GRICE ITALO A-Z G GI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gioia: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia ad uso de’
giovanetti – filosofia piacentina – la scuola di Piacenza -- filosofia emiliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Piacenza). Abstract. Grice: “I am called a systematic philosopher
– compared to Witters, but not to Gioia. At Bologna, as in Oxford, most
philosophers ARE systematic. Witters shouldn’t be the judge!” Keywords: sistematicita della filosofia. Filosofo
piacentino. Filosofo italiano. Piacenza, Emilia-Romagna. Grice: “I joked with the
maxim, ‘be polite’ – surely it’s difficult to make that universalisable into
the conversational categoric imperative (‘be helpful conversationally) – but
apparently Italians are less Kantian than I thought!” -- Grice: “I love Gioia;
he is like me, an economist when it comes to pragmatics – see my principle of
ECONOMY of rational effort; I studied thoroughly his fascinating account about
the origin of language, before I ventured with my pritological progressions!” Dopo gli studi nel Collegio Alberoni veste l'abito
talare, mantenendo tuttavia un orientamento di pensiero tutt'altro che
ortodosso tanto in filosofia, per l'influenza dell'utilitarismo di JBentham,
dell'empirismo di Locke e del sensismo
di Condillac, quanto in teologia per l'influenza del pensiero di
Giansenio. Il suo interesse si rivolge ben presto anche alle questioni
politiche. Vince il concorso bandito dalla Società di Pubblica Istruzione di
Milano sul tema "Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità
d'ITALIA", alla quale partecipano 52 concorrenti. La sua dissertazione, in
cui sostiene la tesi di un'Italia libera, repubblicana, retta da istituzioni
democratiche e basata su comuni elementi geografici, linguistici, storici e
culturali, prefigura, come la maggioranza di quelle presentate, l'unità
italiana, benché questa tesi non sia gradita ai francesi che in quel periodo
occupano il nord Italia. La notizia del premio ricevuto gli giunge però in
carcere. Nel frattempo è stato arrestato con l'accusa di aver celebrato a scopo
di lucro più di una messa al giorno, anche se sono in realtà le sue idee
politiche giacobine a renderlo inviso all'autorità. Viene scarcerato grazie,
forse, alle pressioni di Bonaparte, e ripara a Milano. Il Trattato di
Campoformio, con la cessione di Venezia ad Austria da parte della Francia in
cambio del riconoscimento austriaco della Repubblica Cisalpina, lo spinge però
ben presto a diventare oppositore della Francia. Dopo aver rinunciato al
sacerdozio, si impegna nella professione giornalistica fonda "Il Giornale
filosofico politico", stroncato dalla rigida censura austriaca per le
posizioni sempre più apertamente patriottiche che Gioja vi sostiene. Dalle
colonne del "Giornale Filosofico Politico" scrive una lettera aperta
al duca Ferdinando d'Asburgo-Este, in cui denuncia i danni patiti in carcere.
Bonaparte viene sconfitto dalle truppe austriache nella Battaglia di Novi
Ligure e G. viene ARRESTATO NUOVAMENTE dagl’austriaci, per essere scarcerato in
seguito alla vittoria francese a Marengo. Viene nominato storiografo della
Repubblica Cisalpina: l'anno successivo pubblica "Sul commercio de'
commestibili e caro prezzo del vitto", ispirato dai tumulti per il rincaro
del pane, e "Il Nuovo Galateo". Viene rimosso dalla carica per le
polemiche seguite alla pubblicazione e alla difesa del suo trattato
"Teoria civile e penale del divorzio, ossia necessità, cause, nuova maniera
d'organizzarla" L'apprezzamento per i suoi solidi e realistici studi
di economia e di statistica, ai quali sono prevalentemente rivolti il suo
interesse e la sua attività, gli valgono però la nomina alla direzione del
nascente Ufficio di Statistica: in questa veste inizia una febbrile attività
fatta di studi corredati da tabelle, quadri sinottici, raffronti demografici,
causa di nuove ed accese polemiche e della rimozione dall'incarico. Tale
attività gli rese uno dei primi studiosi ad applicare i concetti di Statistica
alla gestione economica dei conti pubblici (ad esempio per le tasse, gabelle, e
così via). Grazie alle sue conoscenze statistiche ed economiche elabora
concetti fortemente innovativi per l’epoca che ne fanno il precursore del
moderno dibattito giuridico in materia di risarcimento del danno alla persona
con una concezione che supera la questione patrimoniale. Notissima in
medicina legale la sua regola del calzolaio, che anticipa il concetto di
riduzione della capacità lavorativa specifica: un calzolaio, per esempio,
eseguisce due scarpe e un quarto al giorno; voi avete indebolito la sua mano
che non riesce più che a fare una scarpa; voi gli dovete dare il valore di una
fattura di una scarpa e un quarto moltiplicato per il numero dei giorni che gli
restano di vita, meno i giorni festivi. E ancora, seppur meno noti, concetti
come: "Ne' casi d'indebolimento o distruzione di forze industri,
considerando il soddisfacimento come uguale al lucro giornaliero diminuito
o distrutto, moltiplicato per la rimanente vita utile dell'offeso, noi restiamo
molto al di sotto del valore reale, giacché una forza umana può essere riguardata
come Mezzo di sussistenza Mezzo di godimento Mezzo di bellezza Mezzo di
difesa Filosofia della Statistica (libro originale) “Rendendo
paralitico, per es., l'altrui braccio destro o la mano, voi togliete al musico
il mezzo con cui si procura il vitto divertendo gli altri, al proprietario il
mezzo con cui si sottrae alla noia divertendo se stesso, alla donna il mezzo
con cui gestisce e porge con grazia, a chiunque il mezzo con cui si
schernisce da mali eventuali difendendosi". Si tratta di principi
rivoluzionari per l’epoca, forse frutto di quel particolare mix di cultura che
deriva dalla sua formazione che inizia da sacerdote e approda a concezioni
rivoluzionarie; è il primo che riesce a prefigurare nell’uomo non solo una
sorta di macchina che produce reddito, ma anche un soggetto che attraverso
il lavoro realizza la propria personalità. In Italia oltre un secolo e
mezzo dopo, in sede giuridica inizierà il dibattito sul superamento del
risarcimento del mero danno patrimoniale per tener conto degli aspetti
relazionali e dinamici della persona riassunti nel concetto di danno biologico.
Sul filone di queste tematiche gli veniva intestata a Pisa un'ssociazione
scientifica medico giuridica che raccoglie giuristi, medici legali e
assicuratori. Il "Nuovo Galateo" Testo fondamentale nella
storia dei Galatei, il Nuovo Galateo di G. fu scritto per contribuire alla
civilizzazione del popolo della Repubblica Cisalpina. Il testo conosce ben tre
edizioni. La prima si sofferma in particolar modo sulla definizione laica di
"pulitezza" – cf. Grice, ‘be polite’ -- intesa come ramo della
civilizzazione, arte di modellare la persona e le azioni, i sentimenti, i
discorsi in modo da rendere gli altri contenti di noi e di loro stessi. È
divisa in tre parti: "Pulitezza dell'uomo privato", "Pulitezza
dell'uomo cittadino", "Pulitezza dell'uomo di mondo".
Nella seconda edizione, Gioja ridimensiona il concetto di "pulitezza"
come l'arte di modellare la persona, le azioni, i sentimenti, i discorsi in
modo da procurarsi l'altrui stima ed affezione. La vecchia ripartizione è
sostituita da: "Pulitezza Generale", "Pulitezza
Particolare", "Pulitezza Speciale". Nella terza edizione
risale, a differenza dell'edizioni precedenti, enfatizza l'importanza del concetto
di "ragione sociale", considerato dall'autore il fondamento etico del
galateo che avrebbe portato felicità e pace sociale mediante le buone maniere.
Fu membro della Loggia massonica "Reale Amalia Agusta" di Brescia,
che prese il nome dalla moglie del principe Eugenio di Beauharnais, primo Gran
Maestro del Grande Oriente d'Italia. A lui è intestata la loggia di Piacenza
all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. Crollato il dominio napoleonica,
Gioja produce le sue opere maggiori: il "Nuovo prospetto delle scienze
economiche”; il trattato "Del Merito e delle Ricompense"; "Sulle
manifatture nazionali"; "L'ideologia". Gli ultimi tre libri
vengono messi all'Indice e il suo fecondo lavoro è interrotto da un nuovo
arresto per aver cospirato contro l'Austria partecipando alla setta carbonara
dei "Federati". Dopo quest'ultima peripezia, nonostante i
sospetti da parte del governo austriaco, ha finalmente davanti a sé qualche
anno di serenità e compone la sua ultima opera, "La filosofia della
statistica.” Nel cimitero della Mojazza fra tante ossa ignorate dormono senza
fasto di mausoleo le ceneri di Melchiorre Gioia. Prende il suo nome il Liceo
Classico di Piacenza. Rosmini, suo avversario in politica come in
religione, lo accusò di pretendere di proporre un codice morale, fondato su
principi palesemente opportunistici, mentre con disinvoltura richiedeva sussidi
e regali dai titolari del potere politico per elogiarne le benemerenze nelle
proprie pubblicazioni periodiche, e lo dichiara pubblicamente un
"ciarlatano". Altre opera: Del merito e delle ricompense,
Filadelfia, s.n., Riflessioni sulla rivoluzione. Scritti politici, Nuovo
Galateo, Il Nuovo prospetto delle scienze economiche, Distribuzione delle
ricchezze, Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, G., Produzione delle
ricchezze, Milano, presso Pirotta in
santa Radegonda, Consumo delle ricchezze, Milano, presso Gio. Pirotta in santa
Radegonda, G., Azione governativa sulla produzione, distribuzione, consumo
delle ricchezze, Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, Sulle manifatture
nazionali, Dell'ingiuria, dei danni, del
soddisfacimento e relative basi di stima avanti i tribunali civili.
L’Ideologia. Filosofia della statistica. Note: Francesca Sofia nel Dizionario
Biografico degli Italiani. Ettore Rota
nella Enciclopedia Italiana, Cfr. Solmi, L'idea dell'unità italiana nell'età di
Napoleone in Rassegna storica del Risorgimento, Fonte: Francesca Sofia,
Dizionario Biografico degli Italiani, rTreccani L'Enciclopedia Italiana,
riferimenti in Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo,
Milano-Roma, Ignazio Cantù, Milano, nei tempi antico, di mezzo e moderno:
Studiato nelle sue vie; passeggiate storiche, Saltini, Salomoni, Stefano Rossi,
Via Emilia. Percorsi inusuali fra i comuni dell'antica strada consolare, Il
Sole, Barucci, Il pensiero economico di G., Milano, Giuffre, Paganella, Alle
origini dell'unità d'Italia: il progetto politico-costituzionale di G., Milano,
Ares, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Pionetti, Melchiorre G.: il progetto politico per un'Italia unita e
repubblicana, Piacenza, Edizioni Lir, Tasca, Galatei. Buone maniere e cultura
borghese nell'Italia, Firenze, Le Lettere, G. (metropolitana di Milano). Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, G., in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. fare alcun cangiamento senza
indebolirla. Egli previene così i suoi lettori contro ogni idea di riforma, e
svolge nel loro avimo un timor macchinale contro ogni innovazione delle leggi.
In generale tutte le metafore, i paragoni, le parziali analogie,le somiglianze
superficiali non possono far breccia che nell'animo del volgo. Agl’occhi del
filosofo i paragoni non sono ragioni. Essi possono schiarire una proposizione,
provarla mai. Parlare. Abbiamo veduto che le macchine sono utili e necessarie
al chimico, i telescopi all'astronomo, i disegni al meccanico, le figure al
geometra. Le parole sono forse egualmente utili, egualmente necessarie
all'esercizio del pensiero. Tre oggetti simili mi si presentano facilmente allo
spirito, dice Condillac. Se passo al quarto, sono obbligato, per maggior
facilità, d'immaginare due oggetti da una parte, due dall'altra. Se voglio
fissarne sei, fa duopo che li distribuisca due a due, o tre a tre; crescendo
questi oggetti, la mia vista si confonde, io non posso più numerarli. Al
contrario, se dopo d'averne considerato uno gl’unisco un altro, e a questa
unione appongo il nome “due.” Se a questi aggiungo un terzo, ed allanuova
unione appongo il nome “tre,” e cosi di seguito, caratterizzando con parole
distinte ogni aumento progressivo d'unità, arrivo ad annoverare moltissimi
oggetti facilmente. Alla stessa maniera, se ogoi volta che voglio pensare ad
una persona, sono costretto a richiamarmi ad una ad una tutte le sue qualità,
onde non confonderla con un'altra. Le note tracciate sulle carte di musica
rappresentano i suoni che si eseguiscono dagl’istrumenti. Le parole pronunciate
o scritte rappresentano le idee che si piagono nel l'animo. 1 mi
troverò nel massimo imbarazzo. Siano,a cagione d'esem pio, come segue, le qualità
d'una persona: Fisiche: Sesso maschile, anni: 20, capelli biondi, fronte alta,
cigli biondi, occhi neri, naso lungo, bocca grande, meoto prominente, marca
nera sulla guancia destra, mano sinistra storpia, piede destro zoppo, linguaggio
balbettante, accento francese. Morali = Melanconia, dissolutezza, mancanza alle
promesse, viltà, abitudine alla menzogoa, jocostanza. Civili = Patria, Rodez in
Francia, condizione, awmo gliato, professione, possidente. Se la mia attenzione
deve afferrare tutte queste idee alla volta, si troverà insufficiente al
bisogno; molto maggiore si farà la difficoltà, se per pensare nel tempo stesso
ad altra persona, sono costretto a schierarmi avanti alla mente con egual
melodo tutte le qualità che la caratterizzano. Se al contrario chiamo la prima “Pietro”,
la seconda “Paolo”, potrò facilmente richiamarmi l'una e l'altra, distinguerle
tra di loro, paragonar!e insieme. Queste parole sono poi ancora più necessarie,
allorchè si vogliono esprimere le qualità comuni a molti oggetti, a cagione
d'esempio, le qualità che si trovano in tutti gli u o miniod in tutti gli animali,
il che costituisce le idee astratte, come si disse di sopra, ovvero allorchè si
vogliono esprimere gli oggetti creati dalla nostra mente, come le idee di
gloria, d'infamia, di virtù, di vizio. Sebbene quando pronuncio le parole “uomo”,
animale. non mi si schiarino alla mente tutte le idee elementari che bo unito a
queste parole, cionnonostante ne veggo il porto, ne seolo le differenze,
ne scorgo le somiglianze, alla stessa maniera che sebbene pronunciando i numeri
100,000 e 10,000 non vegga le unità che li compongono, so però che l'uoo sta
all'altro come 100 a 10, ovvero come to a 1, e conoscendo la maniera con cui
questi dumeri sono stati formali, posso, ogni volta che voglio, separarne le maggiori
masse, scendere alle minori, per arrivare alle minime e fipalmente agli
elementi. Supponete che per isbaglio qualcuno invece di dire che 1000 è decuplo
di100, dica che 100 ė decuplo di 1000. Ben tosto l'abitudine chenoi abbiamo
acquistata d'attribuire a queste parole certe relazioni tra di esse, agisce
sulloro suono, e cifa scorgere all'istante l'as surdità dell'accennata
proposizione. Il linguaggio si è per rap 141 noi come quelle traccie che
il piede del viaggiatore imprime sull'arena di un vasto deserto, le quali lo
guidano, quand'egli voglia,al punto doode parti. Una parola che nella sua
origine e un nome proprio, divenne insensibimente un nome appellativo. Può in
conse guenza accadere in forza delle associazioni ideali e sentimen tali che uo
nome generaleri chiami uno degli individui ai quali s'applica. Ma lungi che ciò
sia necessario alla forza del raziocinio, è sempre una circostanza che tende ad
illuderci.Si può paragonare uno spirito che ragiona ad un giudice che deve
decidere tra contendenti. Se il giudice non conosce se non le loro relazioni al
processo, s' egli ignora i loro pomi, s'egli li designa per lettere
dell'alfabeto o pe’nomi fittizi di Tizio, Cajo, Sempronio, egli è quasi necessaria
mente imparziale. Cosi in una serie di ragionanenti noi corriamo medo rischio
diviolare le regole della logica, allorchè la nostra attenzione si fissa sui
semplici segni,e quando l'immaginazione, presentandoci oggetti individuali, non
esercita sulnostro giudizio la sua influenza e non viene a sedurci con
accidentali associazioni. Le parole facilitano vie maggiormente l'esercizio del
pen iero quando il loro suono imita il suono della cosa espressa, come sono le
parole belato, cigolio, scricchiolare. Anche le parole tracotante, orgoglioso,
baldanzoso. Colle vocali piese rinfiancate dalle acconce consonanti, e colla
moltiplicità delle sillabe spirano una cerla audacia di suono analoga
all'indole dell'oggelto che esprimono. Anche quando accennano l'uso o la
proprietà della cosa indicata; cosi Fieberrinde o scorza della febbre nel
linguaggio tedesco, che accenna l'uso e laproprielà di questo vegetabile, é
preferibile alla parola Quinquina. Per la stessa ragione le parole cui il nuovo
stile indica i mesi nell’anno, hanno più pregi che quelle dell'antico: fiorile
ossia il mese de ' fiori, vendemmi atoreossia il mese della vendemmia, sono nomi
ben più espressivi che maggio e ottobre. Al contrario, allorchè si dà il nome
di Pino del Nord al'albero prezioso che tutte le nazioni maritti meriguardano
come migliore per le alberature, si fa supporre che questi bei pininon possono
crescere s e donne'climi glaciali, mentre trovansi nella Lituania, in altre
provincie più meridionali, in quelle stesse i cui fiumi corrono verso il Mar
Nero. La parola Gallo d'India rammentando che questo ani male è natio
d'America, e ignoto ai Romani, venne uel l'Europa del 16.° secolo, è per più
titoli preferibile all'insignificante parola “pollo”. Coquetterie in francese (civetteria)
rappresenta al vivo il carattere d'una donna galante, che tiene a bada mille
amanti, a guisa d’no gallo che vezzeggia cento galline ad un tempo. Al
contrario allorchè gl’antichi chimici ci parlavano del fegalo di zolfo, del
butirro d’antimonio dei fiori di zinco. Spingevano il pensiero sopra immagini
non applicabili agli oggetti che volevano iudicare. Anche quando le parole
serbano tra di esse un cerlo rapporto costante, come leparole quaranta, cinquanta,
sessan ta, sellanta, Ollanta, novanta, ciascuna delle quali avendo la stessa
desinenza, è formata dalla moltiplicazione del fat. comune dieci, ne'numeri
naturali quattro, cinque, sei. Dello stesso ordine progressivo de numeri
nalurali. Siano i nomi delle nuove misure Myriametro uoilà di Kilometro unità
di Ectometro unità di L'influenza del linguaggio sulle operazioni del pensiero
si scorge sulla nazione Chinese. La quale, a fronte delle altre
incivilite, 0.01 di metro
Centimetro unità di 0.001 di metro Si vede che dalla massima alla minima misura
v'è una progressione decrescente che segue la stessa legge, di modo che essendo
data una di esse, si possoo ritrovare le prece deotie lesus seguenti. Al contrario
leantichemisuredipo sla, lega, lesa, pertica, passo geometrico, passo
ordinario, braccio, auna, piede, pollice, linea, punto....non es sendo crescenti
o decrescenti nella stessa proporzione, D00 aveodo tra di esse rapportocomune,
confondono la memoria, e colla notizia d'una di esse non si può giungere alla
cognizione d'alcun'altra. Dicasi lo stesso delle altre misure e de'pesi puovi
ed antichi, calcolati I primi in ragione decupla e costante, i secondi senza
nessuna ra gione graduata e regolare. Cesarolti. tore Decimetro unità di 0.1 di
metro Metro upità di 10 metri 10,000 metri 1,000 metri Decametro 100 metri
unità di diritla,ne avrò ildoppio in questa. Dimando qual è il u nunero
de'gettoni che avevo da principio in ciascuoa 6 mano? Qui si banno due
condizioni note, o, per parlare « come i malematici, due dati; l'uno, che se fo
passare 6 un gellone dalla diritta alla sinistra, ne avrò egual o u u mero in
ambe le mani; l'altro che se lo fo passare dalla « sinistra alla diritta, ne
avrò il doppio in questa. Ora roi «vedete,che,s'eglièpossibiletrovareilnumero
ch'iovi u dimando, ciò non può farsi, se non osservando le relazioni che haono
i dati fra loro; e comprendete che tali « relazioni saranno più o meno
sensibili, secondo che i dali « saranno espressi in un modo più o meno
semplice. quan u do le si toglie un gellone, è eguale a quello che avete u
nella sinistra, quando a lei se ne aggiunge uno, esprime « reste il primo dato
con molte parole. Dite dunque più ubrevemente:ilnumero dellavostra destra, scemalod'una
unità, è uguale a quello della sinistra più un'unilà; ov « vero:ilnumero della
destra meno un'unità è uguale a si può dire quasi barbara, sottomessa ai
pregiudizi più assurdi, sta zionaria da più secoli, altesa l'imperfezione della
sua lingua. Mentre le nostre liogue d'occidente e le più belle d'oriente
riproducono lulle leparole con un solo numero di lettere diversamente combinate,
nella lingua chinese, quasi ciascuna parola ha il suo segno partico lare; lo
studio della scrittura esige quindi un tempo infinito. L'incertezza e
l'indeterminazione del senso delle parole passando a vi cenda dal linguaggio
orale alla scrittura,dalla scrittura al linguaggio orale, producono una
confusione da cui i più dotii possono appena schermirsi colla più grande
fatica. Egli è evidente che siffattalingua non è buona che a perpetuare
l'infanzia d'un popolo, desaligando seoza 'frutto le forze degli spiriti più
distinti, ed offuscando nella loro sorgente ipriini Jampi della ragione. Gioja.
Elein, di filosofia. Se voi diceste : il numero che avete nella destra 4.
Acciò il discorso faciliti l'esempio del pensiero,è necessario che sia minimo
il numero delle parole,invariabile l'oggetto indicato,precisata, ovunque è
possibile, la quantità · trarrò l'esempio da Condillac: is Avendo de' gelloni nelle
mie mani, se nefo passar uno dalla mano dirilla alla sinistra, ne avrò tanti
nell'una quanti nell'altra; e se nefo passar uno dalla sinistra alla « Non si
tratta d’indovinare codesto qumero, facendo « delle supposizioni ; bisogna
trovarlo ragionando e passando « dal cognito all'incognito per uoa serie di
giudizi. 11 quello della sinistra più un'unità ; o infine ancor più
bre «vemevle:ladestraweno unoegualeallasinistrapiùuno. pio in questa. Dunque il
numero della mia sinistra sce malo d'una unità è la metà di quello della destra
accre « sciuto d'una unità; e per conseguenza esprimerete il se « condo dato
dicendo : il numero della vostra mano diritta « accresciuto d'una unità è
uguale a due volte quello della 6 vostra sioistra scemato d'una unità. «
Tradurrete questa espressione in un'altra più sem “ plice, se direte : la
destra accresciuta d'un'unità è uguale a due sinistre scemate ciascuna
d'uu’unità ; e giungerele “ a questa espressione la più semplice di tutte : la
dirilla « più uno uguale a due sinistre meno due. Ecco dunque le « espressioni,
alle quali abbiamo ridotti i dati : u Questa sorta d'espressioni chiamasi
equazioni in m a «tematica.Sono compostediduemembriuguali.Ladirilla u meno uno
è il primo membro della prima equazione. La sinistra più uno, il secondo. « Le
quantità incognite sono inescolate alle cognite in 6 ciascuno di questi membri.
Le cogoite sono meno uno più uno, meno due : le incognite sono la diritla e la
sini “ sira, coo cui espriaiete idue numeri che andate cercando. « Finchè le
cognite e le incognite sono cosi mescolate w in ogni membro delle equazioni,non
è possibile risolvere u ilproblema.Ma nou v'è bisogno d'un grande sforzo du «
riflessione per osservare, che se vba un mezzo di traspor “ tare lequantità
d'un membro all'altro, senza alterare l'eguaglianza che passa tra loro,
possiano, bon lasciando in un membro che una sola delle due incogaite; sepa “
l'arla dalle cognite, colle quali è mescolala. Questo mezzo si preseula da sè
stesso; perchè se la « diritlameno uno è uguale alla sinistra più uno,
duoque Per tal guisa di traduzione in traduzione arriviamo alla più
semplice espressione del primo dato. Ora quanto « più abbreviarete il vostro
discorso, più si ravvicioeranno « le vostre idee,e quanto più saraono vicine,
più vi sarà « facile di conoscere tutte le loro relazioni. Ci resla a traltare
il secondo dato come il primo, e bisogna tradurlo u nella più semplice
espressione. Per la seconda condizione del problema, s’io fo pas “ sare un
geltone dalla sioistra alla diritta, ne avrò il dop « La diritta meno uno
uguale alla sinistra più uno. « La dirilta più uno uguale a due sioislre meno
due. ATTENZIONE E RAZIOCINIO. La
diritta uguale alla sinistra più due. « La diritta uguale a due sinistre meno
tre. « li primo membro di queste due equazioni è laslessa quantità; la dirilta;
e vedete che conoscerete questa quan lità, quando conoscerete il valore del
secondo membro e dell'altra equazione. Ma ilsecoodo membro « della prima è
uguale al secondo della seconda, poiché « sono uguali l'uno é o altro alla
stessa quantità espressa “ dalla dritta; duoque potete formare questa terza
equa u ziove: « La sinistra più due uguale a due sinistre meno tre. « Due più
tre uguale a due sinistre meno una sinistra. « Due più treuguale ad una
sinistra. “ Cinque ugualead una sinistra. « Il problema è sciolto. Avete
scoperto che il numero de'geltooi che ho nella mano sinistraè cioque.Nelle equa
u zioni, la diritta uguale alla sinistra più due, la diritla uguale a due
sinistre meno tre, troverete che sette è il nu 6 Inero chc ho vella diritta.
Ora questi due numeri cioque 6 e sette,soddisfanno alle coodizioni del
problema. quando un problema è così facile,come quello scioltopur 6 ora, essa
ne abbisogna maggiormeote, quando iproblemi 66 65 56 dell'una « la
diritla jolera sarà uguale alla sinistra più due: e se la
“dirittapiùunoèugualea due sinistremeno due,dun « que la diritta sola sarà
uguale a due sinistre meno tre: « Sostituirete dunque alle due prime le due
seguenti equa zioni. 6.Allora non vi resta che una incognita, la sinistra, e a
ne conoscerele il valore, quando l'avrete separata, vale a » dire,falte passare
tutte lecogoite dalla stessa parte. Di - rete dunque Voi vedete sensibilmente
in queslo esempio come la asemplicitàdelle espressionifacilitailraciocinio,ecom
ú prevdele che se l'analisi ha bisogno di tal linguaggio sono complicati. Così
il vantaggio dell'analisi nelle male 6 mati che nasce unicamente dal parlare s
s e il linguaggio più semplice. Una leggiera idea dell'algebra basterà per
farlo 6 ipleadere. In questa lingua non si ha bisogno di parole. Il più si
sprime col seguoto, il meno cou--; iuguaglianza con « siindicaou le quantitá
con lellere o citre:Ý, per es., sarà ilnu 6 mero de'geltoni che ho nella
destra, e Y quello della sinistra. e Non sarà fuoridi proposito
l'osservare che non alla sola semplicità del linguaggio, come pretende Condillac,
sono debitrici dellaloro perfezione l ematematiche, ma anche 1.o alla prudenza
de'loro seguaci, la quale consiste nel ritenersi nei limiti delle sensazioni e
loro rapporti; 2. all'inva riabilità de’rapporti tra gli oggetti da essi chiamati
ad esa m e ; 3.o alla possibilità di sottomettere le loro conclusioni alle
verificazioni de'sepsi e degli strumenti. Cominciamo dal 1.°:esistono degli
oggetti estesi; ecco la sensazione: gli oggetti estesi possono misurarsi gli
uni per gli altri; ecco l'osservazione che produce la geometria. L'es.senza
dell'estensione, gli elementi che la compongono, sono indagini che i matematici
abbandonano agli oziosi metafisici, e quindi non si espongono ai loro errori.
Dite lo stesso delle altre quantità esaminate dai matematici. a Cosi X – 1 = Y
to 1, significa che il numero de'gettoni che ho nella destra, scemato
d'un'unità è uguale a quelloche ho nella asinistra, accresciuto d'un'unità,e
X41 =2Y -2, significa che il numero della mia destra accresciuto d'un'unità è
uguale due volte a quello della mia sinistra diminuito di due vuità. Ï due dati
del nostro problema sono dunque rinchiusi in queste equazioni: 5Y. Finalmente da
X = Y+ 2, caviamoX = 5 to 2= X = 2 Y - capiamo egnalıneote X = 10 2. « X fo 1 = 2 Y - 2 che diventano,
separando l'incogoita del primo membro “Y +2= 2Y - 3 a che diventano
successivamente 9 6X uX 2.Y -3. De'due ultimi menibri di queste equazioni
facciamo 2Y "2*3=2Y-Y “2of3= Y la matematica non visono circoli più o meno
ro tondi, linee più o meno perpendicolari, superficie più o meno quadrate, la
misura di tutti i triangoli è uguale alla base moltiplicata per la metà
dell'altezza. E quando un rapporto come quello del diametro alla circonferenza,
cagion d'esempio, non può essere espresso con esattezza i matematici continuano
ad essere esatii, additando la quantità relativa all'uso che se ne debbe fare,
e che i seosi più 6X – 1 = Y to 1 66 Y+2 0 7; cda 3 . fini non potrebbero
additare con precisione maggiore.I m a tematici non dicono,ilcircolo
sirassomiglia al triangolo come un oratore dirà, l'uomo si rassomiglia al
lione, e sarà costretto a lunga circonlocuzione per fissare la specie di ras somiglianza
ch'egli annunzia, Alla sorpresa deve succedere in ciascuno la persuasione
divedere un essere interamente simile a lui, essendo simili le forme e i moti
esteriori. Infatti meolre it selvaggio A, a cagione d'esempio, stacca un fratto
dal vicino albero, il selvaggio B, che si ricorda d'avere fatto più vollelo stesso,
spinto dalla fame, conchiude che A èmosso (1) I tre antecedenti riflessi
dimostrano falsa l'asserzione di Condillac, cioè che le matematiche non bando
sulle altre scienze altro vantaggio che di possedere una migliore lingua, e che
si procure rebbe a queste uguale simplicità e certezza, se si sapesse dar loro
de’ segni simili». Languedu Calcul, Anche, le idee matematiche possono essere
rese esteriori, cioè visibili, palpabili, misurabili, in una parola sono
susceltibili d'essere giudicate dai sensie dagl’istrumenti. Coll'ajuto delle
cifre e delle figure tracciale sulla tavolta,o rappresentate da corpi solidi, I
concetti matematici compariscono rivestiti di forme visibili per chi ha gli
occhi, tangibili per chi ne è privo. L'espressione dei rapporti di quantità è
sol tomessa ad una verificazione sensibile, facile, immediata; nissuno ha
finora osat o r i gettare il giudizio d'una bilancia, o sospettare
l'imparzialità d'una tesa, o la veracità del gra fomeiro. Colla scorta
de'principii esposti nell'antecedente sezione, ci sarà agevole cosa il seguire
i filosofi nelle congetture con cui spiegarono l'origine delle lingue. Si
suppongano due selvaggi A e B che s'incontrano la prima volta. Il primo
sentimento che si svolgerà oel loro animo, sarà lasorpresa sempre figlia della
novilà. Queste conclusioni si rinforzano in ragione de'movimenti e delle azioni
che ciascuno eseguisce, perchè a queste azioni sono associate idee e sentimenti
uguali. B intende dunque le azioni di A, leggeodo nel proprio animo e
consultando la propria memoria. A intende le azioni di B per gli stessi motivi;
si può dire che l'uno è specchio all'altro. B accorgendosi che comprende le
azioni di A, conchiude che A comprende le sue. B compresii sentimenti di
A,vedeodogli eseguire certe azioni; egli cercherà di far comprendere isuoi, ripetendo
le azionistesse: ecco il linguaggio de'gesti. I sentimenti da comunicarsi o
riguardano oggetti esterni presenti o lontani, ovvero riguardano gli interni
sensi del l'animo. Allorchè l'oggetto è presente, gli occhi direlti verso di
esso, il dito che lo accenna, la bacchetta che lo locca, il corpo che si
slancia verso di esso o se ne allontana, formano tutto il dizionario della
lingua. Questi segni possono essere chiamati indicatori. Allorchè si tratta
d'oggetti lontani, per esempio, d'un animale che si riuscì ad uccidere, o d'un
altro da cui si fu morsi, il selvaggio ne ripete l'accento, l'urlo, il grido, e
ne esprime cogli atteggiamenti delle mani, delle braccia, della testa le forme
più rimar che voli. Questi segni possono essere chiamati imitatori. Il rumore
prodotto da un torrente che precipita, da un monte che scoscende, dal vento che
fischia, TEORIA DELLA SENSAZIONE da uguale sentimento. A porta alla bocca
il frutto e lo mastica; B rammentando il piacere che provò mangiandolo, con
chiude che A lo prova ugualmente. Ad improvviso rumore A sospende l'operazione
del mangiare, alza il capo immota col guardo fisso dal lato donde proviene il
romore ed in attodi chi tende l'orecchio; B colpilo dallo stesso rumore e dagl’atti
di A, sente sorpresa e timore, e conchiude che A è sorpreso e intimorito. Cessato
il rumore, A riprende tranquillamente l'operazione del mangiare. La calma che
succede nell'animo di B gli dice che A si è calmato. Dopo questa scoperta, il
bisogno reciproco di comunicarsi a vicenda i propri sentimenti sembra naturale,
perchè è naturale la reciproca debolezza e comuni i pericoli. I due selvaggi
intendendosi reciprocamente, possono sperare un ajuto ne'loro bisogni, un
sollievo de loro dolori, una difesa contro gl’assalti delle beslie feroci. I
segni indicatori, imitatori, figurati, divengono triplice canale di comunicazione
pe'sentimenti e leidee in forza delle leggi d'associazione. Classificando gli
elementi di questo linguaggio secondo la natura de materiali che servono a
formarlo, se ne distingueranno tre specie, i gesti, le parole, la scrittura
simbolica.La storia antica ricorda spesso l'uso de' simboli anche presso
nazioni già uscite dalla barbarie e sopratutto pressole nazioni orientali.
Dario essendosi inoltrato nel territorio della Scizia colla sua armata, ricevette
dal re degliSciti un messo che, senza parlare, gli dal tuono che scoppia.
Il canto degli uccelli, gli accenti delle passioni sono altretanti suoni che il
selvaggio ripete per farne iolendere l'oggetto ad ogni momento di bisogno, accompagnandoli
per lopiù coi gesti. Se1 Allorché sitratta di esprimere i propri bisogni, i
propri timori, in somma le affezioni che von simostrano ai sensi, il selvaggio
ripete dapprima quelle attitudini del corpo che le accompagnano. Per esempio, B
vede o d o il luogo ove rimase spaventato, ripeterà i gridi e i moti dello
spavento, accid A non siespoogaaldaono cui fu esposto egli stesso. Un sordo e
muto volendo indicarci, che fu calpestato da un cavallo, esprime dapprima con
ambe le mani,il moto preci pitoso de'piedi del cavallo, quindi accenna
ilproprio corpo che cade sul suolo; posc i a ripete il moto del cavallo,
escorre colle mani le varie parti del corpo nelle quali fu calpestato. Dopo i
segni esterni che accompaguano gli affetti, il selvaggio, aguisade'sordie muti,
cogliela somiglianzache scorge tra i sentimeoti dell'animo e le qualità
de'corpi esterni, e si serve di queste per indicare quelli; per es., le
passioni vive s'assomigliano alla fiamma, il loro contrasto allatempesta,la
loro calma a cielo sereno, l'animo dubbioso a due mani che pesano due corpi. Ecco
i gesti simbolici e figurati. La prima specie comprende le azioni e le
attitudini del corpo impiegate per imitare le forme e i moti degli oggetti
esteriori. La seconda, gli accenti della voce con cui si ripe tono i gridi
degli animali, e i suoni che accompagnano il moto degli esseri inanimate. La
terza, la pittura che si farà soventi sulla sabbia, sulla corteccia degli
alberi, od altro, sia degli oggetti che si vuole indicare, sia delle azioni che
vi si riferiscono. I suoni della voce altrondee le articolazioni che gli
accompagnano, possono, sia per sè stessi, sia per la loro combinazione,
presentare colleidee molteanalogie che non col piscono a prima vista, ma che
sono facilmente sentite ed avidamente accolte dalle società che si pregiano di
dire molte cose nel ininimo tempo, e colla minima fatica possi bile. Il
linguaggio articolato dovette dunque arricchirsi di giorno in giorno.
L'invenzione delle parole indicatrici de generi e delle specie,impossibile
aspiegarsi agiudizio di Rousseau, sem bra facilissima, giacchè se un albero
particolare A in dato luogoe tempo fu iodicato colla parola albero, è cosa
natu. rale che la stessa parola venisse applicata ad un albero sia mile, quindi
ad un terzo, ad un quarto. Cosicch è si per mancanza d'altra parola che io
forza della legge d'aoa. logia il nome proprio dovette divenire no me appellativo.
Si giunse finalmente a far uso di segoi affatto arbitrari e vi si giunse in due
maniere; dapprima per la degenera zione successiva del linguaggio primitivo e
imitatore, poscia per convenzioni espresse. dodicipezziilcadavere,e glispedi
alle dodici tribù di Israele, intendendo cosi di rendere comune ad esse il suo
dolore, e chiamarle alla vendetta. Il suo linguaggio fu inteso e il suo
desiderio soddisfatto:la tribù di Beniamino fu sterminata. De'gesti non si
può fare grande uso nelle tenebre de con persone alquanto distavti;la scritlura
simbolica,benchè più perfetta de'gesti e permanente, soggiace agli stessi in
convenienti, oltre di essere più difficile: al contrario gli accenti della
voce, pronti, facili, variabili in tutte le maniere, pon tolgono
dall'occupazione chi ne fa uso, e lasciano il potere di parlare e diagire. Queste
ragioni fanno prevalere i suoni articolati. De dotti laboriosi hanno spiegato
come la lingua primitiva alterata dal tempo, dalla mischianza del popolo e da
diverse altre cause si trasforma nella nostra lingua italiana moderna ; presenta
un uccello, un sorcio, una rana e cinque freccie; col quale simbolo il re
voleva dire che se i Persiani non fuggivano come gli uccelli, non si nascondevano
in terra come i sorci, non si sommergevano nell'acqua come le rane, cadrebbero vittime
delle freccie degli Scili Il Levila d'Efraim volendo vendicare la morte della
sua sposa, ne fa 151 e come questa alterazione seguendo un corso
differente nei differenti paesi, rese le lingue sì dissimili tra di loro.
Quanto alle convenzioni che furono fatte, non è necessario molto schiarimento.
Si osserva che le parole non erano segni d'idee e di sentimenti, se non perchè
gl;uomini ac consentivano a prestar loro lo stesso senso. Allorchè dunque
conveone esprimere delle idee nuove, nulla si trova di più semplice che
d'intendersi per scerre loro una parola. Questa convenzione, formata dapprima
tra di quelli che avevano più pressante bisogno di designare questa idea,
divenne in seguito comune agl’altri. Ciascuna arte, ciascuna scienza presenta
le sue parole alla società, e lingue particolari. I segni arbitrari dovettero
la loro forza solamente alla doppia abitudine di quelli che gl’impiegano e di
quelli a cui si dirigono. Queste azioni, questi segni esteriori, che il ragazzo
imita, sono uniti nella mente di quelli che gli servono di modello a dei sentimenti.
Questi sentimenti lo sono ad alcune idee. I sentimenti e le idee a suoni
articolati. Il ragazzo imita dapprima i movimenti, ripete poscia i suoni articolati
o le parole, a cagione d'esempio, “padre”, “madre”, “vizio”, “virtù”, “religione”,
“demonio”. Il ragazzo non ha bisogno d'inventare i segni artificiali delle idee.
Egli gli impara soltanto. Ciò che per gl’antichi e un lungo sforzo di genio,
non è per lui che un esercizio meccanico della memoria. Bentosto il ragazzo
deve provare un principio di sentimento, ridendo all'altrui riso, piangendo
all'altrui pianto, fremendo all'altrui fremilo benchè ne ignori la causa. Ma
l'idea, s'ella esiste, essendo sempre la più difficile, la più lontana, la meno
interessante a conoscersi, il ragazzo è imitatore come la scimia. Gli altrui
moti, i gesti, l'accento, l’aria, il tono, tutti gl’attesteriori lo colpiscono
nei primi anni della sua vita e d occupano la sua attenzione. Egli è spinto ad
imitare ed arió petere tutto ciò che vede, ed i suoi organi mobili cootraggono l'abitudine
di molte azioni, priache il pensiero sia capace di penetrarne lo scopo e
d'osservarne il motivo: insginocchiarsi, fare il segno della croce, piegare la
fronte, giungere le mani, levarsi il cappello, fuggire nelle tenebre, baciar
l'altrui mano, fare inchini. La ripetizione frequente di questi suoni, gesti, sentimenti
gli unisce con stretti nodi e tali che quando i suoni vengono a colpire l'orecchio
o si presentano alla memoria, spingono gl’organi motori ai gesti relativi, e il
sistema sensibile agl’associati sentimenti. Questa è la cagione per cui esempi
ripetuti, antiche abitudini forzano la maggior parte degl’uomini ad ammirare,
fremere, tremare, sdegnarsi, passionarsi in tutti imodi al suono delle parole
le più insignificanti, le più vaghe, le più vuote d'idee, e che appunto per la
violenza dei sentimenti associati si sottraggono alla analisi. Conviene anche
osservare che più le parole sono confuse ed oscure, più piacciono e soddisfanno
il gusto degli ignoranti. Queste ragioni ci spiegano il motivo per cui le
stesse cose fanno impressioni diverse, secondo che sono pronunciate in una
lingua o in un'altra. Si osserva, dice Rayoal, che i giudei stabiliti in gran
numero alla Giamaica si facevano giuoco d'ingannare i tribunali di giustizia. Un
magstrato sospetta che tale disordine potesse provenire da ciò che il suo
Testamento, su'di cuido vevano giurare,era tradotta in idioma inglese. E quindi
decretato che per l'avenire I Giudei giurer ebbero sul testo ebraico. Dopo
questa precauzione gli spergiuri divendero infinitamente più rari. Per simile
motivo Augusto lascia sussislere eadem magistratuum vocabula, acciò il popolo romano
conchiudesse che sussisteva ancora la repubblica, sussistendo i nomi delle sue
magistrature, e il rispetto ma c chioale eccitato negl’animi popolari dalle
parole si, fissasse sulle nuove cariche che ritenevano le antiche
denominazioni. Trovandosi Leibnizio a Nuremberg seppe che riera in quella città
una compagnia di chimici, che col più profondo segreto travagliavano alla
ricerca della pietra filosofica. Il desiderio d'entrarvi, gli suggerio l’idea
che produce l'effetto bramato. Egli estragge dagli antichi alchimisti una serie
di frasi oscure, la cui unione forma una lettera più oscura ancora e non
intesada lui stesso. Questa lettera divenne un titolo peressere accolto. Leibnizio,
tanto più ammirato quanto meno inteso, fu riconosciuto addetto e segretario della
società. Bailly, Éloge de Leibnitz. Il ragazzo o non la verifica che tardi,
come l'idea di “padre”, o non la verifica che in parte, come quella di “vizio”,
o, non la verifica mai nè può verificarla, come l'idea di “demonio”, “magia”, “angelo”,
“fortuna” e simili. Per eguale ragione, allorchè le idee più belle e più
sublimi vengono tradotte in lingua usuale, bassa, plebea, per dono parte di
quel pregio che conservano in una lingua antica o straniera. Quella specie di
spregio che si attacca agl’usi volgari e quella specie di rispetto che va unito
alle lingue morte od estere, sembra comunicarsi all'idea e degra darla a'nostri
occhi o sublimarla. L'indeterminazione del linguaggio più in morale e legi
slazione ha luogo, cbe nelle arti e nella storia naturale: gli oggetti di
queste sono verificabili e misurabili coi sepsie cogli strumenti, quindi le
stesse parole risvegliano in tutti presso a poco lestesse idee:al contrario gli
oggetti morali non essendo verificabili con eguale precisione, restano nella
nebbia della fantasia; le parole, da cui vengono indicati, partecipano della
loro oscurità ed incostanza, e per lopiù risvegliano idee diverse nelle diverse
teste in ragione delle circostanze in cui furono apprese. Pretendere che le stesse
parole (principalmente se trattasi di cose morali) risveglino in tuttele
stesseidee, egli è pretendere che quando è mezzo giorno a Milano sia mezzo
giorno dappertutto. Nei giardini d'Epicuro la parola “virtù” risvegliava idee
ridenti e piacevoli. Sotto i portici di Zenone, idee fosche e melanconiche. “Legge”
significa la volontà di tutti per un greco, la volontà d'un solo per un persiano.
le indicava per l'addietro un despota sciolto da ogni legge, attualmente
quest'idea è più limitata, ed ha diversi significati a Londra, Amsterdam,
Copenhague. “Libertà” nella mente del filosofo indica la somma delle azioni non
vincolate dalla legge. Nella mente del volgo, la facoltà d'invadere i beni
de'ricchi e di far nulla. Il massimo danno dall'indetermina zione delle parole
si fa sentire ne'trattati tra, le nazioni, in cui la loro ambiguità
diviene,causa o pretesto di guerre, nei codici criminali in cui l'oscurità
d'una frase estende l’arbitrio del giudice a danno dell'innocente ne’ contratti,
nei codici civili, nelle tariffe daziarie, in cui l'incertezza d'un'espressiooe
è fonte di mille liti tra i cittadini, e vessazioni a. Havvi alla China una
legge che condanna a morte quegli che non mostra sufficiente rispetto al sovrano.
Comparve un giorno nella gazzetta della corte un aneddoto non raccontato con
perfetta esaltezza. Il redattore fu arrestato, e i tribunali décisero che
mentire nelle gazzette della corte e non mostrare sufficiente rispetto al
sovrano. Quindi il redattore fu messo a morte. ATTENZIONE E RAZIOCINIO.“
commercio. La divisione uniforme del regno in dipartimenti, distretti, cantoni,
comuni, l'uniformità de' pesi, in isure, monete, gli stessi libri nelle
università, la stessa educazione ne’ licei lendono a dare alle parole la stessa
significazione, a diminuire le dispute, e quindi una somma noo de. finibile di
coilisioni sociali. Oltre l'indeterminazione del linguaggio proveniente dal
modo con cui l'impariamo e dalla natura dell'oggetto che esprime, bisogna dire
che in ogni lingua non v'ba quasi una parola che rappresenti sola una idea
chiaro-distinta da se stessa. Tutte prendono sensidiversi dal posto che
occupano nel discorso,dalle parole che le seguono o le precedono, dall'accento,
dal gesto, dagli atti che le accompagnano. La medesima parola unita ad alcune
ti mostra un dato espelto d'idee,uo altro, se si college con altre. Più avanti,
più indietro le ne farà vedere dei diversi. Detta con un tuono asseverante, ha
un senso. Con un tuono di meraviglia, un altro. Con irrisione, un terzo. Con interrogazione,
un quarto. Cosicchè si potrebbe assomigliare le parole ai colori delle peone
d'un colombo, che variano secondo il moto del sole, del colombo, dell'osservatore.
Sono quindi quovi, fonti d'errori i diversi sensi che le stesse parole
esprimono passando da un ordine di cose ad un altro. Un oratore, dopo avere
esaltato i nomi di molti personaggi illustri dell’antichità, si dirige così
a'suoi uditori: ingrati che noi siamo! noi cilngniamo della brevita della vita,
mentrei è innostro polere di renderci immortali. Egli è evidente che questa
argomentazione confonde due maniere di vivere che sono distiolissime e diverse.
Lo stesso difetto si fa vedere nella seguente massima di Rousseau. Se la natura
ci ha destinati ad essere sani, l'uomo che medita è un'animale depravato.
Perchè questa sentenza fosse vera, converrebbe provare che il primo ed unico
destino dell'uomo è di essere sano; che la virtù consiste nella sanità, e che
la meditazione è in compatibile coi buoni costumi. Allora un dollo sarà un
essere depravato come il soldato che espone la sua sanità e la sua vita in
difesa della patria. Si potrà dire che ogni ammalato è uno scellerato, un
mostro; che un monco è un Sano è qui'addiettivo del corpo, e significa uno
stato fisico; depravalo è addiettivo dell'auimo, e significa uno stato
morale. animale depravalo, avendoci la natura destinati ad essere sani
come ci ha destinati ad avere due braccia. Aliro esempio. Bernardin de Saint
Pierre vuole che assolutamente si bandisca l'emulazione dalle scuole pubbliche;
e per provare ch'ella è inutile, argomenta così. Analizziamo questo argomento.
L’emulazione per imparare la lezione, per fare dei temi, per studiare le
scienze è inutile ugualmente che per giocare, bere, mangiare. L'emulazione è
dunque da una parte e dell'altra la ripetizione della stessa inutilità, e per
conseguenza si devono ritrovare pelll'un caso e nell'altro le medesime cause di
questa doppia inutilità. Le funzioni dell'animo non son esse egualmente
naturali, egualmente aggradevoli che quelle del corpo? Egualmente naturali? lo
rispondo di no, se per naturali inten desi necessarie ed imperiose. Egualmente
aggradevoli? Questo è possibile, ma la causa si rifonde nel piacere d'essere applaudito, ammirato,
ricompensato. Quindi l'autore non s'accorge che coi buoni effetti dell'emulazione
lepla di provarne l'inutilità. Finalmente l'interesse, la mala fede, le
passioni lulle abusano delle parole, perciò, al dire di Parini, il mercante è pronto
inventor di lusinghicre fole 6 E liberal di forastieri nomi 6' A merci che non
mnaivarcaro imonti. уоро campagna, come sono necessarie talvolta per
farli stu diare? Questa piccolo popolazione ha forse immaginato delle astuzie,
e inventati degl’artifizi per allungare gli studi, e per ottenere un tema più
difficile? Ho io avuto bisogno nell'infanzia di sorpassare i miei compagni nel
bere, mangiare, passeggiare, e per corvi piacere? E perchè è egli slato necessario
che imparassi asor passarli ne’miei studi, per trovarci dilello? Non ho iopo.
tulo instruirmi a parlare e ragionare senza emulazioni? Le funzioni dell'animo
non son esse egualmente naturali, egual mente aggradevoli che quelle nel corpo?
Ora l'emulazione è inutile oel bere e nel mangiare, per che queste operazioni
sono comandate dal più pressante, dal più imperioso de’ bisogoi, l'amore della
vita; ma quantivi e conciliano la santità e la grassezza coll'inerzia e
l'ignoranza? Gli scolari temono forse tanto le ricreazioni quanto temono la
dieta? Sono mai state necessarie le minacce ed i castighi per condurli al
refettorio o farli partire per la Cromwel, per coprire le sue viste
atobiziose col manto della religione, aveva dato alla maggior parte de'suoi
reggimenti i nomi dei santi del Testamento Vecchio. Cromwel, dice uno scrittore
anonimo di quel tempo, ha ballulo illam buro in tutto il Vecchio Testamento. Si
può imparare la genealogia del nostro Salvatore dai nomi de'suoi reggimenti. Il
commissario di guerra non aveva altra lista che il primo ca pitolo di S.
Matteo. In tutti i tempi, in tutte le religioni, in tutti i partili, il fanatismo,
il quale non sipiccò mai di equità, diede a quelli che voleva perdere, non i
nowi che merita vano, ma inoai che potevano loro nuocere. Socrate, che
depurando le idee superstiziose, le conduceva all'unità di Dio, riceve il
titolo d' aleo dai sacerdoti di Cerere: empio chiamavasi presso gli Egiziani
chi von adorava un gatto, un bue o un coccodrillo. Si da dai Cartaginesi lo stesso
titolo a chi abborriva il sacrifizio delle umane vittime. I romani danno a tutti
i cristiani il nome di galilei o giudei, sforzandosi dire uderli odiosi non
potendo dimostrarlı irragionevoli. Alla China i nostri missionari che
diffondeodo la religione dei galilei diminuiscono il concorso ai tempii de' falsi
idoli, e quindi i proventi de' sacerdoti, vengono da questi dipinti come
ribelli ed accusati di congiura coutro lo Stato. Le espressioni odiose sono
uo'arma troppo favorevole alla calunnia perchè ella non s'affretti a farne uso.
Egli è sempre un vantaggio l'avere pronta una parola di sprezzo per
caralterizzare i torti che si riaproverano ai propri avversari. Con una di
queste parole si prova tutto, si risponde a tutto, si difende la propria
opinione, si distrugge l'altrui. A Pascal, che con tanta sagacità svela nelle sue
lettere provinciali la corruzione della morale, e risposto ch'egli era
quattordici volte eretico. Gl’uomini saggi si guarderaono sempre dalle
espressioni dipartito ed esclu sive, e che traggono seco idee accessorie
infinitamente variabili e talvolta cootrarie. Essi dirapoo, a cagione
d'esempio, questa legge è conforme all'interesse pubblico, e lo prov r'anno
svolgendo la somma de’ beni di cui è seconda, ma non diranno, per es., questa
legge è conforme al principio della monarchia o della democrazia, giacchè se vi
sono delle persone nelle cui teste queste parole risvegliano idee
d'approvazione, ve ne sono altre nelle quali succede tulto l'opposto. Quindi se
i due partiti si mettono alle prese, la disputa non finirà che colla stanchezza
de’ combattenti, e per cominciare TEORIA DELLA SENSAZIONE Combinare od
inventare. La ninfa della tignuola d'acqua che si trova ne'nostri fiumi, dice
Darwin, e la quale s’involge in cerle casucce di paglia, di sabbia, di gusci,s
a ben far si che questa sua abi lazione sia alla ad equilibrarsi coll'acqua ; e
perciò quando èsoverchiamente pesante, viaggiunge un bocconcello dipa 'gliao dil
egno, equando troppoleggiere, un pezzellodi grossa rena. il vero esame,
converrà rinunciare a queste parole appassionate ed esclusive, per calcolare
gli effetti della legge in bene e in male. Osservano gli storici che nel corso
della guerra del Peloponneso successe taletrambusto nelle idee e ne' principii,
che le parole più usuali cambiarono di senso. Si da il nome di dabbenaggine alla
buonafede, di destrezza alla duplicità, di debolezza alla prudenza, di
pusillanimità alla moderazione, mentre i tratti d'audacia e di violenza
passavano per slaoci d'animo forte e di zelo ardente per la causa pubblica. Una
tale confusione del linguaggio è forse uno de’ sintomi più caratteristici della
depravazione d'un popolo. In altri tempi si può offendere la virtù. Ciò non
ostante se ne riconosce ancora la sua autorità, quando le si assegnano de’ limiti.
Ma quando si giunge sido a spogliarla del suo nome, ella perde i suoi diritti
al trono, e il vizio se ne impadronisce e vi si asside tranquillamente. Per
capire ciò che succede allora in una nazione, basta osservare ciò che succede
nelle società de’ viziosi e scellerati. I ladri, gl’aggressori, i monetari
falsi, i contrabandieri si formano un linguaggio o uo gergo tutto proprio che
confonde tutte le idee di vizio e di virtù. Uniti da sentimenti uniformi,
volendo vendicarsi dell'opinione pubblica che li rispioge da sè, si
compiacciono ad affrontarla. Quindi nel loro dizionario sono escluse tutte le
impressioni del rossore, alterati i sentimenti del giusto e dell'ingiusto,
associate idee scherzevoli ad atti criminosi e nefandi. Una vespa, continua lo
stesso scrittore, ha colla una mosca grossa quasi com'era ella medesima. Posi
le ginocchia a terraper meglio osservare, evidiche ellase paròla coda e la
tesla da quella parle del corpo a cui sono annesse le ale. Prese ella
quindinelle zampe questa porzione di mosca, e s'alza con essa dal terreno circa
due piedi, ma un venticello leggiere scuotendo le ale della mosca, fa
capovolgere l'animale nell'aria, ed egli scese ancora colla sua preda a terra.
Osservai allora distintamenle che colla bocca le taglia primieramente un'ala, e
poi l'altra, e quindi fuggi via non più molestata dal vento. Questi due animale
lti,che sanno disporre le cose in modo, ossia ritrovare mezzi tali da oltenere
il fine bramalo, ci danno le prime idee dell'arte di combinare o invenlare.
Duhamel osserva che il felore delle sale degli spedali cresceva, avvicinandosi
al soffitto. Egli immaginò quindi uo ventilatore che facendo comunicare questa
parte delle sale con l'aria esteriore, caccia laria guasta. La combinazione di
Dubamel oon suppone nella disposizione dei mezzi più cognizioni di quelle della
tigauola e della vespa. Ma il fine ottenuto essendo molto vantaggioso
all'umanità, la combinazione è più pregevole. Il pregio di questa combinazione
cresce, se si riflette ch'ella è applicabile ad altri oggetti, a cagione
d'esempio, ai vascelli in mare. lo fatti vi sono delle combinazioni saggissime
profondissime, e che suppongono infinita destrezza nell'esecuzione. Ma siccome
non arrecano alcun vantaggio, non hanno alcun pregio agl’occhi del saggio.
Boverick, meccanico d'uva de, strezza e d’upa perseveranza prodigiosa, fabbrica
una catena di duecento anelli che col suo catenaccio e la sua chiave pesava
circa un terzo di grano. Questa catena e destinata ad iocatenare una pulce. Egli
fa una carrozza che s'apriva e si chiudeva a inolla, era tratta da sei cavalli,
porta quattro persone e due lacchè, e condolia da un cocchiere, ai piedi del
quale sta assiso un cane, e il lutto venne strascioato da una pulce esercitata
a questo travaglio. L'invenzione e l'esecuzione di questa macchina puerile fa
desiderare che Boverick impiega meglio i suoi talenti. Grice: “”Si suppongano due
selvaggi” – exactly my way of proceeding. Gioia has a lot of sense. An
engraving’s caption has it: ‘statistico e filosofo’ – And I like the fact that
like Socrates he did ‘elementi di filosofia ad uso de’ giovanetti’!” – Nome
compiuto: Melchiorre Gioia, Melchiorre Gioja. Gioia. Keywords: filosofia ad uso de’ giovanetti, galateo,
pulitezza, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gioia” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorello:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del libertino – filosofia
milanese – la scuola di Milano – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Abtract. Grice: When we at Oxford discussed the
freedom of the will with Pears, we neglected the weight such an expression
holds for the Romans. They distinguish between freedom, and excess of freedom,
as in ‘Il progresso del libertino,’ Auden’s opera at La Fenice!” Keywords: liber. Filosofo milanese. Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Milano,
Lombardia. Grice: “I like
Giorello: he philosophises on evil and good – the devil wrestles with the angel
– but also on Mickey Mouse that he calls ‘topolino’ – “la filosofia del
topolino” – and perhaps ore exotically for us Oxonians, on ‘la filosofia di Tex,’
a ‘fiumetto’ of 1948!” –Si laurea a Milano sotto Geymonat). Insegna a Milano. Membro de la Società Italiana di
Logica” e de la Societa Italiana di Filosofia della Scienza. Giorello divise i
suoi interessi tra lo studio di critica e crescita della conoscenza con
particolare riferimento alle discipline fisico-matematiche e l'analisi dei vari
modelli di convivenza politica. Dalle sue prime ricerche in filosofia e storia
della matematica, i suoi interessi si erano poi ampliati verso le tematiche del
cambiamento scientifico e delle relazioni tra scienza, etica e politica. La sua
visione politica e di stampo liberal democratico e si ispira, tra gli altri, a Mill.
Si occupa anche di storia della scienza in particolare le dispute novecentesche
sul "metodo"e di storia delle matematiche (“Lo spettro e il libertino”).
Cura “Sulla libertà” di Mill. Ateo, filosofa in “Senza Dio. Del buon uso
dell'ateismo.” Altre opere: Opere Filosofia della matematica, Milano, L’nfinito,
Milano, UNICOPLI, Lo spettro e il libertino. Teologia, matematica, libero
pensiero, Milano, A. Mondadori, Le ragioni
della scienza, Roma, Laterza,Filosofia della scienza, Milano, Jaca Book, Le
stanze della ricerca, Milano, Mazzotta, Europa universitas. sull'impresa
scientifica europea, Milano, Feltrinelli, La filosofia della scienza, Milano,
R.C.S. libri et grandi opere, Quale Dio per la sinistra? Note su democrazia e
violenza, Milano, UNICOPLI, La filosofia della scienza, Roma Laterza, “Lo
specchio del reame: riflessioni sulla comunicazione: Longo, Epistemologia
applicata. Percorsi filosofici, e Milano, CUEM, I volti del tempo, e Milano, Bompiani, Prometeo,
Ulisse, Gilgameš. Figure del mito, Milano, Cortina, Di nessuna chiesa. La libertà del laico,
Milano, Cortina, Dove fede e ragione si incontrano?, con Forte, Balsamo, San
Paolo, La libertà della vita, Milano, Cortina, Il decalogo. I dieci comandamenti commentati
dai filosofi,, Non nominare il nome di Dio invano, Milano, Albo Versorio, Giulio
Giorello relatore al convegno internazionale "Science for Peace",
Milano, La scienza tra le nuvole. Da Pippo Newton a Mr Fantastic, Milano,
Cortina, Kos. Rivista di medicina, cultura e scienze umane, 4: Dio, Patria e Famiglia, Milano, Editrice
San Raffaele, Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti, Milano, Bompiani,
Il peso politico della Chiesa, Cinisello
Balsamo, San Paolo, Viaggio intorno all'Evoluzione, Mascella, Zikkurat Edizioni
et Lab, Harsanyi visto da G., Milano, Luiss University press, Lo scimmione
intelligente. Dio, natura e libertà, Milano, Rizzoli, Ricerca e carità. Due
voci a confronto su scienza e solidarietà, Milano, Editrice San Raffaele, Introduzione a Apostolos Doxiadis e Christos
H. Papadimitriou, Logicomix, Parma, Guanda, Lussuria. La passione della conoscenza,
Bologna, Il Mulino,. Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo, Milano, Longanesi,.
Il tradimento. In politica, in amore e non solo, Milano, Longanesi,. Premio
Nazionale Rhegium Julii Saggistica. La filosofia di Topolino, Parma, Guanda,. Noi che abbiamo l'animo libero. Quando Amleto
incontra Cleopatra, Milano, Longanesi, Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. CULTURA
Addio a G., filosofo della scienza e difensore della libertà By Vincenzo
VillarosaPosted on È morto il filosofo G., per le conseguenze dell’influenza da
COVID-19, dopo aver trascorso due mesi di degenza in ospedale ed essere stato
dimesso alla metà di maggio. Successore di Geymonat alla cattedra di Milano, il
filosofo aveva sposato la compagna Roberta Pelachin. Il Premier Conte lo ha
ricordato, in un messaggio sui social, come un filosofo che ha saputo
riflettere sui rapporti tra etica, politica e religione. Nato a Milano G.
si laurea in Filosofia seguendo la tradizione antifascista e marxista del
maestro GEYMONAT (si veda) e il difficile tentativo di contrastare le divisioni
tra pensiero scientifico e umanistico. In seguito, e docente di Meccanica
razionale a Pavia e poi a Catania, a quella di Scienze naturali all’Università
dell’Insubria e, infine, al Politecnico di Milano. Presidente della Società
Italiana di Logica e Filosofia della scienza. I suoi studi spaziavano dalla
mitologia all’antropologia e alla psicologia evolutiva fino alla bioetica e
alle neuroscienze. Uno tra i più bravi epistemologi italiani, insomma, capace
di unire il rigore per gli studi sul metodo della scienza alle riflessioni
sull’ambiente sociale e politico nel quale si muove la ricerca scientifica.
Accanto all’attenzione per le discipline fisico-matematiche e all’accrescimento
della conoscenza scientifica, G. analizza le modalità complesse e
contraddittorie della convivenza sociale e politica. Sulla scia del pensiero di
Mill – di cui aveva curato l’edizione italiana dell’opera Sulla libertà, scrive,
in particolare, pagine illuminanti sulla natura, i limiti e la possibile difesa
della libertà umana. La sua instancabile attività di saggista e basata su
un’approfondita conoscenza della produzione saggistica e del dibattito
internazionale intorno al discorso scientifico. La testimonianza di questa
ricchezza culturale è rintracciabile nella preziosa direzione editoriale della
collana Scienza e idee per Cortina e nella capacità di divulgazione espressa,
tra l’altro, nella collaborazione alle pagine culturali del giornale Corriere
della Sera. Tra le opere di saggistica, ricordiamo Filosofia della
scienza (Jaca Book) e due contributi di divulgazione scientifica come La filosofia
della scienza con Gillies, Laterza, e La matematica della natura con Barone,
Mulino. Nelle opere Di nessuna chiesa.
La libertà del laico (Cortina) e Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo
(Longanesi), G. parla del valore della laicità in maniera antidogmatica e
rispettosa della visione del mondo dei credenti. La curiosità
intellettuale e la personalità liberale del filosofo milanese si espresse anche
nell’interesse sul rapporto tra la cultura definita alta e quella popolare
presente, ad esempio, nel mondo dei fumetti. Il suo saggio pop su La filosofia
di Topolino con Cozzaglio, Guanda, ne è una divertente ma non banale
rappresentazione. La perdita di G. toglie alla scena italiana uno dei più
attenti conoscitori dell’articolato cammino della filosofia e del sapere
scientifico e, allo stesso tempo, un difensore delle libertà individuali e
collettive, senza le quali non è possibile alcun accrescimento e consolidamento
del patrimonio culturale dell’umanità. RELATED TOPICS: FILOSOFIA,
LETTERATURA, PRIMA-PAGINA, SOCIETÀ Il paradigma dei sette vizi capitali nel
Medioevo. Il settenario. Il vizio della lussuria. Origine e delineazione del
vizio nel Medioevo. Vizio del corpo. Vizio dell anima. I coniugati e la
lussuria. Se non riescono a contenersi si sposino, meglio sposarsi che ardere
(Cor.). La lussuria come potenza nell Inferno. La lussuria come potere nel Inferno.
La lussuria come piacere e dolore nel Canto V dell Inferno. La lussuria come
filosofia nel Canto V dell Inferno. La lussuria come inganno e come sovversione
nel Canto V dell Inferno. La lussuria nel Canto V dell Inferno. Non v è dubbio
che fra gli insegnamenti che Dante può riservare agli uomini del terzo
millennio ci sia anche quello di puntare su un solo profondo amore al centro di
tutta un esistenza, persistente anche oltre la soglia della morte, capace di
rinnovare la vita di una persona, di orientarla al meglio. Come afferma Emilio
Pasquini nel suo libro Dante e le figure del vero. La fabbrica della Commedia,
la lettura della Divina Commedia dantesca si mostra rilevante anche nel terzo
millennio. Ovviamente, un opera di qualche secolo fa rischia di non essere più
adatta alle generazioni contemporanee. Ogni epoca conosce tendenze critiche
differenti per quanto riguarda la Commedia, ogni generazione legge il suo Dante
2, e quindi, come lo pone Renzi, siamo prigionieri anche noi del nostro tempo [Pasquini
segnala che, di tutti gli episodi della Commedia, soprattutto quello di Paolo e
Francesca risulta molto interessante per i lettori di oggi 4. L amore-passione
che forma il nucleo della storia continua a intrigare. Rappresenta una delle
idee riguardanti l uomo tra cui Dante, in un modo meraviglioso, stabilisce
legami nei suoi versi. Quelle connessioni creano la celebre feconda ricchezza
di Dante, la quale fa sì che tanto all epoca (quando si trattava della fede,
della relazione tra Creatore e creatura) quanto oggi (ormai importa la nostra
coscienza etica) si scoprono delle idee sorprendenti e chiarificatrici nell
opera 5. Accanto a questo, la storia dei due lussuriosi illustra pure la
persuasione [di Dante] della presenza, nella vita di ognuno, di un gesto
decisivo che sanziona la sorte eterna dell uomo. Oggi, asserisce Pasquini, una
simile prospettiva riguarda (e riguarderà in futuro), su un piano totalmente
terreno, le scelte radicali che decidono il corso di un esistenza, le svolte
cruciali che imprimono alla vita di un individuo una precisa e irreversibile
direzione, decidendo del suo destino in terra [Pasquini, Dante e le figure del
vero. La fabbrica della Commedia, Paravia, Bruno Mondadori; Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio
di Francesca nella Commedia di Dante, cit., Pasquini, Dante e le figure del
vero. La fabbrica della Commedia. Si può aggiungere che, in generale, la
ricerca della sapientia mundis del giovane Dante s inserisce perfettamente
nella visione contemporanea del mondo, la quale è completamente fissata sull
acquisizione di nuove conoscenze e su uno sviluppo personale completo.
Parallelamente, si rivela adatto alla società di oggi l avvertimento di Dante
adulto che tale ricerca deve essere interrotta quando rischia di condurre non
alla magnanimità ma alla folia. D’altronde, Inglese segnala che il carattere
realistico del poema, dei suoi personaggi e delle sue scene illustra che Dante
utilizza il mondo terreno come una metafora dell oltremondo, l altro mondo è
reso sensibile e leggibile con le forme del nostro mondo 8. Anche questo
aspetto della Commedia fa sì che i lettori di oggi possono capire abbastanza
facilmente il mondo sotterraneo evocato dal poeta. La conoscenza del mondo,
inoltre, stabilisce il legame tra il commento di Pasquini e quello del filosofo
G., la cui teoria riguardante la lussuria non concorda con la visione cristiana
del fenomeno, esposta nel primo capitolo della presente tesi. Ne risulta che la
lussuria, dal punto di vista cristiano, si presenta come un fenomeno
disprezzabile. Si tratta di una caratteristica umana da combattere e da
eliminare. Il filosofo, invece, adotta un punto di vista molto differente nella
sua recente monografia Lussuria. La passione della conoscenza 9. Propone un
analisi molto originale del vizio, mirata a provocare, nel ventunesimo secolo,
una sensazione di liberazione nel lettore della letteratura d ispirazione
cristiana sul soggetto. G. considera la lussuria non solo come un peccato, ma
anche, e in primo luogo, come una libertà: E per ciò [la lussuria] può
costituire il nucleo di una società aperta e libertaria, insofferente di
qualsiasi costellazione di dogmi stabiliti 10. Anche se il concetto centrale
della tesi vi è inquadrato in un contesto quotidiano, universale e laico, non
viene trascurato il significato cristiano del termine. L autore approfondisce
il concetto di lussuria descrivendo come il desiderio lussurioso può
manifestarsi in varie forme: parla della lussuria come potere, come filosofia,
come inganno Andando al fondo della nozione di lussuria, stabilisce delle
relazioni significative tra vari testi, autori e concetti. Inglese, premessa,
in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Roma, Carocci; G., Lussuria. La
passione della conoscenza, il Mulino, Bologna, risvolto della sopraccoperta.
Introduzione A mio giudizio la lettura del Canto V dell Inferno dantesco nell
ottica proposta da Giorello può offrirmi, e con me a tutti i lettori del
capolavoro d’Alighieri, una lettura fresca e interessante di questi versi già
ampiamente commentati. Vorrei dimostrare che le sue idee nuove permettono di
attualizzare questa parte del testo dantesco anzi, tutta la Commedia- e di
agganciarlo alla società del ventunesimo secolo (cf. Pasquini, cf. supra).
Tutte le manifestazioni della lussuria contemplate dal filosofo verranno
applicate al Canto V, poiché i suoi ragionamenti permettono di gettare nuova
luce sul testo dantesco e di presentarlo a una società diventata quasi
completamente laica, nella quale la religione cristiana è diventata un vago
ricordo di altri tempi, un fenomeno soltanto latente (cf. supra). Anche nel
libro di G. L’aspetto religioso della lussuria non è quello più importante, ma
è sempre presente in modo velato. Ciò significa che predomina la ricchezza
rappresentata dalle varie manifestazioni del concetto denominato lussuria, a
scapito della visione cristiana del fenomeno, la quale predica la restrizione
di questo vizio. Tutto ciò spiega perché i concetti delimitati da Giorello, in
combinazione con commenti da parte di Pasquini, mi faranno da filo conduttore
per redigere la presente tesi. L accostamento evidenzierà paralleli e complementi
interessanti. Dato che il mio scopo è l elaborazione di una nuova analisi della
lussuria nel celebre Canto V prendendo come guide alcuni studiosi
contemporanei, l aggiunta di pensieri e di ragionamenti provenienti dal libro
Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante di
Renzi arricchirà ancora l esposizione, tra l altro la parte nella quale si
tratta della colpevolezza o dell innocenza di Paolo e Francesca. Renzi, nel suo
libro, vuole reagire sia alla retrocessione di Francesca in generale, sia all
interesse privilegiato mostrato dai critici per la tirata lirica di Francesca [L
autore specifica che l episodio di Francesca forma, infatti, una metonimia
della Commedia, cioè la parte per il tutto: [ ] drammatizza e presenta in
exemplo la palinodia di Dante, il suo abbandono degli errori giovanili, del
mondo dell amore terreno e della sua poesia (lo Stil novo), per cominciare l
ascensione. Riferendosi a Paolo Valesio, afferma però anche che il personaggio
di Francesca si rivela tanto intrigante che la palinodia rischia di diventare
il suo contrario, una palinodia della 11 Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un
bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante, Introduzione palinodia: una nuova esaltazione
dell amore terreno 12. Accanto al riferimento a Valesi il testo di Renzi offre
ancora molte informazioni sorprendenti riguardanti altri autori e commentatori.
Inglese, poi, è il quarto critico principale che sarà evocato. Il suo commento
all Inferno mi ha procurato vari elementi chiarificatori, distinguendo, nella
Commedia, una struttura e una poesia, per esempio, o puntando sull importanza,
nel Canto V, di contrasti forti. Anche lui si mostra un difensore di una
dantistica del terzo millennio. La maturità della disciplina ( la quantità [dei
studi] è ormai misurabile solo con i mezzi dell elettronica ) non implica però
stagnazione, e lo dimostra bene, per quanto riguarda la Commedia, proprio la
vitalità del genere commento [In ogni capitolo della presente tesi, una nozione
filosofica evidenziata nel libro già citato di Giorello si trova alla base
delle idee sviluppate nel capitolo relativo. A quei ragionamenti s intrecciano
varie riflessioni dalla parte di Pasquini, Renzi, Inglese e alcuni altri
commentatori. Inglese, premessa, in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Il
paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo Come capitolo introduttivo
presenterò un resoconto generale del paradigma dei sette vizi capitali nel
Medioevo, incluso un attenzione particolare per la storia del vizio della
lussuria. Baserò questa visione d insieme sul volume I sette vizi capitali:
storia dei peccati nel Medioevo di Casagrande e Vecchio, Einaudi. Il settenario
Anzitutto si deve segnalare che il sistema dei vizi capitali non è un
invenzione di un individuo. Si tratta piuttosto di una raccolta di idee che si
è sviluppata attraverso secoli, continenti e persone diversi; di un enorme
enciclopedia nella quale si trova di tutto, un efficace schema classificatorio
per parlare del mondo [Un topos, per così dire. Una volta che il paradigma
aveva ottenuto la sua forma definitiva, ben circoscritta, ha avuto un successo
immenso, tanto presso i chierici quanto presso i laici. Si potrebbe dire che,
per quanto riguarda l Occidente, la storia medievale di questi sette vizi
inizia con gli scritti di tre ecclesiastici: Pontico, Cassiano e Gregorio.
Cassiano, avendo delineato nelle sue opere l insieme delle teorie del suo
maestro Pontico sui sette vizi capitali, ha scritto una delle opere più
significative per la cultura tanto religiosa quanto laica del Medioevo. Il
settenario dei vizi capitali, al quale Cassiano ed Pontico attraverso gli
scritti del suo allievo- ha contribuito, ha avuto grande successo. Dante,
quindi, ha vissuto in un epoca che accordava molto importanza all idea dei
sette vizi capitali. Si deve specificare che tanto Pontico quanto Cassiano
distinguono otto vizi capitali, al posto di sette: gola, lussuria, avarizia,
tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia (elenco tratto dall opera di
Casagrande e Vecchio). Magno, nella sua opera Moralia in Job, ne distingue
sette; non menziona più l invidia come vizio capitale. Anche Moralia in Job
costituisce un opera di notevole importanza per la cultura medievale: è molto
più di un [Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei peccati
nel Medioevo, Torino, Einaudi, Il paradigma dei sette vizi capitali nel
Medioevo commento: esegesi, teologia, etica si mescolano a comporre un disegno
di larghissimo respiro [Il paradigma dei vizi capitali porta, naturalmente, l
impronta dell ambito nel quale è stato lavorato, cioè l impronta della società
monastica non solo quella occidentale. Infatti, Cassiano aveva apportato all
Occidente conoscenze orientali egiziane, siriane-, adottate dalla cultura
monastica orientale, raccolta nell Egitto. Anche il suo maestro, Pontico, aveva
imparato molto sui vizi capitali in quel crogiolo culturale che fu Alessandria
d Egitto alla fine del IV secolo 16, e nelle sue riflessioni, idee della
filosofia occidentale si sono confuse con questa sapienza proveniente dall
Oriente. Di più, le idee rappresentate dai sette vizi capitali risalgono,
infatti, alle difficoltà proprie alla vita nel monastero: Per i monaci essi
rappresentano gli ostacoli da superare lungo il cammino di perfezione al quale
si sono votati, in una continua battaglia contro se stessi e contro quel mondo
che si sono lasciati alle spalle 17. Detto questo, si può inquadrare la nascita
e lo sviluppo del settenario, almeno per quanto riguarda il Medioevo. In quello
che segue tratterò più in dettaglio la storia medievale di uno dei vizi
capitali, cioè di quello che costituisce il nucleo centrale della mia tesi: la
lussuria. Il vizio della lussuria Origine e delineazione del vizio nel Medioevo
Non solo il cristianesimo ha trattato il desiderio sessuale con diffidenza. Già
nella cultura pagana, gli individui si sfidavano da persone che riconoscevano
apertamente di sentire tali voglie. La religione cristiana si è adeguata molto
abilmente a queste preoccupazioni, riunendole in un vizio capitale chiamato
lussuria. Denominando così sentimenti vari e irrequieti, la fede calma, crea
ordine nel mondo, nella società, nella vita particolare di ogni persona che si
riallaccia alla tradizione cristiana. Diventa molto attraente in questo modo.
Lo sviluppo di paradigmi simili contribuisce alla popolarità di una concezione
di vita, tanto di visioni di tipo religioso come di concezioni pagani. Il
paradigma dei VII vizi capitali nel Medioevo Cassiano descrive la lussuria,
situandola nell ambito della natura propria agli uomini, come un vizio
intrinseco, come un aspetto essenziale della specie umana. Magno monaco e
papa-, anzi, pone che essa sarebbe un attività tutto naturale del corpo, che,
per di più, sarebbe intento da Dio. Da un punto di vista laico (nel senso di
ateistico), si vede apparire, in questo discorso, una concezione molto moderna
della sessualità umana. Rimanendo nel contesto cristiano, il papa, sviluppando
una tale visione, crea infatti un idea che spiana la via per la lussuria: se
forma un desiderio proprio all uomo tanto naturale quanto il bisogno di
mangiare e di bere, non si può evocare più niente per intimargli l alt. Ma, a
dire il vero, la visione della lussuria divisa in modo più ampio durante i
secoli medievali è quella ideata da Agostino. Secondo lui, l elemento chiave
che trasforma la sessualità dell uomo in un attività peccaminosa, sarebbe stato
il peccato originale. Prima della ribellione di Eva e Adamo contro Dio, i due
primi esseri umani sarebbero stati i padroni assoluti dei loro organi sessuali,
presenti per rassicurare la procreazione della specie umana. Dopo, invece, come
punizione reciproca per la loro disubbidienza a Dio, queste parti dei loro
corpi diventano insubordinati, non li possono più controllare. Anzi, sono
quegli organi del corpo a poter dominare l anima dell essere umano. Lì si
ritrova il primo vero aspetto della pena imposta ad Adamo ed Eva. La seconda è
rappresentata da una conseguenza irrimediabile del fatto che si sta parlando
dell attività responsabile per la generazione: l uomo trasmette quel peccato di
padre in figlio, per l eternità. Per forza, i figli nascono peccatori.
Nonostante il fatto che la visione agostiniana della lussuria era molto diffusa
durante il Medioevo, si comincia già a rivederla piu tardi. Si osserva infatti
un processo di desessualizzazione del peccato originale 18. Implica l
accettazione della concupiscenza come una delle conseguenze del peccato
originale, non come l effetto principale di questo. Tuttavia, la sessualità non
viene tolta dall ambito peccaminoso nel quale era stata introdotta: La natura
era ormai inevitabilmente corrotta [ Vizio del corpo Cassiano attribuisce alla
lussuria (denominata, in un primo momento, la fornicazione), tutto come alla
gola, lo statuto di vizio carnale, un vizio cioè che implica [Il paradigma dei
sette vizi capitali nel Medioevo] necessariamente la partecipazione del corpo. Rivendica
non solo la cooperazione degli organi sessuali, ma pure quella di tutti gli
organi legati alle esperienze sensoriali: gli occhi, le orecchie, il naso, la
bocca e le mani. La lussuria, infatti, si presenta come il solo vizio capitale
che coinvolge ognuno dei cinque sensi. Nel Medioevo, la collaborazione tanto
versatile del corpo umano alla fornicazione approda all idea che questo corpo
non solo partecipa allo svolgimento del vizio, ma ne subisce anche le
conseguenze. Quelle, naturalmente si tratta di conseguenze di atti peccatori-,
non appaiono sotto forme agrevoli: terribili mali di testa che i medici non
sanno come curare, progressiva perdita delle forze, vita breve e, su tutto, l
immonda malattia che attraverso piaghe ripugnanti e maleodoranti consuma
lentamente ma inesorabilmente il corpo, la lebbra [Per di più, il debole corpo
umano è inestricabilmente connesso con il vizio della fornicazione: senza la
presenza di un corpo, non si può manifestare la lussuria. Il vizio rivendica la
sussistenza della carne umana per poter apparire. Si tratta quindi di un
peccato intrinseco al fisico umano. A dire il vero, la lussuria non tocca a
qualsiasi corpo. Si ritrova essenzialmente in fisici maschili. Questo aspetto
della fisionomia della fornicazione non deve sorprendere: si parla di un
peccato il quale carattere ed essenza sono stati messi a punto negli monasteri
abitati da ecclesiastici maschili (fra le altre i padri fondatori del
settenario dei vizi: Pontico, Cassiano e Magno). A lungo, le donne non
entravano nel discorso sulla fornicazione, tranne come oggetti degli impulsi
lussuriosi maschili. Non vengono mai considerate capaci di intervenire come
iniziatrici per quanto riguarda questo peccato. La femmina, invece, ritenuta un
essere più debole che il maschio, era creduta molto suscettibile delle avance
peccatori esibite dal suo corrispondente maschile. Inoltre, l insieme di gioielli,
profumi, tenute ecc. (l ornatus, come scrivono Casagrande e Vecchio) che mette
l accento sull eleganza femminile si considerava un tutto che serviva
essenzialmente a rendere i corpi delle donne ancora più attraenti e, di
conseguenza, più sensibili ai suggerimenti lussuriosi dalla parte dei maschi.
Peraldo descrive le donne che si vestono e si truccano per andare a ballare
tramite una metafora memorabile: [sono [Il paradigma dei sette vizi capitali
nel Medioevo come] un esercito di soldatesse del Diavolo che si prepara a dare
battaglia per strappare a Dio l anima degli uomini 23. Quindi, nonostante il
fatto che le donne non possono esibirsi come istigatrici del vizio della
lussuria, sono consapevoli degli effetti che hanno i loro fisici sui loro complementi,
si avvalgono di queste loro qualità, e così, inconsapevolmente, incitano negli
uomini gli impulsi che li portarono ad atti lussuriosi. Vizio dell anima Fin
qui, la lussuria è stata dipinta come un vizio essenzialmente corporale. A dire
il vero, la sua origine non è soltanto carnale, ma si trova nell interiorità
più profonda dell anima umana. Proprio i monaci abitanti dell ambito nel quale
è cresciuta l idea del vizio capitale abbordata- hanno (tra l altro)
riconosciuto che il nucleo della fornicazione sarebbe di natura spirituale. Nel
vangelo secondo Matteo si può leggere una frase che non lascia adito ad alcun
dubbio: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio
con lei nel suo cuore (Mt.). Ma questa idea non implica che il corpo non
potesse essere lussurioso. Inserisce piuttosto una fase intermedia nell insieme
di fasi propri all azione peccaminosa. In primo luogo nascono le idee
lussuriose nell anima dell uomo; in seguito si osserva che, da questi pensieri,
sorge una specie di corpo virtuale (questa costituisce quindi la tappa alla
quale si riferisce nella sentenza evangelica); infine l atto adultero si svolge
per quanto riguarda il corpo reale, di carne e ossa. A proposito della nozione
di carne, si dovrebbe ancora specificare la differenza, quanto al peccato della
lussuria, tra carne e corpo, vale a dire: quando l anima cessa di pensare,
immaginare, ricordare, assecondare, ascoltare, in una parola servire il corpo,
il corpo cessa di essere carne, oggetto e strumento di quel desiderio eccessivo
e disordinato che ha colpito l uomo dopo il peccato originale, per tornare a
essere solo corpo, un aggregato di materia che garantisce la vita dell
individuo [Il nuovo testamento, a cura di Giuliano Vigini, revisione di Rinaldo
Fabris, Milano, Paoline Editoriale Libri, Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi
capitali: storia dei peccati nel Medioevo, Il paradigma dei sette vizi capitali
nel Medioevo Si potrebbe dire, dunque, che, riguardo alla fornicazione, non ci
entra il corpo umano vero e proprio, ma un suo equivalente virtuale, come l
hanno formulato Casagrande e Vecchio. In effetti, già nell ottica agostiniana
della lussuria è inclusa l idea che gli impulsi concupiscenti corporali, da
soli, non costituiscono sensazioni peccaminose. È precisamente la
condiscendenza dell anima alle pulsioni carnali che trasforma queste ultime in
impulsi peccatori. In seguito, si deve segnalare, in questo capitolo, il punto
di vista piuttosto sorprendente di Pietro Abelardo (XII secolo) sul vizio
capitale della lussuria, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra anima
e corpo. Abelardo sosteneva che tanto la concupiscenza quanto l atto sessuale e
i compiacimenti che lo accompagnano avevano fatto parte della natura dell uomo
a partire dal peccato originale. Affermava che l elemento vizioso stava
solamente nella transigenza dell anima umana al corpo (carne, infatti)
corrispondente. Con questa teoria, Abelardo sviluppa, a dire il vero, una
concezione molto moderna della sessualità umana. Non per niente le sue
asserzioni hanno provocato moltissime reazioni alla sua epoca. La notevole
importanza dell anima in quest ambito viene confermata dalle conseguenze che ha
il vizio della lussuria non solo per il fisico dell uomo ma anche, e
specialmente, per la sua anima immortale. La fornicazione corrompe il corpo
umano, lo rende impuro e infangato; ma è ancora molto più dannosa all anima:
una volta imbrattata da questo peccato, lo spirito dell essere umano,
debilitato e confuso, incoerente, è sull orlo della rovina. Si tratta di un
vizio talmente onnicomprensivo che abbraccia tutti i livelli e strati dello
spirito; si espande in tutti gli angoli della mente. Il danneggiamento dell
anima dalla lussuria si rivela incontestabilmente il più grave nell
indebolimento della ragione, componente più nobile e preziosa dello spirito
umano. Mina il potere della capacità più eccezionale dell uomo, cioè la potenza
di dominare tutti i suoi sentimenti, emozioni e impulsi facendo appello alla
ragione. In effetti, non solo la chiesa si preoccupava dalla decadenza della
ragione sotto l influsso di attività sessuali. Prima della tradizione
cristiana, un ampia tradizione pagana aveva cercato di offrire uno sfogo a
simili preoccupazioni. In questo modo, ha potuto crescere, fra le altre prima
in ambito pagano, poi in contesto cristiano-, l idea che l intelligenza
concetto concepito come positivo- dovrebbe essere capace di mettere l uomo
nella 16 Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo possibilità di
controllare gli impulsi carnali concepiti come negativi. Dato che gli ultimi
avvicinavano l essere umano dall animale, il contrasto tra questi di una parte,
e la nobiltà incontestabile della ragione umana d altra parte, si rivelava
grandissimo. Se è vero che tale opposizione si presentava palesemente in
contesto scientifico, per dirlo così intellettuale, filosofico ecc.-, la sua
importanza per la vita quotidiana dell uomo medio è inequivocabile, visto la
funzione [della ragione] di garantire la misura, la compostezza, l equilibrio
nella vita di ciascun individuo. Trasposto in ambito letterario, il dualismo
fra la ragione e gli stimoli carnali, e, più in particolare, la follia nella
quale può sfociare la vittoria riportata dalla carne alla ragione, s
impadronisce dei protagonisti dei romanzi cortesi. Il fenomeno rappresenta il
culmine assoluto dell incostanza confusa che può essere provocata in varie
misure dalla lussuria. I coniugati e la lussuria. Se non sanno vivere in
continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere (Cor.) Tra tutte le
persone che non scelgono la castità come cura della lussuria, i coniugati
formano un gruppo speciale. Il matrimonio, in effetti, non elimina la lussuria,
ma nella misura in cui vieta tutti i rapporti extraconiugali e limita quelli
coniugali [a quelli che servono alla procreazione e quelli che sono necessari
per soddisfare le sensazioni concupiscenti dei coniughi ed evitare, in questo
modo, che commettono il peccato della fornicazione], la contiene e la riduce
28. La storia del concetto di matrimonio, per quanto riguarda il vizio della
lussuria, si rivela alquanto complicata. In primo luogo si deve segnalare che
la ragione per la quale certi cristiani propendevano per la castità e non per
il matrimonio consisteva nel fatto che il matrimonio limitava solamente la
lussuria; non poteva escluderla. Ma, allo stesso tempo, questo fatto veniva
anche rivendicato dai credenti che volevano proteggersi dalla lussuria: il
matrimonio, dopo tutto, delimitava la portata del vizio. Poi, Agostino aggiunge
che considera l unione coniugale un bene, certamente inferiore a quello della
castità, ma comunque un bene, e questo non solo per la procreazione dei figli. Il
nuovo testamento, Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei
peccati nel Medioevo. Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo ma
anche per la società naturale che l unione tra i due sessi comporta. Di più,
pone che Dio avrebbe previsto l unione carnale tra gli uomini e i loro
complementi femminili prima del peccato originale, visto che entrambi i sessi
erano già dotati di organi sessuali chiaramente visibili e differenti prima che
Eva ed Adamo disubbidivano a Dio. Il peccato non sta dunque nel coito [...] ma
nell uso che gli uomini ne fanno. Queste idee agostiniane sono state molto
diffuse durante tutto il Medioevo. Finalmente, si deve ancora segnalare che il
legame stabilito tra il vizio della lussuria e il matrimonio fa sì che il
peccato si estende dall essere umano individuale alla comunità intera. Può
corrompere tutta una società; non si tratta più di un vizio dannoso alla vita e
all anima di una singola persona, a tal punto che minaccia tutta la specie
umana. Da questo punto di vista, il peccato occupa una posizione particolare,
anzi unica nel settenario dei vizi capitali. La lussuria come potenza nel Canto
V dell Inferno Nella sua esposizione sulla lussuria come potenza (o impotenza)
Giorello asserisce che la lussuria è mescolanza di tutte le cose del mondo,
rotture d ordine, spezzatura. Nel caso di Paolo e Francesca, di certo, la lussuria
è stata responsabile di una rottura dell ordine quotidiano, anzi, dell ordine
del mondo come i due innamorati lo conoscevano. La spezzatura della loro realtà
viene causata direttamente dalla potenza (cioè, dalla potenza nel senso
filosofico della parola: potenza come volontà) che costituisce una parte
essenziale del desiderio lussurioso che sperimentano. Dal momento in cui cedono
alla loro volontà lussuriosa, Francesca, consapevolmente, abbandona suo marito,
pone fine al suo matrimonio. Caìn attende chi a vita ci spense; il nome di
Gianciotto è taciuto per disprezzo, non certo per femminile riserbo Neanche
Paolo può più tornare indietro; la relazione tra lui e suo fratello è
irrimediabilmente danneggiata. Il bacio dei due lussuriosi segna un passaggio
chiave nella loro storia lussuriosa. Dopo una fase di dubbi e di disperazione,
è arrivato il momento in cui decidono di rinunciare a tutto quello che è
familiare, e di perdersi in un avventura della quale sanno che gli porterà sia
la felicità assoluta sia la perdizione. La tragica combinazione di tenerezza e
di rovina è illustrata dal v. 106 Amor condusse noi ad una morte: la prima e l
ultima parola del verso si rispondono fonicamente AMOR condusse noi ad una
MORte. Inglese chiarisce che, in questo modo, il verso s iscrive nella lunga
tradizione di una diffusa paretimologia (Federigo dall Ambra, son. Amor che
tutte cose: Amor da savi quasi A! mor si spone. Per di più, la parola morte,
nel Canto V dell Inferno, conclude la serie di proposizioni principali il cui
soggetto è Amore. In questo senso, la lussuria si presenta come una mescolanza
di tutte le cose del mondo: ogni diritto ha il suo rovescio. Di rado, la realtà
nella quale vivono gli esseri umani offre una gioia senza che,
contemporaneamente, appaia anche qualcosa che tempera questo sentimento. È un
dato che si manifesta in modo particolarmente chiaro in situazioni G. Lussuria.
La passione della conoscenza, Alighieri, Commedia. Inferno, revisione del testo
e commento di Inglese, Roma, Carocci Inglese, commento al testo in Commedia.
Inferno di Alighieri, Roma, Carocci, Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese,
commento al testo in Commedia. Inferno di Alighieri, La lussuria come potenza
nel Canto V dell Inferno lussuriose. Paolo e Francesca propendono non solo per
la felicità (lussuriosa) ma anche per l aspetto penoso che essa implica. Da
quanto appena enunciato risulta che la dimensione della lussuria identificata
come la volontà forma una caratteristica fondamentale del fenomeno. Se manca
una forte volontà, non si può parlare di lussuria. È appunto dalla volontà
umana che procede il desiderio di qualcosa. Dal testo di Giorello emerge che il
desiderio an sich deve, infatti, considerarsi come essenzialmente lussurioso.
Nel caso di Paolo e Francesca, si tratta del desiderio dell altro. Dante presta
molta attenzione all espressione di tale potenza. È probabilmente una delle più
belle manifestazioni dello spirito umano: unica, forte, ma anche tragica. Forse
la bellezza risiede, appunto, nella tragicità. Quello che un essere umano può
realizzare grazie alla volontà commuove solo quando si mescola con altre
caratteristiche come, in questo caso, il tragico. Il desiderio umano, giudicato
lussurioso per definizione, è presente nel Canto V non solo nella decisione
presa da Paolo e Francesca. Ci troviamo nella prima parte dell Inferno, cioè
all inizio del viaggio sotterraneo di Dante personaggio. E siccome Dante parla,
infatti, di ognuno di noi, ci troviamo all inizio del viaggio che ogni
peccatore potrebbe desiderare, un giorno. Anche lui sperimenta un forte
desiderio. Si trova sulla via della perdizione, e vuole ritrovare la retta via.
Vuole andare verso la luce divina, è in cerca di una direzione nella sua vita.
Questa aspirazione predomina su tutto il suo essere, come il desiderio di
Francesca domina su Paolo e vice versa. Inoltre, Giorello pone che la
laicizzazione è la lussuria dell emancipazione dalla soggezione alla natura e/o
alla divinità emancipazione che costituisce la premessa di una società politica
matura. Secondo me, l autore suggerisce che l assunto che la laicizzazione sia
un processo lussurioso sarebbe ovviamente consono alla visione cristiana della
lussuria che la considera un vizio capitale. Classificare la laicizzazione tra
le varie forme in cui può manifestarsi la lussuria le conferirebbe lo statuto
di un azione peccaminosa. L idea principale che vuol esprimere il filosofo in
questa frase, però, è che il desiderio umano di venir liberati dall
assoggettamento a un potere superiore si rivela lussurioso, poiché si tratta di
un desiderio. Dante personaggio, tuttavia, desidera di esser assorbito
completamente dalla luce divina del Dio cristiano. E aspira alla stessa sorte
per tutti i suoi contemporanei. L opposizione G., Lussuria. La passione della
conoscenza. La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno tra la volontà
evocata da Giorello e quella di Dante personaggio illustra il punto di vista
del filosofo sulla lussuria. Che il carattere di un fenomeno sia o non sia
lussurioso non dipende dalla sua religiosità o laicità. Uno degli aspetti
essenziali della lussuria è la forza immensa della potenza umana che fa sì che
la lussuria può esistere. Oltre a ciò, l autore menziona che la lussuria
istituisce il nesso tra conoscenza e oblio. L aspetto della lussuria che è
analizzato e commentato in questo capitolo, la potenza, costituisce la forza
che spinge un essere umano ad avere curiosità e a cercare risposte alle proprie
domande. In questo senso, forma, infatti, l anello che lega l ignoranza e la
conoscenza. Dante personaggio vuole conoscere il mondo sotterraneo, e desidera
sapere se e come si può salvare. Dalla sua curiosità, quindi dalla sua volontà,
sorgerà la comprensione dei fenomeni che vuole capire. Si può pure trasformare
la conoscenza in oblio per il tramite della lussuria. Una volta che la
conoscenza è ottenuta, è possibile che essa provochi l oblio di altri fatti
conosciuti nell essere umano che la ottiene, com è illustrato dall epopea
mesopotamica la Saga di Gilgames alla quale si riferisce Giorello. Nel Canto V,
tuttavia, si osserva il contrario. Quello che era conosciuto nel passato non è
dimenticato, come pone appunto Francesca dopo che Dante le ha chiesto di
raccontare come lei e Paolo si sono rivelati i sentimenti amorosi reciproci: E
quella a me: Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/nella
miseria: e ciò sa l tuo dottore. Chiaramente, i due lussuriosi si ricordano
benissimo quello che sapevano prima del momento in cui la loro volontà di
conoscere li ha messi sulla via della perdizione, cioè, prima del momento in
cui si baciavano e s appropriavano la conoscenza dell altro. Anzi, in questo
passo, Dante autore utilizza letteralmente il verbo conoscere: Ma, s a conoscer
la prima radice/del nostro amor tu hai cotanto affetto/dirò come colui che
piange e dice. Ciò illustra l importanza ardente del significato del termine.
Per di più, Giorello pone che la potenza della dea [Venere] è quotidiana, non
solo eccezionale. Si potrebbe sostenere, quindi, che la caratteristica della
lussuria rappresentata da questa volontà incredibilmente potente non si
manifesta unicamente in situazioni o momenti eccezionali. Costituisce una forza
sempre presente nell essere Alighieri, Commedia. Inferno. G. Lussuria. La
passione della conoscenza. La lussuria come potenza nell’Inferno umano, gli
appartiene. Non sarebbe capace di liberarsi da essa, se lo volesse. Questo,
però, gli è connaturale: si tratta di una parte dello spirito umano troppo
essenziale. Senza di essa non sarebbe più un uomo. Per di più, rappresenta un impulso
troppo gradevole. All uomo piace infinitamente provare una tale energia dentro
di se. Gli dà l idea che potrebbe, infatti, realizzare il progetto che ha in
mente, che potrebbe trovare la risposta alla sua domanda. Gli dà il coraggio
necessario per dare ascolto ai sentimenti che lo sopraffanno e per arrischiarsi
in una ricerca o una situazione che possibilmente finirà male. È questo il
momento in cui la volontà lussuriosa, quotidiana, alleggiando, diventa
eccezionale. Questo momento speciale si osserva pure nella storia di Paolo e
Francesca. Dopo un lungo tempo di voler esser insieme (da solo), arriva quel
punto in cui il desiderio di Paolo di sapere come sarebbe di trovarsi nelle
braccia della donna amata, diventa troppo forte. La bacia. Un momento riempito
in modo molto eccezionale di volontà lussuriosa. Giorello menziona anche che la
dea Venere (e quindi la lussuria) può rivelarsi maestra di inganno 40. Certo,
nel Canto V, si osservano delle azioni ingannevoli: Francesca tradisce suo
marito, Paolo suo fratello. All aspetto ingannevole della lussuria, però, sarà
dedicato un altro capitolo della presente tesi. Ciò che colpisce nelle pagine
sulla lussuria come potenza in Lussuria. Passione della conoscenza, e che
potrebbe dar luogo a una riflessione interessante, è un idea che deduce da un
testo di Agostino, Città di Dio. Secondo G. si può capire da quest opera che,
secondo Agostino, la fiacchezza della nostra volontà (contrapposta alla forza
di quella divina) sia ben peggio di qualsiasi fisica impotentia coeundi 41
perché nell ordine naturale l anima è anteposta al corpo. Agostino descrive la
lotta della passione il corpo e della volontà l’anima parlando della lussuria,
affermando che esiste almeno l imperfezione della passione nei confronti della
pienezza della volontà. Ciò pone l accento sul valore più grande della forza
mentale che è la volontà dell uomo a paragone del suo corpo fisico. Rileva la
preziosità e la versatilità della potenza, la quale è valutata non solo dai
fedeli cristiani ma anche da laici. Si potrebbe sostenere, quindi, che si
tratta di un punto di vista comune e, di conseguenza, unificatore. L unione d
idee Agostino, Città di Dio, Introduzione, traduzione, note e apparati di Luigi
Alici, Milano, Bompiani, La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno
cristiane e laiche (nel senso di provenienti dagli antichi) si ritrova,
appunto, nella Commedia dantesca. A mio giudizio questa fusione è una delle
caratteristiche più meravigliose dell opera. Si rivela in modo splendido nel
passo su Paolo e Francesca. La ricchezza del Canto V proviene, tra l altro,
dall enumerazione dei nomi di Semiramide, Cleopatra, Tristano, e di tutti gli
altri personaggi lussuriosi della mitologia classica menzionati dalla guida di
Dante, Virgilio. Inglese spiega che sono donne antiche e cavalieri: insomma, l
intero mondo del romanzo epico-amoroso, che aveva, di fatto, connesso in un
ciclo unico Troianorum Romanorumque gesta et Arturi regis ambages [ avventure ]
pulcerrime (Dve I x 2) La loro
apparizione conferisce un atmosfera unica all Inferno cristiano. Evocano la
grandezza delle storie antiche di alcune coppie famosissime. Risulta dai versi
quanto sono care a Dante, tutto come la sua fede. Il ricordo della
disperazione, dell amore e della perdizione caratteristico di queste storie si
mescola, nel Canto V, ai sentimenti simili di Paolo, Francesca e Dante. Per
quanto riguarda quella relazione emotiva triangolare tra Dante, Paolo e
Francesca, si può segnalare che la sua forza emozionale è ancora aumentata dal
fatto che, per Francesca, la visita del pellegrino forma un opportunità unica
per confessarsi (dal punto di vista dei colpevolisti di Renzi) o per comunicare
e quindi rendere immortale la sua tragica storia d amore (secondo la visione
dei giustificazionisti di Renzi, cf. infra). Inglese afferma che gli incontri
fra il P. [Dante personaggio] e i dannati si presentano come un momento affatto
eccezionale nello svolgersi (che non ha però vero svolgimento) della pena di
questi ultimi: per un motivo superiore ossia, per l edificazione del P. e poi
dei viventi che leggeranno il resoconto del viaggio la Provvidenza suscita in
alcuni dannati un estremo atto di personalità [ vegnon per l aere, dal voler
portate ]. Sul piano poetico, ciò si
traduce in una forte drammatizzazione degli episodi: Francesca, per esempio,
non avrà mai un altra occasione di confessarsi, di dare forma verbale al
proprio tormento. Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno d’Alighieri,
Alighieri, Commedia. Inferno. Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno d’Alighieri,
La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno Da quello che precede,
risulta che un estremo atto di personalità implica una volontà potente, dato
che la volontà costituisce una parte essenziale dell essere umano. Si potrebbe
dire che, con l ultima frase, Inglese si presenta come un colpevolista, poiché
dare forma verbale al proprio tormento può significare dare forma verbale al
suo peccato e al modo in cui lo strazio della punizione infernale la tortura.
La seconda parte della frase di Inglese, però, potrebbe anche essere
interpretata come dare forma verbale al modo in cui entrambi il ricordo del
tempo d i dolci sospiri 46 e quello della fine tragica della sua storia d amore
la tormentano. Allora, per quanto riguarda Francesca, Inglese si presenterebbe
non solo come un colpevolista, ma anche come un giustificazionista. Ritornando
alle donne antiche e cavalieri, Renzi asserisce quanto segue: Se ci sarà ancora
una critica letteraria dedita a leggere con attenzione i testi, qualcuno
noterà, per esempio, che la pietà di Dante per Francesca, primo segno della sua
partecipazione emotiva alla storia di Francesca, seguita poi dallo svenimento,
era già cominciata al v. 72 e si riferiva alle donne antiche e cavalieri,
dunque a tutti quei fantasmi letterari che prima sono definiti peccator
carnali. Dunque Dante non solidarizza solo con Francesca. 47 Mentre Virgilio
annovera nome dopo nome, Dante personaggio sente come, nel suo cuore, cresce la
compassione. Ascoltando la sua guida, diventa sempre più commosso, triste e
silenzioso per tutto quell amore disperato, perso. Anche lui ha amato e perso
la persona amata. Pasquini pone che non si ha soltanto il dramma cruento dei
due giovani amanti riminesi; c è anche il dramma interiore di Dante che si
sente personalmente coinvolto in quella tragedia 48. Questo dramma interiore
che sperimenta il pellegrino di fronte alla tragedia romagnola si spiega,
secondo Pasquini, dall atto d accusa di Beatrice nel Purgatorio. Qualcosa di
Francesca ritorna in Dante e nel suo personale traviamento, sotto la spinta del
rigoroso atto d accusa cui lo sottopone Beatrice; il che spiega con chiarezza,
quasi completandolo, il suo turbamento che non è solo pietà di fronte alla
tragedia romagnola. Alighieri, Commedia. Inferno. Renzi, Le conseguenze di un
bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante. Pasquini, Dante e le
figure del vero. La fabbrica della Commedia, cIbidem. La lussuria come potenza
nel Canto V dell Inferno Secondo Ginguené, autore di Histoire littéraire d
Italie, non è stato il Dante filosofo e teologo che si rivela in altri passi
della Commedia che ha scritto l episodio di Paolo e Francesca, ma è stato il
Dante innamorato di Beatrice. In questo senso, il Canto V parla da ENEA –
VIRGILIO (si veda) e Didone, Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, e pure d’ALIGHIERI
(si veda) stesso. Di conseguenza, tratta anche di ognuno di noi, poiché il
passaggio di Dante personaggio attraverso l inferno, il purgatorio e il
paradiso celeste rappresenta il viaggio simbolico di ogni peccatore che
desidera ritrovare la retta via. Ginguené, per di più, non evidenzia la pietà
di Dante, ma nota che la pena in fondo, se non è mite, è la più piccola fra
tutte quelle previste dal poeta. Renzi spiega come questo non sembra una grande
osservazione, ma la riprenderanno, in genere senza conoscersi l uno con l
altro, molti critici, da FOSCOLO (si veda) [Discorso sul testo della Commedia]
a Barolini [Dante and CAVALCANTI (si veda) (On Making Distinctions in Matters
of Love): Inferno V in Its Lyric Context. E ci aggiunge: Nardi [Filosofia dell
amore nei rimatori italiani nel Duecento e in altri 54 ], che era l unico che
di queste cose se ne intendeva davvero, ha notato che, tra i peccatori nella
carne, ALIGHIERI ha punito i golosi più gravemente dei lussuriosi, invertendo l
ordine d’AQUINO (si veda) Forma un argomento che sostiene la tesi di Ginguené
secondo la quale l unico vero autore dell episodio di Francesca sarebbe stato
il Dante amante di Beatrice, e certamente non il Dante teologo. Anche per
Francesco De Sanctis (in Francesca da Rimini) e per Croce (La poesia d’ALIGHIERI),
segnala Renzi, Dante, come teologo e come cristiano, disapprova i peccati dei
lussuriosi. Inglese definisce la pietà di Dante ( pietà mi giunse e fu quasi 50
Ginguené, Histoire littéraire d Italie, citato da Lorenzo Renzi in Le
conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante,
Ibidem, Foscolo, Discorso sul testo della Commedia, in Id., Studi su Dante, a
cura di Giovanni Da Pozzo, Firenze, Le Monnier,Barolini, Dante and Cavalcanti
(On Making Distinctions in Matters of Love): Inferno V in Its Lyric Context, in
Dante studies. Nardi, Filosofia dell
amore nei rimatori italiani nel Duecento e in altri, in Id., Dante e la cultura
medievale, Bari, Laterza, il passo che interessa con i riferimenti ad AQUINO
(si veda). Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella
Commedia di Dante, cit., Sanctis, Francesca da Rimini, in Id., Lezioni e saggi
su ALIGHIERI (si veda), a cura di Romagnoli, Torino, Einaudi, Croce, La poesia
di Dante, Bari, Laterza. La lussuria come potenza nell’Inferno smarrito 58 ) un
profondo turbamento in cui sono fusi l orrore per il peccato e il dolore per l
umanità peccatrice giustamente punita. Per Sanctis e per Croce, da un punto di
vista emozionale, invece, Dante non condanna i lussuriosi. Croce sottolinea
pure il potere estasiante che ha avuto il libro narrando la storia di
Lancillotto e Ginevra sui due peccatori. Asserisce però che Dante, al contrario
di altri poeti, riesce a rompere e a superare l incantesimo dolce dell amore.
Così, afferma Renzi, il critico italiano è riuscito a ottenere un momento di
sovrano equilibrio nella storia della critica della Commedia, e in particolare
dello scontro tra colpevolisti [quelli che considerano Francesca una peccatrice
integralmente responsabile delle vicende] e giustificazionisti [quelli che si
fanno paladino della donna D altronde, per quanto riguarda la colpevolezza o l
innocenza di Francesca, Inglese segnala che la donna, affermando che Amor, ch
al cor gentil ratto s apprende, da un punto di vista psicologico si rivela
sincera, ma che, nella prospettiva etica del poema, è]obiettivamente falsa
poiché Amore è sempre soggetto delle azioni determinanti [ prese costui della
bella persona/che mi fu tolta: e l modo ancor m offende./amor, ch a nullo amato
amar perdona/mi prese del costui piacer sì forte/che, come vedi, ancor non m
abandona./amor condusse noi ad una morte. Da quest’angolatura, infatti, tutte
le due ipotesi (tanto quello della colpevolezza quanto quello dell innocenza di
Francesca) rientrano nelle possibilità. Si può considerare Amore come il vero
colpevole, o giudicare che la donna si è arresa a lui, caso in cui lei si
rivela responsabile per le vicende. Secondo Inglese, l aggettivo leggieri che
si trova nel v. 75 e paion sì al vento esser leggieri 63 farebbe parte di un
idea esclusivamente poetica (e quindi non strutturale) che vuole dimostrare, al
lettore, il peso carnale del peccato d amore. Tutto come questo formerebbe un
suggerimento puramente poetico, Francesca, nella poesia, vive come anima
tormentata dalla passione d amore, mentre dalla struttura è dannata per
adulterio incestuoso. Quindi, quello che De Sanctis e Croce attribuiscono a
Dante teologo e Dante Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese, commento al testo
in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Renzi, Le conseguenze di un bacio. L
episodio di Francesca nella Commedia di ALIGHIERI, Alighieri, Commedia.
Inferno, Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno diAlighieri,
Alighieri, Commedia. Inferno, Giorgio Inglese, commento al testo in Commedia.
Inferno di Dante Alighieri. La storia di G. In Articoli di Ciardi Dopo la
scomparsa di G., ho letto molti ricordi a lui dedicati. Uno dei migliori è
senz’altro quello di Vincenzo Barone, che compare nelle pagine di questo numero
di Query . Ringrazio sentitamente Enzo per avere accettato di scriverlo.
image Io vorrei contribuire alla memoria del nostro grande studioso (e amico)
sottolineando soltanto uno tra i molti suoi meriti. Giulio era anche un ottimo
storico della scienza e delle idee. Tale merito gli è stato
riconosciuto da uno dei maestri del Novecento in questo settore, Paolo Rossi
Monti (il cui nome ricorre spesso in questa rubrica e al quale è stato dedicato
il primo numero di “Parastoria”, su Query. Recensendo uno dei tanti bellissimi saggi
di G., Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del Mito Rossi scrive. G. è allievo
di Geymonat. Insegna e si è prevalentemente occupato di filosofia della
scienza. Attualmente è anche Presidente della Società Italiana di logica e
filosofia delle scienze. Come il suo libro dimostra, non solo utilizza una
grandissima quantità e varietà di testi, ma anche conosce come pochi (e minutamente
la storia e i luoghi dell’Inghilterra e, più ancora, dell’Irlanda. Giorello è
del tutto consapevole del fatto che il suo libro è una sorta di labirinto.
Dentro quel labirinto (che ha una struttura geometrica) egli conduce a volte
trascina il lettore. Le avventure di idee hanno la strana (per alcuni
insopportabile) caratteristica di essere un po’ avventurose: di portare molto
lontano dall’idea che la filosofia abbia il compito di mettere ordine nel
mondo, di trasformarlo (come diceva il mio maestro BANFI (si veda)) in una
linda casetta. Una parte consistente della filosofia italiana sembra impegnata
a confrontare accuratamente fra loro i testi di cinque o sei rispettabili
filosofi di lingua inglese, a commentarli, a commentare i risultati del
confronto, a polemizzare con gli altri commentatori tentando, nel più dei casi,
arzigogolate mediazioni fra tesi contrapposte. Di una cosa non mi pare lecito
dubitare: G. non fa parte della vasta, soporifera e innocua schiera degli
oscuri e instancabili “roditori accademici. L’espressione “roditori
accademici” era un rimando a quanto scritto sul tema da Paul K. Feyerabend, un
pensatore con cui Rossi ha spesso polemizzato, ma per il quale nutriva profonda
stima. E che anche G., non a caso, come ha ricordato Barone, ben conosceva. Sua
la prefazione all’edizione italiana di Against method. Outline of an
anarchistic theory of knowledge, pubblicato da Feltrinelli. Rossi citava
spesso, con orgoglio, che il suo libro che compendiava decenni di ricerche sui
rapporti tra scienza e magia, Il tempo dei maghi. Rinascimento e modernità,
fosse uscito nella collana “Scienza e idee” diretta da G, per Cortina. Perché
sapeva quanto G. avesse chiaro cosa significasse fare storia della scienza,
come ricorda nell’analisi del saggio di Bellone, Molte nature. Saggio
sull’evoluzione culturale. La parola chiave del processo storico – come nota G.
nella brillante prefazione che ha scritto per questo libro – è imprevedibilità.
Accade infatti spesso nel presente (ed è accaduto spesso nel passato) che gli
scienziati siano stati costretti a “vedere” cose diverse da quelle che
avrebbero invece dovuto scorgere sulla base delle proprie credenze personali. Come
ci ha ricordato Barone, G. si laurea sia in filosofia che in matematica. Per
questo motivo, come aveva presente Rossi, G, non ha mai pensato che il semplice
fatto di essere scienziati equivalga, per coloro che svolgono tale professione,
ad una autorizzazione «a parlare di testi che non hanno letto, a prendere
posizioni su questioni che non conoscono, ad esprimere opinioni su problemi che
non hanno mai avvicinato. Del resto, già oltre un secolo fa il matematico Paul
Tannery, uno dei padri fondatori della storia della scienza come disciplina
specifica, afferma che «per essere un buono storico non basta essere
scienziato. Bisogna prima di tutto volersi dedicare alla storia, cioè averne il
gusto; bisogna sviluppare in sé il senso storico che è essenzialmente
differente da quello scientifico; bisogna infine acquisire una serie di
conoscenze particolari, di ausilio indispensabile per lo storico, che sono
invece del tutto inutili allo scienziato che si interessa solo al progresso
della scienza. Anche per questo, G. era un fautore delle collaborazioni. Come
quella tra le innumervoli con Sindoni, che ha portato alla realizzazione
dell’affascinante Un mondo di mondi. Alla ricerca della vita intelligente
nell’Universo, dove G., nella parte storica di sua competenza, mostra (anche in
questo caso) una conoscenza approfondita e raffinata degli argomenti trattati.
Mostrando, ad esempio, in nome di quella “imprevedibilità” alla quale si
accennava poco fa, come il “romanziere” Jules Verne avesse, sul tema
dell'abitabilità dei mondi, idee molto più chiare e precise dello scienziato Flammarion.
Del rapporto tra le due culture G. ha sempre preso il meglio (non dimentichiamo
che il celebre testo di Snow sull’argomento fu introdotto in Italia dalla
prefazione di Geymonat). Ed era consapevole del ruolo decisivo della scuola
nello sviluppare un processo di apprendimento diverso rispetto a quello
tradizionale. C’è soprattutto da vincere la scommessa circa “l’avvenire delle
nostre scuole”, come direbbe Nietzsche. Chi guarda attentamente alle grandi
svolte del pensiero scientifico e alla stessa innovazione tecnologica non può
non constatare come gli aspetti più creativi abbiano travolto qualsiasi
steccato disciplinare. Valeva ieri per le dottrine di Copernico o per quelle di
Darwin, vale oggi per le frontiere della cosmologia o per quelle della
biologia, per non dire dell’informatica e dell’alta tecnologia. Potremmo
dilungarci su non pochi esempi di virtuose contaminazioni nelle scienze come
nelle lettere. Ma ci limitiamo qui a ricordare che la separazione delle culture
è l’effetto più deplorevole dell’atteggiamento che concepisce le acquisizioni
dell’avventura umana come entità fisse, sospese nel cielo platonico delle idee.
Perciò G. (sempre utilizzando le parole di Rossi) provava «una invincibile
ripugnanza» per «gli elenchi di scoperte e di ritrovamenti tecnici, per le
sfilate di risultati eternamente veri e di errori eternamente falsi. Ancora G. Cosa
c’è di meglio per qualsiasi creazione dello spirito umano che venire
utilizzata, contestata, magari stravolta in un dibattito (come è appunto quello
scientifico), in cui in linea di principio nessuna opinione è immune da critica
o revisione? L’ospitalità che la scienza offre a qualsiasi “straniero”
(ricordiamoci delle parole di Milton) è di questo tipo. Non c’è miglior
rispetto che quello che prende forma nelle modalità del conflitto. Grazie di
tutto, Rossi. A mio non modesto parere. Le recensioni sul “Sole-24 ore”, a cura
di Bondì e Monti. Bologna: Mulino, Feyerabend, La scienza in una società
libera. Feltrinelli: Milano, Rossi. Feyerabend: un ricordo e una riflessione,
in Un altro presente. Saggi sulla storia della filosofia.Bologna: Mulino,
Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza;
Prefazione di G., Milano: Feltrinelli; Cfr. ad esempio, Rossi; A mio non
modesto parere, Rossi; Ci sono molti Galilei?in Un altro presente; Tannery. De l'histoire générale des
sciences, in “Revue de Synthèse”) G. Flammarion, lo “scienziato”, sconfitto da Verne, il
romanziere, in Un mondo di mondi. Alla ricerca della vita intelligente
nell'Universo. Milano: Raffaello Cortina, G. Per una Repubblica delle Scienze e delle
Lettere, in Le due culture, a cura di A. Lanni. Venezia: Marsilio, Rossi.
Considerazioni conclusive, in Atti del Convegno sui problemi metodologici di
storia della scienza. Firenze: Barbera. G. Per una Repubblica delle Scienze e
delle Lettere. Grice: “The
etymology of libertine ruins it! – or ruins the concept. A slave liberated,
being of a low class condition, would be criticized for his excesses of
freedom!” Nome compiuto: Giulio Giorello. Giorello.
Keywords: reame, re, il libertino, implicatura speculativa – specchio e il
reame: la communicazione -- “il fantasma e il desiderio” “lo spettro e il
libertino” “lo specchio del reame” – “il libertino” “lo scimmione intelligente”
lo specchio di Narciso, Bruno, Leopardi-- -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Giorello” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorgi:
la ragione conversazionale al limite -- l’implicatura conversazionale di Bacco
– filosofia cavallinese – la scuola di Cavallino -- filosofia leccese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cavallino). Abstract. Grice: “We often forget that at Oxford they
once worshiped such gods as Monday, Tuesday, Wednesday and Thursday – as they
did in Ancient Rome!” Keywords: Bacco. Filosofo
cavallinese. Filosofo leccese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Cavallino,
Lecce, Puglia. Si laurea a Perugia con Givone con “L’estetico” --. studia con Seppilli
e Arcangeli Studia etnomusicologia della “Grecìa salentina”, rivalutando i
brani in "grico". Altre opere: “Pizzica e rinascita”, La Gazzetta del
Mezzogiorno”. Cura “La danza delle spade e la tarantella. Insegna a Lecce. “Le
strade che portano al Subasio passando dal Salento” (Ed. Del Grifo, Lecce), “Tarantismo
e rinascita: i riti musicali e coreutici della pizzica-pizzica e della
tarantella” (Lecce, Argo); “La danza delle spade e la tarantella: saggio
musicologico, etnografico e archeologico sui riti di medicina” (Argo, Lecce). “Pizzica-Pizzica,
la musica della rinascita. La tarantella del tarantismo e la sua resurrezione:
struttura musicale, stato dell'arte e neotarantismo” (Lecce, Pensa MultiMedia);
“L'estetica della tarantella: pizzica, mito e ritmo, Congedo Editore, Galatina);
“Pizzica e tarantismo: la carne del mito dall'etnomusicologia all'estetica
musicale, Galatina, Edit Santoro); “Il tarantismo come mito: dagli errori di De
Martino alla rivalutazione del pensiero mitico, Galatina, Congedo); “Il mito
del tarantismo: dalla terra del rimorso alla terra della rinascita, Galatina,
Congedo); “I poeti del vino, Galatina, Congedo); “La pizzica, la taranta e il
vino: il pensiero armonico, Galatina, Congedo, “La rinascita della pizzica,
Galatina, Congedo); Husserl e la Krisis,
3ª in “Segni e comprensione”, Milano); Il francescanesimo tra idealità e
storicità, in “Segni e comprensione”,
Porzincula (S.Maria degli Angeli); “Il canto popolare salentino, in Convegno Di
Studi Demologici Salentini, Copertino. F. Noviello e D. Severino, Capone,
Cavallino Pierpaolo De Giorgi, Il tarantismo secondo Schneider: nuove
prospettive di ricerca, in, Quarant'anni dopo De Martino: il tarantismo, Atti
del Convegno, Galatina, La iatromusica carne del mito: la pizzica pizzica tra
etnomusicologia ed estetica musicale, in, Mito e tarantismo Pellegrino, Pensa
MultiMedia, Lecce, La pizzica pizzica immensa risorsa culturale del Sud, in,
Terra salentina: i Sud e le loro arti, materiali del Convegno di Arnesano, La
Stamperia, Leverano, Pierpaolo De Giorgi, “Il ritorno di Dioniso” a proposito
di un libro diPellegrino, in “Segni e comprensione”, Fra aborigeni e
tarantismo, in, Settimana di promozione culturale pugliese C. Minichiello,
Pensa MultiMedia, Lecce, Le tradizioni popolari nei disegni di Severino, greco,
Copertino, Diario di bordo, in, La czarda e il vento: antologia di autori salentini,
Conte, Congedo G.i, Poesia sintetica, in, Il cuore di Amleto: testi, grafiche e
fotografie di autori contemporanei salentini e ungheresi, nota introduttiva di
G. Conte, traduzioni di F. Baranyi e A. Menenti, Veszprém, Pierpaolo De Giorgi,
I fogli, in “L'Immaginazione”; Chiedendo e schiodando, La vita amico è l'arte
dell'incontro e Maestà delle volte, in Omaggio al Salento, Torgraf, Galatina, In
marcia di pace verso Assisi e Trilogia del molto e ben comunicare, in Omaggio a Maglie cuore del Salento, Torgraf,
Galatina, Fantastica pizzica, in, Salentopoesia, festival nazionale di poesia
con musica e danza, Gallipoli, Conte, Lecce, Gheriglio in disegno e preghiera,
in, Salentopoesia, festival nazionale di
poesia con musica e danza, Lecce, Conte, Lecce, Isola nel Trasimeno, in, Salentopoesia, festival
nazionale di poesia con musica e danza, Monteroni, Conte, Lecce, G. S'è
cambiato il mondo? e Leggeri Cieli da Leggere, in Luigi Marzo: mostra di pittura,
Spello, catalogo, Spello, Lascio un cielo di luce cinica, in Sulle ali di
Pegaso senza mai cadere. Marzo: mostra di pittura, Città della Pieve, Tipografia
Pievese, Città della Pieve 1998. Discografia Album Fantastica Pizzica (MC Discoexpress)
Pizzica e Trance (MC Discoexpress) Pizzica e Rinascita (CDSorriso) Il tempo
della taranta: pizzica d'autore (CDDrim) Pizzica grica: to paleo cerò (CDPlanet
Music Studio) Pizzica e RinascitaRistampa (CD C&M) Taranta Taranta (CDIrma
records). La pizzica la taranta e il vino. Il pensiero armonico – G. G.B.
Il libro è stato pubblicato la prima volta
e dopo anni riteniamo
particolarmente ricordarlo per la sua attualità culturale. G., peraltro, è
socio della nostra ASSOCIAZIONE APSEC e collaboratore di questa nostra
rivista. La ricerca innovativa e serrata compiuta da G., in tanti anni di
impegno nelle acque agitate dell’etnomusicologia e dell’estetica, approda
finalmente al porto sicuro dello studio La pizzica, la taranta e il vino: il
pensiero armonico. Accade allora che scoperte e sorprese, esposte
con cura e rigore scientifico, si susseguano qui continuamente e senza
soluzione di continuità, offrendo una concezione finalmente reale del
tarantismo e della sua musica terapeutica, la pizzica pizzica, come pure del
decisivo ruolo simbolico e religioso del vino nella civiltà mediterranea. Sono
esperienze direttamente connesse con quelle antecedenti del dio Dioniso, il
nume più significativo della Magna Grecia e dei territori da essa influenzati,
archetipo dell’adesione entusiastica alla vita, della reciprocità e del
dialogo. Tramite Dioniso, nella musica e nella danza, come pure nel
vino e nell’ebbrezza, l’uomo recupera il contatto con le radici più profonde
dell’essere, che si manifestano armoniche, duali e complementari. Per questo i
simboli della taranta, della pizzica pizzica e del vino sono rimedi psicologici
che restituiscono l’armonia perduta e che si pongono come un’efficace risorsa
anche oggi, per costruire un nuovo umanesimo. Sono simboli mitici, che
collaborano con quelli della festa e del rito, e vengono prodotti da un
soggetto collettivo. Devono essere considerati come arte tradizionale, alla
stessa stregua dell’arte individuale. Nel delineare i confini di queste
concezioni, G. rimedita il brillante ma non del tutto sufficiente “pensiero
meridiano” di Nietzsche, di Camus e di Cassano. In Puglia, come in gran
parte del mediterraneo, “il pensiero armonico” è il pensiero della rinascita e
della misura, valori indispensabili anche oggi per un corretto cammino della
coscienza verso la comprensione di se stessa e dell’uomo verso la propria
natura divina.” IL PENSIERO ARMONICO E LA RICERCA IN PUGLIA La Puglia e il
pensiero armonico Il mare, l’armonia degli opposti e la luce mediterranea Il
pensiero armonico come incontro di mythos e di logos Le radici elleniche della
tradizione pugliese Archeologia e storia. Etnomusicologia ed estetica della
tarantella La ricerca comparativa sui brindisi e le analogie con la pizzica
pizzica Il mito e il pensiero armonico del Mediterraneo nella contemporaneità L’ambivalenza
del mito e la misura armonica La misura armonica e il cristianesimo Monoteismo
e panteismo Noi e i miti del tarantismo e del labirinto. Verso un nuovo
umanesimo I BRINDISI E LA PIZZICA PIZZICA COME SIMBOLI DI RINASCITA I
brindisi e la pizzica pizzica come simboli di rinascita in Puglia La festa e il
pensiero mitico della rinascita La forza estetica di un’arte speciale del
leccese, la pizzica pizzica Pizzica pizzica, tarantella e bellezza L’umanesimo
mediterraneo e la bellezza mitica della pizzica pizzica e della tarantella Le
civiltà del vino e l’ambiente poetico tradizionale della Puglia I brindisi, la
tradizione popolare e il soggetto collettivo La ricerca etnomusicologica ed
estetica e i brindisi tradizionali Il ritmo armonico della pizzica pizzica e la
gestione delle contraddizioni La cumbersazione e i brindisi IL TEMPO
CICLICO, LA RIVOLTA COLLETTIVA E IL PENSIERO ARMONICO TRA ARTE E MITO Il
tarantismo come rito di rinascita e il tempo ciclico come attività psichica
collettiva di rivolta Nietzsche, l’eterno ritorno e il recupero del pensiero
arcaico del Mediterraneo. Le analogie dello Zarathustra con il tarantismo La
vita come conoscenza: grandezza e miseria di Nietzsche. L’eterno ritorno
dell’identico e l’eterno ritorno dell’analogo Gli errori di MARTINO (si veda) e
le intuizioni di Camus. La rivolta come lotta contro il negativo e come
affermazione dell’essere e della vita I brindisi, la pizzica pizzica e il rito
del tarantismo come affermazioni della vita. La ierogamia e la rinascita I
simboli della rivolta e dell’inversione terapeutica Il ruolo di inversione
della pizzica tarantata: mito, ritmo e analogia La pizzica scherma di
Torrepaduli e la rivolta mitica I risultati dell’analisi etnomusicologica: la
biritmìa simbolica. La pizzica pizzica come analogon della dynamis armonica
universale PENSIERO ARMONICO E SOGGETTO COLLETTIVO Il ritorno al cielo
del Sud e i fraintendimenti di Nietzsche. Dioniso e il pensiero armonico
L’aióresis dionisiaca e la Processione dei Misteri di Taranto. Il mare
come simbolo armonico e come terapia L’intenzionalità collettiva: il teatro
tragico del tarantismo e la tragedia greca Il tempo ciclico e la Magna Mater:
l’evoluzione della coscienza La Grecia e il governo rituale degli archetipi.
Pizzica pizzica e labirinto I brindisi tradizionali e la pizzica pizzica come
arte tradizionale collettiva L’arte collettiva tradizionale come arte del mito.
L’umanesimo della misura IL
SIMPOSIO, I BRINDISI E L’UMANESIMO DELLA MISURA La tradizione pugliese e il
simposio greco e magnogreco Il brindisi e il simposio L’ethos del vino come
armonia degli opposti La sperimentazione del divino e l’etica della misura Il
pensiero armonico, l’agape e il rischio della dismisura La sublimazione del
simposio La dismisura e la degenerazione del simposio L’EMERSIONE DEL PENSIERO ARMONICO DALLA
RICERCA E DALLA COMPARAZIONE La danza, le uova e le corna come simboli
simposiali di rinascita. Il gesto dionisiaco delle corna nelle musiche e nelle
danze della rinascita I saperi tradizionali dell’equilibrio mensurale del
pensiero armonico: il ritmo e la benedizione La città di Brindisi, l’origine
del nome brindisi e il Bacco in Toscana La cena della spillazione Il porto di
Brindisi e le corna rituali come simbolo di rinascita. Il brindisi di Dioniso e
di Semole come benedizione Indice dei nomi Iconografìa
comparativa Lecce Tarantula. Antropologia simbolo e iniziazione
dalla Tradizione alla Contemporaneità Incontri culturali INCONTRI CULTURALI
Tarantula. Antropologia simbolo e iniziazione dalla Tradizione alla
Contemporaneità Da Ernesto De Martino ad oggi la Pizzica Salentina, la Taranta
e tutto quel mondo che attorno ad essa ruota in maniera spettacolare e
folklorico, in realtà nasconde studi e tradizioni che affondano le loro radici
in un passato lontano. In una prospettiva più ampia si può dire che in Europa
c'è un luogo che da qualche tempo a questa parte ha espresso una incredibile
sequenza di suoni, stili, artisti, esperimenti e contaminazioni culturali.
Questo luogo è il Salento. La Terra del Rimorso - come la definì MARTINO (si
veda) - si è trasformata nella Terra dello spettacolo delle tradizioni.
Riportando con forza la cultura popolare, l'attenzione per le radici, al centro
dell'immaginario giovanile e del consumo pop, il Salento si è rivelata una meta
a cui non si può rinunciare. A cinquanta anni dal viaggio della troupe di
Ernesto de Martino nel Salento, quei luoghi si sono trasformati in altro,
dimenticando l’Oltre. Negli ultimi vent'anni il Salento è stato spettatore
della nascita delle dance hall del Sud Sound System, e dell'irruzione sulla
scena della pizzica, sottratta da un lato al folklore, dall'altro all'accademia
sino poi al più grande world music festival del mondo, la Notte della Taranta.
Degli aspetti antropologici dell’argomento e di quelli iniziatici, simbolici ed
esoterici se ne occuperanno Maurizio Nocera e Pierpaolo De Giorgi in un
incontro dibattito senza precedenti Mail Presidente Ass. Thorah –
piscopo. grazia @libero.it Biografie relatori G., laureato in
Filosofia, è etnomusicologo, filosofo, musicista e poeta. Ha fondato e guida “I
Tamburellisti di Torrepaduli”, con i quali ha suonato in Italia e in tutto il
mondo, provocando la nascita-rinascita del genere musicale pizzica. Ha inciso
sette dischi, che hanno venduto più di centomila copie, scrivendone i testi
poetici e le musiche. Sue liriche sono state tradotte in greco e in ungherese.
Assieme al pittore Luigi Marzo, ha pubblicato il noto volume Le strade che
portano al Subasio passando dal Salento (Del Grifo). Ha tradotto in italiano La
danza delle spade e la tarantella di Marius Schneider (Argo, 1999) e ha
pubblicato numerosi volumi di ricerca, tra i quali Tarantismo e rinascita
(Argo, 1999), L’estetica della tarantella (Congedo 2004), Pizzica e tarantismo
(Edit Santoro, 2005), I poeti del vino (Congedo 2007), Il mito del tarantismo
(Congedo, 2008), La pizzica, la taranta e il vino: il pensiero armonico
(Congedo), La rinascita della pizzica: testi, poesia e storia dei Tamburellisti
di Torrepaduli. La via della Taranta (Congedo 2012) che riformulano
radicalmente le indagini sul tarantismo e sulla tarantella iatromusicale.
Maurizio Nocera - “Maurizio Nocera (classe 1947) … è un eccellente
rappresentante di quella genia … di intellettuali militanti, che sono sempre di
meno, oggi, in giro. “Impegnato” dalla punta delle (consumate) scarpe fino alla
radice dei (pochi) capelli, infaticabile viaggiatore, talent scout, esploratore
di mondi diversi, inguaribile sognatore, gran parlatore, insegnante,
politologo, promoter culturale, contastorie, indefesso ricercatore e
divulgatore di patrie memorie, bibliofilo, collezionista, scrittore, salentino
al cento per cento eppure cittadino del mondo, giornalista, poeta, saggista,
storico, critico letterario, editore. Vincenti, Io e Maurizio Nocera, in spigolaturesalentine.
wordpress. co /spigolautori maurizio-nocer
a/). Maurizio Nocera è segretario provinciale dell'ANPI di Lecce.Grice: “Giorgi
is not an Italian philosopher; he is a Leccese philosopher. You have to be Leccese to be
a Leccese philosopher, and only a Leccese philosopher will NOT appropriate
TARANTA – as Martino did – misunderstanding it – The idea of Nietzsche on Bacco
is all very well, but Giorgi notes that you have to have the Leccese experience
to understand all this”. Nome
compiuto: Pierpaolo De Giorgi. Giorgi. Keywords: l’implicatura di Bacco, il
ritorno di Dioniso; mito. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorgi:
la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della fiducia nella fiducia – filosofia vernolese – la scuola
di Vernole -- filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Vernole). Abstract. Grice: In what I
call the fundamental question regarding what I propose as the goal of
communication, trust features large, but as G. notes, this is a second-order
trust – trust in one’s addressee’s trust, and trust in our trust in our
addresee’s trust. Without such a hierarchy, interest never reaches the level of
a duty!” Keywords: fiducia nella fiducia. Filosofo
vermolese. Filosofo luccese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Vermole,
Lecce, Puglia Grice: “Giorgi discovered a phenomenon I often overlooked:
meta-trust: ‘la fiducia nella fiducia e, alla Parsons, la fiducia di ego con
alter, e alter con ego. Grice: “I love
Giorgi, for various reasons; unlike Sir Geoffrey Warnock, or me, who base our
Kantian-type morality on trust, Giorgi recognises a very apt distinction
between trust and ‘meta-trust’ – fiduccia nella fiduccia: fiduccia nell’altro!”
Insegna a Salento. Si laurea a Roma con
“il giuridico e il deontico” – Fonda il Centro Studi sul Rischio a Lecce. Studia
i sistemi sociali. Altre opera: “Sociologia del diritto” Manuale di diritto del
lavoro e legislazione sociale” “Azione e imputazione” “La società”; “Diritto e
legittimazione” “Mondi della società” o, con Stefano Magnolo” “Filosofia del
diritto” “Futuri passati” Fiducia è un meccanismo, un dispositivo di
riduzione della complessità. Fiducia non è un valore positivo dell'agire o
dell'esperienza; non rappresenta una preferenza rispetto al suo opposto, non ha
valore morale di preferibilità. Fiducia e sfiducia sono grandezze non
convertibili. Dare fiducia ad altri o suscitare fiducia in altri non sono
qualità morali, disposizioni buone, né preferibili o migliori in assoluto. Il
riscontro della loro preferibilità è la situazione, la conferma della validità
dell'orientamento alla fiducia può essere reperita solo nella dimensione
temporale, l'accertamento dell'opportunità può essere dato solo dal futuro. La
funzione della fiducia, infatti, si dispiega nella tensione fra presente e
futuro. In questa tensione si proietta nel presente il dramma dell'incertezza e
il rischio del non sapere. Il sapere, infatti, esclude il rischio e rende
inutile la fiducia. Il non sapere, invece, impone al singolo, al sistema
personale o sociale, la necessità di reperire un dispositivo di assorbimento
dell'incertezza che rischia di paralizzare l'agire. Il problema, allora, è il
tempo; lo spazio di questo tempo è il presente, una estensione temporale della
cui durata ci si rende conto soltanto quando è finita, cioè quando è già
diventata un passato. Lo spazio della fiducia è questo. Solo in questo spazio
si può avere fiducia. In esso cioè si può costruire, sviluppare, mettere alla
prova quella inevitabile avventura che è l'anticipazione delle aspettative
dell'altro. Fiducia non è altro che questa anticipazione che orienta l'agire e
l'esperire. Ma è un'avventura del presente che anticipa il futuro nella
rappresentazione di colui che ha fiducia, perché si serve solo delle risorse di
una propria prestazione effettuata in anticipo e costruita su una propria
rappresentazione del mondo. Una risorsa esterna, una certezza, renderebbe
inutile dare fiducia. La fiducia costituisce una mediazione tra la complessità
del mondo e l'attualità dell'esperienza. Una mediazione drammatica, rischiosa,
che si sostiene sul sapere di non sapere, che produce da sé le risorse che
investe e con le quali si espone al futuro anticipandolo e all'altro
rappresentandosi le sue aspettative. Fiducia non è affidamento all'altro.
Fiducia non è il racconto dell'altro. Non ci sarebbe il dramma, non ci sarebbe
neppure la possibilità di raccontare l'altro, se fiducia avesse a che fare
immediatamente con l'altro. Fiducia ha a che fare con la propria
rappresentazione dell'altro; essa è affidamento alle proprie aspettative
dell'altro. Fiducia è esposizione del sé. Fiducia è abbandono al sé, per questo
c'è il rischio, il dramma, la tensione. G., Presentazione dell'edizione
italiana, in N. Luhmann, La fiducia, Bologna, il Mulino, Riferimenti
Bibliografici, Berger, Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Bologna,
Luhmann, Illuminismo sociologico, Milano, Schütz, La fenomenologia del mondo
sociale, Bologna, La semantica del rischio Decisione razionale e azione
sociale G., Filosofia, Lecce, Centro Culturale. Sulla situazione delle
scienze sociali Se si osserva il panorama delle scienze sociali oggi, si
può affermare che esse sono alla ricerca di temi attuali riferiti alla società,
ma che per questo non dispongono ancora di una struttura teorica adeguata, in
particolare non sono pervenute ancora a una adeguata descrizione della società
moderna. Le discussioni teoriche vengono effettuate in relazione ad autori, in
particolare in relazione a classici. Questo comporta, nel modo di porre i
problemi, la presenza di un sovraccarico di vecchie prospettive e l’implicito
orientamento ad una società che in virtù del suo ottimismo sul progresso aveva
raggiunto i suoi limiti, ma poteva tener presente solo in misura limitata le
conseguenze della società moderna e le poteva trattare solo come problemi della
distribuzione del benessere. Le acquisizioni alle quali si è pervenuti sono
date da un atteggiamento scettico verso l’organizzazione e la razionalità
(Weber) o da una critica della struttura di classe della società moderna. Di
queste acquisizioni vive ancora oggi la discussione teorica. La società
moderna ha reso urgenti problemi completamente diversi: il problema
dell’ecologia, il problema delle conseguenze che derivano dalle nuove
tecnologie, dalla ricerca biologica e genetica: ma anche il problema delle
conseguenze legate a determinate politiche di investimento o quello relativo al
rapporto tra uso del denaro per fini speculativi o per fini produttivi. Si
tratta solo di alcuni indici degli ambiti problematici con i quali
continuamente si confronta la società contemporanea e rispetto ai quali la
soglia di attenzione, e quindi di preoccupazione, sembra essere più alta.
Negli anni più recenti è sembrato che la scienza sociale riuscisse ad andare
oltre la discussione sui classici: si è elaborato così un orientamento
problematico che può essere descritto mediante concetti quali complessità,
problemi del controllo e guida, possibilità dell’azione ed altri ancora. Così la
società viene descritta dalla prospettiva dell’agire politico e quindi dalla
prospettiva della pianificazione, la quale ha davanti a sé campi di realtà
altamente complessi, in cui tutte le azioni scatenano “conseguenze perverse” e
producono problemi che danno motivo a nuove forme dell’agire. Tuttavia anche
questa discussione ha raggiunto in modo incontestabile i suoi limiti, non
dispone di potenziale esplicativo dell’agire reale e ripropone ormai solo
l’originaria formulazione dei problemi. All’ottimismo del progresso si è
sostituita la paura del futuro, all’ansia della pianificazione e del controllo,
la rassegnazione verso le conseguenze perverse dell’agire che, non potendo
essere previste, vengono rese oggetto di analisi empirica: un motivo ulteriore
per considerare il presente con disappunto e per tentare di risolvere mediante
il ricorso alla morale ciò che sembrava impossibile risolvere mediante la
razionalità. Non si può affatto prevedere che nel prossimo futuro
la scienza sociale riuscirà a colmare il deficit teorico che la caratterizza e
a pervenire ad una convincente descrizione della società moderna. E’ possibile
però isolare temi speciali, che in questa direzione sono fruttuosi e possono
essere utilizzati perché le ricerche si concentrino su di essi. Il tema rischio
può costituire un tema cosiffatto. Esso è un tema nuovo rispetto alla
discussione sui classici e mantiene considerevole distanza rispetto alle teorie
sulla decisione razionale o sulla pianificazione razionale. Esso attualizza la
dimensione del tempo, una dimensione centrale per la società moderna da tutte
le prospettive. Esso altresì ha particolare riferimento rispetto ai temi che
nell’opinione pubblica hanno acquistato un significato considerevole e che,
gradualmente, diventano dominanti. Esso ha quindi tutte le chances di fornire
un contributo rilevante alla comprensione delle condizioni sociali nelle quali
oggi inevitabilmente viviamo e delle quali in un qualunque modo dobbiamo tener
conto. Stato della ricerca. Il tema rischio ha stimolato una mole
immensa di ricerche ed ha raccolto una letteratura che ormai non è più
possibile controllare. Nella letteratura meno recente il tema si è sviluppato
prevalentemente sotto la voce: insicurezza. La ricerca però si è concentrata su
alcuni punti cruciali e non è pervenuta all’elaborazione di una chiara
concettualità teoretica. Da una parte è dato di trovare ricerche
sulla valutazione delle conseguenze prodotte dalle nuove tecnologie; queste
ricerche presentano ramificazioni molto concrete: ad esempio la valutazione
degli effetti cancerogeni che derivano da alcuni prodotti chimici o la
valutazione delle possibilità che si verifichino eventi particolarmente
improbabili ed insieme altamente catastrofici. Questa letteratura è orientata
nel senso delle teorie della casualità o nel senso della statistica: essa ha
prodotto a sua volta altra letteratura che si occupa della posizione e del
ruolo degli esperti rispetto alla politica e che di conseguenza individua una
perdita di prestigio e di credibilità della scienza e degli esperti nelle
diverse tecnologie, qualora questi, sotto la pressione e l’urgenza delle
decisioni siano costretti a rendere manifeste le loro insicurezze o le
controversie interne alla scienza stessa. Si tratta di una letteratura
e di un insieme di ricerche che tematizzano i problemi della sicurezza rispetto
a situazioni di pericolo oggettivo, ma che non riguardano la prospettiva di
chi, nell’agire concreto, deve decidere se rischiare o non rischiare e a quali
costi. Accanto a queste ricerche è dato di trovarne altre che sono
orientate in misura crescente in senso psicologico e che indagano i modi in cui
i singoli si comportano in situazioni di rischio. Risultato di queste ricerche
è una distinzione di variabili che influenzano il comportamento, come ad
esempio l’influsso della fiducia di sé o del controllo di sé sulla
disponibilità di colui che agisce verso il rischio. Un altro
orientamento di ricerca si occupa dei deficit di razionalità e degli “errori”
statistici che è possibile individuare nel comportamento decisionale
quotidiano. La disponibilità al rischio dipende, secondo queste ricerche, non
da ultimo dal modo in cui colui che decide pone il problema col quale deve
misurarsi. Questi orientamenti ai quali si sostiene la ricerca sul
rischio permettono di comprendere perché gli esperti che si occupano della
percezione e valutazione del rischio e delle strategie del suo trattamento,
siano essenzialmente studiosi di scienze naturali, di statistica, di economia
(in particolare per i settori relativi alle teorie della scelta razionale, del
calcolo dell’utilità, ecc.) o di psicologia. Persino il tema comunicazione sul
rischio viene trattato da specialisti che hanno questa formazione. La
sociologia si è occupata fino ad ora prevalentemente degli aspetti limitati dei
nuovi movimenti che si formano nella società a seguito della accresciuta
percezione del rischio. La scienza politica ha manifestato scarsa attenzione
per i problemi che derivano dal fatto che le questioni legate al rischio
sovraccaricano gli interessi politici. Accanto alla medicina si è stabilizzata
un’etica che si occupa dei modi in cui la morale dovrebbe affrontare questioni
che sembrano sottrarsi al calcolo razionale. Nonostante la sua ampiezza,
l’attuale ricerca sul rischio non riesce a pervenire a risultati utili sia alla
descrizione dell’agire decisionale che alla determinazione di possibilità
ulteriori degli stessi ambiti decisionali, perché è legata da vincoli che
derivano dal modo stesso in cui il problema del rischio viene tematizzato.
Questi vincoli sono definiti dai modelli derivati dalle teorie della decisione
razionale e dalle teorie psicologico-individualistiche. Integrazione
teorica. Tanto dal panorama delle ricerche quanto dall’eterogeneità dei diversi
approcci scaturisce un considerevole bisogno di integrazione teorica. Le
prestazioni innovative che è possibile effettuare in rapporto allo stato
attuale della ricerca dipendono dal fatto che si riesca ad elaborare e a
rendere disponibile una concettualità teorica capace di rendere possibili
questi riferimenti. Il concetto di rischio è stato definito
essenzialmente in relazione agli ambiti della relazione razionale, per così
dire, come concetto per la elaborazione dei problemi del calcolo razionale. Da qui
derivano considerevoli difficoltà di delimitarne significato e contenuto. Nella
letteratura si scambiano e si utilizzano come equivalenti e fungibili con il
concetto di rischio formulazioni quali pericolo, danger, hazard, insicurezza e
simili. Proprio per questo, sul piano metodologico è necessario mettere in
chiaro nel contesto di quali distinzioni il rischio acquista il suo contenuto e
significato proprio. La distinzione tra rischio e sicurezza sembra
inutilizzabile. Sicurezza in quanto opposta a rischio, indica solo un posto
vuoto che non può certo essere riempito empiricamente. Sicurezza, nello schema
rischio-sicurezza, indica solo un concetto riflessivo: esso esibisce solo la
posizione dalla quale tutte le decisioni possono essere analizzate dal punto di
vista del loro rischio. Sicurezza, in questo senso, universalizza solo la
coscienza del rischio; d’altra parte non è un caso se, a partire dal XVII
secolo, tematiche della sicurezza e tematiche del rischio si sviluppano
insieme. Per questo sarebbe necessario provare se sia possibile
intendere il concetto di rischio utilizzando le prospettive fornite dalla
teoria attributiva. Nel generale contesto di una insicurezza rispetto al futuro
e di un danno possibile, si potrebbe parlare di rischio quando un qualche danno
venga imputato ad una decisione, cioè quando questo danno debba essere trattato
come conseguenza di una decisione (o da colui che decide o da altri). Il
concetto opposto sarebbe allora il concetto di pericolo, che è applicabile
quando danni possibili vengano imputati all’esterno. Una tale
concettualizzazione permetterebbe di utilizzare la problematica
dell’attribuzione che si è rivelata fruttuosa e saldamente sperimentata. La
concettualizzazione proposta dà insieme plausibilità al fatto che nella società
moderna la maggiore coscienza del rischio sia correlata all’accrescimento delle
possibilità di decisione. Beck,
Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Frankfurt a.M., Beck, Politik
in der Risikogesellschaft. Essays und Analysen, Frankfurt a.M.,Covello, J.
Mumpower, Environmental Impact Assessment, Technology Assessment, and Risk
Analysis, NATO ASI Series, Berlin-Heidelberg, Douglas, Come percepiamo il
pericolo. Antropologia del rischio, Milano, Douglas, Wildavsky, Risk and
Culture. An Essay on the Selection of Technological and Environmental Dangers,
California, Evers, Helga Nowotny, Über den Umgang mit Unsicherheit. Die
Entdeckung der Gestaltbarkeit von Gesellschaft, Frankfurt a.M., Giddens, The
Consequences of Modernity, Stanford, Hahn, Willy H. Eirmbter, Rüdiger Jacob, Le
Sida: savoir ordinaire et insécurité, «Actes de la recherche en sciences
sociales, Hijikata, Armin Nassehi, Riskante Strategien. Beiträge zur Soziologie
des Risikos, Opladen, Johnson, Covello, The Social and Cultural Construction of
Risk, Dordrecht, Kaufmann, Sicherheit als soziologisches und sozialpolitisches
Problem. Eine Untersuchung zu einer Wertidee hochdifferenzierter
Gesellschaften, Stuttgart, Königswieser, Matthias Haller, Peter Maas, Heinz
Jarmai, Risiko-Dialog, Köln, Krücken, Risikotransformation. Die politische
Regulierung technisch-ökologischer Gefahren in der Risikogesellschaft, Opladen,
Luhmann, Sociologia del rischio, Milano, Perrow, Normal Accidents. Living with High-Risk Technologies, New York,
Wildavsky, Searching for Safety, New Brunswick-London, I titoli contrassegnati con l'asterisco sono
disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito
presso la Biblioteca del Collegio San Carlo. Presso la sede della Biblioteca,
dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la
registrazione. Grice: “Giorgi
understands trustworthiness perfectly. However, he does not seem to care to
provide a moral background for it, which is okay with me, since being
trustworthy and expecting others to be trustworthy is what an honest chap does!
It’s different with PERJURY, and Giorgi has shed light on the notion of
legitimacy – an oath of trustworthiness becomes a LEGAL BOND – not just moral.
It is however better to consider the moral trustworthiness as PRIOR
conceptually to the legal trustworthiness – even if conceptual priority can go
both ways. EPISTEMICALLY, to have a law that condemns perjury may be the best
way NOT to have faith in faith (fiducia nella fiducia) but PRESUPPOSE that the
other has a moral-legal bond to be trustworthy. The perjury figure in Roman law
has to be considered historically, since if there was something the Italians
are good at is Roman law!” – Nome compiuto: Raffaele De Giorgi. Giorgi. Keywords: fiducia nella fiducia, il
giuridico, il deontico, imputazione, azione, fiduzia nella fiducia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giovanni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della civetta di
Minerva – filosofia napoletana – la scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Abstract. Grice:
“In my ‘Philosophical Eschatology, I let room for Allegory and Metaphor, on
which the Hun and the Italians excell!” Keywords:
civetta di Minerva. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano.
Napoli, Campania. Grice: “The Italians love ‘divenire’
as in ‘being and becoming’ – but if I say Mary is becoming a princess, ain’t
Mary being?” Grice: “I like Giovanni; only in Italy, you write an essay on Marx
on cooperation and on Kelsen; and then of course an Italian philosopher HAS to
philosophise on Vico: ‘divvenire della ragione,’ Giovanni calls what I would
call a critique of conversational reason!” Ha aderito successivamente alla Rosa nel Pugno. Simpatizzò per la monarchia e l'11 giugno
1946 fu tra coloro che presero parte agli scontri che causarono la strage di
via Medina; in seguito avrebbe spiegato la sua partecipazione con queste
parole: “Già leggevo Hegel ero monarchico perché credevo all'unita dello
Stato.” “Scappai quando la situazione s'incanaglì». Si laurea a Napoli con la
tesi “Vico: natura e ius.” Insegna a Bari.
Direttore di “Il Centauro. Rivista di filosofia". Altre saggi: “L'esperienza
come oggettivazione: alle origini della scienza”; “Il concetto di classe
sociale in Cicerone”; “La borghesia italiana”; “Il concetto di prassi”; “Marx
dopo Marx” (cf. Luigi Speranza, “Grice
dopo Grice.” Impilcature: Not Grice! --; “La nottola di Minerva”; -- il guffo
di Minerva – la civetta di Minerva -- “Dopo il comunismo”; il comune -- “L'ambigua
potenza dell'Europa”; “Da un secolo all'altro: politica e istituzioni” –
istituzione istituzionalismo istituismo “La filosofia e l'Europa”; “Sul partito
democratico. Aristocrazia, democrazia crazia cratos concetto di potere -- -- Opinioni
a confronto”; “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?” “Elogio della
sovranità politica, -- il sovrano – lo stato sovrano – Machiavelli -- Editoriale scientifica, “Le Forme e la storia.
Scritti in onore di Giovanni, Napoli, Bibliopolis, La parabola di Giovanni. Il dibattito
Un saggio di de Giovanni paragona Severino al filosofo del fascismo. Ma a tutte
le sue obiezioni è possibile rispondere È Gentile il profeta della civiltà
tecnica Ne rende possibile il dominio planetario. Eppure la legge del divenire
è eterna di SEVERINO Gentile e assassinato perché e la voce più autorevole e
convincente del fascismo. Eppure la sua filosofia è la negazione più radicale
di ciò che il fascismo ha inteso essere. Non solo. Essa è tra le forme più
potenti — non è esagerato dire la più potente — della filosofia del nostro
tempo. Di tale potenza lo stesso Lenin si e accorto — forse gli assassini di
Gentile non lo sanno neppure. Tanto meno lo sa la cultura filosofica dominante,
che mai riconoscerebbe a un italiano un così alto rilievo. Non solo.
Contrariamente agli stereotipi che vedono in Gentile un avversario della
scienza, l’attualismo gentiliano è l’autentica filosofia della civiltà della
tecnica: rende possibile il dominio planetario della tecno-scienza, ancora
frenato dai valori della tradizione. Altrove ho mostrato il fonda- mento di
queste affermazioni. Il saggio di G. Disputa sul divenire. Gentile e Severino
(Scientifica) è un grande e suggestivo contributo al loro approfondimento —
come d’altronde c’e da attendersi dalla statura culturale e sociale
dell’autore. Va facendosi largo nel mondo la convinzione che l’uomo non possa
mai raggiungere una verità assolutamente innegabile; che, prima o poi, ogni
verità siffatta resti travolta da altri modi di pensare, da altri costumi, cioè
si trasformi, muoia: divenga. Travolta, anche la certezza che esistano le cose
che ci stanno attorno; essa è innegabile solo fino a che esse non vanno
distrutte: era innegabile solo provvisoriamente. Esser convinti
dell’inesistenza di ogni verità assoluta è quindi, insieme, esser convinti
dell’inesistenza di ogni Essere immutabile ed eterno. Dio è morto, si dice. La
negazione di ogni verità assoluta e innegabile non investe dunque l’esistenza
del divenire del mondo. Anzi, proprio perché si fa largo la convinzione che il
divenire di ogni cosa e di ogni stato sia assolutamente innegabile (ed eterno),
proprio per questo è inevitabile che ci si convinca dell’impossibilità di ogni
altro innegabile e di ogni altro eterno. Gentile lo mostra nel modo più
rigoroso (mentre il fascismo, come ogni assoluti- smo politico, intendeva
essere la configurazione inamovibile dello stato. Ma è appunto per
quell’estremo rigore che G. rileva, a ragione, l’incolmabile contrasto tra la
filosofia di Gentile e il tema centrale dei miei scritti, l’affermazione cioè
che la verità assolutamente innegabile esiste e che tutto ciò che esiste (nel
presente, nel passato, nel futuro) è eterno, ossia non esiste alcunché che esca
dal proprio esser stato nulla e che sia travolto nel nulla. Certo, la più
sconcertante delle affermazio- ni. Che però G. considera fondata con
altrettanto rigore. Infatti, mi sembra, egli è inte-ressato al contrasto
Gentile-Severino perché vede in ogni forma di contrasto una conferma della
propria prospettiva di fondo, per la quale l’esistenza umana è, da ultimo, un
contrasto insana- bile tra il desiderio dell’uomo, finito, di esser sal- vato
dall’Infinito e la problematicità del rapporto finito-Infinito. Quindi, a suo
avviso, per quanto rigorose possano essere la posizione filosofica di Gentile e
la mia, ci dev’essere in entrambe un vizio o più vizi di fondo che non possono
venir estirpati. Attraverso una finissima procedura in- terpretativa de G. lo
fa capire rivolgendo domande, obiezioni sotto forma di domande. So- prattutto a
me. Provo a rispondere ad una soltan- to. In modo adeguato risponderò in altra
sede. Ma prima rivolgo anch’io una domanda a G.. La sua prospettiva — qui sopra
richiamata in modo molto sommario — intende essere una verità assolutamente
innegabile o una proposta dove non si esclude che la verità innegabile esista
da qualche parte? Propendo per la prima alternativa. Mi sembra infatti che
anche per G. l’unica verità
indiscutibile sia la storicità del reale, cioè il divenire che travolge ogni
altra presunta verità. La sua distanza da Gentile tende così a vanificarsi
nonostante le obiezioni, che a questo punto hanno un carattere subordi- nato. E
infatti G. mi chiede se non ci sia «qualcosa di ineluttabile» «nella condizione
mortale dell’uomo», se la morte non sia la prova inconfutabile, l’irrefutabile
cogenza che l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla — e anzi, lasciando da
parte il domandare, afferma che il mio discorso «si scontra con il fatto che
l’uomo muore. Il contesto in cui G. avanza
queste domande-affermazioni è incommensurabilmente lontano dall’ingenuità con
cui a volte queste domande mi vengono rivolte. Ma in questa sede può essere
opportuno richiamare — ancora una volta — che i miei scritti, ovviamente, non
hanno mai negato che l’uomo muoia e come muoia e resti il suo ca- davere, ma
hanno sempre negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal
nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che
questo andirivieni non è un fatto. Provo a chiarire. Che il dolore, l’agonia,
la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un fatto significa
che se ne fa esperienza. Certo. Si fa esperienza dell’orrore della morte, che è
sempre la morte altrui. Ma chi crede che la morte sia un andare nel nulla non
crede (è impossibile che creda) che l’uomo vada nel nulla ma, insieme, continui
ad essere un fatto che appartiene al contenuto dell’esperienza: gli appartenga
nello stesso modo in cui gli apparteneva prima di annientarsi. Nell’esperienza
rimane il ricordo di coloro che sono andati nel nulla, e il ricordo è un fatto;
ma non rimane il fatto in cui consisteva il loro es- ser vivi, non si fa più
esperienza del loro esser stati vivi. Chi, dunque, crede che la morte sia an
nientamento crede che — pur avendo avuto espe- rienza dell’agonia e del
cadavere — ciò che è di- ventato niente sia diventato anche qualcosa che non
appartiene più all’esperienza, che non è un fatto. Ma allora è impossibile che
l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’espe- rienza, e
quindi mostri che esso è diventato niente. Di questa sorte l’esperienza non può
che tacere. Cioè l’annientamento non può essere un fatto. E se il cadavere
viene bruciato e, come si dice, diventa cenere; allora anch’esso, come tutta la
vita passata di chi è morto, esce dall’esperienza —anche se ne rimane il
ricordo. Daccapo: che es- so, diventando cenere, sia diventato niente non può
essere l’esperienza ad attestarlo. Ci si convince dunque che la morte è
annienta- mento non sulla base dell’esperienza, ma sulla ba- se di teorie più o
meno consistenti. All’inizio i vivi si fermano atterriti di fronte alle
configurazioni orrende della morte dei loro simili e restano colpiti dalla loro
assenza; i morti non ritornano, vivi, come invece il sole torna a risplendere
al mattino. Anche su questa base, quando si fa avanti la rifles- sione filosofica
sul nulla, si pensa che ciò che non ritorna sia diventato niente e si crede di
sperimentarne l’annientamento. Gentile sta al culmine di tale fede e, con la
propria teoria generale dello spirito, dimostra nel modo più radicale l’impos-
sibilità di ogni realtà esterna all’esperienza, sì che l’uscire dall’esperienza
è per ciò stesso l’andare nel niente. Ma, appunto, si tratta di una
dimostrazione, di una teoria, non della constatazione di un fatto. Dunque, la
sconcertante affermazione, al cen- tro dei miei scritti, che tutto ciò che
esiste è eter- no, non è un paradosso che si scontra con l’esperienza, cioè con
il fatto che l’uomo muore. All’opposto, a scontrasi con l’esperienza sono
coloro che — affermando la sua capacità di atte- stare l’annientamento degli
uomini e delle cose — vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci.
Sono molti, moltissimi? Non importa. An- che quando qualcuno ebbe a mostrare
che è la Terra a girare attorno al sole e non viceversa, tutti gli altri lo
negavano, sconcertati. A questo punto G. deve mostrare per- ché (una volta escluso lo
«scontro con il fatto») non accetta la fondazione che di quella sconcer- tante
affermazione ho indicato nei miei scritti. At- tendo. Ma anche tutte le altre
sue domande attendono la mia risposta.Il tramonto del principe: "Fin
dall'inizio della sua attività G. ha accompagnato al suo discorso teorico e
politico una notevole attività di carattere storico-filosofico. Si può dire,
anzi, che per certi versi questi sono tre aspetti di una medesima ricerca che,
secondo una tipica 'tradizione' italiana, ha intrecciato, in modo consapevole,
filosofia, storiografia e politica. Ma questa è una considerazione preliminare,
di carattere generale. Ciò che distingue la posizione di de Giovanni è il modo
con cui ha istituito questo intreccio - il suo 'punto di vista' - e i risultati
che è riuscito a conseguire." (dalla prefazione di Michele Ciliberto). Con
una postfazione sulla storia de "Il centauro" di Dario Gentili Biagio
di Giovanni. Giovanni. Keywords: essere/divenire – dall’essere al divenire -- divenire
della ragione conversazionale: Vico, Hegel, Marx, nottola di Minerva; monarchia
– stato -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovanni: il divennire della ragione
conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza --
Grice e Giovenale: la ragione conversazionale e la satira del filosofo – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract: Grice:
The main difference between Oxonian philosophy and Roman philosophy is that the
latter is older!” Keywords: Roman philosophy. Filosofo italiano. Renowned for his satires in which it is
possible to identify a variety of philosophical interests, if not influences. «Orandum est ut sit mens sana in corpore sano»
(Satire, X, 356) Decimo Giunio Giovenale Decimo Giunio Giovenale
(in latino Decimus Iunius Iuvenalis, pronuncia classica o restituta: [ˈdɛkɪmʊs
ˈjuːnɪ.ʊs jʊwɛˈnaːlɪs]; Aquino, tra il 50 e il 60 – Roma, dopo il 127) è stato
un poeta e retore romano. Biografia Satirae, 1535. Da BEIC,
biblioteca digitale Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, ricavabili
dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire scritte in
esametri giunte fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati dall'amico
Marziale. Giovenale nacque ad Aquinum, nel Latium adiectum. Poiché nella
prima satira, databile poco dopo il 100 d.C., si definisce non più iuvenis
(v.25) - il che implica che avesse almeno quarantacinque anni - la data di
nascita si può indicare approssimativamente fra il 50 e il 60 d.C. Marziale
(unico autore contemporaneo a parlare di Giovenale) lo descrive intento alle
faticose e umilianti occupazioni del cliens[1]: probabilmente non apparteneva
ad ceto elevato, ma ricevette ugualmente una buona educazione retorica. Intorno
ai trent'anni cominciò forse ad esercitare la professione di avvocato, dalla
quale però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convinse a dedicarsi alla
scrittura, alla quale arrivò in età matura, circa a quarant'anni. Visse
soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella scomoda posizione di cliens,
privo di libertà politica e di autonomia economica ed è probabilmente questa la
causa del pessimismo che pervade le sue satire e dell'eterno rimpianto dei
tempi antichi. Scrisse fino all'avvento dell'imperatore Adriano e non si sa con
certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine
cronologico ricavabile dai suoi componimenti. Il mondo poetico e
concettuale di Giovenale Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della
letteratura latina (69 - 117). Giovenale considerò ridicola la letteratura mitologica,
in quanto troppo lontana dal clima morale corrotto in cui viveva la società
romana del suo tempo: egli considerò la satira indignata non soltanto la sua
musa, ma anche l'unica forma letteraria in grado di denunciare al meglio
l'abiezione dell'umanità a lui contemporanea. In quanto scrittore di
satire, Giovenale è stato spesso accostato a Persio, ma tra i due vi è una
profonda differenza: Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul
comportamento degli uomini, perché, a suo dire, l'immoralità e la corruzione
sono insite nell'animo umano. Proprio come in Persio è presente l'astio
sociale, ma non esiste alcun intento esplicito di risolvere ciò che lui stesso
condanna (non esiste un intento moralistico, ma solo satirico): a suo dire, non
ci sono più le condizioni sociali che possano portare alla ribalta grandi
letterati come Mecenate, Virgilio e Orazio lo erano nel periodo augusteo,
perché, nella Roma dei suoi tempi, il poeta è bistrattato e spesso vive in
condizioni di estrema povertà, tanto che spesso è la miseria che lo
ispira. Questa radicale avversione contro le iniquità e le ingiustizie,
che lo portò anche a declamare versi di rabbia e protesta, è stata interpretata
da alcuni come segnale di un atteggiamento democratico. Questo modo di
intendere Giovenale è molto superficiale: al di là di qualche verso scritto in
favore degli emarginati, l'atteggiamento di Giovenale è di inequivocabile
disprezzo nei loro confronti, in quanto essi non hanno avuto l'intelligenza
necessaria per uscire dalla loro condizione sociale. Più che un
democratico solidale, Giovenale fu un idealizzatore del passato, di quel buon
tempo in cui il governo era caratterizzato da una sana moralità
"agricola". Questa utopica fuga dal presente rappresenta l'implicita
ammissione della frustrante impotenza di Giovenale, dato che nemmeno lui era in
grado di "muovere le coscienze". Negli ultimi anni della sua
vita, il poeta rinunciò espressamente alla violenta ripulsa mossa
dall'indignazione e assunse un atteggiamento più distaccato, mirante
all'apatia, all'indifferenza, forse allo stoicismo, riavvicinandosi a quella
tradizione satirica da cui in giovane età si era drasticamente allontanato. Le
riflessioni e le osservazioni, un tempo dirette ed esplicite, divennero
generali e più astratte, oltreché più pacate. Ma la natura precedente del poeta
non andò del tutto distrutta e, tra le righe, magari dopo interpretazioni più
complesse, si può ancora leggere la rabbia di sempre. Si parla di un
"Giovenale democriteo", per designare il Giovenale degli ultimi anni,
lontano dall'indignatio iniziale. Lo stesso argomento in dettaglio:
Satire (Giovenale). Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale sono le
donne, in special modo quelle emancipate e libere tra le matrone romane, che,
per il loro disinvolto muoversi nella vita sociale, personificano agli occhi
del poeta lo scempio stesso del pudore. Quelli che egli considerava i
vizi e le immoralità dell'universo femminile gli ispireranno la satira VI, la
più lunga, che rappresenta uno dei più feroci documenti di misoginia di tutti i
tempi, dove campeggia la cupa grandezza di Messalina, definita Augusta
meretrix, ovvero "prostituta imperiale". Messalina viene presentata
appunto come una persona dalla doppia vita: non appena suo marito Claudio si
addormenta, ne approfitta per prostituirsi in un lupanare fino all'alba,
"lassata viris necdum satiata" (stanca di tanti, ma non soddisfatta).
Questa satira è stata scritta con l'intento di dissuadere dalle nozze l'amico
Postumo e come esempio negativo di degenerazione vi è anche la figura di Eppia,
una donna che fugge con un gladiatore, abbandonando il marito Veientone (un
senatore), la sorella e i figli. Le descrizioni dei comportamenti delle
matrone romane da parte di Giovenale sono infatti spesso aspre e crude:
frequenti sono i tratti quasi irreali di scialacquatrici senza il minimo freno
morale, che non badano alla povertà alle porte perseverando in esistenze
condite dei più turpi misfatti. Si contano avvelenamenti, omicidi premeditati
di eredi, sebbene talvolta si tratti dei propri figli, superstizioni
superficiali, maltrattamenti estremi della servitù, nel segno di frustate e
volontà di crocifiggere chi abbia commesso anche il minimo errore, a cui si
aggiungono tradimenti e leggerezze morali imperdonabili agli occhi di
Giovenale. Significativa, come riassuntiva di quanto esposto, questa frase
pronunciata da una matrona: "O demens, ita servus homo est?" ("O
stupido, così uno schiavo sarebbe un essere umano?")[2]. Altro
comune bersaglio di Giovenale fu l'omosessualità, che si traduce per lui e per
il mondo cui appartiene in una fatidica bolla d'infamia (si veda a questo
proposito la Lex Scantinia). Giovenale conosce e distingue due diversi tipi di
"omosessuale": quello che per natura proprio non può
dissimulare la sua condizione (quindi tollerato, poiché è il suo triste
destino); quello che per ipocrisia si nasconde di giorno pontificando
rabbiosamente sulla corruzione degli antichi costumi romani, per poi sfogarsi
di notte lontano da occhi indiscreti. Entrambi questi tipi vengono condannati
da Giovenale, poiché omosessuali, ma il secondo in modo particolare, per
essersi reso ancora più odioso dall'alto del suo piedistallo di falso censore:
ecco, quindi, che si ritrova quella carica anti-moralistica che è una cifra
fondamentale della sua poetica. Il disprezzo per le convenzioni è bilanciato da
una mitizzazione pressoché integrale del passato, secondo il tipico topos della
perduta età dell'oro, quella dei popoli latini pastori e agricoltori, non ancora
contaminati dai costumi orientali: infattic, Giovenale contrappone sempre
l'omosessuale molle, urbano e molto raffinato, al ruvido e pio contadino
repubblicano, in cui si concentrano per contrasto tutte le qualità di una
civiltà guerriera, gloriosa e perduta. Tanto lontani dovevano apparire ai suoi
occhi quei tempi di rustica virtù, almeno quanto appaiano a noi vicine simili
libertà di costume (I-II secolo d.C.), al punto che, nella seconda satira,
Giovenale dice espressamente, riferendosi alle unioni tra omosessuali:
(latino) «Liceat modo vivere; fient, fient ista palam, cupient et in acta
referri» (italiano) «Vivi ancora per qualche tempo e poi vedrai, vedrai se
queste cose non si faranno alla luce del sole e magari non si pretenderà che
vengano anche registrate.» (Giovenale, Satira II, vv 135-136.) Il
disprezzo per gli omosessuali si spinge in lui fino al punto da coinvolgere lo
stesso imperatore, sfiorando il reato di lesa maestà (satira VII, 90-92), per
via del quale si suppone sia stato esiliato in Egitto alla fine della sua vita:
avrebbe infatti osato prendersi gioco della relazione tra l'imperatore Adriano
e il bellissimo Antinoo, suo amante, che ci è noto soprattutto per la
sterminata quantità di ritratti pervenutici. Tuttavia, la notizia del presunto
esilio di Giovenale ci è tramandata da un anonimo biografo, addirittura del VI
secolo. Note ^ Giovanna Garbarino, NOVA OPERA, vol. 3, 2011, p. 363. ^
Satira VI, 222. Bibliografia (LA) Decimo Giunio Giovenale, Satirae, Venetiis,
in aedibus haeredum Aldi, et Andreae soceri, 1535. Persio e Giovenale, Satire,
Torino, Utet, 1956. Voci correlate Satire Panem et circenses Altri progetti
Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Decimo Giunio
Giovenale Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina in lingua
latina dedicata a Decimo Giunio Giovenale Collabora a Wikiquote Wikiquote
contiene citazioni di o su Decimo Giunio Giovenale Collabora a Wikimedia
Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Decimo Giunio Giovenale
Collegamenti esterni Giovenale, Decimo Giunio, su Treccani.it – Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Pietro Ercole,
GIOVENALE, Decimo Giunio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 1933. Modifica su Wikidata Giovenàle, Dècimo Giùnio, su sapere.it, De
Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Gilbert Highet, Juvenal, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Decimo Giunio Giovenale, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Decimo Giunio Giovenale, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute.
Modifica su Wikidata Opere di Decimo Giunio Giovenale / Decimo Giunio Giovenale
(altra versione) / Decimo Giunio Giovenale (altra versione) / Decimo Giunio
Giovenale (altra versione) / Decimo Giunio Giovenale (altra versione), su MLOL,
Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Decimo Giunio Giovenale,
su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Decimo
Giunio Giovenale, su Progetto Gutenberg. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri
di Decimo Giunio Giovenale, su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) Decimo
Giunio Giovenale, su Goodreads. Modifica su Wikidata Decimo Giunio Giovenale,
su Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni
sonori ed audiovisivi. Modifica su Wikidata (EN) Testo latino delle D. Iuni
Iuvenalis Saturae da The Latin Library Approfondimento sul sito della città
natale di Giovenale, su comune.aquino.fr.it. URL consultato il 30 marzo 2006
(archiviato dall'url originale il 12 marzo 2007). Approfondimento su vita,
formazione e produzione letteraria di Giovenale su ArcadiA Club Portale
Biografie Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniRetori romaniPoeti
del II secoloRomani del II secoloNati ad AquinoMorti a RomaPoeti trattanti
tematiche LGBTDecimo Giunio Giovenale[altre] Nome compiuto: Decimo Giunio
Giovenale. Giovenale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovenale.”
Luigi Speranza --
Grice e Giovio: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia
nolese – filosofia napoleta --- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Nola).
Filosofo nolese. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola,
Napoli, Campania. The son of
Paulino di Nola. From a letter written to him by his father, it appears that he
was a keen student of philosophy. Nome
compiuto: Giovio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovio.”
Luigi Speranzaa – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giraldi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia
ventimigliana – la scuola di Ventimiglia -- filosofia ligure – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Ventimiglia).
Abstract. Grice:
“We never had at Oxford anything like they had at Bologna, with Mussolini!” -- Keywords:
fascismo, Gentile filosofo politico. Filosofo ventimigliano. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. Ventimiglia, Liguria. Grice: “Only a Ligurian philosopher would
philosophise on Hegel’s real logic and lobsters!” -- Grice: Grice: “One good
thing about Giraldi is that he is from Ventimiglia and moved to Noli – the most
charming corners of Italy!” – Grice: “Giraldi calls his position ‘romatnic
essentialism;’ having born in Ventmiglia he would, wouldn’t he?”“I like
Giraldi; nobody in England would dare write “The son of Peter Pan,” but
Giraldi, otherwise known as the author of ‘Essenzialismo,’ did write ‘Il figlio
di Pinocchio’”! Il padre, originario di Dolceacqua e di
estrazione contadina, dopo il servizio militare riuscì la scalata del successo
al Casinò di Monte Carlo, affermandosi anche come uomo di grande saggezza e
religiosità. La madre invece era originaria di Ventimiglia, dove G. stesso
nacque e trascorse la sua infanzia. Sebbene la famiglia fosse benestante, egli
soffriva per la grande conflittualità interna, continuamente vessato dalla
sorella maggiore che non esitava ad usare violenza nei suoi confronti, mentre
la madre non faceva parola con il padre di quanto assisteva. Racconta che in
questo periodo riusciva a trovare pace solo in chiesa. Con una bugia astuta riuscì a scappare di
casa, entrando in un collegio, dunque l'anno successivo si trasferì in un altro
collegio di Roma, ove tuttavia non riuscì a trovare la tranquillità sperata. Riuscì
a compiere studi classici a Roma, iscrivendosi poi all'Università. Non
frequenta le lezioni delle materie filosofiche curricolari, ma studia per conto
proprio. Tuttavia sigue abbastanza regolarmente le lezioni di PONZO, anche se
non e materia d'esame. Si laurea e presta servizio militare durante la seconda
guerra mondiale. Si laurea in filosofia discutendo molto animatamente la tesi
con Spirito, il quale ironizzò sulle sue
pretese di "fare una nuova filosofia". Insegna a Milano. Partendo
dalla teoria gentiliana, che vede in tutto una “mediazione”, e da quella di CONSENTINO,
che sostiene al contrario la totale "immediatezza", afferma che anche
l'atto puro, in quanto nuovo e spontaneo, non può che nascere senza alcuna
mediazione, quindi è l'equivalente dell'immediatezza, o del sentire puro. Pertanto
prova a risolvere le contraddizioni di entrambe le posizioni in una sintesi
hegeliana che possa superare sia il “divenirismo,” sia il coscienzialismo
antidivenirista. La soluzione è che l'immediatezza sarebbe sostanziata di
mediazione, e viceversa.L'immediatezza è così colma di mediazione, perché senza
di essa sarebbe cieca e una mediazione senza una immediatezza sarebbe nulla.
Inoltre, per avere una identità distinguibile, si dovrebbe avere già dentro di
sé quanto necessario per identificarsi e per distinguersi. In “Etica del sentimento”, ancorando il
principio morale proprio alla sfera sentimentale, si focalizza sul sentimento
di libertà e propone nuove argomentazioni alla tesi di derivazione stoica del
sentirsi responsabili, pur entro un tutto già dato. In “Gnoseologia del
Sentimento”, parte proprio dalla posizione del CONSENTINO per ripercorrere gli
itinerari di una filosofia dell'essere indiveniente e per affrontare gli
aspetti dinamici e volontaristici dell'Io. In “Filosofia giuridica” espone la
concezione di diritto naturale quale sentimento fondamentale giuridico,
condizione trascendentale di ogni diritto positive. Pertanto il diritto
naturale non sarebbe un codice sovrapponibile ad altri codici, ma la
precondizione che permette alle leggi positive di essere leggi e non atti
religiosi, estetici, scientifici o di altro tipo. Si occupa anche della
riflessione su temi politici.“Storiografia come rettorica” tende ad inquadrare
l'unitarietà artistica e scientifica della ricostruzione storica, coerentemente
con la tesi di CICERONE della “historia opus oratorum maxime” e con quella
aristotelica dell'entimema, in altre parole quel sillogismo retorico che si
differenzia da quello della necessità. In “Epistemologia” invoca una
demitizzazione anche delle teorie cosmologiche e scientifiche più accreditate
(l'evoluzionismo, la teoria del Big Bang, la meccanica quantistica), poiché tenderebbero
pure esse a cadere in paralogismi e contraddizioni logiche, nonostante gli
apprezzabili sforzi a riferirsi alla filosofia da parte di alcuni notevoli
scienziati. Ad esempio nota che anche i migliori epistemologi che irridono il
concetto di sostanza, di fatto, riferiscono i dati sperimentali ad una
sottintesa sostanza soggiacente. In numerosi saggi dedicati alla religione,
analizzata nelle molteplici forme di spiritualità, avanza la tesi che il
proprium della religione sia la soteriologia, quindi non tanto il contenuto di
una dottrina, ma la speranza di salvazione dal negativo della vita e della
morte. Il principio cardine diventa dunque la speranza, e non più la fede, che
viene ricondotta ad un ruolo funzionale alla realizzazione della salvezza. L'analisi della religiosità tenta perciò di
emanciparsi dagli usuali preconcetti filosofici: se alla religione è stato
assegnato per oggetto l'uomo immediatamente e Dio mediatamente, alla teologia
Dio si dà immediatamente e l'uomo mediatamente. Altresì in “Immortalità
dell'anima” mostra come sia improponibile lo sforzo di svincolare l'unità del
Pensiero con la determinazione individualizzata della persona. Il “Dizionario d’estetica
e linguistica generale”, con alcune integrazioni filologiche presenti in alcune
successive pubblicazioni, alcune in Sistematica, si distingue anche per
l'attenzione dedicata all'estetica e sulle concezioni dei primitivi "di
ieri e di oggi". La proposta
avanzata per una filosofia della scelta e decisione si apre con una riflessione
sul dogmatismo e l'agnosticismo, dalle quali l'autore vuole prendere le
distanza. Non si considera dogmatico, perché il suo metodo gli consente di
aderire ad un'idea solamente dopo la caduta di ogni riserva, ma ciò non lo
porta neppure ad approdare ad una concezione scettica né agnostica, in quanto
la non possibilità di dimostrare (ad esempio l'immortalità, la vita
ultraterrena o l'esistenza di Dio) non equivale ad affermare la loro non
esistenza. Tra le numerose acquisizioni che lo difenderebbero dalle accuse
incrociate di scetticismo e agnosticismo enumera la consapevolezza di un
patrimonio di verità circa le possibilità di pensiero; la ricchezza dell'atto
di conoscenza anche nelle forme meno esplicate; l'emancipazione dalla divisione
del conoscere in intuizioni e concetto, sensazione e concetto; la pretestuosità
di coloro che esigono una purezza del conoscere senza inquinamenti
sentimentali; le aporie di una scienza oggettivante e insieme soggettivante al
massimo e dell'arte che, mentre il mondo odierno nega il reale, si riferisce
continuamente ad essa, particolarmente nella negazione. Non potendosi dare una irruzione nel
trascendente, è tuttavia possibile affermare la vasta pregnanza del trascendentale,
in altre parole di un terreno comune per l'esperienza e il pensiero. Si
considera pertanto idealista, nel senso che non esiste pensiero senza pensiero,
spirito senza spirito, “ideato” (significato) senza “ideante” (significans). Tuttavia,
differentemente dalle posizioni di Gentili, non crede che affatto il pensiero
sia liquido, tutt'altro; proprio perché l'idea diventa comune, e in essa il
Pensiero trova la sua pace, occorre una verità fondamentalmente ferma, non
mobilizzabile. Da questi presupposti sorge così una debita attenzione per la
scelta e la decisione. Distinguendo le
scelte apparenti, che sono totalmente arbitrarie, da quelle reali, quando al
termine dell'analisi si opera con un atto di buona volontà, una decisione
autentica ci si trova di fronte ad un bivio metafisico: impossibilità di
afferrare la realtà dei tre nominati reali (Dio, Anima e Mondo) e impossibilità
di negarli. Sorge appunto la decisione autentica, cui si arriva solamente
secondo una corretta formulazione di intenti e seguendo una fine immanente ad
ogni forma di scelta. Aristotelicamente e anche kantianamente la causa finale
riveste una primaria importanza. Se ogni uomo sceglie per sé, nessuna scelta
avrebbe una portata teoretica di cogenza, ma aprirebbe le vie della libertà
vera, dalla quale ne derivano conseguenze radicali e speculazioni abissali a
partire da una decisione, che può essere quella dell'anima unica immortale, o
quella del pensiero che viene ad essere dopo la materia, o la non esistenza di
Dio. Ciò permetterebbe anche di evitare il depauperamento culturale, con una
rivitalizzazione delle esperienze antiche.
La decisione personale propende per una concezione dell'anima unitaria,
di stampo aristotelico. Se l'immortalità naturale di tomistica memoria è da lui
considerata "la più materialistica, e più grezza", preferisce pensare
ad una immortalità conseguita, oppure chiesta a Chi può donarla e concessa a
chi la chiede. Sul mondo reale fisico resta una indecisione, ma propende verso
un residuo di natura mentale, una sorta di noumeno mentale sulla scia di Kant e
Galluppi oltre il grande telone dei fenomeni. In questo caso però occorrerebbe
rapportarlo ad una mente divina, perché parlare di mondo senza Dio non avrebbe
connotazioni filosofiche. Infine, riguardo l'esistenza di Dio, punto in cui la
scelta diviene decisione pura, egli tende a negare la validità delle
dimostrazioni, pur scorgendo in esse una bella prova della potenza della mente
umana. La conclusione non è però la non esistenza di Dio, ma la non
dimostrazione della sua esistenza. Chi
ammette l'esistenza di Dio, tuttavia, deve assumere la radicalità di tale
affermazione "guardando il mondo dagli occhi di Dio" e non facendo
etsi deus non daretur. Chi prendesse la scelta teistica dovrebbe tacersi per
sempre e rinunciare ad intenderlo. Giraldi mette in risalto anche la Volontà,
definendola potenza fattiva dell'Idea, e constatandone il carattere
generativo-spermatico, per collocare in una prospettiva differente il vitalismo
dell'élan vital bergsoniano e della Wille di Schopenhauer. Questo permette di
pensare l'Idea non solo quale conoscenza filosofica, ma anche negli aspetti
attivi, vitali e di sentimento. Ad essere eroicamente divini non sono pertanto
solo i pochi giunti al massime vette di autocoscienza teoretica, ma anche gli
umili che vivono inconsapevoli della propria dignità divina, folgoranti però di
una autocoscienza morale. Bàrel Dal
punto di vista poetico, l'opera principale di G. è il “Bàrel”, sorto
dall'ispirazione di un progetto di Papini esposto nell'autobiografia Un uomo
finito per un poema apocalittico, mai scritto. Altri spunti furono la lettura
di Lord of the World di Benson e dell'Apocalisse. Il Bàrel, presentato a Giovannetti de Il
Giornale d'Italia, che propose come titolo “Il Dio Eroico”. Gli anni seguenti,
segnati dalla Seconda Guerra Mondiale, furono l'occasione per trasporlo in
prosa. Questa versione, appena terminata la guerra, e proposta a vari editori
ma che per una serie di sfortunate coincidenze Mondadori non dispone della
carta, e dopo alcuni anni, quando la carta è disponibile, cambia idea sulla
pubblicazione; la casa editrice Api di Mazzucchelli nel frattempo fallì l'idea
di pubblicazione venne temporaneamente accantonata. Nel frattempo alcuni versi
sono pubblicati frammentariamente. Ri-ordina le due versioni in una unica opera
che contenesse sia versi, sia prosa, in uno spiccato pluristilismo
sperimentale. La pubblicazione avverrà sotto lo pseudonimo I. Tanarda e poi in
raccolte unitarie successive. Il tema è
insolito e il contenuto, con riferimenti religiosi e culturali di ogni tipo,
non è di semplice accessibilità. Se può essere collocato in un momento
simbolico dell'arte, è anche classico e romantico, nei canoni dell'estetica
hegeliana. Nel Apocalisse grande, il protagonista Bàrel sovrappone le passioni
alle idee. In La cerca di Barel, ritorna in proporzioni umane e in La morte
degli dèi, scende negli abissi vertiginosi della filosofia, che la poesia tenta
di inseguire.Saggi: “Organon Philosophicum”, Ironia, morale, educazione,
Gheroni, Torino, “Etica del sentimento” Filosofia
dell'Unicità; “Gnoseologia del sentimento” (Pergamena); La filosofia giuridica,
Filosofia dell'Unicità, Milano “Filosofia della religione”. Filosofia
dell'Unicità, Epistemologia. Una nostra riforma della Logica Hegeliana (Pergamena)
La Metafisica. Pergamena, Iesous Eléutheros. La liberazione di Gesù: lettera
sistematica (Pergamena) Dizionario di Estetica (Pergamena); Studi nel periodico
Sistematica. Res Publica. Educazione civica, Pergamena Res Publica. Teoria
dell'Ineguaglianza (Pergamena); Nel Pleròma. Da Dio alla Materia (Pergamena); Storiografia
come rettorica; “Autobiografia come filosofia” (Pergamena); Memoriale
Ambrosiano; “Memoriale Italico” (Pergamena); Dio, Pergamena Estetica della Musica, Pergamena scon
Colloquia Edizioni. Meditazioni Hegeliane, Editrice, Meditazioni Platoniche, Pergamena
Capitoli sulla Scienza Moderna, Pergamena L'immortalità dell'anima, Pergamena Ricerche
filosofiche La filosofia del sentimento di Consentino, in Quaderni, Milano, Rabelais
e l'educazione del principe, Viola, Milano; ora in Paideia grande. Un mistico
bergamasco: Sisto Cucchi, Secomandi, Amiel Morale, Saggiatore, Torino,
L'educazione dei ciechi, Armando Roma, Società e Stato da Spedalieri a Marx,
Pergamena); “L’ESTETICA ITALIANA: figure e problemi” (Nistri-Lischi, Pisa); Storia
della pedagogia, Armando Roma "le
edizioni successive sono state scempiate da interventi dell'Editore riporta G.
in Sistematica); “La filosofia politica” (Pergamena); Adolfo Ferrière.
Psicologia, attivismo, religione, Armando Roma, Giuseppe Lomabardo Radice tra
poesia e pedagogia, Armando Roma, Gentile. Filosofo dell'educazione Pensatore
politico Riformatore della Scuola, Armando Roma Raffaello Lambruschini. Armando
Roma, Tissi filosofo dell'ironia, Pergamena Moralistica francese, Pergamena Saggi
su Sales, il Quietismo, La Rochefoucault, Prevost. Filosofi teoretici e Morali,
Pergamena saggi su Condillac, Senancour, Rensi, Hume, Camus, Barié, Galli,
Lazzarini, Castelli, Capitini. Gramsci e altri miti, Pergamena; Storia della
filosofia, Trevisini Milano; L'Italia nella dittatura e nella non democrazia,
Pergamena Paideia Grande, Pergamena Rabelais, Rosmini, Boncompagni, Gentile;
“STORIA DEL LIBERALISMO” Pergamena. Moltissimi saggi e studi di politica,
religione, filosofia, filologia e critica sono stati pubblicati nelle seguenti
riviste fondate da G. stesso: L'Idea
Liberale, Sistematica, attiva sino al. Filologia; Giovanni Michele Alberto
Carrara, De fato et fortuna. Tipografia A. Ronda, Milano, Studi sul Rinascimento,
Pergamena Saggi su: Seneca e la filologia; PETRARCA viaggiatore; VINCI filosofo;
Le fonti del Pontano lirico; Gli errori di ALIGHIERI in un poema umanistico
inedito; Il RINALDO di Tasso; Il T. Tasso corregge il Floridante; Rime inedite
di Cecco d'Ascoli; Carrara, Pergamena, Carrara,
Armiranda. Inedito umanistico, Pergamena Commedia inedita, testo latino; Carrara, III, De choreis Musarum, Pergamena Testo
latino. Segue un Saggio monografico sull'umanista. Carrara, Sermones
objurgatorii, Pergamena Sui tragici; Da mio diario filologico, Pergamena Filologia.
Teoria e saggi, Pergamena Su ALIGHIERI con verità, Pergamena MANZONI, in
Sistematica, Pergamena Gesù, Pergamena Poesia e prosa d'arte Collana dei
"Tredici". La Scala, novelle e poesie; Mutarsio, Torino Bàrel. I.
Apocalisse grande, La cerca di Bàrel, La morte degli dèi; Pergamena Hendecasyllabi
aliaque scripta, Pergamena L'aragosta. Romanzo Ligure, Pergamena; Il figlio di
Pinocchio, Pergamena; Fratelli Frilli, Il dono delle Muse. Cento novelle, Pergamena Quadri
Intemelii, Pergamena; Miniature. Codex aureus, Codex recens. Codex quadraticus,
Pergamena; Cento tavole, alcune con testi latini parzialmente editi in
Hendecasyllabi. Il Codex recens presenta soggetti del Bàrel; il Codex aureus è
a soggetto libero e vario; il Codex quadraticus comprende le figure degli
scacchi. Con rubriche annesse che spiegano tempi, temi, tecniche. Pergamene MVSA
LATINA, Pergamen; IL RAMO D’ORO, Pergamena Scritti in Italiano, Latino,
Francese, Romanesco, Biblico. Profili di gente nel mio tempo, Pergamena
Splendido novellare, Pergamena Cento racconti e novelle. Musis amicus,
Pergamena Versi e prose in Latino. Mimì o E tutto è amore, Pergamena Sorridono
i gigli. Liriche e restauro filologico di Saffo, Pergamen; TEVERE AMICO,
Pergamena, Pedagogia e Filosofia esposte nel dialetto Romanesco da un popolano
di Trastevere. Paradiso, Pergamena Editrice, “Faust mediterraneo”, Pergamena, Atlantidos
persis, Pergamena, Villon, Il Testamento, saggio critico G., Pergamena, Amitiés
françaises, Pergamena, Nel Sublime, Pergamena Il mio Ponente, Pergamena Letture
belle, Pergamena; Piero Pastorino, Pinocchio, un figlio nato da una bugia, in La
Repubblica, sez. Genova. Docente universitario a Milano di Storia generale
della filosofia, è stato ripetutamente consulente all'Accademia di Svezia per
il conferimento dei Nobel per la letteratura. Ha al suo attivo un dizionario di
estetica e linguistica, una storia della pedagogia e ha scritto novelle. Vive a
Noli, di cui è cittadino onorario. Piotr Zygulski, Filosofo liberale, in
Termometro Politico; G. Pierre-Philippe Druet, Tissi, filosofo dell'ironia,
Revue Philosophique de Louvain, Dudley,
Sui tragici. Dal mio diario filologico, Revue Philosophique de Louvain, Da
"Autobiografia come filosofia" (Milano) e pagine integrative in
Sistematica, Milano, Pergamena, Grimaldi, Illuministi inglesi, in Disegno
storico del costituzionalismo moderno, Roma, Armando, Ottaviani, La scuola del
Risorgimento. la scuola italiana Roma, Armando, Semerano, La favola dell'indo-europeo,
Milano, Paravia; Mondadori. Grice: “Giraldi is obsessed with ‘essenza’, which is a coinage by Cicero
– essentia, meaning essentially nothing!” Grice: “Giraldi, who defended Gentile,
rightly, as a ‘pensatore politico’ – was obsessed with idealism – his
essentialism was supposed to supersede it, but he spends some time analysing
the situation in Italy with idealism, ‘a la catedra – but is dead – he refers
to Croce, Gentile, and the roots of
idealism in Vico, Sanctis, and Spaventa --.” Nome compiuto: Giovanni Battista Giraldi. Giovanni
Giraldi. Giraldi. Keywords. essenzialismo, essenzialismo romantico, storia
della filosofia romana, etica del sentimento, autobiografia come filosofia, mio
ponente, filosofia ligure, ‘l’aragosta’ – romanzo ligure -- Riviera di ponente,
nel pleroma: da dio alla materia, gentile, filosofo politico -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giraldi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girgenti:
la ragione conversazionale a limite – l’implicatura conversazionale della
metrica del filosofo – la scuola di Girgenti – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Girgenti).
Abstract. Grice:
“G., or Empedocle, as he is known outside Sicily – the land where the lemon
tree blooms – is possibly interesting to the Oxonian philosopher just because
Aristotle, or the Lizio, as the Sicilians call him, criticized him!” Keywords: metaphysics. Filosofo girgentino. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Girgenti, Sicilia. Grice: Ritter thinks Girgenti is related to the Velia
– and Pareto to the Crotone – so it’s amazing that Bruto never liked those
three Greeks of the Athenian embassy seeing that most pre-Platonic philosophy
came from Magna Grecia, that is, Italy! Some must have remained in the genes!”
-- Grice: “I like Girgenti; obviously Mussolini didn’t!” Grice: “I love
Girgenti – he philosophised in verse, not prosa – rhyme being unexistant, it
was all about the metre – he talks of ‘amicizia,’ which is none other than Love
that unites all things! And then he fell in the Etna!” “Mussolini thought it
was rude of the Girgentians to call their land ‘Girgenti,’ so he formulated a
self-referential ‘decretto’: “From now on, Girgentians shall be called
Agrigentians.’” Peano objected: “Your decree is self-contradictory or invokes a
vicious regressus ad infiniutum!” -- filosofo italiano. Siceliota. Nacque da una famiglia antica, nobile e
ricca di Girgenti.Come suo padre Metone, che ebbe un ruolo importante
nell'allontanamento del tiranno Trasideo, egli partecipò alla vita politica
della città, schierandosi dalla parte dei democratici e contribuendo al
rovesciamento dell'oligarchia formatasi all'indomani della fine della
tirannide, un governo chiamato dei "Mille". La tradizione gli attribuisce uno spirito severo
verso gli aristocratici. Dai suoi nemici fu poi esiliato nel Peloponneso. Tra i
suoi discepoli vi fu anche Gorgia. Successivamente Empedocle abolì anche
l'assemblea dei Mille, costituita per la durata di tre anni, sì che non solo
appartenne ai ricchi, ma anche a quelli che avevano sentimenti democratici. Anche Timeo nell'undicesimo e nel dodicesimo
libro - spesso infatti fa menzione di lui - dice che Empedocle sembra aver
avuto pensieri contrari al suo atteggiamento politico. E cita quel luogo dove
appare vanitoso ed egoista. Dice infatti: 'Salve: io tra di voi dio immortale,
non più mortale mi aggiro'. Etc. Nel tempo in cui dimorava in Olimpia, era
ritenuto degno di maggiore attenzione, sì che di nessun altro nelle conversazioni
si faceva una menzione pari a quella di Empedocle. In un tempo posteriore,
quando Girgenti era in balìa delle contese civili, si opposero al suo ritorno i
discendenti dei suoi nemici; onde si rifugiò nel Peloponneso ed ivi morì. Si
iscrisse alla Scuola di Crotone, divenendo allievo di Telauge, il figlio di
Pitagora. Seguì la dieta pitagorica e rifiutò i sacrifici cruenti. Secondo la
leggenda, dopo una vittoria olimpica alla corsa dei carri, per attenersi
all'usanza secondo cui il vincitore doveva sacrificare un bue, ne fece
fabbricare uno di mirra, incenso ed aromi, e lo distribuì secondo la
tradizione. Secondo altri seguì gli insegnamenti di Brontino e di
Epicarpo. La sua oratoria brillante, la sua conoscenza approfondita della
natura, e la reputazione dei suoi poteri meravigliosi, tra cui la guarigione
delle malattie, e il poter scongiurare le epidemie, hanno prodotto molti miti e
storie che circondano il suo nome. coppiata una pestilenza fra gli abitanti di
Selinunte per il fetore derivante dal vicino fiume, sì che essi stessi perivano
e le donne soffrivano nel partorire, pensò allora di portare in quel luogo a
proprie spese le acque di altri due fiumi di quelli vicini. Con questa mistione
le acque divennero dolci. Così cessa la pestilenza e mentre i Selinuntini
banchettavano presso il fiume, apparve Empedocle; essi balzarono, gli si
prostrarono e lo pregarono come un dio. Volle poi confermare quest'opinione di
sé e si lanciò nel fuoco. Si diceva che fosse un mago e capace di controllare
le tempeste, e lui stesso, nella sua famosa poesia Le purificazioni sembra
avesse affermato di avere miracolosi poteri, compresa la distruzione del male, e
il controllo di vento e pioggia. I sicelioti lo veneravano come profeta e
gli attribuivano numerosi miracoli. Le numerose testimonianze che
riguardano la sua biografia sono alquanto discordanti e non consentono di
attribuire un'identità precisa alla sua figura. A conferma di ciò sono le
numerose leggende sul suo conto. I suoi amici e discepoli raccontano ad esempio
che alla morte, essendo amato dagli dèi, fu assunto in cielo. Mentre Eraclide
Pontico, Luciano di Samosata e Diogene Laerzio sostengono che si suicidò gettandosi
nel cratere dell'Etna. Il vulcano avrebbe eruttato, dopo qualche istante, uno
dei suoi famosi sandali di bronzo.In realtà non sappiamo neanche se sia morto
in patria o forse nel Peloponneso. Si afferma che visse fino all'età di 109. Una
biografia di Empedocle scritta da Xanto, suo contemporaneo, è andata perduta. A
Empedocle la tradizione attribuisce numerose opere, fra cui anche alcuni
trattati – sulla medicina, sulla politica e sulle guerre persiane – e tragedie.
A noi sono giunti però solo frammenti dei due poemi: “Sulla natura” e “Purificazioni”.
Di “Sulla natura”, di carattere cosmologico e naturalistico, sono rimasti circa
400 frammenti. Delle “Purificazione”, di carattere teologico e mistico, abbiamo
poco meno di un centinaio. Il timore di Girgenti appare fin dalle prime righe
di “Sulla natura”. “O dèi, stornate dalla mia lingua follia di argomenti,
e da sante labbra fate sgorgare una limpida sorgente, e a te, musa agognata, o
vergine dalle candide braccia, io mi rivolgo. Ciò che spetta agli effimeri
ascoltare, tu porta, guidando avanti il carro ben governato dell'amore devoto.
Ma non ti turbi il cogliere fiori di nobile gloria fra i mortali con un
discorso, ricolmo di santità, che sia ardimentoso; e allora tu giunga leggera
alla vetta della saggezza. La filosofia di Empedocle si presenta come un
tentativo di combinazione sintetica delle precedenti dottrine ioniche,
pitagoriche, eraclitee e parmenidee. Distingue la realtà che ci circonda,
mutevole, dagli Quattro elementi primi, immutabili, che la compongono. Chiama
tali elementi "radici", non nate ed eternamente uguali e afferma che sono in tutto solo quattro,
associando ognuno di essi a un particolare dio, sulla base di concezioni
orfiche e misteriche proprie dei riti iniziatici allora in uso presso la
Sicilia. I quattro elementi (e i rispettivi dèi associati) dunque sono:
fuoco (Giove), aria (sua moglie, Era), terra (Edoneo), ed acqua (Nesti). L'unione
delle quattro radici (Giove-Era-Edoneo-Nesti) determina la nascita di una cosa.
Si tratta perciò dell’ *apparente* nascita di una cosa, dal momento che
l'Essere (le quattro radici) non si crea. “Ma un'altra cosa ti dirò: non vi è
nascita di nessuna cosa. Solo c'è mescolanza.” In questo modo, i primi principi si empiono
così dell'essenza e del soffio vitale del potere divino. In Empedocle, Amore
(Φιλότης) e la «natura divina che tutto unisce e genera la vita. Are, o Marte, e
il dio del conflitto. Per Empedocle, l'uomo, essendo di origine divina,
raggiunge la vera felicità che quando si riune alla compagnia di Deo. Accanto
alle quattro "radici", e motore del loro divenire nei molteplici cose
della realtà, si pongono due ulteriori principi: Amore ed Odio (Discordia,
Contesa). Amore ha la caratteristica di "legare", "congiungere",
"avvincere" («Amore che avvince.” L’Odio ha la qualità di
"separare", "dividere" mediante la
"contesa". Così Amore
nel suo stato di completezza è lo Sfero, immobile, uguale a se stesso e
infinito. Amore è Dio e le quattro "radici" le sue
"membra", e quando Odio distrugge lo Sfero, tutte, l'una dopo
l'altra, fremevano le membra del dio. Infatti sotto l'azione dell'Odio, presente
alla periferia dello Sfero, le quattro radici si separano dallo Sfero perfetto
e beante, dando origine al cosmo e alle sue creature viventi. Prima bi-sessuate
e poi sotto l'azione determinante di Odio, si differenziano ulteriormente in
maschi e non-maschi, e ancora in esseri mostruosi e infine in membra isolate. Alla
fine di questo ciclo, Amore riprende l'iniziativa e dalle membra isolate,
nascono esseri mostruosi e a loro volta maschi e non-maschi, poi esseri bi-sessuati
che finiscono per riunirsi, con le quattro radici che li compongono, nello
Sfero. Nelle Purificazioni, sostiene la metempsicosi, affermando l'esistenza di
una legge di natura che fa scontare agli uomini le proprie colpe attraverso una
serie continua di nascite, tramite cui l'anima, di origine divina, trasmigra da
un essere vivente all'altro. In questo poema gli esseri viventi, parti
costitutive dello Sfero di Amore divengono dèmoni errando nel cosmo. “È
vaticinio della Necessità, antico decreto degli dèi ed eterno, suggellato da
vasti giuramenti: se qualcuno criminosamente contamina le sue mani con un
delitto o se qualcuno per la Contes abbia peccato giurando un falso giuramento,
i demoni che hanno avuto in sorte una vita longeva, tre volte diecimila
stagioni lontano dai beati vadano errando nascendo sotto ogni forma di creatura
mortale nel corso del tempo mutando i penosi sentieri della vita. L'impeto
dell'etere invero li spinge nel mare, il mare li rigetta sul suolo terrestre,
la terra nei raggi del sole splendente, che a sua volta li getta nei vortici
dell'etere: ogni elemento li accoglie da un altro, ma tutti li odiano. Anch'io
sono uno di questi, esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente
Contesa.” L'Amore non interviene nella storia delle peregrinazioni del demone decaduto?
Con ogni probabilità, è l'Amore stesso che ci parla in questo frammento.
L'"io" dei due ultimi versi è l'autore del poema. Ma è anche, se
andiamo più a fondo, l'Amore. I demoni esiliati lontano dagli dèi saranno
allora dei frammenti espulsi dalla massa centrale dell'Amore e condannati a
errare tra i corpi cosmici sotto l'influenza separatrice del suo nemico, la
Discordia. Quando le parti dell'Amore che sono i demoni si riuniscono
nell'unità immobile della sfera, il mondo stesso diviene un essere vivente. Sotto l'influenza di Amore il mondo stesso si
trasforma in dio. Questa concezione conduce al rifiuto assoluto dei sacrifici,
poiché in ogni essere vivente vi è un'anima umana, che sta compiendo il suo
ciclo di reincarnazione. Se nel corso di questo ciclo l'anima si è comportata
secondo giustizia, al termine potrà tornare nella sua condizione divina. Dal
che, come Pitagora, anche a G. ripugnano i sacrifici animali e l'alimentazione
carnea. “Onde, uccidendoli e nutrendoci delle loro carni, commetteremo
ingiustizia ed empietà, come se uccidessimo dei consanguinei; di qui la loro
esortazione ad astenersi dagli esseri animali e la loro affermazione che
commettono ingiustizia quegli uomini «che arrossano l'altare con il caldo
sangue dei beati», ed G. dice in qualche luogo: Non cesserete dall'uccisione
che ha un'eco funesta? Non vedete che vi divorate reciprocamente per la cecità
della mente?” “Il padre sollevato l'amato figlio, che ha mutato aspetto, lo
immola pregando, grande stolto! e sono in imbarazzo coloro che sacrificano
l'implorante; ma quello sordo ai clamori dopo averlo immolato prepara
l'infausto banchetto nella casa. E allo stesso modo il figlio prendendo il
padre e i fanciulli la madre dopo averne strappata la vita mangiano le loro
carni.” Rispetto alla sua precedente opera vi sono delle contraddizioni che è
stato difficile per i suoi esegeti conciliare. Ad esempio, ad una visione
naturalistica del poema Sulla natura si contrappone la teoria della
reincarnazione delle Purificazioni: nel primo scritto l'anima è anche detta
mortale, mentre è definita immortale nel secondo. C'è chi ha spiegato tali
incongruenze con la versatilità di G., scienziato e profeta al tempo stesso,
medico e taumaturgo. C'è invece chi ha ipotizzato una paternità diversa delle
due opera. Uno dei busti ritrovati nella Villa dei Papiri a Ercolano,
identificato dapprima come Eraclito, solo più recentemente con Empedocle. Lo
stile di Empedocle viene lodato dagli antichi. DICANTVR EI QVOS PHYSIKOUS GRÆCI
NOMINANT EIDEM POETÆ QVONIAM EMPEDOCLE G. PHYSICVS EGREGIVM POEMA FECERIT. Siano
pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il
fisico G. scrive un poema egregio (CICERONE, De Oratore) padre della
retorica (Aristotele) LUCREZIO (De rerum natura) lo prende addirittura
come modello. Renan lo definisce uomo di multiforme ingegno, mezzo Newton
e mezzo Cagliostro. Gli viene intitolato il Regio Liceo Classico di Girgenti,
dove studiarono, fra gli altri, PIRANDELLO (si veda) e Camilleri. Secondo
le discordanti fonti sulla vita di G. la cronologia andrebbe fissata. Cfr. GIANNANTONI
(si veda), “I pre-socratici” (Roma); Bignone (“Empedocle”, Torino); Robin; Schiefsky;
Platone, Parmenide, Diogene Laerzio; Timeo, ap. Diogene Laerzio; Aristotele ap.
Diogene Laerzio; Mannucci, “La cena di Pitagora” (Carocci); Satiro, ap. Diogene
Laerzio; Plutarco, de Curios. Princ., Adv. Colote, Plinio, HN, e altri. Così nella letteratura antica, come riferisce
Russel nella sua Storia della filosofia occidentale, citando un poeta anonimo. Grande
G. che, l'anima ardente, salta in Etna, ed è stato arrostito intero; Orazio, ad
Pison., ecc. Ippoboto riferisce che egli, levatosi, si diresse all'Etna e,
giunto ai crateri di fuoco, vi si lancia e scomparve, volendo confermare la
fama che correva intorno a lui, che era diventato dio. Successivamente e
riconosciuta la verità, poiché uno dei suoi calzari e rilanciato in alto. Infatti,
egli e solito usare calzari di bronzo (Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi). Cfr.
anche Eraclide Pontico, fWehrli. “E questo tutto abbrustolito chi è? -
Empedocle. Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell'Etna? Per un
eccesso di malinconia. No: per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere
un dio. Ma il fuoco rigetta una scarpa e il trucco e scoperto (Luciano di
Samosata, I dialoghi). Timeo ci attesta esser lui finito di morte naturale.
Dicono alcuni che trovandosi egli in Messina a cagion di una festa sia ivi
caduto da un carro, e rottasi la coscia, sia morto. Credono altri che in mare
naufragasse: altri che si fosse strangolato da sé. Scinà, Memorie sulla vita e
filosofia d'Empedocle gergentino, GERGENTI – non GIRGENTI -- ed. Bianco,
Palermo – empedocle gergentino -- Apollonio, ap. Diogene Laerzio; Haase,
Principat; Philosophie, Wissenschaften, Technik; Philosophie (Doxographica, Forts.;
ed. Gruyter; Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, Mondadori. Jori, G. in
Dizionario delle opere filosofiche, Milano, Bruno Mondadori. Avverte infatti
Jaeger. Dobbiamo guardarci dal prendere per pura metafora poetica l'espressione
della religiosità che lo trattiene dal seguire sino in fondo i predecessori
troppo sicuri di sé. Cardin, G., in Enciclopedia filosofica, Milano, Bompiani, Reale,
Storia della filosofia romana. D-K. Kingsley, Misteri e magia nella filosofia
antica. G. e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore, In corrispondenza con le
quattro primarie anti-tesi del caldo (fuoco), del freddo (aria), dell'asciutto
(terra), e dell'umido (acqua). Le IV radici di G. risultano essere poi i IV
elementi di Aristotele e Tolomeo. Edoneo
è un appellativo proprio del dio degli
inferi Ade, cfr. in tal senso Esiodo Teogonia; o anche inno omerico A Demetra.
Forse si riferisce a Persefone; per una dotta riflessione su questo nome,
certamente un teonimo poco conosciuto, si rimanda a Gallavotti in G., Poema
fisico e lustrale, Milano, Mondadori; Valla. Secondo G., i due sessi (maschi,
non-maschi) furono determinati dalla separazione di creature di natura integra,
che si sono a loro volta evolute da forma di vita più primitive. Un papiro contenente
aforismi di G., consente tuttavia di integrare le due versioni, portando a
ritenerle complementari. Le due opere, quindi, farebbero forse parte di uno
stesso saggio filosofico. E stata anche avanzata l'ipotesi che si tratti di
Empedocle gergentino. Tale proposta trova conforto sia nella notizia di Diogene
Laerzio in merito alla folta chioma del personaggio sia alla specifica
collocazione del bronzo all'interno della villa dove fa pendant con il bronzo
raffigurante Pitagora che e suo maestro (Museo archeologico Nazionale di
Napoli. “Sulle origini”. Ne conservavamo
CCCL versi.”Martin ha consegnato complessivi LXXIV esametri dei quali XXV coincidono
con quelli già posseduti. Ma da ogni
parte è uguale a se stesso, e ovunque senza confini, lo sfero rotondo che gioisce
di avvolgente solitudine. (G., D-K); Poema fisico e Lustrale, Milano,
Mondadori; Tonelli, G., Frammenti e
testimonianze; Origini; Purificazioni, con i frammenti del papiro di Strasburgo
(Milano: Bompiani). Bignone, G.. Studio critico, commento delle Testimonianze e
dei Frammenti, rRoma, L'Erma, Bretschneider, Torino: Bocca. COLLI (si veda), G.,
Pisa, La Goliardica, Traglia, Studi sulla lingua di G.”, Bari, Adriatica, Bodrero,
“Il principio dell’amore nella filosofia di G.” Roma; Bretschneider, La lingua
di G., Bari, Levante, Volpi, G.: i suoi misteri rivelati in una biblioteca; G.,
Milano,1. Filosofi: G., scoperto papiro
a Strasburgo. Per gli studiosi è l'unica testimonianza diretta, Strasburgo, Adnkronos,
Pigliando il nostro G. a trattar le cose naturali, cui sopra d'oga '
altro in tendea, ebbe egli a sdegno di seguir setta e maestro. E come egli era
franco di animo, e grande d'ingegno; così immagi nò giusta la moda de' tempi, e
l' usanza de' filosofi un sistema novello. Questo divulgato gli acquista tal
fama, ch'emulo ei divenne per gloria e per sapere de' fisici più famosi di sua
età Democrito e Anassagora. I greci di fatto accolsero con ammirazione i suoi
belli poemi; e chi vennero poi ricordarono con onore G. e la FILOSOFIA i lui.
Incerta fra tanto, manca, é corrotta è venuta la sua dottrina sino a noi.
Mancate per l'ingiuria de' tempi le opere del nostro Gergentino (GERGENTI, non
GIRGENTI), chi ha voluto conoscer ne lo spirito, è stato costretto di
rintracciarlo presso gli storici dell'antica filosofia. I quali non hanno
affatto cura di notare il vincolo, con cui destramente iva quegli legando la sua
filosofia. Anzi costoro così disparati li rapportano che si possan tenere non
altrimenti che rottami, da' quali non si puo il disegno ricavar dell'edifizio,
cui prima apparteneano. Però eglino non che han male e tortamente fatto
conoscere la fisica di G.; ma nè pur bene e dirittamente apprezzare la forza e
la virtu della sua mente. Giacchè l'eccellenza de' sistemi è riposta nell'
union delle parti, che si rispondon tra loro; e da questo legame si misura
l'ingegno di chi l'hanno inventato. G. inoltre scrive in versi, e ‘abbellì le
sue idee, come fanno i poeti. Per lo che pigliando alcuni letteralmente le
finzioni della sua fantasia gli apposero opinioni assurde e grossolane. Illusi
altri dall’immagini poetiche, che per lo più sono equivoche, travidero; e più
presto ci tra mandarono le loro illusioni, che i pensamenti del nostro filosofo.
Varie di fatto sono le forme, sotto cui ci presentano G. i scrittori. Ora egli
è dualista, e ora è scettico: ora platonizza, e or favoleggia: e non ha gnari e,
non so come, anche gridato qual precursore di Newton. Sicchè G., tra biasimato,
lodato, e sfigurato, è stato sempre mal conosciuto, e SEMPRE CALUNNIATO. Volendo
adunque richiamare in luce la filosofia di lui, cerco e raccolto i frammenti
de' suoi poemi, che per avventura ci restano, e sparsi qua e là si leggono
presso diversi filosofi. Coll ' ajuto di questi, che sono gl’onorati avanzi
della sua vera fisica, son ito raccapezzando pri e poi restituendo la sua
filosofia, Perchè tra le opinioni, che gli storici appongono a G., ho quelle
scelto, che ben s'adattano, e naturalmente si legano colle idee, le quali si
traggono da? frammenti di lui, e le altre rigettato, che a queste si disdicono,
o ne sono contrarie. Ho fatto in somma ciò, che suol praticara ma si da chi
'voglioso di restaurare un'antica statua o colonna raccoglie e mette insieme
que' pezzi,, che tra loro s' incastrano, e ben si connettono. Questo metodo che
stimerà diritto chiunque non è privo di senno, deve specialmente poter
convenire a G.. Poichè Aristotele ci attesta: colui più che altro fisico della
sua età, aver detto delle cose, ch' eran tra loro ben legate e concordi. Ho
quin di fatto ogni sforzo per richiamare alla sua purezza e integrità la
dottrina del nostro filosofo quando da lui stesso, quando dall' autorità degli
antichi filosofi, sempre mettendo in accordo le idee, che si traggono da questi
e da quello. Però non è da maravigliare, se con sì fatto accorgimento, libera il nostro fisico di non poche
assurdità, e se mi sia venuto fatto d'abbozzare almeno il vero sistema di lui.
La prima origine, e i primi elementi delle cose, sono, per quanto pare, fuori
la sfera del nostro intelletto, perchè oltre: passano la sfera de' nostri
sentimenti. Pure. i greci, cominciando da Talete, s' occuparon tutti in si
fatta vana ricerca, e tutti si smarrirono. Alcuni degli Jonici coll'acqua,
altri coll' aria, altri col fuoco formaron le cose, e fabbricarono presto
l'universo. Non così piacque a PARMENIDE DI VELIA, e a LA SETTA DI CROTONE.
Costoro, lasciato il mondo materiale, come indegno delle loro meditazioni, si
misero per strade diverse in un mondo astratto ed intellettuale. PARMENIDE spiritualizza
l'unico elemento degli Jonici; e pone unica, e terna, immutabile sostanza. Uno
è tutto, dice PARMENIDE, e tutto è uno; sicchè le mutazioni della materia non
altro sno per lui', che modi e semplici apparenze. LA SETTA DI CROTONE dal
mondo materiale rifuggi alla Geometria. E se bene questa scienza non fos che un
parto della nostra mente; púre l’ehbe quegli, non si sa come, per lo modello, e
'l vero esemplar dell'universo. Però nella geometria legge i rapporti e le
proporzioni, che debbono aver le cose, che sono materiali; e vide nell'unità i
primi e veri principj de' corpi. Furon gli se ingegni presi da prima di
maraviglia così pel filosofo di VELIA, come per quello di CROTONE; e corsero
tutti a loro insegnamenti. Ma stanchi di poi di contemplare un mondo o
metafisico, o geometrico, ritornarono naturalmente alla materia; e nasce la
filosofia corpuscolare. I primi a far questo ritorno sono G.; Anassagora;
Leucippo e Democrito. Costoro calando dal mondo della SETTA DI CROTONE alla
materia materializzarono le unità di costui. Atomi chiamarono Leucippo e
Democrito i principj delle cose; particelle simili Anassagora; e G. col nome li
distinse di elementi degl’elementi. Ma in verità i loro principi altro non sono,
che le unità della SETTA DI CROTONE fatte materiali, espresse e indicate con
vocaboli diversi. Democrito lascia a suoi atomi l'indivisibilità, di cui le
unità della SETTA DI CROTONE sono fornite nello stato suo intellettuale. Questa
stessa indivisibilità secondo alcuni, nega ale parti simili Anassagora.
Differente dall'uno e dall'altro e per Aristotile l'opinione di G. Costui cerca
nella materia le sue unità, e dividendo e suddividendo i corpi giunge a quelle
molecole, che più non si possono dividere. Ma dove i sensi mancarono, suppli
colla ragione, e proseguendo la divisione delle molecole col suo pensiero,
s'accorse potersi queste sempre piu di nuovo dividere. Venne però affermando
che i suoi elementi degl’elementi eran divisibili, ma solo colla mente, non gia
col fatto. Distingue, così dicendo, le unità della setta di CROTONE dalle sue,
che sono materiali; e provvida in bel mo doalla durata della natura. Perchè
essendo i principi delle cose incapaci, secondo lui, d'ogni fisica alterazione,
quelle debbono sempre durare come al presente sono. Tennero tutti tre que fisici
non che per cosa assurda, ma impossibile, la creazione dal nulla. Ne venne loro
in mente, come ad alcuni indi piacque, di supporre la materia nuda d'ogni
qualità. Chiamano essi la materia senza forma, e senza qualità ciò che non è. Ciò
ch'è, dice G., è impossibile venire da quello, che non è. Ma diverse sono le
qualità ch’attribuiron costoro alle loro unità secondo che diversamente riguarda
ciascun di essi i corpi e la natura. Anagsagora ebbe le sue particelle non
altrimenti che briccioli minutissimi, ma simili in propieta a corpi, ch'eran
destinati a formare. E come varj sono i corpi e differenti le lor propietà;
così yarie e differenti pose in corrispondenza le qualità delle sue particelle.
Per lo che trasporta egli le qualità delle masse a' frammenti di esse, e,e
ristandosi alle apparenze ricava, come suol dirsi, da grande in piccolo. Gl’atomi
per Democrito sono al contrario tutti della stessa natura; e solo differiyan
tra loro per sito, ordine, e figura. Idea, che ben si conviene alla semplicità
della natura; la quale con pochi mezzi suol produrre fenomeni, che sono
pressochè infiniti, attesa la lor varietà, la lor moltitudine. G., ciò non o
stante, rigettò il pensier di Democrito; e volendo spiegare la varietà
materiale, de’ corpi, piglio, com’egli dovea, e genno consiglio
dall'esperienza.. Gli Jonici addensando o rarefacendo acqua, or l'aria, or
l'aria insieme e'l fuoco, diedero forma e qualità a ' corpi dell'universo. Da
questi e dal loro metodo si dilungo il nostro fisico. Studia egli i corpi, e
separandone le particelle cerca prima, e raccoglieva poi i loro componenti.
Però in luogo di fingere, ritrova ne' corpi i loro elementi; nè i corpi a
capriccio componea alla maniera degli Jonici, na li analizza come fanno i
chiniici. Le sue esperienze, sono egli è vero, incerte e imperfette, come si
leggono ne' versi di lui. Perchè dirizzandosi per una via non ancora usata
nelle fisiche ricerche, mancava d'ajuti e di stromenti; massime che la fisica
era allora metafisica e bambina. Ma ciò non pertanto que' primi e rozzi saggi
del nostro G. sono da stimarsi un chiaro testimonio del suo metodo, ch'era
tutto pratico e sperimentale. Coll'ajuto in fatti delle sue esperien ze
agginnse, a giudizio d' Aristotile, la terra all' aria, all' acqua, al fuoco,
e'l primo stabilì la dottrina de’ IV elementi. IV, dice egli, son le radici di
ogni cosa – I GIOVE (fuoco) II GIUNONE (terra) III PLUTONE (aria) IV NESTI
(acqua)-- figurando, sotto questi simboli il fuoco, la terra, l'aria, e l'acqua.
Per lo che nella sua fisica le unità materiali sono le parti, che diconsi
integranti de IV elementi; e questi le costituenti di tutti i corpi, che si
trovano in natura, Sebbene il fisico di Gergenti (non Girgenti – c’e un
Girgenti in RIETI) avesse distinto l' aria, l'acqua e la terra per le diverse
lor qualità. Pure in riguardo al fuoco l'ha e' tutte tre, come se state fossero
d' unica e medesima natura. Le particelle dell'aria e dell'acqua tendono,
secondo lui ', a condensarsi, come fa la terra. E al contrario crede G. essere
propietà del fuoco d'assottigliare, separare, e levare ogni solidezza alle
particelle dell' aria e dell' acqua. Di fatto e sua opinione che LA LUNA si
condensa a cagione del fuoco, che da essa si parte, non altrimenti che avviene
nell'acqua, quando si riduce in gelo. E se il fuoco indura i corpi umidi, e
vetrifica talvolta i solidi, ciò accade per G., perchè scioglie e separa l'aria
e l' acqua in quel li dimoranti. Gli elementi dunque aria e acqua sono stati
solidi, se la forza dissolvente del calore portato non l'ha alla liquidità, che
lor si conviene Non conosce, egli è vero, così pensando, qualunque corpo per
via del fuoco poter pigliare, passare, ritornare allo stato solido, o liquido,
o aerifornie; ma giunse a comprendere l'aria e l'acqua dovere al fuoco la loro
fluidità. Questa verità, che in tempi più felici avrebbe potuto generarne tant'
altre, e allor qual baleno in notte huja, che illumina in un attimo, poi l'
oscurità lascia più grande. Tal verita o affatto non e avvertita, o punto non e
ben compresa da’ filosofi d'allora. Aristotile si lagna di G., come di chi e ha
usato de IV elementi, non al trimenti che fossero stati II; contando quegli per
uno i tre, che questi avea realmente diviso aria, terra, e acqua. Anzi chi
furon dopo (quasi G. non già quattro, nia un solo elemento ha stabilito nella
sua filosofia) si diedero falsamente a credere il fuoco essere stato tenuto dal
nostro fisico per lo principio, da cui ogni cosa venne, e in cui ogni cosa
doveasi risolvere. Ma comunque ciò, sia, egli è certo, da che G. manifesta IV
poter essere gl’elementi delle cose, tutti abbracciarono la sua opinione. Di
leggieri ciascun' s'avvide l'aria, l'acqua, la terra il fuoco aver gran parte
nella composizione de’ corpi, e ne' cangiamenti più notabali, che avvengono nel
nostro globo e nel la nostra atmosfera. Di fatto non più a capriccio come prima
si solea, s'accrebbe o diminui il numero degl’elementi, e tolta ogn'instabilità
tra le scuole, comune e, e ferma rimase la sentenza de' IV ele Conta area la
dem fial menti. Sicchè su questa dottrina, qual ferma base, venendo assai dopo
a posare lfisica. Questa G. ricono scere deve', e lui onorare qual suo capo e
fondatore. Hanno le scienze, come ogni cosa umana i lor giri, e le loro vicende,
che si distinguono da' metodi, dalle opinioni, dalle verità, ed eziandio dagl’errori
che son dominanti. La fisica nella sua infanzia nise tra gl’elementi l' aria,
l' acqua, il fuoco, la terra. Questi, non ha guari, ha gia scomposto la chimica.
Altri ne sostituiranno i nostri posteri ch' al presente non si conoscon da noi.
Ma niuno negherà la debita lode al nostro filosofo che fondo il primo periodo
della fisica colla dottrina de’ IV elementi, e regola i primi debolissimi passi
dello spirito umano nello studio non che vasto ma difficile delle cose naturali.
Più alto senno, e più forza d'ingegno mostra G quando si mise a cercar le forze
che mettono in movimento la materia e gl’elementi. Si fatta 2, Dileta plaža
matukio ered ܐܐ
F Table tol fue ele 8 1 ricerca, siccome molto ardua, non era stata sin allora
impresa d'alcuno. Anassagora, attese le sue particelle prive di moto e di vita,
non sapendo altro che specolare, ricorre al DIVINO; e colla forza onnipoten te
di lui agita e sospinse le sue parti simili, o loro impresse quel moto, che
queste naturalmente non aveano. Fece costui, come chi a muover la macchina, in
luogo di peso, o di molla, cerca la man dell' artefice. Però Aristotele contro
lui si sdegna, e giustamente il rampogna. Basta a Democrito di fornire il moto a' suoi
atomi, nè cura di saper come e d'onde quello venne. Al più facilitò il
movimento immaginando un voto, ove ogni sorta d'atomi avesse potuto agevolmente
dimenarsi; e particolarmente attribuendo agl’atomi del fuoco la figura sferica,
come quella, che avesse questi potuto render atti a scorrere e sdrucciolare. Ma
G. e il primo al dir d'Aristotele, che con molto senno in natura conosce due
come cagioni del moto degli elementi St et © S forze C 19 menti . Una di quelle
chiama AMORE, amicizia, concordia, o l'altra come contraria o lio, inimicizia,
lite. L'amore di G. non è quel del la favola, di Parmenide di VELIA, d' Esiodo,
o d'altri fabbri di cosmogonia. E forse per costoro un principio attivo che
vivifica l’universo. Ma questa e un'idea, vaga, generale, e NULLA UTILE ALLA
FISICA. NON E COSI L’AMICIZIA DI G. La quale è una forza, fornita di
particolari propietà, e tanto intriseca alla materia, quanto si stima da noi la
sua gravità. In virtù di sì fatto amore le particelle simili tendono a unirsi
tra loro, e congiungendosi formano a mano a mano le masse. Masse che vie più
van sempre crescendo; perchè la maggiore sempre ne trae a se la minore, e l'una
all'altra infallibilmente s' unisce. Aria, dice G., si aggiunge ud aria, etere
a etere, fuoco a fuoco in modo che il minore al maggiore s’ accoppia. Sospinte
del pari dall’amore le particelle di natura diversa tendono a unirsi tra loro,
e compongono gli aggregati colla loro unione. L'amore in somma unisce la
materia si fattamente, che se in natura si gnoreggiasse la sua sola forza
diverrebbe l' universo unica męssa, unica sfera. Perchè è propietà peculiare
dell’amicizia di ridurre le cose che son più a una sola. La forza quindi per G.
simboleggiata dall' amore, amicizia, e concordia non è se non quella stessa che
oggi da’ chimici si chiama AFFINITA. L'odio, non altrimenti che l'amore, è
parimente intriseco agl’elementi de' corpi, ma le qualità d'uno son del tutto
opposte a quelle dell'altro. Tende l'inimiscizia a disunir le particelle
congiunte; sciogliendo le masse, e scomponendo gl’aggregati. E' singolar
propietà di quella ridurre l'uno in più: tal che se l'universo fosse una sola
massa e unica sfera, que sio in forza dell'odio si dovrebbe tutto quanto
sciogliere in minutissimi briccioli. Odio in somma, inimicizia, lite per G. son
e valgono forza dissolvente, o 1 tutt'uno 21 repulsiva. Di fatto chiama egli
anche il FUOCO inimicizia; perchè questa come quello distrugge e separa ogni
cosa. Dą ambidue queste forze tra loro opposte, d'ailinità una, e dissolvente
l' altra, significate dall' amore e dall'odio, il nostro G. ne rica il moto ne'
corpi. L'amicizia sollecita gli elementi all'unione tra lor l'avvicina, e nell'
avvicinarli tra loro parimente li muove. L'inimicizia all'incontro cospinge le
molecole unite, so spintele a poco a poco le stacca, staccate le del pari le
muove. Forze adunque sono l'amore, e l'odio del nostro fisico; come quelle che
avvicinando o respingendo gl’elementi cagionano lor movimento. Fors ze
ch'egualmente son chimiche, conie quel le, che uniscono e separano; compongono
e scompongono i corpi in natura. Ma come sono esse adombrate sotto le forme
morali d'amore e odio, di lite e concoradia; sono state mal comprese e
capricciosamente interpetrate. Alcuni videro in quel. le due forze IL DIVINO
(“GOD IS LOVE”) e la materia; altri: l'ordine e'l disordine; il bene e' l male.
Chi la luce e le tenebre; chi l'Oromaze e l'Arimanio de' Persiani, o altre cose
simili. Tanto egli è vero che il suo linguaggio, come poetico, ha recato
ingiuria alla sua filosofia. L'amore e l' odio, siccome dice il nostro fisico,
han que signorie; ma alternanti e separate tra loro. Comincia l'impero
dell'odio, quando finisce quiel dell'amore, e declinando la signoria
dell'inimicizia, l' amicizia ritorna a' suoi primieri onori. E come una sifatta
vicenda non ha mai fine; così costante si mantiene il movimento in natura, e gl’elementi
in eterno s'uniscono e separano. Esprime egli tal con tin: io e scambievole
impero dell'odio e dell' amore coll'immagine, e somiglianza d'un cerchio, che
si revolve. Perché il cerchio la periodi finiti, che all'infinito si posso no
rinovare. Ma tolte le voci d'impero e signoria, che son propie della poetica,
si potrebbe la filosofia di G. raſfigurare nella vicenda delle forze, mercè la
qua. 23 bene i ebre; chi ni, oabe ero, chei ell'aur Onn '. le i pianeti
si'movono. In questi or preva le la forza centripeta e viene a farsi maggior la
centrifuga; or prevale la centrifuga, e viene a farsi maggior la centripeta. Sicchè
alternativamente prevalendo le due forze centrali, i pianeti s' accostano e
discostano dal sole, e costantemente si mo vono nelle loro orbite ellittiche.
Tale dell’amicizia, e inimicizia di G.. Come gl’elementi s' uniscono; comincia
a preva ler l' inimicizia, che tende a separar le cose unite. E come gl’elementi
dividonsi; principia a superar l'amicizia, che tende a unir le separate. Per lo
che ambidue sempre operano, e si a vicenda prevalgono, che gl’estremi dell'odio
occupa l'amore, e l' inimicizia que' dell' amicizia. Giusta questa legge G. fa
e ternaniente operar l'amore e l'odio. Così, e ' dice, comanda o il füto, o la
necessità, o l'antico giuramento degli dei. Ma il fato del nostro filosofo non
è quello de. gli Stoici, o dei VELINI DI VELIA. Egli null’altro indica colla
parola necessità, che l'ins etarr Itale ம் care PA umpert 2.
la que 24 tima natura di quelle due forze. Siccome eterna ei reputala
materia, ed eterne le forze, da cui essa era animata; così l ' amore e l'odio
volea dover sempre e necessariamente operare. Gl’elementi secondo lui o son
separati, e ſrettolosa corre l’amicizia a unirli; o sono uniti, e impaziente va
l'inimicizia a separarli. Se per poco lascerebbe l' una o l’'altra di congiun
gere le cose separate, o segregar le congiunte, l'amore e l'odio, mutata natura,
non sarebbero più nè odio, nè amore. E' quindi pel nostro fisico così
necessaria l'eterna vicenda delle due forze, come invincibile si stima il
decreto del fato e della necessità. Il fato adunque nel dizionario del nostro
filosofo altro non significa che l' intima indole, e l'immutabile natura delle
due forze senza più. Però a torto Aristotile riprende lui, come chi avesse
introdotto nela la fisica il fato é la necessità. Posti questi principj va G.
squadernando il suo sistema, qual poeta, qua si collocato su d'un eminenza, di
la conta; ON ie. Sasa templando la natura dichiara agl’uomini le sublimi
lezioni di sua filosofia. Nulla, egli dice, manca, nulla ridonda nell'universo;
perchè la quantità della materia nè cresce nè manca. Tutto nasce, tutto muore,
tutto in altra forma trasformato risorge, L'accozzamento di parti, che son
disgiunte, n'è la nascita; e la separazion di quelle, che sono accozzate, n'è
la morte, La natura quindi null’altro è, che ” se parazione e miscuglio. Essa è
eterna; per che l'amore e l'odio sempre fa e disfà, strugge e compone. Mancherà
il presente ordine di cose, sorgerà subito un altro. Questo distrutto, di nuovo,
e sotto altra, guisa si verrà a formare. Così senz'alcuna fer posa uno in un
altro ordine successivamena te, e sempre sarà permutato. Nè per que: sti
continui giri si cangia la natura, ne ha od te luogo o confusione, o simmetria.
La materia non è stata, nè sarà mai senza moto. La natura è stata sempre qual
sempre sarà: cioè amore e odio, separazione e union d' elementi. Cosi parla G.
nel suo d ali 200 € c). och eta, Jade 26 poema sulla natura, o per dir meglio
cosi egli smentì anzi tempo chi dopo lui dovean supporre aver lui voluto il
caos immaginato sol da' poeti. Lo stato di confusione e di caos pel nostro
fisico, o non è stato, nè sarà mai, o sempre egli è stato e sarà. La natura
quella è ora, ch'è sta ta, e sempre sarà: miscuglio e separazione: amicizia e
inimicizia: nascita e morte. Passando G. d'una in un ' al tra idea strettamente
lega i suoi pensie ri. Siccome la materia è tutta divisa ne’ IV elementi; così
i corpi per lui eran composti presso a poco de'medesimi. Ma perchè ciò nulla
ostante quelli tra lor son tutti diversi; quindi anda ricercando in che, e.come
si differisser tra loro. Tal diffrenza ei rinvenne con gran perspicacia nella maniera
diversa, con cui gli elementi com binansi. Però non è nè l'aria, nè l'acqua, nè
la terra, nè’l fuoco che distingue le cose; ma la misurata lor mescolanza; in
breve, la proporzione in cui trovansi due o piti di quelli componenti.
Rappresentando da € st CL T 1 C 27 c de poeta le sue idee ch'eran fisiche,
dicea: i dipintori mischiano colori diversi, e col mi schio di questi van
figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, e anche gli stessi dei. Non
altrimenti fa la natura. Ha ella, come IV colori, che sono i IV elementi, e va
coll ' accozzare un poco di questo, di quello, e quell' altro forman do uomini,
piante, animali, donne leggiadre, e chiarissimi dei. Tutto lo studio di G. e
quel di scomporre i corpi, e scomponendoli cerca la ragione, in cui stavan tra
loro le parti componenti. Per chè e persuaso, che la loro varietà venne, ed era
tutta riposta nella varia proporzion degl’elementi. Aristotele che ammira un sì
bel pensamento da a G. il vanto d'aver lui il primo conosciuto una tal verità. Non
si può quindi negare il metodo di G., come quel lo, che volea l'analisi de'
corpi, esser chimico; chimiche esser le forze amore e odio, che inprimean moto
alla materia; e chimica esser tutta la sua fisica; perchè tra lai arch nemt 22 نماز
کی P.; Det ue opad ando de d 2 28 P ch for pa me pre me an CO fondata sulla
proporzion delle parti, che compongono i corpi pressochè infiniti della natura.
Può ora essere a chiunque manifesto G. il primo aver delineato il sistema
dinamico, che oggidi leva tanto rumore in Alemagna. Pone questo sistema alcune
sostanze semplici e primitive, che colle loro diverse combinazioni producono la
varietà de'corpi. Questo stesso fece G. ammettendo i primi elementi, e
combinandoli in varia e differente lor proporzione, Forze attrattive e
repulsive vogliono i Dinamici; e G. immagina affini tà e forza dissolvente, o
sia odio e amore. Che se quegli a spiegare gli stati e i volumi de' corpi si
fondano sul contrasto e rapporto, in cui si tiene la forza attrattiva colla
repulsiva; anche G. dice che l'inimicizia sta appiattata nelle parti de' corpi
pronta a vincer l'amicizia nel tempo opportuno. Ma io non mi maraviglio punto
di tal corrispondenza tra Dinamici e il nostro fisico. Gl’uomini gireranno sem
at c ) in D gi ti 29 pre nella stessa orbita, e torneranno sempre a riunirsi
nelle medesime ipotesi ogni qual volta, che si aggireranno sì oggetti, che
illustrar non si possono con osservazioni e co’ fatti. Perchè limitate essendo
le forze del nostro spirito, limitato sarà del pari il numero delle sue
combinazioni. ' I metafisici di fatto sogliono ricondurre sempre in iscena più
o meno vaghe, più o meno adornate le opinioni medesime. Gl’antichi vollero
rappresentar l'essenza de' corpi. Però Democrito immagina il sistema atomistico;
G. il dinamico. Oggi, che alcuni han pensato di tentar lo stesso, in Francia è
risalito in alto il sistema di Democrito, e quel di G. in Alemagna. Dobbiamo
persuaderci una volta che le scienze s' accrescono non già colle nostre
opinioni, che sono semplici fantasmi della nostra mente, ma coll'esservare ed
espri mere co' nostri pensieri i fatti e le consuetudini della natura. Questo
metodo per avventura non e ignoto in quella stagione in Gergenti. [NON
GIRGENTI, come oggi] Anacrone l'amico di G., poste giù le ipotesi, fonda la
medicina sull'esperienza, ed e capo della setta empirica. Il nostro fisico
cerca e stabiliva la varietà de' corpi cercando e stabilendo la proporzion de'
lor componenti. Ma i tempi imprimono nel nostro spirito la lor forma, il lor
carattere, le loro opinioni; operando su noi non altrimenti dell'aria la qual
si respira. Non è quindi da maravigliare se G. s'occupò, come allor si fa, su i
principi delle cose, e sulla generazion dell' universo. Il romanzo della
nascita del mondo e in que' tempi un'introduzione, che si stima necessaria alla
fisica. Niuno affatto potea meritare il titolo di sapiente, se non prima avesse
ordito la sua cosmogonia. Quindi i filosofi cominciavano allora i lor poemi
dalla creazione del mondo. Molto più, che a ciò fare non dovean perdere gran
tempo, nè durar molta fatica. Le loro cosmogonie sono un lavoro più di fantasia
che di ragione. Si fatti lavori meglio che cosmogonie potevan chiamarsi romanzi,
in cui i paragoni tenendo luogo di raziocini affermiare è lo stesso che
dimostrare; e le capricciose finzioni si scambiano come opere della natura. G.
dunque al par degl’altri intese alla formazion dell'universo; svolgendo e
dichiarando l' impero della sua inventata amicizia. Da prima nascita all'etere,
indi al fuoco, poi alla terra. Da questa trasse l'acqua, l'aria, l'atmosfera;
indi le piante, gl’uomini, e gli animali. Pose più diligenza e più tempo a
formar dalla terra; ma per opera dell'amore il genere umano. Rimescolando gl’uomini
colle piante, e co gli animali, tenne costoro come unica materia, in cui tutti
si fossero contenuti qua si in ischizzo, ma senza che distinta aves ser
presentato la irma, leggiadria, e ata titudine delle loro membra. Queste a poco
a poco idea egli essersi sviluppate, ed esserne venute fuori delle immagini,
prive di moto e di vita, simili alle pitture, ale le statue. Nella terza
generazione di poi furon distinti i maschi dalle femmine. Nella quarta s'
ebbero degl’uomini, che nascono gli uni dagl’altri; perché, distinto il sesso,
si mosse il carnale appetito. Le piante secondo lui fitte restarono in terra
per trarne l'alimento; e gli animali qua e la si divisero per cercare un
abituro conveniente alla loro natura. Queste cose sconce, incredibili, e
simiglianti sognò il nostro fisico, che dovrebbero passarsi sotto silenzio, se
non giovasse d'accennarle per dare șin' utile lezione allo spirito umano. Il
quale ardito, com’egli è, malgrado gli assai folgoranti brillantissimi lumi non
che della religione, ma della moderna deparata filosofia, a dì nostri va sempre
fisicando geogonie e cosmogonie. Darwin di fatto adotta gl’errori del nostro
Empedocle, e certamente da lui ha a trarre l'idea della successiva perfezione,
e a grado a grado del regno animale. L'uno e l'altro fa nascere i vegetabili
prima degl’animali nel tempo e nello stato, che le cose sono imperfette.
Entrambi del pari segnarono gl’animali essersi a poco a poco svieluppati, e
aver tratto tratto acquistato quella perfezione, di cui oggidi son forniti.
Vogliono tutti due, che dal principio i sessi fossero stati confusi si negl’animali
che negl’uomini. Ambidue affermano che l’universo giunse al grado di sua
perfezione, allorchè separati i sessi nacquero gl’animali gl’uni dagl’altri.
Darwin in somma dice unica essere stata la specie dei filamenti, che da origine
a tutti i corpi, che sono organizzati. E parimente e opinione di G., che unica e
la pasta da cui vennero vegetabili, animali, uomini, e Dei. Tanto egli è vero,
che i nostri pensatori sempre, o al men per lo più copiano, e s'arrogano le
speculazioni degl’antichi. Nella cosmogonia di G. siccome a chiunque è
maniſesto, non intervie ne, ne opera alcuna cosa il divino. Ma così pensando,
intendea egli di recarle onore più presto che ingiuria. Avendo egli la materia,
come allor si pensa, per cosa vilissima, teme che la sapienza si fosse bruttata,
se avessé preso a ordinare cose, che son del tutto materiali. Per lo che a
intendere la formazione dell'universo, lasciata la mente divina, invoca il caso,
e commise gli elementi in poter della fortuna. In sì fatti grossolani
sciocchissimi errori s' imbatte chi stoltamente, e senza una precedente saggia
e matura riflessio ne, vuol togliere il supremo artefice dal la fabbrica del
mondo. Il caso, fantasticano essi, siccome racchiude in se tutte le
combinazioni possibili ad avvenire. Così tra le molte, e assai e infinite, che
son mostruose, quelle poche ancora contiene, che son regolari. Infinite, dice
G., sono state le forme, che ha preso teria, e senza numero le combinazioni
degl’elementi. Ma queste si son succedute senz'alcuna posa sin dall'eternità, e
forse non han potuto durare perchè prive sono state di regola e simmetria. Dopo
tante é tante strane vicende, gl’elementi in fine, conchiude egli, essersi
disposti in la ma quell'ordine, che il
mondo ritiene, e da tutti con ragione, s’ammira. Dal caso a dunque G. forma
l'universo. Al caso attribui egli quel che privativamente è sol propio della
sapienza e dell'infinito potere d'un esser supremo. Da un accidente sogna egli
essersi condotto il presente ordine, ma dopo lungo, vario, e successivo
disordine. Queste idee và G. adornandh colla sua fantasia vivace, e poetica.
Figirra egli mani, piedi, gambe, busti, occhi, braccia, spalle, teste di
animali, di uomini, che tra lor misti é confusi si portan qua e là únendosi-
senza regola, e senza misura. Ora egli vede petti senza spalıe; teste senza
cervici; e fronti prive d' occhi. Or egli osserva piedi congiunti a colli,
occhi a spalle, teste å gambe, dita a fronti, e altre irregolari unioni. Quando
immagina egli de' tori in volto u e uomini colla testa di bue; e quando nota
nell'uomo l'impronta della pecora, e in questa quella dell'uomo. Em mano e 2 36
1 1 a i G. in somma finge, trasfornia, è com pone mille e mille specie di
mostri, che per lui una volta furono, e di quando in quando appariscono. Ma
dopo forme si sconce é fuor di natura dispone egli ca guialmente quelle membra
nelle proporzioni, e misure che al presente veggiamo. Che maraviglia è dunque,
ei conchiude, che dopo tanta varietà di mostri sieno a sorte venute le belle e
ben disposte macchine degli uomini e degli animali? In tal modo si sforza il
nostro fisico di render credibile ciò ch'è falsissimo. Facendo come chi gli
occhi s'acceca per meglio e più chiaramente vedere, Ma i suoi sforzi tutti
quanti gli tornarono vani. Non cape ne capirà in intelletto umano, che il mondo
il quale spira ordine, sapienza, e nia, sia l'opera del cieco, e dello stolto
accidente. Ciascuna parte d'un essere forma un sistema; un sistema formano
tutte le sue parti; un sistema tutti gl’esseri, che tra loro legati
corrispondono tutti al gran di fi armo 37 c scuna, segno dell'universo. I moti
varj e multiplici de corpi celesti son regolati da poche e semplicissime leggi;
le quali nascono e derivano da unica propietà della materia. Se dunque ogni
sistema indica combinazione, e questa suppone DISEGNO – H. P. GRICE, GENITOR,
ENGINEER -- e architetto; chi contemplando la fabbrica dell'universo, ch'è un
grande e maraviglioso sistema in cia. e in tutte le sue parti, potrà non
ammirar la mente di chi seppe non che idearlo, má farlo? Se il mondo è così
perfetto, qual dovrebbe essere, se fosse l'o pera d'un supremo fattore; se
l'universo non mostra in ciascuna sua parte, avvegna chè minima, alcun segno o
piccolo o lontano di casualità; chi senza empietà o stoltezza, potrà
riconoscerlo per opera del caso e non della mente d'un Dio? Ma senza più
travagliarci a dimostrar cid ch'è chiarissimo; l'esistenza d'un sommo fattore,
oltre all'essere scritta nell' animo nostro, si.legge ne' cieli, e a noi per
viene da ogn'angolo della terra. Da che Anassagora disse agli uomini la mente
divina con singolar magistero è giusta leggi invariabili, áver ordinato la
materia, niu. no vi fu, che nol consentisse. Il popolo d'Atene alza allora un
tempio a Dio, qual supremo fabbro degli esseri, e onora quel filosofo del
soprannome di mente. Anzi la ragione del volgo ha vinto in cið, e vincerà
sempre i lunghi ragionamen ti di qualunque filosofo. Il volgo non lo rigetta
con orrore le cavillazioni degl’atei, che tentano invano negar l'esistenza d'un
eterno fattore, ma poco o nulla cura altresì le speculazioni di que' sapienti,
che vogliono dimostrarla. E in vero tal verità alla classe appartiene, attesa
la somma evidenza, di quelle che sdegnan le pruove, e che si possono guastar
più tosto che ras sodare co' lunghi e sottili raziocinj d'una filosofia
illuminata. G. e Democrito sebbene fossero stati superati d’Anassagora, perchè
non già una mente divina, ma il caso avesser posto, come autor dell'universo;
pure son degnissimi d'onore per i loro metodi, o bel 39 osta k.. ** dias li
pensamenti nelle fisiche discipline. Poté Democrito per sua particolar virtù
concepi re egli il primo un sistema meccanico del mondo, fondato sulle propietà
de' corpi, o sulle leggi del niovimento. Valse G. per forza di sua mente a
immaginare anch'egli il primo un sistema chimico dell' universo, che posando su
i quattro elemen ti, è regolato da forze, e sottoposto alle leg. gi
dell'affinità. Ambidue tennero in onor l'esperienza, che certo e naturalmente
con duce alla scoperta della verità. Se chi do po lor filosofarono, fossero
stati poco più sensati; avrebber dovuto mettersi dietro la loro scorta, e
collegare insienre i modi chi mici di G. e i meccanici di Democrito. Si sarebbe
allora abbreviato il corso degli errori, e anticipato il principio di quella
filosofia naturale, che fa tant' onore a ' nioderni. Ma le sette smarrirono i
filoso fanti d' allora, e costrinser costoro tanto più a errare, quanto più
essi s' attennero alla metafisica, e si scostarono dall'esperi. mentare e
asservare. Dovettero scorrer piů Dice? 17 bile su 40 secoli, perchè venisse in
grande stato lo studio della natura. S'apparteneva veramen te a'nostri tempi,
che congiunte chimica e meccanica avesser portato la fisica a quel grado
d'altezza, in cui oggi si trova. Ma è sempre da confessarsi G. e De. mocrito
aver gettato i primi semi di que' vantaggi, che cal favore del tenipe la fi.
sica ha oggi ottenuto. Le opinioni di G. sų gli ele menti, e sull'origine delle
cose, se non son vere, almeno non sono ingiuriose nè al la sua mente, nè alla
sua filosofia. Splen dono tra gli abbacinamenti chiari i lampi d'ingegno, e un
metodo sopra ogn' altro riluce, che l'avrebbe guidato alle più bel, se gli
errori de' tempi non gliel' avessero contrastato. Ma non è così, quando il
nostro filosofo alle cose si rivol ge, che trattan d'Astronomia. I suoi sen
timenti su gli astri sono altrettanti assurdi. G. il fisico pare altr' uomo, e
tut. to diverso da G. astronomo. Tal differenza, che veramente è notabile, se 1
le scoperte, 41 non m'inganno, nasce da ciò, che la sua fisica si trae in gran
parte da' frammenti de' poemi di lui; là dove le sue opinioni astronomiche ci
vengon quasi tutte dagli Storici degli antichi filosofi. ' Non senza ra gione
quindi si può sospettare, che i suoi pensieri non sono strani e deformi, quan
do egli stesso l'annunzia; e al contrario pajono sconci ee mostruosi, allorchè
altri parlano in vece di lui. E maggiore tal congettura, qualor si considera
que compilatori essere stati grossissimi delle cose a stronomiche. Costoro
affastellano in confuse opinioni de’ filosofi, e o abbreviando le mozzano, o
interpolando le allungano, o pure in qualunque altra manieria, senz’alcuno
intendimento, ogni cosa deformando's le alterano. Non è quindi duro a com
prendersi, gli storici del nostro filosofo, tra per l'imperizia delle cose del
cielo, e per l'espressioni di lui, ch'eran tutte fi gurate e poetiche, averne
contraffatto la sua astronomia. Non si negan con ciò gli errori, in cui egli
per avventura avesse potuto cadere. So benissimo l' astronomia dei Greci,
sfornita.com'era in que' tempi d ' osservazioni, ridursi, tolto il nascere o
trae montar d' alcune stelle, a una raccolta d' antiche tradizioni, o di
opinioni bizzarre. Si conviene pure Empedocle aver potuto di: re il movimento
del Sole essere stato da prima più lento, che a' suoi tempi non e. ra. Si
concede altresi aver lui potuto opi nare l'asse della terra aver pigliato una
po sizione all' Eclittica inclinata, che prima non avea: (usanza de' cosmogoni
acconciare a lor talento le parti dell'universo, e condur le allo stato, in cui
ne' suoi tempi si trora no ). Ma non si può affatto credere, Empe docle aver
tenuto i tropici quasi due mura glie, cui giunto il Sole, essere stato stretto
a torcere il suo cammino; e aver segnato și fatti circoli non altrimenti che
due confi. ni, che impediscono il Sole camminando verso i poli d'oltrepassare
il suo termine. Chiamò egli que circoli con linguaggio fi. gurato i confini del
Sole; perchè a quel li il Sole giungendo par che il suo cammino rivolga. In
breve intese egli indica re l'obbliquità dell'eclittica, e segnar lo spazio in
cui il Sole fornisce l'anquo ap parente suo corso. Giacchè l'anno si com putava
allora da’ solstizj, i quali dall'om bre osservar comodamente si possono coll?
ajuto dell'ago. Con tali e simili sconcezze si è guastata l ' astronomia di G.;
Però se tra per difetto di memorie di lui, e per ignoranza degli storici, ė,
ben diff cile d' indagar ciò che G. penso sul. le cose del cielo; è assai più
difficile sa per, ciò ch'egli non disse, e a torto a lui appongon gli storici,
Temendo gli Ateniesi, che la terra fosse stata un'abitazione mal soda, furon
solleciti della sua stabilità. Provvidero e glino alla propią sicurezza, e a
quella del genere umano: ma colla sola fantasia a modo del volgo.
S'appresentarono la ter ra in forma d'un monte, le cui barbe vanno a profondare
e perdersi negli ultimi lontani confini dello spazio. Assegnarono ina sieme
alla terra già divenuta nionte il suo vertice di forma rotonda; e quivi
loc:arono ferma sicura l'abitazione degli uomini. A mente dunque di quel popolo
il Sole e gli astri non givan mai sotto la terra, che nol poteano; ma
spuntavano e tramonta vano girando intorno intorno a quel verti. ce. Questa
opinione, che in Atene era un pubblico dogma, non si potea contra star da
filosofi senza grave lor danno. Il popolo pigliava alto sdegno di chi osava sen
tirne in contrario, e contro lui si scaglia va, come contro chi avesse tentato
di som. muover la terra é perdere a capriccio.il genere umano. I filosofi d'allora
tra per che adularan la plebe, come chi più che gli altri soglion fuggire i
pericoli; o per ehe su ' ciò nulla dissimili dal volgo crede van lo stesso; non
mai vi fu alcuno, che avesse ardito negare il monte, le radici, il vertice, e
la finta figura della terra. Non cosi fece il nostro filosofo, che molto perito
nelle cose naturali, anche da Sici lia si scaglid contro sì fatta sentenza. Ri
dea egli del monte, delle radici, del ver 45 tice.e aspramente ripiglio,
Xenofane, che avea per immensa la profondità della ter ra. Chi, dice G., tali
co se divulgano, o poco veggono, o nulla san. no dell'universo.; Altri e
lontani da quelli del volgo fu. rono i sentimenti d' Empedocle intorno al la
terra. Fu opinione di lui, che fuoco bruciasse nel centro di questa. I sassi i
dirupi, gli scogli, ei riguardò come sco rie, che la virtù di quel fuoco avea
in alto levato. L'acque, che sorgon terma li, quelle sono, a suo credere, che
sotter ra scorrendo piglian calore dal quel mede simo fuoco. G. in somma im
maginò sin d'allora l'ipotesi del fuoco cen. brale, che Buffon, non è guari,
più bel la e vistosa ha richiamato alla luce. Pensavano gli Jonici, che la
terra sospinta dal vortice che occupava tutta la sfera, era stata condotta nel
centro di ques sta. Ma non sapeano essi comprendere, come quella, sfornita d'
appoggio, ben li brata si stesse nel punto di mezzo. Timidi quindi i filosofi
al par del volgo, ne dilatavan la base, e tormentando i loro ingegni si
sforzavan di sostenerla colle ipo: tesi. Talete avvisò la terra restar sospesa
nell'aria, non altrimenti che un galleggian te sull'acqua, Democrito e
Anassagora ne fecero la base non che larga, ma conca va; aifinchè l' aria quivi
sotto racchiusa la potesse sostentar con sodezza. Parmenide di VELIA credette
sostenerla col principio della ra gion sufficiente. La terra a suo pensare
stava nel centro, perchè non avea ragio ne, che la portasse per questo più
tosto, che per quel verso, Ma il nostro fisico si dilung) da co storo, e con
altri principj prese a spiegar sie la stabilita. L'acqua nella cosmogonia di
lui s' era separata dalla terra per l'im peto del giro, che questa facea. Pe.
rò la terra nel suo sistema rotaya. Rota va del pari secondo lui il cielo; è
altra differenza non pose nella rotazion dell' una e dell' altro, che nella
velocità, Minore la yolea nella terra, che stava nel centro; 47 1 rola, ando il
cla colo come star galo raal Po maggiore nel cielo, che in giri smisurati si
volgea. Da cid appunto egli ne trasse e perchè quella stesse in aria sen za
cadere. Se girate, egli dicea, con pre stezza una secchia; l'acqua non cadrà,
ancorchè nel girarsi si tenga capovolta. Tal è nella sfera i La conversion
celerissi ma del cielo vince ogni peso e ritiene la terra. Al moto dunque del
cielo egli in catenava la posizion della terra nel cen. tro, il suo rotare, e
lo starne, Si sihar rì, egli è vero, in quella spiegazione al par degli altri;
perchè allor s'ignorava la gravità della terra esser diretta al suo cen. tro.
Ma il suo metodo di ridurre più fe nomeni a un solo, e ripescare ne' fatti la
ragione di quelli, è molto degno di lode. Dall'esperienza della secchia, che
pre stamente si volge, han preso argomento chi son portati per l'antichità,
aver co nosciuto il nostro filosofo la forza centrifu. ga, Ma a pensar giusto,
ignorandosi allos ra le leggi del moto, niuno ebbe, nè as ver potea l'idea vera
e matematica di quel, 1 ajd a $ permas 30, ho murah ento: 48 d he Te la forza.
Egli è vero essersi saputo in que' tempi, e da G. essersi ben dimo strato la
velocità del girare impedir la ca duta de' gravi. Ma questo era fatto, non
forza, e più esempio, che principio. Eran sì lontani G. e gli antichi di cono
scer quella forza, che presso loro fu fer ma e costante opinione, i corpi a
cagion di circolazione avvicinarsi al centro se pe santi, fuggir dal centro se
leggieri. Ma se'a lui si può contrastare la co gnizion della forza centrifuga,
gli si deve certamente quella concedere della rotazion della terra. Opinione
era questa comune presso noi ne' tempi greci, e propia in ve rità della nostra
Sicilia Giacchè Ecfanto e Iceta la divulgarono in Siracusa; ma sin da tempi
antichissimi G. l'insegno nella nostra Gergenti – e NON GIRGENTI. Avea il
nostro Astronomo il Sole e le Stelle, come se fossero della stessa natura.
Opina egli quello e queste esser di fuoco. Ma non perciò è da credere, ch ' ei
tenesse la luce per eguale o simile al R te te e 1 49 1 fuoco terrestré. Non
sapendo egli qual fose se la natura della luce, che per altro è ignota anche a
noi, tenea il Sole come una massa ignita, che lanciava nella sua sfera le
sottili sue particelle. Queste ei credea, che dal Sole si moveano, e pro
gressivamente propagandosi giungeano agli occhi. La luce, dicea, va prima nel
mez zo, e poi perviene sino a noi. An ticipava così la scoperta bellissima
della pro pagazione della luce, che i Satelliti di Giove doveano in tempi
avvenire rivelare a Roemero. La vide, egli è vero, coll' in telletto, e senza
ridurla a fatto, la lascið nel posto di semplice opinione. Ma nel tempo de'
sogni e dell'ipotesi è degna cer to d'ammirazione quella opinione, che coll'
andar de' tempi è stata condotta al grado eminente di fisica verità. L'emission
della luce fu l'ipotesi, ch' allor tenne G., e cui oggi s' acco stano chi non
vogliono vaneggiar per no velle bizzarie. Questa a dì nostri d ' alcu ni è
rigettata, e in que' tempi era ancor contrastata. L'ipotesi che il Sole quanti
raggi manda, altrettanti ne perde, fece al lora, e ha fatto oggi credere a
parecchi, ch ' egli raggi mandando, e raggi perden do sì gradatamente
impoverirà di luce, che collo scorrer de' secoli giungerà sino a spe. gnersi.
Newton all'incontro dimostra in sensibile essere stata la perdita della luce
solare dal principio delle cose sino a noi. Anzi egli quasi sforzandosi
d'assicurar la luce alle future generazioni, cerca di sup plir la massa solare
con quella delle co mete. Le quali attratte dal Sole, quan do nel suo giro sono
vicinissime a lui, e su lui cadendo, colla loro materia vanno a risarcire la
perdita diurna delle particel. le solari. Ma G. in un modo, che se non sarà
forse il più vero, è certamente assai più ingegnoso, s' industrið provedero
alla durata del Sole. Siccome i raggi lan. ciati dal Sole son poi riflessi
dalla terra; cosà egli pensd, che quelli dopo la rifles, sion concentrandosi,
ritornano al Sole. Però questi per riflessione acquista quel, che per enuission
perde; e atteso un sì fat to circolo durerà sempre lo splendore del Sole. G. quindi
potė ben dire la luce essere al presente una riflessione di quella che fu una
volta lanciata dal Sole: Ma i compilatori dell'antica filosofia non capirono i
sensi del nostro filosofo. Credette ro essi due essere i Soli di G., uno
invisibile, visibile l' altro, che collocati in due opposti emisferi si
guardavan tra lo ro. La terra, eglino dissero, riflette al se condo i raggi
invisibili lanciati dal primo; e quello poi in forma di luce li rimanda alla
terra. Ecco con quali sconcez ze quegli storici guastarono i divisamenti del
nostro filosofo sull' emission della luce. Non meno speziosa fu la difficoltà,
che s'oppose a G. ne' suoi tempi contro la succesiva propagazion della luce.
Siccome nel tempo che la luce viene a noi, il Sole si move; così l'occhio
astretto a seguire la direzion della luce, vedrà il Sole in un punto, in cui fu,
e poi non g è più. Empedocle a
rispondere, non prese scampo nella prodigiosa velocità della luce, o in qualche
sottigliezza, cui i fabbri di si stemi soglion rifuggire. Non è il Sole, ei di
cea, ma la terra che in ventiquattro ore si volge: La terra' dunque nel rotare
s’im hatte ne' raggi solari, ed essa prolungan doli va a trovare il Sole nel
punto, in cui egli sta. Non si potrebbe di certo a di nostri in miglior forma
rispondere a chi in quel modo vclesse attaccar l ' emissione e successiva
propagazion della luce. G. ha la Luna
come opaca, perchè frapponendosi tra il Sole e la ter ra cagiona l' ecclisse.
Plutarco a lui solo, mettendo in non cale tutti gli altri, da il vanto d' aver
divolgato la Lu. na essere un corpo privo affatto di luce, che riflette i soli
raggi solari. La chiarez za della Luna' ei chiamava non che dolce e bénigna, ma
insieme straniera. Una lu ce straniera, dice G. qual poeta, circola intorno
alla 'terra. Ma G. ebbe la disgrazia d' aver avuto guastato ogni suo sentimento.
Achille Tazio dall' epiteto di straniera dato alla luce lunare da G., ricavo,
non so come, il medesi mo aver tenuto la Luna qual pezzo svelto dal Sole. Ma
buon per noi che ci sia re stato il verso di G., che smentisca
l'interpetrazione di Tazio: Anassagora per dare una misura del So le riferì la
grandezza di quest' astro al solo Peloponneso. Il nostro filosofo fu il primo,
cui venne in pensiero di comparar Sole e Luna tra loro. Egli credea che il Sole
fosse stato più della Luna distante dalla terra so pra due volte. Ciò non
ostante affermo quello essere stato assai più grande di que sta; sebbene
ambidue fossero appariti dello stesso diametro. In somma l'ineguale distanza fu
per lui certo argomento della lo ro diversa grandezza. Parrà ad alcuno ciò
essere stata cosa di lieve momento; e pure fu un passo, e un avanzamento che
allora fece la scienza del cielo. Giacchè niun altro prima di G., ed egli fu e
il solo e il primo, che insegnò gli astri lontani doverci comparire piccoli più
de' vicini. E gli pure fu il primo che pose in confronto tra lor gli astri non
solo, ma i loro diame tri. Dopo hui in fatti prima Eudosso misu rò i diametri
apparenti della Luna e del Sole; e poi cominciarono i Greci a stabili re i
periodi lunisolari, da cui nacque, e s’avanzò l'astronomia de' medesimi. Si
potrebbe quì aggiungere a formar tutto il quadro dell'astronomia del nostro fi
losofo, aver lui forse conosciuto che la Luna rotando intorno a se stessa si
mova circa la terra. Ma punto non conviene dar a G. una gloria o dubbia o
sospetta. Basta aver levato a suoi pensieri astronomici quella ruggine, di cui
li bruttò l'imperi zia di quegli storici. Appresso l' onorano al cuni qual
autore d'un poema sulla sfera in cui si descrive, secondo l'uso de' tem pi il
nascere e ' l tramontar d' alcune stel le. Ma i critici illuminati han quello
come opera d'ignoto autore e non di lui. Io non discordo da loro; anzi confesso
non essere stato G. intento a osservare, 1 1 come si conviene nell' astronomia.
In quell' età si costruiva il cielo da' filosofi non si osservava. Era quella
la stagione della fan tasia, delle opinioni, e dell'ipotesi, che suol sempre
precedere l' altra, che porta seco il raziocinio, l'osservazione, la veri tà.
Però non è poca la gloria di G. nell' aver conosciuto la ' successiva pro
pagazion della luce, la rotazion della ter ra, l'opacità della Luna, è
scostandosi dalle volgari stravaganze nell' aver compa rato il primo le masse
tra loro della Lu na e del Sole. Se non può egli quindi emulare Timocari e
Aristillo, Ipparco e Tolomeo, che nella Greca astronomia fu ron chiarissimi;
pure non è da negare lui aver saputo delle cose del cielo assai più che la sua
età non portava. Vennero quel. li assai dopo, e in tempi assai più illu minati
e felici; e non è maraviglia, che questi fossero stati di quello migliori. Una
fiaccola più o meno brilla, quanto più o meno pura è l ' aria, in cui brucia.
Dal cielo tornando alla terra non più 56 et troviamo il nostro filosofo, che
immagina l' origin delle cose; ma che studia e in terpetra con senno la natura.
La prima verità, che c'insegna, non già ragionando ma coll'esperienza, è il
peso e la molla dell' aria. Mette egli in opera in difetto di macchine e di
strumenti la clessidra, che s'usava allora da' nostri come orolo gio a misurare
il tempo. Avea questa la sua figura conica; la base forata a guisa di
minutissimo vaglio; e il collo lungo che stringendosi sempre più andava a fi
nire in un sottil bucolino. Si tenea allora la clessidra col collo all'ingiù; e
l'acqua, di cui era piena, lentamente gocciolando misurava le ore. Questa
appunto fu la macchina di G., che nelle sue ma ini diventò indice e misura di
fisiche verità. Introduce ei da poeta una donzella, che trastullando colla
clessidra la vuol en piere d'acqua. Ne tura essa l'orifizio col le dita, e
postane la base all' ingiù, cala quella verticalmente in un fonte. Entra allora
l'acqua per la base forata; ma per SC ay is ce 9 in C quanto la donzella prema, e travagli, la
clessidra non si può mai empiere tutta. Stanca finalmente la verginella, alza
le di ta, con cui chiudea quell'orifizio; ed ecco l'acqua che sale, e giunge
alla cima. Proposta l' esperienza, G. ne' suoi versi ne soggiunge lo
spiegamento. L' aria, dice egli, che sta racchiusa nella cavità della clessidra,
colla sua molla, resiste all' acqua, e la ripara di venire all'in su. Ma appena
la donzella alza, le dita, l'aria e sce, e però l'acqua non più impedita dall'
aria sale, e tutta empie la clessidra. In altro modo ci presenta ei la don
zella. Finge egli che questa volti la cles sidra; e allora un altra prova egli
ci reca del peso e della molla dell' aria. Chiude es. sa colla mano il bucolin
della clessidra, questa piena d'acqua volge colla base all' in giù; affinchè
l'acqua tutta fuori si ver si. Ma non senza sua sorpresa s' accorge che l'acqua,
lungi di cadere da ’ forellini della base, si ferma: Alza ella quindi la mano
con fretta; ed ecco l'acqua goccio h re
il a lare, e a poco a poco cadendo tutta fuori versarsi. Dichiarato il primo,
ſu agevole a G. spiegare il secondo esperimento. L' acqua, dicea egli, si
sforza d' uscire da' fo. rami della base. Ma l'aria sottoposta si resiste colla
sua molla, che venga a vince peso dell' acqua. Subito che la don zella alza la
mano, l'aria di sopra preme l'acqua sottoposta; e questa, ajutata dall' aria
soprastante, vince ogni restistenza, o vien fuori. Con tali esperienze, delle
propietà dell' aria mostrava egli e il peso, e la molla. Ciò nulla ostante
furon quelle nell'età d'ap presso poste ingiuriosamente in obblio. Se noti
fossero stati al rinascer delle scienze gli esperimenti di G., non si sareb be
certo levato tanto grido per l'invenzion del barometro. Ivi il mercurio sta
sospeso dalla forza dell'aria, come l'acqua sta so spesa entro la clessidra
dalla forza egual. mente dell'aria. Si fatte esperienze, che oggi son volgari,
allora erano rade e uti € 59 lissime alla fisica. Smarriti i Greci in que?
tempi o dalla lor fantasia, o dalla lor me tafisica, non pigliavan cura nè d '
esperien. ze, nè d'osservazioni; e privi di fatti, co storo eran pur privi di
scienza · Ne' versi di G. quindi il principio si trova, e la nascita dirò così
della fisica; perchè ivi si trovano i primi esperimenti. Democrito al par di G.
piglia va anch'egli allora la via de' fatti: sebene ambidue ne fossero stati
presto raggiunti dal divino Ippocrate. Sicché questi tre som mi uomini
cercarono allor di fondare un epoca novella nella Greca filosofia, sfor zandosi
di condurre gl'ingegni a studiar la natura coll' esperienza, e colla osservazio
ne. Ma tal metodo, ch'è lento, ostenta to, non potea esser gradito a Greci, che
impazienti erano e caldi; e però da pochi fu pregiato ed impreso. Sebbene G.
avesse posto ogni studio nello sperimentare; pure fu solo in Sicilia, senza
stromenti, nell'infanzia dela la fisica. Ne si creda Democrito, e Ippocrate
avergli potuto giovare, essendo e co lui di region lontanissima e questi de
tempi d'appresso. Pochi eran quindi i fat, ti, che potea egli raccogliere. I
medesimi non gli eran mica bastevoli all' uopo, ch' era assai vasto, e che
giusta l'usanza de tempi abbracciava tutta la natura. Di che veniva, ch'egli
spesso era costretto a suppli re il difetto de' fatti; e ciò il fece con assai
sagacità e senno: cui nercè l'arte inventò del congetturare. Questa non gia che
fosse stata da lui ridotta in canoni come si svol presso noi, che in ogni cosa
abbondiamo di regole; ma intriseca si tro va, e quasi nascosta ne' suoi
ragionamen ti. Anzi io credo non potersi in miglior modo rilevar l'artifizio
del suo metodo, che descrivendo l'andamento del suo spi rito; allor quando
pigliò ei a comparare i vegetabili agli animali. Furon tanti, e di tal momento
i rapporti, con cui egli quel li a questi lego, che giunse a scoprir del, le
verita, che son degne non che di ricordanza, ma di stupore. Il seme, il sesso,
la generazione, la nutrizione, la traspirazion de’ vegetabili fu. rono i varii
sorprendenti oggetti su cui fil filo s'applicò la sua mente. Da prima avverte. G.
comune essere il fine assegnato dalla natura 'e agli animali e a ' vegetabili.
Un animale, o una pianta, egli dioe, voglion produrre animali, o piante simili
a se. Questo fu messo da lui come base delle sue illazioni, e co nie fermo
segnale d'un punto, da cui egli partendosi non s' avesse potuto mica smarri re
nel proceder più oltre nelle sue nuove scoperte. Soggiunge egli appresso: come
l' animale viene dall'uovo, così la pianta dal seme. Attesi questi fatti
comincia o ' specolando a filosofarvi, e da quelli guidato va con franchezza
formando le sue conget ture. Se l'uovo e il seme, egli prosegue, comune hanno
il fine, ch' è la produzio ne; debbono l'uno e l'altro colla stessa attitudine,
e col medesimo impeto tendere al medesimo fine. Da sì fatto fine ad ambi comune
egli argomenta, come da un indice, comune dover essere la natura del seme e
dell' uovo. Ma G. forse à tal indizio si ferma? Nullameno. Egli torna di nuovo
a fatti, mette in opera da capo osservazioni; e si sforza rintracciar co. sì la
natura dell' uno e dell'altro. Empedocle tirando avanti la sua stes sa traccia,
trova e distingue sì nell' uovo che nel seme, non che germe, ma materia che il
germe nutrisce. L'animaletto fin, chè non nasce, o la pianticella finchè non
abbarbica ', traggono alimento da quella, Non è già, aver lui conosciuto le
foglie seminali; o aver lui detto la placenta u terina portar nutrimento all'
embrione per via del funicolo umbilicare. Egli non al tro conobbe, che due
esser debbano nell' uovo e nel senię le parti principali e muni: il germe e i
cotiledoni, che l'ali mento preparano alla pianticella, o all’em. brione, o nel
seme, o nell' uovo. Il nostro fisico quindi più non distinse dirò così ani mali
da piante. Ebhe egli il seme qual uovo de vegetabili; e chiamò le piante col
soprannome d ' ovipare. Ecco avere G. svelato agli uomini assai prima d’Ar véo
tutto ciò, che nasce', non d ' altro pro venir che dall'uovo. Teofrasto infatti,
e Aristotile a G. solo attribuiscon la gloria della scoperta di tal verità, e
gliela dan come propria. La fatica d’Arvéo, fu egli è vero, utilissima
all'avanzamento del le scienze, e degna di tutta la lode. Ma egli pubblicando
di nuovo lo stesso ritrova mento di G., null' altro fece che as sodar vie più
colle prove ogni cosa nascer dall'uovo. Chi adesso non giudicherà mag. gior
l'eccellenza dell'ingegno di chi colla mente va congetturando ciò, che del
tutto s’ è ignorato in preterito, e prevede ciò che sarà da scoprirsi in futuro?
Il nostro fisico, guidato com' egli era dall' induzione, spinse più oltre i
suoi ra gionamenti'. Affermd le piante al par de gli animali dover essere tutte
fornite di ses so. Conosciutosi da lui il seme null' altro esser che uovo, come
l'uovo si feconda per l' union del maschio colla femina; così argomentò egli
del pari il seme per la mescolanza di que' sessi doversi fecondare. Franco '
quindi e sagace stabili egli il pri mo, ed egli il primo distinse il sesso ma
schile e feminile in ogni vegetabile. Non si dubita prima di lui essersi
conosciuti ma schi e femine tra ' vegetabili: ma ciò soltan to attribuivasi a
palme, fichi, canape, pi stacchi. Però dal nostro fisico prende ori gine il
sistema, su cui oggi posa tutta la Botanica. Egli è vero non aver lui allora ne
cercato, nè mostrato gli organi genita li nelle piante, come poi han fatto con
grande studio i moderni; ma ciò facea e gli sempre col ragionare, e quelli
vedea dirò così, coll' intelletto. Nella testa de' grand' uomini, come dotati
d'una specie di tatto pella verità, la forza delle con getture si sostituisce
talvolta all' evidenza de ' fatti. Facea Empedocle a guisa d'un gran dipintore,
che solo abbozza il quadro con poche, ma pennellate maestre; e la scia poi agli
altri la cura di compirne il disegno, di colorirlo, e abbellirlo. Arveo definì
tutto nascer dall'uovo: Zalunziaski, Millington, Camerario, Vaillant prima, e
poi Linnéo mostrarono il sesso nelle piante. Ma costoro tutti quanti assodaron
la dottri na, e compiron l'idea tracciata dal nostro Gergentino. GERGENTI non
GIRGENTI. In verità non è poca la glo ria che a costui torna nell' aver lui il
pri mo schizzato degli originali, che di mano in mano col favore del tempo si
van tro vando in natura. Contemplare Empedocle, che conget tura è uno
spettacolo degno d'un filosofo. Ora egli scorto dall'analogia supera tutti i
suoi contemporanei', e più oltre proce dendo va diritto a trovare altre belle
ve rità. Ora privo di fatti, non ostante il vi. gor di sua mente, tentoni
cammina incer to tra verità, ed errore. Conobbe egli il sesso sol nelle piante.
Ma altro non pote va egli conoscere, attese le poche anzi le rade verità
solamente allor note. Quante altre osservazioni, quante altre verita gli
mancarono? Ignoto era allora l'antere, e gli stigmi esser gli organi genitali
delle pian i 06 cer te, e questi trovarsi ne' fiori. Niun sapea il polline
portato da venti aderire allo sti gma per via dell'umore, che in questo si stà.
Chi aveva allora osservato la Passiflo ra, la Graziola; e ' l Tulipano, che
come agitati d'estro venereo, erranti van cando la polvere, che loro fecondi?
Chi s'era accorto, in que' tempi la Valisneria, e l'altre piante acquatiche sul
punto de’ loro amori alzar lo stigma dall? acque, per accoglier cupide, e
aperte la polvere de' loro maschi? Non è però da recar mara viglia, se
nell'ignoranza di tali fatti non seppe Empedocle comprendere, come le pian. te,
che fitte stan sulla terra, si potesser congiungere per far la lor generazione
a guisa degli animali. Ma tenne egli come cosa non che non dubbia, ma
certissima, e l'induzione già gliel' aveva indicato, che il seme per l'unione
si feconda della fe mina col maschio. Però egli, posti in cia scuna pianta,
come sullo stesso talamo, quasi marito, e moglie, disse tutte le pian. te dover
essere ermafrodite. Fil questo, egli è vero, un errore; perchè in al cune
piante i due sessi son del tutto se parati, e distinti. Ma altresì, egli è vero,
la più parte delle piante alla classe ap partenersi dell'ermafrodite; oltr'a
quelle, che sono androgine, e poligame. G. appresso, il mistero passo a
indagare della generazion de’ vegetabili, con quella confrontandola degli
animali. Gran cose in prima osò egli dire sul la generazione animalesca. '
Immaginò egli starsi divise ne' liquor seminali de’due ses si particelle
analoghe al corpo d'ogni ani male. S'ideò egli queste nella unirsi, e l'embrion
formare del corpo or ganizzato. Il carnale appetito egli ri pose in quelle
particelle, che, separato trovandosi nel maschio e nella femina, ten. dono
naturalmente a unirsi. Ad abbondan za de' due semi la cagione ei riferisce del
parto o doppio, o triplo; e a scarsezza o disordine degli stessi la nascita
d'ogni sor ta di mostri. La prole secondo lui al pa dre o alla madre somiglia
in proporzione generazione i 2. del più o men prevalere del liquor semi nale
quando della femina, quando del ma schio. La ragione inoltre crede lui dare
della sterilità delle mule, che all' angustia attribuisce e obbliquita de
canali della loro figura. Varie spiegazioni va in com ma egli fantasticando,
che io piglierei ros sore di chiamar sogni, se chi han tratta to della
generazione, non avessero sinora sognato al pari di lui. Le molecole orga niche
di Buffon, i vermi spermatici di Le wenoek, l'uova di Bonnet e,di Haller, il
filamento nervoso di Darwin, non sono clie ipotesi più o meno, false o tutte
immagi narie. La fantasia inoltre, che tutte domi le umane, s' avvide G., poter
avere anch'essa una parte nella ge nerazione. Ricordava ei delle donne, che
aveaito dato in luce bainbini simili a sta. tue o pitture, cui quelle, essendo
gravi. de, aveano a caso fisamente guardato. Opinò egli quindi la fantasia
della femin na, non altrimenti del tornitore sul legro, na cose 2oho da ede lidt? po 12.06 maa Potere dar
forma, e simiglianza al feto. Non inancan.oggi, chi credono poter più operare
l' immaginazione del padre che alle quella della madre. Ma niun disconviene,
ato quasi secondo il linguaggio di G., che la fantasia o della femmina o del maschio,
giunge talvolta a tratteggiar, dirò cosi, le membra, e la fisonomia della prole
nel ventre della madre. Da si fatte cose, stabilitasi. anzi tem po da G. la
famosa analogia tra' vegetabili, e animali, trasse egli, e cona chiuse del
tutto eguale a questi duver es sere la generaztone di quelli. Ne men
dissimigliante tra loro, dice G., dover essere la nutrizione de gli uni e degli
altri. I vegetabili e gli a nimali dicea il nostro filosofo, gli alimenti
scompongono, e quel traggon da éssi, ch' è conveniente e accomodato alla loro
na turá. Ciò egli credea farsi in ambi due per via dell'affinità insieme e de'
pori. Dell'affinità cosi egli parlava. Siccome le cose amare all'amare si
uniscono, le dol UD Eury 7 Pizze,the is on sullink ei de 1 dis Tec cer ci alle
dolci; ogni sinile in somma al suo simile: cosi gli esseri organizzati quel
pren dono dagli alimenti, che lor si confa, e può nutrire ciascuna delle propie
parti. Chiaro fu eziandio il suo parlare de' po ri. La nutrizione, egli è certo,
separarsi e dividersi negli animali, e ne' vegetabili per mezzo de' pori, che
son differenti in dia metro. Le particelle, dette nutribi li, è certo altresì
non potere indistinta mente entrare per qualunque di quelli: ma ciascuna
insinuarsi nell' orifizio di que' bucolini, ch'è analogo alla propia gran dezza.
Un vino, egli dice, è diverso da un altro, attesa la differenza non che del
terreno ma della stirpe. Ecco come par, che il nostro filosofo avesse voluto
vie più assodar la sua opinione della forza dell' affinità, e de' pori, massime
su i vegeta bili (ch'è poi propietà d'ogni corpo orga nizzato) i quali giusta
la propia organiz zazione han da quelli preparato gli ali menti, e si rendon
capaci di saporé diverso. A senno dunque d'Empedocle la nu se su red nog Ila ti
co re со ali 71 Fari trizione si opera tra per l'affinità, e la ti que varia
ampiezza de ' pori per canali diversi, ce e va svariatamente, ma sempre in pari
re preciproco modo, vigore é aumento porgendo agli organi diversi sien de'
vegetabili, sien degli animali Empedocle frattanto, il modo volendo indicare,
con cui la nutrizione si sparge e dividesi fra gli organi diversi, abbiam noi
veduto essersi rifuggito all' affinità, ch'è certamene un'ipotesi. Ma che
maraviglia; se dopo la serie di tanti secoli da questo suo pensare non sono
mica iti lontani pa recchi pur tra’ moderni? Grande in verità e diligentissima
è stata oggidì la fatica de nostri fisiologi nell'indagare i fenomeni del la
nutrizione, Gli hanno essi ridotto a ' fat, ti, o a leggi generali, che son
propie e comuni a tutti i corpi organizzati. Nè pu re eglino han trascurato di
trovare nella contrattilità organica la forza, con cui gli alimenti son
trasportati in canali opportuni non sol negli animali, ma eziandio ne've
getabili sino all'alto delle propie foglie. Ma TX, ام د ገን
muito con tutto cið o nulla o poco si sono essi avanzati nell'additar la
maniera, con cui si fa la nutrizione per gli organi diversi. Non si nega oggi
darsi da' più a varii organi, una specie di gusto, cui mercè quel suc chino, e
tirino, che a ciascuno in partico lar si conviene. Ma poi tal fatto pensa mento
mostra forse esser del tutto falso il ritrovato d'Empedocle? E' troppo vero,
cho la natura yince in molte cose, e vincera sempre ogni nostra speculazione e
fatica e da filosofi per lo più non si recano, cho sole congetture, ed ipotesi,
Fattisi vedere eguali da Empedocle i rapporti degli animali co' vegetabili nel
se nie e sesso, nel generarsi e nutrirsi, non re. stava altro a lui che
applicarsi sulla tra spirazione comune ad entrambi. Conobbe egli, che gli uni e
gli altri per via de' pori similmente traspirano, e quella parte degli alimenti
tramandano che loro è su perflua. Alla traspirazione di fatto attribuì costui o
il perdersi dagli alberi nella fred da stagione, o il serbarsi quelle foglie,
che dalla natura, non a caso, ma particolar mente sono ordinate al traspirare e
al nu trir delle piante. I primi, ei disse, tra spiran molto in estate, e
spossati levan le foglie in autunno. I secondi traspiran po co in estate, e
robusti ritengon le foglie in inverno. Fonda egli la copia o scarsez za del lor
traspirare sull' ineguale diame tro, e contraria posizion de' lor pori.
Gli uni a suo giudizio hanno larghi i pori del le radici, angústi quelli de'
rami. Gli al tri all'opposto angusti i pori delle radici, larghi quelli de'
rami. Però i primi più, succhiando, e men traspirando non levan le foglie. I
secondi men succhiando e più traspirando perdon le foglie. Se una si fatta
posizione di pori, che immagind il nostro fisico, fosse stata confermata dalle
osservazioni, avrebbe sin d'allora egli sciola to un problema, che non poco
fastidio grandissimo stento ha recato a ' moderni. Era rizio comune a quell'
età organizzare ad arbitrio gli esseri della natura a fin di. poterne presto
dichiarare i fenomeni. Egli k e. 0 1 è vero non esser mancati a di nostri, chi
abbian conosciuto e distinto ne' vegetabili non meno di quattro specie di pori.
Ma chi ha potuto, o con qual microscopio potrà mai rinvenire, che a ' pori o
larghi o stretti delle radici corrispondano a rove scio quelli de' rami? Pur
tuttavia a G. in parte siam noi debitori della ragione, che mostra il come
dagli alberi cadan le foglie. La famosa traspirazione ne' vege tabili, da lui
allora scoperta, scioglie og gi a noi con somma nostra ammirazione o senza
nostra molta fatica un sì bel pro blema. Ognun vede le foglie cader più pre sto,
quando la state è più calda. Ognun pur vede gli alberi robusti più de' deboli
più tardi svestirsi di foglie. Anzi ognun vede altresì quegli alberi in inverno
rite ner le foglie, che poco traspirano. I 100 derni al più han distinto le
foglie, che cadono in pezzi da quelle, che intere si staccano, secondo che
l'une o l'altre sono al tronco diversamente attaccate. Costoro 75 di più son
giunti a conoscere, che alcuno foglie cadono intere, prima che le nuovo dalle
lor gemme si svolgano, e altre ristan no finchè non ispuntin le nuove. Da ciò
essi han tratto, che quegli alberi, i quali gettan le foglie dopo lo spuntar
del le gemme, debbon mostrarsi verdeggianti in inverno. E che all'incontro
quegli altri, i quali gettan le foglie pria dello spuntar delle gemme, debbon
vedersi nudi nella stege sa stagione. Che perciò? i nostri fisiologi forse san.
no oggi della caduta delle foglie dagli al beri assai più di quel, che ne seppe
al. lora il nostro filosofo? Abbian quanto si vo glia convenuto oggi i moderni
le foglie tra. spirar più quanto più abbondano di pori. Abbiano quanto si
voglia pure costoro af fermata la copia o della traspirazione o de' succhi si
travagliar le foglie, e i lor vasi ostruire, che finiscan di vegetare, muoja no,
e cadano. Eziandio ne abbiano essi inferito tutti gli alberi dovere perder le
fos glie, chi in Autunno, chi in Primavera. Ma k 2 26 de 60 fu NI tal
differenza non è se non perchè le fo glie di quelli più, e le foglie di questi
meno' traspirano, e l'une servon più, l' altre meno alla nutrizion delle piante?
E non è questa la grande scoperta appunto d' Empedocle, e che forma uno de'
suoi gran di elogi? Il pigliare i vegetabili e gli animali au mento dal calore,
il goder di gioventù, il cadere in malattia, il giungere alla vecchiez za, sono
altresì que' tratti di simiglianza perfetta, che il nostro fisico andava a
quel. li aggiungendo. Nè lascid ei di notare, che i vegetabili al par degli
animali si muv vano, resistano, si raddrizzino. Gran de com' egli era di mente,
e degno d' in. terpetrar la natura, talmente s’ ingegna va di legare il primo
con poche o comu ni leggi i due regni, che paion tanto di stanti e discordi tra
loro, il vegetabile e l' animale. Gli antichi presero maraviglia di questo
specolazioni di lui, e si ne restaron convinti, che si sforzarono aggiungervi
qual che cosa del loro, G. aveva già 0 PE C te 77 detto, che il seme senza più
è nella ter ra ciò, che il feto nell'utero ed egli no procedendo più oltre' non
ebbero a schi fo affermare la pianta essere un animale fitto in terra per le
radici, e l'animale una pianta, che cammina. I moderni poi non han tralasciato
punto di assai profittar de pensamenti di G., cui mercè tira ta avanti la
traccia e allungati, diciam.co sì, i suoi stessi passi, sono iti scoprendo
nuovi rapporti, che agli attimali legan le piante. Le piante dormire come gli
anima li; respirare coni'essi; avere i lor muli; pro. pagarsi i polpi al par
delle piante; esservi animali (che son quei, che vivono attacca ti alle pietre
) che cercano la luce e vergo essa rivolgonsi, come appunto fanno le pian
te: questi e simiglianti sono i grandi ogo getti, su cui i moderni profittando
di G. si sono fissati. Ciò non ostante no tante, e di tal momento le
differen ze, che separano gli animali da' vegetabili, che non è stato
possibile di ridurli in tut. to giusta la pretesa di G. alle medesime leggi.
Pare soltanto che nel presen te stato delle nostre cognizioni tutto con corra a
dimostrare aver la natura espresso e racchiuso dirò così quasi sotto unica fore
mola il gran fenomeno della nuova produzione de' corpi organizzati. Questa
appun to cercò, e questa rinvenne il nostro fisi co. Perchè distinse il sesso
nelle piante, e conobbe il seme non esser altro che uovo: e affermò apertamente
le piante, come gli animali, dover essere ovipare. Tali meditazioni d'Empedocle
su gli esseri organizzati', in difetto d'oga' altra pruova, basterebbero sole a
indicare la forza, e l'eccellenza del suo intendimento. Dovea egli supplir la
mancanza de' fatti, inventar de' metodi per non ismarrirsi, ras.
sodare i suoi pensieri incatenandoli, anti veder congetturando, Operazioni, che
vo gliono tutte ostinazione, sagacità; avvedi mento. Tal è la condizione dell'
umana natnra, che la nostra mente non può senza stento riflettere, ragionare,
scorrer le dub bie vie delle fisiche ricerche. No creda alcuno, ch ' ei qual
poeta, o cosmogono aves se ravvisato quelle somiglianze tra i vege tabili e gli
animali più colla fantasia che colla ragione. La fantasia crea non isco pre;
finge non ragiona; abbellisce non in catena; e se talora connette, i suoi lega
mi sono immaginari e non reali. Molti sono i cosmogoni tra gli antichi, Ma G. solamente
s' addita come chi com prese in egual modo operarsi la generazio ne negli
animali e ne' vegetabili. Fu egli è vero intento a legare questi a quegli esse
ri, come suol farsi dalla fantasia, che cor ca e ritrova più le somiglianze
delle cose che le lor differenze. Ma ciò avvenne dal metodo, con cui il nostro
Gergentino – GERGENTI, non GIRGENTI -- aju tava la sua mente, ch' altro non era,
nè esser poteą nella sua età, che quel dell' analogia. La quale, siccome essa
suole, argomentando da cose simili, potea soltana to condurlo, a veder
somiglianze. Se dunque G. e col favor dell' analogia pro pose congetture, che
poi si son trovate ve re dalle nostre osservazioni, e ben da dirsi ch' egli fu
nobile di monte, robusto ne suoi raziocinj, e di gran sentimento nelle cose
naturali., Un altro e più vasto teatro s' apre o rą di altre e nuove
specolazioni, G., posti da parte e vegetabili e bruti, staccò l’ Uomo dagli
esseri organizzati, con cui l'avea egli sin allora confuso. Prese costui a
considerar l’ Uomo solo e isolato non che in metafisica e morale, ma in pa
recchie fisiche scienze. Rivolse ei le sue prime indagini alla fisica dell'Uomo,
cui i corpuscolisti con gran cura in quel tema po attendeano. G., Anagsagora,
De mocrito scrissero sulla natura; ebbero tutti tre il soprannome di fisici: e
tutti tre ten tarono di svolgere l'economia, giusta cui vive, si muove, si
regola la macchina u mana. Fu forse un tale studio sull' uomo che sopra
ogn'altro lor distinse dagli altri filosofi. I quali, senza più, aveano fino
allora quello riguardato come un soggetto soltanto metafisico, o morale, o
politico. Ma ' le fisiche ricerche di G. sull’ Uomo trapassarono di gran lunga
quel le di Democrito e d’Anassagora. Perchè, sagace, com'egli era, si mise in
investigazio ni non prima tentate d'altri, e utilissime. Tanti furono i punti
di vista, sotto cui e' prese a contemplare il corpo umano; e al trettante può
dirsi essere state le scienze, cui diede principio il vigor di sua mente. Egli
il primo applicò la chimica, e sie a nalisi al corpo umano; segnd le prime li
nee d'anatomia: fece sforzi se non sempre efficaci, sempre almen generosi a
gettare i fondamenti della fisiologia dell' Uomo:: Il sistema di G. sulla
natura fu chimico; così chimiche del pari furono le sue prime ricerche
sull'uomo. Comincio egli a esaminar questo nelle sue parti, e quanto più allor
si potèa, ne imprese an cora l'analisi. La carne, ei dicea è coma posta di
parti eguali di ciascun de' quattro elementi. Di due parti eguali di fuoco e di
terra sono formati i nervi, e le unghie son similmente nervi raffreddati
dall'aria. VIII furon le parti, ch'ei distinse nelle cosa: due di terra,
altrettante di acqua, e quattro di fuoco. Se non si corresse un qualche
pericolo di travedere, chi non direbbe aver lui trovato l'ossa abbondare di
fuoco, perchè abbondan di fosforo? Ma che che ne sia, non v'ha dubbio, aver lui
dato principio con sì fatte analisi a un novello rano di chimica Ramo, che dopo
G. fu del tutto posto in non cale: ma che oggi, attesa la sua grand' utiltà con
ardor si coltiva, e che va sempre più smisuratamente crescendo sotto il nome di
chimica de corpi organizzati: Erasistrato, Herofilo, Serapione fu ron tra '
Greci, che s ' applicarono con som mo studio all' Anatomia. Ma innanzi a co
storo, vinti gli errori della religione e de' tempi, aveano cominciato a
coltivarla De mocrito in Abdera, e G. e in Gergenti, NON GIRGENTI. Descrive
quest'ultimo la spina del dorso, e tienla, come di fatto è, non ' altri menti
che la carena del corpo umano. Distingue egli di più inspirazione da espi
razione mostra i canali per cui si respira dalle narici. Ricerca egli inti ne
l'organo del sentire, e trapassando il neato uditorio, discopre quella parte
dell' udito, che attesa la sua forma torta e spi rale, chiamò egli allora, e
chiamasi anco ra la chiocciola. Questo è il poco a vanzo delle sue cognizioni
anatomiche, che per sorte sono arrivate sino a noi. Ma que sto stesso poco
mostra il suo gran sapere in questa scienza. Un gran pezzo di capi tello o di bảse',
il rottape d ' una colon na, o pilastro, bastan sovente a indicar e la
magnificenza di un edificio, e la perizia di un architetto. La sola scoverta
della chiocciola dimostra assai meglio, che non fecero ' gli antichi
scrittori', essersi il nostro filosofo molto avanzato nelle cose anatomi che.
Questa situata in luogo riposto dell' udito non si potea discoprir certamente
se non da chi fosse stato molto prima versa - to e perito nelle materie
anatomiche. Meno scarse son le notizie delle fun. zioni della vita e de' sensi
dell’ Uomo: e che per fortuna ci restano della fisiologia di G. Il sangue umano,
come ciascun sa, sempre alto, e sempre allo stesso modo co stanțe mantiene il
calore. Ippocrate pien di maraviglia l'attribuì a cagione sovrana turale e
divina. G. all'opposto eb be il calore, come cosa ingenita e conna turale al
sangue medesimo. In cid a lui s'accostarono ne' tempi d'appresso Aristotile,
Galeno, e tanti altri, Ma egli fu il primo, che a formare un sistema, trasse
dal calore del sangue, come da prima ca gione, una spiegazione non già vera, ma
certo artificiosa, delle funzioni della vita. Le regolate, pulsazioni delle
arterie a véano gia indicato al nostro filosofo, che il muove nelle vene. Ma
igno ta era a lui ', come ignota fu all'antichi tà,, la circolazione del sangue.
Però in ve ce di questa suppose egli in quel fluido un movimento d'oscillazione.
Il sangue, ei dicea, occupa parte, e non tutta la ca vità delle vene, e in
queste va quello giul $ u continuatamente oscillando. La for: che lo stesso
agita, era secondo lui il sangue si za calore:. e questo essendo ingenito al
san. gue costante ne mantiene e l'oscillazione e il moto. A tal movimento legò
il nostro filoso fo la respirazione, altra operazion della vi ta. Quando il
sangue, ei dicea, va giù verso il fondo de' vasi, l'aria tosto s ' insi nua ne'
sottili prominenti meati delle vene, ed entrando occupa quel vano, che nell'
andare si lascia in queste da quello. Ne perciò egli aggiungea l' aria quivị
restarsi: perchè il sangue, secondo G., spin to dal calore, e su tornando,
preme dolce mente quella, e fuori la caccia col suo ri tornare. Accade, seguiva
egli a dire, ciò che nella clessidra si osserva. Ivi l' aria respinge l'acqua,
o da questa quella è re spinta. Non altrimenti nella respirazione l' aria esce
o entra secondo che il sangue si porta o giù o su nelle vene. Però all'an dare
o venire del sangue risponde alter nando il venire o andare dell'aria. Ques sta
forma, entrando, l ' inspirazione; ilscendo 'l' espirazione e nell’unal e nell'
altra è riposto giusta il suo sistema il respirare d'ognuno. L'aria, che nella
respirazione esce ed entra nelle vene toglie al sangue a giu dizio di G. una porzion di calore. Ciò indusse gli antichi
medici, che abbrac ciarono tal sua opinjone, a curar coll'aria fresca e
matutina i ' morbi d'eccesivo 'calo re. Il respirar dunque cagionava secondo il
nostro filosofo diminuzion di calore. Da ciò anch'egli iuferiva la necessità,
che strin. ge gli animali a dormire. Il sonno in fat ti egli diceva; null'
altro essere, che dimi nuzion di calore. In quella parte quindi di fisiologia di
G. che riguarda le funzioni vitali, il sonno vien dal respirare, e questo dall'
oscillazione del sangue. Sicchè sonno, spirazion, movimento di sangue tra lor
son connessi, e tutti quanti a un tempo dal calore provengono. Nel calore in somma
e' pose la cagione di vita e di moto. La morte, egli dicea, è privazion di
calore però riguardava sonno come.egli il principio di morte. Giacchè questa, a
suo credere, è privazione, e quello diminu zion di calore. Tali principj di
medicina, ch'eran teorici, guidavano lui eziandio nel la pratica. A quel
piccol' calore., da noi già osservato, che ritenea la donna Gergentina –
GERGENTI, NON GIRGENTI -- caduta in asfissia conosce G., ch'ella era ancor
capace dell' aiuto della medicina. Tanto egli è vero, che la sua pratica era
alla sua teorica con corde, e questa per l'andamento naturale del suo spirito
era legata tutta e formava un sistema. Ecco in qual povero stato erano allo ra
l' anatomia, e la fisiologia, la fisica in breve del corpo umano. Nuda era
questa di fatti, e piena d'errori, e d'ipotesi. Ma tale è la condizione delle
fisiche discipline: Nascono esse imbecilli, a stento s'accresco no, e vanno non
di rado alla verità per la via degli errori. A chi allor poteva vee nire in mente,
che l'aria nel respirare' in luogo di toglier calore, ñe porga al sanana? gue e
ne porga gran copia? Come potea G. anticipar specolando in que di tante yerità,
che suppongono la cognizion di tante altre, e d'un immenso numero di fatti, che
allora ignoravansi? Segnd e gli quindi, non v'ha alcun dubbio, po che e
imperfette linee di chimica, d' tomia; di fisiologia del corpo umano. Ma tali
schizzi, avvegnachè informi, ma co me primi, e originali, son titoli degnissimi
di sua gloria, e gli concedono un sublime posto d'onore nella storia delle
scienze. Appartiene a nobilissimi ingegni (i quali sono ben pochi ), di
mostrare almen da lon tano quelle scienze, ch'al dir di Bacone son da supplirsi,
e che del tutto s'igno rano. G. fece ancor di più. Dino to egli la chiniica del
corpo umano, analiz zando gli ossi e la carne; accennò l'ana tomia discoprendo
la chiocciola; indicò la fisiologia legando al calore, come a un sol fatto, le
principali funzioni della vita. Su periore e' quindi al suo secolo non avrebbe
certamente lasciato ad altri la gloria d' accrescere queste utili scienze. Ma
nol poté, come chi privo fu di stromenti, e di tut. ti que' mezzi non solo
opportuni ma ancor necessari a ridurre in effetto i nuovi e và. sti disegni,
che a ora a ora a lui sugge riva il suo genio, Ma se non ebbe Empe docle la
fortuna di accrescerlo tutte, ebbe quella di stabilir meglio la fisiologia e
get tare lui il primo le basi di quell' altra parto d' essa, che riguarda i
sensi dell' uomo, Andano i corpuscolisti indagando pra d'ogn'altro nella lor
fisiologia come i nostri organi avessero potuto sentir gli oga getti che, son
fuori di noi. Credevan co storo tutti i corpi venire in ogn’ istante in
alterazione, cangiare, ed esalare particel le sottili, e invisibili. Eran
queste, sécon do loro, trasportate dall'aria, dall' acqua, dal fuoco su nostri
organi, e ivi adatta te eccitavan le sensazioni di que'corpi, da quali esse
spiccavansi. Piacque quindi a costoro le sensazioni null' altro essere, che
impressioni eccitate negli organi da particel m go le, che si parton dagli
oggetti, di cui quel le son, come quasi le immagini. G. intanto non dissenti
mica da loro. Ma il suo spirito, come quello che non erane certo, non se ne
mostrava del tutto convinto. Messosi costui quindi a esaminare i sensi a uno a
uno, adatto a ciascun di loro la sua propia e particolare spiegazione. Fece
egli così un'analisi de' sensi e sensazioni più profonda, che sin ' al lora non
s'era punto fatta d'alcuno. Ma quel ch'è più aperto egli dimostrò non es ser
lui punto ne' suoi pensamenti nè se. guace, nè schiavo delle comuni e dominan
ti opinioni. Giacchè egli nel chiarir questo o quel senso ora abbandona i
corpuscoli, or recali innanzi, o ora aggiunge agli stes si qualche nuovo
argomento. Trattando G. dell' odorato, e del gusto non altro mette in opera,
ch'e salazioni, e corpuscoli. Questi, agli dice, trasportati dall'aria s '
acconciano a ' pori del naso, e muovono il sentir dell' odorato. I cani, ei
soggiunge, cosi e non altrimenti indagan futando l'orme della fiera, Che se il
catarro, dice egli di più, irrigidisce le narici; allora i pori di questo tosto
s ' alterano, si respira a stento, e l'odor non si sente. Tratta egli appresso
dell'udito, e la sciati e pori, e corpuscoli, piglia dall'ana tomia il suo
nuovo argomento. L'udito, ei dice, nasce dalla battitura dell' aria nel la
parte dell'orecchia, la quale a guisa di chiocciola è torta in giro, stando
essa so spesa dentro, e come un sonaglio percossa. L'anatomia, ch'era allor
grossolana piccol conforto a lui porse nel dichiarare la vista. Conobbe G. un
de' tre umori, ch'è l' aqueo, e qualche membra na, senza più, di quelle, che
coprono il globo visivo. Però sfornito dell' ajuto dell' anatomia era egli
dubbio e incerto. G. nondimeno giunse a comprendere dover la luce avere gran
parte nella visio ne degli occhi. Ma come, e perchè, per quanto si fosse ei
travagliato, nol potè af fatto conoscere. Suppone il nostro filosofo entro
dell' occhio, non che, acqua, ma luce, che chia ma fuoco nativo. L'una, e
l'altra a suo credere, ivi stanno in tal quantità, che per lo più sono ineguali.
Così egli distingue gli occhi azzurri da' neri. Iprimi egli af ferma abbondar
di fuoco, scarseggiare d ' acqua; là dove i secondi esser poveri di fuoco s
ricchissimi d’aequa. Però ei soggiunge gli uni mal veggon di notte per difetto
di acqua; e gli altri veggon male di giorno per iscarsezza di fuoco. Ma sía o
poca, ó molta la luce che stanzia nell'occhio, ei la riguarda qual lu me dentro
una lanterna. Lo splendore del lume, ei dice., fuori della lanterna si span de,
e nella notte ci guida. Così i raggi di luce fuori dell' occhio si spargono,.e
ci di mostran gli oggetti. G. talora aga giunge a raggi della luce i
corpuscoli. I raggi secondo lui, che dall'occhio si lancia no, prima s'
imbattono nelle particelle, che si spiccan da corpi. Poi raggi e corpusco li si
congiungono giusta il medesimo: e insiene congiunti si portano all'occhio, e
muovono il senso visivo. Aristotile disapprova tali pensamenti di G. La visione degli ocohi, egli dice, è da
riſerirsi solamente all'acqua, e niente al fuoco. Nella storia dello spirito
umano accade sovente, che un er rore un altro ne " caccia, e ' l falso al
falso di mano in mano succeda. Aristotile oltrº a ciò rimprovera il nostro
filosofo, che dub. bio egli e incerto abbia, fatto cagion del vedere ora i
raggi uniti a' corpuscoli, e.o ra i soli corpuscoli. Ma in ciò sem bra
Aristotile a torto riprendere G. . Non sapea persuadersi il nostro Gergenttino
– GERGENTI, non GIRGENTI --, che totalmente passiva fosse la se de del senso
visivo. Non potea egli inol tre comprendere, che niuna parte avesse la luce nel
gran magistero del nostro vedere. Incerto restò quindi di se, di sue idee, e
delle spiegazioni volgari; ma tale incertez. za o quanto onore a lui reca !
Dubitar del le opinioni, che son false, e in voga, è il primo ma più difficil
passo, che si può fare verso del vero. La fisiologia, che va a di nostri spa
ziando per tutte le scienze, comunica ezian. dio colla metafisica e colla
morale. Quest' unione, ch'è il frutto naturale dell'avan zamento delle scienze,
fu dirò così presen tita dal nostro Gergentino – GERGENTI, NON GIRGENTI. E di
fatto sul la sodissima base della fisiologia cercò egli stabilire si l'una, che
l' altra. Da che Pittagora, e Parmenide di VELIA ab bandonarono i priini la
testimonianza de' sensi, come ingannevole, i Greci tenzona chi contro la
ragione, chi contro i sensi. Questi, è quella vennero quindi in discredito: 6
sorsero intanto i sofisti, e gli scettici. Socrate, Ippocrate', e altri di si
mil sorte tentaron conciliar la ragione co ' sensi. Ma vani furono i loro
sforzi. Duro la gran lite durante la Greca filosofia. La stessa rinacque al
rinascer tra noi delle scienze. Di nuovo si pugnò allor quando contro i sensi,
quando contro la ragione; e di nuovo si giunse allo scetticismo. Ma nggi simili
dispute sono già state bandite da noi; e si terran lontane, finchè lo studio
rono, 95 delle fisiche, e delle Matematiche avrà in Europa stato, e onore. Ne'
tempi di G. la scuola di VELIA orgogliosa facea ogni sforzo ad atter rare i
sensi, e a inalzar la ragione. Cid ch'è, dicevan gli Eleatici, è unico, eter no,
immutabile. E come i sensi ci mostra no il multiplo, il mortale, il mutabile;
co sì essi c' ingannano. Però conchiudean co storo la ragione poter sola
conoscere cid, che è, ed essa solamente decidere della realtà delle cose.
Contro i medesimi entrarono in lizza i corpuscolisti. Questi disdegnando lo
sotti. gliezze di quella scuola, fisici com'erano, difesero i sensi, senza
annullar la ragione. Anagsagora con sottile avvedimento distinse le particelle
simili da ' loro composti; Democrito gli atomi da' loro aggregati: ed Enia
pedocle gli elementi dalle lor combinazioni. Particelle simili, atomi, elementi,
dicean costoro, sono eterni, immutabili. Non son tali le combinazioni, gli
aggregati, i com posti, che mancano, e cangiano. Questi si conoscon da’sēnsi,
quelli dalla ragione. Eglino quindi tolsero ogni contrasto tra' sen si, e
ragione: assegnando a questa, e a quelli due provincie del tutto separate, e
distinte. I corpi, come composti, operano a senno di G., e di Democrito su i
nostri organi, che sono del pari composti. Eccitano quelli le nostre sensazioni;
ma queste a parer d' entrambi non son tali, che i corpi, La'scuola di Jonia
avea tal mente confuso le sensazioni cogli oggetti, che scambiava questi con
quelle, e tenea le" une, non altrimenti, che immagini fe delissime degli
altri. Non così pensarono i Corpuscolisti. Questi separarono, dirò co si, le
sensazioni dagli oggetti, che le ca gionano; è muovono, ed ebbero quelle, come
soli, e semplici modi, quali di fatto sono, del nostro sentire. Il bianco o il
ne ro, il caldo o il freddo, l'amaro o il dol ce esistono, diceano essi, ne'
nostri organi, nelle nostre sensazioni, e non già negli ogo getti. Costoro
quindi solean chiamare co 1 97 1. eglia gnizioni, di apparenza, e di opinione,
e non gia di verità, e di realtà quelle, che si traggon da' sensi. Ma non
perciò crede G., co me alcuni vogliono, le nostre sensazioni es sere
immaginarie. Cangiano queste, vero, secondo che a lui piaeque, come can gia lo
stato de' corpi, o come s’ înmuta la disposizione degli organi. Ma vero, e
reale è altresì il sentimento, che si desta da' cor pi. Tal' è della sua
dottrina, al pari di quella di Newton intorno a colori. Vege giamo ne' corpi o
rosso, o giallo. Ma ne i raggi di luce, che percuoton l'occhio, sono o rossi o
gialli; ne' rossi ne' gialli so no i corpi, che que' raggi colorano. Il ros ò
il giallo è in somma nell'occhio, e nell'impressione, che in esso fanno i rag
gi di luce: Così a creder di G. le sensazioni sono reali. Ma le medesime non
rappresentan mai le qualità, che ne' corpi appariscono; null'altro essendo, che
altret tanti modi del nostro sentire, Diversa da quella de sensi, credeano SO,
n 98. E 1. i corpuscolisti, esser la via, con cui s'ac quista da noi la
conoscenza degli elemen ti, o degli atomi. Questi non si poteano secondo loro,
come semplici, conoscer da' sensi, che sono composti. Ogni simile, era antico
assioma, non si può conoscere, non col suo simile. Però Democrito e G., tolta
a' sensi la cognizione de' sempliei, la riservarono all'anima. Per questo
l'anima, giusta Democrito, era for mata d'atomi; e secondo G. degli elementi, ma uniti alle due forze di
amo. re, e di odio. Colla terra, dicea il Ger gentino, veggiamo la terra, r
acqua coll' acqua, l ' aria coll' dria, il fuoco col fuo co; e coll' odio e
l'amore altresì l' odio, e l'amore. G. portava, dove potea, l'oc chio alla
fisica costruzione del corpo uma mo, e dava alle sue opinioni una veduta
anatomica. Credetto ei di veder nel cuo. re umano un centro, diciam così, di
siste ma; e ivi egli pose la sede dell'anima. Ma come G. in tutto, e sempre e
concorde a sestesso, cosi loco quella particolarmente nel sangue, che asperger
e bagna il cuore dell' uomo. Perchè ripostosi da lui il principio e di moto, e
di vita nel calore del sangue, li ancor e gli dovea ripor l’anima; Era questa
dota ta, a suo credere, di sentimento al pari de' sensi. Ma ambidue ricevevano
le loro impressioni: l'anima dagli elementi i sen si dalle combinazioni. L' una
acquistava la cognizione delle cose eterne, e immutabili, e gli altri la
notizia delle mortali, e mu tabili. I corpi esterni in somma oporavan sulla
macchina dell' uomo in due modi di versi: come elementi sull'anima, come com
binazioni su i sensi: e quella et questi e ran passivi. Nacque da ciò, che
Protagora, lo scoo ' lar di Democrito, portð opinione: l'intel letto altro non
esser che la facoltà di sen è nelle sensazioni stare ogni cogni zione, e
scienza: Per questo Crizia, qua si accostandosi al nostro filosofo, affermo,
pensare esser lo stesso che il sentire tire, e 1 ni 2.' 100 anima stanziarsi
nel sangue. Ma G. non si fermè quì al par di costoro: passò molto innanzi. A
parte dell' anima, che conosce gli elementi, un altra ne sup pose egli entro
noi, che è destinata a ver sarsi nella contemplazion delle cose intellet. tuali
e divine. Iddio secondo lui, non è una combi nazione a guisa de corpi; ne un
unità ma teriale cone son gli elementi. Dio, egli dice, non ha forma nè membra
umane; non si può veder cogli occhi, nè toccar col. le mani. Iddio è santa
mente, Costui non si può render colle parole, e muove l'uni verso co' suoi
veloci pensieri. Iddio in sostan za per lus è mente, e la sua vita è il pensare.
Così il nostro filosofo abbandona va la compagnia di Domocrito, e le cose
materiali: per tornare alla SETTA DI CROTONE, e alle cose, intellettuali. ins.
L'anima dunque, destinata da G. a conoscer cose spirituali, e divine, dovea
essere, e fu per lui altresì senza dubbio spirituale, e divina. Questa procede,
secondo che dicevano Empedocle, e i Pittagorici, da Dio, ed era particella del
la sostanza divina. Se ne appresentavano essi la ġenerazione sotto varie
immagini: or di fiaccola, che tante altre ne accende; or d'idea che tante altre
no genera; or di parola, che trasmette à chi ascolta, la ragion di chi parla: o
di cose simili, che sarebbe lungo il ridirle: Però paghi que' filosofi di esse
agevolmente popolarono il mondo d' innumerabili spiriti, che tutti e. ran
partecipi della natura divina. Di questa classe prese dirò così il nos,. stro
filosofo le anime spirituali. Le due a: nime, quindi annesse da lui nel corpo
dell' uomo forman la primaria base di sua me tafisica dottriną. Una egli
sostenne essero immateriale, materiale l' altra, ' quella ese sere immortale ed
eterna, e questa mori re insieme col corpo: la primą versarsi in contemplazion
di cose intellettuali, e astrat te; e la seconda in cognizione di elemen ti, e
di due forze odio, e amore.. Ma non mancherà çerto, cui si fatta opinion di
dire anime in ciascun corpo di o gn' uomo semibri del tutto strana, e inde gna
della gravità d'un filosofo: Ma chi al tresì avea ' manifestato allora, é chi
fin' og. gi ci ha detto cose più vere, o più sapien. ti sull' union dell'anima
col corpo, e sul reciproco loro influsso, e commercio? Chi presi di boria,
annullato lo spirito, tutto riducono a macchina. Protagora volea, che
giudicare, e ragionare fosse la stessa facol. tà del sentire. Ma questa è
un'empietà; una mattezza. Tal la dimostrano l' unità del pensiero, e l'attività
del ragionare dell' uomo. Taglián costoro, come suol dirsi, non isciolgono il
nodo. Chi presi d' entusias mo, annullato dirò così il sistema organi co, tutto
l' uomo riducono a spirito. Stahl volea, che l'anima sola operava tutte quan te
le funzioni del corpo. Ma questa è u• na falsità, e una follia. Talla dimostra:
no i movimenti involontarj, e organici. Voglion costoro, como suol dirsi,
occultare il sol colla rete. Chi poco più 'ragionevoli, pigliata una via di
mozzo, vollero.combinare ambidue le forze dell'anima, e del corpo. Leibnitz
volea un'armonia prestabi lita, cui mercè lo spirito segua ne' pensie ri,
voleri i moti del corpo, cui quegli è congiunto: Ma questa è una ciancia, è una
fola più complicata della cosa stessa, che si vuole spiegare.. Lo spirito umano
in somma ha immaginato tante ipotesi su ciò, tanto più, o meno bizzarre, quanto
più o meno son le. teste scaldate di tutti filosofi. Nè vi è inoltre mai stata
ipotesi, che tosto non sia stata accolta, e non ab hia avuto assai partigiani:
tanto vale quel la specie di prestigio, che la novità ope ra sull’intendimento
dell'uomo ! Qual ma raviglia dunque, ch’ Empedocle abbia sup posto in ogni
corpo due anime? Non fu egli certo nè tanto delirante, quanto Protagora, tutto
macchina; nè tanto immaginario quanto Stahl, tutto spirito; nè cost fantastico
qual Leibnitz tutto armonia pri initiva. Dichiarò egli a. rincontro della falsa
dottrina di Protagora, che le idee spirituali non procedono dal sentire. Svi
104 luppò anzi tempo contro Stahl le funzioni de' nostri organi, e quelle della
vita con fisiologiche ipotesi non di rado fondate sull' anatomia.. Prevenne G.
alla fine l' erroneo sisteina di Leibnitz, e i sensi, dis se, e le sensazioni
esser capaci di eccitar nell'anima la ricordanza di ciò, che prinia el!a sa, e
poscia., atteso il contatto colla materia, la stessa del tutto dimentica. Non è
quindi G. colla ipotesi delle due anime o men ragionevole, o più strano di
tutti i filosofanti, che sono stati finora. E ' da confessare che il problema
intorno alla reciproca azion dell'anima sul corpo forse appartenga alla classe
di quelli, che vincono qualunque intendimento dell' uo-. mo. Però non si sono
recate da noi, ne' si recheran per lo innanzi, che ipotesi, e sogni, che il
tempo, il quale suol confer mare i soli, e veri giudizi della natura andrà a
mano a mano struggendo. Non è già, che queste due anime', che noi leggiamo
presso molti degli antichi, e sopra ogn'altro' de' Pittagorici, sieno dana,
prendersi secondo la lettera. Intendean co storo distinguere il sensibile e
l'intellettuale: due maniere di facoltà, che sono entro l' uomo. Ma adombrarono
essi, come ' era u sanza d'allora, sotto vive impagini quelle facoltà, o,
diciam cosi, fecero le medesime divenire persona. G. di fatto secon do la
testimonianza di Sesto Empirico d ' ambidue quelle facoltà compose la sola
ragione. Questa, egli dice; è in parte uma in parte divina, e porta il nome di
retta ragione. Perchè questa corrego ge gli errori de'sensi, e può sola discer
nere il vero dal falso. Tanto egli è vero che le due anime di G., non rape
presentavano, che la facoltà sensibile e la facoltà intellettuale, e ambidue
faceano u. na cosa sola. Chi potrà or tolerare G. cole locato tra la classe de'
filosofi scettici. Egli non mai affermd essere inutile, o va« na la
testimonianza de' sensi. Apzi i sensi, egli disse, mostrarci i rapporti, che
han. no i corpi, e tra loro, e coll' individuo d'ognuno. I sensi, egli disse
del pari, sve. gliare nelle intellettuali facoltà le idee spi rituali, e,
astratte. Al più al più diffida va Empedocle de' giudizi de' sensi, che so
vente sogliono esser fallaci, o ingannevoli. Però egli volle, che i medesimi
fossero sta. ti guidati unicamente dalla retta ragione. Questa potea solo a
sentimento di lui discer nére il falso dal vero. Forse, dicea ai suoi tempi
Cicerone parlando di G., costui ci acceca, e ci priva de' sensi; allor quan do
egli crede, che non fosse in essi gran forza per giudicar di cose, che sieno
sot toposte agli stessi? Par, egli è vero, Empedocle degli e lementi trattando,
quali esseri semplici, ga gliardamente scatenarsi contro de'sensi. Par lui
scatenarsi altresi contro gli stessi, allor ehé, dirizzandosi al suo amico
Pausania, e con lui trattando dell'amore e dell' odio, ambidue forze immutabili,
gli avverte a non fidarsi.de' sensi, e a guardar le cose non già cogli occhi
del corpo, ma con que' della mente. Pare eziandio finalmente, giue sta cid,
che., CICERONE ine dice, lui andare in furia, contro i medesimi gridando: niuna
cosa poter noi nè veder, nè sentir, ne.co noscere: Ma altri, che questi
'argomenti ci vo gliono a definire come scettico il nostro fi losofo. Chi è
intento a esperienze e ad a nalisi; chi cerca con somina cura de' fat ti; chi
da questi tenta d'investigare l'ope razioni della natura sotto la guida dell' a
nalogia: certamente non sa, nè può esse re scettico. I fisici potranno non
prender cura di cose spirituali, e astratte; ma non mai l'esistenza negar di
que' corpi, le cui propietà con ardore cercano, e la cui in dole con diligenza
studiano. L' espres sioni quindi di quelle parole, non v'è dubbio ' dover
valutarsi secondo e il pen sare, e il parlare di quella stagione. Si chiamava
allora pero, e ciò che è; quel ch' è eterno, e immutabile, o sia quello, che
sotto i sensi non cade: Però Empedo cle a ragione parlando di elementi, e di
farze, come quelli, che sono eterni e immutabili, rigettd affatto i sensi: @
niuna cosa noi, disse, mercè loro potere o ve dere, o sentire, o conoscere. Fra
tanto, chi il crederebbe? che nel volersi definire il carattere, o la dottrina
d'uno stesso soggetto, si passi anche da' gran filosofi da uno all' altro
estremo del tutto contrario. Anche i grandi uomini tal. volta precipitano i
loro giudizi, e nel pre: cipitarli ·traveggono. E' cosa da farci stor: dire il
sapere, che la dove alcuni filosofi dichiaravano scettico G.; altri all!
opposto avessero lui materialista definito, Aristotile, e altri con lui
tacciano di materialismo il nostro Gergentino – GERGENTI, non GIRGENTI. Nel
siste ma di G. il pensare, dico Aristotile, lo stesso val che il sentire; ogni
nostra cogaizione viene dalle sensazioni: e con que: ste quella s' accresce. Ma
questo stesso è altresì una calunnia. Passivi sono, 4. senno di G., i nostri
sepsi; pas siva è parimenté una di quelle due ani me, ch'egli suppone materiale
entro noi. Pero la nostra scienza, disse egli, accrescersi colle nostre
sensazioni. Ma dall' una anima e dall'altra, dalle facoltà cioè sen. sibile, e
intellettuale, si forma, come a lui piacque, quella ragiono, che noi già
abbiamo osservato. Questa, secondo 'lui, pesa, compara, giudica: in breve
ragiona. Due sono i principj, giusta gli avanzi di sua filosofia, cui mercè la
ragione rettifica i giudizi de' sensi. Primo: il nulla viene unicamente dal
nulla. Secondo: il simile si può solamente conoscer col simile. La ragione
quindi secondo lui, riferisce le sens sazioni a tali, e ad altri principj (se
pur altri ne avesse ammesso costui ), o coll' ajuto di questi quella ci mostra
il roro. @ il falso. Poteva, cio posto, tal essere lui, qual co lo dipinge
Aristotile, un materia. lista? Chi ammette principi di conoscere; di giudicare,
assoluti, non ricavati da' sen. si, eterni, immutabili non può affatto cre dere,
che il pensare lo stesso sia che il sentire, nè punto può essere imputato co
stui di materialismo. Non v'è uomo, quanto si voglia grana. de, che non abbia i
suoi nei; e anche i gran genj sono soggetti sovente a censure. Si dice di G. in
metafisica non essere stato lui originale. Convien forse ora smen tire tal voce?
Nulla meno. Si bisogna esse re ingenuo; nè l'amor di colui, ehe si loda dee sì
impaniarci, che ci debba far supera: re l'amore del.vero. Si confessi pure G.,
al par de' corpuscolisti, in metafi sica non essere stato mai originale. G.
qnal allievo de' pitta gorici, e degli e leatici non seppe abbandonar punto le
idee da lui apprese in ambidue quelle scuole. La stessa venerazione egli
ritenne, che ave van costoro verso i principj astratti, Si diparti egli sol da'
medesimi (e co si avvicinossi alle scuole contrarie ' ) nel non aver lui
rigettato del tutto la testimonian za de sensi. Egli in que' dì si sforzo di
sedare colla sua nuova dottrina l'accesa pu gna di que', che litigavano chi
contro del, la ragione, chi contro de' sensi. Combind egli, e mirabilmente
congiunse i sensi cola la ragione, a questa, e a quelli assegno uffizj, e diritti separati e distinti: e sen
za nulla scemare dalla realtà di nostre sen sazioni, gran forza, e autorità
diede a prin. cipj generali; e astratti: Tutti i corpusco listi furono in
quella stagione eziandio, chi più, chi meno concordi al nostro filosofo; e
tutti egualmente in metafica tennero le parti di conciliatori tra i due partiti
allor dominanti. Tal'è la natura dello spirito u mano. Fatica egli senza
stancarsi, e riflet te anche sino al cavillo, quando è sospin to dall'ardor del
partito, e dall' amor del sistema ! Ma poi stanco ei di meditare, o pugnare,
cerca la quiete, e 'l riposo; e componendo insieme le opinioni contrarie si
lusinga d'aver trovato gia il vero. Avven ne allora in somma ciò, che la storia
filo sofica ci presenta a ogni passo. Sempre dall'urto. di due opposti sistemi
n' è il ter zo spuntato, che li ha conciliato, giunto. Anzi quando molti in
contrasto so no i sistemi; allora è appunto, che sorgon gli ecclettici, che
scegliendo opinioni, or da un partigiano, orda un altro, tutti con accozzano i
partiti tra loro, e li riducono et uno. Sarebbe tempo ora mai di volgerci dalla
metafisica alla morale di G.. Ma portatesi assai più avanti da lui le sue
ricerche, e le sue vedute sull'anima, di storna noi pure per ora d'imprender
tal via. La fisica (abbiam noi osservato espo nendo la dottrina di G.), essere
stata quella scienza, in cui ei sopra ognº altro si distinse, e cui mercè alto
ha so nato, e sonerà eternamente il nome di lui. Mà nello studio della
natura quello, che più l'allettava, e cui principalmente egli intendeva, era la
contemplazione de' corpi organizzati. Riferi egli da prima (sic. come abbiam
noi pure os servato ), gli a. nimali a ' vegetabili, e da questi portando
le sue specolazioni sull' uomo giunse sino alla metafisica. Dall' uomo poi
tornò G. ad ambidue quegli oggetti quasi al le sue considerazioni primjere,e
domesti che · Ando egli indagando, se i vegetabili fossero stati provveduti di
gentimento, e se gli animali e vegetabili fossero stati tutti due al par
dell'uomo forniti di anima. Si fatta investigazione non fu punto difficile al
nostro filosofo, come chi piglia va l'analogia per sua guida. I corpi non
organizzati, egli dicea, nulla hañ di comu ne co' vegetabili; perd se quelli
son privi di senso, questi all'incontro nę debbono esser partecipi. I
vegetabili all'opposto, ei sogglungea, molto aver di comune cogli a nimali. Ambidue
han tra loro comu. ni le primarie funzioni vitali: son dotati di sesso, si
nutriscono, crescono, traspira ban gioventù, han yeochiezza, han no
indozzamenti, malattie, sanità, nasco no, muojono. Però se gli animali son for
niti di sentimento, anche i vegetabili in ciò debbono essere a quelli compagni.
Fu quindi sua opinione essere gli alberi, 6 le piante capaci di tristezza, di
gaudio, di voluttà, di dolore, di desiderio, di sde gno; e di ogn'altro
animalesco appetito. Anzi spingendo egli più oltre la forza di sua analogia,
posti eguali i fisici rapporti tra l'uomo, e gli animali, e tra questi e i
vegetabili, fu di parere, che l' avere un'anima materiale non fosse un privilegio
sol conceduto all' umana natura, ma comu ne eziandio a tutti quanti i corpi
organiz zati. Anima quindi, e sentimento egli die de, non che agli animali; ma
anima e sentimento altresì a ' vegetabili, e a ogni sorte d'erbe, e di piante. ANIMA
e sentimento da G. a’ vegetabili ! fiori che si rattristano; erbe che si
adirano; pianto, che ' o si rallegra no o piangono ! Quanti, non che qual fan.
tastico piglieranno il nostro filosofo, ma ne rideranno ancora al sentirlo? Ma
non rideranno certo, chi più sag. gi e più istrutti, non ignorano punto, che
anche i Democriti, gli Anassagori, i Pla toni abbracciaron si fatta sentenza (90
). La quale non è già, che faccia a lui ono re, perchè, abbia in cið avuto e
compagni, e seguaci così solenni filosofi. Ciò sarebbe un argomento d'autorità,
che nulla, o po co conchiuderebbe in suo pro: perchè filosofi ' ancor di gran
nome stan sottoposti a errori grossolani, e massicci. E' che la co sa non è in
se stessa sì strana; come a pri ma vista apparisce. L'anima materiale da que'
gran filosofi negli animali, e vegetabi li ammesza, in sostanza altro non era,
che la fisica sensibilità de' moderni. Questa vole van costoro, che fosse ne'
vegetabili tal qua le tra gli animali si trova: In virtù di que sta ', credevan
gli stessi, i vegetabili al par degli animali ésser capaci d'amore, odio, e
d'ogn' altro animalesco appetito. Empe docle in breve, e que gran filosofi
ebbero e uomini, e bruti, e vegetabili come do tati di senso, e la fisica lor
sensibilità chia marono anima. Chi adesso potrà dirittaa mente riprendere G.?
Di poi non vi sono a di nostri de ' fi siologisti famosi, che nelle piante
trovano senso d' umido, di secco, di caldo, di fred do, di luce, di tenebre;
perchè non po che di quelle chiudono o aprono i loro pe tali atteso il freddo o
il caldo, il secco o l' umido, il lune o lo scuro? Non vi soa no del pari quelli, che veggon nelle pian. te,
chi il senso del tatto, come nella sen sitiva; chi quel dell' amore, come nella
valisneria, chi una specie di gusto nell'e. stremità d'ogni radice, cui mercè
questa sceglio, e trae quella nutrizione, che si con. viene a ciascuna? Non son
finalmente o Darwin e le Metherie, che van cercando, é credono d'aver già
trovato ne' vegetabili e senso, o sensorio? Qual assurdo egli è dunque, se G.,
che ne' suoi con cetti abbracciava tutta la natura, abbia u. nito insieme tutti
i corpi organizzati per via della fisica sensibilità, che credea essere a
quelli comtine? La natura, non v'è dub bio, aver distinto, e separato il
vegetabile dall' anirnale con differenze, e caratteri ben contrassegnati, e
rivissimi. Ma l' estendere la sensibilità dagli animali sino alle piante è una
idea grande, bella, e degna di un sommo filosofo. Non v'è, chi a prima vi sta
non ne debba restar preso, e non bra mi trovar vera quella, che vera sin ora
non è. Ma comunque ciò sia, una cosa ' solit è verissima, G. aver riguardato i
corpi organici in un aspetto diverso di quel, che fece Pittagora, o i filosofi
prima di lui. Costoro non ebbero nè pure in pen siero di considerar le piante,
di bruti, come dotati di sentimento, e di anima, G. fu il primo, almen tra
pittagori ci, a pensare in tal modo. Egli fu, cho ebbe e uomini, e bruti, e
piante, quali esseri congiunti tra loro dalla sensibilità, come quasi comune
strettissimo vincolo, o che suppose in tutti un' anima materiala egualmente.
Però egli fu anche il primo, che strinse l'uomo colle piante, o co ' brus ti ad
alquanti sognati doveri, che nasco Ro da quella ideata parentela, con cui e gli
legò quello con questi. Ecco ora come chiaro si vede su qual base vada a
poggiar la morale di G.. Sulla fisica fondo ei la sua, metafisia ca, e su
quella fondd egli ancora gran parte di quest'altra scienza. Con si fatte vedute
costui pubblico due gran poemi sul. Ii8 la natura il primo, e gulle purgazioni
il secondo. In questo G. stabilì la sua
etiça; in quello la fisica: ma fece precede re il primo al secondo, come
argomento pri mario della sua raffinata morale. La morale d'Empedocle fu in
verità nel suo fondo la stessa di Pittagora. Pu re lni citano gli antichi
scrittori, come chi. avesse alterato la prima antica dottrina di quel sommo
filosofo, e i tempi di lui ad ditano come la seconda epoca del pittago ricisino.
Ma ciò avvenne, perchè G., aggiustata la morale di Pittagora a suo modo, e
conforme al suo fisico pensa rė gi scostò al quanto dagl' insegnamenti di lui.
La colpa degli spiriti; una diversa maniera di metémpsicosi: l'astinenza di
qualche sorta di cibo, furono in tutto le gran novità, ch'egli introdusse nel
corpo della morale di quello. Tra queste come principale, e primaria è da
reputarsi l'o pinion della colpa degli spiriti. Non d ' al tra fonte, che da
questa, qual prima ca. il.119 gione, il nostro filosofo fece dipendere la
metempsicosi e le purificazioni, che sono i due çardini della morale
pittagorica. Fu opinione di G., che varj spiriti, mentre menavano yita beata,
avesser pec: cato. Però a cagion di delitto, si credet te da lui, quelli,
scacciati dal cielo, e pri vi degli onori divini, essere stati così astret ti
ad espiare i lor falli. Esuli, erranti, ra minghi, egli diceva, vanno lungi dal
cie lo per trenta mila anni, e pagan vagando il fio meritato del propio loro
delitto. L' etere quindi, e' soggiungea, precipita gli spiriti nel mare, il
mare sulla terra gli sbalza, la terra gli sospinge nell'aria, l ' aria sino
all' etere gl' inalza. A quelli sų giù sospinti perciò, e quà e la circolando
risospinti, oyunque era d'uopo in mare, in aria, in terra vivere in miseria e
in lutto. Tali spiriti, secondo che piacque a costui, andavan successivamente
informan do varj corpi, e questi appunto erano le infelici anime degli uomini.
Queste quindi stavano in pena delle lor colpe racchius e ne' corpi; i corpi
eran le prigioni delle ani me, e la matempsicosi, di cui Empedocle formo il
primo cardine di sua morale, giu ata il parer del medesimo, era una pena delle
stesse, ch'aveano prima fallato. Di si fatta reità delle anime che ragion fa
della metempsicosi, non si trova vestigio alcuno presso que' filosofi, che
furono in nanti di G.. Questa per la prima volta si legge ne' versi di lui. Ai
suoi tem pi fu, che la medesima divenne comune, o volgare: e Platono dopo fu
quello, che l' abbelli sopra ogn' altro. Pero da G. comincia una nuova età del
pittago ricismo; perchè da lui comincia l'opinione della fallenza delle anime,
qual base e ra gione della trasmigrazion delle stesse. Egli è vero, la
metempsicosi, comu ne a pittagorici, essere stata antichissima presso gli Egizi.
Non si dubita ne anche aver costoro diviso in più periodi il tempo della
trasmigrazion dalle anime, assegnato a ciascuno la durata di tre mila 121 anni.
In ogni periodo, credeano i medesi mi ogni anima, informato prima solamen te il
corpo di un uomo, andar poi tratto tratto passando non più ne' corpi d' altri
uomini, ma di qualunque animale,. che abita o l' aria, o il mare, o la terra.
E' vero altresì tal dottrina essere stata dall' Egitto portata da Pittagora
presso de' Gre ci. Non si dubita nè pure i Greci filosofi coll' andar del tempo
averla molto alterata. Altri restrinsero la metempsicosi ai soli corpi umani,
altri pari agli Egizj ľ1°. estesero dagli uomini ai bruti. Vi fu pa. rimente,
chi disse que periodi esseri tre, chi dieci, chi nove. Nè mancavan di quei, che
ridussėro la durata d'ogni periodo da tre mila a soli mille anni. G. fra tanto
afferind il nume ro di que' periodi esser dieci, e la durata di ciascuno di tre
mila anni. Ma l ' anime secondo lui migravano in ognuno di que' periodi in ogni
sola volta nel corpo d'un uomo, e in tutto il resto a ' finire il cir colo di
ciascun degli stessi, andavano mion che ne' bruti, ma eziandio nelle piante. Sono
fanciullo, dice G., sono donzella, augello, albero, pesce. Chi è or, che non
vegga esser questa un altra delle alterazioni recate da costui alla metempsi
cosi di Pittagora, e degli Egiziani? Questi la voleano solamente negli uomini,
o ne' bruti. Empedocle agli uomini, e a ' bruti aggiunse la trasmigrazione
ancor nelle pian te. Ma non si creda mica, che tale ag giunta d'Empedocle alla
dottrina della me tempsicosi di Pittagora, e degli Egiziani, fosse stata in lui
l'opera del capriccio, o del caso. Sarebbe cid indegno di un nuovo, e original filosofo.
Chi si risovviene del fisico sistema del primo, conosce che si dovea far
certamente quest' alterazione notabile alla metempsicosi del secondo, Gia si sa
aver avuto G. le piante, al par degli animali, dotate di sentimento, o d'anima
materiale. Ma non così aveano pensato nè Pittagora, nè gli Egiziani. Pero
quegli fece passar le anime e dagli uomini, e da bruti alle piante, e questi
cre dean, che le anime migrassero dagli uo mini nel corpo solamente de' bruti.
Le a mirne in somma in forza del sistema d ' Em. pedocle, dovean circolare
informando tutti que' corpi, che in qualunque maniera fos. sero stati
organizzati. Ecco le due novità recate dal nostro filosofo alla morale di
Pittagora, ma novi tà ben legate tra loro qual cagione ad ef fetto. Alla colpa
delle anime aggiunse G. la metempsicosi, come al delitto va compagna la pena.
Ma quel ch'è più, a questa e a quella unite insieme andò egli pure legando la
demonologia: articolo fon damentale della teologia de' pagani. i Vedea egli
quasi ingeniti all' uomo i semi si della virtù, che del vizio. Allor si pensava
lo spirito ' tendere naturalmente à cose spirituali ed eterne, e la materia al
le materiali e caduche. Credette ei quin di i semi della virtù nascer nell'
uomo dall' anima, e gli altri del vizio nascere in lui della materia. Ma
l'anima, a suo predere, chiusa nel corpo, restava contamina. ta dalla materia,
e. però era sospinta assai più verso il male, che il bene. Oimè, di cea egli,
come è misero, come. è infelice il genere umano. A quali guai, a qua li pianti
non è ei sottoposto Queste due tendenze dell'uonio al be: ne, e, al mal fare
raffigurò G., giu. sta il costume di quell'età, sotto le imma gini di due
opposti genj. Due, egli disse, sono i genj, che quali direttori delle azio ni
degli uomini, accompagnano ciascun uo « mo in tutto il corso della vita d '
ognuno di loro. Buono è l'uno, l'altro è malva gio. Il primo guida, o conforta
lui alla virtù; il secondo spinge e conduce il me desimo al vizio (94). Ma
ambidue questi genj non indicavano, che questa stessa dop pia tendenza. Pure
tutto il volgo allora venne nel credere, che ciascun uomo dal nascere al morire
fosse' stato realmente as. sistito da un genio buono, e da un altro malvagio.
Tanto egli è vero, che le im magini, sotto cui adombravano gli antichi filosofi
le loro specolazioni, fossero state ca gioni di superstizione, e di errori.
L'uomo non solo ha tendenze al be ne e al male, ma è capace altresì d' ope. rar
l' uno, o l'altro. Quante virtù, e quanti vizi di fatto ei mette in pratica !
Ma questi stessi ebbe la bizzaria Empedoc cle di designare sotto la figura di
genj. Singolari, non cho speciosi furono i nomi, con cui egli distinse i
demoni, che rap presentavano i vizi, ' e le sfrenate passioni degli uomini, De
nomi di Chtonia, d' He liope, d'Asafia, di Nemerte, o di parec shi altri ne
sjamo debitori a Plutarco. Singolari eziandio, non che speciosi, esser
dovettero i nomi, con cui distinse lo stesso l'opposta classe di genj, che
rappresenta vano le virtù, e le passioni imbrigliate de gli uomini, Mą il tempo,
che rode ogni cosa, non ha fatto quelli pervenir sino a noi. Pure è sfuggita da
sifatta ingiuria la nominazione, con cui G. appelle virtù, felice prodotto,
delle regolate passioni. I pittagorici furono usi chiamare il mondo spelonca, e
G., qual pittagorico, chiamò le virtù, e passioni virtuose ' potestà
conducitrici delle anime: quasi giunte nel mondo, come in un an tro. Il popolo,
che in ogni cosa vede portenti, e finge de' genj, accolse quasi revelazione
venuta dal cielo, la de monologia del nostro filosofo. Gli antichi scrittori,
pari al volgo, non compresero nè pure il vero intentimento di lui. Que sti però
dipinsero G., come chi avesse popilato l'intero universo di demo nj, e
attribuito a virtù de' genj ogni ope razion di natura. Ma questa stessa
dottrina de' genj fu il fondamento della magia, e teurgia fa mosa di G.. Questa,
in que' tempi cra un metodo di purificar le anime col favore degli Dei benefici,
che dovean con dir quelle all'unione con Dio. Gli Dei bendici non eran che
virtù astratte deifi. cate da lui: è nella pratica delle sante o pere era
riposto tutto il culto di quelli. Credea egli, non poter le anime ritornare
agli onori divini, da cui erat cadute, che coll' ajuto di quegli Dei, perchè
credeva altreşi non potersi quelle inalzare a Dio, che coll' esercizio delle
sante virtù. La teurgia in somma di G. e un retto, e diritto nietodo di
purificar le anime colle opere buone. Sembra cosa veramente incredibile che
uomini abbandonati al debile filo della pro pia imbecille ragione, e privi di
qualunque superior lume di rivelazione divina, avessero potuto architettare un
piano di quasi per fetta morale. Non fu gia la metempsicosi quella, che giusta
i pittagorici avesse po tuto purificar le anime. Questa non era purificazione e
virtù, ma pena dovuta al. delitto. Questa non si poteva in alcuna an corchè
menomisssima parte, o abbreviare, o alterare. Esser questa un decreto divis no,
essere un santo giuramento si spaccia va a tutti da G.. Ciascun anima
avvegnachè virtuosa, e purissima (così és. si pensavano ) non potea unirsi a
Dio, se non compiti i periodi, e il tempo tutto di esilin. Le purificazioni
altro cardine della morale di G. eran propiamente, secon do tutti i
Pittagorici, le sule, che a poco a poco lavavan le anime, e toglievan loro in
quel tempo, che informavano i corpi umani, ogni macchia, di cui le medesime
potevano essere dalla materia bruttate. Pur gate poi le sozzure, e finiti i
periodi tut ti del bando, allora era, che le anime già nette, secondo che allar
si credeva, fos sero agli antichi onori tornate, e alla vita divina... I sagri
riti poi, lo studio delle scien ze, la pratica della virtù erano i tre mo di di
purificazione inventati all' uopo da que' sommi filosofi. Sembra à prima vista
o superfluo o inutile essere stato il primo di questi mo di, e tutti gli
augusti riti, e quelle ceri-, monie solenni, che si metteano in opera al lor da
Teurgici. Ma si poteva scuotere, e infiammare altrimenti l'immaginazione de gli
uomini, affinchè questa si fosse resa docile agl' insegnamenti della virtù?
L'110 - mo materiale si solleva dal
mondo materia le merce cose eziandio materiali. Le cerimonie, ei riti sono i
soli, che colle san. te immagini níuovono i sensi, e astraendo li dalle cose
impure alle pure gli inalza no. I riti sono il verace linguaggio de sen si, che
efficacemente parlando destano la fantasia. A questa è sol conceduto ' creare
tra il mondo materiale l'altro spirituale: Disadatto pure si crederà forse
essere stato lo studio delle scienze a purificar le anime. Ma non è egli questo,
che aliena lo spirito: dai vizi, che l'introduce alle co se intelligibili; e
che sveglia in lui le idee immateriali e celesti? Non è egli vero al tresì
l'anima, esercitata nelle cose dell' in telletto, districarsi da' fantasmi del
corpo, e. dalle false opinioni del volgo? Era certa mente un ridicolo sogno
quello de pittago rici, che collo studio delle severe discipli ne fosse tornata
alle nostr' anime la mé. moria delle cose divine. Ma certamente all' opposto è
un dogma incontrastabile,. che tanto più la nostra mente si allontana dalla
materia e dagli appetiti carnali, quan to più la medesima s' aggira sulla
contem. plazione o de' principj delle cose, o delle matematiche, o elogn'altra
scienza. Ma in verità e uso di riti, e studio di scienze, e ogni qualunque
altra cosa, che avessero potuto specolare gli antichi, sa rebbe lor tornata
inutile, ne sarebbe mai giunta a purificar nè meno da lungi le a nime, se a
tutto ciò non avessero costoro accoppiato del pari la pratica della virtù.
Questo in fine dovea essere il bersaglio, cui dovean dirizzarsi que' grandi
filosofi: o questo l'ultimo e principal metodo di pu rificazione. Non si può
infatti ne pure ideare quanto studio avessero posto costoro ad astenersi da
ogni ancorchè minimo fal lo. Tutti quanti (tranne il loro raffinato orgoglio, e
la loro squisita 'boria e super bia ) furono del tutto.virtuosi. Di e nota te
si recavan essi sopra se stessi, scrupo losamente ogni lor fatto esaminando, e
c gni movimento del propio loro cuore. In estimabile era la diligenza, ch' essi
adoperzano a nettar d'ogni ruggine l'animo lo ro, e a far bene ogni cosa. Tutta
la vita į medesimi spendevano in contemplare oggetti spirituali, e. in praticar
virtù, e que pre cetti, che si leggono scritti ne' versi dorati. Si crederebbe
quì finito il lavoro della loro morale, Pure come eglino avevano que sta diviso
in due parti, così alla purifica zione aggiunsero altresì la perfezione. Non
basta a Pittagora l' essersi lusingato, che l'anima, mercè la prima si fosse e
mondata da vizi, e separata dalla materia, e liberata quasi dal vincolo, che la
ren deva prigione. Volle di più immaginarsi, che l' anima, mercè la seconda già
prima purificata, si fosse poi inalzata a Dio, o ripigliati gli antichi abiti,
e forma, si fos se confusa colla divinità medesima. Le ar nine in somma, che
secondo Pittagora e G., erano di loro natura divi ne, ma contaminate dalla
colpa e mate ria ', dovean prima purificarsi, e poi sì per fezionarsi, che
fossero state degne di tor nare a Dio, e agli onori primieri. Però l'
immacolato, e innocente viver di G. obbligo lui a spacciarsi qual Dio, e a
promettere ai puri, e perfetti il divino come premio. Sin quì G., e Pittagora
furon d'accordo, e quegli fece uno con questo. L' essere stata comune l '
opinione tra loro nel principio, da cui la purificazione, e perfezione avesse
avuto sua origine, non fece punto discrepar l'uno dall'altro, Cre deano ambidue
le anime tutte degli uomi ni, e tutti gli spiriti altresì formare uni ca, e
sola famiglia con Dio. Là poi, ove i sistemi loro non furon punto d'accordo si
fatti filosofi furon del tutto discordi.G., altrimenti che Pittagora, riguardo
uomini, bruti, piante come unica famiglia. Non è più quindi da far sorpresa, se
si ve de ora entrare in iscena una terza novità di G., come riforma alla moral
di Pittagora. Se si vuol prestar fede ad Aristotile ad Aristosseno, e Teofrasto,
Pittagora e i Pittagorici della prima età uccidevano, eccettine i bovi
destinati ai lavori, ogni sor ta d'animali, e tranne i loro cuori e ma trici ne
mangiavan le carni: s ' astenevan solamente da' pesci. G. all'incontro fu il
primo che proibì affatto qualunque uso di carne; e riputò sacrilegio l'uccidere
quale che si fosse animale. Non veggo, dicea egli, perchè alcuni animali
debbano serbarsi in vita, e altri all'incontro si pog sano uccidere. Una è la
legge per tutti, é questa è pubblica per tutta la terra. Vedeva costui in tutti
gli esseri organiz zati, facendone un sol corpo morale, quasi unica é sola
farniglia, Perd non sapeva egli scorgere differenza notabile tra uomini, e
bruti. Smanioso egli quindi si scaglia con tro chi avesse sagrificato in que'
tempi vit. time agli Dei, che' attesa la metempsicosi, potevano per lo più
esser uomini sottom bra di bruti. Cessate, gridava G., o crudeli, di fare
strage, e lordarvi di san gue: Pazzo il padre, che sotto altra sem. bianza
scanna il propio figliuolo, e vane preghiere disperge all'aria e al vento.
Stolti non veggono, che divorando le fumanti sanguinose carni di animali le
menbra pa. rimente divorano de' lor padri, figliuoli, o congiunti. Si riderebbe
oggi la presente età del: la severità di G., e si reputerà cer tamente
stravagante la sua pietà verso i bruti. Ma ad altro, e più nobil fine ten devan
le idee del nostro filosofo. L'uomo è in mezzo a' suoi simili, e l' amore è il
principale anello, che dee le garlo cogli altri. L'amor verso i simili è il
principale dovere di un uomo di società: e la pieta n'è la base. Ma questa non
si potrà avere giammai, se non campeggia e dilatasi sopra tutti gli oggetti,
che circon dano lui. Se l'uomo deve avere pietà ver gli uomini, uop' è non che
estenderla, mia cominciarla da' bruti. Qualor ' si eser-: citasse ferocia
contro i medesimi, agevol mente il reo costume l'andrebbe portando ancor contro
gli uomini. Anche tra noi, se non può recarsi a effetto sì fatta proibizio. ne
di scannar gli animali, sempre egli vero, che debbasi tener come parte di e
ducazione gentile, quella d'insinuare ne gli animi ancor teneri de' giovani la
pietà verso i bruti. Non son dunque da ripren, dersi, così tentoni, gli antichi
filosofi per quegli insegnamenti, che oggi, mutate le usa nze, ci sembrano
stolti. La proibizio. ne che G. diede a' suoi scolari d ' uccidere gli animali,
e cibarsene, ebbe in mira non sol di non essere crudeli, e feroci cogli altri;
ma di dispor loro ad amarsi l ' un l'altro a vicenda, e nelle disgrazie scam.
bievolmente aiutarsi. Egli non senza sotti le avvedimento si sforzò così in
persona de? suoi compatriotti svegliare allora in tutta la generazione degli
uomini quell'attitudine, che porta loro a prender parte nell' altrui traversie:
attitudine, che di sua natura è debole, languida, spesso sopita, e quasi sempre
soffogata, ed estinta. Però G. a ingentilir gli animi umani, e rasla dolcire i
costumi degli uomini, volle che questi non si avessero bruttato le mani del
sangue, né avessero mangiato le carni de’ bruti. Chi è beniguo co ' bruti non
può certo negare agli uoinini amore, pietà, cor tesia, frattellanza. Pittagora
nulla conse guente a' suoi stabiliti principj della metem psicosi, trascurando
quasi tutti gli anima li, ſecesi soltanto scrupolo, e proibi, che si fosse
recata alcuna ingiuria alle piante, che non fossero state nocevoli. Ma G. fa
molto più, e' meglio assai di Pittagora. Egli dotate prima quelle di sen
timento, proibi poi che si fosse fatto loro del male: ailinchè non si fossero
avvezza ti gli uomini ad offendere esseri forniti di sensi e di organi. Fu in
somma intendi mento di lui in tutte le maniere, quasi tirando tutte le linee a
un centro, stabili re tra gli uomini fratellanza e amicizia Però fu, sollecito
ei d ' ordinare, che oltre agli animali, si avesse avuto compassione sin anche
alle stesse piante.. Sarebbe stata finalmente non che man. chevole, ma mulla la
morale di G., s' egli non avesse presentato o un premio, una pena agli
osservanti, o violatori de' ciò, precetti da lui stabiliti. La speranza del
premio, e il timor della pena, interni po. tentissimi stimoli dell'animo umano,
inco raggiano i buoni a operar la. virtù, spa ventano i mali a praticare il
vizio. E' ben ragionevole quindi, che G. avesse pigliato una via come stabili
re e premio', e pena, sì alla virtù, che al vizio: e il fece appunto combinando
al par de pittagorici, colla dottrina della metempsicosi. Il tempo di tre mila
anni di ciascuno de' dieci periodi di essa non era destinato da Empedocle a far
cir colare sempre le anime da un corpo in un altro. Le anime in ogni giro di
tre mila anni informavano secondo lui e vegetabili, e bruti. Di poi andavano
esse in ultimo E luogo ad avvivare il corpo di un uomo. questo finalmente morto,
passavan quelle ad abitare un luogo o di gaudio o di lutto secondochè le
medesime avessero o bene, o male operato. Quivi doveano esse restare, finchè
finito avessero il primo periodo di tre mila anni. Dovean le medesime torna.
STo appresso a cominciare il secondo di al tri tre mila anni, passando tratto
tratto ne corpi: d' altri bruti, di altre piante, o finalmente di altri uomini.
Così successiva mente doveano esse fare in tutto il corso degli interi dieci
periodi: e cosi le medesi mo doveano essere o premiato, o punite in ciascuno di
essi. Ma al finire di tutti i dieci circoli quelle anime, ch'eran tenaci ne'
vizi, giusta G., bandite dal cie. lo, eran dannate in mezzo alle tenebre, e in
un continuo lutto, o un eterno suppli zio. Le altre poi, che virtuose al compir
di quo' circoli si fossero trovate belle e det. te secondo lui, si portavano
all'etere puro, e collocate in mezzo alla luce, sedcano in vi a mensa coi forti
Danai, in eterno go dimiento, nell' unione con Dio. Tutto ciò si raccoglie da '
versi di G.. Così pur si pensava da' pittagorici di Sicilia; nè al trimenti si
canto da Pindaro nelle sue odi dirette a Gerone, e Terone. Ecco tutto, il
quadro compito della intera mora le di G. Egli è senz' alcun dubbio, essere
stata questa assai raffinata, e, molto diversa da quella del volgo. E ' cosa da
recar mara. viglia l'osservare, com ' essa in tempi assai caliginosi, fosse
stata tanto bene architetta ta, cosi brillante, e del tutto diretta a ri.
pulire il costume, a liberar l'uonio, quan to più s' avesse potuto dai vizi, e
a nobi litar l'anima e la mente di lui. Cid nulla ostante ella ha eziandio i
suoi gran difetti. L'essere stata la stessa riservata ai soli sapienti, e ai
soli iniziati ne fu il principale. Quel sistema d'Etica, che non è fatto per
tutti gli uomini, non può esser giusto, santo, verace. Tutti quan. ti gli
uomini sono astretti agli stessi doveri, e a una sola virtù, Si può considerare,
et gli è certo, la scuola pittagorica, qual.ce nobio, é i pittagorici quali
religiosi dell' antica Grecia. Ma l'orgoglio guastava le loro azioni, rendea
yane le loro fatiche, avvelenava ogni loro virtù. Pure è sem pre da reputarsi
degno di lode il nostro filosofo, che osservantissimo de' precetti pittagorici
non ebbe difficoltà di manifestarli, e divolgarli nel suo poema delle parilica
zioni per solo e semplice amore di onestà, e di virtù, G., tranne la super bia,
radice infetta dell' operare d'ogni an tico filosofo, è da celebrarsi, come
quel lo, che ornato di cortesia, amante degli uomini, e virtuoso, avesse
aspirato sempre a perfezionar molto se stesso. Ma gli onori, che si rendono a'
tra passati; le lodi, di cui s' onora la memo ria de gran genj, non possono nè
recar loro diletto, che più non sono, nè tocca re il lor cenere, che affatto è
privo di senso. Tutti i loro elogi, come quelli, che eccitano l'orgoglio e la
vanità de' viventi, noi guardano e a noi son diretti. Siam noi, che dagli
omaggi, che si tributano a quelli, prendiamo speranza di poter forse nieritare
la stessa gloria, e acquistar la fa na stessa presso le generazioni avvenire.
Del nome di G. fu una volta ne è oggi, e ne sarà sempre piena la ter,. La
filosofia di lui fu tenuta assai in pregio presso tutta l'antichità tra Greci e
Latini. Quella occupa tal sublime posto di onore nella storia delle scienze, che
G. si può dir, che appartenga a tutte le più colte nazioni. La Sicilia fra
tanto è la sola che a giusta ragione lui vanta: qual suo. Felice quel suolo,
beato quel clima, cho dà il natale a' grandi uomini ! La memoria e la fama loro
è un fecondissimo germe, che in ogni età ne desta l' emulazione, e ne riproduce
il sapere. Tal dovrebbe essere a noi il dolce nome di G., caro alla yirtù, caro
alle lettere. Anatomia, fisiologia, chimica de cor pi organizzati possono lui
chiamare padre inventore. L' essersi ridotta la materia a quattro elementi; l'
essersi trovate due for ze in natura di repulsione, di affinità; 1"
essersi intrapreso il metodo di fisiche espe. rienze, la terra n'è a lui
debitrice. La scoperta della chiocciola; della successiva propagazion della
luce; del peso e della molla dell' aria; del nutrirsi, del traspira e
dell'essere ovipare le pianto al par de gli animali son cose tutte propie di
lui. Divolgati appena sì fatti suoi ritrovamenti, tosto si rese celebre il suo
nome in tutta la Grecia, ed egli uno de' concorrenti di venne tra Anassagora e
Democrito, La gloria di G., che in gran parte è ancor nostra, ci dee infiammare
a battere lo stesso sentiero. La Sicilia è la stessa oggi, ch'era allora ai
tempi di G.. Ella in ogn'angolo, e in tutta quanta la sua superficie presenta
a' nostri occhi oggetti sempre degni di nostre filoso fiche ricerche. Piante
d'ogni sorte, acque d'ogni specie ', minerali d'ogni genere, e i più distinti
volcani esistono nel nostro suolo. Il Fisico, il Chimico, il Botanico lo
storico naturale trova ovunque ampia materia d'appagar le sue brame. E ' no
stra somma vergogna il vedere oggi, che vengan tra noi gli stranieri a
insegnare a noi le cose nostre. Si saran forse cambiati il cielo, il clima, la
terra, che un di furono ne' tempi de' nostri antichi filosofi? O pur saran
venuti meno gli ingegni tra noi? Non sono eglino I SICILIANI dotati ancora o d’acume
nello specolare, e di prontezza nel riflettere, e di prestezza nell' eseguire,
che loro hanno in o gni tempo distinto? LA SICILIA una volta emula della Grecia
in ogni genere di colo tura non potrà anche a di nostri concorrere e gareggiar
nelle scienze colle più polite nazioni? Si pigli dunque orgoglio dell'
aggiustata idea di nostra antica grandezza. Questo, scossa l'inerzia, ci sarà
di stimo. lo ad una nuova carriera da imprendere. La fatica è l'unica via, che
conduce al sa pere, e questa ci porta, certamente alla fama. Si desti quindi in
ciascuno di noi la virtuosa imitazione d’Empedocle, e si co minci la
grand'opera con ardore e franchez za. Un felice evento coronerà allora ogni
nostro travaglio: la posterità ricorderà noi collo stesso onore, con cui pieni
d'ammi razione noi ricordiamo G. G. non che e eccellente filosofo: ma e del
pari profondo politico. SICILIANI, non andate quà là ad apprender ta pini da
questo e da quello ordini civili, e fogge di governo. Guardate i maestosi
avanzi delle nostre antiche città; specchia. tevi su li nostri passati famosi
legislatori; richiamate alla memoria i fatti chiarissimi, non che della nostra
Greca SICILIA, ma del la vita di G.. Così tratto tratto di verrete atti a
maneggiar le cose pubbliche, e ben presto vi sarà tra voi politica non cabala,
libertà non licenza. G., convinti un dì i nobili di Gergenti GERGENTI – non
GIRGENTI -- di peculato, atterrò ivi la lor signoria: Non è disdicevole quindi
l'imma ginarcelo, ch'egli colla stessa voce gli ota timati così riprenda di
nostra età. Finito è il tempo, in cui usurpata un ingiusta franchigia de'
pubblici dazj, generosi offri vate al Re il denaro del popolo, a fine e di
ottener da quello nuove insopportabi li prerogative, e di stringer questo vie
più nuove insoffribili catene. Finito è il tempo in cui macchinando l'esenzion
delle taglie, scaricavate gran parte del pubblico con peso sulle città
immediatamente al Re sotto poste a fine di disertar qrieste, e di rau nare
schiavi in gran copia nelle terre a voi immediatamente soggette. Finito è il
tem po, in cui voi assumendo la voce e qualità di nazione, che non avevate,
minacciosi vi rivolgevate contro del trono per non paga re, e taglieggiare il
popolo ogni tre anni. Già il Principe si è congiunto col popolo. Gia la voce
del Re, ch'è quella dell'ins tera nazione, è divenuta oggi più imperio, sa
insieme e sicura. Essa ha già rivelato il grande arcano del vostro tirannico
impe ro essere stato riposto nell'aver voi voluto fin'ora poco o nulla soffrire
de’ dazj, e far li tutti a carico andare della povera gen te. Chi di voi potrà
or tolerare con ani mo tranquillo tra vecchi debitori dello sta to non altri
nonni leggersi che i vostri, e de' vostri antenati? Chi sarà tanto scelleras to,
che rivelando il falso, voglia occulta re l'immensa estensione de' suoi ricchi
fon di; affinchè a danno del meschino e del povero, pagasse egli quanto meno si
possa 2 t 140 Chi sarà cosi ribaldo, che voglia sgravar d ' imposta la terra,
unica e sola sorgente di ricchezza in Sicilia, per istrappare con mano rapace
qualche misero tozzo dalla bocca faa melica dello stanco e affannato
agricoltore? Şe cið han fatto i vostri maggiori, sono essi stati i più tristi
nemici, anzi i più crudeli tiranni dell' infelice Sicilia. Si appartiene ora a
voi lavar le macchie di quelli, e onorar voi stessi, contribuendo alla pubblica
feli cità col pagarsi prontamente da voi a pro porzione della vostra opulenza,
Ma G. dovrebbero avere ezian dio qual modello non che i nobili, chi presi del
fantasma di democrazia vo lessero condurre a sfrenatezza la plebe. Quante altre
cose possiamo noi idearci a ver potuto lui dire, a costoro ! Egli poten do in
Gergenti GERGENTI non GIRGENTI stabilire un governo collo cato tutto nella
potestà del popolo, af fatto nol volle. A' popolari uni costui gli ottimati in
quella città; e teniperò così gli uni cogli altri. L'equilibrio de' poteri, con
cui s'amministrano le cose pubbliche, è la ma solida base, su cui dee riposare,
volendo si e florido e durevole, il presente gover no. L'equilibrio morale, non
altrimenti che il fisico, viene da contrarietà ed egua glianza di forze. Il
popolo ' non deve mai essere. -oppresso, ma all'incontro non dee ne pure essere
costui un oppressore. Se la sua forza sbilancia, lo stato andrà tutto a
soqquadro, e ruinerà senza meno. La ven detta piglierà allora il nome di forza,
di senno il delirio, di libertà la licenza. I poteri legislativo, giudiziario,
esecutivo si debbono a vicenda venerazione e rispetto; tutti debbono riunirsi,
e cospirare a un sol centro: e se per caso ne sia uno avvalla dee tosto
corrersi con mano presta a rialzarlo. Quanto è difficile mantenere og gi in
Sicilia un sl fatto equilibrio! Appe na vi basterebbe un G.. Egli ad assodar
vie più la novella for ma di governo stabilita da lui nella sua patria, ebbe in
fin l' accorgimento di pian. tarla sulla pubblica coltura, e sul pub blico
civile costume. Qual sublime lezio to, t 2
è un sogno, zione ella è questa da adottarsi da' nostri legislatori
d'oggidi, se vogliono eternare, più che si può, il presente governo stabi lito
di fresco. Un impero assoluto si può fondare tra selvaggi e tra barbari, e vien
prosperando in mezzo a gente corrotta. Ma è un delirio il pretender fer mo un
governo costituzionale senza nè col tura nè costume per base. Nello stato, in
cui è il nostro suolo, non potrà certamente portare la novella libera
costituzione senza che fosse prima quello preparato e divelto. Voglia Iddio che
i nostri, posti giù l'e goismo, le false massime, gl ' impeti, glodj
imprendessero a imitare Empedocle, e i nostri antichi felicissimi tempi. Ma se I
SICILIANI tutti debbon trarre qualche utile insegnamento dal nostro fil sofo; i
Gergentini – GERGENTI, non GIRGENTI -- massime ne dovrebbero emular la virtù.
La patria de' grand ' uomi ni è quella su cui sfolgora, riflette e va a
concentrarsi, la gloria di loro. Si dovreb bero ricordare i Gergentini –
GERGENTI non GIRGENT, ch ' essi principalmente a G. son debitori d'esa ser
tanto chiari, e così famosi nella nostra sicola storia. Si dovrebbero eglino
pur ri cordare, che vicino a que' tempi, che vis sita oggi lo straniero, e
sopra lo stesso suo. lo, che calcano i Gergentini -- GERGENTI, non GIRGENTI medesimi, dettò
allora G. a LEONZIO (si veda) l'eleganti, avvegnachè prime lezioni di Rettorica.
Gli stessi quindi a ripigliare in loro l'antico u sato splendore dovrebbero
richiamare tra loro e le fisiche e le matematiche discipli ne, e ogn'altra
amena e polita lettera tura. Allor si potranno i Gergentini – GERGENTI non
GIRGENTI -- gloriare a ragione d' aver prodotto, e dato la culla a G.. Così eglino
saran vera mente degni concittadini di lui. Ne altri menti si potranno
lusingare gli stessi di far risorger tra loro il verace spirito d' Empe docle,
e di poter quivi dire allo straniero. Dell' eccelsa sua mente i sacri versi
Cantansi d'ogn'intorno, e vi s'impara Si dotte invenzioni, e si preclare Che
credibil non par, ch'egli d'umana Progenie fosse. Il n'est pas ) Freret
raffigura l'attrazione e re pulsione di Newton nell'amore e odio di G.. E però dice besoin d'un long
discours pour montrer que le fond du systeme Newtonien, dé pouillé de
l'appareil et du détail de ses cal. culs se réduit a celui d ' Empedocle, Hi
stoire de l'Académie Royale Des Inscripti ons et belles lettres, Memoires -- Και γαρ ονπερ οιηθαη λεγειν αν τις μα. λιστα ομολογουμένως αυτω. Εμπεδοκλης και
TYTO TAUTO TETOVIE – G., di cui alcuno potrebbe portare opinione aver, detto
sopra di ogn'altro cose tra loro e a se stes so concordi; egli cadde nel
medesimo inconveniente (Arist. Metaph.) πος και 8το! O (Arist. de Coelo) -- Λευκίπι
και Δημοκρίτος Αβδερίτης φασι είναι τα πρωτα μεγεθη πληθ. μεν απαρα και μεγεθα
δε αδιαιρετα τροπον γαρ τινα παντα τα οντα ποικσιν αριθμους και εξ αριθ. μων
και γαρ ει μη σαφως δηλεσιν ομως τετο βελονται λεγαν 00 Leucippo e Democrito
dicono le prime grandezze essere infini te di numero, ma indivisibili. Essi in
certo modo fanno gli esseri o numeri, o da' numeri. E se ben non lo mostrano
chiu ro; pure questo vogliono dire. Εμπεδοκλης περι ελαχιστα εφη προ των
τεσσαρων στοιχειων θραυσματα ελαχιστα οιονα στοιχεία προ των στοιχεων ομοιομερη
και – G. prima de’ IV elementi suppone de minimi bricioli, che sono non
altrimen ti che gl’elementi degl’elementi, e parti simili Stob. Εcl. Phys. Ε
più chiaramente Plutarco de Pl. Ph. dice οιονα στοιχεια των στοιχείων »και
elementi degl’elementi. Ει δε στήσεται που διαλυσις ητοι ατος μον εσται το σωμα
εν ω ισταται η διαίρετον μεν ι μεν του διαι εθησομενον εδε ποτε καθαπερ εoικεν
Εμπεδοκλης βελεσθαι λέγειν. Se lo scioglinzento delle parti si fermerà in qual
che luogo, domando: o il corpo in củi ri starà è indivisibile, o è divisibile;
ma in alcun tempo mai non si potrà dividere, co me pare che C. abbia voluto
dire, Arist. de Coelo. Sicchè G. ammettea la divisibilità col pensiero non già
col fatto. È un assioma presso gli antichi εκ τε μη οντος μηδεν γινεσθαι nulla
farse da ciò che non è, Presso i Greci dev significava ciò ch ' esiste e il
under ciò che non è. Epicuro talvolta piglia il des per corpo e il under per
yoto. Ma diverso era il significato dell' del ov. G. ed Anassago ra chiamavano
Oy la materia dotata di qualità sensibili. E Democrito ed Epicuro la materia
fornita di figura. Al contrario i primi due indicavano col un oy la mate ria priva
di qualità, e i secondi la mates. ria senza figura. Di fatto Aristotile de GV e
156 gener. et corrupt. dice εστι γη το ον, το δε μη ον υλη της γης και πυρος
ωσαύτως. L Latini tradussero il δεν per res o corpus il jend Ev per nihil o
vacuum. E come non aveano parole corrisponden ti all' oy e' un or; cosi
l'indicarono colle stesse parole res et nihil. E ' nato da ciò un equivoco
nell' intendere i Greci. Questi non solo dissero nulla farsi da nulla; ia tal
volta alcuni di loro pensarono niuna cosa, che ha qualità, poter venire dalla
materia priva di qualità. (8) Απαντα γαρ κακείνος (Σμκεδοκλής ) ταυτα
ομολογήσας, ότι εκ τε μη ιοντος αμηχα • γον εστι γενεσθαι και Concedendo
Empedocle tutte le cose medesime,.e che sia impossi bile venire un essere
fornito di qualità de ciò, che ne è privo je Arist. de Xenophane VELIA (si
veda) et LEONZIO (si veda). Εμπεδοκλης
δε τα τετταρα προς τους ειρημενοις γην προσθας τεταρτον και Empedoclc disse
esser quattro gli elementi, aggiungen do la terra per quarto a’tre già detti
Aristot. Metaph. Σεληνην δε φησι συστηναι καθ' εαυτην εκ τα απολειφθεντος αερος
υπο τα πυρος • τατον γαρ παγηναι καθαπερ την χαλαζαν. La lu πα, dice Empedocle,
essersi condensata da se a cagione dall'aria, che fu abbando nata dal fuoco;
perciocchè questa 'si con densò a guisa di grandine Euseb. Praep. Evang. Lo stesso dice
Plut. de Pl. Ph. Origen. Phylosoph. etc. I
sassi e gli scogli sulla terra so no stati giusta Empedocle formati dalla forza
del fuoco. Plut. de primo frigid. Ne per altra ragione credea il nostro
filosofo, chę i cieli siensi formati in guisa di çri stallo, che per l'azione
del fuoco. Plut. de Plac. Philos. Ως εν
υλης « δ λεγομενα στοιχα τετταρα πρωτος (Εμπεδοκλης ), απεν. και μεν χρηται γε
τετταρσιν αλλ ως δυσιν ουσι μονοις. πυρι μεν καθ' αυτο τοις δε αντικειμένοις ως
Em. μια φυσα γη τε και αερι και υδατι, pedocle fu il prinio che affermò quattro
ese ser gli elementi nella materia. Nondime no di questi non fu egli uso come
se fos } νω sero ' quattro, ma due soli. Mette il fuoco per se ', e' come al
fuoco opposte l'acqua, ' la terra, l'aria, quasi avessero. queste uni ca natura.,,
Aristot. Metaph. Origen. Phylosoph. Clem. Alex. Strom. Αναξαγορας μηχανη χρηται
τω προς την κοσμοπίλαν » Anassagora usa della mente nella sua cosmogonia non
altrimen ti che d'una macchina Arist. Metaph. Πολλαχου γουν αυτω (Εκπεδοκλα ) η
μεν φιλια διακρινει το δε νεικος συγκρινα • μεν γαρ ε ! ς τα στοιχεία διαστήται
το παν υπο τ8 14κας τότε το πυρ «ς συγκρίνεται και των αλλων στοιχων εκαστον,
οταν δε παντα υπο της φιλιας συνιωσιν ας το εν αναγκαίον εξ εκαστε τα μορια
διακρίνεσθαι παλιν. Εμπεδοκλης μεν 89 παρα τ8ς προτερον πρωτος ταυτην την ατίας
διελων εισενεγκεν ου μιαν ποιήσας την της κινη σεως αρχη, αλλ' έτερας τε και
εναντιας. Non di rado presso d'Empedocle l'amicizia sepa ra; e l'inimicizia
unisce. Imperocchè quan. do per l'inimicizia l'universo si scioglie ne • OTULY
gli elementi; allora il fuoco si unisce, e al par del fuoco, ciascuno degli
altri elemen ii. Quando poi per via dell ' amicizia tutti gli elementi si
uniscono; allora è di ne cessità che le parti di ciascun elemento si separino.
Però Empedocle fu il primo, che superiore agli altri più antichi di lui, divi
dendo questa causa, intro lusse non un solo, ma piii e contrarj principj di
movimento: l'anticizia cioè e l' inimicizia Arist. Me taph, L ' vero che qui
Aristo tile cerca di cogliere in assurdo il nostro Empedocle"; perchè
cerca di mostrare che l' amicizia talvolta separa, e l'inimicizia ta lora
unisce. Ma ciò non di meno confes sa che giusta Empedocle l'amicizia e l'ini.
micizia eran due principj di moto. E in ciò loda il n'ostro filosofo, e l '
inalza so pra tutti que' ch'erano stati prima di lui. Molti sono i versi di G.
che lo pruovano, che noi rapporteremo ne' fram menti di lui. Ma Aristotile lo
dice chia. rissimo. Es un evný to vemos ev Tols peyuceo σιν, εν αν ην απαντα ως
φησιν (Εμπεδοκλης ) 160,, Se non fosse l ' inimicizia inerente alle cose, tutte
queste non farebbero che uno come dice lo stesso Empedocle,, Aristot. Metaph. Simplicio
inoltre de Coelo Com. rapporta che giusta G. è propietà dell'amicizia ridurre
tutto in una sfera lovely o zipov Εμπεδοκλης το μεν πυρ κκκος καιλο. μενον προσαγορευων και
Empedocle chiamo il fuoco lité perniciosa Plut. de primo frigido. E lo stesso
Plutarco ne soggiunge la ragione. Giacchè il fuoco ha la facoltà di dividere e
separare. Clem. Alexand. ad
gentes Aristot. Metaphys. Plut. de Isid. et Osirid. Wolf. de Manich. ante Man.
S. Bayle Dict. Art. Xenoph.
Aristotile" riferendo l. 3 taph. l'opinione d'Empedocle sul circolo pe
renne delle cose in virtù delle due forze amicizia e inimicizia si lagna del
nostro filosofo, che introduce la necessità senza recare alcima cagione della
necessità ws ay. 1 cap. 4 Me. 161 αγκαιον μεν ον μεταβαλλεινκαι αιτίαν δ ' εξ
ενο αγκής εδεμιαν δηλοι. Brukero de discipulis Pythagorae. Moshem. nelle note a
Cudwort. Αρχη η φυσις μαλλον της υλης. εγί άχου δηπου αυτη και Εμπεδοκλης
περίπιπτα αγομενος υπ' αυτης της αληθεας, και την εσι. αν, και την φυσιν
αναγκαζεται φαναι τον λογον ειναι: οιον οστουν αποδιδους τι εστιν. ετε γάρ εν
τι των στοιχεων λεγει αυτο ατε δυο ή τρια ατε παντα αλλα λογος της μιξεως αυτων
etc. Il principio delle cose è più presto la nä tura che la materia delle
cose.. Empedocle tirato dalla forza stessa della verità spesso è costretto di
confessare che la sostanza e la natura altro non sia che la ragione o
proporzione: ' come fa allorchè ei dice coså šia.l osso. Poichè dice che l'osso
non cen ga da questo o du quel elemento', nè da due elementi, nè da tre, nè da
tutti, ma dalla ragione in cui questi nell' osso si stan. no ec. is Arist. de
par. Animae l. 1. cap. E poi lo stesso Aristotile soggiunge che i filosofi
prima di G. non fecerd lo stesso perchè non soleano definire ciò che fosse la
cosa astion de to. pen en San τ8ς προγενέστερες επί τον τροπον τέτον, το τι ην
αναι, και το ορισασθαι την ασιαν εκ OTI My •:- Plut. de Plac. 1. ì cap. 6 Gal. Hist. Ph. Plut. de Plac. Ph.
Gal. ibid. Plut. de Plac. Ph. Arist.
de Resp. Crede G. che gl’animali, subito che nacque ro dalla terra, si divisero
e portarono in luoghi convenienti al loro temperamento. Que' che abbondavan di
fuoco o nell' ac qua o nell'aria. Gli altri ch'erano più gravi, abitarono la
terra ec. Darwin Zoonomia. Milano, La massa tutta del seme, che noz mostrava
alcuna forma, o figura chiama va Empedocle. 8ioques che potrebbe significa. re
tutta la natura organica secondo Simpl. 163 1 de Phy. aud. 1, 2. Com. Aldo:
Aristotile l. 2 de Coelo cap. 8 par lando dell opinione di Xenofane che credea
la terra infinita estendere sino alſ infinito le sue radici, soggiunge do
xakt.Eptidoxing ετως επεπλήξεν Per lo che Empedoche co si lo sferzò, e
soggiunge i versi d' Empe docle, che noi rapporteremo 'ne' frammenti di lui. Ταυτι δε τα εμφανη κρημνες και σκο: πελες και
πετρας και Εμπεδοκλης μεν υπο τα πυ ρος οιεται το εν βαθει της γης εσταται και
ανε χεσθαι. Empedocle è d'opinione che que sti sassi, questi scogli, questi
dirupi, che sono agli occhi di tutti, sieno stati inalza ti dal fuoco che sta
nelle profondità dela la terra „ Plut. de primo frigido, Quare quaedam aquae
caleant", quae dam etiam ferveant in tantum, ut non pog sint esse usui
nisi aut in aperto evanuere, aut mixtura frigidae intepuere, plures causae
redduntur. Empedocles existimat ignibus, quos multis locis terrà opertos tegit,
aquam calescere, si subjecti sunt solo per quod aquis transcursus est. Facere
solemus dracones et miliaria, et complures formas, in quibus gere tenui
fistulas struimus per declive cir. cumdatas; ut saepe eundem ignem ambiens aqua
per tantum fluat spatii quantum ef. ficiendo calori sat est. Frigida itaque in
trat, effluit calida. Idem sub terra Em. pedocles existimat fieri. Seneca
Quest. Nat. Την γην εξ ης αγαν περίσφεγγομενης τη ρυμη της περιφοράς αναβλυσαι
το υδωρ la terra, da cui, come fu condensata, per l'impeto della girazione
spicciò l' ac qμα 15 Ρlut. de ΡΙ. Ρh. Οτι δε μενα γη ζητεσι την αιτίαν και λέγεσιν οι μεν τυτον
τον τρόπον, οτι το πλα τος και το μεγεθος αυτης αιτιον, οι δε ωσ: περ
Εμπεδοκλης την τε κραγε φοραν κυκλω περιθεασαν και θαττον φερομενην την της γης
φοραν κωλυειν καθαπερ το εν τοις κυαθοις υ δωρ και και γαρ τατο κυκλω το κυαθε
φερομείς πολλάκις κατω τα χαλκά γινομενον ομως ου φερεται κατω πεφυκος φερεσθαι
δια την αυτην 165 Citidy, Alcuni cercano il perchè la terra stia ferma nel
mezzo, e dicono esserne cagione la sua grandezza e larghezza, Al tri poi,
siccome Empedocle, son di pare re, che il cielo girando più velocemente del. la
terra sia la cagione, per cui la terra non cada nello stesso modo, che avviene
allac qua nel calice. Poichè seben questo si giri e stia col fondo su, e il
labro all' in giù; pure l' acqua, che di sua natura tende al basso, non cache
per la ragione medesima della girazione,, Arist. de Coelo Plut. de fac. in orbe
Lunae, Plut. de Pl. Ph. Laert. in Emp. Arist. de anima. Καθαπερ Εμπεδοκλής
φησιν, αφικνειο σθαι προτερον το απο τα ηλιο φως ας το μετα ξυ πριν προς την
οψιν, η επί την γην, δοξα δ ' ευλογως συμβαινειν Empedocle dice che la luce, la
quale viene dal Sole prinra giunge nel mezzo, e poi all'occhio ed aļla terra.
Il che pare che accada con buona ragio ne » s. Arist. de sensų et sensili tor. G. in prima ha il Sole per una gran massa
ignita' non già per una rijlessione di un altro sole šíecome attesta Laerz, in
Emp. Era in secondo opinione di Empedocle che il simile si va sempre ad u nire
al suo simile. Però venne a lui naturale il dire che la luce lanciata dal So. le,
dopo d' essersi riflettuta sulla terra, nasse di nuovo ad unirsi al Sole, e poi
di nuovo movendosi da quest' astro, tornasse a risplendere. Per altro Plutarco
stesso aper. tamente dice de Pyth. orac.. che la luce del Sole secondo
Empedocle risplende di nuovo αυθις ανταυγαν. Plut. de Pl. Ph. Gal. Hist. Ph.
Stobeo Ecl. Phys. e tunti altri, appongono ad Empedocle l' opinione di due Soli,
che si riguardavano, de quali l'uno mandava rag gi invisibili e l'altra
visibili ec. G., sans recourir á
l’instanatneité de cette émission ou á sa prodigieuse velocité disoit que cette
objection se roit vraie, si le soleil lui même étoit en mouvement; mais que la
terre tournant au tour de son axe, venoit au devant, du ra yon, et voyoit
l'astre dans sa prolonga tion. On ne répondroit pas mieux aujourd hui a cette
objection, si quelqu'un la pro posoit contre la propagation successive de la
lumière et son emission. Montucla. Hist. des Mathematiques Απολείπεται τοινυν το τα Εμπεδοκλεος ανακλάσει τιγί τα ηλια προς την σεληνην γεγες; σθαι τον ενταύθα φωτος οιον απ' αυτης οθεν 80's. Jequor
de deep porn Resta dunque co me vera la sentenza d'Empedocle. Però la luce
lunare non è nè calda nè assai splen. Plut. de fac in orb. Lunae. Est - il rien de plus juste
que ce vers, dont voici la traduction litterale de Greg en latin circulare
circa terram yolvitur a lienum lumen dit- il en parlant de lo lu ne? Achille
Tatius en tire une preuve qu' Empedocle a regardé cette planéte comme un
morceau détaché du soleil. Il n'a pas conçu que cet alienum lumen vouloit dire
lumière empruntée, ce qui est très-confor me a la verité. Montucla Hist. des
Math. dida, Isag. in Arat. Empedocles plus duplo lunam dia stare censet a terra
quam a sole. Galen. Hist. Ph. Plut. de Pl. Ph. Και τον μεν ήλιον φησι πυρος αθροισο μα μεγα και σεληνης μαζω » Empedocle di. ce il Sole
essere una gran massa di fuoco più grande della Luna Laert. in Emp. Plutarco de ' fac. in orbe Lunae, afferma che la Luna
al dir d'Empedocle giraya a simiglianza d'una ruota: Ora in que' tempi si
esprimea la rùvoluzione d'un corpo intorno al propio asse sotto la figura ra
d'una rủota, Cosi di fatto indicarono Seleuco d'Eritrea, Heraclide di Ponto,
Eco fanto di Siracusa, il movimento della tere ra intorno al propio asse. Per
altro i Pit tagorici sapeano che la Luna girando in torno alla terra çi
presenta sempre lo stes so emisfero. Il che come ciascun sa non può aver luogo,
se la Luna girando intor no la terra ſon rotasse intorno al propio asse: Sicché
è da credersi cl’Empedocle non ou esse ignorato questo movimento della Lu na.
Ma come Plutarco non ne fa che un sol cenno, che può essere equivoco; cosi io
non ho creduto di doverlo affermare come sicura opinione di G.. Fabricio Bibl.
Graeca Arist. de plant. Arist. nel med. luogo. Arist. nel med, luogo. Τα δε
σπερματα παντων εχ τινα τροφην εν αυτός και συναποτίκτεται τη αρχή καθαπερ εν
τοις ωοίς. η και κακως Εμπεδοκλης αρήκε φασκων ωοτοκαν μακρα δενδρα Ogni semè
contiene in sè qualche cosa d' alimen to uñitaniente al principio che genera,
sic come è nell' uovo. Per lo che Empedocle disse bene che gli eccelsi alberi
sono ovipa ri Theofrasto 1. i cap. ' 7 de Caus. Plant. Και τατο καλως λεγει
Εμπεδοκλης ποιησάς: Ούτω δ ' ωοτοκεί μικρα δενδρα πρωτον ελαίας •. Το τε γαρ
ωον κυημα εστι, και εκ τινος αυτα γίγνεται το ζωον, το δε λοιπον, τροφη τα σπερ
ματος, και εκ μερες γιγνεται το φύομενον, το δε λοιπον τροφη γιγνεται το βλαστω
και τη y 170 pión en xpern » Questo ben disse Emperor cle affermando, che i
piccoli alberi ezian dio sono ovipari. Poichè da una parte dell' uovo nasce
l'animale, e dal resto si fa la nutrizione di questo. Nello stesso modo ac cade
nel seme. Da una parte si formá la pianticella, ed il resto serve per nutrirla
Arist. de Gen. anim. Arist, de Gen. anim. Theofrasto 1. i cap. z de Caus.
Plant. Indi è che Malpighi aper: tamente dice Plantarum ova esse semina vetus
est Empedoclis dogma. Anat. Plant. In questi ultimi tempi Young è stato il
primo a dire che le piante ven gono, dal seme. Rozier journ. de Phys. Auril. e
Bonnet Deur. ha dimostrato l'analogia del seme coll' uovo. ο δε μαλιστα και κυρίως εστι ζη = τητεoν εν
ταυτη τη επίσημη τετο οστιν » όπερ ειπεν Εμπεδοκλής ηγουν α ευρίσκεται εν τοις
φύτοις γενος θηλυ και γένος αρρεν και ει εστιν ειδος κεκραμενον εκ τετων των
δυο γενών και Cio che in questa scienza sia sopra d'ogn' al tro, e propiamente
da ricercare, lo disse Em pedocle: cioè se nelle piante si ritrovi il sesso
maschile e feminile, e se questi due sessi sien in quelle mischiati ed uniti,,
Arist. de Pl. 1. cap. 2. Per lo che è da ripu. ţarsi particolar opinione
d'Empedocle, quel, la del sesso nelle piante, e che queste fos sero state
ermafrodite. Si legga lo stesso Aristotile de Pl. Haaly 005 - λομεν ζητειν
πότερον ευρισκονται ταυτα τα δυο γενή κεκραμενα εν τοις φυτοις ως απεν Εμπε
doxninis:,, Dobbiamo ricercare se i dųe ses si nelle piante sien mischiati,
come vuole G.. Empedocles quidem divulsa
esse so bolis membra aiebat, ut in faeminae alia alia in maris semine
continerentur, atquo inde oriri animalibus venerei complexus ap.. petentiam,
dum partes illae inter se di stractae conjungi atque uniri concupiscunt. Galen.
de semine. Si legga parimente Aristot. de Gener, ànim. Plutarco de plac. Ph.
Arist. de Gener. anim. Εμπεδοκλης τη κατα συλληψιν φαντα. σια της γυναικος
μορφουσθαι τα βρεφη και πολ: λακις γαρ εικονων και αδριαντων ηρασθησαν γυναίκες
και ομοία τετοις απετέκον. » Empe docle dice che dalla fantasia della donna
piglia forma îl feto. Poichè spesso le don ne hanno la lor prole partorito
simile a statue o. a immagini, che hanno amato Plut. de Pl. Ph. Plut. de Pl.
Ph. Tutta la dottrina di G., siccome in appresso diremo, era fondata su i pori,
e sugli effluvj, che si spiccano secondo lui da' corpi, o per quelli s'intro
ducono, Plut. de Pl. Ph. I. 5. cap. 26. (58) Frondes amittere quibus aestatis
ca. lor humorem ahsumpserit; semper fronde re quae majorem succi copiain habent,
ut laurum, oleam, palmam 4 Hist. Ph. Gal. Lo stesso dice Plut. de Pl. Ph.
lPlutarco Symp. Si propone la questione, perchè l' ellera conserva le fo glie,
e gli altri alberi le perdono. Ei ri sponde con Empedocle per la disposizione
de’ pori. Perche τοις δε φυλλoφoυσιν εκ έστι για μανοτητα των αγω και στενότητα
των κάτω πι:,, ρων, οταν οι μεν επίπεμπωσιν οι δε φυλαττω σιν, αλλ' ολίγον
αθρουν λαβόντες εκχέωσιν ωσ. περ εν αγδηροις τισιν ουχ ομαλοις A quel le piante,
le cui foglie cadono į alimen to on basta a cagion della rarità de? pori
superiori, e della strettezza degl inferiori. Poichè per questi pori s’
introduce poco ali mento, e per quelli molto se ne dissipa. Indi è che quel
poco che hanno ritratto tosto lo perdono. Avyiene ciò che suole ac cadere negli
attignitoi, che sono inegual mente forați. Flore française troisieme edition
par MM. de La Marck et Decandolle T. Floré française Flore francaise Plut. de
Pl. Ph. Gal. Hist. Ph. Galeno Hist. Ph.
Plut. de Pl. Ph. Ρlut. de Pl. Ph. 1. 5 cap. 22 Gal. Hist. Ph. Plut. '
nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. Plat. de Pl. Ph. Ρlut. de ΡΙ.. Ρh. Ρlut. de ΡΙ. Ρh. 1. 4 cap. 16 Gal. Hist. Ph. Arist. de Respirat. Arist.
'de Respirat. cap. 7 Gal. Hist. Ph. (71) Arist, de, Resp. Plut. de PI. Ph.
Pluit. de ΡΙ. Ρh. Plut. nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. Si vegga la
niemoria seconda sulla Vita di G. Ρlut. de Pl. Ph. Τα μεν γλαυκα πυρωδη καθαπερ
Εμ. πεδοκλής φησι τα δε μελανoμματα πλεον υδατος εχιν η πυρος. » Che gli occhi
az zurri, come dice Empedocle, abbondano di fuoco, ed i rieri abbiano più d '
acqua che 175 di fuoco, Arist. de gener. An Τα μεν ημερας εκ οξυ βλεπεις τα
γλαυκα. δι ενδιαν υδατος. θατερα δε νυκτωρ δι ενδααν πυρός και che gli occhi
azzurri non veggano bene di giorno per difetto d' ac qua, ed i neri di notte
per difetto di fuo: εο, Arist. de Gen. an. Gal. Ηist. Ph. Ρlut. de P. Ph. Ειπερ
μη πυρος την οψιν θετεον αλλ' υδατος πασαν,, Perclie la visione non e d '
attribuirsi al fuoco, ma tutta all'acqua » Arist. de Gen. anim. Arist. de sensu et sénsili l. Empedocles
animum esse censet cor di suffusum sanguinem.
CICERONE (si veda) Tusc. quaest. e Ρlut.
de ΡΙ. Ρh. Εν τη τα αιματος συστασε. Αλλοι δε ήσαν οι λεγοντες κατα Εμ "
πεδοκλεα πριτηριον αγαι της αληθεας και τας αισθησεις αλλα τον ορθον λογον και
τα δε ορθα λογα τον μεν τίνα θαον υπαρχειν τον δε αν - θρωπινον. ων τον μεν
θαον ανεξοισθον ειναι. τον δε ανθρωπινον εξοισθαν. Ci sono stao 1 O 176 ti
alcuni, che han dettò con G. esé sere il criterio della verità non già i sensi,
ma la retta ragione. Questa poi essere in parte umana e in parte divina: la
prima potersi da noi manifestare, e l'altra nòi, Sext: Emp. adv. Log. Hụezio
Debolezza dello spiritous mano. Furere tibi Empedocles videtur: at mihi
dignissimum rebus iis ', de quibus lo quitur sonum fundere. Num. ergo is ex.
caecat nos, aut orbat sensibus, si parum magnam vim censet in iis esse ad ea,
quae sub eos subjecta sunt, judicanda? CICERONE (si veda) Lucullus Empedocles
quidem, ut interdum mi hi furere videatur, abstrusa esse omnia, ni hil nos
sentire, nihil cernere, nihil omni quale sit, posse reperire. CICERONE (si
veda) Lucullus Αρχαίοι το φρονων και το αισθανεσθαι ταυτον αναι φασιν ωσπερ και
Εμπεδοκλης (δη 01.,, Gli antichi, come disse Empedocle, vogliono che sia lo
stesso sentire, che ra 177 € 2. gionare. Arist. de anima, Arist. de Plant. Αναξαγορας
μεν και Εμπεδοκλης επί θυμια ταυτα κινεισθαι λεγουσιν αισθανεσθαι τε και
λυπεισθαι » Anassagora ed Empedo cle dicono che le piante sien mosse da de.
siderio, da tristezza, e da voluttà, Arist, de P1.Αναξαγοράς δε και ο
Δημοκρίτος και ο Εμπεδοκλής και νουν και γνωσιν εχεις απον τα φυτα Anässagora,
Democrito, ed Em pedocle dissero le piante esser fornite di men te e di
cognizione », Arist. de Pl. l. 1 cap. 1. Ρlut. de Plac. Ph. 1. 5 cap. 26. (90)
Arist. de.ΡΙ. 1. 1 cap. 1 Ρlut. de P. Ph. Πρωτοι δε και τονδε τον λογον Αιγυ πτιοι ασι αποντές, ως ανθρωπα ψυχη αθα γατος εστι. τα σωματος δε καταφθινοντος ες αλλο ζωον αια γενομενον εσδυεται. επεαν δε περιελθη παντα τα χερσαια και τα θαλασσια και τα πτηνα, αυτις ες ανθρωπό σωμα γινομες γον εσβυνειν. την περιαλησιν δε αυτή γίνεσθαι εν τρισχιλίοισι ετεσι. Sono gli Egizi i
pri Z 178 ηι. mi che dicono l'anima essere immortale; ma che 'morto il corpo va
questa sempre informando un altro animale; dimodochè dopo d' esser passata per
tutti gli animali o terrestri, o marini, o aerei torna di nuo ro ad informare
il corpo d'un uomo. Que sto giro compie l anima in tre mila an Herod. Euterp.
Τατω λογω ασι οι Ελληνων εχρησαντο οι μεν προτερον οι δε υστερον, ως ιδιω
εωυτων εοντι. των εγω αδως τα ονοματα και γραφω. Tra Greci alcuni prima alcuni
dopo han divulgato' la metempsicosi degli Egizi come opinione propria. E di
quelli non vo. glio scrivere i nomi; ancorche mi sieno, co Herod. Sext. Emp.
adν.. Math. 1. 8. (94) Ου γαρ ωσ. ο Μεγανδρος φησιν απαντι δαιμων ανδρι
συμπαράστατα ' ευθυς γενομεγω μυσταγωγος τα βιε αγαθος, αλλα μαλλον ως
Εμπεδοκλης διτται τιγες εκαστον ημων γενομες γον παραλαμβαγεσι και καταρχoνται
μοίραι κα! d'alluoves.,, Non è da credere come dice Menandro, che a ciascun di
noi, come ea gniti, gli nasce, assista un genio buono condut tor di tutta la
vita, ma piuttosto è da te nersi l'opinione d'Empedocle, il quale di che
ciascuno di noi dal punto della na scita è preso e governato da due genj e da due.
fati Plut. de anim. tranquill. E sog giunge lo stesso Plutarco che co' nomi de
gen; si esprimono σπερματα των παθων i se mi, delle passioni. Plut. de animi
tranq. (96) Αφ ων οίμαι ορμώμενοι και οι πυθα: γορεοι και μετα τατος Πλατων
αντρον και στην λαιον τον κοσμον απεφηναντο. παρα τε γαρ Εμπεδοκλα αι
ψυχοπομποι δυναμας λεγεσιν Ηλυθομεν τοδ ' υπ' αντρον υποστεγον E da queste cose,
siccome io stino i Pittagorici, e Platone dopo costoro, pre sero occasione di
chiamar questo mondo an tro e spelonca. Poichè presso Empedocle le potestà
conducitrici delle anime dicono: che siano finalmente giunte sotto quest' aniro
coperto; Porph. de Ant. Nymph. ed. Van -
Goens. Clem, Αlex. Strom. 1. 2. Stob. Εcl. 180 Eth. Jambl. Portrep.
cap. g Hierocl. in Com. Scheffer de Secta Italica. Pindaro nella prima ode
olimpica dirizzata a Gerone; dopo: d' aver descritto il supplizio di Tantalo,
che chiama atau λαμον βιον εμποσομοχθον vita priva do gni ajuto e perpetuamente
laboriosa » 'sog giunge „ questo supplizio forma il quarto dopo d' averne
sofferto altri tre » Mesta Tpl. ων τεταρτον πονον. Non si puo comprendere a
prima vista, come questo quarto suppli zio fosse stato perpetuo. Ma ciò è
intera mente dichiarato nella seconda ode. olim pica diretta a Terone
Gergentino. Quivi e gli dice: que', che dopo d'esser dimorati tre volte nella
terra e nell'inferno ocou do ετολμησαν ες τρις εκατερωθι μειγαντες: seppero
contener ľanimo loro nella pratica della virtil, arriveranno per la via di
Giove al la regia di Saturno, dove laure dell' O. ceano spirano dolcemente
attorno le isole fortunate, e splendono i fiori d'oro. vede quindi dal
confronto di queste due o. di, che la metempsicosi giusta Pindaro con Si 181
sisteva in tre articoli: iº che l'anima del lo stesso uomo informava tre volte
corpi u mani, che ' v'era un intervallo tra la morte e'l rinascimento in cui i
giusti go deano di felicità, e i malvagi eran puni ti, 3º che le anime
perseveranti nella giu stizia per tutto il corso delle tre vite umia ne,
andavano poi. cogli eroi nell'impero di Saturno; e quelle, che s' erano mac
chiate di colpe in quello stesso tempo, an davano in fine a soffrire un
supplizio eter πο: απαλαμον βιον εμπεδoμοχθον. Gli sco liasti stessi di Pindaro,
non altriinenti che noi abbiamo fatto ', lo dichiarano: uno di essi dice
υπεραγαν μεχρι τριτης μετεμψυχοσέως Ev 8 %a740015 Tols peeport „ sostennero (le
a nime ) sino alla terza metempsicosi nell' uno e nell'altro luogo cioè a dire
nel la terra e nell' inferno. Ora trina di Pindaro pare che allora fosse sta ta
conosciuta da' soli sapienti. Poichè dopo che il poeir avea esposta la triplice
trasmi grazione soggiunge lo tengo sotto il mio gomito e dentro la faretra
delle sette vo: questa dot 182 lanti, il cui fischio si sente dal solo sa
piente. Ma la moltitudine ha lisogno d' interpetri ες δε το παν ερμηνεων χατιζα.
Η saggio è colui che conosce la natura, gli altri, che įmparano da lui, sono
loquaci nxo Root Taivajaworick e come i corvi inutilmente gracchiano. Per lo
che pare, che Pindaro s'astenea di parlar chiaramente per non ri velare al
volgo il dogma pittagorico della metempsicosi, ed opponea la furgawcola o
loquacità del profano al silenzio del pittagorico. Tutti gli antichi fanno
onorata men zione della filosofia di G.. Lascian do stare Aristotile e
Teofrasto, noi sappia. mo da Laerzio l. 10 Sect. 25 ch' Herma co l'epicureo la
espose in 24 libri moto - λικων περι Εμπεδοκλεας: Τra Latini poi aparte di LUCREZIO (si veda) e di CICERONE
(si veda), che ne fan sommi elogi, siano avvertiti da CICERONE (si veda) me.
desinio che si era stato un SALLUSTIO (si veda), il quale area trattato la
filosofia di G. nel la stessa guisa, che avea fatto LUCREZIO (si veda) per
quella del GIARDINO ROMANO. Tria per quanto si raccoglie dalle parole di CICERONE
(si veda) quell' auto re non era riuscito cosi bene, come LUCREZIO (si veda). Lucretii
poemata, ut scribis, ita sunt multis luminibus ingenii: multae tamen ar. tis.
Sed cum veneris, virum te putabo, si Sallustji Empedoclea legeris; hominem non
putabo, cioè a dire se potrai sostener ne la lettura ti 'stimerò invitto e
paziente. ma privo di senso. CICERONE (si veda) Ep. ad Q. Non che Plutarco ne'
tempi d'appres. 80, ma tutti gli scrittori ecclesiastici ricor dano con lode
Empedocle ed i suoi pensu. menti. Vi ha un luogo di Temistio nell orazione 12
all' Imperator Gioviano, in cui egli loda quest' imperadore per la lege ge da
esso lui stabilita circa la libertà del la religione. In questo luogo ei dice
agar σθαι μεν εν και τις αλλες το νομο προσηκ4 τον θαοτατον Αυτοκρατορα και
μαλιστα δε οίς ουκ εφιασι μονον την ελευθερίαν, αλλα και τις θεσμες εξηγείται
και φαυλοτερον Εμπεδοκλεας και Ma All Excave te Teals. Varia è stata l'
interpetrazione di piu autori intorno a que ste parole, e principalmente per
l'Empe 184 parere che docle, di cui fa menzione Temistio. Al cuni hanno sognato
un altro G. di verso e posteriore al nostro. Petavio, non si sa come, crede,
che sotto il nome di G. abbia quegli voluto significare G. Petit è di per G.
s'inten la un cinico chiamato Peregrino. Nè marican di quei, che credono essere
stato rcfurrito in quel luogo S. Policarpo martire. Iru biti gl'inteipetri
Casaubono in not. ad M. Anton, pas 87 è stato a giudizio di Fabricio Bibl.
Graec., corui che meglio l'hi interpetrato. AgarIsi Mesy XV x2. Toń andy (ita
malo quam tos are 285, quod tamen ferri potest, nec' senten tiae, quam volumus,
repugnat ), 78 roles.po: σηκ ή τον θιοτατον Αυτοκρατορα μαλιστα δε οίς (idest
τετων vel εκεινων οις ) εκ εφιησι porgy etc., Degnissimo è l ' imperadore di
ammirazione e di venerazione non che per le cose, che in quella legge si
contengono, ma sopra di ogn'altro e per la libertà del la religione, e perchè
spiega quelle leggi, che sono state da Dio dettate, con perizia 185 non minore
di quella, per · Giove, che non fece quell'antico Empedocle., Di che si vede,
ch'era tanta e tale la stima, in cui allora si tenea il nostro filosofo, che ad
esso si comparava l ' Imperadore Gioviniano, allorchè si volea lodare.
Abulfarage presso gli Arabi, secondo che dice Fabric. Bibl. Graec. T. 1 p. 474
loda G.e, come chi avea ottimamen te conosciuto gli attributi divini.
Finalmente la filosofia d'Empedocle è stata vinovata da Campanella, da Magna.
no o Maignano. Fahr. Bib. Graec. nel me desimo luogo. Per lo che si vede chiarissimo
quanto male ORAZIO (si veda) conoscea il nostro filosofo; allorchè disse. Ep.
12 !. 1 v. 20. G.; an Stertinii deliret acumen. a a Su i Franmenti delle
opere di Empedocle Gergentino. ROM nico è l' oggetto di questa ultima mes moria:
presentare a un colpo d'occhio tute ti accozzati gli avanzi delle opere d'Empe.
docle. Egli ne detò molte, e quasi tutte, com'era usanza in que' di, le scrisse
in versi.. Pure niun poema di lui è venuto sino à noi, e pochi sono i frammenti,
che di questi ci restano L'inno ad Apollo, e 'l poema de' Persiani, furono, lui
morto, bruciati. Il poema sulla sfera si reputa oggi opera d'incerto autore,
Del suo discorso sulla medicina non ce n ' è restato nè anche vestigio: anzi
ignorasi, se questo fosse stato scritto in versi secon do Laerzio, o pure in
prosa secondo Sui da. I frammenti in somma delle opere di G., che da noi si
conoscono, ri guardano e fan parte di due famosi poe e non sia. a, a 2 188 ni:
l' uno sulle purgazioni, l'altro sulla natura. Il primo fu intitolato a Gergen
tini; il secondo a Pausania il medico el amico di lui. La raccolta quindi de'
fram menti de' versi d' Empedocle, di cui qui si parla, appartiene soltanto a
questi due gran poemi. Piü Eruditi, e tuti di gran nome assai prima, e in varj
tempi praticaron lo stesso. Stefano no pubblica il primo non pochi nel suo Ibro
della poesia fi. losofica. Fabricio prese appresso il pensiero d'ampliar la
raccolta di Stefano; e giusta il Mosenio quegli mol to l'accrebbe. Ma ogni
fatica di lui, co me attesta il Reimaro, tornò vana; perchè morto Fabricio si
perderono i suoi origina li,, e il pubblico non potè coglierne il frut. to. Van
- Goens di poi nell'edizione, ch ' ei fece del libro della Groita delle Ninfe
di Porfirio, manifestò aver già raunato più di trecento versi di G., e promiso
al più presto di recarli in luce. Avea, se condo ch' attesta egli stesso,
tratto gran pro 189 1 da' manoscritti che si conservano nella libre ria di
Leyden, e invitato tutti i dotti ad aiutarlo in si fatio travaglio. Ma punto
non si sa, se abbia o nò costui pubblica to la raccolta de' versi del nostro
filosofo, giusta la promessa di lui sotto titolo di raccolta Empedoclea. E'
sempre una singolar disgrazia il non potere profittar delle fatiche degli
uomini grandi. Le nostre librerie een prive non che di manoscritti, ma
scarseggiano ancora di libri. Non ci è venuto fatto di ritroe' vare in esse nè
pure lo stesso Stefano della poesia filosofica. Però, mancan. ti gli aiuti, si
è ito sù giù rifrustando an tichi scrittori per cogliere or uno or due e di
rado o sei, o dieci' o più versi di Emperlocle, che sparsi si leggono in que
sto, e in quell'altro. Fatica assai penosa, e ' tanto più dura, quanto ha
obbligato a durar quello stento, che farebbe chi il pri mo si mettesse ad
imprenderla, senza la spe. ranza di poter acquistare la gloria debita a chi il
primo l'avesse intrapreso. Unico conforto ne fu un Simplicio dell'edizione
d'Aldo, trovato nella libreria de' PP. Tea tini di Palermo (giacchè questi ne'
suoi co. mentari d ' Aristotile rapporta molti versi d ' Empedocle ). Da questo
libro furon tratti non pochi de' versi d ' Empedocle, che si tro van messi
insieme. in quest'ultima parte. Ma il medesimo disgraziatamente fu ruba. to in
quella libreria. Però non fu conco duto di potersi più riscontrare i versi rac
colti col testo; e si è dovuto, congetturan, do quasi tentoni, quando supplir
qualche parola a caso tralasciata, quando correg gere alcuni versi, che per la
prima volta erano stati o male lètti, o falsamente scrit ti. Si è detto tutto
ciò non perchè s' am. bisca lode di questa qualunque siesi fati ca; ma perchè
se ne abbia anticipato come patimento. In altri paesi d'Europa la race colta
de' versi d' Empedocle o gia è stata egregiamente recata in pubblico; o se non
è stata ancor fatta, si potrà certamente fare e più abbondante, e più corretta,
e più dotta, che non è questa. Non è quin 191 di la stessa da considerarsi come
un ope. ra perfetta, o degna degli sguardi de' Dot ti. Si desidera soltanto,
che si tenga la medesima, come un annotazione, con cui si provano i pensamenti
d' Empedocle espo sti nella terza Memoria. Ma comunque ciò sia egli è certo,
che i versi d'Empedocle smentiscono coloro, che portano opinione lui essere
stato o di niú no o di poco valore in poetica. Si fondan costoro sopra Plutarco
(1 ), il quale dice Empedocle avere ornato col metro i suoi discorsi per
evitare l'umiltà della prosa. Ma non si accorgono aver loro o mal inte so o
sinistramente interpetrato Plutarco, il quale pretese sol definire, che sia
stata di dascalica la maniera poetica del nostro filosofo. Questa, come quella,
ehe tratta e di filosofia, e di precetti sdegna le finzio. ni e l'invenzione,
in cui il pregio, il bel lo, e la natura consiste d'ogni poesia. Per rò quegli
disse, ch'Empedocle avea preso De Aud. Poet. 192 dalla poesia, senza più, e la
pompa, e il meiro. Questo stesso avea già gran tempo prima annunziato
Aristotilo, che fu non che savio ma di gran sentimento nelle co se poetiche.
Egli, a distinguer la poesia d' Omero da quella d'Empedocle, affermò i uno e
l'altro, tranne il metro, nulla tra loro aver di comune. Perché Omero era un
Poeta, com’ei diee, ed Empedocle un fisiologo (1 ). Ma se Empedocle, qual
didascalico, non merita é nome e lode, che si convie ne a poeta, non si pao
negare aver lui necupato in que' dì il primo luogo tra di dascalici, Aristotile
di fatto non seppe in miglior modo contrassegnare la differenza tra la vera
poesia e la didascalica, che comparando tra loro il più gran poeta e il più
eccellente didascalico; Omero ed Em pedocle. Nè altrimenti si pensò ne ' tempi
d' appresso. Cicerone chiama egregio il poe (1 ) De Poet. cap. 1. 793 ma
d'Empedocle sulla natura. Anzi mettendo egli a confronto i versi di Par menide,
di Xenofane, e d' Empedocle, che furon tutti tre poeti didascalici, dice aper
tamente, che più belli ed eleganti erano i versi del nostro filosofo. Che se
poi mancasse ogn'altro argomento ad apprez zare il merito di lui, sarebbe
certamente bastevole il sapere i poemi d'Empedocle es sersi cantati ne'
pubblici giuochi di Grecia. Ognun sa, che questa, piena allora di gu sto, e
severa nel gindicare, non concedea tali onori se non a soli grandiuomini. Nel
resto ciascuno su cið, o del raffinamento del la poetica d'Empedocle, ne può da
ise giu dicare. Il solo leggere i frammenti, che ci sono restati, basta a far
che chiunque ne resti persuaso e convinto. Il dialetto de' Siciliani e de'
Pittagorici era comune; e questo appunto era il Dori co. Pure G. avvegnache
fosse stato Lib. 1 de Orat. (Acad. Quaest. l. 4. Ъь 194 o SICILIANO e
Pittagorico, non mise in opera, che il dialetto Jonico, coine quello, ch'era
tra Greci poeti il più polito e gentile. Fu inoltre la musa di G. dolcissima.
E. gli ne' suoi versi non sol si servì di quel dialetto, ma nel farli scelse le
parole più dolci e sonore. Platone, parlando d ' Era clito, d'Empedocle, dice
che le muse di quello eran più dure, e le altre di questo più molli (1 )
ancorchè l' uno e l'altro aves sero usato il dialetto medesimo degli Jonj
Plutarco stesso poi non lascia di notare, che gli epiteti apposti da Empedocle
non erano, come per lo più esser ' sogliono ne' poeti, di puro ornamento, ma
esprimeano la natura delle cose. Ne cita egli di fatto l'aggiunto dato da
Empedocle a Ve. nere qual datrice di vita; il sempre verdeg: giante dato
all'alloro; l'abbondante di san gue adattato al fegato: e altri simiglianti.
Anzi il medesimo Plutarco da a G. Plut. in Sophista. Plut. Sympos. l. 6
Erotic. il vanto d' aver meglio e più:
destramento usato d'aleuni epiteti d'Omero: Ne reca ' egli in pruova l'aggiunto
d'agglome rator di nubi, che questi attribuisce a Gio ve, e quegli all' aria, e
l'altro di difena SOF del corpo, che Omero dà allo seudo, ed Empedocle
all'anima. Ma perchè più dilungarci in rapporta: re antichi testimonj su cið? I
franımenti stessi d ' Empedocle chiaro ci mostrano l' éc cellenza della sua
poesia. Basta dirsi aver lui tenuto Omero per modello nelle sue o pere
poetiche. Le voci, le frasi, le me taforé, la giacitura delle parole, le desi
nenze de' versi son le medesime in quello, che in questo. Si può quindi dir con
ra gione l'apparenza de' suoi versi, e la sein bianza de' suoi poemi essere
stata tutta di Omero. Oltre che riluce in lui una viva cità nelle immagini, e
una novità sin" nel le stesse parole. Moltissimi sugi epitéti ed
espressivi e leggiadri non si trovano in al Plut. Symp. cun altro poeta: 1.
pesci, per tacer d i tant altri, " sono chiamati da lui quando
nutriti, quando abitatori dell'acqua; gli uccelli cimbe volanti; gli Dei ' di
lunghissi. mi secoli. Anzi Aristotile nella sua poeti ca indica come una
metafora assai bella, e allora nuova, quella con cui Empedocle esprime la
vecchiaja; chiamandola l'occa. so della vita. Chiunque poi legge nelle sue
opere la descrizione della natura; " che qual pittore con quattro colori,
fa tutte le co se con quattro elementi; o l' altra della visione, che comparata
a una lucerna, fa le sue funzioni; o quella della clessidra, o cose simiglianti
', non gli potrà certo ne gare il pregio, che si conviene a vaga e bella
fantasia. Per lo che da' framinenti di G. si prende quel diletto, che pigliar
si suole guardando i rottami d'una qualche nostra Greca Sicola anticaglia. Nel
mettersi insieme si fatti frammen, ti si sono in prima distinti i versi, che
appartengono al poema della natura, da. quelli, che fan parte dell'altro sulle
pur 197 1 lande prezi Foce cck que nal elle gazioni. Ciò non è riuscito punto
difficile, Perchè il primo tratta di cose fisiche, e 'l secondo di cose morali.
In quello d'ordi nario, perchè diretto al colo Pausania i verbi si trovano in
singolare. In questo all'oppesto perchè indirizzato a Gergentini, i verbi si
leggono in plurale. Perd e dalla sintassi e dalla materia è stato age vole il
se parare i frammenti d'un poema da quelli dell'altro. Si sa oltr'a ciò il
poema di G. sulla natura esser. diviso in tre libri. Molti stenti ha costato il
congetturare qua li sieno stati trà versi, che ci restano, quel li che
appartengono o al primo, o al se condo, o al terzo, In çiò fare è stato di
mestieri ricercare se per avventura gli scrit tori, che ne riferiscono i
frammenti, aba biano citato il libro. Talora d' alcuni ver si, che certamente
si sa dalla testimonian za degli scrittori doversi collocare in uno de' tre
libri, si è rilevata la materia, che in ciascuno di essi trattavasi dal no stro
Gergentino, Stabilita poi la materia la ni che ung en. he da ur. 198 stato ben
facile il riferire allo stesso li bro tutti que' frammenti, che si versano
sullo stesso soggetto. Ma non di rado con frontando i frammenti tra loro si è
trova to, che alcuni finiscono con versi, che son principio di altri. Con tale
studio quindi e simigliante artifizio si è cercato di collo care o prima, o
dopo alcuni frammenti, che sono dello stesso libro. Nel resto sarà meglio il
tutto giustificato nelle note, e l' ordine con cui sono rapportati i frammen ti,
e l'autore, da cui sono stati ricavati e l'intelligenza, con cui sono stati
interpe trati '. Fra tanto se questo qualunque siesi lavoro non sarà stimato
degno di lode, po trà almeno, meritare, nell' emenda de dete ti il perdono del
pubblico. RACCOLTA DE FRAMMENTI. ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ βιβλ. α. Παυσανία συ δε κλυθι
δαίφρονος Αγχίτου υιε. Εστί αναγκης χρημα θεων σφραγισμα παλαιον Αϊδιον
πλατεεσσι κατεσφραγισμενον ορκοις Τεσσαρα των παντων ριζωματα πρωτον ακους Ζευς
αργής, ηρητε φερεσβιος η αίσθωγευς Νηστις θ' ' δακρυοις τεγγα κρενωμα βρoταον
Των δε συνερχομενων εξ εσχατων ιστατο νακος Διπλ' ερεω: τοτε γαρ εν αυξηθη
μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ ' αυ διεφυ πλέον εξ ενος ειναι Δοιη δε θνητων
γενεσις δοιη και απολαψις Την μεν γαρ παντων συνοδος τικτατ’ ολεκτιτε Ηδε παλιν
διαφυαμενών θρυφθασα γε δρυπτα Και ταυτ αλλασσοντα διαμπερες εποτε λήγα DELLA
NATURA Pausania figliuol del saggio Anchito tu ciò, ch’io dico, attentamente
ascolta E' volere del fato, è degli dei decreto antico, che ab eterno fue segnato
con solenni giuramenti. Il bianco Giove, la vital Giunone, E Pluto, e Nesti,
che piangendo irriga I canali dell'uom, son d'ogni cosa, Odimi in prima, le
quattro radici. Ma come quelli tra di lor s'accozzano Dall' ultimo confin sorge
la lite. Dųe son le cose, ch' a narrarti io prendo: Ora l'uno dal più risulta,
ed ora Nasce dall' uno il più: cosa mortale Doppio ha nascimento, e doppia ha
morte. Genera, e strugge l ' union del tutto; E questa sciolta, torna pur di
nuovo CC 20 2 Αλλοτε μεν φιλοτητί συνερχομεν ’ ας εν απαντα Αλλοτε αυ διχα
παντα φορεμενα νακεος εχθα Εισοκες αν συμφωντα το παν υπενερθε γενητα. Ουτως η
μεν εν εκ πλεογων μεμαθηκε φυέσθαι Η δε παλιν διαφυγτος ενος πλεον εκτελεθεσ:
Τη μεν γίγνονται τε και και σφισιν εμπεδος αιων Η δε διαλλασσονται διαμπερες
αποτε ληγει Ταυτη α εν εασσιν ακινητα κατα κυκλoν. Αλλ' αγέ μυθον κλυθι - μεθη
γαρ τοι φρεγας αυξ Ως γαρ και πριν ειπα πιφασκων πειρατα μυθων Διπλ’ ερεω: τοτε
μεν γαρ εν αυξηθη μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ' αυ διεφυ πλεον εξ ενος αναι
Πυρ και υδωρ και γαια και κερος απλετον υψος Νικοστ' αλομενον διχα των
αταλαντον εκαστον Και φιλοτης εν τοισιν ιση μηκοστε πλατοστε Την συν νω δερκε
μη δ ' ομμασιν ησο τεθηπως Ητις και θνητοισι νομιζεται εμφυτος αρθροίς Tητε
φιλαφρονεας ιδ ' ομοιϊα εργα τελεσι Γιθοσυνην καλεοντες επωνυμον ιδ "
αφροδιτην Την στις μετ ' οτοίσιν ελίσσομενην δεδαηκε. Θνητος ανηρ συ δ' ακ8ε
λογων στoλoν εκ απατηλον Ταυτα γαρ ισα τε παντα και ηλικα γενναν εατσι Τιμης δ'
αλλης αλλο μεδα παρα δ ' ήθος εκαστω Εν δε μερά κρατεεσι περίπλομενοιο χρονοιο.
Και προς τους ατ' αρ' επιγιγεται δ'απολήγα Ogni cosa, ch' è nata, a separarsi.
Tutto alterna cosť, e così dura Eternamente: ed ora in un si accozza Per la
virtù dell' amicizia, ed ora Per l'odio della lite si sparpaglia, Standosi in
aria, finchè non si unisca, Cosi l'uno dal più nascer costuma. Cosi dall' un
già nato il più rinasce. Entrambi han vita; ma la lor durata Non è mai stabil.
Perchè l' uno e l'altro Alterna, e l'alternar non ha mai fine Sopra di un
cerchio eternamente gira. Ma tu il mio parlare attento ascolta, Che lo spesso
sentire, e risentire La mente aguzza. Come pria ti dissi Raccogliendo la somma
del discorso Due son le cose, ch'a 'narrarti io prendo. Ora l'uno dal più si
forma, ed ora Nasce dall' uno il piii; ch'è terra, e fuoco, και ed aria
d'un'immensa altezza, Oltre di questi, che tra lor son pari, Havi lite dannosa,
ed amicizia, Ch'ha per lungo, e per largo egual misura.?' u colla mente la
contempla. Invano Ed acqua, CC Η Ειτε γαρ εφθαροντο διαμπερες εκετ ’ αν καισαν.
Τατο δ ' επαυξησε το παν τι κε; και ποθεν ελθον; Πη δε κεν απολοιτο επει των δ
' δεν ερημον; Αλλ ' αυτ ’ εστιν ταυτα διαλληλων δε θεοντα Γινεται αλλοτε αλλα
διηνεκες αιεν ομοια. Stupidi gli occhi sopra dessa fisi. Questa d'ogni mortal
nelle giunture Si vuole innata, e chi n'han senso in mente Fanno, comº essa fa,
opre leggiadre. Di Venere col nome o d'allegrezza La chiamano, sebben finor
niuno Seppe indicare dentro a quali cose Si aggirasse involuta. O tu niortale,
Ascolta i detti, che non son fallaci: L'amicizia, e la lite sono eguali, Hanno
la stessa età, l' origin stessa Sol con diverso onor l ' una sull'altra Impera,
e piglia, com'è lor costume, Il comando a vicenda al fin del tempo, Scritto a
ciascuna dal voler del fato. Nulla viene oltr' a ciò, ch' ancor non è Nulla di
quel, che è, desser finisce; Se pur finisse., riaver non mai Potrebbe in alcun
tempo l'esistenza. Doy ' andrebbe a perir, se non v'ha luogo Di ciò solingo,
ch'al presente esiste? E se quel', che non è, ora venisse D ' onde verrebbe? e
che? come potrebbe Accrescer questo tutto, s' egli è tutto?? Επι νεικος μεν
ενερτατον ικετο βενθος Δινης εν δε μεση φιλοτης στροφαλιγγα γένηται Εν τη δη
ταδε παντα συνερχεται εν μονον είναι Ουκ αφαρ αλλα θελυμμα συνισταμεν αλλοθεν
αλλο Των δε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρια θνητων Πολλα δ' αμικτ ’ εστηκε
κερασσαμένoίσιν εναλλαξ Οσσ ' ετι νεικος ερυκς μεταρσίον • 8 γαρ αμεμτώς Το παν
εξέστηκεν επ ' εσχατα τερματα κυκλα Αλλα τα μεν τ ' εμιμνε μελεων τα δε τ ’
εξεβεβηκεν Οσσον δ ' αιεν υπεκπροθεει τοσον αιεν επηει Η επιφρων φιλοτης
αμεμπτως αμβροτος ορμη Αιψα δε θνητ’ εφυοντο τα πριν μαθον αθανατ’ είναι Ζωρα
δε τα πριν ακρητα διαλλαξαντα κελευθες Των δε τε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρία
θνητων EΠαγτ οιαις ιδεησιν αρηροτα θαυμα ιδεθαι Sempre dunque le cose son le
stesse, Si mischian, si separano, a vicenda Movendosi tra lor, e nascon sempre
Novelle forme, ma tra lor simili. Avea la lite già toccato il fine Ultimo del
girar, quando amicizia Del cerchio, in cui si volge, al centro arriva. Tutte le
cose allor vanno ad unirsi Per fare l'un; ma a poco a poco il fanno, Base a
base di quà di là giungendo. Dagli elementi, che tra lor si mischiano Razza
infinita di mortali nasce. Ma in mezzo a que', che s'accozzar, vi furo Altri,
che ' ncontro senzı alcun miscuglio Restaron puri; perchè lite ancora In alto
li tenea Piena di colpa Ella com'è, voleva il tutto scisso Sull' estremo confin
del cerchio trarre. Però de' membri, alcuni fuor spuntaro, Ed altri nò. Ma
quanto innanzi corre Sempre la lite, tanto sempre è pronta L ' amicizia a venir
saggia, divina, Nuda di colpe, d' immortale forza Σ Η δε χθων τατοισιν ιση
συνεχυρσε μαλιστα Ηφαιστω τ ' ομβρωτε και αθερι παμφανοωντι Κυπριδος ορμησθεισα
τελειοις εν λιμενεσσιν Ειτ ' ολίγον μειζων ειτα πλεον εστιν ελασσων Ίων αιματ’
εγένοντο και αλλης ειδεα σαρκος. Η δε χθων επικαιρος εν ευτυκτοις χοανοισι Τα
δυο των οκτω μερεων λαχε νηστιδος αιγλης Τεσσαρα δ ' ηφαιστοιο. Τα δ ' οστεα
λευκα γένοντο Αρμογιης κολλησιν αρηροτα θεσπεσιηθεν E nascer ecco, e divenir
nascendo Della morte alla falee sottoposti Que', che prima sapean esserne
immuni, E mutando sentier trovarsi misti Que', che puri eran pria senza
miscuglio. Formasi in somma dalle cose miste Un numero infinito di mortali, Che
d'ogni specie son, d'ogni figura, Si, ch'a vederli è certo maraviglia. Ne'porti
estremi della bella Dea Giunse la Terra là dov' ogni cosa Or di massa crescendo,
ed or mancando Il più meno si fa, e 'l meno più. Ivi la Terra in parte egual
s'avvenne All' aria trasparente, al fuoco, all'acqua, E da tale union indi
formossi Qualunque specie di carne, e di sangue. Quando la terra era d'amor
sospinta In pevere ben salde a sorte trasse Dell'otto parti, d' acqua chiara
due, Quattro di fuoco: e per divin volere Col glutin d'armonia tutte s'uniro:
dd διο Βελιον μεν θερμoν οραν και λαμπρον απαντη Αμβροτα γ οσσ ' εδεται και
αργέτι δευεται αυγη Ομβρον δ ' εν πασι νιφρεντα τε ριγηλοντε Εν δ ' αιης
προρεεσι θελυμγα τε και στερεωμα. Εν δε κοτω διαμορφα και αν διχα παντα
πελονται Συν δ εβη εν φιλοτητι και αλληλοισι ποθκται. Εκ τετων γαρ παντ' ην
οσσα τε εστι και εσται Δενδρατο βεβλαστηκε και ανερες ηδε γυναικες Θηρεστ’
οιωνοίτε και υδατο θρεμμονες ιχθυς Και τι θεοι δολιχαιωνες τιμησι Φεριστοι και
Αυτα γαρ εστι ταυτα δι αλληλων θεοντα Γινεται αλλείωτα E l'ossa bianche furon
tosto fatte. Da per tutto si vede il Sol, che desta Calore, e lancia della luce
i raggi, E quegli ancor, che senza morte sono, Quasi da fame o pur da sete
spinti, L'aria ricercar bianco splendente. Puossi ovunque veder l'acqua; che in
neve: Talòr si muta, e facilmente gela: o pur la terra, da cui vengon fuori Le
salde cose. Quando impera lira Tutto è biforme, ed ogni cosa è scissa, Ma
regnando amicizia il tutto corre Pronto ad unirsi, e l'una all' altra cosa Per
interno desir s'abbraccia, e stringe. Tutto viene da quelli, e per l'amore, Ciò,
che fu, cid, che è, ciò che sard, Germogliaro cosi alberi, e piante Nacquero
maschi, e donne, e fiere, e uccelli, E pesci ancor, che son d'acqua nutriti; O
pur gli Dei di secoli lunghissimi Chiari per gl' inni, e per gli onor prestanti.
Sempre in somma le cose soil le stesse, Sempre tra loro han moto, e cangian
forma. d d 2 Ως δ ' oπoταν γραφεες αναθηματα ποικιλλωσιν Ανερεσ αμφί τεχνης υπο
μη τινος δεδαωτες Οιτ ' επει καιν μαρψωσι πολυχροα φαρμακα χερσι Αρμονια
μιξαντε τα μιν πλεω αλλα και ελασσω. Εκ των αδεα πασ' εναλίγκιά πορσυνέσι
Δενδρεάτε κτιζοντες και ανερας nde γυναίκας Θηρας τ’ οιωνες τε και υδατο
θρέμμονες ιχθυς Και τε θεες δολιχαιωνας τιμησι φεριςτες Ουτω μη σ ' απατα φρενα
ως νυ κεν αλλοθεν «να Θνητων οσσα γε δηλα γεγαασιν εσπετα πηγήν. ταυτ ' ισθί
θεα παρα μυθον ακουσας Αλλα τορώς Εν δε μερα κρατεεσι περίπλομενοίο κυκλοίο Χα,
φθιγει ας αλληλα και αυξεται εν μέρει αισης Αυτα γαρ εστι ταυτα οι αλληλων δε
θεοντα Γιγοντα ανθρωποιτε και αλλων εθνέα θνητων: Αλλοτε μεν φιλοτητα
συνερχομεν ασ ενα κοσμου Qual dipintor nell'arte sua perito Sa' i quadri variar,
che la pietate Del tempio alle colonne, appende in dono A santi numi. Egli con
man piglian do Ora più, ora men di questo, è quello Colore, insiem con '
armonia li vmischia, E poi con essi va pingendo immagini Che son del tutto
simili agli oggetti: Uomini, donne, fiere, uccelli, e piante;. Ed i pesci, che
son đ 0 pur gli Dii di secoli lunghissimi Chiari per glinni, e per gli onor
prestanti; Cosi la mente certo non s'inganna Dº ogni nato mortal qualora dice
Esserne fonte sol quegli elementi. Tu.ciò, che ho detto, tieni pur per fermo.
Di tutto il nascer sai, fuorchè di Dio, Sul quale il mio parlar non è diretto.
acqua nutriti Or l'amicizia, ed or la lite impera Del cerchio intorno
rivolgendo i passi, E luña e l'altra, come vuole il fatoo Manca a vicenda, ed a
vicenda sorge. Sempre le stesse son, sempre alternando Αλλοτε δ ' αυ διχ'
εκάστα φορεμενα νικεος εχθα Εισοκεν αν συμφωντα το παν υπεγερθα γενηται. Ουτως
η μεν εν εκ πλεονων μεμαθηκε φνεσθαι Η δε πάλιν διαφωντος ενος πλεον εκτελεθεσι.
Τη μεν γίνονται και και σφισιν εμπεδος αιων Η δε τα διαλλάσσοντα διαμπερές δαμα
λογια Ταυτη αιεν εασσιν ακινητα κατα κυκλος Σ Τεσσαρα των παντων ριζωματα
πρωτον ακα! Πυρ και υδωρ και γαιαν η αιθερος απλετον υψος Εκ γαρ των οσατ' ην
οσατ ' εσσεται οσσα τ ' εσσι(11 Αυταρ επε μεγα νεικος ενι μελεεσσιν ετρέφθασε
Ες τίμαστ' ανορεσε τελιoμενοιο χρονοιο Ο σφιν αμοιβαιος πλατεος παρεληλατο ορκα
Si muovono. Deil' uom la razza nasce, Tant' altre razze di mortali han vita.
Talor per amicizia in ordin bello Tutto si unisce; ma talor per stizza Di lite
il tutto si separa, è stassi Sospeso in alto, finchè non s'unisca. Cosi l'uno
dal più nascer costuma. Così dall' un già nato il più rinasce. Entrambi han
vita, ma la lor durata Non è mai stabil. Perchè l'uno, e l' altro Alterna, e
l'alternar non ha mai fine Sopra d'un cerchio eternamente gira. Quattro,
figliuol d'Anchito, in prima ascolta Son radici di tutto: il fuoco, e l'acqua,
La terra, e l ' aer d'un immensa altezza; Perchè da questi sol viene, e deriva
Ciò, che fu ', ciò, che è, ciò, che sard. Dopo, che lite, la gran lite ascosa
Era stata ne' membri, il tempo scorso, Agli onori salt. Perchè l'impero
Alternar si dovea, com'era scritto Con solenne, ed eterno giuramento. 256 Αρτια
μεν γαρ αυτα εαυτων παντα μερέσσιν Ηλεκτωρτε Χθωντε και κρανος ηδε θαλασσα Οσσα
Φιν εν θνητοίσιν αποπλ.αχθεκτα πεφυκέν. Ως δ ' αυτως οσα κρασιν' επαρκεα μαλλον
εασσιν Αλληλοις εστερνται ομοιωθεντ' αφροδιτη. Εχθρα πλειστον επ', αλληλων
διεχεσι μαλιστα Γεννητε κρασατε και αδεσιν εκμακτρισι Παντη συγγίγεσθαι αηθεα
και μαλα λυγρα Νακεσ γεννηθεντα οτι σφισι γεννας οργα,. Αλλο δε τοι ερεω •
φυσις αδενος εστιν απαντων Θνητων εδε τις ολομενα θανατοιο τελευτη Αλλα μογον
μιξις τε διαλλαξις τε μιγεντων Εστι. φυσις δε βρoτοις ονομαζεται ανθρωποισι Οι
δ ' οτε δε κατα φωτα μιγεν φως αιθερι κυρα Η κατα θηρων αγροτέρων γενος και
κατα θαμνων Ηε κατα οιωνων τοτε μεν τα δε φασι γενεσθαι Tutto è perfetto,
perchè tutto ha pari Íl numer delle parti, che il compone. Tal è la terra, il sole,
il cielo, il mare e tutto quel, che tra mortali errando Miste ha le parti
giusta sua natura. Ciò, che ridonda poi al lor miscuglio Da Venere s ' unisce
al suo simile, Giacchè le cose simiglianti forte S'aman tra lor. Na spesso le
divide L'inimicizia. Nascon quindi mostri Strani assai per la stirpe., e per la
tempra, E per le forme, ch' hanno in loro impresse; Perchè la lite li produce
allora Ch' appetiscon le cose il generare. Un altra cosa a dichiararti io
prendo: Nulla ha natura, nè mortale ha morte, Che danno arrechi. Perch' è sol
miscuglio, E delle cose miste è scioglimento Ciò, che natura gli uomini
chiamaro. Quando a caso nell'aria s'imbatte Il miscuglio, che fa dell' uom la
razza, O quella degli uccelli, o delle piante, Ευτε ο αποκριθωσι τα δ ' αυ
δυσδαιμονα ποτμαν Ειναι καλεσιν Βιβλ. β. Νυν δ ' αγε πως ανδρωντε πολυκλαυτωντε
γυναικων Εννυχιες ορπηκας ανήγαγε κρίνομενον πυρ Των δε κλυθ'.8 γαρ μυθος
αποσκοπος εδ' αδας μων Ουλοφυες μεν πρωτα τυποι χθονος εξανατελλον Αμφοτερων
υδατοστε και αδεος αι σαν εχοντες τετ' ανέπεμπε θελον προς ομοίον ευεσθα Ουτε
τυπω μελεων ερατον δεμας εμφαινοντες Ουτ’ ενοπην ετ ' αυ επιχωριον ανδρασι,
ηουν Πυρ μεν Πολλα μεν αμφιπροσωπα και αμφιστερνα φυέσθαι Βεγενη ανδροπρωρα τα
δ ' εμπαλιν εξανατέλλας Ανδροφυη βεκρανα μεμιγμεγα τη μεν υπ ανδρων Τη
γυναικοφυη σκιεροις ήσκημενα γυιοις O de' bruti selvaggi, allor si dice Che
nascon essi; e quando si discioglie Il miscuglio di lor, ch' han trista morte. Come
nel separarsi il fuoco trasse De' maschi i germi oscuri, e delle donne, Che
piungon molto, odimi, che 'l dire Rozzo non è, nè fuor sen va del segno.
Perfetti in prima dalla terra i tipi Spuntaron tutti. Ma siccome il fuoco Su
n'esulò il suo simil -bramando, Restaron quelli sol umide forme, e l'immago per
lor parti aventi. Però nel tipo de' lor membri ancora Non mostravan ľamabili
fattezze Del corpo, non ancor l'organ di voce, Nè la natia degli uomini favella.
L'acqua, Nascon de' mostri con due facce, o petti.. Bovi son questi con umano
volto, Comini quelli con bovina testa, D'opachi membri son forniti, e tutti e e
2 2 20 Η μεν πολλαι κορσαι αγαυχενες εβλαστησαν Οφθαλμοι δε επλασθησαν γαρ
πτωχοί μετωπων (18 Βραχιονες γυμνοι χωρίς μορφονται γε. ωμων. Τατον μεν βρoτεων
μελεων αριδαιαστον ογκον Αλλοτε μεν φιλοτητα συνερχομεν' ας εν απαντα Για το
σωμα λελογχε βια θαλέθοντος εν ακμή. Αλλοτε δ ' αυτε κακησι διατμηθοντ ’
εριδεσσιν Πλαζεται ανδιχο εκαστα περι ρηγμινι βιοιο. Ως αυτως θαμνοισι και
ιχθυσιν, υδρομελαθροις Θηρσιτ’ οραμελεεσσιν ιδε πτεροβασμισι κυμβας Σδε δ αναπνα παντα και εκπγ: πασι λιφαιμο !
Σαρμων συριγγες πυματον κατα σωμα τετανται Και σφιν επιστομίοις πυκνοις
τετρηντα αλοξι Ριγων εσχατα τερθρα διαμπερες. ωστε φαγον μεν Σ 221 L'han di
maschio, e di donna insiem confusi Sorsero teste senz' aver cervici. Privi di
fronte furon fatti gli occhi. Nude le braccia senza spalle fatte, I membri
umani giaccion tutti in massa Bella, e vistosa. Per anior talvolta S' uniscono
tra loro, e corpo a caso Nel fior si forma della verde etate. All'opposto talor
spiccansi i membri Per trista lite, e quà e là d' intorno Alla spiaggia di vita
erran divisi. Apvien ciò pure agli alberi, alle fiere Che montanine son, a
pesci ancora Abitator dell acqua, ed agli uccelli Che solcan l ' aria coll '
alate cimbe Ecco nel respirar come da tutti L' aer dentro si tira, é fuor si
manda, Delle vene i canali si propagano Agli estremi del corpo, e metton capo
Delle nari ne' solchi, in cui le punte Σ
Kευθαν αιθερι δ ευπορίαν διο οισι τετμησθαι Ενδεν επαθ οποτ.ν μεν επαίζη τερεν
αμα Αιθαρ παφλαζων καταϊσσεται οίδματι μαργω. Ευτε δ ' αναθρησκ 4 πμλιν εκπν: 1.
ωσπερ οταν πας Κλεψυδρας παιζοσα δι ευποτρος καλκoιο Ευτε μεν αυλα πορθμον επ'
ευκαδα χερι θισα Εις υ2τος βαπτητι τερεν δεις αργυφεοιο Ουδε γ' ες αγγος ετ’
ομβρος εσέρχεται αλλα μιν εργ ! Αερος όγκος εσωθι πεσων επί τρηματα πυκνα Σισοκ
α τ οστεγασι πυκνον ρέον. αυταρ επάτα Πνευματος ελλειποντος εσέρχεται αισιμων
υδωρ. Ως γ' αυτως οθ' υδωρ μεν εχω κατα βενθεα καλκα Πορθμα χωσθέντος βρoτεί »
χροι ηδε πορο! ο Αιθήρ δ' εκτος εσω λελιημενος ομβρον ερυκα Αμφι πυλας ισθμοιο
δυσηχεος ακρα κρατύνων Εισοκε χέρι μεθ, τοτε δ' αυ παλιν εμπαλιν και πριν
Πνεύματος εμπίπτοντος υπεκθι αισιμον υδωρ - Ως δ' αυτως τερέν αιμα
κλαδισσομενον δια γυιων Οπποτέ μεν παλινoρσον επαιν5 μυχονδε Θατερον ευθυ, ρεμα
κατερχεται οι ματι θυον Ευτε δ' αναθρων Α4 παλίν ειπν.4 ισον οπισσα Hanno
sturate, Ma di sangue in parte Sono que tubi, e non del tutto pienii. Però
calando giù s'occulta il sangue, E lascia all ' aer libera ed apertit
Dell'entrata lu vir per le bouciucce. Avvien cosi, che quando il sangue molle
In gil si lancii nell'interno, tosto L'aria, che ferve, con sue vacue bolle
Entra con furia. E quando poi balzando Ritorna il sangue, torna fuor di nuovo
Uscendo l'aria. Guarda quà donzella Intenta a trastullare colla clessidra Di
facil bronzo, ch'al martello regge. Empier d'acqua la vuol: perciò ne tura
Colla sua bella man prima la bocca Dell'orifizio, e quindi per la base Di
spessi forellin tutta bucata L'immerge in mezzo della limpid' acqua. in questa
intanto dentro non penétra Perché l'aria racchiusa nella clessidra Sovrastando
a' forami con la molla L ' acqua preme, sospinge, ed allontana. Che se appena
riapre la donzella Il già chiuso orifizio, di repente Ως δ ' οτε τις προοδον
νοεων ωπλίσσάτο λυχνον Χειμεριην δια νυκτα πυρος σέλας αιθομελοιο L'aria sen
fugge; e come questa manca L'acqua fatale, che presiede all' ore, Ch'entrar
pria non potea, entra nel vaso. La clessidra è già piena: or la donzella In
altra guisa guarda là, che gioca. Ella con man turandone la bocca Dalla base
forata vuol che cada L' acqua fatale, di cui quella è zeppa. Ma cupido d '
entrar laer di fuori Quasi forte confin l ' acqua ritiene Intorno á forellini
gorgogliante. Se quella poi leva la mano, allora All'opposto di pria laer di
sopra Cadendo all ' acqua ý giù la manda, è questa Per gli forami della base
gronda. Tal è del sangue, che colante scorre Per le membra. Se presto si ritira
Affollandosi in dentro, allor di colpo Schiumosa l' aria con vigor rientra. Poi
quel ratto s' avanza, e questa fuori Esce coil passo egual retrocedendo. Come
d'inwerno per l'oscura notte Chi prende a viaggiar prima prepara Αγας παντοίων
ανεμων λαμπτηρας αμοργός Οιτ ' ανεμων μεν πνευμα διασκιανασι αεντων Φως δ ' εξω
διαθρωσκον οσον ταγαωτερον ηεν Λαμπεσκεν κατα βηλον αταρεσι ακτινεσσιν. Ως δε
τον εν μηνιγξιν εεργμενον ωγυγίον πυρ Λεπτησιν οθονησιν εχευατο κακλοπα κερης
Αι δ ' υδατος μεν βενθος απεστεγον αμφινααντος Πυρ δ ' εξω διαθρωσκον οσον
τανάωτερον Μεν U Βιβλ. και Ου τοσε τι θεος εστιν και τοτε και τοδε Ουκ έστιν
πελασθαι εν οφθαλμοίσιν εφικτος Ημετέροις η χέρσι λαβαν υπερτε μέγιστη Πειθες
ανθρώποισιν αμαξιτος ας φρεγα πιπτα. Ου μεν γαρ βροτεη κεφαλη κατα γυια κεκασθα
Οι μεν απαι γωτων γε δυο κλαδοι ασσεσιν Lampade,.e lume di un ardente fiamma, E
poi li mette dentro una lanterna, Che da venti difenda la fiammella; Perchè di
questi come van spirando Disperge il soffio. Ma di fuor si lancia La luce,
intanto, e quanto più si estende, Tanto illumina più presso la struda Corai di
notte vincitor non vinti; Cosi il naturale antico fuoco, Che la pupilla
circolure irradia, Stassi dell' occhio in le membrane chiuso Sottili al par di
vel, che dall ' umore, Il quale in copia dall' intorno scorre Tutto il difendon.
Ma di là movendo Quanto più lungi puà fuori sį spande. Nè questo, o quello, nè
quell' altro è Dio, A noi cogli occhi non è mai concesso Di poterlo veder, nè
colle mani Di poterlo trattar: che della mente Esser suole la via grande, e
comune, Per cui persuasion entra nell' uomo. Οι ποσες και θοα γουνα παι μηδεα
λαχνηεντα Αλλα Φρην ιερη και αθεσφατος επλετο μενον, Φροντισι κοσμον άπαντα
καταϊσσεσα θοησιν ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ. Ει δ ' αγε νυν λεξω πρωθ ηλιον αρχην Εξ ων δη
εγενοντο τα νυν εσoρωμεγα παντα Ταράτε και ποντος πολυκυμων ηδ' υγρος αηρ Τιταν
η δ αθηρ σφιγγων περί κυκλoν απαντα Iddio non è di mortal capo ornato, Che su
membri s'estolle. A lui sul dorso Non spiegansi i due rami. Egli non have
Ginocchia, che al cammin ci fan veloci. Egli piedi non ha, nè quelle parti Che
vergogna, e lanugine ricopre. E mente sol, è sacra mente Iddio, Ch'esprimer non
si può da nostra lingua: In un istante tutta la natura Col veloce pensier
ricerca, e scorre. DELLA NATURA. V B R SI Che non si sa a quale de tre Libri
appartengono. Dirotti in prima co' mięi versi d' onde Ebbe origine il Sole, e
d'onde ogn'altro Che noi veggiam; l ' ondoso mar, la terra L'aria, che nel suo
sen chiude, e raccoglie Ogni umido vapor, la luce, e letere Che tutto cinge, e
tutto intorno avvolge. 23ο Πως και δενδρεα μακρα και ειναλιοί καμασκνες Ειπερ,
απαρονα γης τε βαθη και δαψιλος αθηρ Ως δια πολλων δη γλωσσης ρηθεντα ματαιως
Εκκέχυται στοματων ολιγον τε παντος ιδόντων Ουδε τι τα παντος κεγεον πελα ουδε
περισσον Ως γλυκυ μεν γλυκυ μαρπτε πικρον δ ' επι πικρον Ορέσες οξυ ο επ ' οξυ
εβη θερμον δ εποχευετο θερμος Γνους οτι παντων « σιν απορροια οσσ ' εγένοντο
Kευθεα θηριων μελεων μυκτηρσιν ερευνων Ούτω γαρ συνεχυρσε θεων τοτε πολλακι δ '
αλλος In qual maniera furon pria formati E gli arbor alti, ed į marini pesci.
Per la lingua di molti invan discorre La terra, e l ' Eter non dver con fine
Quella nelle radici e questo in alto. Ciò la bocca di color si sparge per Che
nulla, o poco sanno, e guardan lungi Colla veduta corta d'una spanna » Vacuo
non c'è, e nulla pur ridonda; U Dolce a dolce s' unisce, ed all' amaro Corre
l'amaro, e l'aspro all aspro vanne, E verso il caldo si conduce il caldo. Ogni
corpo, ch ' esiste, il dei sapere, Vibra lungi da se parti vaganti, Fiutando
indaga le ferine tane, Tale in quel punto s’intoppò correndo Ma in altra guisa
per lo più s' avviene οπη συγεκυρσεν απαντα Η δ ' αυ φλοξ ιλααρα μινυνθαδικαις
τυχε γαιης Κυπρίοδος εν παλαμης πλασέως τοιηστε τυχοντα Τη δε μεν ιοτητι τυχης
πεφρονήκεν απαντα Και καθ' οσον μεν αρμοτατα συγκυρσε πεσοντα Αλλα οπως αν τυχη
ΓIαντα γαρ εξακης πελειζετο γυια θεσιο (38) Και δα παρ’ ο δη καλαν έστιν
ακουσαι Ενθ' ουτ' ηελιοιο διειδετο ωκεα γυια Αρμογιης πυκίγως κρυφα εστηρικτα
Σφαιρος κυκλοτερης μοί1 περίγ 19 εκων Dove ogni cosa s' imbatte i Fiamma lunare
s' incont Insiem con Terra, che Nelle man di Ciprigna cost Col parer di fortuna
al tutto intese In quanto a caso s'accordar tra loro Nell'incontrarsi Ma come
sorte volle Tutte di mano in man le membra scosse Furon del Dio Ciò, che è
bello convien, che si ripeta Le pronte membra non vedeano il Sole Salde in
occulto d' armonia fur fatte In tonda sfera stretto quasi il tuttó Αυξα δε χθων
μεν σφετέρος γενος αθερα δ ', αι: θηρ Κατα το μαζων εμιγνυτο δαιμονι δαμων Αιθηρ
μακρησι κατα χθονα δυετο ριζας Οινος απο φλοιου πελεται σαπεν εν ξυλω υδωρ (46)
Αλλα διεσπασθαι μελεως φυσις ή μεν εν ανδρος Η γ ' εν γυναικος Μηνος εν ογδοατα
δεκάτη που επλετο λευκον Ως δ ' οτ’ οπος γαλα λευκών εγομφώσει και εδησεν. Ουτω
δε ωοτοκει μικρα δενδρα πρωτον ελαιας Νυκτα δε γαια τιθησιν υφισταμενη φαεισσι
Lieto dell'unità solingo gode: Aria ad aria s ' aggiunge, e terra a terra; Il
minore al maggior spirto s' unisce: Della terra le barbe aer penetra; L'acqua
scomposta sotto la corteccia Vino diventa, Della prole le membra stan dis ise
Parte nel maschio, e parte nella femina, Al giorno dieci dell' ottaro mese
Nelle poppe si forma il bianco latte. Come gaglio rappiglia il bianco latte,
Cosi da prima partoriscon l'uovo Gli arbor non alti della verde uliva Luce
impedendo fa la terra notte Ήλιος οξυβελης ηδε ιλαϊρα σεληνη απέσκεδασε.αυγας
Ες γαμαν καθυπερθεν απεσκιφωσε δε γαιης Τοσσον οσοντ ’ ευρος γλαυκωσιδος επλετο
μηνης Гщи ру тар уцау апожариву детi Uдор Ηερι δε ηερα διον ατάρ πυρι πυρ
αιδηλον Στοργην δε,στοργη κακος δε τε νεικεί λυγρω Παντα γαρ ισθι φρονησιν εχαν
και σωματος αισαν Λιματος εν πελαγεσι τετραμμενα αντιθρωντος Τη τε νοημα
μαλιστα κικλεσκεται ανθρωποισιν Αιμα γαρ ανθρωπους περι καρδιον εστι νοημα Προς παρεον γαρ μητες αεξεται ανθρωποισι οθεν
σφισιν ας Και το φρογαν αλλοια παριστατα Dolce è la Luna, e durdeggiante il
Sole. Disperge i raggi sulla Terra, e sopra Tant è la luce, che le fura, quanto
Il disco è largo della glauca Luna. Terra veggiam con terra, acqua con acqua,
Aer divin con aere, e lucente Fuoco con fuoco, e con amore ' amore, E veggian
lite con dannosa lite. Uomini, bruti e piante ben lo sai Han tutii mente, e
parte di ragione, Stassi la mente dove più ridonda II sangue, che su giù sempre
si muove, Perchè dal sangue, che circonda il core Il pensiero nell' uom sua
forza prende; Il pensare dell' uom cresce e al presente Però il pensare sempre
a lui diverse Mostra le cose. 238 Ενδ ' εχυθη καθαροισι τα δε τελετουσι
γυναικες Ψυχεος αντιασαντα Νηπιοι και γαρ σφιν δολιχοφρονες ασι μεριμνα Οι δε
γενεσθαι παρος εκ εον ελπιζασιν Ητοι καταθνησκαν τε και εξολλυσθαι απαντη Αλλα
κακοίς μεν καρτα πελ4 κρατ€8 σιν απιστών, Ως δε παρ' η ιετερης κελεται
πιστωματα μεσης Γναθη διατμεζεντα ενι σπλαγχνοισι λογοιο Ταυτα τριχες και φυλλα
και οιωνων πτερα πυκνα Και λεπίδες γιγνονται επί στιβαροισι μελεσσιν αυταρ
ελικος οξυβελας νωτοισι δ ' ακανθι επιπεφρικασι Της δαφνης των φυλλων απο
παμπαν εχεσθαι Col solito calor si forma il maschio Ma se l'utero poi
s'affredda a caso La famina ne vien. Stolti non lungi col pensier veggendo
Prendon lusinga di poter esistere Ciò, che innanzi non fu, o quel, ch'esiste
Potersi in tutto struggere, e perire. Il malvagio non crede, e non cedendo Alla
forza del ver, trionfo meni, Ma cosi detta, e vuole, che tu creda La nostra
musa. Tu dentro l'interno I detti scissi, ne penétra il senso. Della stessa
natura sono i peli, Degli arbori le frondi, e degli uugelli Le fulte piume, o pur
le squame sparse De' pesci sopra la ben soda carne. Ed il riccio marin, a cui
le spine Acute gli si arricciano sul dorso, Dalle foglie d' allor la man
ritieni Τετο μεν εν κογχασι θαλασσονομοις βαρυνωτοις Και μην κηρυκαντε
λιθορρινων χελυωντε Ενθ οψε χθονα χρωτος υπερτατα ναιεταεσαν Βυσσω δε γλαυκης
κροκο καταμισγεται Φυλος αμουσον άγουσα πολυστερεων καμασκηνων κορυφας ετεράς
ετεραισι προσαπτων Μυθων μητε λεγαν ατραπον μιαν Νυκτος ερκμαιης αλαωπιδος
Αλφιτον υδατι κολλησας θαλλαν Καρπων αφθονιισι κατ ηερα παντ εγιαυτον. Ουδε τις
ην κανοισιν Αρης θεος, ουδε Κυδοιμος Ουδε Ζευς Βασιλευς, ονδε Κρονος, ουδε
Ποσειδων Αλλα Κπρις Βασιλαα. Del mar le conche di pesante dorso, il murice
riguarda, e le testuggini che son coperte di petrose scaglie. Bene in questi
aninai veder tu puoi come del corpo sta la terrợ in cima. Si mischia al bisso
il fior del croco azzurro. La goffa turba de' fecondi pesci Guidando Somma a
sonima giungendo del discorso Per diversi sentier prender cammino Della solinga
tenebrosa notte Coll acqua unendo la farina d'orzo. Germoglian ricchi di lor
frutta in tutte Le stagioni dell'anno in mezzo all' aria. Marte non han qual
Nume, nè Minerva Del tumulto guerriero eccitatrice: A Nettuno, a Saturno, Giove
il rege hh Την οιν' ευσεβεεσσιν αγαλμασιν ιλασκονται Γραπτοις δε ζωοισι,
μυροισι τε δαδαλεοδμοις, Σμυρνης τ' ακρητου θυσιαις λιβανου τε θυωσους Ξουθων
τε σπονδας μελιτων ριπτοντες ες ουδας Στανωποι μεν γαρ παλαμαι κατα για
κέχυνται Πολλα δε σαλεμπη α τατ ’ αμβλυνεσι μεριμνας Παυρον δε ζωησι βια μερος
αθροισαντος Ωκυμοροι καπνοίo δικην αρθεντες απεπταν. Αυτο μονον πασθεντες οτω
προσεκυρσεν εκαστος Παντος ελαυνομενοι και το δε ολον ευχεται ευρειν Ουτως ατ’
επιδερκτα τα δ' ανδρασιν ετ ' επακιστα Ουτε νοω περιληπτα ή και συ 80 επα ωο
" ελιασθης Πευσεαι.ε πλεον γε βροτάη μητις ορωρε Negano omaggio; e prestan
solo il culto A Venere Regina, che sdegnata Placan con santi simulacri, e pinti
Animali, e con mille odor, che l'arte Ingegnosa travaglia, o co' profumi Di
pura mirra, e d'incenso spirante Soave odore, e fanle sagrifizio Sopra la terra
il biondo miel spargendo. In parte angusta delle membra è sparsa La nostra
mente. Abbonda pur la cispa Ch' ottenebra il pensier, e ne' viventi Poch'è la
porzioni di vital forza, Che qual fumo sen fugge, allorchè morte Di repente ei
fura. E quindi ognuno, D' ogni parte sospinto, sol di quello, Cui per sorte s'
avvien, resta sicuro. Altero intanto di trovar presume Tutto, e saper ciò, che
non puossi ancora Nè veder, nè sentir, nè colla mente Comprendere dall ' uom.
Giacchè vagando in guisa tal ti scosti Prendi consiglio da ragion; che l'uomo
hh 2 Αλλα θεοι των μεν μανιην αποτρεψατε γλωσσης Εκ δ ' οσιων στοματων, καθαρην
οχετευσατε πηγην Και σε πολυμνηστη λευκο λενε παρθενε μεσα Αντομαι ων θεμις
εστιν εφημερoισιν ακ84ν Πεμπε παρ' ευσεβιης ελασσ' ευημιoν αρμα Μηδε σεγ
ευδοξοιο βιησεται ανθεα τιμης Προς θνατων αγελεσθαι εφ ω ' οσιη πλεον απον
Θαρσα και τοτε δη σοφιης επ ακροισι θοαζη Αλλα γαρ αθρεα πας παλαμη πη δηλον
εκαστον Μητε τιν οψιν εχων πιστει πλεον η κατ’ ακτην Η ακοην εριδαπών υπερ
τρανωματα γλωσσης Μητε τι των αλλων οποση πορος εστι νοησαι Γυιων πιστην ερυκε
γορα θ ' η δηλον εκαστον Col suo saper più oltre non s'inalza. Dalla lor lingua,
santi numi, tale Furor cacciate, e dalle vostre bocche La purissima vena in lor
sgorgate. Te Verginella bianchibraccia musa, Cui più corteggian disiosi amanti,
Te prego attente a porgermi l'orecchie A fin di quello udir, che lice all '
uomo, E come te non pungerà la gloria Fiori a coglier d'onor presso i mortali,
Perciò più cose ti potrò svelare. Ma agitando i destrier docili al freno Porta
da Religion lontano il carro. Prendi fidanzı: andrai ratta a sedere Di sapienza
allor sull’ alta cima. Colla ragion contempla il tutto, e vedi Ciascuna cosa
chiarų si, che certa Ti si dimostri. Ne maggior la fede Presta al senso di
vista, che all' udito; Nè all'orecchio, che raccoglie i suoni Credi più della
lingua, che discopre Le cose. Nè all'una più, ch' all'altra Credi di quelle vie,
per cui ci viene Πεση Φαρμακα και οσσα γεγασι κακών και γηραος αλκας ετα μενω
σοι εγω κρανεω ταδε παντα. Παυσις δ ' ακαματων ανεμων μενος οιτ' επι γαιαν
Ορνόμενοι πνοιαισι καταφθινυθουσιν αρουραν Και παλιν ην και εθελησθα παλιντονα
πνευματ' επαξές Θησεις δ ' εξ ομβροια κελαινα καιριον αυχμον Ανθρωποις θησας δε
εξ αυχι8οίο θεραου Ρευματα δενδρεοθρεπτα τα δ' εν θερι αησαντα Αξας δ ' εξ
αΐδαο καταφθίμενου μενος ανδρος La notizia de' corpi, ed il pensare. De' sensi
in somma poni giù la fede: Ti sia guida ragion, onde discerna In ogni cosa
chiaramente il vero. Quanti i rimedi fugator de' morbi, Come vecchiezza si
conforti, udrai. Che tutto a te io solamente suelo, De' venti infaticabili
frenare L'ira saprai; che con furor piombando Sopra la terra, col soffiare, i
campi Guastano tutti; o pur se n'hai piacere Concitar li potrai, se son
tranquilli. Saprai d'inverno tra procelle scure Produr di state il lucido
sereno, O pur nel fitto della secca state Produr le piogge, che nutriscon gli
alberi, E del caldo l'ardor tempran movendo Aure soavi. Giungerà tua forza Sin
dall'inferno a richiamar gli estinti ΠΕΡΙ ΚΑΘΑΡΜΩΝ. Ω Φιλοι οι μεγα αστυ κατα
ζανθου Ακραγαντος Ναιετ ακρην πολεως αγαθων μεληδεμονες εργων χαιρετ. εγω δ
υμιν θεος αμβροτος ουκ ετι θνητος ΓΙωλευμα μετα πασι τετιμένος ωσπερ εοικε
Ταινίας τε περιστεπτος στεφεσιν τε θαλαιης Τοισιν αμ’ ευτ ’ αν ικωμα ες αστεα
τηλεθοωντα Ανδρασι ηδε γυναιξι σεβιζομαι. οι δ ' αμ' εποντα Μυριοί εξερεοντες
σπη προς κερδος αναρπος Οι μεν μαντοσυνεών κεχρημενοι οι δε τι νουσων Παντοίων
επυθοντο κλύειν ευηκέα βαξιν Αλλα τι τοις δ ' επικειμ' ωσει μέγα χρημα τι πραση
σών Ει θνητων περιειμι πολυφθορεων ανθρωπων DELLE PURGAZIONI. Salvete, o miei
diletti, abitatori Dell' alta rocca, e della gran cittate, Che del biondo
Acragante bagnan l’acque. Salvete, o cari, cui virtute è cura. Immortale sori
Dio, nè qual mortale Sto più tra voi, d'onor, siccom'è giusto, Pieno fra tutti.
Allorchè cinto il capo Di larghe bende, e di festanti serti Io porto il piè
sulle città fiorenti, Corrono, e maschi, e donne a darmi culto. E mille, e
mille, che là van col passo Dove dritto il sentier li mena al lucro, Ali
s'affollan d'intorno nel cammino: E mi seguono ancor quelli, che intenti Stansi
a svelar dell'avvenir gli arcani, Ed altri, che saper bramano l'arte Sagace di
guarir qualunque morbo. Ma perchè mi dilungo tali cose Nel riferire, quasichè
d'eccelse Gesta pur si trattasse, se vincendo Ogni mortal, sopra di lor
m’inalzo? Σ Εστι δε αναγκης χρημα θεων ψηφισμα παλαιον Ευτε τις αμπλακιησι φονω
φιλα γυια μιανη Δαιμονες οιτε μακραιωνος λελογχασι βιοιο Τρις μιν μυριας ωρας
απο μακαρων αλαλησθαι Την και εγω νυν αμι φυγας θεοθεν και αλήτις Νακεί
μαινομεγω πισυνoς Αιθεριων μεν γαρ σφε μενος ποντον δε διωκεα Ποντος δ ' ες
χθονος ουδας ανεπτυσε γαιαδες αυ γας Ηελία ακαμαντος οδ ' αιθερος εμβαλε δινας
Αλλος δ ' εξ αλλε δεχεται στυγερσι δε παντες (8ο αγα λοιμωγατε και σκοτος
ηλεσκέσις be E ' volere del fato, è degli Dei Decreto antico, che s'alcun
peccando Di quegli spirti, che sortiron vita Lunghissima, lordò le proprie mini
Quasi di sangue, sia costui cacciato Lungi dall' alte sedi, in cui beata Vivon,
vita gli Dei, e vada errante In репа del fallir tapino in terra, Finché ritorni
primavera ai campi Tre volte dieci mila; ed un di questi Io son, ch' ora dal
Ciel men vo lontano Vagando quà, e là esul ramigo, Solo in poter di furibonda
lite. } L'aria gli spirti, che falliro, caccia In mar con forza, il mar li
getta in terra, La terra li rigetta su lanciando Del sole infaticabile ne'
raggi, D ' aria nel turbo il sole infin gli scaglia. L'un dopo l'altro van cosi
girando, E tutti traggan pien di duolo i giorni. Van per gli prati, e per lo
scuro erranti ii 2 252 Ενθα φόνoστε κοτοστε και αλλων εθνεα κηρων Κλαυσα τε και
κοκυσα ιδων ασυγηθεα χωρον Ω πoπoι η δειλον θνητων γενος ω δυσανολβον Οιων εξ
εριδων εκ τε στoναγων εγεγεσθε. Εξ οιης τιμης και οι μηκεος ολβα Εκ μεν γαρ
ζωων ετιθεα νεκρα «δε' αμκβων Σαρκων αλλογνωτί περιστελλασα χιτωνε Και μεταμπεχασα
τας ψυχας Ηλυθομεν του ' νπ ' αντρον υποστεγον Ηδη γαρ ποτ' εγω γενομενην
κεροστε κορητε Θαμνοστ’ οιωνοστε και εν αλι ελλοπος ιχθυς. Εν θηρσι δε λεοντες
οραλεχεες χαμαιεύναι Γιγονται σαν ναι εγι δενδρεσιν ηύκομοισιν. Ivi la stragge,
e l'ira, ivi tant' altri Mali hanno sede. Insolito abitar vedendo piansi. Ah!
La razza mortal quant' è meschina ! Quanto infelice ! Quali affanni, e liti
Siete nati a soffrir! Da quale onor son misero caduto, Da qual grandezza di
felicitate, Da vita a morte son, forma mutando L'alme involgendo, e quasi
ricoprendo Della straniera veste delle carni. inIn quest'antro coperto al fin
siam giunti. Fanciullo io fui un di, donzella, uccello, Albero, e senza voce in
mar fui pesce, Qual sopra ogn'animal s'alza il Leone Giacente in terra,
abitator de monti 254 Εν9 ' ησαν χθονιητε και Ηλιοπη ταναίτις Δηρίς θ '
αιματοεσσα και αρμονίη ιμερωπις Καλλιστω τ’ αισχρητε θοωσατε Δαναητε Νημερτης
τεροεσσα. μελαγκαρπος Ασαφια Ξεινων αιδοιοι λίμενες κακοτητος απαροι φιλοι οιδα
μεν εν οτ ' αληθαη παρα μυθους, Oυς εγω εξερεω, μαλα δ' αργαλειτε τετυκται
Ανδρωση και δυσζηλος επι φρενα πιστέος ορμη (93) Ουκ αν ανηρ τοιαυτα σοφος
Φρεσι μαιτεύσατο Ως όφρα μεν τε βιωσι το δε βιοτον καλεσιν Τοφρα μεν εν εστι
και σφι παρα δειγα και εσθλα Πριν δε παγασαι βροτοι λυθεντες τ ’ εδεν αρ' εισιν(94
Αλλα το μεν παντων νομημον δια τ’ ευρυμέδοντος Tal su gli arbor fronduti il
lauro eccelle. Chtonia gº era là con Eliope Di larghi occhi, e la cruenta Deri
Con armonia, piena d'amor, nel volto. Vera del par Thoòsa, e Deinèa E la turpe
Callisto, e insiem l'amabile Nemerte, ed Asafia, che il tutto oscura O
Gergentini di mal fürè ignari Degno porto d'onor degli stranieri. Io, mici cari,
so ben ', che nel mio dire Stassi la verità dentro nascosa, Ala della fe la
forza l'uom travaglia E pena, e dispiacer gli reca in mente. Saggio non v'è,
che possa con sua mente Pensar, che l'uomo mentre vive questa, Che chiaman vita,
esista solo, e colga E beni, e mali; si che l'uomo nulla Sia prima il
nascimento, e dopo morte. Ma questa legge pubblicata a tutti Αιθερος ηνεκεός
τετατα δια τ ' απλέτε αυγης (95). Ου παυσεσθε Φονοιο δυσηχεος'; 8κ εσoρατε
Αλληλες δαπτόντες ακηδεμησι νοοιο;. Μορφήν δ ' αλλαξαντα πατηρ φιλον υιόν αερας
Σφαζα επευχομενος μεγα νηπιος και οι δε πορευντα Λισσομενοι θυοντες οδ '
ανηκοστος ομοκλεων Σφαξας εν μεγαροισι κακης αλεγυνατο δαχτα Ως δ ' αυτως
πατερ' υιος ελων και μητερα παιδες Θυμoν απορραισαγτα. φιλας κατα σαρκας εδεσι
Oιμοι οτ’ και προσθεν με διωλεσε νηλεές ημας Πριν σχετλι’ εργα περι χειλεσι
μητισασθα! Dell' aria si distende per l'immenso Splendore, e l'alta region dell
Etere Che per lunghezza, e per larghezza è vasto.? Ancor si sparge per le
vostre mani IL sangue gorgogliante degli animai? Ah non vedete colla mente
piena Di sprezzo, che sbranandovi, a vicenda Vi diorate? E che mutata forma Il
padre alzando il suo caro figliuolo Lo scanna, e pazzo grandi cose prega Tutti
color, che sacrifizj fanno, Sen van supplici orando; ma quest'altro Nell'atto
di scannar gridi mandando D' udirsi indegni, in segno di minaccia Malvagio in
casa desinar prepara. Cosi talora avvien, che danno morte Il figlio al padre,
ed alla madre i figli, E questa, e quel fucendo privi d'anima Le care in cibo
ne trangugian carni. Perchè crudele il di ah non mi spense Prima, ch'avessi
fatto il gran peccato D' appor tal cibo sopra le mie labbra ! kk 558 Ταυρων δ '
ακρίτοισι φονοις και δευετο βωμος Αλλα μυσος τετ ' εσκεν εν ανθρωποισι μεγιστον
Θυμoν απορρασαντας εεδμεναι ηϊα γυια. Τοι γαρ τοι χαλεπησιν αλυοντες καιστησιν
Ου ποτε δαλαιων αγιων λεωφησετε θυμον. Ολβιος ος θαων πραπιδων εκτησατο πλετον
Διαλος δω σκοτοεσσα θεων περι δοξα μεμπλε Εις δε τελος μαντάστε και να τοπολοι
και 1ητροι Και προμοι ανθρωποισιν επιχθονίοισι πίλονται Ενθεν αναβλαστασιν θεοι
τιμηση φεριστοι Αθανατους αλλοισιν ομεστιοι αυτοτραπεζοι Ανδρομεων αχεων
αποκληροι εοντες απειροι. Non macchiava l'altar sangue innocente De’ tori un di.
Ma sommo allor misfatto Dagli uomin si credea privar dell' anima Gli animai, e
divorarne i membri in cibo. Chi dalla colpa, che da se molesta, E ' tormentato,
non avrà nell' animo Mai requie al suo misero dolore. Felice è quegli, che
possiede i beni Della mente divina, ed infelice E' quel, che male degli Di
pensando Ne porta tenebrosa opinione. I vati infine, ed i cantor degl' inni I
medici, ed i forti capitani, Che de' terrestri uomini son guida Ivi rinascon Dü
d'onor prestanti. Nella stessa magion, a mensa stessa Stando cogli altri Dii,
d'ogni vicenda D'ogni umarło dolor futti già privi. kk 2 16ο Ην δε τις.ν
κανοισιν ανηρ περιωσια αθως Ος δη μηκιστον τραπιδων έκτησατο πλετον Παντοίων τε
μάλιστα σοφων επικράνος έργων Οπποτε γαρ πασησι ορεξατο πραπιδεσσι Ραγε των
οντων παντων λευσεσκεν εκαστα Και τε δεκ ' ανθρωπων και τ' ακoσιν αιωνεσσι
ΕΠΙΓΡΑΜΜΑΤΑ Περι Ακρωνος • Ακρον ιατρον Ακρων ακραγαντινον πατρος ακρου Κρυπτα
κρημνος ακρος πατριδος ακροτατης Τιγες δε το δευτερον στιχον ουτω προφέρονται
Ακροτατης κορυφής τυμβως ακρος κατεχα Tra quelli o'era l' uom sopra d'ogn '
altro Eccelso nel saper, che della mente L' altissimo tesor chiudea.nel seno.
Egli pieno d'amor tutti indagava De' sapienti i fatti, e le scoperte Dotte di
lor. E quando del suo spirto Ogni forza intendeva, ad una ad una Tutte
schierate le cose reali In dieci o venti secoli abbracciando Rapidamente col
pensier vedea. EPIGRAMMI INTORNO AD ACRONE. L'alto di gran saper medico Acrone,
Nato dun alto padre in G. Alta, rupe tien alta per sepolcro Della sua patria
posto in alta cima. Alcuni leggono così il secondo verso Alta tomba ritien
sull' alta cima аба. Περι Παυσαγικς Παυσαγι: ιητρον επωνυμον Αγχίτου υιον Φωτ’
Ασκλεπιαδης πατρις εθρεψε Γελα Ος πολλούς μογεροίσι μαρανομένους κεματοισι
Φωτας ατέστρεψαν Φερσεφονης αδυτων Δειλοί πανδειλοι κυαμας απο χειρος, εχεσθαι,
Ισον τοι κυαμες τρωγειν κεφαλασθα τοκων Ναν μα τον αμετερας σοφίας ευρoντα
τετρακτην Παγον αεγνας φυσεως ριζωμα τ' εχεσαν Di Pausania. Il medico che
nomasi Pausania E' d' Anchito figliuol', è discendente Degli Asclepiadi, ed ha
per patria Gela, Che lo nutri. Costui molti languenti I'er penosi malor dalle
segrete Di Persefone stanze a forza trasse. Versi d' incerto Autore attribuiti
da alcuni ad Empedocle. Scostate, o miseri, del tutto in felici Dalle fave la
mun: mangiar di queste Egli è privare i genitor del capo. Giuro per quel, che
nella nostra scuola Scoperse il qucttro, che racchiude il forte, E la radice
eterna di natura. ANNOTAZIONI ALLA RACCOLTA DE FRAMMENTI. Questo verso si trova
presso Laerz. in Emp. Egli dice ny de o lavraylas spwjeevas αυτε, ω δη και τα
περι φυσεως προσπεφωνηκεν Pausania è amato da G., e que sti gli intitola il suo
poema sulla natura E siccome questo verso forma la dedica; cosi si è collocato
il primo. La frase per quanto pare è Omerica come si può vedere Iliad. 11 V.
450 Iliad. 1: V. 451. (2 ) Presso Simplicio de Phys. aud. l. 8 p. 272 ediz.
d'Aldo. Perchè questi due ver si si suppongono dagli altri, che li seguono, si
son collocati prima. Per altro Plut. de exil. afferma che cosi cominciava la
filosofia d'Empedocle. (3 ) IL 2. 3 verso son rapportati da Laerz. che se 1. 8
in Emp. I primi tre da Sext. Emp. adv: Phys. 1. ģ, da Plut. de Pl. Ph. l. 1
cap. Tutti quattro poi da Stobeo Ecl. Phys. Questi si sono premessi per la
ragio ne ch'esprimono i quattro elementi, che sono base di tutta la filosofia di
G. Si conviene da tutti che sotto Giove è in: dicato il fuoco, e da Nesti
l'acqua, condo Vossio de Idol. 1. 2. cap. 7 e Fabricio nelle note à Sesto
Empirico deriva da yalay fluere. Vi è solo un disparere tra gli Scitiori per
gli due simboli. Giunone e Plutone. Pois chè secondo CICERONE (vedasi) de Nat.
Deor. Plut. l. 1. cap. 3. de Pl. Ph.
Macrob. Satur. l i cap. 15, da Giunone è espressa l'aria; ed al contrario
giusta Athen. Apol. 22. Achill.
Tazio in Arat. Laert. I. 8 in Emp. Stobeo Ecl. Phys. 1. i Heracl. Allegaz, Omeriche,p. 443., -sotto
il simbolo di Giunone è indicata la terra. E però per questi Plutone era la•
ria, e per quelli la terra. Aïd oyeus in luogo di aïdris Om. 11. 20 V. 61.
Esiod. Theog. v. 913. Hpn epoßios Omer. Hyinn. in matr. o. mnium '. Nella
traduzione si è formato GIOTATO 2 per tmesi.
col. Di questi versi il 7 e l'8 sono riferi ti da Laerz. in Emp. I. 8.
Stobeo Ecl. Phys Dal 10 sino al 15 si trovano presso · Arist. Natur. Auscult.
l. cap. 1. Il. 22 presso Ciem. Alex.
Strom. I. 5., ed il 21 e 22 presso Plut. Amat. Tutti poi eccetto il g e'l 10
sono rapportati da Simplicio de Phys. Aud. I. 1 p. 34 ediz. d'Aldo. Siccliè si
è supplito il 10 con Aristotile, e'l lo stesso Simplicio. Questi versi che sono
al numero di 36 fan parte del primo libro della natura. Poichè lo stesso
Simplicio dice chiaramente sy 7pUTW TO φυσικών.99 και nel primo libro delle
cose fisiche I versi 3, 4, 5 pajono d ' essere un'imitäzione d'Omero. II. 6.v..
Il 5 portá P&T Th, ma si è cangiato in.dpuntu come più confacente al senso.
Nel 6 in luo go di xdcepecei dinge si è posto 8T0T€ anges.co me Omero. Il. -10.
V. Nel z la paro la Qiaotati amicizia non significa in verità che ainore,
siccome fa Omero. Il. 6 v. 161 c in quasi tutta l'ariade che dice QLXOTNTO
felgympia rab. Dal 7 al 12 sembra di essere una semplice imitazione d' Esiodo
nella Theog. Poichè Empedocle mette in contrasto l'amore e lo dio come Esiodo
fa colla notte e'l giorno. Ne’ versi si trova la parola ' deau Trepes.
collocata nello stesso modo che suol fa re Opiero. Il. 10 v. 325 e 331. II. 12
v. 398. II. 19 v. 272. Odys. 4 V. 209. Odys. Odys. Odys. Il. Sicchè pare che
l'orecchio di G. è educato al suono de' versi Omerici, Nel verso aloy Euroly
alla maniera d'Omero. Il. Nel verso reipata pewIwon siccome 0. mero παρατα
τεχνης. 1 ’ αταλαντον co me Il. -- è da dirsi che intanto, l'amicizia sia di
lunghezza e larghezza eguale, in quanto i corpi possono risulta re da parti
eguali de quattro elementi. Al meno questa interpetrazione pare più confa cente
al suo sistema; se non si vuole abbracciare quella, che deriva dal
pittagoricismo, per cui il numero quattro era il più perfetto. TEINTWS per
attonito e Omerico. Il. cina poves's dovrebbe esser nominativo giusta la
Grammatica. Na si lasciato in accusativo; perchè gli attici alcuna, volta, coře
si vede presso Aristof. in avibus, sogliono usare l'accusativo in luogo del
nominativo. L'epye texti si trova spesso in Omero e in Esiodo: cosi Odys. Esiod.
Theog. -- è simile a quello dell' Iliad., e pile d'ogni altro ad Esiod. Theog. laratnaon
è d ' Omero. II. il Trepiadojevolo è parimente adattato al tempo e all'anno
presso Omero. Odys. ed Esiod. Opera. si osserva l'id atoange in fine del verso
come in Omero. Il. I versi si trovano presso Arist, Poet., e Ateneo. Tutti poi
sono rapportati da Simplicio de Phys. aud. 1. i' d' Aldo. Essi sono stati posti
nel primo libro del poema; perchè Simplicio li riferice come quelli che
precedeano altri, che da lui sono notati per versi del primo libro προ τετων
των επων. Nel verso è 11 si è scritto a Jey.TTW5 in luogo di queuent Ews come
si legge in Simplicio. si trova vtsupper feri ch'è d' Omero II. 9 V.
Nell'ultimo, si ha l espressione Jaunese idiogui ch'è comune presso Omero ed
Esiodo: cosi Il. Odys. De scụto Herc., ed in tanti altri lunghi dell'uno e
dell'altro poeta. Teocrito nell' Idyl.. non è difficile che imita G., dicendo
egli εθνεα μυρια φωτων α εinmiglianzα di quel che dice il nostro poeta,
Simplic. de. Phys. aud. Questi versi sono quegli stessi innanzi a'quali dice
Simplicio ch'erun collocati quelli della na: ta L'epiteto Truji Payowymi è omerico.
II. Orfeo nell'inno all' etere, chiama l ' etere dotepo@ eyzes I primi versi
sono presso Arist. de anima CITATO DA GRICE li i, e tutti presso Simp. de Phys.
aud. I. Aldo. Simplicio afferma che appartengano al primo libro di G. λεγει εν πρωτω. Ε come sono dello stesso
tenore della nota; cosi si sono situati vicino a quelli. Nel verso επικαιρος in
luogo di επίκρανος è d'Omero. II., e , e il xoayolai é ' Esiod. Theog. ’ oGTEL
deuxa è parimente d ' Esiod. Theog. v. e d'Omero. I primi due versi si trovano
presso Plut. de primo frigid., e il 7, 8, 9 presso Arist. de gen. et corrupt.
Tutti presso Simpl. de Phys aud. l. 1 p. 8, e nella pag. 34 sono pre ceduti da
due seguenti versi. 1 እእእ. αγε των δ * οαρων προτερων επί μαρτυρα δερκεί Ει τι
και εν προτερoισι λιποξυλον επλετο μορφη • 1 Di questi due versi non si sa che
voglia dire quel Altofurov legno pingue: Perchè pa-. re ch? Empedocle voglia
rapportarsi a' prece: denti colloquj dove forse v'era qualche for. ma
Altrotuloy. Si è cercato di sostituire Action Yugov, ma neppure s intende. Però
si sono trascurati nel testo questi due versi. Nel 3 verso si legge presso
Plut. Svopa EVTA xep ply a negyté, ch? è spiegato tenebroso, ed crribile. Ma
come non si sa ď' onde poss m m 274 sa derivare played soy si è sostituito
plyndor, che più si conviene all'acqua. Indi è che si è scritto VIOOEYTA,xoh
pigns.ovte. E' vero che il vero so diventa spondaico; ma gli epiteti dell' ac
qua sono più confacenti alla sua natura, e corrispondono più all'intendimento
d'Empedo cle, che in questi versi vuol dare i caratteri di ciascuno dei quattro
elementi, siccome at testa Simplicio de Phys. aud. - p. 7. Nel 4 προρε8σι
θελυμνα τη luogo di προθελυμνα. It' 9 vi 537. Il 5 verso è simile a quello d.
Omero. Il. 18 v. 511, ilil 7 al v. 70. Il. e al. v. d' Esiod. Theog., e l'8 al
v. Odys. 15. Nel 9, e 10 l ' epiteto de' pesci υδατοθρεμμονες, e quello degli
Dei δο. arxay wres sono tutti due propj d'Empedocle; giacchè non si leggono
presso altro poeta. Il Tlpenoi Ospirtoi pare che sia preso dal v. . Simplic. de
Phys. aud. 1. 1 p. 34. Egli li rapporta dopo quelli della nota e dice, che
Empedocle li soggiunge in esempio. Non v'è quindi dubbio, che debbono essere
collocati nel primo libro, e dopo di quelli. Vi 275 si trovano alcuni versi
ripetuti alla maniera Omerica, e nel g versa ľws YÜ XEV come nel v. Il. 11, e nel v. 11 della Theog. d' Esiod.
Nel 10 si e mutato l'acheta in fore, e nell' 11 vi si troνα μυθον ακεσας nel
miodo stesso d'Omero II. 7 v. 54. Odys. 2 z v: Simplic. de Phys. aud. l. 1.
Costui, dopo d' avere rapportato i versi delle note. 80ggiunge και ολιγον δε
προελθων αυθις Çnti. Però si son collocati dopo, e come ap partenenti al primo
libro. Il 7 di questi ver si è quello stesso, ch ' è stato inserito da 9 nes
versi della notą. Il 2 verso si trova presso Plut. net lib. de adulat. et amici
discrimine: il terzo presso Aristot. Metaph. 1. 3. cap. 4.- Tutti tre presso
Clem. Alex. Strom. I. 6. Il secondo verso, si rapporta d'alcuni ne: pos nilov
ufos, ma Empedocle nel 19 della nota (4) dice c7 NETOV, e per altro pare più
armonioso ed Omerico. Questi versi, come quel li, che indicano i quattro
clementi ', non si possono collocare che nel primo libro. m m Arist. Metaph. l.
3 cap. 4. Simplic. de Phys. ' aud. Plutaroo nel lib. de Reip. geć. praecept. vi
allude dicen da τιμας ονομαζω κατ' Εμπεδοκλεα. Questi ver si non possono
appartenere, che al primo li bro; perchè in esso dichiara Empedocle le due
forze amicizia e lite. Simp. 1. i de Phys. aud. p. 34. La parola aprice del
primo versa può significare pari di numero, perfetto, ed adatto. Si è tradotta
pari; perciocchè si è trovato che i corpi, di cui Empedocle enumera le parti de
gli elementi, da cui quelli son composti, non sono che di numero pari. Cosi
l'ossa di oi to parti nota, la carne di parti eguali de quattro elementi nota
et.. Arist. de Gen. et
Corrupt. e De Xenoph. Gorg., at Zenon. Plut. de Pl. Ph. l. 1 e adv. Golot. Si
sono collocati nel primo libro perchè Plutarco dice chiaramente de Pl. Ph. l. i
λεγα δε ετως και των πρώτων φυσικών και Anno de Tol spaced è modo turto ď Omero Il., Odys. 11 V.
453. Odys. 10 2: 7 V. ec. L'a.JavaTolo TEMBUTn è d' Esiod. in Scuto
Herc., ' e nell'ultimo verso Bpomois "QvIpomolol è maniera greca che
spesso si tra, va presso Omero ed Esiodo che dicono Bpotox ardpa. Il Duris nel
principio come opposto a 76 deutn pare che indicasse la nascita. Ma co me in
fine significa natura si è lasciato cob. la sua propia significazione di natura.
Plut. adv. Colot. Questi versi, come si vede dalla materia, sono una
continuazio ne di que' della nota antecedente. Si sospetta che questi versi
fossero sta ti alterati da qualche copista. Vi si osserva ows per uomo in
genere neutro, che suol esa sere presso i Greci di genere maschile. Simpl. de Phys. aud. 1, 2, pag. 85 Aldo. E
siccome queg!i dice « TOTO'S AS T8 Εμπεδοκλεας εν τω δευτερη των φυσικών προ
της ανδριων και γυναικιων σωμάτων διαρθρωσεως TAUTU TC ETn, Empedocle nel
secondo libro delle cose fisiche canta questi versi prima di parlare della
formazione e articolazione de' corpi de maschi e delle femine Non vi ha 278
quindi alcun dubbio, che questi versi fan par te del secondo libro, e che il
soggetto di que. sto libro si versa sulla nascita degli uomini, e de' corpi de'
maschi e delle femine. Però è, che tutti i versi che riguardano la formazio ne
degli uomini, e de' loro membri, e delle parti del corpo umano e loro funzioni
sono stati da noi posti nel secondo libro. Il verso è un'imitazione d'Omero nel
v. dell' Iliad. Quais secondo Simpli cio esprime la massa tutta, del seme, che
an cora' non indicava la forma de' membri. Aeliano de Nat. anim. Le forme
descritte in questi versi sono ricor date da tutti gli antichi scrittori come
singo lari. Cosi Arist. Nat. ausc. Esse non poterono durare, perchè non eran
tra loro convenienti. Di quando in quando ne na. sconto de' simili, e questi
sono i mostri.: Simpl. de coelo Arist.
de coel. De Gen. I. Isaac. Tzetze in Comm. ad Lycophr. Epi vax65 Simpl. de
coelo Simpl. de Phys. aud. 1. 8 p. Aldo.
Nel verso si è spiegato pngjely! al la maniera d'Omero Il. Nel 6 e nel 7 - sono
da notarsi ud poplene Opols, opsta μελεσσι, € πτεροβαμμoσι κυμβας clie sono ma
niere originali di G.. Aristot. de respir. Questo è il più bel frammento
d'Empedocle, e forse l ' avanzo più, venerando dell'antica fisica, in cui non
solo si spiegà da Empedocle il modo a suo credere del nostro respirare, ma si
di mostra eziandio il peso, e la molla dell' a. ria. Egli è stato tradotto per
quanto si può letteralmente, e solamente si è ito aggiungen. do talora la forma
della clessidra, senza di che non si avrebbe potuto chiaramente com prendere Il
coros del 4 verso corrisponde al cruor de’latini. Il. Chi si conosce – Omero
può accorgersi come va adattando Em. pedocle tutte le parole e frasi d'Omero
nel 5. sino all ': 8 verso. Lo stesso WTTEL OTAY Trays è ď Omero nel v. 362 Il.
15.. L'EPOMBAEOS, che Omero applica ail' acqua'. Ili 16 v. 174, Empedocle
l'adatta alla duttilità del bronzo 200 Verso. It all'acqua, nel 9 TEPEY Ejedes
dell' 11 è d' 0. mero Il. 14 v. . L'autap ETHTU nel 15 è forma parimente
Omerica Il. 11 V. 304 Odys. l. 9 v. 371 ec. L'ayrilor ud wp nel 16 si trova
applicato al giorno in Oniero, e qui che non può esser fatale se non per che
nella clessidra è destinata a notare le ore che scorrono. Nel 18 verso Bpotew
Xpor presso Esiod. Opera è preso per umano corpo, qui per la mano. Nel 20 ilil
duonysos è applica to alla guerra. Il. v.
ec. Da Empedocle si acconcia al gorgogliamento dell'acqua Arist. de
sensu et sensili lib. i cap. Nel 2 verso σελας πυρος αθομενοιo e d'Omero. Il. 9
v. 559. Il. II. 11 v. 219. II. 6 v. 282 ec. Il 24uepiny νυκτα e simile all'
αμβροσιην δια νυκτα d' O mero. Il. 2. v. 57. Nel 3 si trova apopg85 ch'e' una
metafora, quasi che le lanterne di fendendo il lume da venti se li succhiassero;
giacchè quopges vuol dire succhianti. Il mayo Town dyepewr Odys. 5 v. 293 e
304. Nel 4 verso il divanid ve si aeyrwy si trova in Omero Il. 5 v. Nel 5 ci ha
un epiteto de' 2. Nel dia 282 indomiti; per raggi ch ' è molto ardito UTCpert
chè non sono vinti dalla notte. La stessa pa rola walioruto nel i verso per
preparare è Omerica. Il. il v. 86 '. In quanto poi alla costruzione delle
lanterne è da dirsi, che for se allora erano di corno trasparente. Il i e gli
ultimi due versi presso Giov. Tzetze Chil. Il 2 presso Theod. de Curat. Graec. pres SO Clem. Aless. Strom. Dal 5 sino all ' ultimo presso lo stesso Giov.
Tzetze Chil. Gli ultimi due versi sono anche rap portati da Chalcid. in Tim.
Pl. Essi sono sta ti tutti disposti nell' ordine, in cui sono no tati, che
sembra non esser disconveniente, e fanno certamente parte del lib. 3. Poichè
Tzetze nella Chil. 7 p. 382 nel rapportarli soggiunge Εμπεδοκλης τω τιτω των
φυσικων δεικ: VUOY TIS ' N. sold togey το θεα κατ' επ'ος ετω λεγων. 9,
Empedocle nel terzo libro delle cose fisiche. volendo indicare quale sia la
sostanza di Dio dice cosi Il pendea nel senso in cui qui lo pigliu Empedocle è
comune ad Omero nell' Odissea n n. o ad
Esiodo nella Theng. Clem. Alex. Strom. Il verso manca d'un piede, e si potrebbe
compiere leggenda Ει ο αγε τοι μεν εγω λεξω. Vi si os serva poi la stessa
maniera d’Oniero nell ' ap porre degli epiteti al mare, all'aria, aile tere.
Athen. Dipnosoph. Il devd pece pecupce è d'Omero. Il. Lo stesso Athen. nel
medesimo luogo attesta che tutti i pesci da Empedocle furon chiamati zce
paglves. Aristot. 1. 2 de coelo e De Xenoph. Zenon, et Gorg. Gli ultimi due
versi presso Clem. Aless. Strom. Plut. de Pl. Ph. I. i cap. 18. Theo dort. de mater. et mundo
Serm. Plut. Symp. l. 4 quaest. 1. MACROBIO
(vedasi) Saturn. E siccome in Plut. si leggono alterati; cosi sono stati
correlti con Macrobio. Plut. quaest. Nat. Plut. quaest. Nat. et de Curiosit. Alcuni leggono
Keuuata, altri rappese. ra, ma si è sostituito xeu-ged, che pare più acconcio
al senso dell'autore Arist. Nat. Auscult. e De Part, Anim. I. i cap. 1, Simpl. I.
Phys. Simpl. de Phys. and. I. 2 p. 73. Simpl. 1. 2 de Ph. L' epiteto de incepa come dice ' Hesichio' è propio
d' Empedocle.; ed il polyurgadins d'Omero Il. Simpl. l. 2 de Phys. aud. Aldo. Simpl. 1. 2 nel med. luog. Simpl. 1., nel
med. luog. Simpl. 1. 2 de Ph. aud. Simpl. l. 8 de Ph. aud. Plut. in l. non
posse suaviter vivi jut. xta epicuri decreta. Simpl. de Ph. aud. Simpl. nel
med. luog. Simpl. nel med. luog. (43) Arist. de Gen. et Corrupt. Simpl. de
coelo Com. Arist. de Gener. et
Corrupt. La frase zgova dupsyo, presso Omero Il. Plut. quaest. Nat. p. 916.
Arist. de Gener. anim. Arist. de Gener. anim. I. 4 Plut. nel lib. de Amic.
multitud. Arist. de Gener. anim. Alcuni
leggono μακρα δενδρεα. Plut. quæst. Platon. Plut. de fac. in orbe lunae dove in
luogo d' ožupeans è da leggersi očußeans e in vece di naiyo Iraupe. Plut. de
fac. in orbe lunae. Questi versi sono stati corretti da Xilandro. Arist. Metaph. de anim, Sesto Emp. adv. Gram. e adv. Log. l.
7 Chalc. in Tim. Pare che in questi versi Empedocle abbia
imitato Omera Il. 13 v. 31, e Il. 16 v. . Il tip apo ndoy Omerico. Il.
L'epiteto della lite rugpw, che da Omero si adatta alla vecchiaja, e talora
alla ferita ec. è situato in fine del verso come in Omero II. Sext. Emp. adv. logic. Stobéo Ecl. Plys. l. 1
p. 131. L' última verso è anche rapportato da Chalcid. in Tim. Pl. ed è un
imitazione di quello d' Esiodo nella Theog. 7 spe pezy 750" T δες, περι δε
εστι νοημα Aristot. de anima Aristot. de anima" nel med. luog. Aristot. de
Gener. Plut. adv. Colot. Clem. Alex. Strom. Theodor. de curat. aegritud.
Ethnic. Acciaolus Theod, interpres I. i contra Graecos. Arist. Meteorol.,
atspao TURVO è d ' Omero. Il. 11 y. 454, e otißola pous pedeerol è d ' Esiodo
opera Plut. Symp. Deve lege
gersi andyl. Plut. Symp. quaest. Plut. Symp. I.,1 quaest. 2, e nel lib. de fac. in orbe lunae. Put. de Orac
defectu. Per finire il verso si è supplito nella traduzione artos. Plut. Simp. I.? quaest. Plut. de
Orac. defect: Plut. Simp. quaest. Arist.
Poet. Meteor. Theophr. de Caus. Plant. Athen. Dipnosoph. Que sti versi si son
collocati come appartenenti al poema 'della natura; perchè parlano di Ve nere,
che indica l'amicizia. Vi si trova il Soydan codpots parola composta da
Empedocle, che non si legge in altro poeta. Si dee lege gere Κυπρις nel testo,
e non Kπρις. Sesto Emp. adv. Log. 1.? Gli ul. timi due versi sono anche
rapportati da Plut. nel 1. de áud. Peet. Nel verso Scalig. legge suve ETEITA,
ed Erric. Stef. dely ETECL; ma ne' MSS. si trova SaneM.T, Si è quindi
conservata, come sta ne' MSS., e si è ritratta da dep @ os che più s' adatta al
senso dell'autore. Questi versi unitamente agli altri delle note sono riferiti
da Sesto Emp. come quelli, che con poche interruzioni si suc vedono. E come
Empedocle si dirizza ad un solo, ch'è Pausania;' cosi tutti fan parte del 287
Chil. 1, pra poema sulla natura, Sesto Emp. adv. Log. Sesto Emp. nel med. luog.
Laerz. in Emp. 1. 8. Joan. Tzetze I versi sono anche pres. so Clen). Alex.
Strom. Nel 5 si legge d' alcuni παλιγτιτα c d' altri παλιντινα; mα da Casaub.
si vuole raditova, e fondasi so Suida. Nell'ultimo verso è da notare che il
sanare gl' infermi si esprime, presso gli an tichi avastne dall'inferno. Plut.
in amat. Horaz. l. 2 Sat. Laerz. in Emp. I versi 3 € 4 si trovano presso Sesto
Emp. adv. Gramm., e presso Philost. Vit. Apoll. Se condo Laerzio cosi Empedocle
avea dato prin. cipio al suo poema delle purgazioni cvcpzopese νός των καθαρμων
φησίν. Sesto Emp. adv. Gram. I. 1 e Laerz. in Emp. 1. ' 8. Sesto Empirico mette
questi due versi dopo quelli della nota e soge. giunge nas nary. Sicchè icon
c'è dubbio che appartengano alle purgazioni. Plut. de exil. I. 2, e l'ultimo
meza 288 zo verso è presso Hierocle in aur. carm., il quale lo ' rapporta
unitamente al penultimo ως Εμπεδοκλης Φυσι ο Πυθαγοραος I primi tre versi
presso Plut. nel lib. de vit. aere alieno, e tutti quattro presso lo stesso
Plut. de Isid. et Osir., e presso Eusebio. Hierocl. in aur. carm. Hierocl. in aur. carm. Clem.
Alex. Strom. Clem. Alex. Strom. I. 3 0 70xO1 peegee herdos Il. Clem. ' Alex,
Strom. Clem. Alex. nel med. luog. Stob. Ecl. Phys. Porph. de Antr. Nymph. Ediz.
di Van - Gcens Clem. " Alex. Strom. Origen, Phy losophumera. Phil. in V.
Apoll. Athen. Dipn. In luogo di do7Os,
che è un epiteto dato da Esiodo e da Poeti Greci al pesce, presso d' al.cuni si
legge eurupos. A prima vista pare che l' epiteto ignito non abbia luogo; mu ove
si voglia riflettere che giusta Empedocle, gli ani mali molto caldi cercarono
l'acqua, ed ivi soggiornarono, si può comprendere in qual senso abbia potuto
adattare al pesce l ' epiteto Europos. Eliano de Nat. anim. Questi versi
appartengono al poema delle pur gazioni. Perchè Eliano nel rapportarli soggiun
ge λεγει δε και Εμπεδοκλης την αριστην αναι με: τοικησιν την τα ανθρωπου ει μεν
ας ζωον η ληξις αυτην μεταγαγα λεοντα γινεσθαι και δε ας φυτον dadyny. »
Empedocle dice che ottima sia da stimarsi la trasmigrazione dell'uomo, se do
vendo passare in un bruto la sorte lo porta nel corpo del leone, e se in una
pianta lo porta nell' alloro L' epiteto ηύκομοισιν Ο. mnerico. Plut. de animi
tranquill. L'epiteto έροέσσα e d' Esiodo che dice Θαλιη εροεσσα και ma non s'
intende quello di μελαγκαρπος che vuol dire produttrice di frutti neri che Empe
docle adatta ad Asafia o sia al genio dell' oscurità. Tzetze Chil. dice Ecco
πεδοκλης προ παντωντε φιλοσοφος ο μέγας • γα γαρ την ασαφα αν μελαγκορον
υπαρχαν ως κελαινωπας τον θυμον ο Σοφοκλης που λεγα G. filosofo, grande sopra
d'ogn'al tro, chiama Asafia o sia l'oscurità di nera pupilla conie Sofocle dice
l'animo di nero via In sostanza poi vuol qui indicare Em pedocle quello che noi
diciamo animo cupo, che tutto è coperto, e tutto fa con riserva. Diod. Sic. Bibl. Hist. 1. 13
p. Clem. Alex. Strom. Plut. adv. Colot.
L'ultimo verso è stato corretto da Giov. Clerc. Bibl. Choisie Arist. Rhet. l. .
Si son collocati in questo poema delle purgazioni; perchè Aristotile dice che
riguardano la proi bizione d uccidere gli animali. xoy ws EyeTedo κλης λεγα
περι τε μη κτιγαν το εμψυχσν. τετο γαρ τισι μεν δικαιον τισι δε και δικαιον. »
Co me dice Empedocle parlando della proibizione d' uccidere qualunque animale.
Poichè que sto non può essere giusto per alcuni e per al tri nò L' epiteto
supurtedortos é d' Omero e quello d'atletoy è d ' Esiodo. Sesto Empir. adv.
Phys. Plut. de Superst. Nel verso l'entBTT05 si è tradotto per indegno d'essere
udito come půs letterale. Na potrebbe avere due altri sensi cioè: da non essere
compreso, o pure come colui, che è pieno di Qyaxer che vuol dire contumacia, o
inobbedienza; perchè senza di ciò non si ritrae un senso che sembra ragio
nevole. a legurato d'apra è d' Omero nell' Odys. Porphyr. de non necandis ad
epulan dum animalibus ediz. di Lio ne 0285dic epga per scelleraggini è d'Omero
Odys. Porphyr. de non necandis ad epul. anim. Il primo verso somiglia a quello
ď Omero Il. Alcuni leg, gono appatolor in luogo d ' cxpitolob. Clem. Alex. exhortat. ad gentes.
Awe Q10ste Odys. Clem. Alex. Strom. Clem. Alex. Strom. I. 4 Bpotol o pu. re
ardpes sain horlon. Il. Clem. Alex,
Strom. Questi due versi sono stati corrotti. Nel primo verso BORDONI (vedasi) Scaligero
legge fyte TPUDEGcus in luogo d' AUTOTA. OO 2
che non FIG. In verità questa seconda maniera cor risponde meglio
all'opertio. Nel secondo leg ge Ευγιες ανδρειων αχεων αποκηροι ατειρεις. dla ad
altri è piaciuto all' aydpelwy di sostituire l' and pouleur ch'è più adatto e
pie Omerico; all' електро! ľ Anouampor ch'è anche più ragione vole; ed in fine
all ατειρείς I'' ατηρείς si sa donde possa derivare. Si potrebbe dire più
presto artelpon. Vi sono poi di quei che in luogo di amewn leggong amoywy;
dimodochè spiegano coi forti achivi. I primi due versi sono presso Laerz. 1. 8
in Emp., e tutti si leggono presso Janibl. de Vit. Pyth. Questi versi si sono
col locati nel poenia delle purgazioni; perchè in questo poema Empedocle
dichiara la morale pittagorica. Presso Suida voce Axpwr e Laerz. in Emp. Questo
epigramma, come dicono e Suida e Laerzio, è diretto a punzecchiare Acrone, che
domanda a la grazia di ergere un gran monumento a suo padre in un luo. go alto
della città di Gergenti. Empedocle va scherzando.col nome di Acrone e la parola
acron che in Greco significa alto e altezza. Ma questo scherzo non si può
rendere nel no stro linguaggio. Laerz. in Emp. I. 8 et Towvoploy indi ca nome
conveniente alla cosa. Perchè liquo gavin in greco può significare che fa
cessar i mali, e i dolori. Perciò Empedocle scherza col nome del suo amico.
Questi due versi s' attribuiscono dit Aulo Gellio Noct. Att. A G., e da altri
ad Orfeo. Ma in verità so no della scuola pittagorica. Si legga Didym.
Geoponicon Varii sono i sen timenti degli Scrittori sulla proibizione, che
facea la scuola Pittagorica, di mangiar del le fuve. Secondo alcuni, perchè non
sono sa lutari, e secondo altri perchè sono simili agli organi della
generazione. Di fatto Gellio dice che l'astinenza delle fave era un simbolo,
eon cui si volea indicare da Empedocle l'a ' stinenza delle cose veneree. Questi versi esprimono il giuramen to che si
facea nella scuola Pittagorica. Si leggono presso Jambl, de vit. Pyth. Ma non
semhrano d'esser di G. cosi perchè non corrispondono allo stile del nostro
poeta, come ancora perchè vi si osserva il dia. letto dor ico, che non mai egii
usò ne' suoi poemi. ROMA BIBLIOTECA MEMORIA Απηρεν ασ Κροτωνα της Ιταλίας και
κακοι τομές θες τοις Ιταλιωταις εδοξασθη συν τοις μας θεματας και οι περι τας
τριακοσίες οντες ωκoνoμαν αριστα τα πολιτικα ωστε σχεδον αριστοκρατίας αναι την
πολιτααν και Pittagora si porto in Cro tona d'Italia; ed ivi dando leggi agľ
Italias ni fu egli in onore unitamente a' suoi disce poli. Trecento de' quali
amministravano otti mamente le cose politiche, si che quella re pubblica era di
posta a governo di ottimati, Laerz. in Pythag. La persecuzione della scuola
pittagorica nacque da ciò, giusta Jamblico nella Vita di Pittagora, che i
pittagorici allontanavano il popolo dalle magistrature, e da' pubblici
consigli, e voleano essi soli, come sapienti, regolar le cose pubbliche.Grice:
“If people call William of Ockham, Surrey, Occam, I shall call Empedocles of
Agrigentum Agrigentum, or Agrigento simpliciter in the vulgar.” Vide “Italic Griceians” While
in the New World, ‘Grecian philosophy’ is believed to have happened ‘in
Greece,’ Grice was amused that ‘most happened in Italy!’ Empedocle da Girgenti – Keywords: Girgenti – “You say
Gergenti, and I say Girgenti” -- -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Girgenti” – Luigi Speranza, "Grice ed Empedocle,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Commenti
Posta un commento