della dottrina di Pitagora e compiere così il quadro della co- noscenza che ne ebbero i contemporanei di Cesare e di Augusto. Fra gli amici di VARRONE (vedasi) è degno di essere ricordato queir APPIO (vedasi), del quale sappiamo che è augure, pretore, console, censore, governatore della Cilicia e legato in rapporti di amicizia anche con CICERONE (vedasi), di cui ci restano diverse lettere a lui indirizzate. Convinto che la scienza augurale ha il suo fondamento non già nel desiderio o nel bisogno di giovare anche col1' ausilio potentissimo della religione agii interessi dello stato — come la pensava l' altro grande augure C. Claudio Marcello — ma che realmente fosse un dono concesso dagli dei agli uomini, perchè questi - fossero in grado di meglio intendere la loro volontà e di regolare, uniformandosi a questa, la propria condotta pub- blica e privata (1), era solito far sortilegi, oroscopi, evo- cazioni di morti (2); ne più né meno di quello che, secondo la tradizione aveva fatto in antico il re Numa  e di quel che avevano fatto il filosofo Ferecide di Siro, il suo discepolo Pitagora, e Platone. Questa convinzione , suffragata dalle dette pratiche della divinazione artificiale cui era dedito, dovette appunto indurre Appio a scrivere quei suo « liber auguralis '> , forse di carattere polemico, che dedicò all' amico Cicerone. lì quale fra T interpre- tazione utilitaria e razionalistica di quelli che la pensavano come Marcello, e la fede ortodossa di coloro che la pen- savano come Appio Claudio, ebbe un'opinione intermedia, in questo senso : che cioè una vera e propria scienza e arte augurale fosse già esistita in antico, ma che di essa però non fosse più depositario, al tempo suo, il collegio degli auguri, poiché, per il lungo tempo trascorso e per r abbandono e la negligenza in cui s' era lasciata, era, CICERONE (vedasi), de divìnatione, sed est in conlegio vestro inter Marcellum et Appiutn, optimos augures, ynagna dis- sensio fnam eorum ego in libros incidi), quom alteri plaeeat auspieia ista ad utilitatem esse reipublicae composita, alteri di- sciplina vestra quasi divinare mdeatur posse » .  CICERONE (vedasi), Tusculane: inde ea, quae meus amicus Appius nekyomanteia faciebat ». Cfr. de divinat. Si cedano in S. Agostino, Città di Dio. CICERONE (vedasi), Tuscul, CICERONE (vedasi), Ad familiares; Varrone, R. R. -- secondo lui, svanita. Dichiarazione questa, che per essere fatta da un augure di tanta autorità, non è certo di lieve momento. Sarebbe in verità molto interessante addentrarsi nella ricerca di quel che fosse proprio questa ra antica, come la chiamavano i greci, o aruspicina, che tanta parte ebbe nella vita privata e pubblica degli Elioni e degli antichi Italici; ma questa trattazione mi porterebbe troppo lon- tano dal tema di cui ora sto occupandomi. E del resto ricerche abbastanza ampie, se non proprio in tutto sod- disfacenti ed esaurienti, sono già state fatte in proposito. Basti dire pertanto che la mantica o arte divinatoria si esercitava in forme e modi diversi — con T osservazione del volo degli uccelli in un punto determinato del cielo detto templum (onde trasse origine la parola contempla- zione), con 1' esame dei visceri (cuore, polmone, fegato) di animali sacrificati a questo scopo (hostiae consultato- riae\ con la interpretazione o ermeneutica dei sogni, con la considerazione dei fenomeni celesti (tuono, lampo, ful- mine, ecc.), cogli oracoli, coi pubblici e privati carmi profetici - ; e che era pure praticata da Pitagora, il quale vi annetteva anzi un particolarissimo valore, tanto da voler essere ritenuto egli stesso augure: il che  CicER., de legìbus 1. II, 13, 33 ; « Sed dubium non est, quin haec disciplina et ars auguruni evanuerit jam et vetustate et neglegentia. Ita neque illi (cioè Marcello) adsentior, qui negai unquam in nostro conlegio fuisse, neque UH ;cioè Appio) qui esse etiam nunc putat ». Cfr. de divinai. 11^ 33, 70. Si vedano, fra gli altri, i due importanti lavori del Bochsen- schììtz, Sogni e cabala nelV antichità, Berlino, e del Cak- TANi-LovATELLi, Sogni e ipnotismo nelV antichità, Roma. (3i CiCEBONE, de divinatione: huic rei (cioè alla divinazione) magnani auctoritatem Pythagoras,.. tribuit, qui no naturalmente non poteva pretendere senza dare qualche prova di virtù profetica ; e, secondo la tradizione, egli ne diede infatti non poche. Altro amicissimo di Varrone fu, come è noto, Marco Tullio Cicerone^ che visse dal 106 al 43 a. C. Negli scritti che in gran numero ci restano di lui fre- quentissimi sono gli accenni a Pitagora, alla sua scuola e alla sua filosofia ; non però tali da farci pensare a una elaborazione personale e originale, o all' approfondimento di qualche parte delle dottrine pitagoriche. Seguace come fu di un eclettismo che stava fra 1 ' accademismo e lo stoicismo dell' ultima maniera, iniziato ai misteri religiosi, augure anch' esso, appassionato se non profondo cultore della filosofia greca, della quale si fece divulgatore fra i Romani, creando quasi ex novo per essi, dopo il mirabile tentativo poetico di Lucrezio, la lingua filosofica, autore anche di molte opere, nelle quali, con squisito senso di arte, trattò dei più svariati argomenti sì metasifici che morali, Cicerone ebbe senza dubbio una conoscenza ab- bastanza larga dell' antica filosofia italica, l'unica forse che avesse già avuto in Roma insigni divulgatori e se- guaci, come Appio Claudio Cieco ed Ennio, e rinnovatori come Nigidio. È anche indubitato che molto gli giovarono per tale conoscenza — oltre che 1' assiduo studio dei filosofi gre- ci — r amicizia di Varrone e dello stesso Nigidio Figulo, e la lettura dei loro scritti, per noi perduti. Ma non per etiam ipse augur vellet esse ». Cfr. I, 39, 87 ed anche: Neq^ue solum deorum voces Pythagoreì observitaverunt, sed etiam hominum, quae vocant omina. questo possiamo dire che i'Arpiuate avesse fatto parti- colari studi intorno a quel sistema di dottrine, che, se collimavano in parecchi punti con le sue convinzioni per- sonali, tuttavia^ per il simbolismo onde erano involute, si prestavano assai meno delle posteriori e piìi note filo- sofie ad essere facilmente comprese dai profani e divulgate artisticamente.  In ogni modo, volendo raccogliere dalle sue opere le notizie che si riferiscono a Pitagora e alla sua scuola, dovrei prendere le mosse da quel passo delle Tuscolane in cui Cicerone parla delle dottrine pita- goriche, della loro diffusione in Italia e delle tracce che esse lasciarono nelle istituzioni e nelle leggi dì Roma. Ma poiché ne ho già discusso lungamente, rimando senz'altro i lettori al primo capitolo di questo studio. Di Pitagora Cicerone dice in due luoghi che fu disce- polo di Ferecide, specialmente per la sua dottrina suir eternità dell' anima, in quanto egli insegnava 1' esi- stenza di un' anima universale, compenetrante tutta la natura e ciascuna delle sue manifestazioni, e la deriva- zione da essa di ogni anima umana. E per ciò che riguarda la natura di questa, Cicerone stesso accettò la distinzione - fatta prima da Pitagora e poi da Platone — De divinatione; Tusculane: Pherecides Syrius primuìn dixit anìmos esse hominum sempiternos. .. Rane opìnionem discipulus Pytkagoras ìnaxime confirmavit ».  De natura deorum: Pytkagoras censuìt ani- mum esse per naturatn rerum omnem intentum et eonmeantem, ex quo nostri animi earperentur ». De seneetute: « Au- dieham, Pythagoram Pythagoreosque numquam dubitasse, quin ex universa mente divina delibatos animos haberemus ». dell' anima in due parti, V una ragionevole, in cui questi filosofi ponevano la tranquillità, cioè una placida immu- tabile costanza, e V altra irragionevole, onde traevano origine i moti torbidi sì dell' ira come del desiderio. Per la quale credenza V uno e l'altro ammisero la pos- sibilità di accrescere le forze conoscitive dello spirito, specialmente nel sonno, quando a questo l' uomo si fosse disposto opportunamente con particolare dieta e con una meditazione preparatoria  ; e credettero nella divinazione, al punto che Pitagora, come ho già ricordato, pretendeva di essere egli stesso profeta. Cicerone seppe anche dei viaggi di quest' ultimo nelle terre più lontane, del suo colloquio con Leonte, il capo dei Fliasii, in cui per la prima volta si chiamò filosofo (4), della successiva venuta in Italia, dei suoi studi di geometria e del sacrificio d'un Tusculane: Veterem illarti equidem Pytkagorae pri/num, dein Platonis diseriptionem sequar, qui anlìnum in duas partes dividunty alter ani rationis participem f aduni y alte- rani expertem ; in participe rationis ponunt tranquillitatemy id est placidam quietarnque constantiam, in illa altera 'ruotus turbi- dos cum irae, twìn cupiditatis, conirarios ìnimicosque rat ioni ». De divinatione: Pythagoras et Plato,., quo in somnis certiora videamus, praeparatos quodam eultu atque victu proficisci ad dormiendum jubent ; faba quidem Pythagorei utiqus abstinere, quasi vero eo cibo mens, non venter infletur ». Sulle meditazioni serotino, ma di altro genere, vedasi De senectule 11, 38 : Pythagorii quid quoque die dixissent, audissent, egissent, eommemorabant vesperì » ; e sulla astinenza dalle fave si con- fronti de divinatione I, 30, 62 e II, 58, 119.  TuseuL, IV, 19, 44; 25, 55; de fìnibus.  TuseuL. Cfr. sopra e vedi Diogene Laerzio, Proemio, 12, che desume la notizia da un libro di Eraclide pontioo. bue alle Muse per aver trovata la soluzione d'un teorema (1), della sua dimora a Crotone  e a Taormina in Sicilia, della sua operosa vecchiezza e infine della sua dimora e della morte a Metaponto. Quanto alla dottrina e alla scuola, oltre al noto prin- cipio autoritario dell' ipse dixit^ che biasima, e a quello che ho accennato or ora della natura dell' anima, Cicerone ricorda la teoria dei numeri, 1' armonia del mondo e il culto della musica, l'astinenza dai sacrifìcii cruenti e il rispetto per gli animali, naturale e logica conseguenza del concetto pitagorico della vita, il divieto del suici- dio  e infine la bella concezione dell' amicizia, vera comunanza di spiriti e di vita (11), che diede fra gli altri il mirabile e notissimo esempio di Damone e Finzia; oltre ai quali il nostro scrittore ricorda altri pitagorici.  De nat. deorum. La cosa per altro non par cre- dibile a Cicerone, perchè Pitagora si sa che non volle sacrificare una vittima neppure ad Apollo delio, per non bagnare di sangue un altare. E non ha torto.  De re publica II, 15, 28; ad Atticum IX, 19, 3.  De consul. Cfr. Giamblico, Vita Pythag. De senectute.  De finibus V, 2, 4.  De nat. deor., I, 5, 10. Per la critica ed il valore di questo principio autoritario si veda nell'Appendice « Il sodalizio pitago- rico di Crotone » . Tuscul.; Acad. pr. e Somnium Seipionis.  De nat. deor.; Tuscul. ; de re pubi.. De senect.; prò Scauro, De officiis; de legibus; Tuscul., Y, 23, 66. a2) Tuscul.; de officiis; de finibus; Cfr. Porfirio, V. P. 59. 8. e cioè Filolao di Crotone e il suo discepolo Archita di Taranto, Echecrate di Locri, Timeo ed Acrione contem- poranei di Platone (1). Di quest'ultimo poi egli dice esplicitamente che, dopo la morte di Socrate, prima si recò in Egitto e poi in Italia e in Sicilia per conoscere da vicino le verità scoperte da Pitagora, e che stette molto con Archita e Timeo e potè procurarsi i commentarli di Filolao (che esponevano per iscritto per la prima volta le dottrine del maestro, fino allora trasmesse solo oralmente e sotto il vincolo della segretezza) ; e poiché allora appunto era più che mai ce- lebre nella Magna Grecia il nome di Pitagora, praticò con Pitagorici e si dedicò ai loro studi. Tanto che, pre- diligendo egli Socrate sopra ogni altro e volendo rappre- sentarlo adorno di ogni virtù e sapienza, fuse insieme la piacevolezza e la sottigliezza socratica con 1' oscurità del simbolismo pitagorico e nei suoi dialoghi fece parlare il maestro in modo che, anche quando discuteva di morale e di politica, si studiò di mescolarvi i numeri, la geometria e r armonia, alla guisa di Pitagora. Dal quale poi  De finibus, V, 29, 87.  De re pubi.: In Platonis libris multis locis ita loquitur Socrates, ut etiam cum de moribus, de virtutibus denique de republica disputet, numeros tamen et geometriam et harmoniam studeat Pythagorae more eoniungere. Tum Scipio : Sunt ista, ut dtcis, sed audisse te credo, Tubero^ Platonem, So- crate mortuo, primum in Aegyptum discendi causa, post in Ita- liam et in Siciliani contendisse, ut Pythagorae inventa perdisceret, eumque et cwrn Arehyta Tarentino et cum Timaeo Locro multum, fuisse et Philolai commentarios esse nanctum, quunique eo tem- pore in his locis Pythagorae nomen vigerci, illum se et hominibus Pythagoreis et studiis illis dedisse. Itaque cum Socratem uniee dilexisset eique omnia tribuere voluisset , leporem Socraticum tolse di peso la dottrina ferecidea sull'eternità dell'anima, aggiungendovi però di suo una spiegazione razionale (1). Un complesso dunque di notizie, o meglio di accenni, superficiali e sconnessi, che rappresentano press'a poco il grado di conoscenza che del Pitagorismo ebbero gli uomini colti dell'età di Cicerone. — Ma vi è un' opera di questo fecondo scrittore, anzi un frammento della sua opera "più importante, sul quale dobbiamo fermare un poco più particolarmente la nostra attenzione, per la molteplicità degli elementi pita- gorici che contiene: voglio dire il Sogno di Scipione^ così famoso e di tanta importanza per la storia della mi- stica, sia considerato in se stesso sia per i commenti che ebbe ; poiché intorno ad esso si affaticarono molti ingegni, da Macrobio e da Eulogio, che ne fecero amplissima ana- lisi nel quarto secolo, all'inglese Wynn Westcott, che suMilìtatemque sermonis cum obscuritate Pythagorae et cum illa flurimarum artium gravitate contexuit. TuscuL,: Platonem ferunt, ut Pythagoreos cogno- sceret, in Italiam venisse et didleisse Pythagorea omnia primumque de animorum aeternitate non solum sensisse idem quod Pytha- goram sed rationem etiam attutisse » . De amicitia: Neque enim adsentior iis, qui nuper haec disserere coeperunt, cum corporibus simul animos interire atque omnia m>orte deieri. Plus apud me antiquorum auctoritas valet, vel nostrorum m>ajo- Tum.... vel eoriim, qui in hac terra fuerunt magnamque Orae- ciam, quae nunc quidem deleta est, tum florebat, institutis et praeceptis suis erudierunt, vel eius, qui Apollinis oraeulo sapien- tissimus est iudieatus, qui non tum hoc, tum illud, ut in plerisque, sed idem semper, animos hominuvi esse divinos, iisque, cum ex corpore excessissent, reditum in eoelum patere optimoque et iu~ stissimo cuique expeditissimum. Quod idem Scipioni videbatur » AuRELii Maceobii Ambrosii Theodosii V. ci. et inlustris Gom- Quentarius ex Cicerone in Somnium Scipionis libri duo. Favonii EuLoan oratoris almae Karthaginis Disputatio de somnio Scipio- nis, scripta Superio y. e. cos. Provinciae Bizacenae. non molti anni addietro ne pubblicò una traduzione di- cendolo senz' altro, (non so però con quale fondamento che non sia una semplice presunzione ipotetica) un fram- mento dei Misteri. a) Mi preme tuttavia di mettere subito in chiaro che, affermando pitagorico il contenuto di questo sogno, non voglio con ciò asserire né che Cicerone fosse un seguace di quella filosofia, né che desumesse direttamente le idee informative del sogno stesso da scritti pitagorici : poiché so bene che studi fatti recentemente da valentissimi cri- tici come Gylden, Corssen, Pascal, hanno messo in chiaro che fonti ciceroniane per la materia di esso furono o poterono essere Platone, Posidonio ed Era- tostene. Ma sta di fatto che noi troviamo raccolti in esso tutti 0 quasi i concetti suesposti, che Cicerone stesso at- tribuiva a Pitagora e ai suoi seguaci ; il che dimostra ancora una volta, se pur ve ne fosse bisogno, che i filo- sofi posteriori fecero proprie e tramandarono l'uno all'altro molte delle idee e degli insegnamenti della scuola crotoniate. L' idea poi di valersi d' un sogno per fare un'espo- sizione di principi filosofici già era venuta, agli albori della letteratura romana, a un grande scrittore e poeta, pitagorico per giunta: voglio dire Ennio, del quale si é già veduto nel capitolo secondo. Somnium Seipionis. The vision of Scipio considered as a fragment of the Mysteries, London, 1899. (2) Vestigia Platonis in Gieeronis Somnio Scipioìiis.  De Posidonio Rhodio M. T. Gieeronis in l. I Tuscul. disp. et in Somnio Seipionis auctore. Bonnae.  Di una fonte greca del Somnium Seipionis di Cicerone, nei rendiconti della R. Accademia di Archeologia, Lettere e belle Arti di Napoli. Ripubblicato in « Oraecia Capta », Firenze, Le Monnier Sicché possiamo ben dire pitagorica l' ispirazione di questo bellissimo frammento ciceroniano: tanto più che abbiamo sentito or ora, per bocca dello stesso Cicerone, che opinione Pitagora e i suoi avessero intorno al sonno e alle forze conoscitive dello spirito nel riposo e nella quiete del corpo. Questo sogno, poi, secondo le osservazioni di Macrobio, partecipava contemporaneamente di tutte e tre le forme principali o profetiche dei fenomeni del sonno, oracolo, visione e sogno: oracolo (oraculum =^ xpr^pta-ctafió?), in quanto apparvero a Scipione addormentato il padre Lucio Emilio Paolo e il padre adottivo Scipione Africano Mag- giore, uomini venerandi, che avevano anche coperto ca- riche sacerdotali, e gli predissero quello che egli avrebbe fatto come generale e come magistrato e la sua morte a 56 anni ; visione (visio = Spajjta), in quanto durante il sonno parve all' Emiliano di essere trasportato in cielo e più precisamente nella via lattea, — dove avrebbe poi dovuto tornare dopo morto a godervi la felicità concessa da Dio ai buoni reggitori degli Stati — e di lassù con- templare r universo e i pianeti e la terra stessa divisa nelle sue cinque zone ; sogno propriamente detto {som- nium 3= ovetpo?), perchè la profonda verità delle cose a lui dette dalla grande anima di Scipione non poteva essere svelata e chiarita senza il lume dell' ermeneutica. Tanto è vero che il commento interpretativo di Macrobio è di gran lunga più esteso che tutti i sei libri della Re- pubblica, e non meno lunga è la dissertazione di Eulogio, che verte specialmente intorno alle qualità mistiche dei numeri e alla musica delle stelle.  Macbobio, 1. I, e. 3.  Volendo dunque Cicerone esaltare i grandi uomini che -si resero benemeriti della patria e mostrare quale premio, dopo la morte, fosse dato alle loro virtù, quello cioè di ritornare alla loro patria celeste, immaginò che uno degli interlocutori dei dialoghi intorno alla Repub- blica, Publio Cornelio Scipione Emiliano, narrasse agli altri interlocutori un sogno da lui fatto quando, essendo tribuno in Africa, fu ospite del re Massinissa, grande amico di Scipione il Maggiore. Uscita dal corpo durante il sonno, V anima dell' Emi- liano si trova trasportata, a un tratto, nella via lattea, dove, giusta le credenze dei Pitagorici, avevano loro sede le anime degli eroi, tanto prima di scendere in terra a vestirsi d' umana carne, come dopo aver fatto il loro pel- legrinaggio quaggiù. Ascoltata dall' Africano la predizione delle sue imprese e della sua morte, che sarebbe avvenuta quando la sua  Somnium: Omnibus qui patriani conservaverint, adiuverinty auxerint, certuni esse in caelo defìnitum locum, ubi beati aevo sempiterno fruantur Harum rectores et conservatores hinc profeeti huc revertuntur ». Al qual proposito osserva il Cors- SEN che l' idea è forse presa dai Pitagorici. Infatti a proposito dei versi 12-13 del 1. XXIV della Odissea, in cui è detto che le anime dei Proci guidate da Hermes « andavano alle porte del Sole e al popolo dei Sogni e poi giunsero nel prato degli asfodeli, dove abitano le anime, ombre dei trapassati » scrisse Por- firio (àe antro ISiympharum, e. 28) che il popolo dei sogni non sono altro che, secondo Pitagora, le anime che dicono raccogliersi nel cerchio della via lattea. Poiché il prato degli asfodeli i Pitago- rici appunto lo immaginarono in quel cerchio. Anche Plutarco (de faeie in orbe lun.) scrisse che le anime dei buoni si indugiavano per un certo tempo nella parte più tranquilla del cielo che chiamavano prati dell' Ade. età avesse percorso « uno spazio di otto volte sette giri e rivoluzioni del sole e questi due numeri (ognuno dei quali, per ragioni proprie a ciascuno di essi, era ritenuto perfetto) avessero compiuto col naturale succedersi degli anni la somma a lui predestinata, e saputo — quasi a conforto del suo triste destino — che egli pure sarebbe salito lassù, dove si trovava anche suo padre Paolo, « dunque, chiede, siete vivi tu e mio padre e gli altri che crediamo estinti ?» « E come ! gli risponde Scipione, anzi noi che siamo volati quassù liberandoci dai legami corporei come da un carcere siamo veramente vivi ; la vostra, che si chiama vita, è morte ». E riveduta, con intensa commozione, 1' anima del padre, chiede ad essa : « Perchè dunque, se questa è la vera vita, debbo in- dugiarmi e vivere ancora sulla terra ? » « Perchè, gli viene risposto, se quel Dio a cui appartiene tutto l'uni- verso non ti ha prima liberato dal carcere corporeo, non ti può essere aperto l'adito a queste sedi beate. Gli uomini sono stati creati per dimorare sulla terra, che occupa il centro del creato, ed è stato dato ad essi l'animo, originario di quei fuochi eterni che chiamate costellazioni e stelle e che, di forma sferica e circolare, animati da menti divine, fanno i loro giri e descrivono le orbite loro con prestezza mirabile. Perciò tu e tutti gli uomini pii dovete trattenere l'animo vostro nei legami corporei e non disertare, contro la volontà di chi ve l'ha data, dalla vita d' uomini, perchè non sembri che voi vogliate (1) Somnium 4, 12. Della pienezza o perfezione dei due nume- ri 8 e 7 parla a lungo Macrobio nei capitoli Y e VI, adducendone partitamente le ragioni ; e ciò, naturalmente, secondo le teorie e le speculazioni pitagoriche. Altrettanto dicasi di Eulogio. sottrarvi al compito umano assegnatovi da Dio. Perciò il padre lo esorta ad essere giusto ed a coltivare la pietà, perchè così vivendo si aprirà la via per ritornare al cielo fra quel santo stuolo di anime che, già vive ed ora se- parate dalla materia corporea, abitano la via lattea. Dalla quale poi l' Emiliano contempla estatico lo spettacolo dell' universo stellato e il roteare dei nove cerchi o meglio globi, di cui il pili esterno, che abbraccia gli altri, è quello delle stelle fisse, o firmamento, lo stesso dio su- premo che tiene uniti e racchiude in sé tutti gli altri, cioè i cieli di Saturno, di Griove, di Marte, del Sole, di Venere, di Mercurio, della Luna, nel mezzo dei quali sta, immobile, la Terra (3). E mentre osserva i cieli roteanti, ecco lo colpisce un' armonia solenne e dolce, quella cioè che è prodotta dal movimento delle sfere e dal loro per- cuotere neir aria, onde si producono suoni acuti e gravi, che insieme formano i sette accordi della lira (4) : proprio secondo la dottrina pitagorica, che ho già chiarita nel capitolo precedente. L' ammirazione per la grandezza e la novità delle cose che vede e ode non fa però che Scipione distolga gli occhi dalla terra, sì che l'Africano  Somnium Cfr. il luogo già ricordato del De seneetute dove è detto esplicitamente che questo concetto è di Pi- tagora : « vetat Pythagoras iniussu imperatoris, id est dei, de praesidio et statione vitae decedere ». (2) Somnium, 8, 16.  Tutta questa concezione della terra immobile nel centro di un ambiente sferico, intorno al quale s'aggirano col firmamento i sette cieli planetarii, è prettamente pitagorica ; e tale fu pure, se- condo il Martini, la scoperta della direzione del corso dei pianeti e della eclittica. Vedasi il Gìjnther, Oeschichte der antiken Natur- wissenschaft in Miiller's Handbuch V, 1. (4) Somnium. Cfr. Quintiliano, Insite, oratoria. gliene mostra parte a parte i circoli, le zone, le acque e conclude che essa è campo ben ristretto per la gloria degli uomini : onde la vanità della gloria stessa, la quale non può neppur durare lo spazio di uno solo dei grandi anni mondani. « Se tu dunque, conchiude la grande anima, vorrai mirare in alto e tenere volto lo sguardo a questa dimora eterna, non curarti dei discorsi del volgo né porre la speranza delle tue azioni nei premi degli uomini : bisogna che la virtù per sé stessa con le sue blandizie ti tragga alla vera gloria. Esaltato dallo spettacolo delle cose viste e dalle promesse, dalle predi- zioni, dai consigli uditi, l' Emiliano promette di adope- rarsi con tutta r anima per il bene della patria e 1' avo lo conferma nel suo proposito dichiarandogli V immorta- lità dell' anima. « Ricordati che non tu, ma il tuo corpo è mortale ; e che tu non sei quello che codesta forma corporea fa apparire: ciascuno é ciò che é l'anima sua, non quella parvenza che può mostrarsi a dito. Sappi che tu sei DÌO; se divina è quella forza che anima, che sente, che ricorda, che prevede, che regge e modera e muove questo corpo, a cui è preposta, così come il sommo Dio regge, modera, muove il mondo ; e come lo stesso Dio eterno muove il mondo per qualche rispetto mortale, così il fragile corpo è mosso dall' animo sempiterno. Della durata di circa 12000 anni' comuni, secondo le dottrine dei Genetliaci, dei quali ho accennato nel capitolo terzo. Somnium.  Somnium: Tu vero enìtere et sic haheto, non esse te mortalem sed corpus hoc; nee enini tu is es, quem forma ista declarat : sed mens cuiusque is est quisque, non ea figura, quae digito demonstrari potest. Deum te igitur scito esse, siquidem est deus, qui viget, qui sentit, qui meminit, qui providet, qui tam Tu esercita questo nelle più nobili cure: e nobilissime sono le cure spese per il bene della patria; onde l'animo che in esse si adopera e si esercita volerà piti velocemente in questa sede e dimora sua. Anzi tanto più presto vi verrà se, fin da quanto è chiuso nel corpo saprà uscirne e, contemplando quel che è fuori di esso, stac- carsene il più possibile. Perchè gli animi di quelli che si abbandonano ai piaceri del corpo e si rendouo quasi schiavi di essi e, sotto l'impulso dei desideri obbedienti ai piaceri, violano i diritti divini e umani, usciti dal corpo vanno svolazzando intorno alla terra e non ritornano a questo luogo se non dopo aver trascorso in perenne agi- tazione molti secoli. E con 1' enunciazione di questi concetti pitagorico-platonici il magnifico sogno finisce. regit et tnoderatur et movet id corpus, cui praepositus est quam kune mundum ille princeps deus ; et ut mundum ex quadam parte mortaleni ipse deus aeternus, sic fragile corpus animus senipiternus movet ».  Anche questo, è bene ricordarlo, era un concetto pitagorico; tanto è vero che Pitagora, serbava come insegnamento ultimo ai suoi discepoli quello relativo all' esercizio dei pubblici poteri. V. S. Agostino, de ordine II, 24, 54.  Somnium: Hanc tu exerce optimis in rebus : sunt autem optimae curae de salute patriae, quibus agitatus et exer- citatus animus velocius in hanc sedem et domum suam pervolabit. Idque ocius faeiet, si jam tum, cum erit inclusus in corpore, eminebit foras et ea, quae extra erunt, contemplans quam maxime se a corpore abstrahet. Namque eorum animi, qui se corporis voluptatibus dediderunt earumque se quasi ministros praebuerunt impulsuque libidinum voluptatibus oboedientium deorum et homi- num iura vìolaverunt, eorporibus elapsi circum terram ipsam volutantur nec hunc in locum nisi multis exagitati saeculis rever- tuntur ». Nel tempo del quale ci stiamo occupando non è a credere che la conoscenza del Pitagorismo avesse i suoi riflessi soltanto negli scritti di prosa e di poesia del genere di quelli che abbiamo già visti, destinati a un pubblico eletto e relativamente limitato ; che anzi l' inse- gnamento fondamentale della dottrina di Pitagora, cioè la metempsicosi, e il precetto dietetico dell'astinenza dalle fave erano così entrati, come oggi si direbbe, nel domi- nio pubblico, da essere oggetto di satira e di riso nel teatro popolare. Fra quelle specie di farse infatti che fu- rono i mimi è ricordata una Nekyomanthia (Evocazione di morti) di DECIMO LABERIO (vedasi), che è contemporaneo di CICERONE (vedasi) e del quale Tertulliano ricorda una satirica interpretazione della metempsicosi : « Insom-  ma, se qualche filosofo affermasse, come dice Laberio secondo 1' opinione di Pitagora, che 1' uomo si fa dal mulo e la serpe dalla donna, e in tavore di questa opinione volgesse, con parola efficace, tutti gli argomenti possibili, non incontrerebbe 1' approvazione di tutti e non indur- rebbe forse anche a credere che ci si debba perciò aste- nere dalle carni animali? Chi potrebbe esser sicuro di non comperare eventualmente del manzo di qualche suo antenato ? Laberio dunque avrà tirato scherzosa- mente in ballo in qualche farsa, della quale nulla peraltro sappiamo, la teoria di Pitagora ; e non è neppur difficile pensare che gliene abbia data occasione una situazione comica in cui fossero in contrasto 1' ostinata cocciutag- gine d' un uomo e la velenosa malizia d' una donna. Il commento e le deduzioni ironiche circa l'astensione dalle carni che aggiunge Tertulliano ricordano quella che è forse la prima testimonianza, in ordine di tempo, che ci rimanga intorno alla metempsicosi pitagorica ; voglio dire i noti versi di un'elegia di Senofane {contemporaneo di Pitagora, ma un po' più giovane di lui) : E dicon eh' egli un giorno, vedendo un cagnuol maltrattato, Ebbe di lui pietà, poscia in tal guisa parlò : € Cessa, ne bastonarlo, poiché vive in lui d' un amico r anima, che ravvisai, quando 1' ho udita guair .  Tertulliano, Apologia: « Age jam, si qui philosophus adfirmet, ut ait Laherius de sententia Pythagorae, hominem fieri ex m,ulOy colubram, ex muliere, et in eam, opinionem, omnia argu- m,enta eloquii virtute distorserit, nonne consensum movebit et fìdem, infiget etiam ah animalibus abstinendi propterea ? persuasum, quis habeat, ne forte bubulam de aliquo proavo suo obsonet ? »  I versi ci furono conservati da Diogene Laeezio Anche in questi versi infatti, come nel commento di Tertulliano, attribuendosi a Pitagora la metempsicosi an- che animale (per una falsa estensione però, come ho già detto), se ne mette scherzosamente in mostra il lato ri- dicolo. Di un altro mimo dello stesso autore, intitolato Cancer, è rimasto uno spunto di verso, in c«i si accenna a un « dogma pitagorico », che molto probabilmente possiamo ritenere che fosse la stessa metempsicosi. Finalmente Cicerone e Seneca ci hanno conservato il ricordo di un terzo mimo, di autore sconosciuto, intitolato Faba, del quale sarà forse stato argomento la satira dello stesso dogma di Pitagora e dei precetti riguardanti il vitto e 1' astensione dalle fave. Né è davvero il caso di me- e prendendoli da lui, li ha citati anche Suida (sotto la voce Xeno- phanes). Si veda a proposito di essi e delle altre antiche testimo- nianze pitagoriche che risalgono ad Eraclito, Empedocle, Ione, ecc. ciò che ha scritto lo Zeller nei Siizungsber. d. preuss. Akad. Si è recentemente messo in dubbio che questi versi si riferiscano a Pitagora ; ma tali dubbi sembrano al GoMPERz (Penseurs de la Orèce) infondati. Ed ha per- fettamente ragione.  Prisoiano.  P. e Anon. Bern. negli Anal. Helvet. dell' Hagen : « nec pythagoream dogmam docius ». CICERONE (vedasi), ad AH. XVI, 13 : « videsne consulatum illum no- strum, quem Curio antea apotheosin vocabat, si hic factus erit, fabam mimum futurum ? » e Seneca Apocoloc. 9 : o olim magna res erat deum fieri, iam fabam mimum fecistis ». Debbo tuttavia notare che da qualcuno si è proposto di leggere ■8-aù[jia in luogo del primo fabam, e famam in luogo del secondo. V. in proposito la Eiv. di filol. class.  CAPOCASALE (vedasi) in Il mimo romano (Monteleone) pensa che forse vi si dovea mettere ravigliarsene, solo che si consideri con che argomenti piccini e con che sciocche ragioni si cercava di persua- dere della necessità di tale astensione. Del resto anche Orazio (65-8 a. C.) si prese amabilmente gioco di questi due stessi punti della dot- trina pitagorica. Che se in una delle sue satire rievocava con vivo senso di nostalgia le parche cenette di campa- gna fatte di fave e di erbaggi conditi col lardo, è evi- dente che egli — da buon epicureo — si infischiava del precetto del filosofo; non solo, ma lo prendeva anche un po' in giro, facendo addirittura la fava « consaguinea di Pitagora. E la prima parte della famosa ode d' Archita non pare, per dirla col Pascoli, « un attacco ai sistemi filosofici in azione la parentela che esiste — secondo Pitagora — tra la fava e r uomo, ed il passaggio dell' anima in una fava ». Ora queste, più che opinioni del severo filosofo, furono certo stramberie di begli spiriti, che gliele attribuirono per burlarsi meglio di lui e delle suo idee, come fece Orazio, per esempio. Si veda, per esempio, il. capitolo 43 della vita di Poefirionk. (2) Orazio. Sat. II, 6, 63-64: 0 quando faba Pythagorae cognata siwiulque XJneta satis 'pingui ponentur oluscula lardo ? Un' altra scherzosa allusione vogliono vedere i più degli inter- preti d' Orazio nel v. 21 della XII Epist. del libro I {veruni seu pisces seu porrun et caepe trucidas)^ dove riferendosi il verbo tru- cidare non solo ai pesci, ma anche ai porri e alle cipolle {quasi che anche in queste, come nella fava, si trovassero anime dei morti) verrebbe a prendersi un po' in giro 1' amico Iccio — che s' occupava di filosofia — e con lui la dottrina pitagorica della metempsicosi, alla quale verrebbe data una ben larga estensione. Qualcuno peraltro (per es. il Ritter) nega ogni allusione. che ammettono la sopravvivenza dello spirito, sistemi quasi personificati in Archytas, per opera del quale il Pythagorismo entrò nelle dottrine di Platone ? . Dice infatti il poeta : « Te, o Archita, che misuravi il mare e la terra e l' innumerabile arena, tiene ora fermo presso il lido di Matinata lo scarso dono di poca sabbia, e nulla ti giova aver esplorato 1' aria, dove altri che l'uomo abita, e aver corso per la volta del cielo con Tanimo destinato a morire. È morto anche il padre di Pelope, che pur banchettava con gli dei, e Titone, che fu tolto alla terra e sollevato neir aria, e Minosse, che fu ammesso agli ar- cani di Giove, e il regno dei morti tiene anche il figlio di Panto (Euforbo), che scese alF Orco un' altra volta (dopo la sua nuova incarnazione in Pitagora), sebbene, con lo scudo che fece staccare (dalla parete del tempio di Giunone argiva in Micene) data testimonianza del tempo della guerra trojana, non avesse concesso alla nera morte (così affermava lui) niente più che i nervi e la pelle; e tu (che eri un grande pitagoreo), splendido mallevadore della verace scienza del tutto lo sai bene.- Ma tutti ne attende un' uguale notte senza fine e tutti dobbiamo calcare una volta sola (e non più, come tu credi) la via che conduce sotterra. Le furie offrono alcuno gra- (1) Pascoli, Lyra romana, Livorno, Giusti. Per altri modi d' intendere quest' ode, che è la 28* del lib. I, si veda il commento dell' Ussani, Le liriche di Orazio, Torino, Loescher, e in particolare 1' opuscolo dello stesso autore Uode d' Archita. Roma, 1893. habentque Tartara Panthoiden iterum Orco Demissurn, quamvis clipeo Trojana refixo Tempora testatus nihil ultra Nervos atque cutem morti concesserat atrae. dita vista al bieco Marte ; il mare insaziabile è ministro di morte ai naviganti ; si susseguono senza posa i fune- rali sì dei vecchi che dei giovani, l'implacabile Proserpina non ebbe mai rispetto ad alcun capo ». E. evidente che qui Orazio, affermando recisamente che tutti, senza distinzione, subiremo un egual destino mor- tale, e contrapponendo in particolare la sua affermazione al ricordo « di Pitagora redivivo » , come lo chiama altra volta, fa doli' ironia bella e buona alle spese del « fi- gliuolo di Panto ». 3. E Virgilio (15 ott. 70-21 sett. 19 a. C.j in qual conto tenne le dottrine pitagoriche ? Esercitarono esse qualche influsso sul suo pensiero e lasciarono traccio vi- sibili neir opera sua, dal momento che sappiamo — per quello che ce ne dice egli stesso e per quello che ci hanno tramandato i suoi biografi e commentatori — che egli ebbe grande inclinazione agli studi filosofici e che desiderio di tutta la sua vita fu quello di potervisi de- dicare di proposito ? Nel tempo in cui Figulo e i Sestii tentarono di far rivivere in Roma la filosofia pitagorica, è possibile pen- sare che uno spirito come quello di Virgilio, colto, cu- rioso e naturalmente portato alle speculazioni filosofiche, non ne abbia avuto conoscenza? Per me non solo non v' è argomento di dubbio, ma credo di poter dire anche In uno degli Epodi (XV, 21) Orazio accenna ancora alle varie vite di Pitagora nel verso « nee te Pythagorae fallant arcana renati », dove è da notare anclie 1' allusione al carat- tere segreto e misterioso della dottrina (arcana) Nelle Satire no- mina una volta (II, 4, 3) Pitagora con Socrate e con Platone e nelle Epistole ricorda il sogno pitagorico di Ennio.  a; ì^i1^ Dicerone, come ho già mo strato nelle precedenti credette di ravvisare nelle pratiche e nei prin- Pitagorismo Torigine di molte delle più antiche L romane, e con Cicerone lo avranno creduto na- ;e anche altri. Orbene Virgilio, che con 1' opera giore mirò a rappresentare in un meraviglioso r insieme le origini e lo svolgersi della potenza e che perciò fece lunghi studi intorno alle ) e alle antichità romane, dovette proprio in modo re rivolgere la sua attenzione alla filosofia pita- a quale per di più aveva già ispirato anche il Ennio^ la cui opera degli Annali fu uno dei mo- i quali fu condotta 1' Eneide. Questo mi par che i affermare con certezza, anche indipendentemente 3same analitico dell' opera poetica di Virgilio ; che procediamo a questo esame — ancorché molto rio — non solo sarà confermata a posteriori la induzione, ma dovremo senz'altro assentire al giu- )he di lui fece il Fontano, quanda lo disse esplici- te « poeta augurale e profondo conoscitore della la di Pitagora » (2). ne tutti sanno, agli studi filosofici Virgilio attese alla prima giovinezza e fu avviato in essi da un ;ro epicureo, dal gran Sirene, com'egli lo chiama. r amore dei « docta dieta » di lui egli avrebbe Servio, ad Aen.: Qui bene consideret inveniet omnem romanam historiarti ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse Virgilium, quod ideo latet quia eonfusus est ordo, etc. ». (2) « Poeta auguralis pythagoricaeque doctrinae peritissimus » , come è detto in una nota al Commento di Macrobìo al Somnium Seipionis, nella edizione di Lione del 1670, pag. 66. 9. anche rinunziato in gran parte alle « dolci Muse ^ ! Yano proposito ! che queste tennero sotto la loro amabile tirannia 1' animo suo, e Virgilio fu poeta prima che filo- sofo. Filosofia fu in lui solo in potenza : i germi latenti nel suo pensiero — che pur si delinea abbastanza chia- ramente a chi ne mediti l' opera poetica — sarebbero certo cresciuti in fioritura d' arte, se fosse vissuto più a lungo, sì che, condotta a perfezione 1' Eneide, egli avesse potuto finalmente appagare il desiderio — lungamente maturato e più volte espresso — di poter attendere alla poesia filosofica : così noi avremmo forse, accanto al poerna di Lucrezio, alta e mirabile esposizione del materialismo epicureo, un poema virgiliano informato ai principi del- l' idealismo pitagorico-stoico. L' avviamento epicureo eh' egli ebbe da Sirone, e l'ani- mirazione che sentì per la grande arte di Lucrezio la- sciarono bensì qualche traccia, e non soltanto formale, neir opera sua giovanile, nei poemetti bucolici e nelle Georgiche ; ma in queste stesse poesie già si manifesta abbastanza chiaramente un indirizzo filosofico affatto op- posto. Sulla concezione epicurea, ma con molta libertà e larghezza di movenze, è foggiata quella specie di teoria sull'origine del mondo che Sileno espone nella sesta ecloga (vv. 31 e seguenti) ; ma dobbiamo ben guardarci dal darle un' importanza maggiore di quella che essa ha realmente, col trasferirla da Sileno a Virgilio e col dedurne perciò che questi fosse epicureo ; poiché nel campo dell' arte e della poesia sono possibili ben altre finzioni, e 1' artista fa parlare i personaggi che sono figli della sua fantasia secondo criteri e leggi lor proprie. Non solo, ma alla stessa stregua allora altri potrebbe ritenere specchio delle idee e concezioni virgiliane la quarta ecloga, che fu scritta poco prima della sesta ; anzi lo potrebbe a maggior ra- gione, anzitutto perchè in essa il poeta canta in persona propria, in secondo luogo perchè il concetto che l' informa tornerà insistente e sempre più preciso negli scritti po- steriori. Ma in verità il pensiero di Virgilio non doveva in quegli anni essere ancora definitivamente orientato e formato.  La quarta ecloga fu composta quando il poeta aveva ventinove anni, e precisamente alla fine del 41 a. C, allorché stava per entrare in carica Asinio Pollione, console designato per 1' anno successivo. Sulla inter- pretazione di questo carene, così stranamente suggestivo, s' è tanto discusso, che non si sente davvero il bisogno d' una nuova discussione. Basti quindi accennare che dai commentatori cristiani si credette di poter vedere in que- st' ecloga, scritta in tempi così vicini all' apparizione del Cristo, qualche accenno alla imminente venuta del Messia; anzi il fanciullo di cui si celebra la nascita fu addirittura identificato col Nazareno. Non e' è da meravigliarsene, che r intuizione artistica — nei grandi — giunge tal- volta a tali profondità e 1' espressione poetica acquista tal forza di significazione e un tale carattere "di univer- salità, che essa par quasi attingere inesauribilmente, dalle  Oeneralraente si ritiene composta al principio del 40, anziché alla fine del 41; ma essendo la pace di Brindisi stata conchiusa sul finire del 41, ed essendo avvenuta pure in quello scorcio di anno la nascita del figlio di Pollione, Asinio Gallo (che, secondo Servio, nacque appunto Pollione eonsule designato), mi pare che non possa esservi ragione di incertezza ; tanto più che in tal modo meglio s' intende il futuro inibii che accompagna il te eonsule del y. 11. .disposizioni dell'animo e dagli atteggiamenti del pensiero di chi legge, aspetti e valori sempre nuovi. Ma che poi proprio Virgilio abbia consapevolmente profetizzato la venuta di Cristo per conoscenza che avesse delle predi- zioni messianiche, questa è un' altra quistione, risoluta dai critici in senso non del tutto negativo (1). Certo è che, in occasione della nascita d' un fanciullo — che si ritiene generalmente sia stato Asinio Gallo, figlio di Pollione, a cui è dedicata l' ecloga — il poeta affermava ormai venuta 1' ultima età (quella di Apollo) predetta dal- l'oracolo in versi della Sibilla di Cuma, e sul punto di iniziarsi da capo, incominciando dall' anno del consolato di Pollione, una nuova serie di generazioni umane, un nuovo anno mondano, col quale sarebbe tor- nata sulla terra la vergine Astrea (la giustizia) e sareb- bero tornati i beati tempi del regno di Saturno (ossia r età dell' oro) e « dall' alto cielo sarebbe fatta scendere  Mancini p. es., nel suo commento alle Bucoliche (Sandron) ha scritto (/ : « Non si può appunto escludere assolu- « tamente (sebbene io non lo creda necessario) che Virgilio avesse « in qualche modo conoscenza delle profezie messianiche certo « pervenuta a Eoma, e che ne traesse qualcosa per tratteggiare « il suo puer, che di questa conoscenza sentisse insomma gli ef- « fotti l'economia del carme ». Per la rinomanza che Virgilio si acquistò fra i Cristiani con questa ecloga, per ha quale fu sollevato alla dignità dei profeti che predissero la venuta di Cristo, si veda CoMPAEETTi COMPARETTI (vedasi), VIRGILIO (vedasi) nel Medio Evo (Firenze) e gli scritti ivi citati. L' interpretazione cristiana di questa poesia era già molto in voga presso gli scrittori del quarto secolo. Si vedano anche i lavori di C. Pascal : Il culto rf' Apollo in Roma nel secolo di Augusto e La questione delV Ecloga IV di Virgilio (Torino, 1888), ristampati nel volume Commentationes vergilianae (Palermo, R. Sandron). una nuova progenie d' uomini » (v. 7 : jaw, nova pro- genies caelo demittitur alto). Sì che il fanciullo, allora nascente, avrebbe visto scomparire del tutto la « gens ferrea » e crescere insieme con lui la « gens aurea » e « ricevendo la vita degli dei » avrebbe veduto sulla terra dei ed eroi e anch' egli si sarebbe mescolato con loro: nella giovinezza avrebbe veduto ancora — residui delle colpe delle età trascorse (e in pari tempo condizione necessaria al ripetersi delle vicende umane) — nuove spedizioni marittime, come quella d' Argo, e nuove guerre, come la trojana, finche poi nella maturità avrebbe goduto a pieno la felice pace della nuova età, della quale già si allietavano e cielo e terra e mare. Come si vede da questo accenno, siamo lontani le mille miglia da Epicuro ! E che cos' è poi questa conce- zione d' una palingenesi che Virgilio tratta con sì pro- fondo entusiasmo poetico ? Pura finzione del suo spirito? No, senza dubbio. Una predizione dei carmi sibillini pro- metteva certo con V età d' Apollo — 1' ultimo dei grandi periodi della vita universale — il rinnovamento del mondo e il ritorno dell'età dell'oro; non solo, ma teorie filoso- fiche allora correnti e che ho già avuto occasione di ri- cordare, ammettevano anch' esse il rinnovarsi periodico dell' universo e il ripetersi perfettamente identico dei me- desimi eventi e il ritorno alla vita degli stessi corpi e delle stesse anime (teoria pitagorico-stoica e dei genetliaci). Pensò dunque Virgilio, nel fingere che proprio col co- minciare dell'anno 40 si iniziasse l'ultima età mondana designata dai carmi sibillini, a queste teorie ? A me pare che non se ne possa dubitare. Solo ci si potrà chiedere se queir < altro Tifi » , quell' « altra nave Argo che tra- sporterà ancora gli eroici compagni », « le altre guerre » che si rinnoveranno e « il grande Achille », che ancora « sarà mandato a Troja», indichino l'identico ripetersi di tali eventi, il ritorno al medesimo punto della vita universale, oppure indichino soltanto una generica legge dei ricorsi storici. Il vecchio Servio infatti, pur così vi- cino ai tempi del poeta, non seppe decidere: potendo quei nomi simboleggiare genericamente il ritorno di eventi simili, ma non proprio gli stessi. "Certo però che, asse- gnando Virgilio alla seconda età dell' oro già imminente quei medesimi, identici caratteri che la tradizione dotta e popolare assegnava alla prima, si sarebbe piuttosto in- dotti ad ammettere 1' ipotesi che il poeta abbia raffigurato e rappresentato in atto, coi colori smaglianti della sua arte divina, l' avverarsi della teoria pitagorico-stoica della palingenesi. E ancora : parlando della <^ nova progenies », la quale « eaelo demittitur alto » , a che cosa ebbe pre- cisamente il pensiero il poeta ? Ebbe innanzi alla sua immaginazione come un flusso di anime emananti dal- l'anima universale all' inizio del nuovo anno o periodo mondano posto sotto 1' egida di Apollo ? L' anima del fanciullo nel pensiero del poeta non v'ha dubbio che appartenesse a questa nuova progenie spirtale: ora, poiché il fanciullo è chiamato « cara deum suboles, magnum lovis mcrementum, non par- rebbe che si dovesse intendere altrimenti che la sua anima è emanata pura e semplice direttamente da Giove, e Giove starebbe qui a indicare, più che il supremo dio dell'Olimpo pagano, quel principio divino che è l' anima  Mi pare, non ostante il diverso parere di qualche commen- tatore (p, es. del Pestalozza), che si debba precisamente dare al- l' espressione il suo senso proprio e letterale. dell'universo, secondo la teoria che "Virgilio doveva an- cora riprendere piìi tardi, nel secondo delle Georgiche, e che doveva svolgere più compiutamente là dove, dall'ani- ma di Auchise, fa esporre ad Enea, giù negli Elisii, la famosa « storia dell' anima ». Vero è che, come ho già rilevato, bisogna andar molto cauti nella interpretazione di siffatti motivi poetici e nel- r inferire da essi il pensiero filosofico animatore operante neir artista; che questi può, indipendentemente dai pro- cessi logici normali, assurgere per pura intuizione alla visione totale o parziale di grandi verità. Nel caso nostro il poeta, prendendo bensì lo spunto da un fatto reale com'era la predizione sibillina, ha forse raccolto intorno ad essa reminiscenze d'altra origine ed aggiunti elementi nuovi di pura elaborazione fantastica; ed espressioni poe- tiche di tale natura sono per sé indeterminate e male si prestano ad essere analizzate e misurate con le rigide seste della logica. Non potevamo però non tenerne conto, almeno come indice di quella tendenza mistico-idealistica, che ancora e meglio doveva rivelarsi più tardi, in suc- cessivi momenti dell' attività poetica del nostro autore. Da ispirazioni così diverse e lontane come quelle della sesta e quarta ecloga appar probabile dunque che prima dei trent'anni Virgilio non avesse ancora definiti- vamente orientato e fermato il suo pensiero ; e forse non lo aveva neppure orientato definitivamente quando compose le Georgiche ; poiché in queste si osservano ancora da un lato somiglianze di pensiero e di forma con il poema lucreziano, e dall'altro si incontrano immagini e concetti stoico-pitagorici. Mi basti ricordare, per questi ultimi, i bellissimi versi del quarto libro, nei quali il poeta accenna, senza ancora accettarla come propria, ma con evidente simpatia, la concezione panteistica (che fu prima di Pitagora e poi di Platone e degli stoici) secondo la quale 1' anima di tutti gli esseri viventi non è che una parte, più o meno grande, dello spirito divino che, suscitando in mille forme la vita, per- vade e penetra tutto 1' universo, e a cui tutto ritorna. His quidam signis atque kaec exempla secuti 220 esse apibus partem divinae mentis et haustus aetherios dixere : deum namque ire per omnia, terrasque traefusque maris eaelumque profundum. Hine peeudes, armenta, viros, genus omne ferarum^ quemque sibì tenues naseentem arcessere vitas ; 225 seilieet hue reddi deinde ae resoluta referri omnia, nec morti esse locum, sed viva volare \ sideris in numerum atque alto succedere eaelo. Il filosofo, esponendo il pensiero come di altri (quidam... dixere)^ fa ancora le sue riserve; ma il poeta evidente- mente vi aderisce, e l'altezza dell'arte ci dice la profon- dità dell' adesione sentimentale. Non solo ; ma il fatto che uno di questi versi mirabili (il 222) non è nuovo, ma Virgilio lo ha ripreso tal quale dalla quarta ecloga, lega idealmente questa col passo delle Georgiche. L' animo di Yirgilio ha dunque ondeggiato certo a lungo prima di aderire a quelle idee contro le quali ave- vano combattuto la dottrina di Sirone e 1' arte di Lucrezio; ma il suo temperamento prima e poi le convinzioni che via via si vennero elaborando in lui col maturare degli anni e degli studi dovettero riportarvelo fatalmente ; sic- ché quando, iniziati gli studi per 1' Eneide, immergendosi tutto nelle ricerche intorno alle origini e alle antichità romane, si trovò di fronte al Pitagorismo, che la leggenda collegava colla sacra figura del re Numa, che aveva ispirato anche l' arte di Ennio e che aveva in que- gli anni cultori come Nigidio e come i Sestii, egli do- vette sentirsi preso tutto quanto da quelle idee e assimi- larle ancora più profondamente, tanto che ad esse volle poi dare anche più precisa e più degna espressione là pro- prio dove il poema attinge la più alta romanità e acquista nel medesimo tempo carattere di universalità. Al principio del sesto libro dell'Eneide, che si riteneva generalmente dagli antichi contenesse la più pro- fonda dottrina virgiliana, Servio credette di dover premet- tere queste parole: « Tutto Virgilio è pieno di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui la parte principale è tolta da Omero (cioè dalla Nékyia del canto XI dell' Odissea). Alcune cose sono dette semplice- mente (cioè senza allegoria), molte sono prese dalla storia, molte provengono dall'alta sapienza dei filosofi e teologi egizi; talché parecchi hanno scritto interi trattati su cia- scuna di tali cose che trovansi in questo libro». Di que- sti trattati peraltro a noi non ne è giunto alcuno, nemmeno quello, certo assai interessante dal punto di vista del nostro tema, che scrisse Macrobio, 1' erudito grammatico del quinto secolo ; poiché dei suoi Saturnali, che pure ci restano in buona parte, è andata perduta proprio quella parte in cui si conteneva l' esame del valore filosofico dell' opera virgiliana. E un peccato, perchè Macrobio, (1) Il compito di tale esame se 1' era assunto, nei dialoghi dei Saturnaii, Eustaxio, filosofo per i suoi tempi assai erudito, come ci fa sapere Macrobio stesso l'I. I, e. V) ; anzi, per la superiorità della filosofia sopra ogni altro ordine di cognizioni, 1' esposizione di Eustazio era la prima di tutte, come appare da ciò che è detto come neo-platonico, avrà certo messi in rilievo gii ele- menti pitagorico-platonici del pensiero di Virgilio, del quale, per esempio, ricordando nel commento al Somnium Scipionis il terque quaterque beati, riconosce neir espressione la dottrina pitagorica dei numeri. Non è certo il caso di andar cercando, come qualche antico ha fatto, in ogni espressione, in ogni parola di questo mirabile libro, al quale doveva ispirarsi Dante Alighieri, i sensi più reconditi, le piti astruse allegorie, e di immaginare le intenzioni più riposte del poeta nel comporlo. Ma sopra un punto in particolare, che è come la chiave di volta di questo canto e che indubbiamente è di quelli che Servio ha detto provenire dall'alta sa- pienza dei filosofi e teologi egizi, noi fermeremo la nostra attenzione. ♦ Enea, con la scorta della Sibilla di Cu ma è sceso al- l' Inferno. Passata la palude Stigia sulla barca di Caronte, attraversato 1' anti-inferno o limbo (dove sono le anime dei neonati, dei condannati a morte ingiustamente, dei suicidi) e ai campi dolorosi (dove sono i morti per causa d' amore e famosi guerrieri), lasciato a sinistra il Tartaro nel e. XXIV dello stesso 1. I. Senonchè il libro seguente è mu- tilo ; e la mutilazione è forse dovuta allo zelo degli scrittori cri- stiani, e si deve far risalire al tempo in cui questi tendevano ad accentuare il carattere profetico-cristiano di Virgilio. (1) Por Maorobio, Virgilio non solo è dotto in ogni genere di sapere, ma è decisamente infallibile. Nel commento al Somnntm lo dice nullius disciplinae expers e diseiplinarum om- nium perìHssimus; così nei Saturnali: omnium diseiplinarum peritus. (2j Per esempio Elio Donato, il quale attribuiva a Virgilio un sapere straordinario e cercò nei suoi versi dottrine risposte e scopi filosofici ai quali certamente non aveva pensato mai.  (dove subiscouo. le pene più orribili le anime di tutti co- loro che in qualche modo hanno violato le Jeggi umane e divine) è giunto nell' ampio Elisio, liete pianure che sono il felicissimo regno dei beati locos laetos et amoena mrecta 630 fortunatorum nemorum sedesque heatas. Quivi, in una luce perpetuamente serena e fiammante, le anime dei beati (eroi morti per la patria, sacerdoti, poeti, filosofi ed artisti, benemeriti della umanità) trascor- rono la vita su colli ameni e per valli, in prati ed in bo- schetti, sulle rive di ameni ruscelli, continuando le loro abitudini ed occupazioni terrene : fra esse è Museo, al quale Enea chiede notizie d' Anchise e che gli si offre per guida. Il padre d' Enea stava in quel momento ad osservare con attenzione le anime che si trovavano chiuse nel fondo di una valle verdeggiante, destinate a ritornare alla vita terrena, passando in rassegna fra esse quelle che dovevano rincarnarsi nei suoi discendenti, per cono- scerne il destino, le vicende, il carattere, le opere future. At pater Anchises penitus eonvalle virenti 680 inclusas animas superumque ad lumen ituras lustrabat studio recolens omnemque suorum forte recensebai numeruni carosque nepotes fataque fortunasque virum 7noresque manusque. Avviene fra padre e figlio un commoventissimo incon- tro, dopo il quale Enea vede da un lato della valle un bosco appartato e cespugli pieni di suoni e il fiume Lete (il fiume dell' oblio) che lambisce quelle placide sedi e intorno a questo una infinita moltitudine di anime svo- lazzanti e che riempiono tutta la pianura del loro sussurro, simile al ronzio che fanno pei prati, nei sereni meriggi estivi, le api, quando si posano su ogni sorta di fiori e si addensano intorno ai candidi gigli (1). L' eroe, stupito, ne chiede al padre la ragione, e che fiume sia quello, e che uomini quelli che si affollano così nume- rosi sulle sue rive. E il padre subito gli risponde : « Le anime alle quali è dovuto per destino un altro corpo, bevono alle onde del fiume Lete le acque che sigilleranno in loro per lungo tempo il ricordo degli affanni e della vita trascorsa »: animae, quibus altera fato corpora debentur, Lethaei ad fluminis unda'm 715 seeuros latices et longa oblivia potant. Queste anime appunto egli si accinge a mostrargli, enumerandogli e indicandogli fra esse tutti i suoi di- scendenti (i re Albani e gli eroi gloriosi di Roma da Silvio a Marcello il giovane) perchè s' allieti con lui di essere finalmente giunto alle spiaggie d' Italia. Ed Enea subito gli chiede : « 0 padre, si deve dunque credere che alcune anime di qui tornino alla luce del cielo e ri- tornino una seconda volta nell' impaccio del corpo ? qual mai assurdo desiderio della vita terrena hanno le infe- lici ? » : 0 pater, anne aliquas ad caelum hinc ire puiandum est 720 sublimis animas iterumque ad tarda reverti corpora ? quae lueis miseris iam dira cupido ?  Nella concezione orfica pare che le anime destinate alla pa- lingenesi fossero chiamate api ; donde la ragione della similitudine (Sabbadini). Ed ecco subito Anchise esporgli quella eh* io ho chia- mata la storia dell'anima : « Anzitutto un' interiore forza spirituale anima il cielo, la terra, i mari, la luna, il sole, le stelle, e un' intelli- genza infusa per tutte le sue parti agita e compenetra la gran mole dell' universo. Di qui gli uomini e gli ani- mali che vivono sulla terra, che volano per 1' aria^ che si muovono negli abissi del mare : essi, particelle dell'a- nima universale disseminate nello spazio, hanno vigore etereo e origine celeste ; ma, più o meno, li inceppa la lue corporea e le membra terrene e periture li ottun- dono. Oud' è che essi vanno soggetti a timori e desideri, a gioie e dolori e, chiuse nelle tenebre e in cieco car- cere, le anime disconoscono il cielo onde derivano. Tanto che, anche quando nel dì del trapasso le abbandona la vita, non si stacca tuttavia dalle infelici ogni male né le lasciano interamente le sozzure corporee ; molte delle quali anzi; avendole profondamente intaccate, devono ne- cessariamente crescere nel loro intimo per lungo tempo in modi meravigliosi. Perciò sono sottoposte a pene e pagano con supplizi il fio delle passate colpe : delle cui infezioni alcune si purificano rimanendo sospese ed espo- ste all' azione dei venti, altre immerse in un profondo abisso d' acqua (negli abissi oceanici ?), altre bruciando nel fuoco. Tutti subiamo da morti la nostra espiazione, dopo la quale passiamo nell' ampio Elisio ; e pochi sol- tanto restiamo nelle sue liete pianure, finche un lungo volgere d'anni, compiuto il tempo prescritto, cancella le traccio d'ogni sozzura contratta nel corpo e lascia puro il senso etereo e il fuoco della semplice aura. Tutte queste invece, quando son volti mille anni, sono chiamate da Dio in gran numero al fiume Lete, perchè, immemori del passato, rivedano la volta del cielo e comincino a sentire di nuo^vo la volontà di rincarnarsi nei corpi v. « Principio caelum ac terras camposque liquentis 725 lucentemque globum lunae Titanìaque astra spiritus intus alit totamque infusa per artus mens agitai molem et magno se corpore miscet. inde hominum pecudumque genus vitaeque volantum et quae marmoreo feri monstra sub aequore pontus. 730 igneus est oUis vigor et caelestis origo seminibus, quantum non noxia corpora tardant terrenique liebetant artus moribundaque membra. hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque auras dispiciunt clausae tenebris et carcere caeco. 735 quin et supremo cum lumino vita reliquit, non tamen omne malum miseris nec funditus omnes corporeae excedunt pestes, penitusque necesse est multa diu concreta modis inolescere miris. ergo exercentur poenis veterumque malorum 740 supplicia expendunt. aliae panduntur inanes suspensae ad ventos, aliis sub gurgite vasto infectum elicitur scelus aut exuritur igni ; quisque suos patimur manis ; exinde per amplum mittimur Elysium ; et pauci laeta arva tenemus, 745 donec longa dies, perfecto temporis orbo, concretam exemit labem purumque relinquit aetherìum sensum atque aurai simpliois ignem. has omnis, iibi mille rotam volvere per annos, Lethaeum ad fluvium deus evocai agmine magno, 750 scilicet immemores supera ut convexa revisant rursus et incipiant in corpora velie reverti ». Qui non siamo più di fronte evidentemente a concetti vaghi e imprecisi, ma all' esposizione alta e solenne di una teoria, nella quale è riaffermato anzitutto il concetto di uno spirito immanente nell' universo, di carattere divino e intelligente, di cui tutti gli esseri animati uomini e bruti – H. P. GRICE: THE LAST GASP OF PRIMITIVE ANIMISM, that has animales as animate! -- sono delle manifestazioni ; cioè il medesimo concetto che abbiamo già veduto nel quarto delle G-eorgiche, e perfettamente identico a quello che Cicerone, come s' è visto, attribuiva a Ferecide, mae- stro di Pitagora. Di piti la forza spirituale, di origine divina ed eterea, che è nell' uomo e negli animali, e concepita in perfetta antitesi con la materia del loro corpo, che è per l'anima un carcere, un peso, un impe- dimento, e che è la causa degli errori, delle passioni, delle colpe, dei traviamenti. Sicché la vita è un male. Anche questo concetto di un dualismo o antagonismo fra spirito e materia non ò nuovo ed ap- partenne già anch' esso all' antica filosofia pitagorica, come s' è pure veduto. Ma se la vita è un male per tutti, per i malvagi e per i buoni, tutti, dopo la morte, deb- bono purificarsi delle infezioni corporee. La purificazione infatti avviene per mezzo di pene e di tormenti, non però eterni, che debbono subirsi per il tempo necessario all' espiazione perfetta. Ne sono mezzi i tre elementi dell' aria, dell' acqua e del fuoco (quelli stessi che si adoperavano appunto nelle cerimonie simboliche dei misteri). Dopo 1' espiazione pu- rificatrice tutte le anime passano nell' Elisio, luogo di beatitudine, dove alcune poche, quelle degli eletti che furono in terra i migliori, rimangono a godere una serena felicità, anche questa non eterna, ma che dura fintantoché non sia compiuto il tempo prescritto — tempo assai lungo, quanto è necessario perchè si esaurisca e scom- paia da sé il loro attaccamento alla vita terrena e il ri- Ci i De Natura Deorum 1, li, 27 e De Senectute 21, 78. CICERONE (vedasi), Somnium Seipìonis, ?, 15 e altrove. cordo delle belle opere umane  — per riprendere poi la primitiva natura eterea e spirituale e di nuovo dis- solversi in seno all' anima universale. Le altre invece, e sono la gran maggioranza, trascorsi mille anni in una delle convalli confinanti con 1' Elisio, vengono chiamate da Dio a bere nelle acpue purificatrici del fiume Lete r oblio della vita trascorsa e si incarnano in nuovi corpi. Non s' intende peraltro, poiché Anchise non lo dice, se queste ultime anime, destinate a nuova vita, quando ri- torneranno poi ancora, dopo la seconda morte e conse- guente espiazione negli elementi, all' Elisio, vi resteranno tutte in attesa di convertirsi in puro etere e spirito, o se parte di esse dovrà ritornare nuovamente sulla terra. Nel primo caso il numero delle esistenze terrene sarebbe limitato ad un massimo di due — una con prevalenza del male e una del bene — , nel secondo sarebbe inde- finito. Ma in un modo o nell' altro la teoria della resur- rezione è assai chiara e il ciclo dell' esistenza, dal mo- mento in cui r anima si stacca dallo spirito universale fino al momento in cui si ricongiunge ad esso, è perfet- tamente conchiuso ; il concetto panteistico e il processo di involuzione ed evoluzione dello spirito, appena accen- nati nel quarto delle Georgiche, sono qui svolti compiu- tamente. Né si può dubitare che anche 1' ultima parte che si riferisce alle pene e ai premi d'oltretomba (vv. 735- 747) e che espone la dottrina della metempsicosi, sia, come le prime, foggiata secondo i principi del- l' Orficismo e del Pitagorismo. Appunto per tale attaccarne nto, esse continuano nell' Elisio le occupazioni a cui attendevano sulla terra. Sarebbe certo oltremodo interessante svolgere questi principii fino alle ultime conseguenze logiche, e chiederci, per esempio, se in tale concezione il processo di emanazione delle anime dallo spirito universale avve- nisse una volta tanto, o ad intervalli, o ininterrottamente. Si vedrebbe allora che, non potendo avvenire ne una volta tanto (perchè in tal caso, col ritornare continuo delle anime individuali in seno all' anima universa, ne sarebbe seguita in un determinato momento la scom- parsa della vita dalla terra), né ininterrottamente (parche in tal caso, essendo sempre infinitamente maggiore il numero dei cattivi che non quello dei buoni, a un certo punto sarebbe prevalso irrimediabilmente sulla terra il male), ma dovendo considerarsi come avverantesi ad in- tervalli, r idea di tale processo d' emanazione si ricolle- gherebbe alla teoria già accennata dei grandi anni mon- dani. Così ancora, poiché dall' anima universale ema- nano non solo quelle degli uomini, ma anche quelle dei bruti, ci si potrebbe chiedere che cosa dovesse avvenire di queste, alla morte dei loro corpi. E si vedrebbe come, dal modo in cui dovette esser risolto questo problema da qualcuno, potrebbe esser nata appunto l'ipotesi quasi Ognuno di questi anni o periodi della vita universale era diviso in dieci mesi (di mille anni ciascuno) e ogni mese era sotto il particolare influsso d' una delle divinità maggiori, concepita forse, filosoficamente, come aspetto, manifestazione, atteggiamento, ema- nazione particolare del dio universale. La durata però degli anni stessi era computata anche altrimenti, ma sempre di parecchi se- coli ; e in ciascun anno, che si iniziava con un processo sempre identico di emanazione, ritornavano sulla terra le stesse anime e si ripetevano gli stessi eventi. Si ricordi quel che abbiamo visto più su (§ 4) parlando della quarta ecloga. 10. unanimemente attribuita a Pitagora — d' una metempsi- cosi anche animale. Ma prescindendo da queste considerazioni, che ci por- terebbero al di là di quello che Virgilio ci ha voluto o potuto dire, come si concilia questa storia dell' anima con tutta la rappresentazione precedente dell' anti-inferno e del Tartaro ? È evidente che una contraddizione fon- damentale esiste : che 1' esistenza delle anime nel prein- feruo e le punizioni evidentemente eterne che subiscono quelle dei malvagi nel Tartaro non si possono accordare con le pene temporanee per mezzo dei tre elementi. Sic- ché noi siamo indotti a pensare che nella rappresentazione virgiliana dell' oltre tomba si debba forse vedere un ten- tativo mal riuscito — per la mancata elaborazione ultima del poema, impedita dalla immatura morte di Virgilio — di fondere insieme quella che era rappresentazione po- polare e il concetto o rappresentazione filosofica del poeta. E poiché, considerata in sé stessa, questa storia sug- gestiva e profonda ha un senso compiuto e perfetto, e d' altra parte sappiamo che Virgilio compose 1' Eneide a pezzi staccati, che poi collegava insieme, non vorrebbe la voglia di credere che essa sia stata scritta a parte, fors' anche indipendentemente e in tempo anteriore a quello della composizione del poema, e poi opportuna- mente inserita in questo, allorché il poeta — artista, fi-  Qualcuno cioè potrebbe aver pensato che le incarnazioni del- l' anima fossero non tutte necessariamente in corpo umano, ma anche in corpi d'animali, terrestri, acquatici od aerei, secondo che le colpe precedenti fossero da espiare nell'uno piuttosto che nel- r altro elemento : e la vita animale avrebbe perciò rappresentato uno stato di vita intermedio fra due vite umane. losofo, cittadino nello stesso tempo — concepì l'idea di valersi, per esaltare la grandezza della Patria e per la rappresentazione dei grandi spiriti di Roma, della dot- trina della metempsicosi, antichissima e largamente dif- fusa e conforme alle credenze religiose dei suoi concit- tadini e già consacrata dall' arte di Ennio ? Anzi non mi parrebbe neppure arrischiato il pensare che si dovesse proprio vedere in essa un brano di quel poema della Natura al quale Virgilio già pensava quando finì il se- condo canto delle Georgiche (vv, 475-494), e forse ad- dirittura il principio del poema stesso o 1' idea madre eh' esso avrebbe svolta : principio ed idea eh' egli certo prese e imitò da Ennio, i cui Annali, come abbiamo ve- duto, si iniziavano appunto con 1' esposizione della dot- trina della metempsicosi (1). In tale, ipotesi dunque la teoria messa in bocca ad Anchise non sarebbe soltanto una finzione poetica, un mezzo artisticamente perfetto per ottenere una grande e suggestiva efficacia di rappre- sentazione, ma esprimerebbe la genuina e schietta con- cezione di Virgilio, il risultato ultimo di quel contra^^to  Molti raffronti fra Ennio e Virgilio fa Macrobio nel l. VI dei Saturnali; ma, per dire la verità, non vi è cenno alcuno di rapporti formali o sostanziali fra 1' esposizione di Anchise ad Enea e quella di Omero ad Ennio. Potrebbe darsi tuttavia che se ne parlasse in quella parte dei Saturnali che è andata perduta e nella quale appunto si conteneva 1' esame del valore filosofico dell'opera virgiliana fatto da Eustazio. D' altra parte però è indubitabile una effettiva somiglianza di contenuto fra i due squarci poetici, come sono indubbie alcune analogie di pensiero fra i due poeti. E gli arcaismi che si trovano in Virgilio {ollis, aurai) potrebbero essere un altro indizio d' imitazione enniana. Anche il Pascal (Gommentat. vergilianae) ha dimostrato che Virgilio ha derivato la sua esposizione dottrinale dal proemio degli Annales. a cui abbiamo accennato fra l' idealismo pitagorico-stoico e il materialismo epicureo, sarebbe insomma il suo testa- mento filosofico. Mirabile testamento davvero, che la- sciava in eredità alle più lontane generazioni l' alta e sublime espressione artistica d'una teoria che, sorta agii albori del pensiero nelle più remote età dell' uomo, tra- smessa di generazione in generazione da una civiltà all'altra, dall' Oriente all' Occidente, custodita con cura gelosa nel mistero dei santuari, insegnata come la verità più sacra e più recondita, s' illuminò ancora una volta, come già nei miti immortali di Platone, alla luce della poesia e dell' arte. Pitagora e U sne dottrine nella poesia di Ovidio. La tradizione di Numa scolaro di Pitagora in Ovidio. Natura, estensione, contenuto degli insegnamenti pitagorici secondo il canto XV delle Metamorfosi ; vegetarianismo ; metempsicosi ; flusso universale della materia e trasformazioni cosmiche e so- ciali; Pitagora profeta della grandezza di Roma e d'Augusto. Ovidio e il Pitagorismo. Ho già parlato nel cap. I della tradizione, se- condo la quale il re Numa Pompilio sarebbe stato sco- laro di Pitagora. Raccogliendo là tutte le testimonianze di questa tradizione, ho anche accennato a quella che ne fa Ovidio nel quindicesimo e ultimo canto delle Metamorfosi. Essa ha una importanza specialissima e merita di essere studiata sepa- ratamente dalle altre anche per questo, che della tradi- zione stessa il poeta si vale per fare un'esposizione, se non profonda, tuttavia molto estesa — la più estesa e la pili organica che ci rimanga nella letteratura romana —  della tìlosofia pitagorica, specialmente in attinenza a due punti fondamentali di essa: l'astensione dai cibi carnei e la metempsicosi. Dice dunque Ovidio (vv. 1S\ che, scomparso Romolo, si cercò subito chi potesse addossarsi un peso tanto grave com'era il governo di Roma, succedendo a un tal re, e che una fama non menzognera designò all'impero Numa, già famoso per la sua giustizia, per la sua pietà, e, so- pratutto, per la sua sapienza: che, non solo conosceva a perfezione i riti della sua gente, la gente Sabina, ma, abbracciando con la vasta anima più larghi concepimenti ed essendo avido di scrutare i più ardui problemi della natura, aveva abbandonato la nativa Curi e si era recato a Crotone: Quaeritur interea qui tantae pondera niolis Sustineat, tantoque queat succedere regi. Destinai imperio elarum praenuntia veri Fama Numam. Non ille satis cognosse Sabinae 5 Oentis habet ritus : animo maiora capaci Goncipit, et quae sit rerum naiura requirit. Iluius amor curae, patria Guribusque relictis, Fecit, ut Herculei penetraret ad hospitis urbem. Quivi insegnava Pitagora — e segue appunto nei versi 60-478, l'esposizione delle dottrine di questo filosofo, che or ora esamineremo — e Numa ne ascoltò le lezioni; dopo di che ritornò in paCria e prese le redini del governo di Roma, insegnando al popolo del Lazio i riti sacrificali e le arti della pace: Talibus atque aliis instructo pectore dictis 480 tn patriam remeasse ferunt., ultroque petitum Acoepisse Numam> populi Latiaris kabenas: Goniuge qui felix nym^pha ducibusque Gamenis  Sacrificos docuit ritus, gentemque feroci Adsuetam bello pacis traduxit ad artes. Come si vede — e l'ho già rilevato, — Ovidio non solo accetta senza discuterla, come cosa ovvia e risaputa^ la tradizione che faceva di Numa un discepolo di Pita- gora, ma vien pure in certo modo a mettere in connes- sione di dipendenza le istituzioni religiose attribuite a Numa e l' educazione pitagorica da lui ricevuta ; per quanto con l'accennata collaborazione della ninfa Egeria e delle Camene la leggenda abbia certamente voluto rap- presentare la parte che ebbe l'elemento indigeno nella creazione degl'istituti religiosi romani del piìi antico periodo regio. Il poeta pertanto, non tenendo conto dei dubbi e delle critiche messe innanzi da qualche erudito, preferì seguire senz'altro la tradizione leggendaria, che pur Cicerone aveva chiamata inveteratus hominum ei-ror; e ciò non tanto perchè siffatta tradizione gli offriva mi- rabilmente il modo di esporre quella dottrina della me- tempsicosi ch'era la piìi naturale conclusione d'un poe- ma come le Metamorfosi, quanto perchè, molto probabil- mente, la tradizione era più che mai viva nella coscienza dei contemporanei, per i quali il poeta scriveva, mas- sime dopo la recente rinascita del Pitagorismo in Roma. Lo stesso Ovidio, in altro luogo {Fast. ) accenna alla possibilità che la riforma del calendario sia stata ispirata a Numa dal filosofo di Samo : « Primus Pompilius menses sen- sit abesse duos Sive hoc a Samio doctus, qui posse renasci Nos putat, Egeria sive monente sua ». Un ultimo accenno alla medesima tradizione si legge nella terza elegia dei terzo libro delle Pontiche, dove il poeta, immagi- nando di parlare in sogno all' Amore di cui si professa maestro, lo rimprovera di essersi comportato verso di lui ben altrimenti da quello che fecero altri discepoli verso i loro maestri : Eumolpo verso Orfeo, Achille verso Chiroue, Numa verso Pitagora., ecc. : In Crotone teneva dunque scuola Pitagora; il quale, nativo dell'isola di Samo, aveva abbandonato spon- taneamente la patria, mal sopportando la tirannide onde era governata, e s'eia dato a profondi studi di filosofia. Per virtù di questi « egli potè elevarsi con la mente, per quanto fossero lontani nella immensità dello spazio celeste, fino agli dei e scrutare con gli occhi dell'intel- letto ciò che la natura ha negato alla vista degli uomini»: 60 Vir fuit hic, ortu Satnius ; sed fugcrat una Et Samon et dominos^ odioque tyrannidis eocul Sponte erat. Isque^ licet caeli regione remotos^ Mente deos adiit et quae natura nogabat Visihus humanis^ oculis ea pectoris hausit. Ecco subito, in questi magnifici versi, messo in evi- denza Pitagora, e determinata con molta precisione e con grande efiìcacia rappresentativa la natura del suo misti- cismo, fondato sopra l'esercizio assiduo dell'intelletto e la profonda intensità del meditare, per giungere alla vi- sione e alla comprensione delle più alte verità. 65 Cumque animo et vigili perspexerat oinnia cura In medium discenda dahat, coetusque silentum Dictaque mirantum magni primordia mundi Et rerum causas et, quid natura, docebat : Quid deus, unde nives^ quae fulminis esset origo, 70 luppiter an venti discussa nube tonarent^ Quid quateret terras, qua sidera lege fnearent, Ed quodcumque latet. At non Chionides Eumolpus in Orphea talis ; In Phryga nee satyrum talis Olympus erat ; Praemia nec Chiron ab Achilli talia eepit, Pythagor aeque ferunt noti nocuisse Numam. Nomina neu referam longutn collecta per aevum, Discipulo perii solus ab ipse meo. E in questi altri versi ecco parimenti accennata con grande chiarezza la vastità e larghezza degl'insegnamenti, che il filosofo impartiva all'attonita e silenziosa schiera dei discepoli e che abbracciavano « le origini primordiali dell'universo, Je cause della materia e l'essenza della na- tura e della divinità, l'origine delle nevi e del fulmine, del tuono e del terremoto e le leggi onde è regolato il corso degli astri: insomma, tutti i problemi più reconditi della filosofia naturale e della scienza. Egli 'per primo, aggiunge ancora il poeta, vietò di ci- barsi di carne, sconsigliando bensì tale astensione con molta dottrina, ma senza riscuotere la meritata approva- zione : Primusque anitnalia mensis Arguii imponi : primus quuni talibus ora Docta quidem solvit, sed non et eredita, verbis. Ed ecco appunto il filosofo combattere, in prima per- sona, l'uso delle carni e descrivere l'età del- l'oro, quando gli uomini non conoscevano ancora tale uso; e poi, ispirato dalLi divinità, eccolo ac- cingersi, con più alto afilato poetico, a trattare questioni più ardue e a svelare più riposti misteri : Et quoniam deus ora movet, sequar ora moventem Rite deum, Delphosque meos ipsumque recludarn 145 Aethera et augustae reserabo or acuta mentis. Magna, nee ingeniis evestigata priorum, Quaeque diu latuere, canam. luvat ire per alta il) I vv. 67-71, cke riassumono la supposta fisica pitagorica, sono manifestamente ispirati da Lucrezio, dice il Lafaye, Les mé- tamorphoses d' Ovide et leurs modèles grecs, Paris, Alcan, 1904, p. 197; masi accordano pure benissimo coi principii dello stoicismo. Astra \ iuoat terris et inerti sede relieta Nube vehi, validique umeris insistere Atlantis^ 150 Palantesque homines passim ac rationis egentes Despectare procul^ trepidosque obitur/ique timentes Sic exhortari, seriemque evoltere fati. « E poiché sento di parlarvi per ispirazione divina, seguirò gl'impulsi del dio che mi fa parlare secondo il rito, e vi svelerò i miei arcani e lo stesso etere e vi schiuderò gli oracoli fin qui nascosti nel profondo della mia mente. Vi canterò cose grandi, né mai scrutate dalle menti dei padri, e che per lungo tempo restarono occulte. Mi piace andare tra le sublimi stelle ; mi piace abban- donata la terra e questa inerte dimora, lasciarmi traspor- tare da una nube e poggiare sulle spalle del vigoroso Atlante e guardare da lontano gli uomini sparsi qua e là e ancora irragionevoli, e ad essi, che aspettano con trepido timore la morte, infondere coraggio e schiudere la visione del loro destino con queste parole... » Siamo alla rivelazione della metempsicosi, la cui cono- scenza appunto deve distruggere negli uomini il timore della morte : 0 genus attonitu7n gelidae formidine ìnortis ! Quid Styga, quid tenebras et nonnina vana timetis, 155 Materieni vatum^ falsique perieula mundi? Corpora, sive rogus fiamma, seu tabe vetustas Abstulerit^ mala posse pati non ulla putetis, ^ Morte careni animae; semperque priore relieta Sede novis domibus vivunt habitantque reeeptae. (1) Cade ovvio a questo punto il raffronto coi famosi versi delie Georgiche (II, 490-492) : Felix, qui potuit rerum eognoscere caussas, Atque metus omnis et inexorabile fatum Subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari,  « 0 schiatta attonita per lo spavento della fredda morte ! Che temete lo Stige, la tenebra e i suoi nomi vani, fan- tasie di poeti e pericoli d'un mondo inesistente? Non crediate che i corpi, o li abbia distrutti il rogo con la sua fiamma, o il tempo con la putredine, possano soffrire mali di sorta, E quanto alle anime, esse non muoiono ; e sempre, abbandonata una sede, vivono e abitano in di- more che nuovamente le accolgono ». E in prova di ciò Pitagora ricorda (vv. 160-164) d'es- sere vissuto ancora, al tempo della guerra troiana, nel corpo d' Euforbo. Poi segue, piìi specificatamente chiarita ed espressa, la dottrina della metempsicosi animale, vol- garmente attribuita a Pitagora : 165 Omnia mutantur, nìhil interit : errai et illìne Hue venit^ hine illuc, et quoslibet occupai artus Spiritus: eque feris humana in corpora transita Inque feras noster, nec tempore deperii ullo, Utque novis facilis signatur cera figuris, 170 Nec manet ut fuerat^ nec formas servai easdem, Sed iarnen ipsa eadeni est; animam sic semper eandem Esse^ sed in varias doceo migrare fèguras. « Tutto si trasmuta, niente muore. Lo spirito va er- rando e si muove di là a qui, di qui a là, e s'incarna nel corpo che si presceglie; e dalle fiere passa nei cor- pi umani e viceversa, né mai vien meno. E come la molle che si sogliono riferire ad Epicuro. Entrambi i filosofi dunque giun- gevano alla medesima conseguenza pratica (inanità del timore della morte) partendo da premesse assolutamente opposte : 1' uno, cioè Pitagora, dimostrando che il morire è soltanto trasformazione, o passaggio dell' anima d'una in altra forma di vita corporea; l'al- tro, cioè Epicuro, dimostrando che il morire è annientamento to- tale e definitivo della personalità per il disgregamento degli atomi onde l'anima si compone. 156 cera si foggia in nuove figure, sì che, pur non restando quale era prima e non conservando le stesse forme, tut- tavia è sempre la stessa, così vi dico che l'anima ò sem- pre la medesima, senonchò passa sotto varii aspetti » (1). Da ciò un nuovo argomento per astenersi dall'usar carne (vv. 173-175). A questo punto la trattazione di Pitagora si allarga, e il filosofo passa a dimostrare 1' evoluzione perpetua e il divenire incessante di tutto il creato : Et quoniam magno feror aequore plenaque ventis Vela dedi : nihil est tato, quod perstet, in orbe. Cuncta fluuni, omnisque vagans formatur imago. « E poiché, aperte le vele al vento, navigo in alto mare, sappiate che non vi è nulla di immobile in tutto l'universo. Tutto fluisce, e si foggia incessantemente ogni mutevole aspetto ». E questa nuova proposizione illustra con una lunga serie di esempi, tratti dai fenomeni celesti, dall' avvicen- darsi delle stagioni, dalla vita dell'uomo e dalle vicissi- tudini degli elementi. Ma la natura non ci offre solo lo spettacolo di muta- menti regolari, determinati da leggi immutabili ed uni- versali ; si compiono anche intorno a noi, nei corpi inor- ganici e negli organici trasformazioni impreviste, che i saggi osservano con curiosità, ma di cui essi ignorano le cause : questi fenomeni straordinari — spesso elencati e descritti nel periodo alessandrino, in opere intitolate  Questa, prima parte deiresposizione ovidiana è molto proba- bilmente modellata sul « Sogno » degli Annali di Ennio di cui si è già visto. Paradoxa Ovidio li fa esporre da Pitagora, non sen- za qualche anacronismo, nei vv. 252-417 (i vv. 307-336 riguardano le proprietà di certi corsi d'acqua^ mirabiiia fontium et fiuminum)^ a cui fanno seguito altri, che descrivono le rivoluzioni avvenute nelle società umane, sino al glorioso principaio d'Augusto, predetto già da un oracolo fin dal tempo della caduta di Troia : Nune quoqiie Dardaniam fama est eonsurgere Rotnam^ Appenninigenae quae proxiyna Thybridis undis Mole sub ingenti rerum fundamina pomi. Haec igitur forviam crescendo mutata et olim 435 Immensi caput orbis erit. Sic dicere vates Vaticinasque ferunt sortes : quantumque recordor, Dixerat Aeneae^ cum res Troia?ia labaret^ Prìamides Helenus /lenti dubioque salutis : Nate dea^ si nota satis praesagia nostrae 440 Mentis habes^ non tota cadet te sospite Troia. fiamma libi ferrumque dabunt iter: ibis, et una Pergama rapta feres, donec Troiaeque tibique Externum patria contingat am,ieius arvum, Urbem etiam cerno Phrygios debere nepotes,  Quanta nec est nec erit nec visa prioribus annis. Hanc aia proceres per saecula longa potentem^ Sed doininam rerum de sanguine natus Tuli Efficiet. Quo cum tellus erit u>sa, fruentur Aetheriae sedes^ caelumque erit exitus illi ». Raec Helenum eecinisse penatigero Aeneae Mente mem,or refero, cognataque moenia laetor Crescer e, et utiliter Phry gibus vieisse Pelasgos. Così Pitagora è fatto profeta della divina e fatale po- tenza d'Augusto, come con analogo procedimento, nel  La sola predizione che troviamo accennata, a proposito di Enea, nei poemi omerici, si legge nel e. XX &q\V Iliade, e fu riprodotta da Virgilio {Aen., IH, 97-98). poema virgiliano la dottrina pitagorica della metempsicosi è assunta quale mezzo artistico per la predizione della futura grandezza di Rom3. Nei pochi versi che seguono (453-478) Pitagora final- mente ritorna al punto di partenza e conchiude : « Poi- ché tutto cambia, poiché al termine della vita la nostra anima passa in nuovi corpi, anche animali, non uccidia- mo le bestie; chi può sapere se, uccidendole non faccia- mo scorrere il sangue di nostri congiunti ? » . Analizzato così il contenuto della esposizione ovidiana, vien fatto naturalmente di chiedersi quale sia stato r atteggiamento del poeta di fronte al Pitagorismo. Ne fu egli per avventura un seguace ? A questa do- manda noi possiamo rispondere negativamente senz' om- bra di esitazione : la vita e l'operosità poetica di Ovidio, anche nel periodo posteriore alla composizione delle Me- tamorfosi, furono in antitesi troppo stridente con gl'inse- gnamenti e la pratica pitagorica, per poter immaginare 0 pensare che egli fosse dedito con qualche fervore a quelle dottrine ; d' altra parte Ovidio non ebbe certo tem- pra di filosofo né eccessivo amore per le ricerche e spe- culazioni astruse. Che però una certa simpatia, o almeno una certa insistenza del suo pensiero su quella filosofia ci sia stata, pare evidente, se non solo nell' opera sua maggiore le ha fatto così larga parte, con una esposizio- ne quasi sistematica, ma altre volte ancora accenna ad essa, come nel citato luogo dei Fasti e in alcuni versi delle Tristezze. (1) ìrist,, III, .3, 59-64: Atque utinam pereant anhnae cum eorpore hostrae^ Effugiatque avido» pars mihi nulla rogos. E quasi certamente poi questa predilezione del poeta si deve ritenere l'effetto della rinascita del Pitagorismo, che era stata operata in Roma da Nigidio nella prima metà del secolo (onde abbiamo già visto quan te e quali traccie se ne riscontrino nella letteratura dell' età di Ci- cerone e di Yarrone), e che al tempo stesso del poeta fece sorgere la scuola dei Sestii : sì che Ovidio potè averne notizia sia dalle opere degli scrittori che appartenevano alla generazione precedente alla sua, sia dalla viva voce e dagli scritti di qualcuno dei nuovi seguaci. Gli studiosi infatti che, proponendosi la questio- ne delle fonti di quest'ampia trattazione ovidiana del Pi- tagorismo, hanno cercato di risolverla, per poter quindi determinare il valore storico della trattazione stessa, hanno riconosciuto in sostanza che tali fonti debbono essere state 0 le opere varroniane (le Antiquitates rerum divi- narum e sopratutto il dialogo Gallus^ de admirandis) Nam si morte carens vacua volai altus in aura Spiritus, et Samii sunt rata dieta senis, Inter Sarmaiicas Romana vagabitur umbras^ Ferque feros manes kospita semper erit. Il poeta si augura che abbiano ragione coloro che « 1' anima col corpo morta fanno » e che nessuna parte del suo essere sfugga alle fiamme del rogo, poiché diversamente, egli dice, « se lo spi- rito, immortale, vola alto nelle vuote regioni dell' aria e sono veri gì' insegnamenti del vecchio di Samo, 1' ombra di un Romano sarà costretta a vagare fra le ombre dei Sarmati e sarà sempre un'e- stranea tra feroci anime di morti ». Il passo è importante, perchè mostra che, di fronte al pensiero della morte, il poeta era in so- stanza ancora incerto fra coloro che negavano e quelli che affer- mavano la immortalità dell'anima. oppure gli scritti di Nigidio, o dei Sestii, od anche dei loro discepoli Papirio Fabiano e Sozione (1). Sicché, qualunque si accetti delle ipotesi messe innanzi, sta di fatto che le fonti a cui Ovidio ha attinto non sono moìto anteriori a lui. D'altra parte, anche tenendo conto del fatto che Ovidio, più poeta che filosofo, non intese certo di trattar l'argo- mento con rigore di metodo scientifico e filosofico, atte- nendosi scrupolosamente a questo o a quell'autore ; ma che avrà usato di una certa libertà e indipendenza, e che (pur valendosi, se si vuole di uno o più modelli, oltre che dei ricordi e delle cognizioni sue personali) avrà se- guito soprattutto il suo sentimento artistico, giovandosi della materia dogmatica nella forma genuina soltanto nei limiti atti a recare efficacia estetica all' opera sua e non poco forse aggiungendo, sopprimendo o modificando di sua propria intenzione; si è riusciti tuttavia a mo- strare, per esempio, che certe intrusioni nel sistema pi- tagorico di principii appartenenti ad altri sistemi — come a quelli di Eraclito e di GIRGENTI (vedasi) — non sono affatto imputabili ad Ovidio, ma dovevano già essere avvenute negli scrittori dai quali egli attinse. La sua esposi- (1) Si vedano in proposito le opere seguenti : Hottingee, De Pythagora omdiano \ìn Opuseula philologica, Leipzig); A. ScHMEKKL, De omdiana Pythagoreae doctrinae adum- hratione, Gryphiswad,  e Die Philosophie der mìttleren Stoa, Berlin,, ecc. (dove sono modificate in parte le conclusioni dell'opera precedente); G. Lafaye, op. cit., cap. X. (2) Per Eraclito si veda C Pascal, La dottrina pitagorica e la eraclitea nelle Metamorfosi ovidiane^ Mantova, 1909 ripubblicato nel volume Scritti varii di Letteratura Latina; e per GIRGENTI (vedasi) il volume dello stesso autore Graecia capta ^ Firen- ze, Le Mounier, zione del sistema di Pitagora acquista pertanto il valore di documento storico, in quanto che, supplendo in parte alla deficienza delle nostre cognizioni m proposito, dovuta alla perdita delle opere di Yarrone, di Nigidio, dei Sestii,^ ci mostra molto approssimativamente in che consistesse il neo-pitagorismo romano del primo secolo avanti Cristo. 5. — L'esame che abbiamo così compiuto della lettera- tura latina dalle origini fino a tutto il secolo della sua maggior fioritura ci ha dimostrato non solo che il Pita- gorismo fu nelle varie età di Roma abbastanza largamente conosciuto, ma che d'ispirazione pitagorica sono alcune delle pili eloquenti pagine che quei tempi ci hanno tra- mandate, come il sogno di Ennio, il sogno di Scipione e il sesto canto dell' Eneide : sicché dobbiamo concludere che nelle idee che quel sistema svolse era implicita una grande e mirabile virtìi di esaltazione poetica ed artistica. Se riflettiamo d'altra parte che quelle idee esercitarono notevole influsso nel sorgere delle più antiche istituzioni romane, e che contro di esse mossero guerra invano l'arte titanica di Lucrezio, la satira maliziosa di Orazio, la forza politica di Cesare e di Augusto (nella lotta contro il so- dalizio di Nigidio Figulo e la scuola dei Sestii), dobbiamo tenere per certo che in esse fosse insita una grande forza di resistenza e quella specie di malìa fascinatrice che su- scita le pili alte energie morali. Se le idee tanto piii val- gono quanto maggiore è il sentimento che le accompagna e che le trasforma in forze vive cioè operanti nella vita degli individui e dei popoli, le concezioni pitagoriche, venute da sì lontane scaturigini e assurte a così varie, molteplici, alte manifestazioni d'arte, di pensiero, di moralità nel periodo della civiltà romana, ebbero certo valore altissimo. Che se poi, uscendo fuori dai limiti del nostro tema, pensiamo, alla forza di resistenza che esse mostrarono, al loro persistere attraverso i secoli e attraverso tante vicis- situdini del pensiero, ai loro successivo e alterno rina- scere con sempre rinnovato vigore nei momenti di più intensa attività spirituale — nella Magna Grecia con Pi- tagora, in Atene con Platone, in Alessandria coi teosofi neo-platonici, in Roma con Ennio e con Virgilio, in Co- stantinopoli con l'imperatore Giuliano, nell'Italia dell'ul- timo rinascimento con Giordano Bruno — e se riflettiamo che oggi ancora esse vivono nell' Oriente asiatico, ope- ranti con la forza della fede in milioni di coscienze, e che accennano per diversi segni, in questa nuova prima- vera dell'idealismo, a risorgere anche nel mondo occiden- tale (1), noi possiamo con sicurezza affermare che esse non furono apparizione fugace ed effimera d'un pensiero individuale, ma parole di quel linguaggio eterno che sgorga perenne dalle più profonde radici dell'anima umana.  Si veda, per esempio, tanto per citare un magnifico libro di scienza, V opera di W. Mackenzie Alle fonti della vita (Genova, Formiggini) e la recensione che io ne feci nel Giornale del Mattino di Bologna. EUPHORBos. Rivista Ligure di Scienze , Lettere ed Arti, Genova. La figura di Eùphorbos nell' Iliade. Pitagora rincaraazione di Eùphorbos. Altre incarnazioni di Pitagora. Y'è forse alcuno per il quale, meglio che per Eùphorbos figlio di Panto, possa ripetersi il famoso ver- so dell'antico commediografo, che il Leopardi tradusse « muor giovane colui ch'ai cielo è caro » ? Poiché ve- ramente fu caro agli dei, se, morto nel fior degli anni sotto le mura della sua Troja per mano del divino Me- nelao, dopo aver ferito, primo fra i Trojani, il fortissimo Patroclo, Eùphorbos ebbe la ventura non solo di una spiritual vita immortale ne la immortalità dell'Iliade, ma di lasciare altresì il suo nome, come ora vedremo, legato per sempre al ricordo di un grande pensiero e di una più grande vita : al pensiero e alla vi+a di Pitagora. Fusa nel vivo indistruttibile metallo della poesia d' 0- mero, la figura dei giovinetto eroe appare, nel racconto dell' antica gesta, nel momento più acuto dell' azione guer- resca. Quando, per l' ostinato disdegno di Achille , più grave è per i Greci il pericolo nella memoranda giornata del combattimento presso alle navi, Patroclo, indossate le armi dell'amico e ricondotti i Mirmidoni alla battaglia, verso l'ora del tramonto si trova coi suoi di fronte ad Ettore, che Apollo protegge : in tre assalti egli ha uccisi « tre volte nove » nemici, ma al quarto assalto un colpo del dio gli ha tolto l'elmo, infranta la lancia, fatto cadere lo scudo, slacciata la corazza: Iliade. Smarrito il cor, fiaccate le valide membra, fermossi e titubò. Di dietro allor con la punta de l'asta infra le spalle, al dosso, Io colse da presso un trojano, il Pantoide Euforbo, che tutti vinceva gli eguali con la lancia e sul cocchio e al muover degli agili piedi, 810 ed anche allor, venuto appena sul carro, sbalzati venti nemici avea, di guerra già prode campione. Primo ei vibrò con 1' asta un colpo su Patroclo auriga ; ne lo scrollò ; poi corse indietro e tornò ne la mischia, tratta fuor da le carni la lancia di frassino; incontro 815 Patroclo, ancor che ignudo, ei già non attese a l'assalto. Patroclo allor, stordito dall'urto di Febo e da l'asta, anco a 1' amiche schiere traeva, fuggendo la morte. Ma com' Ettore vide dal ferro piagato ritrarsi Patroclo generoso, il varco s' aprì tra la mischia, 820 presso gli venne e, d'asta vibratogli un colpo, lo giunse sotto a r addome : fuori n' uscì da l'opposto la punta. Quei con fragor giù cadde, e grave fu il lutto de' Danai. (1) I versi 814-815 trovo segnati come spurii nella quinta edi- zione del DiNDORF, curata dallo Hentze" (Lipsia), sulla quale è stata condotta la presente traduzione. Ma non mi pare ohe sia proprio necessario inquadrare fra parentesi i due versi, così ome- rici pur nell'apparente disordine dei particolari accennati : prima la pronta ritirata del giovinetto trojano, poi il trarre dalle carni di Patroclo 1' asta ; l' idea preponderante per il poeta (cantore in- nanzi a un pubblico di ascoltatori), dopo accennato 1' ardito colpo del giovine, è quella del suo rapido sottrarsi alla vendetta di Pa- troclo ; fermata questa, il poeta si riprende p3r aggiungere an- cora un particolare descrittivo (lo sforzo dello strappare dalla fe- rita la lancia) e per rincalzare l'idea della fuga di fronte a Patroclo, Suir eroe atterrato Ettore si vanta e lo schernisce, ma il caduto ne rintuzza 1' orgoglio, affermando che la vitto- ria non è stata merito suo, sì degli dei: che lo hanno ucciso la Moira e il figlio di Latona « e, degli uomini, Eùphorbos »; e predettagli la fine imminente per mano d'Achille, muore e rimane supino in mezzo al campo di battaglia, mentre Ettore insegue Automedonte, che cerca di portare in salvo il cocchio d'Achille. A guardia del cadavere di Patroclo si fa innanzi l'A- tride Menelao, armato di lucido bronzo, tenendo davanti al morto, in sua difesa, la lancia e il rotondo scudo, fer- mo d'uccidere chiuncfue osi accostarsi. Ed ecco ancora Eùphorbos, il cui intervento dà luogo ad uno dei piìi begli episodi della battaglia : Iliade. Pronto di Panto il figlio, esperto nel' asta (1), s'avvide ch'era atterrato Patroclo, e fattosi subito innanzi che, pur ferito e spoglio della difesa delle armi, era sempre un troppo temibile nemico, anche per un più esperto guerriero che non fosse Eùphorbos. Poiché Omero non ha voluto certo rappresen- tare questa fuga come atto di viltà ! È tutt'altro che vile il figlio di Panto, come dimostrerà fra poco nell' impari duello con Mene- lao. Sicché non mi pare corrispondente né allo spirito né alle pa- role del testo omerico la traduzione che dà il Monti di questo passo: Anzi dal corpo ricovrando il ferro Si fuggi pauroso, e nella turba Si confuse il fellon, che di Patroclo Benché piagato e già dell'armi ignudo Non sostenne la vista. {IL XVI, 1146-1150) L'epiteto (eummelies) non é certo ozioso : infatti già il poeta ha detto che Eùphorbos primeggiava fra i coetanei « con la lancia, e che « con l'asta acuta » ha ferito Patroclo (XVI, 806 e XVII, lo), come con l'asta dà un colpo J' ultimo !) nello scudo di Menelao (XVIi, 43-45). 168 disse al figlio d'Atreo, al prode guerrier Menelao : « 0 Menelao, divino germoglio, signor di gran genti, vanne, abbandona il morto, qui lascia le spoglie cruento (1). Prima di me nessuno, fra' Teucri o gì' illustri alleati, 15 giunse con 1' asta Patroclo, in mezzo al furor de la mischia: lascia eh' io m' abbia dunque quest'inclito onor fra' Trojani, 0 che la dolce vita dal petto ti strappi il mio ferro ». Bieco d'ira rispose il biondo figliuolo d'Atreo : « Bello davver, gran Giove, con tanta insolenza vantarsi ! 20 Certo mai fu sì grande '1 furor di pantera o leone 0 di cignal feroce, a cui nel fiorissimo petto gonfiasi il cor superbo, alter di sua grande possanza, qual de' figli di Pauto, esperti ne l'asta, è la boria ! Ne ad Iperènor tuo, rettor di cavalli, già valse 25 di giovinezza il fiore, allor che sprezzante affrontommi e disse me fra' Danai il più dispregevol guerriero ! Or ei non più, te '1 dico, da' suoi propri piedi portato, ad allietar ritorna la cara consorte e i parenti ! Così la tua baldanza, se pur d'affrontarmi tu ardisci, 30 rintuzzerò. Ma io ancor ti consiglio a ritrarti dov'è folta la turba. Chi è saggio prevede l'evento ». Disse così, ma quello ne pur gli die retta e rispose : « Or, Menelao divino, trar dunque dovrò gran vendetta pel fratel eh' uccidesti - e ancor tu me '1 dici vantando - 35 e nel segreto talamo tu n'hai vedovata la sposa, e i genitor nel lutto e in muto cordoglio gittasti ! Oh ! che per me dei miseri avrebbe il cordoglio una tregua, se la tua testa io stesso e l'armi portandomi in Troja, fra le man lo gittassi a Panto e a la diva Frontide! 40 Ma non più a lungo, ornai, s' indugi a far prova con l'armi s' io m' abbia saldo il core o pieno di vile paura ». Detto così, die un colpo nel tondo perfetto suo scudo, ma non lo franse il ferro ; bensì gli si torse la punta nel poderoso usbergo. S' avventa secondo con 1' asta (1) Le armi di Patroclo, sciolte e fatte cadere dal colpo d'Apollo, giacevano in terra poco lungi dal cadavere. 45 l'Atride Menelao, pregato in suo cor Giove padre, e, mentre quei s' arretra, il coglie a la fossa del collo; dentro spinge con forza calcando la mano pesante, e dall'opposto n' esce pel tenero collo la punta. Cadde, die un tonfo e V armi su lui con fragor risonare ; 50 s' insanguinar le chiome, che simili aveva a le Grazie, (1) i capelli ricciuti, eh' avvinti eran d'oro e d' argento. Come talora un florido arbusto d'ulivo si nutre in solitario loco, allor che molt' acqua vi sgorghi, bello, pien di rigoglio, e poi, come l' agita il soffio 55 di tutti i venti, un velo di candidi fior lo ricopre, (2; ma piombando improvviso un vento con turbine grande dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte; tale di Panto il figlio, esperto ne l' asta, Eiiforbo l'Atride Menelao uccise e spogliava de l'armi, 60 Come — allor eh' un robusto leone cresciuto fra' monti * da pascolante gregge rapì la giovenca più bella, (1) Cioè ricciute, come dice nel verso seguente, e non bionde^ co- me ha interpretato alcuno, per es. il Koppen, forse ricordando Pin- daro Nem>. 5 fine. Le Grazie furono sempre rappresentate con lun- ghi ricci spioventi sì nelle arti plastiche e figurative, sì nella let- teratura dei Greci (cfr. Omero, Inno ad Apollo, 194 sg. e Stesicoro, fr. XIII neìV Antol. della melica greca di A. Taccone). Si veda in proposito quello -che scherzosamente Luciano, noi Sogno, fa dire a Micillo : questi, fra le altre cose dice al suo gallo-Pitagora: « e « mi sembra che Omero per questo abbia detto le tue chiome si- « mili alle Grazie, perchè « avvinte eran d'oro e d' argento »: in- « trecciate infatti con 1' oro e rilucendo con esso apparivano, evi- « dentemente, molto piiì pregevoli e desiderabili. Accenna forse il poeta coi « soffi di tutti i venti » la sta- gione di primavera, quando — fra il marzo e 1' aprile — le piante s' incurvano bensì sotto i venti, ma si rivestono anche della loro fioritura annuale ; anzi parmi che accenni qui proprio alla prima fioritura* del bell'arboscello d'ulivo, che poi il primo turbine schian- ta, cosi come l'asta di Menelao, troncando la vita del giovinet- to forte ed ardimentoso, fa cadere il serto di fiVite speranze che già s' intesseva intorno al suo capo. cui la cervice infranse tenendola forte co' denti, poi, facendola a brani, le viscere ingolla col sangue intorno a lui, da lunge, si nnuovon con grande frastuono 65 cani, villan, pastori, ma farglisi presso ad alcuno non regge il cor, che tutti li fa scolorir la paura; così Jiessun de' Teucri ha l'alma nel petto sì ardita, eh' osi affrontar da presso la forza del gran Menelao, E questi agevolmente porterebbe via le splendide armi di Eùphorbos, se non glielo impedisse Febo Apollo, il quale, presentatosi ad Ettore sotto 1' aspetto di Mente, lo consiglia a desistere dall' inutile inseguimento dei cavalli d'Achille e ad accorrere invece là dove or Menelao frattanto, il figlio pugnace d'Atreo, 89 corso a difender Patroclo, uccise il miglior de' Trojani, il Pantoìde Euforbo e spento n' ha il valido ardire. Ettore infatti, pronto, si fa largo tra le schiere, vede r uno che toglie le magnifiche armi, 1' altro disteso in terra e il sangue che sgorga dalla ferita, irrompe fulmi- neo con orribili grida, e Menelao, riconosciutolo subito, non osando da solo tenergli testa, lascia a malincuore il corpo di Patroclo e si ritira verso i suoi, per chiamare qualcuno in soccorso. Così egli non ha potuto neppure portar via con sé sul suo cocchio la preziosa armatura; della quale tuttavia dovette certo impadronirsi più tardi, quando i Trojani sconfitti furono costretti a rinchiudersi entro le mura. E non sarà stato quello il meno glorioso trofeo di guerra che avrà riportato con se a Micene. Ma Eùphorbos, morto di così bella morte e glo- rificato già dalla divina arte d' Omero, non rinacque per avventura, dopo quattro secoli, a nuova vita e ad opere non meno belle e gloriose? Poiché alcune antiche testimonianze ci hanno traman- dato che Pitagora, il celeberrimo fondatore della scuola italica, l'assertore più famoso della dottrina della metempsi- cosi, « nel tempio di Hera Argiva, veduto uno scudo di « bronzo, disse che quello portava e gli era stat^ tolto « da Menelao quando era Eùphorbos. E degli Argivi, « staccato lo scudo, vi videro realmente inciso il nome « d'Eùphorbos ». Così afferma uno scoliaste d'Omero (//.) e così altri, fra gli antichi scrittori, ricor- dano 0 accennano la cosa. Chi non rammenta infatti, tanto per citare i piìi noti, quella famosa ode d'Archita, dove Orazio afferma appunto, non senza una sottile ironia, che « il regno dei morti tiene anche il figlio di Panto, sceso « all'Orco un'altra volta, sebbene, con lo scudo, che fece « staccare, data testimonianza dei tempi della guerra troja- « na, non avesse concesso alla nera morte niente più che « i nervi e la pelle? »  Il buon Orazio, tra scettico ed epicureo, non ebbe evidentemente molta fede nella me- tempsicosi e si burlò un poco di « Pitagora redivivo! »  Anche Ovidio, che nell' ultimo canto delle Metamorfosi fa esporre da Pitagora stesso le sue dottrine, lasciò espli- cito ricordo della tradizione, facendo dire al filosofo : Ben io — sì lo rammento — nei dì della guerra di Troja ero il figliuol di Panto, Euforbo, cui stette nel petto  Orazio, Garm.: habentque Tartara Panthoiden iterum Orco Demissum, quamvis clipeo Trojana refixo Tempora testatus, nihil ultra Nervos atque cutem morti concesserat atrae. (2J Id. Epod.: nec te Pythagorae fallant arcana renati »  la grave lancia infissa, per man .del più giovine Atride, Riconobbi lo scudo, che già la sinistra mia tenne, or non è molto in Argo nel tempio sacrato di Giuno ». (1) E ancora due secoli dopo il filosofo neo-platonico Porfirio^ raccogliendo in una breve biografia molte notizie intorno a Pitagora, lasciò scritto che questi « ricordava « a molti di quelli che si recavano da lui la precedente « vita che 1' anima loro aveva vissuto già un tempo pri- « ma di essere legata nel corpo d' allora. E di sé stesso « rivelò con prove indubitabili d'essere stato Euphorbos « figlio di Panto. E dei versi omerici cantava, accompa- « gnandosi mirabilmente con la lira, quelli di preferenza: 50 s' insaguinàr le chiome, che simili aveva a le Grazie, i caj)elli ricciuti, eh' avvinti eran d'oro e d'argento. Come talora iTn florido arbusto d'ulivo si nutre in solitario loco, allor che molt' acqua vi sgorghi, bello, pien di rigoglio, e poi, come 1' agita il soffio 55 di tutti i venti, un velo di candidi fior lo ricopre, ma piombando improvviso un vento con turbine grand® dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte ; tale di Panto il figlio, esperto ne 1' asta, Eiiforbo r Atride Menelao uccise e spogliava de l'armi. < Poiché quel che si racconta dello scudo di questo « Euphorbos frigio, che si trovava in Micene, nel bottino  Ovidio, Metamorph. XV, vv. 160-164: Ipse ego — nam memini  Trojani tempore belli Panthoìdes Euphorbus eram, cui pectore quondam Haesit in adverso gravis basta minoris Atridae. Cognovi clipeum, laevae gestamina nostrae, Nuper Abanteis tempio lunonis in Argis, « trojano dedicato a Giunone Argiva, lo passo sotto si- « lenzio come cosa ben nota ». La tradizione dunque era assai diffusa Tra gli antichi. Ora quale ne sarà stata 1' origine? Un'invenzione pura e semplice ? Potrebbe anche essere; nel qual caso dovrem- mo evidentemente pensare a qualche discepolo o seguace del Maestro, il quale, per confermarne meglio la dottrina della metempsicosi, avesse immaginato di sana pianta la storiella, cercando poi di accrescerle autorità col farne autore lo stesso Pitagora. 0 l' invenzione sarebbe nata da quel che abbiamo udito or ora narrare da Porfirio, che il filosofo, appassionato lettore d' Omero, recitava e can- tava spesso i delicati e soavi versi della morte d' Eùphor- bos ? Anche questo è possibile. Ma a me pare molto più semplice e forse più ovvio — senza andare vanamente fan- tasticando in ipotesi — credere senz'altro alla concorde testimonianza degli antichi. Vi è forse nella cosa alcun- ché che trascenda i limiti della credibilità e della vero- simiglianza? Pitagora non credeva davvero alla metempsi- cosi, e non era anzi questo il pernio della sua psicologia e della sua morale, e convinzione (non pura ipotesi spe- culativa) profonda, certa, inoppugnabile sua e dei suoi seguaci ? Dunque e ben possibile che egli, il quale aveva virtù taumaturgiche (tanto che nella sua vita il meravi- glioso, anzi il miracoloso, ebbe gran parte)^ egli, che tante profonde e misteriose cose aveva imparato nei suoi viaggi in Egitto e nell' Oriente, esercitando quelle sue pratiche magiche ai vita, profondando lo spirito in quelle sue me-  PoRPHTRii, Vita Pythagorae. Così presso Luciano nei Dialoghi dei morti (20), quando Eaoo presenta Pitagora a Menippo, questi si rivolge subito a lui con le parole: «Salve, o Eùphorbos ». ditazioni — così intense, che erano quasi astrazioni dal corpo ed estasi vere e proprie, credesse di leggere nel suo passato la storia della propria anima e ne desse notizia ~ se non proprio alle turbe — agi' iniziati della sua scuola, . agi' intimi, ai più perfetti, da qualcuno dei quali poi la cosa sarà stata divulgata. Insomma per me r attribuire a Pitagora stesso, anziché allo spirito inven- tivo di qualche zelante discepolo, 1' accenno alle sue vite anteriori non ha nulla di inammissibile e di men che credibile : lo zelo dei seguaci avrà forse potuto aggiunge- re qualcosa, inventare qualche nuovo particolare o ma- gari immaginare qualche nuova esistenza, ma l' origine prima di siffatti racconti si può proprio far risalire allo stesso Maestro. Il quale dunque potè realmente dire e naturalmente anche credere  poiché non é ammissibile la malafede in un uomo di tanta autorità, la cui vita fu tutta un apostolato di verità e di bene — di essere stato Eùphorbos. Ma in tal modo  si potrebbe osservare  se noi accettiamo per vero quello che 1' antichità concorde ci ha tramandato, che cioè Pitagora credette e diede a credere di essere stato il giovinetto figlio di Panto, ne verrebbe di conseguenza che egli avrebbe anche creduto nella realtà storica d' Eùphorbos, non già iato dalla feconda fantasia d' Omero, ma vissuto in carne ed ossa. E che per que- sto ? Chi mai dei Greci del sesto secolo avanti Cristo — per non dire di quelli dei secoli posteriori - - non credette nella realtà della guerra trojana, e dubitò della esistenza di Agamennone, di Achille, di Menelao, di Ulisse, di Ettore, di tutta la bella schiera degli eroi dell' Iliade e dell' Odissea? Né la critica storica demolitrice, né la qui- stione omerica erano nate ancora, e Federico Augusto Wolf doveva tardare ancora ventiquattro secoli a nascere e a lanciare pel mondo la stupefacente teutonica mostruo- sità dei suoi Prolegomeni ad Omero! Di Pitagora gli ''antichi conobbero anche altre incarnazioni, anteriori e posteriori. Soggiunge infatti Por- firio, un poco più innanzi : « Affermava di essere già vis- « suto precedentemente, dicendo d' essere stato prima Eù- « phorbos, poi Etàlide, in terzo luogo Ermótimo, poi Pirro « e allora Pitagora. Con che dimostrava che 1' anima è « immortale e riesce, in chi sia purificato, a ricordarsi « dell'antica sua vita. Ma Diogene Laerzio ci ha conservato in proposito una testimonianza — che risali- rebbe ad Eraclide Pontico (discepolo di Platone, Speu- sippo ed Aristotile) la quale differisce da quella di Porfirio non solo perchè fa di Eùphorbos la seconda in- carnazione, essendo stata la prima quella di Etalide, ma anche perchè riferisce ad Ermótimo (terza incarnazione), anziché a Pitagora, 1' episodio dello scudo, che sarebbe Veramente si é incominciato già da qualche tempo anche in Germania ad essere un po' meno radicali in fatto di nega- zioni. E a quel modo che il Beloch, per esempio, ammise come possibile che « fra gì' innumerevoli eroi venerati nelle diverse parti del mondo greco ve ne fosse qualcuno che in realtà una volta si mosse sulla terra in carne ed ossa, così il Drerup {Ornerò^ Bergamo) afferma d'esser « disposto a vedere in Agamennone, Menelao, Nestore, Ajace, forse anche in Priamo e in altre figure dell' epopea, reali persone storiche. Gli rimangono però gravi dubbi sulla realtà storica della spedizione contro Troja (p. 231 e seg.).  l. e, 45. Della cosa discussero anche gli scrittori cristiani, come Tertulliano (de anima), Lattanzio {Epit. Instit. dio.), Sant'Agostino {Irinit.). inoltre stato appeso nel tempio di Apollo a Branchidas, e non a Micene. Ma ecco senz' altro le parole di Laerzio : « Dice Eraclide Pontico che egli (Pitagora) afPermava di « se d' esser già stato Etalide e ritenuto figlio di Her- « raes (1). E che Hermes gli disse di scegliere quel che « volesse, tranne F immortalità : onde egli chiese il dono « di conservare da vìvo e da morto il ricordo di tutti « gli eventi. Che pertanto in vita si ricordava di tutto, « e dopo che fu morto conservò egualmente la memoria. « Che in seguito rinacque Euphorbos e fu ferito da Me- te nelao ; ed Euphorbos diceva d' essere stato un tempo « Etalide e di aver avuto da Hermes quel dono e ricor- « dava le trasformazioni dell'anima com'erano avvenute, « e attraverso quali piante ed animali fosse passata, e « che cosa l'anima avesse sofferto nell'Ade, e qual sorte « attenda le altre anime. E che quando Euphorbos morì « la sua anima passò in Ermòtimo, che alla sua volta, « volendo dare una prova dell'esser suo, andò a Bran- « chidas ed entrato nlel tempio d' Apollo mostrò lo scudo « che Menelao vi aveva appeso, ormai imputridito, re- « stando solo la parte esterna d'avorio. E che quan- ti) Dobbiamo forse in questa ipotetica discendenza da Hermes, il dio dei misteri, vedere significata la iniziazione di Pitagora alle dottrine ermetiche? Mi par probabile; se pure non dobbiamo vedere in ciò, come noli' altra comune tradizione che faceva di Pitagora un « figlio d'Apollo », delle espressioni del linguaggio mistico fraintese.  Pausania, nella descrizione che ci ha lasciata dell' Heraion di Micene, dice ben chiaro che nel pronao del tempio, a destra, dov' era la statua della dea, vi era « anche appeso in voto uno scudo, quello che Menelao già tolse ad Euphorbos in Ilio ». (De- scriptio Graeciae). Ora, poiché sappiamo che Pausania descrive nell' opera sua proprio quel che ha visto coi suoi occhi « do Erraótimo morì, rinacque Pirro pescatore di Delo ; « e di nuovo si ricordava tutto : come fosse stato prima « Etalide, poi Eùpborbos, poi Ermótimo, poi Pirro. E « che quando Pirro morì, rinacque Pitagora e si ricorda- « va di tutto quel che s' è detto » (1). Non solo, ma a sentir Gelilo anzi i due filosofi Clearco e Dicearco — vis- suti fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo — avrebbero lasciato scritto che Pitagora rivisse ancora altre tre volte, come Pirandro, come Calliclea e finalmente come una bella etera chiamata Alce. E così r anima d' Eùphorbos, essendo vissuta otto volte- e avendo sperimentato, chiusa nel carcere corporeo, le più varie condizioni d' esistenza, sarà essa — dopo aver compiuto il ciclo assegnatole dal suo proprio destino -— tornata a dissolversi nel gran mare dell' anima univer- sale ?  o non avrà continuato ancora a vestirsi d'uma- na carne, indefinitamente, secondo la favola di Luciano? (tanto che una sua indicazione guidò lo Schhemann alla scoperta delle famose tombe dei re nel foro di Micene), avrà egli veduto quell'antichissimo logoro avanzo, o una copia in bronzo fattane fare di poi, o addirittura un qualunque scudo che i sacerdoti del tempio vi abbiano appeso in tempi tardivi a ricordo e testimonianza dell'antica notissima tradizione? Pausania in ogni modo visse nella 2^ metà del secondo secolo dopo Cristo. Diogene Laerzio, Vili, 4-5.  Gellio, Noctes Attieae: Pythagoram vero « ipsum, sicut celebre est, Euphorbum primum fuisse, dictitasse; ita « haec remotiora sunt bis, quae Glearchus et Dicaearchus memo- « riae tradiderunt, fuisse eum postea Pyrandrum, deinde Callicleam, « deinde feminam pulchra facie meretricem, cui nomen fuerat « Alce ». Se, come è probabile, Platone ha desunto dal Pitagorismo i principii a cui informa la teoria delle pene d' oltretomba nel De republica— secondo la quale chi aveva commesso ingiu- . Lungo sarebbe a dire — così parla il suo gallo fìlo- « sofo (Pitagora redivivo anche questo!)  in qual forma « r anima mia venisse via da Apollo volando, ed entrasse « in corpo di uomo, e qual pena sofferisse in tal guisa... « Mentre eh' io era Eùphorbos combattei a Troja, e quivi « ucciso da Menelao, dopo qualche tempo ne venni a stare « in Pitagora ; ma fra 1' un tempo e V altro non ebbi « casa, aspettando che Mnesarco  mi apparecchiasse « r abitazione.... Ma quando ti spogliasti di Pitagora « (domanda Micillo al suo gallo) di che ti vestisti?  Di « Aspasia, femmina di mondo, di Mileto. E dopo « Aspasia qual uomo o qual nuova donna diventasti?  « Grate, cinico.  0 figliuolo di Giove, qual differenza! « Di femmina di mondo, filosofo ! — Poi re, poi un po- « verello, poi satrapo, poi cavallo, poi gazzera, poi ranoc- « chio, e mille altre cose che non finirei mai a dirle tutte. « Ma sopra tutto fui gallo spesso (vita da me sopra le stizia verso un altro doveva subire dieci volte quella medesima ingiustizia e occorreva quindi lo spazio di dieci vite per scontare le colpe della prima — bisognerebbe veramente ammettere (s' in tende bene, dal punto di vista di Pitagora e della sua dottrina) almeno altre due vite. Per il luogo platonico e le relazioni che esso può avere avuto con il dogma cristiano della resurrezione si veda ciò che ha scritto il Pascal nella Rassegna Contemporanea del dicembre 1911 (ripubblicato in Credenze d'oltretomba^ II, pa- gina 199).  Padre di Pitagora. Si noti poi che qui Luciano sorvola sul- le altre note incarnazioni del filosofo. Ma altrove {Vera Historia) egli dice: « In quel tempo appunto ci venne (nella città di « Soveria nell' isola dei Beati) Pitagora di Samo, che allora aveva « finita la settima mutazione, vissuto le sette vite, compiuti i sette « periodi dell'anima, ed aveva d'oro tutto il lato destro. Fu de- « ciso d' ammetterlo con gli altri beati, ma non si sapeva se chia- « marlo Pitagora od Euforbo ».  altre amatissima) servendo ad altri molti, a re, a pove- « relli, a ricchi uomini; e finalmente vivo in tua compa- « gnia, facendomi beffe cotidianamente di te, che ti que- « reli della tua povertà, e piangi e ammiri i ricchi perchè « non sai i mali che comportano. E con l'amabile arguzia lucianea possiamo ben chiu- dere questa singolare istoria d' Eùphorbos figlio di Panto, il quale fu veramente molto caro ai celesti.  Luciano, Il Sogno o il Gallo (secondo la traduzione di Ga- sparo Gozzi). Si legga tutto questo piacevolissimo dialogo. Il no- stro autore del resto scherza in parecchi altri luoghi su Eùphor- bos; mi sembra inutile riferirli; basterà vedere un qualunque indice delle opere di Luciano. IL SODALIZIO PITAGORICO DI CROTONE. Edito dalla ditta Zanichelli di Bologna. Pubblicato in The Theosophieal Review. Londra. Una tradizione che fu diffusa e concorde nell’antichità anche prima dell' apparizione del neo-pitagori- smo, narra che il filosofo di Samo, dopo aver viaggiato nelle regioni d' Oriente — in Fenicia, nella Babilonia, in Caldea, nella Persia, nell' India e in particolare nell' E- gitto — e ^ver presa quivi conoscenza delle dottrine segrete che i saggi ed i sacerdoti vi professavano, proprio nello stesso tempo in cui fiorivano nella Cina Lao-Tse e nell'India Gotamo Buddho venne a Crotone, una delle più fiorenti fra le città della Magna Grecia, dove, acquistato subito largo seguito di ammiratori, istituì un celebre Sodalizio. Di questo ap- punto intendo ora di esporre le origini, la durata e la costituzione, valendomi delle notizie abbastanza numerose e particolareggiate, perchè possiamo farcene un' idea esatta.  Cfr. le osservazioni contenute nel cap. I dello studio di G. De Lorenzo suU' Bidia e il Buddhismo antico (Bari, Laterza). che ce ne hanflo lasciato, fra gli altri, Diogene Laerzio, Porfirio, GiambJico, Clemente Alessandrino, nonché, incidentalmente, gli scrittori classici maggiori, delle quali poi si servirono, in misura piii o meno larga, con criteri più o meno discutibili, gli storici moderni del- la filosofia greca in generale e del movimento pitagorico in particolare, come Krische, Chaignet, CENTOFANTI (vedasi), Zeller, il Cognetti de MARTIIS (vedasi), Schuré ed altri. Quanto SiìVorigme dell' Istituto, la tradizione con- corde narra che verso la LXIP Olimpiade o poco dopo Pitagora, giunto a Crotone, forse accom- pagnato da numerosi discepoli che ve lo seguirono da Samo, cominciò a tenere in pubblico discorsi tali da conquistare subito la simpatia degli uditori, accorrenti in gran numero ad ascoltare la sua parola ispirata, che (1) Vitae et placìta clarorum philosophorum 1. De vita Pythagorae.  De pythagorica vita. (4) Stromat. libri, passim.  De soeietatis a Pythagora in urbe Orotoniatarum conditae scopo politico commentano^ Gotting.  Les Qrands Initiès, Paris. Ed. ital. (Bari, Laterza). Per gli altri autori v. note a p. 186 e 192. Variano dal 529 al 540 le date proposte relativamente all' anno della sua partenza da Samo; la prima data è ammessa dall' Ueberweg, Qrundr. I, 16, 1' altra è in Bernhardy, Orundr. d. gr. Liti.. Il Lenormant {La Grande Orèee) sta. Quanto all' arrivo in Crotone, il Bernhardy crede che nel 540 Pitagora vi si trovasse già.  GlAMBL. Porfirio /. e. 20, che riferisce la notizia da Nicomaco e Cfr. GlAMBL. predica verità non mai udite prima d'allora in quella regione e da quegli uomini. Accolto con molta deferenza tanto dal popolo quanto dalla parte aristocratica, che al- lora aveva nelle mani il governo, per V entusiasmo su- scitato dalla sua predicazione, fu eretto dai suoi ammira- tori un ampio edificio in marmo bianco — homakoeion od uditorio comune — nel quale egli potesse inse- gnare comodamente le sue dottrine ed essi ridursi a vi- vere sotto la sua guida. La tradizione, quale la troviamo presso Giamblìco e presso Porfirio, aggiunge altri parti- colari: Pitagora, entrato nel ginnasio, avrebbe parlato ai giovani che vi si trovavano suscitandone l' ammirazione (2), del che venuti a conoscenza i magistrati e i senatori avrebbero manifestato il desiderio di sentirlo anch' essi ; ed egli, venuto dinanzi al Consiglio dei Mille, vi ottenne tale approvazione da essere invitato a rendere pubblico il suo insegnamento^ al quale infatti molti accorsero pron- tamente, mossi dalla fama, subito dilBFusa per tutto il paese, della grande austerità d' aspetto, della dolce soavità d'eloquio, della profonda novità di ragionamenti del fo- restiero. Via via, la sua autorità crebbe in modo che egli potè esercitare nella città una vera dittatura morale; poi (1) Si noti che Clemente (Strom.) lo identifica con quella che al suo tempo chiamavasi Ecclesia, cioè alla Chiesa cristiana.  V. in Giamblìco un largo sunto di questo di- scorso, che ci dà un' idea di quello che fosse l' insegnamento esso- terico di Pitagora. La diversità notata a questo proposito dallo Zeller fra il racconto di Giainblico e quello di Porfirio non mi pare sufficiente per trarne, com' egli fa, l' induzione che il discorso ri- ferito dal primo non può essere stato preso da Dicearco, citato dal secondo ; ad ogni modo è fuori di dubbio che Dicearco stesso lo co- nosceva, se potè dire che conteneva « molte belle cose ».  si allargò, diffondendosi nei paesi vicini della Magna Gre- cia e nella Sicilia, a Sibari, a Taranto, a Reggio, a Ca- tania, ad Imera, a Girgenti; dalle colonie greche, dalle tribù italiche dei Lucani, dei Peucezi, dei Messapii ed anche da Roma  vennero a lui discepoli di ambo' i sessi ; e piìi celebri legislatori di quelle regioni, Zaleuco, Caronda, Numa ed altri, l' avrebbero avuto per maestro, sì che per merito suo si sarebbero ristabiliti dovunque r ordine, la libertà, i costumi e le leggi. In questo modo, dice il Lenormaiit, « egli potò giungere a rea- lizzare l'ideale d'una Magna Grecia composta in unione nazionale^ sotto l' egemonia di Crotone, non ostante la diffeirenza di razze degli Elleni italioti » ; il che peraltro ò inesatto, poiché, come vedremo, l'intendimento di Pi- tagora nella sua azione e nella sua predicazione non fu politico 0 nazionale, ma essenzialmente umano. Forse, ag- giunge un altro scrittore, non fu estranea all'acco- glienza avuta dal filosofo ed al successo da lui riportato, una persona con la quale egli doveva essersi trovato in rapporto quand'era a Samo, cioè il celebre medico ero- tonese Democede. Ma senza dubbio, più che a conoscenze personali, l'approvazione ottenuta da Pitagora in Crotone e l'entusiasmo da lui suscitato in tutta la Magna Grecia  DiOG. VITI, 15; PoEF.  ecc. Seneca, che cita Posidonio ; Diog. Vili, 16; Forf. 21 ; GiAMBL. 33, 104, 130, 172; Eliano, Var. Hist. Ili, 17 ; Diod. XII, 20. V. DioG. Vili, 3; Porf. 21 sg , 54; Giambl.; CICERONE (vedasi) Tusc.; Diod, ìragm.; Giustino; Dione Crisost. or.  ; Plut. c. princ. philos. Op. ciL,  Cognetti De Martiis, Socialismo antico^ (Torino. furono piuttosto l'effetto da un lato delle virtù intrinse- che delle sue dottrine e del suo insegnamento, e dall' al- tro della disposizione e attitudine di quelle genti a in- tenderlo ed apprezzarlo. Poiché il misticismo ed ogni moto idealistico trovò sempre fra loro un generale e pron- to assenso e un gran numero di seguaci, sia nei tempi più antichi, sia durante il medio evo e nell' età moderna. In queste attitudini dei popoli del mezzogiorno sta la ragione del rapido diffondersi delle dottrine pita- goriche, che furono accettate quasi universalmente : tanto che molti, i migliori per intelligenza e per elevatezza morale, presi d'ammirazione per la profonda scienza del Maestro, si accostarono a lui, e, desiderosi di penetrare più addentro nella conoscenza del suo sistema filosofico, di cui intravvidero ed intuirono la vastità e la compren- sione, si ridussero a poco a poco a vivere con lui, atti- rati nella sua orbita d'azione e di pensiero da quella spontanea simpatia che hanno sempre esercitato sugli al- tri tutti i grandi apostoli dell' umanità. Così fu formato il Sodalizio, del quale fu poi aperto (1) Così p. es. l'idea religiosa di cui si fece poi paladino e ca- valiere S. Francesco, partì appunto dalla Calabria, con l'abate Gioacchino da FIORE (vedasi) TOCCO (vedasi), L'Eresia nel M. E.^ lib. li, eie II). Del resto il Pitagorismo si mantenne sempre vivo nell' Italia Me- ridionale, (di dove penetrò in Roma con Ennio) e vi sorse a nuo- vo splendore con la scuola di TELESIO (vedasi), dalla quale uscirono, fra gli altri, CAMPANELLA (vedasi) e BRUNO (vedasi) —Levi, BRUNO (vedasi), Torino. Porfirio ., racconta che più di duemila cit- tadini con le mogli e i figli si raccolsero nell' Homakoeion e vis- sero mettendo in comune i loro beni e reggendosi con statuti dati loro dal filosofo, che veneravano come un Dio. l'accesso a tutti i buoni — uomini e donne: e alla sua filosofica famiglia il Maestro diede quel medesimo or- dinamento che aveva forse visto attuato nelle scuole del- l' Oriente e dell' Egitto, nelle quali come s' è accennato, egli aveva probabilmente preso conoscenza dei Misteri. L'istituto divenne ad un tempo un collegio d'educazione, un'accademia scientifica e una piccola città modello, sot- to la direzione d' un grande iniziato ; e per mezzo della teoria accompagnata dalla pratica, delle sciq^ze unite alle arti, vi si giungeva lentamente a quella scienza delle scienze, a queir armonia magica dell' anima e dell' intel- letto con l'universo, che i Pitagorici consideravano come l'arcano della filosofia e della religione. La scuola pita- gorica ha perciò un'importanza assai grande, perchè fu il piti notevole tentativo d' iniziazione laica : sintesi an- ticipata dell' ellenismo e del cristianesimo, essa innestò il frutto della scienza sull'albero della vita, e conobbe quin- di quell'attuazione interna e viva della verità che sola può dare la fede profonda; attuazione efiìmera, ma d'im- portanza capitale, perchè ebbe la fecondità dell' esempio.Secondo che fu data maggiore importanza all'uno 0 all'altro degli elementi costitutivi della dottrina pita- gorica 0 alle forme e agli effetti esteriori di essa, diverso  Sulle donne pitagoriche sarebbe opportuno e desiderabile uno studio, che darebbe certo gran luce su molti fatti. Ad esse era impartito un insegnamento particolare ed avevano iniziazioni pa- rallele, adattate ai doveri del loro sesso. Giamblioo, dà i nomi di 17, tutte chiarissime; Dioo. Vili, 41 sg. ; PoRF. i9 sg. ecc. anche Schure.  ScHURÈ.  fu il criterio che gli studiosi portarono nel giudicare per quali intendimenti il filosofo avesse voluto creare questo Sodalizio. Alcuni non ne videro che l'intento politico; così, se- condo il Krische, « la società ebbe meramente lo scopo di restaurare, consolidare e. accrescere il potere decaduto degli ottimati e, subordinati a questo, due altri scopi, uno morale e l'altro di coltura: di rendere cioè i suoi mem- bri buoni ed onesti, affinchè, se fossero chiamati al reg- gimento della cosa pubblica, non abusassero del loro po- tere con l'opprimere la plebe, e questa comprendendo che si provvedeva al suo benessere, stesse contenta al suo stato ; e di far studiare la filosofia a coloro che si accingessero al governo dello Stato, perchè non si può aspettare un governo buono e sapiente se non da chi sia colto ed erudito. Ora quanto sia incompiuta ed im- perfetta questa opinione del Krische apparirà dal seguito del nostro studio. Gli intenti del riformatore non furono politici soltanto, ma anche morali, filosofici e religiosi ; né il suo insegnamento voleva mirare solo a Crotone, o alla Magna Grecia, sibbene ^Wuomo in generale ; il con- tenuto politico che esso poteva avere era quindi appena una parte, e neppure la principale, di un larghissimo sistema scientifico e filosofico, che abbracciava tutto lo scibile. Altrimenti, nota giustamente lo Zeller, non si spieghe- Cfr. il giudizio del Meinees, Hist. d. scienc. etc. V. II, p. ] e quello molto strano del Mommsen, St. di Roma antica^ Roma-Torino: Siffatte tendenze « oligarchiche informavano la lega solidaria degli « Amici », « fregiata del nome di Pitagora ; essa ingiungeva di venerare la « classe dominatrice come divina, di trattare come bestie quei « della classe servile ecc. » ! rebbe l' indirizzo fisico e matematico della scienza pitago- rica, e il fatto che le testimonianze piti antiche intorno a Pitagora ci mostrano in lui più che l'uomo di Stato, il teurgo, il profeta, il sapiente e il riformatore morale. In realtà egli mirava ad elevare nello spirito e nei costu- mi i suoi discepoli, sia impartendo loro una cultura e una scienza univ ersale, sia facendo ad essi praticare la più rigorosa disciplina dell'animo e delle passioni. Con questo egli otteneva anche lo scopo, eminentemente civile e umanitario, di migliorare via via sempre più facilmente e largamente i cittadini e gli uomini tutti, poiché ogni discepolo portava poi necessariamente fuori della scuola, nella sua vita domestica € pubblica, la moralità e la dot- trina in quella acquistata, diffondendola con la parola e con l'esempio tra i famigliari, i parenti, gli amici. E in conseguenza di ciò dovette compiersi a poco a poco un mutamento anche nel governo della città, per il fatto che i primi ad approfittare e a .far tesoro delle nuove dottrine essendo stati probabilmente gli ottimati, questi 0 direttamente, se ne facevano parte, o indirettamente, se erano privati cittadini, dovettero portare nel governo un nuovo indirizzo razionale e una più rigorosa moralità. L' alleanza quindi fra il Pitagorismo e l'aristocrazia, come osserva ancora lo Zeller, fu non la ragione, ma l'effetto dell'indirizzo generale della scuola che chiamava a sé i migliori ; e se la tradizione ci rappresenta il Sodalizio co- me un' associazione politica, ciò è vero a patto che non vogliamo anche affermare che il suo indirizzo religioso, etico e scientifico sia stato una conseguenza della posi- ci) V. Eraclito pr. Dioc. Vili, 6; Erodoto — Zeller, D. PhiL d, Oriech. Ph. zione che i pitagorici presero nel campo politico ; perchè invece fu proprio il contrario. Assai diversamente giudicò la natura della società pi- tagorica il Grote (1), che la disse di carattere religioso ed esclusivo, e ad un tempo attivo e spadroneggiante, poiché i suoi membri attivi avevano appunto 1' ufficio di influire nel governo e sul governo, mentre i contempla- tivi attendevano agli studi; proprio come nella organizza- zione dei Gesuiti coi quali, dice, i Pitagorici presentano una notevole somiglianza. Secondo lui insomma i seguaci del filosofo non furono che « un privato e scelto nucleo d'uomini, di fratelli^ che abbracciarono le fantasie reli- giose del Maestro, il suo canone etico, i suoi germi (? !) d' una idea scientifica e manifestarono la loro adesione con particolari osservanze e riti ». In tutto questo vi è appena qualche ombra di vero; 1' esagerazione ha tolto la mano all'autore. Il concetto religioso ci fu senza dubbio in Pitagora, esso costituiva anzi il pernio di tutto l' in- segnamento esoterico, e il punto di partenza della mera- vigliosa dottrina dei numeri che lo simboleggiava; ma non si trattò punto di fantasie più o meno strane e irrazio- nali ch'egli volesse dare ad ii\ tendere ai suoi seguaci, sì bene di quella stessa dottrina religiosa che in Egitto, in Oriente e in Grecia si insegnava nei Misteri e nelle scuole filosofiche, unica nella sua sostanza — benché diversa nelle forme e nei simboli esteriori — perché dovunque derivata dalla stessa tradizione, e, per quanto mistica, fondata tuttavia saldamente sopra una verace e controlla- bile esperienza. Il paragonare poi il sodalizio stesso alla Hist. of. Oreeee; cfr. Ritter, Oeseh. d, Phi- los,  setta gesuitica, è un errore, che dimostra in chi ha po- tuto fare simile raffronto ben poca penetrazione nello spi- rito che informava quell' antichissimo istituto ; è un giu- dicarlo dalle sole apparenze esteriori, un disconoscerne gì' intenti non settarii, ma plrofondamente umani, uno svi- sare infine l'opera di uno dei pili grandi pensatori e apo- stoli che r umanità abbia avuto. Più vicino al vero è il giudizio del Lenormant, in quan- to egli seppe vedere sotto le fo'^m^ della religione l' in- tendimento morale di Pitagora; ma ancora più giusto e compiuto, perchè rispondente a tutti i dati di fatto la- sciatici dalla tradizione, è quello che del Sodalizio diede uno storico italiano, il Centofanti, col definirlo una So- « ci età modello, la quale, se intendeva a migliorare le « condizioni della civiltà comune e aspirava ad occupare « una parte nobilissima e meritata nel governo della cosa « pubblica, coltivava ancora le scienze, aveva uno scopo « morale e religioso e promoveva ogni buona arte a per- « fezionamento del vivere secondo un' idea tanto larga « quanto è la virtualità delV umana natura. Con lui si accordarono press' a poco lo Chaignet  e lo Zel- ler (4), per il quale la scuola si distingueva da tutte le associazioni analoghe « per il suo indirizzo morale » pog- giato su motivi religiosi or guidato da sani metodi d'edu- cazione e di istruzione scientifica. Il Duncker quindi scris- se con molta verità che Pitagora fu « non solo il Maestro « d' una nuova sapienza, ma altresì il predicatore di una  Op. Git. l.  Studi sopra Pitagora, nel voi. La Letteratura greca (Fi- renze, Le Monnier), Opere  Pythagore et la philos. pythag.  Die Philos. der Orieehen V" « nuova vita, il fondatore di un culto nuovo e il bandi- « tore d' una nuova fede. Soltanto tale novità , va intesa come relativa ai luoghi e ai tempi ; poiché, come ho detto sopra, il fondo esoterico della dottrina aveva ori- gini assai remote. 4. Se tale era dunque l' intento della Società pita- gorica, se al di sopra di ogni altra considerazione il grande di Samo pose quella di riformare interiormente gli uomini e con ciò di modificare anche — necessariamente — le condizioni esterne della vita individuale e sociale, se egli mirò a costituire una religione fondata sul sentimento in- teriore e non sulle pratiche esterne del culto, alle quali ben raramente ed in pochi corrisponde un'adeguata cono- scenza e persuasione, e che perciò acquistano un valore di mera superstizione e di vuoto formalismo dogmatico, era troppo naturale che la nuova istituzione dovesse su- scitare i timori degli elementi conservatori della società crotouese ed italiota, e sopra tutto le ire di quegli ari- stocratici ignoranti che ne erano stati esclusi per deficien- za intellettuale e morale, e dei sacerdoti che vedevano allontanarsi dalla religione tradizionale e quindi sfuggire al loro dominio tanta parte — la parte migliore — della gioventìi. E le calunnie che tutti costoro seppero sparge- re, dovevano purtroppo trovare, come sempre, facile cre- dulità nel volgo e pronto aiuto in tutti coloro che dalle nuove idee vedevano lesi o minacciati i loro interessi per- sonali; tanto pili che — come accade in ogni nuovo mo- vimento d'idee che tocchi e trasformi l'assetto politi- co e sociale, — delle incertezze, degli errori, delle de-  Qeseh. d, Alter. . bolezze, della violenza partigiana di qualcuno fra gli adepti e fautori della Società avranno ben tosto cercato di trarre partito, mettendole in rilievo, gli avversari delle nuove dottrine. Ma di questo noTi è fatto ricordo da nessun au- tore. È fatto invoce espresso ricordo di un tal Cilene, aristocratico, che per la sua crassa ignoranza e per la sua inettitudine non potè essere ammesso a far parte del So- dalizio interno, e che « pien d' ira e di corruccio » co- minciò a brigare fra i malcontenti, a spargere voci calun- niose, a mettere in cattiva luce le cerimonie e 1' azione segreta della Società, continuando la lotta con quell'a- sprezza e quella tenacia che gli veniva dall'orgoglio gra- vemente offeso e dalla certezza di essere spalleggiato da molti. Egli in questo modo, favorito com' era anche dalla sua elevata condizione sociale e dalle idee democratiche, allora penetrate nella Magna Gi'ecia da cui seppe abil- mente trarre vantaggio, potò creare nel Consiglio Sovrano dei Mille una forte opposizione, che, allargandosi e diffon- dendosi fra il popolo, facilmente ingannato dalle apparen- ze esteriori sotto alle quali non vedeva altro che mistero, dette poi luogo ad una vera e propria sommossa contro il filosofo ed i suoi seguaci. Così che, se il moto fu effettivamente moto di popolo contro il reggi- mento arivStocratico, l'ispirazione tuttavia venne dalla parte meno buona dell' aristocrazia e dal sacerdozio ufficiale. Un decreto di proscrizione bandì senz' altro Pitagora, die, dopo aver cercato invano ospitalità a Caulonia ed a Locri, fu accolto in Metaponto, dove morì non molto tempo do- po ; ed una fiera persecuzione fu iniziata contro i pitago-  V. in proposito ciò che dice con molta verità il Centofanti, op. cit. p. 4l6 sgg. rici, parte uccisi e parte cacciati anch' essi in bando e profughi nelle terre vicine. La durata del Sodalizio fu dunque assai breve, di non pili che quarant' anni ; tuttavia 1' efficacia dell' insegna- mento pitagorico durò per lungo tempo attraverso i se- coli e la sua fiamma non si spense mai, conservata religiosamente e religiosamente trasmessa di generazione in generazione dagli eletti a cui fu affidato via via il sa- cro deposito; cosicché il fondo delle dottrine esoteri- che si mantenne, e i tempi successivi in grande o in pic- cola parte poterono conoscerle. Nel sodalizio si distinguevano due classi di adepti; quella degli ammessi ad un grado di iniziazione (disce- poli genuini o famigliari) e quella dei novizi o semplici uditori (acustici o pitagoristi); ai primi, distinti alla loro volta in varie classi, forse in corrispondenza coi diversi gradi, (pitagorici, pitagorei, fisici, matematici, sebastici) e discepoli diretti del Maestro, era fatto l'insegnamento eso- terico 0 segreto; gli altri potevano assistere solo alle le- ziorìi esoteriche, di contenuto esr^enzialmente morale, e AmsTOTiLE ci fa sapere (Polii. V, lO) che \q sissitie italiche, anteriori a tutte le altre, duravano tuttavia nel suo secolo; certo per la congiunzione loro coi posteriori istituti pitagorici. V. CenTOFANTi,  e cfr. Cognetti De Martiis. Il Pitagorismo appare nel mondo romano e noli' Italia me- dioevalo e moderna in tutti i periodi di risorgimento filosofico. La repubblica utopistica di Platone come quella del Campanella ripro- ducono molto da vicino l' ideale di vita che fu realmente praticato neir istituto Crotonese. !3; V. Clem. Stromat.  D ; Ippol. Eefut. ; PoRF.  ; GiAMBL..; Gell. I, 9, anche Yil- LOisoN, Anecd. - Secondo uno scrittore dal quale attinse 19t) non erano ammessi alla presenza di Pitagora, ma, come dice la tradizione, lo sentivano, talvolta, parlare da die- tro un velario che lo nascondeva ai loro occhi. Prima di ottenere l'ammissione non solo ai gradi d'i- niziazione, ma anche al noviziato, bisognava subire prove ed esami rigorosissimi, poiché, diceva Pitagora, « non ogni legno era adatto per farne un Mercurio »; anzitut- to, come ci narra Aulo Gelilo (1), un esame fisionomico che attestasse della buona disposizione morale e delle attitudini intellettuali del candidato (2); se questo esame era favorevole e se le informazioni procurate intorno alla moralità e vita anteriore erano soddisfacenti, egli era ammesso senz'altro e gli era prescritto un determinato periodo di silenzio (echemythia), che variava, secondo gli individui, dai due ai cinque anni, durante i quali non gli era lecito che di ascoltare ciò che era detto da altri, senza mai chiedere spiegazioni nò fare osservazioni. In questo come nel lungo meditare e nella piìi rigorosa e severa disciplina delle passioni e dei desideri praticata per mezzo di prove assai difficili, prese dall'iniziazione egiziana, consisteva il noviziato (parashevé). a cui erano Fozio (Cod.), gh adepti erano distinti in Sebastici, politici, matematici, Pitagorici, Pitagorei e pitagoristi ;. e lo stesso scrittore aggiunge che i discepoli diretti di Pitagora erano chiamati pitago- rici, i discepoli di questi pitagorei e i discepoh essoterici o novizi pitagoristi. Dal che Roeth deduce che i membri della piccola scuola pitagorica erano chiamati pitagorici e quelli della grande pitagorei ; ed a ra- gione, purché non si identifichino questi ultimi con i pitagoristi o discepoli essoterici, ma bensì si considerino come gh iniziati di pri- mo grado. Noci. Att..  OmaiNE fa Pitagora inventore della « fisionomica. sottoposti gli acustici. Costoro appena avevano imparato, col lungo tirocinio, le due cose piti difficili, cioè l'ascol- tare e il tacer e, erano ammessi fra i matematici e allora soltanto potevano parlare e domandare, ed anche scrivere su ciò che avevano udito, esprimendo liberamen- te la loro opinione. Nel tempo stesso che imparavano ad accrescere la potenza delle loro facoltà psichiche, la loro sapienza si faceva a grado a grado più elevata e più va- sta, sino a giungere all'intelligenza deìV Essere assoluto, immanente neil' universo e nell' uomo : chi arrivava a questa che era la più alta cima della speculazione filo- sofica, e che segnava la fine di tutto l' insegnamento eso- terico, otteneva il titolo corrispondente a questa inizia- zione epoptica, cioè il titolo di perfetto (teleìos) e di ve nerahile (sehastikós) ; oppure chiamavasi per eccellenza nomo. L' obbligo essenziale che si imponeva agli adepti era quello del silenzio e della segretezza verso gli altri, senza eccezione per parenti o per amici. Tanto che per- sino i già iniziati, se avessero lasciato trapelare qualche cosa agli estranei, erano espulsi come indegni di appar- tenere alla Società e considerati come morti dagli altri confratelli, che innalzavano ad essi nell' interno dell' isti- (Ij Così chiamati dalle discipline che professavano, cioè la geo- tnetria^ la gnomonica, la medicina^ la musica ed altre d' ordine superiore, per mezzo delle quali si elevavano alle più sublimi ed eccelse vette della scienza umana e divina. - Sulla medicina v. E- LiANO, Var. Hist. IX, 22.  V. Tauro pr. Gellio, L e; Diog. Vili, 10; Apul. Fior. II, 15; Clem. Strom. V,  A; Ippol. Refut. I, 2, p. 8, 14; Giamel. 71 sg., 94; cfr. 21 sg.; Filop. De an. D 5 b; Luciano, Vii. auct. 3; Plut, De curios. p. 309. tuto un cenoiafio. È rimasta famosa e proverbiale quindi la fermezza con la quale i Pitagorici sapevano cu- stodire il segreto su tutto ciò che riguardava la scuola. Allo stesso modo era considerato come morto chi, pur avendo dato buone speranze di sé e della sua elevatezza spirituale, finiva col mostrarsi inferiore al concetto che aveva fatto nascere dalla sua capacità. Tali casi però, ò bene notarlo, dovettero essere assai rari, poiché la lun- ghezza del tempo di prova che precedeva il passaggio da un grado a un altro aveva appunto lo scopo di rendere impossibili o di limitare al minimo gl'inganni e le de- lusioni. L'essere stato accolto fra i novizi ed anche la ricevuta iniziazione non obbliga^^a per nulla alla vita cenobitica. Molti anzi, o per la loro condizione sociale o perchè non sapessero rinunziare interamente al mondo o per altre  A questo proposito sappiamo da Clemente (^S^row. V, 574 D), che riferisce una tradizione ben nota, come Ipparco, a causa ap- punto dell' avere fatto conoscere la dottrina segreta del Maestro con un suo famoso scritto in tre libri, del quale ci parlano anche Diogene Laerzio (VITI, lo) e Giamblico, fu cacciato dalla Scuola. Cfr. Oeigune, Cantra Celsurn III, p. 142 e II, p. 67 Can- tab,; GiAMBL.; Th. Canterus, Var. Leet. I, 2. (2) V. Plut. Numa^ 22; Aristocle p. Edseb. pr. ev. XI, 3, 1; PSEUDO Liside pr. GiAMBL. . e Diog.; Giambl. . (ViLLOisoN, Aneed. II, p. 216); Porf. 58; un anonimo pr. Menagio in DioG. VIII, 50. Cfr. Platon., jS'p. , l'afferma- zione di Neante su Empedocle e Filolao, e il racconto dello stesso scrittore e di Ippoboto (pr. Giambl.) secondo il quale Myl- lia e Timycha sopportarono i più crudeli tormenti e 1' ultima si tagliò la lingua, piuttosto che rivelare a Dionigi il vecchio la ra- gione dell'astinenza dallo fave. Così Timeo (pr. Diog. Vili, 54) af- ferma che Empedocle e Platone furono esclusi dall' insegnamento pitagorico, perchè accusati di « logoklopia ». ragioni, continuavano la loro vita ordinaria, che natural- mente informavano ai principii morali e alle conoscenze acquisite, diffondendo così con la pratica e con la parola il bene a cui l'insegnamento appunto mirava. Erano questi i membri attivi^ di cui ci parlano alcune testimo- nianze; gli altri invece, gli speculativi^ vivevano sempre nell'Istituto, dove, in perfetto accordo con tutte le altre pratiche e leggi dell'Istituto stesso, le quali miravano so- pratutto a far scomparire ogni forma di egoismo e di orgoglio individuale, era praticata un'assoluta comunione di beni. E non è poi così strano da doversene negare la verità (1), che uomini dati a speculazioni filosofiche e re- ligiose e a pratiche morali, e che vivevano insieme' per uno scopo unico, mettessero in comune i loro beni, per il vantaggio dell'insegnamento e per la diffusione delle loro idee. Che cosa poteva trattenere i discepoli interni^ non legati più dai vincoli del mondo, da questa comu- nione di beni ? E quanto agli esterni, non è naturale pensare che, per la virtù della fratellanza e dell'amore acquistata nel comune insegnamento, ciascuno mettesse spontaneamente tutte le sue sostanze, anzi tutto se me-  Secondo Zeller lo testimonianze di Epicuro (o Diocle) pr. Diog. X, Il e di TiMKO di Taurom. ibid.^ Vili, 10) che fu anche, secondo Fozio (Lex. y. v. Koinà) introdurre da Pitagora la comu- nità dei beni fra gli abitanti della Magna Grecia sono troppo re- centi. Ma cfr. anche gli Schol. in Fiat. Phaedr.  Bekk., e le testimonianze che troviamo in Dioo. VILI, IO; Gell. I, 9; Ippol. Refut.; Porf. 20; Giamrl.  ecc. Krische crede che fonte di questa tradizione sia stata una falsa (?) interpretazione della nota massima « le cose degli amici sono comuni »; il che mi pare ben poco fondato, se si pensi che non è neppur corto che questa massima appartenesse in modo particolare ai pitagorici (Aristot. FAh. Nic.). desimo a disposizione dei suoi confratelli ? Ed infatti noi sappiamo che i Pitagorici usavano particolari segni di riconoscimento  ~ come il pentagono e lo gnomone, incisi sulle loro tessere, e la forma caratteri- stica del saluto dei quali dovevano servirsi sia per conoscersi ed aiutarsi subito a vicenda nei loro bisogni sia per essere accolti, fuori di Crotone, dagli adepti di altre scuole consimili, numerose così nella Magna Grecia come nella Grecia e nell'Oriente. La vita che si conduceva nell' istituto da quei disce- poli che vi rimanevano in permanenza ci e sufficiente- mente nota per le narrazioni dei neo-pitagorici e per le notizie sparse qua e là nelle opere dei più antichi autori. Tutto era ordinato con norme precise che nessuno tra- sgrediva mai; il che si intende facilmente, se si pen- si che ognuna di esse aveva la sua giustificazione razio- nale e che, salvo alcune rigorosamente prescritte, erano DioD. Siculo Exeerpt. Val. Wess. ; Diog. Vili, 21. GiAMBL.. gU Sckol, alle Nuvole di Aristofane Dind. Krische Luciano, De Salut. Per questo, e forse per altre analogie (come quella delle a- dunanze notturne di cui ci parla Diog.) si è paragonato da alcuno l' Istituto pitagorico con altre società segrete dei nostri tempi. V. su questo proposito un cenno fuggevole nel Dici, de biogr. génér.^ Firmin-Didot, Paris, , t. 41, col. 243-244: « Les souvenirs de collège formaient sans doute pour les pythagoriciens ce lien sacre qu' on a depuis voulu assimiler à je ne sais quelle société de Roseeroix ou de Francs-ma^ons ».  PoBF. . che cita Nicomaco e Diogene (autore d' un libro sui prodigi); Giambl. date più in forma di redola o di consiglio, che di vero e proprio comando. Di buon mattino, dopo Ja levata del sole, i cenobiti si alzavano e passeggiavano per luoghi tranquilli e silen- ziosi, fra templi e boschetti, senza parlare ad alcuno pri- ma di avere ben disposto il loro animo con la medita- zione ed il raccoglimento. Poi si adunavano nei templi 0 in luoghi simili, ad imparare e ad insegnare — poi- ché ciascuno era e maestro e discepolo e praticavano continuamente particolari esercizi per acquistare la padronanza delle passioni e il dominio dei sensi, svilup- pando in modo speciale la volontà e la memoria e le fa- coltà superiori e più riposte dello spirito. Non si trat- tava peraltro né di mortificazione della carne e rinun- zia forzata ed obbligatoria ai piaceri normali delia vita, ne di altre simili aberrazioni fratesche e conventuali: Pi- tagora voleva soltanto che ognuno si mettesse in grado di assoggettare il corpo allo spirito, per modo che que- sto fosse libero nelle sue operazioni e nel suo svolgi- mento interiore : ma il corpo doveva essere mantenuto sano e bello, perchè in esso lo spirito avesse uno stru- mento perfetto quant' er : possibile : onde gli esercizi gin- nastici d' ogni genere fatti ali' aria aperta, e le prescri- zioni minuziose intorno all' igiene e specialmente ai cibi e alle bevande. In generale i pasti erano assai parchi, (1) Il rispetto alia libertà individuale era una delle caratteristi- che, e forse la più bella del metodo pedagogico pitagoreo. V. su tale metodo F. Cramek, Pythag. quomodo educaverit atque insti- siuerit. Anche questa era una sapiente e razionale disposizione, abi- tuando i discepoli alla virtù attiva. ridotti al puro necessario, eJiminaudo tutto ciò che potes- se offuscare la serena funzione dello spirito ed aggravare inutiluiente lo stomaco. Pane e miele al mattino, erbe cotte e crude, poca carne e solo di determinate qualità ed animali, raramente il pesce e pochissimo vino la sera durantB il secondo pasto (1), il quale doveva essere ter- minato prima del tramonto, ed era preceduto da passeg- giate, non pili solitarie, ma a gruppi di due o tre,  e dal bagno. Terminato il pranzo, i commensali, riuniti intorno alle tavole in numero di dieci o meno, si trattenevano a discorrere piacevolmente, a leggere ciò che il più anzia- no prescriveva, di poesia e di prosa, e ad ascoltare della buona musica che disponeva gli animi alla gioia e ad una dolce armonia interiore. Poiché « la musica, onde tutte le parti del corpo sono composte a costante unità di vigore, è anche un metodo' d'igiene intellettuale e mo- rale, e però compieva i suoi effetti nell'anima perfetta- I  La tradizione più diffusa ci parla di assoIui;a astinenza dalle carni, dal vino e dalle fave. Pitagora forse era un puro vegetaria- no, come ci attestano Eunosso pr, Porf. 7 ed Onesicretopr. Strab.  Gas. Ma non possiamo affer- mare che tale dieta fosse assolutamente obbhgatoria per tutti : al- trimenti non potremmo spiegarci come mai alcune testimonianze parlino di certe qualità di carne rigorosamente proibite. Probabil- mente P astinenza dalle carni e dal vino ( quella delle fave pare fosse prescritta nel modo più formale e categorico) fu un semplice uso, derivante dal. bisogno o dal desiderio di manteaer sempre sve- glio lo spirito e di rendere meno tirannico — pur conservandolo sano — il corpo e meno forti le sue esigenze. La dottrina della trasmigrazione delle anime non entrava per nulla in tale divieto ; poiché essa aveva un significato e un valore assai diverso da quel- lo normalmente attribuitole, secondo la comune credenza della sua derivazione dall' Egitto. mente disciplinata di ciascun pitagorico » (1). Non man- cavano iiifìno, durante la giornata, alcune semplici ceri- monie religiose, piii precisamente simboliche, che servi- vano a mantenere sempre vivo e presente in ognuno il culto ed il rispetto di quell'Essenza da cui emanava e a cui doveva tornare — secondo la dottrina mistica del Maestro — il principio animico e sostanziale di ciascun individuo umano. Altre testimonianze ci parlano di astensione dalla cac- cia, dell'uso di vesti bianche !2) e di capelli lunghi (3). Quanto slìV obblUjo del celibato di cui parla lo Zeller, non solo non ò dato da alcuna testimonianza (4), ma è contrario anzi a quelle molte che ci parlano di Teano, moglie di Pitagora, dalla quale questi avrebbe avuto piìi figli  ed alle altre ove sono determinate le norme ri- Cento FANTI, ) GiAMBL.  che desunse forse la notizia da Nicomaco cfr. RoHDE, Rh, Mas.). Aristosseno, da cui è forse presa — mediatamente — la notizia contenuta nel § lOO, non parlava che dei Pitagorici del suo teuipo. V. Apul. De Magia e; Filostb. Apollo??.. ; Elian(., V. (Iht. XTI. 32.  FlLOSTR. l. C.  Egli cita veramente Clem. Strom. IH, 435 C. e Diog. Vili, 19 ; ma nel primo di questi luoghi è detto solo . che da alcuni si affermava i^he i Pitagorci « si tenevano lontani dall'amore carna- le »; ciò che non significa punto che l'amore stesso fosse loro proibito : anche qui probabilmente si trattava di una semplice pra- tica liberamente voluta dai più degli adepti. Nel secondo luogo ci- tato è detto semplicemente che Pitagora « non si seppe mai che si abbandonasse a pratiche sessuali » .  Ermesianatte pr. Ateneo XllI, 599 a; Diog. Vili, 42; Porf. 19 ; GiAMBL.; Clem. Paedag. Il, e. 0, p. 204; Strom. , .; Plut. Coniug. praec.  ; Stob. Eel. I, 302; Fiorii.; Fiorii. Monac.  (Stob. Fior. ed. Mein.); Teodoreto, Semi. guardo al tempo più opportuno per dedicarsi all'amore (1); e contrario poi — ciò che è piìi importante — allo spirito della dottrina del filosofo, per il quale la famiglia era sa- cra, e i doveri ad essa inerenti erano indicati con molta precisione ed accuratezza, massime nell'insegnamento fatto alle donne. Anche il celibato insomma non dovette essere che una pratica dei piìi ferventi discepoli, i quali, dediti interamente alle speculazioni filosofiche ed agli studi, cre- dettero forse di trovare nei vincoli di famiglia un osta- colo alla libertà dei loro studi e delle loro meditazioni. Queste, in breve le notizie che ci restano della storia esterna dell' Istituto e del suo ordinamento interno. Per quello che riguarda in particolare l'insegnamento, ab- biamo dunque veduto che esso era duplice e che per essere ammessi a quello chiuso o segreto era necessario aver dimostrato, con lunghi anni di prova, di esserne de- gni e di avere tutte le attitudini necessarie a riceverlo. Chi non dava tali garanzie poteva usufruire soltanto del- l'insegnamento esoterico o comune, privo di ogni sim- bolismo e alla portata di tutti, di carattere essenzialmente morale. Abbiamo anche accennato che i discepoli esote- rici erano iniziati gradatamente a forme sempre piìi ele- vate di conoscenze — teoriche e pratiche — , nascoste sotto il velo di particolari formule simboliche, facili da ricordare e schematiche, le quali avevano il vantaggio che, conosciute dai profani, non rivelavano per nulla il loro senso riposto e metaforico (2). Con ciò si voleva evi- I  DioG. vili, 9. L' Arte Mnemonica di Eaimondo Lullo, uno dei precursori del Beuno e maestro di Gioacchino da. Fiore, di Cor- tare il pericolo che conoscenze d'ordine superiore fossero date in balia a menti inette a comprenderle, le quali, appunto per questo, le divulgassero poi con restrizioni, limitazioni e imperfezioni derivanti dalla loro intelligenza inadeguata e così nascesse il discredito e il ridicolo sulle dottrine fondamentali e su tutto l'insegnamento. Il cri- terio usato neir impartirle era dunque che « non si do- vesse dir tutto a tutti » e tale criterio — aristocratico nel senso più ampio e più bello della parola — del pro- porzionare le conoscenze alla capacità individuale, non può certo reputarsi illogico o segno di vana superbia e di orgoglio intellettuale : anzitutto ò accaduto in ogni tempo che dottrine intrinsecamente buone abbiano via via perduto, col troppo diffondersi, gran parte della loro per- fezione primitiva ed abbiano finito o con V andare sog- gette ad ogni sorta di travestimenti e di inquinamenti od anche col perdere affatto il loro contenuto sostanziale, pur conservando le manifestazioni esterne e i segni for- mali di esso ; in secondo luogo non essendo mai chiesto all'individuo più di quello che le sue facoltà naturali e le sue conoscenze effettive potessero comportare, e lo svol- gimento delle facoltà stesse procedendo secondo quella progressione che la natura pone nell' esplicarle e secondo i gradi della superiorità loro nell' ordinata ed armonica conformazione della persona umana, non veniva ad esse- re turbato in nessun momento quell' equilibrio, nel quale sì conteniperano in armonia perfetta le varie attitudini di ciascuno, e ne nasceva per l' individuo stesso una pace indisturbata e una fiducia in se medesimo, che non dava NELio Agrippa, del Paracelso ecc., ebbe lo stesso carattere di una. simbolica universale, intelligibile ai soli iniziaci. mai luogo allo scoraggiamento e allo sconforto. Tutta la vita era quindi sottoposta alla legge d'un' educazione si- stematica e c(mtiuua, e delle attitudini individuali face- vano uno studio diligente, coscienzioso ed incessante quelli che erano piti in alto nell' ascesa verso la perfezione. Nei rapporti degli adepti fra loro e con gli altri uomi- ni era legge suprema l' amore, e questo infatti regnava sovrano tra quelle anime, avide soltanto di ben© e desi- derose di attuare quant' ò possibile in questa vita quel- l'ideale di giustizia che è, attraverso i secoli, la perenne aspirazione di tutti i buoni. Nella scuola e nell' insegna- mento invece era il principio autoritario che prevaleva ; principio razionale e giusto quando corrisponda a una vera gradazione di merito e di valore individuale, e per nulla insopportabile, quando l'insegnamento sia animato 0 vivificato dall' amore reciproco fra discepoli e maestri, e quelli abbiano in questi fiducia e stima illimitata. Chi si avvia per la stiada del sapere e vuole arrivare all'ac- quisto di un qualsiasi sistema di conoscenze ha sempre nozione imperfetta e inadeguata delle verità che impara, finche non sia giunto a comprenderne per intero l'ordine necessario ; e le verità stesse, imparate che siano, non sono mai sufficienti a costituire il sapere, se non vi si unisca l'esperienza positiva della loro realtà. Ma poiché non tutte le nozioni, come si è già detto, potevano es- sere intese da tutti pienamente e ciò non di meno era necessaria la loro conoscenza, anteriore a quella delle lo- ro ragioni intrinseche ed ideali, non era possibile l'inse- gnamento di esse senza il principio d'autorità. E d'altro lato, non potendo questa medesima autorità essere tolle- rata a lungo dai discepoli, se alla simpatia non si fosse accompagnata anche la persuasione, nata dal riconosci- 207 mento sperimentale di altre verità prima soltanto apprese, era giustissimo il priocipio di coordinare l'insegnamento teorico ed il pratico. Oud' è che gli adepti accettavano volentieri e senza discutere le dottrine che gli iniziati superiori insegnavano in forma di precetti brevi, sempli- ci, facili, simbolici, sìa perchè erano rafforzate dall'auto- rità suprema del Maestro da cui derivavano, sia perchè gradatamente era anche insegnato a ciascuno il metodo per verificarle praticamente da se medesimo. Uipse dixit era pertanto, come dice benissimo il Centofanti (1), « la parola dell'autorità razionale verso la classe non ancora condizionata alla visione delle verità più alte e non par- tecipante al sacramento della Società », mentre poi il vedere in ?>7/r> Pitagora «valeva appunto la meritata ini- ziazione all'arcano della Società e della scienza ». Resterebbe ora da dire in che cosa consisteva l'insegnamento impartito con un metodo così rigoroso e prudente, quale era la nuova parola che Pitagora portò fra quelle popolazioni, così piena di fascino da persuadere tante nobili intelligenze ed ammaliare tanti cuori, e a quale spirito era informato un. sistema educativo, che non solo sui giovani, ma anche sugli uomini aveva tanto po- tere da trasformarne la natura morale e tutta la costitu- zione psichica. Ma poiché questa esposizione della dottri- na pitagorica è già stata fatta da molti, basti qui il dire che eèsa, riprendendo ed ampliando il pensiero reli- Puoi vederla esposta assai bone nei citati lavori del Cento- fanti e dello ScHURÈ ; per quanto a quost' ultimo manchi in parte il necessario corredo di prove e di testimonianze. gioso che la tradizioDe leggendaria personificò in Orfeo, coordinava le ispirazioni orfiche in un sistema vasto e compiuto, e che, essendo fondata su un sapere sperimen- tale e accompagnata da un ordinamento razionale di tutta la vita, mirava a perfezionare gli individui, non solo con l'approfondirne e l'estenderne le conoscenze teoriche, ma anche essenzialmente con l'accrescerne a grado a grado la ricchezza delle forze interiori, per lo sviluppo — ot- tenuto con lunghe e pazienti pratiche delle facoltà latenti del riposto ego divino, principio sostanziale di ogni attività dell* uomo. (1) Erano pratiche magiche che si usavano del resto in tutte le scuole mistiche e che non eccedevano, se non apparentemente e solo per i profani, i limiti della natura ; e chi abbia una cono- scenza anche superficiale di questi studi sa bene che la magia non era altro che un'arte, che si acquistava con cognizioni ed esercizi particolari e s.egreti. Per le testimonianze sull' uso di queste pra- tiche V. Plut. Numa 8, Apul. De Magia 3l ; Porf. 23 sgg., 34 sg.; GiAMBL. ., , dove sì parla di « antichi scrittori degni di fede ». Cfr. anche Ippol. Refut. , Euseb. pr. ev.  ; Aristot. p. Eliano ,   'ag Prefazione Introduzione Capitolo peimo : Inizii leggendarii e storici . » secondo : Quinto Ennio e i suoi tempi : Sette e scuole pitagoriciie in Rojna nel I secolo a. C >> : Pitagora e le sue dottrine negli scrit- tori latini del primo secolo a. C. . Lucrezio e il poema « Delia Natura Frammenti della dottrina di Pitagora de- sunti dalle opere di M. Terenzio Varrone Appio Claudio Pulcro — Cicerone e il « Somnium Scipionis Mimi ORAZIO (vedasi) Fiacco VIRGILIO (vedasi) Marone Pitagora e le sue dottrine nella poesia di Ovidio , Appendici Eitphorhos Il Sodalizio pitagorico di Crotone ...»  tg. 6 rigs i 2 pytagoreum pythagoreum » » ultima Turis Turio fatto fatta » 16 > 14 persino e persino »  permaneant permanont stituiti istituti » 40 » 16-21 Queste 6 righe sono rimaste inter nel testo, mentre andavano in i pie di pagina 6 ist isti per fra »  intellegibili intelligibili ultima Geory. Georg. ferun ferunt prae vista praevisa aequo aeque » » » 27 ilUis illis »  »  maior maiore » 66 9 32 Mullach V. Mullach ultima Leipzg Leipzig  « (Centra ( « Centra a poco a poco a poco senza altro senz'altro B Gianola, Alberto 21^ La fort-una de Pitagora G5 presso i Romani dalle origini fino al tempo di Augusto Nome compiuto: Gianola

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giavelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia fortinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese). Abstract. Grice: “I presented myself at Oxford as the expert on ‘significatio’ or meaning – without needing to quote anything that G. had said – since little did they care!” Keywords: significatio. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Grice: “I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a northern Italian, he is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!” Grice: “One good thing about Javelli is that he commented on MOST works by Aristotle!” -- Essential Italian philosopher. Studia a Bologna. Fu esegeta. Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al dibattito sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse, su richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M. Tavuzzi, in "Angelicum", DBI.Casale Monferrato.  Crisostomo Javelli was born in 1470 c., presumably in Piedmont, joins the Dominicans. On G. see GILSON, Autour de Pomponazzi: problématique de l'immortalité de l'âme en Italie, Archives d'histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G. OP A Biobibliographical Essay:  Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical Essay: Bibliography », Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The structure of G.’s work mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but also NICOLETTI (si veda)’s Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however, G. does not deal with obligations and insolubles.  The Compendium deals with the following topics:  Introductory remarks, which include a short history of logic;  terms (this part corresponds to the doctrine dealt with by Aristotle in De  Interpretatione);  propositions; the five praedicabilia (this section corresponds to Porphyry's Isagoge);  the antepraedicamenta, the doctrine of the categories (praedicamenta), and the postpraedicamenta (this treatise, as is clear, corresponds to Aristotle's Categories);  syllogism;  supposition theory;  ampliatio and appellatio, i.e. changes in the supposition of a term and changes  in the tenses of verbs; theory of consequentiae;  de probatione terminorum (this treatise deals with the ways in which it is possible to show the truth, or the probability of a proposition);  demonstrative syllogism (this part aims at expounding what Aristotle says in  his Posterior Analytics). The treatise is published in in Venice. The Compendium is rather successful, and goes through many editions. G. has many teaching positions within the dominican order and, most probably, he writes his Compendium logicæ for didactic purposes. The tendency to systematize the new logic of the late medieval authors and to present it as consistent with Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA (si veda)’s Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his treatises draw attention to the linguistic, and historical context in which ancient logic arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the latter's unfamiliarity with the Greek language, G.  dwells on the etymology of many key terms of logic, and shows a certain familiarity with both Greek and Latin. In his historical section,  G. maintains that Socrates and Plato are not strong in answering and solving  because they did not have logic, even though they were strong in asking questions or in raising doubts » (licet potentes essent ad interrogandum sive dubitandum, non tamen ad respondendum et solvendum propter logice carentiam). Logic is founded on its proper grounds by Aristotle, for whom  Javelli has words of deep admiration:  Hence, the Author of nature gave us Aristotle, who first discovered true logic with his almost divine mind and organized and brought it to completion in all its parts, so that we could discover the true rule of knowing that guides the human mind in arts and sciences."  TAVUZZI, G. OP Logicæ Compendium LIZIO, ordinatum per G. Canapicium ordinis praedicatorum, ex officina Ioannis Blaui de Colonia, Olvssipponae henceforth, G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ Ut igitur vera sciendi regula directiva humani intellectus in artibus et scientiis inveniretur, datus est nobis ab authore naturae Aristoteles, qui suo pene divino ingenio primus logicam veram invenit, et secundum omnes partes ordinavit ac perfecit. These words implicitly show the ideological background of the Compendium logicae, that is designed to expound Peripatetic logic. Javelli was aware that many topics of his treatise had not been discussed by LIZIO, but he nevertheless thinks that these doctrines are at least Aristotelian in spirit. When G. introduces the theory of suppositio, in the seventh treatise of his textbook, he states that doctrines like the suppositio  are consistent with Aristotelian philosophy, even though Aristotle did not propose them, and this will be clear to you once you progress in logic, philosophy of nature and in metaphysics under the guidance of the LIZIO. G.’s attitude in finding an agreement between the doctrines of Aristotle (and of Aquinas) and those of later thinkers has been already underlined by Tavuzzi, and may be said to be a trademark of his Compendium. After his sketchy history of logic, G. defines logic as a rational science® and states that its generic subject is mental being. The subject of logic, as a distinct discipline, is the  " ens rationis ratiocinativum, quod est idem quod  argumentatio.This remark echoes BARBÒ (si veda)’s claim that the object of logic is the ens rationis, but G. seems to harmonize the AQUINO (si veda)’s solution with the position of Albert the Great, because the ens rationis is qualified as ratiocinativum and this is said to be identical to argumentatio. According to BARBÒ (si veda), Albert the Great taught that the object of logic is 'arguments. BARBÒ notices the similarity with what he took to be Aquinas's position, but stressed nevertheless the difference between the two medieval Dominicans. G. implicitly unifies their positions.  According to G., logic is a science and not empirical knowledge, because it has proper subject and proper principles: the presence of these two elements is enough to hold that it falls under the rational sciences, and is divided into sub-disciplines according to the scheme that Aquinas introduces in the Proemium to his -- etsi non habeantur ab Aristotele, tamen doctrinae peripateticae consonant, ut tibi constabit postquam in Aristotelis disciplina tam in logicalibus quam in physicis atque metaphysicis eruditus fueris » (my translation). Cf. TAVUZZI, Herveus Natalis and the Philosophical Logic of AQUINO (si veda) in the Renaissance, Doctor Communis, G. Compendium logicae -- llogica est scientia rationalis discretiva veri a falso ». Javelli adds that logica est ars artium et scientia scientiarum, qua aperta omnes aperiuntur, et qua clausa omnes alie clauduntur; this statement echoes Peter of Spain's claim that dialectica est ars artium, scientia scientiarum, ad omnium methodorum principia viam habens (Petri Hispani Summulae Logicales cum Versorii Parisiensis clarissima expositione, apud Sansovinum, Venezia -- subiectum in illa universalissime sumptum est ens rationis, id est ens fabricatum ab intellectu et non habet esse extra intellectum -- commentary on the Posterior Analytics.8 In his treatise on terms, G. stresses that terms signify ad placitum, and that verbs are always tensed. G. has something interesting to say about propositions. According to him, a proposition  1s omething s (oratto verum vel falsum signtcans Indicando s) the Clause  'indicando' is meant to exclude prayers, utterances of wish, etc. from the set of propositions. G. adds that only present tensed propositions are propositions in the fullest sense, because past-tensed and future-tensed utterances do not signify anything that is the case or that is not the case, and thus cannot be true or false:  The phrases (orationes) in the past and future indicative tenses do not signify primarily and per se 'true' and 'false', unless they are transformed into a phrase in the indicative present tense.'  This is not sufficient evidence to suggest that G.'s understanding of propositions is analogous to SAVONAROLA (si veda)’s and, regrettably, G. does not add many details to his definition. In the same third treatise, G. deals with modal propositions as well, and in this case the didactic aim of his exposition could not be more evident. He deliberately avoids all technicalities and limits himself to stating some basic principles of modal logic: modal propositions are defined as categorical propositions to which a modal operator has been attached as a prefix.  There are four modal operators for G.: necessary, contingent, possible, and impossible." G. maintains that also 'true' and 'false' are modes, and by doing so he refers to a traditional doctrine, which has been endorsed also by Aquinas in his De propositionibus modalibus. G. adds that also 'per se' and 'per accidens' are modes, and they correspond to 'necessary' and 'contingent' respectively:  Nam licet prima [i.e. 'per se'] aequipolleat modali de necesse, et secunda [i.e. 'per accidens'] modali de contingenti, tamen ‹non> sunt formaliter modales."2  Ibid., fol. 12r-13r. Cf. ARISTOTELES. De Interpretatione. This claim, although consistent with Aristotle's littera (cf. De Interpretatione), is at odds with Savonarola's exposition. This suggests that 'Thomist logic' was not a monolith and there were several debated issues. G. Compendium logicæ Orationes etiam modi indicativi temporis praeteriti et futuri non significant primo et per se verum et falsum, nisi reducantur ad unam temporis praesentis indicativi. I suggest to add a 'non' to the sentence to make it intelligible. This observation seems to suggest that modal syllogistic is grounded on Aristotle's theory of predication. G., however, does not expand this interesting intuition. Furthermore, even though he is aware of the distinction de sensu composito/de sensu diviso, he does not consider the problems that such a distinction may create within modal syllogistic.' His exposition of modal logic is intentionally simplified for didactic reasons; after having expanded modal conversions, Javelli adds: that would be enough for now, lest you get confused, young man (hæc pro nunc sufficiant ne tu iuvenis confundaris. The tendency to simplify the core notions of medieval logic brings sometimes  G. to modify significantly these doctrines, as is the case in his supposition theory. Medieval authors did not understand the theory of suppositio as a mere theory of reference, but as a theory of meaning, namely as a theory for interpreting sentences. G., on the contrary, seems to consistently maintain that the supposition theory is what we would nowadays call a theory of reference."  According to him,  the supposition is said to be the positing of a term instead of another, i.e. instead of one of its meanings. In this sense, we say that in this utterance 'God is good', the   It is perhaps worth mentioning that such an interpretation has gained an increasing consensus among contemporary scholars: cf. Thom, The Logic of Essentialism: An Interpretation of Aristotle's Modal Syllogistic, Kluwer, Dordrecht The New Synthese Historical Library: Texts and Studies in the History of Philosophy); MALINK, Aristotle's Modal Syllogistic, Harvard, Cambridge, MA The laws of conversions for necessity propositions are valid de sensu composito; mixed necessity syllogisms (like Barbara LXL) are valid only if the modal operator is read de sensu diviso. This seems to suggest that Aristotle's modal logic is inconsistent. G., however, seems not to be aware of this philosophical problem. His exposition of the distinction between de sensu composito and de sensu diviso is as follows: « in modali de sensu composito modus aut praeponitur aut postponitur toti dicto [...], in modali autem de sensu diviso modus nec praeponitur nec postponitur dicto, sed  95  mediat inter partes dicti. G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ According to NOVAES, suppositio provides mechanic rules, by means of which we can list all possible interpretations of an ambiguous sentence. The theory of the suppositio may also serve the purpose of finding the references of the elements of a sentence in certain context; writing about Ockham, Novaes observes that supposition theory is better seen as a theory of propositional meaning in the sense that one of its main purposes is to provide an analytical procedure for determining what can be asserted by means of a given proposition - a procedure including, but by no means limited to, the determination of the entities that the proposition may be about, i.e., its possible supposita, as it would be the case if it were a theory of reference (An Intensional Interpretation of Ockham's Theory of Supposition, Journal of the History of Philosophy, Geach presented supposition theory as a theory of reference in his classical monograph  Reference and Generality. An Examination of Some Medieval and Modern Theories, Cornell, Ithaca, NY Contemporary Philosophy] term 'God' stands for its meaning, so that the sense is: what is signified by 'God' is good.'8  Javelli relies on the definitions of suppositio provided by Peter of Spain and by MANTOVA (si veda), but in his view the supposition theory is a theory of reference:  A substantive term in or outside a proposition, taken in itself, has a meaning, but it has a reference (non supponit) only in a proposition. To make this clear, note that 'to signify' precedes to have a reference For to signify is to introduce a term or a sound to represent a given something. As a consequence, it is up to the first authors who give names to things to make it possible to signify. To have a reference is to take an already given meaningful term so that it can refer to any of its meanings or references in a proposition. 10°  According to Javelli, 'supponit' may be translated with 'refers to a suppositum. G. is faced with two alternative interpretations of the suppositio. But surprisingly, he endorses the one that is more at odds with his understanding of suppositio as a theory of reference. G.  writes that Thomists are debating among them as to whether a term can suppose (supponere) only in a proposition or also in itself. G. maintains that a term supponit only in a proposition - a conclusion that is certainly more consistent with an understanding of supposition theory as a theory of meaning, 'G. points out that this debate originated from the interpretation of AQUINO (si veda), Summa Theologiæ. G. summarises AQUINO (si veda)’s position as it follows. In his answer to the third never refers to a person, unless the word is determined by its corresponding predicate, such as in 'God  TAVELLUS. Compendium logicæ, dicitur suppositio positio termini pro alio, id est, pro aliquo SVO SIGNIFICATO.In quo sensu dicimus quod in hac oratione Deus est bonus, ly Deus ponitur PRO SUO SIGNFIICATO, ut sit sensus, id quod significatur per 'Deus' est bonum -- terminus substantivus in propositione et extra propositionem per se sumptus SIGNIFICAT, sed non supponit nisi in propositione. Pro cuius notitia adverte quod SIGNIFICARE precedit supponere. Nam SIGNIFICARE est imponere terminum sive vocem ad aliquid certi REPRESENTANDVM. Unde facere significare spectat ad primos authores qui rebus nomina imponunt. Supponere autem est accipere terminum iam impositum ad significandum ut stet in propositione pro aliquo suo significato vel supposito generates, God is Father, God is Son. Hence  means (significet) a substance with a quality, a name properly means (significat) a quality, i.e. the form on the basis of which the name is attributed;  however refers to (supponit) a substance, i.e. to the thing to which such name is attributed. This leads Capreolus to maintain that this  is false: God does not generate God (ista est falsa Deus non generat Deum). 104  If we were to follow G.’s view, it is possible, I think, to maintain that a proposition like Deus non generat Deum may also be TRUE, inasmuch as the term Deus in this context may be taken to refer not to a person. Consequently, it would be true to say that god, qua trinity, does not generate god, qua trinity. This example shows that G. has original ideas, even though he never wants to explicitly detach himself to the core tenets of that Thomistic school to which he belonged. -- in responsione ad tertium dicit quod homo per se supponit pro persona, Deus autem per se supponit pro natura. Plostquam beatus AQUINO (si veda) dixerat quod Deus supponit per se pro natura, statim declarans huiusmodi suppositionem format hanc suppositionem, ut cum dicitur Deus creat. Numquam autem supponit pro persona, nisi determinetur per predicatum relativum, ut Deus generat, Deus est pater, Deus est filius, ergo Deus non ex se, sed respectu talis praedicati supponit pro persona Capreoli Tholosani OP Thomistarum Principis Defensiones Theologiae Divi AQUINO (si veda), ed. CESLAS PABAN, THOMAS PÈGUES, Cattier, Touronibus -- nomen, licet significet substantiam cum qualitate, proprie tamen significat qualitatem, hoc est formam a qua nomen imponitur; supponit vero pro substantia, hoc est pro re cui imponitur tale nomen According to the Catholic dogma, it is God the Father who generates God the Son. In other words, if we assume that the term Deus supponit pro persona independently (and, hence, in every context), it follows that a proposition like God does not generate God should be FALSE. The sections on syllogistic are the less original parts of G.’s treatise. Geli — Rossi modum definiendi, dividendo et demonstrandi, Tu tamen adverce licet fiteadem realiter, ratione tamen distingui turinquantu docens, et inquantu utens. Namin quantu docens consideratur in e, in quantu utens relpicit alias scientia. Logica docens sufficienter  diuiditur  in tres partes. Prima est in qua tradatur de terminis  in complexis, et hoc ditiiditur in duas. In prima consideratur de terminis secundo intentionis, et iste  est liber  praedicabilium. In secunda consideratur de terminis primx intentionis, et iste est liber praedicamentorum, et post  praedicamentorum. Secunda est in  qua tradatur de terminis  complexis, id est  de oratione et propositione et hic est  liber “Peri Hermenias”. III est in qua tradatur de argumentatione et hoc dividitur in quatuor. In  prima agitur de argumentatione syllogistica absoluta et simplici, idesi noh applicata alicui  materiae  et hic est  liber  pnorunviln secunda  agitur  de  syllogismo demonstratiuo, et hic est liber posteriorum. In tertia agitur de syllogifmo topico, id est probabili,  flthic  eft liber topicorum. In quarta agitur de syllogismo fallaci, quem dicimus sophisticum, co  q* per ipsum solum  gc iteratur deceptio, et hic est liber elenchorum. Hoc est summa librorum,  quos tradidit nobis LIZIO inventor logicæ. Reliquos autem minores tradarus quos appellamus parva logicalia, non habemus formaliter ab LIZIO. Sed posteriores traxerunt virtualiter ex praedictis libris LIZIO, ita  us  tradare  de  gtib9oronis, deinde  de oratide  et cmltiatione, sicut etiam tradat grammaticus modo grammatico et socundo loco tradabimus de syllogismo formali et tertio loco de  prædicabilibus, et quarto loco de praedicamentis. Nam abfqj notitia propositionis et syllogismi, n “Quida homo non currit.” Praepositiones (“to”) aurem determinant nomen ad constructionem  pro cerro  casu,  puta  ablativo  ucl  accusative. Adverbia  determinant  verbum  f>ro  determinato Io  co, ut adverbia  localia, vel pro determinaro tempore,  ut  adverbia temporis, vel  pro  determinato  modo  quantitatis ucl qualitatis tut adverbia quantitatis et qualitatis. Coniunctiones (‘and,’ ‘or’) autem  determinant  terminos et orationes, secundum,  modum copularivum (‘and’), vel disjuinctivum  (‘or’) vel  illatiuum.  exeplum  primi,  “et”, arcp  exemplum secundi,  “vel,”  “aut”, exemplu  tertii, “ergo,” igitur, iracp.  Inter syncategorematicos  terminos non comprehenduntur intejectiones (“ouch!”) : quoniam  ut  docuimus signficant  NATURALITER, nec pronomina primitiva, quoniam sumuntur loco proprii nominis et certam significant personam. De derivativis autem videtur quod sic,  quem sunt  ut  determinationes  nominum  substantivum - ut  “meus liber”, “tuus pater”, “nostra patria,” etc. Similirer  participium  ji5 eft terminus syncategorematicus, compleditur  enim  nomen substantiuum et verbum -- ut “legens”  loquiTUni» ‘homo qui  legit’ loquitur. Ex his omnibus sequitur, quod cum sine odo  partes orationis, tantum  nomen  et verbum sumendo cum nomine pronomen  primitivum, et cum verbo  participium, sunt  termini  categorematici,  alix  autem partes sine termini syncaregorematici apud logicum, et caulam huius dicemus postquod definierimus nomen et uerbum. Terminorum categorematicorum quidam eft  primat intentionis, quidam secundae. Prima intentio apud veros peripateticos (LIZIO) est primus conceptus fundatus immediate in re, quod est ens reale, ut  primo  apprathenditur  prxhenditur  ab  intellectu, -- ut  ‘animal  rationale’ est  prima  intentio quam format intellectus, et immediate fundatur, iit natura  hominis. Secunda  aurem intentio est secundus conccprus formamus ab intellectu, fundatus in re non immedia ce sed mediante primo conceptu, ut esse praedicabile  de pluribus differentibus numero in quid, est secundus conceptus quem format inrellectus de homine. Nam  postquam  appraehendit cp  ‘homo’ est “animal rationale”, advertit ut est ‘animal rationale’, convenit omni contento sub homine, et sic est praedicabilis  de quolibet suo individuo  in quid, et tunc  format secundum conceptum, dicens quod natura hominis  e eo  quod est ‘animal  rationale’ est prædicabilis de pluribus differentibus numero in quid et quod dico de homine incellige de qualibet natura specifica contenta sub animali. Terminus igitur primis intentionis est terminus significans  primum conceptum, fundatum  immediate  in  essentia  rei -- ut  “homo”, “capra”, “leo”. Terminus autem secunda intentionis  est  terminus significans secundu conceptum  fundatu  in  natura  rei  median  re pmo conceptu -- ut  “genus”,  “species”, “differentia”, “singular”, etc; Et ne confundatur intellectus novitii hic sisto. In tradaru  aute de universalibus sive praedicabilibus diffusius et altius de terminis pmx, et feciidx INTENTIONIS loquemur. Et aduerte quod  divisio termini in terminos  pmz  impositionis, et  secundo  positionis  apud  nos, qui sequimur  VIAM REALIUM non  differt  a praecedenti. Nam  “homo” in  mente vel anima excogitatus, et voce  probatus, et in scripto politus, significat (>mum conceptum ideo est terminus pmz  INTENZIONE intentionis in mente vel ANIMA, in voce, in scripto. Et iste terminus species ex cogitatus in mente vel ANIMA et in voce et in scripto et secundæ INTENZIONE intentionis, quia significat secundum conceptum modo quo diximus. Non ergo est necesse ultra divisionem factam inter terminos f>mx, 8( secundae INTENZIONE intentionis, assignare eam quæ dicitur pmz, et secundx INTENZIONE imtentionis ut penitus distinctam aprxcedenti, qux fuit inter m x, et secundx  INTENZIONE intentionis. Hoc enim continetur  in illa. Terminorum quidam cfimunis, quidam  singularis. Comunis est q de pluribus praedicatur -- ut  “homo”, “animal”, “lapis”, et apud  grammaticum dicitur  nomen appellativum, quem pluribus convenit. Grice : « Except Ramsey, who calls his naming unique ! » Terminus singularis est qui de uno solo prædicatur -- ut piato, et fortes, et apud  grammaticum dicitur nomen proprium (“Fido”), qmuui soli conuenk, et ad «erte alternas, ut qndiuiditeorpus p alata et inaiatu, et aiatu per sensitivu St no (cnfitiuu, fecundo gnis in spes spalissimas, uc  qii dividitur color per albedinem et nigrcdinem. Et hac divisionem cognosces in trac. de praedicabilibus. Divisio totius in gtes fkqncp modis, pmo qntotu dividif in ptes subicdiuas individuales, ut qn dividit ho in forte Pia Ioanne. Pecru, etc. Scdo qn totu dividitur in partes essentiales CICERONE ESSENTIA, uc ens naturale compositu dividif in materia et forma, sicut dividit homo in  animam et corpus, III qn dividitur totu co tinuuin partes suas integrales, ut domus in fundamentum, tc» dii, et pariete, et corpus animalis in partes, qufe sunt membra sua, ex qbus integrat corpus, IV qn dividitur totu dito tinuu in partes fiias, inter quas et si no fit continuitas est rame ordo et proportio. Hoc rao dividif  EXERCITVS in mtlitcs, cqtcs peditcs, 8(c. quinto qn dividif totu poretialc sive poteftariufi in partes suas poreftativas qn diuiditur anima per potentias suas et virtutes suas, ut tibi manifeftabitur  i libro de anima, et ifra manifestabimus tibi in libro de syllogismo Topico Divisio uo cis in sua significata sit tribus modis primo vocis univoce in significata univoce GRICE UNIPLEX SIGNIFICATIO versus MULTIPLEX SIGNIFICATIO, ut qn dividif ho in Socrate et platone etc, secundo vocis aequivoce GRICE MULTIPLEX SIGNIFICATIO versus UNIPLEX SIGNIFICATIO in significata aequi-vocata, -ut qn dividitur “cancer” in stella sive signum cæleste, et aquaticum aial, et morbum, III vocis analogicæ GRICE ANALOGICAL UNIFICATIO in significata analogata, ut qti dividitur “sanu”, iu alal sanu, urina sana, medicinam sanam, cibum sanum, aercm sanum, excretum sanum, et cetera Et hanc divisione cognosces in trac. de pntis.; Divisio secudu accidens sic tribus modis, primo subiecti in accidentia, ut holum alius parvus, alitis  magnus 1 alius albus, alius niger, alius medio colore coloratus, (c3o accidentis!in subiecta, ut accidentifi, quæ sunt m hoie, aliud in aia, ut seia, aliud in corpore, ut agilitas etc. tertio accidentis in accidentia, ut accidentiu, quarda dura, quaedam liquida, qnada lucida, quaedam tenebrosa, et haec divisio manifestabit tibi in philosophia naturali et præcipue in libro de generatione. Isti igitur sunt iqodi universales GRICE UNIVERSALIA famofiores apud LIZIO, quibus fieri confutuit divisio. Quantum ad pmam divisionem, quac est per affirmativa et negativam aduerre, quod affirmativa dupfr definitur, pmo sic, categorica affirmativa est. ppofirio in qua praedicatum affirmatur de subiefto: -- ut: Homo est albus. Sed adverte cj» tuc praedicatu affirmatur de subiecto quando negatio no p cedit copula, q?  fi praecedit negatio, negatur praedicatum de subiecto, et efficitur negativa – ut hic  “Socrates non est albus.” Si autem fiib sequitur no efficitur  negativa, sed permanet affirmativa,-- ut: Homo est no albus. Ire adverte «p alio modo affirma! praedicatum de subiecto in affirmativa vera et in falsa, na in vera affirmatur re et voce quia sic est in re, sicut dr, ut homo re et voce est risibilis. In falsa atite affirmatur voce tm et non re. Nam licet dicam q» Homo est asinus tarhe non sic est in re, secundo definitur sic. Affirmativa est in qua verbum principale affirmatur de subiecto, ut Homo est animal. Dr in qua verbum principale affirmatur ad differentiam verbi secundarii qtiod si negatur vel affirmatur, propter ipsum non sit propositio affirmativa nec negativa. Vnde ista non est negativa. SOCRATE CICERONE CATONE qui non currit, movetur, nec ista est affirmatiua, Socrates, qui currit, non movetur. Nam In prima  licet verbum secundarium, quod est, currit, negetur, tamen principale quod est movetur, affirmatur, ideo  permanet  affirmatiua. In IccQda  autem  fit  oppofito  modo,  ideo  permanet  negatiava. Et ratio huius est, quia ticrbii secundarium fe tenet  a parte subiecti, q3 paret  refoluedo  in  fuu  participiu  fiuc aftiuum siue pasfiuu, ut  hic. SOCRATE CICERONE CATONE qui non currit, ideft. Socrates a9 non carrcns mouccur, SOCRATE CICERONE CATONE qui currit, id est Socrates curreni non movetur: Subiectum autem coniunctum participio affirmativo negativo no facit propositionem dic affirmatius vel negarivam, sed negatio cadens super verbum principale sive immediate, ut quando subsequitur subiedum, ut “homo non est asinus”, sive mediate, ut Non homo est animal, dum modo sumatur negatio negans, et no infinitam terminum, cui opponitur, nam si infinitarer, non faceret negativam. Vnde lixc non est negative. “Non homo currit”, qm ly non homo est nomen infinitum, etc. Vnde non homo curru, aequippollet isti, asinus qui ft no homo currit. Costat aut hanc esse affirmativa Patet igitur quid sit categorica affirmativa. Categorica negatiua dupliciter definitur. Primo sic, categorica negativa est propositio in qua prædicatum negatur de suo subiecto, auc homo non est lapis. Secundo sic, est propositio in qua verbum principale negatur. Dicitur verbum principale ad differentiam verbi secundarii, quod ut docuimus sive affirmetur sive negetur, non facit propositionem affirmativam aut negativam. Et adverte, quod propositio  poreft fieri afflrirmativa vel negativa dupliciter scilicet explicite et IMPLICITE. Si explicite, sit per nomen et verbum indicativi modi, ut homo est risibilis. SIIMPLICITE potest fieri per unicum terminu, ut quando dicimus, homo est risibilis, et e converso, ly  e converso aequippollet uni propositioni, qux est haec, et risibile est homo. Item adverte quod divisio per afflrmativam et negativam non foium convenit categoricæ sed etiam hyporheticæ et modali, quomodo autem siat hypothetica affirmativa et ne gar. similirer modal s, dicemus agentes de eis. Nunc autem sustine, ne confundaris ut nouus AVDITOR (Grice, RECIPIENT, ADDRESSEE). Conversational Imperative : Thou shalt not confound they addressee – while the Queen can confound her enemies – and make them fall! -- Haec de prima divisione di&afint Quantum ad secundam divisionem categorica: sciliccc per veram et falsam, adverte quod cartgorica vera, tam affirmatiua quam negatiua dupliciter definitur. Primo sic, vera est, qua: significat verum id est significar rem sicut est, si est affirmatiua, vel significat rem sicut non est, si est negatiua. Sed de hac latis diximus in ca. præcedenti in dedaranlo definitionem propositionis secundo autem fir defiintur. Vera est illa, cuius SIGNIFICATVM PRIMARIVM EST VERVM. SIGNIFICATVM autem PRIMARIVM est illud quod exprimitur p oro nem infinitiuam. Verbi gratia haec est ucra Deus est bonus qm deum esse bonum, est verum. Sic.n. est in re. Dico cuius primarium GRICE CENTRAL significatum est verum ad differentiam secunda  rii. secundarium autem est quod continetur in primario 8c sequitur ad illud. Verbi gratia primarium huius, homo est rationalis, est esse rationalem ad hoc autem sequitur cfte animal, esse ANIMATVM, e de corpus efie subie&am. luxta igitur SIGNIFICATVM PRIMARIVM et secundarium indicanda est propositio vera, qm est vera primo et per se ex eo, ex secundario autem est tantum consequenrcr. Nam bene sequitur qcf “Si fortes est homo, fortes est animal.” sed non ceonuerfb, ut declarabimus in trac. de consequentiis. Similiter falsa dupliciter definitur. Primo sic, falsi est qux aliter significat quam sit in re, ut haec est falsa, Homo est ansinus, quia SIGNIFICAT hominem esse asinum, et tamen aliter est rn re, quia in re no est  asinus, sed homo sive rationalis, et de hac definitione iam diximus in cap. præcedenti in definitione propositionis. Secundo sic, falsa est illa cuius primarium significatum est falsum. Verbi gratia hæc est falsa “Homo est asinus”, quia holem esse asinum est falsum, cu sic ronalis, et asinus irratironalis. Quod si fiereciudicium secundu SECVNDARIVM SIGNIFICATVM (IMPLICATVRA), quod est dfe animal, esset vera. Nam haec est, vera homo est animal v non tamen sequitur, ergo est asinus, ut declarabitur tibi in trac. De consequentiis Haec de secunda divisione distasint, Quantum ad tertiam divisionem scilicet quod aliqua est  alicuius qiiamicari$, aIiquanulliu$. Alicuius quantitatis est illa, cuius subiectum stat pro aliquo ucl pro aliquibus vel pro omnibus vel pro nullo, ut declarabitur in divisione sequenti. Nullius quantitatis est illa cuius subiectum suspenditur a propria DENOTATIONE -- GRICE, ronc, pbationis termini praecedetis ipsum quails est exclusiva exceciva reduplicativa, de quaif, p- Satiqne aprietates: ut est RISIBILITAS in homine, PAR et impar in NUMERO, curvum et RECTVM in linea, sumum calorem in igne lite nancg faciunt propositionem in materia naturali. Quid ne. ro sit fluere apneipiis specjci declarabitur tibi in trac. de prædicabilibus in cap. de proprio et accidente. Illæ vero fiunt in materia remota, in quibus prædicatum non potest verificari de subiecto, Imo  id  inuicero repugnant. Istæ autem sunt in quibus subiectum et prædicatum sunt opposita contraria vel contradidoria vel  privative ucl relative  opposita. Exempla: Album  est nigrum. Homo est non homo.  Caecus est videns. Pater  est  filius. Et  aducrte, q?  dicuntur  fieri  i|i  materia  remota, scilicet  repugnanti, qm natur subiedi&i prædicatiin oibus p didis repugnant adinuioem, nec se compatiuntur. Inde est q1 omnis affirmatiua in materia remota ferng et de neccsfiUtate est falsa, negatiua autem femg  et immutabiliter ucra. In materia vero naturali est opposito modo. Nam affirmariva femg  est  vera, negatiua fepig falfcM  Jn nuter cotingeti? 4 est medio m6, qm  tam affirma, q nega,  aliqn e vera aliqn falsa, nam qn prædicatum inest liibiedio, affirmatiua est vera, negativa falsa, qn prædicatum  removetur, affirmativa est falsa, negariva est vera. Hoc de VII diuifione difta fint. Quantum ad oAauam  divisionem, quae fuit haec, Propositionum categoricarum participatium utroqj termino eodem ordine triplici materia.Cnaturali contingenti et remota adverte, quod inter eas sit quatruplexoppositio: contraria sub-contraria, CONTRADICTORIA, ubalterna. Oppositio contraria sit inter eas quarum una est universalis affirmatiua et altera universalis negatiua, de eifdcm subietlis et prædicatis univoce et æque ample et aeque strictca cceptis. Primo df quarum una est universalis et cetera. Nam ut distinguantur a contradictoriis, debent esse eiufdem quantitatis et diverfae qualitatis. Si eiufdem quatitatis, ergo utraqj est universalis vel particularis, non secundum quia non essent contrariae sed subcontrariae. Ut dicetur infra ergo primum. Si, DIVERSÆ QVALITATIS, ergo i&fca est affirmativa et altera negativa. Secundo dr de ei (dem subiectis et prædicatis: uc ois homol albus, nullus homo est albus, et dcfeftu huius iftaeduae non funt contrariae ois homo est albus, nullum rifibilc est albus. Tu tn  aduerte  quod subiectum et prædicatum  pnt  esse  idem  tripliciter, pmo fm vocem tm et non fm  SIGNATVM, secundo t m. SIGNATVM tm et non  fm vocem, tertio fm vocem et SECVNDVM SIGNIFICATVM. Exempla: Omnis canis  latrat: nullus canis latrat. Omnis homo currit, nullum  ronale currit. Omnis  homo est alal  nullus homo est  alaU Prima identitas non sufficit  ad contrarietatem,  ideo  dicitur  in  definitione, acceptis UNIVOCE, constat aut quod canis est TERMINVS ÆQUIVOCVS; aut sufficit ad contrarietatem virtuale seu  ÆQVIVALENTE sed  no  ad  formalem; vero sufficit ad contratietate  proprie dicta et formale [CF. H. P. GRICE, DICTIVE MEANING AND FORMAILITY – as candidates for EXPLICITVM – why not both, as in J.?], unde licet iftx duæ, “Omnis homo currit, nullu rationale currit, sint  cotrariæ virtualiter eo q SECVNDVM SIGNIFICATVM homo et rationale fune idem non tamen forma\itct, qm formaliter non participat E ii utroqj termino secundum vocem et SECVNDVM SIGNIFICATM. III  dicitur aeque ample &aeque ftrufie acceptis. Dcfe du huius apud multos istae dux non sunt contrarie. Omnis homo est animal, nullus homo est animal, quoniam in prima potest teneri tam pro masculis quam pro femminis; in secunda SOLVM PRO MASCVLIS. Tu tn adverte,  quod secundum usum i utracp accipi confucuit pro MASCVLIS  ideo  acceptantur: ut ue rz contrariZj Item defedu huius istæ dux non sunt contrariæ. Omnis homo EST albus, Nullus homo FVIT albus, quia in prima reftringitur  ad præsentes, in secunda autem ampliatur ad przfentcs vel  præreritos. Sed pronunc fuftinc, donec pertrademus de AMPLIAZIONI et APPELLAZIONI. Tu tn adverte, quod prxdldx non sunt contrariæ non solum ronc di da, sed quia copula non tenetur eodem modo in prima set secunda. Nam in prima est ly est, in  secunda  est  ly FVIT. Unde in  definitione  intelligendum est q' contrarix  debent  c(Te  de  ctfdem subicdis  et prædicatis  et copulis. Hoc  de  contrariis  dida  fint. Oppositio contradictoria est inter eas, quarum  una cft  viis affirmatiua, altera  particularis negativa, ut  Omnis homo est animal, Quidam homo non est  animal, uei altera est vfis negatiua, et altera particularis affirmatiua, ut Nullus homo currit, Quidam homo currit, dccifdcm subicdis  et pdicatis et copulis, uniuocc  et zque  ample, et xque  ftride acceptis. Omnia debent intclligi sicut expofitum  est  de  contrariis. Ut  autem  habeas  maiorem  noticiamdc contradidione  adverte  ex  doctrina LIZIO, quatuor condidioncs requirit, et defedu cuiullibct carum enitatur contradictoria oppositio. Prima est quod sit affirmatio eiufdem de eodem et negatio, dummodo sumatur idem secundum rem et vocem, ut “Socrates currit”, “Socrates non currit”. Defedu cuius ista apud logicu non sunt contradictoria formaliter sed virtualiter sive equipollenter tantum ex parte rei. “CICERONE currit”, “MARCO non currit”, posito enim quod sint sinonima ex parte significati quia ide homo didus est MARCO et CICERONE, tame distinguuntur voce icas isb ffffi futc: ctu  OOP   uiJ'   ipl   lo  Taa   jnci  u$  yra (Tei. t& il* ra^ jsi» iC30  is. io»  srt-   t& itio, Sa ? t V V^lArii*  Jj; ii .I' d appdlationibus J IX de consequentiis. X de probationibus terminorum. Vndeamus de syllogismo demonstrativo, in quo quo continetur LIZIO docrina in lib. poster. Qjia E Gmma recenti hac nostra editione uiligentissime, exposita fiint, atque elaborate, Grice: “For all their subtleties I lizii, or peripatetic logicians never cared about formulation. Consider G.: the dog barks, anger is represented, ‘canis latrat raepresentatur ira, gemitus infirums raepresentatur dolor. No care is taken to represent the proper signification. It is still the ‘anima’ if the vegetative one, it is still the dog’s spirit. If the dog barks, he means that he is angry. If the infirm moans he means he is in pain, and so on.” Grice: “Javelli is one of the most careful Italian philosophers. He had a fascination for two little tracts by Aristotle towards which I also felt an attraction: De Interpretatione and Categories. His comments on De Interpretatione are brilliant in that he reduces all to ‘re-presentare’. The infirmus who groans or moans represents ‘dolor’. The dog that barks represents ‘anger’. These are ‘signs’ of the natural kind – and rather than dark clouds meaning rain he is into ‘phone’ – vox – here it is vox signifying that p or q naturaliter. (my example of groaning of pain). From there he jumps to the institutional meaning, ad placitum, ex decreto et authoritate – e consuetudine, -- a system which superseds the previous one. Nome compiuto: Giovanni Crisostomo Javelli. Iavelli. Giavelli. Javelli. Keywords: implicatura, grammatica razionale, psicologia razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giavelli” – The Swimming-Pool Library. Giavelli.

 

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