GRICE ITALO A-Z G GI
Luigi Seranza -- Grice
e Giacchè: la ragione conversazionale e l’implicataura
conversazionale dell’altra visione dell’altro – Barba, Bene, e Fellini
antropologo – filosofia perugina – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Perugia).
Abstract. Grice:
Whereas at Bologna they speak of the EGO and the ALTER – as in ALTRUISM – I
speak of the utterer an the addressee!” Keywords: implicatura. Filosofo
perugino. Filosofo umbro. Filosofo Italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I like
Giacché; for one, he philosophises on theatre, which any Sheldonian should
appreciate!” Grice: “Giacché is what I would call a philosophical
anthropologist.” Grice:”Giacché has an ability with language: “l’altre vision
dell’altro,” for example – difficult to translate, but genial nonetheless, or
perhaps genial because uneasily translatable!” – “He has philosophised on
spectator and participant, which is conversational in tone – there’s no
monologue, but dialogue --.” “He has criticised authoritarian types of
performances like traditional teaching which he has compared to religion!” Insegna a Perugia. Si occupa di varie problematiche
socio-culturali quali condizione giovanile, devianza, comunicazione di massa,
solitudine abitativa, politica culturale. Saggi: Una nuova solitudine. Vivere
soli fra integrazione e liberazione, Roma); “Lo spettatore partecipante.
Contributi per un'antropologia del teatro, Guerini, Milano, Bene. Antropologia
di una macchina attoriale, Bompiani, L'altra visione dell'altro. Una equazione
fra antropologia e teatro, Ancora del Mediterraneo, Napoli, Ci fu una volta la
sinistra. Ovvero il silenzio dei post-comunisti, Asino, Roma. CURRICULUM
di Piergiorgio Giacchè (Perugia, 16.04.46), Professore a contratto (incarico
gratuito), docente di “Etnologia europea: patrimonio culturale immateriale”
presso la Scuola di Specializzazione in Beni demo-etno- antropologici,
Università di Perugia, Firenze, Siena e Torino (sede di Castiglione del Lago,
PG) - anni accademici TITOLI DI STUDIO E INCARICHI ACCADEMICI Laurea in lettere
(indirizzo moderno), con tesi in Etnologia conseguita nell’anno acc. 1969-70
presso l’Università degli studi di Perugia, con voti 110/110 e lode.
Abilitazione all’insegnamento delle materie letterarie nelle scuole medie inferiori
- titolo conseguito il 3.2.1973 con voti 100 su 100. Borsa di studio
quadriennale (dal 1.11.77 al 31.08.76) per “ricerche nel campo sociale”,
usufruita presso l’Istituto di Etnologia e Antropologia culturale
dell’Università di Perugia. Titolare di contratto quadriennale presso la
Facoltà di lettere e filosofia della stessa università. Addetto alle
esercitazioni presso la cattedra di Etnologia della stessa Facoltà, per gli
anni accademici Ricercatore confermato dal 1° settembre 1981 al 28 dicembre
2004, presso l’Istituto di Etnologia e Antropologia culturale dell’Università
di Perugia; in tale ruolo ha condotto seminari, cicli di lezione, moduli
didattici e progetti speciali (in prevalenza sui temi della devianza, della
condizione giovanile, della società dei consumi e dello spettacolo,
dell’antropologia e sociologia del teatro) fino all’anno acc. 1994-95, in cui è
divenuto affidatario di un Corso di Antropologia teatrale (unico corso attivato
in Italia), riconfermato per tutti i successivi anni accademici. E’ stato
altresì docente affidatario del corso di Antropologia culturale presso la
facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Perugia, nell’anno
accademico 1998-99. Professore associato presso il Dipartimento Uomo et Territorio
– Sezione antropologica ; docente di Fondamenti di Antropologia e di
Antropologia del teatro e dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere e
Filosofia dell’Università degli studi di Perugia, Professore a contratto,
docente di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione
della L.U.M.S.A. di Roma – corso per Educatori professionali, sede di Gubbio –
anni accademici Professore invitato, nel
quadro del progetto “Socrates”, presso l’Université Libre de Bruxelles -
facoltà di Scienze Sociali e di Filosofia e lettere Visiting Professor presso
l’Università di Malta, Facoltà di Scienze della Formazione. Professore
invitato, nel quadro del progetto “Socrates”, presso l’Université Paris VIII –
Département d’Etudes théâtrales Professore invitato dall’Université Paris VIII
per un seminario da tenersi presso il laboratorio di Etnoscenologia della
Maison de l’Homme – Paris Nord Membro della Commissione per la Procedura di
valutazione comparativa per il reclutamento di un ricercatore presso la Facoltà
di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari, M05X – Discipline
demoetnoantropologiche. Docente del Dottorato Internazionale in Antropologia ed
Etnologia (A.E.D.E.) CONSULENZE, COLLABORAZIONI E ALTRI INCARICHI ISTITUZIONALI
Consulente socio-antropologico per alcuni programmi R.A.I. della Sede Regionale
dell’Umbria: “Decentramento e sviluppo urbanistico”; “Anticamera” (novembre
1980 - aprile 1981); “Aperitivo” (aprile-luglio 1982). Consulente antropologico
del Centro Regionale Umbro per le Ricerche Economiche e Sociali, nel 1978
(Ricerca sulla “popolazione reale”). Consulente del Comitato Regionale Umbro
Radiotelevisivo e curatore di numerose indagini sul sistema dell’emitttenza
locale e sull’ascolto radiotelevisivo. Consulente e collaboratore del Festival
Internazionale del Teatro in Piazza di Santarcangelo di Romagna . Consulente e
collaboratore del Teatro Studio 3 di Perugia, Consulente e collaboratore della
1^ Rassegna Internazionale del Teatro di Strada (Montecelio di Guidonia).
Consulente artistico e scientifico del festival di teatro, musica e cinema
“Segni Barocchi” di Foligno (edizioni). Consulente del Teatro San Geminiano di
Modena, poi centro teatrale “Dramma Teatri”. Consulente e assistente, in qualità di
antropologo del teatro della rappresentazione teatrale de “La escuela de la
escena y la escena de la escuela jesuita en el siglo XVII” a cura di Filippi,
nel quadro del congresso De los Colegios a las Universidades. Las ensenanzas jesuitas y sus
relatos cotidianos, organizzato da la Universidad Iberoamaricana de Ciudad de
Mexico (Città del Messico). Membro
del comitato scientifico dell’International School of Theatre Anthropology
diretta da Barba, con sede a Holstebro, Danimarca. Membro del gruppo di lavoro
internazionale di Sociologia del teatro, con sede presso l’Université Libre de
Bruxelles, Belgio (fino al suo scioglimento). Membro del gruppo di lavoro della
Maison de Sciences de l’Homme (E.H.E.S.S.) “Spectacle vivant et sciences
humaines” Membro del comitato scientifico della quinta sezione di ricerca
“Créations, Pratiques, Publics” della Maison de Sciences de l’Homme – Paris
Nord Membro del Laboratorio di Ricerca Interdisciplinare dell’Istituto di
Psicosomatica Psicoanalitica “Aberastury” di Perugia Membro del Comité de
Rédaction de “L’Ethnographie. Noveaux objets, nouvelles méthodes. Revue de la Société
d’Ethnographie de Paris” (dal 2002). Collaboratore
della rivista “Lo straniero. Arte Cultura Società” diretta da Goffredo Fofi
(dalla sua fondazione); già redattore della rivista “Linea d’ombra e
co-direttore de “La terra vista dalla luna” Collaboratore della rivista “Gli
asini. Educazione e intervento sociale”, diretta da Luigi Monti, dalla sua
fondazione Membro del Comitato scientifico della rivista trimestrale “Catarsi.
Teatri della diversità”, dalla sua fondazione – 1996. Membro del Comité
scientifique de la revue trimestrelle “Théâtre Public” Presidente della
Fondazione “L’Immemoriale di Carmelo Bene Membro della Commissione Consultiva
per il Teatro – Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Membro della
Commission di valutazione dei progetti di cofinanziamento per lo spettacolo –
Ministero per i Beni e le Attività culturali. Consulente della Regione
dell’Umbria – Assessorato alla Cultura, con l’incarico di ricognizione ed
esplorazione del settore teatro nel territorio regionale Membro della
Commissione Consultiva per il Teatro – Ministero per i Beni e le Attività
Culturali Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Centro Studi “Aldo
Capitini” di Perugia (dal 2012). Membro del Comitato scientifico PerugiAssisi,
candidata a capitale europea per . CORSI E SEMINARI DIDATTICI SPECIALI
Partecipazione, in qualità di docente, ai seguenti corsi o seminari: • Corso
biennale per la formazione di tecnici della ricerca sulle tradizioni popolari
nella regione umbra (Perugia corso regionale di preparazione e aggiornamento
per operatori socio-sanitari impegnati nell’attività di prevenzione, cura e
riabilitazione degli stati di tossicodipendenza (Bologna Corso regionale per
operatori culturali nel settore del cinema (Orvieto Corso di riqualificazione
professionale per operatori audiovisivi: il videotape (Foligno,
febbraio-ottobre 1978). • Corso di formazione professionale per i 28 diplomati
di scuola media superiore (schedatori) previsti dal progetto di “catalogo unico
regionale dei beni bibliografici” (Perugia Corso di formazione professionale
per i diplomati di scuola media superiore (ordinatori di biblioteca) previsti
dal progetto “sistemi bibliotecari comprensoriali” (Perugia Corso Animatori Q/1
- Seminario sulle comunicazioni di massa (Spoleto Seminario residenziale
“L’Atelier: centro internazionale di ricerche artistiche” (Volterra Soglie:
esperienze di confine tra attore e spettatore”, seminario-laboratorio per
studenti e insegnanti delle scuole medie superiori (Perugia e Todi Corso di
Formation Doctorale Esthetique, Sciences et Technologies des arts della
Université Paris VIII à Saint Denis (lezioni Corso di Scenografia della Facoltà
di Architettura e del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università “La
Sapienza” di Roma (lezione “Teatro, gioco, narrazione”, progetto teatrale per
insegnanti delle scuole materne (Perugia e Città di Castello L’attore
consapevole. Seminario teorico-pratico sull’arte dell’attore” (Fara Sabina,
Rieti La società italiana del dopoguerra”. Seminario di aggiornamento per gli
italianisti polacchi, organizzato dall’Ambasciata d’Italia, dall’Università
Jagellonica di Cracovia e dall’Istituto Italiano di cultura di Cracovia
(Cracovia Corso di aggiornamento A/41 dell’I.R.R.S.A.E. dell’Umbria (Perugia,
lezioni Seminario di Antropologia del teatro per gli allievi della Scuola
Civica d’Arte drammatica “Paolo Grassi” (Milano, Corso Universitario
Multidisciplinare di Educazione allo sviluppo, “La cultura del confronto”,
organizzato dall’Unicef di Roma (lezione Uomini e teatro: culture del mondo a
confronto”). • I Corso di aggiornamento sulla didattica del teatro nella scuola
- Seminario internazionale su Scuola e Teatro (Marcellina, Roma Corso di
aggiornamento per insegnanti delle scuole medie superiori della regione Lazio
(Roma Corso Universitario Multidisciplinare di Educazione allo sviluppo,
organizzato dall’Unicef di Bari (lezione Università del Teatro Euroasiano,
sessione dedicata alla “Storia sotterranea del teatro contemporaneo.
Solitudine, tecnica, drammaturgia e rivolta” (Scilla, Reggio Calabria, Le età
del teatro. Corso triennale di storia e cultura teatrale” - II anno: Dalla Commedia
dell’arte alla Riforma goldoniana - organizzato da Emilia Romagna Teatro
(Modena, Teatro Storchi, Corso Uni-Tea Figli della storia e maestri del teatro”
(Parma, Corso d’aggiornamento per docenti e dirigenti di ogni ordine e grado,
organizzato dal C.I.D.I. Versilia e dal Provveditorato agli studi di Lucca e
intitolato “Letteratura teatrale e scuola” (Forte dei Marmi, Convegno-seminario
“La musa fra i banchi di scuola. Esperienze e modelli di relazione / incontro
fra teatro e scuola” (Cervia Università del Teatro Euroasiano, sessione
dedicata alla formazione dell’attore e intitolata “Apprendere ad apprendere”
(Scilla, Reggio Calabria Corso Uni-Tea 1998, “Oplà noi viviamo! Tecniche
originarie e tecniche nuove nel teatro d’attore” - seminario interno al Corso
di Sociologia dell’Educazione dell’Università di Parma (Parma Vedere Fare
Pensare Teatro, per una formazione dell’educatore teatrale”, organizzato
dall’E.T.I., dal Teatro delle Briciole, dal G.S.A Fontemaggiore, dal Teatro
Kismet OperA e tenutosi in tre sessioni a Bari a Isola Polvese - Perugia e a
Parma Corso d’aggiornamento per insegnanti degli Istituti medi e superiori Gli
anni della contestazione” (Parma Sulla verticalità del verso », seminario di e
con Carmelo Bene, organizzato dall’Ente Teatrale Italiano (Roma, Teatro Valle Criticando
criticando. Laboratorio d’analisi dello spettacolo”, organizzata in
collaborazione con l’Associazione Nazionale Critici di Teatro (sessione
dedicata al Teatro Ragazzi – Bagnacavallo sessione dedicata al Teatro di Ricerca
- Reggio Emilia I mestieri e le lingue del teatro”, Seminario di
autoapprendimento per operatori dell’area penale esterna, organizzato dal
Teatro Kismet e dall’Università di Bari, con il patrocinio del Ministero di
Grazia e Giustizia (Bari Teatro e Carcere: l’esperienza della Compagnia della
Fortezza” - conversazione con P. Giacchè e Armando Punzo, in collaborazione con
l’E.T.I. (Volterra Ciclo di incontri organizzati dall’Istituto Sardo per la
Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ottobre-dicembre 1998) “Rivelazioni e
promesse del ‘68”; relazione su “Il ‘68 e il teatro” (Cagliari La magia del
leggere”, Corso di aggiornamento per insegnanti e genitori della Scuola
Elementare “Ciro Menotti”, Villanova di Modena Corso di aggiornamento per
insegnanti delle scuole elementari del comprensorio Valle Umbria (Foligno Teatro
e Carcere: l’esperienza della Compagnia della Fortezza”, nel quadro di “Maggio
cercando i teatri” organizzato dall’E.T.I. (Roma, Teatro Valle Il verso
dannunziano e il concerto d’autore”, seminario con A. Asor Rosa, C. Bene, P.
Giacchè (Roma, Teatro dell’Angelo Ciclo di incontri “La parte dello spettatore”
(relatore del 1° incontro – Faenza Corso Uni Tea “Il teatro come disagio
antropologico” (Parma Divenire teatro”, incontri su Antonin Artaud organizzati
dal Centro Teatro Universitario di Ferrara. Relatore dell’incontro: “Artaud
fatto Bene” (Ferrara Politica e società”, ciclo di incontri di formazione
politica (Roma, Relatore dell’incontro: “Minoranze e movimenti nell’Italia del
dopoguerra”, insieme a G. Fofi (Roma, Incontri in scena. Per un’indagine
sull’antropologia dell’infanzia” (Vicenza, Teatro Astra, organizzati dalla
compagnia “La Piccionaia – I Carrara” con la collaborazione dell’Università di
Cà Foscari di Venezia. Relatore dell’incontro: “Antropologia dell’infanzia” “L’utopia
del teatro vivente. Living Theatre” (Siena nel quadro di incontri organizzati
dall’Università degli studi di Siena attorno ai “Cinque sensi del teatro.
Cinque trasmissioni monografiche sulla filosofia del teatro” (Rai-Pontedera
Teatro). • “Strumenti innovativi per favorire l’inclusione sociale”, lezione
inaugurale (“Altro è narrare”) del corso organizzato dal Centro Solidarietà di
Modena (CEIS) e da Emilia Romagna Teatro (Modena Giornate di studio per
l’inaugurazione della sezione di ricerca “Créations, Pratiques, Publics”,
presso la Maison de Sciences de l’Homme – Paris Nord (St. Denis Conferenza sul
Living Theatre, nel quadro del seminario “Maestri del ‘900. Gli uomini e le
idee che hanno fatto la storia del teatro contemporaneo” organizzato dal Teatro
Nuovo “Giovanni da Udine” (Udine Conferenza su Carmelo Bene o delle
provocazioni del genio, nel quadro del seminario “Maestri del ‘900. Gli uomini
e le idee che hanno fatto la storia del teatro contemporaneo” organizzato dal
Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” (Udine Le risorse della diversità”, seminario
organizzato da Proteo Fare Sapere e dal Movimento Cooperazione Educativa
(Firenze, Educandato SS. Annunziata Corso per attrici “Il corpo del testo”,
organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione; docente di Elementi di
antropologia e cultura del teatro e spettacolo (30 ore di Antropologia del
Teatro Seminario sulle “Quattro lezioni sul teatro” di Carmelo Bene,
organizzato dalla Fondazione L’Immemoriale di Carmelo Bene” e dall’Università
di Lecce (Lecce Dimostrazione-conferenza “L’attore compositore: Mejerchol’d e
la biomeccanica teatrale”, organizzata dal Centro Internazionale Studi
Biomeccanica Teatrale (Perugia giornate di lavoro teatrale: incontri,
dimostrazioni di lavoro, spettacoli Pontedera, Teatro di via Manzoni), nel
quadro di “Generazioni Festival organizzazione e cura della Fondazione
Pontedera Teatro. • Seminario
dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, “Carmelo Bene. Voir la voix, écouter le visible”, coordinato da B.
Filippi e G. Careri (Parigi, Institut National d’Histoire de l’Art comunicazione
Le Sud du Sud des Saints, Teatro in forma di libri”, incontri organizzati dal
Teatro Due Mondi – Casa del Teatro (Faenza Arte dello spettatore”.Corso di
formazione per insegnanti, organizzato dal Teatro Stabile d’Innovazione
Fontemaggiore (Perugia, Teatro Sant’Angelo, Seminario orientativo sul settore
spettacolo, organizzato dalla Fondazione Emilia- Romagna Teatro nel quadro
della Laurea specialistica “Progettazione e gestione di attività culturali”
della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Modena (lezione Seminario
di studio nel quadro della Mostra “Carmelo Bene. La voce e il fenomeno. Suoni e
visioni dall’archivio”, organizzato dalla Fondazione L’Immemoriale e dal Comune
di Roma (Casa del Teatri-Villino Corsini comunicazione L’ultimo Bene. La
verticalità del verso, 7.5.05. • Incontro seminariale “Parole chiave per il
teatro” (Lecce organizzato dai Cantieri teatrali Koreja. • “Un’antropologia
della memoria” Conferenza dibattito sul libro di C. Severi Il percorso e la
voce (Perugia, Palazzo dei Priori, Corso “Salute mentale, Antropologia e
Teatro: confronto su un’esperienza di pratica laboratoriale” (Perugia, Parco di
S. Margherita, Padiglione Neri organizzato dal Centro di Formazione della ASL 2
di Perugia. • “Pasolini antropologo” (Gubbio, Biblioteca Comunale Sperelliana nel
quadro del ciclo di incontri “Pasolini e la nuova barbarie. Conversazioni su un
testimone del nostro tempo” organizzato dal Comune di Gubbio Atelier intensif
S.P.O.T. (Spectacle vivant, Opèra, Thèâtre)”, organizzato nel quadro del Master
Europeen conjoint en Etude du spectacle vivant, coordinato dall’Université
Libre de Bruxelles e organizzato dalla Universitad de La Coruña - Spagna
docente di un corso di Antropologia teatrale. 8 • “Teatro come impegno
civile”, seminario-incontro con Marco Paolini organizzato dai Cantieri Teatrali
Koreja (Lecce Laboratorio di ricerca
interdisciplinare – Quello che ci fa la vita che facciamo, nel quadro del “50°
Seminario di Louis Chiozza”, organizzato dall’Istituto di Psicosomatica
“Aberastury” e dalla Scuola di specializzazione in Psicoterapia psicoanalitica
di Perugia (Città di Castello, Palazzo Vitelli Quadri concettuali per l’analisi
del sistema cultura – Seminari di studio”, organizzati dalla Fondazione Mario
Del Monte di Modena comunicazione su L’antropologia e il “teatro” della cultura
(Modena, Teatro delle Passioni L’ultimo Bene”, conferenza-lezione nel quadro
delle attività didattiche speciali della Fondazione Accademia di Belle Arti di
Perugia (Perugia, 17 maggio 2007). • Seminario di studio “Economia della
cultura, sviluppo umano e politiche culturali”, a cura del CAPP (Centro di
Analisi delle Politiche Pubbliche), Modena; comunicazione su La domanda di
teatro. Una prospettiva antropologica (Modena, Facoltà di Economia, S.P.O.T. II
(Spectacle vivant, Opèra, Thèâtre) “Espectàculos y dialogo entre culturas: La
adaptacioòn y la escena”, organizzato nel quadro del Master Europeen conjoint
en Etude du spectacle vivant, coordinato dall’Université Libre de Bruxelles e
organizzato dalla Universitad de Sevilla; docente di un corso di 8 ore di
Antropologia del teatro e dello spettacolo. • Laboratorio Interculturale di
Pratiche Teatrali (III edizione in collaborazione con l’International School of
Theatre Anthropology, organizzata dal Teatro Potlach, Fara Sabina (Rieti), 13 –
26 ottobre 2008); comunicazione su L’antropologia dello spettatore Seminario –
Convegno “Omaggio a Carmelo Bene” (Centro Teatro Ateneo – Dipartimento Arti e
Scienze dello Spettacolo dell’Università “La Sapienza” di Roma, 12 – 14
novembre 2008); Prologo al seminario e comunicazione dal titolo A scuola da
Bene Il potere di tutti. Conversazione su Aldo Capitini” (Perugia, Sala
Miliocchi organizzata dall’Associazione “Vivi il borgo”, dalla Società Operaia
di Mutuo Soccorso e dalla Fonoteca Regionale “O. Trotta”. • Giornata di studi
“La religione dell’educazione. Don Milani e Aldo Capitini”, organizzata dalla
L.U.M.S.A. di Roma, Facoltà di Scienze della Formazione (Roma, Aula “Edda
Ducci”, Piazza delle Vaschette Seminario “Migrazioni. Prospettive etnografiche
sullo Stato italiano”, organizzato dal Dipartimento Uomo et Territorio –
sezione antropologica (Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Palazzo Manzoni
Voler Bene al cinema. Omaggio a Carmelo Bene” (Bellaria, Cinema Astra nel
quadro di “Bellaria Film Festival 2009. • Seminario interdisciplinare su:
“Grotowski e la ricerca invisibile” (Perugia, Istituto Aberastury, Bruciare la
casa“, incontro-colloquio con Eugenio Barba (Isola Polvese (PG) nel quadro di
“Terre di confine. Lo spazio del teatro”, progetto a cura di Linea Trasversale.
• Séminaire doctoral
collectif - Centre d'Etudes Féminines et d’Etudes de Genre/ CRESPPA-GTM : «
Théâtre du genre : production, performance, spectacle » (Parigi, CNRS, 4
dicembre – comunicazione su “Travestissement à théâtre: masculin, féminile ou
neutre? “). • Séminaire “SPACE-Supporting Performing Arts Circulation in Europe
“- Session Paris (ONDA, Paris Comunicazione “Europe Toolbox: quelle boîte pour
quels outils?” • “Cinema e teatro non si incontrano mai,
se non all’infinito” (Bergamo incontro seminariale nel quadro de “Il teatro
vivo. Introduzione al teatro contemporaneo: Corso di Alti Studi Teatrali
organizzato dal Teatro Tascabile di Bergamo. • “La Festa nelle culture dei
popoli: criteri di autenticità” (Gubbio nel quadro del ciclo di incontri “La
Festa nella Festa dei Ceri”, per la celebrazione dell’anniversario della morte
di S. Ubaldo. • Introduzione e partecipazione al XI Seminario Interdisciplinare
dell’Istituto Aberastury su “La vocazione minoritaria”, condotto da G. Fofi
(Perugia Incontro seminariale su “Lo spettatore partecipante” nel quadro del
progetto “Paesaggio con spettatore” a cura di R. Vannuccini e organizzato da
ArteStudio per il Festival dei Due Mondi – Spoleto (Spoleto, Palazzo Comunale
Coordinatore del Laboratorio di Ricerca Interdisciplinare dell’Istituto
Aberastury “Dialogo con Sctutatori d’anime di Carlo e Rita Brutti” (Assisi Incontro-conversazione
“Radicalism: Piergiorgio Giacchè speakes about Carmelo Bene with Dora Garcia”
(Venezia, Padiglione Spagnolo della Biennale Arte nel quadro della performance
THE INADEQUATE: ogni giorno un artista in scena (Padiglione spagnolo, 54th
International Art Exibition – Venice Biennale Relatore e conduttore del XIII
Seminario Interdisciplinare dell’Istituto Aberastury su “L’anima del mondo
viene prima del mondo dell’anima? (Perugia Dialogo teatrale – incontro tra un
antropologo e un avvocato su Teatro Trattamento Carcere, nel quadro di “Stanze
di teatro in carcere 2011. Rassegna intinerante di Teatro Carcere in Emilia
Romagna” (Modena, Teatro delle Passioni La congiura della creatività”,
seminario pubblico con P. Giacchè e R. Sacchettini, organizzato dal collettivo
Nevrosi (Agliana, PT, Teatro Il Moderno Incontro con Marc Augè in dialogo con
Piergiorgio Giacchè, organizzato dal Circolo dei lettori di Perugia (Perugia,
Sala dei Notari Incontro con Piergiorgio Giacchè e Giuseppe Di Leva (Piccolo
Teatro Grassi di via Rovello, Milano nel quadro di “Visioni di Bene. Voce,
teatro, cinema, televisione secondo Carmelo”, Milano Memorie del sottosuolo. Il
teatro raccontato da spettatori speciali: Piergiorgio Giacchè su Carmelo Bene”
(Giardino del MUSAS, Santarcangelo di Romagna nel quadro di Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza
Raduno degli artisti della scena: Punctum e tempo, dalla fotografia alla
scena”, incontro seminariale a cura di Claudio Morganti, organizzato dal Teatro
Metastasio Stabile della Toscana, nel quadro del festival “Contemporanea 12: le
arti della scena” (Prato, spazio Magnolfi Incontro-Lezione – TITOLO - per il
seminario residenziale Università Elementare de Gli asini nel quadro di
“Leggere la città: lo spazio pubblico” (Pistoia aprile 2014) • Seminario su “La
parabola dell’animazione teatrale” nel quadro della seconda edizione della Summer
School di Arti performative e Community care (Carpignano Salentino Incontro con
Piergiorgio Giacchè e Alessandro Leogrande condotto da Giovanna Casadio,
intitolato Vizi privati e pubbliche virtù, nel quadro della decima edizione del
“Festival Lector in fabula: Privato, Pubblico, Comune” Conversano, Conversano,
BA, Auditorium di San Giuseppe Conferenza Orizzonti e vertici del “viaggio del
teatro” nel quadro della XVII edizione de “IL TEATRO VIVO. Progetto di
promozione e diffusione del teatro contemporaneo”, organizzato dal Teatro
Tascabile di Bergamo (Bergamo Conferenza Dal Living Theatre all’Odin Teatret,
nel quadro di “Effetti collaterali. Ciclo di incontri per la formazione degli
operatori e del pubblico”, organizzato dal Teatro di Sacco di Perugia (Perugia,
Sala Cutu Incontro-Lezione “Essere giovani, essere attori” (Pistoia, Piccolo
Teatro Mauro Bolognini per il seminario residenziale Università Elementare de
Gli asini “La cultura di massa dall’emancipazione all’alienazione”, nel quadro
di “Leggere la città: lo spazio pubblico” (Pistoia Corso residenziale “Si deve,
si può. Ruolo delle minoranze etiche tra globale e locale” - primo modulo Dove
va il nondo? Analisi del presente: il globale e il locale (Lamezia Terme Progetto
Spring organizzato dalla Comunità Progetto Sud in collaborazione con le riviste
Gli asini e Lo straniero. Relazione: “La mutazione antropologica: dal locale al
globale e ritorno Corso di formazione per docenti presso l’Istituto
Omnicomprensivo “D. Alighieri” di Nocera Umbra (PG): intervento formativo di
due ore sul tema “Giovani Oggi Corso d formazione per docenti “Teatro come
cultura delle differenze”, organizzato dal 1° Circolo didattico di Marsciano
(PG) e dal Teatro Laboratorio Isola di Confine; conferenza “A scuola da
Pinocchio” (Marsciano, Sala E. De Filippo Curatore e ideatore dei seguenti
progetti o seminari speciali: • “La casa de l’Odin”, Ciclo di conferenze sulla
cultura teatrale e sull’antropologia del teatro (Valencia, Barcellona,
Castellon e Madrid, Apriamo un salotto: appuntamenti di restaurazione
culturale” - tre cicli di conferenze sulle attività e sulla politica culturale
(Perugia Storia et Geografia. Corso effimero di educazione permanente” - cinque
incontri dedicati a Gabon, Germania, Iran, Argentina e Umbria, per favorire
l’integrazione degli studenti stranieri (Perugia La parte dell’altro. Teatro ed
esperienze antropologiche” - ciclo di conferenze e seminario conclusivo con E.
Barba (Perugia Altro e Teatro” - ciclo di conferenze e relazioni di ricerca
sugli ambiti contigui al teatro (Perugia L’età dell’oro. Per un teatro giovane”
- incontri e discussioni fra giovani gruppi teatrali (Parma Il primo giorno.
Scuola di teatro a scuola” - convegno/laboratorio sul rapporto tra il teatro
nella didattica scolastica e la pedagogia del teatro (Parma Coordinatore del
seminario “L’infanzia ritrovata. Lo sguardo dell’artista nel presente che muta”
(Parma, all’interno del Corso Uni-Tea Coordinatore del seminario laboratorio
“Curare gli affetti. Il teatro come legame sociale. Un percorso tra luoghi e
non luoghi” (Parma all’interno del Corso Uni-Tea Curatore (assieme a G. Fofi)
del ciclo di incontri “L’arte contro lo stato. Lo stato delle arti”
(Santarcangelo di Romagna nel quadro del XXX Festival “Santarcangelo del
Teatri”. • Curatore (assieme a F.Orlandi) del Corso di aggiornamento per
insegnanti della Scuola Media Superiore “Oralità, Narrazione, Teatro: In
Principio era il verbo”, organizzato da Emilia Romagna Teatro – Fondazione
(Modena, Teatro delle Passioni Curatore (assieme a S. Cipiciani) di “Piccoli
maestri. Incontri video spettacoli con il Teatro delle Albe”. (Spello, Palazzo
Comunale e Teatro Subasio organizzato dal Teatro stabile di innovazione
“Fontemaggiore” di Perugia Coordinatore (assieme al prof. L. Mango) del
Laboratorio di osservazione dello spettacolo contemporaneo, nel quadro del
Festival Internazionale ESTERNI (Terni Curatore (assieme a S. Cipiciani) di
“Piccoli maestri. Incontro con Santagata o Morganti” (Terni, Officine Ex-Siri organizzato
dal Teatro stabile di innovazione “Fontemaggiore” di Perugia nel quadro del
festival Es-Terni Ideatore e curatore di “Bene Detto. Oratorio e Laboratorio
sull’arte di Carmelo Bene” (Oratorio: Mondaino (RN), Laboratorio: Mondaino (RN)
organizzato da L’arboreto. Teatro Dimora, con la collaborazione dell’Ass.
Liminalia di Perugia e di B. Filippi e S. Pasello. • “I tagli e le ferite. La
poetica della politica e viceversa”, Incontro con gli artisti italiani nel
quadro di “Vie. Scena contemporanea festival”, organizzato dall’E.R.T. (Modena,
Biblioteca Delfini Curatore e conduttore del meeting “Per Ora Labora” sulla
condizione lavorativa dell’attore teatrale, nel quadro del Cantiere delle Arti
(Modena, Biblioteca “Delfini” Ideatore e curatore di “InizioAzione.Vacanze
scolastiche per allievi attori delle scuole di teatro” (per una ricerca sulla
motivazione teatrale), nel quadro del Festival VIE dell’E.R.T. (Rubiera, Corte
Ospitale – Modena, Biblioteca “Delfini” Curatore e coordinatore dei sei
incontri del seminario-laboratorio “Il grande attore e il piccolo spettatore” a
cura del Teatro Stabile d’Innovazione Fontemaggiore di Perugia e del
Dipartimento Uomo e Territorio – sezione antropologica – dell’Università degli
studi di Perugia (Perugia, Teatro Brecht Curatore di “Autocritica”, quattro
incontri fra critici e attori per il Cantiere delle Arti, nel contesto di Vie
Scena Contemporanea Festival (Modena, Biblioteca “Delfini Curatore e
coordinatore del laboratorio per spettatori “Piccolo pubblico”, organizzato dal
Teatro Stabile d’Innovazione Fontemaggiore di Perugia nell’occasione delle
repliche degli spettacoli del Progetto Interregionale di promozione dello
spettacolo dal vivo “Teatri del presente” (Teatro Brecht di Perugia e Teatro
Clitunno di Trevi, Curatore e direttore scientifico de “Il Centro della
Visione. Per un’accademia dello spettatore”, progetto organizzato da Kilowat
Festival a Sansepolcro (AR), Ideatore e curatore del progetto “Verso Capitini,
per un Colloquio corale”, prodotto dal Teatro Stabile d’Innovazione
“Fontemaggiore” di Perugia (da aprile 2014 ancora in corso: prima sessione
presso il Teatro Drama di Modena sessione presso il Teatro Brecht di Perugia Ideatore
e curatore del convegno “Il teatro della critica” (Pistoia organizzato dal
Centro Culturale “Il Funaro” e dall’Associazione Teatrale Pistoiese. CONVEGNI •
Convegno su “L’Italia e l’Umbria dal Fascismo alla Resistenza: problemi e
contributi di ricerca” (Perugia Convegno internazionale su “Droga. Dalle
esperienze ad una proposta concreta. Aspetti terapeutici, sociali e
legislativi” (Firenze Incontro seminariale “Musica, Possessione, Spettacolo”
(Greve in Chianti, Firenze Seconda sessione dell’I.S.T.A. - International
School of Theatre Anthropology (Volterra Convegno di studi su “Improvvisazione
e spettacolo” (Firenze Convegno di studi su “Vedere ed essere visti” (Volterra Convegno
di studi su “Come si potrebbe vivere. Corpo e linguaggio” (Vicenza Giornate
della cultura e della partecipazione (Barcellona, Convegno di studi su “Elogio
dei fiori: tecniche personali e creatività” (Volterra, Mostra-Convegno “Spoleto
come titolo” (Spoleto Simposio “Le maître du regard”, nel quadro della terza
sessione dell’I.S.T.A. (Paris, Malakoff Incontri di lavoro con Richard
Schechner” (Pontedera Convegno-seminario su “Cosa narrare e come narrare”
(Bellaria-Igea Marina Convegno Nazionale di Psichiatria “Crisi e costruzione
delle conoscenze” (Massa Convegno “Le forze in campo. Per una nuova cartografia
del teatro” (Modena, sessione dell’I.S.T.A. - “Il ruolo della donna nel teatro
delle diverse culture” (Hostelbro Convegno Nazionale di Antropologia delle
società complesse (Roma sessione dell’I.S.T.A. - “Tradizione dell’attore e
identità dello spettatore. Dialoghi teatrali” (Otranto Convegno su “Teatro e
Emergenza. Quattro incontri” (Bologna Natura e buongoverno del teatro. Convegno
Nazionale per il rinnovamento della scena italiana” (Milano Encuentro de Artes
Escenicas sobre perspectivas, necesidades, metodos, limitaciones y alternativas
para la investigacion y esperimentacion (Mexico D. F. Convegno su “La presenza
misconosciuta. Nuovi progetti di teatro” (Frascati Giornate di studio su
“Grotowski, la presenza assente” (Modena Congresso Mondiale di Sociologia del
Teatro (Bevagna Seminario Internazionale “A la recerca d’un espai teatral
contemporani” (Olot – Catalunya sessione dell’I.S.T.A. - “Università del teatro
euroasiano. Tecniche della rappresentazione e storiografia” (Bologna World
Congress of Sociology (Madrid, 9 - 13 luglio 1990). • Convegno di fondazione di
“Mantis. Centro per la ricerca sui linguaggi del comportamento funzionale”
(Palermo • Convegno su “Culture immigrate e teatro in Europa. Analisi dei
fenomeni interattivi fra culture immigrate e culture europee” (Bologna, 16
novembre 1991). • Seminario-convegno della Università del Teatro Euroasiano
(Padova Convegno internazionale su “Teatro Europeo: quali percorsi formativi”
(Torino Congresso Internacional de Sociologia do Teatro (Fondazione Gubelkian,
Lisbona Convegno su “La piazza nella storia. Eventi, liturgie,
rappresentazioni” (Università di Salerno-Fisciano, Seminario-convegno della
Università del Teatro Euroasiano - “Drammaturgie parallele” (Fara Sabina Giornate
di incontri e di studi “Per Carmelo Bene” (Perugia Congresso Nazionale
“L’antropologia e la società italiana” (RomaConvegno “L’identità collettiva e
la memoria storica: un confronto tra Italia e Polonia”, organizzato
dall’Ambasciata d’Italia e dall’Università di Varsavia (Varsavia Convegno di
studi su “L’altra via dell’intelligenza. Teatro e valore” (Terza Università di
Roma Convegno Europeo Teatro e Carcere - “Immaginazione contro emerginazione”
(Milano Convegno su “I sommersi e i salvati. Come, perché, dove e per chi fare
teatro?” (Terza Università di Roma Convegno internazionale per la fondazione
del Centre International d’Ethnoscènologie (Paris Convegno su “Pacifismo,
disobbedienza civile, obiezione di coscienza: il ruolo della Comunità di
Capodarco” (Lido di Fermo Congresso Europeo della Biennale Théâtre Jeunes
Publics - “Pourquoi aller au théâtre aujourd’hui?” (Lyon Convegno su “Teatro
antropologico e Antropologia teatrale” (Scilla Convegno su “Tradizione e
modernità al sud Convegno Internazionale su “Teatro e Scuola: Università ed
Educazione al Teatro” (Roma. • Convegno “Teatro e Scuola fra espressività e
percezione” (Modena). Congres International de Sociologie du Théâtre (Mons) Convegno
Nazionale su “Arte del narrare, arte del convivere. Incontro tra immigrati,
educatori e artisti narratori” (Palermo, Convegno di studio “Creativi si nasce?
Teatro e creatività nei possibili percorsi della riforma scolastica” (Palazzolo
sull’Oglio - BS). • Convegno su “Le letterature popolari. Prospettive di
ricerca e nuovi orizzonti teorico- metodologici” (Fisciano e Ravello -
Università di Salerno, Convegno su “Il gioco del teatro. L’animazione
trent’anni dopo” (Torino). • Convegno “Processo federalistico delle istituzioni
meridionali e mediterranee” (Messina). • Convegno-Seminario “Carmelo Bene e
Gabriele D’Annunzio. Sulla verticalità del verso” (Roma, Teatro Valle, Acting,
Life, and Style”, convegno per un progetto internazionale di ricerca
organizzato dall’Italienska Kulturinstitutet “C.M. Lerici” e dal
Teatervetenskapliga Institutionen della Universitet Stockholms
(Stoccolma,Convegno Europeo di Teatro e Carcere: “Verso il Duemila, il cammino
di un’utopia concreta” (Milano, tavola rotonda su “Il costringimento e il suo
doppio” (Convegno “Io sono la prima attrice. Crocevia di esperienze tra teatro
e handicap” (Milano). • Convegno “Un teatro per domani”, all’interno della X
edizione di Galassia Gutemberg Mostra mercato del libro e della multimedialità
(Napoli, Mostra d’Oltremare, Galleria Mediterranea). • Convegno di studio per
dirigenti e docenti della scuola “Il Corpo - la Macchina tra avventura,
traduzione, mistero” (Calcinate, Bergamo, Congresso “Le Corps du Théâtre. À
partir de la Méditerranée: organicité, contemporanéité, interculturalité”
(Bologna organizzato dalla Maison de Sciences de l’Homme, Ente Teatrale
Italiano e D.A.M.S. dell’Università di Bologna. Encontro Internacional de Novo
Teatro para Crianças e Adolescentes – “Percursos” (Lisboa – Portugal, Centro
cultural de Bélem). • “Per un teatro
popolare di ricerca”, convegno organizzato da La Corte Ospitale (Rubiera,
Convegno Internazionale di Studi “I teatri delle diversità e l’integrazione”
organizzato da Ass. Cult. Nuove Catarsi (Cartoceto –Ps, Convegno Internazionale
“Intrecci tra Educazione Arte Natura nella prospettiva della conversione
ecologica” (Amelia, organizzato dalla Casa Laboratorio di Cenci. • Giornate di
studio e di ricerca “I Sud e le loro Arti” (Arnesano, organizzato dal Comune di
Arnesano (Le) e dall’Università di Lecce. • Convegno “Il cinema al limite, al
limite il cinema” (Perugia, 9 novembre 2001), organizzato da Batik-Perugia Film
Festival Ho sognato che vivevo. Teatri della trasformazione e dell’esclusione.
Esperienze di teatro con protagonisti non comuni (pazienti psichiatrici,
carcerati, portatori di deficit, immigrati) a confronto con studiosi e
amministratori”, (Arena del Sole, Bologna) convegno organizzato dall’Azienda
USL Bologna Nord e dalla Regione Emilia-Romagna Convegno di Studi “Antropologia
e poesia” (Fisciano-Ravello, organizzato dall’Università degli studi di Salerno
e dall’A.I.S.E.A.- Sezione di Antropologia e letteratura. • Convegno “Per un
nuovo Teatro in Italia e in Europa” (Roma, Teatro Valle, organizzato dall’Ente
Teatrale Italiano nel quadro di “Cercando i teatri Convegno “Residui
illimitati” (Bergamo, Chiesa di S.Agostino, 21 giugno 2002), organizzato da Il
Teatro Prova nel quadro del festival “Non voglio perdere la meraviglia. Teatri
e arti tra diversità e alterità”. • Convegno Internazionale “Le arti del ‘900 e
Carmelo Bene” (Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea,
organizzato dalla Regione Piemonte e dall’Organizzazione per la Ricerca in
Scienze e Arti di Torino. • Convegno
Internazionale “Performing Through – Tradition as Research at the Workcenter of
Jerzy Grotowski and Thomas Richards” (Vienna, Theater des Augenblicks, Non solo
per piacere. Pratiche teatrali. Adolescenti.
Giustizia. Convegno nazionale sulle esperienze di teatro con minori in area
penale interna ed esterna (Bologna, Maison Française, organizzato dal
Dipartimento Musica e Spettacolo dell’università di Bologna, dalla Regione Emilia-Romagna
e dal Centro Giustizia Minorile per L’Emilia Romagna e Marche. • Colloque
International d’Ethnoscénologie (Parigi, Université Paris Convegno “L’Attore”,
organizzato da Primafila e InScena con il patrocinio delle Segreterie di stato
per il Turismo e gli Istituti Culturali – Repubblica di san Marino (Sala SUMS,
Giornate di lavoro e di studio nel quadro dell’Assemblea Generale di IRIS -
Associazione Sud Europea per la Creazione Contemporanea (Modena, Palazzo
Comunale). Controscuola. Riflessioni ed esperienze pedagogiche”, convegno
organizzato dalla rivista “Lo straniero” (Roma, Museo di Roma in Trastevere,
symposium on tracing roads across “Living Traces – Performing as a Shared
Reality” (in the occasion of the 20th Anniversary of the Workcenter of Jerzy
Grotowski and Thomas Richards), Teatro Manzoni, Pontedera – PI, Convegno
“Réécritures de Médée”, organizzato dal Centre de Recherche en Etudes Féminines
– Etudes de genre del’Université Paris 8 (Saint-Denis, Musée d’Art et
d’Histoire, Il disagio e chi se ne occupa. Crisi dei sistemi educativi e di
cura e prospettive dell’agire sociale”, convegno organizzato dalla rivista “Lo
straniero” (Roma, Sala Civita, Piazza Venezia, 1° Incontro su “Travestitismo e
identità di genere nelle scienze della recitazione” (Napoli, Galleria Toledo),
organizzato dal Dipartimento di Neuroscienze, Unità di Psicologia Cilinica e
Applicata e dalle Università degli Studi di Napoli Federico II, L’Orientale,
Suor Orsola Benicasa; comunicazione su Il teatro e l’alterità di genere. Il
caso o l’esempio di Carmelo Bene. Convegno Regionale A.I.Fi Umbria su “Le
alterazioni posturali: dalla conoscenza alla coscienza riabilitativa” (Trevi,
Hotel della Torre, organizzato con la collaborazione dell’Università di
Perugia; comunicazione su Postura e cultura. Il corpo della tradizione e il
corpo della rappresentazione. • Convegno “Venti anni di teatro della Compagnia
della Fortezza – Per un teatro stabile in carcere” (Volterra, Cortile
principale del carcere, coordinatore e relatore. • Convegno internazionale “Il
teatro che ho in testa. Per un festival di teatro da sogno” (Ulassai e Jerzu,
organizzato da Cada Die Teatro, nel quadro di “Ogliastra Teatro, festival dei
tacchi Convegno “La frontiera del teatro. Grotowski 30 anni dopo” (Milano,
Teatro dell’Arte, organizzato dal CRT Centro di Ricerca per il Teatro di
Milano. • Convegno “Teatro e Infanzia”, a cura di G. Fofi e M. Martinelli,
organizzato dal Teatro Stabile di Napoli e da Punta corsara (Scampia-Napoli,
Teatro Auditorium, Journée d’étude “Modes et formes d’émergence dans le
théâtre” (Liegi, Belgio, organizzato, nel quadro del progetto Prospero,
dall’Université de Liège e dal Théâtre de la Place. • “Ricordando Lévi-Strauss.
Convegno di studi” (Macerata, organizzato dal Centro Internazionale di Studi
sul Mito e dall’Università di Macerata. • Convegno seminariale “Chi è il
prossimo?”, organizzato dalla rivista “Lo straniero” nel quadro del 40°
Festival Internazionale del Teatro in Piazza (Santarcangelo di Romagna,
Supercinema, Futuramente. 1° Convegno intorno alla Creatività per le future
generazioni” (Pontedera, Museo Piaggio, organizzato dall’ass. Libera
Espressione e dal Comune di Pontedera (PI). • Journée d’étude “Vous ne trouvez
pas ça tragique? – conversation publique sur l’art, l’esthétique et la
politique” (Tolosa, Francia, organizzata dal Théâtre Garonne, nel quadro di “In
Extremis Una giornata con il Living Theatre – conversazione pubblica (San Sisto
– Perugia, Teatro Bertolt Brecht, organizzata dall’UILT nel quadro della
Giornata Mandiale del Teatro. Convegno Internazionale “Civiltà, culture,
educazione. Le sfide della società tardo- moderna alla pedagogia” (Aula Magna
della Lumsa, Roma, organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione della
LUMSA di Roma. • Convegno seminariale “Un’idea di rivoluzione”, organizzato
dalla rivista “Lo straniero” nel quadro del Festival Internazionale del Teatro
in Piazza (Santarcangelo di Romagna, Supercinema, “Il n’y a pas de révolution
politique possible, s’il n’y a pas d’une révolution poétique” – incontro
internazionale e tavola rotonda sul rapporto tra pratiche artistiche e
mutazioni politiche nelle aree interessate dalla “primavera araba” (Terni,
Festival Internazionale della Creazione Contemporanea, Caos Area Lab,). Journée
d’études “Potlach notionnel sur la performance. National potlach on
performance”, organizzata dall’E.H.E.S.S., dall’Université Paris
Ouest-Nanterre, dal Centre Edgar Morin e dal H.A.R. (Amphithéâtre François
Furet, bld. Raspail, Paris Convegno della Facultatea de Teatru si Televiziune –
Universitatea Babes-Boyai di Cluj-Napoca (Romania) “The Bad Spectator. Performing
Arts between Construction and Destruction / Le mauvais spectateur. Les arts du
spectacle entre construction et destruction”, organizzato dal gruppo di ricerca
Istoria Teatrului, Iconografie si Antropologie Teatrali a Cluj-Napoca Seminario
“L’esperienza del principio. Jerzy Grotowski, l’infanzia e la rinuncia
all’assenza” (Cenci-Amelia, nel quadro della manifestazione “Sorgenti e
torrenti. Omaggio a Jerzy Grotowski e al Teatro delle sorgenti” organizzata dal
Laboratorio di Cenci Convegno “Le théâtre et ses publics: la création partagée”
- 2° Colloque International du Projet Européen PROSPERO (Salle académique
dell’Università di Liegi – Belgio), organizzato dal Théâtre de la Place di
Liegi e dell’Université de Liège. • “Confusion de genres. Journées d’étude en l’honneur de
Jean-Paul Manganaro”, organizzato dall’Université de Lille 3, dall’Université
Paris Ouest-Nanterre-La Defense e dall’Università Italo Francese (Lille, 29
novembre – 1° dicembre; Paris, 12 dicembre 2012). • Colloque International
“D’après Carmelo Bene” (Parigi, Institut National d’Histoire de l’Art -
Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique - Cinéma du Panthéon),
organizzato da HAR, Université Paris Ouest-Nanterre, Labex Arts-H2H, Université
Paris 8 Vincennes-Saint Denis, CNSAD, Dipartimento Uomo e Territorio
dell’Università di Perugia (in partenariato con Union des Théâtres de l’Europe
e con Emilia Romagna Teatro Fondazione). •
Incontro sul tema “Memoria e Identità” (Gubbio, Biblioteca Sperelliana),
organizzato dal Comune di Gubbio e dal Lyons Club Gubbio Host. “Teatro e nuovo
umanesimo”, convegno nel quadro della “Giornata per Claudio Meldolesi”
(Bologna, Laboratorio delle Arti), organizzata dal Dipartimento delle Arti
visive, performative, mediali dell’Università di Bologna, con il patrocinio
dell’Accademia dei Lincei.Convegno Nazionale di Teatro educativo intitolato
“Scrittura e riscrittura. Da testo alla messa in scena – Esperienze a
confronto” (Avigliano Umbro, TR, Colloque international d’ethnoscénologie,
organizzato da Maison des Cultures du monde, Université Paris 8, Maison des
Sciences de l’Homme Paris Nord) •Incontro sul tema “Ai confini della
democrazia” (Roma, La Pelanda) organizzato dalle Edizioni dell’Asino nel quadro
della rassegna Short Theatre n. 8 intitolato “Democrazia della felicità”
(Roma). • Convegno Seminario “Intellettuali e riviste tra passato, presente e
futuro” (Perugia, Sala della Partecipazione del Consiglio regionale
dell’Umbria). • Convegno sulla Rete Regionale dei Teatri (Modena, Teatro delle
Passioni), organizzato dalla Fondazione Mario del Monte e da Emilia Romagna
Teatro. Convegno “La possibilità del teatro. Un incontro di riflessione e
confronto”, organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro (Pontedera, PI,
Teatro Era). Convegno “Il teatro della critica” (Pistoia), organizzato dal
Centro Culturale “Il Funaro” e dall’Associazione Teatrale Pistoiese. RICERCHE
ricerche teoriche: Il contesto sociale della criminalità e della devianza Le
basi strutturali dei processi di criminalizzazione” La solitudine abitativa
come fenomeno emergente Riferimenti teorici ed esperienze empiriche nella
fondazione di una antropologia del teatro Cultura dell’attore nelle tradizioni
teatrali euroasiatiche L’identità dello
spettatore e i modelli di fruizione del teatro Sociabilità, Relazionalità,
Spettacolarità Tecniche del corpo e azioni performative Studio per la
realizzazione di uno spettacolo teatrale sul tema del cooperativismo Elements
anthropologiques dans le théâtre contemporain - nel quadro della partecipazione
al Groupe international de recherche interdisciplinaire “Spectacle vivant et
sciences de l’homme” - Maison de l’Homme, Paris Il teatro e la scuola: le
funzioni pedagogiche del teatro e i corsi di formazione degli operatori
teatrali e degli insegnanti - nel quadro dell’attività dell’Uni-Tea, progetto
coordinato dall’Ente Teatrale Italiano. ricerche empiriche: • Gli atteggiamenti
nei confronti della devianza criminale e dell’istituzione carceraria (ricerca
condotta nel quartiere di P.ta Eburnea di Perugia Le opinioni e gli
atteggiamenti degli studenti dell’Istituto Tecnico per Geometri di Perugia nei
confronti della scuola e della condizione umana Indagine su tipologia e
censimento degli organismi di democrazia di base (ricerca per il Consiglio
Regionale dell’Umbria, Ricerca sulla definizione e le caratteristiche della
popolazione “reale” (ricerca del C.R.U.R.E.S. Indagine sull’ascolto
radiotelevisivo in Umbria (ricerca del Comitato Regionale Umbro per il Servizio
Radiotelevisivo, Ricerca sul comportamento elettorale in Umbria attraverso
l’analisi dei risultati delle elezioni politiche ed europee Indagine sull’esercizio e il mercato
cinematografico in Umbria (ricerca dell’Associazione Umbra per il Decentramento
delle Attività Culturali, Inchiesta sul teatro dialettale in Umbria (ricerca
del Centro Documentazione Spettacolo, sAnalisi dei risultati delle elezioni
amministrative nel comune di Perugia
(ricerca del Comune di Perugia, Ricerca sulla memoria e sulla identità dello
spettatore (ricerca condotta in Salento per l’International School of Theatre
Anthropology). L’informazione televisiva
in Umbria: i notiziari regionali (ricerca del Comitato Regionale Umbro per il
Servizio Radiotelevisivo, Indagine sulle emittenti radiotelevisive operanti in
Umbria (ricerca del Comitato Regionale Umbro per il Servizio Radiotelevisivo,
Aspetti devozionali e spettacolari nelle feste religiose patronali In
compagnia: ricerca e analisi sulle opportunità di lavoro e di impiego nel
settore teatrale” (nel quadro dell’azione pilota “terzo settore e occupazione”
promossa dalla Commissione Europea D.G.V); ricerca coordinata da Emilia Romagna
Teatro con la collaborazione di “Amitié”, Taller de Investigaciòn de la Imagen
Teatrale di Madrid, Teatro delle Briciole, Teatro Festival, Thomas Consulting
Group Ricerca empirica sulla definizione e sulla’informazione e formazione
dello spettatore, all’interno del progetto “100 spettatori da adottare”
organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro e dall’ETI Ente Teatrale Italiano
Il nuovo attore nuovo” Osservatorio scientifico sulla pedagogia dell’attore di
innovazione, applicato al Progetto interregionale “Teatro – Percorsi di Alta
Formazione” organizzato dalla Fondazione Pontedera Teatro, dai Cantieri
Teatrali Koreja di Lecce e dal Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, in convenzione con
le rispettive Regioni Analisi documentale del “Cantiere delle Arti” – un
cantiere transnazionale per la creazione di percorsi integrati connessi alla
realtà produttiva del settore spettacolo dal vivo – costituito da Emilia
Romagna Teatro Fondazione, dalla Regia Accademia Filarmonica e Musica e
Servizio Cooperativa Sociale Sull’opera e il pensiero degli antropologi Giulio
Angioni. Tra antropologia e letteratura (recensione), “Lo straniero Arte
Cultura Società”, Bourdieu: l’autoanalisi di un maestro, “Lo straniero Arte
Cultura Scienza Società, Postfazione alla parte quinta “Dimensioni della festa”
in: T. Seppilli, Scritti di antropologia culturale, (M. Minelli – C. Papa,
curatori), 2 voll., Olschki Ed., Firenze, La festa, la protezione magica, il
potere, Lo sguardo lontano di Lévi-Strauss, “Lo straniero Arte Cultura Scienza
Società, Lezione e monito dell’ultimo Baudrillard, “Lo straniero. Arte Cultura
Scienza Società”, Sulla condizione e la subcultura giovanile: Dopo Licola, (in
coll. con G. Baronti), “Ombre Rosse, Il corpo e il territorio, “Segno critico, Una
nuova solitudine. Vivere soli tra liberazione e integrazione, (in coll. con P.
Bartoli e S. La Sorsa), Savelli ed., Roma, Protagonismo, narcisismo e
consumismo, “Ombre Rosse, Forza ragazzi, “Linea d’ombra, Disagi giovanili,
disagi senili, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Il diavolo, sicuramente,
“Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Lo studente quotidiano, “Gli
asini. Educazione e intervento sociale, La Giovane Italia, “Gli asini.
Educazione e intervento sociale, Un saggio Laffi sui giovani e i vecchi, “Lo
Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Sulla devianza e la criminalità: La
ricerca dei ricercati. Sociologia dell’ordine pubblico, (in coll. con G.
Baronti), “Ombre Rosse, La organizzazione del consenso nel regime fascista: la
manipolazione ideologica della devianza criminale, (in coll. con G. Baronti),
“Studi e materiali di antropologia culturale”, Perugia, Sulla cultura
meridionale: Mezzogiorno è già passato, in: G. Fofi – A. Leogrande (curatori),
Nel sud, senza bussola. Venti voci per ritrovare l’orientamento, L’ancora del
mediterraneo, Napoli, Sulla cultura politica e la politica culturale: Partiti e
comportamento elettorale. Analisi dei risultati delle elezioni del giugno 1789
in Umbria (in coll. con A. Sorbini), Com.Reg.Umbro PSI, Perugia, Caro nome...,
in: AA.VV., A proposito dei comunisti, Linea d’ombra ed., Milano, La festa
dell’albero. Come ri-nasce un partito, “Linea d’ombra, Invenzione, diffusione e
agonia dell’operatore culturale, “Linea d’ombra, Ebrei e naziskin. I fatti e le
notizie, in: A. Cavaglion (a cura di), Gli aratori del vulcano. Razzismo e
antisemitismo, Linea d’ombra ed., Milano, Il punto e la linea. Maggioranze,
minoranze e critica della politica, “Linea d’ombra, La cultura del
maggioritario, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale, Una
merce come le altre? La fiera del libro a Torino, “La terra vista dalla luna.
Rivista dell’intervento sociale, Laici ed eretici, “La terra vista dalla luna.
Rivista dell’intervento sociale”, A Perugia c’è cultura da vendere, “L’indice, Sull’industria
della coscienza: una questione di dettaglio, introduzione a: H.M. Enzensberger,
Questioni di dettaglio. Poesia, politica e industria della coscienza, trad. di
G. Piana, ediz. e/o, Roma, La parabola del buon rettore, “Lo Straniero. Arte
Cultura Società, L’età dello stagno, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Cosa
ci tocca vedere, “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Il laico e il sacro, “Lo
Straniero. Arte Cultura Società, Qualcosa è accaduto, “Lo Straniero. Arte
Cultura Società, Il porto dell’università, fra la nebbia e il miraggio, “Lo
Straniero. Arte Cultura Società, Toni, Bepi e san Francesco (per tacere di
sant’Agostino), “Lo Straniero. Arte Cultura Società, La sera del dì di festa,
“Lo straniero. Arte Cultura Società, Questo Papa e quella guerra, “Lo
Straniero. Arte Cultura Società, La controriforma e il doposcuola, “Lo
Straniero. Arte Cultura Società, Grande Papa, tanta gente, “Lo Straniero. Arte
Cultura Scienza Società, La questione comica, “Lo Straniero. Arte Cultura
Scienza Società, Il silenzio dei post-comunisti, “Lo Straniero. Arte Cultura
Scienza Società, Il viaggio di Francesco Piccolo nei divertimenti di massa
(recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, La mamma ha un cuore
verde. Un racconto di Rosa Matteucci (recensione),“Lo Straniero. Arte Cultura
Scienza Società, La montagna elettorale, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza
Società, Il male minore, in: M. Bon Valsassina (curatore), In fondo al male.
Contributi e Iconografie sul Male, Futura ed., Perugia, Universitas docet, “Lo
Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Un pomeriggio tra le minoranze, “Lo
Straniero. Arte Cultura Scienza Società Silvio, Umberto e i giovani d’oggi, “Lo
Straniero. Arte Cultura Scienza Società, La parte dell’arte, “Lo Straniero.
Arte Cultura Scienza Società”, G. – V. Giacopini – E. Morreale – N. Lagioia,
Necessità e servitù della critica. Cosa cerca l’arte? A che serve la critica?,
Edizioni dell’Asino, Roma, Prefazione a: Carlo e Rita Brutti, Scrutatori
d’anime. La psicoanalisi che viene, Edizioni dell’Asino, Roma, Lo sciopero e la
grève, ovvero dalla Francia con stupore, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza
Società, Il teatro del prossimo, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”,
Teatro e politica all’italiana: l’Attore e l’Assessore, “Gli asini. Educazione
e intervento sociale”, Via col vento, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza
Società, Specchiarsi nelle vite degli altri. Un romanzo di Emmanuel Carrère,
(recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Il maggio è
francese, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Ci fu una volta la
sinistra, ovvero il silenzio dei post-comunisti, Edizioni dell’asino, Roma, La
cultura e la politica, un atto unico in due tempi, “Lo Straniero. Arte Cultura
Scienza Società, Indovinala Grillo!, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza
Società, Fazio ovvero l’ultima volta della tivvù, “Lo Straniero. Arte Cultura
Scienza Società, L’università dei vavassini, “Gli asini. Rivista di educazione
e intervento sociale” (numero monografico su Valutazione e meritocrazia nella
scuola e nella società Il niente che
avanza, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Renzi, “Lo Straniero. Arte
Cultura Scienza Società, I volontari dell’ottimismo. Marino Sinibaldi riflette
sulla cultura, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società, Sul pensiero e
l’azione di Aldo Capitini Introduzione e cura del volume: A. Capitini,
Opposizione e liberazione. Scritti autobiografici, Linea d’ombra ed., Milano
(riedizione con il titolo Opposizione e liberazione. Una vita nella
nonviolenza, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli). Al servizio (civile) della
coscienza, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento sociale, Capitini
e l’obiezione di coscienza, “La terra vista dalla luna. Rivista dell’intervento
sociale”, Introduzione e cura del volume: A. Capitini, Liberalsocialismo, ediz.
e/o, Roma, L’obiezione è coscienza. L’insegnamento di Aldo Capitini, “Lo
Straniero. Arte Cultura Società, Introduzione e cura del volume: La religione
dell’educazione. Scritti pedagogici di Aldo Capitini, Edizioni La Meridiana,
Molfetta (Bari), Capitini e i Perugini, “Studi Umbri”, n. 0, anno I, 2009,
(www.studiumbri.it) Cura –assieme a G. Fofi- del volume: A. Capitini, Agli
amici. Lettere 1947-1968, Edizioni dell’Asino, Roma, L’importanza di chiamarsi
prete, “Gli asini. Educazione e intervento sociale, Sulla cultura teatrale e la
società dello spettacolo: Il teatro delle esperienze, (in coll. con S. De
Matteis), “Quaderni di Teatro, Diario scolastico del sussidiario teatrale,
“Scenascuola”, Un pugno di terra. Conversazione con Eugenio Barba, “Linea
d’ombra, Living memories. Ricordi del Living e memorie viventi, “Teatro
Festival, Antropologia culturale e cultura tetrale. Note per un aggiornamento
dell’approccio socio- antropologico al teatro, “Teatro e Storia, Una bùsqueda
de “antropologia teatral” sobre la identidad del espectator, “Repertorio. Revista de teatro, Memoire
sociologique. Extraits de carnets d’une recherche anthropologique sur
“L’identité du spectateur”, “Buffonneries”, Teatro necesario y teatro
suficiente, “Màscara. Cuadernos
Latinoamericanos de Reflexion sobre la Escenologia”, anno Come lavorare in
discesa. Ragionamenti e aggiornamenti sul teatro “minore”, “Linea d’ombra, Lo
spettatore partecipante. Contributi per una antropologia del teatro, Guerini e
ass., Milano, Uno spettacolo prigioniero e un teatro libero, in: M.T. Giannoni
(a cura di), La scena rinchiusa. Quattro anni di attività teatrale dentro il
Carcere di Volterra, Tracce ed., Piombino, Introduzione all’identità dello
spettatore. Una ricerca di antropologia del teatro, “R.I.S.T. Revue
Internationale de Sociologie du Théâtre, Teatro e antropologia. Note su una
“canoa di carta”, “Linea d’ombra, Una equazione fra antropologia e teatro,
“Teatro e Storia”, L’esplorazione antropologica e i “fines” del teatro,
“Etnoantropologia”, Argo ed. Lecce, Nostalgia del teatro e simulazione della
piazza, in: D. Scafoglio - M. Vitale (a cura di), La piazza nella storia:
eventi, liturgie, rappresentazioni, Ed. scientifiche italiane, Napoli,
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l’immaginaire, Ed. Maison de Cultures du monde, Paris, Il teatro “privato “del
pubblico. Cenni di storia e appunti sulla fenomenologia dello spettatore, in:
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Bompiani ed., Milano, Premio del Presidente del Premio “G. Pitrè – S. Salomone
Marino). De la consommation
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aller au théâtre aujourd’hui? (Actes du quatrième colloque européen - Biennale
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Cesare”, teatro dei corpi, (recensione),“Lo straniero. Arte Cultura Società, Teatro antropologico: atto
secondo, “Catarsi. Teatri delle diversità, Pozzi – V. Minoia (a cura di), Di
alcuni teatri della diversità, ANC, Consumare teatro, “Teatro e Storia, Shakespeare
e Garibaldi, (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società, Au théâtre
comme à la guerre!, in: Centre Dramatique Hainuyer - Centre de Sociologie du
Théâtre, La mediation théâtrale (Actes du 5è Congrès International de
Sociologie du théâtre organisé a Mons (Belgique)), Lansman,
Carnières-Morlanwelz (Belgique), Théâtre éducation”, Spettatori non si nasce,
in: Provincia di Modena - Emilia Romagna Teatro,Teatro e scuola fra
espressività e percezione. Atti del convegno (Modena), Centro Stampa Provincia
di Modena, O la guerra o il teatro. Sul film di Mario Martone, Lo Straniero.
Arte Cultura Società, Politica culturale e cultura teatrale, “Primafila.
Mensile di teatro e di spettacolo dal vivo”, Aux confins du théâtre. Sur la relation entre théâtre et
anthropologie, “Diogène, At the Margins of Theatre. On the Connection Between Theatre and Anthropology,
“Diogenes, Il Teatro come ‘attore’ del terzo sistema, in: “In Compagnia.
Materiali per la costruzione di un quadro di riferimento per lo sviluppo
dell’occupazione degli operatori artistici teatrali: il teatro quale strumento
di crescita sociale”, (relazione di ricerca), Emilia Romagna Teatro, Stampa
Tem, Modena, Dell’ascolto distratto e dell’attenta lettura. I versi di Campana
ripartoriti dalla voce di Carmelo Bene, (recensione), “L’indice”, Domande sul
presente di Manfredini, “La porta aperta”, Le bugie della scuola e quelle del
teatro, “Art’o”, Abbecedario della non-scuola del Teatro delle Albe, allegato a
“Lo straniero Arte Cultura Società, Il giullare fatto santo. Fo Dario fu
Francesco, “L’indice”, La settima volta di Riccardo terzo. Incontro con Claudio
Morganti (intervista), “La porta aperta”, Tragedie nella terra, verso il mare,
sotto il cielo. Incontro con Alfonso Santagata (intervista), in: S. Maggiorelli
(a cura di), Tragicamente. Il teatro di Alfonso Santagata, Titivillus ed.,
Corazzano (PI), Teatro a cielo aperto. Incontro con Alfonso Santagata in “La
porta aperta”, La fine dello spettatore, in: P. Giacchè (a cura di), Lo
spettatore e le visioni del teatro futuro, “Prove di Drammaturgia”, Entelechia
del Bene. Incontro con Carmelo Bene, “La porta aperta”, Il teatro fuori dai
teatri. Memorie di uno spettatore di provincia, in: F. Gentili (a cura di),
Teatri dell’Umbria. La storia, il gioco, la memoria, Octavo, Firenze, L’arte
dello spettatore, vedere i suoni e ascoltare le visioni, in: Città di Palermo –
Assessorato alle Politiche Educative, Arte del narrare, arte del convivere
(Atti del Convegno nazionale – Palermo Eliocopisteria “Milone”, Palermo, L’identità
dello spettatore. Un saggio di Antropologia Teatrale, “Etnostoria” L’art du
spectateur: voir les sons et écouter les visions, “Diogène”, The Art of
Spectator: Seeing Sounds and Haering Visions, “Diogenes”, Bene, attore della
cultura, “Lo Straniero Arte Cultura Società Lo spettatore del teatro e il
pubblico del rito, in: Cappelli, Lorenzoni (a cura di), La nave di Penelope.
Educazione, teatro, natura ed ecologia sociale. Testimonianze e proposte a
partire dai 20 anni di esperienze della Casa-Laboratorio di Cenci, Giunti ed.,
Firenze, Teatro prigioniero, in: M. Buscarino, Il teatro segreto, Leonardo
Arte, Milano, Il Sessantotto e il Teatro: un anno senza “stagione”, in: AA.VV.,
Rivelazioni e promesse del ’68, CUEC, Cagliari, Un anno senza “stagione”: il
’68 e il teatro, “Lo straniero Arte Cultura Società”, L’avventura finale di
Benigni (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società Questa non è una
tragedia (recensione), “Lo Straniero. Arte Cultura Società”, L’altra visione
dell’altro. Una equazione tra antropologia e teatro, L’Ancora del Mediterraneo,
Napoli, Perdere un amico, “Rivista di psicologia analitica”; Lo straniero. Arte
Cultura Scienza Società”, Perdere un amico. Ricordo di Bene) (ripubblicato in:
B. Massimilla (a cura di), La perdita. Lutti e trasformazioni, Vivarium ed..
Milano. Apparire alla Madonna, postfazione a: C. Bene, Sono apparso alla
madonna. Vie d’(h)eros(es). Autobiografia, Bompiani, Milano, L’identitè du
spectateur. Essai d’anthropologie théâtrale, “L’Ethnographie. Création,
Pratiques, Publics Arrevuoto”: il teatro in festa (recensione), “Lo Straniero.
Arte Cultura Società”, Un Amleto di più (recensione), “Lo Straniero. Arte
Cultura Scienza Società”, Dar corpo alla poesia: l’esempio e il metodo di
Carmelo Bene, in: D. Scafoglio (a cura di), La coscienza altra. Antropologia e poesia,
Marlin ed., Cava de’ Tirreni (SA), Atti del Convegno di Studio “Antropologia e
poesia”, organizzato dall’Università di Salerno, Salerno-Ravello, Bene.
Antropologia di una macchina attoriale – nuova edizione aggiornata e ampliata,
Bompiani ed., Milano, Arrevuoto, n’ata vota (recensione), “Lo Straniero. Arte
Cultura Scienza Società”, Arrevuoto”: quando il teatro sospende la dittatura
del mondo, in: Teatro delle Albe, M. Martinelli – E. Montanari (curatori),
Suburbia. Molti Ubu in giro per il pianeta. Ubulibri, Milano, La verticalità e
la sacralità dell’atto, in: A. Attisani – M. Biagini (curatori), Opere e
sentieri. Testimonianze e riflessioni sull’arte come veicolo, Bulzoni ed.,
Roma, La dernière Médée. Le mithe dans le théâtre contemporain: un parcours à
l’envers, Réécritures de Mèdée, (sous la direction de N. Setti – Centre de
Recherche en Etudes Féminines et Etudes de genre, Université Paris 8), “Travaux
et Documents”, Saldi di fine stagione, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza SocietàTeatro: Romeo
all’Inferno, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Un soffio di teatro,
in AA.VV., In cammino con lo spettatore (Laggiù soffia – Era – In carne ed
ossa), (a cura di S. Geraci), La casa Usher, Firenze, De la consommation du
théâtre au théâtre dans la société de la consommation (nouvelle édition),
“Degrés. Revue de synthèse à
orientation sémiologique”,
L’effetLiving. Lavisiond’Artaudparles “Balinais” deNewYork,“Theatre/Public”
(L’avant- garde américaine et l’Europe / II. Impact), Le personnage public et
l’acteur privé (entretien avec Piergiorgio Giacchè pas Ciryl Béghin), “Théâtre
et Cinéma 2009. Marco Bellocchio, Carmelo Bene”, tome 20,
publié à l’occasion du 20e Festival à Bobigny, sous la direction de Dominique
Bax, Voler Bene al cinema, in “Bellaria 27” (catalogo di Bellaria Film
Festival, Lo straniero”, Fellini antropologo. Fra nostalgia e profezia, “Lo
Straniero. Arte Cultura Scienza SocietàLa nostalgia, merce per tutti, “Lo
Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, Bene Detto. Dispensa per Oratorio e
Laboratorio, (a cura di P. Giacchè, con interventi di C. Bene, B. Filippi, G.
Fofi, P. Giacchè, J.P. Manganaro, S. Pasello), L’arboreto – Teatro Dimora,
Mondaino, Il corpo dimenticato: Carmelo Bene, in: U. Birmaumer-M. Hüttler- Palma,
Corps du Théâtre – Il Corpo del Teatro, Hollitzer Wissenshaftsverlag/Verlag
Lehner, Wien (Austria), Los verbos transitivos del teatro. Mirar teatro, in: C.
Lisòn Tolosana (a cura di), Antropologìa: horizontes estéticos, Antrhropos
Émergence et submersion en Italie: le système théâtral et son double, “UBU
Scènes d’Europe- European stages” (numero: Emergence(s) dans le théâtre
européen – in European Theatre), Uomini e dei in un film francese (recensione),
“Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, L’antropologia del teatro e il
teatro della cultura, in Borghi – A. Borsari – G. Leoni (curatori), Il campo
della cultura a Modena. Storia, luoghi e sfera pubblica, Mimesis Edizioni,
Milano- Udine, Homo Videns. Quella TV che si guarda da sola, “L’altrapagina”,
Lo spettatore ospite, “Culture teatrali. Studi, interviste e scritture sullo
spettacolo”, n.20, Annuario (Teatri di Voce, a cura di L. Amara e P. Di
Matteo), La parabola dell’animazione teatrale, in: D. Pietrobono – R.
Sacchettini (curatori), Il teatro salvato dai ragazzini. Esperienze di crescita
attraverso l’arte, Edizioni dell’Asino, Roma, Non fare l’amore, in: T. Cots (a
cura di), Loving effects, Quodlibet ed., Macerata, (trad.inglese). Buttare il
bambino nell’acqua sporca, “Lo Straniero. Arte Cultura Scienza Società”, anno
XV, Les Menoventi et le Perithéâtre, in: C. Hurault – G. Banu (curatori),
Frontières liquides – territoires de l’art. Emergences de la scène
européenne, Editions Alternatives théâtrales / Union des Théâtres de l’Europe
(n. 9 hors série de la revue “Alternatives théâtrales”), Liquidité et/ou
verticalité, in: C. Hurault – G. Banu (curatori), Frontières liquides –
territoires de l’art. Emergences de la scène européenne, Editions Alternatives
théâtrales / Union des Théâtres de l’Europe (n. 9 hors série de la revue
“Alternatives théâtrales”), Le public est mort. Vive le Public! Sur la poétique
et la politique du mauvais spectateur, in: S. e J. Pop-Curseu – Maniutiu – L.
Pavel-Teutisan – D. Enyedi (curatori), Regards sur le mauvais spectateur –
Looking at the Bad Spectator, Presa Universitara Clujeana, Cluj-Napoca,
Romania, Barba e Carmelo Bene. Vite
parallele e viaggi perpendicolari, “Teatro e Storia”, Bulzoni ed., (riedito in
francese, traduzione di Cristina De Simone in: Les Voyages ou l’ailleurs du
théâtre. Hommage à Georges Banu (Essais et témoignages réunis par Catherine
Naugrette), Éditions Alternatives théâtrales – Sorbonne Nouvelle-Paris, Il
pubblico troppo emancipato, “Quaderni del Teatro di Roma”, Espectador-Hòspede,
“Revista Brasileira de Estudos da Presença”, Porto Alegre, seer. ufrgs.br/presenca.
Le public est mort.
Vive le Public!, “Alternatives théâtrales” (Le mauvais spectateur), Bruxelles,
Le “Public” trop émancipé: vers une poétique pauvre de la politique théâtrale,
in: Le théâtre et ses publics. La création partagée (Actes du 2° Colloque
International du Projet Européen PROSPERO - Liège, Les Solitaires Intempestifs
Editions, Besançon, Teatro e comunità, “Scena”, Sur Sieni, et surtout sur
Virgilio. Trois exemples, in Sieni, Trois Agoras Marseille. Art du geste dans
la Méditerranée, Maschietto editore, Firenze, Risposte o riposte. Cinque lettere aperte su CB, “Prove di drammaturgia.
Rivista di inchieste teatrali”, Un Pinocchio letto per Bene, introduzione a: C.
Bene, Pinocchio, Bompiani ed., Milano,Vers la verticalité du vers, Revue
d’Histoire du Théâtre, (D’Après Carmelo Bene. Actualité), Il combattimento tra
la teoria e la poesia (dedicato a Claudio Meldolesi), “Prove di drammaturgia.
Rivista di inchieste teatrali”, Il teatro piccolo, povero, nuovo, in: “L’Italia
e le sue regioni. L’età repubblicana, vol. IV Società (a cura di M. Salvati –
Sciolla)”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani,
Abramo Printing, Catanzaro, Carmelo selon Jean-Paul in: Croisement d’écritures
France-Italie. Hommage à Jean-Paul
(sous a direction de Camille Dumoulié, Anne Robin et Luca Salza), éd. Mimésis,
Vêtements liturgiques et corps dévôts, in: Jean-Marie Pradier (sous la
direction de), La croyance et le corps. Esthétiques, corporeité des croyances
et identités (Actes du colloque d’ethnoscénologie, Paris), Presses
Universitaires de Bordeaux. Nome
compiuto: Piergiorgio Giacchè. Giacchè. Keywords: l’altra visione dell’altro, Clifton,
religion and education, ego et tu. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giacchè: A
Cliftonian implicature” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giacomo: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’icona -- sensibile,
imagine, presentazione, rappresentazione, formante e formato, contentente e
contenuto -- l’inspiegabile – filosofia italiana – la scuola d’Avola – filosofia
siracusese -- filosofia siciliana – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Avola). Abstract. Grice: “I argued that something may not be a
‘sign’ and still ‘signify.’ The trick is that when it comes to the utterer, the
‘significatio’ is one or two places removed from the original ‘sign’!” Keywords: Segno, significatio. Filosofo avolese. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Avola, Siracusa, Sicilia. Studia estetica. Il rapporto
tra estetica e figura, immagine, rappresentazione. Si laurea sotto Garroni.
Insegna a Parma e Roma. Fonda la Società Italiana d'Estetica. Nell'affrontare
il concetto di ‘immagine’ è necessario rifiutare sia l'interpretazione che vede
una'immagine come lo specchio di una cosa (“Fido”-Fido). E necessario rifiutare
anche quella interpretazione del concetto di ‘imagine’ che la considera
esclusivamente come un segno significante di se stesso. Il concetto di ‘rap-presentazione’
implica qualcosa che si mostra e nel manifestarsi resta ‘altro' dalla
‘percivibilita’ della rappresentazione stessa. Così, nel ‘presentare’ se
stessa, una immagine manifesta l'altro del perceptible, del rappresentabil. Quell'altro
che si rivela nel perceptibile, nascondendosi a esso. Ed è proprio così che una
immagine si fa un ‘icono’ di quello che e altro il perceptibile. Afferma la
tendenziale perdita di ‘figurativita’ di una immagine e del continuare a
sussistere dell'immagine stessa. Una immagine, infatti, è una segno e insieme
una non-segno. E il paradosso di una “irrealta reale”. Si riferisce al
tentativo di scindere la natura ancipite dell'immagine negli elementi che la
compongono. Da una parte in un “readymade” (come l’urinale di Duchamp), nel
quale la dimensione rap-presentativa si dissolve in una dimensione puramente
PRE-sentativa, e dall'altra in una pura immagine soggetiva, dotata di un debole
supporto materiale. Una immagine e una meta-immgine: l’immagine di una immagine
(homuncular regressus ad infinitum of Griceian theories of representation,
according to Cummings, but not Grice!). Di questo modo, una immagine non e
neppure propriamente immagini quanto piuttosto una ‘simul-azioni’, simile allo
imperceptibile, un “simul-acro”. Non a
caso una immagine, in quanto ri-produzione (doppia) ha uno scarso valore di
immagine, giacché quello a cui tende è l’assumere dell’ ‘aspetto’ di una cosa. L’immagine perde così quella connessione di ‘trasparenza’
o ‘opacità’ che caratterizza una immagine autentica. Di qui, appunto, la questione
di realizzare una immagine vera e propria. Troviamo il superamento della dimensione
epifanica che è propria dell'icona, dove appunto il perceptibile è il luogo di
mani-festazione di la cosa impercetibile – l’Assoluto di Bradley. Emerge una
concezione dell'immagine che, nella consapevolezza dell'impossibilità di ogni
pretesa di esaurire ‘il reale’ e insieme di ‘manifestare’ l'Assoluto, può
essere interrogata come testimonianza di quanto non si lascia ‘tradurre’
(translation) in immagine: testimoniare, infatti, è raccontare ciò che è
impossibile raccontare del tutto. In questo modo, la testimonianza fa tutt'uno *non*
con la memoria in quanto conformità con l'accaduto, ma con l’immemoriale -- qualcosa
che non possiamo né ricordare né dimenticare, che non è dicibile né indicibile.
Insomma, il testimone parla (spiega, dispiega) soltanto a partire da
l’impossibilità concettuale di spiegare o dispiegare. Che l'immagine valga
allora come testimonianza significa che il tentativo di dire l'indicibile (spiegare
l’inspiegabile) è un compito infinito. La questione dell'immagine è una
questione di fidanza, di etica. In una immagine, non essendoci alcuna
compiutezza, non si dà alcuna redenzione né alcuna pacificazione nel confronto
col reale. Analissare l’immagine come testimonianza equivale a vedere
l’immagine come il luogo di una tensione sempre irrisolta tra memoria e oblio, e
quindi come l'espressione del dover essere (il possibile) del senso in un
orizzonte, come l’attuale. quale sempre di più sia il mondo che l'arte sembrano
essere abbando il NON-senso. Altre opera: “Dalla logica all'estetica”
(Parma, Pratiche); Icona “L’immagine tra presentazione e rappresentazione” (Palermo,
Centro studi di estetica); Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra
Ottocento e Novecento, Roma-Bari, Laterza. Introduzione a Paul Klee, Roma-Bari,
Laterza, "Ripensare le immagini", Mimesis, Milano, "Volti
della memoria", Mimesis, Milano, Narrazione e testimonianza. Quattro
scrittori italiani del Novecento, Milano, Mimesis, "Malevic. Pittura
e filosofia dall'Astrattismo al Minimalismo", Carocci, Roma, Fuori
dagli schemi. Estetica e figura dal Novecento a oggi, Laterza, Roma-Bari,
"Arte e modernità. Una guida filosofica", Carocci, Roma,
"Una pittura filosofica: l'informale", Mimesis, Milano, Nietzsche.
L'eterno ritorno", Alboversorio, Milano, Media e divulgazione Art and Perspicuous Perception in
Wittgenstein’s Philosophical Reflection, L’immagine-tempo da Warburg a Benjamin
e Adorno. Il saggio più importante per il rapporto tra estetica e letteratura è
Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento, Laterza, Cf.
"Dalla logica all'estetica”, "Alle origini dell'opera d'arte
contemporanea" “Astrazione e astrazioni”, "La questione dell'aura tra Benjamin e
Adorno", Rivista di Estetica, “Volti della memoria”. Professore ordinario
di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università
di Roma e professore a contratto di Estetica presso stessa la Facol- tà. Sempre
presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma, è
stato membro del Collegio dei Docenti del Dottorato di Ricerca in “Filosofia e
Storia della filosofia” e Presidente del corso di laurea Magistrale in
“Filosofia e Storia della filosofia”. È socio fondatore e membro del Consiglio
di Garanzia della Società Italiana d’Estetica (SIE). È direttore della collana
Figure dell’estetica presso l’editore Albover- sorio (Milano) e della collana
Forme del possibile, presso l’editore Mimesis (Milano); fa parte del Comitato
scientifico della rivista Paradigmi, della rivista Studi di estetica, della
Rivista di estetica, della rivista Estetica. Studi e ricerche, della rivista
Compren- dre. Revista catalana de filosofia, della rivista on line Memoria di
Shakespeare. A Jour- nal of Shakespearean Studies e di Aesthetica Preprint,
collana editoriale del Centro In- ternazionale Studi di Estetica. Fa parte
inoltre del Comitato scientifico delle seguenti collane editoriali: Filosofie
(Mimesis, Milano), Caffè dei filosofi (Mimesis, Milano), Eterotopie (Mimesis,
Milano). È stato Coordinatore nazionale dell’Osservatorio di Storia dell’Arte
della Società Ita- liana di Estetica e coordinatore, di numerose Ricerche di
Ateneo dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza” relative a diverse
tematiche filosofi- che, estetiche e artistiche. E’ stato inoltre responsabile
di diversi progetti PRIN. Direttore del Museo Laboratorio di Arte Contem-
poranea (MLAC) della Sapienza Università di Roma. Come Direttore del Museo
Labo- ratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma, ha
ideato e coordina- to, in collaborazione con la Galleria Nazionale d'Arte
Moderna di Roma e con il Teatro Argentina di Roma, numerose iniziative di
carattere seminariale aventi per oggetto la filosofia, la letteratura, la
musica, le arti figurative, il teatro. Collabora con il Teatro Eliseo
all'interno del quale tiene una serie di conferenze e organizza seminari sul
teatro, la musica, la letteratura e le arti visive. Collabora inoltre con la
Fondazione Pri- moli di Roma e con il Museo Andersen (Polo Museale del Lazio).
Tra le sue pubblicazioni: Dalla logica all’estetica. Un saggio intorno a
Wittgenstein (Parma); Icona e arte astratta. La questione dell’immagine tra
presentazione e rappresentazione (Palermo); Estetica e letteratura. Il grande
romanzo tra Otto- cento e Novecento (Roma-Bari, 1999; trad. in lingua spagnola
a cura di D. Malquori, Estética y literatura, Universidad de Valencia, Servicio
de Publicaciones); Introduzione a Paul Klee (Roma-Bari); Alle origini
dell’opera d’arte contemporanea (Roma-Bari); Beckett ultimo atto (Milano),
Ripensare le immagini (Milano); Astrazione e astrazioni (Milano); L’oggetto
nella pratica artistica, (Paradigmi), Il Museo oggi (Studi di Estetica), Aura
(Rivista di Estetica), Malevič. Pittura e filosofia dall’Astrattismo al
Minimalismo (Roma), Fuori dagli schemi. Estetica e arti figurative dal
Novecento a oggi (Roma-Bari, 2015; trad. in lingua spagnola a cura di Juan
Antonio Méndez, Al margen de los esquemas. Estética y artes figurativas
desde principios del siglo XX a nuestros dìas, La balsa de la Medusa, Madrid),
Filosofia e teatro (Paradigmi), Tra il sensibile e le arti. Trent’anni di estetica (Studi di Estetica), Tra arte
e vita. Percorsi fra testi, immagini, suoni (Milano), Arte e modernità. Una
guida filosofica (Roma), Una pittura filosofica. Tàpies e l'informale (Milano),
Nietzsche e l’eterno ritorno (Milano). Partecipa a progetti di ricerca
internazionali e a progetti di ricerca europei. Ha svolto attività didattica e
di ricerca (tenendo conferenze, lezioni e seminari, partecipando a convegni di
studio e svolgendo attività didattica anche in qualità di correlatore o tutor
di tesi di laurea e di Dottorato) presso importanti istituzioni straniere sia
accademi- che che extra-accademiche, in Spagna, Russia e Messico: Facultat de
Filosofia, Universitat de Barcelona; Facultat de Pedagogia, Universitat de
Barcelona; Facultat de Filosofia, Universitat “Ramon Llull”, Barcelona;
Societat Catalana de Filosofia, Institut d’Estudis Catalans; Ateneu de Vic;
Ateneu de Barcelona; Associació Filosòfica de les Illes Balears, Mallorca;
Facultat de Filosofia i Lletres, Universitat de les Illes Balears, Mallorca;
Facultat de Filosofia i Ciències de l’educació, Universitat de València;
Facultad de Filosofía, Universidad Complutense de Madrid; Istituto di studi
post-universitari “SS. Cirillo e Metodio”, Mosca; Russian Christian Academy for
the Humanities, S. Pietroburgo; “Peter the Great” St. Petersburg Polytechnic
University, S. Pietroburgo; Producciòn Artìstica Contemporànea Coloquio (PAC),
Centro Cultural San Pablo, Ciudad de Oaxaca, Messico. Nietzsche e l’eterno
ritorno, Commentario a F. Nietzsche, L’eterno ritorno, Al- boversorio, Milano,
Arte e modernità. Una guida filosofica, Carocci, Roma, Una pittura filosofica.
Antoni Tàpies e l'informale, Mimesis, Milano, Fuori dagli schemi. Estetica e arti figurative dal
Novecento a oggi, Laterza, Roma-Bari, Méndez, Al margen de los esquemas.
Estética y artes figurativas desde principios del siglo XX a nuestros dìas, La
balsa de la Medusa, Madrid, Malevič. Pittura
e filosofia dall’Astrattismo al Minimalismo, Carocci, Roma, Narrazione e
testimonianza. Quattro scrittori italiani del Novecento, Mimesis, Milano,
Introduzione a Paul Klee, Laterza, Roma-Bari, Estetica e letteratura. Il grande
romanzo tra Ottocento e Novecento, Laterza, Roma-Bari (quinta ed.; trad. in
lingua spagnola a cura di D. Mal- quori, Estética y literatura, Universidad de
Va-lencia, Servicio de Publicaciones, Icona e arte astratta. La questione
dell'immagine tra presentazione e rappresen- tazione, «Aesthetica Preprint»,
Palermo, Dalla logica all'estetica. Un saggio intorno a Wittgenstein, Pratiche,
Parma, G., L. Talarico (a cura di), Letture shakespeariane. Otello e Re Lear,
«Studi di Estetica, Marchetti (a cura di), Contemporaneo. Arti visive, musica,
architettura, «Rivista di Estetica», G. (a cura di), Tra arte e vita. Percorsi
fra testi, immagini, suoni, Mimesis, Milano, Giacomo, L. Talarico (a cura di),
Filosofia e teatro. Amleto e Macbeth, «Paradigmi, Marchetti (a cura di), Tra il
sensibile e le arti. Trent’anni di estetica, «Studi di Estetica, Marchetti (a
cura di), Aura, «Rivista di Estetica. G., A. Valentini (a cura di), Il museo
oggi, «Studi di Estetica», Volti della memoria, Mimesis, Milano, G. (a cura
di), Astrazione e astrazioni. In occasione di una mostra di Gualtiero Savelli,
Alboversorio, Milano, Marchetti, L'oggetto nella pratica artistica, «Pa-
radigmi», Angeli, Milano, G. Ripensare le immagini, Mimesis, Milano, G. e Colombo,
Beckett ultimo atto, Albo Versorio, Milano, G. Zambianchi (a cura di), Alle
origini dell'opera d'arte con- temporanea, Laterza, Roma-Bari, Introduzione a
D. Malquori, L’incomprensibile ambiguità dell’orizzonte. Un so- gno fatto a
Ginostra, Mimesis, Milano, collana Narrativa Mele d’Oro, Il problema della
forma nella Teoria estetica di Adorno, in M. Manicone (a cura di), Sostanza di
cose sperate. Scritti in onore di Franco Purini, Iiriti Editore, Campo Calabro
(RC) Re Lear. “Essere maturi” in un mondo abbandonato alla cecità e alla
follia, in G. e Talarico, Letture shakespeariane. Otello e Re Lear”, Studi di
Estetica», Otello: la tragedia della parola e il ruolo della narrazione, in G.
e Talarico, Letture shakespeariane. Otello e Re Lear”, «Studi di Estetica», Dostoevsky, a
writer and philosopher: “The Grand Inquisitor”, in “ACTA ERU- DITORUM”, Publishing house of the Russian Christian
Academy for the Humanities, Tradició i innovació en l’art, in “La Tradició”,
Col-loquis de Vic, Societat Catalana de Filosofia, Institut d’Estudis Catalans,
Understanding of the image in Plato, PLATO AND ANCIENT SCIENCE, Collection of
materials of CONFERENCE THE UNIVERSE OF PLATONIC THOUGHT», RUSSIAN CHRISTIAN
ACADEMY FOR HUMANITIES, Saint Petersburg, Appendice alla rivista di Fascia A
(in Russia “VAK”) “Vestnik” della RUSSIAN CHRISTIAN ACADEMY FOR HUMANI- TIES. Redattori: Svetlov R. V., Robinson T. M. (Canada),
Protopopova I. A., Mochalo- va I. N., Kurdybajlo D. S., Shmonin D. V., Alymova
Form, appearance, testimony: reflections on Adorno’s Aesthetics, in Matteucci,
Marino (a cura di), Theodor W. Adorno: Truth and Dialectical Experience /
Verità ed esperienza dialettica, “Discipline filosofiche”, Quodlibet, Macerata,
Tàpies e Bill Viola: un'arte che sopravvive alla mercificazione, in G., L.
Marchetti, Contemporaneo. Arti visive, musica, architettura, “Rivista di
Estetica, Composizione, costruzione, icona nella concezione artistica di Pavel
Florenskij, in D. Guastini, A. Ardovino, I percorsi dell'immaginazione. Studi
in onore di Pietro Montani, Pellegrini Editore, Cosenza, Prefazione a A.
Lanzetta, Opaco mediterraneo. Modernità informale, Libria, Foggia, Reflexions
filosòfiques sobre la festa. Entre temporalitat i eternitat, in “La festa”,
Col-loquis de Vic, Societat Catalana de Filosofia, The Myth. Aesthetic surgery clearly
demonstrates what Greek myth has already taught us: beauty stems from horror,
in Gandola, P. Persichetti (a cura di), Art of Blade. A book about surgery and humanity, T.A.M. La guerra i
l'art, in La guerra, Col-loquis de Vic, Societat Catalana de Filosofia, Arte e
vita nella Recherche di Marcel Proust, in G., Tra arte e vita. Percorsi fra
testi, immagini, suoni, Mimesis, Milano, Lettura dell’Amleto, in G. Di Giacomo,
L. Talarico (a cura di), Filosofia e teatro. Amleto e Macbeth, «Paradigmi»,
Lettura del Macbeth, in G., L. Talarico (a cura di), Filosofia e teatro. Amleto
e Macbeth, «Paradigmi», Arte, linguaggio e rappresentazione nella riflessione
filosofica di Wittgenstein in Comprendre. Revista Catalana de Filosofia, Icona
e immagine, in G. Bordi, J. Carlettini, M.L. Fobelli, M.R. Menna, P. Poglia- ni,
L'officina dello sguardo. Scritti in onore di Maria Andaloro, Gangemi, Roma, El
poder i les seves representacions, in L'estat, Colloquis de Vic., Dalla
modernità alla contemporaneità: l’opera al di là dell’oggetto, in G., L.
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Studi di Estetica Entre la paraula i el silenci: la filosofia com a recerca de
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VV. (a cura di), L'osservazione del comportamento sociale, Regione Piemonte,
Torino, PROGETTI DI RICERCA - Progetto PRIN Tema: La forma dell’immagine Ente
promotore: MIUR Progetto PRIN Responsabile Tema: Estetica analitica ed estetica
continentale: problemi, prospettive e tradizioni a confronto Ente promotore:
MIUR Progetto PRIN / Responsabile nazionale e Coordinatore dell’unità locale
Tema: Memoria e rappresentazione nella riflessione filosofica e artistica Ente
promotore: MIUR Coordinatore dei Progetti di Ateneo: Progetto di Ateneo:
Immagine e rappresentazione. Problemi estetici, artistici e storici Ente
promotore: Università di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Significati
e usi delle immagini nella cultura dell'Otto- Novecento - Ente promotore:
Università di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Significati e usi
delle immagini nella cultura dell'Otto- Novecento - Ente promotore: Università
di Roma "La Sapienza Progetto di Ateneo: Significati e usi delle immagini
nella cultura dell'Otto- Novecento - Ente promotore: Università di Roma
"La Sapienza Progetto di Ateneo: Memoria e testimonianza nella riflessione
filosofica e artisti- ca del Novecento - Ente promotore: Roma Progetto di
Ateneo: Memoria e testimonianza nella riflessione filosofica, storica e
artistica - Ente promotore: Università di Roma "La Sapienza" Progetto
di Ateneo: Rappresentazione, memoria e testimonianza nella riflessione
filosofica e artistica - Ente promotore: Roma
Progetto di Ateneo: La questione arte-vita nella società multiculturale.
Identità, immagine e implicazioni etico-politiche - Ente promotore: Università
di Roma “La Sapienza; - Progetto di Ateneo: Il tema
dell'"Annunciazione" come chiave di lettura degli at- tuali processi
di globalizzazione Ente promotore: Roma Progetto di Ateneo: Memoria e
rappresentazione nella riflessione estetica e arti- stica Ente promotore: AST -
Università di Roma "La Sapienza" Progetto di Ateneo: Evento e
testimonianza nell'estetica del Novecento Ente promotore: AST - Università di
Roma "La Sapienza" Progetto di Ateneo: Il problema dell'aura nell'arte
contemporanea Ente promoto- re: AST - Università di Roma "La
Sapienza" Coordinatore dei Seminari dell’Osservatorio di Storia dell’Arte
della Società Italiana di Estetica, presso la Facoltà di Filosofia
dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza” - Seminario sul tema Estetica
e storia dell’arte: necessità di un dialogo; Seminario sul tema Fine (della
storia) dell'arte?; - Seminario sul tema Arte, Estetica, Visual
Studies;Seminario sul tema Oggetto artistico e oggetto comune; Seminario sul
tema Leggere l'opera d'arte; Seminario sul tema Ancora l’aura oggi? Seminario
sul tema Che cos’è il museo oggi? Cfr. inoltre: - Sito ufficiale: giuseppe di
giacomo. wikipedia. org/ wiki/
Giuseppe _Di_Giacomo; fr. wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe_ Di_Giacomo wikipedia.
org/ wiki/ Giuseppe _Di_Giacomo //de.
wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe _Di_ Giacomo //ca. wikipedia. org/ wiki/ Giuseppe _Di_ Giacomo
ROMANTIC PAINTERS and playwrights of the nineteenth century found rich material
in the lives of the old masters. Fueled by irresistible half-truths and rumors, they
created swashbuckling narratives about the personal intimacies and rivalries,
as well as the career failures and triumphs, of the Italian Renaissance
artists. At the Paris Salon of 1843, for instance, Léon Cogniet unveiled his
grand entry, a large canvas depicting Tintoretto painting a portrait of his
beloved daughter Marietta, who lies on her death bed. Three years later, the
painter and playwright Luigi Marta published a melodrama about an amorous
intrigue that supposedly led to the death of Marietta, who assisted her father
as an artist in his workshop. The six-episode play reads like a soap opera in
which the aristocratic Alfredo is pitted against Marietta’s true love, Valerio
Zuccato, a Venetian mosaicist (and thus, in Tintoretto’s world, a fellow
craftsman). The play circles around the inevitable showdown between the
arrogant count and the sincere artist, which precipitates Marietta’s death at
the hands of the entitled, privileged, and violent Alfredo. Parallel to
this love story, the reader is regaled with the homosocial rivalry between
Tintoretto and Titian, with Paolo Veronese appearing as an intercessor who
mediates a grandiloquent reconciliation scene in which all three masters unite
to defend the honor of the Venetian state. The narrative unfolds against
Tintoretto’s commission for the Last Judgment (1562–64) in Santa Maria
dell’Orto. Marta’s artist was thus, in no uncertain terms, a struggling genius
waiting for recognition from his fellow artists even at the height of his
success. Indeed, the episode concludes with Titian’s transformative
endorsement—Ora non siete più il povero Tintoretto, ma bensì il famoso Giacomo
Robusti (“now you are no longer the poor ‘son of a dyer,’ but the famous Jacopo
Robusti”).1 Loosely based on actual historical personages, the tale is
almost entirely fantasy. Such theatrical characterizations are nevertheless of
great importance, for they help give legends the veneer of history. Giorgio
Vasari’s sixteenth-century notices about Tintoretto, as well as, in the
seventeenth century, Carlo Ridolfi’s biography and Marco Boschini’s various
writings on the artist, were the primary sources for many of these tasty
morsels, and while scholars have tried to sift fiction from reality, some myths
are just too delectable to give up. We still hear repeated, for instance, the
unfounded story that the young Tintoretto was kicked out of Titian’s studio.
It’s not entirely impossible, but there isn’t a shred of solid evidence to
confirm the tale (any more than Ridolfi’s allegation that Tintoretto dressed
Marietta up as a boy so that father and daughter could wander the city streets
unimpeded by society’s strict gender expectations). The image of
Tintoretto-as-rebel would culminate in Jean-Paul Sartre’s essay “The Prisoner
of Venice”(1964), where the artist is reinvented as an existentialist hero, a
lone wolf fighting against the stultifying rules of the system: Fate has
decreed that Jacopo unwittingly expose an age which refuses to recognize
itself. Now we understand the meaning of his destiny and the secret of Venetian
malice. Tintoretto displeases everyone: patricians because he reveals to them
the puritanism and fanciful agitation of the bourgeoisie; artisans because he
destroys the corporate order and reveals, under their apparent professional
solidarity, the rumblings of hate and rivalry; patriots because the frenzied
state of painting and the absence of God discloses to them, under his brush, an
absurd and unpredictable world in which anything can occur, even the death of
Venice.2 At the other end of the spectrum, this leitmotif is perhaps best
played out for comic effect in Woody Allen’s Everyone Says I Love You, in which
a skirt-chaser (Allen) is overheard in the so-called Tintoretto Museum (really
the Scuola Grande di San Rocco) in Venice trying to impress a Tintoretto
enthusiast (Julia Roberts) by lauding the artist’s immense genius for painting
“outside the academic convention of sixteenth-century Venice.”
Sometimes myths are just too powerful, and the Tintoretto myth is an
extremely appealing one for modern tastes, especially in the celebratory year
marking the fifth centenary of the artist’s birth. Tintoretto’s anniversary has
been staged as a magnificent international banquet. The festivities began last
autumn in Venice with exhibitions at the Palazzo Ducale(“Tintoretto: Artist of
Renaissance Venice”) and the Gallerie dell’Accademia (“The Young Tintoretto”),
as well as an excellent little show at the Scuola Grande di San Marco (“Art,
Faith, and Medicine in Tintoretto’s Venice”). New York, in the fall, offered
“Drawing in Tintoretto’s Venice” at the Morgan Library et Museum and
“Celebrating Tintoretto: Portrait Paintings and Studio Drawings” at the
Metropolitan Museum of Art. The fete continues at the National Gallery of
Art in Washington, D.C., where slightly adapted versions of the Palazzo Ducale
and Morgan Library exhibitions go on view this month, fortified by a third
independent show called “Venetian Prints in the Time of Tintoretto.” This is a
once-in-a-lifetime opportunity for audiences in America to see some one hundred
and seventy artworks by Tintoretto and other Venetian Renaissance artists,
painstakingly gathered by art historians Echols and FIlchman (who organized the
show at the Palazzo Ducale),along with curators Marciari (of the Morgan) and
Bober (of the National Gallery). Fans of the artist and of painting in general
should take note. IT’S HARD NOT TO get swept up in all the unbridled
Tintoretto worship, but this celebration also provides us an opportunity to
revisit the man, the myth, the legacy, and above all, the work. To start with
the biographical elements: Tintoretto was hardly seen as a pitiful “poor dyer’s
son” in the eyes of his fellow Renaissance artists, nor as a maverick who
“displeases everyone.” When speaking about Titian vs. Tintoretto, one must take
into account a few historical particulars. For instance, the year after Titian
installed the magnificent Assumption of the Virgin in Santa Maria Gloriosa dei
Frari, Tintoretto’s only achievement was to be born. Two years before
Tintoretto’s first self-portrait (with which all Tintoretto exhibitions seem
compelled to begin), Titian was called to Rome by Pope Paul III; he was
practically a court painter to the Habsburgs, while Tintoretto was painting
acres of canvas to fill the walls at the Chiesa della Madonna dell’Orto, the
Scuola Grande di San Rocco, and the Scuola Grande di San Marco in Venice;
Titian died during the plague, and a conflagration devastated the Palazzo
Ducale, destroying many of his paintings there, some of which would be replaced
with works by Tintoretto and his assistants. While there was probably no love
between the two men of the kind that nineteenth-century dramatists might dream
up, their careers ran parallel to each other rather than in constant
antagonistic competition. Many romantic myths are dispelled in the
scholarship that went into the exhibitions and the catalogue essays, but the
melodrama of this rivalry still sneaks into sections such as “The Mantle of
Titian,” which, at the Palazzo Ducale, was called “Dopo Tiziano” thereby
underlining both chronological priority as well as influence. The paintings
Tintoretto did afterTitian’s death — large, powerful mythological pictures such
as the Forge of Vulcan and the Origin of the Milky Way — are spectacular, but
why filter these achievements once more through Titian? And why not have,
instead, a section labeled “Dopo Tintoretto,” which would include El Greco, the
Carracci, Caravaggio, and a host of other artists from the past five centuries
who found inspiration in his stark chiaroscuro, raking perspective, extreme
foreshortening, airborne saints, psychologically charged portraits, barefoot
worshippers, elaborate banquet scenes, wraithlike angels and spirits, and
busted-out straw chairs? The oft-repeated trope that Tintoretto was an
outsider also willfully overlooks his obvious status as a complete insider,
born in Venice and fully embedded in its institutions from birth. Titian and
Veronese, in contrast, were both provincials (practically foreigners by
Renaissance standards), who came from the hills and plains beyond the lagoon.
While a questionable seventeenth-century account suggested an aristocratic
lineage for the Robusti family, more recent studies have emphasized instead the
artist’s “working class” origins. The truth is somewhere in between. Stefania
Mason’s essay “Tintoretto the Venetian,” from the catalogue that accompanies
“Tintoretto: Artist of Renaissance Venice,” goes a long way to contextualize
the precise socioeconomic conditions of the son of a Renaissance dyer or—to be
more accurate—the son of a manager of a dye works married to a “well-born
woman.” The Robusti were not wealthy by any means, but they were comfortable
enough to give Tintoretto a basic education that enabled him later in life to
befriend the circle of writers and intellectuals known as the poligrafi,
including the notorious satirist Pietro Aretino (a friend of Titian and an
early supporter of Tintoretto). Like his father, Tintoretto married up.
His father-in-law, Episcopi, not only belonged to an influential family of
Venetian cittadini, he was also the guardian of the Scuola Grande di San Marco,
where Tintoretto—two years before his marriage—painted his finest early work,
Miracle of the Slave. The scene features St. Mark swooping in headfirst from
the sky to protect a slave from being martyred for his faith. Current viewers
need not be intimidated by the religious matter of the vast majority of
Tintoretto’s pictures—they are gripping visual tales of life and death.
According to seventeenth-century artist and critic Marco Boschini, one beholder
of Tintoretto’s St. Mark cycle reported: “The terror makes me faint, and the
piety liquefies my heart in such a manner that I lose heart and melt like wax
and feel completely mad!”3 As much “Game of Thrones” as Catholic doctrine in
pictures, these works were meant to move, delight, and instruct their audience.
Indeed, one cannot help but feel that if Tintoretto were alive today, he would
be an unapologetic fan of action films and special effects. Looking at Miracle,
with its explosive light and tense shadows, its superhuman heroes and racially
profiled villains, and its meticulous staging of powerful, muscular, controlled
bodies, one might think he invented the genre. No wonder Boschini described him
as a thunderbolt and the cannons of a ship. Unfortunately, Miracle of the
Slave has not been allowed to cross the Atlantic. Audiences in D.C. can,
however, marvel at the luminous Saint Augustine Healing the Lame and the always
pleasing Creation of the Animals, which Deleuze describes as an image of God as
a referee at the start of a handicapped race, in which the birds and the fish
leave first, while the dog, the rabbits, the cow, and the unicorn await their
turn. While Miracle has been in the possession of the Gallerie dell’Accademia
for many decades now, seeing it anew, rehung next to the diminutive bronze
relief of the same subject by the Florentine sculptor Jacopo Sansovino, was one
of the highlights of the “Young Tintoretto”exhibition. With the works placed
next to each other in a darkened room, the similarities and differences were
enlightening. Designed and executed between 1541 and 1546 for the north tribune
of the choir at the Basilica di San Marco, Sansovino’s glowing bronze panel
reduces the scene to a compact, tactile, monochromatic field of chiaroscuro
with a vibrant mass of bodies emerging from the picture plane in dynamic,
agitated poses. Tintoretto, just on the cusp of his thirtieth year when he
painted Miracle, clearly looked closely at the dramatic effects that could be
sculpted out of gesture, form, and composition alone. To this art he would add
the detail of expression, the intensity of extreme lighting, the terribilità
that often comes with scale, and the incomparable power of color. WHILE THE TWENTY-FIRST
CENTURY audiences might think it odd for an ambitious artist to unveil a
painting so closely modeled on a recent work by another artist, the reuse of
motifs was a common Italian Renaissance practice, as was made clear in an
insightful section of the Palazzo Ducale exhibition simply called “The
Recycler.” Tintoretto and his assistants, after all, produced more square
footage of painting than any other workshop in the Venetian Renaissance. In one
instance, the painter salvaged an old composition from his painting Mystic
Crucifixion by cutting, splitting, and reintegrating the canvas into a new
picture, The Nativity(ca. 1550s and 1570s); on another occasion, he copied,
pivoted, and re-costumed a previously used figure of St. Lawrence intended for the
Bonomi family altar in San Francesco della Vigna, transforming the martyr into
Helen of Troy. Such shortcuts were standard in most Renaissance workshops,
especially prolific ones that had to turn out hundreds of altarpieces,
portraits, mythological paintings, battle scenes, and other pictures. The
juxtaposition between the Florentine sculptor and the Venetian painter also
underlines Tintoretto’s connectedness with other artists. He painted
Sansovino’s portrait more than once, even signing one of the works as “Jacobus
Tintorettus eius amicissimus” (which, if you believe the inscription, means
they were Renaissance BFFs). Tintoretto is an artist’s artist. His profound
sense of community comes across in a rather touching contract found in the
Venetian archives and included in the small but brilliant “Art, Faith, and
Medicine in Tintoretto’s Venice” at the Scuola Grande di San Marco. In this
document, drafted and signed shortly after Christmas in 1585, the artist agrees
to provide works and forgo any payment on the condition that the confraternity
admit four people: his son Giovanni Battista Robusti; his son-in-law Marco
Augusta (the real-life husband of Marietta); the tailor Bartolomeo di Lorenzo;
and another man named Angelo Girardi. His dedication to his family, friends,
and students is also borne out in numerous workshop drawings, which are well
represented in D.C. Offering important opportunities for artistic
communion, drawing had its pragmatic as well as pleasurable purposes. In
several sketches made after a copy of the ancient bust known as the Grimani
Vitellius, we see multiple hands working seemingly side by side, line by line,
smudge by smudge, highlight by highlight, with the goal of mastering the
visible world around them. The willful way that these graphic studies
dematerialize carved stone and reincarnate the male portrait head into what
looks at first glance like the image of a flesh-and-blood subject is
remarkable. In this sequence, note especially the Morgan Library drawing
rendered by what the curator identifies as a “left-handed draftsman.” The work
seems almost too bold in its deliberate, sweeping gestures to be “workshop,”
but then Tintoretto was clearly a very good master with some very capable
assistants. In Tintoretto’s drawings and paintings, one often feels that
he is “sculpting” with chalk, charcoal, watercolor, oil, and pigment, ignoring
the flat surface of the paper or canvas. This comes across not only in the
speckled black-and-white patterns of his drawings from sculptures (which he
avidly collected) but in his life studies, too. His rendering of flesh
frequently seems to be rippling and quivering with animal energy, as if the
artist were trying to catch the living body in motion. His is possibly the most
atomistic rendering of the human form in the Renaissance. The frenetic,
vibrating lines in Seated Man with Raised Right Arm, for instance, exemplify
this stylistic peculiarity: the contours of the mythological body can never sit
still but seem to be in a constant state of flex and flux. Indeed, Tintoretto’s
figural drawings make Marcel Duchamp’s Nude Descending a Staircase and every
episode of “The Incredible Hulk” seem old hat when they appear centuries
later.) One of the art-historical myths destroyed—hopefully once and
for all—by the exhibitions in honor of Tintoretto is that Venetians did not
really draw. Some did more than others, and Tintoretto and his assistants
surely drew up a storm. On various sheets we find words such as fa (make), sì
(yes), fatto (made), no (no), and bono (good) scrawled across the surface;
sometimes figures are singled out by an asterisk. These marks were workshop
instructions on designs that had been cleared for production by the master.
Sheets such as Study of a Man Climbing into a Boat were frequently greased and
held up to the light so that forms could be retraced on the verso, offering
compositional options. Many have squaring grids drawn across them. In some
instances, this facilitated the transfer of the design onto a larger surface;
in other cases, it assisted in the correction of foreshortening and the
adjustment of figural proportions. Of the thirty-some drawings by
Tintoretto and his workshop on display at the National Gallery of Art, the
majority are on the blue paper favored by Venetian artists. The dark surface of
this carta azzurra provided an ideal ground upon which to map out gestural
movements, tonal subtleties, and, above all, the effects of light and shadow.
It might also be compared with the darkened grounds of many Tintoretto paintings.
The canvas support for The Origin of the Milky Way, for example, is prepared
with a brownish layer upon which the artist sketched out his composition with
white lead paint (rather than using black paint on a white gessoed surface).
Once a scene had been plotted out on the canvas, however, Tintoretto was prone
to further editing, altering, and redrawing of figures and forms in a variety
of white, black, and even red paint until the work was completed. PAINTERS
AND people interested in the way things are made will find much to consider in
these exhibitions. Tintoretto’s process is revealed in medias res through the
various X-rays that accompany the didactic material in the galleries and comes
across most clearly in the oil sketch Doge Alvise Mocenigo Presented to the
Redeemer, a work included in the 2016 exhibition “Unfinished: Thoughts Left
Visible” at the Met Breuer in New York). Looking at the mannequinlike figures
waiting to be dressed with flesh and clothes, one comes to appreciate the
procedural logic that binds these drawings and paintings together, a topic
expertly discussed in Krischel’s essay Tintoretto at Work in the National
Gallery of Art exhibition catalogue. The show reveals Tintoretto’s exploratory
procedure: visceral, intuitive, yet ultimately studied and thought-through—but
never entirely scripted. Tintoretto is all gestalt. If the Marxist
machismo of Sartre’s characterization of the artist as a rebel “born among the
underlings who endured the weight of a superimposed hierarchy” is misplaced,
one must admit that his phenomenological acumen regarding the works is often
startlingly spot on. Sartre writes with great perspicacity about the narrow,
vertical composition of Saint George and the Dragon: Everything is
simultaneous in his canvas, he contains everything within the unity of a single
instant. But to mask the over-harsh rift, he presents the spectator with the
spectre of a succession of events. Not only is the route traced in advance, but
each stage devalues the previous one and shows it up as an inert memory of
things past. The corpse’s immobility is memory: it is prolonged and repeated
from one moment to the next, identical and useless. The time-trap works, we are
caught: a false present welcomes us at every step and unmasks its predecessor
which returns, behind our backs, to its original status of petrified
memory.6 Time and space collapse in on the spectator’s embodied
experience, simulating the effects of a hallucinatory drug. And indeed, as
early as Boschini we find the revelatory quality of Tintoretto’s art described
in pharmacological terms. Of the whirlwind of paintings on the ceilings and
walls of the Scuola Grande di San Rocco, he effuses: “I feel as if I am in a
drugstore. Under my nose these odors have aromas that overwhelm my heart. These
fragrances remain in my mind, my mind feels so utterly purged that my heart
jumps for joy in my chest, and my soul feels totally jubilant.”7 One must
be in the presence of the work in order to experience the psychosomatic force
of Tintoretto’s art. A black-and-white photograph of a room filled with
Tintoretto’s portraits can look like a field of dull heads, but in person these
works become alarmingly ghostly presences, with hands and faces that seem
capable of movement. The sketches that move from light fluffy strokes to
devastating valleys of black charcoal seemingly carved with a chisel, the thick
ridges of impasto that rise suddenly like waves from the surface of a canvas,
the glazes and scumble that modulate color and reflect light differently
depending on the angle of view, the enormity of compositions that threaten to
engulf the spectator’s body — these elements simply do not translate in any
form of mechanical or digital reproduction. This is true not only for
Tintoretto but for Venetian art in general, with its penchant for chromatic and
luminous variability and richness. In Drawing in Tintoretto’s Venicethe
difference between Veronese’s gorgeous drawings covered in elegant, spindly
figures created in a torrent of quick brown ink strokes and Bassano’s schematic
black chalk sketches marked by dusty smudges of red, white, green, pink, and
brown becomes immediately clear. Domenico Tintoretto, one of the master’s sons,
produced oil sketches of battle scenes that look comic in reproduction, but when
one stands before the flurry of red, white, and black patches on dark brown
paper, these detailed compositions dissolve unexpectedly into near
abstraction. Renaissance drawings are so fragile and sensitive to light
that they can be exhibited only rarely, and many Tintoretto paintings are
so large that they have remained in situ in Venice for most of their existence.
Thus the current triple exhibition is the first substantial retrospective of
the old master’s work in America. It is a fitting tribute on the occasion of
his five hundredth birthday — and a viewing experience not to be missed. Endnotes 1. Luigi Marta, Il Tintoretto e sua figlia:
drama in sei quadri del pittore Marta, Milan, Borroni e Scotti. Sartre quoted in Laura
Lepschy, Tintoretto Observed: A Documentary Survey of Critical Reactions from
the 16th to the 20th Century, Ravenna, Longo. Boschini, La carta navegar pitoresco, edited by Anna
Pallucchini, Venice/Rome, Istituto per la collaborazione culturale, Deleuze,
Francis Bacon: The Logic of Sensation, trans. Daniel W. Smith, London, Continuum. Sartre quoted in
Lepschy, Boschini. Tintoretto was too good an artist for his time’s uses; he
still clamors for a proper role, seeking affirmation, four centuries later.
This thought came to me as whimsy, and stayed as conviction, at the Prado, in
Madrid, which has just opened the second-ever retrospective (the first was in
Venice) of Jacopo Comin, who was also known as Robusti, and called Tintoretto,
or “Little Dyer,” after his father’s profession. Tintoretto is the most
mercurial of the five undisputed immortals of Venetian painting—the others
being Bellini, Giorgione, Titian, and Veronese—and I was eager to see the Prado
show, because I have never managed to get a satisfying fix on him. How could
someone so great, able to summon the world with a brushstroke, be so
inconsistent in style, and, on occasion, so awful? Stupefyingly prolific,
Tintoretto garnished the walls, ceilings, altars, exteriors, and even the
furniture of Venice, performing commissions for free when that was what it took
to edge out a rival. (He was not popular with his fellow-artists.) He brought
off one of the world’s largest paintings— Paradise, in the Ducal Palace, which,
at seventy-two feet long and twenty-three feet high, is so vast as to be
essentially unseeable—and perhaps history’s most sustained demonstration of
sheer painterly talent, brimming the Scuola Grande di San Rocco, with pictures
whose profusion and intensity burn the most concerted effort of looking to
ashes. But he and his populous workshop also perpetrated some of the grimmest
daubs—murky and slack—that you ever rushed past with a shudder. I realised, too
late, that my puzzlement was a warning. Now I feel that I have acquired a
brilliant, neurotic, exhausting friend who enjoins me to undertake on his
behalf campaigns that he bungled when their conduct was up to him.
Nothing inferior taxes the eye at the Prado, which augments the cream of
Tintorettos in European and American collections with a few loans from Venice,
where hundreds of his paintings—including his greatest works, such as The
Miracle of the Slave reside immovably in churches, palaces, and galleries. The
show more than overcomes doubts about presuming to assess the artist outside
his home town, which he is known to have left just twice, briefly, in his life.
The well-restored canvases, shown in good light, sparkle and blaze. Some make
plungingly deep space with muscular figures of different sizes; your mind
provides perspective that the artist didn’t deign to chart. Others array action
on intersecting diagonals, along which someone is apt to be arriving from
somewhere at terrific speed. (There is an old line that Tintoretto invented the
movies; his ways of enkindling routine scenarios, with thrilling visual rhythms
that seem to unfurl in time, endorse it.) He drew with his brush, light over
dark—so that shadings came first, imparting a sumptuous density to forms that
are hit with highlights like spatters of sun. He is supposed to have said that
his favorite colors were black and white, but he could be every bit the
startling and seductive Venetian colorist when a commission required it. With
abject competitive fury, he was not above imitating the grand dragon of the
Venice art world, Titian, and his designated successor, Veronese. As a
matter of fact, he almost never takes the liberty of being himself unless
someone builds up his confidence and leaves him alone in an empty room,”
Jean-Paul Sartre wrote in an essay, The Venetian Pariah. For Sartre, Tintoretto
is an avatar of existential anguish, who was both behind his time—as the last
native-born master on a scene ruled by a cosmopolitan élite—and ahead of it, as
the ideal artist for a rising bourgeoisie that was too intimidated by the pomp
of the ducal republic to recognize itself in his demotic trashings of
aristocratic decorum. Intellectuals of the era, while in awe of Tintoretto’s
gifts, scolded him for being too fast, careless, and insolent; when Vasari
credited him with “the most extraordinary brain that the art of painting has
ever produced,” it wasn’t meant as unalloyed praise. (Vasari also called him
the medium’s worst madcap.) As a boy, Tintoretto is said to have entered
Titian’s workshop as an apprentice but was thrown out after a few days, having
either frightened the master with his aptitude or irked him with his
personality; at any rate, Titian’s attitude toward him was plated with
permafrost. Little is known of Tintoretto’s subsequent training. His earliest
surviving work, from the early fifteen-forties, is anti-Titianesque—radically sculptural
and draftsmanly, embracing Central Italian influences. Then something happened
which the art historian Nagel compares to the bluesman Robert Johnson’s “going
down to the crossroads and coming back with scary new powers. The Miracle of
the Slave,” made for the Scuola Grande di San Marco, electrified Venice. Its
unprecedented range of spatial, chromatic, and kinetic effect suggested a
synthesis of the disegno of Michelangelo and the coloring of Titian —a
contemporaneous formula, often cited, for ultimate greatness in painting. He
was roundly hailed, though Pietro Aretino, Titian’s literary ally, added a
caveat about his lack of “patience in the making.” Commissions came in bunches
to the new hero, but solid status skittered out of reach. He compensated
by striving to engulf the town. Meanwhile, Titian refused to slacken his grip
on preëminence, let alone die. When he finally expired, at the age of
eighty-eight or so it brought Tintoretto no peace. Though he was now, by
general consent, Italy’s leading painter, he responded with pictures as
flailingly ambitious and various as ever. Three from the late fifteen-seventies
triumph in as many styles. In The Rape of Helen, the hauntingly lovely captive
languishes in the corner of a churning land-sea battle scene, with scores of
figures, ranging in size from huge to tiny, which you can all but hear and
smell. In TARQUINO (si veda) and Lucretia, the naked, lividly fleshy
protagonists struggle at the edge of a bed, toppling a sculpture and breaking a
necklace that rains pearls. The woman’s right hand seems to extend from the
canvas, as if to be grasped by a rescuing viewer. (The Baroque, which took hold
two decades later, with Caravaggio, can seem an edited ratification of
tendencies already developed by Tintoretto. The Martyrdom of St. Lawrence is a
sketchy and fierce nightmare of death by roasting, with an anticipatory whiff
of Goya. Tintoretto strongly influenced El Greco, blazed trails for Rubens, and
fascinated Velázquez, who acquired his paintings for Philip IV. What is a
Tintoretto? the art historian Echols asks in the show’s catalogue. The answer
might be almost anything touched with genius and a strange, thorny, dashing
humor. Tintoretto was reported to be a witty man who never smiled. What is his
Susannah and the Elders if not a grand lark? A luxuriant, glowing nude sits
outdoors, surrounded by a glittering still-life of jewelry and implements of
beauty, and is ogled by dirty old men (one pokes his bald pate, at ground
level, practically out of the canvas) from behind a hedge that forms part of a
corridor-like recession into the far background. There are distant little
ducks, and the rear end of a stag. But the picture’s form is too disorienting
to sustain any particular response, including amusement. The backstage space
outside the hedge ignores the unity of the central perspective, bespeaking a
world that rolls away in all directions, indifferent to pocket realms of mythic
anecdote. The effect is stirring and confusing. Who is Tintoretto’s viewer?
strikes me as the really compelling question. No other great artist before
modern times, in which shifting contingency affects every enterprise, seems
less certain of whom he is addressing, and why. It might as well be you or me
as some cinquecento ingrate, and, if we happen to think of people we know who
may be interested, the artist encourages us to contact them without delay. La tesi di fondo di questo saggio è che l’orizzonte
problematico entro il quale si muove da sempre la pittura faccia tutt’uno con
le questioni dell’immagine e che la tradizione occidentale, soprattutto nella
riflessione sulla storia dell’arte, abbia incentrato la sua atten- zione sul
problema dell’immagine senza tenere conto in genere dei suoi aspetti iconici.
Già Tommaso d’Aquino aveva posto in questi termini tale problema: l’immagine
può essere considerata come og- getto particolare, o come immagine di un altro;
nel primo caso l’oggetto è la cosa stessa che al contempo ne rappresenta
un’altra, nel secondo l’aspetto dominante è ciò che l’immagine rappresenta.
Sembra dunque che rispetto a un’immagine l’attenzione si rivolga o all’immagine
in se stessa – all’immagine come fine – o a ciò che l’im- magine rappresenta –
all’immagine come mezzo 1. A diversi secoli di distanza un pensatore della
statura di Witt- genstein riproporrà con forza il problema dell’immagine che, a
par- tire da una prospettiva iniziale fortemente improntata a concezioni
logico-raffigurative, si andrà via via sempre più delineando all’inter- no
della sua riflessione come un problema di natura estetica. Così egli scrive
nelle Ricerche filosofiche. E chi dipinge non deve dipingere qualcosa – e chi
dipinge qualcosa non deve dipingere qualcosa di reale? Ebbene, qual è l’oggetto
del dipingere: l’immagine di un uomo (per esempio), o l’uomo che l’immagine
rappresenta? Tuttavia Wittgenstein porta il problema alle estreme conseguenze. Se
paragoniamo la proposizione con un’immagine, dobbiamo tener conto se la
paragoniamo con un ritratto, un’esposizione storica, o con un quadro di genere.
E tutti e due i paragoni hanno senso. Se guardo un quadro di genere, esso mi
dice qualcosa, anche se io non credo (mi figuro) neppure per un momento che gli
uomini che vedo rappresentati in esso esistano realmente, o che uomini in carne
e ossa si siano davvero trovati in questa situazione. Ma, e se chiedessi:
Allora, che cosa mi dice? La risposta di Wittgenstein suona. L’immagine mi dice
se stessa’ vorrei dire. Vale a dire, ciò che essa mi dice consiste nella sua
propria struttura, nelle sue forme e colori» 4. Ponendo la questione in tali
termini tuttavia Wittgenstein non intende affatto contrapporre un’immagine
intesa come ‘ritratto’, il cui scopo sarebbe quello di indirizzare l’attenzione
dell’osservatore esclu- sivamente su ciò che essa rappresenta, e un’immagine
intesa come ‘quadro di genere’, il cui fine sarebbe quello di presentare la
«sua propria struttura» e le sue forme e colori. Del resto, continua
Wittgenstein nello stesso paragrafo, Che significato avrebbe il dire: Il tema
musicale mi dice se stesso? Il fatto è che per Wittgenstein queste due modalità
dell’immagine: immagine intesa come mezzo e immagine intesa come fine, sono tra
loro connesse, tanto da formare un unico concetto di immagine. Che il problema
vada inteso e ap- profondito in questi termini, lo chiarisce lo stesso
Wittgenstein, af- frontando in alcuni paragrafi successivi la questione
relativa al comprendere una proposizione. Noi parliamo del comprendere una
proposizione, nel senso che essa può essere sostituita da un’altra che dice la
stessa cosa; ma anche nel senso che non può essere sostituita da nessun’altra.
(Non più di quanto un tema musicale possa venir sostituito da un altro. Nel
primo caso il pensiero della proposizione è qualcosa che è comune a differenti
proposizioni; nel secondo, qualcosa che soltanto queste parole, in queste
posizioni, possono esprimere (Comprendere una poesia). E subito dopo aggiunge. Dunque
qui comprendere ha due significati differenti? Preferisco dire che questi modi
d’uso di comprendere formano il suo significato, il mio concetto del
comprendere. Wittgenstein sottolinea in questo modo che i due tipi di
comprensione – quella che potremmo chiamare logica, nel senso che il pensiero
espresso dalla proposizione può essere riformulato in modi diversi, rimanendo
lo stesso, e quella che potremmo definire estetica, caratterizzata invece dal
fatto che il suo tema non può essere riformulato in altro modo, come
esemplifica il caso del tema musicale o della poesia – sono imprescindibilmente
connessi tra loro in un concetto unitario. È la stessa interconnessione che
Wittgenstein rileva in relazione all’immagine. Il fatto è che quel particolare
tipo di immagine che l’opera d’arte costituisce può rimandare all’altro da sé,
soltanto in quanto in primo luogo rimanda a se stessa, ‘dice se stessa’; può
essere rappresentazione dell’altro, solo in quanto è presentazione di se
stessa. Di conseguenza, ciò che nell’opera viene rappresentato riceve la sua
unicità, la sua specificità, è insomma proprio questo, grazie al fatto che
l’immagine lo rappresenta, lo dice, secondo le sue linee e colori. Così questo
qualcosa d’unico può e anzi deve essere visto come qualcosa che, seppure da
sempre presen- te sotto i nostri occhi, appare come se lo vedessimo per la
prima vol- ta e, proprio per questo, non può che procurarci stupore e
meraviglia. Scrive a questo proposito Wittgenstein: Non pensare che sia cosa
ovvia il fatto che i quadri e le narrazioni fantastiche ci procurano piacere,
tengono occupata la nostra mente; anzi, si tratta di un fatto fuori dell’ordinario.
Non pensare che sia cosa ovvia – questo vuol dire: Meravigliatene, come fai per
le altre cose che ti procurano turbamento. Già nel Tractatus Wittgenstein aveva
affermato che la tautologia segue da tutte le proposizioni: essa dice nulla,
volendo con ciò sot- tolineare il fatto che ogni proposizione dice, rappresenta
qualcosa solo in quanto in primo luogo è una tautologia, ossia ‘dice nulla’, e
tale tautologicità della proposizione è ciò che la proposizione mostra in ciò
che dice. Secondo Wittgenstein il carattere logico della proposizio- ne in
quanto immagine è dato dal suo essere ‘rappresentazione’ di qualcosa, ossia dal
suo rinviare a qualcosa d’altro da sé. In questo con- siste, sempre secondo
Wittgenstein, la fondamentalità della logica, giacché se segno e designato non
fossero identici rispetto al loro pie- no contenuto logico, allora vi dovrebbe
essere qualcosa d’ancora più fondamentale che la logica. E tuttavia
Wittgenstein si rende conto che nella proposizione qualcosa dev’essere identico
al suo significato, ma la proposizione non può essere identica al suo
significato, dunque in essa qualcosa dev’essere non identico al suo significato.
Questo qualcosa di ‘non-identico’, vale a dire di differente, tra la
proposizione, o l’immagine, e il qualcosa che viene rappresentato o detto, è
ciò che esse mostrano o presentano. Tale presentazione, nel suo costituire la
condizione interna al rappresentato, è anche ciò che dà a quest’ultimo il suo
carattere di unicità, ossia di individualità, che sfugge a ogni previsione
logica, vale a dire a ogni identificazione nel già-saputo; ciò che fa, in
definitiva, del rappresentato qualcosa di non-previsto e di non-saputo,
qualcosa che nell’opera d’arte trova il suo luogo esemplare. E, se la logica «è
prima del come, non del che cosa, allora «Il miracolo per l’arte è che il mondo
v’è, che v’è ciò che v’è. C’è dunque per Wittgenstein qualcosa di più
fondamentale della logica. La rappresentazione logica infatti implica qualcosa
che si mostra, che si manifesta e nel manifestarsi resta ‘altro’ dalla
visibilità della rappresentazione stessa. Così, nel presentare se stessa,
l’immagine manifesta l’altro del visibile, del rappresentabile: quell’altro che
si rivela nel visibile, nascondendosi a esso. Se questo è il tratto carat-
terizzante l’icona, allora possiamo affermare che le riflessioni di
Wittgenstein sull’immagine si riferiscono non all’immagine come copia della
realtà, bensì all’immagine intesa appunto come icona. Non a caso, se per
Wittgenstein il silenzio, sul cui tema si chiude il Tractatus, non può dirsi,
giacché esso mostra sé, è proprio l’icona che ha a che fare con
l’irrappresentabile, con ciò che resta sempre altro rispetto a ogni
determinazione logica e rappresentativa. Ciò che nell’opera d’arte si presenta sfugge
alla nostra conoscenza e alla rappresentazione. Non è stata l’arte astratta a
mettere per prima in opera la ‘presentabilità’ del pittorico di contro alla sua
rappresentabilità, dal momento che il rapporto tra presentazione e
rappresentazione appartiene all’essenza stessa dell’immagine. È proprio della
natura dell’immagine infatti il suo presentarsi sempre chiusa e insieme aperta,
opaca e insieme trasparente, vicina e insieme lontana: nell’offrirsi
all’occhio, essa cattura il nostro sguardo. È necessa- rio tornare, al di qua
del visibile rappresentato, alle condizioni stesse dello sguardo, della
presentazione. È questo il non-sapere che l’immagine manifesta, e tuttavia tale
non-sapere non è una condizione privativa, una mancanza, ma piuttosto una condizione
positiva, come positivo è il ‘Niente’ dei quadri suprematisti di Malevicˇ. Si
tratta dell’esigenza di qualcosa che costituisce l’altro del visibile, il suo
al-di-là e che non va pensato come l’Idea platonica, dal momento che questo
altro del visibile è nel visibile stesso. Così l’iconoclastia del quadrato
bianco di Malevicˇ annuncia non la fine dell’arte, ma ciò che l’arte deve
essere, per essere tale, arte appunto. Nell’opera d’arte qualcosa è
rappresentato e si offre alla vista, ma qualche altra cosa nello stesso tempo
ci guarda, ci ri-guarda. Ciò significa che la visione si divide, si lacera, nel
suo stesso interno, tra vedere e guardare, tra rappresentazione e
presentazione. Nella visibi- lità del quadro è in opera qualcosa che non si
lascia cogliere e che, come l’oblio, resta sempre altro rispetto a ciò che
possiamo ricorda- re. È come se l’immagine fosse nello stesso tempo
rappresentazione di ciò che ricordiamo e presentazione di ciò che abbiamo
dimentica- to; per questo nell’immagine la rappresentazione deve essere pensata
sempre con la sua opacità. In particolare nell’icona cogliamo l’assenza di ogni
immagine, in- tesa come rappresentazione logica: è questa l’ ‘astrazione’
dell’icona, astrazione come sarà intesa, teorizzata e messa in opera da tanta
parte della pittura del Novecento. Quello che l’icona mostra non è
discorsivamente esprimibile e, se essa può far valere la propria impre-
scindibile implicazione di senso di contro alla critica iconoclastica, è perché
mostra l’inesprimibile in quanto inesprimibile. È proprio que- sta
paradossalità dell’icona a permettere di superare l’iconoclastia, per la quale
non può che porsi l’alternativa schiacciante tra un asso- luto realismo e un
assoluto silenzio. L’icona è la porta regale, come vuole Florenskij, attraverso
la quale si manifesta l’invisibile e si trasfigura il visibile: in essa non c’è
né imitazione, né rappresentazione, ma comunicazione tra questo e l’altro
mondo. Così nell’icona la dimensione epifanica finisce per coincidere con la
sua dimensione apo- fatica. Da questo punto di vista si può dire che i problemi
posti dal- l’icona siano gli stessi problemi che si ritroveranno nella
contemporanea problematica dell’astrazione. L’arte astratta fa appello
all’occhio spirituale, ossia allo sguardo, e ciò comporta il rifiuto della
tradizionale distinzione soggetto-oggetto, dal momento che l’oggetto è in tale
prospettiva un soggetto che ci cattura proprio mentre lo guardiamo. Già
Kandinskij con la nozio- ne di composizione intende superare sia gli stati
d’animo del soggetto che l’oggetto come fenomeno naturale, per dare luogo a una
pittura iuxta propria principia, nella quale lo stesso limite estremo, la tela
bianca o il silenzio, non significhi la morte dell’arte, ma la radicale
presentazione di quella possibilità dalla quale ogni arte pren- de le mosse:
l’essenza o, per dirla con Heidegger, l’origine dell’arte stessa. In Kandinskij
l’astrattismo non è vuoto decorativismo. Al con- trario, l’astrattezza del
segno, la sua non-rappresentatività, è la manifestazione della sua «risonanza
interiore», ossia della sua spiritua- lità. La concezione dell’arte di
Kandinskij è intessuta della connes- sione di interiorità e astrazione, e una
componente essenziale di tale astrazione è il misticismo. Già la mistica tedesca
medievale afferma, con Meister Eckart, che, come Dio agisce al di là del mondo
dell’essere, così l’anima, che è in grado di rappresentarsi le cose che non
sono presenti, opera nel non-essere; un’analoga operazione compie il pittore
astratto, che nientifica il mondo naturale delle cose, dando vita a un mondo di
entità non-oggettive, inesistenti e tuttavia reali. Così nel principio di
Kandinskij della necessità interiore si riflette la natura mistica del
procedimento astratto di costruzione di un’opera che viene sottratta alla
dipendenza delle cose esistenti. Questo rimando a un agire interiore dà luogo a
un non-oggetto che, ana- logamente a quanto avviene nella mistica, mostra un
diverso modo d’essere delle cose rispetto a quello della loro forma reale. L’emancipazione
da qualsiasi dipendenza diretta dalla natura, della quale parla Kandinskij, è
la riduzione delle cose naturali al non-essere. Di conseguenza, la necessità
interiore di Kandinskij, che costituisce il tratto essenziale della sua pittura
astratta, si pone come ‘altro’ rispetto al mondo delle cose, e quest’ultimo
trova in essa la sua unità e il suo senso. Del resto per Kandinskij, come per
Wittgenstein, il misticismo riguarda non come il mondo è, ma che esso è; esso
consiste nel sentire il mondo quale tutto limitato. Ciò significa dunque che la
totalità del visibile ha un limite: lo sguardo delle cose, ossia la loro
spiritualità. Astrazione, d’altro canto, è proprio questo visibile limitato dal
manifestarsi in esso di ciò che visibile non è: è sen- tire il non-visibile nel
visibile, è cogliere la differenza nell’identità. Nell’astrattismo il segno
mostra se stesso, nel senso che non rimanda all’altro fuori di sé, all’oggetto,
ma all’altro che è nel segno senza essere tuttavia esso stesso segno. Così
l’astrattismo rifiuta il significato del segno e nello stesso tempo ne esalta
il senso, che si mostra nel segno ritraendosi da esso. Non c’è dunque alcun
contenuto, alcun significato manifesto dell’immagine, ma questa è l’espressione
di un contenuto interiore: è questo a rendere il segno ‘astratto’, proprio nel
suo presentarsi come evento. In definitiva, se il cubismo ha in- franto la
totalità, lasciando solo frammenti, la composizione di Kandinskij mira non a
ricomporre tale totalità, bensì a presentare il senso, facendo risuonare il
contenuto interiore del frammento stesso. Se lo spirituale nell’arte di
Kandinskij, come il suo concetto di composizione, è interno al problema
dell’icona, altrettanto lo è il mondo senza oggetto del suprematismo di Malevicˇ.
L’opera suprematista infatti ha un’intenzione iconica: non esprime una perdita,
ma una presenza, la presenza dell’altrimenti che essere. Di qui quella
dimensione apofatica, propria dell’icona in genere e del suprematismo di
Malevicˇ in particolare, che, in opposizione ai presupposti dell’iconoclastia –
tesi a identificare la verità con la rappresentazione logico-discorsiva –
mostra la verità che contiene in sé la propria negazione: la docta ignorantia è
la testimonianza di tale inesprimibile coincidenza. Per questo nel colore
suprematista, come nell’icona, non c’è alcuna ‘finzione. L’essere di Malevicˇ
non è l’essere secondo la necessità, ovvero secondo il concetto, ma è l’essere
come evento: è qualcosa che si la- scia riconoscere solo al momento del suo apparire
e, in quanto evento, l’essere è l’altro, poiché non è soggetto ad alcuna
identificazione: è l’essere così, che potrebbe anche non essere; in questo
senso, affer- ma Malevicˇ, l’essere è il nulla, ovvero il che, lo spazio
paradossale proprio dell’opera d’arte, del tutto indipendente dal pensiero
logico. Questo che è negazione del significato, inteso come signi- ficato
logico, è negazione della rappresentazione, come rappresenta- zione logica e
nello stesso tempo è affermazione del senso, in quanto condizione dei
significati possibili Il che non può essere riconosciuto in relazione ad altro,
ma solo per se stesso, e tuttavia por- ta in sé l’alterità, la differenza. Nel
non significare nulla al di là di se stesso, l’evento – il che – è
assolutamente singolare: accade semplicemente, si dà, si mostra, non come un
mero oggetto per un sog- getto. Esso è il manifestarsi di qualcosa che,
presentando se stessa, presenta l’altro, vale a dire si presenta come l’altro
dell’essere oggetto di rappresentazione possibile. Per raggiungere infatti
questo essere, che è il nulla, Malevicˇ è uscito dal mondo degli oggetti e
delle rap- presentazioni, aprendo uno spazio ‘assoluto’, in quanto spazio
dell’altro. Così l’astrazione di Malevicˇ è il liberarsi dalla rappresentazio-
ne per la presentazione: è questa l’autentica iconoclastia che rivela il
profondo legame del suprematismo di Malevicˇ con l’icona. E, se nel suo mondo
senza oggetto il segno non è rappresentazione di qualcosa, ma rivela l’altro,
ovvero il nulla – in quanto nulla di rappresentabile e di dicibile – questo
Nulla non è da intendersi come nichilismo: non indica il silenzio, la fine
della pittura, ma esprime la consapevolezza che si deve continuare a dipingere
perché il nulla si riveli. È questa la radicalità della pittura di Malevicˇ. A
differenza di quella di Malevicˇ, l’opera di Mondrian presenta uno spazio la
cui assolutezza assume un preciso significato: tutto ciò che è, è perché si dà
solo spazialmente. Per questo in Mondrian il segno non nasconde e in esso non
ha luogo alcun ritrarsi; al contrario, nel segno si mostra l’essenza, l’Idea, e
non a caso egli definisce l’astrattismo come la sola arte concreta. In
definitiva: nella pittura di Mondrian non si manifesta alcun altro, né alcun
contenuto interiore; essa si risolve totalmente nella superficie del quadro,
ossia in un piano assolutamente bidimensionale, nel quale non c’è alcuna
finzione di profondità, ma ci sono soltanto linee in rapporto ortogonale che,
tautologicamente, dicono se stesse. Così, se la composizione di Mondrian è
volta a ricostituire la totalità, tale ricomposizione si dà proprio e solo
all’interno della rappresentazione pittorica, rappresentazione assoluta, in
quanto indipendente da qualsiasi riferimento ad altro da sé. L’arte di Klee, pur
interrogandosi su problemi non del tutto dis- simili, muove in direzione
opposta rispetto a quella di Mondrian. Se infatti quest’ultimo vuole abolire
l’elemento soggettivo – definito tragico – in nome dell’oggettività, Klee
invece indaga proprio la presenza del mondo nel soggetto. L’oggettività di
Mondrian è il rifiuto del mondo, in quanto particolarità e contingenza; Klee,
al con- trario, non cerca una realtà più vera di quella sensibile, non cerca
cioè una realtà fissa e immutabile, retta da leggi eterne, fuori dalla storia.
Ciò a cui tende l’opera di Klee è ‘frugare’ nel profondo, nel- la vita
sotterranea, immergendosi nel divenire delle cose stesse, nella genesi dei
mondi possibili. Il compito dell’artista è infatti, a suo giudizio, quello di
ritornare sulla creazione, portando avanti e tentando le vie di realtà
possibili. Klee, in definitiva, non vede nel mondo qualcosa di già-concluso, ma
ne ripercorre la genesi, e tale genesi si riferisce al sorgere della realtà
nella percezione e quindi al costituirsi dell’essere in significato. I
presupposti di tutto ciò vanno rintracciati nel fatto che è pro- prio sul piano
della percezione che il mondo non si configura come l’insieme delle cose già
date, ma come un continuo generarsi. Così l’immagine di Klee richiama alla
memoria possibilità diverse, somiglianze e dissomiglianze, e queste trovano la
loro ragione sul piano dell’agire del pittore, che non prende le mosse da una
logica pre- fissata, ma genera continuamente forme via via che procede, muoven-
dosi appunto tra somiglianze e differenze. I processi di formazione di Klee
sono questa sorta di somiglianze di famiglia – ancora una vol- ta
nell’accezione wittgensteiniana – e, in
quanto tali, escludono la de- finitività di ogni forma. Non a caso nell’opera
di Klee la genesi dei mondi possibili riguarda l’essenza stessa della pittura:
si tratta di mo- strare l’apparire di qualcosa che nessuna logica ha pre-visto,
qualcosa che viene all’esistenza, apportando un «aumento di essere» 19 rispetto
a tutte quelle altre possibilità che comunque sono presenti nel qua- dro come
possibilità simultanee. Klee ha disvelato così l’essenza dell’opera d’arte:
quest’ultima non è la rappresentazione di un fatto del mondo, ma è un evento
nel qua- le si manifesta la possibilità di molteplici determinazioni del mondo,
senza che tale possibilità sia riconducibile ad alcun principio logico di
identità e di non-contraddizione. A ben vedere dunque tale evento, che l’opera
costituisce, altro non è che il darsi del contingente, del ciò che è così ma
poteva essere diversamente, in quanto condizione della stessa necessità logica
che regola ciò che nel mondo è già-dato; si tratta di quel che – che si dia
questo mondo e non un altro – il quale, come afferma Wittgenstein, precede
quella logica che presiede al come del mondo. Si tratta insomma di quel senso
che è la condizione dei tanti significati possibili: l’opera è la presentazione
del darsi di questo senso, e non la rappresentazione del suo configurarsi come
significato dato, di un senso che si può dunque soltanto sentire, stando al suo
interno e non contemplare dall’esterno. Per questo la pit- tura di Klee ha il
suo luogo d’elezione nel cuore stesso della creazione, lì dove hanno origine
tutte le cose. 1 Sul problema dell’immagine e del segno in genere nella
riflessione filosofica medievale, si veda Maierù, Signum dans la culture
médiévale, Miscellanea Mediaevalia, Veröf- fentlichungen des Thomas-instituts
der Universität zu Koln, Walter de Gruyter, Berlin – New York, Signum negli
scritti filosofici. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino (ed.
or. Philosophische Untersuchungen, Blackwell, Oxford. Wittgenstein, Tractatus
logico-philosophicus e Quaderni, Einaudi, Torino (ed. or. Tractatus
logico-philosophicus, London). Nel Tractatus infatti i due termini si
equivalgono, dal momento che «La proposizione è un’immagine della realtà» Vedi
su questo G., Dalla logica all’estetica. Un saggio intorno a Wittgenstein,
Pratiche Editrice, Parma Wittgenstein, Tractatus..., cSi veda in proposito
Garroni, Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano. L’espressione è
usata nel senso del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche, Gadamer, Verità e
metodo, Bompiani, Milano (ed. or. Wahr- heit und Methode, Mohr, Siebeck,
Tübingen. Nome compiuto: Giuseppe Di Giacomo. Giacomo. Keywords: l’inspiegabile,
aura; ‘impiegatura como spiegatura dell’inspiegabile” sensibile, imagine,
icona, segno segnante segnato presentazione rappresentazione contenente
contenuto formante formato, Tintoretto, Sartre, Venezia, ‘something that is not
a sign may still ‘signify’’-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giacomo:
impiegatura come spiegatura dell’inspiegabile” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Giamboni: la ragione conversazionale (Roma) Abstract. Grice: “When I referred,
informally, at my Oxford seminars and elsewhere – notably at the Aristotelian
Society symposium at Cambridge – to the ‘principles of rational discourse,’ I
was having Giamboni in mind.” Keywords: principio del discorso – principii del
discorso, H. P. Grice. C Filosofo italiano. C PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI
ALLA LINGUA ITALIANA HI D I — — / PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA
ITALIANA -- Per uso del Collegio Pio di Perugm. 6* H* JlCCOMODATI ALLA LINGUA
ITALIANA fg||p} " IjV,; 33* doveste apprendere co W attenzione e coli'
uso a sovrapporre i denti superiori al labbro inferiore j in modo da dare f
adito all'aria, perchè uscisse attraverso de gV interstizi dei denti, quasi
vento fremente. Piacendovi esaminare forte che si richiede per pronunziare la R
, comprenderete guai difficoltà voi sormontaste per proferire esattamente l’ultima
delle lettere che ordinariamente impara a ben pronunziare. Le unioni di vocali
e consonanti per formare le sillabe: V infinite combinazioni delle sillabe per
farne risultare i vocaboli: V associare i vocaboli alle COSE che essi RAPPRRESENTANO:
il leggerli insieme in modo tale da divenire un quadro fedele del pensiero;
guai vasto campo non fu alle vostre riflessioni alle quali insensibilmente vi
guidò la natura! La lingua materna che voi allora apprendeste, cioè quel cumulo
immenso di parole } ad ognuna delle quali ò annesso singolarmente un concetto,
è prova bastante dello sforzo prodigioso ad un tempo e della vostra
riflessione, e della vostra memoria conservatrice fedele dei SEGNI e delle cose
SIGNIFICATE, che furono a lei affidate dalla vostra attenzione y e dalla vostra
riflessione. Tutte queste considerazioni applicate a quegli estesi primordj
dello sviluppo delle vostre facoltà riflessive ed enunciative, ed altre che
potrebbero farsi dipendere dalle riflessioni che faceste sugli urti, e sulle
percosse esperimentate, e salii stimoli di una prudente educazione primitiva,
sarebbero valevoli ancora queste a convincervi che ne' primi tre anni di vostra
esistenza furono forse da voi fatti maggiori progressi nella somma delle reali
cognizioni di quelli che sarete per fare in tutto il resto di vostra vita. Con
profonda verità asserisce d’Alembert, che lo stato cV infanzia creduto corso d?
ingnoranza è forse molto più utile di quello che chiamasi corso di scenza delle
nostre scuole. Tuttociò servirà a persuadervi che una GRAMMATICA RAGIONATA, che
esiga da voi attenzione, riflessione, e memoria, coincide perfettamente con il
magistero della natura, e colla vostra capacità, purché sia ben diretta. Se la
grammatica che vi presento sia in qualche modo atta a guidarvi, ed a farvi
riprendere il corso di quella logica appresa dalla natura, dalla quale vi fece
deviare una donniciuola insulsa, od uno sciocco pedante, potrà ciò decidersi
dagl’esperimenti, che dai saggi precettori si faranno sulla vostra curiosità di
fare scoperte, e sulla vostra avida compiacenza di apprendere ragionando
Trentamila forse, di quarantamila padri di famiglia della nazione italiana, che
indirizzano i figli alle pubbliche scuole, non richiedono già che vengano
questi istruiti per la carriera ecclesiastica, nè per la toga, nè per il foro,
nè per le maggistrature, nè per e scenze elevate; ma solo propongonsi che le
facoltà intellettuali di queste tenere menti ricevano sviluppo tale da
derivarne fecondi e permanenti risultati per il regime domestico, per le arti
cui dovranno dedicarsi, pel commercio, per una industria qualunque. A questo
loro voto mal corrisponde il fatto pur troppo notissimo. In tutte o quasi tutte
e scuole d' Italia la lingua latina è l’unica, o almeno la principale
occupazione di tutta [I diversi mestieri, le arti meccaniche, la nautica,
l'agricoltura, vogliono metodi, disegni, processi, macchine, misure,
proporzioni. Tuttociò non può ottenersi senza cognizioni fisiche, chimiche,
matematiche. È stato detto con profonda verità: che non pi può essere una
fabbrica di panni ridotta a perfezione presso un popolo che ignori l'
astronomia. 8 la scolaresca, senza distinguere quella classe che forma.il minor
numero dallo scopo che ha in mira quel massimo numero di giovanetti cui rcndesi
talmente INUTILE LO STUDIO DELLA LINGUA LATINA – H. P. Grice: “Not at Oxford:
indeed the proficiency of a classical education should be encouraged even
further!” -- che P ohliano per sempre, e senza alcun danno, ne IP atto stesso
che esultando fuggono dalle scuole, e dai precettori. Questa esultanza non
potrà mai condannarsi, nò da chi vorrà consultare le impressioni spiacevoli e
triste che si ridestano sempre ali idea di lingua latina, di grammatica, di
concordanze, e degi'insulsissimi latinucci; nò da chi darà un occhiata
retrograda a quelle catene che trascinò per cinque anni almeno nella polvere
delle scuole, straziando la sua mente, violentando la sua ragione. Furono
queste catene che incepparono l’avidità di conoscere, che costrinsero
l'attenzione a finger di attendere, che violentarono la memoria ad impinguarsi
con meccanico sforzo di declinazioni, conjugazioni, e di un ammasso di fredde
regole grammaticali, e di vocaboli troppo astratti per essere comprensibili col
mero loro nome. Precluso così l'ingresso ad utili verità, se una qualche
dovizia acquistò la memoria, è sempre a danno della calcolatrice ragione. Non è
nostro scopo di seguire in questo laberinto quella minima classe che continua
ad errarvi per apprendere le lingue delle repubbliche, le istorie delle repubbliche,
i costumi delle repubbliche, gli csempj delle repubbliche, con inutili
tristezze dei più begli anni della vita, troppo da se inchinevoli al raffronto
dei casr attuali coi passatici. Ma lasciando questo scarso numero, e volgendo
le considerazioni unicamente al numero maggiore, saremmo costretti a dirigerci
coi padri di famiglia ai sapienti e virtuosi moderatori e promotori della
pubblica istruzione – H. P. Grice: “As Clifton was not!” -- , interrogandoli se
convenga di dileguare una volta quello spettro funesto che con barbaro metodo
strazia da più secoli ed istupi- [Su di ciò potrebbe consultarsi il parere del
soavissimo Plusch certamente non sospetto, perchò scevro per natura da ogni
spirito di partito. I giovani, Plusch dice, possono ben chiamarsi sventurati
per non dire traditi. Attesi con tanta aspettativa dalle case paterne per
riempire le speranze dei genitori vi ritornano essi dopo più di dieci anni di
applicazione, di fatica, e di dispendj, tutti boriosi e contenti perchè HANNO
APPRESO AD ACOZZARE QUATRO FRASI DI CICERONE, e qualche greca paroluzza, e
perchè credousi capaci di fare un epigramma, un sonetto, un disegno, una
suonata comunque. Se poi loro domandate cosa sia il mondo in cui vivono, cosa
vi sia accaduto, cosa siano essi stessi, e quali i loro doveri, saranno quasi
tutti incapaci a rispondere perchò privi di ogni cognizione fisica, istorica,
morale, e perchè sono istruiti con un metodo che fa veramente pietà. S'insegna la
lingua latina colla lingua latina, devono apprendersi LE PAROLE prima di sapere
le cose, ed il modo di PARLARE ELOQUENTEMENTE prima di esser giunti a
rettamente pensare. Si fa ad essi studiare LA FILOSOFIA senza metodo, senza
fisica, e senza matematica. Insomma non s'insegnano che parole latine e
precetti, cioè parole e poi parole. Jì cosi quel giovane delle migliori
disposizioui, che pur credevasi assai bene istruito, è ritornato vuoto di utili
idee, senza armi contro le sue passioni, senza lumi contro l’errore. Converrà
che egli col suo genio, e con una volontà veramente efficace apprenda nel suo
gabinetto a dis-imparare il male imparato per poi rifare quel vero studio che
atto sia a consolàrio e guidarlo retUmeute in tutto il corso di sua vita.
• io disce i tanto varj, pronti, e
fecondi ingegni delle scuole d'Italia: ed istituire, colla stessa forza che
abbatte, quei metodo voluto dalla ragion pubblica e dall'amor santo della
verace grandezza d’Italia. Questo metodo se si volgerà primieramente a quella
lingua a cui dovranno ricorrere i giovanetti in tutti i periodi della lor vita
parlando, o scrivendo, s' imiteranno allora le celebri e sagge nazioni antiche
e moderne. Ognun sa con quanto impegno venisse istruita la greca gioventù nel
pretto atticismo; e con quale ardore inculcasse CICERONE alla gioventù di Roma
d’apprendere il parlare cittadinesco, chiamato urbanitas, che consiste nel dire
le cose bene, naturalmente, e con grazia – “or grace” -- GRICE. E di fatti esso
CICERONE sospingeva i teneri fanciulli a formarsi nella purità dei loro sermone
sugli esenipj epistolari della gran Cornelia dei Gracchi, la quale, come altra
Madama Sevignè di quei tempi, ferma nelle sue epistole il nitore dell'idioma
latino. 1/ istruzione è la sorgente
della pubblica prosperità. La popolazione delle carceri sarà sempre in ragione
inversa della popolazione delle scuole sistemate opportunamente. Questa verità
è stata dimostrata ancora da Dupin che ha voluto calcolare i fatti. Se vi fu
mai monarca che in odio avesse e scenze e scenziati, questi al certo col
dichiararsi 1' inimico di ogni incivilimento spiuto avrebbe i sudditi a gran
passi verso Ja de- gradazione. Alfonso che fu V onore di Aragona e della
Sovranità, e che apprezzava Filippo di Macedonia ancor più perchè credette
render degno' il figlio del Trono col farlo ammaestrare da un grand' uomo, dir
soleva: amo meglio di perder tutto quanto posseggo , piuttosto che una parte di
ciò che so. Ma perchè questo metodo abbia spirilo e vita, e favorisca io
sviluppo della ragione, senza aberrare in licenze, sarà di mestieri che si
attenda ad un certo rigore quasi matematico: analizzando l’indole, e V iificio
di ciascuna parte del discorso: esponendo il come ed il PERCHÈ – H. P. Grice:
“‘rationalism’, ‘reason why’, even applied to the lingo!” -- debbano usarsi
queste parti: mostrandogli anelli chele congiungono: distinguendo i vocaboli
radicali dai derivati, i semplici dai composti, gl’originar] dai sostituiti, i
proprj dai traslati: discoprendo quelle delicate varietà per cui NIUN VOCABOLO è
TOTALMENTE SINONIMO: determinando con esattezza e limpidezza il significato dei
vocaboli di ciascuna espressione prima della sua applicazione. Queste esatte
distinzioni; questi ingegnosi sviluppi; questi sottili confronti; questa
precisione e chiarezza; in somma questo metodo ragionatore che collega
esattamente le idee -- nel ebe consiste il vero segreto dell'analisi -- eccitando
la curiosità, l'attenzione, la riflessione degl’appagati giovanetti , darebbe
uno sviluppo efficace al loro ingegno, e quasi dolce pioggia feconderebbe in
modo queste tenere pianticelle da darci con prontezza quei frutti preziosi, che
attendonst con tanto ardore dai genitori, e della nazione. Una grammatica di
tal natura, che atta fosse a sparger la luce sul maggior numero, potrebbe forse
riguardarsi come libro il più interessante; se è vero quanto fu detto da uno
scrittore: ebe il primo libro di una nazione è il dizionario della sua lingua –
H. P. Grice: “Except I don’t give a hoot what the dictionary says!” -- - Ci accingeremo adunque a dare almeno un'idea
di qucsia grammatica intellettuale finche uomini di più acuto senno, di più
chiaro metodo si determinino a perfezionarla; essendo sempre vero che i difetti
stessi di un primo esperimento servono spesso a condurre un progetto alla
perfezione. Chiunque però ne assumerà l’incarico temer non dee l’onorevole
rimprovero di scrivere ria Filosofo, cioè di scrivere con senno per farsi
intendere utilmente. Crediamo nondimeno che non sia da dipartirsi dalla
nomenclatura, e da certo andamento consacrato dall'inveterato uso grammaticale.
Mentre una grammatica Condilacchiana – o GRICEIANA – che H. P. Grice chiama la
grammatica del pirotese --, o modellata su quella di Tracy, forse non si
comprenderebbe agevolmente da gran parte dei precettori attuali, non
addomesticati per anco col- V analisi , e molto meno si accomoderebbe a chi la
penetrasse; giacche, superbi delle loro cognizioni, sdegnerebbero cosa che, già
effet- tuata da uomini grandi , non offrirebbe che una imitazione inferiore. E
siccome siamo convinti con il Signor Perigord che uno de' mezzi più potenti per
migliorare la publica istruzione debba consi- stere nello spirito d'analisi, e
nell' applicare a tutti gli oggetti d'insegnamento, per quanto è possibile, il
metodo de' matematici; perciò abbiamo azzardato di provarci a darne un qualche
saggio in queste nostre lezioni grammaticali. Sappiamo bene che appunto perciò,
presentandosi queste con aspetto di novità, incontrar dovranno l'opposizione
principalmente di alcuni stabilimenti scolastici. Ma al pensare che altri e
cospicui corpi di publico insegnamento già si sono aggiustati alle nostre idee
con risultamcnto maravi^lioso; ed al riflettere che alcuni altri stabilimenti
di publica educazione già si volgono a coincidere colle nostre MASSIME – come
le chiama H. P. Grice --, e già danno ordine per il collocamento di una scuola
di lingua nazionale; arditi e franchi ci poniamo da uno de' lati ogni tema, ed
animosamente proseguiamo nel nostro proposto. E perchè tutte le grammatiche
coincidono nei loro principj, fissati quelli dell'italiana potrà facilmente
farsi dipender da questi la grammatica latina, che diverrà allora chiara,
utile, e compendiosa. DELLE PARTI DEL DISCORSO Per parti del discorso
intendiamo quegli elementi cherendonsi indispensabili per formare un discorso
completo, onde COMUNICARE – o significare – H. P. Grice su C. L. Stevenson -- ad
altri i nostri bisogni, i desiderii, e i pensieri $ e ciò o con suoni
articolati e fugaci, che diconsi voci (1)5 o con segni visibili e permanenti,
denominati scrittura. Tanto gli uni, che gli altri, si chiamano parole, o
vocaboli. Alcuni fra questi ricevono una varietà di modificazioni finali per
esprimere SENSI diversi 5 e declinando, per dir così, dalla semplicità del
primitivo significato, diconsi perciò parti declinabili} mentre gl’altri,
conservandosi giusta la loro origine inalterabili, vengono chiamati parti Indeclinabili
– H. P. Grice: Fido is shaggy; Fido and Rufus ARE shaggy. Le voci sono segni
convenzionali – o meglio, arbitrari, ma nota l’etimologia di ‘convenzione’ –
venire giunto -- che vestono le idee spirituali quasi con veli sensibili per
trasmetterle nello spirito degl’uomini e così legarli in comunanza fra loro.
Per segni visibili e permanenti intendiamo le lettere alfabetiche, le quali
conservando le parole e ridonando ad esse quei pensieri che quasi in deposito
furongli affidati, ci fauno conversare insieme in distanze enormi, anzi serrono
perfino a far parlare gl’uomini morti mille e più anni aranti. Dall'esatta
combinazione delle parole, scritte, o pronunziate, risulta il discorso
espositore fedele de’nostri pensieri. La scenza delle parole atte a dipingere
fedelmente quasi in copia il quadro originale delle idee concepite già dalla
mente, è là grammatica delle lingue – H. P. Grice: “Austin loved Chomsky
because he set GRAMMATICA higher than PHILOSOPHIA!” --. Fra i principii di
questa scenza, altri sono universali ed immutabili, come provenienti dalla
natura del nostro intelletto, seguendone le leggi, e questi sono comuni a tutte
le lingue – cf. L’universalità dell’implicatura conversazionale e il ‘cunning’
della ragione conversazionale --, altri sono esclusivamente proprii di ciascuna
lingua particolare, perchè derivano da libere convenzioni. Questi secondi,
ridotti a regole dedotte da sensate osservazioni sulle parti declinabili e
sulle indeclinabili della lingua italiana, costituiscono la grammatica di
questa lingua. Dunque dagl’elementi della grammatica GENERALE o RAZIONALE, che
sarà la prima parte dei nostri principii del discorso, conoscerete voi la
maniera di parlare in qualunque lingua; e dalla grammatica particolare che riguarda
la lingua italiana, e che forma per noi la seconda parte, dovrete apprendere ad
esprimere con questa lingua i vostri concètti esattamente. Gli uni e gli altri
principii verranno compresi Il vocabolo “discorso” – “as I have often mention”
– H. P. Grice -- deriva forse dal latino discurrere [ scor- rere ) quasiché si
volesse fare intendere quella rapidità con cui il discorso quasi alato mercurio
scorrendo per le vie intellettuali fa passare rapidamente nelle altrui menti il
maggior numero d'idee e di rapporti col minor numero di vocaboli. Il vocabolo “scenza”
– cf. H. P. Grice, the devil of sicentism -- deriva da scire (sapere) dei
latini. E siccome una scenza è un complesso di verità connesse con esattezza
dipendentemente dall'esame e sviluppo del soggetto di che si tratta, perciò dir
dovremo che la scenza delle parole – studies in the way of words -- si associa
intimamente con quella delle idee – the way of ideas, the way of things -- e
viceversa, senza forse poter fissare quale delle due debba precedere. J 7 dalle regole della nostra grammatica, la
quale, non volendo insegnar parole e solamente parole, per non avvilire la
ragione de’giovanetti, e coltivare unicamente la loro memoria 5 perciò vorrebbe
discendere piuttosto a far conoscere il carattere delle parole atte a vestire
le idee di queir abito che ad esse conviensi, acciò il discorso proceda con
ordine – H. P. Grice, “Be orderly” --, e soddisfi T altrui attenzione. DEL NOME
SOSTANTIVO. Interroghiamo uno dei nostri piccoli allievi, dicendogli: mi
sentite voi parlarci dunque provate una sensazione 5 dunque siete sensitivo;
dunque avete F essere 7 e siete. Codesta sensazione non si sperimenterebbe da
voi se qualche essere, esistente fuori di voi, non vi facesse sentire la sua
esistenza, con una impressione fatta nell’organo del vostro udito. Ora quanto
sperimentate esistere fuori di voi in una maniera indeterminata, è appunto ciò
che voi denominate COSA – non oggetto. Se la vostra sensazione è piacevole, voi
dite: la cosa e buona 5 se la sensazione è molesta , voi dite: la cosa è
cattiva. ÌSk an- cor contento V inoltrate a dare un' azione alla cosa, dicendo:
questa cosa mi ha fatto bene, quest' altra cosa mi ha fatto male: Dunque avete
patito, ossia siete stato paziente. Che se vi riguardate passivo, sotto la
impressione molesta o piacevole che fa la cosa in alcuno ■ * (0 Quando si parta
da un punto ben cognito, cioè dall'esatta osservazione sui fatti, e si batta
dritto la strada dell’evidente connessione delle idee si giungerà ovunque con
sicurezza ìoogle i8 dei vostri sensi, non j>otete non riconoscervi attivo
allora che siete in azione, osservando codeste sensazioni) quando le
distinguete, quando le paragonate fra loro, quando insomma pensate. Ciò che voi
pensate lo chiamate OGGETTO 5 onde dite: oggetto – NON SOGGETTO -- del
pensiere. – Il soggetto del pensiero sei tu. Dunque LA COSA ha una esistenza
sensibile; e l’OGGETTO una esistenza intellettuale. Bl V una che V altro
chiamasi ente, a essere, vale a dire isolata esistenza, o quasi sola stante,
che perciò dicesi SOSTANZA – H. P. Grice and P. F. Strawson: “As when we say
that ‘Socrates,’ which cannot be a predicate, is a substantial.” Quei caratteri
da voi concepiti inerenti, ed essenzialmente proprii alla sostanza, perchè
senza alcuno di essi cesserebbe di esistere, si chiamano proprietà' essenziali
della sostanza 5 tali sono, per esempio, riguardo al vostro essere, la
sensazione, ed il pensiere – cf. H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct
perception” --; e riguardo alla cosa la sua estensione (res extensa, non
cogitans). Mentre che a quelle modificazioni della sostanza, dalle quali vi
viene manifestato quale essa è riguardo a voi, daremo la denominazione di
qualità 1 accidentali. Saranno dunque qualità della sostanza il colore, l’odore,
il sapore, ec. da voi CREDUTE – per istinto -- inerenti nella sostanza
medesima. Ma non contenti di aver conosciute le sostanze colle loro proprietà,
e qualità, vi piace di comunicare ad altri queste vostre cognizioni. È allora
che vi prevalete di quella moltiplicità di vocaboli che, servendo a dare il
nome alle sostanze, furono chiamati NOMI sostantivi $ mentrechè quei vocaboli
Eppure ci dice Tracy che il nome molto male a proposito si chiama sostantivo; e
che per dare ad esso un nome tratto dalla sua funzione dovrebbe denominarsi ASSOLUTO
o SOGGETTIVO. Lasciamo al lettore il giudicare se sia soddisfacente la ragione
che esso ne adduce -- Milano, ovvero se debba conservarsi la voce sostantivo
comechè proprissima. DinitÌ7 C-nc 19 che servono ad esprimere le proprietà, e
le qualità quasi aggiunte alle sostanze, dicousi nomi aggettivi – H. P. Grice:
“My example: ‘shaggy’, meaning ‘hairy-coated.’”. U nome sostantivo serve di
base e di nucleo a cui si legano e s' innestano le varie proprietà, e qualità
che può avere; per es. (2) Lunghezza-f- larghezza -f- profondità=estensione.
Ente 4- esteso -j- sensibile 4- divisibile 4. . . , *orpo. Corpo -(- elastico
-f acuto + tagliente + ri- splendente -f- • • s= Spada. Corpo -f pesante -f-
duttile -f- giallo-splendente + solubile + . . . = Oro. Cosa -f- animale, o
vegetale, o minerale -f- di qualunque sapore -f- di grave o mortai danno -f- .
. . = Veleno. Questo vocabolo si usa ancora, in senso traslato (3J per indicare
ciò che desta una profonda [La voce “aggettivo” – H. P. Grice, “adjectival” –
shaggy -- deriva dalla latina adjicere (aggiun-gere), e ci fa quasi intendere
che i vocaboli aggettivi servono ad esprimere le proprietà, e qualità aggiunte
ai sostantivi. Per più breve ed evidente metodo di esporre le nostre idee ci
siamo valsi di due segni algebraici +, =. Sappiano i giovanetti che il segno “+”
suona lo stesso che la voce “più,” ovvero con j e che l 1 altro “=” (eguale) ci
dice che esiste la relazione di eguaglianza fra IL SIGNIFICATO – SEGNATO dell’espressione
che lo precede, e dell'altro che lo segue. La voce traslato, che deriva dalla
latina transferre (trasportare) significa che ciò che appartiene a cose fisiche
– “the cream in my coffee” – Grice -- vieti trasportato agli oggetti
intellettuali – “my addressee” – Grice --, od anche morali , o viceversa che le
passioni dell' animo, e le azioni della mente vengono appropriate a cose
fisiche. Di qui è che diciamo . 'Occhio severo: lume della ragione: passione
ardente: Cuore infuocato: Mare furioso: Prato ridente: benefica Natura ec.
Diciamo ancora di un mordace scrittore: la sua penna avvelenata: in questa ed
altre simili espressioni viene attribuito ad un'ente ciò die NON – Grice:
category mitake -- gli conviene se non che avuto riguardo all'effetto che
produce; od anche ciò che è proprio di un tutto ad una sua parte dicendo per
cs. mano stanca j e viceversa. 4» 0U0 ^
é smania nell' animo; p. é. la calunnia, il sarcasmo t la satira sono
quei lenti veleni della società sempre detestati, sebben sempre accolti. Cosa +
vegetale o minerale + amara -f. vene- fica + * . . = Tossico, p. e. attossicato
avea sempre il coltello. Questa voce non suole usarsi in senso traslato. Pure
abbiamo da Alfieri : Or versa — Il mortai tòsco che in tuo cor rinserri. Cosa
-j- di forte splendore -(-...= Luce. Onde dicesi luce del giorno: luce
risplendente, ec. Cosa -f- di debole splendore . . s= Lume. Quindi è che si
dice lume di luna; lume chiaro ec. Diremo similmente in senso traslato: dar lume
alla materia di un soggetto coli' ordinarla \ ridotta poi che sia allo stato di
evidenza, avrà allora ricevuto luce completa. Oggetto -f buuno o cattivo +
bramato o sfuggito -f di evento probabile -f contro il desiderio -{-...=
timore. Timore + immediato + forte + danno fisico o morale -{-•••= paura- Paura
+ terribile + improvvisa massima •J- . . . ==± spavento. Onde diremo; lo
spavento del fulmine che striscia sul capo. Anche un sol vocabolo aggettivo può
avere il carattere di esprimere la riunione di altri aggettivi spettanti al
sostantivo cui appartiene 3 per es. diremo di un Uomo: Scarseggiante -f di
vitto -f- di vestito -f- vicino alla necessità + . . . e=s povero» Povero -f-
privo del necessario -{- avvilito -f- servile + dispregiato compassionevole + .
. = meschino. Smisurata idea del proprio merito + dispregio pegli altri -{*•,•
= Orgoglio. t 21 Impulso ad agire -f-
proveniente da sentimento morale = dovere. Per es. è un dovere il rispettarsi
reciprocamente. Impulso ad agire -J- proveniente da leggi positive = obbligazione
; onde diremo: in Grecia ed in Roma i giovani erano obbligali a cedere il posto
ai vecchi ne' pubblici spettacoli, in segno di venerazione, dovuta ali 1
esperto senno. Opinioni e desiderii identici -f- stima fiducia recìproca
-(-...= Amicizia. Gli addotti vocaboli e tutti gli altri composti potranno da
voi riguardarsi come la somma che risulta dall'addizionare, o concretare una
varietà di vocaboli per formarne un sol gruppo ed esprimerlo con un solo
vocabolo concreto che è una vera somrna. Per comprendere in qualche modo quale
immenso gruppo d'idee possa venir compreso da un sol vocabolo che ne è la somma
vi basti dare un occhicata a quelle che sono racchiuse nella parola dritto –
cf. H. P. Grice: ‘different priorities of ‘right’ – moral right, legal right --.
Dritto naturale che guida l'uomo colle ispirazioni della natura, e col
sentimento de' suoi doveri -f- Dritto politico che costituisce la forma di
governo di ciascuno stato -f- Dritto civile che regola gì' interessi privati di
ciascun membro -f- Dritto delle genti che pone tutti i popoli in comunicazione
fra loro + Dritto divino che lega con forza sopranaturale le istituzioni della
sapienza uma- na -f ... = Dritto. Questo brevissimo cenno sulla composizione
dei (1) Se l'idea di un Legislatore Supremo non conservasse i dritti degli
uomini, le loro passioni indipendenti spezzerebbero continuamente come una
fragil rete tutte le leggi stabilite per contenerle. 22 vocaboli servirà a
farvi comprendere fin :ia Iure completa sulle operazioni aritmetiche ) : ono
poi astenuti diminutivi , benché abbiano la terminazione in “-otto,” le voci “signorotto,”
“aquilotto” y le- pi otto 9 ed infinite di questa fatta. Sono ancora diminutive
quelle voci colle finali in -ino, -itto, -elio y uccia > ina , ec. che
servono ad esprimere piccolezza dell’individuo, come fanciullino, ca- scttina y
bambinello, verginella ? giovanetto, casuccia y ec. I vezzeggiativi vanno a
finire in etto, elio , • 35 uccio , uzzo
, ino ec. es. semplicetto , vecchiardi lo, contadinuccio, vecchiuzzo,
fratellino ec. I dispregiativi finiscono in accio, astro , aglia, uppola , affo
, attolo ; es. popolaccio, femminac- eia , giovanastro, plebaglia, otniciatto,
libriciattolo, casuppola. cap. m. Dell accompagna nome. Se il nome, tanto
individuale , che personale, serve pei* se stesso a farci distinguere l’individuo
in modo da presentarcelo separalo non solo da tutti gl’altri di diversa natura,
ma da quelli ancora della sua specie, non oltiensi lo stesso uficio nè dal nome
collettivo, nè dal qualificativo. Si ebbe perciò ricorso alla terminazione
finale per indicare uno, o più di tali individui, dicendo j colonnA – H. P.
Grice, “ox”, in Oxford --, colonnE –
“oxen”, as in “Oxenford” – H. P. Grice -- ec. Oguun sente che da queste due
terminazioni diverse ci viene indicato soltanto che l’individuo per es. Colonna
(“ox” – H. P. Grice – “but cf. ‘grice/grouse’” --, non deve confondersi con una
moltiplicità d' individui colonnE – “oxen,” chicken”. Quando però diciamo:
convien prendere una colonnA, veniamo a significare la scelta da farsi d’UNA colonnA
fra questa moltiplicità d' individui della medesima specie. Finalmente se
diremo fu presa la colonnA, è allora che verrà da noi precisata la colonnA
prescelta far le altre tutte. Un Poetastro stampò contro Benedetto XIV una
sutì- raccìa» H Pontefice la lesse, la corresse, e scrisse all' autore S ve la
rinvio corretta acciò la vendiate meglio. Di qui è che si rende a noi manifesto
che le voci “uno,” “il,” servono a ristringere sempre più il significato dei
nome – H. P. Grice: “He’s meeting a woman tonight” – “a tortoise” – “broke a
finger”. Infatti chi dice : V uomo è opera del Creatore, viene ad accennare
quest' opera, senza indicare però se vi sono altre sue opere, senza presentarci
questa distinta dalle altre, e senza precisarcela in un modo particolare. Che
se dirò l'Uomo è UN’opera – H. P. Grice: mass-noun, non-mass noun -- del
Creatore, farò intendere – IMPLICARE, SUGGERIRE – SIGNIFICARE, INDICARE --, e
che vi sono ALTRE sue opere, e che questa è una combinata colle altre.
Finalmente quando dico: Y Uomo è L’opera dei Creatore | è allora soltanto che
vengo a presentarla staccata, e distinta da tutte le altre sue opere, come che
per noi la più portentosa. Così, veuendo interrogato uno di voi: avete veduto
Persona? se risponderà: “Non ho veduto persona,” “Ho veduto UNA persona,” ovvero
“Ho veduto LA persona.” La risposta nel primo caso indicherà – IMPIEGATURA,
suggerire, implicare, indicare, significare -- persona in un modo indeterminato.
Nel secondo, determinerà il suo numero. Nel terzo preciserà il numero, e farà
comprendere .incora la specie individuale della persona. Così dirassi: un forte
volere, un alto imaginare, un maturo pensare; adoperando “un” – Grice: “the
uses of ‘a’” -- in luogo di “il,” perchè così al volere, all'imaginare, al
pensare, vien dato quell'estesa ed illimitato significato che si vuole appunto
che abbiano tali voci. Ma, se ben si attende, potrà scorgersi facilmente non
competere soltanto alle voci “il,” “uno,” – H. P. Grice on ‘a’ -- il carattere
d'individuare il nome con minore, o maggior precisione \ ma esser proprio
ancora un tale uficio de' vocaboli – H. P. Grice, ‘demonstratives, and
quasi-demonstratives, proximal, medial, distal --, esso, desso, questo, stesso,
medesimo – Grice, “Sameness and substance,” “Someone is hearing a noise”. Anzi
la loro indole è tale da precisarci in modo il nome, quasi mostrandolo a dito
con più, o meno energia. Tutto ciò può sentirsi dalle seguenti espressioni: “padre,”
“un padre,” “il padre,” “padre,” “desso padre”, “questo padre,” “questo stesso
padre,” “questo medesimo padre.” – cf. H. P. Grice: “He is meeting a woman – he
is meeting his woman.” Ed è perciò che i sette addotti vocaboli, attesoché si
associano con il nome per dare ad esso una maggiore o minore determinazione,
potranno denominarsi accompagaanomi, od anche voci determinanti. Dal loro
uficio stesso di precisare l’individuo che vien RAPPRESENTATO dal sostantivo,
cui si associano, si comprende perchè NON debbano unirsi nè con i nomi
individuali e personali – “Scorates” cannot be a predicate, it’s a substantial”
– H. P. Grice and P. F. Strawson --5 non dicendosi: “uno Pietro”: “uno Arno”: “il
Pietro” – ma “la Callas” -- ec. nè cogl’aggettivi imperfetti od incompleti) il
carattere oe quali consiste appunto nel voler denotare in un modo indeterminato
tanto il numero degl’individui, come la specie, o particolar carattere di
ciascuno 5 onde NON può dirsi: “uno alcuno” – “one someone” – H. P. Grice on
(Ex) as ‘some (at least one) --, “il qualche,” “il certuno” ec. S' intende
dunque il perchè, nominando persona , o cosa ignota a coloro ai quali è diretto
il discorso, si adoperi la voce (“uno”), per es. venne un amico 5 ed in seguito
del discorso si faccia uso della voce (“il”), dicendo: “venne l'amico”; atteso
che in questo secondo caso si suppone l’individuo amico *già noto*. È vero che
talora anche con i vocaboli indeterminati “qualche,” “tale,” “certo,” ec.
sogliamo unire la voce “uno,” dicendo: “un qualche,” “un tale,” [Questa maggior
forza significativa [H. P. Grice, STRENGTH, vis] che ha la desso sopra r altra
esso, si rileva ancora dall’ETIMOLOGIA di queste due voci. “Esso” è tratto dalla
lingua latina “ipso,” mentre “desso” viene da “de ipso,” quasi di “esso,” servendo
appuntò la dì ad asseverare, o confermare con più viva efficacia. Presso i
latini ancora il pro-nome die serve bene spessa ad estendere la determinazione
di un nome. un certo; ma ciò proviene dai SOTTINTENDERSI [H. P. GRICE
CONVERSATIONAL IMPLICATURE] alla voce uno, qualche altra voce collettiva;
cosichè veniamo a dire: “un qualche uomo,” “un certo individuo,” ec. Talora
associamo la voce “uno” con i sostituiti vocaboli personali, od individu;ili ,
dicendo: “è una babilonia” 5 “è un Nerone,” – cf. H. P. Grice and P. F.
Strawson, “”Socrates” cannot be predicates, but we can say that Josepth was A
SOCRATES” – “è un Tito,” intendendo però che debbano esservi sostituiti altri
vocaboli collettivi del significato analogo: “e UNA babilonia” +> è una
confusione; “e un Nerone” +> “è un imperante crudele” 5 “e un Tito” +> “è
un sovrano adorabile.” Così potrebbe dirsi: “è un Leopoldo” per indicare un
benefattore nel trono, che vuole efficacemente la felicità de’sudditi. Che se
ai nomi individuali, Cairo, Roccella, Mirandola, vanno unite le voci – “il,” “la”
-- ciò deriva dall'essere SOTTINTESA [H.P. Grice: conversational implicature] in
origine a codesti vocaboli la voce collettiva “provincia,” cioè, “Cairo” =>
“la provincia del Cairo;” “Roccella,” +> “la provincia della Rocella;” “la
Mirandola” => “la provincia della Mirandola”\ come diciamo anche in oggi “la
Marca,” “la Romagna,” “la Francia,” “la Toscana, “l’Italia,” ec. col SOTTINTENDERE
[H. P. Grice: conversational implicature] i rispettivi nomi collettivi. IV
accompagna nome i7, che non si associa che con il sostantivo, unendosi con
qualche aggettivo darà a questo il carattere di sostantivo \ quindi [Pietro
Leopoldo più Magistrato che Sovrano dette una prova di fatto che il suo gran
tuore era ripieuo tutto del sentimemto della felicità de’suoi sudditi. Nella
maestà e filantropia delle sue leggi liberamente concesse al popolo toscano,
racchiuse quella sapienza ed umanità che regge felicemente questa bella,
industre, frugale, e saggia parte d’Italia, che prospera sempre più, per il
regime sapiente, benefico, e soave di Leopoldo IL Questo Principe tu lo vedi
inoltrarsi tutto solo a traverso di folto popolo geloso custode della
inviolabilità u» tua sacra persona, perche sa dominare soavemeute nel cuore dei
sudditi che lo adorano. » hi farà dire a
Tilo : o sia giudica . Dunque un
giudizio è la cognizione di un rapporto, ossia è l’asserzione dell’esistenza di
un rapporto. L’oggetto che si prefigge la nostra grammatica esigendo una certa
classificazione di giudizi, secondo il diverso uficio che ci prestano 5 sarà
perciò : [Ci è affatto incomprensibile la maniera con cui acquistiamo le
sensazioni e le idee tanto dirette che riflesse, vale a. dire le nozioni. [Ci
prevarremo alle volte dei simboli generici degl’algebristi per il motivo
addotto. Piacendo al Precettore di adottare il metodo cT istruzione, simultanea
in luogo della individuale, e di render sensibile l’astrazione dei simboli con
molti esempi, vedrà egli allora dissiparsi ogni apparente difficoltà di
rendersi intelligibile. [La voce rapporto potrebbe supporsi derivata dati* alto
della mente di portare, per dir così, un idea al confronto di un altra, onde
conoscere la loro relazione. Il vocabolo giudicare forse deriva àaìjut dicere
(dire il giusto) dei latini. 48 i.* Classe. Giudizi di rapporto d'inclusione.
Consistono questi nell’asserzione della mente che un idea B è inclusa in un
altra idea A. a. a Classe. Giudizi di rapporto di uguaglianza, ed anche d'
identità. Quando la vostra mente, confrontando l'idea C colla idea/?, giunge a
conoscere che una è uguale all'altra, come er es. che /' idea d' una colonna è
eguale ai- idea a" un altra colonna; allora asserisce l’esistenza di
eguaglianza fra queste due idee, o sia, giudica del loro rapporto di
eguaglianza. Qualora il giudizio si raggiri su due idee misurabili astratte,
come 2 + 1 = [\ , allora lo diremo giudizio di rapporto d'identità , perchè si
asserisce dalla mente che è ciò che è; infatti , chi dice 2 + 2 = 4 dice che 4
= 4 5 c *°è cne 4 è 4- (2) 3.* Classe. Giudizi di rapporto di differenza.
Confrontando due idee G ed M , e scorgendo fra esse una qualche differenza in
più o in meno, come per esempio fra l’idea di un tutto, e l' idea di una sua
parte, allora asserisce la mente l’esistenza di differenza fra due idee. £d
ecco un giudizio di rapporto di differenza. Prima che discendiamo alle altre
tre classi di giudizi, immaginatevi una linea retta, che con [Identità è
l'aggettivo sostantivato della voce “identico,” che deriva dall'”idem,” stesso,
dei latini; e ci fa intendere che l'identità consiste nel ravvisare un'idea
eguale a se stessa ( v. I»aij. 53 ). (•/) I giudizi d' uguaglianza, e quelli
d'identità vengono espressi dalle voci: “egualmente,” “tanto,” “quanto,” “cosi,”
“al pari,” ec. Questi giudizi si esprimono colle voci “maggiore,” “minore,” “più,”
“meno,” ec. una sua estremità si trovi al principio, e coir altra al fine della
fisica esistenza della natura -A-B-C-D H- N-O-P-Q. Supponete che un suo punto h
indichi' il momento attuale in cui la osservate; che i suoi punti . . . a 9 b ,
c , d , . . . che precedono il punto di tempo h indichino i tempi- passati; e
che dai suoi punti . .../ì, o, p , q, che succedono al momento k , vengano
indicati i tempi futuri. Sotto questa linea, suppongasi da voi esisterne un
altra dalla quale vengano indicati i pensieri o le azioni umane che si sono
succedute f e che- si succederanno. In questa seconda linea di pensieri o d'
azioni, che potrete riguardare identica colla prima linea del tempo, supponete
notati in correspettività dei tempi i pensieri od azioni./. A, B , C 9 D . . .
che hanno preceduto l'azione attuale H 9 ed inoltre i pensieri od azioni . . .
N , O 3 P , Q . . . che saranno per succedere ad H. Il rapporto fra l’azione
attuale H con il punto di tempo h, lo diremo di tempo presente: i rapporti fra
le azioni passate .. .tA, B , C , D . . . , ed i punti di tempo che ad esse
corrispondono li diremo di tempo passato. Finalmente i rapporti delle azioni N
, O , P , Q . . . con i respettivi punti di tempo n, o , p , q ... ili cui
devono effettuarsi -9 li diremo di tempo futuro. Si comprende da ciò quali
sieno i giudizi della 4.* Classe. / giudizi di rapporto delle azioni con i
tempi; come, per es. dicendo: “passeggiai ieri;” “scrivo adesso;” “studierò
domani,” asseriscono 3 5o 1' esistenza di rapporto delle azioni con i
respettivi tempi passato, presente e futuro. Riguardate ora i punti . . . a ,
/; , c ...//.. . // , o , . . . ridotti quasi a tante diverse sedi ove si trovino
situati i respettivi corpi . . . A, B, C. . . il ... N , O , P .... L 1 attuale
supposizione ci farà scorgere nella 5. " Classe. Primieramente rapporti di
situazione fra l’oggetto A , e la sede a ; fra l’oggetto B , e ia sede b, ec.
come per es. “io sto quà” — “io sono esistente” -f- “la mia esistenza è in
questo loco”: “tu stai là” y “quello sta dentro,” “l’altro sta fuori,” “uno
abita sujpra;” “l’altro abita sotto” ec. Questa specie di proposizioni serve ad
esprimere i giudizi di rapporto di situazione. Classe. Secondariamente potremo
scorgere dei rapporti di distanza fra la sede del corpo A , e quella del corpo
B ; fra la sede del corpo D , e quella del corpo fi , ce. Direte esser questi
giudizi di rapporti di distanza, perchè asseriscono una relazione di distanza
fra la sede di un oggetto, e la sede di un altro oggetto; e si esprimeranno
dicendo: “io sto lontano dalla piazza” = “io sono esistente” -J- “la mia
esistenza è distante dalla piazza;” lo stesso significalo ineludono le seguenti
espressioni: “io sto vicino a te”; “un luogo è /untano dall' ald o \ “una cosa
è prossima all'altra,’ ec. Queste classi di giudizi dipendenti dai rapporti d 1
inclusione, di eguaglianza, di differenza, di tempo, di situazione, di distanza
formeranno la parte fondamentale e principale della nostra grammatica,
qualunque >iasi l’opinione in contrario di alcuni valenti ideologisti ^i). r
1 _ Non ci sembra di poter convenire con
Tracy die 5i Vi piaccia ancora di dare una rapida occhiata a certe diverse
forme che prenderanno i vostri giudizi dipendentemente dalla varietà delle
circostanze in cui dovrete giudicare, cioè: o in un modo indefinito, o in un
modo definito ed insieme dipendente da comando, o in una maniera indicativa ed
isolata, ovvero accompagnata da qualche particolar sentimento dell’animo; o in
un modo congiunto con una particolare determinazione o dipendente da qualche
condizione. Queste diverse forme che prender può il vostro giudizio le
chiameremo maniere, o modi del giudizio, onde avrete i modi indefinito,
imperati- asserisce -- Milano -- » che l’atto di giudicare consiste sempre, ed
unicamente nei vedere che un' idea è compresa in un’altra e che fa parte di
questa. Questo celebre autore sembra tanto sicuro di questa sua definizione del
giudizio da dirci con piena fiducia » io ardisco affermare che fino al giorno
d'oggi niuno fra 1 grammatici ha conosciuto in che precisamente consiste l’operazione
di giudicare, ed è questa la primaria cagione per cui i più belli indegni, e le
teste più forti non ci hanno dato finora che cattive teoriche intorno alla
lingua. £ debbo confessar francamente che tutte quelle che sono a mia
cognizione le trovo non solo imperfette, ma false eziandio: ed è ciò appunto
che mi ha posto in disperazione quando ho preso a scrivere il presente
trattato. L'asserzione di Tracy che tutti i nostri giudizi consistono sempre ed
unicamente nel vedere^He un’idea è indussi in un 1’altra, o che fa parte di
questa non ci sembra conciliabile in modo alcuno con quanto crediamo di avere
dimostrato sulla diversa indole dei giudizi, mediante ripetute osservazioni sui
nostri stessi fatti interni. Se in ciò non ci siamo ingannati potranno allora
le verità stabilite servire non solo di base per la completa teoria del
discorso, ma ci apriranno l'adito ancora a sciogliere agevolmente un gran
numero di complicate ed oscurissime questioni che hanno tanto imbarazzato i
grammatici e gl’ideologisti, perchè appuuto non avevano analizzato abbastanza
1'atto intellettuale che chiamiamo giudizio.
fo, indicativo, congiuntivo, ottativo, condizionato. Basti per ora un
sol cenno di questi diversi modi di giudicare, perchè dovremo trattarne con
qualche estenzione, nell’applicare la grammatica intellettuale alla grammatica
italiana. Passiamo invece a trattare della facoltà della mente denominata
raziocinio. La ragione è la facoltà della mente di combinare le idee.
Esercitare questa facoltà è ciò che dicesi ragionare, ragion- dare , del
rapporto che la mente non può discoprire a primo aspetto fra una idea A ? ed
una idea B. Infatti allora diciamo esser essa costretta di ricorrere ad una
terza idea G r ragion dare del rapporto fra le due idee A , Dal vocabolo “ragionare”
è derivata la voce “raziocinio.” Dunque il raziocinio è la combinazione di una
terza idea C [CONCLUSIONE – e termine mezzo] colla idea A [PREMESSA MAGGIORE],
e poi colla idea B [PREMESSA MINORE], per potere effettuare la combinazione di
A [SOGGETTO termine minore] con B [PREDICATO termine maggiore]. E perciò diciamo
che la mente ragiona quando rintraccia mediante la riflessione tanto nella idea
A, come nell’idea B una TERZA idea C, la quale per il suo rapporto cognito
tanto coll’una che coll’altra delle due prime, dà luogo a proferire due noti
giudizi, dai quali discende necessariamente il discoprimento del giudizio
ignoto, vale a dire l l’evidenza del ricercato rapporto fra l'idea A e T idea B
5 ed è ciò appunto in che consiste il raziocinio. Per es. riguardo ai giudizi
d'inclusione, per accertarvi die Y idea B, è inclusa nell’idea A, trovata che
avrete la TERZA idea C, cosi ragionerete. L'
idea A INCLUDE l’idea C y Y idea C iu-
cldde l' idea B , dùn ec. Nè si creda perciò che simili rapporti d'identità
richiedano l’ajuto del raziocinio per farsi comprendere. Questi si scorgono
veri intuitivamente ossia si presentano a primo aspetto evidenti. Evidenza.
Giunta che sia la mente a vedere che e ciò che è come p. e. che 2 + 2 = 4 >
eioè che 4 = 4 – cf. H. P. Grice on Kant 7 + 5 = 12; 12 = 12 5 « ... M , M I I
Per servire all' intelligenza de’giovanetti su di una materia che a primo
aspetto sembra alquanto astratta, potrà ricorrere il precettore a qualche
confronto sensibilissimo, come sarebbe, se la scatola A include la scatola C, e
se nella scatola C è inclusa la scatola B, ile s^ue necessariamente chela
scatola A include la scatola B. 54 ossia che 4 è 4 ? od anche che un tutto =
alla totale unione delle sue parti, cioè che la colle/ione totale delle parti
di una cosa eguaglia tutte le sue parti, ossia che il tutto è tutto; allora, a
quest'ultimo grado si arresta la niente, appagata alla vista del vero, cioè
alla vista che è ciò che è, vista denominata evidenza. L'evidenza dipendente
dal rapporto d'identità, od anche dalla differenza fra due idee astratte
misurabili, si chiama evidenza di ragione. L' evidenza dipendente dai rapporti
di eguaglianza, d'inclusione, di differenza, di tempo, di distanza, di
situazione, si denomina EVIDENZA DI FATTO. Finalmente vien distinta una terza
evidenza sul rapporto fra la nostra esistenza e qualche sua esperimentata ed
intima modificazione j come per es. “io sento” y “io penso,” ec. Questa
evidenza vien chiamata di SENSO intimo. Non è nostro scopo il tener qui
discorso della MEMORIA riflessa della quale solo intende parlar ALIGHIERI
(vedasi) quando ci dice che non fu scenza sen^a ritenerlo inteso, poiché non
avrebbe fatto uso dei vocaboli scenza, inteso, se avesse voluto parlare di
quella memoria che suol essere lo strazio della gioventù, perchè appunto ne fà
essa uso della facoltà d'intendere, nè ci fa fare acquisto di ciò che veramente
intendesi per scenza. Pervenuta la mente all'evidente cognizione della verità
nasce nell'animo una certa tranquillità e sodisfazione quasiché giunta fosse al
punto bramato. La cognizione della dipendenza di questa tranquillità dello
spirito dalla verità evidente è ciò che dicesi coscenza – con-scenza -- per
esprimere la scenza che abbiamo di noi stessi riguardo all'indicato rapporto;
ond'à che la coscenza può riguardarsi quasi il sigillo della verità. Questo
breve cenno da noi dato sulle idee, sulla loro combinazione, e sull'indole
delle principali facoltà intellettuali vi farà intendere bastantemente la
maniera esatta di esprimere col discorso i concetti della mente e potrà
supplire a quanto dovrebbe forse restringersi in una logica chiara, utile, e
compendiosa. In qualunque circostanza di vostra vita in cui dovrete giudicare o
pronunziare una decisione qualunque converrà che vi cauteliate attentamente da
ogni illusione riguardo alla vostra coscenza determinante, potendo accadere che
i sentimenti di tranquilità di vostra coscenza, senza avvedervene, vengano m »-
cliticati dalla vostra posizione, dai vostri interessi, dai vostri pregiudizi,
dalle vostre stesse passioni, anziché venir determinati dall' intima
convinzione della cognita verità. Certamente se v’andasse del nostro interesse,
dubiteressìmo perfino delle dimostrazioni di Euclide -- Sentenza di un profondo
filosofo. Alembert facendo l'elogio della grammatica di Dumarsais e
specialmente della parte logica di questa grammatica cosi s’esprime: questo /
ruttato contiene sopra .a metafisica tuttociò che è permesso sapere; il che
vuol dire essere l’opera brevissima. DEL VERBO E DEGLI ASSERTIVI. Non V La
discorso propriamente detto se non abbia un senso compito 5 ed il SENSO [avant
Frege – Grice --] compito consiste nell’enunciare un qualunque giudizio, nell’affermare
l'esistenza eia maniera d’esistere di un soggetto, nell'esprimere qualsiasi
rapporto. Questo servigio ci vien reso da ciò che dicesi VERBO [cf. H. P.
Grice: la dichotomia del Cratilo: onoma/rhema -- vocabolo che deriva dalla
latina verbum -- parola. Fra una gran moltiplicità di verbi basterebbe il solo
verbo “essere” per esprimere qualunque rapporto – H. P. Grice, “Aristotle on
being and good,” “Aristotle on the multiplicity of being”. La forza asserente
di questo verbo “essere” viene ad abbracciare con una voce *due* giudizi; i.°
cioè riguarda l’esistenza di *due* idee j ed il 2. 0 quella del loro rapporto.
Infatti proferendo voi il vocabolo “pera” non asserite né _che_ la pera esiste,
né come esiste – cf. hicocervo -- ; ma dicendo “Questa pera è buona,” allora
voi venite ad asserire non solo l’esistenza della pera e della bontà, ma
insieme affermate l’esistenza del rapporto fra queste due idee, “pera” e “bontà.”
H.P. Grice: “My exmple is “Smith’s dog is shaggy” -- Ora l’affermare l’esistenza
delle idee e della loro maniera di esistere sarà ciò che chiameremo stato \ e
diremo che il carattere essenziale del verbo “essere” consiste nclf asserire LO
STATO – H. P. Grice: “I’m not sure what Teutonism Witters used, but Pears calls
it ‘state of affairs’ --, ossia nell’enunziare due giudizi con una sola vr*?e.
Lo stesso discorso ha luogo riguardo all'enunciazione delle altre classi di
giudizi già da noi fissate 5 come per es., “La colonna A è uguale alla colonna
B,” ec. Ma il verbo “essere” oltreché basta per se solo colla sua intrinseca
forza asserente ad esprimere qualunque giudizio, ha ancora l’altra proprietà
singolare d'incorporarci per dir così con 1 uno, ^7 o coir altro aggettivo per
dare ad esso e fórma e vita in un tutto cognito sotto il nome di VERBO COMPOSTO,
o come altri vogliono di aggettivo verbale. Così per es. “leggo” =def “io sono
leggente” 5 “leggere” =def “esser leggente” =def “persona essente leggente.” Queste
due proprietà eminenti del verbo “essere” lo banno fatto chiamare a buon dritto
verbo, cioè “parola” per eccellenza – cf. Plato, RHEMA. Ma perciò appunto
crediamo che questa caratteristica denominazione non debbi da voi confondersi
con quella di tutti gli altri verbi composti, i quali d'ora in poi verranno da
noi indicati col nome di assertivi, e ciò per fare intendere che il loro uficio
primario consiste nell’esprimere l’asserzione della mente non solo riguardo
allo stato del soggetto, ma riguardo ancora alla di lui azione. Questo duplice
uficio essenzialmente proprio degl’assertivi -- o verbi composti -- ci viene da
essi manifestato o in un modo detcrminato ed esplicito -- cioè manifesto – H.
P. GRICE EXPLICATO --, come “leggo” =def “io sono leggente” 50 in un modo
indefinito ed implicito -- cioè occulto – H. P. Grice: VELATO, IMPLICATO e
CANCELLABLE --, come “leggere” =def “essere leggente” =def “persona essente
leggente.” Ed è perciò che questa seconda voce deir assertivo è chiamata “infinito,”
benché dovesse chiamarsi con più proprietà indefinito. L’indefinito in tutte le
lingue è quella voce che pronunciasi prima di qualunque altra dell 1 assertivo
tanto dai fanciulli, come da quelli che in* ( rapporto di passaggio, od anche d
1 avanzamento ; a indica rapporto di concessione o di tendenza: le altre,
adesso, presto, tardi 9 oggi, domani, ieri, ec. esprimono i rapporti di tempo.
Quelle : insino , Jino , si* no y ec. denotano rapporti di estenzione di
spazio, ec. Diremo perciò che l’uficio delle preposizioni consiste nel legare
vocaboli, asserendo l'esistenza de'rapporti in un modo più o meno conciso,
sempre però analogo a quello dell'assertivo, quantunque con involute forme
riguardo al servigio che ci prestano, il quale, non avendo quella generica estensione
che abbiam veduto a vere, gl’assertivi che in se racchiudono ancora rapporti di
tempo, di numero e di persona, perciò le preposizioni sono parole indeclinabili
e gl’assertivi parole declinabili. Sempre però sarà vero esser proprio delle
preposizioni il primario carattere degl’assertivi, che consiste nell’esprimere
rapporti, nel legar vocaboli, nel formare proposizioni. E sotto questo aspetto
riguardandosi da noi le preposizioni, potremo perciò denominarle vice-assertivi
– dalla lingua latina, vice-roy. Etymology From Latin vice
(“in place of”), ablative form of vicis. Compare viscount. Prefix vice-
Taking the place or rank of (another person); deputy. Usage notes Not to
be confused with numerical terms beginning with vice- as a variation of Latin vigenti
and intending the number 20. Derived
terms air vice-marshal English terms prefixed with vice- vice-captain vice
chair vice-chair vice-chairman vice-champion vice-chancellor vicecomital
vice-consul vice-director vicegerency vice-presidency vice president
vice-president vice-principal viceregal viceregency viceregent viceroyalty
vice-skip Translations ±deputy Anagrams – H. P. Grice: “The prefix ‘vice-‘
should be preferred to ‘pro-‘ as in ‘pro-verb’! It’s more Latin and less
Hellenic and ambiguous!” Avverbi. avverbio è cosi chiamato dai latini, perchè,
secondo il loro parere, è una parola che vién posta avanti al verbo -- ad
verburn. Ma ancorché si potesse da noi convenire su di tal carattere dell'
avverbio, pure ciò non si verificherebbe in tutta l’estensione, unendosi l’avverbio
talvolta coli' aggettivo, come: “molto dotto” – H. P.Grice: “We spent quite a
few Saturday mornings analysing the implicatures of ‘VERY’ and ‘HIGHLY’ as
preceding +-valued, ‘highly intelligent’ – and –valued ‘highly stupid’ – We
concluded: How CLEVER language is!” --, talvolta con altro avverbio, come: “molto
spesso.” Abbandonate però simili indagini, rintracciamo piuttosto la natura
dell'avverbio. Potremo in esso conoscere l'indicazione abbreviata di un
rapporto, la quale in sè comprende altrettante parole corrispondenti ad una
proposizione, di cui è una espressione compendiosa – o ‘entimetatica’ – H. P.
Grice. Infatti dallo sviluppo dei maggior numero degl’avverbi ci vien presentato
senza equivoco un sostantivo, un aggettivo, e la preposizione colla quale,
legando il sostantivo coll’aggettivo, asserisce il loro rapporto d’unione, e
viene a formare una vera proposizione, come si rende manifesto dalle qui
annesse maniere avverbiali con gl’avverbi, e colle corrispondenti proposizioni.
Questo nostro opinare sull’indole delle preposizioni non è uniforme in modo
alcuno a quello di Tracy. Ci dice quest'autore -- Milano -- che in tutti i casi
le preposizioni non sono altro che aggettivi dito venuti indeclinabili. Poi
soggiunge nel paragrato che segue: a il primo effetto delle preposizioni
consiste nel morto vare certe relazioni fra un nome ed un’altro nome. Lasciamo
al lettore l'impegno di rintracciare la verità della prima asserzione, e poi di
conciliarla colla seconda. Di bel nuovo
s=s novellamente ssa con menta nuova = la mente fu ss V idea fu = la maniera fu
nuova “Di concordia” =def. “concorde-mente ssa con mente concorde = la mente fu
concoi de. “Di fatto” =def. “effettiva-mente” =def. “con mente effettiva.” “Di
furto” =def. “furtivamente” =def eoa mente furtiva. “Di gran lunga” =def. :grande-mente”
ssa in maniera grande =def. la maniera fu grande. “Di mano in mano” ssa
successivamente ssa in maniera successiva. Di per sè — separatamente ssa in
maniera separata. “Di proposito” =def. “attenta-mente” ss “con mente attenta”
ssa la mente fu attenta. Ciò che si rende manifesto ancora in questi versi del TASSO
(vedasi). A me che le fui servo, e con sincera mente l'amai, ti die non
battezzata; ove con sincera mente =def. “sincera mente” ssa la mente fu sincera
= l'idea fu sincera. Dunque la maggior parte degl’avverbi si presentano
chiaramente formati dall'assertivo, dall'aggettivo e dal sostantivo “mente” se
il suo aggettivo è riferibile ad oggetto intellettuale, o dal sostantivo
maniera se riguarda oggetto sensibile – H. P. Grice: “I implicate otherwise
when I choose ‘mean’ as in ‘Those thirteen spots ‘mean’ measles – seing that
‘mean’ is cognate with ‘mind,’ and gives all sorts of complications to the
Italian language!” L 1’avverbio fa da proposizione o per dare una maggior
determinazione al significato di un' altra proposizione, od anche per aumentare
o scemare a fòrza di altro avverbio. Valgauo i seguenti esempi. Il timore fu SEMPRE
un consigliere fallace ssa il timore fu consigliere + fu fallace + IN TUTTI I
TEMPI fu fallace. La Religione Cristiana vuole che gl'uomini si riguardino come
fratelli; che si amino SINCERA-MENTE; promette premj in proporzione del Lene ,
e minac- cia castighi CORRISPONDENTE-MENTE al male che essi si faranno
reciprocamente = la Religione Cristiana vuole -f che l'uomo veda V uomo eguale
ad un suo fratello -|- che l'uomo ami f uomo -f- che l'amore sia SINCERO;
promette premj + eguali ai servigi buoni -f~ minaccia castighi -^-eguali al
male -f- fatto dall'uno all'altro. Tito, PIÙ clemente di Cesare, fu obbedito
per amore = Cesare fu clemente -f- la clemenza di Tito fu SUPERIORE a quella di
Cesare. Qui l’aggettivo più modifica l'aggettivo “clemente” della prima
proposizione, oltreché forma la proposizione: la clemenza di Tito fu superiore
a quella di Cesare. Alessandro, assai PIÙ fortunato di Serse , abusò molto di
sua grandezza = Serse fu fortunato + la fortuna di Alessandro superò quella di
Serse -f- questa superiorità fu grande + Alessandro abusò di sua grandezza + f
abuso fu esteso. Si vede in quest'esempio che l'avverbio “assai” modifica l”altro
avverbio “più” – H. P. Grice: “Highly stupid” – “Exceedingly hihgly stupid” --;
che tutti due insieme modificano l’aggettivo “fortunato” \ che 1'avverbio “molto”
modifica r assertivo abusò. Per sentire ancor più la forza di modificare che
hanno le incluse proposizioni, basta esporre la medesima frase, senza gl’avverbi
“assai” e “molto” – H. P. Grice: He is stupid. Austin: He is HIGHLY stupid” --,
dicendo, Alessandro, più fortunato di Serse'j abusò di sua grandezza. IT
avverbio, non avendo mai alcun rapporto col sostantivo, ed escludendo perciò
ogni rapporto di numero e di persona, sopra i quali ancora si estende la forza
dell'assertivo, non è da maravigliarsi se resti indeclinabile. Tuttavia ci sarà
sempre lecito di chiamarlo “vice assertivo,” – H. P. Grice: “I love that
prefixal use of that very Latin ‘vice-‘! -- avuto riguardo all'uficio che esso
ci presta, coll’asserire 1'esistenza dei rapporti, col legare vocaboli é col formare proposizioni, che servono a
modificarne delle altre. È piaciuto ai grammatici di farci distinguere gl’avverbi
col classificarli, facendo dipendere ciascuna classe dal carattere del rapporto
determinato dall'aggettivo che vi si trova incluso: e perciò avremo rapporti di
certezza, di probabilità, di tempo, di luogo, di numero, di similitudine, di
quantità, di qualità, d’ordine, ec. Riporteremo qui alcune di tali classi Colle
rispettive forme avverbiali. Rapporti di certezza affermativa e negativa. “Per
certo” =def “certa-mente” 5 senza fafcj = infallante-mente 5 per appunto =x
esatta-mente; affè= in fede mia = sulla mia fede 5 per niente ±=s mica =± nò
sicura-mente ; oibò = per nulla = no certa- mente; sì, nò, non ì sono
proposizioni clittichc -- compendiose; per es. “State bene?” “Sì” =def. +>
“Stò bene.” Così: rada. . . A morte? — No. Peggio. — E dove ? — “A Roma?”— “SI.”
Rapporti di probabilità' e di dubbio “Con probabilità” =def verisimil-mente.
Come è facile = natural-mente. Forse — può darsi sa ciò è facile sas facil-mente.
A un dipresso = circa = approssimativa-mente. Rapporti di tempo. “In questo
punto” =def. “ora”. In prima — dianzi. In appresso = poscia. A beli' agio =
lentamente. “Di quando in quando” =def. “interrotta-mente. “Allora” =def. “in
queir ora”. Fin d* ora =ss fino da questo momento. Rapporti di numero. Spesse
volte= soventemente. Qualche volta — talvolta. Assai volte ss spesso. “Con
frequenza” =def. “frequente-mente. Rapporti di quantità'. Olire misura =
soverchiamente. Quanto &z,?ta = Lastantemente. In minor quantità = meno. In
maggior quan- tità = “più”. Tanto, cotanto, quanto, molto, troppo; con
iscarsezza = scarsamente ec. Rapporti di qualità e modo. Senza errore =def.
bene. A modo di =def. come. Di buon gra- do =def. volentieri =def. con buona
volontà. A bello studio =def. avvedutamente. A capriccio =def.
capricciosa-mente. Di soppiatto =5= nascostamente. Alla scoperta =def.
scopertamente. Con prontezza sa pronta-mente ec. 7Rapporti cT ordine. A vicenda
= gradatamente. In primo luogo =def. primieramente. A poco a poco =def.
gradatamente = per gradi ec. Rapporti fra interrogazioni e risposte. Per qual
ragione =def. perchè ec. Da questa nostra analisi soli l’indole delle
preposizioni e degl’avverbi potrete comprendere con quanta verità ci dica Tracy
che abbiamo parole in gran numero le quali non esprimono una idea intera, ma un
solo FRAMMENTO d J idei* -- H. P. Grice: “I found myself saying the same thing
when I wondered if it makes SENSE to speak of the SENSE of ‘to’ or or’! --; e
tali sono le preposizioni egli avverhj -- Milano. E dovete notare puranche
essere cosi accetta a Tracy questa vista tutta sua, che ci va ripetendo più e
più volte Cile certe parole non esprimono una idea intera compita – H. P.
Grice, UTTERANCE-PART, UTTERANCE-WHOLE -- ed unica (371, e che non sono che
espressioni di porzioni df idee. In quanto a noi contesseremo ingenuamente che
la nostra insufficienza ci rende incapaci di comprendere questa nuovissima
metafisica trascendinte di Tracy sulle frazioni delle idee. Bramiamo bensì che
altri di più acuto senno si occupi a renderla accesibile col dimostrarne la
yerità. Altrimenti potrebbe accadere che taluno applicasse a questo autore
quanto esso stesso ci dice riguardo al metafisico Harris – H. P. Grice: “...
whom Chomsky, of all people, encouraged me to read more closely – ‘and none of
your redneck behaviourists!”: il merito di questo scrittore è stato pur v un
istante presso noi vantato furiosamente, quantunque non ne avesse gran titolo.
Congiunzioni La congiunzione veste non solo il carattere che è proprio di
qualunque assertivo, di legare cioè lue vocaboli, e formar così una
proposizione; ma inoltre questa proposizione serve di legame per unire una
proposizione secondaria, che diremo di senso relativo con Un altra primaria che
denomineremo di senso ASSOLUTO. Il doppio uficio di legare di un tal vocabolo
lo fa chiamare con giusto titolo congiuntivo: perciò denomineremo proposizione
congiuntiva quella che dalla congiunzione viene a formarsi. Accertiamoci di
tutto ciò cogli esempi. 10 “Non veggo come voi siete qui venuto” =def. “io non
veggo una cosa questa consiste nella maniera con cui ec. Questa seconda
proposizione racchiusa nella congiunzione “come” serve a congiungere la prima
proposizione ASSOLUTA, “io non veggo” con la seconda relativa ‘voi siete qui
venuto,” la quale dà compimento al SENSO della prima. “Cesare fu eloquente E
guerriero” =def. Cesare fu eloquente + Cesare combinò l'eloquenza coli'esser
guerriero. La verità è utile E bella, benché non ci lusinghi = la verità è
utile “+” la verità è bella que» sti
suoi caratteri si conservano immutabili -{- nel tempo stesso che non ci
lusingano. Fu detto ad un Imperante: Voi dar potete la cittadinanza ad un uomo,
MA – cf. H. P. Grice: ‘the colour of ‘but’ -- non già ad una parola” =def. “Voi
dar potete la cittadinanza a un uomo “+” questo vostro potere non si estende +
a far cittadina una parola. Il governo di Solone fu popolare E torbido \ quello
di Licurgo fu popolare e ruvido \ quello
7 1 di Romolo fu soldatesco E conquistatore =def. il governo di Solone
fu popolare -|- fu torbido -, quello di Licurgo fu popolare -f- fu ruvido ;
quello di Romolo fu soldatesco -f- fu conquistatore. Questo principio è vero O
–- H. P. Grice: my second truth-functional connective – falso” =def. “Questo
principio è vero” + “se non è vero -f questo principio è falso.” Qui la
congiunzione – o DIS-giunzione “o” forma la proposizione IMPLICITAMENTE condizionale:
SE non e vero, la quale è il legame della relativa colla PRINCIPALE. “Veggo CHE
applicate allo studio” =def. “veggo una cosa” -\- questa cosa è -f- il vostro
applicare allo studio. “Io non dico che questa cosa” =def. “Io non dico altra
cosa -j" i° dico questa sola cosa. Non sempre però una delle proposizioni
congiunte, cioè la PRINCIPALE, è espressa – O EXPLICATA H. P. GRICE --,
specialmente quando si fa uso di congiunzioni per interrogare; per es. “Perche
siete voi entrato? “Come ne usciste? =def. “Io domando una cosa -f- questa c la
ragione per cui -j- voi siete entrato? IO DESIDERO SAPERE una cosa + questa è
la maniera con cui -f- voi De usciste ? si vede qui che le congiunzioni per-
chè , e come contengono e la proposizione principale, e la proposizione
congiuntiva. Potremo dunque concludere i.° essere la congiunzione e uua frase
compendiosa, che equivale sostanzialmente ad una proposizione congiuntiva, la
quale lega sempre DUE altre proposizioni, espresse ambedue, o espressa la
relazione soltanto, venendo inclusa la principale nella congiunzione
medesima, -- Tracy parlando del
carattere delle coogiuuzioiù cosi sì esprime: s il carattere distintivo delle
congiunzioni consiste nel legare una proposizioi.e con un'altra le congiunzioni
sono parole elittiche, che l'anno le veci di un' intera proposizione. darebbe
fo;sc dui- Poter riguardarsi la voce “che” – cf. H. P. Grice on J. L. Austin on
the ‘that’-clause, significa che -- “questa
cosa la quale” è quasi congiunzione per eccellenza, atteso che allora i
vocaboli hanno il carattere congiuntivo quando possono risolversi in qualche
modo in preposizioni esplicite mediante la congiuntone che, capace ancor essa
di ulterior determinazione, sempre però analoga al fissato carattere delle
congiunzioni. Vediamolo ancora coli' addurre il valore di parecchie altre
congiunzioni. “Così” =def. “essendo la cosa nella maniera che ho detto, ne
segue che”. – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson on ‘so’ (or therefore) as
asserted, and ‘if’ as unasserted. “Ora” =def. “a quanto si è detto aggiungete
che.” “Dunque” [cf. H. P. Grice: “Jack is an Englishman; he is, therefore,
brave” =def. :da quanto si è detto, devesi – ground-floor -- concludere che” --
Conciosiachè , imperciocché, perchè, giacché, ec. equivalgono alle espressioni:
una delle ragioni, uno dei motivi, di ciò che si è detto si è che. “Pertanto,”
– “if p, THEN q” -- intanto, ciò non ostante, però – cf. “ma” – SHE WAS POOR
BUT SHE WAS HONEST” – H. P. Grice --, e simili, impiegate come congiunzioni,
tengono luogo delle frasi seguenti: per le cose che si sono dette, o fatte, si
vede, succede, si può dire, viene opposto, che; Ad (in vece), nello stesso
tempo che queste cose si sono dette, o fatte y viene opposto, si può dire, che
-, Eppure 5= malgrado di ciò che si è detto, o fatto, viene opposto, si può
dire, che* Acciocché =def. a questa cosa la quale è. Affinchè =def. a questo
fine il quale è. Perchè =± per questo fine che è. Purché = pure che =def. se
condizionale. derabile che Y tutore si fosse data la pena di conciliare queste
due eipressioui. UIQ 73 , “Se” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson, “if and >” -- =def.
“nella
supposizione che,” “ciò posto che,” “verificata la condizione che.” “Ma”
– H. P. Grice, She was poor but she was honest” =def. “a ciò che si è detto,
bisogna aggiungere, per correttivo, per restrizione, per eccezione, ec. che.” Essendo
adunque di tanta importanza le preposizioni e le congiunzioni, e prestandosi
nel discorso ad ufici sì nobili, non è meraviglia che i sommi grammatici
abbiano caldamente raccomandato ai giovani lo studio il più profondo del
giacimento di esse particelle nel discorso. Ma su di ciò ne parleremo a suo
luogo. Le interjezioni sono vocaboli formati da una certa emissione SPONTANEA –
H. P. Grice: Non arbitraria – if he hollers, he is in pain” -- di voce, che io
chiamerei la primitiva favella del cuore con la quale furono espressi dall'uomo
i suoi sentimenti, i bisogni, i desiderii in quel momento in cui tutto per esso
era meraviglia, o piacere, o DOLORE – “MY choice!” – H. P. Grice. Ciascuna di
queste voci è il compendio di una o due proposizioni. Servono le interjezioni
per esternare: i.o Sentimento di dolore fisico o morale 5 tali sono le
seguenti: “ah,” “ahi,” “ohi” =def. “io sono infelice”; “io sono addolorato”. “Ahimè”
=def. “io soffro” -f- +> “soccorrete me”. ■Ahi dura terra perchè non t'
apristi ! 2.0 Esortazione , o preghiera, come: deh =2 io vi prego f fate ciò ;
di grazia fatelo. 3.o Indisposizione contro alcuno; come eh ! 4-° Amarezza di
spirito, come ; lasso— io so:io misero, infelice me. 5.° Ammirazione, come: “oh!”
=def. “può esser que-‘ y4 . sto ? ovvero gioja , come “oh!” =def. “quale
ineffabile dolcezza!” Eccitamento di collera; come: “deh” — vi pre*» go +
lasciatemi stare. Disprezzo, o disgusto, come, oiiò=^va via + ciò non può
essere , ec. Brama di avere alcuno , come : o/ó = chi sta là -f- bramo che
venga qua. Dunque le iuterjezioni fanno ancor esse le veci degl’assertivi. E
siccome sono espressioni generis che di chi le proferisce – H. P. Grice: il
proferitore – the utterer -- , perciò , escludendo il numero e le persone,
restano indeclinabili, LT analisi da noi istituita in questa prima parte del
comune linguaggio, sembra che ci abbia condotti a poter concludere: Che lo
studio delle lingue consister deve in un analisi che si approssimi per quanto è
possibile al metodo analitico dei matematici. Infatti abbiamo avuto luogo di
osservare che un vocabolo composto non è che il risultato di un' addizione 5
ona' è che nella totalità delle parole costituenti una lingua possiamo scorgere
quasi tante formole risultate dal calcolo. Che sei sono le parti che si rendono
indispensabili per il discorso in qualunque lingua, vale a dire: il nome
sostantivo, il nome aggettivo, l’accompagnanome, il vice-nome, l’assertivo, il
vice assertivo, Vedremo poi nella se- ti) La voce “calcolo” deriva dalla latina
mietili – sassolini --, attesoché con i sassolini, o colle dita si effettuavano
in origine le composizioni e le decomposizioni di un'ammasso di unità, ed anche
delle parti eguali della unità, nel che appnnlo anche adesso il calcolare
consiste. Vi piaccia confrontare i nostri sei elementi del discorso con quelli
che vengono fissati da Tracy. Abbiamo, egli dice, u undici elementi delle
proposizioni delle lingue parlate; cioè: nomi, pro-nomi, aggettivi, articoli,
verbi, participi, prepo- ni conda parte,
parlando della lingua italiana, che il segnacaso può annoverarsi anch'esso fra
gl’elementi del discorso; o si riguardi come vocabolo separato, ciò che accade
nella lingua italiana, ed in altre lingue, ovvero come una varietà di
modificazioni finali, o desinenze del nome, che servono ad indicare appunto la
varietà de'suoi rapporti; ciò che si verifica nella lingua latina. In quanto
poi a codesti variati rapporti d'identità, d’eguaglianza, di differenza, d’inclusione,
di situazione, di tempo, osserveremo che quelli delle prime quattro classi
furono denominati espliciti , mentrè furono chiamati impliciti i rapporti delle
altre due classi.] sizioni, avverbj, congiunzioni, interjezioni, e particelle.
Effettuato che abbiate il confronto potrete accorgervi se siano elementi del
discorso le preposizioni, le interjezioni, le particelle, o piuttosto elittiche
proposizioni. Per es. sceglieste ? Sì. Enon ? Nò. Voi ben vedete due
compendiose proposizioni nelle due particelle “si,” “nò.” jYOME E PRONOME DELLA LINGUA ITALIANA, ^- •
3N"ei nomi e nei pronomi della lingua italiana distingueremo tre caratteri
principali : i. p II Genere mascolino o femminino: Il Numero: singolare, [duale],
o plurale. Il Caso che varia col variare del rapporto del nome e del pronome.
Genere Gli oggetti che più interessano l’uomo, dopo i suoi simili, sono al
certo sii animali. Perciò dir ridendosi le prime osservazioni umane 9 e sopra
gl’uomini, e sopra gl’animali, poterono scorgervi DUE SESSI distinti: maschio l’uno,
femmina l'altro. Da questa distinzione di DUE SESSI derivarono due
classificazioni por genere riguardo ai nomi \ vennero distinti I NOMI MASCOLINI
ed i nomi femminili in due generi. Quei nomi che non appartengono nè all’una,
nò air altra di queste due classi furono detti neutri e questi costituiscono
una terza classe, la più numerosa dei nomi degli esseri. b^oogle Se fra i greci,
e fra i romani furono i nomi maschili ed i femminili introdotti indistintamente
dall' uso nella classe dei loro nomi neutri 5 vice-versa un gran numero di
neutri furono collocati ad arbitrio nell'una, o nell'altra delle due prime
classi. Nella lingua dell’ANGLIA trovansi classificati i nomi come si voleva
dalla natura degli esseri, e perciò i nomi maschili e femminili non si usano
che per gli esseri animati -, appartenendo alla classe de'neutri i nomi tutti
degl’esseri inanimali. Ma la nostra lingua, rigettando affitto il genere neutro,
fa dei nomi di tutti gl’esseri due sole classi, la mascolina cioè, e la
femminina; facendo intendere, colla variata terminazione del nome, se esso
aveva il carattere del genere mascolino ovvero del genere femminino. I maschili
si fanno terminare per lo più in “-o” nel singolare, ed in “-i” nel plurale; ed
i femminili in “-a” nel singolare, ed in “-e” nel plurale. E vero bensì che i
nomi: “papA,” “monarcA,” “podestÀ,: ed altri simili, indicanti Sovranità, sono MASCOLINI
terminanti in “-a” ma se ben si attende potrebbe supporsi che questi, nel
cambiar genere, abbiano conservata la desinenza femminina del nome sovranità,
dal quale derivano. Lo stesso potrebbe intendersi dei nomi maschili, “poetA,” “GeometrA,”
ec. Non riesce però egualmente agevole il far conoscere il genere dei nomi
terminanti in “-e” nel sin- golare ed in “-i” nel plurale, spettando questi
indistintamente all'uno, e all’altro genere. Ci contenteremo dunque di dire,
che SAREBBE STATO DESIDERABILE che ciascuno dei due generi avesse avuta una
desinenza sua propria, per. es. in “-o” i maschili tutti, in “-a” 1 femminili.
Ma , oltreché NON PUÒ SUPPORSI ESSERE STATI FILOSOFI TUTTI I PRIMI FORMATORI DI
UNA LINGUA COME L’ITALIANA, deve ancora osservarsi clic nelle lingue, formate a
poco, a poco, e quasi senza accorgersene e senza premeditato divisamente, non
poteva ottenersi che venisse, da una regola fissa e costante, collocato ciascun
nome nella sua classe convenevole, facendo terminare in una stessa maniera
tutti quelli che spettavano ad un medesimo genere. Ed ecco il perchè ahhiamo in
femminino, “imagO,” “manO -i, ed altre consimili terminazioni. Che se il
bisogno e la curiosità portò sempre gì’uomini all' osservazione, ali 1 esame,
alla distinzione delle cose, s’intende perchè alcune terminazioni maschili o
femminili, restate in origine comuni ai due sessi di parecchi animali poco
accessibili o poco utili all'uomo, continuino ad esserlo anche al presente,
dicendosi: serpentE, tordO, lucciO, corvO, aquilA, trotA, panterA, ec. senza
alcuna distinzione di maschio, o di femmina. Vi sono poi certi nomi che nell’uno
e nell’al- [Saremmo bramosi di conoscere perchè da un sommo scrittore moderno
siasi prescelto di applicare alla mano sinistra, l'aggettivo stanca piuttosto
che l'altro manca? Se alla mano dritta venne forse associato l'aggettivo destra
attesa la sua maggior destrezza nell' agire in confronto dell'altra mano
mancante di una eguale attitudine, per cui fu forse denominata mano manca;
allora l'aggettivo qualitativo stanca parrebbe dirci che codesta mano, meno
attiva in confronto dell'altra, è, quasi fosse il corno, già lassa di agire. Ma
questo significato, anziché proprio, sembrerebbe doppiamente figurato, e perciò
conforme piuttosto alla lingua poetica. Potrà qui notarsi che presso noi la
mano sinistra, cioè di sinistro augurio, non ha più quel significato simbolico,
che annettevano gl’antichi a questa mano. Il vocabolo mancina, si adopera senza
il sostantivo mano perchè fa da aggettivo sostantivato di manca. Uigitizeo by
tro genere promiscua me a te si adoperano, e che perciò gli diremo di genere
comune, come, fonte, fune, fine, arbore, grande, sapiente, illustre, con molti
altri. È noto pure che dicesi: forte guerriero, donna forte \ illustre
letterato, famiglia illustre , ec. Altri ve ne sono che variano genere colla
variazione del significato dell 1 individuo cosi; oste è maschile se indica
albergante; e diviene femminile se addila esercito nemico \ similmente diremo
che tema -- colla è stretta -- per timore è femminile 5 mentre è maschile tèma --
colla è larga -- che esprime argomento. Cf. Grice CONtent, conTENT. Non mancano
di quei nomi che variano genere e non già significato col variare la vocale
finale; cosicché se sono maschili i nomi orecchio, briciolo , ec. sono poi
femminili i corrispondenti orecchia y briciola , ec. Molti maschili che
terminano nel singolare in “-o,” benché conservino nel plurale lo stesso
genere, prendendo la terminazione in “-i” j pure se , per eleganza, si varierà
la “-i” in “-a,” diverranno allora femminili; come: dito, diti, dita; membrO,
membrI > membrA } cigliO > ciglI, cigliA; ossO, ossI, ossA; fruttO, fruttI,
fruitA 1 cervellO, cervellI, cervellA 5 ec. Vi sono di quei nomi che, essendo
maschili nel singolare, passano ad essere femminili nel plurale, coll’unica
variazione dell’ “-o” in (?) $ come: moggiO, moggiA; centinaO, centinaiA j paiO,
paiA ] migliaiO, migliaiA, ec. Osserveremo qui: i.° Esser costume, per
distinguere gli alberi dai respettivi frutti, cT indicare i primi con la
desinenza in “-o” mascolina, dicendo, “un perO”, “un castagnO,” ed i secondi
con desinenza femminile in “-a” come: “una perA,” “una castagnA,” Bo
eccettuando però le voci Jico , cedrO, aranciO -, ec. che hanno un sol genere
mascolino, ed una sola terminazione tanto pell’albero , che pel frutto. Che
quelli in “-tore” hanno per lo più il femminino in “-trice,” p. e. “attore,” “attrice.”
Che i mascolini leone, cane, barone, principe, conte, marchese; ec. fanno nel
femminile “leonessa,” “cagna,” “baronessa,” “principessa,” contessa,” “marchesa”
-- od anche “marchese al femminile – cf. Elizabeth II who was the Duke of
Lancaster -- )^, ec. Passiamo ora al secondo carattere. Numero. Il numero, nel
senso grammaticale, è la differenza che passa fra il nome di un individuo, ed
il nome di più individui. Si è già osservalo che l’elemento uno è quel numero
singolare che forma tutti i numeri. È di qui che dir poi remo, ci le il nome
individuale, che indica unità d’individuo, associandosi sempre con il numero
singolare uno o espresso, o sottinteso, venne chiamato di numeio singolare, ed
il nome che indica pluralità d'individui , fu detto di numero plurale – cf.
DUALE. Come nella lingua italiana si vede distinto il carattere mascolino dal
femminino colla terminazione dei nomi; cosi vi si scorge distinto il carattere
del numero colla variata terminazione dei nomi medesimi. Onde fissar potremo,
Che tutti i nomi mascolini, di qualunque terminazione nel singolare, finiscono
in “-i” nel plurale. Che i nomi femminili che terminano in “-a” nel singolare,
finiscono in “-e” nel plurale. Che i nomi femminili che nel singolare terminano
in -e od in -o, nel plurale finiscono ia Ci). ( - ' Sarà qui opportuno di
osservare non essere compatibili le terminazioni di ambedue i numeri con tutti
i nomi, essendo alcuni di natura singolare j ed altri d'indole plurale. I primi
sono tutti nomi individuali – DANTE ALIGHIERI --, siano personali, siano propri
– DANTE ALIGHIERI --, siano astratti – SPERANZA -- perchè non possono
riguardarsi che come isolati 5 onde diremo unicamente in singolare: A/e-
tastasio, Goldoni, Alfieri, Nota, Niccolini, ec. Oro, argento, carità,
prudenza, speranza – cf. speranza --, fame, sete, ec. Benché per dare una
maggior dignità ad uomini celebri diciamo: “I Cincinnati ed i Washington
collocarono la patria fuori di loro; mentre Cesare la collocò tutta in sè”; e
ciò per fare intendere che ciascuno dei primi due – CINCINNATO, WASHINGTON -- fu
di animo tanto grande da non potersi concepire ristretto in un solo individuo }
e perciò codesti nomi al plurale – THE GRICES ARE RIGHT -- non vengono in
realtà impiegati come nomi proprj, ma come nomi generali, come nomi di classi.
Nomi irregolari od anomali. Rigirirdo ad alcuni nomi che escono di regola, e
che con greca voce diconsi anomali – cioè, privi di regola -- fisseremo le
seguenti leggi. I nomi specie, superficie, serie, progenie, ritengono nel
plurale la stessa terminazione. Dee dirsi lo stesso elei nomi: virtù, servitù,
schiavitù, di quelli in somma che nel singolare terminano coll’ “-ù” accentato
– “Come la virtu, la filosofia e entiera – Grice --, i cui intieri sarebbero
virtude, servitude, schiavitude ec. e terminerebbero perciò nel plurale in -i.
a. a I nomi città, bontà, nobiltà, Bassà } ec. 8-2 non cangiano terminazione
nel plurale. GÌ 1 interi di tali nomi termi nereLbero in -e nel singolare, in -i
nel plurale. Lo stesso deve dirsi del monosillabo “rè,” il cui intero è JRègc.
Parecchi maschili hanno nel singolare doppia terminazione v per es. mocchierO,
NocchierE; ConsolO y ConsolE; ScolarO, ScolarE, ec. Nel plurale però non ne
ammettono che una, cioè la -i che è comune a tutti quelli che terminano in -o,
od in -e nel singolare. Altri all'opposto hanno una semplice terminazione nel
singolare, e due nel plurale, una delle quali in -a j per es. dito, diti, ditA,
ec. come si osservò altrove. Parecchi femminili hanno doppia terminazione
nell'uno e nell'altro numero, per es. vestA e vestE, vestE e vestI \ frondA e
frondE, frondE e fiondi \ ec. E ben vero però che nel plurale usasi con più
eleganza la terminazione in -i)j non servendo quella in -e che per il discorso
famigliare. Ed eccoci a dover tratiare del terzo carattere. Caso. Se la
terminazione fi naie del nome bastò a farci distinguere nell'individuo tanto il
carattere del suo genere, quanto quello del suo numero 5 resta ancora a
desiderarsi che codesta variata terminazione – I me mine -- o desinenza (iì
servisse, come nella lingua latina a farci agevolmente comprendere le diverse
maniere di esistere di ciascuno individuo, i variati aspetti sotto i quali ce
lo rappresentiamo $ i differenti suoi rapporti; in una parola i diversi casi in
cui può esso trovarsi o da noi concepirsi. Desinenza vocabolo derivante dal
latino “desinare,” finire, A queste variate desinenze, mancanti nella lingua
italiana, è stato supplito con certi vocaboli i quali, pre-posti al nome tanto
nel singolare come nel plurale – Hardie “of” – H. P. Grice --, servono appunto
a farci distinguere i sei diversi casi del numero singolare, ed i sei del
plurale. Codesti vocaboli, si denominano segnacasi. Incominceremo dal fissare:
Che nella lingua italiana l’accompagna-nome “il,” ed anche “lo” peri i mascolino
singolare, si trasforma in la per il femminino parimente singolare. Nel plurale
poi prende F una delle forme i , //, gli , per il mascolino, e “le” per il
femminino. Che per distinguere i diversi usi del nome e del pronome tanto
singolare che plurale, le sette indicate forme dell' accompagn-anome “il” s’associano
coll’una o coll’altra delle tre proposizioni di> a, da , secondo il rapporto
del nome, o sia il suo caso" diverso. Che il primo dei sei casi è chiamato
nominativo, il 2.° genitivo, il 3.° dativo, il 4.° accusativo o CAUSATIVO, il
5.° vocativo, il 6.° ablativo. Che nel singolare, le voci iZ, /o, associandosi
col nominativo per farcelo concepire in una situazione distinta, individuale,
indipendente, le diremo segna-nominativo. Queste stesse tre voci vediamole in
combinazione. Presso i latini il genitivo singolare è il caso primitivo o
radicale da cui, col variare la sua desinenza con altro desinenze, si fecero
derivare tutti i casi, tanto del singolare, che del plurale di un nome. Ed è
forse perciò che questo caso quasi GENERATORE di tutti gì' altri che da quello
derivano, è chiamato “genitivo” – H. P. GRICE: ERRONEO: L’ETIMOLOGIA E LA
STIRPE DI ENEA ENEIDA D’ENEA -- i. u
Colla voce di , per avere di- il— del; di la ideilo; di-la-=. della-, cioè il
segna-genitivo, che esprime il rapporto di questo caso. Colla voce a per
formare a~il = al ; a-lo=z allo ; a-la = alla ; che sono il segna- dativo.
Colla voce da per ottenere da-il = dal 5 da-la—dalla ; da-lo=.dallo; cioè il
segna ablativo. Le voci i7, /o, /a, isolate, servono non solo per il
nominativo, ma pell’accusativo pur anche. Il vocativo è distinto colla semplice
vocale “o” pre-messa al nome – cf. SEBASTIANUS SEBASTIANE Le vociai, a, da,
ancora nel loro stato semplice si associano con i loro casi respettivi. Nel
plurale le voci 1 , lì y gli sono i diversi segna-casi del nominativo, e
accusativo mascolino, e la voce “le” serve al femminino dell'uno e dell'altro
caso. Con questi stessi monosillabi i , li , gli , le si composero: Pel
genitivo, le voci di-i = dei, di-li = dclli, di- gli = degli, di le — delle :
Pel dativo, le voli a-i = ai, a-li ~ alli, agli — &gfà > &-le =
alle. Pell’ablativo, da-i = dai-, da-le = dalle , da- gli = dagli , da-le =
dalle. Il vocativo ritenne la vocale “o” come nel singolare. Ai nomi maschili,
che incominciano da consonante, si uniscono i segnacasi il , del , al, dal nel
singolare , e nel plurale i o li , dei o detti , ai o alli, dai o dalli. Ai
nomi maschili, che incominciano da vocale, o dalla s seguita da altra
consonante, si associano i segnacasi lo, dello, allo, dallo, nel singolare j e
nel plurale gli, degli, agli dagli. Ai nomi femminili, senza distinzione d'
inco- oy nuiiciamcnto, vanno ad
unirsi" i segnacasi la, della, alla, dalla nel singolare, e nel plurale
le, delle, alle, dalle. Che il nominativo si chiama anche reggente atteso che
regge il discorso – retto/obliquo. E siccome il nominativo è indipendente, e
sostiensi per se stesso, perciò è denominalo ancora caso retto, assomigliandolo
ad una linea retta perpendicolare, cioè situata verticalmente senza alcuna
inclinazione; e per 1'opposta ragione sono denominati obliqui tutti gli altri
cinque casi, abbisognando, per dir così, del caso retto che sostenga la loro
inclinazione, o dipendenza. Premesso tutto ciò / vediamo la forma che prende
ciascun segna-caso per esprimere i sei casi diversi del singolare, ed i sei del
plurale del nome con cui si associano. La voce “de-clinare,” da cui deriva il
vocabolo “de-clinazione,” vuol significare, nella sua etimologia, quel nostro
recedere dalla desinenza radicale d’un nome per passare ad altre desinenze
successive dipendenti da quella, siccome accade nei nomi greci e latini. In
queste due lingue spinti gl'uomini dall'impeto dell'immaginazione nel concepire
felicemente una riunione di rapporti, e nell’esprimerli riuniti in un sol
vocabolo, formarono dei composti colla voce radicale, e con certe variate
desinenze come mezzo opportuno per significare la varietà de'casi in cui può
trovarsi un'oggetto riguardo ad altri oggetti: per es. nella voce “ama-ba-mus”
troviamo la combinazione di sette rapporti, come vedremo. Nella lingua
italiana, mancante di una eguale energia riguardo alle desinenze dei nomi, è supplito
coll’associare al nome certe voci denominate segnacasi che, facendo le veci
delle variate desinenze dei nomi latini, ci procurassero il medesimo
risultamento. Tre classi di declinazioni si sono formate dei nomi italiani,
dipendenti da tre desinenze in -a, -e, -o del nominativo singolare, e da due in
-e ed -i del nominativo plurale \ desinenze di tutti i nomi italiani, a riserva
di pochi tronchi, come “virtù” in luogo di “virtude,” ove vien troncato il “-de”
finale. Di queste tre classi daremo tre esemplari da servire come modelli ai
quali dovrà riferirsi la maniera di declinare tutti i nomi italiani.
Denominazione dei nomi maschili. I. Declinazione che termina in “a” nel
singolare ed in “i” nel plurale - Singolare Plurale. i II » Li i Del dif Delli
dei 3 Al a> “profetA” Alli ai, o a'}Profeti 4 II 6 Dal da I II Li t Dalli,
dai, oda') II. Declinazione. Questa nel singolare ha la desinenza in e, nel
plurale in i. Singolare Plurale i II •> Li 1 a Del dif Delli dei/ 3 Al
a>Genitore Alli ai, a' >Genitori 4H ( Li ( 6 Dal daj Dalli, dai,
da') Declinazione. Questa finisce in o
nel singolare, ed in t nel plurale i. Singolare Plurale 1 Lo il) Gli, li, i \ 2
Dello di/ Degli, delli, dei/ i Allo, al, a /Scherzo Agli, alli, ai >Scherzi
4 Lo (Pianto Gli, li, i (Pianti 6 Dallo,dal,daj Dagli, dalli, dai) te
Declinazioni dei nomi femminini L Declinazione. ALbraccia questa tutti I
femminili che terminano in a nel singolare , ed in e nel plurale (2). ■ v
Singolare Plurale 1 La } Le ' \ 3 Della di/ Delle di/ 3 Alla a^Terra, Alle
a^Terre 4 La l Le t 6 Dalla da) Dalle da) II. Declinazione. In e nel singolare,
ed in i nel plurale. I nomi colle desinenze del singolare in -co, -go , se
hanno avanti a tali sillabe la consonante finiscono nel plurale in -chi, -ghi ,
p. e palco, palchi / albergo, alberghi. Si eccettui il vocabolo porco che fa
porci. Quando poi hanno la vocale avanti , terminano d'ordinario in ci , gi ;
p. e. medico, medici j teologo , teologi; dico d' ordinario perchè vi sono
molte eccezioni ; p. e. fichi , fuochi, cuochi, luoghi, dialoghi , ec. I nomi
che nel femminino finiscono in -ca , -ga , hanno il plurale in -che, -ghe ; p.
e, monaca, verga; monache , verghe- 88 Singolare Plurale i La ì Le a Della di/
# Delle dil 3 Alla a >Genitrice Alle a>Genitrici 4 La 1 - Le 6 Dalla da)
Dalle da III. Declinazione. In o nel singolare , ed In i nel plurale. Singolare
Plurale i La "\ Le a Della dil Delle di 3 Alla a>Mano Alle a>Mani 4
La l Le 6 Dalla daj Dalle da Gli aggettivi maschili nel plurale finiscono tutti
in i \ ed i femminili in e , qualora abbiano il singolare in a ; perchè se lo
avranno in e fini- ranno ancor essi in i: per es fedeli , ce. Declinazioni dei
vice-nomi personali ( o pronomi ), che indicano la persona , o le persone. I
vice-nomi personali si declinano per casi , co- i i nomi. Daremo qui le declinazioni
di quelli che , attesi i loro cangiamenti c sostituzioni di certi monosillabi ,
mentano di essere esposti di- stesamente. Digitized by Google «9 Io Singolare
Plurale x Io ' Noi a Di me Di noi 3 A me , mi , me ne A noi , ci , ce ne 4 Me ,
mi Noi , ci , ce ne 6 Da me Da noi I monosillabi sostituiti : mi , me ; ci f ce
; me ne, ce ne, pongonsi e prima, e dopo il verbo \ ma, in questo secondo caso
vogliono essere uni- ti alt assertivo. Es. mi rispetta , ascolta/wz , me lo
permetti , me ne diede porzione , diemmene parte , ec. Tu Singolare Plurale 1
Tu Voi 2 Di te Di voi 3 A te , ti , te ne A voi, vi , ve , ve ne 4 Te , ti Voi
, vi (5 Da te Da voi r Egli ed Esso Singolare ' t Plurale 1 Egli,ei,e, Esso
Eglino, ei , e\ Essi 2 Di lui Di loro , loro 3 A lui , gli , lui , A loro ,
loro 4 Lui , il , lo Loro , li , gli 6 Da lui Da loro Digitized by Google 9°
Ella , ed Èssa Singolare Plurale 1 Ella , Essa (i) Elle, elleno, Esse 2 Di lei
Di loro , loro 3 A lei , le , lei A loro , loro 4 Lei , la Loro , le 6 Da lei
Da loro Se . - Singolare , e plurale. • 2 Di se 3 A se, si 4 Se , si ti Da se
Avvertenze sopra i Segnacasi Qualora debbano congiungersi più sostantivi , o
preponessi ad ognuno il segnacaso 5 come : Tener- gia , la virtù, il valore, e
le vittorie dei romani trionfatori ; ovvero a veruno j come : sorgevano da ogni
lato grida , pianti e lamenti. La stessa (1) Vi sono non pochi grammatici che
ascrivono a grave er- rore il dire lei invece di egli , od fila ; come anche il
premet- tere al vice nome lei il segnacaso il seguito dalla preposizione di ;
dicendo per es. il di lei sapere. Benché da noi si opini che nel caso retto
debba sempre farsi uso scrivendo di egli , ed ella ; affine di distinguerlo dai
casi obliqui ; e che meglio sia detto : il sapere di Ui \ pure vedendo ciò, che
si condanna come errore, venire usato da qualche classico scrittore j ed
ascoltando simili espressioni in corso pubblico an- dar vagando perle bocche
delle colte ed eleganti persone, che hanno il diritto di ammettere , o di
rigettare una maniera di dire ; perciò ci sembra che desse non dovrebbero poi
straziar tanto le orecchie delicate. regola ha luogo per gli aggettivi ; onde
diremo: //dotto, V accreditato , e futile scrittore; ovvero: fu giusta,
onorevole, e conveniente la presa ri- soluzione. In somma questa regola dipende
dalla maggiore o minor forza , dal senso più o meno esteso generico e
determinato , che si vuole che ahLia quel sostantivo principale cui sono
riferibili gli altri nomi. Si avverta però che , associato che siasi il se-
gnacaso al primo nome , non saremo più liberi di trascurarlo negli altri. Non
potrà poi omettersi in verun conto il se- gnacaso , riguardo a due aggettivi ,
riferibile Timo ad alcuni , e l'altro ad altri individui del mede- simo
sostantivo plurale; come: li buoni eli mal- va ggi uomini. Similmente converrà
porre il segnacaso a cia- scuno dei sostantivi che si riferiscono a rapporti
diversi ; onde diremo: Gli scenziali che solleva- no ; ed i letterati che
abbelliscono la vita incre- sciosa e trista (1). Avvertenze siili* uso dei
vice-nomi personali. Benché i vicenomi Egli\ Ella non si usino che in luogo di
persone , pure si trovano riferiti anche a cosa ( v. Albert, diz. t. 2, p. 36
). Questi stessi vicenomi si trovano usati qualche volta per puro vezzo di
lingua , senza aver forza {1) Vi accorgerete meglio del servigio prestato dagli
arti- coli alla lingua italiana se contenterete una delle espressioni dei
latini ( che non avevano a rigore articoli ) , p. e. il loro vimini libere con
i nostri tre significati diversi: bere vino, bere il vino , bere del vino ,
cioè *.° non essere alieno dal vino: 2. 0 beverlo assolutamente ; 5.° beverlo
con moderazione. 9* di pronome ; per es. egli non mi riesce nuovo il • vostro
valore. Ciò deve intendersi ancora della voce csso\ p e. venne con esso loro,
con esso lei, ec. Nel dativo femminino non dovrà mai usarsi gli invece di /e,
dicendo, gli diedi , ma bensì le diedi , o diedi a lei. In tutti i casi si usa
Essoj e desso soltanto nel primo e nel quarto , es. egli è quel desso. Con
qualunque verbo si associa esso ; ma desso coi verbi soltanto essere , parere ,
sembrare. Esso , preceduto dalla proposizione con ^se- guito immediatamente da
un nome, o vice nome personale , resta indeclinabile in ambedue i ge- neri , e
dicesi : con esso meco , con esso teco ; con esso voi , con esso lei \ mentre
che non può impiegarsi desso in composizione di altra parola. I vicenomi mi,
fi, vi si associano bene spesso coli 1 assertivo che afferma cader V azione 5 o
ter- minare nel soggetto che la fa; come mi ricordo, ti sdegni, vi
maravigliate. Servono anche talora a pura eleganza \ come : io mi vivo
tranquillo , tu te ne vai lieto. Vicenomi comuni a persone, a cose, ad oggetti.
Questo (1) , questa Quello , quella Costui , costei Colui , colei Codesto ,
codesta questi , queste quelli , quelle costoro , costoro coloro , coloro ,
codeste (1) Si usa questi al singolare iatendendo un uomo, benché *i trova
usata tal voce anche rapporto ad un'animale: Dante , indicando un Leone , dice
: Questi parea che contro me venisse. 8lessa medesima sua mia qualcuna voslra
niuna nissuna stessi medesimi suoi ' miei qualcun! ì ? 5 slesse medesime sue
mie qualcune vostre vostri Escludendosi assolutamente da questi pronomi 1'
esistenza di uno; perciò la moltiplicità, vale nessuna (l)la dire il loro
plurale, non può aver luogo in verun mqdo. veruna Stesso Medesimo Suo Mio
Qualcuno Vostro Niuno Nissuno Nessuno Veruno Chi = quello il quale ; è un
vicenome invariabile. » ■ Avvertenze. • Qual siasi vicenome è sempre di terza
persona. Indicar persona ragguardevole con i vicenomi costui , costei , colui ,
colei , ec. invece di questo, Suesta , ec. sarebbe un mancar di rispetto, aven-
o T uso annesso a tali pronomi una certa idea di dispregio. Mcdemo è termine da
volgo, e medesmo da verso. È errore il dire mii , in luogo di miei. Neanche può
dirsi sui invece di suoi ; alle volte bensì trovasi usata la voce sui in grazia
della rima» Col pronome quale , quali , va sempre associa- to il segnacaso
mentre non ha luogo giammai con che ( il quale, la quale ). Quando però prenda
il che il carattere di aggettivo sostantivato, come per es. il che ( la qual
cosa ) ben s'intende, in 1 ■ ■ . Se
questi pronomi negativi verranno preceduti dalV as- sertivo . allora dovrà a
questo premettersi la voce negativa non , o nè > la quale si* om mette se
essi lo precederanno j per- chè in questo secondo caso, lo stesso vicenome ci
fa abbastanza comprendere il carattere negativo dell' assertivo : per es, non V
é niuno ; niuno y' è. Digitized by LaOOQle tal 9 caso non può ommetlersi la
voce il Quando il che fa da pronome di cosa al caso obbliquo , non può omettersi
il segnacaso. m Altri , esprimente altr uomo , ha per obliqui la voce altrui ,
per es. la cupidigia di prendere quel d' altrui. Talora può restar privo di
segnacaso ; per es. : non fare altrui ciò che patir non vuoi. Prende però' il
segnacaso quando veste la natura di sostantivo-, come dilapidare l'altrui. Un
tal di- scorso si estende ancora ai vicenomi mio , tuo , suo , per es.
consumare il suo ( avere ) ; vedere i suoi ( parenti ); ec. J ' # . . . Nulla ,
niente , sono vicenomi sostantivi di niu* no , veruno , ed equivalgono a
nessuna, cosa. Con queste voci si associa spesso il monosillabo non , còme
semplice ripieno , non producendo negazio- ne nel sentimento , come la produce
nel latino} e perciò sono altrettante negazioni : non v è niu- no ; non vi
veggo nulla , ec. Onde (perla qual cosa ) è un vicenome so- stantivo cbe
supplisce a tutti i casi , e ad ambi- due i generi. Fa bene spesso le veci di
che, di cui, a cui, con cui, ec. l'anima gloriosa onde ( di cui ) si parla. I
\icenomi lo , la , gli, le , quando prendono le voci 9 me , te , ve, ce, fan
cangiare in queste la (e) in (i) ; dicendosi : la mi strinsi al collo : gli ti
presenterò , ec. (i). All'incontro, alle voci mi, ti, vi, ci , succe- dendo
immediatamente i vicenomi indicati , dovrà la i cangiarsi in e, e dirassi : me
lo permise, ve lo spedirò , ec. * ' (1} Parlandosi a taluno in terza persona si
usa la, le (in senso' femminino ) , invece di lo , gli ; p. e. la prego , le
rac- comando i cioè prego la Signoria sua , ec. Digitized by Googl $5 Ancora il
monosillabo se , nel dativo , e accu- sativo, quando preceda immediatamente al
verbo, si cangia in si: Es. si die a credere. Quando vien dopo il verbo,
cangiasi in si , associandosi al ver- bo e raddoppiando la (s) nei monosillabi
, e nelle voci accentate: damasi a credere } diessi a crede- re : darassi a
credere. Invece del pronome singolare suo , sua signi- ficante, cosa spettante
al soggetto della proposizio- ne principale può usarsi di lui , di lei ,
qualora non abbia luogo equivoco alcuno. Es, autorità di lui, cioè la sua
autorità- Ma non diremo : il dotto autore, e le di lui produzioni , dovendo
dirsi : e le sue produzioni , perchè sue non pnò rife- rirsi ali 1 autore ma
alle produzioni. In plurale all'incontro se la cosa appartenga al soggetto
della proposizione , si adopera loro piuttosto che i suoi. Invece di colui ,
colei si usa ancora lui , lei ; per es. Pur lei cercando ebe fuggir dovria
(Petr,), cioè cercando colei che dovrei fuggire. 9 CAP. X. CARATTERI ESSENZIALI
DELL* ASSERTIVO ( o verbo ) italiano. Fu già avvertito ( p. 56. ) Che il i.°
carattere essenziale degl' assertivi consiste nel farci intende- re P esistenza
del soggetto , o cosa nominata : Che il 2.° consiste nelP affermare una qualche
ma- niera di esistere del soggetto medesimo, ed espri- mere un giudizio ; e che
questi due caratteri di- consi stato. Che il 3.° carattere che compete a tutti
gl'assertivi , fuorché al verbo essere, consiste nel- F esprimere azione»
L'azione fatta dal soggetto, ossia caso retto ,o Digitized by Google 96 passa
fuori di lui, cioè néV oggetto o caso obli- quo , come per es. chiama , grida ,
ordina , ec. ovvero T azione s' indirizza verso il soggetto me- desimo ove ha
il suo termine ; cjome: dorme, pian- gc y imbcvcsi , ec. E benché i primi
assertivi si chiamino transitivi ed i secondi intransitivi , sem- pre però
resta vero che gli assertivi italiani posso- no riguardarsi tutti come
essenzialmente attivi (i). GÌ intrasitivi o sono tali per loro natura, co- me :
cammina, soffre , piange , ec. ovvero dall'es- sere transitivi , assumono T
indole degli intransi- tivi mediante il monosillabo si che li precede iso- lato
, o che li segue incorporandovisi ; per es. si gloria , si diletta > si
discioglie , si dissipa, si di- verte , si rattrista ec. gloriarti , dUetUWz,
discRh gliem , dissipar.?/ , divertim , rattristare* , per es* la vita dell'
uomo si compone più di rimembran- ze e di previdenze che di sensazioni attuali;
anzi per portare lo sguardo nelle tenebre del futuro conviene servirsi della
face del passato. Distinguerete ancora gl'intransitivi accidentali dalla loro
capacità di associarsi colle vocic/u, che cosa, per es. diletta ( chi ),
discioglie ( cosa), dissipa ( che ) ] mentre queste stesse voci non po- trete
concordarle con gl intransitivi dormo, pian- I grammatici distinguono ancora
gli assertivi in verbi dì azione, e di PASSIONE – LEIBNIZ (‘the inventor of the
analytic/syntehtic distinction” – H. P. GRICE – HELEN WAS LOVED BY PARIS --; di
cessazione di azione – H. P. GRICE: HAVE YOU STOPPED BEATING YOUR WIFE?
Cessasti edere ferrum? Non cessasti edere ferrum, e di stato ec. eie azioni in
transitive – H. P. GRICE A HAZZES B, A IZZES B – “to be is, to me, transitive” –
H. P. Grice, intransitive , e permanenti ; in azioni che consistono in
far&, o patire, in produrre o ricevere ec. Riflettendo però su tutte queste
distiate significazioni, non ▼i si troverà mai altro che afférmazione di una
maniera di essere , ossia di uno stato. Per esempio le frasi : io vinco , io
sono vinto : io dormo : io batto: io sono battuto; tutte signi- ficano in
sostanza : io sono ; tutte asseriscono , affermano tutte una esistenza in tale
, o tale altra maniera ; tutte esprimono uno stato , un* esistenza modificata
dal sonno , dalle batti- ture ec. D 97 go y passeggio , riposo y ec. perchè
essendo per essenza intransitivi non può la loro azione riferirsi a cosa o
persona fuori del soggetto medesimo per con cordarvi si. Non dovete però
confondere gli assertivi intran- sitivi con quelli di significato passivo. Il
linguag- gio italiano arricchito dall'arbitrio potè ricevere il significato
passivo degli assertivi attivi col porre per casa retto F aggettivo dell'
azione , associan- dolo col verbo essere ( ed alle volte colP asserti- vo
venire ) coir aggettivo verbale trasformato in participio, e con il soggetto da
dove parte l'azio- ne ché diviene caso obliquo , e prende avanti di se la
proposizione per o da ; p. e. : Pietro ama la giustizia = la giustizia «è amata
da Pietro 5 così: i soldati ottimi per la disciplina , ottimi pel va- lore ,
terribili per la rabbia furono sempre temuti da ...=... vennero sempre temuti
da. . • (1). Per distinguere gli assertivi attivi dai passivi , e dagl'
intransitivi osserverete : se il nominativo è il soggetto che agisce , e che fa
passare F azione fuori di se , cioè nell* oggetto di caso obliquo , F assertivo
sarà attivo 5 se F oggetto fa da nomi- nativo paziente , ove termina P azione
del sogget- to che fa da caso obliquo , e allora sarà passivo 5 finalmente se
il nominativo che regge F assertivo è nel tempo stesso soggetto che agisce, ed
oggetto che patisce , e allora sarà intransitivo. La nostra lingua riguardo ai
passivi manca di un pregio che ha la madre latina, che con una sola voce fa
comprendere ciò che per la nostra ve ne occorrono due; per es.: “amatur” = “e
amato.” E ben vero però che ci siamo procacciati una seconda espressione di cui
manca la latina, prevalendoci dello stesso attivo, e formando l* in transitivo
coli aggiunta di un«i, per e.s. sì racconta, “si scrive”, ec queste maniere non
hanno corso ch« per le terxe persone. 5 98 Per caratteri accidentali dell'
assertivo dovete intendere , o giovanetti , quelle sue modificazioni variabili
colle quali ci manifesta i suoi rapporti al modo di esistere , al tempo , alle
persone , al loro numero. Osservaste già che il tempo presente è un istan- te
un puntò indivisibile, che separa una 6erie d 1 i- stanti o tempi passati da
una serie d" istanti , o tempi futuri * e cne lo stato , e T azione che
viene significata dall' assertivo , avendo rap- porto coli' uno , o coli 1
altro di questi tempi , fa che air assertivo stesso , riguardato sotto questo
punto di vista , non possa competere che il tempo presente , passato , e
futuro. Modo indefinito. Fu avvertito che 1* assertivo incomincia a farsi
conoscere a noi con una voce verbale che indica stato ed azione in una maniera
astratta ed illimi- tata , in somma che in un modo indefinito enun- cia un
giudizio. Questo modo , chiamato dai latini infinito , si conserva in realtà
sempre indetermi- nato anche riguardo al tempo. Pure, piacendovi di dare alle
voci verbali indefinite una qualche determinazione di tempo indipendentemente
da qualunque altro giudizio espresso da un' altro as- sertivo che vi si associ
, potrete riguardarle di tempo presente ; come : portare , temere , parti- re =
port-are , tem-ere , part-ire , ec. (i) (i) l& voce verbale indefinita vien
riguardata da taluni coma emplice denominazione , ossia puro nome dell'assertivo.
Le voci poi che ollengonsi coli' associare alla parte radicale o signiGcativa
degl'indefiniti i bis- sillabi ante , ente ,* ato ed atto > uto ed utto ,
i/o ed itto , atto ec. , come : portalo , portante ; te- muto > temente \
ec. (voci che diconsi participii) potrete supporre che abbraccino il tempo
presente e passato con significato attivo le une , e passivo le altre.
Finalmente le voci verbali che risultano dair unire al radicale degli assertivi
i bissillabi andò , endo , come ; portando , temendo , ec ( voci che furono
denominate gerondi ) , potranno da voi riguardarsi di un tempo che si estende
dal presente al futuro : e tutto ciò per comodo di classificazione delle voci
verbali medesime cioè del- l' indefinito , participio e gerondio , delle quali
addurremo qui un succinto prospetto colle indica- zioni dei supposti loro
tempi. Voci verbali indeterminate. Indefinito Presente Avere Essere Portare
Temere Partire Amare Affliggere Vivere Participio Gerondio Presente-passato
Presente-futuro avente , avuto essente ( antiquato) portante , portato temente
, temuto partente , partito amante , amato affliggente , afflitto vivente,
vivutoo vissuto vivendo avendo essendo portando temendo partendo amando
affliggendo Avvertenze. Fra le voci verbali , che sono un composto del verbo
essere e di un aggettivo puro o sostantivato 100 devono comprendersi ancora gì
1 indefiniti > i par- ticipi , i gerondi , perchè queste voci sono ancor
esse implicite proposizioni indeterminate per eg. amare = essere amoroso \ temente
= colui che te- me ; temuto = essendo temibile 5 temendo — aven- do timore.
L'indeterminazione di simili proposizioni ri* guardo al tempo vterrà tolta da
qualche altro as- sortivo che vi si associ. Se questo sarà qualche voce di
avere , allora il participio dovrà accordarsi col soggetto piuttosto- chè coli'
oggetto della proposizione principale ; per es. « Cercato ho sempre solitaria
via ( Petr. ) È vero bensì che abbiamo da Dante : « Un altro che furata avea la
gola » Il participio fu così denominato perchè, secondo il parere dei latini,
partecipa dèi nome e del ver- bo ; ma questo carattere compete a tutte le voci
verbali ; determinate ancora riguardo al tempo che le rende conjugabili. Questa
determinazione di tempo mancando in realtà al participio, fa che non venga
conjugato , benché si declini al modo de nomi aggettivi prendendo le respettive
modi- ficazioni finali mascoline , femminine , e comuni , p. e. amato _ f amata
, amante ; amati , amate f amanti» Il significato però attivo o passivo del partici-
pio non è talmente indeterminato da non farci scorgere , in qualche modo un
significato attivo p. e. nelle- voci amante 5=5 colui che ama , leg- gente »
colui che legge , ec. ed un significato passivo nelle voci ammirando = essendo
ammira- bile 9 venerando = essendo venerabile , ec. e fi- nalmente un
significato comune, cioè tanto attivo come passivo nelle voci amato = avendo
amato 9 essendo amato, ec. 101 Il gerondio esprìme un azione secondaria che
viene eseguita dal soggetto principale nell' atto che esso- stesso sta
effettuando l'azione principale ; p. e. non da alleato , ma da padrone
procedendo , s'im- padroniva . . . mentre colle chimere andava pa- scendo » • •
• *> . • > • - . Modo imperativo* Potrete incontrarvi primieramente coli'
assertiv 0 che, con modo imperante , esige effettuata un* rlche operazione ;
primo , per forza di coman- ; p. e. Va , non ti vegga il sol novello in Argo 5
2.° di preghiera : parla , dimmi che fu? salva te stesso: 3.° per forza di
consiglio od esor- tazione : ascolta la verità sempre bella ed utile , sebbene
non ti lusinghi. Le voci imperative non riguardando il passato, sul cpiale non
ha luogo il comando , si riferiscono soltanto al presente ed al futuro ; per
es. lasciami in pace ; ed anche : preferirai tu al bene tuo quello della patria
; ed il bene della patria lo po~ sporrai tu ^ quello del genere umano* Modo
indicativo. » * . Le voci verbali di modo indicativo esprimendo un giudizio
completo senza concorso di altro giu- dizio escludono ogni idea di comando, di
condi- zione , ed indicano nudamente lo stato e V azio- ne , colla dipendenza
dal tempo , dalle persone , e dal numero solamente» E benché il tempo non possa
essere che presente, passato, e futuro, pure, prendendosi per oggetto di
confronto uno stato od azione H, che ioa ha luogo nel momento attuale h, potrà l’assertivo
farci intendere tanto le maggiori o minori distanze dei passati tempi a, b, c,
d, . dall' istante presente h, come ancora certe maggiori o minori
determinazioni degli stati ed azioni A, B, C, D, ... . che ebbero luogo nei respettivi
tempi a, b . . . Lo stesso deve intendersi detto dei tempi futuri », o , V , .
.rapporto all' attuai momento h, e delle corrispondenti azioni N, O, P. Dai
riflessi fatti sul tempo potrebbe dedursi che all'assertivo di modo indicativo
competono otto tempi diversi fra loro; cioè 1/ 11 presente che denota lo stato,
e l'azione H, che si effettua nelT attuai momento h \ p. e. “SENTO”, penso,
cammino. a.° Il passato pendente, p. e.: “Curvo Archimede sulla polvere
descrìveva delle figure geometriche, quando da soldato romano fu barbaramente
ucciso”. L’azione d’Archimede è di tempo passato pendente non già riguardo al
tempo, nel quale non ha luogo pendenza alcuna, ma bensì Il tempo presente in
cui si asserisce lo stato o 1'azione consistendo in un'istante unico e
indivisibile, anzi in un istante passeggiero e fuggevole, non potrebbe
racchiudere una varietà di pensieri e d’azioni che esigono una certa estensione
di tempo; pare in pratica un epoca qualunque costituita di parti che si
succedono fra loro, vien riguardata quasi un tutto indivisibile di tempo
presente per es. “Léggi , natura , Dei , tutto in • non cale sempre quell'empio
tiene. Queste enunciazioni rappresentano un tutto di tempo presente che
abbraccia un illimitata estensione di azione e di tempi. Dicasi lo stesso delle
espressioni : V attuai mese, quesf anno, if presente secolo. Questo riflesso,
applicato all'assertivo indefinito, incapace di distinzione di tempo, potrà
farci ravvisare; in esso ancora delle distinzioni di tempi, dipendenti però da
altri assertivi finiti con cui si trova congiunto, come si osservò anche
altrove. Lo stesso deve intendersi riguardo al participio ed al gerondio.
■r io3 riguardo ali 1 azione che era
ancora pendente, ossia non ultimata, quando IL SOLDATO UCCISE Archimede in
azione. Così : la rabbia , l 1 indignazione, il furore agitavano il Consesso
mentre Egli così parlava. Ed è perciò che questo tempo fu chiamato dai latini PASATTO
IMPERFETTO (ASCOLTAVO UN RUMORE – ASCOLTAVA UN RUMORE), acciò s 1 in- tendesse
che quantunque lo stato ed azione avesse avuto luogo in tempo già passato, pure
non si offriva come passato del tutto , non avendo ricevuto an- cora un
compimento perfetto. Ed ecco perchè dai grammatici attuali questo tempo vien chia-
mato ancora passato pendente. 3.° Passato prossimo incompleto , o indelermi*
nato. Questo accenna stato ed azione passata da Srualche tempo senza farcela
concepire ultimata af- atto ; p. es. temei che il male , ec. così mi sentii
quasi dividere , e lacerare in due dentro me stesso. 4«° Passato prossimo
determinato : questo espri- me stato ed azione effettuata nella sua totalità da
tempo non molto remoto ? per es. ho sentilo, ho veduto ec. Le voci di questo
tempo composte col- r indicativo di avere > e col participio dell** asser-
tivo, furono chiamate dai latini di tempo passato perfetto per indicare
l'azione ultimata in un tem- po passato. Tra-passato imperfetto od incompleto.
Questo indica stato ed azione passata da gran tem- po , lasciando però nel
nostro concetto una certa pendenza riguardo al totale compimento; per es. io
era stato ascoltato quando venne, ec. aveva già scoperto nel suo aspetto un
qualche timore, quando si manifestò ec. Questi due tempi sono dai latini
riuniti in uno denominandolo “più-che-perfetto” -- Trapassato perfetto o
completo. Viene in- dicato da questo tempo uno stato ed azione com- io4 pietà e
passata , ed insieme più remola dal mo- mento presente in confronto di altra
azione pas- sata : pei* es. Iddio aveva già crealo e Cielo e Terra allorché
formò X Uomo \ qui formò è pas- sato , ed aveva creato trapassato perfetto j
cosi , quando io ebbi udito me ne partii. 7. 0 Futuro semplice. Uno stato , o
azione da effettuarsi in un modo assoluto e indipendente da qualunque
condizione j p. e. andrò domani , scri- verò fra poco ; si dice di tempo futuro
semplice. 8.° Futuro anteriore composto. È quello che suppone che uno stato, o
azione futura sarà ef- fettuata avanti un 1 assegnato tempo od azione fu- tura
; p. e. domani a quest' ora sarà effettuato quanto bramate ; Chi è che in
questo esempio non rilevi due tempi futuri ? X uno meno remoto dal tempo
presente, cioè sarà effettuato , e l'al- tro più lontano , cioè domani a quest'
ora. Modo Congiuntivo. Per mòdo congiuntivo dell' assertivo deve in- tendersi una
certa sua dipendenza dalla congiun- zione di altro assertivo espresso o
sottinteso nel quale s'include un atto della volontà , che espri- ma comando o
preghiera , o desiderio , o per' missione, o proibizione, o condizione , o
ipote- si , o ec. ; p. e. : regnerebbe fra gì' uomini la pace ? se si
compatissero reciprocamente , qui re- Énerebbe è voce verbale di modo
congiuntivo , l quale forma la proposizione subalterna dipen- dente dalla
principale se si compatissero , che è la voluta condizione \ od anche :
risolvette viver- sene umile ed ignoto là dove ancora virtù si pre- giasse.
Cosi : sia pur egli stato nostro nemico , noi dobbiamo graziosamente riceverlo.
io5 Ora osservando che un atto dipendente dal co- mando e dalla volontà non è
riferibile che o a cose future, che sono le sole che possono otte- nersi , o a
cose passate in quanto che può bra- marsi di averle effettuate ; perciò al modo
con- giuntivo , rigorosamente parlando , non dovrebbe assegnarsi il tempo
presente. Ma avendo riguardo non già air azione, ma alla volontà esternata da
un assertivo di tempo presente , perciò accordano i grammatici anche al
congiuntivo il tempo pre- sente p. e. io pensi , io tema , io parta , ec. La
divisione de* tempi di modo indicativo , è analoga a quella del modo congiuntivo
; a riser- va de' due futuri , avendo qui luogo soltanto il futuro anteriore
composto dell 1 indicativo. Modo ottativo, o desiderativo Crediamo che un tal
modo sia lo stesso modo congiuntivo , quando con esso , in luogo di ciò che
indica comando , o volontà esternata venga associata una qualche frase
esprimente desiderio, come , bramo che , desidero che , Dio voglia che, ec.
colle rispettive variazioni verbali esprimenti brama , desio ec. per. es. Per
te cl eterni allori— Germogli il suol Romano — De 1 Numi il mondo adori — Il
più bel dono in te. Persone degli assertivi, e loro numero singolare e plurale*
Le accidentali modificazioni delle voci dell' as- sertivo non dipendono
unicamente dal modo e dal tempo , ma dalle persone ancora e dal loro nu- mero.
Queste due modificazioni non sarebbero pro- prie iu realtà che del nome. Quindi
è che potrà da noi supporsi che dopo che fu fissato doversi riguardare la
persona che parla , cioè io per per- sona prima , la persona a cui si parla,
cioè per persona seconda j e la persona di cui si par- fa , cioè egli per
persona terza] e che inoltre alle persone , io , tu , egli di numero singolare
doves- sero corrispondere nel numero plurale le rispetti- ve voci personali noi
, voi , eglino ( o quelli ), fu ancor convenuto doversi estendere -queste
stesse denominazioni di persone a quelle voci verbali che dipendono dall una o
dall'altra di queste tre persone , tanto singolari che plurali. Ed ecco per-
chè abbiamo pel singolare (ioì leggo persona pri- ma : (tu) leggi persona
seconda : (egli) jMS e P er ~ sana terza ; e pel V X ^ 1 ^¥4p^¥ r ^^ f l™)
leggete: (quelli) leg^^T^ ™ Conjugazione degli assertivi. m Coniugare
un'assertivo significa congiungere op- ■ ■ guito quei della dai basso per un
paio di violato rispettò , che niuno osasse dirigersi a lui ii mente, ma beasi
come ad una terza Persona non presente a chi parla , dandole del Leù I soli
Poeti , per non essere in perpetua con tradizione colle regole della grammatica
e del buon senso, ritennero il primitivo linguaggio , dicendo : . . Signor che
pensi ? In quel silenzio Riconosco Caton. Se il Poeta avesse detto : che
pensate o signor ? V espres- sione sarebbe divenuta men sostenuta ; e si
sarebbe poi resa ri- dicolissinia , se, sul gusto attuale , detto avesse: che
pensa l'Ec- cellenza vostra Signor D. Catone. 1 Quacqueri usano il tu dei poeti
con qualunque, persona. Digitized by Google S orfanamente colla parte radicale
o significativa el suo indefinito , già fissato per elemento pri- mitivo
dell'assertivo, una varietà di modificazioni finali dipendenti dagli
accidentali rapporti di mo- do , tetnpo , persona , e numero. La totalità delle
5l variate forme o desinenze , che risultano da tali congiunzioni per un
asserti- vo , costituiscono la sua conjugazione , dipenden- temente dal suo
stesso indefinito. Dunque in cia- scuna delle variate voci dalle quali risulta
la con- jugazione di un assertivo , possiamo distinguere tre elementi : il
primo radicale ed invariabile , significante la cosa , e questo potrà dirsi
signifi- cativo : gli altri due che variano colle persone , e coi tempi , li
denomineremo rispettivamente per" sonatilo e temporativo , E siccome le
desinenze degli infiniti di tutti i verbi italiani ci presentano una triplice
varietà , perciò si sono fissati tre esemplari o modelli di con- jugazioni ,
all' uno o all' altro de' quali devono' riferirsi tutti gli assertivi per
conjugarli convene- volmente* Dal primo di questi modelli si comprenderanno
tutti i verbi terminanti nelP infinito in (are) pen- sare , parlare , sgridare
ec. ; dal secondo tutti quelli che hanno la desinenza in (ere) lunga o bre- ve
, come temere , sedére , lèggere, frèmere ec. ; dal ferzo tutti quelli che
finiscono in {ire) come: partire, sentire, nutrire ec* Prima però di esporre
questi tre modelli per conjugare gli assertivi regolari dell' idioma italiano
sari opportuno che voi conosciate la conjugazio- ne del verbo essere , e quella
dell 1 assertivo averci attesoché questo si associa con tutti gli assertivi di
significato attivo , mentre quello si congiunge con quei di significata passivo
7 ed anche con glV/i- io8 transitivi. Ed è appunto perciò che vengono de-
nominati ambedue ausiliari dalla voce latina a«* xiUum ( ajuto ) , servendo
appunto di ajuto per formare una varietà di significazioni di tutti gli
assertivi. COffJUGAZIOBE DEL VERBO
IRREGOLARE ESSERE. MODO INDEFINITO. Indefinito Participio Gerundio Presente
Presente- Passato Presente- Futuro Essere Essente (i) Essendo Passato - Essendo
stato. Futuro Essendo per essere MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing. Sii tu, o sia tu; Sia colui. Plur. Siamo noi;
siate voi; Siano, osieno coloro. Tempo futuro. Sing. Sarai tu , Sarà colui Plur. Saremo noi, Sarete
voi , Saranno coloro. (r) Essente è voce antiquata. La yoce staio b»ncliè
faccia ria particip-o passivo del verlo e ssere , pure non è che il par-
ticipio dell' assertivo stare. Con la voce essendo , e coli* altra stato si
(orma il gerundio composto essendo stato. Siccome niuno comanda a se stesso , perciò non
ha luogo la prima persona in questo tempo , per il quale si prendono le voci da
quelle del congiuntivo, avvertendo di qui porre sotto ciascuna voce il suo
pronome. (3) Questo tempo, cui manca la prima persona per l'addotto motivo del
presente , è lo stesso che il futuro dell' indicativo del verbo essere, colla
sola posposizione de' pronomi. 20? MODO INDICJTirO* Tempo presente» Sing. Sono Sci È Piar. Siamo Siete Sono Passato pendente ( Imperfetto ). Sing. Era , o
Ero Eri Era Plur. Eravamo Eravate Erano
Passato prossimo indeterminato. Sing. Fui Fòrti (8) Fu. (lì La voce sono
sembrava 1' unica della prima persona del- l' indicativo presente cui la
dolcezza e T armonia avessero ac- cordato il mancamento , quando scrisse il
Tasso « Amico hai vinto io ti / erdon , perdona » questa sua ardita licenza gli
tirò addosso la più clamorosa e iuesorabil censura. Non potendo egli più
reggere .a tanti strazi , si risolvette, forse per far trionfare il suo
orecchio con un verso di confronto , di scrivere nella sua " Gerusalemme
conquistata « Amico hai vinto e perdono io, per- dona. Abbiamo anche dal
Poliziano, a S' io 1 abhandon , sia allor la fine mia ». Se , antiquato. (3) Ene , antiquato. Senio , Sterno , voci antiquate. (5) Sete ,
antiquato. Siate vocabolo erroneo. Avvertite qui che erronei sono quei vocaboli
che , quasi monete false , niente hanro che legittimi il loro corso. Enno ,
antiquato. Ero , pensavo , amavo , e simili deainenae della prima persona del
passato pendente dell' indicativo , usate invece di era , pensava, amava, ec.
benché disapprovate da alcuni gram- matici , pure sembrano reclamate dal
bisogno di distinguere la 1 »« dalla 3.* persona ' 9 ed approvate dall' uso
comune. E se ciò non bastasse non mancherebbe nè 1' autorità del Buonmattei «
del Pistoiesi, del Mastrofini , ne V esempio di purga tissimi aeriti tori , e
specialmente quello dei Drammi di Metastasio appro- vati dalla Crusca dovrebbe
dissipare ogni acrupolo gramma- ticale. Fatti antiquato. Digitized by Google ITO Plur.
Fummo Foste Furono Passato prossimo composto e determinato. Le
voci di questo tempo si formano in ambe- due i numeri con quelle del presente
dell' indi* cativo, e con il participio passato stato; cioè: sono stato , sei
stato , ec. , 4 Trapassato imperfetto. Colle voci del passato pendente , e
colla . voce stato si compongono i numeri di questo tempo f cioè: era stato ,
eri stato , ec. Il trapassato perfetto ( fui stato ec. ) è poco in uso. Futuro
semplice* Sing. Sarò Sarai Sarà Plur. Saremo Sarete Saranno^). Futuro anteriore composto.
Questo si forma con i vocaboli del futuro sen> plicee colla voce stato;
cioè: sarò stato, sarai stato, ec. MODO CONGIUNTIVO'. Presente* Sing. Sia Sii,
o sia Sia. Plur. Siamo Siate Siano (8). Fusti mo , fossimo erronei. f?) antiquato.
Fosti , fusti, vocaboli arronei. Furo ,
fur , furtw , foto sono voci poetiche. Fulvo er- ronea • M Sflfì W« 0 '*' »
antiquate. Fia voce poetica. Sawo (5) &raz* antiquata. . erronea. Ftano , yie«o , poetiche. [fi) Steno vocabolo
poetico. Siine erroneo.. « Passato pendente (imperfetto). Sing. Fossi Fossi
Fosse Plur. Fossimo Foste (i) Fossero (a). « Passato prossimo condizionale*
Sing. Sarei (3) Saresti Sarebbe (§. Plur. Saremmo Sareste Sarebbero. Il passato pendente ed il
condizionale sono cor- relativi fra loro ; poiché mentre il secondo espri* me
la condizione , indica il primo ciò che acca* diebbe , verificata che fosse la
condizione. Es. Se noi fossimo più fàcili a compatirci , sarebbe ricom- pensata
la nostra indulgenza dalle dolcezze di un'a- michevole fratellanza. Anche i due
tempi trapassati che sieguono sono correlativi fra loro. Passato prossimo
determinato e composto. Si compone col presente del congiuntivo e col
participio stato ; per es. io sia stato , tu sit sta- to ec. ' t * ' Trapassato
imperfetto composto. Si compone col passato pendente , e colla voce stato , p.
e. io fossi stato, tu fossi staio , ec. ( 1) Fusti , fosti , voci erronee. (a)
Fòsscno , fusseno , voci erronee. (3J Fora e saria voci poetiche. Sare 9
erronea. l't) Fora e sarta voci poetiche. Sare' erronea. Sarèbbamo , sariamo , voci erronee. Saresti vocabolo erroneo. Sarebbono , antiq. Forano , sariano , aleno :
voci poe- tiche . .... K . zia
Trapassato condizionale composto. Si compone col passalo condizionale , e colla
voce stato ; p. e. sarei stato , saresti stato , ec. 1/ unico futuro di questo
modo è il futuro an- teriore , composto dell' indicativo , e della voce essere
, p. e. che io sia per essere , che tu sii per essere , ec. ; COWJUG AZIONE
DELL* ASSERTIVO IRREGOLARE AVERE. MODO INDEFINITO. w * Presente Participio
Pres. pass. GerondioPres.fut. Avere Avente Avuto (i) Avendo Passato. Avere avuto.
Futuro. Avere ad avere, o essere per avere (2). MODO IMPERATIVO. Tempo
presente. Sing. Abbi tu Abbia quegli Plur. Abiamonoi, Abbiate voi, abbiano
eglino (3) Tempo futuro. Sin g* m Avrai tu Avrà quegli Plur, Avremo noi ,
Avrete voi , Avranno eglino. (1) Auto h erroneo* L'assertivo avere si giova qui dell'infinito
del rerbo essere. * (^) Aggiano, antiquato} abbino t erroneo. Digitized by
CjOOQie 1,3 *0 INDICATIVO» Tempo presente. , - ■ • t Sing. Ho(i) Hai Ha (a)
P/tvr. Abbiamo Avete Hanno renilo postato pendente (imperfetto). Sing. Aveva Avevi (4; Aveva P/ar. Avevamo Avevate Avevano Tempo passato prossimo indeterminato. » Sing. Ebbi Averti Ebbe (io) Plur. Avemmo (n) Aveste (ti)
Ebbero (i 3) t i ' ^tegio. Questa voce
antiquata riguardo ai buoni scrittori attuali è in uso al presente in qualche
parte d' Italia , e spe- cialmente fra il popolo del regno di Napoli e quello
della Marca di Ancona. (2) Queste tre voci del singolare colla terza del
plurale Si scrivono anche senza la h accentando bensì ò , à , ài , anno , - per
distinguere il loro SIGNIFICATO da quello di o avverbio , di ai intoriez one ,
di a segna-caso, di anno nome di tempo. Avevo antiquato, e da discorso
familiare. Avea poetico. 'A va va erroneo. Avei antiquato. Avea , avia , poetiche. Avèamo antiquato. Avàvamo erroneo. Avavàte : avevi , voci erronee. Avìeno :
aveano poetiche. Avàvano , avèvono, erronee. 9) Eii hei: antiquate. Avei,
ovetti, erronee. (\o) Avè : avette erronee. Ebbimo antiquato. Èbbamo, erroneo. Avesti erronea. . Èbbono: avèttono ; èbbeno antiquate, Mbbano
tnoW» u4 Tempi passati e trapassati
composti. Ho , Aveva , Ebbi (avuto), ec. Tempo futuro semplice. Sing. Avrò Avrai Avrà Plur. Avremo Avrete (5) AvraDno (6) Tempo futuro anteriore
composto. Avrò ad avere , o sarò per avere 5 Avrai ad avere , o sarai per avere
} ec. MODO CONGIUNTIVO. Tempo presente. Sing. Abbia (7) Abbi, 0 Abbia (8) Abbia
(9) Plur. Abbiamo Abbiate àbbiano(io) Tempo passato pendente ( imperfetto )•
Sing. Avessi Avessi Avesse Plur.
Avessimo Aveste Avessero Tempo passato
prossimo condizionale. Sing. Avrei (i3) Avresti Avrebbe ^4) 1 ; JO Arerò, arò
antiq. A r eroe erronea. k 2) A verai , arai antiq. . Arerà, ara antiq. Auerae
erroneo. Areremo : aremo antiq. Arerete , arete antiq. Areranno :, aranno ,
antiquate. màggia antiquata. p) Aggi f
autiq. 9) Abbi erron. Aggiano antiL , „ Aressi TOcabt lo erroneo. (12) Aressono
; a vessino antiquati. Arerei : averla:
arei: aria vocaboli antiq. Avrìa poet. (14) Arerebbe; averta : arebbe
antiquati. Avita poetico. *t. ^to^ Digitized by n5 Plur. Avremmo Avreste • Avrebbero (a) Tempi passati
composti. Abbia , od avessi (avuto) ec. PROSPETTO COMPARATIVO. Degl’assertivi
normali delle tre conjugazioni regolari della lingua italiana. poiir-órca
CRÉD-ere. part-Ih?» MODI INDEFINITI.
Tempi indefiniti 0 Presenti Presenti-passati Presenti futuri Indefiniti
Participii-attivi-passivi Gerondi Port-are Port-ante, Port-ato Port-ando
Cred-e.. Cred-e..., Cred-u.. Cred-e... Part-i.. Part-e..., Part- i.. Part-e... Tempo passato
indefinito. Aver ( Portato , creduto ), esser Partito. Si noti qui : i.° Che se
le voci portare , cre- (1) Avrebbamo : apriamo: avriemo vocaboli erronei. Sverebbero : arebbero : avrieno , arieno :
Avrtbbono an- tiq. sfuriano poet. Avrebbano erron. (3) Fu già avvertito che gì'
indefiniti sono i vocaboli pri- mitivi dai quali discendono tutte le voci
verbali associando alle loro respettive parti radicali invariabili port , cred
, part , che marcano V azione t alcune variate modificazioni finali , chia-
mate desinenze , le quali servono a modificare l'azione secon- do i diversi
rapporti di modo , di tempo , di persona, di nu- mero. 1x6 dere , partire
servono ad indicare e presente ed imperfetto del modo indefinito. 2.° Che se le
voci aver portato , aver creduto , ec. rappresentano e passato e trapassato del
modo stesso; ciò accade perchè le voci dell 1 indefinito non determinando con
precisione alcun tempo perciò sono indifferenti ad associarsi a qualunque tempo
di altro assertivo da cui viene il loro tempo ad essere determinato. Infatti :
andare è presente , dicendo ora debbo andare ; ma se dicessi : ho dovuto andare
; non sarebbe forse Y andare un passato ? siccome è un futuro il dire dovrò
andare. MODI IMPERATIVI. Tempii presenti. . Sing. Port-a , i. Piar, iamo , ate
, ino (i) Cred i , a. » . . , e . , a Part-i , a. » • . . , i . , a * ... Tempi futuri. Sing. Port-erai, erà.
Plur. eremo, erete, eranno Cred- .. » . 4
. ParUi . . , i . . » i.,.,i..,i,.. (1) In questo tempo le terse persone
sono eguali alle terze dei rispettivi presenti del congiuntivo. Le desinente
delle prime persone del plurale corrispondono alle prime persone del plu- rale
del presente dt 11' indicativo e del congiuntivo respettivo. E le seconde
persone del singolare e del plurale sono eguali a quelle del presente dell'
indicativo. (z) Credino è erroneo. ?3ì Partino , erroneo. (4) Portanti : por
torà ; porteremo : portante : por faranno tono voci erronee, II 7 MODI INDICATIVI. Tempi presenti. Sia S:
J 01 "* 0 » i > a - plur - ia n» CO > a»e, ano fa) W Part - . • , e.
. » .. , i. . , o. . Ti empi passati
pendenti ( imperfetti ). Port-ava( 7 ) avi ava, Avarao,. arate , , avallo {«).
Cred-e..(io),e.. (n), e., (il). K ... ,, e ... e.... (Vò). • f »••• ' I....,
i.... , i.... rew/^i f ^tf prossimi indeterminati. Sing. Plur. Port-ai, asti ,
ò (16). Aramo (17) , aste (18), aroao (19). (lì Portàmo erroneo. Partono
erroneo. & osservi che la ter» persona del plu- rale degli assertivi in are
si forma sempre dalla tersa del sin- golare aggiungendovi no. Credemo antiq. Frediano errofl. Credano erron. Parti/no antiq. Partano : patiscano erron. È ben detto ancora
park* *cono. Si osservi che le terze persone del plurale degli asser- tivi in
ere ed in ire si formano dalla prima persola del singo- lare aggiungendovi no \
e ciò anche negli irregolare Portavo antiq, Voi portavi erron. Portavono erron. Credevo: credìe antiq. j 1 1 ) Tu credei
vocabolo erron. ^Credea poet. (i3) Credavamo : eredeate antiq. (>4)
Credayate : eredeate antiquati. Voi credavi erroneo. 05) Credìéno antiquato.
Credéano poet. Crede vono erroneo. (16) Por the : Por tao antiquati. Portassimo
erroneo. Portasti erroneo. Portaro: portar poetici. Porlonno : portarono :
perfora- no j portorno , portarno , vocaboli erronei. Cred-eifO, estima), è f
3). Emmo. 1 ««te.. , erono. t-ii , > U 8 )- Il8 Part-i!'^ 1 (9)*' i...('ioV,
Tempi passati e trapassati composti Ho , Aveva , Ebbi ( portato , creduto )
Sono, Ero , Fui ( partito ) Tempi futuri semplici. . Sing. Plur. Port-erò ,
erai, era. eremo , erete , eranno Cred-. .,...,...« . r ..Part-i, • . i , i « i . ,
i . i . Tempi futuri anteriori composti.
Io Avrò o, sarò per (Portare, Credere^
Partire). Tu Avrai o, sarai per (Portare, Credere, Partire) jec. (1) Credetti è
in corso come credei. Cresi antiq. Cretti er- roneo. Crese antiq. [3ì Credette è in corso. Credéo
poetico. [4) Credéitamo : erisamo : credessimo erronei vocaboli. Credesti erroneo. Crédettero è in corso. Crédettono : crédetteno
: crésero antiq. Crederò poet. Creettero erroneo. (7) Parti antiq. fé) Partìe
antiq. Parilo poet Partitte erroneo. Partissimo erroneo, 'io) Voi partisti erroneo.
Partirò : partir, antiquati. Partinno: Partirno erronei. Partirne antiquato. Due sono le forme per
esprimere le epoche non per an- co verificate : assoluta V una , relativa V
altra ; semplice la prima, composta la seconda. Eccone gli esempi : 1.0 Domani
verrò da voi 5 2. 0 Domani a quest' ora sarà effettuato quanto sfora. È di qui
che il futuro composto fu da noi chiamato pas- sato futuro , riferendosi ad
epoca futura , al giunger però della quale deve esser verificato quanto si
annunzia dall' assertivo. MODI CONGIUNTIVI. Tempi presenti. s ing* Plur. Port-i
, i f i » i amo p j ate jrari a, a, a (4; »... , a e che gli assertivi * ? • I
k hanno sem P^e in a ; fuorché nella a.« che può farsi terminare ancora in *.
Si osservi inoltre che se alla terza persona delsinaoUre ai aggiunge no ,
ottiensi allora la terza del plurale. ^ U4 * reil Ondiate erroneo. (3j Credino erroneo. Tu parti , Egli parti erron. Par tino erroneo. In questo tempo gl' indefiniti Porta-re ,
Crede-re Parti r* conservano la loro vocale rispettiva : e da questa d.W?
inatte tre le conjugazioni le" forme' finali VZa^SStu Io por tot se erroneo. Quegli portassi erroneo. (9) Portassemo
erroneo. Voi portassi, e portassivo
erronei, il) Partassono: Portassino antiqu. Portasseno erroneo. lo credesse
erroneo. ( i3i Quegli credessi erroneo. '14) Voi credessi erroneo. (45)
Credessono : credessino antiquati. ji6ì lo partisse erroneo. Voi partisti :
partissi antiqu. [•8; Partissono ; pari issino antiqu. no l»ort-crei(i}, ercsti,
crebbe. Hremmo, ereste(5),ercbbero(6) Cred-...., , J»%****( 1 *X* Part-i...(u),i » i C 12 )* 1 C*
3 )» 1 * > l Io Abbia , ec. ( Portato , Creduto , Sentito) Io Avessi , ec. (
Portato , Creduto , Sentito ) Io Avrei , ec. (Portato , Creduto , Sentito) alla
distribuzione dei modi. a.' IN egli assertivi in are per il futuro dell' in-
dicativo , ed il passato pendente del congiuntivo conviene mutare la a in e.
fi) Porterìa, poet Portarci erron. ìi) Portare iti erron. ( ) Porterìa poetico.
Portarebbe : portarla erronei. (4) Portaremmo : portano mo : portariemo : porterebbamo
: portaressimo tutti vocaboli erronei. Voi portarceli erroneo. (6) Portarebbono
antiq. Porteriono Poet. Portèrtbbono er. W) Crederla poetico. Creder ebbi
erroneo. Crederla poetico. ÌoJ Crede rebbarn o : crederessimo erron. io)
Crederesti: crederessi erronei. (la) Partirti poetico. Partirtbbumo : partiriamo: partiressimo
vocaboli erron. Tempi passati composti. % » Osservazióni sugli assertivi
regolari. poetico. i Digitized by Google 121 3.* Gli assertivi della terza
conjueazione non hanno tutti nella prima persona dell' indicativo la medesima
desinenza. In alcuni V ire si cam- bia in o $ per es. da sent-ire , dorm-ire ,
copr- ire , abbiamo sento , dormo , copro. In altri l 1 ire si trasforma in
isco ^ avendosi a bborrisco, in* ghiottisco , ec. da abborr-/rc ,
inghiott-i're. 4- a Quegli assertivi che terminano in care , e {^arc , prendono
un l in tutti i tempi ed in tutte e persone in cui il c ed il g sono seguiti
dal- l' una o dall' altra delle vocali e , 0,1, affine di conservare una certa
uniformità di suono in tutta la conjugazione. 5. a Le avvertenze che hanno
avuto luogo nelle note riguardo alle voci verbali antiquate, poeti- che ,
erronee 9 devono estendersi a tutte le voci analoghe degli assertivi che si
riferiscono all'uno o air altro dei tre modelli di conjugazioni. Coniugazione
dell'assertivo finire. MODO INDEFINITO. Tempo Presente, Presente-passato,
Presente-futuro Indefinito, Partici pio- Attivo, passivo , Gerondio Fin-ire,
Fin-ente , Fin-ito , , Fin-endo. Futuro composto. Essere per finire. MODO
IMPERATIVO. " ' i * Tempo presente. Sìng. Finisci tu , Finisca quegli 6
Digitized by Google Plur. biniamo noi, Finite voi, Finiscano eglino (i). Tempo
futuro. Le sue voci sono quelle del futuro indicativo . col posponi i pronomi.
MODO IND1CAT1VO. Tempo presente. Sine. Finisco Finisci Finisce pS. Finiamo (a)
Finite Finiscono (3) Tempo passato pendente, (imperfetto). Sing. Finiva, ec.
come partiva. Tempo passalo prossimo indeterminato. Sing. finii , ec. come
partii (4)- Tempi passati composti. Ho , aveva, ebbi (Finito); ec. Tempo futuro
semplice. Sing. Finirò , ec. come partirò. Tempo futuro composto. Sing. Avrò
finito , ec. MOVO CONGIUNTIVO. Finisca Finisca , (,} Fìnischiiw eglino erroneo.
(2) Fmimo antiquato, ' * a 123 Plur.
Finiamo Finiate Finiscano (i). Tempo passato pendente (imperfetto). Sing.
Finissi , ec. come partissi. (2) Tempo passato prossimo condizionale. Sing.
Finirei , ec. , come partirci. Assertivi in ire che conjugansi come finire.
Ammonire , Brandire , Insanire , Arguire , Incattivire , Incodardire ,
Indolentire , Intimidire , Instolidire , Insolentire , Intimidire , Insanire ,
Sbandire , m altire , Tramortire , Impoltronire , Impadronire , Immalinconire
Incaparbire , Ingagliardire , In fingardire , Inferocire , Instttpidire ,
Insospettire , Inttrannire , Insignorire , Involpire , Sbigottire , Stupidire ,
Statuire , Asserire , Garrire , ?, Colpire , Incallire , , Indolcire , Inori re
, Ingelosire , Inorridire , Insordire , Insipidire » Invaghire , Largire ,
Schernire , Stordire, ec. Bandire , Imbandire , Incallire , Incanutire »
Incrudelire , Infievolire , Ingentilire » Instruire , Instenlire , Intimorire ,
Invanire , Pulire , Scolpire , Stupire , Assertivi coli 9 indefinito in ire ed
are Abbrividlre Ammorbidire Arrugginire Attristire Immaltire Inagrire
Incarognire Ingiallire Intiepidire Sbalordire Spaurire {are). Ammansire (are).
Ammutire (are). A rruvidire [ave). Colorire 'are). Impazzire ave). Inaridire
(are) . Incoraggire (are) . Insozzire (are). Intirizzire (are). Scolorire
(are). Stizzire fare) . Ammollire (are). Arrossire are). Assordire are).
Dichiarire are). Impaurire (are). Inasprire (are). Infracidare (are).
Insuperbire (are). Intorpidire Sare). Smagrire are), ec. are) are)
(are) (are} (are] (are] are are are] are il Pinischino , erroneo. 2) Tu Finisti , erroneo. »
124 Assertivi senza la \.*pcrs. plur. nei tre presenti. Ambire y Ardire ,
Fiorire , Gioire , Marcire , Svanire , Sparire, Stupire, ec. La mancanza di tal
persona , proveniente da una certa sua as- prezza nella enunciazione, \ien
supplita coli' ajuto dell'assertivo avere $ onde diremo: aLLiamo am- bito t
ardito, gioito, ec. Osservazioni. i.° Modo Indicativo. È per se manifesto che,
trovandosi 1' assertivo al modo indicativo , havvi sempre giudizio espresso,
come io sono grande: voi passeggiate: egli balla bene. Ed anche quando sembra
che F assertivo non esprima che un sen- timento , un atto della volontà , come
nelle se- guenti frasi : Io voglio : quegli desidera , pure esse non esprimono
soltanto un sentimento , una modificazione dell 1 animo , o della mente , come
le parole : volontà, desiderio ec. , ma asseriscono die ciascuna di queste
affezioni esiste in un sog- getto /o, Quegli. Dunque l'assertivo al modo in-
dicativo afferma, enuncia un giudizio , e perciò si chiama ancora enunziativo ,
giudicativo. MODO IMPERATIVO. Con questo modo si afferma sempre, s’esprime un
giudizio; infatti quando si dice “fate la tal cosa: Sta attento al mio discorso;
riflettendo air indole del pensiero espresso, e alla forma dell' espressione,
vuoisi dire: “IO VOGLIO: IO COMANDO: IO DESIDERO con feiv mezza che voi
facciate la tal cosa ; o che tu stii attento al mio discorso. Modo Ottativo. Questo
modo è stato già da noi considerato in complesso col congiuntivo), L'assertivo é al modo Ottativo quando esprime
desiderio, augurio, ec. Es. Faccia Dio ; oppure: Dio voglia che otteniatc
lintcnto! Perchè non pos- so seguirvi! Le quali frasi signiGcando : Io arden-
temente desidero > die voi otteniatc V intento: ho dispiacere di non potervi
seguire; e perciò espo- nendo chiaramente una affermazione , un giudi- zio ,
sono proposizioni* 4«° Modo Soggiuntivo o Congiuntivo. L'asser- tivo a questo
modo succede ad un altro assertivo ad esprimere un giudizio soggiuntivo,
dipendente cioè dal giudizio espresso dall'assertivo precedente. Esempj : Fa
duopo che io sia ascoltato : il sog- giuntivo , io sia ascoltato , esprime un
giudi/io, che suppone la proposizione precedente espressa dal primo assertivo
fa duopo, e alla quale si uni- sce mediante il vocabolo che. Similmente,
dicendo: io penso che colui sarebbe stato condannato : il soggiuntivo colia
sarebbe stato condannato è una proposizione dipendente dall'altra che precede ,
io penso, mediante la parola che. Inoltre , quando dicesi : conciossiacosaché
io ami , e' si vuol dire: quando, o come ciò sia che io ami; od anche: posto
che io arai \ la soggiuntiva , io ami , è una vera proposizione, ma dipendente
dall'altra an- tecedente : (piando > o come ciò sia , mediante la voce che.
5.° L'assertivo è conjugabile. Infatti, veduto avendo che 1' oficio dell'
assertivo è di esprimere la maniera di esistere, o lo stalo di un soggetto
espresso dal nome ; è facile il concludere , che 1' assertivo deve essere una
parola declinabile per modi, tempi, numeri , e persone, e se voghisi anche per
riguardo ai generi. A vero dir-' I. La esistenza potendo essere positiva ( od
as- soluta ) , condizionale, dipendente , ec. perciò ab- Liamo i diversi modi
di esistenza. Dunque l'as- sertivo , per esprimere la significazione ai questi
modi diversi , assumerà forme diverse con oppor- tune variazioni , cioè sarà
variabile o sia con- jugabile riguardo ai modi. II. La esistenza sola può avere
durala ( o sia tempo ) j di più la esistenza ha naturalmente cer- te epoche
relative alla durata, come di presente , di passato , e 'di futuro. Dunque gli
assertivi , esprimenti per oficio loro attributivo il tempo del- l' esistenza
delle cose , e persone , aver deggiono tempi) ed essere variabili anche per
questo rispet- to. Quindi è per es. che Y assertivo legg ere , colle diverse
terminazioni : leggo, leggera, lessi, leg- gerò $ esprime i diversi tempi dell'
esistere leg- gente o leggeri. III. Esprimendo Y assertivo una maniera di esi-
stere propria, e relativa ad un soggetto, che vie- ne rappresentato sempre da
un nome, espresso o sottinteso , ne segue per necessità che Y assertivo dee
conformarsi al soggetto nel numero , nella persona f e se si vuole anche nel
genere ) : e per- ciò deve essere variabile , o declinabile per nu- meri ,
persone e generi *, come abbiamo veduto intomo alle declinazioni ( o
conjugazioni ) dei nomi. Ed ecco spiegate le ragioni per cui gli assertivi ( o
verbi ) sono parole declinabili per modi , tem- pi , numeri, e persone; le
quali ragioni risultano dalla natura , ed uficio proprio degli assertivi.
Assertivi anomali ( o irregolari ). • Molti assertivi nelle loro terminazioni
si allon- tanano totalmente dall' andamento dei modelli re- golari delle
coniugazioni , come accade nel verbo f 37 essere. Altri se ne allontanano in
parte , come T assertivo avere. Vi sono di quelli i quali ben- ché irregolari
riguardo ali 1 una o all'altra coniu- l; 1 z io ne pure volendo riferire la
loro conjugazionc ii tre modelli in complesso , cesserebbe la loro irregolarità,
finalmente vi sono di quelli che non si modellano dipendentemente dal loro
indeg- ni to cJk è in uso attualmente , ma bensì dati 1 in* definito originario
, che è ora andato in disuso. Ed è perciò che gli assertivi fare, e dire , che
nel loro indefinito si pronunziavano faccre , e diccre , si coniugano
dipendentemente dal loro antiquato indefinito*, seguendo il secondo modello per
ambidue invece d• tie- ni tu, tenga, tengano. Lo stesso dicasi di rimanere. (1)
A rideremo antiq. Andaremo erron. (ai Andtrete. antiq. A ridarete erroneo. Ì5)
Anderanno antiq. Andaranno erroneo. Vadia erroneo. Andi antiq. Podi poet. (6) Ea antiq. Padia :
Vadi erron. (7) Andino antiq. Tadino erroneo. Andrìa : Anderìa poet. Volere. Le sue irregola
riti consistono in pren- dere in luogo della semplice i il gli , accompa- gnalo
ove occorra da un o, ovvero un a\ es. vo- glio , vogliamo, vogliono. Anomalo è
pure nelle due voci , vuoi y vuole. ( Non deve dirsi vanno per vogliono , ne*
volsi e volse per volli e volle ). Dolere. Voci anomale : dolgo , dolgano y do-
gliamo , dog Hate» ! Giacere , piacere , tacere. Raddoppiano la c innanzi ad io
e ia. Es. giaccio y tacciamo , piacciano. Potére. Le sue anomalie sono : posso
, puoi , può , poss/i 9 possiamo ; possono , possano. Si schivi potiamo , per
possiamo , e puole per può. Sciogliere , cogliere , togliere. Trasportano la g
dopo la / perdendo Y i a- vanti o ed a. Es. Sciolgono , sciolga. Sàpére. Sa pei
, sape , per seppi e seppe sono voci erronee. Valére. Valerono per valsero è
voce barbara. Volére. Volsuto per voluto è voce erronea. Addurre. Sono voci
erronee: adducei, addu- ce , addussi mo , adducerono } per addussi , ad- dusse
y adducemmo , addussero. Porre. Sono voci barbare : ponei, pone , po- nette per
posi , e pose. Scegliere. Sono voci erronee : sceglici \ sce- gliete invece di
scelsi. Sciògliere e Sciorre. È voce erronea : scio- glici invece di sciolsi.
Apparire. Sono erronee le voci: appari per ap- parisci , apparsimo per apparimmo. Venire. É erronea la voce vénnimo per
venimmo. Osservazioni sugli irregolari colla desinenza della seconda
coniugazione. 1. a GII assertivi di questa classe eolla desinenza dell 1
indefinito breve , come reggere, ehièdere ec. se sono irregolari , cadrà sul
participio passivo , e sul passato prossimo indeterminato la loro ir-
regolarità. E riguardo a questo tempo cadono le irregolarità sulla prima e
terza persona del sin- golare , ed anche sulla terza del plurale, facendo
seguire la e dell'indefinito*, ove cade V accento , da ssi o si , come p. e.
rèssi , chiesi , e qui , dal cambiare in e la i finale , ottiensi rèsse , chiè-
se , cioè le terze persone del singolare, dalle qua- li , aggiungendo ro ,
risultano le terze del plu- rale , cioè rèssero , chiesero. 2. a Gli assertivi
colla vocale antipenultima lun- ga seguita dalle lettere ggere , vere , ttere ,
tere , mere, cangiano queste desinenze in ito, sso per il participio passivo ,
ed in ssi per il passato pros- simo ; come : lèggere (lètto, lèssi): scrivere
(scrit- to, scrissi): discùtere (discusso, di sussi) : imprimere ( impresso ,
impressi ) ec. 3. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga , seguita
da due consonanti differenti hanno la desinenza del participio passivo in so ,
o io \ e quel- la del passato prossimo indeterminato in si \ avver- tendo Densi
di far seguire la vocale lunga dalla sua prossima consonante per formar sillaba
, co- me : spàrgere , sparsi , spar so : distin-gaere T distinsi , distin-to :
svél-ìere , svelsi , svel-to , convincere , convinsi, convin-to; nVoZ-gere ,
ri* volsi, riyoUto ; accingere , accinsi 7 accin-to : i33 scòr- gere , scorsi , scor-to : fran-gere
1 fransi, franato , ec. Qualora poi la vocale suddetta seguita fosse da nd , o
dalla sola d , allora alla vocale lunga suc- cederà immediatamente so per il
participio passi- vo 5 e si per il passato prossimo indeterminato , come :
accc-ndere , acceso , accesi : /c-ndere , fèsso , fessi : sorprè-ndere ;
sorpreso , sorpre- si : arre-ndere . arreso, arresi; sottintè-ndere ,
sottintéso , sottintesi : ro-dere , roso , rosi : decadere , deciso , decisi ,
ec. Se sarà seguita da gliere, allora alla vocale lun- ga succederà Ito per il
participio passivo , ed Isi per il passato , come : togliere , to-llo , to-lsi
: co-gliere , cò-lto , co- Isi , ec. Alla stessa vocale lunga , se fosse
seguita da sce- re > succederà invece sciato ed bbi , come : cresce- re ,
cre sciuto , crè-bbi : sconoscere , sconosciu- to , sco nobbi , ec. 4. a JL'
assertivo mettere e suoi composti cangia- no ettere in esso per il participio
passivo , ed in isi per il passato indeterminato ; come : n'amm- ettere ,
riamrn-csso \ riam isi : manom-eXieve , ma- nom-esso , manom-isi. 5. a La
desinenza ere degli assertivi giac-ore : tac-ere : nube-ere : piac-ere , e loro
composti si cangia per il participio passato in itilo , e per il passato
indeterminato in qui. Bensì 11 eli' asser- tivo nàsc-ere , e suoi composti , si
forma il pas- sato col sopprimere la s , come nac-qui , ed bassi per participio
nato. Anche nuòcere perde L'ititi varii tempi ; come : nocqui , nociuto ,
nociva , noe essi , ec. 6. a Alcuni altri assertivi benché siano totalmente
regolari , pure hanno per passato indeterminato una doppia uscita ? la seconda
cioè irregolare j i34 tali sono: assòlvere , risolvere , spandere, riprè- mere
, presumere , perdere, persuadére , rènde- re , cèdere , fendere , reprìmere ,
dissòlvere , da i quali abbiamo : assolvei , assolsi : risolvei , risol- si :
spandéi , sparisi : reprime! , repressi : presu- metti , presunsi : perdei ,
perdetti : persuatletti , persuasi : rendei , resi : cedetti ? cessi : fendei ,
fèssi : repriméi , reprèssi ec. 7/ Gli assertivi che hanno qualche altra irre-
golarità , oltre quella dei due tempi participio passivo e passato indeterminato
, sono in picco- lissimo numero ; come : porre , tenére , rimané- re , godere
> bèvere , parére , trarre , va/ere , volere , dolére 9 vedére , cèdere ,
potére , sapere , dovére , sciògliere, injlàere. Assertivi irregolari della
terza Coniugazione. * Sàlìre Sai- ire • Salente o cagliente Salito, Salendo.
Salgo o Salisco , sali o salisci , sale 0 saliscc « Saliamo o sogliamo, salite j salgono o saliscono. Queste voci benché
siano in corso ambedue, pure do- rrete o giovanetti essere avveduti nel non
prevaletene ad ar- bitrio, per es. direte acconciamente : gli angoli saghenti :
la turba salente ci riucuora ; ma non già dir potrete : gli angoli salenti , la
turba fagliente , ec. Saglio antiq.
Saggio erroneo. Sagli : sai, antiq. Saghe : sae, antiq. Salimo antiq. Salghiamo :
sagghiamo antiq. Saglite antiq. 17)
Sàgliono poet. Sagrano: Salgano, erron. Saliva (1) , .Salivamo Salivate, salivano . Salii ... Sali. Salimmo Saliste Salirono ... Salirò ... Salga 0 salisca (il) j salga o
salisca (12). Sa- lianio o sagliamo , saliate o sagliate 7 sàlgano o saliscano. Salissi, ec. Salirèi,
Saliremmo, Salireste, Salirebbero. Collo stesso andamento si conjugberanno gli
assertivi' , assalire , soprassalire , risalire , ed anche abborrirc. • *
Cucire — Cuc-ìre. Cucito , cucèndo. Cuci^ tu , cucia quegli 5 cuciamo noi ,
cucite voi , cuciano. Salivo antiq.
Salia poet. (2) Salavamo: Salimio erron. Salivi erron. (4Ì Salieno antiq. Saliano poet.
Salivono erron. Ì[5\ Sagli antiq. Salsi poet. Soletti erron. 6) Salute antiy.
Safce ; Saiio poet. Salette, Saline erron . Salissimo erron. Salisti erron. Sàlsono
antiq. Sàlsero : salirò : salir, poetiche. Solette- To erroneo, fioì Saglirò ,
«arra antiq. Saliròe erroneo. (111 Soglia poet. Sagga erron. Salghi : saliseli antiq. Sagga erron. Salghiamo, sagghiamo erron. Salghiate erron. Sogliono antiq. Salgano: salghino erron. J
Saglirei : sarrei antiq. Salirla poet. SaUrebbi erron. fi Salirébbamo : salire ss imo erron. (18Ì
Saliresti erron. SaUrebbono antiq.
Salirìano poet. Salirébbano erron. Digitized by Google i36 Càcio , cuci, cuce.
Cuciamo (2) , cucite, cuciono . Cuciva ... Cucivamo, Cucivate, Cu- civano.
Cucii , cucisti , cuci . Cucimmo ,^ Cuciste (, Cucirono. Cucirò, ec. Cucia ,
cucici^ cucia , cuciamo, cuciate , cuciano* Cucis- si , ec. cucissero (ia). Al
modo stesso si coniugano scucire , sdrucire y riuscire. Dire D-ire . Diccnte , detto , dicendo, Dì tu, dica
egli ^4). Diciamo (i5)noi, di- te voi (i6>. Dicano Eglino (17). Dico, dici
(18), dice; Diciamo , ZWfe , Dicono . Oro e'rron. Cucirno antiq. Cuchiamo erron. Cuciano erron . Cucivo antiq. Cacìa poet. Cuciamo erron. Cucivi erron. l-j) Cucieno antiq. Cuciano
poet. Cucivano erron. Cucitte erron. Cucissimo erron. (10Ì Cucisti erron. (
Cucirò: cucir poet. Cucirno: cuciano : cucitlono, erron. ?i2j Cucissino erron.
Ii3) Viceré antiq. (14) Z>*c/u erron. fi5) Dichiamo erron. ir6) Dicete
erron. (17J Dichino erron. (18) Di* è in corso. Dii : die antiq. Dichi erron, Dicemo antiq. Dichiamo: dtmo erron. Z>/c«?te antiq. (ai) Dica/io erron. Diceva,
Dicevi, Diceva } Diceva- mo, Dicevate
(5), Dicevano Z?ìm'' , Dicesti , Dicemmo Diceste, Dissero (n)- Z^i'ca (12),
Dica Dica. Diciamo (i.fì, Diciate (i5), Dicano (16). Dicessi ec, Direi 5 ec. Invece di cfcco *o non dovrà mai farsi
uso né di diV io , né di die/*' io , espressioni affatto in- grate alle
orecclàe armoniose dei scrittori. Nella stessa maniera devono conjugarsi : con-
traddire , ridire , maledire , predire , sopraddi- re , soprabbenedire. Fra gP
irregolari di questa classe devono an- noverarsi ancora : Morire , premorire ,
rimorire : udire , disudi- re : uscire , riuscire : empire , seguire, prose-
guire , perseguire , inseguire , conseguire : Venire, invenire, antivenire , svenire,
avvenire, sopravvenire , provenire , prevenire , pervenire , avvenirsi :
Aprire, coprire: e tutti i loro composti. Dicevo antiq. Dicei erron. Dici a
antiq. Dicea poet. Dicémio errori. Dicevi: di davate erron. (6) Dice ano : dicién
poet. Dicevono erron. Dicéi erron. Dice
: dicette erron. Dissenna : dicessimo
erron. '10) Dicesti erron. 11) Dissono: disseno anliq. D issano erron. [il.) D
ga : dighi ; erron. (i5j Die hi erron. Dichiamo erron. i5) Dichiate erron . Ji6j
Dichino erron. 17) Dlerei antiq. Dina poet. Direbbi errore i38 Udire. Questa
verbo prende la (*/) nelle voci accentate nella prima sillaba ; come ode , odi
, òdono. Dunque non si dirà odiamo, ma udiamo. Uscire. "Esco, esci, esce,
escono; esca, escano. Venire. Vengo, vieni, viene; venni, venne, vennero ;
venga , ventiliamo , venghiate , venga* no, verrò , verrai , ec G'/wo antiq. Già poet. (3ì Giano : gieno poet. (4) G/0
poet. («*)) Gissimo erron. (6) Giro girno , gir , irò , ir t poet. Girno erron.
(7) Gwjì erron. (8) Gisti erron. (9) Gissono anticj. fio) Gir ebbi erron. (nj
Girla poet. Gircbbamo errori. 13) Giresti erron. 14) Girtbbono antiq. Girluno
iriano , girieno poet. Assertivi uni-persoxali cioè colla terza persona del
singolare , ed anche con qualche altra per- sona , chiamati impropriamente
impersonali Qpi'i- vi di persona J. Piovere. Piovente , piovuto , piovendo.
Piove. Piovèva. Piovvi o piovei(i), piovesti, piovve o piove (a). Piovemmo ,
pioveste , piòvvero o piover ano (3). la simil guisa procedono : tonare,
lampeggiare , balenare , nevicare , grandinare > ec» Dolere. ( soffrir
dolore in qualche parte del corpo ). Dolente, Doluto, Dolendo* Dolgo (4)i duoli, Dolsero Dorrò ec. Dorrai ec. Dolessi ec. Dorrei ec. Essersi
addolorato. Essere per dolersi , arere a dolersi. 1) Piovetti antiq. Piobbi
poet. 9) Piove t te antiq. Piobbe poet. 5) Ptòuvono, piuvettcro , piovettono
antiq. Piòbboro, piòb- bono poet. ,4) Dàgt*° P°et. Doggu erron. SJ Dotrìi ,
duoi erron. 6) 2}o7o/c« erron. 12) .Dove antiq. Z)o/e erron. x3) Dòisamo ,
dolessimo erron. Dolesti erron. iSj Dolsono antiq. Dolerono erron. 6) Ztokrò
antiq. Xfor/àe erron. s Alcuni assertivi hanno il participio passivo con loppia
uscita, sopprimendo cioè at , come Acconciato acconcio. Adornato m adorno.
Avvezzato avvézzo. Jaricàto carico. Cfì ITO Cornerà to (Conciato - concio W IU|
( 'ansato casso. Crespato ^1 WwIfU • Dpstuto desto. Fermato férmo. Gonfiato
gonfio. Guastato guasto. Ingombrato ingombro. Lacerato làcero. Liberato libero.
Macerato màcero. Manifestato manifesto. Mozzato Nettàto mozzo. nétto. Pagato
Privato — pago. — - privo. Scemato — scémo. Sconciato — sconcio. Seccato —
secco. Sgomberato «— sgombero. Sgombrato — sgombro. Stancato Toccato Troncato
Voltato Vuotato Scaricato Stampato Saziato Salvato Sporcato Straccato Pestato —
stanco mmm tÒCCO. — trónco. volto, ^-
vuoto. scarico. stampo» salvo, spòrco. stracco» » pésto. Il gerondio (i) ecpiivale
all' indefinito accompa Tra l’altre maniere d’esprimersi, che dai latini sono a
noi passate, vi è ancora quella che, a loro imitazione, viene chiamata
gerondio, della quale i latini hanno fatto un uso più esteso di noi; poiché:
mentre noi abbiamo terminai tutti i gerondi in “o,” essi ne avevano in “o,” in “j”,
ed in “um.” I latini, per evitare la ripetizione dell'indefinito, e per avere
una maniera di più per esprimersi, pensarono d'introdurre nell'indefinito
alcune inflessioni analoghe a quelle dei l loro casi del nome, sebbene non
egualmente variate, restringendole a tre j per esempio coli' indefinito “amare”
fanno le tre desidenze “amandi”, di amare, “amando”, dall' amare, “amandum”, ad
amare, i e queste maniere le dissero “gerundi” dalla voce gerere che vuol dire
fare le veci degl'indefiniti. Di queste TRE maniere noi non ne abbiamo ritenuta
che una, e questa è in “do”; per es. “fallando”, che equivale all' “errando
discitur” dei latini, ed al nostro “col fallar” s J impara. Ma a questo stesso
nostro unico gerondio abbiamo noi data t44 gnato dalla preposizione “con”, e
forma proposizione : p. e.: “con lo studiare apprenderete” = “studiando
apprenderete.” Così: “Se volessi applicare potresti ec. = “applicando potresti”
ec. Qui il gerondio supplisce ad una PROPOSIZIONE CONDIZIONALE, o CAUSALE. Dunque
il gerondio, oltre la sua SIGNIFICAZIONE CONDIZIONALE, include in un modo
occulto – IMPLICATURA di H. P. GRICE -- affermazione ed azione. E poiché in se
stesso è indifferente a qualunque tempo, perciò prende i tempi dell'assertivo
principale con cui si associa. P. e.: “studiando apprendi” sarà presente: “studiando
apprendeste” sarà passato: “studiando apprenderai” sarà futuro. Inoltre i
gerondi, come che capaci d’associarsi a qualunque persona, prendono quella
dell'assertivo reggitore. P. e.: “amando i nostri simili saremo da essi amati”.
Qui “amando” è di persona prima e plurale
\ sarà poi persona terza plurale: dicendo: “Gl’uomini beneficando i loro simili
ne vengono compensati, sperimentando essi una soave compiacenza. Alle volte il
gerondio ama di accompagnarsi con la preposizione “in.” Per es.” in gareggiando”,
ec. Conviene però usarne a proposito, e
senza aria di ricercatezza, anzi con molta sobrietà, come vedremo. Il gerondio
non si usa coi pronomi me , te in caso bbliquo NON potendo dirsi : “facendo te
il tuo dovere” – cf. H. P. Grice on “Socrates whatted in Athens”. Ma dovrà
sempre ado orarsi in caso retto , io y tu. Cogl’altri pronomi però potrà il gerondio
unirsi tanto in caso retto, come in caso ur.a estensione maggiore di quella che
NON ha presso i latini, poiché, non solo lo preferiamo spesso ai participi, col
dire: yeggeudo il pericolo j invece di “veggente il pericolo”; ma lo facciamo
bene spesso supplire a ll J espressioni dell'assertivo di modo soggiuntivo,
come in qualche esempio già addotto. obbliquo, secondo l’esigenza, e dirassi,
per es. vedendo egli il pericolo, se ne fuggi; siccome pure: non curando egli
il pericolo, non verrà compatita la sua disgrazia. Le preposizioni – H. P.
Grice: “The sense of “to” – the sense of ‘BETWEEN’ -- di, a, da (i) chiamate
segnacasi, servendo, come si è veduto, ad esprimere con concisione il rapporto
tra due idee formano delle vere proposizioni. I latini spiegano i rapporti
espressi da queste preposizioni dando al nome certe particolari cadenze le
quali dobbiamo riguardare come vice assertivi formanti proposizioni, come si è
già osservato riguardo alle cadenze delle voci verbali. È opportuno d’esporre
una varietà di In vece della preposizione a si odopera anche da, dicendosi
egualmente “bene venne a lui” e “venne da lui”; ed a si pone anche in luogo di
con; per esempio: “nutrito a latte, cioè “CON latte.” Cosi invece delta stessa
da si pone per, ma in senso passivo, dicendosi: “farò PER me quello che si
potrà”, cioè si farà DA me. La preposizione “con”, seguita dall'articolo il, od
ì ama di essere combinata coll'articolo; come ne' seguenti esempi: “col figlio”
j co* figli, “cogli studenti” -- in vece di “con il figlio”, “con i figli”, “con
i studenti”. Suolò anche la preposizione con posporsi, e combinarsi con pronomi
personali, sottraendo la “n”. Esempi “meco”, teco” ec. anzi non di rado si RADDOPPIA
dicendosi: “con meco”, “con teco” ec. Osserveremo ancora in questo luogo: che
non sono concordi fra loro i grammatici, sul numero delle preposizioni. Alcuni
fra essi le moltiplicano assai – cf. H. P. GRICE: PREPOSITIONES NON SUNT
MULTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM, ponendo fra le preposizioni molti avverbi
ed anche nomi, cui si sottintende – IMPLICA intende – sottintende – soprintende
-- qualche cosa; come prima, verso, sopra, disotto, dentro, fuori ec, hanno
queste voci 1'uno o l'altro significato, secondo l'uso che se ne fa. La
preposizione “in” unita agli add iettivi dà loro il SIGNIFICATO NEGATIVE:
infelice, infausto , incomodo ec. – H. P. GRICE: QUESTO E ERRONEO! ETIMOLOGIA
DIFFERENTE! Rapporti espressi mediante le preposizioni. Rapporto di luogo =
Ivi: colà: quassù: altrove: dovunque: ec. Rapporti di azione con tempo limitato
= finché: fino a tanto che: fino: in ultimo: ec. Di modo di agire = a senno: a
capriccio: a talento: a dispetto: a posta: di nascosto: volentieri: ec. Di
qualità sss Lene: meglio: ottimamente; male; peggio: ec. Di preferenza =:
piuttosto: prima: ec. Di similitudine = siccome: come: cosi: a guisa di:
similmente: parimente: ec. Di quantità o numero = molto: assai: troppo: quanto:
pòco: alquanto: meno: solo: soltanto, abbastanza : ec. Di probabilità = forse:
circa: presso a poco: quasi: ec. Di diversità e contrarietà = altrimenti:
diversa- niente: al contrario: ali 1 opposto; nondimeno; tuttavia: ec. Di tempo
presente =r oggi: adesso: ora : ec. Di tempo passato ssa ieri: dianzi: innanzi:
prima: poco ùl; or ora; per ¥ addietro; per lo passato: ec. Di tempo futuro =
domani: in avvenire: per l’avvenire: fra poco: in breve: ec. Di continuazione
dell’azione con il tempo — tuttora: ancora: sempre; ec. Di durata fino al
momento presente --finora, fino ad ora: ec. Di successione di una cosa ad un
altra: di w tempo ad un altro = dopo: dipoi: appresso: quin ili; d'allora in
poi ec. Di due cose od azioni ad un medesimo tempo = intanto: frattanto: mentre
: ec. Di tempo indeterminato = quando: qualora: ogni qual volta: ec. Di azioni
ripetute con i tempi corrispondenti ss ogni volta; spesso, spesse volte:
sovente: di rado: alle volte: tal volta : ec. Di azione con brevità di tempo =
subito; presto: tosto : immantinente: ec. Di azione con lentezza di tempo =
tardi: a da* gio: a bell'agio: piano: a poco a poco: ec. Di approssimazione =
quasi, incirca ? a un di presso , ec. Di esclusione — senza, nè , neppure 5
soltanto 9 solamente 9 ec. ec Dopo tutto ciò, si domanda: se le parole che i
grammatici chiamano preposizioni, aver dovrebbero questo nome? Nò certamente,
se si riguardi l’officio loro nel discorso. Dovrebbero piuttosto avere due
denominazioni, e chiamarsi “inter-posizioni” e “com-posizioni.” “Inter-posizioni”,
perchè distinte stanno FRA DUE VOCABOLI } ed, a guisa di anelli di connessione,
fanno 1'officio di legame, sì per il vocabolo che precede 9 come per quello che
segue \ si dovrebbero poi nominare “composizioni”, perchè, incorporate ad altre
parole, formano, come abbiamo accennato, delle vere pro-posizioni.
Congiunzioni, La “e” – H. P. GRICE: “AND” “BUT” -- non fa sempre l’uficio di
copulativa, a dopandosi talvolta per dare non so qual enfasi al discorso, per
es.: “And did those feet...” “E fino a quando avrò a soffrire?” Pure posta al
principio della frase vale lo stesso che “nonaimeno,” o “ciò nonstante”. Quando
s’adopra i48 per ancora vuol essere preceduta da altra parola. Ma significa per
lo più contrarietà – cf. Grice: She was poor AND honest.” Quando fa intendere –
IMPLICATE SOTTINTESO -- accrescimento viene allora in seguito di non solo. Nè
si replica d 1 ordinario e si associa a quelle voci cui conviensi la stessa
negazione per dar compimento ad uua frase. Se i o è condizionale, o dubitativo.
La “se” ipotattica subbordinante condizionale regge il soggiuntivo quando l’altro
assertivo è soggiuntivo 5 come, “se potessi ajutarti”; pure al MODO INDICATIVO –
cf. H. P. GRICE: “INDICATIVE CONDITIONALS”; come: “spero, se vieni, che sarai
soddisfatto.” La
se” dubitativa regge SEMPRE il soggiuntivo^ come: “Non so, se io possa
abbracciare il partito.” Le altre congiunzioni condizionali, purché, qualora,
quando, sòl che ec. vogliono SEMPRE il congiuntivo; per esempio: ti servirò,
purché 10 possa. Le congiunzioni affinchè, acciocché, perchè ec. vogliono SEMPRE
il soggiuntivo. Lo stesso dicasi in generale delle congiunzioni quantunque,
sebbene, bencfiè , avvegnaché, co* mechè ec. Vi sono dei casi nei quali queste
congiunzioni possono reggere ANCHE L’INDICATIVO. Per es.: “si può cercare,
sebbene io sono -- o sia -- certo che t conciosiackè , conciotiacosackè, -- If
you were the only girl in the world and I were – was – the only boy -- ec.
reggono il congiuntivo. Che serve sempre di legame per unire un concetto ad un
altro, benché prenda mille forme nel discorso per es.: Che fai? che pensi? che
pur dietro guardi; ànima sventurata che pur vai. Cosa è: auello che fai, cosa
pensi? perchè pur guardi indietro, o anima sventurata, la quale pur vai ec. Qui
la parola che ora fa le veci di una completa proposizione, ora fa da avverbio,
ed ora da pronome congiuntivo. Ma il che
oltre fare le veci di pronome congiuntivo indeclinabile per tutti i generi >
numeri e casi; come: Quel Dio che atterra e susciti che affanna e che consola;
serve anche a formare delle proposizioni o suibordinate, o incidenti, come per
es. “Coloro, che amano gl’uomini virtuosi, desiderano che voi siate felici.” Questo
è un pensiero espresso con TRE proposizioni collegate fra loro; cioè: “Coloro
desiderano” – “che amano gli uomini virtuosi” – “voi siate felice”. Ma la
proposizione: “che amano gli uomini virtuosi” potrebbe essere tolta giacché,
senza d’essa, si avrebbe un SENSO FREGEANO COMPITO COMPIUTO; e questo sarebbe: “Coloro
desiderano che voi siate felice”. Or bene la suddetta proposizione seconda è
incidente tra le altre due proposizioni: “Coloro desiderano, che voi 6Ìate
felice.” E la proposizione “che voi siate felice”, essendo dipendente dalla
antecedente: “coloro desiderano”, e con questa essendo legata in modo, da
determinarne IL SENSO FREGEANO; perciò chiamasi proposizione subordinata – cf.
H. P. Grice on ‘if’ and Cook Wilson --, ed equivale il secondo che alla
proposizione una cosa e questa è. Riteniamo adunque: essere proposizione incidente
quella senza la quale il discorso avrebbe tuttavia SENSO FREGEANO COMPITO O
COMPIUTO; bene inteso – sottinteso -- però che NON AVREBBE ESSRESSO per tal
mancanza completamente il pensiero – H. P. Grice: “Ah, for a cooler spring!” --;
così nell’esempio addotto, togliendo la proposizione incidente, “che amano gl’uomini
virtuosi”, resterebbe:
“Coloro desiderano che v possiate scrivermi come Francesco I. a sua madre dopo
la battaglia di Pavia: “Tutto è perDUTO FUORCHÉ ONORE.” Diamo termine a questo
articolo fissando-, con- venire; Il
celebre Pascal così termina una sua lettera: “Perdonami se sono stato sì lungo:
mi è mancato il tempo per essere più corto. H. P. GRICE: “A geniality: cf. ‘be
brief: avoid unnecessary prolixity [sic].” Apprendete da ciò che dovete molto
riflettere per nou negligentare lo stile delle vostre lettere famigliari»
Questa negligenza vi esporrebbe ai! a censura di chi le legge. Se la forza
dell'AMOR PROPRIO – H. P. GRICE BUTLER -- trattiene l'uomo dall' accordare ad
altri se non che difficilmente la sua stima, lo spinge ancora ad abbracciare
con piacere uu motivo qualunque per toglierla, o diminuirla. i64 i.o Che nella
tela delle parole tutte siano escluse le oziose – H. P. GRICE: “BE BRIEF (AVOID
UNNECESSARY PROLIXITY) [SIC]”, perchè oltre il risparmio della scrittura e del
tempo 9 la sentenza verrà più forte, più sentita, e più atta a ritenersi. Che
si usi temperanza nelle descrizioni d’ogni maniera, volendo il dir nostro
direttamente con pesati sensi procedere. Che le similitudini siano strette in
modo che talora, anche in una sola voce si fondino. Che evitinsi possibilmente
i gerondi, che sempre obbligano f iucominciamento della sentenza con troppa
pompa, e con suono monotono e lento. Che de' traslati (vedi p. ig) sia parsimonia
purché il discorso non prender debba impeto guerriero e sdegnoso. Armonia del
discorso. L' arte di formar bello il discorso ed armonico dipende ancora da
certi giacimenti, come quas meccanici, di voci che ne compiano l’armonia dote che tanto procacciò di seguire lo stesso
divin Tullio CICERONE (vedasi), che ogni gran cosa avrebbe quasi preter- messo
anziché tradire quello che egli dicea suprema giudizio dell’orecchio. La
bellezza ed armonia del discorso italiani) già fu da noi avvertito derivare
precipuamente dalla avveduta disposizione delle cougiunzioni e dalla scaltra
posizione delle preposizioni. Non vogliamo però lasciare d’osservare eli nuovo
che il collocamento dell’indefinito prenderà una gran parie nell’eleganza ed
armonia del discorso medesimo. Per servire all’armonia si adducono dai grammatici
specialmente tre figure denominate pleonasmo ? enallage 7 iperbato. IL
PLEONASMO aggiunge in più casi ciò che non è di assoluta necessità, ma che pur
serve a conciliare al discorso spirito e grazia. L’ENALLAGE significa
sostituzione, figura più frequente presso noi che presso i latini, e consiste nell’usare
di una qualche parte del discorso in luogo di un'altra sua parte i come per es.
l'aggettivo invece dell'avverbio; un modo invece di altro modo; un tempo per un
tempo f indefiniti per sostantivi, assertivi per assertivi; ec. L’IPERABATO, greca
voce che significa trasposizione, consiste nella posizione di una parola piuttosto
prima che dopo di un 1 altra parola. Riguardo all'armonia ci limiteremo a fare
avvertire: che fra le congiunzioni, segnacasi, avverbi, e preposizioni deve
porsi 6empre uno stretto rapporto, o richiamo, viziose essendo le sentenze che
procedono per copulativi. Che si preferisca la desinenza dell' indefinito dell'
assertivo, ove accrescasi l’armonia, SENSA PREGIUDIZIO DELLA CHIAREZZA – H. P.
GRICE: CLARITY AIN’T ENOUGH! “Be perspicuous [sic]”. Del resto non solo dai
sterili e freddi PRECETTI apprender dovete a far procedere il vostro discorso
con chiari, armonici, dolci, variati, ed eleganti modi, e che spedito e rapido
scorra e saetti con tanta forza come strale al bersaglio; ma molto più dalla
pratica acquistata sui migliori e principali scrittori che fanno servire
primieramente ai pensieri le parole, e poi anche alle parole i pensieri – cf.
H. P. GRICE: “MODELS OF IMPLICATURE: STUDIES IN THE WAY OF WORDS, NOT IN THE
WAY OF IDEAS, NOT IN THE WAY OF THINGS!. Non dovete però obliare l’avvertimento
sanzionato anche da MONTI (vedasi), che gl’ornamenti nella favella non istanno
bene ad ogni ora. li mostrar negligenza in alcuna leggiera cosa, col non dir
sempre nel miglior modo, spesse volte merita commendazione # perchè codesta
negligenza, quasi disso- i66 Certamente i dotti autori che scrivono per farsi
intender dal popolo, e non già i grammatici sono i veri maestri delle lingue.
hi parlò Lene, e bene si scrisse anche prima che vi fossero teorie grammaticali,
le quali non sono giuste se non siano dedotte da sensate osservazioni su de 1
buoni scrittori, e sulle migliori maniere di parlare della nazione vivente;
quem penes ARBITRIVM est, et IVS, et NORMA LOQUENDI. ORAZIO (vedasi) APPENDICE
* i Ortografia. I Grammatici si estendono ancora a parlare della ortografia,
che insegna: i.° a scrivere i voca- boli correttamente , componendoli cioè con
un esatto numero di vocali (2) e di consonanti (3) : 2,0 A frapporre nel
discorso scritto certi segni nanza musicale , può servire a dare un maggior
risalto a\\c principali bellezze della favella. Che anzi col troppo calcare la
lima potrebbe anche accadere di mordere spesso sul vivo, e di portar via colla
parte viziosa la sana ; e allora , per sover- chio desiderio del meglio , si
andrebbe a cadere nel peggio. (1) Chi avesse consumato tutta la sua vita nell'
apprendere le lingue senzachè col loro mezzo fosse pervenuto alia cono- scenza
delle utili verità per mancanza di tempo, a questo po- liglotta si converrebbe
torse meno il titolo di sapiente che ad un buon'artista che sapesse bene la sua
propria lingua. (a) Due vocali che formano sillaba e pronunciansi con una soia
missione di voce che si appoggia in modo su di nna delle due vocali quasiché assorbisse
1 altra dicesi dittongo , voce greca che significa dui-sono ( due suoni ) : per
es. au-ra , pìe-no , chia-TO , buo-xxo , fia to , cie-\o, ec. Le consonanti si
distinguono in mute e liquide. Le mute hanno l'appoggio di una vocale dopo di
loro, e le liquide avanti onde sono mute le b, c, d, g, p, q, t, sono poi le ,
f, 1 , m , n \ r , s. chiamati interpunzioni per far distinguere i sensi
diversi delle frasi, e le pause del discorso. E benché abbiate voi già appreso
nel compilare la maniera di pronunziare le parole e l'esatta combinazione delle
vocali e consonanti che servono a comporle, e le pause ed i variati suoni da
darsi ai periodi; pure vi saranno opportuni gli avvertimenti che sieguono. Alcune
voci indifferentemente si scrivono con c o con z, come: “ufficio” t sa “uffizio”,
“beneficio” = “benefizio”, “indicio” = “indizio”, “annunciare” = “annunziare”, “pronunciare”
= “pronunziare”, ec. La h si scrive nelle interiezioni oh! ahi! deh! ah! ahimè
o ohimè, ec. dando una qualche aspirazione al suono delia h \ aspirazione che
NON ha luogo nelle voci “ho”, “hai”, “ha”, “hanno”, le quali, volendosi ora mettere
la k , dovrebbero accentarsi per distinguerle da altre voci diverse, come si è
già osservato, ed è perciò che potrete scrivere avvi, avvene, piuttosto che “havvi”,
“havvene” y ec» non avendo luogo equivoco alcuno in simili combinazioni di
voci. La j lunga, tanto al principio della parola quanto frapposta a due vocali
, fa l’uficio di consonante; come “Jacopo”, jattante , jattura ; Ajo ,
strettojo , gioja , librajo, ajuto, voci che ci danno nel plurale, strettoi ,
librai , ec. In fine di vocabolo la “j” ora equivale ad 1, ed ora aa ii , cioè
può scriversi con il solo i in quei vocaboli che terminano nel nominativo con
io ed hanno l’accento nell’antipenultima vocale, come: prèmio, òzio, scòglio
figlio, occhio, frégio, ec. voci che ci danno nel plurale: “prèmi”, “ozi”, “scògli”,
“Jigli”, “occhi”, “fregi”, ec. Che se l'accento cadrà nella i dell' io allora
alla j del plurale si sosti tui- 1 i68 ranno due li , onde da pio , resilo ,
natio , ec. avremo pii , restii, natii,' ec. Similmente richiedono due ii tutte
quelle voci che scritte con una sola i avrebbero un diverso si- gnificato , come
, adempii , per distinguerla da adempi , desiderii , per non confonderla con
de- sideri , principii ben diversa dalla voce Princi- pi i ec * Prendono la
sola i finale nel plurale quelle voci che nel singolare hanno la desinenza in
ciò , gio, glio ; onde diremo: agi , indugiagli, ec. Così le voci in aio, eio,
oio, uio, finiscono in i; per es. fornai, pompei , rasoi , bui , ec. Le voci
che terminano in mio, mo, prendono due 115 per es. dominio, domi ni ì , ec.
cosi le voci in bio , i = evvi, dà-Wi=: dammi , và-ne = vanne , Sta ti = statti
ec. 4«° Che quando la prima voce componente sia uno dei monosiliahi : a , e , i
, o , eo , so, j« , da , fra , ad, allora dovrà raddoppiarsi la con- sonante ,
e scriversi accorrere, eccedere, irrigare, opporre, commovere, sollevare, accedere,
dabbene, rammettere, raddrizzare, ec. Deve però eccettuarsi la voce comandare,
e quelle nelle quali la seconda voce componente incomincia con la s impura }
come aspirare , istillare , ec. All'opposto non si raddopppia la consonante se
la prima delle voci componenti o è di più sillabe, o non finisce con vocale
accentata 5 come: portami, vedilo, godesi, sottoposto, oltremodo, ec. Devesi
però accettuare eo/*/rapporre, soprattutto, a/frettanto, o//racciò, ec. Se la
prima voce componente è uno dei mo- nosiliahi de, re, prc; come: deridere,
relegare, premettere ec. Il monosillaho di fa raddoppiare la /*, e la s, come
dift idere, dissimili, ec. fuorché alle voci diletto, d/fendere; ed anche il
monosillaho in, se r altra voce componente incomincia con la n, come /anato ,
z/inumerahile; e qualche volta ancora, henché la seconda voce componente
incominci con vocale, pure si raddoppia la n del monosillaho in, come , ìnn
ibbissftre , innalzare , /anamorarc, in- nanzi, e c. Il monosillabo ri
raddoppia soltanto in 170 rinnegare, rinnovare , nnnestare: se in sebbene,
neppure: prò in ^roccurare, ^rofElare, provvede- re , benché queste tre voci si
scrivano ancora sen- za raddoppiamento. Gli assertivi taccio, piaccio , giaccio
, i quali fuorché in taccia, piaccia, giaccia, tacciano, piaccano , giacciano ,
hanno tutto il resto con una sola c; pure nei loro passati, invece di raddop-
piare la c , prendono la q , scrivendosi tacqui, giac- qui ? piacqui, tacque,
giacque, piacque, tacque- ro , giacquero , piacquero. Lo stesso si dica del- le
voci nacqui, acqua, acquisto, e di altre si- mili. Le voci aquila , aquario
scrivonsi senza c. 8.° IVon si raddoppiano quasi mai le conso- nanti d, m, n, r
, v , z innanzi la 1; comete- dia , premio , gloria , savio , ec. eccettuate le
vo- ci mummia, bestemmia, pazzìa e qualche altra. q.° La z non si raddoppia
innanzi alla 1 se- guita da vocale, onde scriverete : azione , vizio , letizia,
ec. £ quando deve raddoppiarsi è seguita da una vocale diversa dalla i$ come
bellezza, *>ez- zo , pazzo , ec. Lettere maiuscole. Maiuscola sarà la
lettera nel principio del vo- stro discorso, e de' suoi periodi; nei nomi pro-
pri , nazionali, ec. Nei nomi di ceto rispettabile come Senato, Magistrato^
Collegio, ec. Potranno essere tutte maiuscole lenètture di un intero vo- cabolo
degno di particolare osservazione , ed an- che quelle di una forte sentenza. Potrà
ancora essere maiuscola la prima lettera di un qualche concetto sentenzioso
posto dopo due punti. Sillabe Più di una vocale non può entrare in una sillaba
, salvo i dittonghi. Anzi talora una sillaba è formata da una sola vocale come
in a-mo-re. Possono però concorrere più consonanti per for- mare una sillaba*,
come p. e. nella parola strappa re. Per sillabare con esattezza bastino le
seguenti avvertenze. La consonante raddoppiata deve dividersi per formare due
sillabe \ per es. yen-dct-ta 7 fra-Jc/- loj stesso, ec. Se tre consonanti
insieme si troveranno entro un vocabolo, la prima dovrà unirsi conia vocale che
la precede, e le altre due faranno sillaba con la vocale che siegue; per es.
orn-bra , scrn-pre, in- cli-to. Deve però eccettuarsi la la quale ben- ché sia
la prima delle tre consonanti, pure si as- socia colle altre due e forma una
sola sillaba con la vocale che viene appresso:, p. e, disastro, con-
stru*zio-ne. Devono però eccettuasi i vocaboli com- posti 5 come : dis-por-re }
dis giungc-re, dis- fa-re ^ instrui-re, ec. Lo stesso discorso ha luogo per la
/ in eguali combinazioni. Alla fine di riga, se si deve spezzarla parola, non
deve spezzarsi la sillaba ; e dovendo terminarla in consonante apostrofata ,
conviene porre la conso- nante a far sillaba ^co 1 ' i vocale della voce che
segu*. * Interpunzione, i. L' interpunzione consiste nel frapporre certi se-
ti) Per meglio comprendere l'utilità della interpunzione bagni convenzionali
alle nostre scritture per rappresentare per così dire in rilievo i diversi
significati delle sue proposizioni, frasi, periodi, sentenze, domande enfatiche
ec. per avvertire il lettore delle pause e tuoni variati che devono accompagnare
la sua lettura. Il punto fermo, “.”, ponendosi alla fine di un periodo, che
presenta il senso interamente compito – il CLISTICO di R. M. HARE, CITATO DA H.
P. GRICE – PARTICOLLE SUB-ATOMICHE --, serve a segnare il termine del periodo.
Li due punti, ;, servivano a far distinguere i diversi membri del periodo. Ma
ora vengono riserbati per indicare un esempio, o una sentenza, che vuole
addursi , od anche un concetto di par- ticolar significato. Il punto e virgola
(;) è stato sostituito ai due punti per marcare i membri , e partì del periodo.
La virgola (,) ci fa distinguere le parti mi- nime deì periodo, cioè una frase
dall'altra, le proposizioni incidenti, e !e subalterne dalle princifoli. Il
punto interrogativo, ?, si pone dopo una proposizione o frase , o membro che
include interrogazione 5 o domanda j p. e. parla , dimmi che fu? II punto
ammirativo, !, ha luogo dopo una qualche proposizione che merita ammirazione
perchè sterebbe dare un'occhiata ai codici anteriori all'ottocento; ed anche a
quei scritti posteriori al mille, ove restano ancora i vestigi della confusa
maniera di scrivere di quei tempi senza punteggiatura. II discorso parlato
esige punti, ossia riposi per il riguardo dovuto ai polmoni di chi parla, e
agli orecchi di chi ascolta. Per ben proferire le interrogazioni enfatiche è
necessario di sentir vivamente nell'animo l'odio, o l' insulto o la disapprovazione,
o l'orrore, o ec. che esse racchiudono, onde pie- garvi la pronunzia
opportunamente. espone o cosa che sorprende, o cosa strana 5 od anche un grave
errore. U punto sospensivo, ..., serve ad indicare una lacuna nel discorso,
essendosi sospeso il prosegui- mento o perchè è per se stesso patente, o per-
ché conviene immaginarlo anziché esprimerlo. Il punto unitivo, -, si pone fra
due parole per indicare che ne formano una composta $ p. e. al- to- tonante.
Nella parentesi ( ) viene inserita una proposizio- ne che sembra così estranea
al senso del periodo da interromperne quasi il significato, benché vi tro- vi a
rigore una sede opportuna. Capoverso. Quando in realtà ciò che siegue non ha
col discorso primitivo ne una immediata ne una prossima connessione , allora
sarà opportuna una certa fermata, andando a capo per evitare un tal qual
fastidio prodotto da una successione di parole giammai interrotta. Tornar
faticoso a chi egge, dice Aristotele, quel non veder mai il line di una
scrittura. Dovete poi assolutamente andare a capo quando cangiasi argomento nel
discorso. Apostrofe, ' . Questo segno che indica soppressione di vocale alla
fine di una parola , od an- che avanti il, pure non sempre si esprime, ben- ché
venga soppressa la vocale , per es v : nel man- dar ad effetto 1 unico
progetto. La dolcezza della pronuncia, ed una maggiore speditezza èia forte
ragione che esige elisione di vocale , indicando (1) Tanto il punto
interrogativo , come l' ammirativo dovreb- bero, pors. ancora nell'
incominciamento delle frasi o periodi da' quali vengono richiesti. Allora il
lettore verrebbe avvertito in tempo a variar tono per fare spiccare meglio il
variar dti pensieri. Questa interpunzione viene seguila dai spagnoli. per lo
più con un’apostrofe Y ommessa vocale, li perciò il suo retto uso non potrà
regolarsi che con qualche avvertenza. Questa elisione ha luogo più comunemente
nell’incontro d’un vocabolo che termina in vocale, mentre l’altro con vocale
incomincia; tanto più se le due vocali sono le stesse; p. e. quest' insulto io
1 / sento nel più vivo del cor. Peli doppiamente apostrofato, fa le veci di per
il quando il vocabolo incomincia con altra consonante; come pel tempo avvenire,
pel bisogno; che se dopo la consonante seguirà la co y allora si scrive
piuttosto per lo contrario vento, ovvero “pello contrario vento”; così dirassi
per lo stupore ovvero “pello stupore”, invece di per il stupore, attesoché la /
muta fa asprezza quando è seguila dalla s impura. Per lo stesso motivo invece
di per li studi; ec. convien dire per gli studi; fi questa avvertenza si
estende ancora ad altri aspri incontri di vocali, come per li uomini, dicendosi
per gli uomini. Quelli plurale fa quegli quando siegue la x impura o la z. 4-°
Le voci una ed i suoi composti veruna ♦ nessuna , niuna, ec. quando sono
seguite da nomi femminini che incomincino con vocale sogliono apostrofarsi ,
scrivendo un 1 anima , un* eccellente persona, ec. Mentre alla voce uno ed ai
suoi com- posti seguiti da nomi mascolini che principiano con vocale , si
sopprime la o senza apostrofe 5 per es. un uomo , ver un amico. " sT ^ I •
* L avverbio ora preceduto dalle voci, alla^ tale, Jino | ec. si accoppia colla
voce apostrofata: come alla-ora = a//ora , tale- ora = talora , fino a ora '=
finora , ec. GH, incontrandosi con un altro i , si eliderà; ma Digitized by
Google in altri casi si renderebbe il suono impedito ed aspro. In generale vi
guarderete da quelle elisioni che produrrebbero equivoco ; come: eh' onora il
sag- gio y potendo intendersi : chi onora , ovvero ciò che onora. Accento (*).
Gl'italiani in confronto de' fran- cesi sono parchissimi nelF uso dell' accento
che fac- cia distinguere il suono largo dallo stretto delle vocali , benché
talora si renderebbe ciò necessario per ben distinguere il significato di un
vocabolo da quello di un altro; ed anche per rendere uni- forme in tutta
l'Italia la pronunciazione dei vo- caboli. Infatti in alcune parti , la e
finale degli avverbi si pronuncia larga, pronunciandosi stretta in Toscana e
nella Italia meridionale: tali sono le voci perchè , giacché ec. e per tal
motivo ab- biamo credulo di segnar tali voci con accento gra- ve nella nostra
grammatica. Già s' intende che r accento largo , che si pronuncia con maggiore
apertura di voce, ha il vertice inclinato a sinistra; e che T accento stretto, ',
ha il vertice piegalo a destra, i. Voci di diverso significato dipendenti DalC
accento ommesso, Dall'accento largo o posto. o stretto Balia, s. Balìa , s.
Tèma, s. Téma , v. Terra, s. Terrà, v. Vóto, s. Vòto> ag. Giovanetti
studiosi siate ben persuasi che ogni rostra scrittura nelle altrui m ni diviene
quasi un processo ultimata della vostra ìncultezza; venendovi notati non solo
gl’errori ili concetti! e di lingua ma quelli ancoia d’ortografia Faro , s.
Farò , V. Merce , s. Mercè , s. Porto , s. Portò , v. Rende , s. Rendè , v.
Péro , s. Però, av. Tèste , s. Testé , av. Già , v. Già , av. Di , pre. Dì , s.
La , ac. Là , av. Me , rip. Nè. neg. Mèta , s. Metà , s. Céra , s. C* èra Légge
, s. Lègge , v. Córre, v. Córre , v. Cólto, ag. Còlto,
v. Dècade, s. Decade, v. Lède , s. Lède , v. Tòsco, ag. Tòsco, s. Vólto, s.
Vòlto, ag. Frégi , s. Frégi ,. v. Fèssi , ag. Féssi , v. Tórsi, s. Tòrsi, v.
Pèste , s. Péste , ag. Sóle , s. Sòie , v. Sède , s. Sède , v. Ésca 4 s. Ésca ,
v. Empito, s. Empito , Mézzo, ag. Mèzzo, s. Mèle , s. Mele , s. Pòrci , s. Porci, (
por- re qui ). Tèmi(Dea), Temi , v. Tórre , v. Tórre , s. O Grammatica delle
lingue. Parti del discorso. Del nome sostantivo. Distinzione dei vocaboli. Del
nome aggettivo. Gi^adi degli aggettivi. Dell' accompagna nome. Cap. IV. Del
vice- nome , o pronome. Delle primarie facoltà della mente. Sensazioni e
sentimento. Percezione. Attenzione. Idee. Inflessione. Giudizio. Raziocinio. Evidenza.
Memoria. Cosccnza. VI, fe/io e r/rg/*
assertivi. Proposizione. Argomentazione . » ho Del vice-assertivo (o vice-
verbo). Preposizioni. Avverbi. Congiunzioni. Interiezioni. a_ ?3 » Z . » » )> » 2 ru« 3 » Grammatica
italiana. Nome e pronome. Genere Numero Nomi irregolari ed anomali Caso Segnacasi.
Declinazioni Avvertente importanti Curatteri essenziali dell'assertivo o verbo italiano.
Caratteri accidentali dell’assertivo. Modo indefinito. Voci verbali
indeterminate. Modo imperativo. Modo indicativo Modo congiuntivo Modo ottativo
o desiderativo Persone degl’assertivi e loro numero Conjugazione degli
assertivi Conjugazione del verbo irregolare essere Conjugazione dell' assertivo
irregolare avere. Prospetto comparativo degl’assertivi normali delle tre
conjugazioni regolari. Conjugazione dell’assertivo sfinire.Osservazioni
importanti Assertivi anomali o irregolari Conjugazione delt assertivo andare Analisi
della seconda conjugazione Osservazioni sugl’irregolari colla desinenza della
seconda conjugazione Assertivi che escono di regola. Assertivi difettosi.
Gerondio. Preposizioni esprimenti rapporti. Congiunzioni. Ripieni o riempitivi.
PARTE TERZA. Cap. XI. Costruzione del discorso o sin - Chiarezza del discorso.
Forza del discorso. Armonia del discorso. Ortografia. Della h,j, consonanti
raddoppiate ce. Lettere majuscolc. Sillabe. Interpunzione. » LÌ2 » liiS » i3g » i4Ì » r£5 » » » » ^ » »
» » <i
~IYÌ i Napoli PRESENZA DALLA. GIUNTA PER
LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Vista la dimanda del Tipografo Giovanni Martin con la
quale chiede di voler stampare 1* opera intitolata Principi del discono
accomodati al linguaggio italiano del Professore E. Visto il favorevole parere
del Tteglo Iieróore Signor D. Girolamo Canonico Pi rozzi; Si permette che P
indicata Opera si stampi , però non si pubblichi senza un secondo permesso ,
che non si darà se pri- ma lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver
iico- nomata Mi confronto uniforme la impressione all' originale, approvato. i
» Il Presidente, M. COLANGKLO. Pel Segretario Generale , e Membro della Giunta.
U Aggiunto Antonio Coppola. 4fC Nome compiuto: Enrico Gambioni. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giamboni,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giametta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale --
il volo d’Icaro e l’implicatura di Sanctis – filosofia napoletana – la scuola
di Frattamaggiore -- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Frattamaggiore).
Abstract: Grice:
“At Oxford, we had ordinary-language philosophy; at Bologna, only
EXTRA-ordinary language philosophy counts!” -- Keywords: ordinary-language
philosophy. Filosofo italiano. Frattamaggiore, Napoli, Campania. Grice:
“Giammetta is a good’un, but you gotta be an Italian to appreciate him fully,
or at least have gone to Clifton, as I did!” --
Grice: Giametta’s philosophy is full of Italianateness: ‘il volo
d’Icaro,’ and then there’s his ‘Croceian heterodoxies,’ and most Italianate of
all, the Dantean reference to Nisso, Chiron, and Folo in the “Inferno”! Sublime!” Cura Nietzsche a Firenze. Ha scritto saggi
di critica "eterodossa" su Croce. Cura Cesare. È anche romanziere,
estraneo a scuole o correnti, con storie dalla forte valenza filosofica e
morale; attitudine stilistica: la prosa
di Giametta pare quella di un centauro: sorprendente incontro di letteratura e
filosofia. Nella "Trilogia dell'essenzialismo"
(composta da “Il Bue squartato” -- L'oro
prezioso dell'essere e Cortocircuiti), elabora un proprio sistema di filosofia erede
del naturalismo rinascimentale. L’Essenzialismo è una nuova filosofia, fondata
esclusivamente sulla natura, intesa nei suoi due aspetti, sia come “naturans”
(cf. Grice, implicans, implicaturus) sia
come “naturata” (cf. Grice implicatum, implicatura, implicaturus, implicata).
Grice: “The problem: ‘is ‘naturare’ a good verb?’ --. L’essenzialismo descrive
la condizione umana come determinata dalla combinazione di due elementi
eterogenei: dall’essenza di tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle
condizioni di esistenza, che sono spesso fin troppo diaboliche, a cui sono
sottoposte tutte le creature. Il con-temperamento di questi due elementi
(essenza ed esistenza), diverso in ogni individuo, spiega le ragioni per cui si
afferma o si nega la vita, si è ottimisti o pessimisti...". Alter opera: “Oltre il nichilismo” (Tempi
moderni, Napoli); “Poeta e filosofo” (Garzanti, Milano); Palomar, Han, Candaule
e altri. Scritti di critica letteraria, Palomar, Bari Nietzsche e i suoi
interpreti. – cfr. ‘Grice interprete di se stesso” – “Erminio; o, della fede.
Dialogo con Nietzsche di un suo interprete. Spirali, Milano); “Saggi
nietzschiani” (La Città del Sole, Napoli); “Croce” (Bibliopolis, Napoli); “Il mondo”
(Palomar, Bari); “Madonna con bambina e altri racconti morali, BUR, Milano);
“Commento allo Zarathustra” Mondadori Bruno, Milano); “Filosofia come dinamita”
BUR, Milano), “Croce, il pazzo” (La Città del Sole, Napoli); “Eterodossie
crociane” (Bibliopolis, Napoli); “La caduta di Icaro” (Il Prato, Padova); Introduzione
a Nietzsche. Opera per opera, BUR, Milano, Il bue squartato e altri macelli. La
dolce filosofia, Mursia, Milano. L'oro dell'essere. Saggi filosofici, Mursia,
Milano. Cortocircuito e implicatura -- Mursia, Milano. Adelphoe, Unicopli,
Milano. Il dio lontano, Castelvecchi, Roma); “Tre centauri, Saletta dell'Uva,
Napoli. Filosofi, Saletta dell'Uva, Napoli. Una vacanza attiva, Olio Officina,
Milano. Grandi problemi risolti in piccoli spazi. Codicillo dell'essenzialismo;
Bompiani, Milano. Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, Milano. Capricci
napoletani. Pagine di diario (Marco Lanterna), Olio Officina, Milano; “Il colpo
di timpano, Saletta dell'Uva, Napoli); “Dio impassibile” (Babbomorto, Imola.
Contromano, BookTime, Milano. Il bue squartato e altri macelli, Mursia, Milano. La passione della conoscenza. Pensa
Multimedia, Lecce,. Marco Lanterna, Le grandi oscurità della filosofia risolte
in lampeggianti parole. Lanterna, Contributo alla critica di Sossio (in
Giametta, Capricci napoletani, OlioOfficina, Milano ). Nietzsche Schopenhauer
Colli Mazzino Montinari. SANCTIS nacque a Morra Irpina (oggi Morra De
Sanctis, in prov. di Avellino), al centro di. una zona che fino a dieci anni
prima era stata tutta feudale e di cui gli antichi feudatari ancora sfruttavano
la scarsa ricchezza boschiva, mentre il potere era gestito direttamente dal
clero e dai piccoli o medi proprietari terrieri, anch'essi strettamente legati
alla Chiesa sul piano economico -, sociale e Politico. In questo ambiente D.
trascorse solo i primi nove anni, ma esso costituì sempre per lui un punto di
riferimento, perché sempre egli lo ebbe presente come "polo reale" e,
insieme, come "polo negativo" della storia: la realtà da cui partire
e rispetto alla quale operare per tutte le conquiste del progresso (morale,
culturale, civile). La famiglia De Sanctis apparteneva a quel ceto di
piccoli proprietari del Sud che produceva i preti, gli avvocati e i pochi
medici. Avvocato era il padre di D., Alessandro, che però viveva del reddito
della sua piccola proprietà, prima ampliata attraverso un "buon
matrimonio" locale con Maria Agnese Manzi, poi progressivamente sempre più
dissestata; preti i due zii Carlo e Giuseppe; medico lo zio Pietro (ed anche
per costui la qualifica professionale servì soltanto a sostenere l'orgoglio del
ceto dei "galantuomini"). Come molti esponenti del
"galantomismo" meridionale, don Giuseppe e Pietro Sanctis avevano
aderito alla carboneria (in funzione patriottica e antifeudale): dopo aver
partecipato ai moti carbonari, vissero in esilio per dieci anni, serbando
intatto lo spirito antiborbonico, ma non il patrimonio. L'altro prete, invece,
don Carlo, fece fortuna in Napoli come titolare di una stimata "scuola di
lettere" (un ginnasio privato). D. è trasferito come ospite ed
allievo presso lo zio Carlo. Dai "ricordi" di D. (La vita) si
può ricavare l'elenco delle discipline da lui studiate, con fortissimo impegno,
per tutta la durata del corso quinquennale tenuto dallo zio ("Grammatica,
Rettorica, Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e
romane" e inoltre "l'Aritmetica, la Storia Sacra, il Disegno"),
nonché una serie di notazioni sul metodo d'insegnamento tutt'altro che critico
e innovativo ("Un grande esercizio di mernoria era in quella scuola,
dovendo ficcarsi in mente i versetti del Portoreale, la grammatica di Soave, le
Storie di Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio; tutti
i sabati si recitavano centinaia di versi latini a memoria"). Poiché
i cinque anni di studi "letterari" avevano un completamento canonico
in due anni di studi "filosofici" è iscritto alla scuola di Fazzini,
matematico e fisico illustre, di dichiarate convinzioni sensistiche. Per due
anni, perciò, egli visse immerso nello studio di Locke, Condillac, Tracy,
Elvezio, Bonnet, Lamettrie", o del Genovesi, ma (e questo è un tratto molto
importante, destinato a rimanere come atteggiamento mentale) nell'ottica
"moderata" che era propria sia dell'ambiente familiare sia del
maestro (Il professore diceva che il sensismo en una cosa buona sino a
Condillac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio Voltaire,
Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di
leggerli"). Lo stesso amalgama di aperture progressiste e di scarsa
chiarezza ideologica fu nell'esperienza successiva (quella degli studi
giuridici), in un'altra scuola privata, dove (con l'abate Garzia) D. impara ad
apprezzare soprattutto i codici napoleonici, aprendosi così alla dialettica
giuridica liberale. Questi studi avrebbero dovuto rappresentare il punto
d'arrivo di tutto il lavoro precedente (poiché, scartata una primitiva ipotesi
di carriera ecclesiastica, si pensava di far di lui un avvocato), ma a
determinare una diversa scelta di vita intervenne una grave malattia dello zio
Carlo, in seguito alla quale il peso della scuola cadde sulle fragili spalle
del D. diciottenne, ed egli divenne fonte di sostegno economico per la sua
numerosa famiglia (dopo la morte della primogenita Genoviefa, restavano ben
cinque tra fratelli e sorelle, che sempre in qualche modo gravarono su di lui,
con molte preoccupazioni e ben poche gratificazioni affettive o sociali).
Un altro avvenimento, questo di qualche anno prima, aveva preparato in D. tale
mutamento di interessi e di scelte: il suo ingresso nella "scuola di
lingua italiana" del marchese Basilio Puoti: di un "maestro",
cioè, che rappresentava in quel momento uno dei punti di riferimento più vivi
della cultura napoletana e che presto prese a stimarlo, ad amarlo e a guidarlo.
Ed è in ambito puotiano che nascono i primi scritti a stampa di D.: la sua
volgarizzazione di un brano dell'Eudemia di Giano Nicio Eritreo (Discorso
contro gl'ippocriti), apparsa sul Tesoretto, e la Dedicatoria (sua e del cugino
Giovannino) al Puoti dell'edizione (da entrambi curata) del Volgarizzamento
delle Vite de' santi Padri di D. Cavalca e del Prato spirituale di Feo
Belcari. Non è da qui però che si può ricavare l'immagine complessiva di
ciò che egli era alla fine del suo corso ufficiale di studi e all'inizio del
suo primo magistero. Certo, la competenza grammaticale e testuale e la sensibilità
alle cose della lingua (alla lingua come sistema formale in cui penetrare con
il rigore dell'intelligenza, della scienza e del gusto) erano allora e
restarono per sempre una componente molto importante del D. studioso e maestro
(questo va ribadito, anche per opporsi a una troppo lunga sottovalutazione
critica dell'eredità puristica attiva all'interno della metodologia critica
desanctisiana); ma dalla sua precedente esperienza culturale egli aveva
ricavato anche un complessivo eclettismo nozionistico e ideologico, un evidente
taglio "settecentesco" nell'impostazione del sapere e in più una
vastissima pratica di letture, che egli sottolinea con forza nella Vita e che
si riverbera in tutta la sua opera. Ricostruendo dai suoi ricordi, risulta che
D. Legge con profondo coinvolgimento (oltre a tanti latini, greci, filosofi,
storici e giureconsulti) un'incredibile quantità di classici italiani maggiori
e minori, dai trecentisti a Metastasio, e poi Parini, Alfieri, Verri, Monti,
Foscolo, Manzoni, Berchet, Leopardi, e Fénelon e Voltaire, Young e Scott (ma la
zona moderna ed europea andava rapidamente allargandosi: a poco più di venti
anni, il suo patrimonio di lettura spaziava con sicurezza da Shakespeare a
Richardson, da Milton e Klopstock a Chateaubriand, Lamartine e Hugo. La
professione dell'insegnamento diventò per D. definitiva (grazie all'intervento
del marchese Puoti), più o meno contemporaneamente nel settore della scuola
pubblica (prima alla scuola dei sottufficiali; poi, al Collegio militare della
Nunziatella, prestigiosa accademia militare borbonica) e in quello privato (con
la scuola di Vico Bisi, che Puoti apre per lui, affidandogli all'inizio i suoi
allievi, poi di fatto - a grado a grado - la sua stessa funzione docente). A
quest'ultima esperienza (di cui restano importanti documenti nei Quaderni
discuola e una vasta rievocazione nella Giovinezza) si attribuisce, per
tradizione ormai consolidata, la definizione di "prima scuola" del De
Sanctis. Ma sarebbe forse più giusto comprendere nella definizione l'esperienza
didattica complessiva del decennio 1838-48: il decennio che consacrò il
successo indiscusso del D. maestro, il quale intanto (nelle diverse fasi della
sua frenetica attività) metteva a punto il suo metodo e il suo atteggiamento
critico, mentre andava costruendo intorno a sé rapporti affettivi e
intellettuali che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua vita, e mentre
andava maturando fondamentali scelte ideologiche, filosofiche,
politiche. I numerosi Quaderni di scuola, che documentano il primo insegnamento
desanctisiano, furono in massima parte scritti dagli alunni sotto dettatura del
maestro e finalizzati a raccogliere il "succo" dei diversi corsi di
lezioni, rispetto ai quali si configuravano come veri e propri libri di testo
costruiti in parallelo con l'esperienza scolastica. Si tratta, perciò, di una
testimonianza ampia e diretta del suo progressivo evolversi (a stretto contatto
con la cultura del proprio tempo) dal purismo e dall'illuminismo moderato fino
all'hegelismo, attraverso l'eclettismo, il neocattolicesimo, la partecipazione
alla temperie vichiana e a quella dello storicismo romantico. In vista della
loro funzione manualistica, i quaderni sono divisi secondo le "materie
d'insegnamento" della scuola (alcune presenti fin dall'inizio, altre
introdotte successivamente, come lo stesso D. testimonia nella Vita). La
grammatica è l'insegnamento originario della scuola, ma i quaderni
"grammaticali" più importanti che ci restano appartengono agli ultimi
anni e si configurano perciò come approdo della ricerca desanctisiana in
materia (con l'acquisizione dello storicismo romantico, del giobertismo, di
Hegel). I più antichi tra i quaderni in nostro possesso sono quelli di Lingua e
stile, dove, dopo una serie di precetti di radice puristico-illuministica (con
forte incidenza della grande Enciclopedia e in particolare d’Alembert),
troviamo documentato il primo impatto con il pensiero romantico tedesco (in
particolare con F. Schlegel) e tracciata la prima sintesi di storia della
letteratura italiana ("Sviluppo della letteratura italiana"). Questa
ha già alcune caratteristiche che resteranno immutate in D. maggiore (si muove
in ambito postilluministico, con grande attenzione all'Europa e al presente
letterario, ma presenta come modello privilegiato di scrittore
"contemporaneo" il Manzoni, con un'accentuazione del punto di vista
neocattolico, che andrà attenuandosi in seguito). Una lunga storia della poesia
è nei quaderni dedicati alla Lirica, in cui l'approdo è rappresentato dal
Leopardi; i quaderni sul Genere narrativo hanno le loro fonti in Villemain,
Sismondi, Voltaire, F. e Schlegel. Un salto di qualità notevolissimo si avverte
nei corsi d’Estetica e Estetica applicata, in cui l'esigenza di definire
teoricamente i problemi dell'arte trova un sicuro sostegno nelle teorie
estetiche di Gioberti, mentre Hegel fa la sua apparizione nel corso di Storia
della critica, che introduce una più stimolante rivisitazione della lirica. Nei
due anni successivi egli presenta ai suoi allievi l'Estetica di Hegel nella
traduzione francese di Bénard. Alla luce dei nuovi principî affronta inoltre
l'esame della Letteratura drammatica, soffermandosi a lungo sulle opere di
Shakespeare. Dell'ultimo anno di scuola ci resta anche un quadernetto di Storia
e filosofia della storia, che ha come punti di riferimento costanti Vico,
Sismondi, Hegel e che aiuta a chiarire il senso dei "compendi"
(autografi) della Storia d'Inghilterra di Hume e della Storia civile del Regno
di Napoli di Giannone. Questo blocco di materiali storiografici conferma il
livello criticamente e ideologicamente molto avanzato della ricerca
desanctisiana alla fine della "prima scuola", attestando una visione
laica della storia, un rigoroso rifiuto di ogni astrattismo e una forte
rivendicazione della concretezza in ogni ambito d'analisi, nonché una chiara
assunzione di metodo hegeliano in direzione progressista. Negli entourages di
Puoti, della Nunziatella, della sua stessa scuola (e delle altre che fiorirono
a Napoli, inaugurando il clima "filosofico" vichiano-hegeliano), D.
aveva finito per trovarsi al centro dell'intellettualità progressista
napoletana, non si sa fino a che punto compromettendosi con le frange
estremistiche di essa. Fatto sta che molti giovani della sua scuola si
schierarono a combattere sulle barricate (dove fu ucciso quello che era
certamente il più colto e il più ideologizzato fra tutti: Vista) e che dopo
quella data D. fu in qualche modo implicato in una setta segreta rivoluzionaria
di ascendenza musoliniana, l'Unità italiana, e in un attentato per il quale,
tra gli altri, furono condannati a morte L. Settembrini e C. Poerio ("Si
facevano i più matti deliri: porre una mina sotto Palazzo Reale pareva un gioco
... Fu la prima volta e sola che fui in convegni segreti). Espulso, perciò,
dalla Nunziatella e da "ogni altra scuola anche privata" (come
recitano i rapporti della polizia borbonica, che cominciava ad interessarsi di
lui), D. si rifugia in Calabria presso un noto e attivo "patriota",
il barone Guzolini, in casa del quale è arrestato con l'accusa di essere uno
dei principali agenti della setta diretta da Mazzini e da Ledru-Rollin.
Trasferito a Napoli e rinchiuso in Castel dell'Ovo, subì due anni e mezzo di
"carcere duro", e fu infine giudicato politicamente molto pericoloso
("attendibilissimo") e perciò bandito dal Regno e imbarcato per gli
Stati Uniti. 1 suoi allievi-amici napoletani (in particolare Meis e Marvasi, a
quel tempo già in esilio) lo aiutarono a sbarcare a Malta, per raggiungere il
Piemonte, inserendosi nell'allora foltissima schiera degli illustri esuli
politici ivi rifugiatisi (tra i meridionali, sono da ricordare: Spaventa,
Bonghi, Mancini, Tommasi, Ayala, Nicotera, Cosenz). Gli scritti del
periodo calabrese e della prigionia rappresentano la punta massima della
"spinta a sinistra" che segna il pensiero desanctisiano. In Calabria sono
elaborati due saggi (Introduzione all'Epistolario di Leopardi e Sulle opere
drammatiche di Schiller), in cui l'interpretazione dei testi esita in senso
fortemente politico (sia Leopardi sia Schiller segnano la fine di un'epoca,
quella dell'individualismo, dalla quale va nascendo un'epoca nuova -
dell'Umanità - impegnata in senso sociale). In Calabria fu probabilmente
impostato anche un dramma in prosa, il Torquato Tasso, terminato negli anni di
prigionia (il modello più vicino è quello goethiano; il linguaggio è
leopardiano; evidente è l'identificazione personale-politica dell'autore con
l'intellettuale perseguitato. D. studia la lingua tedesca e se ne servì sia per
tradurre il Manuale di una storia generale della poesia di K. Rosenkranz, sia
per leggere in lingua originale la Logica di Hegel, che ridisegnò in una serie
di Quadri sinottici (praticamente una sintesi completa dell'intera opera). Ma
il testo più interessante elaborato in Castel dell'Ovo è certamente La
prigione: un carme di 256 endecasillabi sciolti (l'unica prova poetica, se si
esclude qualche poesia d'occasione), che rappresenta il punto massimo di
"giacobinismo" realizzato da D., con il rifiuto e la denuncia di ogni
metafisica (un'inversione fortissima rispetto al neocattolicesimo degli anni
della prima scuola), e con una proposta politico-ideologica chiaramente
ispirata all'interpretazione di sinistra della filosofia di Hegel. Fortissima è
anche la svolta di atteggiamento nei confronti di Leopardi: all'immagine
sentimentalistica e scettica divulgata nel clima del primo romanticismo
napoletano si sostituisce un'immagine combattiva e materialistica del poeta di
Recanati (che offre, del resto, il modello stilistico e strutturale all'intero carme.
costruito come storia metaforica del pensiero umano, in rivolta per la libertà,
contro la tirannia, l'oscurantismo, l'ingiustizia sociale). A Torino D.
rimase in un vitale rapporto d'amicizia
con Meis e Marvasi e con Spaventa, ma molto isolato rispetto al potere politico
e culturale. Il suo unico lavoro fisso fu, allora, l'insegnamento dell'italiano
nell'istituto femminile della signora Eliott (dove si verificò un episodio
d'innamoramento - per la giovanissima Teresa De Amicis - che riempirà
d'illusioni e di malinconie gli anni successivi); ma ebbe anche alunni privati
dal nome prestigioso (come Virgina Basco - futura destinataria del Viaggio
elettorale -, Ainardo di Cavour, Larissé). L'esperienza centrale del periodo
torinese si realizzò, tuttavia, attraverso due corsi di "lezioni
pubbliche" su Dante: conferenze organizzate dai suoi amici per soccorrerlo
"nella dignitosa povertà dell'esilio" e che di fatto lo rivelarono
alla cultura italiana. Egli prese a collaborare alle appendici
letterarie: sul Cimento di Torino pubblicò alcuni saggi fondamentali, vero e
proprio punto d'arrivo della sua critica militante. E allo stesso anno risale
anche il primo episodio di giornalismo politico della sua vita: la
pubblicazione, sul Diritto di Torino, di una serie di interventi contro il
"murattismo" (cioè contro l'ipotesi di una sostituzione
"diplomatica" della dinastia borbonica di Napoli con la discendenza
di Murat), che rappresenta la prima fase di avvicinamento di D. alla monarchia
sabauda (questa viene proposta come unico possibile strumento di unificazione
della nazione, in un'ottica di "patriottismo costituzionale" cui, in
seguito, egli resterà sempre sostanzialmente fedele). Sempre per
interessamento dei suoi compagni d'esilio, fu finalmente gratificato di un
importante incarico professionale: l'insegnamento della letteratura italiana
presso l'Istituto universitario politecnico federale di Zurigo. Gli anni di
Zurigo sono anni di nostalgia e di isolamento (anni di réve, com'egli stesso
diceva), ma produssero almeno due conseguenze molto importanti: l'elaborazione
di lezioni che sarebbero rimaste come una pietra miliare della sua ricerca
critica (soprattutto su Dante, Petrarca e la poesia cavalleresca) e il contatto
con ambienti culturali e politici di vera e propria avanguardia in Europa
(Wagner e Matilde Wesendonck, Moleschott, gli Herwegh, Burckhardt, Vischer,
ecc.) che egli ebbe modo di conoscere e di valutare criticamente (per esempio,
prendendo le distanze dall'irrazionalismo di Wagner e di Schopenhauer molto prima
che le mode irrazionalistiche toccassero l'Italia, o cercando di capire i
limiti concreti del ribellismo dei mazziniani quando Mazzini è ancora un mito
in Italia. Dei corsi danteschi di Torino non restano manoscritti, ma
ciascuna lezione fu ricostruita su appunti di allievi (Marvasi, D'Ancona), in
vista di una non mai realizzata pubblicazione in volume. Le conferenze torinesi
(undici di argomento teorico, diciannove dedicate all'Inferno, cinque al
Purgatorio) sviluppano presupposti romantico-hegeliani, con particolare
riguardo ai problemi dell'unità e della forma del poema di Dante.
Nell'esaltazione "passionale" dell'Inferno, emergono le grandi figure
alla cui analisi è legata la fama popolare del D. dantista (Farinata,
Francesca, Ugolino) e si afferma il taglio monografico che sarà proprio dei
maggiori saggi desanctisiani. Semplificando la materia dei corsi, e
prolungandola fino a percorrere tutta la Divina Commedia, D. insegna Dante a
Zurigo (anche di queste lezioni ci resta la ricostruzione da appunti). Da tale
lavoro deriva tutto ciò che egli pubblicò successivamente su Dante e sul suo
tempo (ivi compresi i capitoli della Storia, che ne tesaurizzano le
idee-forza), ma i risultati metodologici più avanzati da lui raggiunti negli
anni d'esilio sono testimoniati dai contemporanei scritti giornalistici (che
furono poi pubblicati tra i Saggi critici). Il Pier delle Vigne è addirittura
una lezione torinese trascritta, per LaNazione di Firenze, da A. D'Ancona: la
celebre lettura del canto esalta i grandi caratteri e le grandi passioni dei
personaggi e ne analizza le sfumature, le situazioni, i contrasti; il saggio La
Divina Commedia (versione di Lamennais) dichiara la fine dell'antico metodo
retorico e il rifiuto del metodo "storico" di oscuola francese";
quello intitolato Carattere di Dante e sua utopia individua il centro della
grandezza poetica di Dante nella sua "anima di fuoco" in cui "si
riverbera l'esistenza in tutta la sua ampiezza". Il punto d'arrivo della
ricerca zurighese (molto più problematica di quanto appare nelle lezioni) è
suggerito nel saggio Dell'argomento della Divina Commedia, che afferma da una
parte il rifiuto del sistema e dall'altra la validità degli strumenti d'analisi
hegeliani, a stretto contatto col testo letterario (un approdo, in sostanza,
per D. definitivo). Negli scritti letterari d'argomento contemporaneo o
d'occasione (destinati a giornali torinesi e anch'essi in massima parte
raccolti poi nei Saggi), D. esplica, negli anni d'esilio, il suo impegno militante,
ma sempre a stretto contatto con i problemi di metodo critico che sono al
centro dell'insegnamento dantesco. Il più esplicitamente politico di questi
saggi è L'ebreo di Verona, che consacra, a livello nazionale, la sua fama di
polemista laico e liberale (l'autore del romanzo, il gesuita Bresciani,
ignorando le conquiste del cattolicesimo manzoniano, ripropone la religione in
funzione antiliberale e antiprogressista: il suo ruolo storico, dopo la
sconfitta, è "aggiungere i suoi colpi codardi alle mannaie del carnefice.
La militanza critica passa sempre attraverso una precisa idea
(romantico-hegeliana o posthegeliana) della letteratura. In Satana e le Grazie
essa è espressa con molta chiarezza: di fronte al poemetto di Prati la fantasia
rimane inerte: il cuore riman freddo, perché "in questo lavoro non vi è
creazione e quindi non vi è fantasia Prati ha una viva immaginazione, e per
questa facoltà è forse il primo poeta di second'ordine che sia oggi in
Italia"; del resto, i suoi testi poetici hanno tutti i limiti e i difetti
della "declamazione rettorica". E questa non è un difetto esclusivo
degli scrittori moderati: essa è condannabile anche quando sia posta al
servizio delle più ardite analisi politiche, come nella Cenci di Guerrazzi,
avvolta nel vecchio repertorio delle metafore e dei luoghi comuni. C'è un solo
poeta italiano che abbia attinto i livelli della "grande poesia" nel
mondo moderno, dice in un importantissimo saggio, e questo è Leopardi. Il
saggio s'intitola Alla sua donna. Poesia di Leopardi ed è, probabilmente, lo scritto
leopardiano più importante del D., che, con parametri schilleriani e byroniani,
traccia qui una straordinaria immagine di poeta laico, interprete della civiltà
contemporanea perché capace di farsi critico e filosofo e di far scintillare la
poesia dalla "meditazione". Ma, a parte l'eccezione leopardiana, il
clima del presente letterario fa temere un ritorno alla identificazione tra
poesia e retorica (Sulla mitologia - Sermone di Monti. A questa pericolosa
tendenza D. oppone la difesa d’Alfieri contro i critici francesi contemporanei
(Veuillot e la Mirra, Janin, Janin e Alfieri, Vanin e la Mirra), ed
evidentemente questa polemica ha un profondo retroterra politico: la
rivalutazione della fase "eroica" del classicismo settecentesco,
nella cultura "rivoluzionaria" dell'intera Europa. Perciò questa
rivalutazione riguarda anche Foscolo (Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e
Foscolo e Storia di Gervinus, e la polemica colpisce anche un critico come A.
de Lamartine ("Cours familier de littérature par Lamartine). Nello stesso
ambito il modello di Hugo viene proposto come sostanzialmente positivo
(Triboulet e "Le contemplazioni" di Hugo) ed è possibile perfino il
recupero di un classico manierato come Racine, perché capace di creare dei
grandi personaggi drammatici (La Fedra di Racine). In questo ambito, infine, si
configura una delle prime, ma già precise professioni di realismo di D. critico
(Saint-Marc Girardin).Il sentimento astratto non è poesia, non è cosa vivente
... La poesia dee riprodurre la realtà vivente. Il poeta dee rappresentarci un
uomo vivo, perché questo, in quanto tale, è già un perfettissimo personaggio
poetico. La progressiva conquista di un punto di vista
"realistico" con cui guardare al testo letterario è registrata dai
ricchi appunti che ci restano (a cura di V. Imbriani) delle lezioni zurighesi
sul Poema epico. Proprio in questa sede D. usa per la prima volta il termine
"realismo" (ancora nuovo nella critica francese più avanzata da cui
lo deriva), mentre ribadisce il rifiuto del "sistema" hegeliano come
strumento di critica letteraria e conferma la validità degli strumenti
d'approccio al testo ricavabili dall'estetica hegeliana. Il messaggio
filosofico più complessivo, nell'ultima fase del suo esilio e del suo vitale
contatto con le avanguardie europee, fu affidato da D. al dialogo Schopenhauer
e Leopardi. Anche questo testo ha una struttura leopardiana (ispirata alla
provocatoria ironia delle Operette morali), ma s'interessa a Leopardi solo
nell'ultima parte, dedicando molto spazio all'illustrazione del pensiero di
Schopenhauer, indicato come il liquidatore di un'epoca (quella
dell'Ottantanove, del Trenta, del Quarantotto) che egli considera
"un'illusione, o piuttosto ... una imbecillità generale". La
filosofia di Schopenhauer è, perciò, "nemica della libertà, nemica
dell'idee, nemica del progresso"; in politica, egli ripropone "lo
Stato monarchico, la nobiltà, il clero, i privilegi", nega la libertà di
stampa e odia Hegel come "corrompiteste" (la moda di Schopenhauer in
Europa è, in sostanza, un grave sintomo di regresso storico: la sua tardiva
riscoperta equivale a un'abiura di tutto il progressismo europeo. A prima
vista, il rifiuto dell'ottimismo ideologico accosta Leopardi a Schopenhauer;
ma, in realtà, c'è tra i due una vera e propria opposizione, e Leopardi è tanto
interno alla fase eroica (progressista e rivoluzionaria) dell'umanità, quanto
ad essa è estraneo e ostile Schopenhauer. La differenza non è solo nel
materialismo di Leopardi (opposto allo spiritualismo di Schopenhauer) o nelle
sue scelte di stile inamabile (mentre Schopenhauer si affida al fascino della
retorica), ma anche e soprattutto nell'effetto di lettura che Leopardi produce
come uomo e poeta veramente grande (egli non crede al progresso, e te lo fa
desiderare non crede alla libertà, e te la fa amare, è scettico, e ti fa
credente). Dopo le speranze e le delusioni della seconda guerra
d'indipendenza, sulla scia dell'impresa dei Mille, D. lascia improvvisamente
Zurigo e il politecnico e ritornò a Napoli, dove svolse un ruolo, probabilmente
importante, nella mediazione che portò il partito garibaldino (e lo stesso
Garibaldi) ad accettare il plebiscito piemontese. Per nomina di Garibaldi,
appunto in fase di preparazione del plebiscito annessionistico, è governatore
della provincia di Avellino e si mostrò attivissimo organizzatore del consenso
politico, della guardia nazionale locale, della lotta al banditismo (che è già
esploso violento in Alta Irpinia, recuperando antiche radici sanfediste).
Subito dopo, è direttore dell'Istruzione a Napoli e, in quindici giorni,
tesaurizzando tutte le precedenti esperienze di riforme liberali degli studi,
impostò una vera e propria rifondazione della scuola napoletana. All'università
chiamò ad insegnare illustri rappresentanti della cultura liberale (da Spaventa
a Ranieri, a Bonghi, a Imbriani, a Villari, a Mancini); in sostituzione del
liceo gesuitico istituì un ginnasio-liceo statale; per la formazione dei
maestri elementari (sua grande preoccupazione di progressista ottocentesco)
deliberò l'istituzione di scuole "normali" in tutte le province della
luogotenenza (non senza ragione, il 1860 resta per sempre nei suoi ricordi come
il periodo eroico della sua vita). Eletto deputato al primo Parlamento
nazionale unitario, fu ministro della Istruzione pubblica con Cavour e con
Ricasoli, continuando sulla linea già tracciata a Napoli, ma senza ripetere
l'exploit, nell'ambito della troppo vasta e ibrida realtà nazionale (in
pratica, rinunciando .all'ambizione di produrre una legge di riforma della
scuola italiana, si limitò ad estendere con decreti all'Italia unita la legge
Casati). Ciò che resta di più indicativo del primo periodo di attività come ministro
è proprio la linea di tendenza teorizzata nel programma iniziale e vanificata
dall'opposizione dei gruppi reazionari (Noi abbiamo decretato la libertà in
carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere una menzogna?
Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando della plebe avremo fatto
un popolo libero. Provvedere all'istruzione popolare sarà la mia prima cura).
In questo ambito si pone anche la battaglia per istituire una rete capillare di
"scuole tecniche" e "istituti professionali", nonché
l'impegno per la qualificazione degli studi scientifici (ma molto avversate
furono anche in questo campo le più importanti scelte progressiste, come quella
che portò il materialista e rivoluzionario Moleschott ad insegnare fisiologia
nell'università di Torino). Dopo questo incarico ministeriale, pur sempre
rieletto in Parlamento (con la sola parentesi di un anno), D. rimase estraneo e
in forte opposizione rispetto ai nuovi gruppi di potere (le
"consorterie", che vedeva via via riavvicinarsi ai "retrivi"
e ai "codini"), su una linea mediana di progressismo monarchico e
antirivoluzionario. Su questa linea si pose il giornale L'Italia (che egli
diresse, in appoggio al gruppo emergente della Sinistra costituzionale, che nel
1865 ottenne proprio nel Sud il suo primo successo elettorale.
L'appassionamento garibaldino ai tempi di Mentana, la firma del manifesto di
opposizione crispina e un importante discorso di denuncia contro il riemergere
del clericalismo (in campo ideologico, politico ed economico) segnarono i punti
più alti della sua partecipazione politica. Sposa, a Napoli, Maria Testa
dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio agiato, da cui non nacquero figli, non è
sufficiente a sconfiggere la precarietà economica in cui tutta la sua vita si
svolse, né fornì uno stabile nutrimento al suo complesso bisogno di réve e di
comunicazione sentimentale. All'interno di una sempre meno inconfessata
delusione politica e personale, egli tornò, quindi, agli studi che gradualmente
ridivennero protagonisti della sua vita: pubblica in volume i Saggi critici
(dove raccolse gli scritti giornalistici dell'esilio), il Saggio critico sul
Petrarca, la Storia dellaletteratura italiana, i Nuovi saggi critici. Il
Saggio critico sul Petrarca ripropone un corso di conferenze tenuto a Zurigo,
con pochi mutamenti e con una "introduzione. Esso si articola in dodici
capitoli (tre dedicati alla personalità del poeta e al suo mondo culturale; gli
altri strutturati come lettura tematica e analisi del Canzoniere) ed è finalizzato
a fornire un preciso punto di vista per l'interpretazione del testo
petrarchesco, sulla base della teoria elaborata da D. a partire dalla
"prima scuola" e consolidata appunto negli anni dell'esilio
(tesaurizzazione dell'illuminismo, del romanticismo, dell'hegelismo; rifiuto
del metodo sistematico e dei suoi esiti panlogistici; rivendicazione della
poesia come forma uscita dal più profondo della vita reale e come sostanza
vivente, secondo i grandi modelli di Omero, Dante, Ariosto, Shakespeare). In
quest'ottica, Petrarca va riscoperto, pur con i limiti che la cultura romantica
ne aveva segnalato, e va rivalutato per quel che lo separa dal petrarchismo
(cioè dalla sua riduzione a modello rettorico e platonico). La poesia di
Petrarca va, quindi, individuata in particolari "situazioni" liriche
(soprattutto nella malinconia e nei momenti d’abbandono sentimentale), pur tra
gli ostacoli frapposti dall'educazione "rettorica" e da una visione
"spiritualistica" della vita. Particolare interesse è rivolto alla
figura di Laura (cui sono intitolati quattro capitoli): Laura è "la
creatura più reale ... che il Medioevo poteva produrre", e la sua
"realtà", tutta interiorizzata nella poesia del Canzoniere, non si
spegne, ma si ravviva dopo la morte del personaggio (proprio in questa
"situazione" Petrarca tocca le sue rare punte di "poesia
sublime"). La Storia della letteratura italiana nacque come testo
scolastico ed è, infatti, una sintesi didattico-pedagogica di materiali in gran
parte preelaborati secondo una precisa metodologia critica (quella appena
illustrata a proposito del saggio petrarchesco) e utilizzati per un progetto
complessivo di informazione-formazione (il progetto dell'educazione nazionale)
nel quale convergono tutte le attese (ed anche i timori) di D. letterato e
politico. Divisa in venti capitoli, la Storia disegna una linea di svolgimento
della letteratura italiana secondo il principio direttivo (ufficialmente
dichiarato da D. in uno dei suoi saggi) della "successiva riabilitazione
della materia (d’un graduale avvicinarsi alla natura e al reale, in parallelo
con i progressi della scienza, della cultura, del costume, della vita politica,
della stessa morale). Ma la finea risulta tutt'altro che retta e univoca: sia
perché l'ipotesi del graduale svolgimento della storia letteraria verso mete
progressive è fortemente contraddetta dalle fasi di stasi, d'involuzione, di
"ritorno"; sia perché continuamente emergono distanze o divaricazioni
tra livello storico e livello letterario (e qui s'innesta la forte rivendicazione
della forma come valore specifico del testo letterario); sia, infine, perché
(in base alla predilezione per il metodo monografico e per l'analisi testuale)
il racconto della Storia alterna lunghe soste con rapidissimi voli, grandi
indugi analitici con improvvise e fortissime elisioni. La Storia procede,
perciò, per grandi nodi tematici e testuali, muovendosi in un sistema "a
spirale" di allusioni e richiami tra fenomeni, autori, epoche, con un
disinibito oscillare del linguaggio dal familiare e dal basso all'oratorio e al
patetico, non senza momenti di carattere mimetico a ciascun livello di
scrittura (sono queste, del resto, le caratteristiche peculiari del suo
composito stile). Seguendo il cammino della Storia a partire dai primi
capitoli, troviamo anzitutto ISiciliani come scuola poetica feudale e
cortigiana, legata alla potenza della corte sveva e destinata a spegnersi prima
che "venisse a maturità", radicandosi nelle "classi
inferiori". Proprio questo processo di radicamento si analizza nel ben più
complesso capitolo intitolato I Toscani, ma centrato soprattutto sulla cultura
bolognese (e sulla scienza che si sviluppò in senso antifeudale presso
l'università di Bologna). Il punto d'arrivo di questa storia del mondo lirico
medievale è ALIGHIERI. Il breve capitolo dedicato a La lirica d’ALIGHIERI la
definisce come la voce dell'umanità a quel tempo: ALIGHIERI rappresenta
(vichianamente) l'epoca della fantasia, ed è la prima fantasia del mondo
moderno". Il discorso ritorna alle origini, per esaminare La Prosa e I
Misteri e le Visioni, che esprimono l'idea religiosa penetrata ne' costumi e
nelle istituzioni, ma che restano a livello di fase letteraria preparatoria
dell'aureo Trecento. A questo secolo è dedicato un capitolo molto puotiano
(attento ai Fioretti, a Cavalca e a Passavanti. ai testi di s. Caterina da
Siena e alla "maravigliosa cronaca" di D. Compagni), che però
anch'esso converge, romanticamente, verso la grande figura protagonistica di
Dante. La trecentesca "commedia dell'anima" esprime, infatti,
l'ordito culturale da cui nasce La Commedia, con la sua "base
ascetica" e la sua radicata abitudine alla "allegoria". Ma tutto
ciò rappresenta (secondo l'ottica tipica del D. dantista) la "falsa
poetica" attraverso e nonostante la quale Dante crea un'opera somma di
poesia (una vasta analisi del poema tende proprio a mostrare come, per virtù di
passione e di poesia, esso possa esprimere, "ancora pregno di misteri,
quel mondo che, sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi
letteratura moderna"). Il capitolo defficato al Petrarca (Il Canzoniere) è
breve, ma fondamentale: Petrarca non è solo un artista pieno di grazia e di
"malinconia", ma è il rappresentante di una nuova generazione
culturale che, dopo Dante, "volgeva le spalle al Medio Evo e si afferma popolo
romano e latino. In questa scelta, secondo D., c'è una profonda ambivalenza (da
una parte c'è il "rinnovamento" inteso come nascita della coscienza
laica; dall'altra la letterarietà come "erudizione", imitazione,
abito retorico), in cui si muoverà, per lunghi secoli, la storia della
letteratura italiana. E in un'ottica così conflittuale il Decamerone appare
come "l'apoteosi dell'ingegno e della dottrina" in dimensione laica,
ma anche come espressione di un "niondo borghese" che, liberatosi dai
vincoli dello spiritualismo, non riesce ad innalzarsi, al di là del comico,
fino alle "alte regioni dello spirito". Il Cinquecento è il secolo
che vede l'arte assoldata al mecenatismo, pur quando potrebbero porsi le
condizioni storiche per un avvicinamento tra cultura e "popolo" (ad
esempio, nella Firenze medicea) e pur quando sono già stati raggiunti grandi
vertici di raffinatezza letteraria (ad es., nelle Stanze del Poliziano). Infine
il Seicento, simboleggiato da Marino, produce in letteratura idilli ed elegie,
voluttà e musica, mentre l'intellettuale italiano si fa "estraneo al
movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero",
stagnando "in un classicismo e in un cattolicesimo di seconda mano".
Nell'arco, e sempre in chiave antifrastica, sono tanti gli episodi letterari
che il D. analizza, e ad alcuni, comunemente ritenuti minori, dedica interi
capitoli: a Sacchetti, a La Maccaronea, ad Aretino. L'opera d’Ariosto
(L'Orlando furioso) è esaminata secondo i parametri zurighesi: inserita nella
serialità storica, essa si propone come "sintesi dell'intero
Rinascimento", mentre l'"ironia" e il "riso scettico"
di Ariosto si manifestano espressione di un secolo adulto"(cioè divenuto
capace di critica e ormai maturo per la libertà borghese, pur nell'accettazione
di fatto della realtà cortigiana). Tasso, autore-simbolo dell'ambivalenza
ideologica e sentimentale, offre l'occasione per un discorso altrettanto
ambivalente sulla Contro-riforma e sul suo significato storico-culturale. Il
poema del Tasso è lo specchio della "ipocrita" cultura
controriformistica italiana e i suoi valori letterari vanno individuati in
senso opposto rispetto a quello programmatico e ufficiale: non nella
falsa" religiosità, ma nell'idillio, nell'elegia, nella voluttà (Tasso è,
perciò, accostato al Petrarca, nella tradizione di storiografia politica
risalente a Sismondi e Ginguené). Ma proprio al centro dell'arco storico c'è
una punta alta, un grande ritratto in positivo: quello di Machiavelli, che
riesce a costruire una valida ipotesi di rinnovamento, sia opponendo alla
teocrazia l'autonomia e l'indipendenza dello stato (un presentimento dei nostri
ordinamenti costituzionali"), sia rinnovando il "metodo" della
conoscenza, col rifiuto della teologia e del principio d’autorità (per lui
"la verità è la cosa effettuale, e perciò il modo di cercarla è
l'esperienza accompagnata con l'osservazione, lo studio intelligente dei
fatti"). Evidentemente, il ritratto di Machiavelli (liberato da tutte le
riserve moralistiche precedentemente espresse su di lui) è un caso-limite
d'interpretazione "tendenziosa" di un autore: se è scelto a
simboleggiare la politica e la scienza moderna, è perché il D.-maestro che
scrive la Storia (l'anno della presa di Roma, a cui esplicitamente egli fa
riferimento) vuol proporre ai giovani un preciso progetto di produzione
letteraria che leghi indissolubilmente letteratura, "scienza" e
politica laica (e che indichi anche lo strumento di una lingua letteraria
"precisa e concisa", antiretorica e antimusicale, che pure a Machiavelli
viene attribuita con qualche forzatura). Nel nome di Machiavelli, dunque (anche
se a distanza di 4 capitoli), si apre la parte moderna e propositiva della
Storia, che consiste nei due ultimi lunghissimi capitoli, intitolati La nuova
scienza e La nuova letteratura. Il rapporto tra essi è derivativo: la
"nuova letteratura" non potrà nascere se non dalla scienza, che ha
come obiettivo il progresso e il miglioramento dell'uomo, e che ha come
principale strumento la libertà intellettuale e politica. Perciò, "i primi
santi del mondo moderno" (i primi intellettuali capaci di "lottare,
poetare, vivere, morire per la fede nel progresso) sono Bruno, Telesio,
Campanella, Galilei; e poi Sarpi, Vico, Giannone; infine Beccaria e Filangieri,
con alle spalle il pensiero laico europeo, da Bacone alla Rivoluzione francese.
Come s'innesta in questo clima la nuova letteratura? Dopo l'affascinante ma superficiale
opera di Metastasio, l'innesto si realizza con la scelta illuministica di
utilizzare cose e non parole. Il primo autore vero della nuova letteratura è
Goldoni (ma con dei limiti di superficialità). Il primo "uomo nuovo"
è Parini, e poi vengono Alfieri e Foscolo (col Monti personaggio negativo), ma
con dei limiti negli eccessi e nelle scelte di stile retorico. L'Ottocento (pur
con la sua tensione d'impegno e di sperimentazione) non ha ancora offerto, in
Italia, modelli attendibili per il cammino da percorrere. Il nostro futuro
letterario è, perciò, incerto ma la direzione da seguire è chiara: "convertire
il mondo moderno in mondo nostro, studiandolo, assimilandocelo e
trasformandolo, esplorare il proprio petto secondo il motto testamentario di
Leopardi, questa è la propedeutica alla letteratura nazionale
moderna". Nella seconda edizione dei Saggi critici e poi nei Nuovi
saggi critici D. inserì alcuni saggi (in gran parte composti per la Nuova
Antologia) che precedono o accompagnano la stesura della Storia e che nei
confronti di essa risultano in diverso modo illuminanti. Il più antico è Una
Storia della letteratura italiana di Cantù, che, recensendo l'opera appena
pubblicata, la denuncia come fondata su pregiudizi e superficiale dottrina e su
valori che nulla hanno a che fare col letterario (perciò l'inevitabile
sottovalutazione di autori come Machiavelli, Ariosto, Leopardi, Alfieri,
Giusti, Berchet, cui si contrapporrà, appunto, la Storia desanctisiana).
Fondamentale, per chi indaghi sulla genesi della Storia, è il saggio
Settembrini e i suoi critici, in cui D. condanna il grave limite del
contenutismo radicale settembriniano, così come aveva condannato il
contenutismo cattolico-moderato di Cantù, ed afferma che una vera storia della
letteratura dovrebbe essere un lavoro interdisciplinare (con contributi di
filosofia, critica, arte, storia, filologia") al quale la cultura italiana
non è ancora attrezzata (risalendo queste considerazioni al periodo iniziale di
stesura della Storia, esse dimostrano la problematicità di D. nei confronti
della sua opera maggiore, e la profonda consapevolezza della
"parzialità" di essa). Più collegati alla componente ideologica
"positiva" della Storia risultano L'Armando di Prati e L'ultimo dei
puristi. Nel primo si denuncia la fine dei "tempi sentimentali" e si
afferma, per il presente, la necessità di un impegno tutto reale e concreto (il
materialismo è uscito trionfante dal seno stesso del mondo hegeliano" e
impone la "serietà della vita terrestre"); nel secondo, la
stroncatura di un purista attardato (Ranalli) dà luogo a una attenta e
intelligente rievocazione del Puoti e della sua scuola, che fu bandiera di
libertà, scienza, progresso, emancipazione, ma che (a parte il valore sempre
vivo del "metodo" puotiano) esaurì il suo ruolo storico alla vigilia
della fase rivoluzionaria (al presente, ogni nostalgia puristica risulta
storicamente e politicamente ingiustificata). Anche i grandi saggi danteschi
(Francesca da Rimini, Il Farinata di Dante, L'Ugolino di Dante) nacquero in
margine alla Storia, sia come ripresa del tema-Dante (e, in particolare, delle
riflessioni zurighesi), sia come esempio di quel lavoro di monografia che D.,
all'epoca, considerava storicamente e scientificamente più valido delle
"sintesi". I personaggi danteschi prediletti dalla cultura romantica
ed hegeliana sono letti rispettivamente in chiave di amore e pietà femminile
(Francesca), orgoglio politico (Farinata), complessità e profondità di
sentimenti antinomici (Ugolino), nell'ambito di un'attenta, colta, sensibile
lettura testuale (era in questo, appunto, che D. voleva proporsi come modello
di critica attuale, paziente e costruttiva, ed è appunto questo l'aspetto dei
Saggi che va ancor oggi rivendicato). Il saggio L'uomo del Guicciardini ripropone
l'antitesi (presente anche nella Storia) fra Machiavelli, precursore del
nazionalismo moderno, e Guicciardini, il cui particulare rifiuta ogni vincolo
religioso, morale, politico (ma la vera funzione del saggio si esplicita
nell'ultima frase, di amara denuncia della situazione politica presente: L'uomo
del Guicciardini vivit, immo in Senatum venit, e lo incontri ad ogni
passo. Venne affidata a D. la cattedra di letteratura comparata
nell'università di Napoli, dove egli tenne quattro corsi (è questa l'esperienza
nota come seconda scuola napoletana, che produce quattro gruppi di lezioni,
rispettivamente su Manzoni, Scuola cattolico-liberale, Scuola democratica,
Leopardi). Contemporaneamente pubblicò una seconda raccolta di saggi (Nuovi
saggi critici, Napoli) e inaugurò quella serie di conferenze e articoli sugli
orientamenti della letteratura contemporanea in chiave realistica che sarebbe
continuata, per dieci anni, fino alla vigilia della morte. Realizza un nuovo
momento d'impegno politico attivo, in occasione delle elezioni che prepararono
l'avvento al potere della Sinistra costituzionale (in particolare, appoggia,
con un'avventurosa campagna elettorale, la propria candidatura - difficile e
piuttosto equivoca - nella provincia d'origine, e ne rivisse il ricordo in una
serie di cronache giornalistiche pubblicate prima sulla Gazzetta di Torino e
subito dopo in volume, col titolo Un viaggio elettorale. Data il terzo e
ultimo episodio importante di giornalismo politico desanctisiano: ancora un
impegno battagliero, ma interno alla Sinistra (contro la gestione
trasformistica e antidemocratica del potere da parte di Depretis e Nicotera),
condotto soprattutto sulle colonne del Diritto di Roma. Cairoli riaffida a D.
il ministero della Pubblica Istruzione che egli tenne fino al 1880,
riproponendo i problemi della scuola di tutti (la scuola per l'infanzia, la
scuola primaria, la formazione dei maestri) e quelli dell'istruzione tecnica,
in un'ipotesi di cultura "scientifica" da sostituire alla
"cultura retorica"; ma ancora una volta fu sconfitto nei punti più
qualificanti del suo programma (la traccia più concreta che ne rimase fu
l'inserimento dell'educazione fisica tra le materie d'insegnamento: un omaggio
alla rivalutazione positivistica dell'uomo fisico). Colpito da una grave
malattia agli occhi, lasciò l'incarico ministeriale e dedicò i suoi ultimi anni
di vita a un lavoro di riflessione autobiografica (le Memorie che andò dettando
alla nipote Agnese) e critica (soprattutto ripresa e riorganizzazione della
riflessione petrarchesca e leopardiana). Muore a Napoli, lasciando incompiuti i
suoi ultimi lavori, cui, pur tra le sofferenze della malattia, si dedicò sino
alla fine. Come tutti i principali episodi dell'insegnamento
desanctisiano, anche le lezioni della "seconda scuola napoletana"
sono documentate da riassunti (redatti in genere da Torraca), rivisti e
ufficialmente accettati dall'autore. Il corso è dedicato a Manzoni e
rappresenta il punto d'arrivo di una riflessione iniziata all'epoca della
"prima scuola", sviluppata a Zurigo e rimasta sempre centrale nella
ricerca di D., pur senza trovare una sistemazione editoriale. In queste lezioni
le posizioni ideologiche e gli strumenti di ricerca sono molto cambiati
rispetto agli anni della "prima scuola", ma non cambia il giudizio di
valore. La grandezza del Manzoni è identificata ora nella sua capacità di
"calare l'ideale nel reale": da lui escono tre "grandi idee
critiche che hanno importanza universale": la "misura
dell'ideale", il "vero" positivo e storico, la "forma"
diretta e "popolare". Manzoni rappresenta la massima realizzazione
della letteratura "moderna" in Italia e le "scuole
letterarie" non segnano alcun progresso né sul piano dell'arte né su
quello dell'ideologia. Negli anni successivi. D. analizzò, appunto, lo
svolgimento della letteratura in Italia a partire dal Manzoni, dividendola
(secondo una traccia già seguita da Giudici, da Settembrini e da altri) nei due
filoni cattolico e laico, definiti rispettivamente "scuola liberale"
e scuola democratica. Alla Scuola liberale è dedicato l’anno di lezioni
universitarie, con risultati di giudizio fortemente militanti: l'impegno dei
cattolici per l'"educazione popolare" non offre risultati validi in
arte e svolge un ruolo (più o meno esplicito) d'insegnamento reazionario (nuovi
Arcadi sono Grossi, Carcano, Tommaseo, Cantú; Gioberti e Rosmini ripropongono
una dimensione metafisica della storia e della politica; D'Azeglio resta
attardato su una vecchia e superata immagine di letteratura retorica). Un
interessante excursus riguarda, però, la letteratura meridionale
dell'Ottocento: poeti poco noti (come Mauro, Padula, Parzanese, Sole) vengono
esaminati con interesse e simpatia. Il corso è dedicato alla scuola
democratica, e anche in quest'ambito il giudizio globale è negativo: Mazzini,
Rossetti, Berchet, Niccolini non possono fornire il modello della "nuova
letteratura". Si conferma così l'esito perplesso e sostanzialmente
pessimistico che caratterizza le ultime pagine della Storia e l'affermazione
del principio del realismo. I saggi più importanti elaborati da D. nell'ultimo
decennio di vita riguardano, appunto, le tematiche del realismo (alcuni di essi
furono raccolti nei Nuovi saggi critici). Dopo la prolusione universitaria La
scienza e la vita, sono da ricordare: Ilprincipio del realismo, Studio sopra
Emilio Zola, Zola e l'Assommoir, Il darwinismo nell'arte. L'assunto complessivo
è che il "realismo" auspicato da D. non si può confondere né col
materialismo, né col positivismo, né col naturalismo di Zola (il quale, però, è
molto valido come scrittore: lo studio a lui dedicato è particolarmente vasto e
attento). La letteratura del "reale" dev'essere (cfr. Manzoni)
"l'ideale calato nel reale", e cioè una costruzione "eticac
forza morale impegnata per rinnovare la società, contro l'individualismo, la
reazione, l'autoritarismo sempre in agguato. Nell'ultima fase della sua
vita D. non si limitò a teorizzare l'importanza e la "modernità" del
realismo in letteratura, né ad inserirsi con diversi strumenti critici
all'interno del problema per farne emergere i pericoli (o quelli che a lui
sembravano tali sul piano morale e politico), ma volle fornire delle prove
concrete di narrativa realistica, utilizzando un registro di linguaggio
"familiare", che già aveva usato nelle sue lettere alla moglie (con
estrema semplificazione sintattica e con frequenti coloriture dialettali) e
che, del resto, non era ignoto ai momenti più colloquiali della sua critica.
L'operetta narrativa che elaborò in funzione di esempio e modello fu Un viaggio
elettorale (1876): una serie di cronache del tragicomico attraversamento della
provincia natia da lui compiuto a sostegno di una candidatura politica poco
chiara e poco fortunata. Nella cronaca, il bozzettismo locale si alterna col
patetico dei ricordi d'infanzia o delle esortazioni politiche; ma il senso del
testo va ricercato più nella sua funzione che nei suoi esiti, né si può
dimenticare che nella storia del realismo italiano esso si colloca quasi in
contemporanea con Nedda, quattro anni prima di Giacinta, sei anni prima dei
Malavoglia. Alla vigilia della morte (sempre su materiali autobiografici
e sempre in ambito di racconto dal vero in linguaggio familiare), il D.
perseguì un progetto molto più ambizioso: la stesura di un'autobiografia, della
quale, però, non riuscì a portare a termine che la prima parte (egli l'aveva
intitolata Memorie; Villari ne pubblicò il frammento realizzato col titolo La
giovinezza). Così come ci resta, il frammento narra l'esperienza di D. dalla
nascita e consta di due nuclei narrativi essenziali. Il primo è legato ai
personaggi bozzettistici della famiglia paesana e degli ambienti napoletani
alti e bassi (preti, professori, avvocati, ragazze da marito, giovani
avventurieri, vecchie serventi) e, al centro di essi, l'autore pone il
personaggio "comico" di se stesso, pieno di tic, di timidezze, di
chiusure, di sogni. Il secondo nucleo è legato, invece, alla formazione culturale
e all'esperienza della prima scuola. Qui il tessuto è molto serio e
impegnativo: D. (utilizzando ricordi, ma soprattutto vecchi "quaderni di
scuola") vuole offrire un importante contributo alla critica di se stesso,
mostrando come siano andate formandosi le linee di forza del suo metodo. In ciò
la vita non è del tutto veritiera (molti sono gli imprestiti ideologici e
teorici che D. fa al se stesso maestro di Vico Bisi), ma resta, comunque, il
fascino di un clima in cui rivivono Puoti e Leopardi, la scoperta del
romanticismo, di Vico e di Hegel, l'autoritarismo borbonico e le utopie
libertarie del primo '800 napoletano. Nell'ultimo anno d'insegnamento
all'università di Napoli, argomento delle lezioni era stato Leopardi: dagli
appunti delle lezioni D. ricavò, negli ultimi mesi di vita, uno Studio su
Leopardi, che segue il poeta nelle diverse tappe della vita, dell'opera, del
pensiero, secondo lo schema della biografia critica di taglio positivistico. La
biografia rimane, però, incompiuta, chiudendosi al livello dei "nuovi
idilli" (come D. definisce i grandi canti), e proprio in questo tentativo
di riduzione di Leopardi alla misura dell'idillio lo Studio è stato foriero di
gravi equivoci e fraintendimenti nella successiva critica leopardiana, mentre in
D. si giustifica come tentativo di leggere Leopardi in quella stessa chiave di
realismo che si era rivelata funzionale per il Manzoni e il suo romanzo.
Celebri, proprio in quest'ambito, le riflessioni sulle figure femminili
dell'"idillio" leopardiano ("Silvia non è questa o quella donna;
è il primo apparire della giovinezza in un cuore femminile", ecc.); ma, a
parte questo, lo Studio non aggiunge molto né alla conoscenza del Leopardi né
alla critica di Sanctis. In sostanza, il meglio su Leopardi era stato detto nel
saggio (ma non vanno dimenticate certe importanti considerazioni della
"prima scuola", né il ruolo interessantissimo, problematico e
antidogmatico, che Leopardi ha nelle ultime pagine della Storia). Altri saggi
leopardiani appartengono alla fase e al clima di ricerca della Storia (La prima
canzone di Leopardi; Le nuove canzoni; La Nerina). In quest'ultimo, ancora un
esame (forse uno dei più importanti) della donna nella poesia leopardiana:
"La vita è tutta e solo in terra... La morte è l'altro motivo tragico di
questa concezione. Il motivo della Silvia è lo sparire. Il motivo della Nerina
è il riapparire". Lasciando da parte la fortuna del D.-maestro (un
vero e proprio appassionamento suscitato nei giovani allievi di Napoli, Torino
e Zurigo), per ricostruire la storia del dibattito su D. bisogna muovere da un
dato obiettivo di iniziale sfortuna critica: lo scarto fra i tempi della genesi
dei testi maggiori e quelli della loro pubblicazione. A causa di questo scarto,
egli apparve subito come un idealista attardato (e perciò più meritevole di
giudizi sommari che di attenzione testuale), nel clima di positivismo dominante
in cui i suoi scritti si offrivano ad un'interpretazione globale (per es. F.
D'Ovidio era convinto che D. ignorasse la pazienza della ricerca e dello
studio, e Carducci gli attribuiva difetto di cognizione dei fatti e dei
documenti"). A sintomatico che, in un dibattito così fortemente
pregiudiziale, venisse del tutto ignorato non solo il tipo di formazione di D.,
ma anche l'ultimo decennio della sua produzione, con la dichiarata opzione
"realistica" e con la forte propensione per lo scientismo. Ma proprio
a causa della pregiudizialità del dibattito di fine secolo (rilevata, fin
d'allora, da qualche attento osservatore straniero, come Gaspary), D. poté
divenire, attraverso l'elaborazione crociana, lo strumento chiave per il
rilancio di un metodo critico antipositivistico e per la progressiva
riaffermazione culturale e ideologica dell'idealismo. A Croce spetta, certo, il
merito di aver costretto la cultura italiana a riconoscere in D. un
protagonista (la sua appassionata cura di editore e di studioso di D. durò per
oltre mezzo secolo); ma, contemporaneamente, Croce prese a
"rielaborare" il pensiero di D., fino a propome la riduzione a teoria
del "puro" gusto estetico (Borgese, che presentò D. come punto di
arrivo di "tutte le esperienze della critica romantica in Italia",
fu, in realtà, uno dei primi e più autorevoli interpreti di questa tendenza
riduttiva; scarsa fortuna ebbe, d'altra parte, una proposta di Gentile per un
"ritorno al De Sanctis di SEGNO FASCISTA. Proprio dall'interno della
scuola crociana dai cosiddetti crociani di sinistra") è prospettata,
tuttavia, l'esigenza di un dibattito diversamente impostato, volto al recupero
della complessità della figura di D.: mentre Russo rivendicava "il
significato pedagogico ed etico" dell'opera e la sua intelligenza
dell'arte come notalità, Muscetta sottolineava l'importanza della sua poetica
realistica, la sua "serietà" culturale, la sua visione della
letteratura come vita morale. Importanti, in questa fase, furono anche gli
studi di W. Binni sull'"amore del concreto" che nutrì tutta la
ricerca desanetisiana e che problematizzò i suoi rapporti con l'hegelismo e di
Getto sulla Storia, "in cui la letteratura era studiata nel suo autonomo
valore e insieme nel suo necessario legame con tutta la vita e la cultura.
Infine, presentando una importante antologia di scritti desanctisiani, Contini
dichiara, a nome di un'intera generazione di studiosi, l'uscita
dall'"equivoco formalistico" della riduzione crociana di D. e la
necessità di tentare finalmente una comprensione filologica dei testi
desanctisiani, con tutta la loro problematicità anche irrisolta. Ma lo
spostamento ideologico dell'intero dibattito critico mosse dalla pubblicazione
dei Quaderni di Gramsci (Letteratura e vita nazionale, Torino) e dalla sua
celebre affermazione che il tipo di critica letteraria proprio della filosofia
della prassi è offerto da Sanctis. Da qui appunto si partì per un'ampia
verifica dell'"impegno" di D., del carattere militante della sua
critica, dei "saldi convincimenti morali e politici" che, secondo
Granisci, la sostanziavano: era una verifica, evidentemente, molto correlata al
bisogno della cultura d'incidere sul presente storico, dopo e contro il
"disimpegno" teorizzato, nel ventennio fascista, da crociani e non
crociani. Questo momento di dibattito produsse, fra l'altro, le iniziative
editoriali, cui si deve, oggi, la possibilità di leggere D. su testi di alto
livello scientifico: le due collane avviate da Einaudi e Laterza (e dirette
rispettivamente da Muscetta e L. Russo) per la pubblicazione delle "opere
complete". E non a caso, negli stessi anni, apparivano fuori d'Italia
(dove la letteratura desanctisiana è scarsissima) due importanti interventi
critici: quello di R. Wellek (che nella sua grande Storia della critica moderna
presenta D. come autore della "più bella storia che sia stata mai scritta
di una letteratura") e quello di Antonetti (che ne pubblicò in Francia una
documentata e intelligente biografia culturale). Né a caso sono condotte
indagini nuove e approfondite sui legami tra D. e la cultura (Mirri, Landucci,
Oldrini). In un clima culturale ancora una volta mutato, e ormai
insofferente dell'insistenza sull'"impegno politico del letterato",
si affermò l'esigenza di uscire dall'ottica di un D. modello per il presente, e
di sottolineare (accanto ai "valori" ormai definitivamente affermati)
la distanza storica e le diversità culturali che ci separano da lui. Tra gli
interpreti di questa esigenza ricordiamo A. Asor Rosa e parecchi dei
partecipanti al convegno napoletano su "De Sanctis e il realismo".
Con maggiore cautela, le più recenti occasioni offerte dal centenario
desanctisiano (F. D. nella storia della cultura, a cura di Muscetta, Bari e F.
D.: un secolo dopo, a cura di A. Marinari) si sono mosse su una linea di
attenzione ai testi, di chiarificazione e approfondimento della vasta ancora
aperta e interessanteproblematica desanctisiana, di tricollocazione storico-culturale
nel mutevole orizzonte di cultura europea in cui tutta la sua ricerca si
mosse. Il materiale manoscritto, ormai quasi tutto edito, si trova
(tranne una parte di quello epistolare, sparso un po' in tutta Italia) a Napoli
(Bibl. nazionale, bibl. di casa Croce e bibl. del dott. F. De Sanctis Jr.) e ad
Avellino (Bibl. prov. S. e G. Capone). Restano inediti quasi solo i voll.
dell'Epistolario. Le raccolte degli scritti, dopo le incomplete ediz.
Cortese e Barion (sono oggi quella laterziana (Bari, negli "Scrittori
d'Italia", a cura di L. Russo, incompleta) e quella einaudiana (Torino,
Opere di F. De Sanctis, a cura di C. Muscetta, priva soltanto degli ultimi due
voll. dell'Epistolario). La raccolta laterziana comprende i seguenti voll.: La
letteratura italiana, I (A. Manzoni, a cura di Blasucci); (La scuola liberale e
la scuola democratica, cur. Catalano); (Leopardi, a cura di Binni); Storia
della letteratura italiana, a cura di Croce; Memorie, lezioni e scritti
giovanili, I, a cura di F. Brunetti; Saggio critico sul Petrarca, a cura di E.
Bonora; Saggi critici, cur. Russo; La poesia cavalleresca, a cura di Petrini.
La raccolta einaudiana, invece, comprende: Lagiovinezza (memorie postume
seguite da testimonianze biografiche di amici e discepoli), cur. G. Savarese;
Purismo illuminismo storicismo (scritti giovanili, frammenti di scuola e
lezioni), cur. Marinari; La crisi del romanticismo (scritti del carcere e primi
saggi critici), a cura di Nicastro e Lanza; Lezioni e saggi su Dante, a cura di
S. Romagnoli, Saggio sul Petrarca, a cura di Sapegno e Gallo; Verso il realismo
(prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di
estetica, saggi di metodo critico), a cura di N. Borsellino; Storia della
letteratura italiana, a cura di Sapegno e Gallo; La letteratura italiana,
Manzoni (a cura di C. Muscetta e D. Puccini, La scuola cattolico-liberale e il
romanticismo a Napoli (cur. Muscetta e G. Candeloro, Mazzini e la scuola
democratica (a cura di Muscetta e Candeloro), Leopardi (cur. Muscetta e Perna);
L'arte la scienza e la vita (nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari), a
cura di Lanza; Il Mezzogiorno e lo Stato unitario (scritti e discorsi politici
a cura di F. Ferri,; I partiti e l'educazione della nuova Italia (scritti e discorsi),
a cura di N. Cortese; Un viaggio elettorale(seguito da discorsi biografici, dal
taccuino parlamentare e da scritti politici vari), a cura di Cortese;
Epistolario (cur. Ferretti e M. Mazzocchi Alemanni); (a cura degli stessi, (a
cura di Talamo, (a cura dello stesso, (a cura di Marinari, Paoloni e Talamo).
Ottime antologie degli scritti del D. sono quelle curate da G. Contini (Torino)
e da Sapegno e Gallo (Milano-Napoli). Per la bibl. delle opere e della
critica, cfr. Croce, Gli scritti di F. D. e la loro varia fortuna, Bari (con
integrazioni di C. Muscetta, in F. De Sanetis, Pagine sparse, Bari ed E. Pesce,
Supplemento alla bibliografia desanctisiana Napoli. Sono da tener presenti
inoltre le rassegne: M. Tondo, La lezione di D. Rassegna degli studi
dell'ultimo venticinquennio, Bari; P. Tuscano, F. D. a cento anni dalla morte,
in Cultura e scuola; Oldrini, La storiografia desanctisiana dell'ultimo
decennio, nel miscellaneo F. D. Un secolo dopo, a cura di A. Marinari,
Bari. Per la biografia, vanno ricordati anzitutto i seguenti saggi
d'insieme: Cione, F. D., Messina-Milano e Milano Montanari, F. D., Brescia;
Antonetti, F. D. Son évolution intellectuelle, son esthétique et sa critique,
Aix-en-Provence; E. Croce-A. Croce, D., Torino. Per gli anni della formazione,
sono da tener presenti i seguenti scritti: Croce, Introd. a F. De Sanctis, Teoria
e storia della letteratura, Bari; A. Marinari, Introd. a Purismo illuminismo
storicismo cit., nonché Le correzioni del Puoti ai primi due discorsi di scuola
del D., in Belfagor, Id., Alcuni problemi di cronologia desanctisiana, Firenze
e Il giovane D. lettore di P. Giannone, in Letteratura e critica, Studi in
onoredi Sapegno, II, Roma; Savarese, Primo tempo del D. e altri saggi, Bologna;
Luciani, L'estetica applicata di F. D., Firenze Muscetta, D. e i generi
letterari in F. D. nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari. Per
gli anni della prigionia e dell'esilio, sono indispensabili: E. Cione, F. D.
dallaNunziatella a Castel dell'Ovo, Napoli; Croce, Il soggiorno in Calabria,
l'arresto e la prigionia di F. D., Napoli ora in Aneddoti di varia letteratura,
Bari); F. D. a Torino, a cura di C. Vernizzi, Torino; Guglielminetti-G.
Zaccaria, F. D. e la cultura torinese e R. Martinoni, Gli anni zurighesi,
entrambi in F. D. nella storia della cultura cit. (dello stesso Martinoni, cfr.
anche La puzza della birra e del tabacco. Gli anni zurighesi di F. D., in
L'Almanacco Bellinzona Besomi, D. "in partibus transalpinis", ma non
"infidelium": letture zurighesi, in Per F. D., Bellinzona. Per gli
anni sono da tener presenti i voll. dell'Epistolario con le rispettive
introduzioni. Lo stesso vale per gli anni successivi. Per il soggiorno del D. a
Firenze, cfr. G. Spadolini, D. e Firenze capitale, in F. D. Un secolodopo. Per
il D. ministro, cfr.: G. Talamo, F. D. politico e altri saggi, Roma Soldani,
Scuola e lavoro: D. e l'istruzione tecnico-professionale, inF. D. nella storia
della cultura Ciampi, Il governo della scuola nello Stato postunitario, Milano
ad Indicem; A. Santoni Rugiu, Aspetti dell'ideologia formativa di F. D., nonché
S. Valitutti, Il pensiero e l'azione scolastica di D. ed Bottasso, D. ministro
e la formazione delle prime tre biblioteche nazionali (tutti in F. D. - Un
secolo dopo cit.). Per la morte e le onoranze funebri, cfr. In memoria di F.
D., a cura di M. Mandalari, Napoli a cura della Comunità montana Alta
Irpinia). Tra gli studi critici di carattere generale, cfr.: B. Croce, F.
D., in Letteratura della nuova Italia, I, Bari (per gli altri scritti
desanctisiani del Croce, cfr. G. Savarese, Croce e D., in Rassegna della
letteratura italiana, Russo, F. D. e la cultura napoletana, Venezia(poi
Firenze, ora Roma Muscetta, F. D., inLetteratura italiana. I minori, IV,
Milano e in Letteratura italiana. Storia
e testi, VIII, 1, Bari, ibid 19854; Fubini, F. D. e la critica letteraria, in
Romanticismo italiano, Bari Mirri, F. D. politico e storico della civiltà
moderna, Messina-Firenze; Landucci, Cultura e ideologia di F. D., Milano (sul
quale cfr. M. Mirri in Critica storica, e la risposta di S. Landucci, in
Belfagor); A. Asor Rosa, L'idea e la cosa: D. e l'hegelismo, in Storia d'Italia
(Einaudi), Torino e Il diagramma Sanctis e il nostro, in Letteratura italiana
(Einaudi), Torino Utilissime sono anche tutte le introduzioni ai singoli volumi
delle edizioni cinaudiana e laterziana. Sono da tenere inoltre in grande
considerazione le osservazioni di I. Svevo (in Racconti. Saggi. Pagine sparse,
Milano e Debenedetti (Commemorazione del D.),
(ora in Saggi critici, Milano), nonché quelle di Binni (L'amore del
concreto e la "situazione" nella prima critica desanctisiana, ora in
Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze), G. Contini (Introd. a
Sanctis, Scelta di scritti critici, cit.); G. Getto (Storia delle storie
letterarie, Milano ad Indicem), C. Dionisotti (Geografia e storia della
letteratura italiana, Torino, ad Indicem) e Wellek (Storia della critica
moderna, IV, Bologna. Molto ricche sono le miscellanee: F. D. e il realismo,
con Introd. di G. Cuomo, Napoli 1978; F. D. nella storia della cultura, a cura
di C. Muscetta, Bari; F. D. tra etica e cultura ("Riscontri"), a cura
di Giordano, Avellino; D. - Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari; Per F.
D., Bellinzona; F. D.: recenti ricerche, a cura dell'Ist. per gli studi
filosofici, Napoli 1989. Per i rapporti fra il D. e la cultura napoletana
dell'800, cfr. gli scritti di G. Oldrini (in particolare, La cultura filosofica
napoletana dell'800, Bari e gli interventi apparsi nelle varie miscellanee già
citate). Per quelli con l'hegelismo, oltre allo scritto già cit. del Binni,
cfr.: N. Giordano Orsini, D., Hegel e la situazione poetica, in Civiltà
moderna, Rossi, Sviluppi dello hegelismo in Italia (F. D., S. Tommasi, A.
Labriola), Torino; Il primo hegelismo italiano, a cura di Oldrini, Firenze; M.
T. Lanza, D. e Hegel, in F. D. nella storia della cultura, Landucci, cit.
Tra i tanti altri saggi, cfr. pure: M. Aurigemma, Lingua e stile nella critica
di F. D., Ravenna Battaglia, Parva desanctisiana, Bologna Moretti, La lingua di
F. D., Firenze Prete, Il realismo di D., Bologna Malcangi, F. D. deputato di
Trani, con Introd. di A. Lapenna e A. Marinari, Bari 1972; A. Marinari, Il
"viaggio elettorale" di F. D. Il dossier Capozzi e altri inediti,
Firenze Ghilardi, Il superamento del kantismo e l'esperienza politica di F. D.,
Napoli Guglielmi, Da D. a Gramsci: il linguaggio della critica, Bologna Celli
Bellucci-N. Longo, F. D. e G. Leopardi tra coinvolgimento e ideologia, Roma; M.
Dell'Aquila, Giannone, D., Scotellaro. Ideologia e passione in tre scrittori
del Sud, Napoli 1981; G. Nencioni, F.D. e la questione della lingua,
Napoli. Per i rapporti con le altre letterature europee: per la Francia
cfr. F. Neri, Il D. e la critica francese (ora in Saggi, Milano); P. Antonetti,
F. D. et la culturefrançaise, Firenze-Parigi Piscopo, D. e la culturafrancese,
in F. D. - Un secolo dopo cit.; per la Germania, cfr.: G. Bach, La cultura
tedesca in F. D., in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino 1935; F.
Matarrese, Goethe e D., Bari Westhoff, Schiller e D., Roma Mazzocchi Alemanni,
La "fortuna" di D. in Germania, in F. D. nella storia della cultura;
per il mondo angloamericano, cfr.: A. Lombardo, Shakespeare e la letteratura
inglese, in F. D. - Un secolo dopo cit., Della Terza, D. e la cultura
anglosassone, in F. D. nella storia della cultura cit., e D. negli Stati Uniti
d'America, in F. D. - Un secolo dopo. Per la fortuna critica dell'opera
del D., cfr. Biscardi, F. D., Palermo Romagnoli, F. D., in Iclassici italiani
nella storia della critica, a cura di W. Binni, II, Firenze; Castro, F. D.
nella critica italiana del secondo dopoguerra, in Problemi, Longo, Il
"ritorno" di D. Storia, ideologia, mistificazione, Roma Cfr. pure, al
riguardo, le rassegne di G. Oldrini, M. Tondo e P. Tuscano citate a proposito
degli scritti bibliografici. Nome compiuto: Sossio Giametta. Giametta. Keywords:
il volo d’Icaro, l’implicatura di Croce – eterodossie crociane – Cosi parlo
Zoroaster; cosi implico!”—cortocircuito e implicature, la pazzia di Croce, il
pazzo di Croce – la caduta di Icaro? No, il vuolo di Icaro! – Colli e
Montanari! -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giametta:
cortocircuito ed implicatura” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giandomenico: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’apertura semantica e
l’implicatura di Galilei – la scuola di Carunchio -- filosofia chietese –
filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Carunchio). Abstract. Grice: My attempt at Pirotese was inspired
by Russell, rather than Carnap!” Keywords: Tealy pirots karulise elatically. Filosofo
italiano. Carunchio, Chieti, Abruzzo. Grice: “I like Giandomenico; he makes
excellent commentary on Bernard’s controversial, deterministic idea of life –
from amoeba to man, in Russell’s words --.” Grice: “Surely this has connections
with my method in philosophical psychology, from the banal to the bizarre,
which actually starts with philosophical BIO-logy!” Grice: “Giandomenico shows
that while Bernard never thought he had to provide a ‘conceptual analysis’ of
‘vivente,’ he does propose this or that criterio: for one he tries to prove
that self-nourishment cannot be the criterion – but I’m not sure what the
positive he poes, if any!” Si
laurea con Corsano all’istituto di filosofia di Bari.Insegna a Brindis, Lecce,
Foggia, e Bari. Studia l'insegnamento di Filosofia nei Licei. Studia filosofia della
comunicazione. Fonda il Laboratorio di Epistemologia Informatica e il Centro per
la Metodologia della Sperimentazione. Studia pragmatica computazionale e
Informatica umanistica. Membro della Società Filosofica Italiana. Si occupato della
storia della fisiologia, la storia sdell’informatica, l’informatica pragmatica,
teoria della comunicazione, teoria dell’implicatura conversazionale, e teoria
del segno. Pubblicato uno studio su Tommasi, che aderì alla sperimentazione. Ha
trattato il contributo scientifico di Pende. Analizza i fondamenti
dell'informatica nei suoi rapporti con le teorie filosofiche, mettendo in
evidenza le strutture epistemiche reciprocamente significative. “Filosofia ed
informatica”, Inoltre, ha sperimentato applicazioni delle tecnologie informatiche
nella ricerca umanistica. Le ricerche condotte nell'ambito
dell'informatica linguistica si sono proposte l'analisi
linguistico-computazionale. L'obiettivo è stato quello di andare al di là del
livello “lessicografico” – il filosofese – o terminologia filosofica, como
‘implicatura’ -- e di implementare una rete sintattica automatica con l'ausilio
di software dedicati. Il primo progetto ha riguardato l'analisi della
conversazione nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di GALILEI. Usando un
software, creato dal Laboratorio di Epistemologia Informatica di Bari, ricava
un “vocabolario” (filosofese, terminologia filosofica, vocabolario filosofico)
galileiano, procedere ad una prima valutazione dello stile ed avviare l'analisi
“semantica” di un “concetto” utilizzato da Galileo. Ha raccolto, infine, questi
spunti in una riflessione sui linguaggi dell'artificiale, intersecati con
quelli della vita, sulle nuove tecnologie della comunicazione e sull'etica.
Altre opera: “Tommasi, filosofo, Bari, Adriatica; “Filosofia e sperimento”
Bari, Adriatica; “Scienza, filosofia, letteratura, Verona, Bertani; “
Introduzione a Charcot, Fasano, Schena); “Epistemologia informatica, Bologna,
Transeuropa); “ Filosofia e informatica. Bari: Laterza); “L'uomo e la macchina
trent'anni dopo: Filosofia e informatica, Società Filosofica Italiana, Bari,
Laterza); “Dall'offerta formativa alla creazione di un nuovo lavoro: la laurea
umanistica” in Convegno per il corso "Informatica umanistica” BARI: G.
Laterza); “Laboratori di psicologia tra passato e futuro, Lecce, Pensa
Multimedia); “La prosa di Galileo: la lingua la retorica la storia, Lecce, Argo);
“La filosofia come strumento di dialogo tra le culture, Bari, Mario Adda Editore);
La Società Filosofica Italiana, Roma, Armando. Triggiani, Cultura, un fronte
unico. Università e Comune per una rete dei contenitori, in Gazzetta del
Mezzogiorno, A.L., Dopo la laurea faccio il master in orecchiette, in Specchio.
Supplemento di La Stampa, F. Di Trocchio, Dall'archivio al futuro, in
L'Espresso,de Ceglia, l. Dibattista, Semi di storia della scienza. Milano, Angeli. L’esperire immediato e
l’esperienza mediata Affronteremo in questa lezione il difficile rapporto che
s’instaura tra il mondo-della-vita e quello della scienza, tra esperienza
diretta ed immediata ed organizzazione razionale. Husserl ritiene che le
scienze moderne (matematiche e naturali) hanno bisogno di un nuovo fondamento,
diverso e ben più solido di quello che vien loro solitamente attribuito dalla
comunità degli scienziati, dei logici e dei metodologi. Per trovare questo
nuovo fondamento, egli si rivolge direttamente al mondo-della -vita, cioè al
mondo dell’esperienza concreta, nel quale le intuizioni si presentano al loro
stato originario, non ancora elaborate in concetti: in una parola, si rivolge
al mondo del precategoriale. A questo proposito egli mette in guardia gli
scienziati, i quali ritengono di considerare la natura come è realmente e non
si accorgono dell’astrazione attraverso la quale essa è diventata per loro un
tema scientifico, non si accorgono cioè che le cose cui fanno riferimento -
perfino quando parlano di oggetti empirici, di risultati dell’osservazione e
della sperimentazione - sono in realtà il frutto di un precedente, assai
complesso e artificioso, lavoro categoriale. Possiamo ricordare, a questo
proposito, le procedure operative che oggi (in maniera più evidente di quanto
si poteva percepire ai tempi di Husserl) le scienze sperimentali adottano. Ecco
un esempio. Vedere, nella scienza del nostro tempo, vuol dire, quasi esclusivamente,
interpretare segni generati da strumenti: tra la vista di un astronomo del
nostro tempo che fa uso del telescopio spaziale Kepler e una di quelle lontane
galassie che appassionano gli astrofisici ed accendono la fantasia di tutti gli
esseri umani sono interposti oltre una dozzina di complicati apparati mediatori
del tipo: un satellite, un sistema di specchi, una lente telescopica, un
sistema fotografico, un apparecchio a scansione che digitalizza le immagini,
vari computer che governano riprese fotografiche e processi di scansione e
memorizzazione delle immagini digitalizzate, un apparecchio che trasmette a
terra queste immagini in forma di impulsi radio, un apparecchio a terra che
ritrasforma gli impulsi radio in linguaggio per un computer, il software che
ricostruisce l’immagine e le conferisce i necessari colori, il video, una
stampante a colori e così via. Questo esempio evidenzia che la scienza ha due
attività fondamentali: la teoria e gli esperimenti. Le teorie cercano di
immaginare come il mondo è; gli esperimenti servono a controllare la validità
delle teorie e la tecnologia che ne consegue cambia il mondo. L’intero iter
della ricerca scientifica si può sintetizzare con una affermazione netta:
rappresentiamo e interveniamo. Rappresentiamo al fine di intervenire e
interveniamo alla luce delle rappresentazioni. Dall’epoca della rivoluzione
scientifica ha preso vita una sorta di “artefatto collettivo” che dà campo
libero a tre fondamentali interessi umani: la speculazione, il calcolo,
l’esperimento. La collaborazione fra ciascuno di questi tre ambiti porta a
ciascuno di essi un arricchimento che sarebbe altrimenti impossibile. Per
questo, come aveva insegnato già il filosofo inglese Francesco Bacone (ritenuto
con Galilei il padre della scienza moderna), la scienza non è osservazione
della natura allo stato grezzo. I sensi dell’uomo vanno ampliati mediante
strumenti. I raggi dell’ottica di Newton, così come le particelle della fisica
contemporanea, non sono dati in natura, sono i dati di una natura sollecitata
da strumenti. Di fronte alla natura - come aveva affermato con una delle sue
barocche metafore il Lord Cancelliere inglese - dobbiamo imparare a “torcere la
coda al leone”. Da questo punto di vista la storia degli strumenti non è
esterna alla scienza, ma ne è parte costitutiva e integrante. Attenzione!
Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da
copyright. Ne è severamente vietata la riproduzione o il riutilizzo anche
parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore. La
rivincita della conoscenza comune In altre parole: la definizione operativa
accolta usualmente dagli scienziati tende sì a ricondurre i concetti ad un
contenuto empirico, ma questo contenuto in realtà è quello filtrato da teorie e
strumenti, come dall’esempio che abbiamo sopra riportato.La tesi di Husserl è,
invece, che il fondamento di tutte le scienze - anche di quelle cosiddette
empiriche - possa venire fornito soltanto dal «fiume eracliteo» delle
intuizioni che precedono qualsiasi tipo di concettualizzazione e che ci
coinvolgono nell’immediatezza della vita, personale e professionale, vissuta,
la quale presuppone “il mondo circostante quotidiano della vita, in cui tutti
noi, e anch’io in quanto filosofo, esistiamo coscienzialmente: non meno le
scienze, in quanto fatti culturali inclusi in questo mondo, e gli scienziati e
le loro teorie. Nei termini del mondo-della-vita: noi siamo oggetti tra gli
oggetti; siamo qui o là, nella certezza diretta dell’esperienza, prima di qualsiasi
constatazione scientifica, fisiologica, psicologica, sociologica, ecc. D’altra
parte siamo soggetti per questo mondo, soggetti egologici che lo esperiscono,
che lo considerano, che lo valutano, che vi si riferiscono attraverso
un’attività conforme a scopi, soggetti per i quali il mondo circostante ha il
senso d'essere che gli è stato attribuito dalle nostre esperienze, dai nostri
pensieri, dalle nostre valutazioni, ecc., e nei modi di validità (della
certezza, della possibilità, eventualmente dell’apparenza, ecc.) che noi
realizziamo attualmente, in quanto soggetti di validità o che già possediamo da
prima e che portiamo in noi in quanto abitualmente acquisiti, in quanto
validità di questo o di quel contenuto che possono essere attualizzate a
piacimento. Naturalmente tutto ciò soggiace a una molteplice evoluzione, mentre
”il” mondo continua a essere un mondo unitario, e si corregge soltanto nella
sua struttura di contenuto. Ora, se consideriamo noi stessi in quanto
scienziati, nella funzione di scienziati in cui ora di fatto ci troviamo, al
nostro particolare modo d’essere, di essere scienziati, corrisponde il nostro
fungere attuale nel modo del pensiero scientifico, del nostro porre problemi e
del nostro ricavare soluzioni teoretiche in relazione alla natura e al mondo
dello spirito; ciò a cui ci riferiamo non è dapprima altro che uno degli
aspetti del mondo-della-vita già precedentemente sperimentato o, comunque, già
presente alla coscienza e già valido scientificamente o pre-scientificamente.
Fungono con noi gli altri scienziati, che vivono con noi in una comunità
teoretica, che attingono o già possiedono le stesse verità, oppure che, grazie
all’accomunamento di questi atti, stanno con noi nell’unità di operazioni
critiche e nel proposito di un accordo critico. D’altra parte noi possiamo
essere per gli altri, e gli altri per noi, meri oggetti; invece che nella
comunità dell’unità di un interesse teoretico attuale, possiamo conoscerci
reciprocamente attraverso l’osservazione; possiamo conoscere gli atti del
pensiero, gli atti dell’esperienza e, eventualmente, altri atti, come fatti
obiettivi, ma “senza interesse”, senza partecipazione, senza un’adesione o un
rifiuto critico” (Husserl, La crisi delle scienze europee). Ogni pensiero
scientifico e qualsiasi problematica filosofica, secondo Husserl, implicano
sempre certe ovvietà, per esempio la certezza che il mondo esiste, che è già
sempre preliminarmente, e che qualsiasi rettifica di un’opinione di qualsiasi
tipo, presuppone sempre il mondo in quanto orizzonte di ciò che senza dubbio è
e vale. Anche la scienza oggettiva pone i suoi problemi sul terreno di questo
mondo, il quale, però, è sempre già da prima, che è già a partire dalla vita
prescientifica. Essa, come qualsiasi prassi, presuppone il suo essere; ma,
insieme, si pone come fine la trasformazione del sapere prescientifico (che è
imperfetto sia nella sua portata che nella sua consistenza), in un sapere
compiuto, conformemente all’idea della correlazione tra mondo, che in sé è ben
determinato, e verità scientifiche che lo spiegano, presentandosi come delle
verità in sé. In altri termini, il suo compito è quello di attuare questa
esplicazione attraverso un processo sistematico, attraverso gradi di
compiutezza, utilizzando un metodo che permetta un costante progresso. In
realtà Husserl tende a realizzare una descrizione dello strato precategoriale
(o antepredicativo) posto a fondamento dell’edificio logico-categoriale. Questo
strato può presentarsi sia come un piano autonomo d’esperienza che ignora la destinazione
predicativa, sia come un’anteriorità funzionale, cioè come un precategoriale
non autonomo in quanto indirizzato verso il piano predicativo (o categoriale).
In questo secondo caso, il predicativo assume il valore di interpretazione ed
esposizione linguistica dell’antepredicativo cioè dell’originario d’esperienza.
Il criterio che egli assume, peraltro, richiede che ogni fondazione e
chiarificazione conoscitiva acquisisca, dal punto di vista fenomenologico, la
forma del rinvio all’intuizione fondante. In tal modo il rapporto tra
sensibilità ed intelletto (è evidente qui il richiamo critico alle due “fonti
della conoscenza”, di kantiana memoria) si traduce nel rapporto tra sensibile e
“categoriale”: il non-categoriale, il precategoriale è collocato nella sfera
del sensibile con tutta la sua valenza fondativa per gli atti logici
superiori. La rivincita della conoscenza comune Agrimensura empirica e
geometria scientifica Tra le pagine più note, nelle quali Husserl analizza il
rapporto fondativo del precategoriale incarnato nel mondo-della-vita ed il
categoriale consacrato nei paradigmi scientifici, quelle dedicate alla genesi
della geomertia e della geometrizzazione della natura sono particolarmente
idonee per le tematiche che stiamo analizzando. Husserl precisa subito che la
sua indagine genealogica non mira ad una ricostruzione “storiograficamente
corretta” delle origini della geometria (emblematicamente assurta a simbolo
della scienza “esatta”, ma non rigorosa) bensì vuole rintracciare il senso
profondo, originario della sua collocazione categoriale. Il problema
dell'origine della geometria (e sotto il titolo di geometria raccogliamo qui, a
fine di concisione, tutte quelle discipline che si occupano delle forme
esistenti matematicamente nella spazio-temporalità) non è qui un problema
storico-filologico; non si tratta quindi di reperire i primi geometri
che·abbiano formulato proposizioni, dimostrazioni, teorie geometriche, né
quelle determinate proposizioni che essi possono aver scoperto, ecc. Il nostro
interesse mira invece a risalire al senso più originario in cui la geometria si
è costituita, in cui si è sviluppata attraverso millenni, in cui è ancora viva
per noi e in cui continua a evolvere; noi indaghiamo cioè il senso in cui si è
presentata per la prima volta nella storia - il senso in cui dev’essersi
presentata, anche se nulla sappiamo, né cerchiamo di sapere, sui suoi creatori.
Partendo da ciò che sappiamo della nostra geometria, oppure dalle sue forme più
antiche tramandateci (per es. dalla geometria euclidea), cerchiamo di risalire
agli inizi originari e ormai sommersi della geometria, a quegli inizi
“originariamente fondanti” così come devono necessariamente essersi prodotti.
Questo tentativo di risalire al senso originario si mantiene necessariamente nell’ambito
delle generalità, ma, come La rivincita della conoscenza comune risulterà tra
breve, si tratta di generalità ricchissime, la cui esplicitazione offre la
possibilità di attingere problemi particolari e constatazioni evidenti che a
loro volta si configurano come problemi. La geometria, per così dire, compiuta,
a cui occorre rifarsi per risalire al suo senso, è una tradizione. La nostra
esistenza umana si muove nell’ambito di un numero enorme di tradizioni. Tutto
il mondo culturale, in tutte le sue forme, è per noi in base alla tradizione.
Perciò le forme culturali non sono soltanto divenute causalmente: noi sappiamo
anche che la tradizione è appunto una tradizione che si è costituita nel nostro
spazio umano e in base all’attività umana, sappiamo che è spiritualmente
divenuta - anche se in generale noi non sappiamo nulla della sua precisa
provenienza e della spiritualità che l’ha di fatto determinata. E tuttavia,
anche questo non-sapere include sempre, per essenza e implicitamente, un sapere
che può essere esplicitato, un sapere di un’evidenza incontestabile. (Husserl).
Questo sapere, continua Husserl, affonda le radici, nell’esempio specifico che
egli illustra, nell’impiego empirico dei concetti geometrici. A questo livello
possiamo certo accontentarci di determinazioni piuttosto vaghe, di una vaga
tipicità; e dunque di confronti sommari, a occhio e croce. Ci possiamo
contentare, ma beninteso secondo i casi. Vi sono situazioni in cui non ci
contentiamo affatto. Se, ad esempio, dobbiamo vendere il nostro campicello o
scambiare il nostro con quello di un altro, presumibilmente non saremo affatto
soddisfatti da determinazioni tra il più e il meno. Cercheremo di escogitare
metodi più precisi di confronto, dunque metodi di misurazione. Si vede subito
allora in che senso la pratica della misurazione abbia a che fare con la
geometria, e in particolare con la sua origine. Pur essendo motivati da
interessi pratici, cominciamo tuttavia ora a porci problemi teorici, continua
Husserl, sia pure in una forma relativamente disorganica. Per escogitare metodi
di misurazione abbiamo bisogno di operare una certa classificazione delle
forme, scoprire certe relazioni tra esse o inventare dei ben determinati
congegni per stabilire tra esse una relazione. In tutto ciò sono implicite
numerose riflessioni teoriche che preparano la riflessione propriamente
geometrica. Lo stesso problema di una classificazione tenderà, ad esempio, ad
un certo ordinamento che prefigura la distinzione tra forme elementari e forme
derivate e che non solo richiede un preciso intervento teorico, ma configura
altrsì un possibile campo di indagine con fini propriamente ed esclusivamente
conoscitivi. Questa origine della problematica geometrica non ha evidentemente
un carattere “storiografico” nel senso consueto del termine. In altri termini,
non ci sono documenti che mostrino che le cose siano andate proprio così, e
questo è un altro elemento di notevole interesse che emerge dalle riflessioni
di Husserl e che riguarda il concetto della storicità. È innegabile infatti che
siamo comunque di fronte ad una descrizione storica, ma essa è condotta sul
filo di una logica interna ai concetti, non è un racconto più o meno
leggendario. E persino l’origine della riflessione geometrica dall’agrimensura
ha forse queste caratteristiche di una connessione genetica non
storiograficamente documentata in senso stretto, ma che rientra tuttavia, in un
certo senso, nel pensiero di una storia della geometria alle sue origini.
Scrive Husserl: La metodica geometrica della determinazione operativa di alcune
e poi di tutte le forme ideali a partire da forme fondamentali, in quanto mezzi
elementari di determinazione, rimanda alla metodica esercitata già nel mondo
circostante pre-scentifico-intuitivo, dapprima in modo rudimentale poi secondo
regole d’arte, alla metodica della misurazione e in generale della
determinazione misurativa. Le sue finalità hanno un’origine, che è rivelatrice,
nella forma essenziale di questo mondo-della-vita. Le sue forme sensibilmente
esperibili e sensibilmente- intuitivamente pensabili in esso e tutti i tipi
pensabili, a qualsiasi grado di generalità, si connettono continuamente le une
con gli altri. In questa continuità essi riempiono la spazio- temporalità
(sensibilmente intuitiva) che è la loro forma (Form). Ogni forma che rientra in
questa aperta infinità, anche quando è data come un fatto nella realtà, è priva
di “obiettività”, perciò non è determinabile intersoggettivamente da chiunque -
per es. da un altro che non la veda di fatto -, né comunicabile nella sua
determinatezza. Evidentemente a costui serve la misurazione. La misurazione è
qualcosa di molto differenziato, il misurare vero e proprio non è che il suo
momento conclusivo: da un lato si tratta di produrre concetti adatti per le
forme corporee dei fiumi, dei monti, degli edifici, ecc. che di regola devono
rinunciare a concetti e a nomi rigorosamente determinanti; innanzitutto per le
loro “forme” (nell’ambito della somiglianza visiva), e poi per le loro
grandezze e per i loro rapporti di grandezza e; ancora, per l’ubicazione,
mediante la determinazione delle distanze e degli angoli che vengono riportati
a luoghi e a direzioni presupposti noti e immobili. La misurazione scopre
praticamente la possibilità di scegliere come misura certe forme fondamentali
empiriche, che sono concretamente definite su corpi che di fatto sono
generalmente disponibili ed empirico-rigidi, e, mediante i rapporti che
esistono (e che devono essere scoperti) tra queste misure e le altre forme
corporee, cerca di determinare intersoggettivamente e in modo praticamente
univoco queste forme - dapprima in sfere ridotte (ad es. nell’ agrimensura) poi
per nuove sfere di forme. Si capisce così come, in seguito all’esigenza, ormai
desta, di una conoscenza filosofica, di una conoscenza che determinasse il vero
essere, l’essere obiettivo del mondo, la misurazione empirica e la sua funzione
empiricamente- praticamente obiettivante, attraverso la trasformazione
dell’interesse pratico in un interesse puramente teoretico, potesse venir
idealizzata e trapassare così in un pensiero puramente geometrico. La
misurazione prepara così la geometria universale e il suo mondo di pure forme-
limite. (Husserl). Naturalmente la fenomenologia rappresenta in certo senso la
guida di questo pensiero. Benché l’istante della transizione non possa essere
documentato, è tuttavia chiaro che molte conoscenze geometriche siano state
anticipate e presupposte nella tecnica degli agrimensori. Anzi in generale i
problemi che sorgono nell’ambito della soluzione di difficoltà pratiche
stimolano la ricerca sul piano teoretico–conoscitivo: la prassi tecnica genera
motivi di riflessione teorica. E inversamente la riflessione teorica diventa un
mezzo della tecnica; una volta che una scienza come la geometria si è
costituita, quando cioè esiste un lavoro scientifico diretto in modo autonomo
ad un universo di oggetti concettualmente definito, questo lavoro si ripercuote
a sua volta sul terreno dei problemi tecnici suggerendo nuove idee e nuovi
progetti. Logica trascendentale e mondo-della-vita Questa interconnessione
tra precategoriale e categoriale non riguarda soltanto le scienze naturali e
sociali, ma investono ovviamente anche le scienze formali e, tra queste, la
logica, verso la quale Husserl, fin dall’inizio della sua attività filosofica,
ha sempre mostrato particolare interesse. Dalle Ricerche logiche a Logica
formale e trascendentale a Esperienza e giudizio, egli traccia la via di una
genealogia della logica, in polemica con il logicismo e lo psicologismo, Nello
sviluppo del suo pensiero si impone a Husserl anche l’esigenza di chiarire che
genere di rapporto sussiste tra la logica antepredicativa e la logica
predicativa. La percezione sensibile, per quanto consista nel tendere da parte
dell’io verso l’oggetto intenzionato, è sempre una conoscenza instabile,
insicura, che non consente mai di possedere l’oggetto conosciuto in maniera
definitiva. Questo è possibile soltanto mediante una conoscenza predicativa,
cioè attraverso la logica, la quale ha la capacità di fissare l’oggetto e di
conservarlo anche quando non è presente nella percezione. La conoscenza
antepredicativa e quella predicativa, perciò, si differenziano nettamente e
ciascuna si caratterizza per una propria specificità. Se però si analizza la
genesi della logica, ci si rende conto che bisogna rifarsi alla percezione
sensibile per spiegare la logica predicativa. Questo significa che la
conoscenza predicativa, di cui appunto la logica è l’espressione più compiuta,
riposa fenomenologicamente, cioè dal punto di vista della sua fondazione, sulla
conoscenza antepredicativa, cioè si esplicita in logica trascendentale. Scrive
Husserl: Chiarito il contrasto tra scienza obiettiva e mondo-della- vita,
occorre tuttavia localizzare la loro essenziale connessione: la teoria
obiettiva nel suo senso logico (in termini universali, la scienza come totalità
delle teorie predicative, dei sistemi logici in quanto sistemi di proposizioni
in sé, di verità in sé e, in questo senso, di enunciati logicamente connessi) è
radicata e fondata nel mondo-della-vita, nelle sue evidenze originarie. Proprio
per questo la scienza obiettiva ha una costante relazione di senso col mondo in
cui sempre viviamo, e in cui, quindi, viviamo anche nella nostra qualità di
scienziati accomunati a tutti gli altri scienziati - si tratta cioè di una
relazione col comune mondo-della-vita. Ma così la scienza obiettiva è
un’operazione di persone pre-scientifiche, di persone singole e di persone
accomunate nell’attività scientifica, di persone quindi che appartengono al
mondo-della-vita. Le loro teorie, le formazioni logiche, non sono naturalmente
cose del mondo-della-vita nel senso in cui lo sono i sassi, le cose, gli
alberi. Sono totalità logiche e parti logiche costituite da elementi logici
ultimi. Per parlare con Bolzano: sono rappresentazioni in sé, proposizioni in
sé, conclusioni e dimostrazioni in sé, unità ideali di significato, la cui
idealità logica è determinata dal loro telos “verità in sé”. Ma anche questa
idealità, come qualsiasi altra, non muta nulla al fatto che sono formazioni
umane connesse per essenza alle attualità e alle potenzialità umane, e che
quindi rientrano nella concreta unità del mondo-della-vita, la cui concrezione
dunque ha una portata maggiore di quella delle cose. Ciò vale,
correlativamente, anche per le attività scientifiche, sperimentali, per le
attività che in base all’esperienza plasmano le formazioni logiche, in cui esse
compaiono in forma originaria e in modi originari di evoluzione, nei singoli
scienziati e nella comunità degli scienziati: quale originarietà delle
proposizioni, delle dimostrazioni, ecc. che sono state elaborate in comune
(Husserl). Come potete notare, si tratta di un’ampia riflessione sul come le
strutture logiche siano o meno adeguate alla dimensione della realtà oggettiva.
In questo senso la logica trascendentale si presenta come logica dei
fondamenti, ed è in seno ad essa che si costituisce la logica come scienza
formale. La logica formale tradizionale, invece, ha ignorato la propria genesi,
presupponendo come ovvia la validità delle proprie leggi. Al contrario, un
giudizio logico deve essere valutato come un atto soggettivo di conoscenza che
si impadronisce del suo contenuto. Per questo motivo le leggi logiche formali,
che siano normative del giudizio, ma che non tengono conto del fatto che sono
normative anche del suo contenuto, fanno sorgere interrogativi sulla validità
dei loro giudizi sul mondo naturale e sulla verità ed evidenza dei loro
contenuti. Seguendo questo punto di vista, Husserl sviluppa pienamente il tema
della logica trascendentale in rapporto alle categorie di verità e di
significato. Conseguentemente, la logica si configura qui come teoria delle
teorie: essa non è solo un discorso logico sulla logica, condotto con i mezzi
della logica, ma un metadiscorso sulla logica, che tuttavia non si presenta né
come una sovrastruttura né come una forma speculativa. E’, a tutti gli effetti,
una regressione, un ritorno ai fondamenti che l’hanno costituita nelle sue
operazioni originarie, anche storiche, nonché nelle sue operazioni attuali. Le
ricerche fenomenologiche, ribadisce Husserl, risultano necessarie alla logica
pura, trascendentale. Ne rappresentano la sua fondazione intuitiva e
precategoriale: in quanto la logica è da ricercare nelle operazioni
costitutive, diventa logica filosofica, filosofia prima, teoria della teoria.
Ma, badate bene, ciò non è in contraddizione con la fondazione precategoriale:
è solo l’altra faccia della questione, poiché la fondazione deve sempre essere
ristabilita nella presenza e nelle modalità temporali e quindi genetiche e
storiche. Le scienze, invece, che non prendono in considerazione ciò che
costituisce il loro fondamento trascendentale, cioè le condizioni per cui si
danno, si risolvono in pure tecniche di manipolazione di simboli linguistici. Nome
compiuto: Mauro Di Giandomenico. Giandomenico. Keywords: l’apertura semantica, “How
Pirots Karulise Elatically” – pirots karulise elatically – pirots karulise –
‘implicazione’ – aperture semantica, Galileo, la retorica di Galilei, Galilei,
lo stile di Galilei, Vinci, I corpi, la filosofia positivistica italiana -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Giandomenico: l’implicatura conversazionale: ‘Pirots karulise elatically;
therefore, pirots karulise!” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura mistica –
l’implicatura di Catone – la scuola di Muggia -- filosofia muggiana – filosofia
triestina – filosofia friulese – filosofia veneta. filosofia italiana – Luigi
Speranza (Muggia). Abstract. Grice: “At Oxford, we had Chamberlain, and I
was forced to leave Oxford and join the Navy – at Bologna, they had Mussolini,
who rather created a school of mysiticism to entertain the philosophical minds
amongt them!” Keywords: fascism. Filosofo muggiano. Filosofo
trestino . Filosofo italiano. Muggia, Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “It’s hard for me to
judge Giani’s philosophy because I fought against the Italians during the
so-called ‘second world war,’ so-called!” Grice: “But I would be willing to
expand: if Giani developed what he aptly called a ‘mystique’ – so did we at
Oxford – Churchill surely held his ‘mystique.’ Of course the Italian, being
more scholastic, had to call it ‘scuola di mistica,’ – and the idea was that of
an all-male chivalry order – aptly set at Milan!” Fonda la corrente filosofica nota come "Mistica".
Partì come volontario di guerra e morì sul fronte. Frequentato il Liceo
ginnasio di Trieste. Si trasfere a Milano, dove si iscrive a Milano e quindi ai
Gruppi Universitari, laureandosi. Anticipa l'imminente apertura della scuola
sul foglio dei Gruppi Universitari, "Libro e moschetto" della scuola
di mistica. Ne divenne direttore, carica che lasciò alla fine dell'anno
seguente dopo aver scritto il suo ampio discorso da tenersi a Roma in occasione
dellaI iunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che
coincide anche con il decennale della Marcia su Roma in cui enuncia i principi
della nuova scuola. Su impulso di G. si comincia inoltre a pubblicare i
Quaderni della scuola di mistica. Poche settimane dopo la riunionesi
dimise da direttore con una lettera inviata a MUSSOLINI, per contrasti interni
con il segretario politico dei Gruppi Universitari. Imputa le dimissioni al
mancato trasferimento della scuola nella vecchia sede de Il Popolo d'Italia
chiamato anche "Il covo" La richiesta di entrare in possesso de
"Il covo" punta ad ottenere il possesso di uno degl’ambienti più
importanti dell'immaginario fascista. Continua quindi a collaborare con diversi
quotidiani come "Il Popolo d'Italia" e "Gerarchia". "Lineamenti
sull'ordinamento sociale dello stato" gli fa ottenere la libera docenza e e
quindi la cattedra a Pavia ma parte volontario per la guerra arruolandosi col
grado di capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel Battaglione"Vercelli".
Rientrato in Italia, riassunse la guida della scuola, qui in occasione della
chiusura dell'anno scolastico nell'aula della casa del Fascio di Milano.
Rientrato in Italia riassunse la carica di direttore della "Scuola di
Mistica" lanciando due importanti iniziative, rilancia la pubblicazione
della serie di "Quaderni" che affrontavano differenti problematiche e
sempre per sua iniziativa fu creata nell'ambito della scuola la rivista
mensile, Dottrina che divenne l'organo ufficiale della Scuola, in cui pubblica il "Decalogo dell'italiano nuovo”. Si
dedica inoltre al giornalismo diventando direttore a Varese di "Cronaca
prealpina" e collaborando a diverse testate, tra cui Tempo (Direttore:
Acito). Dalle pagine di "Cronaca prealpina" prese parte alla campagna
fondata sui propri convincimenti del ‘spirito’ contrapposto al
"biologico" La Cronaca
prealpina dopo la nomina di G. a direttore arriva a quadruplicare la tiratura.
L'incontro a Roma con Mussolini in cui si decise la cessione del covo ai
"mistici" della Scuola. Su impulso di G., con una cerimonia
presieduta di Starace, la sede ufficiale della scuola di mistica si sposta nel
medesimo edificio che ospitò ai suoi primordi il giornale Il Popolo d'Italia,
chiamato il covo. Il covo negli anni e stato trasformato in una galleria. La
palazzina e proclamata monumento nazionale con tanto di guardia d'onore svolta da squadristi e combattenti. Per
esplicita decisione di Mussolini, e ufficialmente consegnata ai mistici della
scuola. L'evento e vissuto come una autentica consacrazione dei insegnanti
riuniti intorno a G.. In realtà la consegna e già stata disposta come risulta
da un foglio d'ordini del PNF e in quell'occasione il consiglio direttivo e ricevuto
a Roma da MUSSOLINI. Mussolini li aveva spronati continuare nella loro
attività. A Milano, in occasione del decennale dalla fondazione della
scuola, organizza il convegno di mistica che nelle sue intenzioni dove essere
il primo della serie. Obiettivo che sfuma a causa dell'entrata in guerra.
L'incontro vide oltre 500 partecipanti ed ha l'adesione della maggior parte dei
filosofi dell'epoca. Come gran parte dei mistici, partecipa nuovamente come
volontario alla seconda guerra mondiale, conflitto nel quale vede il presagio
di una rivoluzione in vista di una nuova era. Inquadrato nel reggimento alpini prende parte alla battaglia
delle Alpi Occidentali contro la Francia venendo decorato con la medaglia
d’argento al valor militare.Terminata la campagna di Francia in seguito
all'armistizio torna alla vita civile ma incominciata nel frattempo la guerra
in nord Africa richiese più volte di partire volontario senza ottenere
soddisfazione. Alla fine ottenne di partire
come corrispondente di guerra de Il Popolo d'Italia, della Cronaca
prealpina e de L'Illustrazione Italiana presso i reparti della regia
aeronautica. Per quest'ultima realizza anche diversi servizi fotografici. All'attività
di giornalista affiance anche quella di militare prendendo parte ad alcune
azioni e ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare. E richiamato in
Italia dove riassunge la guida de "La cronaca prealpina".Nuovamente
incorporato nel reggimento alpini riparte infine come volontario per la
campagna di Grecia, dove cadde sul fronte greco-albanese nella battaglia per la
conquista della Punta Nord del Mali Scindeli. Si offre volontario per una pericolosa
missione che prevede la conquista di una munita postazione greca. L'attacco
ebbe inizialmente successo con la conquista della posizione ma riorganizzatisi
i greci condussero un contrattacco. Nello scontro cadde. Il periodico
L'Illustrazione Italiana scrive, senza riportare dove o come avrebbe potuto
registrare tali parole, che l'ufficiale greco che lo aveva colpito a morte
avrebbe raccontato che nello scontro G. gli si era parato davanti "come un
dio o un demone". Il corpo di G. anda disperso e gl’altri
assaltatori che prendono parte
all'attacco dovettero ritirarsi rapidamente incalzati dai soldati greci. E
pochi giorni dopo incaricato delle ricerche Carati che e anche vice-direttore
della scuola di mistica. Le ricerche a causa della perdurante situazione di
guerra sono nulle, e riuscì solo ad individuare il luogo in cui e caduto.
In quell'occasione, richiesta un'udienza al duce, chiede che puo partire per
l'Albania il cognato Guido G. e il fratello Sampietro. Questi ultimi rinvennero
la salma sepolta in maniera anonima in territorio greco. Di qui la salma e
translata nel piccolo cimitero militare di Klisura. MUSSOLINI e preso
come principale punto di riferimento dalla scuola di mistica. Elabora un discorso
programmatico in cui enuncia i principi fondanti della Scuola e della Mistica
fascista. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare,
interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola
di mistica ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori che sono nell'opera del Duce. (G. in La marcia sul mondo). Inizialmente i
principi esposti da G. fanno parte di un discorso più ampio da tenersi a Roma
in occasione di una riunione della Società Italiana per il Progresso delle
Scienze. L'ampio discorsoe poi pubblicato nella serie dei "Quaderni"
voluti da G. con il titolo "La marcia sul mondo della civiltà". Si
impone un ritorno alle origini, ovvero al movimentismo rivoluzionario, riallacciandosi
idealmente all'esperienza delle prime squadre d'azione e degli arditi della
Grande Guerra quindi, secondo Veneziani "una più radicale rivoluzione
coniugata al recupero di una più integralistica tradizione. Ma più che legati
agli enunciati politici del manifesto di sansepolcro i mistici di quella
esperienza esaltavano soprattutto la lotta contro la borghesia affaristica del
primo dopoguerra. La mistica si considera rappresentante proprio di questo
mondo ispirato dall'amore di patria e posta a guardia della rivoluzione
permanente e in contrasto con gli opportunisti e i trasformisti. Individuava
nell'epoca contemporanea *quattro* principali mistiche, destinate ad apportare
in un primo tempo dei benefici ma poi a fallire: liberale, democratica,
socialista e comunista. Liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo
sono le quattro mistiche dominanti nella societa. Il bilanciolo abbiamo già
visto è per tutte negativo. Il liberalismo porta all'anarchia. La democrazia porta
all'instabilità politica e sociale. Il socialism porta alla otta civile. Il
comunismo porta alla vita primitiva. Queste quattro mistiche sono pertanto anti-storiche.
A fronte di esse l'unica mistica in grado di superare tali crisi era quella come
sviluppato nel capitolo intitolato "La marcia ideale" la cui
conoscenza e diffusione presso le masse era compito della élite. Medaglia
d'argento al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'argento al
valor militare «Volontario nella guerra d'Africa ove prese parte volontario a
diverse pattuglie esploratori, chiese ed ottenne di essere anche in quest
guerra assegnato ad un reparto combattente. Destinato all'11º alpini volontario
a due azioni del battaglione Bolzano chiese di partecipare alla ardita discesa
di due compagnie del battaglione Trento effettuata in una valle occupata dal
nemico e avanzò con la prima pattuglia sotto intenso bombardamento, sprezzante
del grave pericolo di sorprese e di accerchiamento nemico, esempio trascinante
a ufficiali e soldati, e prova di dedizione alla patria, di alta fede e di
valore. Medaglia di bronzo al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia
di bronzo al valor militare «Corrispondente di guerra presso una squadra aerea
disimpegnava il suo particolare e delicato servizio con alto senso di
responsabilità. Spesso presente sugli aeroporti più avanzati e maggiormente
battuti dall'offesa nemica allo scopo di rendersi conto di ogni particolare,
partecipava volontariamente a difficili e rischiose missioni di guerra, dando
sicura prova anche nelle più critiche circostanze di sereno sprezzo del
pericolo e completa dedizione al dovere.» Medaglia d'oro al valor militarenastrino
per uniforme ordinaria medaglia d'oro al valor militare. Volontariamente, come
aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita,
alla quale era stato affidato il compimento di una rischiosa impresa.
Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a
mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e
superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si
lanciava alla testa dei pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi.
Mentre in piedi lanciava l'ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo
eroico esempio, al grido di: «Avanti Bolzano! Viva l'Italia», veniva
mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo
valore e di amor di Patria. Punta NordMali Scindeli (Fronte greco) Saggi: “La
via della gloria, anni 20 La marcia sul mondo della Civiltà Fascista, Lineamenti
su l'ordinamento sociale dello Stato, Giuffré ed. La mistica come dottrina. Perché
siamo, A. Nicola. Perché siamo mistici. Mistica della rivoluzione. Antologia di
scritti, Il Cinabro, Longo, “I vincitori
della guerra perduta” (sezione su G.),
Settimo sigillo, Roma.Carini, G. e la scuola di mistica fascista, Mursia, Antonellis, Come doveva essere il
perfetto, su storia illustrate, Antonellis, Come dove essere il perfetto, su
storia illustrate, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini,
G. e la scuola di mistica, Mursia,Carini,
G. e la scuola di mistica, Mursia, Carini, G. e la scuola di mistica fascista,
Mursia, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Grandi, Gli eroi, G. e la Scuola di mistica, Cfr. a tale proposito le
ricerche di Laforgia, una cui sommaria sintesi è nel sito varesenews Archiviato.
Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Il
saggio, edito da Dottrina Fascista, riporta in forma integra la conferenza inaugurale
tenuta da G. per l'inaugurazione del corso per maestri della scuola di mistica.
Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia in Grandi, Gl’eroi di Mussolini,
BUR, Milano, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Veneziani,
La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, Longo, Gl’eroi della
guerra perduta, Settimo sigillo, Roma,
L'Illustrazione italiana, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola
di mistica fascista, Grandi, Gl’eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica
fascista, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione
su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Marcello Veneziani, La
rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, G., La marcia sul mondo,
Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Carini, G. e la Scuola di mistica, prefazione di Veneziani, Mursia,
Milano, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica, BUR
Biblioteca Rizzoli, Raido Speciale Scuola di Mistica, Raido, Roma, Arnaldo M.,
Coscienza e dovere. G. MISTICA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA Antologia di scritti. In breve: Siamo mistici perchè siamo degli
arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini
partigiani per eccellenza e quindi anche assurdi Del resto nell’impossibile e
nell’assurdo non credono gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la
volontà, niente è assurdo». (Niccolò Giani) Un’antologia che raccoglie i più
significati testi di G., tra i massimi esponenti della corrente più radicale,
oltranzista e universale del Fascismo, la Scuola di Mistica
Fascista. Questa antologia rappresenta la prima raccolta organica dei più
significativi scritti di G. È, a nostro
giudizio, il modo migliore per illustrare senza filtri la sua persona, la sua
filosofia, e la sua azione. È un omaggio doveroso al testimone di quello che e
il Fascismo universale e intransigente che mai scese a compromessi con la vita
comoda, al rinnovatore spirituale e politico di una intera generazione. Esempio
di eroismo che, al di là della contingenza storica, seppe essere coerente con i
propri principî vivendo l’ideale sino all’estremo sacrificio; quasi innalzando
il Fascismo ad una categoria universale dell’essere, come fonte inesauribile di
spiritualità cui innestarsi per fare la rivoluzione dell’uomo e del mondo. G.,
nato a Muggia, cadde sul fronte greco nello slancio del combattimento,
trasfigurato ormai nell’eroismo muto. Dimostra con la vita affermata oltre la
morte, l’armonia tra pensiero e fede, la continuità tra filosofia ed azione, e
della autentica rivoluzione rimane il puro rappresentante del nuovo italiano:
per questo il suo esempio e il seme fecondo dell’aspro cammino di domani. Seppe
con l’azione indicare la strada, con l’intransigenza insegnare l’esempio. I
tesserati sono i suoi avversari. Contro di essi combatté, contro cioè i falsi,
i presuntuosi, gli esibizionisti, i retorici, gli arrivisti; contro coloro,
insomma, che considerarono la rivoluzione come atto di ordinaria
amministrazione, sfruttabile per fini personali. Il Cinabro Ufficio stampa
Rimbotti: Mistica Fascista. L’ordine della Milizia sacra; Rossi: La Mistica
Fascista dell’Uomo Nuovo. Tra milizia politica e meta-politica la scuola
rivoluzionaria del Fascismo; Mezzasoma: G., discepolo di Arnaldo. Decalogo
dell’Uomo Nuovo La marcia ideale sul mondo della Civiltà fascista Generazioni
di Mussolini sul piano dell’Impero Civiltà fascista civiltà dello spirito Aver
Coraggio A difesa dell’Europa Fuori La mistica come dottrina del fascismo Le
due Europe Mistica del fascismo, Corporativismo e Autarchia Il Centro di
preparazione politica per i giovani. Fucina di Campioni della Rivoluzione
Valore primordiale del covo I soliti imbecilli L’equivoco Perché siamo dei
mistici Il volto della guerra Testamento spirituale al figlio G.:
Presente!Mistica Della Rivoluzione Fascista E questo diritto alla prima linea,
ad essere i disperati del Fascismo, è l’unica pretesa che, oggi, domani,
sempre, i mistici del Fascismo accamperanno di fronte alla Rivoluzione, come,
con vena veramente squadrista, ha detto PALLOTTA (si veda) nella sua relazione
che ha avuto lo spirito e la mordenza del «menefreghismo» più autenticamente
fascista. Prima linea, sul fronte esterno ed interno, contro il nemico di fuori
e di dentro. Contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, ma
anche, e con uguale decisione e durezza, contro gli attentatori della nostra
integrità spirituale (G.) Le conseguenze derivate dalla fine del primo
conflitto mondiale e l’immediatarossi 5 crisi strutturale delle istituzioni e
dei valori che investì, con una forza che non aveva avuto precedenti nella
storia, le società europee, vennero allora giudicate come l’annuncio di un
radicale mutamento di tutte le forme della vita politica e civile fino ad
allora conosciute e complessivamente accettate. Una deflagrazione interna dei
costumi, di certezze consolidate e di mentalità che modificò in maniera
irreversibile l’immaginario collettivo di popoli e nazioni. Niente sarebbe
più stato come prima. Uno Spirito nuovo si affacciava con ruvida decisione e
realismo eroico reclamando il proprio posto nella Storia. L’alba delle grandi
rivoluzioni si affacciava sul continente europeo e i popoli si sarebbero messi
in marcia affascinati da nuove e esaltanti Weltanschauung. Per Bruck, uno
dei primi e tra i più significativi esponenti della Rivoluzione Conservatrice
tedesca, si tratta di una presa di posizione a carattere diffuso più che
evidente. Assistiamo all’evento per cui tutto quel che non è liberale si unisce
contro quel che è liberale. Noi viviamo i tempi di questa agitazione mondiale,
che si produce per una estrema consequenzialità, e che si esplica in una
rivoluzione radicale che prospetta la perdita da parte del nemico della sua
posizione di potere: tale nuova situazione mondiale esordisce con un
allontanamento dall’Illuminismo.” Il periodo che immediatamente fece
seguito al termine di un conflitto di così immensa portata, venne visto dai più
attenti e acuti osservatori incredibilmente saturo di una genuina e
stupefacente valenza rivoluzionaria e innovatrice, ciò significò l’inizio di
una nuova stagione di entusiastiche mobilitazioni che avrebbero alla fine
tonificato la fibra morale e politica del continente fino ad allora logorata ed
estenuata da sovrastrutture ipocrite e corrose nel loro intimo che erano
riuscite, attraverso innumerevoli sotterfugi, a sopravvivere a se stesse,
sempre più annichilite da un pervasivo decadentismo culturale e morale e dal
predominio di una mentalità borghese e oligarchica connotata dalle sue più
perniciose vedute utilitaristiche e mercantilistiche. Le conseguenze
della fine della grande guerra significarono soprattutto una presa di coscienza
collettiva e un’accelerazione formidabile dei fenomeni sociali, accompagnate
entrambe da una esigenza totalmente nuova di considerare l’esistenza e i
rapporti umani, esigenza che venne principalmente percepita prima dai
combattenti e poi dai reduci come il frutto maturo della traumatica e allo
stesso tempo travolgente esperienza della guerra di trincea, insomma un insieme
di condizioni imprescindibili che prepararono il terreno e l’atmosfera per l’avvento
delle ondate rivoluzionarie nazionalpopolari che misero in crisi valori e
regole consolidate da tempo, assestando colpi mortali alle strutture politiche,
sociali e culturali delle società borghesi liberal-democratiche. Dalle
forme statiche si passava alle forme dinamiche, nel senso jungeriano del
termine. Il Fascismo è la matrice principale che inaugurò la feconda ed
entusiasmante stagione delle insurrezioni nazional-rivoluzionarie e il primo
laboratorio culturale delle ancor più affascinanti sintesi nazionali e
sociali. Furono infatti i reduci del fronte, gli ex-combattenti che
avevano creduto fino in fondo ad una particolare visione eroica della vita
propria di una ideologia della guerra sviluppatasi nell’interiorizzazione del
sacrificio bellico e del sangue versato – subendo poi la frustrazione di una
vittoria conseguita sul campo di battaglia a duro prezzo che videro mutilata
negli accordi di pace internazionali – a rappresentare la spina dorsale di una
innovativa e volontaristica visione politica che pretendeva di coniugare un
nazionalismo intransigente e guerriero partorito nelle trincee con le più
avanzate e spregiudicate chiavi di lettura sociali. La grande guerra di
popolo aveva travasato nei combattenti il senso della tensione nazionale e
sociale verso scopi e missioni comuni, una nuova coscienza collettiva che
sarebbe stata cementata da un formidabile sentimento di fraterno e virile
cameratismo, il culto della differenza e del radicamento nella specificità
etnica della Stirpe italica. Gli squadristi fascisti non fecero altro che
travasare tutti questi motivi nelle battaglie di piazza. Sorti dalla
guerra di popolo, divennero avanguardia di popolo. E il 28 Ottobre 1922 sarà il
coronamento dei loro sacrifici, la loro apoteosi. D’altronde era stato lo
stesso Mussolini a dire che l’esperienza della guerra avrebbe generato le
migliori condizioni per la rivoluzione sociale e politica. Anzi, ne sarebbe
stata la prefazione. Era il novembre 1916 e Mussolini combatteva sul fronte del
Carso, nei ranghi del 11° Reggimento Bersaglieri: “Noi vinceremo la guerra: ma
poi dovremo vincere la pace. Sarà duro; ma ci arriveremo. La società italiana
deve assolutamente mutare. Sugl’italiani bisogna contare. Questa guerra che noi
combattiamo e che con tragica definizione viene detta di logoramento, porterà
alla ribalta delle lotte civili una generazione che riuscirà a fare quello che
la nostra non è riuscita a fare: il riscatto sociale e politico del mondo del
lavoro, al di sopra e al di fuori dei dottrinarismi che oggi lo incatenano. A
ciò non saremmo mai arrivati se non avessimo voluto la guerra, rovesciato i
vecchi feticci sostituendo alle vuote ideologie i fatti e le loro naturali
conseguenze. Questo non sarà solo di noi, ma anche di altri popoli.” Una
lucida e profetica anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto in tutta l’Europa. Tutto
questo si pose, in maniera del tutto naturale, in totale opposizione al
principio democratico in politica e a quello liberale nel campo economico,
all’insegna di una rivoluzionaria concezione elitaria, fortemente gerarchica e
anti-egualitaria che reclamava la valorizzazione delle minoranze attivistiche e
carismatiche con la conseguente affermazione del principio guida del Capo, con
il mito dello Stato totalitario come asse formante e legittimante della
Comunità nazionale e non ultimo la funzione pedagogica del Partito unico,
soprattutto mediante una costante mobilitazione politica delle masse, una
sacralizzazione della politica attraverso il ricorso a liturgie collettive,
miti e simbologie, e una crescente militarizzazione della vita sociale e civile,
l’intervento statale attraverso gli istituti del Corporativismo per una
razionale direzione disciplinata dell’economia che ponesse termine all’epoca
del predominio delle oligarchie mercantilistiche e parassitarie e riportasse la
vita economica al servizio dell’interesse collettivo subordinandola alle
necessità politiche nazionali. Infine, l’affermazione sovrana di una
particolare e severa tipologia umana di nuova impronta che avrebbe
rappresentato lo spirito del nuovo tempo: l’Uomo Nuovo, l’Uomo integrale come
manifestazione vivente di una Tradizione atemporale che ebbe la volontà e la
capacità di tradursi in Rivoluzione. Proprio nel senso di
quell’interpretazione che G. sa dare, facendosi portavoce di quegli ambienti
del Fascismo intransigente e rivoluzionario che vollero interpretare al meglio
gli insegnamenti mussoliniani: “Il Fascismo è un richiamo violento alla
Tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la Tradizione
come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha
documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di
conservatorismo o di reazione. Invece, la Tradizione è continua coniugazione,
attraverso il presente, del passato e dell’avvenire; è processo inesausto di
superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria
strada e corre nel tempo verso l’avvenire. Ecco perché, oggi, Rivoluzione e
Tradizione non si escludono, ma anzi si identificano e questo spiega il culto
che noi abbiamo pel passato e dice ai soliti uomini dai paraocchi che
l’italiano non può che essere fascista. Questa nuova visione della politica
rappresentata dal Fascismo rappresentò inequivocabilmente la radicale negazione
dei principi emersi dalla rivoluzione francese, una evidente antitesi storica e
culturale di quanto fu incarnato dall’illuminismo, che costituì l’essenza di
tutte le manifestazioni materialistiche ed economicistiche della decadenza
moderna: da quelle individualistiche, liberali e democratiche a quelle
cosmopolite, genericamente progressiste e marxiste. Il Fascismo, anche
nella sua più vasta comprensione europea, intese proporre in maniera concreta
ed efficace un discorso radicalmente alternativo alla politica borghese e alla
società borghese richiamandosi al concetto di avanguardia delle idee,
un’avanguardia rivoluzionaria che fosse in grado, senza contraddizioni, di
saldare assieme passato e presente vincendo così la sfida della modernità,
sostituendo il vigore giovanile della passione idealistica e volontaristica
alla decadente dissolutezza del conservatorismo borghese e il cameratismo
militante radicato nella coscienza popolare alla società atomizzata e
polverizzata delle democrazie liberali. Un discorso ambizioso per
un’avanguardia che ambiva ad essere al contempo simbolo della genuinità
politica e della resurrezione spirituale, una speranza che venne riposta nel
mito capacitante dell’Uomo Nuovo creatore di nuovi valori, l’esemplare di una
specifica specie umana lanciata alla conquista del futuro senza per questo
dover recidere le radici culturali e spirituali che lo mantenevano legato alla
propria dimensione storica, etnica e popolare; nei confronti della quale si
espresse il Duce parlando all’Assemblea delle Corporazioni: “L’uomo economico
non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è
religioso, che è santo, che è guerriero. Quindi questa figura particolare
dell’Uomo Nuovo, capace di raccogliere in sé tutte le sue forze creative, che
la cultura rivoluzionaria del Fascismo propone e che non mancava costantemente
di ricollegare alla stagione dello squadrismo, così intrisa di eroicità e di
sacrificio, riconduceva alla stessa definizione dell’Uomo integrale di
mussoliniana memoria, ovvero un uomo che non esistesse unicamente perché
cartesianamente pensante, ma perché arricchito di tutte quelle virtù
“romanamente” intese, eroiche, civiche e politiche, sia nella ragione come nei
sentimenti. Spesso e volentieri nell’immaginario intellettuale il
discorso sull’Uomo Nuovo si andava a concretizzare poi nell’ideale della
gioventù, una gioventù non solamente intesa in senso spirituale ma anche come
dato anagrafico, poiché il concetto di gioventù rimandava all’ansia del
cambiamento e all’impeto rivoluzionario, racchiudendo in se stessa gli ideali
della forza e della bellezza, di una esuberante virilità aggressiva, l’anelito
vitale di un futuro tutto da conquistare, proprio l’opposto di quanto ancora
proponevano i rappresentanti delle democrazie borghesi con tutte le loro
desuete convenzioni e i loro logori formalismi, con tutta la loro boriosa
rispettabilità e lasciva ipocrisia. Il Fascismo fu quindi profondamente
giovane e irruento, meravigliosamente violento e lo fu sia spiritualmente che
anagraficamente. Il comune denominatore della più intransigente e
autentica cultura fascista, quella derivata appunto dalla passionale ed eroica
stagione dello squadrismo, si trovava nell’aspirazione alla realizzazione di un
originale disegno politico ed esistenziale da esplicarsi mediante cambiamenti
radicali frutto di una ferma volontà rivoluzionaria che armonizzava i
riferimenti alla rivolta romantica dell’interventismo e alla mistica eroica
evocata dalla guerra di trincea con i nuovi miti palingenetici di
trasformazione della società e dello Stato. Questa cultura dell’azione che si
nutriva dello spirito barricadiero di rivolta contro l’ordinamento borghese in
nome di un rivoluzionario e fascista Ordine Nuovo era la caratteristica di
quell’ambiente fascista che si riconosceva, anche per esperienza diretta, nel
mito capacitante delle aristocrazie del combattentismo – quella trincerocrazia
più volte evocata da Mussolini – e nella scuola di vita e di coraggio
rappresentata dalla militanza squadristica che venne vissuta, letta ed
interpretata non solamente come una reazione organizzata e armata volta
all’annientamento dei focolai dell’insurrezionalismo marxista, ma soprattutto
come militanza rivoluzionaria e idealistica volta alla rigenerazione della
Nazione e alla creazione di uno Stato nuovo. Una specifica rilettura che si
svolgeva anche in aperta polemica con coloro che ritenevano che la nascita del
governo presieduto da Mussolini, all’indomani della marcia su Roma,
rappresentasse la fase risolutiva del Fascismo. In questo modo, il
Fascismo, doveva e poteva assumere una superiore valenza metafisica affermando
il suo essere come un completamento naturale e organico della storia della
Nazione italiana, andando ben oltre la semplice insorgenza anti-sovversiva e
anti-modernista – non a caso lo stesso G. volle mettere l’accento sul fatto che
la Rivoluzione Fascista infatti non è stata reazione come qualcuno ha creduto
in origine e come tuttora si crede da molti all’estero; è stata invece
l’ostetrica della nuova storia. E sorta una nuova civiltà capace di risolvere
tutti i problemi della società contemporanea. Per costoro, che in fondo
rappresentavano la vasta base della militanza fascista e anche quella
intellettualmente più viva, l’agire politico del Fascismo non doveva
assolutamente compromettersi con i residui della vecchia classe dirigente, che
in virtù del processo di normalizzazione e di pacificazione avviato dal Duce si
adoperavano nell’inserimento all’interno dei gangli del regime, doveva invece
mantenere e tonificare una assoluta intransigenza dottrinaria senza incorrere
in alcun cedimento politico e morale, perché se il Fascismo era una
rivoluzione, doveva necessariamente procedere nei suoi obiettivi con mentalità
e metodi rivoluzionari, come perentoriamente affermò un autorevole esponente
dell’epopea squadristica della statura di FARINACCI (si veda). Bisogna insomma
che la bestia proteiforme del vecchio conservatorismo sornione sia liquidata
bruscamente; che le vecchie clientele d’interessi e d’ambizioni fiorite ai
margini della vita politica italiana siano messe in mora, vigilate, controllate,
sopra tutto tenute lontane, bisogna che sia impedito a chiunque di rifarsi,
attraverso il fascismo, una qualsivoglia verginità e continuare, sotto mentite
spoglie, le abitudini peccaminose del passato. La vittoria deve essere
integrale. Tra gli oppositori più accaniti della deriva moderata si
evidenziarono gli ideatori della Scuola di Mistica Fascista, costituitasi a
Milano, tutti provenienti da quella generazione dei GUF che era cresciuta
respirando l’atmosfera del Fascismo, maturando così una profonda convinzione
nei miti fondatori del regime e una fedeltà assoluta nella persona del
Duce. Al loro fianco si schierarono altre personalità di spicco del
Fascismo rivoluzionario: RICCI (si veda) con il suo universalismo fascista, PAVOLINI
(si veda) e l’esaltazione della primavera squadristica, ROSSONI (si veda) con
tutte le aspettative del sindacalismo rivoluzionario. La Scuola di
Mistica Fascista verrà intitolata a Mussolini, il figlio prematuramente
scomparso di Mussolini. G., PALLOTTA (si veda), MEZZASOMA (si veda) e
molti altri entusiasti, avvalendosi della guida orientatrice di Arnaldo
Mussolini, seppero rappresentare, attraverso l’opera che fu sviluppata dalla
Scuola, una autentica e intransigente avanguardia intellettuale e morale posta
a difesa dei valori espressi dalla Rivoluzione Fascista, che sempre più doveva
farsi rivoluzione culturale e antropologica per meglio adempiere alla consegna
rivoluzionaria che il Duce del Fascismo aveva dato alle nuove
generazioni. È G. a spiegare gli scopi dell’istituzione: “Poiché una
mistica è un postulato di tanti credo, e un valore assoluto non lo si può
derivare che da una fonte indiscutibile, questa fonte non può essere che il
Duce. Ecco perché la fonte deve essere quella, esclusivamente quella. Compito
nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il
pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di Mistica fascista ed ecco
il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori del Fascismo che sono
nell’opera del Duce. Quindi una rivoluzione culturale, del carattere e dello
Spirito che, attraverso interessanti rievocazioni del mito della romanità e
della sacralità della Stirpe – rappresentazioni metastoriche e metafisiche
della migliore tradizione aryo-romana – sarebbe approdata ad una coesione
organica della Stirpe italica costituitasi in Comunità nazionale e avrebbe dato
all’Italia fascista il diritto-dovere di adempiere ad una missione universale
facendo del Fascismo il crocevia della storia europea del ventesimo secolo e il
riformatore dei tratti essenziali della Civiltà contemporanea in ogni suo
aspetto, la ripresa e il rinnovamento dell’Europa all’indomani del fallimento
della democrazia liberale e delle utopiche promesse marxiste. Aprire la strada
al secolo fascista. Certamente nella visione della Mistica fascista
elaborata dalla Scuola vi era la ferma consapevolezza che il Fascismo fosse una
autentica rivoluzione totale della società italiana: spirituale ed etica,
sociale e politica, ma al contempo anche una ripresa di tutte le tradizioni
essenziali, però la memoria storica proposta non si sarebbe dovuta risolvere in
un ripiegamento nel passato, l’immagine del passato non finì mai per
schiacciare la dimensione del presente e tanto meno si configurò come un
richiamo intensamente nostalgico, bensì le potenzialità ideologizzanti della
rimemorazione storica vennero fatte espandere fino a provocare una vera e
propria occupazione del cosiddetto campo dei ricordi – una lotta spirituale e
rivoluzionaria per il dominio del ricordo e della memoria che conduce ad una
riscrittura della cronologia nazionale che rispecchiasse le concezioni del
pensiero irrazionalista, anti-intellettualista e pragmatista dei decenni
trascorsi, un pensiero profondamente permeato di sfumature di matrice nietzschiana
e soreliana. Anche i richiami alla Mistica insita nel Fascismo erano
animati dallo spirito di rivolta, contro le mentalità borghesi ancora
sussistenti, delle nuove generazioni cresciute ed allevate nelle organizzazioni
totalitarie giovanili e universitarie, una rivolta che si manifesta con i forti
caratteri di un idealismo morale ed etico qualitativamente aristocratico
esprimente l’esaltazione di una giovinezza istintiva, disinteressata e piena di
spirito vitale, aggressiva, pura e decisa a dare battaglia a qualsiasi forma di
conservatorismo e di borghese buon senso pur di affermare il carattere
intransigente e le finalità rivoluzionarie sociali e spirituali del
Fascismo. Non vi era nessun punto di convergenza con eventuali nostalgie
reazionarie, mentre invece era presente una totale e coerente aderenza alle
istanze di trasformazione rivoluzionaria che il Fascismo esigeva e che ancor di
più il Duce imponeva. Per questi giovani attivisti non vi era altra
strada per uscire definitivamente dalla crisi della modernità, esplosa alla
fine del primo conflitto mondiale, che con un mutamento radicale del popolo
italiano e una tale mutazione antropologica poteva provenire solamente da una
fede ben salda che aveva iniziato a germinare in un primo tempo con l’esperienza
della guerra nel mito della Nazione in armi, della guerra di popolo,
proseguendo poi con l’esaltante epopea della lotta squadristica, per approdare
infine nella costruzione dello Stato fascista di popolo, corporativo e
totalitario, il compimento finale del rinnovamento sociale e spirituale della
Stirpe e della grandezza politica della nazione. Nel corso degli anni che
trascorsero fino all’entrata in guerra dell’Italia la scuola di mistica fascista
assolse in maniera esemplare ai compiti che si era prefissata, ovvero
l’ambizione di voler rappresentare l’infrangibile scudo morale, etico e
dottrinario contro il quale si sarebbero dovute infrangere le velleità dei
nemici del duce e del fascismo, soprattutto i nemici interni, i più pericolosi,
quelli che si annidavano tra le pieghe del regime per minarlo alla
base. Affinché lo scudo della rivoluzione fosse solido i mistici della scuola,
i soldati politici dell’Idea, vollero essere loro stessi esempio di virtù
civiche, morali e politiche, di fedeltà indiscussa nei confronti della guida
della rivoluzione, il duce, spesso descritto come il genio della stirpe, l’Eroe
che con la sua instancabile opera dava quotidianamente prova di rappresentare
pienamente la coscienza e la voce dell’anima del popolo, soprattutto di un
popolo a cui il Fascismo aveva restituito la dignità politica e sociale e
un’unità spirituale che attingeva dalla viva coscienza di appartenere
integralmente all’organismo della nazione. Da questa chiave di lettura
emergeva, quindi, una superiore comunione mistica che legava il Duce al suo
popolo, cementata dalla comune fede fascista, una fede intensa che a sua volta
veniva elevata al rango di una sorta di religione mistico-popolare sacralizzata
dal sangue offerto in sacrificio dai martiri dello squadrismo sull’altare della
rivoluzione, una rivoluzione continua che, come affermava un giovane esponente
della Scuola, procedeva impetuosamente la sua marcia: Gl’italiani della mistica
si sono irradiati tra le file delle generazioni vecchie e nuove e hanno dato il
goccio d’acqua, il pezzo di pane del conforto, hanno sorretto i deboli, hanno
convinto i pusillanimi. La Rivoluzione ha attraversato le ubertose valli della
sua fase politica, ora sale. Guai a chi volesse tentare di derogare alle
direttive di marcia per evitare le asprezze della salita e impedire che dalla
politicità si torni alla rivoluzione piena e travolgente delle ore di audacia e
di lotta. Per queste nobili motivazioni gli esponenti della Mistica fascista
chiesero e ottennero che la scuola divenisse la custode del famoso covo
milanese di via Paolo da Cannobio, il sacrario della rivoluzione delle camicie
nere, appunto il covo del fascio primogenito dove la fede fascista aveva mosso
i primi passi e dove il Duce chiama all’adunata.rossi Un luogo simbolico
carico di suggestivi richiami emozionali, ben presente nell’immaginario
collettivo della militanza squadristica, che avrebbe dovuto essere la fonte di
irradiamento della Mistica fascista verso tutta la Nazione. Il cosiddetto
covo del fascio primogenito rivestì sempre per i mistici fascisti un ruolo
centrale nel loro immaginario dottrinario, rappresentava la fonte mitica della
fede mussoliniana, il principio fondante del Fascismo, era come trascendere il
tempo profano per riapprodare al tempo mitico della purezza dell’idea, un
riaccostamento di ordine metafisico a cui si poteva accedere soltanto
attraverso i miti e i simboli, e la mistica fascista era satura di richiami, di
miti e di simboli: “Qui è tutta l’attualità e la contemporaneità del covo.
Attualità e contemporaneità che non dovranno mai tramontare. Non solo per noi,
infatti, ma per i nostri figli e per i figli dei nostri figli il covo deve e
dovrà essere l’Arca dei valori della Rivoluzione, la bussola cui guardare nei
momenti di indecisione, la guida cui ispirarsi, la stella polare che il
navigante dello Spirito deve vedere sempre alta e lucente davanti a se. E ad
esso oggi, domani, sempre gli italiani dovranno salire in pellegrinaggio, per
meditare, per ispirarsi. Ad esso le generazioni si accosteranno sempre con
stupore religioso per imparare che nulla allo Spirito è impossibile. Il
Fascismo, come spesso ripeteva il Duce, era una fede coltivata nella lotta che
aveva avuto i suoi caduti, i suoi martiri che immortalatisi vestendo la
gloriosa camicia nera la avevano rafforzata e sacralizzata. Se ogni secolo ha
una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo.
Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che
la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha
avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l’universalità
di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia
dello spirito umano. Adesso, questa fede, attraverso i mistici fascisti
della Scuola aveva trovato i suoi intransigenti custodi e i suoi più
appassionati apostoli. Anche loro si stano preparando al combattimento –
nella sua duplice veste fisica e spirituale – aspirando di potere affrontare
degnamente il supremo sacrificio per il fascismo e onorare così la loro scelta
di vita versando il proprio sangue per la causa rivoluzionaria. Morire
all’ombra dei gagliardetti neri: Mistica dell’azione. Mistica del realismo
eroico. Mistica della fede. Fedeltà che era più forte del fuoco, come narravano
antiche saghe. Che l’intensa e interessante attività svolta dalla Scuola
nell’approfondimento e nell’arricchimento della Dottrina fascista fosse il
risultato di un grande impegno contrassegnato da un’altrettanto grande serietà
venne comprovato dai numerosi riconoscimenti che ricevette, non ultimo
l’apprezzamento e la manifesta simpatia avuta da parte di Julius Evola, ma il
riconoscimento più importante, i mistici, lo ricevettero dal Duce che li
encomiò pubblicamente, incontrando i quadri della Scuola a Palazzo Venezia,
incitandoli a proseguire nel cammino intrapreso quali custodi della purezza
dell’Idea e del mito rivoluzionario: Io vi ho seguito in tutti questi anni da
vicino e con vivissima simpatia perché considero la mistica in primo piano.
Ogni rivoluzione ha infatti tre momenti: si comincia con la mistica, si
continua con la politica, si finisce nell’amministrazione. Quando una
rivoluzione diventa amministrazione si può dire che è terminata, liquidata.
Potrei dimostrarvi che tutte le rivoluzioni sono passate attraverso questo
ciclo: noi che conosciamo la storia dobbiamo impedire che la politica scivoli
nell’amministrazione. Alle origini di ogni rivoluzione c’è la mistica: se la
politica è il contingente, la mistica è l’immanente, essa rappresenta i valori
eterni, essenziali, primordiali. Voi dovete lavorare per l’avvenire. Per far questo
occorre la fede. È facile ad un certo momento deviare nella politica: voi
dovete essere al di fuori e al di sopra delle necessità della politica. Di
queste cose ho parlato in modo molto sommario; ma tutte erano presenti in voi.
Avete tempo di riflettere.” Il secondo conflitto mondiale era però già
iniziato e l’Italia sarebbe entrata in guerra l’anno successivo. I
mistici fascisti volendo essere, fino alle estreme conseguenze, la prima linea
del Fascismo accolsero con felicità ed entusiasmo la notizia, chiedendo
ufficialmente che gli venisse concesso l’Onore dell’arruolamento volontario
“nei più rischiosi reparti di terra, di mare o di cielo”. Subito, ben 169
quadri dirigenti della Scuola partiranno per il fronte, convinti che il
processo rivoluzionario fascista avrebbe avuto una formidabile accelerazione
proprio per effetto della guerra. Molti altri mistici seguiranno a ruota
l’esempio dei loro capi. La loro esemplare condotta evidenzierà una
magnifica esplicazione degli insegnamenti della Tradizione: se hai di fronte
due strade, scegli sempre la più difficile. Poiché c’è sempre una strada per
chi vuole percorrerla. Sia G., sia un’altra figura di eccezionale valore
come Ricci, testimonieranno la loro intransigente coerenza esistenziale e
politica con la scelta del combattimento. Il primo volontario sul fronte
greco-albanese dove troverà eroicamente la morte, il secondo, sempre
volontario, sul fronte africano dove coronerà la propria esistenza di credente
nella fede fascista incontrando, altrettanto eroicamente, la morte a Bir
Gandula sul Gebel cirenaico. Nell’arco di un solo mese il Fascismo perse due
tra i suoi migliori campioni. Le vicende belliche decimarono di fatto il
gruppo dirigente della Scuola che sarà costretta a cessare le sue attività. I
pochi sopravvissuti di quell’esperienza raccolsero di nuovo la chiamata del
Duce aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, tra questi Fernando Mezzasoma
che era stato il vicepresidente della Scuola e che ricoprì il dicastero della
propaganda nella RSI, trasportando con il proprio esempio le intime motivazioni
della Mistica fascista nell’esperienza repubblicana: “È questa nostra
intransigenza nei confronti della Dottrina che abbiamo sposato, delle battaglie
che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente
di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona
volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a
respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al
servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di
marcia e di battaglia, con coloro che nell’Italia invasa perseguitano i
fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli
invasori e aprire la strada al nostro ritorno. Questa deve essere oggi la
nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di G.. Questo è il suo
insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri caduti, i superstiti della
Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l’autentici italiani. Anche lui
muore poi assassinato dai partigiani. Andarono tutti volontariamente
incontro alla morte per onorare un patto di fedeltà e di fede che li lega al
Duce e al Fascismo, così facendo coronarono una vita degna e ben vissuta, il
loro abbraccio mistico con il Fascismo si consuma eroicamente in combattimento
e di fronte ai plotoni di esecuzione. Se ancora oggi, dopo i tanti decenni
trascorsi, la loro memoria, la memoria delle tante battaglie ideali e materiali
affrontate, viene nonostante tutto ancora sentita come viva, se il ricordo di
questi uomini caduti con onore non in nome di una passione generica, ma per il
Fascismo, per il compimento di una Rivoluzione che è rimasta scolpita nella
Storia, torna ancora ad emergere non deve assolutamente avvenire perché i vivi
di oggi debbano morire nel loro cuore, struggendosi nella nostalgia del
ricordo, ma deve invece impetuosamente emergere affinché i morti di ieri
possano tornare a vivere tra di noi. Quella marcia, iniziata il 28 Ottobre
1922, non è ancora terminata. Non ci consta che esistessero specifiche
istituzioni pubbliclie, ma in proposito possiamo ricordare numerosi
provvedimenti e diverse associazioni private. Fra quelli, le leggi agrarie, le
disposizioni a favore dei debitori, le distri buzioni semigratuite o gratuite
dì grano, fatte dagli edili; i congiari imperiali (che erano copiose
elargizioni di farina, olio e carne disposte dagli imperatori). Provvidenze che
mi ravano tutte a combattere, direttamente e indirettamente, le cause dell’indigenza
o almeno a paralizzarne gli effetti, ben ché nella loro essenza e origine
avessero carattere politico, cioè fossero prese sopratutto per cattivarsi il
favore e la simpatia della plebe o evitare tumulti e sommosse. Fra le
associazioni, sopratutto bisogna ricordare quelle costituite a scopo mutualistico
; e tale è il carattere dei collegia funeraticia, dei collegia termiorum, delle
casse di soccorso istituite da GIULIO (si veda) Cesare fra i suoi legionari.
Anche nel campo dell’istruzione si devono ricordare istituti privati i quali
istruivano la classe dirigente romana. E’ invece nelle opere pubbliche ohe
specialmente i romani ai distinsero legando ai posteri terme e acquedotti,
palestre e strade, circhi e palazzi olle ancora oggi, in parte, almeno, durano
e sono efficienti. L’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO SECONDO LA CONCEZIONE
FASCISTA. LA TEORICA FASCISTA SULLA NATURA E SULLE FUNZIONI DELLO STATO. LA
FUNZIONE SOCIALE DELLO STATO. PRECEDENTI STORICI DELLA FUNZIONE
SOCIALE DELLO STATO NELLA POLITICA E
NELLA LEGISLAZIONE SOCIALE. In Roma sino all’editto di Costantino. Durante il
medioevo.Dopo la riforma protestante. Ordinamento sociale dello Stato fascista.
In Italia. L’evoluzione e la trasformazione della legislazione sociale. La
legislazione sulla beneficenza e sulla assistenza pubblica e privata. La
legislazione sulla mutualità e sulla previdenza. La legislazione del lavoro. La
legislazione sull’istruzione pubblica. La legislazione sull’igiene e sulla
sanità pubblica. La legislazione sui servizi e sulle opere pubbliche. GLI
ELEMENTI DELL’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. I soggetti. Gli
obiettivi . Gli obiettivi relativi ai cittadini in genere. Gli obiettivi
inerenti alle condizioni generali di vita. Gli obiettivi inerenti in
particolare alla fase di formazione e di preparazione del cittadino, a quella
di produttività e a quella di riposo.
Gli obiettivi relativi ai cittadini benemeriti. Gli obiettivi relativi ai
cittadini non risanabili e non
rieducabili. Gli strumenti . Il criterio, profondamente corporativo,
adottato dal legislatore fascista per la scelta degli strumenti attuanti
la politica sociale. La famiglia.
L’associazione professionale. Le istituzioni promananti, singolarmente o
pariteticamente, dalle associazioni professionali. Gli enti locali. Le opere
nazionali parastatali. I limiti. LE ISTITUZIONI DEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE
DELLO STATO FASCISTA. Di alcune considerazioni preliminari. LE ISTITUZIONI
SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. La- legislazione
inerente alla sicurezza, all’igiene e
alla sanità pubblica . Per garantire la sicurezza. Per assicurare
l’igiene e la sanità. La legislazione inerente alla previdenza . Per
incrementare il risparmio. Per potenziare la mutualità. Per favorire la
cooperazione. Per diffondere le assicurazioni Ubere. La legislazione inerente
alla assistenza di soccorso. Per l soccorsi in natura e in contanti. Per i
soccorsi medico-sanitario-ospitalieri. La legislazione inerente alla
propaganda, all'integrazione culturale e al perfezionamento scientìfico . Per
favorire il perfezionamento scientifico. Per la propaganda e l’integrazione
culturale. La legislazione inerente all’integrazione della formazione e
dell’educazione fisica e sportiva. La legislazione inerente alla costituzione e
all’incremento del nucleo familiare . Per favorire la costituzione della
famiglia. Per facilitare l’esistenza e lo sviluppo delia famiglia . La
legislazione inerente a particolari servizi pubblici.Per garantire il
soddisfacimento di bisogni primari. Per assicurare i rapporti e i contatti
economico-sociali. Per valorizzare il patrimonio nazionale. Ordinamento sociale
dello Stato fascista. La legislazione inerente al controlla, <UVadeguamento
e al collegamento ielle istituzioni dell’ordinamento sociale e alla selezione dei suoi soggetti.
Per assicurare il controllo e l’adeguamento delle istituzioni sociali. Per
ottenere il collegamento nell'ambito dell’ordinamento sociale. Per assicurare
la formazione della classe dirigente mediante la selezione totalitaria del
cittadini. IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA E LE ORGANIZZAZIONI DIPENDENTI.
Origine, natura e funzione sociale del P. N. F . I Fasci di Combattimento. I
compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Associazione nazionale famiglie Caduti
fascisti e Mutilati e Invalidi per la Causa Nazionale. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. L’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia I compiti I soggetti . L’ordinamento. L’Unione
nazionale fascista del senato. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Gruppi
Universitari Fascisti. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. L’Opera Nazionale Dopolavoro. I compiti. I soggetti. L’ordmamento. Le Associazioni fasciste. I
compiti I soggetti L’ordinamento. Il Comitato intersindacale . I compiti. I soggetti. L'ordinamento.
Gl’Uffici di Collocamento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Ente Opere
Assistenziali. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Opera Universitaria. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Il Comitato
olimpionico nazionale italiano. I compiti.
I soggetti. L’ordinamento. Di
alcune considerazioni sul P. N. E. La legislazione richiamata. DI ALCUNE
CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. Ordinamento sodale
dello Stato fascista. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE
FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE
PROFESSONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. La legislazione inerente al nucleo
familiare per la formazione fisico-militare del cittadino. Per sopperire alla
insufficienza relativa dei mezzi economici della famìglia e sostituirla nella
vacanza di alcune sue funzioni. Per
integrare l’inadeguatezza assoluta di alcuni mezzi della famiglia. L’OPERA NAZIONALE PER LA PROTEZIONE
DELL’INFANZIA. L’origine, la natura e la funzione sociale deU’.O.N.M.I. I
compiti. Per l’integrazione e il coordinamento dell’azione svolta da altri enti o istituti o da privati. Per
la vigilanza e il controllo delle singole istituzioni di assistenza. Per la propaganda e la
vigilanza suU’applieazione delle leggi e
dei regolamenti riguardanti l'assistenza
materna e infantile. I soggetti.
L’ordinamento . Dì alcune considerazioni suli’O. N. M. 1 La legislazione
richiamata. La legislazione inerente all’istruzione e alla formazione
professionale del cittadino. Per garantire l’istruzione professionale del
cittadino sino al 14° anno di età. Per favorire e incrementare l’istruzione
professionale La legislazione inerente all’educazione e alla formazione fisica,
premilitare, morale e nazionale del cittadino.
L’OPERA NAZIONALE BALILLA PER L’ASSISTENZA E L’EDUCAZIONE FISICA E MORALE DEGL’ITALIANI.
L’origine, la natura e la funzione somale dell’O.N.B. I compiti . I soggetti.
L’ordinamento. Di alcune considerazioni sull’O.N.B. La legislazione richiamata.
DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE
FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE PROFESSIONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. LE
ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI
PRODUTTIVITÀ’ DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’azione sociale
attuata dalle associazioni
professionali . Per garantire l’azione sociale da attuarsi direttamente dai sindacati. Per assicurare l’azione
sociale da attuarsi dai sindacati a
mezzo di speciali istituzioni. IL
PATRONATO NAZIONALE PER L’ASSISTENZA SOCIALE. L'origine, la natura e la
funzione sociale del P.N.A.S. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune
considerazioni sul P.N.A.S. La legislazione richiamata. La legislazione
inerente all’azione sociale attuata dalle corporazioni. Per garantire il
produttore obiettivamente e subiettivamente di fronte alle condizioni del
lavoro. Per tutelare i reciproci rapporti fra i produttori nella loro dualità
di datori di lavoro e di prestatori d’opera . Per favorire ii perfezionamento e
l'elevazione professionale del produttore. Ordinamento sociale dello Stato
fascista. La legislazione inerente alla conservazione dello spirito nazionale e
della preparazione fisico-militare del
produttore. DI ALCUNE
CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI PRODUTTIVITÀ DEL
CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. La
legislazione inerente all’obbligo delle garanzie previdenziali per la fase di
riposo-vecchiaia. La legislazione inerente a speciali interventi statuali a
favore del vecchio bisognoso. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI
'SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI
RELATIVE AI CITTADINI CHE HANNO BENEMERITATO DALLO STATO. La legislazione
inerente alle benemerenze collettive. La legislazione inerente alle benemerenze
individuali. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI
CITTADINI BENEMERITI. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON RIEDUCABILI. La
legislazione inerente ai minorati assolutamente non produttori. La legislazione inerente ni minorati
relativamente non produttori. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI
RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON INEDUCABILI.LA POSIZIONE E
I RAPPORTI DI RELAZIONE DEL CITTADINO
NEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE. Di alcune considerazioni preliminari. LA
POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO DALLA NASCITA ALLA MAGGIORE ETÀ. L’anione
previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. Per la
costituzione della famiglia.Per la esistenza e l’incremento della famiglia. Per
li cittadino neonato. Per Viilegittimo e l’esposto. Per l’orfano. Per iì
cittadino infante. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e
assistenziale dello Stato sino al quinto anno. L’azione previdenziale e
assistenziale dello stato dal sesto al quattordicesimo anno. Per la formazione
e lo sviluppo fisico, militare, morale e nazionale. Per la formazione
intellettuale e professionale. Di alcune considerazioni sull’azione
previdenziale e assistenziale dello Stato dal sesto al quattordicesimo anno.
L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal quindicesimo al
ventunesimo anno. Ordinamento sociale dello stato fascista. Per il cittadino
che studia. Per il cittadino che lavora. Di alcune considerazioni sull’azione
previdenziale e assistenziale dello Stato dal quindicesimo al ventunesimo anno.
DA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO PRODUTTORE. L’anione previdenziale e
assistenziale dello Stato per il
cittadino ohe è produttore. L’azione previdenziale e assistenziale dello
Stato per la famiglia e i suoi membri
. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO A
RIPOSO . LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO BENEMERITO. LA POLITICA SOCIALE
PER IL CITTADINO MINORATO NON RISANABILE E NON RIEDUCABILE. LA POLITICA SOCIALE
DELLO STATO FASCISTA. DELL’AZIONE SVOLTA DIRETTAMENTE DALLO STATO ATTRAVERSO AI
SUOI ORGANI. Per la riorganizzazione, il potenziamento e l’estensione della
rete consolare . DELL’AZIONE SVOLTA MEDIANTE LA STIPULAZIONE DI CONVENZIONI BILATERALI E PLURILATERALI E
MEDIANTE L'OPERA DELL’O.I.L. Le convenzioni bilaterali e plurilaterali ..Le
convenzioni intemazionali, le raccomandazioni e le risoluzioni dell'O.I.L . La legislazione
richiamata. Appartene alla categoria dei
mistici per i quali è bello vivere se la vita è nobilmente spesa ma è più bello
morire se la vita è donata all'Idea. Arnaldo Mussolini fu il suo Maestro: da
Arnaldo im parò che prima di agire e costruire è necessario ele varsi,
purificare il proprio spirito, temprare il proprio carattere; allora soltanto
si potrà essere certi che l'azione sarà feconda e l'edificio sicuro. Da Arnaldo
imparò che per conoscere, giudicare e guidare gli al tri è prima
indispensabile conoscere bene se stessi, punire inesorabilmente i propri
difetti, affinare inces santemente le proprie virtù: allora soltanto si potrà
aspirare all'onore del comando. Da Arnaldo impara che solo il sacrificio può
suscitare le opere grandi e buone e distruggere le cose piccole e vili. Ciò
che non costa non vale; ciò che non procura fatica e sof ferenza non
dura; quanto è al di fuori di noi non conta; gli onori, le cariche, le
ricchezze sono effimere e ca duche cose. Quello che importa è quanto è dentro
di noi, perchè è nostro e nessuno potrà mai portarcelo via, neanche a
strapparci la carne viva di dosso. Es sere se stessi in ogni momento, rimanere
se stessi sempre: ecco la più grande conquista degli uomini. Uomo di fede Un
uomo di fede fu G.. E la sua fede era di quelle che non vacillano mai, di
quelle che restano intatte nella buona e nella cattiva sorte e che traggono
anzi dalle difficoltà e dalle sfortune un più profondo contenuto e sempre nuovi
motivi. La sua fede era di quelle alte cui fonti cristalline attingono le
intelligenze chiare e gli animi trasparenti degli uomini puri i quali sanno che
se si vuole raggiungere l'ultima cima, mol te vette bisogna scalare e talvolta
anche scendere da alcune per risalire su aifre vette più alte ancora. In 8
i G. la fede nasceva da un inesausto tormento spi rituale, da
un'ansia incontenibile di elevazione e di conquista per divenire, come dice il poeta,
«cara gioia sopra ia quale ogni virtù sì fonda. Egli credeva in Dio, nel Dio di
noi Italiani fascisti e cattoiici a cui dobbiamo non soltanto il dono
misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la
missione di civiltà e di giustizia che la gente nostra svolge nel mondo da più
di due millenni. Egli credeva nella dottrina politica enunciata da Mussolini,
scaturita dall'azione, alimentata dalla fede, consacrata dal sa crificio e
nella sua possibilità di instaurare un nuovo sistema di vita, di educare gli
uomini a una visione vasta ed umana delle cose, di creare un nuovo tipo di
civiltà italiana, ed europea. Crede in Mussolini perchè lo considera l'uomo
della provvidenza, l'e sponente di una razza eletta, il fondatore di una ci
viltà universale, il protagonista e l'artefice di una nuòva storia, il
condottiero di giovani generazioni, il DUCE, a cui non occorre chiedere prima
di iniziare la marcia dove ci porta e quando si arriverà perchè dal giorno in
cui un destino fortunato (o pose alla testa —9 ‘1 del suo popolo,
la meta era già nei suoi occhi e la vittoria nel suo pugno. Crede negl’italiani
nati e cresciuti col sorgere del Fascismo, educati alla severa scuola del
Partito e li voleva rivoluzionari nello spirito e nel sangue, gene rosi ed
audaci, pronti alla lotta e alla rinunzia. Sogna va una classe dirigente che
sapesse dimostrare con l'esempio, nelle opere e nel sacrificio, di essere de
gna del nostro grande popolo e del nostro grande Capo; una classe dirigente
fatta di uomini integrali, forti della loro indipendenza morale — la sola ric
chezza umana che non abbia un valore misurabile in denaro — e dotati di tutte
le virtù spirituali, intellet tuali e fisiche che sono indispensabili per
poter eser citare con dignità e con efficacia la missione dei co mando.
Concepiva la famiglia nel senso più tradizio nalmente nostro; amava cioè la
sana numerosa fami glia italiana, ricca di onestà e prodiga di figli, sboc
ciata dall'amore tra l'uomo che vive lavorando o com battendo-per la Patria e
la donna che nel piccolo gran de regno della casa vive nella serena ed operosa
attesa del ritorno di lui; e se l'uomo non tornerà la donna lo piangerà senza
lacrime perchè egli sopravvi va nella fierezza dei figli, I quali
continueranno, nella luce del suo esempio, l'opera sua. Crede nella Patria come
ne « la più pura, la più grande, la più umana delle realtà », amava la Patria
più della propria anima. Tutto per la Patria: fu la sua consegna. Niente per
lui valeva qualche cosa se non serviva alla Patria. Perchè la Patria è tutto e
tutti; sè e gli altri; le generazioni che furono, che sono e saran no; la
storia di ieri, di oggi e di domani. La Patria è la sintesi di tutte le più
nobili aspirazioni. Essa è fatta di uomini da rendere sempre più degni e di
territori da fare sempre più vasti. Per essa si lavora, si soffre, si spera;
per essa si combatte, si vince o si muore. Giornalista della Rivoluzione e
Maestro dei giovani Niccolò Giani fu un giornalista della Rivoluzione. Egli
intendeva il giornalismo come una scuola di vita, come uno strumento di
educazione e di formazione. Dalle agili colonne del suo giornale, la Cronaca
Prealpina, e da quelle della sua rivista DOTTRINA FASCISTA si battè
accanitamente per la creazione di un giornalismo rivoluzionario, dinamico,
coraggioso, un giornalismo che fosse in grado di svolgere una fun zione costruttiva
di divulgazione, di propulsione e di controllo, un giornalismo che fosse degno
di essere considerato un'arma affilata della Rivoluzione. Ma soprattutto
maestro dei giovani egli fu. All'Insegnamento si consacra con il religioso
fervore con il quale sole dedicarsi a tutte le attività rivolte agl’italiani.
All'ateneo di Pavia, al centro di preparazione politica, alla scuola di MISTICA
FASCISTA egli porta il contributo della sua beila cultura fatta di conoscenza
e di azione, illuminata dalla fede, riscaldata dal sentimento, Alla Scuola di
Mistica da la parte migliore di se stesso. Tutto quello che di buono e di
meritevole è stato fatto dalla scuola — ha detto Mussolini, nostro Presidente —
proviene unicamente da lui. Bisogna ricordarlo sempre e presentarlo come un
mirabile esempio agl’italiani che in lui potranno vedere l'espressione più
sublime di obbedienza ai comandamenti del Duce. È il migliore tra noi: il
più limpido, ii più generoso, ii più puro. Delia nostra mistica fede è
l'aifiere più ardilo e i'apostolo più acceso. Egli voieva che dalia nostra
Scuoia uscissero ì missionari, i portatori del no stro credo politico ed è
egli stesso il più tenace e il più convinto assertore dei principi che sono a
fondamento della nostra dottrina. La scuola sorge con lui per la volontà di un
manipoio di credenti che egli chiama i disperati del FASCISMO, così come gli
squadristi un tempo amano chiamarsi FASCISTI arrabbiati. All'inizio la scuola è
un'attività de! Guf milanese. Divenne quindi un'attività di tutti i gruppi fascisti
universitari. Oggi si è imposta al rispetto e ail'attenzione di tutti i
fascisti. La sua opera è rivolta agl’italiani, ma la sua azione è seguita ed
amata anche dai camerati della vecchia guardia che vedono con intima gioia
esaltate e rinnovate ogni giorno, dagl’allievi della scuola, le due più
preziose virtù dello squa drismo: la fedeltà e la intransigenza. I camerati
della vecchia guardia milanese sanno che il, nome di Niccolò Giani è legato
alla riapertura del Covo di Via Paolo da Cannobio, prima sede del « Popolo
d'Italia », prima trincea del Fascismo, che il Duce ha voluto affidare in
gelosa custodia ai giovani della Scuola di Mistica perchè le giovani
generazioni, accostandosi alle sorgenti genuine delia nostra Ri voluzione,
cogliessero, dall'umile grandezza delle ori gini, la poesia e il fermento
delia vigilia. G. è soprattutto un fedele ed un in transigente. Taluni
potrebbero chiamarlo un fanatico, ma solo I fanatici sanno dare movimento col
sangue «alla ruota sonante della storia». Il suo spirito si ribellava a
qualunque forma di com promesso; sul terreno della fede non ammetteva pat
teggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata;
dall'altra parte c'è il brutto, il male, la meschinità. Mi piace di ricordarlo
ai Convegno di Mistica: eravamo alla vigilia delia nostra guer ra di
liberazione e c'era in tutti noi una febbrile im pazienza di decisione. Il
tema del Convegno era bru ciante: «Perchè siamo dei mistici?». I problemi
dell'inteiligenza e deila cultura furono esaminati al lume della fede; i poveri
dì fede furono sbaragliati e G. dichiarò guerra a viso aperto a tutti gli
spiriti troppo raziocinanti, agli innamorati della ricerca fredda e del
ragionamento calcolatore. La dottrina che conquista è quella che sorge dalla
fede e non quella che discende dalla indagine arida ed oziosa; la cultura che
costruisce è quella che pene tra e trasforma e non quella che resta gelida ed
inerte. li Convegno si svolse in un'atmosfera di fuoco e la risposta al tema
che fu oggetto dei nostri appassionati dibattiti fu data dallo stesso G.:
Fascismo uguale a spirito, uguale a mistica, uguale a combattimento, uguale a
vittoria. Perchè credere non si può se non si è mistici, combattere non si può
se non si crede, e vincere non si può se non si combatte. Fu in quel Convegno,
ò giovani camerati della Scuola di Mistica, che i giovani della generazione del
Littorio affermarono solennemente il loro diritto al combat
timento, Soldato dì Mussolini G. è tra i primi a partire. C'èin lui la
preoccupazione morbosa di stabilire coi fatti una coe renza perfetta tra il
pensiero e l'azione. Aveva già partecipalo come volontario alla guerra per la
con quista dell'Impero, aveva chiesto ripetutamente di partire per la Spagna e
non gli era stato concesso; finalmente sopraggiungeva la nuova prova lungamente
attesa. Chi lo vide tenente degli alpini al fronte occidentale lo ricorda come
un esempio di disciplina e di ardi mento. Ma la parentesi fu troppo breve:
tornò insod disfatto, Andò in Africa settentrionale come corrispon dente di
guerra del popolo d'Italia. Ma quando sa che il suo reggimento è già sul fronte
greco chiede di raggiungerlo. Non puo vivere lontano dai suoi alpini, gli
sembra un tradimento. Parte per non tornare. Tre volte si offre per azioni
rischiose, tre volte è appagato, la terza volta è l'ultima. I suoi uomini lo
adorano. Con lui sarebbero andati dovunque: potenza insuperabile dell'esempio!
Anda con un manipolo d’alpini a raggiungere una vetta lontana per compiere una
ricognizione sulle posizioni del nemico. Assolge il suo compito felicemente e
rapidamente, ma prosegue oltre. Il suo programma è un altro. Incontra poco
prima, lungo il cammino, un camerata di Milano e gli affida l'incarico di
salutare per lui tutti gli amici di mistica e di comunicare loro che egli è
partito per un'impresa della quale si sarebbe dovuto parlare. Mantenne la
promessa. Alla testa dei suoi alpini raggiunge un'altra vetta, sulla quale alta
sfolgora la luce della gloria, e a bombe a mano assalì un presidio greco.
Circondato, lotta eroicamente, fino a quando una pallottola gli recise la
gola, gli spezza la vita, soffoca il suo canto.. Così cadde G. Egli è morto
come è vissuto, non per sè ma per gl’altri. È triste non potergli più vivere
accanto, non poter più rinfrescare il nostro spirito alia polla purissima della
sua fede. Ma egli chiuse la sua vita terrena in modo degno di luì, Arnaldo gli
insegna che il segreto della vita è tutto qui; saper vivere, saper morire, nel
modo più degno. G. vuole insegnare agl’italiani come deve vìvere e come sa
morire un italiano di Mussolini. La nostra scuola, o camerati di mistica, non
lo onora col pianto che egli non approva. Il nostro ciglio è asciutto anche se
il cuore in questo momento acce lera il ritmo dei suoi palpiti. Ma noi
sentiamo che non un vuoto egli ha lasciato nelle nostre file, li suo spirito
inquieto è con noi, dinanzi a noi, oggi come non mai, ad additarci la strada
che conduce alla vittoria, ad ammonirci che il suo tormento deve essere anche
il nostro tormento, la sua ansia anche la nostra ansia, il suo amore anche il
nostro amore, oggi, domani, sempre. E noi sentiamo che Arnaldo, il suo ed il
nostro maestro, lo ha accolto nell'altra esistenza, accanto al suo figlio
prediletto e agli altri martiri delia nostra scuola, come il migliore dei suoi
discepoli. Il mito di Roma contro Si guardi Ro- il mito di Jehova in ma
repubblicana. Catone, Cicerone, Quale è il suo Tacito, Giovenale ideale? Ce lo
di- e negli Imperatori ce Marco Porcio Cato rie CATONE nel suo De Agri cultura
laddove scrive che i romani quando lodavano un uomo dabbene, lo chiamavano buon
agricoltore, buon colono. E con ciò si ritene di dare la maggiore lode a colui
che così veniva chiamato. E ciò per chè dalla classe degli agricoltori nascono
gli uomini più forti e i soldati più valorosi e coloro che si dedicano a tale
occupazione non concepiscono cattivi propositi. Queste parole, questo saggio
romano le scrive esattamente, nello stesso periodo in cui Roma combatte
l’ultima e definitiva partita con la semita Cartagine. Ma, a questo proposito,
ci si è mai chiesto perchè poi Cartagine è delendam, perchè Roma s’è fissata
ili questo mito della distruzione totale della città di Annibaie? La risposta è
una sola. La lotta tra le due rivali infatti non è solo politica ed economica.
È ben di più. È lotta di civiltà, di sistema di vita. Roma rurale, Roma
gerarchica, Roma guerriera ed eroica combatte anche la Cartagine dei mercanti
e della demagogia. Ecco perchè non è strano, ma, anzi, logico, necessario
addirittura, che l’uomo che in senato termina i suoi discorsi col noto ceterum
censeo Carthaginem delendam esse è lo stesso che nel suo De Agri cultura pone
l’ideale romano nella gente nata dai campi, cresciuta in mezzo alle bellezze e
alle forze della terra, temprata nelle lotte aperte e solari della natura. Più
di un secolo dopo, un altro grande romano, che gli ebrei aveva conosciuto
perchè uno di 16 essi, Apollonio Molone, come ci dice il giudeo
Lazare, aveva avuto per maestro: CICERONE, tuo nerà anche lui contro la loro
mentalità. Il tenere testa alla turba giudaica che spesso schiamazza nelle
riunioni popolari e farlo nel l’interesse della Repubblica è prova di saldi
principi, dice infatti CICERONE rivolto a LELIO nella sua orazione Pro
Fiacco. E nel suo De Officiis si legge questo aneddoto che dice anche ai sordi
in quale dispregio avessero i romani i trafficanti di denaro. Ecco infatti
come Cicerone racconta che Catone risponde a chi lo interroga va sul miglior
modo di amministrare i propri beni. Bene pascere. E in quale altro modo? è
richiesto a Catone. Salis bene pascere, è la risposta. E poi? Arare, egli dice
ancora. £ che ne pensi del prestare ad usura?cioè del prestare denaro a
interesse. Risponde Catone. E tu che ne pensi dell’uccidere un uomo? Come,
quindi, i romani, con mentalità siffatta, avrebbero potuto, non dico
apprezzare, ma solo riconoscere la mentalità ebraica? E se è vero che con
l’Ambasciata di Giuda Maccabeo si iniziano i primi rapporti diplomatici tra
Roma e Gerusalemme, se è vero che seguono altre ambasciate, se è vero che GIULIO
(si veda) Cesare e OTTAVIANO (si veda) li tollerano, è altrettanto vero che gl’ebrei
anziché essere grati e devoti allo stato romano ricambiario con disordini e con
tradimenti la generosità dei Cesari, al punto che Claudio, da un decreto di
tolleranza passa alla loro espulsione e ciò per chè, come testimoniano
numerosi scrittori latini — da Persio a Ovidio, da Svetonio a Plinio, da
Tacito a Giovenale — gli Ebrei conside rano come profano tutto ciò che da noi
è consi derato sacro (cfr. Tacito, Hist.); per chè essi hanno un culto
particolare, leggi par ticolari, disprezzano le leggi romane (cfr. Giovenale,
Im. Lat.). Colle generazioni questo contrasto di civiltà e questa antitesi di
istituzioni si acuiscono. È così che si arriva alla spedizione di Tito:
all’assedio e alla distruzione di Gerusalemme. E in tal mo do, due secoli dopo
Cartagine, anche sull’or goglioso regno di Giudea passa l’aratro romano e
viene cosparso il sale. Così quei giudei che pretendevano di essere il popolo
eletto e che per invidia di capi e per in comprensione ingenerosa di popolo
avevano tra dito e condannato nostro Signore Gesù Cristo; quegli eredi del
Profeta che smentirono la profe zia compiuta, furono dispersi per il mondo. La
profezia del Golgota ebbe in tal modo realizza zione per mano di Tito, di quel
Tito, il cui arco, forse per imperscrutabile volontà di quel Dio che egli
inconsciamente servì, s’aderge ancora intatto contro il cielo eterno di Roma,
quasi a testimonia re e ammonire le genti e il mondo intero della giustizia e
della verità che promanano dai sette colli sacrati all’Impero del Littorio e
alla Chiesa di Cristo. Nome compiuto: Niccolò Giani. Giani. Keywords: implicature
mistica, mistico, il mistico – la mistica del liberalismo – la mistica del
comunismo – la mistica della democrazia – la mistica del socialismo – filosofia
politica – dottrina liberale – dottrina comunista – dottrina democratica –
dottrina socialista, fascismo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della radice italica del
melodramma – filosofia torinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino).
Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I
love Giani; for one, he was less fanatic than Nietzsche, even if it is
Nietzsche’s fanaticism that attracts Strawson! For one Giani is more careful:
if ‘music’ comes from the muses, which are Apollonian, why has Nietzsche to
emphasise in a piece of bad rhetoric, that tragedy has its birth in the
‘spirit’ of “music” – surely Nietzsche means ‘Dionysian,’ but there’s no
‘music’ in Dionysus, only noise! Trust
an Italian to correct Nietzsche on that point!” -- Appartene ad una famiglia dell'alta
borghesia torinese con spiccate inclinazioni per la musica e per l'arte: lo
zio Giuseppe (Cerano d'Intelvi) e pittore piuttosto noto, docente
all'Accademia Albertina, così come il figlio di lui Giovanni (Torino). Si
dedica al violino e condusse contemporaneamente gli studi fino alla laurea. Si interessa inoltre al
fermento filosofico di fine Ottocento, a Spencer, ma soprattutto Nietzsche: di
Così parla Zarathustra eavrebbe in seguito dato una traduzione, a partire dalla
seconda edizione italiana (Torino, Bocca). Si appassiona, inoltre, al teatro
musicale di Wagner, così come altri intellettuali torinesi, e lo
difende. Risale la fondazione, per opera sua e dell'amico editore Bocca,
della Rivista musicale italiana, in cui inizialmente hanno parte preponderante
gli scritti di G., soprattutto recensioni sul teatro musicale contemporaneo e
note sui testi poetici da musicare, anche se va probabilmente ascritto a Giani
anche l'editoriale programmatico del primo numero, all'interno di una rivista
che si propone di ospitare scritti musicologici ispirati al metodo
positivistico diffuso tra i due secoli, pur restando aperta all'apporto di
altre correnti filosofiche quali quelle dell'idealismo. In “Per l'arte
aristocratica”, dimostra le doti di polemista che lo avrebbero accompagnato per
tutta la vita: in esso si confuta un giudizio di Torchi e si afferma che la
cosiddetta "arte per l'arte" non solo non è immorale, ma è anzi la
naturale evoluzione e conclusione dello sviluppo storico di questa
manifestazione dello spirito umano. Dedica un saggio al “Nerone” di Boito,
che egli da allora considera incondizionatamente un maestro: al tempo Boito
aveva reso pubblico il solo testo del Nerone, che venne accolto molto
vivacemente e con alterna fortuna dall'ambiente letterario italiano. La
posizione intorno al Nerone è singolare e indicativa di quali fossero i
requisiti che la cerchia di G. e Bocca ricercava nell'opera musicale. Questa
tragedia farebbe parte del novero delle tragedie vere, quelle in cui ritmo,
suono della parola, gesto, musica concorrono alla creazione di un che di
superiore. Tuttavia, quando la musica del Nerone fu resa nota postuma, dichiara
una certa delusione. Uomo dalla cultura enciclopedica, versato con competenza
anche negli studi di letteratura, G. cura L'estetica di Leopardi. Vede in Leopardi
il luogo in cui le immagini della sua poesia si comporrebbero in un universo
etico ed estetico coerente. All'interno della storia della critica leopardiana,
pare avvicinabile ora alla posizione di Croce, di distinzione tra il momento
della poesia e il momento della riflessione, ora a quelle positivistiche.
Singolarmente,parla di musica e dell'analogia tra il ruolo del coro greco e il
ruolo del coro nelle Operette morali solo nella conclusione, benché in termini
acuti. Avrebbe contribuito ad un ulteriore campo degli studi letterari,
quello della musica nel mondo antico. Apparve “Gli spiriti della musica nella
tragedia” -- Fin dal saggio, si richiama alla nota opera di Nietzsche, “La
nascita della tragedia dallo spirito della musica”. G. non condivide l'opinione
di Nietzsche secondo cui il razionalismo del teatro di Euripide avrebbe spento
la portata dionisiaca della tragedia. La tragedia di Euripide permane ad un
livello musicale altissimo. Per affermare questo ricostruisce il ruolo della
musica nei testi tragici sulla base delle fonti antiche, dedicandosi alle
singole parti e forme musicali dei drammi, sempre attento a sottolineare la
valenza estetica complessiva della tragedia o melodramma, ma nel contempo senza
trascurare le posizioni metodologiche della scuola filologica. Fino ad
allora non aveva stretto profondi legami con i musicisti coevi (eccettuato Boito),
si avvicina sempre più alle compositori. Saluta con favore Bastianelli e Pizzetti,
approvandone principalmente le posizioni estetiche e la ricerca di una certa
spiritualità nella music, tipica dei due esponenti del circolo fiorentino della
Voce, ma prese le distanze ben presto dalle loro prove compositive, in
particolare dai drammi musicali di Pizzetti, che non parvero a opere d'arte
totalmente compiute. Un legame creativo e biografico molto più stretto
strinse con Ghedini, anche per via delle comuni frequentazioni torinesi: per
Ghedini, che sta ancora cercando una personale posizione estetica e anda
raggiungendo progressivamente le conquiste di stile e di linguaggio che lo
avrebbero reso famoso, Giani valse come una sorta di pigmalione, suggerendo
testi da musicare per le liriche e esaminando con occhio critico le
composizioni di Ghedini. G. stesso è librettista. Ridusse L'Intrusa di Maeterlinck,
musicata da Ghedini ma mai rappresentata, e scrive Esther per Pannain. Divenne
molto noto in tutta Italia per i suoi saggi di radicale confutazione di Croce.
Non è particolarmente ostile all'idealismo di Croce, anzi considera la teoria
dell'arte come intuizione una delle chiavi per la valutazione della creatività
anche musicale e teatrale. Tuttavia, a mano a mano che l'estetica di Croce viene
sistematizzata dal suo stesso autore, ma soprattutto da alcuni suoi pedestri
seguaci mal tollerati dal nostro, attacca tale concezione con il bellicoso
pseudonimo di Luigi Pagano in La fionda di Davide, criticando che in essa non
vi fosse posto per il lato tecnico e materiale della creazione e che
addirittura la stessa musica non fosse stata debitamente considerata da Croce
al medesimo livello delle altre arti che diedero lustro al passato
italiano. Il posto di G. nella storia della musicografia è tutto
particolare. Pestalozza vi ha addirittura visto un predecessore della
“fenomenologia musicale.”In realtà, ad un attento esame quantitativo dei suoi
scritti, pare essersi dedicato assai poco a questa o quella musica in
particolare, mentre il suo contributo fu assolutamente preponderante nei temi
di estetica musicale.Fu una voce originale, fuori dal coro, che inizialmente
difese il dramma di Wagner, quindi auspice fermamente all'interno dei testi
musicati dai compositori qualità come la purezza e la letterarietà, infine spronò,
pur da lontano, i compositori ad una libertà adogmatica e ad una ricerca continua
di stile e di linguaggio, rendendoli attenti alla peculiarità della musica, che
doveva essere cosa che egli ripete spessissimo nei suoi scrittila figuratrice
dell'invisibile, cioè l'elemento che dà corpo alle sensazioni, alle
suggestioni, alle fantasie suscitate dai testi musicati e non immediatamente in
essi esplicate. Una posizione la sua che può essere paragonata a quella del
"critico-artista" teorizzata da Wilde, che G. ben conosce: un
"critico-artista" nel senso di ri-creatore dei percorsi attraverso
cui la composizione è venuta alla luce, e ignoti al compositore stesso, ma nei
quali quest'ultimo riesce a identificarsi una volta che il critico li rivela a
lui e al mondo. Dispose per testamento che i suoi libri venissero donati
"ad una biblioteca di piccola Città preferibilmente Pinerolo" e
proprio presso la Biblioteca Civica "Camillo Alliaudi" di Pinerolo
ora si trovano, presso il Fondo che prese il suo nome. Altre saggi: “Per
l'arte aristocratica (in proposito di uno studio di Luigi Torchi), in “Rivista
Musicale Italiana”, -- aristocrazia, democrazia, crazia – kratos – il concetto
di potere -- Il “Nerone” di Arrigo
Boito, in “Rivista Musicale Italiana”, L'estetica di Leopardi, Torino, Bocca, con
lo pseudonimo di Anticlo: Gli spiriti della musica nella tragedia greca,
Rivista Musicale Italiana, Milano, Bottega di Poesia, L'amore nel Canzoniere di
Francesco Petrarca, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Luigi Pagano: La
fionda di Davide. Saggi critici (Boito, Pizzetti, Croce), Torino, Bocca. Dizionario
Biografico degli Italiani Cesare Botto Micca, in morte di Romualdo Giani, in
“Rivista Musicale Italiana”, Annibale Pastore, In memoria, Rivista Musicale
Italiana, Vajro, Rivista Musicale Italiana, Pestalozza, Introduzione a «La
Rassegna Musicale». Antologia, Luigi Pestalozza, Milano, Feltrinelli, Guido M.
Gatti, Torino musicale del passato, in «Nuova Rivista Musicale Italiana».
Guglielmo Berutto, Il Piemonte e la musica, Torino, in proprio, ad vocem.
Baldi, “Fotografare l'anima” -- Romualdo Giani e Giorgio Federico Ghedini, in
“Bollettino della Società Storica Pinerolese”, Cavallo,La vita, il fondo
musicale, le collaborazioni musicologiche e gli interessi letterari, Pinerolo,
Società Storica Pinerolese,. Con contributi di Casagrande, Baldi, Betta, Cavallo, Balbo, Fenoglio. GIANI,
Romualdo. Nasce a Torino da Francesco e da Clementina Guidoni, originari della
Valle d'Intelvi. Laureatosi in giurisprudenza non ancora ventenne,
esercita l'avvocatura patrocinando esclusivamente cause civili nel settore
commerciale. Allo stesso tempo si occupò con continuità di arte e letteratura.
Creativo e versatile, ebbe profonde conoscenze della storia e della tecnica
delle diverse arti, ampliate dai numerosi viaggi effettuati nelle principali
città d'arte europee. È tra i fondatori, con l'amico editore Bocca, della
Rivista musicale italiana, alla quale collaborò ininterrottamente per
trentasette anni, spesso valendosi di pseudonimi. Esordì sul primo numero
della rivista con la critica "I Medici". Parole e musica di
Leoncavallo. Il dramma (Riv. mus. italiana); sullo stesso numero diede il via
alla rubrica Note sulla poesia per musica(ibid.), ove poneva in luce difetti e
pregi dei testi inviati da autori sconosciuti per dimostrare che la poesia del
melodramma era forma d'arte. In Per l'arte aristocratica, sostenne una
vivace polemica con Torchi sull'autonomia dell'arte, alla quale parteciparono
Pilo, Garoglio, Foulliée e altri; G. volle dimostrare che la formula
"l'arte per l'arte" o "l'arte aristocratica" non era cosa
assurda e immorale, come sostenuto dal Torchi, ma l'ultimo effetto di
un'evoluzione. Pubblica il saggio critico Il "Nerone"di Boito
(Torino; cfr. Riv. mus. ital.), che gli procurò l'amicizia dell'autore, il
quale gli inviò numerose lettere in cui si dichiarava suo grande ammiratore.
Nel volume L'estetica nei Pensieri di Leopardi (Torino; cfr. Riv. musicale italiana)
G. oltre a ricostruire il pensiero estetico del poeta di Recanati, ne esaminò
anche le teorie sull'arte musicale. Per la Biblioteca di scienze moderne del
Bocca, è stato pubblicato Così parlò Zaratustra di Nietzsche, tradotto da
Weisel; G., ritenendo la traduzione non fedele all'originale, ne appronta una
nuova versione d'accordo con Weisel, pubblicata, sempre dal Bocca. Con lo
pseudonimo di Anticlo, da alle stampe lo studio Gli spiriti della musica nella
tragedia greca (Milano; Riv. musicale italiana). Durante il primo conflitto
mondiale usce L'amore nel Canzoniere di Petrarca (Torino; in appendice Nota sul
suono e sul ritmo), considerata dalla critica, forse, la sua opera più
riuscita. G. inoltre traduce per diletto dal latino, soprattutto TIBULLO
(si veda) ed ORAZIO (si veda), e dal francese; come poeta pubblicò nel 1920
soltanto due libretti d'opera: Esther (Riv. musicale italiana), tragedia lirica
in tre atti ispirata dal testo biblico, mai musicata, sebbene offerta dal G. a
Pizzetti, e L'Intrusa, un atto per musica, tratto dal dramma in prosa di
Maeterlinck, musicato dapprima da Ghedini (non rappresentato), e poi da G.
Pannain, che la rappresenta a Genova. La pubblicazione dell'articolo Il
Vangelo e il Breviario,celebrazione dell'estetica crociana (Riv. musicale
italiana), apparso sotto lo pseudonimo di Luigi Pagano, rappresentò un attacco
all'estetica crociana che diede origine a una polemica col Croce stesso. G.,
con logica inflessibile, dimostrò infondati alcuni concetti del filosofo, come
l'eccessivo idealismo che considerava la musica estranea ai fenomeni fisici che
la originano e alla tecnica, espressi in Estetica come scienza dell'espressione
e linguistica generale (1902) e nel Breviario di estetica, opere che G.
ironicamente chiama Vangelo e Breviario. Con Socrate e la pulce (ibid.)
rispondeva allo scritto La musica e l'estetica dell'idealismo, in cui Pannain
assume la difesa delle tesi crociane. Questi saggi, compreso quello del
Pannain, furono raccolti in seguito nel volume La fionda di Davide Torino
insieme con uno studio sul Boito, e la critica a Debora e Jaele di Pizzetti,
giudicata un'opera mancata. Contemporaneamente G. pubblica il Sillabario di
estetica (Riv. musicale italiana), e a conclusione della polemica aggiungeva
una Nota crociana, nel capitolo terzo de La fionda di Davide, in cui
evidenziava ancora altre contraddizioni nella teoria di Croce. La polemica si
riaprì con lo scritto La favola dell'aridità con il quale G. insorgeva, in
difesa del Seicento musicale italiano, contro un'affermazione del Croce che
definiva "età di aridità creativa" il secolo; la rettifica crociana
Obiettanti e seccatori non soddisfece G., che replica con Il parto
settimello. G. scrive inoltre numerose recensioni e articoli sulla
Rivista musicale italiana e sulla Rassegna musicale, a cui collabora, spesso
sotto gli altri pseudonimi di H. Giraud e A. Cannella. G. muore a Torino. Oltre
agli saggi citati si ricordano: Savitri"Idillio drammatico indiano in tre
atti di L.A. Villanis. Musica di N. Canti. La poesia, in Rivista musicale
italiana; Note marginali agl’Intermezzi critici di Pizzetti; Note Leopardiane,
in Campo Torino; Estetica nuova; Per una biografia di Berlioz; Melodramma e
dramma musicale, Adler, G., Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Riv.
mus. ital., Ronga, In morte di G., ibid., Botto Micca, G. (Lo scrittore e il
critico), in Il pensiero di Bergamo, Pastore, In memoria di G., Riv. musicale
italiana, Vajro, G., Angelis, Diz. dei musicisti, Roma; Diz. encicl. univ.
della musica e dei musicisti, Le biografie. Nome compiuto: Romualdo Giani. Giani.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannantoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica – filosofia
perugiana – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Perugia). Abstract. Grice: “I realised
that my attacks on the philosophismata so frequent at Oxford at the time relied
on a theory of ‘significaio’ that took cooperative conversation as basic – what
G. calls the ‘principio dialogo’!” Keywords: principio dialogo. Filosofo
perugiano. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I love
Giannantoni; for one, he believes, with me, that there is Athenian dialectic,
Roman dialectic, Florentine dialectic and Oxonian dialectic; like me, he has
explored mostly ‘Athenian dialectic,’ and he has noted that its birth
(‘nascita’) is in the ‘dialogo socratico,’ so it should surprise nobody that I
have based my philosophy on the facts of conversation!” Si laurea a Roma sotto Calogero. In “Il dialogo di
Socrate e la dialettica di Platone” attribuisce a Socrate una concezione molto
laica della del divino e della religione (Religiosità, che Socrate, il quale
era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo del tutto diverso
da come comunemente era sentita a quell'epoca»). La sua dottrina
storico-filosofica si fonda sul principio che ogni seria riflessione filosofica
si debba basare su un'accurata e rigorosa ricerca filologica delle fonti.Questo
spiega l'enorme dispiego di tempo dedicato all'elaborare la sua opera
monumentale, Reliche di Socrate” (Socratis et Socraticorum reliquiæ). G. ha
sempre seguito il criterio di Croce e Gramsci, secondo cui l'esposizione di un
filosofo debba avvenire tramite l'esame storico cronologico (unita
longitudinale) delle sue opere, allo scopo di prendere consapevolezza
dell'evoluzione della dottrina e di separare da questa ogni sovrapposizione
interpretativa personale non adeguatamente basata sulle fonti. Convinto dell'onestà intellettuale come
valore fondamentale cui deve rifarsi ogni interprete della storia della
filosofia, capace perciò di rinunciare di fronte alla ricostruzione filologica
dei testi anche alle proprie più profonde convinzioni personali. Traccia un
profilo ideale dello storico autentico della filosofia, che ha il dovere di
farsi filologo rigoroso per avvicinarsi il più possibile al mondo del filosofo
da lui studiato», ben sapendo che ciò non basta ancora se non è accompagnato da
una sensibilità filosofica e da una consapevolezza teoretica e storica insieme.
Di qui conclude il fascino di una ricerca che, rendendoci consapevoli di una
grande quantità di problemi altrimenti inavvertiti, termina in un autentico
arricchimento spirituale. Il suo insegnamento è stato caratterizzato dalla
volontà di essere semplice e chiaro nell'espressione del pensiero considerando
questo un dovere morale dell'intellettuale nei confronti degli altri studiosi.
Anche allo scopo di realizzare una scrittura filosofica quanto più scientificamente
precisa, ha compiuto studi approfonditi sulla logica di Aristotele e sulla
storia della semantica filosofica (teoria del segno). Nella sua vita e nella
dottrina si è sempre impegnato nel mettere in pratica l'insegnamento socratico,
così come fece il suo maestro Calogero: insegnando la conversazione basatio
sulla regola d’oro: il rispetto verso il co-conversazionalista. Cura I Presocratici
di Diels e Kranz. Altre saggi: La metafisica dei lizii (Roma, Rai); “Che cosa
ha veramente detto Socrate” (Roma, Ubaldini); Cirenaici (Firenze: Sansoni);
“Filosofia romana” (Napoli: Bibliopolis); “Filosofia italica in eta antica” (Milano:
Vallardi); Le filosofie e le scienze contemporanee, Torino: Loescher, I fondamenti
della logica de’ lizii” (Firenze: La nuova Italia); Le forme classiche Torino:
Loescher, Volpe Roma: Riuniti, Socrate. Tutte le testimonianze: Da Aristotfane
e Senofonte ai Padri cristiani; Bari: Laterza, Aristotele. Opere; introduzione
e indice dei nomi, Roma; Bari: Laterza, Epicuro. Opere, frammenti, testimonianze
sulla sua vita; Bignone; Bari: Laterza, I presocratici: testimonianze e
frammenti Bari: Laterza, Profilo di storia della filosofia, Torino: Loescher.
La razionalitàmTorino: Loescher, Socratis et Socraticorum Reliquiæ. Collegit,
disposuit, apparatibus notisque instruxit G.,
Bibliopolis. Anthropine Sophia. Studi di filologia e storiografia
filosofica in memoria di Gabriele Giannantoni; Introduzione di Adorno: per G.:
un dialogo, Bibliopolis (collana Elenchos). Deputati della legislatura. Op.cit. Centrone, ed. Bibliopolis, Enciclopedia
Treccani, Centrone, Bibliopolis, Edizioni di filosofia, ILIESI CNR La traduzione dei Presocratici da parte di G.
è stata criticata da Reale nell'introduzione alla sua nuova traduzione dei
Presocratici, critiche riportate in due articoli-intervista comparsi sul
Corriere della Sera nei quali G., di
formazione gramsciana veniva accusato come curatore della "vecchia"
edizione laterziana di avervi perpetrato «una certa manomissione del sapere
filosofico», in ossequio all'ideologia e all’egemonia culturale marxista. Interpretazioni
del pensiero di Socrate#Socrate: l'interpretazione di G. Calogero La teoria sul
pensiero greco arcaico. Per chi abbia svolto la propria attività di
ricerca o abbia compiuto la propria formazione scientifica nell’ambito della
storiografia filosofica, il nome di G. (Perugia – Roma) è legato anche al
Centro di Studio del Pensiero Antico, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche
Roma,1 su richiesta, appunto, di G.– in sostituzione del precedente Centro di
Studio per la Storia della Storiografia Filosofica –, il Centro di Studio del
Pensiero Antico si inserì nel panorama nazionale e internazionale della ricerca
storica come una realtà innovativa e contribuì allo sviluppo di una disciplina,
la storia della filosofia antica, appartenente al duplice contesto della
storiografia filosofica e delle scienze dell’antichità. Il Centro fu attivo in
modo autonomo fino al 2001, quando, a seguito di una riforma che ridisegnò la
rete scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, esso fu accorpato con
il Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo per dar vita all’
Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, sotto la
direzione di Gregory. L’attività del Centro di Studio del Pensiero Antico fu
inevitabilmente legata al percorso intellettuale e di ricerca del suo
fondatore, benché in modo non esclusivo. In questo breve profilo si cercherà di
rievocare, in primo luogo, i motivi culturali che furono alla base della
costituzione di questa realtà, nonché alcuni modelli scientifici di riferimento
che ne hanno determinato in certa misura la configurazione e l’attività; in
secondo luogo, i contributi originali che il Centro è stato in grado di fornire
all’area disciplinare di propria competenza, in termini di pubblicazioni,
progetti e formazione, sotto la guida di Giannantoni e di coloro che ne
coadiuvarono la direzione. 1 Decreto del Presidente del CNR. n. 6303,
ratificato successivamente da una convenzione tra il CNR e “La Sapienza”,
stipulata e confermata dal Presidente del CNR. Per il testo della convenzione
si veda “Elenchos”, Sull’iter di riforma che portò alla nascita dell’Istituto
per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee e per i riferimenti
normativi, si veda Liburdi Istituito presso la Facoltà di Filosofia
dell’Università “La Sapienza” di MOTIVI CULTURALI E MODELLI ISPIRATORI
Come accennato, l’attività scientifica del Centro di Studio del Pensiero Antico
fu comprensibilmente orientata da precise scelte critiche e metodologiche di
colui che ne aveva voluto l’istituzione. Per dare ordine a questo sintetico
profilo, credo sia opportuno riassumere i motivi che ispirarono la promozione
di un organo di ricerca mirato agli studi storici sul pensiero antico, in tre
principali indirizzi: in primo luogo, la possibilità di considerare la storia
della filosofia antica come una disciplina dotata di un proprio specifico (e in
certa misura autonomo) profilo quanto a materia di indagine, arco storico e
metodologia; in secondo luogo, la nascita, o rinascita, dell’interesse verso
scuole filosofiche dell’antichità greca e romana tradizionalmente classificate
come minori, in particolare, le cosiddette scuole socratiche e le scuole
ellenistiche, che dalle socratiche discendono direttamente sotto l’aspetto
storico e dottrinale; infine, la rivisitazione del patrimonio dossografico –
cioè del complesso della tradizione indiretta che ha conservato, per estratti,
parafrasi o compendi, il pensiero di quei filosofi antichi di cui non è giunto
a noi né il corpus né una singola opera completa –. Quest’ultimo indirizzo si
inseriva in una tendenza di studi continentale che fece della dossografia
antica una vera e propria categoria storiografica con risultati particolarmente
innovativi. L’interesse portato alla dossografia, oltre a sostenere gli studi
nell’ambito delle filosofie di derivazione socratica e quelle ellenistiche
(delle quali, per l’appunto, non si è conservato alcun testo d’autore), apriva
un percorso di studi a cui G. è particolarmente legato e che lo vide impegnato
sia come direttore del Centro che individualmente, e cioè la riconsiderazione
di tutta la dossografia relativa alla filosofia presocratica. Una rapida messa
a fuoco di questi tre indirizzi permetterà di chiarire quali interessi
scientifici di G. abbiano maggiormente pesato sulle strategie generali e sulle
iniziative specifiche del Centro, nonché sulla formazione professionale che
esso ha reso possibile. Quanto al primo indirizzo, la questione del profilo
specifico della storia della filosofia antica presuppose, da parte di G., una
approfondita analisi della visione storica che la cultura filosofica italiana
era venuta maturando intorno alla filosofia antica. In questa analisi, i cui
esiti si leggono, non a caso, nell’articolo di apertura della rivista Elenchos
intitolato La storiografia idealistica e gli studi sul pensiero antico
(“Elenchos”), svolge un ruolo chiave la rappresentazione che del pensiero
antico seppe dare l’idealismo italiano, specie con Croce, e la sua valutazione
critica. L’idealismo italiano si era infatti distinto per due caratteri, l’uno
teorico, l’altro metodologico, che apparentemente non favorirono lo sviluppo di
una moderna storiografia del pensiero antico. Per un verso, tanto Croce che
Gentile vedevano nella filosofia antica (cioè greca) i limiti di un pensiero
oggettivo, astratto e naturalistico, che mai sarebbe arrivato a concepire la
positività dell’idea di infinito, né quella della soggettività. I punti più
alti raggiunti dalla filosofia teoretica greca, Socrate, Platone, Aristotele,
coincidevano rispettivamente con la delineazione del concetto, o universale
astratto, con la sua separazione dalla realtà sensibile (la teoria delle idee
trascendenti e la scienza come dialettica delle sole idee) e con una logica
puramente strumentale (la sillogistica), alla quale sarebbe mancata la
teorizzazione del giudizio individuale, o giudizio storico, nonché la capacità
di superare l’astrattezza e attingere l’atto stesso del pensiero.4 Nella
filosofia pratica parimenti i Greci antichi, pur non mancando di intuizioni
profonde, non avrebbero superato il precettismo e l’empirismo, e la loro etica
ingenua non sarebbe mai giunta a distinguere etica ed economica, morale e
diritto, come categorie dello spirito. G., n. 13, rimanda a Croce, di cui diamo
qui i riferimenti da Croce. Ciò G. ricavava, pur senza riferimenti testuali
precisi, sia dagli excursus storici che possiamo leggere in Gentile e in
Gentile, sia da Gentile. G., rimanda a Croce; si veda Croce e a Croce, si veda
Croce ILIESI digitale Temi e strumenti copertina di “Elenchos. Per l’altro
verso, però, l’idealismo formulò una critica, entro certi limiti giusta e
salutare, alla filologia classica – cioè alla filologia classica moderna sviluppata
in Germania, distintasi, tra le altre cose, per una predilezione della cultura
greca rispetto alla latina –, colpevole sostanzialmente di non essere una
disciplina veramente storica. La filologia classica, malgrado i grandi
risultati raggiunti nella costituzione dei testi della letteratura antica,
nella revisione della tradizione bizantina e nelle nuove acquisizioni, si
affermò come una procedura tecnica complessa e molto raffinata ma priva della
visione della storicità del documento, del suo autore, dell’ambiente della sua
composizione, nonché del suo testimone. La questione, che emerse inizialmente
nel campo delle edizioni letterarie,6 non è meno complessa per quelle
filosofiche: i testi della filosofia antica richiedono anche una comprensione
dei contenuti teorici e pretendono di essere inquadrati in sistemi di pensiero
il cui senso trascende il ripristino del testo, o quanto meno se ne distingue
in data misura. Questo fu il nodo che si dovette sciogliere perché si potesse
cominciare a delineare una storia della filosofia antica che includesse tanto
la capacità di fornire edizioni affidabili sotto il profilo testuale, quanto
quella di storicizzare i documenti, cioè di comprenderne i contenuti alla luce
di coordinate culturali congrue con le epoche di appartenenza. La storiografia
idealistica è dunque imputata da G. di evidenti limiti interpretativi della
filosofia antica, come fu ben presto mostrato, ad esempio, dalle due celebri
monografie di Mondolfo sull’infinito nella filosofia antica e sul soggetto
umano nell’antichità,7 che smentivano l’idea di un connaturato e irreparabile
oggettivismo della filosofia antica. Tuttavia l’idealismo ha fornito
un’importante lezione e soprattutto ha indicato con chiarezza un ostacolo da
superare: 6 In particolare, la critica crociana a cui Giannantoni fa
riferimento prese le mosse da edizioni
di testi poetici e si volse contro la “mera filologia” e la Kulturgeschichte
che, nella pretesa di restituire il senso del testo letterario, non apportavano
comprensione né storica né concettuale. Cfr. ad esempio la recensione alla
monografia di Romagnoli su Aristofane e che si può leggere in Croce. Dice G. al
riguardo: il problema del rapporto tra filologia e poesia, tra filologia e
storiografia, tra filologia e filosofia sta al centro dell’elaborazione
dell’idealismo italiano”. G. probabilmente pensava anche alle considerazioni
gentiliane intorno al filologismo che affligge la storia e ostacola la
costituzione di una storia della filosofia, in Gentile Mondolfo. Tracciando nel
primo dei due volumi in onore di Croce per il suo compleanno, quello che è
tuttora l’unico panorama complessivo degli studi di filosofia antica nel
cinquantennio, Guido Calogero non ritenne di dover prendere in considerazione
né Croce stesso né Gentile (e neppure Ruggiero) quali interpreti del pensiero
antico; né altri ne hanno trattato in modo approfondito (mentre studi
importanti esistono sulle loro interpretazioni di altri periodi della storia
del pensiero) la ragione è da ricercare in una persistente separazione, non
solo concettuale, ma anche di organizzazione degli studi, che lo stesso
idealismo ha contribuito non poco a consolidare, tra considerazione filosofica,
ricostruzione storica e indagine filologica. Gli studi di filosofia antica
hanno infatti sofferto in modo particolare di una vera e propria scissione tra
quelli che erano considerati i compiti esclusivi del filologo e quelle che
erano considerate le competenze dello storico e del filosofo: con la
conseguenza che questi studi sono potuti apparire troppo filologici ad alcuni e
ad altri, all’opposto, troppo filosofici per entrare di pieno diritto
nell’ambito di ciò che si era soliti chiamare la scienza dell’antichità. Quando
G. scrive queste parole, era persuaso che la scissione non fosse superata e
fosse causa, oltre che di una durevole influenza idealistica, anche di un
pregiudizio nei rispetti della filologia, malgrado i grandi progressi e le
messe a punto di tanta prestigiosa filologia classica italiana.9 Stante,
quindi, una situazione di progresso “zoppicante”, per così dire, degli studi
storiografici italiani sulla filosofia antica, G. nutrì l’aspirazione di
delimitare un preciso terreno metodologico cogliendo la preziosa occasione che
il Consiglio Nazionale delle Ricerche gli offriva. Il secondo indirizzo è
quello che, almeno a prima vista, rivela maggiormente la stretta relazione tra
il percorso scientifico individuale di G. e lo spettro di interessi messi in
campo da quanti hanno operato nel o col Centro, a cominciare dai suoi allievi.
Tanto più che l’attenzione rivolta non solo a Socrate ma alle tradizioni
socratiche ed ellenistiche non è del tutto indipendente dalla questione
dell’impatto dell’idealismo italiano sulla fortuna della storiografia
filosofica dell’antichità. Il giudizio crociano sui limiti delle filosofie di
Socrate, Platone e Aristotele, ad esempio, diventa un vero e proprio
deprezzamento delle tradizioni minori. Ed è appena necessario [G. Il riferimento a Calogero è da intendersi a
Calogero. Si veda al riguardo il chiarimento di G. relativo all’opera di
Pasquali, che pervenne ad un’unità di filologia e storia come unità di metodo,
non di contenuti, e che si caratterizzò tramite uno storicismo della filologia
classica, profondamente diverso dallo storicismo idealistico: questo, inteso
come riconoscimento nella storia e nella cultura di figure e “categorie” del
pensiero e dello spirito, quello, inteso come intima connessione tra le
rigorose tecniche filologiche e la conoscenza storica (Cfr. Croce: “... col
considerare principalmente il contrasto delle passioni verso la volontà
razionale sorsero le scuole opposte dei cinici e cirenaici, ricordare che la
figura di Socrate, a cui deve farsi risalire il terreno di ricerca costituito
dalle scuole socratiche e buona parte di quello attinente alle tradizioni
ellenistiche, fu al centro di importanti riflessioni teoretiche e
storiografiche di Calogero,11 che di G. fu il maestro. Abbiamo poi vari segni
di un’interazione di tendenze di studio comuni a più scuole anche fuori
dell’Italia. L’interesse per le tradizioni dette “minori”, tali cioè in quanto
paragonate alle filosofie di Platone e Aristotele e, in più, conservate solo
tramite tradizione indiretta, si manifesta con studi sui Sofisti, su alcuni
discepoli di Socrate, in particolare Antistene di Atene e Aristippo di Cirene,
sulla tradizione scettica.Proprio ad Aristippo di Cirene e alla sua scuola
Giannantoni dedica la sua prima importante opera scientifica (G.). In essa si
profilano le problematiche, filologiche e storiografiche prima ancora che
concettuali, relative alla intricata questione della eredità socratica:
l’edizione critica di un corpus proveniente da molti e diversi testimoni; la
possibilità di dirimere le fonti storicamente attendibili dalla ritrattistica
aneddotica; la contestualizzazione del filosofo all’interno di un milieu
composito in cui si intrecciano le influenze della Sofistica e della retorica
classica e il magistero socratico. stoici ed epicurei e altrettali; ma le
dottrine di tutte coteste scuole, se serbano qualche valore empirico come
precetti di vita più o meno convenienti a individui, classi e tempi
determinati, non ne presentano alcuno o scarsissimo, esaminate in quanto
concetti filosofici; e cinici e cirenaici, stoici ed epicurei, piuttosto che
filosofi sembrano monaci, seguaci di questa o quella regola”. Sulle “scuole
socratiche minori” cfr. anche il giudizio, meno sommario, di Gentile. Com’è
molto noto, Socrate occupò un ruolo centrale nella personale riflessione
teorica diCalogero, che elaborò la sua “filosofia del dialogo” esattamente sul
modello del Socrate dei dialoghi platonici, nel quale il filosofo italiano vide
la prima formulazione di un’istanza intellettuale e morale – il dialogo,
appunto, contrapposto al “logo” conclusivo e assertivo – destinata a far
giustizia della pretesa di fondare l’etica sulla epistemologia e sulla
metafisica, e che sarebbe stata anche alla base della moderna concezione dello
stato liberale e di diritto. Ma Socrate fu anche al centro di importanti lavori
storiografici di Calogero, alcuni dei quali aprirono la strada alla ricerca
della posterità del magistero socratico nel pensiero tardo-ellenistico e cristiano.
Una visuale critica diversa da quella di G., ma in linea con la percezione del
ruolo capitale svolto da Socrate nella storia del pensiero antico. Mi limito su
tutto ciò a rimandare a G. e a Brancacci. Per limitarsi alle opere principali:
Untersteiner, con moltissime riedizioni; Pra; Humbert; Mannebach; Caizzi;
Patzer. Questi elementi appaiono, nella storiografia e nella filologia europea,
sempre più determinanti per la comprensione delle dottrine di personalità come
Aristippo, Antistene di Atene, Euclide di Megara, Eschine di Sfetto. In più, il
superamento della Quellenforschung tradizionale e l’approfondimento dei
contenuti filosofici aprirono nuove possibilità di delineare il percorso che
dalle scuole socratiche della seconda metà del IV secolo a.C. porta alle
principali tendenze ellenistiche, il Giardino, il Portico, il Lizio post-
aristotelico, la scepsi pirroniana ed accademica. A questo complesso terreno di
ricerca è dedicata una iniziativa che precede l’istituzione del Centro di
Studio del Pensiero Antico benché sempre sostenuta dal Consiglio Nazionale
delle Ricerche: il convegno “Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica”,
organizzato dal Centro di Studio per la Storia della Storiografia (la cui
direzione era stata affidata allo stesso G.), e i cui atti furono pubblicati
nel 1977 dalla casa editrice il Mulino di Bologna. Le relazioni presentate al
Convegno del 1976, mirate ad una ricognizione dello stato documentario delle
filosofie riconducibili a Socrate o ad uno dei suoi discepoli, e dei rapporti
concettuali tra queste tradizioni e le filosofie ellenistiche e di età
imperiale,13 furono aperte dalla comunicazione dello stesso Giannantoni sul
tema Per un’edizione delle fonti relative alle scuole socratiche minori, nella
quale lo studioso esponeva i risultati di un già lungo percorso di ricerca, ma
ancora lontano, nel 1976, dalla sua conclusione. In questa relazione vengono
messe a fuoco le 13 Cambiano 1977; Celluprica; Sillitti; Caizzi; Ioppolo;
Brancacci; Donini; Parente; Repici ILIESI digitale Temi e strumenti
11 copertina di G. Giannantoni, I Cirenaici. Raccolta delle fonti antiche,
traduzione e studio introduttivo, Firenze, Francesca Alesse G. e il Centro di Studio del Pensiero Antico
peculiarità e la notevole problematicità, soprattutto sotto il profilo
filologico, di una edizione di testi filosofici e di molti autori. Emerge da
questo breve testo non solo uno stato dell’arte ma un criterio programmatico
che non considera sufficienti, benché certamente necessarie, le sole competenze
della filologia classica, ma pretende una sensibilità storica e una capacità di
comprensione teorica che gli sforzi della Altertumswissenschaft tradizionale
non avevano sempre garantito. L’edizione di testi filosofici di trasmissione
indiretta non può limitarsi alla costituzione del testo e alla redazione di
apparati critici da cui si desuma il meticoloso lavoro di collazione
dell’editore, ma deve tener conto dei contesti storici e problematici nei quali
sono vissuti tanto il filosofo quanto il suo testimone. Inoltre, un’edizione
che sia, in più, una silloge di testi relativi a (e non provenienti da) molti
filosofi, comporta di andare oltre la natura estrinsecadella singola
testimonianza (epoca e ambiente del testimone, distanza cronologica
dall’autore, genere letterario della fonte, parametri stilistici, etc.) e di
individuare alcune strutture di pensiero che, in un lasso di tempo abbastanza
lungo, si facciano riconoscere per caratteri salienti e durevoli e, al
contempo, riflettano le condizioni storiche che ne determinano la specificità
(secondo i dettami dello storicismo), diventando pagine e capitoli di una
lunghissima storia culturale; si configurino, cioè, come tradizioni: Il fatto è
che a proposito di una raccolta di testi che riguardano uno o più filosofi,
emerge molto più nettamente che in altri casi l’impossibilità di considerare la
testimonianza antica come un dato puramente oggettivo, e quindi la necessità di
storicizzarla fino in fondo: in realtà essa deve essere considerata come un
capitolo di una vera e propria storia della cultura durata all’incirca un
millennio, e perciò da ricondurre di volta in volta al suo tempo e alle
tendenze storicamente determinate che la produssero: parleremmo di un Diogene
irreale e mai esistito se pensassimo di poter adoperare come ingredienti
mescolabili a piacere Epitteto e Dione Crisostomo, Luciano e Giuliano
l’Apostata, un padre della chiesa e le epistole apocrife che vanno sotto il
nome del cinico.15 Il terzo indirizzo, relativo alla dossografia, è quello che
presenta, almeno in apparenza, un maggiore tecnicismo, perché volto alle
problematiche ecdotiche ed interpretative attinenti allo studio di [Sulla
cosiddetta filologia esterna, sul ruolo da essa svolto nelle edizioni
filosofiche e sui suoi limiti, si veda G., a proposito dell’opera di Vitelli,
la cui importanza per la storia della filosofia antica è legata specialmente
alle edizioni critiche dei commenti aristotelici di Filopono. G. dottrine riportate da testimoni spesso assai
lontani, per cronologia ed orientamento intellettuale, dagli autori di cui si
vuole conoscere il pensiero. D’altra parte, la dossografia si è rivelata un
capitolo importantissimo di quella millenaria storia culturale che costituisce
il terreno di indagine della storia della filosofia antica. Non si potrebbe
ancora oggi redigere una storia della storiografia filosofica dell’antichità
senza iniziare non solo dalle grandi raccolte di testi e frammenti allestite
dalla filologia ottocentesca e comparse nei primi anni del XX secolo (le
raccolte di Usener,16 Diels,17 Arnim,18 per citare degli esempi), ma anche
dalla prima grande opera di analisi e comparazione dei testimoni, i Doxographi
Graeci di Hermann Diels; come è altrettanto vero che non si può oggi fare a
meno dei più recenti e sistematici contributi all’analisi della dossografia
filosofica, cioè gli Aëtiana di Mansfeld e Runia. I più importanti progetti
editoriali varati negli ultimi decenni, inoltre, si sono strettamente legati
alla problematica della DOSSOGRAFIA e all’analisi dei testimoni, a lato di
quelle condotte sui filosofi romani e sulle tradizioni dottrinali. Allo studio
di filosofi di grande notorietà e impatto della tradizione culturale antica, ai
quali si deve gran parte della conoscenza dei filosofi precedenti -- come CICERONE
e Plutarco -- si è venuta affiancando una sempre maggiore familiarità con
testimoni meno noti ma che hanno rivelato un’importanza fondamentale, come
Filodemo, Diogene Laerzio, Sesto Empirico, Galeno, Stobeo. L’indirizzo
dossografico e quindi un segno della tempestività e della sensibilità di G. nei
rispetti di un terreno di ricerca che si venne imponendo e che di fatto
contribuì alla dimensione dello stesso Centro, la cui attività progettuale e
congressuale e in buona misura dedicata alla dossografia di epoca tardo
ellenistica ed IMPERIALE. Si può far rientrare in questo ultimo indirizzo anche
una linea di attività di studi la cui ragione storiografica e oggetto di un
vivacissimo [Usener 1887. 17 Diels. 18 Arnim 1903. 19 Diels 1879. 20
Mansfeld-Runia 1997; Mansfeld-Runia 2009; Mansfeld-Runia 2010. È appena
necessario ricordare che le parole stesse “doxographus”, “doxographia”, sono
coniate da Diels. Sulla dossografia e sul suo sviluppo come categoria
filologico-storiografica, cfr. Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia, Mansfeld,
rist. in Mansfeld-Runia – cf. GRICE, “LIFE AND OPINIONS” – “Vita e opinioni” –
Speranza, “OXONIAN DOXOGRAPHY: H. P. GRICE” -- dibattito e che è nota come la
questione delle dottrine non scritte di Platone. Sorta nell’accademia tedesca,
in particolare a Tübingen, da un’ipotesi schleiermacheriana, la questione degl’
“agrapha dogmata” consiste, molto in breve, nella convinzione che Platone
teorizza una dottrina dei principi (Uno e Molteplice), della quale non resta
traccia nei suoi scritti – perché oggetto di pura trasmissione orale
all’interno dell’Accademia antica – ma solo sparsi indizi in pagine
aristoteliche. Alla nascita, per così dire, del Centro, G. invita Gaiser,
ordinario di filologia a Tübingen e uno
dei maggiori sostenitori di questa ipotesi, a tenere una lezione presso la
Sapienza sul tema La teoria dei principi in Platone, il cui testo venne
pubblicato nel primo numero della rivista Elenchos. Tuttavia, il punto che
merita attenzione in questa sede è che la questione delle dottrine non scritte
di Platone e, oltre che un tema rilevante per se stesso, anche un pretesto per
riconsiderare Aristotele come testimone egli stesso del passato filosofico, più
precisamente per le cosiddette filosofie italiche pre-socratiche. Com’è noto,
Aristotele può essere considerato se non il primo testimone in assoluto delle
precedenti tradizioni della filosofia, certamente il primo testimone che ne
offre una informazione organizzata secondo criteri espositivi dettati dalle
proprie esigenze filosofiche e che hanno inevitabilmente condizionato la
visione storiografica. Per quanto apparisse improprio, naturalmente, definire
Aristotele un “dossografo”, il ri-esame della sua testimonianza della filosofia
italicca precedente, anch’essa una tradizione indiretta, appare a G. una linea
d’azione congrua con quelle relative alle scuole socratiche e le filosofie
ellenistiche, ancorché meno visibile tra i risultati delle ricerche del Centro.
A conclusione di questo primo paragrafo, ricordiamo che l’istituzione del
Centro di Studio della Filosofia Antica non e del tutto priva di modelli in
Italia e fuori e che con alcuni di essi si instaurò una costante
collaborazione. L’esempio più immediato, sia sotto il profilo tematico e
scientifico, che sotto quello del funzionamento istituzionale, e il – Robin,
una unità di ricerca del Gaiser ILIESI
digitale Temi e strumenti Centre de Recherches sur la Philosophie Antique,
Centre de la Recherche Scientifique, ma operante all’interno e sotto
l’egida Francesca Alesse G.
e il Centro di Studio del Pensiero Antico della Sorbonne (perciò
definito anche Unité Mixte de Recherche), in modo non troppo dissimile
dai Centri di Studio del CNR istituiti in regime di convenzione con i
vari atenei italiani. La collaborazione con questo Centro si focalizza
sulle tematiche socratiche e da luogo al ripetuto scambio di filosofi tra le
due sedi nell’ambito del programma di ricerca “Socrate e la storia della
filosofia antica: rottura o continuità?”; i contributi pubblicati sotto
il titolo di Lezioni socratiche, a cura di furono G. e Narcy, per
Bibliopolis di Napoli. Un’altra importante istituzione scientifica a cui
G. guarda con particolare attenzione e con cui intrecciò stretti
rapporti scientifici nonché di cordiale amicizia è stata senz’altro il CENTRO
PER LO STUDIO DEI PAPIRI ERCOLANESI, fondato da, Gigante. I motivi di
tale collaborazione sono dettati ovviamente dall’interesse intrinseco
per la grande opera editoriale a cui il Centro fondato da Gigante e
votato. La pubblicazione delle edizioni critiche dei papiri reperiti nel
sito ercolanese offre alla comunità filosofica un patrimonio inestimabile
per la conoscenza dell’ORTO, della tradizione socratica, del PORTICO. Ma sono
anche ragioni metodologiche a sancire un sodalizio importante, che si
concretizza in varie iniziative e pubblicazioni cui parteciparono
entrambi i Centri: i testi ercolanesi, com’è molto noto, costituiscono un
materiale che permette di arricchire enormemente la conoscenza di molte
importanti tradizioni filosofiche, a condizione di possedere un complesso
di conoscenze e tecniche interpretative che difficilmente possono
trovarsi nella medesima personalità e che però vanno applicate contestualmente.
In altre parole, l’esperienza collaborativa tra questi due Centri, forti,
l’uno, di una formazione propriamente filosofica, l’altro, di alte competenze
filologiche, contribuì in modo significativo a costituire quella
storiografia della filosofia antica che aveva, almeno per la cultura
accademica italiana faticato ad assumere uno statuto proprio. Quanto detto
nel precedente paragrafo trova un riflesso, diretto o indiretto, nelle attività
di ricerca del Centro, nonché nelle sue pubblicazioni. L’interesse per il
consolidamento della storia della filosofia antica come disciplina autonoma,
dotata cioè di un suo impianto metodologico, oltre che di un preciso confine
cronologico, viene perseguito tramite l’attività progettuale, congressuale e
editoriale, di cui si dà qui una descrizione sintetica. Vale però la pena di
ricordare, prima di tutto, una iniziativa promossa da G. dopo l’istituzione del
Centro, in conformità di un indirizzo dell’organo direttivo di Elenchos, e
dedicata alla problematica storiografica: Nelle riunioni del Comitato direttivo
della rivista Elenchos è emersa più volte l’opportunità di aprire una
discussione sul metodo o, meglio, sui metodi della storiografia filosofica
relativa alla filosofia antica. Si pensa perciò di cominciare con una tavola
rotonda, chiamando a parteciparvi esponenti di orientamenti diversi e
significativi, ai quali è stato chiesto di intervenire liberamente su tre
questioni principali -- se ha senso parlare ancora di una storia della
filosofia (e quindi anche di una storia della filosofia antica) come disciplina
a se stante e in sé autonoma; quali innovazioni si possono riconoscere
all’ampliarsi e al differenziarsi delle impostazioni teoriche che sono sottese
ai vari approcci metodici alla storia della filosofia antica; quale è il
contributo che viene, una volta tramontato il vecchio mito classicistico,
dall’applicazione di categorie elaborate dalle scienze umane. Alla tavola
rotonda parteciparono Berti, Vegetti, Viano, e lo stesso G., ciascuno portando
un contributo molto peculiare e strettamente conforme al proprio orientamento
intellettuale. L’intervento di G. rispecchia le riflessioni condotte qualche
anno prima e pubblicate nel già citato articolo di apertura della Rivista (La
storiografica idealistica), di cui ripropone le premesse problematiche e a cui
aggiunge precise prese di posizioni sulla specificità della storia della
filosofia antica e sul modo di salvaguardarla senza perdere di vista il fatto
che lo scopo principale (scil. dello storico della filosofia antica) resta la
comprensione dei testi che ci trasmettono la filosofia antica, ritengo
necessario rivendicare l’imprescindibilità di una rigorosa e metodica
impostazione filologica, anche se tale impostazione non può non venire
assumendo sempre più, essa stessa, una fisionomia storica: quella della storia
degli studi ciò dovrebbe indurre a uscire da un tradizionale isolamento e a
promuovere una organizzazione del lavoro diversa e meno diffidente verso i
sussidi che la tecnologia moderna può offrire. In ogni caso, la storia degli
studi è ormai elemento costitutivo di ogni indagine che voglia avere un minimo
di serietà, non solo per le conoscenze che ha acquisito ma anche per le
divergenze che ha proposto. L’alternativa a questa impostazione è o l’arbitrio
nella scelta dei riferimenti o l’illusione di un ritorno alla lettura diretta
dei testi. In queste parole possiamo rintracciare ad un tempo la finalità della
costituzione del Centro e la visione di G. del modo di operare storiografico:
più che il cenno alle nuove tecnologie e più che l’esortazione ad abbandonare
l’isolamento, sicuramente importanti l’uno e l’altra, conta sottolineare, a mio
parere, il richiamo alla storia degli studi come parte integrante della storia
della filosofia, in particolare della filosofia antica, affidata in larghissima
misura alla tradizione indiretta. La serietà, cioè la plausibilità dei
risultati della ricerca storico-filosofica sono messi a rischio dall’illusione
di poter leggere (e capire) le parole del filosofo, specie se antico, senza gli
strumenti della conoscenza filologica, linguistica e culturale nel senso più
lato, conoscenza cui si perviene ricostruendo, ove sia possibile, anche una
storia intelligente delle letture altrui. Uscire dall’isolamento è, allora, non
solo la cooperazione tra colleghi ad un progetto scientifico unitario, ma anche
la conoscenza e la valutazione delle migliori offerte interpretative che di un
testo e del suo contesto siano state date entro un certo arco di tempo. Sia
nelle azioni istituzionali, che investirono e coinvolsero il complesso delle
risorse del Centro, incluse le relazioni stabilite con il mondo universitario,
sia nelle attività di ricerca individuali, un ruolo primario fu senz’altro
svolto dalle tradizioni ellenistiche e dall’analisi della letteratura
dossografica. Il Centro organizza un convegno sulla SCESSI, (Quintiliano,
SCEPTICI --) e coopera strettamente con Pavia e in particolare con Vegetti e
collaboratori, sostenendo l’organizzazione di due importanti convegni: “La filosofia
ellenistica” (Pavia) e Ancora alla filosofia ellenistica è dedicata
l’importante pubblicazione dei Proceedings del quarto simposio internazionale
sulla filosofia ellenistica, che vide tra i suoi partecipanti esperti di
caratura internazionale, alcuni di stretta collaborazione con il Centro stesso.
copertina del volume di La scessi antica, Atti del convegno, a cura di G., Napoli.
Le opere psicologiche di Galeno” (Pavia) ILIESI digitale Temi e
strumenti G. G.-Vegetti Manuli-Vegetti. Barnes-Mignucci Carattere
sistematico ebbe anche la linea d’azione dedicata allo studio della
dossografia. Il Centro organizza il congresso sull’opera del biografo di ETA
IMPERIALE Laerzio (Laerzio storico della filosofia antica”, Napoli-Amalfi, e il
congresso sull’opera del filosofo scettico di ETA IMPERIALE Sesto Empirico (“Sesto Empirico e la filosofia
antica”, Sestri Levante. Si delinea in entrambi gl’eventi un’unica prospettiva,
grazie alla quale l’oggetto dell’indagine storiografica è, per così dire,
duplice e contestuale: l’autore, cioè il filosofo la cui FILOSOFIA è oggetto di
trasmissione da parte di un testimone, e il testimone stesso, la sua epoca, il
suo orientamento, nonché la struttura formale della sua testimonianza,
struttura che rivela assai spesso una tesaurizzazione delle informazioni
attraverso i differenti metodi per la loro esposizione. Così, mentre l’opera di
Diogene Laerzio, che già da lungo tempo attira l’attenzione della filologia,
conserva una concezione ampia del genere biografico, restituendo non solo
informazioni biografiche e dottrinali dei singoli filosofi nonché cataloghi
d’autore, ma anche specifici schemi espositivi presi a prestito dalla
letteratura storica (il più caratteristico è senz’altro quello delle
“successioni”), l’opera di Sesto Empirico mostra le conseguenze sul piano
storiografico di un modello propriamente concettuale, la diaphonia. Un altro
forte sodalizio, quello con il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri
Ercolanesi di Gigante, permise di
allestire negli anni subito successivi un grande congresso sul tema “L’orto romano”
(Napoli-Anacapri, ILIESI digitale Temi e
strumenti 19 Figura copertina di Laerzio storico del pensiero
antico, Atti del congresso, “Elenchos”, Atti pubblicati in “Elenchos”. 29 Atti
pubblicati nel volume 13 dell’annata 1992 della rivista “Elenchos), un evento
di ampio spettro tematico e cronologico all’interno del quale poterono
cimentarsi papirologi e papirologi ercolanesi, filologi classici, paleografi ed
epigrafisti, storici, e ovviamente storici della filosofia romana. Proprio di
questo incontro e il suo carattere transdisciplinare e, per quel che attiene
alle attività in corso presso il Centro, la messa alla prova di molte ipotesi
di lavoro anche individuali sulla relazione tra L’ORTO e le rilevanti
tradizioni (le scuole socratiche, il PORTICO, la SCESSI dell’ACCADEMIA e
pirroniana) che impegnano sia G. in prima persona che il suo gruppo di lavoro
operante presso la Sapienza e il Centro. Tra gli impegni di G. in qualità di
direttore del Centro ci e l’organizzazione di due altri convegni: “ “Empedocle
di GIRGENTI e la cultura della Sicilia antica. Illustrazione di un frammento
inedito della sua opera”, Agrigento. Il
primo raccolse un gruppo consistente di esperti della filosofia romana ed e un
raro esperimento di indagine lessicale da parte del Centro, volto a delineare
l’area semantica – “linguistic botanising” -- dell’affezione (emozione,
sentimento, malattia) nelle diverse manifestazioni della filosofia romana. Il
secondo convegno e un altro esempio del modo in cui G. intende inserire la vita
del Centro all’interno di una rete di relazioni istituzionali, oltre che
accademiche, perché il convegno, motivato dalla 30 G.-Gigante Atti Elenchos”.
Atti “Elenchos”. Figura 5: copertina del primo volume di Epicureismo greco e
romano, Atti del congresso, cur. G. e Gigante, Napoli, Il concetto di
pathos nella cultura antica” (Taormina coperta del Papiro di Strasburgo
contenente una porzione del poema empedocleo, e organizzato in collaborazione
con la sovrintendenza dei beni archeologici di Agrigento. Esso inoltre dove
essere una prima tappa di un più ampio progetto dedicato alle tradizioni
culturali e filosofiche della Sicilia e della Magna Grecia. Sarebbe un errore
pensare che le strategie e i progetti del Centro avessero come unici
interlocutori le istituzioni accademiche italiane. Certamente, uno degli
obiettivi di G. e quello di costituire un piccolo ma vivace e solido bacino
collettore degli interessi intorno alla filosofia romana, e tali interessi sono,
di fatto, collocati nelle Università e organizzati secondo i modi della
didattica e della formazione universitarie. Ma il Centro partecipa anche alla
realizzazione di una delle maggiori iniziative che il Consiglio delle Ricerche
abbia dedicato al settore delle scienze umane, e cioè il progetto “Il Sistema
Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali”. Questo
grande progetto e articolato in cinque linee di indagine, la prima
delle quali dedicata al mondo romano. E in questo contesto che G., oltre a
scrivere il saggio La tradizione filosofica in Magna Grecia e
Sicilia, apparso nel volume che raccoglieva i risultati delle
attività promosse dal progetto, contenne l’idea di una linea di attività,
cui si è fatto cenno, dedicata alle tradizioni filosofiche della Magna
Grecia [never “MAKRA ELLENA, but megale hellas – H. P. GRICE] e della
Sicilia, linea che avrebbe dovuto raccogliere e mettere a frutto le
metodologie sperimentate nella più generale attività del Centro Il
Progetto Strategico, svoltosi e coordinato da Antonello Folco Biagini fu varato
nel 1994 dal Biagini ILIESI digitale Temi e strumenti 21 Comitato
Nazionale di Consulenza del CNR per la filosofia, allo scopo di convogliare
tutte le competenze rappresentate ed espresse dalla rete scientifica costituita
dai Centri di Studio e dagli Istituti afferenti al Comitato stesso, in una
grande area di interesse, appunto il “Mediterraneo”. Al fondo della decisione
del Comitato e la convinzione che il Mediterraneo costituisse non un’entità
identitaria ma un complesso sistema di realtà molteplici, tradizionalmente
oggetto di indagine da parte di settori disciplinari indipendenti. Si tratta
perciò di conferire unità strategica e di metodo ad una naturale e
fisiologica molteplicità di fenomeni culturali. Origine e incontri di
culture nell’antichità”. Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di
Studio del Pensiero Antico studio della dossografia e delle tradizioni
indirette. Rivisse in questo progetto l’antico interesse di G. per
la trasmissione delle cosiddette tradizioni pre-socratiche, molte
delle quali per l’appunto fiorite nelle aree magnogreche (VELIA, CROTONE,
GIRGENTI, LEONZIO), e per il ruolo svolto in tale trasmissione da Platone
(si veda CUOCO) e Aristotele. A questo più antico arco cronologico, si
sarebbe poi unito il costante interesse per L’ORTO, nella forma storica
dell’ORTO CAMPANO. Vale la pena ricordare, infine, l’attività formativa
che il Centro riuscì a svolgere, facilitata, come è facile comprendere,
dalla posizione accademica di G.. Il Centro di Studio della filosofia
antica si formò infatti raccogliendo i
suoi allievi, che si unirono ai ricercatori già in forza presso il
precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica.
L’attività progettuale, inoltre, non si limita alla sola attività di
pianificazione scientifica e ancor meno alla sola organizzazione dei convegni,
ma prevede lavori continuativi di studio collettivo e di confronto sulle
tematiche di principale interesse e di rilevanza strategica. I maggiori
convegni venneno quindi preceduti da seminari propedeutici sulle
dossografie antiche, sull’opera di Diogene Laerzio e su quella di Sesto
Empirico, e su quest’ultimo autore, anzi, si svolge un seminario aperto
anche ai dottorandi di ricerca della Sapienza. Nell’ambito del progetto
“Mediterraneo” e quindi della linea di ricerca sul Mediterraneo antico,
il Centro ottenne dal Comitato di Consulenza per la Filosofia borse di studio. Un
discorso a parte merita l’attività editoriale a cui il Centro riuscì a
dar vita. Due furono le iniziative editoriali, strettamente coerenti con
l’idea programmatica che ispirò la costituzione del Centro: la serie
“Elenchos. Collana di testi e studi sulla filosofia antica, ed Elenchos.
Rivista di studi sulla filosofia antica. La scelta del medesimo nome per
le due iniziative si spiega facilmente in riferimento all’orientamento
intellettuale ed al bagaglio culturale dello stesso G., che riteneva la
discussione, il confronto -- elenchos, appunto -- in primo luogo, uno dei
lasciti più significativi della cultura filosofica antica, quello che
maggiormente ha contribuito alla formazione della coscienza moderna. Ma
in secondo luogo, e secondo un’angolatura più tecnica, G. vedeva nell’”elenchus”,
inteso come analisi critica, il metodo per eccellenza dello studio del
testo filosofico antico e della dottrina in esso contenuta, come mostrano
i primi autori di una nascente “storia della filosofia” ancora in forma
di dossografia, Platone e soprattutto, com’è assai noto, Aristotele. In
omaggio dunque, all’ideale “dia-logico” (DIA-GOGE – H. P. GRICE) trasmesso
dal magistero di Calogero, l’ELENCO e, nei limiti del possibile, il
contrassegno delle ricerche realizzate o promosse dal Centro e divenne il
nome delle due pubblicazioni, entrambe affidate alla casa editrice
napoletana Bibliopolis, Edizioni di Filosofia, di Franco. La collana e
destinata in larga misura, benché non esclusivamente, a premiare le
ricerche individuali, le quali dovevano concretarsi in studi monografici,
edizioni di testi e strumenti per la ricerca. Non deve stupire che in questa
sede ci si limiti a mettere in primo piano l’opera Socratis et
Socraticorum Reliquiae, collegit, disposuit apparatibus notisque
instruxit G. Frutto di una ricerca individuale, preparato da molte
precedenti pubblicazioni, questa edizione delle testimonianze relative a
Socrate e alle scuole socratiche, corredata dell’APPARATO CRITICO e note di
commento (e SENZA traduzione), rappresenta la più importante espressione
degli interessi tematici e dei principi metodologici che caratterizzarono
il Centro. Basterebbe infatti considerare i volumi usciti nella medesima
collana “Elenchos” votati alle tradizioni socratiche, alle scuole
ellenistiche, alla dossografia e alle edizioni di testi e frammenti di FILOSOFI
ITALIANI ancora poco studiati, per apprezzare l’impatto delle
ricerche di G. su tutto il gruppo di ulteriori interessi e accolse studi
accademica. ricerca del Centro. Naturalmente la collana non e
preclusa ad critici su tematiche di grande rilevanza
nell’ambito del platonismo e dell’aristotelismo e delle filosofie
della tarda antichità, promuovendo in tal modo uno scambio costante
con la più ampia comunità Quanto alla rivista, è forse
opportuno rimandare direttamente alla Presentazione che G. Figura
6: copertina del primo volume di G. G., Socratis et Socraticorum Reliquiae,
Napoli] antepose al primo fascicolo. Essa fa molto ben intendere tanto
la relazione essenziale tra il programma del Centro e il periodico
che di quel programma doveva essere lo strumento di diffusione; quanto
l’apertura al dibattito che la rivista (e quindi il centro stesso) si
prefigge; quanto, infine, la tempestività di un’operazione culturale che
il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha la sagacia di sostenere: ELENCO intende
dare attuazione ad uno dei punti programmatici contenuti nella convenzione
stipulata tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Roma, e che sta alla base
del Centro di Studio della Filosofia antica. Essa non è, tuttavia, in senso
stretto espressione soltanto di questo Centro: al contrario, chi ha la
responsabilità di dirigerla intende farne uno strumento di studio e di ricerca
aperto alle collaborazioni più ampie, un punto di incontro e di confronto e
un’occasione a disposizione di studiosi. Questa rivista è l’unica dedicata
interamente alla filosofia romana che si pubblichi in Italia e perciò essa non
può non proporsi anche un compito di promozione di questi [ I titoli della
collana ELENCO, corredati da schede riassuntive, sono consultabili all’Istituto
per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle idee. Mi limito a citare il
grande progetto di traduzione e commento della Repubblica di Platone, promosso
e diretto da Vegetti. Vegetti Questa
situazione è rimasta invariata, e cioè fino alla comparsa della rivista “ANTIQVORVM
PHILOSOPHIA”, edita da Serra, Pisa, e diretta da Cambiano. studi ... Ma essa si
propone anche uno scopo più ambizioso; se è vero, come è vero, che la
storia della FILOSOFIA ROMANA è un campo in cui debbono potersi incontrare gli
apporti e le problematiche della storiografia filosofica e del metodo
filologico. Se è vero, come è vero, che tanto la storiografia filosofica quanto
il metodo filologico attraversano una fase di ri-pensamento critico molto
profondo dei propri presupposti e delle proprie certezze, allora ad una rivista
come questa spetta, in primo luogo, il compito di proporsi come sede di
verifica di discipline diverse e di modi diversi di affrontare lo studio della
filosofia romana e di aprire le sue pagine ... anche a contributi che per la
conoscenza della FILOSOFIA ROMANA possono venirci da storici dell’antichità,
filologi classici, studiosi delle lingue e delle letterature classiche,
archeologi, papirologi ... Per questi motivi di fondo – oltre e più che per la
sua origine istituzionale – questa rivista si caratterizza per l’unità del
campo di ricerca, non per l’unità dell’orientamento interpretative. In accordo
con gli obiettivi enunciati nella Presentazione della rivista ELENCO e nel
protocollo che lo istituiva, il Centro di Studio del Pensiero Antico si dota di
un consiglio scientifico che affianca G. nella direzione del Centro e delle
pubblicazioni che esso produsse, il quale contò tra i propri membri eminenti
storici della filosofia, quali Adorno, Berti, Reale, Viano, Ioppolo, Brancacci
e Celluprica, nonché eminenti filologi classici e storici della filosofia quali
Gigante e Rossi. Il Centro poté disporre di sufficienti risorse e di una
struttura organizzativa 40 che gli Elenchos. Fecero parte del Centro in qualità
di ricercatori inquadrati nei ruoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche:
Faes (direttrice del Centro), Caporali, Garroni, Celluprica (direttrice del
Centro per un biennio e poi responsabile
della linea relativa al pensiero antico nell’ILIESI, Ferraria, Brancacci (Roma
Tor Vergata), Centrone (Pisa), Alesse, Dalfino, Simeoni, Chiaradonna (poi
docente presso l’Università degli Studi di Roma Tre). Collaborarono in modo
istituzionale e continuativo con il Centro Ioppolo (Roma), Repici (Torino);
Santese (Roma); Sillitti (Roma); Baffioni (Università degli Studi di Napoli
l’Orientale); Spinelli (Roma) ed Aronadio (Roma Tor Vergata). Molti sono stati
i allievi che, nel corso della loro formazione post lauream sono venuti in
contatto con G. e con il Centro, lavorando fattivamente alla redazione di ELENCO
o adoperandosi in attività editoriali e scientifiche in senso proprio. Tra
questi mi è gradito ricordare Piccione (Torino), Alessandrelli (ILIESI-CNR),
Quarantotto (Sapienza Università di Roma), Fronterotta (Roma), ILIESI digitale
Temi e strumenti] consentirono di diventare un organismo collettore di attività
di ricerca nel campo dell’edizione critica e dell’interpretazione dei testi
della filosofia antica. Chi scrive non crede che l’esperienza acquisita nel Centro
sia andata perduta né dimenticata. Quando nacque l’Istituto per il Lessico
Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, al suo interno fu garantita la
prosecuzione e l’autonomia delle indagini relative alla storia della filosofia
antica, per esplicito volere di Gregory che del nuovo Istituto fu il primo
direttore. Queste indagini confluirono in una linea progettuale denominata
prima “Storia del pensiero filosofico- scientifico e della terminologia della
cultura mediterranea greco-latina, ebraica e araba” e successivamente Il
pensiero filosofico nel mondo antico: testi e studi. L’impegno principale
della linea fu rappresentato da una serie di progetti che in parte
proseguivano le tematiche di studio e le strategie cooperative del Centro
di Studio del Pensiero Antico, e in parte introducevano nuove tipologie
di analisi, connesse alle tecnologie digitali. La continuità culturale fu
inoltre garantita dal mantenimento delle due pubblicazioni, la
collana Elenchos e la rivista Elenchos. Da questa permanenza delle
ricerche sul pensiero antico nella nuova realtà istituzionale si deve
ricavare non solo e non tanto l’attualità di una disciplina (che si è
comunque stabilizzata nel mondo accademico con la benefica diffusione di
cattedre e centri di insegnamento, in Italia e fuori), quanto piuttosto
l’attualità di un metodo di lavoro. Questo metodo di lavoro, che potrebbe
descriversi, un po’ aulicamente, come un nuovo diatribein socratico, cioè
come la capacità di discutere in modo competente con i “morti” prima che
con i vivi, rispecchia abbastanza bene la disposizione intellettuale e
comportamentale di G.i, uomo tanto pacato nelle discussioni con i
contemporanei, quanto fermo nelle sue strategie di ricerca sul mondo
antico.] Gioè, Nucci, Santoro, Gambetti
e Cunsolo (a quest’ultima si deve l’allestimento della bibliografia ragionata
digitale Le tradizioni filosofiche e culturali greche della Magna Grecia e
della Sicilia antica, ora in fase di aggiornamento ad opera di Gambetti). 41 A
questa linea, diretta da Celluprica, fanno riferimento i ricercatori già
operanti nel Centro, a cui si aggiunge Chiodi, specialista in storia delle
religioni del mondo antico e del Vicino Oriente. Arnim, Stoicorum Veterum
Fragmenta, Lipsiae, Teubner. Barnes, MIGNUCCI (a cura di), Matter and
Metaphysics. Fourth Symposium Hellenisticum, Napoli, Bibliopolis. Biagini (cur.),
Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali,
Roma, CNR Edizioni. Brancacci, Le orazioni diogeniane di Dione Crisostomo, in G.
(cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino,
Brancacci, Il Socrate di Guido Calogero, “Giornale Critico della Filosofia
Italiana”, Calogero, Gli studi italiani sulla filosofia antica, in Antoni,
Mattioli (cur.), Vita intellettuale italiana. Scritti in onore di Croce per il
suo ottantesimo anniversario, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, Cambiano,
Il problema dell'esistenza di una scuola Megarica, in G. (cur.), Scuole
socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino Celluprica,
L'argomento dominatore di Diodoro Crono e il concetto di possibile di Crisippo,
in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il
Mulino Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza. Croce,
Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della
pratica: economica ed etica, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della pratica:
economica ed etica, a cura di M. Tarantino. Edizione Nazionale delle Opere di
Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Logica come scienza del concetto
puro, a cura di C. Farnetti. Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce,
Napoli, Bibliopolis. Croce, Problemi di estetica e contributi alla storia
dell’estetica italiana, a cura di M. Mancini. Edizione Nazionale delle Opere di
Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Teoria e storia della
storiografia, a cura di E. Massimilla, Tagliaferri. Edizione Nazionale delle
Opere di Croce, Napoli, Bibliopolis. Pra, Lo Scetticismo greco, Milano, F.lli
Bocca, rist. Laterza Caizzi, Antisthenis Fragmenta, Milano, Cisalpina. Caizzi,
La tradizione antistenico-cinica in Epitteto, in G. (cur.), Scuole socratiche
minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Diels, Doxographi Graeci,
Berlin, Reimer. Diels, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin, Weidmann.
Donini, Stoici e Megarici nel De fato di Alessandro di Afrodisia, in G. (cur.),
Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Gaiser,
La teoria dei principi in Platone, “Elenchos”. Gentile, Sistema di logica come
teoria del conoscere, Pisa, Spoerri. Gentile, La riforma della dialettica
hegeliana, Firenze, Sansoni. ILIESI digitale Temi e strumenti Alesse G. G. e il
Centro di Studio del Pensiero Antico Gentile, Storia della Filosofia (dalle
origini a Platone), in Bellezza (cur.), Gentile. Opere complete, a cura della
Fondazione Gentile per gli studi filosofici, Firenze, Sansoni. G., I CIRENAICI.
Raccolta delle fonti antiche. Traduzione e studio introduttivo, Firenze,
Sansoni. Scuole socratiche MINORI e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino. La
storiografia idealistica, ELENCO. Lo scetticismo antico, Atti del convegno
organizzato dal Centro di Studio del Pensiero Antico del CNR Elenchos Napoli,
Bibliopolis. Tavola rotonda. La storiografia filosofica sul pensiero antico,
“Elenchos”. In ricordo di Calogero, Elenchos. G. e Gigante, L’ORTO romano, Atti
del Congresso Internazionale tenutosi a Napoli, Elenchos, Napoli, Bibliopolis.
G. e Narcy (cur.), Lezioni socratiche Elenchos Napoli, Bibliopolis. G. e Vegetti,
La scienza ellenistica. Atti del Convegno di studio tenuto a Pavia Elenchos Napoli,
Bibliopolis. Humbert, Socrate et les petits Socratiques, Paris, PUF. Ioppolo,
Aristone di Chio, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia
ellenistica, Bologna, il Mulino, Parente, La valutazione dell’epistemologia dei
peripatetici, e in particolare di Statone di Lampsaco, nell’ambito della
valutazione della filosofia ellenistica, in G. (cur.), Scuole socratiche minori
e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Liburdi, Materiali per una storia
dell’ILIESI, ILIESI. Relazioni Tecniche, ILIESI-CNR. Mannebach, Aristippi et
Cyrenaicorum Fragmenta, Leiden- Köln, Brill. Mansfeld, Doxographical Studies.
Quellenforschung, Tabular Presentation and Other Varieties of Comparativism, in
Burkert, Gemelli Marciano, E. Matelli, Orelli, Fragmentsammlungen
philosophischer Texte der Antike – Le raccolte dei frammenti di filosofi
antichi, Göttingen, Vandenhoeck et Ruprecht, rist. in Mansfeld-Runia,
Mansfeld Mansfeld, Deconstructing
Doxography, Philologus, rist. in Mansfeld-Runia Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual
Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The Sources. Mansfeld, Runia, Aëtiana.
The Method and Intellectual Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The
Compendium. Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual Context of a
Doxographer, Leiden, Brill: Studies in the Doxographical Traditions of Ancient
Philosophy. Manuli, Vegetti (cur.), Le opere psicologiche Socratis et
Socraticorum Reliquiae, collegit, disposuit apparatibus notisque
instruxit G., Elenchos Napoli, Bibliopolis. di Galeno. Colloquio galenico Pavia, Napoli, Bibliopolis. ILIESI
dTemi e strumenti Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero
Antico Mondolfo, L’infinito nel pensiero dei Greci, Firenze, Le Monnier.
Mondolfo, La comprensione del soggetto umano nell’antichità classica, Firenze,
La Nuova Italia. Patzer,
Antisthenes der Sokratiker. Das literarische Werk und die Philosophie,
dargestellt am Katalogen der Schriften, PhD dissertation, Heidelberg
University. Repici, Lo sviluppo delle dottrine etiche
nel Peripato, in G. (cur.) Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica,
Bologna, il Mulino. Sillitti, Alcune considerazioni sull’aporia del sorite, in
G. (cur.) Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino.
Untersteiner, I Sofisti, Torino, Einaudi. Usener, Epicurea, Lipsiae, Teubner.
Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis, Vegetti Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis Vegetti = Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La Repubblica,
traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis,
e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento a cura
di Mario e commento a cura di Mario e commento cur. Vegetti, Napoli,
Bibliopolis. a BS’l RATTO <Ia 1 Bollettino (ti Filologia
Classica II 6xi|iòvtov di Soorate. Como già nei tempi antichi, cosi
anello più tardi il 3 r.|iàviov di Socrate lui sempre suscitato il più
vivo interesso ed è rimasto lino ai giorni nostri oggetto di studio. Ma,
per quanto sia stato scritto attorno ad essa e per quanto no sia stata
ago- volata la compronsione por merito di Seliloiormacher e dei suoi
successori, non si può dire clic si sia linoni riusciti a trovare una
spiegazione soddisfacente di questo fenomeno, che fu una dèlio cause
dèlia tragica fine del grande pensatore. Le fonti, alle quali
dobbiamo attingere nella nostra ricerca, sono, come si sa', gli scritti
di Platone o di Senofonte. Ma.qui ci troviamo subito di fronte ad una
questione molto discussa c cioè; quale dei due autori sia rispetto alla
dottrina socratica il più attendibile. Poiché i rapporti di Platono o di
Senofonte si contraddicono riguardo allo manifestazioni del Satpdviov di
Socrato in un modo assai pronunciato, è chiaro che dalla decisione alla
quale arriviamo rispetto a questo divario, deliba infine dipendere la
soluzione del problema. 1 > m,to che nel diciottesimo secolo si fece
strada il parere del leib- niziuno Brucfecr, secondo il quale gli scritti
di Senofonte sarebbero per lo studio del socratismo i più veritieri,
parere che ha avuto fino ad oggi i suoi fautori. Di quest’opinione è in
linea generalo anche Hegel (IJ. 1|S. principio del secolo passato però,
Schleiermacher ed altri insistettero che por la valutazione della
dottrina socratica do vesso tenersi maggior conto delle opere di Platone.
Di fronte a queste due correnti lo Zollerai sogni un indirizzo, elio
possiamo chiamare intermediario. Senza entraro in particolari, si può
dire che, sebbene gli atti attorno a questo divario non siano ancora
chiusi, diventa sempre più salda la convinzione, che senza uno studio profondo
di Platone una comprensione del socratismo non è possibile. Ma con ciò il
nostro quesito non è ancora risolto. Secondo Platone il Sxigóvwv
agisce in modo esclusivamente inibitorio, esso non è mai incitativo.
Secondo Senofonte, però, funziona nei due modi. Si è, è vero, creduto che
la contraddizione tra lo due versioni fosse soltanto apparente, perchè,
se il «aigóviov non inibiva Socrate nel 6uo fare, ciò equivaleva, si è
detto, ad un'atrcrmaziono nel senso Hegel, Vorl. ti. d. Gesch. d. l'Ii tfp
s. Il Schleiermacher, Abkdl. kad. su Berlin, Zm.i.ER, Die Philosophie hen li,
1, t* '.al., (4) Cfr. Zuocantb, Socrate, pòrte prima,di un ordine
positivo. In verità, però, mi sembra, che la diversità venga con una talo
interpretazione soltanto celata, ma non eliminata, perchè in realtà le
differenze tra i rapporti doi due autori sono dovute a processi psichici in sè
diversi. Corto, se qualcuno mi dice, ad es. : non andare via ! quosto
equivale praticamente al comando positivo: rosta ! Ma con ciò la cosa non
è fluita. So io non distolgo qualcheduno, che devo guidaro, da una
azione, che egli è in procinto di compiere, do, è vero, con ciò il mio
consentimento al suo proposito, ma la sua azione scaturì da motivi sorti
nella sua coscienza e prosegue secondo leggi psichiche. E so, in un altro
caso, lo freno con un semplice: no! senza però dargli altri ordini
positivi, io non permetto che egli eseguisca quello che stava per fare, ma con
ciò non gli indico ancora quanto devo in sua vece intraprendere. Il suo
agiro dipende di nuovo unicamente da lui o si sviluppa ancora da motivi
che sorgono in lui stesso. Ma so gli dico: fa cosi ! allora lo sottopongo
in senso positivo ad una volontà non sua o lo faccio compiere un’azione,
i cui motivi sorsero nella mia coscienza e non nella sua. Egli diventa lo
strumento del volere di un’altra persona, e, se consideriamo il fatto dal
lato etico, la responsabilità per lo conseguenze di una tale azione cado
in questo caso interamente su di rao o per nulla su di lui. Non occorrono
altri esempi: in fondo la diversità doi due rapporti si riduco presso a
poco al caso citato. Secondo Senofonte, Socrate riceve anche ordini
positivi dalla divinità, egli compie quindi azioni, che non furono da lui
deciso, secondo Platone mai. Ogni sua azione procedo, secondo Platone, in
seguito a motivi, che appartengono alla sua propria coscienza, ed è sempre la
sua volontà che lo fa agiro anche dopo che egli ha abbandonato, per
l'intorvonto del Baijióvwv, una decisione presa. Como si vede, la
differenza non si lascia eliminare. Per quanto si corchi di celarla, essa
riappare sempre. Mi sembra quindi più savio di riconoscerla. Ma ciò
facondo ammettiamo anche che una dello due versioni non può essere esatta
e cho si deve decidere, quale delle due si abbia da riconoscere come
vera. Delle opero cho portano il nome di Senofonte, l’Apologia viene
oggi quasi da tutti riconosciuta apocrifa. Per ciò non ne teniamo
conto. Degli altri suoi scritti sono per noi importanti i Memorabili ed il
Convito. Faccio qui osservare che, dopo un esame della rispettiva letteratura o
specialmente in base agli studi di Schonkl, sono arrivato alla conclusione cho
per il nostro problema soltanto i passi Meni. o Conv. sono con tutta
sicurezza da considerarsi come autentici. Per talo ragione lasciamo da
parte in questa breve nota i passi: Mem. Dalle opero cho vanno sotto
il nome di Platone e che trattano del Saipóviov escludiamo il Teagete,
perchè oggi generalmente ritenuto apo¬ [lli Schenkl, Xenophont. Studien. Sitzungsber. d. K.
Akad. d. Wiss . i zu Wien] orilo. L’autenticità
dell'A Icibinde 1 è fortemente messa in dubbio, lo accettiamo con
riserva. Non posso decidermi di respingere 1 Fall frane, malgrado lo
obiezioni di Ueborwog. Dogli altri scritti platonici limino per noi
valore VApologià, YEutidemo, il Tediato, il Fedro e la Repubblica. Senza
entrare rpii noi particolari della questiono, (pialo sia I ordino
cronologico delle opere di Platone, dobbiamo intenderci sull'epoca in cui
fu scritta Y Apologia, perchè questo lavoro ci dà la più esatta in- i
rmazione intorno al Saipiviov di Socrate. La maggior parto dogli stu-
.dcigi c ciò è per noi importante fa salirò l’origine di quest opcra ad
un’epoca non molto distante dalla condanna o dalla morte del illusolo,
l’orsino autori elio sono del parere clic Platone 1 abbia scritta a
Megara, ammettono con ciò (dio questo importante documento appartiene al suo
primo periodo di attivila, scientifica. Allo stesso risultato giunse
Lutoslawski per mezzo del suo metodo stilometrico. Quantunque si debba
riconoscere l’unilateralità di questo metodo e per quanto sarebbe
arrischiato di fondarci unicamente su di esso, ci costringono nondimeno ragioni
psicologiche di non negargli ogni valore. Alla questione esposta si connetto
quost’altra, cioè, so nell’Apologià .di Platone si tratti di una fedele
riproduzione di quanto Socrate realmente disse davanti al tribunale di Atene, o
se si tratti soltanto di una riproduzione piu o meno fedele del contenuto
dei suoi discorsi. La prima opinione è quella di Schleiermacher, della
seconda è Stcinhart (3), elio vede nell’Apologià un'opera d'arte, in cui
lo spirito socratico o quello di Platone si trovano armonicamente fusi
insieme. Ambedue le opinioni hanno avuto i loro fautori. Considerazioni
psicologiche mi hanno condotto nelle duo questioni accennato a con'
inzioni che risultano da quanto seguo. Come si vuol spiegare
l'influenza che quest'opera ha sempre esercitata sui più grandi spiriti della
razza umana, o come si potrebbo comprendere la elevazione morale clic
ognuno devo provare in sè, quando vi si abbandona senza pregiudizio, so
non si ammette che essa suscita nel lettore la convinzione di sentire la
parola viva di Socrate stesso? Quale valore potrebbo avere questo
scritto, se si volesse considerarlo unicamente come una creazione d'arto, come
una descrizione dell’ideale platonico? In questo caso dovremmo bensì
inchinarci davanti all’autore quale artista, ma in fondo avremmo cosi un
Socrate come Platono avrebbo desiderato che egli fosso, ma non come
real¬ mente era. Non stava in Socrato piuttosto la verità incorporata
davanti ad Atene decadente, davanti alla stessa Atene che egli aveva
conosciuta nello splendore del periodo di Pericle? Non era quest uomo un
idealo morale di una tale grandezza elio ogni tentativo di idealizzarlo
maggiormente doveva necessariamente rimpicciolì rio ? P. Ueberweg, Unters.
fi. d. Echtheit u. Zeitfolge piatoli. Schriflen, F. Schle i rum ache R,
Plalons Werke, I H. MQli.er e K. Stf.inhart, Plalons sàmmtl. Werke, Per quali ragioni poi l 'Apologia non fu
scritta in forma di dialogo? Nessuna introduzione, nessuna descrizione dello
scenario, nessun nesso tra i singoli discorsi, nessun accenno a
circostanze secondarie interrompono l'azione in questo meraviglioso documento.
Non dovremo convenire che soltanto forti motivi psicologici indussero l’autore
ad esporre cosi lo sviluppo del processo? Non si dimentichi neppure
quanto diversamente Socrate parla della morte ne\\'Apologia e nel Fedone,
la qual opera, senza alcun dubbio, fu scritta molto più tardi.
Nell’yfpo/ofna è in verità Socrate stesso che parla, mentre nel Fedone è
Platone che motto, entro la cornice della realtà storica, la propria
convinzione in bocca al suo amato maestro. Vi sono poi altri fatti
psicologici da rilevare. Ricordiamo che Platone ascoltava un maestro, che
aveva seguito con tutto l'ardore del suo en¬ tusiasmo giovanile per
lunghi anni, e dal quale emanava un lascino che faceva dimenticare a lui
come ad altri giovani greci la figura di Sileno clic nascondeva il vero
essere del grande innovatore. Ricordiamo clic Platone era penetrato nello
spirito della dottrina socratica come nessun altro e clic egli solo è
stato capace di salvarla interamente per la filosofia occidentale. Gli
orano quindi lamiliari tutti i particolari esteriori che sono caratteristici
por ogni personalità umana o senza i quali non possiamo neppure
rappresentarcela. Conosceva esattamente il timbro e la cadenza della sua
voce, il suo vocabolario, il suo periodare, i suoi movimenti mimici e
pantomimici, in breve tutti i numerosi fattori clic, secondo la leggo
della fusione psichica, cooperano a lar sorgere in noi l’immagine di una
persona a noi nota c che, tutti quanti, esercitano la loro influenza
dormito la riproduzione di un suo discorso. È inoltro cosa saputa
che ogni riproduzione di un discorso riesce tanto più fedele, quanto piu
l'attenzione rimaneva tosa, quanto mag¬ giore era l’interesse che
l'oratore suscitava in chi l'ascoltava. Si può immaginano un’attènzione
piu concentrata elio nel caso presente? Figuriamoci lo stato
d’animo del giovano Platone, che pende dalle labbra del suo maestro e che
appercepisce attivamente ogni parola da lui pronunciata; ridestiamo nella
nostra immaginazione l’uragano di emozioni che lo travolge, le
fluttuazioni della sua anima tra la speranza ed il timore, tra l'ammirazione
della grandezza sovrumana che si palesa e lo schianto per la certezza
della perdita irrimediabile, e si dovrà convenire elio l’organismo umano
forse non sopporterebbe tali stati d’animo una seconda volta. Sappiamo
che emozioni come queste non passano facilmente, ma (die tornano sempre
in nuovo ondato. Sappiamo inoltro che nessun moto d'animo rimane senza
espres¬ sione o elio lo singolo persone a questo riguardo si comportano
diver¬ samente. Anche l’anima dell’artista lui le sue reazioni ed ogni
artista le ha a seconda dell’arto, alla quale dedicò la sua vita. Ora,
anche Platone era artista o come tale non potevano rimaner mute lesile emo¬
zioni. Ma egli era anello scienziato, uno scolaro, anzi Io scolaro per
eccellenza, ili quoH'uomo che durante una lunga vita non aveva ccrrato altro
ohe la verità. Oli era impossibile di rinchiudere in se ciò clic aveva
vissuto quel giorno. Cosi, appena può, prende lo stile por dare uno slogo
all'emozione olia lo soffoca. li se il suo stato non diede luogo a
fenomeni precisamente nllucinnttfri, nondimeno tutto ciò che aveva visto
e sentito, torna a vivere in lui, conio per il poeta vivono ed agiscalo
lo persone croato dalla sua fantasia. Cosi, io penso, nacque VApologia
platonica. Essa non è un rapporto stonogralico, perché è certo olle anche
questa riproduzione doveva su¬ bire quei cambiamenti che, secondo i
risultati della trattazione sperimentale. hanno luogo in tutti i processi
riproduttivi. Perciò non ogni parola ebbe il suo posto originario, un
pensiero avrà avuto un'espres¬ sione un po' più breve, un altro una
l'orma un po' più lunga, eco., ma quanto al resto il documento è. come
per il contenuto, cosi puro pol¬ la forma tanto fedele, quanto, data la
mente Idi un Platone, era umanamente possibile. Con ciò ho esposto II mio punto
di vista rispetto allo due questioni sovracconnatc. No risulta che
dobbiamo fondarci nella nostra ricerca4U/-quanto viene riferito in
quest'opera intorno al &tipóviov di Socrate. Aggiungo die gli accenni
contenuti negli altri scritti di Platone non contraddicono in alcun modo
i dati precisi dell’Apologià. Per quanto concerno lo opero di
Senofonte che ci interessano, bisogna ricordare che esse furono scritte
parecchi anni dopo la morte di Socrate, o die in esse i.on veniamo mai
informati intorno al fenomeno da Socrate stesso. Desideroso di dimostrare
l'innocenza del grande filosofo, come puro la ingiustizia dell’accusa c della
condanna, Senofouto metto, convinto, beninteso, di scrivere la verità, il
Saipòvcov di Socrate in relazione colla fedo popolare nello divinazioni.
Ciò non può sorprendere, quando si pensa all'abuso che il popolo di qucH'epoea,
già invaso dallo scetticismo, fece dei divinatori, c quando si tiene
presente elio Souofontc non ora filosofo, ma uomo politico. Per questa
ragione non dove recar meraviglia, se Senofonte non aveva compreso ciò
che era nuovo ed essenziale nella concezione socratica del fenomeno. In
Meni. è detto clic il divino (vi Saipòviov) dava segni a Socrate ed in I,
4 viono aggiunto elio egli comunicava tali messaggi a quelli clic lo ci
re urlavano o elio aveva loro predetto ciò che dovevano faro e ciò elio non
dovevano l'aro, come puro elio quelli elio seguivano questi consigli ne ebbero
vantaggi, mentre gli altri elio non li seguivano, dovevano poi
pentirsene. Meni. contiene il noto colloquio con Aristodemo.
Socrate domanda ad Aristodemo, clic cosa gli dei dovessero l'aro per convincerlo
elio si curavano anche di lui. A ciò Aristodemo, alludendo al S-x.aó
e.'j'i. risponde, un po' ironicamente, che dovevano mandargli dei
consiglieri per fargli sapere quello elio doveva faro e non fare, corno
Socrate pretendeva che fosse il caso spo. In Cono. Socrate non aveva
affatto parlato del suo Sxtgtìvwv o non no parla neppure in seguito.
Antistuno, però, gli fa il rimprovero, come se egli se no servisse per
trarsi d'impiccio. È evidente che, se non avessimo lo rispettivo, opere
platoniche, il ixigiviov di Socrate sarebbe rimasto per sompro un
fenomeno inesplicabile. D'altra parte però le comunicazioni di Senofonte sono
di grande valore, in (pianto che fanno vedere il modo in cui in Atene si
giudi¬ cava questo fonomono, ivi assai conosciuto. Dall' Apologia
ili Piatone apprendiamo che Socrate disse nel suo primo discorso (Apoi.),
che egli non si era occupato di altari politici, perchè succedeva qualche
cosa di divino o di demonico (Dstov r. -/.od Sxqidvtov) in lui, che dai
tompi della sua fanciullezza (è-/. r.x'.Sif) vi era stata in lui una
corta voce (qxov^ vi?) la quale, ogni volta che gli sopravveniva, l’aveva
trattenuto da qualche cosa, ma che non l’aveva mai spinto a qualsiasi
azione. Nel discorso Socrate spiega, come la solita divinazione (r,
siioSHtà poi prmxi)) l’avesse nel passato sovento fermato, trattandosi
anche di coso molto piccole (jiàvu érti opi- xpotg), ma che il segno di
Dio (vi r.ù 9-soO a^pstov) non gli era soprav¬ venuto durante tutto il
giorno c neppure durante tutto il suo parlare, mentre durante altri
discorsi l'aveva spesso frenato. Dice ancoraché la morte non poteva
essere un male per lui, perché nel caso contrario il solito segno (vò
e!i»9-ò; a^pAv/J l'avrebbe cortamente trattenuto nel parlare. Alla fine
di questo discoi-so ripeto che il morire doveva ora essere per lui la
miglior cosa, perché altrimenti il segno (vo oij- pstov) l'avrebbe
avvertito. Gli altri scritti di, Platone, dei quali dobbiamo tener conto, non
possono naturalmente iù avere il valore storico, elio abbiamo attribuito
all’Apologià, ma siccome i rispettivi passi, corno fu già detto, non sono
menomamente in contraddizione con quolli dell'Apologia, essi hanno
certamente un fondamento storico. In ogni modo illustrano, come Platone vuole
che il Sxwdvwv di Socrate venga inteso. Nell'Atò/drtde I l’autore si servo
del fenomeno per iniziare il dialogo. Socrate dice ad Alcibiade di non
meravigliarsi, se da tanti anni non gli avesse più parlato, perchè un ostacolo
di natura non umana, ma demonica (oùx ivD-piójiswv, àX/.i vi Sxipdviov
ivawttopx) gliene aveva impedito. ììo\ l’Eutifrone questo domanda a
Socrate, su che cosa Meleto abbisi l'ondato la sua accusa. Socrate dico
che Meleto gli rimprovera di introdurre nuovi dei c di non credere negli
antichi. E Eutifrono gli risponde di aver capito ora, che è perchè Socrate
parla sempre del suo Sxtpóviov. Noi Teetelo Socrate parla della sua
maieutica e dico che molti discepoli l'avevano abbandonato, perchè, non
comprendendo la sua arto, lo tenevano in poco conto. Egli aggiunge che,
se tali giovinetti tornavano da lui, il ìoupóviov (ti yiyvò|ìevóv poi Sxqwviov)
gli impede di accoglierne alcuni, mentre ad altri non era contrario e che
questi facevano di nuovo progressi. Nell 'Entidemo, un dialogo, in
cui Platone fa vedere tutto il vuoto ed il poricolo dell'arte solistica,
Critono prega Socrate di parlargli di duo solisti. Socrato consento o dico
clic il giorno innanzi ora stato seduto noi liceo od in procinto di
andarsene, quando gli ora sopravvenuto il solito sogno demonico (tò
siwà-ò: ay iuCcv tò ìaqiòvt'vv}. Poreiù ora rimasto seduto o tosto quei
duo, cioè Kutidemo e Dionisodoro orano entrati. Noi Fedro Platone ha già
oltrepassato di molto il socialismo puro e semplice, come risulta dalla
spiegazione elio dà dell’anima o dello ideo. Dopo una meravigliosa
descrizione del paesaggio vediamo corno Socrato o Fodro si coricano sulla
sponda dell’Ilisso nell'omhra di un albero. Socrato ticno il discorso sul
bel ragazzo che aveva avuto molti amanti. Fedro vorrebbe clic continuasse
su questo tema, ma So¬ crate gli risponde che, in procinto di
attravorsare il fiume, gli era sopravvenuto il solito segno demonico (tò
ìxqiòvtòv t= usci tò siiottòs aijgEìovl, gli era parso di sentire una
corta voce (za{ tivx cpiovijv iìi-a aòTò!M=v àzoùoai), elio lo impediva
di andare via prima di essersi purificato da un peccato commesso contro
la divinità. Dice ancora che egli deve essere veramente un divinatore, ma
soltanto per ciò elio riguarda lui stesso, e continuando rileva dm la sua
divinazione rassomiglia all'arte di quelli che leggono c scrivono male,
perché anche questi possono servirsene soltanto per i propri bisogni. Con ciò
egli passa man mano agli splendidi discorsi elio tutti conoscono. Platone
si serve in quest'opera con arte line del ìaqiòviov in modo similo a quello in
cui so n'è servito ncll’AHbiado e neU’Eutidcmo. Egli introduce il fenomeno
per rendere possibili i discorsi che seguono. Nella Repubblica – cf.
Grice -- Socrate dice elio IL SEGNO DEMONICO (tò ìaqiòviov ovjiietovJ non
era stato concesso a nessuno prima di lui o quasi a nessuno.
So analizziamo più da vicino il problema, vediamo che esso racchiudo in
sé tre problemi clic dobbiamo risolvere l’uno dopo l'altro. S’impone
prima di tutto il quesito, corno mai Socrate abbia potuto chiamare il
fenomeno in questione tò ìaqiòviov. A questo si connette l’altro, cioè di
sapere che cosa Socrate stesso abbia realmente inteso per questo termine.
In terzo luogo dobbiamo corcare, come la psicologia empirica moderna
possa spiogare questo fatto. II primo quesito e, fino ad un certo punto,
anemie il secondo fanno parte della psicologia dei popoli, mentre il
terzo appartiene esclusivamente alla psicologia individuale. Il
significato del ìaqiòviov di Socrate dal punto di vista della psicologia dei
popoli. Il concetto del demone è sorto da primitive vedute attorno all’anima.
Esso ha avuto poi un lungo sviluppo, duranto il quale, sotto l’influenza
di rappresentazioni magiche, subisce molte trasformazioni e acquista
varie forme. All’epoca in cui appare l’eroe, questi 'lue concetti si
fondano man mano in una rappresentazione to- talo, nella quale il
concetto del demone perde il suo carattere impersonale, mentre l’eroe acquista
dolio qualità sovrumane. Cosi nasce il panteismo. Importante è però in
tutto questo sviluppo, che la rappresontazione ilei demono non si perdo dopo la
formazione degli dei pagani o elio corto qualità ili questi ultimi vengono
attribuite anche ai demoni. Per ciò accado olio lu coscienza popolare non
distinguo sempre nettamente tra dei e demoni. Nella Grecia il concetto
del demone – cf. Grice e Ackrill --, sotto l'influenza della poesia e
della filosofia, subisce poi un’altra modificazione, in quanto i demoni vengono
considerati come esseri elio stanno tra gli dei o gli uomini. Si
confronti a questo proposito la descrizione deH'origino dell'Eros nel
Convito di Platone (come pure il primo discorso di Socrate nell’Apologià
platonica. Dal punto di vista della psicologia dei popoli si può diro elio
col «aipóviov di Socrate il concetto del demono torni nell'anima
umana, nella quale, per motivi psicologici e per processi di
oggettivazione, è nato, vi ritorna filosoficamente trasformato ed
eticamente purificato. E caratteristico per tutto questo sviluppo elio
Socrate nel Convito di Senofonte chiama l'anima umana un santuario
dell’Eros. Come intende Soci'de il suo 8*i|lòviov ? Prendo le mosse da un
punto ilei primo discorso AoW Apologia di Platone e precisamente dal
punto, ove Socrate invita Meleto a spiegare esattamente, se egli nella
sua accusa intenda di diro clic Socrate non creda negli dei dello stato, o
so egli voglia addirittura accusarlo di ateismo. Quando Meleto annuisco a quest’ultima
interpretazione, l’accusato corea di far vedere l'assurdità
dell'assorziono, dimostrando dapprima che, chi crede in qualche cosa di
demonico, devo necessariamente riconoscere l'esistenza ili demoni. E
quando Meleto devo nuovamente ammettere che i demoni sono figli di doi,
la partila è ila Scorato quasi vinta. Comesi può eredorè all’esistenza di tigli
dogli dei, egli conclude, senza credere con ciò anche a quella degli dei
stessi ? Difatti, i giudici elio lo ritenevano colpevole, erano in
piccola maggioranza. Se prendiamo questo passo insieme con quanto Socrate
dice ancora ilei suo 2xi|ióvtov o del suo concetto della divinità,
abbiamo in mano la chiave per la sua concezione del fenomeno. Faccio qui
ancora notare che intendo il termini vó ìzciivtov nelle opere di Platone,
secondo l'osservaziono di Schlcierinacher, nel senso di un aggettivo.
Dico questo per respingere l'opinione che Sperate abbia creduto in uno
speciale spirito custode. Socrate scoglio il termine iò Saupòviov in
conformità alla fedo popolare. Come i demoni, secondo questa, stanno tra dei o
uomini e vengono detti persino ilei, perchè da dei generati, cosi anche il
demonico in lui è generato dal divino. Per questo lo chiama anche tó
3-iCov, il divino. Il nesso psicologico mi sembra qui evidente. Abbiamo
qualcosa di s'inilo nella designazione del suo metodo, il quale egli
crede puro impostogli dalla divinità (Teeteto). Come a baso di tutte
Clr. W. Wu.ndt, m/terpsi/eholOjfie li,
ni; Clemente der VSt/cerpsi/chol.,(21 Op. cd. Cfr. puro B. E.
Uaonaiihtks, The Ctnssical Retitelo] lo azioni di Socrate sta il bisogno etico
della cortezza(1), cosi egli è assolutamente certo che in casi, in cui la
propria ragione lo lascia in asso, una volontà divina lo trattiene in
ogni circostanza, piccola o grande, dolla vita, quando è in pericolo di
non agire giustamente, cioè di non compiere la sua missione. In questa
cortezza, che forma una parte della sua fedo religiosa, sta la
giustificazione otica dolla ironia, colla quale egli lancia l'accusa
indietro sull’avversario. Ma oltre ad essere qualche cosa di divino, il
demonico in Socrate è poi anche qualche cosa di umano, perché si produce
nell’anima umana o diventa sua proprietà, cioè un oracolo interiore. Per ciò il
demonico stava veramente, come il demone della mitologia, in mezzo tra il
divino e l'umano. Si aggiunga elio Socrate ora in fondo persuaso che
prima di lui questo dono non era stato posseduto da nessun altro mortale.
Ecco ciò che vi ha di nuovo nella concezione socratica della divinazione,
di fronte a quella della fede popolare. Como dalla Repubblica di Piatone,
questo fatto risulta anche dalle superbe parole, colle quali Socrate si
esprime sul suo valore davanti ai suoi giudici (Apoi.). Tali parole
può pronunciare un ammalato di mente, che si deve compatire, ma quando
escono dalla bocca di un Socrate, sono l'espressione di una profonda
convinzione religiosa, che deve scuotere chiunque miri a tini etici.
Importante è per la fede di Socrate che egli non cerca di scolparsi in quanto
al non credere negli dei dello Stato, ma solo in quanto al sospetto di
avere delle convinzioni ateistiche (Apoi.). Por quanto concorno la
teologia socratica, elio al pari della sua etica doveva rimanere ili
carattere pratico, anziché sistematico, è importante ricordare che
Socrate trovò nella sua naz.iono il politeismo ellenico, corno Cristo trovò
nella sua il monoteismo giudaico. Socrate era, come ogni essere umauo, un
tiglio del suo tempo. Educato in (inolia religione ogli si riteneva, come
Cristo, esteriormente legato allo prescrizioni religioso in vigore. Come
prendeva sul serio la massima di Delfo: conosci le stesso, cosi rispettava
l'altra di ubbidire alle leggi. L’ultima parola del filosofo morente era
la raccomandazione di non dimenticare il sacrificio dovuto ad Esculapio
(Fedone), e poco prima aveva domandata all'uomo, elio gli portava il
calice fatale, se ora permesso di farne una libazione. In questo modo
Socrate non raggiunse l'altezza dolla dottrina del Nazareno, ma si avvicina ad
essa, perchè sulla*larga base della religione popolare si eleva, quale
sintesi della sua conoscenza, la fedo in un Dio unico, al quale si deve
ubbidire più che non agli uomini (Apoi.) c di cui egli si credeva un
apostolo (Apoi.). Socrate è tolcrautc verso la fede della moltitudine, ma il
suo Dio è l’intelletto che governa l’universo e per il quale non trova
neppure un nome, un divino onnisciente ed onnipresente, che [LABRIOLA (si
veda) Socrate, cur. CROCE (si veda)] si cura ilei Leno di tutti gli nomini
(Sonof., Meni.). Tutte le sue pratiche religioso sono in fondo rivolto n
quest'unico Dio senza nomo, clic si rivela agli uomini in molti modi. Con
una espressione di ledo in questo Dio onnisciente, si chiudo ì'Apntoi/ia
platonica(l). Tenendosi presente questo concetto della divinità, si
comprendo la sua incrollabile fede nel S»tpóvtov come in una rivelazione della
medesima. Il l'atto che il plurale oi '.Hol si trova in Platono come in
Senofonte accanto al sì neolaro 6 tei? potrebbe destare il sospotto elio Sorrato
accanto all'intelletto universale abbia ammesso ancora dolio altro forme
divino. Ma ciò è escluso. Egli sceglie il plurale in modo simile come,
per es., nella Genesi il plurale Eloliim sta por il singolare del divino. Non è
qui il luogo ili entrare in altri particolari. Ricordo soltanto elio troviamo
precedenti in Senofane e che audio Anassagora aveva già riconosciuto un
unico principio immateriale che tutto ordina secondo lini. Che Socrate conoscr
l'opera di Anassagora, apprendiamo direttamente da Platone
(Fedone). Non ho bisogno di rilevare che, con quanto fu esposto, sono
senz’altro respinte le opinioni di Lèi ut o di altri, cho considerano
Socrate come un ammalato di mente, come pure il parere di Dii l’rel,
che mette il Sxqidvtov di Socrate in relazione collo proprio teorie
mistiche. // 8r.pó/tov di Sacrale dal punto di vista detta psicologia
empirica moderna. So teniamo conto di tutti i fatti che Platone ci
presenta, è evidente che nel «atpivtov di Socrate si tratti ili un
processo che appartiene al campo delle inibizioni psichiche. Naturalmente non
può trattarsi qui di una inibizione nel senso della dottrina
intcllcttuulitstica di Horbart. Ciò che nel nostro caso è inibitorio, non
appartiene all'atto al contenuto oggettivabile della coscienza umana, ma
si trova piuttosto dalla parte puramente soggettiva di essa, cioè da
quella dei sentimenti. Da questo punto di vista dobbiamo cercare di
risolvere il problema. L’inibizione procede da un sentimento totale, che
si forma in base ad un numero più o meno grande di intensivi sentimenti
parziali, legati ad clementi rappresentativi che rimangono al limito
della coscienza e che non giungono all’appercezione. Con questo è
inteso, che non può trattarsi nel caso di Socrate, come è stalo
ripetutamento affermato, di processi allucinatoci. Nel fatto che
l’inibizione parte da un sentimento, al quale non corrisponde un
contenuto oggettivo, sta la ragione, perchè Socrato non può fare alcuna
indicazione precisa [Cfr. pure (I. /Cuccanti) F. I.ÉIX'T, L)it itóiiion de
Si,croie ni. 1 C. Du Prel, Ine Mastiti d. alt. (ìrieclien. E caratteristico che
Du Prel l'accia uso ilei Teapele, benché riconosca che questo non sia
un'opera di Platone. Cile Platone colla frase nel Fedro “ xxt -iva
ipiovijv £So;a xùxcàsv ày.ofkJx: „ non vuol alludere ad una
allucinazione, dimostra con molta chiarezza anche lo Cuccante. Si aggiunga
che. se il Szqicvtcv di Socrate avesse tale origine, questo si
rileverebbe in tutti i rispettivi racconti platonici, ciò che non è
assolutamente il caso. ] intorno al fenomeno, ma (leve in casi, in cui non
lo chiama semplice¬ mente il demonico o il divino, contentarsi di termini
metaforici. Parla, ad es., di una voce, come oggi si usa il termine voce
della coscienza. Questo sentimento, sorto dapprima per via associativa, viene
poi attivamente appercopito e, riferito alla divinità, acquista il carattere
di un motivo imperativo che, coll'intensità di una forza morale, lo
costringe ad abbandonare un'intenzione presa. Dal fatto cho l’inibizione
viene da Socrate creduta un segno divino, si comprendo elio in lui non
possono mai nascere dei dubbi, come accadrebbe con altro persone. Non vi
è mai in un tal caso una lotta tra motivi in lui, mai alcun conflitto tra
doveri. Appena egli s'accorge dell’inibizione, è assolutamente sicuro di aver
avuto trasmesso un divino No,.. Cosi la riflessione o la fedo nel suo
Sztjióv»/diventano i principi fondamentali, che lo guidano nella sua
intera attività filosòfica ed etica. In ultima analisi si tratta qui di un
fatto psichico clic si verifica in ogni coscienza normale più o meno
frequentemente, benché molte persone non lo osservino o non si lascino da esso
frenare. Di Mill ci viene riferito elio egli osservò il fenomeno in se stesso
molto intensamente. A me molte persone hanno dotto di aver notato
in sè tali inibizioni sentimentali. Siccome Socrate ci informa che
egli aveva osservato il fenomeno spesso in sè dai tempi della sua
fanciullezza, non è escluso che vi sia stata in lui por lo sviluppo di esso una
certa disposizione. Ma d'altra parto si devo ricordare (dio egli per
tempo si abituò a fare molto sul serio l'esame di se stesso o cho il
fenomeno era una parte integrale della sua fede religiosa. Dal momento
cho egli era corto cho il sentimento inibitorio era una rivelazione
divina, questa convinzione doveva dominare tutta l’anima sua. Dato questo
continuo autoesame in connessione collo sviluppo (lolla sua convinzione
teologica, si comprendo, come dovesse entrare in giuoco un principio che
governa ogni vita psichica, cioè quello dell’esercizio. L’ininterrotto
esercizio doveva renderlo capaco di riconoscere l'inibizione di ogni
grado appena sorta e di afferrarla coll'attenzione. Si aggiunga (die la
coscienziosità colla quale cercò continuamente di compiere la sua missione, e
colla quale mirava sempre ai medesimi lini, doveva renderlo
straordinariamente sensibile o facilitare la formazione di tali sentimenti.
Cosi si spiega il frequente ripetersi del fenomeno in tutto lo sue
azioni. Io credo clic, con quanto fu esposto, siano trovati i punti
principali «he debbono guidarci nella spiegazione psicologica del
Sacgóviov di Socrate. Tornerò sull’argomento in un lavoro più esteso, ed
in questo sarà tenuto conto delle opinioni di altri autori più di quanto
mi è stato possibile di fare in questa breve comunicazione. Zuccante, Kiesow. SOCRATE ET l’Amour
Grec. SOCRATE ET l’amour grec (Socrates sanctus nai Sepaatrjs) D1SSERTATlON.
GESNER. BONNEAU, PARIS, LISEUX, Rue Bonaparte, jegg^arean Gesner,
1’auteurde JgE cette curieuse dissertation, est I S&fe l un
erudit Allemand du xvm e sie- cle, dont les travaux ne sont pas
tres- connus en France. On lui doit d’excel- lentes etudes sur les
Scriptores rei rusticce, une Chrestomathie de CICERONE, une Chrestomathie
Grecque, des Lexiques, une traduction Latine des ceuvres de Lucien, des
editions de PLINIO (si veda), de Claudien, de Quintilien, de
Rutilius Lupus et autres anciens a rheteurs, toutcs enrichies de notes
savantes et de longs prolegomenes; plus, un nombre formidable de
dissertations sur toutes sortes de sujets, Opuscula diversi argumenti
(Breslau), parmi lesquelles son Socrates sanctus pce der asta tire
forcement l’oeil par la bizarrerie de son titre. Cette bizarrerie a
valu au livre sa notoriete, et en meme temps lui a fait grand tort.
Beaucoup de gens, entre autres Voltaire, malheureusement pour
1’erudit Tudesque, n’ont pas ete au dela, et iis ont construit sur
cette minee donnee un ouvrage tout entier de leur fantaisie, a
1’extreme desavantage du pauvre Gesner. D’autres ont cru Voltaire sur
parole et sont arrives au meme resultat. C’est Larcher,
THelleniste, qui le pre- mier chez nous mit en lumiere cet opus-
cule, dans son Supplemenl et THistoire universelle de labbe Bapn,
en le citant parmi les ouvragcs a consulter sur le proces de Socrate ; il
se contenta d’en faire mention, sans meme traduire ni expliquer le
titre, ne s’imaginant pas qu’on put s’y meprendre, et qu’un homme tel que
Gesner fut suppose capable d’une indecente apologie. Voltaire, dont le vif
et alerte esprit se plaisait a effleurer les surfaces, sans presque
jamais approfondir, ne connaissait sans doute pas Gesner et certainement
n’avait pas lu son Socrates. Le Supplement a l’Histoire universelle
n’etait d 7 ailleurs qu une refutation tres-savante, quoique un peu
lourde, de son Introduction a 1'Essai sur les maeurs, publiee d^abord
a part et sous le pseudonyme de 1’abbe Bazin; quelques critiques
justes qu’on y rencontre le mirent de mauvaise humeur, et, battu
sur divers points d’erudition, il chercha une occasion de dauber
Larcher, a cote du sujet, selon son habitude. Il crut la trouver
dans le livre etrange qu’il supposa, d’aprcs le titre cite qu’il
interpretait mal, s’indigna de ce qu’on osait donner comme faisant autorite
de si mons-trueuses elucubrations (le monstrueux n’etait que dans ce
qu’il imaginait), et tantot sous le pseudonyme d’Orbilius, tantot
sous celui de M Ilc Bazin ( Defense de mon oncle, un de ses pamphlets),
il ne cessa de poursuivre la-dessus de ses bro- cards son
inoflensif adversaire. Tres- content d’avoir leve ce lievre, il a
meme reproduit son assertion plus que hasardee dans le plus
populaire de ses ouvrages; on la trouve en note de 1’article Amour
socratique, du Dictionnaire philosophique. Un ecrivain moderne, nomme
Larcher, repetiteur de college, dans un libelle rempli d’erreurs en tout
genre et de la critique la plus grossiere, ose citer je ne sais
quel bouquin dans lequel on appelle Socrate Sanctus pcderastes ;
So- crate saint b ! Il n’a pas ete suivi dans ces horrcurs par
1’abbe Foucher. Larcher avait trop beau jeu pour ne pas repliquer. II le
fit dans sa Reponse . la Defense de mon oncle, opuscule rare,
reimprime a la suite du Supplement a 1’Histoire universelle. Vous
m’attribuez, dit-il a Voltaire, votre infame et infidele traduction
du titre d’une dissertation de feu M. Gesnera Je n’ai point traduit
le titre de cette dissertation; il ne pouvait se prendre que dans un sens
tres-honnete, mais il etait reserve a M lle Bazin et a Orbilius de
lui en donner un infame. Cela ne vous suffisait-il pas? Fallait-il encore
me 1’imputer? Pour qui avait suivi toutes les phases de la discussion,
Larcher et Gesner etaient innocentes; Voltaire restait convaincu
d’avoir note dfinfamie un livre sans le connaitre. Mais ces temps sont
loin; personne aujourd’hui ne lit Larcher pour son plaisir, et le
Dictionnaire philoso- phique est dans toutes les mains. Voila
pourquoi on croit generalement que Gesner a developpe le plus scabreux des
paradoxes et fait une apologie en regie d’un vice honteux. Nous pourrions
citer au moins un de ceux qui, se fiant a Voltaire, ont propage
1’erreur mise par lui en circulation, et affirme que cette dissertation
n’est qu’un tissu d’invectives ; mais nous ne voulons faire de la peine a
personne. Gesner, ecrivain des plus doctes et plus estime encore
pour son caractere que pour son savoir, professeur de Belles-Lettres a
Goettingue, puis bibliothecaire, ne pouvait ecrire qu’une defense de
Socrate, une refutation des calomnies dont on a obscurci sa
memoire, et que la langue a attachees a son nora d’une maniere en
quelque sorte indelebile par les mots de socratisme et d 'amour
socratique. Inquiet et tourmente, comme il 1’assure, de voir peser
sur IL PADRE DELLA FILOSOFIA de si indignes soup9ons, il a voulu
remonter aux sources, compulser tout le dossier et reviser le
proces sur les pieces memes. II l'a fait d’une facon non moins inge-
nieuse que savante dans cette dissertation lue a 1’Academie de Goettingue,
recueillie dans les Memoires de cette academie, dans les Opuscula
diversi argumenti de 1’auteur et tiree a part (Utrecht). C’est cette derniere edition
que nous avons suivie pour la reimprimer et la traduire, ce qui n’avait
jamais ete fait en Francais, ni probablement dans aucune autre
langue. Gesner a-t-il reussi a disculper entierement Socrate? Nous l’esperons;
mais nous etions de son avis avant d 7 avoir lu son livre, et, ccmme
per- sonne ne 1’ignore, c’est surtout chez ceux qui pensent comme
lui qu’un auteur, si bon dialecticien qu’il soit, porte la conviction.
Les esprits mal faits qui incli- nent a 1’opinion contraire, et
ceux-la seront toujours difficiles a persuader, persisteront
peut-etre a trouver singulier que Platon, interprete de Socrate, ait
si souvent parle de 1’amour; qu’il ait consacre trois de ses plus beaux
dialogues, le Lysis, le Phedre et le Banquet, a cette brulante
passion; qu’il l’ait tant de fois soumise aux analyses les plus
delicates, expliquee par les conceptions les plus sublimes, les
mythes les plus poetiques, et que jamais, sauf un moment, dans
l’admirable episode de Diotime du Banquet, il ne soit question de la
femme. Alcide Bonneau. UTRECHT es hommes illustres, ceux qui
sont regardes comme tels non-seulement par la posterite, mais par
leurs contemporains, ceux surtout dont le plus grand eclat consiste
precisement dans leur vertu, sont souvent accuses, sur les plus
legers indices, de quelques travers, sinon de defauts plus graves; et
c’est la un travers iros illustres, et non a posteris solis sed
coaevis tales habitos, eos maxime quorum praecipua laus virtutis est,
vitii alicujus nedum criminis gravioris suspicari levibus argumentis, vitium
id quidem non leve : reos agere et condemnare crimen et piaculum; in
Christiano homine, in homine, in barbaro. Quanta istorum ignominia,
tanta est gloria piorum virornm qui versantur in probrosis his
l’editeur qui Iui-meme ne manque pas de gravite. Se faire a
la fois 1’accusateur et le juge, c’est une chose criminelle, un
sacrilege, qu’il s’agisse d’un Chretien, ou seulement d’un homme,
meme d’un paien. L’ignominie de ceux-la rehausse d’autant la gloire
des hommes pieux qui s’appli- quent a repousser ces odieuses
attaques. On peut le dire de Gesner, ce savant illustre, du petit nombre
de ceux qui depas- sant par la science tous leurs contemporains, font
encore plus estimer en eux les qualites du coeur que celles de 1’esprit;
c’est un honneur pour lui d’avoir pris en main la cause de Socrate, et un
plus grand peut-etre pour Socrate d’avoir dte le Client de
Gesner. II nous a paru bon de recueillir dans une edition nouvelle
cet ouvrage de faible conatibus coercendis. Gesnero, illustri nomini,
e numero paucorum illorum qui cum eruditione coaevos possint
excellere, animi dotibus quam ingenii celebrari malunt, incertum an
honori sit caussam Socratis egisse, magis quam Socrati Gesnerum
habuisse patronum. Visum fuit,
memoriam brevis operae sed auro contra noti carae nova editione colere. Docuit vir præclarus,
scripto quidem, quam inani co- natu virtus summi hominis sollicitata
fuerit ab obscuris obtrectatoribus, qui non solent deesse virtuti.
Docuit autem exemplo, pertinere ad dimension, mais qui ne serait pas
trop cher paye au poids de For. Son excellent auteur nous y montre,
la plume a la main, 1’inanite des efforts diriges contre un sage par
ces obscurs detracteurs qui ne man- quent jamais a lavertu; il nous fait
voir aussi, par son exemple, qu’il appartient a tout honnete homme
de defendre la cause des gens de bien. II nous enseigne surtout
avec quel soin et avec quelle erudition il est besoin d’ecrire dans de
telles matieres, ou l’on ne doit rien avancer qu’apres un examen
scrupuleux. Profite donc, lecteur, de ce travail, plus utile qu’il
ne le semblerait au premier abord; et si, par ignorance ou par trop
forte credulite, tu as rejetd loin de toi les ecrits Socratiques,
reprends-les maintenant et garde-les avec amour. Il nous sera per-bonos
omnes bonorum virorum caussam: tum et illud, in primis, ubi ejus modi res
agitur, accurate et docte scribendum esse, nec arripi quid piam absque subtili
examine, et benevolo illo, debere. Fruere, Lector, labore utiliori
quam decet: et si imprudentius forte abjeceris Socraticas chartas nimium
credulus, abi continuo et in sinu eas reconde. Integrum erit culpare qui
Socratem citant, tibi convenisset laudari Davidem et Salomonem: sed
patiamur, bonum et pauperem Socratem, placide subridentem, sereno
vultu, xvi l’editeur au lecteur mis a notre tour de mettre en
accusation ceux qui font un crime a Socrate de ce qu'ils
trouveraient admirable s’il s’agissait de David et de Salomon; mais
laissons le bon et pauvre Philosophe s’interposer doucement avec son
placide sourire, son tranquille visage, et s’ecrier: Moi aussi, Vertu, je
t’ai honoree, Deesse! Quant a ceux qui blameront cette apologie, non
comme excessive, grands dieux, car que pourrait-on dire de trop sur
Socrate? mais comme inconvenante et deplacee, qirils prennent garde de tomber
dans Todieux de cette populace Portugaise tou- jours prete, sinon a
lapider ou a bruler, du moins a exorciser a force de signes de
croix traces d’un doigt tremblant, le teme- raire qui oserait croire que
la Bienheu- reuse Vierge Marie etait une Juive. leniter interponere,
Et ego te, Virtus! colui Deam, Quibus fastidium movent
elogia, justa Di boni! quid enim de Socrate dici nimium potest? sed
quce magis opportune forsatn collocari potuis- sent, videant ne in odium
id evadat, quale est plebis Lusitanae, si non rogum parantis aut
la- pides, saltim tremente digito averruncas cruces describentis,
si quis auserit credere, B. Virginem Judaeam fuisse. SOCRATE ET L’Amour
Grec MATTHI. GESNERI V. C. Socrates SANCTUS T/E D E
T{ASTA t nihil tam alte vel natura, vel virtus, vel fortuna
constituit, in quo non vel deprehendatur aliquid labis et vitii, vel
vires suas experiatur maledica invidia, cujus vocibus boni etiam viri
abripi se ad suspicandum certe non nunquam patiuntur: ita mirum non
est, neque excelsam Socratis gloriam 1 n’est rien de place si haut par
la nature, la vertu ou la fortune, qui n’ait ses taches ou ses
inv perfections, ou que 1’envie ne s’efforce d’atteindre, cette
medisante envie dont les clameurs poussent 1’homme de bien lui-meme
a soupconner le mal: c’est pourquoi nous nc devons point
nous obtrectatoribus suis carnis se. Ac de Anyti Melitique
criminibus, quibus oppressus est vir innocens, et, si forte vani- tatis
aut nugarum et cavillationum postulatus, et Scurrae nomine traductus est,
in prcesenti non erimus soliciti. Unum crimen est, quod, varie jactatum,
et plus semel non sine specie in scenam reductum scepe me solicitum
habuit, Fuerit ne impuro ac detestabili puerorum amori deditus? Hoc
enim si verum sit, actum est profecto de virtute viri, indignus est
cujus cum honore nomen usurpetur. Postulatum
esse hujus turpitudinis, negari non potest. Mittimus, quæ de
adolescentia viri ad libidinem proclivi Factum id esse a Zenone Epicureo,
prodidit CICERONE de Nat. Deor., ubi vid. Davis. etonner que lagloire
si haute de Socrate ait eu, elle aussi, ses detracteurs. Toutefois nous
ne voulons ni parier ici des accusations d’Anytus et de Melitus
sous lesquelles succomba son innocence, ni nous inquieter de savoir
si ce grand homine a ete incrimine de vanite, de mensonge et de
sophisme, affuble du surnom de Bouffon[i). Une seule accusation m’a
souvent tourmente; c’est celle qui, sans cesse discutee, a toujours
ete remise en avant, non sans apparence de justesse: Socrate etait-il
adonne d l’impur et detestable amour des jeanes gargons? Si cela
est vrai, c’en est fait desormais de la vertu de cet homme ; c’est un
indigne, lui dont on ne prononce le nom qu’avec respect. Qu’il ait
ete accuse de cette turpitude, le fait est certain. Negligeons ce que
Porphyre, d’apres Theodoret [De la Comme le fait PEpicurien Zenon, au dire
de CICERONE {De Natura Deorum; consuit, la-dessus Davies. Porphyrius
apud Theodoretum [Græcar, affect. cur. ser. 4 pr.) memorat: nam
ibidem additur, illum c-ojo^ xat oioayrj xouxou? a^aviaat xou; xurcous,
impressas veluti notas libidinum studio ac doctrina abolevisse. Neque
valde huc faciunt, quce ex eodem Porphyrio, qui Aristoxeno auctore usus
sit, idem Theodoretus (Serm.) memorat, par- tim quod ad adolescendam
primam viri, de qua nobis sermo non est, pertinent, partim quod
Archelaus Anaxagorae discipulus, honestus amator (spaax 7 ]$) ipsius
fuit. Ejusdem generis est, quod Cyrillus (contra Julia.) ex eodem
Porphyrio (in Historia Philosopha, libro olim deperdito) refert, Socratem
-po; xr ( v twv aopootatwv yp7jatv acpo Spdxspov p.sv sivac, aoizov
os p.rj -poasTvat. t\ yap xaT;Ya[j.sxaT;, vj xat? •/.oivat; y prjaQat
fj-ovat?. Fuisse ad res venereas aliquantum vehementem, sed
injuriam abfuisse, qui vel uxoribus solis, vel (1) Conf.
quae in fra de mali equi Socratici notis dicentur. § 18. et
l’amour grec 7 cure des prejuges des Grecs, Disc. iv),
raconte de sa jeunesse, laquelle aurait ete encline au libertinage ;
1’auteur ajoute, en effet, au meme endroit qu’il parvint a effacer
en lui, par Venergie de sa volonte \ jusqu’aux traces meme des
passions (i). Ne nous occupons pas non plus de ce que le meme
Theodoret (Discours xn) emprunte encore a Por- phyre, qui lui-meme
suivait Aristoxene, c’est-a-dire de ce qui se rapporte a la
premiere jeunesse de Socrate (elle n’est pas en cause), et a ce disciple
d’Anaxa- goras, Archelaus, qui aurait ete, en tout bien tout
honneur, un ami fervent (!pa<j-r]s) du philosophe. A la meme
cate- gorie appartient ce que S. Cyrille (Contre Jidien) a extrait
de YHistoire philosophi que de Porphyre, livre aujour- d’hui perdu
: a savoir que Socrate et ait violemment pousse aux choscs de iamour,
mais qiiil s’abstint de faire tort a Voyez ce que l’on dit plus bas des
marques du mauvais cheval Socratique. quam diu caelebs esset
communibus uteretur. Nondum quidquam ex Porphyrio vel Aristoxeno, quem
ille auctorem sequitur, allatum est de horribili scelere, Pcederastia :
quod praetermissu- rus non erat, qui satis hic in Philosophice
parentem iniquus est, Cyrillus. Decla- mat igitur praeter rem Socrates
alter (Hist. Eccles.), cum ita de Porphyrio narrat, IIopcpupio; xou
xopu^aio- xaxoa xoiv <piXoao<ptov, Scoxpaxous, xov [3''ov
oietu- psv £v ifi YsypaixpiEvr] auxai <piA oaoow toxopta, xai
xoiauxa Tuept auxou ypa^a;xaxdXi7TEv, oia av p.7]xs MeTaxo;, p.r[x£ v
Avuxo; oi jpa^aixsvoi Swxpaxrjv ItTictv e-zyjiprjGxv, ita traductum, ait,
a Porphyrio Socratem, talia de viro scripta, quae neque accusatores
ipsius Anytus et Melitus dicere in ipsum ausi sint. Accipimus, quod negat
objectam in judicio turpitudinem talem Socrati, quo nempe argumento
constet, famam viri hac tum macula caruisse. Sed nec a Porphyrio
plura aut turpiora his memorata, quae jam vidimus, satis illud argumento
est, quod iniqui Socratis glorice homines, personne, en riusant jamais
que de ses propres femmes ou, durant son celibat, des femmes qui
apparticnnent a tout le monde. Nulle part, soit chez Porphyre, soit
chez Aristoxene que Porphyre co-piait, il n'est rien allegue de cet
horrible crime : Pederastie ! II ne Paurait point passe sous
silence, ce Cyrille si injuste envers lepore de la Philosophie.
IPautre Socrate ( Histoire ecclesiastique, m, avance donc une insigne
faussete lors-qu’il dit : « Porphyre a compose la vie de Socrate, le
coryphee des philosophes, d’apres les histoires ecrites sur lui; et
il nous a transmis, d Vaide de ces documents, des choses si monstrueuses
que les accusateurs de Socrate, Anytus et Melitus, n’ont pas meme ose'
les lui reprocher. Retenons seulement de ceci Taveu qu’on n’en fit pas un
grief a Socrate, lors du jugement public, ce qui ressort de la
phrase elle-meme, et que cette tache fut alors epargneeT a sa renommee.
Mais Porphyre n’a pas rapporte autre chose ou des choses plus
monstrueuses que ce Cyrillus ac Theodoretus, non plura protulere, quibus
fuerant haud dubie causam suam, si res facultatem
dedisset, ornaturi. Nempe nec Aristophanes, qui corruptce ad
impietatem et calumniandi artem juventutis accusat in Nubibus Socratem. hujus
criminis ullam mentionem facit, non omissurus profecto, si illud
adhaerescere posse putasset. Nec forte quisquam est ex omni antiquitate
remotiore illa, et temporibus Philosophi propinqua, serius et severus accusator
hujus criminis. Lusit inter posteriores, pro petulanti illo ingenio
suo, Lucianus (de CEco, ita enim potius dicendus erat ille libellus
quam de Domo) cum accusat Socratem, qui non erubuerit advocare Musas,
virgines, cuvsaojjiva; ia -aiBepaama, ut audirent illos de puerorum
amore sermones. Atqui illi sermones, uti mox videbimus. que nous
venons de dire ; nous en trou- vons la preuve en ce que S. Cyrille
et Theodoret, deux detracteurs de Socrate, n’en ont souffle mot, et
qu’ils n’auraient pas manque d’en orner leurs diatribes si la chose
eut ete possible. En second lieu, Aristophane qui, dans ses Nuees,
represente Socrate comme un corrupteur de la jeunesse, comme
faisant de 1’imposture un enseignement, n’a pas davantage mentionne cette
accusation; l’aurait-il omise, si elle eut pu s’appliquer a Thomme qu’il
bafouait? II n’y a enfin personne, si l’on prend des temoins dans
cette antiquite reculee ou dans les temps voisins du Philosophe,
qui se presente comme un accusateur serieux et digne de foi. Plus tard
seulement Lucien, entraine par sa verve moqueuse (dans 1’opuscule que
l’on traduit ordinairement De Domo et qu’il vaudrait mieux traduire De
CEco.), reprocha a Socrate de n’avoir pas rougi d ; invoquer les Muses,
des reprehendant vehementer amorem: respicit enim ad Phædrum Platonis de
quo dedita opera dicendum erit. Qua? in Amoribus in Socraticum amorem
Platonicum- que vel a Luciano, vel quicunque auctor est, jocose et
per calumniam dicuntur, ea ad ipsum illum locum diluisse me
arbitror. Sed veterum criminationes Maximus Tyrius (Dissertat.)
refutavit, ut non videatur opus esse aliquid addi : cum praesertim
tanto magis et agnoscant innocentiam Socratis, et illud crimen ab illo
depel- lant ut hujus, ita paullo superioris aitatis homines, quo
magis virum ex aequalium ac paullo juniorum de illo scriptis ut
cognoscere possent, cuique contigit. Quin ne consultum quidem judicarem
veterem litem resuscitare, nisi viderem, nuper vierges, pour leur
faire dcouter ces fa- mcnx discours sur Vamour des jeunes gargons.
Mais ces discours, comme nous allons le voir, blament fortement
cette sorte d’amour; Lucien fait, en effet, allusion au Phedre de
Platon dont nous aurons a nous occuper. Ce que Fon dit
debamourSocratiqueet Platonique dans les Amonrs, que ces dialogues soient
de Lucien ou de tout autre, n’est qu’une plaisanterie ou une
mechancete, comme je\ l’ai demontre en temps et lieu. Maxime de Tyr (
Dissertations) a d’ailleurs refute toutes les ac- cusations portees a ce
sujet par les an- ciens, etilserait inutile d’y rien ajouter. Le
meilleur argument, c’est que ceux qui ont le mieux reconnu Tinnocence
de Socrate et repousse loin de lui avec le plus de force
1’accusation infame, sont les hommes de la generation qui a imme- [Dans
ses notes sur Lucien, dont il a fait une edition et une traduction Latine
tres-estimees. fuisse, et esse hodie
homines eruditos, et bonos viros, qui pravam de patre illo
Philosophia? opinionem conceperint, quorum non pono nomina, quia mihi non
cum ullo homine certamen esse volo, sed cum opinione ea, quam
praeterquam quod falsam puto, etiam virtuti noxiam, præter
consilium quidem bonorum virorum, humanitati certe adversam esse,
arbitror. Qui autem fieri potuit, ut homines neque indocti neque
maligni in sinistram falsamque de Socrate opinionem inciderint? ut
apologia vir sanctus opus habeat? Praeter naturalem illam -/.axor{0£tav
nos- tram, quae imis velut medullis fixa, et superbiæ illius
nostrae nixa radicibus. diatement suivi la sienne. Or, ce sont les
contemporains et leurs successeurs immediats qui peuvent le mieux juger
un homme, en pleine connaissance de tout ce qu’on aecrit sur lui.
Je n’aurais donc pas songe a ressusciter cette vieille querelle si je
n’avais vu naguere, et tout recemment encore, des hommes instruits,
vertueux, concevoir la plus mauvaise opinion de ce pere de la
Philosophie; je ne dirai pas leurs noms, ne voulant me prendre
corps a corps avec personne, mais seulement avec une opinion que je
considere comme sans fondement, nuisible a la vertu, et, contrairemcnt
a 1’avis de ces gens de bien, defavorable a 1’humanite tout
entiere. Comment donc a-t-il pu se faire que des personnages qui ne
p£chent ni par ignorance ni par mechancete, aient concu de Socrate
une opinion si facheuse et si fausse? Pourquoi cet homme veritablement
saint a-t-il besoin d’etre defendu? En dehors de cette maligni te inter
ultima vitia eradicatur, ceterasque ex genere morum rationes,
conveniunt hic alia qucedam, quce facilem errandi occasionem
praebent. Magna pars doctorum etiam hominum legendi laborem fugit,
legendi uno tenore, continuata attentione, totos veterum scriptorum
libros; sed satis habet decerpere qucedam, in quce primum incurrere
oculi, aut, quod deterius frequentius que idem, repetere ab aliis
excerpta, et e media nonnunquam sermonum velut compage evulsa, de
quorum sic sententia non facile sit judicare. Platonis libri, unde
pleraque Socratica peti hodie necesse est, multos arcent ob Atticum
illud sermonis genus, breve et acutum, floridum praeterea,
ac semipoeticum, ipsamque disserendi ratio- nem subtiliorem scepe,
quam ut mediocri attentione, non acutissimi homines illam statim
adsequantur. Nec licet, ut adhuc res est, ad interpretes confugere ;
qui quoties vel nihil dicant, vel alia omnia dicant, vix sine
invidia licet commemo- rare. Et tamen nisi attente legas, et
to- naturelle qui reste fixee jusqu’au fond de nos moelles, qui se
fortifie de notre orgueil et qui ne s’arrache qidavec les derniers defauts,
outre encore diverses raisons tirees de nos mceurs, il a fallu pour cela
un concours de circonstances propres a faciliter 1’erreur. La plupart des
gens instruits eux-memes evitent la fa- tigue de lire dans leur entier,
avec une attention soutenue, tous les livres ecrits par les Anciens
; on a plus tot fait de choisir quelques passages, les premiers qui
tombent sous les yeux, ou, ce qui est bien pire, de s'en tenir aux
passages choisis par d’autres, a des fragments detaches de 1’ensemble et
dont il est par consequent difficile d’apprecier le sens veritable.
C’est ce qui arrive des livres de Platon, d’ou il nous faut
aujourd’hui tirer toutc la doctrine Socratique; iis embarrassent bon
nornbre de lecteurs par leur style trop Attique, raffine et
aiguise, fleuri pourtant et semi-poetique, par ces controverses si
subtiles souvent que, si 1’attention se relache, 1’esprit le tos
legas dialogos, et qua scripti sunt lingua legas, non est ut de
sententia illorum, h. e. quam tribuat Plato sen- tentiam Socrati,
recte judices. Quare mirum non est, si multi refugiant lectionem ita
laboriosam; et illis veluti spinis a familiari tractatione eorum
librorum deterreantur. Denique si quid etiam tribuatur a
Platone Socrati, tamen, si illud Xenophontis narrationi repugnet, non
dubitaverim equidem, fidem potius adhibere Grylli filio, memor illius,
quod narrat Laertius, Socratem, cum Lysin Platonis legisset,
dixisse, to; tzoXKx uoj plus eclaire n’cn suit pas aisemcnt le fil.
Et il serait inutile, dans le cas present, de recourir aux annotateurs ;
ou iis ne disent rien, ou iis disent tout autre chose que ce qu’il
faudrait ; on ne peut s’empecher de leur en faire un re- proche.
Cependant, amoins de lire avec un soin scrupuleux tous les dialogues
de Platon et de les iire dans la langue meme ou iis ont ete ecrits,
il n’est pas possible de juger saineinent de leur doctrine,
c’est-a-dire de la doctrine que Platon attribue a Socrate. Il n’est donc
pas sur- prenant que nombre de gens reculent devant une si
laborieuse lecture et soient rebutes, comme par des epines, du
commerce familier de ces livres. Enfin il faut dire que si Platon
at- tribue a Socrate une maniere de voir contredite par la
narration de Xenophon, il n’y a pas a hesiter: c’est a Xenophon
qu’il faut se fier, si l’on se souvient du mot rapporte par Diogene de
Laerte. Socrate, apres avoir lu le Lysis xaxe^uBeO’ 6 veavfoxo; Quam multa
de me mentitur adolescens! Tanto magis hoc memorabile est, quod
ille Dialogus ita scriptus est, ut non modo tanquam persona colloquens
inducatur Socrates, sed tanquam, qui ipsum illum dialogum
scripserit. Ceterum quia hic sumus, hoc breviter indicamus, amatorium
quidem esse hunc libellum, sed nihil habere pudendum ne Platoni quidem.
Argumen- tum hoc est : Queritur Lysidis amator Hippothales, ab illo
se non amari ; Socrates ostendit, si velit amari, non adu- landum esse
puero, sic enim futurum superbiorem; sed illi potius ostendendum, quibus
rebus indigeat, et quam parum in ipso sit boni. Deinde dela- bitur
in disputationem, Quis proprie amicus sit vocandus? et, In quo insit
natura amicitia’ ? plenam illam quidem cavillationum, sed praeclararum
etiam de amicitia sententiarum. Ceterum tri- Sic nempe ipse solebat
Socrates in potestatem quasi suam redigere adolescentulos, de quo
que- rentem audiemus Alcibiadem. de Platon, se serait ecrie: Comme
ce jenne homme invente souvent ce qu’il me fait dire! » Le mot est
d’autant plus remarquable que, dans ce dialogue, So- crate
estpresente non comme un simple interlocuteur, mais comme s’il
avait ecrit lui-meme tout le morceau. Pendant quenous y sommes, disons
brievement que cetouvrage roule sur 1’amour, mais qu’il n’y a rien dont
put rougir Platon lui-meme. Voici le sujet: Hip- pothales, qui aime
Lysis, se plaint de ne pas en etre aime; Socrate lui demontre que
s’il veut 1’etre, il ne faut pas qu’il fiatte ce jeune homme, ce qui le
rendrait plus orgueilleux encore; il vaut mieux qu’il lui
represente tout ce qui lui manque et le peu de bonnes qualites quhl
possede. On discute ensuite ces questions: Qui est digne d’etre appele un
veritable ami? et, Quelle est la nature de Tamitie? Controverse pleine, il
est vrai, C’est ainsi que Socrate avait en effet coutumc
d’assujettir les jeunes gens et son autorite, et nous voyons Alcibiade
s’en plaindre. bui a Platone
colloquentibus, de quibus ipsi non cogitarint, vetus observatio
est, de qua vid. Athenaeus
Deipnos.. Qiio dialogorum more se excusat, etiam VARRONE in ACCADEMI
dedicatione Tullius CICERONE. Neque ausim Platonis ipsius, junioris
praesertim, patrocinium suscipere de mollioribus versiculis, quos Apulejus
servavit (Apol.) et Laertius Diogenes: de quibus modo in neutram partem
disputo, causamque Platonis a Socratis causa hac in re sejungo. Quæcunque
vero cum aliqua specie testimonia Platonis contra Socratem proferuntur,
ea cum ex Phædro, nescio quam bona semper fide, corrupte quidem et
perverse non nunquam, depromi videam, propter ea pretium opera putavi, de
futilites, mais aussi de remarquables definitions dekamitie. C ; est uneobservation qui a ete
faite depuis longtemps, que Platon attribue a ses interlocuteurs
des idees qu’ils n’ont jamais eues: on peut consulter la-dessus Athenee
(Deipnosophistes). CICERONE, qui avait le meme defaut, s’en excuse sur le
genre meme du dialogue, dans son envoi des ACCADEMIA a VARRONE. Je
n’ose pas non plus defendre Platon du reproche d’avoir commis,
surtout dans sa jeunesse, des vers badins tels que ceux que nous
ont conserves Apulee (dans son Apologie) et Diogene de Laerte;
vieux ou jeune, jen’ai pas affaire a lui et je separe completement
sa cause de celle de Socrate. Entre les divers temoignages fournis
par lui, ceux que Ton peut alleguer contre Socrate avec quelque apparence
de justesse sont tires du Phedre; pas toujours bien scrupuleusement et
quelque-fois a 1’aide d’alterations ou de contre-] non semel totum illum
dialogum attento animo perlegere, et uno quidem tenore, et lingua
sua, ne quid eorum me falleret, qua saepe fraudi esse viris doctis,
modo dicebam. Ac spero non ingratum fore aliis, quorum rationes non
ferunt tam longam solicitamque operam, si hic possint brevi studio
cognoscere velut œconomiam illius libri et argumentum, inde- que de toto
consilio vel Platonis vel Socratis arbitrari. Concedamus enim, ne abuti videamur illa, quam
modo propo- suimus observatione, Socratis hic veram sententiam bona
fide a Platone proponi. Ac primo illud meminerimus, Socratem hic
introduci senem, tantum non decrepitum, quem facile juvenis Phædrus
viribus superet. Jam fingitur Phædrus audisse Lysiam disputantem, magis
obsequendum gratifican- dumque esse non amanti, quam amanti: camque
orationem Socrati prcelegere sens. Cest ce qui m’a engage a lire attentivement ce
dialogue, et plutot deux fois qu’une, dans son entier, et dans le
Grec, afin d’echapper a ces chances d’erreur dont j’ai parle plus haut et qui
font trebucher les plus doctes. II sera peut-etre interessant, je
1’espere, pour ceux dont 1’esprit repugnerai-t a une besogne si
longue et si difficile, de connaitre sans grande etude le sujet et pour
ainsi dire 1’economie de ce livre, et de pouvoir apprecier toute la
theorie de Platon ou de Socrate. Nous admettrons, pour ne pas
abuser de la reserve faite par nous plus haut, que la doctrine de Socrate
a ete ici exposee de bonne foi par Platon. Rappelons d’abord que
Socrate y est presente comme un vieillard, non pas tout a fait
tombe en decrepitude, mais qu’un jeune homme, comme Phe- dre, peut
maitriser aisement. Phedre raconte qu’il a entendu Lysias discourir sur
cette question : Un jeune homme doit-il avoir plus de facilite et de com-[Reprehendit
hanc Lysiae orationem, cante quidem et multa cum ironia Socrates, et
meliora se audisse ait, quae dicere illum amabilis- sime cogit
Phcedrus. Incipit hic a Musa- rum invocatione quam calumniatur, ut modo
dicebamus, Lucianus : cum sit nihil in ea oratione non virginum auribus
dignissimum. Orditur a definitione Amoris quem vocat cupiditatem,
quae incitate feratur ad voluptatem
pulchritudinis, et inde, quam mala res, quam noxia sit, ostendit et
claudit hexametro: A'j-/.ol aova oi^ouV, ojq ~aToa epAouVjtv
1 r’ 1 ! |Sf/aTra’.
Ut cordi agna lupo est, puerum sic ardet amator. Bene ista, et Musis faventibus.
Sed subito, At Amor tamen Deus est, inquit, et palinodiam parat,
quae incipit . plaisance pour celui qui ne 1’aime pasque pour celui
qui Faime ardemment ? II lit ensuite ce discours a Socrate.
Celui-ci, avec beaucoup de finesse et ddronie, trouve a blamer dans
la composition oratoire de Lysias et pretend qu'il a entendu dire
la-dessus autrefois de bien plus belles choses; Phedre le conjure
de les lui rapporter. Socrate debute alors par cette invocation aux
Muses que Lucien a calomniee, comme nous le disions plus haut, car il n’y
a rien dans tout le discours qui ne soit parfaitement digne des
oreilles chastes. II commence par la definition de 1’amour, qu’il appelle
un desir violemment entraine vers le plaisir que promet la beaute;
il enumere en- suite les ecarts auxquels il peut pousser et conclut
parcet hexametre: Comme le loup aivic Vagneau, ainsi Vamoureux
[cherit le jeune garcon. Voila qui est bien, grace aux
Muses. Mais aussitot : L’ Amonr est cependant un Dieu, s’ecrie-t-il
; et il entrcprend une ab eo, uti dicat, non ideo amorem damnandum
fuisse, quod sit furor ; esse enim furorem etiam bonum aliquem:
ipsam [jLavTixrjv 5. divinatoriam facultatem esse a verbo [i-aiveaOai
dictam, velut quan- dam [j.avi/7]v s. furiosam. Talis furoris plura
genera enarrat, in his etiam ponit amorem, cumque magnæ felicitatis
causa tum amantis cum amati datum his esse divinitus, conatur ostendere. Ad
eam demonstrationem sumit primo hanc propositionem. Omnem animam esse
immortalem, quam inde probat (quam bene vel male, nunc non disputamus) quod
principium motus sui in se habeat. Deinde similem ait animam
nostram, etiam antequam ea in corpus ve- niat, bigae alatae cum suo
auriga. Alterum hujus
biga 3 equum bonum ponit et tractabilem, malum alterum ac
refractarium. Sic coelestia spatia
ingrediuntur ista cum suo auriga bigce, et palinodic en declarant tout
d’abord que 1’amour n'est pas condamnable en soi, qu’il estun
delire, et que dans tout delire il y a quelque chose de bon; que
fxavnxr], la divination, derive du mot (jiodveaGai, comme qui
dirait [xavtxr), c’est-a-dire folle. II compte diverses especes de
delires parmi lesquelles il place 1’amour, et il s’efforce de montrer que
c’est un present divin fait a bhomme pour le plus grand bonheur de
celu*i qui aime et de celui qui est aime. Sa demonstration s’appuie
sur cette proposition premiere: Tonte dme est immortelle, dont il tire
la preuve (bien ou mal, ce n’est pas notre affaire) de ce qu’elle a
en soi le principe de son mouvement. Il compare ensuite notre
ame, avant qu’elle ne vienne habiter un corps, a un attelage aile,
compose de deux chevaux et d’un cocher. L’un des chevaux est excellent
et docile ; 1’autre, d’un mauvais naturel et retif. L’attelage
parcourt ainsi les espaces celestes, avec Deorum aliquem secutce (Socratis
anima Jovem) ea spatia permeant. In hoc volatu et illa equorum
dissimilium dissensione, alia; quidem anima; retinent alas, et ad
sublimia feruntur, contemplantur que ea etiam, qua; extra supremum coeli orbem
sunt. Alia;, qua; partim in altum elata; viderunt plura, partim ab equo
illo refractario impe- dita; ac retractae, pauciora; ruptisque per
illam equorum in diversa tendentium luctam pennis atque amissis, cadunt,
et in corpora humana veniunt. Harum, pro gradu cognitionis
illius et inspectionis rerum coelestium diverso, novem classes constituit.
Qua plurimum veritatis et rerum cœlestium vidit anima, ea inseritur semini,
e quo nascatur aliquis sapientias, pulchri, doctrinas, et amoris
studiosus, st? yovfjV] son cochcr, et s’elance a la suite de l’un des
douze dieux (1 ’ame de Socrate suivait Jupiter). Dans cette course a
travers les espaces et malgre la lutte des deux chevaux, si
dissemblables, quelques ames parviennent a garder leurs ailes,
voya- gent dans les regions etherees et contemplent meme ce qui est au
dela de la voute du ciel. Les autres, parfois emportees jusqu'aux plus
hautes regions, parfois retenues et embarrassees par le cheval
retif, n’arrivent qu’a connaitre une partie des mysteres ; dans cette
lutte des chevaux qui tirent en sens inverse, elles brisent et
perdent leurs ailes; ces ames tombent alors sur terre et sont
emprisonneesdans les corps des hommes. Suivant le degre de
connaissance qu'elles ont atteint dans la contempla- tion des
essences, Socrate divise en neuf classes ces ames dechues. Celle qui
a per9u le plus de verite et de choses sublimes, vient animer le
germe d’ou naitra un homme tont entier consacre au avopo?
ycV7]ao[j.c'vO’j ? oiXoao^ou, 7) <pt\oxaXou, tj fi.ouaixou Ttvos, x at
spamxoy. Secundi fastigii anima animabit regem, legibus, bello, imperio,
potentem : tertiae classis anima civitatis familiaeque regendae et rei
fa- ciendae peritum : quartae, laboris amantem eundemque in exercendis
sanan- disve versantem corporibus : quinti ordinis animae vitam
habebunt in vaticinando, aut in castimoniis initiisque mysteriorum
occupatam : sexti, poetas: septimi, geometras aut fabros: octavi
sophistas aut cum factione populares: noni denique animabunt tyrannidis
cu- pidos. Multa hic nec injucunda de hoc ordine, de his vitee
generibus, disputandi occasio: sed maneamus in argumento
nostro. Ha’ omnes anima?, cum morte discesserunt a corporibus, in locum
vel pce- [culte de la sagesse, de la beaute, de la Science et de
Vamour ; Vdme du second degre vivra dans le corps d’un roi juste,
belliqueux et capable de commandere celle du troisieme fonnera un
homme habile a administrer sa famille, sa cite ou la chose
publique; celle du quatrieme un athldte laborieux ou un medecin,
tous deux occupes soit d exercer le corps humain, soit d le guerir;
les ames de la cinquibme classe passeront leur vie, soit d predire 1’avenir,
soit d initier aux abstinences et aux mysteres ; celles de la
sixieme former ont des poetes ; celles de la septieme, des laboureurs ou
des ouvriers,- celles de la huitieme, des sophistes ou des chefs de
factions populaires ; celles de la neuvidme, enfin, des tyrans. Ce
serait peut-etre 1 ’occasion de dispu- ter, et non sans agrement, des
rangs assignes a ces ames et de leur genre de vie: mais restons
dans notre sujet. Toutes ces ames,quandle trepas les a separees du
corps, parviennent au sejour narum vel pr cerni orum perveniunt, et
mille exactis annis, accipiunt potestatem eligendi sibi nova corpora,
vitas novas, sive hominum sive bestiarum. Quce anima ter sibi,
exactis millenis illis annis, primam istam sedulo philosophantis, sive
pueros cum philosophia amantis, vitam delegerit tou
<ptXocrocprjaavto; aooXc. 05, r] "atospaaxrJcjavTO; [j.£xa
<ptXoao<p''a;, ea, absoluta ista ter mille annorum periodo, pennas
denuo accipit, quibus ut ante tolli, deum aliquem sequi,
contemplari cœlestia, queat: cum reliquarum octo classium animae, non
nisi decies mille annorum periodo absoluta, in primam illam
conditionem restituantur. Hoc ipsum quod primam et felicissimam classem Pæderastarum
philosophantium constituit, quod tantum prae- mium illis, compendium
septies mille annorum, tribuit Mythi hujus s. Allegoria ? auctor, sive
Socrates fuit, sive Plato ; hoc ipsum igitur jam satis monere nos
poterat, non posse hic sermonem esse de re ita turpi, quam fuisse illud,
cujus des peines et des recompenses, et au bout de mille annees,
recoivent la permission de choisir de nouveaux corps, soitd’hom-
mes soit de betes, et de vivre de nou- velles vies. L’ame qui, durant
trois revo- lutions de mille annees, trois fois de suite a choisi
Texistence d’un homme quicultive sincerement la philosophie, ou qui
aime les jeunes gens d'un amour philosophique, a 1’expiration de
cette triple periode, recouvre les ailes qidelle possedait
autrefois et peut, comme au-paravant, suivre l’un des dieux et contempler les
essences celestes. Les huit autres classes ne retournent a cette
condition premiere qu’apres une revolution de dix mille annees. Ainsi la
premiere classe et la plus heureuse est celle des philosophes amis
des jeunes gens, et l’inventeur de ce mythe ou allegorie, que ce soit
Socrate ou Platon, la favorise d’une exemption de sept mille
annees: cela seul nous avertit assez qu’il ne peut etre question
ici de ce vice infame dont on accuse Socrate et que d’ailleurs
les 3postulatur Socrates, ipsis etiam legibus Atticis, paullo post
ostendemus: sed magis hoc apparebit, si quis ea, qu ce sequuntur, apud Platonem
paullo attentius considerare mecum voluerit. Intelligentia hominum,
ex pluribus rebus sensu perceptis collecta, nihil est aliud, quam
recordatio illorum, quae anima in illo volatu suo coelesti viderat,
quae sola verum illud ens sunt (t 6 ov-co; ov, , A). Haec intelligentia
maxima est in illa prima philo sophantium pæderastarum classe : haec ipsa
est, ob quam alas soli recipiunt, quibus volatum illum coelestem,
deorumque comitatum tentant: præ qua terrena hæc, et sensus
externos ferientia, ita negligunt, ut male sani aliis et furiosi
videantur, icocpa -/.ivouvts?, quos commotos s. commotce mentis
vocat ORAZIO (si veda) (Serm.), cum re vera divino quodam spiritu
agitentur, svOouaux^oviss, qui illos semper ad coelestem illam
pulchritudinem revocet, quam in priore volatu viderant. lois
Athenicnnes reprimaient, comme je le demontrerai tout a 1’heure; cela
deviendra plus evident encore pour qui voudra bien examiner
attentivement avec moi ce qui suit dans Platon. i3. L’intelligence
humaine est formce de la reunion des idees percues a l’aide des
sensations, et les idees ne sont rien autre chose que les reminiscences
de ce que 1’ame a vu anterieurement dans son vol celeste,
c’est-a-dire des essences veritables. Or 1’intelligence la plus complete
appartient a la premiere classe, a celle des philosophes amis zeles
des jeunes gens, et c’est pourquoi seuls iis recouvrent les ailes a
1’aide desquelles iis pourront essayer de nouveau de par-courir le ciel
et suivre le cortege des dieux. Detaches des soins terrestres et de
tout ce qui frappe les organes, iis passent pour des insenses et des hommes
en delire, -apa/ivoSvis?, de ceux que ORAZIO (si veda) appelle des
fren^tiqucs, des esprits troubles, tandis que vraiment ce sont des en- [Hæc
pulchritudo, qucc inest in sensu, <ppov 7 ]<m, in mentis qua
vult et intelligit prostantia, si ita in oculos, ut alia quce videri his
possunt, incideret, ad mirabiles sui amores exci- tatura esset. Jam
pulchritudo sola corporum, hanc (Aotpav habet, hoc velut fatum, et
conditionem, uti subeat oculos, ut amo- rem moveat. Hinc ponamus ipsa
verba, ut existimare melius ac certius de tota re possint etiam,
quibus ad manus non est Plato ipse, vel magnum volumen de pluteo
promere non lubet. c O piv oOv pu] vsoxeXt];, Jj otscpQappivos, oux
otjiiog evOevOs Exstas ©s'psxat 7ip6; auxo xo xaXXo;, Ostopisvo; a3xou
xrjv xrjoE smavupiiav. waxs ou as'6sxat 7rpoaopojv, aXX’ 7]3ov^
7:apaoou;, zBzpdtTzodog vo ptco (Batvstv S7Ct- y stpsT xat
7iat8oa7EOpstv. xal u6pst x:poao|j.tXaiv, ou os'ootxsv ou 8’ ata/uvsxai
IIAPA ‘I^TXIIN. Notabile est, Platoni etiam de Ijcgib.
r. thousiastes, agites comme d’un transport divin, qui les
attire sans cesse vers cette beaute celeste precedemment entrevue
par eux dans leur vol. [Cette beaute, dont Pessence reside dans un
sens particulier, la sagesse, source de la volonte et de
1’intelligence, s’il etait donne a l’oeil de 1’apercevoir, comme
toutes les autres choses visi - bles, elle nous exciterait a
d’admirables amours. Mais c’est seulement la beaute corporelle,
telle est sa necessite fatale et sa nature, qui frappe les yeux et nous
porte a 1’amour. Ici nous placerons le texte meme afin que ceux qui
n’ont point Platon sous la main ou qui ne se soucient pas de tirer du
rayon un gros volume, puissent se faire une opinion en toute E.
hanc turpitudinem appsvwv np 6? appevag, Ij OrjXsTwv xpog OrjXsix;, to
ITAPA •bTSIN To'X[j.7)p.a appellari. Non igitur Platonem, vel Socratem
adeo, feriunt divina illa fulmina Pauli Rom. /, 26 . sq., ut neque ea, qua ?
in idolatriam vibrantur. f,5ov7]v 0 -W.ojv. '0 8e apttteXrj?, 6 twv
xdxe TroXuGcapojv, oxav OsoEtSsg r.poaioTzov' t07), -/.aX- Xo; eu
[j.E[j.vr ( [x£vov rj uva ac;o$fj.axo ios'av oj? Geov a£'6sxai. Hcec ita
verto, Hic ergo, qui non est nuper illis mysteriis coeles- tibus in
illo volatu animarum initiatus, aut, initiatus cum esset, corruptus
est, non celeriter, ut oportebat, hinc, ab hac corporea, non vera,
pulchritudine, illuc fertur ad ipsam veram, coelestem pulchritudinem,
cujus hic videt nomen, umbram, similitudinem : itaque neque inter
adspiciendum eam, divinum quiddam colit: sed libidini se tradens, quadrupedis
ritu inscendere formosum conatur, et genitale semen profundere, et cum
contumelia congressus formoso corpori, non veretur, nec erubescit PRXETER
NATURAM libidinem persequi. At ille nuper initiatus, qui multa eorum quae
tum videbat, contemplatus est, ubi vultum divino similem conspexit, qui
pulchritudinem illam veram bene imitetur, aut incorpoream quandam illius
speciem, verbo, certitudc. L’homme qui n’a pas un « souvenir recent
de son initiation aux mysteres, ou qui, recemment initie, s’est laisse
depraver, ne s’eleve pas facilement, comme il faudrait, de cette beaute
corporelle, qui n’est pas la vraie, a cette beaute celeste, absolue,
« dont il ne rencontre ici-bas que le nom, 1’ombre, la ressemblance; en
1’apercevant il n’y respecte rien de divin. Entraine par la volupte, il se
precipite, comme une brute, sur 1’objet de ses desirs, ne cherche
qu’a genitale semen profundere et, outrageant ce beau corps qu ? il
etreint, il n’a pas honte, il ne rougit pas de poursuivre un
plaisir contre nature. Au contraire, l’homme, encore plein des saints
mysteres qu’il a longtemps contemples autrefois, 11 est remarquable
que Platon, meme dans ses Lois, appelle crime contre nature le commerce
honteux marium cum maribus, et feminarum cum feminis. Les foudres de Saint Paul
(Ep . aux Rom.) n’atteignent donc ni Platon ni Socrate, pas plus que
celles qu’il lance contre 1’idolatrie. virtutem speciosam: Dei instar colit. Deinde enarrat
pheenomena quædam hujus sancti et philosophici amoris, similia, ex parte
Venerei, et quomodo illa alce, quas amiserat anima, hinc de novo
crescant, sub Allegoria perpetua describit, qua nihil aliud tandem
indicat, quam enthusiasmum quendam, et injectam divinitus philosopho
cupiditatem versandi cum pulchris, h. e. ingenio vel forma
potentibus, adolescentulis: quos nempe captabat Socrates, qui sciret,
cum facilius sit formare ad sapientiam et virtutem hanc aetatem,
tum hos esse, a quibus futura civitatis fortuna pendeat. Hinc est
quod se venari pulchros non dis- simulabat (vid. Protagora >
principium, frustra reprehensum Cyrillo contra Julia), quod
Xenophontem baculo etiam transverso objecto et l’amour grec q'3 en
presence d’un visage presque divin ou d’un corps dont les formes lui rapit
pellent 1’essence de la beaute, c’est-a-dire 1’essence de la vertu, adore
comme « en presence de la divinite. Platon retrace ensuite quelques-uns
des phenornenes de ce saint et phi- losophique amour, parfois peu
different de l’autre; il montre aussi comment re- poussent les
ailes autrefois perdues par rame. C’est une allegorie perpetuelle
dont la conclusion est que le philosophe con^oit, par une sorte de grace
divine, le plus fervent desir de vivre au milicu des beaux
adolescents distingues par la perfection de leurs formes ou par
leurs dispositions naturelles. C’est ceux-la, en effet, que Socrate
ambitionnait de gagner, sachant qu’il est facile, a cet age, de les
tourner au bien et a la vertu, et que c’est d’eux que dependent les
futurs destins de la Republique. II appelait cela prendre les beaux
garcons dans ses filets (voyez la-dcssus le commencement du. velut
exceptum, sibi adjunxit (Diog. Laert.). Ipsum illud hinc est, quod GINNASIA,
conviviaque et deambulationes, quoscunque denique juvenum coetus,
sequebatur, quod ludos et jocos non refugiebat, quod se plane communem
illis faciebat, nec irrideri aut peti maledictis refugiens. Ipsa illa ironia perpetua, quod doceri se velle
simularet, certe discendi causa disputare, ut accessum ad Sophistas illi
dabat, ita adolescentulo- rum super bulæ de se opinioni et præcipitantiæ
blandiri videbatur. Sed pergamus Platonis Mython enarrare. FILOSOFI illi
amatores pulchrorum non indiscretim omnes amant, sed (p. Sdy, C) quem
quisque in illo coelesti volatu Deum secutus est, ejus Dei si-
milem sibi quaerit amasium; qui Jovem, ut Socrates, Jovialem (Auvov x
wa), Martia- lem vero qui Martem, et sic Junonios. ET Protagoras, blame a tort par
Saint Cyrille), et il se fit de la sorte un disciple de Xenophon qu’il
arreta en lui barrant le passage avec son baton. Voila pour- quoi
aussi il frequentait les gymnases, les banquets, les promenades, tous
les lieux de reunion des jeunes gens, ne fuyait ni les jeux ni les
badinages, s’entretenait avec tous et s’inquietait peu de preter a rire
aux medisants. Cette ironie perpetuelle grace a laquelle il
feignait toujours de vouloir apprendre, pour mieux enseigner, lui
donnait acces au-pres des Sophistes et flattait aussi la suffisance et la
presomption de la jeunesse. Mais achevons d’exposer le Mythe de
Platon. Ces FILOSOFI amoureux des beaux garcons ne s’attachent pas
indistinctement a tous; selon le dieu quhls accompagnaient dans les
espaces etheres, chacun d’eux choisit parmi les anciens suivants du
meme dieu celui qu’il doit aimcr. L’ame qui etait, comme celle
de Bacchicos, Apollineos : et talem ubi inventum amare coeperint, faciunt
omnia, uti Deo illi, quem ipsi secuti sunt, et cu- jus jam
similitudinem quandam in ipso deprehenderunt, sibique adeo, reddant
quam similimum. Ita Socrates, Jovis in illo volatu satelles, quaerit
Joviales, amatores natura sapientiae, et natos ad imperandum. Hactenus ergo
bene res habet, sancti tales Paederaslce, J elices qui sic
amantur. Sed nec dissimulanda sunt quae sequuntur apud Platonem.
Redit Socrates ad superiorem illum de Anima Mythum, quam triplicis naturæ
ponit scilicet. Sunt vellit equi duo, est auriga. Equorum alter bonus,
sanus, verecundus, gloria amator, qui sine plagis, sola ratione auriga
regitur : pravus alter, qui multum ac temere una aufera- [Socrate,
dans le cortegc de Jupiter, recherche un suivant de Jupiter, et ainsi des
autres qui avaient choisi Mars, ou Junon, ou Bacchus ou Apollon. Des
qu’ils Pont trouve, iis s’efforcent de rendre celui qu’ils aiment
semblable a ce dieu dont iis retrouvent en eux-memes le caractere.
Ainsi Socrate, satellite de Jupiter, recherchait pour les cherir
ceux qui avaient aussi suivi ce dieu, c’est-a- dire ceux qui, par
nature, etaient portes a la sagesse et a la domination. Jusqu’ici
tout va bien ; de tels Pederastes sont de vrais saints, et bien heureux
ceux qui sont aimes de la sorte! Mais il ne faut pas dissimuler
ce qui vient apres dans Platon. Socrate retourne au precedent Mythe de
hame qu’il a coniparee aux triples forces reu- nies de deux chevaux
et d’un cocher. L’un des chevaux est bon, sam, plein de retenue et
d’emulation; le cocher le dirige, sans avoir besoin du fouet et par la
seule persuasion: 1’autre est mechant] tur, (impetu alieno potius
feratur, smo judicio) dura ac brevi cervice, simus, nigri coloris,
glaucis oculis, suffusus sanguine, petulantia contumeliaque gau- dens,
hirsutus circa aures, surdus, flagello ac stimulis vix tandem concedens.
Operet ? pretium videtur mali equi notas etiam Gra } ce ponere : cxoXt
65, ~oXu; eixrj a'j[j. 7 :scpopr]|j.^vo?, xpaTEpauyrjv, ( 3
payuipayrjXo?, aipLOTCpoacoro;, [xsXayypa);, yAauxop.p.a“0?, oepat-
[xo;, u6p ew; xal aXa^oveiac staTpo?, zept coxa Xaaco;, xwipog, gaartyt
p.S7a xdvxpwv [xdy.; UTEclXOJV. r<S\ Apposui Graeca, ut facilius judi- cari
possit, probabilisne sit conjectura, in quam incidi, dum in hac equi mali
de- scriptione versor. Nempe, aut vehementer fallor, aut memorat hic
Socrates non tam equi mali proprie dicti signa, quam sui corporis
formam, quatenus vitiosum inde ingenium colligebat physiognomon
ille Zopyrus. Hic enim, ut est
apud CICERONE (DE FATO), Stupidum esse Socratem dixit et bardum,
addidit et s’emporte facilement, sans raison aucune (c 7 est-a-dire qu’il
semble dirige plutot par une force exterieure que par son propre
jugement); il a 1’encolure courte et dure, les naseaux apiatis a la
maniere du singe, le poil noir, les yeux glauques le sang le
tourmente et il est toujours en rut et en querelles ; il a, de plus,
les oreilles velues, il est insensible a tout et n 7 obeit qu’a
peine au fouet et a 1’aiguil- lon. Il est necessaire de transcrire,
dans le texte Grec, ces marques particulieres du mauvais
cheval. J’ai cite le texte afin qu’on puisse decider si la
conjecture que me suggere cette description du cheval retif a quel-
que vraisemblance. Ou je me trompe fort, ou Socrate ici retrace moins les
ca- racteres d 7 un cheval defectueux que son propre portrait, dans
lequel le physionomiste Zopyre trouvait les indices d’un naturel vicieux.
Zopyre, au dire de CICERONE (Du Destin) pretendait en effet que
Socrate etait lourd et stuetiam mulierosum. Illud de stupore convenire cum
Homzne xpaTepau/7)v et (3payuxpa- mox declarabitur: quod muliero-
sum dicebat, illud cum G6psa Ixatpop con- gruit : novimus enim quos
uSp-.sxa; tum dixerit Græcia. Porro illud aipio-pd- aw-ov plane
pertinet ad notationem Socra- tis, in quo cum deridetur a
Critobulo, tum ipse suaviter sibi illudit, et in eo patulisque non
modo deorsum sed in hori- qontem naribus, non minus quam in ocu-
lis ultra frontem eminentibus, et labio- [Unum ponamus exemplum e libello,
quipree manu est, Aristotelis Physignom. c. ult. p. / 18 1, E. 01
(Jisya cpcnvotjvxs; papuxovov, OSpiaxa^. Ava- tpspexat £~1 xoj; ovoj;.
Physiognomones e similitudine vocis asinina: argumentum ducunt ad libi-
dinem asininam. Conf. § 14, it.
32 . Xenoph. Sympos. c. 4, § /p, Socrates ad Critobulum, formee sua:
jactatorem, x; xoDxo ; w? yap /a! Ip.o 0 ' zaXXtcjjv wv xauxa
v.oxt.xCv.c,, Quid istuc? quasi me quoque pulchrior esses, ita
gloriaris. Ad qua: Critobulus, Nrj Ata, rj Ttavxcov SsiX7jvwv xmv
sv aaxupixoh; alaytaxo; av eVtjv . Nisi te formosior essem, ait, essem Sileuorum, qui in
Satyri- cis fabulis in scenam veniunt, turpissimus. pide; il aurait
ajoute : adonrtd anx plai- sirs veneriens. Pource qui est dela
lour- deur, cela concorde avec 1’encolure courte et dure ; adonne
anx plaisirs ve- neriens, repond a &'6peto; ItaTpo;. Nous
savons, en effet, quels etaient ceux que les Grecs appelaient uSpiatat'.
Quant a la face simiesque, cette designation s’ap- plique
parfaitement au portrait de So- crate ; il y a fait lui-meme
agreablement allusion en repondant aux moqueries de Critobule. Il
avoue que toute sa beaute consiste en un nez epate et me- nafant le
ciel, en des yeux saillants et [Contentons-nous d’un seul exemple tird du
livre que nous avons sous la main, le De Physiognomia, d’Aristote :
Ceux qui ont la voix forte et grave sont &6picrcai, par similitude
avec Vane. De ce que la voix £tait bruyante comme celle de l’ane, les
phy- sionomistes conci uaient qu’on devait avoir le temperament lascif de
cet animal. Xenophon (Banquet). Socrate dit il Critobule, qui vante
sa propre beautd: Quoi donc? Tu crois etre plus beau que moi? Critobule
lui repond: Si je n’etais plus beau que toi,je serais le plus
affreux de ces Silenes que Von voit paraitre dans les drames salyriques.]
rum tumore molli, pulchritudinem suam prcedicat (Xenoph. Sympos? c.
sicut in Platonis Convivio Sileni s. Satyri formam Alcibiades illi
tribuit : et in Tlieceteti Platonici principio Theodorus negat pulchrum
esse Thecetetum, cum sit Socrati similis, tQ te cijxo-rjta xat to
s£w twv o[j.[j.aTtov, naso simo et eminen- tibus oculis, licet minus quam
Socrates utraque re sit notabilis. Nempe hcec si- gna cum
haberentur, et naturales quae- dam notce, hominis libidinosi,
iracundi et stupidi, non negabat illud Socrates, verum eo majoris
faciendam esse FILOSOFIA ostendebat, quee tantum contra vitiosam naturam
valeret. Quoniam hic sumus, non injucun- dum forte fuerit lectoribus
nostris in rem quasi preesentem ire, et ex artis, qualis tum erat,
praeceptis, Zopyri judicium defendere. Vix autem opus est admoneri
lectores, non hoc agi, Num veri aliquid sit in ea arte? Num ipso
des levres gonflees comme un abces ; de meme dans le Banquet de
Platon, Alcibiade compare son masque a celui de Silene ou d’un satyre, et
au commencement du Theatdte, l’un des interlocuteurs, Theodore, refuse toute
grace a Theatete en disant qu’il ressemble a Socrate, qu’il est camard et
que les yeux lui sortent de la tete; que pour etre chez lui moins
apparents que chez le maitre, ces defauts n’ensontpas moins
sensibles. Socrate ne niait pas d’ailleurs que ces particularites
physiques n’indiquassent un homme lascif, violent et d’un esprit
paresseux ; il en concluait seulement en faveur de la Philosophie qui
parvient a dompter un si vicieux naturel. Pendant que nous y sommes,
il ne deplaira peut-etre pas au lecteur d’aller plus au fond sur ce
chapitre et de defendre les idees de Zopyre, idees basees sur des regles
alors acceptees. Il nes’agit pas de savoir si cette Science est
sure; est-ce que 1 ’excmplc meme de Socrate etiam Socratis
exemplo ea refellatur, et vanitatis convincatur? sed hoc modo, quod
dixi, Utrum Zopyrus ex arte, et ut oportebat, judicium de illo tulerit? Exstat
in operibus Aristotelis libellus, <J>uaioyvoj[juxa inscriptus, quo
superiorum hujus artis consultorum collegisse prae- cepta videtur .
Hinc ea, quee ad formam Socratis, qua ? ad equi hujus mythici naturam
pertinent, huc transferamus. Igitur inter ’Avai- c07j- ou hoc est
stupidi, et sensu communi pene carentis signa sunt ~'x nepl tov auysv
a aap'/.oj07) 7.ocl G'j[j.7ZB7zXsj[isva x a\ auvo£ 0 £|j.£va, Ea
quas adjacent collo carnosa, complexa et colligata, itemque cervix
crassa, XGxytjkoq -ayjj;. Et Oi? Ta "£p\ ta; xXeTBoc;
aug~£pi~£cppaY(x£va £<ruv, avodaQiyroL. Nonne totidem fere
verbis CICERONEZopyrus? Stupidum esse Socratem, et bardum quod
jugula concava non haberet, obstructas eas partes et obturatas. Alia
adhuc mala signifeat ista conformatio. Olc xpd.yrj.oc r.ayyc xai ne
temoigne pas du contraire ? Mais Zopyre en a-t-il tire, en ce qui
concerne notre Philosophe, un pronostic judi- cieux ? II y a dans
les oeuvres d’Aristote un opuscule intitule Physionomiques ou ce
philosophe parait avoir recueilli les regles admises avant lui par les
habiles. Nous transcrirons celles qui se rapportent au portrait de
Socrate et au caractere de son cheval mythique. D ? apres Aristote (chap.
m), les in- dices d’un esprit lourd et presque prive du sens commun
sont le gonflement des chairs qui avoisinent le cou, leur engor-
gement et leur replelion- ce qu’il con- firme en disant au chapitre vi :
« C’cst un signe de betise que d’ avoir 1’cncolure epaisse. Zopyre,
dans CICERONE, n’ex- prime-t-il pas la meme idee? Socrate, dit-il,
etait lourd et stupide, parce quii navait pas le cou bien degage, que
ces parties etaient cheq lui comme engorgees et obstruees. Cette
conformation indi- que cncore bien d’autrcs dcfauts : la TzlioK, 0
o 1 uo£i 8 e!'s, Crassa et plena cervix iracundos signat, exemplo
taurorum: Ol? 8s [Bpayjj; ayav, irdfi ouXoi, Brevis nimium quibus
est, ii sunt homines insidiosi, lu- porum instar. Talem modo
vidimus illum malum equum, xpaxepauyeva et [Bpa- yuxpayjiXov. Talem
nisi fallor se indicat Socrates, aut potius talem significat Plato
Socratem, a natura fuisse. Videamus reliqua. Equus malus Socratis
est sp\ xa wxa ).asto;, hirsutus
circa aures. Libidinosi, Xayvou, apud Aristotelem o t xpdxoupot
oaa$T?, densa pilis i. e. hirsuta tempora. Deinde oi xa yecXrj
“aysa eyovxe; puopoi avacpdpexai £7ii xou; ovou;. Physiognomones crassa
labia stultitiae characterem faciunt, ob simili- tudinem asinorum.
Quid de se Socrates (Xenoph.) in ludicra cum pulchro Critobulo contentione?
Ata 76 r.ayla. syeiv xa ylCkt], oux otst xa\ [xaXaxaSxspdv oou 'iyv.v
xo csfX7]p.a; Propter labia crassa suum putat osculum mollius. Et,
v Eotxa syw xaxa xov nuque epaisse et charnue denote un homme
violent, par similitudo avec le taure au ; ceux qui l’ont trop courte
sont ruses, par similitude avec le loup. Or, cette indication,
1’encolure epaisse et courte, figure parmi les marques du mauvais
cheval. Si je ne me trompe Socrate avoue qu’il etait bati de la
sorte, ou plutot c’est ainsi que le depeint Platon. Voyons le reste.
Le mauvais cheval Socratique a les oreilles velues: Aristote designe comme
libertins ceux qui ont du poil jusques sur les tempes. De plus, les
physionomistes notent les grosses levres comme un indice de betise,
par similitude avec 1’ane. Or que lisonsnons dans la plaisante discussion
(Xenophon) de Socrate avec Critobule? A cause de ses l&vres charnues il
pense que son baiser est plus sensuel, et plus loin: Je te par ais
avoir, 6 Critobule, une bouche plus difforme que celle de Vane,
avec ces bourrelets qui me tienncnt lieu de levres. aov Xoyov x at Ttov
Ovojv aiayiov to GTOu.a lysiv, turpius os quam habent asini illum
mollem labiorum tumorem habere tibi, o Critobule, videor. Simus
fuit, ut vidimus, Socrates : at|jio-po'ato7:o; est malus equus. Quid
Phy- siognomones, atque adeo Zopyrus ? Si fides Aristoteli (c. 6.
p. iiyg, B.) 01 G'|j.7jV Eyovts; piva, Xayvor avacpspezai i~\ tou;
iXa^ou;, Simi sunt libidinosi, exemplo cervorum. Patulas quoque versus
nares suas, qu£e possint odores undecunque oblatos excipere, laudat
sipojv Socrates Xenophonteus, pra ? Critobuli naribus humo
obversis. Ot ;xev yao ao\ (xuxT7jpE; ei; yrjv opcSat, ol 8’ eijloi
ava“£"tavTat, wgte tx; T:av~o0£v oGua; izpoa ov/yOou. At
Physiognomones (I . C.), 0:; o! p.uxT7jp£$ ava"E^"a- pL^vot, OupiojoEi;,
Iracundi sunt, quorum patula? nares, quod in ira diffundi so- lent.
Iracundum valde a natura fuisse Socratem, non soli credamus Cy r
rillo, quamvis Porphyrium auctorem laudat, qui ab Aristoxeno se
illud dicat acce - [Socrate, nous le savons, etait camard; son mauvais
cheval a les naseaux ecrases du singe. Quel indice en tirent les
physionomistes et Zopyre ? Aristote dit. Les camards sont lascifs, par
similitude avec le cerf. Socrate declare quii a les narines lar gement
ouvertes, comme pour subodorer de toutes parts les parfums. Jaime
mieux cela, dit-il, que d’avoir, comme Critobule, un ne^ penche
vers le sol. Mais d’apres les phy- sionomistes, c’est 1’indice d’un
tempera- ment porte a la colere. Que Socrate ait etedun naturel
violent, nous ne nous en rapporterons pas la-dessus seulement a
Saint Cyrille, quoique son temoignage soit corrobore de ceux de Porphyre
etd’Aristoxene et qu’il dise en propres termes: Socrate etait devenu si
irritable qu’il ne pouvait moderer ni ses paroles ni ses
pisse, ’'Ote <pXe-/0e't7] utzo zou TrdOou; toutou [de ira sermo
est) ostvrjv etvat xr ( v aayr][jLO(Hjvr)v ouoevo; yap ouxe ovopiato;
azoa^saOat oSxe -payjj.ato;, Eo importunitatis progressum, ut nullo
neque verbo neque opere abstineret : sed ipsi de se credamus Socrati, qui
tam gravi ac molesto sibi, quam fuit Xanthippe, patientia ? et
mansuetudinis gymnasio opus fuisse, fassus sit apud Xenophontem
[Sympos.) BouXo'|ievo;, dv0pco7tot; y prjoOat jcat opuXe Tv, Tauxrjv
x&ttj- ptat, sii eloco;, oxt, et lauxrjv 'j"Otaco, PAAIQS
TOIS TE AAAOIS 'AIIASIN, avOptfaoic auveaouat, Quam ferre si posset,
facilis esset cum aliis omnibus conversatio. Unum superest : e^^OaXpto;
erat Socrates. Itaque ita jocabundus disputat cum pulchro
Critobulo, ut cum primo convenisset, Pulchras esse res, quatenus
respondeant consilio, propter quod ha- bentur; roget eum, Cujus rei
gratia ha- beamus oculos? eoque, ut necesse erat, respondente, Ad
videndum, inferat, Suos ergo pulchriores esse, qui Sta zo
actions ». Croyons-en Socrate lui-meme; dans le Banquet de Xenophon,
il avoue que le caractere acariatre de Xanthippe fut pour lui la
meilleure ecole de pa- tience et de douceur; que par la suite il
lui fut plus facile de supporter la contradici ion. Il ne reste plus
qu’une chose : So- crate avait les yeux saillants. Il dispute
la-dessus agreablement avee le beau Cri- tobule, et le fait convenir
d’abord que toute chose est belle pourvu qu’elle re- ponde au but
en vue duquel elle existe. Il lui demande alors : Pourquoi faire
avons-nous des yeux ? Pour voir, repond naturellement Critobule. E/i bien
alors, dit Socrate, mes yeux sont les plus beaux de tous, car iis me
sortent de la £7it-oXatot sivat, quod emineant, non ea modo, quas
exadversum sint videant, sed etiam quae a latere. Et cum diceretur,
secundum hmc pulcherrime oculatum (euo^OaXjj-GTa-ov) animal esse
cancrum, id ipsum affirmat. Jam Physiognomon Aristoteles"Oaoi
i£6z>- OaXjjiot, inquit, aS&vepoi, Fatui sunt, quibus oculi
eminent : rationem petit ab judicio quodam decoris et convenientia
naturali, et ab similitudine asinorum. Male de horum gente meritus
est Stagirita : quce videtur ex hoc prcesertim libello contraxisse
infamiam illam, qua ab eo inde tempore, et Platonis quibusdam
dictis, onerata est : honestum superiori cetate animal, cujus majestatem,
ut Var- roniano verbo utamur, (de R. R.) adhuc agnoscebat Homerus. De
hac re adjicietur potius huic disputationi quoddam corollarium,
quam ut longius digrediamur a Socrate. tete, si bien que je
puis voir non-seulement devant moi, mais et droite et d gaiiche. Son
interlocuteur lui repond qu’a ce compte les crabes ont de tres-beaux
yeux, et Socrate affirme que c’est parfaitement vrai. Or, d’apres
Aristote, les yeux saillants sont 1’indice de la sot- tise; il tire
ce pronostic de certains rap- ports naturels de convenance, de
syme- trie, et de la ressemblance que ces yeux offrent avec ceux
des anes. Le philosophe de Stagyre a par la bien mal merite de
cette race inoffensive, et ce doit etre a partir de ce petit traite qu’il
acquit le mauvais renoni confirme depuis par Platon lui-meme.
L’ane, cet honnete animal, etait mieux apprecie des genera- tions
precedentes, et Homere se plaisait, suivant le mot de Varron, a lui
reconnaitre de la majeste. Nous ferons de cela un corollaire a cette
dissertation pour ne pas trop nous eloigner presentement de Socrate.
Gesner a «Jcrit un appendice intitulc De antiqua Nempe tempus est, ut
videamus, quorsum evadat ille de bono et malo equo Myihus. Ad
conspectum pulchri bonus ille quidem aurigee obsequitur, contineri
se patitur, malo alteri, quantum potest reluctatur. Simile certamen
est in pulchro, qui amatur: repugnat malo isti equo bonus illius
jugalis, hic enim est 6 [xo'£u£, et ipse auriga adeo repugnat [aet’
dtSous xat Xdyou, cum pudore et recta ratione. Si ergo ita vincant
meliora, et ad vitam ordinatam, quae eadem FILOSOFIA est, ducant
illum currum, beatam et concor- dem hic vitam agunt continentes se,
et decus suum tuentes, syxpatcTs auroiv xat xdajjuot ovtss, in
servitutem redacto illo equo, cui vitiositas animae inerat; in libertatem
asserto eo, cui virtus. Tandem vero alati ac leves denuo facti, sic de
tribus illis certaminibus asinorum honestate, imprime i la suite du
Socrates sanctus pcederasta ; il ne nous a pas sembl£ otfrir assez
d’interet pour Ctre traduit. II est temps de voir ou il veut en venir
avec son Mythe du bon et du mauvais cheval. A Taspect de la beaute, ie
coursier docile obeit au cocher et se laisse contenir; il resiste de
toutes ses forces a son mauvais compagnon. L/objet aime est lui-meme
en proie aunesemblablelutte; son bon cheval se defend contre les
tentatives de son mauvais compagnon d’attelage, que de plus le cocher s’efforce
de contenir par la pudeur et la raison. Si les meilleurs instincts
remportent la victoire et conduisent le char dans les chemins de la
vie rangee, cest-d-dire de la FILOSOFIA, les deux amant s vivent dans le
bon- heur et bunion, maitres d’ eux-memes et regles dans leurs
mceurs : iis ont dompte le mauvais cheval, qui repre- sente le
vice, et affranchi 1’autre qui represente la vertu. Recouvrant enfin leurs
t ailes et leur legbrete primitives, iis sor- tent vainqueurs de ces
trois luttes vraiment Olympiques dont nous avons parle plus haut. Socrate
peut donc dire*sans hesitation que ccux qui se prescrvcnt. vere
Olympicis, unum vicerunt. Absque hcesitatione igitur beatissimos esse
dicit, qui se puros et castos ab amore Venereo servaverint. At
nunc sequitur apud Platonem, in quo defendere illum, Platonem, in-
quam, nam Socratis causam hic segre- gandum putamus (vid. 6) paullo
diffi- cilius est; tacuisset enim forte sapientius : sed non
iniquum (i) excusare. Nempe his, quee modo prolata sunt, subjungit,
quee non scripta equidem malim : sed pono, ne quid dissimulasse videar,
ne parum bona fide egisse. Quam vero caute, quam suspensa velut
manu illud ulcus tractet, videre opera? pretium est. Eav’ os
8tatT7) <popzi7Ui)~ipx ~z xat A<I>IAO— cptXoTtjxu) 8s
yprfacjvzx'., -i/' av ~oj ev uiOat; sitivi a)xA7) dasXsta Tci>
axoXaTCto ajTOtv Gno- JXiytco XaSovTE, xa\ tjrjya; xopojpo-j;
aovaya- yovTE et; toeutov, tf ( v u ~6 :wv -oXX oiv [xaxaot-
fi) Multum certe facilior causa Platonis, quam alicujus Beneventani
Episcopi: aut aliorum, quos vrxterco sciens. purs et chastes, de
1’amour Venerien, jouissent de la plus grande beatitude. Ce qui
suit, chez Platon, est un peu plus difficile a expliquer; chez Platon,
disons-nous, car ici nous croyons devoir separer sa cause de celle de
Socrate; evidemment il aurait mieux fait de se taire, mais il n’cst pas
impossible de l’excuser. A ces choses sublimes que nous venons de
transcrire, il en ajoute d’autres que j’aimerais mieux lui voir
passer sous silence; je les exposerai cependant, de peur de paraitre rien
dissi- muler et manquer un peu de bonne foi. Il faut ici donner le
texte pour qu’on [Son cas est en effet moins grave que celui de
certain eveque de Bdnevent et de quelques autres que je ne veux pas
nommer. L’auteur fait ici allusion a 1’archeveque Giovanni .delia Casa et
a son fameux Capitolo dei forno ; mais il ne 1’avait probablement
pas lu, et il se meprend, comme bien d’autres, surle sens de ce celebre
petit poeme. cTr;v atpeotv £tXcTr ( v ~t /ai Ste^pa^avxo x x X. Si vero
vitam vivant LICENTIOREM et A PHILOSOPHIA ALIENAM, ean- demque
ambitiosam, forte aliqua in ebrietate aut qua alia negligentia
depre- hensas INCAUTAS animas equi illi uiriusque amatoris
indomiti, eodem con- ducant, et sic illam quce beata vulgo videtur
electionem faciant, et (turpe illud facimts) peragant : eoque peracto per
re- liquum tempus utantur quidem (illa voluptate ) sed raro, quippe
qui non omnino deliberata mente (sed deprehensi velut incauti ) hoc
agant etiam hi præmium non parvum amatorii illius furoris (non
Venerei, de quo modo dic- tum, sed philosophi) auferunt : in tenebras
enim illas et illud sub terram iter non veniunt, etc. voie avec
quelle prudence et sans appuyer la main, il decouvre cet ulcere de la
civilisation Grecque. S’ils embr assent, dit-il, nn genre de vie moins
austdre, etrangbre a la Philosophie et livree aux passions
desordonnees, il arrivera quau milieu de Vivresse ou de quelque
autre etourderie les coursiers indomptes sur- prendront leurs ames
et les meneront l’un et l’ autre au meme but,' iis prendront alors
le parti de faire ce en quoi, selon le vul- gaire, consiste le supreme
bonheur et (c’est la le crime infame) satisferont leurs desirs.
Dans la suite, iis renouvelleront leurs jouissances, mais rarement,
parce qxCelles ne sont pas approuvdes de l’dme entiSre et qu’ils
agissent comme par surprise et sans defense. C’est pourquoi ce qu’il y a
encore d’excellent dans leur amour (le pur amour pliilosophique et
non le desir Venerien) recevra plus tard sa recompcnse ; iis niront pas,
aprds leur mort, dans ces tenebres et par ces routcs souterraines, etc.
yo Apertum est his, qui et sermonem Platonis intelligunt, et
non ultro qucerunt crimina, non illum prcemium constituere pceder
astice turpi, non Philosophice genus facere flagitiosum puerorum amorem
: sed summam c.ulpce esse hanc, quod dicat, si qui coelestis illius
pulchritudinis, quam in volatu illo suo viderint, desiderio icti, etiam
pulchros amant, et dum arctius eos complectantur, liberius cum iis
versentur, etiam ad turpe facinus ab ebrietate, certe ex improviso,
incauti, proster deliberatam voluntatem, abri- piantur, id quod
ipsis contingat ob genus vivendi licentius atque a Philosophia alienum,
iis tamen prodesse primum illud7'iobiliusque philosophandi propositum, ut
non cum reliquis ad inferos mittantur, et ad poenarum locum non
cogantur post ternas millenorum anno- rum periodos, septem alias subire
ete sed facilius alas ut recipiant, quibus evo- lare ad coelestia,
deum aliquem sequi du- cem possint. Hactenus reprehendat Pla-
tonem, si quis volet, non ut laudatorem. II est bien clair, pour qui veut
comprendre Platon et ne cherche pas de griefs de son plein gre, qu J il
n’assigne pas cette recompense aux fauteurs du vice honteux, qu’il
ne fait pas de 1’ignominieux amour masculin un attribut special des
Philosophes. On voit, au con- traire, combicn il blame ceux qui,
les yeux encore eblouis de cette beaute celeste entrevue par eux dans
leur vol anterieur, con^oivent des desirs pour la beaute terrestre,
recherchent les jeunes garcons, et a force de les embrasser etroi-
tement, devivre familierement avec eux, se trouvent entraines a 1
’improviste, au milieu de livresse, par surprise et sans que leur
volonte y ait part, a conimettre l’acte immonde; cela leur arrive,
parce qu’ils ont adopte un genre de vie trop libre et qu’ils
negligent la Philosophie. Iis tirent cependant ce profit, de s’etre
d’abord propose pour but cette noble Science, qu’ils ne sont pas relegues
aux enfers avec tous les autres hommes ; apres une revolution de
trois mille annees, iis Pcederastice, sed ut clementem nimis,
lentumque adeo castigatorem : qui præsertim in aliis peccatis severum satis
ac durum se praebuerit. Sed, si cequi esse volumus, si de nostris
religionum doctoribus ecquos ex- periri judices, videamus etiam, quid
dici pro ratione illa Platonis possit, quid pro Socrate, quatenus
et ipse non horribili flagello sectari vitia id genus solebat.
Distinguamus legislatoris personam et Philosophi. Legibus Atheniensium
primo antiquissimis illis a Cecrope, sanctitas Bona pars libri De re
publica decimi in eo consumitur, ut a"apat~r]Tou?,
a^apa[xu0rjTOU?, implacabiles sacrificiis Deos, ostendant. Vid.
pras. extr. et conf. qua: collegit Davis. ad Gic. de Legib.
j n’ont pas a en su.bir sept mille autres; iis recouvrent plus
vite leurs ailes et peu- vent s’elancer vers les spheres celestes,
a la suite d’un des douze dieux. Que l’on reproche donc a Platon,
si l’on veut, non pas de s’etre fait 1’apologiste de la Pede-
rastie, mais d’avoir ete trop clement, de ne pas chatier assez ferme, lui
surtout qui pour de moindres fautes se montre si dur et si severe. Mais
soyons equitables; prenons d’honnetes gens pour juges de nos Phi-
losophes, voyons ce que l’on peut dire en faveur de Platon ou de Socrate,
et jusqu’a quel point ce dernier a vraiment neglige de flageller le
vice en question. II faut distinguer le legislateur du Phi- losophe.
Les plus anciennes lois Athe- niennes, celles de Cecrops,
proclamaient la saintete du mariage. La loi de Dracon [II emploie la
majeure partie du X® livre de sa Republique a montrer que les dieux sont
insatiables de sacrifices. Comparez avec ce qu’a <5crit Davies
sur le Tr ciite des lois, de Cicerrr.i. matrimoniorum constituta :
Draconis lex capite plectebat adulteros : Solon li- beram faciebat
marito potestatem sta- tuendi in adulterum in facto deprehen- sum,
quidquid liberet. Itaque mirum fuerit si masculam libidinem non
punis- sent. Sed bene habet : supersunt monu- menta Solonis
hac etiam de re legum, diligenter collecta a Sam. Petito (de Legibus Att. et in Commentario) prcesertim
ex vEschinis in Timarchum (edit. Aurei. Allobr.) et Demosthenis
contra Androtionem orationibus : unde hoc constat, qui vi vel
persuasione ingenuum corrupisset, produxissetve, gravissima poena
(quce ad ultimum supplicium corruptoris et productoris, in- terdum etiam
corrupti, poterat progredi) affectum esse. Qui illam patiendi pro
mercede turpitudinem admisisset, si effugisset poenam aliam, illi neque
lice- bat inter novem Archontas esse, neque punissait de mort les
adulteres; Solon laissait la faculte au mari, dans le cas de
flagrant delit, de se faire justice comme il 1’entendrait. II serait bien
surprenant que ces deux legislateurs fussent muets a l’egard de
Tamour masculin. Mais nous avons mieux ; il reste des lois portees
par Solon sur la matiere divers fragments precieusement recueillis
par Samuel Petit (voy. ses Lois attiques et le Commentaire dont il a
accompagne cet ouvrage); ii les a surtout tires du Discours contre
Timarque, d’Eschine, et du Discours contre Androtion, de Demos-
thene. Il y est dit : Quiconque, memesans violence, aura debauche ou
prostitue un homme de condition libre sera passible de la peine la
plus rigoureuse. Le chatiment pouvait etre la mort, dans l’un comme dans
Tautre cas, et pour le liber- tin, comme pour savictime. C elui qui
se sera prostitue pour de l’argent, s’il echappe a toute autre peine, ne
pourra ni fungi sacerdotio, neque syndicum creari, neque ullum
magistratum vel intra vel extra urbem, neque sortito neque suf-
fragiis, capere, neque pro Praecone s. oratore mitti usquam, neque sententiam dicere
unquam, neque in templa publica intrare, neque in pompa coronata et ipsum
coronari, neque intra sacros fori cancellos (evto; twv t rj; ayopa?
TteptppavTT]- P’'wv) ingredi. Si quis vero damnatus im- pudicitiae
quidquam horum fecisset, capital erat. 0avato> r7)[j.'oua0w sunt verba
legis ab As schine recitata. Plura huc transferri opus non est, cum rarum
esse Petiti opus desierit. Summa capita habet etiam in Themide Attica
Meursius. Utrum seynpcr valuerint istce leges? annon eas perruperit interdum au
etre l’un des neu f archontes, ni remplir aucune fonction sacerdotale, ni
etre nomme delegue d’une ville; il lui est interdii dexercer aucune
magistrature, soit en dedans, soit en dehors de la cite, quii ait et
e designe par le sort ou par les suffrages de ses concitoyens; d’etre
en- voyd nulle part comme Herault, ou comme orateur; de prononcer
aucune sentence; de penetrer dans les temples publics; de faire
partie des processions et d’y porter une couronne sur la tetc; de
franchir ienceinte sacree de l’Agora. Qiiiconque, deja condamne pour
fait de prostitutiori, fera ou acceptera de faire une de ces choses
sera puni de mort. Puni de mort, tel est le texte meme de la loi lue
par Eschine. II est inutile d’en transcrire ici davantage, car
Touvrage de Samuel Petit est loin d’etre rare ; Meursius en a meme
donne, dans sa Themis Attique, les cha- pitres importants. Ces
prescriptions eurent-elles tou- jours force de loi? Ne purent-elles
etre dacia, astus subterfugerit, eluserint rhetores? annon ipsa
poenarum gravitas impunitati occasionem non nunquam de- derit? an
non professce impudicitiae ho- minis utriusque sexus, libidinum
publica- rum victimce, toleratce sint? An denique poetce non multa
saepe impudenter scrip- serint, fecerint? jam non quceritur. Uti-
nam non avxtxatrjyopia quadam repellere possent veteres Attici
cujuscunque vel sec- tae vel cetatis homines, si qui acerbius ex-
probrare iis velint, quce de Comicorum pe- tulantia sublegerunt illi apud
Athenaeum Deipnosophistce, et quae colligere ex illa parentum cura
apud Platonem (Conviv. p. 3ig, E), Pceda- gogos constituentium suis
filiis, qui ne quidem colloqui suis cum amatoribus (turpibus
nimirum et flagitiosis) eos patiantur: e. i. g. a. Ceterum severitate
legum eo ma- gis opus erat, quod obtentum fiagitiis enfreintes par
les audacicux, adroitemcnt tournees par les gens ruses, eludees par
les avocats? La rigueur du chatiment ne favorisa-t-elle pas elle-meme
Timpunite? Est-ce qu’on ne tolera pas des prostitues de profession,
victimes de 1’incontinence publique et remplissant le role de l’un et
1’autre sexe ? Les poetes n’ont-ils pas ef- frontement deerit ces
turpitudes, ne les ont-ils pas mises en action sur la scene? Cela
ne fait aucun doute. Plut au ciel que les Atheniens de nfimporte
quelle secte et de quelle epoque ne pussent re- tourner Taccusation
a ceux qui leur re- procheraient trop vertement ces horreurs
etalees par les poetes comiques et recueil- lies par les Deipnosophistes
d’Athenee, ou ce qu’on peut induire de 1’inquietude des peres de
famille confiant leurs fils, d’apres Platon, a des precepteurs severes,
pour les empecher de s’entretenir avec leurs amis, des amis infames
et detestables. 3o. Les lois devaient etre d’autant plus
severes, que les coutumes de la Grece] non nunquam praeberet (ut nempe
res sancta? prope omnes, ut ipsce populorum sceculorumque pene
omnium religiones, atque ceremonice) ille puerorum amor, castus,
legitimus, sanctus, quo tanquam potentissimo virtutis cum bellicce
tum civilis incitamento utebantur qucedam Grcecorum respublicce :
quarum legisla- tores, cum viderent, ignava fere esse virtutis
prcecepta, firmis licet nixa demonstrationibus, nisi ea affectu quodam et
tanquam spiritu animentur, nisi ev0ou- aiaajxou quoddam genus accedat,
quo acti homines et commoda sua, et jacturas, et salutem, et
pericula et tormenta contem- nerent. Hinc excogitata et in usum
civitatis recepta sunt splendida ista et efficacissima remedia, Religio,
Pudor, Amor patrice, Gloria, res quondam po- tentissimce, quod ex
illarum effectibus judicare pronum est: nunc prceclara quo- rundam,
qui sibi Philosophi videntur, opera fere ad inanium vocabulorum strepitus
relata, et, dum relata sunt, etiam redacta. comme toutes les choses
saintes, comme les cultes et les ceremonies religieuses de presque
tous les peuples et de tous les temps) donnaient plus de facilite a
la depravation. La fervente amitie entre jeunes gens, Tamitie
chaste, legitime, sacree, etait favorisee, dans les republiques de la
Grece, comme le plus energique stimulant du courage militaire et des
vertus civiles. Leurs legislateurs savaient bien que ni la vertu ni le
courage ne s'inculquent a 1’aide de demonstrations, si bonnes qu’elles
soient; que 1’homme est naturellement faible a moins qu’il ne soit
pousse par la passion et par 1’orgueil ou entraine par cette espece
d’enthousiasme qui lui fait mepriser les aises de la vie, la
fortune, la vie elle-meme, et affronter les perils et les supplices.
C’est pourquoi l’on mettait en jeu, dans Torganisme de la cite, ces
heroiques et sublimes mobiles, la Religion, 1’Honneur, 1’Amour de la patrie,
la Gloire, mobiles autrefois bien puis- sants, comme nous pouvonsen juger
par ce qu’ils firent accomplir; aujourd’hui,In illis igitur rei publicce
bene gerenda? incitamentis, an instrumentis? erat Amor ille
adolescentulorum tum in- ter se, tum inter ipsos et natu majores:
inde illa sacra Amantium cohors The- bis, et Cretensium. Quanta illius
vis esset, et quam metuendus esset miles amator, svOouatwv, et ab
Amore simul atque a Marte bacchans, occurenti in prcelio hosti, ita
enarrat 2E liantis (H. V. ) ut IvOo-jatav et furere ipse
prope videatur. Idem Laconica qucedam circa eam disciplina?
publica? partem instituta commemorat: V. G. ab illis multatum esse
virum alioquin bonum, ea de causa, quod nullum habere juniorem, quem
amando sui similem, et per hunc forte etiam alios, redderet: itemque
peccantis adolescentuli virum amatorem punitum, cui grace a de certains
Philosophes, ou soi-disant tels, ces grandes choses ne sont plus que de
vains mots, creux et vides, dont le sens s’affaiblit a mesure qu’on en
abuse. Ainsi, 1’Amour des jeunes gens, soit entre eux-raemes, soit
entre eux et leurs ames, etait favorise partout en Grece, pour le
bien de la chose publique; voila ce qui donna naissance a la cohorte
sacree des Amants, chez les Thebains et chez les Cretois. Quel etait le
courage de ces sortes de soldats, quelle etait la ter- reur qu’ils
inspiraient, lorsqu’ils rencontraient Tennemi, ivres a la fois d’amour et
de sang: c’est ce que Elien nous a fait connaitre, en partageant, pour
nous les mieux depeindre, leur impetuosite et leur fureur. II nous
indique aussi qu’il y avait quelque chose de semblable dans les
institutions de Sparte; un Lacedemonien fut mis a 1’amende,
quoique excellent citoyen, pour avoir neglige d’aimer quelque compagnon
plus jeune que lui, a qui il aurait inculque ses vertus et nempe
illius imputari vitia posse cen serent. Etiam illud Laconicum narrat,
so- litos ibi adolescentulos petere ab ama- toribus, viris nempe
bonis ac fortibus, stareveTv auTot ?, ut se adflarent. Interpreta-
tur illud verbum, Laconibus proprium, sElianus per epav, amare : idem
factum ab Hesychio V. sp.-v£ Tjj-ou, et epa, eia7cver. Multa similia
ad utrumque Hesychii locum viri docti, post Meursium (Mis- cell.
Lac.) sed nihil, unde ratio ap- pellationis queat intelligi. Nec
satisfacit, quod refert, non probat Eustathius (ad Odyss.)
EtarevElxai yap tpaat, t 7j? pLOp^? ti /at x i); wpa;, inspirari aliquid fornice et
pulchritudinis. Hcec enim Laconicce se- veritati parum conveniunt, si
fides anti- quis, ipsique adeo JEliano in ipso illo, de quo agimus,
loco. Srap-ctaTT)? epio;
ataqui eut ete capable, a son tour, de les transmettre a d’autres.
Lorsqu’un jeune homme commettait une faute, les Spar- tiates
punissaientson intime ami, comme responsable des vices qu’il lui
tolerait. Elien rapporte encore cette autre coutume de Sparte, que
les jeunes gens exigeaient de ceux dont iis etaient aimes, toujours
choisis parmi les meilleurs et les plus braves, ut se adflarent. II
explique le verbe ekjttvs Tv (adflare), propre aux Laconiens, par cet
autre : spav (aimer), et Hesychius de meme aux mots EpjcvEtgou, ipS et
eiu7iveT. Divers savants ont accueilli cette interpretation, a 1’exemple
de Meursius; mais je n’ai rien compris aux raisons qu’ils en
donnent. Je ne suis pas davan- tage satisfait de Tassertion emise,
sans preuve, par Eustathe, dans son commen- taire des chants IV e
et V e de YOdyssee : a Les inspires sont guides dans leur [On
appelait indifTeremment ItaKVETxat, ii a- 7UvrjXa' (inspires) ou spacjiat
(amants) ces couples ypov oux otosv x. t. X. Spartanus amor turpe
nihil quidquam novit. Sive enim ausus fuerit adolescentulus pati
turpia (upo-v uzoaeivat) sive amator facere (£»|Bp6 oat) neutri
quidem Spartee manere pro- fuerit : aut enim patria privarentur,
aut vita ipsa. Quare illud ela-vetv s. s[j.7ivsTv, illos
£ta7iVTjXa;, quos eosdem aixa? vocat Eustathius (Hesych. afcav, s-aTpov)
ab in- spirando s. adspirando divino quodam spiritu, dictos
arbitror, unde afflati, ut 7rveuu.atocpo'poi quidam et svOouaiwvTsc,
divi- no quodam furore perciti, ruerent. Hic est ille furor, quem
supra) tetigimus, et de quo plura sunt in Platonis Phædro. Nempe
spiritum 7iveSp.a quum dicebant antiqui, non rem illi tantum cogitantem
indicabant, sed rem subtilem, magna ean- dem movendi et agendi vi
praeditam, etc. de friires d’armes, si terribles dans les batailles.
'Etcnvelv (ad/lare) peut se traduire positivement par meter les souffles
ou metaphoriquement par avoir des aspirations communes.] choix par la
beaute et 1’elegance corporelle. Cela me parait peu convenir a cette
severite Laconienne dont temoignent tous les anciens et Elien lui-meme, a
Tendroit en question. On ignorait a Sparte ce que detait que les
impures amours. Si quelque jeune homme eut ose se prostituer, ou
prendre 1’autre role, il lui eut mal reussi de rester d Sparte; il y
allait pour lui de Vexilou de la mort. C’est ce qui me fait croire que ces
inspires, designes aussi sous les noms de compagnons, freres d’armes, par
Eustathe et par Hesychius, etaient ainsi appeles du souffle ou de
Tesprit en quelque sorte divin qui les animait, lorsqu’ilsse
ruaient sur l’ennemi comme transportes d’une fureur plus
qu’humaine. Nous avons deja parle de cette espece de delire, dont il
est si souvent question dans le Phedre de Platon. Il convient en
effet de remarquer que les anciens n’entendaient pas comme nous par
esprit une faculte intellectuelle, mais une essence subtile, douee
d’une grande forcc de mouvement et d’action. Non vagatur hcec extra
oleas ora- tio. Cum enim fuerit, quod, adhuc probatum est, in Græcia
r.aiozptxizv.a. quaedam honestissima, et sancta adeo, qua ad virtutem,
bellicam praesertim, et quidquid pul- chrum est, incitari homines
crederentur, cum nomina spojvuo?, Ipaaxou, raioapaaxou, itemque
spwuivoy, -atot/.wv, et similia tur- pitudinem nondum haberent : cum
illud raiSspaaxsTv res esset adeo honesta, ut quem ad modum capital
Romae erat servo, si militarat, ita Solonis lege multaretur
quinquaginta plagis publice, qui servus eXsuOspou 7ra'oo; spav, amare
liberum puerum, auderet : haec ita se cum haberent omnia, nemo jam debet
mirari, adolescentulorum esse amorem professum Socratem, fecisse illum, quae
ante dicta sunt, eaque scripsisse tanquam So- cratis dicta Platonem, quae
ex Phaedro commemoravimus . Quod mitior est vel Plato, vel ipse
adeo Socrates, (si quis ei tribuat, non satis ille quidem aequa ratione,
quidquid apud Platonem ex ipsius persona dictum ponitur) in hos etiam
quos Cette digression ne nous a pas eloigne de notre sujet. Puisqu’il
existait en Grece, comme nous venons de le prouver, une
jcatBspao-rfta tres-honnete, sainte, on peut dire, et reputee propre
a pousser les hommes au bien et a la vertu, surtout a la vertu
guerriere; puisque les mots d’amants, d’amis, de 7tad>epa<jTcu
et de 7:aioi7.wv n’avaient rien de honteux; puisqu’il etait meme si
honorable de se livrer a cette zcaSspaardtix, que la loi de Solon
punissait de cinquante coups de fouet, subis en pleine place
publique, tout esclave qui aurait ose aimer un jeune homme de
condition libre; puisque tout cela est irrefutable, personne ne doit
s’etonner que Socrate ait professe 1’amour des j eunes gens, qu’il ait
lui-meme eprouve cet amour et agi en consequence; que Platon nous
ait transmis, comme l’ex- pression des doctrines de Socrate, ce que
nous avons cite du Phedre. Sans doute Platon ou, si l’on veut, Socrate,
quoiqu’il ne soit pas equitable de lui attribuer tout ce que son
disciple lui fait dire, se montre mala libido ad turpitudinem
transversos abripuit) illud primo hanc rationem, ut innuimus,
habuit, quod nec legislatorem hic, neque publicum accusa- torem
ageret ; sed Philosophum, sed amatorem, amicum certe quidem, qui
non metu pcence deterrere a turpitudine homines, sed virtutis amore
revocare a peccato vellet. Deinde erant forte, quibus parcendum
erat, juvenes a vitiis ejusmodi non plane puri, Alcibiades, Critias,
alii, 9[Xox''[j.o) illi quidem sed eadem «popti- /Mxipcc et dcfikoaofM
otattr) yprjaajxsvoi quos abscisse nimis ab omni fructu Philosophice, ab
omni ad virtutem reditu excludere velle, et sic plane a se et
a virtute segregare, non erat consilii. Non instituam hic
comparationes, quce invidiam habere possunt: sed illud addam unum, si
forte aliquid veri sit ineo, quod de liberiori Socratis adolescentia
dictum est /'§.: si non mendax historia, e qua refert Origenes
contra Celsum, qui superiorem vitee conditionem primis Christi discipulis
objecerat [beaucoup trop clement envers ceux qu’un infame desir pousse a
Tacte honteux. Son excuse, nous Tavons deja dit, c’est que ce n’est
pas ici un accusateur public ou un legislateur qui parle, c’est un
Philosophe, un ami, un amant, et il essaye non de detourner les
hommes du vice en les ef- frayant par la menaee des chatiments,
rnais de les dissuader d’une faute en leur inculquant Tamour de la vertu.
II y avait d’ailleurs peut-etre autour de lui des jeunes gens qui
n’etaient pas irreprochables et envers lesquels il ne fallait pas se
montrertrop dur, un Alcibiade, un Critias, d’autres encore, pleins de
fougue, adonnes a une vielicencieuse et etrangere a la sagesse; les
priver de quelques-uns des benefices de la philosophie, c’eut ete
leur fermer toute voie de retour au bien, les eloigner de la personne du
maitre et par consequent de la vertu. Je ne cherche pas a faire des
comparaisons qui pourraient sembler malseantes; je veux ce- pendant
rapporter un fait, vrai ou faux, qui a traita la jeunesse un tant soit
peu Phcedonem e lupanari traductum ad Philosophiam a Socrate : quid
facere illum oportebat in hac disputatione? Nihil igitur est in Phædro,
quod urgeat Socratem : si quid incautius dic- tum sit, illa
Platonis culpa fuerit: quamquam si universam circumstantiam, ut a nobis
ostensa est, quis consideret, etiam hunc accusare, vel non excusare,
iniquum videtur. De Convivio Platonis jam non opus est multis disputare.
Distin- guat mihi aliquis personas loquentes: ad universam libelli
descriptionem, quam vocamus Œconomian, ad Allegorian denique ab
amore Venereo ductam, ac translatam ad animos, quorum lenonem se et
obstetricem ferebat Socrates: ad hcec, inquam, mihi attendat aliquis,
et et l’amour grec q3 dereglee de Socrate. C'est Origene qui le
raconte dans son traite contre Celse. Celse reprochait aux premiers
disciples du Christ d’avoir ete tires de conditions abjectes;
Origene repondit que Socrate avait bien tire Phedon d’un mauvais lieu
pour le convertir a la Philosophie. Je vous demande un peu ce que ce
Phedon venait faire dans la discussion. On ne rencontre donc rien
dans le Phedre qui puisse incriminer Socrate; s’il y a ca et la
quelques paroles imprudentes, c’est la faute de Platon. Encore, si
l’on examine bien toutes les circonstances, comme nous 1’avons
fait, il serait injuste, tout en blamant Platon, de ne pas lui
trouver d’excuse. Nous ne nous etendrons pas longuernent sur son Banquet.
Que l’on distingue bien les uns des autres les interlocuteurs, que
Fon fasse attention a 1’ensemble du dialogue, a ce que nous
appelons 1’economie de 1’ouvrage, que Fon analyse enfin cette allegorie
tirce de 1’amour physique, puis appliquee aux mirabor, si quid ibi
sit, unde Jiagitio ipsi praesidium, vel crimini in Socratem jactato
firmamentum peti possit. Sed est in illo libro, quod maxime ad
defenden- dum a Socrate fagitium pertinet, quod ut magis pateat,
tota ultimee partis, et velut actus postremi fabulae illius convivalis,
CEconomia proponenda est, e qua ipsa appareat, velle pro veris haberi
Platonem, qua ’ in Alcibiadis personam conjecta de Socrate
dicuntur. Ebrius nempe Alcibiades ad eum finem, ut neque pedes
officium faciant, comissator supervenit potantibus apud Agathonem
Socrati ceterisque. Hic, ex lege compotationis, dextrum sibi accum-
bentem Socratem laudare jussus, obse- quitur cum professione ebrietatis,
ut tamen vera se dicturum confirmet et redargui petat, si quid mentiatur.
Ac primo sub imagine quadam lau [idees, dont Socrate se donnait comme
l’entremetteur et Taccoucheur, et je serai bien surpris si 1’on y
decouvre quoi que ce soit en faveur du vice infame ou a 1’appui de
1’accusation portee contre Socrate. On pourra y puiser, au contraire, les
meilleurs arguments pour l’en defendre; mais il est necessaire d’exposer
ici toute 1’ordonnance de la derniere partie, ou plutot du dernier
acte de ce dialogue, ou il est clair que Platon veut nous faire
tenir comme vrai ce qu’il a place, touchant Socrate, dans la bouche
d’Alcibiade. Alcibiade arrive a la fin du festin dans un tel etat
d’ivresse que ses pieds refusent de le porter; il veut prendre sa
part de plaisir avec Socrate et les autres, en train de boire chez
Agathon. La, par suite d’une convention adoptee entre les convives,
il est force de faire 1’eloge de Socrate, assis a sa droite, et
demande de 1’indulgence, en se fondant sur ce qu’il est ivre ; il
affirme pourtant qu’il ne daturus Socratem, cum Sileno aliquo (Conf.
J nominatim cum Satyro Marsya, tibicine, illum comparat, cujus
figura, ex ligno, edolata ruditer atque deformi, utebantur artifices pro
theca, quce intus haberet pulcherrimum aliquem Mercuriolum:
scilicet in corpore deformi habitare animam pulcherrimam demonstrat: et
esse tibicini Marsyce similem Socratem, ob illam vim demulcendi
animos, cui resisti non posset. Deinde narrat, cum eundem pulchrorum
sectatorem quendam ct capta- torem videret, se, qui fiduciam
fornice haberet, sperasse, si pellicere virum ad amorem sui
(venereum nempe) posset, eique se prceberet obsequiosum, impetra-
turum se ab illo admirabilem illam artem, et ablaturum, quce Socrates
sciret, omnia. Hinc narrat verbis quidem honestis modestisque, et tamen
venia ante dira que la verite et exige, s’il se trompe, qu’on lui
donne un dementi. II com- mence, pour louer Socrate, par le comparer a
ces grossieres figures de bois representant Silene ou le satyre Marsyas,
le joueur de flute, sculptees sans travail et sans art, dont les
statuaires se servaient comme de gaines, et qui recelaient a 1’interieur
quelque joli petit Mercure; ainsi, dit-il, dans un corps difforme peut
habiter une belle ame; de plus, Socrate ressemble au joueur de flute Mar-
syas en ce qu’il a, pour charmer, une force a laquelle nui n’est en etat
de resister. II raconte ensuite que le voyant s’attacher a la
poursuite des beaux adolescents et s’efforcer de les prendre dans ses
filets, plein de confiance en sa beaute parfaite, il avait essaye de lui
inspirer de 1’amour, comptant bien qu’avec un peu de complaisance
pour ses desirs il obtiendrait de lui qu’il lui communiquat son admirable
science, et qu'il gagnerait a cela tous les talents de Socrate.
Alcibiade exorata ebrietati, et pro? Fatus uti servi aliique profani aures
obturent (zuXa<; 7: avo [xEyaXai xot; walv £7ri0E<?0s) quam varie,
et quibus veluti gradibus, frustra continentiam Socratis, temperan-
tiamquefrecte fortitudinis hic nomen adjicit) tentarit. Summam facit hanc, ut
Deos Deasque testes faciat, se cum totam noctem sub eadem veste cum
Socrate jacuisset, non aliter ab illo, quam ut filium a patre, aut a
fratre majori frater deberet, surrexisse. Itaque se frustratum spei esse in homine,
quem hac sola forte parte capi posse putasset. Enumeratis deinde aliis
Socratis virtutibus, bellica prcesertim, qua sibi etiam vitam
servarit, addit, non se tan- tum contumelia tali ab eo affectum,
sed Charmiden etiam, Euthydemum et gg place ici, mais en
termes honnetes et mesures, quoiqu’il se soit excuse sur son ivresse
et qu'il ait recommande aux esclaves et aux profanes de se boucher les
oreilles, le recit des gradations savantes et de tous les stratagemes
vainement mis en oeuvre par lui pour induire en tenta- tion la
continence, la temperance ou plutot, comme il le dit fort justement, l’heroique
fermete de Socrate. II conclut en disant: Je prends les dieux et les
deesses d temoin quapres avoir repose toute une nuit d cote de
Socrate, et sous le meme m ante au, je me levai d'aupres de lui tel
que je serais sorti du lit de mon pere ou de mon frere aine. Ainsi, le
seul point par lequel il croyait que cet homme fut accessible avait
tout a fait trompe ses esperances. Apres avoir ensuite enumere
les autres vertus de Socrate et appuye sur sa valeur guerriere, a
laquelle il etait lui-meme redevable de la vie, il ajoute qu’il n’est pas
le seul, du reste, a qui Socrate alios multos, quos ille amoris
simulatione deceptos in potestatem suam redegerit, ou? oiito; s^aTCatojv
w; IpaartT)?, Tuatoty.a piaXXov autos -/.aOiaTa-ai avi’ epaotou. Nempe
adulabantur vulgo amatores, certe qui turpe quid spectarent, pueris
aetatula sua et illa ipsa adulatione superbientibus. Alia ratio
Socratica, quae etiam supra in Lysidis argumento declarata est. Suavissima sunt
reliqua in Symposio Platonis: eo autem referuntur omnia, ut intelligamus
Socratis hanc fuisse consuetudinem, pulchrorum amorem uti prae se ferret,
cum illis suaviter et amice ut versaretur, ut virtutis illos amore
impleret, reliqua omnia non tanti esse ostenderet, in quibus valde sibi
elaborandum vir sapiens existimaret. Sanctus ergo Paederasta
Socrates, et foedissimi, si quod usquam est, crimiait fait un tel
affront; que pareille chose est arrivee a Charmis, a Euthydeme et a
bien d’autres qu’il avait feint d’aimer tendrement, pour mieux les
asservir et les diriger. Les amis vulgaires, ceux surtout qui esperaient
de honteuses complaisances, se faisaient les flatteurs des jeunes garcons,
et ceux-ci n’en etaient que plus fiers de leur beaute. Autre etait
la methode Socratique, comme nous l’avons montre plus haut en exposant le
sujet du Lysis. Ce qui suit, dans le Banquet de Platon, est charmant; tout
aboutit a nous montrer que telle etait la coutume de Socrate de
rechercher les bonnes graces des jeunes gens que distinguait un exteneur
gracieux, et de vivre avec eux dans une douce et agreable intimite,
afin de leur faire aimer la vertu; ce point obtenu, il jugeait
facile de leur donner les autres qualites qu’un sage doit s'appliquer a
acquerir. Ainsi, Socrate n’avait pour la jeunesse qu’un amour chaste; il
etait pur du nis expers: a quo etiam alios avocare studuit, quod
Critice exemplo docet Xenophon, ejus, qui post in triginta tyrannis
fuit, quem Euthydemi pudori insidiari cum sentiret, utxov ti Tiaay
eiv dixit, suillo more prurire, eaque re inimicitias hominis factiosi et
potentis sibi contraxit; quibus carere poterat, nisi potius fuisset
officium. Sed admonet me Xenophon de crimine
alterius illo quidem generis, et multo, ut in malis, tolerabiliore :
quod tamen ipsum etiam in illo adhaerescere, quantum in me est, non
patiar. Accusatur, ut naturalis quidem, sed malce tamen libidinis suasor et
leno quidam, propter ea quce referuntur in Xenophontis Convivio. Sed nec
ibi quidquam est, cujus bonum Socratem, aut illius amicos pudere debeat. Spectacula exhibentur
convivis mirabilia, partim vice infame entre tous. Bien mieux, il
s’efiforcad’en detourner lesautres, comme Xenophon nous 1’apprend par
1’exemple de Critias. Ce disciple de Socrate, devenu par la suite
l'un des Trente tyrans, avait voulu attenter a la pudeur
d’Euthydeme; lorsque son ancien maitre Bapprit: II a le prurit du
porc{ i), s’ecria-t-il ; paroles qui lui attir£rent 1’animosite d’un
homme puissant et redoutable, ce qu’il lui eut ete facile d’eviter,
s’il n’avait mieux aime faire son devoir. 3g. Mais Xenophon me fait
songer a une autre accusation qui a ete egalement portee contre
Socrate; quoique moins grave, elle n’en est pas moins facheuse, et
je l’en disculperai de toutes mes forces. On lui reproche, a 1’occasion
d’un incident rapporte par Xenophon, dans son Banquet, d’avoir excite ses
disciples a la debauche, ce qui serait pernicieux encore, [Concupiscit
ad Euthydemum se affricare quemadmodum porcelli solent ad saxa (Xenophon,
Memorabilia). etiam periculosa, et horrorem quendam spectantibus
moventia, inter districtos gladios corpora saltu jactantium, aut in
figuli rota circumacta scribentium le- gentiumque. Non placent ea Socrati,
qui aptius convivio spectaculum putat ipyjln- Gat r.poc, tov auXov
T/rJijiaTa, Iv oi; Xapixe; ts •/.a't Qpat, xa\ Niifxcpat ypstaovtai, ad
tibiam edi motus et saltationes, eo habitu, quo Gratiae, Horae,
Nymphae a pictoribus exhibentur. Forte suspectum alicui fuit hoc
quod Gratice nuda; pingi solent. Sed huic sus- picioni repugnat,
quod dicitur Ariadne illa saltatrix w; vop-sr, xcy.ocju.rjU.svr,,
sponsce autem profecto apud Grcecos nudce esse bien qu’i.1 s’agisse
ici de plaisirs conformes au vceu de la nature, et de s’etre fait, en
quelque sorte, entremetteur. II n’y a rien, dans ce passage, dont doivent
rougir 1’honnete Socrate et ses amis. Des mimes viennent d’executer
devant les convives toutes sortes d’exercices extraordinaires,
quelques-uns tres-dangereux et propres a donner le frisson aux
spectateurs; on a vu les uns presenter leurs poitrines, en sautant,
a des pointes d’epees rangees en file; d’autres lire ou ecrire enfermes
dans une roue de potier mise en mouvement. Ces exercices deplaisent
a Socrate ; il pense qu’il serait plus convenable, au milieu d’un
festin, de voir des danseuses executer des poses, au son de la
Jlute, sous le costume que les pcintres pretent d’ ordinaire aux
Graces, aux Heures et aux Nymphes. Cela a pu paraitre suspect parce
qu’on a coutume de representer les Graces toutes nues. Mais ce
soupcon ne repose sur rien, car la danseuse qui parut alors,
habillee en nymphe, representait I Ob non solebant : nymphae in
insectis ab eo ipso dicta?, quod involuta? sunt. Gratias decenter vestitas
contemplari licet in Grcecis monimentis apud Montfauc. Ant. Expl.
To. i Tab. iog ad p. ij6. Movit forte eum, qui primus crimen hinc
excerpsit Socrati, a/r^a-coiv appel- latio, qua? inter alia ad turpes
figuras refertur, quales olim Philcenidis et Elephantidis commendatas
libellis fuisse constat, ut hic ejusmodi impudens spectaculum
suspicaretur . Sed tum interjecta
de amore disputatio tum ipsa perfectio exsecutioque consilii (c. g)
suspicionem illam eximunt. Aguntur Ariadnes et Bacchi nuptice,sed illa ut
in scenam nihil veniat, pra?ter oscula et [De quibus Spanhem. de usu
et Praest. numism. Diss. Hic ay 7 jfi a est omnis gestus saltantium
blandus, minax, derisor. Vid. Lucia. de Saltat. extr. Apertior,
simpliciorque, et incautior adeo Xenophontis de his rebus oratio, quam
Platonica : sed cujus summa eodem pertineat, uti ab impura libidine ad
sanctam animorum conjunctionem homines revocentur. Ariadne, et les Grecs ne
permettaient pas le nu dans les roles de femmes mariees.
D’ailleurs, certains insectes imparfaits sont appeles nymphes precisement
parce qu’ils sont enveloppes. On peut voir aussi, dans YAntiquite' ex-
pliquee de Montfaucon, que les Grecs, meme sur leurs monuments,
figuraient les Graces decemment vetues. Celui qui le premier a lance
contre Socrate cette accusation s’est peut-etre effarouche du mot
pose, qui, entre autres, est applique a des images obscenes, du genre de
celles qu’on rencontrait dans les livres de Philænis et d’Elephantis; il
a soupfonne Socrate d’avoir reclame un spectacle lubrique. Or,
ladiscussion surTarnour qui intervient alors, 1’execution et
l’ache- [Spanheim (De prostantia et usu numismatum antiquorum) parle de
tout cela. On appelait poses toute esp6ce de geste lascif, provocant
ou railleur, des mimes. Comparez Lucien, De la Danse Le dialogue de
Xenophon est bien plus franc, bien plus simple et bien moins circonspCct
que celui de Platon ; tous les deux d’ail!eurs vont au
meme amplexus, cetera reservantur postsceniis. but, qui est de
detourner les hommes des plaisirs les plus impurs et de les rapprocher
dans une sainte communion des ames. Tales saltationes s.
repraesentationes etiam pars sacrorum erant. Apud Lucia. in
Pseudom. xsXsx7]'v xtva cuvtaxaxat Alexander, xai SaStyta?, xat
tepocpavxta; In his mysteriis et sacris etiam est KoptoviSo? yapto; cum
Apolline item riooaXstpiOU xai pLTjTpo; AXs^avSpou yauo; denique
SsXrJvr^ xai AXs^avBpou spto? Alexander ut Endymion alter xaOsuSwv
exsixo sv xw piato cptXrjtxaxa xs
eytyvovxo xat ~£pt~Xoxa\, st 8s ar t r. oXXat iqaav at 8a8ss, xay’ av xt
xat xwv utco xoXtcou sjxpaxxsxo. Apposui locum, quia hic etiam
7t$pt7tXoxa'i, et tamen nihil obscenum. vernent immediat du
divertissement qu’il avait demande, enlevent toute force a cette
conjecture. Les mimes representent les noces d’Ariadne et de Bacchus:
mais on ne voit rien de plus sur la scene que des baisers et des
etreintes amoureuses; le reste se passe derriere le rideau. Ces sortes de
danses et de reprdsentations faisaient partie des Myst6res. Dans lM
lexander seu Pseudomantis, de Lucien, on voit Alexandre, introduit comme
nouvel initii, passer par les 6preuves du dadouque et de
l’hi<5rophante. Parmi les scenes religieuses auxquelles cette
initiation donne lieu figurent : les noces d’Apollon et de Coronis,
celles de Podalirius et de la mere dAlexandre, enfin les amours
d’Alexandre et de la Lune. « Alexandre, comme un autre Endymion, etait
couchd au milieu du theatre; on dchangeait des caresses et des baisers.
S’il n’y avait pas eu D des torches en quantite, peut-etre bien qu’il se fut
laiss6 entrainer a faire qucedam earum quce sub veste Jieri solent. Cest
un peu ldger; cependant il n’y a rien la de bien obscene. Gesner aurait
du citer Lucien plus completement; ce passage du Pseudomantis offre un
tableau de genre exquis: Alexandre, comme un autre Endymion, etait
couche au milieu du thdatre, faisant semblant de dormir. II tombait de la
voute, comme du ciel, une certaine Rutilia, tr£s-jolie, qui jouait
le role de la Lune et qui dtait la femme d’un intendant de
1'einpereur. Elie aimait vraiment Alexandre et Finem et effectum negotii
ita indi- cat Xenophon : teXo; 0 i ol <jup.7ioToci’.oovte;
T:ept6e6Xr]xdT:a; ts aXXrjXou c xai oj; et; euvrjv aTr-.ovTa:, 01
(j.r,v ayauoi yaixetv £zw[xvuaav, 01 oe ysyap-rixoTec, ava 6 xvc£; Ijci
xou; ? 3 C 7 COUS, a-rj- Xauvov Tipo; xa; lauxujv yuvaTxa;, otim;
xojxojv xuy otsv. Tandem post blanditias quasdam, verecundas,
maritales, complexi se invicem sponsus et sponsa, i. e. manibus implexis,
vel brachiis mutuo cervici impositis, vel tergo circumjectis, velut
cubitum discedunt: ab hoc spectaculo incalescentes, et ut paullo ante
dicebat, av£7iTEpo)|jiivoi convivae cælibes dejerant, se ducturos
esse uxores ; mariti autem equis conscensis domos festinant, ut simili
voluptate et ipsi fruantur. Utinam vero e spectaculis et theatris
hodie ita discederetur! utinam Socratis hac parte disciplinam sequeren-
tur publicarum Voluptatum Tribuni. Talia spectacula edere debebant
Romani eu 6tait aimee. Sous les yeux de son propre mari, iis
echangeaient des caresses et des baisers. Xenophon indique de la maniere
suivante la fin et les resultats de l’histoire. Apres toutes sortes de
caresses honnetes et maritales, les deux epoux se tenant embrasses,
c’est-a-dire, je pense, les mains entrelacees ou les bras passes
mutuellement soit autour du cou, soit autour de la taille, s’eloignerent
comme pour aller se coucher. Echauffes par ce spectacle et se sentant de
furieuses demangeaisons, comme s’il leur poussait des ailes, les convives
encore celiba- taires /irent le serment de ne pas tarder a prendre
femme; les maris monthrent a cheval et se haterent de regagner le logis,
pour gouter d leur tour de semblables voluptes. Plut au ciel qu’aujour-d’hui on
quittat les spectacles et les theatres dans de si bonnes
intentions! plut au ciel que cette partie de la discipline Socratique fut
pratiquee par les ediles preposes aux plaisirs publics! Ce sont de tels
divertissements qu’auraient du decreter les empereurs Romains, soucieux d’exciter
toutes les classes au ma principes, cum de maritandis ordinibus, et sobole
Romana augenda soliciti erant: talia conveniebant nuper Lutetia? et
Gallice adeo universae, quum Ducis Burgtindice natalem nuptiis mille
puellarum celebrarent: talia magnam Britanniam, si quid veri habent
quorundam qucerelce, Swiftiance praesertim, quas eo loco protulit, ubi de
abrogando clero disputat: aut eorum, qui hodie peregrinos
invitandos, supplendi populi causa. et civitate donandos,
censent. Nempe incidit aetas Socratis in ea tempora, ubi civium
paucitate laborabat exhausta bellis Persicis et Peloponnesiacis Attica,
cui etiam lege matrimoniali obviam ire, et afferre remedium, conati
esse dicuntur. Debemus notitiam hujus legis ipsi Socrati, quatenus nulla
forte illius mentio extaret hodie, nisi de duabus Philosophi uxoribus jam
olim disputatum esset. Res cum queestioni. de qua riage ct d’accroitre la
posterite de Remus: iis auraient convenu naguere a la ville de Paris et a
la France entiere lorsqu’on feta la naissance du duc de Bourgogne en
mariant un millier de jeunes falles; iis auraient bien fait Faffaire de
la Grande-Bretagne, s'il y a quelque chose de vrai dans ces
plaintes dont Swift surtout s’est fait l’e'cho et qui reclamaient
1’abolition du celibat despretres; iis conviendraient encore a ces pays
ou l’on attire les etrangers en leur conferant les droits civiques pour
suppleer au petit nombre d'habitants. Socrate vivait a une epoque
ou 1’Attique, epuisee par les guerres des Perses et du Peloponese,
souffrait de ne plus avoir qu'une population clair-se-mee; on dit menae
que les Atheniens s’efforcerent de remedier a cet etat de choses par une
nouvelle loi touchant lesmariages. Nousdevons l’unique renseignement que
l’on ait sur cette loi a Socrate, car il n’en subsisterait aujourd’hui
aucune agimus conjuncta sit, illam, quam breviter jieri potest,
expediemus. Duas So- crati uxores vulgo tribui videmus, Xanthippen e qua
Lamproclem susceperit, et Myrto, Sophronisci atque Menexeni matrem.
In hoc conveniunt Cyrillus (contra Julia) et Theodoretus (Grcecar.
Affect. curat) ac Diogenes Laertius. Porro de Xanthippe Cyrillus ex
Por- phyrio, 7tspi7tXa-/.asav XaQstv, clanculum in ipsius amplexus
venisse ; quod plane repugnat Platoni et Xenophonti, qui nullius
conjugis prceter Xanthippen, justam uxorem, mentionem faciunt : tum
Theodoreto, qui tamen ipse quoque sua debere ait Porphyrio, sed non
tantum pro TCspiTt^axetaav XaOsTv habet 7:po<j-XaxeTcjav Xa6sTv,
induxisse priori uxori, ut pereat illa secreti, et furti amatorii notio :
sed etiam addit, solitas esse eas mulieres inter se depugnare, deinde
pace facta conjunctim impetum facere in Socratem ideo, quod is bella
illarum non dirimeret: hunc vero utrumque genus pugna: mention sans la controverse
autrefois agitee au sujet de ses deux femmes. Comme cette question
tient a notre sujet, nous la discuterons bridvement. On donne communcment
a Socrate deux femmes : Xantippe, dont il eut un de ses fils,
Lamprocles, et Myrto, la mere de Sophronisque et de Menexene. S. Cyrille,
Theodoret et Diogene de Laerte sont tous les trois d’accord
la-dessus. Mais S. Cyrille, empruntant ce detail a Porphyre, dit de
Xantippe que son mariage avec Socrate fut clandestin, qu’elle se cachait
pour 1’embrasser, ce qui contredit absolument Xenophon et Platon,
puisqu’ils ne parient d’aucune autre femme que de Xantippe, epouse
legitime de Socrate. Theodoret, qui lui aussi dit tenir de Porphyre
ses renseignements, change 7iepi7tXoaEiaav XaOsTv en npovnXxxsT-
aav XafleTv et declare ainsi que Socrate introduisit Xantippe chez sa
premi^re femme, ce qui ruine toute cette histoire de mariage
secret, et de furtifs baisers; bien mieux, il ajoutc que ces deux mecum
risu speci are consuevisse. Utri fi dem habebimus? Sed nondum est
finis discordiarum. Theodoretum si audimus, induxit Xanthippen suce jam
Myrto Socrates: sed Laertius negat convenire inter auctores, utram prius
duxerit. Idem ait, simul ambas habuisse Socratem, a quibusdam esse
traditum. In hac sententia etiam fuit auctor Dialogi Halcyon, qui
inter primos Lucianeos editur, in cujus fine Socrates dicat, se Halcyonis
amorem in maritum suis conjugibus Xanthippee et Myrto prcedicaturum esse.
Antiqua porro esse illa relatio memoratur Callisthenis, Demetri Phalerei,
Satyri Peripatetici, Aristoxeni Musici, geres se battaient
continuellement, puis la paix faite, tombaient a poings fermes sur
le pauvre Philosophe, en lui reprochant de ne les avoir pas separees:
pour lui, il restait simple spectateur du combat et voyait donner ou
recevait lui- meme les coups en souriant. A qui faut-il s’en rapporter,
de S. Cyrille ou de Theodoret? Et nous ne sommes pas au bout
de la querelle. Dapres Theodoret, So- crate epousa Xantippe, dtant deja
marie a Myrto; mais Diogene de Laerte af- firme que les auteurs ne
sont pas d’accord et qu’on ne sait qui des deux il epousa la premiere. Il
dit aussi qu’il les eut toutes les deux ensemble, et sur quelles
autorites repose cette assertion. Elie a ete accueillie par 1’auteur du dialogue
intitule Alcyon, imprime en tete de ceux de Lucien; on y voit
Socrate proposer en exemple a ses deux femmes, Xantippe et Myrto,
1’amour d’Alcyon pour son mari. Plutarque (Vie d’Aris- i Hieronymi
Rhodii, apud Plutarchum (vita Aristid. extr.) qui ceteris narrandi
auctorem fuisse ait Aristotelem in libro de nobilitate, (rapi s-jyevsia;)
qui tamen liber an sit Aristotelis, Plutarchus dubitat : narrant autem
ita, Aristidis neptim Myrto, vidua cum esset et paupercula, domum
ductam a Socrate, eique cohabi- tasse, licet aliam uxorem
habenti. At non licebat a Cecrope inde Athenis plure s una habere
uxores. Qui sit igitur, ut neque Comici exprobrarint, neque Accusatores
objecerint digamian Socrati? Hic nobis narrant Athenaeus et
Laertius legem, latam supplenda 1 multitudinis civium causa. Exstabat
Athenceo prodente ipsum decretum a Rhodio Hie- ronymo conservatum,
wax' si-eivat xai ouo ET L’AMOUR GREC I i q tide) rapporte que cettc
opinion etait ancienne, et qu ; elle fut partagee par Callisthene,
Demetrius de Phalere, Sa- tyrus le peripateticien, Aristoxene le
musicien et Hieronyme de Rhodes; Athenee dit de son cote qu’ils
Tavaient tous puisee dans le Traite de la No- blesse d Aristote,
livre dont cependant Plutarque doute qu’Aristote soit l’auteur. Tous
racontent que Myrto, pe- tite-fille d Aristide, etant veuve et se
trouvant dans une extreme pauvrete, fut recueillie par Socrate dans sa
maison et qu’il cohabita avec elle, quoiquhl fut deja marie. J
Les vieilles lois de Cecrops inter-disaient cependant a Athenes les
doubles unions. Pourquoi donc ni les poetes co- miques, ni les
accusateurs de Socrate ne lui ont-ils reproche ou oppose ce cas de
bigamie ? Cest a ce propos qu’A.thenee et Diogene de Laerte nous parient
de cette loi nouvelle, edictee, disent-ils, dans le but d’accroitre
le nombre des citoyens. SOCRATE 'systv yuvatxa; tov [3o'jaojj.£vov. Secundum
haec male accusaretur Socrates, qui et legi paruerit de augenda
sobole Attica, et Aristidis progeniem viduitate et pauper- tate
extrema liberaverit. Verum enim vero totum hoc de duabus Socratis
uxoribus, quin de lege maritali etiam falsum esse, prcesertim ex
dissensu commemorato, itemque ex Platonis et Xenophontis silentio
arguit Bentleius. Et habet, quantum est de monogamia Socratis,
magnum auctorem Pancetium, quem laudat Plutarchus, qui cum
retulisset eam quce modo proposita est de Myrto narrationem, satis
illam refutatam ait a Panaetio: cujus si opus hodie extaret,
facilior forte hodie esset causa Socratis, quem tamen a turpi pue- [In
Dissertat, de Phalaridis et exteror. Epistolis, ET l’aMOUR GREC Athenee
s’avance jusqida dire qu’il y avait un decret, conserve par
Hieronyme de Rhodes, et ainsi concu: « 11 est permis d’avoir jusqua deux
femmes. Si cela est vrai, on accuserait mal a propos Socrate, qui
n’aurait fait qu’obeir a la loi portee en vue de repeupler
1’Attique, et qui de plus aurait sauve du veuvage et de la
mis&re la petite-fille d’Aristide. Mais vraiment Phistoire des
deux femmes, tout aussi bien que celle de la loi matrimoniale,
paraissent en-tachees de faussete a Bentley; il se fonde surtout sur le
desaccord que nous avons signale et tire une grande preuve du silence
de Platon et de Xenophon. Nous avons, pour ce qui est de la monogamie de
Socrate, une excellente autorite, Pantetius, dont Plutarque fait le plus
bel eloge; apres avoir rapporte ce que nous avons dit de Myrto, il
ajoute que cettefable a ete suffisamment refutee Dissertation sur
les Epitres de Phalaris, Themistocle, Sacrale et Euripide (iu-8"). SOCRATE rorum amore, et a lenocinio turpi, et
a libidinosa digamia, vel sic satis liberatum esse confido. ET L AMOUR GREC par
Panaetius. Si nous possedions son livre, la cause de Socrate serait
aujourd’hui plus facile a defendre; je pense cependant avoir prouve qu’il
ne fut ni un corrupteur de la jeunesse, ni un provocateur a la debauche,
ni un bigame libertin. Alcibiade; ses avances repouss^es par
Socrate. Ame, comparde par Platon a un attelage ai!6 classification des ames suivant le degrd
de connaissances acquises avant la vie, p. Amour
philosophique, raisons qui dirigent les choix dans cette
sorte d’amour les impuretes ou il peut s’egarer Analyse du Lysis,
dialogue de Platon du Phedre du Banquet Beaute morale et Beaute physique
-- Bigamie; Socrate eut-il deux femmes? la bigamie etait-elle
autorisde en Grece ? Cohorte sacree des amants, a Thebes et
en Crete -- Inspires; couples d’amis Minies; leurs exercices et poses
plastiques -- riaiospaatsta, le mot et la chose pouvaient etre pris
en bonne part, chez les Grecs Peines portees par les Grecs contre
les infames Pronostics tirds par les physionomistes de la voix
forte et grave de lencolure courte des oreilles velues -des grosses
levres -- du nez camard des yeux saillants, Representations mythologiques
et divertissements dans les festius dans les mysteres effets singuliers
produits parfois sur les convives par ces representations, p.
m. Socrate; motifs ordinaires des accusations portees contre lui pourquoi
il recherchait les beaux garcons son portrait physique Socrate
l’ Ecclesiastique; comment il a accuse, sans preuves, Socrate le Philosophe Sparte
; coutume rappor- t6e par Elien -- les amours impures y etaient
ignorees Paris. Imp. Motteroz, 3 i, rue du Dragon. Nome
compiuto: Gabriele Giannantoni. Giannantoni. Keywords: la dialettica,
dialettica, Epicuro a Roma, Calogero, il principio dialogo, Lucrezio, Cicerone.
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannantoni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannetti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del corposcolarismo
– filosofia carrarese – scuola d’Aulla – la scuola d’Albano di Magra -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albiano di Magra). Abstract. Grice: “We take ontology lightly today – at
least Oxonian philosophers do! But bak in the day, for philosophers like G.,
all they wanted to know was if ‘corpusculi,’ as they called them, did exist –
out there!” Keywords: ontology. Filosofo carrarese. Filosofo toscana. Filosofo
Italiano. Aulla, Massa-Carrara, Toscana. Grice: “I like Giannetti; for one, he
is the only philosopher I know whose first name is ‘Pascasio.’ He taught at
Pisa, but not in the tower – Oddly, while he is from Tuscany, there is a street
(‘via’) in La Spezia named after him!” – Grice: “His logic was considered
heretic, at least by the duke, who diligently expelled him from any obligation
of teaching!” – Insegna a Pisa. Quando
lascio la cattedra, gli successe Grandi.
Di formazione galileiana, fu un acceso nemico dei Gesuiti. Sollecitato da Grandi,
che lo aveva anche introdotto a Newton, cura GALILEI (Firenze). Rimosso da Pisa
da Cosimo III de' Medici, vi fece rientro alla morte di quest'ultimo. N C. Preti, Dizionario Biografico degli
Italiani, Memorie storiche d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica
e moderna Lunigiana, Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. G. Essendo G. tra'maestri più singolari di
filosofia a Pisa, quanto onore a quello Studio recasse non si può dire. Costui
ebbea quelle scienze pro clive natura, e tanta forza e vivacità d'ingegno che a
sermonare e discorrere di materie filosofiche pare nato a posta. È e'di Albiano
di Lunigiana, e divenne lettore in detta Università; e così bene in cattedra
sue dottri ne tratto, che per lo più savio discepolo di Marchetti e Bellini,
cattedranti nobilissimi, tutti lo conoscevano. Nulla ignoto eragli di quanto GALILEI
e Gassendo aveansi ritrovato, e sostenitore acerrimo fu della filosofia
corpusculare. Per ques stoguerra eterna pareva intimata avesse a tutti li
Peripatetici e Scolastici ostinati; che ligii si di chiaravano agli antichi
sistemi, quali adesso ricor dansi appenanelle scu ole de'monasteri. Per lo che
G. è tenuto per uno de'più arditi e co raggiosi sostenitori degl’insegnamenti
novelli e assai molesto riuscì a'superstiziosi filosofanti, ma in particolar
modo ai Gesuiti i quali, potendo al loramoltissimopressoCosmo III de'Medici, fecero
in grave sospetto cadere di errori di religione G. non solo, ma quasi tutta la
Pisana Università. Per tale cagione, sendo state forti let tere scritte e
minaccevoli ai professori con ordi nare, che non volevasi filosofia democratica,
G., cui sapea benissimo delle persecuzioni altrui schermirsi e rintuzzare le
dicerie degli imperiti con la dotta e mordace sua lingua, difese con trion fo
la causa per iscrittura,nè mai digua proposta sentenza cesso. Finalmente
costretto di mutar cattedra e di leggere medicina, non ostan te filosofava su i
nuovi sistemi anche interpretan do gliaforismi d'Ippocrate e di Galeno,e men
tre con eloquio squisito e con pompa di erudizio ne le materie mediche
spiegavà, senza punto de nigrare alla gravità della scienza e del loco ; l' al
trui cabale e leggerezze con vaghi scherzi e arguti motti derideva. Moltissimo
ancora si adoperò in fisiciani sperimenti e nelle savie cure di Tilli per ogni
maniera di lode famoso: nè mezzanamente sidistinse insieme con lo Zambescari di
Pontremoli suo collega a sperienze fare nti lissime su le terme del territorio
Pisano e Luriena se,che servirono ad ambeduni di grande merito. Intra le altre
fece minute prove su l'acqua salsa di Monzone di Lunigiana, e trovolla più efficace
di quella del Tettuccio di Valdi Nievole, e poteró Viri Paschasii G.
Albianeusis Philosoph. et Medicin, in Pisau. Acudem. Professoris
logeniiacumine eloquen.et ingenua philosoph. libert. Quam difficillimis
temporib, fere solus inter Acadlem. retinuit Concesserat Aun. S Thomas Perellius praecept. et Amico Vasoli Io non
posso tacere di aver molte cose rica vato diquesto librodalle fạtiche e dagli
scritti di questo Vasoli di Fivizzano, il quale sembra avesse in mente
d'illustrare sua patria, e però non deggio scordarmi di retribuirlo di grata
inemoria, tanto più che molto distinto riuscì nel la medicina e buon
coltivatore della poesia. Que stouomoerudito, comeraccontaincertosuoEr bariolo
Lunense m . s., avendo studiato prima a Bolognae poi a Pisa allascuola del celebre
Malpighi, dove si dottorò verso la fine del si estrarre il sale catartico
a guisa di quel d' In ghilterra, se non venisse incautamente adulterata.
Benespesso Pascasio dilettavasi d'investigare le azioni è i consigři degli
uomini più che i segreti dellanatura,equasi Epicuro con aspreparoleab batteva i
vizi ele inezie altrui. Mente profonda mostrò in tutto, ma poca industria: e
vivendosi fino alla vecchiezza, dopo anni di lettura in quella università, muore
in una villetta che avea a Capannoli su quel di Pisa, e sepolto nella chiesa diquella
terra, fugliper Tommaso Pe relli suo scolare messo questo marmo sopra il se
polcro, riferito ancora da inonsignor Fabroni in sua stor. dell'Univ. Pis., dove
parla di G.: = Pijs Manibus et Memoriae aeternae Cum paucisaetatis suae
comparandi Obiit Octuagenario major in proxima Villula In quam post impetratam
a docendo vacationem G. Nasce, da Polidoro, ad Albiano Magra di Aulla in
Lunigiana. Avviato agli studi filosofici, li coltivò, insieme con quelli
medici, presso l'Università di Pisa, dove era ben viva la tradizione galileiana
e, in fisica e in medicina, era ben rappresentata la corrente
meccanico-corpuscolarista. Fu il gruppo di docenti formatisi alla scuola di
G.A. Borelli a istradarlo verso questa tradizione concettuale; soprattutto
Marchetti, Bellini e Zerilli lo introdussero allo studio delle opere, oltre che
di Galilei, di Gassendi e del Borelli. Parallelamente, G. attinse da G. Del
Papa gli stimoli di un diverso indirizzo, anch'esso presente nell'ateneo
pisano, teso a far convivere, soprattutto in campo medico, il galileismo con
esigenze di ordine pratico. Laureatosi in filosofia (promotore e il Del
Papa), G. ottenne nello stesso anno la lettura di logica e filosofia naturale.
Il suo magistero, argutamente antiaristotelico e apertamente atomistico,
dovette risultare piuttosto efficace. Quando si delineò una reazione generale
della Chiesa contro quelle interpretazioni dello sperimentalismo considerate
arbitrarie e potenzialmente eversive dell'ortodossia religiosa, a causa dei
possibili esiti materialistico-libertini, il G. fu direttamente coinvolto. Insieme
con altri sei lettori pisani, si vide intimare dall'auditore F.M. Sergrifi di
non insegnare la filosofia atomistica. Per nulla intimidito, a detta di
Fabroni, G. alimentò le polemiche che seguirono con un libello, oggi perduto,
in difesa dei lettori ammoniti. Poca sorpresa dovette quindi destare tra i
contemporanei il provvedimento, preso dal governo di Cosimo III, di trasferire
G. alla lettura di medicina teorica, mitigato dal permesso di tenere lezioni
domiciliari di filosofia. Come lettore di questa disciplina medica, il G.
mostrò di voler tenere aperti spiragli per un discorso "moderno".
Lesse gli Aforismi d'Ippocrate, proclamandosi così seguace dell'indirizzo che
privilegiava la pratica clinica sulle questioni di teoria medica, ma nel
commentarli continuò a seguire i novatori. In particolare, a quanto
sembra, già in questa fase i motivi galileiano-gassendiani si erano venuti in
lui incrociando con motivi della dottrina newtoniana. Da questa aveva recepito
la tesi della struttura porosa della materia, che, attraverso l'ipotesi dei
diversi ordini di combinazione dei corpuscoli, è assunta come matrice delle
qualità macroscopiche dei corpi. È probabile che una delle fonti attraverso le
quali il G. venne a conoscenza della teoria newtoniana sia stata il padre
camaldolese G. Grandi, suo buon amico (Ortes ci riferisce che Grandi solea
frequentemente conversare nella casa del G.), ma, a differenza di Grandi, il G.
non dovette essere pienamente in grado di coglierne l'impalcatura matematica,
tanto da ritenerla conciliabile con la distinzione gassendiana tra punto
matematico e punto fisico. G., insieme con Bresciani, G. Averani e altri,
fu coinvolto dal Grandi nella preparazione della seconda edizione delle Opere
di Galilei (Firenze). Più tardi, alla metà degli anni Venti, il suo nome venne
fatto in alternativa a quello del Grandi quale autore di un libretto pseudonimo
(Q. Lucii Alphei Diacrisis in secundam editionem Philosophiæ novo-antiquæ r.p.
Cevae cum notis Ianii Valerii Pansii, Augustoduni), che segnò una nuova
occasione di scontro tra i novatori pisani e i gesuiti del collegio di
Firenze. Il libretto, nato come replica alla prefazione del gesuita M.
Dalla Briga al poemetto Philosophia nova-antiqua (Florentiae), del confratello
T. Ceva, fornisce una descrizione caricaturale delle forme di opposizione allo
sperimentalismo che, a detta dell'autore, circolavano nel collegio
fiorentino. Non è chiaro se sia da collegarsi a questa polemica il basso
profilo assunto dal G. nel quarto decennio del secolo. La relazione sullo stato
dello Studio che G. Cerati presentò ai nuovi governanti, ci informa che
"già da alcuni anni" G., pur retribuito, aveva interrotto le lezioni
pubbliche e si limita a dare privatamente lezioni di filosofia. Cerati
attribuiva ciò a non meglio precisate indisposizioni del corpo, ma l'Ortes
attesta che G. godette per tutta la vita di ottima salute. Priva di riscontri è
la notizia di una sua adesione alla loggia massonica fondata a Firenze, loggia
che però sicuramente accolse un buon numero di suoi allievi. G. muore a
Capannoli, presso Pisa, Quelle che sembrano essere le sue uniche opere a noi
giunte si trovano a Firenze, Bibl. Riccardiana, ms. Tractatus phisici iuxta recentiorum opinionem
conscripti a G.) e a Pisa, Bibl. universitaria, ms. (PHILOSOPHIÆ TRACTATVS). Per
la collaborazione do G. all'edizione fiorentina delle Opere del Galilei vedi le
lettere di Buonaventuri a Grandi, Pisa, Bibl. universitaria, Carteggio Grandi; sei
lettere del G. a Grandi e alcune note di argomento fisico; Acta graduum
Academiae Pisanae, Volpi, Pisa; Ortes, Vita di Grandi, Venezia G. Soria,
Raccolta di opere inedite, Livorno, Fabroni, Historiae Academiae Pisanae, Pisis,
Sbigoli, Crudeli e i primi framassoni in Firenze, Milano; Carranza, Cerati
provveditore dell'Università di Pisa nelle riforme, Pisa, Storia
dell'Università di Pisa, Pisa, Morelli, Per una storia di Bonducci, Roma, Livorno,
Livorno. Nome compiuto: Pascasio Giannetti. Gianetti. Keywords: corpuscolarismo,
implicature corpuscolare, Isaaco Newton, Galilei, Grandi, Giannetti -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giannetti: implicatura corpuscolare – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Giannetta -- search – another time?
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannone:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della terza Roma – e
l’implicatura ligure – scuola d’Ischitella – filosofia foggese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ischitella). Abstract. Grice: “I had one pupil once at Oxford who
wanted to research on Italian philosophers. ‘Stick to the heretic ones,’ I
lectured him. ‘They are the only interesting ones – Rome being what it is! And
G. was one of them!” Keywords: italiani eretici. Filosofo foggese. Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Grice: “Giannone is an interesting philosopher. He
philosophised on the ‘citta terrena,’ which is a back-fromation from ‘celestial
city,’ and by which he meant Rome! – Then he compared men – in their
collectivity, to apes, even if ingenious ones!” “Non
solo i corpi, ma, quel che è più, anche le anime, i cuori e gli spiriti de'
sudditi si sottoposero a' suoi piedi e strinse fra ceppi e catene.” Esponente
di spicco dell'Illuinismo italiano, discendente da una famiglia di avvocati
(anche se il padre era uno speziale), lasciò il paese natale per intraprendere
gli studi a Napoli. Si laurea entrando ben presto in contatto con filosofi
vicini a Vico. Fu praticante presso Argento, che disponeva di una vasta
biblioteca, la frequentazione della quale fu essenziale per la sua
formazione. I suoi interessi non si limitarono soltanto al diritto ed
alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici e dedicandosi alla
stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria civile del regno di
Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la Chiesa per il suo
contenuto. Costretto a riparare a Vienna, ottenne protezione e
sovvenzioni da Carlo VI, il che gli permise di proseguire indisturbato i suoi
studi filosofici. Il suo tentativo di rientrare in patria fu ostacolato
dalla Chiesa, nonostante i buoni uffici dell'arcivescovo di Napoli recatosi a
Vienna per convincerlo a tornare a Napoli. Fu costretto a trasferirsi a Venezia
dove, apprezzatissimo dall'ambiente culturale della città, rifiutò sia la
cattedra a Padova, sia un posto di consulente giuridico presso la
Serenissima. Il governo della Repubblica lo espulse, dopo averlo
sottoposto a stretti controlli spionistici, per questioni inerenti alle sue
idee sul diritto marittimo e nonostante la sua autodifesa con il trattato
Lettera intorno al dominio del Mare Adriatico. Dopo aver vagato per
l'Italia (Ferrara, Modena, Milano e Torino), giunse a Ginevra, dove compose un
altro lavoro dal forte sapore anticlericale “Il Triregno: il regno terreno, il
regno celeste, e il regno papale, che gli costò nuovamente la persecuzione
delle alte sfere ecclesiastiche culminate con la sua cattura in un villaggio
della Savoia, ove fu attirato con un tranello. Rimasto nelle prigioni
sabaude, fu costretto a firmare un atto di abiura che non gli valse tuttavia la
libertà. Fu tenuto prigioniero nella fortezza di Ceva, dove scrisse alcuni dei
suoi componimenti più famosi. Trasferito alla prigione del mastio della Cittadella
di Torino. +“Dell'istoria civile del regno di Napoli” ebbe enorme fortuna mentre
la Chiesa ne avversò le tesi ponendola all'Indice dei libri proibiti,
comminando al filosofo una scomunica la quale obbligava Giannone a riparare
all'estero. I temi trattati nell'Istoria, sviluppati su precisi riferimenti
giuridici, forniscono una lucida descrizione dello stato di degrado civile del
Regno di Napoli, attribuendone le cause all'influenza preponderante della Curia
romana. Auspica in primis con quest'opera, «il rischiaramento delle nostre
leggi patrie e dei nostri propri istituti e costumi». Nel Triregno, opera
aspramente avversata anch'essa dagli ambienti ecclesiastici, presenta la
religione secondo un prospetto evolutivo: la Chiesa, col suo "regno
papale", si contrappone al "regno terreno" degli Ebrei ma anche
a quello "celeste" idealizzato dal Cristianesimo e il superamento del
male, che lo Stato Pontificio così incarna, si realizzerà soltanto attraverso
un cambiamento di rotta deciso, mediante ulteriore consapevolezza individuale
raggiunta dall'uomo nel corso della sua vicenda Storica. Indi teorizza uno
Stato laico capace di sottomettere l'istituzione papale, anche mediante
un'espropriazione dei beni materiali del clero. La Chiesa porta avanti una
forma di negazione di quella libertà individuale che deve essere posta come
fondamento giuridico e sociale. Al filosofo sono intestati vari istituti
scolastici, tra cui lo storico Liceo classico G. di Caserta, quello di
Benevento, quello di Foggia, e quello di San Marco in Lamis. Nella Storia della colonna infame, Manzoni
dedica a G. ampio spazio elencandone i numerosissimi plagi e gli errori che
anche Voltaire gli rimprove. Inizia paragonandolo a Muratori e indicandolo come
filosofo più rinomato di lui, poi aggiunge un lungo ELENCO e raffronto delle
opere plagiate e degli autori, tra cui Nani, Sarpi, Parrino, Bufferio, Costanzo
e Summonte: e chissà quali altri furti non osservati di costui potrebbe
scoprire chi ne fa ricerca". E conclude che se non si sa se fosse pigrizia
o sterilità di mente, e certo raro il coraggio. Altre saggi: Autobiografia:
i suoi tempi, la sua prigionia, appendici, note e documenti inediti, Pierantoni, Roma, Perino, I discorsi storici
sopra gli Annali di LIVIO, Apologia dei teologi scolastici Istoria del
pontificato di Gregorio Magno, “L'Ape ingegnosa” “Istoria civile del Regno di
Napoli. Napoli, Gravier); G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier,
G., Istoria civile del Regno di Napoli.Napoli, Gravier, G., Istoria civile del
Regno di Napoli; Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli,
Gravier. G., Istoria civile del regno di Napoli, Capolago, Elvetica; Nicolini,
La fortuna di G.: ricerche bibliografiche, Bari, Laterza, Marini, Il GIANNONISMO
(Bari, Laterza). Vigezzi, G. riformatore e storico. Milano, Feltrinelli, Giannoniana:
autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Bertelli, Milano,
Ricciardi, Ricuperati, L'esperienza
civile e religiosa di G.., Milano-Napoli, Ricciardi, Mannarino, Le mille favole
degl’antichi. Cultura europea nella filosofia di G., Firenze, Le Lettere, Ricuperati,
La città terrena di G.: un itinerario tra crisi della coscienza europea e
illuminismo radicale, Firenze, Olschki, Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vita scritta da lui medesimo, Feltrinelli, Biblioteca Italiana, filosofico.net/
giannone. htm. De’ liguri duri e forti. Loro estensione in Italia; e come
sopra tutti gl’altri popoli tenesseró esercitati I ROMANI nella disciplina militare,
sicchè fossero gl’ultimi ad esser soggiogati. LIVIO in più occasioni, parlando
de’ liguri, confessa che niuna provincia esercita cotanto I ROMANI nella virtù
e disciplina militare, quanto LA LIGVRIA, poichè dura nelle armi, bellicosa
amica di fatiche e di travagli, e di riposo impazienle, nelle sue guerre non
tosto era da’ romani vinta che sorgeva più animosa e forte di prima. IS HOSTIS
VELVT NATVS AD CONTINENDAM INTER MAGNORUM INTERVALLA BELLORVM ROMANIS MILIAREM
DISCIPLINAM ERAT NEC ALIA PROVINCIA MILITEM MAGIS AD VIRTVTEM ACVEBAT. Non abitavano
i liguri (eciòanche contribuiva alla loro bellicosa indole) in luoghi piani ed
ameni e sotto temperato e molle clima, il quale avesse potuto rendere simili a
sè gl’abitatori. Ma all'incontro occupando essi quella occidental parte
d'Italia che ha per confine la Gallia Narbonense, vivendo in regioni montuose
aspre ed inaccessibili, e per le angustie delle vie acconce a tendere aguali ed
insidie; non temeno di numerosi eserciti nè d'istromenti bellici nè di macchine
o d'altri apparati militari, difendendoli il suolo e l'arduità de'loro siti. E
perciò essi militavo senza molto apparecchio mi cidiale. NIHIL, dice LIVIO,
PRÆTER ARMA ET VIROS OMNEM SPEM IN ARMIS HABENTES ERAT. Gli antichi liguri
erano divisi di qua e di là delle alpi e dell'appennini o in molti popoli o
sieno comunità, non altrimenti di ciòche si è delto degl’antichi etruschi, ed
occupavano vastissime regioni. Le alpi marittime e gran parte delle
mediterranee erano da essi popolate. Di là delle alpi i più celebri sono i
liguri SALII, i DECEALI e gl’OXIBI. Di qua sonoo i VEDIANZI, i VAGIENNI, gli
STATIELLI, i MAGELLI, gl’EBVRIATI, i VELIATI, i TIGVLII, gl’INGAVNI, i SALASSI,
i LIBICI, i LAVRINI ed altri. LIVIO, oltre questi popoli da Plinio rapportati
fa menzione di altri liguri posti di qua dell'appennino chiamati APVANI, i
quali VINCENO I ROMANI e debellarono un esercito consolare sotto Q. Marzio
console, e nota che il luogo della sconfitta fino a’ suoi tempi chiamavasi
perciò il campo Marziano. Fa memoria ancora di altri liguri di là dell'appennini
ch'egli chiama liguri FRISINATI. Questi popoli hanno più città o VICHI, dove
dimorano ciascuno nel proprio distretto. E fra le città son da considerarsi alcune
antiche ed illustri le quali, secondo la divisione dell'Italia fatta poi d’OTTAVIANO
in XI regioni, forma parte della XI. Nella Liguria rivolta al mare inferiore di
quà del FIUME VARO, CHE DIVIDE L’ITALIA DALLA GALLIA Narbonense, la prima città
marittima che s'incontra e de’ liguri vedianzi chiamata Cimelion. Prossima a
questa I MASSILIESI edificano NIZZA alle radici dell’alpi marittime, non
lontana dalle foci del fiume Varo, che poi cresce dalle ruine di CIMELIO, città
antichissima, la quale ha vescovi prima che da Costantino Magno e stata la
religione cristiana fa ricevere nel l'impero. Rimangono ancora le vestigia
de'suoi ruderi ed il nome di CIMELIO. L’'antica sua cattedra e unita a quella
di NIZZA, la quale non si APPARTIENE già alla Gallia Narbonense, siccome alcuni
credeltero, ma secondo PLINIO, Tolomeo ed altri geografi antichi, ALLA NOSTRA
ITALIA, come quella che è costrutta di qua del fiume Varo. Antipoli fondata
pure da'massiliesi si appartiene alla Gallia Narbonense, perchè eretta di là del
fiume. Essa lungo tempo e sotto i massilies i loro fondatori, ed ora sotto i re
di Francia è chiamata ANTIBO. Appresso NINZZA nel mar ligustico siegue MONACO
GRIMALDI, detta dagl’antichi Porto di Ercole, indi AlbioInlemelio, Albingauno, Savona,
Genua, Porto Delfino Tigulia, e più in dentro Segesta città de’ liguri tigulii.
Chiude questo confine IL FIUME MACRA CHE DA QUESTA PARTE DIVIDE LA LIGVRIA
DALL’ETRVRIA. Dall'altra parte mediterranea ove si erge l'appennino, ampio
monte il quale con gioghi perpetui e continuali fino allo stretto siciliano
divide l'Italia per mezzo, avevano i liguri di qua e di là d e l monte medesimo
nobilissime città; especialmente da un lato del Po Libarna, Dertona, Iria,
Barderate, Industria, Polentia, Potentia, Valentia,ed Augusta de’ liguri
vagienni. Quest'ultima città posta alle radici delle Alpi Cozie, non molto
lontana dal monte Vesulo d'onde il Po ha sua origine, e dappoi resa COLONIA DE’
ROMANI. NON CI RIMANE ORA DI ESSA ALCUN VESTIGIO, ma in sua vece surse al luogo
stesso ne'secoli da noi men lontani la città di Saluzzo sede un tempo di
principi e capo del famoso marchesato di Saluzzo, la quale in fine da Giulio Imeritò
esser decorate della dignità episcopale. Ma sopra queste s'innalzarono nella
Liguria tre città non meno antiche che illustri, Alba Pompeia, Asta, ed Aqui
città de’ ligur istatielli. Alba posta nella Liguria montuosa presso
l'Appennino [H. P. GRICE – SINGULARE, NON PLURALE] nella riva del fiume Tanaro fu
dagl’antichi geografi chiamata Pompeia, e per distinguerla da Alba degl’Elvii
posta nella Gallia Narbonense, e per aver quella G. POMPEO rifatta e la sciati
ivi vestigi di sua memoria e beneficenza. Ha vescovi antichissimi, poichè
rapportasi il primo tra questi essere stato nell'anno 350. Dionigi discepolo d’Eusebio,
poi innalzato alla cattedra di Milano. E ne'secoli men remoti vi se dettero due
uomini insigni che la illustrarono, uno per la prudenza civile, ed e Lazarino Fieschi de’ Conti di LAVAGNA, al
quale la regina di Napoli Giovanna contessa di Provenza commise il governo del Piemonte,
da lui quindi amministrato con somma lode commendazione; l'altro per sapienza é
somma dottrina ed erudizione, qual fu il famoso Girolamo Vida, quel chiarissimo
poeta latino che ci lasciò l'incomparabile sua Criste idee di suoi dotti dialoghi
De Republica. Acqui posta alla riva della Bormida in quella parte del Piemonte
di là del Tanaro,la quale Monferrato oggi si ap pella, fa edificatada’liguri
statielli popoli potentissimi dell’Asla posta nella Liguria mediterranea non
lontana dal Tanaro furesa colonia de’ ROMANI, ed un tempo fu sede d’uno degli’antichi
duchi longobardi. Ha anch'essa antichissimi vescovi, i quali quando l'imperio
di Occidente passa a’ germani, furono dagl’imperatori molto favoriti ed a sommi
onori innalzati; e non poco splendore reca a quella città aver seduto nella sua
cattedra vescovi le il famoso Panigarola, chiaro al mondo eloquenza e per tanti
monumenti che lascia di sua dottrina. > per lasua montuosa
Liguria. E detta Acqui dall’acque calde che qui vi scaturiscono assai
salutifere, siccome oltre la testimonianza di PLINIO, l'istessa esperienza
dimostra: e e chiamata Acqui de’ LIGVRI STATIELLI, per distinguerla dall’Acqui
sestia de' Salii posta nella provincia Narbonense. E anche sede di uno de’ duchi
longobardi. Ma la sua cattedra non è cotanto antica quanto le due precedenti
come quella che prende sua origine da’ longobardi che sono i primi ad erigerla.
I LIGVRI I si stendevano anche di là del Po, é molte città le quali secondo la divisione
d'Italia fatta d’OTTAVIANO sono col locate nella XI regione alle radici dell’Alpi,
anche da’ liguri traggon l'origine. Le prime che s'incontrano sono Vibiforo e
Secusia, oggi detta Susa, le quali sono poi mutate in due colonie romane. Anche
Torino PLINIO fa derivare dall'antica stirpe de’ LIGVRI -- ANTIQVA LGVRVM
STIRPE, egli scrive e dice il vero, poichè coloro che la fan derivare da’ massiliesi,
sica come Nicea ed Antipoli, vengono a togliere a questa città molto della sua
antichità. Non è dubbio che I LIGVRI sieno popoli d'Italia tanto antichi, che di
essi non si sa l'origine, onde si credono INDIGENI del paese, nè mischiati con
altre forestiere nazioni, non altrimenti che TACITO crede de’ germani. All'incontro
de’ massiliesi si sa l'origine ed il tempo nel quale profughi dalla Focide
navigando nel mare inferiore e cercando nuove sedi, si fermarorro ne'lidi della
Gallia Narbonense innanzi detta Bracata. Ciò avvenne, secondo la te stimonianza
di Livio, mentre in Roma regna TARQUINIO PRISCO,quando la prima volta i galli passarono
le Alpi, i quali dopo aver soccorso i massiliesi contro i salii che impedivano
loro lo sbarco, se ne calaron pe' monti Taurini dall’Alpi Giulie nell'Insubria,
discacciandone gl’etruschi. LIVIO stesso rifere che a'medesimi tempi i salluvii,
avendo passate l’Alpi, si posarono intorno al fiume Ticino vicino a’ liguri
levi, antica gente ed indigena di que'luoghi. Salluvii, e' dice, qui, PRÆTER
ANTQIVAM GENTEM LEVOS LIGVRES INCOLENTES CITRA TICINVM AMNEM EXPVLERE. Se
dunque i liguri, chiamati da Livio gente antica, quando i massiliesi poser
piede nella Gallia Narbonense tenevano questi luoghi. Più antica e l'origine di
Torino derivandola da’ liguriche da’ massiliesi, i quali siccome molti e molti
anni dappoi che sono stabiliti in Massiglia fondarono Antipoli e NiZZA, molto
maggior tempo appresso avrebber dovuto fondare Torino più lungi che quelle. Si
aggiunge che quando Annibale cala per l’Alpi in Italia, secondo rapporta LIVIO,
Torino e già metropoli degl’antichi popoli Taurini, i quali reggendosi per se stessi
hanno allora mossa guerra agl’insubri, e ricusarono l'amicizia di Annibale contrastandogli
coraggiosamente il passo, che egli sforza a gran fatica. Inoltre LIVIO stesso
rende testimonianza che la prima volta in cui i romani ? mosser guerra a’ liguri
e per occasione che questi depredano i campi di NIZZA e di Antipoli, città
de'massiliesi soci de’ romani,e non già i campi di Torino, la qual città perciò
non e de’ massiliesi, ma abitata da’ liguri taurini. Sono questi popoli
chiamati Tauriniche dieder nome alla città, siccome i monti a piè de'quali essa
è posta sono anche detti Taurini, a cagione che dagl’antichi i gioghi de monti
erano chiamati Tauri per la figura che sogliono avere simili a'dorsi o alle
schiene di tori, ond'è che quel celebre monte che divide la Siria dal rimanente
dell'Asia fu chiamato Tauro sic come alcuni altri popoli presso Plinio ed altri
antichi geografi son chiamati anch'essi Taurini specialmente nella Scizia, per
chè abitano presso i monti anticamente appellati Tauri. Ri dotti poi questi
popoli liguri sotto la soggezione de’ romani, OTTAVIO ingrandi la città, che
perciò venne poi detta AVGVSTA TAVRINORVM, non altrimenti che Lutetia
Parisiorum da’ parisii popoli della Gallia Lugdunense che l'abitano. Hanno i
liguri salassi anche in questa XI regione un'altra città, chiamata da Strabone,
Plinio, Tolomeo ed Antonino Augusta Prætoria -- ora detta AOSTA -- per
distinguerla dall'altra Augusla de’ liguri vagienni già menzionata. E posta frà
le due facce dell’Alpi Graie e Pennine. Sono le prime dette da' greci Graie per
lo passaggio di Ercole – NISI DE HERCVLE FABVLIS CREDERE LIBET, come saviamente
dice Plinio --, e le seconde, siccome volgarmente si crede, dal passaggio di
Annibale co’ suoi cartaginesi sono chiamate “PŒNINE”, secondo avvisa anche
Plinio, benchè Livio ne dubiti. Checchè sia diciò, è da osservarsi che da
questa Augusta Prætoria, essendo per la sua situazione la prima città d'Italia,
gl’antichi geometri prendevan la misura della lunghezza di questo nostro paese,
tirando una linea per Capua fino a Reggio, ultima città sullo stretto siciliano.
E dessa ancora città famosa ed illustre a’ tempi de’ re longobardi, quando
questi tennero il regno d'Italia. Ad Eporedia, città posta nella stessa regione
all'imbocco della Valle Augustana e dalle radici dell’Alpi, oggi dell’Ivrea, Plinio
da, se non così antica origine, nulla dimeno una assai più illustre, scrivendo
che e da’ Romani fondata per impulso degli dei, secondo che da'libri sibillini era
stato lor mostrato. OPPIDVM EPOREDIAM, e dice, SYBILLINIS LIBRIS A POPVLO
ROMANO CONDI IVSSVM. E antica colonia romana, e perciò cotanto memorata da CICERONE,
STRABONE, TACITO, e d’altri romani scrittori. Vercelli anche secondo PLINIO dee
riconoscere la sua origine da’ liguri sallii poichè egli scrive: VERCELLE
LIBICORVM EX SALIIS ORTÆ. E se dobbiamo prestar fede al vecchio CATONE, Novara
anche da’ liguri ha origine, quantunque in ciò PLINIO discordi, facendola
derivare da’ vocontii popoli della Gallia Narbonense. Questa era l'antica LIGVRIA
che occupa tutta quella gran parte d'Italia occidentale, la quale poscia dal
tempo che cangia e muta i nomi,i linguaggi, i costumi, i confini e tutto, sorti
altre divisioni e nuovi domini. Furon poi queste regioni chiamate Langa, Monferrato,
l'Astegiana, Piemonte superiore, Marchesato di Saluzzo, Piemonte inferiore
ovvero tratto Torinese, Canavese,Valle Augustana,Vercellese e Biellese. MOLTI
TRAVAGLI I ROMANI SOPPORTARONO PER SOTTOPORRE TANTI POPOLI LIGVRI, poichè
questi duri nelle armi e difesi da'luoghi inaccessibili si mantenner liberi, nè
prima degl’ultimi tempi della romana repubblica sono ad essa sottomessi. I
romani cominciarono a sperimentarli nell’armi dopo che si sono già resi formidabili
in Italiae daltrove, dopo che ebber vinto Pirro re di Epiro e lui costretto a
ritirarsi nel suo regno, e dopo che nella guerra punica il console C. Lutazio
diede [Plin., Hist. nat.] a’ cartaginesi quella terribile rotta nelle
isole agale, per la quale costoro furono forzati a chieder pace a’ romani.
Allora, finita questa guerra, i vincitori cominciarono a muovere le armi contro
i liguri. LIVIO, nella seconda sua deca, seguendo il suo costume, ne avrebbe
certamente fatto conoscere le minute circostanze, ma questa deca interamente ci
manca. L. Floro nell’Epitome ne rammenta il principio dicendo, ADVERSVS LIGVRES
TVNC PRIMVM EXERCITVS PROMOTVS EST. Ma d’altri scrittori romani e da ciò che LIVIO
stesso scrive nella III e IV deca, lequali per buona sorte ci rimangono, è
facile il conoscere che fin qui i romani non profittarono niente sopra i
liguri, poichè è anche fuor di dubbio che nel principio della guerra punica
quando Annibale passa le Alpi, i liguri gli prestano aiuto contro i romani; e LIVIO
nel primo libro della III deca parra, che col loro favore prese Annibale per
insidie due questori romani con II tribuni de'soldati e V figliuoli de'sanniti
dell'ordine equestre. Nè dopo scacciato Annibale d'Italia si perderono di animo,
sicchè non tenessero continuamente esercitati i romani nell’armi. Ambi duei
consoli C. Flaminio contro i liguri frisinati ed apuani -- i quali scorre fino
ne’ campi Pisani e Bolognesi --, e M. Emilio contro gl’altri liguri di qua
dell'Appennino, sono destinati con II eserciti consolari a soggiogarli: e
sebbene ciò avessero i consoli menato ad esecuzione, non mancaron quelli di
risorger poi più animosi e forti che prima, sicchè e d'uopo nel seguente anno a'successori
consoli Q. Marzio e Postumio, dopo che questi sispacciarono dalle inquisizioni
de’ baccanali, riprender la guerra, la quale a Q. Marzio riusci pur troppo
infelice, poichè colto il suo esercito da’ liguri apuani fra luoghi strelti e
dificili, e dissipato in guisa che, siccome scrive LIVIO, QVATVOR MILLIA MILITVM
AMISSA ET LEGIONIS SECVNDÆ SIGNATRIA UNDECIM VEXILLA SOCIORVM AC LATINI NOMINIS
IN POTESTATEM HOSTIVM VENERVNT ET ARMA MVLTA QVÆ QVIA IMPEDIMENTO FVGIENTIBVS
PER SILVESTRES SEMITAS ERANT PASSIM IACTABANTVR PRIVS SEQVENDI LIGVRES FINEM
QVAM FVGÆ ROMANI FECERUNT. Marzio fuggi dunque col residuo del suo esercito:
NON TAMEN, soggiunge LIVIO, OBLITERARE FAMAM REI MALE GESTE POTVIT NAM SALTVS
VNDE EVM LIGVRES FUGAVERANT. MARTIVS EST APPELATVS. Nè minori sono gli sforzi
ne’ seguenti anni de’ consoli successori, SEMPRONIO Sempronio che pugna contro
i liguri apuani ed AP. CLAUDIO contro i liguri ingauni. In breve, dice Livio, e
già ridotto in costume non decretarsi a’ consoli altra provincia se non quella de’
liguri onde erano quelli spesso intenti a formare nuove legioni per poter
abbattere sì valorosi inimici; la qual cosa non ha effetto se non sotto L.
Emilio Paolo il quale, essendogli stata prorogata la consolare potestà, con
potente esercito spedito contro i liguri ingauni ottenne su questi piena vittoria,
siccome più tardi M. Bebio l'ottenne su’liguri apuani. E finalmente soltanto
verso la fine del secolo, insieme con gl'istri, co’ galli cisalpini e con le
genti alpine, sono i liguri sottomessi a’ romani. De’ liguri in fatti
primieramente trionfo C. CLAUDIO console, e ne’ posteriori anni sono quelli
poscia del tutto debellati. Di questa costanza e dabito de’ liguri alle fatiche
della milizia ed a soffrire patimenti e disagi, ben si accorse Annibale, il
quale passate l’Alpi, nelle sue prime pugne contro i romani, più che in altro
popolo e più che ne’ cartaginesi stessi, pose ogni fiducia ne’ liguri de’ quali
si vale. E quando profugo da Cartagine ricovrossi sotto Antioco re della Siria,
il quale allora ha guerra co’ romani, il più sano consiglio che a quel principe
pole dare, siccome Livio scrive e che dove attaccare in due parti i romani
dividendo in due classi la numerosa sua armata, ed una, della quale e stato
Antioco stesso il comandante e l'ammiraglio, diriger nella Grecia per
discacciarne i romani, l'altra, dellả quale egli stesso Annibale e stato il
capitano supremo, dopo avere stretta lega co’ cartaginesi, con LE NAVI DI
QUESTI INVIARE NEL MAR LIGVSTICO; poichè pensa che sbarcata la sua gente nella Liguria,
egli fidando mollo nel coraggio e valore de’ liguri OSTINATI DIFENSORI DELLA
LORO LIBERTA CONTRO I ROMANI, bene avrebbe potuto unendo l’armi liguri
alle sue portar nuova formidabil guerra in Italia e porre nuovo assedio fino
alle mura di Roma istessa; ma quello stolto e vano re non appigliandosi a QUESTO
SANO CONSIGLIO e volendo piuttosto seguire le adulazioni de’ suoi propri capitani,
die’ cagione alle tante sue perdite e sconfitte ed alla sua totale rovina. Ma
riguardandosi a’ secoli più a noi vicini, non dovrà tacersi un pregio che rese
la ligure provincia assai più gloriosa di quante mai possano vantarsi di essere
state avventurose madri d’eroi e di semi-dei. Si celebrano cotanto presso i
greci e le nazioni tutte del mondo Alcide, Bacco ed Ulisse per le lunghe loro
peregrinazioni, per aver debellato i mostri, verte ignote terre e scorsi incogniti
mari. Ma Ercole stesso chi fu colui che rese i segni di Ercole favola vile
a'naviganti industri? Chi fu colui che rese navigabili quelli che prima erano
inaccessibili ed ignoti mari, e fece palesi ai noi regni non meno sconosciuti
che vasti ? Chi fu colui che spiegando le fortunate sue antenne ad un nuovo
polo, oscurò la fama di Alcide e di Bacco, se non il ligure COLOMBO? Quanto ben
gli si adattano, e con quanta maggiore proprietà e ragione con vengono à lui
quelle lodi che Lucrezio da al suo Epicuro, e che dal nostro incomparabile TORQUATO
assai più acconcia mente furono attribuite al coraggio ed alla grandezza
d'animo del COLOMBO, quando di lui canto. Un uom della Liguria avrà ardimento
All'incognito corso esporsi in PRIMA: Nè il minaccevol fremito del vento, Nè
l'inospitomar, nè il dubbio clima, Nè s'altro di periglio o di spavento Più
grave e formidabile or si STIMA, Faran che il generoso entro a'divieti D'Abila
angusti l'alta mente accheti [Ger.] – Nasce a Ischitella (Foggia), piccolo
centro del Gargano, da Scipione, speziale. Dopo aver compiuto i studi sotto la
guida dell'arciprete del paese, Serra, legge filosofia. E inizialmente
destinato allo stato ecclesiastico, ma la famiglia muta parere e G. si trasfere
a Napoli, dove, grazie all'aiuto del pro-zio, legge diritto presso il
procuratore Comparelli. Divenne allievo d’Aulisio, sotto la cui guida studia
diritto civile; legge storia nella Biblioteca Brancacciana e in quella di Seripando.
Negli stessi anni Angelis lo introduce alla filosofia di Gassendi e ai classici
latini e italiani. Laureatosi a Napoli, G. inizia a frequentare, anche se
marginalmente, l'Accademia di MEDINACŒLI, in cui conosce alcune delle maggiori
figure della cultura napoletana, fra cui Capasso, Porzio, Caloprese (si veda) e
Cirillo sotto il cui influsso abbandona la filosofia gassendiana per
abbracciare quella di Cartesio. G. inizia l'attività d'avvocato, conducendo il
suo apprendistato presso Musto, ma, INSODDISFATTO della sistemazione, si
trasfere, su consiglio di Spinelli, che già lo presentato all'Aulisio, presso
Argento. Per la formazione culturale del G. l'incontro con Argento si rivela
fondamentale, poiché a casa di questo, inizia a riunirsi l'Accademia de' SAGGI,
che, proseguendo l'esperienza della MEDINACŒLI riune un gruppo di filosofi
destinati a divenire il nerbo del governo napoletano durante il vice-regno
austriaco. E in quell'Accademia che matura il progetto d'una nuova storia del
Regno, cui il G. da il suo contributo iniziando a lavorare all'Istoria civile
del Regno di Napoli. Grazie alla sua attività di avvocato, G. si garantì
un agiato tenore di vita. Fase decisiva per la sua carriera forense e quando
divenne avvocato dei cittadini di San Pietro in Lama in una causa intentata
contro il vescovo di Lecce Pignatelli intorno alla questione delle decime. In
risposta a due allegazioni di Nicola D'Afflitto, avvocato del vescovo, G.
pubblica la scrittura Per li possessori degli oliveti nel feudo di San Pietro
in Lama contro monsignor vescovo di Lecce barone di quel feudo intorno
all'esazione delle decime dell'olive, cui seguì, l'anno successivo, il
Ristretto delle ragioni de' possessori degli oliveti. Tali testi, per la
marcata e aperta adesione alle più avanzate tematiche giurisdizionaliste e per
gli ampi riferimenti che G. fa alla storia del Regno, provocano una forte e
vivace discussione. Molto scalpore suscita la causa in difesa del nipote
dell'Aulisio, Ferrara, arrestato due
anni prima con L’ACCUSA D’AVERE AVVELENATO LO ZIO. Vinta la causa, come
compenso G. ottenne dal suo assistito i manoscritti dell'Aulisio, di alcuni dei
quali avrebbe poi curato l'edizione. A Napoli G. pubblica intanto, sotto lo pseudonimo
anagrammatico di Giano Perontino, la Lettera sad un suo amico che lo richiede onde
avvenisse che nelle due cime del VESUVIO in quella che butta fiamme ed è più
bassa la neve lungamente si conservi e nell'altra ch'è alquanto più alta e
intera non duri che pochi giorni. La lettera e frutto degli interessi che G.
coltiva sin dal suo arrivo a Napoli (riscontrabili in tutte le opere sino a
quelle del carcere) e dai quali, come avrebbe affermato nell'autobiografia,
s'era dovuto allontanare perché assorbito dagli studi giuridici e
storici. Infatti G., pur impiegando gran parte del suo tempo
nell'attività forense, lavora alacremente all'Istoria civile. E proprio per
potervi attendere con più tranquillità che compra una villa presso Posillipo,
detta Due Porte perché si riteneva e appartenuta ai fratelli Battista e Niccolò
Della Porta. Nei anni successivi la stesura dell'Istoria lo assorbe sempre di
più, tanto che i suoi continui ritiri a Dueporte gli valsero l'ironico
soprannome di solitario Piero. L’Istoria civile e ormai pressoché completata. G.
fa allora trasferire la tipografia di Nicolò Naso nella villa che il suo amico
Vitagliano ha a Posillipo, vicino a Dueporte, e comincia la stampa. Poiché,
nonostante l'istruzione ricevuta, e più avvezzo al linguaggio giuridico e al
dialetto napoletano che non all'italiano letterario, G. chiede allora a Mela di
rileggere l'opera, volgendola, ove necessario, in buon italiano. L'Istoria
civile del Regno di Napoli vede finalmente la luce, in un'edizione di 1100
esemplari (1000 in carta ordinaria e 100 in carta reale). Scritta con lo
scopo principale di difendere i diritti e le prerogative dello Stato CONTRO LA
CURIA romana, l'Istoria civile non intende tanto apportare nuovi contributi
documentari alla storia del Regno, quanto offrirne una nuova interpretazione,
esaminandone l'evoluzione dalla DISGREGAZIONE dell'Impero romano sino al Vice-regno
austriaco. G. non raccolge (se non per i primi libri) la documentazione
direttamente dalle fonti, ma organizza quella reperibile in altri saggi, in
particolare nell'Istoria del Regno di Napoli di Costanzo (L'Aquila, Cacchi),
nell'Historia della città e Regno di Napoli di Summonte (Napoli), nella
Historia della Repubblica veneta di Nani (Venezia) e nel Teatro eroico e
politico de' governi de' viceré del Regno di Napoli di Parrino (Napoli). Il
procedimento gli causa, in seguito, l'accusa di plagio da parte di Manzoni nel
capitolo della Storia della colonna infame, e poi da tutta la storiografia neo-guelfa,
rappresentata, tra gl’altri, da Bonacci e Caristia. Il giudizio non coglie
l'importanza dell'Istoria civile, che non sta nella ricostruzione erudita degl’eventi
del Regno, ma nell'affermazione del principio dell'autonomia dello
Stato. In effetti, se dagli storici napoletani G. traeva le notizie
necessarie, i modelli storiografici sono però altri, italiani ed europei. Fra i
primi Guicciardini, Sarpi e, soprattutto, Machiavelli delle Istorie fiorentine.
Come MACHIAVELLI attribuie alla Chiesa la responsabilità di avere impedito ai
Longobardi la realizzazione in Italia di un forte regno nazionale, così G.
accusa Roma di avere troncato lo sviluppo dello Stato napoletano, distruggendo
l'esperienza normanno-sveva con la chiamata di Carlo d'Angiò. L'avversione nei
confronti degl’Angioini è uno dei temi ricorrenti dell'Istoria civile. Alla
dinastia francese G. imputa di avere diminuito il potere regio, accresciuto
quello baronale, ma soprattutto di aver riconosciuto giuridicamente il Regno
come FEUDO della Chiesa. A causa di tale acquiescenza verso il Papato, IL
MERIDIONE consuma il proprio distacco dal resto d'Italia, dove invece le
dinastie regnanti contrastano apertamente le pretese di Roma. Fra i modelli che
ispirano G. sono Thou e Grozio, da cui G. riprende la rivalutazione dei
barbari, e in particolare dei Longobardi, visti come signori nazionali, nemici
di Roma e di Bisanzio. Tanto G. e avverso agl’Angioini quanto mostra simpatia
per gl’Aragonesi, i quali, pur fra incertezze e contraddizioni, tentano di
restituire al regno l'autonomia dell'epoca normanno-sveva. Con il dominio
spagnolo si conclude tale tentativo e per questo G. e fortemente critico verso
Madrid, sottolineandone la politica di sfruttamento nei confronti del regno.
L'Istoria civile si conclude con le pagine dedicate al dominio austriaco, nel
quale il ceto civile ripone le proprie speranze. L'Istoria e dunque
un'opera collettiva, non perché scritta a più mani - come malignamente
sostenevano i nemici di G. -, ma in quanto "opera che raccoglieva e
organizza le esigenze del ceto civile (Ricuperati). Con l'Istoria civile G. si e
proposto di analizzare le ragioni del potere della Chiesa nell'Italia
meridionale e in vista di ciò dedica ampio spazio all'epoca longobarda -- l'unica
per cui G. ricorre direttamente alle fonti. Per dimostrare soprusi e
sopraffazioni della chiesa sul regno, G. ricostrue l'evoluzione politica del
Papato, respingendone implicitamente l'origine divina. Questo atteggiamento
verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente politica, rende
l'Istoriaun'opera del tutto nuova nel panorama storiografico europeo ma motiva anche
l'ostilità di Roma verso G.. Il consiglio municipale di Napoli – gl’Eletti
-- concede a G. una regalia di 195 ducati e lo nomina avvocato generale della
città. Mentre copie dell'Istoria sono inviate a Vienna, a Napoli divampano le
polemiche. Le autorità ecclesiastiche protestarono perché il saggio non ha
ottenuto la licenza del tribunale vescovile -- G., in effetti, non l'aveva
chiesta, ritenendola superflua poiché ritenne che il saggio non tratta
argomenti di giurisdizione ecclesiastica -- e alcuni religiosi iniziarono a
tenere prediche contro G.. In seguito a ciò, il potere civile muta
atteggiamento. l vice-ré austriaco, Althann, che aveva concesso a G. la licenza
necessaria per la pubblicazione dell'opera, in una riunione del Consiglio del
Collaterale, biasima apertamente gl’Eletti, i quali, peraltro, congelano i
provvedimenti a favore di G., nominando una commissione per valutare il saggio.
Nello stesso tempo, il Collaterale ordina la sospensione delle prediche contro
G. e la vendita dell'Istoria. La situazione volge al peggio al momento
del rito di s. Gennaro: poiché il sangue tarda a sciogliersi, il clero
napoletano comincia a sostenere che il santo e adirato con i napoletani per la
pubblicazione dell'Istoria civile. Contro G. si diffuse allora in tutta la
città poesie e libelli -- diversi dei quali sono oggi conservati in un codice
della Biblioteca di Napoli --, mentre la curia arcivescovile si preparava a
scomunicare l'opera. Ormai era a rischio la stessa vita di G., il quale, spinto
anche dagl’amici, decide di recarsi a Vienna per chiedere la protezione
dell'imperatore Carlo VI. Dopo alcune esitazioni, G. lascia Napoli per quella
che sperava una breve assenza e che, invece, sarebbe stata UNA PARTENZA SENZA
RITORNO. Raggiunta in incognito
Manfredonia, da lì si trasferì a Barletta, riparando per alcuni giorni in una
villa del fratello di Fraggianni. Nel frattempo a Napoli, il sangue di s.
Gennaro si scioglie. Trovata una nave su cui imbarcarsi, e a Trieste, a Lubiana
e giunge a Vienna. In questa città G. presnde subito contatto con alcuni
esponenti della numerosa comunità italiana, fra cui Riccardi, Forlosia e il
bibliotecario di corte Garelli, che porta una copia dell'Istoria all'imperatore
Carlo VI. Nel frattempo, venuto a conoscenza della scomunica lanciatagli dalla
curia arcivescovile di Napoli e della messa all'Indice dell'Istoria civile, G.
ricominciò a scrivere. Dapprima ritorna sul trattato “Del concubinato de’
Romani” ritenuto nell'Impero -- dopo la sopposta conversione alla fede di
Cristo -- già iniziato a Napoli. Poi scrive due nuovi saggi: De' rimedi contro
le proposizioni de' libri che si decretano in Roma e della potestà de' principi
in non farle valere ne' loro Stati e De' rimedi contro le scommuniche invalide
e delle potestà de' principi intorno a' modi di farle cassare ed abolire -- che
confluì nell'Apologia dell'Istoria civile. La posizione di G. sembra
migliorare. In seguito alle pressioni viennesi, la scomunica e revocata e G.
ottenne udienza da Carlo VI, che l'anno seguente gli concesse una pensione
annuale sopra i diritti della Secreteria di Sicilia. Egli non riuscì, però, a
ottenere un incarico ufficiale che, come aveva sperato, gli permettesse di
tornare a Napoli in una posizione sicura. Decide quindi di fermarsi a Vienna e
si stabilì in palazzo Linzwal. Nel frattempo, in Italia appareno diverse
confutazioni dell'Istoria civile. E pubblicata a Roma l'Apologia di quanto
l'arcivescovo di Sorrento ha praticato cogli economi de' beni ecclesiastici
della sua diocesi dell'arcivescovo Filippo Anastasio. In risposta Vitagliano
pubblica a Napoli una Difesa della real giurisdizione intorno a' regi diritti
su la chiesa collegiata appellata di S. Maria della Cattolica della città di REGGIO,
in cui, pur volendo difendere G., finiva invece con il criticarlo. G. e allora
costretto a reagire con un proprio testo, diffuso a Napoli in forma manoscritta.
Appareno a Roma le Riflessioni morali e teologiche sopra l'Istoria civile del
Regno di Napoli di Sanfelice. Rispetto all'opera d’Anastasio si tratta di un
lavoro ben più articolato e problematico, tanto che G. in un primo tempo decide
di non replicare. Ma durante la villeggiatura a Perchtoldsdorf, nei dintorni di
Vienna, scrive la Professione di fede. L'opera conosce una vasta fortuna,
testimoniata da un'imponente circolazione manoscritta, e segna la definitiva
rottura con la Chiesa cattolica. Un'altra Risposta di G. fa seguito alla
pubblicazione delle Annotazioni critiche sopra l’Istoria civile di Napoli (Napoli)
di Paoli, scritte con l'aiuto d’Egizio, esponente della parte più moderata del
giurisdizionalismo napoletano, non disposta a seguire la lezione di G.
Fallite le speranze di ottenere un incarico a Vienna, G. riprende l'attività
forense. Oltre a diverse allegazioni per clienti viennesi e napoletani, scrive
il Ragionamento a Pilati in cui difende i diritti di quest'ultimo alla nomina, poi
non avvenuta, a vescovo di Trento dopo la morte di Gentilotti e il saggio De'
veri e legittimi titoli delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano
nel tribunale detto della Monarchia, sulla complessa questione del Tribunale
della Monarchia di Sicilia. Risalgono dopo due saggi: la Breve relazione de’ Consigli
e dicasteri della città di Vienna, commissionatagli dal reggente Castelli, e le
Ragioni per le quali si dimostra che l'arcivescovado beneventano e sottoposto
al regio exequatur, come tutti gl’altri arcivescovadi del Regno, saggio scritto
su incarico della Città di Napoli. Nel frattempo, continua la fortuna
europea di G. e dell'Istoria. G. comincia a corrispondere regolarmente con
Liebe e i Mencke, iniziando la collaborazione agli Acta eruditorum Lipsensium. Scrive
la Dissertazione intorno il vero senso della iscrizione "Perdam Babillonis
nomen" posta in una moneta di Lodovico XII re di Francia, da alcuni
creduta coniata in Napoli, che, tradotta in latino, usce in un'edizione degl’ “Historiarum
sui temporis” di Thou. G. e ormai un filosofo inserito nel contesto d’Europa per
la sua conoscenza, in quel periodo delle opere che meglio rappresentavano quella
filosofia. In tal senso, un ruolo fondamentale ha la frequentazione con il
principe Eugenio di SAVOIA, nella cui ricchissima biblioteca G. aveva legge i
più importanti saggi della filosofia libertina e radicale europea. Da queste
sue fertili frequentazioni nei primi anni dell'esilio viennese deriva il
progetto dello suo saggio, il Triregno, iniziata durante una villeggiatura a
Medeling, e le cui prime due parti erano quasi terminate due anni più tardi. Il
Tri-regno si articola in tre parti. Nella prima, “IL REGNO TERRENO,” G. studia
la religione e sottolinea come in essa NON si conosce un al di là, in quanto al
popolo si promette esclusivamente il dominio sugli altri popoli senza alcun
riferimento a mondi ultra-terreni. Quello che Dio promete all'uomo – o GIOVE a
ENEA -- e, dunque, esclusivamente un regno terreno: ROMA! Nel successivo Regno
celeste l'attenzione di G. si sposta al cristianesimo delle origini – e l’idea
della potesta temporale – e del Cesare -- studiando i testi neo-testamentari,
mette in evidenza come e il cristianesimo – ‘dei galilei,’ come G. chiama in
parodia di Giuliano -- a introdurre l'idea di un mondo ultra-terreno cui i
fedeli sono destinati dopo essere stati giudicati sulla base delle loro azioni
mondane. Il Regno papale, l'ultima parte – “infamous part” – H. P. Grice --,
riprende il discorso iniziato nell'Istoria civile sulle origini del potere del
Papato. Dopo i primi secoli vissuti in conformità con l'insegnamento
evangelico, il PONTEFICE, approfittando della decadenza del POTERE TEMPORALE
IMPERIALE dopo Costantino, costitueno il loro Regno sul principio della
superiorità rispetto allo stato mondano, temporale. Nella composizione del Tri-regno concorrevano
diverse tradizioni: la fondamentale esperienza del libertinismo erudito, con
cui G. eentrato in contatto negli anni della sua prima formazione napoletana,
per influenza d’Aulisio, dal quale G. comprende l'importanza della storia
ebraica e la poca rilevanza alla mente romana! Molti temi delle Scuole sacre -
l'opera d’Aulisio uscita postuma pochi mesi dopo l'Istoria civile -
ricomparivano, infatti, nel Triregno, filtrati dalle conoscenze acquisite a
Vienna: la storiografia protestante (i. e. non cattolica, non romana) tedesca
(particolarmente evidente nel Regno celeste, dove forte è l'influenza delle
Origines, sive Antiquitates ecclesiasticae diBingham e delle Observationes
sacrae di Deyling) e, soprattutto, il deismo europeo post-spinoziano. In questo
senso importante e stato il rapporto con gli saggi di Toland (in particolare le
Lettere a Serena, Origines Iudaicae e Nazarenus), dai quali G. trasse la tesi
secondo cui gl’ebrei credeno nella MORTALITA dell'anima e non hanno alcuna idea
di un mondo ultraterreno, e con la storiografia che con questi si e misurata
criticamente (come le Vindiciae antiquae Christianorum disciplinae di
Mosheim). Il Tri-regno non e, peraltro, del tutto slegato dall'Istoria
civile. La matrice giurisdizionalista e evidente soprattutto nel Regno papale,
dove G. riprende il problema delle origini del potere ecclesiastico,
affrontandolo, però, con gli strumenti della storiografia protestante. Non più
"istoria civile" del Regno di Napoli, ma di tutta la civilizazione d’Occidente,
fondata da Roma a tradita dai papi. Di qui la persecuzione che la Curia romana
muove contro di lui, riuscendo, infine, non solo a FARLO ARRESTARE, ma a
entrare anche in possesso dell'autografo del Tri-regno. Si impede così la
pubblicazione del saggio. Ma non ne e, tuttavia, impedita completamente la
diffusione, che avvenne grazie a un apografo (probabilmente uscito dagli
archivi romani in cui l'originale e custodito). Diversi codici del Triregno circolano
in Europa, e sembra addirittura imminente una sua pubblicazione ad
Amsterdam. La conquista del Regno di Napoli a opera di Carlo di Borbone
determina la dispersione della comunità napoletana di Vienna. Ritenendo, con
ragione, che e in pericolo la sua pensione, basata su rendite siciliane, anche
G. decide, allora, di partire. Lascia Vienna e giunse a Venezia. Dove essere
solo un punto di passaggio sulla via per Napoli, ma le autorità borboniche gli
rifiutano il passaporto, temendo che un suo ritorno avrebbe compromesso le
trattative per il riconoscimento papale del nuovo sovrano. L'ambiente culturale
veneziano si rivela, comunque, ricco di stimoli per G., che stringe amicizia
con Pisani, con il principe Trivulzio, con Conti, con Terzi e con il libraio Pitteri.
Con quest'ultimo, in particolare, si accorda per una nuova edizione
dell'Istoria civile, per la quale appronta quell'Apologia dell'Istoria civile
cui lavora da tempo e in cui confluirono i tre trattati composti a Vienna. In
realtà, anche a Venezia G. non manca certo di nemici. Poco dopo il suo arrivo,
Pasqualigo gli offre cattedra a Padova, ma la Curia romana e riuscita a fare
sospendere l'offerta. Nello stesso tempo, il nunzio a Venezia, Oddi, fa pressioni sul governo della
Serenissima perché G. e cacciato e consegnato alle autorità pontificie. Per
screditare G. venne diffusa la voce che egli avesse criticato la Repubblica
veneziana in alcune pagine dell'Istoria civile, obbligandolo così a difendersi.
La risposta a tale accusa confluì anch'essa nell'Apologiadell'Istoria civile.
G. si stabile nell'abitazione di Pisani. Riprende, allora, la stesura del
Triregno, discutendone con i suoi amici veneziani. E nella villa di Pisani a
Rovere di Crè, presso Rovigo, che G. scrive la Prefazione al Triregno. Anche
questa volta, tuttavia, la tranquillità doverivelarsi effimera. Dopo
oltre un anno di complesse manovre sotterranee, il nunzio ottenne il risultato
sperato. Una fatidica notte, poco dopo aver lasciato, insieme con Conti, la
casa di Terzi, G. e catturato d’agenti del S. Uffizio, caricato a forza su
un'imbarcazione e abbandonato nel Ferrarese, in territorio pontificio. Riusce quindi
fortunosamente a raggiungere Modena e vi resta nascosto per circa un mese,
sotto il falso nome di Antonio Rinaldi, protetto, fra gli altri, anche da L.A.
Muratori. Inizia, allora, la stesura del Ragguaglio dell'improvviso e violento
ratto praticato in Venezia ad istigazione de' gesuiti e della corte di Roma. Si
reca a Milano, allora occupata dalle truppe sabaude, dove spera nell'aiuto
della famiglia del principe Trivulzio. E ricevuto dal marchese Olivazzi, gran
cancelliere, il quale gli consiglia di scrivere al marchese d'Ormea, ministro
di Carlo Emanuele III di SAVOIA, per offrirsi come storico di corte. Quel che
Olivazzi non poteva sapere e che l'Ormea s'era già accordato con Albani,
offrendogli l'arresto di G. come contro-partita per la concessione di un
concordato favorevole allo STATO SABAUDO al fine di chiudere lo scontro -
aperto un ventennio prima da Vittorio Amedeo II - fra Torino e Roma. Da Torino
parte quindi l'ORDINE D’ARRESTO di G., che però nel frattempo lasciato Milano
per la capitale sabauda. Non considerando più gli Stati italiani un rifugio
sicuro dopo l'esperienza veneziana, G. aveva decide di andare a Ginevra, dove e
in contatto con l'editore Bousquet, che
annunciato la sua intenzione di pubblicare l'Istoria civile. Mentre da
l'ordine di arrestarlo a Milano, Ormea non puo immaginare che G. e proprio a
Torino, dove si ferma. Giunge a Ginevra dove, pur rifiutando di convertirsi al
calvinismo, stringe amicizia con Turretini e Vernet. A causa delle sue
precarie condizioni economiche, decide di pubblicare la traduzione francese
dell'Istoria civile, per la quale s'era accordato già da tempo con Bousquet.
Questi, però, aveva sciolto proprio allora la sua società con lo stampatore
Pellissari, e si e trasferito in Olanda. E solo grazie all'aiuto di Vernet che
G. puo trovare un nuovo finanziatore nel libraio Barillot, ma, quando tutto e
pronto per l’edizione dell'Istoria, G. e attirato fraudolentemente in
territorio sabaudo e arrestato. Ormea da disposizioni per l'arresto al
governatore della Savoia, conte Giuseppe Piccon della Perosa. La trama del
rapimento è stata raccontata da G. stesso, nella sua autobiografia, in pagine
esemplari per chiarezza e drammaticità. A Ginevra egli prende alloggio presso
il sarto Chénevé, da tempo amico di un doganiere sabaudo, tale Gastaldi, il cui
fratello era aiutante di campo del conte Piccon. Dapprima Gastaldi si guadagna
la simpatia dal figlio di G., invitandolo spesso a Vésenaz -- il piccolo centro
savoiardo di fronte a Ginevra, dov'era la dogana -- insieme con Chénevé. In
questo modo egli venne a conoscenza dei movimenti di G. a Ginevra, informandone
Piccon. Dopo aver rifiutato gl’inviti di Gastaldi per tutto l'inverno, G.
accetta di assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di
Vésenaz. Si trasfere a casa di Gastaldi.
Questi, presi con sé alcuni soldati, irruppe di notte nella stanza di G. e
arrestò lui e il figlio. Il giorno dopo, Gastaldi si mise in marcia verso
Chambéry. G. racconta la gioia del doganiere il quale, tenendo in mano un suo
ritratto (probabilmente una copia dell'incisione fatta a Vienna da Sedelmayer) andava di paese in paese urlando
di aver catturato "un grand'uomo". Giunto a Chambéry Gastaldi
consegna i prigionieri al conte Piccon, il quale ne dispose il trasferimento
nella fortezza di Miolans, tradizionalmente deputata ad accogliere i
prigionieri di Stato -- quarant'anni dopo vi sarebbe stato rinchiuso anche il
marchese de Sade. Ricevuta notizia dell'arresto, Ormea ne informa Albani, al
quale riferì anche l'intenzione di Carlo Emanuele III di non inviare G. a Roma,
ma di impegnarsi a tenerlo in carcere perpetuamente. Per quanto la corte di
Roma prefere giudicare direttamente G., Clemente XII ringrazia il sovrano
sabaudo per l'arresto del sedizioso. Ormea e Albani si accordano, intanto,
perché G. e processato dal S. Uffizio piemontese e costretto ad abiurare.
Durante la sua prigionia a Miolans G. scrive la “Vita e Morte di G. scritta da
lui medesimo” e inizia, aiutato dal figlio, una prima versione dei “Discorsi
sopra gl’Annali di Livio,” che intende offrire a Carlo Emanuele III per l'educazione
del principe di Piemonte, il futuro Vittorio Amedeo III. Nello stesso periodo
Ormea riusce, grazie al conte Piccon e ad altri agenti sabaudi, a entrare in
possesso dei manoscritti delle opere di G. -- compreso quello del Triregno -- che,
dopo esser stati esaminati da Palazzi, abate di Selve, bibliotecario e storico
di corte, sono inviati a Roma. G., separato dal figlio, e trasferito a Torino
nelle carceri di Porta Po, prima, e nella cittadella, poi. Qui fu affidato alla
cura spirituale di Prever. Presta formale abiura dei suoi errori di fronte al
vicario inquisitoriale, Alfieri di Magliano. Il testo dell'abiura non e quello
che la Curia romana si attende, tanto che - contrariamente alla prima
intenzione - si decide di non renderlo pubblico. A convincere G. ad abiurare e
stata la speranza di poter tornare presto in libertà. Ma e trasferito al forte
di Ceva, dove rimane. Le istruzioni impartite al conte Magistris, governatore
del forte, sono per la migliore sistemazione possibile nel castello. G. e
rinchiuso nella prigione detta "la speranza": due stanze e un
anticamera interamente rivestite in legno e chiuse da una porta di pietra. Gli
era permessa qualche ora d'aria al giorno, purché non parlasse con nessuno,
tranne il governatore e il confessore del forte, e puo leggere e scrivere, purché
le sue opere non uscissero da Ceva se non per Torino. Nel tempo di prigionia
cebana G. termina i Discorsi sopra gli Annali di LIVIO (si veda) e scrive altre
tre saggi: l'Apologia de' teologi scolastici, l'Istoria del pontificato di GREGORIO
(si veda), e L'ape ingegnosa. In esse riaffiorano molti temi del Triregno,
soprattutto nell'Apologia de' teologi scolastici - dove L’AUTORITA DEI PADRI della
Chiesa e sottoposta a UNA VERA DEMOLIZIONE -- e nell'Istoria del pontificato di
GREGORIO (si veda). Quest'ultima, inizialmente concepita come conclusione
dell'Apologia, e una vera e propria prosecuzione del Triregno, nel cui Regno
papale una vasta parte dove essere dedicata a tale PONTEFICE. Temi tipici degl’autori
libertini, in particolare di Toland, grazie a un sapiente uso della Naturalis
historia di Plinio il Vecchio, tornano anche nelle pagine dell'Ape ingegnosa,
vasto e complesso zibaldone, come recita il titolo, di varie osservazioni sopra
le opere di natura e dell'arte, denso di spunti autobiografici.
Nonostante la prigionia, la fortuna europea di G. continua. Ad Amsterdam sono
aparsi i suoi libri sulla "politia ecclesiastica" (Anecdotes
ecclésiastiques contenant la police et la discipline de l'Église chrétienne
depuis son établissement jusqu'au XIe siècle), e l'intera Istoria civile,
curata da Bochat e Bentivoglio, pubblicata a Ginevra -- ma con la falsa
indicazione d’Aja. Mentre a Torino la diffusione delle opere giannoniane
preoccupava le autorità ecclesiastiche, a Ceva
G. entra in contatto con esponenti della nobiltà locale, che lo
incaricarono della stesura di alcune allegazioni forensi. A causa
dell'avanzata delle truppe franco-spagnole, allora impegnate contro il Piemonte
nella Guerra di successione austriaca, G. e trasferito a Torino. In un primo
tempo le condizioni della prigionia nella cittadella si rivelarono assai più
dure: il governatore Cortanze non ha, come invece il De Magistris, ordini
particolari per il prigioniero, il cui trattamento non e inizialmente dissimile
a quello riservato ai molti prigionieri che affluivano nella capitale da tutto
il Piemonte. La situazione e aggravata dalla morte d’Ormea, tanto che G. invia
al sovrano un lungo e disperato memoriale sul proprio stato e sulle angherie
cui lo sottopone il maggiore della cittadella, Caramelli. Da allora le
condizioni della sua detenzione migliorano sensibilmente. Il suo ritorno a
Torino non e passato inosservato; in pochi mesi G. entrò in relazione con
personaggi della corte e della cultura, come i bibliotecari dell'Università
Ricolvi e Rivautella, e, soprattutto, Villettes, il quale gli fa avere diversi
libri della propria biblioteca, grazie ai quali, oltre a quelli avuti dalla
Biblioteca reale tramite Cortanze, G. puo aggiungere nuovi capitoli
all'Apologia de' teologi scolastici e iniziare una nuova versione dei Discorsi.
L’interesse destato da G. suscita la reazione delle autorità ecclesiastiche. Il
nunzio a Torino, Merlini, protesa presso
il sovrano, il quale gli assicurò che le condizioni del prigioniero sono
divenute più severe. In realtà G. continua a scrivere e a ricevere
libri da Villettes e da Roero di Cortanze. Il desiderio di G., formulato in una
lettera ad Ormea che sulla sua tomba e posta un'iscrizione da lui appositamente
composta non e esaudito. Il suo corpo e sepolto nella fossa comune dei
prigionieri della chiesa di S. Barbara, all'interno della cittadella. La chiesa
e distrutta. Altri saggi: “Saggi” a cura di Bertelli e Ricuperati, Milano, con
bibliografia, in cui sono comprese la Vita scritta da se medesimo, pagine
scelte dell'Istoria civile, del Triregno, del Ragguaglio del ratto, delle altre
opere del carcere e alcune lettere; Istoria civile, a cura di Marongiu, Milano;
Triregno, a cura di Parente, Bari; Dopo la "Giannoniana": problemi di
edizione, nuovi reperimenti di fonti e l'introduzione perduta del Triregno, cur.
Ricuperati, in L'Europa fra Illuminismo e Restaurazione. Studi in onore di
Diaz, a cura di Alatri, Roma; un manoscritto del Ragguaglio del ratto è stato
pubblicato in Un testo inedito di G., cur. Denis, Archivio storico italiano,
Delle altre opere del carcere l'unica sinora pubblicata in edizione critica è
L'ape ingegnosa, overo Raccolta di varie osservazioni sopra le opere di natura
e dell'arte, a cura di Merlotti, Roma, con bibliografia. Per le lettere. G., Epistolario,
a cura di Minervino, Fasano; Lettere autografe, cur. di Minervino (in entrambi i casi l'edizione non è del tutto
affidabile, cfr. la rec. di Rienzo, in Bollettino storico-bibliogr. subalpino,
Arch. di Stato di Torino, Biblioteca antica, Manoscritti di G., inventario a
cura di Ricuperati, Le carte torinesi di G., in Memorie dell'Acc. delle scienze
di Torino, classe di scienze morali, storiche e filologiche. Il fondo è stato
arricchito da documenti autografi del G., in gran parte relativi ai periodi
austriaco e veneziano. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di G.. Ricerche
bibliografiche, Bari; Marini, G. e il giannonismo, Bari; Vigezzi, G.
riformatore e storico, Milano; Bertelli, Giannoniana. Autografi, manoscritti e
documenti della fortuna di G., Napoli; Ricuperati, L'esperienza civile e
religiosa di G., Milano; G. e il suo
tempo, a cura di Ajello, Napoli; Merlotti, Risorgimento ghibellino: Ferrari
lettore di G., in Annali della Fondazione Einaudi; Negli archivi del Re. La
lettura negata delle opere di G. nel Piemonte sabaudo, Riv. stor. Italiana; Ricuperati,
G.: an itinerary in European free-thinking, in Transactions of The Congress on
the ENLIGHTENMENT, Oxford; Trevor-Roper, G. and Great Britain, in The
Historical Journal, A. Hook, La "Storia civile del Regno di Napoli"
di G., il giacobitismo e l'Illuminismo scozzese, in Ricerche storiche,
Mannarino, Le mille favole degli antichi. Ebraismo e cultura europea nel
pensiero religioso di G., Firenz. Grice: “One good thing about the Roman Church (you
know, there’s a Jewish Church, too) is Giannone – he was rendered an ‘impious’
by the Church and imprisoned to death. This allowed him to philosophise on the
Liguri – and he did!” Nome compiuto: Pietro
Giannone. Giannone. Keywords: la terza Roma, autobiografia, ego-grafia – Vico,
Giannone, Genovesi – Liguria – commento su Livio – regno terreno, regno
celeste, regno papale --. Storia di roma antica -- giannonismo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giannone” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gianola – siciliano, non italiano – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Catania). Catania, Sicilia. Italian
classical philologist, theosophist, and schollar. His career bridged classical
scholarship with an interest in esoteric subjects. Hw began his caeer as a
classical philologist, especialising in the study of ancient languages and
texts. This training formed the foundation of his scholarly work on ancient Roman
history and philosophy. He was associated with the Teosophical Society and
published seversal essays through its publishing arm, Edizioni studi esoterici,
and Theosophical Publishing Society. Teosophy is a philosophical and religious
movement that draws on elements of Hindusim, Buddhism, and Gnosticism. This
interest influenced his later writings, particularly those on esoteric or mystical
topics. LA FORTUNA DI PITAGORA PRESSO I ROMANI
dalle orìgini fino al tempo di Augusto . G. also writes: “Publio Nigidio Figulo astrologo e
mago” In this work G. examines the life and work of Giulo, a Rom scholar, politician
and neo-pythogagorean philosopher. It is
a historical and philological analysis. “La fortuna” explores the
influence of Pythagoras and Pythagorean philosophy among the Romans from their
origins up to t the time of Augusto. It is a work of comparative literature,
focusing on Latin and Greek sources. G. was associated with The Biblioteca di
Filoslogia classica, a scholarly series. His historical and philological work
is part of a broader body of research on classical antiquity and philosophy,
particllary on the neo-pythagorean movement in ancient Rome. He also wrote Il sodalizio
di Crotona – and Per la piu grande italia: discourse, a work with patriotic
themes. His research continues to be of
interest to scholars in these fields. CATANIA
FRANCESCO BATTUTO J^-Catania — Stab.
Tip. S. Di Mattai &. C. — 1921. A GIORGIO E GUSTAVO DEL VECCHIO
FRATERNAMENTE PREFA2IONB La filosofia di Pitagora^ che è generalmente
conosciuta appena in alcuni dei suoi punti fondamentali^ come la metempsicosi^
Varmonia delle sfere^ la scienza dei nu- meri^ l'astensione dai cibi carnei e
dalle fave^ era in realtà un complesso assai vasto e profondo di dottrine^ un
ve?v e propìzio sistema di speculazione e di morale, la cui conoscenza ci è
tuttavia possibile soltanto in pic- cola parte^ sì per la scarsità dei
documenti scritti ori- ginali, dovuta alla nota tradizione della segretezza che
i più dei suoi cultori osservarono scrupolosamente, sì per le amplificazioni^
le falsificazioni e le invenzioni che partorirono le fantasie di tardi seguaci^
di pseudo- eruditi e di mistificatori. E però indubbio che tale filo- sofia fu
non dilettantismo di mistici fanatici^ ma vera e ragionata speculazione^ a cui
si accompagnò^ parallela, ima conseguente e logica ragione di vita, sì che^
men- tre da un lato potè attrarre^ seducendole col fascino delle verità da essa
chiarite e con V armonica bellezza dei suoi insegnamenti.^ le anime di molti
cui pungeva r assillante aculeo della conoscenza., incontrò daW altro ostacoli
e derisioni da parie di aristocrazie interessate o di volghi ignobili e
sciocchi. Divulgata.^ se non creata interamente ex novo, nel se- colo sesto a.
C. per opera di Pitagora^ del quale ^ come di Omero, alcuni misero perfino in
dubbio Vesistenxa^ fu coltivata^ prima che altrove, sulle rive dell' Ionio ^
nella Magna Grecia e in Sicilia., di dove si diffuse, sebbene osteggiata.,
nella Grecia ed in Roma. Ricca., com'essa era., di principii che oggi si
direbbero idealistici e tra- sceridentali., ed accompagnandosi., come ho
detto., a una sua particolare armonica concezione della vita indivi- duale e
collettiva^ teorica^ insomma e pratica nello stesso tempo., essa era ben atta
ad informare di se religione e scienza., politica e morale.^ consuetudini e
leggi. Essa fu da molti connessa non pure con anteriori an- tichissime
dottriìie della Grecia^ deW Egitto^ delV India e per fin della Cina., dalle
quali sarebbe in tutto o in parte derivata e con le quali ebbe non dubbi punti
di somiglianza, ma altresì con la posteriore filosofia di Pla- tone, in molte
parti ricalcata sulle sue orme. Conservata poi per lungo tempo immune da
elementi estranei, e tra- mandata, senza il sussidio della scrittura, nel
segreto delle scuole, essa ebbe nuovo rigoglio per opera dei filosofi
alessandrini, quando, inalveatesi nel suo letto altre correditi di pensiero,
alimentò le speculazioni della teo- sofia neoplatonica e ?ieopitagorica di
Plotino, di Porfi- rio e di altri molti, e diede origine a molteplici scrit-
ture, quali più quali meno profonde ed attendibili, in- torno alla vita ed ai
primi insegnamenti delV antico maestro. Da essa infine tras.sero ispirazione
alcuni filo- sofi della rinascenza, e qualche sua derivazione può dirsi non del
tutto spenta anche oggi. — VII - Importantissimo e utilissimo sarebbe dunque^
massime per noi Italiani, lo studiare la storia di questa dottri- na e il
ricercarne e ìiarrarne le vicende nei vari tempi e nei vari paesi: poiché^
sebbene molti abbiano fatto stu- di e ricerche in proposito — basterà ricordare^
fra tanti, i lavori del Bitter, dello Zeller, del Gomperz, dello Chaignet (4) e
del Mullach (5), e, in Italia, di CAPELLINA (vedasi), di CENTOFANTI (vedasi), di
Gognetti De MARTIIS (vedasi), di FERRARI (vedasi), di FERRI (vedasi) -- e
benché da tutti -- Ritter, Oeschichte der Pythagor. Philosopkie, Hamburg. Zellbe, Pythagoras und die Pythagorassage, in
Vor- tràge und Abhandlungen geschichtlichen Inhalts^ Leipzig, 1865 e Die
Philosopkie der Oriechen ecc.., voi. P pp. 279 e segg. (3) Theod. Gomperz. Les penseurs de la
Grece, trad. de la 2* ed. alleni, par A. Raymond, Paris, Alcan. Chaignet,
Pythagoi^e et la philosopkie pythagor., Pa- ris, 1873. Fr. G. a. Mullach, De Pythagora eiusque
dìseipulis et suc- cessoribus, in Fragmenta philosoph.. graecor. v. II, Paris, . CAPELLINA (vedasi), Delle
dottrine dell'antica scuola pitagorica contenute nei Versi d'oro, Memorie della
R. Aecad. di Scienxe di Torino, CENTOFANTI (vedasi), Studi sopra Pitagora nel
volu- me La letteratura greca, Firenze, Le Monnier, 1870 [Opere, voi. I, 5p.
359 e segg). (8) CoGNETTi De Martiis, L'Istituto Pitagorico, in Atti della R.
Accad. delle Scienxe di Torino, e nel volume Socialismo antico, Torino, Bocca. FERRARI
(vedasi), La scuola e la filosofia pitagorica, Rivista ital. di filosofia; FERRI
(vedasi), Sguardo retrospettivo alle opinioni degl'italiani intorno alle
origini del pitagorismo, Atti della R. Accademia dei Lincei, Rendiconti.—
questi e da altri studiosi non solo si siano raccolte molte notizie^ ma si
siano anche esaminate e discusse quistio- ni importaìitissiìne^ pure troppe
cose ancora rimangono da chiarire e da risolvere della storia ch'io chiamerò
esterna del Pitagorismo; e fors'anche^ riprendendone i?i esame il contenuto,
ossia tenendo V occhio alla sua sto- ria interna, che è poi, per la filosofia,
la sola importan- te, qualche verità, io penso, già acquisita e insegnata
dall'antico saggio, potrebbe dimostrarsi anche oggi vali- damente fondata e
tale da poter resistere agli assalti del nostro più acuto criticismo. Gli studi
raccolti in questo volume furono già da me in gran parte pubblicati, o in
opuscoli o in riviste; ma poiché ho dovuto, ìiel corso delle mie ricerche,
modificare alcune delle conclusioni alle quali ero giunto, e nuovi fatti ho
potuto chiarire, mi sono indotto, anche per aderire al desiderio e alle
sollecitazioni di be7ievoli amici, a ristamparli tutti insieme. Spero che il
tenue contributo chHo porto alla storia che or ora dissi esterna del
Pitagorismo varrà almeno a dimostrare che intorìio a queste importantissime
dot- trine non si è detto ancora tutto e che inolio ancora si può indagare e
scoprire. Da diverse tradizioni furono connessi i piiì antichi istituti
religiosi e politici di molte città dell'Italia meridionale con il Pitagorismo
(1); ne fa meraviglia che alle dottrine di Pitagora si facessero risalire anche
le prime istituzioni e le più antiche leggi di Roma: Numa, il sacro legislatore
della città capitolin'a, fu ritenuto scolaro di Pitagora, e le stesse leggi
delle dodici tavole, copiate dalle legislazioni della Magna Grecia e della
Sicilia, che alla loro volta traevano ispirazione, se non origine, dal
Pitagorismo, fu- rono altresì ricongiunte con questo. Sarebbe indubbiamente
assai utile e interessante poter determinare in che consistessero questi legami
di dipen- denza e stabilire con precisione quali furono gl'influssi dell'antica
sapienza italica sulla formazione delle credenze e degli istituti religiosi e
della fondamentale legislazione (1) Seneca, per esempio, (Epist. ad Lueilium^
90) sull'autorità di Posìdonio, dice, parlando dei grandi legislatori
dell'Italia: «Hi non in foro, nec in consultorum atrio, sed in Pythagorae ilio
sanctoque secessu didicerunt jura, quae fiorenti lune Siciliae et per Italiani
Oraeciae ponerent ». 1. 2 — romana; ma purtroppo, sebbene qualche lieve
tentativo si sia fatto in proposito, non è, per ora, possibile una deter-
minazione neppure approssimativa. Ma insieme con questa azione, da alcuni
ritenuta sol- tanto leggendaria, su ciò che costituì l'anima della vita civile
di Roma, esercitò il Pitagorismo un ulteriore in- flusso, determinando nel
corso dei secoli, attraverso le vicende della sua storia vasta e complessa, una
corrente di pensiero sua propria, continua o interrotta, palese o recondita? Di
vera e propria tradizione scritta non ci restano trac- ce, se non frammentarie;
di una tradizione orale abbiamo invece meno scarsi indizi e con certezza
sappiamo di non pochi seguaci che la dottrina pitagorica ebbe in Roma. Anzi noi
possiamo rilevare fin d'ora, anticipando in parte le conclusioni di queste
nostre ricerche, che questi inna- morati cultori di una così riposta e
difficile sapienza non furono già uomini oscuri uè poeti o scrittori di second
'or- dine, ma cittadini illustri, grandi poeti e celebri letterati, pensatori
insigni e grandi uomini politici ; cosicché la filo- sofia pitagorica, non
morta nella scrittura o negli insegna- menti orali, ma viva e operante nelle
menti di magistrati famosi, come Appio Claudio e il maggiore Scipione, nelle
fantasie di poeti eccellenti, come Ennio e Virgilio, nei cuori di cittadini
nobilissimi, come Figulo, Yarrone e i Sestii, accompagnò in certo modo passo
per passo il pro- gredire della potenza e della grandezza di Roma; finché poi,
sopra la sua efficienza pratica e la sua virtù fattiva prevalendo l'elemento
speculativo, che, data la naiura e l'indole dei Romani, era il meno idoneo ad
allettarli, e all'antica razionalità delle dottrine sovrapponendosi da un lato
fantasticherie e aberrazioni come quelle di un Apollonio di Tiana, e dall'altro
frammischiaudosi elementi ete- rogenei di origine greca, orientale e forse
anche cristiana, essa si ritirò di nuovo nel silenzio e nella segretezza di
qualche scuola, illuminò appena la vita e lo spirito di qualche solitario amante
della verità e del sapere, e finì per disperdersi e dileguare nelle acque
torbide delle spe- culazioni di un Macrobio o di un Eulogio. Se io mi sono
indotto pertanto a raccogliere con la maggior diligenza possìbile i ricordi, le
testimonianze, le tracce, o. palesi o recondite, o tenui o larghe, che di sé.
ha lasciato il pensiero pitagorico nella storia e nella let- teratura
dell'antica Roma, gli è che altri lavori e studi esaurienti intorno al mio tema
non mi è accaduto di tro- vare. Brevi cenni riassuntivi si trovano bensì nelle
opere dello Zeller, dello Chaignet, del MuUach, nella Storia di Roma del Pais,
e in storie generali e particolari della letteratura romana; ma in sostanza io
ho dovuto fare lun- ghe e pazienti indagini, per mettere insieme notizie sparse
qua e là un po' dappertutto. L'importanza e il valore delle mie ricerche non
consistono dunque nella novità dei ri- sultati, ma piuttosto nello svolgimento
dato a un tema fin qui appena malamente sfiorato da qualche erudito, nella
quantità delle notizie raccolte e nell'ordinamento che ne ho fatto, seguendo
l'ordine cronologico; e qualche que- stione spero anche di avere maggiormente
chiarita, seb- bene, per la scarsità dei dati sui quali era concesso co-
struire, non sempre abbia potuto giungere a conclusioni definitive. Che molte
delle antiche istituzioni di Roma fossero derivate dalla filosofia pitagorica
fu riconosciuto ed am- messo esplicitamente da Cicerone, il quale nel principio
del quarto libro delle Tusculane (§§ 2-4) lasciò scritto : « Pythagorae
doctrina cum longe lateque flueret, pernia- navisse mihi videtur in hanc
civitatem, idqtce cum coniec- tura probabile est, tum quibusdam etiam vestigiis
indica- tur » . A conforto dunque della sua opinione egli addusse due
argomenti, uno congetturale e uno di fatto: « Quis enim est qui putet, — così
egli continua — cum fiorerei in Italia Graecia potentissimis et maximis
urbibus, ea quas Magna dieta est, in eisque primum ipsius Pythagorae, deinde
postea Pythagoreorum tantum nomen esset, nostro- rum hominum ad eorum doctissimas
voces aures olausas 6 fuisee f Quin etiam arhitror propter Pythagoreorum admi'
rationem Niimam quoque regem pytagoreum a posteriori- bus existimatum. Nam cum
Pythagorae dìsciplinam et instituta cognoscerent regisque eius aequitatem et
sapien- tìam a maiorihus suis accepisseut^ aetates autem et tem pora ignorarent
propter vetustatenij eum, qui sapientia excelleret, Pythagorae auditorem
crediderunt fuisse » . E questa è la congettura; la constatazione di fatto poi
è, che nelle istituzioni romane e in alcune antiche scritture vi sono molte non
indubbie tracce di Pitagorismo. Quanto alle istituzioni, egli trova materia di
raffronto nell'uso dei canti e della musica : Vestigia autem Pythagoreorum,
quamquam multa colligi possunt, paucis tamen utemur.... Nam cum carminibus
soliti illi esse dicantur et praecepta quaedam occultius tradere et mentes suas
a cogitationum intentione eantu fidibusque ad tranquillitatem traducere,
gravissimus auctor in Originibus dixit Caio morem apud maiores hunc epuìarum
fuisse ^ ut deinceps^ qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum
laudes atque virtu- tes. Ex quo perspicuum est et cantus tum fuisse discriptos
vocum sonls et carmina. Quamquam id quidem etiam XII tabulae declarant, condi
iam tum solltum esse carmen ; quod ne licer et fieri ad alter ius iniuriam^
lege sanxerunt. Wec vero illud non eruditorum temporum argumentum est, quod et
deorum puloinaribus et epulis magistratuum fides praecinunt, quod proprium eius
fuit, de qua loquor, di- sciplinae » . E
quanto alle antiche scritture egli ricorda un carme di Appio Cieco, che a lui
pare pitagoreo: « Mihi quidem etiam A.ppii Cacci carmen, quod valde Panaetius
laudat epistula quadam, quae est ad Q. Tuberonem, Py- thagoreum videtur^?. E
finalmente conclude: <^ Multa etiam sunt in nostris institutis ducta ab
illis ; quae praetereo, 7 ne ea, quae repperisse ipsi putamur^ aliunde
didicisse vi- deamur». È davvero un peccato che Cicerone, per senti- mento di
orgoglio nazionale — che non doveva peraltro essere soltanto suo — e forse
anche . per ragioni, se non di Stato, come oggi si direbbe, almeno di prudenza
e di utilità pubblica, abbia creduto necessario di tacere intorno a queste
molte altre derivazioni d'istituti romani dal Pita- gorismo, alle quali, come
si è visto^ accenna per ben due volte; tanto piii che egli^ e per le cariche da
lui coperte, e per la conoscenza che aveva della scienza augurale e
sacerdotale, e, in genere, per la sua larga e profonda cultura storica,
letteraria e filosofica, era bene in grado di fornirci in proposito notizie,
documenti e prove certo assai interessanti. Ci è forza dunque accontentarci di
que- sta sua affermazione categorica, per quanto generica, e vedere, anzitutto,
se e quanto i suoi argomenti siano va- lidi e, in secondo luogo, se ci si
offrano altri indizi prò 0 contro la sua tesi. 2. - Che in verità i]
Pitagorismo importato nella Magna Grecia nel sesto secolo avanti Cristo, «
temporihiis isdem — come dice lo stesso Cicerone — quibus L. Brutus pa triam
liberavit » e propagatosi in tutta
l'Italia meri- dionale, dove si conservò poi per molti secoli, non dovesse
rimanere ignoto ai Romani e dovesse esercitare su di loro, presto 0 tardi,
qualche influsso notevole, è ovvio, e le presenti ricerche dimostrano appunto
la cosa alla luce dei fatti. Ma, la questione è ora di vedere se tale influsso
si possa far risalire veramente ai tempi di Pitagora e dei Ibid.. Cfr. 1, 16,
8, dove è detto che Pitagora venne in Italia « Superbo regnante » . — 8 suoi
primi seguaci, come Cicerone credette, oppure, come credette Livio e con lui
gli storici moderni, se esso si sia fatto sentire soltanto, per opera di
neo-pitagòrici, dopo la conquista della Campania e della Magna Grecia, che fu
interamente compiuta nel 265 a. C. ; e, d' altra parte, se questa azione sia
stata così larga e profonda da dover lasciare molte ti^acce di sé negli
istituti politici e religiosi di Roma, o se si sia esercitata solo sulle prime
manife- stazioni dell'arte musicale e letteraria e sulle prime spe- culazioni
filosofico-religiose. Due fatti, piccoli ma significativi, pare a me che dimo-
strino, anzitutto, come già parecchie generazioni prima dell'Arpinate, e
precisamente fin dal secolo quarto a. C, cioè prima della conquista dell'Italia
meridionale, dovette essere convinzione di molti in Roma che a Pitagora, alla
sua dottrina e alle sue leggi fosse debitrice di molto la città. Il primo di
questi fatti è che durante la guerra sannitica fu innalzata a Pitagora ai lati
del Comizio in Roma, per volere di Apollo, una statua, che vi rimase poi sino
ai tempi di Siila. Ora la guerra contro i San- niti si combattè in tre periodi,
l'ultimo dei quali va dal 298 al 290 a. C. ; e il Pais crede che la cosa si
debba ritenere avvenuta appunto in questi anni ; ma in realtà non vi sono
ragioni che ci vietino di farla risalire an- che ad uno dei due periodi
precedenti. L'altro fatto, un poco posteriore, è che dopo la presa di Turis, di
Eraclea (1) La cosa ci è attestata da Plinio, il quale però non cita la fonte
da cui ha attinto la notizia. Dice egli infatti (JV. H.): Invento et Pythagorae
et Alcibiadi in eornibus Comitii positas (statuas), cum, bello Samniti Apollo
Pythius iussisset fortissimo Oraiae gentìs et alteri sapientissimo simulacra
celebri loco dicari » . Cfr. Plutaeco, Numa^ — 9 - e di Taranto e con l'arrivo nella città
di Livio Andronico, che ne divenne il poeta sacro ed ufficiale, furono
dichiarati cittadini romani, Pitagora e il suo alunno Zaleuco (1). Ora perche
mai sarebbero stati concessi a Pi- tagora due onori così distinti e di carattere
pubblico, se non si fossero riconosciute le sue benemerenze verso la città?
Evidentemente in quei tempi più antichi l'orgoglio nazionale non aveva ancora
oscurato, come più tardi, il senso della verità storica! Ciò premesso, veniamo
ad esa- minare la possibilità degl'influssi pitagorici sulla più antica civiltà
capitolina, secondo le prove che ce ne dà Cicerone. I carmina convivalia^ che,
ormai disusati nell'età ciceroniana, erano invece ancora in uso al tempo della
seconda guerra punica e che risalivano,
come affermò Catone, a molte generazioni prima di lui, furono certamente
anteriori alla legislazione decemvirale, che è della metà del secolo quinto:
Cicerone infatti, per dimostrare l'esistenza di canti accompagnati da strumenti
musicali, e quindi di una civiltà abbastanza evoluta nei tempi più antichi di
Roma, ricorda nel passo citato, in- sieme con la testimonianza di Catone, il
fatto che le leggi delle dodici tavole comminavano gravi pene a chi avesse
usato quei canti « ad alterius inkiriam. Senonchè Cicerone, come appare da un
altro passo dei suoi scritti,' (1) Vedasi il framm. 5 nei Fragni. Hist. Graec.^
II, p. 273 e Symm. ep. X, 25. Cfr. De
rep. IV, fr, 12 : « Nostrae duodecim tabulae^ quuni perpaueas res capite
sanxissent, in his hane quoque saneiendam pukiverunt, si quis occentavisset
sive earmen condidisset quod in- famiam faeeret fìagitiumve alteri » e vedi
auche Plinio, Nat. Hist. XXVIII, 2, 10-17. audò anche più oltre, ritenendoli
già esistenti a) tempo del re Numa (1). Se così è, non avrebbe dunque dovuto
valere anche per essi l'obiezione che l'Arpinate moveva, come si è veduto, alla
leggenda che il re Numa fosse stato scolaro di Pitagora? Neppure di questi
antichissimi canti egli poteva logicamente ammettere la derivazione
dall'analoga costumanza dei Pitagorici, se Numa che Ji istituì visse, secondo
la cronologia ufficiale, a cui il nostro autore credeva, piti di cento anni
innanzi la venuta del filosofo di Samo. Cosicché o il raffronto istituito da
Cice- rone e la analogia da lui messa in rilievo non ha alcun valore storico —
e così dovrebbe ritenersi senz'altro, se fosse indiscutibilmente fondata la
cronologia della più an- tica storia di Roma — , oppure ~ come è più probabile,
in conformità dei risultati generali e particolari a cui è giunta la critica
storica nell'esame delle primitive leggende romane — l'ipotesi della
derivazione dei canti dal Pitago- rismo ha un fondamento di vero, e in tal caso
è da rite- nere che fosse errata la tradizione cronologica, in quanto faceva
risalire al secolo ottavo un'usanza che dovette essere posteriore al seste
secolo a. C. Quanto poi all'analogia considerata in se, in che consisteva essa?
Semplicemente De orai. 111,51, 197: «Nikil est autem tam eognatum mentibus
nostris quam, numeri atque voces ; qtiibus et excitamicr et ineendi- mur et
lenìmur et languescimus et ad hilaritatem et ad tristitiam saepe deducimur ;
quorum Ula sumnia vis carminibus est aptior et eantibus, non neglecta^ ut mihi
videtur, a Numa rege doctissimo maioribusque ìiostris^ ut epularum sollemnium
fides ac tibiae Sa- liorumque versus Indicarli ; maxime autem a Graecìa vetere
cele- brata ». Di questi canti poi Cicerone parla anche altrove, e cioè nel
Brutus^ 19, 75 e nelle Tusculane I, 2, 3. Si vedano anche Tacito, Ann. Ili, 5,
Val. Massimo II, 1, 10, Nonio ad assa voce ed ivi Yabbone, de vita pop. rom.^
fi. II, 20, Kettner. 11 nell'uso comune del canto e deUa musica in occasione di
feste religiose e di banchetti pubblici, non già nel conte- nuto dei canti
stessi, che gli uni. cioè i Pitagorici, ado- perarono come mezzo terapeutico e
di insegnamento eso- terico, e gli altri invece, cioè i Komani, per esaltare la
memoria degli antichi eroi; come i Pitagorici erano soliti tramandare sotto il
vincolo della segretezza certi insegna- menti in forma di canzoni e riposare
per mezzo di canti accompagnati dalla lira le menti affaticate dalla lunga
meditazione, così gli antichi Romani solevano, al principio dei banchetti,
cantare al suono delle tibie le lodi e le virtù degli eroi, ed ebbero anche
l'usanza di far precedere tanto alle mense in onore degli dei, quanto ai
banchetti dei ma- gistrati, il suono delle lire, il che fu pure caratteristico dei
Pitagorici. Insomma, le piìi antiche manifestazioni del- l'arte musicale in
Roma si ebbero per l'influsso diretto del Pitagorismo. A quel modo che si è
dimostrata la possibilità che siano derivate dal Pitagorismo queste
antichissime mani- festazioni dell'arte musicale, si potrebbe anche riconoscere
come verisimile — contrariamente a ciò che ne pensava Cicerone — la notizia dei
rapporti fra Numa e Pitagora. La notizia che il re Numa sia stato scolaro di
Pitagora è probabilmente anteriore al terzo secolo a. C. ; anzi il Pais afferma
(1) che essa si deve forse far risalire ad Ari- stosseno, . Ma in tal caso
sarebbe necessario credere che questi conoscesse una cronologia della storia
romana di- versa da quella che fu poi consacrata dalla storiografia ufficiale,
secondo i computi della quale l'esistenza di Nu- (1) Storia di Roma, I*, p. 19
e 387. 12 ma fu anteriore di oltre un secolo a quella di Pitagora. Tanto è vero
che quasi tutti gli scrittori presso i quali troviamo ricordata tale notizia —
Cicerone, Dionigi d'^li- carnasso, Diodoro Siculo, Livio, Ovidio, Plutarco,
Plinio — notano e discutono variamente questa inconciliabilità cro- nologica,
concludendo tutti press'a poco come fa Manilio nel De re piiblica di Cicerone,
che dice la storia di queste relazioni non sufficientemente provata dai
pubblici annali e quindi da ritenersi « un errore inveterato » (l). Ora che dal
punto di vista romano o di scrittori romanizzanti così dovesse concludersi, è
troppo naturale: data la indiscuti- bile verità della tradizione e della
relativa cronologia, non poteva esservi dubbio per loro sulla impossibilità per
parte di Numa di essere stato alunno di Pitagora. Ma tale im- possibilità non
esiste per noi, che sappiamo come la storia delle origini di Roma sia di
formazione relativamente assai tarda, come i computi cronologici che a quella
si riferi- scono siano il risultato di una lunga elaborazione tradi- zionale,
quasi interamente destituita d'ogni fondamento di verità, e infine come molte
figure della leggenda siano soltanto dei simboli rappresentativi di un
complesso di fatti 0 di istituzioni appartenenti talvolta a tempi succes- sivi
e diversi. Tolto dunque l'ostacolo cronologico che, se era validissimo per i
contemporanei di Cicerone, non sus- siste più oggi che la critica storica ha
demolito l'antichis- sima cronologia di Roma, non rimane altra obiezione che
(1) Ciò. De re pubi. Il, 15, 28: «Inveteratus ho77tinum errore. Cfr. DioN.
Halic. II, 59 ; Diod. Sic. Vili, 14 {.Exc. de vlrt. et vii. p. 549); Livio I,
18 e XL, 29; Plut. iVwma I, 3; .; Plinio, Nat. Hist. Quanto alla testimonianza
di Ovidio si veda più innanzi. -«. quella sollevata da Livio, il quale ritenne
impossibile ogni rapporto fra Numa e Pitagora anche per ragioni di di- stanza e
di lingua. Dice egli infatti : « Auctorem doctrinae « eius [i. e. Numae]^ quia
non exstat alius, falso Samium « Pythagoram edunt, quem Servio Tullio regnante
Bomae, « centum amplius post annos, in ultima Italiae ora circa « Metapontum
Heracleamque et Crotona iuvenum aemu- « lantium studia coetus habuisse constai.
Ex quibus locis, « etsi eiusdem aetatis fuisset^ quae fama in Sabinos f « aut
quo linguae commercio quemquam ad cupiditatem « discendi excivisset f quove
praesidio unus per tot gentes « dissonas sermone moribusque pervenisset f
suopte igitur « ingenuo temperatum animum virtutibus fuisse opinor « magis
instructumque non tam peregrinis artibus quam « disciplina tetrica ac tristi
veterum Sabinorum^ quo ge- « nere nullmn quondam incorruptius fuit » (1). Ma
nel campo della storia, come giustamente osserva MARCHI (vedasi), è forse detta
l'ultima parola sui rapporti che lega- rono in antico la civiltà della Magna
Grecia con le più barbare popolazioni italiche del centro ? E d' altra parte la
esistenza ammessa da Livio di una « disciplina tetrica ac tristis » presso i
Sabini dell'ottavo secolo a. C. non è cosa molto più problematica di quello che
non sia pro- babile l'andata di qualche sabino o romano nella Magna Grecia nel
secolo sesto? La leggenda dei rapporti fra Numa e Pitagora dovrebbe dunque, a
parer iiostro, accet- tarsi come rispondente a verisimiglianza, e il regno di
Numa, se questi è realmente esistito, o, in ogni modo, Livio, I, 18. Passi'scelti da Tito Livio ad illustrare le
istituzioni religiose^ politiche e militari di Roma antica, Milano, Vallardi,
1907 p. 65. il formarsi di tutti quegli istituti di carattere religioso che la
tradizione riportava a lui, dovrebbe ritenersi posteriore almeno al tempo di
Pitagora, ossia posteriore al secolo sesto, appunto perchè dalla tradizione era
tenuto in stretto rapporto di dipendenza dal Pitagorismo. In tal modo non
sarebbe più necessario, come fa il Pais, di ritenere inven- tata da Aristosseno
l'altra notizia, che risale appunto a questo filosofo del quarto secolo, che
parla genericamente di Romani accorsi ad ascoltar Pitagora, e piii facil- mente
si comprenderebbero alcuni dati della leggenda. di Numa, la scoperta dei famosi
libri pitagorici di questo re, e il fatto che qualche scrittore, per esempio
Ovidio, am- metta la realtà dei rapporti, senza neppure discuterla. Raccontava
ancora la tradizione che Numa ebbe tanta venerazione per il suo maestro
Pitagora, che volle dare a un proprio figlio il nome di Mamerco, in onore
dell'omo- nimo figlio del filosofo. Che significato può avere questo nuovo
particolare ? Alcuni hanno creduto di scorgere in esso un tentativo da parte
degli Emili Mamertini di far risalire in tal modo le proprie origini al tempo
di Numa. Se così fosse, noi dovremmo allora ammettere che quando il particolare
fu inserito nella leggenda, la cronologia di questa non era ancora quella
ufficiale: altrimenti il tenta- tivo sarabbe stato puerile. Ma così veramente
non è, come fu giustamente osservato dal Mtiller; probabilmente il (lì
npoo'^X'9'Ov S'aùxcp (cioè Pitagora), &<; cpvjoiv 'Apiaxógsvog, xal
Asuxavol xal MsooàTiiot xal Hsuxéxioi xal 'Ptojjtalot. Così dice Por- firio nel
Gap. 22 della Vita di Pitagora; e il medesimo affermano, senza citare Aristosseno,
Diogene Laerzio e Giamblico (Vita Pythag). Quanto al Pais, vedasi St. di Roma
I^, p. 678-679 n. e altrove. Plutarco,
Numa YIII, ; P. Emilio I. Q. Ennius, Pietrob. . -^ 15 — particolare non
ebbe altro ufficio che di avvalorare con un indizio di piii la leggenda.
Un'altra notizia, a propo- sito della quale non è veramente fatta menzione
alcuna di Pitagora, è quella che si riferisce alla Musa Tacita, per la quale
Numa ebbe particolare venerazione. Allude forse essa alla pratica del silenzio
e della segretezza, di cui parla costantemente la tradizione pitagorica? È possibile.
E il miracolo della mensa carica di ricco vasellame, che il re avrebbe fatto
apparire dinanzi agli occhi di co- loro che dubitavano delle sue facoltà
soprannaturali, non ricorda le analoghe facoltà magiche attribuite a Pita- gora
dalla tradizione? Veramente queste due notizie, per il loro carattere favoloso,
potrebbero indurci a credere l'austera e quasi mistica figura di Numa una
proiezione storica immaginaria, plasmata, in parte, a immagine del saggio di
Samo. Ma un altro fatto, sulla cui verità storica non è possibile il dubbio,
sembra indurci a conclusione diversa; voglio alludere al fatto della scoperta
dei famosi libri di Numa, avvenuta nel 191 a. C, in occasione di uno scavo sul
Gianicolo. Ora data la realtà della scopei-ta e la inverosimiglianza, come
vedremo nel capitolo seguente, di una falsificazione, noi dobbiamo ammettere,
con la tra- dizione, che questi libri fosseì'o veramente antichi. Siano poi
essi stati opera del saggio Numa — la cui esistenza, come s'è già detto,
dovrebbe necessariamente porsi in un'epoca posteriore al sesto secolo — • o di
qualche altro sapiente imbevuto di sapienza greco-italica, essi starebbero
sempre a dimostrare che effettivamente il Pitagorismo eser- citò una qualche
azione sull'antica civiltà capitolina. Plutarco, Numa^ Vili. DioN. Hauc, U, 60. Dal complesso di queste
notizie e di questi fatti noi possiamo dunque inferire che non solo la leggenda
dei rapporti fra i due legislatori dovette essere assai difPusa ed antica, ma
che altresì essa ha un certo fondamento di vero : di guisa che se Cicerone la
disse « inveteratus ho- minum error » noi possiamo senz'altro accettarne la
vetu- stà; e quanto all'erroneità, essa fu probabilmente soltanto un desiderio
di uomini di stato e di eruditi animati da un eccessivo orgoglio nazionale. Per
la qual cosa Ovidio, che pure scrisse dopo che diversi storici avevano mosso
alla leggenda le critiche accennate, potè ben accettarla senza discuterla
affatto come una cosa ovvia e risaputa (1) e fare in certo modo dipendere le
istituzioni religiose at- tribuite a Numa, persino la sua riforma del calenda-
rio, dalla educazione pitagorica da lui ricevuta. Anche alcune disposizioni
legislative delle dodici tavole— che appartengono alla metà del quinto secolo
a. C. furono messe in relazione col Pitagorismo; cosa ben natu- rale, se si
pensi alla loro origine: non erano esse infatti ricalcate sulle orme delle
legislazioni della Magna Grecia, che, alla lor volta, com'è ben noto, si
informavano ai prin- cipii di quella dottrina? Ora questa, che sarebbe, per
dirla con Cicerone, semplice coniectura, ha poi la sua riprova nel contenuto
delle leggi stesse, quale può desumersi dai frammenti che ce ne rimangono.
Infatti il diritto punitivo in esse sancito s'ispirava al principio del
taglione: Si Metam-. XV, ]-8, 479-484;
Fast. Ili, 151-154; Pont. Ili, 3, 41-46. Metam. Fast. 1. e. membrum rup{s)it^ ni cum eo pacit^
tallo està », dice il secondo frammento della ottava tavola, e questo
principio, che, come attesta Demostene, ebbe largo svolgimento nelle leggi di
Zaleuco (1), era indubitatamente tolto dai Pitago- rici, i quali lo ricollegavano
alla dottrina dei numeri. Dice infatti Aristotile che la giustizia era da loro conside- rata
come ràvTi7i;£7cov'9'ó(;, perchè consisteva in una pro- porzione — non inversa,
ma diretta, come notò bene Zeller fra
l'offeso, l'offensore e il giudice ; nel che essi applicarono, secondo la
critica aristotelica, i criteri della giustizia commutativa ad un ordine in cui
non può aver luogo che la distributiva. Ora, dice il Chiappelli in un suo breve
studio, in qual modo si determinasse dal Pitagorismo e quali applicazioni
avesse questa teorica del taglione non possiamo dire, né possiamo quiudi sapere
quali elementi di essa penetrassero nelle dodici tavole e a quali
trasformazioni andasse soggetta in Roma. Un punto tuttavia è possibile
stabilire, sebbene solo in modo nega- tivo. Alla legge generale, nelle dodici
tavole, seguivano le leggi speciali: la prima di esse riguardava la diversa Timocr.
: « ò'^xoz yàp aòxó^t vó|i.oo, èdtv tig
òcp'S-aXiJLÒv è%xó4>ì|7, àvTsxxócIjat itapaaxsiv xòv éauxoQ xal oò
XP'^M-*''^^^ xt|i7j- oswg oòSs|Jtiac, àTceiÀTjaat xtg Xéyexat èy^d-pòg
è/.'^-pcp Iva Ixovxt òcpS-aX- jjiòv Sxt aòxoù èxxóc|^st zoùzo'* xòv §va ». Le
medesime parole si ritrovano in quello che 1' autore della Grande Morale ci
riferisce dei Pitagorici, il ohe è una riprova del rapporto storico fra questi
e Zaleuco. (2) Eth. Nic. Y, 8, 1132 b. 1 (ed. Susemihl) : « Soxst 5s xtat xal
xò àvxt7C£7iov'9'òc slvat ànXGòq dCxatov còaicep oi nuO-ayópsiot Icpaaav.
è^pL^o'^xo yàp àuXwc '^à SCxaiov xò dcvxtTCSTtovO'òc dcXXcp ». [\ 360. Sopra alcuni frammenti delle XII tavole nelle
loro relazioni con Eraclito e Pitagora, in Areh. giuria,, misura della pena per
l'ingiuria recata a un libero o ad uno schiavo. Ora i Pitagorici non pare che
avessero fatta questa distinzione, se l'autore della Grande Morale combatte la
dottrina pitagorica del taglione, come quella che non si può applicare
incondizionatamente al servo o al libero, poiché di quanto quello cede a
questo, di tanto, se gli abbia fatto ingiuria, deve accrescersi la pena cor-
rispondente. E in verità siffatta distinzione era bensì impossibile nel sistema
dei Pitagorici, per i quali il corpo era come il carcere dell'anima, che vaga
in una perenne trasmigrazione, e il più alto precetto etico era l'imitazione
degli dei per via della virtù, l'osservanza delle leggi e il rispetto verso
tutti gli uomini; ma era invece possibilis- sima, anzi necessaria, nella
legislazione di Roma, dove così netto era il distacco fra cittadini liberi e
schiavi. Abbiamo anche veduto come a Cicerone paresse ispirato ai principii
della filosofia pitagorica il poemetto di APPIO (vedasi), che, censore e
console, è indubbiamente uno dei personaggi storici più importanti e, se non il
primo, certo uno dei primi rappresentanti di una larga cultura. Orbene, che il
giudizio di Cicerone non fosse errato parrebbero dimostrare a sufficienza i
pochi frammenti che di quella poesia ci sono rimasti. E in verità la famosa
sentenza «fahrum esse suae quemque fortunae » non potrebbe esprimere meglio il
fon- damento della dottrina morale di Pitagora ; e l' altra, altis- Si veda il fr. 3 della stessa tav. Vili ; «
Manu fustive si os fregit libero CCC, si servo GL poenani subito. Magn. Mar. I, 34, 1194, a. 35: « xò Si^
TotoaTov o5x èaxt Tipòg &7iavxag* oò yàp laxi Stxaiov olxéx^ Tcpòg
èXsud-spóv xaOxóv » etc- sima, come dice il Pascoli (1), se fosse certa la
lezione e r interpretazione : «amicum cum vides obliscere miserias; inimicus
sies; commentus nec libens aeque [idem tamen teneto] »^ che il Pascoli stesso
traduce: «tu dimentichi la tua miseria quando vedi un amico; ora sia tuo nemico
"quello che tu vedi: ebbene, pensatamente, e non volen- tieri come con
l'amico, tieni lo stesso contegno, tuttavia » , è pure strettamente conforme
alla dottrina pitagorica, che insegnava amore e fratellanza ; il terzo infine «
sui quem- que oportet animi coìnpotem esse semper nequid fraudis stuprique
ferocia pariat » , non e certo disforme dalle pra- tiche e dagli esercizi
spirituali degli adepti al Pitagorismo, che dovevano acquistare padronanza
assoluta non pure del proprio corpo, ma anche delle proprie attività interiori,
per dirigerle al bene. Non si apponeva dunque male Cicerone. Senonchè an- che
intorno all'autenticità di questo antico poema, che sarebbe una delle prime
manifestazioni letterarie di Roma, si sono sollevati dei dubbi. Il fatto che la
notizia di esso era data da Panezio in una sua lettera a Quinto Tuberone ha
indotto per esempio il Pais (2) a pensare che si tratti di una falsificazione
posteriore, « da collegarsi con le altre falsità che andavano sotto il nome di
Aristosseno intorno ai Romani scolari di Pitagora e su Pitagora cittadino di
Roma » . Ma come è ciò possibile, se Aristosseno e Appio furono contemporanei?
E se Appio visse, come è certo, nel tempo in cui furono sottomesse la Campania
e la Lu- cania^ che ragione c'è per negare che egli abbia potuto conoscere
quelle dottrine e da esse trarre ispirazione per Lyra romana, Livorno. St. di Roma I, 2, p. 671
n. - 20 — il suo poemetto? E poi come dubitare con qualche fon- damento
dell'autenticità dell'opera che un Panezio e un Cicerone, a distanza di tempo
relativamente breve, attri- buirono ad Appio stesso, tanto più che il medesimo Pais
riconosce che l'efficacia della filosofìa tarentina si esercitò sopra gli
uomini di stato romani « dal tempo di Appio e di Pirro » ? L' ipotesi di una
falsificazione, della quale poi non si vedrebbe neppur chiaramente la ragione,
non ci sembra dunque per nulla fondata; sì che noi possiamo con chiudere che la
dottrina del filosofo di Samo, in con- formità dei dati tradizionali, esercitò
una qualche azione tanto sulla più antica civiltà di Koma, a partire dal sesto
secolo a. C, quanto sui primi prodotti del pensiero e dell' arte. Chi, più
d'ogni altro, contribuì a diffondere in Roma la conoscenza delle dottrine di
Pitagora fu senza dubbio il poeta Ennio (239-169 a. C), il grande padre della
cul- tura e della letteratura romana. Nativo di Rudie, paese fortemente
ellenizzato fra Brindisi e Taranto, egli aveva studiato in quest'ultima città,
che era il centro italico, in cui si conservavano più pure le tradizioni
pitagoriche. Versato nel greco, nell'osco e nel latino, egli diceva scher-
zando di avere tre cuori. Nel 204 si trovò a militare in Sardegna fra gli
ausiliari che Taranto aveva mandato Gellio, N. a., XVIII, 17. ai Romani, e quivi
da Marco Porcio Catone, che era più giovane di lui di cinque anni, fu invitato
a recarsi a Roma. Come si spiega tale invito ? Quali vincoli si stabilirono fra
questi due giovani, destinati a sì grandi cose, che si incon- trarono fra gli
orrori di una guerra di conquista? Furono vincoli di simpatia e di amicizia
creati dalla comune gran- dezza d'animo e da comuni aspirazioni? 0 si erano
essi già conosciuti cinque anni prima, quando Catone quindicenne fu in Taranto
ospito del pitagorico Nearco ? (1). Questo mi sembra più probabile. D'altra
parte la profonda scienza e il forte intelletto del Rudino dovettero certo
colpire l'animo eletto e la mente aperta di Catone, che alle qualità pratiche
del futuro uomo di stato univa le attitudini del poeta e dell'artista, del
pensatore e del filo- sofo. In virtù della sua sapienza Ennio dovette apparire
al nobile cittadino di Roma come assai atto a cantare le antiche gesta della
città; ed è forse per questo che Ca- tone, ragionando con lui delle istorie
primitive della patria e delle relazioni che essa ebbe con la Magna Grecia,
dovette suggerirgli l'idea del poema, che quegli poi realmente scrisse, e per
la composizione di esso ojffrirsi di agevolar- gli la conoscenza dei documenti
e dei materiali storici e promettergli tutto il suo aiuto ; il quale, e per la
condi- zione e per l'ingegno dell'offerente, non poteva non ap- parire ad Ennio
prezioso e inestimabile. Al poeta d'altro lato, piena l'anima dell'antica
sapienza della sua terra, di quella sapienza che nessuno in somnis vidit priu'
quam sam discere coepit Plutarco, Gaio maior^ 4-5. CICERONE (vedasi), Caio
maior, Annalee, fr. (Yalmagoi). dovette
balenare come in uno splendore radioso l'idea di illustrare col suo canto le
antiche imprese di Roma e, al tempo stesso, di farsi banditore di una sapienza
scono- sciuta alla città che forse il suo spirito veggente presagiva sarebbe
stata nuova fucina di cultura e di sapere e maestra di nuova civiltà alle più
lontane generazioni! Venuto in Roma,
Ennio vi passò quasi per intero l'altra metà delia sua vita, dedicandosi
totalmente agli studi e alla poesia e a diffondere fra la gioventìi colta della
città l'amore del sapere. Egli chiamò intorno a sé, a formare un circolo di
studiosi, i piti influenti e noti cittadini e da essi seppe farsi amare ed
onorare per le cognizioni vaste e profonde, per la nobiltà dell'animo e
l'integrità del carattere, per la modestia della vita e d6i costumi, per la dolcezza
dei modi e del parlare. Ad ascol- tarlo accorsero fra gli altri Scipione
Africano, Scipione Nasica,^ Aulo Postumio Albino (1), Marco e Quinto Fulvio
Nobiliore, e con tali amicizie egli seppe vivere sempre poverissimo e pur
sempre sereno, mostrando così con l'ef- ficacia dell'esempio, che le verità da
lui insegnate e pra- ticate erano realmente le più atte a dare la felicità e la
pace. Se vogliamo credere a Gelilo, il grammatico Lucio Elio Stilone soleva
dire che Ennio fece il ritratto di sé medesimo nei seguenti versi degli Annali,
che descrivono il vero amico: Haece locutus vocat, quocum bene saepe libenter
mensam sermonesque suos rerumque suarum comiter inpartit, magnam cum lassus
diei partem trivisset de summis rebus regundis Fu « decemvir sacrorum » nel 173 a. C. (Livio).
Consilio indù foro lato sanctoque senatu ; quo res audacter magnas parvasque
iocumque eloqueretur cuncta [simul] malaque et bona dictu evomeretj.si qui
vellet, tutoque locaret; quocum multa volup et gaudia clamque palamque, 280
ingenium quoi nulla malum sententia suadet ut faceret facinus levis aut malus ;
doctus, fidelis, suavis homo, facundus, suo contentus, beatus, scitus, secunda
loquens in tempore, commodus, verbum paucum, multa tenens antiqua sepulta,
vetustas 285 quem facit et mores veteresque novosque tenentem multorum veterum
leges divomque hominumque, prudenter qui dieta loquive tacereve posset . In
questo ritratto tu vedi l'immagine del vero sapiente pitagorico, che sa
trattare le faccende pubbliche e raccor gliersi nella meditazione, che sa
parlare con piacevolezza e con facondia e tacere a tempo opportuno, che non
com- mette mai il male, neppure per leggerezza, fedele nell'a- micizia e
servizievole^ contento del suo, felice, che infine sa molte cose profonde e
recondite, ma le tiene ermeti- camente chiuse nel fondo della sua anima, per
non darle in balìa di inetti, e le svela soltanto a chi si mostri atto ad
intenderle. E anche possibile, come osserva acutamente il Pascal (2), che in
questi versi Ennio abbia voluto altresì rappresen- tare i suoi rapporti col
grande Scipione, del quale si po- trebbe dire assai piii convenientemente
quello che Macro- bio scrisse dell'Emiliano, che cioè fosse « vir non minus Gellio, N. a.: L. Aelium Stilonem dicere
solitum ferunt, Q. Ennium de semet ipso haec scripsisse picturamque istam morum
et ingenii ipsius Q. Enni factam esse ». I versi sono se- condo il testo dato
dal Valmaggi (Mìjller = fr. 194 Baehrens). Antologia latina, Milano -- philosopMa quam
virtute praecellens »; e l'ipotesi tanto pili è accettabile se pensiamo che
Scipione fu forse il mi- gliore dei discepoli del poeta, il quale lo ebbe in
tanta considerazione da comporre intorno a lui un poemetto Scipio e da fargli dire : A Sole exoriente
supra Maeotis paludes nemo est qui factis me aequiperare queat. Si fas endo
plagas caelestum ascendere cuiquam est, mi soli caeli maxima porta patet. E
Cicerone stesso, appunto per la sua sapienza, oltre che per la fama delle sue
imprese, non lo scelse come protagonista del Sogno famoso col quale terminava
il De Repuhlicaf. Di Ennio fu notissimo
ai Romani il sogno col quale incominciavano gli Annales e di cui ci sono
rimasti ap- pena alcuni frammenti insieme con le testimonianze di Lucrezio, di
Cicerone, di Orazio, di Persio e di altri. In Somnium Seipionis. CICERONE (vedasi), Tusc.;
Seneca, e/),, e altri. Seneca poi,
nell'ep. 86, dice, parlando appunto di Scipione: « animus eius in eaelum^ ex
quo erat^ rediisse persuadeo rtiihi ». Vedili in V. J. Vahlen Enn. poes. rei.,
Lipsiae; L. MuELLEE, Q. Enni carm. rei., Petrop., e nei Frag. poet. rovn. coli.
Baehrens, Lipsiae. Vedi anche le osservazioni del Mueller, Q. Ennius,
Pietroburgo, e lo studio del Valmaggi pubblicato nel Bollettino di filai,
classica, III, 259 e seg. LUCREZIO (vedasi); CICERONE (vedasi), Somn. Scip.;
Aead,; ORAZIO (vedasi), Ep. II, 1, 52-54; Persio, prol. 2 sg., sai. VI, 10-11;
Schol. in Pers. prol. 2; VI, 9; Sehol. Cruq. in Horat., Ep.; Frontone, ep.
Nab.; Sergio, ad Aen., ecc. Questo sogno che « levò grande rumore nel mondo ro-
mano e di cui spesso si parlala, ora con serietà filosofica, ora per ischerzo,
tanto che divenne quasi proverbiale, doveva essere abbastanza lungo. Al poeta
addormentato sarebbe apparso sul monte Parnasso il fantasma pian- gente di Omero a dargli
lunghe spiegazioni intorno all'ordine dell'universo, alle trasmigrazioni di
ogni ani- ma umana attraverso un proprio ciclo di vite e alla sopravvivenza nelle caverne d'Acheronte
di una forma intermedia fra l'anima e il corpo e a ricordargli le mutazioni della propria
anima, trasformatasi, dopo la morte del corpo, in un pavone e rinata appunto in
lui, il A. Pasdera, Il sogno di Scipione^ Torino, Loescher. Persio, Prol. 1 3 : Nec fonte labra prolui
eaballino Nee in bicipiti sommasse Parnasso Memim., ut repente sic poeta prodi-
rem », e Schol. ad V. 21 « tangit Ennium^ qui dicit se vidisse sommando in
Parnaso Homerum sibi dicent em quod eius anima in suo esset eorpore * . La ragione di questo pianto non è detta. Era
forse pianto di gioia per il momentaneo ritorno a contatto con un essere
terreno ? Lucrezio: rerum naturam
expandere dictis ». Lucrezio: an contra
nascentibus insinuetur anima » e : a?^ pecudes alias insinuet se ». Lucrezio: Etsi praeterea tamen esse Acherusia
tempia Eìinius asternis exponit versibus eidem Quo ncque perma- neant aniìnae
ncque corpora nostra, Sed quaedam simulacro modis palleniia miris » . Persio,
Sat. VI, 10 sg. : « Cor iubet hoc Enni, postquam destertuit esse Maeonides
Quintus pavone ex pythagoreo ». Tertul- liano, de an., e. 33: « pavum se
meminit Homerus Ennio som- mante » ; Hbid.^ e. 34: « perinde in pavo
retunderetur Homerus, sieut in Pythagora Euphorbus » ; cfr. eiusd. de
resurrectione^ I, G. 1, e AcRON, in carm. I, 28, 10; Persio, YI, 9, e schol. ;
Lat- tanzio in Theb. . discendente del re Messapo, il poeta rudino. Tale,
press'a poco, il contenuto di questo sogno, notevolissimo non solo per
l'esposizione delle dottrine filosofiche, ma altresì per l' accenno alle
ti-asformazioni e incarnazioni dell' anima di Omero, e per 1' affermata
parentela spiri- tuale dei due poeti. Che il pavone poi, importato, come
sembra, nel secolo sesto a. C. dall' Oriente in Samo, la patria di Pitagora,
avesse nella filosofia mistica di questo iniziato un'impor- tanza
considerevole, è certo: e poiché era anche — per la colorazione delle penne -
simbolo del cielo stel- lato, al quale salivano dopo ogni morte corporea le
anime umane (onde l'espressione per me simbolica del fieri pa- vom usata da
Ennio), opportunamente fu scelto dal poeta e dalla tradizione che egli seguì,
per accogliere l'a- nima di Omero, già ritenuto per samio, come Pitagora. 4. Il
fatto che il grande poema storico degli Annales, il quale ebbe da parte dei
Romani un culto analogo a quello che noi tributiamo alla Divina Commedia,
incomin- ciava con tale sogno, ebbe grande importanza per la dif- fusione e
conoscenza del pensiero pitagorico in Roma ; poiché, appunto per lo studio che
del poema si fece, fin Servio, ad Aen.;
Silio Italic. MuELLER, Q. Ennius. Cfr.
Hehn, Kulturpflanxen und Hausthiere, 2^ ediz., p. 309. (3) Dall'interpretazione
letterale data a tale espressione o ad altre consimili nacque forse presso gli
antichi — uno dei primi fu Seno- fane, contemporaneo di Pitagora, nei versi
citati da Diogene Laerzio i quali peraltro hanno un' intonazione scherzosa, se
non satirica — l'opinione che Pitagora credesse nella metempsicosi anche
animale. dal secondo secolo a. C. nelle scuole di grammatica e di rettori ca e per le pubbliche letture di esso, ancora in
uso nelle città di provincia ai tempi d'Aulo Gelilo, si dovette necessariamente
mantenere viva in Roma stessa e in Italia la conoscenza di quella parte della
dottrina di Pitagora, che nel sogno si ricordava e che era poi una delle
principali di detto sistema. Difatti sono assai fre- quenti nella letteratura
posteriore — e noi le vedremo — le allusioni alla teoria della metempsicosi; la
quale del resto fu forse introdotta in Roma anche per altro tramite, sia cioè
per mezzo dei Misteri, nei quali si insegnavano appunto dottrine per molti
rispetti somiglianti alle pita- goriche, sia per mezzo della filosofia
platonica e stoica, che, secondo una tradizione abbastanza diffusa e anteriore
air apparire del neo-pitagorismo, era derivata almeno in qualche parte
fondamentale, dalle dottrine pitagoriche stesse. Se nel poema di Ennio vi
fossero altri accenni alla filosofia pitagorica non ci è dato conoscere dagli
scarsi e slegati frammenti che ce ne restano : ma non è impro- babile che, a
proposito di Numa, fossero non solo notate incidentalmente, ma fors'anche illustrate
con una certa ampiezza le somiglianze fra le sue leggi ed istituzioni e quelle
del filosofo di Samo. In tal caso da Ennio per la prima volta sarebbe stata
inserita in un'opera storica e letteraria latina la notizia desunta dalla
tradizione orale an- teriore, che il gran re avesse avuto a maestro Pitagora
(3). SvETONio, de gramm. Noetes Attieae MuELLBB, Q. Ennius In altro scritto invece noi
sappiamo con certezza che Ennio trattò ancora delle dottrine pitagoriche: e
precisa- mente ìieìVUpicharmuSy un poemetto così intitolato dal nome del
filosofo siciliano, che era tenuto per uno dei più valenti seguaci della scuola
italica. Anche in questo lavoro poetico, il nostro scrittore finse un sogno:
Nam videbar somniare med ego esse morluum (2j e che il poeta comico Epicarmo
gli comunicasse, nelle regioni infernali, dottrine di filosofia naturale suU
'origine e sulla natura delle cose. Notevole, fra gli altri, è il verso nel
quale si identifica il corpo alla terra e, secondo il noto simbolismo mistico,
l'anima al fuoco: . . . terra corpus est, et mentis ignis est (3). Al qual
proposito Yarrone, citando, un altro verso dello stesso Ennio, scriveva: «
animalium semen ignis qui anima ac mens: qui caldor e caelo^ quod Mnc
innumerahiles et immortales ignes. Itaque Epicharmus de mente umana dicit: istic est de sole
sumptus isque totus mentis est. Yahlen, 0. e, e L. Y. Schmidt, Quaest. epich. p. 53. Yedasi
anche lo studio del Pascal, Le opere spurie di Epicarmo e l'Epieharmus di Ennio
in Biv. di fìlol. e di istrux. classica. CICERONE (vedasi), Acad. pr.. Prisciano, YII, p. 764 P. (I, p. 335 K.). Cfr.
gli scolii al l'Eneide. De lingua latina. Cfr. Mueller, op. cit., p. Ili sg.
Sul pitagorismo del poeta. Un'altra sentenza pitago- rica è quella che ricorda CICERONE
(vedasi) {de divin.) a pro- posito dei sogni : « aliquot somnia vera^ inquit
Ennius^ sed omnia noenum necesse est ». -™ 6. Ma oltre che alle opere letterarie, le
quali, come sì è detto, ebbero efficacia fino al secondo secolo dopo Cristo,
Ennio rivolse l'attività dell' ingegno, trasfondendovi i tesori della sua
sapienza, all'insegnamento orale; senza dire poi che l'esempio della sua vita
intemerata spronò all' esercizio costante della virtù tutti quelli fra i nobili
cittadini di Roma che accostandolo l'amarono. Egli si stu- diò di volgere le
loro menti ad una libertà di pensiero e ad una concezione individuale delle
cose, alla quale non erano certo avvezzi i Romani, educati sotto una disciplina
ferrea. Abituando le loro intelligenze alle bellezze ed alle sottigliezze della
cultura greca, insegnando in privato le dottrine di Pitagora, combattendo nel
nome di Evemero le superstiziose credenze popolari, e deridendo i sacerdoti
ignoranti, predicando infine che l'uomo ha da trovare in se stesso, nelle
profondità dell'anima, il fondamento del proprio valore, della propria libertà
e della propria feli- cità, diede impulso a una vera rivoluzione razionalistica
nello spirito romano: sì che fra quei valorosi soldati e pratici legislatori
cominciò ad essere tenuta in conto la cultura, ad esercitarsi la libera
attività del pensiero anche in fatto di fede, e a formarsi un'aristocrazia vera
e legit- tima, fondata su ciò che l' uomo ha di più sostanziale e di proprio,
cioè su l'intelligenza e sullo spirito. Non è improbabile che appunto per
questo Catone, il quale, sopra tutto e innanzi tutto, vedeva l'interesse e il
bene dello Stato, osteggiasse il movimento a cui aveva dato egli stesso involontario
impulso e perseguitasse l'A- GiussANi,
Letterat. romana^ Milano, Yallardi, p. 90. Si veda anche su Ennio il saggio
critico del Lenchantin De Gubernatis (Torino, Bocca). - Bl - fricano (1); tanto
che questi, avendo suscitato contro di sé molte ire violente e molte accuse
politiche, si ritirò sde- gnosamente nella sua villa di Literno, nella
Campania, dove morì nel 183 . Proprio in questi anni, facendosi uno scavo,
furono scoperti i famosi libri di Numa, i quali, per un caso assai strano,
venivano molto opportunamente a confermare gli insegnamenti pitagorici di Ennio
(3). La notizia della sco- perta risale, per quel che ci è noto, all'annalista
Cassio Emina, il quale, secondo ci riferisce Plinio, narrava come un impiegato
di nome Cneo Terenzio, facendo dei lavori in un suo podere sul Gianicolo,
avesse scoperta e V. Livio. Sull'esilio e sulla morte di Scipione Africano
Maggiore vedi C. Pascal, Fatti e leggende di Roma antica^ p. 85-96. f3) Si
veda, intorno a questi libri, lo studio del Lasaulx, Ueber die Bueeher des
Numa^ negli Atti dell' Accademia di Monaco. Nat. Eist. = Hist. Rom. rell. I, p. 106-107 Peter: «
Cassius B.em,ina^ vetustissimus auctor annalium,^ quarto eorum, ^ibro prodidit^
Cn. Terentium, scribam agrum suum, in lanieulo repastinantem offendisse arcani
in qua Numa qui Romae regna- vii situs fuisset. In eadem libros eìus repertos
P. Cornelio L. f. Gethego^ M. Bebio Q. f. Pamphilo coss. ad quos a regno Numae
colliguntur anni DXXXV, et hos fuisse a charta^ maiore etiam- num mir acuto
quod tot infossi duraverunt annis. Quapropter in re tanta ipsius Heminae verba
ponam; mirabantur alii quomodo ìlli libri durare potuissent^ ille ita rationem
reddebat : « Lapidem fuisse quadratum cireiter in medio arde vinctum, candelis
quoque versus. In eo lapide insuper libros inpositos fuisse., propterea ar-
bitrarier tineas non tetigisse: in his libris scripta erant philoso- phiae
Pythagoricae ; eosque combustos a Q. Petilio praetore quia philosophiae scripta
essent ». scavata la tomba del re Numa, che conteneva i libri di lui ; e, cosa
di cui molti si meravigliarono, cotesti libri di carta s'erano perfettamente
conservati ; ma, come spiegava lo stesso Terenzio, tale conservazione era
dovuta al fatto che, essendo posti sopra una pietra quadrata che si trovò quasi
nel mezzo della tomba, erano rimasti immuni dal- l'umidità, ed essendo spalmati
di cedro, le tignole non li avevano rosi. I libri stessi poi contenevano
scritti di filo- sofìa pitagorica, per la qual ragione furono poco dopo
bruciati dal pretore Quinto Petillio. Lo stesso racconto fece pure l'annalista
X. Calpurnio Pisone Censorio Fru- gì, secondo il quale però detti libri erano
sette di di- ritto pontificio e altrettanti pitagorici. Quattordici erano pure,
secondo 1' annalista C, Sempronio Tuditano e contenenti i decreti di Numa.
Secondo Valerio Anziate infine essi erano invece ventiquattro, dodici
pontificali scritti in latino e dodici di filosofia scritti in greco, e non si
sarebbero trovati proprio nella tomba di Numa, ma in un'arca adiacente. Se il
racconto è vario nei particolari, tuttavia questi Plinio, /. e. = H. R. rell.: Hoc
idem tradii 0. Piso censorius primo commentari or um,^ sed libros septem iuris
pontifìcii totidemque Pythagoricos fuisse ». Plinio l. e. = H. R. rell. I, p, 142-143 P : «
Tuditanus decimo tertio Numae decretorum fuisse » . Plinio /. e. : « libros XII fuisse ipse Varrò
Humanarum antiquitatum septimo. Antias secundo libros fuisse XII potiti fi- cales
latinos^ totidem graecos praecepta philosophiae continentes » . Cfr. Plutarco, Numa, 22 ; Livio, , ^ =z H. R. rell.
I, p. 240-241 P. Si noti però che il Peter crede (/. e. p. CC.) che Livio abbia
citato per errore Valerio Anziate invece di Calpurnio Pisone. 33 ed altri
autori (1) sono concordi nell'affermare sia la sco- perta dei libri, durante il
consolato di P. Cornelio Cetego e di M. Bebio Panfilo, sia la loro pronta di-
struzione per opera del pretore Petillio. Cosicché non è possibile dubitare che
il fatto sia avvenuto. Senonchè la critica pili recente si è affrettata ad
affermare che essi dovettero essere un'abile falsificazione di qualche scrittore,
fanatico delle nuove idee pitagoriche, in quegli anni ap- punto diffuse in Roma
dal grande Ennio, e accettate da Scipione Africano e da altri illustri
cittadini. Ma ad una grossolana falsificazione fatta in quei tempi medesimi noi
non vogliamo credere. Non ci racconta costantemente la tradizione pitagorica
che base dell' insegnamento di questa dottrina era la segretezza e il mistero ?
E proprio un pitagorico avrebbe divulgato le dottrine della sua scuola, in
un'opera così voluminosa, ricorrendo a uno stratagemma così poco serio, ed
anche così inutile, dal momento che già la tradizione ammetteva la filiazione
degli istituti e delle leggi religiose di Numa dal Pitagorismo ? Ed è poi
possi- bile che fra i senatori romani, i quali decretarono, su parere del
pretore, l'abbruciamento dei libri così miracolosamente scoperti, non vi fosse
alcuno in grado di comprendere una così grossolana mistificazione? Poiché non
c'è dubbio che i libri furono bruciati con la convinzione che essi fossero
realmente quelli del re sapiente, e perchè contenevano, (1) V. ancora le
testimonianze di Yarrone, conservataci da S. A- gostino {De civ. dei^ YII, 34),
di Livio (XL, 29, da cui ha desunto la sua narrazione Lattanzio, Inst.), di
Valerio Massimo, di Festo M. = Thewr.), di Plutarco {Numa, 22) e del de vir.
ili. 3. (2) Livio osserva ohe questa convinzione derivò dall' opinione diffusa
che Numa fosse stato discepolo di Pitagora, opinione che 8. 34 secondo la
testimonianza di Varrone^ la spiegazione degli stituiti religiosi di Numa (cur
quidque in sacris fuerlt institutum)^ fondati, come quelli di tutte le
religioni, su ragioni fisiche e filosofiche e sopra una concezione parti-
colare della natura. Ora, dice assai giustamente lo Chaignet (1), questa inter-
pretazione razionale ed umana delle credenze e delle isti- tuzioni religiose,
togliendo ad esse un' origine e un fon- damento sovrannaturale, avrebbe certo,
divulgandosi, tolta ogni consistenza a quella religione « di stato » che, come
tutte le religioni dogmatiche, si esauriva per i più nelle pratiche del culto
(le « religiones » di cui parla Livio) esigendo, come condizione della propria
esistenza, la fede cieca e l'ignoranza superstiziosa. E proprio a questo pen-
sarono il pretore urbano e il Senato, che si affrettarono^ a far scomparire sul
rogo i pericolosi libri, nei quali era filosoficamente provata ed attestata 1'
origine del diritto pontificale romano, cardine e fondamento primo dello Stato,
dall'occultismo pitagorico (2); se pure il motivo di tale di- struzione non fu
quello stesso per il quale^ come abbiamo già veduto. Cicerone non volle troppo
approfondire la ri- cerca e la dimostrazione dei rapporti fra il Pitagorismo e
i piii antichi istituti di Roma. Stando al racconto di Plu- egli, certo per
ragioni cronologiche, chiama un « mendacio. Pythag. et laphilos. pytkag.^ Parigi, Didier,
1874, v. I, p. 136. (2) È interessantissimo a questo proposito il passo di S.
Agostino {De eivit. dei), il quale spiega per quali ragioni demoniache Numa
compose i suoi libri e poi li fece seppellire nella sua tomba, e il Senato li
fece abbruciare. Né meno interes- sante è il capitolo seguente (35 j, in cui si
parla delle arti « idro- mantiche » e delle evocazioni di Numa. tarco, infine,
questi libri erano stati scritti da Numa stesso e per ordine suo sepolti con
lui; e ciò perchè, secondo la massima pitagorica, non era bene affidare la
conser- vazione d'una dottrina segreta a caratteri senza vita, an- ziché alla
sola memoria di quelli che ne erano degni. E, forse, per questa medesima
ragione i Pitagorici romani non dovettero fare molta opposizione alla proposta
di distruggere i libri stessi, gelosi come erano delle loro dottrine, allora,
come sempre, facilmente suscettibili di scherno e di riso, se male interpretate
o fraintese. Nel tempo in cui Ennio si adoperò così efficace- mente per
introdurre in Roma l' antica sapienza della Magna Grecia, di qui si
diffondevano per l' Italia e pe- netravano nella grande metropoli anche i culti
bacchici e le sette orfiche, intimamente legate con le pitagoriche per gli
stretti rapporti che vi erano fra le due dottrine segrete. Contro gli uni e le
altre si pubblicarono senato- consulti e si istituirono tribunali (quaestiones
de Bac- chanalibus sacrisque noeturnis extra ordinem), che ne di- Uno scrittore israelita del secolo XYII, il
Sklden, nell'intro- duzione dell'opera De jure naturali et gentium iuxta
diseìplìnam Hebraeorum stampata a Londra nel I6l0, volendo sostenere ch.e ogni
sapienza viene dagli Ebrei o piuttosto dalla rivelazione tre volte rinnovata,
di cui gli Ebrei erano i depositari, afferma invece che Numa Pompilio era in
segreto un adoratore del vero Dio, che i libri da lui lasciati e scoperti solo
parecchi secoli dopo la sua morte erano la giustificazione della sua fede e la
glorificazione del Dio d' Israele, e che appunto per questo il Senato ne ordinò
la distruzione, perchè racchiudevano la condanna della religione di Stato. Nel 186 se ne pubblicò per tutta l'Italia uno
(scoperto in Calabria) che ordinava, fra le altre cose: Bacas vir nequis adiese
velet eeivis romanus neve nominus latini » . mostrano la diffusione e la forza:
e Livio ci riferisce il violento discorso che il pretore Lucio Postumio
Tempsano pronunciò nell'anno 186 a. C. contro i seguaci dei mal- vagi culti
forestieri : « contra pravìs et externis religio - nidus captas mentes » (1). E
ben vero che queste asso- ciazioni misteriose clandestinae conmrationes come dice Livio e questi culti sempre
perseguitati dall' orto- dossia romana venivano in parte dall' Etruria e dalla
Cam- pania, ma le ricerche giudiziarie ne fecero scoprire diversi focolari
nell'Apulia, in tutta l'Italia meridionale, e spe- cialmente a Taranto, che come
si è già visto, era uno dei centri d'origine del Pitagorismo. Così delle
tavolette d' oro, scoperte recentemente in tombe dell'Italia meridionale,
presso l'antica Thiirium e che risalgono alcune al secolo lY e altre al
principio del sec. Ili a. C., ci conservano l'eco di versi orfici che sino ad
ora non si conoscevano per altro che per una cita- zione di Proclo,
neo-pitagorico del quinto secolo: lo Livio. Livio: « L. Postumius praetor, cui
Tarentum provincia evenerat^ reliquias Bacchanalium quaestionis cum omni
exsecutus est cura » e: L. Duronio praetori^ cui pro- vincia Apulia evenerat^
adiecta de Bacchanalibus quaestio est : cuius residua quaedam velut semina ex
prioribus malis iam priore anno adparuerant. Kaibel, Inscr, graecae Siciliae et
Italiaè. Alcuni testi da lui omessi si trovano in Comparetti, Notixie degli
scavi^ e nel Journal of Hellenic Studies -- anche Comparetti Laminette orfiche
edite ed illustrate^ Firenze. Framm. 224 Abel: «ótctcóte S'Sv^pcDTtog izpoXinx)
^àog "^sXCoio » quasi uguale al fr. n. 642, 1 : « àXX' Ó7ióxa|j, ^^ux^
KpaXin-Q cpàog sono sfuggita al cerchio delle pene e delle tristezze, grida in
uno slancio di speranza l'anima che ha « subita tutta intera la pena delle sue
azioni inique » e che ora « implorando il suo soccorso », s'avanza verso la
regina dei luoghi sotterranei, la santa Persefone, e verso le altre divinità
dell'Ade; essa si vanta di appartenere alla loro «razza felice», e domanda ad
esse che la mandino ora nelle « dimore degl'innocenti » e attende da esse la
pa- rola di salvezza : « Tu sarai dea e non piìi mortale ! » In questi brani
poetici, dice il Gomperz, bisogna vedere redazioni diverse d'un testo comune
piti antico. Parecchie altre tavole, che risalgono in parte alla stessa epoca,
sono state trovate nelle stesse località ; altre sono state scoperte nell'isola
di Creta e datano dall'epoca romana poste- riore: tutte prescrivono all'anima
la sua strada nel mondo sotterraneo. Ora è notevole il fatto che il cap. 125
del « Libro dei Morti » egiziano contiene una confessione ne- gativa dei
peccati, che sembra 1' amplificazione di quello che le tre tavole di Turio
condensavano in poche parole (4). In queste, come in quello, l'anima del
defunto proclama con enfasi la sua « purezza » e solo su questa purezza
YieXloio*. Il Kern (Aus der Anomia^ Berlino, 1890, p. 87} ha richiamato 1'
attenzione su queste ed altre coincidenze. Y. anche H. DiELS, nella raccolta
dedicata al Gomperz, Vienna. Cioè alla serie delle rinascite e delle esistenze
terrestri. Y. Gomperz, Les penseurs de la Qrèce^ Paris, Alcan. Y. JouBiN, Inscription crétoise relative à l'Orphisme,
Bull. de corr. héll.. Y. qualche parallelo buddico in Rhys Davids, Suddhism.
Maspéro, Bibl. Egyptol. . e Brttgsoh, Steinin- schrift und Bibelwort. Y. anche
Maspero, Hist. ancienne fonda la sua speranza in una felice immortalità. Se l'
a- nima dell' Orfico pretende di avere espiato « le azioni inique » e quindi si
sa liberata dalla sozzura che ne de- riva, l'anima dell' Egiziano enumera tutte
le colpe che ha saputo evitare nel suo pellegrinaggio terrestre. Pochi fatti,
dice il Gomperz, nella storia della religione e dei costu- mi sono tali da
meravigliarci piii del contenuto di que- st'antica confessione, in cui si
vedono accanto alle colpe rituali, e ai precetti di morale civile accolte da
tutte le comunità incivilite, l'espressione d'un sentimento morale non comune e
che ci può persino sorprendere per la sua squisita delicatezza: « Io non ho
oppresso la vedova! Non ho allontanato il latte dalla bocca del lattante !...
Non ho reso il povero più povero!... Non ho trattenuto, l'operaio ai suo lavoro
più del tempo stabilito nel contratto !... Non sono stato negligente! Non sono
stato fiacco!... Non ho messo lo schiavo in cattivo aspetto presso il suo
padro- ne!... Non ho fatto versare lacrime a nessuno! Ma la morale che
scaturisce da questa confessione non si è contentata di proibire il male; ha
anche prescritto degli atti di beneficenza positiva : « Dappertutto, grida il
morto, ho sparso la gioia! Ho cibato chi aveva fame, dissetato chi aveva sete,
vestito chi era nudo ! Ho dato una barca al viaggiatore in pericolo di arrivar
tardi !» ET anima giusta, dopo aver subito iiyiumerevoli prove, arriva final-
mente nel coro degli dei. « La mia impurità, grida piena di gioia, mi è tolta,
e il peccato che mi stava addosso l'ho gettato. Giungo in questa regione degli
eletti glo- riosi.... » « Yoi che mi state dinanzi^ aggiunge rivolta agli dei
già nominati, tendetemi le braccia...., sono anch' io uno dei vostri ! » Nessuna
meraviglia quindi che gli scrittori del tempo di Ennio, quasi tutti venuti a
Roma dal mezzogiorno, fossero più o meno imbevuti di così fatte dottrine. Di un
grande poeta comico. Stazio Cecilio, che fece parte del collegium poetarum
dell'Aventino e abitò in Roma nella stessa casa con Ennio, ci restano troppo
scarsi frammenti perchè possiamo dir nulla del contenuto morale e filosofico
dell'opera sua. Certo però r intimità sua col poeta di Rudie dovette esercitare
un qualche influsso sulla formazione del suo gusto e della sua arte. Con Ennio
visse pure in Roma, sino alla più tarda età, frequentando anch'egli il circolo
degli Scipioni, il nipote Marco Pacuvio, che, nato a Brindisi nel 220, si ritirò
poi a Taranto dopo il 140 e vi mon novantenne. Che egli dipendesse
spiritualmente da Ennio, ne fanno fede, oltre che l'esplicita dichiarazione di
Pompilio : Pacvi diseipulus dieor ; porro is fuit Enni^ Emiius Musar um^
Pompilius clueor^ i due frammenti del suo Ghryses^ nel primo dei quali mostra
la stessa libertà di spirito e di parola, rispetto ai falsi sacerdoti, che già
abbiamo notata in Ennio: .... nam istis^ qui linguam avium intellegunt, plusque
ex alieno iecorc sapiunt^ quam ex suo, magis audiendum quam ausoultandum eenseo;
pr. CICERONE (vedasi). de div. ; il
terzo verso anche pr. Nonio 246, 9. Si confrontino i versi di Ennio : Sed
superstitiosi vates impudentesque arioli, Aut inertes aut insani aut quibus
egestas imperai, Qui sibi semitam non sapiunt^ alteri monstrant viam^ Quibus
divitias pollicentur, ab eis draeumam ipsi petunt », e gli e nel secondo
esprime intorno all'etere un concetto affatto, pitagorico, che troveremo anche
in Virgilio: v hoc vide^ circum supraque quod complexu continet terram....
solisque exortu capessit candorem, oecasu nigret, id quod nostri eaelum
memorante Orai perhiheni àethera : quidquid est hoe^ omnia animai^ format^
alit\ auget^ creai, sepelit recipitque in sese omnia omniumque idem est pater,
indidemque eadem aeque oriuntur de integro atque eodem occidunt. mater est
terra; ea parit corpus^ animam aether adiugat. Istic est is lupiter' quem dìco^
quem Or acci vocant a'érem: qui ventus est et nuhes; Ì7nber postea, atque ex
imhre frigus : ventus post fit, aer denuo, kaece propter luppiter sunt ista
quae dico tibi, quia mortalis aeque turhas beluasque omnes iuvat. Il passo,
dice PASCAL (vedasi) -- Antol. Latina, Milano -- era libera traduzione del
Crisippo euripideo, del quale è rimasto il fr. 836 Nauck'; e trovò altro
traduttore in Lucrezio. Se il pensiero esposto da Euripide del Cielo o Giove
nostro padre e della Terra madre risale al suo maestro Anassagora, fu peraltro
indubbiamente abbastanza comune fra i mistici. Questi versi ed alcuni altri
(2), se sono per sé poca cosa, tuttavia, tenuto conto della scarsità dei
frammenti superstiti di questi primi poeti di Roma, mostrano una certa
continuità di pensiero, che non può sfuggire neppure ad un esame superficiale.
Così, per lasciare in disparte i altri : « Qui sui quaestus causa fìctas
suscitant sententias » e « Omnes dant consilium vànum atque ad voluptatem omnia
». Congiunse così questi versi (citati
in diversi luoghi da Var- HONE, Cicerone e Nonio) lo Scaligero. Questo concetto
dell'aria poi ricorda i versi dell' Epickarmus di Ennio : Y. per es. i fr. 46 e 52 del Pascal. versi di
Accio, che ritornano sullo stesso concetto, e che si possono anche spiegare con
la dipendenza dai tragici greci, nonché il suo concetto della virtìi (2), come
non pensare alle dottrine pitagoriche diretto o indiretto ne sia stato r influsso,
quando leggiamo sentenze come queste di Sesto Turpilio, Tuna che ci afferma la
felicità consistere nella limitazione dei de- siderii : Profecto ut quisque
minimo contentus fuit^ ita fortunatam vitam vixit m,axime^ ut philosopki aiunt
isti^ quibus quidvis sat est. e l'altra che così definisce la difficoltà del
sapere : Ita est: verum haut facile est venire ilio uhi sita est sapientia. Spissum est iter: ajnsci haut
possis nisi cum magna miseria? E se i grammatici che ci hanno conservato i frammenti
di questo poeta, avessero badato piìi al pensiero che alla forma e quindi ci
avessero dato una raccolta di sentenze, piuttosto che un catalogo di arcaismi V. i fr. 60 e 61 del Pascal (p. 41) e le note.
Pascal: nam si a me regnum Fortuna atque
opes Eripere quivit^ at virtutem non quìit » e « Scin ut quem- eumque tribuit
fortuna ordinem^ Numquam ulta humilitas inge- nium infirmai bonum ? » pr. Pbisciano III, 425 Keil. Il Pascal (p. 67)
sl pkilosophi... isti annota : « i Cinici ? » Io credo piuttosto che qui il
poeta, imi- tatore di Monandro, abbia alluso ai Pitagorici, dei quaU sappiamo
quanto si siano burlati i comici ateniesi della commedia di mezzo, di cui
Gellio {N. a. IV, il) potè scrivere: mediae comoediae pro- prium argumentum
fuit Fythagoreorum exagitatio ». pr.
Nonio (Pascal). Si notilo spissum.. iter., che forse può intendersi in senso
proprio, non traslato. e di idiotismi, potremmo forse citare altri passi ugual-
mente notevoli e significativi. Così veramente notevoli sono le sentenze di
comici ignoti citate da Pascal, che certo non sarebbero fuor di luogo nei
carmina aurea pitagorici e che riprendono motivi etici, già da noi accennati,
proprii tanto del Pita- gorismo quanto di altri sistemi posteriori: 1. Sui quique mores fingunt
fortunam hominihus, Non est beatus^ esse se qui non putat. 3. Is minimo egei mortalis, qui minimum cupit.
4. Quod vult habet^ qui velie quod satis est potest. In nullum avarus bonus
est^ in se pessimus. Ab alio expectes alteri quod feceris. 7. Beneficia in volgus eum largiri institueris
perdenda sunt multa^ ut semel ponas bene. ... quid ? tu non intellegis tantum
te adimere gratiae quantum morae adicis ? pr. Cic, Farad. 5, 35, che lo riferisce ad un sapiens
poeta; esso ricorda la sentenza di A. Claudio su citata. Secondo alcuni si
tratterebbe di un altro verso, che il Lachmann ricompone così : suis fingitur
fortuna cuique moribus. V. anche pr. Nepote, Vita Att. Il, 6 ed altri, di cui
il Ribbeck, Gom. Fragm.^ p. 147. pr, Seneca, epist. 9, 21. Che la felicità e 1'
infelicità, come dice questa sentenza, siano proiezioni subbiettive dello
spirito o non l'effetto di cause esterne, è verità che i Pitagorici affermarono
ripe- tutamente Cfr. PuBL. Siro I, 56, Q, 7 Meyer. Questa e la precedente pr.
Seneca, epist., 11. Cfr. la prima sentenza di Turpilio su citata. pr. Seneca, ejìist. . pr. Lattanzio, div. inst. pr. Lampeid. Alex.
Sever. 51 : « quod tibi fieri non vis., alteri ne feceris » e nei Garm. epigr.
lat. 192, 3 Buecheler: «^ab alio speres, alteri quod feceris». pr. Seneca, de benef.; cfr. Ennio pr. Cic. de off. 18,
62: « benef acta male locata malefacta arbitror » . pr.
Seneca, de benef. Così pare degni di nota sono i seguenti frammenti: 1.
Felicitas est quam voeant sapientiam. 2.
Tutare amici eausam, potis es, suscipe. Obicitur erimen eapitis^ purga
fortiter. In amici causa es,
imm,o certe potior es. Iniuriarum remedium, est oblivio. Ma
queste sono quisquilie, che, se pur dimostrano una certa diffusione del
pensiero pitagorico in Roma, non pos- sono tuttavia essere prese per se come
indizi di una vera e propria tradizione locale. Poiché per le dipendenze della
poesia e della letteratura latina dalla greca è da credere che anche gli
accenni, spesso accidentali, a quelle dottrine filosofiche, fossero presi di
sana pianta dalle opere che gli scrittori latini, massime i comici, o imitavano
o traduce- vano. Il fatto tuttavia di trovarli frequenti anche in opere
prettamente romane dimostra che le dottrine stesse ave- vano un contenuto
ideale — morale specialmente — con- sono allo spirito e ai bisogni del popolo
romano, il quale, sopra ogni cosa, ebbe un profondo senso del giusto, che poi
attuò nel suo mirabile sistema di leggi. 11. Infine, anche dalle poesie
satiriche di Caio Lucn.10 noi potremmo certo aver notizia del Pita- gorismo,
quale egli potè osservarlo praticato e seguito in Roma al tempo suo, se ci
restassero, dei suoi trenta libri di satire, i libri nei quali pare che si
occupasse principalmente di mettere in parodia e in deri- sione, ed anche di
sottoporre a critica seria, sì pel conte- QuiNTiL. YI. Charis. V, p. 253 P. Seneca, epist.^ 94, 28. nuto che per la forma,
i filosofi, le loro opere e i loro sistemi. Ma disgraziatamente anche di questo
poeta poco o nulla ci resta. Anch'egli, bensì, come Ennio, ebbe mente libera
dai pregiudizi volgari : Ut pueri infantes credunt signa omnia ahena vivere et
esse homines^ sic ist soinnia fèda vera putant^ credunt signis cor inesse in
ahenis sono versi del 1. XV delle
Satire. E un altro bellissimo frammento, forse del libro IV, ci dimostra quanto
alto e nobile fosse il concetto ch'egli ebbe della virtìi: Virtus, Albine, est
pretium persolvere rerum quis in versatnm\ quis vivimus rebus potesse, virtus
est homini seire id quod quaeque valet res ; virtus seire homini rectum^ utile
quid sit^ honestum^ quae bona, quae mala item, quid inutile, turpe, inhonestum
; virtus^ quaerendae fène^n rei seire modumque ; virtus^ divitiis pretium
persolvere posse ; virtus^' id dare^ quod re ipsa debètur honori ; hostem esse
atque inimicum hominum morumque malo rum, contra defensorem hominum morumque
bonorum, magnifècare hos, his bene velle^ his vivere amicum ; commoda praeterea
patriai prima putare^ deinde parentum^ tertia iam postremaque nostra. fr. del
Bàhrens = Latta.nzto. I, 22, 13. fr. 119
del Bàhr. ■= Latt. VI, 5, 2. D’Agostino ci è stato conservato, del- l'opera
Yarroniana De gente populi romani^ un passo per noi importantissimo: «
Genethliaci quidam scripserunt esse in renascendis Jiominibus quam appellant
TraXtyysveatav Graeci ; hanc scripserunt confici in annis numero CDXL^ ut idem
corpus et eadem anima j quae fuerint coniuncta in cor por e aliquando, eadem
rursus redeant in coniun- etionem » . Chi erano mai questi scrittori, i quali
credevano nella risurrezione dell'anima e della carne e ne fissavano persino il
compimento nello spazio di quattrocento e qua- ranta anni? Essi erano studiosi
di discipline magiche ed astrologiche, a cui si davano anche i nomi di magi^ di
caldei e di matematici. Abbastanza numerosi in Roma nel II e I secolo a. C, col
decadere dei culti ufficiali e l'in- (l) De civitaie dei, XXII, 28. filtrarsi
di riti stranieri, massimamente dall'Egitto e dal- l'Asia, divennero a grado a
grado così potenti da trovarsi persino ad essere qualche volta arbitri delle
sorti dello stato. Poiché, come dice il Pascal in un suo geniale e interessante
studio, svolgendo in particolare la dottrina della resurrezione dei morti
(filiazione diretta della metem- psicosi pitagorica) la fecero entrare in un
sistema di loro particolari teorie, la congiunsero con predizioni contenute nei
sacri oracoli della Sibilla, e presunsero anche di co- noscere
dall'osservazione delle stelle il corso degli eventi umani. Essi non partivano,
come gli aruspici e gl'indovini, dal concetto che gli dei manifestassero la
volontà loro per mezzo di segni particolari, ma dal concetto, razionalmente
svolto, « che tutto fosse armonico e regolato da leggi e da rapporti immutabili
nell'universo e che quindi, all'apparire di determinati fatti o fenomeni
dovesse normalmente se- guire l'avverarsi di determinati eventi umani » . Era
dunque, aggiunge il Pascal, « un tentativo di giustificazione scien- tifica,
tratta dal fondo della dottrina pitagorica e platonica, della credenza popolare
che la vita di ciascun uomo fosse regolata dall' astro che lo aveva visto
nascere » . Strani davvero questi scienziati-filosofi che si sforzano di
ribadire con argomenti razionali e di ridurre a ragioni scientifiche le
superstiziose credenze del volgo! e che riescono tanto bene nel loro proposito
da far sentire a Favorino il bisogno di abbattere con una confutazione siste-
matica il loro edifizio logico, ancora saldo sulle sue basi La resurrezione della carne nel mondo pagano,
in Atene e Roma del marzo 1901 e in Fatti e leggende di Roma antica, Firenze. AULO
Gellio, Noet. Att. XVI, 1, riporta quasi testualmente il discorso di Favorino. a
più di due secoli di distanza! Io in verità non posso acconsentire col Pascal
che quest'idea di un ciclo mon- dano computato a quattro secoli di 110 anni
ciascuno venisse ai Genetliaci dalla tradizione popolare: gli argo- menti che
il Pascal porta a sostegno della sua affermazione mi inducono piuttosto a
credere il contrario^ e cioè che l'idea stessa fosse comune alla filosofia
mistica greco- italico-romana e da, questa passasse poi al volgo per mezzo dei
responsi sibillini e dei poeti che l'accolsero e la diffusero per il popolo. Di
più, un'altra credenza notevolissima fu propria e del Sibillismo e dei
Genetliaci : la credenza cioè che ultimo dio del ciclo mondano dovesse essere
il Sole od Apollo (4) che avrebbe bruciato l'uni- verso e riportata l'età
dell'oro, con gli antichi uomini rinnovati alla vita; quell'Apollo che pure
Orazio (Carm. I, 2) invocò perchè venisse a redimere l'umanità dal peccato :
Tandem venias^ precamur^ ISube candentes umeros amictus Augur Apollo. (1) Così
Cicerone ci parla nel De divin. II, 46, 97 di un' altra scuola di astrologi per
la quale 1' estensione di tempo era molto maggiore, e cioè di 470000 anni ! pr. Probo a Yirg. Ed. IV, 4 : « La Sibilla
cumana ha pre- detto che dopo quattro secoli sarebbe avvenuta la palingenesi ».
Orazio, I, 2, v. 29 e sg. ; Virgilio,
Ed. IV, lO ; Aen. VI, 748-751; Ovidio, Melavi. I, 89 sgg.; Persio, Sat. V, 47
sg. (4) Servio nel commento al v. 10 della IV ecl. di Virgilio riporta il
seguente passo del quarto libro de diis di P. Nigidio Figulo : « Quidam deos et
eoì'um genera temporibus et aetatibus fdistin- guunt)., inter quos et Orpheus;
prim,um, regnum, Saturni^ deinde lovis^ tum Neptuni^ inde Plutonis ; nonnuUi
etiam^ ut magi, aiunt Apollinis fore regnum,, in quo videndum est., ne ardorem
sive illa ecpyrosis adpellanda est., dieant » . Vedasi anche Lobeck, Aglao-
phamus^ La rigenerazione degli uomini e la conflagrazione del- l'universo per
virtù di Apollo — conflagrazione probabil- mente simbolica e che tuttavia potè
essere aspettata da alcuno come reale ed effettiva — furono dunque due concetti
paralleli ed uniti anche nel dogma pagano, e più precisamente in quelle
dottrine mistiche, nelle quali sap- piamo quanta parte e che profonda
significazione avesse il mito apollineo e solare, E come può tutto questo
essere stato creazione popolare? Veramente forse un po' troppo, e non solo in
fatto di mitologia e di credenze, si vuole attribuire al popolo, a questo
essere impersonale, così im- maginoso e così balordo, così ricco di fantasia e
così cre- denzone! Non è assai più verosimile pensare a una genesi più elevata
e razionale, a una creazione veramente intel- lettuale e filosofica, che,
passando dai dotti agli indotti, dai sapienti agi' ignoranti,, si materializza
e degenera dal- l'essenza primitiva, o, meglio ancora, acquista con moto
parallelo e continuo, nuovi aspetti e nuove significazioni realistiche e
concrete? In ogni modo siamo così arrivati alle più grossolane deformazioni che
il pensiero pitagorico dovette subire in Koma, uscendo dal segreto sacrario
delle scuole dei saggi e mescolandosi, in mezzo al popolo, a credenze d'altra
derivazione. Non è quindi meraviglia che siffatte credenze, aberrazioni d'un
pensiero originariamente profondo, fossero, come vedremo più innanzi; oggetto
di riso nel teatro po- polare, e d'altra parte si spiega assai bene come i
seguaci del Pitagorismo dell'antica maniera, per sottrarre le loro Y. il passo dei Garm. Sih.JN^ 175 sgg., forso
dell'Sl od 82 d. C, citato dal Pascal e che questi crede composto da qualche
terapeuta od esseno. dottrine al ridicolo cui venivano esposte nei loro
contatti col popolo, sentissero il bisogno di raccogliersi nuovamente in
segreto, nel silenzio delle loro case e delle loro scuole, per meditare,
lontano dal profanum vulgus, V antica sa- pienza loro tramandata attraverso
tante generazioni. Chi sopra ogni altro si curò di far rivivere la filo- sofìa
di Pitagora, che, in un certo senso, poteva dirsi ormai estinta come complesso
di teorie e d'insegnamenti pratici ben distinti da quelli di altre scuole, fu
un grande sapiente, del quale in verità ben poco sappiamo, contemporaneo e
amicissimo di Cicerone. Il quale appunto nel proemio del Timaeus seu de
Universo lasciò scritto parlando di P. Nigidio Figulo: « Fuit vir ille cum
ceteris artihus, quae « quidem dignae libero essente ornatus omnibus^ tum acer
« investigator et diUgens earum rerum quae a natura invo- « lutae videntur » .
E poi continuava: « Deniqiie sic ludico « post illos nobiles Pythagoreos^
quorum disciplina exstincta « est quodam modo^ ìiunc extitisse qui illam
renovaret » . Nato forse verso il 105, già senatore nel 63, pretoro nel 59,
legato in Asia nel 52 (1), e infine esiliato da C. Griulio Cesare, forse non
soltanto, come ora vedremo, per aver seguita la causa di Pompeo, morì in esilio
nel 45. CICERONE (vedasi) nel Timeo ir.
1, t. Vili p. 131 Bait. ci dà notizia di questa sua legazione con le parole : «
qui (Nigidius), eum. me in Gilieiatn profieiscentem Ephesi expectavisset,
Romam, ex lega- tìone ipse decedens etc. ». SvETONio fr. 85 = Hieron. ad Euseb. ckron.
olimp. 183,4 = 45 a. C. : « Nigidius Figulus Pythagoricus et magus in exsilio
m^o- ritur ». Si noti che ancora una volta vediamo qui congiunti, come nella
tradizione che si riferisce a Numa e come, del resto, sempre, il Pitagorismo e
la magia. S. Agostino (De civ. dei) parlando di Nigidio, lo chiama «
mathematicus. Per il suo sapere fu giudicato secondo ai solo Yarrone, e benché
non ci restino che pochi e scuciti frammenti dei suoi scritti (1), pure
sappiamo che egli scrisse molto e con profondità di ricerche « che arrivava
fino all'astruse- ria », come dice GIUSSANI (vedasi), cioè oltrepassava quel
limite al di là del quale gli equilibrati uomini comuni non ve- dono che nebbie
e fantasmi, immaginazioni e utopie. Sam- MONico, come ci riferisce Macrobio lo
disse « maxi mus rerum naturaUum indagator », e lo stesso Macrobio [Sat. YI, 8)
lo dice « ìiomo omnium bonàrum artlum di- scipUnis egregius » , e così pure
Cicerone, come s'è visto, lo giudicò acuto e diligente studioso dei più
involuti feno- meni naturali, e precisamente di quelle ricerche e di quegli
studi, che furono la cura di pochi solitari d' ogni tempo, quasi sempre, forse
a torto, misconosciuti dai più. Sant'A- GOSTUso lo disse * matematico ' e
Svetonio ' pitagorico e mago '. Ora, che Nigidio fosse, o almeno tosse ritenuto
mago, dimostrano anche altre testimonianze e dello stesso SvETONio e di Apuleio
e di Dione Cassio. Il primo racconta come cosa nota a tutti che il giorno in
cui Ottaviano nac- que, discutendosi in Senato intorno alla congiura di Cati-
lina, ed Ottavio, per causa appunto della moglie partoriente, essendo arrivato
un po' in ritardo, Publio Mgidio, cono- sciuta la causa dell'indugio e l'ora
precisa del parto, affermò che era nato uno che sarebbe stato signore di tutta
la terra. Una predizione, dunque, dovuta, secondo il racconto (1) Cfr. NiGiDii
FiGULi operum reliquiae collegit A. Swoboda, 1889. (2) Storia della Ietterai,
romana^ Vallardi. SvETON., Aug. 94: a quo natus est die, cuni de Catilinae co-
niuratione ageretur iti Curia et Octavius ab uxDris puerperium serius
adfuisset, nota ac vulgata est res P. Nigidium comperta — si- che di essa fa,
con qualche leggera variante, Dionb Cassio, alle elucubrazioni astrologiche di
Nigi- dio. Apuleio a sua volta riferisce di aver letto in Varrone che un certo
Fabio, avendo smarrito una forte somma di denaro, andò da Nìgidio per
consultarlo e questi, per mezzo di fanciulli eccitati (instinctosj con
sortilegi ed incantesimi (Carmine)^ ossia, coma oggi si direbbe, ipno- tizzati
con parole o formule magiche, gli seppe dire dov'era stata sepolta la borsa con
una parte delle monete, che le altre erano state distribuite, e che una ne
aveva anche il filosofo Catone; ciò che fu pienamente confermato dai fatti. E
dove mai aveva acquistate il nostro filosofo siffatte conoscenze magiche ed
astrologiche? Forse durante un viaggio in oriente, fatto in gioventìi ? Non
sappiamo, seb- bene d'altro lato sappiamo che appunto in oriente o nella Grecia
imparò che la terra si muove con la velocità della ruota di un vasaio. morae
causa, ut horam quoque partus acceperit, adflrmasse domù num terrarum orbi
natum ». De magia 42, p. 53, 9 Krueg. «
Mernini me ajìud Varro- nem philosophum, virum accuratissime doctum atque
eruditum, eum alia eiusm,odi, tum, hoc etiam, legere... item,que Fabium,^ cum
quingenios denarium perdidisset^ ad Nigidium consultum, venisse; ab eo pueros
cannine instinctos indicavisse^ ubi locorum defossa esset crumena cum, parte
eorum, celeri ut forent distribuii^ unum etiam denarium^ ex eo numero habere
Catonem philosophum^ quem se a pedissequo in stipem Apollinis accepisse Caio
confessus est ». (2) Ciò si desume da una nota del Gommentum a Lucano, dove è
detto che Nigidio ebbe il soprannome di Figulo perchè « re- gressus a Oraecia
dixii se didicisse orbem ad celeritaiem rotae fi.guli torqueri »• Del
soprannome altri davano una ragione un po' diversa, in rapporto con la famosa
obiezione dei due gemelli così spesso fatta agli astrologi e di cui fanno
ricordo, fra gli altri, lo - 52 "-> Quanto alle opere di Nigidio, del
quale sappiamo ancora che usava una dieta assai parca, possiamo dire che furono
molte e di varia natura: egli scrisse di filosofia, di astrologia e anche di
filologia. Di lui si ricorda un'opera intorno agli dei in almeno XIX libri, nel
quarto dei quali, per esempio, trattava dei vari regni ed età degli dei,
secondo Orfeo e i Magi, e nel sesto e nel decimo accennava alla teoria etrusca
delle quattro specie di dei penati : quelli di Giove, quelli di Nettuno, quelli
degl'In- feri e quelli degli uomini, cioè, probabilmente, gli spi- riti
celesti, acquatici, terrestri (gli elementari dell' oc- cultismo medievale) ed
umani. Perchè di quest'opera ci restino così pochi frammenti, appena dieci, lo
dice il gram- matico Sp:rvio in una nota slU.^ Eneide (X, 175): <i^
N'igidius solus est post Varronem ; licet Varrò praecellat in theo- logia^ Me
in eommunihus litteriSy nam uterque utrumque scripserunt » . La luce di Varrone
dunque oscurò quella di Nìgidio, i cui libri intorno agli dei erano letti
soltanto, come dice lo Swoboda (4), dagli investigatori della dottrina stoico
Diogene presso Cicerone (De divinai. II, 43, 90), Gellio, N. A. XIV, 1, 26, lo
PsEUDO Quintiliano {Deelam.) e S. Agostino 1. e. (1) IsiDOR., Origin.: Nigìdius
: nos ìpsi ieiunìa ien- taeulis levibus solvimus. Egli sostenne, come ci
attesta Gellio N. J.., X, 4, ohe il linguaggio è d'origine naturale e non
convenzionale. Arnob. adv. nat. Ili, 40,
p. 138, 5 seg. Reiff : « idem (Ni- gidius) rursus in libro VI exponit et X,
disciplinas etruseas se* quens, genera esse Penatium quattuor et esse lovis ex
his alios^ alios Neptuni.^ inferorutn tertios, mortalium hominum quartos.,
inexplicable nescio quid dieens. NiGiDU FiGULi operum reliquiae coli, emend.
enarr. quae- stiones nigidianas praemisit Ant, Swoboda, Vindob., 1889, p. 25, più
recondita, come, ad esempio, quel Cornelio Labeone, uomo assai dotto, che visse
nel terzo secolo d. C.. Di Nigidio sono ricordati anche tre scritti intorno
alla divinazione per mezzo delle viscere e intorno ai sogni, una Sphaera
graecanica (4) e una Sphaera barbarica (5), un libro intorno agli animali ed
altri, interamente o quasi interamente perduti. Un'altra causa di questa
perdita è spiegata in parte da Gellio (N. a.) il quale ci fa sapere precisa-
mente che mentre le opere di Varrone erano lette e co- nosciute da tutti «
Nigidianae commentationes non proinde in vulgus exibant et obscuritas
subUlitasque earum tam- quam parum utilis derelicta est » . Dunque gli scritti
di Nigidio avevano un carattere piuttosto riservato e segreto, erano poco
intellegibili ai piìi per la loro sottigliezza. E che significa cotesta
oscurità e sottigliezza che è poi ab- bandonata perchè poco utile? e da chi fu
abbandonata? dai lettori o dagli scrittori in genere o dai cultori di quelle
stesse dottrine filosofiche ? Se noi pensiamo alla diffusione delle conoscenze
pitagoriche, sempre maggiore dal tempo della morte di Figulo a quello in cui
Gellio scrive e all'infinito numero di profezie, di predi- zioni, di oracoli
che sempre piìi chiaramente annunziavano l'avvento di un'età nuova e di uomini
migliori ; se pen- siamo che fu questa appunto l'età nella quale, pochi de- (1)
Si veda, intorno a lui, Kettner, Cornelius Labeo, Progr. Port. Gellio, N. A.
XVI, 6, 12. (3) Giov. LoR. Lido, de ostentìs e. 45 p. 95, 14 — 96, 3 Wachsm. Serv. ad Georg. I, 43 e I, 2l8. Serv. ad Qeory. I, 19. 54 cenni dopo il Cristo
apparso in oriente a dare la nuova parola divina agli uomini, in Roma fece la
sua apparizione la strana figura di Apollonio di Tjana, il Pitagora redi- vivo,
che ebbe immagini e culto divino da parte degl'im- peratori, non può esservi
alcun dubbio : se Figulo fu costretto ad insegnare in segreto e a pochi fedeli
amici le conoscenze che aveva, avvolgendole in oscure sottigliezze nei suoi
scritti (e, non ostante tale precauzione, ebbe molte noie) ; se lo stesso dovettero
fare, dopo di lui, come or ora vedremo, i Sestii, che furono ugualmente
perseguitati; le vecchie dottrine di Pitagora andarono tuttavia sempre più
diffondendosi, sì che fu permessa via via maggior libertà di parola e d'azione
ai loro seguaci, che poterono final- mente abbandonare in gran parte la
segretezza e il mi- stero in cui si chiudevano e il simbolismo oscuro di cui si
servivano prima. Lucano nella sua Farsaglia (I, 639 seg.) riferisce una oscura
predizione di Nigidio, che^ com'egli dice, si studiò di conoscere gli dei e i
segreti del cielo e in queste co- noscenze astrologiche fu superiore ai
sapienti dell'Egizia Menfi : At Figulus, cui cura deos secret ac/ue caeli nosse
fuit^ quem non stellarum Aegyptia Memphis acquar et visu numerisque moventibus
astra^ aut hic errata ait, ulla sine lege per aevum mundus et incerto
discurrunt sidera motu : aut, si fata 7novent, orbi generique paratur humano
matura -lues Egli predisse dunque alla terra e agli uomini un vicino flagello,
proprio come, prima di lui, avevano fatto e con lui facevano i Genetliaci. Ora,
dobbiamo noi veramente pensare, a proposito di siffatte predizioni, che si
tratti di semplici manifestazioni sentimentali del desiderio di tempi migliori?
Certo le condizioni dei cittadini romani e del mondo, su cui l'aquila di Roma
andava stendendo e allar- gando sempre più le sue ali insanguinate, erano assai
tristi; ma d'altra parte le predizioni sono troppe e troppo precise talvolta e
troppo vicine alla manifestazione del Cristiane- simo, per non dover pensare a
qualche relazione, misteriosa senza dubbio e in parte inesplicabile, ma pure
innegabil- mente certa. Comunque sic^, poiché, secondo le parole surriferite di
Cicerone, con Nigidio Figulo si iniziò in Roma un vero e proprio risveglio
delle dottrine pitagoriche, vediamo ora in qual guisa egli tentasse questo
rinnovamento dell'an- tica disciplina italica. Noi possiamo desumerlo da altre
testimonianze, le quali non solamente accennano a una vera e propria scuola, a
un sodaliciumy a una factiOy ma vi accennano in modo, che possiamo anche
comprendere quale fine il sodalizio stesso abbia avuto, o almeno in quale
considerazione fosse tenuto da chi, forse troppo tenero e non disinteressato
amico del nuovo ordine di cose creato in Roma dal trionfo di Cesare,
accoglieva, senza approfondirle uè vagliarle trop- po, accuse vaghe e imprecise
formulate contro i fautori dell'antico regime repubblicano. Si leggono infatti
negli scolii bobbiensi all'orazione di Cicerone contro Vatinio queste
notevolissime notizie : « Fuit autem illis temporibus « Wigidius quidam^ vir
doctrina et eruditione studiorum « praestantissimus, ad quem plurimi
conveiiiebant. Haec « ab obtrectatoribus velati factio ininus probabili s
iacti- « tabatnr, qaamvis ipsi Pythagorae sectatores existimari 7 delI'Orelli.
56 «vellent», e altrove si dice di un tale che € ablit « in sodalicium
sacrile^ii Nigidiani » . In casa sua dunqae Nigidio radunava molte persone, che
vi si iniziavano ai misteri della filosofia pitagorica e forse anche vi si
dedi- cavano a pratiche mistiche, come ci persuade la ciarlata- neria di quel
Yatinio, che, volendo farsi credere pitagorico e dottissimo, faceva evocazioni
di morti e si abbandonava a nefandità d'ogni genere. E questi convegni finirono
col suscitar dicerie, maldicenze, sospetti, calunnie, e vi furono degli
ohtrectatoreSy i quali andavano sussurrando qua e là che quella era una setta
riprovevole e sacrilega; le quali calunnie, credute tanto più facilmente quanto
mi- nore era il numero degli onesti in quei tempi così torbidi, furono forse un
ottimo pretesto per legittimare l'allonta- namento da Roma e l'esilio di un
uomo d'antica tempra repubblicana. Che poi il tentativo di Nigidio avesse un
carattere anche politico e che egli vagheggiasse, nella rico- stituzione del
sodalizio pitagorico e quindi nella eguaglianza sociale e nella comunanza dei
beni, il sogno della nuova felicità umana, è cosa più che probabile, ma non
certissima. E così il sapientissimo mago, il maestro pitago- PsEUD. CicER. in Sali. resp. 5, 14. « Tu qui te Pythagoriaum soles dieere et
hominis doctissitni nomen tuis immanibus et barbar is moribus praetendere....
cum inaudita ac nefaria saera susceperis^ eum infernrum animas eli- cere, Gum
puerorum extis Deos manes rnaetare soleas » Cicesone, in Vatinium. Dal che si può vedere, sia detto incidental- mente,
che lo spiritismo non è un'invenzione moderna! V. quanto afferma a proposito di lui e dei
Sestii il Pascal : Il rinnovamento umano negli scrittori di Roma antica (Riv.
d'I- talia, gennaio 1902. p. 98, poi nel voi. Fatti e leggende, Firenze, Le
Monnier). rico, il matematico P. Nigidio morì nell'esilio, nel tempo stesso che
ìp Roma intercedeva per lui, allo scopo di otte- nerne il richiamo in patria,
l'amico Cicerone. Ma doveva essere davvero tenuto per uomo assai pericoloso il
sacri- lego Figulo, se, non ostante che i famigliari di Cesare e quelli ch'egli
avea più cari ne parlassero con ammirazione e ne avessero alta stima, il divo
lulio non si lasciò troppo commuovere, a favore del fiero repubblicano! Gli è
che in verità in quel momento di trapasso dalla repubblica (o meglio
dall'anarchia) all'assolutismo l'interesse dello Stato e della giustizia aveva
assai piccolo valore, di fronte agli interessi e alle ambizioni dei singoli
competitori. Tutto questo si rileva da una lettera, fortunatamente con-
servataci, nella quale Cicerone, dando notizia all' esiliato delle pratiche
ch'egli faceva indirettamente presso Cesare e delle speranze che aveva di poter
presto riuscire a otte- nergli il perdono, dice cose così interessanti e
adopera espressioni di così alta stima, che metterebbe conto davvero che la
riferissimo per intero (1). Basti accennare tut- tavia che egli si rivolge a
lui come ad uomo « uni omnium doctissimo et sanctissimo et maxima quondam
gratta » e suo amicissimo, e che accingendosi a conso- È la lettera 13* del
quarto libro Ad familiares, dell'anno 46 a. C. In essa dice bensì Cicerone : «
Videor mihi prospicere pri- mum ipsius animuìn, qui plurimufn potest, propensum
ad salutem tuam », ma questa era la semplice illusione, creata in lui dall' a-
micizia che aveva per Figulo e dal desiderio che sentiva del suo ritorno ;
poiché in realtà il povero filosofo fu lasciato morire in esilio. E sì che come aggiunge ancora Cicerone — « familiares
eius (cioè di Cesare), et ii quidein, qui UH iucundissimi sunt, mirabiliter de
te et loquuntur et sentiunt » e di piii « accedit eodem vulgi voluntas vel
potius consensus omnium » ! larlo crede opportuno di premettere : « at ea
quidem fa^ cultas vel tui vel alterius consolandi in te summa est^ si umquam in
ullo fuit » ; cosicché « eam partem^ quae ab exquisita quadam ratione et
doctrina proficiscitur, non attingam: tibi totani relinquam »; e concliiudendo
termina col pregarlo « animo ut maximo sis nec ea solum memi- neris, quae ab
aliis magnis virls accepistij sed illa etiam, quae ipse ingenio studiisque
peperisti. Quae si colliges^ et
sperabis omnia optime et quae aecident, qualiacamque erunt, sapienter feres. Sed haec tu melius vel optime omnium » . Ora se
insieme con queste eloquenti e perspicue parole si ricordano i versi citati
della Farsaglia, e se si pensa ancora al contenuto dei frammenti che di questo
sapiente ci sono rimasti e ai titoli delle opere ch'egli scrisse, pos- siamo
formarci un'idea approssimativa del genere di dot- trina e di conoscenze che
ebbe e di cui si fece maestro: il misticismo pitagorico, la dottrina dei
numeri, la divina- zione (quella che oggi si direbbe chiaroveggenza) in tutte
le sue forme, l'astrologia; il tutto espresso e significato in un modo oscuro e
involuto, forse per via di simboli, che fu poi una delle cause maggiori, se non
la maggiore di tutte, per la quale le opere di lui furono poco lette e a poco a
poco caddero nell'oblio. E dopo la morte del maestro, che ne fu dei suoi
seguaci? Probabilmente non si dispersero e continuarono a riunirsi; tanto piìi
che non mancava certo fra loro chi potesse indirizzarli e illuminarli con la
sua autorità e la sua dottrina. In quegli stessi anni infatti, o poco dopo, ci
fu in Roma un'altra setta, ch'io non dubito punto fosse continuazione di quella
di Nigidio, o certo frutto dei suoi insegnamenti: voglio alludere alla «
Sextiorum nova et romani rohoris seda » ^ la quale però « Inter initia sua,
quum magno impetu coepisset, extincta est » (1). Decisa- mente i tempi non
erano favorevoli alla filosofìa, anzi a certa filosofia ! E in verità non
potevano essere molti quelli che, in Roma, desiderassero di attendere sul serio
alle speculazioni filosofiche: le ricchezze e la potenza della nuova Roma
imperiale offrivano troppi svaghi, troppi di- vertimenti, troppe orgie, perchè
vi fosse tempo e voglia di dedicarsi a meditazioni gravi ed ingrate ! Cosicché
gli sforzi di quei pochi, i quali avrebbero pur voluto richia- mare i
concittadini alla serietà d'una vita meno fatua e più dignitosa, dovevano
riuscire vani o sortire effetti poco duraturi. Chi furono cotesti Sestii, ai
quali accenna Seneca? Le notizie che ce ne sono rimaste sono assai scarse, ma
suffi- cienti tuttavia a farceli ammirare, in tempi di tanta corru- zione, come
uomini desiderosi piii delle gioie del pensiero che di quelle dei sensi, amanti
più della verità e della scienza che delle ricchezze e degli onori; come uomini
infine, nei quali tanto più risplende l'onesta virtù, quanto maggiori intorno
si addensano le tenebre del vizio. Del primo di essi, di nome Quinto, parla
specialmente, e sempre con parole di profonda e sentita ammirazione, il più
grande dei moralisti romani, Seneca, in quelle sue mirabili Lettere a Lucilio
piene di tanta filosofica sapienza e così degne d'essere studiate e meditate
più che non siano ! In una di queste, la novantottesima, volendo egli provare
al suo alunno che spesso molti disprezzarono quei beni che i più desiderano
come fonti di felicità, cita gli esempi di Fabrizio e di Tuberone, e poi
aggiunge che il (1) Seneca, Quaest. nat. cap. ultimo. 60 padre Sestio, pur
essendo nato in tali condizioni da dovere un giorno governare la cosa pubblica,
rifiutò persino la carioa di senatore, offertagli da Giulio Cesare ; poiché
egli non annetteva alcuna importanza ai pubblici onori, rite- nendoli, come
sono, troppo incerti e transitori. Una rinunzia di questo genere non era
certamente cosa che tutti sapessero e volessero fare in quei tempi di sfrenate
ambizioni ; e tanto meno poi per ragioni filosofiche ! Ma tanfo: il nostro
Sestio ambiva per la sua persona altro ornamento che non fosse il laticlavio :
ornamento meno visibile e meno ricercato, ma più dignitoso e più vero, che
fosse conquista della sua intelligenza e della sua virtù, che nessuno potesse
riprendergli e che egli potesse libe- ramente trasmettere senza pericolo di
manomissioni o di latrocinii, l'ornamento insomma della sapienza ; per la quale
fu acceso di tanto amore, che non facendo, in sul principio, progressi
sufficienti a soddisfare appieno il suo vivo desi- derio, fu sul punto, un
giorno, di suicidarsi (2). Come degli onori, ei non fu avido neppure dolle ric-
chezze; anzi si racconta di lui che, trovandosi in Atene, ripetè quanto aveva
già fatto il filosofo Democrito, il quale, avendo previsto da certi segni
astrologici una carestia d'olio, prima dell'epoca del raccolto — che la
bellezza delle olive faceva sperare sarebbe stato abbondante — comperò a buon
(1) € Honores repulit pater Sextius, qui, ita natus ut rempu- hlicam deberet
capessere, latum clavum, divo lulio dante, non re- cepii; intelligehat enim,
quod dari posset, et eripi posse. Plutarco, « Del modo di conoscere i propri
progressi nella virtù: KaGànep cpaol Ségxtóv xs xòv 'Pa)|iaIov àcpetxóxa xàg èv
x-^ TióXst xtjjiàg xal ipxàg 5ià cpiXoaocpiav èv òè xqi cptXoaocpsIv aB TiàXiv
5uo7ia'9-oQvxa xal xp(tà\),e>foy xtp Xóyt}) x^^®'^"^? "^^
np{bzo)t, dXtyow Ssyjaat xaxa3aX«tv éaoxòv ix xivog Sti^poug ». mercato tutto
l'olio del paese, e poi, sopravvenuta real- mente la carestia, restituì ai
primi proprietarii la merce acquistata, appagandosi d'aver provato così che gli
sarebbe stato facile arricchirsi quando lo avesse coluto. Ma che uomo era
Sestio ! Che scrittore vigoroso e ardito, e come diverso da tanti filosofi che
scrivendo siedono in cattedra, discutono, cavillano, e non danno all'anima
alcun vigore perchè non ne hanno ! A leggere Sestio — son pa- role di Seneca -
si sente ch'è pieno di vita e di vigore, uno spirito libero e superiore, uno
che ha virtù d'ispirarti sempre una gran fiducia in te stesso ! In qualunque
stato d'animo, quando si legge il suo libro, si sfiderebbe la fortuna e si
avrebbe la forza di lottare contro qualsiasi ostacolo! Poiché egli ha questo
grande merito, che, pur mostrandoti tutta la grandezza della felicità suprema,
non ti fa disperare di raggiungerla: egli la mette bensì molto in alto, ma in
luogo accessibile a chi la voglia conqui- stare, sì che ammirandola tu speri.
Quale più alta lode Plinio, Naturalts
Historia^ XVIII, 68, 9- 10 : Ferun Demoeritum, qui primus intellexit
ostenditque curri terris caeli societatem, spernentibus hanc curam eius
opulentissimis civium, praevista ohi cavitate ex futuro Vergiliarum or tu....
magna tum vìlitate propter spem olivae, coemisse in toto tractu ornne oleum,
mirantibus qui paupertatem, et quietem doctrinarum ei sciebant in primis cordi
esse. Atque ut apparuit causa, et ingens divitia- rum cursus, restituisse
mercem anxiae et avidae dominorum, poe- nitentiae, contentwm ita probasse opes
sibi in facili, quum vellet, fore. Hoc postea Sextius e romanis sapientiae
adsectatoribus Atkenis fecit eadem ratione ». Seneca, Epistola LXIY: « Lectus est deinde
liber Quinti Sextii patris; magni, si quid miài credis, viri, et, licet neget. Stoici.
Quantus in ilio, Dii boni, vigor est, quantum anim,i! Hoc non in omnibus
philosophis invenies. Quorumdam, scripta clarum per un uomo, di questa
entusiastica esaltazione fatta da Seneca ? E i suoi insegnamenti poi quanto
erano sentiti e pro- fondi, altrettanto erano semplici ed eificaci. Vuoi tu
persua- dere un uomo della bruttezza dell'ira ? egli ammaestrava: portalo, mentr'è
adirato, innanzi a uno specchio e fa che vi si veda riflesso ; poi fagli
intendere che s'ei vedesse a quel modo anche l'orridezza dell'anima sua
sconvolta ed agitata ne sarebbe atterrito (1). Della onestà e della virtù egli
ebbe così alto e giusto concetto che sostenne l'uomo habent tantum nomen,
cetera exsanguia sunt. Instìtuu7it, dìspu- tant, cavillantur : non faciunt animum, quia non
habent. Quuni legeris Sextium, dices: Vivit, viget, liber est, supra hominem
est, dimittit tne plenum ingentis fiduciae. In quacumque positione mentis sim;
quum hune lego, fatebor tibi, libet omnes casus pro- vocare, libet exelamare :
Quid eessas, Fortuna? congredere! para- tum vides. Illius animum induo, qui
quaerit ubi se experiaiuT, ubi virtutem suam ostendat, Spumantemque davi pecora
inter inertia votis Optai aprum, aut fulvum descendere monte leonem. Libet
aliquid habere, quod vincam, cuius patientia exereear. Nam hoc quoque egregium
Sextius habet, quod et ostendet Ubi beatae vitae ìuagnitudinem, et
desperationem eius non faciet. Seies illam, esse in excelsOy sed volenti
penetrabilem. Hoc idetn virtus tibi ipsa praestabit, ut illam admireris, et
tamen speres » . (1) Seneca, De ira^ lib. II, oap. 36 : « Quibusdam, ut ait
Sextius^ iratis profuit aspexisse speculum; perturbavit illos tanta mutatio
sui: velut in rem praesentem adducti non agnoverunt se, et quantulum ex vera
deformitate imago illa speculo repercussa reddebat ? animus si ostendi^ et si
in ulta materia perlueere pos- set., intuentes nos confunderet, aier maculosusqite,
aestuans., et distortus, et tumidus. Nunc quoque tanta deformitas eius est per
ossa carnesque, et tot impedimenta., effiuentis : quid si nudus o- stenderetur
? et e. onesto non per altro essere inferiore al sommo Giove,
che per avere una virtù meno stabile e duratura ; ma per tutto il tempo in cui
si conservi onesto essere altrettanto felice quanto Giove, non essendovi tra la
perfezione e quindi la felicità umana e la divina differenza se non di durata.
Ond'è che egji potè veramente additare ai volonterosi il bel cammino della
virtù ed esclamare : « Di qui si monta alle stelle! di qui: seguendo frugalità,
temperanza^ for- tezza » — e non già (par quasi sottintendere) per decreto di
popolo 0 di senato ! — e potè confortare anche all'ascesa, persuadendo che gli
dei aiutano i buoni stendendo ad essi la mano. Seneca, Epistola LXXIII: «
Solebat Sextìus dicere^ « lovem plus non posse ^ quam honum virum,^. Plura
lupiter habet^ guae ' praestet hominibus; sed inter duos honos non est melior,
qui lo- cupletior : non magis^ quam inter duosj quibus par saientia re- gendi
gubernaeulum est^ meliorem dixeris, cui maius speciosiusque navigium est.
lupiter quo antecedit virum bonum! Diutius bonus est. Sapiens nihilo se minoris aestimat.^
quod virtutes eius spatio breviore clauduntur. Queniadmodum ex duobus
sapientibus^ qui senior decessiti non est beatior <?o, euius intra pauciores
annos terminata virtus est : sìe Deus non vincit sapiente ut felicitate^ etiam,
si vincit aetate. Non est virtus maior^ quae longior. lupi- ter omnia habei;
sea nempe aliis tradidit habenda. Ad ipsum hie unus usus pertinet.^ quod utendi
omnibus causa est: sapiens tam aequo omnia apud alias videi contemnitque^ quam
lupiter., et hoc se magis suspicit., quod lupiter uti illlis non poteste
sapiens non vult. Credamus itaque Sextio monstranti pulcherrimum iter et
clamanti : * Hac itur ad astra ! hae, secundum frugalitatem:, hac, secu7idum
fortitudineyn ! » Non sunt Dii fastidiosi, non invidi ; admittunt, et
ascendentibus manum porrigunt. Miraris hominem ad deos ire? Deus ad homines
venit\ immo., quod propius est., in hom.'ines venit. Nulla sine Beo mens bona est. Semina in corpo- ribus
kumanis divina dispersa sunt; quae si bonus cultor excipit.^ 64 Questa sicura
fede, questa virile forza di pensiero susci- tatrice di virtù, era la nota
caratteristica degli scritti di Sestio, di quest'uomo profondo, che filosofava
scrivendo in greco con gravità romana, e che paragonava l'uomo sapiente, cinto
di tutte le buone energie del suo animo, a un esercito che, in paese nemico,
marcia compatto e pronto alla battaglia. Ed esercitando sui migliori uomini di
Roma, come per esempio quel Lucio Grassizio di cui parla Svetonio (2), simìlia
origini prodeunt; et paria his, ex quibus erta sunt^ sur- gunt: si malus^ non
aliter quam humus sterilis ac palustris^ ne- cat, ac deinde creai purganienta
prò frugihus » . Seneca, Epistola: Sextium ecce quam maxiìne lego^ virum acrem^
graecis verbis^ romanis moribus philosophantem. Movit me imago ab ilio posila :
ire quadrato agmine exercitum^ ubi hostis ab omni parte suspectus est, pugnae
paratum. Idem^ inquit^ sapiens facere debet; omnes virtutes suas undique expan-
dat^ ut ubicumque infesti aliquid orietur, illic parata praesidia sint^ et ad
nutum regentis sine tumultu respondeant. Qitod in exercitibus his^ quos
imperatores magni ordinant, fieri videmus^ ut imperium ducis simul omnes copiae
sentiant^ sic dispositae, ut signum ab uno datum, peditem simul equitemque
percurrat ; hoc aliquanto magis necessarium esse nobis Sextius ait. UH enim
saepe hostem timuere sine causa ; tutissimumque illi iter, quod suspeetissimum
fuit. Nihil siultitia pacatum habet ; tam superne UH meius est, quam infra ;
utrumque trepidai latus ; sequuntur pericula^ et occurrunt\ ad omnia pavet ;
imparata est^ et ipsis terretur auxìliis. Sapiens autem^ ad omnem incursum
munitus est et intentus: non si paupertas^ non si luctus, non si ignomi- nia^
non si dolor impetu?n faciat^ pedem referet. Interritus et contra illa ibii^ et
inter illa. Nos multa alligante multa debilitante diu in istis vitiis iacuimus
; elui difficile est : non enim inquinati sumus, sed infecti ». Nel De illustr. grammat., rammenta di lui che
« ad Q. Sextii philosophi sectam transiisse dicitur ^ . Alcuni codici però
invece di Q. Sextii leggono Q. Septimii. questa sua efficace robustezza di
pensiero, e affascinandoli col vigore della sua persuasione e con la nobiltà
della sua vita, sdegnosa d'ogni viltà e d'ogni bassezza, potè far sor- gere
quella « romani rohoris seda » , di cui abbiamo fatto già cenno e che, se fu
subito soffocata, ebbe tuttavia dei seguaci e prosecutori isolati, come lozione
di Alessandria, che fu maestro anche di Seneca, Cornelio Gelso, Dì lui parla Lattanzio, Divin. institui. lib.
VI, § 24. Vedi anche Gellio, èi. A., I, 8. Nella interessante epistola 108^
Seneca, parlando di se al suo Lucilio, gii dice come oltre al- l'avere imparato
ad astenersi per sempre dalle ostriche, dai fun- ghi, dai profumi, dal vino,
dai bagni, e ad usar materassi duri, aveva anche incominciato, da giovane, ad
astenersi dalla carne, e ciò per gli insegnamenti di Soxione^ che dimostrava la
inutilità e i danni di questo cibo, valendosi, oltre che degli argomenti di Pi-
tagora e di Sestio, anche di ragioni proprie. Riporto quasi per in- tero il
passo di Seneca, che suona così : « Quonìam coepi Ubi ex- ponere quantum maior
impetu ad philosophiam iuvenis aeeesse- rhn, quam senex pergam^ ?ion pudebit
fatevi^ quem mihi amorem Pytkagorae iniecerit Sotion. Docebat^ quare ille animalibus
ab- siinuisset^ quae postea Sextius. Dissimilis utrique causa erat^ sed uirique
magnifica. Rie etc... At Pythagoras Haee quum ex- posuisset Sotton et implesset
argumentis suis: Non credis^ inquit, aììimas in alia corpora atque alia
describi., et migrationem esse quam dicimus mortem? Non credis in his pecudibus
ferisve aut aqua m,ersis illum quondam hominis animum morari? Non cre- dis nihil perire in hoc mundo, sed anulare
regionem? nec tantum caelestia per eertos circuitus verti, sed ammalia quoque
per vices ire., et animos per orbem agi ? Magtii ista crediderunt viri. Ita-
que iudicium quidetn tuum sustine: ceterum omnia tibi integra serva. Si vera
sunt ista., abstinuisse animalibus innoeentia est., si falsa frugalUas est.
Quod istic credulitatis tuae àamnum est ? Alimenta tibi leonum et vulturum.
eripio. His instinstus abstinere animalibus coepi., et anno peracio non tantum
facilis erat m,ihi consuetudo., sed dulcis... » (2) Quintiliano, Lib. X, 1,
124: « Scripsit non parum multa Cornelius Celsus., Sextios secutus., non sine
cultu ae nitore ». Papirio Fabiano, Moderato di Cadice (2) ed altri. I Sestii
dei quali abbiamo notizia furono due: il primo quello di cui si è parlato
finora, che sarebbe vissuto al tempo di Augusto e anche di Cesare, se, come
dice Se- neca^ rifiutò il laticlavio « divo lulio dante » (3), e avrebbe pure,
secondo il surriferito passo di Plinio dimorato, non sappiamo quando né per quanto
tempo, in Atene; l'altro, suo figlio, anch'esso di prenome Quinto, che pro-
seguì l'insegnamento paterno, che fu ritenuto, sebbene a torto, autore delle
sentenze filosofiche note sotto il nome di Sesto pitagorico (5), della cui vita
infine non sappiamo assolutamente nulla. Ora, di qual dottrina furono maestri
questi filosofi, solitari ricercatori di verità in un mondo di gaudenti e di
tristi? (1) Seneca, Epist. C; cf. Seneca il retore al lib> II delle Con-
troversie^ prefaz. Questo filosofo
pitagorico visse al tempo di Nerone, fu famo- so per i suoi insegnamenti
intorno alla scienza simbolica dei nu- meri, fu maestro di Lucio Etrusco (v.
Plutarco, Quaest. Gonviv. Vili, 7) e scrisse un'opera voluminosa intorno alla
dottrina pita- gorica (V. Porfirio, Vita di Pitag. p. 33 ed. Nauck; Stefano Bi-
zantino e Suida, sotto la voce Fàdeipa). Cfr. pure Porfirio, Vita di Plotino e.
20 e S. Gerolamo, Adv. Ruflnum III. Epist. già citata. Di un Sestio, filosofo
pitagorico., che fiorì ai tempi d'Augusto, parla Eusebio [Chron., all'
olimpiade 195. 1 = 1 d. C). Dobbiamo dunque ritenere il nostro Sestio vis- suto
press'a poco fra il 70' a. C. e il 5 d. C. Natur. Eist., XVIII, 68, 10. (5) Vedile nella
collezione del Mìjllach, Fragmenta philosopho- rum graecorum, Parigi,
Firmin-Didot, e leggi, a proposito della paternità di esse, oltre a ciò che ne
dice lo stesso Mullach), anche l'esauriente discussione che fa lo Zeller, Die
Philosophie der Qriechen^ voi. IV, III ediz. (Leipzg 1880), pp. 679 e 681 nota.
67 Essi ebbero intanto una propria dottrina psicologica, se, come riferisce
Claudiano Mamerte spiegarono che l'a-
nima è « una certa forza incorporea, ilìocale e inafferra- « bile, che, essendo
capace senza spazio, assorbe e contiene « il corpo » . Ma questo evidentemente
è troppo poco per determinare a che scuola essi appartennero. E ben vero che
Seneca, come abbiamo già veduto riferisce (nella Epistola) che « volere o no »
(licei neget), il padre Sestio era uno stoico; ma quel « volere o no » ci fa
compren- dere che in realtà Sestio non si professava stoico. E infatti qualche
altra testimonianza lo dice pitagorico, e tale lo proverebbero non solo le sue
conoscenze astrologiche, dimo- strate dalla famosa esperienza dell'olio, ma
altresì alcune abitudini della sua vita, come quella di fare alla fine di ogni
giorno l'esame di coscienza (3) e quella di astenersi dai cibi carnei, l'una e
l'altra, com'è ben noto, proprie dei seguaci del Pitagorismo. Senonchè,
riguardo a quest'ultima è da notare che Sestio non la giustificava, come
Pitagora, De statu anirnae, II, 8 : «
... Eomanos etiam^ eosdemque philosophos testes citamus^ apud quos Sextius
pater^ Sextius fìlius propenso in exercitium sapientiae studio apprime
philosophati sufzt, atque hane super omni anima attulere sententiatft . Incor- poralis, inquilini^ omnis
est anima et lUocalis atque indeprehensa vis quaedam \ quae sine spatio capax
corpus haurit et continet-» . Y. pag.
preced., nota 3. Seneca, De ira^ lib. Ili, e. XXXVI, 2: « Faciebat hoc Sextius
ut consuniTnato die^ quum se ad noeturnam qutetem. re- cepisset^ interrogaret
animum suum : Quod hodie malum tuum sanasti ? cui vitio obstitisti ? qua parte
ntelior es? » . A questo proposito, oltre alla Up.
CVIII di Seneca riportata nella nota seguente, si suol citare il passo,
conservatoci da Orige- ne, « (contra Celsum », lib. YIII, p. 397 ed. di
Cambridge), che suona: « Il cibarsi di carni è indifferente, ma l'astenersene è
più conforme a ragione ». Tale sentenza però è di Sesto pitagorico, non già del
nostro Sestio. — es- cori la dottrina della metempsicosi, ma con argomenti che
ai Romani dovettero parer più ragionevoli, perchè meno astrusi : « gli uomini,
egli infatti insegnava, hanno altri «alimenti, senza bisogno di nutrirsi di
sangue; e poi ci « si abitua alla crudeltà provando piacere nel divorar della
«carne; si deve dunque ridurre al minimo ciò che può « alimentar la lussuria »
e concludeva dicendo che « la « varietà dei cibi è contraria alla salute e
innaturale per « i nostri corpi. Ci sembra quindi lecito di poter affermare che
i Sestii non furono ne stoici ne pitagorici, ma ebbero un proprio sistema,
eclettico quasi senza dubbio, con prevalenza di elementi pitagorici ; e che
questo loro sistema non fu ne inorganico, né dubitoso (come quello degli
accademici del- l'ultima maniera) né materialista (come l'epicureo), sibbene
avvivato da una profonda fede, illuminato da una chiara luce spirituale e
fondato su convinzioni ben salde e su opinioni precise e indubitabili; un
sistema d'ideo insomma, che non era una piìi o meno piacevole distrazione o
un'o- ziosa occupazione dell' intelletto, ma una vera e propria forza
organizzatrice e ordinatrice della vita, e per ciò ap- punto destinato a
raccogliere pochi seguaci e a vivere per tempo assai breve, in quella sentina
di ambizioni, di cor- ruzioni, di violenze, di immoralità, che era divenuta la
grande Roma nel trapasso dalla repubblica all'Impero. Seneca, Epist. CVIII : « hie {Sextius) homini
satis alimen- torum eitra sanguinem esse eredebat. et criiclelitatis
eonsuetudi- nem fieri^ ubi in voluptatem esset addueta laceratio. Adiciebat
contrahendam materiam esse luxuriae^ eolligebat bonae valetudini contraria esse
alimenta varia et nostris aliena eorporibus. Poiché si è visto come, dopo
Nigidio, i Sestii cerca- rono di restaurare in Roma il culto del Pitagorismo,
non sarà certo inutile indagare quali tracce esso aveva lasciato di sé nella
letteratura romana del primo secolo avanti Cristo, siano esse vere e proprie
trattazioni sistematiche o sem- plici notizie incidentali : così infatti
potremo non solo farci un'idea del giudizio che ne fecero gli scrittori di quel
tempo, ma ci si offrirà anche il modo di esporne e chia- rirne qualcuno dei
punti più importanti o di metterne in luce gli aspetti più notevoli. Certo, in
un'età nella quale le più svariate credenze religiose e i più diversi sistemi
di filosofìa affluendo in Koma da ogni parte del mondo, e specialmente dalla
Grecia e dall'Asia, vennero a pocoJiniformandosi per vicendevole influsso e
preparando cosf il terreno che doveva di lì a non molto accogliere e far
germogliare il seme della nuova fede cristiana, non è facile sceverare e
seguire uno per uno i vari indirizzi di pensiero; massime poi quelli che, come
la filosofia pitagorica, essendo molto antichi e avendo avuto larga diffusione
e gran numero di seguaci, trasmi- sero parte dei loro principii alle speculazioni
filosofiche posteriori. Ma un poco di diligenza e di pazienza ci per- metterà
almeno di raccogliere tutti quei passi di scrittori latini dell'ultimo periodo
repubblicano nei quali si fa espli- cita menzione di Pitagora, e di esaminare
altresì quei luoghi in cui, senza nominarlo, si accenna però a dottrine e a
pratiche di vita che appartennero indubbiamente, per concorde consenso
dell'antichità, al sistema del filosofo di Samo. Incominceremo pertanto dal
poema di Lucrezio, che fu, come tutti sanno, il più mirabile tentativo di
elabora- zione poetica in lingua latina di un sistema filosofico greco, e
precisamente del sistema epicureo. Altri felici tentativi di esporre in versi
dottrine di filosofi greci erano bensì stati fatti da Appio Claudio, da Ennio,
da qualche altro, ma per brevi trattazioni ; sì che Lucrezio — pur conscio
della grandezza del cantore degli Annales — potè ben affer- mare con legittimo
orgoglio di essere il primo a tentare di esprimere poeticamente, nella lingua
del Lazio e del- 71 r Italia romana, non ancora assueta alle sottigliezze, alla
profondità, alla precisione del linguaggio filosofico, le speculazioni dei
Greci. Il poema Della Natura infatti non solo espone con ordine sistematico la
complessa dottrina di Epicuro intor- no air essere delle cose in generale, all'
infinità dell'uni- verso, ai moti e alle forme atomiche, alla natura, com-
posizione e mortalità dell' anima, alle cause delle sensa- zioni e delle
funzioni fisiologiche, alle origini del mondo e della vita vegetale e animale,
alle cause dei fenomeni meteorici e tellurici, ma discute anche, perchè abbiano
piti sicuro fondamento i principii della dottrina epicurea, le opposte e
diverse dottrine di altre scuole filosofiche, e combatte le argomentazioni
contrarie e le obiezioni pos- sibili degli avversari. Di questa opera dunque,
costruttiva in quanto elabora su fondamenti nuovi, e polemica in quanto
combatte e distrugge principii vecchi o diversi, è ben naturale che noi
dobbiamo tener presente soprattutto la parte polemica, per vedere se e quanto
in essa il poeta — e prima di lui Epicuro — abbia tenuto conto delle dottrine
di Pitagora. Ora, su due punti essenzialmente il poeta discute e lotta ad
oltranza contro indirizzi di pensiero diversi dal suo : sulla teoria atomica e
sulla teoria dell' anima. E a proposito della prima combatte e confuta
esplicitamente, nominandoli, Eraclito, Empedocle, Anassagora. Del filosofo di
Samo invece non fa il nome neppure una volta, né qui ne in altra parte dei
poema; ma ciò non toglie che un attento esame del poema stesso non ci permetta
di scoprire dove e quando, pur senza dirlo, il poeta pensi a combattere i
principii della filosofia pitagorica, È ben nota, in verità, la disistima che
Epicuro ebbe per la matematica; il che parrebbe che dovesse farci esclu- dere
senza altro qualsiasi considerazione, da parte diluì, per un sistema che aveva
studiato e rappresentato sotto l'aspetto numerico il mondo, e nel quale le
ricerche ma- tematico-musicali avevano tanta parte. In realtà però pos- siamo
escludere a priori soltanto questo: che Epicuro te- nesse presenti in qualche
modo le dottrine della scuola italica nella parte fisica del suo sistema. E
infatti lo stu- dio del poema di Lucrezio conferma senz' altro questa
induzione; tanto nella parte teorica che in quella polemica dei primi due
canti, che contengono 1' esposizione e lo svolgimento dei principii epicurei
intorno al mondo e alla materia, e la teoria atomica, manca aJffatto qualsiasi
ac- cenno, anche indiretto e lontano, alle dottrine pitagoriche. Ma queste,
oltre al mondo fisico, governato dal numero e dall' armonia, abbracciavano
anche il metafisico (anima e dei), e quanto all'anima, pur considerando anche
di questa l' aspetto numerico e musicale, sviluppavano so- prattutto il
concetto della sua eternità : non mai nata, perchè esistente ab aeterno^ essa
vive, perenne e immor- tale, attraverso un ciclo indefinito di vite terrene
(me- tempsicosi). Sotto questo aspetto pertanto la filosofia di Pitagora
dovette pure essere tenuta in qualche conside- razione da Epicuro, se scopo
fondamentale della sua spe- culazione fu di combattere i due grandi timori onde
nasce r intelicità umana, cioè il timore della morte e quello degli dei, e se,
per vincere il primo, difese con tutte le armi della logica il principio della
materialità e della mortalità dell'anima. Non risalivano forse in gran parte
alla filosofia pitagorica la dottrina platonica e le specu- lazioni stoiche
intorno alla origine divina e all'immortali- 73 tà dell' anima ? E la filosofia
pitagorica non si uniformava forse, spiegandole e chiarendole, alle più
inveterate su- perstizioni, alle più profonde convinzioni, alle più diffu-se
credenze religiose degli uomini ? Se Epicuro avesse avuto solo lo scopo della
costruzione teorica dei suo sistema, sarebbe stato sufficipnte che, ac- cettata
da Democrito la teoria atomica e fattane 1' appli cazione al mondo fisico, V
estendesse, come fece realmente, al mondo psichico (per lui i' anima constava
infatti d' un aggregato d'atomi sensiferi), per trarne la conseguenza della
mortalità dell' anima o, più precisamente, del ne- cessario dissolversi dei
suoi atomi alla morte del corpo. Ma, giova ripeterlo, egli volle anche
soprattutto combat- tere il timore della morte, il quale nasce, secondo lui,
dal pensiero — alimentato dalle superstizioni religiose, e dalle favole dei
poeti e dei vati — che, morto il corpo, l'anima sopravviva. Ora, fra le varie
forme di tale cre- denza una ve n' era — largamente diffusa dalla religione,
dai misteri, da oscure predizioni sibilline, da filosofi e da poeti — secondo
la quale 1' anima non solo continuava ad esistere, ma poteva, ad intervalli,
rivivere in nuovi corpi e ritessere più d' una volta la trama della vita ter-
rena : insomma l'antichissima credenza nella metempsi- cosi. E per di più
questa credenza, anche nei termini strettamente epicurei, poteva in un certo
senso (come ve- dremo) apparire ammissibile, in quanto cioè, nell' infinità del
tempo e nel perpetuo dissolversi e ricomporsi degli atomi materiali, era ben
lecito ammettere come possibile il ricostituirsi dell' identico conglomerato
atomico che ri- creasse di nuovo il medesimo corpo e la medesima ani- ma. Data
dunque questa possibilità teorica, si comprende ohe Epicuro o i suoi seguaci
dovessero esaminarla anche al lume della logica interna del loro sistema, per
dedarne le loro conseguenze in rapporto alle due questioni del- l'eternità
dell'anima e del timore della morte. Tanto ciò è vero, che Lucrezio svolge
appunto in modo ampio ed esaurientissimo tale ipotesi e tale discussione
polemica, là dove vuol dimostrare la mortalità dell'anima e la vanità del
temere la morte. Ma prima di esaminare ed analizzare questa parte del poema che
si riallaccia così strettamente con la dot- trina pitagorica, è necessario
premettere che già al prin- cipio del primo libro, in quel mirabile e
tormentato proe- mio dove il poeta espone le ragioni, l' ordine e la materia
della sua trattazione, è fatto cenno delle varie credenze e opinioni intorno
all' anima e dell' importanza capitale che la soluzione del problema
psicologico ha, nel sistema epicureo, in ordine alla necessità di sradicare dall'
animo umano il timore della morte. E questo cenno, sia in se stesso, sia per il
ricordo che ad esso si collega del famoso sogno di Ennio, ha pure importanza
per il nostro tema. Per rassicurare infatti Memmio — al quale il poema è
dedicato — che potrebbe dubitare, accettando la dottrina epicurea, di
commettere atto di scellerata empietà, Lu- crezio dimostra che anzi la
religione fu causa che gli uomini commettessero delitti nefandi, come il
sacrificio d’Ifigenia in Aulide. E poi soggiunge che, vinto anche il timore
degli dei, può tuttavia rimaner sempre quell' altro timore, che è alimentato
dalle spaven- tose favole dei poeti sulla vita d' oltretomba, da sogni e da
apparizioni, e trova la sua ragion d' essere nell' igno- ranza umana intorno
alla vera natura dell' anima. Di qui pertanto la necessità di studiare —
insieme con la natura delle cose celesti, degli dei e della materia — anche il
problema dell' essenza dell' anima e della natura dei sogni e delle visioni. E
precisamente nei versi si accenna in par- ticolare alle varie dottrine intorno
all'origine dell'anima e intorno alla sorte che le tocca quando muore il corpo:
112 Ignoratur enim quae sii natura animai, nata sit^ an cantra nascentihus
insinuetur^ et simul intereat nobiscum morte dir empia, 115 an tenehras Orci
visat vastasque lacunas^ an pecudes alias divinitus insinuet se, Ennius ut
noster ceeinit, qui priìnus amoeno detulit ex Helicone perenni fronde coronam,
per gentis Italas kominuìu quae darà clueret\ 120 etsi praeterea tamen esse
Acherusia tempia Ennius aeternis exponit versibus edens^ quo ncque permanent
animae ncque corpora nostra^ sed quaedam simulacra modis pallentia miris; unde
sibi exortam semper fiorentis Homeri 125 commemorai speciem lacrimas effundere
salsas coepisse et rerum naturam expandere diciis (2). Quanto all' origine
dell' anima, Epicuro sosteneva che essa era nativa (nata)-^ ma altri invece la
credeva entrata già fatta nel corpo al momento della nascita (an contra Mi pare
qui perfettamente accettabile la lezione già proposta dal GoBEL (permanent è
coug. pres. da pcrmanare)^ che è la più ragionevole correzione del permaneant
dato dai codici. Ne so ve- dere in qual modo tale correzione urti, come dice il
Giussani, con- tro il senso di permanare. (2) In questi versi, come in quelli
che citerò più innanzi, mi attengo alla lezione e alla grafìa data da GIUSSANI
(vedasi) -- De rerum natura, Torino,
Loescher;. nascentibus insinuetur). Quanto alla sorte che 1' aspettava al
morire del corpo le opinioni invece erano tre: l'epicu- rea, che r anima si
dissolvesse col dissolversi degli atomi corporei [simili intereat nobiscum
morte dirempta) ; la popolare, che scendesse all'Orco, o Ade o Averne [te-
nebras Orci visat vastasque ìacunos) ; la pitagorica, che passasse per virtù
divina nel corpo di altri animali (pe- cudes alias divinitus insinuet se ). Le
due ultime però non erano in contraddizione fra loro ; tanto è vero ap- punto
che Ennio, nel sogno famoso degli Annali, pur esponendo la teoria pitagorica,
ammise altresì 1' esistenza dell'Ade e dei templi Acherontei^ ai quali però
discen- deva non già l'anima (questa passava — subito? — in altri corpi), ma
un' ombra, come a dire un doppio, del- l'anima stessa, di mirabile pallore:
come quella precisa- mente che egli narrava gli fosse apparsa nel sogno —
doppio dell' anima del divino Omero — che, piangendo a- mare lagrime, gli svelò
l'essere delle cose. E dunque evidente, per questo accenno alla dottrina
psicologica epicurea in contrapposizione con quella di altri filosofi ed anche
di Pitagora, che nel terzo libro di Lucrezio dobbiamo trovare discussa in
qualche modo — e lo è infatti esaurientemente — la teoria pitagorica della
metempsicosi. 4. Ma non v' è forse cenno d' un' altra concezione che fu propria
di Pitagora e dei suoi seguaci ; voglio dire della concezione dell' anima-
armonia? La cosa, del resto, è tanto più
evidente se si pensi clie Lu- crezio compose verosimilmente questa parte del
proemio del primo libro, quando già aveva composto il terxo. Si veda in
proposito la paziente e lucida analisi di GIUSSANI (vedasi). È un fatto che il
poeta, nel terzo canto, prima di ac- cingersi a determinare la natura materiale
- atomica del- l'anima nelle sue due distinzioni dì animus od anima., confuta
una dottrina • — certo ancor diffusa ai suoi gior- ni — che negava 1' esistenza
dell' anima, o meglio le ne- gava una consistenza sua propria, non pure
extracorporea, ma nel corpo stesso, concependola soltanto come una spe- cie di
armonia delle funzioni organiche : 98 sensum aniìni certa non esse in parte
lo^atuìn^ vermn habitum quendam vitalem corporis esse^ 100 karmoniam Orai quam
dieunt^ quod faciat nus vivere eum sensu^ nulla curn in parte siet ìuens : ut
bona saepe valetudo eum dicitur esse corporis, et non est tamen haec pars ulta
valentis, sic animi sensum non certa parte reponunt. Ora chi, prima di Epicuro,
aveva svolto cosiffatta dot- trina, che anche ai tempi di Platone e di
Aristotile era tanto diffusa da far sentire all' uno e air altro (1) la ne-
cessità di confutarla ? Pitagora e i suoi seguaci, e spe- cialmente, fra questi,
Filolao, avevano bensì accettato e svolto il concetto dell' anima-armonia; ma
che però tale concetto non potesse avere pei Pitagorici il senso datogli (1)
Platone, Fedone; Aristotile, Del- Vanima^ I, 4. Dopo Aristotile la svolsero
ancora, accettandola e difendendola, Aristosseno talentino (Cicerone,
Tuseulane., I, l9)" e DiCEARCo di Messina (Cicerone, ibidem^ I, 20). La si fa risalire veramente a Parmenide e a
Zenone d' Elea (DioG. Laerzio): ma che debba riconoscersi anche come propria di
Pitagora e di Filolao dimostrò già il Boeckh nel suo Philolaos., (p. 177);
tanto è ciò vero che nel dialogo platonico chi la espone è Simmia, discepolo
d,l Filolao, ed Echecrate pitagoreo la riconosce per propria dottrina {Fedone.,qui
da LUCREZIO (vedasi) e neppure quello datogli da Simmia nel dialogo di Platone,
è appena necessario di dire, se esso si accordava — nel sistema di quella
scuola — con l'altro della metempsicosi, ossia con il concetto della
preesistenza e immortalità dell' anima stessa. L' ironia lucreziana dun- que
dei versi 131-135: ... recide harmoniai fìomen^ ad organicos alto delatum
Heliconi — sive aliunde ipsi porro traxere et in illam trastulerunt^ proprio
quae tum res nomine egehat - quid quid id est habeant. . come le argomentazioni
di Socrate nel Fedone — era- no volte non contro la teoria di Pitagora, ma
contro quella interpretazione e limitazione materialistica di essa, per cui r
anima era ridotta a semplice funzione del corpo. Ed è ben naturale che — così
limitata e interpretata — la combattessero, insieme con gl'idealisti platonici,
anche i materialisti epicurei : poiché per gli uni rappresentava la negazione
della essenza individuale e quindi della immor- talità dello spirito, e per gli
altri, significava l' inesisten- za di quella quarta sostanza atomica (la
sostanza senso- riale) onde essi concepivano costituita (insieme con le altre
tre sostanze elementari aria, freddo e caldo) 1' anima u- mana (1). Si
comprende quindi che Lucrezio, prima di Per Epicuro 1' anima è bensì nativa e
mortale, ma è però, fin che vive il corpo, sostanziata di materia atomica ed è
parte dell' essere umano — ne più ne meno di quel che ne siano parte le mani, i
piedi, gli occhi, ecc. (Luce.) e localizzata nel petto, di dove si diffonde per
tutto il corpo, è adibita alla re- cezione dei moti e delle immagini sensoriali
e alle funzioni intel- lettuali : sì che ammettendo la teoria
dell'anima-armonia veniva a cadere tutta la teoria psicologica degli atomi
sensiferi, delle im- accingersi alla esposizione della teoria psicologica,
confu- tasse questa dottrina, che non solo negava all' anima una sua
localizzazione nel corpo, ma veniva in ultima analisi a negarne 1' esistenza. Dimostrata
la materialità dell'animo, LUCREZIO (vedasi) passa a dar le prove — ventotto in
tutto — della sua mortalità. Ora vi è un gruppo di queste che combat- tono il
concetto della immortalità sotto l'aspetto non già del persistere dell' anima
dopo la morte, ma del suo pree- sistere alla nascita del corpo e della
possibile pluralità delle sue esistenze terrene. Qui siamo evidentemente nel
campo della metempsicosi, e occorrerà quindi esaminare quest' altro centinaio
di versi. Veramente non soltanto i Pitagorici — con la dottrina della
metempsicosi — ammisero, fra gli antichi, un' esi- stenza pre-terrena dell' anima,
ma anche Platone e gli Stoici; e inoltre, come ho già osservato più volte, tale
dottrina non fu che la elaborazione filosofica d' una cre- denza largamente
diffusa nelle leggende popolari, nella poesia, neir arte, e rafi'orzata se non
derivata, dagli in- magini, dei sogni, delle visioni, delle allucinazioni
(anche queste vere immagini materiali) che V anima riceve dal di fuori, ma non
produce essa stessa. Cicerone infatti, parlando di Aristosseno e di Dicearco,
dice appunto che essi con la loro teoria venivano a dimostrare « nihil esse
omnino animum^ et hoc esse nomen totum inane^ frustraque ammalia et animantes
appellari, neque in homine inesse animum vel animam nec in bestia Ttcsc.), e
più esplicitamente più sotto -- Dicearehus quidem et Aristoxenus. ... nullum
omnino animum esse dixerunt ». segnamenti religiosi che s' impartivano nei
Misteri. Sì che gli argomenti di Lucrezio possiamo affermarlo con si- curezza — non sono
esclusivamente contro i Pitagorici. Ma poiché Pitagora, se anche trovò già nei
Misteri e fra il popolo tale credenza, e se pure la derivò, c?ome vo- gliono,
dall' Egitto, fu veramente il primo che le diede veste filosofica, e su di essa
fondò 41 suo sistema dottri- nario, dal quale mossero, dopo di lui, e Platone e
gli altri, così dobbiamo pur esaminare le ragioni del poeta epicureo, che
venivano, in sostanza, a battere in breccia ed a scalzare uno dei capisaldi
della filosofia pitagorica. Gli argomenti che Lucrezio adduce contro 1'
opinione della preesistenza dell'anima sono quattro, svolti in quattro
successivi e continui gruppi di versi, e rincalzati poi — dopo conchiusa questa
parte fondamentale della sua trat- tazione — nella meravigliosa invettiva
contro il timore della morte. a) Il primo argomento è desunto dalla mancanza in
noi di ogni ricordo dell' esistenza anteriore alla nascita: se la nostra anima
è esistita un'altra volta e quindi è entrata nel corpo al momento della nascita,
perche non siamo assolutamente in grado di ricordarci del tempo trascorso e non
serbiamo in noi qualche ri- C è bisogno
di rammentare che appunto ctalla realtà di tale ricordanza — rappresentata non
già dalla reminiscenza di parti- colari di una anteriore vita terrena, ma dalla
inoppugnabile e in- controvertibile esistenza delle ideo innato nella mente di
ciascun uomo — Platone deduceva la necessità d'un'anteriore esistenza dell'
anima e quindi della sua immortalità ? (Yedunsi nel Fedone ì capitoli l8-22ì.
2) E, come si vede, io svolgiiuento di quel che ha accennato nel verso 113 del
proemio al primo canto. membranza delle nostre azioni passate ? Dunque l'anima
ha mutato così da potere perdere interamente la facoltà di ricordare le proprie
vicende ? Se così è, questo non differisce molto dalla morte ; bisogna quindi
concludere che r anima di prima è morta e che quella che abbiamo in questa vita
è stata creata proprio in questa vita (1). Ora si noti che il poeta non trae,
dalla mancanza della memoria del passato, la conclusione che sembrerebbe le-
gittima : « dunque 1' anima non è preesistita » ; ma dice soltanto che — dato
pure che potesse essere material- mente esistita — il fatto di non serbar
coscienza del passato dimostra che ora essa ha cambiato personalità
(personalità infatti non è altro che persistere di una me- desima coscienza),
cioè che è morta da quella che era, per diventare un'altra. Praeterea si
immortalis natura animai constai et in corpus nascentibus insinuatur, 670 cur
super ante actam aetatem meminisse nequimus nec vestigia gestarum rerum ulla
tenem^us ? nani si tanto operest animi mutata potestas, omnis ut actarum
exciderit retinentia rerum, non, ut opinor, id a lete iam longiter errai; 675
quajjropter fateare necessest quae fuii ante interasse, et quae nune est nunc
esse creaiam. Insomma in questi versi non si nega la possibilità che siano preesistiti,
e quindi che esistano in eterno i com- ponenti materiali dell' anima, ma bensì
si nega il persi- fl) Su questo argomeDto della mancanza di ogni ricordo, come
vedremo fra poco, Lucrezio ritorna ancora, prima con un semplice cenno (al v.
766) e poi più innanzi (vv. 845 e seguenti) accennan- do alla possibilità della
rinascita dell'anima e del corpo. stere in eterno della coscienza, che, per
Epicuro, deriva dai moti atomici dei quattro componenti dell'anima. D'altra
parte, continua il poeta, se 1' energia vitale del- l'anima entra in noi
quando, formato il corpo, usciamo alla luce del mondo, essa dovrebbe vivere non
come fa — che si vede che è cresciuta col corpo e con le membra immedesimandosi
nel sangue, — ma dovrebbe, non fusa col corpo, vivere a sé come in una
prigione. Ora, poiché avviene proprio il contrario e cioè 1' anima é diffusa
per tutto il corpo, sì che ogni parte di esso sente, e cre- sce e si sviluppa
col corpo stesso — segno é che non é entrata in esso perfetta, e che,
partecipando delle vicende del corpo, nasce (e quindi anche muore) con esso. E am-
messo pure che, • perfetta e in sé raccolta all'atto di en- trare nel corpo, si
diffondesse poi subito in ogni sua parte appena entrata, questo equivarrebbe a
uno scomporsi e dissolversi per cambiar natura: insomma equivarrebbe a un
morire per rinascere tosto altra da quella di prima. Un altro argomento pare al
poeta di poter trarre dal fatto del formarsi dei vermi onde pullula il cadavere
in putrefazione. Se l'anima che li avviva non è costitui- ta, come pensava
Epicuro, da residui frammentari dell'ani- ma primitiva, (il che dimostra che
l'anima stessa, potendo frazionarsi, é peritura e mortale) bisognerebbe
ammette- re — ed eccoci ancora alla metempsicosi — che nei vermi si incarnino
anime preesistenti; nel qual caso, lasciando pure a parte la stranezza che
mille subentrino là di dove una è partita, o esse stesse si formano il proprio
corpo dalla materia putrescente, o lo trovano già fatto e vi en- trano ; ma
nella prima ipotesi non si capirebbe perchè, piuttosto che restar libere,
dovessero affaticarsi spontaneamente a rinchiudersi in un carcere corporeo,
dove neces- sariamente dovranno soffrire; nella seconda varrebbe il
ragionamento fatto precedentemente che un' anima non può entrare, intrecciarsi
ed espandersi in un corpo già formato senza snaturarsi. 720 quod si forte
animus extrinsecus insinuari vermibus et privas in corpora posse venire eredis,
nec reputas cur milia multa animarum conveniant unde una recesserit, hoc tamen
est ut quaerendum, videatur et in discrimen agendum, 725 utrum tandem animae
venentur semina quaeque vermiculorum ipsaeque sibi fabricentur ubi sint, an
quasi corporibus perfectis insinuentur . at neque cur faciant ipsae quareve
laborent dicere suppeditat, neque enim, sine corpore cum sunt, 730 sollicitae
volitant morbis alguque fameque : corpus enim magis his vitiis adfine laborat,
et mala multa animus contage fungitur eius. sed tamen his esto quamvis facere
utile corpus cui subeant: at qua possint via nulla videtur. 735 haut igitur
faciunt animae sibi corpora et artus, nec tamen est uiqui perfectis insinuentur
corporibus: neque enim poterunt suptiliter esse conexae, neque consensus
contagia fient. c) In terzo luogo, se veramente ci fosse la metem- psicosi,
perchè non dovrebbe, nelle sue peregrinazioni, un'anima di leone, per esempio,
capitare in un cervo o quella d'un avoltoio in una colomba, e viceversa, per
modo che ne nascessero leoni e avoltoi timidi, cervi e colombe feroci ? Invece
i caratteri psichici delle singole specie si ereditano e sono costanti in esse
al pari dei caratteri fisici. Se l'anima immortale mutasse solo i corpi, questa
costanza non vi sarebbe o, almeno, soffrirebbe molte eccezioni. E se, d'altra
parte è 1' anima che, mutando corpo, muta carattere, allora vuol dire che essa
non rimane la stessa, che cambia natura, insomma che muore per rinascere
un'altra (vv. 789-751): Dejiiqiie cur acris violentia triste leonum 740
seminium sequitur, volpes dolus, et fuga cervi» a patribus datur et patribus
pavor incitai artus^ et iam cetera de genere hoc, cur omnia membris ex ineunte
aevo, generascunt ingenìoque, si non, certa suo quia serrane seminioque 745 vis
aniìiti pariter crescit cum corpore toto ? quod si immortalis foret et mutare
soler et corpora, permixtis anirnantes moribus essent, eff'ugeret canis Hyrcano
de semine saepe cornigeri incursum cervi, tremeretque per auras 750 aeris
accipiter fugiens veniente columba, desiperentque homines, saperent fera saecla
ferarum. illud enini falsa fertur ratione, quod aiunt immortalem animam mutato
corpore flecti : quod m^utatur enim dissolvitur, interit ergo. Se poi si
volesse invece sostenere la metempsicosi solo entro i limiti di ciascuna
specie, e dire che un' anima umana non s'incarna successivamente in altro che
in uomini, allora si potrebbe sempre chiedere: perchè può, di Così, a mio
avviso, svolse il concetto delle trasmigrazioni deli' anima la scuola
pitagorica: limitandolo cioè entro i confini della specie umana, die se quasi
tutte le testimonianze attribui- scono ai seguaci di Pitagora 1'
interpretazione più lata a cui Lu- crezio accenna nei versi or ora citati, tali
testimonianze si può dimostrare che o sono esagerate per amor di polemica o di
satira, 0 sono errate per confusione della metempsicosi pitagorica con quella
egiziana od orientale in genere, o, in qualche caso, possono spiegarsi dando un
signifiv,ato simbolico al passaggio dell'ani- ma nel corpo di un animale. In
tale categoria rientra, per me, la testimonianza di Ennio che, nel sogno già
citato degli Annali, fa- saggia che era, diventare sciocca, dal momento che non
s' è mai visto un fanciullo assennato né un piccolo pu- ledro esperto come un
robusto cavallo ? Forse che la men- te in un corpo tenero, si fa tenera anch'
essa ? Allora dunque non è immortale se, trasmutando corpo, perde in tal modo
la vita e il sentimento di prima: Sin animas hominum dicent in corpora sem,per
ire humana, tamen quaerain cur e sapienti 760 stulta qiieat fieri, nec prudens
sit puer ullus, 762 nec tam doctus equae pullus quam fortis el^ui vis ?
scilicet, iìi tenero tenerascere eorpore ìnentem confugient, quod si iavi fìt,
fateare necesscst 765 mortalem esse animam, quoniam mutata per artus tcmto
opere amittit vitam sensumque priorem. Infine — e siamo così alla chiusa, di sapore
umoristico, di questa serie di argomentazioni contro la preesistenza e la
metempsicosi — non è cosa oltremodo ridicola, dice il poeta, che ad ogni
accoppiamento e ad ogni parto di animali stiano lì pronte delle anime, e, in
numero innumerevole, immortali aspettino membra mor- tali, e lottino e
gareggino a chi prima e di preferenza riesca a penetrare ? Se pure non e' è fra
le anime il patto che chi prima arriva a volo entri per prima e cosi non ci sia
fra loro nessuna lotta violenta: Denique conubia ad Veneris partusque ferarum
llb esse animas praesto deridieulum esse videtur, expeetare immortalis
niortalia membra innumero numero, ceriareque praeproperanter cendo esporre
dall' anima di Omero la dottrina di Pitagora, lo fa anche dire d'essere
divenuta un pavone (« pavone » qui significa « cielo »). Perciò credo
prettamente pitagorica, e non stoica, la dottrina della metempsicosi che svolge
Virgilio nel sesto dell'Eneide. inter se quae prima potissimaque insinuetur ;
si non forte ita sunt animarum foedera pacta, 780 ut, quae prima volans
advenerit, insinuetur prima, neque inter se contendant virihus hilum. 6. Qui
terminano gli accenni che Lucrezio fa alle cre- denze e dottrine pitagoriche :
ma poiché subito dopo, in quella parte di questo stesso terzo canto in cui si
dimo- stra la vanità del timore della morte, è formulata l' ipo- tesi della
resurrezione delia medesima anima nel mede- simo corpo, e tale ipotesi -è stata
da qualcuno identificata con V analoga dottrina pitagorico-stoica della
palingenesi, dobbiamo esaminare anche questo passo. Continuata e compiuta
dunque la dimostrazione della mortalità dell'anima, il poeta ne trae subito la
legittima conseguenza che la morte non ci riguarda per nulla. Come non abbiamo
sentito niente di ciò che è acca- duto prima della nostra nascita (perchè l'
anima nostra non esisteva), così non sentiremo nulla dopo morti, per- chè una
volta avvenuto il distacco fra corpo ed anima (e la conseguente dissoluzione di
questa) noi, che esistia- mo solo per l'intima unione di entrambi, non
esisteremo e quindi non sentiremo più. E giunto a questo punto conclusivo il
poeta avrebbe potuto fermarsi, come infatti, sembra, si fermò in una prima
redazione del poema, nella quale seguivano a questa dimostrazione i versi
860-867 che la rincalzano. Senonchè piti tardi, tornandovi sopra fece
un'aggiunta in cui è formulata la suddetta ipotesi, che dobbiamo appunto
esaminare (1). (1) Accetto senz' altro le conclusioni di GIUSSANI (vedasi), sì
per l'interpretazione dei vv. 860-867, sì per la composizione di tutto que- sto
interessante brano. Rimando perciò il lettore all'opera già citata, voi. Poiché
in essa è detto anzitutto che se pura, dopo avvenuta la separazione, l'aDima
avesse facoltà di sentire, anche in tal caso la cosa non riguarderebbe punto
noi, che siamo solo in quanto anima e corpo sono stretti in un'esistenza unica.
La quale ipotesi peraltro (che 1' anima senta staccata dal corpo) s'intende
bene da tutto quel che il poeta ha detto precedentemente, che non era
assolutamente ammis- sibile (1), perchè fuori del corpo l'anima neppure esiste,
consistendo la morte, per lui, nel rompersi del legame tra corpo ed anima e
nell'immediato dissiparsi degli ato- mi di questa, appena rimasta priva del suo
coibente. Ma vi era però un'altra ipotesi, la quale per di più poteva apparire
ad alcuno non del tutto in contrasto come la precedente con la dottrina
epicurea ; l'ipotesi cioè di un possibile ricrearsi materialmente identico del
nostro essere, anima e corpo. Anche in -questo caso però la morte non ci
riguarderebbe affatto per l' interruzione della coscienza personale fra le due
esistenze. E tale ipo- tesi appunto il poeta svolge nei versi 845 e seguenti,
in questo modo : GIUSSANI (vedasi) crede invece di poter sostenere che
l'ipotesi, per quanto strana, non è però in contraddizione assoluta — in a-
stratto — con la teoria epicurea. Ora a me le sue ragioni non sembrano buone, e
perciò credo piuttosto che qui Lucrezio abbia formulata un' ipotesi che è
interamente al di fuori della dottrina d' Epicuro : come poteva infatti pensare
che una qualsiasi persi- stenza del sentire dell' anima fosse possibile, dopo
il distacco dal corpo, se per lui l'anima non poteva assolutamente esistere
fuori del corpo che la tiene unita ? Perchè dunque Lucrezio ha formulata
l'inverosimile ipotesi ? Forse unicamente come ipotesi di transizio- ne alla
successiva; se pure non si tratta qui di un'argomentazione per absurdum. 845
iVec, si materiem nostram collegerit aetas post ohitum rursumque redegerit ut
sita nunc est, atque iterum nobis fuerint data lumina vitac, pertineat quiequam
tamen ad nos id quoque factum, interrupta semel cum, sit repetentia nostri; 850
et nune nil ad nos de nobis attinet, ante qui fuimus, neque iain de illis nos
adficit angor, nam cum respicias immensi temporis omne praeteritum spatium,,
tum. motus m,ateriai multimodis quam sint, facile hoc adcredere possis, 855
semina saepe in eodem, ut nunc sunt, ordine posta haee eadem, quibus e nunc nos
sumus, ante fuisse : nee m,emori tamen id quimus reprehendere mente : inter
enim iectast vitai pausa, vageque deerrarunt passim m,otus ab sensibus omnes.
Ora a prima . vista questa ipotesi potrebbe apparire identica a quella già
formulata nei versi 668-676, dove si fa pur cenno della interruzione della
coscienza. Tanto che si è voluto da alcuno vedere in questi versi un'allu-
sione alla dottrina dei Genetliaci, i quali credevano che nello spazio di 440
anni il medesimo corpo e la mede- sima anima rivivessero insieme (1) e ciò
dipendentemente dalla dottrina della palingenesi universale che era propria dei
Pitagorici e degli Stoici. Ma in verità qui non si tratta punto di questo,
poiché mentre in quei versi si parla del rinascere della medesima anima in
nuovi corpi, e nella dottrina dei Genetliaci si parla del ricongiungersi
dell'identica anima e dell'identico corpo (nell' un caso e neir altro però 1'
anima non ha mai perduto la sua perso- nalità), qui invece si considera il caso
di una duplice (1) Il primo a pensar questo è stato l'editore inglese di Lucre-
zio, il Munro, il quale cita il passo di S. Agostino {De civ. Dei XXII, 28) che
ho già riportato al principio del Gap. III. creazione ex novo per accozzamento
degli stessi atomi, cioè si considera la possibilità della rinascita d' un
iden- tico aggregato atomico corporeo-psichico nel rispetto della teoria
epicurea. Che poi ciò fosse legittimo e logico è un'altra quistione (1); ma sta
di fatto che Lucrezio for- mula r ipotesi secondo la logica del sistema di
Epicuro. 7. Cosicché, per riassumere e concludere, abbiamo ve- duto che il
nostro poeta accenna a quattro diverse opi- nioni intorno all'anima: 1*) che
essa non esiste a so, ma risulta dall' armonia delle funzioni organiche (teoria
di Aristosseno e Dicearco); 2*) che essa nasce e si distrug- ge col corpo, ma
ha una propria ubicazione nell'organi- smo umano (nel petto) e risulta di
quattro elementi (moto, caldo, freddo, sostanza atomica sensoriale) (teoria
epicu- rea); 3*) che essa sopravvive al corpo e scende nell'Ade, donde può
uscire per apparire agli uomini (credenza popolare); 4^) che essa, non solo
sopravvive al corpo, ma è preesistita ad esso e può incarnarsi più volte. E
abbia- mo veduto come quest'ultima dottrina, della quale abbia- mo fatto
particolare esame, fu intesa e interpretata in modi diversi: a) l'anima
immortale passa attraverso mol- teplici esistenze, cambiando specie animale
(teoria egiziana); h) l'anima immortale passa attraverso molteplici esistenze,
ma entro i limiti della propria specie e conservando la propria identità
personale (teoria pitagorica-platonica-stoica); e) l'anima può bensì rinascere,
magari nell'identico corpo. L'ha posta
con molta sottigliezza GIUSSANI (vedasi). Ma si veda anche quello che osserva
in prop9SÌto il Pascal nel suo scritto « Morte e resurrezione in Luerexio » pubblicata
nella Riv. di Filologia classica e ristam- pato nel volume Oraecia capta, pag.
67 e seguenti. 90 senza però conservare la propria identità personale (ipo-
tesi epicurea-lucreziana). La teoria b
poi alla sua volta fu diversamente svilup- pata, poiché vi era chi sosteneva
che l' anima potesse bensì reincarnarsi, ma in corpi sempre nuovi; chi invece
che si reincarnasse nel medesimo corpo, e ciò in atti- nenza a una dottrina più
generale, anzi universale, se- condo la quale non pur l' anima e il corpo umano
anda- vano soggetti a periodici ritorni alla vita, ma tutto l'uni- verso si
distruggeva e si ricreava perfettamente identico (pitagorici, stoici e
genetliaci). Con questa teoria però non veniva distrutta la credenza nell'Ade o
Averne come luogo di espiazione, poiché, se anche l'anima riviveva, scendeva
all' Ade un suo doppio (eidolon, simulacrum) che poteva anche riuscirne (e ve-
rosimilmente si distruggeva nell'atto che l'anima tornava a nuova vita terrena)
(Ennio). Quanto alla teoria pitagorica in particolare, abbiamo veduto che
Lucrezio ne parla, in sostanza, in due luoghi: 1**) nel proemio del primo libro;
nella confutazione dell'ipotesi della preesistenza dell'anima nel terzo libro;
e che non debbono ritenersi affatto come riferi- menti a Pitagora né il cenno
alla dottrina dell' anima- armonia (e. Ili, vv. 98-135) né l'ipotesi della
rinascita, come è formulata nei vv. 845-859 dello stesso libro. Ipotesi la
credo, e non vera teoria di Epicuro; che, in sostanza, Lucrezio la formula come
tale, per potere opporre l' argomento per lui capitale della interruzione della
coscienza anche a coloro che, dal punto di vista della sua stessa dottrina,
avessero potuto pensare ad una eventuale rinascita dell' anima col medesimo
corpo. Veri e propri trattati d' indole pitagorica sappia- mo con certezza che
compone VARRONE (vedasi), il quale, nato nel 116 av. Cr. , morì quasi
nonagenario nel 27. Eruditissimo in ogni campo del sa- pere, fu, appunto per
questo, incaricato da Giulio Cesare di mettere insieme ed ordinare in Roma una
grande bi- blioteca, specialmente di opere latine e greche ; ciò che gli diede
agio di allargare e approfondire ancor più le sue conoscenze enciclopediche,
delle quali si valse per comporre innumerevoli opere, trattando dei più
svariati argomenti, occupandosi d' ogni genere di ricerche, racco- gliendo con
cura particolare tutte le tradizioni sacre e profane della patria, e dettando
pure^ a quel che ci ha lasciato scritto Quintiliano, un' opera filosofica in
versi {praecepta sapientiae versibus tradidit) (1). Della sua prodigiosa
attività e di una ricchissima messe di opere letterarie, storiche, filosofiche,
scientifiche — si ricordano di lui non meno di 74 opere in 620 libri — non ci re-
stano purtroppo che scarsi avanzi ( poco più di nove li- bri ) e numerose
citazioni, massime dei Santi Padri, che da Varrone attinsero largamente notizie
d' ogni sorta. Sì che siamo quasi all'oscuro sul contenuto della maggior parte
dei suoi scritti, di molti dei quali ci resta appena appena il titolo. Così dei
suoi famosi Logistorici^ che era- no in 76 libri, e contenevano discussioni di
argomento filosofico con miscela di notizie storiche, conosciamo i ti- toli di
alcuni, nei quali si doveva trattare più o meno largamente di filosofia
pitagorica : tali sono 1' Attico o dei numeri (Atticus sive de nunieris) il
Tuberone o dell' ori- gine umana {Tubero seii de origine humana) il Gallo o
delle meraviglie {Gallus de admiraìidis), il libro de sae- culis e r altro de
philosophia; ma quale ne fosse preci- samente il contenuto non sappiamo. Così,
d' altra parte, ci è rimasta notizia d' un' opera in nove libri intorno ai
principii dei numeri (de principiis numerorum), la quale, messa accanto sìiV
Attico già citato e alla testimonianza (1) intorno a Varrone si veda l'opera di
Gaston Boissier, Etude sur la vie et les ouvrages de Varron. Per i libri
Antiquitatum rerum divinarum pubblicati nel 47 av. Cr. si consulti lo studio
dall' Agahd nei JahrhUcher f. class. Philologie^ 24*©^ Supplement- band I Heft,
Leipzig, 1898. di Gellio (Notti Attiche 3,10), che riferisce come Varrone
trattò in maniera oltremodo compiuta del numero sette- nario ( Varrò de numero
septenario scripsit admodum conquisite)^ prova che il grande reatino dovette
conoscere profondamente la teoria pitagorica e specialmente la dot- trina
fondamentale dei numeri. È veramente un peccato che di tali opere non resti
quasi nulla, giacché da esse, avremmo forse potuto trarre molta luce a
chiarimento di questa famosa dottrina, che era il pernio della speculazione
metafisica e simbolica di Pitagora. Qualche passo tuttavia che ce ne è rimasto,
vale a dimostrarci che larghe e geniali applicazioni potè avere per opera del
Maestro e dei suoi seguaci la teoria stessa, che fu feconda di eccellenti e
mirabili scoperte nel campo delle scienze sperimentali. a) Poiché le investigazioni
matematiche dei Pitago- rici non furono soltanto rivolte alla ricerca delle
proprie- tà dei numeri, ma anche fuori dei campi dell' aritmetica e della
geometria, trovarono le più nuove e piìi larghe applicazioni nel vasto e
infinito campo dei fenomeni na- turali. Una delle prime e forse la più
importante scoperta di Pitagora fu dovuta a una di quelle felici intuizioni
che, in ogni tempo, sono state il privilegio del genio; intendo parlare della
determinazione matematica degli accordi, che poi dalla musica, applicata a
particolari fatti della natura, (1) Già il Kathgeber {Orossgriechenland unti
Pythagoras^ Gotha 1855, p. 423) scrisse : « Dem M. Terentius Varrò aus Reato,
der aufgeklàrt iiber Pyihagoras war, bot sein Werk hobdomades Gele- genheit zur
Erwàhnung dar ». 94 portò a molte curiose osservazioni come quelle che ri-
guardano le due diverse specie di parto (a termine e settimino), e, applicata
all' astronomia, portò alla teorica dell' armonia delle sfere e alla concezione
dell' universo come di un tutto perfettamente armonico (kósmos). h) Fu un caso
che fece volgere la mente speculativa di Pitagora alla ricerca della teoria
matematica degli ac- cordi musicali, la cui determinazione, prima di lui, era
affidata semplicemente all'orecchio degl'intenditori. Pas- sando un giorno per
istrada accanìo a due fabbri che martellavano alternatamente un ferro sopra l'
incudine, egli fu colpito dai suoni cadenzati e armonici dei mar- telli :
quelli acuti dell' uno rispondevano così giustamente a quelli gravi dell' altro,
che, entrando ritmicamente nel suo cervello, di vari colpi ne nasceva un solo
accordo. Ebbe così la sensazione materiale di un fenomeno, intorno al quale già
da qualche tempo lavorava col pensiero, e non si lasciò sfuggire 1' occasione
per chiarirlo. Avvici- natosi ai fabbri, osserva più da presso il loro lavoro e
nota i suoni che erano prodotti dai colpi di ciascuno. Credendo che la loro
diversità di tono dipendesse dalla diversa forza degli operai, fa che essi si
scambino i mar- telli : e si accorge che invece essa dipende da questi. Allora
volse tutta la sua attenzione a determinare con esattezza i due pesi e la loro
differenza, poi fece fare altri martelli più o meno pesanti di quei due; ma dai
loro colpi nascevano suoni diversi da quei primi e per di più non intonati. e)
In tal modo capì che l'accordo dei suoni doveva nascere da un determinato
rapporto matematico dei pesi, che cercò subito di calcolare; trovati che ebbe
tutti i nu- meri che corrispondevano ai pesi dai quali nascevano suo- ni
intonati, passò dai martelli alle corde musicali: prese alcune budello di
pecora o nervi di bue di eguale gros- sezza e lunghezza, facendole tendere per
mezzo di pesi proporzionati a quelli di cui aveva fatto il computo e de-
terminato il rapporto coi martelli ; fattele risuonare per mezzo della
percussione, non solo trovò che le corde tese da pesi uguali vibravano
all'unisono al vibrare di una sola di esse, ma ottenne altresì suoni armonici
precisamente dalle corde i cui pesi stavano in rapporto di 3:4 ( 5tà xeaaàptóv
o èrul xpiTov o supe?^ tertium), di 2 : 3 (5tà Tcévxe) e di 2:4 (5tà Traawv).
Per averne poi un'altra riprova, ripetè r esperienza con alcuni flauti, in
questo modo: ne fece preparare quattro di calibro uguale, ma di lunghezza
diversa, il primo, poniamo, lungo 6 pollici, il secondo 8 il terzo 9 e il
quarto 12 ; poi facendoli sonare a due a due trovò che il primo e il secondo
armonizzavano in accordo diatessdron (6 : 8 =: 3 : 4); il primo e il terzo in
accordo diapènte (6 : 9 = 2 : 3) e il primo e il quarto in accordo diapason ( 6
: 12 ^=i 2:4) (1). In tal modo egli riuscì molto genialmente alla
determinazione matematica degli accordi, ciò che permise in seguito di
estendere e perfezionare la teoria della musica. E il caso che lo con- dusse alla
scoperta non è molto dissimile da quello per il quale il Galilei,
dall'osservazione dei movimenti d'una lampada in chiesa, fu tratto a
investigare e scoprire le leggi della oscillazione del pendolo^ o da quello in
virtù del quale Newton, per la caduta di un pomo, arrivò a scoprire le leggi
della gravitazione universale. Tanto è (1) Vedasi la narrazione, desunta da
scritti varroniani, in Ma- cROBio, Gomm. ad Somnium Scipionis, II, 1, 9 e
Censorino, de die natali 10,7. 96 vero che il genio in ogni tempo e in ogni
luogo sa trarre partito dalle cose e dai fatti più semplici ! d) E una volta
messosi su questa via, che mirabile serie di investigazioni non seppe
escogitare quella pro- fonda mente speculativa, che, dall'osservazione dì due
fabbri all'incudine arrivò non pure alle leggi dell'armonia musicale, ma a
scoprire 1' armonia dei cieli e di tutto r universo ! Poiché applicando i suoi
calcoli al corso e alle distanze degli astri e dei pianeti vaganti fra il cielo
e la terra — dai quali, secondo lui, era regolato il corso della vita e degli
eventi umani — trovò che essi avevano un moto euritmico, e intervalli coi
rispondenti ai toni, e suoni, proporzionatamente alla loro tonalità, in tale
accor- do, da formare una dolcissima armonia, non però perce- pibile da orecchio
umano, per la sua forza che supera la facoltà del nostro udito. Calcolate
infatti le distanze dalla Terra a ciascun pia- neta in stadi italici di 625
piedi, trovò che dalla Terra alla Luna ci sono circa 126000 stadi ; e questo
rappre- sentava per lui r intervallo di un tono; dalla Luna a Mer- curio
(Stilbon) calcolò una distanza uguale alla metà, ossia un semitono; di qui a
Venere, altrettanto; da Venere fino al Sole, tre volte tanto, come a dire un
tono e mezzo. Il Sole quindi distava, secondo lui, dalla Terra tre toni e
mezzo, formando così con essa un accordo diapente e dalla Luna due toni e
mezzo, formando un accordo diates- sdron. Dal Sole poi a Marte (Pyrois) stimava
esserci e- guale distanza che dalla Terra alla Luna, ossia un tono; di qui a
Giove (Phaeton), la metà, ossia un semitono; da Giove a Saturno, altrettanto,
cioè ancora un semitono; di qui finalmente al cielo delle stelle fisse, press'
a poco un mezzo tono ; e però da questo cielo al Sole poneva un FIRMAMENTO
Orbita di •e Orbita di •e Orbita di Orbita del Saturno Giove Mabte e- 3 Q. o o
II» H K> 0 •d Wi 0 0 0 ■O- SOLE Orbita di ■e Orbita di Orbita della 1 Vbnehe
Mercurio ■e- LUNA ©■ 0 •0 Wi 0 0 0 0 TJSKBà, d> > 3 Q. •« O o tt) 0 •0 u
0 0 0 cs i) 0 > »3 o 8 ti 0 •0 u 0 0 0 e 0 0 ^ 7. intervallo diatessdron (di
due toni e mezzo), e dallo stesso cielo alla Terra un intervallo in accordo
diapason (di sei toni). e) Per queste osservazioni e scoperte è ben naturale
che Pitagora dovesse convincersi che nell' universo tutto è regolato dal
numero, ossia che nulla vi è di casuale, di fortuito, di tumultuario, ma tutto
procede da leggi divine e da una determinata e determinabile proporzione (2).
Sic- ché dalla musica e dall' astronomia passando, per esempio, ' alla
tisiologia, trov^ava nel decórso del puerperio ancora una riprova della
regolarità matematica dei fenomeni na- turali. Orbene, la curiosa applicazione
che Pitagora fece della dottrina dei numeri al più complesso e meraviglioso dei
processi fisiologici, cioè alla generazione, era appunto spiegata in una delle
opere varroniane su ricordate (Tubero seu de origine humana). Queir acuto e
profondo osservatore infatti avendo stu- diato accuratamente il decorso delle
due diverse specie di parto, l'uno di sette (settimino) e Y altro di dieci mesi
lunari (a termine) che avvengono rispettivamente 210 e 274 giorni dopo la
concezione, e avendo determinato i. numeri corrispondenti ai giorni nei quali,
per ognuno dei due parti, si compiono i mutamenti più importanti — del seme in
sangue, del sangue in carne, della carne in for- ma umana — trovò che il parto settimino
è in rapporto col numero 6 e quello a termine col numero 7; non solo, ma che i
nùmeri suddetti, tanto nell' uno quanto nell'al- tro, si trovano nello stesso
rapporto degli accordi musi- cali. Ed ecco in qual modo. (1) Censorino, de die
natali, cap. 13. Maorobio, Oomm. in
Somnium Soip. Il, U, 7 e 4, 14. Nel parto di sette mesi, per i primi sei giorni
dopo la fecondazione, V umore che è contenuto nell' utero è di aspetto
lattiginoso ; nei successivi otto giorni è di aspetto sanguigno. Il rapporto
fra 6 e 8 è, come abbiamo veduto più volte, quello precisamente che forma
accordo diatessd- ron (6:8 = 3:4). Nel terzo stadio si hanno 9 giorni, in cui
comincia la trasformazione dell' umore sanguigno in carne : e il 9 col 6 forma
il secondo accordo diapènte (6:9 = 2: 3); finalmente nei 12 giorni seguenti si
ot- tiene il corpo già formato : e il rapporto di 12 con 6 forma il terzo
accordo diapason (6 : 12 .^r: 1 : 2). Questi quattro numeri 6, 8, 9, 12 sommati
insieme formano 35 giorni, i quali moltiplicati per 6 danno appunto il nu- mero
totale dei giorni, di durata della gestazione, ossia 210. Nel parto a termine
invece, con analogo ragiona- mento, il calcolo era basato sui numeri 7, 9 1/3,
10 1/2, 14, che sommati insieme danno 40 e una frazione; 40 moltiplicato per 7
dà 280, da cui detraendo 6 si ha 274. Vale a dire che nel parto di dieci mesi
iL mutamento del seme in umore latteo avviene in sette giorni anziché in sei, e
la formazione del corpo è già avvenuta dopo 40 giorni interi, che moltiplicati
per 7 danno 280, cioè quaranta settimane ; ma poiché il parto avviene nel primo
giorno dell'ultima settimana, così bisogna detrarre sei giorni, onde ne restano
274. Tanto il 210 che il 274 so- no veramente due numeri pari, laddove Pitagora
dava speciale importanza al numero dispari, tanto da ritenere — in virtii delle
sue molteplici osservazioni — che tutto è regolato da esso (1) : ciò non
pertanto, osserva Censorino Macrobio,
Saturnal.; Solino, I, 39 ; Servio, ad Bmol. che riporta tutto questo passo
Yarroniano, egli non era qui in contraddizione con se stesso, perchè i due
dispari 209 e 273 sono bensì compiuti, ma non si compie ne il 210^ né il
274" giorno in cui il parto avviene; in con- formità precisamente di quanto
ha fatto la natura sia ri- guardo alla durata dell' anno (365 giorni più una
frazione) che a quella del mese (29 giorni più una frazione). ;Non è il caso di
entrare qui in merito al valore in- trinseco e alla veracità di siffatte
osservazioni. Poiché anche se errori vi sono, bisogna naturalmente tener conto
da un lato della diversità dei mezzi d'indagine e di esperimento da oggi a
ventisei secoli or sono, e pensare dall' altro che molte delle applicazioni
della teoria dei nu- meri non dovettero neppure essere l' opera diretta di Pi-
tagora, ma il prodotto delle speculazioni dei suoi seguaci. In ogni modo però
risulta chiaro dal poco che si è ve- duto sin qui che le speculazióni stesse
non rimanevano campate nell'aria e nelle nebulosità della metafisica, ma
trovavano la loro base e la loro ragion d' essere nell' os- servazione
scientifica dei fatti naturali; sì che fu indub- biamente merito di Pitagora e
dei suoi discepoli quello di aver dato un nuovo impulso alla scienza; e, fatta
ragione dei tempi, non fu merito piccolo. f) Se la teoria dei numeri trovava
così mirabili ri- scontri nella natura e nei suoi fenomeni, è ben naturale che
ad essa dovesse pure conformarsi la vita pratica degli uomini, almeno di quelli
che si iniziavano ai mi- steri e alle profonde verità del Pitagorismo. Ond' é,
per esempio, che un'altra testimonianza varroniana ci ricorda Censorino, de die natali 9 e 11. Si confronti
con questo il passo di Gellio, Notti attiche la particolare considerazione in
cui erano tenuti i così detti numeri cubici, ai punto che persino nello
scrivere i Pitagorici ne tenevano conto scrupolosamente badan- do di comporre
in una sola volta 216 righe o versi (216i=r 6 X 6 X 6) e non mai piìi di tre
volte tanto! Ora questo è uno di quei particolari che, presi a se, prestano
facilmente il fianco al riso e alla satira; ma in verità se noi non possiamo
spiegarci la cosa in modo ra- gionevole, ciò può dipendere dal fatto che non
conosciamo tutto il complesso della dottrina e della vita pitagorica ; poiché è
ben possibile che pratiche di questo genere rien- trassero nell' ambito del
sistema per puro amor dell' ordi- ne e doll'euritmia, al solo scopo di far
sottostare a una certa regola anche gli atti minimi e più insignificanti della
vita ; se pure non si tratta, qui e in altri casi, di esagerazioni dei seguaci
o di degenerazioni dei primitivi insegnamenti del Maestro. Ma senza soffermarci
troppo su cosiffatte quisquilie, è ben noto d'altra parte ed è ancora Varrone
che parla quanta parte avesse la musica
nel sistema educativo di Pitagora, e come egli medesimo se ne dilettasse al
punto, che ogni sera prima di addormentarsi e ogni mattina al suo svegliarsi
cantava, accompagnandosi con la cetra, per meglio disporre 1' animo ai suoi
pensieri divini. Oltre a queste notizie, che io, valendomi delle indagini già
fatte da altri, ho cercato di esporre si- ViTRirvio, De arehiteetura Censorino, de die
natali 12, 4. Si veda nell' opuscolo di
A. Schmekel, De Ovidiana Pytha- goreae doctrinae adumbratione (Giyphiswadensiae)
l'appendice Varronis Pythagoreae doctrinae frag- menta continens ».
stematicamente raggruppandole intorno alla dottrina dei numeri, altre se ne
trovavano nelle opere di Yarrone, intorno alla vita di Pitagora, intorno alla
sua scuola e ai suoi seguaci e intorno ai principii del suo sistema. Così
Yarrone poneva 1' esistenza di Pitagora al tempo di Tarquinio Prisco e quindi
implicitamente non ac- cettava la tradizione che Numa fosse stato suo scolaro a
Crotone. Anch'egli attribuiva a Pitagora il merito di essersi chiamato per
primo filosofo, cioè amante del sa- pere, e ricordandone il maestro Ferecide
faceva risalire : già a questo 1' uso di pratiche magiche per indovinare il
futuro ; come pure accennava altrove alla sua andata a Turio (Sibari) nella
Calabria. E Sant' Agostino ci ha conservato un altro passo nel quale Yarrone,
da vero romano, esprimeva la sua ammirazione perchè 1' ultima cosa che Pitagora
insegnava ai suoi discepoli, quando già fossero perfetti, sapienti e felici,
era quella del governare la cosa pubblica. Appartiene al libro quinto dell'
opera intorno alla lin- gua latina un brano in cui Yarrone afferma che Pitagora
insegnava « due essere i principii d' ogni cosa, come fi- « nito e infinito,
bene e male, vita e morte, giorno e « notte. E quindi parimenti due i modi di
essere : stato « e moto; ciò che sta fermo o si muove, corpo; il dove « si
muove, spazio; il quando si muove, tempo ; ciò che « vi è nel movimento,
azione; e avvenire appunto perciò « che quasi tutte le cose siano quadripartite
ed eterne, « poiché ne paò mai esservi stato tempo se non prece- Agostino, de
civitate dei; Tertulliano, dean. 28; Apol. 46. S. ìlggstino, de ordine II, 20, 54. « duto da moto, — se tempo è appunto l'
intervallo fra « un moto e l' altro; né moto senza spazio e senza « corpo,
perchè l'uno (il corpo) è ciò che si muove e <^ r altro (lo spazio) il dove;
né può mancare l'azione dove « e' è movimento; onde le due coppie di principii
: spazio « e corpo, tempo e azione. Altrove ci ricorda Var- rone un altro
pensiero fondamentale di Pitagora, assunto poi pili tardi da Aristotile, quello
cioè che l'esistenza de- gli animali e però anche dell'uomo non ha mai avuto
principio nel tempo, perchè sono sempre esistiti (2). E parimenti faceva
risalire a lui quella teoria dei quattro elementi (terra, acqua, aria ed etere
o fuoco) che comu- nemente si suole invece attribuire ad Empedocle di Gir-
genti, vissuto un secolo dopo. Non mancava neppure nelle opere varroniane
qualche accenno alla teoria pita- Yabro,
de Lingua Latina, Y, 11 : Pythagoras Samius ait omnium rerum initia esse hina^
ut finitum et infinitum^ honum et malum^ vitam et mortem., diem et noctem.
Quare item duo, status et m,otus: quod stat aut agitatur, corpus ; uhi agitatur
locus; dum. agitatur, tempus; quod est in agitatu, aetio; quare fit^ ut ideo
fere omnia sint quadripartita et ea aeterna, quod nc- que unquam tempus quin
fuerit motus, eius enim intervallum tempus; ncque motus ubi non locus et
corpus, quod alter um est quod moveiur, alterum uhi; ncque uhi agitatur, non
actio ihi; igitur initiorutn quadrigae : locus et corpus, tempus et actio ». Vaerò, de re rustica: Sive enim aliquod fuit
prin- cipium generandi animalium, ut putavii Thales Milesius et Zeno Gittieus ;
sive cantra principium horum exstitit nullum, ut cre- didii Pythagoras Samius
et Aristoteles Stagirites\ necesse est hu- manae vitae a summa memoria gradatine
descendisse. Cen- SORINO, de die natali, IV, 3. ViTRUVio, de architectitra, V, 1 ; Servio, ad
Aeneid. VI, 724; ad Geòrgie IV, 2l9; Ovidio, Metamorfosi, XV, 237 e seg. E cfr.
Diogene Laerzio gorica deir eternità dell' anima e alla sua dottrina della
metempsicosi, a conferma della quale ricordava persi- no le sue vite anteriori,
essendo stato prima un certo Etalide, poi Euforbo, poi il pescatore Pirro e
finalmente Ermotimo. Altrove ancora Yarrone accennava alle pra- tiche di
evocazioni dei morti, che del resto erano larga- mente usate neir antichità,
come dimostra, fra le altre, la rappresentazione di una scena di necromanzia
dipinta in un monumento cretese, scoperto da poco, che risale ai tempo
pre-omerico (1500-1400 av. Cr.) della così detta civiltà micenea o minoica (4).
È finalmente quasi superfluo dire che Varrone non mancò di parlare del famoso
divieto pitagorico di man- giar fave, connesso con la credenza nella metempsicosi
e con la concezione che Pitagora ebbe della vita post- mortale. Symmaghus, Ep.
I, 4. Vabro, Sat. Menipp.^ ed. B framm. (=
Nonio Marcello, p. 121, 26); Tertulliano, de mi. 27 e 34; ad nat. I, 19; S. Agostino,
de cìv. dei 18, 45; Scholia in Lucan. p. 289, 11 e 304, 13. Tertulliano, de an. 28, 31 e 34;
Sant'A&ostino, Trinit. XII, 24. Sant'Agostino, de civ. dei VII, 35 « Quod
genus divinatiò- nis idem Varrò e Persis dicit allatum, quo et ipsum Numam, et
postea Pythagoram philosophum usum fuisse commemorai ; ubi adhihito sanguine
etìam inferos perhibet sciseitari et nekyoman- teian graeee dicit vocari » .
Quanto alle rappresentazioni di scene di necromanzia si veda, per esempio,
Drerup, Omero (Bergamo) a p. 176 e relativa tavola a colori; e si ricordi la
famosa Nekuia omerica del libro XI dell'Odissea. Tertulliano, Apol. 47 ; de anima, 33 ; Plinio,
Nat. Hist. Tali a un di presso le notizie di contenuto pitago- rico, che si
possono far risalire a Varrone. Data l'esiguità delle opere superstiti e la
varietà degli autori da cui fu- rono raccolte, esse sono slegate e
frammentarie, ma tali però da farci ancora una volta rimpiangere la perdita
quasi totale dell' enciclopedia varroniana, con la quale si è certo perduto per
sempre un ricco tesoro di notizie utili e importanti per la storia del
Pitagorismo nell'anti- chità classica. Ma poiché dei materiale già sistematicamente
raccolto da Yarrone, come delle sue speculazioni e delle sue ri- cerche
storico-filosofiche debbono essersi serviti non poco gli scrittori
contemporanei o che vissero poco dopo di lui, così, continuando a cercare le
tracce di Pitagorismo ri-- maste nelle opere di altri scrittori di questo
tempo, po- tremo ricostruire e svolgere qualche altro punto della dottrina di
Pitagora e compiere così il quadro della co- noscenza che ne ebbero i
contemporanei di Cesare e di Augusto. Fra gli amici di VARRONE (vedasi) è degno
di essere ricordato queir APPIO (vedasi), del quale sappiamo che è augure,
pretore, console, censore, governatore della Cilicia e legato in rapporti di
amicizia anche con CICERONE (vedasi), di cui ci restano diverse lettere a lui
indirizzate. Convinto che la scienza augurale ha il suo fondamento non già nel
desiderio o nel bisogno di giovare anche col1' ausilio potentissimo della
religione agii interessi dello stato — come la pensava l' altro grande augure
C. Claudio Marcello — ma che realmente fosse un dono concesso dagli dei agli
uomini, perchè questi - fossero in grado di meglio intendere la loro volontà e
di regolare, uniformandosi a questa, la propria condotta pub- blica e privata
(1), era solito far sortilegi, oroscopi, evo- cazioni di morti (2); ne più né
meno di quello che, secondo la tradizione aveva fatto in antico il re Numa e di quel che avevano fatto il filosofo
Ferecide di Siro, il suo discepolo Pitagora, e Platone. Questa convinzione ,
suffragata dalle dette pratiche della divinazione artificiale cui era dedito,
dovette appunto indurre Appio a scrivere quei suo « liber auguralis '> ,
forse di carattere polemico, che dedicò all' amico Cicerone. lì quale fra T
interpre- tazione utilitaria e razionalistica di quelli che la pensavano come
Marcello, e la fede ortodossa di coloro che la pen- savano come Appio Claudio,
ebbe un'opinione intermedia, in questo senso : che cioè una vera e propria
scienza e arte augurale fosse già esistita in antico, ma che di essa però non
fosse più depositario, al tempo suo, il collegio degli auguri, poiché, per il
lungo tempo trascorso e per r abbandono e la negligenza in cui s' era lasciata,
era, CICERONE (vedasi), de divìnatione, sed est in conlegio vestro inter
Marcellum et Appiutn, optimos augures, ynagna dis- sensio fnam eorum ego in
libros incidi), quom alteri plaeeat auspieia ista ad utilitatem esse
reipublicae composita, alteri di- sciplina vestra quasi divinare mdeatur posse
» . CICERONE (vedasi), Tusculane: inde
ea, quae meus amicus Appius nekyomanteia faciebat ». Cfr. de divinat. Si cedano
in S. Agostino, Città di Dio. CICERONE (vedasi), Tuscul, CICERONE (vedasi), Ad
familiares; Varrone, R. R. -- secondo lui, svanita. Dichiarazione questa, che
per essere fatta da un augure di tanta autorità, non è certo di lieve momento.
Sarebbe in verità molto interessante addentrarsi nella ricerca di quel che
fosse proprio questa ra antica, come la chiamavano i greci, o aruspicina, che
tanta parte ebbe nella vita privata e pubblica degli Elioni e degli antichi
Italici; ma questa trattazione mi porterebbe troppo lon- tano dal tema di cui
ora sto occupandomi. E del resto ricerche abbastanza ampie, se non proprio in
tutto sod- disfacenti ed esaurienti, sono già state fatte in proposito. Basti
dire pertanto che la mantica o arte divinatoria si esercitava in forme e modi
diversi — con T osservazione del volo degli uccelli in un punto determinato del
cielo detto templum (onde trasse origine la parola contempla- zione), con 1'
esame dei visceri (cuore, polmone, fegato) di animali sacrificati a questo
scopo (hostiae consultato- riae\ con la interpretazione o ermeneutica dei
sogni, con la considerazione dei fenomeni celesti (tuono, lampo, ful- mine,
ecc.), cogli oracoli, coi pubblici e privati carmi profetici - ; e che era pure
praticata da Pitagora, il quale vi annetteva anzi un particolarissimo valore,
tanto da voler essere ritenuto egli stesso augure: il che CicER., de legìbus 1. II, 13, 33 ; « Sed dubium non
est, quin haec disciplina et ars auguruni evanuerit jam et vetustate et
neglegentia. Ita neque illi (cioè Marcello) adsentior,
qui negai unquam in nostro conlegio fuisse, neque UH ;cioè Appio) qui esse
etiam nunc putat ». Cfr. de divinai. 11^ 33, 70. Si vedano, fra gli altri, i
due importanti lavori del Bochsen- schììtz, Sogni e cabala nelV antichità,
Berlino, e del Cak- TANi-LovATELLi, Sogni e ipnotismo nelV antichità, Roma. (3i
CiCEBONE, de divinatione: huic rei (cioè alla divinazione) magnani auctoritatem
Pythagoras,.. tribuit, qui no naturalmente non poteva pretendere senza dare
qualche prova di virtù profetica ; e, secondo la tradizione, egli ne diede
infatti non poche. Altro amicissimo di Varrone fu, come è noto, Marco Tullio
Cicerone^ che visse dal 106 al 43 a. C. Negli scritti che in gran numero ci
restano di lui fre- quentissimi sono gli accenni a Pitagora, alla sua scuola e
alla sua filosofia ; non però tali da farci pensare a una elaborazione
personale e originale, o all' approfondimento di qualche parte delle dottrine
pitagoriche. Seguace come fu di un eclettismo che stava fra 1 ' accademismo e
lo stoicismo dell' ultima maniera, iniziato ai misteri religiosi, augure anch'
esso, appassionato se non profondo cultore della filosofia greca, della quale
si fece divulgatore fra i Romani, creando quasi ex novo per essi, dopo il
mirabile tentativo poetico di Lucrezio, la lingua filosofica, autore anche di
molte opere, nelle quali, con squisito senso di arte, trattò dei più svariati
argomenti sì metasifici che morali, Cicerone ebbe senza dubbio una conoscenza
ab- bastanza larga dell' antica filosofia italica, l'unica forse che avesse già
avuto in Roma insigni divulgatori e se- guaci, come Appio Claudio Cieco ed
Ennio, e rinnovatori come Nigidio. È anche indubitato che molto gli giovarono
per tale conoscenza — oltre che 1' assiduo studio dei filosofi gre- ci — r
amicizia di Varrone e dello stesso Nigidio Figulo, e la lettura dei loro
scritti, per noi perduti. Ma non per etiam ipse augur vellet esse ». Cfr. I,
39, 87 ed anche: Neq^ue solum deorum voces Pythagoreì observitaverunt, sed
etiam hominum, quae vocant omina. questo possiamo dire che i'Arpiuate avesse
fatto parti- colari studi intorno a quel sistema di dottrine, che, se
collimavano in parecchi punti con le sue convinzioni per- sonali, tuttavia^ per
il simbolismo onde erano involute, si prestavano assai meno delle posteriori e
piìi note filo- sofie ad essere facilmente comprese dai profani e divulgate
artisticamente. In ogni modo, volendo
raccogliere dalle sue opere le notizie che si riferiscono a Pitagora e alla sua
scuola, dovrei prendere le mosse da quel passo delle Tuscolane in cui Cicerone
parla delle dottrine pita- goriche, della loro diffusione in Italia e delle
tracce che esse lasciarono nelle istituzioni e nelle leggi dì Roma. Ma poiché
ne ho già discusso lungamente, rimando senz'altro i lettori al primo capitolo
di questo studio. Di Pitagora Cicerone dice in due luoghi che fu disce- polo di
Ferecide, specialmente per la sua dottrina suir eternità dell' anima, in quanto
egli insegnava 1' esi- stenza di un' anima universale, compenetrante tutta la
natura e ciascuna delle sue manifestazioni, e la deriva- zione da essa di ogni
anima umana. E per ciò che riguarda la natura di questa, Cicerone stesso
accettò la distinzione - fatta prima da Pitagora e poi da Platone — De
divinatione; Tusculane: Pherecides Syrius primuìn dixit anìmos esse hominum
sempiternos. .. Rane opìnionem discipulus Pytkagoras ìnaxime confirmavit ». De natura deorum: Pytkagoras censuìt ani- mum
esse per naturatn rerum omnem intentum et eonmeantem, ex quo nostri animi
earperentur ». De seneetute: « Au- dieham, Pythagoram Pythagoreosque numquam
dubitasse, quin ex universa mente divina delibatos animos haberemus ». dell'
anima in due parti, V una ragionevole, in cui questi filosofi ponevano la
tranquillità, cioè una placida immu- tabile costanza, e V altra irragionevole,
onde traevano origine i moti torbidi sì dell' ira come del desiderio. Per la
quale credenza V uno e l'altro ammisero la pos- sibilità di accrescere le forze
conoscitive dello spirito, specialmente nel sonno, quando a questo l' uomo si
fosse disposto opportunamente con particolare dieta e con una meditazione
preparatoria ; e credettero nella
divinazione, al punto che Pitagora, come ho già ricordato, pretendeva di essere
egli stesso profeta. Cicerone seppe anche dei viaggi di quest' ultimo nelle
terre più lontane, del suo colloquio con Leonte, il capo dei Fliasii, in cui
per la prima volta si chiamò filosofo (4), della successiva venuta in Italia,
dei suoi studi di geometria e del sacrificio d'un Tusculane: Veterem illarti
equidem Pytkagorae pri/num, dein Platonis diseriptionem sequar, qui anlìnum in
duas partes dividunty alter ani rationis participem f aduni y alte- rani
expertem ; in participe rationis ponunt tranquillitatemy id est placidam
quietarnque constantiam, in illa altera 'ruotus turbi- dos cum irae, twìn
cupiditatis, conirarios ìnimicosque rat ioni ». De divinatione: Pythagoras et
Plato,., quo in somnis certiora videamus, praeparatos quodam eultu atque victu
proficisci ad dormiendum jubent ; faba quidem Pythagorei utiqus abstinere,
quasi vero eo cibo mens, non venter infletur ». Sulle meditazioni serotino, ma
di altro genere, vedasi De senectule 11, 38 : Pythagorii quid quoque die
dixissent, audissent, egissent, eommemorabant vesperì » ; e sulla astinenza
dalle fave si con- fronti de divinatione I, 30, 62 e II, 58, 119. TuseuL, IV, 19, 44; 25, 55; de fìnibus. TuseuL. Cfr. sopra e vedi Diogene Laerzio,
Proemio, 12, che desume la notizia da un libro di Eraclide pontioo. bue alle
Muse per aver trovata la soluzione d'un teorema (1), della sua dimora a Crotone
e a Taormina in Sicilia, della sua
operosa vecchiezza e infine della sua dimora e della morte a Metaponto. Quanto
alla dottrina e alla scuola, oltre al noto prin- cipio autoritario dell' ipse
dixit^ che biasima, e a quello che ho accennato or ora della natura dell'
anima, Cicerone ricorda la teoria dei numeri, 1' armonia del mondo e il culto
della musica, l'astinenza dai sacrifìcii cruenti e il rispetto per gli animali,
naturale e logica conseguenza del concetto pitagorico della vita, il divieto
del suici- dio e infine la bella
concezione dell' amicizia, vera comunanza di spiriti e di vita (11), che diede
fra gli altri il mirabile e notissimo esempio di Damone e Finzia; oltre ai
quali il nostro scrittore ricorda altri pitagorici. De nat. deorum. La cosa per altro non par cre-
dibile a Cicerone, perchè Pitagora si sa che non volle sacrificare una vittima
neppure ad Apollo delio, per non bagnare di sangue un altare. E non ha torto. De re publica II, 15, 28; ad Atticum IX, 19,
3. De consul. Cfr. Giamblico, Vita
Pythag. De senectute. De finibus V, 2,
4. De nat. deor., I, 5, 10. Per la
critica ed il valore di questo principio autoritario si veda nell'Appendice «
Il sodalizio pitago- rico di Crotone » . Tuscul.; Acad. pr. e Somnium Seipionis.
De nat. deor.; Tuscul. ; de re
pubi.. De senect.; prò Scauro, De officiis; de legibus; Tuscul., Y, 23, 66. a2)
Tuscul.; de officiis; de finibus; Cfr. Porfirio, V. P. 59. 8. e cioè Filolao di
Crotone e il suo discepolo Archita di Taranto, Echecrate di Locri, Timeo ed
Acrione contem- poranei di Platone (1). Di quest'ultimo poi egli dice
esplicitamente che, dopo la morte di Socrate, prima si recò in Egitto e poi in
Italia e in Sicilia per conoscere da vicino le verità scoperte da Pitagora, e
che stette molto con Archita e Timeo e potè procurarsi i commentarli di Filolao
(che esponevano per iscritto per la prima volta le dottrine del maestro, fino
allora trasmesse solo oralmente e sotto il vincolo della segretezza) ; e poiché
allora appunto era più che mai ce- lebre nella Magna Grecia il nome di
Pitagora, praticò con Pitagorici e si dedicò ai loro studi. Tanto che, pre-
diligendo egli Socrate sopra ogni altro e volendo rappre- sentarlo adorno di
ogni virtù e sapienza, fuse insieme la piacevolezza e la sottigliezza socratica
con 1' oscurità del simbolismo pitagorico e nei suoi dialoghi fece parlare il
maestro in modo che, anche quando discuteva di morale e di politica, si studiò di
mescolarvi i numeri, la geometria e r armonia, alla guisa di Pitagora. Dal
quale poi De finibus, V, 29, 87. De re pubi.: In Platonis libris multis locis
ita loquitur Socrates, ut etiam cum de moribus, de virtutibus denique de
republica disputet, numeros tamen et geometriam et harmoniam studeat Pythagorae
more eoniungere. Tum Scipio : Sunt ista, ut dtcis, sed audisse te credo,
Tubero^ Platonem, So- crate mortuo, primum in Aegyptum discendi causa, post in
Ita- liam et in Siciliani contendisse, ut Pythagorae inventa perdisceret,
eumque et cwrn Arehyta Tarentino et cum Timaeo Locro multum, fuisse et Philolai
commentarios esse nanctum, quunique eo tem- pore in his locis Pythagorae nomen
vigerci, illum se et hominibus Pythagoreis et studiis illis dedisse. Itaque cum
Socratem uniee dilexisset eique omnia tribuere voluisset , leporem Socraticum tolse
di peso la dottrina ferecidea sull'eternità dell'anima, aggiungendovi però di
suo una spiegazione razionale (1). Un complesso dunque di notizie, o meglio di
accenni, superficiali e sconnessi, che rappresentano press'a poco il grado di
conoscenza che del Pitagorismo ebbero gli uomini colti dell'età di Cicerone. —
Ma vi è un' opera di questo fecondo scrittore, anzi un frammento della sua
opera "più importante, sul quale dobbiamo fermare un poco più
particolarmente la nostra attenzione, per la molteplicità degli elementi pita-
gorici che contiene: voglio dire il Sogno di Scipione^ così famoso e di tanta
importanza per la storia della mi- stica, sia considerato in se stesso sia per
i commenti che ebbe ; poiché intorno ad esso si affaticarono molti ingegni, da
Macrobio e da Eulogio, che ne fecero amplissima ana- lisi nel quarto secolo,
all'inglese Wynn Westcott, che suMilìtatemque sermonis cum obscuritate
Pythagorae et cum illa flurimarum artium gravitate contexuit. TuscuL,: Platonem
ferunt, ut Pythagoreos cogno- sceret, in Italiam venisse et didleisse
Pythagorea omnia primumque de animorum aeternitate non solum sensisse idem quod
Pytha- goram sed rationem etiam attutisse » . De amicitia: Neque enim adsentior
iis, qui nuper haec disserere coeperunt, cum corporibus simul animos interire
atque omnia m>orte deieri. Plus apud me antiquorum auctoritas valet, vel
nostrorum m>ajo- Tum.... vel eoriim, qui in hac terra fuerunt magnamque Orae-
ciam, quae nunc quidem deleta est, tum florebat, institutis et praeceptis suis
erudierunt, vel eius, qui Apollinis oraeulo sapien- tissimus est iudieatus, qui
non tum hoc, tum illud, ut in plerisque, sed idem semper, animos hominuvi esse
divinos, iisque, cum ex corpore excessissent, reditum in eoelum patere
optimoque et iu~ stissimo cuique expeditissimum. Quod idem Scipioni videbatur »
AuRELii Maceobii Ambrosii Theodosii V. ci. et inlustris Gom- Quentarius ex
Cicerone in Somnium Scipionis libri duo. Favonii EuLoan oratoris almae
Karthaginis Disputatio de somnio Scipio- nis, scripta Superio y. e. cos.
Provinciae Bizacenae. non molti anni addietro ne pubblicò una traduzione di-
cendolo senz' altro, (non so però con quale fondamento che non sia una semplice
presunzione ipotetica) un fram- mento dei Misteri. a) Mi preme tuttavia di
mettere subito in chiaro che, affermando pitagorico il contenuto di questo
sogno, non voglio con ciò asserire né che Cicerone fosse un seguace di quella
filosofia, né che desumesse direttamente le idee informative del sogno stesso
da scritti pitagorici : poiché so bene che studi fatti recentemente da
valentissimi cri- tici come Gylden, Corssen, Pascal, hanno messo in chiaro che
fonti ciceroniane per la materia di esso furono o poterono essere Platone,
Posidonio ed Era- tostene. Ma sta di fatto che noi troviamo raccolti in esso
tutti 0 quasi i concetti suesposti, che Cicerone stesso at- tribuiva a Pitagora
e ai suoi seguaci ; il che dimostra ancora una volta, se pur ve ne fosse
bisogno, che i filo- sofi posteriori fecero proprie e tramandarono l'uno
all'altro molte delle idee e degli insegnamenti della scuola crotoniate. L'
idea poi di valersi d' un sogno per fare un'espo- sizione di principi
filosofici già era venuta, agli albori della letteratura romana, a un grande
scrittore e poeta, pitagorico per giunta: voglio dire Ennio, del quale si é già
veduto nel capitolo secondo. Somnium Seipionis. The vision of Scipio considered as a fragment of the
Mysteries, London, 1899. (2)
Vestigia Platonis in Gieeronis Somnio Scipioìiis. De Posidonio Rhodio M. T. Gieeronis in l. I
Tuscul. disp. et in Somnio Seipionis auctore. Bonnae. Di una fonte greca del Somnium Seipionis di
Cicerone, nei rendiconti della R. Accademia di Archeologia, Lettere e belle
Arti di Napoli. Ripubblicato in « Oraecia Capta », Firenze, Le Monnier Sicché
possiamo ben dire pitagorica l' ispirazione di questo bellissimo frammento
ciceroniano: tanto più che abbiamo sentito or ora, per bocca dello stesso
Cicerone, che opinione Pitagora e i suoi avessero intorno al sonno e alle forze
conoscitive dello spirito nel riposo e nella quiete del corpo. Questo sogno,
poi, secondo le osservazioni di Macrobio, partecipava contemporaneamente di
tutte e tre le forme principali o profetiche dei fenomeni del sonno, oracolo,
visione e sogno: oracolo (oraculum =^ xpr^pta-ctafió?), in quanto apparvero a
Scipione addormentato il padre Lucio Emilio Paolo e il padre adottivo Scipione
Africano Mag- giore, uomini venerandi, che avevano anche coperto ca- riche
sacerdotali, e gli predissero quello che egli avrebbe fatto come generale e
come magistrato e la sua morte a 56 anni ; visione (visio = Spajjta), in quanto
durante il sonno parve all' Emiliano di essere trasportato in cielo e più
precisamente nella via lattea, — dove avrebbe poi dovuto tornare dopo morto a
godervi la felicità concessa da Dio ai buoni reggitori degli Stati — e di lassù
con- templare r universo e i pianeti e la terra stessa divisa nelle sue cinque
zone ; sogno propriamente detto {som- nium 3= ovetpo?), perchè la profonda
verità delle cose a lui dette dalla grande anima di Scipione non poteva essere
svelata e chiarita senza il lume dell' ermeneutica. Tanto è vero che il
commento interpretativo di Macrobio è di gran lunga più esteso che tutti i sei
libri della Re- pubblica, e non meno lunga è la dissertazione di Eulogio, che
verte specialmente intorno alle qualità mistiche dei numeri e alla musica delle
stelle. Macbobio, 1. I, e. 3. Volendo dunque Cicerone esaltare i grandi
uomini che -si resero benemeriti della patria e mostrare quale premio, dopo la
morte, fosse dato alle loro virtù, quello cioè di ritornare alla loro patria
celeste, immaginò che uno degli interlocutori dei dialoghi intorno alla Repub-
blica, Publio Cornelio Scipione Emiliano, narrasse agli altri interlocutori un
sogno da lui fatto quando, essendo tribuno in Africa, fu ospite del re
Massinissa, grande amico di Scipione il Maggiore. Uscita dal corpo durante il
sonno, V anima dell' Emi- liano si trova trasportata, a un tratto, nella via
lattea, dove, giusta le credenze dei Pitagorici, avevano loro sede le anime
degli eroi, tanto prima di scendere in terra a vestirsi d' umana carne, come
dopo aver fatto il loro pel- legrinaggio quaggiù. Ascoltata dall' Africano la
predizione delle sue imprese e della sua morte, che sarebbe avvenuta quando la
sua Somnium: Omnibus qui patriani
conservaverint, adiuverinty auxerint, certuni esse in caelo defìnitum locum,
ubi beati aevo sempiterno fruantur Harum rectores et conservatores hinc
profeeti huc revertuntur ». Al qual proposito osserva il Cors- SEN che l' idea
è forse presa dai Pitagorici. Infatti a proposito dei versi 12-13 del 1. XXIV
della Odissea, in cui è detto che le anime dei Proci guidate da Hermes «
andavano alle porte del Sole e al popolo dei Sogni e poi giunsero nel prato
degli asfodeli, dove abitano le anime, ombre dei trapassati » scrisse Por-
firio (àe antro ISiympharum, e. 28) che il popolo dei sogni non sono altro che,
secondo Pitagora, le anime che dicono raccogliersi nel cerchio della via
lattea. Poiché il prato degli asfodeli i Pitago- rici appunto lo immaginarono
in quel cerchio. Anche Plutarco (de faeie in orbe lun.) scrisse che le anime
dei buoni si indugiavano per un certo tempo nella parte più tranquilla del
cielo che chiamavano prati dell' Ade. età avesse percorso « uno spazio di otto
volte sette giri e rivoluzioni del sole e questi due numeri (ognuno dei quali,
per ragioni proprie a ciascuno di essi, era ritenuto perfetto) avessero
compiuto col naturale succedersi degli anni la somma a lui predestinata, e
saputo — quasi a conforto del suo triste destino — che egli pure sarebbe salito
lassù, dove si trovava anche suo padre Paolo, « dunque, chiede, siete vivi tu e
mio padre e gli altri che crediamo estinti ?» « E come ! gli risponde Scipione,
anzi noi che siamo volati quassù liberandoci dai legami corporei come da un
carcere siamo veramente vivi ; la vostra, che si chiama vita, è morte ». E
riveduta, con intensa commozione, 1' anima del padre, chiede ad essa : « Perchè
dunque, se questa è la vera vita, debbo in- dugiarmi e vivere ancora sulla
terra ? » « Perchè, gli viene risposto, se quel Dio a cui appartiene tutto
l'uni- verso non ti ha prima liberato dal carcere corporeo, non ti può essere
aperto l'adito a queste sedi beate. Gli uomini sono stati creati per dimorare
sulla terra, che occupa il centro del creato, ed è stato dato ad essi l'animo,
originario di quei fuochi eterni che chiamate costellazioni e stelle e che, di
forma sferica e circolare, animati da menti divine, fanno i loro giri e
descrivono le orbite loro con prestezza mirabile. Perciò tu e tutti gli uomini
pii dovete trattenere l'animo vostro nei legami corporei e non disertare,
contro la volontà di chi ve l'ha data, dalla vita d' uomini, perchè non sembri
che voi vogliate (1) Somnium 4, 12. Della pienezza o perfezione dei due nume-
ri 8 e 7 parla a lungo Macrobio nei capitoli Y e VI, adducendone partitamente
le ragioni ; e ciò, naturalmente, secondo le teorie e le speculazioni
pitagoriche. Altrettanto dicasi di Eulogio. sottrarvi al compito umano
assegnatovi da Dio. Perciò il padre lo esorta ad essere giusto ed a coltivare
la pietà, perchè così vivendo si aprirà la via per ritornare al cielo fra quel
santo stuolo di anime che, già vive ed ora se- parate dalla materia corporea,
abitano la via lattea. Dalla quale poi l' Emiliano contempla estatico lo
spettacolo dell' universo stellato e il roteare dei nove cerchi o meglio globi,
di cui il pili esterno, che abbraccia gli altri, è quello delle stelle fisse, o
firmamento, lo stesso dio su- premo che tiene uniti e racchiude in sé tutti gli
altri, cioè i cieli di Saturno, di Griove, di Marte, del Sole, di Venere, di
Mercurio, della Luna, nel mezzo dei quali sta, immobile, la Terra (3). E mentre
osserva i cieli roteanti, ecco lo colpisce un' armonia solenne e dolce, quella
cioè che è prodotta dal movimento delle sfere e dal loro per- cuotere neir
aria, onde si producono suoni acuti e gravi, che insieme formano i sette
accordi della lira (4) : proprio secondo la dottrina pitagorica, che ho già
chiarita nel capitolo precedente. L' ammirazione per la grandezza e la novità
delle cose che vede e ode non fa però che Scipione distolga gli occhi dalla
terra, sì che l'Africano Somnium Cfr. il
luogo già ricordato del De seneetute dove è detto esplicitamente che questo
concetto è di Pi- tagora : « vetat Pythagoras iniussu imperatoris, id est dei,
de praesidio et statione vitae decedere ». (2) Somnium, 8, 16. Tutta questa concezione della terra immobile
nel centro di un ambiente sferico, intorno al quale s'aggirano col firmamento i
sette cieli planetarii, è prettamente pitagorica ; e tale fu pure, se- condo il
Martini, la scoperta della direzione del corso dei pianeti e della eclittica. Vedasi il Gìjnther,
Oeschichte der antiken Natur- wissenschaft in Miiller's Handbuch V, 1. (4) Somnium. Cfr. Quintiliano, Insite, oratoria. gliene
mostra parte a parte i circoli, le zone, le acque e conclude che essa è campo
ben ristretto per la gloria degli uomini : onde la vanità della gloria stessa,
la quale non può neppur durare lo spazio di uno solo dei grandi anni mondani. «
Se tu dunque, conchiude la grande anima, vorrai mirare in alto e tenere volto
lo sguardo a questa dimora eterna, non curarti dei discorsi del volgo né porre
la speranza delle tue azioni nei premi degli uomini : bisogna che la virtù per
sé stessa con le sue blandizie ti tragga alla vera gloria. Esaltato dallo
spettacolo delle cose viste e dalle promesse, dalle predi- zioni, dai consigli
uditi, l' Emiliano promette di adope- rarsi con tutta r anima per il bene della
patria e 1' avo lo conferma nel suo proposito dichiarandogli V immorta- lità dell'
anima. « Ricordati che non tu, ma il tuo corpo è mortale ; e che tu non sei
quello che codesta forma corporea fa apparire: ciascuno é ciò che é l'anima
sua, non quella parvenza che può mostrarsi a dito. Sappi che tu sei DÌO; se
divina è quella forza che anima, che sente, che ricorda, che prevede, che regge
e modera e muove questo corpo, a cui è preposta, così come il sommo Dio regge,
modera, muove il mondo ; e come lo stesso Dio eterno muove il mondo per qualche
rispetto mortale, così il fragile corpo è mosso dall' animo sempiterno. Della
durata di circa 12000 anni' comuni, secondo le dottrine dei Genetliaci, dei
quali ho accennato nel capitolo terzo. Somnium. Somnium: Tu vero enìtere et sic haheto, non
esse te mortalem sed corpus hoc; nee enini tu is es, quem forma ista declarat :
sed mens cuiusque is est quisque, non ea figura, quae digito demonstrari
potest. Deum te igitur scito esse, siquidem est deus, qui viget, qui sentit,
qui meminit, qui providet, qui tam Tu esercita questo nelle più nobili cure: e
nobilissime sono le cure spese per il bene della patria; onde l'animo che in
esse si adopera e si esercita volerà piti velocemente in questa sede e dimora
sua. Anzi tanto più presto vi verrà se, fin da quanto è chiuso nel corpo saprà
uscirne e, contemplando quel che è fuori di esso, stac- carsene il più possibile.
Perchè gli animi di quelli che si abbandonano ai piaceri del corpo e si rendouo
quasi schiavi di essi e, sotto l'impulso dei desideri obbedienti ai piaceri,
violano i diritti divini e umani, usciti dal corpo vanno svolazzando intorno
alla terra e non ritornano a questo luogo se non dopo aver trascorso in perenne
agi- tazione molti secoli. E con 1' enunciazione di questi concetti
pitagorico-platonici il magnifico sogno finisce. regit et tnoderatur et movet
id corpus, cui praepositus est quam kune mundum ille princeps deus ; et ut
mundum ex quadam parte mortaleni ipse deus aeternus, sic fragile corpus animus
senipiternus movet ». Anche questo, è
bene ricordarlo, era un concetto pitagorico; tanto è vero che Pitagora, serbava
come insegnamento ultimo ai suoi discepoli quello relativo all' esercizio dei
pubblici poteri. V. S. Agostino, de
ordine II, 24, 54. Somnium: Hanc tu
exerce optimis in rebus : sunt autem optimae curae de salute patriae, quibus
agitatus et exer- citatus animus velocius in hanc sedem et domum suam
pervolabit. Idque ocius faeiet, si jam tum, cum erit inclusus in corpore,
eminebit foras et ea, quae extra erunt, contemplans quam maxime se a corpore
abstrahet. Namque eorum animi, qui se corporis voluptatibus dediderunt earumque
se quasi ministros praebuerunt impulsuque libidinum voluptatibus oboedientium
deorum et homi- num iura vìolaverunt, eorporibus elapsi circum terram ipsam
volutantur nec hunc in locum nisi multis exagitati saeculis rever- tuntur ». Nel tempo del quale ci stiamo occupando non è a
credere che la conoscenza del Pitagorismo avesse i suoi riflessi soltanto negli
scritti di prosa e di poesia del genere di quelli che abbiamo già visti,
destinati a un pubblico eletto e relativamente limitato ; che anzi l' inse-
gnamento fondamentale della dottrina di Pitagora, cioè la metempsicosi, e il
precetto dietetico dell'astinenza dalle fave erano così entrati, come oggi si
direbbe, nel domi- nio pubblico, da essere oggetto di satira e di riso nel teatro
popolare. Fra quelle specie di farse infatti che fu- rono i mimi è ricordata
una Nekyomanthia (Evocazione di morti) di DECIMO LABERIO (vedasi), che è
contemporaneo di CICERONE (vedasi) e del quale Tertulliano ricorda una satirica
interpretazione della metempsicosi : « Insom- ma, se qualche filosofo affermasse, come dice
Laberio secondo 1' opinione di Pitagora, che 1' uomo si fa dal mulo e la serpe
dalla donna, e in tavore di questa opinione volgesse, con parola efficace,
tutti gli argomenti possibili, non incontrerebbe 1' approvazione di tutti e non
indur- rebbe forse anche a credere che ci si debba perciò aste- nere dalle
carni animali? Chi potrebbe esser sicuro di non comperare eventualmente del
manzo di qualche suo antenato ? Laberio dunque avrà tirato scherzosa- mente in
ballo in qualche farsa, della quale nulla peraltro sappiamo, la teoria di
Pitagora ; e non è neppur difficile pensare che gliene abbia data occasione una
situazione comica in cui fossero in contrasto 1' ostinata cocciutag- gine d' un
uomo e la velenosa malizia d' una donna. Il commento e le deduzioni ironiche
circa l'astensione dalle carni che aggiunge Tertulliano ricordano quella che è
forse la prima testimonianza, in ordine di tempo, che ci rimanga intorno alla
metempsicosi pitagorica ; voglio dire i noti versi di un'elegia di Senofane
{contemporaneo di Pitagora, ma un po' più giovane di lui) : E dicon eh' egli un
giorno, vedendo un cagnuol maltrattato, Ebbe di lui pietà, poscia in tal guisa
parlò : € Cessa, ne bastonarlo, poiché vive in lui d' un amico r anima, che
ravvisai, quando 1' ho udita guair . Tertulliano, Apologia: « Age jam, si qui
philosophus adfirmet, ut ait Laherius de sententia Pythagorae, hominem fieri ex
m,ulOy colubram, ex muliere, et in eam, opinionem, omnia argu- m,enta eloquii
virtute distorserit, nonne consensum movebit et fìdem, infiget etiam ah animalibus
abstinendi propterea ? persuasum, quis habeat, ne forte bubulam de aliquo
proavo suo obsonet ? » I versi ci furono
conservati da Diogene Laeezio Anche in questi versi infatti, come nel commento
di Tertulliano, attribuendosi a Pitagora la metempsicosi an- che animale (per
una falsa estensione però, come ho già detto), se ne mette scherzosamente in
mostra il lato ri- dicolo. Di un altro mimo dello stesso autore, intitolato
Cancer, è rimasto uno spunto di verso, in c«i si accenna a un « dogma
pitagorico », che molto probabilmente possiamo ritenere che fosse la stessa
metempsicosi. Finalmente Cicerone e Seneca ci hanno conservato il ricordo di un
terzo mimo, di autore sconosciuto, intitolato Faba, del quale sarà forse stato
argomento la satira dello stesso dogma di Pitagora e dei precetti riguardanti
il vitto e 1' astensione dalle fave. Né è davvero il caso di me- e prendendoli
da lui, li ha citati anche Suida (sotto la voce Xeno- phanes). Si veda a
proposito di essi e delle altre antiche testimo- nianze pitagoriche che
risalgono ad Eraclito, Empedocle, Ione, ecc. ciò che ha scritto lo Zeller nei
Siizungsber. d. preuss. Akad. Si è recentemente messo in dubbio che questi
versi si riferiscano a Pitagora ; ma tali dubbi sembrano al GoMPERz (Penseurs
de la Orèce) infondati. Ed ha per- fettamente ragione. Prisoiano. P. e Anon. Bern. negli Anal. Helvet. dell'
Hagen : « nec pythagoream dogmam docius ». CICERONE (vedasi), ad AH. XVI, 13 :
« videsne consulatum illum no- strum, quem Curio antea apotheosin vocabat, si
hic factus erit, fabam mimum futurum ? » e Seneca Apocoloc. 9 : o olim magna
res erat deum fieri, iam fabam mimum fecistis ». Debbo tuttavia notare che da
qualcuno si è proposto di leggere ■8-aù[jia in luogo del primo fabam, e famam
in luogo del secondo. V. in proposito la Eiv. di filol. class. CAPOCASALE (vedasi) in Il mimo romano (Monteleone)
pensa che forse vi si dovea mettere ravigliarsene, solo che si consideri con
che argomenti piccini e con che sciocche ragioni si cercava di persua- dere
della necessità di tale astensione. Del resto anche Orazio (65-8 a. C.) si
prese amabilmente gioco di questi due stessi punti della dot- trina pitagorica.
Che se in una delle sue satire rievocava con vivo senso di nostalgia le parche
cenette di campa- gna fatte di fave e di erbaggi conditi col lardo, è evi-
dente che egli — da buon epicureo — si infischiava del precetto del filosofo;
non solo, ma lo prendeva anche un po' in giro, facendo addirittura la fava «
consaguinea di Pitagora. E la prima parte della famosa ode d' Archita non pare,
per dirla col Pascoli, « un attacco ai sistemi filosofici in azione la
parentela che esiste — secondo Pitagora — tra la fava e r uomo, ed il passaggio
dell' anima in una fava ». Ora queste, più che opinioni del severo filosofo,
furono certo stramberie di begli spiriti, che gliele attribuirono per burlarsi
meglio di lui e delle suo idee, come fece Orazio, per esempio. Si veda, per
esempio, il. capitolo 43 della vita di Poefirionk. (2) Orazio. Sat. II, 6,
63-64: 0 quando faba Pythagorae cognata siwiulque XJneta satis 'pingui ponentur
oluscula lardo ? Un' altra scherzosa allusione vogliono vedere i più degli
inter- preti d' Orazio nel v. 21 della XII Epist. del libro I {veruni seu
pisces seu porrun et caepe trucidas)^ dove riferendosi il verbo tru- cidare non
solo ai pesci, ma anche ai porri e alle cipolle {quasi che anche in queste,
come nella fava, si trovassero anime dei morti) verrebbe a prendersi un po' in
giro 1' amico Iccio — che s' occupava di filosofia — e con lui la dottrina
pitagorica della metempsicosi, alla quale verrebbe data una ben larga
estensione. Qualcuno peraltro (per es. il Ritter) nega ogni allusione. che
ammettono la sopravvivenza dello spirito, sistemi quasi personificati in
Archytas, per opera del quale il Pythagorismo entrò nelle dottrine di Platone ?
. Dice infatti il poeta : « Te, o Archita, che misuravi il mare e la terra e l'
innumerabile arena, tiene ora fermo presso il lido di Matinata lo scarso dono
di poca sabbia, e nulla ti giova aver esplorato 1' aria, dove altri che l'uomo
abita, e aver corso per la volta del cielo con Tanimo destinato a morire. È
morto anche il padre di Pelope, che pur banchettava con gli dei, e Titone, che
fu tolto alla terra e sollevato neir aria, e Minosse, che fu ammesso agli ar-
cani di Giove, e il regno dei morti tiene anche il figlio di Panto (Euforbo),
che scese alF Orco un' altra volta (dopo la sua nuova incarnazione in
Pitagora), sebbene, con lo scudo che fece staccare (dalla parete del tempio di
Giunone argiva in Micene) data testimonianza del tempo della guerra trojana,
non avesse concesso alla nera morte (così affermava lui) niente più che i nervi
e la pelle; e tu (che eri un grande pitagoreo), splendido mallevadore della
verace scienza del tutto lo sai bene.- Ma tutti ne attende un' uguale notte
senza fine e tutti dobbiamo calcare una volta sola (e non più, come tu credi)
la via che conduce sotterra. Le furie offrono alcuno gra- (1) Pascoli, Lyra
romana, Livorno, Giusti. Per altri modi d' intendere quest' ode, che è la 28*
del lib. I, si veda il commento dell' Ussani, Le liriche di Orazio, Torino,
Loescher, e in particolare 1' opuscolo dello stesso autore Uode d' Archita.
Roma, 1893. habentque Tartara Panthoiden iterum Orco Demissurn, quamvis clipeo
Trojana refixo Tempora testatus nihil ultra Nervos atque cutem morti
concesserat atrae. dita vista al bieco Marte ; il mare insaziabile è ministro
di morte ai naviganti ; si susseguono senza posa i fune- rali sì dei vecchi che
dei giovani, l'implacabile Proserpina non ebbe mai rispetto ad alcun capo ». E.
evidente che qui Orazio, affermando recisamente che tutti, senza distinzione,
subiremo un egual destino mor- tale, e contrapponendo in particolare la sua
affermazione al ricordo « di Pitagora redivivo » , come lo chiama altra volta,
fa doli' ironia bella e buona alle spese del « fi- gliuolo di Panto ». 3. E
Virgilio (15 ott. 70-21 sett. 19 a. C.j in qual conto tenne le dottrine
pitagoriche ? Esercitarono esse qualche influsso sul suo pensiero e lasciarono
traccio vi- sibili neir opera sua, dal momento che sappiamo — per quello che ce
ne dice egli stesso e per quello che ci hanno tramandato i suoi biografi e
commentatori — che egli ebbe grande inclinazione agli studi filosofici e che
desiderio di tutta la sua vita fu quello di potervisi de- dicare di proposito ?
Nel tempo in cui Figulo e i Sestii tentarono di far rivivere in Roma la
filosofia pitagorica, è possibile pen- sare che uno spirito come quello di
Virgilio, colto, cu- rioso e naturalmente portato alle speculazioni
filosofiche, non ne abbia avuto conoscenza? Per me non solo non v' è argomento
di dubbio, ma credo di poter dire anche In uno degli Epodi (XV, 21) Orazio
accenna ancora alle varie vite di Pitagora nel verso « nee te Pythagorae
fallant arcana renati », dove è da notare anclie 1' allusione al carat- tere
segreto e misterioso della dottrina (arcana) Nelle Satire no- mina una volta
(II, 4, 3) Pitagora con Socrate e con Platone e nelle Epistole ricorda il sogno
pitagorico di Ennio. a; ì^i1^ Dicerone,
come ho già mo strato nelle precedenti credette di ravvisare nelle pratiche e
nei prin- Pitagorismo Torigine di molte delle più antiche L romane, e con
Cicerone lo avranno creduto na- ;e anche altri. Orbene Virgilio, che con 1'
opera giore mirò a rappresentare in un meraviglioso r insieme le origini e lo
svolgersi della potenza e che perciò fece lunghi studi intorno alle ) e alle
antichità romane, dovette proprio in modo re rivolgere la sua attenzione alla
filosofia pita- a quale per di più aveva già ispirato anche il Ennio^ la cui
opera degli Annali fu uno dei mo- i quali fu condotta 1' Eneide. Questo mi par
che i affermare con certezza, anche indipendentemente 3same analitico dell'
opera poetica di Virgilio ; che procediamo a questo esame — ancorché molto rio
— non solo sarà confermata a posteriori la induzione, ma dovremo senz'altro
assentire al giu- )he di lui fece il Fontano, quanda lo disse esplici- te «
poeta augurale e profondo conoscitore della la di Pitagora » (2). ne tutti
sanno, agli studi filosofici Virgilio attese alla prima giovinezza e fu avviato
in essi da un ;ro epicureo, dal gran Sirene, com'egli lo chiama. r amore dei «
docta dieta » di lui egli avrebbe Servio, ad Aen.: Qui bene consideret inveniet
omnem romanam historiarti ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim
celebrasse Virgilium, quod ideo latet quia eonfusus est ordo, etc. ». (2) «
Poeta auguralis pythagoricaeque doctrinae peritissimus » , come è detto in una
nota al Commento di Macrobìo al Somnium Seipionis, nella edizione di Lione del
1670, pag. 66. 9. anche rinunziato in gran parte alle « dolci Muse ^ ! Yano
proposito ! che queste tennero sotto la loro amabile tirannia 1' animo suo, e
Virgilio fu poeta prima che filo- sofo. Filosofia fu in lui solo in potenza : i
germi latenti nel suo pensiero — che pur si delinea abbastanza chia- ramente a
chi ne mediti l' opera poetica — sarebbero certo cresciuti in fioritura d'
arte, se fosse vissuto più a lungo, sì che, condotta a perfezione 1' Eneide,
egli avesse potuto finalmente appagare il desiderio — lungamente maturato e più
volte espresso — di poter attendere alla poesia filosofica : così noi avremmo
forse, accanto al poerna di Lucrezio, alta e mirabile esposizione del
materialismo epicureo, un poema virgiliano informato ai principi del- l'
idealismo pitagorico-stoico. L' avviamento epicureo eh' egli ebbe da Sirone, e
l'ani- mirazione che sentì per la grande arte di Lucrezio la- sciarono bensì
qualche traccia, e non soltanto formale, neir opera sua giovanile, nei poemetti
bucolici e nelle Georgiche ; ma in queste stesse poesie già si manifesta
abbastanza chiaramente un indirizzo filosofico affatto op- posto. Sulla
concezione epicurea, ma con molta libertà e larghezza di movenze, è foggiata
quella specie di teoria sull'origine del mondo che Sileno espone nella sesta
ecloga (vv. 31 e seguenti) ; ma dobbiamo ben guardarci dal darle un' importanza
maggiore di quella che essa ha realmente, col trasferirla da Sileno a Virgilio
e col dedurne perciò che questi fosse epicureo ; poiché nel campo dell' arte e
della poesia sono possibili ben altre finzioni, e 1' artista fa parlare i
personaggi che sono figli della sua fantasia secondo criteri e leggi lor
proprie. Non solo, ma alla stessa stregua allora altri potrebbe ritenere
specchio delle idee e concezioni virgiliane la quarta ecloga, che fu scritta poco
prima della sesta ; anzi lo potrebbe a maggior ra- gione, anzitutto perchè in
essa il poeta canta in persona propria, in secondo luogo perchè il concetto che
l' informa tornerà insistente e sempre più preciso negli scritti po- steriori.
Ma in verità il pensiero di Virgilio non doveva in quegli anni essere ancora
definitivamente orientato e formato. La
quarta ecloga fu composta quando il poeta aveva ventinove anni, e precisamente
alla fine del 41 a. C, allorché stava per entrare in carica Asinio Pollione,
console designato per 1' anno successivo. Sulla inter- pretazione di questo
carene, così stranamente suggestivo, s' è tanto discusso, che non si sente
davvero il bisogno d' una nuova discussione. Basti quindi accennare che dai
commentatori cristiani si credette di poter vedere in que- st' ecloga, scritta
in tempi così vicini all' apparizione del Cristo, qualche accenno alla
imminente venuta del Messia; anzi il fanciullo di cui si celebra la nascita fu
addirittura identificato col Nazareno. Non e' è da meravigliarsene, che r
intuizione artistica — nei grandi — giunge tal- volta a tali profondità e 1'
espressione poetica acquista tal forza di significazione e un tale carattere
"di univer- salità, che essa par quasi attingere inesauribilmente, dalle Oeneralraente si ritiene composta al principio
del 40, anziché alla fine del 41; ma essendo la pace di Brindisi stata
conchiusa sul finire del 41, ed essendo avvenuta pure in quello scorcio di anno
la nascita del figlio di Pollione, Asinio Gallo (che, secondo Servio, nacque
appunto Pollione eonsule designato), mi pare che non possa esservi ragione di
incertezza ; tanto più che in tal modo meglio s' intende il futuro inibii che
accompagna il te eonsule del y. 11. .disposizioni dell'animo e dagli
atteggiamenti del pensiero di chi legge, aspetti e valori sempre nuovi. Ma che
poi proprio Virgilio abbia consapevolmente profetizzato la venuta di Cristo per
conoscenza che avesse delle predi- zioni messianiche, questa è un' altra
quistione, risoluta dai critici in senso non del tutto negativo (1). Certo è
che, in occasione della nascita d' un fanciullo — che si ritiene generalmente
sia stato Asinio Gallo, figlio di Pollione, a cui è dedicata l' ecloga — il
poeta affermava ormai venuta 1' ultima età (quella di Apollo) predetta dal-
l'oracolo in versi della Sibilla di Cuma, e sul punto di iniziarsi da capo,
incominciando dall' anno del consolato di Pollione, una nuova serie di
generazioni umane, un nuovo anno mondano, col quale sarebbe tor- nata sulla
terra la vergine Astrea (la giustizia) e sareb- bero tornati i beati tempi del
regno di Saturno (ossia r età dell' oro) e « dall' alto cielo sarebbe fatta scendere
Mancini p. es., nel suo commento alle
Bucoliche (Sandron) ha scritto (/ : « Non si può appunto escludere assolu- «
tamente (sebbene io non lo creda necessario) che Virgilio avesse « in qualche
modo conoscenza delle profezie messianiche certo « pervenuta a Eoma, e che ne
traesse qualcosa per tratteggiare « il suo puer, che di questa conoscenza
sentisse insomma gli ef- « fotti l'economia del carme ». Per la rinomanza che
Virgilio si acquistò fra i Cristiani con questa ecloga, per ha quale fu
sollevato alla dignità dei profeti che predissero la venuta di Cristo, si veda CoMPAEETTi
COMPARETTI (vedasi), VIRGILIO (vedasi) nel Medio Evo (Firenze) e gli scritti
ivi citati. L' interpretazione cristiana di questa poesia era già molto in voga
presso gli scrittori del quarto secolo. Si vedano anche i lavori di C. Pascal :
Il culto rf' Apollo in Roma nel secolo di Augusto e La questione delV Ecloga IV
di Virgilio (Torino, 1888), ristampati nel volume Commentationes vergilianae
(Palermo, R. Sandron). una nuova progenie d' uomini » (v. 7 : jaw, nova pro-
genies caelo demittitur alto). Sì che il fanciullo, allora nascente, avrebbe
visto scomparire del tutto la « gens ferrea » e crescere insieme con lui la «
gens aurea » e « ricevendo la vita degli dei » avrebbe veduto sulla terra dei
ed eroi e anch' egli si sarebbe mescolato con loro: nella giovinezza avrebbe
veduto ancora — residui delle colpe delle età trascorse (e in pari tempo
condizione necessaria al ripetersi delle vicende umane) — nuove spedizioni marittime,
come quella d' Argo, e nuove guerre, come la trojana, finche poi nella maturità
avrebbe goduto a pieno la felice pace della nuova età, della quale già si
allietavano e cielo e terra e mare. Come si vede da questo accenno, siamo
lontani le mille miglia da Epicuro ! E che cos' è poi questa conce- zione d'
una palingenesi che Virgilio tratta con sì pro- fondo entusiasmo poetico ? Pura
finzione del suo spirito? No, senza dubbio. Una predizione dei carmi sibillini
pro- metteva certo con V età d' Apollo — 1' ultimo dei grandi periodi della
vita universale — il rinnovamento del mondo e il ritorno dell'età dell'oro; non
solo, ma teorie filoso- fiche allora correnti e che ho già avuto occasione di
ri- cordare, ammettevano anch' esse il rinnovarsi periodico dell' universo e il
ripetersi perfettamente identico dei me- desimi eventi e il ritorno alla vita
degli stessi corpi e delle stesse anime (teoria pitagorico-stoica e dei
genetliaci). Pensò dunque Virgilio, nel fingere che proprio col co- minciare
dell'anno 40 si iniziasse l'ultima età mondana designata dai carmi sibillini, a
queste teorie ? A me pare che non se ne possa dubitare. Solo ci si potrà
chiedere se queir < altro Tifi » , quell' « altra nave Argo che tra-
sporterà ancora gli eroici compagni », « le altre guerre » che si rinnoveranno
e « il grande Achille », che ancora « sarà mandato a Troja», indichino
l'identico ripetersi di tali eventi, il ritorno al medesimo punto della vita
universale, oppure indichino soltanto una generica legge dei ricorsi storici.
Il vecchio Servio infatti, pur così vi- cino ai tempi del poeta, non seppe
decidere: potendo quei nomi simboleggiare genericamente il ritorno di eventi
simili, ma non proprio gli stessi. "Certo però che, asse- gnando Virgilio
alla seconda età dell' oro già imminente quei medesimi, identici caratteri che
la tradizione dotta e popolare assegnava alla prima, si sarebbe piuttosto in-
dotti ad ammettere 1' ipotesi che il poeta abbia raffigurato e rappresentato in
atto, coi colori smaglianti della sua arte divina, l' avverarsi della teoria
pitagorico-stoica della palingenesi. E ancora : parlando della <^ nova
progenies », la quale « eaelo demittitur alto » , a che cosa ebbe pre-
cisamente il pensiero il poeta ? Ebbe innanzi alla sua immaginazione come un
flusso di anime emananti dal- l'anima universale all' inizio del nuovo anno o
periodo mondano posto sotto 1' egida di Apollo ? L' anima del fanciullo nel
pensiero del poeta non v'ha dubbio che appartenesse a questa nuova progenie
spirtale: ora, poiché il fanciullo è chiamato « cara deum suboles, magnum lovis
mcrementum, non par- rebbe che si dovesse intendere altrimenti che la sua anima
è emanata pura e semplice direttamente da Giove, e Giove starebbe qui a
indicare, più che il supremo dio dell'Olimpo pagano, quel principio divino che
è l' anima Mi pare, non ostante il
diverso parere di qualche commen- tatore (p, es. del Pestalozza), che si debba
precisamente dare al- l' espressione il suo senso proprio e letterale. dell'universo,
secondo la teoria che "Virgilio doveva an- cora riprendere piìi tardi, nel
secondo delle Georgiche, e che doveva svolgere più compiutamente là dove,
dall'ani- ma di Auchise, fa esporre ad Enea, giù negli Elisii, la famosa «
storia dell' anima ». Vero è che, come ho già rilevato, bisogna andar molto
cauti nella interpretazione di siffatti motivi poetici e nel- r inferire da
essi il pensiero filosofico animatore operante neir artista; che questi può,
indipendentemente dai pro- cessi logici normali, assurgere per pura intuizione
alla visione totale o parziale di grandi verità. Nel caso nostro il poeta,
prendendo bensì lo spunto da un fatto reale com'era la predizione sibillina, ha
forse raccolto intorno ad essa reminiscenze d'altra origine ed aggiunti
elementi nuovi di pura elaborazione fantastica; ed espressioni poe- tiche di
tale natura sono per sé indeterminate e male si prestano ad essere analizzate e
misurate con le rigide seste della logica. Non potevamo però non tenerne conto,
almeno come indice di quella tendenza mistico-idealistica, che ancora e meglio
doveva rivelarsi più tardi, in suc- cessivi momenti dell' attività poetica del
nostro autore. Da ispirazioni così diverse e lontane come quelle della sesta e
quarta ecloga appar probabile dunque che prima dei trent'anni Virgilio non
avesse ancora definiti- vamente orientato e fermato il suo pensiero ; e forse
non lo aveva neppure orientato definitivamente quando compose le Georgiche ;
poiché in queste si osservano ancora da un lato somiglianze di pensiero e di
forma con il poema lucreziano, e dall'altro si incontrano immagini e concetti
stoico-pitagorici. Mi basti ricordare, per questi ultimi, i bellissimi versi
del quarto libro, nei quali il poeta accenna, senza ancora accettarla come
propria, ma con evidente simpatia, la concezione panteistica (che fu prima di
Pitagora e poi di Platone e degli stoici) secondo la quale 1' anima di tutti
gli esseri viventi non è che una parte, più o meno grande, dello spirito divino
che, suscitando in mille forme la vita, per- vade e penetra tutto 1' universo,
e a cui tutto ritorna. His quidam signis atque kaec exempla secuti 220 esse
apibus partem divinae mentis et haustus aetherios dixere : deum namque ire per
omnia, terrasque traefusque maris eaelumque profundum. Hine peeudes, armenta,
viros, genus omne ferarum^ quemque sibì tenues naseentem arcessere vitas ; 225
seilieet hue reddi deinde ae resoluta referri omnia, nec morti esse locum, sed
viva volare \ sideris in numerum atque alto succedere eaelo. Il filosofo,
esponendo il pensiero come di altri (quidam... dixere)^ fa ancora le sue
riserve; ma il poeta evidente- mente vi aderisce, e l'altezza dell'arte ci dice
la profon- dità dell' adesione sentimentale. Non solo ; ma il fatto che uno di
questi versi mirabili (il 222) non è nuovo, ma Virgilio lo ha ripreso tal quale
dalla quarta ecloga, lega idealmente questa col passo delle Georgiche. L' animo
di Yirgilio ha dunque ondeggiato certo a lungo prima di aderire a quelle idee
contro le quali ave- vano combattuto la dottrina di Sirone e 1' arte di
Lucrezio; ma il suo temperamento prima e poi le convinzioni che via via si
vennero elaborando in lui col maturare degli anni e degli studi dovettero
riportarvelo fatalmente ; sic- ché quando, iniziati gli studi per 1' Eneide,
immergendosi tutto nelle ricerche intorno alle origini e alle antichità romane,
si trovò di fronte al Pitagorismo, che la leggenda collegava colla sacra figura
del re Numa, che aveva ispirato anche l' arte di Ennio e che aveva in que- gli
anni cultori come Nigidio e come i Sestii, egli do- vette sentirsi preso tutto
quanto da quelle idee e assimi- larle ancora più profondamente, tanto che ad
esse volle poi dare anche più precisa e più degna espressione là pro- prio dove
il poema attinge la più alta romanità e acquista nel medesimo tempo carattere
di universalità. Al principio del sesto libro dell'Eneide, che si riteneva
generalmente dagli antichi contenesse la più pro- fonda dottrina virgiliana,
Servio credette di dover premet- tere queste parole: « Tutto Virgilio è pieno
di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui la parte
principale è tolta da Omero (cioè dalla Nékyia del canto XI dell' Odissea).
Alcune cose sono dette semplice- mente (cioè senza allegoria), molte sono prese
dalla storia, molte provengono dall'alta sapienza dei filosofi e teologi egizi;
talché parecchi hanno scritto interi trattati su cia- scuna di tali cose che
trovansi in questo libro». Di que- sti trattati peraltro a noi non ne è giunto
alcuno, nemmeno quello, certo assai interessante dal punto di vista del nostro
tema, che scrisse Macrobio, 1' erudito grammatico del quinto secolo ; poiché
dei suoi Saturnali, che pure ci restano in buona parte, è andata perduta
proprio quella parte in cui si conteneva l' esame del valore filosofico dell'
opera virgiliana. E un peccato, perchè Macrobio, (1) Il compito di tale esame
se 1' era assunto, nei dialoghi dei Saturnaii, Eustaxio, filosofo per i suoi
tempi assai erudito, come ci fa sapere Macrobio stesso l'I. I, e. V) ; anzi,
per la superiorità della filosofia sopra ogni altro ordine di cognizioni, 1'
esposizione di Eustazio era la prima di tutte, come appare da ciò che è detto come
neo-platonico, avrà certo messi in rilievo gii ele- menti pitagorico-platonici
del pensiero di Virgilio, del quale, per esempio, ricordando nel commento al
Somnium Scipionis il terque quaterque beati, riconosce neir espressione la
dottrina pitagorica dei numeri. Non è certo il caso di andar cercando, come
qualche antico ha fatto, in ogni espressione, in ogni parola di questo mirabile
libro, al quale doveva ispirarsi Dante Alighieri, i sensi più reconditi, le
piti astruse allegorie, e di immaginare le intenzioni più riposte del poeta nel
comporlo. Ma sopra un punto in particolare, che è come la chiave di volta di
questo canto e che indubbiamente è di quelli che Servio ha detto provenire
dall'alta sa- pienza dei filosofi e teologi egizi, noi fermeremo la nostra
attenzione. ♦ Enea, con la scorta della Sibilla di Cu ma è sceso al- l' Inferno.
Passata la palude Stigia sulla barca di Caronte, attraversato 1' anti-inferno o
limbo (dove sono le anime dei neonati, dei condannati a morte ingiustamente,
dei suicidi) e ai campi dolorosi (dove sono i morti per causa d' amore e famosi
guerrieri), lasciato a sinistra il Tartaro nel e. XXIV dello stesso 1. I.
Senonchè il libro seguente è mu- tilo ; e la mutilazione è forse dovuta allo
zelo degli scrittori cri- stiani, e si deve far risalire al tempo in cui questi
tendevano ad accentuare il carattere profetico-cristiano di Virgilio. (1) Por
Maorobio, Virgilio non solo è dotto in ogni genere di sapere, ma è decisamente
infallibile. Nel commento al Somnntm lo dice nullius disciplinae expers e
diseiplinarum om- nium perìHssimus; così nei Saturnali: omnium diseiplinarum
peritus. (2j Per esempio Elio Donato, il quale attribuiva a Virgilio un sapere
straordinario e cercò nei suoi versi dottrine risposte e scopi filosofici ai
quali certamente non aveva pensato mai. (dove subiscouo. le pene più orribili le anime
di tutti co- loro che in qualche modo hanno violato le Jeggi umane e divine) è
giunto nell' ampio Elisio, liete pianure che sono il felicissimo regno dei
beati locos laetos et amoena mrecta 630 fortunatorum nemorum sedesque heatas.
Quivi, in una luce perpetuamente serena e fiammante, le anime dei beati (eroi
morti per la patria, sacerdoti, poeti, filosofi ed artisti, benemeriti della
umanità) trascor- rono la vita su colli ameni e per valli, in prati ed in bo-
schetti, sulle rive di ameni ruscelli, continuando le loro abitudini ed
occupazioni terrene : fra esse è Museo, al quale Enea chiede notizie d' Anchise
e che gli si offre per guida. Il padre d' Enea stava in quel momento ad
osservare con attenzione le anime che si trovavano chiuse nel fondo di una
valle verdeggiante, destinate a ritornare alla vita terrena, passando in
rassegna fra esse quelle che dovevano rincarnarsi nei suoi discendenti, per
cono- scerne il destino, le vicende, il carattere, le opere future. At pater
Anchises penitus eonvalle virenti 680 inclusas animas superumque ad lumen
ituras lustrabat studio recolens omnemque suorum forte recensebai numeruni
carosque nepotes fataque fortunasque virum 7noresque manusque. Avviene fra
padre e figlio un commoventissimo incon- tro, dopo il quale Enea vede da un
lato della valle un bosco appartato e cespugli pieni di suoni e il fiume Lete
(il fiume dell' oblio) che lambisce quelle placide sedi e intorno a questo una
infinita moltitudine di anime svo- lazzanti e che riempiono tutta la pianura
del loro sussurro, simile al ronzio che fanno pei prati, nei sereni meriggi
estivi, le api, quando si posano su ogni sorta di fiori e si addensano intorno
ai candidi gigli (1). L' eroe, stupito, ne chiede al padre la ragione, e che
fiume sia quello, e che uomini quelli che si affollano così nume- rosi sulle
sue rive. E il padre subito gli risponde : « Le anime alle quali è dovuto per
destino un altro corpo, bevono alle onde del fiume Lete le acque che
sigilleranno in loro per lungo tempo il ricordo degli affanni e della vita
trascorsa »: animae, quibus altera fato corpora debentur, Lethaei ad fluminis
unda'm 715 seeuros latices et longa oblivia potant. Queste anime appunto egli
si accinge a mostrargli, enumerandogli e indicandogli fra esse tutti i suoi di-
scendenti (i re Albani e gli eroi gloriosi di Roma da Silvio a Marcello il
giovane) perchè s' allieti con lui di essere finalmente giunto alle spiaggie d'
Italia. Ed Enea subito gli chiede : « 0 padre, si deve dunque credere che
alcune anime di qui tornino alla luce del cielo e ri- tornino una seconda volta
nell' impaccio del corpo ? qual mai assurdo desiderio della vita terrena hanno
le infe- lici ? » : 0 pater, anne aliquas ad caelum hinc ire puiandum est 720
sublimis animas iterumque ad tarda reverti corpora ? quae lueis miseris iam
dira cupido ? Nella concezione orfica
pare che le anime destinate alla pa- lingenesi fossero chiamate api ; donde la
ragione della similitudine (Sabbadini). Ed ecco subito Anchise esporgli quella
eh* io ho chia- mata la storia dell'anima : « Anzitutto un' interiore forza
spirituale anima il cielo, la terra, i mari, la luna, il sole, le stelle, e un'
intelli- genza infusa per tutte le sue parti agita e compenetra la gran mole
dell' universo. Di qui gli uomini e gli ani- mali che vivono sulla terra, che
volano per 1' aria^ che si muovono negli abissi del mare : essi, particelle
dell'a- nima universale disseminate nello spazio, hanno vigore etereo e origine
celeste ; ma, più o meno, li inceppa la lue corporea e le membra terrene e
periture li ottun- dono. Oud' è che essi vanno soggetti a timori e desideri, a
gioie e dolori e, chiuse nelle tenebre e in cieco car- cere, le anime
disconoscono il cielo onde derivano. Tanto che, anche quando nel dì del
trapasso le abbandona la vita, non si stacca tuttavia dalle infelici ogni male
né le lasciano interamente le sozzure corporee ; molte delle quali anzi;
avendole profondamente intaccate, devono ne- cessariamente crescere nel loro
intimo per lungo tempo in modi meravigliosi. Perciò sono sottoposte a pene e
pagano con supplizi il fio delle passate colpe : delle cui infezioni alcune si
purificano rimanendo sospese ed espo- ste all' azione dei venti, altre immerse
in un profondo abisso d' acqua (negli abissi oceanici ?), altre bruciando nel
fuoco. Tutti subiamo da morti la nostra espiazione, dopo la quale passiamo
nell' ampio Elisio ; e pochi sol- tanto restiamo nelle sue liete pianure,
finche un lungo volgere d'anni, compiuto il tempo prescritto, cancella le
traccio d'ogni sozzura contratta nel corpo e lascia puro il senso etereo e il
fuoco della semplice aura. Tutte queste invece, quando son volti mille anni,
sono chiamate da Dio in gran numero al fiume Lete, perchè, immemori del
passato, rivedano la volta del cielo e comincino a sentire di nuo^vo la volontà
di rincarnarsi nei corpi v. « Principio caelum ac terras camposque liquentis
725 lucentemque globum lunae Titanìaque astra spiritus intus alit totamque
infusa per artus mens agitai molem et magno se corpore miscet. inde hominum
pecudumque genus vitaeque volantum et quae marmoreo feri monstra sub aequore
pontus. 730 igneus est oUis vigor et caelestis origo seminibus, quantum non
noxia corpora tardant terrenique liebetant artus moribundaque membra. hinc
metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque auras dispiciunt clausae tenebris
et carcere caeco. 735 quin et supremo cum lumino vita reliquit, non tamen omne
malum miseris nec funditus omnes corporeae excedunt pestes, penitusque necesse
est multa diu concreta modis inolescere miris. ergo exercentur poenis
veterumque malorum 740 supplicia expendunt. aliae panduntur inanes suspensae ad
ventos, aliis sub gurgite vasto infectum elicitur scelus aut exuritur igni ;
quisque suos patimur manis ; exinde per amplum mittimur Elysium ; et pauci
laeta arva tenemus, 745 donec longa dies, perfecto temporis orbo, concretam
exemit labem purumque relinquit aetherìum sensum atque aurai simpliois ignem.
has omnis, iibi mille rotam volvere per annos, Lethaeum ad fluvium deus evocai
agmine magno, 750 scilicet immemores supera ut convexa revisant rursus et
incipiant in corpora velie reverti ». Qui non siamo più di fronte evidentemente
a concetti vaghi e imprecisi, ma all' esposizione alta e solenne di una teoria,
nella quale è riaffermato anzitutto il concetto di uno spirito immanente nell'
universo, di carattere divino e intelligente, di cui tutti gli esseri animati uomini
e bruti – H. P. GRICE: THE LAST GASP OF PRIMITIVE ANIMISM, that has animales as
animate! -- sono delle manifestazioni ; cioè il medesimo concetto che abbiamo
già veduto nel quarto delle G-eorgiche, e perfettamente identico a quello che
Cicerone, come s' è visto, attribuiva a Ferecide, mae- stro di Pitagora. Di
piti la forza spirituale, di origine divina ed eterea, che è nell' uomo e negli
animali, e concepita in perfetta antitesi con la materia del loro corpo, che è
per l'anima un carcere, un peso, un impe- dimento, e che è la causa degli
errori, delle passioni, delle colpe, dei traviamenti. Sicché la vita è un male.
Anche questo concetto di un dualismo o antagonismo fra spirito e materia non ò
nuovo ed ap- partenne già anch' esso all' antica filosofia pitagorica, come s'
è pure veduto. Ma se la vita è un male per tutti, per i malvagi e per i buoni,
tutti, dopo la morte, deb- bono purificarsi delle infezioni corporee. La
purificazione infatti avviene per mezzo di pene e di tormenti, non però eterni,
che debbono subirsi per il tempo necessario all' espiazione perfetta. Ne sono
mezzi i tre elementi dell' aria, dell' acqua e del fuoco (quelli stessi che si
adoperavano appunto nelle cerimonie simboliche dei misteri). Dopo 1' espiazione
pu- rificatrice tutte le anime passano nell' Elisio, luogo di beatitudine, dove
alcune poche, quelle degli eletti che furono in terra i migliori, rimangono a
godere una serena felicità, anche questa non eterna, ma che dura fintantoché
non sia compiuto il tempo prescritto — tempo assai lungo, quanto è necessario
perchè si esaurisca e scom- paia da sé il loro attaccamento alla vita terrena e
il ri- Ci i De Natura Deorum 1, li, 27 e De Senectute 21, 78. CICERONE (vedasi),
Somnium Seipìonis, ?, 15 e altrove. cordo delle belle opere umane — per riprendere poi la primitiva natura
eterea e spirituale e di nuovo dis- solversi in seno all' anima universale. Le
altre invece, e sono la gran maggioranza, trascorsi mille anni in una delle
convalli confinanti con 1' Elisio, vengono chiamate da Dio a bere nelle acpue
purificatrici del fiume Lete r oblio della vita trascorsa e si incarnano in
nuovi corpi. Non s' intende peraltro, poiché Anchise non lo dice, se queste
ultime anime, destinate a nuova vita, quando ri- torneranno poi ancora, dopo la
seconda morte e conse- guente espiazione negli elementi, all' Elisio, vi
resteranno tutte in attesa di convertirsi in puro etere e spirito, o se parte
di esse dovrà ritornare nuovamente sulla terra. Nel primo caso il numero delle
esistenze terrene sarebbe limitato ad un massimo di due — una con prevalenza
del male e una del bene — , nel secondo sarebbe inde- finito. Ma in un modo o
nell' altro la teoria della resur- rezione è assai chiara e il ciclo dell'
esistenza, dal mo- mento in cui r anima si stacca dallo spirito universale fino
al momento in cui si ricongiunge ad esso, è perfet- tamente conchiuso ; il
concetto panteistico e il processo di involuzione ed evoluzione dello spirito,
appena accen- nati nel quarto delle Georgiche, sono qui svolti compiu- tamente.
Né si può dubitare che anche 1' ultima parte che si riferisce alle pene e ai
premi d'oltretomba (vv. 735- 747) e che espone la dottrina della metempsicosi,
sia, come le prime, foggiata secondo i principi del- l' Orficismo e del
Pitagorismo. Appunto per tale attaccarne nto, esse continuano nell' Elisio le
occupazioni a cui attendevano sulla terra. Sarebbe certo oltremodo interessante
svolgere questi principii fino alle ultime conseguenze logiche, e chiederci,
per esempio, se in tale concezione il processo di emanazione delle anime dallo
spirito universale avve- nisse una volta tanto, o ad intervalli, o
ininterrottamente. Si vedrebbe allora che, non potendo avvenire ne una volta
tanto (perchè in tal caso, col ritornare continuo delle anime individuali in
seno all' anima universa, ne sarebbe seguita in un determinato momento la scom-
parsa della vita dalla terra), né ininterrottamente (parche in tal caso,
essendo sempre infinitamente maggiore il numero dei cattivi che non quello dei
buoni, a un certo punto sarebbe prevalso irrimediabilmente sulla terra il
male), ma dovendo considerarsi come avverantesi ad in- tervalli, r idea di tale
processo d' emanazione si ricolle- gherebbe alla teoria già accennata dei
grandi anni mon- dani. Così ancora, poiché dall' anima universale ema- nano non
solo quelle degli uomini, ma anche quelle dei bruti, ci si potrebbe chiedere
che cosa dovesse avvenire di queste, alla morte dei loro corpi. E si vedrebbe
come, dal modo in cui dovette esser risolto questo problema da qualcuno,
potrebbe esser nata appunto l'ipotesi quasi Ognuno di questi anni o periodi
della vita universale era diviso in dieci mesi (di mille anni ciascuno) e ogni
mese era sotto il particolare influsso d' una delle divinità maggiori,
concepita forse, filosoficamente, come aspetto, manifestazione, atteggiamento,
ema- nazione particolare del dio universale. La durata però degli anni stessi
era computata anche altrimenti, ma sempre di parecchi se- coli ; e in ciascun
anno, che si iniziava con un processo sempre identico di emanazione,
ritornavano sulla terra le stesse anime e si ripetevano gli stessi eventi. Si
ricordi quel che abbiamo visto più su (§ 4) parlando della quarta ecloga. 10. unanimemente
attribuita a Pitagora — d' una metempsi- cosi anche animale. Ma prescindendo da
queste considerazioni, che ci por- terebbero al di là di quello che Virgilio ci
ha voluto o potuto dire, come si concilia questa storia dell' anima con tutta
la rappresentazione precedente dell' anti-inferno e del Tartaro ? È evidente
che una contraddizione fon- damentale esiste : che 1' esistenza delle anime nel
prein- feruo e le punizioni evidentemente eterne che subiscono quelle dei
malvagi nel Tartaro non si possono accordare con le pene temporanee per mezzo
dei tre elementi. Sic- ché noi siamo indotti a pensare che nella
rappresentazione virgiliana dell' oltre tomba si debba forse vedere un ten-
tativo mal riuscito — per la mancata elaborazione ultima del poema, impedita
dalla immatura morte di Virgilio — di fondere insieme quella che era
rappresentazione po- polare e il concetto o rappresentazione filosofica del
poeta. E poiché, considerata in sé stessa, questa storia sug- gestiva e
profonda ha un senso compiuto e perfetto, e d' altra parte sappiamo che
Virgilio compose 1' Eneide a pezzi staccati, che poi collegava insieme, non
vorrebbe la voglia di credere che essa sia stata scritta a parte, fors' anche
indipendentemente e in tempo anteriore a quello della composizione del poema, e
poi opportuna- mente inserita in questo, allorché il poeta — artista, fi- Qualcuno cioè potrebbe aver pensato che le
incarnazioni del- l' anima fossero non tutte necessariamente in corpo umano, ma
anche in corpi d'animali, terrestri, acquatici od aerei, secondo che le colpe
precedenti fossero da espiare nell'uno piuttosto che nel- r altro elemento : e
la vita animale avrebbe perciò rappresentato uno stato di vita intermedio fra
due vite umane. losofo, cittadino nello stesso tempo — concepì l'idea di
valersi, per esaltare la grandezza della Patria e per la rappresentazione dei
grandi spiriti di Roma, della dot- trina della metempsicosi, antichissima e
largamente dif- fusa e conforme alle credenze religiose dei suoi concit- tadini
e già consacrata dall' arte di Ennio ? Anzi non mi parrebbe neppure arrischiato
il pensare che si dovesse proprio vedere in essa un brano di quel poema della
Natura al quale Virgilio già pensava quando finì il se- condo canto delle
Georgiche (vv, 475-494), e forse ad- dirittura il principio del poema stesso o
1' idea madre eh' esso avrebbe svolta : principio ed idea eh' egli certo prese
e imitò da Ennio, i cui Annali, come abbiamo ve- duto, si iniziavano appunto
con 1' esposizione della dot- trina della metempsicosi (1). In tale, ipotesi
dunque la teoria messa in bocca ad Anchise non sarebbe soltanto una finzione
poetica, un mezzo artisticamente perfetto per ottenere una grande e suggestiva
efficacia di rappre- sentazione, ma esprimerebbe la genuina e schietta con-
cezione di Virgilio, il risultato ultimo di quel contra^^to Molti raffronti fra Ennio e Virgilio fa
Macrobio nel l. VI dei Saturnali; ma, per dire la verità, non vi è cenno alcuno
di rapporti formali o sostanziali fra 1' esposizione di Anchise ad Enea e
quella di Omero ad Ennio. Potrebbe darsi tuttavia che se ne parlasse in quella
parte dei Saturnali che è andata perduta e nella quale appunto si conteneva 1'
esame del valore filosofico dell'opera virgiliana fatto da Eustazio. D' altra
parte però è indubitabile una effettiva somiglianza di contenuto fra i due
squarci poetici, come sono indubbie alcune analogie di pensiero fra i due
poeti. E gli arcaismi che si trovano in Virgilio {ollis, aurai) potrebbero
essere un altro indizio d' imitazione enniana. Anche il Pascal (Gommentat.
vergilianae) ha dimostrato che Virgilio ha derivato la sua esposizione
dottrinale dal proemio degli Annales. a cui abbiamo accennato fra l' idealismo
pitagorico-stoico e il materialismo epicureo, sarebbe insomma il suo testa-
mento filosofico. Mirabile testamento davvero, che la- sciava in eredità alle
più lontane generazioni l' alta e sublime espressione artistica d'una teoria
che, sorta agii albori del pensiero nelle più remote età dell' uomo, tra-
smessa di generazione in generazione da una civiltà all'altra, dall' Oriente
all' Occidente, custodita con cura gelosa nel mistero dei santuari, insegnata
come la verità più sacra e più recondita, s' illuminò ancora una volta, come
già nei miti immortali di Platone, alla luce della poesia e dell' arte. Pitagora
e U sne dottrine nella poesia di Ovidio. La tradizione di Numa scolaro di
Pitagora in Ovidio. Natura, estensione, contenuto degli insegnamenti pitagorici
secondo il canto XV delle Metamorfosi ; vegetarianismo ; metempsicosi ; flusso
universale della materia e trasformazioni cosmiche e so- ciali; Pitagora
profeta della grandezza di Roma e d'Augusto. Ovidio e il Pitagorismo. Ho già
parlato nel cap. I della tradizione, se- condo la quale il re Numa Pompilio
sarebbe stato sco- laro di Pitagora. Raccogliendo là tutte le testimonianze di
questa tradizione, ho anche accennato a quella che ne fa Ovidio nel
quindicesimo e ultimo canto delle Metamorfosi. Essa ha una importanza
specialissima e merita di essere studiata sepa- ratamente dalle altre anche per
questo, che della tradi- zione stessa il poeta si vale per fare un'esposizione,
se non profonda, tuttavia molto estesa — la più estesa e la pili organica che
ci rimanga nella letteratura romana — della tìlosofia pitagorica, specialmente in
attinenza a due punti fondamentali di essa: l'astensione dai cibi carnei e la
metempsicosi. Dice dunque Ovidio (vv. 1S\ che, scomparso Romolo, si cercò
subito chi potesse addossarsi un peso tanto grave com'era il governo di Roma,
succedendo a un tal re, e che una fama non menzognera designò all'impero Numa,
già famoso per la sua giustizia, per la sua pietà, e, so- pratutto, per la sua
sapienza: che, non solo conosceva a perfezione i riti della sua gente, la gente
Sabina, ma, abbracciando con la vasta anima più larghi concepimenti ed essendo
avido di scrutare i più ardui problemi della natura, aveva abbandonato la
nativa Curi e si era recato a Crotone: Quaeritur interea qui tantae pondera
niolis Sustineat, tantoque queat succedere regi. Destinai imperio elarum
praenuntia veri Fama Numam. Non ille satis cognosse Sabinae 5 Oentis habet
ritus : animo maiora capaci Goncipit, et quae sit rerum naiura requirit. Iluius
amor curae, patria Guribusque relictis, Fecit, ut Herculei penetraret ad
hospitis urbem. Quivi insegnava Pitagora — e segue appunto nei versi 60-478,
l'esposizione delle dottrine di questo filosofo, che or ora esamineremo — e
Numa ne ascoltò le lezioni; dopo di che ritornò in paCria e prese le redini del
governo di Roma, insegnando al popolo del Lazio i riti sacrificali e le arti
della pace: Talibus atque aliis instructo pectore dictis 480 tn patriam
remeasse ferunt., ultroque petitum Acoepisse Numam> populi Latiaris kabenas:
Goniuge qui felix nym^pha ducibusque Gamenis Sacrificos docuit ritus, gentemque feroci
Adsuetam bello pacis traduxit ad artes. Come si vede — e l'ho già rilevato, —
Ovidio non solo accetta senza discuterla, come cosa ovvia e risaputa^ la
tradizione che faceva di Numa un discepolo di Pita- gora, ma vien pure in certo
modo a mettere in connes- sione di dipendenza le istituzioni religiose
attribuite a Numa e l' educazione pitagorica da lui ricevuta ; per quanto con
l'accennata collaborazione della ninfa Egeria e delle Camene la leggenda abbia
certamente voluto rap- presentare la parte che ebbe l'elemento indigeno nella
creazione degl'istituti religiosi romani del piìi antico periodo regio. Il
poeta pertanto, non tenendo conto dei dubbi e delle critiche messe innanzi da
qualche erudito, preferì seguire senz'altro la tradizione leggendaria, che pur
Cicerone aveva chiamata inveteratus hominum ei-ror; e ciò non tanto perchè
siffatta tradizione gli offriva mi- rabilmente il modo di esporre quella
dottrina della me- tempsicosi ch'era la piìi naturale conclusione d'un poe- ma
come le Metamorfosi, quanto perchè, molto probabil- mente, la tradizione era
più che mai viva nella coscienza dei contemporanei, per i quali il poeta
scriveva, mas- sime dopo la recente rinascita del Pitagorismo in Roma. Lo
stesso Ovidio, in altro luogo {Fast. ) accenna alla possibilità che la riforma
del calendario sia stata ispirata a Numa dal filosofo di Samo : « Primus
Pompilius menses sen- sit abesse duos Sive hoc a Samio doctus, qui posse
renasci Nos putat, Egeria sive monente sua ». Un ultimo accenno alla medesima
tradizione si legge nella terza elegia dei terzo libro delle Pontiche, dove il
poeta, immagi- nando di parlare in sogno all' Amore di cui si professa maestro,
lo rimprovera di essersi comportato verso di lui ben altrimenti da quello che
fecero altri discepoli verso i loro maestri : Eumolpo verso Orfeo, Achille
verso Chiroue, Numa verso Pitagora., ecc. : In Crotone teneva dunque scuola
Pitagora; il quale, nativo dell'isola di Samo, aveva abbandonato spon-
taneamente la patria, mal sopportando la tirannide onde era governata, e s'eia
dato a profondi studi di filosofia. Per virtù di questi « egli potè elevarsi
con la mente, per quanto fossero lontani nella immensità dello spazio celeste,
fino agli dei e scrutare con gli occhi dell'intel- letto ciò che la natura ha
negato alla vista degli uomini»: 60 Vir fuit hic, ortu Satnius ; sed fugcrat
una Et Samon et dominos^ odioque tyrannidis eocul Sponte erat. Isque^ licet caeli regione
remotos^ Mente deos adiit et quae natura nogabat Visihus humanis^ oculis ea
pectoris hausit. Ecco subito, in questi magnifici versi,
messo in evi- denza Pitagora, e determinata con molta precisione e con grande
efiìcacia rappresentativa la natura del suo misti- cismo, fondato sopra
l'esercizio assiduo dell'intelletto e la profonda intensità del meditare, per
giungere alla vi- sione e alla comprensione delle più alte verità. 65 Cumque
animo et vigili perspexerat oinnia cura In medium discenda dahat, coetusque
silentum Dictaque mirantum magni primordia mundi Et rerum causas et, quid
natura, docebat : Quid deus, unde nives^ quae fulminis esset origo, 70 luppiter
an venti discussa nube tonarent^ Quid quateret terras, qua sidera lege
fnearent, Ed quodcumque latet. At non Chionides Eumolpus in Orphea talis ; In
Phryga nee satyrum talis Olympus erat ; Praemia nec Chiron ab Achilli talia
eepit, Pythagor aeque ferunt noti nocuisse Numam. Nomina neu referam longutn
collecta per aevum, Discipulo perii solus ab ipse meo. E in questi altri versi
ecco parimenti accennata con grande chiarezza la vastità e larghezza
degl'insegnamenti, che il filosofo impartiva all'attonita e silenziosa schiera
dei discepoli e che abbracciavano « le origini primordiali dell'universo, Je
cause della materia e l'essenza della na- tura e della divinità, l'origine
delle nevi e del fulmine, del tuono e del terremoto e le leggi onde è regolato
il corso degli astri: insomma, tutti i problemi più reconditi della filosofia
naturale e della scienza. Egli 'per primo, aggiunge ancora il poeta, vietò di
ci- barsi di carne, sconsigliando bensì tale astensione con molta dottrina, ma
senza riscuotere la meritata approva- zione : Primusque anitnalia mensis Arguii
imponi : primus quuni talibus ora Docta quidem solvit, sed non et eredita,
verbis. Ed ecco appunto il filosofo combattere, in prima per- sona, l'uso delle
carni e descrivere l'età del- l'oro, quando gli uomini non conoscevano ancora
tale uso; e poi, ispirato dalLi divinità, eccolo ac- cingersi, con più alto
afilato poetico, a trattare questioni più ardue e a svelare più riposti misteri
: Et quoniam deus ora movet, sequar ora moventem Rite deum, Delphosque meos
ipsumque recludarn 145 Aethera et augustae reserabo or acuta mentis. Magna, nee
ingeniis evestigata priorum, Quaeque diu latuere, canam. luvat ire per alta il)
I vv. 67-71, cke riassumono la supposta fisica pitagorica, sono manifestamente
ispirati da Lucrezio, dice il Lafaye, Les mé- tamorphoses d' Ovide et leurs
modèles grecs, Paris, Alcan, 1904, p. 197; masi accordano pure benissimo coi
principii dello stoicismo. Astra \ iuoat terris et inerti sede relieta Nube
vehi, validique umeris insistere Atlantis^ 150 Palantesque homines passim ac
rationis egentes Despectare procul^ trepidosque obitur/ique timentes Sic
exhortari, seriemque evoltere fati. « E poiché sento di parlarvi per
ispirazione divina, seguirò gl'impulsi del dio che mi fa parlare secondo il
rito, e vi svelerò i miei arcani e lo stesso etere e vi schiuderò gli oracoli
fin qui nascosti nel profondo della mia mente. Vi canterò cose grandi, né mai
scrutate dalle menti dei padri, e che per lungo tempo restarono occulte. Mi
piace andare tra le sublimi stelle ; mi piace abban- donata la terra e questa
inerte dimora, lasciarmi traspor- tare da una nube e poggiare sulle spalle del
vigoroso Atlante e guardare da lontano gli uomini sparsi qua e là e ancora
irragionevoli, e ad essi, che aspettano con trepido timore la morte, infondere
coraggio e schiudere la visione del loro destino con queste parole... » Siamo
alla rivelazione della metempsicosi, la cui cono- scenza appunto deve
distruggere negli uomini il timore della morte : 0 genus attonitu7n gelidae
formidine ìnortis ! Quid Styga, quid tenebras et nonnina vana timetis, 155
Materieni vatum^ falsique perieula mundi? Corpora, sive rogus fiamma, seu tabe
vetustas Abstulerit^ mala posse pati non ulla putetis, ^ Morte careni animae;
semperque priore relieta Sede novis domibus vivunt habitantque reeeptae. (1)
Cade ovvio a questo punto il raffronto coi famosi versi delie Georgiche (II,
490-492) : Felix, qui potuit rerum eognoscere caussas, Atque metus omnis et
inexorabile fatum Subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari, « 0 schiatta attonita per lo spavento della
fredda morte ! Che temete lo Stige, la tenebra e i suoi nomi vani, fan- tasie
di poeti e pericoli d'un mondo inesistente? Non crediate che i corpi, o li
abbia distrutti il rogo con la sua fiamma, o il tempo con la putredine, possano
soffrire mali di sorta, E quanto alle anime, esse non muoiono ; e sempre,
abbandonata una sede, vivono e abitano in di- more che nuovamente le accolgono
». E in prova di ciò Pitagora ricorda (vv. 160-164) d'es- sere vissuto ancora,
al tempo della guerra troiana, nel corpo d' Euforbo. Poi segue, piìi
specificatamente chiarita ed espressa, la dottrina della metempsicosi animale,
vol- garmente attribuita a Pitagora : 165 Omnia mutantur, nìhil interit : errai
et illìne Hue venit^ hine illuc, et quoslibet occupai artus Spiritus: eque
feris humana in corpora transita Inque feras noster, nec tempore deperii ullo,
Utque novis facilis signatur cera figuris, 170 Nec manet ut fuerat^ nec formas
servai easdem, Sed iarnen ipsa eadeni est; animam sic semper eandem Esse^ sed
in varias doceo migrare fèguras. « Tutto si trasmuta, niente muore. Lo spirito
va er- rando e si muove di là a qui, di qui a là, e s'incarna nel corpo che si
presceglie; e dalle fiere passa nei cor- pi umani e viceversa, né mai vien
meno. E come la molle che si sogliono riferire ad Epicuro. Entrambi i filosofi
dunque giun- gevano alla medesima conseguenza pratica (inanità del timore della
morte) partendo da premesse assolutamente opposte : 1' uno, cioè Pitagora,
dimostrando che il morire è soltanto trasformazione, o passaggio dell' anima
d'una in altra forma di vita corporea; l'al- tro, cioè Epicuro, dimostrando che
il morire è annientamento to- tale e definitivo della personalità per il
disgregamento degli atomi onde l'anima si compone. 156 cera si foggia in nuove
figure, sì che, pur non restando quale era prima e non conservando le stesse
forme, tut- tavia è sempre la stessa, così vi dico che l'anima ò sem- pre la
medesima, senonchò passa sotto varii aspetti » (1). Da ciò un nuovo argomento
per astenersi dall'usar carne (vv. 173-175). A questo punto la trattazione di
Pitagora si allarga, e il filosofo passa a dimostrare 1' evoluzione perpetua e
il divenire incessante di tutto il creato : Et quoniam magno feror aequore
plenaque ventis Vela dedi : nihil est tato, quod perstet, in orbe. Cuncta
fluuni, omnisque vagans formatur imago. « E poiché, aperte le vele al vento,
navigo in alto mare, sappiate che non vi è nulla di immobile in tutto
l'universo. Tutto fluisce, e si foggia incessantemente ogni mutevole aspetto ».
E questa nuova proposizione illustra con una lunga serie di esempi, tratti dai
fenomeni celesti, dall' avvicen- darsi delle stagioni, dalla vita dell'uomo e
dalle vicissi- tudini degli elementi. Ma la natura non ci offre solo lo
spettacolo di muta- menti regolari, determinati da leggi immutabili ed uni-
versali ; si compiono anche intorno a noi, nei corpi inor- ganici e negli
organici trasformazioni impreviste, che i saggi osservano con curiosità, ma di
cui essi ignorano le cause : questi fenomeni straordinari — spesso elencati e
descritti nel periodo alessandrino, in opere intitolate Questa, prima parte deiresposizione ovidiana è
molto proba- bilmente modellata sul « Sogno » degli Annali di Ennio di cui si è
già visto. Paradoxa Ovidio li fa esporre da Pitagora, non sen- za qualche
anacronismo, nei vv. 252-417 (i vv. 307-336 riguardano le proprietà di certi
corsi d'acqua^ mirabiiia fontium et fiuminum)^ a cui fanno seguito altri, che
descrivono le rivoluzioni avvenute nelle società umane, sino al glorioso
principaio d'Augusto, predetto già da un oracolo fin dal tempo della caduta di
Troia : Nune quoqiie Dardaniam fama est eonsurgere Rotnam^ Appenninigenae quae
proxiyna Thybridis undis Mole sub ingenti rerum fundamina pomi. Haec igitur
forviam crescendo mutata et olim 435 Immensi caput orbis erit. Sic dicere vates
Vaticinasque ferunt sortes : quantumque recordor, Dixerat Aeneae^ cum res
Troia?ia labaret^ Prìamides Helenus /lenti dubioque salutis : Nate dea^ si nota
satis praesagia nostrae 440 Mentis habes^ non tota cadet te sospite Troia.
fiamma libi ferrumque dabunt iter: ibis, et una Pergama rapta feres, donec
Troiaeque tibique Externum patria contingat am,ieius arvum, Urbem etiam cerno
Phrygios debere nepotes, Quanta nec est
nec erit nec visa prioribus annis. Hanc aia proceres per saecula longa
potentem^ Sed doininam rerum de sanguine natus Tuli Efficiet. Quo cum tellus
erit u>sa, fruentur Aetheriae sedes^ caelumque erit exitus illi ». Raec
Helenum eecinisse penatigero Aeneae Mente mem,or refero, cognataque moenia
laetor Crescer e, et utiliter Phry gibus vieisse Pelasgos. Così Pitagora è
fatto profeta della divina e fatale po- tenza d'Augusto, come con analogo
procedimento, nel La sola predizione che
troviamo accennata, a proposito di Enea, nei poemi omerici, si legge nel e. XX
&q\V Iliade, e fu riprodotta da Virgilio {Aen., IH, 97-98). poema
virgiliano la dottrina pitagorica della metempsicosi è assunta quale mezzo
artistico per la predizione della futura grandezza di Rom3. Nei pochi versi che
seguono (453-478) Pitagora final- mente ritorna al punto di partenza e
conchiude : « Poi- ché tutto cambia, poiché al termine della vita la nostra
anima passa in nuovi corpi, anche animali, non uccidia- mo le bestie; chi può
sapere se, uccidendole non faccia- mo scorrere il sangue di nostri congiunti ?
» . Analizzato così il contenuto della esposizione ovidiana, vien fatto
naturalmente di chiedersi quale sia stato r atteggiamento del poeta di fronte
al Pitagorismo. Ne fu egli per avventura un seguace ? A questa do- manda noi
possiamo rispondere negativamente senz' om- bra di esitazione : la vita e
l'operosità poetica di Ovidio, anche nel periodo posteriore alla composizione
delle Me- tamorfosi, furono in antitesi troppo stridente con gl'inse- gnamenti
e la pratica pitagorica, per poter immaginare 0 pensare che egli fosse dedito
con qualche fervore a quelle dottrine ; d' altra parte Ovidio non ebbe certo
tem- pra di filosofo né eccessivo amore per le ricerche e spe- culazioni
astruse. Che però una certa simpatia, o almeno una certa insistenza del suo
pensiero su quella filosofia ci sia stata, pare evidente, se non solo nell'
opera sua maggiore le ha fatto così larga parte, con una esposizio- ne quasi
sistematica, ma altre volte ancora accenna ad essa, come nel citato luogo dei
Fasti e in alcuni versi delle Tristezze. (1) ìrist,, III, .3, 59-64: Atque
utinam pereant anhnae cum eorpore hostrae^ Effugiatque avido» pars mihi nulla
rogos. E quasi certamente poi questa predilezione del poeta si deve ritenere
l'effetto della rinascita del Pitagorismo, che era stata operata in Roma da
Nigidio nella prima metà del secolo (onde abbiamo già visto quan te e quali
traccie se ne riscontrino nella letteratura dell' età di Ci- cerone e di
Yarrone), e che al tempo stesso del poeta fece sorgere la scuola dei Sestii :
sì che Ovidio potè averne notizia sia dalle opere degli scrittori che
appartenevano alla generazione precedente alla sua, sia dalla viva voce e dagli
scritti di qualcuno dei nuovi seguaci. Gli studiosi infatti che, proponendosi
la questio- ne delle fonti di quest'ampia trattazione ovidiana del Pi-
tagorismo, hanno cercato di risolverla, per poter quindi determinare il valore
storico della trattazione stessa, hanno riconosciuto in sostanza che tali fonti
debbono essere state 0 le opere varroniane (le Antiquitates rerum divi- narum e
sopratutto il dialogo Gallus^ de admirandis) Nam si morte carens vacua volai
altus in aura Spiritus, et Samii sunt rata dieta senis, Inter Sarmaiicas Romana
vagabitur umbras^ Ferque feros manes kospita semper erit. Il poeta si augura
che abbiano ragione coloro che « 1' anima col corpo morta fanno » e che nessuna
parte del suo essere sfugga alle fiamme del rogo, poiché diversamente, egli
dice, « se lo spi- rito, immortale, vola alto nelle vuote regioni dell' aria e
sono veri gì' insegnamenti del vecchio di Samo, 1' ombra di un Romano sarà
costretta a vagare fra le ombre dei Sarmati e sarà sempre un'e- stranea tra
feroci anime di morti ». Il passo è importante, perchè mostra che, di fronte al
pensiero della morte, il poeta era in so- stanza ancora incerto fra coloro che
negavano e quelli che affer- mavano la immortalità dell'anima. oppure gli
scritti di Nigidio, o dei Sestii, od anche dei loro discepoli Papirio Fabiano e
Sozione (1). Sicché, qualunque si accetti delle ipotesi messe innanzi, sta di
fatto che le fonti a cui Ovidio ha attinto non sono moìto anteriori a lui.
D'altra parte, anche tenendo conto del fatto che Ovidio, più poeta che
filosofo, non intese certo di trattar l'argo- mento con rigore di metodo
scientifico e filosofico, atte- nendosi scrupolosamente a questo o a
quell'autore ; ma che avrà usato di una certa libertà e indipendenza, e che
(pur valendosi, se si vuole di uno o più modelli, oltre che dei ricordi e delle
cognizioni sue personali) avrà se- guito soprattutto il suo sentimento
artistico, giovandosi della materia dogmatica nella forma genuina soltanto nei
limiti atti a recare efficacia estetica all' opera sua e non poco forse
aggiungendo, sopprimendo o modificando di sua propria intenzione; si è riusciti
tuttavia a mo- strare, per esempio, che certe intrusioni nel sistema pi-
tagorico di principii appartenenti ad altri sistemi — come a quelli di Eraclito
e di GIRGENTI (vedasi) — non sono affatto imputabili ad Ovidio, ma dovevano già
essere avvenute negli scrittori dai quali egli attinse. La sua esposi- (1) Si
vedano in proposito le opere seguenti : Hottingee, De Pythagora omdiano \ìn
Opuseula philologica, Leipzig); A. ScHMEKKL, De omdiana Pythagoreae doctrinae
adum- hratione, Gryphiswad, e Die
Philosophie der mìttleren Stoa, Berlin,, ecc. (dove sono modificate in parte le
conclusioni dell'opera precedente); G. Lafaye, op. cit., cap. X. (2) Per
Eraclito si veda C Pascal, La dottrina pitagorica e la eraclitea nelle
Metamorfosi ovidiane^ Mantova, 1909 ripubblicato nel volume Scritti varii di
Letteratura Latina; e per GIRGENTI (vedasi) il volume dello stesso autore
Graecia capta ^ Firen- ze, Le Mounier, zione del sistema di Pitagora acquista
pertanto il valore di documento storico, in quanto che, supplendo in parte alla
deficienza delle nostre cognizioni m proposito, dovuta alla perdita delle opere
di Yarrone, di Nigidio, dei Sestii,^ ci mostra molto approssimativamente in che
consistesse il neo-pitagorismo romano del primo secolo avanti Cristo. 5. —
L'esame che abbiamo così compiuto della lettera- tura latina dalle origini fino
a tutto il secolo della sua maggior fioritura ci ha dimostrato non solo che il
Pita- gorismo fu nelle varie età di Roma abbastanza largamente conosciuto, ma
che d'ispirazione pitagorica sono alcune delle pili eloquenti pagine che quei
tempi ci hanno tra- mandate, come il sogno di Ennio, il sogno di Scipione e il
sesto canto dell' Eneide : sicché dobbiamo concludere che nelle idee che quel
sistema svolse era implicita una grande e mirabile virtìi di esaltazione
poetica ed artistica. Se riflettiamo d'altra parte che quelle idee esercitarono
notevole influsso nel sorgere delle più antiche istituzioni romane, e che
contro di esse mossero guerra invano l'arte titanica di Lucrezio, la satira
maliziosa di Orazio, la forza politica di Cesare e di Augusto (nella lotta
contro il so- dalizio di Nigidio Figulo e la scuola dei Sestii), dobbiamo tenere
per certo che in esse fosse insita una grande forza di resistenza e quella
specie di malìa fascinatrice che su- scita le pili alte energie morali. Se le
idee tanto piii val- gono quanto maggiore è il sentimento che le accompagna e
che le trasforma in forze vive cioè operanti nella vita degli individui e dei
popoli, le concezioni pitagoriche, venute da sì lontane scaturigini e assurte a
così varie, molteplici, alte manifestazioni d'arte, di pensiero, di moralità
nel periodo della civiltà romana, ebbero certo valore altissimo. Che se poi,
uscendo fuori dai limiti del nostro tema, pensiamo, alla forza di resistenza
che esse mostrarono, al loro persistere attraverso i secoli e attraverso tante
vicis- situdini del pensiero, ai loro successivo e alterno rina- scere con
sempre rinnovato vigore nei momenti di più intensa attività spirituale — nella
Magna Grecia con Pi- tagora, in Atene con Platone, in Alessandria coi teosofi
neo-platonici, in Roma con Ennio e con Virgilio, in Co- stantinopoli con
l'imperatore Giuliano, nell'Italia dell'ul- timo rinascimento con Giordano
Bruno — e se riflettiamo che oggi ancora esse vivono nell' Oriente asiatico,
ope- ranti con la forza della fede in milioni di coscienze, e che accennano per
diversi segni, in questa nuova prima- vera dell'idealismo, a risorgere anche
nel mondo occiden- tale (1), noi possiamo con sicurezza affermare che esse non
furono apparizione fugace ed effimera d'un pensiero individuale, ma parole di
quel linguaggio eterno che sgorga perenne dalle più profonde radici dell'anima
umana. Si veda, per esempio, tanto per
citare un magnifico libro di scienza, V opera di W. Mackenzie Alle fonti della
vita (Genova, Formiggini) e la recensione che io ne feci nel Giornale del
Mattino di Bologna. EUPHORBos. Rivista Ligure di Scienze , Lettere ed Arti, Genova.
La figura di Eùphorbos nell' Iliade. Pitagora rincaraazione di Eùphorbos. Altre
incarnazioni di Pitagora. Y'è forse alcuno per il quale, meglio che per
Eùphorbos figlio di Panto, possa ripetersi il famoso ver- so dell'antico
commediografo, che il Leopardi tradusse « muor giovane colui ch'ai cielo è caro
» ? Poiché ve- ramente fu caro agli dei, se, morto nel fior degli anni sotto le
mura della sua Troja per mano del divino Me- nelao, dopo aver ferito, primo fra
i Trojani, il fortissimo Patroclo, Eùphorbos ebbe la ventura non solo di una
spiritual vita immortale ne la immortalità dell'Iliade, ma di lasciare altresì
il suo nome, come ora vedremo, legato per sempre al ricordo di un grande
pensiero e di una più grande vita : al pensiero e alla vi+a di Pitagora. Fusa
nel vivo indistruttibile metallo della poesia d' 0- mero, la figura dei
giovinetto eroe appare, nel racconto dell' antica gesta, nel momento più acuto
dell' azione guer- resca. Quando, per l' ostinato disdegno di Achille , più
grave è per i Greci il pericolo nella memoranda giornata del combattimento
presso alle navi, Patroclo, indossate le armi dell'amico e ricondotti i
Mirmidoni alla battaglia, verso l'ora del tramonto si trova coi suoi di fronte
ad Ettore, che Apollo protegge : in tre assalti egli ha uccisi « tre volte nove
» nemici, ma al quarto assalto un colpo del dio gli ha tolto l'elmo, infranta
la lancia, fatto cadere lo scudo, slacciata la corazza: Iliade. Smarrito il
cor, fiaccate le valide membra, fermossi e titubò. Di dietro allor con la punta
de l'asta infra le spalle, al dosso, Io colse da presso un trojano, il Pantoide
Euforbo, che tutti vinceva gli eguali con la lancia e sul cocchio e al muover
degli agili piedi, 810 ed anche allor, venuto appena sul carro, sbalzati venti
nemici avea, di guerra già prode campione. Primo ei vibrò con 1' asta un colpo
su Patroclo auriga ; ne lo scrollò ; poi corse indietro e tornò ne la mischia,
tratta fuor da le carni la lancia di frassino; incontro 815 Patroclo, ancor che
ignudo, ei già non attese a l'assalto. Patroclo allor, stordito dall'urto di
Febo e da l'asta, anco a 1' amiche schiere traeva, fuggendo la morte. Ma com'
Ettore vide dal ferro piagato ritrarsi Patroclo generoso, il varco s' aprì tra
la mischia, 820 presso gli venne e, d'asta vibratogli un colpo, lo giunse sotto
a r addome : fuori n' uscì da l'opposto la punta. Quei con fragor giù cadde, e
grave fu il lutto de' Danai. (1) I versi 814-815 trovo segnati come spurii
nella quinta edi- zione del DiNDORF, curata dallo Hentze" (Lipsia), sulla
quale è stata condotta la presente traduzione. Ma non mi pare ohe sia proprio
necessario inquadrare fra parentesi i due versi, così ome- rici pur
nell'apparente disordine dei particolari accennati : prima la pronta ritirata
del giovinetto trojano, poi il trarre dalle carni di Patroclo 1' asta ; l' idea
preponderante per il poeta (cantore in- nanzi a un pubblico di ascoltatori),
dopo accennato 1' ardito colpo del giovine, è quella del suo rapido sottrarsi
alla vendetta di Pa- troclo ; fermata questa, il poeta si riprende p3r
aggiungere an- cora un particolare descrittivo (lo sforzo dello strappare dalla
fe- rita la lancia) e per rincalzare l'idea della fuga di fronte a Patroclo, Suir
eroe atterrato Ettore si vanta e lo schernisce, ma il caduto ne rintuzza 1'
orgoglio, affermando che la vitto- ria non è stata merito suo, sì degli dei:
che lo hanno ucciso la Moira e il figlio di Latona « e, degli uomini, Eùphorbos
»; e predettagli la fine imminente per mano d'Achille, muore e rimane supino in
mezzo al campo di battaglia, mentre Ettore insegue Automedonte, che cerca di
portare in salvo il cocchio d'Achille. A guardia del cadavere di Patroclo si fa
innanzi l'A- tride Menelao, armato di lucido bronzo, tenendo davanti al morto,
in sua difesa, la lancia e il rotondo scudo, fer- mo d'uccidere chiuncfue osi
accostarsi. Ed ecco ancora Eùphorbos, il cui intervento dà luogo ad uno dei
piìi begli episodi della battaglia : Iliade. Pronto di Panto il figlio, esperto
nel' asta (1), s'avvide ch'era atterrato Patroclo, e fattosi subito innanzi
che, pur ferito e spoglio della difesa delle armi, era sempre un troppo
temibile nemico, anche per un più esperto guerriero che non fosse Eùphorbos.
Poiché Omero non ha voluto certo rappresen- tare questa fuga come atto di viltà
! È tutt'altro che vile il figlio di Panto, come dimostrerà fra poco nell'
impari duello con Mene- lao. Sicché non mi pare corrispondente né allo spirito
né alle pa- role del testo omerico la traduzione che dà il Monti di questo
passo: Anzi dal corpo ricovrando il ferro Si fuggi pauroso, e nella turba Si
confuse il fellon, che di Patroclo Benché piagato e già dell'armi ignudo Non
sostenne la vista. {IL XVI, 1146-1150) L'epiteto (eummelies) non é certo ozioso
: infatti già il poeta ha detto che Eùphorbos primeggiava fra i coetanei « con
la lancia, e che « con l'asta acuta » ha ferito Patroclo (XVI, 806 e XVII, lo),
come con l'asta dà un colpo J' ultimo !) nello scudo di Menelao (XVIi, 43-45).
168 disse al figlio d'Atreo, al prode guerrier Menelao : « 0 Menelao, divino
germoglio, signor di gran genti, vanne, abbandona il morto, qui lascia le
spoglie cruento (1). Prima di me nessuno, fra' Teucri o gì' illustri alleati,
15 giunse con 1' asta Patroclo, in mezzo al furor de la mischia: lascia eh' io
m' abbia dunque quest'inclito onor fra' Trojani, 0 che la dolce vita dal petto
ti strappi il mio ferro ». Bieco d'ira rispose il biondo figliuolo d'Atreo : «
Bello davver, gran Giove, con tanta insolenza vantarsi ! 20 Certo mai fu sì
grande '1 furor di pantera o leone 0 di cignal feroce, a cui nel fiorissimo
petto gonfiasi il cor superbo, alter di sua grande possanza, qual de' figli di
Pauto, esperti ne l'asta, è la boria ! Ne ad Iperènor tuo, rettor di cavalli,
già valse 25 di giovinezza il fiore, allor che sprezzante affrontommi e disse
me fra' Danai il più dispregevol guerriero ! Or ei non più, te '1 dico, da'
suoi propri piedi portato, ad allietar ritorna la cara consorte e i parenti !
Così la tua baldanza, se pur d'affrontarmi tu ardisci, 30 rintuzzerò. Ma io
ancor ti consiglio a ritrarti dov'è folta la turba. Chi è saggio prevede
l'evento ». Disse così, ma quello ne pur gli die retta e rispose : « Or,
Menelao divino, trar dunque dovrò gran vendetta pel fratel eh' uccidesti - e
ancor tu me '1 dici vantando - 35 e nel segreto talamo tu n'hai vedovata la sposa,
e i genitor nel lutto e in muto cordoglio gittasti ! Oh ! che per me dei miseri
avrebbe il cordoglio una tregua, se la tua testa io stesso e l'armi portandomi
in Troja, fra le man lo gittassi a Panto e a la diva Frontide! 40 Ma non più a
lungo, ornai, s' indugi a far prova con l'armi s' io m' abbia saldo il core o
pieno di vile paura ». Detto così, die un colpo nel tondo perfetto suo scudo,
ma non lo franse il ferro ; bensì gli si torse la punta nel poderoso usbergo.
S' avventa secondo con 1' asta (1) Le armi di Patroclo, sciolte e fatte cadere
dal colpo d'Apollo, giacevano in terra poco lungi dal cadavere. 45 l'Atride
Menelao, pregato in suo cor Giove padre, e, mentre quei s' arretra, il coglie a
la fossa del collo; dentro spinge con forza calcando la mano pesante, e
dall'opposto n' esce pel tenero collo la punta. Cadde, die un tonfo e V armi su
lui con fragor risonare ; 50 s' insanguinar le chiome, che simili aveva a le
Grazie, (1) i capelli ricciuti, eh' avvinti eran d'oro e d' argento. Come
talora un florido arbusto d'ulivo si nutre in solitario loco, allor che molt'
acqua vi sgorghi, bello, pien di rigoglio, e poi, come l' agita il soffio 55 di
tutti i venti, un velo di candidi fior lo ricopre, (2; ma piombando improvviso
un vento con turbine grande dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo
abbatte; tale di Panto il figlio, esperto ne l' asta, Eiiforbo l'Atride Menelao
uccise e spogliava de l'armi, 60 Come — allor eh' un robusto leone cresciuto
fra' monti * da pascolante gregge rapì la giovenca più bella, (1) Cioè
ricciute, come dice nel verso seguente, e non bionde^ co- me ha interpretato
alcuno, per es. il Koppen, forse ricordando Pin- daro Nem>. 5 fine. Le
Grazie furono sempre rappresentate con lun- ghi ricci spioventi sì nelle arti
plastiche e figurative, sì nella let- teratura dei Greci (cfr. Omero, Inno ad
Apollo, 194 sg. e Stesicoro, fr. XIII neìV Antol. della melica greca di A.
Taccone). Si veda in proposito quello -che scherzosamente Luciano, noi Sogno,
fa dire a Micillo : questi, fra le altre cose dice al suo gallo-Pitagora: « e «
mi sembra che Omero per questo abbia detto le tue chiome si- « mili alle
Grazie, perchè « avvinte eran d'oro e d' argento »: in- « trecciate infatti con
1' oro e rilucendo con esso apparivano, evi- « dentemente, molto piiì pregevoli
e desiderabili. Accenna forse il poeta coi « soffi di tutti i venti » la sta-
gione di primavera, quando — fra il marzo e 1' aprile — le piante s' incurvano
bensì sotto i venti, ma si rivestono anche della loro fioritura annuale ; anzi
parmi che accenni qui proprio alla prima fioritura* del bell'arboscello
d'ulivo, che poi il primo turbine schian- ta, cosi come l'asta di Menelao,
troncando la vita del giovinet- to forte ed ardimentoso, fa cadere il serto di
fiVite speranze che già s' intesseva intorno al suo capo. cui la cervice
infranse tenendola forte co' denti, poi, facendola a brani, le viscere ingolla
col sangue intorno a lui, da lunge, si nnuovon con grande frastuono 65 cani,
villan, pastori, ma farglisi presso ad alcuno non regge il cor, che tutti li fa
scolorir la paura; così Jiessun de' Teucri ha l'alma nel petto sì ardita, eh'
osi affrontar da presso la forza del gran Menelao, E questi agevolmente
porterebbe via le splendide armi di Eùphorbos, se non glielo impedisse Febo
Apollo, il quale, presentatosi ad Ettore sotto 1' aspetto di Mente, lo
consiglia a desistere dall' inutile inseguimento dei cavalli d'Achille e ad
accorrere invece là dove or Menelao frattanto, il figlio pugnace d'Atreo, 89
corso a difender Patroclo, uccise il miglior de' Trojani, il Pantoìde Euforbo e
spento n' ha il valido ardire. Ettore infatti, pronto, si fa largo tra le
schiere, vede r uno che toglie le magnifiche armi, 1' altro disteso in terra e
il sangue che sgorga dalla ferita, irrompe fulmi- neo con orribili grida, e
Menelao, riconosciutolo subito, non osando da solo tenergli testa, lascia a
malincuore il corpo di Patroclo e si ritira verso i suoi, per chiamare qualcuno
in soccorso. Così egli non ha potuto neppure portar via con sé sul suo cocchio
la preziosa armatura; della quale tuttavia dovette certo impadronirsi più
tardi, quando i Trojani sconfitti furono costretti a rinchiudersi entro le
mura. E non sarà stato quello il meno glorioso trofeo di guerra che avrà
riportato con se a Micene. Ma Eùphorbos, morto di così bella morte e glo-
rificato già dalla divina arte d' Omero, non rinacque per avventura, dopo
quattro secoli, a nuova vita e ad opere non meno belle e gloriose? Poiché
alcune antiche testimonianze ci hanno traman- dato che Pitagora, il celeberrimo
fondatore della scuola italica, l'assertore più famoso della dottrina della
metempsi- cosi, « nel tempio di Hera Argiva, veduto uno scudo di « bronzo,
disse che quello portava e gli era stat^ tolto « da Menelao quando era
Eùphorbos. E degli Argivi, « staccato lo scudo, vi videro realmente inciso il
nome « d'Eùphorbos ». Così afferma uno scoliaste d'Omero (//.) e così altri,
fra gli antichi scrittori, ricor- dano 0 accennano la cosa. Chi non rammenta
infatti, tanto per citare i piìi noti, quella famosa ode d'Archita, dove Orazio
afferma appunto, non senza una sottile ironia, che « il regno dei morti tiene
anche il figlio di Panto, sceso « all'Orco un'altra volta, sebbene, con lo
scudo, che fece « staccare, data testimonianza dei tempi della guerra troja- «
na, non avesse concesso alla nera morte niente più che « i nervi e la pelle? » Il buon Orazio, tra scettico ed epicureo, non
ebbe evidentemente molta fede nella me- tempsicosi e si burlò un poco di «
Pitagora redivivo! » Anche Ovidio, che
nell' ultimo canto delle Metamorfosi fa esporre da Pitagora stesso le sue
dottrine, lasciò espli- cito ricordo della tradizione, facendo dire al filosofo
: Ben io — sì lo rammento — nei dì della guerra di Troja ero il figliuol di
Panto, Euforbo, cui stette nel petto Orazio, Garm.: habentque Tartara Panthoiden
iterum Orco Demissum, quamvis clipeo Trojana refixo Tempora testatus, nihil
ultra Nervos atque cutem morti concesserat atrae. (2J Id. Epod.: nec te
Pythagorae fallant arcana renati » la
grave lancia infissa, per man .del più giovine Atride, Riconobbi lo scudo, che
già la sinistra mia tenne, or non è molto in Argo nel tempio sacrato di Giuno
». (1) E ancora due secoli dopo il filosofo neo-platonico Porfirio^
raccogliendo in una breve biografia molte notizie intorno a Pitagora, lasciò
scritto che questi « ricordava « a molti di quelli che si recavano da lui la
precedente « vita che 1' anima loro aveva vissuto già un tempo pri- « ma di
essere legata nel corpo d' allora. E di sé stesso « rivelò con prove
indubitabili d'essere stato Euphorbos « figlio di Panto. E dei versi omerici
cantava, accompa- « gnandosi mirabilmente con la lira, quelli di preferenza: 50
s' insaguinàr le chiome, che simili aveva a le Grazie, i caj)elli ricciuti, eh'
avvinti eran d'oro e d'argento. Come talora iTn florido arbusto d'ulivo si
nutre in solitario loco, allor che molt' acqua vi sgorghi, bello, pien di
rigoglio, e poi, come 1' agita il soffio 55 di tutti i venti, un velo di candidi
fior lo ricopre, ma piombando improvviso un vento con turbine grand® dalla
fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte ; tale di Panto il figlio,
esperto ne 1' asta, Eiiforbo r Atride Menelao uccise e spogliava de l'armi.
< Poiché quel che si racconta dello scudo di questo « Euphorbos frigio, che
si trovava in Micene, nel bottino Ovidio, Metamorph. XV, vv. 160-164: Ipse ego —
nam memini Trojani tempore belli
Panthoìdes Euphorbus eram, cui pectore quondam Haesit in adverso gravis basta
minoris Atridae. Cognovi clipeum, laevae gestamina nostrae, Nuper Abanteis
tempio lunonis in Argis, « trojano dedicato a Giunone Argiva, lo passo sotto
si- « lenzio come cosa ben nota ». La tradizione dunque era assai diffusa Tra
gli antichi. Ora quale ne sarà stata 1' origine? Un'invenzione pura e semplice
? Potrebbe anche essere; nel qual caso dovrem- mo evidentemente pensare a
qualche discepolo o seguace del Maestro, il quale, per confermarne meglio la
dottrina della metempsicosi, avesse immaginato di sana pianta la storiella,
cercando poi di accrescerle autorità col farne autore lo stesso Pitagora. 0 l'
invenzione sarebbe nata da quel che abbiamo udito or ora narrare da Porfirio, che
il filosofo, appassionato lettore d' Omero, recitava e can- tava spesso i
delicati e soavi versi della morte d' Eùphor- bos ? Anche questo è possibile.
Ma a me pare molto più semplice e forse più ovvio — senza andare vanamente fan-
tasticando in ipotesi — credere senz'altro alla concorde testimonianza degli
antichi. Vi è forse nella cosa alcun- ché che trascenda i limiti della
credibilità e della vero- simiglianza? Pitagora non credeva davvero alla
metempsi- cosi, e non era anzi questo il pernio della sua psicologia e della
sua morale, e convinzione (non pura ipotesi spe- culativa) profonda, certa,
inoppugnabile sua e dei suoi seguaci ? Dunque e ben possibile che egli, il
quale aveva virtù taumaturgiche (tanto che nella sua vita il meravi- glioso,
anzi il miracoloso, ebbe gran parte)^ egli, che tante profonde e misteriose
cose aveva imparato nei suoi viaggi in Egitto e nell' Oriente, esercitando
quelle sue pratiche magiche ai vita, profondando lo spirito in quelle sue me- PoRPHTRii, Vita Pythagorae. Così presso
Luciano nei Dialoghi dei morti (20), quando Eaoo presenta Pitagora a Menippo,
questi si rivolge subito a lui con le parole: «Salve, o Eùphorbos ». ditazioni
— così intense, che erano quasi astrazioni dal corpo ed estasi vere e proprie,
credesse di leggere nel suo passato la storia della propria anima e ne desse
notizia ~ se non proprio alle turbe — agi' iniziati della sua scuola, . agi'
intimi, ai più perfetti, da qualcuno dei quali poi la cosa sarà stata
divulgata. Insomma per me r attribuire a Pitagora stesso, anziché allo spirito
inven- tivo di qualche zelante discepolo, 1' accenno alle sue vite anteriori
non ha nulla di inammissibile e di men che credibile : lo zelo dei seguaci avrà
forse potuto aggiunge- re qualcosa, inventare qualche nuovo particolare o ma-
gari immaginare qualche nuova esistenza, ma l' origine prima di siffatti
racconti si può proprio far risalire allo stesso Maestro. Il quale dunque potè
realmente dire e naturalmente anche credere poiché non é ammissibile la malafede in un
uomo di tanta autorità, la cui vita fu tutta un apostolato di verità e di bene
— di essere stato Eùphorbos. Ma in tal modo si potrebbe osservare se noi accettiamo per vero quello che 1'
antichità concorde ci ha tramandato, che cioè Pitagora credette e diede a
credere di essere stato il giovinetto figlio di Panto, ne verrebbe di
conseguenza che egli avrebbe anche creduto nella realtà storica d' Eùphorbos,
non già iato dalla feconda fantasia d' Omero, ma vissuto in carne ed ossa. E
che per que- sto ? Chi mai dei Greci del sesto secolo avanti Cristo — per non
dire di quelli dei secoli posteriori - - non credette nella realtà della guerra
trojana, e dubitò della esistenza di Agamennone, di Achille, di Menelao, di
Ulisse, di Ettore, di tutta la bella schiera degli eroi dell' Iliade e dell'
Odissea? Né la critica storica demolitrice, né la qui- stione omerica erano
nate ancora, e Federico Augusto Wolf doveva tardare ancora ventiquattro secoli
a nascere e a lanciare pel mondo la stupefacente teutonica mostruo- sità dei
suoi Prolegomeni ad Omero! Di Pitagora gli ''antichi conobbero anche altre
incarnazioni, anteriori e posteriori. Soggiunge infatti Por- firio, un poco più
innanzi : « Affermava di essere già vis- « suto precedentemente, dicendo d'
essere stato prima Eù- « phorbos, poi Etàlide, in terzo luogo Ermótimo, poi
Pirro « e allora Pitagora. Con che dimostrava che 1' anima è « immortale e
riesce, in chi sia purificato, a ricordarsi « dell'antica sua vita. Ma Diogene
Laerzio ci ha conservato in proposito una testimonianza — che risali- rebbe ad
Eraclide Pontico (discepolo di Platone, Speu- sippo ed Aristotile) la quale
differisce da quella di Porfirio non solo perchè fa di Eùphorbos la seconda in-
carnazione, essendo stata la prima quella di Etalide, ma anche perchè riferisce
ad Ermótimo (terza incarnazione), anziché a Pitagora, 1' episodio dello scudo,
che sarebbe Veramente si é incominciato già da qualche tempo anche in Germania ad
essere un po' meno radicali in fatto di nega- zioni. E a quel modo che il
Beloch, per esempio, ammise come possibile che « fra gì' innumerevoli eroi
venerati nelle diverse parti del mondo greco ve ne fosse qualcuno che in realtà
una volta si mosse sulla terra in carne ed ossa, così il Drerup {Ornerò^
Bergamo) afferma d'esser « disposto a vedere in Agamennone, Menelao, Nestore,
Ajace, forse anche in Priamo e in altre figure dell' epopea, reali persone
storiche. Gli rimangono però gravi dubbi sulla realtà storica della spedizione
contro Troja (p. 231 e seg.). l. e, 45.
Della cosa discussero anche gli scrittori cristiani, come Tertulliano (de anima),
Lattanzio {Epit. Instit. dio.), Sant'Agostino {Irinit.). inoltre stato appeso
nel tempio di Apollo a Branchidas, e non a Micene. Ma ecco senz' altro le
parole di Laerzio : « Dice Eraclide Pontico che egli (Pitagora) afPermava di «
se d' esser già stato Etalide e ritenuto figlio di Her- « raes (1). E che
Hermes gli disse di scegliere quel che « volesse, tranne F immortalità : onde
egli chiese il dono « di conservare da vìvo e da morto il ricordo di tutti «
gli eventi. Che pertanto in vita si ricordava di tutto, « e dopo che fu morto
conservò egualmente la memoria. « Che in seguito rinacque Euphorbos e fu ferito
da Me- te nelao ; ed Euphorbos diceva d' essere stato un tempo « Etalide e di
aver avuto da Hermes quel dono e ricor- « dava le trasformazioni dell'anima
com'erano avvenute, « e attraverso quali piante ed animali fosse passata, e «
che cosa l'anima avesse sofferto nell'Ade, e qual sorte « attenda le altre
anime. E che quando Euphorbos morì « la sua anima passò in Ermòtimo, che alla
sua volta, « volendo dare una prova dell'esser suo, andò a Bran- « chidas ed entrato
nlel tempio d' Apollo mostrò lo scudo « che Menelao vi aveva appeso, ormai
imputridito, re- « stando solo la parte esterna d'avorio. E che quan- ti)
Dobbiamo forse in questa ipotetica discendenza da Hermes, il dio dei misteri,
vedere significata la iniziazione di Pitagora alle dottrine ermetiche? Mi par
probabile; se pure non dobbiamo vedere in ciò, come noli' altra comune
tradizione che faceva di Pitagora un « figlio d'Apollo », delle espressioni del
linguaggio mistico fraintese. Pausania,
nella descrizione che ci ha lasciata dell' Heraion di Micene, dice ben chiaro
che nel pronao del tempio, a destra, dov' era la statua della dea, vi era «
anche appeso in voto uno scudo, quello che Menelao già tolse ad Euphorbos in
Ilio ». (De- scriptio Graeciae). Ora, poiché sappiamo che Pausania descrive
nell' opera sua proprio quel che ha visto coi suoi occhi « do Erraótimo morì,
rinacque Pirro pescatore di Delo ; « e di nuovo si ricordava tutto : come fosse
stato prima « Etalide, poi Eùpborbos, poi Ermótimo, poi Pirro. E « che quando
Pirro morì, rinacque Pitagora e si ricorda- « va di tutto quel che s' è detto »
(1). Non solo, ma a sentir Gelilo anzi i due filosofi Clearco e Dicearco — vis-
suti fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo — avrebbero lasciato scritto
che Pitagora rivisse ancora altre tre volte, come Pirandro, come Calliclea e
finalmente come una bella etera chiamata Alce. E così r anima d' Eùphorbos,
essendo vissuta otto volte- e avendo sperimentato, chiusa nel carcere corporeo,
le più varie condizioni d' esistenza, sarà essa — dopo aver compiuto il ciclo
assegnatole dal suo proprio destino -— tornata a dissolversi nel gran mare
dell' anima univer- sale ? o non avrà
continuato ancora a vestirsi d'uma- na carne, indefinitamente, secondo la
favola di Luciano? (tanto che una sua indicazione guidò lo Schhemann alla
scoperta delle famose tombe dei re nel foro di Micene), avrà egli veduto
quell'antichissimo logoro avanzo, o una copia in bronzo fattane fare di poi, o
addirittura un qualunque scudo che i sacerdoti del tempio vi abbiano appeso in
tempi tardivi a ricordo e testimonianza dell'antica notissima tradizione? Pausania
in ogni modo visse nella 2^ metà del secondo secolo dopo Cristo. Diogene
Laerzio, Vili, 4-5. Gellio, Noctes
Attieae: Pythagoram vero « ipsum, sicut celebre est, Euphorbum primum fuisse,
dictitasse; ita « haec remotiora sunt bis, quae Glearchus et Dicaearchus memo-
« riae tradiderunt, fuisse eum postea Pyrandrum, deinde Callicleam, « deinde
feminam pulchra facie meretricem, cui nomen fuerat « Alce ». Se, come è
probabile, Platone ha desunto dal Pitagorismo i principii a cui informa la
teoria delle pene d' oltretomba nel De republica— secondo la quale chi aveva
commesso ingiu- . Lungo sarebbe a dire — così parla il suo gallo fìlo- « sofo
(Pitagora redivivo anche questo!) in
qual forma « r anima mia venisse via da Apollo volando, ed entrasse « in corpo
di uomo, e qual pena sofferisse in tal guisa... « Mentre eh' io era Eùphorbos
combattei a Troja, e quivi « ucciso da Menelao, dopo qualche tempo ne venni a
stare « in Pitagora ; ma fra 1' un tempo e V altro non ebbi « casa, aspettando
che Mnesarco mi apparecchiasse « r
abitazione.... Ma quando ti spogliasti di Pitagora « (domanda Micillo al suo
gallo) di che ti vestisti? Di « Aspasia,
femmina di mondo, di Mileto. E dopo « Aspasia qual uomo o qual nuova donna
diventasti? « Grate, cinico. 0 figliuolo di Giove, qual differenza! « Di
femmina di mondo, filosofo ! — Poi re, poi un po- « verello, poi satrapo, poi
cavallo, poi gazzera, poi ranoc- « chio, e mille altre cose che non finirei mai
a dirle tutte. « Ma sopra tutto fui gallo spesso (vita da me sopra le stizia
verso un altro doveva subire dieci volte quella medesima ingiustizia e
occorreva quindi lo spazio di dieci vite per scontare le colpe della prima —
bisognerebbe veramente ammettere (s' in tende bene, dal punto di vista di
Pitagora e della sua dottrina) almeno altre due vite. Per il luogo platonico e
le relazioni che esso può avere avuto con il dogma cristiano della resurrezione
si veda ciò che ha scritto il Pascal nella Rassegna Contemporanea del dicembre
1911 (ripubblicato in Credenze d'oltretomba^ II, pa- gina 199). Padre di Pitagora. Si noti poi che qui Luciano
sorvola sul- le altre note incarnazioni del filosofo. Ma altrove {Vera Historia)
egli dice: « In quel tempo appunto ci venne (nella città di « Soveria nell'
isola dei Beati) Pitagora di Samo, che allora aveva « finita la settima
mutazione, vissuto le sette vite, compiuti i sette « periodi dell'anima, ed
aveva d'oro tutto il lato destro. Fu de- « ciso d' ammetterlo con gli altri
beati, ma non si sapeva se chia- « marlo Pitagora od Euforbo ». altre amatissima) servendo ad altri molti, a
re, a pove- « relli, a ricchi uomini; e finalmente vivo in tua compa- « gnia,
facendomi beffe cotidianamente di te, che ti que- « reli della tua povertà, e
piangi e ammiri i ricchi perchè « non sai i mali che comportano. E con
l'amabile arguzia lucianea possiamo ben chiu- dere questa singolare istoria d'
Eùphorbos figlio di Panto, il quale fu veramente molto caro ai celesti. Luciano, Il Sogno o il Gallo (secondo la
traduzione di Ga- sparo Gozzi). Si legga tutto questo piacevolissimo dialogo.
Il no- stro autore del resto scherza in parecchi altri luoghi su Eùphor- bos;
mi sembra inutile riferirli; basterà vedere un qualunque indice delle opere di
Luciano. IL SODALIZIO PITAGORICO DI CROTONE. Edito dalla ditta Zanichelli di
Bologna. Pubblicato in The Theosophieal Review. Londra. Una tradizione che fu
diffusa e concorde nell’antichità anche prima dell' apparizione del
neo-pitagori- smo, narra che il filosofo di Samo, dopo aver viaggiato nelle
regioni d' Oriente — in Fenicia, nella Babilonia, in Caldea, nella Persia,
nell' India e in particolare nell' E- gitto — e ^ver presa quivi conoscenza
delle dottrine segrete che i saggi ed i sacerdoti vi professavano, proprio
nello stesso tempo in cui fiorivano nella Cina Lao-Tse e nell'India Gotamo
Buddho venne a Crotone, una delle più fiorenti fra le città della Magna Grecia,
dove, acquistato subito largo seguito di ammiratori, istituì un celebre
Sodalizio. Di questo ap- punto intendo ora di esporre le origini, la durata e
la costituzione, valendomi delle notizie abbastanza numerose e
particolareggiate, perchè possiamo farcene un' idea esatta. Cfr. le osservazioni contenute nel cap. I
dello studio di G. De Lorenzo suU' Bidia e il Buddhismo antico (Bari, Laterza).
che ce ne hanflo lasciato, fra gli altri, Diogene Laerzio, Porfirio, GiambJico,
Clemente Alessandrino, nonché, incidentalmente, gli scrittori classici
maggiori, delle quali poi si servirono, in misura piii o meno larga, con
criteri più o meno discutibili, gli storici moderni del- la filosofia greca in
generale e del movimento pitagorico in particolare, come Krische, Chaignet, CENTOFANTI
(vedasi), Zeller, il Cognetti de MARTIIS (vedasi), Schuré ed altri. Quanto
SiìVorigme dell' Istituto, la tradizione con- corde narra che verso la LXIP
Olimpiade o poco dopo Pitagora, giunto a Crotone, forse accom- pagnato da
numerosi discepoli che ve lo seguirono da Samo, cominciò a tenere in pubblico
discorsi tali da conquistare subito la simpatia degli uditori, accorrenti in
gran numero ad ascoltare la sua parola ispirata, che (1) Vitae et placìta
clarorum philosophorum 1. De vita Pythagorae. De pythagorica vita. (4) Stromat. libri,
passim. De soeietatis a Pythagora in
urbe Orotoniatarum conditae scopo politico commentano^ Gotting. Les Qrands Initiès, Paris. Ed. ital. (Bari,
Laterza). Per gli altri autori v. note a p. 186 e 192. Variano dal 529 al 540
le date proposte relativamente all' anno della sua partenza da Samo; la prima
data è ammessa dall' Ueberweg, Qrundr. I, 16, 1' altra è in Bernhardy, Orundr.
d. gr. Liti.. Il Lenormant {La Grande Orèee) sta. Quanto all' arrivo in
Crotone, il Bernhardy crede che nel 540 Pitagora vi si trovasse già. GlAMBL. Porfirio /. e. 20, che riferisce la
notizia da Nicomaco e Cfr. GlAMBL. predica verità non mai udite prima d'allora
in quella regione e da quegli uomini. Accolto con molta deferenza tanto dal
popolo quanto dalla parte aristocratica, che al- lora aveva nelle mani il
governo, per V entusiasmo su- scitato dalla sua predicazione, fu eretto dai
suoi ammira- tori un ampio edificio in marmo bianco — homakoeion od uditorio
comune — nel quale egli potesse inse- gnare comodamente le sue dottrine ed essi
ridursi a vi- vere sotto la sua guida. La tradizione, quale la troviamo presso
Giamblìco e presso Porfirio, aggiunge altri parti- colari: Pitagora, entrato
nel ginnasio, avrebbe parlato ai giovani che vi si trovavano suscitandone l'
ammirazione (2), del che venuti a conoscenza i magistrati e i senatori
avrebbero manifestato il desiderio di sentirlo anch' essi ; ed egli, venuto
dinanzi al Consiglio dei Mille, vi ottenne tale approvazione da essere invitato
a rendere pubblico il suo insegnamento^ al quale infatti molti accorsero pron-
tamente, mossi dalla fama, subito dilBFusa per tutto il paese, della grande
austerità d' aspetto, della dolce soavità d'eloquio, della profonda novità di ragionamenti
del fo- restiero. Via via, la sua autorità crebbe in modo che egli potè
esercitare nella città una vera dittatura morale; poi (1) Si noti che Clemente
(Strom.) lo identifica con quella che al suo tempo chiamavasi Ecclesia, cioè
alla Chiesa cristiana. V. in Giamblìco
un largo sunto di questo di- scorso, che ci dà un' idea di quello che fosse l'
insegnamento esso- terico di Pitagora. La diversità notata a questo proposito
dallo Zeller fra il racconto di Giainblico e quello di Porfirio non mi pare
sufficiente per trarne, com' egli fa, l' induzione che il discorso ri- ferito
dal primo non può essere stato preso da Dicearco, citato dal secondo ; ad ogni
modo è fuori di dubbio che Dicearco stesso lo co- nosceva, se potè dire che
conteneva « molte belle cose ». si
allargò, diffondendosi nei paesi vicini della Magna Gre- cia e nella Sicilia, a
Sibari, a Taranto, a Reggio, a Ca- tania, ad Imera, a Girgenti; dalle colonie
greche, dalle tribù italiche dei Lucani, dei Peucezi, dei Messapii ed anche da
Roma vennero a lui discepoli di ambo' i
sessi ; e piìi celebri legislatori di quelle regioni, Zaleuco, Caronda, Numa ed
altri, l' avrebbero avuto per maestro, sì che per merito suo si sarebbero
ristabiliti dovunque r ordine, la libertà, i costumi e le leggi. In questo
modo, dice il Lenormaiit, « egli potò giungere a rea- lizzare l'ideale d'una
Magna Grecia composta in unione nazionale^ sotto l' egemonia di Crotone, non
ostante la diffeirenza di razze degli Elleni italioti » ; il che peraltro ò
inesatto, poiché, come vedremo, l'intendimento di Pi- tagora nella sua azione e
nella sua predicazione non fu politico 0 nazionale, ma essenzialmente umano.
Forse, ag- giunge un altro scrittore, non fu estranea all'acco- glienza avuta
dal filosofo ed al successo da lui riportato, una persona con la quale egli
doveva essersi trovato in rapporto quand'era a Samo, cioè il celebre medico
ero- tonese Democede. Ma senza dubbio, più che a conoscenze personali,
l'approvazione ottenuta da Pitagora in Crotone e l'entusiasmo da lui suscitato
in tutta la Magna Grecia DiOG. VITI, 15;
PoEF. ecc. Seneca, che cita Posidonio ;
Diog. Vili, 16; Forf. 21 ; GiAMBL. 33, 104, 130, 172; Eliano, Var. Hist. Ili,
17 ; Diod. XII, 20. V. DioG. Vili, 3; Porf. 21 sg , 54; Giambl.; CICERONE
(vedasi) Tusc.; Diod, ìragm.; Giustino; Dione Crisost. or. ; Plut. c. princ. philos. Op. ciL, Cognetti De Martiis, Socialismo antico^
(Torino. furono piuttosto l'effetto da un lato delle virtù intrinse- che delle
sue dottrine e del suo insegnamento, e dall' al- tro della disposizione e
attitudine di quelle genti a in- tenderlo ed apprezzarlo. Poiché il misticismo
ed ogni moto idealistico trovò sempre fra loro un generale e pron- to assenso e
un gran numero di seguaci, sia nei tempi più antichi, sia durante il medio evo
e nell' età moderna. In queste attitudini dei popoli del mezzogiorno sta la
ragione del rapido diffondersi delle dottrine pita- goriche, che furono
accettate quasi universalmente : tanto che molti, i migliori per intelligenza e
per elevatezza morale, presi d'ammirazione per la profonda scienza del Maestro,
si accostarono a lui, e, desiderosi di penetrare più addentro nella conoscenza
del suo sistema filosofico, di cui intravvidero ed intuirono la vastità e la
compren- sione, si ridussero a poco a poco a vivere con lui, atti- rati nella
sua orbita d'azione e di pensiero da quella spontanea simpatia che hanno sempre
esercitato sugli al- tri tutti i grandi apostoli dell' umanità. Così fu formato
il Sodalizio, del quale fu poi aperto (1) Così p. es. l'idea religiosa di cui
si fece poi paladino e ca- valiere S. Francesco, partì appunto dalla Calabria,
con l'abate Gioacchino da FIORE (vedasi) TOCCO (vedasi), L'Eresia nel M. E.^
lib. li, eie II). Del resto il Pitagorismo si mantenne sempre vivo nell' Italia
Me- ridionale, (di dove penetrò in Roma con Ennio) e vi sorse a nuo- vo
splendore con la scuola di TELESIO (vedasi), dalla quale uscirono, fra gli
altri, CAMPANELLA (vedasi) e BRUNO (vedasi) —Levi, BRUNO (vedasi), Torino. Porfirio
., racconta che più di duemila cit- tadini con le mogli e i figli si raccolsero
nell' Homakoeion e vis- sero mettendo in comune i loro beni e reggendosi con
statuti dati loro dal filosofo, che veneravano come un Dio. l'accesso a tutti i
buoni — uomini e donne: e alla sua filosofica famiglia il Maestro diede quel
medesimo or- dinamento che aveva forse visto attuato nelle scuole del- l'
Oriente e dell' Egitto, nelle quali come s' è accennato, egli aveva
probabilmente preso conoscenza dei Misteri. L'istituto divenne ad un tempo un
collegio d'educazione, un'accademia scientifica e una piccola città modello,
sot- to la direzione d' un grande iniziato ; e per mezzo della teoria
accompagnata dalla pratica, delle sciq^ze unite alle arti, vi si giungeva
lentamente a quella scienza delle scienze, a queir armonia magica dell' anima e
dell' intel- letto con l'universo, che i Pitagorici consideravano come l'arcano
della filosofia e della religione. La scuola pita- gorica ha perciò
un'importanza assai grande, perchè fu il piti notevole tentativo d' iniziazione
laica : sintesi an- ticipata dell' ellenismo e del cristianesimo, essa innestò
il frutto della scienza sull'albero della vita, e conobbe quin- di
quell'attuazione interna e viva della verità che sola può dare la fede profonda;
attuazione efiìmera, ma d'im- portanza capitale, perchè ebbe la fecondità dell'
esempio.Secondo che fu data maggiore importanza all'uno 0 all'altro degli
elementi costitutivi della dottrina pita- gorica 0 alle forme e agli effetti
esteriori di essa, diverso Sulle donne
pitagoriche sarebbe opportuno e desiderabile uno studio, che darebbe certo gran
luce su molti fatti. Ad esse era impartito un insegnamento particolare ed
avevano iniziazioni pa- rallele, adattate ai doveri del loro sesso. Giamblioo,
dà i nomi di 17, tutte chiarissime; Dioo. Vili, 41 sg. ; PoRF. i9 sg. ecc. anche
Schure. ScHURÈ. fu il criterio che gli studiosi portarono nel
giudicare per quali intendimenti il filosofo avesse voluto creare questo
Sodalizio. Alcuni non ne videro che l'intento politico; così, se- condo il
Krische, « la società ebbe meramente lo scopo di restaurare, consolidare e.
accrescere il potere decaduto degli ottimati e, subordinati a questo, due altri
scopi, uno morale e l'altro di coltura: di rendere cioè i suoi mem- bri buoni
ed onesti, affinchè, se fossero chiamati al reg- gimento della cosa pubblica,
non abusassero del loro po- tere con l'opprimere la plebe, e questa
comprendendo che si provvedeva al suo benessere, stesse contenta al suo stato ;
e di far studiare la filosofia a coloro che si accingessero al governo dello
Stato, perchè non si può aspettare un governo buono e sapiente se non da chi
sia colto ed erudito. Ora quanto sia incompiuta ed im- perfetta questa opinione
del Krische apparirà dal seguito del nostro studio. Gli intenti del riformatore
non furono politici soltanto, ma anche morali, filosofici e religiosi ; né il
suo insegnamento voleva mirare solo a Crotone, o alla Magna Grecia, sibbene
^Wuomo in generale ; il con- tenuto politico che esso poteva avere era quindi
appena una parte, e neppure la principale, di un larghissimo sistema
scientifico e filosofico, che abbracciava tutto lo scibile. Altrimenti, nota
giustamente lo Zeller, non si spieghe- Cfr. il giudizio del Meinees, Hist. d.
scienc. etc. V. II, p. ] e quello molto strano del Mommsen, St. di Roma antica^
Roma-Torino: Siffatte tendenze « oligarchiche informavano la lega solidaria
degli « Amici », « fregiata del nome di Pitagora ; essa ingiungeva di venerare
la « classe dominatrice come divina, di trattare come bestie quei « della
classe servile ecc. » ! rebbe l' indirizzo fisico e matematico della scienza
pitago- rica, e il fatto che le testimonianze piti antiche intorno a Pitagora
ci mostrano in lui più che l'uomo di Stato, il teurgo, il profeta, il sapiente
e il riformatore morale. In realtà egli mirava ad elevare nello spirito e nei
costu- mi i suoi discepoli, sia impartendo loro una cultura e una scienza univ
ersale, sia facendo ad essi praticare la più rigorosa disciplina dell'animo e
delle passioni. Con questo egli otteneva anche lo scopo, eminentemente civile e
umanitario, di migliorare via via sempre più facilmente e largamente i
cittadini e gli uomini tutti, poiché ogni discepolo portava poi necessariamente
fuori della scuola, nella sua vita domestica € pubblica, la moralità e la dot-
trina in quella acquistata, diffondendola con la parola e con l'esempio tra i
famigliari, i parenti, gli amici. E in conseguenza di ciò dovette compiersi a
poco a poco un mutamento anche nel governo della città, per il fatto che i
primi ad approfittare e a .far tesoro delle nuove dottrine essendo stati
probabilmente gli ottimati, questi 0 direttamente, se ne facevano parte, o
indirettamente, se erano privati cittadini, dovettero portare nel governo un
nuovo indirizzo razionale e una più rigorosa moralità. L' alleanza quindi fra
il Pitagorismo e l'aristocrazia, come osserva ancora lo Zeller, fu non la
ragione, ma l'effetto dell'indirizzo generale della scuola che chiamava a sé i
migliori ; e se la tradizione ci rappresenta il Sodalizio co- me un' associazione
politica, ciò è vero a patto che non vogliamo anche affermare che il suo
indirizzo religioso, etico e scientifico sia stato una conseguenza della posi-
ci) V. Eraclito pr. Dioc. Vili, 6; Erodoto — Zeller, D. PhiL d, Oriech. Ph.
zione che i pitagorici presero nel campo politico ; perchè invece fu proprio il
contrario. Assai diversamente giudicò la natura della società pi- tagorica il
Grote (1), che la disse di carattere religioso ed esclusivo, e ad un tempo
attivo e spadroneggiante, poiché i suoi membri attivi avevano appunto 1'
ufficio di influire nel governo e sul governo, mentre i contempla- tivi
attendevano agli studi; proprio come nella organizza- zione dei Gesuiti coi
quali, dice, i Pitagorici presentano una notevole somiglianza. Secondo lui
insomma i seguaci del filosofo non furono che « un privato e scelto nucleo
d'uomini, di fratelli^ che abbracciarono le fantasie reli- giose del Maestro,
il suo canone etico, i suoi germi (? !) d' una idea scientifica e manifestarono
la loro adesione con particolari osservanze e riti ». In tutto questo vi è
appena qualche ombra di vero; 1' esagerazione ha tolto la mano all'autore. Il
concetto religioso ci fu senza dubbio in Pitagora, esso costituiva anzi il
pernio di tutto l' in- segnamento esoterico, e il punto di partenza della mera-
vigliosa dottrina dei numeri che lo simboleggiava; ma non si trattò punto di
fantasie più o meno strane e irrazio- nali ch'egli volesse dare ad ii\ tendere
ai suoi seguaci, sì bene di quella stessa dottrina religiosa che in Egitto, in
Oriente e in Grecia si insegnava nei Misteri e nelle scuole filosofiche, unica
nella sua sostanza — benché diversa nelle forme e nei simboli esteriori —
perché dovunque derivata dalla stessa tradizione, e, per quanto mistica, fondata
tuttavia saldamente sopra una verace e controlla- bile esperienza. Il
paragonare poi il sodalizio stesso alla Hist. of. Oreeee; cfr. Ritter, Oeseh.
d, Phi- los, setta gesuitica, è un
errore, che dimostra in chi ha po- tuto fare simile raffronto ben poca
penetrazione nello spi- rito che informava quell' antichissimo istituto ; è un
giu- dicarlo dalle sole apparenze esteriori, un disconoscerne gì' intenti non
settarii, ma plrofondamente umani, uno svi- sare infine l'opera di uno dei pili
grandi pensatori e apo- stoli che r umanità abbia avuto. Più vicino al vero è
il giudizio del Lenormant, in quan- to egli seppe vedere sotto le fo'^m^ della
religione l' in- tendimento morale di Pitagora; ma ancora più giusto e
compiuto, perchè rispondente a tutti i dati di fatto la- sciatici dalla
tradizione, è quello che del Sodalizio diede uno storico italiano, il
Centofanti, col definirlo una So- « ci età modello, la quale, se intendeva a
migliorare le « condizioni della civiltà comune e aspirava ad occupare « una
parte nobilissima e meritata nel governo della cosa « pubblica, coltivava
ancora le scienze, aveva uno scopo « morale e religioso e promoveva ogni buona
arte a per- « fezionamento del vivere secondo un' idea tanto larga « quanto è
la virtualità delV umana natura. Con lui si accordarono press' a poco lo
Chaignet e lo Zel- ler (4), per il quale
la scuola si distingueva da tutte le associazioni analoghe « per il suo
indirizzo morale » pog- giato su motivi religiosi or guidato da sani metodi
d'edu- cazione e di istruzione scientifica. Il Duncker quindi scris- se con
molta verità che Pitagora fu « non solo il Maestro « d' una nuova sapienza, ma
altresì il predicatore di una Op. Git. l.
Studi sopra Pitagora, nel voi. La
Letteratura greca (Fi- renze, Le Monnier), Opere Pythagore et la philos. pythag. Die Philos. der Orieehen V" « nuova vita,
il fondatore di un culto nuovo e il bandi- « tore d' una nuova fede. Soltanto
tale novità , va intesa come relativa ai luoghi e ai tempi ; poiché, come ho
detto sopra, il fondo esoterico della dottrina aveva ori- gini assai remote. 4.
Se tale era dunque l' intento della Società pita- gorica, se al di sopra di
ogni altra considerazione il grande di Samo pose quella di riformare
interiormente gli uomini e con ciò di modificare anche — necessariamente — le
condizioni esterne della vita individuale e sociale, se egli mirò a costituire
una religione fondata sul sentimento in- teriore e non sulle pratiche esterne
del culto, alle quali ben raramente ed in pochi corrisponde un'adeguata cono-
scenza e persuasione, e che perciò acquistano un valore di mera superstizione e
di vuoto formalismo dogmatico, era troppo naturale che la nuova istituzione
dovesse su- scitare i timori degli elementi conservatori della società
crotouese ed italiota, e sopra tutto le ire di quegli ari- stocratici ignoranti
che ne erano stati esclusi per deficien- za intellettuale e morale, e dei
sacerdoti che vedevano allontanarsi dalla religione tradizionale e quindi
sfuggire al loro dominio tanta parte — la parte migliore — della gioventìi. E
le calunnie che tutti costoro seppero sparge- re, dovevano purtroppo trovare,
come sempre, facile cre- dulità nel volgo e pronto aiuto in tutti coloro che
dalle nuove idee vedevano lesi o minacciati i loro interessi per- sonali; tanto
pili che — come accade in ogni nuovo mo- vimento d'idee che tocchi e trasformi
l'assetto politi- co e sociale, — delle incertezze, degli errori, delle de- Qeseh. d, Alter. . bolezze, della violenza
partigiana di qualcuno fra gli adepti e fautori della Società avranno ben tosto
cercato di trarre partito, mettendole in rilievo, gli avversari delle nuove
dottrine. Ma di questo noTi è fatto ricordo da nessun au- tore. È fatto invoce
espresso ricordo di un tal Cilene, aristocratico, che per la sua crassa
ignoranza e per la sua inettitudine non potè essere ammesso a far parte del So-
dalizio interno, e che « pien d' ira e di corruccio » co- minciò a brigare fra
i malcontenti, a spargere voci calun- niose, a mettere in cattiva luce le
cerimonie e 1' azione segreta della Società, continuando la lotta con quell'a-
sprezza e quella tenacia che gli veniva dall'orgoglio gra- vemente offeso e
dalla certezza di essere spalleggiato da molti. Egli in questo modo, favorito
com' era anche dalla sua elevata condizione sociale e dalle idee democratiche,
allora penetrate nella Magna Gi'ecia da cui seppe abil- mente trarre vantaggio,
potò creare nel Consiglio Sovrano dei Mille una forte opposizione, che,
allargandosi e diffon- dendosi fra il popolo, facilmente ingannato dalle
apparen- ze esteriori sotto alle quali non vedeva altro che mistero, dette poi
luogo ad una vera e propria sommossa contro il filosofo ed i suoi seguaci. Così
che, se il moto fu effettivamente moto di popolo contro il reggi- mento
arivStocratico, l'ispirazione tuttavia venne dalla parte meno buona dell'
aristocrazia e dal sacerdozio ufficiale. Un decreto di proscrizione bandì senz'
altro Pitagora, die, dopo aver cercato invano ospitalità a Caulonia ed a Locri,
fu accolto in Metaponto, dove morì non molto tempo do- po ; ed una fiera
persecuzione fu iniziata contro i pitago- V. in proposito ciò che dice con molta verità
il Centofanti, op. cit. p. 4l6 sgg. rici, parte uccisi e parte cacciati anch'
essi in bando e profughi nelle terre vicine. La durata del Sodalizio fu dunque
assai breve, di non pili che quarant' anni ; tuttavia 1' efficacia dell'
insegna- mento pitagorico durò per lungo tempo attraverso i se- coli e la sua
fiamma non si spense mai, conservata religiosamente e religiosamente trasmessa
di generazione in generazione dagli eletti a cui fu affidato via via il sa- cro
deposito; cosicché il fondo delle dottrine esoteri- che si mantenne, e i tempi
successivi in grande o in pic- cola parte poterono conoscerle. Nel sodalizio si
distinguevano due classi di adepti; quella degli ammessi ad un grado di
iniziazione (disce- poli genuini o famigliari) e quella dei novizi o semplici
uditori (acustici o pitagoristi); ai primi, distinti alla loro volta in varie
classi, forse in corrispondenza coi diversi gradi, (pitagorici, pitagorei,
fisici, matematici, sebastici) e discepoli diretti del Maestro, era fatto
l'insegnamento eso- terico 0 segreto; gli altri potevano assistere solo alle
le- ziorìi esoteriche, di contenuto esr^enzialmente morale, e AmsTOTiLE ci fa
sapere (Polii. V, lO) che \q sissitie italiche, anteriori a tutte le altre,
duravano tuttavia nel suo secolo; certo per la congiunzione loro coi posteriori
istituti pitagorici. V. CenTOFANTi, e
cfr. Cognetti De Martiis. Il Pitagorismo appare nel mondo romano e noli' Italia
me- dioevalo e moderna in tutti i periodi di risorgimento filosofico. La
repubblica utopistica di Platone come quella del Campanella ripro- ducono molto
da vicino l' ideale di vita che fu realmente praticato neir istituto Crotonese.
!3; V. Clem. Stromat. D ; Ippol. Eefut.
; PoRF. ; GiAMBL..; Gell. I, 9, anche
Yil- LOisoN, Anecd. - Secondo uno scrittore dal quale attinse 19t) non erano
ammessi alla presenza di Pitagora, ma, come dice la tradizione, lo sentivano,
talvolta, parlare da die- tro un velario che lo nascondeva ai loro occhi. Prima
di ottenere l'ammissione non solo ai gradi d'i- niziazione, ma anche al
noviziato, bisognava subire prove ed esami rigorosissimi, poiché, diceva
Pitagora, « non ogni legno era adatto per farne un Mercurio »; anzitut- to,
come ci narra Aulo Gelilo (1), un esame fisionomico che attestasse della buona
disposizione morale e delle attitudini intellettuali del candidato (2); se
questo esame era favorevole e se le informazioni procurate intorno alla
moralità e vita anteriore erano soddisfacenti, egli era ammesso senz'altro e
gli era prescritto un determinato periodo di silenzio (echemythia), che
variava, secondo gli individui, dai due ai cinque anni, durante i quali non gli
era lecito che di ascoltare ciò che era detto da altri, senza mai chiedere
spiegazioni nò fare osservazioni. In questo come nel lungo meditare e nella
piìi rigorosa e severa disciplina delle passioni e dei desideri praticata per
mezzo di prove assai difficili, prese dall'iniziazione egiziana, consisteva il
noviziato (parashevé). a cui erano Fozio (Cod.), gh adepti erano distinti in
Sebastici, politici, matematici, Pitagorici, Pitagorei e pitagoristi ;. e lo
stesso scrittore aggiunge che i discepoli diretti di Pitagora erano chiamati
pitago- rici, i discepoli di questi pitagorei e i discepoh essoterici o novizi
pitagoristi. Dal che Roeth deduce che i membri della piccola scuola pitagorica
erano chiamati pitagorici e quelli della grande pitagorei ; ed a ra- gione,
purché non si identifichino questi ultimi con i pitagoristi o discepoli
essoterici, ma bensì si considerino come gh iniziati di pri- mo grado. Noci.
Att.. OmaiNE fa Pitagora inventore della
« fisionomica. sottoposti gli acustici. Costoro appena avevano imparato, col
lungo tirocinio, le due cose piti difficili, cioè l'ascol- tare e il tacer e,
erano ammessi fra i matematici e allora soltanto potevano parlare e domandare,
ed anche scrivere su ciò che avevano udito, esprimendo liberamen- te la loro
opinione. Nel tempo stesso che imparavano ad accrescere la potenza delle loro
facoltà psichiche, la loro sapienza si faceva a grado a grado più elevata e più
va- sta, sino a giungere all'intelligenza deìV Essere assoluto, immanente neil'
universo e nell' uomo : chi arrivava a questa che era la più alta cima della
speculazione filo- sofica, e che segnava la fine di tutto l' insegnamento eso-
terico, otteneva il titolo corrispondente a questa inizia- zione epoptica, cioè
il titolo di perfetto (teleìos) e di ve nerahile (sehastikós) ; oppure
chiamavasi per eccellenza nomo. L' obbligo essenziale che si imponeva agli
adepti era quello del silenzio e della segretezza verso gli altri, senza
eccezione per parenti o per amici. Tanto che per- sino i già iniziati, se
avessero lasciato trapelare qualche cosa agli estranei, erano espulsi come
indegni di appar- tenere alla Società e considerati come morti dagli altri
confratelli, che innalzavano ad essi nell' interno dell' isti- (Ij Così
chiamati dalle discipline che professavano, cioè la geo- tnetria^ la gnomonica,
la medicina^ la musica ed altre d' ordine superiore, per mezzo delle quali si
elevavano alle più sublimi ed eccelse vette della scienza umana e divina. -
Sulla medicina v. E- LiANO, Var. Hist. IX, 22. V. Tauro pr. Gellio, L e; Diog. Vili, 10;
Apul. Fior. II, 15;
Clem. Strom. V, A; Ippol. Refut. I, 2,
p. 8, 14; Giamel. 71 sg., 94; cfr. 21 sg.; Filop. De an. D
5 b; Luciano, Vii. auct. 3; Plut, De curios. p. 309. tuto un cenoiafio. È
rimasta famosa e proverbiale quindi la fermezza con la quale i Pitagorici
sapevano cu- stodire il segreto su tutto ciò che riguardava la scuola. Allo
stesso modo era considerato come morto chi, pur avendo dato buone speranze di
sé e della sua elevatezza spirituale, finiva col mostrarsi inferiore al
concetto che aveva fatto nascere dalla sua capacità. Tali casi però, ò bene
notarlo, dovettero essere assai rari, poiché la lun- ghezza del tempo di prova
che precedeva il passaggio da un grado a un altro aveva appunto lo scopo di
rendere impossibili o di limitare al minimo gl'inganni e le de- lusioni.
L'essere stato accolto fra i novizi ed anche la ricevuta iniziazione non
obbliga^^a per nulla alla vita cenobitica. Molti anzi, o per la loro condizione
sociale o perchè non sapessero rinunziare interamente al mondo o per altre A questo proposito sappiamo da Clemente
(^S^row. V, 574 D), che riferisce una tradizione ben nota, come Ipparco, a
causa ap- punto dell' avere fatto conoscere la dottrina segreta del Maestro con
un suo famoso scritto in tre libri, del quale ci parlano anche Diogene Laerzio
(VITI, lo) e Giamblico, fu cacciato dalla Scuola. Cfr. Oeigune, Cantra Celsurn
III, p. 142 e II, p. 67 Can- tab,; GiAMBL.; Th. Canterus, Var. Leet. I, 2. (2)
V. Plut. Numa^ 22; Aristocle p. Edseb. pr. ev. XI, 3, 1; PSEUDO Liside pr. GiAMBL. . e Diog.;
Giambl. . (ViLLOisoN, Aneed. II, p. 216); Porf. 58; un anonimo pr. Menagio in
DioG. VIII, 50. Cfr. Platon., jS'p. , l'afferma- zione di Neante su Empedocle e
Filolao, e il racconto dello stesso scrittore e di Ippoboto (pr. Giambl.)
secondo il quale Myl- lia e Timycha sopportarono i più crudeli tormenti e 1'
ultima si tagliò la lingua, piuttosto che rivelare a Dionigi il vecchio la ra-
gione dell'astinenza dallo fave. Così Timeo (pr. Diog. Vili, 54) af- ferma che
Empedocle e Platone furono esclusi dall' insegnamento pitagorico, perchè
accusati di « logoklopia ». ragioni, continuavano la loro vita ordinaria, che
natural- mente informavano ai principii morali e alle conoscenze acquisite,
diffondendo così con la pratica e con la parola il bene a cui l'insegnamento
appunto mirava. Erano questi i membri attivi^ di cui ci parlano alcune testimo-
nianze; gli altri invece, gli speculativi^ vivevano sempre nell'Istituto, dove,
in perfetto accordo con tutte le altre pratiche e leggi dell'Istituto stesso,
le quali miravano so- pratutto a far scomparire ogni forma di egoismo e di
orgoglio individuale, era praticata un'assoluta comunione di beni. E non è poi
così strano da doversene negare la verità (1), che uomini dati a speculazioni
filosofiche e re- ligiose e a pratiche morali, e che vivevano insieme' per uno
scopo unico, mettessero in comune i loro beni, per il vantaggio
dell'insegnamento e per la diffusione delle loro idee. Che cosa poteva
trattenere i discepoli interni^ non legati più dai vincoli del mondo, da questa
comu- nione di beni ? E quanto agli esterni, non è naturale pensare che, per la
virtù della fratellanza e dell'amore acquistata nel comune insegnamento,
ciascuno mettesse spontaneamente tutte le sue sostanze, anzi tutto se me- Secondo Zeller lo testimonianze di Epicuro (o
Diocle) pr. Diog. X, Il e di TiMKO di Taurom. ibid.^ Vili, 10) che fu anche,
secondo Fozio (Lex. y. v. Koinà) introdurre da Pitagora la comu- nità dei beni
fra gli abitanti della Magna Grecia sono troppo re- centi. Ma cfr. anche gli
Schol. in Fiat. Phaedr. Bekk., e le
testimonianze che troviamo in Dioo. VILI, IO; Gell. I, 9; Ippol. Refut.; Porf.
20; Giamrl. ecc. Krische crede che fonte
di questa tradizione sia stata una falsa (?) interpretazione della nota massima
« le cose degli amici sono comuni »; il che mi pare ben poco fondato, se si
pensi che non è neppur corto che questa massima appartenesse in modo
particolare ai pitagorici (Aristot. FAh. Nic.). desimo a disposizione dei suoi
confratelli ? Ed infatti noi sappiamo che i Pitagorici usavano particolari
segni di riconoscimento ~ come il
pentagono e lo gnomone, incisi sulle loro tessere, e la forma caratteri- stica
del saluto dei quali dovevano servirsi sia per conoscersi ed aiutarsi subito a
vicenda nei loro bisogni sia per essere accolti, fuori di Crotone, dagli adepti
di altre scuole consimili, numerose così nella Magna Grecia come nella Grecia e
nell'Oriente. La vita che si conduceva nell' istituto da quei disce- poli che
vi rimanevano in permanenza ci e sufficiente- mente nota per le narrazioni dei
neo-pitagorici e per le notizie sparse qua e là nelle opere dei più antichi
autori. Tutto era ordinato con norme precise che nessuno tra- sgrediva mai; il
che si intende facilmente, se si pen- si che ognuna di esse aveva la sua
giustificazione razio- nale e che, salvo alcune rigorosamente prescritte, erano
DioD. Siculo Exeerpt. Val. Wess. ; Diog. Vili, 21. GiAMBL.. gU Sckol, alle
Nuvole di Aristofane Dind. Krische Luciano, De Salut. Per questo, e forse per
altre analogie (come quella delle a- dunanze notturne di cui ci parla Diog.) si
è paragonato da alcuno l' Istituto pitagorico con altre società segrete dei
nostri tempi. V. su questo proposito un cenno fuggevole nel Dici, de biogr.
génér.^ Firmin-Didot, Paris,
, t. 41, col. 243-244: « Les souvenirs de collège formaient sans doute pour les
pythagoriciens ce lien sacre qu' on a depuis voulu assimiler à je ne sais
quelle société de Roseeroix ou de Francs-ma^ons ». PoBF.
. che cita Nicomaco e Diogene (autore d' un libro sui prodigi); Giambl. date
più in forma di redola o di consiglio, che di vero e proprio comando. Di buon
mattino, dopo Ja levata del sole, i cenobiti si alzavano e passeggiavano per
luoghi tranquilli e silen- ziosi, fra templi e boschetti, senza parlare ad
alcuno pri- ma di avere ben disposto il loro animo con la medita- zione ed il
raccoglimento. Poi si adunavano nei templi 0 in luoghi simili, ad imparare e ad
insegnare — poi- ché ciascuno era e maestro e discepolo e praticavano
continuamente particolari esercizi per acquistare la padronanza delle passioni
e il dominio dei sensi, svilup- pando in modo speciale la volontà e la memoria
e le fa- coltà superiori e più riposte dello spirito. Non si trat- tava
peraltro né di mortificazione della carne e rinun- zia forzata ed obbligatoria
ai piaceri normali delia vita, ne di altre simili aberrazioni fratesche e
conventuali: Pi- tagora voleva soltanto che ognuno si mettesse in grado di
assoggettare il corpo allo spirito, per modo che que- sto fosse libero nelle
sue operazioni e nel suo svolgi- mento interiore : ma il corpo doveva essere
mantenuto sano e bello, perchè in esso lo spirito avesse uno stru- mento
perfetto quant' er : possibile : onde gli esercizi gin- nastici d' ogni genere
fatti ali' aria aperta, e le prescri- zioni minuziose intorno all' igiene e
specialmente ai cibi e alle bevande. In generale i pasti erano assai parchi,
(1) Il rispetto alia libertà individuale era una delle caratteristi- che, e
forse la più bella del metodo pedagogico pitagoreo. V. su tale metodo F.
Cramek, Pythag. quomodo educaverit atque insti- siuerit. Anche questa era una
sapiente e razionale disposizione, abi- tuando i discepoli alla virtù attiva. ridotti
al puro necessario, eJiminaudo tutto ciò che potes- se offuscare la serena
funzione dello spirito ed aggravare inutiluiente lo stomaco. Pane e miele al
mattino, erbe cotte e crude, poca carne e solo di determinate qualità ed
animali, raramente il pesce e pochissimo vino la sera durantB il secondo pasto
(1), il quale doveva essere ter- minato prima del tramonto, ed era preceduto da
passeg- giate, non pili solitarie, ma a gruppi di due o tre, e dal bagno. Terminato il pranzo, i
commensali, riuniti intorno alle tavole in numero di dieci o meno, si
trattenevano a discorrere piacevolmente, a leggere ciò che il più anzia- no
prescriveva, di poesia e di prosa, e ad ascoltare della buona musica che
disponeva gli animi alla gioia e ad una dolce armonia interiore. Poiché « la
musica, onde tutte le parti del corpo sono composte a costante unità di vigore,
è anche un metodo' d'igiene intellettuale e mo- rale, e però compieva i suoi
effetti nell'anima perfetta- I La
tradizione più diffusa ci parla di assoIui;a astinenza dalle carni, dal vino e
dalle fave. Pitagora forse era un puro vegetaria- no, come ci attestano Eunosso
pr, Porf. 7 ed Onesicretopr. Strab. Gas.
Ma non possiamo affer- mare che tale dieta fosse assolutamente obbhgatoria per
tutti : al- trimenti non potremmo spiegarci come mai alcune testimonianze
parlino di certe qualità di carne rigorosamente proibite. Probabil- mente P
astinenza dalle carni e dal vino ( quella delle fave pare fosse prescritta nel
modo più formale e categorico) fu un semplice uso, derivante dal. bisogno o dal
desiderio di manteaer sempre sve- glio lo spirito e di rendere meno tirannico —
pur conservandolo sano — il corpo e meno forti le sue esigenze. La dottrina
della trasmigrazione delle anime non entrava per nulla in tale divieto ; poiché
essa aveva un significato e un valore assai diverso da quel- lo normalmente
attribuitole, secondo la comune credenza della sua derivazione dall' Egitto. mente
disciplinata di ciascun pitagorico » (1). Non man- cavano iiifìno, durante la
giornata, alcune semplici ceri- monie religiose, piii precisamente simboliche,
che servi- vano a mantenere sempre vivo e presente in ognuno il culto ed il
rispetto di quell'Essenza da cui emanava e a cui doveva tornare — secondo la
dottrina mistica del Maestro — il principio animico e sostanziale di ciascun
individuo umano. Altre testimonianze ci parlano di astensione dalla cac- cia,
dell'uso di vesti bianche !2) e di capelli lunghi (3). Quanto slìV obblUjo del
celibato di cui parla lo Zeller, non solo non ò dato da alcuna testimonianza
(4), ma è contrario anzi a quelle molte che ci parlano di Teano, moglie di
Pitagora, dalla quale questi avrebbe avuto piìi figli ed alle altre ove sono determinate le norme
ri- Cento FANTI, ) GiAMBL. che desunse
forse la notizia da Nicomaco cfr. RoHDE, Rh, Mas.). Aristosseno, da cui è forse
presa — mediatamente — la notizia contenuta nel § lOO, non parlava che dei
Pitagorici del suo teuipo. V. Apul. De Magia e; Filostb. Apollo??.. ; Elian(.,
V. (Iht. XTI. 32. FlLOSTR. l. C. Egli cita veramente Clem. Strom. IH, 435 C. e
Diog. Vili, 19 ; ma nel primo di questi luoghi è detto solo . che da alcuni si
affermava i^he i Pitagorci « si tenevano lontani dall'amore carna- le »; ciò
che non significa punto che l'amore stesso fosse loro proibito : anche qui
probabilmente si trattava di una semplice pra- tica liberamente voluta dai più
degli adepti. Nel secondo luogo ci- tato è detto semplicemente che Pitagora «
non si seppe mai che si abbandonasse a pratiche sessuali » . Ermesianatte pr. Ateneo XllI, 599 a; Diog.
Vili, 42; Porf. 19 ; GiAMBL.; Clem. Paedag. Il, e. 0, p. 204; Strom. , .; Plut.
Coniug. praec. ; Stob. Eel. I, 302;
Fiorii.; Fiorii. Monac. (Stob. Fior. ed.
Mein.); Teodoreto, Semi. guardo al tempo più opportuno per dedicarsi all'amore
(1); e contrario poi — ciò che è piìi importante — allo spirito della dottrina
del filosofo, per il quale la famiglia era sa- cra, e i doveri ad essa inerenti
erano indicati con molta precisione ed accuratezza, massime nell'insegnamento
fatto alle donne. Anche il celibato insomma non dovette essere che una pratica
dei piìi ferventi discepoli, i quali, dediti interamente alle speculazioni
filosofiche ed agli studi, cre- dettero forse di trovare nei vincoli di
famiglia un osta- colo alla libertà dei loro studi e delle loro meditazioni. Queste,
in breve le notizie che ci restano della storia esterna dell' Istituto e del
suo ordinamento interno. Per quello che riguarda in particolare l'insegnamento,
ab- biamo dunque veduto che esso era duplice e che per essere ammessi a quello
chiuso o segreto era necessario aver dimostrato, con lunghi anni di prova, di
esserne de- gni e di avere tutte le attitudini necessarie a riceverlo. Chi non
dava tali garanzie poteva usufruire soltanto del- l'insegnamento esoterico o
comune, privo di ogni sim- bolismo e alla portata di tutti, di carattere
essenzialmente morale. Abbiamo anche accennato che i discepoli esote- rici
erano iniziati gradatamente a forme sempre piìi ele- vate di conoscenze —
teoriche e pratiche — , nascoste sotto il velo di particolari formule
simboliche, facili da ricordare e schematiche, le quali avevano il vantaggio
che, conosciute dai profani, non rivelavano per nulla il loro senso riposto e
metaforico (2). Con ciò si voleva evi- I DioG. vili, 9. L' Arte Mnemonica di Eaimondo
Lullo, uno dei precursori del Beuno e maestro di Gioacchino da. Fiore, di Cor- tare
il pericolo che conoscenze d'ordine superiore fossero date in balia a menti
inette a comprenderle, le quali, appunto per questo, le divulgassero poi con
restrizioni, limitazioni e imperfezioni derivanti dalla loro intelligenza
inadeguata e così nascesse il discredito e il ridicolo sulle dottrine
fondamentali e su tutto l'insegnamento. Il cri- terio usato neir impartirle era
dunque che « non si do- vesse dir tutto a tutti » e tale criterio —
aristocratico nel senso più ampio e più bello della parola — del pro-
porzionare le conoscenze alla capacità individuale, non può certo reputarsi
illogico o segno di vana superbia e di orgoglio intellettuale : anzitutto ò
accaduto in ogni tempo che dottrine intrinsecamente buone abbiano via via
perduto, col troppo diffondersi, gran parte della loro per- fezione primitiva
ed abbiano finito o con V andare sog- gette ad ogni sorta di travestimenti e di
inquinamenti od anche col perdere affatto il loro contenuto sostanziale, pur
conservando le manifestazioni esterne e i segni for- mali di esso ; in secondo
luogo non essendo mai chiesto all'individuo più di quello che le sue facoltà
naturali e le sue conoscenze effettive potessero comportare, e lo svol- gimento
delle facoltà stesse procedendo secondo quella progressione che la natura pone
nell' esplicarle e secondo i gradi della superiorità loro nell' ordinata ed
armonica conformazione della persona umana, non veniva ad esse- re turbato in
nessun momento quell' equilibrio, nel quale sì conteniperano in armonia
perfetta le varie attitudini di ciascuno, e ne nasceva per l' individuo stesso
una pace indisturbata e una fiducia in se medesimo, che non dava NELio Agrippa,
del Paracelso ecc., ebbe lo stesso carattere di una. simbolica universale,
intelligibile ai soli iniziaci. mai luogo allo scoraggiamento e allo sconforto.
Tutta la vita era quindi sottoposta alla legge d'un' educazione si- stematica e
c(mtiuua, e delle attitudini individuali face- vano uno studio diligente,
coscienzioso ed incessante quelli che erano piti in alto nell' ascesa verso la
perfezione. Nei rapporti degli adepti fra loro e con gli altri uomi- ni era
legge suprema l' amore, e questo infatti regnava sovrano tra quelle anime,
avide soltanto di ben© e desi- derose di attuare quant' ò possibile in questa
vita quel- l'ideale di giustizia che è, attraverso i secoli, la perenne
aspirazione di tutti i buoni. Nella scuola e nell' insegna- mento invece era il
principio autoritario che prevaleva ; principio razionale e giusto quando
corrisponda a una vera gradazione di merito e di valore individuale, e per
nulla insopportabile, quando l'insegnamento sia animato 0 vivificato dall'
amore reciproco fra discepoli e maestri, e quelli abbiano in questi fiducia e
stima illimitata. Chi si avvia per la stiada del sapere e vuole arrivare
all'ac- quisto di un qualsiasi sistema di conoscenze ha sempre nozione
imperfetta e inadeguata delle verità che impara, finche non sia giunto a
comprenderne per intero l'ordine necessario ; e le verità stesse, imparate che
siano, non sono mai sufficienti a costituire il sapere, se non vi si unisca
l'esperienza positiva della loro realtà. Ma poiché non tutte le nozioni, come
si è già detto, potevano es- sere intese da tutti pienamente e ciò non di meno
era necessaria la loro conoscenza, anteriore a quella delle lo- ro ragioni
intrinseche ed ideali, non era possibile l'inse- gnamento di esse senza il
principio d'autorità. E d'altro lato, non potendo questa medesima autorità
essere tolle- rata a lungo dai discepoli, se alla simpatia non si fosse accompagnata
anche la persuasione, nata dal riconosci- 207 mento sperimentale di altre
verità prima soltanto apprese, era giustissimo il priocipio di coordinare
l'insegnamento teorico ed il pratico. Oud' è che gli adepti accettavano
volentieri e senza discutere le dottrine che gli iniziati superiori insegnavano
in forma di precetti brevi, sempli- ci, facili, simbolici, sìa perchè erano
rafforzate dall'auto- rità suprema del Maestro da cui derivavano, sia perchè
gradatamente era anche insegnato a ciascuno il metodo per verificarle
praticamente da se medesimo. Uipse dixit era pertanto, come dice benissimo il
Centofanti (1), « la parola dell'autorità razionale verso la classe non ancora
condizionata alla visione delle verità più alte e non par- tecipante al sacramento
della Società », mentre poi il vedere in ?>7/r> Pitagora «valeva appunto
la meritata ini- ziazione all'arcano della Società e della scienza ». Resterebbe
ora da dire in che cosa consisteva l'insegnamento impartito con un metodo così
rigoroso e prudente, quale era la nuova parola che Pitagora portò fra quelle
popolazioni, così piena di fascino da persuadere tante nobili intelligenze ed
ammaliare tanti cuori, e a quale spirito era informato un. sistema educativo,
che non solo sui giovani, ma anche sugli uomini aveva tanto po- tere da
trasformarne la natura morale e tutta la costitu- zione psichica. Ma poiché
questa esposizione della dottri- na pitagorica è già stata fatta da molti,
basti qui il dire che eèsa, riprendendo ed ampliando il pensiero reli- Puoi
vederla esposta assai bone nei citati lavori del Cento- fanti e dello ScHURÈ ;
per quanto a quost' ultimo manchi in parte il necessario corredo di prove e di
testimonianze. gioso che la tradizioDe leggendaria personificò in Orfeo,
coordinava le ispirazioni orfiche in un sistema vasto e compiuto, e che,
essendo fondata su un sapere sperimen- tale e accompagnata da un ordinamento
razionale di tutta la vita, mirava a perfezionare gli individui, non solo con
l'approfondirne e l'estenderne le conoscenze teoriche, ma anche essenzialmente
con l'accrescerne a grado a grado la ricchezza delle forze interiori, per lo
sviluppo — ot- tenuto con lunghe e pazienti pratiche delle facoltà latenti del
riposto ego divino, principio sostanziale di ogni attività dell* uomo. (1)
Erano pratiche magiche che si usavano del resto in tutte le scuole mistiche e
che non eccedevano, se non apparentemente e solo per i profani, i limiti della
natura ; e chi abbia una cono- scenza anche superficiale di questi studi sa
bene che la magia non era altro che un'arte, che si acquistava con cognizioni
ed esercizi particolari e s.egreti. Per le testimonianze sull' uso di queste
pra- tiche V. Plut. Numa 8, Apul. De Magia 3l ; Porf. 23 sgg., 34 sg.; GiAMBL. .,
, dove sì parla di « antichi scrittori degni di fede ». Cfr. anche Ippol.
Refut. , Euseb. pr. ev. ; Aristot. p.
Eliano , 'ag Prefazione Introduzione Capitolo peimo :
Inizii leggendarii e storici . » secondo : Quinto Ennio e i suoi tempi : Sette
e scuole pitagoriciie in Rojna nel I secolo a. C >> : Pitagora e le sue
dottrine negli scrit- tori latini del primo secolo a. C. . Lucrezio e il poema
« Delia Natura Frammenti della dottrina di Pitagora de- sunti dalle opere di M.
Terenzio Varrone Appio Claudio Pulcro — Cicerone e il « Somnium Scipionis Mimi ORAZIO
(vedasi) Fiacco VIRGILIO (vedasi) Marone Pitagora e le sue dottrine nella
poesia di Ovidio , Appendici Eitphorhos Il Sodalizio pitagorico di Crotone ...»
tg. 6 rigs i 2 pytagoreum pythagoreum »
» ultima Turis Turio fatto fatta » 16 > 14 persino e persino » permaneant permanont stituiti istituti » 40 »
16-21 Queste 6 righe sono rimaste inter nel testo, mentre andavano in i pie di
pagina 6 ist isti per fra » intellegibili intelligibili ultima Geory.
Georg. ferun ferunt prae vista praevisa aequo aeque » » » 27 ilUis illis » » maior
maiore » 66 9 32 Mullach V. Mullach ultima Leipzg Leipzig « (Centra ( « Centra a poco a poco a poco
senza altro senz'altro B Gianola, Alberto 21^ La fort-una de Pitagora G5 presso
i Romani dalle origini fino al tempo di Augusto Nome compiuto: Gianola
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giavelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia
fortinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese). Abstract. Grice: “I presented
myself at Oxford as the expert on ‘significatio’ or meaning – without needing
to quote anything that G. had said – since little did they care!” Keywords:
significatio. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Grice:
“I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a northern Italian, he
is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!” Grice: “One good thing
about Javelli is that he commented on MOST works by Aristotle!” -- Essential
Italian philosopher. Studia a Bologna.
Fu esegeta. Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al
dibattito sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse,
su richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul
divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M.
Tavuzzi, in "Angelicum", DBI.Casale Monferrato. Crisostomo
Javelli was born in 1470 c., presumably in Piedmont, joins the Dominicans. On G.
see GILSON, Autour de Pomponazzi: problématique de l'immortalité de l'âme en
Italie, Archives d'histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G.
OP A Biobibliographical Essay:
Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical Essay: Bibliography »,
Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The
structure of G.’s work mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but
also NICOLETTI (si veda)’s Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however, G.
does not deal with obligations and insolubles. The Compendium deals with
the following topics: Introductory remarks, which include a short history
of logic; terms (this part corresponds to the doctrine dealt with by
Aristotle in De Interpretatione); propositions; the five
praedicabilia (this section corresponds to Porphyry's Isagoge); the
antepraedicamenta, the doctrine of the categories (praedicamenta), and the
postpraedicamenta (this treatise, as is clear, corresponds to Aristotle's
Categories); syllogism; supposition theory; ampliatio and
appellatio, i.e. changes in the supposition of a term and changes in the
tenses of verbs; theory of consequentiae; de probatione terminorum
(this treatise deals with the ways in which it is possible to show the truth,
or the probability of a proposition); demonstrative syllogism (this part
aims at expounding what Aristotle says in his Posterior Analytics). The
treatise is published in in Venice. The Compendium is rather successful, and goes
through many editions. G. has many teaching positions within the dominican order
and, most probably, he writes his Compendium logicæ for didactic purposes. The
tendency to systematize the new logic of the late medieval authors and to
present it as consistent with Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA
(si veda)’s Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his
treatises draw attention to the linguistic, and historical context in which
ancient logic arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the
latter's unfamiliarity with the Greek language, G. dwells on the etymology of many key terms of
logic, and shows a certain familiarity with both Greek and Latin. In his
historical section, G. maintains that Socrates and Plato are not strong
in answering and solving because they did not have logic, even though
they were strong in asking questions or in raising doubts » (licet potentes
essent ad interrogandum sive dubitandum, non tamen ad respondendum et solvendum
propter logice carentiam). Logic is founded on its proper grounds by Aristotle,
for whom Javelli has words of deep admiration: Hence, the Author of
nature gave us Aristotle, who first discovered true logic with his almost
divine mind and organized and brought it to completion in all its parts, so
that we could discover the true rule of knowing that guides the human mind in
arts and sciences." TAVUZZI, G. OP Logicæ Compendium LIZIO,
ordinatum per G. Canapicium ordinis praedicatorum, ex officina Ioannis Blaui de
Colonia, Olvssipponae henceforth, G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ Ut
igitur vera sciendi regula directiva humani intellectus in artibus et scientiis
inveniretur, datus est nobis ab authore naturae Aristoteles, qui suo pene
divino ingenio primus logicam veram invenit, et secundum omnes partes ordinavit
ac perfecit. These words implicitly show the ideological background of the
Compendium logicae, that is designed to expound Peripatetic logic. Javelli was
aware that many topics of his treatise had not been discussed by LIZIO, but he
nevertheless thinks that these doctrines are at least Aristotelian in spirit.
When G. introduces the theory of suppositio, in the seventh treatise of his
textbook, he states that doctrines like the suppositio are consistent
with Aristotelian philosophy, even though Aristotle did not propose them, and
this will be clear to you once you progress in logic, philosophy of nature and
in metaphysics under the guidance of the LIZIO. G.’s attitude in finding an
agreement between the doctrines of Aristotle (and of Aquinas) and those of
later thinkers has been already underlined by Tavuzzi, and may be said to be a
trademark of his Compendium. After his sketchy history of logic, G.
defines logic as a rational science® and states that its generic subject is
mental being. The subject of logic, as a distinct discipline, is the
" ens rationis ratiocinativum, quod est idem quod argumentatio.This
remark echoes BARBÒ (si veda)’s claim that the object of logic is the ens
rationis, but G. seems to harmonize the AQUINO (si veda)’s solution with the
position of Albert the Great, because the ens rationis is qualified as
ratiocinativum and this is said to be identical to argumentatio. According to BARBÒ
(si veda), Albert the Great taught that the object of logic is 'arguments.
BARBÒ notices the similarity with what he took to be Aquinas's position, but
stressed nevertheless the difference between the two medieval Dominicans. G.
implicitly unifies their positions. According to G., logic is a science
and not empirical knowledge, because it has proper subject and proper
principles: the presence of these two elements is enough to hold that it falls
under the rational sciences, and is divided into sub-disciplines according to
the scheme that Aquinas introduces in the Proemium to his -- etsi non
habeantur ab Aristotele, tamen doctrinae peripateticae consonant, ut tibi
constabit postquam in Aristotelis disciplina tam in logicalibus quam in
physicis atque metaphysicis eruditus fueris » (my translation). Cf.
TAVUZZI, Herveus Natalis and the Philosophical Logic of AQUINO (si veda) in the
Renaissance, Doctor Communis, G. Compendium logicae -- llogica est scientia
rationalis discretiva veri a falso ». Javelli adds that logica est ars artium
et scientia scientiarum, qua aperta omnes aperiuntur, et qua clausa omnes alie
clauduntur; this statement echoes Peter of Spain's claim that dialectica est
ars artium, scientia scientiarum, ad omnium methodorum principia viam habens (Petri
Hispani Summulae Logicales cum Versorii Parisiensis clarissima expositione,
apud Sansovinum, Venezia -- subiectum in illa universalissime sumptum est ens
rationis, id est ens fabricatum ab intellectu et non habet esse extra
intellectum -- commentary on the Posterior Analytics.8 In his treatise on
terms, G. stresses that terms signify ad placitum, and that verbs are always
tensed. G. has something interesting to say about
propositions. According to him, a proposition 1s omething s (oratto verum
vel falsum signtcans Indicando s) the Clause 'indicando' is meant to
exclude prayers, utterances of wish, etc. from the set of propositions. G. adds
that only present tensed propositions are propositions in the fullest sense,
because past-tensed and future-tensed utterances do not signify anything that
is the case or that is not the case, and thus cannot be true or false:
The phrases (orationes) in the past and future indicative tenses do not signify
primarily and per se 'true' and 'false', unless they are transformed into a
phrase in the indicative present tense.' This is not sufficient evidence
to suggest that G.'s understanding of propositions is analogous to SAVONAROLA
(si veda)’s and, regrettably, G. does not add many details to his definition.
In the same third treatise, G. deals with modal propositions as well, and in
this case the didactic aim of his exposition could not be more evident. He
deliberately avoids all technicalities and limits himself to stating some basic
principles of modal logic: modal propositions are defined as categorical
propositions to which a modal operator has been attached as a prefix.
There are four modal operators for G.: necessary, contingent, possible, and
impossible." G. maintains that also 'true' and 'false' are modes, and by
doing so he refers to a traditional doctrine, which has been endorsed also by
Aquinas in his De propositionibus modalibus. G. adds that also 'per se' and
'per accidens' are modes, and they correspond to 'necessary' and 'contingent'
respectively: Nam licet prima [i.e. 'per se'] aequipolleat modali de
necesse, et secunda [i.e. 'per accidens'] modali de contingenti, tamen ‹non>
sunt formaliter modales."2 Ibid., fol. 12r-13r. Cf. ARISTOTELES. De Interpretatione. This claim, although consistent with Aristotle's
littera (cf. De Interpretatione), is at odds with Savonarola's exposition. This
suggests that 'Thomist logic' was not a monolith and there were several debated
issues. G. Compendium logicæ Orationes etiam modi indicativi temporis
praeteriti et futuri non significant primo et per se verum et falsum, nisi
reducantur ad unam temporis praesentis indicativi. I suggest to add a 'non' to the sentence to make it
intelligible. This observation seems to suggest that modal syllogistic is
grounded on Aristotle's theory of predication. G., however, does not expand
this interesting intuition. Furthermore, even though he is aware of the
distinction de sensu composito/de sensu diviso, he does not consider the
problems that such a distinction may create within modal syllogistic.' His
exposition of modal logic is intentionally simplified for didactic reasons;
after having expanded modal conversions, Javelli adds: that would be enough for
now, lest you get confused, young man (hæc pro nunc sufficiant ne tu iuvenis
confundaris. The tendency to simplify the core notions of medieval logic brings
sometimes G. to modify significantly these doctrines, as is the case in
his supposition theory. Medieval authors did not understand the theory of
suppositio as a mere theory of reference, but as a theory of meaning, namely as
a theory for interpreting sentences. G., on the contrary, seems to consistently
maintain that the supposition theory is what we would nowadays call a theory of
reference." According to him, the supposition is said to be
the positing of a term instead of another, i.e. instead of one of its meanings.
In this sense, we say that in this utterance 'God is good', the It
is perhaps worth mentioning that such an interpretation has gained an
increasing consensus among contemporary scholars: cf. Thom, The Logic of
Essentialism: An Interpretation of Aristotle's Modal Syllogistic, Kluwer,
Dordrecht The New Synthese Historical Library: Texts and Studies in the History
of Philosophy); MALINK, Aristotle's Modal Syllogistic, Harvard, Cambridge,
MA The laws of conversions for necessity propositions are valid de sensu
composito; mixed necessity syllogisms (like Barbara LXL) are valid only if the
modal operator is read de sensu diviso. This seems to suggest that Aristotle's
modal logic is inconsistent. G., however, seems not to be aware of this
philosophical problem. His exposition of the distinction between de sensu
composito and de sensu diviso is as follows: « in modali de sensu composito
modus aut praeponitur aut postponitur toti dicto [...], in modali autem de
sensu diviso modus nec praeponitur nec postponitur dicto, sed 95
mediat inter partes dicti. G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ According
to NOVAES, suppositio provides mechanic rules, by means of which we can list
all possible interpretations of an ambiguous sentence. The theory of the
suppositio may also serve the purpose of finding the references of the elements
of a sentence in certain context; writing about Ockham, Novaes observes that
supposition theory is better seen as a theory of propositional meaning in the
sense that one of its main purposes is to provide an analytical procedure for
determining what can be asserted by means of a given proposition - a procedure
including, but by no means limited to, the determination of the entities that
the proposition may be about, i.e., its possible supposita, as it would be the
case if it were a theory of reference (An Intensional Interpretation of
Ockham's Theory of Supposition, Journal of the History of Philosophy, Geach
presented supposition theory as a theory of reference in his classical
monograph Reference and Generality. An Examination of Some Medieval and
Modern Theories, Cornell, Ithaca, NY Contemporary Philosophy] term 'God' stands
for its meaning, so that the sense is: what is signified by 'God' is
good.'8 Javelli relies on the definitions of suppositio provided by Peter
of Spain and by MANTOVA (si veda), but in his view the supposition theory is a
theory of reference: A substantive term in or outside a proposition,
taken in itself, has a meaning, but it has a reference (non supponit) only in a
proposition. To make this clear, note that 'to signify' precedes to have a
reference For to signify is to introduce a term or a sound to represent a given
something. As a consequence, it is up to the first authors who give names to
things to make it possible to signify. To have a reference is to take an
already given meaningful term so that it can refer to any of its meanings or
references in a proposition. 10° According to Javelli, 'supponit' may be
translated with 'refers to a suppositum. G. is faced with two alternative
interpretations of the suppositio. But surprisingly, he endorses the one that
is more at odds with his understanding of suppositio as a theory of reference. G.
writes that Thomists are debating among
them as to whether a term can suppose (supponere) only in a proposition or also
in itself. G. maintains that a term supponit only in a proposition - a
conclusion that is certainly more consistent with an understanding of
supposition theory as a theory of meaning, 'G. points out that this debate
originated from the interpretation of AQUINO (si veda), Summa Theologiæ. G. summarises
AQUINO (si veda)’s position as it follows. In his answer to the
third never refers to a person, unless the word is determined by its
corresponding predicate, such as in 'God TAVELLUS. Compendium logicæ,
dicitur suppositio positio termini pro alio, id est, pro aliquo SVO
SIGNIFICATO.In quo sensu dicimus quod in hac oratione Deus est bonus, ly Deus
ponitur PRO SUO SIGNFIICATO, ut sit sensus, id quod significatur per 'Deus' est
bonum -- terminus substantivus in propositione et extra propositionem per se
sumptus SIGNIFICAT, sed non supponit nisi in propositione. Pro
cuius notitia adverte quod SIGNIFICARE precedit supponere. Nam SIGNIFICARE est
imponere terminum sive vocem ad aliquid certi REPRESENTANDVM. Unde facere
significare spectat ad primos authores qui rebus nomina imponunt. Supponere
autem est accipere terminum iam impositum ad significandum ut stet in
propositione pro aliquo suo significato vel supposito generates, God is Father,
God is Son. Hence means (significet) a substance
with a quality, a name properly means (significat) a quality, i.e. the form on
the basis of which the name is attributed; however refers to (supponit) a
substance, i.e. to the thing to which such name is attributed. This leads
Capreolus to maintain that this is false: God does not generate God (ista
est falsa Deus non generat Deum). 104 If we were to follow G.’s view, it
is possible, I think, to maintain that a proposition like Deus non generat Deum
may also be TRUE, inasmuch as the term Deus in this context may be taken to
refer not to a person. Consequently, it would be true to say that god, qua trinity,
does not generate god, qua trinity. This example shows that G. has original
ideas, even though he never wants to explicitly detach himself to the core
tenets of that Thomistic school to which he belonged. -- in responsione ad
tertium dicit quod homo per se supponit pro persona, Deus autem per se supponit
pro natura. Plostquam beatus AQUINO (si veda) dixerat quod Deus supponit per se
pro natura, statim declarans huiusmodi suppositionem format hanc suppositionem,
ut cum dicitur Deus creat. Numquam autem supponit pro persona, nisi
determinetur per predicatum relativum, ut Deus generat, Deus est pater, Deus
est filius, ergo Deus non ex se, sed respectu talis praedicati supponit pro
persona Capreoli Tholosani OP Thomistarum Principis Defensiones Theologiae Divi
AQUINO (si veda), ed. CESLAS PABAN, THOMAS PÈGUES, Cattier, Touronibus -- nomen,
licet significet substantiam cum qualitate, proprie tamen significat
qualitatem, hoc est formam a qua nomen imponitur; supponit vero pro substantia,
hoc est pro re cui imponitur tale nomen According to the Catholic dogma, it is
God the Father who generates God the Son. In other words, if we assume that the
term Deus supponit pro persona independently (and, hence, in every context), it
follows that a proposition like God does not generate God should be FALSE. The sections on syllogistic are the less original
parts of G.’s treatise. Geli — Rossi modum definiendi, dividendo et
demonstrandi, Tu tamen adverce licet fiteadem realiter, ratione tamen distingui
turinquantu docens, et inquantu utens. Namin quantu docens consideratur in e,
in quantu utens relpicit alias scientia. Logica docens sufficienter diuiditur
in tres partes. Prima est in qua tradatur de terminis in complexis, et hoc ditiiditur in duas. In prima consideratur de
terminis secundo intentionis, et iste
est liber praedicabilium. In
secunda consideratur de terminis primx intentionis, et iste est liber
praedicamentorum, et post
praedicamentorum. Secunda est in
qua tradatur de terminis
complexis, id est de oratione et
propositione et hic est liber “Peri
Hermenias”. III est in qua tradatur de argumentatione et hoc dividitur in
quatuor. In prima agitur de
argumentatione syllogistica absoluta et simplici, idesi noh applicata
alicui materiae et hic est
liber pnorunviln secunda agitur
de syllogismo demonstratiuo, et
hic est liber posteriorum. In tertia agitur de syllogifmo topico, id est
probabili, flthic eft liber topicorum. In quarta agitur de
syllogismo fallaci, quem dicimus sophisticum, co q* per ipsum solum gc iteratur deceptio, et hic est liber
elenchorum. Hoc est summa librorum, quos
tradidit nobis LIZIO inventor logicæ. Reliquos autem minores tradarus quos
appellamus parva logicalia, non habemus formaliter ab LIZIO. Sed posteriores
traxerunt virtualiter ex praedictis libris LIZIO, ita us
tradare de gtib9oronis, deinde de oratide
et cmltiatione, sicut etiam tradat grammaticus modo grammatico et
socundo loco tradabimus de syllogismo formali et tertio loco de prædicabilibus, et quarto loco de
praedicamentis. Nam abfqj notitia propositionis et syllogismi, n “Quida homo
non currit.” Praepositiones (“to”) aurem determinant
nomen ad constructionem pro cerro casu,
puta ablativo ucl
accusative. Adverbia
determinant verbum f>ro
determinato Io co, ut
adverbia localia, vel pro determinaro
tempore, ut adverbia temporis, vel pro
determinato modo quantitatis ucl qualitatis tut adverbia
quantitatis et qualitatis. Coniunctiones (‘and,’ ‘or’) autem determinant
terminos et orationes, secundum,
modum copularivum (‘and’), vel disjuinctivum (‘or’) vel
illatiuum. exeplum primi,
“et”, arcp exemplum secundi, “vel,”
“aut”, exemplu tertii, “ergo,”
igitur, iracp. Inter
syncategorematicos terminos non
comprehenduntur intejectiones (“ouch!”) : quoniam ut
docuimus signficant NATURALITER,
nec pronomina primitiva, quoniam sumuntur loco proprii nominis et certam
significant personam. De derivativis autem videtur quod sic,
quem sunt ut determinationes nominum
substantivum - ut “meus liber”,
“tuus pater”, “nostra patria,” etc. Similirer
participium ji5 eft terminus
syncategorematicus, compleditur
enim nomen substantiuum et verbum
-- ut “legens” loquiTUni» ‘homo qui legit’ loquitur. Ex his omnibus sequitur,
quod cum sine odo partes orationis,
tantum nomen et verbum sumendo cum nomine pronomen primitivum, et cum verbo participium, sunt termini
categorematici, alix autem partes sine termini syncaregorematici
apud logicum, et caulam huius dicemus postquod definierimus nomen et uerbum. Terminorum
categorematicorum quidam eft primat
intentionis, quidam secundae. Prima intentio apud veros peripateticos (LIZIO)
est primus conceptus fundatus immediate in re, quod est ens reale, ut primo
apprathenditur prxhenditur ab
intellectu, -- ut ‘animal rationale’ est prima
intentio quam format intellectus, et immediate fundatur, iit natura hominis. Secunda aurem intentio est secundus conccprus
formamus ab intellectu, fundatus in re non immedia ce sed mediante primo
conceptu, ut esse praedicabile de
pluribus differentibus numero in quid, est secundus conceptus quem format
inrellectus de homine. Nam postquam appraehendit cp ‘homo’ est “animal rationale”, advertit ut
est ‘animal rationale’, convenit omni contento sub homine, et sic est
praedicabilis de quolibet suo individuo in quid, et tunc format secundum conceptum, dicens quod natura
hominis e eo quod est ‘animal rationale’ est prædicabilis de pluribus
differentibus numero in quid et quod dico de homine incellige de qualibet
natura specifica contenta sub animali. Terminus igitur primis intentionis est
terminus significans primum conceptum,
fundatum immediate in
essentia rei -- ut “homo”, “capra”, “leo”. Terminus autem
secunda intentionis est terminus significans secundu conceptum fundatu
in natura rei
median re pmo conceptu -- ut “genus”,
“species”, “differentia”, “singular”, etc; Et ne confundatur intellectus
novitii hic sisto. In tradaru aute de
universalibus sive praedicabilibus diffusius et altius de terminis pmx, et
feciidx INTENTIONIS loquemur. Et aduerte quod
divisio termini in terminos
pmz impositionis, et secundo
positionis apud nos, qui sequimur VIAM REALIUM non differt
a praecedenti. Nam “homo” in
mente vel anima excogitatus, et voce
probatus, et in scripto politus, significat (>mum conceptum ideo est
terminus pmz INTENZIONE intentionis in
mente vel ANIMA, in voce, in scripto. Et iste terminus species ex cogitatus in
mente vel ANIMA et in voce et in scripto et secundæ INTENZIONE intentionis,
quia significat secundum conceptum modo quo diximus. Non ergo est necesse ultra
divisionem factam inter terminos f>mx, 8( secundae INTENZIONE intentionis,
assignare eam quæ dicitur pmz, et secundx INTENZIONE imtentionis ut penitus
distinctam aprxcedenti, qux fuit inter m x, et secundx INTENZIONE intentionis. Hoc enim
continetur in illa. Terminorum quidam
cfimunis, quidam singularis. Comunis est
q de pluribus praedicatur -- ut “homo”,
“animal”, “lapis”, et apud grammaticum
dicitur nomen appellativum, quem
pluribus convenit. Grice : « Except Ramsey, who calls his naming
unique ! » Terminus singularis est qui de uno solo prædicatur -- ut
piato, et fortes, et apud grammaticum
dicitur nomen proprium (“Fido”), qmuui soli conuenk, et ad «erte alternas, ut
qndiuiditeorpus p alata et inaiatu, et aiatu per sensitivu St no (cnfitiuu,
fecundo gnis in spes spalissimas, uc qii
dividitur color per albedinem et nigrcdinem. Et hac divisionem cognosces in
trac. de praedicabilibus. Divisio totius in gtes fkqncp modis, pmo qntotu
dividif in ptes subicdiuas individuales, ut qn dividit ho in forte Pia Ioanne.
Pecru, etc. Scdo qn totu dividitur in partes essentiales CICERONE ESSENTIA, uc
ens naturale compositu dividif in materia et forma, sicut dividit homo in animam et corpus, III qn dividitur totu co
tinuuin partes suas integrales, ut domus in fundamentum, tc» dii, et pariete,
et corpus animalis in partes, qufe sunt membra sua, ex qbus integrat corpus, IV
qn dividitur totu dito tinuu in partes fiias, inter quas et si no fit
continuitas est rame ordo et proportio. Hoc rao dividif EXERCITVS in mtlitcs, cqtcs peditcs, 8(c.
quinto qn dividif totu poretialc sive poteftariufi in partes suas poreftativas
qn diuiditur anima per potentias suas et virtutes suas, ut tibi
manifeftabitur i libro de anima, et ifra
manifestabimus tibi in libro de syllogismo Topico Divisio uo cis in sua
significata sit tribus modis primo vocis univoce in significata univoce GRICE
UNIPLEX SIGNIFICATIO versus MULTIPLEX SIGNIFICATIO, ut qn dividif ho in Socrate
et platone etc, secundo vocis aequivoce GRICE MULTIPLEX SIGNIFICATIO versus
UNIPLEX SIGNIFICATIO in significata aequi-vocata, -ut qn dividitur “cancer” in stella
sive signum cæleste, et aquaticum aial, et morbum, III vocis analogicæ GRICE
ANALOGICAL UNIFICATIO in significata analogata, ut qti dividitur “sanu”, iu
alal sanu, urina sana, medicinam sanam, cibum sanum, aercm sanum, excretum
sanum, et cetera Et hanc divisione cognosces in trac. de pntis.; Divisio secudu
accidens sic tribus modis, primo subiecti in accidentia, ut holum alius parvus,
alitis magnus 1 alius albus, alius
niger, alius medio colore coloratus, (c3o accidentis!in subiecta, ut
accidentifi, quæ sunt m hoie, aliud in aia, ut seia, aliud in corpore, ut
agilitas etc. tertio accidentis in accidentia, ut accidentiu, quarda dura,
quaedam liquida, qnada lucida, quaedam tenebrosa, et haec divisio manifestabit
tibi in philosophia naturali et præcipue in libro de generatione. Isti igitur
sunt iqodi universales GRICE UNIVERSALIA famofiores apud LIZIO, quibus fieri
confutuit divisio. Quantum ad pmam divisionem, quac est per affirmativa et
negativam aduerre, quod affirmativa dupfr definitur, pmo sic, categorica
affirmativa est. ppofirio in qua praedicatum affirmatur de subiefto: -- ut:
Homo est albus. Sed adverte cj» tuc praedicatu affirmatur de subiecto quando
negatio no p cedit copula, q? fi
praecedit negatio, negatur praedicatum de subiecto, et efficitur negativa – ut
hic “Socrates non est albus.” Si autem
fiib sequitur no efficitur negativa, sed
permanet affirmativa,-- ut: Homo est no albus. Ire adverte «p alio modo
affirma! praedicatum de subiecto in affirmativa vera et in falsa, na in vera
affirmatur re et voce quia sic est in re, sicut dr, ut homo re et voce est
risibilis. In falsa atite affirmatur voce tm et non re. Nam licet dicam q» Homo
est asinus tarhe non sic est in re, secundo definitur sic. Affirmativa est in qua verbum principale
affirmatur de subiecto, ut Homo est animal. Dr in qua verbum principale affirmatur ad
differentiam verbi secundarii qtiod si negatur vel affirmatur, propter ipsum
non sit propositio affirmativa nec negativa. Vnde ista non est negativa. SOCRATE
CICERONE CATONE qui non currit, movetur, nec ista est affirmatiua, Socrates,
qui currit, non movetur. Nam In prima
licet verbum secundarium, quod est, currit, negetur, tamen principale
quod est movetur, affirmatur, ideo
permanet affirmatiua. In
IccQda autem fit
oppofito modo, ideo
permanet negatiava. Et ratio
huius est, quia ticrbii secundarium fe tenet
a parte subiecti, q3 paret
refoluedo in fuu
participiu fiuc aftiuum siue
pasfiuu, ut hic. SOCRATE CICERONE CATONE
qui non currit, ideft. Socrates a9 non carrcns mouccur, SOCRATE CICERONE CATONE
qui currit, id est Socrates curreni non movetur: Subiectum autem coniunctum
participio affirmativo negativo no facit propositionem dic affirmatius vel negarivam,
sed negatio cadens super verbum principale sive immediate, ut quando subsequitur
subiedum, ut “homo non est asinus”, sive mediate, ut Non homo est animal, dum
modo sumatur negatio negans, et no infinitam terminum, cui opponitur, nam si
infinitarer, non faceret negativam. Vnde lixc non est negative. “Non homo currit”, qm ly non
homo est nomen infinitum, etc. Vnde non homo curru, aequippollet isti, asinus
qui ft no homo currit. Costat aut hanc esse
affirmativa Patet igitur quid sit categorica affirmativa. Categorica negatiua
dupliciter definitur. Primo sic, categorica negativa est propositio in qua prædicatum
negatur de suo subiecto, auc homo non est lapis. Secundo sic, est propositio in
qua verbum principale negatur. Dicitur verbum principale ad differentiam verbi
secundarii, quod ut docuimus sive affirmetur sive negetur, non facit propositionem
affirmativam aut negativam. Et adverte, quod propositio poreft fieri afflrirmativa vel negativa
dupliciter scilicet explicite et IMPLICITE. Si explicite, sit per nomen et verbum
indicativi modi, ut homo est risibilis. SIIMPLICITE potest fieri per unicum
terminu, ut quando dicimus, homo est risibilis, et e converso, ly e converso aequippollet uni propositioni, qux
est haec, et risibile est homo. Item adverte quod divisio per afflrmativam et
negativam non foium convenit categoricæ sed etiam hyporheticæ et modali,
quomodo autem siat hypothetica affirmativa et ne gar. similirer modal s,
dicemus agentes de eis. Nunc autem sustine, ne confundaris ut nouus AVDITOR
(Grice, RECIPIENT, ADDRESSEE). Conversational Imperative : Thou shalt not
confound they addressee – while the Queen can confound her enemies – and make
them fall! -- Haec de prima divisione di&afint Quantum ad secundam
divisionem categorica: sciliccc per veram et falsam, adverte quod cartgorica
vera, tam affirmatiua quam negatiua dupliciter definitur. Primo sic, vera est,
qua: significat verum id est significar rem sicut est, si est affirmatiua, vel
significat rem sicut non est, si est negatiua. Sed de hac latis diximus in ca.
præcedenti in dedaranlo definitionem propositionis secundo autem fir defiintur.
Vera est illa, cuius SIGNIFICATVM PRIMARIVM EST VERVM. SIGNIFICATVM autem PRIMARIVM
est illud quod exprimitur p oro nem infinitiuam. Verbi gratia haec est ucra
Deus est bonus qm deum esse bonum, est verum. Sic.n. est in re. Dico cuius
primarium GRICE CENTRAL significatum est verum ad differentiam secunda rii. secundarium autem est quod continetur in
primario 8c sequitur ad illud. Verbi gratia primarium huius, homo est
rationalis, est esse rationalem ad hoc autem sequitur cfte animal, esse ANIMATVM,
e de corpus efie subie&am. luxta igitur SIGNIFICATVM PRIMARIVM et secundarium
indicanda est propositio vera, qm est vera primo et per se ex eo, ex secundario
autem est tantum consequenrcr. Nam bene sequitur qcf “Si fortes est homo,
fortes est animal.” sed non ceonuerfb, ut declarabimus in trac. de consequentiis.
Similiter falsa dupliciter definitur. Primo sic, falsi est qux aliter
significat quam sit in re, ut haec est falsa, Homo est ansinus, quia SIGNIFICAT
hominem esse asinum, et tamen aliter est rn re, quia in re no est asinus, sed homo sive rationalis, et de hac
definitione iam diximus in cap. præcedenti in definitione propositionis. Secundo
sic, falsa est illa cuius primarium significatum est falsum. Verbi gratia hæc
est falsa “Homo est asinus”, quia holem esse asinum est falsum, cu sic ronalis,
et asinus irratironalis. Quod si fiereciudicium secundu SECVNDARIVM
SIGNIFICATVM (IMPLICATVRA), quod est dfe animal, esset vera. Nam haec est, vera
homo est animal v non tamen sequitur, ergo est asinus, ut declarabitur tibi in
trac. De consequentiis Haec de secunda divisione distasint, Quantum ad tertiam
divisionem scilicet quod aliqua est
alicuius qiiamicari$, aIiquanulliu$. Alicuius quantitatis est illa,
cuius subiectum stat pro aliquo ucl pro aliquibus vel pro omnibus vel pro
nullo, ut declarabitur in divisione sequenti. Nullius quantitatis est illa
cuius subiectum suspenditur a propria DENOTATIONE -- GRICE, ronc, pbationis
termini praecedetis ipsum quails est exclusiva exceciva reduplicativa, de quaif,
p- Satiqne aprietates: ut est RISIBILITAS in homine, PAR et impar in NUMERO,
curvum et RECTVM in linea, sumum calorem in igne lite nancg faciunt
propositionem in materia naturali. Quid ne. ro sit fluere apneipiis specjci
declarabitur tibi in trac. de prædicabilibus in cap. de proprio et accidente.
Illæ vero fiunt in materia remota, in quibus prædicatum non potest verificari
de subiecto, Imo id inuicero repugnant. Istæ autem sunt in quibus subiectum et prædicatum
sunt opposita contraria vel contradidoria vel
privative ucl relative opposita. Exempla: Album est nigrum. Homo est non homo. Caecus est videns. Pater est
filius. Et aducrte, q? dicuntur
fieri i|i materia
remota, scilicet repugnanti, qm
natur subiedi&i prædicatiin oibus p didis repugnant adinuioem, nec se
compatiuntur. Inde est q1 omnis affirmatiua in materia remota ferng et de
neccsfiUtate est falsa, negatiua autem femg
et immutabiliter ucra. In materia
vero naturali est opposito modo. Nam affirmariva femg est
vera, negatiua fepig falfcM Jn
nuter cotingeti? 4 est medio m6, qm tam
affirma, q nega, aliqn e vera aliqn
falsa, nam qn prædicatum inest liibiedio, affirmatiua est vera, negativa falsa,
qn prædicatum removetur, affirmativa est
falsa, negariva est vera. Hoc de VII diuifione difta fint. Quantum ad oAauam divisionem, quae fuit haec, Propositionum
categoricarum participatium utroqj termino eodem ordine triplici
materia.Cnaturali contingenti et remota adverte, quod inter eas sit
quatruplexoppositio: contraria sub-contraria, CONTRADICTORIA, ubalterna. Oppositio contraria sit inter
eas quarum una est universalis affirmatiua et altera universalis negatiua, de
eifdcm subietlis et prædicatis univoce et æque ample et aeque strictca cceptis.
Primo df quarum una est universalis et cetera. Nam ut distinguantur a
contradictoriis, debent esse eiufdem quantitatis et diverfae qualitatis. Si
eiufdem quatitatis, ergo utraqj est universalis vel particularis, non secundum
quia non essent contrariae sed subcontrariae. Ut dicetur infra ergo primum. Si, DIVERSÆ QVALITATIS, ergo i&fca est
affirmativa et altera negativa. Secundo dr de ei (dem subiectis et prædicatis:
uc ois homol albus, nullus homo est albus, et dcfeftu huius iftaeduae non funt
contrariae ois homo est albus, nullum rifibilc est albus. Tu tn aduerte
quod subiectum et prædicatum
pnt esse idem
tripliciter, pmo fm vocem tm et non fm
SIGNATVM, secundo t m. SIGNATVM tm et non fm vocem, tertio fm vocem et SECVNDVM
SIGNIFICATVM. Exempla: Omnis
canis latrat: nullus canis latrat. Omnis
homo currit, nullum ronale currit.
Omnis homo est alal nullus homo est alaU Prima identitas non sufficit ad contrarietatem, ideo
dicitur in definitione, acceptis UNIVOCE, constat aut
quod canis est TERMINVS ÆQUIVOCVS; aut sufficit ad contrarietatem virtuale seu ÆQVIVALENTE sed no
ad formalem; vero sufficit ad
contratietate proprie dicta et formale
[CF. H. P. GRICE, DICTIVE MEANING AND FORMAILITY – as candidates for EXPLICITVM
– why not both, as in J.?], unde licet iftx duæ, “Omnis homo currit, nullu rationale
currit, sint cotrariæ virtualiter eo q
SECVNDVM SIGNIFICATVM homo et rationale fune idem non tamen forma\itct, qm formaliter
non participat E ii utroqj termino secundum vocem et SECVNDVM SIGNIFICATM.
III dicitur aeque ample &aeque
ftrufie acceptis. Dcfe du huius apud multos istae dux non sunt contrarie. Omnis homo est animal, nullus homo est animal,
quoniam in prima potest teneri tam pro masculis quam pro femminis; in secunda
SOLVM PRO MASCVLIS. Tu tn adverte, quod
secundum usum i utracp accipi confucuit pro MASCVLIS ideo
acceptantur: ut ue rz contrariZj Item defedu huius istæ dux non sunt
contrariæ. Omnis homo EST albus, Nullus homo FVIT albus, quia in prima
reftringitur ad præsentes, in secunda
autem ampliatur ad przfentcs vel
præreritos. Sed pronunc fuftinc, donec pertrademus de AMPLIAZIONI et
APPELLAZIONI. Tu tn adverte, quod prxdldx non sunt contrariæ non solum ronc di
da, sed quia copula non tenetur eodem modo in prima set secunda. Nam in prima est ly est, in secunda
est ly FVIT. Unde in definitione
intelligendum est q' contrarix
debent c(Te de
ctfdem subicdis et
prædicatis et copulis. Hoc de
contrariis dida fint. Oppositio contradictoria est inter eas,
quarum una cft viis affirmatiua, altera particularis negativa, ut Omnis homo est animal, Quidam homo non
est animal, uei altera est vfis
negatiua, et altera particularis affirmatiua, ut Nullus homo currit, Quidam
homo currit, dccifdcm subicdis et pdicatis
et copulis, uniuocc et zque ample, et xque ftride acceptis. Omnia debent intclligi sicut
expofitum est de contrariis. Ut
autem habeas maiorem
noticiamdc contradidione adverte ex doctrina
LIZIO, quatuor condidioncs requirit, et defedu cuiullibct carum enitatur
contradictoria oppositio. Prima est quod sit affirmatio eiufdem de eodem et
negatio, dummodo sumatur idem secundum rem et vocem, ut “Socrates currit”,
“Socrates non currit”. Defedu cuius ista apud logicu non sunt contradictoria
formaliter sed virtualiter sive equipollenter tantum ex parte rei. “CICERONE
currit”, “MARCO non currit”, posito enim quod sint sinonima ex parte
significati quia ide homo didus est MARCO et CICERONE, tame distinguuntur voce
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V^lArii* Jj; ii .I' d appdlationibus J
IX de consequentiis. X de
probationibus terminorum. Vndeamus de syllogismo demonstrativo, in quo quo
continetur LIZIO docrina in lib. poster. Qjia E Gmma recenti hac nostra
editione uiligentissime, exposita fiint, atque elaborate, Grice: “For all their
subtleties I lizii, or peripatetic logicians never cared about formulation. Consider G.: the dog barks,
anger is represented, ‘canis latrat raepresentatur ira, gemitus infirums
raepresentatur dolor. No care is taken to represent the proper signification.
It is still the ‘anima’ if the vegetative one, it is still the dog’s spirit. If
the dog barks, he means that he is angry. If the infirm moans he means he is in
pain, and so on.” Grice: “Javelli is one of the most careful Italian
philosophers. He had a fascination for two little tracts by Aristotle towards
which I also felt an attraction: De Interpretatione and Categories. His
comments on De Interpretatione are brilliant in that he reduces all to
‘re-presentare’. The infirmus who groans or moans represents ‘dolor’. The dog
that barks represents ‘anger’. These are ‘signs’ of the natural kind – and
rather than dark clouds meaning rain he is into ‘phone’ – vox – here it is vox
signifying that p or q naturaliter. (my example of groaning of pain). From
there he jumps to the institutional meaning, ad placitum, ex decreto et
authoritate – e consuetudine, -- a system which superseds the previous one. Nome compiuto: Giovanni Crisostomo Javelli. Iavelli.
Giavelli. Javelli. Keywords: implicatura, grammatica razionale, psicologia
razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giavelli” – The Swimming-Pool
Library. Giavelli.
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