GRICE ITALO A-Z G GI

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giulia: la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – la scuola d’Acri -- filosofia calabra – scuola d’Acri -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acri). Abstract. Grice: “History of philosophy teaches how you make the same mistake MORE than twice!” -- Keywords: storia della filosofia. Filosofo calabro. Filosofo italiano. Acri, Cosenza, Calabria. Grice: “Julia was more of a poet than a philosopher; but then for Heidegger, philosophy IS poetry and vice versa!” -- essential Italian philosopher. Studia a Cosenza sotto FOCARACCI (si veda). Direttore di Telesio, periodico. Stringe grande amicizia PADULA (si veda). La temperie culturale in ambito locale vede la difficoltà della Calabria a integrarsi nella nuova entità politica. Area essenzialmente contadina, la regione ha una classe dirigente che preferisce assoggettarla al clientelismo e alla sua arretratezza piuttosto che metterla al passo con zone del paese più avanzate e progredite; perciò il mondo intellettuale d'avanguardia, deluso dalle speranze e conscio del sottosviluppo, si volge verso il positivismo e il socialismo. Vive tra il tardo romanticismo e l'affermarsi delle innovative correnti costituite dal naturalismo e dal verismo, nella scia di CARDUCCI (si veda) e VERGA (si veda). Le contraddizioni della sua epoca lo formano come un intellettuale spiritualista che rifiutail materialismo e in parte il mondo contemporaneo, e d'altra parte un sostenitore degli ideali socialisti, del riscatto delle masse disagiate e della glorificazione del passato della Calabria a partire dall'assedio degl’Aragonesi e dei suoi conterranei coevi illustri, fra i quali Miraglia, Padula, Quattromani, Tocco, oltre a CAMPANELLA. Accostatosi in un primo tempo al misticismo di Gioberti, si converte al verismo, alla ricerca del pragmatismo e di un modello di poesia di alto civismo che lo stesso G. proclama nei suoi Sonetti e liriche. Parte dai miti popolari e dalle ballate della tradizione romantica per marcare orgogliosamente la storia della sua terra. Considerato il padre della letteratura calabrese, si interessa alle origini della cultura letteraria della regione analizzando anche alcune opere a lui precedenti. Il suo impegno regionalistico si concretizza in uno studio su Selvaggi, nel quale si individua un collegamento fra Galeazzo di Tarsia e le produzioni romantiche. Vi fu poi un saggio su Padula e un esame delle liriche riferibili all'Accademia Cosentina. Sa però spaziare oltre i confini delle sue terre, fino a richiamare Milton nel suo scritto dedicato a Padula. Oltre a uno studio su Monti, produce dei lavori anche su Mazzini, Poerio, Correnti, legati dall'attenzione alle tematiche relative al Risorgimento e perciò in convergenza con il proprio pensiero, che dal punto di vista della poetica si richiama ai modelli che il letterato individua in Leopardi, Berchet e Giusti, oltre che in Prati.  Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza; Monografia su calabria o, su calabria. Digital Storytelling su G. a cura degli studenti del Liceo G. di Acri, CS. Ovvero delle famiglie nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al libro d'oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che gioccano un ruolo nelle vicende del Sud Italia. Famiglia G. A cura di Dodaro  Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Arma: d’azzurro alla fascia d’oro accompagnata nel capo da un destrocherio di carnagione tenente un uccello di nero e in punta da un albero radicato al naturale. Titolo: Nobile d’Acri. Arma Famiglia  La famiglia G., in origine nota come de “Giulia”, figura fra le antiche e nobili casate d’Acri, Cosenza. I G. godettero sempre nella locale società di un buon livello di prestigio sociale come testimoniato dalle alleanze matrimoniali contratte con diverse famiglie patrizie fra le quali ricordiamo le seguenti: Benincasa, Candia, Capalbo, de Simone, Dodaro, Falcone, Fusari. Simbolo della condizione privilegiata della famiglia è il grande palazzo sito tra il rione Casalicchio ed il quartiere Piazza. Tale edificio, al cui interno si conserva la ricca biblioteca di famiglia, è abbellito da un portale lapideo sul quale spicca un mascherone sormontato da un’antica riproduzione in pietra dello stemma del casato. Il suddetto blasone è timbrato dalla classica corona a cinque punte che identifica i Julia come nobili. Acri, Palazzo Julia, portale  con atto del notaio Gaudinieri, il sacerdote Nicola Maria J. fonda una cappella privata sotto il titolo dell’Immacolata Concezione all’interno della chiesa di San Nicola di Bari in Acri situata nel rione Casalicchio. Fabrizio J. vende a Sanseverino un terreno dove e edificato l’imponente complesso del palazzo acrese dei principi di Bisignano, permutandolo con la casa e il fondo Macchia. Dal matrimonio fra il dott. Raffaele e la N.D. Giuseppina Capalbo nacquero Salvatore ed Antonio dei quali il primo è rinomato avvocato mentre Antonio viene ricordato come “Medico illustre” che “in età provetta, in pochi mesi, studiò leggi presso il Focaracci e ne apprese quanto ne anno i più maturi; onde s’incentrarono in lui il medico e l’avvocato. Fra i personaggi celebri di questa famiglia ricordiamo il citato Raffaele, Governatore di S. Giorgio e Vaccarizzo. La figura cui si lega maggiormente la fama del casato è quella di G., FILOSOFO. Allo stesso è intitolato il liceo – LIZIO -- d’Acri. Svolge gli studi presso l’istituto Molinari di Acri ed il seminario di S. Marco Argentano. Frequenta il seminario di Bisignano dove ebbe come insegnante il Canonico acrese Francesco Saverio Benvenuto, quest’ultimo colto latinista nonché teologo, filosofo e parroco maggiore di Santa Maria in Acri.  Intraprese gli studi giuridici e per alcuni anni esercita la professione di avvocato poi accantonata a favore dell’insegnamento di materie filosofiche. Quanto alla sua produzione filosofica questa e quella del poligrafo (letteratura, filosofia, storia, cultura calabrese) inoltre. Nei suoi studi predilesse la valorizzazione e la riscoperta di figure regionali poiché gli pareva che la Calabria fosse dimenticata e poco apprezzata dopo la raggiunta Unità. Fra le sue opere ricordiamo: Saggio sulla vita e le opere di Gravina, Saggio di studi critici su Selvaggi e la Calabra poesia, ROVERE e i suoi dialoghi di scienza prima, FIORENTINO filosofo, Lettere al figlio Antonio su Cesare, SANCTIS in Calabria, Monti. Muore in Acri. Telesio, rivista codiretta da J. Antonio J. figlio di Vincenzo, avvocato e raffinato poeta sposa, in prime nozze, Mariantonia Dodaro, figlia dell’avv. Giovanbattista e di Cristina Benvenuto. Il loro è un matrimonio felice e allietato dalla nascita di Maria Gabriella, Vincenzo e Antonietta.  Antonio G. e sua moglie Mariantonia Dodaro  Antonio G. è legato da sincero amore a sua moglie e quando questa prematuramente scomparve, riversò il suo dolore in alcuni toccanti componimenti poetici che rappresentano una struggente testimonianza del suo dramma interiore e assieme della sua spiccata sensibilità d’animo. AL CROCIFISSO DEL SUO LETTO Non più le sue lucenti Pupille a te si volgeran la sera; non più per le dolenti mie stanze echeggerà la sua preghiera. O tu, che pendi ancora, mistico Iddio, sul vedovo mio letto, volgi le luci ognora sovra i miei figli e sul paterno tetto! Dimmi che ancor le rose Olezzano per te, vigile Iddio, le parole amorose che a te rivolse, ne l’estremo addio. Dimmi che ancor tu senti La voce sua, ne l’ombre de la sera, e che, in soavi accenti, mormora pe’ suoi figli una preghiera! Gli smalti dello stemma J. sono noti grazie ad una raffigurazione del blasone in oggetto riportata dallo storico acrese Capalbo in un suo lavoro inedito sull’araldica delle famiglie nobili d’Acri. Nella riproduzione del blasone dei G., visibile ancora oggi sul portale del loro palazzo in Acri, il destrocherio appare vestito. (2) - Per approfondimenti si rimanda a CHIODO, L’Archivio Privato della famiglia G. di Acri - Inventario sommario, in “Archivio Storico per le Province Napoletane. Per un elenco completo delle famiglie patrizie di Acri si vedaCAPALBO, Memorie storiche di Acri, S. Giovanni in Persiceto (BO), Edizioni Brenner, CAPALBO. Quest’ultima, appartenente a una famiglia originaria di Rogiano Gravina, sorella di Balsan,  letterato e deputato del regno d’Italia nonché preside del liceo Telesio di Cosenza. Lo stesso figura tra i maestri del nipote PIROMALLI, La Letteratura Calabrese, Cosenza, Pellegrini. Per approfondimenti su alcune vicende storiche che interessarono la famiglia Fusari si rimanda a CAPALBO,- G. vincenzo. atavist. Alcuni anni dopo il decesso della prima moglie, si unirà in matrimonio con Maria Beatrice Antonietta Romano di Acri. Poi sposatasi con Carlo Giannice Andata successivamente in sposa a Giuseppe dell’Armi A. G., Momenti, S. Maria Capua a Vetere, Casa ed. Della Gioventù, Si veda anche il componimento intitolato “Alla Vergine della Sua Stanza”. Questo egregio, su cui fondiamo, a buon dritto, non pic cola speranza, per le diverse prove del suo nobile ingegno fin'ora dateci, coltiva con forte, inteso amore le filosofiche discipline, tutto solo rannicchiato in piccol paesuccio delle Calabrie, Acri. Egli, da quello n'è sembrato, predilige la filosofia di quel sommo torinese filosofo, che col suo primato Civile e Mormale D'Italia fanatizzò tutti isuoi connazionali per la dupla autonomia del loro paese, Libertà ed Indipendenza; e con l'Introduzione allo studio della Filosofia, la Protologica ed altre opere speculative ispira nei cultori di questa no bilissima scienza l'amore delle nazionali dottrine. J. a dunque è un giobertiano, un ontologo, e per lui quindi sta che l’ente, il primo essere, Colui che dà l'essere a tutte cose, non però spezzandosi, non diffondendosi, nè emanandole dal suo seno, come il ragno il ragnatelo; ma liberamente creandole; per lui dico sta, che l'Ente, l'ASSOLUTO reale, non astratto, quale il pose, il proclama Hegel, è il Primo Filosofico, cioè a dire è non solo il primo essere o primo ontologico; ma anche la Prima Idea o Primo Psicologico. Sicchè non solo anno le cose tutte da Dio l'essere loro, ma anche la loro intelligibilità. Verità già insegnata dal fondatore dell'Accademia, il divino Platone, il quale dice che l'idea del DIIVINO è pel mondo intelligibile quello che il sole è pel mondo visibi le, e che l'essere assoluto dà alle menti nostre l'esistenza e spande su loro e sugli obbietti della scienza illume della verità« detí v 8.& Tlothuns oùoxv xai adnocías» come il sole, che non solamente rende visibili le cose, ma dona loro eziandio il nascimento, l'accrescimento e la maturita -- τον ήλιον τοϊς ορωμένοις ου μόνον, οίμαι τήν του οράσθαι δυναμιν παρέχειν φήσεις, αλλά και την γένεσιν αυτών όντα. Quindi per J. sta quel metodo detto deduttivo, o sillogistico, che dai principii va alle conseguenze, ma non come pretende il fondatore del Peripato del LIZIO, il qua le fa il sillogismo posteriore all'induzione, ed il cui scopo non consiste in altro che in applicare i principii alle cose particolari a meglio rifermarle. J. ha capito bene che l'induzione non può darci punto tanto i principii proprii a ciascuna scienza, quanto i principii comuni ed assolutamente universali. I principii sono ontologici ed originalmente presenti alla intelligenza, secondo dice il divino Platone, e non già puramente logici ed astratti, secondo dice Aristotele, che li vuole prodotti la merce dell'intelligenza con gl’elementi fornitici della sensazione. Nè debbe dirsi che J. neghi l'induzione. Ei l'ammette, e nel senso di venir essa provocata, sostenuta e guidata in noi dal lume di certe idee generali sempre presenti all'anima nostra, essendo un impossibile elevarsi da qualche fatto individuale e variabile all'idea della legge generale e permanente, senza averci di già nella mente, almeno in una maniera vaga e confusa, l'idea di ordine, di generalità e di stabilità. Laonde dice Laforet nella sua storia della filosofia antica, in parlando del LIZIO. Comment s'élever de la perception de faet contingents et relatif à l'idée de principes nécessaires et absolus, si le necessaire et l'absolu sont entieremant étrangers à l'intelligence? Dunque pel J., come per ogni giobertiano, si deve partire di Dio per costruire la scienza filosofica ossia dalla idea somma ed improdotta, perché è quel principio supremo che illumina e rende conoscibili gli altri principiimeno generali e senza di cui non potrebbe aversi quella sintesi obbiettiva, che argumenta di necessità nel suo moto organico la gerarchia dei principii scientifici; e deve radicarsi in un principio assoluto, supremo, universale, immutabile, il quale, reggendo colla sua virtù ogni singolar passo del procedimento razionale, accorda ed unifica tutti imomenti del discorso ideale, e tutta insieme 1.umana enciclopedia. Laonde dice saviamente nel suo dotto di scorso intorno al Panteismo Attanasio, nella La Carità di Napoli. Sintesi senza gerarchia di principii io non intendo nell'ordine dell'idee, come non vedo nell'ordine umano sociale e nell'ordine fisico di natura. E ingradamento di gerarchie che ponga in atto una sintesi universale torna impossibile a concepire pur col pensiero senza un principio supremo, essenzialmente uno ed immutabile, che sia il centro immoto che governi i moti del multiplo e del diverso e tragga a sè ed accordi il multiplo e dil diverso». Laonde, lasciando chel'induzione non conduca ai principii, a ciò che è universale, sia che dessa fosse positivista o come la intende il positivismo, siache fosse anche nel senso di Aristotsle, ci facciamo a lodare J. per avere ei scelto quel sistema, che parte dall'idea dell’ASSOLUTO reale per costruire la scienza, non sipotendo, per tante e tante ragioni dette e ri-dette, porsi per primo conoscibile ciò che non è prima cosa; per chè sarebbe, seguendo questa via, un turbare l'armonia della scienza filosofica; giusta che vien fatto dai psicologi, i quali partono dal contingente, ed oșano spiegare l'assioma degl’assiomi, la verità prima con la verità seconda, e separare l'ordine di esistenza da quel lodi conoscenza, il primo psicologico dal primo ontologico, dando questo per primo filosofico. Di qui non potremmo esserer improverati che atorto, se dicessimo che iseguaci del PSICOLOGISMO di Aristotele -- non però di quelle d’AQUINO (si veda) ch'è ben altro -- siam lontani da una vera scienza; perché la scienza è con la sintesi, e la sintesi co'principii, e la gerarchia dei principii scienziali nel principio sommo, Dio, radicata. Siechè scienza sull'ANALISI è scienza effimera, è scienza di nome, essendo disgregazione, e tale è la filosofia di Aristotele, siccome è conto da quei due principii ammessi da lui. Nihilest in intellectu,quod prius non fuerit in sensu --  e che l'anima nostra si rassomiglia ed una tavolarasa -- Δείδ'ούτως ώσπερεν γραμματειωώ μηθένυ πάρχει εντελεχεία γεγραμένον. È quantunque fosse vero che il LIZIO ammettesse l'intelletto attivo profondamente distinto dalla sensibilità, essendo quello che opera 83 $¢%su ciò che ci vien porto dalla sensazione, per tirarne od indurne avec lemonde intelligible; sun intervention n'apportedo nerien de now eri veau à ce qui est déposé dans l'àme par suite de la perception des 0C sens, il ne peut qu'exercer son activité et travaillier sur ce qui est racu dans l'intellect paseif. L'intellect actif d'Aristote nous semble jouer, redans la formation de la connaessance,un rôle exactement samblable à 1021"celui que joue la reflexion de Locke; ni l'un ni l'autre n'ajoutent ta rien à l'objet fourni par la sensation, toute leur action seborné à éla:) doaborer cet objet Dunque nonpuò farsi ammeno di ammettere col ret. J. e la scuola giobertiana l'apprensione diretta ed immediata, din cioè l'intuito dell'assoluto, e ritenere essere questi la prima idea, la l'oprima conoscenza, che, per la via di un primo guardare, viene al. into: l'intelletto umano nello stato d'intenebramento, che la riflessione di in poi, la quale èun secondo intuito od un ripiegamento dello spirito e sopra il primo intuito, chiarifica e fissa, e non già che la si acqui isti e conosca in forza del raziocinio, passandosi dalla cognizione a iilistratta, ottenuta per la via dell'induzione, a quella concreta del V e on& ro Assoluto, avendo ben dimosorato altrove, che i psicologi si tro fost vino in grande errore, credendo ed insegnando, che Dio siccome ve fosesrità assiomatica, essendo universale, necersaria ed immutabile, debba 18 essere astratta,e che vi bisogna di forza indispensabilmente il ra ley ziocinio per ascendere, mediante essa verità astratta, al vero primo buik ed assoluto, mentre, siccome facemmo notare in proposito di Milone. Insomma, senza menarla piùinlungo, della insignescuola on anda tologica è J., siccome l'ha mostrato co'suoi vari scritti di ar veratgomento filosofico e conquello, veramente stupendo, Discorsointorno alla vita ed alle opera di Balsano, in cui, prendendoa consi ost: der ar e questo disgraziato dotto Calabrese, divenuto vittima del pugnale di un assino, e, considerandolo non solo quale oratore egregio ed acuto critico,ma anche qualeillustre cultore delle scienze filosofi cincche, e forte amatore del sistema ontologico, palesa a chiare note i suoi O. pensamenti in fatto di filosofia, che sono indubitatamente quelli del Pladiotonismo, cristianizzato d’Agostino, ammirato d’AQUINO (si veda) e d’ALIGHIERI (si veda), divulgato da Gioberti, ed abbracciato dalla th, maggior parte de'pensatori nostrani. La FILOSOFIA di J. che ci avemmo in dono da lui medesi i mo, palesa ad evidenza non solo la scuola filosofica cui appartie ne; non solo la lucentezza delle idee, ond'è corredata sua mente; e non solo l'affetto per la patria grandezza quanto a politica, governo e civile, scienze, lettere ed arti; ma dàanche prova della perizia che l'universale ed elevarci sino alla concezione dei principii; pure non to bisogna dimenticarci che nella teoria dello Stagirita è desso affatto et vuoto, senza alcun rapporto diretto col mondo intelligibile, da potersi pelo dire che nella conoscenza eserciti l'ufficio nè più nè meno della riostruflessione di Locke. E dice bene Laforet. Dans la theorie du Stagirite l'intellect actif est tout a fait vide et n'a nul rapport direct Profilo Bibliografico pubb. nella Rivista Itoliana di Palerino ela:Anno IV,N. 11, nonci ha cosa più chiara, che essa verità assio -artormatica primitiva è obbiettiva in sommo grado,appunto per le sue veritacaratteristiche di universalità, necessità ed iminutabilità. COSS me adal tile. // ne  84 ha ei nell'idioma nazionale. Sicchè è a rallegrarci con lui dei buoni studi, dell'amore delle nazionali dottrine dell'eccellenza del sistema che ha adottato nelle scienze speculative, anteponendo (fra i due sistemi che veramente possono dirsi i più perfetti, essendo ambo sin tesisti, cioè a dire razionalo-empirici od empirico-razionali) l'ontologismo al psicologismo, e, fuggendo, quelloche è più, gl’eccessi del razionalismo e dell'empirismo, e quei tali sistemi erronei, idealismo e positivismo, pei quali delirano i filosofi, da cui camminando si di questo passo, non ci possiamo attendere, se non un ar venire sventurato. Prosegue J. i suoi studii filosofici, e ci offra lavori speculativi di maggior lena, per poterlo vie meglio ammirarlo, e rallegrarcene con lui.  Delle dottrine filosofiche e civili di Gravina per Balsano, con saggio sulla vita e sulle opere del Gravina per J.   Cosenza, Mgliaccio. Gravina è considerato dai più come poeta e letterato segnatamente pel suo trattato della Ragione poetica,e come insigne giureconsulto, specie per lasua opera De ortu et progressu juris civilis. Ma eglime rita,sotto un certo rispetto,d'essere altresi considerato come filosofo e per le dottrine speculative che professava e per quei sommi principii a cui s'informano i suoi SAGGI DI FILOSOFIA, dovendo le scienze particolari e d'applicazione, quali sono appunto le discipline giuri diche e pratiche.esser precedute ed illuminate da una scienza speculativa più alta ed universale, cioè dalla Filosofia propriamente detta. A nostri giorni il calabrese Balsano si pro pose di far meglio conoscere le dottrine filosofiche e civili di Gravina, studiando accuratamente e con intelletto d'amore le opere del suo grande concittadino. Ma Balsano, non che pubblicarlo, non potè compiere il suo lavoro, perchè trafitto dal pugnale dell'assassino! J. ha raccolto la sacra eredità del suo venerato maestro, dettando un'eru dita ed ampia monografia sulla vita di Gravina, e pubbli candola insieme al lavoro inedito del Balsano. In questa vita  e   troviamo uno specchio breve ma fedele dei tempi di Gravina, specie riguardo agli studii; la pittura del carattere morale del pensatore rogianese, un cenno de'suoi numerosi scritti e de'suoi meriti letterarii. L'opera del Balsano, dettata in una forma quanto castigata altrettanto elegante ed elevata, contiene una larga esposizione dei pensamenti di Gravina diretti a coordinare tutte le sue meditazioni di filosofia speculativa e di morale, di religione e di diritto, di estetica e d'insegnamento, di politica edi civiltà. È divisa in due libri. Nel primo si ragiona delle dottrine civili. Quanto alla filosofia, da Balsamo si cerca dimo strare che Gravina, studioso della TRADIZIONE DELL’ANTICA FILOSOFIA ITALICA,si attenne specialmente alla dottrine platoniche (come apparisce anche dall'Orazione sua De instauratione studiorum), armoneggiandole col progresso della civiltà cristiana, delle scienze particolari e massime del Diritto, egli che aveva meditato le opere dei sommi giure consulti romani, e che aveva piena la mente ed il petto della grandezza di ROMA antica. Le dottrine platoniche da lui professate gli fecero innalzare la mente ai principii sommi del Diritto, a meditare la riforma delle dottrine civili, ed a comprendere la sintesi el'armonia delle parti principalidel sapere. Difatti, Gravina vedeva la scienza umana come un'armonia e ricordava la piramide in cui egli dice espressamente avere gli antichi savi simboleggiato la scienza umana e la natura delle cose: il che significa che per lui l'ordine della scienza risponde a quello della natura, l'idealità alla realità; e come il primo vero è l'idea divina nota da principio all'intelletto creato, così il primo essere è Dio creatore della scienza e della natura. Tutto l'ordine dei contingenti reali ha sua causa efficiente nell'ASSOLUTO che licrea; tutto l'ordine delle cono scenze empiriche ha sua origine nell'idea eterna, presente sempre all'intelletto umano e norma o tipo a cui si riscon trano le cose finiteapprese per esperienza sensibile. E sotto questo aspetto può dirsi che Gravina precorresse a Gioberti, che in cima del sapere e dell'essere doveva porre Dio creatore. Adunque il contemporaneo di VICO (si veda) non segui le dottrine del Locke, ma invece quelle più elevate di Pla- [Disp.] tone e del Cartesio, quantunque non și mostrasse sempre giusto verso il LIZIO. Ma se a Gravina non può negarsi un certo valore filosofico, i suoi veri meriti risguardano, più che la FILOSOFIA ela Letteratura, la Giurisprudenza. Preceduto da Gentile, da Bacone e da Grozio, Gravina non solo ricercava l'origine del Diritto e ne indagava iprogressi (De ortu et progressu juris civilis), ma sapeva altresi elevarsi alle idealità o ai principii supremi del Diritto. Quindi è che a lui debbono molto la Storia del Diritto, specie, di quello romano che insegna in Roma stessa, e la FILOSOFIA. Gravina, esaminando l'origine e la natura del Diritto, non lo separava dalla Morale come oggi fanno taluni, perchè nella legge morale,da cui scaturiscono tutti i doveri umani, trova pure il suo primo e vero fon damento il diritto. Egli precorse al Savigny da un lato, al VICO e Montesquieu dall'altro, interpretando con larghezza di veduta la storia civile e giuridica di ROMA. Balsano si è proposto di ritarrre ilGravina non solo qual eminente giureconsulto, sì ancora qual filosofo civile, mostrando com'egli additasse le norme eterne d'ogni società umana (che ammetteva come un portato della natura) nella vita privata e pubblica, nell'ordine privato e politico. Ma ripetiamo, Balsano non potè compiere l'opera sua; la quale del resto, merita di essere conosciuta e studiatadai cultori della Filosofia, benchè ci sembri scritta con entusiasmo soverchio verso il proprio concittadino risguardato come filosofo. DISCORSO Recitato nella sala dell'Accademia Cosentina). Piansi,o Signori, nella mia pensosa solitudine, la morte immatura del caro Fiorentino, che mi fu amico e fratello!; vengo ora a glorificarne l'ingegno nel tempio della scienza, innanzi al simulacro del vecchio TELESIO, al cospetto di dotti Accademici, di fervidi giovani, dieletti ingegni, di distinti Professori, che meglio di m e, nato e cresciuto nelle montagne, potrebbero valutarne i forti studi e la vasta intelli genza. Parlerò con franchezza, senza adulazioni rettoriche, senza intemperanze di lodi; dinanzi ad uomini gravi ed austeri le apoteosi e la rettorica sono un fuordopera. La parola mendace è un insulto alle ceneri di Fiorentino, uomo sovero ed aperto, che disdegnò il lenocinio e le bel lezze oratorie, sa dire con schiettezza di calabrese la v e rità ad amici e nemici, e fu audace demolitore del vecchio mondo; inesorabile agl'ipocriti ed ai ciarlatani. Nella rioca personalità del Fiorentino grandeggia il filosofo ed il pensatore; lascio,per ora,ad altri di me più competenti, esami nare il letterato, lo scrittore, ed il cittadino; io vi parlerò soltanto dell'Autore di BRUNO;del Saggio Storico sulla Filosofia; di POMPONAZZI e di TELESIO; quat tro titoli di gloria, che basteranno a rendere immortale il nome di Francesco Fiorentino. [Vedi il saggio su Fiorentino da J. pubblicato nell'Avanguardi, riprodotto dalla Gazzetta Calabrese e dal Calabro in Catanzaro; dal Corriere del Mattino e dall'Ateneo, in Napoli. L'Italia, o Signori, fu scossa nei principi del secolo, dopo la grande Rivoluzione dell'ottantanove, dalla parola del nostro GALLUPPI, che il Gioberti chiama il Nestore della sapienza italiana. Senza mistiche intemperanze, senza voli metafisici, ei richiamò, nuovo Socrate, la mente degl’italiani ad indagare il me e la coscienza; a scrutare profondamente ilsubbietto umano; e, rigettando lequiddità scolastiche ed il sensismo di Condillac e di Tracy, contribui à rinnovare presso di noi il metodo naturale, e fu salutare reazione all'esorbitanze speculative del secolo decimottavo, Conscio dell’esigenza storioa del secolo decimonono, Galluppi inizia presso di noi lo studio della storia della filosofia; indovino, pur combattendola fieramente, l'importanza speculativa della sintesi a priori, che in parte accetto; e, benchè avesse trascurata la Rinascenza, Telesio, Bruno, Campanella, può dirsi, IL VERO EDUCATORE DELLO SPIRITO FILOSOFICO IN ITALIA. La Calabria, terra delle grandi iniziative e delle magnanime audacie, si elevò con Galluppi all'altezza del pensiero moderno, e fu, sarei per dire, la squilla settimon tana di CAMPANELLA, che risveglia in Italia il pensiero laicale ed umano, il pensiero puro ed universale. FIORENTINO studia Galluppi, ne comprese l'indirizzo storico, o gli piacque la nuova e socratica spe culazione, che un modesto filosofo inizia nella estrema Calabria, sulle rive di quei mari, che ripetono ancor l'eco delle armonie pitagoriche. Galluppi, con le sue serene e casalinghe meditazioni, non bastava ad appagare il libero ed irrequieto ingegno di Fiorentino, aquila delle montagne, che volea spezzare le pastoie del vecchio mondo e della speculazione galluppiana. In mezzo a queste ansie intellettive sopravvenne Gioberti a scuotere le menti dei meridionali con la magica parola; ed Fiorentino, assetato di ideale e di patria, come tutti i forti ingegni di Calabria, accettò anch'egli la mistica speculazione giobertiana, o è idealista platonico ed ortodosso. E chi potea, pria del sessanta, resistere al fascino di Gioberti? Chi rinnegare la p a tria, ch'egli glorificò nelle pagine immortali del Primato? Guerrazzi chiama Gioberti scintilla piovuta dal Vesuvio sulla cima delle Alpi: veramente ci è in lui l'audacia, la fiamma profetica, la divinazione geniale del Mezzogiorno; ci è VICO e Campanella, AQUINO o Bruno; ci è la fede dei credenti, lo spirito ribelle dei tempi nuovi, l'ome rica fantasia di Platone, l'austero sillogismo di Aristotile. Nei dolori dell'esilio, egli scrive la Teorica del Sopranna turale, ch'è l'apoteosi della vecchia ortodossia ; riassunge nella Introduzione tutto il passato teologico e tradizionale, rinnovò il realismo del Medio-Evo, sposandolo al pensiero moderno; risuscitò nel Primato, con l'entusiasmo del pro feta, i titoli della nostra grandezza, e lanciandosi col volo dell'Aquila alpigiana nel grembo dell'essere, credette di averne interrogate le profondità, ringiovanito il vecchio Dio della Scolastica, e sciolti tutti i problemi con la formola ideale e con l'ente creatore. Gioberti non arrestossi a metà; e, ringagliardito da nuovi studî, ingegno audace e progressivo, com'era, accettò gran parte della speculazione moder na, e, spastoiandosi dal vecchio teologismo, dalle utopie del Primato, inaugura la nuova Italia col Rinnovamento; la nuova Scienza con la Protologia, e la nuova chiesa con la riforma cattolica, e con la filosofia della rivelazione; sebbene non interamente emancipato dalla vecchia ortodos sia. Ai tempi che Gioberti pubblica il Rinnovamento, ed Massari le Opere postume del suo grande amico, le Calabrie erano chiuse dalla muraglia cinese, ed ilnuovo pen siero laicale di Gioberti non potè penetrare nei nostri boschi. È ancora innamorato del misticismo e della formola ideale; gl’eroi della Rinascenza non sono ancora conosciuti tra noi; o SPAVENTA, esule a Torino, dove pubblica i suoi stupendi Saggi Critici su Bruno e Campanella, e quasi ignorato in Calabria. Fiorentino, non bisogna nasconderlo, avea subito an. Scrisse allora a Napoli Bruno, un Saggio, come schiettamente confessa l'Autore; composto in tutta fretta nelle vacanze, e disteso in soli ventotto giorni. Quel Saggio, benchè imperfetto, segna il primo momento della critica evoluzione del nostro in filosofia, il passaggio, cioè, dal dommatismo giobertiano alla speculazione libera e laicale dei tempi moderni. Nello studio del passato Fiorentino trova la spiegazione dei posteriori sistemi; e, poichè non poteva valutare le teoriche di Bruno, senza risalire alle origini, guarda la dialettica nelle scuole di CROTONE e VELIA, e ne rilevò con sa gace giudizio l'importanza speculativa nel gran dramma del greco pensiero. Si occupa, egli il primo, presso di noi, della stupenda Dialettica del cardinale di Cusa, e ne indaga i le gami col sistema del Nolano, dove causa e principio sono una medesima cosa, e la esteriorità della causa e la inte 1 Leggeva i SS. Padri in una cella di monaci: ne trascrisse molto; e ne pubblica alcuni saggi a Messina, voltandole in italiano. Cusani; Aiello; Re; Salvetti; Gatti; Spaventa e Spaventa; Imbriani; Meis; Tari; Savarese; Perez; Mancini; Sanctis; Marselli; Trinchera; Turchiarulo; Zio; Quercia ed altri. pensiero germanico, diffuso nel mezzogiorno dai più forti ingegni del Napolitano; indovina la grandezza speculativa della Rinascenza, e si sentì attratto dall'eroica figura del Nolano ch'egli l'influsso dei Santi Padri, e, principalmente, come dicemmo, del filosofo torinese, che da lui studiato profon damente in gioventù, non fu dimenticato nella età matura, in mezzo ai più splendidi trionfi del suo ingegno. Venne però il sessanta, con le sue titaniche audacie, e con le sue immortali demolizioni a svegliare Fiorentino dalla sua fede dommatica e dal suo sonno ortodosso; e, benchè non ancora emancipato da Gioberti, si volse a studiare il riorità del principio si ricongiungono nell'Uno, ch'è insie me causa e principio. L’uno nel sistema del Nolano, è totalità assoluta; vale a dire che come principio della forma zione dello cose è minimo,come totalità perfetta ó massimo; come identità del principio e della fine piglia il nome di uno, ove tutto si assorbe, come in vasto ricettacolo; ove il pensiero e la realtà si confonde in una identità suprema. In ciò consiste il panteismo di Bruno, che Fiorentino rigetta, soggiogato da Gioberti, confutando l'eccletismo poco omogeneo, gli ondeggiamenti e le contraddizioni del Nolano, che fonde insieme la Causa dei Pitagorici, l'Uno di VELIA, ed il Principio degl’alessandrini. E pure, ad onta delle prevenzioni ortodosse e giobertiane, Fiorentino non disconosce le novità laicali, di cui è ricco il sistema del Bruno; la maggioranza del pensiero, la menta lità, che splende come intelletto divino, mondano, partico lare,ed ilconcetto direlazione, ch'è tanta parte della Protologia del Gioberti, e costituisce il verace assoluto; l'assoluto, cioè, della moderna speculazione. Dallo oscillare di Bruno tra la Scolastica e la Rinascenza deriva che il finito ora è una vana parvenza, ora la massima realtà; ed il Nolano ondeggia tra Eraclito e Parmenide di VELIA, tra il flusso c o n tinuo e la rigida immobilità. Fiorentino mette Bruno in relazione con Spinoza e Schelling, ne nota col solito acume le differenze e le somiglianze, o conclude che i tre filosofi si rassomigliano nella prospettiva generale del sistema, hanno il medesimo intendimento di unificare la scienza e d'immedesimarla col mondo; cercano fuori del pensiero il centro della loro unità, e costituiscono quella serie di Panteisti, che si dicono obbiettivi; l'Uno, la Sostanza, l'Assoluto sono tre creazioni parallele. Fiorentino analizza del pari la dialettica di Hegel e di Gioberti, monumenti immortali della moderna speculazione, e nota che in Hegel e Gioberti contrastano due tradizioni, due filosofie, e due nazioni; la filosofia della creazione e la filosofia della   identità, il cattolicismo ed il razionalismo, l’Italia, patria d’AQUINO o d’ALIGHIERI, e la Germania, patria di Lutero e di Göthe. Fiorentino, senza sconoscere la importanza della filosofia tedesca, glorifica la vecchia formola giobertiana, il cattolicismo e la rivelazione; rigetta quasi il pensiero moderno, desidera il rinnovamento della antica filosofia italiana, e, collocando sugl ialtari il Gioberti della Teorica e della Introduzione, chiude il Saggio con queste parole. Sogna che il nome di GIOBERTI suonerebbe terribile sui campi di battaglia, e venerando tra le arcale della Università. Quel mio sogno giovanile si è avverato in gran parte e la indipendenza e l'unità della « mia patria,propugnata da quel grande statista, è presso a compiersi; mi sarebbe ora assai dolce il vedere una « scuola ed un'accademia iniziarsi, diffondersi, giganteggiare in quel nome si caro ad ogni italiano, con quella « formola,che assomma la scienza e la fede dei nostri padri. Da esse soltanto noi potremo sperare, compagni di quelli che combatterono a Curtatone, e cacciarono gli’austriaci da Varese e da Como. Bruno porta Fiorentino ad uno studio più accurato della greca filosofia, di cui è anche specchio e ri produzione, in buona parte, la Rinascenza italiana, della quale il Nolano è l'eroe ed il martire. Professore straordinario di Storia di filosofia a BOLOGNA, Fiorentino si da a studiare alacremente e con tenacità di calabrese Aristotile e Platone. Si fatti studii, come racconta egli stesso, gli apreno nuovi orizzonti, gli allargano la vista intellettiva, o gli fanno scorgere il difetto fondamentale della filosofia giobertiana. Fiorentino si allontano da Gioberti, non col cuore, si bene con la mente, ch: i forti amori non possono dimenticarsi. Rude e franco calabrese, intelletto austero, Fiorentino si emancipa dalla scuola filosofica ortodossa, quando si convince che il mito e la leggenda prevalevano sulla pura speculazione, sul pensiero libero o laicale. La critica, che Aristotile fa di Platone, a cui GIOBERTI si rassomiglia, fece schivo il Nostro dal mescolare immagini ad idee, e lo inimicò con le metafore filosofiche la severa, m a ineluttabile critica di Aristotile; non i tedeschi lo convertirono alla nuova filosofia, degna dei tempi moderni, si bene il rigido, inesorabile Aristotile Fiorentino scese, CALABRO ATLETA, nella arena della greca filosofia, e ardente è trasportato lungo le sponde dell' Ilisso, tra gl’alberi fragranti, che ne ombreggiano il margine; sotto il bel cielo d’Omero, tra le dispute di Socrate, i simposî platonici, e le austere meditazioni dell'Accademia. Sa egli fondere ed accordare insieme l'idea greca all'idea calabra, rappresentata nei tempi antichi da Pitagora, e tutte e due al nuovo pensiero laicale del Rinascimento, rappresentato presso di noi da Telesio e Campanella. Ringiovani così il pensiero, irrigidito nelle ferree strette della Scolastica e di Gioberti; e farfalla, ch'esce a poco a poco dal suo involucro; montanaro calabrese, che si trasfigura man mano sotto il soffio dei nuovi tempi, si sentì umano ed universale nei Dialoghi di Platone e nella Metafisica di Aristotile. La Grecia è infatti la terra dove sboccia il fiore dell'Arte, e germoglia il seme dell'umana ragione; è la patria del pensioro speculativo, della Dialettica, e della Categoria, a cui metton capo ipiù vasti sistemi dell'antica e della moderna filosofia. Fu lapatria di Platone, che per genialità e divinazione speculativa, per universalità di pensa menti, per movimento drammatico, per colorito artistico e finezza di dialogo, grandeggia su tutti i filosofi; egli fonde in sè l'eloquio facile e maraviglioso d’Omero e l'attica bellezza di Sofocle. La vecchia Grecia s'idealizza e si trasfigura nel gran discepolo di Socrate; la speculazione diviene arte e dramma, ed il pensiero, chiuso nei c ancelli di Talete e di Eraclito, abbraccia ilmondo, si fa universale ed umano, an- [Vedi Filosofia Contemporanea in Italia, Napoli] ticipa il Cristianesimo e preludia all'età moderna. Egli fonde, come disse bene FERRAI FERRARI (si veda), in una grande unità isofisti e i politici, gli artefici e i guerrieri; uomini, donne, vecchi, fanciulli, schiavi e liberi, e in questo mondo in azione ti si fa duca e maestro, innalzandoti, migliorandoti, affinando le tue facoltà, spesso spirandoti nell'anima un sacro entusiasmo per il buono, per il vero; quell'entusiasmo, aggiungo io, che crea i grandi fatti della storia, e quei capolavori del l'arte, che si chiamano Convito ed il Fedro, ove si specchia tutto il sorriso dell'Ionio mare, l'apollinea bellezza dei Greci, il fascino di Diotima e di Aspasia; la morbida poesia dell'Attica e l'arguta ironia di Socrate ; divina bellezza, m u . sica arcana, che rende unica la Grecia tra le nazioni più civili e più artistiche del mondo. Non volendo abusare della vostra bontà io m i restringo per ora a Platone; che ci porterebbe assai lungi il voler discorrere completamente del Saggio Storico sulla filosofia Greca ; discutere ed esaminare Aristotele e quanto altro riguarda le Categorie ed i problemi della filosofia moderna, di cui si occupa il nostro nel suo stupendo lavoro. Fiorentino scrutò con animo libero e spassionato la vec chia speculazione ellenica; la Grecia anteriore a Socrate,ove campeggiano le grandiose figure di Talete, di Senofane, di Eraclito, di Parmenide, d’Anassagora; o dove si elabora a poco a poco l'idea platonica e la categoria aristotelica. È un quadro ricco di pensiero, ed anche di poesia,che con vivi colori ci tratteggia Fiorentino con quella sua ge nialità, con quella lucida esposizione, che tanta grazia a g giunge ai suoi lavori speculativi; incantevole lucidezza, che ritrae i limpidi Soli diffusi sui patrî vigneti e sulle marine di Cotrone CROTONE. Il Saggio Storico sulla filosofia sarà sempre, secondo il nostro debole parere, l'opera più bella, più geniale del Fiorentino; ci è il profumo e l'entusiasmo, ci è la vita artistica, anche in mezzo alle severe meditazioni del pensatore; quella vita, che solo può dare la Giorn.Napoli] gioventù, nella sua più rigogliosa fioritura ed espansione. Ciò nonostante, spassionati estimatori dell'ingegno del nostro amico, riconosciamo in quel saggio lacune ed imperfezioni, che l'autore medesimo, uomo schietto e leale,vi riconobbe, ricco di nuovi studi sulla lingua, sulla filosofia, sulla letteratura greca; dotto nel tedesco e conoscitore profondo dei moderni lavori alemanni su Platone ed Aristotile. Intanto facciamo notare che il cardine fondamentale della critica di Fiorentino sono le idee platoniche e le categorie aristoteliche, che sono e saranno sempre le colonne e le pietre granitiche dell'umano pensiero. La critica platonica (come nota Chiappelli nel dottissimo studio sulla interpetrazione panteistica della dottrina platonica) si è a giorni nostri ri fatta da capo; e la quistione si aggira sui fondamenti di tutto il platonismo, valeadire, sul genuino valore della dottrina delle idee, che forma il centro del sistema dell’ACCADEMIA. Dalla interpetrazione di codesta dottrina dipende quella di tutto il resto del sistema; è il presupposto, da cui, come tanti corollarii, scendono tutte le altre parti di questo monumento immortale del genio greco, che scosso dalla potente critica dal LIZIO d’Aristotile, travisato dal Neo-platonismo, rivive anche oggi, dopo le vicende di tanti secoli. Varie e con traddittorie in ogni tempo sono le interpetrazioni delle idee platoniche. Sono scambiate, ora con gl’ideali estetici, che vagheggia l'artista, ora ritenuti come generi logici e concetti intellettivi, ed ora come gl’eterni paradimmi del divino artefice, modelli esemplari delle cose, e quindi esistenti per sė; la quale interpetrazione, che si trova diffusa tra i neo-platonici, tra i padri della chiesa, ed in tutto il medio-evo, anche oggi è sostenuta da valorosi critici. È certo poi che le idee in Platone sono trascendenti, immobili e separate dalla materia, e che carattere principale del Platonismo è la irreconciliabilità tra l'idea e la materia, tra l'intelligibile ed il sensibile: Le più ingegnose interpetrazioni dei critici moderni, e massime di Teicmuller, che fa dell’ACCADEMIA un Panteista, non han potuto colmare l'abisso, che nel greco filosofo separa l'idea dal cosmo, l'elemento intelligibile dall'elemento materiale. Relegate, come sono, le idee in un mondo inaccessibile, non possono esercitare nessuna influenza, nè sul l'essere, nè sul divenire delle cose sensibili, nė spiegare il formarsi delle cose medesime. Anche la relazione delle idee col divino, osserva Fiorentino, rimane indefinita. Le idee non hanno causalità, perciò la causa efficiente deve trovarsi accanto a loro, o concorrere con loro alla formazione dei mondo. L’ACCADEMIA non tenta neppure di conciliare il divino con le idee; perciò accanto alla speculazione tu trovi ancora il mito, non come semplice ornamento, ma come elemento integrale del sistema. Solo è certo che l'altissima idea è per Platone quella del bene; la quale ora s'immedesima con la ragione divina, ora è quella, a cui guardando il demiurgo dà forma al mondo; se non che non si può risolutamente affermare che il bene s’immedesimi col divino, ch'è un dato della tradizione piuttosto che della filosofia, ed in Piatone non essendo chiara quella immedesimazione, non riesce perfetto il collegamento tra le idee e la mente divina, ed il sistema delle idee riesce poco coerente, e sempre ondeggiante ed incerto. Fiorentino nel Saggio storico rigetta la interpetrazione delle idee dell’ACCADEMIA come riminiscenze di una vita anteriore, come modelli e paradimmi del mondo, come pensieri divini; e ritenne che Platone non è sempre lo stesso ne'suoi dialoghi; filosofo da poeta, senti bisogno di spiegare la scienza, e ricorre alle idee; negli ultimi anni adotta il linguaggio pitagorico a proposito delle idee, e le considera come numeri. La dottrina delle idee platoniche, trattata davvero scientificamente, consiste per Fiorentino nei Dialoghi il Teeteto, il Sofista, ed il Parmenide. Il Sofista prepara il Parmenide, a cui dà il fondamento ed il principio; ed il Parmenide sostituisce alla me- [Manuale di Storia della Filosofia, Napoli] tessi ed ai simulacri la relazione, ch'è la vera natura e la vera condizione di tutte le idee; è la loro vita e fecondità. Fiorentino, austero intelletto e libero pensatore, prefere alla lirica del Fedro e del SIMPOSIO, alla epica narrazione del Timeo ildramma ideale del Parmenide. Fiorentino scruta profondamente i tre dialoghi platonici, o ne rileva il vero significato. La scienza, egli dice, non è sola sensazione e sola opinione, come vogliono i Jonici, ed ecco il significato del Teeteto; la scienza non è la sola cognizione dell'uno, come pretende Parmenide di VELIA, e ne anco dell'essenze immobili ed irrelative dei megarici; ed ecco il significato del Sofista. La scienza è l'una e l'altra opinione e cognizione, relazione di entrambe; ed ecco il risultato ultimo del Parmenide  da VELIA; tanto vero che, senza la relatività delle idee, il Parmenide da VELIA rimarra sempre un enimma, il sistema di Platone un leggiadro tessuto di favole, di reminiscenze oltre-mondane ed assurde, e di sperticate idealità. Scrutando meglio il Sofista ed il Parmenide di VELIA, Fiorentino asserisce che il principio da cni muove Platone nel Sofista, ossia l'ente, e quello da cui muove nel Parmenide, ossia l'uno, sonolostesso principio; se non che l'ento è rigido, immobile, indeterminato, e l'Uno è determinato, e produce i molti. L'uno è il medesimo e dil diverso del Molti; come viceversa il molti si può dire medesimo ed altro dell'uno; tanto che, a parere del Fiorentino, abbiamo nel Parmenide esplicito il diverso e l'altro; sebbene rimanga in Platone nell'ombra la causa della estrinsecazione della idea, e l'apparire della materia. Platone non colse la vera natura dell'altro, che non può essere nè un'essenza, nė un'idea; sì bene una relazione; egli perciò oscilla dall'uno all'altro di questi due termini, per trovarvi la materia, ed, irresoluto, la fè credere una volta essenza, ed un'altra idea. Pare che in tutte queste sottili ed ingegnose interpetrazioni di Fiorentino entrasse un po il sistema e la critica moderna dell’Hegel, sempre caro al nostro, come quegli che è la sintesi più stupenda del pensiero laicale tedesco, da Lutero a Kant. TOCCO (si veda), di cui tanto si onorano le Calabrie, nelle sue dotte Ricerche Platoniche, esplicitamente osserva che Fiorentino interpetra il Parmenide di Platone alla maniera di Hegel, e che, ad onta delle argute considerazioni sulle stonature della Dialettica platonica, non tenne in conto il fare negativo di tutto il dialogo. Il trapasso, dalla teorica della metessi e degl’influssi a quello della dialettica assoluta, è un salto così smisurato, che difficilmente puo farsi da un uomo, per vastissimo ingegno ch'egli ha, sopra tutto nel tempo, in cui la speculazione è ancora sul nascere, ed i sistemi filosofici sono appena abbozzati. E ingiusto per ciò, conchiude Tocco, il raccostamento della dialettica platonica all’egheliana, e non bisogna interpetrare con Hegel Platone, e trasportare il mondo antico nel mondo moderno! Alla origine e natura delle idee è intimamente legata la DIALETTICA dell’accademia. Essa non è altro, se non che la legge dell'intreccio ideale, il modo come si forma il Logo, o la Ragione universale ed assoluta. Il ritmo della dialettica vera dell’ACCADEMIA, secondo la interpetrazione di Fiorentino, è nel Parmenide; il contenuto del quale si risolve in una trilogia, di cui la prima parte presenta la idea solitaria dell'uno, e l'annulla. La medesima idea appaiata con quella del l'essere, e con essa in contraddizione; la risolve la con traddizione nel momento, ch'è il diventare; momento e divenire, che sono mutuati dalla dialettica hegeliana, e rendono infide e soverchiamente moderne le interpetrazioni di Fiorentino. Egli è convinto, quando scrive il saggio storico, che la dialettica hegeliana è modellata sulla platonica, e che le prime tre categorie del filosofo alemanno, l'essere, il non essere, ed il divenire ricordano l'uno, l'ente, ed il momento del Parmenide da VELIA. La Dialettica platonica, monumento grandioso dell'umano pensiero, ispira in ogni tempo gl’Artisti ed i Filosofi; e Fiorentino conchiude che Goethe v'im  [Catanzaro. Lo studio della filosofia greca fa rientrare Fiorentino nel mondo moderno, ch'egli avea sfiorato col lavoro di Bruno; il greco pensiero, che più degli altri è pensiero umano ed universale, ricondusse il nostro alla Rinascenza, la quale, se inizia l'epoca moderna con le ribellioni speculative di Bruno, di Telesio e di Pomponazzi, usufrutta con TELESIO e con BRUNO la parte viva ed immortale della greca filosofia, il concetto della natura, autonoma od assoluta, e l'idea dell'infinito generante. FIORENTINO, ingegno fecondo e progressivo, accetta i pronunziati, gl’ardimenti, o, le ribellioni della rinascenza. Nelle fresche correnti della natura ei sente ringiovanirsi, ed il suo pensiero divenne più ampio ed umano. L'epoca della rinascenza è, o Signori, un'epoca gloriosa, battagliera, o titanica. La scolastica è assottigliata. La cavalleria ed il feudalismo se ne vanno. La teocrazia perde il suo prestigio, e la sua universalità. La poesia si emancipa dai terrori mistici. Alle fosche pitture succedono i freschi colori del Tiziano e del Correggio. Nasce lo stato laicale, e Machiavelli crea la storia moderna. I filosofi rappresentarono in questo gran dramma una parte gloriosa, e specialmente il mantovano POMPONAZZI, che per audacia speculativa, per energia di carattere è uno degli eroi più spiccati del rinascimento italiano. FIORENTINO, che come fiero calabrese e libero pensatore, è naturalmente attratto verso i grandi precursori ed apostoli, si mette a studiarlo con coscienza di filosofo e pazienza di critico; sgobba sui polverosi volumi in folio, si chiuse come un anacoreta nella sua cella di BOLOGNA; ed affronta con leonino coraggio l'intolleranza e lo scherno degl'insipienti, le beffe dei gaudenti, che senza forti stupara la movenza del Dialogo; Hegel il severo ragionamento; VICO vi attinse lo schema della Scienza Nuova; SERBATI il principio del nuovo saggio; ed a quell'opera immortale bisogna ricorrere ogni volta, che si vorranno scandagliare davvero le origini dell'umano pensiero senza accurato lavoro vogliono, con la veduta corta di una spanna, giudicare gl’uomini serî ed austeri, gl’uomini che sacrificano tutto sull'ara del pensiero e della scienza ; indomiti o tetragoni nei loro propositi ; Capanei, che muoiono e non si arrendono. POMPONAZZI insorse fieramente contro la scolastica, e contro la greca filosofia; e nello spiegare la natura dell'anima, ed il processo del conoscere non ha esitato punto, nè riprodotte, come altri fecero, le incertezze del LIZIO. Sgombrate tali perplessità, il filosofo mantovano si libera dall'intelletto separato di Averroè, dell'intelletto agente dello Afrodisio, senza però emanciparsi del tutto dagl’influssi e dalle intelligenze superiori; ondeggiante ancora, come tutti gl’uomini della rinascenza, tra la scolastica ed il mondo moderno; tra AQUINO (si veda) e BRUNO (si veda). Strema, è vero, POMPONAZZI (si veda) la trascendenza in filosofia; considera l'intelletto umano come sviluppato dalla potenza della materia. Ma non volle attribuire all'intelletto dell'uomo la concezione dell'universale; e disconobbe la vera mediazione, che l'uomo fa tra le cose eterne e caduche. Egli scruta insistente i più ardui problemi metafisici, religiosi e morali, la provvidenza, il fato, la libertà, la predestinazione e la grazia; e porta in tutte queste discussioni la novità e l'audacia, proprie dei filosofi del rinascimento; piega più dalla parte della determinazione fatale del PORTICO ROMANO che da quella della vuota determinabilità dell’Afrodisio; che l'arbitrio non può essere primo movente; e l'aver compreso il difetto della dottrina della libertà, come è in Alessandro ed in LIZIO; l'aver intravveduto nel fato del PORTICO ROMANO maggior ragione volezza costituisce uno dei massimi pregi della critica di POMPONAZZI (si veda) Disconosce inoltre il valore assoluto delle Religioni; ne spiega con ragioni naturali l'origine, il fiorire, la decadenza; le riconosce portato dello spirito, eterno ed irrequieto viaggiatore, che tutto rinnova e distrugge. Con questa divinazione Pomponazzi è anche precursore dei nuovi tempi, e della scuola moderna; se non che mancogli la perfetta coerenza nelle dottrine, e non si solleva al concetto profondo dello spirito, come lo intendono i moderni. L'ingegno di POMPONAZZI (si veda), benchè novatore e ribelle, non si era completamente spastoiato dal vecchio mondo scolastico ed del LIZIO aristotelico; ei non puo ai suoi tempi cancellare del tutto il divino di Agostino e d’AOSTA (si veda); non puo scartare intieramente la provvidenza oltre-mondana, non puo combattere a viso aperto le tradizioni della fede ortodossa. Ei però intravvede che al divino estra-mondano, collocato fuori la coscienza, dovea fra poco succedere il divino intimo e vivente; che la vecchia forma religiosa dovea ringiovanirsi e al motore immobile di LIZIO dovea succedere l'infinito di BRUNO (si veda). È questo il merito precipuo di POMPONAZZI (si veda), che a buon dritto deve chiamarsi il precursore della riforma e del mondo laicale moderno; e l'averlo saputo rilevare con sagacia di critico coscienza di storico è gloria di FIORENTINO (si veda). Ciò segna un altro momento importante nella evoluzione critica e speculativa del nostro; la quale ha il suo compimento ed il suo massimo splendore in Telesio, e negli studii sulla idea della natura nel risorgimento italiano. TELESIO (si veda) infatti costituisce l'ultimo e più splendido momento speculativo e storico di FIORENTINO (si veda), il quale rappresenta perciò in Calabria il più alto grado, la più alta manifestazione della critica storica, ed il completo svegliarsi presso di noi della coscienza laicale ed umana; rappresenta la continuazione della rinascenza, ingrandita, però, trasformata e divenuta pensiero europeo ed universale coi Saggi critici di SPAVENTA (si veda). È primo SPAVENTA (si veda) in Italia a dare la debita importanza a BRUNO (si veda) ed a CAMPANELLA (si veda), ed a tutta la filosofia del rinascimento, rivendicando gl’eroi della nostra filosofia, ed i martiri obbliati della ragione. L’Italia, dice Spaventa, apre le porte della civiltà moderna con una falange d’eroi della filosofia. Pomponazzi, Telesio, Bruno, VANINI, Campanella, CESALPINO (si veda) paiono figli di più nazioni. Essi preludiano più o meno a tutti gl'indirizzi posteriori, che costituiscono il periodo della filosofia da Cartesio a Kant. VICO (si veda) è il vero precursore di tutta l'Alemagna -- Prolusione alle Lez.di fil. nap. Le austere parole e i forti ragionamenti del filosofo abruzzese eccitarono il potente ingegno di FIORENTINO, e come il nostro schiettamente confessa, lo fa orientare in quell' arruffio, ch'è la speculazione della rinascenza, e lo innamorarono di quel periodo filosofico, che prima si contenta di ammirare, senza averne perfetta e matura cono scenza, piuttosto, perseguire i facili lodatori che per vederne realmente l'importanza coi proprii occhi. Educato dalla critica nuova e poderosa di Spaventa, Fiorentino percorso da padrone e da maestro il campo glorioso della rinascenza italiana, e v'impresse orme da gigante. Gli uomini nuovi od audaci; i martiri dell'idea piacquero tanto a Fiorentino, ed ei s'immedesimò loro, aspirandone l'immortale profumo, ed il soffio. La Calabria, che, senza conoscersi, spesso si vilipende e si schernisce, non è per lui barbara c selvaggia, covo di briganti, e nido di cannibali; è invece terra di filosofi, di critici, di poeti; culla di martiri e di eroi, terra artistica ed originale, a cui, ultimo tra gl’ingegni calabresi, consacrai tutto me stesso, e per la quale non cessa di combattere, finché avrò forze, finchè in Italia vi saranno uomini senza coscienza storica e senza carità di patria. La Calabria (e perdonate questo amore indomabile alla mia patria nativa, alle mie care montagne) sa anch'essa indovinare e comprendere i tempi nuovi, uscire dal fondo de'suoi burroni, e mettersi a paro coi più grandi eroi della Rinascenza italiana. La Calabria sa anch'essa combattere con la sua selvaggia vigoria lo impero, la scuola, ed il potere teocratico. Il calabro pensiero, che ancora si accusa di angustia e municipalità, è, com’io dimostrai, un pensie ro, non solo nuovo ed originale, ma eziandio italiano, europeo ed umano. Universale in filosofia, inizid con Telesio lo studio dellanatura, sconosciuta ai padri nostri, velata per tanto tempo dalle ombre del Medio-Evo; nel tetro carcere della Vicaria crea col SERRA la scienza economica; con GALEAZZO usci dal cerchio della poesia provinciale, e fuse nel calabro Sonetto la vigoria d’ALIGHIERI e la musica di Petrarca; pre corse con Campanella a Descartes; e con GRAVINA anticipa Vico e Montesquieu, o crea la nuova critica italiana. Fiorentino, che, com'egli stesso canto, avea Saldo il voler ne le virili imprese, E indomita la tempra calabrese, innamorato della vecchia Calabria, fa rivivere con magiche tinte le belle ed eroiche figure dei padri nostri, PARRASIO, Telesio, il Martirano, il Quattromani, il Tarsia, Cornelio, Severino, Schettini ecc.; filologi, poeti e critici precursori, che usciti dal fondo dei nostri boschi illustrarono le prime università, e danno un potente i m pulso al rinascimento italiano, col fondare e promuovere quella stupenda accademia dei cosentini, segno in tutti i tempi di odio inestinguibile e di amore indomato, la quale è tanta parte del dramma grandioso della rinascenza; da all'Italia grandi latinisti da emulare Poliziano, Sannazaro, Fracastoro, e sorpassarne altri con Coriolano Martirano; porta scolpito il fatidico motto: Donec totum impleat orbem; decrescit numquam, nec fulmine læditur; e servi di modello a tutta Europa con Telesio per la scoverta del vero metodo naturale. Sotto questo doppio aspetto la vide l'occhio sagace di Fiorentino, e stupendamente la illustra, sollevandola a quel posto, che merita, e meriterà sempre, finchè le tradizioni del pensiero laicale ed umano rimarranno vive in Calabria, e ne trasformeranno la vita, l'arte, e la speculazione; finchè vi saranno uomini insigni come il Presidente Scaglione,ed il Segretario Greco, che ne accresceranno le glorie e l'importanza, continuando l'esempio dei loro illustri a n tenati, che noi, gaudenti e borghesi, abbiamo dimenticati, sconosciuti, e fino scherniti. Fiorentino, che il dotto canonico Scaglione avea precorso con lo studio su Telesio, pubblicato negli atti dell'Accademia, studiando a fondo, al lume della nuova critica, le opere del filosofo cosentino, proclama che Telesio inaugura i tempi moderni, ritiene la natura, come il principio universale delle cose, il ricettacolo di tutte le forme, e, come schietto naturalista, rigetta il LIZIO d’Aristotile e la Scolastica, la Teosofia, e la Magia. Telesio, evitando la contraddizione del Lizio aristotelica, che rompe l'unità della natura, parte da una materia primitiva ed unica, e da una contrarietà universalissima, il caldo ed il freddo, nature agenti, dalla cui azione sulla materia nasce la generazione e la corruzione. Telesio, pur ritenendo la necessità di un'opposizione universale e di un'unica materia, il che è anche ammesso dal LIZIO d’Aristotile, ne ha profondamente modificato il valore. La forma del LIZIO aristotelica, ch'èsempre assoluta ed estra-naturale, non gli parve principio naturale, e la sbandì, e la rigetta dalla sua filosofia, con la rude franchezza del calabrese. In una parola, la natura non ha mestieri per essere spiegata di principi, che non siano naturali. E così è vinto e sor passato il medio-evo, e la filosofia delle scuole. Il soffio fresco delle nostre montagne spazza lo nebbie scolastiche, e Telesio, meditando gl’arcani della natura nel suo ameno podere, sito sulle rive pittoresche del fiume Coraci, è veramente il precursore di Bruno e di Galilei, l'uomo nuovo ed audace, che scrolla il vecchio mondo medievale, ed inaugura l'epoca moderna. Telesio, rigettando l'entelechia del LIZIO aristotelica, vi sostitui una sostanza sottile, mobile, lucida, che per lui costituisce il principio della vita; semplifica inoltre il sistema del naturalismo, tolge il dissidio immenso, che è nel medio-evo tra la natura esterna e l'organismo vitale, e fuse insieme nel suo novello sistema la fisica e la biologia. Fiero ed inesorabilo calabrsse, rovescio tutto, non diè quartiere al LIZIO d’Aristotile ed alla scolastica, o combattė senza ipocrisia, ed a fronte scoverta; da una nuova teorica dell'anima, sorpassando il Fedone dell’Accademia, e l'intelletto universale del Lizio d’Aristotile; FONDA SUL SENSO LA CONOSCENZA, ed ammise il mondo etico come un effetto e risultato naturale. Nel vasto dramma telesiano, che Fiorentino stupendamente tratteggia, brilla di nuova luce il martire di Nola, il quale, ebbro del nuovo divino, dell'Infinito generante, e della Natura, allarga e feconda i concetti del filosofo cosentino, ed accetta pienamente il naturalismo. Il vero assoluto rimane però in lui un punto oscuro, dove i contrarii si affondano e spariscono; il nolano, più che cogliere con l'atto intellettivo l'assoluto, vuole trasformarsi in lui, e divenire il divino. E l’eroico furore, che lo trasporta in grembo dell'infinito, non il sillogismo speculativo, e la serena meditazione; l'ebbrezza dell'amante, che lo trasfigura in grembo alla divina Anfitrite. Bruno, uomo del Mezzogiorno, nato presso il Vesuvio, ha scosso in ogni tempo la mente dei pensatori, ed il cuore dei poeti. Eroe leggendario del pensiere, cavaliere errante della scienza, mistico o ribelle, inesorabile flagellatore dei cucullati pedanti, egli che veste la bianca tunica di Domenico, Bruno percorse, si può dire, da un capo all'altro l'Europa disputando, combattendo, affrontando il vecchio LIZIO d’Aristotile, la ciarlataneria delle scuole, e l'infallibilità dei dottori. Vilipeso e adorato, schernito glorificato, ora debole innanzi a'suoi carnefici, ed ora sublime; il tutore tradito a Venezia da Mocenigo, suo pupilo discepolo ed ospite, è consegnato al Sant'Uffizio, dissacrato e condannato a morte. Quando in Roma gli è letta la sentenza, Bruno, con calma eroica e tremenda ironia, ha il coraggio di profferire innanzi ai giudici queste memorande parole. Maggior timore provate voi nel pronunciar la sentenza contro di me, che non io nel riceverla. L’eroe della verità, e del pensiero laico è legato come un volgare malfattore ad un'antenna, e, bruciato vivo in Campo di Fiore, imperterrito Bruno non manda nè un sospiro,  nè un lamento. Le fiamme sono la sua apoteosi; e benchè le sue ceneri fossero state disperse al vento, correno l'Europa come polline fecondatore, e vi propagarono i semi del libero pensiero, e della filosofia moderna. Fiorentino, pensatore e poeta, che dopo più maturi studî avea accettata in tutta la sua pienezza la Rinascenza, ritorna su Bruno, e lo vede nel Telesio sotto un nuovo punto di vista; e se lo avea rigettato come pan-teista ed anti-mistico, ora lo guarda, e lo ammira come il vero eroe del pensiero, l'araldo e il martire della nuova e libera filosofia; degno, come dice Spaventa, di avere un posto accanto a Prometeo ed a Socrate. Quel che FIORENTINO scrive di SPAVENTA, permettete, o signori, che io lo riferisca al nostro fiero concittadino. Il grande ideale del filosofo per Fiorentino è Bruno; pari forse avrebbero avuto il fato, se fossero vissuti nella stessa età. FIORENTINO guarda il rogo con lo stesso coraggio; BRUNO avrebbe disprezzato con la stessa serenità, non il rogo, ma qualcosa di peggio, quella rete sottilissi. ma di cabale, onde la turba ignara circonda gli animi alteri; che tentano slacciarsi da maltesi agguati: non il rogo, ma la calunnia divota: dopo il Torquemada ilTartufo: siamo ben progrediti noi. Il vecchio divino della Scolastica si assottiglia in Bruno. In lui si fondono il divino e l'Universo; la creazione è sviluppo del divino stesso, processo necessario, che rende cono scibile e reale l'attività del divino. In una parola, il divino del Nolano non vive se non per la natura, e nella natura. Fuori e senza di lei sarebbe un'astrazione ed un fossile. La necessità della creazione, che BRUNO insegna a viso aperto, lo mette di accordo col futuro naturalismo spinoziano, e lo fa precursore della moderna filosofia alemanna. La filosofia del rinascimento, incarnata in TELESIO ed in Bruno, per avere considerato l'assoluto, come natura, ha preparato il grande avvenimento dello spirito, la cui speculaziane incomincia con la coscienza cartesiana. L'infinita natura, iniziata da un sofo di Calabria, è la gran parola della rinascenza e dei tempi moderni! Telesio e Bruno preparano inoltre la vasta speculazione di Campanella, indomito frate, che sopporta, con la fiera costanza del calabrese anni di carcere, ed un giorno intero di torture. Permettete, o Signori, ch'io m’inchini al martirio di Campanella, ed al rogo di Bruno; martirio e rogo, che sono LA GLORIA DEL MEZZO GIORNO, e del libero pensiero; la condanna più eloquente dei feroci persecutori dell'umana ragione. CAMPANELLA, che sublima alla dignità di principio speculativo la divinità latente di Bruno, è il vero tipo dell'uomo calabro, ricco d'ingegno e di cuore, intemperante, battagliero, audace, iniziatore. È uomo originale e contraddittorio; fa l'apoteosi della teocrazia e della Spagna, della scolastica, del Medio-Evo, e poi scrive la Città del Sole, e vagheggia la democrazia ed il socialismo, la sovranità del libero pensiero, e lo stato laico moderno. Ei fonde in sè due età di verso, la età della fede, e l'età della ragione; Platone ed Aristotile, Telesio ed il Cusano; l'austero sillogismo del pensatore, e le vaporosità dell’astrologo; le apocalittiche visioni dell’abate Gioacchino FIORE (si veda), o la fredda sottigliezza di Machiavelli; l'ossequio alle somme chiavi, e l'audace ribellione di Lutero. Campanella, stupendamente tratteggiato da FIORENTINO, ritorna, come metafisico, a Platone, ed al Medio-Evo. Come sensista e psicologo, anticipa, nella teorica del senso e della cognizione, Cartesio, ed il mondo moderno. Ei proclama la identità del pensiero e dell'essere. Se non che sì fatta unità non acquista la forza di vero principio, e Campanella, ad onta delle sue stupende divinazioni, ondeggia ancora tra lo schietto naturalismo ed il sistema delle cause finali. Alla filosofia naturale, che tolse in prestito ed usufruttua dal nostro Telesio, CAMPANELLA aggiunge una metafisica, che ne rimane staccata; mettendo ogni sforzo per levarsi alle categorie supreme della natura e dell'essere, non seppe applicarle alla natura, e con tutta l'energia poderosa d’assurgere all'unità, resta nella opposizione, ch'è il carattere principale del naturalismo. Il solo naturalismo, chiarendosi con Campanella impotente a spiegare la genesi della natura, non potė, esso solo, sciogliere il gran problema del mondo moderno, e conciliare l'universale col particolar; ricomprendere il senso in una forma di pensiero più larga, dove l'opposizione riapparisse trasformata ed unificata in una sintesi suprema e dialettica. Tale è il progresso apportato nel naturalismo, o nella filosofia moderna da GALILEI (si veda) e Descartes. Tali sono le glorie del nuovo pensiero, anti-mistico e laicale, iniziato da due filosofi, nati tra i selvaggi burroni delle nostre Calabrie. Fiorentino, dopo aver richiamato alla memoria degl’taliani. Cornelio, e Severino, glorie dell'università napoletana, e filosofi telesiani. Dopo aver valutato la importanza di Galilei e di Bacone, si arresta con Descartes alla soglia della filosofia moderna, lieto che la speculazione filosofica si stacchi dalle scienze naturali, preliminare, per altro, necessario nella evoluzione del pensiero moderno, e si posi nel cogito cartesiano. La natura si emancipa, il pensiero si scioglie, e diviene più libero e più snello; lo spirito, che tutto ringiovanisce e trasforma, fondo ed armonizza Telesio e Bruno, Campanella e Galilei, Bacone e Descartes, e la silvosa Calabria entra co'suoi filosofi, e coi suoi profeti, co’suoi martiri, e co'suoi precursori nel dramma glorioso del mondo moderno. Vi rientra sotto l'impulso di Fiorentino, che, nato presso Stilo, tocca di nuovo la squilla dimenticata di Campanella, annunzia ai calabresi l'aurora di nuovi giorni, la completa emancipazione dalla scolastica e dal medio-evo; la risurrezione del pensiero della magna Grecia, fuso, ingrandito, trasformato nel pensiero moderno. La Calabria e l'Accademia Cosentina non potranno dimenticarlo. Non potranno disconoscere l'austero filosofo, che ne illustra stupendamente le glorie, e con magico pennello ne ritrasse gl’apostoli, e gl’eroi, rivendicando i padri nostri al cospetto di un secolo banchiere e borghese. La morte lo colge sulla soglia del tempio del Rinascimento; gloria al virile sacerdote della scienza, che muore, adempiendo il suo dovere, mentre si folleggia, deridendo gl’eroi del pensiero, i modesti operai del mondo moderno, e sigitta lo scherno sulle ossa dei grandi precursori della nuova filosofia e della nuova critica. Io ho fede che i calabresi, così ricci d'ingegno e di cuore, cosi amanti delle patrie glorie, hanno un culto per gl’uomini, che muoiono sulla breccia, martiri della scienza e della patria; per le anime generose, che non curano le amarezze della vita, l'esilio, la povertà, la carcere, ed accettano, fino le torture di Campanella, fino il rogo di Bruno. Ho fede che la Calabria si rinnovi nel lavacro della rinascenza e negli studii virili del passato, e la gentile e dotta Cosenza, riccaperme di care e dolorose memorie, prodiga di tanto sangue alla patria, di tanto contributo d'ingegno alla storia del pensiero italiano, s'ispiri nell'austera figura del più grande dei suoi figli, il cui busto parla tra il verde degli alberi la gran parola del risorgimento ai calabresi. Ho fede che l'austera parola del filosofo di Sambiase non suoni più nel deserto, e la sua tomba, su cui piansero amici e nemici, è un'ara dove le novelle generazioni attingano i forti propositi, e, quel che più ci preme, la serietà della vita, l'abnegazione, il sacrifizio, ed il libero pensiero. Così,o gio vani, non sarò costretto a ripetere gli amari versi dell’austero poeta di Recanati. Oggi è nefando stile Di schiatta ignava e finta Virtù viva sprezzar lodare estinta. Nome compiuto: Vincenzo Giulia. Vincenzo Julia. Julia. Keywords: implicatura, filosofia calabrese, Campanella, Telesio, Sanctis, Leopardi, Mazzini, Garibaldi, Gioberti, Spaventa, Hegel, Aligheri, Serra, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulia” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giuliano: la ragione conversazionale e la filosofia di Giove -- Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “When I think Giuliano, I think Donizetti – and Poliuto’s lions!” -- Flavio Claudio Giuliano (in latino: Flavius Claudius Iulianus; Costantinopoli), filosofo. L’ultimo sovrano dichiaratamente pagano, che tenta, senza successo, di riformare e di restaurare la religione romana dopo che essa era caduta in decadenza di fronte alla diffusione del cristianesimo. Sometimes known as ‘the Apostate,’ Giuliano was a Roman emperor, who died in battle at the early age of 32 exclaiming the infamous “Galileans, ye won!” as the arrow penetrated in his breast. A naturally gifted scholar, Giuliano stuied philosophy under Massimo di Efeso and had many philosophical friends and acquaintances, including Saturnino Secondo Salutio, Prisco, and Imerio. Although his philosophical outlook was what he described as ‘generally eclectic,’ he had a special fondness for the Accademia, and a particular hostily to the Cinargo. Keen to eliminate the Galileans, as he called the sect originated after the death of Gesu di Nazareth, in fact he left them rather ‘to their own devices,’ although removing some of their privileges. His letters and speeches survive – many on deep philosophical issues (‘What is universal about worshipping a man born in Galilee who claimed to be the son of God – and born of a virgin?’). Grice: “There are various Griceian problems when approaching Giuliano from a Griceian perspective. It all reminds me of my father, a non-Conformist, in a household comprised of my High-Church mother and Catholic convert aunt! At Oxford, and in fact, before then, at Clifton, I learned that religion has nothing to do with i. Nobody believes that Giove raped Ganymede – it’s a tale! Giuliano has been unjustly treated counterfactually. Historians, seeing that Giuliano’s fight was useless, dismiss it. But this is a weak argument. I might just as well dismiss Mussolini’s plans because we English bombed Milano! Giuliano read too much of what the Hebrews call ‘the Holy Writ’ – but his propositions should be taken separately, one by one. In a way reminiscent of Arnold (in his Ebraism and Ellenismo), Giuliano proposes to us an examination of things like ‘Jesus was the son of God, therefore he was God.’ Aeneas was divinized by Virgil, so the Romans shouldn’t count as good critics here. A nice story involves Giuliano and Arete, a philosopher to whom Giamblico di Calcide dedicated one of his books. It seems likely that she was one of his pupils. Her neighbours (presumably Christians) tried to get her thrown out of her home, but the emperor Giuliano himself went to Phrygia to help her. Nome compiuto: Giuliano. Keywords: pagano, ennico, prima Roma, terza Roma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giuliano” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speraza -- Grice e Giuliano:  la ragione conversazionale e la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Eclano). Filosofo italiano. A follower of (of all people) Pelagio.  As a result he was prompty deposed from his position as ‘vescovo’ of Eclanum. He appears to have led an unsettled life thereafter. His works survive in the use made by them by Agostino in “Against Giuliano, the defender of the Pelgagian heresy, and the so-called ‘Incomplete work against Giuliano’ – left unfinished by Agostino. Giuliano strongly opposed Agostino’s convoluted doctrine of the original sins (he said there were many). By contrast, Giuliano entertained a totally positive conception of human nature. Nome compiuto: Giuliano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giuliano.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giulio: la ragione conversazionale e la filosofia sotto Giulio Cesare  – Roma – filosofia italiana – l’anima di Cesare – il discorso contro la penna di morte a Catilina -- Luigi Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “The Romans were more serious about the ‘anima’ than Gilbert Ryle was!” -- Keywords: Giulio. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Si lo è voluto collocare G. Nel GIARDINO ROMANO perchè, nell’orazione che, secondo SALLUSTIO (si veda), tenne in senato per opporsi alla condanna a morte dei complici di Catilina, NEGA l'immortalità dell’anima -- e le pene dell’oltre-tomba. Però non sappiamo se e fino a qual punto rispecchi la sua filosofia quell’orazione, che, in ogni modo, mira a impedire l'uccisione dei catiliniani. La divinazzione di G. La stella raccontata di OVIDIO (si veda). OTTAVIANO (si veda) interpreta la stella di altro modo. Allorche nella congiura di CATILINA (si veda) il console pronunzia il primo contro i congiurati l’opinione sua per la pena di morte, G., il quale desidera ne’ suoi fini di salvare loro la vita, nell’orazione che recita in senato, riferita estesamente da SALLUSTIO (si veda), non tratta gia come ingiusta o crudele la pena di morte, ma disse anzi che per coloro, che condur devono una vita misera ed infelice, la morte NON È UNA PENA, MA UN BENEFIZIO, che li libera avventurosomente dai mali che sofirone. Ne CICERONE (si veda), ne CATONE (si veda), ne alcun altro de' senatori contraddissero punto in questa parte al sentimento di G.. Anzi, Cicerone ne parla come d'un sentimento vero e giusto. G., dic’egli, considera che la morte non e stata dagl’iddi immortali stabilita come una pena, ma come il fine de’ dolori e delle miserie. Le catene, massimamente le catene perpetue, sono, a parere di lui, la pena che merita l'orrendo attentato, di qui si tratta. Egli lascia a questi empil uomini la vita, la quale, se venisse loro tolta, liberati verrebbero ad un tratto da tutte le pene dell'animo e del corpo. Omnis homines, patres conscripti, qui de rebus dubiis consultant, ab odio,  amicitia, ira atque misericordia vacuos esse decet. Haud facile animus verum  providet, ubi illa officiunt, neque quisquam omnium lubidini simul et usui paruit. Ubi intenderis ingenium, valet. Si lubido possidet, ea dominatur, animus nihil  valet. Magna mihi copia est memorandi, patres conscripti, quæ reges atque populi ira aut misericordia inpulsi male consuluerint. Sed ea malo dicere, quæ maiores nostri contra lubidinem animi sui recte atque ordine fecere. Bello Macedonico, quod  cum rege Perse gessimus, Rhodiorum civitas magna atque magnifica, quæ POPVLI ROMANI opibus creverat, infida et advorsa nobis fuit. Sed postquam bello confecto de  Rhodiis consultum est, maiores nostri, ne quis divitiarum magis quam iniuriæ causa  bellum inceptum diceret, inpunitos eos dimisere. Item bellis Punicis omnibus,  quom saepe Carthaginienses et in pace et per indutias multa nefaria facinora  fecissent, numquam ipsi per occasionem talia fecere: magis quid se dignum foret,  quam quid in illos iure fieri posset, quærebant. Hoc item vobis providendum est,  patres conscripti, ne plus apud vos valeat P. Lentuli et ceterorum scelus quam vostra  dignitas, neu magis iræ vostræ quam famæ consulatis. Nam si digna poena pro  factis eorum reperitur, novom consilium adprobo. Sin magnitudo sceleris omnium  ingenia exsuperat, his utendum censeo, quæ legibus conparata sunt. Plerique eorum, qui ante me sententias dixerunt, conposite atque magnifice  casum rei publicæ miserati sunt. Quæ belli saevitia esset, quae victis adciderent,  enumeravere: rapi virgines, pueros; divelli liberos a parentum conplexu; matres  familiarum pati quæ victoribus conlubuissent. Fana atque domos spoliari. Cædem,  incendia fieri. Postremo armis, cadaveribus, cruore atque luctu omnia conpleri. Sed, per deos inmortalis, quo illa oratio pertinuit? An uti vos infestos coniurationi  faceret? Scilicet, quem res tanta et tam atrox non permovit, eum oratio adcendet. Non ita est, neque quoiquam mortalium iniuriæ suæ parvæ videntur, multi eas  gravius æquo habuere. Sed alia aliis licentia est, patres conscripti. Qui demissi  in obscuro vitam habent, si quid iracundia deliquere, pauci sciunt, fama atque fortuna eorum pares sunt. Qui magno imperio præditi in excelso aetatem agunt,  eorum facta cuncti mortales novere. Ita in maxuma fortuna minuma licentia est;  neque studere neque odisse, sed minume irasci decet; quæ apud alios iracundia  dicitur, ea in imperio superbia atque crudelitas appellatur. Equidem ego sic  existumo, patres conscripti, omnis cruciatus minores quam facinora illorum esse. Sed plerique mortales postrema meminere et in hominibus inpiis sceleris eorum  obliti de pœna disserunt, si ea paulo severior fuit. D. Silanum, virum fortem  atque strenuom, certo scio quæ dixerit studio rei publicæ dixisse, neque illum in  tanta re gratiam aut inimicitias exercere. Eos mores eamque modestiam viri cognovi. Verum sententia eius mihi non crudelis – quid enim in talis homines crudele  fieri potest? Sed aliena a re publica nostra videtur. Nam profecto aut metus  aut iniuria te subegit, Silane, consulem designatum genus pœnæ novom decernere. De timore supervacuaneum est disserere, quom præsertim diligentia clarissumi  viri consulis tanta præsidia sint in armis. De pœna possum equidem dicere, id  quod res habet, in luctu atque miseriis mortem ærumnarum requiem, non cruciatum  esse; eam cuncta mortalium mala dissolvere; ultra neque curæ neque gaudio locum  esse. Sed, per deos inmortalis, quam ob rem in sententiam non addidisti, uti  prius verberibus in eos animadvorteretur? An quia lex Porcia vetat? At aliæ leges item condemnatis civibus non animam eripi, sed exilium permitti iubent. An quia gravius est verberari quam necari? Quid autem acerbum aut nimis  grave est in homines tanti facinoris convictos? Sin quia levius est, qui convenit  in minore negotio legem timere, quom eam in maiore neglegeris? Maiores nostri, patres conscripti, neque consili neque audaciæ umquam eguere;  neque illis superbia obstabat quo minus aliena instituta, si modo proba erant, imitarentur. Arma atque tela militaria ab Samnitibus, insignia magistratuum  ab Tuscis pleraque sumpserunt. Postremo, quod ubique apud socios aut hostis  idoneum videbatur, cum summo studio domi exsequebantur: imitari quam invidere  bonis malebant. Sed eodem illo tempore Græciæ morem imitati verberibus  animadvortebant in civis, de condemnatis summum supplicium sumebant. Postquam res publica adolevit et multitudine civium factiones valuere,  circumveniri innocentes, alia huiusce modi fieri cœpere, tum lex Porcia aliæque  leges paratæ sunt, quibus legibus exilium damnatis permissum est. Hanc ego  causam, patres conscripti, quo minus novom consilium capiamus, in primis magnam  puto. Profecto virtus atque sapientia maior illis fuit, qui ex parvis opibus tantum  imperium fecere, quam in nobis, qui ea bene parta vix retinemus. Placet igitur eos dimitti et augeri exercitum Catilinae? Minume. Sed ita censeo: publicandas eorum  pecunias, ipsos in vinculis habendos per municipia, quæ maxume opibus valent. Neu quis de iis postea ad senatum referat neve cum populo agat. Qui aliter fecerit,  senatum existumare eum contra rem publicam et salutem omnium facturum. Tutti gli uomini, o senatori, che deliberano intorno a fatti dubbi, debbono  essere liberi da odio e da amicizia, da ira e da misericordia. L’intelletto non può  discernere facilmente il vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e nessuno mai può  obbedire contemporaneamente alla passione e al proprio interesse. Se tendi  l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda della passione1, questa domina e  la mente non ha più vigore. Potrei, o senatori, ricordare molti e molti esempi di  re e di popoli che spinti dall’ira o dalla pietà presero funeste deliberazioni; ma io  preferisco dire ciò che i nostri antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni,  fecero con senso di rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che noi  combattemmo contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi ca, che aveva  accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano, ci fu infedele e nemica;  ma quando, terminata la guerra, si dovette deliberare intrno alla sorte dei Rodiesi,  i nostri antenati li lasciarono impuniti3, affi nché non si dicessse che si era intrapresa la guerra per impadronirsi delle loro ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo stesso modo in tutte le guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli  intervalli di pace e le tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i nostri non  approfi ttarono mai dell’occasione per fare delle rappresaglie; cercavano di agire sempre secondo la loro dignità piuttosto che, infi erire contro di quelli, anche se a  buon diritto. Così pure voi, o senatori, dovete tener conto di voi stessi, affi nché  presso di voi non possa di più la scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la  vostra dignità, e non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra buona  reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male da loro compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la grandezza del misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano applicare quelle pene che  siano stabilite dalle leggi. La maggior parte di coloro che hanno espresso il loro  parere prima di me, con un linguaggio forbito e brillante, hanno commiserato la  sventura dello Stato. Hanno enumerato le crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti, vergini e fanciulli rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori,  madri di famiglia costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi spogliati,  stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e lutto Della pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie la  morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve tutti i mali umani  e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi immortali, perché non hai  aggiunto alla tua proposta che i congiurati fossero sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge Porcia? Ma ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a morte non si tolga la vita, ma si conceda  l’esilio. O forse perché è più duro essere fustigato che ucciso? Quale pena è  grave o troppo aspra per chi risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una  pena troppo leggera fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti poco  importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero, chi potrà criticare  una sentenza di morte contro traditori della patria? L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti. Qualunque cosa accada, essi  l’avranno ben meritata; però, voi, o senatori, rifl ettete bene6  che ciò che deliberate  non ricada su altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la  forza dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere arbìtri  di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. Io, o senatori, ritengo che questo motivo  sia di grandissima importanza perché non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e saggezza coloro che costruirono con  forze modeste un così vasto impero che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno creato. Allora si debbono mettere in libertà  costoro e mandarli ad accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il  mio parere: si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro non si  facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno trasgredisse, il  Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della salvezza pubblica.Giulio Cesare. Tutti gli uomini, o senatori, che deliberano intorno a fatti dubbi, debbono  essere liberi da odio e da amicizia, da ira e da misericordia. 2. L’intelletto non può  discernere facilmente il vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e nessuno mai può  obbedire contemporaneamente alla passione e al proprio interesse. 3. Se tendi  l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda della passione1, questa domina e  la mente non ha più vigore. 4. Potrei, o senatori, ricordare molti e molti esempi di  re e di popoli che spinti dall’ira o dalla pietà presero funeste deliberazioni; ma io  preferisco dire ciò che i nostri antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni,  fecero con senso di rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che noi  combattemmo contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi ca, che aveva  accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano, ci fu infedele e nemica;  ma quando, terminata la guerra, si dovette deliberare intrno alla sorte dei Rodiesi,  i nostri antenati li lasciarono impuniti, affi nché non si dicessse che si era intrapresa la guerra per impadronirsi delle loro ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo stesso modo in tutte le guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli  intervalli di pace e le tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i nostri non  approfi ttarono mai dell’occasione per fare delle rappresaglie; cercavano di agire sempre secondo la loro dignità piuttosto che, infi erire contro di quelli, anche se a  buon diritto. Così pure voi, o senatori, dovete tener conto di voi stessi, affi nché  presso di voi non possa di più la scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la  vostra dignità, e non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra buona  reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male da loro compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la grandezza del misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano applicare quelle pene che  siano stabilite dalle leggi. La maggior parte di coloro che hanno espresso il loro  parere prima di me, con un linguaggio forbito e brillante, hanno commiserato la  sventura dello Stato. Hanno enumerato le crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti, vergini e fanciulli rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori,  madri di famiglia costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi spogliati,  stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e lutto. Della pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie la  morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve tutti i mali umani  e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi immortali, perché non hai  aggiunto alla tua proposta che i congiurati fossero sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge Porcia? Ma ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a morte non si tolga la vita, ma si conceda  l’esilio. O forse perché è più duro essere fustigato che ucciso? Quale pena è  grave o troppo aspra per chi risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una  pena troppo leggera fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti poco  importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero, chi potrà criticare  una sentenza di morte contro traditori della patria? L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti. Qualunque cosa accada, essi  l’avranno ben meritata; però, voi, o senatori, rifl ettete bene6  che ciò che deliberate  non ricada su altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la  forza dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere arbìtri  di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. 41. Io, o senatori, ritengo che questo motivo  sia di grandissima importanza perché non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e saggezza coloro che costruirono con  forze modeste un così vasto impero che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno creato. Allora si debbono mettere in libertà  costoro e mandarli ad accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il  mio parere: si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro non si  facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno trasgredisse, il  Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della salvezza pubblica. Nome compiuto: Giulio Cesare. Keywords: l’immortalita dell’anima – Shropshire e Giulio – Giulio’s intenzione al crosare il Rubicon -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulio” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giulio: la ragione conversazionale e l’attaco a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. A philosopher who was killed during an attack on the city. Nome compiuto: Giulio Giuliano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giunco: la ragione conversazionale dell’andreia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The author of a philosophical dialogue about the three ages of man. The son-in-law of Tito Vario Ciliano. The models for the three ages of man are his father in law, himself, and his own son, as models. He argues that the middle age is the best. Grice: “But he was biased. In fact, in my lectures on reasoning, I give this as an example of biased reasoning!” – Nome compiuto: Giunco.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giunio: la ragione conversazionale dell’accademia al portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza.  (Roma). Filosofo italiano. Appartene all'Accademia -- cioè effettivamente all’eclettismo con tendenze stoiche di Antioco d’Ascalona -- che, appunto, accetta dottrine derivate dal portico.  In Atene fa studi di filosofia, e in questa ha maestro Aristone.  Nella guerra civile parteggia per Pompeo e combatte a Farsaglia. Ottenne di riconciliarsi con GIULIO (si veda) Cesare. Forma stretti rapporti con CICERONE, che gli dedica varie opere: "Brutus", "Paradoxa", "Orator", "De finibus", "Tusculanae", "De natura Deorum." A CICERONE, dedica il "De virtute" (Andreia). Legato pro-pretore nelle Gallie, pretore urbano, partecipa alla congiura contro GIULIO (si veda) Cesare e e uno dei suoi uccisori. Sconfitto a Filippi d’OTTAVIANO, si uccide. Uno dei maggiori rappresentanti dell’atticismo è oratore insigne. Scrive lettere (VIII a Cicerone ci restano nella corrispondenza di questo), poesie e tre opere morali. Nel "De virtute” difende la teoria dell’auto-sufficienza della virtù. In "Sui doveri" da precetti al fratello sulla sua condotta. (Grice: “He never followed them!”). Nel "De patientia," tratta di questa. Nome compiuto: Marco Giunio Bruto il Minore. Giunio. The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giunio: la ragione conversazionale e il portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A follower of the Porch, and one of the senators who opposed NERONE. Nome compiuto: Giunio Maurizio

 

Luigi Speranza -- Grice e Giuniore: la ragione conversazionale e la geografia filosofica -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher who wrote, or edited, a short work on geography, comprising the whole of Rome, and some of the shoreline outskirts, including Ostia. Giuniore.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giussani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amicizia – il comune,  fraternità, liberazione – la scuola di Desio -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Desio). Abstract. Grice has always been interested in what he calls a philosophisma. Take ‘friend’. Aristotle says that a happy life is self-sufficient. Who needs friends like that?” Keywords: amicizia. Filosofo lombardo.. Filosofo italiano. Desio, Monza, Lombardia. Grice: “I like Giussiani; of course at Oxford he would be a no-no, being a Catholic; but he understands the pragmatics of conversation!” Ricevette la prima introduzione dalla madre Angelina Gelosa, operaia tessile; il padre Beniamino, disegnatore e intagliatore, era un socialista. Entra nel seminario diocesano San Pietro Martire di Seveso dove frequenta i primi quattro anni di ginnasio. Si trasfere a Venegono Inferiore, nella sede principale del seminario dove frequenta l'ultimo anno di ginnasio, i tre anni del liceo e dove svolge i successivi studi di filosofia.  Ha come docenti, fra gli altri, Colombo, Corti, Carlo, e Figini. In quella sede conosce i compagni di studio Manfredini e Biffi. Si interessa di Leopardi e delle chiese ortodosse.  Riceve l'ordinazione da Schuster.  Dopo l'ordinazione, rimase nel seminario di Venegono come insegnante e si specializzò nello studio della teologia orientale, specie sugli slavofili, della teologia protestante e della motivazione razionale dell'adesione alla Chiesa. Lascia l'insegnamento in seminario per quello nelle scuole superiori. Inizia l'insegnamento della religione nelle scuole a Milano dove e suo alunno Giorello. Le riunioni di suoi studenti si tennero con il nome di Gioventù Studentesca, che fonda insieme a Ricci e che fa parte dell'Azione Cattolica.  Inizia anche un'attività pubblicistica volta a porre attenzione sulla questione educativa. Redasse la voce "Educazione" per l'Enciclopedia Cattolica.  Sotto  Colombo continua gli studi di teologia protestante per i quali soggiornò per cinque mesi negli Stati Uniti. Ottenne la cattedra di Introduzione alla Teologia a Milano. Lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa, attraverso di lui, un Movimento, il vostro, che testimoniasse la bellezza di essere cristiani in un'epoca in cui andava diffondendosi l'opinione che il cristianesimo fosse qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. G. s'impegnò allora a ridestare nei giovani l'amore verso Cristo "Via, Verità e Vita", ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell'uomo, e che Cristo non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa. Il movimento da lui creato prese il nome di Comunione e Liberazione; ne assunse la guida presiedendone il consiglio generale.  Il Pontificio Consiglio per i Laici riconobbe la Fraternità di Comunione e Liberazione e G. ne guidò la Diaconia Centrale. Contribuì alla costituzione della Fondazione Banco Alimentare. Fra le sue numerose opere vi è la trilogia del Per Corso, redatta a partire dagli appunti delle lezioni di religione che aveva tenuto negli anni cinquanta al liceo Berchet e in seguito all'Università Cattolica. L'opera, pubblicata in successive edizioni prima da Jaca e poi da Rizzoli, è composta da “Il senso religioso, All'origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa. Propone la concezione della fede e dell'esperienza cristiana come incontro con Cristo attraverso la Chiesa cattolica. La fede è un «riconoscere una Presenza» ed occupa ogni singolo spazio della vita individuale (i rapporti umani, l'esperienza lavorativa, la vita sociale e politica). Da ciò nasce anche una critica alla ragione illuminista. L'idea della ragione come principale strumento offerto all'uomo nel rapporto con la realtà e della fede come metodo di conoscenza sono le premesse metodologiche per un'analisi dell'esperienza religiosa.  Dopo la morte, sono stati dedicati a G.:  Desio: nel paese natale di G., la piazza retrostante il municipio e un monumento opera di Cristina Mariani a Milano: parco G., in predenza parco Solari Trivolzio: il piazzale adibito all'accoglienza delle auto dei pellegrini alla chiesa parrocchiale che ospita le spoglie di San Riccardo Pampuri. Finale Ligure: l'ultimo tratto del sentiero che porta all'antica chiesa di San Lorenzo di Varigotti: lì si tennero alcuni dei primi incontri di Comunione e Liberazione, che ancora si chiamava Gioventù Studentesca Castronno (VA): un largo presso la rotatoria all'uscita dell'Autostrada dei laghi. Ascoli Piceno: la scuola primaria e dell'infanzia "G.". Portofino: la piazzetta del faro Kampala (Uganda): la scuola secondaria G. Pozzolengo: il parco comunale adiacente al castello San Leo: un basso-rilievo in bronzo, opera dell'artista riminese Ceccarellia, sulla facciata del convento di Sant'Igne Rimini: la rotonda davanti al Palacongressi, nei pressi dell'area della demolita Fiera dove si sono svolte le prime edizioni del Meeting per l'amicizia fra i popoli Chiavari: un tratto del lungoporto Verona: i giardini presso ponte Garibaldi a Borgo Trento Cinisello Balsamo: un largo urbano nei pressi del comune Segrate: il centro sportivo della frazione di Redecesio Strade comunali sono state intitolate a don G. a Cagliari, Morrovalle, Rapallo, Treviglio, Mestre, ecc. La maggior parte delle opere deriva dalla trascrizione di dialoghi, conversazioni e lezioni svolte in pubblico durante raduni, convegni, esercizi spirituali. I suoi libri sono stati pubblicati dall'editore milanese Jaca. Rizzoli ha iniziato a rieditare i testi di G. in nuove edizioni aggiornate dotate spesso di un nuovo apparato di note e di nuovi contenuti editoriali e a volte con titoli diversi. Rizzoli ha anche pubblicato le opere inedited e volumi antologici di conversazioni precedentemente disponibili sotto forma di fascicoli pro manuscripto o di redazionali per varie riviste. Volumi di inediti o di riedizioni di  testi sono poi usciti anche per altri editori, tra i quali Marietti, San Paolo, SEI, Piemme e Messaggero di Sant'Antonio. Trascrizioni di conversazioni e lezioni nel corso di incontri con i responsabili di Comunione e Liberazione, di esercizi spirituali e di incontri con appartenenti ai Memores Domini sono state di norma pubblicate come inserti redazionali o allegate come fascicoletti nelle riviste Tracce (precedentemente nota come CL-Littere Communionis, organo ufficiale del movimento), Il Sabato e 30 giorni nella Chiesa e nel mondo. Un gran numero di questi testi è stato poi pubblicato in volumi antologici.  -- è iniziata la catalogazione sistematica dei testi e degli scritti di Giussani. G. Scritti, curato dalla Fraternità di Comunione e Liberazione, inizia la pubblicazione di schede riassuntive dei testi. Ha diretto la collana editoriale I libri dello spirito cristiano per la Biblioteca Universale Rizzoli. La collana e poi sostituita da un'analoga iniziativa sotto il nome di Biblioteca della spirito cristiano, ha pubblicato titoli scelti fra quelli che più hanno segnato l'esperienza di G. e di Comunione e Liberazione. Ha diretto la collana discografica Spirto gentil, CD musicali di «introduzione alla musica» con allegato un booklet di norma contenente una nota introduttiva di G., una scheda storica sui compositori o sui musicisti e una guida all'ascolto. Saggi: “Il senso religioso: all'origine della pretesa cristiana, Perché la Chiesa e Il rischio educativo. “Il senso religioso, Jaca, Reinhold Niebuhr, Jaca Teologia protestante, La Scuola Cattolica, Jaca Marietti, “L'impegno del cristiano nel mondo, Jaca, Tracce di esperienza e appunti di metodo cristiano, Jaca Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca, San Paolo, Il rischio educativo, Jaca, SEI, Rizzoli, Tracce d'esperienza cristiana, Jaca Decisione per l'esistenza, Jaca L'alleanza, Jaca Il senso della nascita, colloquio con Testori, BUR Rizzoli, Moralità: memoria e desiderio, Jaca, Alla ricerca del volto umano, Jaca  Rizzoli, Pregare, illustrazioni di Marina Molino, Jaca La fede e le sue immagini, illustrazioni di Marina Molino, Jaca La coscienza religiosa nell'uomo moderno, Jaca,  Il senso religioso, Per Corso, Jaca Rizzoli, All'origine della pretesa Cristiana, Jaca Rizzoli, Perché la Chiesa, Jaca, Rizzoli, Un avvenimento di vita, cioè una storia, EDITIl Sabato L'avvenimento cristiano, BUR Rizzoli, Il senso di Dio e l'uomo moderno, BUR Rizzoli, Si può vivere così?, BUR Rizzoli, Rizzoli Il PerCorso, Jaca, Opere: Jaca, Il tempo e il tempio, BUR Rizzoli, Realtà e giovinezza: la sfida, SEI; Rizzoli, Il cammino al vero è un'esperienza, SEI, Rizzoli, Le mie letture, Rizzoli, Si può (veramente?!) vivere così?, BUR Rizzoli, Porta la speranza, Marietti Riconoscere una presenza, San Paolo, Lettere di fede e di amicizia a Majo, San Paolo, Generare tracce nella storia del mondo, con Alberto e Prades, Rizzoli, L'uomo e il suo destino, Marietti Scuola di Religione, SEI, L'io, il potere, le opere, Marietti Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Che cos'è l'uomo perché te ne curi?, San Paolo, Avvenimento di libertà, Marietti L'opera del movimento. La Fraternità di Comunione e Liberazione, San Paolo, Il miracolo dell'ospitalità, Piemme,Il Santo Rosario, San Paolo, Egli solo è. Via Crucis, San Paolo, La libertà di Dio, Marietti, Come si diventa cristiani, Marietti La familiarità con Cristo, San Paolo, Vivere intensamente il reale, La Scuola,. Spirto gentil, BUR Rizzoli,. Cristo compagnia di Dio all'uomo, EMessaggero Padova, Collana Quasi Tischreden "Tu" (o dell'amicizia), BUR Rizzoli, Vivendo nella carne, BUR Rizzoli, L'attrattiva Gesù, BUR Rizzoli, L'auto-coscienza del cosmo, BUR Rizzoli, Affezione e dimora, BUR Rizzoli, Dal temperamento un metodo, BUR Rizzoli, Una presenza che cambia, BUR Rizzoli, Collana L'Equipe Dall'utopia alla presenza  BUR Rizzoli, Certi di alcune grandi cose, BUR Rizzoli, Uomini senza patria BUR Rizzoli, Qui e ora BUR Rizzoli, “L'io rinasce in un incontro” BUR Rizzoli, Ciò che abbiamo di più caro, BUR Rizzoli, Un evento reale nella vita dell'uomo BUR Rizzoli, In cammino BUR Rizzoli, Collana Cristianesimo alla prova Una strana compagnia, BUR Rizzoli, La convenienza umana della fede, BUR Rizzoli, La verità nasce dalla carne, BUR Rizzoli, Un avvenimento nella vita dell'uomo, BUR Rizzoli,  Interviste Comunione e Liberazione. Interviste Robi Ronza, Milano, Jaca Book, Un caffè in compagnia. Conversazioni sul presente e sul destino, colloqui con Farina, Milano, Rizzoli. Il fondatore: Comunione e Liberazione. CamisascaC’altro Sessantotto", da "L'Osservatore Romano" ORIGINE, in Banco Alimentare, Elemedia S.p.A.Area Internet, Il mistero di don G.. Rivelato dai suoi scritti, su chiesa. espresso.repubblica. Oggi l'addio a don Giussani Il Tirreno, in Archivio Il Tirreno. Società Coop. Edit. Nuovo Mondo Via Porpora, Milano Tracce, Cristo è veramente tutto, è il compiersi dell’umano», su tracce. Repubblica » politica » Milano, i funerali di G., su repubblica Milano, profanata la tomba di don G., Corriere della Sera su corriere. Chiesta l'apertura della causa di beatificazione e canonizzazione, in Tracce, Società Coop. Edit. Nuovo Mondo, Passo avanti verso la beatificazione di don Giussani, in Tempi, Società Coop. Edit. Nuovo Mondo, Savorana, Don Luigi G., fondatore di CL, nominato monsignore, in Avvenire, Don G.: vince il premio della cultura cattolica, in Adnkronos, Mia giovinezza, in Tracce, Coop. Editoriale Nuovo Mondo, Premio Isimbardi Città metropolitana di Milano.Tettamanzi, La famiglia a scuola, in Tracce, Coop. Editoriale Nuovo Mondo, La Festa dello StatutoEdizione Sigilli longobardi, su Consiglio Regionale della Lombardia. Desio, rinasce il monumento per don Giussani a dieci anni dalla scomparsa, in Il Cottadino,  Il parco Solari sarà dedicato a G., in Il Giornale, Tornielli, Don Giussani nel solco di San Pampuri, in La Provincia Pavese, Finale: intitolazione strada a Giussani, in Savona  News, Castronno, intitolata a Don G. la nuova rotonda, in Varese News, Emidio Cagnucci, al musicista ascolano intitolata una scuola, in il Quotidiano,Francesca Nacini, G. faro di Portofino, Il Giornale, Uganda. La G. High School inaugurata a Kampala tra i canti delle donne del Meeting Point, su AVSI, Pozzolengo, raid vandalici nei parchi, in qui Brescia, Un bassorilievo per  G. a San Leo, in Rimini Today, Rotatoria del Palacongressi dedicata a G., in Altarimini, Chiavari, lungoporto G. per il fondatore di Cl, in Il Secolo XIX, In Borgo Trento giardini intitolati al fondatore di CL, in Verona Notte, Melati, Jaca Santa editrice della rivoluzione, in Il Venerdì di Repubblica, L'Espresso SpA, Le opere  di Comunione e Liberazione. Chi siamo, su G. Scritti, Fraternità di Comunione e Liberazione.  Collana I libri dello spirito cristiano, Comunione e Liberazione. Collana musicale Spirto gentil, di Comunione e Liberazione. Bosco, G., Torino, Elledici, Bedouelle; Graziano Borgonovo; Clément; Olinto; Ries, Gli uomini vivi si incontrano: scritti per G., Milanok, Camisasca, Comunione e Liberazione: Le origini Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, Massimo Camisasca, Comunione e Liberazione: La ripresa, Cinisello Balsamo, San Paolo,Elisa Buzzi, Scola, Un pensiero sorgivo, Marietti D Perillo, Caro G.. Dieci anni di lettere a un padre, Piemme, Camisasca, Comunione e Liberazione: Il riconoscimento, Appendice, Cinisello Balsamo, San Paolo, Farina, G.. Vita di un amico, Piemme,  Farina, Maestri. Incontri e dialoghi sul senso della vita, Piemme, Ceglie, G.. Una religione per l'uomo, 1ª ed., Cantagalli, Gamba, Allargare la ragione, Vita e Pensiero, Camisasca, G.. La sua esperienza dell'uomo e di Dio, Cinisello Balsamo, San Paolo, Savorana, Vita di G., Milano, Rizzoli Editore, Savorana, Un'attrattiva che muove, 1ª ed., Milano, BUR Saggi, Scholz-Zappa, G. e Guardini. Una lettura originale, Milano, Jaca, Marta Busani, Gioventù studentesca. Storia di un movimento cattolico dalla ricostruzione alla contestazione, Roma, Studium, Massimo Camisasca, L'avventura di Gioventù Studentesca, fotografie di Elio Ciol, Milano, Mondadori Electa, G. Paximadi, E. Prato, R. Roux e Tombolini, Giussani. Il percorso teologico e l'apertura ecumenica, Siena, Cantagalli Eupress FTL. Scritti di  G., su G. Scritti, Fraternità di Comunione e Liberazione. Giussani su Comunione e Liberazione, Fraternità di Comunione e Liberazione. Nome compiuto: Luigi Giovanni Giussani. Giussiani. Keywords: dell’amicizia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giussani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giusso: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’eroi – filosofia fascista --  il mistico dell’azione – filosofia campanese – filosfia napoletana – la scuola di Napoli -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “There is a great difference between Bologna – the oldest university – and Oxford: we never had a Mussolini!” -- Keywords: fascismo. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I like Giusso: he has explored philosophers from his country like Leopardi and Bruno, and tdhe whole ‘tradizione ermetica nella filosofia italiana,’ but also French – Bergson – and especially “Dutch,” i. e. Deutsche or tedesca – Spengler, and Nietsche – All very Italian!” Nato in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio Giusso e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, G., uno dei fondatori del quartiere Bagnoli, ne era stato sindaco). Si laurea in filosofia a Napoli sotto ALIOTTA (si veda). Segue con passione l'attualismo gentiliano e proprio il suo carattere passionale lo porta anche nel campo filosofico ad un tipo di critica scenografica, così come fu definita. Le sue frizioni con Croce, inizialmente orientate su temi politici, presero più tardi una forma "sotterranea", genericamente orientata contro l'idealism. G. si richiamava al fatalismo di Leopardi, al demiurgo di Nietzsche, allo storicismo di Dilthey, al nichilismo dello Spengler: e a causa di quest'ultimo, oltre che per la sua interpretazione della Scienza nuova vichiana (che si attirò una severa recensione dello stesso Croce, G. è criticato dall'ambiente crociano. G, critico e storico delle idee s'identificava con la visione della vita di autori che sentiva a lui vicini per temperamento ed interessi come Bruno, Vico (dall'analisi degli scritti del quale nacque l'infastidita reazione di Croce), Giacomo, Bacchelli, Barilli, Papini, Soffici, Palazzeschi, Borgese, Gozzano, che molto ispirò la sua composizione poetica Don Giovanni ammalato. I suoi Tafferugli a Montecavallo meriterebbero forse di essere più conosciuti. Tra le due guerre, egli partecipò all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli difende e mostra di apprezzare) assumendo posizioni eretiche e ispirandosi piuttosto a un ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare in una fase iniziale, Spengler e Nietzsche.  Intelligenza precoce, prima di intraprendere l'insegnamento universitario che lo avrebbe allontanato da Napoli portandolo ad insegnare Filosofia a Bologna, Pisa, e Cagliari, Giusso avviò una copiosa pubblicazione di articoli, collaborando con numerosi quotidiani icome Il Popolo d'Italia, Il Secolo, Il Mattino, Il Resto del Carlino, ed ancora il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di Sicilia, La Stampa ed altri ancora.  Giornali questi dove fu autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali esponenti, soprattutto scrittori. Nel dopoguerra, superati i miti dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, si riavvicinò alla fede cristiana. Era sua intenzione realizzare una revisione del pensiero italiano dal Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico volto a ravvicinare la filosofia della Roma antica e quello cristiano. In chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla figura di BRUNO (si veda). Di ritorno da un viaggio nella sua adorata Spagna muore. A Napoli gli venne intitolata una strada.  Saggi: “Le dittature democratiche dell'Italia” (Milano, Alpes); “Leopardi” (Napoli, Guida); “Idealismo e prospettivismo” (Napoli, Guida); “Leopardi e le sue due ideologie” (Firenze, Sansoni); Spengler, Roma, società anonima La nuova antologia, Cadenze di Sigismondo nella Torre, Modena, Guanda); “VICO fra l'Umanesimo e l'Occasionalismo” (Roma, Perrella); “La visione della vita” (Napoli, R. Ricciardi); “Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano, Corbaccio); “Il viandante e le statue: saggi sulla letteratura contemporanea, Roma, Cremonese); “Lo storicismo, Milano, Bocca, Gioberti, Milano, A. Garzanti, L'anima e il cosmo, Milano, Bocca,  “La tradizione ermetica nella filosofia italiana” (Milano, Bocca); Due scritti sul nazionalsocialismo, Roma, Settimo Sigillo, Quaderno, Napoli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa,. Tafferugli a Montecavallo, La Finestra, Lavis, Il fascismo e Croce, "Gerarchia",  "La Critica", rist. in Nuove pagine sparse, Panteismo e magia in Bruno (Sassari, Scienze e filosofia in Bruno, Napoli Roma, Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corriere della sera, La Fiera letteraria, Giornale di metafisica, F. Bruno,Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos, IE. Falqui, Di noi contemporanei, Firenze, ad indicem; G. Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G. Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, R. Maran, L. G. e la ricerca d'un sistema, in Sophia, A. Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero; Toffanin, Nuova Antologia, Boni Fellini, L'Osservatore politico letterario, Diz. della letteratura mondiale, Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degli italiano.  L’Illuminismo oscuro  G., autore e studioso multidisciplinare, ha lasciato ai posteri una sterminata produzione intellettuale, tenuta tuttavia troppo poco in considerazione dal mondo accademico contemporaneo.  Stefano Chemelli  10 articoli  G. è studioso di filosofia. Recinto riduttivo si dirà, ma per lui invece parco multiforme. Ispanista, germanista, francesista. Allievo d’Aliotta e BATTAGLIA (si veda) è critico letterario, si laurea, ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica e morale ma insegna. “Tafferugli a Montecavallo” pubblicato da Cappelli uno studio sul barocco romano e Bernini, “La tradizione ermetica nella filosofia italiana”, le straordinarie conversazioni radiofoniche di “Autoritratto spagnolo” sono appena un accenno a una sterminata produzione redatta nel breve arco di cinquantasette anni.  Sodale di Unamuno e Ortega con i quali ha condiviso amabili conversari, G. si occupa a fondo di Goethe, LEOPARDI (si veda), Stendhal, Nietzsche, Dostoevskij, Freud, Dilthey, Simmel, Bergson, GIOBERTI (si veda), VICO (si veda), BRUNO (si veda). Inoltre fu di Spengler uno dei primissimi esegeti italiani. Dotato di una conversazione che incantava anche il grande Edoardo, complice in gustosi siparietti nei quali De Filippo si trasformava in spettatore, basterebbero le pagine dedicate al Bernini per intuire la rabdomantica agilità di scrittura sempre corroborata da una cultura che poteva reggere l’impulso filologico di un Croce. Dona un’analisi storica poderosa in “Le dittature democratiche dell’Italia”, all’ascesa del fascismo, seguito dalla prima raccolta di scritti letterari che ne connotano le capacità di “viandante” nei diversi giardini del sapere; “Il ritorno di Faust” è, “Figure di Capri”, a ruota seguono le pagine sopra Freud, Ortega, Dostoevskij, e soprattutto lo studio su Leopardi.  Copia de "La tradizione ermetica nella filosofia italiana"Copia de “La tradizione ermetica nella filosofia italiana” Stendhal e Nietzsche non escludono l’impegno anche poetico che troverà sfogo in tre raccolte che molto dicono del Giusso più segreto (“Musica in piazza”, “Cadenze di Sigismondo nella torre”, “Elegie del torso della saggezza mutilata”). “Spengler e la dottrina degli universali formali” restituisce in forma autonoma un approfondimento più volte ripreso da Giusso nel decennio dei trenta che costituisce la decade dell’approfondimento filosofico più intenso (Dilthey e Ortega tra gli altri) e preparatorio al grande volume “Filosofia e immagine cosmica” dedicato a GENTILE. Due traduzioni spagnole coinvolgeranno gli studi di G. rivolte a Vico ma sarebbe urgente dare attenzione alla tradizione ermetica, magari per scoprire che GARIN (si veda) l’ha sicuramente letta e ripresa molto più tardi. Kulturkritiker universale lo definì Buscaroli, allievo devoto a Bologna quando G. strabilia un manipolo di arditi fuoricorso in Estetica e Letteratura spagnola, che mai avrebbero rinunciato alle sue esibizioni in diretta presso l’Alma Mater bolognese, fugacemente ospitati.  Un grande romantico della ispecie dei Kleist, degli Hoederlin, dei Novalis però, poeta dei talami dissacrati che trova negli articoli, nelle corrispondenze, nei taccuini di viaggio infinite suggestioni, il tono di un G. confidenziale e descrittivo vicino al lettore non specialista ma disposto a calarsi nell’ambiente e nell’aria, nella luce chiara e tersa di un respiro curioso sino al dettaglio minuto.  Filosofia ed imagine cosmica; Filosofia ed immagine cosmica; Pubblicati recentemente i quaderni spagnoli dalla Università Benincasa, sono ancora inedite le pagine tedesche e austriache, ma esistono anche reportage francesi, nei quali uomini e cose sbalzano con la modestia e la versatilità del carattere e la magnificenza della scrittura. La vita di ognuno non elide né la circostanza né l’astrazione, G. è uno dei protagonisti del teatro del mondo che abbiamo ignorato, noi italiani, lui, molto napoletano, ma già europeo, ben oltre l’amatissima Spagna. Un europeo immerso nella musica delle lingue (francese, spagnolo, tedesco…), in VICO e Spengler. Tilgher, Alvaro, Toffanin, furono amici veri, fidati, ammirati di un uomo al quale era sconosciuta l’invidia e al contrario era profferta a piene mani una generosa e prodiga liberalità in nome di una poetica propensione al dialogo di un sapere trasversale, comunicativo e incantato nella magia della parola libera, circostanziata, esatta.  Una studiosa di letteratura italiana ha affermato che il più bel libro di G. è il quaderno spagnolo, ed ha pure aggiunto che quaderno spagnolo e autoritratto spagnolo coincidono. Spaini, ma pure Buscaroli che con Rispoli di G. sono stati tra i conoscitori più profondi di G., difficilmente concorderebbero. Le pagine spagnole, tedesche, austriache servono a entrare nel mondo giussiano, consentono di accedere a una dimensione della cultura che non conosce omologazioni di sorta, schieramenti, posizionamenti di rendita. Permettono di sorridere a fronte di un esteta armato solo di una generosità speciale: cogliendo l’anima dell’umanità in una minuzia necessaria a ritrovare un sentiero precario, attraverso il quale condurre a una visione più ampia, senza dimenticare la poesia della vita. Gioberti come uomo del risorgimento – serie: Uomini del risorgimento. “U= IL FASCISMO di Croce” Gerarchia – “Croce contro Croce” – da CRITICA FASCISTA – “Gentile, mistico dell’azione, tratto da “Il lavoro d’Italia” – “Gentile, “La Nazione” .  Nacque a Napoli, in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, Girolamo Giusso, ne era stato sindaco).  Gli studi di G. a Napoli (dove è allievo, fra gli altri, di ALIOTTA (si veda)), coronati dalla laurea in lettere e filosofia, si svilupparono in molteplici direzioni. Pur destinato a diventare prevalentemente filosofo e storico della filosofia, i suoi non dilettanteschi interessi spaziarono dalla letteratura alla musica, dalla pittura alla filosofia, secondo un percorso eclettico ed estroso, fondato sull'istinto piuttosto che sul metodo, che lo portò a una conoscenza approfondita ed estesissima nei settori più diversi.  Tra le due guerre, egli partecipò all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli mostra di apprezzare) assumendo posizioni "eretiche" e ispirandosi piuttosto a un ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare, in una fase iniziale, Spengler e Nietzsche.  Intelligenza precoce, prima di intraprendere l'insegnamento universitario, che lo avrebbe allontanato da Napoli, G. avvia una copiosa pubblicazione di saggi, collaborando con numerosi quotidiani italiani come autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali esponenti, soprattutto scrittori. L'attività giornalistica si sviluppa particolarmente quando G. inizia a collaborare con L'Idea nazionale, Il Popolo d'Italia e Il Secolo, quindi con Il Mattino, come critico letterario; fu poi autore di articoli di viaggio, per il Corriere della sera, e tenne un diario critico per Il Resto del Carlino, pubblicando sulla terza pagina di molti quotidiani italiani (Il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di Sicilia, La Stampa e altri ancora), anche se il lavoro propriamente giornalistico rallentò quando prevalse quello universitario. Ottenne la libera docenza in filosofia a Napoli, dove l'anno successivo insegnò filosofia morale; le principali tappe del suo percorso universitario - molteplice anche per le numerose discipline di cui si occupa - furono: Cagliari, dove insegna come professore incaricato, ricoprendo, secondo un percorso abbastanza inconsueto e irregolare, le cattedre di filosofia teoretica, letteratura italiana e francese, storia delle religioni; quindi, Bologna, dove, sempre come incaricato, insegnò lingua e letteratura spagnola, infine Pisa. La carriera universitaria del G. non si limitò, comunque, all'Italia: insegna letteratura italiana a Monaco, a Nizza, a Breslavia, a Debreczen in Ungheria, a Madrid, dove è accademico d'onore, e a Barcellona.  Proprio al ritorno da un viaggio in terra spagnola venne colpito dalla malattia che lo avrebbe condotto alla morte.  G. muore a Roma.  Oltre all'attività come giornalista e saggista, G. pubblica anche alcune raccolte di poesie: Musica in piazza (Napoli) e Don Giovanni ammalato, una rifusione, accresciuta, del primo volume; Cadenze di Sigismondo nella torre, Modena; e, infine, Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano: d'intonazione prossima ai crepuscolari le prime, percorse dal senso di una discrepanza tra la piattezza della vita quale ci è data e il desiderio di viverla in modo più libero e pieno; maggiormente legate all'estetismo dannunziano, e insieme non dimentiche del clima d'avanguardia in cui era avvenuta la prima formazione di G., le ultime due.  Saggista acuto, ottimo conversatore, spirito brillante e fortemente antiaccademico, caratterizzato da un sapere enciclopedico, G. non si lega ad alcuna scelta politica, non appartenne a nessuna scuola di pensiero e non ebbe maestri diretti né discepoli. Dal suo asistematico sforzo di interpretazione della cultura moderna non si può trarre una dottrina unitaria ma soltanto il profilo di un cammino variegato e intenso, che trae origine dalla ricerca di una visione totale dell'esistenza nel fondamentale intento di realizzare un ideale di vita, problema con cui G. non smise mai di misurarsi, secondo una prospettiva antirazionalista (e implicitamente antidealista).  Allontanatosi molto presto, come si è detto, dal crocianesimo imperante nell'ambiente napoletano, il primo interesse di G. è per i protagonisti dell'irrazionalismo e del vitalismo eroico, e per il pessimismo cosmico di Leopardi (Il ritorno di Faust, Napoli; Leopardi, Stendhal, Nietzsche; Tre profili: Dostoevskij, Freud, Ortega y Gasset; Leopardi e le sue due ideologie, Firenze); in tempi diversi riunì in raccolte i ritratti degli autori e dei personaggi che più lo avevano interessato (Il viandante e le statue. Saggi sulla letteratura contemporanea, Milano).  Nell'ambito di una ricerca più propriamente FILOSOFICA, i principali autori di riferimento di G. - che costituirono anche l'oggetto dei suoi studi – sono Dilthey (Dilthey e la filosofia come visione della vita, Napoli; Dilthey, Simmel, Spengler, Milano); i già ricordati Nietzsche (Nietzsche, Napoli), Spengler (Spengler e la dottrina degli universali formali, Napoli), e Gasset.  Il rapporto tra razionalismo e irrazionalismo (e il superamento della loro opposizione) e quello tra scienza e filosofia e vita sono il tema di fondo di quella che probabilmente rimane una delle sue opere più significative, Filosofia ed imagine cosmica (Roma), in cui, in diretto riferimento a Vico (si veda anche: Vico tra umanesimo e occasionalismo, Roma; La filosofia di Vico e l'età barocca), egli delinea una genealogia della filosofia, e in generale dell'attività razionale, a partire dalle istanze vitali e concrete dell'uomo. In VICO (si veda), secondo G., non c'è una filosofia intesa come ontologia e come organo di un conoscere razionale perché i sistemi filosofici riflettono il tentativo di appropriazione verbale del mondo in rapporto a un'originaria intuizione cosmica, così come le scienze e le tecniche non procedono da una razionalità astratta ma dai bisogni dell'uomo sociale, rimandando a un sentimento che è espressione del primitivo legame, non specificamente conoscitivo, che unisce uomo e mondo.  Nel dopoguerra, approfondendo questa tematica e superati i miti dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, il G. si riavvicinò alla fede cristiana; era sua intenzione realizzare una revisione della storia del pensiero italiano dal Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico volto a ravvicinare il pensiero dell'antichità greco-romana e quello cristiano. In chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla figura di Bruno (Scienza e filosofia in Bruno, Napoli-Roma).  Tra le opere del G., oltre a quelle già citate, si ricordano: Le dittature democratiche d'Italia, Milano; Idealismo e prospettivismo, Napoli; Lo storicismo tedesco: l'anima e il cosmo, Roma; Bergson, Milano; Gioberti; Spagna e antispagna: saggisti e moralisti spagnoli, Mazara del Vallo; La tradizione ermetica nella filosofia italiana, Trapani; Tafferugli a Montecavallo, Bologna; Origene e il Rinascimento, Roma: Autoritratto spagnolo, a cura di A. Spaini, Torino; Necr. in Corriere della sera, La Fiera letteraria; Giornale di metafisica, Bruno, L. G., in Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos; Falqui, Di noi contemporanei, Firenze, ad indicem; Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G. Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, 11 maggio 1957; R. Maran, L. G. e la ricerca d'un sistema, in Sophia; Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero; Toffanin, G. e Ortega, in Nuova Antologia; Boni Fellini, G. dieci anni dopo, in L'Osservatore politico letterario; Diz. della letteratura mondiale del '900, sub voce.  Panteismo tipo di teismo Lingua Segui Modifica Il panteismo (πάν = tutto e θεός = Dio, vuol dire letteralmente "Dio è Tutto" e "Tutto è Dio") è una visione del reale per cui ogni cosa è permeata da un divino immanente o per cui l'Universo o la natura sono equivalenti a Dio (Deus sive Natura).  Definizioni più dettagliate tendono ad enfatizzare l'idea che la legge naturale, l'esistenza e l'universo (la somma di tutto ciò che è e che sarà) siano rappresentati nel principio teologico di un 'dio' astratto piuttosto che una o più divinità personificate di qualsiasi tipo. Questa è la caratteristica chiave che distingue il panteismo dal panenteismo e dal pandeismo. Ne deriva che molte religioni, pur reclamando elementi panteistici, sono in realtà per natura più panenteiste e pandeiste. Levine, nel suo libro Panteismo, lo definisce «una concezione non-teistica della divinità». In senso lato, con "panteismo" si intende ogni dottrina filosofica che identifichi Dio con il mondo o con il principio che lo regge. Per l'esattezza, il concetto di Dio-Uno-Tutto si presenta in due versioni: quella "cosmistica", la quale afferma "Dio è nel Tutto", e quella acosmistica (il termine è di Hegel), la quale afferma "Il Tutto è in Dio". Nel primo caso, come nello stoicismo, Dio impregna e pervade l'universo in ogni sua parte; nel secondo caso, come nello spinozismo, l'universo in ogni sua parte rifluisce e si scioglie in Dio, quale Uno-Tutto.  Storia del panteismo Modifica Il termine "panteista" (dal quale la parola "panteismo" è derivata) è usato propriamente per la prima volta da Toland nella sua opera Socinianism Truly Stated, by a pantheist. Comunque, il concetto era stato discusso già al tempo dei filosofi della Grecia antica, da Talete, Parmenide ed Eraclito. I presupposti ebraici del panteismo possono essere ricercati nella Torah stessa, nel racconto della Genesi e nei suoi primi materiali profetici, nei quali chiaramente gli "atti di natura" (come inondazioni, tempeste, vulcani, etc.) sono tutti identificati come "la mano di Dio" attraverso idiomi di personificazione, così spiegando gli aperti riferimenti al concetto, sia nel Nuovo Testamento, che nella letteratura cabalistica.  Sorge una consistente controversia tra Jacobi e Mendelssohn, che infine coinvolse molte importanti persone del tempo. Jacobi affermava che il panteismo di Lessing era materialistico, per il fatto che considerava tutta la natura e Dio come una sola sostanza estesa. Per Jacobi, esso non era altro che il risultato della devozione alla ragione, tipicamente illuminista, che avrebbe condotto all'ateismo. Mendelssohn espresse il suo disaccordo, asserendo che il panteismo era teistico.  Il Panteismo di Eraclito Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eraclito. Il panteismo è un componente della dottrina del filosofo greco Eraclito, secondo cui il divino è in tutte le cose ed è identico al mondo nella sua interezza. Questa concezione porta a identificare il divino con l'Universo, facendolo divenire quindi l'Unità di tutti i contrari, il Fuoco generatore.  Il Dio-tutto di Eraclito ha in sé tutte le cose ed è una realtà eterna. Eraclito sembra rifarsi alla teoria della cosmologia ciclica, poiché la sua concezione della realtà è simile a un insieme di fasi alterne: un ciclo distruttivo-produttivo, che verrà sviluppato in seguito dagli Stoici.  Il Panteismo del PORTICO ROMANO Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: IL PORTICO ROMANO. Il panteismo stoico è una delle più compiute espressioni di esso, dove il divino è la ragione e l'intelligenza che lo determina e lo permea. Il divino del PORTICO ROMANO, quindi, non si identifica con l'universo, ma lo permea come suo fondamento e ragion d'essere.  Il Panteismo di Plotino Si è parlato spesso impropriamente di panteismo in Plotino. In realtà, secondo Plotino, Dio non è solo immanente, ma anche trascendente. Come ha evidenziato anche Reale, l'Uno, il Dio plotiniano, pur permeando di sé ogni realtà, ne è superiore. Plotino dice infatti chiaramente che l'Uno, «in quanto principio di tutto, non è il tutto. Con questa affermazione egli sembra prendere in contropiede, quasi le prevedesse, le interpretazioni immanentistiche e panteiste del suo pensiero.  Il Panteismo di BrunoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bruno. La visione di BRUNO (si veda) può essere considerata un panteismo del divino-Infinità ed ha alcuni caratteri del panpsichismo. Nella filosofia di Bruno, i cinque dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i princìpi della realtà naturale.  Forma universale del mondo è l'anima del mondo, la cui prima e principale facoltà è l'intelletto universale, il quale «empie il tutto, illumina l'universo e indirizza la natura a produrre le sue specie».  La materia è il secondo principio della natura, dalla quale ogni cosa è formata: «come nell'arte, variandosi in infinito le forme, è sempre una materia medesima che persevera sotto quella, come la forma dell'albore è una forma di tronco, poi di trave, poi di tavolo, poi di sgabello, e così via discorrendo, tuttavolta l'esser legno sempre persevera; non altrimenti nella natura, variandosi in infinito e succedendo l'una all'altra le forme, è sempre una medesma la materia».  Discende da questa considerazione l'elemento fondamentale della filosofia bruniana: tutta la vita è materia, materia infinita. Nella sua concezione, anche la Terra è dotata di anima.  Egli in De l'infinito, universo e mondi scrive:   «Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità dell'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello. Bruno, Dialoghi metafisici, Firenze, Sansoni Il Panteismo di Spinoza  Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Spinoza e Monismo panteistico. La tesi centrale del pensiero di Baruch Spinoza è l'identificazione panteistica o, meglio, immanentistica di Dio con la Natura (Deus sive Natura) ed in essa convergono i temi ed i motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate, la teologia giudaica, la filosofia ellenistica, la filosofia neoplatonica-naturalistica del Rinascimento, il razionalismocartesiano ed il pensiero arabo, ed infine le sfumature di Thomas Hobbes.  Spinoza concepisce un Dio coniugato con l'unità e la necessità e perciò:   «Dio, ossia la sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente. Se lo neghi, concepisci, se è possibile, che Dio non esista. Dunque (per l'As.7) la sua essenza non implica l'esistenza. Ma questo (per la Prop.7) è assurdo: dunque Dio esiste necessariamente.»  (Spinoza, Etica, Roma, Editori Riuniti Ne consegue la dimostrazione di ciò che Dio è:   «Tutto ciò che è, è in Dio: Dio però non si può dire cosa contingente. Infatti esiste necessariamente, e non in modo contingente. Inoltre, i modi della divina natura sono seguiti da essa anche necessariamente e non in modo contingente e ciò o in quanto si considera la divina natura assolutamente oppure in quanto la si considera determinata ad agire in un certo modo. Inoltre, di questi modi Dio è causa non soltanto perché semplicemente esistono in quanto li si considera determinati a fare qualcosa. Poiché se non sono determinati da Dio, è impossibile e non contingente che determinino se stessi; e al contrario se sono determinati da Dio, è impossibile, e non contingente, che rendano se stessi indeterminati. Per cui tutte le cose sono determinate dalla necessità della divina natura non soltanto ad esistere, ma anche ad esistere e agire in un certo modo, e non si dà nulla di contingente.»  (B. Spinoza, Etica, Questa concezione fa sì che il Dio di Spinoza (ma non meno quello del PORTICO ROMANO), per qualche filosofo contemporaneo, risulti essenzialmente un impersonale Dio-Necessità, contrapponibile al Dio-Volontà come persona divina tipica dei monoteismi.  Descrizione Tipi di panteismoModifica Si possono distinguere tre gruppi di panteisti:  panteismo classico, che si esprime attraverso l'immanente Dio del Giudaismo, Induismo, Monismo, neopaganesimo e delle dottrine New Age, generalmente considerando Dio come personificazione o manifestazione cosmica; panteismo biblico, che è espresso negli scritti della Bibbia; panteismo naturalistico, basato sulle, relativamente recenti, visioni di Baruch Spinoza (che potrebbe essere stato influenzato dal panteismo biblico) e John Toland (che coniò il termine "panteismo"), così come sulle influenze contemporanee. La maggioranza delle persone che possono identificarsi come "panteiste" appartengono al tipo classico (come gli Indù, i Sufi, gli Unitaristi, i neopagani, i seguaci della New Age, etc), mentre molte persone che identificano se stesse come panteiste (non essendo membri di un'altra religione) appartengono al tipo naturalista. La divisione tra le tre branche del panteismo non sono completamente chiare in tutte le situazioni, rimanendo dei punti di controversia nei circoli panteisti. I panteisti classici generalmente accettano la dottrina religiosa secondo cui ci sarebbe una base spirituale per tutta la realtà; mentre i panteisti naturalisti generalmente non concordano, piuttosto intendendo il mondo in termini più naturalistici. La confusione tra i concetti di panteismo e ateismo è un problema antico in linguistica. GL’ANTICHI ROMANI si rifereno ai cristiani come atei e le spiegazioni di questo fenomeno semantico possono variare.  Metodi di spiegazione Una caratteristica spesso citata del panteismo è che ogni essere umano, essendo parte dell'universo o della natura, è parte del divino. Uno dei problemi discussi dai panteisti è come possa esistere il libero arbitrio in un contesto simile. In risposta, qualche volta è data la seguente analogia (particolarmente dai panteisti classici): "stai a Dio come una tua singola cellula sta a te".  L'analogia sostiene anche che, sebbene una cellula possa essere cosciente del suo ambiente e abbia persino qualche scelta (libero arbitrio) tra giusto e sbagliato (uccidere un batterio, divenire cancerogena o non fare semplicemente niente), ha presumibilmente una comprensione limitata dell'essere più grande, di cui fa parte. Un altro modo di comprendere questo tipo di relazione è tramite la frase indù tat tvam asi - "quello che sei", in cui l'anima/essenza umana o Ātmanè intesa medesima di Dio o Brahman. Nel contesto indù, si crede che il singolo debba essere liberato attraverso l'illuminazione (moksha), in modo da sperimentare e capire pienamente questa relazione: la parte diventa non dissimile dal tutto.  Non tutti i panteisti accettano l'idea del libero arbitrio, dato che il determinismo è largamente diffuso, particolarmente presso i panteisti naturalistici. Sebbene le interpretazioni individuali del panteismo possano suggerire certe implicazioni per la natura e l'esistenza del libero arbitrio e/o determinismo, il panteismo non implica il requisito di credere in entrambi. Comunque, il problema è largamente discusso ed è presente in molte altre religioni e filosofie.  Dibattito Alcuni sostengono che il panteismo è poco più che una ridefinizione della parola il divino per definire esistenza, vita o realtà. Molti panteisti direbbero che, se fosse così, un tale cambiamento nel modo in cui pensiamo a queste idee servirebbe a creare una nuova e potenzialmente più perspicace concezione sia dell'esistenza, che di Dio. Forse il più significativo dibattito all'interno della comunità panteistica è quello riguardante la natura di Dio. Il panteismo classico crede in un Dio personale, cosciente e onnisciente e vede questo Dio come unificante di tutte le vere religioni. Il panteismo naturalistico crede invece in un Universo non cosciente e non senziente che, sebbene sacro e meraviglioso, è visto come un Dio in senso non tradizionale e non personale.  I punti di vista compresi all'interno della comunità panteista sono necessariamente diversi, ma l'idea centrale, che vede l'Universo come un'unità onnicomprensiva e la sacralità sia della natura che delle sue leggi, è comune. Alcuni panteisti sostengono, inoltre, un fine comune di natura e uomo, sebbene altri rifiutino l'idea di un fine e vedano l'esistenza come esistente di per sé.  Concetti panteistici nella religione Induismo  È generalmente riconosciuto che i testi religiosi indù sono i più antichi conosciuti in letteratura contenenti idee panteistiche. Nella teologia indù, Brahman è la realtà infinita, immutabile, immanente e trascendente che è il Divino Terreno di tutte le cose nell'Universo e che è anche la somma totale di tutte le cose che sono, sono state e saranno. Questa idea di panteismo è rintracciabile in alcuni testi più antichi come i Veda e gli Upanishad e nella più tarda filosofia Advaita. Tutti i Mahāvākya degli Upanishad, in un modo o nell'altro, sembrano indicare l'unità del modo con Brahman. Upanishad dice Tutto in questo Universo in realtà è Brahman; da lui esso procede; all'interno di lui è dissolto; in lui respira, così lasciate che ognuno lo adori tranquillamente". Inoltre dice: "Tutto l'Universo è Brahman, da Brahman a una zolla di terra. Brahman è la causa efficiente e materiale del mondo. Egli è il vasaio da cui si forma il vaso; egli è la creta con il quale è fabbricato. Tutto proviene da Lui, senza perdita o diminuzione della fonte, come la luce irradiata dal sole. Ogni cosa è unita entro Lui ancora, come le bolle che esplodono si uniscono all'aria, come i fiumi sfociano negli oceani. Tutto proviene e ritorna al divino, come la tela di un ragno è fabbricata e ritratta dal ragno stesso, Negli inni del Rig Veda, una traccia di pensiero panteista può essere riconosciuta nel libro decimo. Questa concezione di Dio lo vede come l'unità, con gli dei personali e individuali aspetto dell'Unico, sebbene differenti divinità siano viste da diversi fedeli come particolarmente adatte alle loro preghiere. Come il sole emana raggi di luce che provengono dalla stessa fonte, lo stesso avviene dagli sfaccettati aspetti di Dio emanati da Brahman, come più colori dallo stesso prisma. Il Vedānta, specificatamente l'Advaita, è una branca della filosofia indù che pone grande accento su questa materia. Molti aderente vedantici sono monistio "non-dualisti, vedendo le molteplici manifestazioni di un solo Dio o della fonte dell'essere, una visione che è spesso considerata dai non induisti come politeista.  Il panteismo è la componente chiave della filosofia Advaita. Altre suddivisione dei Vedanta non sostengono in maniera peculiare le stesse istanze. Per esempio, la scuola Dvaita di Madhvacharya ritiene che Brahman sia il Dio esterno personale Vishnu, laddove invece le scuole Rāmānuja sposano il Panenteismo.  Ebraismo Il senso radicalmente immanente del divino nella mistica ebraica (Kabbalah) si ritiene abbia ispirato la formulazione del panteismo da parte di Spinoza. Nonostante ciò, la teoria di Spinoza non è stata recepita dall'Ebraismo ortodosso. D'altro canto, Schopenhauer sosteneva che il panteismo spinoziano fosse una conseguenza della lettura di Malebranche da parte del filosofo olandese: Malebranche insegna che tutto ciò che osserviamo è in Dio stesso. Ciò equivale a voler spiegare qualcosa di ignoto mediante qualcosa di ancor più oscuro. Inoltre, secondo Malebranche noi non solo vediamo tutto in Dio, ma Dio è anche l'unica attività, sicché le cause fisiche sono mere occasionalità (Ricerca della verità,. E così qui rinveniamo essenzialmente il panteismo di Spinoza che pare abbia appreso più da Malebranche che da Descartes. (Schopenhauer, Parerga e paralipomena, "Schizzo di una storia della teoria dell'ideale e del reale"). Inoltre, Eliezer, fondatore dello chassidismo, aveva un senso mistico del divino che può essere definito come Panenteismo.  Secondo l'ebraismo biblico l'origine dell'Universo si è basata sulla Torah (legge) della natura. Pertanto la Torah originale non è rinvenibile negli scritti di Mosè, bensì nella natura stessa. "Interpretare" la Torah della natura equivale ad "interpretare" la Torah della rivelazione e teoricamente alla fin fine coincideranno l'una con l'altra [come si dimostra ad esempio con la scoperta del Big Bang. L'ortodossia rabbinica considerando questa posizione come una discrepanza, allo scopo di porre la Torah scritta al di sopra di quella data per prima in natura, ha sostenuto che la Torah scritta precedette la creazione, infatti a partire dalla Torah scritta che Dio ha parlato nella creazione. Questa posizione non è accolta dai panteisti biblici.  Maimonide, benché Ortodosso, nei suoi scritti sulla riconciliazione fra le sacre scritture e la scienza, accolse l'opinione dell'equivalenza fra la Torah della natura e la Torah delle scritture e trovò la sua logica come inevitabile. Queste tesi, senza dubbio, servirono da sfondo per lo sviluppo delle teorie di Spinoza. Cristianesimo Vi è un certo numero di tradizioni minori nell'ambito della storia del Cristianesimo secondo le quali le origini del loro credo panteistico sono da rintracciare nel Nuovo Testamento ed in altre correlate tradizioni ecclesiastiche. La diversità di questo punto di vista è rintracciabile a partire dai primi Quaccheri sino ai successivi Unitaristi e fino ad arrivare alle stesse principali denominazioni del cattolicesimo tradizionale e del protestantesimo liberale. Altre fonti includono la  Teologia del processo, la Spiritualità della Creazione, i Fratelli del libero spirito, altri ancora ne sostengono la presenza fra gli Gnostici. Tale idea ha avuto, per qualche tempo, aderenti in vari segmenti del Cristianesimo.  Alcuni Cristiani considerano la Trinità in questo significato: lo Spirito Santo tiene insieme l'Universo e personifica se stesso come il Padre, che a sua volta personifica se stesso come il Figlio dentro questo Universo (ciò significa che il Padre è al di fuori dell'Universo, del Tempo e dello Spazio). Secondo altri, lo Spirito Santo è consapevole e utilizzabile e per questo è usato da Dio per benedire la gente con i Doni dello Spirito Santo. Tutti i poteri sovrannaturali si ritiene che siano possibili anche dal binomio Universo/Spirito Santo. I panteisti di religione cristiana asseriscono che l'origine del loro credo è rintracciabile nelle Sacre Scritture, nel Vecchio Testamento come nel Nuovo ed attenuano le difficoltà che i teologi della Chiesa Apostolica Romana hanno sempre cercato di "risolvere" nei concili sul tema della Trinità e della Natura di Cristo come il Verbo (solo il panteismo fornisce una formulazione per il Cristo come verbo di Dio e per l'unità del Monoteismo.  Il parificare nella Bibbia Dio agli atti della natura e la definizione di Dio data nello stesso Nuovo Testamento forniscono un persuasivo richiamo verso questo sistema di credenze.  I panteisti cristiani sostengono che la definizione cattolica del divino è pesantemente influenzata da fonti non bibliche, tra queste in particolar modo il neo-Platonismo, che considerano il divino come qualcosa che esiste fuori dall’esistenza, pertanto la definizione del divino si riferiva ad un qualcosa che non esiste, cioè, ad un Dio non-esistente. È proprio questa basilare definizione neo-platonica di non-esistenza che i panteisti cristiani ritengono biasimevole e contraria alle scritture. Agostino rigettò il panteismo per i seguenti motivi: Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio. Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile dirle senza vergogna. come pure:  Riguardo allo stesso animale ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo?[5] Nel Vangelo secondo Tommaso (considerato apocrifodai Cristiani), Gesù disse:  Io sono la Luce: quella che sta sopra ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il Tutto è ritornato in me. Fendi il legno, e io sono là; solleva la pietra e là mi troverai. Tuttavia questa è un'affermazione dell'onnipresenza di Dio, non in senso panteistico, ma in armonia con l'insegnamento che ogni apparenza fenomenica è riflesso della luce divina. informazioni Questa voce o sezione sull'argomento religione non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. La maggioranza dei Musulmani condanna il concetto di panteismo e lo considera come un insegnamento non-Islamico. Tuttavia, il Sufismo è ritenuto dai musulmani contenere insegnamenti panteistici.  Il Sufismo può essere suddiviso nelle seguenti categorie:  Sufismo originario - Sincretico: Mescola insieme dottrine e concetti dell'Islam con credenze e pratiche religiose locali dei paesi Orientali e Occidentali. Lo si pratica in paesi non-Islamici. Sufismo ḥadīth - Tradizionale: è l'Islam con un'enfasi sulle forme ortodosse della spiritualità e del misticismo Islamico. Essenzialmente ortodosso e considerato prevalentemente come una subcultura nei paesi Islamici. Sunniti o Sciiti. Sufismo Coranico - Coranico: Si attiene strettamente a quanto scritto nel Corano compreso il profetismo e non accetta i più recenti ḥadīth come altrettanto ispirati dalla tradizione. È considerato non-ortodosso o come una forma di neo-ortodossia ed è praticato soprattutto nell'occidente islamico. Ha subito influenze dal concetto di riforma e restaurazione del Protestantesimo. Né il Sunnismoné il Sciismo sono da considerare come forme di ḥadīth. Il concetto di Panteismo si può rinvenire in ciascuno dei suddetti tipi di Sufismo, a differenza della maggioranza ortodossa dell'Islam, esso è molto diverso ed accentua l'esperienza e la conoscenza spirituale personale ed individuale. Le fonti dell'interpretazione panteistica differirebbero a seconda della tradizione cui fanno capo. Il Sufismo originario risentirebbe ovviamente dei testi orientali, il Sufismo ḥadīth sarebbe influenzato dagli studiosi Islamici del regno del Solimano, il Sufismo Coranico vedrebbe lo stesso Corano come la continua rivelazione e la personificazione linguistica è interpretata in modo coerente con i profeti biblici. La maggioranza dei Musulmani Ismailiti è panteista, o per essere più precisi, Panenteista.  Gli scritti di Seth e il Panteismo Modifica Il concetto di Panteismo è parte integrante di molte delle credenze religiose e delle filosofie della New Age; la sua differenza rispetto al panenteismo è sostenuta in modo specifico negli scritti di Seth come presentati dalla medium Roberts. Seth, l'"entità" cui da voce la Roberts, diceva che Dio è formato di energia mentale, e questa energia mentale è la sostanza che dà vita a tutti gli esseri e a tutte le cose; la coscienza di Dio è veicolata da questa energia, per cui la coscienza di Dio è onnipresente. Seth spesso si riferiva a Dio come a "Tutto ciò che è" e diceva che "Tutte le facce appartengono a Dio". Seth descriveva Dio come una forma contenente tutti gli individui al suo interno; inoltre aggiungeva che Dio si conosce come è, ma anche si conosce come ciascun individuo. Tuttavia, questo insegnamento ha molto in comune con il correlato concetto di panenteismo, dato che pone in risalto la personificazione di Dio e quindi si trasforma in un teismo.  Altre religioniModifica Molti elementi panteistici sono presenti in alcune forme di Buddismo, Neopaganesimo, e Teosofiainsieme a molte variabili denominazioni. Si veda anche la Neopagana Gaia e la Church of All Worlds.  Molti Universalisti si considerano panteisti.  Il filosofo Carus si define un ateista che ama Dio. Egli critica ogni forma di monismo che cerca l'unità del mondo non nell'unità della verità bensì nella unicità di una logica supposizione di idee. Carus define tali concetti come henismo. Il Taoismo propugna una visione panteistica. Il Tao potrebbe essere paragonato al Deus-sive-Natura di Spinoza.  Concetti connessiModifica PanenteismoModifica Il Panteismo e il panenteismo presentano aspetti comuni ma non coincidono: il primo vede l'universo pieno di Dio il secondo lo vede come parte di Dio. Filosoficamente, però, i due concetti sono ben distinti. Mentre per il panteismo Dio è sinonimo della natura, per il panenteismo, invece, Dio è superiore alla natura e la include. È la ragione per cui Hegel definiva quello spinoziano un panteismo acosmistico (senza mondo).  Per alcuni tale distinzione è inutile, mentre altri la considerano un significativo punto di divisione. Molte delle maggiori fedi descritte come panteistiche potrebbero essere descritte anche come panenteistiche, al contrario ciò non è possibile per il panteismo naturalistico (perché non considera Dio come superiore alla sola natura). Per esempio, elementi appartenenti al panenteismo ed al panteismo si rinvengono nell'Induismo. Certe interpretazioni dei testi Bhagavad Gita e Shri Rudram Chamakam sostengono questo punto di vista.  CosmismoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cosmismo e World Brain. Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento filosofia è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali. Mentre questo termine è raramente usato, e molto spesso è solo un sinonimo di Panteismo, l'insolita filosofia da esso indicata è stata utilizzata in modo piuttosto differente, ma in ogni caso con essa si vuole esprimere il concetto che Dio è un qualcosa creato dalla mente umana, forse rappresenta uno stadio finale della evoluzione dell'uomo, raggiunto attraverso la pianificazione sociale, l'eugenetica e altre forme di ingegneria genetica. Wells diede vita a una forma di cosmismo, che denominò World Brain (cervello mondiale), rifacendosi a un saggio da lui in cui viene tra l'altro descritta la creazione di una biblioteca-enciclopedia. Tale idea venne ripresa nel libro God the Invisible King, in cui l'autore consiglia all'umanità di istituire un sistema socialista, strutturandolo sui dati statistici sociali ed eugenetici, sull'istruzione e l'eugenetica, in modo che un giorno idealmente possa essere alla pari e possibilmente anche fondersi con la stessa divinità panteista, e anche in alcuni paragrafi di Outline of History, che richiamavano tali credenze dell'autore e le sue ricerche sull'insegnamento di Gesù e di Buddha. Queste idee vengono riprese nel suo libro Shape of Things to Come e nel film da esso tratto nel Things to Come; in essi viene descritta l'umanità che, sopravvivendo ad una guerra apocalittica e a un prolungato periodo Feudale, si unisce per dar vita ad una utopia collettivista.  In Israele, il Cosmismo è stato oggetto di studio da parte di Mordekhay Nesiyahu, uno dei primi ideologi del Movimento Laburista Israeliano e docente presso l'Università di Beit Berl. Secondo questo autore Dio è qualcosa che non esisteva prima dell'uomo, ma era una entità secolare. Infatti fu la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme ad avere un ruolo nell'"invenzione" di questa entità.  Nel XX secolo, lo statunitense  Pierce, un nazionalista bianco iscritto nel Partito Nazista Americano e, a sua volta, fondatore del movimento Alleanza Nazionale, utilizza il termine cosmismo. Per Pierce (così come per Wells), Dio sarebbe il risultato finale dell'eugenetica e dell'igiene razziale. Si veda: Nazismo, Galton e Teosofia.  La noosfera descritta da Vernadsky e Chardin puo essere considerata come la descrizione di una divinità Cosmistica, come anche la coscienza collettiva di Émile Durkheim e l'inconscio collettivo di Jung. Clarke fa un possibile riferimento alla Noosfera Cosmista nel suo libro Childhood's End o Le guide del tramonto, riferendosi ad essa come la "Overmind", una mente alveare interstellare. Il Pandeismo è una specie di Panteismo che include una forma di Deismo, sostenendo che l'Universo è identico a Dio, ma anche che Dio precedentemente fu una forza cosciente e senziente ovvero una entità che progettò e creò l'Universo. Diventando l'Universo, Dio divenne inconscio e non senziente. A parte questa distinzione (e la possibilità che l'Universo un giorno ritornerà ad essere Dio), le credenze Pandeistiche sono identiche a quelle del Panteismo. Secondo Schopenhauer, nel panteismo non vi è etica. Il panteismo, nel suo complesso, naufragherebbe a fronte delle inevitabili esigenze etiche e quindi non avrebbe risposte sul male e sulle sofferenze del mondo. Se il mondo è una teofania, allora ogni cosa fatta dagli uomini, ed anche dagli animali, è da considerarsi parimenti divina ed eccellente; niente può essere giudicato più censurabile e più meritevole rispetto ad ogni altra cosa; quindi non vi è etica. (Il mondo come volontà e rappresentazione, Tuttavia, alcuni panteisti sostengono che il punto di vista panteista è molto più etico, evidenziando che ogni danno arrecato all'altro è come fare male a se stessi, perché arrecare danno ad uno è come arrecare danno a tutti. Ciò che è bene e ciò che è male non dipende da qualcosa al di fuori di noi, ma è il risultato di come ci rapportiamo gli uni con gli altri. Il fare bene non si deve basare sulla paura di una punizione da parte di Dio, bensì deve scaturire da un reciproco di tutti verso tutto.  Le forme tradizionali e le varie definizioni di panteismo, comunque, rinviano ai loro testi sacri e ai loro maestri per le definizioni di ordine etico. Levine, Pantheism: A Non-Theistic Concept of Deity, Londra e New York, Routledge, Il Panteismo. Una concezione non-teistica della divinità, Genova, ECIG, Constance E. Plumptre, General Sketch of the History of Pantheism, Londra, W. W. Gibbings, Chandogya Upanishad 3-14 traduzione di Monier-Williams ^ La Città di Dio, La Città di Dio, Testo del Vangelo secondo Tommaso God the Invisible King Voci correlateModifica Dio Monismo Monoteismo Teismo Deismo Pandeismo Panenteismo Naturalismo (filosofia) Panpsichismo Panteismo naturalistico Panteismo classico Altri progettiModifica Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su panteismo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su panteismo Collegamenti esterniModifica panteismo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Panteismo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Panteismo, in Catholic Encyclopedia, Appleton Mander, Pantheism, Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information, Stanford. Tanzella-Nitti, Panteismo del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, su disf.org. Portale Filosofia   Portale Mitologia   Portale Religioni Monismo (religione) Panenteismo scuola filosofica  Panteismo naturalistico. Nome compiuto: Lorenzo Giusso. Giusso. Keywords: gl’eroi, il vico di giusso, la tradizione ermetica nella filosofia italiana, nazionalsocialismo, bruno, panteismo, leopardi, occasionalismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giusso” – The Swimming-Pool Library. Giusso.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Giustino is cited by Ippolito di Roma as the originator of what Ippolito describes as a pagan form of gnosticism in which a wide variety of disparate elements are brought together.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la setta di Napoli -- Roma – filosofia campanese – filosofia napoletana – scuola di Napoli -- filosofia italiana – scuola di Roma -- Luigi Speranza (Napoli). Filosofo campanese. Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania, nella Palestina. Il padre e romano! He studies various schools of philosophy with his friend Trifone, but could not decide. He shows his scepticism in a letter to Antonino Pio. He irates Crescente, who has a mob kill him. Or else he was beheaded! G. filosofo filosofo e martire cristiano. Nota disambigua. Disambiguazione – "Giustino martire" rimanda qui. Se stai cercando altri martiri con questo nome, vedi San G.. San G. Justin filozof. jpg Icona russa di G. Padre della chiesa e martire. Nascita Flavia Neapolis, Morte Roma Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principale Collegiata di San Silvestro Papa, Fabrica di Roma VT) Ricorrenza Attributi palma, libro PATRONO DI FILOSOFI G., conosciuto come G. martire o G. filosofo Flavia Neapolis, – Roma), è un filosofo italiano -- martire cristiano, e apologeta di lingua latina, autore del Dialogo con Trifone, della Prima apologia dei cristiani e della Seconda apologia dei cristiani. A lui dobbiamo anche la più antica descrizione del rito eucaristico. G. philosophi et martyris Opera. È uno dei primi filosofi cristiani, e venerato come santo e padre della chiesa dai cattolici e dagl’ortodossi. La memoria si celebra. La chiesa cattolica lo considera anche santo PATRONO DEI FILOSOFI insieme a Caterina d'Alessandria, pur non essendo nessuno dei due nel novero dei dottori della chiesa. G., che spesso si dichiara in verità samaritano, visto il suo nome e il nome di suo padre, Bacheio, sembra piuttosto di origini latine. La sua famiglia probabilmente si stabilisce da poco in Palestina, al seguito degl’eserciti romani che qualche anno prima avevano sconfitto gl’ebrei e distrutto il tempio di Gerusalemme. Come riferisce G. stesso nel Dialogo con Trifone, venne educato nel culto romano elogiato da Cicerone ed ha un'ottima educazione che lo porta ad approfondire i problemi che gli stanno più a cuore, quelli riguardanti LA FILOSOFIA. Racconta che la sua smania di verità lo porta a frequentare molte scuole filosofiche. Presso IL PORTICO non trova giovamento, in quanto il problema del divino, per questa filosofia, non è essenziale. Poi frequenta IL LIZIO. Ma anche presso questi filosofi non trova quanto cerca. Si reca presso un filosofo CROTONESE che lo sollecita dunque ad approfondire le arti della musica, dell'astronomia, e della geometria. Ma G., troppo concentrato nel voler raggiungere la verità e la conoscenza del divino, reputa tempo sprecato il soffermarsi su tali materie. Da ultimo frequenta L’ACCADEMIA. Un maestro di questa filosofia è da poco giunto nel suo paese. Presso questa corrente filosofica G. trova quanto crede di cercare. Le conoscenze delle realtà incorporee e la contemplazione dell’idee eccita la mia mente, dice G. Si convince che questo lo porta presto alla visione del divino, che considera essere lo scopo della filosofia. Decide di ritirarsi in solitudine lontano dalla città. Ma in questo luogo appartato, secondo quanto racconta nel prologo del Dialogo con Trifone, incontra un uomo, con cui inizia un serrato dialogo, incentrato sul divino e su cosa fare della vita. Dopo aver dichiarato all'uomo la sua idea del divino, ciò che è sempre uguale a sé stesso e che è causa di esistenza per tutte le altre realtà, questo è il divino, l'uomo lo porta a ragionare su d’un aspetto che forse a G. è sfuggito. Come puo un filosofo elaborare da solo una filosofia corretta sul divino se non l'ha né visto né udito? E porta G. a meditare sulle persone considerate gradite al divino e dallo stesso illuminate, i profeti, che parlano del divino e profetizzano in nome del divino, in particolare quella venuta del figlio nel mondo e la possibilità attraverso di lui d’avere una vera conoscenza del divino. Dopo questa esperienza, G. abbandona il culto romano basato su Giove e si converte al Cristianesimo. Per tutto il resto della sua vita educa i discepoli, utilizzando GLI STESSI SCHEMMII – “what at Oxford we would call the syllabus – H. P. Grice -- usati dalle altre scuole filosofiche. Oltre a questo incontro, che è decisivo per la sua conversione, G. indica anche un altro fatto che lo rinfranca nella fede. Infatti io stesso, che mi ritengo soddisfatto delle dottrine dell’ACCADEMIA, sentendo che i cristiani sono accusati ma vedendoli impavidi dinanzi alla morte ed a tutti i tormenti ritenuti terribili, mi convinco che è impossibile che essi vivenno nel vizio e nella concupiscenza. G. viaggia molto. Anda a Roma in una visita. Quando ritorna vi apre una scuola filosofica a impronta cristiana. I suoi insegnamenti insisteno molto sui fondamenti razionali –cf. H. P. Gricem, PHILOSOPHICAL GROUNDS OF RATIONALITY -- della fede cristiana. Questo approccio, MOLTO DIVERSO da quelli tradizionali – “My father, a non-conformist, would have probably attended the seminars! – H. P. Grice -- , suscita numerose controversie sia con gli stessi cristiani sia coll’altri filosofi, specialmente con CRESCENZIO (vedasi) IL CINICO. La sua fede lo porta a subire una morte violenta. È condannato a morte d’un tipico romano, Giunio Rustico (vedasi), che è prefetto di Roma e amico dell'imperatore filosofo ANTONINO (si veda), con queste parole. Coloro che si sono RIFIUTATI DI SACRIFICARE agli dèi e di sottomettersi all'editto dell'imperatore, sono flagellati e condotti al supplizio della pena capitale, secondo la vigente legge. Di questo processo esiste ancora il verbale. Martyrium SS. G. et sociorum VI. G. venne decapitato – “the cause of his death was decapitation, but we would hardly say Decaptiation willed his death” – H. P. Grice -- assieme a VI dei suoi discepoli, CARITONE (vedasi) e sua sorella Carito, EVELPISTO (non romano, ma di Cappadocia), GERACE (non di Roma ma di Frigia, schiavo della corte imperiale), PEONE (vedasi) e LIBERIANO (vedasi). Le sue reliquie sono traslate da Roma, e si trovano attualmente sotto l'altare maggiore della Collegiata di San Silvestro Papa a Fabrica di Roma, in provincia di Viterbo. G. è il primo di una serie di filosofi che intravide in Eraclito, Socrate, Platone e nel PORTICO dei filosofi precursori del Cristo e d’esso ispirati. Anche lo spirito santo è identificato col divino stesso. A suo avviso, la nozione trinitaria è introdotta già dall’ACCADEMIA. A G. si deve la più antica descrizione della liturgia eucaristica. Egli è il primo ad utilizzare la TERMINOLOGIA (o GERGA) FILOSOFICA nel pensiero cristiano, ed a tentare di conciliare RAGIONE fede. Si schiera duramente contro la religione ‘pagana’ di GIOVE, ed i suoi miti, mentre privilegia l'incontro colla filosofia. La figura di G. attrasce l'attenzione di Tolstojil quale dedica al santo cristiano una breve agiografia, Vita e passione di G. filosofo martire. Saggi: Dialogo con Trifone, Paoline, Milano Le due apologie, Paoline, Milano Opere Parisiis, apud Morellum typographum regium, via Iacobaea ad insigne Fontis Il Dialogo con Trifone, la Prima apologia dei cristiani e la Seconda apologia dei cristiani, ci sono pervenute in un manoscritto conservato a Parigi. La Prima apologia dei cristianinIo, G., di PRISCO, figlio di Baccheio, nativi di Flavia Neapoli, città della Siria di Palestina, ho composto questo discorso e questa supplica, in difesa degl’uomini di ogni stirpe ingiustamente odiati e perseguitati, io che sono uno di loro. (Apologia Prima) La Prima apologia dei cristiani è INDIRIZZATA all'imperatore ANTONINO PIO (vedasi) e al SENATO romano. In essa compare un tema che è ampiamente sviluppato dall'apologetica cristiana, cioè la critica della prassi diffusa presso i tribunali romani, per la quale il solo fatto di appartenere alla religione cristiana è motivo sufficiente di condanna. G. inoltre polemizza con i pagani riguardo ad alcune contraddizioni interne alla società romana. Per esempio, fa notare come, mentre i cristiani sono condannati a morte perché ritenuti atei, VARI FILOSOFI latini sostengono apertamente l'a-teismo senza conseguenze. Interessante, poi, è il fatto che G. citi abbondantemente vari brani dei vangeli sinottici per esporre le dottrine cristiane. Ancor più notevoli sono i tentativi dell'apologeta per convincere i pagani della verità del Cristianesimo ATTRAVERSO LE CITAZIONE DI FILOSOFI CLASSICI sia di professionali della filosofia come Socrate e Platone che di mitologia, come Omero e la Sibilla. che vengono accostati a brani dei vangeli o dell'Antico Testamento. Sia la Sibilla sia Istaspe profetarono la distruzione, attraverso il fuoco, di ciò che è corruttibile. I filosofi chiamati del PORTICO insegnano che anche il divino stesso si dissolve nel fuoco, ed affermano che il mondo, dopo una trasformazione, risorge. Se dunque noi sosteniamo alcune teorie simili ai poeti ed ai filosofi da voi onorati, perché siamo ingiustamente odiati più di tutti? Quando diciamo che tutto è stato ordinato e prodotto dal divino, sembreremo sostenere una dottrina dell’ACCADEMIA. Quando parliamo di distruzione nel fuoco, quella del PORTICO. Quando diciamo che le anime degli iniqui sono punite mantenendo la sensibilità anche dopo la morte, e che le anime dei buoni, liberate dalle pene, vivono felici, sembreremo sostenere LE STESSE TEORIE di poeti e di filosofi. Quando noi diciamo che il Logos, che è il primogenito del divino, Gesù cristo il nostro maestro, è stato generato senza connubio, e che è stato crocifisso ed è morto e, risorto, è salito al cielo, non portiamo alcuna novità rispetto a quelli che, presso di voi, sono chiamati FIGLIO DI GIOVE. Voi sapete infatti di quanti FIGLI DI GIOVE (IVS-PITER – cf. TUES-DAY) parlino gli scrittori onorati da voi: ERMETE – cf. ERMENEIA --, il Logos; Asclepio – dell’isola TIBERINA --, che ascende al cielo; BACCHO, che è dilaniato; ERCOLE, che si getta nel fuoco, e BELLEROFONTE – citato da H. P. Grice: “He rode Pegasus” (‘Vacuous Names’ --, che di tra gl’uomini ascende con il cavallo Pegaso. Se poi, come abbiamo affermato sopra, noi affermiamo che egli è stato generato dal divino come Logos del divino stesso, in modo speciale e fuori dalla normale generazione, questa concezione è comune alla vostra, quando dite che ERMETE (cfr. ERMENEIA) è il logos messaggero di GIOVE. Se poi qualcuno ci rimprovera il fatto che egli è crocifisso anche questo è comune ai FIGLI DI GIOVE annoverati prima, i quali, secondo voi, sono soggetti a sofferenze. Se poi diciamo che è stato GENERATO D’UNA VERGINE, anche questo è per voi un elemento comune con PERSEO. Quando affermiamo che egli ha ri-sanato zoppi e paralitici ed infelici dalla nascita, e che re-suscita dei morti, anche in queste affermazioni appariremo concordare con le azioni che la tradizione attribuisce ad Asclepio, nell’ISOLA TIBERINA (Apologia Prima). Il saggio si conclude con una petizione che contiene una lettera dell'imperatore ADRIANO (vedasi), la quale serve a G. per mostrare come anche un'autorità imperiale è del parere di giudicare i cristiani in base alle loro azioni e non in base a dei pregiudizi; ed una lettera dell'Imperatore ANTONINO (vedasi) e del miracolo della pioggia durante le guerre marcomanniche. La filosofia in effetti è il più grande dei beni e il più prezioso agl’occhi del divino, l'unico che a lui ci conduce e a lui ci unisce, e sono davvero uomini del divino coloro che han volto l'animo alla filosofia. Dialogo con Trifone/ Oltre alle già citate Prima apologia dei cristiani (Ἀπολογία πρώτη ὑπὲρ Χριστιανῶν πρὸς Ἀντωνῖνον τὸν Εὐσεβῆ; Apologia prima pro Christianis AD ANTONINVM PIVM) e Seconda apologia dei cristiani (Ἀπολογία δευτέρα ὑπὲρ τῶν Χριστιανῶν πρὸς τὴν Ρωμαίων σύγκλητον, Apologia secunda pro Christianis AD SENATVM ROMANVM), G. scrive il Dialogo con Trifone (Πρὸς τρυφῶνα Ἰουδαῖον διάλογος, Cum Tryphone Judueo Dialogus), opera dedicata a Marco POMPEO (vedasi). Il tema è il confronto con il giudaismo, con il quale i galilei hanno in comune l'antico testamento in lingua ebrea antica, un terreno utile per un dialogo. Si tratta di un dibattito che si svolge ad Efeso nell'arco di due giorni e vede protagonisti G. e Trifone, nel quale è stata individuata da alcuni storici la personalità di un rabbino realmente esistito. Lo scopo di questo dialogo è mostrare la verità del cristianesimo, rispondendo alle principali obiezioni mosse dagl’ambienti giudaici. In particolare, G. vuole dimostrare che il culto di Gesù da Nazareth il gaileleo nella Galilea il cristo non mette in discussione il mono-teismo. Le profezie descritte nell'Antico Testamento si sono avverate con l'avvento del cristo. Il dialogo assume toni sempre rispettosi e amichevoli e NON SI CONCLUDE – H. P. Grice: “Therefore, as we would say at Oxford, it’s not a PIECE of reasoning!” -- , com'è consuetudine per gli scritti cristiani, con la richiesta da parte del giudeo del battesimo. A tal proposito, alcuni studiosi si sono chiesti se effettivamente le motivazioni portate avanti da G. in questo dialogo sono VALIDE a CONVERTIRE no un romano, ma un giudeo. Sembra piuttosto verosimile, invece, che questo saggio è una risposta di G. ai dubbi che i galilei stessi – o i simpatizzanti romani -- nutrino verso la loro fede. Il saggio presenta anche un prologo, in cui G. racconta d’un suo incontro con un saggio che lo introduce alla teoria galileiana. G., ancora ‘pagano,’ lo interroga tra l'altro sulla dottrina, da lui professata, della trasmigrazione delle anime (metempsicosi, alla CROTONE) anche dentro corpi animali, esposta nel “Timeo,”, testo di lettura nell’ACCADEMIA, venerato da CICERONE – il sogno di SCIPIIONE. L'interlocutore gli risponde che una tale possibilità non ha senso, perché non da nessuna reminiscenza delle colpe passate e quindi neppure la capacità di pentirsi. In secondo luogo, il saggio passa a CONFUTARE – alla POMPONAZZI (vedasi) -- la dottrina dell'immortalità dell'anima. Bobichon, Filiation divine du Christ et filiation divine des chrétiens dans les écrits de G. Martyr" P. de Navascués Benlloch, Crespo Losada, A. Sáez Gutiérrez, Filiación. Cultura pagana, religión de Israel, orígenes del cristianismo, Madrid La reliquia di San G. Martire, su parrocchiafabrica. Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR saggi, G. G. Martire: il primo cristiano dell’ACCADEMIA: con in appendice "Atti del martirio di San G.", Pubblicazioni del Centro di Ricerche di Metafisica, Platonismo e filosofia patristica, Milano, Vita e pensiero Tolstoj, Vita e passione di G. filosofo martire. In Tolstòj, Tutti i racconti, cur. di Sibaldi, Milano: Mondadori, Collana I Meridiani Bobichon, Œuvres de G. Martyr: Le manuscrit de Londres (Musei Britannici) apographon du manuscrit de Paris (Parisinus Graecus), Scriptorium Barbaro, Apologia seconda di S. G. filosofo e martire in favor de’cristiani al Senato romano traduzione dal greco nell'ITALIANO pubblicata in occasione che mette fine alla sua quaresimale predicazione Treviso, Tipografia Trento Essendo manifesto da tutte l'opere di san Giustino, ch'egli ben sapeva e confessava l'equalità del Verbo col Padre. Lettera di Adriano. Lettera di Marco Aurelio al Senato. ^ Cit. in Jacques Liébaert, Michel Spanneut, Antonio Zani, Introduzione generale allo studio dei Padri della Chiesa, Queriniana, Brescia Visonà, introduzione a Saint Justin, Dialogo con Trifone, Paoline Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR Rizzoli. Saggi, Milano, BUR Rizzoli G., G. Martire: il primo cristiano dell’ACCADEMIA, Vita e Pensiero, Niccoli, GIUSTINO Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Bellinzoni, The Sayings of Jesus in the Writings of G. Martyr, Leiden, Brill, Bobichon, Dialogue avec Tryphon, édition critique. Editions universitaires de Fribourg, Introduction, Texte grec, Traduction Commentaires, Appendices, Indices Gilson, La Philosophie au Moyen Âge. Des origines patristiques a la fin du XIV siècle, Payot, Paris La filosofia nel Medioevo. La Nuova Italia, Scandicci Quasten. Patrologia, Marietti, G., santo, su Treccani, Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G.,Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di G. G. su open MLOL, Horizons Unlimited Opere di G., su Open Library, Internet Archive. Audiolibri di G. G. G. su LibriVox. G., su Goodreads. Giustino, in Catholic Encyclopedia Appleton G., su Santi, beati e testimoni, santiebeati Apologia Prima, su monastero virtuale Apologia Seconda, su monasterovirtuale Santi Caritone e compagni, discepoli di san G., in Santi, beati e testimoni Enciclopedia dei santi, santie beati. Catechesi su vatican di papa Benedetto su G. tenuta durante l'udienza generale Opera Omnia dal Migne Patrologia Græeca con indici analitici e traduzioni su documenta catholica omnia. eu.  Biografie Cristianesimo Portale Filosofia Patristica studio dei Padri della Chiesa  Taziano il Siro teologo e filosofo siro  Filosofia cristiana. Nome compiuto: Giustino. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giustino.” Giustino.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Givone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei fanes – la scuola di Buronzo -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza -- Givone (Buronzo). Abstract: Grice: “I have always been concerned with psychological verbs such as ‘love’!” Keywords: love, eros. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Buronzo, Vercelli, Piemonte. Grice: “I like Givone, especially his two essays on ‘eros’: ‘eros and ethos’ and the more controversial, ‘eros and knowledge.’ Si laurea Torino sotto Pareyson. Insegnato a Perugia, Torino e Firenze. Alcuni suoi lavori riguardano la poetica e l’estetica all’ombra del nichilismo. Da questa riflessione nasce anche la sua ricerca sulla “Storia naturale del nulla” --  e sulle implicazioni sullo tragico. In sua estetica e forte è ancora il richiamo filosofico. Il malinconico, ‘l’ibrido – Saggi: “La storia della filosofia secondo Kant” (Milano, Mursia); “Hybris e malinconia: Studi sulle poetiche del Novecento” (Milano, Mursia); “William Blake. Arte e religione, Milano, Mursia, “Ermeneutica e romanticismo, Milano, Mursia, Dostoevskij e la filosofia, Roma, Laterza, Storia dell'estetica, Roma, Laterza, Disincanto del mondo e il tragico, Milano, Il Saggiatore,  La questione romantica, Roma, Laterza, Storia del nulla, Roma, Laterza, Favola delle cose ultime, Torino, Einaudi, Eros/ethos, Torino, Einaudi, Nel nome di un dio barbaro, Torino, Einaudi,  Prima lezione di estetica, Roma, Laterza, Il bibliotecario di Leibniz. Torino, Einaudi,  Non c'è più tempo, Torino, Einaudi, Metafisica della peste. Colpa e destino, Torino, Einaudi, Luce d'addio. Dialoghi dell'amore ferito, Firenze, Olschki,  Sull'infinito, il Mulino, Pantragismo. Treccani. Grice: “I like Givone; he philosophises on ‘eros,’ but fails to notice that for Butler there’s self-love and other love; instead, Givone prefers to contrast ‘eros’ with ‘ethos’!” “His ramblings on Phanes are fun, though!” – Grice: “Not satisfied with metaphysics, Givone goes to criticize Marinetti’s hybris, or superbia, i. e. lack of moderation. His ottimismo notably contrasts with the decadentismo of the croposcolaristi.  Futurismo movimento artistico, culturale, musicale e letterario italiano Lingua Segui Modifica Nota disambigua. svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Futurismo (disambigua). Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento arte è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali. Il Futurismo è stato un movimento letterario, culturale, artistico e musicale italiano dell'inizio del XX secolo, nonché una delle prime avanguardieeuropee. Ebbe influenza su movimenti affini che si svilupparono in altri paesi d'Europa, in Russia, Francia, negli Stati Uniti d'America e in Asia. I futuristi esplorarono ogni forma di espressione: la pittura, la scultura, la letteratura (poesia) al teatro, la musica, l'architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. La denominazione del movimento si deve al poeta italiano Marinetti.  Boccioni La città che sale, bozzetto, Museum of Modern Art, New York OriginiIl manifesto del Futurismo pubblicato su Le Figaro (qui evidenziato in giallo) Il Futurismo nasce in Italia, in un periodo di notevole fase evolutiva dove tutto il mondo dell'arte e della cultura era stimolato da numerosi fattori determinanti: le guerre, la trasformazione sociale dei popoli, i grandi cambiamenti politici e le nuove scoperte tecnologichee di comunicazione, come il telegrafo senza fili, la radio, gli aeroplani e le prime cineprese; tutti fattori che arrivarono a cambiare completamente la percezione delle distanze e del tempo, "avvicinando" fra loro i continenti, creando nuove connessioni.  Il XX secolo era quindi invaso da un nuovo vento, che portava una nuova realtà: la velocità. I futuristi intendevano idealmente "bruciare i musei e le biblioteche" in modo da non avere più rapporti con il passato per concentrarsi così sul dinamico presente; tutto questo, come è ovvio, in senso ideologico. Le catene di montaggio abbattevano i tempi di produzione, le automobili aumentavano ogni giorno, le strade iniziarono a riempirsi di luci artificiali, si avvertiva questa nuova sensazione di futuro e velocità sia nel tempo impiegato per produrre o arrivare a una destinazione, sia nei nuovi spazi che potevano essere percorsi, sia nelle nuove possibilità di comunicazione. Severini racconta che quando venne in contatto con Marinetti per decidere se aderire o meno al Futurismo parlò anche con MODIGLIANI (si veda), che egli avrebbe voluto nel gruppo, ma il pittore declinò l'offerta perché come scrisse:   «Queste manifestazioni non gli andavano, il complementarismo congenito lo fece ridere, e con ragione, perciò invece di aderire mi sconsigliò di mettermi in quelle storie; ma io avevo troppa affezione fraterna per Boccioni, inoltre ero, e sono sempre stato pronto ad accettare l'avventura. Severini, Vita di un pittore Primo Futurismo «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…»  (dal Manifesto dei pittori futuristi) Una scazzottata futurista A seguito di una serie di articoli critici di Ardengo Sofficisu La Voce vi fu una reazione violenta dei futuristi: Marinetti, Boccioni e Carrà raggiunsero Soffici a Firenze e lo aggredirono mentre sedeva al caffè delle "Giubbe Rosse" in compagnia dell'amico Medardo Rosso. Ne nacque una grande pubblicità e un grande tumulto rinnovatosi alla sera, alla stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici, accompagnato dagli amici Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini, volle rendere la contropartita.   «Fu una vera spedizione punitiva, che mi fu raccontata da Boccioni e, più tardi, da Soffici. I futuristi appena arrivati a Firenze vanno al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevano di trovare Soffici, Papini, Prezzolini, Slataper, e tutti redattori della Voce. Boccioni domanda ad un cameriere: «Chi è Soffici?»; sull'indicazione ottenuta si avvicina Soffici e senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente smontato si alza risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al commissariato. Per fortuna caddero in un commissario intelligente che capisce con chi aveva a che fare; visto che Soffici e quelli della Voce non volevano far querela d'aggressione, li rimandò tutti fuori come se niente fosse stato. I futuristi, vendicate le ingiurie, andarono alla stazione dove un treno, pressappoco a quell'ora, doveva riportarli a Milano. Ma quelli della Voce, malgrado si fossero ben difesi, non erano contenti affatto, perciò si recarono in fretta anch'essi alla stazione. Mentre il treno stava per arrivare ebbe luogo un altro incontro, e un altro violento pugilato, che, per poco, faceva restare a piedi futuristi. Ma fecero in tempo a prendere il treno, un po' ammaccati, ma soddisfatti. Severini, Vita di un pittore Nel Manifesto Futurista, pubblicato inizialmente in vari giornali italiani (la Tavola Rotonda di Napoli, la Gazzetta dell'Emilia di Bologna, la Gazzetta di Mantovae L'Arena di Verona) e, definitivamente, due settimane dopo sul quotidiano francese Le Figaro, Marinetti espose i principi-base del movimento. Poco tempo dopo a Milano i pittori Boccioni, Carrà, Balla, Severini e Luigi Russolo firmarono il Manifesto dei pittori futuristi e nell'aprile dello stesso anno il Manifesto tecnico della pittura futurista. Nei manifesti si esaltava la tecnica e si dichiarava una fiducia illimitata nel progresso, si decretava la fine delle vecchie ideologie (bollate con l'etichetta di passatismo, tra cui figura anche il Parsifal di Wagner, che cominciò a essere rappresentato nei teatri d'Europa). Si esaltavano inoltre il dinamismo, la velocità, l'industria, il militarismo, il nazionalismo e la guerra, che veniva definita come "sola igiene del mondo. Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a Parigi per l'inaugurazione della prima mostra. La prima importante esposizione futurista si tenne a Parigi presso la galleria Bernheim-Jeune. All'inaugurazione della mostra erano presenti Marinetti, Boccioni, Carrà, Severini e Russolo. L'accoglienza iniziale fu fredda, ma nelle settimane successive il movimento suscitò un certo interesse divenendo presto oggetto di attenzioni internazionali tanto da favorire la riproposizione della mostra anche in altre città europee come Berlino.  La riconciliazione con i futuristi avvenne in seguito, grazie alla mediazione dell'amico Palazzeschi. Infatti, Soffici e Papini uscendo da La Vocedecisero di fondare la rivista Lacerba appoggiando così il movimento futurista.  Alla morte di Umberto Boccioni, Carrà e Severini si ritrovarono in una fase di evoluzione verso la pittura cubista, di conseguenza il gruppo milanese si sciolse spostando la sede del movimento da Milano a Roma, con la conseguente nascita del secondo Futurismo. In prima fila Depero, Marinetti e Cangiullo con panciotti "futuristi" Il secondo Futurismo fu sostanzialmente diviso in due fasi. La prima andava due anni dopo la morte di Boccioni, e fu caratterizzata da un forte legame con la cultura post-cubista e costruttivista; la seconda invece,  fu molto più legata alle idee del surrealismo. Di questa corrente - che si concluse attraverso il cosiddetto "terzo Futurismo", portando anche all'epilogo del futurismo stesso - fecero parte molti pittori fra cui Colombo, Prampolini, Sbardella, Diulgheroff, Tulli ma anche Sironi, Soffici, Rosai, Testi e la moglie Stagni. Se la prima fase del Futurismo fu caratterizzata da un'ideologia guerrafondaia e fanatica (in pieno contrasto con altre avanguardie) ma spesso anche anarchica, la seconda stagione ebbe un effettivo legame con IL REGIME FASCISTA, nel senso che abbraccia gli stilemi della comunicazione governativa dell'epoca e si valse di speciali favori.  I futuristi di sinistra, generalmente meno noti nel panorama culturale italiano dell'epoca, comunque, costituirono quella parte del futurismo collocata politicamente su posizioni vicine all'anarchismo e al bolscevismo anche quando il movimento con i suoi fondatori e personaggi ritenuti principali è fagocitato dal FASCISMO. Anche se la gerarchia fascista riserva ai futuristi coevi una sotto-valutazione talvolta sprezzante, l'osservazione dei principi autoritaristici e la poetica interventista del Futurismo sono quasi sempre presenti negli artisti del gruppo, fino a che alcuni di questi non abbracciarono altri movimenti e presero le distanze dall'ideologia fascista (Carrà, ad esempio, abbraccia la metafisica). Altri ancora, come il giovane pittore maceratese Tulli, mantennero costantemente un approccio giocoso e libertario, che poco aveva a che fare con L’ESTETICA FASCISTA, anche nelle successive esperienze di pittura informale. Goncharova Il ciclista, Museo russo, San Pietroburgo Manifesto futurista di Marinetti era stato pubblicato a San Pietroburgo appena un mese dopo l'uscita su Le Figaro, e Gončarova e Larionov, che in patria verrà definito il padre del Futurismo russo, furono i concreti iniziatori del movimento in Russia. Il pittore Malevič, il compositore Matjušin e lo scrittore Kručënych redassero il manifesto del Primo congresso Futurista russo. Al movimento, conosciuto anche come Cubofuturismo o Raggismo, aderirono personalità come il poeta e drammaturgo Majakovskij.  Marinetti stesso si recò a Mosca. Dal movimento d'avanguardia futurista nacquero negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione due importanti avanguardie artistiche, il Costruttivismo e il Suprematismo. L'attenzione che i giornali e il pubblico dedicarono a Marinetti fu enorme, ma non ci fu la stessa attenzione da parte dei futuristi russi, alcuni dei quali tentarono anche di ostacolare la visita di Marinetti. Altri invece, come Sersenevič, furono più ospitali e cordiali. Il temperamento e le declamazioni di Marinetti riscossero successo ovunque; ma Marinetti tentò invano di chiamare i futuristi russi ad unire le forze con i futuristi italiani, perché i maggiori poeti russi, Chlebnikov, Livsič, Majakovskij e anche il regista Larionov criticarono Marinetti. L'ultima "mostra futurista" si tenne a Pietrogrado.  In Russia il movimento non fu caratterizzato dal bellicismo come quello dei futuristi italiani, criticato da Majakovskij, ma fu accompagnato da un'utopica idea di pace e libertà, sia individuale dell'artista, sia collettiva del mondo, che si sarebbe concluso con l'adesione di una parte del gruppo al bolscevismo. Dopo la rivoluzione d'ottobre molti futuristi confluirono nel cubismo e nell'astrattismo.  Futurismo francese In Francia il Futurismo non si organizzò mai come movimento, ma ebbe almeno due nomi degni di nota: Apollinaire e Saint-Point.  Apollinaire scrive il manifesto L'antitradition futuriste, pubblicato su Lacerba solo dopo le aggiunte e le correzioni di Marinetti. I successivi Calligrammes rivelano la chiara influenza del paroliberismo futurista sul poeta francese.  Valentine de Saint Point, nipote di Lamartine, scrisse il Manifesto della donna futurista, con il sottotitolo “Risposta a Marinetti”, in un volantino pubblicato simultaneamente a Parigi e a Milano. è il Manifesto futurista della lussuria.  Orientamenti artistici Nelle opere futuriste è quasi sempre costante la ricerca del dinamismo; cioè il soggetto non appare mai fermo, ma in movimento: ad esempio, per loro un cavallo in movimento non ha quattro gambe, ne ha venti. Così la simultaneità della visione diventa il tratto principale dei quadri futuristi; lo spettatore non guarda passivamente l'oggetto statico, ma ne è come avvolto, testimone di un'azione rappresentata durante il suo svolgimento.  Per rendere l'idea del moto nelle arti visive tradizionali, immobili per costituzione, il Futurismo si serve, nella pittura e nella scultura, principalmente delle “linee-forza”; poiché la linea agisce psicologicamente sull'osservatore con significato direzionale, essa, collocandosi in varie posizioni, supera la sua essenza di semplice segmento e diventa forza centrifuga e centripeta, mentre oggetti, colori e piani si sospingono in una catena di contrasti simultanei, determinando la resa del “dinamismo universale”.  PitturaJoseph Stella Battle of Lights, Coney Island, Mardi Gras, Yale. A Milano gl’artisti d'Italia avevano pubblicato i manifesti sulla pittura futurista. Boccioni si occupò principalmente del dinamismo plastico e sintetico e del superamento del cubismo, mentre Balla passò dallo studio delle vibrazioni luminose (divisionismo) alla rappresentazione sintetica del moto. Boccioni, Carrà e Russolo esposero a Milano le prime opere futuriste alla "Mostra d'arte libera" nella fabbrica Ricordi.  Il Futurismo diede il meglio di sé nelle espressioni artistiche legate alla pittura, al mosaico e alla scultura, mentre le opere letterarie e teatrali, ma anche architettoniche, non ebbero la stessa immediata capacità espressiva.  Le radici del fermento che portò alla declinazione del Futurismo nell'arte si possono riconoscere, artisticamente parlando, già nella Scapigliatura - corrente tipicamente milanese e borghese della seconda metà dell'Ottocento - laddove il Futurismo distoglie con disprezzo l'attenzione dalla raffinata borghesia per concentrarsi sulla rivoluzione industriale, sulle fabbriche.  Dal punto di vista stilistico il Futurismo - in particolare quello boccioniano - si basa sui concetti del divisionismo che però riesce ad adattare per esprimere al meglio gli amati concetti di velocità e di simultaneità: è grazie ad artisti come Segantini e PELLIZZA da Volpedo che, pochi anni dopo, il futurista Umberto Boccioni poté realizzare dipinti come La città che sale.   Opera futurista di Emma Marpillero Corradi Dal punto di vista concettuale, il Futurismo naturalmente non ignora i principi cubisti di scomposizione della forma secondo piani visivi e rappresentazione di essi sulla tela. Cubista è senz'altro la tecnica che prevede di suddividere la superficie pittorica in tanti piani che registrino ognuno una diversa prospettiva spaziale. Tuttavia, mentre per il cubismo la scomposizione rende possibile una visione del soggetto fermo lungo una quarta dimensione esclusivamente spaziale (il pittore ruota intorno al soggetto fermo cogliendone ogni aspetto), il Futurismo utilizza la scomposizione per rendere la dimensione temporale, il movimento.  Altrettanto interessanti sono i rapporti stilistici tra il Futurismo boccioniano e il cubismo orfico di Delaunay.  Non mancarono relazioni complesse tra i futuristi italiani e i più importanti esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Equiparare, infine, la ricerca futurista dell'attimo con quella impressionista, come è stato fatto in passato, è ormai considerato profondamente errato. Se è vero infatti che gli impressionisti fecero dell'"attimalità" il nucleo della loro ricerca - loro scopo era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile - la ricerca futurista si muoveva in senso quasi opposto: suo scopo era rappresentare sulla tela non un istante di movimento ma il movimento stesso, nel suo svolgersi nello spazio e nel suo impatto emozionale.  Come conseguenza dell'"estetica della velocità", nelle opere futuriste a prevalere è l'elemento dinamico: il movimento coinvolge infatti l'oggetto e lo spazio in cui esso si muove. Il dinamismo dei treni, degli aeroplani (Aeropittura), delle masse multicolori e polifoniche e delle azioni quotidiane (del cane che scodinzola andando a spasso con la padrona, della bimba che corre sul terrazzo, delle ballerine) è sottolineato da colori e pennellate che mettano in evidenza le spinte propulsive delle forme. La costruzione può essere composta da linee spezzate, spigolose e veloci, ma anche da pennellate lineari, intense e fluide se il moto è più armonioso.  Tra gli epigoni più interessanti del Futurismo, l'avanguardia russa del raggismo e del costruttivismo. Le tecniche pittoriche futuriste sono state riassunte nei due manifesti sulla pittura.  Due tra i principali esponenti del movimento pittorico, Boccioni e Balla, furono presenti anche nella scultura. La pittura di Boccioni è stata definita "simbolica": il dipinto La città che sale, per esempio, è una chiara metafora del progresso, dettato dal titolo e dalle scene di cantiere edile sullo sfondo, esemplificate nella loro vorticosa crescita dalla potenza del cavallo imbizzarrito, un vortice di materia che si scompone per piani. Se Boccioni è simbolico, Balla è fotografico e analitico. Ancora legato a principi cubisti, non è raro che realizzi sequenze fotogrammetriche di una scena, per rendere il movimento, piuttosto che affidarsi a impetuosi vortici di pittura: è il caso del posato Bambina che corre al balcone.  Scultura Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, New York, Museum of Modern Art L'artista futurista più attivo nel campo della scultura è Umberto Boccioni, la cui ricerca pittorica corre sempre parallela a quella plastica.  Lo stesso Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista. Punto di arrivo di questa ricerca può essere considerato Forme uniche della continuità nello spazio: l'immagine, applicando le dichiarazioni poetiche di Boccioni stesso, è tutt'uno con lo spazio circostante, dilatandosi, contraendosi, frammentandosi e accogliendolo in sé stessa.  Anche in L'Antigrazioso o La madre, immediatamente precedente, sono presenti parametri scultorei simili a Forme uniche nella continuità dello spazio, ma con ancora non risolti alcuni problemi di plasticità derivanti da influssi naturalistici.  MosaicLa tecnica del mosaico, basata sull'utilizzo di tessere ceramiche e vitree, si è prestata molto bene a esprimere i modi e il dinamismo intesi dall'arte futurista.  Enrico Prampolini e Fillia eseguono l'importante mosaico dedicato al tema delle Comunicazioniall'interno della torre del Palazzo delle Poste di La Spezia.  Alcuni anni più tardi Gino Severini esegue altri mosaici per le Poste di Alessandria. La tradizione musiva di Ravenna continua con mosaici futuristi di autori vari (Palazzo del Mutilato,.  ArchitetturaMagnifying glass icon mgx2.svg. Lo stesso argomento in dettaglio: Architettura futurista. «Il problema dell'architettura moderna non è un problema di rimaneggiamento lineare. Non si tratta di dover trovare nuove sagome, nuove marginature di finestre e di porte, di sostituire colonne, pilastri, mensole con cariatidi, mosconi, rane: ma di creare di sana pianta la casanuova, costruita tesoreggiando ogni risorsa della scienza e della tecnica…»  (Antonio Sant'Elia, dal Messaggio posto a prefazione della mostra del gruppo Nuove Tendenze)  Antonio Sant'Elia, una veduta prospettica della Città Nuova. Sant'Elia, Casa a Gradinate la Città Nuova. Arnaldo Dell'Ira lampada "a grattacielo Pettazzi  Stazione di servizio "Fiat Tagliero", Asmara. Sant'Elia, che divenne l'architetto più rappresentativo del movimento, era ancora distante dai futuristi ed era piuttosto legato nel movimento del cosiddetto Stile floreale. In quegli stessi anni a Milanoera attivo Giuseppe Sommaruga e questi sembra che avesse esercitato una grande influenza sulla formazione del Sant'Elia, infatti, per esempio, molti elementi dinamici del futurista furono anticipati nel Grand Hotel Campo dei Fiori di Varese. Sant'Elia pubblica il Manifesto dell'Architettura futurista, dove esponeva i principi di questa corrente. Al centro dell'attenzione c'è la città, vista come simbolo della dinamicità e della modernità. Tutti i progetti creati da Sant'Elia si riferiscono a città del futuro: in contrapposizione all'architettura tradizionale, vista come inadeguata, le città idealizzatedagli architetti futuristi hanno come caratteristica fondamentale il movimento, i trasporti e le grandi strutture. I futuristi, infatti, compresero immediatamente il ruolo centrale che i trasporti avrebbero assunto successivamente nella vita delle città. Nei progetti di questo periodo si cercavano sviluppi e scopi di questa novità. L'utopia futurista è una città in perenne mutamento, agile e mobile in ogni sua parte, un continuo cantiere in costruzione, e la casa futurista allo stesso modo è impregnata di dinamicità.  Anche l'utilizzo di linee ellittiche e oblique simboleggia questo rifiuto della staticità per una maggior dinamicità dei progetti futuristi, privi di una simmetriaclassicamente intesa.  Le teorie futuriste sull'architettura erano principalmente ideologiche ed erano espressione di un atteggiamento intellettualistico ma senza riferimenti a metodi formali e tecnici, tuttavia anticiparono i grandi temi e le visioni dell'architettura e della città che saranno proprie del Movimento Moderno.  A causa della guerra e dopo la morte di Boccioni e Sant'Elia il movimento futurista in Italia perse il suo slancio. L’originaria proposta futurista dei primi tempi è raccolta piuttosto dai costruttivisti russi. Il movimento razionalista italiano cercherà di proporre gli scenari della Città Nuova delle utopie futuriste ma il regime fascista smorzerà questi tentativi privilegiando un monumentalismo legato alla tradizione classicista. Lo stesso avvenne in Unione Sovietica con il sopravvento del regime totalitario.  Tra i grandi esponenti dell'architettura da ricordare Chiattone, che visse con Sant'Elia a Milano, condividendone le linee teoriche e sviluppando straordinarie visioni di città del futuro, prima di trasferirsi in Svizzera e abbandonare la militanza. E infine Marchi, che operò anche come scenografo.  Al Secondo Futurismo appartengono le architetture di Mazzoni, autore di notevoli edifici postali e ferroviari, ancora oggi validamente in funzione in diverse città italiane.  CeramicaPer le sue possibilità espressive, anche la ceramica interessa il movimento futurista. In particolare i ceramisti dell'ISIA espressero lavori in sintonia con il nuovo movimento. Sulla Gazzetta del Popolo a firma Marinetti ed Albisola viene pubblicato il Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica. Il centro propulsore della ceramica futurista italiana fu Albissola Marina.  Musica Modifica In campo musicale gli unici rappresentanti di rilievo sono Pratella e Russolo, pittore, musicista e scrittore, autore del saggio L'arte dei rumori. L'arte dei rumori è considerata da alcuni autori uno dei testi più importanti e influenti nell'estetica musicale del XX secolo. A Russolo si deve l'invenzione dell'Intonarumori, uno strumento che usava per mettere in pratica la sua teoria del rumorismo, ovvero di una musica nella quale ai suoni dovevano essere sostituiti i rumori. Essi erano formati da generatori di suoni acustici che permettevano di controllare la dinamica e il volume.  Letteratura Modifica  Da sinistra: Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti, Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura futurista e Filippo Tommaso Marinetti. Marinetti invia il Manifesto del Futurismo ai principali giornali italiani, ma è la pubblicazione su Le Figaro a garantirgli risonanza europea. Sulla rivista fiorentina Lacerba, comparve il "Manifesto tecnico della letteratura futurista. è il volume Zang Tumb Tumb, miglior esempio delle futuriste Parole in libertà.  Poesia. I poeti futuristi si riuniranno attorno alla rivista Poesiafondata da Marinetti qualche anno prima. Nei componimenti si trova generalmente l'esaltazione del futuro e delle sensazioni forti associate alla velocità e alla guerra. Gli esponenti più noti, oltre al Marinetti, sono: Palazzeschi, autore della raccolta poetica L'incendiario (che include "La fontana malata", "E lasciatemi divertire" e "La passeggiata"); Soffici, autore di Bif& ZF + 18 = Simultaneità – Chimismi lirici; Paolo Buzzi, autore di Aeroplani. Canti alati. Anche Quasimodo aderì, in gioventù, al Futurismo (ricordiamo la sua poesia "Sera d'estate. A un successivo momento del Futurismo marinettiano appartiene l'Aeropoesia.  Teatro Modifica Magnifying glass icon mgx2. svLo stesso argomento in dettaglio: Teatro futurista. I futuristi perseguirono la rifondazione del concetto stesso di comunicazione teatrale. Promossero un teatro «sintetico, atecnico, dinamico, simultaneo, autonomo, alogico e irreale», dove « è stupido» non ribellarsi al pregiudizio della teatralità, soddisfare la primitività delle folle, curarsi della verosimiglianza, voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, sottostare alle imposizioni del crescendo, della preparazione e del massimo effetto alla fine, lasciare imporre alla propria genialità il peso di una tecnica che tutti possono acquisire, rinunciare «al dinamico salto nel vuoto della creazione totale».  I futuristi, infatti, possedettero una «invincibile ripugnanza» per il lavoro studiato a tavolino, a priori, sostenendo l'improvvisazione, il teatro come «serbatoio inesauribile di ispirazioni».  «Tutto è teatrale quando ha valore»  (Il teatro futurista sintetico di Marinetti, Settimelli e Corra) Il teatro futurista promosse anche la commedia e la farsa, anziché la tragedia, o il dramma borghese. Tuttavia, nelle serate futuriste, non era inusuale vedere il pubblico adirato a causa di spettacoli fatti di azioni deliranti. Le cronache dell'epoca riportano notizie relative agli attori futuristi che sfuggono all'ira degli spettatori, spesso provocata ad arte secondo gli intenti espressi nel Manifesto futurista del teatro di varietà.  Cinema Magnifying glass icon mgx2. svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema futurista. Venne pubblicato il Manifesto della Cinematografia futurista, firmato da Marinetti, Corra, Ginna, Balla, Chiti ed Settimelli, che sosteneva come il cinema fosse "per natura" arte futurista, grazie alla mancanza di un passato e di tradizioni. Essi non apprezzavano il cinema narrativo "passatissimo", cercando invece un cinema fatto di "viaggi, cacce e guerre", all'insegna di uno spettacolo "antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero". Nelle loro parole c'è tutto un entusiasmo verso la ricerca di un linguaggio nuovo slegato dall'estetica tradizionale, che era percepita come un retaggio vecchio.  I futuristi, per allontanare il cinema dal passato, ripudiavano tutto ciò che era convenzionalmente accettato come affascinante e bellissimo dalla borghesia, usando quindi come soggetti figure distorte (che verranno riprese anche dall'espressionismo tedesco come manifestazione della perdita di speranza della popolazione dopo la prima guerra mondiale), colori forti ecc. Molte opere cinematografiche futuriste sono andate perdute durante la guerra, tra cui Vita futurista, pellicola nella quale alcuni uomini disturbavano e poi scappavano velocemente alcuni turisti nei bar di Firenze.  Tra le opere rinvenute di questo movimento, ci è pervenuta la tragedia Tahïs di Bargaglia e la romantica Amor pedestre del 1914 del comico Marcel Fabre, nel quale viene proposta una relazione non corrisposta tutta raccontata inquadrando i protagonisti dal ginocchio in giù (cortometraggi rintracciabili su YouTube).  Gastronomia Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cucina futurista. Grazie alla completezza di questo movimento, ne venne influenzata anche la gastronomia. Il cuoco francese Maincave adere al Futurismo, proponendo quindi l'accostamento di nuovi sapori ed elementi fino ad allora separati senza serio fondamento. Questo comprende accostamenti come filetto di montone e salsa di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa e gelatinadi fragola.  Marinetti pubblica il Manifesto della cucina futurista sulla rivista Comoedia. Secondo Marinetti bisognava eliminare la pastasciutta, così come forchetta e coltello e condimenti tradizionali, e incoraggiare l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi.  Scrive Marinetti:  vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento totale del sistema alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti dalla razza. La cucina futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principi, l'abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbrutisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d'altra parte patriottico favorire in sostituzione il riso.»  Nel suo tempo È normale che il Futurismo, nascendo in un'epoca di transizione, abbia avuto molteplici contraddizioni. All'immobilismo scolastico e accademico ereditato dalle "tre corone" della poesia decadente (Carducci, Pascoli ed Annunzio) i futuristi oppongono la dinamicità, la demolizione all'armonia, e alla raffinatezza contrappongono il disordine delle parole. Gli elementi suddetti richiamano alle caratteristiche del Futurismo più importanti: esse rientrano appieno nello spirito culturale della belle époque che precedette lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Secondo i futuristi, questi poeti devono essere completamente rinnegati perché incarnano esattamente i quattro ingredienti intellettuali che il Futurismo vuole abolire:  la poesia morbosa e nostalgica; il sentimento romantico; l'ossessione della lussuria; la passione per il passato. In contraddizione con il Futurismo è stata anche la corrente crepuscolare. Infatti il crepuscolarismo, nonostante condivida con il Futurismo l'idea di interartisticità, ha però una concezione della vita completamente diversa:  i futuristi inneggiano alle innovazioni, i crepuscolari sono avversi a una modernità che aliena l'individuo i futuristi sono prepotenti, dinamici, chiassosi, i crepuscolari assumono toni dimessi, pacifici e malinconici i futuristi esaltano il caos e le attività delle grandi città, i crepuscolari amano l'intimità, le "piccole cose di pessimo gusto", gli affetti familiari e una vita tranquilla i futuristi sono sempre protesi verso un domani esaltante, i crepuscolari guardano al passato e alle piccole cose quotidiane.  Scultura futurista  esposta a Milano in Piazzetta Reale per il centenario del movimento Nelle arti figurative invece si presenta il confronto con le altre avanguardie, Cubismo, Astrattismo, Dada, Surrealismo, Metafisica, ognuna delle quali caratterizzata da propri temi e propri linguaggi espressivi. L'opera futurista è in evidente contrasto per alcuni temi con molte delle altre avanguardie sebbene condividano tutte l'intuizione di trasmettere attraverso l'arte un impulso di trasformazione della società e di rinnovamento. Aspetto specifico del Futurismo è quello di non limitare la propria azione alle espressioni artistiche (come il Cubismo o la Metafisica), ma di prospettare la re-invenzione dell'intera vita, in ogni suo aspetto (e uno dei manifesti maggiormente rilevanti fu infatti "Ricostruzione futurista dell'universo" di Balla e Depero).  Tra i contemporanei dei futuristi che criticarono il movimento ricordiamo Giandante X, che a Milano, all'apertura dei festeggiamenti per il ventennale del Futurismo, contestò apertamente Filippo Tommaso Marinetti, sostenendo che "l’uomo si deve affrancare dalla macchina ed è un errore lasciare sussistere lo scombinato movimento artistico"[20].  Nella critica del dopoguerra Il Futurismo ha influenzato tutta l'arte d'avanguardia del Novecento. Gli artisti futuristi che sopravvissero alla morte di Marinetti e alla seconda guerra mondiale caddero in disgrazia come tutto il Futurismo, con l'accusa di aver fiancheggiato il fascismo.  Nel secondo Novecento nuovi studi di Luciano De Maria, Mario Verdone, Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi, Claudia Salaris, Giordano Bruno Guerri hanno parzialmente corretto l'accusa di collusione fascista, rilanciando l'interesse artistico-sociale verso il futurismo. Studi sul futurismo di sinistra (i contatti con gli ambienti anarchici, e persino comunisti) mostravano contemporaneamente che l'avanguardia futurista italiana era stata troppo sommariamente giudicata.  Nel corso del tempo diverse sono state le esposizioni riguardanti il Futurismo. Di indubbia rilevanza è stata quella del 2009 presso il Palazzo Reale di Milano per il centenario del movimento. La mostra si intitolava Futurismo Velocità+Arte+Azione. Il Futurismo italiano, con una grande esposizione retrospettiva fino al 1944 al Guggenheim Museum di New York a cura di Greene, è tornato alla ribalta internazionale. Il centenario del Futurismo ha anche contribuito al rilancio internazionale degli studi sulle artiste del Futurismo e sulla visione della donna nel Movimento.  è stato pubblicato il Manifesto del Fumetto Futurista redatto da Bonura e uno dei primi, se non il primo, fumetti futuristi programmatici, cioè seguente esplicitamente uno schema scritto e definito, dal titolo "Il brutto anatroccolo. Ma che Wow!!" di Gnoffo, a significare l'importanza che il movimento futurista ha avuto come influenza nel delineare nuovi stili d'arte di rottura e sperimentali. Principali esponenti del futurismo Futuristi italiani Marinetti Allimandi Asinari Asinari Antonio Asturi Azari Baldessari Balla Benedetto Boccioni Bodini Bonetti Bot, pseudonimo di Barbieri Bragaglia Bruschetti Buzzi Cangiullo Cappa Carli Carmassi Carta Carrà Carramusa Caselli Castagnedi Cavacchioli  Ciacelli Chiti Conti Corona Corra, pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini Tullio Crali D'Alba, pseudonimo di Umberto Bottone Giulio D'Anna Luigi De Giudici Mino Delle Site Depero Gerardo Dottori Leonardo Dudreville Carlo Erba EVOLA (si veda), Farfa, pseudonimo di Tommasini Fillia, pseudonimo Colombo Folgore Gesualdo Frontini Funi Gambini Giardina Ginna, pseudonimo di Ginanni Corradini Governato Govoni Jannelli Korompay Krimer Mimì Maria Lazzaro Escodamè, pseudonimo di Michele Leskovic Licini Lucini Magnelli Mai Mainardi Michetti Marasco Marchesi Emma Marpillero Masnata Mix Sante Monachesi Marisa Mori Munari MUSSOLINI (si veda) Mussolini (si veda) Notte Novatore, pseudonimo di Abele Ricieri Ferrari Nello Voltolina Pippo Oriani Nino Oxilia Ivo Pannaggi Papini Pepe Diaz Peruzzi Piscopo Prampolini Pratella Preziosi Quasimodo Righetti Romani Rosai Rizzo Rognoni Ronco Rosso Russolo Sanzin Sartoris Sant'Elia Sbardella Severini Ardengo Soffici Fides Stagni Tato (Guglielmo Sansoni) Mario Sironi Fides Stagni Stella Sturani Tavolato Tedeschi Thayaht, pseudonimo di Ernesto Michahelles Tulli Ungaretti Vann'Antò Ruggero Vasari Lucio Venna, pseudonimo di Landsmann Vucetich; Futuristi russi Makov Černichov Velimir Chlebnikov Natal'ja Sergeevna Gončarova Michail Larionov Vladimir Majakovskij Kazimir Severinovič Malevič Aleksandr Rodčenko Aleksej Kručënych Futuristi ucraini Davyd, Mykola, Volodymyr Burljuk Futuristi francesi Robert Delaunay Marcel Duchamp Paul Fort Léger Jules Maincave Georges Bernanos Guillaume Apollinaire Futuristi cechi Růžena Zátková Futuristi ungheresi  Béla Kádár Lajos Kassák Hugó Scheiber Futuristi portoghesi Fernando Pessoa, divulgò aspetti del movimento attraverso le riviste Orpheu e Portugal Futurista Guilherme de Santa-Rita, pittore, ideatore della rivista Portugal Futurista Futuristi spagnoli Joan Salvat-Papasseit Futuristi brasiliani Oswald de Andrade Futuristi argentini Alberto Hidalgo Emilio Pettoruti Principali manifesti Manifesto del futurismo, (Pubblicato da "Le Figaro" Marinetti Uccidiamo il Chiaro di luna, Marinetti Manifesto dei Pittori futuristi, (11 febbraio 1910), Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini La pittura futurista - Manifesto tecnico, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini Contro Venezia passatista, Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo Manifesto dei drammaturghi futuristi, Marinetti Manifesto dei Musicisti futuristi, Pratella La musica futurista-Manifesto tecnico, Pratella Manifesto della Donna futurista,, Valentine de Saint-Point Manifesto della Scultura futurista, Boccioni Manifesto tecnico della letteratura futurista, Marinetti L'arte dei Rumori, Russolo Distruzione della sintassi. L'immaginazione senza fili e le Parole in libertà,, Marinetti L'Antitradizione futurista, Apollinaire La pittura dei suoni, rumori e odori, Carrà Il Teatro di Varietà, Marinetti Il controdolore, Palazzeschi Pittura e scultura futuriste, Boccioni Manifesto dell'Architettura futurista, Sant'Elia Il teatro futurista sintetico, Corra, Settimelli, Marinetti La ricostruzione futurista dell'universo,, Balla, Depero La Scenografia futurista, Prampolini Manifesto del cinema futurista, Marinetti, Corra, Settimelli Manifesto della danza futurista, Marinetti Manifesto dell'Aeropittura futurista, Manifesto della Fotografia futurista, Tato (pseudonimo di Sansoni), Marinetti Manifesto della cucina futurista, Marinetti. Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica, Filippo Tommaso Marinetti e Tullio d'Albisola Opere principali Pittura Umberto Boccioni, Tre donne; Boccioni, La città che sale; Carrà, Notturno a Piazza Beccaria Boccioni, La risata Boccioni, Stati d'animo, gli addii Carrà, I funerali dell'anarchico Galli; Umberto Boccioni, Materia; Balla, Ragazza che corre al balcone Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio Balla, Lampada ad arco; Umberto Boccioni, Elasticità Severini, La chahuteause Russolo, Dinamismo di un'automobile Carrà, Cavaliere rosso; Giacomo Balla, Automobile + velocità + luce Severini, Ballerina in blu; Fortunato Depero, I Cavalieri.  Futurismo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il pensiero futurista si richiama evidentemente a varie ideologie dell'azione e della violenza: il "vitalismo" del "superuomo" (oltreuomo) di Friedrich Nietzsche, l'anarchismo di Max Stirner, la "violenza" di Georges Sorel (Considerazioni sulla violenza), lo slancio vitale di Henri Bergson(cfr. "Futurismo" nell'Enciclopedia "Il Sapere", De Agostini editore). arengario.it, arengario.it/ futurismo specimen-tonini- manifesti.pdf. 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Portale Arte   Portale Italia PAGINE CORRELATE Carlo Carrà Pittore e docente italiano  Manifesto dei pittori futuristi Manifesto futurista pagina di disambiguazione di un progetto, Esaminerò i temi principali del mio saggio, intitolato “Eros ethos”: la contraddizione, la violenza, la domanda di salvezza, che è poi la domanda di senso, il silenzio di Dio. Ma, effettivamente, questi temi fanno da sfondo, perché “ Eros ethos”, questo nesso su cui dobbiamo riflettere, riguarda piuttosto le cose prossime che non le cose ultime come la domanda di senso, la domanda che appunto ruota interamente intorno a ciò che era al principio. Che cos’era il principio? Era il senso, era il logos, o non era piuttosto come Nice, in modo sprezzante, ma anche polemico e profondo, ebbe a dire: “ in principio era il non senso”? Ecco, cos’ hanno a che fare queste domande sulle cose ultime con le cose prossime? Eros ethos: che cosa c’è di più prossimo alle esperienze che noi facciamo, che questa? Esperienza erotica ed esperienza etica. Questo è il quadro, questo è l’orizzonte problematico dentro il quale vorrei insieme con voi procedere per alcuni passi, e allora incomincerei col dire che, davvero, la domanda da cui partire è la domanda sull’origine: una domanda che ai non filosofi può sembrare di scarsa rilevanza. Perché la domanda sull’origine? E che cosa vuol dire domanda sull’origine? Vuol dire, se la vogliamo tradurre, interrogarsi sul da dove veniamo, da dove il male, la violenza che patiamo. “Unde malum?” questa è la domanda sull’origine. Ma a questa domanda sull’origine, così perentoria e così grave di implicazioni, come risponde il pensiero contemporaneo? Il pensiero contemporaneo risponde rimovendola, come se non esistesse, meglio come se non la potessimo, né la dovessimo porre. E questo perché? Perché alla domanda ha già risposto la scienza. Sappiamo da dove veniamo, di chi siamo figli: siamo figli del caos, e se è vero che leggi che possono essere accertate scientificamente governano questo caos, del caos noi siamo figli, o, se non del caos, di quel suo riflesso che è il caso. Siamo figli del caso. La violenza è un fatto. Certo che c’è violenza nel mondo, ma c’è come c’è quell’ultimo orizzonte che non possiamo trascendere. Ci appartiene la violenza, è in noi, sempre di nuovo la evochiamo, basta un niente ed ecco esplode, come se un fondo sub umano ci abitasse, come se da questa brutalità naturale noi provenissimo, come se appunto questo fondo sub umano, questa brutalità naturale, sempre pronta ad esplodere, costituisse un orizzonte intrascendibile. Non è forse vero che veniamo di lì, non ci dice la scienza che veniamo dalla “selva antiqua?” Dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non lo stato in cui la violenza ci fa simili, anzi identici, a quegli esseri che abitano la natura e l’abitano inconsapevolmente, producendo la violenza appunto come produzione inconsapevole di quella volontà di vivere che abita tutti gli esseri naturali? Sembra essere questa la grande parola della filosofia moderna e poi contemporanea, perchè troviamo in essa quasi un vero e proprio ritornello: il risalimento all’origine è precluso, la filosofia pensa a partire da una situazione, da un trovarsi ad essere in un certo modo, a partire da cui soltanto il pensiero è pensiero. Che cosa significa risalire alle origini, ipotizzare fondamenti ultimi? Tutto questo appartiene all’ontoteologia cioè alla pretesa appunto di ragionare ricostruendo il fondamento, la ragione ultima di tutte le cose, in una parola l’origine, quell’origine che non è, o meglio non è se non nella forma che ci è data, e di cui noi facciamo esperienza sapendo di essere quello che siamo, ossia esseri naturali che dallo stato di natura provengono e che nello stato di natura trovano una sorta di ultimo orizzonte, di estremo confine intrascendibile, assolutamente intrascendibile. Da questo punto di vista abbiamo la parola di Hobbes da una parte( lo stato di natura), e la parola di Rousseau dall’altra( lo stato di natura come 1   stato di pura violenza che si tratta di controllare attraverso un patto, i cui contraenti autolimitano la propria libertà in nome del controllo di ciò che è dato: lo stato di natura). Da una parte Hobbes( il Leviatano), e dall’altra Rousseau dicono la stessa cosa anche se sembrerebbero dire due cose completamente diverse. Che cosa dice Rousseau? Dice che lo stato di natura non è il regno del Leviatano, il regno della violenza, è il regno della gioia, è il regno della libertà, è il regno della giustizia. Eppure dicono la stessa cosa. Che cosa? Dicono che quello, lo stato di natura, è un orizzonte che non possiamo trascendere. Lì ci troviamo a vivere. Che questo stato di natura sia uno stato di violenza, o che questo stato di natura sia uno stato tornando nel quale noi ci liberiamo dalla violenza stessa, in definitiva è la stessa cosa, perché è questo stato, questa condizione intrascendibile, e non possiamo affacciarci, per così dire, sulla soglia, su questo stesso orizzonte, e guardare al di là e chiederci: “ Ma noi da dove veniamo? Chi ci ha gettati qui?” O nella lotta o nella gioia edenica: domanda senza senso. Risalire non è possibile. L’orizzonte è chiuso. La violenza non è nient’altro che questo, quella violenza di cui ci parlano anche le cronache, ma che noi conosciamo anzitutto in noi stessi, perciò della violenza non resta che prendere atto come qualche cosa che è connaturato, stato di natura appunto, e che non ci resta che controllare. Sempre di nuovo l’uomo ricade nella violenza, sempre di nuovo l’uomo deve, se non liberarsene totalmente, elaborare delle strategie di controllo. Auschwitz non deve più accadere e invece è accaduto e probabilmente sempre di nuovo accadrà. Questo lo sappiamo, lo sappiamo nei nostri giorni violentissimi, crudelissimi. Su questo non possiamo chiudere gli occhi: sul fatto che Auschwitz sempre di nuovo accade, che sempre di nuovo l’uomo cade dentro quello stato di natura dal quale proviene e dal quale non può evadere. E’ la parola più dura della filosofia contemporanea, nascosta spesso dentro strategie di pensiero molto sofisticate, molto raffinate, ma che questo dicono: l’intrascendibilità della nostra provenienza, dell’orizzonte dal quale proveniamo, tanto è vero che sempre di nuovo cadiamo dentro a questo orizzonte. Difficile immaginare, appunto, una risposta più cupamente ateistica e nichilistica di questa, ma anche più vera, con una sua verità che sembrerebbe difficilmente controvertibile. Non è forse vero che la violenza è in noi, che veniamo di lì? Non ci dice la scienza che in noi ci sono forze che se non teniamo sotto controllo fanno di noi, di chiunque di noi, il peggiore dei delinquenti, e che ciascuno ha in sé questa virtualità negativa e terribile? Ciascuno di noi. Lo vediamo, non solo per le guerre, ma per i casi che la vita ci mette sotto gli occhi: gli adolescenti che uccidono i genitori, il mobbing tra le persone, questo bisogno di farsi reciprocamente male, che cos’è questo se non una radice? Maligna, ma nello stesso tempo naturale, maligna, ma in questa prospettiva senza nessuna ascendenza teologica, perché appunto è lo stato di natura dal quale proveniamo, dentro il quale sempre di nuovo ricadiamo in quanto l’orizzonte è intrascendibile. Che questo sia detto nei termini di Hobbes, o sia detto nei termini di Rousseau, che a partire da Hobbes si elaborino teorie dello stato come strumento, il solo che l’uomo ha per tenere sotto controllo la violenza, che a partire da Rousseau si elaborino invece teorie della emancipazione, della liberazione, del ritorno alla natura, però questo ci dice l’intrascendibilità dello stato di natura. E’ una tesi che ha mille sfaccettature naturalmente, ma molto forte. A questa tesi della intrascendibilità radicale dello stato di natura io credo ci sia una sola obiezione, ma forte, altrettanto forte che la tesi stessa. E questa obiezione è che la violenza dell’uomo sull’uomo, quella violenza che fa dell’uomo un bruto, che lo ricaccia sempre di nuovo nella brutalità dello stato di natura, questa violenza è sempre qualche cosa di più, è sempre qualche cosa di meno che espressione dello stato di natura. Questa è la vera obiezione. E cioè, che cos’è? E’ cosa umana. La violenza fatta dall’uomo non è infatti assolutamente assimilabile alla violenza fatta dall’animale, da una tigre, da un leone feroce. La ferocia che emerge, che affiora, e che trasforma un essere umano in un animale 2   è altra cosa, non è vero che trasforma l’essere umano in animale ( questo è un modo di dire assolutamente sviante, falsificante, anche se sembra corrispondere all’esperienza che ciascuno di noi fa ), questa violenza è altra cosa, perché la violenza dell’uomo ha, per così dire, un segno, una segnatura, quella signatura rerum di cui parlavano gli alchimisti che la vedevano nelle cose stesse, quasi le cose fossero portatrici di simboli entrando in contatto con l’uomo. Ecco, la stessa cosa vale per la violenza umana: essa ha una segnatura che ne fa qualcosa di altro rispetto alla violenza dell’animale, di radicalmente altro, di ontologicamente altro. Perché la violenza dell’uomo non è assimilabile a quella dell’animale? Perché la violenza dell’uomo ha qualcosa come un valore aggiunto, e il valore aggiunto è quello che ci mette l’uomo stesso. Pensate all’uomo, al soldato che uccide, deve farlo, lo fa per difendersi, pensate alla violenza che esplode in una situazione apparentemente normale: sempre c’è qualche cosa di più e di diverso che l’espressione di una aggressività volta a raggiungere uno scopo, raggiunto il quale la stessa violenza, per così dire, ritorna in una quiete, in una pace, la pace del leone che ha divorato la gazzella e si ritrova in pace con sé stesso e con la natura. La violenza dell’uomo, quale che sia, giustificata o non giustificata, ( ma appunto la parola giustificazione è povera), sempre ha questo valore aggiunto: e il soldato sente il bisogno, ahimè, spesso di sottolineare questo valore aggiunto, irridendo il nemico. Questo è nell’Iliade, come nella cronaca di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Nell’Iliade, quando Achille strazia il cadavere di Ettore, sente il bisogno di straziarlo sotto le mura di Ilio, sotto gli occhi delle persone care: ecco quel di più, ecco ciò che fa della violenza umana qualche cosa di radicalmente umano. Nel soldato che aggredisce e umilia l’aggredito, il vinto, il nemico vinto, stuprando la sua donna, per esempio, non c’è mai una pura e semplice espressione pulsionale di qualche cosa, come un bisogno bestiale o animalesco, c’è invece il desiderio di segnare ( parlavo prima di segnatura, di valore simbolico), c’è il bisogno di umiliare, c’è, in altre parole, l’impossibilità di ricadere nella quiete della violenza che ha raggiunto il suo scopo. Allora, se la violenza dell’uomo non è assimilabile alla violenza della natura, se questo valore aggiunto fa sì che la violenza dell’uomo riveli una sua irriducibilità all’ordine naturale delle cose, allora non è vero che lo stato di natura non può essere trasceso, non è vero che non è possibile affacciarsi sull’ultimo orizzonte e chiedersi: “ Ma da dove vengo io?” Allora non basta dire: “ Io vengo da lì, cioè dalla natura e dalla sua brutalità, io vengo da un altrove”. E’ una contraddizione, perché, se vogliamo dirla con una formula filosofica, la intrascendibilità dello stato di natura chiede di essere trascesa. Il riconoscimento che di lì vengo, che sono impastato di quella pasta, che sono fatto di quel fango, che in me agiscono forze brutali, bestiali, non basta. Non basta perché quelle forze dicono non soltanto la mia provenienza dallo stato di natura, ma da un al di là, che non so che cosa sia, che la filosofia non può dire naturalmente, ma deve cercare. Non mi basta riconoscermi parte della natura, perché questo mio riconoscimento fa cenno, sia pure nella forma della contraddizione, ad un altrove, come se io fossi caduto, come se io di là venissi, e come se soltanto questo movimento potesse spiegare il valore aggiunto che è nella violenza. Ho fatto due esempi, di due grandi filosofi della modernità, Hobbes e Rousseau, i teorici della intrascendibilità dello stato di natura. Farò altri due esempi di grandi filosofi della modernità i quali sostengono quello verso cui sto cercando di condurvi e cioè che l’intrascendibilità dello stato di natura è contraddittoria. Certo l’uomo, con le sue categorie, con i suoi concetti, con ciò di cui dispone, non può uscire dall’orizzonte in cui è venuto a trovarsi, ma patisce, soffre, vive questo suo trovarsi in un orizzonte che è come un carcere per lui, appunto come un essere cacciato lì dentro. Diceva Pascal: “ Io mi guardo intorno, e tutto è confusione, un orribile caos, cerco Dio, ma Dio tace ( il silenzio di Dio), e non solo Dio tace, ma tutto è terribilmente silenzioso, e il silenzio degli spazi infiniti è eterno. Che cosa mi resta, se voglio in questo orribile 3   caos muovermi e sopravvivere? Che cosa mi resta da fare? Prendere atto che le cose stanno così, seguire le leggi del mio paese. Già, ma le leggi del tuo paese sono esattamente l’opposto delle leggi del paese accanto. Che fare? Questa è appunto la prova del caos in cui versiamo. Ma il mio sovrano mi ha ordinato di uccidere quello che sta al di là del fiume. E perché? Perché sta al di là del fiume. Ma è una ragione questa? Eppure lo devo fare, perché, se non mi attenessi alle leggi del mio paese, cadrei in un disordine ancora più grande, non vivrei più”. L’abbiamo visto: l’unica forma di sopravvivenza è quella garantita dall’accettazione dello status quo. Dice: “ Ma io mi guardo intorno. Questo è giusto, che cosa è sbagliato? Nulla è giusto, nulla è sbagliato, tutto lo è. E infatti non c’è atto, non c’è gesto, non c’è comportamento umano, anche il più abietto, che non abbia trovato il suo altare. Sull’altare è stato messo l’incesto, sull’altare è stato messo l’omicidio, sull’altare è stato messo il furto, e così via. Un orribile caos, è quello nel quale l’uomo naturaliter viene a trovarsi: intrascendibilità dello stato di natura”. Ecco allora la contraddizione, ecco il passo in più che fa Pascal: l’intrascendibilità dello stato di natura è inaccettabile, l’intrascendibilità dello stato di natura non può essere vissuta se non come una condanna, e quale maggiore condanna che quella di chi vede che ogni atto, anche il più nefasto, il più delittuoso, ha trovato il suo altare? Quale condanna peggiore di chi constata che è costretto a compiere atti profondamente ingiusti e tuttavia giustificati? “ Vai, uccidi”. “ Perché?” “Perché il tuo sovrano te lo ordina”. Ed è giusto così, o meglio giustificato così, pena un disordine ancora maggiore. Questa è una realtà che non si può non accettare, una realtà che ci dice il nostro essere vincolati ad essa, l’intrascendibilità dello stato di natura, ma una realtà nello stesso tempo vissuta come iniqua, come inaccettabile: non la posso che accettare, ma è inaccettabile. Ecco la contraddizione, e se volessimo dirla filosoficamente, dovremmo dire: “l’intrascendibilità dello stato di natura impone il suo trascendimento”. Da dove vengo io? Da quale paradiso perduto, se soffro così tanto all’interno di una situazione per la quale non vedo via d’uscita? L’intrascendibilità chiede di essere trascesa. Qui la filosofia deve tacere, la filosofia non può che aprirsi ad una dimensione altra. E’ una risposta, come vedete, ben diversa da quella di Hobbes, ed anche da quella di Rousseau. Nasce da Pascal una filosofia religiosa, laddove da Hobbes e da Rousseau nasce una filosofia irreligiosa. Le fedi private dell’uno e dell’altro non sono più in questione, ma è profondamente irreligiosa una filosofia che dice: “ La violenza c’è e non resta che tenerla sotto controllo. Noi non possiamo guardare al di là”. E’ una filosofia profondamente irreligiosa quella che dice che la violenza c’è perché c’è la società. Togliamo questo elemento storico sociale, che inquina, con gli apparati repressivi che la società mette in atto, liberiamoci da tutto ciò, e ritroviamo quella gioia che è lo stato originario dell’uomo: filosofia, in entrambi i casi, con tutte le loro propaggini, da Rousseau a Marcuse, oppure da Hobbes a Smith, filosofia profondamente irreligiosa quella dell’intrascendibilità dello stato di natura, laddove è filosofia profondamente religiosa quella di un Pascal che dalla stessa intrascendibilità ricava, attraverso la contraddizione, l’idea di non poter non trascendere. Anche Vico, che viene spesso interpretato, e giustamente, come il padre dello storicismo, ma è anzitutto teologo cristiano, dice la stessa cosa, cent’anni dopo Pascal, e la dice attraverso l’idea che la menzogna in cui l’uomo si trova a vivere sia l’illusione che “ omnia Iovis plena”, che gli alberi siano dei, che tutto gli parli, che l’universo sia animato da presenze. Se un fulmine cade nella selva antiqua e apre la radura e l’ uomo si illude che un dio gli abbia parlato, non è vero, è un’illusione, è pura idolatria credere che lì si sia avuta una epifania, e tuttavia questa che è la condizione idolatrica che l’uomo non può trascendere. Vico dice: “ Cos’è più vero? Lo stato di natura, dove l’uomo è e non è se non cacciatore e preda? Oppure lo stato di cultura?” Quello stato di cultura che l’uomo costruisce in base ad una simulazione, cioè in base ad una menzogna, illudendosi che gli dei gli abbiano parlato e 4   sulla base di questo messaggio, di questa rivelazione, costruisce appunto le istituzioni, le famiglie, gli stati, la cultura, insomma. Che cos’è più vero? E’ il puro e semplice abitare la natura come l’abitano i bruti, brutalità dello stato di natura, oppure è, attraverso la finzione, diventare uomini? Accedere ad una verità propriamente umana? Anche lì, attraverso la contraddizione, l’uomo è costretto a vedere nella natura una sorta di deiezione, di caduta. Da dove? La filosofia non lo dice, lo dice la rivelazione. Come vedete queste sono ipotesi molto diverse, opzioni filosofiche che sono alla radice del mondo moderno. Voi vi chiederete: “ Tutto questo che cosa c’entra con Eros ethos?” C’entra perché c’entra la contraddizione. E’ la contraddizione che dobbiamo cercare, che dobbiamo interrogare, per capire appunto se noi siamo consegnati ad un destino umano e soltanto umano o se invece questa stessa umanità del nostro destino impone un trascendimento della condizione nella quale ci troviamo: dobbiamo cercare l’origine, ciò che è in principio ma anche ciò che è, per dirla con sant’Agostino, “intimior intimo meo”, più intimo a me stesso di quanto non lo sia io a me. Come sappiamo, Agostino identificava Dio con questo movimento, con l’intimior intimo meo: è Dio che è più intimo a me di quanto io non lo sia a me stesso. Potremmo, parafrasando Agostino, vedere precisamente nel nodo di contraddizione che nello stesso tempo lega e separa eros ethos qualche cosa che può essere definito negli stessi termini. Che eros ed ethos si contraddicano, o meglio si oppongano( l’opposizione e la contraddizione sono due cose diverse) lo so bene, che eros ed ethos si oppongano è cosa abbastanza ovvia. Che cosa indica eros se non l’immediatezza, diciamo pure la gioia di vivere, quella gioia di vivere che non ammette ostacoli di nessun tipo, che chiede soltanto di essere espressa? Eros i Greci, e non soltanto i Greci, lo presentavano come un fanciullo, la divina innocenza, eros come espansione vitale, o per dirla con Kierkegaard come vita immediata, vita che non dà ragione di sé, e noi diremmo oggi ( figli volenti o nolenti, tutti figli di Freud ) “vita pulsionale”, e le pulsioni sono le pulsioni, il bene e il male appartengono ad un altro ordine, ad un’altra dimensione. Ethos è il contrario. Ethos è il “Tu devi”. Ethos è la serietà della vita. Ethos è il dover rispondere di tutto nei confronti di tutti, o quanto meno di sé nei confronti di coloro coi quali si è stretto un patto. Quale opposizione maggiore che quella tra eros ed ethos? Tra l’immediatezza e la mediazione? Tra la libera e gioiosa espansione di sé che non dà ragione, perché è quello che è, è vita immediata, tra la gioia, se vogliamo dire così, e la serietà della vita, ossia il “Tu devi”, questo sì e questo no, perché tu devi rispondere di te nei confronti di tutti gli altri? Ma appunto siamo ancora sul piano dell’opposizione, non ancora della contraddizione. Per scorgere la contraddizione dobbiamo renderci conto che c’è dissidio, cioè c’è intima opposizione sia in eros, sia in ethos. Ed è solo a partire da un’analisi separata delle due forme di esperienza, esperienza erotica ed esperienza etica, che capiremo come l’opposizione diventi una vera e propria contraddizione e capiremo come la contraddizione che abita in ciò che è “intimior intimo meo”, così prossimo a noi da costituire davvero la nostra anima, la nostra carne ( e che cosa se non eros ed ethos? ), come la contraddizione sia proprio in questa prossimità. Ma lo scopriremo appunto esaminando separatamente le due forme. Perché c’è opposizione in eros? L’abbiamo definito come gioioso, libero, come espressione di una vitalità che non conosce ostacoli. Non è forse vero che eros è trasgressione? Ma non carichiamo subito questa parola di un significato morale: no, siamo prima, siamo al di qua della morale. Parliamo dunque di trasgressione nel senso letterale del termine, nel senso di una spinta, di un movimento teso a rompere tutti i vincoli. Quindi siamo ancora sul piano di una fenomenologia che non chiama in causa la morale. Eros è questo transgredior, questo superare il limite che eros stesso pone a sé stesso per essere quello che è. Cosa c’entra la morale con eros, se eros è questo? Come è pensabile un intimo dissidio di eros con eros? I Greci lo hanno pensato. Quando ci troviamo di fronte a queste difficoltà, definita filosoficamente la categoria, 5   sembrerebbe non si dovesse più procedere oltre, invece sappiamo che l’esperienza erotica è molto più complessa, che non è questa pura e semplice, come qualcuno vorrebbe, espressione pulsionale di sé che non dà ragione di sé, bensì un’esperienza terribilmente complessa. E allora come la mettiamo? La filosofia ci dice che è trasgressione, movimento libero verso la liberazione da tutti i vincoli. Il mito, e di nuovo la religione, ci dice che è cosa molto, molto più complessa. E come avevano rappresentato questa complessità i Greci? Attraverso i miti, come sappiamo. I miti sono questo: servono a dire delle cose che la filosofia non riesce a dire, o che il linguaggio comune non riesce a dire. Ci sono tanti miti nella cultura greca che parlano di eros, infiniti, ma non soltanto nella cultura greca, anche in quella indiana, anche in tante altre. Ma alcuni in particolare: intanto quello che identifica eros con Fanes Protogono. Chi è Fanes Protogono? Fanes Protogono è qualcuno, qualche cosa che viene prima della stessa formazione del mondo, e quindi del costituirsi di figure archetipiche nel mondo che sono gli dei; Fanes ( “ fainetai”) è questa accensione originale che fa sì che il mondo, che era, secondo il mito di Fanes Protogono, tutto raccolto in un nucleo simile ad un punto ( pensate a quale profondità di intuizione erano arrivati i Greci), per questa improvvisa accensione si spacchi, si scinda come sotto una spinta, una forza assolutamente sorgiva, che non è governata da figure archetipiche, dagli dei, ma che è assolutamente iniziale. Questa realtà tutta compressa, tutta compresa in un unico punto, per così dire a seguito di questa cosiddetta accensione, esplode, e questa esplosione dà luogo alla terra e al cielo, perciò la terra e il cielo, a partire da questa esplosione, non potranno che sempre di nuovo cercare di ricongiungersi. Urano e Gea, il cielo e la terra, originariamente uniti, a seguito della esplosione cercano di ricongiungersi, grazie a eros, Fanes Protogono, cioè il principio primo, il principio originariamente generatore, che è la luce. Eros è questa accensione, questa forza ricongiungente dei due. Dentro questo mito che cosa scopriamo? Il carattere assolutamente non morale di eros. Eros è quello che è, non è neppure un dio, è luce, è manifestazione, è pura forza esondante, quella pura forza esondante che ciascuno di noi prova in sé, nelle varie forme in cui eros si manifesta, che, come sapevano i Greci, sono infinite. Basta leggere il Simposio per capire come Platone sapesse delle varie forme di eros. Ma che cosa accade? Accade qualche cosa di tremendo, il tremendo che è in eros: accade che nel momento in cui la terra e il cielo si scindono in due, in una sorta di mattino del mondo nasce Afrodite che è la dea dell’amore, che è la dea, a seguito di questa vicenda, chiamata a incarnare, a personificare, la forza originariamente creatrice. Ma chi è Afrodite? E’ la dea della doppiezza, e i poeti greci così l’ hanno descritta: è la dea della felicità, della gioia, della gioia di vivere che non dà ragioni di sé, è la dea al di là del bene e del male, è la dea al di qua del bene e del male. Ma Afrodite è anche la dea che nasconde il tremendo da cui proviene, tanto è vero che lo stesso mito greco ci parla di questo mattino del mondo: e cosa c’è di più bello che il sorgere di Afrodite dalla spuma del mare, che cosa c’è di più innocente, di più incantevole? E tuttavia quella spuma del mare è memoria di un atto di sangue: la spuma del mare è il sangue stilato, e anzi sangue- liquido seminale, stilato dal sesso di Urano, castrato dal suo stesso figlio. Capite che cosa dicono i Greci? Che cosa tiene insieme nell’idea di eros l’uomo greco? Gli opposti: l’innocenza, la perfezione in quanto è l’emergere della vita da sé stessa, la vita che non dà ragione di sé, la vita che è quello che è, al di là del bene e del male, tuttavia su uno sfondo cupo di sangue. Il fanciullo innocente è nello stesso tempo colui che ha memoria del tremendum, con buona pace dei teorici, quanti sono oggi, delle emancipazioni a buon mercato: “Liberatevi dai tabù, abbandonatevi!” Tutte cose belle, per carità, non voglio dire che non ci si debba anche liberare dai tabù, però le cose sono un po’ più complicate: la liberazione( tesi) è necessaria, e tuttavia sta a fronte( antitesi) di qualche cosa come gli orrori delle origini. Quando ci si interroga sul fatto, sul rapporto eros e violenza, per esempio, perché chiudere gli occhi di fronte a 6   questa che è realtà umana, più che umana? Bisogna pensare come hanno pensato i Greci, o come hanno pensato gli Indiani in modo forse meno cupo, in modo meno metafisico, ma altrettanto espressivo, con la figura della donna che volge lo sguardo, dell’amante che raggiunge l’amato ( che è un tema iconografico di molta arte indiana, di molta arte erotica dell’India ), della donna che si butta nel fiume per raggiungere l’amato, ma volge lo sguardo, e questo sguardo è pieno di malinconia per tutto ciò che lascia: siamo fatti di una irriducibile doppiezza, ci dice il mito. Certo che è necessario gettarsi, raggiungere l’amato, ma non ci è dato di farlo ( è la dinamica della trasgressione ), se non volgendo lo sguardo verso tutto ciò che abbiamo perso, che stiamo perdendo, che potrebbe essere la rottura del patto. E questo che cosa vuol dire? Vuol dire che eros, l’innocenza stessa, in modo del tutto contraddittorio, si lega al suo contrario, a qualcosa come la colpa: ecco come eros è portatore di una contraddizione. Ma lo stesso vale per ethos. Ethos è in sé stesso contraddittorio, e sono ancora una volta i Greci che ci dicono questo. Della profondità del mito greco si era accorto Aristotele, per primo, che io sappia, quando, guardando al mito, ha scoperto che la parola greca ethos (da cui etica, naturalmente, ) si dice in due modi, o meglio si dice in un modo solo ma si scrive in due ( è una anomalia del Greco che forse non ha altri esempi così clamorosi ): ethos in greco si scrive con la ipsilon, e con la eta, e se scritta con la ipsilon vuol dire una cosa, se scritta con la eta vuol dire un’altra cosa, o meglio, vuol dire la stessa cosa, ma un po’ diversa . Se scritta con la eta, ethos fa riferimento alla dimora, alla casa. E allora che cos’è ethos? Ethos è la convenzione, sono gli usi, i costumi, le abitudini, da cui abitus, le virtù, come abiti che indossiamo che ci portano a compiere certe cose, a comportarci in un certo modo. Ma perché ci comportiamo in un certo modo? Perché siamo stati educati, perché abbiamo accolto in noi, essendo stati accolti da una comunità e cioè dalla casa anzitutto, quelle leggi, quei comportamenti, quel modo di vedere, che è proprio di ethos con la eta. Qui a essere privilegiato è il riferimento al sentire comune, alla comunità: ethos come appartenenza ad una comunità, che mi impone di non pensare tanto a me stesso quanto agli altri, di riconoscermi all’interno di una tradizione e così via. Ma se io lo scrivo con la ipsilon, allora vuol dire carattere, che appartiene a me, è solo mio : l’ethos è il mio demone, è qualche cosa che mi dice: “ Tu devi fare questo”. “No”. “ Ma sei contraddetto da tutti, non è accettabile che tu non faccia questo, la società ti condanna”. “ Che mi importa, lo devo fare, perché so, ma in base a quale sapere?” “In base ad un sapere demonico, cioè che non dà ragioni di sé. Sapere di cui io mi faccio carico, costi quello che costi”. Guai se ethos fosse solo sapere demonico, se fosse solo carattere, perché allora l’etica sarebbe una cosa terribile, sarebbe cosa tragica, darebbe luogo a scontri senza fine, senza un terzo che faccia da medio, se è giusto quello che io sento giusto. L’io, la coscienza: se ethos fosse solo questo sarebbe terribile. Ma guai se ethos fosse soltanto quell’altro: abitudine, tradizione, leggi e così via. Facciamo il caso che la società alla quale appartengo, nella quale mi riconosco, mi condanni legalmente e in base a dei principi riconosciuti come giusti, mi condanni per esempio a essere deportato. Immaginate un’ etica che sia soltanto etica pubblica, un’ etica della tradizione condivisa, immaginate di togliere a me o a chi per me il diritto di dire no, anche se la società alla quale appartengo mi condanna, di rivolgermi al mio Dio, per invocarlo, o per bestemmiarlo, dicendo:” Non è giusto”. Non dimentichiamo mai Auschwitz, ma non dimentichiamo mai che tutto quello che è accaduto in quegli anni è accaduto legalmente: le deportazioni erano leggi dello stato tedesco, non si tratta di qualcosa avvenuto nascostamente, bensì di leggi dello stato tedesco. L’etica che fosse soltanto l’etica, la casa della comunità di appartenenza, della polis, dello stato, potrebbe non essere un’etica a sua volta monca, terribilmente manchevole? Già, ma come fanno a stare insieme ethos ed ethos, ethos con la eta e ethos con la ipsilon? Come far stare insieme le leggi della pietà, per esempio, come sa bene Antigone, e le leggi della città? Le leggi di coloro che stanno sotto la luce del sole e le leggi sotterranee, degli dei, che stanno sotto? Contraddizione, la contraddizione di ethos. Voi direte, ma che cosa c’entra questo discorso con la violenza? E’ lo stesso discorso. In che senso? Abbiamo visto, e mi avvio alla conclusione, come la violenza sia un dato di natura, anzi, è la natura che è in noi, è uno stato, tanto è vero che si parla di stato di natura: è quell’emergere di forze oscure, che ci riportano al luogo da cui proveniamo, che è la selva. E’ la linea maestra del pensiero moderno e contemporaneo, e abbiamo visto che non basta dire questo. Le cose non stanno così, perché qui c’è una contraddizione . La contraddizione è sollevata dalla affermazione che la violenza dell’uomo sull’uomo è sì qualche cosa che lo accomuna alla bestia feroce, ma nello stesso tempo è qualche cosa che lo rende irriducibilmente diverso dalla bestia feroce. La violenza è sì cosa che implica la non trascendibilità dello stato di natura, ma questa non può che essere vissuta come condanna che implica il trascendimento. Lo stato di natura è uno stato che io posso pensare solo come stato di gettatezza, avrebbe detto Heidegger. Senonché per Heidegger la gettatezza, la deiezione, il mio trovarmi come gettato in questo mondo, non ha più né capo né coda, non ha più un da dove sono gettato e un verso dove vado. E in questo senso Heidegger in fondo resta all’interno della tradizione tipicamente moderna che ritiene intrascendibile questo stato. Non così là dove questo stato venga vissuto, venga letto, nel suo valore simbolico. Lo dice bene Pascal. Tutto è simbolo, quella natura caotica, così confusa, non fa che ricordarmi che questo non può essere il mio mondo, è il mio mondo e per viverci lo devo accettare, e tra questo mondo, e l’infinito, e l’assoluto, un abisso mi separa: non c’è verso, filosoficamente, di costruire un ponte tra il qui e ora, il qui di leggi contraddittorie, e l’origine. Tuttavia, in questo mondo io vivo come uno straniero, come uno che è stato gettato da un altrove, la cui chiave la possiede non la filosofia ma la religione: la caduta, il peccato originale.” Lo stesso discorso vale per la contraddizione, il rapporto contraddittorio di eros ed ethos. Noi vorremmo potere riferirci, così come nel caso della violenza ci siamo riferiti, a qualche cosa di ultimo, qui riferirci a qualche cosa di primo, eros ethos, di prossimo, di propriamente nostro a cui ancorarci, vorremmo poterlo fare. E che cosa se non ancorarci a eros, se non ancorarci a ethos? E’ esperienza che tutti fanno, se pure in forme molto diverse: l’esperienza che vorremmo gioiosa di eros e seria di ethos, e lì restare, restare in questa prossimità, in questa intimità di noi con noi stessi, in definitiva rassicurante. Eros è la gioia: Abbandonati; ethos è il dovere: “ Rispetta”. Già, ma questa intimità, di noi con noi stessi, è contraddittoria, ovvero “intimior intimo meo”. Nel punto in cui noi ci troviamo più intimi con noi stessi, noi siamo per così dire scavalcati, trascesi da un movimento che fa cenno a qualche cosa che è assolutamente altro rispetto a questa pretesa di raccoglierci in una certezza, la certezza di eros e la certezza di ethos. Tanto è vero che non solo eros ed ethos stanno tra loro in opposizione, ma è una opposizione contraddittoria perché il dissidio è sia nella forma dell’esperienza erotica, sia nella forma dell’esperienza etica. “Intimior intimo meo”: qui davvero varrebbe la pena di parafrasare Agostino, e ricordare che nel momento in cui io sono più prossimo a me stesso in realtà sono infinitamente lontano, sono per così dire costretto a trascendere, trascendere me stesso. Nome compiuto: Sergio Givone. Givone. Keywords: phanes, eros/ethos; phanes protogono, convito di platone, pareyson. storia naturale dell nulla, unelongated history of negation;  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Givone” – The Swimming-Pool Library.

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