GRICE ITALO A-Z G GI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giulia:
la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – la scuola d’Acri
-- filosofia calabra – scuola d’Acri -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acri). Abstract. Grice: “History of philosophy teaches how
you make the same mistake MORE than twice!” -- Keywords: storia della
filosofia. Filosofo calabro. Filosofo italiano. Acri, Cosenza, Calabria. Grice:
“Julia was more of a poet than a philosopher; but then for Heidegger,
philosophy IS poetry and vice versa!” -- essential Italian philosopher. Studia a Cosenza sotto FOCARACCI (si veda). Direttore
di Telesio, periodico. Stringe grande amicizia PADULA (si veda). La temperie
culturale in ambito locale vede la difficoltà della Calabria a integrarsi nella
nuova entità politica. Area essenzialmente contadina, la regione ha una classe
dirigente che preferisce assoggettarla al clientelismo e alla sua arretratezza
piuttosto che metterla al passo con zone del paese più avanzate e progredite;
perciò il mondo intellettuale d'avanguardia, deluso dalle speranze e conscio
del sottosviluppo, si volge verso il positivismo e il socialismo. Vive tra il
tardo romanticismo e l'affermarsi delle innovative correnti costituite dal
naturalismo e dal verismo, nella scia di CARDUCCI (si veda) e VERGA (si veda).
Le contraddizioni della sua epoca lo formano come un intellettuale
spiritualista che rifiutail materialismo e in parte il mondo contemporaneo, e
d'altra parte un sostenitore degli ideali socialisti, del riscatto delle masse
disagiate e della glorificazione del passato della Calabria a partire
dall'assedio degl’Aragonesi e dei suoi conterranei coevi illustri, fra i quali
Miraglia, Padula, Quattromani, Tocco, oltre a CAMPANELLA. Accostatosi in un
primo tempo al misticismo di Gioberti, si converte al verismo, alla ricerca del
pragmatismo e di un modello di poesia di alto civismo che lo stesso G. proclama
nei suoi Sonetti e liriche. Parte dai miti popolari e dalle ballate della
tradizione romantica per marcare orgogliosamente la storia della sua terra.
Considerato il padre della letteratura calabrese, si interessa alle origini
della cultura letteraria della regione analizzando anche alcune opere a lui
precedenti. Il suo impegno regionalistico si concretizza in uno studio su
Selvaggi, nel quale si individua un collegamento fra Galeazzo di Tarsia e le
produzioni romantiche. Vi fu poi un saggio su Padula e un esame delle liriche
riferibili all'Accademia Cosentina. Sa però spaziare oltre i confini delle sue
terre, fino a richiamare Milton nel suo scritto dedicato a Padula. Oltre a uno
studio su Monti, produce dei lavori anche su Mazzini, Poerio, Correnti, legati
dall'attenzione alle tematiche relative al Risorgimento e perciò in convergenza
con il proprio pensiero, che dal punto di vista della poetica si richiama ai
modelli che il letterato individua in Leopardi, Berchet e Giusti, oltre che in
Prati. Piromalli, La letteratura
calabrese, Pellegrini, Cosenza; Monografia su calabria o, su calabria. Digital
Storytelling su G. a cura degli studenti del Liceo G. di Acri, CS. Ovvero delle
famiglie nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al libro
d'oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano
dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che gioccano un ruolo
nelle vicende del Sud Italia. Famiglia G. A cura di Dodaro Socio
Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Arma: d’azzurro alla fascia d’oro
accompagnata nel capo da un destrocherio di carnagione tenente un uccello di
nero e in punta da un albero radicato al naturale. Titolo: Nobile d’Acri. Arma
Famiglia La famiglia G., in origine nota come de “Giulia”, figura fra le
antiche e nobili casate d’Acri, Cosenza. I G. godettero sempre nella locale
società di un buon livello di prestigio sociale come testimoniato dalle
alleanze matrimoniali contratte con diverse famiglie patrizie fra le quali
ricordiamo le seguenti: Benincasa, Candia, Capalbo, de Simone, Dodaro, Falcone,
Fusari. Simbolo della condizione privilegiata della famiglia è il grande
palazzo sito tra il rione Casalicchio ed il quartiere Piazza. Tale edificio, al
cui interno si conserva la ricca biblioteca di famiglia, è abbellito da un
portale lapideo sul quale spicca un mascherone sormontato da un’antica
riproduzione in pietra dello stemma del casato. Il suddetto blasone è timbrato
dalla classica corona a cinque punte che identifica i Julia come
nobili. Acri, Palazzo Julia, portale con atto del notaio Gaudinieri,
il sacerdote Nicola Maria J. fonda una cappella privata sotto il titolo
dell’Immacolata Concezione all’interno della chiesa di San Nicola di Bari in
Acri situata nel rione Casalicchio. Fabrizio J. vende a Sanseverino un terreno
dove e edificato l’imponente complesso del palazzo acrese dei principi di
Bisignano, permutandolo con la casa e il fondo Macchia. Dal matrimonio fra il
dott. Raffaele e la N.D. Giuseppina Capalbo nacquero Salvatore ed Antonio dei
quali il primo è rinomato avvocato mentre Antonio viene ricordato come “Medico
illustre” che “in età provetta, in pochi mesi, studiò leggi presso il Focaracci
e ne apprese quanto ne anno i più maturi; onde s’incentrarono in lui il medico
e l’avvocato. Fra i personaggi celebri di questa famiglia ricordiamo il citato
Raffaele, Governatore di S. Giorgio e Vaccarizzo. La figura cui si lega
maggiormente la fama del casato è quella di G., FILOSOFO. Allo stesso è
intitolato il liceo – LIZIO -- d’Acri. Svolge gli studi presso l’istituto
Molinari di Acri ed il seminario di S. Marco Argentano. Frequenta il seminario
di Bisignano dove ebbe come insegnante il Canonico acrese Francesco Saverio
Benvenuto, quest’ultimo colto latinista nonché teologo, filosofo e parroco
maggiore di Santa Maria in Acri. Intraprese
gli studi giuridici e per alcuni anni esercita la professione di avvocato poi
accantonata a favore dell’insegnamento di materie filosofiche. Quanto alla sua
produzione filosofica questa e quella del poligrafo (letteratura, filosofia,
storia, cultura calabrese) inoltre. Nei suoi studi predilesse la valorizzazione
e la riscoperta di figure regionali poiché gli pareva che la Calabria fosse
dimenticata e poco apprezzata dopo la raggiunta Unità. Fra le sue opere
ricordiamo: Saggio sulla vita e le opere di Gravina, Saggio di studi critici su
Selvaggi e la Calabra poesia, ROVERE e i suoi dialoghi di scienza prima,
FIORENTINO filosofo, Lettere al figlio Antonio su Cesare, SANCTIS in Calabria,
Monti. Muore in Acri. Telesio, rivista codiretta da J. Antonio J. figlio
di Vincenzo, avvocato e raffinato poeta sposa, in prime nozze, Mariantonia
Dodaro, figlia dell’avv. Giovanbattista e di Cristina Benvenuto. Il loro è un
matrimonio felice e allietato dalla nascita di Maria Gabriella, Vincenzo e
Antonietta. Antonio G. e sua moglie Mariantonia Dodaro Antonio G. è
legato da sincero amore a sua moglie e quando questa prematuramente scomparve,
riversò il suo dolore in alcuni toccanti componimenti poetici che rappresentano
una struggente testimonianza del suo dramma interiore e assieme della sua
spiccata sensibilità d’animo. AL CROCIFISSO DEL SUO LETTO Non più le sue
lucenti Pupille a te si volgeran la sera; non più per le dolenti mie stanze
echeggerà la sua preghiera. O tu, che pendi ancora, mistico Iddio, sul vedovo
mio letto, volgi le luci ognora sovra i miei figli e sul paterno
tetto! Dimmi che ancor le rose Olezzano per te, vigile Iddio, le parole
amorose che a te rivolse, ne l’estremo addio. Dimmi che ancor tu senti La voce
sua, ne l’ombre de la sera, e che, in soavi accenti, mormora pe’ suoi figli una
preghiera! Gli smalti dello stemma J. sono noti grazie ad una raffigurazione
del blasone in oggetto riportata dallo storico acrese Capalbo in un suo lavoro
inedito sull’araldica delle famiglie nobili d’Acri. Nella riproduzione del
blasone dei G., visibile ancora oggi sul portale del loro palazzo in Acri, il
destrocherio appare vestito. (2) - Per approfondimenti si rimanda a CHIODO,
L’Archivio Privato della famiglia G. di Acri - Inventario sommario, in
“Archivio Storico per le Province Napoletane. Per un elenco completo delle
famiglie patrizie di Acri si vedaCAPALBO, Memorie storiche di Acri, S. Giovanni
in Persiceto (BO), Edizioni Brenner, CAPALBO. Quest’ultima, appartenente a una
famiglia originaria di Rogiano Gravina, sorella di Balsan, letterato e deputato del regno d’Italia
nonché preside del liceo Telesio di Cosenza. Lo stesso figura tra i maestri del
nipote PIROMALLI, La Letteratura Calabrese, Cosenza, Pellegrini. Per approfondimenti
su alcune vicende storiche che interessarono la famiglia Fusari si rimanda a
CAPALBO,- G. vincenzo. atavist. Alcuni anni dopo il decesso della prima moglie,
si unirà in matrimonio con Maria Beatrice Antonietta Romano di Acri. Poi
sposatasi con Carlo Giannice Andata successivamente in sposa a Giuseppe
dell’Armi A. G., Momenti, S. Maria Capua a Vetere, Casa ed. Della Gioventù, Si
veda anche il componimento intitolato “Alla Vergine della Sua Stanza”. Questo
egregio, su cui fondiamo, a buon dritto, non pic cola speranza, per le diverse
prove del suo nobile ingegno fin'ora dateci, coltiva con forte, inteso amore le
filosofiche discipline, tutto solo rannicchiato in piccol paesuccio delle
Calabrie, Acri. Egli, da quello n'è sembrato, predilige la filosofia di quel
sommo torinese filosofo, che col suo primato Civile e Mormale D'Italia
fanatizzò tutti isuoi connazionali per la dupla autonomia del loro paese,
Libertà ed Indipendenza; e con l'Introduzione allo studio della Filosofia, la
Protologica ed altre opere speculative ispira nei cultori di questa no
bilissima scienza l'amore delle nazionali dottrine. J. a dunque è un
giobertiano, un ontologo, e per lui quindi sta che l’ente, il primo essere,
Colui che dà l'essere a tutte cose, non però spezzandosi, non diffondendosi, nè
emanandole dal suo seno, come il ragno il ragnatelo; ma liberamente creandole;
per lui dico sta, che l'Ente, l'ASSOLUTO reale, non astratto, quale il pose, il
proclama Hegel, è il Primo Filosofico, cioè a dire è non solo il primo essere o
primo ontologico; ma anche la Prima Idea o Primo Psicologico. Sicchè non solo
anno le cose tutte da Dio l'essere loro, ma anche la loro intelligibilità.
Verità già insegnata dal fondatore dell'Accademia, il divino Platone, il quale
dice che l'idea del DIIVINO è pel mondo intelligibile quello che il sole è pel
mondo visibi le, e che l'essere assoluto dà alle menti nostre l'esistenza e
spande su loro e sugli obbietti della scienza illume della verità« detí v
8.& Tlothuns oùoxv xai adnocías» come il sole, che non solamente rende
visibili le cose, ma dona loro eziandio il nascimento, l'accrescimento e la
maturita -- τον ήλιον τοϊς ορωμένοις ου μόνον, οίμαι τήν του οράσθαι δυναμιν
παρέχειν φήσεις, αλλά και την γένεσιν αυτών όντα. Quindi per J. sta quel metodo
detto deduttivo, o sillogistico, che dai principii va alle conseguenze, ma non
come pretende il fondatore del Peripato del LIZIO, il qua le fa il sillogismo
posteriore all'induzione, ed il cui scopo non consiste in altro che in
applicare i principii alle cose particolari a meglio rifermarle. J. ha capito
bene che l'induzione non può darci punto tanto i principii proprii a ciascuna
scienza, quanto i principii comuni ed assolutamente universali. I principii
sono ontologici ed originalmente presenti alla intelligenza, secondo dice il
divino Platone, e non già puramente logici ed astratti, secondo dice
Aristotele, che li vuole prodotti la merce dell'intelligenza con gl’elementi
fornitici della sensazione. Nè debbe dirsi che J. neghi l'induzione. Ei
l'ammette, e nel senso di venir essa provocata, sostenuta e guidata in noi dal
lume di certe idee generali sempre presenti all'anima nostra, essendo un
impossibile elevarsi da qualche fatto individuale e variabile all'idea della
legge generale e permanente, senza averci di già nella mente, almeno in una
maniera vaga e confusa, l'idea di ordine, di generalità e di stabilità. Laonde
dice Laforet nella sua storia della filosofia antica, in parlando del LIZIO. Comment s'élever de la
perception de faet contingents et relatif à l'idée de principes nécessaires et
absolus, si le necessaire et l'absolu sont entieremant étrangers à
l'intelligence? Dunque pel J., come per ogni giobertiano,
si deve partire di Dio per costruire la scienza filosofica ossia dalla idea
somma ed improdotta, perché è quel principio supremo che illumina e rende
conoscibili gli altri principiimeno generali e senza di cui non potrebbe aversi
quella sintesi obbiettiva, che argumenta di necessità nel suo moto organico la
gerarchia dei principii scientifici; e deve radicarsi in un principio assoluto,
supremo, universale, immutabile, il quale, reggendo colla sua virtù ogni
singolar passo del procedimento razionale, accorda ed unifica tutti imomenti del
discorso ideale, e tutta insieme 1.umana enciclopedia. Laonde dice saviamente
nel suo dotto di scorso intorno al Panteismo Attanasio, nella La Carità di Napoli.
Sintesi senza gerarchia di principii io non intendo nell'ordine dell'idee, come
non vedo nell'ordine umano sociale e nell'ordine fisico di natura. E
ingradamento di gerarchie che ponga in atto una sintesi universale torna
impossibile a concepire pur col pensiero senza un principio supremo,
essenzialmente uno ed immutabile, che sia il centro immoto che governi i moti
del multiplo e del diverso e tragga a sè ed accordi il multiplo e dil diverso».
Laonde, lasciando chel'induzione non conduca ai principii, a ciò che è
universale, sia che dessa fosse positivista o come la intende il positivismo,
siache fosse anche nel senso di Aristotsle, ci facciamo a lodare J. per avere
ei scelto quel sistema, che parte dall'idea dell’ASSOLUTO reale per costruire
la scienza, non sipotendo, per tante e tante ragioni dette e ri-dette, porsi
per primo conoscibile ciò che non è prima cosa; per chè sarebbe, seguendo
questa via, un turbare l'armonia della scienza filosofica; giusta che vien
fatto dai psicologi, i quali partono dal contingente, ed oșano spiegare
l'assioma degl’assiomi, la verità prima con la verità seconda, e separare
l'ordine di esistenza da quel lodi conoscenza, il primo psicologico dal primo
ontologico, dando questo per primo filosofico. Di qui non potremmo esserer
improverati che atorto, se dicessimo che iseguaci del PSICOLOGISMO di
Aristotele -- non però di quelle d’AQUINO (si veda) ch'è ben altro -- siam
lontani da una vera scienza; perché la scienza è con la sintesi, e la sintesi
co'principii, e la gerarchia dei principii scienziali nel principio sommo, Dio,
radicata. Siechè scienza sull'ANALISI è scienza effimera, è scienza di nome,
essendo disgregazione, e tale è la filosofia di Aristotele, siccome è conto da
quei due principii ammessi da lui. Nihilest in intellectu,quod prius non fuerit
in sensu -- e che l'anima nostra si
rassomiglia ed una tavolarasa -- Δείδ'ούτως ώσπερεν γραμματειωώ μηθένυ πάρχει
εντελεχεία γεγραμένον. È quantunque fosse vero che il LIZIO ammettesse
l'intelletto attivo profondamente distinto dalla sensibilità, essendo quello
che opera 83 $¢%su ciò che ci vien porto dalla sensazione, per tirarne od
indurne avec lemonde intelligible; sun intervention n'apportedo nerien de now
eri veau à ce qui est déposé dans l'àme par suite de la perception des 0C sens,
il ne peut qu'exercer son activité et travaillier sur ce qui est racu dans
l'intellect paseif. L'intellect actif d'Aristote nous semble jouer, redans la formation de la
connaessance,un rôle exactement samblable à 1021"celui que joue la
reflexion de Locke; ni l'un ni l'autre n'ajoutent ta rien à l'objet fourni par
la sensation, toute leur action seborné à éla:) doaborer cet objet Dunque
nonpuò farsi ammeno di ammettere col ret. J. e la scuola giobertiana l'apprensione diretta ed
immediata, din cioè l'intuito dell'assoluto, e ritenere essere questi la prima
idea, la l'oprima conoscenza, che, per la via di un primo guardare, viene al.
into: l'intelletto umano nello stato d'intenebramento, che la riflessione di in
poi, la quale èun secondo intuito od un ripiegamento dello spirito e sopra il
primo intuito, chiarifica e fissa, e non già che la si acqui isti e conosca in
forza del raziocinio, passandosi dalla cognizione a iilistratta, ottenuta per
la via dell'induzione, a quella concreta del V e on& ro Assoluto, avendo
ben dimosorato altrove, che i psicologi si tro fost vino in grande errore,
credendo ed insegnando, che Dio siccome ve fosesrità assiomatica, essendo
universale, necersaria ed immutabile, debba 18 essere astratta,e che vi bisogna
di forza indispensabilmente il ra ley ziocinio per ascendere, mediante essa
verità astratta, al vero primo buik ed assoluto, mentre, siccome facemmo notare
in proposito di Milone. Insomma, senza menarla piùinlungo, della insignescuola
on anda tologica è J., siccome l'ha mostrato co'suoi vari scritti di ar
veratgomento filosofico e conquello, veramente stupendo, Discorsointorno alla
vita ed alle opera di Balsano, in cui, prendendoa consi ost: der ar e questo
disgraziato dotto Calabrese, divenuto vittima del pugnale di un assino, e,
considerandolo non solo quale oratore egregio ed acuto critico,ma anche
qualeillustre cultore delle scienze filosofi cincche, e forte amatore del
sistema ontologico, palesa a chiare note i suoi O. pensamenti in fatto di
filosofia, che sono indubitatamente quelli del Pladiotonismo, cristianizzato
d’Agostino, ammirato d’AQUINO (si veda) e d’ALIGHIERI (si veda), divulgato da
Gioberti, ed abbracciato dalla th, maggior parte de'pensatori nostrani. La
FILOSOFIA di J. che ci avemmo in dono da lui medesi i mo, palesa ad evidenza
non solo la scuola filosofica cui appartie ne; non solo la lucentezza delle
idee, ond'è corredata sua mente; e non solo l'affetto per la patria grandezza
quanto a politica, governo e civile, scienze, lettere ed arti; ma dàanche prova
della perizia che l'universale ed elevarci sino alla concezione dei principii;
pure non to bisogna dimenticarci che nella teoria dello Stagirita è desso
affatto et vuoto, senza alcun rapporto diretto col mondo intelligibile, da
potersi pelo dire che nella conoscenza eserciti l'ufficio nè più nè meno della
riostruflessione di Locke. E dice bene Laforet. Dans la theorie du Stagirite
l'intellect actif est tout a fait vide et n'a nul rapport direct Profilo
Bibliografico pubb. nella Rivista Itoliana di Palerino ela:Anno IV,N. 11, nonci
ha cosa più chiara, che essa verità assio -artormatica primitiva è obbiettiva
in sommo grado,appunto per le sue veritacaratteristiche di universalità,
necessità ed iminutabilità. COSS me adal tile. // ne 84 ha ei nell'idioma
nazionale. Sicchè è a rallegrarci con lui dei buoni studi, dell'amore delle
nazionali dottrine dell'eccellenza del sistema che ha adottato nelle scienze
speculative, anteponendo (fra i due sistemi che veramente possono dirsi i più
perfetti, essendo ambo sin tesisti, cioè a dire razionalo-empirici od
empirico-razionali) l'ontologismo al psicologismo, e, fuggendo, quelloche è
più, gl’eccessi del razionalismo e dell'empirismo, e quei tali sistemi erronei,
idealismo e positivismo, pei quali delirano i filosofi, da cui camminando si di
questo passo, non ci possiamo attendere, se non un ar venire sventurato.
Prosegue J. i suoi studii filosofici, e ci offra lavori speculativi di maggior
lena, per poterlo vie meglio ammirarlo, e rallegrarcene con lui. Delle
dottrine filosofiche e civili di Gravina per Balsano, con saggio sulla vita e
sulle opere del Gravina per J. Cosenza, Mgliaccio. Gravina è considerato dai
più come poeta e letterato segnatamente pel suo trattato della Ragione
poetica,e come insigne giureconsulto, specie per lasua opera De ortu et progressu
juris civilis. Ma eglime rita,sotto un certo rispetto,d'essere altresi
considerato come filosofo e per le dottrine speculative che professava e per
quei sommi principii a cui s'informano i suoi SAGGI DI FILOSOFIA, dovendo le
scienze particolari e d'applicazione, quali sono appunto le discipline giuri diche
e pratiche.esser precedute ed illuminate da una scienza speculativa più alta ed
universale, cioè dalla Filosofia propriamente detta. A nostri giorni il
calabrese Balsano si pro pose di far meglio conoscere le dottrine filosofiche e
civili di Gravina, studiando accuratamente e con intelletto d'amore le opere
del suo grande concittadino. Ma Balsano, non che pubblicarlo, non potè compiere
il suo lavoro, perchè trafitto dal pugnale dell'assassino! J. ha raccolto la
sacra eredità del suo venerato maestro, dettando un'eru dita ed ampia
monografia sulla vita di Gravina, e pubbli candola insieme al lavoro inedito
del Balsano. In questa vita e troviamo uno specchio breve ma
fedele dei tempi di Gravina, specie riguardo agli studii; la pittura del
carattere morale del pensatore rogianese, un cenno de'suoi numerosi scritti e
de'suoi meriti letterarii. L'opera del Balsano, dettata in una forma quanto
castigata altrettanto elegante ed elevata, contiene una larga esposizione dei
pensamenti di Gravina diretti a coordinare tutte le sue meditazioni di
filosofia speculativa e di morale, di religione e di diritto, di estetica e
d'insegnamento, di politica edi civiltà. È divisa in due libri. Nel primo si
ragiona delle dottrine civili. Quanto alla filosofia, da Balsamo si cerca dimo
strare che Gravina, studioso della TRADIZIONE DELL’ANTICA FILOSOFIA ITALICA,si
attenne specialmente alla dottrine platoniche (come apparisce anche
dall'Orazione sua De instauratione studiorum), armoneggiandole col progresso
della civiltà cristiana, delle scienze particolari e massime del Diritto, egli
che aveva meditato le opere dei sommi giure consulti romani, e che aveva piena
la mente ed il petto della grandezza di ROMA antica. Le dottrine platoniche da
lui professate gli fecero innalzare la mente ai principii sommi del Diritto, a
meditare la riforma delle dottrine civili, ed a comprendere la sintesi
el'armonia delle parti principalidel sapere. Difatti, Gravina vedeva la scienza
umana come un'armonia e ricordava la piramide in cui egli dice espressamente
avere gli antichi savi simboleggiato la scienza umana e la natura delle cose:
il che significa che per lui l'ordine della scienza risponde a quello della
natura, l'idealità alla realità; e come il primo vero è l'idea divina nota da
principio all'intelletto creato, così il primo essere è Dio creatore della
scienza e della natura. Tutto l'ordine dei contingenti reali ha sua causa
efficiente nell'ASSOLUTO che licrea; tutto l'ordine delle cono scenze empiriche
ha sua origine nell'idea eterna, presente sempre all'intelletto umano e norma o
tipo a cui si riscon trano le cose finiteapprese per esperienza sensibile. E
sotto questo aspetto può dirsi che Gravina precorresse a Gioberti, che in cima
del sapere e dell'essere doveva porre Dio creatore. Adunque il contemporaneo di
VICO (si veda) non segui le dottrine del Locke, ma invece quelle più elevate di
Pla- [Disp.] tone e del Cartesio, quantunque non și mostrasse sempre giusto
verso il LIZIO. Ma se a Gravina non può negarsi un certo valore filosofico, i
suoi veri meriti risguardano, più che la FILOSOFIA ela Letteratura, la
Giurisprudenza. Preceduto da Gentile, da Bacone e da Grozio, Gravina non solo
ricercava l'origine del Diritto e ne indagava iprogressi (De ortu et progressu
juris civilis), ma sapeva altresi elevarsi alle idealità o ai principii supremi
del Diritto. Quindi è che a lui debbono molto la Storia del Diritto, specie, di
quello romano che insegna in Roma stessa, e la FILOSOFIA. Gravina, esaminando
l'origine e la natura del Diritto, non lo separava dalla Morale come oggi fanno
taluni, perchè nella legge morale,da cui scaturiscono tutti i doveri umani,
trova pure il suo primo e vero fon damento il diritto. Egli precorse al Savigny
da un lato, al VICO e Montesquieu dall'altro, interpretando con larghezza di
veduta la storia civile e giuridica di ROMA. Balsano si è proposto di ritarrre
ilGravina non solo qual eminente giureconsulto, sì ancora qual filosofo civile,
mostrando com'egli additasse le norme eterne d'ogni società umana (che
ammetteva come un portato della natura) nella vita privata e pubblica,
nell'ordine privato e politico. Ma ripetiamo, Balsano non potè compiere l'opera
sua; la quale del resto, merita di essere conosciuta e studiatadai cultori
della Filosofia, benchè ci sembri scritta con entusiasmo soverchio verso il
proprio concittadino risguardato come filosofo. DISCORSO Recitato nella sala
dell'Accademia Cosentina). Piansi,o Signori, nella mia pensosa solitudine, la
morte immatura del caro Fiorentino, che mi fu amico e fratello!; vengo ora a
glorificarne l'ingegno nel tempio della scienza, innanzi al simulacro del
vecchio TELESIO, al cospetto di dotti Accademici, di fervidi giovani, dieletti
ingegni, di distinti Professori, che meglio di m e, nato e cresciuto nelle
montagne, potrebbero valutarne i forti studi e la vasta intelli genza. Parlerò
con franchezza, senza adulazioni rettoriche, senza intemperanze di lodi;
dinanzi ad uomini gravi ed austeri le apoteosi e la rettorica sono un fuordopera.
La parola mendace è un insulto alle ceneri di Fiorentino, uomo sovero ed
aperto, che disdegnò il lenocinio e le bel lezze oratorie, sa dire con
schiettezza di calabrese la v e rità ad amici e nemici, e fu audace demolitore
del vecchio mondo; inesorabile agl'ipocriti ed ai ciarlatani. Nella rioca
personalità del Fiorentino grandeggia il filosofo ed il pensatore; lascio,per
ora,ad altri di me più competenti, esami nare il letterato, lo scrittore, ed il
cittadino; io vi parlerò soltanto dell'Autore di BRUNO;del Saggio Storico sulla
Filosofia; di POMPONAZZI e di TELESIO; quat tro titoli di gloria, che
basteranno a rendere immortale il nome di Francesco Fiorentino. [Vedi il saggio
su Fiorentino da J. pubblicato nell'Avanguardi, riprodotto dalla Gazzetta
Calabrese e dal Calabro in Catanzaro; dal Corriere del Mattino e dall'Ateneo,
in Napoli. L'Italia, o Signori, fu scossa nei principi del secolo, dopo la
grande Rivoluzione dell'ottantanove, dalla parola del nostro GALLUPPI, che il
Gioberti chiama il Nestore della sapienza italiana. Senza mistiche
intemperanze, senza voli metafisici, ei richiamò, nuovo Socrate, la mente degl’italiani
ad indagare il me e la coscienza; a scrutare profondamente ilsubbietto umano;
e, rigettando lequiddità scolastiche ed il sensismo di Condillac e di Tracy,
contribui à rinnovare presso di noi il metodo naturale, e fu salutare reazione
all'esorbitanze speculative del secolo decimottavo, Conscio dell’esigenza
storioa del secolo decimonono, Galluppi inizia presso di noi lo studio della
storia della filosofia; indovino, pur combattendola fieramente, l'importanza
speculativa della sintesi a priori, che in parte accetto; e, benchè avesse
trascurata la Rinascenza, Telesio, Bruno, Campanella, può dirsi, IL VERO
EDUCATORE DELLO SPIRITO FILOSOFICO IN ITALIA. La Calabria, terra delle grandi
iniziative e delle magnanime audacie, si elevò con Galluppi all'altezza del
pensiero moderno, e fu, sarei per dire, la squilla settimon tana di CAMPANELLA,
che risveglia in Italia il pensiero laicale ed umano, il pensiero puro ed
universale. FIORENTINO studia Galluppi, ne comprese l'indirizzo storico, o gli
piacque la nuova e socratica spe culazione, che un modesto filosofo inizia
nella estrema Calabria, sulle rive di quei mari, che ripetono ancor l'eco delle
armonie pitagoriche. Galluppi, con le sue serene e casalinghe meditazioni, non
bastava ad appagare il libero ed irrequieto ingegno di Fiorentino, aquila delle
montagne, che volea spezzare le pastoie del vecchio mondo e della speculazione
galluppiana. In mezzo a queste ansie intellettive sopravvenne Gioberti a
scuotere le menti dei meridionali con la magica parola; ed Fiorentino, assetato
di ideale e di patria, come tutti i forti ingegni di Calabria, accettò
anch'egli la mistica speculazione giobertiana, o è idealista platonico ed
ortodosso. E chi potea, pria del sessanta, resistere al fascino di Gioberti?
Chi rinnegare la p a tria, ch'egli glorificò nelle pagine immortali del
Primato? Guerrazzi chiama Gioberti scintilla piovuta dal Vesuvio sulla cima
delle Alpi: veramente ci è in lui l'audacia, la fiamma profetica, la
divinazione geniale del Mezzogiorno; ci è VICO e Campanella, AQUINO o Bruno; ci
è la fede dei credenti, lo spirito ribelle dei tempi nuovi, l'ome rica fantasia
di Platone, l'austero sillogismo di Aristotile. Nei dolori dell'esilio, egli
scrive la Teorica del Sopranna turale, ch'è l'apoteosi della vecchia ortodossia
; riassunge nella Introduzione tutto il passato teologico e tradizionale,
rinnovò il realismo del Medio-Evo, sposandolo al pensiero moderno; risuscitò
nel Primato, con l'entusiasmo del pro feta, i titoli della nostra grandezza, e
lanciandosi col volo dell'Aquila alpigiana nel grembo dell'essere, credette di
averne interrogate le profondità, ringiovanito il vecchio Dio della Scolastica,
e sciolti tutti i problemi con la formola ideale e con l'ente creatore.
Gioberti non arrestossi a metà; e, ringagliardito da nuovi studî, ingegno
audace e progressivo, com'era, accettò gran parte della speculazione moder na,
e, spastoiandosi dal vecchio teologismo, dalle utopie del Primato, inaugura la
nuova Italia col Rinnovamento; la nuova Scienza con la Protologia, e la nuova chiesa
con la riforma cattolica, e con la filosofia della rivelazione; sebbene non
interamente emancipato dalla vecchia ortodos sia. Ai tempi che Gioberti pubblica
il Rinnovamento, ed Massari le Opere postume del suo grande amico, le Calabrie
erano chiuse dalla muraglia cinese, ed ilnuovo pen siero laicale di Gioberti
non potè penetrare nei nostri boschi. È ancora innamorato del misticismo e
della formola ideale; gl’eroi della Rinascenza non sono ancora conosciuti tra
noi; o SPAVENTA, esule a Torino, dove pubblica i suoi stupendi Saggi Critici su
Bruno e Campanella, e quasi ignorato in Calabria. Fiorentino, non bisogna
nasconderlo, avea subito an. Scrisse allora a Napoli Bruno, un Saggio,
come schiettamente confessa l'Autore; composto in tutta fretta nelle vacanze, e
disteso in soli ventotto giorni. Quel Saggio, benchè imperfetto, segna il primo
momento della critica evoluzione del nostro in filosofia, il passaggio, cioè,
dal dommatismo giobertiano alla speculazione libera e laicale dei tempi
moderni. Nello studio del passato Fiorentino trova la spiegazione dei
posteriori sistemi; e, poichè non poteva valutare le teoriche di Bruno, senza
risalire alle origini, guarda la dialettica nelle scuole di CROTONE e VELIA, e
ne rilevò con sa gace giudizio l'importanza speculativa nel gran dramma del
greco pensiero. Si occupa, egli il primo, presso di noi, della stupenda
Dialettica del cardinale di Cusa, e ne indaga i le gami col sistema del Nolano,
dove causa e principio sono una medesima cosa, e la esteriorità della causa e
la inte 1 Leggeva i SS. Padri in una cella di monaci: ne trascrisse molto; e ne
pubblica alcuni saggi a Messina, voltandole in italiano. Cusani; Aiello; Re;
Salvetti; Gatti; Spaventa e Spaventa; Imbriani; Meis; Tari; Savarese; Perez;
Mancini; Sanctis; Marselli; Trinchera; Turchiarulo; Zio; Quercia ed
altri. pensiero germanico, diffuso nel mezzogiorno dai più forti ingegni
del Napolitano; indovina la grandezza speculativa della Rinascenza, e si sentì
attratto dall'eroica figura del Nolano ch'egli l'influsso dei Santi Padri, e,
principalmente, come dicemmo, del filosofo torinese, che da lui studiato profon
damente in gioventù, non fu dimenticato nella età matura, in mezzo ai più
splendidi trionfi del suo ingegno. Venne però il sessanta, con le sue titaniche
audacie, e con le sue immortali demolizioni a svegliare Fiorentino dalla sua
fede dommatica e dal suo sonno ortodosso; e, benchè non ancora emancipato da Gioberti,
si volse a studiare il riorità del principio si ricongiungono nell'Uno, ch'è
insie me causa e principio. L’uno nel sistema del Nolano, è totalità assoluta;
vale a dire che come principio della forma zione dello cose è minimo,come
totalità perfetta ó massimo; come identità del principio e della fine piglia il
nome di uno, ove tutto si assorbe, come in vasto ricettacolo; ove il pensiero e
la realtà si confonde in una identità suprema. In ciò consiste il panteismo di
Bruno, che Fiorentino rigetta, soggiogato da Gioberti, confutando l'eccletismo
poco omogeneo, gli ondeggiamenti e le contraddizioni del Nolano, che fonde
insieme la Causa dei Pitagorici, l'Uno di VELIA, ed il Principio
degl’alessandrini. E pure, ad onta delle prevenzioni ortodosse e giobertiane,
Fiorentino non disconosce le novità laicali, di cui è ricco il sistema del
Bruno; la maggioranza del pensiero, la menta lità, che splende come intelletto
divino, mondano, partico lare,ed ilconcetto direlazione, ch'è tanta parte della
Protologia del Gioberti, e costituisce il verace assoluto; l'assoluto, cioè,
della moderna speculazione. Dallo oscillare di Bruno tra la Scolastica e la
Rinascenza deriva che il finito ora è una vana parvenza, ora la massima realtà;
ed il Nolano ondeggia tra Eraclito e Parmenide di VELIA, tra il flusso c o n
tinuo e la rigida immobilità. Fiorentino mette Bruno in relazione con Spinoza e
Schelling, ne nota col solito acume le differenze e le somiglianze, o conclude
che i tre filosofi si rassomigliano nella prospettiva generale del sistema,
hanno il medesimo intendimento di unificare la scienza e d'immedesimarla col
mondo; cercano fuori del pensiero il centro della loro unità, e costituiscono
quella serie di Panteisti, che si dicono obbiettivi; l'Uno, la Sostanza, l'Assoluto
sono tre creazioni parallele. Fiorentino analizza del pari la dialettica di
Hegel e di Gioberti, monumenti immortali della moderna speculazione, e nota che
in Hegel e Gioberti contrastano due tradizioni, due filosofie, e due nazioni;
la filosofia della creazione e la filosofia della identità, il
cattolicismo ed il razionalismo, l’Italia, patria d’AQUINO o d’ALIGHIERI, e la
Germania, patria di Lutero e di Göthe. Fiorentino, senza sconoscere la
importanza della filosofia tedesca, glorifica la vecchia formola giobertiana,
il cattolicismo e la rivelazione; rigetta quasi il pensiero moderno, desidera
il rinnovamento della antica filosofia italiana, e, collocando sugl ialtari il Gioberti
della Teorica e della Introduzione, chiude il Saggio con queste parole. Sogna
che il nome di GIOBERTI suonerebbe terribile sui campi di battaglia, e
venerando tra le arcale della Università. Quel mio sogno giovanile si è
avverato in gran parte e la indipendenza e l'unità della « mia
patria,propugnata da quel grande statista, è presso a compiersi; mi sarebbe ora
assai dolce il vedere una « scuola ed un'accademia iniziarsi, diffondersi,
giganteggiare in quel nome si caro ad ogni italiano, con quella « formola,che
assomma la scienza e la fede dei nostri padri. Da esse soltanto noi potremo
sperare, compagni di quelli che combatterono a Curtatone, e cacciarono
gli’austriaci da Varese e da Como. Bruno porta Fiorentino ad uno studio più
accurato della greca filosofia, di cui è anche specchio e ri produzione, in buona
parte, la Rinascenza italiana, della quale il Nolano è l'eroe ed il martire.
Professore straordinario di Storia di filosofia a BOLOGNA, Fiorentino si da a
studiare alacremente e con tenacità di calabrese Aristotile e Platone. Si fatti
studii, come racconta egli stesso, gli apreno nuovi orizzonti, gli allargano la
vista intellettiva, o gli fanno scorgere il difetto fondamentale della
filosofia giobertiana. Fiorentino si allontano da Gioberti, non col cuore, si bene
con la mente, ch: i forti amori non possono dimenticarsi. Rude e franco
calabrese, intelletto austero, Fiorentino si emancipa dalla scuola filosofica
ortodossa, quando si convince che il mito e la leggenda prevalevano sulla pura
speculazione, sul pensiero libero o laicale. La critica, che Aristotile fa di
Platone, a cui GIOBERTI si rassomiglia, fece schivo il Nostro dal mescolare
immagini ad idee, e lo inimicò con le metafore filosofiche la severa, m a
ineluttabile critica di Aristotile; non i tedeschi lo convertirono alla nuova
filosofia, degna dei tempi moderni, si bene il rigido, inesorabile Aristotile
Fiorentino scese, CALABRO ATLETA, nella arena della greca filosofia, e ardente è
trasportato lungo le sponde dell' Ilisso, tra gl’alberi fragranti, che ne
ombreggiano il margine; sotto il bel cielo d’Omero, tra le dispute di Socrate,
i simposî platonici, e le austere meditazioni dell'Accademia. Sa egli fondere
ed accordare insieme l'idea greca all'idea calabra, rappresentata nei tempi
antichi da Pitagora, e tutte e due al nuovo pensiero laicale del Rinascimento,
rappresentato presso di noi da Telesio e Campanella. Ringiovani così il
pensiero, irrigidito nelle ferree strette della Scolastica e di Gioberti; e
farfalla, ch'esce a poco a poco dal suo involucro; montanaro calabrese, che si
trasfigura man mano sotto il soffio dei nuovi tempi, si sentì umano ed
universale nei Dialoghi di Platone e nella Metafisica di Aristotile. La Grecia è
infatti la terra dove sboccia il fiore dell'Arte, e germoglia il seme
dell'umana ragione; è la patria del pensioro speculativo, della Dialettica, e
della Categoria, a cui metton capo ipiù vasti sistemi dell'antica e della moderna
filosofia. Fu lapatria di Platone, che per genialità e divinazione speculativa,
per universalità di pensa menti, per movimento drammatico, per colorito
artistico e finezza di dialogo, grandeggia su tutti i filosofi; egli fonde in
sè l'eloquio facile e maraviglioso d’Omero e l'attica bellezza di Sofocle. La
vecchia Grecia s'idealizza e si trasfigura nel gran discepolo di Socrate; la
speculazione diviene arte e dramma, ed il pensiero, chiuso nei c ancelli di
Talete e di Eraclito, abbraccia ilmondo, si fa universale ed umano, an- [Vedi
Filosofia Contemporanea in Italia, Napoli] ticipa il Cristianesimo e preludia
all'età moderna. Egli fonde, come disse bene FERRAI FERRARI (si veda), in una
grande unità isofisti e i politici, gli artefici e i guerrieri; uomini, donne,
vecchi, fanciulli, schiavi e liberi, e in questo mondo in azione ti si fa duca
e maestro, innalzandoti, migliorandoti, affinando le tue facoltà, spesso
spirandoti nell'anima un sacro entusiasmo per il buono, per il vero;
quell'entusiasmo, aggiungo io, che crea i grandi fatti della storia, e quei
capolavori del l'arte, che si chiamano Convito ed il Fedro, ove si specchia
tutto il sorriso dell'Ionio mare, l'apollinea bellezza dei Greci, il fascino di
Diotima e di Aspasia; la morbida poesia dell'Attica e l'arguta ironia di
Socrate ; divina bellezza, m u . sica arcana, che rende unica la Grecia tra le
nazioni più civili e più artistiche del mondo. Non volendo abusare della vostra
bontà io m i restringo per ora a Platone; che ci porterebbe assai lungi il
voler discorrere completamente del Saggio Storico sulla filosofia Greca ;
discutere ed esaminare Aristotele e quanto altro riguarda le Categorie ed i
problemi della filosofia moderna, di cui si occupa il nostro nel suo stupendo
lavoro. Fiorentino scrutò con animo libero e spassionato la vec chia
speculazione ellenica; la Grecia anteriore a Socrate,ove campeggiano le
grandiose figure di Talete, di Senofane, di Eraclito, di Parmenide,
d’Anassagora; o dove si elabora a poco a poco l'idea platonica e la categoria
aristotelica. È un quadro ricco di pensiero, ed anche di poesia,che con vivi
colori ci tratteggia Fiorentino con quella sua ge nialità, con quella lucida
esposizione, che tanta grazia a g giunge ai suoi lavori speculativi;
incantevole lucidezza, che ritrae i limpidi Soli diffusi sui patrî vigneti e
sulle marine di Cotrone CROTONE. Il Saggio Storico sulla filosofia sarà sempre,
secondo il nostro debole parere, l'opera più bella, più geniale del Fiorentino;
ci è il profumo e l'entusiasmo, ci è la vita artistica, anche in mezzo alle
severe meditazioni del pensatore; quella vita, che solo può dare la
Giorn.Napoli] gioventù, nella sua più rigogliosa fioritura ed espansione. Ciò
nonostante, spassionati estimatori dell'ingegno del nostro amico, riconosciamo
in quel saggio lacune ed imperfezioni, che l'autore medesimo, uomo schietto e
leale,vi riconobbe, ricco di nuovi studi sulla lingua, sulla filosofia, sulla
letteratura greca; dotto nel tedesco e conoscitore profondo dei moderni lavori
alemanni su Platone ed Aristotile. Intanto facciamo notare che il cardine
fondamentale della critica di Fiorentino sono le idee platoniche e le categorie
aristoteliche, che sono e saranno sempre le colonne e le pietre granitiche
dell'umano pensiero. La critica platonica (come nota Chiappelli nel dottissimo
studio sulla interpetrazione panteistica della dottrina platonica) si è a
giorni nostri ri fatta da capo; e la quistione si aggira sui fondamenti di
tutto il platonismo, valeadire, sul genuino valore della dottrina delle idee,
che forma il centro del sistema dell’ACCADEMIA. Dalla interpetrazione di
codesta dottrina dipende quella di tutto il resto del sistema; è il
presupposto, da cui, come tanti corollarii, scendono tutte le altre parti di
questo monumento immortale del genio greco, che scosso dalla potente critica dal
LIZIO d’Aristotile, travisato dal Neo-platonismo, rivive anche oggi, dopo le
vicende di tanti secoli. Varie e con traddittorie in ogni tempo sono le
interpetrazioni delle idee platoniche. Sono scambiate, ora con gl’ideali
estetici, che vagheggia l'artista, ora ritenuti come generi logici e concetti
intellettivi, ed ora come gl’eterni paradimmi del divino artefice, modelli
esemplari delle cose, e quindi esistenti per sė; la quale interpetrazione, che
si trova diffusa tra i neo-platonici, tra i padri della chiesa, ed in tutto il medio-evo,
anche oggi è sostenuta da valorosi critici. È certo poi che le idee in Platone
sono trascendenti, immobili e separate dalla materia, e che carattere
principale del Platonismo è la irreconciliabilità tra l'idea e la materia, tra
l'intelligibile ed il sensibile: Le più ingegnose interpetrazioni dei critici moderni,
e massime di Teicmuller, che fa dell’ACCADEMIA un Panteista, non han potuto
colmare l'abisso, che nel greco filosofo separa l'idea dal cosmo, l'elemento
intelligibile dall'elemento materiale. Relegate, come sono, le idee in un mondo
inaccessibile, non possono esercitare nessuna influenza, nè sul l'essere, nè
sul divenire delle cose sensibili, nė spiegare il formarsi delle cose medesime.
Anche la relazione delle idee col divino, osserva Fiorentino, rimane indefinita.
Le idee non hanno causalità, perciò la causa efficiente deve trovarsi accanto a
loro, o concorrere con loro alla formazione dei mondo. L’ACCADEMIA non tenta
neppure di conciliare il divino con le idee; perciò accanto alla speculazione
tu trovi ancora il mito, non come semplice ornamento, ma come elemento
integrale del sistema. Solo è certo che l'altissima idea è per Platone quella
del bene; la quale ora s'immedesima con la ragione divina, ora è quella, a cui
guardando il demiurgo dà forma al mondo; se non che non si può risolutamente
affermare che il bene s’immedesimi col divino, ch'è un dato della tradizione
piuttosto che della filosofia, ed in Piatone non essendo chiara quella
immedesimazione, non riesce perfetto il collegamento tra le idee e la mente
divina, ed il sistema delle idee riesce poco coerente, e sempre ondeggiante ed
incerto. Fiorentino nel Saggio storico rigetta la interpetrazione delle idee
dell’ACCADEMIA come riminiscenze di una vita anteriore, come modelli e
paradimmi del mondo, come pensieri divini; e ritenne che Platone non è sempre
lo stesso ne'suoi dialoghi; filosofo da poeta, senti bisogno di spiegare la
scienza, e ricorre alle idee; negli ultimi anni adotta il linguaggio pitagorico
a proposito delle idee, e le considera come numeri. La dottrina delle idee
platoniche, trattata davvero scientificamente, consiste per Fiorentino nei
Dialoghi il Teeteto, il Sofista, ed il Parmenide. Il Sofista prepara il
Parmenide, a cui dà il fondamento ed il principio; ed il Parmenide sostituisce
alla me- [Manuale di Storia della Filosofia, Napoli] tessi ed ai simulacri la
relazione, ch'è la vera natura e la vera condizione di tutte le idee; è la loro
vita e fecondità. Fiorentino, austero intelletto e libero pensatore, prefere
alla lirica del Fedro e del SIMPOSIO, alla epica narrazione del Timeo ildramma
ideale del Parmenide. Fiorentino scruta profondamente i tre dialoghi platonici,
o ne rileva il vero significato. La scienza, egli dice, non è sola sensazione e
sola opinione, come vogliono i Jonici, ed ecco il significato del Teeteto; la
scienza non è la sola cognizione dell'uno, come pretende Parmenide di VELIA, e
ne anco dell'essenze immobili ed irrelative dei megarici; ed ecco il significato
del Sofista. La scienza è l'una e l'altra opinione e cognizione, relazione di
entrambe; ed ecco il risultato ultimo del Parmenide da VELIA; tanto vero che, senza la relatività
delle idee, il Parmenide da VELIA rimarra sempre un enimma, il sistema di
Platone un leggiadro tessuto di favole, di reminiscenze oltre-mondane ed
assurde, e di sperticate idealità. Scrutando meglio il Sofista ed il Parmenide
di VELIA, Fiorentino asserisce che il principio da cni muove Platone nel
Sofista, ossia l'ente, e quello da cui muove nel Parmenide, ossia l'uno,
sonolostesso principio; se non che l'ento è rigido, immobile, indeterminato, e
l'Uno è determinato, e produce i molti. L'uno è il medesimo e dil diverso del
Molti; come viceversa il molti si può dire medesimo ed altro dell'uno; tanto
che, a parere del Fiorentino, abbiamo nel Parmenide esplicito il diverso e
l'altro; sebbene rimanga in Platone nell'ombra la causa della estrinsecazione
della idea, e l'apparire della materia. Platone non colse la vera natura
dell'altro, che non può essere nè un'essenza, nė un'idea; sì bene una
relazione; egli perciò oscilla dall'uno all'altro di questi due termini, per
trovarvi la materia, ed, irresoluto, la fè credere una volta essenza, ed
un'altra idea. Pare che in tutte queste sottili ed ingegnose interpetrazioni di
Fiorentino entrasse un po il sistema e la critica moderna dell’Hegel, sempre
caro al nostro, come quegli che è la sintesi più stupenda del pensiero laicale
tedesco, da Lutero a Kant. TOCCO (si veda), di cui tanto si onorano le
Calabrie, nelle sue dotte Ricerche Platoniche, esplicitamente osserva che
Fiorentino interpetra il Parmenide di Platone alla maniera di Hegel, e che, ad
onta delle argute considerazioni sulle stonature della Dialettica platonica, non
tenne in conto il fare negativo di tutto il dialogo. Il trapasso, dalla teorica
della metessi e degl’influssi a quello della dialettica assoluta, è un salto così
smisurato, che difficilmente puo farsi da un uomo, per vastissimo ingegno
ch'egli ha, sopra tutto nel tempo, in cui la speculazione è ancora sul nascere,
ed i sistemi filosofici sono appena abbozzati. E ingiusto per ciò, conchiude
Tocco, il raccostamento della dialettica platonica all’egheliana, e non bisogna
interpetrare con Hegel Platone, e trasportare il mondo antico nel mondo
moderno! Alla origine e natura delle idee è intimamente legata la DIALETTICA
dell’accademia. Essa non è altro, se non che la legge dell'intreccio ideale, il
modo come si forma il Logo, o la Ragione universale ed assoluta. Il ritmo della
dialettica vera dell’ACCADEMIA, secondo la interpetrazione di Fiorentino, è nel
Parmenide; il contenuto del quale si risolve in una trilogia, di cui la prima
parte presenta la idea solitaria dell'uno, e l'annulla. La medesima idea
appaiata con quella del l'essere, e con essa in contraddizione; la risolve la
con traddizione nel momento, ch'è il diventare; momento e divenire, che sono
mutuati dalla dialettica hegeliana, e rendono infide e soverchiamente moderne
le interpetrazioni di Fiorentino. Egli è convinto, quando scrive il saggio
storico, che la dialettica hegeliana è modellata sulla platonica, e che le
prime tre categorie del filosofo alemanno, l'essere, il non essere, ed il divenire
ricordano l'uno, l'ente, ed il momento del Parmenide da VELIA. La Dialettica
platonica, monumento grandioso dell'umano pensiero, ispira in ogni tempo gl’Artisti
ed i Filosofi; e Fiorentino conchiude che Goethe v'im [Catanzaro. Lo
studio della filosofia greca fa rientrare Fiorentino nel mondo moderno, ch'egli
avea sfiorato col lavoro di Bruno; il greco pensiero, che più degli altri è
pensiero umano ed universale, ricondusse il nostro alla Rinascenza, la quale,
se inizia l'epoca moderna con le ribellioni speculative di Bruno, di Telesio e
di Pomponazzi, usufrutta con TELESIO e con BRUNO la parte viva ed immortale
della greca filosofia, il concetto della natura, autonoma od assoluta, e l'idea
dell'infinito generante. FIORENTINO, ingegno fecondo e progressivo, accetta i
pronunziati, gl’ardimenti, o, le ribellioni della rinascenza. Nelle fresche
correnti della natura ei sente ringiovanirsi, ed il suo pensiero divenne più
ampio ed umano. L'epoca della rinascenza è, o Signori, un'epoca gloriosa,
battagliera, o titanica. La scolastica è assottigliata. La cavalleria ed il
feudalismo se ne vanno. La teocrazia perde il suo prestigio, e la sua universalità.
La poesia si emancipa dai terrori mistici. Alle fosche pitture succedono i
freschi colori del Tiziano e del Correggio. Nasce lo stato laicale, e
Machiavelli crea la storia moderna. I filosofi rappresentarono in questo gran
dramma una parte gloriosa, e specialmente il mantovano POMPONAZZI, che per
audacia speculativa, per energia di carattere è uno degli eroi più spiccati del
rinascimento italiano. FIORENTINO, che come fiero calabrese e libero pensatore,
è naturalmente attratto verso i grandi precursori ed apostoli, si mette a
studiarlo con coscienza di filosofo e pazienza di critico; sgobba sui polverosi
volumi in folio, si chiuse come un anacoreta nella sua cella di BOLOGNA; ed
affronta con leonino coraggio l'intolleranza e lo scherno degl'insipienti, le
beffe dei gaudenti, che senza forti stupara la movenza del Dialogo; Hegel il
severo ragionamento; VICO vi attinse lo schema della Scienza Nuova; SERBATI il
principio del nuovo saggio; ed a quell'opera immortale bisogna ricorrere ogni
volta, che si vorranno scandagliare davvero le origini dell'umano pensiero
senza accurato lavoro vogliono, con la veduta corta di una spanna, giudicare gl’uomini
serî ed austeri, gl’uomini che sacrificano tutto sull'ara del pensiero e della
scienza ; indomiti o tetragoni nei loro propositi ; Capanei, che muoiono e non
si arrendono. POMPONAZZI insorse fieramente contro la scolastica, e contro la
greca filosofia; e nello spiegare la natura dell'anima, ed il processo del
conoscere non ha esitato punto, nè riprodotte, come altri fecero, le incertezze
del LIZIO. Sgombrate tali perplessità, il filosofo mantovano si libera
dall'intelletto separato di Averroè, dell'intelletto agente dello Afrodisio,
senza però emanciparsi del tutto dagl’influssi e dalle intelligenze superiori;
ondeggiante ancora, come tutti gl’uomini della rinascenza, tra la scolastica ed
il mondo moderno; tra AQUINO (si veda) e BRUNO (si veda). Strema, è vero,
POMPONAZZI (si veda) la trascendenza in filosofia; considera l'intelletto umano
come sviluppato dalla potenza della materia. Ma non volle attribuire
all'intelletto dell'uomo la concezione dell'universale; e disconobbe la vera
mediazione, che l'uomo fa tra le cose eterne e caduche. Egli scruta insistente
i più ardui problemi metafisici, religiosi e morali, la provvidenza, il fato,
la libertà, la predestinazione e la grazia; e porta in tutte queste discussioni
la novità e l'audacia, proprie dei filosofi del rinascimento; piega più dalla
parte della determinazione fatale del PORTICO ROMANO che da quella della vuota determinabilità
dell’Afrodisio; che l'arbitrio non può essere primo movente; e l'aver compreso
il difetto della dottrina della libertà, come è in Alessandro ed in LIZIO;
l'aver intravveduto nel fato del PORTICO ROMANO maggior ragione volezza
costituisce uno dei massimi pregi della critica di POMPONAZZI (si veda) Disconosce
inoltre il valore assoluto delle Religioni; ne spiega con ragioni naturali
l'origine, il fiorire, la decadenza; le riconosce portato dello spirito, eterno
ed irrequieto viaggiatore, che tutto rinnova e distrugge. Con questa
divinazione Pomponazzi è anche precursore dei nuovi tempi, e della scuola
moderna; se non che mancogli la perfetta coerenza nelle dottrine, e non si
solleva al concetto profondo dello spirito, come lo intendono i moderni.
L'ingegno di POMPONAZZI (si veda), benchè novatore e ribelle, non si era
completamente spastoiato dal vecchio mondo scolastico ed del LIZIO aristotelico;
ei non puo ai suoi tempi cancellare del tutto il divino di Agostino e d’AOSTA
(si veda); non puo scartare intieramente la provvidenza oltre-mondana, non puo
combattere a viso aperto le tradizioni della fede ortodossa. Ei però intravvede
che al divino estra-mondano, collocato fuori la coscienza, dovea fra poco
succedere il divino intimo e vivente; che la vecchia forma religiosa dovea
ringiovanirsi e al motore immobile di LIZIO dovea succedere l'infinito di BRUNO
(si veda). È questo il merito precipuo di POMPONAZZI (si veda), che a buon
dritto deve chiamarsi il precursore della riforma e del mondo laicale moderno;
e l'averlo saputo rilevare con sagacia di critico coscienza di storico è gloria
di FIORENTINO (si veda). Ciò segna un altro momento importante nella evoluzione
critica e speculativa del nostro; la quale ha il suo compimento ed il suo
massimo splendore in Telesio, e negli studii sulla idea della natura nel
risorgimento italiano. TELESIO (si veda) infatti costituisce l'ultimo e più
splendido momento speculativo e storico di FIORENTINO (si veda), il quale
rappresenta perciò in Calabria il più alto grado, la più alta manifestazione
della critica storica, ed il completo svegliarsi presso di noi della coscienza
laicale ed umana; rappresenta la continuazione della rinascenza, ingrandita,
però, trasformata e divenuta pensiero europeo ed universale coi Saggi critici
di SPAVENTA (si veda). È primo SPAVENTA (si veda) in Italia a dare la debita
importanza a BRUNO (si veda) ed a CAMPANELLA (si veda), ed a tutta la filosofia
del rinascimento, rivendicando gl’eroi della nostra filosofia, ed i martiri
obbliati della ragione. L’Italia, dice Spaventa, apre le porte della civiltà
moderna con una falange d’eroi della filosofia. Pomponazzi, Telesio, Bruno,
VANINI, Campanella, CESALPINO (si veda) paiono figli di più nazioni. Essi
preludiano più o meno a tutti gl'indirizzi posteriori, che costituiscono il
periodo della filosofia da Cartesio a Kant. VICO (si veda) è il vero precursore
di tutta l'Alemagna -- Prolusione alle Lez.di fil. nap. Le austere parole e i
forti ragionamenti del filosofo abruzzese eccitarono il potente ingegno di
FIORENTINO, e come il nostro schiettamente confessa, lo fa orientare in quell'
arruffio, ch'è la speculazione della rinascenza, e lo innamorarono di quel
periodo filosofico, che prima si contenta di ammirare, senza averne perfetta e
matura cono scenza, piuttosto, perseguire i facili lodatori che per vederne
realmente l'importanza coi proprii occhi. Educato dalla critica nuova e
poderosa di Spaventa, Fiorentino percorso da padrone e da maestro il campo
glorioso della rinascenza italiana, e v'impresse orme da gigante. Gli uomini
nuovi od audaci; i martiri dell'idea piacquero tanto a Fiorentino, ed ei s'immedesimò
loro, aspirandone l'immortale profumo, ed il soffio. La Calabria, che, senza
conoscersi, spesso si vilipende e si schernisce, non è per lui barbara c
selvaggia, covo di briganti, e nido di cannibali; è invece terra di filosofi,
di critici, di poeti; culla di martiri e di eroi, terra artistica ed originale,
a cui, ultimo tra gl’ingegni calabresi, consacrai tutto me stesso, e per la
quale non cessa di combattere, finché avrò forze, finchè in Italia vi saranno
uomini senza coscienza storica e senza carità di patria. La Calabria (e
perdonate questo amore indomabile alla mia patria nativa, alle mie care
montagne) sa anch'essa indovinare e comprendere i tempi nuovi, uscire dal fondo
de'suoi burroni, e mettersi a paro coi più grandi eroi della Rinascenza italiana.
La Calabria sa anch'essa combattere con la sua selvaggia vigoria lo impero, la
scuola, ed il potere teocratico. Il calabro pensiero, che ancora si accusa di
angustia e municipalità, è, com’io dimostrai, un pensie ro, non solo nuovo ed
originale, ma eziandio italiano, europeo ed umano. Universale in
filosofia, inizid con Telesio lo studio dellanatura, sconosciuta ai padri
nostri, velata per tanto tempo dalle ombre del Medio-Evo; nel tetro carcere
della Vicaria crea col SERRA la scienza economica; con GALEAZZO usci dal
cerchio della poesia provinciale, e fuse nel calabro Sonetto la vigoria d’ALIGHIERI
e la musica di Petrarca; pre corse con Campanella a Descartes; e con GRAVINA
anticipa Vico e Montesquieu, o crea la nuova critica italiana. Fiorentino, che,
com'egli stesso canto, avea Saldo il voler ne le virili imprese, E indomita la
tempra calabrese, innamorato della vecchia Calabria, fa rivivere con magiche
tinte le belle ed eroiche figure dei padri nostri, PARRASIO, Telesio, il
Martirano, il Quattromani, il Tarsia, Cornelio, Severino, Schettini ecc.;
filologi, poeti e critici precursori, che usciti dal fondo dei nostri boschi
illustrarono le prime università, e danno un potente i m pulso al rinascimento
italiano, col fondare e promuovere quella stupenda accademia dei cosentini,
segno in tutti i tempi di odio inestinguibile e di amore indomato, la quale è
tanta parte del dramma grandioso della rinascenza; da all'Italia grandi
latinisti da emulare Poliziano, Sannazaro, Fracastoro, e sorpassarne altri con
Coriolano Martirano; porta scolpito il fatidico motto: Donec totum impleat
orbem; decrescit numquam, nec fulmine læditur; e servi di modello a tutta
Europa con Telesio per la scoverta del vero metodo naturale. Sotto questo
doppio aspetto la vide l'occhio sagace di Fiorentino, e stupendamente la
illustra, sollevandola a quel posto, che merita, e meriterà sempre, finchè le
tradizioni del pensiero laicale ed umano rimarranno vive in Calabria, e ne
trasformeranno la vita, l'arte, e la speculazione; finchè vi saranno uomini
insigni come il Presidente Scaglione,ed il Segretario Greco, che ne
accresceranno le glorie e l'importanza, continuando l'esempio dei loro illustri
a n tenati, che noi, gaudenti e borghesi, abbiamo dimenticati, sconosciuti, e
fino scherniti. Fiorentino, che il dotto canonico Scaglione avea precorso
con lo studio su Telesio, pubblicato negli atti dell'Accademia, studiando a
fondo, al lume della nuova critica, le opere del filosofo cosentino, proclama
che Telesio inaugura i tempi moderni, ritiene la natura, come il principio
universale delle cose, il ricettacolo di tutte le forme, e, come schietto
naturalista, rigetta il LIZIO d’Aristotile e la Scolastica, la Teosofia, e la
Magia. Telesio, evitando la contraddizione del Lizio aristotelica, che rompe
l'unità della natura, parte da una materia primitiva ed unica, e da una
contrarietà universalissima, il caldo ed il freddo, nature agenti, dalla cui
azione sulla materia nasce la generazione e la corruzione. Telesio, pur
ritenendo la necessità di un'opposizione universale e di un'unica materia, il
che è anche ammesso dal LIZIO d’Aristotile, ne ha profondamente modificato il
valore. La forma del LIZIO aristotelica, ch'èsempre assoluta ed estra-naturale,
non gli parve principio naturale, e la sbandì, e la rigetta dalla sua
filosofia, con la rude franchezza del calabrese. In una parola, la natura non
ha mestieri per essere spiegata di principi, che non siano naturali. E così è
vinto e sor passato il medio-evo, e la filosofia delle scuole. Il soffio fresco
delle nostre montagne spazza lo nebbie scolastiche, e Telesio, meditando gl’arcani
della natura nel suo ameno podere, sito sulle rive pittoresche del fiume
Coraci, è veramente il precursore di Bruno e di Galilei, l'uomo nuovo ed
audace, che scrolla il vecchio mondo medievale, ed inaugura l'epoca moderna.
Telesio, rigettando l'entelechia del LIZIO aristotelica, vi sostitui una
sostanza sottile, mobile, lucida, che per lui costituisce il principio della
vita; semplifica inoltre il sistema del naturalismo, tolge il dissidio immenso,
che è nel medio-evo tra la natura esterna e l'organismo vitale, e fuse insieme
nel suo novello sistema la fisica e la biologia. Fiero ed inesorabilo
calabrsse, rovescio tutto, non diè quartiere al LIZIO d’Aristotile ed alla scolastica,
o combattė senza ipocrisia, ed a fronte scoverta; da una nuova teorica
dell'anima, sorpassando il Fedone dell’Accademia, e l'intelletto universale del
Lizio d’Aristotile; FONDA SUL SENSO LA CONOSCENZA, ed ammise il mondo etico
come un effetto e risultato naturale. Nel vasto dramma telesiano, che
Fiorentino stupendamente tratteggia, brilla di nuova luce il martire di Nola,
il quale, ebbro del nuovo divino, dell'Infinito generante, e della Natura, allarga
e feconda i concetti del filosofo cosentino, ed accetta pienamente il
naturalismo. Il vero assoluto rimane però in lui un punto oscuro, dove i
contrarii si affondano e spariscono; il nolano, più che cogliere con l'atto
intellettivo l'assoluto, vuole trasformarsi in lui, e divenire il divino. E l’eroico
furore, che lo trasporta in grembo dell'infinito, non il sillogismo speculativo,
e la serena meditazione; l'ebbrezza dell'amante, che lo trasfigura in grembo
alla divina Anfitrite. Bruno, uomo del Mezzogiorno, nato presso il Vesuvio, ha
scosso in ogni tempo la mente dei pensatori, ed il cuore dei poeti. Eroe
leggendario del pensiere, cavaliere errante della scienza, mistico o ribelle,
inesorabile flagellatore dei cucullati pedanti, egli che veste la bianca tunica
di Domenico, Bruno percorse, si può dire, da un capo all'altro l'Europa
disputando, combattendo, affrontando il vecchio LIZIO d’Aristotile, la ciarlataneria
delle scuole, e l'infallibilità dei dottori. Vilipeso e adorato, schernito
glorificato, ora debole innanzi a'suoi carnefici, ed ora sublime; il tutore
tradito a Venezia da Mocenigo, suo pupilo discepolo ed ospite, è consegnato al
Sant'Uffizio, dissacrato e condannato a morte. Quando in Roma gli è letta la
sentenza, Bruno, con calma eroica e tremenda ironia, ha il coraggio di profferire
innanzi ai giudici queste memorande parole. Maggior timore provate voi nel
pronunciar la sentenza contro di me, che non io nel riceverla. L’eroe della
verità, e del pensiero laico è legato come un volgare malfattore ad un'antenna,
e, bruciato vivo in Campo di Fiore, imperterrito Bruno non manda nè un
sospiro, nè un lamento. Le fiamme sono la sua apoteosi; e benchè le sue
ceneri fossero state disperse al vento, correno l'Europa come polline
fecondatore, e vi propagarono i semi del libero pensiero, e della filosofia
moderna. Fiorentino, pensatore e poeta, che dopo più maturi studî avea
accettata in tutta la sua pienezza la Rinascenza, ritorna su Bruno, e lo vede
nel Telesio sotto un nuovo punto di vista; e se lo avea rigettato come pan-teista
ed anti-mistico, ora lo guarda, e lo ammira come il vero eroe del pensiero, l'araldo
e il martire della nuova e libera filosofia; degno, come dice Spaventa, di
avere un posto accanto a Prometeo ed a Socrate. Quel che FIORENTINO scrive di
SPAVENTA, permettete, o signori, che io lo riferisca al nostro fiero
concittadino. Il grande ideale del filosofo per Fiorentino è Bruno; pari forse
avrebbero avuto il fato, se fossero vissuti nella stessa età. FIORENTINO guarda
il rogo con lo stesso coraggio; BRUNO avrebbe disprezzato con la stessa
serenità, non il rogo, ma qualcosa di peggio, quella rete sottilissi. ma di
cabale, onde la turba ignara circonda gli animi alteri; che tentano slacciarsi
da maltesi agguati: non il rogo, ma la calunnia divota: dopo il Torquemada
ilTartufo: siamo ben progrediti noi. Il vecchio divino della Scolastica si
assottiglia in Bruno. In lui si fondono il divino e l'Universo; la creazione è
sviluppo del divino stesso, processo necessario, che rende cono scibile e reale
l'attività del divino. In una parola, il divino del Nolano non vive se non per
la natura, e nella natura. Fuori e senza di lei sarebbe un'astrazione ed un
fossile. La necessità della creazione, che BRUNO insegna a viso aperto, lo
mette di accordo col futuro naturalismo spinoziano, e lo fa precursore della
moderna filosofia alemanna. La filosofia del rinascimento, incarnata in TELESIO
ed in Bruno, per avere considerato l'assoluto, come natura, ha preparato il
grande avvenimento dello spirito, la cui speculaziane incomincia con la
coscienza cartesiana. L'infinita natura, iniziata da un sofo di Calabria, è la
gran parola della rinascenza e dei tempi moderni! Telesio e Bruno preparano
inoltre la vasta speculazione di Campanella, indomito frate, che sopporta, con
la fiera costanza del calabrese anni di carcere, ed un giorno intero di
torture. Permettete, o Signori, ch'io m’inchini al martirio di Campanella, ed
al rogo di Bruno; martirio e rogo, che sono LA GLORIA DEL MEZZO GIORNO, e del
libero pensiero; la condanna più eloquente dei feroci persecutori dell'umana
ragione. CAMPANELLA, che sublima alla dignità di principio speculativo la
divinità latente di Bruno, è il vero tipo dell'uomo calabro, ricco d'ingegno e
di cuore, intemperante, battagliero, audace, iniziatore. È uomo originale e
contraddittorio; fa l'apoteosi della teocrazia e della Spagna, della
scolastica, del Medio-Evo, e poi scrive la Città del Sole, e vagheggia la
democrazia ed il socialismo, la sovranità del libero pensiero, e lo stato laico
moderno. Ei fonde in sè due età di verso, la età della fede, e l'età della
ragione; Platone ed Aristotile, Telesio ed il Cusano; l'austero sillogismo del
pensatore, e le vaporosità dell’astrologo; le apocalittiche visioni dell’abate
Gioacchino FIORE (si veda), o la fredda sottigliezza di Machiavelli; l'ossequio
alle somme chiavi, e l'audace ribellione di Lutero. Campanella, stupendamente
tratteggiato da FIORENTINO, ritorna, come metafisico, a Platone, ed al Medio-Evo.
Come sensista e psicologo, anticipa, nella teorica del senso e della
cognizione, Cartesio, ed il mondo moderno. Ei proclama la identità del pensiero
e dell'essere. Se non che sì fatta unità non acquista la forza di vero
principio, e Campanella, ad onta delle sue stupende divinazioni, ondeggia
ancora tra lo schietto naturalismo ed il sistema delle cause finali. Alla
filosofia naturale, che tolse in prestito ed usufruttua dal nostro Telesio,
CAMPANELLA aggiunge una metafisica, che ne rimane staccata; mettendo ogni
sforzo per levarsi alle categorie supreme della natura e dell'essere, non seppe
applicarle alla natura, e con tutta l'energia poderosa d’assurgere all'unità,
resta nella opposizione, ch'è il carattere principale del naturalismo. Il solo
naturalismo, chiarendosi con Campanella impotente a spiegare la genesi della natura,
non potė, esso solo, sciogliere il gran problema del mondo moderno, e
conciliare l'universale col particolar; ricomprendere il senso in una forma di
pensiero più larga, dove l'opposizione riapparisse trasformata ed unificata in
una sintesi suprema e dialettica. Tale è il progresso apportato nel
naturalismo, o nella filosofia moderna da GALILEI (si veda) e Descartes. Tali
sono le glorie del nuovo pensiero, anti-mistico e laicale, iniziato da due
filosofi, nati tra i selvaggi burroni delle nostre Calabrie. Fiorentino, dopo
aver richiamato alla memoria degl’taliani. Cornelio, e Severino, glorie dell'università
napoletana, e filosofi telesiani. Dopo aver valutato la importanza di Galilei e
di Bacone, si arresta con Descartes alla soglia della filosofia moderna, lieto
che la speculazione filosofica si stacchi dalle scienze naturali, preliminare, per
altro, necessario nella evoluzione del pensiero moderno, e si posi nel cogito
cartesiano. La natura si emancipa, il pensiero si scioglie, e diviene più
libero e più snello; lo spirito, che tutto ringiovanisce e trasforma, fondo ed
armonizza Telesio e Bruno, Campanella e Galilei, Bacone e Descartes, e la
silvosa Calabria entra co'suoi filosofi, e coi suoi profeti, co’suoi martiri, e
co'suoi precursori nel dramma glorioso del mondo moderno. Vi rientra sotto
l'impulso di Fiorentino, che, nato presso Stilo, tocca di nuovo la squilla
dimenticata di Campanella, annunzia ai calabresi l'aurora di nuovi giorni, la
completa emancipazione dalla scolastica e dal medio-evo; la risurrezione del
pensiero della magna Grecia, fuso, ingrandito, trasformato nel pensiero
moderno. La Calabria e l'Accademia Cosentina non potranno dimenticarlo. Non
potranno disconoscere l'austero filosofo, che ne illustra stupendamente le
glorie, e con magico pennello ne ritrasse gl’apostoli, e gl’eroi,
rivendicando i padri nostri al cospetto di un secolo banchiere e borghese. La
morte lo colge sulla soglia del tempio del Rinascimento; gloria al virile
sacerdote della scienza, che muore, adempiendo il suo dovere, mentre si
folleggia, deridendo gl’eroi del pensiero, i modesti operai del mondo moderno, e
sigitta lo scherno sulle ossa dei grandi precursori della nuova filosofia e
della nuova critica. Io ho fede che i calabresi, così ricci d'ingegno e di
cuore, cosi amanti delle patrie glorie, hanno un culto per gl’uomini, che
muoiono sulla breccia, martiri della scienza e della patria; per le anime
generose, che non curano le amarezze della vita, l'esilio, la povertà, la
carcere, ed accettano, fino le torture di Campanella, fino il rogo di Bruno. Ho
fede che la Calabria si rinnovi nel lavacro della rinascenza e negli studii
virili del passato, e la gentile e dotta Cosenza, riccaperme di care e dolorose
memorie, prodiga di tanto sangue alla patria, di tanto contributo d'ingegno
alla storia del pensiero italiano, s'ispiri nell'austera figura del più grande
dei suoi figli, il cui busto parla tra il verde degli alberi la gran parola del
risorgimento ai calabresi. Ho fede che l'austera parola del filosofo di
Sambiase non suoni più nel deserto, e la sua tomba, su cui piansero amici e
nemici, è un'ara dove le novelle generazioni attingano i forti propositi, e,
quel che più ci preme, la serietà della vita, l'abnegazione, il sacrifizio, ed
il libero pensiero. Così,o gio vani, non sarò costretto a ripetere gli amari
versi dell’austero poeta di Recanati. Oggi è nefando stile Di schiatta ignava e
finta Virtù viva sprezzar lodare estinta. Nome compiuto: Vincenzo Giulia. Vincenzo
Julia. Julia. Keywords: implicatura, filosofia calabrese, Campanella, Telesio,
Sanctis, Leopardi, Mazzini, Garibaldi, Gioberti, Spaventa, Hegel, Aligheri,
Serra, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulia” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giuliano: la ragione
conversazionale e la filosofia di Giove -- Roma -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “When I
think Giuliano, I think Donizetti – and Poliuto’s lions!” -- Flavio Claudio
Giuliano (in latino: Flavius Claudius Iulianus; Costantinopoli), filosofo. L’ultimo
sovrano dichiaratamente pagano, che tenta, senza successo, di riformare e di
restaurare la religione romana dopo che essa era caduta in decadenza di fronte
alla diffusione del cristianesimo. Sometimes known as ‘the Apostate,’ Giuliano was a
Roman emperor, who died in battle at the early age of 32 exclaiming the
infamous “Galileans, ye won!” as the arrow penetrated in his breast. A
naturally gifted scholar, Giuliano stuied philosophy under Massimo di Efeso and
had many philosophical friends and acquaintances, including Saturnino Secondo
Salutio, Prisco, and Imerio. Although his philosophical outlook was what he
described as ‘generally eclectic,’ he had a special fondness for the Accademia,
and a particular hostily to the Cinargo. Keen to eliminate the Galileans, as he
called the sect originated after the death of Gesu di Nazareth, in fact he left
them rather ‘to their own devices,’ although removing some of their privileges.
His letters and speeches survive – many on deep philosophical issues (‘What is
universal about worshipping a man born in Galilee who claimed to be the son of
God – and born of a virgin?’). Grice: “There are various Griceian problems when
approaching Giuliano from a Griceian perspective. It all reminds me of my
father, a non-Conformist, in a household comprised of my High-Church mother and
Catholic convert aunt! At Oxford, and in fact, before then, at Clifton, I
learned that religion has nothing to do with i. Nobody believes that Giove
raped Ganymede – it’s a tale! Giuliano has been unjustly treated
counterfactually. Historians, seeing that Giuliano’s fight was useless, dismiss
it. But this is a weak argument. I might just as well dismiss Mussolini’s plans
because we English bombed Milano! Giuliano read too much of what the Hebrews
call ‘the Holy Writ’ – but his propositions should be taken separately, one by
one. In a way reminiscent of Arnold (in his Ebraism and Ellenismo), Giuliano
proposes to us an examination of things like ‘Jesus was the son of God,
therefore he was God.’ Aeneas was divinized by Virgil, so the Romans shouldn’t
count as good critics here. A nice story involves Giuliano and Arete, a
philosopher to whom Giamblico di Calcide dedicated one of his books. It seems
likely that she was one of his pupils. Her neighbours (presumably Christians)
tried to get her thrown out of her home, but the emperor Giuliano himself went
to Phrygia to help her. Nome compiuto: Giuliano.
Keywords: pagano, ennico, prima Roma, terza Roma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Giuliano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speraza -- Grice
e Giuliano: la ragione conversazionale e
la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Eclano). Filosofo italiano. A follower of (of all people)
Pelagio. As a result he was prompty
deposed from his position as ‘vescovo’ of Eclanum. He appears to have led an
unsettled life thereafter. His works survive in the use made by them by Agostino
in “Against Giuliano, the defender of the Pelgagian heresy, and the so-called
‘Incomplete work against Giuliano’ – left unfinished by Agostino. Giuliano
strongly opposed Agostino’s convoluted doctrine of the original sins (he said
there were many). By contrast, Giuliano entertained a totally positive
conception of human nature. Nome
compiuto: Giuliano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giuliano.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giulio: la ragione conversazionale e la filosofia sotto
Giulio Cesare – Roma – filosofia italiana
– l’anima di Cesare – il discorso contro la penna di morte a Catilina -- Luigi
Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “The Romans were more serious
about the ‘anima’ than Gilbert Ryle was!” -- Keywords: Giulio. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Si lo è voluto collocare G. Nel GIARDINO ROMANO perchè, nell’orazione
che, secondo SALLUSTIO (si veda), tenne in senato per opporsi alla condanna a
morte dei complici di Catilina, NEGA l'immortalità dell’anima -- e le pene
dell’oltre-tomba. Però non sappiamo se e fino a qual punto rispecchi la sua
filosofia quell’orazione, che, in ogni modo, mira a impedire l'uccisione dei
catiliniani. La divinazzione di G. La stella raccontata di OVIDIO (si veda). OTTAVIANO
(si veda) interpreta la stella di altro modo. Allorche nella congiura di CATILINA
(si veda) il console pronunzia il primo contro i congiurati l’opinione sua
per la pena di morte, G., il quale desidera ne’ suoi fini di salvare loro la
vita, nell’orazione che recita in senato, riferita estesamente da SALLUSTIO (si
veda), non tratta gia come ingiusta o crudele la pena di morte, ma disse anzi
che per coloro, che condur devono una vita misera ed infelice, la morte NON È
UNA PENA, MA UN BENEFIZIO, che li libera avventurosomente dai mali che
sofirone. Ne CICERONE (si veda), ne CATONE (si veda), ne alcun altro de'
senatori contraddissero punto in questa parte al sentimento di G.. Anzi, Cicerone
ne parla come d'un sentimento vero e giusto. G., dic’egli, considera che la
morte non e stata dagl’iddi immortali stabilita come una pena, ma come il fine
de’ dolori e delle miserie. Le catene, massimamente le catene perpetue, sono, a
parere di lui, la pena che merita l'orrendo attentato, di qui si tratta. Egli lascia
a questi empil uomini la vita, la quale, se venisse loro tolta, liberati
verrebbero ad un tratto da tutte le pene dell'animo e del corpo. Omnis homines, patres
conscripti, qui de rebus dubiis consultant, ab odio, amicitia, ira atque
misericordia vacuos esse decet. Haud facile animus verum providet, ubi
illa officiunt, neque quisquam omnium lubidini simul et usui paruit. Ubi
intenderis ingenium, valet. Si lubido possidet, ea dominatur, animus
nihil valet. Magna mihi copia est memorandi, patres conscripti, quæ reges
atque populi ira aut misericordia inpulsi male consuluerint. Sed ea malo dicere, quæ maiores nostri contra
lubidinem animi sui recte atque ordine fecere. Bello Macedonico, quod cum
rege Perse gessimus, Rhodiorum civitas magna atque magnifica, quæ POPVLI ROMANI
opibus creverat, infida et advorsa nobis fuit. Sed postquam bello confecto
de Rhodiis consultum est, maiores nostri, ne quis divitiarum magis quam
iniuriæ causa bellum inceptum diceret, inpunitos eos dimisere. Item
bellis Punicis omnibus, quom saepe Carthaginienses et in pace et per
indutias multa nefaria facinora fecissent, numquam ipsi per occasionem
talia fecere: magis quid se dignum foret, quam quid in illos iure fieri
posset, quærebant. Hoc item vobis providendum est, patres conscripti, ne plus apud vos
valeat P. Lentuli et ceterorum scelus quam vostra dignitas, neu magis iræ
vostræ quam famæ consulatis. Nam
si digna poena pro factis eorum reperitur, novom consilium adprobo. Sin
magnitudo sceleris omnium ingenia exsuperat, his utendum censeo, quæ
legibus conparata sunt. Plerique eorum, qui ante me sententias dixerunt, conposite
atque magnifice casum rei publicæ miserati sunt. Quæ belli saevitia
esset, quae victis adciderent, enumeravere: rapi virgines, pueros;
divelli liberos a parentum conplexu; matres familiarum pati quæ
victoribus conlubuissent. Fana atque domos spoliari. Cædem, incendia
fieri. Postremo armis, cadaveribus, cruore atque luctu omnia
conpleri. Sed, per deos inmortalis, quo illa oratio pertinuit? An uti vos
infestos coniurationi faceret? Scilicet, quem res tanta et tam atrox non
permovit, eum oratio adcendet. Non ita est, neque quoiquam mortalium
iniuriæ suæ parvæ videntur, multi eas gravius æquo habuere. Sed alia
aliis licentia est, patres conscripti. Qui demissi in obscuro vitam
habent, si quid iracundia deliquere, pauci sciunt, fama atque fortuna
eorum pares sunt. Qui magno imperio præditi in excelso aetatem agunt,
eorum facta cuncti mortales novere. Ita in maxuma fortuna minuma licentia
est; neque studere neque odisse, sed minume irasci decet; quæ apud alios
iracundia dicitur, ea in imperio superbia atque crudelitas appellatur.
Equidem ego sic existumo, patres conscripti, omnis cruciatus minores quam
facinora illorum esse. Sed plerique mortales postrema meminere et in
hominibus inpiis sceleris eorum obliti de pœna disserunt, si ea paulo
severior fuit. D. Silanum, virum fortem atque strenuom, certo scio quæ
dixerit studio rei publicæ dixisse, neque illum in tanta re gratiam aut
inimicitias exercere. Eos mores eamque modestiam viri cognovi. Verum
sententia eius mihi non crudelis – quid enim in talis homines crudele
fieri potest? Sed aliena a re publica nostra videtur. Nam profecto aut
metus aut iniuria te subegit, Silane, consulem designatum genus pœnæ
novom decernere. De timore supervacuaneum est disserere, quom præsertim
diligentia clarissumi viri consulis tanta præsidia sint in armis. De pœna
possum equidem dicere, id quod res habet, in luctu atque miseriis
mortem ærumnarum requiem, non cruciatum esse; eam cuncta mortalium mala
dissolvere; ultra neque curæ neque gaudio locum esse. Sed, per deos
inmortalis, quam ob rem in sententiam non addidisti, uti prius verberibus
in eos animadvorteretur? An quia lex
Porcia vetat? At aliæ leges item condemnatis civibus non animam eripi, sed
exilium permitti iubent. An quia gravius est verberari quam necari? Quid autem
acerbum aut nimis grave est in homines tanti facinoris convictos? Sin quia levius est, qui convenit in minore negotio
legem timere, quom eam in maiore neglegeris? Maiores nostri, patres conscripti,
neque consili neque audaciæ umquam eguere; neque illis superbia obstabat
quo minus aliena instituta, si modo proba erant, imitarentur. Arma atque
tela militaria ab Samnitibus, insignia magistratuum ab Tuscis pleraque
sumpserunt. Postremo, quod ubique apud socios aut hostis idoneum
videbatur, cum summo studio domi exsequebantur: imitari quam invidere
bonis malebant. Sed eodem illo tempore Græciæ morem imitati verberibus
animadvortebant in civis, de condemnatis summum supplicium
sumebant. Postquam res publica adolevit et multitudine civium factiones
valuere, circumveniri innocentes, alia huiusce modi fieri cœpere, tum lex
Porcia aliæque leges paratæ sunt, quibus legibus exilium damnatis
permissum est. Hanc ego causam, patres conscripti, quo minus novom
consilium capiamus, in primis magnam puto. Profecto virtus atque
sapientia maior illis fuit, qui ex parvis opibus tantum imperium fecere,
quam in nobis, qui ea bene parta vix retinemus. Placet igitur eos dimitti et
augeri exercitum Catilinae? Minume. Sed ita censeo: publicandas eorum
pecunias, ipsos in vinculis habendos per municipia, quæ maxume opibus valent. Neu quis de iis postea ad
senatum referat neve cum populo agat. Qui aliter fecerit, senatum existumare eum contra
rem publicam et salutem omnium facturum. Tutti
gli uomini, o senatori, che deliberano intorno a fatti dubbi, debbono
essere liberi da odio e da amicizia, da ira e da misericordia. L’intelletto non
può discernere facilmente il vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e
nessuno mai può obbedire contemporaneamente alla passione e al proprio
interesse. Se tendi l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda
della passione1, questa domina e la mente non ha più vigore. Potrei, o
senatori, ricordare molti e molti esempi di re e di popoli che spinti
dall’ira o dalla pietà presero funeste deliberazioni; ma io preferisco
dire ciò che i nostri antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni,
fecero con senso di rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che
noi combattemmo contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi
ca, che aveva accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano,
ci fu infedele e nemica; ma quando, terminata la guerra, si dovette
deliberare intrno alla sorte dei Rodiesi, i nostri antenati li lasciarono
impuniti3, affi nché non si dicessse che si era intrapresa la guerra per
impadronirsi delle loro ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo
stesso modo in tutte le guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli
intervalli di pace e le tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i
nostri non approfi ttarono mai dell’occasione per fare delle
rappresaglie; cercavano di agire sempre secondo la loro dignità piuttosto
che, infi erire contro di quelli, anche se a buon diritto. Così pure voi,
o senatori, dovete tener conto di voi stessi, affi nché presso di voi non
possa di più la scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la
vostra dignità, e non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra
buona reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male
da loro compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la
grandezza del misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano
applicare quelle pene che siano stabilite dalle leggi. La maggior parte
di coloro che hanno espresso il loro parere prima di me, con un
linguaggio forbito e brillante, hanno commiserato la sventura dello
Stato. Hanno enumerato le crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti,
vergini e fanciulli rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori,
madri di famiglia costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi
spogliati, stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e
lutto Della pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie
la morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve
tutti i mali umani e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi
immortali, perché non hai aggiunto alla tua proposta che i congiurati
fossero sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge
Porcia? Ma ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a
morte non si tolga la vita, ma si conceda l’esilio. O forse perché è più
duro essere fustigato che ucciso? Quale pena è grave o troppo aspra per
chi risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una pena troppo
leggera fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti
poco importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero,
chi potrà criticare una sentenza di morte contro traditori della patria?
L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti.
Qualunque cosa accada, essi l’avranno ben meritata; però, voi, o
senatori, rifl ettete bene6 che ciò che deliberate non ricada su
altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità
fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno
onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben
meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la
repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la forza
dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere
arbìtri di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa
altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. Io, o
senatori, ritengo che questo motivo sia di grandissima importanza perché
non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e
saggezza coloro che costruirono con forze modeste un così vasto impero
che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno
creato. Allora si debbono mettere in libertà costoro e mandarli ad
accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il mio parere:
si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai
municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro
non si facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno
trasgredisse, il Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della
salvezza pubblica.Giulio Cesare. Tutti gli uomini, o senatori, che deliberano
intorno a fatti dubbi, debbono essere liberi da odio e da amicizia, da
ira e da misericordia. 2. L’intelletto non può discernere facilmente il
vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e nessuno mai può obbedire
contemporaneamente alla passione e al proprio interesse. 3. Se tendi
l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda della passione1, questa
domina e la mente non ha più vigore. 4. Potrei, o senatori, ricordare
molti e molti esempi di re e di popoli che spinti dall’ira o dalla pietà
presero funeste deliberazioni; ma io preferisco dire ciò che i nostri
antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni, fecero con senso di
rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che noi combattemmo
contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi ca, che aveva
accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano, ci fu infedele e
nemica; ma quando, terminata la guerra, si dovette deliberare intrno alla
sorte dei Rodiesi, i nostri antenati li lasciarono impuniti, affi nché
non si dicessse che si era intrapresa la guerra per impadronirsi delle loro
ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo stesso modo in tutte le
guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli intervalli di pace e le
tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i nostri non approfi
ttarono mai dell’occasione per fare delle rappresaglie; cercavano di
agire sempre secondo la loro dignità piuttosto che, infi erire contro di
quelli, anche se a buon diritto. Così pure voi, o senatori, dovete tener
conto di voi stessi, affi nché presso di voi non possa di più la
scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la vostra dignità, e
non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra buona
reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male da loro
compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la grandezza del
misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano applicare quelle
pene che siano stabilite dalle leggi. La maggior parte di coloro che hanno
espresso il loro parere prima di me, con un linguaggio forbito e
brillante, hanno commiserato la sventura dello Stato. Hanno enumerato le
crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti, vergini e fanciulli
rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori, madri di famiglia
costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi spogliati,
stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e lutto. Della
pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie la
morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve tutti i mali
umani e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi immortali,
perché non hai aggiunto alla tua proposta che i congiurati fossero
sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge Porcia? Ma
ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a morte non
si tolga la vita, ma si conceda l’esilio. O forse perché è più duro
essere fustigato che ucciso? Quale pena è grave o troppo aspra per chi
risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una pena troppo leggera
fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti
poco importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero,
chi potrà criticare una sentenza di morte contro traditori della patria?
L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti.
Qualunque cosa accada, essi l’avranno ben meritata; però, voi, o
senatori, rifl ettete bene6 che ciò che deliberate non ricada su
altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità
fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno
onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben
meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la
repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la forza
dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere
arbìtri di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa
altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. 41. Io, o
senatori, ritengo che questo motivo sia di grandissima importanza perché
non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e
saggezza coloro che costruirono con forze modeste un così vasto impero
che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno
creato. Allora si debbono mettere in libertà costoro e mandarli ad
accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il mio parere:
si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai
municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro
non si facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno
trasgredisse, il Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della
salvezza pubblica. Nome compiuto: Giulio Cesare. Keywords: l’immortalita
dell’anima – Shropshire e Giulio – Giulio’s intenzione al crosare il Rubicon --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giulio: la ragione conversazionale e l’attaco a Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma) Filosofo
italiano. A philosopher who
was killed during an attack on the city. Nome
compiuto: Giulio Giuliano.
Luigi Speranza --
Grice e Giunco: la ragione conversazionale dell’andreia -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. The author of a philosophical dialogue about the three ages of man. The
son-in-law of Tito Vario Ciliano. The models for the three ages of man are his
father in law, himself, and his own son, as models. He argues that the middle
age is the best. Grice: “But he was biased. In fact, in my lectures on
reasoning, I give this as an example of biased reasoning!” – Nome compiuto: Giunco.
Luigi Speranza --
Grice e Giunio: la ragione conversazionale dell’accademia al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. Appartene all'Accademia -- cioè effettivamente
all’eclettismo con tendenze stoiche di Antioco d’Ascalona -- che, appunto,
accetta dottrine derivate dal portico. In Atene fa studi di filosofia, e
in questa ha maestro Aristone. Nella guerra civile parteggia per Pompeo e
combatte a Farsaglia. Ottenne di riconciliarsi con GIULIO (si veda) Cesare.
Forma stretti rapporti con CICERONE, che gli dedica varie opere: "Brutus",
"Paradoxa", "Orator", "De finibus",
"Tusculanae", "De natura Deorum." A CICERONE, dedica il
"De virtute" (Andreia). Legato pro-pretore nelle Gallie, pretore
urbano, partecipa alla congiura contro GIULIO (si veda) Cesare e e uno dei suoi
uccisori. Sconfitto a Filippi d’OTTAVIANO, si uccide. Uno dei maggiori
rappresentanti dell’atticismo è oratore insigne. Scrive lettere (VIII a
Cicerone ci restano nella corrispondenza di questo), poesie e tre opere
morali. Nel "De virtute” difende la teoria dell’auto-sufficienza
della virtù. In "Sui doveri" da precetti al fratello sulla sua
condotta. (Grice: “He never followed them!”). Nel "De patientia,"
tratta di questa. Nome compiuto: Marco Giunio Bruto il Minore. Giunio. The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giunio: la ragione conversazionale e il portico romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A follower of the Porch, and one of the senators who opposed NERONE. Nome compiuto: Giunio Maurizio
Luigi Speranza --
Grice e Giuniore: la ragione conversazionale e la geografia filosofica -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A philosopher who wrote, or edited, a short work on geography,
comprising the whole of Rome, and some of the shoreline outskirts, including
Ostia. Giuniore.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giussani:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amicizia – il
comune, fraternità, liberazione – la
scuola di Desio -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Desio). Abstract. Grice has always been interested in what he
calls a philosophisma. Take ‘friend’. Aristotle says that a happy life is
self-sufficient. Who needs friends like that?” Keywords: amicizia. Filosofo
lombardo.. Filosofo italiano. Desio, Monza, Lombardia. Grice: “I like
Giussiani; of course at Oxford he would be a no-no, being a Catholic; but he
understands the pragmatics of conversation!” Ricevette la prima introduzione dalla madre Angelina
Gelosa, operaia tessile; il padre Beniamino, disegnatore e intagliatore, era un
socialista. Entra nel seminario diocesano San Pietro Martire di Seveso
dove frequenta i primi quattro anni di ginnasio. Si trasfere a Venegono
Inferiore, nella sede principale del seminario dove frequenta l'ultimo anno di
ginnasio, i tre anni del liceo e dove svolge i successivi studi di filosofia.
Ha come docenti, fra gli altri, Colombo, Corti, Carlo, e Figini. In quella sede
conosce i compagni di studio Manfredini e Biffi. Si interessa di Leopardi e
delle chiese ortodosse. Riceve l'ordinazione da Schuster. Dopo
l'ordinazione, rimase nel seminario di Venegono come insegnante e si
specializzò nello studio della teologia orientale, specie sugli slavofili,
della teologia protestante e della motivazione razionale dell'adesione alla
Chiesa. Lascia l'insegnamento in seminario per quello nelle scuole
superiori. Inizia l'insegnamento della religione nelle scuole a Milano dove e
suo alunno Giorello. Le riunioni di suoi studenti si tennero con il nome di
Gioventù Studentesca, che fonda insieme a Ricci e che fa parte dell'Azione
Cattolica. Inizia anche un'attività pubblicistica volta a porre
attenzione sulla questione educativa. Redasse la voce "Educazione"
per l'Enciclopedia Cattolica. Sotto Colombo continua gli studi di teologia
protestante per i quali soggiornò per cinque mesi negli Stati Uniti. Ottenne la
cattedra di Introduzione alla Teologia a Milano. Lo Spirito Santo ha suscitato
nella Chiesa, attraverso di lui, un Movimento, il vostro, che testimoniasse la
bellezza di essere cristiani in un'epoca in cui andava diffondendosi l'opinione
che il cristianesimo fosse qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. G.
s'impegnò allora a ridestare nei giovani l'amore verso Cristo "Via, Verità
e Vita", ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei
desideri più profondi del cuore dell'uomo, e che Cristo non ci salva a dispetto
della nostra umanità, ma attraverso di essa. Il movimento da lui creato prese
il nome di Comunione e Liberazione; ne assunse la guida presiedendone il
consiglio generale. Il Pontificio Consiglio per i Laici riconobbe la
Fraternità di Comunione e Liberazione e G. ne guidò la Diaconia
Centrale. Contribuì alla costituzione della Fondazione Banco Alimentare.
Fra le sue numerose opere vi è la trilogia del Per Corso, redatta a partire
dagli appunti delle lezioni di religione che aveva tenuto negli anni cinquanta
al liceo Berchet e in seguito all'Università Cattolica. L'opera, pubblicata in
successive edizioni prima da Jaca e poi da Rizzoli, è composta da “Il senso
religioso, All'origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa. Propone la
concezione della fede e dell'esperienza cristiana come incontro con Cristo
attraverso la Chiesa cattolica. La fede è un «riconoscere una Presenza» ed
occupa ogni singolo spazio della vita individuale (i rapporti umani,
l'esperienza lavorativa, la vita sociale e politica). Da ciò nasce anche una
critica alla ragione illuminista. L'idea della ragione come principale
strumento offerto all'uomo nel rapporto con la realtà e della fede come metodo
di conoscenza sono le premesse metodologiche per un'analisi dell'esperienza
religiosa. Dopo la morte, sono stati dedicati a G.: Desio: nel
paese natale di G., la piazza retrostante il municipio e un monumento opera di
Cristina Mariani a Milano: parco G., in predenza parco Solari Trivolzio: il
piazzale adibito all'accoglienza delle auto dei pellegrini alla chiesa
parrocchiale che ospita le spoglie di San Riccardo Pampuri. Finale Ligure:
l'ultimo tratto del sentiero che porta all'antica chiesa di San Lorenzo di
Varigotti: lì si tennero alcuni dei primi incontri di Comunione e Liberazione,
che ancora si chiamava Gioventù Studentesca Castronno (VA): un largo presso la
rotatoria all'uscita dell'Autostrada dei laghi. Ascoli Piceno: la scuola
primaria e dell'infanzia "G.". Portofino: la piazzetta del faro Kampala
(Uganda): la scuola secondaria G. Pozzolengo: il parco comunale adiacente al
castello San Leo: un basso-rilievo in bronzo, opera dell'artista riminese Ceccarellia,
sulla facciata del convento di Sant'Igne Rimini: la rotonda davanti al
Palacongressi, nei pressi dell'area della demolita Fiera dove si sono svolte le
prime edizioni del Meeting per l'amicizia fra i popoli Chiavari: un tratto del
lungoporto Verona: i giardini presso ponte Garibaldi a Borgo Trento Cinisello
Balsamo: un largo urbano nei pressi del comune Segrate: il centro sportivo
della frazione di Redecesio Strade comunali sono state intitolate a don G. a
Cagliari, Morrovalle, Rapallo, Treviglio, Mestre, ecc. La maggior parte delle
opere deriva dalla trascrizione di dialoghi, conversazioni e lezioni svolte in
pubblico durante raduni, convegni, esercizi spirituali. I suoi libri sono stati
pubblicati dall'editore milanese Jaca. Rizzoli ha iniziato a rieditare i testi
di G. in nuove edizioni aggiornate dotate spesso di un nuovo apparato di note e
di nuovi contenuti editoriali e a volte con titoli diversi. Rizzoli ha anche
pubblicato le opere inedited e volumi antologici di conversazioni
precedentemente disponibili sotto forma di fascicoli pro manuscripto o di
redazionali per varie riviste. Volumi di inediti o di riedizioni di testi sono poi usciti anche per altri editori,
tra i quali Marietti, San Paolo, SEI, Piemme e Messaggero di Sant'Antonio. Trascrizioni
di conversazioni e lezioni nel corso di incontri con i responsabili di
Comunione e Liberazione, di esercizi spirituali e di incontri con appartenenti
ai Memores Domini sono state di norma pubblicate come inserti redazionali o
allegate come fascicoletti nelle riviste Tracce (precedentemente nota come
CL-Littere Communionis, organo ufficiale del movimento), Il Sabato e 30 giorni
nella Chiesa e nel mondo. Un gran numero di questi testi è stato poi pubblicato
in volumi antologici. -- è iniziata la catalogazione sistematica dei
testi e degli scritti di Giussani. G. Scritti, curato dalla Fraternità di
Comunione e Liberazione, inizia la pubblicazione di schede riassuntive dei
testi. Ha diretto la collana editoriale I libri dello spirito cristiano per la
Biblioteca Universale Rizzoli. La collana e poi sostituita da un'analoga
iniziativa sotto il nome di Biblioteca della spirito cristiano, ha pubblicato titoli
scelti fra quelli che più hanno segnato l'esperienza di G. e di Comunione e
Liberazione. Ha diretto la collana discografica Spirto gentil, CD musicali di
«introduzione alla musica» con allegato un booklet di norma contenente una nota
introduttiva di G., una scheda storica sui compositori o sui musicisti e una
guida all'ascolto. Saggi: “Il senso religioso: all'origine della pretesa
cristiana, Perché la Chiesa e Il rischio educativo. “Il senso religioso, Jaca, Reinhold
Niebuhr, Jaca Teologia protestante, La Scuola Cattolica, Jaca Marietti, “L'impegno
del cristiano nel mondo, Jaca, Tracce di esperienza e appunti di metodo
cristiano, Jaca Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca, San Paolo, Il
rischio educativo, Jaca, SEI, Rizzoli, Tracce d'esperienza cristiana, Jaca Decisione
per l'esistenza, Jaca L'alleanza, Jaca Il senso della nascita, colloquio con Testori,
BUR Rizzoli, Moralità: memoria e desiderio, Jaca, Alla ricerca del volto umano,
Jaca Rizzoli, Pregare, illustrazioni di Marina
Molino, Jaca La fede e le sue immagini, illustrazioni di Marina Molino, Jaca La
coscienza religiosa nell'uomo moderno, Jaca, Il senso religioso, Per Corso, Jaca Rizzoli, All'origine
della pretesa Cristiana, Jaca Rizzoli, Perché la Chiesa, Jaca, Rizzoli, Un
avvenimento di vita, cioè una storia, EDITIl Sabato L'avvenimento cristiano,
BUR Rizzoli, Il senso di Dio e l'uomo moderno, BUR Rizzoli, Si può vivere così?,
BUR Rizzoli, Rizzoli Il PerCorso, Jaca, Opere: Jaca, Il tempo e il tempio, BUR
Rizzoli, Realtà e giovinezza: la sfida, SEI; Rizzoli, Il cammino al vero è
un'esperienza, SEI, Rizzoli, Le mie letture, Rizzoli, Si può (veramente?!) vivere
così?, BUR Rizzoli, Porta la speranza, Marietti Riconoscere una presenza, San
Paolo, Lettere di fede e di amicizia a Majo, San Paolo, Generare tracce nella
storia del mondo, con Alberto e Prades, Rizzoli, L'uomo e il suo destino,
Marietti Scuola di Religione, SEI, L'io, il potere, le opere, Marietti Tutta la
terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Che cos'è l'uomo perché te ne curi?,
San Paolo, Avvenimento di libertà, Marietti L'opera del movimento. La
Fraternità di Comunione e Liberazione, San Paolo, Il miracolo dell'ospitalità,
Piemme,Il Santo Rosario, San Paolo, Egli solo è. Via Crucis, San Paolo, La
libertà di Dio, Marietti, Come si diventa cristiani, Marietti La familiarità
con Cristo, San Paolo, Vivere intensamente il reale, La Scuola,. Spirto gentil,
BUR Rizzoli,. Cristo compagnia di Dio all'uomo, EMessaggero Padova, Collana
Quasi Tischreden "Tu" (o dell'amicizia), BUR Rizzoli, Vivendo nella
carne, BUR Rizzoli, L'attrattiva Gesù, BUR Rizzoli, L'auto-coscienza del cosmo,
BUR Rizzoli, Affezione e dimora, BUR Rizzoli, Dal temperamento un metodo, BUR
Rizzoli, Una presenza che cambia, BUR Rizzoli, Collana L'Equipe Dall'utopia
alla presenza BUR Rizzoli, Certi di
alcune grandi cose, BUR Rizzoli, Uomini senza patria BUR Rizzoli, Qui e ora BUR
Rizzoli, “L'io rinasce in un incontro” BUR Rizzoli, Ciò che abbiamo di più
caro, BUR Rizzoli, Un evento reale nella vita dell'uomo BUR Rizzoli, In cammino
BUR Rizzoli, Collana Cristianesimo alla prova Una strana compagnia, BUR
Rizzoli, La convenienza umana della fede, BUR Rizzoli, La verità nasce dalla
carne, BUR Rizzoli, Un avvenimento nella vita dell'uomo, BUR Rizzoli, Interviste Comunione e Liberazione.
Interviste Robi Ronza, Milano, Jaca Book, Un caffè in compagnia. Conversazioni
sul presente e sul destino, colloqui con Farina, Milano, Rizzoli. Il fondatore:
Comunione e Liberazione. CamisascaC’altro Sessantotto", da
"L'Osservatore Romano" ORIGINE, in Banco Alimentare, Elemedia
S.p.A.Area Internet, Il mistero di don G.. Rivelato dai suoi scritti, su
chiesa. espresso.repubblica. Oggi l'addio a don Giussani Il Tirreno, in
Archivio Il Tirreno. Società Coop. Edit. Nuovo Mondo Via Porpora, Milano Tracce,
Cristo è veramente tutto, è il compiersi dell’umano», su tracce. Repubblica »
politica » Milano, i funerali di G., su repubblica Milano, profanata la tomba
di don G., Corriere della Sera su corriere. Chiesta l'apertura della causa di
beatificazione e canonizzazione, in Tracce, Società Coop. Edit. Nuovo Mondo, Passo
avanti verso la beatificazione di don Giussani, in Tempi, Società Coop. Edit.
Nuovo Mondo, Savorana, Don Luigi G., fondatore di CL, nominato monsignore, in
Avvenire, Don G.: vince il premio della cultura cattolica, in Adnkronos, Mia
giovinezza, in Tracce, Coop. Editoriale Nuovo Mondo, Premio Isimbardi Città
metropolitana di Milano.Tettamanzi, La famiglia a scuola, in Tracce, Coop.
Editoriale Nuovo Mondo, La Festa dello StatutoEdizione Sigilli longobardi, su
Consiglio Regionale della Lombardia. Desio, rinasce il monumento per don
Giussani a dieci anni dalla scomparsa, in Il Cottadino, Il parco Solari sarà dedicato a G., in Il
Giornale, Tornielli, Don Giussani nel solco di San Pampuri, in La Provincia
Pavese, Finale: intitolazione strada a Giussani, in Savona News, Castronno, intitolata a Don G. la nuova
rotonda, in Varese News, Emidio Cagnucci, al musicista ascolano intitolata una
scuola, in il Quotidiano,Francesca Nacini, G. faro di Portofino, Il Giornale, Uganda.
La G. High School inaugurata a Kampala tra i canti delle donne del Meeting
Point, su AVSI, Pozzolengo, raid vandalici nei parchi, in qui Brescia, Un
bassorilievo per G. a San Leo, in Rimini
Today, Rotatoria del Palacongressi dedicata a G., in Altarimini, Chiavari,
lungoporto G. per il fondatore di Cl, in Il Secolo XIX, In Borgo Trento
giardini intitolati al fondatore di CL, in Verona Notte, Melati, Jaca Santa
editrice della rivoluzione, in Il Venerdì di Repubblica, L'Espresso SpA, Le
opere di Comunione e Liberazione. Chi
siamo, su G. Scritti, Fraternità di Comunione e Liberazione. Collana I libri dello spirito cristiano, Comunione
e Liberazione. Collana musicale Spirto gentil, di Comunione e Liberazione. Bosco,
G., Torino, Elledici, Bedouelle; Graziano Borgonovo; Clément; Olinto; Ries, Gli
uomini vivi si incontrano: scritti per G., Milanok, Camisasca, Comunione e
Liberazione: Le origini Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, Massimo
Camisasca, Comunione e Liberazione: La ripresa, Cinisello Balsamo, San
Paolo,Elisa Buzzi, Scola, Un pensiero sorgivo, Marietti D Perillo, Caro G..
Dieci anni di lettere a un padre, Piemme, Camisasca, Comunione e Liberazione:
Il riconoscimento, Appendice, Cinisello Balsamo, San Paolo, Farina, G.. Vita di
un amico, Piemme, Farina, Maestri.
Incontri e dialoghi sul senso della vita, Piemme, Ceglie, G.. Una religione per
l'uomo, 1ª ed., Cantagalli, Gamba, Allargare la ragione, Vita e Pensiero, Camisasca,
G.. La sua esperienza dell'uomo e di Dio, Cinisello Balsamo, San Paolo, Savorana,
Vita di G., Milano, Rizzoli Editore, Savorana, Un'attrattiva che muove, 1ª ed.,
Milano, BUR Saggi, Scholz-Zappa, G. e Guardini. Una lettura originale, Milano,
Jaca, Marta Busani, Gioventù studentesca. Storia di un movimento cattolico
dalla ricostruzione alla contestazione, Roma, Studium, Massimo Camisasca,
L'avventura di Gioventù Studentesca, fotografie di Elio Ciol, Milano, Mondadori
Electa, G. Paximadi, E. Prato, R. Roux e Tombolini, Giussani. Il percorso
teologico e l'apertura ecumenica, Siena, Cantagalli Eupress FTL. Scritti
di G., su G. Scritti, Fraternità di
Comunione e Liberazione. Giussani su Comunione e Liberazione, Fraternità di
Comunione e Liberazione. Nome compiuto: Luigi Giovanni Giussani. Giussiani. Keywords:
dell’amicizia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giussani” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giusso:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’eroi –
filosofia fascista -- il mistico
dell’azione – filosofia campanese – filosfia napoletana – la scuola di Napoli
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “There is a great difference between
Bologna – the oldest university – and Oxford: we never had a Mussolini!” -- Keywords:
fascismo. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Grice: “I like Giusso: he has explored philosophers from his country
like Leopardi and Bruno, and tdhe whole ‘tradizione ermetica nella filosofia
italiana,’ but also French – Bergson – and especially “Dutch,” i. e. Deutsche
or tedesca – Spengler, and Nietsche – All very Italian!” Nato in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio
Giusso e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in
un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito
allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, G., uno dei fondatori
del quartiere Bagnoli, ne era stato sindaco). Si laurea in filosofia a Napoli
sotto ALIOTTA (si veda). Segue con passione l'attualismo gentiliano e proprio
il suo carattere passionale lo porta anche nel campo filosofico ad un tipo di
critica scenografica, così come fu definita. Le sue frizioni con Croce,
inizialmente orientate su temi politici, presero più tardi una forma
"sotterranea", genericamente orientata contro l'idealism. G. si
richiamava al fatalismo di Leopardi, al demiurgo di Nietzsche, allo storicismo
di Dilthey, al nichilismo dello Spengler: e a causa di quest'ultimo, oltre che
per la sua interpretazione della Scienza nuova vichiana (che si attirò una
severa recensione dello stesso Croce, G. è criticato dall'ambiente crociano. G,
critico e storico delle idee s'identificava con la visione della vita di autori
che sentiva a lui vicini per temperamento ed interessi come Bruno, Vico
(dall'analisi degli scritti del quale nacque l'infastidita reazione di Croce), Giacomo,
Bacchelli, Barilli, Papini, Soffici, Palazzeschi, Borgese, Gozzano, che molto
ispirò la sua composizione poetica Don Giovanni ammalato. I suoi Tafferugli a
Montecavallo meriterebbero forse di essere più conosciuti. Tra le due guerre,
egli partecipò all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce,
da cui molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli difende e
mostra di apprezzare) assumendo posizioni eretiche e ispirandosi piuttosto a un
ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle
molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare in una fase iniziale, Spengler
e Nietzsche. Intelligenza precoce, prima
di intraprendere l'insegnamento universitario che lo avrebbe allontanato da
Napoli portandolo ad insegnare Filosofia a Bologna, Pisa, e Cagliari, Giusso
avviò una copiosa pubblicazione di articoli, collaborando con numerosi
quotidiani icome Il Popolo d'Italia, Il Secolo, Il Mattino, Il Resto del
Carlino, ed ancora il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di
Sicilia, La Stampa ed altri ancora.
Giornali questi dove fu autore di elzeviri, volti alla diffusione dei
più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali
esponenti, soprattutto scrittori. Nel dopoguerra, superati i miti
dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, si riavvicinò alla fede cristiana.
Era sua intenzione realizzare una revisione del pensiero italiano dal
Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e
l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico
volto a ravvicinare la filosofia della Roma antica e quello cristiano. In
chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla
figura di BRUNO (si veda). Di ritorno da un viaggio nella sua adorata Spagna muore.
A Napoli gli venne intitolata una strada.
Saggi: “Le dittature democratiche dell'Italia” (Milano, Alpes); “Leopardi”
(Napoli, Guida); “Idealismo e prospettivismo” (Napoli, Guida); “Leopardi e le
sue due ideologie” (Firenze, Sansoni); Spengler, Roma, società anonima La nuova
antologia, Cadenze di Sigismondo nella Torre, Modena, Guanda); “VICO fra
l'Umanesimo e l'Occasionalismo” (Roma, Perrella); “La visione della vita” (Napoli,
R. Ricciardi); “Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano, Corbaccio); “Il
viandante e le statue: saggi sulla letteratura contemporanea, Roma, Cremonese);
“Lo storicismo, Milano, Bocca, Gioberti, Milano, A. Garzanti, L'anima e il
cosmo, Milano, Bocca, “La tradizione
ermetica nella filosofia italiana” (Milano, Bocca); Due scritti sul
nazionalsocialismo, Roma, Settimo Sigillo, Quaderno, Napoli, Università degli
Studi Suor Orsola Benincasa,. Tafferugli a Montecavallo, La Finestra, Lavis, Il
fascismo e Croce, "Gerarchia", "La Critica", rist. in Nuove pagine
sparse, Panteismo e magia in Bruno (Sassari, Scienze e filosofia in Bruno,
Napoli Roma, Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Corriere della sera, La Fiera letteraria, Giornale di
metafisica, F. Bruno,Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos, IE. Falqui,
Di noi contemporanei, Firenze, ad indicem; G. Villaroel, Gente di ieri e di
oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G.
Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, R. Maran, L. G. e la ricerca d'un
sistema, in Sophia, A. Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero; Toffanin,
Nuova Antologia, Boni Fellini, L'Osservatore politico letterario, Diz. della
letteratura mondiale, Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degli
italiano. L’Illuminismo oscuro G., autore e studioso
multidisciplinare, ha lasciato ai posteri una sterminata produzione
intellettuale, tenuta tuttavia troppo poco in considerazione dal mondo
accademico contemporaneo. Stefano Chemelli 10 articoli G. è
studioso di filosofia. Recinto riduttivo si dirà, ma per lui invece parco
multiforme. Ispanista, germanista, francesista. Allievo d’Aliotta e BATTAGLIA
(si veda) è critico letterario, si laurea, ottiene la libera docenza in
Filosofia teoretica e morale ma insegna. “Tafferugli a Montecavallo” pubblicato
da Cappelli uno studio sul barocco romano e Bernini, “La tradizione ermetica
nella filosofia italiana”, le straordinarie conversazioni radiofoniche di
“Autoritratto spagnolo” sono appena un accenno a una sterminata produzione
redatta nel breve arco di cinquantasette anni. Sodale di Unamuno e Ortega
con i quali ha condiviso amabili conversari, G. si occupa a fondo di Goethe, LEOPARDI
(si veda), Stendhal, Nietzsche, Dostoevskij, Freud, Dilthey, Simmel, Bergson,
GIOBERTI (si veda), VICO (si veda), BRUNO (si veda). Inoltre fu di Spengler uno
dei primissimi esegeti italiani. Dotato di una conversazione che incantava
anche il grande Edoardo, complice in gustosi siparietti nei quali De Filippo si
trasformava in spettatore, basterebbero le pagine dedicate al Bernini per
intuire la rabdomantica agilità di scrittura sempre corroborata da una cultura
che poteva reggere l’impulso filologico di un Croce. Dona un’analisi storica
poderosa in “Le dittature democratiche dell’Italia”, all’ascesa del fascismo,
seguito dalla prima raccolta di scritti letterari che ne connotano le capacità
di “viandante” nei diversi giardini del sapere; “Il ritorno di Faust” è,
“Figure di Capri”, a ruota seguono le pagine sopra Freud, Ortega, Dostoevskij,
e soprattutto lo studio su Leopardi. Copia de "La tradizione
ermetica nella filosofia italiana"Copia de “La tradizione ermetica nella
filosofia italiana” Stendhal e Nietzsche non escludono l’impegno anche poetico
che troverà sfogo in tre raccolte che molto dicono del Giusso più segreto
(“Musica in piazza”, “Cadenze di Sigismondo nella torre”, “Elegie del torso
della saggezza mutilata”). “Spengler e la dottrina degli universali formali”
restituisce in forma autonoma un approfondimento più volte ripreso da Giusso
nel decennio dei trenta che costituisce la decade dell’approfondimento
filosofico più intenso (Dilthey e Ortega tra gli altri) e preparatorio al
grande volume “Filosofia e immagine cosmica” dedicato a GENTILE. Due traduzioni
spagnole coinvolgeranno gli studi di G. rivolte a Vico ma sarebbe urgente dare
attenzione alla tradizione ermetica, magari per scoprire che GARIN (si veda)
l’ha sicuramente letta e ripresa molto più tardi. Kulturkritiker
universale lo definì Buscaroli, allievo devoto a Bologna quando G. strabilia un
manipolo di arditi fuoricorso in Estetica e Letteratura spagnola, che mai
avrebbero rinunciato alle sue esibizioni in diretta presso l’Alma Mater
bolognese, fugacemente ospitati. Un grande romantico della ispecie dei
Kleist, degli Hoederlin, dei Novalis però, poeta dei talami dissacrati che
trova negli articoli, nelle corrispondenze, nei taccuini di viaggio infinite
suggestioni, il tono di un G. confidenziale e descrittivo vicino al lettore non
specialista ma disposto a calarsi nell’ambiente e nell’aria, nella luce chiara
e tersa di un respiro curioso sino al dettaglio minuto. Filosofia ed
imagine cosmica; Filosofia ed immagine cosmica; Pubblicati recentemente i
quaderni spagnoli dalla Università Benincasa, sono ancora inedite le pagine
tedesche e austriache, ma esistono anche reportage francesi, nei quali uomini e
cose sbalzano con la modestia e la versatilità del carattere e la magnificenza
della scrittura. La vita di ognuno non elide né la circostanza né l’astrazione,
G. è uno dei protagonisti del teatro del mondo che abbiamo ignorato, noi
italiani, lui, molto napoletano, ma già europeo, ben oltre l’amatissima Spagna.
Un europeo immerso nella musica delle lingue (francese, spagnolo, tedesco…), in
VICO e Spengler. Tilgher, Alvaro, Toffanin, furono amici veri, fidati, ammirati
di un uomo al quale era sconosciuta l’invidia e al contrario era profferta a
piene mani una generosa e prodiga liberalità in nome di una poetica propensione
al dialogo di un sapere trasversale, comunicativo e incantato nella magia della
parola libera, circostanziata, esatta. Una studiosa di letteratura
italiana ha affermato che il più bel libro di G. è il quaderno spagnolo, ed ha
pure aggiunto che quaderno spagnolo e autoritratto spagnolo coincidono. Spaini,
ma pure Buscaroli che con Rispoli di G. sono stati tra i conoscitori più
profondi di G., difficilmente concorderebbero. Le pagine spagnole, tedesche,
austriache servono a entrare nel mondo giussiano, consentono di accedere a una
dimensione della cultura che non conosce omologazioni di sorta, schieramenti,
posizionamenti di rendita. Permettono di sorridere a fronte di un esteta armato
solo di una generosità speciale: cogliendo l’anima dell’umanità in una minuzia
necessaria a ritrovare un sentiero precario, attraverso il quale condurre a una
visione più ampia, senza dimenticare la poesia della vita. Gioberti come uomo
del risorgimento – serie: Uomini del risorgimento. “U= IL FASCISMO di Croce”
Gerarchia – “Croce contro Croce” – da CRITICA FASCISTA – “Gentile, mistico
dell’azione, tratto da “Il lavoro d’Italia” – “Gentile, “La Nazione” .
Nacque a Napoli, in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio e da
Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in un terreno
fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito allo
sviluppo non solo culturale della città (il nonno, Girolamo Giusso, ne era
stato sindaco). Gli studi di G. a Napoli (dove è allievo, fra gli altri,
di ALIOTTA (si veda)), coronati dalla laurea in lettere e filosofia, si
svilupparono in molteplici direzioni. Pur destinato a diventare
prevalentemente filosofo e storico della filosofia, i suoi non dilettanteschi
interessi spaziarono dalla letteratura alla musica, dalla pittura alla
filosofia, secondo un percorso eclettico ed estroso, fondato sull'istinto
piuttosto che sul metodo, che lo portò a una conoscenza approfondita ed
estesissima nei settori più diversi. Tra le due guerre, egli partecipò
all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui
molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli mostra di
apprezzare) assumendo posizioni "eretiche" e ispirandosi piuttosto a
un ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e
dalle molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare, in una fase
iniziale, Spengler e Nietzsche. Intelligenza precoce, prima di
intraprendere l'insegnamento universitario, che lo avrebbe allontanato da
Napoli, G. avvia una copiosa pubblicazione di saggi, collaborando con numerosi
quotidiani italiani come autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più
diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali
esponenti, soprattutto scrittori. L'attività giornalistica si sviluppa
particolarmente quando G. inizia a collaborare con L'Idea nazionale, Il Popolo
d'Italia e Il Secolo, quindi con Il Mattino, come critico letterario; fu poi
autore di articoli di viaggio, per il Corriere della sera, e tenne un diario
critico per Il Resto del Carlino, pubblicando sulla terza pagina di molti
quotidiani italiani (Il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di
Sicilia, La Stampa e altri ancora), anche se il lavoro propriamente
giornalistico rallentò quando prevalse quello universitario. Ottenne la
libera docenza in filosofia a Napoli, dove l'anno successivo insegnò filosofia
morale; le principali tappe del suo percorso universitario - molteplice anche
per le numerose discipline di cui si occupa - furono: Cagliari, dove insegna come
professore incaricato, ricoprendo, secondo un percorso abbastanza inconsueto e
irregolare, le cattedre di filosofia teoretica, letteratura italiana e
francese, storia delle religioni; quindi, Bologna, dove, sempre come
incaricato, insegnò lingua e letteratura spagnola, infine Pisa. La carriera
universitaria del G. non si limitò, comunque, all'Italia: insegna letteratura
italiana a Monaco, a Nizza, a Breslavia, a Debreczen in Ungheria, a Madrid,
dove è accademico d'onore, e a Barcellona. Proprio al ritorno da un
viaggio in terra spagnola venne colpito dalla malattia che lo avrebbe condotto
alla morte. G. muore a Roma. Oltre all'attività come giornalista e
saggista, G. pubblica anche alcune raccolte di poesie: Musica in piazza
(Napoli) e Don Giovanni ammalato, una rifusione, accresciuta, del primo volume;
Cadenze di Sigismondo nella torre, Modena; e, infine, Elegie del torso della
saggezza mutilata, Milano: d'intonazione prossima ai crepuscolari le prime,
percorse dal senso di una discrepanza tra la piattezza della vita quale ci è
data e il desiderio di viverla in modo più libero e pieno; maggiormente legate
all'estetismo dannunziano, e insieme non dimentiche del clima d'avanguardia in
cui era avvenuta la prima formazione di G., le ultime due. Saggista
acuto, ottimo conversatore, spirito brillante e fortemente antiaccademico,
caratterizzato da un sapere enciclopedico, G. non si lega ad alcuna scelta
politica, non appartenne a nessuna scuola di pensiero e non ebbe maestri
diretti né discepoli. Dal suo asistematico sforzo di interpretazione della
cultura moderna non si può trarre una dottrina unitaria ma soltanto il profilo
di un cammino variegato e intenso, che trae origine dalla ricerca di una
visione totale dell'esistenza nel fondamentale intento di realizzare un ideale
di vita, problema con cui G. non smise mai di misurarsi, secondo una
prospettiva antirazionalista (e implicitamente antidealista).
Allontanatosi molto presto, come si è detto, dal crocianesimo imperante
nell'ambiente napoletano, il primo interesse di G. è per i protagonisti
dell'irrazionalismo e del vitalismo eroico, e per il pessimismo cosmico di
Leopardi (Il ritorno di Faust, Napoli; Leopardi, Stendhal, Nietzsche; Tre
profili: Dostoevskij, Freud, Ortega y Gasset; Leopardi e le sue due ideologie,
Firenze); in tempi diversi riunì in raccolte i ritratti degli autori e dei
personaggi che più lo avevano interessato (Il viandante e le statue. Saggi
sulla letteratura contemporanea, Milano). Nell'ambito di una ricerca più
propriamente FILOSOFICA, i principali autori di riferimento di G. - che
costituirono anche l'oggetto dei suoi studi – sono Dilthey (Dilthey e la
filosofia come visione della vita, Napoli; Dilthey, Simmel, Spengler, Milano);
i già ricordati Nietzsche (Nietzsche, Napoli), Spengler (Spengler e la dottrina
degli universali formali, Napoli), e Gasset. Il rapporto tra razionalismo
e irrazionalismo (e il superamento della loro opposizione) e quello tra scienza
e filosofia e vita sono il tema di fondo di quella che probabilmente rimane una
delle sue opere più significative, Filosofia ed imagine cosmica (Roma), in cui,
in diretto riferimento a Vico (si veda anche: Vico tra umanesimo e
occasionalismo, Roma; La filosofia di Vico e l'età barocca), egli delinea una
genealogia della filosofia, e in generale dell'attività razionale, a partire
dalle istanze vitali e concrete dell'uomo. In VICO (si veda), secondo G., non
c'è una filosofia intesa come ontologia e come organo di un conoscere razionale
perché i sistemi filosofici riflettono il tentativo di appropriazione verbale
del mondo in rapporto a un'originaria intuizione cosmica, così come le scienze
e le tecniche non procedono da una razionalità astratta ma dai bisogni
dell'uomo sociale, rimandando a un sentimento che è espressione del primitivo
legame, non specificamente conoscitivo, che unisce uomo e mondo. Nel
dopoguerra, approfondendo questa tematica e superati i miti dell'irrazionalismo
e dell'energia vitalistica, il G. si riavvicinò alla fede cristiana; era sua intenzione
realizzare una revisione della storia del pensiero italiano dal Rinascimento
all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e l'interpretazione
dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico volto a ravvicinare
il pensiero dell'antichità greco-romana e quello cristiano. In chiave
revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla figura
di Bruno (Scienza e filosofia in Bruno, Napoli-Roma). Tra le opere del
G., oltre a quelle già citate, si ricordano: Le dittature democratiche
d'Italia, Milano; Idealismo e prospettivismo, Napoli; Lo storicismo tedesco:
l'anima e il cosmo, Roma; Bergson, Milano; Gioberti; Spagna e antispagna:
saggisti e moralisti spagnoli, Mazara del Vallo; La tradizione ermetica nella
filosofia italiana, Trapani; Tafferugli a Montecavallo, Bologna; Origene e il
Rinascimento, Roma: Autoritratto spagnolo, a cura di A. Spaini, Torino; Necr.
in Corriere della sera, La Fiera letteraria; Giornale di metafisica, Bruno, L.
G., in Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos; Falqui, Di noi
contemporanei, Firenze, ad indicem; Villaroel, Gente di ieri e di oggi,
Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G.
Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, 11 maggio 1957; R. Maran, L. G. e
la ricerca d'un sistema, in Sophia; Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero;
Toffanin, G. e Ortega, in Nuova Antologia; Boni Fellini, G. dieci anni dopo, in
L'Osservatore politico letterario; Diz. della letteratura mondiale del '900,
sub voce. Panteismo tipo di teismo Lingua Segui Modifica Il panteismo
(πάν = tutto e θεός = Dio, vuol dire letteralmente "Dio è Tutto" e
"Tutto è Dio") è una visione del reale per cui ogni cosa è permeata
da un divino immanente o per cui l'Universo o la natura sono equivalenti a Dio
(Deus sive Natura). Definizioni più dettagliate tendono ad enfatizzare
l'idea che la legge naturale, l'esistenza e l'universo (la somma di tutto ciò
che è e che sarà) siano rappresentati nel principio teologico di un 'dio'
astratto piuttosto che una o più divinità personificate di qualsiasi tipo.
Questa è la caratteristica chiave che distingue il panteismo dal panenteismo e
dal pandeismo. Ne deriva che molte religioni, pur reclamando elementi
panteistici, sono in realtà per natura più panenteiste e
pandeiste. Levine, nel suo libro Panteismo, lo definisce «una concezione
non-teistica della divinità». In senso lato, con "panteismo" si
intende ogni dottrina filosofica che identifichi Dio con il mondo o con il
principio che lo regge. Per l'esattezza, il concetto di Dio-Uno-Tutto si
presenta in due versioni: quella "cosmistica", la quale afferma
"Dio è nel Tutto", e quella acosmistica (il termine è di Hegel), la
quale afferma "Il Tutto è in Dio". Nel primo caso, come nello
stoicismo, Dio impregna e pervade l'universo in ogni sua parte; nel secondo
caso, come nello spinozismo, l'universo in ogni sua parte rifluisce e si
scioglie in Dio, quale Uno-Tutto. Storia del panteismo Modifica Il
termine "panteista" (dal quale la parola "panteismo" è
derivata) è usato propriamente per la prima volta da Toland nella sua opera
Socinianism Truly Stated, by a pantheist. Comunque, il concetto era stato
discusso già al tempo dei filosofi della Grecia antica, da Talete, Parmenide ed
Eraclito. I presupposti ebraici del panteismo possono essere ricercati nella Torah
stessa, nel racconto della Genesi e nei suoi primi materiali profetici, nei
quali chiaramente gli "atti di natura" (come inondazioni, tempeste,
vulcani, etc.) sono tutti identificati come "la mano di Dio"
attraverso idiomi di personificazione, così spiegando gli aperti riferimenti al
concetto, sia nel Nuovo Testamento, che nella letteratura cabalistica. Sorge
una consistente controversia tra Jacobi e Mendelssohn, che infine coinvolse
molte importanti persone del tempo. Jacobi affermava che il panteismo di
Lessing era materialistico, per il fatto che considerava tutta la natura e Dio
come una sola sostanza estesa. Per Jacobi, esso non era altro che il risultato
della devozione alla ragione, tipicamente illuminista, che avrebbe condotto
all'ateismo. Mendelssohn espresse il suo disaccordo, asserendo che il panteismo
era teistico. Il Panteismo di Eraclito Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Eraclito. Il panteismo è un componente della dottrina
del filosofo greco Eraclito, secondo cui il divino è in tutte le cose ed è
identico al mondo nella sua interezza. Questa concezione porta a identificare
il divino con l'Universo, facendolo divenire quindi l'Unità di tutti i
contrari, il Fuoco generatore. Il Dio-tutto di Eraclito ha in sé tutte le
cose ed è una realtà eterna. Eraclito sembra rifarsi alla teoria della
cosmologia ciclica, poiché la sua concezione della realtà è simile a un insieme
di fasi alterne: un ciclo distruttivo-produttivo, che verrà sviluppato in
seguito dagli Stoici. Il Panteismo del PORTICO ROMANO Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: IL PORTICO ROMANO. Il panteismo
stoico è una delle più compiute espressioni di esso, dove il divino è la
ragione e l'intelligenza che lo determina e lo permea. Il divino del PORTICO
ROMANO, quindi, non si identifica con l'universo, ma lo permea come suo
fondamento e ragion d'essere. Il Panteismo di Plotino Si è parlato spesso
impropriamente di panteismo in Plotino. In realtà, secondo Plotino, Dio non è
solo immanente, ma anche trascendente. Come ha evidenziato anche Reale, l'Uno,
il Dio plotiniano, pur permeando di sé ogni realtà, ne è superiore. Plotino
dice infatti chiaramente che l'Uno, «in quanto principio di tutto, non è il
tutto. Con questa affermazione egli sembra prendere in contropiede, quasi le
prevedesse, le interpretazioni immanentistiche e panteiste del suo
pensiero. Il Panteismo di BrunoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Bruno. La visione di BRUNO (si veda) può essere
considerata un panteismo del divino-Infinità ed ha alcuni caratteri del
panpsichismo. Nella filosofia di Bruno, i cinque dialoghi del De la causa,
principio et uno intendono stabilire i princìpi della realtà naturale.
Forma universale del mondo è l'anima del mondo, la cui prima e principale facoltà
è l'intelletto universale, il quale «empie il tutto, illumina l'universo e
indirizza la natura a produrre le sue specie». La materia è il secondo
principio della natura, dalla quale ogni cosa è formata: «come nell'arte,
variandosi in infinito le forme, è sempre una materia medesima che persevera
sotto quella, come la forma dell'albore è una forma di tronco, poi di trave,
poi di tavolo, poi di sgabello, e così via discorrendo, tuttavolta l'esser
legno sempre persevera; non altrimenti nella natura, variandosi in infinito e
succedendo l'una all'altra le forme, è sempre una medesma la materia».
Discende da questa considerazione l'elemento fondamentale della filosofia
bruniana: tutta la vita è materia, materia infinita. Nella sua concezione,
anche la Terra è dotata di anima. Egli in De l'infinito, universo e mondi
scrive: «Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni
termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente
infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte
infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità dell'universo, la quale
è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello. Bruno,
Dialoghi metafisici, Firenze, Sansoni Il Panteismo di Spinoza Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Spinoza e Monismo panteistico. La tesi centrale del
pensiero di Baruch Spinoza è l'identificazione panteistica o, meglio,
immanentistica di Dio con la Natura (Deus sive Natura) ed in essa convergono i
temi ed i motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate, la
teologia giudaica, la filosofia ellenistica, la filosofia
neoplatonica-naturalistica del Rinascimento, il razionalismocartesiano ed il
pensiero arabo, ed infine le sfumature di Thomas Hobbes. Spinoza
concepisce un Dio coniugato con l'unità e la necessità e perciò:
«Dio, ossia la sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei
quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente. Se lo
neghi, concepisci, se è possibile, che Dio non esista. Dunque (per l'As.7) la
sua essenza non implica l'esistenza. Ma questo (per la Prop.7) è assurdo:
dunque Dio esiste necessariamente.» (Spinoza, Etica, Roma, Editori Riuniti
Ne consegue la dimostrazione di ciò che Dio è: «Tutto ciò che è, è
in Dio: Dio però non si può dire cosa contingente. Infatti esiste
necessariamente, e non in modo contingente. Inoltre, i modi della divina natura
sono seguiti da essa anche necessariamente e non in modo contingente e ciò o in
quanto si considera la divina natura assolutamente oppure in quanto la si
considera determinata ad agire in un certo modo. Inoltre, di questi modi Dio è
causa non soltanto perché semplicemente esistono in quanto li si considera
determinati a fare qualcosa. Poiché se non sono determinati da Dio, è
impossibile e non contingente che determinino se stessi; e al contrario se sono
determinati da Dio, è impossibile, e non contingente, che rendano se stessi
indeterminati. Per cui tutte le cose sono determinate dalla necessità della
divina natura non soltanto ad esistere, ma anche ad esistere e agire in un
certo modo, e non si dà nulla di contingente.» (B. Spinoza, Etica, Questa
concezione fa sì che il Dio di Spinoza (ma non meno quello del PORTICO ROMANO),
per qualche filosofo contemporaneo, risulti essenzialmente un impersonale
Dio-Necessità, contrapponibile al Dio-Volontà come persona divina tipica dei
monoteismi. Descrizione Tipi di panteismoModifica Si possono distinguere
tre gruppi di panteisti: panteismo classico, che si esprime attraverso
l'immanente Dio del Giudaismo, Induismo, Monismo, neopaganesimo e delle
dottrine New Age, generalmente considerando Dio come personificazione o
manifestazione cosmica; panteismo biblico, che è espresso negli scritti della
Bibbia; panteismo naturalistico, basato sulle, relativamente recenti, visioni
di Baruch Spinoza (che potrebbe essere stato influenzato dal panteismo biblico)
e John Toland (che coniò il termine "panteismo"), così come sulle
influenze contemporanee. La maggioranza delle persone che possono identificarsi
come "panteiste" appartengono al tipo classico (come gli Indù, i
Sufi, gli Unitaristi, i neopagani, i seguaci della New Age, etc), mentre molte
persone che identificano se stesse come panteiste (non essendo membri di
un'altra religione) appartengono al tipo naturalista. La divisione tra le tre
branche del panteismo non sono completamente chiare in tutte le situazioni,
rimanendo dei punti di controversia nei circoli panteisti. I panteisti classici
generalmente accettano la dottrina religiosa secondo cui ci sarebbe una base
spirituale per tutta la realtà; mentre i panteisti naturalisti generalmente non
concordano, piuttosto intendendo il mondo in termini più naturalistici. La
confusione tra i concetti di panteismo e ateismo è un problema antico in
linguistica. GL’ANTICHI ROMANI si rifereno ai cristiani come atei e le
spiegazioni di questo fenomeno semantico possono variare. Metodi di
spiegazione Una caratteristica spesso citata del panteismo è che ogni essere
umano, essendo parte dell'universo o della natura, è parte del divino. Uno dei
problemi discussi dai panteisti è come possa esistere il libero arbitrio in un
contesto simile. In risposta, qualche volta è data la seguente analogia
(particolarmente dai panteisti classici): "stai a Dio come una tua singola
cellula sta a te". L'analogia sostiene anche che, sebbene una
cellula possa essere cosciente del suo ambiente e abbia persino qualche scelta
(libero arbitrio) tra giusto e sbagliato (uccidere un batterio, divenire
cancerogena o non fare semplicemente niente), ha presumibilmente una
comprensione limitata dell'essere più grande, di cui fa parte. Un altro modo di
comprendere questo tipo di relazione è tramite la frase indù tat tvam asi -
"quello che sei", in cui l'anima/essenza umana o Ātmanè intesa
medesima di Dio o Brahman. Nel contesto indù, si crede che il singolo debba
essere liberato attraverso l'illuminazione (moksha), in modo da sperimentare e
capire pienamente questa relazione: la parte diventa non dissimile dal
tutto. Non tutti i panteisti accettano l'idea del libero arbitrio, dato
che il determinismo è largamente diffuso, particolarmente presso i panteisti
naturalistici. Sebbene le interpretazioni individuali del panteismo possano
suggerire certe implicazioni per la natura e l'esistenza del libero arbitrio
e/o determinismo, il panteismo non implica il requisito di credere in entrambi.
Comunque, il problema è largamente discusso ed è presente in molte altre religioni
e filosofie. Dibattito Alcuni sostengono che il panteismo è poco più che
una ridefinizione della parola il divino per definire esistenza, vita o realtà.
Molti panteisti direbbero che, se fosse così, un tale cambiamento nel modo in
cui pensiamo a queste idee servirebbe a creare una nuova e potenzialmente più
perspicace concezione sia dell'esistenza, che di Dio. Forse il più
significativo dibattito all'interno della comunità panteistica è quello
riguardante la natura di Dio. Il panteismo classico crede in un Dio personale,
cosciente e onnisciente e vede questo Dio come unificante di tutte le vere
religioni. Il panteismo naturalistico crede invece in un Universo non cosciente
e non senziente che, sebbene sacro e meraviglioso, è visto come un Dio in senso
non tradizionale e non personale. I punti di vista compresi all'interno
della comunità panteista sono necessariamente diversi, ma l'idea centrale, che
vede l'Universo come un'unità onnicomprensiva e la sacralità sia della natura
che delle sue leggi, è comune. Alcuni panteisti sostengono, inoltre, un fine
comune di natura e uomo, sebbene altri rifiutino l'idea di un fine e vedano
l'esistenza come esistente di per sé. Concetti panteistici nella
religione Induismo È generalmente
riconosciuto che i testi religiosi indù sono i più antichi conosciuti in
letteratura contenenti idee panteistiche. Nella teologia indù, Brahman è la
realtà infinita, immutabile, immanente e trascendente che è il Divino Terreno
di tutte le cose nell'Universo e che è anche la somma totale di tutte le cose
che sono, sono state e saranno. Questa idea di panteismo è rintracciabile in
alcuni testi più antichi come i Veda e gli Upanishad e nella più tarda
filosofia Advaita. Tutti i Mahāvākya degli Upanishad, in un modo o nell'altro,
sembrano indicare l'unità del modo con Brahman. Upanishad dice Tutto in
questo Universo in realtà è Brahman; da lui esso procede; all'interno di lui è
dissolto; in lui respira, così lasciate che ognuno lo adori
tranquillamente". Inoltre dice: "Tutto l'Universo è Brahman, da
Brahman a una zolla di terra. Brahman è la causa efficiente e materiale del
mondo. Egli è il vasaio da cui si forma il vaso; egli è la creta con il quale è
fabbricato. Tutto proviene da Lui, senza perdita o diminuzione della fonte,
come la luce irradiata dal sole. Ogni cosa è unita entro Lui ancora, come le
bolle che esplodono si uniscono all'aria, come i fiumi sfociano negli oceani.
Tutto proviene e ritorna al divino, come la tela di un ragno è fabbricata e
ritratta dal ragno stesso, Negli inni del Rig Veda, una traccia di pensiero
panteista può essere riconosciuta nel libro decimo. Questa concezione di Dio lo
vede come l'unità, con gli dei personali e individuali aspetto dell'Unico,
sebbene differenti divinità siano viste da diversi fedeli come particolarmente
adatte alle loro preghiere. Come il sole emana raggi di luce che provengono
dalla stessa fonte, lo stesso avviene dagli sfaccettati aspetti di Dio emanati
da Brahman, come più colori dallo stesso prisma. Il Vedānta, specificatamente
l'Advaita, è una branca della filosofia indù che pone grande accento su questa
materia. Molti aderente vedantici sono monistio "non-dualisti, vedendo le
molteplici manifestazioni di un solo Dio o della fonte dell'essere, una visione
che è spesso considerata dai non induisti come politeista. Il panteismo è
la componente chiave della filosofia Advaita. Altre suddivisione dei Vedanta
non sostengono in maniera peculiare le stesse istanze. Per esempio, la scuola
Dvaita di Madhvacharya ritiene che Brahman sia il Dio esterno personale Vishnu,
laddove invece le scuole Rāmānuja sposano il Panenteismo. Ebraismo Il
senso radicalmente immanente del divino nella mistica ebraica (Kabbalah) si
ritiene abbia ispirato la formulazione del panteismo da parte di Spinoza.
Nonostante ciò, la teoria di Spinoza non è stata recepita dall'Ebraismo
ortodosso. D'altro canto, Schopenhauer sosteneva che il panteismo spinoziano
fosse una conseguenza della lettura di Malebranche da parte del filosofo
olandese: Malebranche insegna che tutto ciò che osserviamo è in Dio stesso. Ciò
equivale a voler spiegare qualcosa di ignoto mediante qualcosa di ancor più
oscuro. Inoltre, secondo Malebranche noi non solo vediamo tutto in Dio, ma Dio
è anche l'unica attività, sicché le cause fisiche sono mere occasionalità
(Ricerca della verità,. E così qui rinveniamo essenzialmente il panteismo di
Spinoza che pare abbia appreso più da Malebranche che da Descartes.
(Schopenhauer, Parerga e paralipomena, "Schizzo di una storia della teoria
dell'ideale e del reale"). Inoltre, Eliezer, fondatore dello chassidismo,
aveva un senso mistico del divino che può essere definito come
Panenteismo. Secondo l'ebraismo biblico l'origine dell'Universo si è
basata sulla Torah (legge) della natura. Pertanto la Torah originale non è rinvenibile
negli scritti di Mosè, bensì nella natura stessa. "Interpretare" la
Torah della natura equivale ad "interpretare" la Torah della
rivelazione e teoricamente alla fin fine coincideranno l'una con l'altra [come
si dimostra ad esempio con la scoperta del Big Bang. L'ortodossia rabbinica
considerando questa posizione come una discrepanza, allo scopo di porre la
Torah scritta al di sopra di quella data per prima in natura, ha sostenuto che
la Torah scritta precedette la creazione, infatti a partire dalla Torah scritta
che Dio ha parlato nella creazione. Questa posizione non è accolta dai
panteisti biblici. Maimonide, benché Ortodosso, nei suoi scritti sulla
riconciliazione fra le sacre scritture e la scienza, accolse l'opinione
dell'equivalenza fra la Torah della natura e la Torah delle scritture e trovò
la sua logica come inevitabile. Queste tesi, senza dubbio, servirono da sfondo
per lo sviluppo delle teorie di Spinoza. Cristianesimo Vi è un certo
numero di tradizioni minori nell'ambito della storia del Cristianesimo secondo
le quali le origini del loro credo panteistico sono da rintracciare nel Nuovo
Testamento ed in altre correlate tradizioni ecclesiastiche. La diversità di
questo punto di vista è rintracciabile a partire dai primi Quaccheri sino ai successivi
Unitaristi e fino ad arrivare alle stesse principali denominazioni del
cattolicesimo tradizionale e del protestantesimo liberale. Altre fonti
includono la Teologia del processo, la Spiritualità della Creazione, i
Fratelli del libero spirito, altri ancora ne sostengono la presenza fra gli
Gnostici. Tale idea ha avuto, per qualche tempo, aderenti in vari segmenti del
Cristianesimo. Alcuni Cristiani considerano la Trinità in questo
significato: lo Spirito Santo tiene insieme l'Universo e personifica se stesso
come il Padre, che a sua volta personifica se stesso come il Figlio dentro
questo Universo (ciò significa che il Padre è al di fuori dell'Universo, del
Tempo e dello Spazio). Secondo altri, lo Spirito Santo è consapevole e
utilizzabile e per questo è usato da Dio per benedire la gente con i Doni dello
Spirito Santo. Tutti i poteri sovrannaturali si ritiene che siano possibili
anche dal binomio Universo/Spirito Santo. I panteisti di religione
cristiana asseriscono che l'origine del loro credo è rintracciabile nelle Sacre
Scritture, nel Vecchio Testamento come nel Nuovo ed attenuano le difficoltà che
i teologi della Chiesa Apostolica Romana hanno sempre cercato di
"risolvere" nei concili sul tema della Trinità e della Natura di Cristo
come il Verbo (solo il panteismo fornisce una formulazione per il Cristo come verbo
di Dio e per l'unità del Monoteismo. Il parificare nella Bibbia Dio agli
atti della natura e la definizione di Dio data nello stesso Nuovo Testamento
forniscono un persuasivo richiamo verso questo sistema di credenze. I
panteisti cristiani sostengono che la definizione cattolica del divino è
pesantemente influenzata da fonti non bibliche, tra queste in particolar modo
il neo-Platonismo, che considerano il divino come qualcosa che esiste fuori
dall’esistenza, pertanto la definizione del divino si riferiva ad un qualcosa
che non esiste, cioè, ad un Dio non-esistente. È proprio questa basilare
definizione neo-platonica di non-esistenza che i panteisti cristiani ritengono
biasimevole e contraria alle scritture. Agostino rigettò il panteismo per
i seguenti motivi: Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione
polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché
all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se
Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è
un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se
stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua
anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e
l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non
sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e
la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una
parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio.
Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile
dirle senza vergogna. come pure: Riguardo allo stesso animale
ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina
prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può
sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in
definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro
che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo?[5] Nel Vangelo secondo
Tommaso (considerato apocrifodai Cristiani), Gesù disse: Io sono la Luce:
quella che sta sopra ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il
Tutto è ritornato in me. Fendi il legno, e io sono là; solleva la pietra e là
mi troverai. Tuttavia questa è un'affermazione dell'onnipresenza di Dio, non in
senso panteistico, ma in armonia con l'insegnamento che ogni apparenza
fenomenica è riflesso della luce divina. informazioni Questa voce o sezione
sull'argomento religione non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono
insufficienti. La maggioranza dei Musulmani condanna il concetto di panteismo e
lo considera come un insegnamento non-Islamico. Tuttavia, il Sufismo è ritenuto
dai musulmani contenere insegnamenti panteistici. Il Sufismo può essere
suddiviso nelle seguenti categorie: Sufismo originario - Sincretico:
Mescola insieme dottrine e concetti dell'Islam con credenze e pratiche
religiose locali dei paesi Orientali e Occidentali. Lo si pratica in paesi
non-Islamici. Sufismo ḥadīth - Tradizionale: è l'Islam con un'enfasi sulle
forme ortodosse della spiritualità e del misticismo Islamico. Essenzialmente
ortodosso e considerato prevalentemente come una subcultura nei paesi Islamici.
Sunniti o Sciiti. Sufismo Coranico - Coranico: Si attiene strettamente a quanto
scritto nel Corano compreso il profetismo e non accetta i più recenti ḥadīth
come altrettanto ispirati dalla tradizione. È considerato non-ortodosso o come
una forma di neo-ortodossia ed è praticato soprattutto nell'occidente islamico.
Ha subito influenze dal concetto di riforma e restaurazione del
Protestantesimo. Né il Sunnismoné il Sciismo sono da considerare come forme di ḥadīth.
Il concetto di Panteismo si può rinvenire in ciascuno dei suddetti tipi di
Sufismo, a differenza della maggioranza ortodossa dell'Islam, esso è molto
diverso ed accentua l'esperienza e la conoscenza spirituale personale ed individuale.
Le fonti dell'interpretazione panteistica differirebbero a seconda della
tradizione cui fanno capo. Il Sufismo originario risentirebbe ovviamente dei
testi orientali, il Sufismo ḥadīth sarebbe influenzato dagli studiosi Islamici
del regno del Solimano, il Sufismo Coranico vedrebbe lo stesso Corano come la
continua rivelazione e la personificazione linguistica è interpretata in modo
coerente con i profeti biblici. La maggioranza dei Musulmani Ismailiti è
panteista, o per essere più precisi, Panenteista. Gli scritti di Seth e
il Panteismo Modifica Il concetto di Panteismo è parte integrante di molte
delle credenze religiose e delle filosofie della New Age; la sua differenza
rispetto al panenteismo è sostenuta in modo specifico negli scritti di Seth
come presentati dalla medium Roberts. Seth, l'"entità" cui da voce la
Roberts, diceva che Dio è formato di energia mentale, e questa energia mentale
è la sostanza che dà vita a tutti gli esseri e a tutte le cose; la coscienza di
Dio è veicolata da questa energia, per cui la coscienza di Dio è onnipresente.
Seth spesso si riferiva a Dio come a "Tutto ciò che è" e diceva che
"Tutte le facce appartengono a Dio". Seth descriveva Dio come una
forma contenente tutti gli individui al suo interno; inoltre aggiungeva che Dio
si conosce come è, ma anche si conosce come ciascun individuo. Tuttavia, questo
insegnamento ha molto in comune con il correlato concetto di panenteismo, dato
che pone in risalto la personificazione di Dio e quindi si trasforma in un
teismo. Altre religioniModifica Molti elementi panteistici sono presenti
in alcune forme di Buddismo, Neopaganesimo, e Teosofiainsieme a molte variabili
denominazioni. Si veda anche la Neopagana Gaia e la Church of All Worlds.
Molti Universalisti si considerano panteisti. Il filosofo Carus si define
un ateista che ama Dio. Egli critica ogni forma di monismo che cerca l'unità
del mondo non nell'unità della verità bensì nella unicità di una logica
supposizione di idee. Carus define tali concetti come henismo. Il Taoismo
propugna una visione panteistica. Il Tao potrebbe essere paragonato al
Deus-sive-Natura di Spinoza. Concetti connessiModifica
PanenteismoModifica Il Panteismo e il panenteismo presentano aspetti comuni ma
non coincidono: il primo vede l'universo pieno di Dio il secondo lo vede come
parte di Dio. Filosoficamente, però, i due concetti sono ben distinti. Mentre
per il panteismo Dio è sinonimo della natura, per il panenteismo, invece, Dio è
superiore alla natura e la include. È la ragione per cui Hegel definiva quello
spinoziano un panteismo acosmistico (senza mondo). Per alcuni tale
distinzione è inutile, mentre altri la considerano un significativo punto di
divisione. Molte delle maggiori fedi descritte come panteistiche potrebbero
essere descritte anche come panenteistiche, al contrario ciò non è possibile
per il panteismo naturalistico (perché non considera Dio come superiore alla
sola natura). Per esempio, elementi appartenenti al panenteismo ed al panteismo
si rinvengono nell'Induismo. Certe interpretazioni dei testi Bhagavad Gita e Shri
Rudram Chamakam sostengono questo punto di vista. CosmismoModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cosmismo e
World Brain. Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento
filosofia è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali.
Mentre questo termine è raramente usato, e molto spesso è solo un sinonimo di
Panteismo, l'insolita filosofia da esso indicata è stata utilizzata in modo
piuttosto differente, ma in ogni caso con essa si vuole esprimere il concetto
che Dio è un qualcosa creato dalla mente umana, forse rappresenta uno stadio
finale della evoluzione dell'uomo, raggiunto attraverso la pianificazione
sociale, l'eugenetica e altre forme di ingegneria genetica. Wells diede
vita a una forma di cosmismo, che denominò World Brain (cervello mondiale),
rifacendosi a un saggio da lui in cui viene tra l'altro descritta la creazione
di una biblioteca-enciclopedia. Tale idea venne ripresa nel libro God the
Invisible King, in cui l'autore consiglia all'umanità di istituire un sistema
socialista, strutturandolo sui dati statistici sociali ed eugenetici,
sull'istruzione e l'eugenetica, in modo che un giorno idealmente possa essere
alla pari e possibilmente anche fondersi con la stessa divinità panteista, e
anche in alcuni paragrafi di Outline of History, che richiamavano tali credenze
dell'autore e le sue ricerche sull'insegnamento di Gesù e di Buddha. Queste
idee vengono riprese nel suo libro Shape of Things to Come e nel film da esso
tratto nel Things to Come; in essi viene descritta l'umanità che, sopravvivendo
ad una guerra apocalittica e a un prolungato periodo Feudale, si unisce per dar
vita ad una utopia collettivista. In Israele, il Cosmismo è stato oggetto
di studio da parte di Mordekhay Nesiyahu, uno dei primi ideologi del Movimento
Laburista Israeliano e docente presso l'Università di Beit Berl. Secondo questo
autore Dio è qualcosa che non esisteva prima dell'uomo, ma era una entità
secolare. Infatti fu la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme ad avere un
ruolo nell'"invenzione" di questa entità. Nel XX secolo, lo
statunitense Pierce, un nazionalista bianco iscritto nel Partito Nazista
Americano e, a sua volta, fondatore del movimento Alleanza Nazionale, utilizza
il termine cosmismo. Per Pierce (così come per Wells), Dio sarebbe il risultato
finale dell'eugenetica e dell'igiene razziale. Si veda: Nazismo, Galton e
Teosofia. La noosfera descritta da Vernadsky e Chardin puo essere
considerata come la descrizione di una divinità Cosmistica, come anche la coscienza
collettiva di Émile Durkheim e l'inconscio collettivo di Jung. Clarke fa
un possibile riferimento alla Noosfera Cosmista nel suo libro Childhood's End o
Le guide del tramonto, riferendosi ad essa come la "Overmind", una
mente alveare interstellare. Il Pandeismo è una specie di Panteismo che
include una forma di Deismo, sostenendo che l'Universo è identico a Dio, ma
anche che Dio precedentemente fu una forza cosciente e senziente ovvero una
entità che progettò e creò l'Universo. Diventando l'Universo, Dio divenne
inconscio e non senziente. A parte questa distinzione (e la possibilità che
l'Universo un giorno ritornerà ad essere Dio), le credenze Pandeistiche sono
identiche a quelle del Panteismo. Secondo Schopenhauer, nel panteismo non
vi è etica. Il panteismo, nel suo complesso, naufragherebbe a fronte delle
inevitabili esigenze etiche e quindi non avrebbe risposte sul male e sulle
sofferenze del mondo. Se il mondo è una teofania, allora ogni cosa fatta dagli
uomini, ed anche dagli animali, è da considerarsi parimenti divina ed
eccellente; niente può essere giudicato più censurabile e più meritevole
rispetto ad ogni altra cosa; quindi non vi è etica. (Il mondo come volontà e
rappresentazione, Tuttavia, alcuni panteisti sostengono che il punto di vista
panteista è molto più etico, evidenziando che ogni danno arrecato all'altro è
come fare male a se stessi, perché arrecare danno ad uno è come arrecare danno
a tutti. Ciò che è bene e ciò che è male non dipende da qualcosa al di fuori di
noi, ma è il risultato di come ci rapportiamo gli uni con gli altri. Il fare
bene non si deve basare sulla paura di una punizione da parte di Dio, bensì
deve scaturire da un reciproco di tutti verso tutto. Le forme
tradizionali e le varie definizioni di panteismo, comunque, rinviano ai loro
testi sacri e ai loro maestri per le definizioni di ordine etico. Levine, Pantheism: A
Non-Theistic Concept of Deity, Londra e New York, Routledge, Il Panteismo. Una concezione non-teistica della divinità, Genova,
ECIG, Constance E. Plumptre, General Sketch of the History of Pantheism,
Londra, W. W. Gibbings, Chandogya Upanishad 3-14 traduzione di Monier-Williams
^ La Città di Dio, La Città di Dio, Testo del Vangelo secondo Tommaso God the
Invisible King Voci correlateModifica Dio Monismo Monoteismo Teismo Deismo
Pandeismo Panenteismo Naturalismo (filosofia) Panpsichismo Panteismo
naturalistico Panteismo classico Altri progettiModifica Collabora a Wikiquote
Wikiquote contiene citazioni di o su panteismo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia
Commons contiene immagini o altri file su panteismo Collegamenti
esterniModifica panteismo, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Panteismo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Panteismo, in
Catholic Encyclopedia, Appleton Mander, Pantheism, Zalta (a cura di), Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information, Stanford.
Tanzella-Nitti, Panteismo del Dizionario
Interdisciplinare di Scienza e Fede, su disf.org. Portale Filosofia
Portale Mitologia Portale Religioni Monismo (religione)
Panenteismo scuola filosofica Panteismo naturalistico. Nome compiuto: Lorenzo
Giusso. Giusso. Keywords: gl’eroi, il vico di giusso, la tradizione ermetica
nella filosofia italiana, nazionalsocialismo, bruno, panteismo, leopardi,
occasionalismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giusso” – The Swimming-Pool
Library. Giusso.
Luigi Speranza --
Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la gnossi a Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Giustino
is cited by Ippolito di Roma as the originator of what Ippolito describes as a
pagan form of gnosticism in which a wide variety of disparate elements are
brought together.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la setta di
Napoli -- Roma – filosofia campanese – filosofia napoletana – scuola di Napoli
-- filosofia italiana – scuola di Roma -- Luigi Speranza (Napoli). Filosofo campanese. Filosofo napoletano. Filosofo
italiano. Napoli, Campania, nella Palestina. Il padre e romano! He studies various schools of
philosophy with his friend Trifone, but could not decide. He shows his
scepticism in a letter to Antonino Pio. He irates Crescente, who has a mob kill
him. Or else he was beheaded! G.
filosofo filosofo e martire cristiano. Nota disambigua. Disambiguazione –
"Giustino martire" rimanda qui. Se stai cercando altri martiri con
questo nome, vedi San G.. San G. Justin filozof. jpg Icona russa di
G. Padre della chiesa e martire. Nascita Flavia Neapolis, Morte Roma Venerato
da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principale
Collegiata di San Silvestro Papa, Fabrica di Roma VT) Ricorrenza Attributi
palma, libro PATRONO DI FILOSOFI G., conosciuto come G. martire o G. filosofo
Flavia Neapolis, – Roma), è un filosofo italiano -- martire cristiano, e
apologeta di lingua latina, autore del Dialogo con Trifone, della Prima
apologia dei cristiani e della Seconda apologia dei cristiani. A lui dobbiamo
anche la più antica descrizione del rito eucaristico. G. philosophi et martyris
Opera. È uno dei primi filosofi cristiani, e venerato come santo e padre della
chiesa dai cattolici e dagl’ortodossi. La memoria si celebra. La chiesa
cattolica lo considera anche santo PATRONO DEI FILOSOFI insieme a Caterina d'Alessandria,
pur non essendo nessuno dei due nel novero dei dottori della chiesa. G.,
che spesso si dichiara in verità samaritano, visto il suo nome e il nome di suo
padre, Bacheio, sembra piuttosto di origini latine. La sua famiglia
probabilmente si stabilisce da poco in Palestina, al seguito degl’eserciti
romani che qualche anno prima avevano sconfitto gl’ebrei e distrutto il tempio
di Gerusalemme. Come riferisce G. stesso nel Dialogo con Trifone, venne
educato nel culto romano elogiato da Cicerone ed ha un'ottima educazione che lo
porta ad approfondire i problemi che gli stanno più a cuore, quelli riguardanti
LA FILOSOFIA. Racconta che la sua smania di verità lo porta a frequentare molte
scuole filosofiche. Presso IL PORTICO non trova giovamento, in quanto il
problema del divino, per questa filosofia, non è essenziale. Poi frequenta IL
LIZIO. Ma anche presso questi filosofi non trova quanto cerca. Si reca presso
un filosofo CROTONESE che lo sollecita dunque ad approfondire le arti della
musica, dell'astronomia, e della geometria. Ma G., troppo concentrato nel voler
raggiungere la verità e la conoscenza del divino, reputa tempo sprecato il
soffermarsi su tali materie. Da ultimo frequenta L’ACCADEMIA. Un maestro
di questa filosofia è da poco giunto nel suo paese. Presso questa corrente
filosofica G. trova quanto crede di cercare. Le conoscenze delle realtà
incorporee e la contemplazione dell’idee eccita la mia mente, dice G. Si
convince che questo lo porta presto alla visione del divino, che considera
essere lo scopo della filosofia. Decide di ritirarsi in solitudine lontano
dalla città. Ma in questo luogo appartato, secondo quanto racconta nel prologo
del Dialogo con Trifone, incontra un uomo, con cui inizia un serrato dialogo,
incentrato sul divino e su cosa fare della vita. Dopo aver dichiarato all'uomo
la sua idea del divino, ciò che è sempre uguale a sé stesso e che è causa di
esistenza per tutte le altre realtà, questo è il divino, l'uomo lo porta a
ragionare su d’un aspetto che forse a G. è sfuggito. Come puo un filosofo
elaborare da solo una filosofia corretta sul divino se non l'ha né visto né
udito? E porta G. a meditare sulle persone considerate gradite al divino e
dallo stesso illuminate, i profeti, che parlano del divino e profetizzano in
nome del divino, in particolare quella venuta del figlio nel mondo e la
possibilità attraverso di lui d’avere una vera conoscenza del divino. Dopo
questa esperienza, G. abbandona il culto romano basato su Giove e si converte
al Cristianesimo. Per tutto il resto della sua vita educa i discepoli,
utilizzando GLI STESSI SCHEMMII – “what at Oxford we would call the syllabus –
H. P. Grice -- usati dalle altre scuole filosofiche. Oltre a questo incontro,
che è decisivo per la sua conversione, G. indica anche un altro fatto che lo
rinfranca nella fede. Infatti io stesso, che mi ritengo soddisfatto delle
dottrine dell’ACCADEMIA, sentendo che i cristiani sono accusati ma vedendoli
impavidi dinanzi alla morte ed a tutti i tormenti ritenuti terribili, mi
convinco che è impossibile che essi vivenno nel vizio e nella
concupiscenza. G. viaggia molto. Anda a Roma in una visita. Quando ritorna
vi apre una scuola filosofica a impronta cristiana. I suoi insegnamenti
insisteno molto sui fondamenti razionali –cf. H. P. Gricem, PHILOSOPHICAL GROUNDS
OF RATIONALITY -- della fede cristiana. Questo approccio, MOLTO DIVERSO da
quelli tradizionali – “My father, a non-conformist, would have probably
attended the seminars! – H. P. Grice -- , suscita numerose controversie sia con
gli stessi cristiani sia coll’altri filosofi, specialmente con CRESCENZIO
(vedasi) IL CINICO. La sua fede lo porta a subire una morte violenta. È
condannato a morte d’un tipico romano, Giunio Rustico (vedasi), che è prefetto
di Roma e amico dell'imperatore filosofo ANTONINO (si veda), con queste parole.
Coloro che si sono RIFIUTATI DI SACRIFICARE agli dèi e di sottomettersi
all'editto dell'imperatore, sono flagellati e condotti al supplizio della pena
capitale, secondo la vigente legge. Di questo processo esiste ancora il verbale.
Martyrium SS. G. et sociorum VI. G. venne decapitato – “the cause of his death
was decapitation, but we would hardly say Decaptiation willed his death” – H.
P. Grice -- assieme a VI dei suoi discepoli, CARITONE (vedasi) e sua sorella
Carito, EVELPISTO (non romano, ma di Cappadocia), GERACE (non di Roma ma di
Frigia, schiavo della corte imperiale), PEONE (vedasi) e LIBERIANO
(vedasi). Le sue reliquie sono traslate da Roma, e si trovano attualmente
sotto l'altare maggiore della Collegiata di San Silvestro Papa a Fabrica di
Roma, in provincia di Viterbo. G. è il primo di una serie di filosofi che
intravide in Eraclito, Socrate, Platone e nel PORTICO dei filosofi precursori
del Cristo e d’esso ispirati. Anche lo spirito santo è identificato col divino
stesso. A suo avviso, la nozione trinitaria è introdotta già dall’ACCADEMIA. A
G. si deve la più antica descrizione della liturgia eucaristica. Egli è il
primo ad utilizzare la TERMINOLOGIA (o GERGA) FILOSOFICA nel pensiero
cristiano, ed a tentare di conciliare RAGIONE fede. Si schiera duramente contro
la religione ‘pagana’ di GIOVE, ed i suoi miti, mentre privilegia l'incontro
colla filosofia. La figura di G. attrasce l'attenzione di Tolstojil quale
dedica al santo cristiano una breve agiografia, Vita e passione di G. filosofo
martire. Saggi: Dialogo con Trifone, Paoline, Milano Le due apologie,
Paoline, Milano Opere Parisiis, apud Morellum typographum regium, via Iacobaea
ad insigne Fontis Il Dialogo con Trifone, la Prima apologia dei cristiani e la
Seconda apologia dei cristiani, ci sono pervenute in un manoscritto conservato
a Parigi. La Prima apologia dei cristianinIo, G., di PRISCO, figlio di
Baccheio, nativi di Flavia Neapoli, città della Siria di Palestina, ho composto
questo discorso e questa supplica, in difesa degl’uomini di ogni stirpe
ingiustamente odiati e perseguitati, io che sono uno di loro. (Apologia Prima)
La Prima apologia dei cristiani è INDIRIZZATA all'imperatore ANTONINO PIO
(vedasi) e al SENATO romano. In essa compare un tema che è ampiamente
sviluppato dall'apologetica cristiana, cioè la critica della prassi diffusa
presso i tribunali romani, per la quale il solo fatto di appartenere alla
religione cristiana è motivo sufficiente di condanna. G. inoltre polemizza
con i pagani riguardo ad alcune contraddizioni interne alla società romana. Per
esempio, fa notare come, mentre i cristiani sono condannati a morte perché
ritenuti atei, VARI FILOSOFI latini sostengono apertamente l'a-teismo senza
conseguenze. Interessante, poi, è il fatto che G. citi abbondantemente
vari brani dei vangeli sinottici per esporre le dottrine cristiane. Ancor più
notevoli sono i tentativi dell'apologeta per convincere i pagani della verità
del Cristianesimo ATTRAVERSO LE CITAZIONE DI FILOSOFI CLASSICI sia di professionali
della filosofia come Socrate e Platone che di mitologia, come Omero e la
Sibilla. che vengono accostati a brani dei vangeli o dell'Antico
Testamento. Sia la Sibilla sia Istaspe profetarono la distruzione,
attraverso il fuoco, di ciò che è corruttibile. I filosofi chiamati del
PORTICO insegnano che anche il divino stesso si dissolve nel fuoco, ed
affermano che il mondo, dopo una trasformazione, risorge. Se dunque noi
sosteniamo alcune teorie simili ai poeti ed ai filosofi da voi onorati, perché siamo
ingiustamente odiati più di tutti? Quando diciamo che tutto è stato
ordinato e prodotto dal divino, sembreremo sostenere una dottrina
dell’ACCADEMIA. Quando parliamo di distruzione nel fuoco, quella del PORTICO.
Quando diciamo che le anime degli iniqui sono punite mantenendo la sensibilità
anche dopo la morte, e che le anime dei buoni, liberate dalle pene, vivono
felici, sembreremo sostenere LE STESSE TEORIE di poeti e di filosofi. Quando
noi diciamo che il Logos, che è il primogenito del divino, Gesù cristo il nostro
maestro, è stato generato senza connubio, e che è stato crocifisso ed è morto
e, risorto, è salito al cielo, non portiamo alcuna novità rispetto a quelli
che, presso di voi, sono chiamati FIGLIO DI GIOVE. Voi sapete infatti di quanti
FIGLI DI GIOVE (IVS-PITER – cf. TUES-DAY) parlino gli scrittori onorati da voi:
ERMETE – cf. ERMENEIA --, il Logos; Asclepio – dell’isola TIBERINA --, che
ascende al cielo; BACCHO, che è dilaniato; ERCOLE, che si getta nel fuoco, e
BELLEROFONTE – citato da H. P. Grice: “He rode Pegasus” (‘Vacuous Names’ --,
che di tra gl’uomini ascende con il cavallo Pegaso. Se poi, come abbiamo
affermato sopra, noi affermiamo che egli è stato generato dal divino come Logos
del divino stesso, in modo speciale e fuori dalla normale generazione, questa
concezione è comune alla vostra, quando dite che ERMETE (cfr. ERMENEIA) è il
logos messaggero di GIOVE. Se poi qualcuno ci rimprovera il fatto che egli
è crocifisso anche questo è comune ai FIGLI DI GIOVE annoverati prima, i quali,
secondo voi, sono soggetti a sofferenze. Se poi diciamo che è stato GENERATO
D’UNA VERGINE, anche questo è per voi un elemento comune con
PERSEO. Quando affermiamo che egli ha ri-sanato zoppi e paralitici ed
infelici dalla nascita, e che re-suscita dei morti, anche in queste
affermazioni appariremo concordare con le azioni che la tradizione attribuisce
ad Asclepio, nell’ISOLA TIBERINA (Apologia Prima). Il saggio si conclude con
una petizione che contiene una lettera dell'imperatore ADRIANO (vedasi), la
quale serve a G. per mostrare come anche un'autorità imperiale è del parere di
giudicare i cristiani in base alle loro azioni e non in base a dei pregiudizi;
ed una lettera dell'Imperatore ANTONINO (vedasi) e del miracolo della pioggia
durante le guerre marcomanniche. La filosofia in effetti è il più grande dei
beni e il più prezioso agl’occhi del divino, l'unico che a lui ci conduce e a
lui ci unisce, e sono davvero uomini del divino coloro che han volto l'animo
alla filosofia. Dialogo con Trifone/ Oltre alle già citate Prima apologia dei
cristiani (Ἀπολογία πρώτη ὑπὲρ Χριστιανῶν πρὸς Ἀντωνῖνον τὸν Εὐσεβῆ; Apologia
prima pro Christianis AD ANTONINVM PIVM) e Seconda apologia dei cristiani (Ἀπολογία
δευτέρα ὑπὲρ τῶν Χριστιανῶν πρὸς τὴν Ρωμαίων σύγκλητον, Apologia secunda pro
Christianis AD SENATVM ROMANVM), G. scrive il Dialogo con Trifone (Πρὸς τρυφῶνα
Ἰουδαῖον διάλογος, Cum Tryphone Judueo Dialogus), opera dedicata a Marco POMPEO
(vedasi). Il tema è il confronto con il giudaismo, con il quale i galilei hanno
in comune l'antico testamento in lingua ebrea antica, un terreno utile per un
dialogo. Si tratta di un dibattito che si svolge ad Efeso nell'arco di due
giorni e vede protagonisti G. e Trifone, nel quale è stata individuata da
alcuni storici la personalità di un rabbino realmente esistito. Lo scopo di
questo dialogo è mostrare la verità del cristianesimo, rispondendo alle
principali obiezioni mosse dagl’ambienti giudaici. In particolare, G. vuole
dimostrare che il culto di Gesù da Nazareth il gaileleo nella Galilea il cristo
non mette in discussione il mono-teismo. Le profezie descritte nell'Antico
Testamento si sono avverate con l'avvento del cristo. Il dialogo assume toni
sempre rispettosi e amichevoli e NON SI CONCLUDE – H. P. Grice: “Therefore, as
we would say at Oxford, it’s not a PIECE of reasoning!” -- , com'è consuetudine
per gli scritti cristiani, con la richiesta da parte del giudeo del battesimo.
A tal proposito, alcuni studiosi si sono chiesti se effettivamente le
motivazioni portate avanti da G. in questo dialogo sono VALIDE a CONVERTIRE no
un romano, ma un giudeo. Sembra piuttosto verosimile, invece, che questo saggio
è una risposta di G. ai dubbi che i galilei stessi – o i simpatizzanti romani
-- nutrino verso la loro fede. Il saggio presenta anche un prologo, in cui G.
racconta d’un suo incontro con un saggio che lo introduce alla teoria
galileiana. G., ancora ‘pagano,’ lo interroga tra l'altro sulla dottrina, da
lui professata, della trasmigrazione delle anime (metempsicosi, alla CROTONE)
anche dentro corpi animali, esposta nel “Timeo,”, testo di lettura
nell’ACCADEMIA, venerato da CICERONE – il sogno di SCIPIIONE. L'interlocutore
gli risponde che una tale possibilità non ha senso, perché non da nessuna
reminiscenza delle colpe passate e quindi neppure la capacità di pentirsi. In
secondo luogo, il saggio passa a CONFUTARE – alla POMPONAZZI (vedasi) -- la
dottrina dell'immortalità dell'anima. Bobichon, Filiation divine du Christ et filiation divine
des chrétiens dans les écrits de G. Martyr" P. de Navascués Benlloch,
Crespo Losada, A. Sáez Gutiérrez, Filiación. Cultura pagana, religión de Israel, orígenes del
cristianismo, Madrid La reliquia di San G. Martire, su parrocchiafabrica.
Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR saggi, G. G. Martire: il primo cristiano
dell’ACCADEMIA: con in appendice "Atti del martirio di San G.",
Pubblicazioni del Centro di Ricerche di Metafisica, Platonismo e filosofia
patristica, Milano, Vita e pensiero Tolstoj, Vita e passione di G. filosofo
martire. In Tolstòj, Tutti i racconti, cur. di Sibaldi, Milano: Mondadori,
Collana I Meridiani Bobichon, Œuvres de G. Martyr: Le manuscrit de Londres
(Musei Britannici) apographon du manuscrit de Paris (Parisinus Graecus),
Scriptorium Barbaro, Apologia seconda di S. G. filosofo e martire in favor de’cristiani
al Senato romano traduzione dal greco nell'ITALIANO pubblicata in occasione che
mette fine alla sua quaresimale predicazione Treviso, Tipografia Trento Essendo
manifesto da tutte l'opere di san Giustino, ch'egli ben sapeva e confessava
l'equalità del Verbo col Padre. Lettera di Adriano. Lettera di Marco Aurelio al
Senato. ^ Cit. in Jacques Liébaert, Michel Spanneut, Antonio Zani, Introduzione
generale allo studio dei Padri della Chiesa, Queriniana, Brescia Visonà,
introduzione a Saint Justin, Dialogo con Trifone, Paoline Gilson, La filosofia
nel Medioevo, BUR Rizzoli. Saggi, Milano, BUR Rizzoli G., G. Martire: il primo
cristiano dell’ACCADEMIA, Vita e Pensiero, Niccoli, GIUSTINO Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Bellinzoni, The Sayings of
Jesus in the Writings of G. Martyr, Leiden, Brill, Bobichon, Dialogue avec
Tryphon, édition critique. Editions universitaires de Fribourg, Introduction, Texte
grec, Traduction Commentaires, Appendices, Indices Gilson, La Philosophie au
Moyen Âge. Des origines patristiques a la fin du XIV siècle, Payot, Paris La
filosofia nel Medioevo. La Nuova Italia,
Scandicci Quasten. Patrologia, Marietti, G., santo, su Treccani, Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G.,Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, G., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di G. G. su open MLOL, Horizons Unlimited Opere di G.,
su Open Library, Internet Archive. Audiolibri di G. G. G. su LibriVox. G., su
Goodreads. Giustino, in Catholic Encyclopedia Appleton G., su Santi, beati e
testimoni, santiebeati Apologia Prima, su monastero virtuale Apologia Seconda,
su monasterovirtuale Santi Caritone e compagni, discepoli di san G., in Santi,
beati e testimoni Enciclopedia dei santi, santie beati. Catechesi su vatican di
papa Benedetto su G. tenuta durante l'udienza generale Opera Omnia dal Migne
Patrologia Græeca con indici analitici e traduzioni su documenta catholica
omnia. eu. Biografie Cristianesimo Portale Filosofia Patristica
studio dei Padri della Chiesa Taziano il Siro teologo e filosofo
siro Filosofia cristiana. Nome compiuto: Giustino. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Giustino.” Giustino.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Givone:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei fanes – la
scuola di Buronzo -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza -- Givone (Buronzo). Abstract: Grice: “I have
always been concerned with psychological verbs such as ‘love’!” Keywords: love, eros. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Buronzo, Vercelli, Piemonte. Grice: “I like Givone, especially his two essays on
‘eros’: ‘eros and ethos’ and the more controversial, ‘eros and knowledge.’ Si laurea Torino sotto Pareyson. Insegnato a Perugia,
Torino e Firenze. Alcuni suoi lavori riguardano la poetica e l’estetica
all’ombra del nichilismo. Da questa riflessione nasce anche la sua ricerca
sulla “Storia naturale del nulla” -- e
sulle implicazioni sullo tragico. In sua estetica e forte è ancora il richiamo
filosofico. Il malinconico, ‘l’ibrido – Saggi: “La storia della filosofia secondo
Kant” (Milano, Mursia); “Hybris e malinconia: Studi sulle poetiche del
Novecento” (Milano, Mursia); “William Blake. Arte e religione, Milano, Mursia, “Ermeneutica
e romanticismo, Milano, Mursia, Dostoevskij e la filosofia, Roma, Laterza, Storia
dell'estetica, Roma, Laterza, Disincanto del mondo e il tragico, Milano, Il Saggiatore,
La questione romantica, Roma, Laterza, Storia
del nulla, Roma, Laterza, Favola delle cose ultime, Torino, Einaudi, Eros/ethos,
Torino, Einaudi, Nel nome di un dio barbaro, Torino, Einaudi, Prima lezione di estetica, Roma, Laterza, Il
bibliotecario di Leibniz. Torino, Einaudi, Non c'è più tempo, Torino, Einaudi, Metafisica
della peste. Colpa e destino, Torino, Einaudi, Luce d'addio. Dialoghi
dell'amore ferito, Firenze, Olschki, Sull'infinito,
il Mulino, Pantragismo. Treccani. Grice:
“I like Givone; he philosophises on ‘eros,’ but fails to notice that for Butler
there’s self-love and other love; instead, Givone prefers to contrast ‘eros’
with ‘ethos’!” “His ramblings on Phanes are fun, though!” – Grice: “Not
satisfied with metaphysics, Givone goes to criticize Marinetti’s hybris, or
superbia, i. e. lack of moderation. His ottimismo notably contrasts with the
decadentismo of the croposcolaristi. Futurismo movimento artistico, culturale, musicale e
letterario italiano Lingua Segui Modifica Nota disambigua. svg Disambiguazione
– Se stai cercando altri significati, vedi Futurismo (disambigua). Ulteriori
informazioni Questa voce o sezione sull'argomento arte è priva o carente di
note e riferimenti bibliografici puntuali. Il Futurismo è stato un movimento
letterario, culturale, artistico e musicale italiano dell'inizio del XX secolo,
nonché una delle prime avanguardieeuropee. Ebbe influenza su movimenti affini
che si svilupparono in altri paesi d'Europa, in Russia, Francia, negli Stati
Uniti d'America e in Asia. I futuristi esplorarono ogni forma di espressione:
la pittura, la scultura, la letteratura (poesia) al teatro, la musica,
l'architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. La
denominazione del movimento si deve al poeta italiano Marinetti. Boccioni
La città che sale, bozzetto, Museum of Modern Art, New York OriginiIl manifesto
del Futurismo pubblicato su Le Figaro (qui evidenziato in giallo) Il Futurismo
nasce in Italia, in un periodo di notevole fase evolutiva dove tutto il mondo
dell'arte e della cultura era stimolato da numerosi fattori determinanti: le
guerre, la trasformazione sociale dei popoli, i grandi cambiamenti politici e
le nuove scoperte tecnologichee di comunicazione, come il telegrafo senza fili,
la radio, gli aeroplani e le prime cineprese; tutti fattori che arrivarono a
cambiare completamente la percezione delle distanze e del tempo,
"avvicinando" fra loro i continenti, creando nuove connessioni.
Il XX secolo era quindi invaso da un nuovo vento, che portava una nuova realtà:
la velocità. I futuristi intendevano idealmente "bruciare i musei e le
biblioteche" in modo da non avere più rapporti con il passato per
concentrarsi così sul dinamico presente; tutto questo, come è ovvio, in senso
ideologico. Le catene di montaggio abbattevano i tempi di produzione, le
automobili aumentavano ogni giorno, le strade iniziarono a riempirsi di luci
artificiali, si avvertiva questa nuova sensazione di futuro e velocità sia nel
tempo impiegato per produrre o arrivare a una destinazione, sia nei nuovi spazi
che potevano essere percorsi, sia nelle nuove possibilità di comunicazione. Severini
racconta che quando venne in contatto con Marinetti per decidere se aderire o
meno al Futurismo parlò anche con MODIGLIANI (si veda), che egli avrebbe voluto
nel gruppo, ma il pittore declinò l'offerta perché come scrisse:
«Queste manifestazioni non gli andavano, il complementarismo congenito lo
fece ridere, e con ragione, perciò invece di aderire mi sconsigliò di mettermi
in quelle storie; ma io avevo troppa affezione fraterna per Boccioni, inoltre
ero, e sono sempre stato pronto ad accettare l'avventura. Severini, Vita di un
pittore Primo Futurismo «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante
progresso delle scienze ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi,
da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri
della radiosa magnificenza del futuro…» (dal Manifesto dei pittori
futuristi) Una scazzottata futurista A seguito di una serie di articoli critici
di Ardengo Sofficisu La Voce vi fu una reazione violenta dei futuristi:
Marinetti, Boccioni e Carrà raggiunsero Soffici a Firenze e lo aggredirono
mentre sedeva al caffè delle "Giubbe Rosse" in compagnia dell'amico
Medardo Rosso. Ne nacque una grande pubblicità e un grande tumulto rinnovatosi
alla sera, alla stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici, accompagnato
dagli amici Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini, volle
rendere la contropartita. «Fu una vera spedizione punitiva, che mi
fu raccontata da Boccioni e, più tardi, da Soffici. I futuristi appena arrivati
a Firenze vanno al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevano di trovare Soffici,
Papini, Prezzolini, Slataper, e tutti redattori della Voce. Boccioni domanda ad
un cameriere: «Chi è Soffici?»; sull'indicazione ottenuta si avvicina Soffici e
senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente
smontato si alza risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole
seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al
commissariato. Per fortuna caddero in un commissario intelligente che capisce
con chi aveva a che fare; visto che Soffici e quelli della Voce non volevano
far querela d'aggressione, li rimandò tutti fuori come se niente fosse stato. I
futuristi, vendicate le ingiurie, andarono alla stazione dove un treno,
pressappoco a quell'ora, doveva riportarli a Milano. Ma quelli della Voce,
malgrado si fossero ben difesi, non erano contenti affatto, perciò si recarono
in fretta anch'essi alla stazione. Mentre il treno stava per arrivare ebbe
luogo un altro incontro, e un altro violento pugilato, che, per poco, faceva
restare a piedi futuristi. Ma fecero in tempo a prendere il treno, un po'
ammaccati, ma soddisfatti. Severini, Vita di un pittore Nel Manifesto
Futurista, pubblicato inizialmente in vari giornali italiani (la Tavola Rotonda
di Napoli, la Gazzetta dell'Emilia di Bologna, la Gazzetta di Mantovae L'Arena
di Verona) e, definitivamente, due settimane dopo sul quotidiano francese Le
Figaro, Marinetti espose i principi-base del movimento. Poco tempo dopo a
Milano i pittori Boccioni, Carrà, Balla, Severini e Luigi Russolo firmarono il
Manifesto dei pittori futuristi e nell'aprile dello stesso anno il Manifesto
tecnico della pittura futurista. Nei manifesti si esaltava la tecnica e si
dichiarava una fiducia illimitata nel progresso, si decretava la fine delle
vecchie ideologie (bollate con l'etichetta di passatismo, tra cui figura anche
il Parsifal di Wagner, che cominciò a essere rappresentato nei teatri
d'Europa). Si esaltavano inoltre il dinamismo, la velocità, l'industria, il
militarismo, il nazionalismo e la guerra, che veniva definita come "sola
igiene del mondo. Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a Parigi
per l'inaugurazione della prima mostra. La prima importante esposizione
futurista si tenne a Parigi presso la galleria Bernheim-Jeune.
All'inaugurazione della mostra erano presenti Marinetti, Boccioni, Carrà,
Severini e Russolo. L'accoglienza iniziale fu fredda, ma nelle settimane
successive il movimento suscitò un certo interesse divenendo presto oggetto di
attenzioni internazionali tanto da favorire la riproposizione della mostra
anche in altre città europee come Berlino. La riconciliazione con i
futuristi avvenne in seguito, grazie alla mediazione dell'amico Palazzeschi. Infatti,
Soffici e Papini uscendo da La Vocedecisero di fondare la rivista Lacerba
appoggiando così il movimento futurista. Alla morte di Umberto Boccioni,
Carrà e Severini si ritrovarono in una fase di evoluzione verso la pittura
cubista, di conseguenza il gruppo milanese si sciolse spostando la sede del
movimento da Milano a Roma, con la conseguente nascita del secondo
Futurismo. In prima fila Depero, Marinetti e Cangiullo con panciotti
"futuristi" Il secondo Futurismo fu sostanzialmente diviso in due
fasi. La prima andava due anni dopo la morte di Boccioni, e fu caratterizzata
da un forte legame con la cultura post-cubista e costruttivista; la seconda
invece, fu molto più legata alle idee
del surrealismo. Di questa corrente - che si concluse attraverso il cosiddetto
"terzo Futurismo", portando anche all'epilogo del futurismo stesso -
fecero parte molti pittori fra cui Colombo, Prampolini, Sbardella, Diulgheroff,
Tulli ma anche Sironi, Soffici, Rosai, Testi e la moglie Stagni. Se la prima
fase del Futurismo fu caratterizzata da un'ideologia guerrafondaia e fanatica
(in pieno contrasto con altre avanguardie) ma spesso anche anarchica, la
seconda stagione ebbe un effettivo legame con IL REGIME FASCISTA, nel senso che
abbraccia gli stilemi della comunicazione governativa dell'epoca e si valse di
speciali favori. I futuristi di sinistra, generalmente meno noti nel
panorama culturale italiano dell'epoca, comunque, costituirono quella parte del
futurismo collocata politicamente su posizioni vicine all'anarchismo e al
bolscevismo anche quando il movimento con i suoi fondatori e personaggi
ritenuti principali è fagocitato dal FASCISMO. Anche se la gerarchia
fascista riserva ai futuristi coevi una sotto-valutazione talvolta sprezzante,
l'osservazione dei principi autoritaristici e la poetica interventista del
Futurismo sono quasi sempre presenti negli artisti del gruppo, fino a che
alcuni di questi non abbracciarono altri movimenti e presero le distanze
dall'ideologia fascista (Carrà, ad esempio, abbraccia la metafisica). Altri
ancora, come il giovane pittore maceratese Tulli, mantennero costantemente un
approccio giocoso e libertario, che poco aveva a che fare con L’ESTETICA
FASCISTA, anche nelle successive esperienze di pittura informale. Goncharova Il
ciclista, Museo russo, San Pietroburgo Manifesto futurista di Marinetti era
stato pubblicato a San Pietroburgo appena un mese dopo l'uscita su Le Figaro, e
Gončarova e Larionov, che in patria verrà definito il padre del Futurismo
russo, furono i concreti iniziatori del movimento in Russia. Il pittore
Malevič, il compositore Matjušin e lo scrittore Kručënych redassero il
manifesto del Primo congresso Futurista russo. Al movimento, conosciuto anche
come Cubofuturismo o Raggismo, aderirono personalità come il poeta e
drammaturgo Majakovskij. Marinetti stesso si recò a Mosca. Dal movimento
d'avanguardia futurista nacquero negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione
due importanti avanguardie artistiche, il Costruttivismo e il Suprematismo.
L'attenzione che i giornali e il pubblico dedicarono a Marinetti fu enorme, ma
non ci fu la stessa attenzione da parte dei futuristi russi, alcuni dei quali
tentarono anche di ostacolare la visita di Marinetti. Altri invece, come
Sersenevič, furono più ospitali e cordiali. Il temperamento e le declamazioni
di Marinetti riscossero successo ovunque; ma Marinetti tentò invano di chiamare
i futuristi russi ad unire le forze con i futuristi italiani, perché i maggiori
poeti russi, Chlebnikov, Livsič, Majakovskij e anche il regista Larionov
criticarono Marinetti. L'ultima "mostra futurista" si tenne a
Pietrogrado. In Russia il movimento non fu caratterizzato dal bellicismo
come quello dei futuristi italiani, criticato da Majakovskij, ma fu
accompagnato da un'utopica idea di pace e libertà, sia individuale
dell'artista, sia collettiva del mondo, che si sarebbe concluso con l'adesione
di una parte del gruppo al bolscevismo. Dopo la rivoluzione d'ottobre molti
futuristi confluirono nel cubismo e nell'astrattismo. Futurismo francese
In Francia il Futurismo non si organizzò mai come movimento, ma ebbe almeno due
nomi degni di nota: Apollinaire e Saint-Point. Apollinaire scrive il
manifesto L'antitradition futuriste, pubblicato su Lacerba solo dopo le
aggiunte e le correzioni di Marinetti. I successivi Calligrammes rivelano la
chiara influenza del paroliberismo futurista sul poeta francese.
Valentine de Saint Point, nipote di Lamartine, scrisse il Manifesto della donna
futurista, con il sottotitolo “Risposta a Marinetti”, in un volantino
pubblicato simultaneamente a Parigi e a Milano. è il Manifesto futurista della
lussuria. Orientamenti artistici Nelle opere futuriste è quasi sempre
costante la ricerca del dinamismo; cioè il soggetto non appare mai fermo, ma in
movimento: ad esempio, per loro un cavallo in movimento non ha quattro gambe,
ne ha venti. Così la simultaneità della visione diventa il tratto principale
dei quadri futuristi; lo spettatore non guarda passivamente l'oggetto statico,
ma ne è come avvolto, testimone di un'azione rappresentata durante il suo
svolgimento. Per rendere l'idea del moto nelle arti visive tradizionali,
immobili per costituzione, il Futurismo si serve, nella pittura e nella
scultura, principalmente delle “linee-forza”; poiché la linea agisce
psicologicamente sull'osservatore con significato direzionale, essa,
collocandosi in varie posizioni, supera la sua essenza di semplice segmento e
diventa forza centrifuga e centripeta, mentre oggetti, colori e piani si
sospingono in una catena di contrasti simultanei, determinando la resa del
“dinamismo universale”. PitturaJoseph Stella Battle of Lights, Coney Island, Mardi Gras, Yale. A Milano gl’artisti d'Italia avevano pubblicato i
manifesti sulla pittura futurista. Boccioni si occupò principalmente del
dinamismo plastico e sintetico e del superamento del cubismo, mentre Balla
passò dallo studio delle vibrazioni luminose (divisionismo) alla rappresentazione
sintetica del moto. Boccioni, Carrà e Russolo esposero a Milano le prime opere
futuriste alla "Mostra d'arte libera" nella fabbrica Ricordi.
Il Futurismo diede il meglio di sé nelle espressioni artistiche legate alla
pittura, al mosaico e alla scultura, mentre le opere letterarie e teatrali, ma
anche architettoniche, non ebbero la stessa immediata capacità
espressiva. Le radici del fermento che portò alla declinazione del
Futurismo nell'arte si possono riconoscere, artisticamente parlando, già nella
Scapigliatura - corrente tipicamente milanese e borghese della seconda metà
dell'Ottocento - laddove il Futurismo distoglie con disprezzo l'attenzione
dalla raffinata borghesia per concentrarsi sulla rivoluzione industriale, sulle
fabbriche. Dal punto di vista stilistico il Futurismo - in particolare
quello boccioniano - si basa sui concetti del divisionismo che però riesce ad
adattare per esprimere al meglio gli amati concetti di velocità e di
simultaneità: è grazie ad artisti come Segantini e PELLIZZA da Volpedo che,
pochi anni dopo, il futurista Umberto Boccioni poté realizzare dipinti come La
città che sale. Opera futurista di Emma Marpillero Corradi Dal
punto di vista concettuale, il Futurismo naturalmente non ignora i principi
cubisti di scomposizione della forma secondo piani visivi e rappresentazione di
essi sulla tela. Cubista è senz'altro la tecnica che prevede di suddividere la
superficie pittorica in tanti piani che registrino ognuno una diversa
prospettiva spaziale. Tuttavia, mentre per il cubismo la scomposizione rende
possibile una visione del soggetto fermo lungo una quarta dimensione
esclusivamente spaziale (il pittore ruota intorno al soggetto fermo cogliendone
ogni aspetto), il Futurismo utilizza la scomposizione per rendere la dimensione
temporale, il movimento. Altrettanto interessanti sono i rapporti
stilistici tra il Futurismo boccioniano e il cubismo orfico di Delaunay.
Non mancarono relazioni complesse tra i futuristi italiani e i più importanti
esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Equiparare, infine, la ricerca
futurista dell'attimo con quella impressionista, come è stato fatto in passato,
è ormai considerato profondamente errato. Se è vero infatti che gli
impressionisti fecero dell'"attimalità" il nucleo della loro ricerca
- loro scopo era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile -
la ricerca futurista si muoveva in senso quasi opposto: suo scopo era
rappresentare sulla tela non un istante di movimento ma il movimento stesso,
nel suo svolgersi nello spazio e nel suo impatto emozionale. Come
conseguenza dell'"estetica della velocità", nelle opere futuriste a
prevalere è l'elemento dinamico: il movimento coinvolge infatti l'oggetto e lo
spazio in cui esso si muove. Il dinamismo dei treni, degli aeroplani
(Aeropittura), delle masse multicolori e polifoniche e delle azioni quotidiane
(del cane che scodinzola andando a spasso con la padrona, della bimba che corre
sul terrazzo, delle ballerine) è sottolineato da colori e pennellate che
mettano in evidenza le spinte propulsive delle forme. La costruzione può essere
composta da linee spezzate, spigolose e veloci, ma anche da pennellate lineari,
intense e fluide se il moto è più armonioso. Tra gli epigoni più
interessanti del Futurismo, l'avanguardia russa del raggismo e del
costruttivismo. Le tecniche pittoriche futuriste sono state riassunte nei due
manifesti sulla pittura. Due tra i principali esponenti del movimento
pittorico, Boccioni e Balla, furono presenti anche nella scultura. La pittura
di Boccioni è stata definita "simbolica": il dipinto La città che
sale, per esempio, è una chiara metafora del progresso, dettato dal titolo e
dalle scene di cantiere edile sullo sfondo, esemplificate nella loro vorticosa
crescita dalla potenza del cavallo imbizzarrito, un vortice di materia che si
scompone per piani. Se Boccioni è simbolico, Balla è fotografico e analitico.
Ancora legato a principi cubisti, non è raro che realizzi sequenze
fotogrammetriche di una scena, per rendere il movimento, piuttosto che affidarsi
a impetuosi vortici di pittura: è il caso del posato Bambina che corre al
balcone. Scultura Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio,
New York, Museum of Modern Art L'artista futurista più attivo nel campo della
scultura è Umberto Boccioni, la cui ricerca pittorica corre sempre parallela a
quella plastica. Lo stesso Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della
scultura futurista. Punto di arrivo di questa ricerca può essere considerato
Forme uniche della continuità nello spazio: l'immagine, applicando le
dichiarazioni poetiche di Boccioni stesso, è tutt'uno con lo spazio
circostante, dilatandosi, contraendosi, frammentandosi e accogliendolo in sé
stessa. Anche in L'Antigrazioso o La madre, immediatamente precedente,
sono presenti parametri scultorei simili a Forme uniche nella continuità dello
spazio, ma con ancora non risolti alcuni problemi di plasticità derivanti da
influssi naturalistici. MosaicLa tecnica del mosaico, basata
sull'utilizzo di tessere ceramiche e vitree, si è prestata molto bene a esprimere
i modi e il dinamismo intesi dall'arte futurista. Enrico Prampolini e
Fillia eseguono l'importante mosaico dedicato al tema delle
Comunicazioniall'interno della torre del Palazzo delle Poste di La
Spezia. Alcuni anni più tardi Gino Severini esegue altri mosaici per le
Poste di Alessandria. La tradizione musiva di Ravenna continua con mosaici
futuristi di autori vari (Palazzo del Mutilato,. ArchitetturaMagnifying
glass icon mgx2.svg. Lo stesso argomento in dettaglio: Architettura futurista.
«Il problema dell'architettura moderna non è un problema di rimaneggiamento
lineare. Non si tratta di dover trovare nuove sagome, nuove marginature di
finestre e di porte, di sostituire colonne, pilastri, mensole con cariatidi,
mosconi, rane: ma di creare di sana pianta la casanuova, costruita
tesoreggiando ogni risorsa della scienza e della tecnica…» (Antonio
Sant'Elia, dal Messaggio posto a prefazione della mostra del gruppo Nuove
Tendenze) Antonio Sant'Elia, una veduta prospettica della Città Nuova.
Sant'Elia, Casa a Gradinate la Città Nuova. Arnaldo Dell'Ira lampada "a
grattacielo Pettazzi Stazione di servizio "Fiat Tagliero",
Asmara. Sant'Elia, che divenne l'architetto più rappresentativo del movimento,
era ancora distante dai futuristi ed era piuttosto legato nel movimento del
cosiddetto Stile floreale. In quegli stessi anni a Milanoera attivo Giuseppe
Sommaruga e questi sembra che avesse esercitato una grande influenza sulla
formazione del Sant'Elia, infatti, per esempio, molti elementi dinamici del
futurista furono anticipati nel Grand Hotel Campo dei Fiori di
Varese. Sant'Elia pubblica il Manifesto dell'Architettura futurista, dove
esponeva i principi di questa corrente. Al centro dell'attenzione c'è la città,
vista come simbolo della dinamicità e della modernità. Tutti i progetti creati
da Sant'Elia si riferiscono a città del futuro: in contrapposizione
all'architettura tradizionale, vista come inadeguata, le città idealizzatedagli
architetti futuristi hanno come caratteristica fondamentale il movimento, i
trasporti e le grandi strutture. I futuristi, infatti, compresero
immediatamente il ruolo centrale che i trasporti avrebbero assunto
successivamente nella vita delle città. Nei progetti di questo periodo si
cercavano sviluppi e scopi di questa novità. L'utopia futurista è una città in
perenne mutamento, agile e mobile in ogni sua parte, un continuo cantiere in
costruzione, e la casa futurista allo stesso modo è impregnata di
dinamicità. Anche l'utilizzo di linee ellittiche e oblique simboleggia questo
rifiuto della staticità per una maggior dinamicità dei progetti futuristi,
privi di una simmetriaclassicamente intesa. Le teorie futuriste
sull'architettura erano principalmente ideologiche ed erano espressione di un
atteggiamento intellettualistico ma senza riferimenti a metodi formali e
tecnici, tuttavia anticiparono i grandi temi e le visioni dell'architettura e
della città che saranno proprie del Movimento Moderno. A causa della
guerra e dopo la morte di Boccioni e Sant'Elia il movimento futurista in Italia
perse il suo slancio. L’originaria proposta futurista dei primi tempi è
raccolta piuttosto dai costruttivisti russi. Il movimento razionalista italiano
cercherà di proporre gli scenari della Città Nuova delle utopie futuriste ma il
regime fascista smorzerà questi tentativi privilegiando un monumentalismo
legato alla tradizione classicista. Lo stesso avvenne in Unione Sovietica con
il sopravvento del regime totalitario. Tra i grandi esponenti
dell'architettura da ricordare Chiattone, che visse con Sant'Elia a Milano,
condividendone le linee teoriche e sviluppando straordinarie visioni di città
del futuro, prima di trasferirsi in Svizzera e abbandonare la militanza. E
infine Marchi, che operò anche come scenografo. Al Secondo Futurismo
appartengono le architetture di Mazzoni, autore di notevoli edifici postali e
ferroviari, ancora oggi validamente in funzione in diverse città
italiane. CeramicaPer le sue possibilità espressive, anche la ceramica
interessa il movimento futurista. In particolare i ceramisti dell'ISIA
espressero lavori in sintonia con il nuovo movimento. Sulla Gazzetta del Popolo
a firma Marinetti ed Albisola viene pubblicato il Manifesto futurista della
Ceramica e Aereoceramica. Il centro propulsore della ceramica futurista
italiana fu Albissola Marina. Musica Modifica In campo musicale gli unici
rappresentanti di rilievo sono Pratella e Russolo, pittore, musicista e
scrittore, autore del saggio L'arte dei rumori. L'arte dei rumori è considerata
da alcuni autori uno dei testi più importanti e influenti nell'estetica
musicale del XX secolo. A Russolo si deve l'invenzione dell'Intonarumori, uno
strumento che usava per mettere in pratica la sua teoria del rumorismo, ovvero
di una musica nella quale ai suoni dovevano essere sostituiti i rumori. Essi
erano formati da generatori di suoni acustici che permettevano di controllare
la dinamica e il volume. Letteratura Modifica Da sinistra:
Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti, Magnifying glass icon mgx2.svg
Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura futurista e Filippo Tommaso
Marinetti. Marinetti invia il Manifesto del Futurismo ai principali giornali
italiani, ma è la pubblicazione su Le Figaro a garantirgli risonanza europea. Sulla
rivista fiorentina Lacerba, comparve il "Manifesto tecnico della
letteratura futurista. è il volume Zang Tumb Tumb, miglior esempio delle
futuriste Parole in libertà. Poesia. I poeti futuristi si riuniranno
attorno alla rivista Poesiafondata da Marinetti qualche anno prima. Nei
componimenti si trova generalmente l'esaltazione del futuro e delle sensazioni
forti associate alla velocità e alla guerra. Gli esponenti più noti, oltre al
Marinetti, sono: Palazzeschi, autore della raccolta poetica L'incendiario (che
include "La fontana malata", "E lasciatemi divertire" e
"La passeggiata"); Soffici, autore di Bif& ZF + 18 = Simultaneità
– Chimismi lirici; Paolo Buzzi, autore di Aeroplani. Canti alati. Anche
Quasimodo aderì, in gioventù, al Futurismo (ricordiamo la sua poesia "Sera
d'estate. A un successivo momento del Futurismo marinettiano appartiene
l'Aeropoesia. Teatro Modifica Magnifying glass icon mgx2. svLo stesso
argomento in dettaglio: Teatro futurista. I futuristi perseguirono la
rifondazione del concetto stesso di comunicazione teatrale. Promossero un
teatro «sintetico, atecnico, dinamico, simultaneo, autonomo, alogico e
irreale», dove « è stupido» non ribellarsi al pregiudizio della teatralità,
soddisfare la primitività delle folle, curarsi della verosimiglianza, voler
spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, sottostare alle
imposizioni del crescendo, della preparazione e del massimo effetto alla fine,
lasciare imporre alla propria genialità il peso di una tecnica che tutti
possono acquisire, rinunciare «al dinamico salto nel vuoto della creazione
totale». I futuristi, infatti, possedettero una «invincibile ripugnanza»
per il lavoro studiato a tavolino, a priori, sostenendo l'improvvisazione, il
teatro come «serbatoio inesauribile di ispirazioni». «Tutto è teatrale
quando ha valore» (Il teatro futurista sintetico di Marinetti, Settimelli
e Corra) Il teatro futurista promosse anche la commedia e la farsa, anziché la
tragedia, o il dramma borghese. Tuttavia, nelle serate futuriste, non era
inusuale vedere il pubblico adirato a causa di spettacoli fatti di azioni
deliranti. Le cronache dell'epoca riportano notizie relative agli attori
futuristi che sfuggono all'ira degli spettatori, spesso provocata ad arte
secondo gli intenti espressi nel Manifesto futurista del teatro di varietà.
Cinema Magnifying glass icon mgx2. svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema
futurista. Venne pubblicato il Manifesto della Cinematografia futurista,
firmato da Marinetti, Corra, Ginna, Balla, Chiti ed Settimelli, che sosteneva
come il cinema fosse "per natura" arte futurista, grazie alla
mancanza di un passato e di tradizioni. Essi non apprezzavano il cinema
narrativo "passatissimo", cercando invece un cinema fatto di "viaggi,
cacce e guerre", all'insegna di uno spettacolo "antigrazioso,
deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero". Nelle loro
parole c'è tutto un entusiasmo verso la ricerca di un linguaggio nuovo slegato
dall'estetica tradizionale, che era percepita come un retaggio vecchio. I
futuristi, per allontanare il cinema dal passato, ripudiavano tutto ciò che era
convenzionalmente accettato come affascinante e bellissimo dalla borghesia,
usando quindi come soggetti figure distorte (che verranno riprese anche
dall'espressionismo tedesco come manifestazione della perdita di speranza della
popolazione dopo la prima guerra mondiale), colori forti ecc. Molte opere cinematografiche
futuriste sono andate perdute durante la guerra, tra cui Vita futurista,
pellicola nella quale alcuni uomini disturbavano e poi scappavano velocemente
alcuni turisti nei bar di Firenze. Tra le opere rinvenute di questo
movimento, ci è pervenuta la tragedia Tahïs di Bargaglia e la romantica Amor
pedestre del 1914 del comico Marcel Fabre, nel quale viene proposta una
relazione non corrisposta tutta raccontata inquadrando i protagonisti dal
ginocchio in giù (cortometraggi rintracciabili su YouTube). Gastronomia
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cucina
futurista. Grazie alla completezza di questo movimento, ne venne influenzata
anche la gastronomia. Il cuoco francese Maincave adere al Futurismo, proponendo
quindi l'accostamento di nuovi sapori ed elementi fino ad allora separati senza
serio fondamento. Questo comprende accostamenti come filetto di montone e salsa
di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa e gelatinadi
fragola. Marinetti pubblica il Manifesto della cucina futurista sulla
rivista Comoedia. Secondo Marinetti bisognava eliminare la pastasciutta, così
come forchetta e coltello e condimenti tradizionali, e incoraggiare
l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi. Scrive Marinetti:
vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento
totale del sistema alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle
necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti dalla razza. La cucina
futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà,
per uno dei suoi principi, l'abolizione della pastasciutta. La pastasciutta,
per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce,
abbrutisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti,
pessimisti. È d'altra parte patriottico favorire in sostituzione il
riso.» Nel suo tempo È normale che il Futurismo, nascendo in un'epoca di
transizione, abbia avuto molteplici contraddizioni. All'immobilismo scolastico
e accademico ereditato dalle "tre corone" della poesia decadente
(Carducci, Pascoli ed Annunzio) i futuristi oppongono la dinamicità, la
demolizione all'armonia, e alla raffinatezza contrappongono il disordine delle
parole. Gli elementi suddetti richiamano alle caratteristiche del Futurismo più
importanti: esse rientrano appieno nello spirito culturale della belle époque
che precedette lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Secondo i
futuristi, questi poeti devono essere completamente rinnegati perché incarnano
esattamente i quattro ingredienti intellettuali che il Futurismo vuole
abolire: la poesia morbosa e nostalgica; il sentimento romantico;
l'ossessione della lussuria; la passione per il passato. In contraddizione con
il Futurismo è stata anche la corrente crepuscolare. Infatti il
crepuscolarismo, nonostante condivida con il Futurismo l'idea di
interartisticità, ha però una concezione della vita completamente
diversa: i futuristi inneggiano alle innovazioni, i crepuscolari sono
avversi a una modernità che aliena l'individuo i futuristi sono prepotenti,
dinamici, chiassosi, i crepuscolari assumono toni dimessi, pacifici e
malinconici i futuristi esaltano il caos e le attività delle grandi città, i
crepuscolari amano l'intimità, le "piccole cose di pessimo gusto",
gli affetti familiari e una vita tranquilla i futuristi sono sempre protesi
verso un domani esaltante, i crepuscolari guardano al passato e alle piccole
cose quotidiane. Scultura futurista esposta a Milano in Piazzetta
Reale per il centenario del movimento Nelle arti figurative invece si presenta
il confronto con le altre avanguardie, Cubismo, Astrattismo, Dada, Surrealismo,
Metafisica, ognuna delle quali caratterizzata da propri temi e propri linguaggi
espressivi. L'opera futurista è in evidente contrasto per alcuni temi con molte
delle altre avanguardie sebbene condividano tutte l'intuizione di trasmettere
attraverso l'arte un impulso di trasformazione della società e di rinnovamento.
Aspetto specifico del Futurismo è quello di non limitare la propria azione alle
espressioni artistiche (come il Cubismo o la Metafisica), ma di prospettare la
re-invenzione dell'intera vita, in ogni suo aspetto (e uno dei manifesti
maggiormente rilevanti fu infatti "Ricostruzione futurista
dell'universo" di Balla e Depero). Tra i contemporanei dei futuristi
che criticarono il movimento ricordiamo Giandante X, che a Milano, all'apertura
dei festeggiamenti per il ventennale del Futurismo, contestò apertamente
Filippo Tommaso Marinetti, sostenendo che "l’uomo si deve affrancare dalla
macchina ed è un errore lasciare sussistere lo scombinato movimento
artistico"[20]. Nella critica del dopoguerra Il Futurismo ha
influenzato tutta l'arte d'avanguardia del Novecento. Gli artisti futuristi che
sopravvissero alla morte di Marinetti e alla seconda guerra mondiale caddero in
disgrazia come tutto il Futurismo, con l'accusa di aver fiancheggiato il
fascismo. Nel secondo Novecento nuovi studi di Luciano De Maria, Mario
Verdone, Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi, Claudia Salaris, Giordano Bruno
Guerri hanno parzialmente corretto l'accusa di collusione fascista, rilanciando
l'interesse artistico-sociale verso il futurismo. Studi sul futurismo di
sinistra (i contatti con gli ambienti anarchici, e persino comunisti)
mostravano contemporaneamente che l'avanguardia futurista italiana era stata
troppo sommariamente giudicata. Nel corso del tempo diverse sono state le
esposizioni riguardanti il Futurismo. Di indubbia rilevanza è stata quella del
2009 presso il Palazzo Reale di Milano per il centenario del movimento. La
mostra si intitolava Futurismo Velocità+Arte+Azione. Il Futurismo italiano, con
una grande esposizione retrospettiva fino al 1944 al Guggenheim Museum di New
York a cura di Greene, è tornato alla ribalta internazionale. Il centenario del
Futurismo ha anche contribuito al rilancio internazionale degli studi sulle
artiste del Futurismo e sulla visione della donna nel Movimento. è stato
pubblicato il Manifesto del Fumetto Futurista redatto da Bonura e uno dei
primi, se non il primo, fumetti futuristi programmatici, cioè seguente
esplicitamente uno schema scritto e definito, dal titolo "Il brutto
anatroccolo. Ma che Wow!!" di Gnoffo, a significare l'importanza che il
movimento futurista ha avuto come influenza nel delineare nuovi stili d'arte di
rottura e sperimentali. Principali esponenti del futurismo Futuristi italiani
Marinetti Allimandi Asinari Asinari Antonio Asturi Azari Baldessari Balla
Benedetto Boccioni Bodini Bonetti Bot, pseudonimo di Barbieri Bragaglia
Bruschetti Buzzi Cangiullo Cappa Carli Carmassi Carta Carrà Carramusa Caselli
Castagnedi Cavacchioli Ciacelli Chiti
Conti Corona Corra, pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini Tullio Crali D'Alba,
pseudonimo di Umberto Bottone Giulio D'Anna Luigi De Giudici Mino Delle Site
Depero Gerardo Dottori Leonardo Dudreville Carlo Erba EVOLA (si veda), Farfa,
pseudonimo di Tommasini Fillia, pseudonimo Colombo Folgore Gesualdo Frontini
Funi Gambini Giardina Ginna, pseudonimo di Ginanni Corradini Governato Govoni
Jannelli Korompay Krimer Mimì Maria Lazzaro Escodamè, pseudonimo di Michele
Leskovic Licini Lucini Magnelli Mai Mainardi Michetti Marasco Marchesi Emma
Marpillero Masnata Mix Sante Monachesi Marisa Mori Munari MUSSOLINI (si veda)
Mussolini (si veda) Notte Novatore, pseudonimo di Abele Ricieri Ferrari Nello
Voltolina Pippo Oriani Nino Oxilia Ivo Pannaggi Papini Pepe Diaz Peruzzi
Piscopo Prampolini Pratella Preziosi Quasimodo Righetti Romani Rosai Rizzo
Rognoni Ronco Rosso Russolo Sanzin Sartoris Sant'Elia Sbardella Severini
Ardengo Soffici Fides Stagni Tato (Guglielmo Sansoni) Mario Sironi Fides Stagni
Stella Sturani Tavolato Tedeschi Thayaht, pseudonimo di Ernesto Michahelles
Tulli Ungaretti Vann'Antò Ruggero Vasari Lucio Venna, pseudonimo di Landsmann
Vucetich; Futuristi russi Makov Černichov Velimir Chlebnikov Natal'ja Sergeevna
Gončarova Michail Larionov Vladimir Majakovskij Kazimir Severinovič Malevič
Aleksandr Rodčenko Aleksej Kručënych Futuristi ucraini Davyd, Mykola, Volodymyr
Burljuk Futuristi francesi Robert Delaunay Marcel Duchamp Paul Fort Léger Jules
Maincave Georges Bernanos Guillaume Apollinaire Futuristi cechi Růžena Zátková
Futuristi ungheresi Béla Kádár Lajos
Kassák Hugó Scheiber Futuristi portoghesi Fernando Pessoa, divulgò aspetti del
movimento attraverso le riviste Orpheu e Portugal Futurista Guilherme de
Santa-Rita, pittore, ideatore della rivista Portugal Futurista Futuristi
spagnoli Joan Salvat-Papasseit Futuristi brasiliani Oswald de Andrade Futuristi
argentini Alberto Hidalgo Emilio Pettoruti Principali manifesti Manifesto del
futurismo, (Pubblicato da "Le Figaro" Marinetti Uccidiamo il Chiaro
di luna, Marinetti Manifesto dei Pittori futuristi, (11 febbraio 1910),
Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini La pittura futurista - Manifesto
tecnico, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini Contro Venezia passatista,
Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo Manifesto dei drammaturghi futuristi,
Marinetti Manifesto dei Musicisti futuristi, Pratella La musica
futurista-Manifesto tecnico, Pratella Manifesto della Donna futurista,,
Valentine de Saint-Point Manifesto della Scultura futurista, Boccioni Manifesto
tecnico della letteratura futurista, Marinetti L'arte dei Rumori, Russolo
Distruzione della sintassi. L'immaginazione senza fili e le Parole in libertà,,
Marinetti L'Antitradizione futurista, Apollinaire La pittura dei suoni, rumori
e odori, Carrà Il Teatro di Varietà, Marinetti Il controdolore, Palazzeschi
Pittura e scultura futuriste, Boccioni Manifesto dell'Architettura futurista,
Sant'Elia Il teatro futurista sintetico, Corra, Settimelli, Marinetti La
ricostruzione futurista dell'universo,, Balla, Depero La Scenografia futurista,
Prampolini Manifesto del cinema futurista, Marinetti, Corra, Settimelli
Manifesto della danza futurista, Marinetti Manifesto dell'Aeropittura
futurista, Manifesto della Fotografia futurista, Tato (pseudonimo di Sansoni),
Marinetti Manifesto della cucina futurista, Marinetti. Manifesto futurista
della Ceramica e Aereoceramica, Filippo Tommaso Marinetti e Tullio d'Albisola
Opere principali Pittura Umberto Boccioni, Tre donne; Boccioni, La città che
sale; Carrà, Notturno a Piazza Beccaria Boccioni, La risata Boccioni, Stati
d'animo, gli addii Carrà, I funerali dell'anarchico Galli; Umberto Boccioni,
Materia; Balla, Ragazza che corre al balcone Balla, Dinamismo di un cane al
guinzaglio Balla, Lampada ad arco; Umberto Boccioni, Elasticità Severini, La
chahuteause Russolo, Dinamismo di un'automobile Carrà, Cavaliere rosso; Giacomo
Balla, Automobile + velocità + luce Severini, Ballerina in blu; Fortunato
Depero, I Cavalieri. Futurismo, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il
pensiero futurista si richiama evidentemente a varie ideologie dell'azione e
della violenza: il "vitalismo" del "superuomo" (oltreuomo)
di Friedrich Nietzsche, l'anarchismo di Max Stirner, la "violenza" di
Georges Sorel (Considerazioni sulla violenza), lo slancio vitale di Henri
Bergson(cfr. "Futurismo" nell'Enciclopedia "Il Sapere", De
Agostini editore). arengario.it, arengario.it/ futurismo specimen-tonini- manifesti.pdf.
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Edizioni Ex Libris, Per il Manifesto del Fumetto Futurista si veda per le
tavole del Fumetto Futurista di Gnoffo Ulteriori informazioni Questa voce o
sezione ha problemi di struttura e di organizzazione delle informazioni. Giulio
Carlo Argan, L'arte moderna Firenze, Sansoni, Lista e Ada Masoero (a cura di),
Futurismo Velocità+Arte+Azione (Milano, Palazzo Reale, 5 febbraio – 7 giugno
2009), Milano, Skira, Severini, Vita di un pittore, Abscondita, Maria, Laura
Donati, Marinetti e i futuristi, Garzanti, 1Greene (a cura di), Italian
Futurism, Reconstructing the Universe, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Frampton,
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Manifesto futurista pagina di disambiguazione di un progetto, Esaminerò i temi
principali del mio saggio, intitolato “Eros ethos”: la contraddizione, la
violenza, la domanda di salvezza, che è poi la domanda di senso, il silenzio di
Dio. Ma, effettivamente, questi temi fanno da sfondo, perché “ Eros ethos”,
questo nesso su cui dobbiamo riflettere, riguarda piuttosto le cose prossime
che non le cose ultime come la domanda di senso, la domanda che appunto ruota
interamente intorno a ciò che era al principio. Che cos’era il principio? Era
il senso, era il logos, o non era piuttosto come Nice, in modo sprezzante, ma
anche polemico e profondo, ebbe a dire: “ in principio era il non senso”? Ecco,
cos’ hanno a che fare queste domande sulle cose ultime con le cose prossime?
Eros ethos: che cosa c’è di più prossimo alle esperienze che noi facciamo, che questa?
Esperienza erotica ed esperienza etica. Questo è il quadro, questo è
l’orizzonte problematico dentro il quale vorrei insieme con voi procedere per
alcuni passi, e allora incomincerei col dire che, davvero, la domanda da cui
partire è la domanda sull’origine: una domanda che ai non filosofi può sembrare
di scarsa rilevanza. Perché la domanda sull’origine? E che cosa vuol dire
domanda sull’origine? Vuol dire, se la vogliamo tradurre, interrogarsi sul da
dove veniamo, da dove il male, la violenza che patiamo. “Unde malum?” questa è
la domanda sull’origine. Ma a questa domanda sull’origine, così perentoria e
così grave di implicazioni, come risponde il pensiero contemporaneo? Il
pensiero contemporaneo risponde rimovendola, come se non esistesse, meglio come
se non la potessimo, né la dovessimo porre. E questo perché? Perché alla
domanda ha già risposto la scienza. Sappiamo da dove veniamo, di chi siamo
figli: siamo figli del caos, e se è vero che leggi che possono essere accertate
scientificamente governano questo caos, del caos noi siamo figli, o, se non del
caos, di quel suo riflesso che è il caso. Siamo figli del caso. La violenza è
un fatto. Certo che c’è violenza nel mondo, ma c’è come c’è quell’ultimo
orizzonte che non possiamo trascendere. Ci appartiene la violenza, è in noi,
sempre di nuovo la evochiamo, basta un niente ed ecco esplode, come se un fondo
sub umano ci abitasse, come se da questa brutalità naturale noi provenissimo,
come se appunto questo fondo sub umano, questa brutalità naturale, sempre
pronta ad esplodere, costituisse un orizzonte intrascendibile. Non è forse vero
che veniamo di lì, non ci dice la scienza che veniamo dalla “selva antiqua?”
Dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non lo stato in cui la
violenza ci fa simili, anzi identici, a quegli esseri che abitano la natura e
l’abitano inconsapevolmente, producendo la violenza appunto come produzione
inconsapevole di quella volontà di vivere che abita tutti gli esseri naturali?
Sembra essere questa la grande parola della filosofia moderna e poi
contemporanea, perchè troviamo in essa quasi un vero e proprio ritornello: il
risalimento all’origine è precluso, la filosofia pensa a partire da una
situazione, da un trovarsi ad essere in un certo modo, a partire da cui soltanto
il pensiero è pensiero. Che cosa significa risalire alle origini, ipotizzare
fondamenti ultimi? Tutto questo appartiene all’ontoteologia cioè alla pretesa
appunto di ragionare ricostruendo il fondamento, la ragione ultima di tutte le
cose, in una parola l’origine, quell’origine che non è, o meglio non è se non
nella forma che ci è data, e di cui noi facciamo esperienza sapendo di essere
quello che siamo, ossia esseri naturali che dallo stato di natura provengono e
che nello stato di natura trovano una sorta di ultimo orizzonte, di estremo
confine intrascendibile, assolutamente intrascendibile. Da questo punto di
vista abbiamo la parola di Hobbes da una parte( lo stato di natura), e la
parola di Rousseau dall’altra( lo stato di natura come 1 stato di
pura violenza che si tratta di controllare attraverso un patto, i cui
contraenti autolimitano la propria libertà in nome del controllo di ciò che è
dato: lo stato di natura). Da una parte Hobbes( il Leviatano), e dall’altra
Rousseau dicono la stessa cosa anche se sembrerebbero dire due cose
completamente diverse. Che cosa dice Rousseau? Dice che lo stato di natura non
è il regno del Leviatano, il regno della violenza, è il regno della gioia, è il
regno della libertà, è il regno della giustizia. Eppure dicono la stessa cosa.
Che cosa? Dicono che quello, lo stato di natura, è un orizzonte che non
possiamo trascendere. Lì ci troviamo a vivere. Che questo stato di natura sia
uno stato di violenza, o che questo stato di natura sia uno stato tornando nel
quale noi ci liberiamo dalla violenza stessa, in definitiva è la stessa cosa,
perché è questo stato, questa condizione intrascendibile, e non possiamo
affacciarci, per così dire, sulla soglia, su questo stesso orizzonte, e
guardare al di là e chiederci: “ Ma noi da dove veniamo? Chi ci ha gettati
qui?” O nella lotta o nella gioia edenica: domanda senza senso. Risalire non è
possibile. L’orizzonte è chiuso. La violenza non è nient’altro che questo,
quella violenza di cui ci parlano anche le cronache, ma che noi conosciamo
anzitutto in noi stessi, perciò della violenza non resta che prendere atto come
qualche cosa che è connaturato, stato di natura appunto, e che non ci resta che
controllare. Sempre di nuovo l’uomo ricade nella violenza, sempre di nuovo
l’uomo deve, se non liberarsene totalmente, elaborare delle strategie di
controllo. Auschwitz non deve più accadere e invece è accaduto e probabilmente
sempre di nuovo accadrà. Questo lo sappiamo, lo sappiamo nei nostri giorni
violentissimi, crudelissimi. Su questo non possiamo chiudere gli occhi: sul
fatto che Auschwitz sempre di nuovo accade, che sempre di nuovo l’uomo cade
dentro quello stato di natura dal quale proviene e dal quale non può evadere.
E’ la parola più dura della filosofia contemporanea, nascosta spesso dentro
strategie di pensiero molto sofisticate, molto raffinate, ma che questo dicono:
l’intrascendibilità della nostra provenienza, dell’orizzonte dal quale
proveniamo, tanto è vero che sempre di nuovo cadiamo dentro a questo orizzonte.
Difficile immaginare, appunto, una risposta più cupamente ateistica e
nichilistica di questa, ma anche più vera, con una sua verità che sembrerebbe
difficilmente controvertibile. Non è forse vero che la violenza è in noi, che
veniamo di lì? Non ci dice la scienza che in noi ci sono forze che se non
teniamo sotto controllo fanno di noi, di chiunque di noi, il peggiore dei
delinquenti, e che ciascuno ha in sé questa virtualità negativa e terribile?
Ciascuno di noi. Lo vediamo, non solo per le guerre, ma per i casi che la vita ci
mette sotto gli occhi: gli adolescenti che uccidono i genitori, il mobbing tra
le persone, questo bisogno di farsi reciprocamente male, che cos’è questo se
non una radice? Maligna, ma nello stesso tempo naturale, maligna, ma in questa
prospettiva senza nessuna ascendenza teologica, perché appunto è lo stato di
natura dal quale proveniamo, dentro il quale sempre di nuovo ricadiamo in
quanto l’orizzonte è intrascendibile. Che questo sia detto nei termini di
Hobbes, o sia detto nei termini di Rousseau, che a partire da Hobbes si
elaborino teorie dello stato come strumento, il solo che l’uomo ha per tenere
sotto controllo la violenza, che a partire da Rousseau si elaborino invece
teorie della emancipazione, della liberazione, del ritorno alla natura, però
questo ci dice l’intrascendibilità dello stato di natura. E’ una tesi che ha
mille sfaccettature naturalmente, ma molto forte. A questa tesi della
intrascendibilità radicale dello stato di natura io credo ci sia una sola
obiezione, ma forte, altrettanto forte che la tesi stessa. E questa obiezione è
che la violenza dell’uomo sull’uomo, quella violenza che fa dell’uomo un bruto,
che lo ricaccia sempre di nuovo nella brutalità dello stato di natura, questa
violenza è sempre qualche cosa di più, è sempre qualche cosa di meno che
espressione dello stato di natura. Questa è la vera obiezione. E cioè, che
cos’è? E’ cosa umana. La violenza fatta dall’uomo non è infatti assolutamente
assimilabile alla violenza fatta dall’animale, da una tigre, da un leone
feroce. La ferocia che emerge, che affiora, e che trasforma un essere umano in
un animale 2 è altra cosa, non è vero che trasforma l’essere umano
in animale ( questo è un modo di dire assolutamente sviante, falsificante,
anche se sembra corrispondere all’esperienza che ciascuno di noi fa ), questa
violenza è altra cosa, perché la violenza dell’uomo ha, per così dire, un
segno, una segnatura, quella signatura rerum di cui parlavano gli alchimisti
che la vedevano nelle cose stesse, quasi le cose fossero portatrici di simboli
entrando in contatto con l’uomo. Ecco, la stessa cosa vale per la violenza
umana: essa ha una segnatura che ne fa qualcosa di altro rispetto alla violenza
dell’animale, di radicalmente altro, di ontologicamente altro. Perché la
violenza dell’uomo non è assimilabile a quella dell’animale? Perché la violenza
dell’uomo ha qualcosa come un valore aggiunto, e il valore aggiunto è quello
che ci mette l’uomo stesso. Pensate all’uomo, al soldato che uccide, deve
farlo, lo fa per difendersi, pensate alla violenza che esplode in una
situazione apparentemente normale: sempre c’è qualche cosa di più e di diverso
che l’espressione di una aggressività volta a raggiungere uno scopo, raggiunto
il quale la stessa violenza, per così dire, ritorna in una quiete, in una pace,
la pace del leone che ha divorato la gazzella e si ritrova in pace con sé
stesso e con la natura. La violenza dell’uomo, quale che sia, giustificata o
non giustificata, ( ma appunto la parola giustificazione è povera), sempre ha
questo valore aggiunto: e il soldato sente il bisogno, ahimè, spesso di
sottolineare questo valore aggiunto, irridendo il nemico. Questo è nell’Iliade,
come nella cronaca di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Nell’Iliade, quando
Achille strazia il cadavere di Ettore, sente il bisogno di straziarlo sotto le
mura di Ilio, sotto gli occhi delle persone care: ecco quel di più, ecco ciò
che fa della violenza umana qualche cosa di radicalmente umano. Nel soldato che
aggredisce e umilia l’aggredito, il vinto, il nemico vinto, stuprando la sua
donna, per esempio, non c’è mai una pura e semplice espressione pulsionale di
qualche cosa, come un bisogno bestiale o animalesco, c’è invece il desiderio di
segnare ( parlavo prima di segnatura, di valore simbolico), c’è il bisogno di
umiliare, c’è, in altre parole, l’impossibilità di ricadere nella quiete della
violenza che ha raggiunto il suo scopo. Allora, se la violenza dell’uomo non è
assimilabile alla violenza della natura, se questo valore aggiunto fa sì che la
violenza dell’uomo riveli una sua irriducibilità all’ordine naturale delle
cose, allora non è vero che lo stato di natura non può essere trasceso, non è
vero che non è possibile affacciarsi sull’ultimo orizzonte e chiedersi: “ Ma da
dove vengo io?” Allora non basta dire: “ Io vengo da lì, cioè dalla natura e
dalla sua brutalità, io vengo da un altrove”. E’ una contraddizione, perché, se
vogliamo dirla con una formula filosofica, la intrascendibilità dello stato di
natura chiede di essere trascesa. Il riconoscimento che di lì vengo, che sono impastato
di quella pasta, che sono fatto di quel fango, che in me agiscono forze
brutali, bestiali, non basta. Non basta perché quelle forze dicono non soltanto
la mia provenienza dallo stato di natura, ma da un al di là, che non so che
cosa sia, che la filosofia non può dire naturalmente, ma deve cercare. Non mi
basta riconoscermi parte della natura, perché questo mio riconoscimento fa
cenno, sia pure nella forma della contraddizione, ad un altrove, come se io
fossi caduto, come se io di là venissi, e come se soltanto questo movimento
potesse spiegare il valore aggiunto che è nella violenza. Ho fatto due esempi,
di due grandi filosofi della modernità, Hobbes e Rousseau, i teorici della
intrascendibilità dello stato di natura. Farò altri due esempi di grandi
filosofi della modernità i quali sostengono quello verso cui sto cercando di
condurvi e cioè che l’intrascendibilità dello stato di natura è
contraddittoria. Certo l’uomo, con le sue categorie, con i suoi concetti, con
ciò di cui dispone, non può uscire dall’orizzonte in cui è venuto a trovarsi,
ma patisce, soffre, vive questo suo trovarsi in un orizzonte che è come un
carcere per lui, appunto come un essere cacciato lì dentro. Diceva Pascal: “ Io
mi guardo intorno, e tutto è confusione, un orribile caos, cerco Dio, ma Dio
tace ( il silenzio di Dio), e non solo Dio tace, ma tutto è terribilmente
silenzioso, e il silenzio degli spazi infiniti è eterno. Che cosa mi resta, se
voglio in questo orribile 3 caos muovermi e sopravvivere? Che cosa
mi resta da fare? Prendere atto che le cose stanno così, seguire le leggi del
mio paese. Già, ma le leggi del tuo paese sono esattamente l’opposto delle
leggi del paese accanto. Che fare? Questa è appunto la prova del caos in cui
versiamo. Ma il mio sovrano mi ha ordinato di uccidere quello che sta al di là
del fiume. E perché? Perché sta al di là del fiume. Ma è una ragione questa?
Eppure lo devo fare, perché, se non mi attenessi alle leggi del mio paese,
cadrei in un disordine ancora più grande, non vivrei più”. L’abbiamo visto:
l’unica forma di sopravvivenza è quella garantita dall’accettazione dello
status quo. Dice: “ Ma io mi guardo intorno. Questo è giusto, che cosa è
sbagliato? Nulla è giusto, nulla è sbagliato, tutto lo è. E infatti non c’è
atto, non c’è gesto, non c’è comportamento umano, anche il più abietto, che non
abbia trovato il suo altare. Sull’altare è stato messo l’incesto, sull’altare è
stato messo l’omicidio, sull’altare è stato messo il furto, e così via. Un
orribile caos, è quello nel quale l’uomo naturaliter viene a trovarsi:
intrascendibilità dello stato di natura”. Ecco allora la contraddizione, ecco
il passo in più che fa Pascal: l’intrascendibilità dello stato di natura è
inaccettabile, l’intrascendibilità dello stato di natura non può essere vissuta
se non come una condanna, e quale maggiore condanna che quella di chi vede che
ogni atto, anche il più nefasto, il più delittuoso, ha trovato il suo altare?
Quale condanna peggiore di chi constata che è costretto a compiere atti
profondamente ingiusti e tuttavia giustificati? “ Vai, uccidi”. “ Perché?”
“Perché il tuo sovrano te lo ordina”. Ed è giusto così, o meglio giustificato
così, pena un disordine ancora maggiore. Questa è una realtà che non si può non
accettare, una realtà che ci dice il nostro essere vincolati ad essa,
l’intrascendibilità dello stato di natura, ma una realtà nello stesso tempo
vissuta come iniqua, come inaccettabile: non la posso che accettare, ma è
inaccettabile. Ecco la contraddizione, e se volessimo dirla filosoficamente, dovremmo
dire: “l’intrascendibilità dello stato di natura impone il suo trascendimento”.
Da dove vengo io? Da quale paradiso perduto, se soffro così tanto all’interno
di una situazione per la quale non vedo via d’uscita? L’intrascendibilità
chiede di essere trascesa. Qui la filosofia deve tacere, la filosofia non può
che aprirsi ad una dimensione altra. E’ una risposta, come vedete, ben diversa
da quella di Hobbes, ed anche da quella di Rousseau. Nasce da Pascal una
filosofia religiosa, laddove da Hobbes e da Rousseau nasce una filosofia
irreligiosa. Le fedi private dell’uno e dell’altro non sono più in questione,
ma è profondamente irreligiosa una filosofia che dice: “ La violenza c’è e non
resta che tenerla sotto controllo. Noi non possiamo guardare al di là”. E’ una
filosofia profondamente irreligiosa quella che dice che la violenza c’è perché
c’è la società. Togliamo questo elemento storico sociale, che inquina, con gli
apparati repressivi che la società mette in atto, liberiamoci da tutto ciò, e
ritroviamo quella gioia che è lo stato originario dell’uomo: filosofia, in
entrambi i casi, con tutte le loro propaggini, da Rousseau a Marcuse, oppure da
Hobbes a Smith, filosofia profondamente irreligiosa quella
dell’intrascendibilità dello stato di natura, laddove è filosofia profondamente
religiosa quella di un Pascal che dalla stessa intrascendibilità ricava,
attraverso la contraddizione, l’idea di non poter non trascendere. Anche Vico,
che viene spesso interpretato, e giustamente, come il padre dello storicismo,
ma è anzitutto teologo cristiano, dice la stessa cosa, cent’anni dopo Pascal, e
la dice attraverso l’idea che la menzogna in cui l’uomo si trova a vivere sia
l’illusione che “ omnia Iovis plena”, che gli alberi siano dei, che tutto gli
parli, che l’universo sia animato da presenze. Se un fulmine cade nella selva
antiqua e apre la radura e l’ uomo si illude che un dio gli abbia parlato, non
è vero, è un’illusione, è pura idolatria credere che lì si sia avuta una
epifania, e tuttavia questa che è la condizione idolatrica che l’uomo non può
trascendere. Vico dice: “ Cos’è più vero? Lo stato di natura, dove l’uomo è e
non è se non cacciatore e preda? Oppure lo stato di cultura?” Quello stato di
cultura che l’uomo costruisce in base ad una simulazione, cioè in base ad una
menzogna, illudendosi che gli dei gli abbiano parlato e 4 sulla
base di questo messaggio, di questa rivelazione, costruisce appunto le
istituzioni, le famiglie, gli stati, la cultura, insomma. Che cos’è più vero?
E’ il puro e semplice abitare la natura come l’abitano i bruti, brutalità dello
stato di natura, oppure è, attraverso la finzione, diventare uomini? Accedere
ad una verità propriamente umana? Anche lì, attraverso la contraddizione,
l’uomo è costretto a vedere nella natura una sorta di deiezione, di caduta. Da
dove? La filosofia non lo dice, lo dice la rivelazione. Come vedete queste sono
ipotesi molto diverse, opzioni filosofiche che sono alla radice del mondo
moderno. Voi vi chiederete: “ Tutto questo che cosa c’entra con Eros ethos?”
C’entra perché c’entra la contraddizione. E’ la contraddizione che dobbiamo
cercare, che dobbiamo interrogare, per capire appunto se noi siamo consegnati
ad un destino umano e soltanto umano o se invece questa stessa umanità del
nostro destino impone un trascendimento della condizione nella quale ci
troviamo: dobbiamo cercare l’origine, ciò che è in principio ma anche ciò che
è, per dirla con sant’Agostino, “intimior intimo meo”, più intimo a me stesso
di quanto non lo sia io a me. Come sappiamo, Agostino identificava Dio con
questo movimento, con l’intimior intimo meo: è Dio che è più intimo a me di
quanto io non lo sia a me stesso. Potremmo, parafrasando Agostino, vedere
precisamente nel nodo di contraddizione che nello stesso tempo lega e separa
eros ethos qualche cosa che può essere definito negli stessi termini. Che eros
ed ethos si contraddicano, o meglio si oppongano( l’opposizione e la
contraddizione sono due cose diverse) lo so bene, che eros ed ethos si
oppongano è cosa abbastanza ovvia. Che cosa indica eros se non l’immediatezza,
diciamo pure la gioia di vivere, quella gioia di vivere che non ammette
ostacoli di nessun tipo, che chiede soltanto di essere espressa? Eros i Greci,
e non soltanto i Greci, lo presentavano come un fanciullo, la divina innocenza,
eros come espansione vitale, o per dirla con Kierkegaard come vita immediata,
vita che non dà ragione di sé, e noi diremmo oggi ( figli volenti o nolenti,
tutti figli di Freud ) “vita pulsionale”, e le pulsioni sono le pulsioni, il
bene e il male appartengono ad un altro ordine, ad un’altra dimensione. Ethos è
il contrario. Ethos è il “Tu devi”. Ethos è la serietà della vita. Ethos è il
dover rispondere di tutto nei confronti di tutti, o quanto meno di sé nei
confronti di coloro coi quali si è stretto un patto. Quale opposizione maggiore
che quella tra eros ed ethos? Tra l’immediatezza e la mediazione? Tra la libera
e gioiosa espansione di sé che non dà ragione, perché è quello che è, è vita
immediata, tra la gioia, se vogliamo dire così, e la serietà della vita, ossia
il “Tu devi”, questo sì e questo no, perché tu devi rispondere di te nei
confronti di tutti gli altri? Ma appunto siamo ancora sul piano
dell’opposizione, non ancora della contraddizione. Per scorgere la
contraddizione dobbiamo renderci conto che c’è dissidio, cioè c’è intima
opposizione sia in eros, sia in ethos. Ed è solo a partire da un’analisi
separata delle due forme di esperienza, esperienza erotica ed esperienza etica,
che capiremo come l’opposizione diventi una vera e propria contraddizione e
capiremo come la contraddizione che abita in ciò che è “intimior intimo meo”,
così prossimo a noi da costituire davvero la nostra anima, la nostra carne ( e
che cosa se non eros ed ethos? ), come la contraddizione sia proprio in questa
prossimità. Ma lo scopriremo appunto esaminando separatamente le due forme.
Perché c’è opposizione in eros? L’abbiamo definito come gioioso, libero, come
espressione di una vitalità che non conosce ostacoli. Non è forse vero che eros
è trasgressione? Ma non carichiamo subito questa parola di un significato
morale: no, siamo prima, siamo al di qua della morale. Parliamo dunque di
trasgressione nel senso letterale del termine, nel senso di una spinta, di un
movimento teso a rompere tutti i vincoli. Quindi siamo ancora sul piano di una
fenomenologia che non chiama in causa la morale. Eros è questo transgredior,
questo superare il limite che eros stesso pone a sé stesso per essere quello
che è. Cosa c’entra la morale con eros, se eros è questo? Come è pensabile un
intimo dissidio di eros con eros? I Greci lo hanno pensato. Quando ci troviamo
di fronte a queste difficoltà, definita filosoficamente la categoria, 5
sembrerebbe non si dovesse più procedere oltre, invece sappiamo che
l’esperienza erotica è molto più complessa, che non è questa pura e semplice,
come qualcuno vorrebbe, espressione pulsionale di sé che non dà ragione di sé,
bensì un’esperienza terribilmente complessa. E allora come la mettiamo? La
filosofia ci dice che è trasgressione, movimento libero verso la liberazione da
tutti i vincoli. Il mito, e di nuovo la religione, ci dice che è cosa molto,
molto più complessa. E come avevano rappresentato questa complessità i Greci?
Attraverso i miti, come sappiamo. I miti sono questo: servono a dire delle cose
che la filosofia non riesce a dire, o che il linguaggio comune non riesce a
dire. Ci sono tanti miti nella cultura greca che parlano di eros, infiniti, ma
non soltanto nella cultura greca, anche in quella indiana, anche in tante
altre. Ma alcuni in particolare: intanto quello che identifica eros con Fanes
Protogono. Chi è Fanes Protogono? Fanes Protogono è qualcuno, qualche cosa che
viene prima della stessa formazione del mondo, e quindi del costituirsi di
figure archetipiche nel mondo che sono gli dei; Fanes ( “ fainetai”) è questa
accensione originale che fa sì che il mondo, che era, secondo il mito di Fanes
Protogono, tutto raccolto in un nucleo simile ad un punto ( pensate a quale
profondità di intuizione erano arrivati i Greci), per questa improvvisa accensione
si spacchi, si scinda come sotto una spinta, una forza assolutamente sorgiva,
che non è governata da figure archetipiche, dagli dei, ma che è assolutamente
iniziale. Questa realtà tutta compressa, tutta compresa in un unico punto, per
così dire a seguito di questa cosiddetta accensione, esplode, e questa
esplosione dà luogo alla terra e al cielo, perciò la terra e il cielo, a
partire da questa esplosione, non potranno che sempre di nuovo cercare di
ricongiungersi. Urano e Gea, il cielo e la terra, originariamente uniti, a
seguito della esplosione cercano di ricongiungersi, grazie a eros, Fanes
Protogono, cioè il principio primo, il principio originariamente generatore,
che è la luce. Eros è questa accensione, questa forza ricongiungente dei due.
Dentro questo mito che cosa scopriamo? Il carattere assolutamente non morale di
eros. Eros è quello che è, non è neppure un dio, è luce, è manifestazione, è
pura forza esondante, quella pura forza esondante che ciascuno di noi prova in
sé, nelle varie forme in cui eros si manifesta, che, come sapevano i Greci,
sono infinite. Basta leggere il Simposio per capire come Platone sapesse delle
varie forme di eros. Ma che cosa accade? Accade qualche cosa di tremendo, il
tremendo che è in eros: accade che nel momento in cui la terra e il cielo si
scindono in due, in una sorta di mattino del mondo nasce Afrodite che è la dea
dell’amore, che è la dea, a seguito di questa vicenda, chiamata a incarnare, a
personificare, la forza originariamente creatrice. Ma chi è Afrodite? E’ la dea
della doppiezza, e i poeti greci così l’ hanno descritta: è la dea della
felicità, della gioia, della gioia di vivere che non dà ragioni di sé, è la dea
al di là del bene e del male, è la dea al di qua del bene e del male. Ma
Afrodite è anche la dea che nasconde il tremendo da cui proviene, tanto è vero
che lo stesso mito greco ci parla di questo mattino del mondo: e cosa c’è di
più bello che il sorgere di Afrodite dalla spuma del mare, che cosa c’è di più
innocente, di più incantevole? E tuttavia quella spuma del mare è memoria di un
atto di sangue: la spuma del mare è il sangue stilato, e anzi sangue- liquido
seminale, stilato dal sesso di Urano, castrato dal suo stesso figlio. Capite
che cosa dicono i Greci? Che cosa tiene insieme nell’idea di eros l’uomo greco?
Gli opposti: l’innocenza, la perfezione in quanto è l’emergere della vita da sé
stessa, la vita che non dà ragione di sé, la vita che è quello che è, al di là
del bene e del male, tuttavia su uno sfondo cupo di sangue. Il fanciullo innocente
è nello stesso tempo colui che ha memoria del tremendum, con buona pace dei
teorici, quanti sono oggi, delle emancipazioni a buon mercato: “Liberatevi dai
tabù, abbandonatevi!” Tutte cose belle, per carità, non voglio dire che non ci
si debba anche liberare dai tabù, però le cose sono un po’ più complicate: la
liberazione( tesi) è necessaria, e tuttavia sta a fronte( antitesi) di qualche
cosa come gli orrori delle origini. Quando ci si interroga sul fatto, sul
rapporto eros e violenza, per esempio, perché chiudere gli occhi di fronte a
6 questa che è realtà umana, più che umana? Bisogna pensare come
hanno pensato i Greci, o come hanno pensato gli Indiani in modo forse meno
cupo, in modo meno metafisico, ma altrettanto espressivo, con la figura della
donna che volge lo sguardo, dell’amante che raggiunge l’amato ( che è un tema
iconografico di molta arte indiana, di molta arte erotica dell’India ), della
donna che si butta nel fiume per raggiungere l’amato, ma volge lo sguardo, e
questo sguardo è pieno di malinconia per tutto ciò che lascia: siamo fatti di
una irriducibile doppiezza, ci dice il mito. Certo che è necessario gettarsi,
raggiungere l’amato, ma non ci è dato di farlo ( è la dinamica della
trasgressione ), se non volgendo lo sguardo verso tutto ciò che abbiamo perso,
che stiamo perdendo, che potrebbe essere la rottura del patto. E questo che
cosa vuol dire? Vuol dire che eros, l’innocenza stessa, in modo del tutto
contraddittorio, si lega al suo contrario, a qualcosa come la colpa: ecco come
eros è portatore di una contraddizione. Ma lo stesso vale per ethos. Ethos è in
sé stesso contraddittorio, e sono ancora una volta i Greci che ci dicono
questo. Della profondità del mito greco si era accorto Aristotele, per primo,
che io sappia, quando, guardando al mito, ha scoperto che la parola greca ethos
(da cui etica, naturalmente, ) si dice in due modi, o meglio si dice in un modo
solo ma si scrive in due ( è una anomalia del Greco che forse non ha altri
esempi così clamorosi ): ethos in greco si scrive con la ipsilon, e con la eta,
e se scritta con la ipsilon vuol dire una cosa, se scritta con la eta vuol dire
un’altra cosa, o meglio, vuol dire la stessa cosa, ma un po’ diversa . Se
scritta con la eta, ethos fa riferimento alla dimora, alla casa. E allora che
cos’è ethos? Ethos è la convenzione, sono gli usi, i costumi, le abitudini, da
cui abitus, le virtù, come abiti che indossiamo che ci portano a compiere certe
cose, a comportarci in un certo modo. Ma perché ci comportiamo in un certo
modo? Perché siamo stati educati, perché abbiamo accolto in noi, essendo stati
accolti da una comunità e cioè dalla casa anzitutto, quelle leggi, quei
comportamenti, quel modo di vedere, che è proprio di ethos con la eta. Qui a
essere privilegiato è il riferimento al sentire comune, alla comunità: ethos
come appartenenza ad una comunità, che mi impone di non pensare tanto a me
stesso quanto agli altri, di riconoscermi all’interno di una tradizione e così
via. Ma se io lo scrivo con la ipsilon, allora vuol dire carattere, che appartiene
a me, è solo mio : l’ethos è il mio demone, è qualche cosa che mi dice: “ Tu
devi fare questo”. “No”. “ Ma sei contraddetto da tutti, non è accettabile che
tu non faccia questo, la società ti condanna”. “ Che mi importa, lo devo fare,
perché so, ma in base a quale sapere?” “In base ad un sapere demonico, cioè che
non dà ragioni di sé. Sapere di cui io mi faccio carico, costi quello che
costi”. Guai se ethos fosse solo sapere demonico, se fosse solo carattere,
perché allora l’etica sarebbe una cosa terribile, sarebbe cosa tragica, darebbe
luogo a scontri senza fine, senza un terzo che faccia da medio, se è giusto
quello che io sento giusto. L’io, la coscienza: se ethos fosse solo questo
sarebbe terribile. Ma guai se ethos fosse soltanto quell’altro: abitudine,
tradizione, leggi e così via. Facciamo il caso che la società alla quale
appartengo, nella quale mi riconosco, mi condanni legalmente e in base a dei
principi riconosciuti come giusti, mi condanni per esempio a essere deportato.
Immaginate un’ etica che sia soltanto etica pubblica, un’ etica della
tradizione condivisa, immaginate di togliere a me o a chi per me il diritto di
dire no, anche se la società alla quale appartengo mi condanna, di rivolgermi
al mio Dio, per invocarlo, o per bestemmiarlo, dicendo:” Non è giusto”. Non
dimentichiamo mai Auschwitz, ma non dimentichiamo mai che tutto quello che è
accaduto in quegli anni è accaduto legalmente: le deportazioni erano leggi
dello stato tedesco, non si tratta di qualcosa avvenuto nascostamente, bensì di
leggi dello stato tedesco. L’etica che fosse soltanto l’etica, la casa della
comunità di appartenenza, della polis, dello stato, potrebbe non essere
un’etica a sua volta monca, terribilmente manchevole? Già, ma come fanno a
stare insieme ethos ed ethos, ethos con la eta e ethos con la ipsilon? Come far
stare insieme le leggi della pietà, per esempio, come sa bene Antigone, e le
leggi della città? Le leggi di coloro che stanno sotto la luce del sole e le
leggi sotterranee, degli dei, che stanno sotto? Contraddizione, la
contraddizione di ethos. Voi direte, ma che cosa c’entra questo discorso con la
violenza? E’ lo stesso discorso. In che senso? Abbiamo visto, e mi avvio alla
conclusione, come la violenza sia un dato di natura, anzi, è la natura che è in
noi, è uno stato, tanto è vero che si parla di stato di natura: è
quell’emergere di forze oscure, che ci riportano al luogo da cui proveniamo,
che è la selva. E’ la linea maestra del pensiero moderno e contemporaneo, e
abbiamo visto che non basta dire questo. Le cose non stanno così, perché qui
c’è una contraddizione . La contraddizione è sollevata dalla affermazione che
la violenza dell’uomo sull’uomo è sì qualche cosa che lo accomuna alla bestia
feroce, ma nello stesso tempo è qualche cosa che lo rende irriducibilmente
diverso dalla bestia feroce. La violenza è sì cosa che implica la non
trascendibilità dello stato di natura, ma questa non può che essere vissuta
come condanna che implica il trascendimento. Lo stato di natura è uno stato che
io posso pensare solo come stato di gettatezza, avrebbe detto Heidegger.
Senonché per Heidegger la gettatezza, la deiezione, il mio trovarmi come
gettato in questo mondo, non ha più né capo né coda, non ha più un da dove sono
gettato e un verso dove vado. E in questo senso Heidegger in fondo resta
all’interno della tradizione tipicamente moderna che ritiene intrascendibile
questo stato. Non così là dove questo stato venga vissuto, venga letto, nel suo
valore simbolico. Lo dice bene Pascal. Tutto è simbolo, quella natura caotica,
così confusa, non fa che ricordarmi che questo non può essere il mio mondo, è
il mio mondo e per viverci lo devo accettare, e tra questo mondo, e l’infinito,
e l’assoluto, un abisso mi separa: non c’è verso, filosoficamente, di costruire
un ponte tra il qui e ora, il qui di leggi contraddittorie, e l’origine.
Tuttavia, in questo mondo io vivo come uno straniero, come uno che è stato
gettato da un altrove, la cui chiave la possiede non la filosofia ma la
religione: la caduta, il peccato originale.” Lo stesso discorso vale per la
contraddizione, il rapporto contraddittorio di eros ed ethos. Noi vorremmo
potere riferirci, così come nel caso della violenza ci siamo riferiti, a
qualche cosa di ultimo, qui riferirci a qualche cosa di primo, eros ethos, di
prossimo, di propriamente nostro a cui ancorarci, vorremmo poterlo fare. E che
cosa se non ancorarci a eros, se non ancorarci a ethos? E’ esperienza che tutti
fanno, se pure in forme molto diverse: l’esperienza che vorremmo gioiosa di
eros e seria di ethos, e lì restare, restare in questa prossimità, in questa
intimità di noi con noi stessi, in definitiva rassicurante. Eros è la gioia:
Abbandonati; ethos è il dovere: “ Rispetta”. Già, ma questa intimità, di noi
con noi stessi, è contraddittoria, ovvero “intimior intimo meo”. Nel punto in
cui noi ci troviamo più intimi con noi stessi, noi siamo per così dire
scavalcati, trascesi da un movimento che fa cenno a qualche cosa che è
assolutamente altro rispetto a questa pretesa di raccoglierci in una certezza, la
certezza di eros e la certezza di ethos. Tanto è vero che non solo eros ed
ethos stanno tra loro in opposizione, ma è una opposizione contraddittoria
perché il dissidio è sia nella forma dell’esperienza erotica, sia nella forma
dell’esperienza etica. “Intimior intimo meo”: qui davvero varrebbe la pena di
parafrasare Agostino, e ricordare che nel momento in cui io sono più prossimo a
me stesso in realtà sono infinitamente lontano, sono per così dire costretto a
trascendere, trascendere me stesso. Nome compiuto: Sergio Givone. Givone. Keywords:
phanes, eros/ethos; phanes protogono, convito di platone, pareyson. storia
naturale dell nulla, unelongated history of negation; Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Givone” – The
Swimming-Pool Library.
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